GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Sabbadini – ciceronismo – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. CICERONE FILOSOFO
ITALIANO. sTom^ DEL CICERONIANISMO E D’ALTRE QUESTIONI LETTERARIE NELL'ETÀ
DELLA RINASCENZA, saggio premiato dalla R. J^coad.exxiia d.e' Xiizioei). TORINO
LOESCHER FIRENZE ROMA Via Tornabnoni, Yin del Corso, Torino - Vikcbkzo Boha,
Tip. di S. M. e de'RR. Principi. Hk^co
qui la storia di dieci tra le più famose questioni letterarie dibattute dagl’umanisti.
Per essi sono vitali; per noi sembreranno e forse sono, fortunatamente, oziose.
Diventeremmo però oziosi noi, se deplorassimo che fossero vitali, noi che nella
storia non cerchiamo l'ideale dell'umanità, ma ciò ch'ella era. E da questo
riguardo quelle dieci questioni ofifrono il massimo interesse , perchè chiariscono
meglio di ogni altro studio Tintima vita letteraria del periodo umanistico. Del
resto quanta originalità , che personalità, talora sfrenata, ma sempre
altamente sentita e altamente affermata, non sapevano quei battaglieri e
appassionati ri- suscitatori dell'antichità sviluppare da simili contese !
Tanto è vero che spesso l'interesse e l'originalità non consistono
nell'argomento, ma nell'ingegno di chi lo tratta. Chi oserebbe dire che dopo V
Iliade e V Eneide abbiano perduto il tempo l'Ariosto a cantare di Orlando e il
Tassoni d'una Secchiaf Digitized by VjOOQ IC II giudìzio, molto benevolo e
lusinghiero, portato dalla R. Accademia de' Lincei su questo lavoro, vi notò
una certa sproporzione nella parte accessoria. Non lo nego ; ma quegli
ax^cessori contengono le prove di quanto è esposto nella parte principale e
mettono più che mai in rilievo le qualità più •caratteristiche degli umanisti,
che sono una minuziosa e tenace scrupolosità congiunta a una finissima arguzia.
Con- tuttociò io chiedo al lettore, sopra ogni cosa, pazienza ed indulgenza.
Sarego, 26 settembre 1885. R. Sabbadini. Digitized by VjOOQIC CRONOLOGIA
PRINCIPALI UMANISTI NOMINATI IN QUESTO LIBRO Alberti Leon Battista. Alciati
Andrea . Aleandro Girolamo Amaseo Komola
Argiropulo Giovanni Badio Ascensio
Barbaro Ermolao (1464-1493). Barzizza Gasparino (1370?-143i;. Bembo
Pietro (1470-1547). Beroaldo Filippo (1453-1505). Biondo Flavio (1388-1463).
Bisticci (Vespasiano da) . Boccaccio Giovanni. Bonamico Lazaro. Bruni
Leonardo •Budeo Guglielmo . Campano Gio.
Antonio Ciriaco d'Ancona Cortesi Paolo
(1465-1510). Crinito (Eicci) Pietro (1465-1505?). Boleto Stefano (1509-1546).
Erasmo Desiderio (1467-1536). Fazio Bartolomeo (morto 1457). Filelfo Francesco
(1398-1481). Florido Francesco. Gaza Teodoro. Giovio Paolo Giustiniani Leonardo (1388-1446). Guarino
Veronese. Laudi Ortensio Landino
Cristoforo (1424-1504). Lascaris Giano
Leoniceno Ognibene (1410?4480?). LoDgolio Cristoforo (1490-1522).
Mancinelli Antonio (1452-1505). Manuzio Paolo (151M574). Marullo Micbele. Monte
(Pietro dal) (morto 1457). Morando Benedetto . Musuro Marco (1470-1517). Mureto
Marcantonio Navagero Andrea. Niccoli Niccolò . Paceo Riccardo (1482-1532) .
Digitized by Google — VI Panormita Antonio Petrarca Francesco (1304-1374).
Piocolomini Enea SiMo. Pico Gianfrancesco
Pio Battista Poggiani Giulio. Poggio Bracciolini (1380-1459). Poliziaqo
Angelo (1454-1494). Pomponio lieto
Pontano Gioviano Rayenna (Gio.
da) Bho (Antonio da) (1* metà del sec.
xv). Bodigino Celio (1450-1525). Sadoleto Giacomo Salutati Coluccio. Sannazzaro
Azzio Sincero. Sarzana (Alberto da) . Scala Bartolomeo Scaligero Cesare .
Traversari Ambrogio
TrebÌ8onda(Giorgioda)(1396-1485?). Valla Lorenzo (1407?-1457). Vegio
MaflFeo (1406-1458). Zazio Ulderico (1461-1535). Digitized by Google INDICE
Storia del Ciceronianismo Preparazione
Primi tentativi Genialità e Grammatica .... Opposizione Prime battaglie Seconda
battaglia Periodo eroico Sol coniar nuovi vocaboli latini .... Lotte fra i
Latini e i Greci .... Sui giureconilalti antichi e sui glossatori medioevali Se
si possano leggere i poeti antichi . Su alcune questioni d^ortografia ....
Sull'allegoria dei poeti, specialmente di Vergiiio . Quale sia più grande fra i
capitani antichi I calunniatori della lingua latina Se si deva scrivere latino
o italiano . storia del Ciceronianismo.
La storia del ciceronianismo, che presa nel suo largo signi- ficato si confonde
con la storia della lingua latina e delle sue forme nel periodo del risorgimento,
non è stata ancora scritta. Eppure è tanto importante. Tutti gli storici
dell'umanismo ri- petono, e giustamente, che l'erudizione di quei secoli, se si
tolgano alcuni risultati nella critica, nell'arte e in altri pochi rami del
sapere, fu un'immensa illusione, della quale quei la- tinisti in parte erano
autori, in parte vittime. Tutto quel com- plicato e vertiginoso lavorio fu
intorno alla forma, che si scam- biava per la realtà; la forma bella ed
elegante dava corpo alle ombre, la forma rozza e impacciata faceva passare
dimen- ticati come ombre i corpi. Una lettera dalle forme argute de- finiva
felicemente una questione o letteraria o personale o religiosa, di cui non si
sarebbe potuto prevedere la risoluzione; un forbito ed elegante discorso,
condito di citazioni latine, por- tava alla conclusione di un affare pubblico,
da cui la più astuta diplomazia non avrebbe forse saputo uscire lodevolmente.
Fare un bell'elogio della virtù valeva essere virtuoso; essere preso di mira da
un'elegante invettiva valeva essere un fur- fante, anche se onest'uomo. Fu
quello veramente il tempo dell'onnipotenza della forma. E intanto si resta
meravigliati a sentire come la vien comunemente giudicata. Sono per la maggior
parte giudizi o vani per la loro generalità o falsi addirittura. L'uno dice:
quella forma è pagana; tutto ciò che R. Sabbadini, Ciceronianismo e altre
questioni letterarie. 1 passa per il cervello di un umanista ne esce colorito
paga- namente; l'altro dice: quel latino non è più l'antico; è stato
trasformato, ammodernato; pare un latino nuovo e originale, quantunque imitato.
Più comunemente si odono queste espres- sioni : che latino elegante, fluido,
che ritmo, che maestà, che asprezza, che barbarie, che disinvoltura, è un nuovo
Cicerone, un nuovo Vergilio, è troppo abbondante , è troppo asciutto, non è
limato e mille altre, che non significano nulla o meglio significano
l'ignoranza o l'ingenuità di chi le dice; peggio aa-- Cora quando tocca sentir
pronunziare tutti questi giudizi di- versi sopra un solo umanista, secondo il
capriccio dei critici che ne parlano. Ma nessuno si è provato di esaminare e
trac- ciare la storia di questa forma, che ha fatto tanto bene e tanto male,
che ha aiutato il perfezionamento del nuovo volgare ita- liano e che in fin dei
conti costituisce — e qui non e' è bisticcio — l'essenza dell'umanismo. Sarò io
riuscito nell'ardua impresa? non lo so; ma intanto dal presente saggio
risulterà subito e chiaramente dimostrato un fiatto importantissimo, che cioè
il latino degli umanisti può avere ed ha una storia; che le sue forme sono
determinate non dal capriccio, ma da cause reali; e che ognuna di esse in
qualsiasi degli eruditi deve giudicarsi non con le parole: è brutta, è' bella,
è disadorna, è elegante, sibbene conside- randola nella sua attinenza col tempo
e con le tendenze let- terarie che la hanno generata. In questo studio quattro
soli autori ho trovato, che mi age- volarono in qualche modo la via: il Walch,
Historia critica lat linguoje. Colonia 1734; il Burigny, Sur la querelle qui s'eleva
dans le XVI siècle au su jet de Vestirne qui ètoit due à Cicéron {Histoire de
VAcadèmie des Inscriptions , t. 27, pp, 195-205, anno 1756); il Lenient, De
ciceroniano bello apud recentiores, Parisiis 1855; il Voigt, Wiederbelebung des
class, Alterth., 2* ed. Berlino 1880-1881
(1). Il Voigt, mentre tratta con molta maestria la letteratura del primo secolo
dell'umanismo. (1) Qualche cenno si legge anche nella Rinascenza Italiana del
6ur- CKHARDTj edizione francese, Parigi 1885; I, pp. 314-317. Digitized by
VjOOQIC — 3 — tocca qua e là dello stile latino degli eruditi e ne traccia la
storia (II, pp. 418-422), fermandosi specialmente a parlare dello stile del
Petrarca (I, pp. 33-36). Il Walch dà parecchie notizie sul ciceronianismo nei
seguenti luoghi: cap. I, § 25; II, 3; IX, 8; XII, 2, 3, 9, 10; XIV, 3, 4, 14.
Poco più del Walch sa dire il Burigny, il quale, toccato della guerra mossa al
cice- ronianismo fino dai tempi antichi, si ferma di proposito sul Ciceronianus
di Erasmo e sulla polemica mossagli da Cesare Scaligero e da Stefano Boleto. Il
Lenient ha narrato la guerra dei ciceroniani in un opuscolo di p. 74. Questo
libro comincia con un proemio, dove prima di tutto, come il Burigny, accenna
all'opposizione suscitata contro Cicerone nei suoi tempi stessi e nei
successivi; indi tocca dell^ guerra ciceroniana nel pe- riodo della rinascenza
e parla delle contese tra il Cortesi e il Poliziano, tra Francesco Pico e il
Bembo. Il Lenient non conosce il lavoro, capitale per questo studio, del
Cortesi De hominibics doctis, né l'altra disputa tra Bartolomeo Scala e il
Poliziano. Quindi entra nell'argomento e nel primo capitolo espone come si
formò in Italia e specialmente a Roma per opera del Bembo e del Longolio il
partito dei ciceroniani e poscia fa un esame chiaro ed accurato del Dialogus
cicero- nianus d'Erasmo. Nel II capitolo narra le vicende della guerra
ciceroniana dopo la pubblicazione del Ciceronianus fino alle invettive di
Gasparo Scioppius (Schopp). Nel III capitolo con- clude che questa guerra ha
recato un gran bene, quello di promuovere sempre più lo studio della bella
forma. Il Lenient. si è giovato molto del Walch e del Burigny, ma non li cita
mai; si è giovato anche molto, e con grande vantaggio, del-" r epistolario
d'Erasmo. Ma egli non si preoccupa punto della preparazione di questa guerra;
non conosce la letteratura uma- nistica del quattrocento, eccettuato
l'epistolario del Poliziano, e pure imperfettamente. Commette anche qualche
errore nei fatti ; dice che il Longolio lesse le sue due orazioni in propria
difesa sul Campidoglio (p. 15); non è vero ; quelle due orazioni furono
pubblicate quando il Longolio era già fuggito da Roma. Un'altra mancanza
osservo nel libro del Lenient ed è ch'egli si è limitato a raccontare le sole
vicende esterne della guerra ciceroniana, senza entrare mai a parlare delle
cagioni intime Digitized by VjOOQIC — 4 — di essa, cioè le diverse maniere con
cui si intendeva Timita- zione. Ciononostante il Lenient fu il primo che
scrisse di pro- posito sulla storia del ciceronianismo. La storia del
ciceronianismo si può raccontare con due me- todi differenti, che io chiamerò
l'uno oggettivo, l'altro sogget- tivo. Oggettivamente si narrerebbe la storia
quando uno per uno si esaminassero gli scritti dei principali umanisti e si
cer- casse in essi quanta sia stata l'influenza di Cicerone sulla scelta delle
parole, sulla frase, sulla connessione delle propo- sizioni, sui periodi e sul
colorito dello stile in generale. A questa prova nessun umanista resisterebbe,
perchè nessuno si troverebbe essere oggettivamente ciceroniano. Quante parole
che malamente si leggevano allora nei manoscritti di Cicerone e che passavano
per ciceroniane; ma oggi non più.. Mi basti citare gli dLggeUÌYÌ pMlosopMcus
(1), iUicitum (2), perfino mul- tissimis (3), che allora s'adoperavano come
parole ciceroniane. « Quam multa barbara vocabula, dice il Mureto, quam multa
vitiosa genera loquendi propter librorum corruptionem usur- parunt ii qui se
nostra patrumque memoria Ciceronianos dici volebant » (4). Ma senza di ciò al
Longolio, p. es., è sfuggito inelegantia (5), nisi fortasse (6); al Sadoleto
influayus (7); a Paolo Manuzio dissuadere aliquem ab aliqua re, conirarietas,
speculano, ingraiitudo (8). Né poteva essere altrimenti in tempi, in cui i
vocabolari e i repertori da consultare in un dubbio non e' erano o si
cominciavano appena a compilare. E poi, uno scrittore non può mai assolutamente
spogliarsi delle proprie qualità personali ; e il latino del Bembo, del
Sadoleto, del Longolio, del Manuzio si distinguono l' uno dall' altro per certe
caratteristiche, che non tutti naturalmente avranno tolte (1) CiCBR., Tuscul.
disput., V, 41, 121, ove ora si legge philosophus. (2) CiCER., prò CluentiOy
47, ove ora si legge nemini licitum. (3) CiCER., Epist. ad Attic, XI, 2, ove
ora si legge multis meis. (4) MuRET., Orai, et Epist., 1791; II, p. 157. (5)
LoNGOL., Episty I, 28. (6) Ibi, I, 1. (7) Sadolet., Epist., XIII, 2. (8)
Walch., Eist. critica all'unico e medesimo Cicerone. — Il metodo poi che io
chiamo soggettivo consiste nell'esaminare dall'un lato il principio sti-
listico che ogni autore si forma, il modo con cui intende la imitazione, le
intenzioni particolari, personali che egli vi porta; dall'altro lato i giudizi
di un umanista, specialmente se contemporaneo o di poco posteriore, sulle
qualità stilistiche dell'altro, i quali nel maggior numero de' casi sono
giudizi soggettivi, perchè suggeriti o da un diverso indirizzo letterario o da
un modo diverso di intendere l'imitazione. Io mi varrò principalmente del
metodo soggettivo, senza lasciar di tentare qua e là gli scrittori col metodo
oggettivo. Divido la materia in sette periodi. PREPARAZIONE. (F. Petrarca, Gio.
Boccaccio, Giovanni da Ravenna, Goluccio Salutati). Spetta al Petrarca, come in
quasi tutti gli altri indirizzi dell'umanismo, così anche in questo l'onore di
avere aperto la via. Il Petrarca non fu, né volle, né volendo poteva essere
ciceroniano; eppure egli ha preparato a chi venne dipoi il terreno. Il padre
del Petrarca possedeva alcuni scritti di Cice- rone, ch'egli adoperava non come
letterato, ma come giurista. Essi vennero in mano al figlio, il quale, scolaro
allora di grammatica, li leggeva senza capirli» rubando le ore alla ri-
creazione, e rimaneva tuttavia, per quello straordinario senso musicale che
possedeva, i^apito dalla dolcezza e dalla sonorità delle parole : « sola me
verborum dulcedo quaedam et sono- ritas detinebat, ut quidquid aliud vel
legerem vel audirem, raucum mihi longeque dissonum videretur » (1). E quei
libri disputò poi al padre, che vedeva in essi la causa che il figlio trascurasse
gli studi giuridici; e più tardi alla polvere dei chiostri, dove giacevano
sepolti. E infatti con febbrile attività (1) VoiGT, Wiederhelehung etc, I, p.
26. Digitized by VjOOQ le - 6 - il Petrarca cercava le opere di Cicerone o egli
stesso visi- tando i conventi o dandone incarico a tutti i suoi amici, che ne
cercassero, tanto in Italia che fuori, e ogni volta che le sue ricerche
venivano coronate da qualche felice scoperta, era per lui una gioia
indescrivibile. E se egli, chiamandosi lo sco- pritore di Cicerone, esagerava,
affermava anche una grande verità^ che parte delle orazioni di Cicerone e le
lettere ad Attico da lui scoperte erano state affatto ignote al medio evo ; e
delle altre opere, che pure erano conosciute, egli ravvivò lo studio (1).
L'ammirazione poi per Cicerone era proporzio-. nata all'ardore con bui rie
ricercava le opere. Quello che gli altri, egli dice, esprimono aridamente e
disadornamente, Cice- rone lo ha espresso con vivacità e fioritura; all'utilità
si ag- giunge il diletto, alla maestà del contenuto lo splendore e la dignità
delle parole. — Cicerone è il fulgido sole dell'eloquenza, davanti al quale
impallidiscono Sallustio, Livio e Seneca. « O primo creatore dell' eloquenza
romana — grida egli in uno slancio d'entusiasmo — non solo io, ma noi tutti ti
ringraziamo, i quali ci abbelliamo dei fiori della lingua latina. Poiché con la
tua fonte noi irrighiamo i nostri campi. E volentieri noi confessiamo che
guidati da te, indirizzati dal tuo esempio, il- luminati dalla tua luce e direi
sotto i tuoi auspici! noi siamo pervenuti a questa arte di scrivere qual
ch'ella pòssa essere» (2). E nei Trionfi della Fama al passar di Cicerone
l'erba ver- deggia sotto i suoi piedi, a dimostrare « quant'ha eloquenza e
frutti e fiori » (3). È chiaro pertanto che Cicerone ha influito molto sullo
stile del Petrarca, ma non fu il solo; leggansi i suoi trattati filo- sofici e
morali, per veder quanta p^rte vi ebbe Seneca; leg- gasi V Africa, e si vedrà
quanto Livio vi si trova; e quanto Vergilio nelle Egloghe. Né il Petrarca potea
fermarsi a imitare (1) VoiGT, I, pp. 38-44. (2) Ibi, I, p. 28. (3; 111, 18.
Digitized by VjOOQIC un solo autore, il che fu possibile soltanto quando le
scoperte dei classici erano finite e gli eruditi avevano agio e mezzo di far la
loro scelta. Ma il Petrarca si vedeva crescere tra mano^ d'ora in ora e per
opera sua, il tesoro degli antichi latini ed è naturale che l'ultimo scoperto
gli lasciasse qualche cosa di nuovo nel pensiero e per conseguenza nella forma.
A questo si aggiunga il modo con cui egli intende l'imitazione, da lui stesso
chiaramente e largamente esposto in una lettera a Giovanni da Gertaldo. In essa
gli parla del giovinetto Giovanni da Ravenna, che allora egli teneva da qualche
anno in casa sua come copista e a cui faceva da maestro più che con la parola,
con l'esempio. Ecco un bel passo di questa lettera: « Questo giovine ha molta
inclinazione alla poesia... Egli però non medita ancora quello che deve dire, e
quello che dice lo esprime con molta pompa e fioritura. Talvolta gli vien fatta
qualche poesia, che non manca di armonia, di bellezza e di- gnità e che chi non
conosce l'autore potrebbe attribuire ad un uomo provetto ed esercitato. Il suo
animo e il suo stile acquisteranno un po' alla volta, io spero, maggiore
solidità e allora egli potrà se non fuggire, dissimulare almeno l'imita- zione
dei singoli autori, in modo da non rassomigliare a nes- suno e da arricchire di
una nuova maniera la lingua e la poesia latina. Ora egli si diletta molto, come
porta la sua età, dell'imitazione degli altri ; e, rapito dalla bellezza della
poesia antica, egli si lascia contro le leggi dell'arte trasportare tan-
t'alto, che a stento si può risolvere di tornare addietro quando egli se ne
accorge o altri lo fanno avvertito., Più di tutto egli è ammiratore di
Vergilio, di cui spesso innesta qualche passo ne' suoi versi. Siccome con
intima compiacenza me lo veggo crescere sotto gli occhi ed io di tutto cuore
gli desi- dero che possa diventare ciò che io vorrei essere, cosi io lo ammonisco
paternamente e gli ripeto che ciò ch'egli scrive dev'essere simile, ma non
uguale al suo modello: simile come un figlio al padre, non come un ritratto al
suo originale. Che un ritratto è tanto migliore, quanto più rassomiglia
all'origi- nale; ma che un figlio al contrario può quasi in tutti i suoi
lineamenti essere dissimile dal padre e nondimeno avere una cert'aria, alla
quale ciascuno riconosce tosto il padre. Come Digitized by VjOOQIC — 8 — le api
traggono dai fiori il sugo, senza conservarne il colore, e da diversi sughi
preparano il miele, che è migliore di cia- scuno di quei sughi da cui è stato
formato, cosi i poeti e gli scrittori devono bensì appropriarsi i pensieri e
anche il colo- rito degli altri, ma non mai parlare con le loro parole. Aven-
dogli io ripetuto nuovamente questi avvertimenti, egli mi rispose: voi avete
ragione, ma molti esempi e il vostro stesso mi hanno incoraggiato ad usare di
quando in quando qualche giro felice, qualche frase di grandi scrittori. Al che
io stupito soggiunsi: se ne trovi traccia nei miei scritti, sappi che non l'ho
fatto apposta, ma sbadatamente. Perchè, quantunque di simili esempi ne
ricorrano molti ne' buoni scrittori, io mi sforzo jpi tutt'uomo, e qui per me
consiste una delle più gravi difficoltà nello scrivere^ di non camminare né
sulle orme degli altri né sulle mie proprie » (1). Pare che in Giovanni da
Ravenna, spirito irrequieto e ar- dente, il Petrarca veda riprodursi esatta
l'imagine di sé stesso, quand'era giovane. Dal modo pertanto com'egli inten-
deva l'imitazione, risulta che anche imitando voleva rimanere originale.
Ognuno, dice altrove, dee formarsi e mantenersi un proprio stile, giacché
ognuno ha cosi nel volto e nel gesto, come, nella voce e nel parlare, un che di
suo proprio e par- ticolare che deve conservare, non mutare: « suus stilus
cuique formandus servandusque est Et est sane cuique naturaliter ut in vultu et
gestu, sic in voce et sermone quiddam suum ac proprium, quod colere et
castigare quam mutare cum fa- cilius tum melius atque felicius sit » (2). Lo
stile per lui e la vita sono la medesima cosa: « scribendi enim mihi vivendique
unus finis erit » (3). E lo stile del Petrarca é veramente l'uomo. Quello che a
noi piace tanto di trovare nei suoi scritti e ch'egli vuol far valere, é appunto
la sua personalità, coi suoi sentimenti, con le sue aspirazioni, con le sue
passioni e convinzioni, col suo bisogno di espandersi, di moltiplicarsi in (1)
Mehus, Yita Ambr. IVavers., p. 349. (2) VoiGT, I, p. 35. (3) Ibi, I, p. 34.
Digitized by VjOOQIC — 9 — mille oggetti, di riprodursi per mezzo della parola.
A questo senso profondo deirindividualità propria s'aggiungono un'anima aperta
a tutte le impressioni e una mente libera dai vincoli della scolastica, le
quali hanno trovato in Cicerone e in Livio una forma più variata, più elegante,
più adatta a rappresen- tare sé stesse : ed ecco il Petrarca descriver la
natura secondo- ch'ella opera sopra i suoi sensi e sul suo cuore; esporre i
propri pensieri e tutto quello che gli tumultua •nell'animo; raccontare i casi
altrui e i propri, scrivere di politica, di filosofia, di morale, parlare a sé
stesso, parlare agli italiani, agli stranieri, ai morti autori romani, a tutti
di tutto, perchè ha bisogno di sfogare un'immensa piena di affetti, un'esube-
ranza di idee e di sentimenti, una ricchezza inesausta di espe- rienza e di
cognizioni. La sovrabbondanza perciò e la loqua- cità, come si potrebbe
chiamare, del suo stile sono una necessaria conseguenza del suo carattere e il
carattere non si lascia mai oscurare o travisare dalle forme latine di qual-.
siasi autore; egli imitando rimane originale, perchè il suo stile è personale.
Una prova oggettiva dello stile latino del Petrarca dà per risultato che vi si
trovano barbarismi, neologismi, sgramma- ticature, costruzioni poco pure, frasi
toscane latinizzate; ma tutto questo era inevitabile, com'era inevitabile a
Giotto ri- sentire l'influenza della .vecchia scuola, pur creando l'arte nuova.
Si confronti però dall'altra parte il latino del Petrarca col latino degli scolastici,
che dico? col latino di Dante stesso, che lo precedette di tanto poco e si
scorgerà un abisso fra l'uno e l'altro e ciascuno facilmente si persuaderà, che
il la- tino scolastico è stato inevitabilmente condannato a perire e che
ritornare ad esso sarebbe stato violare le leggi del pro- gresso umano. Lo
stile del Petrarca dagli umanisti posteriori fu giudicato, fatta forse una sola
eccezione, molto sfavorevolmente e tor- tamente. Già nei primordi del secolo
decimoquinto gli eruditi seguivano un indirizzo stilistico diverso, perché il
vero cice- ronianismo faceva capolino. A Firenze specialmente il Bruni e il
Niccoli movevano guerra allo stile del Petrarca, di cui, come in generale del
triumvirato toscano, si parlava molto Digitized by VjOOQIC - 10- male
nell'opera del Bruni, intitolata: Libellus de disputationum exercitationisqi^
^tudlorum usu{X\ Questo libro è del 1401; più tardi, nel 1436, scrivendo la
vita del Petrarca, il Bruni diceva che veramente il Petrarca fu il primo a
richiamare in vita l'antica scorrevolezza dello stile e che apri la via ai
posteri, ma che molto gli mancò alla perfezione. Nella prima metà del medesimo
secolo giudicava press' a poco cosi del Petrarca anehe Flavio Biondo. Il
Petrarca, dice egli, fu il primo che con grande ingegno e con diligenza più
grande ri- chiamò in vita la vera poesia e l'eloquenza; ma egli non rag-
giunse, più per mancanza di opere antiche che di genialità, 10 splendore
dell'eloquenza ciceroniana, di cui molti al nostro tempo vanno forniti. E poco
più sotto ripete ancora che, per la scoperta delle nuove opere latine, al suo
tempo si parlava e scriveva meglio che al tempo del Petrarca (2). Il Valla rim-
proverava al Petrarca di non aver saputo intitolare il libro Be sui et aliorum
ignorantia, avendosi dovuto dire: De sica et aliorum (3). Molto importante è il
giudizio di Paolo Cortesi, deUa fine del secolo: « lo stile del Petrarca non è
latino ed è aspro assai, le idee sono molte, ma aride; le parole di bassa lega,
la composizione più accurata che elegante. Fu il primo a ristorare l'eloquenza
e le sue rime volgari attestano quanto avrebbe potuto conseguire col suo grande
ingegno, se non gli fosse mancato lo splendore e l'eleganza dello scriver
latino; ma fu colpa del rozzo secolo in cui visse. In lui perciò non cercheremo
il diletto, ma l'utile ; quantunque, se devo dire il vero, dilettano, cosi
disadorni come sono, quei suoi libri: «ab eo non est delectatio petenda, sed
transferenda utilitas ; quam- quam omnia eius, nescio quo pacto, sic inornata
delectant » (4). 11 Cortesi sentiva perciò e apprezzava giustamente il valore
dello stile petrarchesco. Nel secolo decimosesto Erasmo lo giu- dicava cosi : «
il Petrarca fu il fondatore della rinascenza in (1) VoiGT, 1, pp. 385^87. ^)
Fl. Blondus Forliv., Italia illustrata; Basii. 1559; p. 346. (3) L. Valla,
Eleg. ling. lai., II, 1. (4) P. CoRTESius, De hominib. doctis dialogus; Firenze
1847. Digitized by VjOOQIC — 11 — Italia; ingegno vivace, grande erudizione,
eloquenza più che mediocre; ma vi desideri qua e là maggior perizia nella
lingua latina e tutto lo stile risente della durezza di quel secolo ». E il
Florido, ripetendo in parte il giudizio d'Erasmo, scriveva in quello stesso
tempo: « Il Petrarca diede opera pecJl primo a trarre dai ruderi e
dairantichità la lingua latina, ma non gli riusci troppo felicemente, o perchè
mancava ancora una huona parte dei migliori libri, o perchè non era impresa da
condursi a buon termine da un solo. E le sue opere se mo- strano in lui sommo
ingegno e non mediocre erudizione^ spesso mancano di purezza latina » (1).
Infinitamente inferiore al Petrarca, come in tant'altre parti, fu pure nello
stile latino il Boccaccio, il quale è trasandato, né guidato da nessun criterio
chiaro e costante d'imitazione e che perciò meritò gli aspri giudizi di quegli
umanisti che si degnarono di parlarne. Il Bruni (2) dice che non ha mai saputo
trattare con sicurezza la lingua latina. Veramente se- vero è con lui il Cortesi : « excurrit
licenter multis cum sa- lebris ac sine circumscriptione ulla verborum; totum
genus inconditum est et claudicans et ieiunum » (3). Erasmo si con- tenta di chiamarlo inferiore al
Petrarca e nell'efficacia del dire e nella proprietà dello stile (4). Di
Giovanni Ravennate dice Flavio Biondo che infiammava i suoi scolari all'imitazione
di Cicerone (5); ma che non riusci a imitarlo nemmeno da lontano; i suoi
dialoghi, dice il Cortesi (6), appena si leggono una volta. E il Salutati è
chiamato da Filippo Villani « scimia di Cicerone », in senso onorifico, non
come lo intendono alla fine del secolo. È ben lontano però dall'essere
ciceroniano; anzi Cicerone ha avuto pochissima in- fluenza sul suo stile,
perchè egli era già vecchio, quando co- (1) Floridus Sabinus, Apologia in ling.
lat. calumniatores ^ Basii. 1538, p. 106. (2) Vita del Petrarca. (3) De homin.
doctis. (4) Dialogus ciceronianus ; Napoli 1617. (5) Italia illustrata^ p. 346.
(6) Op. cit. Digitized by VjOOQIC — 12 — nobbe più da vicino quello scrittore.
La lode del Villani si riferisce ad un merito reale e veramente grande del
Salutati, il quale fu il primo a dar forma più elegante allo stile di can-
celleria; sullo stile però delle sue lettere private più che Cice- rone
influirono Seneca e il Petrarca. Del resto il Salutati appartiene agli
scrittori dallo stile fiorito e pomposamente so- noro, oppresso da soverchia
erudizione e troppo sentenzioso. Questo stile è una degenerazione o meglio
un'esagerazione di quello del Petrarca. Ecco come lo giudica il Cortesi: «que-
st'età (l'età di Leonardo Giustiniani) riponeva l'eloquenza in una certa
esuberanza, ne conobbe la discrezione; credevano di aver conseguito fama di
eloquenza, se avessero affastellato una gran quantità di cose. Questo genere di
scrivere è stato disprezzato e abbandonalo da ingegni più illuminati, perchè
ogni discorso dev'essere temperato e nelle parole e nelle sen- tenze, in modo
da non eccedere i propri limiti » (1). Di tutto questo primo periodo cosi
giudica il Pontano: che negli scritti latini e Dante e il Petrarca e il
Boccaccio e il Salutati « non modo parum latine, sed ne grammatico quidem
saepenumero loquuntur; quod qui non credit eorum libros inspiciat » (2). PRIMI
TENTATIVI. (Leon. Brani, Gasp. Barzizza, Guarino, Giorgio da Trebisonda). 11
secondo periodo viene aperto dall'aretino Leonardo Bruni e da Gasparino
Barzizza. Il Bruni ha abbandonato nelle lettere il fare artificioso del
Salutati e introdotto una maniera più disin- volta e naturale. « In un buono
scrittore di lettere, egli dice, oltre alle parole e al suono si trova
depositato il proprio animo, il quale si indovina dalle vibrazioni delle
parole, come dal mo- (1) Op, cit. (2) De aspir attorie^ lì, 2. Digitized by
VjOOQIC — 13 — vimento degli occhi si scopre Tanimo di chi parla »• (1). Nella
storia il suo stile si solleva ancora più, come dice lo stesso Cortesi, il cui
giudizio sul" Bruni è molto favorevole, ed io qui lo reco per intero. «
Leonardo fu il primo , dice egli , a la- sciar l'uso di scrivere scorrettamente
e a introdurre uno stile più armonioso. Sono molti i suoi pregi come oratore;
ma nella/ storia si eleva di più: historiam complexus est animo aliquanto
malore; ma in essa riesce più liviano che ciceroniano: con- sectatur in
historia quiddam livianum^ non ausim dicere cice- ronianum. Non è molto
accurato il più delle volte nella scelta delle parole, alcune delle quali sono
troppo basse ed antiquate; ma per compenso la sua forma è condita di eleganza e
di un certo splendore » (2). Il Cortesi lo riteneva il primo del suo tempo, ma
l'età nostra, egli soggiunge, è molto schizzinosa: « nostri homines nil nisi
excultum, nisi élegans, nisi politum, nisi pictum probant ». Erasmo dice che
nella facilità e nella chiarezza dello stile il Bruni si accosta alquanto a
Cicerone, ma che manca di efficacia e di nervi e che talvolta offende la
purezza dello scrivere latino (3). Ma il vero apostolo del ciceronianismo fu il
Barzizza : « cuius ductu et auspiciis, scrivea Guarino nel 1422 (4), Cicero
amatur, legitur et per Italorum gymnasia summa cum gloria volitat ». Di
Cicerone illustrò il De oratore, il De senectute, il De of- fìciiSi le
Filippiche e le Epistole (5). Parlando delle sue let- tere dichiara di non aver
avuto libro più caro di quello: « nescio an alium ex libris meis cariorem ilio
haberem ». E con quale entusiasmo non scrive egli di alcune orazioni di
Cicerone mandategli da Antonio Loschi: « iam totus ardeo illarum studio;
numquam mihi ita fuit fervens animus; ma-- gnum aliquem spero inde fructum
elicere » (6). Quale fosse il suo principio d'imitazione, non so, perchè non ne
fa parola nelle sue opere; ma che egli ammettesse una (1) L. Bruni, Epist.,
VII, 3; cfr. Voigt, II, p. 423. (2) Op. cit. (3) Dialo^. ciceron. (4) Bibl.
Bodl. di Oxford, Land. Lat. 64, fol. 3. (5) Barzizius, Opera^ ed. Furietti,
Roma 1723; pr(ief. p. XIII. (6) Ibi, pp. 194-195, 206. Digitized by VjOOQ IC —
14 — certa libertà^ si può dedurre dalla conclusione del suo trat- tatello De
composUione: « ut rebus, de quibus dicendum est, ars numerorum serviat et non
resarti», cioè l'armonia per l'argomento, non l'argomento per l'armonia. Questo
trattatello discorre déìVordzne, del nesso e del ritmo nella composizione. Per
essere libro grammaticale è dettato con una correttezza ed un'eleganza, che
invano si cercherebbero nelle stesse Eleganze del Valla. L'esemplare che egli
inculca sono le orazioni di Ci- cerone; e le norme che dà, specialmente
riguardo al ritmo, sono molto bene intese; quantunque poi qualche volta se ne
dimen- tichi egli medesimo, dove, p. e., trasgredisce la norma, già osservata
tanto scrupolosamente da Cicerone, di non terminare un periodo con- una finale
di verso esametro. Noto queste mi- nuzie, perchè il Barzizza è molto esatto e
intendo sottoporlo per poco alla prova oggettiva, non trovando che del suo
stile si siano molto occupati gli umanisti, se si eccettui il Cortesi, che
toccandone appena, lo loda come grammatico accuratis- simo e quasi perfetto, ma
biasima l'aridità della forma e la soverchia diligenza (1). Il Barzizza ha
composto orazioni e lettere; comincio dalle orazioni e prendo la prima della
raccolta (2). Ecco quali parole vi trovo non ciceroniane, taluna delle quali
nemmeno è latina di buona lega: visUatzo, intersptrare , affectio, usata da
sola; ecco alcune ò^di^ì:"" antecedere, pra£cedere aliquem, rispetto
al tempo; attìngere aliquem, eguagliarlo; acceptos se reddere; se remittere;
adpedes tuos accesszmus; quantum clefnentia tua nos fideles servos tuos
amxiret; devotione colere; per tot honorum, gradus et quasdam velut scalaSj
dove a fkr passare sca^las bastano a stento il quasdam e il velut, — Qualche
altro esempio, raccolto qua e là, di frasi e costruzioni : nmeror non- dum est
passus m^ ad te scribere (3) ; suis iussit ut neque mortem eius (che si
riferisce al soggetto) et in eius fu- nere (4)...; satis ac super, invece di
satis superque, — Inte- (1) Op. cit; se pure questo giudizio si riferisce al
Barzizza. (2) Op, cit., pp. 15-17. (3) Ibi, p. 57. (4) Ibi, p. 58. Digitized by
VjOOQIC- — 15 — ressante è vedere come il Barzizza si contenga negli argomenti
sacri. Prendo l'elogio di S. Francesco (1)> da cui scelgo alcune dizioni :
religionis caput habemus acprinctpem dominum no- strum; quos sanctissimos
confessor es appellamus ; in ilio caelesii senatu; Deus princeps omnium rerum;
cum adfiuc seculari hàbitu uteretur; ex divino prodita or acuto insti- iutio;
virtus, qitam humilitatem religio vocat; characteres sacratissimx) eius corpori
divinitus inusti; passio Domini; sentire m£dius fldius videor beatissim/zm
illam, Francisci animxmi ab astris intuentem. Qui vediamo termini sacri con-
servati quali li voleva la tradizione cristiana; altri che già hanno assunto
una mezza tinta pagana ; altri che sono paga- nizzati interamente; però vi è un
tale contemperamento di forma cristiana e pagana, che rende molto grave e
originale questo stile. E mi pare che tra i latinisti il Barzizza ahbia trovata
la migliore risoluzione della disputa, divenuta in se- guito tanto famosa e
accanita, se negli argomenti sacri si do- vesse tenere lo stile ecclesiastico o
adottare il classico: eccesso vizioso si l'uno che l'altro. Solo pochi anni
dopo, nel 1430, frate Alberto da Sarzana ragionava lungamente contro Poggio,
perchè costui nella sua lettera contro i minori osservanti avea detto nettare
di Giove per vino (2). Gonchiudo che le orazioni del Barzizza sono di tre
specie: le confidenziali e in queste lo stile è molto andante; le sacre e in
queste lo stile è più sostenuto, ma sempre ritiene un co- lorito cristiano; le
orazioni di argomento più grave, nelle quali lo stile è assai più forbito;
quantunque in generale vi sia poco movimento. Le parole non sono sempre
ciceroniane, ma sempre scelte ; non è sempre ciceroniana la costruzione, ma
corretta sempre. Vengo alle lettere. Queste si distinguono in famigliari e in
lettere d'esercizio. Comincio dalle prime e ne traggo alcune costruzioni: fecit
quod neque mihi neque aliis auxiliari pos- sim(p.99); non est dubium, quod
haberet (p. 107); sed cer- tum est, qu^d possent (p. 107); ita occupa tus sum,
quod parum (1) Ibi, pp. 45-50. (2) Albert, a Sarte., Op., epist. XXI. Digitized
by VjOOQIC - 16 - prodessem (p. 107); non est expectandum, quod sit par tibi
(p. 107); scio carum illum amore meo habeiis (p. 115); vide si quid a me potest
fieri (p. 121); fama pervenerat, qiM)d auctus eras (p. 122); scis quantum te
diligo (p. 123). Questa lista si potrebbe prolungare a piacimento, ma non
aggiun- gerebbe nulla di più a provare che qui lo stile è assai na- turale,
veramente famigliare e libero d' ogni pesantezza eru- dita, come la hai nel
Petrarca, d'ogni fioritura eccessiva, come la trovi nel Salutati, a segno che
pecca spesso contro la gram- matica; ma la grammatica il Barzizza la conosceva
molto bene e questa trascuratezza è cercata, è voluta, per dar movimento più
naturale alla lettera; qui troviamo per la prima volta il vero stile
epistolare. Peccato che queste lettere non destino per il loro argomento tanto
interesse nel lettore, quanto ne destano per la loro forma. Che il Barzizza del
resto sapesse rispettare la grammatica anche nello stile epistolare, lo mo-
strano le sue lettere d'esercizio: Epistolae ad exerciiationem CLCCommodatae,
Sono adattate a molti e diversi argomenti e contengono proposta e risposta.
Reco qui il principio d'una risposta: « Etsi rumor sinister de rebus vestris
adversis ad me delatus esset, non tamen putabam omnia apud vos desperata esse.
Plura ergo, quam venire mihi in mentem potuissent, vobis acciderunt. Sed omnia
vobis ab exteris hostibus adverse ceciderint: fremat bellicus tumultus et
circumsonent moenia vestra: toleranda sunt omnia et fortiter ferenda, quae ab
illis vobis imminent. Illud magis visum est mihi miserum, quod de seditione et odiis civium ad me
scripsisti. Quae res nisi Consilio et auctoritate
eorum , qui bene volunt reipublicae con- sultum esse, mitigetur, piane mihi
divinare videor omnia futura, quae etiam tu maxime times ». — E basti
quest'esempio per tutti. Qui diffìcilmente si incontra una parola, una frase
non ciceroniana ; non è sempre ciceroniano il sapore, assai di rado ciceroniano
il movimento, perchè lettere di argomento simu- lato; ma nell'insieme vi è una
correttezza, una scrupolosità, di cui prima del Barzizza non si hanno esempi e
ben pochi anche dopo di lui, finché non si arriva a Paolo Cortesi. Nel Barzizza
dunque abbiamo tre gradazioni di stile : il più puro e più corretto è nelle
lettere d'esercizio ; meno puro nelle Digitized by VjOOQIC — 17 — orazioni; più
trascuratezza si nota nelle lettere famigliari, ma questa trascuratezza
costituisce il maggior merito del Barzizza, il quale del resto ci ha disusati
dai neologismi, dai barbarismi e dalla scorrettezza, di cui non va esente il
suo grande con- temporaneo, Leonardo Bruni. Ora dò un saggio di critica
stilistica, come la facevano in quel tempo. Guarino era allora uno dei piir
grandi institutori; e fu certo il primo, perchè il metodo che si attribuisce a
Vit- torino da Feltre probabilmente glielo insegnò lui stesso. Guarino in
massima era ciceroniano ; la prima istruzione egli la faceva cominciare
sull'epistole di Cicerone ; lo stile di Cicerone, scrive egli, dev'essere
imbevuto dal giovinetto e gli va instillato come il latte materno (1). E nel
lodare lo stile a taluno usava dire che s'accostava a Cicerone, che arieggiava
Cicerone, che era un Cicerone. Ma nell'atto pratico era ben lontano il suo
stile dall'ideale ciceroniano; molta trascuratezza, troppa slegatura delle
membra del periodo e troppe reminiscenze poetiche. Giorgio da Trebisonda gli
fece la critica, un po' acerba, se si considera che fu forse T invidia che ve
lo trasse, ma giusta, se la si considera oggettivamente. Giorgio prese ad esame
nella sua Rettorica (2) l'orazione composta da Guarino nel 1428 in lode del
Carmagnola; di essa trascrive tre passi e indi li rac- concia come crede che
dovrebbero stare, mutando solo qualche parola e facendo in fine qualche
osservazione particolare. Io citerò un solo passo, prima come lo scrisse
Guarino, poi come lo racconciò il Trebisonda: « Plerique sunt, Comes insignis
ductorque magnifice, qui res et facta veterum singulari admiratione
consequantur et prae- cipuis laudibus in caelum efferant et recte sane. Dignissimum enim est eos suis
non fraudare praeconiis, qui aut vitam per inventas artes excoluere aut
praeclara edidere facinora. Verum enimvero iidem adeo asperi vel fastidiosi
potius rerum aesti- matores sunt, ut aetatem nostram aspernentur ac damnent,
quae tamen permultos divino ingenio , excelienti doctrina et imperatoriis
artibus nobis instructos omatosque produxerit». (1) Bihliot. Vindobon., cod. 3330, f. 148. (2)
Rhetoricorum libri, Basilea 1522, V, pp. 140 sgg. R. Sabbadini, Ciceronianismo
e altre questioni letterarie. Digitized by VjOOQ IC - 18 - Ecco la
racconciatura: « Plerique sunt, Comes insignis ductorque magniflce, qui,
quoniam dignissimum est eos suis non fraudare praeconiis qui aut praeclara
edidere facinora aut vitam per artes excoluere, ut res atque facta veterum
praecipuis laudibus efferunt sin- gularique admiratione prosequuntur, sic
aetatem nostrani asper- nantur ac damnant ; quos ego ideo asperos vel
fastidiosos potius rerum aestimatores indico, quod hanc aetatem permultos
divino ingenio, excellenti doctrina atque imperatoriisai'tibus instructos atque
ornatos nobis video produxisse ». In Guarino troviamo tre idee, espresse in tre
periodi indi- pendenti; il Trapezunzio invece ne ha fatto un periodo solo. Le
tre idee sono: 1* molti lodano gli antichi; 2* hanno dovere di lodarli; 3* ma
disprezzano i moderni. Il Trapezunzio ha fatto dipendere dal pronome relativo
qui le idee 1* e 3% coordi- nandole con le congiunzioni ut^ sic, e ha
subordinato l'idea 2* con un quoniam; in questa maniera ha reso il periodo più
compatto, più raccolte le sue parti, dandogli un giro cicero- niano. Con un
quos e un ideo quod ha subordinato quello che era coordinato; ha arrotondato il
produxerit in \xtì video pro- duxisse; ha preposto praeclara edidere facinora a
vitam excoluere, per terminar più gravemente la proposizione; ha levato
inventas ad artes per diminuire l'impressione della re- miniscenza vergiliana e
ha sostituito degli atqice e un qice agli etj e admiratione prosequi a
admiratione consequi; e tolto in caelum alla frase laudibus in caelum efferre.
Quanto al verum. enimvero osserva a Guarino che questa parola non può stare in
un'orazione che appartiene al genere dimostra- tivo^ e tanto meno in principio,
poiché essa è propria del ge- nere storico. Io non devo giudicare se la
racconciatura abbia migliorato o no come l'assieme del periodo, cosi anche le
singole parti ; mi basta notare per la storia che nel 1437, quando appunto ha
avuto luogo questa critica (1), gli umanisti non si contentavano più di un
latino scritto senz'arte. (1) VoiGT, II, pp. 140-141. Digitized by VjOOQIC — 19
— GENIALITÀ E GRAMMATICA. (Poggio Bracciolini, Fr. Filelfo, E. S. Piccolomini,
Campano, Lor. Valla). Contemporaneamente al Bruni e al Barzizza lavorava a per-
fezionare lo stile latino anche Poggio Bracciolini, ma con una genialità che
non ebbe pari né prima né poi. Poggio cominciò a formare il suo gusto latino
copiando le lettere di Cicerone ad Attico per Cosimo dei Medici a Firenze; e
Cicerone, ch'egli chiama padre suo (1), elesse per guida nello scrivere : «
quid- quid in me est, hoc totum acceptum refero Ciceroni, quem elegi ad
eloquentiam docendam » (2). Ma in realtà poi se imitò Cicerone, non lo imitò né
nelle parole, né nella frase, né nella costruzione, ma nel colorito, nella vivacità
dello scrivere, nella genialità dello stile; perché lo stile di Poggio é tutto
suo proprio, né egli poteva imitarlo da altri, né altri potevano imitarlo da
lui. È stile originale, che ci fa rivivere in tutto il suo splendore una lingua
morta ; uno stile che sgorga spontaneo dalla i:icca e ine- sauribile sua vena,
perché maneggia il latino come lingua ma- terna. Egli non si preoccupa della
parola, che inventa se non esiste e che torce a nuovi significati, se ne ha di
bisogno ; non si preoccupa della costruzione, ch'egli può piegare a tutte le
esi- genze del suo pensiero; non della frase, ch'egli foggia di suo dagli
elementi che la lingua gli porge; non del periodo, ch'egli lega spezza non
secondo le norme di un modello, ma secondo lo stato dell'animo, che gli detta
dentro. Era sicuro del fatto suo, e ne è prova quello ch'egli dice nella
prefazione al Liber fa- cetiarum, dove raccolse tutte le satire e le oscenità
altre volte raccontate nel tugiale a Roma: di aver cioè voluto con questa
raccolta mostrare come il latino potesse e dovesse essere ado- perato ad
esprimere ogni cosa. Nessuno sgrammaticò più di (1) Valla, Antidot. in Poggium,
I, 32. (2) PoGGius, Epist, XII, 32. Digitized by VjOOQ IC — 20 — Poggio e pure
nessuno scrisse più genialmente di lui; né in niuno altro meglio che in lui la
terza vita della lingua latina, dopo i tempi di Roma e quelli del medioevo, ha
trovato la sua intera espressione. « in Poggio, dice il Cortesi, ci fu splendor
di eloquenza e se avesse adoperata tant'arte, quanto ebbe genio di scrivere,
avrebbe superato nella gloria dell'eloquenza tutti i contemporanei. Le sue
orazioni mostrano facondia e mirabile facilità. Volgeva tutte le forze e poneva
tutto il suo esercizio neirimitar Cicerone. Ma quella lucidezza e fluidità di
scrivere del sommo oratore è tale, che si giudica agevole imitarla, e chi poi
he fa la prova, ne perde la speranza; se Poggio non la consegui, la vagheggiava
nel suo pensiero» (1). Il Picco- lomini lo giudica a nessuno inferiore
nell'eloquenza, quantunque ignaro della lingua (2). Ed Erasmo : « fu di vivace
eloquenza ; ebbe molta naturalezza, ma poca arte ed erudizione » (3). Alla
scuola di Poggio appartengono il Filelfo, che nella fa- cilità gli rimane molto
addietro e che Erasmo giudica più ciceroniano nelle lettere che nelle orazioni
(4); il Piccolomini, in cui il Cortesi desidera maggior purezza di lingua
latina; e il Campano, la cui fluidità e lucidezza egli tanto più ammi- rava,
perchè congiunta a una certa armonia, di cui i moderni aveano perduto Fuso (5).
Ecco un saggio dello stile di Poggio, a cui farò seguire la critica che ne fece
il Valla ; il passo è tratto dalla prima in- vettiva contro il Valla: « Si
quibus in rebus honestum est consensuque omnium per- missum iniuriam
propulsare, in bis maxime pudentis hominis offlcium esse debet, ut contumeliam
depellat, in quibus honoris et existimationis laus aut ingenii fama a malevolis
in discri- men adduci videatur. Conscium enim eorum, quae obiciuntur, se fàcere
existimatur qui taciturnitate utitur prò defensione. (1) Op, cit. (2) De viris
clar., XVI. (3) Dial. cicer. (4) Ibi. (5) GORTESIUS, Op. cit. Digitized by
VjOOQIC — 21 — quoniam censetur quasi conscientia ductus non esse ausus
improborum maledicentiae respondere ». Gli nota il Valla che il primo periodo comincia
col principio d'un verso esametro: si quibus in reì)us e termina con la finale
anche di un esametro: adduci videatur. In his maocime: doveva dire in his
certCy o in his prò fedo; essedébet: biso- gnava dire est oppure videri débet
Poi qyiQlpvtdentis hominis officium esse debet è superfluo; non aveva forse
detto: si qui- bus in rebus honestum est? quando si dice honestum, non si
comprende anche il picdentis hominis officium ì perchè variare dunque
quest'idea già espressa e sostituire a iniuria la parola contumelia, a
propulsare un depellat? e dopo d'aver detto con^wm^/^, aggiungervi tante parole
per dichiararla, cioè in quibus honoris^ ecc. ? Dunque tutte le parole pudentis
hominis officium esse debet ut contumeliam depellat sono una inutile e ambiziosa
variazione di queste altre: honestum, est iniuriam propulsare. — E poi perchè
l' avversativa aut ingenti famxiì che forse \ingenii fama è una cosa diversa
^ià}Xeoctstim/xtix>ì Perchè honoris et eooistim/itionis laus9 non bastava
honor et eodstimatiof Ridondante e vizioso è d'altra parte il giro: in his
rebus honoris et earistim^tionis laus in discrimen oMucitur^ ecc., perchè le
cose in cui pericolano l'onore e la stima non sono infine che l'onore e la
stima stessa. L'aggiunta a malevolis è superflua, imperocché chi è che de- trae
all'altrui fama, se non un malevolo ? Così pure invece di oMuci videatur
bastava oMud videtur e meglio ancora ad- dtccitur; ma il pomposo ciceroniano ha
voluto chiudere il pe- riodo con un videatur. Di questi scrittori parolai già
si pigliava gioco Quintiliano quando diceva: « est etiam in quibusdam turba
inanium verborum, qui dum communem loquendi morem re- formidant, ducti specie
nitoris circumeunt omnia copiosa lo- quacitate, quae dicere volunt». Dopo
questa critica il Valla ricompone il periodo così: «si quando honestum est
consensuque omnium permissum iniuriam propulsare, tunc certe honestum
permissumque est cum honor et existimatio in discrimen ad- duci tur ». — E il
secondo periodo? più vizioso del primo, esclama il Valla, giacché si compone di
due parti, di cui la seconda dovrebbe contenere la ragione della prima, dovechè
Digitized by VjOOQ IC — 22 — invece Tuna è ripetizione deiraltra con mutate
parole: infatti nella prima c'è enim, nella seconda quoniam; ivi existimatur,
qui censetur; ivi conscium se facere, qui quasi conscientia ductus; ivi
taciturnitate utitur prò defensione, qui non esse ausus respondere; ivi eorum
quae óbiciuntur , qui impro- dorum maledtcenttae. — Poggio è tutto così,
conchiude il Valla ; eppure questo vizio di ripetere e di voltare e rivoltare
le medesime idee con altre parole gli ha acquistato presso gli ignoranti fama
di spontaneità, la quale invece è negligenza, melensaggine, difettosa
affettazione (1). Siccome è interessante questa critica, cosi ne darò un altro
saggio, desumendolo dall'invettiva del Valla intitolata: in Pog- gium Fior,
actus scaenicus, nella quale nota gli errori con- tenuti in una lettera di
Poggio al Niccoli. Di questi errori io sceglierò una sola parte e segnerò fra
parentesi le correzioni del Valla. — Barbarismi: quindena (in questo modo si
potrebbe foggiare anche decena e quarantena)', certificare (vocabolo da
cucina); fruslecula (frustula si dee dire); drcumvicini (accolae); dignificare
(dignos facere) \ libruncula castraielli {lipella vervecini). —
Sgrammaticature: libri sacri refrixerunt pristinum studium humanitatis
{refrigescere è intransitivo); devenire in manibus {in manus); hoc fasciculum
{hunc)\ vestes illas attrita^ cupio ut vendantur; melius est peccare in hanc
partem, quam omnino esse incredulus (incredulum); cupio divitem fieri (dives);
sollemniis (sollemnibus); insir gniis (insignzbus) ; exemplariorum
{eocemplarium); abiet (aMbif); intellige me non dormitare ut ceteri (ceteros);
te non potui convivari (convivari è intransitivo); decadarum {decadum);
unumquemque taedet condttio fortunae suae. — Improprietà di parole e di frasi:
constitue te in locum, transfer te in locum meum {confer te operge)', pone te
in loco meo {te constitue); cum de proccimo instet coronatio regis {cum instet
dies coronationis) ; quas miseram Pisas per unam navem, quae iamdudum appulit
in portum {quandam navem... iampridem,,, appulsa est; homo vel ventics
appulit); (1) Valla, Antid. in Poggium, III, pp. 110-Ì12, Digitized by VjOOQIC
— 23 — aut amplius {ad summuTYi); sin autem {si non); sumere Tnutuo libros
(commodato; si dice, p. es., mutuo sumere oleum,, salerriy ecc., e non ollam,,
cultrum, ecc.); quae cum omnibus gravia sint, tum mihi praesertim. consueverunt
esse gravissima (quae cum omnibus, tum vero mihi gravia esse consueverunt;
difftciliter {diffìcile vel difficulter); nec nunc quoque illum mitto {ne nunc
quidem); summa cum aniìni iocunditate {voluptate); equos conscendentes una
versus pon- tem proficiscuntur {equis conscensis una pontem versus,..) ; supra
pontem cum transirent descendens ex equo quamplures donavit {per pontem, ...
complures); praesto discedere {cito); ego dixi sibi {ei); ipse cogit me ad eum
ire {sé); Rheni ru- mor ^trepitus fragor); fenestrellae perplures dimissae
{fenestréiìSie complures solo propinquae); volebam Lucretium prò quindecim.
diébus {ad quindecim, dies); penes Sanctum Petrum (prope); neque tantum damna
existimanda sunt, quan- tum, dedecus {tanti .,. quanti); potissime
{potissimum); sed hic praesto scribit et ego ad vos praesto veniam {et is cele-
riter ... et ego ad vos propere) ; quo ad animum {quantum ad animum pertinet);
credo me propediem valere et rem m£ confecturum {valiturum, ... ; il secondo me
è superfluo) ; nisi quid ille secus statuit venum ire debere {venum ire senza
il debere). Questo scatenamento di critica, di cui ho dato due piccolis- simi
saggi, lo provocò il Bracciolini stesso. Egli, vecchio pa- ladino di Cicerone,
si era sdegnato della petulanza del giovinetto Valla, appena allora uscito dalla
scuola, nelFattaccar Cicerone in quell'opuscolo dove confrontava Cicerone e
Quintiliano; da quel giorno in poi una immortale inimicizia sorse tra questi
due poderosi ingegni, che aspettava un'occasione per erompere in acri
invettive. E l'occasione venne. Avea pubblicato Poggio un volume di sue
lettere, una copia delie quali capitò nelle mani di un catalano, alunno del
Valla, e quel giovinetto vi fece alcune critiche in margine. Veduto da Poggio
quel codice con le annotazioni, ne sospettò autore il Valla stesso e gli
scrisse contro un' invettiva. Questa invettiva ha molta impor- tanza, non per
le ingiurie di cui è ripiena, ma per la parte di difensore degli autori antichi
e specialmente di Cicerone Digitized by VjOOQIC — 24 — che vi rappresenta
Poggio. Egli li difende contro le calunnie del Valla> cui pretende di
cogliere spesso in fallo, massime quando parla di Cicerone, di cui Poggio vuol
saper dire con molta presunzione se la tal parola, la tal frase la ha o no
adoperata. Fin che si trattava di ingiurie, Poggio era padrone del campo, ma si
pose su un terreno falso, quando questionò col Valla di lingua e di stile. Ecco
un saggio delle critiche di Poggio. Egli esamina alcuni errori del Valla, che
si trovano nel proemio alle Eleganze, e si introduce cosi : « quid autem in Ulo
suo perlongo insulso ridiculo non prooemio, sed verbo- rum et somniorum
congeriey continetur? inflnitum esset errores omnes prosequi ». E ne sceglie
alcunf. 11 Valla, dice egli, usa le parole leguleius e architectari: che le ha
forse troiate in Cicerone queste due gemme di parole? Scrive poi il Valla; «
romanum imperium ibi esse, ubi romana lingua dominatur »; e non si è accorto
che non la lingua dominatur, ma gli uomini dominantur? voleva dire forse: in
icsu est etinpretio apud multos; e poi non è esatto lingua romana, ma lingua
latina, perchè lingua romana significa il solo idioma della città di Roma. —
Prima di confutarlo, il Valla gli osserva che non si dice in ilio congerie e
che invece di suo andava eius e m)n perlongo ma praelongo; non prosequitur, che
vuole sempre essere accompagnato da un ablativo, ma persequitur. Indi gli fa
sapere che leguleius si trova in Cicerone proprio nel primo libro del De
oratore (236) e che architectari si trova pari- menti in Cicerone nel De
finibics, secondo libro (52) e nei libri ad Herennium. Quanto alla
denominazione di lingua romana, doversi ritenere giusta, perchè fu Roma che
nobilitò e pro- pagò a tutto l'impero la lingua latina; e quanto
all'espressione lingua dominatur, esser questo un traslato comunissimo (1). Non
solo dunque in fatto di critica e di erudizione gram- maticale, ma anche nella
conoscenza dell'uso ciceroniano il Valla è immensamente superiore a Poggio.
Eppure, esclama il Valla rivolgendosi a Poggio, tu ti chiami famigliarissimo di
Cicerone; famigliarissimo, ma non sei mai entrato in casa sua; (1) Valla,
Antid. in Poggium, II, pp. 96-101. Digitized by VjOOQIC — 25 — ti si potrebbe
tutt'al più chiamare portinaio della casa di Ci- cerone, o guattero o fornaio o
cuoco o stalliere, ovvero, « quod tibi et honestissimum et iocundissimum est »,
cantiniere (1). Glie ne pensavano i contemporanei? Certo i più ci piglia- vano
gusto, ma il pio Alberto da Sarzana di quelle battaglie (digladiationes) dei
ciceroniani, come egli li chiama, metten- doli tutti in un fascio, si accorava
e si scandolezzava; tanto che nel 1437 di ritorno dalla Terra Santa si augurava
di es- sere morto, anziché tornato tra quelle zuffe (2). OPPOSIZIONE. (Lorenzo
Valla). La incontrastata e sempre più inneggiata apoteosi di Cicerone dai tempi
del Petrarca fino ai suoi, stimolò lo spirito opposi- tore e aggressivo del
Valla a una ribellione; la quale fu e sembrò tanto più ardita, quanto più
venerato era Cicerone e quanto più si considerava Tetà e l'autorità dei suoi
ammira- tori e la giovinezza e l'oscurità del Valla che lo attaccava. Poiché il
Valla poteva avere un 23 anni, quando a Roma compose il suo libro intitolato:
Confronto tra Cicerone e Quin- tiliano. Il Valla era ammiratore di Quintiliano
e dovette certo essere disgustato, come del troppo onore in che si teneva Ci-
cerone, cosi del disprezzo in che si aveva Quintiliano. Il Filelfo, p. es.,
giudicava lo stile di Quintiliano quasi barbaro : « sapit hispanitatem nescio
quam, hoc est barbariem piane quandam ; nullam habet elegantiam, nuUum nitorem,
nuUam suavita- tem ; ... neque movet dicendo Quintilianus, neque satis docet,
nec delectat» (3). In quel libro il Valla dimostrava che Cicerone (1) Ibi, II,
p. 74. (2) Alb. a Sarth., Op,; epist. 46. (3) VoiQT, 1, p. 467, nota 1. Digitized
by VjOOQIC — 26 — aveva commesso errori nei suoi precetti rettorici e che anche
nell'arte oratoria aveva difetti; gli anteponeva Quintiliano. Il libro fece
remore ed è a deplorare ch'esso sia andato, ir- remissibilmente forse, perduto
; io conosceva certo il Fontano verso la fine del 1500, che neìVAntonms (1)
ribatte minuta- mente e diffusamente i grammatici (alludendo senza dubbio al
Valla), nell'accusa fatta a Cicerone di non aver esattamente determinato il
fine dell'oratore e di non avere definito bene lo status (termine oratorio):
due punti nei quali essi davano la superiorità a Quintiliano; ma nel 1500 il
Florido, che tenne parola di questi giudizi del Valla e gli rimproverava di
aver preposto Quintiliano a Cicerone, mostra di non aver conosciuto quel libro
e cita solo alcuni passi delle Eleganze e della Dia- lettica, in cui quei
giudizi erano ripetuti (2). Le prime ribel- lioni sono sempre
interessantissime; tanto più che dal Valla in poi il regno di Cicerone è molto
contrastato; e quello che egli fece per l'arte rettorica, fece non molto dopo
la metà del secolo l'Argiropulo per la filosofia, intaccando Cicerone nelle sue
cognizioni filosofiche. Però se il Valla era anticiceroniano, ha promosso per
parte sua più di qualunque altro umanista lo studio della latinità pura, che
poi venne ristretta alla sola latinità di Cicerone dai ciceroniani della fine
del quattrocento e della prima metà del cinquecento. A questo scopo compose il
Valla la sua famosa opera le Eleganze latine, che come lavorò stilistico ha
un'im- mensa importanza storica. Il Valla non è stilista quando scrive, ma è
finissimo stilista quando discute di lingua latina: e tra il Valla teorico e il
Valla scrittore ci è tanta distanza, che i critici stessi di allora se ne
stupivano e il Giovio (3) dice che lo stile della storia di Napoli del Valla
non pare affatto di quel Valla che insegnò altrui le eleganze, ma non le seppe
usare; e infatti Bartolomeo Fazio scrisse contro di lui tre in- vettive,
mostrando gli errori di parola, di costruzione e di (1) Opera, Lyon 1514, pp.
177-187. (2) Floridus, Apologia, pp. 11-12. (3) Elogia, 13. Digitized by
VjOOQIC — 27 — stile che avea commessi nella suddetta storia : p. es. parci-
turiùs; primigenius , per dire primogenito; circiter ad tria milia; inflatv^
torrens invece di auctus imdribus; peius no- cere invece di gravius nocere;
iubet bombardarurn ictus emettere, invece di iubet tormentis muros quati;
virUibus partibus dividere per viritim od aequis portionibus etc. (1); errori
che il Valla difende più con prontezza di erudizione e con spirito, che con
verità (2). Anche il Cortesi si domanda una spiegazione di questo fatto e
risponde benissimo che altro è scrivere, altro ammaestrare : «non est eadem
ratio scribendi, quae praecipiendi »; che il Valla cercava il valore delle
parole, ma non esaminava se- riamente la struttura del discorso ; quindi emendò
molta bar- barie e l'uso corrotto e fu di grande utilità alla gioventù, ma che
la vera arte dello scrivere o l'ha trascurata o non rha conosciuta. Imperciocché
oltre che al significato delle pa- role in sé stesse, bisognava studiare il
loro ufficio nella frase e nel periodo e badare alla loro architettura
simmetrica, a quella che si chiama la concinnità: « florens enim ille et suavis
et incorruptus latinus sermo postulat sane conglutina- tionem et
comprehensionem quandam verborum, quibus con- ficitur ipsa concinnitas » (3). —
E mi pare che il Cortesi non abbia torto. Il Valla distingue due maniere di
scrivere: lo scrivere se- condo le regole della grammatica e lo scrivere
secondo Tele- ganza latina ; egli non si occupa punto di grammatica, ma ad
altiora . ducente stilo insegna lo scrivere secondo l'eleganza (1, 15 ; III,
52). E un'altra distinzione, pure importantissima, fa il Valla, tra l'uso
poetico e l'uso della prosa; egli dichiara francamente di non occuparsi delle
licenze dei poeti: «neque in hoc toto meo opere tam licentiam poetar um
consector, quam usum oratorum » (1, 19; cfr. II, 36; V, 93). A questi due
postulati fondamentali del suo libro il Valla aggiunge un esatto senso storico
della lingua latina. Egli di- (1) Bartol. Facius, Invectiva I in Vallam. (2) L.
Valla, in Bdrtoh Facium Invectiva I. (3) Op. cit. Digitized by.VjOOQlC — 28 —
stingue due periodi principali di essa, il periodo di Cicerone e il periodo
posteriore, ch'egli denomina di Quintiliano (II, 50); questo secondo periodo
comincia con Livio, Vergilio e Orazio (II, 43) ed è una distinzione acutissima
e nuova per quel tempo ; il Valla deve aver notato l'influenza della sintassi
greca sui poeti Vergilio ed Orazio e l'influenza di Vergilio sulla prosa di
Livio, i quali perciò appartengono più al periodo posteriore che all'anteriore.
Vedasi con che sicurezza egli giudica a quale dei due periodi appartiene una
locuzione: quatenus nel senso di quoniam non si trova in Cicerone, bensì nel
secolo di Quintiliaixo (II, 43); nel secolo di Quintiliano si usa temere per
fere; le parole alioquin, alias, nihilominus , supra, super sono nel periodo
posteriore adoperate in significato un po' di- verso da quello che dà loro
Cicerone e altre se ne sono ag- giunte: proculdubio; oMer per spedaliter;
quotzens per quando; citra per sine; interim per aliquando; m^o, tuOy hoc
nomine, per m^a, tua, Uojg causa (II, 50); novissimus per ultim,us (HI, 36).
Quello che dei periodi, dicasi degli autori. Il Valla pone come somme autorità
Cicerone e Quintiliano; di Quintiliano dice: « quem omnibus sine controversia
ingeniis antepone » (I, 31) ; e di Cicerone : « quid non recte Cicero dicat? »
(IV, 77); di tutti due: « duo lumina atque oculi cum omnis sapientiae , tum
vero eloquentiae latinae » (I, 15) (1). Egli è tanto famigliare con questi due
autori , conosce tanto bene i loro usi particolari e il loro stile, che se
trovasse p. es. in loro un quam con un aggettivo positivo, invece di valde, non
esiterebbe a dichiararlo un errore di scrittura (I, 19). Il Valla sa che
Cicerone e Quintiliano ad ille quidem fanno sempre seguire un sed (II, 23); che
la particella affer- mativa utique non si trova mai o quasi mai in Cicerone,
spesso invece fra i posteriori (II, 27); che simul ripetuto non l'ha mai
trovato in Cicerone (II, 32); che olim presso Cicerone è rarissimo,
frequentissimo presso Quintiliano (II, 35); che et (1) Gfr. Antid. in Pogg.^ I,
p. 39 : neminem posse neqtie QuintiUanum inielligere, nisi Ciceronem optime
teneat, neque Ciceronem probe sequi, nisi Quintiliano pareat. Digitized by
GcToQle — 29 — non si trova in Cicerone nel significato di etiam (II, ò9); che
affectus non è usato da Cicerone, bensì affectio; mentre Quin- tiliano usa poco
affectio e più spesso affecius (IV, 78); che vicisstm in Cicerone e Quintiliano
non si trova che nel senso di secundo loco, e diverso, e contrario; e che
inoltre Quinti- liano usa invicem per vicissim e per alter alterum in senso
reciproco (II, 60). Un'altra prova del senso storico che guidava il Valla nel
trattare la lingua latina Tabbiamo in questo, che di molte co- struzioni
erronee egli trova l'origine nel greco. Cosi i verbi benedico e maledico furono
costruiti talora con l'accusativo, per influenza del greco (1, 12); alcuni col
genitivo partitivo di un nome che esprime pluralità adoperano il comparativo,
p. es. maior discipulommy imitandolo dagli scrittori ecclesiastici, che
traducevano dai greci (I, 15) (1); si confonde l'uso delle parti- celle velut e
sicut, delle quali il greco ha una sola corrispon- dente (II, 36); e si scambia
l'uso di an e di aut, nel quale « ple- rique multis iam seculis peccaverunt et
peccant », perchè i traduttori dal greco hanno trovato la sola congiunzione fi
cor- rispondente alle due latine. Reca poi una seconda ragione, e questa mi
pare importante in bocca di un umanista come il Valla, ed è l'influenza della
lingua italiana, la quale adopera la congiunzione o tanto per an quanto per aut
(II, 17). Quest'in- fluenza della lingua italiana sulla latina, che gli
umanisti per disprezzo del volgare non avrebbero mai confessata, ebbe molta
parte nel foggiare il nuovo stile latino, il quale in autori come il Poliziano-
e più ancora il Fontano, specialmente nelle loro poesie, si è amalgamato con
l'italiano, in modo da generare una forma nuova affatto e tanto attraente per
noi, perchè sotto a quell'involucro latino sentiamo vibrare l'armonia del
nostro idioma materno. Del resto, tra gli umanisti più umili, tra i piccoli
grammatici qualcuno, come p. es. il Mancinelli, nella seconda metà del secolo
XV cominciava a insegnare i rudimenti grammaticali col volgare paesano; anzi il
Manci- nelli compose una grammatichetta, intitolata Donatus, in cui (1) Cfr.
Antid. in Pogg., 1, pp. 41, 43. Digitized by VjOOQIC - 30 - alle forme latine
corrispondono le vernacole, e un frasario la- tino-vernacolo, intitolato
Emporium, Tornando al Valla, egli nell'insegnare le eleganze latine tiene
costantemente l'occhio all'uso corrotto ; e di solito nell'esporre le regole ha
di mira qualche autore, di cui riferisce il passo senza nominarlo, e lo
corregge. Ciò rende il suo libro assai più pratico, perchè il Valla non
componeva un trattato teo- rico e astratto, ma combatteva contro i falsi
insegnamenti dei grammatici contemporanei o i cattivi esempi degli scrittori
d'allora. Ecco alcune prove prima di parole errate o barbare, poi di modi e
costruzioni errate e ch'egli corregge. Non si dice ca^amar/wm, ma theca
calamaria (I, 8); benedzcus non esiste (1, 12); da industria non si forma
industriosus ma ^• dustriuSy come da virtus non si forma virtuosus (1, 23); non
è buono usare ceu per sicut (II, 36); i difetti degli uomini e delle cose non
si traducono per defecius, ma vitia, culpae, mendae (IV, 6); l'indulgenza in senso
religioso non si traduce per indulgenza, ma per venia (IV, 18); ecclesia non
significa la chiesa, il tempio, ma la società dei fedeli (IV, 47); non si dice
homo carnosus, ma corpulentus (IV, 73); alla fides cri- stiana potrebbe
corrispondere persuasio (V, 30). — Modi e costruzioni; non si dice: iste est
nimis iuvenis ad dandum sibi tale negotium, ma est nimis iuvenis o iunior quam.
ut ipsi detur tale negotium,, o iunior quayn cui detuf (I, 19); non è latino
urì)s in periculo capiendi est, ma in periculo est ne capiatur (I, 29) ; non
cum gladio se percussit, ma gladio (U, 6); non modo absolvendum, , sed etiam
graviter puniendum puto; bisognava dire: non m^odo non absolven- dum.,. (II,
30); non è esatto ebrietas est com^s libidinis et in- temperantia^y ma libido
et iniemperantia est comss ebrietatis {IV, 38) ; omnia bonum quoddam appetere
videntur, meglio expetere (V, 7); non si usa dare fldem per habere fidem, nel
senso di credere (V, 16). A questi esempi ne aggiungo uno, in cui il Valla
emenda sé stesso. Molti oggi adoperano, egli dice, la seguente costruzione: non
veni solvere legem; ma i più fra i dotti avrebbero usata quest'altra: ad
solvendam. le- gem; e io ora li imito e li propongo come esempio agli altri: «
quos et ipse nunc imitor et imitandos omnibus ar- Digitized by VjOOQIC — 31 —
bitror » (I, 27). E basti cosi. A ognuno di questi esempi e a moltissimi altri
si trova una delle seguenti formole : « ut aliquis loquitur »; « multi
appellant »; « vulgo nunc accipiunt »; « quidam doctus utitur bis temporibus »;
<c quidam dicunt »; « quidam accipiunt »; « peccavit non incelebris huius
aetatis vir »; € quidam non indoctus hac aetate scribere ausus est » e simili
altre. Io non esamino fino a che punto siano esatte le osservazioni e le regole
del Valla, perchè io considero qui il libro non nel suo valore assoluto, nel
qual caso ci sarebbe da tirar più di una volta le orecchie al geniale autore,
ma nel suo valore storico, in quanto che contribuì a ridurre a leggi lo studio
dello scrivere elegantemente, che prima si fondava sulla sola imitazione
empirica; ad acuire il senso critico degli scrittori, avvezzandoli ad apprezzar
lo stile secondo i classici e secondo i periodi della lingua latina; e a dar
bando finalmente a certi barbarismi, che fino allora aveano insozzate le opere
degli umanisti, non esclusi i più grandi. Molte parti furono trattate con vera
genialità, come la dottrina dei gerundi e dei gradi degli aggettivi, nel primo
libro; altrove mise un riparo a una scandalosa confusione , come nell' uso dei
numeri , nel libro terzo; alcune regole poi valevano addirittura altrettante
sco- perte nel campo della grammatica, quali del per, del quam e del quisque
con gli aggettivi. E il Valla se ne teneva e quando si accorse che Antonio da
Rho ne faceva passare qual- cuna per sua o le contraddiceva nella sua
enciclopedia alfa- betica grammaticale, intitolata De imitatone, scrisse le sue
acri Adnotationes ai libro del da Rho. Acri, ma sempre det- tate con mano
maestra, dalle quali risulta la conferma di quanto ho poco sopra conchiuso.
Rimprovera il Valla al da Rho di non aver nessun discernimento nella scelta
degli au- tori , citando l'Accorsi, né sapendo che « glossatores ab ele- gantia
longissime absunt » (1); citando Macrobio « doctus quidem vir, sed nequaquam ex
eloquentibus » (2); Gelilo « ho- (1) Valla, Adnotationes^ Venezia 1519, p. 133.
(2) Ihi, p. 135. Digitized by VjOOQIC — 32 — minem curiose nimium et
superstitiose loquentem »; e Appuleio « cuius sermonem si quis imitetur non tam
auree loqui, quam nonnihil rudere videatur » (1). Gli rimprovera di non distin-
guere l'uso proprio dal traslato (2); e un gran numero di bar- barismi, come:
aliqucUis, appodiare, diversimode, avisare, hancalia, tregua, ridiculose,
pariformiter, extrinsecus e in- trinsecus (aggettivi) > respoliatus ,
induciari, infiteri, com- plices, r ancor, pensionarius , instantia, etc. etc.
Gli mostra che si deve dire insula Sicilia e non insula Siciliae (3) e gli
raddirizza, fra gli altri, il seguente periodo: « sed hoc non satis non hiis modo
qui doctrinam hanc ingressi noviter sunt, ceterum ne bis quoque qui aliquid
profuerunt », in questo modo : « sed boc non satis non iis modo qui doctrinam
banc ingressi recenter sunt, verum ne bis quidem, qui aliquid prò fecerunt-»
(4). PRIME BATTAGLIE. (A. Poliziano, Paolo Cortesi, Bartolomeo Scala, G.
Pontano, Beroaldo il Vecchio, Batt. Pio). n Barzizza era stato il primo
apostolo del ciceronianismo; ma io bo già mostrato quanto fosse lontano
dall'essere cice- roniano. Lo stile di Poggio ba oscurato quello del Barzizza e
quantunque egli si professasse ciceroniano, era ben altro; ma contribuì molto
ad educare gli umanisti a uno stile disin- volto, libero, originale e questo
era il miglior modo per pre- pararsi ad essere ciceroniano degnamente. Il Valla
acni il senso critico dei latinisti e un ritorno allo stile del Petrarca (1)
Ibi, p. 136. (2) Ibi, p. 137. (3) IH, p. 130. (4) Ibi, p. 138. Digitized by
VjOOQIC — 33 — fu reso impossibile; ma fu reso impossibile anche imitare Poggio
nelle sue costruzioni troppo arbitrarie e nelle sgram- maticature. Perchè,
bisogna dirlo, Poggio poteva sbracciarsi quanto voleva a criticare lo stile del
Valla e a metterne a nudo gli errori nelle sue sconce invettive, accrescendo il
pa- trimonio delle proprie sgrammaticature, mentre voleva cor- reggere le
altrui ; ma il fatto è che il Valla non si era illuso di raddrizzar le gambe ai
cani; egli scriveva il libro delle Eleganze per i giovani: « non eram nescius
iam inde ab initio cum linguae latinae Elegantias componebam fore ut, quantum
favoris apud iuvenes ac ceteros bene dicendi studiosos mihi conciliarem ex ilio
opere, tantum odii apud eos, qui falsam sibi elegantiae persuasionem
induissent, contraherem » (1). La gioventù e gli studiosi risposero alle
previsioni del Valla e il terreno veniva ormai preparandosi per un futuro
ciceroniano nel suo vero significato e il ciceroniano fu Paolo Cortesi. Il
Cortesi era di S. Gemignano di Toscana, ma nacque a Roma, nel 1465, ove visse
gran parte del suo tempo. Ebbe molta di- mestichezza coi pontefici e con la
Corte romana, fu segretario sotto Alessandro VI e Pio III, indi vescovo di
Urbino. Mori nel 1510(2). Scrisse un libro De cardincUatu, che intitolò a
Giulio II, e quattro libri di sentenze. Ma il libro che più ha importanza per
la storia del ciceronianismo è il suo DMogus de hominibus doctis, da me tante
volte citato e che fu il primo libro di vera critica letteraria e stilistica
nel periodo del risorgimento. Fu terminato press' a poco nell'anno 1490,
ventesimoquinto del Cortesi; eppure vi si manifesta tanta ma- turità di critica
e di senno. Quel dialogo è una rassegna di tutti i grandi scrittori italiani da
Dante fino ai tempi suoi; si finge avvenuto nell'isola del lago di Bolsena e fu
dedicato a Lorenzo dei Medici. Il Cortesi ne mandò una copia al Fosforo,
vescovo di Segni, il quale glielo lodò, dicendogli che nella let- tura del suo
libro gli parea di sentire proprio Cicerone stesso; ne mandò copia col giudizio
del Fosforo anche al Poliziano, (1) Valla, Antid. in Pogg., I, 11. (2) De hom.
doctis, praefai. R. SABBADim, Ciceronianismo e altre questioni letterarie.
Digitized by VjOOQIC — 34 - il quale non fu meno gentile, nel rispondergli e
lodarglielo, che il Fosforo, al cui giudizio sottoscriveva: « Phosphori sen-
tentiae non accedo solum sed et faveo ». Egli scorgeva nel libro una maturità
superiore all'età; schietta e franca la cri- tica dei letterati; ma lo stile un
poco inferiore ancora alla intenzione dell'autore: « stili quoque voluntas
apparet optima et, ut auguror, a summo non diutius afutura » (1). Il Cortesi
^fu studiosissimo della forma ciceroniana e difficilmente si trova in lui
qualche parola, come nonnzszy che si scosti dall'uso di Cicerone, la cui
influenza si riconosce nell'andamento piano e chiaro del discorso, nei passaggi
dei periodi: anzi alle volte pecca nel troppo e di quando in quando scappa
fuori una finale di periodo con esse videatur, tanto rimproverata a Cicerone
nei tempi antichi e ai ciceroniani nei tempi del risorgimento. Il Volaterrano
gli nota una certa mollezza di stile, con la quale sapeva rammorbidire i
concetti duri ed aspri; ma ag- giunge essere stato tanto in lui lo scrupolo
della forma, che lasciava perdere le idee anziché presentarle in una veste non
adorna (2). E il segreto dell'arte sua stava, com'egli stesso il Cortesi
afferma, nel dare al discorso un giro ritmico, come si sente appunto in
Cicerone e che gli scrittori del suo tempo ignoravano ancora intieramente : «
mea quidem sententia est orationem latinam numerosa quadam structura contineri
o- portere, quae adhuc omnino a nostris hominibus ignoretur » (3). È celebre la
questione sul ciceronianismo dibattuta fra il Cortesi e il Poliziano; ma prima
di parlarne, devo ricercare il principio stilistico del Poliziano. Il Poliziano
nello stile è eclettico; non segue nessun autore in particolare, ma piglia da
tutti il meglio, o siano del secolo aureo o dell'anteriore o del posteriore.
Con questo principio egli si piantava contro ai ciceroniani, i quali gli
movevano perciò aspra guerra, come si scorge dalle difese ch'egli fa qua e là
di sé medesimo. In nessun luogo come nella lettera a Pietro de' Medici (4) si
sente (1) Cortes., De hom. docHs, praef. (2) Ibidem, (3) Ibi, p. 231. (4)
PoLiT., Epist, lib. I. Digitized by VjOOQIC — 35 - il dispetto del Poliziano
per le critiche che gli si facevano e ad un tempo una esplicita professione di
eclettismo: « uno mi dirà, egli scrive, che le mie lettere non sono
ciceroniane; ma io gli rispondo che dello stile epistolare di Cicerone non si
deve tenere verun conto; un altro mi rimprovererà di imitar Cicerone; ma io gli
rispondo che niente io desidero meglio che di acchiappar almeno Tombra di
Cicerone ; un altro vor- rebbe che io imitassi Plinio, scrittore maturo e
dotto; ma io gli dico che ho in disprezzo tutto il secolo di Plinio; a un altro
parrà che io arieggi un po' troppo Plinio e io gli citerò Sidonio Apollinare,
scrittore non dispregevole affatto, che dà la palma a Plinio nello stile
epistolare ». Uno degli avversari di questo eclettismo e nemico personale del
Poliziano per giunta era Bartolomeo Scala, che si illudeva, dice Erasmo, di
essere ciceroniano, quantunque lo dissimulasse, e a cui non piacevano Ermolao
Barbaro e il Poliziano, perchè poco cice- roniani: «ma io" del resto
preferisco quello che il Poliziano fa dormendo, a quello che lo Scala scrive da
desto e con ogni diligenza » (1). Lo Scala pertanto, inculcava al Poliziano
Fimi- tazione di Cicerone; e 11 Poliziano gli risponde che Varrone dava a
Cicerone la palma dell'eloquenza, ma quella della lingua la riteneva per sé;
che fra gli scrittori romani vi sono anche 'Sallustio e Livio e Quintiliano e
Seneca e i due Plini ; e che l'imitar solo Cicerone è una pazzia, perchè con un
solo stile non si può esprimere tutto; lo stile deve variare secondo la
materia, la persona a cui si scrive e il tempo: non so proprio sopportare certi
presunti dotti, che vanno in tutto sulla falsariga di Cicerone. Lo Scala gli
replica che potrebbe essere d'accordo con lui riguardo a Sallustio e Livio; ma
non am- metterà mai Quintiliano, Seneca e i due Plini fra gli autori da imitare
(2). Un altro carattere dello stile del Poliziano era una certa oscurità e
singolarità affettata. Egli andava pescando con as- sidua cura tutti i vocaboli
e le locuzioni più rare e meno (1) Erasmus, Bialog, ciceronianus. .] ;^^\
(f;> (2) PoLiT., Epist, lib. V. " .1 .. i,Vi (ì\ Digitized by VjOOQIC —
36 — note : « e lo faccio apposta, dice egli stesso, perchè io scrivo per gli
eruditi e non per il volgo; etenim si quae cuique obvia sint, ea tantum noster
sermo recipiat, nulla magis quam tabellionum lingua utemur; d'altra parte
reputo giusto rimet- tere in luce quella recondita suppellettile, a patto che
si faccia con discernimento » (1). Lo Scala, questa volta abbastanza ar-
gutamente, chiamava il Poliziano ed Ermolao Barbaro, dilet- tante anche lui di
parole rare, col nome di ferrurninaiores (2); Ermolao aveva adoperato questo
vocabolo strano. Altri chia- mavano quelle parole porienta verborum; cosa che
dava ai nervi al Poliziano: « quali siano quelle che chiamano mo- struosità dt
parole, io non lo so; seppure non credono mo- struosità quelle parole che sono
nuove per loro e che hanno ora udito o inteso la prima volta. Poiché io non ho
coniatx> di mio nessun vocabolo, né adopero se non autori general- mente
adottati. Ma io non sono di quelli che lasciano in gran parte perire la lingua
latina, essendo da ognuno schivate quelle parole che sono dalla moltitudine
ignorate; e infatti siamo ridotti al punto, che nemmeno le parole dei più
stimati autori possiamo adoperare sicuramente, perché comunemente sono poco
note » (3). Per mostrare con quale compiacenza egli inserisca queste parole nel
suo discorso, serva il seguente passo : « mox commentarios quoque in easdem
silvas (Statii) publicaturus brevissimos illos quidem, sed tamen prorsus (ut
plautinum verbum paene amissum revocetur) amussitatos » (4). A lui pareva di
salvare e direi quasi di galvanizzare queste parole, adoperandole: era però una
rivendicazione generosa, ma vana. Pietro Crinito (Ricci) racconta che il
Poliziano si dilettava moltissimo di parole composte, come le seguenti: arietes
reciprocicomes et lantcutes, trovate nei mimi di Laberio; e di queste altre:
hestiaeexungues et excornes, ivo- vate in Tertulliano; perché quella
composizione era simpatica (i) PoLiT., Epist.^ lib. V; cfr. Miscellanea^ praef.
(2) PoLiT., EpisL, lib. V. (3) Ibi, III, pp. 78-79. (4) IH, VI, p. 159.
Digitized by VjOOQIC — 37 — e graziosa e non ingrata come in mólte altre (1).
Io mi con- tento di trascrivere qui, come saggio di questo stile, un pe- riodo
della prefazione alle Miscellanee (p. 485), nella quale pare che il Poliziano
abbia voluto pensatamente sbizzar- rirsi: «Ergo ut agrestes illos et hircosos
quaedam ex bis impolita et rudia delectabunt, exasceataque magis quam de-
dolata nec modo limam sed nec runcinas experta nec sco- binas, ita e diverso
vermiculata interim dictio et tessellis pluricoloribus variegata delicatiores
hos capiet volsos et pu- nicatos, ne conflatis utrinque vocibus et acquali vel
plausu vel sibilo aut' ad caelum efferar aut ad humum deiciar ». In conclusione
mi sembra che il giudizio di Francesco Pucci, di- scepolo del Poliziano,
definisca meglio di ogni altro questo stile a mosaico, tutto fiorettato, che
non cessa di avere però gran sapore latino: « de omatu ilio, scrive egli al
maestro, et lepore nitidissimae orationis quid dicam? quae vario quodam et
prope vermiculato intertextu lasciviens omnesque verborum flosculos captans,
candorem tamen ubique latinitatis et quasi pudicitiam praefert » (2). E ora
vengo alla questione tra il Poliziano e il Cortesi, la prima vera battaglia del
ciceronianismo. Il Cortesi avea fatto una raccolta di lettere di vari dotti,
che mandò al Poliziano, con cui stava in ottima relazione allora, perchè ne
giudicasse se fosse degna di essere pubblicata. Il Poliziano lasciò passare
parecchio tempo prima di rispondergli e, quando gli rispose, lo fece con una
certa mal dissimulata insolenza, che fa sup- porre fossero nati degli screzi
tra lui e il Cortesi. Gli risponde secco secco che si pente d'aver perduto il
tempo a leggere quella raccolta, la quale non meritava d'essere fatta dal Cor-
tesi; e con questi complimenti muta la sua risposta in una filippica contro i
ciceroniani, ch'egli chiama scimie di Cicerone in ben altro senso che il
Villani diceva del Salutati. « A me pare più bella assai la faccia di un toro o
di un leone, che quella di una scimia, quantunque cosi rassomigliante
all'uomo». (1) Grinit., Be honesta disciplina, II, 13. (2) PoLiTiAN., Epist.,
lib. VI, p. 163. Digitized by VjOOQIC — 38 — E seguita esponendo quale sia il
vero principio deirimitazione : * Quelli che compongono solo per imitazione mi
sembrano al- trettanti pappagalli o gazze, che ripetono parole che non in-
tendono. Gli scritti di costoro mancano di nervi e di vita, mancano di
movimento, mancano di sentimento, mancano di ogni impronta originale , sono
supini, dormono, ronfano. Non vi è verità , non sostanza , non efficacia. Mi
dice taluno che io non ritraggo Cicerone: e che perciò? io non sono Cicerone,
ma io, credo, ritraggo me stesso; me tamen, ut opinor, ex- primo. Vi sono poi
di quelli che vanno mendicando lo stile come il parie a tozzo a tozzo, campando
la vita non dico d'oggi in domani, ma oggi per oggi ; e se non hanno sempre
davanti^ il libro, da cui togliere, non sanno mettere insieme tre parole, e
anche queste mal cucite o contaminate di barbarismi. Lo stile di questi tali è
sempre tentennante, barcollante, incerto, mal preparato e mal digerito; e io
non li posso assolutamente soffrire, quando li sento far *la critica
insolentemente ai dotti, a quelli intendo il cui stile esce dalla lunga
fermentazione di una erudizione profonda, di una svariata lettura e d'un con-
tinuato esercizio. Se vuoi pertanto giovarti dell'imitazione, leggi pure
Cicerone e gli altri, ma leggili molto e a lungo, abbili sempre in mano,
imparali, smaltiscili, fornisciti la mente di una buona suppelle:ttile di
cognizioni e allora, quando ti preparerai a scrivere, nuota sènza sughero, come
dice il pro- verbio, e. prendi consiglio da te stesso e lascia quella pedan-
tesca e affannosa preoccupazione di scimiottar Cicerone : metti a prova insomma
tutte le tue forze. Poiché quelli che stanno* estatici a contemplare codesti
lineamenti , come voi li chia- mate e che per me sono ridicoli, non sanno pòi riprodurli
con- venientemente e ritardano lo slancio d.el pròprio ingegno (1) », Il
principio stilistico del Poliziano è su per giù quello slesso del Petrarca, che
lo stile è l'uomo, e si può compendiare in queste sue parole: « non exprimis,
inquit aliquis, Ciceronem: quid tum? non enim sum Cicero; me tamen, ut opinor,
ex- primo »: (1) PoLiTUN., Epist, Vili, 16. Digitized by VjOOQIC — 39 — La
replica del Cortesi non manca di tradire un certo risentimento, ma conserva
sempre una tal quale severa correttezza, veramente ciceroniana. Egli dichiara
che, nella condizione in cui si trovava l'eloquenza al tempo suo, era
necessaria l'imitazione e il modello più perfetto da seguire essere Cicerone.
Imitarlo dunque, ma non come la scimia l'uomo, bensì come un figlio il padre;
quella riproduce le sole deformità e sconcezze, questi, mentre ritrae del padre
il volto, il portamento, la voce, ha pure qualche cosa di suo : aliquid suum,
aliquid naturale, aliquid diversum; messi a con- fronto, sembrano dissimili. Ma
Cicerone non è cosi facile, come pare ; riproducono la sua abbondanza, la sua
spontaneità, ma i nervi, gli aculei mancano e allora sono a mille miglia da
Cice- rone. Onde quello che mi potrai rimproverare è di non saperlo imitare, ma
non per questo mi avrai dimostrato che io non devo imitarlo; meglio seguace e
scimia di Cicerone, che sco- laro e figlio d'altri : ego malo esse assecla et
simia Ciceronis, quam alumnus et filius aliorum. . — « Del resto , seguita il
Cortesi, un autore, pur che sia, bisogna imitarlo; l'imita- zione è legge
naturale. Coloro che non vogliono imitar nes- suno e ottener fama senza
ritrarre nulla da chicchessia, mancano nello scrivere di robustezza e di forza;
e quelli stessi che danno a credere di fare assegnamento sulle sole forze del
proprio ingegno, non possono a meno di non trarre idee e concetti dai libri
altrui e infarcirne i propri, di che nasce un genere difettoso di scrivere,
giacche ora sono rozzi e sozzi, ora lindi ed eleganti e rendono imagine di un
campo, dove siano seminate sementi diverse e tra loro nemiche. Poiché non può
essere che cibi troppo diversi non si digeri- scano male e che non avvenga
collisione fra parole tanto differenti. E che buona impressione poi possono mai
fare quelle parole di significato ambiguo, quei vocàboli sghembi, quei concetti
stentati, quella scabrosa struttura, quei traslati audaci e mal trovati, quelle
ricercate spezzature di periodo? Questo accade appunto a chi prende un concetto
di qua, una parola di là, senza imitar costantemente nessuno. Lo stile di
costoro mi rassomiglia ad una bottega di ebrei » (1). (1) POLITUN., Episu,
Vili, 17. Digitized by VjOOQIC - 40 - Quest'ultima è un'allusione abbastanza
acre allo stile a mosaico del Poliziano; ma la parte più originale e più arguta
di questa lettera del Cortesi è l' esordio, il quale è tutto una acutissima
satira , una finissima caricatura dell' esordio del Poliziano. Meritano i due
esordi di essere attentamente esa- minati. Esordio del Poliziano: « Remitto
epistulas diligentia tua coUectas, in quibus legendis, ut libere dicam, pudet
et bonas horas male collocasse; nam et praeter omnino paucas, mi- nime dignae
sunt quae vel a dodo aliquo lectae vel a te coUectae dicantur. Quas probem,
quas rursus improbem, non explico; nolo sibi quisquam vel placeat in his auctore
me vel displiceat ». Esordio del Cortesi: « Nihil unquam mihi tam praeter
opinionem meam accidit, quam redditus a te liber epistularum nostrarum. Putabam
enim illum tibi in tantis occupationibus excidisse. Nunc autem lectis tuis
litteris video illum non modo a te gustatum, sed etiam piane devoratum, cum et
scripseris puduisse te in eo legendo bonas horas male collocasse et eas ipsas
minime tibi dignas videri quae vel ab aliquo dodo lectae vel a me collectae
fuisse dicantur, praeter nescio quas hominum perpaucorwn. Ego autem totum istud
tibi remitto nec piane iudicium meum interponam, curii jnefas sit quo- dammodo
a te dissentire et ego is sim qui de altero iudicium /acere, ut ait M. TuUius,
nec velim si possim, nec possim si velim ». Primieramente nel tuono di tutto l'
esordio del Cortesi ci è una spiritosa replica al contegno sprezzante del
Poliziano, con cui fanno contrasto quelle espressioni di ironico stupore: nihil
unquam mihi tam praeter opinionem etc; non mx)do gustatum,, sed devoratum, etc.;
e queste altre di ironica modestia: cum, nefas sit quodammodo a te dissentire
etc. Poi quella frase copiata da Cicerone nec velim si possim etc. con
quell'aggiunta ut ait M. Tullius, messa li proprio nella risposta ad una
lettera in cui si faceva la critica dei cicero- niani, sono una vera
canzonatura; come canzonatura è anche il modesto minimje dignas videri opposto
all' assoluto minime dignae sunt del Poliziano. Digitized by VjOOQIC — 41 — .
In secondo luogo T esordio del Cortesi ha l'aria di essere, an2i è una lezione
di grammatica e di stilistica all'esordio del Poliziano. Al remitto del
Poliziano il Cortesi sostituisce giustamente un redditus, riservandosi poi di
rimbeccarglielo con l'altro totum isticd tibi remitto. L'anafora esatta dei due
et scripseris jmduisse et eas ipsas minime videri è una sa- tira ai due pudet
et honas.,, nam, et praeter usati negligen- temente dal Poliziano. Il Cortesi
mette il te come soggetto dell'infinito collocasse e il fuisse come complemento
di di- cantur , due omissioni che si notano nel Poliziano, a cui il Cortesi
finalmente muta omm/trvo pauccLS in perpaucorum, e docto aliquo in aliquo
docto, — Sarei curioso di sapere perchè il Poliziano, pur tanto arguto quando
voleva^ non abbia rimbeccato questa prova di stile e di spirito veramente,
bisogna dirlo, ciceroniani. La contesa fra il Cortesi e il Poliziano ha fatto
gran re- more nella classe degli umanisti e fu diversamente giudicata, secondo
le diverse scuole stilistiche. Il Bembo, ardente cice- roniano, plaudi molto
alla lettera del Cortesi, bella, arguta e nel medesimo tempo seria: «Panili
Cortesii epistulam bellam illam quidem et cum argutulam tum etiam gravem » — Il
Bembo aggiunge che il Cortesi annientò la leggerezza del Poliziano, dotto ed
elevato ingegno, ma poco prudente, il quale accorgendosi di non potere
assolutamente conseguire, né aven- dola infatti conseguita nemmeno da lontano,
la perfezione dello stile di Cicerone, si rivolse a condannare quelli che lo
ritraevano e che in qualunque modo adoperavano uno stile d' imitazione (1).
Quanto sfavorevolmente il Bembo giudicò del Poliziano, altrettanto
favorevolmente Erasmo, il quale, esaminato il contenuto delle due lettere, dice
quella del Po- liziano esser veramente ciceroniana, elegante ed efficace nella
sua brevità ; quella del Cortesi prolissa e tutt'altro che cice- roniana. « Il
Cortesi, scrive Erasmo, cade in contraddizione, dicendo prima che egli vorrebbe
rassomigliare a Cicerone non come una scimia all'uomo, ma come un figlio al
padre, e (1) Risposta a Frane. Pico; Opera, Venetiis 1729. Digitized by VjOOQ
IC — 42 — poi che vorrebbe essere scimia di Cicerone, anziché figlio d'altri.
Inoltre il Cortesi divaga dal vero argomento; o era del parere del Poliziano e
perchè gli risponde come se gli fosse contrario? o non era del parere del
Poliziano e per- chè non lo confutò? » Gonchiude cTie il Poliziano non ri-
spose perchè quella lettera non avea nulla che fare con la disputa : « cui
velut- aliena loquenti nihil respondit Poli- tianus » (1). .Riempie del suo
stile elegante, fluido e armonioso la seconda metà del secolo decimoquinto il
Pontano. Non ha le sgramma- ticature e le costruzioni arbitrarie di Poggio, ma
si riserva una certa libertà di foggiare il periodo latino; non è cicero- niano
e scelto come il Cortesi, ma immensamente più vivace ed eflìcace; è eclettico
come il Poliziano, ma schiva quei vocaboli strani, che danno troppa
affettazione allo stile. « Io potrei trovare, dice Erasmo, a centinaia le
parole non cice- roniane nel Pontano, ma il suo scrivere mi rapisce con quella
placida cadenza; mi solletica le orecchie quel soave armo- nizzar delle parole;
mi abbaglia quello spendore e quella maestà di stile ». Stupendo giudizio, che
non si può riprodurre meglio che con le sue parole: « me rapit tacito quodam
orationis lapsu ; verboriim dulce quiddam resonantium amoeno tinnitu permulcet
aurés ; demum splendore quodam perstringit dignitas ac maiestas orationis »
(2). Non diversamente lo giu- dica il suo grande ammiratore Francesco Florido,
il «quale rimprovera ad Erasmo d' aver per poco misurato il Pontano alla
stregua di Cicerone, perchè il Pontano « ha uno stile tutto suo proprio, che
procede misurato, tranquillo e puro, ma che di quando in quando s'eleva ad
un'altezza che è ad altri impossibile toccare » (3). Una forma di stile
singolare e strana è quella del vecchio Beroaldo, il quale è più degno di
essere un contemporaneo di Appuleio e di Fulgenzio, che del Pontano e del
Poliziano. (1) Dialog. ctceron. (2) Dialog. ctceron. (3) Florio., Lectiones
succisivae, III, 6. Digitized by VjOOQIC — 43 — Eppure quello stile non è nato
cosi all' improvviso dalla biz- zarra fantasia del Beroaldo, ma è un troppo
rigoglioso svi- luppo d'un germe che già si trova nello stile del Poliziano. I
portenta verhorum, di cui io ho recato un saggio vera- mente singolare,
traendolo dalia prefazione alle Miscellanee e che furono tanto giustamente
rimproverati al Poliziano, divennero il pane quotidiano del Beroaldo. Il male
gli fu at- taccato dall'autore stesso del male, cioè Appuleio, col quale egli,
commentandolo, si famigliarizzò al segno, da diventare l'Appuleio moderno.
Quello è uno stile convulsivo, di colorito africano, come lo scrittore che lo
creò,. delizia di una società degenere, che non gustando più il bello naturale,
si pasce del bello affettato e di stranezze: espressione manierata e pomposa;
periodare rimbombante e sbocconcellato, sminuzzo- lato ; sciupio di epiteti
esornativi ; antitesi e allitterazioni stuzzicanti; spreco di metafore
esagerate; pleonasmi per tutto; frasi accattate, parole rare e ignote,
composizioni di vocaboli strane ed oscure. E tale è appunto lo stile del
Beroaldo; zeppo di nomi astratti, di aggettivi formati da quei nomi, di
vocaboli greci latinizzati, di antitesi strane e contorte ; d'onde (jueir
oscurità che i contemporanei gli rimproveravano. Ma egli pare stupito di quei
rimproveri, perchè il suo modo di scrivere sembra a lui il più naturale del
mondo. « Io scrivo per i dotti, rispondeva egli, e non per il volgo e prendo i
, miei vocaboli tutti da latinisstmi scrittori » (1); latinissimi scrittori
erano per lui tutti gli autori da Plauto a Boezio, compresi i padri della
chiesa e i traduttori della bibbia* I letterati del suo tempo stuzzicati dalla
novità applaudirono, ma i critici dell'età seguente furono scandolezzati di
quel- r intemperanza di stile. Il Griovio dice : « qua^rebat rancidae
vetustatis vocabula iam piane repudiata a sanis scriptoribus » (2). II Florido
poi fa del Beroaldo una sanguinosa caratteristica, rimproverandolo di avere
appestato il mondo col suo stile e domandando che si facesse una legge speciale
per impedire (i) Beroal., Orationes et Carmina; Brixiae 1497; lettera al
Calchi. (2) Elogia, 51. . ' " Digitized by VjOOQIC — 44 — la pubblicazione
e la lettura delle sue opere, che con una parola molto energica egli chiama
cacationes (1). Io voglio dare un saggio di questo stile. Non* parlo di vo-
caboli inventati, come secretarius, galleria, sclopus, giran- dola, di cui si
trova nei suoi scritti un'abbondante raccolta; non di parole rare, come innoTninaMis,
ultramundanus, ege- siosus, sequestratus, auricularius; non di parole greche
lati- nizzate, come mythicon, historicon. Ecco alcune delle sue meta- fore e
personificazioni : « vellem mihi a diis immortalibus dari fluvium TuUianae
eloquentiae et torrentem Demosthenis facun- diam »; — « si coepero de prudentia
tua singulari praedicare, occurret iustitia, quae postponi gemebunda dolebit;
si dixero de fortitudine, tristabitur temperantia ; si laudavero liberalitatem,
frugalitas ipsa se contemni existimabit; si clementiam extulero, severitas
indignabitur »; — « fulminibus fortunae impotentis semiustulatus ». Ma più di
tutto apparisce questo modo di scri- vere dall'esame di un periodo intero.
Eccone uno : « qui (amor) ventis requiem, qui mari tranquillitatem (largitur);
qui eie- menta societate conglutinat, qui cunctas animantes familia- ritate
conciliat; benevolentiae largitor, malevolentiae exter- minator. Et quemadmodum
coniungi non potest amaritudo cum dulcedine, caligo cum lumino, pluvia cum serenitate,
pugna cum pace, cum fecunditate sterilitas, cum tranquil- litate tempestas, ita
cum. amore odium, invidia, malevolentia copulari non possunt; et quemadmodum,
radius a sole, caler ab igne, rigor a glacie, candor a nive nequeunt separari,
ita ab amore divelli non possunt benevolentia, societas, necessi- tudo,
concordia; hic est enim amabilissimus amicitiae nodus princepsque ad
benevolentiam conglutinandam, unde ab amore amicitiam nuncupatam esse sapienter
tradiderunt. Quod est in navigio gubernator, quod jn civitate magistratus, quod
in mundo sol, hoc inter mortales est amor. Navigium sine gu- bernatore
labascit, civitas sine magistratu periclitatur, mundus sine sole tenebricosus
efflcitur et mortalium vita sine amore vitalis non est: toUe ex hominibus
amorem, solem e mundo (1) Lectiones succisivae^ pp. 216-231. Digitized by
VjOOQIC — 45 — sustulisse videberis ». — Abuso di astratti , personificazioni,
sciupio di sinonimia, concettosità, anafore e chiasmi, ora soli ora
intrecciati, paronomasie, antitesi, giochi di parole: ecco tutto. Più in là del
Beroaldo andò il suo scolaro e imitatore Bat- tista Pio. Ecco un sa^io del suo
stile e credo che valga più di qualunque commento: « Fissiculanti mihi et per
horarum minutias acerrime vestiganti, quidnam sit forte fortuna in hac labida
et morbili ne dicam morbonia et nosocomio mortali- tatis nobile, regium ,
consummatum et absolutum, subit id sa- pientis apophthegma et bracteatus
adagio, illum esse nimirum hominem, qui rerum caducarum et subcisivarum
principatum sceptrumque retinet ». Questo passo è citato dal Florido (1), il
quale fa un'acre invettiva contro il Pio, di cui dice molto vivacemente che
nella immondezza dello stile superò il mae- stro (2). Anche il Giovio è assai
severo col Pio, che scioc- camente imitando il maestro Beroaldo andava a caccia
in Fulgenzio, Sidonio, Plauto, Valerio Fiacco, con una passione da matto, dei
vocaboli più rancidi che trovasse; lo ammirava la stolta turba degli scolari ,
mentre chi aveva fior di senno se ne rideva. E seguita raccontando il Giovio
che quelle mo- struosità di parole e di locuzioni messe in giro da belli
spiriti entrarono anche nella scena, e infetti fu da costoro composta una
comedia, che è stampata, nella quale si introduce il Pio a parlare con quel suo
gergo, intanto che il grammatico Prisciano lo rimprovera e denudategli le
natiche, lo batte con lo scudiscio, come si fa ai ragazzi che imparano male la
le- zione. Ma il Pio tranquillo della sua coscienza non si curava di quelle
caricature: « Pius quadrato ingenio eas nasutorum rumores contempsit, sua
conscientia profecto felix » (3). (i) Apologia^ p. 118. (2) Lectiones succis.,
pp. 234238. (3) lovius, Elogia, 102. Digitized by VjOOQ IC — 46 — SECONDA
BATTAGLIA. (P. Bembo, G. F. Pico, P. Manuzio, G. Poggiani). Moderata come la
prima fu anche la seconda battaglia, com- battuta tra il Bembo e Gianfrancesco
Pico della Mirandola. Il Pico quale alunno del Poliziano era eclettico, il
Bembo ciceroniano, anzi uno dei più eleganti, dei più perfetti cice- roniani.
In Roma nel 1512 essi aveano agitata a voce la questione deirimitazione e il
Pico in seguito alla discussione ne scrisse una lettera al Bembo, con la data
del 19 settem- bre 1512, eh' egli compose in poche ore. Il Pico mostra che
l'uomo non deve solamente e unicamente imitare ; l'imitazione gli potrà essere
un aiuto a sviluppare le sue facoltà personali, ma a queste sopra ogni cosa
egli dee tener la mira; e anche imitando, non bisogna limitarsi ad un solo, ma
trarre da tutti il meglio, come fa il pittore. Chi dice che Cicerone sia pro-
prio perfetto in tutto? ciò è -impossibile e gli antichi stessi trovavano molto
da biasimare in lui ; e d'altra parte i mano- scritti sono tanto guasti, che
sarebbe pazzia pretendere che ci fosse arrivato genuino Cicerone nelle sue
opere. Io mi me- raviglio, continua il Pico, che al tempo nostro si voglia star
tanto attaccati agli antichi ; eppure ingegni non ne mancano. Perchè non
sviluppano essi le loro facoltà mentali secondo lo spirito dei nuovi tempi?
Ogni età ha i suoi bisogni, i suoi sentimenti ; a quelli deve servire, quelli
esprimere. E poi va- riano gli argomenti; come si potrà adattare la lingua e lo
stile di un solo autore a tanta varietà? Io veglio ammettere che si imiti
Cicerone ; si imiteranno le sue parole, ma la viva struttura di esse giammai;
provati a disfare un muro e a rifarlo poi coi medesimi materiali; i materiali
restano i me- desimi, ma la cementa tura sarà diversa e quella è opera tua ;
dunque anche imitando si può e si deve riuscir originali (1). (1) 1. Frano. Picus,
ad P. Bembum, de imitatione. Digitizedby VjOOQIC - — 47 — La risposta del
Bembo, in data 1 gennaio 1513, comprende due parti. Nella prima ribatte il
sistema del Pico, mostran- dogli che quella facoltà, innata da lui ammessa
nell'uomo non esiste e si acquista invece con l'imitazione; io, dice egli, me
la sono acquistata col lungo esercizio e con l'imitare. Tu mi dici, continua il
Bembo, che si devono, se mai, imitare tutti i buoni. Ma come? domando io.
Imitarne lo stile in ge- nerale desumere il meglio da ciascuno? Nel primo caso
con tante diverse specie di stili non arriverai mai a formarti uno stile che
abbia unità. Nel secondo caso non si imita, ma si mendica un tozzo di qua, un
tozzo di là. Perchè quando si dice imitare, si intende che bisogna comprendere
tutto il com- plesso della forma e le singole parti : « imitatio totam com-
plectitur scriptionis formam, singulas eius partes assequi po- stulat, in
universa stili structura atque corpore versatur ». Se io imito Sallustio, non
mi devo contentare di riprodurre la sua brevità, ma anche le sue parole, le sue
costruzioni. Imitare un autore vuol dire rendere la sua fisionomia, il colo-
ritx) individuale : « totam mihi oportet eius stili faciem expri- mat,. cuius
se imita torem dici vult, quem eo nomina dignum putem ». Ogni autore ha un suo
special colorito : oggi io imito Cesare; s'intende che devo assimilarmi la sua
natura; come potrò io domani spogliarmela d'un tratto, per rivestire il mio
stile, poniamo, del colorito di Sallustio? Questo è impossibile; impossibile è
dunque imitare più di un solo autore. Chi fa diversamente, riesce ad uno stile
proteiforme e tutt'altro che bello. Nella seconda parte, non meno
caratteristica e importante della prima, il Bembo spiega la genesi del suo
criterio d'imi- tazione. Da prima, egli scrive, ebbi anch'io la tua opinione e
mi provai di scegliere da tutti gli autori il meglio, ma ben presto m'accorsi
della falsità di questo principio. In secondo luogo imaginai di formarmi uno
stile tutto mio proprio, per- sonale, pensando che l'originalità del tentativo
avrebbe riscossi gli applausi de' dotti; ma messomi alla prova, vidi che nes-
suna forma di stile poteva esser nuova, giacché qual più qual meno tutte erano
state esaurite dagli antichi; e poi il mio stile, posto a confronto con quello
degli antichi, ci perdeva assai in Digitized by VjOOQ IC — 48 — colorito.
Allora risolvetti di appigliarmi all'imitazione; ma da quali autori cominciare?
dai sommi o dai mediocri? mi decisi per i mediocri, con la speranza ch'essi mi
avrebbero avvici- nato un po' più ai sommi. Ma qual non fu la mia delusione,
quando dai mediocri passai ai sommi. Io aveva già contratta la natura di
quelli, si che invece di essermi avvicinato ai sommi, me ne ero allontanato.
Allora feci ogni sforzo per can- cellare quanto di quelle letture m'era rimasto
nella memoria: < e memoria nostra deletis penitus iis, quae alte tunc imita-
tione non optimorum insederant », mi volsi all'imitazione dei sommi e di questi
scelsi un solo. Cicerone. — Accusano Cice- rone di soverchia verbosità,
specialmente quando parla di sé; ma questo non è difetto di stile, bensì
debolezza d'animo ; debo- lezza felice del resto, perchè tutte le volte eh'
egli torna a parlar di sé, lo fa con tanta eleganza. Lo dicono inoltre ca-
rattere incostante, ma nulla da ciò ne soffre lo stile, « qui esse optimus in
vita non optima potest ». Né si obbietti che Cicerone non è adatto a tutti gli
argomenti, perché nelle varie sue opere si trova una grande varietà di stile.
Del resto la stessa storia naturale di Plinio si potrebbe scrivere in stile
ciceroniano e la estensione maggiore che acquisterebbe sa- rebbe ad usura
compensata dalla dignità e bellezza della locu- zione (1). — Il Bembo nella sua
lettera formula queste tre leggi dell'imitazione: 1* si imitino gli ottimi; 2*
si imitino da eguagliarli; 3* eguagliatili, cerchiamo di superarli. Quello che
é curioso nella lettera del Bembo, è l'espo- sizione dei vari tentativi fatti
prima di giungere ad un criterio definitivo d'imitazione. E per l'analogia che
ha col Bembo e per la sua singolarità veglio qui recare anche l'esempio di
Paolo Manuzio, il quale cosi spiega la genesi e la natura del suo criterio
imitativo. Nel discorso, egli dice, bisogna distinguere Videa e idi parola;
come mi conteneva io in sul principio? pigliavo dagli autori latini le idee con
le loro frasi corrispon- denti e le inserivo tali e quali nei miei scritti. Ma
mi accorsi che era sistema erroneo; era un gioco di memoria; e quando (1) P.
Bembus, ad loh. Francisc. Picum^ de imitatione. Digitized by VjOOQIC — 49 — ^
mi fossi posto a comporre di mio, non sarei riuscito a nulla. Mutai allora
indirizzo ed ecco come praticai. Pigliavo da Cicerone e da Terenzio le idee e
le ruminavo nella mia mente, cercando di impadronirmene e quindi di vestirle di
forma appropriata ed eletta, non però con parole del testo, bensì con parole
mie: quelle idee per tal guisa acquistavano una certa originalità. Pigliavo
dall'altra parte le parole di quei due au- tori e, cercando le molteplici
significazioni traslate di esse, mi sforzavo di esprimere con le medesime
parole idee diffe- renti e anche in questo io faceva un lavoro originale. Tutto
quello che io sono, conchiude il Manuzio, lo devo a un simile sistema (1). Il
metodo del Manu^o è quello stesso del ciceroniano Giulio Pc^giani, il quale
reca anche per maggior chiarezza alcuni esempi. Il Foggiani dopo di aver detto
che i veri ciceroniani sono assai pochi per due ragioni, la prima che imitano,
oltre a Cicerone, autori di bassa lega, la seconda che non lo sanno imitare, perchè
trasportano di pianta le sue idee e le sue frasi nei propri scritti, passa a
spiegare il suo metodo, ch'egli raccomanda agli studiosi. Essere intanto una
idea falsa il cre- dere che non si possano trattare se non gli argomenti
trattati da Cicerone ; ma doversi invece potere le parole di lui adattare a
qualsiasi ordine di idee e vestire le proprie idee con parole diverse dalle
sue. Dall'una parte, continua il Poggiani, capi- tandomi sott' occhio una
locuzione di Cicerone, cercavo di vestire con quella differenti altre idee, p.
es. Cicerone* dice: « PuNii Rutila adulescentiam ad opinionem et innocentiae et
iuris scientiae P. Scaevolae commendavit domus », Io applicava la frase ad
altra cosa in questo modo: «Hanni- balis Minalis adulescentiam ad opinionem et
eloquentiae et philosqphiae Flaminii Nóbilii consuetudo commendavit ». »
Dall'altra parte pigliavo o da Cicerone o da altri le sentenze, esercitandomi a
porle sotto differente forma; mentre perciò prima con la medesima cera foggiavo
diverse imagini, ora (1) Lettere inedite di P. Manuzio, Archivio veneto, XXIII;
li, let- tera 3a. R. Sabbadini, Ciceronianismo e altre questioni letterarie.
Digitized by VjOOQIC - 50 - vestivo di un altro abito la medesima persona. P.
es. trovando ne quid nimts; late patet invidia, io traduceva: tenendus est
omnium rerum modus; niìiilnon occupai invidia. Cosi mutando le parole si fanno
creder proprie le sentenze tolte agli altri, secondo il costume dei ladri, i
quali perchè non vengano riconosciute le cose rubate^ le rimutano, facendo, p.
es., di una giubba un calzone. Altre volte io mi esercitava a voltar nel senso
contrario le parole e le frasi di Cicerone: egli diceva in laetitia doleo ed io
in dolore laetor; egli tar- dius facere ed io diligentius facere; egli
celerius, io negli- gentius (1). PERIODO EROICO. (D. Erasmo, G. Longolio, S.
Boleto, G. Scaligero, F. Florido). È graziosa e spiritosa quanto mai la
descrizione di un viaggio che Suppazio, un interlocutore tìqM' Antonius (2) del
Fontano, intraprende per le città d'Italia a cercarvi un sapiente, verso la
fine del secolo XV. Si indovina alla bella prima che il sapiente non Tha
trovato; ma invece matti, stravaganti, scioc- chi, corrotti per tutto. A Roma
ecco che cosa gli accadde. Dedicò due giorni ai monumenti sacri e profani; il
terzo giorno andò a zonzo per osservare i costumi della gente ; ma incontrò
rufl3ani, bordellieri, tavernieri a campo dei Fiori; usurai a ponte S. Angelo;
al Laterano cuochi e bettolieri; per •le strade e i viottoli ubbriachi e
magnoni. E fino allora Tavea passata liscia, col pericolo però di lasciare il
mantello in mano di qualche meretrice o di essere schiacciato sotto le mule dei
preti; quando imbattutosi in un tale, non si può tenere dallo sfogarsi e
dirgli: ma qui si marcisce neirozio: « otio marcescunt homines ». Non V avesse
mai fatto il mal- <1) Lettera di G. Foggiani in Mureti, Orai, et Epist. II,
pp. 183-185. (2) Lyon, 1514, pp. 213-217. Digitized by VjOOQIC - 51 — capitato.
Quel tale era un grammatico, che prese a pugni il povero Suppazio, perchè i
verbi, uscenti in esco come mar- Cesco non ricevono il caso ablativo. Suppazio
ebbe un bel citare Cicerone, Vergilio, Plinio, ma se ne dovette fuggire
malconcio. Lo vide uno che passava e gli chiese se gli aves- sero fatto del
male. Sì, rispose, ho patito ingiuria da un gram- matico: « iniuriam passus sum
». — L'interlocutore era per disgrazia anche questa volta un grammatico ; e
dove hai tro- vato, gli saltò su, la frase iniuriam pati, vecchio ignorante di
latino? Citò Suppazio la terza FUùppica e il Lelio di Cice- rone: flato
sprecato, l'altro levava i pugni. E Suppazio via; e si ricoverò in provincia a
Velletri, a Terracina; ma incontrò di peggio: altri grammatici anche là e cosi
insolenti che, mentre egli parlando con un medico usò la parola frictio, uno lo
interruppe villanamente, facendo un fracasso indiavolato, che si dovea dire
fricatio. Questa la caricatura; ma tale o poco meno era la società romana, e a
Roma questioni più o meno oziose di gramma- tica, di purismo e di stile si
dibatteano molto frequentemente: basti per tutte quella tra irBembo e il Pico.
Certo è che nella prima metà del secolo XVI il centro del ciceronianismo è
Roma, dove l'accademia romana rappresenta la parte mili- tante, Pietro Bembo il
duce. Ciceroniano il papa Leone X, ciceroniani i suoi due famosi abbreviatori
il Bembo e il Sadoleto, ciceroniani gli accademici Lelio Massimi, P. Pazzi,
Battista basali, Porcio Camillo, il Marino, il Castellani, Giulio Tomarozi, il
Flaminio, l'Ubaldino. Il Bembo sarebbe giunto a dichiarare di preferire lo
scrivere ciceroniano al possedere il ducato di Mantova (1), a cui faceva eco,
rincarando la dose, Lazaro Bonamico, che preferiva l'essere ciceroniano
all'essere re papa. Traduceva il Bembo senato della repubblica veneta con
patres conscripti; dicchi e ducati con reges e regna; re della Persia e dei
Turchi con reges Armeniae et Thracum; Lodovico con Aloysius. Nelle date delle
lettere e dei brevi (1) BuRiGNY, Leben des Erasmics aus dem franzós., von G.
Henke, Halle 1782, 1, p. 548. Digitized by VjOOQ IC — 52 — pontifici metteva le
calende e gli idi ; chiamava Dio col nome collettivo di dii immortales; la
Vergine era per lui dea; Gesù un heros; rendeva fides con persuasio ;
ewcommunzcare con aqua et igni interdicere; morituro peccata remittere con deos
superos manesque UH placcare (1). Un ciceroniano, per poco che non volesse
derogare alla sua dignità, si teneva nel suo gabinetto una effigie di Giove che
scende in braccio a Danae, anziché un Gabriele che annunzia alla Vergine il
con- cepimento; e così il ratto di Ganimede, anziché l'ascensione di Cristo
(2). Papi e cardinali alternavano e spesso scambia- vano il Vaticano col
Campidoglio; scambiavano Dio con Giove, Cristo con Apollo, Maria con Diana, i
santi coi numi e divi- devano una giornata fra una predica sacra e una comedia
antica. Un frate ciceroniano fece una predica sulla morte di Cristo, presente
papa Giulio IL Gli accessori dell'orazione, cioè l'esordio e l'epilogo, più
lunghi dell'orazione stessa. L'e- sordio chiamava Giulio II il Giove ottimo
massimo, che nella destra onnipossente tenendo e vibrando il trisulco e inevi-
tabile fulmine, col solo cenno otteneva quel che voleva; indi seguiva^
l'oratore a mostrare che Giulio II col suo cenno avea operato tutto quello che
era accaduto nell'Europa negli anni precedenti. Il discorso si divideva in due
parti : la morte e il trionfo di Cristo. L'oratore nel parlar della morte tirò
in campo il sacrifizio dei Deci, di Curzio, di Cecrope, di Ifigenia e le morti
di Socrate e di Focione; il trionfo poi di Cristo era illustrato da quelli di
Scipione, di Emilio Paolo, di Cesare (3). Questa società ciceroniana
spensierata e deliziata nelle bel- lezze d'una vita e d'un'arte tutta pagana fu
messa a remore per ben due volte da due stranieri, l' uno ammiratore entu-
siastico, l'altro avversario giurato del ciceronianismo: il Lon- golio ed
Erasmo. Cristoforo Longueil, latinizzato Longolius, ingegno precoce, spirito
irrequieto, anima passionata e infelice, é il cavaliere (1) Leniknt, p. 12;
Walch, Qp. cit., XII, 3. (2) Erasmus, Bialogus cicer., p. 82. (3) Ibi, p. 67
Digitized by VjOOQ IC — 53 — errante del ciceronianismo. Nato a Maclinia, nel
Belgio, e vis- suto poco più d'un decennio nel secolo XV, e gli altri due
decenni nel XVI, egli si senti irresistibilmente attratto alla Italia, allora
esuberante di una vit^ intellettuale invidiata e sospirata dagli stranieri. La
sospirò tanto Erasmo e la sospirò ardentemente il Longolio, il cui sogno era il
genio d'Italia: « felicem illum ac piane divinum genium Italiae sum secu- tus »
(1). Ma quante peripezie non dovette egli traversare prima d'arrivarvi. A otto
anni fu mancato agli studi a Parigi, dove rimase fino all'anno sedicesimo. Indi
accompagnò in Spagna Filippo d'Austria per pochi mesi, dopo i quali si fermò nell'Aquitania
a studiar diritto; ivi a 18 anni compose per esercizio rettorico un'orazione,
che poi gli fu fatale, dove con- frontando i Galli coi Romani dava la palma ai
Galli. Continuò poi per altri sei anni gli studi giuridici a Valenza; esercitò
quindi due anni l'avvocatura a Parigi. Finalmente venne a Roma, d'onde, dopo
tre anni di soggiorno, fuggi per ricove- rarsi oltre Alpe e finalmente a
Padova, ove fini, nel 1522, la sua vita a 34 anni nelle braccia di Reginaldo
Polo, che l'amava come un fratello (2). Scrisse di storia naturale, ora- zioni
contro i luterani, discorsi ed epistole ciceroniane; fU soldato, venne
carcerato, ebbe a combattere coi doganieri svizzeri, fu ingiuriato e corse
pericolo della vita a Roma e a Padova: la sua vita è una delle più avventurose
che si possano imaginare. Questa irrequietezza che lo tormentava era cagionata
da una invincibile smania di imparare, ch'egli sperava finalmente di poter
appagare a Roma, dove avrebbe studiato il greco e perfezionato il suo stile
latino. Infatti il Giovio ce lo descrive entrare in Roma in abito straniero,
col cappuccio rosso e la tunica stretta alla vita, che aveva l'aria di un mezzo
soldato tedesco. Era sua intenzione, dice il Giovio, di dissimulare sotto
quell'abito il suo vero scopo: voleva am- mirare i monumenti, studiare gli
ingegni italiani, visitare le (1) Lettera del Longolio in S adolet. , Epist,
18. (2) LoNGOLius, Orationes, I, pp. 10-11; cfr. la vita del Longolio ivi
premessa. Digitized by VjOOQ IC — 54 — biblioteche e formarsi più squisito il
gusto artistico e lette- rario, che in nessun luogo si trovava cosi fino come
in Roma (1). Ma appena entrato nel ginnasio cominciò a dar saggio del suo acuto
ingegno e delle sue cognizioni; e alcuni romani, il Tomarozi e il Castellani,
si presero cura di lui, gli fecero mutar veste e lo alloggiarono in casa
propria. In questo modo il Longolio potè farsi conoscere ed entrare in
domestichezza coi principali personaggi di Roma, fra i quali lo stesso papa
Leone X, il Sadoleto e iL Bembo ; ma più di tutti col Bembo, che gli fu
protettore e consigliere negli studi. Infatti dietro le esortazioni del Bembo
il Longolio depose a poco a poco quella sua primitiva forma eclettica e si
venne famigliarizzando con Cicerone, di cui lesse per cinque anni continuamente
i libri, senza occuparsi di altri autori. Dopo quattr'anni di esercizio
ciceroniano il Longolio domandava al suo protettore, che cosa gli paresse del
suo stile, e il Bembo gli rispondeva che il pro- gresso era stato molto, ma che
alla perfezione ci correva an- cora un buon tratto : « ut Giceronem ipsum, quem
tibi unum scribendi magistrum, me auctore , proposuisti, eundem uni- versum non
solum vores sed etiam concoquas atque in sucum et in sanguinem convertas tuum »
(2). Il Longolio per varie cagioni attirava le simpatie altrui: integrità di
costumi, lon- tananza dalla patria, ingegno acuto e vivace, una eroica costanza
nello studio; ce n'era d'avanzo perchè spiriti colti e gentili come il Bembo e
il Sadoleto prendessero interesse di lui (3). Il Bembo era specialmente
ammirato della sua avi- dità di leggere, per cui lo chiamava divoratore di
libri, libro rum helluo (4). Passati già due anni che dimorava in Roma, a cui
avea mostrato la propria gratitudine componendo cinque discorsi in lode e di
Roma e d'Italia, il suo amico Castellani lo propose al senato per la
cittadinanza romana, che gli fu conceduta. Ma questo atto fu fatale a lui,
perchè gli sollevò contro parte dei cittadini. (1) lovius, Elogia^ 67. (2) P. Bemb., Epist. famil.,
V, 17. (3) Ibi, V, 13; cfr. Sadol., Epist., 15. (4) P. Bemb. Epist. famil., V,
13. Digitized by VjOOQIC — 55 — I nemici del
Longolio cercarono o al bisogno inventarono calunnie e accuse per negargli la
cittadinanza romana. Dissero ch'egli era stato mandato a Roma da Erasmo e dal
Budeo, con l'incarico di prender tutti i libri che si trovassero in Roma e
portarli oltr'Alpe (1). Scovarono perfino quella tale orazione che recitò
quando era nell'Aquitania e nella quale posponeva i Romani ai Galli e gliene
fecero un delitto di lesa maestà; e tanto fu il tumulto sollevatogli contro,
che la sua vita, non ostante le alte protezioni ch'egli vi godeva, correa
pericolo; «pagavano gli operai, dice il Longolio stesso, perchè mi in-
sultassero e mi aizzavano contro la plebe. Io era esposto ai fischi del volgo,
perseguitato dalle calunnie dei nobili, dalle minacce dei potenti, cosicché io
dovetti seriamente pensare a ricoverarmi da Roma in salvo » (2). E fuggì
infatti da Roma, dopo di aver composto due orazioni in sua difesa, che lasciò
manoscritte agli amici suoi. In esse l'autore, fingendole reci- tate davanti al
senato e parlando come se veramente si fosse trovato ne' panni di Cicerone
quando recitava una Filippica, si difende con uno stile ciceroniano e con
un'enfasi, che è tutta di fantasia e per nulla eccitata da circostanze reali,
dai quattro capi di accusa seguenti: 1° il Longolio in una sua orazione aveva
parlato con poco onore dell'Italia; 2° avea lo- dato Erasmo e Budeo che sono
barbari; 3° quei due stranieri lo aveano subornato a venire in Italia a
prendersi i migliori libri per portarli oltr'Alpe, acciocché i barbari
potessero con- tendere all'Italia il primato delle lettere; 4° un uomo barbaro
non poteva essere cittadino romano. Questi capi d'accusa erano sviluppati nel
discorso tenuto da Gelso Mellini contro il Longolio, quando egli era già
fuggito da Roma. Gelso era un nobile romano, delle antiche famiglie patrizie,
il quale fu messo su dagli amici perchè difendesse l'onor della patria
minacciato, come dicevano, da uno stra- niero: « ut patriae suae dignitati et
famae adesset ». Nel Gam- pidoglio dunque alla presenza del senato e del papa
il Mellini (1) LoNGOLius, Orationes^ II, p. 33. (2) Ibi, I, p. 12; II, p. 40. Cfr. Bemb., Epist famil,
V, 16. Digitized by VjOOQIC — So- lesse la sua
orazione, la quale fu molto applaudita e della quale Roma fece il tema dei
giornalieri discorsi per qualche tempo. Ma la gente savia dava ragione al
Longolio, i cui amici pensavano il modo di salvare la sua causa, e il Flaminio
propose che si recitassero le due orazioni di difesa scritte dal Longolio, ma
prevalse invece l'opinione di farle stampare; e furono infatti stampate, con
generale vantaggio dell'autore, le cui qualità letterarie furono dal pubblico
favorevolmente ap- prezzate dopo la lettura delle due orazioni (1). In seguito
fu- rono nuovamente avviate le pratiche per conferire la citta- dinanza al
Longolio, a cui finalmente il senato la confermò. Questi tumulti avvenivano in
Roma nel 1519. Il Longolio intanto viaggiava per la BEettagna e passando da Genova
eT ai*rivando a Lione intese parlare dei fatti di Roma dopo la sua partenza,
dei quali egli era ancora all'oscuro. In Inghil- terra amici e parenti lo
sconsigliarono dal tornare in Italia, dove avrebbe nuovamente corso pericolo di
vita; ma il suo astro oramai era quello e non potè resistere alla tentazione di
seguire nuovamente il genio d'Italia e vi tornò in sul finire dello stesso anno
(2). Si fermò l'inverno a Venezia presso il Bembo (3) e di là passò a Padova,
dove attese a perfezionarsi negli studi e specialmente nello stile ciceroniano
(4). Gli fu proposta nel principio del 1520 la cattedra di letteratura a
Firenze (5), ch'egli rifiutò, adducendo per pretesto che non voleva distrarsi
nell'insegnamento, al quale si sentiva poco chiamato, e dovea badare più
assiduamente ai suoi studi (6). A Padova , fra i disagi di una vita stentata
(7) e i timori di nuove minacce da parte de' suoi nemici (8), visse tre anni
(1) Sadolet., Epist. 13; e lettera del Longolio, «6t, 18. (2) Ibiy 14; e
lettera del Longolio, ihi^ 18. (3) P. Bemb., Epist. famil., V, 13. (4) P. Bemb., Epist. pontif., XVI,
30. (5) P. Bemb., Epist. famil, V, 15;
Sadolet., Epist. 17. (6) Lettera del Longolio in Sadolet., Epist., 18. (7)
Bemb., Epist. pontif., XVI, 30; Epist. fam., V, 14; Sadol., Epist. 27; lettere
del Longolio in Sadol., Epistol. 23 e 24. (8) Bemb., Epist. fam., V, 16.
Digitized by VjOOQIC — 57 — scarsi, raccomandando in morte agli amici di
bruciare i suoi scritti anteriori, perchè non erano dettati in stile
ciceroniano: perfino nell'istante di terminare una esistenza travagliata e in-
felice non Tavea lasciato la preoccupazione ciceroniana, che gli logorò e
amareggiò gli ultimi anni. La vita avventurosa e lo spirito appassionato,
Tijigegno pre- coce di questa vittima del ciceronianismo furono cagione che,
anche dopo morto, del LongoKo giudicassero e scrivessero gli eruditi con molto
interesse, fino a dar luogo ad accanite con- tese letterarie. Il Florido, buon
giudice in fatto di stile, lo chiama smilzo a confronto del Poliziano, del
Valla, del Fon- tano (1). Paolo Manuzio è ancora più severo; lo dice nullo,
smilzo nelle idee, punto splendido nella forma; che trasportò nei suoi scritti
parole, frasi e periodi ciceroniani, ma senza discer- nimento; forse avrebbe
fatto meglio se la morte non l'avesse sor- preso (2). Più di proposito ne parlò
Erasmo: « uomo di grande ingegno, egli dice, e di una perspicacia
straordinaria, dotto, felice nel trattar gli argomenti, si procacciò moltissima
fama, ma a troppo caro prezzo ; si torturò per tanto tempo e final- mente mori
prima d'aver compito l'opera, con non piccolo danno degli studi, ai quali
avrebbe potuto giovare di più, se non fosse corso dietro a un vano fantasma, se
non fosse stato roso da una pazza ambizione, che gli guastò il frutto dei suoi
studi e gli troncò la vita ». Giudicando poi le sue opere, nota l'eleganza
delle lettere, ma «come sono vuote e quali futili argomenti trattano 1
Rassomigliano ad alcune lettere di Plinio e a quelle di Seneca, che di lettere
non hanno che il titolo; quanto movimento invece, quanta passione, che
naturalezza di stile, che attrattiva della materia nelle lettere di Cicerone,
nate veramente dalle vicissitudini della vita reale e non nel chiuso gabinetto
di un pedante ». Con le orazioni del Longolio Erasmo è più severo e spesso
adopera un'ironia abbastanza acre. Intende le due orazioni scritte in propria
difesa, nelle quali vede un povero illuso, « che sogna un mondo imaginario (1)
Lectiones succisiv., 1, 2. (2) P. Manuzio, Lettere ined. ecc. Digitized by VjOOQIC
— 58 — di senato, di consoli, di tribuni, di province, di municipi, co- lonie,
alleati, di Roma capo del mondo, di Romolo e di Quiriti, ch'egli crede di poter
evocare con la potenza del suo stile ciceroniano, che rassomiglia tanto a
Cicerone come i versi della Batracomiomachia ai versi ^oiVEiade » (1). Contro
Erasmo si è scagliato Stefano Dolete (2), il quale chiama il giudizio di Erasmo
addirittura un'invettiva contro il Longolio e ne vuol trovare la cagione nel
confronto che colui avea fatto tra Erasmo e il Budeo, preferendo il Budeo (3).
Questa è una calunnia del Dolete, perchè se il Longolio ebbe forse qualche
rancore contro Erasmo, questi se ne duole, non vedendo di averne dato motivo :
« quamquam in me videtur habuisse nescio quid stomachi, certe praeter meum
meritum, qui de ilio semper optime tum sensi tum praedicavi » (4). Comunque, il
Dolete pigliando le difese del Longolio mostra, condendo di frequenti insulti
il suo discorso, che lo stile di lui, contrariamente a quel che ne disse
Erasmo, è grandioso e splendido, che vi è acutezza, ricchezza di sentenze;
efficacia e robustezza, gravità ed elevatezza (5); che gli argomenti di molte
sue lettere non sono niente affatto futili, ma seri e che del resto nelle
lettere devono trattarsi cose di interesse quo- tidiano; che le orazioni,
ancora che gli sia mancato il vero pubblico antico, hanno sempre importanza,
quando oltreché all'uditorio si badi anche alla causa e che quantunque morte le
antiche istituzioni, pure si possono adoperare le formolo antiche davanti ad
uditori che le comprendano. Se avesse ragione il Dolete o Erasmo, lo dica il
seguente esordio della prima delle due orazioni del Longolio : « Quod per hosce
quadraginta dies (questa determinazione di tempo è imaginaria) a Dee opt. max.
precatus sum, patres conscripti, ut, si eo in senatum populumque romanum animo
semper (1) Dialog, ciceronianus. (2) Dialogus de ciceroniana imiiatione. (3)
BuRiGNY, Leben des Erasmus, 1, pp. 253-256. (4) Erasmus, Epist, 817; Lyon 1703.
(5) DoLETus, Dial. de cicer. imitatione, pp. 19-20. Digitized by VjOOQIC
fuissem quo mortales omnes esse deberent, daretur milii ali- quando a perpetua
illa et piane hostili accusatorum meorum insectatione respirandi spatium, ut
hoc in loco et accusationem tuto refellere et innocentiae meae rationes vobis
libere expli- care possem, id ego mihi hodie tandem singulari vestro Con-
silio, tum efiam beneficio, videor consecutus, qui me, quod erat quidem
aequitate vestra dignissimum, sed, in tantis ad- versariorum meorum opibus,
mihi hoc tempore minime spe- randum, praeter omnium opinionem ad causam hac in
arce Capitolina dicendam admisistis », — Se non fosse pur troppo concepito
seriamente da uno spirito illuso, si direbbe che è una finissima parodia degli
esordi ciceroniani, da mettere in- sieme con l'altra argutissima che fa del
secentismo il Manzoni nella prefazione dei Promessi Sposi. Dopo il L'ongolio la
società ciceroniana di Roma fu messa a remore da Erasmo, il terribile
avversario del ciceronianismo. Erasmo si era formato un genere di scrivere che,
pur rispet- tando scrupolosamente la grammatica, offendeva la purezza latina, e
sempre portava una certa impronta di libertà; ma era una libertà geniale e in
quel latino abbastanza impuro si può scorgere la produttività e la vena inesauribile
della mente d'Erasmo: è uno stile originale. Ma quello stile non doveva
assolutamente piacere ai ciceroniani, né con quel suo prin- cipio stilistico
Erasmo doveva guardarli di buon occhio. Già verso il 1520 in una lettera al
Longolio scriveva, alludendo allo stile ciceroniano di lui, ch'egli non mettea
troppo scru- polo nella scelta delle parole, sembrandogli che una simile affet-
tazione non convenisse punto a chi rivolgeva la massima at- tenzione alle cose
(1). Era grazioso quel suo verso che spesso pronunziava: decem annos consumasi
in legendo Cicerone; a cui fingeva che l'eco rispondesse- la parola greca 6v€,
asino! (2). Ma la sua attività contro il ciceronianismo comincia propria- mente
l'anno 1526 e ce ne è prova il suo epistolario, in cui da quest'anno diviene
frequente e sempre più vivace l'allu- (1) In LoNGOL., Epist., Ili, 63. (2)
Lenibnt, p. 16. Digitized by VjOOQ IC — 60 — sione ai ciceroniani. Erasmo
conosceva la disputa avvenuta circa quindici anni prima a Roma tra
Grianfrancesco Pico e il Bembo e ora vi vedeva, per opera del Longolio, risorto
il partito ciceroniano, ch'egli chiamava secta ciceronianorum (1), factio
ciceronianorum (2), chorus ciceronianorum (3), e fremere contro di lui quella
società pagana di eruditi, con a capo Girolamo A leandro e Alberto principe di
Carpi (4), i quali miravano a cancellare dall'albo dei dotti Erasmo e il Budeo
(5) e tutta la Germania e la Gallia (6). Ma la Germania e la Gallia per mezzo
di uno di quei loro due grandi rappresentanti si apparecchiavano a rispondere
alle sfide. Il Budeo eccitato da Erasmo ad attaccar battaglia non rispose
all'invito (7); allora usci Erasmo solo in campo. Nell'ottobre 1527 scriveva
già o pensava il Ciceronianus, perchè nella lettera di questa data si trovano
molte frasi che si rivedono in quello (8); l' anno se- guente, 1528, il
Ciceronianus era uscito: la guerra era dichia- rata e accanita. Questo libro
interessantissimo e caratteristico è in forma di dialogo tra Nosopono
ciceroniano, Buleforo anticiceroniano e Ipologo, un personaggio di ripiego, che
professa il ciceronia- nismo, ma che facilmente si converte; più difficile è la
con- versione meglio la guarigione di Npsopono, perchè la sua è una malattia,
ma alla fine del dialogo esso è già ben av- viato verso la guarigione. Il dialogo
ha tre parti: nella prima Erasmo fa una graziosa caricatura dei ciceroniani;
nella se- conda confuta la loro dottrina; nella terza fa il catalogo degli
eruditi della rinascenza, italiani e stranieri, morti e contem- poranei,
giudicati dal punto di vista dello stile ciceroniano. In questo libro si
mescolano la più grave serietà con la più ar- (1) Erasm., Epist, 820, del 16
maggio 1526; cfr. 804. (2) IH, 821; 16 maggio 1526. (3) Ihi, 842; 26 decembre
1526. (4) Ibi, 820; 16 maggio 1526. (5) Ibi, 821; 16 maggio 1526. (6) Ihi, 804;
23 marzo 1526. (7) Lenient, p. 16. (8) Erasm., Epist, 899. Digitized by VjOOQIC
— 61 — guta e fina ironia: Tuna serve a mettere l'altra in rilievo e l'effetto
che ne nasce è stupendo. Con che mordacità e festività egli tratteggia il
carattere di Roma e dei ciceroniani, questa società di oziosi « desidentes in
Giceronis myrotheciis ac rosariis et in illius sole apricantes », che non
cercano altro che il modo di far del chiasso, come è costume dei romani: « ut
ea civitas undequaque captat voluptatis materiam » (1). Non fanno che sognare e
parlare al senato e al popolo ro- mano ciceronescamente; il senato? ma se mai
ce ne è uno a Roma, di latino non ne capisce; il popolo romano? ma parla
harbaramente, nonché prenda gusto alla frase ciceroniana. E sempre Roma in
bocca; povera Roma, che non è più Roma, ma un mucchio di rovine e di cui non
resterebbe nemmeno l'orma, se non fossero i papi, la corte pontificia, le
ambasciate e una colluvie di parassiti che accorre colà a far fortuna li- bertatis
amore. Risuscitano con la loro malata fantasia il Cam- pidoglio ; povero
Campidoglio, ridotto alle meschine proporzioni di una casetta, per farvi
recitare dai ragazzi le comediole. Risuscitano le reminiscenze della
cittadinanza romana ; e ci è forse più merito ad essere cittadino di Basilea,
che cittadino di Roma, « si contemptis verborum fumis rem aestimare liceat ».
Caustica, ma ad un tempo velatamente patetica, è la rap- presentazione di
Nosopono, il ciceroniano. Forse Erasmo non se ne è accorto, ma nel creare
questa figura, ch'egli voleva rendere ridicola, l'ha resa invece sentimentale.
Di Nosopono il lettore, prima che gli spunti il riso, sente compassione. Era
una volta un buon compagnone, faceto, rubicondo, grassotto e ricco d'ogni
bellezza giovanile. Ma ora è malato; è una ma- lattia di cervello, ch'egli
chiama malattia di cuore: «amore depereo », egli dice; amo la dea TTcìeib,
l'eloquenza ciceroniana; sono dieci anni che la sospiro in vano; ma o
possederla o morire: « nil medium est». Felice il Longolio, che potè mo- rire
per essa ! — Da sette anni non legge che libri di Cicerone; dagli altri
scrittori si astiene come i certosini dalla carne; l'imagine di Cicerone egli
l'ha fatta porre in tutte le stanze (1) Erasm., Dialog. ciceronianus^ p. 138. '
Digitized by VjOOQIC — 62 — della sua casa;, la porta sempre con sé
nell'anello, la sogna di notte. In questi sette anni di preparazione ha
compilato tre indici ciceroniani. Nel primo ha raccolto tutti i vocaboli
ciceroniani, con la loro flessione, indi con le derivazioni e finalmente con le
composizioni; ad ogni parola ha citato il passo per intiero di cui fa parte ,
il luogo in cui si trova , foglio, facciata, riga, se in mezzo, in principio o
in fine di riga. Della flessione delle singole parole ha notato con una linea
rossa le forme che si trovano in Cicerone e con una linea nera quelle che non
vi si trovaho: p. es. amabam si trova, ma non amabatis; amor, amoris, ma non
amores, amorum; legOy ma non leg(yr; ornatus, ornatissimus, ma non omatior;
cosi dei derivati, p. es. lectio si trova, ma non lectiuncula; così dei
composti, p. es. perspicio si trova, ma non dispicio. Nel secondo indice, più
vasto del primo, notò le frasi, i tropi, le sentenze, 1 motti e simili. Nel
terzo, più vasto del secondo, tutti i ritmi e i piedi con cui Cicerone comincia
i suoi pe- riodi, li sviluppa e li chiude. Passati i primi sette anni di
preparazione, vengono i sette anni di imitazione. Nosopono si mette a tavolino
a notte tarda, per non essere disturbato da alcun romore, e il suo gabinetto
per questo scopo è situato nella parte più interna della casa. Non deve essere
molestato da nessuna passione o cura mondana, epperò non ha preso moglie, né ha
voluto rivestire alcun ufl[ìcio né secolare, né ecclesiastico: meglio essere
ciceroniano, che console o papa. Quelle sere che vuole lavorare, si mantiene
leggiero lo sto- maco, per lasciar più libera la mente, prende soli dieci acini
di uva passa e tre confetti : « ciceronianum esse sobria res est». Quando
scrive, ecco come fa; deve fare p. es. una let- tera? prima butta giù i
pensieri come vengono; indi comincia a sfogliare parecchie lettere di Cicerone
e i tre indici ; trovate le parole, le frasi, i ritmi, adatta a quelli i
pensieri. Scrive un periodo per notte, la lettera non avrà più di sei periodi.
Quindi la riconfronta dieci volte con ciascuno dei tre indici ; poi la mette
dentro al cassetto, per rileggerla a mente fredda alquanti giorni dopo e
limarla e rimutarla: « ego malim multum scribere quam multa». Quando parla,
Nosopono schiva di parlar latino, o se vi è costretto, si serve di certe
formolo Digiti zedby Google - 63 — adatte alle più comuni circostanze della
vita, raccolte dai libri di Cicerone e mandate a memoria. Se deve fare una
lunga conversazione, dove chi sa quante locuzioni non ciceroniane gli
sfuggiranno, consacra poi un mese alla lettura ciceroniana per rifarsi il
gusto. Se deve fare un discorso, se lo prepara e lo manda a memoria; non
improvvisa maL — Erasmo non ci fa ridere con questa caricatura, perchè il
nostro pensiero senza volerlo, e i contemporanei Taveano realmente creduto,
ricorre al Longolio, da cui pare che Fautore abbia tolto le principali
caratteristiche del suo Nosopono. Erasmo ha escluso qualunque allusione
personale (1) e non c'è ragione di negargli fede, ma è impossibile che la
storia e le vicende del Longolio non abbiano influito sulla concezione, almeno,
di questa cari- catura ciceroniana. Le idee d'Erasmo sull'imitazione hanno
molto di comune con quelle sviluppate da Gianfrancesco Pico nella lettera al
Bembo. Imitare vuol dire scegliere il meglio da tutti gli autori: l'ape sceglie
da molti fiori il polline, il pittore sceglie da vari volti i lineamenti delle
sue figure. Cosi il letterato non deve limitarsi all'imitazione di un solo, si
chiami pur esso Cicerone. Cicerone ha vizi che gli antichi già biasimarono, né
le sue opere sono pervenute a noi intere e quelle che ci rimasero furono guaste
dal tempo e dai copisti. Inoltre Cicerone non esauri tutte le forme diverse
dello stile, né trattò tutti gli ar- gomenti; per il che volendo scrivere col
suo stile, in molti argomenti saremmo condannati al silenzio. E posto pur che
si debba imitare, riprodurremmo le sue qualità esteriori, le pa- role, le
costruzioni, il ritmo, ma la sua vivacità, i suoi senti- menti, il suo colorito
personale non mai; sicché una vera imitazione ciceroniana, come la voghono i
ciceroniani, fosse anche ammissibile, non sarebbe possibile. Si imiti pure
Cice- rone, ma non si riproduca; i tempi sono mutati; gli istinti, i bisogni, i
sentimenti nostri non sono più quelli di Cicerone; prendiamo esempio da lui, il
quale imitando i Greci ha saputo formarsi uno stile personale e suo proprio, e
anche noi seri- ci) Erasm., Epist, 981. Digitized by VjOOQ IC — 64 — vendo
badiamo a formar opera originale e non un lavoro di mosaico. E cosi riesciremo
uomini del tempo nostro e saremo utili veramente ai nostri volghi, i quali di
tutt' altro hanno bisogno che di Cicerone. Lo scrivere lettere e orazioni cice-
roniane è nulla più che esercizio rettorico. A chi le scrivono quelle lettere?
a quattro italiani, che si danno l'aria di cice- roniani; e quelle orazioni
niente hanno di serio: uno le fa, un altro le recita, lasciano il tempo che
trovano; sono tutte del medesimo stampo : elogio del personaggio a cui sei
inviato ambasciatore, proteste di stima da parte sua e quattro luoghi comuni.
Anche qui Erasmo non lascia mancare la nota satirica. Questi ridicoli si
stimano tanti Ciceroni, se arrivano a finire un periodo con esse videatur o a
cominciare un discorso con un quamquam, un etsi, un antmadver% un cum,, un si,
a scrivere eiiam, atque etzam per vehew£nter, mazorem in modum per valde,
identidem per subinde , Rowwn cogi- taham, per statuebam. Romxim proftcisci, a
intarsiare i loro scritti di queste frasi: non solum, peto, verum etiam, oro
contendoque; valetudinem tuam, cura et me ut facis ama; ahtehac dileooisse
tantum, y nunc etiam amare miJii videor. Guai a mettere Tanno nella data delle
lettere ! Cicerone poneva solo il mese. Guai a scrivere Carolo Corsari Codrus
Urceus salutem invece di Codrus Urceus Carolo Caesari saìutem; a mettere
salutem, plurimam dicit invece di salutem, dicit; Regi Ferdinando invece di
Ferdinando Regi, Ma la parte veramente capitale del Dialogus dceronianus è la
confutazione del paganesimo, che si faceva strada sotto l'elegante maschera del
ciceronianismo. Erasmo lo dice nella prefazione! •« sotto questo nome specioso
di imitazione cice- roniana si subodora l'intenzione di renderci pagani». E più
chiaramente ed efficacemente nel dialogo: « siamo cristiani di nome; il corpo è
battezzato con l'acqua santa, ma la mente è impura; la mano fa la croce, ma
l'animo disprezza la croce; professiamo con la bocca Gesù, ma portiamo Giove e
Romolo nel cuore; non abbiamo il coraggio di dichiararci pagani, ci copriamo
sotto il nome di Cicerone: pa^ganitatem, profiteri non audemuSy Ciceroniani
cognomen oUendimMS ». E si Digitized by VjOOQIC — 65 — sdegna del paganeggiare
che fanno i ciceroniani coi nomi più santi della religione cristiana,
consacrati ormai dalla pietà e dalla tradizione. Siccome questo rivestire i
nomi e le for- mole cristiane alla pagana è una delle più singolari caratte-
ristiche del ciceronianismo, ne voglio recare un elenco quale lo dà Erasmo. Si
adoperava adunque lup. Opt Maoo, per Pater; Apollo e Aesculapius per Filtus ,
Christus ; Diana per Virgo; salerà contio, civitas, respuUica per ecclesia;
pei^dueUis per ethnicus; factio per haeresis; Christiana per- sua^siD per fiMs;
proscriptio per excommunicatio ; diris de- volere, aqua et igni interdicere per
excommunicare; legati veredarii per apostoli; flamen dioMs, summus civitatis
praefectus per pontifex romanus (ma ^ìkpontifex era forma pagana ài papa);
patres conscrfpti per consessus Cardinalium; Senatus populusque retpuNicae
christianae per synodiùs gè- neralis; praesides provinciarum per episcopi;
comitia per electio episcoporum; sycophanta per diaboliùs; vates, divinus per
propheta; or acuta divum per prophetiae; tinctura per Mptismus; viciima per
missa; sacrosanctum paniflcium per consecratio corporis dominici; sanctifìcum
crustulum per eucharistia; sacrificulus, sacrorum antistes per sacerdos;
minister, curio per diacomcs; numinis munifìcentia per gratia Bei; manumissio
per absotutio, — Ottiene poi il mas- simo effetto comico un medesimo passo
scritto da Erasmo, prima in stile teologico, poi tradotto in stile ciceroniano.
Ec- colo in stile teologico: « lesus Christus, verbum et Filius aeterni Patris,
iuxta prophetias venit in mundum ac factus homo sponte se in mortem tradidit ac
redemit ecclesiam suam offensique Patris iram avertit a nobis eique nos
reconciliavit ; ut per gratiam fidei iustificati et a tyrannide liberati inse-
ramur ecclesiae et in ecclesiae communione perseverantes post hanc vitam
consequamur regnum caelorum ». — Ora segue la ti*aduzione ciceroniana : «
Optimi maximique lovis interpres ac fllius servator rex iuxta vatum responsa ex
Olympo devolavit in terras et hominis assumpta figura sese prò salute
reipublicae sponte devovit diis manibus atque ita rempublicam suam asseruit in
libertatem ac lovis 0. M. vi- bratum in nostra capita fulmen restinxit nosque
cum ilio re- fi. SABBADmi, Ciceronianismo e altre questioni letterarie. 5
Digitized by VjOOQ IC — 66 — degit in gratiam, ut persuasionis munificentia ad
innocentiam reparati et a sycophantae dominatu manumissi, cooptemur in
civitatem et in reipublicae societate perse verantes, cum fata nos evocarint ex
ha e vita, in deorum immortalium consortio rerum summa potiamur ». — È una
graziosissima satira delle esagerazioni ciceroniane; e Nosopono, il malato di
ciceronia- nismo, non può tenersi dal riderne anche lui. Trattare gli ar-
gomenti sacri in questo modo, dice Erasmo, sarebbe come disfare un mosaico che
rappresenta il ratto di Ganimede e rifare coi medesimi pezzi l'arcangelo
Gabriele. Il Ciceronianus sollevò grandi proteste e indignazioni, com'era da
aspettarsi, in Italia e fuori. Fuori e specialmente in Francia si era menato
scalpore e gridato allo scandalo per un confronto che Erasmo avea, nel catalogo
degli eruditi, fatto tra il Badie e il Budeo; confronto, siamo giusti,
veramente fuor di luogo e fuor di proposito, perchè il Badie infinfine non era
che un libraio e un raffazzonatore e più spesso sconciatore di commenti,
dovechè il Budeo era un ingegno di primo or- dine e originale» L'eco di queste
ire, di questi scalpori si può cogliere minutamente nell'epistolario di Erasmo
(1). Ma dove più -si gridò contro Erasmo fu in Italia e a Roma specialmente; il
che egli avea però facilmente preveduto, perchè l'Italia era stata da lui
direttamente presa di mira : « Ciceronianus meus non paucos offendit Italos,
quod satis divinabam fere » (2). 11 Bembo e il Sadoleto si son tenuti in
disparte e hanno sempre conservato un contegno amico ad Erasmo, da cui erano
avuti in grand'onore, come mostra il giudizio ch'egli ne diede nel suo dialogo.
Ma due dei più simpatici italiani erano stati da lui veramente malmenati in un
modo indegno: il Fontano e il Sannazzaro. Egli li rimprovera di aver troppo
paganeggiato nei loro scritti e in questo non ci sarebbe nulla di male; ma gli
Italiani sì sono sdegnati di espressioni insultanti come queste: del Sannazzaro
avea detto che il suo poema sulla (1) Epist., 969; 975; 982; 999; 1002; 1015;
1105, 1135. Gfr. Lenient, pp. 32-35. (2) Epist., 1082. Digitized by VjOOQIC —
67 — Vergine, se si considera come primo tentativo poetico di un giovane, può
passare, ma per lavoro di un uomo serio gli va preferito il solo inno di
Prudenzio sulla nascita di Gesù (1); e del Fontano diceva che preferiva, al
solito, un inno di Pru- denzio a una nave carica di versi pontaniani (2). Il
Florido, nemico acerrimo dei ciceroniani, ammiratore d'Erasmo, ma però sempre
adoratore della bella forma, come tutti gli italiani, non potè tenersi dal
confutare energicamente il grande critico straniero e dirgli chiaro e aperto
che egli non si potea per- suadere che avesse scritto in quel modo, se non
mosso da livore e, quel che è peggio, da invidia (3). In Italia e in Roma le
vie, i crocicchi, i ginnasi, le chiese, i banchetti risonavano del nome nefando
di Erasmo, com'egli stesso dice, e si facevano congiure di giovani per salvare
l'onore di Cicerone: «Itali in me debacchantur sunt aliquot iuvenes male
feriati qui conspirarunt in Italiae et Giceronis hostem » (4). Pietro Curzio,
dell'accademia romana, scriveva contro Erasmo un libro (5); un certo Longo non
adoperava contro di lui la penna, ma la parola e avea eccitato uno di
Vratislavia a comporre contro Erasmo un libro, che faceva il giro di tutta
l'Italia (6); e un libro contro lui si stampava a Milano (7). Erasmo in uno dei
suoi proverbi avea scritto: « Myconius calvus, velut si quis Scytham dicat
eruditum, Italum bellacem »; ebbene gli italiani aveano interpretato come
offensive quelle parole, le quali provocarono un libro intito- lato : Defensiò
Italiae adversus Era^mum, stampato a Roma e dedicato a Paolo HI. S'era sparsa a
Roma una lettera, piena di scurrilità, finta di Erasmo; s'era pubblicato un
libro col titolo: Cicero relegatus et Cicero ab exilio revocatuSy forse (1)
Dialog. ciceronianus. (2) Epist., 899. (3) Floridus, Lection. succis., Ili, 6.
(4) Erasm., Epist, 1279. (5) Ibi, 1276; 1296. (6) Ibi, 1277. (7) Ibi, 1288.
Digitized by VjOOQ IC — 68 - di Ortensio Landi, nella cui prima parte si
calunniava acre- mente Cicerone e nella seconda freddamente si difendeva; e un
altro libro era in preparazione, che avrebbe portato il titolo di Bellum civile
inter Ciceronianos et Erasmianos (1). In tutto questo tramestio Erasmo vedeva
la mano e l'opera instigatrice, iniqua di Girolamo Aleandro: era sfato lui ad
instigare Pietro Curzio a scrivergli contro (2); era stato lui a pubblicare
prima un libello sotto il nome dello Scaligero (3) e poi un altro sotto il nome
del Boleto (4). — Ma lo Scaligero e il Dolete erano stati veramente gli autori;
di questi due dirò ora qualche cosa. Lo Scaligero e il Dolete rappresentano
l'opposizione della Francia contro Erasmo. Comincio dallo Scaligero. Egli
scrisse contro Erasmo due orazioni, che sono due invettive. La prima è del 15
marzo 1531, scritta da Agèn. Nell'introduzione lo Scaligero si scusa se non ha
potuto confutar prima il dialogo d'Erasmo, « dialogus ille nefarius », perchè
gli arrivò assai tardi. L'orazione si divide in tre pai*ti ; là prima è tutta
una nera calunnia contro Erasmo; lo chiama rinnegato, parassita, correttore di
stampe, spacciando ch'egli scrisse quel dialogo perchè volea distruggere
Cicerone, dopo d'essersi fatto bello dell'imitazione di lui. Nella seconda
parte ribatte le censure personali fatte da Erasmo a Cicerone; nella terza
prova, contro le accuse di Erasmo, che Cicerone è perfetto. Ecco la ragione per
cui dobbiamo seguir sopra ogni altro Cicerone: «non quoniam Cicero non posuit,
damnabimus; sed quoniam dàm- nanda essent, ipsum non posuisse iudicamus » (5).
— Non mi occupo degli epiteti ingiuriosi con cui egli chiama Erasmo: monstrum,
helluo, neì)ulo, canis, parricida, carnifex; quello che mi preme avvertire è
che in quest'orazione lo Scaligero non tratta la question dell'imitazione, ma
fa unicamente l'apo- logia di Cicerone. Erasmo parlò di quest'orazione col
disprezzo (1; Erasm., Epist., 1279. (2) Ibi, 1288. (3) IH, 1205, 1277. (4) m,
1288. (5) luL. Gaes. Scalig., Orat., I, p. 30. Digitized by VjOOQIC che
meritava, dicliiarando che con tal gente, che adoperava gli insulti invece degli
argomenti, egli non combatteva e che del resto nemmeno era questione che gli
apparteneva, perchè egli non avea combattuto Cicerone, ma i ciceroniani (1).
Per vendicarsi di questo disprezzo lo Scaligero scrisse nel 1535 un'altra
orazione, che è più ancora della prima un'invettiva personale e che perciò non
ha interesse per la nostra storia. L'odio dello Scaligero non molto dopo pare
siasi smorzato; infatti nel 4 maggio 1536 (2) scriveva da Agen all'Onfalio, che
gli aveva chiesto di £ar la pace con Erasmo, di esser pronto a farla e
sinceramente, protestando ch'egli si mise in quella polemica non per odio
personale, ma per difesa di un prin- cipio. Non so quanto sia da credere a una
simile protesta; ad ogni modo la riconciliazione dello Scaligero non arrivò a
tempo, perchè Erasmo era morto. Più interessante è il libro del Boleto (3)
contro Erasmo, quantunque anch' egli mischi vergognosamente le ingiurie e gli
insulti alla discussione. È in forma di dialogo, che si sup- pone avvenuto a
Padova tra Simone di Villanova e Tomaso Moro, e fu stampato nel 1535. Esso
comprende due parti prin- cipali; la prima è una difesa del Longolio, che il
Boleto crede essere stato posto in caricatura da Erasmo sotto il nome di
Nosopono. In questa prima parte anzitutto difende il Longolio, dicendo fra le
altre cose che alla religione cristiana hanno recato maggior danno le uggiose e
importune dispute di Erasmo, Lutero e compagnia, che non tutta la paganità dei
ciceroniani. Indi mette a confronto il Longolio con Erasmo, mostrando la superiorità
dello stile di quello su questo e giudicando sfavo- revolmente ad una ad una
tutte le opere di Erasmo. Nella seconda parte del libro si discute diffusamente
sull'imitazione, la quale è necessaria all'uomo e che il Boleto divide in tre
parti: imitazione di parole, di sentenze, di composizione. (1) Erasm., Epist,,
1277. (2) luL. Gaes. Scalig., Epist. et Orationes, pp. 302 sgg. (3) Steph.
Doletus, De ciceroniana imitai, adversus Erasm. prò Chr. Longolio dialogus ;
Lyon 1535. Digitized by VjOOQIC — 70 — Parole: di tutti gli autori latini il
più perfetto è Cicerone, « purissimus linguae latinae fons, flumen, oceanus ».
Cicerone ha parole per qualunque sia ordine di idee; quelle che non troveremo
in lui, prenderemo da altri autori, ma non ci al- lontaneremo da lui,
flnch'egli ci serve. Gli altri si leggano per l'erudizione, Cicerone sopratutto
per la parola. Badisi però che non meritano nome di ciceroniani quelli che
sanno appena riprodurre qua e là quattro locuzioni ciceroniane, sbagliando, se
occorre, la grammatica: «ciceroniani nomen ei tribuam qui Ciceronem diligenter
legerit, qui Ciceronem intus et in cute noverit, qui Ciceronem una lectione non
vorarit aut absorpserit, sed sensim delibarit, degustarit, regustarit, exhau-
serit, beneque concoxerit ». — Sentenze: le sentenze derivano a noi più dalla
natura, che dall'imitazione; ma in Cicerone troveremo l'arte di esporle, di
vivificarle, di adattarle ai sin- goli luoghi ; imparata quest'arte, anche
quelle che desumiamo da lui possiamo invertire e modificare, da parer cosa
nuova ; « in quo imitando quid impedit quin auriflcum industriam atque artem
aemulemur? an si a te bracteam illi accipiant, non eam, si libet, sic immutant
ut nihil formae pristinae maneat? » — Composizione: anche la prosa deve avere
il suo ritmo e in questo è sommo maestro Cicerone; da lui impa- riamo il
temperamento delle vocali e delle consonanti, delle sillabe lunghe e delle
brevi, gli stupendi effetti dell'antitesi. Seguitando quindi il Boleto a
rispondere alle obbiezioni fatte da Erasmo nel Ciceronianus, mostra come
Cicerone sia atto a tutti gli ingegni e a tutti gli argomenti : le condizioni
della vita moderna non sono press'a poco le medesime dell'antica? « tulliano
eloquio qui abundet, latum habet perpetuo campum in quo tuUianam phrasim apte
commodeque et profundat et explicet ». Scrivendo di cose sacre, le parole che
non si tro- vano in Cicerone si desumano giudiziosamente da altra fonte, ma
non. si perda mai di vista l'efl^ìcacia, la robustezza, la pru- denza,
l'acutezza ciceroniana. Cicerone stesso tolse per la filo- sofia parole dal
greco : « ciceroniana imitatio verborum reli- gione non continetur ». Né ci si
dica che il ciceroniano manchi di varietà; come il cuoco sa dare vari sapori
alla medesima carne, cosi noi possiamo adattare a mille diversi argomenti il
Digitized by VjOOQIC — 71 — materiale linguistico di Cicerone : « qui in
Cicerone versatur, eadem semper verba usurpet necesse est, sed ad rem susceptam
ita diverse accommodata ut simul latine, pure, eleganter, proprie, apte,
ornate, copiose, denique tulliane loquatur et varie, ut nihil repetitum aut
plus semel dictum iudices ». Anche imitando Cicerone, nulla ci impedisce di
formarci uno stile personale e che sia la vera espressione dell'animo nostro: «
auferetne liberam quae sentimus et animo agitamus dicendi atque scribendi
facultatem divinus ille romanae eloquentiae parens, cum nos verborum copia,
schematum cumulo, senten- tiarum gravitate, numerorum oratoriorum suavitate
instruit? » Quanto alla corruzione dei libri di Cicerone, il Boleto osserva che
ormai per opera dei grandi critici, il Valla, il Poliziano, il Budeo, il
Longolio, furono restituiti alla loro primitiva ge- nuinità; e quanto
finalmente alla paganità dei ciceroniani, nota che sono tutt' altro che pagani
il Sa dolete, il Bembo, il Longolio. Si deduce dal lungo e assai noioso dialogo
che il Boleto era ciceroniano, ma non fino alla superstizione, giacché egli am-
mette che si possano adoperare parole di Terenzio, quando siano appropriate
alla prosa, e di altri scrittori, purché siano di quelle ammesse alla
cittadinanza romana, né per troppa antichità, come il vino, inacidite; e che T
imitazione cicero- niana non consiste tanto nelle parole, quanto nell'arte : «
Cice- ronis imitatio non tam verbis constat, quam artis expressione diflOinitur
neque ciceronianus videtur qui anxie magis verba Ciceronis emendicat, quam
reliqiias illius virtutes in dicendo sequitur » (1). Producono effetto
veramente comico due intestazioni di let- tere messe a riscontro dal Boleto,
per mostrare la differenza tra lo scrivere misurato e parco del Longolio e la
verbosità d'Erasmo. Intestazione del Longolio: « Christophorus Longolius
Francisco Valesio regi salutem ». Intestazione d'Erasmo: « In- clito,
virtutibus omnibus illustrissimo victoriisque inflnitis cla- rissimo atque
omnium potentissimo Ferdinando Bohemiae regi (1) J}e ciceron. imitatione, p.
119. Digitized by CjOOQIC — 72 — sef*vus humillimus et vermiculus terrae
pauperculus monachus Erasmus retócto post tergum cuculio reverenter et cum omni
humilitate sai. plur. dicit ». Contro il Boleto, il caeritus Alcmaeon, difese
Francesco Florido il criterio stilistico d'Erasmo. Divide rettamente la lingua
latina in tre periodi: Tarcaico con Plauto per rappre- sentante; il classico
con Cicerone; e il periodo di Plinio, nel quale comincia la decadenza. Gli
autori tutti del secondo pe- riodo e i migliori del primo e del terzo devono
essere presi come modelli di scrivere latino, badando però di non arrivare più
giù di Quintiliano; ma se faccia di bisogno, è meglio ado- perare una parola
anche di Lattanzio, di Boezio, che designare l'idea con una troppo lunga
perifrasi. L'imitazione del solo Cicerone è una pazzia ignota agli antichi, i
quali imitavano, e Cicerone stesso ne è una prova, non un solo, ma i migliori.
E seguita ripetendo i medesimi argomenti d'Erasmo e accen- dendosi di quando in
quando di ira contro il Boleto, degno, com'egli dice, di essere soffocato lui
nello sterco, che chiamò sterco tutti gli autori latini, meno Cicerone. Volendo
cercare le ragioni per cui vomitò quella sua tragoedia contro Erasmo, ne trova
due: l'una di farsi un nome, attaccando un illustre letterato ; l'altra di
garantire lo smercio dei suoi commentari della lingua latina, i quali essendo
stati compilati sulle rac- colte ciceroniane di Roberto Stefano (1) e del
Nizolio (2), avrebbero perduto ogni valore se fosse invalso il principio
eclettico propugnato da Erasmo. In queste sue note il Florido provoca il
Boleto: tutto il suo dialogo, egli dice, non è che una filza di ciance vane e
insulse; «quae.nisi vera sunt, habebit ipse se purgandi locum, si et nostro de
vulnero san- guinem sequi credet et eodem mihi quo illi pretio sai perhi- betur
» (3). Questo scriveva il Florido nel 1539; l'anno appresso il Boleto rispose
alla provocazione con un libro intitolato: (1) RoB. Stephanus, Latinitatis
thesaurus^ 1536. (2) NizoLius, Giceronianus apparatus et in Ciceronem
observationes , 1535. (3) Fr. Florid., LecHones succis,, I, 2 e 4. Digitized by
VjOOQIC — 73 — De imitatione ciceroniana adversus Floridum. Si compone di due
parti: nella prima riassume quanto dell'imitazione avea scritto nel dialogo
contro Erasmo; la seconda è un'invettiva temeraria, invereconda, nella quale
chiama barbaro il latino del Florido, lo accusa di immoralità e di furti
letterari. Infine si trovano alcuni epigrammi, di cui eccone uno per saggio:
Quid Floridus? comedo, heUuo, lurco, venter, ganeo^ gerro, invidia, maledicum,
iners, bardus, terrae pondus inutile, dolus, scelus, pestis. n Florido replicò
molto più moderatamente del suo avver- sario con un opuscoletto
mìì\jcAdi\/ò:\Adversus Boleti calumnias, stampato nel 1541 a Roma, nel quale lo
taccia di aver cam- biato, come si dice, le carte in mano, pei*cbè doveva
parlare di imitazione e invece parlò dei nemici di Cicerone; ora il Florido si
protesta anzi ammiratore di Cicerone e che per difenderlo incontrò non poche
inimicizie. E qui finisco, perchè con questo strascico di lotta tra il Dolete e
il Florido s'è già oltrepassato l'anno della morte di Erasmo, la quale avvenne
nel 1536. Con la morte sua sostò la guerra ciceroniana e sosto anche io. La
guerra si rinnovò qualche tempo dopo fra gli epigoni: il Ramo dall'una parte,
il Garpentario e il Perionio dall'altra, e più tardi fra il Ricci, il
Camerario, il Lipsie ed Enrico Stefano (1); ma quelle lotte non hanno più
importanza ; gli anticiceroniani e i ciceroniani ripetono argomenti e insulti
che noi già conosciamo da un pezzo. Ormai tutte le maniere stilistiche del
periodo degli uma- nisti sono esaurite; m inaugura una nuova fase della lingua
latina, che fu e forse sarà per sempre l'ultima, in cui essa accolse le nuove
parole delle lingue moderne e diventò lingua scientifica universale. Il regno
della forma, il ciceronianismo era inesorabilmente finito con la metà del
secolo decimosesto ed era tempo che la forma cedesse il posto alla sostanza.
Pro- duce grande impressione, ma non inaspettata in chi ha seguito le
vicissitudini del ciceronianismo, sentirne la condanna pro- nunciata
pacatamente e con sicura convinzione da quel grande (1) Lbnient, pp. 50-64.
Digitized by VjOOQIC — 74 — ingegno che fu il Mureto, il quale del resto fu uno
dei più felici ed eleganti cultori della forma latina. Egli che altrove avea
chiamato gazze e pappagalli i ciceroniani (1), in una let- tera del 1556
ragionando della corruzione dei testi antichi afferma che il lavoro veramente
durevole e apprezzato dai posteri è il lavoro di emendazione e dilucidazione
dei classici, è la critica dei testi; e che del gran plauso, che ottennero gli
eleganti latinisti del principio del secolo e lo stesso Bemho, non dura nemmeno
l'eco: chi legge oggidì quei poemi, quelle orazioni, quelle epistole tanto
afiTettate nella forma? chi prende più in mano i libri del Bembo? di lui
sopravvive ancora qualche lucubrazione intesa ad emendare i testi antichi, ma
nuiraltro(2). È una condanna severa, ma giusta e tanto più grave e solenne,
quanto è più autorevole lo scrittore che Tha profferita. Il regno della forma è
finito e quello della critica comincia. Ciò che del resto in tanto rimescolio
di passioni, d'ire, di partiti, come si son veduti in questo ultimo periodo del
cice- ronianismo, più d'ogni altra cosa ci fa meraviglia, è la calma sicura e
il silenzio dignitoso di Erasmo; non rispose a nessuno; l'obbligo suo era compiuto:
lanciò il libro nel mondo; guardò tranquillamente all'effetto che vi produsse e
tacque. Forse gli rincrebbe vedersi dai più scambiata la questione; egli aveva
combattuto l'imitazione ciceroniana e gli avversari l'aveano accusato di movere
guerra a Cicerone: in una questione di principio si era voluto vedere una
questione personale. Erasmo volle dare una testimonianza di affetto a Cicerone
e una sod- disfazione agli avversari; e vegliardo, appena due anni prima di
morire, cosi scriveva nella prefazione alle Tusculane: « Me vero, tametsi iam
vergente aetate, nec pudebit nec pi- gebit, simulatque extricaro me ab bis quae
sunt in manibus, cum meo Cicerone redire in gratiam pristinamque familiari-
tatem, nimirum multis annis intermissam, renovare menses aliquot. » (1) MuRET., Orai, et Epist, I,
p. 152; II, p. 64; cfr. I, p. 274; e Yariae Lectiones, XV, 1. (2) MuRET., Orat,
et Epist, II, p. 158. Digitized by
VjOOQIC — 75 — IL Sul coniar nuovi vocaboli latini. Il nuovo indirizzo
letterario iniziato genialmente dal Pe- trarca si oppose naturalmente sin dal
principio alla barbarie medioevale e quindi ai barbarismi della lingua latina;
e dal latino scolastico a quello del Petrarca ci è difatto un abisso, n
Petrarca attingeva il suo latino a purissime fonti: a Cice- rone, a Vergilio, a
Livio; vi si trova un po' troppo di Seneca; ma che si potea pretendere dal
fondatore della miova latinità? E cosi di barbarismi e di neologismi non va
scevro nemmeno il Petrarca; ma bisogna dire che ne ha molto meno di qualche
scrittore che venne dopo di lui e che trovandosi in condizioni letterarie
migliori avea l'obbligo di adoperare un latino più puro. D'altra parte la
questione non fu posta e nemmeno sor spettata dal Petrarca, il quale in questo
riguardo faceva, non disputava. La questione fti posta poi e ciascuno o
tacitamente la presupponeva risoluta a modo suo o espressamente la trat- tava,
dandole quella risoluzione che più credesse opportuna. Il campo si divise in
due partiti: l'uno di quelli che ammet- tevano si potessero coniar nuovi
vocaboli latini ; l'altro di quelli che assolutamente non l'ammettevano. C'era
poi il partito dei conciliatori, che cercava di mettere d'accordo le due
opinioni estreme. I due partiti estremi hanno anche la loro ragione storica nei
due principali periodi dell'umanismo: l'uno il pe- riodo dell'originalità, che
va fino oltre alla metà del quattro- cento; l'altro il periodo dell'imitazione.
Nel primo di questi periodi gli umanisti aveano bisogno di nuovi vocaboli,
perchè a loro la lingua latina era lingua viva; del volgare, che disprez-
zavano, non si servivano; la lingua latina si adoperava nelle orazioni, nelle
corrispondenze, nelle scuole, nelle conversazioni; è perciò naturale che nel
continuo maneggiarla essa non re- stasse sempre pura; e dall'altra parte per
quanto fossero ro- mani in tutto non potevano affatto sottrarsi all'azione del
vol- Digitized by VjOOQIC — 76 — gare, che aveano succhiato còl latte, e al
contatto col volgo, che di latino non ne sapeva ; e poi l'influenza del secolo
loro dovea pur farsi sentire, né potevano esser tanto pagani, che del loro
tempo non restasse in essi traccia alcuna. Si aggiun- geva poi la genialità di
qualche umanista, che a nessun patto avrebbe rinunziato, anche adoperando una
lingua morta, a trasformarla del suo, in modo da imprimerle una impronta
originale ; e quindi a coniar nuovi vocaboli e a piegar la sin- tassi a nuovi
costrutti. Chi avrebbe potuto negare a Poggio questo diritto? Glielo negò Fetà
posteriore; ma quell'età non era più originale, essa viveva tutta d'
imitazione, la quale toccò il colmo coi cicero- niani, che non ammetteano nei
loro scritti nessun vocabolo, se non era di Cicerone. Non si può negare che
tanto in Poggio quanto nel Bembo, corifeo dei ciceroniani, troviamo i due
estremi; ma hanno tutti e due la loro ragione storica. Del resto se noi
dovessimo giudicare fra i due, sceglieremmo Poggio: qui abbiamo la lingua
latina che ha trovata una nuova forma, la quale storicamente ha tanto valore
quanto ne ha quella delle orazioni di Cicerone e quella della genesi nella
Volgata. Non sarà male sentire come la presente questione è risoluta da un
umanista stesso e sceglieremo, p. es., il Florido (1). Ecco come la discorre il
Florido: « nostro seculo vehementer Inter doctos ambigitur liceatné bis temporibus
novas voces inducere. » Il Pontano, Ermolao Barbaro, il Gaza si sono presa una
certa libertà nel formar nuove parole: chi li biasima, chi li loda. Il partito
moderato invece ritiene che si possano ap- plicare nuovi vocaboli solo alle
nuove idee: « rebus tantum recens emergentibus nomina indi posse; » e biasima
quelli che al tempo nostro chiamano le cose con nomi diversi dei ro- mani. Che
sinché la lingua latina era viva, la si poteva ar- ricchire di nuovi termini;
ora è impossibile; eppure i latini stessi in questo erano assai cauti. E qui il
Florido con molti esempi mostra quanto parco fosse Cicerone neir ammettere
nuovi vocaboli, anche dove la lingua latina ne avea di biso- (1) Apologia in
ling. lai. calumniatores, pp. 68-71 . Digitized by VjOOQIC — 77 — gno. Del
resto, conchiude il Florido, quando vi sia assoluta necessità di coniar nuove
parole, si mitighino con le seguenti formole: ut ita dicam; sic dixerim; si
licei dicere; quodam- modo; permittite mihi sic. Voglio ora dare un saggio di
neologismi, che ho notati qua e là a caso, leggendo le opere degli umanisti.
Non è che un saggio e nemmeno ordinato secondo un criterio prestabilito, ma
cosi come viene. Sarebbe facile accrescerlo di assai, ma non avrebbe grande
importanza, giacché a confermare il fatto bastano le prove seguenti: Poggio. —
In una sola lettera, al Niccoli, si trovano i se- guenti neologismi: quindena
(femminile singolare); certificare; frustecula; vendantur; solemniis
(ablativo); insigniis (abla- tivo); exemplariorum; circumvicini; abiet (per
abibit)\ digni- ficare; lihruncula castratelli; decoMrum. Antonio da Rho. —
Ecco i neologismi che si trovano nel suo libro De imitatione: aliqualis;
aliqualiter; appodiare; diversimode; avisare; bancaìia; tregua; ridiculose;
parifor- miter; intrinsecus, extrinsecus (aggettivi); respoliatus; phi-
locaptus; induciari ; parvissima ; inflteri; defiteri; complices; rancor;
unu^quisquelihet; pelliparius ; pensionarius; instan- tia (nome);
praesentialiier ; recommendaticius;Yiperia; tri- butar; granellum; deitas.
Valla. — Il Valla stesso, Tacerbo e instancabile persecutore degli scrittori
che ammetteano barbarismi, e lo sanno appunto i due citati di sopra, Antonio da
Rho e Poggio, ammette neo- logismi anch' egli e proprio nel libro dove meno ce
lo aspet- teremmo, cioè nelle Eleganze. Ecco quanti ve ne ho trovato:
deornamentum; asciticius; substantivare ; ignorative; tra- ditu dignissimus;
per subintellectionem; pra^animosus; qui persicasus est. — Altre parole o rare
assai o usate in altro senso : magis momentosum per maioris momenti ; digesti-
bilis; modifìcatus. — Del resto è difficile coglierle il Valla, da questo lato,
in fallo; che altro ci sarebbe da dire sulla pu- rezza del suo stile, alla
quale però non teneva gran fatto. Ognibene Leoniceno. — Aptitudo; moderniores;
apostro- pìiare; correspondere ; virtuosus; intrinsecus (aggettivo) si
incontrano nel suo commento al Laelius di Cicerone. Digitized by VjOOQ IC — 78
— Giorgio da Trebisonda e Teodoro Gaza. — Costoro nelle traduzioni dal greco
dovettero foggiare nuovi vocaboli, per supplire in qualche modo alla ricchezza
greca. Ecco come dice del Trebisonda il Poliziano: « libros eos(gli Animali di
Ari- stotele) sic Georgius Trapezuntius luculente vertit, ut vel red- ditis
quae apud veteres invenerat vel per se ójenuo fìctis ex- cogitatisque vocabulis
latiam prorsum indolem referentibus, vitio factum nostro primus, ut opinor,
iuniorum docuerit, cur ipsi minus multas quam Graeci rerum appellationes habea-
mus » (1). E di Teodoro Gaza scrive Ermolao Barbaro (2): « is si diu- tius
vixisset, linguam latinara hac quoque parte lòcupletasset ». — n Giovio (3) lo
loda, perchè seppe con molta finezza fog- giare nuove parole latine: «
Hisiorias Aristotelis de anima- libus et Theophrasti de plantis ita latinas
fecit ut romanae linguae facultatem, cum nova vocabula solerter eflìngeret,
audaci sed generosa translatione locupletarit ». — Cosi adoperò Ermolao
Barbaro, il quale « instrumentum verborum incude nova fabricatur », come dice
il Poliziano (4); anzi confessa egli stesso di avere coniato del suo una decina
di vocaboli nella versione di Temistio. « Quoniam negari non potest incidere in
philosophia locos, quibus explicandis fingere aut novare quae- dam necesse sit
idque et M. TuUius et omnes veteres conce- dunt Decem summum circiter verba
opere toto comperies, quae arrepta de foro dici non possint atque horum
etiamnum aliqua iam latinis auribus trita desumpsimus, aliqua ipsi pe- perimus
» (5). Un composto da lui foggiato è cupedivora. In Pomponio Leto il Poliziano
ha notato: grcueulaUm et sturmatim (6); nel Poliziano, che pure è tanto esatto,
io ho trovato: brevtusculus ; funditator; lignipes; ineliqualitus;
superductidus ; pulpiterius ; reformidabilis; abstrigiUo; exemr plarius. (1)
Miscellan., 90. (2) PolitiaNm Epist, lib. XII. (3) Elogia doctor. vir., 26. (4)
Miscellan., 90. (5) PoLiTiAN., Epist, lib. XII, p. 419. (6) PoLiTUN., Epist,
lib. 1. Digitized by VjOOQIC — 79 — Beroaldo. — Questo autore è tutt'altro che
scrupoloso; ma il suo stile è già una mostruosità anche per i contemporanei;
sicché non è da far le meraviglie se egli conia vocaboli, p. es.: secretarius;
compater; commater; galleria; sclopus; giran- dola. Talvolta però in
descrizioni dove entrino oggetti moderni domanda il permesso. Fontano. — Nel
suo dialogo Charon abbiamo questo diverbio tra Menicello (il grammatico
Mancinelli) e Mercurio: Men. Ricordati di rimproverare acerbamente Antonio
Panormita, che adoperò erroneamente il diminutivo epistolutta. Mere, E io, caro
Menicello, a nome del Panormita ti rispondo che la lingua italiana non solo ha
formato molti nuovi diminutivi, ma anche certi peggiorativi ; sicché io di
incarico del Panor- mita ti saluto per grammaticonem. — Il Fontano perciò am-
metteva i neologismi, guidato specialmente dall'analogia della lingua italiana:
fenomeno questo di grande importanza; e più di tutto i suoi neologismi sono,
com'egli stesso per bocca di Mercurio afferma, diminutivi. Ne scelgo alcuni
dall'altro suo bellissimo dialogo, VAntonius: pilleatulus , suffarcinatulus,
fritillus, frustillum, anaticulus, superstiliosulae, hirquitulus. Altri
neologismi, tratti dal medesimo dialogo: asserena scit, campana,
labirynthipleayia (attribuito al Panormita), prae^wm- ptonem, septicipitem,
perpallavit, evomius. Si noti poi questo passo, dove si parla del fracasso
notturno di Euforbia mere- trice: « clamat, inclamat, frendit, dentitonat,
hinnifremit, rixatur, furit; veru, pelves, patinas iaculatur, Utionatur, can-
delabratur: novis enim vocibus novus beluae huius furor ex- primendus est. »
Nelle sue poesie poi, dove con una originalità non conosciuta né prima né poi,
se si eccettui forse il Poliziano, innestò sul vecchio tronco latino il nuovo e
vegeto pollone italiano, ricor- rono più frequenti i neologismi. Ecco qualche
esempio: lube isthaec tibi basiem labella Succiplena, tenella, mollicelJa.
Suge, canam tibi naeniolam : ne naenia nonne Nota tibi, nate, est naenia
naeniolaì Digitized by VjOOQ IC — 80 — intortis tantum laudata torallis.
Brasiculisque apioque ferum nucibusque coronant. Eppure il Fontano tanto largo
con se di iieologismi^ era inesorabile con gli altri. Mi basta riferire la
critica da lui fatta a Leonardo Bruni , per la nuova parola coincidentiay
adoperata nella significazione di iato. Quale scrittore usò mai questa parola?
domanjia il Fontano; non è latina certo, né se fosse latina significherebbe
quello che il Bruni vuole. Ma sup- posto che ci fosse, dovrebbe derivarsi da
cum e incido: o è incido da caedo^ che vale tagliare, e questo non ha che fare
con l'iato di due vocali ; o è incido da cado, che vale urtare contro, e
nemmeno questo verbo può riferirsi a due vocali che si incontrano. Si aggiunga
che il cum non si prepone mai a verbi composti già con la preposizione in;
quindi non si dice coinvenio, coinhaereo, coinTidbito, coindoleo, coinfero e
simili. Fa eccezione coinquino ; ma inquino o è un verbo semplice, o^ se è
composto, le sue parti non si discernono; e il verbo cunio infatti, da cui
vogliono alcuni grammatici deri- vare en^w^no, non era in uso nemmeno al tempo
di Cicerone. Io per me credo, conchiude il Fontano, che gli antichi dissero non
coinquinare ma conquinare, come convenire, conferre e che per rozzezza dei
tempi da conquinare si sia fatto coin- quinare. Sarebbe dunque più tollerabile
il Bruni, se avesse scritto concidentia, da concido, composto di cum e co/lo ;
quan- tunque neppure il verbo cadere si potrebbe applicare all'in- contro delle
vocali. Tanta scrupolosità del Fontano mostra, non foss' altro, due cose: runa
che gli umanisti prendevano molto in Sul serio la questione del coniar vocaboli
nuovi; l'altra che nel coniarli tenevano grandissimo conto dell'analogia. (1;
PoNTAN., Be Aspiratione, li, 1. Digitized by VjOOQIC — 81 — HI. Lotte fra i
Latini e i Oreci. Per quanto gli umanisti italiani abbiano promosso lo studio
del greco, non si può negare che essi erano e si sentivano sopratutto latini; e
il Petrarca chiama solitamente nostri i Latini in contrapposizione ai Greci
(1). Ma questo sentimento innato e comune negli Italiani, che erano i Latini
nuovi, per motivi particolari fu tramutato ben presto in gelosia fra Latini e
Greci. I Greci che venivano di Costantinopoli erano ordi- nariamente rozzi a
petto dei colti Italiani e nella loro rozzezza molto presuntuosi. Gli Italiani
se ne giovavano, perchè aveano bisogno della loro lingua, ma non poteano
tenersi dal disprez- zarli (2),. e coglievano qualunque occasione per
contraddirli, come si vede dal seguente fatto, che è raccontato dal Picco-
lomini. Ugo Benzi da Siena, famoso medico e destro dialettico, una sera in Ferrara
invitò a una cena, alla quale assisteva anche il marchese Nicolò, tutti quei
filosofi greci che si tro- vavano allora in quella città con Eugenio papa per
il con- cilio (1438). Il Benzi, finita la cena, seppe destramente tirar la
discussione su alcune proposizioni, in cui appunto Platone e Aristotele
divergevano, offrendosi di difendere quella delle due parti che i Greci
presenti impugnassero. I Greci accet- tarono, ma dopo una disputa accanita di
parecchie ore il Benzi ad una ad una confutò vittoriosamente tutte le loro pro-
posizioni. « Che nelle arti della guerra — soggiunge il Picco- lomini — e
nell'onor delle armi i Latini abbiano superato i Greci, è fatto antico; al
nostro secolo era riservato anche di superarli nella scienza e in ogni ramo di
dottrina » (3). Noi (1) luL. ScHÙCK, Aldus Manutius, p. 12. (2) PoNTAN., Opera,
Lyon 1514; pp. 171-172; cfr. Burckhardt, La Ri- nascenza italiana, trad.
francese dello Schmitt, Parigi 1885; I, p. 241 e nota 1. (3) Aeneas Silv.
Piccolom., Opera, Basii. 1571 ; pp. 450451. R. Sabbadiui, Ciceronianismo «
altre questioni letterarie. 6 Digitized by VjOOQIC — 82 — non ci facciamo
mallevadori della veridicità del Piccolomini in questa narrazione, ma teniamo
conto del sentimento, di che fa splendida testimonianza. E allora possiamo
imaginare il re- more che deve avere menato il Poliziano, « eius gentis
(graecae) ingeniis infestus » (1), del trionfo ottenuto sul greco Galcondila,
il quale dovette ritirarsi dall'insegnamento e più tardi da Firenze, quando vi
professava il Poliziano, che oscurò e mise a tacere il rivale (2). E il
Poliziano che delle proprie lodi non è mai parco a se stesso, se ne gloria in
una lettera al re Mattia. « Questo solo dirò, che io professo da parecchi anni
lettere latine con gran plauso, come tutti sanno; e non basta, ma anche lettere
greche alla pari coi Greci, il che non so — mi si perdoni l'audacia — se sia
toccato a nessun altro Latino da mille anni a quest'oggi » (3). E i Greci non
la perdonarono mai al Poliziano, che non osando attaccarlo vivo, lo
calunniarono in mille modi dopo morte: « nam fumantem vivi leonis nasum nemo
impune te- tigit », dice il Barth (4). Fra gli autori* latini il più stimato
dagli umanisti italiani e il più osteggiato dai Greci era Cicerone. Il
Petrarca, che nel profferire un giudizio sulla preminenza di Cicerone o
Demostene si tenne di solito riservato, lo disse poi chiara- mente nel Trionfo
della Fama: Quest' è quel Marco Tullio, in cui si mostra Chiaro quant' ha
eloquenza e frutti e fiori. Dopo venia Demostene, che fuori È di speranza ormai
del primo loco. Non ben contento de' secondi onori (5). Il Boccaccio, seguendo
ed esagerando, com'era suo costume. (1) lovius, Elogia^ 28. (2) Ihi, 38, 29.
(3) Meiners, Lebensbeschreibungen etcZùrich 1795-1797; II, pp. 121-122. (4) Ibi,
p. 177. (5) III, 19-24. Digitized by VjOOQIC - 83 — i giudizi del Petrarca,
ripeteva con Valerio Massimo, che Cice- rone superò tutti gli oratori antichi e
oscurò la gloria di Platone, Eschine , Demostene. E già Seneca diceva che in
Ci- cerone Roma rivaleggia con la Grecia e la vince. Brunetto Latini lodava
Cicerone come il più grand'oratore del mondo, li miex parlans hom du monde, e
un grammatico contem»- poraneo del Petrarca e da esso citato lo chiamava il dio
del- l'eloquenza (1). Dietro queste considerazioni sarà più agevole intendere
l'in- teresse e l'accanimento che posero gli umanisti nella celebre e pur tanto
infruttuosa — come troppe altre — questione suirèvTeX^X^ict aristotelica. La
suscitò l'Argiropulo, bizantino, il più dotto forse fra i Greci venuti in
Italia, ma bisbetico, vanitoso, intrattabile e troppo famoso come bevitore e
man- giatore (2), il quale, per dare sfogo alla sua smania di mordere, attaccò
un giorno l'autorità di Cicerone, sdegnatosi che avesse scritto che la lingua
greca è più povera di vocaboli della lingua latina : « nos non modo non vinci a
Graecis verborum copia, sed esse etiam in ea superiores » (3); e volle
dimostrare, per rivendicare il dovuto onore ai Greci, che Cicerone era un asino
(4), e che ignorava non solo la filosofia , ma anche la lingua greca. L'assunto
era un po' difficile a provare, ma l'Argiropulo colse Cicerone véramente in
fallo, sull'interpre- tazione della èvTcXexeia aristotelica, che Cicerone
confuse con èvòeXéxeia, spiegandola perciò come una continuata motto (5);
dovechè èvreXéxeia, dice l'Argiropulo, significa perfectio, con- su7mnatio. Del
medesimo parere dell'Argiropulo è il Filelfo (6), suo grande ammiratore. (1)
HoRTis, Studi sulle opere latine del Boccaccio^ Trieste 1879; pp. 441-442. (2)
P. lòv., Elogia, 27. (3) De finibus, III, 2, 5. (4) P. lov. Elogiay 27. (5)
Tusculan. disp., I, 22. (6) Philelph., Epist, Venezia 1502, p. 264 e 94. — Del
resto sul- révT€Xéx€ia o èvò. si scrivono dissertazioni ancora oggidì; cfr.
Jahres' bericht fùr Alter thumswiss., XIII, Jahrg. 1S85, Heft I, Abth. 1, pp. 7
sgg. Digitized by VjOOQIC — 84 — Il Poliziano fece una vivace difesa di
Cicerone (i), mostrando con le testimonianze di stima rese all' autorità di
Cicerone dagli antichi, quale temerità fosse attaccare un si grand'uomo. Quanto
alla questione del ò o del t nella parola èvieXe'xeia non potersi decider
nulla, per il cattivo stato in cui sono i codici di Aristotele; e quanto
airinterpretazione della parola, se Cicerone avesse voluto darle una nuova
significazione, chi gliene farebbe colpa ^ uomo dotto e autorevole com'era? Del
rèsto Cicerone conosceva tanto il greco, ch'egli ha saputo tro- vare che
qualche parola latina , p. es. convivium , esprime meglio l'idea della
corrispondente greca (JuilittócTiov e che di qualche altra, come zneptus, i
Greci non hanno affatto la cor- rispondente. . Ma al Poliziano più che la
difesa particolare di questa ac- cusa, sta a cuore la questione generale, che è
questione di nazionalità : « vix dici potest quam nos aliquando, idest latinos
homines, in participatum suae linguae doctrinaeque non li- benter admittat ista
natio (graeca). Nos enim quisquilias
tenere • litterarum, se frugem; nos praesegmina, se corpus; nos puta- mina, se
nucleum credit ». E si sdegna nel pensare al tempo ch'egli
era scolaro dell'Argiropulo, quando accoglieva religiosa- mente come oracoli
tutte le scempiaggini che colui gli con- tava. Ora però che se ne è accorto,
mette in sull'avviso tutti i latinisti: « meas esse partes et item cuiuscunque
latini pro- fessoris existimavi Ciceronis gloriaro, qua vel maooime contila
Graecos stamus, etiam vice capitis omni contentione defen- sare ». Più tardi,
nel maggio del 1494, il Poliziano ne scriveva in proposito a Pico della
Mirandola (2) , a cui domandava il proprio parere sul modo di scrivere la
parola èvieXe'xeia. E prima ne avea scritto anche ad Ermolao Barbaro, al quale
questa parola rubava i sonni e che sul modo di scriverla opi- nava che la forma
originaria fosse col ò e che nell'attico poi assumesse il t (3). (1) Miscellanea^
1. (2) PoLiTiAN., EpisU, Xll, 1. (3) Ibid. Digitized by VjOOQIC — 85 — Trattò
la questione poi in favore delFArgiropulo il Budeo (i), il quale dice del
Poliziano che combattè TArgiropulo « magis ut se ostentaret, quam causae
fiducia fretus ». Contro il Budeo lottò Francesco Florido (2). Il Florido
divide in due la que- stione. Prima dimostra che ai Greci mancano, secondo il
giu- dizio di Cicerone, alcune parole che hanno i Latini, come inepius e
innocens; e si ride di tutte le parole greche che il Budeo tentò di sostituire
a quelle due latine cioè àvdpinocyToq, àireipÓKaXo^ , àTri0avo<j, (JKaió^,
jLidTaio<j, depuri^, àireoiKÓ^ a ineptus; oiKaKo^, €Òyviu|liujv, èmeiKfi^,
òaio^, KaGapaeuwv a in- nocens. E seguita, adducendo esempi di Cicerone, a dimostrare
che i Latini certe idee le esprimevano meglio dei Greci, come insania meglio
che juavia, furor meglio che jtieXaTXoXia (3), aegritudo meglio che 7Td0o^(4),
divinatio meglio che jaav- TiKf) (5). Passa quindi alla questione
deirevieXexeia, ma tenendo altra via dal Poliziano, il quale si era
accontentato di lasciare la questione in dubbio per la forma della parola,
accordando a Cicerone il diritto di dare a quel vocabolo un diverso signi-
ficato. Il Florido pare più sicuro della propria causa e vuol provare al Budeo
che Cicerone ha benissimo interpretato la parola e che èvieXéxeia non è altro
che la forma attica di èvbeX^X^ici. Da ultimo la questione AeWineptus ,
delVinnocentia e del- rèvT€Xéx€ia fu trattata anche da Cesare Scaligero in una
lun- ghissima lettera e che pure non è intera (6). La lettera è divisa in tre
parti : nella prima discute minutamente i vari significati delle parole aptus,
ineptus e delle corrispondenze greche, che furono proposte. Nella seconda in
riguardo della parola innoceniia^ di cui i Greci non hanno la corrispondente,
sciorina una lunghissima serie di vocaboli latini, di cui il (1) De Asse,
Venetiis 1522; 1, pp. 9-12. (2) Apologia ling, lat, pp. 65^7; 71-75. (3) Tuscul
disp., Ili, 11. (4) Ibi, III, 7. (5) De divinai., I, 1. (6) luL. Gaes. Scalig.,
Epist et oraiion., Lyon 1600; pp. 413475. Digitized by VjOOQ IC — 86 — greco
non possiede gli equivalenti. La terza, che dovea trat- tare deirèvT€Xéx€ia, è
quella appunto che manca. Lo Scaligero conosce la questione come fu dibattuta dalPArgiropulo,
dal Poliziano, da Ermolao Barbaro e dal Budeo; ma non mostra di conoscere
l'articolo del Florido. I detrattori di Cicerone erano, come abbiamo veduto, i
Greci, con a capo FArgiropulo; Teodoro Gaza ci aveva anche la sua parte (1), e
con lui Giorgio da Trebisonda, il Marnilo e il Musuro, « quibus invisus est
Cicero », come dice Erasmo (2). Giano Lascaris avea pure composto tre epigrammi
contro Ci- cerone (3) per vendicarsi dell'aver egli detto nelle sue Tuscu- lane
{A) che i Romani furono più originali dei Greci, e due contro Vergilio (5), a
cui non sapea perdonare di avere scritto: crimine ab uno disce omnes; e Umeo
Danaos et dona fé- renies (6). Coi detrattori greci fecero causa comune gli
stranieri e si è già veduto il francese Budeo difendere TArgiropulo. Il Budeo
avea inoltre affermato che i Latini aveano preso tutto dai Greci e che
mancavano d'ogni originalità (7). A questo bisogna aggiungere l'inglese Pacco,
che nell'opera De docirinae fritciu pone, riguardo all'originalità, parimenti i
Romani assai al di- sotto dei Greci, specialmente nella storia, nella filosofìa
e nel- l'eloquenza (8). Tanto più dunque gli Italiani sentono che la difesa è
proprio una questione di nazionalità. Cosi la intese il Poliziano, cosi il
Pontano, ma più di tutti il Florido, il quale, mentre difende l'accusa parziale
dell'Argiropulo contro Cicerone, mette insieme tutte le altre accuse contro i
Romani e fa addirittura la difesa della lingua latina contro la greca, tirando
in campo anche due antichi, Plutarco e Macrobio, quello perchè nel suo giu- (1)
PoLiT., Miscellan, 1. * (2) Ciceronianus, Napoli 1617, p. 113. (3) Florio.,
Apologia, pp. 63-65. (4) Tuscul, I, 1. (5) Apologia ling. lat., pp. 80-86. (6) Aen., Il, 65, 49. (7)
Florio., Apologia, pp. 76-79; cfr. -Lectiones sttccis., p. 2151 (8) Cfr.
Lectiones succis., p. 130. Digitized
by VjOOQIC — 87 — dizio su Cicerone gli nega ogni serietà, abbassandolo al
livello quasi di un istrione; questo per i suoi sciocchi confronti tra Vergilio
ed Omero ; a cui però scusa tante strampalerie, per- ché quando le scrisse era
ubbriaco (1). Contro Macrobio avea già prima menata la sferza il Fontano nel
dialogo Antonius (2); il Fontano lo chiama crasso ingegno, insulsissimo, cane
abba- iatore e lo manda a scuola a imparare il latino, giacche sono barbare le
forme: in digeriem concoquere; in memoriam atque in ingenium ire; in
incrementum succrescere ; tale praesens hoc opus volo; noscendorum congeriem
polliceri e simili altre, di cui condisce i suoi Saturnali, La difesa della
lingua latina del Florido si risolve, com'è naturale, in un'apologia di
Cicerone e di Vergilio, che sono i due più grandi rappresentanti della
letteratura romana e quindi i più assaliti dai partigiani della letteratura
greca. Veglio recare un saggio della difesa di Vergilio contro Giano Lascaris,
che lo accusava di parzialità, perchè nel suo poema trattò male i Greci: timeo
Danaos et dona ferentes. Il Florido mostra che veramente i Greci furono di mala
fede e cita p. es. i loro storici che si fecero spacciatori di tante favole.
Omero, se mai, s'avrebbe a dire parziale, il quale rappresenta i suoi eroi
greci. Achille, Aiace e gli altri, di tanto superiori ai troiani , dovechè
Vergilio fa che Turno , che è italiano e quindi suo connazionaje , tremi
davanti ad Enea che è straniero (3). — Questo a titolo di sola curiosità ; come
a titolo di curiosità reco il confronto istituito dal Florido tra Vergilio ed
Omero : « Virgilius in hoc est Homero inferior quod antiquissimus hic vates
posteris scribendorum poematum normam praefixit eamque oh causam melius de
litteris quam quivis alius cuiuscunque ordinis scriptor meritus est. In re-
liquis Homerus inventione, Virgilius cura iudicioque vincit; eruditio, elocutio
aliaeque tam poeticae quam oratoriae vir- tutes in utroque pares sunt » (4).
(1) Florio., Apologia^ pp. 56^2 e 86-95. (2) Venetiis 1519, pp. 79-83. (3)
Apologia, pp. 80.86. (4) Ibi, p. 100. Digitized by VjOOQ IC IV. Sui
giureconsulti antichi e sui glossatori medievali. Nel periodo del Rinascimento
gli umanisti' e i giuristi, ap- partenendo ad un indirizzo troppo diverso, non
potevano tro- varsi d'accordo. Gli umanisti, entusiastici ammiratori e ripro-
duttori dell'elegante forma antica, doveano naturalmente guardare con disprezzo
i giuristi che si perdevano in quel caos di suddivisioni, distinzioni,
sottodistinzioni delle glosse,, scritte in un latino affatto barbaro ; e i
giuristi alla lor volta, superbi della loro importanza nella vita pratica e
delle ric- chezze che accumulavano con l'esercizio della loro professione, guardavano
d'alto in basso quei vanagloriosi letterati, che mal pagati dai principi, si
pascevano di belle frasi e di vuoto en- tusiasmo. Erano due classi di persone
che rimasero estranee runa all'altra e che quindi si disprezzavano
reciprocamente, senza conoscere quello che di buono vi era realmente negli uni
e negli altri. Aggiungasi che più o meno quasi tutti gli umanisti erano stati
da principio avviati dai loro genitori — naturalmente contro genio — a studiare
giurisprudenza, la quale come la medicina arricchiva, dove che le lettere impo-
verivano 0, come diceva il motto d'allora in voga, la medicina e la
giurisprudenza davano i grani, le altre discipline davano la pula: Dat Galenus
opes, dat sanctio iustìniana; ex aliis paleas, ex istis collige grana. Quegli
umanisti pertanto, liberatisi dalla scuola di giurispru- denza e accostatisi
alle lettere, serbavano verso lo spettro gio- vanile un po' di rancore , che
sfogavano contro i giuristi , appena se ne fosse offerta l'occasione. Contro i
giuristi scris- sero il Petrarca, il Boccaccio, il Bruni, Poggio. Perfino Enea
Silvio Piccolomini tirò la sua pietra, il quale in una lettera Digitized by
VjOOQIC — 89 — a Guglielmo de Lapide (1) racconta di un tal Michele, giurista
impertinente, che per quattro ore lo intronò con un panegi- rico della sua
scienza. Enea li chiama gente materiale, sciocca e matta, e riporta l'aneddoto
di un Polini milanese, dottor di giurispi'udenza, che facendo riparare dai
muratori una sua casa, mandatili all'ora di cena a mangiare, egli si mise a mi-
surare le travi preparate per terra e trovatele oltrepassare la distanza da una
parete all'altra, ne segò via il di più, non preoccupandosi come si sarebbero
poi incastrate nel muro. Ma nessuno attaccò i giuristi di proposito e
accanitamente come il Valla, il gran battagliero di quell'età (2). Mentr'era a
Pavia, verso il 1431, un giurista gli espresse l'opinione che fosse da
preferire Bartolo a Cicerone, rinfac- ciando ai letterati di curarsi più delle
parole che del conte- nuto, più delle foglie che del frutto (3). E il Valla in
una notte, senza aspettar tempo, scrisse un'invettiva contro Bartolo e il suo
libro De in^ignìis et armisi insolentendo contro lui e tutti i glossatori
famosi suoi pari, chiamandoli oche, ma non di quelle che custodivano il
Campidoglio, bensì di quelle che schia- mazzano per la via, dando noia ai
passeggeri (4); e istituendo un confronto tra Servio Sulpicio e Bartolo, cosi
conchiude, scherzando sul doppio senso della parola ius: « ille non tam iuris
consultus, quam iustitiae fuit; hic non iustitiae, sed iuriSj hoc est ì)rodii
consultus est » (5). Anche nelle Eleganze (6) egli attacca i giuristi e i
glossa- tori, vantandosi di sapere scrivere in tre anni delle glosse al Digesto
più utili di quelle dell'Accorsi; frase che arieggia quella di Cicerone, il
quale per scherzo si vantava di poter, se vi si fosse applicato, diventare
giureconsulto in tre giorni (7). (1) Opera omnia, Basii. 1571, p. 619. (2)
VoiGT, II, pp. 482-491. (3) Valla, Lucuhrationes etc; Lyon 1532, pp. 789-791. (4)
Valla, ìH, p. 788. (5) Ibi, p. 801. (6) Praefht. libri III. (7) Gfr. Ambr.
Travers., Epist.^ ed. Mehns, V, 18. Digitized by VjOOQIC — 90 — Ma mentre morde
acremente i glossatori, è largo di lodi ai giureconsulti antichi per l'eleganza
della loro lingua. In questa distinzione fra glossatori e giureconsulti
antichi, che già si trova netta e chiara nel Traversari (1) e in Maffeo Vegio
(2), il Valla si mette un poco dalla parte della ragione, perchè in realtà gli
umanisti generalmente diceano male della giurispru- denza senza conoscerla; e
il Valla lesse il Digesto. Lo lesse, ma non con intendimenti scientifici, hensi
con intendimenti letterari, anzi grammaticali ; il che fa meritare in parte
anche a lui quello che dissero i giuristi, e di allora e posteriori, agli
umanisti, che cioè prima di sentenziare tanto sicuramente contro la
giurisprudenza, avessero avuto la compiacenza di studiarla e impararla. Frutto
della lettura del Digesto fatta dal Valla sono gli esempi, ch'egli qua e là
cita dai giurecon- sulti antichi nelle sue Eleganze, e una polemica contro di
loro, che riguarda la significazione e l'uso di una trentina di voca- boli e
che occupa l'ultima parte del sesto libro dell' Eleganze stesse (3). Ecco come
si introduce a questa polemica : « lusti- niani pace, sive Trebelliani et
sociorum, nam lustinianus nec iura nec forsitan latinas litteras novit ». A
difendere i giureconsulti antichi dagli attacchi del Valla sorse il famoso
Andrea Alciati, il quale si studiò di dimostrare nel suo libro De verborum signifìcatione
(4) false tutte le osservazioni che il Valla avea fatte sull'uso di quelle
parole dei giureconsulti. Da queste polemiche è nato nel secolo XVI un libro
molto noto allora, adesso dimenticato, di Francesco Florido, inti- tolato: De
iuris civUis interpr elibus. Il libro si divide in due parti; nella prima il
Florido difende i glossatori e qui combatte contro il partito del Valla; nella
seconda invece fa l'apologia del Valla contro l' Alciati. Vediamo un po' par-
ticolarmente il contenuto del libro , che non è dei meno (1) Travers., Epist.,
V, 18. (2) Prefazione al De verbor. significai.^ Cod. Ambros.j H 50 inf. (cfr.
Sassi, Hist. typ. Ut. mediolan.). (3) VI, §§ 35.64. (4) Gap. IV. Digitized by
VjOOQIC - 91 — caratteristici di quei tempi. Le fonti della prosperità di uno
stato, comincia il Florido, sono le arti della guerra e la legis- lazione; e
nelle une e nell'altra furono sommi i Romani. Toc- cato della superiorità
dell'arte militare romana, viene alla legislazione, di cui tesse in breve la storia,
dalle costituzioni regie e delle dodici tavole agli editti dei pretori, ai
giurecon- sulti della repubblica e dell'impero (pp. 123-125); finalmente a
Giustiniano, che, ignorante com'era, commise d'accordo con Triboniano quella
scelleraggine , quel sacrilegio della compi- lazione del diritto civile, la
quale fu causa che si perdessero le stupende opere dei grandi giureconsulti
romani (pp. 125-126). Passa quindi a parlare dei glossatori, dall'Accorsi, da
Bartolo e da Baldo, giù giù fino a Paolo Castrense, ad Alessandro da Imola, a
Francesco Aretino e altri e si intrattiene lungamente e di proposito a
difenderli, specialmente l'Accorsi e Bartolo, dalle accuse che loro lanciavano
i suoi contemporanei, perchè la lingua di quei glossatori era barbara. Barbara sicuro,
dice il Florido, ma bisogna tener conto dei tempi in cui scrissero ; del resto
di barbarie oggi non se ne sente solo nelle scuole di giurisprudenza; entrate
nelle scuole di filosofia e sentirete che mostruosità di parole, entrate -nelle
scuole di teologia e vi vedrete leggere non Girolamo e Agostino, ma Occa e
Gapreolo, entrate in una scuola di latino e udirete forse spie- gare non
Cicerone e Vergilio, ma la grammatica di Antonio Nebrissense o di Despanterio
Ninivita (pp. 127-128). E seguitando di questo passo, viene a provare anche la
barbarie di Tribo- niano, di cui esamina questo periodo del proemio ai Digesti:
« Imperatoriam maiestatem non solum legibus armatam sed etiam armis decoratam
esse decet », spendendo cinque pagine (pp. 130-134) a dimostrare che né le
parole, né le locuzioni sono latine e appropriate. Tornando alla difesa dei
glossatori, per mostrare di che pelo siano i loro detrattori, prende l'esempio
di Giovanni Fer- rari, che volendo correggere un errore dell'Accorsi, ne com-
mette uno più grave (pp. 135-136). Del resto, conchiude il Florido, che si
bandisca da ogni disciplina la barbarie, io l'approvo; ma nelle leggi é forza
fare un'eccezione, perché se in ogni altra disciplina abbiamo autori classici
latini che bastano al Digitized by VjOOQIC — 92 — bisogno, questo non possiamo
dire delle leggi, nello studio delle quali ci sono necessarie le dotte glosse
deirAccorsi, di Bartolo; <5he se non sono autorità inappellabili, sono
autorità somme e allo studiò di essi non bisogna accostarsi se non dopo una ma-
tura preparazione. E mi muovono a sdegno quei presuntuosi -che si credono,
quando sanno quattro acche di latino, di po- tersi applicare allo studio delle
leggi, quasi fosse cosa da gioco. Invece si preparino bene e poi si accostino rispettosamente
alle leggi e se riusciranno a dar forma classica latina ai libri dell'Accorsi e
di Bartolo, impresa del resto molto ardua, avranno fatto opera eccellente (pp.
137-138). La seconda parte del libro è più uniforme e meno interes- sante. Sono
sessanta pagine (pp. 138-198), nelle quali il Florido difende le censure del
Valla ai giureconsulti contro l'apo- logia dell'Alciati. Sono esaminate una per
una tutte le parole discusse ; per ognuna di esse il Florido reca prima
esattamente il passo del Valla, indi la confutazione dell'Alciati, finalmente
ia propria difesa, nella quale egli spesso aggiunge esempi nuovi. Il libro
finisce con un'invettiva contro Udalrico Zazió, che s'era pure dichiarato
contro il Valla per le sue annotazióni ai giureconsulti. Il Florido dimostra
che lo Zazio scrive bar- baramente (pp. 202-206). Se si possano leggere i poeti
antichi. Ecco una delle più famose questioni suscitatasi da quando incominciò
il rinascimento dell'arte e della poesia antica, alla quale subito mosse guerra
la chiesa e sopratutto il mona- chismo; si può dire anzi che passò tutto il
periodo abbastanza lungo del Risorgimento e la questione non venne definitiva-
mente risoluta. Ogni umanista si sentiva ripetere la solita can- tilena , che
la poesia antica è spacciatrice di frivolezza , di falsità, di favole, è
dannosa alla morale, è raffreddatrice della Digitized by VjOOQIC - 93 — fede
cristiana; e doveva adoperare o i soliti argomenti vecchi^ almanaccarne
qualcuno di nuovo per mettere a tacere quelle querimonie monacali; con la
certezza che nessuna delle due parti litiganti avrebbe persuaso Taltra e che la
questione si sarebbe tosto dopo rinnovata. Io mi restringerò pertanto a pochi
cenni. Già uno dei precursori del Risorgimento, Albertino Mussato, avea difeso
la poesia con nove argomenti contro un frate (1). Il Petrarca poi, il vero
restauratore della poesia, dovette più di una volta nella sua vita ritornare su
questo tema. Egli oppone agli argomenti degli accusatori un Girolamo, un Lat-
tanzio, un Agostino, che si dilettarono di poesia e che senza studiare gli
scrittori pagani non avrebbero potuto combattere vittoriosamente la loro
religione. Del resto le similitudini di Cristo nel Vangelo che altro sono se
non una forma allego- rica della poesia? Starei per dire, soggiunge il
Petrarca, che la teologia è la poesia di Dio (2). Ma il Petrarca era troppo
sicuro di sé, era troppo superiore ai suoi accusatori, per ab- bassarsi ad
intraprendere una difesa seria e ragionata della poesia; gli bastava di
accennare, di ricambiare col disprezzo le nenie dei frati. Una vera e ampia
difesa della poesia in- traprese il Boccaccio, alla quale egli consacrò • tutto
il libro XIV della sua Genealogia. I nemici eh* egli combatte sono i giuristi e
i monaci. Contro i giurisperiti (XIV, 4) egli fa va- lere queste ragioni , che
i poeti, quantunque poveri, furono e saranno eternamente tenuti in grand'
onore, dovechè i giu- risti con tutte le loro ricchezze vivono senza gloria;
che inoltre i poeti considerando per quello che veramente sona i beni mondani,
vivono in un aere sereno e puro, felici nella contemplazione dell' arte e per
nulla ansiosi di perdere quel- r oro che i giuristi apprezzano e bramano tanto.
Contro i fi- losotì e i teologi e i monaci, che senza essere mai entrati più
oltre il limitare della vera filosofia, se ne fanno gli spac- ciatori e vanno
girando, ipocriti , sotto abito onesto, con passa (1) A. Zardo, Albertino
Mussato, Padova 1884, pp. 302-310. (2) VoiGT, 1, p. 29. Digitized by VjOOQ IC
-« 94 — tardo e in atto di distrazione contemplativa, a illuminare il mondo e a
mettere in discredito la poesia (5), contro costoro il Boccaccio ragiona cosi :
Voi chiamate inutile e vana la poesia; ma essa è una vera facoltà, nata come le
altre discipline dal grembo di Dio, e che nel mondo antico si fece banditrice
di civiltà (6-7); voi chiamate i poeti spacciatori di favole e non considerate
che la favola non è altro che un velo, che copre delle sublimi e utili verità
(9-10) ; voi fate colpa ai poeti di amare la solitudine e i boschi e di essere
quindi privi di ci- viltà e di costume e non pensate ch'essi nel silenzio medi-
tano però seriamente le loro opere e che la natura nuda e semplice eleva la
loro mente al cielo; che se fuggono la città e le genti, lo fanno « perchè
ricusano comprare, come voi, la grazia e le lodi deir inerte volgo con la
vergognosa e de- forme ipocrisia, non si curano di essere mostrati a dito dagli
ignoranti, rifiutano di domandare e desiderare dignità, sde- gnano di camminare
per i palazzi reali e diventare adulatori dei grandi per acquistare qualche
beneficio, o per soddisfare meglio al loro ventre e godersi Tozio, né stanno
dietro alle donnicciuole per trar loro dalle mani qualche danaro, onde
acquistar con inganno quello che non possono coi meriti (11). » Voi ci dite che
i poeti sono astrusi; e che forse i filosofi, che voi tanto portate alto, sono
meno astrusi dei poeti? e lo Spi- rito Santo ha parlato sempre chiaro? e i
sacri testi si deci- frano al primo leggerli? Il vero è ch^ a « snodare quei
dub- biosi groppi bisogna leggere, affaticarsi, vegliare, interrogare » e non
contentarsi di una boriosa ignoranza, come voi costu- mate (12). Chiamate
bugiardi i poeti e spacciatori del poli- teismo, ma essi parlano per via di
finzioni, che questa è la essenza della poesia, senza intenzione di ingannare,
ma si in- vece di insegnare ; sono politeisti, ma chi gliene può far colpa, se
non conobbero Cristo? ma poi in fondo in fondo la credenza in un solo Dio si
trova anéhe in loro (13). Rimproverate ai poeti di essere lascivi e di
rappresentar Giove sotto tante forme diverse: quanto alla prima di queste
accuse non dovete di- menticarvi che sotto quelle apparenze lascive si celano
utili e savi ammaestramenti ; e quanto alla seconda, che anche nella bibbia Dio
è descritto sotto vari aspetti e che la Vergine si Digitized by VjOOQIC — 95 —
onora sotto un gran numero di titoli diversi (14). Dite che i poeti sono
eccitatori al peccato ; ma questo dimostra che non li avete mai lètti, perchè
nella sola Eneide di Vergilio vi è da imparare una folla di virtù e di azioni e
di massime ge- nerose (15). — Finalmente il Boccaccio mostra che non è pec-
cato leggere i poeti, perchè anche vi si imparasse il male, peccato non è
sapere il male, ma l'operarlo; e che se si pos- sono leggere i libri dei
filosofi, non esenti di errori, e i fatti dei barbari e le perfidie degli
eretici, senza commettere pec- cato, si può senza peccare leggere anche i
poeti. L' autorità di Q-irolamo che chiamò i versi dei poeti cibo dei demoni,
tanto dagli avversari citata, non aver valore, perchè dalle opere di Girolamo
consta ch'egli stesso era lettore assiduo dei poeti (18). Né aver valore
l'autorità di Platone, che bandiva dalla sua repubblica i poeti, giacché si
deve intendere ch'egli bandiva gli scostumati, come sarebbero Plauto e Terenzio
e Ovidio, ma non mai i poeti come tali (19). Per mostrare dove arrivasse in
quella gente l'odio contro i poeti, il Boccaccio racconta che mentre leggeva
nello studio pubblico il Vangelo di S. Giovanni, essendosi incontrato nella parola
poe^a, un vecchio venerabile per santità di costumi e anche d'una certa
dottrina , « con la faccia accesa , con gli occhi infiammati e con più alta la
voce del solito, tutto tremando, disse cose scel- lerate dei poeti. » Alla fine
giurò che non avea veduto né mai voluto vedere libri di alcun poeta (15). Anche
il Salutati difese la poesìa dalle accuse di fra Gio- vanni di San Miniato, il
quale avea chiamato vanità delle vanità le dolci attrattive dei pagani, e che
in bocca di un cristiano esse erano peccato e la peste dei costumi. Erano le
accuse ribattute dal Boccaccio, ma il Salutati adoperò più virulenza del
Boccaccio nella sua apologia, nella quale provava che anche la bibbia si serve
dell'allegoria come i poeti, che i sensi riposti della poesia antica
combinavano mirabilmente con la verità teologica e che la bibbia contiene
oscenità e mostruosità come i poeti antichi (1). (1) VoiGT, Wiederbelebung, I,
pp. 208-209. Digitized by VjOOQ IC — 96 — Contro un altro frate, Giovanni da
Prato, ebbe da litigare, già ottuagenario, Guarino. Nel 1450 Giovanni dà Prato
faceva il quaresimale in Ferrara, e avendo inteso che Guarino leg- geva anche
in quei giorni Terenzio coi suoi scolari, si scagliò nelle sue prediche contro
i lettori, i possessori, i compratori e i rivenditori degli scrittori antichi,
ma più specialmente di Terenzio. Guarino gli mandò una lettera, dove coi soliti
ar- gomenti che già conosciamo difendeva i poeti. Il frate gli ri- spose
dimostrandogli che la teologia è la prima delle scienze e insistendo nel
respingere i poeti lascivi. E la disputa fini li (1). Il Valla pura si fermò a
ribattere minutamente il fatto di Girolamo, che i nemici degli studi classici
tiravano sempre in campo. Il Valla prova quanta coltura classica vi fosse in
Gi- rolamo e in generale in tutti i grandi luminari antichi della chiesa:
Ilario, Ambrosio, Agostino, Lattanzio, Basilio, Gregorio, Grisostomo, i quali
furono teologi eloquenti. E un teologo non eloquente, soggiunge egli, « in
theologia impudentissimus est et, si id consulto facere se ait, insanissilnus
». Indi seguitando con la sua solita arguta mordacità, fa questo confronto tra
i teologi antichi e i moderni: « quei vecchi teologi quali api che volano anche
per pascoli lontani, mi sembra abbiano fabbri- cato del dolcissimo miele e
della cera con mirabile artificio; i moderni mi paiono formiche, che rubato il
grano più pros- simo che trovano, lo nascondono nelle loro celle ; io quanto a
me non solo preferirei Tessere ape all'essere formica, ma torrei meglio
militare sotto il re delle api, che guidare un eser- cito di formiche » (2).
Enea Silvio Piccolomini smascherando parimenti questi « qui videri magis quam
esse theologi volunt », mostra l'insussistenza dei loro argomenti e che fecero
più male alla chiesa i teologi con le loro brighe settarie che non i poeti (3).
Il pio Mancinelli rispose alle accuse contro i poeti antichi non con la
discussione, ma con l'opera, e con un'opera vera- mente strana ; compose cioè
un libro intitolato De arte poe- (1) VoiGT, I, pp. 558-559. — La risposta del
frate si legge nella Bi- hliot Estense di Modena, Cod. 772, f. 10^. (2)
Elegant. ling. lai, praefat. libri IV. (3) Aen. Silv. Piccolom., Opera, Basii,
1571, pp. 981-&82. Digitized by VjOOQIC — 97 — tica, nel quale raccogliendo
numerosi luoghi dei poeti classici dimostra che non solo essi non nuocono alla
purità della dot- trina cattolica, ma che anzi confermano tutte le massime dei
dieci comandamenti e contengono la condanna dei sette vizi capitali. I passi
sono ordinati comandamento per comanda- mento e per ogni vizio capitale. Un
articolo scrisse contro gli accusatori dei poeti anche il Florido (1).
Asseriscono, dice egli, che negli antichi poeti si leggono sole menzogne, che
gllncauti, ingannati dalle attrat- tive della forma, prendono per verità; e
recano l'autorità di Platone e di Girolamo. Ma Girolamo al contrario lesse
molto i poeti; Platone li riprova solo sotto certe condizioni: del resto in che
alto concetto non tiene egli Omero! I poeti antichi sono i primi luminari della
civiltà e lo provano Orfeo e An-. fione. Comunque però sia, noi non dobbiamo
leggerli per trarne argomento di fede cristiana, ma per diletto : possiamo
seguirli in quelle massime che s'accordano con la nostra fede. Spesso certe
imagini sotto il velo allegorico nascondono verità sublimi. D'altra parte
Giovanni Grisostomo leggeva avidamente Aristo- fane, che non è certo il più
moderato fra i poeti. E quanti scrittori cristiani dalla lettura dei poeti
antichi non han tratto argomento a confermare i dogmi della nostra religione!
In- fine, domanda il Florido, perchè vietano la lettura dei poeti e non dei
prosatori, se anche questi ultimi sono pagani? e perchè molti autori cristiani
hanno scritto in poesia? Altrettanto e più chiaramente si esprime, dove difende
il Fontano e il Sannazzaro dall'accusa di paganità mossa loro da Erasmo. Che
importa se sia pagano o cristiano, se paga- neggi no chi scrive, purché faccia
opera d'arte? E se gli epigrammi del Fontano sono talvolta osceni, rispondo che
gli epigrammi non dilettano, se non sono conditi d'una certa lubrica gaiezza.
Quanto al Sannazzaro che nel poema sulla Vergine mischiò mitologia, il Florido
soggiunge che quelle divinità, quei miti, quelle imagini pagane sono necessari
ab- bellimenti della poesia e che chi vi rinunziasse, rinunzierebbe (1)
Lectiones succis., Ili, 7. R. Sabbadini, Ciceronianismo e altre questioni
letterarie. 7 Digitized by VjOOQIC all'arte. Gonchiude che « conduntur poemata
ut nobis cum delectatione prosint, non ut ex illis Ghristi praecepta di- 5camus
» (1). Né Cesare Scaligero, battagliero com'era, mancò di rompere la sua lancia
contro gli accusatori dei poeti (2), ma se ne sbriga con poche parole e
stizzosamente. I libri dei poeti ali- mentano la superstizione? ma senza
superstizione non vi può -essere religione. Né i libri sacri sono più morali
dei poeti; del resto tanto può essere nociva la poesia, quanto la storia. Fra i
poeti però ve n'era uno, Vergilio, che veniva rispar- miato, perché si aveva un
alto concetto della sua onestà e il medio evo n'avea fatto un profeta di
Cristo. Il Boccaccio (3) dimostra quanti ammaestramenti si ricavino dai fatti e
dalle massime dell'Eneide. Enea che esorta i compagni a perseve- rare, che
espone la vita per la patria, che salva sulle spalle il padre, la sua clemenza
verso Achemenide, la risoluzione di rompere i lacci amorosi di Bidone, la sua
giustizia e liberalità verso gli amici e gli stranieri, la sua prudenza nel
discendere all'inferno, gli eccitamenti alla gloria che sente da suo padre, la
diligenza nel farsi degli amici, la fede nel conservarli, le pie lagrime
versate su Fallante, gli ammonimenti che fa di quando in quando al figliuolo —
tutto questo é scuola di mo- ralità. « Veramente se Vergilio avesse conosciuto
e adorato Iddio, nessun libro si potrebbe leggere più santo del suo ». Eppure
anche per Vergilio si facevano delle riserve. Nella disputa fra Guarino e
Giovanni da Prato, Guarino gli doman- dava se Vergilio pure meritava di essere
bruciato. Il frate gli rispose che Vei^ilio, considerato l'onore in che lo tenne
Agostino, poteva eccettuarsi, a patto però di escludere la storia lubrica di
Bidone (4). Ma la obbiezione che si faceva a questa storia al tempo del
Boccaccio non era tanto di lubricità, quanto di falsità, perchè, (1) m. III, 6.
(2) I. e. ScALiG., Epist. et orationes, Lyon 1600, pp. 409413. (3) Geneal.,
XIV, 15. (4) VoiGT, I, p. 559. Digitized by VjOOQIC — 99 — dicevano i monaci,
Bidone fu casta e Vergilio la rappresentò violatrice della fede giurata al
morto Sicheo. Non è cosi strana l'accusa, come è strana la difesa che ne fa il
Boccaccio (1). Quattro motivi ragionevoli, egli dice, io trovo che indussero
Vergilio à rappresentare In quel modo Didone. In primo luogo egli imitava
VOdissea e néiVOdzssea il poeta comincia a un punto molto inoltrato dell'azione;
indi fa approdare Ulisse al paese dei Feaci e ivi gli mette in bocca la
narrazione delle avventure precedenti. Cosi dovea fare Vergilio; e quale luogo
più opportuno di Cartagine poteva egli trovare, dove Enea ricevesse da Didone
amichevole accoglienza? imperocché fino allora Enea aveva navigato tra i nemici
greci. Ivi dunque può Enea sicuramente narrare le sue precedenti avventure. In
se- condo luogo V Eneide rappresentando la lotta della virtù contro le passioni
umane, le lusinghe di Didone erano adattatissime ad allacciare la virtù d'Enea
e quindi il poeta ha una bella occasione di mostrare la gloriosa vittoria
dell'animo di lui. In terzo luogo Vergilio volendo glorificare i Giuli e
Ottaviano, non poteva farlo meglio, che mostrando la continenza e la for- tezza
morale d'Enea. Finalmente intendendo Vergilio di ma- gnificare nelV Eneide il
nome romano, non potea adoperare mezzo migliore che mettendo in bocca di Didone
quelle famose imprecazioni allusive alle guerre tra Cartagine e Roma, dalle
quali l'impero e il nome romano uscirono più forti e gloriosi. VI. Su alcune
questioni d'ortografia. Ben presto gli umanisti si occuparono dell'ortografia
latina, che non diede mai pace per quarantasei anni al Salutati, com'egli
confessa (2). Niccolo Niccoli scrisse sull'ortografia (1) Geneal, XIV, 13. (2)
VoiGT, n, p. 378. Digitized by VjOOQ IC — 100 — latina un opuscolo (1); tutti e
due si occuparono specialmente dei dittonghi. SuU'ortografìa scrissero anche
Guarino e il Tor- telli (2) e con molta lode il Barzizza, il quale compose un
esattissimo dizionario ortografico, preceduto da un trattatello. Ma nessuno più
genialmente del Poliziano si occupò di tali questioni, il quale ne tratta nelle
Miscellanee (3) e nelle let- tere (4), mostrando, con la scorta delle iscrizioni
e dei codici più antichi, che si dovea scrivere totiens, quotiens^ cottidie
(5), adulescens, intellego, VergUius. Io mi limiterò a dire qualche cosa sulla
questione delle parole miìii, lacrima e Vergilius. La questione del mihi è nata
cosi. Un certo Antonio, gram- matico, avea rimproverato a Leonardo Bruni di
avere scritto michi e il Bruni gli rispose con la seguente difesa, che io
compendio: Dante, il Petrarca, il Boccaccio, Goluccio hanno scritto michi e V
uso comune vuol cosi. Quelli che pronun- ciano miJii con l'aspirazione sono
certi presuntuosi, che vo- gliono darsi aria di eruditi : « ostentare se volunt
antiquarios , esse » ; a me invece sembrano giudei e caldei, i quali popoli
parlano più con la gola che con la lingua e le labbra. E che anche i Romani
seguissero non la ragione, ma l'uso, lo prova appunto l'avere scritto mihi, che
per analogia con Ubi, sibi avrebbe dovuto essere mibt L'uso disapprova oggi
quello che approvava ieri; gli antichi dicevano pessume, decumus, siet,
posiverunt, coeravit, fadundum, etc. ; e noi invece pessima, decimus, sit,
posuerunt, curavit, faciendum etc; cosi l'uso « nostrae vel superioris aetatis
» vuole che a m.ihi si frap- ponga un e, che i latini stessi frapponevano in
sicubi, necubi, alicubi. Quello che dico di mihi ripetasi anche per nihil ». —
Fin qui il Bruni. Il Barzizza nella sua Orthographia alla voce nihil osserva
che è invalso l'uso di scriver questa pa- rola col e, perchè la pronuncia
comune ve lo fa sentire ; ma l'uso dover cedere all'arte; tutt'al più per non
offendere (1) R. Sabbadini, Guarino Veronese e il suo Epistol., Salerno 1885,
p.59. (2) VoiGT, II, p. 378. ^ (3) 77. (4) V, 2-3. (5) Gfr. p. es. Epist, VII,
32. Digitized by VjOOQIC — 101 — troppo bruscamente le orecchie potersi
pronunciare il e con una leggera aspirazione, ma doversi tralasciare
assolutamente nella scrittura. Quel che si dice di nihil valga anche per mihi.
Il Fontano si prese poi la briga di ribattere minuziosamente e punto per punto
tutto il ragionamento del Bruni. Comincia dal dire che l'autorità di Dante, del
Petrarca, del Boccaccio, di Goluccio non vale, perchè di latino ne sapevano ben
poco. Il Bruni chiama giudei e caldei quelli che pronunciano mihi con
l'aspirazione: badiamo, dice il Fontano, che non sia un caldeo chi pronuncia
michi, nel guai caso avremmo la con- sonante aspirata eh e il latino non ha
consonanti aspirate, che sono proprie dei greci e dei barbari, ma solo vocali
aspirate ; erano poi giudei anche i Latini, che pronunciavano vehemenSy
comprehendo, traho etc? Del resto sull'autorità dell'uso bisogna andar cauti e
intendere per esso il consenso dei dotti : perchè il Bruni non segui l'uso del
volgo de' suoi tempi, che pronunciava mici e non michi? Né i Latini nel foggiar
la parola mihi seguirono l'uso, ma la ragione, e la ragione era di evitar
l'iato; e per questo nelle parole mihi, vehemens etc., hanno inserito la
aspirazione h. Quanto all'a- nalogia che avrebbe dato miài, come tiM, io non la
vedo, perchè sia pure che fra i casi obliqui mei mihi ws, tui Ubi te, ci possa
essere , ma fra i nominativi effo e tu non che analogia non ci è nemmeno
somiglianza. L'esempio delle pa- role pessum£y decumus etc., non vale, perchè
altro è mutare una lettera, altro è aggiungerla, come in m^ichi. Finalmente in
sicuN, necubiy il e fu inserito per distinguere queste forme quando sono unite
e quando sono separate. n Fontano del resto per spiegare l'origine della
pronuncia michi ammette l'influenza dei barbari, i quali aspiravano troppo
fortemente le parole mihi e nihil per l'influenza dell'/, in modo che ne
nasceva un suono che pareva un b; coloro che non sapevano rendere queir
aspirata, pronunciavano come se veramente ci fosse un e. Lo stesso avviene per
la parola Mahcrmet; che non potendo pronunciarla con l'aspirata, come gli
Arabi, vi inseriamo un e e diciamo Machomet (1). (1) PoNTAN., De Aspir attorte,
il, 1. Digitized by VjOOQIC — 102 — Sull'ortografia di lacrima abbiamo una
lettera di Francesco Filelfo a Pietro Pierleoni (1) del 1437. Jl Pierleoni
voleva sapere se lachryma si scrive con ^/^. Risponde il Filelfo che « il
latino non ba aspirazione, ma che l'uso ve la ha introdotta nella lettera e,
per renderne più forte il suono, come in irichoare, pulchruniy sepulchrum,
lachryma^ quantunque irichoare, se si deriva da chaos (!), riceverebbe
l'aspirazione dal greco. Lachryma nasce da ÒÓKpuov ; per lo scambio dei suoi d,
l si confronti jneXerfiv e m^ditari. Gli antichi scriveano anche lachrumxx, non
per analogia con optumus, maooumus, che diventarono poi optim^us, maodmus^ ma
per una corrispon- denza molto frequente di suoni tra il latino e il greco,
come fuga (puTd, tu tu, mus )iOg, sus \5g. Ma allora perchè toc/^r^/ma aspira e
òàKpuov no? Non farà meraviglia a chi confronti STKupa am^hora, TpÓTiaiov
trophaeum, ttùOio^ phythius, 8pKog horcuSf XapKÓ^ lurcho. L'aspirazione si
trova talvolta anche nelle vocali, come mthiy ahenum, haUudnariy honus, heUuo
». Quanto a Vergilius, il Poliziano sosteneva questa forma , appoggiandosi alle
iscrizioni e ai codici più antichi (2) e de- rivando il nome da vergUiae^ o da
ver , e non da ^irga laurea, l'alloro, come faceano altri, perchè molti prima
che nascesse Vergilio portarono il medesimo nome. Il Landino, maestro del
Poliziano, accettò la lezione Vergilius (3), ma non la accettò Bartolomeo
Scala, che ne scrisse al Poliziano (4), affibbiandogli la derivazione di questo
nome da verert II Poliziano gli risponde (5) ch'egli non avea mai sognato una
simile etimologia e che tutti i suoi conoscenti aveano accolta favorevolmente
la nuova lezione. Ma alcuni, anche di molto posteriori al Poliziano, non
l'accettarono e io cito qui il Flo- rido, che non si può indurre a scrivere
Vergilius, solo perchè cosi si legge in una lapide (6); il Florido però, quando
scri- (1) Fr. Philelph., Epist., ed. Meuccius, Firenze 1743, II, 31. (2)
Miscellan.y 11. (3) PoLiTiAN., Epist, V, 3. (4) IH, V, 2. (5) Ibi, V, 3. (6)
LecHones succis., 1, 6. Digitized by VjOOQ IC — 103 — veva questo, non dovea
avere presente l'articolo del Poliziano^ il quale non si appoggia a una sola
iscrizione. Inoltre si icbierò contro il Poliziano Celio Rodigino (1), il quale
tiene Vìrgììius, perchè cosi trova scritto questo nome presso i Ctreci, p. es.
nel commento d'Eustazio al 2° dell* Iliade e negli epigrammi greci
dell'Antologia; cosi lo trov^a scritto anche presso Cecilie Minuziano che lo fa
derivare da virgis, inter quas sit natus; e presso Calvo in quel verso: Et
vates cui virga dedit memorabile nom.en latirea. Aggiunge a questi Tautorità di
Prisciano ; né lo persuade del contrario il veder citata da Minuziano l'altra
opinione, che fa derivare il nome Vergilius da vergiliae. YIL Suirallegoria dei
poeti, specialmente di Yergilio. Il medio evo si era molto dilettato di
allegoria, specialmente riguardo a Vergilio, che fra tutti i poeti amichi era
rimasto sempre anche in quei tempi oscuri il più caro e il più noto. Le
allegorie vergiliane furono raccolte in un sol corpo da uno dei più strampalati
scrittori che registri la storia leicfi- raria, Planciade Fulgenzio, nel suo
libro intitolata De conti- nentia vergìliana, cioè del contenuto vergiliano:
libro mae- strevolmente esaminato dal Comparelti (2). I fondatori della
Rinascenza , il Petrarca e il Boccaccio , preceduti in ciò da Dante col suo
poema allegorico, furono partigiani passionati dell'allegoria. Per il Petrarca
l' allegoria è V essenza della (1) Lectiones antiqime, VII, 4. (2) Virgilio nel
medio evo, 1, 8. Digitized by VjOOQ IC — 104 — poesia : « è opera del poeta
rivestire la verità di un bel velo, in modo ch'ella rimanga chiusa al volgo
ignorante, non al lettore illuminato e dotto, il quale fatica sì a scoprirla,
ma tanto più gli riesce dolce, quando V ha trovata (1). E sempre nelle egloghe
e spesso negli altri componimenti sia in prosa che in poesia egli cela le sue
allusioni politiche e i suoi più gelosi sentimenti sotto il velo allegorico
(2). Partigiano dell'allegoria è anche il Boccaccio, il quale ri- tiene matti e
ridicoli coloro che non ammettevano che sotto alle favole dei poeti antichi si
celasse un senso profondo e dichiara d'aver composto egloghe, del cui
sentimento egli solo è consapevole (3). Lo stesso dicasi del Bruni, che nella
lettera intitolata De bonis litteris parlando delle lubriche storie d'amore dei
poeti antichi dice : « quis adeo hebes est, ut non fictas res et aliud prò alio
signiflcantes intelligat? » (4). E venendo alle allegorie vergiliane, il
Petrarca ne tocca nei libri De otto reltgiosorum (5) e in una delle lettere se-
nili (6), che si intitola: Delle morali verità nascoste nell'E- neide di
Vergaio. In essa scrive : « in quel divino poema ben più sublimi di quello che
apertamente si paiono e più impor- tanti verità volle ei nascondere sotto il
velame de' versi suoi ». E venendo a un esempio, egli nei venti signoreggiati
da Eolo ravvisa le passioni domate dalla ragione: che altro sono esse le cupe
grotte, entro le quali i venti si rintanano, se non le ascose e recondite
cavità de' nostri petti ove, secondo la dottrina diatonica, han loro albergo le
passioni? La mole sovra imposta indica il capo, che Platone stesso assegnò come
sode alla ragione. Enea è l' uomo forte e perfetto. Acato la compagnia preziosa
d'uomini illustri, industriosi, solleciti (7) »-. (1) VoiGT, Wiederbelebung, I,
p. 32. (2) VOIGT, I, p. 31. (3) Genealog., XIV, 10. (4) JuL. ScHÙCK, Zar
Charakteristik der ital. Human., Breslau 1857, p. 2^. (5) JuL. ScHÙCK, ibi, p.
18, nota 16. (6) IV, 5. (7) HoRTis, Studi sul Boccaccio^ p. 395. Digitized by
VjOOQIC — 105 — Il Petrarca, come racconta il Boccaccio (1), nel 1341 tro-
vandosi a Napoli spiegò l' allegoria vergiliana al vecchio re Roberto, il quale
si penti allora di aver tenuto in dispregio per Tavanti i poeti e volle tosto
applicarsi allo studio di Ver- gilio. n Boccaccio riteneva che Vergilio
nell'Eneide intese mostrare da quali passioni la fragilità umana sia turbata e
con quali mezzi sia dall'uomo costante superata (2); p. es.: Didone è la
concupiscenza, Enea la sua vittima, Mercurio, che lo richiama al dovere, è il
rimorso della coscienza o la riprensione d'una persona amica (3). Chi è tanto
ignorante, esclama egli (4), che leggendo nella Bucolica (VI, 31) quel passo
namque canebat uti magnum per inane coacta o quest' altro nelVEneide (VI, 724)
prìncipio caelum ac terram camposque liquentes non pensi celarsi nessun
sentimento arcano sotto il velo favo- loso? non riconoscerà invece da essi la
riposta filosofia di Vergilio, per la quale egli guidò Aristeo nei segreti
della terra ed Enea in quelli dell'inferno? Un sistema di allegoria vergiliana
troviamo già nella lettera del Filelfo a Ciriaco d'Ancona (5), della quale reco
un copioso, estratto. « Tu vuoi sapere, scrive egli, a qual fine intenda
Vergilio nell'Eneide, giacché non ti piace la solita opinione delle scuole, eh'
egli abbia voluto imitare Omero e glorificare Augusto. Questo anche egli ha
voluto, ma il suo spirito divino segue un più alto scopo. Rappresentando egli
la vita con- templativa e r attiva , ha voluto mostrare con la sapienza e (1)
Geneal, XIV, 22. (2) Ibi, XIV, 13. (3) Ibi, XIV, 22. (4) Ibi, XIV, 10. (5)
Philelph. , Epist. , Venetiis 1502 , p. 2 con la data : ex Venetiis XII Rai.
ianuar. 1427. Cfr. luL. Sghùgk, Zur Charakt., pp. 24-26. Digitized by VjOOQIC —
106 — il valore d' Enea in qual modo si possa conseguire in questo mondo il
sommo bene. Le due vite sono indicate nel prin- cipio del poema, là dove egli
dice di cantare le armi « virtutes hellicas et activas » e l'eroe « virtutes
urbanas intellecti- vasque » ........ « Però egli non mantiene l'ordine
tracciato nella proposi- sizione, ma canta prima le virtutes urbanae, indi le
virtutes heUicae, E in ciò è stato più perspicace d'Omero, il quale prima
nell'Iliade cantò il valore di Achille, poi nell'Odissea la sapienza e la
prudenza d'Ulisse; poiché noi prima pensiamo, indi operiamo. Perciò nei primi
sei libri dell'Eneide si tratta della vita tranquiUa, meditativa; negli altri
sei della vita guer- resca, quantunque e nella prima e nella seconda parte si
alternino cenni dell'una e dell'altra vita. Dicendo io che Ver- gilio descrive
la vita umana, intendo l'unione della parte morale e della iSsica di essa.
Perciò egli comincia con Giu- none, la regina e soprastante dei parti, e con
Eolo, il reg- gitore dei venti, cioè dei desideri e delle passioni, giacché
egli mollitque animos et temperai iras (I, 57). Ecco ora con quale brevità e
ordine Vergilio ha descritto il corso della vita umana. Comincia col parto del
bambino, il quale è molto pericoloso e a lui e alla madre. Perciò abbiamo in
sul prin- cipio la tempesta, che però cede tosto dinanzi a Nettuno, perché
appena il bambino è nato e quasi uscito dalle onde, la madre ed esso sono fuori
di pericolo. « Nec enim absurdum cuiquam videri potest, si Neptunus a duobus
verbis graecis veTv, quod est natare, et iTTdu), quod volare signiflcat, deduci
adfirmemus. Nam quemadmodum tarditas parientis periculosa est, celeritas et
quasi volatus in lucem levationem dolorum effert salutiferamque quietem. Nam
quod rursus ad Aeolum spectat, aloXeiv agitare signiflcat et versare et
variare, quae omnia ac similia humanae vitae competere ambigat nemo; vel Aeolus
quasi Aeonolus, hoc est vitae deletio. Nam aluiv aevum vitamque signiflcat,
òXeTv vero delere. Nascentibus enim om- nibus vitae discrimen interitusque
imminet ». La infanzia poi, che arriva flno al settimo anno, passa tutta
nell'alimentazione, il che é espresso chiaramente da quei sette cervi uccisi
(1, 192). Alla infanzia succede la fanciullezza, che si diletta di rac-
Digitized by VjOOQ IC — 107 — conti ; ed ecco il racconto della presa di Troia
e degli errori di Enea. Segue l'adolescenza, in cui cominciano a svegliarsi gli
appetiti ed ecco gli amori di Enea e Didone. Viene la gioventù, vaga di onore e
di gloria ed ecco i giuochi coi loro premi. Alla gioventù tien dietro l'età del
senno, che si dedica alla meditazione e alla ricerca della verità ; perciò è
descritta la discesa all'inferno e tutto quello che i pitagorici e i pla-
tonici hanno detto sull'anima umana e sulle cose celesti. Questo avviene nel
sesto libro ; negli altri sei si rappresenta la vita attiva, quantunque qua e
là vi sieno cenni alla giu- stizia e alla pietà. E come il principio comincia
dalla nascita del bambino, cosi la fine della vita è la morte ; perciò oppor-
tunamente finisce il poema con questo verso : « vitaque cum gemitu fugit
indignata sub umbras (XII, 952). Cosi Turno, che si era dato all'ingiustizia e
alla codardia, muore oscuro e ignobile; Enea, l'eroe giusto e valoroso,
risplende di eteriia gloria ». Lo sviluppo più compiuto, più dettagliato, più
mostruoso di questo sistema, lo ha dato il famoso paladino dell'allegoria
vergiliana nel periodo del Risorgimento, Cristoforo Landino. Il Landino era uno
dei principali membri dell'accademia pla- tonica di Firenze, che fu la grand'
officina delle allegorie e nella quale, con a capo il Ficino, riducevano ad
allegoria tutto il paganesimo e la dottrina platonica, per metter l'uno e
l'altra in buona armonia col cristianesimo. Le allegorie vergiliane si trovano
in due opere del Landino. L'una è il commento a Vergilio, dove fra una congerie
indigesta di note d'ogni argo- mento e d'ogni colore si dimostra che V Ene^
rappresenta la conquista del sommo bene. Dell'altra, intitolata Disputa- tiones
Camaldulenses, ecco come discorre il Villari nella stu- penda introduzione
all'opera sul Machiavelli (1).. «Nella state del 1468 li troviamo (i platonici)
nel delizioso convento dei Gamaldoli, andati colà per godere il Cresco e fare
le famose dispute camaldolesi. V'erano Lorenzo e Giuliano de' Medici,
Cristoforo Landino e suo fratello Alamanno Rinuccini, L. B. Al- (1) Firenze,
1877, 1, p. 180. Digitized by VjOOQIC — 108 - berti, allora venuto di Roma, e
M. Ficino. Dopo aver sentita la messa andavano all'ombra sotto gli alberi della
foresta ed ivi il primo giorno disputarono sulla vita contemplativa e sulla
attiva, l'Alberti sostenendo con argomenti assai comuni do- versi preferire la
prima; Lorenzo de' Medici invece opponen- dogli che l'una e l'altra sono del
pari necessarie. Nel secondo giorno si parlò del Sommo Bene ed abbiamo una
serie di vuote frasi e di citazioni classiche. Nel terzo e quarto giorno
l'Alberti dimostrò la sua platonica sapienza con un lungo com- mento su
Vergilio, sforzandosi colle più strane allegorie di provare, che neW Eneide si
trova nascosta tutta quanta la dot- trina platonica e tutta la dottrina
cristiana, le quali in fondo sono per lui una sola e medesima cosa». E un
trattato di filosofia platonica vede nelV Eneide Celio Rodigino, il quale
citando un po' Platone, un po' Plotino, iin pò' arzigogolando del suo e in un
latino per giunta orribilmente filosofico, si ingegna di spiegare l'allegoria vergiliana
(1). Anch'egli se la prende come il Filelfo — ma più accanitamente perchè li
tratta da matti — con quelli che riponevano lo scopo dell'Eneide
nell'imitazione di Ometo e nella glorificazione di Augusto. « Se volete sapere,
soggiunge egli, il vero scopo di Vergilio, ve lo dirò io. Vergilio, «
scientissimus et Platonis mysteriis non leviter imbutus », non altro si propose
che « philosophi definitionem suis voluminibus facundissime ac aliud agendo
explicare ». Infatti Platone definisce il filosofo come amator Dei^ e gli
assegna questo doppio ufficio: cono- scere meglio che può le cose divine;
studiare le umane e ridurle alle norme della prudenza; nel primo si comprende
la teorica, nel secondo la pratica. Prima dunque il sapiente medita e ricerca
la natura divina del bene; quindi dirige i propri atti al bene, come a lor
fine. A ciò due cose si richie- dono: l'una conoscere la natura umana e in qual
modo ella possa guidarsi al bene e sottrarsi al male ; l'altra contemperare i
nostri affetti in guisa che tutti siano rivolti al bene. E questo si ottiene
con la virtù morale, che Platone intende sotto il (1) Lectiones antiquae, VII,
1. Digitized by VjOOQIC — 109 — nome di giustizia. In noi si trovano due specie
di appetiti: i primi sono quelli suscitati da una causa esteriore, primachè
l'anima razionale li richiami ad esame o discerna se siano da accogliere o da
respingere ; i secondi quando l'anima dà il suo assenso. La virtù che comprime
questi secondi appetiti, pro- clivi al senso, politica est ac dicitur; quella
che non solo li comprime, ma anche li svdidìcsi, purgatoria nuncupatur; la
virtù poi che non solo vince questi secondi, ma o toglie o tempera anche quegli
altri primi, animi iam purgati virtus appeUatur Ora nei primi cinque libri
àoiVEneide non altro si fa che dimostrare come il sapiente, segregato dalle
cure mondane, purifichi l'anima con le yìviù politiche e purgatorie. Questo
significa la fiera tempesta del primo libro, e il ban- chetto di Bidone, dove
l'anima razionale abbrutendo per gli incentivi della passione e della carne si
dimentica di sé stessa e si ravvolge nei piaceri corporei. Questi sono
agitamenti d'un animo che si apparecchia alla lotta e si affretta verso l'ori-
gine; il che è espresso in quelle parole: per tot discrimina rerum tendimus in
Latin m, sedes ubi fata quietas ostendunt (I, 204-206). Per Lazio io intendo lo
stato dell'animo già purgato, che è mondo oramai da ogni contatto terreno e di
cui è propria, come dice Plotino, la conoscenza delle cose divine, l'oblio
delle concupiscenze, l'imperturbabilità e un intimo commercio con la mente
divina. Il sesto libro poi, tanquam, virgilianae do- ctrinae thesaurus longe
clarissim^us, contiene la ragione della natura mortale e dichiara sotto figura
poetica l'origine e la qualità dell'animo Qui sotto figura d'Enea che discende
agli inferi noi contempliamo l'anima che va in questa parte del mondo, che i
platonici chiamano inferi e antro di Dite: e lo provano i versi (VI, 268-269):
ibant obscuri sola sub nocte per umbras perque domos Ditis vacuas et inania
regna. Poiché la teologia antica intendeva il mondo col nome di Digitized by
VjOOQ IC — 110 — spelonca; infatti la natura umida degli antri contiene il tipo
e il simbolo di tutte le cose che sono nel mondo Gli ùltimi sei libri poi
adempiono Tufflcio filosofico, in quanto riguarda alle virtù politiche, perchè
l'uomo è animale socievole. Però Enea si agita ancora, imperocché si
apparecchiava il passaggio u purgatoriis virtutibus ad eas quae animi iam
purgati dicuntur, I desideri umani, che fanno guerra all'anima, ten- tavano di
sopraffare Enea; questo significano le nascenti guerre. Tosto dopo però l'animo
rinvigoritosi nel Lazio uccide Turno, fa tacere i tumulti, disprezza le cose
umane e si tras- forma in Dio Perciò il poeta divino nuU'altro volle aggiun-
gere all'opera sua e sono stolti quelli che la credono imper- fetta. Per Troia
poi io non intendo l'infanzia, come fanno taluni, ma la parte inferiore del
mondo, secondo che dice Platone nel Teeteto, che i mali non si possono
espellere intie- ramente, bisognando che vi sia sempre qualche cosa contraria
al bene ». Mi sono ingegnato di rendere più chiaramente che ho potuto questo
enigma cabalistico, in confronto del quale quello dei Filelfo è una bazzecola;
ma non so se io vi sia riuscito. Ad ogni modo questi enigmi sono la prova più
chiara della fal- sità del metodo e della verità del metodo contrario. E il me-
todo contrario c'era e si scorge dagli sforzi stessi del Filelfo e del Rodigino
per confutarlo. Quel metodo spiegava V Eneide, forse troppo semplicemente,
portando in campo Omero dal- l'una parte e Augusto dall'altra; e molto più in
là per quei tempi difllcilmente si poteva andare; ma ci si tirava molto più da
vicino, che con le astruserie platoniche e fulgenziane del Landino. Il partito
contrario ebbe, se non un campione dichiarato, un illustre rappresentante nel
Poliziano, il quale nei commenti avea lasciato il vezzo di allegorizzare e
quantunque nella pre- lezione sopra Omero si risenta ancora l'influenza della
scienza riposta che vedevano gli antichi in quell'autore, pure siamo ben
lontani dalle intemperanze allegoriche dei Landiniani (1). <1) luL. ScHÙCK,
Zur Charakt., p. 28. Digitized by VjOOQIC — IH — Vero campione invece di questo
partito fu il Florido, il quale ammette bensì l'allegoria nei poeti, perchè
altrimenti trove- remmo in essi troppe cose puerili e poco sobrie e perchè
l'al- legoria aggiunge bellezza alle loro opere; ma non si deve eccedere.
Allegorici, egli dice, sono Platone e più Omero e più ancora Ovidio e Dante.
Chiama barbaro "Fulgenzio, delle cui sottigliezze si scandqjàzzava perfino
il Boccaccio (1), ma più di tutto egli scatena l'ira sua contro il Landino in
due brevi, ma acerrime invettive (2). Per dare un'idea dell'allegoria del
Landino, reca questo saggio: « Enea, cioè l'uomo probo, tende all'Italia, cioè
al sommo bene, il quale è riposto nella vita con- templativa. A costui è nemica
Giunone, cioè l'ambizione di regnare, la quale cerca di traviare Enea dalla
vita contem- plativa alla vita attiva. Resistendo egli però , Giunone gli su-
scita contro per opera di Eolo la tempesta, cioè la ragione in- feriore; ma
Nettuno, cioè la ragione superiore, non si lascia vincere da Giunone e calma la
tempesta ». Naturalmente il Florido non si può tenere e manda il Landino a fare
il sagre- stano. Ecco alcune frasi abbastanza energiche, con cui intra- mezza
il suo giudizio: «insulsum Landini in scrutandis poetarum allegoriis ingenium»;
«singularishominis stultitia»; «stupidum in explicandis allegoriis iudicium »;
« allegoriae nimis super- stitiose, ne dicam stulte, petitae »; « amens rabula
ea secum de allegoriis comminiscitur, quibus nihil a sano iudicio re- motius
esse potest ». vni. Quale sia più grande fra i capitani antichi. H Petrarca,
quantunque non molto apprezzato dagli umanisti ►me rimatore toscano, pure era
sempre tenuto in gran come (1) Geneal., II, 52; IV, 23; VI, 7; XIII, 58. (2)
Apologia^ p. 115; Lectiones succis., 11, 24. Digitized by VjOOQ IC \ — 112-
rispetto e le sue poesie volgari venivano lette e suscitavano talora qualche
piccola discussione, talora qualche questione più grave e più lungamente
dibattuta, come quella che raccon- terò ora; a quale cioè fra i capitani
antichi dovesse darsi la palma. Il Petrarca, nel Trionfo della Fama, lascia
incerta la decisione tra Cesare e Scipione. Ecco i suoi versi; Da man destra,
ove prima gli occhi porsi, La bella donna avea Cesare e Scipio ; Ma qual più
presso, a gran pena m'accorsi. L'un di virtute e non d'amor mancipio, L' altro
d' entrambi (1). Un altro confronto fa il Petrarca neW Africa (2). Scipione,
Lelio e Massinissa dopo la battaglia di Zama si intrattengono conversando la
notte. Scipione tesse il più grande elogio di Annibale e alludendo al giudizio
di Annibale stesso, che si poneva terzo dopo Alessandro e Pirro (3), egli lo
dichiara senz'altro primo fra tutti e superiore ad Alessandro tanto nelle
imprese quanto nei costumi. « Chi non sa che Annibale è parco, semplice nel
vestire, paziente del freddo e della fame; che Alessandro invece si ubbriacava,
contaminava di sangue umano i conviti, vestiva sfeirzosamente alla persiana ?
Quanto poi alle imprese Alessandro assoggettò l'Asia, ma era barbara; Annibale
vinse in quattro battaglie consecutive i Romani, che sono il popolo più
guerriero del mondo». — Si direbbe che il Petrarca ci mettesse un po' del suo
in questo giudizio di Scipione e avesse una certa antipatia verso Alessandro e
i Greci che lo esaltano tanto. Al dir di Scipione fu più illustre Annibale
perditore a Zama, che Alessandro vincitore in Asia: licet omnis graecula circum
obstrepat et testes inculcet turba libellos (4). (1) 1, 22-26. (2) Vili,
42-232. (3) Cfr. Livio, 35, 14. (4) 208-209. Digitized by VjOOQIC — 113 — Lelio
però conchiude il colloquio, che Scipione vincendo An- nibale gli si mostrò
superiore. Il confronto tra i capitani antichi era tutt 'altro che nuovo; ne
aveano parlato Livio (1), Plutarco nella Vita di Cesare e Luciano nei Dialoghi
dei morii; ma non si può negare che gli scritti del Petrarca abbiano
contribuito a risuscitare la que- stione. E infatti la troviamo posta a Poggio
nel 1435 da Sci- pione de' Mainenti (2), di Ferrara, confidente di Eugenio IV,
poi dal 30 ottobre 1436 vescovo di Modena (3). Era amico di Poggio, con cui
praticava in Firenze nel 1435, dove si trovava fra il seguito del papa.
Scipione, pazzamente entusiasta del suo omonimo romano, non solo si occupava
delle lodi di lui, ma obbligava a occuparsene anphe gli altri. In iUius
(Scipio- nis) laudiìms te.., tempora terere et ut ai) aliis terantur seduto
agere, gli scrive nel marzo 1436 il Sartiano (4), che gli rimprovera quel pazzo
amore, che a lui sapeva di troppo pa- ganismo, sdegnandosi inoltre che in
Italia uomini seri si ac- capigliassero per discutere simili questioni pagane,
nacta per- quam pusilla occasione se invicem, lacessendi atque gravis- simis ne
dicam, immundissimis conviciis insectandi. Poggio nella sua lettera scritta da
Firenze, 10 aprile (5), esamina primieramente i giudizi degli antichi, indi la
vita dei due grandi capitani e viene alla conclusione, che Scipione nella virtù
e nella rettitudine fu molto superiore a Cesare, a cui non fu inferiore nella
gloria militare e nelle imprese compiute. Pare la ripetizione del giudizio di
Plutarco su Scipione e An- nibale: « questi due celeberrimi capitani non tanto
sembrano paragonabili nelle virtù domestiche, in cui Scipione fu d'assai
superiore, quanto nelle arti della guerra e nella gloria delle imprese operate
». Certo anche il nome dell'amico, Scipione, (1) 35, 14. (2) R. Sabbadini ,
Epistolario edito e inedito di Guarino Veronese^, Salerno 1885, p. 74. (3) Alb.
a Sarthiano, Op., p. 271. (4) Ibi, episi. 43. (5) Opera, Basilea 1538, p. 357.
R. Sabbadini, Ciceronianismo e altre questioni letterarie. 8 Digitized by VjOOQ
IC — 114 — contribuì non poco a far risolvere Po^io per Scipione, anziché per
Cesare. Non l'avesse però scritta Poggio questa lettera! Quando lo seppe
Guarino, che allora era a Ferrara, ne fece la confuta- zione, che ha l'aria di
un'invettiva, indirizzandola a Poggio e dedicandola a Leonello d'Este con una
letterina, in cui tratta addirittura Poggio di calunniatore di Cesare: «
exortus est Caesaromastix (1) ». Eccone il contenuto. Poggio avea chia- mato
Cesare parricida linguae latinae. Non parricida, sog- giunge Guarino, ma
litterarum eccpolitor et munditiarum parens, e cita l'autorità degli antichi ;
mettendo in chiaro quanta cultura ci fu e dopo Cesare e sotto Angusto edurante
l'impero, e come Cesare promosse molto gli studi. Né Cesare tolse le
istituzioni repubblicane; le vere cause della rovina di Roma furono l'avarizia
e il lusso. E se vi furono impera- tori iniqui, ve ne fu anche di buoni ; né
Cesare é responsabile degli iniqui, come San Pietro non ha colpa dei papi
malvagi che gli succedettero. Indi esamina l'adolescenza di Cesare e mostra,
contro l'asserzione di Poggio, che in essa Cesare operò molto, che era indizio
di animo forte e generoso. Perché va pescando Poggio tutte le accuse mosse a
Cesare dalla mali- gnità e che sono naturalmente sospette, e tace il buono di
cui si ha notizia sicura? Perché interpreta malamente azioni di Cesare, che
considerate da un animo imparziale sono invece oneste? — Cesare si servì di
largizioni per farsi eleggere con- sole: ma, lasciando le largizioni, cosa
allora comune, chi ha or più merito dei due. Cesare eletto con tanta lotta, o
Scipione eletto perchè ninno si presentava? Non vedo che si deva rimproverare a
Cesare d'avere pro- posto il domicilio coatto dei congiurati, giacché non fu
egli il solo, e Catone che lo osteggiò non era poi quell'irreprensibile uomo,
che potrebbe parere. Ma si fece prorogare il comando della Gallia: e non pensi
alla capitale importanza di quella guerra ? — Del resto Cesare in guerra fu
clementissimo e umano. Ma si avvilì negli amori di Cleopatra : e Scipione non
amò una (1) Vedi le fonti di questa lettera R. Sabbadini, Op. cit, n* 336 e
454. Digitized by VjOOQIC — 115 — serva? — Dici che fu poca gloria vincere i
Galli imbelli; leggi il giudizio di Sallustio e mi saprai poi dire se erano
imbelli. -— Da ultimo Guarino difende Cesare dall'accusa di essere stato il
distruttore della libertà, mostrando che la libertà di Roma era già morta da
prima e che Cesare fu anzi quegli che la difese. Conchiude che Scipione fu vir
ì)onus, civispu- siUanimiSj imperator excellens; che Cesare fu chyis magna-
rdmus.princeps prudentissimus, imperator exceUentissimus. La replica di Poggio
non si fece aspettare; egli la indirizzò a Francesco Barbaro, che scelse
arbitro della contesa. Con- fessa nel proemio di non sapersi persuadere, come
mai Guarino abbia preso tanto in sul serio una questione trattata unica- mente
per esercizio di ingegno, e che vi abbia mischiato tanta acrimonia. Indi
risponde, una per una, a tutte le parti della lettera di Guarino. Cicerone,
Vergiho, Sallustio, Orazio furono del tempo di Cesare, ma nacquero e
ricevettero educazione al tempo della repubblica. Vi furono valenti grammatici
sotto l'impero, ma tutti insieme non valgono una pagina di Varrone; dopo morto
Cesare non si trova un comico come Plauto, un oratore come Cicerone; e questo
dicasi pure dei filosofi, dei giureconsulti. Quindi Poggio raccoglie tutte le
sue forze a di- mostrare con una lunga serie di testimonianze antiche l'as-
surdità della proposizione di Guarino, che Cesare non solo non distrusse la
libertà di Roma, ma anzi la promosse. La replica di Poggio è più moderata ,
caso strano invero, della confutazione di Guarino, il quale s'era preso tanto a
petto la questione, perchè forse Leonello d'Este era ammira- tore di Cesare;
cosi crede anche Poggio. Però i due conten- denti non stettero molto a tornar
amici com'erano prima. Ma la questione continuò ancora. In favor di Scipione
scrisse a Poggio una lettera Pietro dal Monte (1), e in favor di Cesare
prosegui contro Poggio la polemica Ciriaco di Ancona, che prima fa parlar le
muse in difesa di Cesare e in vituperio di Poggio, e indi mette in bocca a
Mercmìo l'elogio di Cesare e dell'impero. Poggio gli scatenò contro una delle
sue famose (1) Rosmini, Yiìa'di Guarino^ II, pp. 96 segg. Digitized by VjOOQIC
— 116 — repliche, dove lo chiama uno sfacciato e disordinato ciancia- tore, uno
scempiato, una cicala importuna, un matto vagabondo, un satiro barbuto, un
asino bipede e somiglianti ingiurie (1). La questione che, quantunque posta a
tacere per allora, dovette dibattersi pur sempre nei circoli letterari, prese
pro- porzioni inaspettate nella prima metà del secolo decimosesto. Il Florido
infatti ne fece un libro intitolato: De Caesaris prae- stantia, nel quale
istituisce un confronto di tutti i capitani antichi. L'idea del lavoro gli
dovette certo venire dal seguente passo di Plutarco nella Vita di Cesare: « sia
che tu confronti con Cesare i Fabi, i Scipioni, i Metelli e i contemporanei
suoi di poco anteriori. Siila e Mario, i due LucuUi e lo stesso Pompeo, la cui
gloria in ogni genere di virtù militari supera gli astri, le imprese di Cesare
vincono tutti, quale per l'asprezza dei luoghi, dove portò guerra ; quale per
la vastità delle Pro- vincie soggiogate; quale per la moltitudine e ferocia dei
ne- mici disfatti; quale per la fierezza e ferocia dei costumi che ammansò;
quale per la clemenza e dolcezza verso i vinti; quale per la liberalità verso i
soldati ; tutti poi per l'immenso numero delle battaglie e dei nemici uccisi ».
Ora ecco l'esposizione un poco minuta dell'opera del Florido, che si divide in
tre libri ed ha forma di dialogo. Interlocutori: il Florido, Arnoldo Arlenio
Perassilo, a cui il Florido dava a vedere tutti i suoi scritti, Riccardo Seleio
in- glese. La discussione si tiene a Bologna in casa di Bassiano Laudi
piacentino, « in opaco pulchre censiti hortuli angulo ». 11 Laudi apre la
discussione su argomenti militari e comincia dal dimostrare che la milizia
antica era più perfetta della moderna (pp. 2-6). Il Laudi si occupava molto di
Plutarco e seguiva le opinioni di quello nel giudicare dei capitani antichi.
Libro I. — Comincia a parlare il Florido, il quale prima esamina le imprese
esterne di Cesare e prende le mosse dalla conquista della G-allia (8-14), dalla
quale passa alla guerra civile, alla guerra di Alessandria, di Africa e di
Spagna (14-17). Quindi fa l'elogio delle qualità morali di Cesare. A nessuno
furono resi si grandi onori come a lui; era soave e liberale. (1) VoiGT,
Wiederbelebung, I, p. 340. Digitized by VjOOQ IC — 117 — amato dai soldati,
laboriosissimo, osservatore della disciplina, esperto nel nuoto e nel
cavalcare, oratore eloquente ed ele- gante scrittore e riformatore del
calendario; conforta i suoi giudizi con quelli degli antichi scrittori (17-19).
Finito il Florido, il Seleio sorge a mettere in chiaro le parti riprovevoli di
Cesare : anzitutto Cesare mosse guerra civile a Roma, con minor ragione di
Coriolano, che era stato offeso, e senza imitar l'esempio di Scipione, che
sacrificò il suo amor proprio alla patria (19-20). Cesare fu impudico e lo
prova con l'esempio di Nicomede e coi numerosi stupri con illustri ma- trone
(20); Cesare trattò male la Spagna come questore (20-21), e in Gallia e in Roma
spogliò templi (21); nel consolato si contenne un po' dispoticamente e lo sanno
Catone imprigio- nato e Cicerone esiliato (21). Né la sua ambizione lo avrebbe
mai indotto a vivere privato, come tu, o Florido, asserisci ; e se fu caro ai
Romani, le cagioni ne furono le immense ric- chezze e i doni ch'egli loro
acquistò e distribuì, specialmente ai soldati, ch'egli lasciava saccheggiare e
adulava con il lusso e la rilassata disciplina (21-22). Quanto poi alle sue
imprese. Cesare fu molto secondato dalla fortuna, come egli stesso con- fessa,
spesso più temerario che valoroso; e se fece due spedi- zioni in Brettagna, fu
per la avidità delle margarite (perle). Quanto al calendario lo riformò, ma non
perfettamente, come dice anche Plutarco (22-23). — Comincia il Florido la sua
re- plica dal ricapitolare la propria esposizione. Indi passa a con- futare il
Seleio con una massima generale , che trattandosi della palma militare non
entrano in considerazione i vizi, se ne ha avuti: che forse il valore di
Annibale è infirmato dalla sua perfidia punica? (23-24). E ribatte partitamente
le obbie- zioni , cominciando dall'oppressione della patria e si apre la via
cosi: « at patriae beilum intulit: intulerit etiam parenti- bus; quid hoc ad
rem? quid ad imperatoria industriam, feli- citatem, diligentiam ?» e mostra che
alla guerra civile vi fu tirato a forza da Pompeo e che Cesare non avea
mostrato sin da giovane questo suo intento di impadronirsi di Roma e che Pompeo
mirava evidentemente egli al principato e che fra quello di Pompeo e quello di
Cesare è da preferirsi da ogni savio quello di Cesare (25-27). Digitized by
CjOOQ IC — 118 — QaBiiio airineontinenza, il Florido cerca, e con ragioni e con
altri esempi, di mostrare che le sue pratiche impudiche con Nieomede furono una
mera calunnia, sconfessata da quelli stessi che Taveano messa in giro : il
Florido ci tiene molto a dimo- strare rinsussistenza di questa turpe accusa
(27-28). Degli altri amori di Cesare con matrone il Florido non tien conto, «
cum spadonem, non virum ah alienis uxoribus tam religiose absti- nere decuerit
»; gliene farebbe colpa solo nel caso che quegli amori lo avessero distratto
dalle sue imprese. Ma fargliene carico a cose quiete è voler trovare il pel
nell'uovo. E poi una vita irreprensibile non era più possibile in Roma da
Scipione in poi ; e i saccheggi e le largizioni e V imprigionamento di Catone e
simili son cose comuni a qualunque impero (28-29). Ed è probabile che Cesare
avrebbe deposta la dittatura; o non l'avesse anche deposta, l'avrebbe usata
moderatamente e l'a- verlo ucciso fu non la più illustre, ma la più nefanda
azione commessa in Roma, dacché era stata fondata (29-30). Sulla rilassata
disciplina militare di Cesare nota che se fosse cosi, non avrebbe vinto tante
battaglie; suU'ascrivere a fortuna le sue vittorie osserva che senza la fortuna
non vi può essere sommo capitano; ma Cesare la seppe bene usare con la sua
perspicacia ; sulla temerità nota come un duce in casi estremi deve prendere
risoluzioni energiche e reca l'esempio di An- nibale (31-32). Dalla conclusione
si comprende che le accuse di Selcio sono un puro esercizio rettorico, ma che
esse erano realmente mosse dai calunniatori di Cesare, come il Florido li
chiama, dai cui libri discorsi egli le raccoglie, sdegnandosi che calunnino in
Cesare non solo il calunniabile, ma anche quello che sorpassa la capacità
umana, onde li chiama degni di essere stati inter- detti non dall'acqua e dal
fuoco, ma dalla terra e dal cielo « oh tam Jniquas frigidasque cavillationes »
(32). Libro II. — Viene la parte del Laudi, che deve parlare dei duci romani
che possono preferirsi a Cesare, e dopo di aver escluso i duci anteriori alla
seconda guerra punica (32-35), si fa a parlare di Marcello e della sua guerra
contro i Galli (35-36); quindi della grandissima e gloriosa parte che ebbe
nella guerra contro Annibale (37-39); a cui il Florido risponde mo- Digitized
by VjOOQIC — 119 — strando diffusarnente che a Marcello non mancò certamente
valore, ma fu troppo audace, di un'audacia però da non pa- ragonarsi a quella
di Cesare, il quale gli è anche senza con- fronto superiore nel numero delle
vittorie (39-42). — All'espo- sizione delle imprese di Mario in Spagna , in
Africa , nella guerra giugurtina e contro i Cimbri e Teutoni (42-44) risponde
il Florido che non fu tutta di Mario la gloria della guerra giugurtina e
cimbrica (45-46); indi mette in chiaro le parti riprovevoli di Mario come
cittadino e come siasi condotto male nella guerra sociale (46-47). — Il Laudi
narra le azioni di SiUa nella guerra giugurtina , nella guerra sociale , nella
guerra contro Mitridate e finalmente contro la fazione mariana (48-50); e il
Florido obbietta che le imprese d'Africa più che mostrare un gran capitano, lo
fanno presentire; nella guerra civile piuttosto si disonorò, avendo vinto
Mario, possiamo dire, inerme. Le altre imprese non sono per nulla da
paragonarsi a quelle di Cesare: non parliamo poi delle sue prave arti di
governo (50-52). — Di Lucullo il Laudi magnifica specialmente le im- prese
contro Mitridate e Tigrane, indi le sue qualità personali, la dottrina e la sua
equità (52-55); ma per il Florido Mitridate e Tigrane e i loro soldati non
erano nemici tanto pericolosi, da rendere illustrissimo chi li avesse vinti ;
essere stata grave mancanza in Lucullo il non aversi saputo cattivare l'animo
dei soldati: sulla dottrina chi si prenderebbe la briga di con- frontarlo con
Cesare (56-58)? — Sulla famosa guerra di Ser- torio in Spagna (59-62) il
Florido replica che Sertorio deve reputarsi più gran capitano dei quattro già
discussi, ma che non può confrontarsi con Cesare: Sertorio prometteva di dive-
nire eminentissimo, se non fosse stato tradito (62). — Quindi il Landi enumera
le imprese di PompeOy la sua parte nella lotta contro i Mariani a favore di
Siila, la guerra contro Do- mizio in Africa, contro Sertorio in Spagna, contro
gli schiavi, contro i pirati e contro Mitridate (64-69); ma, secondo il Flo-
rido, la guerra contro Domizio fu affare di poco momento e il trionfo
concessogli fu per mera condiscendenza di Siila, che avea bisogno dell'opera di
lui ; il secondo trionfo per la guerra contro Sertorio fu del pari poco
meritato, perchè in quella guerra Pompeo combattè con un esercito senza
capitano; il Digitized by VjOOQ IC — 120 — terzo trionfo sopra Mitridate glielo
aveano preparato Siila e Lucullo. La guerra contro i pirati fu cosa di poco
momento, avuto riguardo all'immensa quantità di forze, di cui Pompeo disponeva
(69-74). — Ed ecco il Laudi giunto a Scipione afri- cano. Comincia dal dire che
Scipione fu giudicato il maggior capitano da Cicerone e dover bastare questo
giudizio per di- mostrare l'assunto. Il Florido gli osserva non doversi dare
troppo peso a questo giudizio, perchè Cicerone chiamava anche Temistocle il più
gran capitano della Grecia: o tutt'al più si dovrebbe ammettere che Cicerone
ivi (nel Brutus) intendesse solo dei capitani del tempo di Scipione (74-75). —
Il Laudi accenna la bell'azione di Scipione di aver salvato il padre e il fatto
di Canosa e per terzo il celebre assedio di Cartagena: e nota come in quest'
ultima impresa egli dette prova d'o- nestai consegnando intera la somma
all'erario, e di continenza, restituendo ai suoi la vergine: ben diversamente
da Cesare, rapace e lussurioso (come discendente da Venere) (76). — Il Florido
lo prega di stare in carreggiata e di non perdersi in invettive contro Cesare
(77) e di tenersi solo alle virtù mili- tari. — Il Laudi prosegue la rassegna
delle sue imprese in Spagna e racconta il suo viaggio in Africa (77-78). Indi
espone diffusamente la sua campagna d'Africa prima dell'arrivo di Annibale e la
famosa battaglia di Zama, e conchiude che solo l'avere vinto Annibale gli dà il
diritto al primato tra i capi- tani (79-82): accenna anche all'erudizione di
Scipione, a cui da moltissimi furono attribuite le comedie di Terenzio. — Ri-
sponde il Florido: sulla castità di Scipione, anche prescindendo
dall'autenticità del fatto della vergine in Cartagena da alcuni scrittori
antichi non ricordato, si può giudicare essere stato Scipione più astinente di
Cesare, ma questo dipende dalla sua natura tetrica asperaque, dovechè Cesare
discendeva da Ve- nere. Sulla dottrina ed eloquenza di entrambi decidano i mo-
numenti letterari lasciati da Cesare. Cesare fu in Roma più influente di
Scipione, il quale nella domanda di un consolato per Lelio fu posposto a Q.
Flaminino, che 1q domandò per il fratello : Cesare invece nulla domandò che non
ottenesse. Sci- pione, quando fu citato, si ritirò in volontario esilio, il che
non avrebbe fatto Cesare, che non avrebbe mai lasciato pas- Digitized by
VjOOQIC — 121 — sare una prepotenza. E che ciò Scipione facesse non per amor di
patria, ma per imperizia di padroneggiare i mali civili, lo mostra Tessere egli
abbastanza ardito: e infatti trattandosi della guerra africana egli osò
dichiarare che si sarebbe op- posto al Senato; ma all'ardimento manca l'arte di
Cesare, il quale non avrebbe mai fatta una simile dichiarazione. E questo
mostra l'ambizione di Scipione, che ,non per nulla fu osteggiato da Catone e
accusato di sottrazione di preda (82-83). Venendo poi alla gloria militare, il
Florido confrontando le battaglie di Zama e di Farsalo dimostra che se Cesare
non fu superiore a Scipione, gli fu per lo meno eguale (83-84). Confrontando le
restanti imprese di Cesare con le restanti di Scipione, quegli è superiore a
questo senza paragone. Scipione espugnò Car- tagena e Cesare Alesia ; Scipione
debellò in due battaglie tre eserciti in Spagna e Cesare in una estate gli
Elvezi e i Ger- mani; il legato di Scipione vinse Annone in Spagna; e i legati
di Cesare? e le imprese di Cesare in Africa contro Catone non valgono quelle di
Scipione ivi stesso contro Siface q Asdru- bale? Restano le innumerabili altre
imprese di Cesare, alle quali Scipione nulla ha da contrapporre. Infine
Scipione in Asia fu inferiore alla sua fama e cosi essere avvenuto di Pompeo,
Annibale, Mario, Marcello, i quali sopravvissero alla loro gloria: chi comincia
troppo presto, decade anche presto; Cesare e Siila cominciarono tardi e si
mantennero sempre uguali. Ter- mina citando il giudizio di Plutarco, che
prepose Cesare ai Fabi, agii Scipioni, ai Metelli, a Siila, a Mario, ai due
Luculli e allo stesso Pompeo (83-86). Libro III. — Entra in campo l'Arlenio coi
due stranieri e comincia con Pirro, di cui espone le imprese in Grecia, in
Italia e in Sicilia (87-90). Risponde il Florido essere stato Pirro capitano
instabile: difetto gravissimo. Pirro fu spesso vinto, non sempre mantenne la
data parola e spesso fu nelle sue azioni negligente. Se vi è dove possa
superare Cesare, è solo nella forza corporale (91-99). L'Arlenio passa ad
Annibale, parlando del suo tirocinio in Spagna, delTespugnazione di Sa- gunto,
della spedizione in Italia e delle sue imprese quivi compiute e mettendo in
rilievo due circostanze, che Annibale combatteva in suolo straniero e che i
suoi guerrieri erano di Digitized by VjOOQ IC — 122 — nazionalità diverse
(93-99). Al che il Florido risponde che le prime vittorie di Annibale sono
dovute alla sua superiorità numerica e al poco valore dei duci romani (100),
fermandosi di proposito a confutare l'opinione di Maarbale che dopo la
battaglia di Canne Annibale avrebbe potuto sorprender Roma (101-102). Indi
mostra che Annibale fu vinto da Fabio Massimo e da Marcello: e la perdita di
Capua? Aggiunge in fine che Annibale, anche avesse persuaso Antioco a seguire i
suoi con- sigli, non poteva nuocere a Roma (102-103). — Resta Alessandro;
TArlenio comincia dal lodare le sue straordinarie doti giova- nili: indi
accenna alle sue guerre in Grecia e poi più diffu- samente a quelle d'Asia
(103-107). Ma il Florido osserva che nelle imprese giovanili è superiore
Alessandro, non nel resto; le sue azioni di Grecia essere di un valore solo
mediocre; le sue imprese d'Asia anche di poco momento, avendo avuto che fare
con avversari imbelli. Infine cita per intiero il passo, dove Livio (9, 17-19)
discute se Alessandro avrebbe potuto vincere Roma, assalendola, nel quale sì
confi:*onta Alessandro coi Ro- mani. — Conclusione: Cesare è il primo capitano;
secondo dopo lui fra i romani Scipione, fra gli stranieri Annibale (107-111).
IX. I calunniatori della lingua latina. I detrattori di Cicerone e della lingua
latina in generale si chiamavano calunniatori. Questa denominazione non era
molto nuova, perchè la troviamo già adoperata da Gino Rinuccini, il quale,
difendendo dagli attacchi del Niccoli e del Bruni Dante, il Petrarca e il
Boccaccio, intitola il suo libro : Irvoeì- tiva contro a certi calunniatori di
Dante , etc. Il più acca^ nito, il vero calunniatore fu il Valla, « qui
Giceronem velli- cabat, Aristotelem carpebat,Vergilio subsannabat (1) ». Il
primo (1) Fontani, De sermone^ p. 193. Digitized by VjOOQ IC — 123 — attacco lo
rivolse contro Cicerone nel suo libro, dove lo con- frontava con Quintiliano, a
cui lo posponeva. I contemporanei opposero accanita resistenza alle critiche
del Valla; e Poggio, p. es., difese nelle invettive contro il Valla gli autori
da esso, come egli diceva, criticati, Terenzio, Cicerone, Sallustio e altri; e
Benedetto Morandi scrisse due invettive, nelle quali dichia- rava reo della
pena di morte il Valla, perchè avea infamato Livio, sostenendo contro la sua
autorità che Tarquinio il Su- perbo non era figlio, ma nepote di Tarquinio
Prisco. Però il libro più famoso nato da queste cosiddette calunnie fu quello
di Francesco Florido, che si intitola appunto Apologia in Un- gitae latinae
calumniatores. A questo libro ha dato origine una conversazione letteraria,
alla quale prendeva parte anche il Florido, allora, verso il 1535, studente di
giurisprudenza a Bol(^na, ma passionato amatore delle lettere. In quella con-
versazione si faceva il confronto tra Terenzio e Plauto e si dava la palma a
Terenzio; il Florido sostenne la causa di Plauto e tanto se ne accese, che ne
scrisse una difesa intito- lata: Apologia contro i calunniatori di Plauto. Ma
lo sdegno ch'egli concepì verso quella setta dei calunniatori fu tale e tanto
(1), che non si diede pace, finché non ebbe compreso nella sua apologia tutti
gli altri autori calunniati; e infatti tre anni dopo (1538) pubblicò la 2*
edizione dell'apologia col nuovo titolo: Apologia adversus linguae latina^
calumniaiores. La questione della supremazia fra Terenzio e Plauto risa- liva
al Petrarca, che dava la preferenza a Plauto. Raccontando egli, che leggeva per
ricrearsi le comedie plautine, soggiunge: « mirum dictu quas ibi elegantes
nugas inveneram, quas ser- viles fallacias, quas aniles ineptias, quas
meretricum blandi- tias, quam lenonis avaritiam, quam parasiti voraginem, quam
senum soUicitudinem, quos adulescentium amores.Iam minus Terentium nostrum
miror, qui ad illam elegantiam tali usus est duce » (2). Ma bentosto dovette
formarsi il partito con- trario, di quelli che davano la palma a Terenzio, e
già An- (1) Lectiones succis.^ p. 215. (2) Rerum famil., V, 14. Digitized by
VjOOQ IC — 124 — tonio da Rho lo preferiva a Plauto (1). Parimenti Erasmo nel
Ciceronianus mostra di pregiare più Terenzio che Plauto e nella dedica premessa
il 12 dicembre 1532 all'edizione di Te- renzio afferma senz'altro, che in una
sola comedia di Terenzio si mostra maggior rettitudine di giudizio, che in
tutte quelle di Plauto (2). Il Florido poi ci racconta che taluno nutriva tanto
odio contro Plauto, da farsi un obbligo di non leggerne nemmeno un verso e che
tal altro si guardava bene dall'ac- cordargli un posto nelle proprie librerie
(3). Ma quello che fece più remore, pare sia stata la lettera scritta in nome
di Francesco Asolano da Andrea Navagero per l'edizione aldina di Terenzio^ che
quegli avea apparec- chiato (4). In quella lettera il Navagero chiaramente ed
esplici- tamente dà la preferenza a Terenzio su Plauto, cercando di dimostrare
l'assurdità del canone dei dieci comici latini di Volcazio Sedigito (5), il
quale pose primo Cecilie, secondo Plauto, sesto Terenzio, e pigliandosela con
quel tale recente scrittore che trovò giusto quel canone. Ecco il confronto del
Navagero: « Non parliamo dell'eleganza della forma, la quale dipende dal secolo
in cui visse Terenzio e della quale esso ha la minor parte del merito ; ma
venendo alle aitile parti « omni- bus in rebus Plautus nimius videtur; ilio
Terentius parcior; — hiant nonnunquam ncque satis cohaerent Plauti comoediae,
ita omnia Terentii Inter se nexa ». Plauto osserva poco il decoro (decorum),
ama troppo far ridere, nel che ripose forse l'essenza della comedia; Terenzio è
più moderato. Bisogna di- stinguere facezia di cosa e facezia di parola; questa
spesso diventa freddura e degenera in • scurrilità ; della prima usa più spesso
Terenzio, della seconda Plauto: « ut uno omnia vocabulo complectar, in ilio
(Plauto) dicacitas, in hoc (TereAtio) urbanitas conspicitur maxima ». — Indi
reca il giudizio di (1) Valla, Adnotat. in Anton, Rhaudens., Venezia 1519, p.
132. (2) BuRiGNY, Leben des Erasmus etc, Halle 1782, II, p. 355. (3) Apologia^
p. 9 e 13. (4) Andr. Nauger., Opera, Padova 1718, pp. 94 segg. (5) Gfr.
Bernhard^, Edmische Literaturgesch., 5* ediz., p. 460. Digitized by VjOOQIC —
125 — Orazio, che non approva i ritmi e i sali di Plauto [ad Pis., 270] e dà la
palma nell'arte a Terenzio [Epist. II, 1, 59], e quello di Afranio, che
scrisse: « Terentio non similem dices quempiam » (i). Udiamo il Florido.
Anzitutto il giudizio di Quintiliano su Plauto e Terenzio non pregiudica la
questione della superio- rità dell'uno o dell'altro (pp. 13-14). Plauto,
dicono, ha molti luoghi oscuri : ma questo dipende dalla corruzione dei testi ;
ha parole antiquate: ma questa non è colpa sua, bensì del tempo in cui visse.
Del resto Plauto, quanto ad eleganza la- tina, è ottimo modello, se tu ne levi
quelle forme arcaiche, che tutti conoscono (15). — Traggono argomento a
deprezzar Plauto dall'esser più facile imitar lui che il forbito Terenzio e ne
fanno fede le comedie spurie attribuite a Plauto. È vero, risponde ì\ Florido,
ma anche Omero, anche Vergilio ebbero i loro interpolatori. Però se Omero trovò
Aristarco, l'Aristarco a Plauto non mancò in Varrone : e qui il Florido ragiona
sulla questione della genuinità delle comedie plautine (16-19). Quanto non fu
Plauto più fecondo di Terenzio! E in Plauto trovi tutto quello che si richiede
in un grande scrittore, in Terenzio non trovi che la proprietà (20-22). Plauto
è più ricco di locuzioni e con le sue parole puoi esprimere tutto quello che
riguarda la vita di un uomo; con Terenzio spesso dovresti tacere. Voi- cazio e
molti altri antichi hanno portato un giudizio assai favorevole su Plauto
(22-23); ed errano quelli che dicono che il giudizio di Varrone non ha importanza
, perchè Varrone non era poeta: il non esser poeta non escluderebbe il poter
dare un buon giudizio, del resto Varrone era poeta e lo mo- strano le sue
Menippee (24-25). Esamina quindi il giudizio di Orazio su Plauto, mostrando
diffusamente ch'era vezzo d'Orazio mordere i poeti antichi romani e che in quel
luogo dove bia- sima i numeri e i sali plautini, intende con Plauto i poeti
antichi. Quanto ai sali Plauto non è da biasimare, si piuttosto Terenzio, che è
freddo (25-29). Quanto all'accusa che si dà di arcaica alla lingua di Plauto,
osserva che anche al tempo di (1) Cfr. Bernhardy, Op. cit, p. 470. Digitized by
VjOOQ IC — 126 — Vergilio si usavano parole arcaiche e che del resto Plauto
anche dai letterati dell'ultimo secolo, p. es. Cicerone, era sti- mato ; e che
uno studioso di latino, quando sia bene iniziato, trae più frutto da Plauto che
da Terenzio (29-33). Gonchiude che in Terenzio si trova più diligenza, ma in
Plauto più in- gegno e che questi non fu superato da quello che nella pro-
prietà (34). Indi, confutato il giudizio di un grammatico an- tico (36-42)
passa, con un'erudizione sorprendente e un'efficace rapidità di stile, in
rassegna i caratteri più importanti e più spiccati delle comedie plautine,
mostrando la loro perfezione: i vecchi, i giovani dissipati, i servi, i
parassiti, i ruffiani, i soldati spacconi, i sicofanti (36-42). Dalla difesa
del Florido risulta ch'egli non avea di mira il solo giudizio e l'accusa del
Navagero, ma una serie di altri giudizi e di altre accuse contro Plauto, le
quali io ho cercato invano fra gli scrittori di quel tempo, ma che certo
doveano agitarsi nelle società letterarie e nelle scuole. Fra i calunnia- tori
della lingua latina il Florido assalta con una lunga e acre conftitazione (i)
anche il Marnilo, che in alcuni suoi versi avea posto come grandi autori della
lingua latina certuni, escludendo certi altri. Altrove difende Servio dalle
conside- razioni critiche o calunnie, come le chiama lui, di Battista Pio (2) e
di Filippo Beroaldo (3); e Cicerone dalle calunnie dello Zazio, il quale lo
posponeva a Catone (4). Fra i calun- niatori poi dei moderni redarguì
abbastanza mitemente Erasmo, che tacciò di paganismo il Pontano e il Sannazzaro
(5) e ag- gredì rabbiosamente e annientò il povero Mancinelli, che aveva innocentemente
scritto una Lima alle Eleganze latine del Valla (6). (1) Apologia^ pp. 45ò3; cfr.
Lectiones succis,, p. 130. (2) Lectiones succis.^ p. 236. (3) Lectiones
succis.^ II, 9-18. (4) De iuris dv. interprete pp. 203-204. (o) Lectiones
succis., Ili, 6. (6) Lectiones succis., II, 20-21.
Digitized by VjOOQIC — 127 — X. Se si deva scrivere latino o italiano. Il
Petrarca avea saputo mostrare il suo valore artistico e letterario si nella
lingua latina che nell'italiana o volgare; ma già egli stesso si era pentito e
domandava perdono di quei suoi sospiri in rima e più volte dichiarò che in
faccende ca- salinghe usava il volgare, perchè il latino non si poteva ab-
bassare a simili argomenti (1). E il Boccaccio, l'autore del' Decamerone, si
vergognava di avere scritto « cose volgari degne di essere ascoltate dal
popolino » (2). Sul volgare por- tarono giudizi ancora più sfavorevoli i
latinisti del principio del secolo XV e specialmente il Bruni e il Niccoli (3).
Il Rinuccini, che scrisse una invettiva contro questi detrat- tori della lingua
volgare , formula cosi i loro giudizi : « Le storie poetiche dicono esser
favole da femmine e da fanciulli, e che il non meno, dolce che utile recitatore
di dette istorie, cioè messer Giovanni Boccacci, non seppe grammatica e dei
libri del coronato poeta messer Francesco Petrarca si beffano dicendo che quel
De viris iUustribus è uno zibaldone da qua- resima Poi per mostrarsi
litteratissimi al vulgo dicono lo egregio e onorevole poeta Dante Alighieri
essere suto poeta da calzolai » (4). I latinisti non stimavano il volgare atto
a trattar d'argomenti gravi. Il Bruni discutendo nelle sue prose volgari il
valore della parola poeta, conchiude: « Contuttoché queste sien cose che male
dir si possano in volgare idioma ». E il buon Vespa- siano da Bisticci: <c
Molte cose degne si potrebbero dire di (1) VoiGT, Wiederhelehung^ li, p. 422.
(2) HoRTis, Studi sul Boccaccio, p. 200. (3) VoiOT, 1, pp. 38.5-388; A. v.
Rbumont, Lorenzo il Magnifico^ 2. Aufl. II, p. 37-38. (4) Fioretto, Qli umanisti.
Verona 1881, p. 122. Digitized by VjOOQ IC — 128 — memorie, che sono scritte da
scrittori degnissimi nello ornato ed elegante latino e non nello idioma
volgare, dove non si può mostrare le cose con quello ornamento, che si fa in
latino » (1). Il Filelfo chiamava il volgare la lingua del popolino e quando
ebbe l'incarico dal duca di Milano di dichiarare in volgare le rime del
Petrarca, se ne sdegnò come di cosa « quae indoctos potius quam viros doctos et
graves sit delectatura » (2); « le cose che non vogliono essere copiate »,
scriveva egli nel 1453, « le scrivo sempre alla gi'ossolana »; e nel 1477
parlando della lingua toscana : « hoc scribendi more utimur iis in rebus,
quarum memoriam nolumus transferre ad posteros » (3). I latinisti vmsero e
verso la metà del quattrocento la causa del volgare parca perduta; ma non molto
dopo cominciò un potentissimo risveglio della lingua italiana, per opera della
scuola fiorentina, nella quale primeggiarono Leon Battista Alberti, il Landino
e più assai il Poliziano. L'Alberti pose verso la metà del secolo la questione
e la risolse conciliando le due lingue, dichiarando che la lingua italiana non
era inferiore alla latina (4). Più tardi il Bembo fece un passo avanti, dando
all'italiana la preferenza sulla latina (5). Ecco com' egli ra- giona : La
volgare è la . lingua nostrana , dovechè la lingua latina ci è, si può dire,
straniera (l'avesse detto al Filelfo!). A quella guisa che i Romani non
stimavano biasimevole, anzi dovere coltivare il latino , lingua patria , senza
trascurare il greco, cosi noi dobbiamo usare il volgare, senza disprezzare nel
medesimo tempo il latino. Il Giovio a queste ragioni e a tutte le altre che
egli stesso reca nella difesa della lingua italiana, che si trova nei suoi
Dialoghi, ne aggiunge una, la quale non manca di un certo peso, che cioè la
lingua etrusca era gradita alle donne, nella società delle quali perciò non si
potea senz'essa brillare. (1) Ibi, p. 125. (2) VoiGT, 1, p. 519. (3) Ihi, li,
p. 422. (4) L. B. Alberti, La cura della famiglia; lib. Ili, prefaz. Gfr. A.
Reumont, Op. cit, 1, p. 425. (5) Dialogo sulla volgar lingua, ediz. Sonzogno,
pp. 144-145. Digitized by VjOOQIC — 129 — Questi ragionamenti erano semplici e
nella loro semplicità ineluttabili ; ma non li avrebbero o capiti o accettati
gli uma- nisti del quattrocento: i quali consideravano loro patria Roma. Gli
umanisti del 500 al contrario compresero che la loro causa correva gravissimo
pericolo e si diedero gran cura di difen- derla. Levò gran romore TAraaseo con
le due famose orazioni De lingule latrnae usu retinendo, pronunciate a Bologna
nel 1529, davanti a un illustre uditorio, tra cui Carlo V e Cle- mente VII,
d'onde veniva più maestà e importanza alla difesa. Nella prima orazione TAmaseo
traccia per sommi capi la storia della lingua latina e mostra come dalla
corruzione di essa nacque la volgare. Indi ribatte una delle obbit-zioni che si
facevano contro T uso del latino. Il volgare, dicevano, ci basta; perchè
dovremo noi spendere fatiche a imparare un'altra lingua, che ci è superflua?
Non è superflua, soggiunge TA- maseo, quando noi con essa possiamo conseguire
una maggior comodità dei Romani stessi, i quali possedevano una sola lingua,
dovechè noi potremmo possederne due, Tuna che servisse ai dotti, l'altra agli
incolti. Ma che parliamo noi di due lingue? li latino e il volgare non sono che
una lingua sola ; questo e una corruzione di quello e l'uno ha intima affinità
con l'altro. Ciò poi dimostra anche che la lingua latina non è straniei'a, ma
lingua nostra, come il volgare, con cui è tutt'una cosa. Su quest'idea torna
anche nella seconda orazione, dove se- guitando il suo ragionamento [nostra che
la lingua latina ò da preferirsi come più perfetta. Ma la volgare è immediata-
mente più utile : no, per asserir questo, bisogna negare tutta la sapienza
pratica che hanno depositato nelle loro lingue i popoli antichi. Né si dica che
il volgare costa meno fatica a imparare del latino , perchè la maggior fatica
spesa in que- st'ultimo è largamente compensata dalla gran diffusione della lingua
latina , per mezzo della quale possiamo metterci in relazione con tutto il
mondo civile; la volgare invece si re- stringe dentro i confini d'Italia, dove
.nemmeno poi è sempre la medesima, perchè chi la vuole etrusca, chi aulica. Che
se si accampi il pretesto che nessuno possa riuscire dotto e va- lente nella
lingua latina, mi basta di citare i nomi del Fon- tano, del Sabellico, del
Navagero, del Longolio, del Sannazzaro. R. Sabbadini, Ciceronianismo e altre
questioni letterarie. Digitized by VjOOQ IC — 130- Parlò per convinzione
profonda TAmaseo o per sfoggio di rettorica? Il fatto è che in quel tempo la
questione tornò più volte in campo. Ne trattò Pietro Angeli da Barga in un di-
scorso detto nello studio dvPisa; ne trattò Celio Galcagnini nell'opera
deirimitazione a G. B. Giraldi ; Bartolomeo Ricci nel 2^ dei suoi libri
deirimitazione; G. B. Goineo e il Sigonio e altri ancora (1). Ma nessuno più
accanitamente di Francesco Florido, la cui polemica contro la lingua volgare è
addirit- tura un' invettiva e tanto caratteristica, che merita di essere,
quantunque lunga, tradotta e riportata per intero. « Parliamo ora di quei
cotali (egli scriveva verso il 1437), S'/' che invece delle lettere latine e
greche coltivano le volgari con ogni assiduità e diligenza e messi da parte i
divini scrit- tori di quelle due lingue, in qualunque genere di dottrina e di
eloquenza eccellenti, perdono il loro tempo in cose da nulla. E questo morbo
che serpe tra noi Italiani tanto di giorno in giorno prende piede e forza, che
già più non si cerca quali siano tra gli autori romani i migliori, ma tutti
vengono come superflui banditi; mentre si vuol far credere al mondo che la
lingua latina allora era necessaria, quando la parlavano anche le balie ; ma
che adesso va buttata in un canto, essen- done sorta un'altra che non che
eguagliata, va preferita alla latina e che la si deve coltivare e illustrare
non meno che un tempo fecero della loro i Greci e dopo i Greci i Romani. Le
quali assurdità, che moverebbero lo sdegno a qualsiasi uomo di senno se le
udisse anche da uno Scita o da un Medo, sentendosi in bocca di Italiani, non è
a dire che si sia acce- cato e ottenebrato il mondo? quando gli Spagnuoli, i
Francesi, i Tedeschi, gì' Inglesi e moltissimi altri popoli studiano e am-
mirano grandemente la lingua latina e noi invece ne cerchiamo un'altra affatto
diversa, che solo col chiamarla volgare la gettano meritamente nel fango. Ed
ecco che chi vi abbia speso intorno pochi giorni vien nominato dalla plebaglia
conoscitor del volgare ed eccoli cotesta razza di gente fondare ogni di quasi
in tutte le città accademie, se pure vanno chiamate (1) Ap. Zeno, Note al
Fontanini, 1, p. 35. Digitized by VjOOQIC — i31 — accademie dove non hai nulla
da imparare, nemmeno che sei un ignorante. Per Iddio, quando vedo la stupidità
di certuni ! fa un anno, già, ch*io intesi un Italiano chiedere a un giovane
greco, se avesse a scegliere fra il latino e il volgare, quale preferirebbe ;
se non che non più mi stomacò la buaggine deir Italiano di quello che mi ricreò
il contegno del Greco, che non gli replicò sillaba e lo lasciò in asso. E
perfino hanno poeti, storici e oratori, da chiamarvi al confronto i Latini; e
il loro Francesco Petrarca lo antepongono non a Tibullo solo e a Properzio, ma
anche a Vei^ilio; e Giovanni Boccaccio paragonano a Marco Tullio, osando
contrapporre le freddure di quello ai fulmini di questo. Ma vediamo quali
frivole ragioni mettano in campo i so- stenitori di quest'idioma, per
dimostrarne la necessità e l'utilità. A frugare quanto su tale questione fu
scritto , troverai che tutto si riduce a quest'unico argomento, che ognuno deve
adoprare quella lingua che ha imparato dalla madre e la quale serva ai più.
Futile argomento e di nessun peso; e che non dovrebbe persuadere nessuno, si
trovasse anche essere più quelli che sanno parlar il volgare che non il latino.
Poiché dato che la lingua volgare sia comune pure alle pescivendolo e ai
cenciaioli e che la latina giovasse soltanto a dieci eru- diti, la latina
sarebbe tanto più utile della volgare, quanto un solo letterato vai più che
molte migliaia di ignoranti. Ma il fatto è ben diverso; imperocché se tu
adopererai codesta lingua, non ti farai capire in tutta Italia; che dico? se
andrai nelFApulia, nella Calabria con questo linguaggio ti pigleranno per un
Sirofenice, per un Arabo ; ma se tu parlerai ivi il la- tino, a moltissimi ti
farai agevolmente intendere. Se poi tu navigassi in Sicilia o in Corsica o in
Sardegna e scappassi fuori con questo linguaggio, passeresti, giuro a Bacco,
per il più pazzo del mondo. Ti guardi poi il cielo dalFavventurarti a parlare
il linguaggio volgare nella Spagna, in Germania o in Francia; ti darebbero la
baia i monelli e trarrebbero a vederti come Torso che balla. Ma sapendo di
latino quasi tutti ti capiranno come se tu parlassi la loro lingua materna. Lo
stesso dicasi di quanto vanno costoro spacciando, che ognuno deve celebrare le
gloria domestiche nella lingua imparata Digitized by VjOOQ IC — 132 — dalla
balia. Imperocché se di ciò si potessero far persuase anche le altre nazioni ,
non spenderebbero tanta fatica a imparare un altro linguaggio, ma contente del
proprio, scri- verebbero in modo da farsi intendere dai loro vicini, non
essendovi oggidì provincia che non abbia vari e tanto diversi idiomi, che tu
entro T Italia stessa dovresti mutar linguaggio ogni dieci miglia, se non
volessi parlare ai sordi; del che avviene che anche codesta lingua volgare, a
cui certi sapu- telli attribuiscono più ch'ella non oserebbe dimandare, non sa
dove pur possa posare e piantare la sua sede. Chi difatto la vuol trarre dall'
interno della Toscana ; chi ammette quella solo che è in uso presso la corte
romana. Ma che dire poi che nella Toscana non tutti parlano a un modo, essendo
di- versa la favella dei Fiorentini, dei Senesi, degli Aretini, dei Lucchesi,
mentre ciascuna di codeste città sostiene di essere culla del linguaggio
toscano? Per il che avverrà di certo, io credo, che se i Greci ebbero una volta
cinque lingue, codesti volgari ne produrranno più assai. Ma fannulloni e poco co-
stanti nella fatica siamo noi, che mentre ce la dormiamo fra due guanciali,
mentre nell'apprendere il latino ce ne stiamo con le mani alla cintola ,
aspettando che facciano per noi gli Bei e consumiamo i più belli anni in
ciafruscole, ci accorge- remo dell'erroT-e quando non sarà riparabile e allora
, come non fosse cosa nostra, per non sapere dove batter la testa, ci
rifugieremo tra codeste delizie volgari ; allora , per parlar chiaro, chi non
sarà riuscito nel greco e nel latino, si racco- manderà al volgare, come chi
non spuntandola a sonar l'or- gano, si contenterà di tirare i mantici. E che?
mi darà qui taluno sulla voce: credi tu che Dante, Francesco Petrarca e
Giovanni Boccaccio ignorassero la lingua latina? No; che anzi fra loro gran.
nome si acquistò il Pe- trarca, il quale primo tra gli Italiani imprese a
trarre in luce dai ruderi e dall'antichità la lingua latina lungo tempo se-
polta ; ma non essendogli troppo felicemente riuscito, o perchè mancava ancora
una buona parte dei migliori libri o perche era impresa da non potersi condurre
a buon termine da un solo, si rivolse malgrado suo alla lingua toscana, e lo
confessa egli stesso nei suoi versi: tanto siamo lungi dal poterne dubi-
Digitized by VjOOQIC — 133 — tare. E son là le sue opere latine che parlano, le
quali se mostrano in lui sommo ingegno e non mediocre erudizione, spesso
mancano di purezza latina. Che anzi Lorenzo Valla profondo conoscitx)re della
lingua latina , nel secondo libro delle Eleganze, afferma non aver lui saputo
intitolare la sua opera De sui et aXiorum ignorantia, giacché andava De sua et
aliorum. Fiori prima di costui Dante, ma quanto all'ele- ganza della lingua
volgare poco, come si direbbe, gli arrisero le muse; o perchè non era ancora
abbastanza formata, o perchè la portata della lingua vernacola non poteva
reggere a un peso immenso. Dopo questi due scrisse Giovanni Boc- caccio, terzo
caporione degli antichi scrittori volgari; né è fra i piccoli guai di questa
lingua che in trecento anni o poco meno essa non debba dare che tre scrittori,
uno per secolo. Che a questi tre almeno, in tanta rarità, facessero plauso
d'ac- cordo i volgari: ma no; anche questi tre non sono molto in onore. Dante
come scrittore di poca eleganza viene, quasi per comune consenso /messo dk
parte; del Boccaccio moltissime cose diventarono antiquate; non resta in voga
che il Petrarca, che vien proposto per modello ai poeti, agli oratori e agli
storici. E perchè veda ognuno quanto perspicace intelletto ebbe il Petrarca, io
lo credo l'unico che abbia misurato le forze della lingua volgare, piegandola a
esprimere solo gli amori e la gaiezza. Il che come felicemente gli riusci, non
cosi felicemente avrebbe tentato opera di maggior mole, con l'esempio dinanzi
di Dante che sperimentò pur troppo come alla favella volgare mancavano e maestà
e vigore; nella quale cantò d'arme e guerrieri, non senza qualche lode, ai
tempi nostri Lodovico Ariosto ferrarese, scrittore non spregevole per la sua
dottrina nel latino, ma che nel resto non s'^accosta al- Teccellenza nemmeno
dei mediocri fra i Latini: e tuttavia diede tanto lustro a quel genere di
poema, che tutti lo re- putano fatto da natura per cantar di guerra. Scrisse
anche comedie, che di comodici non han più che il nonie. A com- porre poi
storie ed orazioni in questo idioma ci sarebbe da eccitare il riso. E perchè
non creda taluno che in quella che alcuni chia- mano finezza, altri leggiadria,
i più dolcezza, la lingua latina Digitized by VjOOQ IC — 134 — sia vinta dal
volgare, sappia clie Properzio e Tibullo non ac- quistarono meno lode in ciò di
Francesco Petrarca, il quale credè che al nome suo si sarebbe fatto il maggior
onore, quando avesse meritato di venire contrapposto a qualsiasi di quei due. E
che la maggior parte dei cultori della lingua volgare, eccettuati sempre alcuni
veramente dotti, sieno poco addentro negli autori latini, ce ne accorgiamo
chiaramente di qui, che evitano, come si evit uno scoglio^ Dante, in cui la
erudizione, Tingegno e l'acume sono maggiori che nel Petrarca; anzi gli danno
taccia di avere appunto scritto oscuramente per non farsi intendere, quasi che
le profondità della filosofia e della teologia si possano trattare con la
medesima facilità e lepidezza che i trastulli delle fanciulle e i convegni di
amore. Laonde a quella guisa che si starebbe a disagio con la lingua latina,
s'ella avesse soli Tibullo e Properzio, cosi non si sta- rebbe troppo a buon
agio col volgare, se si accontentasse del solo Petrarca. Molti però scrivono
tutti i giorni; non nego, ma non han niente che fare cól Petrarca. Anzi meglio
di lui in alcuna parte: sia pure, ma chi gli si possa in tutto para- gonare,
sostengo che oggi non ci è e non ci sarà mai. Ma levano a cielo la prosa del
Boccaccio: la levino anche sopra cielo, ch'io ne sono contento, purché
confessino che non i migliori latini (giacché farei a loro grave onta), ma
qualsiasi di essi fra i più abbietti supera il Boccaccio in erudizione e in
eleganza. Né credo in questo di fare ingiuria al Boccaccio, che si ritiene
esimio nella prosa; nella quale però dopo lui infine ad oggi non si é trovato
chi si acquistasse la benché minima lode, rifiutando i più V Arcadia del
Sannazzaro, ri- piena, come dicono, di molti errori. Che se indaghiamo come
derivò a noi il volgare, non più volgare ma immondo lo chiameremo, non barbaro
ma la bar- barie stessa. E se ne interroghiamo i suoi sostenitori, sapremo che
esso trasse origine dalla prima invasione dei Goti in Italia, dopo la rovina
dell'impero romano, e che quanti più barbari vi immigrarono, tanto più diventò
ricca e copiosa: si può dire iraaginare nulla di questo più turpe ? Meno male
se traesse origine da una sola invasione; sarebbe comunque tollerabile. Ma
avendovi contribuito per una buona parte i Goti, i^Van- Digitized by VjOOQ IC —
135 — d?li, gli Eruli , per un' altra i Longobardi , non vi è ragione (li
affannarsi tanto per questa lingua, che ha la bella pre- rogativa di derivare i
metri non dai Greci o Latini, ma dai barbari. E quale norma si trova in essi
metri 'ì quale artifizio? quale varietà e bellezza? Il più adoperato di quelli
ha un- dici sillabe e Taltro, che per eleganza vi si intercala, sette: dei
quali il primo vogliono derivato dall'endecasillabo latino dal saffico, il
secondo dall' aristofanio , vuoi a bello studio, vuoi, come io credo meglio, a
caso, ma depravati a segno, che non vi si tien conto né dei piedi né della
quantità delle sil- labe e nei quali tu puoi ficcarci quel che ti pare, purché
abbi mente alle sillabe finali e faccia rimare i versi in fine ogni tre o
quattro. Ci é anche un' altra specie di verso, il dodecasillabo, usato molto
dal Sannazzaro^ ma non troppo ele- gante neppur esso. Quello poi che più fa
meraviglia si è che i cultori della lingua volgare scarseggiarono fino ad ora
mol- tissimo di vocaboli e si diverse mutazioni di regni non riusci- rono
ancora in tanti secoli a compiere una lingua, dimodoché a portare a termine
quest'idioma ci sarebbe di bisogno di un'altra invasione di barbari. Ora se
altri rinfacciasse tanti e si gravi inconvenienti alla lingua latina o greca ,
potrebbe parer matto , massime che i Greci ricevettero la loro dagli antenati e
cosi i Latini la pro- pria: alla quale se qualche cosa mancò, vi supplirono con
l'imitazione dai Greci. Che dire poi che tutti quasi i nomi del volgo e dei
quali consta la sua lingua non hanno che due terminazioni, Tunanel singolare,
l'altra nel plurale? Non sembra in questa maniera di stare tra gli Sciti o gli
Africani? Giacché gli articoli, ch'essi vogliono tirare in campo, son cosa
morta di per sé, quando non siano congiunti con la flessione delle parole, come
vediamo nella lingua greca. Quanto non é poi assurdo che quei pochi vestigi di
lingua latina che si trovano nel volgare cerchino di espellerli anche quelli ,
onde non ci sia parola che non si debba ai Goti; imperocché tra tutti quanti scrivono
e parlano il volgare é invalso oggi il principio che per bene scrivere bisogni
allontanarsi da ogni reminiscenza latina Mi obbietterà però taluno : lasciamo
da parte i meno recenti Digitized by VjOOQ IC — 136 — e veniamo al nostro
secolo , in cui nessuno , dotto in latino, trascura di coltivare anche la
letteratura volgare; la quale se fosse tanto da disprezzarsi, ciascuno
tenendosi alla greca alla latina, trascurerebbe la volgare come sozza e inele-
gante. Sappia costui primieramente che la lode di cosiffatti uomini non dipende
dalla cognizione del volgare , bensì del greco e latino: che se poscia
s'applicarono al volgare, non fu perchè l'approvassero, ma o por seguir la moda
o, ciò che è più vero, per mostrarci con quanta facilità s'impari questo idioma,
poiché dove solo in venti o venticinque anni potettero profittare un po' nel
latino e greco , in sei mesi soltanto ap- presero perfettamente il volgare.
D'altra parte è ridicolo che alcuni dei vecchi e anche dei recenti reputino a
bene il pic- colo numero degli scrittori e vadan dicendo che non a tutti è dato
sentire messa accanto al prete. Imperciocché i buoni ingegni non vollero
consumare l'età e spendere i loro migliori anni nelle baie volgari, ma
consultarono gli autori greci e latini, dei quali quasi inflinito é il numero,
dovechè dei toscani è assai ristretto e, se non ne vengono degli altri,
insufficiente. Che anzi col fatto stesso vediamo trovarsi in migliori condi-
zioni la lingua latina, già lungamente sepolta, che la volgare tuttora vivente;
poiché sappiamo che in maggior numero e molto più addottrinati s'affaticarono a
restaurare la latina che a promuovere la volgare, massimamente che il
Sannazzaro e il Bembo, vivente ancora e di grande autorità presso tutti e che
finora ha dato di sé ottimi saggi, appartengono quasi in- tieramente ai latini
o per metà almeno. E se pur sono ec- cellenti nell'una e nell'altra lingua,
tanto maggior valore delle altre hanno le loro scritture latine, quanto il
latino è più nobile, più dolce e più perfetto del volgare (1) ». (1) Florio.,
Apologia l. l, pp. 105-108. ■«^r H§c\i | o = ^^LO i zH ce — ^=00 1 ^=CN o=
=^C\J u_ E Ì=°° 1 O — > 3 — ., — ■ v_^/ C/) — cr — UiHi ^^— -t— > z;=
^=C£> | 31^= C^~ •»~ | I^^^M CO I ^«S?*?^"- ' HÈf REMIGIO SABBADIM CATANIA
TIPOGRAFIA SICULA 1893 ' X V I I 4 POLEMICA UMANISTICA W^lX-.^àVX^' v*- La
polemica è sana e feconda, quando mira alla scoperta del- la verità. Mi auguro
che a sì alta meta miri questa mia e quella che i miei contradittori, G.
Salvo-Cozzo e G. Mancini, mi mossero sul Giornale storico della letteratura
italiana. Ad ogni modo non mi dispiace di vedere messo a romore il campo
umanistico; ciò se non andrà tutto a vantaggio della verità, andrà certo a
vantaggio dell' attività. X La polemica del Salvo-Cozzo ebbe un peccato di
origine. Egli ed io studiavamo, senza sapere 1' uno dell' altro, il medesimo
uma- nista , T Aurispa ; ma io pubblicai il lavoro prima di lui : inde irae. La
critica del Salvo-Cozzo non fu perciò serena, ne io avrei risposto, se essa non
fosse stata accettata sul Giornale storico (1), verso il quale nutro rispetto e
affetto. La risposta (2) non dovette piacergli , perchè mi ha regalato una
replica, ricorrendo bIY Ar- chivio storico siciliano (3). (1) Giornale storico
XVHI p. 303. (2) ib. XIX p. 357. (3) Archivio storico siciliano XVII (1892). —
2 — Lascio ben volentieri a lui 1' ultima parola . trattandosi di una replica
che non porta nulla di nuovo; ma non posso far a meno di congratularmi che egli
abbia messo in pratica un mio consiglio, li consiglio era: che quando gli fosse
capitato tramano qualche documento nuovo, lo comunicasse pure, ma si formasse
lì. Ed ecco che in coda (in cauda venenum) alla replica egli comu- nica un
documento, fermandosi lì. Riproduco il documento: Vige- bant ibi studia litterarum
(Byxantii); doctor eroi insignis M/muri Cltri/xolunis, non solum mira in
graecis litteris eruditiom conspir <-tnis, veruni etiam morum iniegritate
praestantissimus : ìs qui Pau- luiu Vigerium, Leonardwm A reti unni, Ioannem
Aurispam, Fran- ciscum Phiklpkum i rosque nostri temporis docUssimos viros
graecis instituii et in Italia < Unni doeuit. Con ciò sembra che il
Salvo-Cozzo voglia far saliere come l'Aurispa imparò il greco. Ha fatto bene a
fermarsi lì, senza illustrare il documento, poiché di- versamente a viv ni »e
dovuto dirci chi è quel Paulum Vigerwm, dove quando e coinè Francesco Filelfo
imparò il greco da Manuele Ori* solora e dove e quando Lo imparò da Manuele
l'Aurispa, e, risolte le due ultimo questioni, aggiungere un giudizio sul
valore del do- cumento. Il mio consiglio non poteva esser meglio dato. X Per
rispondere al .Mancini invece non ricorro al Giornale stori- co, ma pubblico
per mio contò questo opuscolo : il Giornale me ne sarà certamente grato.
Aneli.' col Mancini corsi pericolo di scontrarmi per un al- tro umanista, il
Valla; ma non fu, perche in mettevo insieme una nuda cronologia, mentre egli
faceva un lavoro completo. E me ne rallegrai , quando i due lavo» uscirono a
breve distanza 1' uno dall'altre; tanto che officiato dalla Direzione del
Giornale, accet- tai di scrivere una recensione del libro del Mancini (1). Ma
di- ti) CHornali storico XIX p. 403. — 3 — sgraziatamente agli occhi del
Mancini quella non fu una « recen- sione» del suo libro, bensì un' «apologia»
del mio: di qui la sua po- lemica (1). Bisogna dire però che io abbia fatto un'
apologia ben originale, dove giovandomi del suo libro ho modificato sostanzial-
mente alcuni capisaldi della mia Cronologia. Ma forse è questo che egli non
voleva; infatti mi rimprovera di cambiar di opinio- ne (p. 17). Veramente
all'infallibilità non ho mai aspirato; e se non avessi mai cambiato di
opinione, avrei di che vergognarmi , do- vechè non mi sono mai vergognato di
correggere i miei errori , o che li abbia riconosciuti io o che mi siano stati
rilevati da al- tri: senesco discens. Del resto comunque egli ne pensi , io so
di avere apprezzato degnamente il suo libro e di averne scritto una recensione
coscienziosa. Sicché non mi intrattengo su tale questione e vengo subito ad un'
accusa assai strana, la quale riguarda la Miscellanea Tioli. Questa ricca
Miscellanea la ho, se non scoperta , almeno ri- scoperta io l'anno 1888 (2)
nella biblioteca Universitaria di Bologna e ne ho tratto il miglior partito che
ho potuto, destando, credo, qual- che invidia. La Miscellanea mi fu
giovevolissima, perchè essa con- tiene in massima parte documenti desunti da
codici vaticani. Da un bel pezzo io, che non ho perduto il tempo dormendo,
peregri- navo, coi risparmi del mio magro stipendio di professore liceale, per
le biblioteche italiane nelle vacanze scolastiche dell' agosto e del settembre;
ma nella Vaticana, inesauribile miniera di materia- li, non avevo avuto il bene
di metter mai piede, per la sempli- cissima ragione che stava chiusa dal 29
giugno al novembre. Era naturale che non potendo attingere alle «sorgenti»
della Vati- cana, attingessi all' « acquidotto » del Tioli: ciò pare sia
dispiaciu- (1) ib. XXI p. 1. Alla polemica segue il testo di alcune lettere del
Valla. (2) Nelle biblioteche Universitarie eli Catania e di Bologna esistono le
prove. — 4 — il Mancini. Ma io vedo che il Mancini cita documenti di Vien- na e
Oxford, 3enza essere andato a Vienna e a Oxford, donde se li lece copiare. Per
me la Vaticana e Vienna era e continua ad essere . pur troppo, tutt' uno : da
qualche anno appena sono in grado di passarvi una settimana, rubandola alla
seconda sessione degli esami. Capirà clic non mi parve vero di metterle mani
sul Tioli, il quale vai sempre meglio di mi copista ordinario. E ci- tavo il
Tioli, o solo o con la fonte da cui egli copiava. Sarei curioso di sapere come
dovevo fare altrimenti. Però quanto al caso spe- ciale (elevato dal Mancini
troppo frettolosamente a regola generale) della lettera di Guarino (p. 23 n. 1)
(1) e, aggiungo, di tutti i miei documenti guariniani della Vaticani!, stia pur
sicuro che essi derivano proprio dalle « sorgenti » e furono puntualmente
pagati; «1* acquedotto » doveva ancora essere scoperto. Che se poi il Mancini
vuol prendersi il gusto di insinuare il sospetto, che neir edizione
dell'epistolario del Barbaro del 1884 io abbia tolto la bagattella di 125
lettere dal Tioli senza citarlo, si accomodi pure; tutti i gusti son gusti. X E
passiamo ad altro. Il Mancini, unendo la sua voce a quel- la del Salvo-Cozzo,
giudica arbitrarie • (p. 4) le mie congetture. Vediamo alla prova lostesso
Mancini, là dove siindustria di di- fendere dalle mie povere obbiezioni alcuni
punti del suo libro. Per sostenere che il Serra si chiamava Bernardo e non
Giovanni am- mette una quintuplice (2) alterazione del copista (p. 3). Per
soste- aere la Bua data della disputa su A.bgaro ammette un' altra alte-
ra/ione del copista di mesi in mini (p. 12). Per sostenere la sua (1) Essa nel
cod. Vaticano ha due redazioni (se il Mancini ha ben os- servato), sulle quali
mi il mio testo. (2) H nome Giovanni ai legge una volta noli' indirizzo e
quattro volte nel corpo della lettera. — 5 — cronologia del De voluptate
ammette uno sbaglio di data nella lettera .del Traversali (p. 22) e inventa una
nuova opera dialogi- ca del Panormita , nella quale 1' autore propugna
l'epicureismo contro il Bruni (p. 24). Per sostenere le sue idee sul tempo, in
cui il Valla fu a Genova, nega autorità a quattro documenti, scan- dalezzandosi
del barbarismo ex Genua e Zenae, mentre non si fa scrupolo di interpretare
obversari apud Laurentwm Valla/m per « ispirarsi al trattato del Valla » (p.
8). Un bel modo di pre- dicare contro T arbitrio. Di fronte a tali
argomentazioni non ho nessuna voglia di discutere un' altra volta i punti controversi
già discussi, tanto più clie il mio avversario (mi perdoni la franchezza, ma
siamo in polemica) mi ha combattuto senza ponderare troppo attentamente i
documenti. E ne reco le prove. La lettera del Valla all' Aurispa, in data
Napoli 31 decembre, è per il Mancini dei 1444, per me del 1443, e, a sua
confessione, « certe parvenze favorirebbero la mia congettura» (p. 13). Egli
per difendere il 1444 dà dei rag- guagli .su Agostino Villa, ambasciatore del
marchese di Ferrara, e sulle costumanze del secolo XV, secondo le quali allora
gli am- basciatori « tornavano a casa appena sbrigate le commissioni » (p. 14).
Sta tutto bene; ma nella lettera è detto che il Valla dal- la partenza del papa
da Firenze non sapeva dove fosse V Aurispa. Il papa lasciò Firenze nel 7 marzo
del 1443; che il Valla aves- se ignorato la residenza dell' Aurispa sino al
decembre 1444, sem- bra poco probabile. E nella lettera è detto anche come Y
Aurispa nel prossimo febbraio sarebbe andato a Soma: dove andò infatti nei
primi mesi del 1444. Un'altra lettera, quella del Valla al Tortelli, in data
Eoma 24 (non 26) settembre, è per me del 1445, per il Man- cini (p. 15) del
1446. Il guaio è che sino dalla fine del 1445 il Tortelli si era stabilito a
Eoma, mentre la lettera lo fa a Firenze. Però il Mancini ricorre a un'ipotesi:
« per antica costumanza durata fino al — 6 — 1870 gli impiegati della curia
papale chiedevano in autunno con- gedo ai loro superiori e si portavano a
godere le vacanze lontani da Roma» (p. 15). Sara vero, ma nella lettera ci sono
le seguenti parole: « litteras tuas ad Ambrosium nostrum mense iulii datas hic
(a Roma) legi». Nel Luglio, come si vede, il Tortelli non era a Roma, dove si
trovava il cognato Ambrogio, a cui aveva scritto. E il luglio non cade nell'
autunno. Un5 altra lettera ancora, quel- la del Panormita scritta da Stradella
: il Mancini la vuole del 1432, (p. 20-21), io del 1431, perchè il Panormita si
trovava a Stradella a cagione della peste. Convengo che ivi non <: si parli
» espressamente della peste in Pavia, ina e' è la parola pestilcn- tiam e per
la peste era a Stradella il Panormita, il quale altro- ve (Episf. Gali. Ili 34)
scrive: « te confer ad Stratellae op- pidum, ubi pestilentiam fugiens ago in
praesentiarum. » Bensì nel- la lettera « si parla » espressamente del bellum
civile a Roma, che sappiamo scoppiato nel 1431 dopo l'elezione di Eugenio IV. E
quel bellv/m civile è nominato espressamente anche nella lettera dell' Aurispa
(si urbs bello civili quieverit), in proposito della quale il Mancini ha creduto
di dover fare (p. 4 n. 1) la distin- zione fra diaconato e presbiterato. Sento
perù l'obbligo dì aggiungere due osservazioni. L' una sul- la data della
lettera di leggio a Guarino, che io ho fissato « indu- bitabilmente » all' anno
1433, mentre il Mancini la fa del 1432. Queir «indubitabilmente gli pare troppo
« autoritario (p. 22); e io gli do subito soddisfazione. Quella lotterà, dove
si parla della andata del Valla a Ferrara, uelP edizione del Tonelli (V 13) ha
la data di Roma 1-S ottobre; l'anno 1433 risulta dal posto che essa occupa
nell'epistolario. La lotterà finisce: commmices has rum Fran- cisco nostro
Barbaro, ut ipse quoque rideat\ e appunto nel settem- bre 1433 il Barbaro era
ambito a Ferrara per ossequiarvi l' impera- tor Sigismondo. Dalla lettera si
scorge ohe Le notizie sul pas- saggio del Valla per Ferrara le avea date
Niccolò Loschi , allora scolaro di Guarino; neir edizione del Tonelli, lì
vicino, ci è una lettera di Poggio al giovinetto Loschi, con la data Romaé XII
Kal. oetobris 1433] non ho qui V edizione , ma questa è la data del cod.
Ambrosiano E 115 sup. f. 63. La seconda osservazione riguarda le due lettere di
Fr. Filelfo, nelle quali si presuppone il Valla a Genova. Il Filelfo nomina in
esse il suo parente Loren- zo Doria. Ciò induce il Mancini a negare adesso
quelle due let- tere al Filelfo, mentre prima gliele avea attribuite; e la
nuova ra- gione si è che « Lorenzo Àuria fin qui da nessuno fa detto parente
del Filelfo » (p. 9). Altro *e fu detto ! Teodora Crisolora, moglie del
Filelfo, era figlia di Manfredina Doria. Può vedere la notizia anche nel
Giornale storico XVI (1890) p. 193 n. 3. X Diamo ora un' occhiata al testo
delle lettere del Valla pub- blicate dal Mancini. Segno con t la lezione dell'
originale, con M la lezione proposta dal Mancini. Cito il numero d' ordine
delle lettere e la linea di ciascuna di esse. I 9 ea causa £, ea de causa M. Il
de è superfluo; così I 72; cfr. V 13, dove il Mancini non ha creduto necessario
il de. I 15 adumbratum coloribus /, obumbratum coloribus M. Ma adumbratum è il
vero termine tecnico della pittura. I 29 i domine me t, domine mi M. Si
ricostruisce: id om- NE ME. I 46 abitiendas /, abjiciendas M. U ortografia
regolare è ABICIENDAS. I 48-52 Quid ergo dicam paupertatem ne me praeferre di- vitiis
? Mentiar si icl dixero. Nou erit quocl abs te mihi impen- dendum habeam
divitias ne paupertatem patiar : pudendum est hoc apud te dicere, qui
paupertatem divitiis praetulisti. Quid igi- tur ? Tacebo naturae , at non mini
integrimi tacere quum loqui coeperim 31 — Qui non ci è uè fisonomia latina né
senso; e per — 8 — maggior imbroglio alla lezione ad hoc mihi dell'originale fu
sostitui- to pattar. — Si ricostituisce: Quid ergo dicam ? Paupertatemne me
praeferre divitiis VMentiar: si id diserò, non erit quod abs te mihi
DrPETRA^DUM habeaiu. Divida sue pàupertati '? At hoc mihi puden- dum est apud
te dicere, qui paupertatem divitiis praetulisti. Tace- bone? At non mihi
integrimi tacere, cum loqui coeperim. I 61 escribendos t, scribendos M. Si
corregge: exscribexdos. I 64 solveretur qui . . . condidissent / , solveretur
qui . . .. condidisset M. La correzione è superflua ; intendi: solveretur
illis, qui condidissent. I 72 necessario t, necessarie M. Sta bene nei
iessaeio. II 2 quod mihi (corr. in nihil) peragratum est t, quo nihil
pergratius est M. Si ricostruisce: quod mihi pergrati\m est. II 6 possem t,
possum M. Per la sintassi del Valla sta be- ne POSSEM. Ili 5-6 te habiturum ex
nostro opere quo seniores atque a- deo multa tam saecula, non dies corrigias,
sed corripias, non ut mortui aut senes corrigi possunt, eoque compi voluut, de
senibius loquor / M, eccettochè M emendò corrigas, senibus e mutò possunt,
volumi in passini, velini. — Si ni 'ostruisce: te habiturum ex nostro opere,
quo seniores atque adeo mortuà iam saecula non dico (1) cor- rigas, sed
corripias; non kxi.m mortui aut senes corrigi possunt, eoque compi voluxt: do
senibus loquor. Ili 20-22 sed illis opera luditur ad laborem comparata: trans-
ferendum Homerum civiis ex Iliade libros quatuor ad characte- rem oratorium /
M, eccettochc .1/ imitò civiis in curari. Il passo non ha senso; owiis si
corregge facilmente in cuius e il periodo si potrebbe ricostruire così: sed
illis opera luditur, ad laborem com- parata ad tra nst< Tendimi Homorum (oppure
in trasferendo Homero), (1) Anclie VI 5 non ìllico (forse era ilico) va
emendato in non diro. cuius ex Iliade libros quatuor ad charaeterem oratorium
transtuli. Senso: tradarre Esopo e Senofonte è un gioco, a confronto del tra-
durre Omero. V 34 forsitan veniam, et per regem licebit, statini secundum pasca
/, forsitan veniam, et si per regem licebit, statini post se- cundum paschae M.
Qui non e' era da mutar nulla. L' aggiunta del si rende zoppicante la
costruzione; secundum vale post, come del resto lo stesso Valla spiega
chiaramente nelle Eleganze II 47. VI 14 quas quum Elegantias /, quas cum
Elegantiis M. Me- glio: quibuscoi elegaxtias; anche XI 10 T originale scambia
quas e qmbus. VII 13 L et aggiunto da M è superfluo. VII 23 merebitur /,
merebit M. Correzione superflua. VII 25 adornatae /, adorna tas M. Va lasciato
adornatae , che concorda in caso con quaedam arbores. VII 27 transmito /,
transcriptum M. E giusto transmitto, di cui è oggetto earum (1) exemplar; cfr.
32 transmitto. VII 41 respondi f, reposui M. Sta bene respondi, cioè : ad
querelas tuas respondi. Il resto non è ben chiaro. VILI 24 detexui /, detexi M.
Deve ristabilirsi detexui fda detexo), che fa antitesi con retexam : « stesserò
ciò che ho tes- suto ? » Vili 24-25 idem ego sum qui praeponam ut commentariis
quos in Ciceronem et Quintilianum. praeponam f, idem ego sum qui in
commentariis quos in Ciceronem et Quintilianum screpsi praeposui M. H Mancini
con ciò suppone già composti i com- menti a Cicerone e Quintiliano, ma
l'originale qui adopera il futuro. Vili 32 ad t, ob M. Correzione superflua.
VITI 30 prò virili mea £, prò virili mea parte M. Quel parte è superfluo per il
Valla. (1) Non eorum, per il genere di arbore*. — 10 — X 3 succrevit ine» m'ita
tu num / (se ho ben capito la nota), suecre- yit incogitato miti M. Seguendo lo
tracco dell'originale si do- vrebbe leggere: succurrit ix cooitationem. X 12
ulti illas emendaro, ante pancos inter dies / M, eccet- tochè J7 corregge
<mtnu\ uia questa congiunzione non può occupa- re il primo posto in una
frase. XI 8-10 oo quidem magis quod agam fustelem tam ex ini- bii. In via
gustavi ans quod referunt milii minaciae /, co quidem magis quod agam pustulas
tam ex imbri. In via gustavimus, quod referunt mini, minacias M. Il passo
acquista senso e fisonomia latina ricostruito così : eo quidem magis, quod
aquam lutulentàm ex IMBRI IX VIA GUSTAVI. Ammis, (1) quod EEFERUNTUB milli
MTXACIAE. XI 1G quia bibi aquam improbi acusculentam /, quia bibi aquam
improbam succulenta m M. Si ricostruisco : quia bibi a- quam imbuì lutulentàm.
XII 10 fui coniunctus /, sum coniunctus M. Correzione super- flua. XII 17 ut /,
et M. Deve restare ut. XII 23 ex carorum fortuna /, carorum fortuna M. Sta bene
ir. anche per la simmetria cou ex prosperitate. XII 25 sui siniiliumque /.
--ibi similium M. Va bene sui. Il genitivo con similis si trova anche nella
lettera al Serra: si ni il is lui. XII 28 fero /. puto M. .Multo probabilmente
nel end. è scritto scio, che è la vera lezione. XII 33 mine ne multis
teoumdixerio /, mine uonmultis te- cum agam .1/. Meglio si corregge: nane \i: multis tecum dkjsèbam.
XII 34 utinam . . . posàt /, utinam . . . possem M, Si cor- regge: utinam . . .
possol (1) Cioè animus miìvi dolet e tu corrispondenza con primutn caput dolci
(4). — 11 — XHI 16 Quid enira /, Quin enim M. Si corregge: quidni. XIII 33
virtutibus . . . frui i, de virtutibus . . . fruì M. Per- chè quel de ? XHI 37
adisisti t, adsci visti M. Si corregge addexisti. XIV 3 quis om. /, acid. M. Se
mai qui. XIV 13 poterò /, possem M. Non si vede la ragione di mutare potevo in
possem nel periodo: hoc utor solatio, quod, si putaveris, poterò. XV 6 quod ego
mihi molestius est t (se ho interpretato be- ne la nota ), quod mihi molestius
est M. Si corregge : quod eo mihi molestius est. XV 12-14 non ea ratione volo
causam meam esse defensam quod te non damno. Nam si utrumque iu hoc genere
putarem peccas- se, utrumque potius ingenue accusarem. Sed quia culpam t M,
eccet- tochè t in luogo di quia ha quod. Si punteggia: non ea ratione. . . .
quod te non damno (nam si ... . accusarem), sed quod culpam. Il nesso del
periodo è: non quod . . . , sed quod. XV 20 relegi politicam Aristotelis in
quibus /, relegi poli- ticami .... in qua M. Si corregge: relegi politica
(neutro plurale) . . . ino, uibus. XV 23 ne audeo emplaribus t, me supremis
praedicationibus M. Si ricostruisce : ut audio ex pluribus. In questo esame ho
lasciato da parte i numerosi passi, nei quali si potrebbero proporre facili
emendamenti, e ho invece tenuto conto solo di quelli, nei quali il Mancini ha
corretto, ossia inteso di correggere V originale. Ora domando, se per due
misere parole (Laurentium Vallam) che io, con relativa nota in calce, ho
supplito nella lacuna di un codice, mi meritavo proprio da lui questa grave
censura: « ag- giungendo togliendo o sostituendo parole, i documenti finiscono
per dire quanto noi desideriamo » (p. 8). — 12 — X Da ultimo discuterò
brevemente la cronologia di un gruppo delle lettere pubblicate dal Mancini ; sono
la HI, tV, V, VI e VII, dirette dal Valla al Tornili. Sulle altre tornerò in
tempo più opportuno. Prendo di mira anzitutto la V, VI e VII, le quali sono in
strettissima relazione tra loro. Nella V intatti il Valla manda al Tortelli le
Eleganze, pronte per 1' edizione, pregandolo di darglie- ne il suo giudizio;
nella VI aspetta il giudizio: « nunc animus de Elegantiis sollicitus est quid
(1) sentias. » Le Eleganze era- no state spedite per il recapito al cognato
Ambrogio , come dice nella V: « domino Ambrosio, a quo accepturus es, opus
restitues » ; e nella VI scrive: « unas enim (2), quibuscum Elegantias mitte-
bam, levir meus ait se ad te misisse. » Nella MI domanda con inquietudine se ha
finalmente ricevute le Eleganze: « accepistine adhuc Elegantias » ? e allude
alla VI con le parole: « tertias (ad te litteras dedi), in quibùs ad querela*
tuas.... respondi»; e infatti nella VI confuta corte lagnanze che gli avea
messe il Tor- telli. Il contenuto delle tre lettere pertanto mostra che esse
sono scritte a pocbissima distanza 1' una dall'altra. Tutte e tre hanno la data
di Gaeta: la A' del 18 marzo, la VI dell' 8 marzo (Vili idus martii), la VII
del 2)5 giugno (pridie natalis Saneti loan- ìiìs). Ma se la VI ò posteriore
alla A', non può essere la VI del- l'8 marzo e la V del L8; ci deve essere
errore e eerto fu scritto martii invece di mavì, scamMo tanto comune e tanto
ovvio; perciò abbiamo questa successione: 18 marzo, 8 maggio, 23 giugno del
medesimo anno. Consideriamo poi La III e la IV. Anche queste due lettere sono
tra loro intimamente congiunte; in entrambe il Valla mani- fi) quidquid il
Mancini. (2) unas mini levir il Mancini; ma levir è ripetuto sunito dopo. — 13
— ' festa T intenzione di dare a leggere le Eleganze al Tortelli; nella III: «
polliceor te habitubum ex nostro opere quo.... »; nella IV: « cum (1) ad te
Elegantias misero »; nella III crede di potere andare ìd persona a Firenze a
portargli i suoi libri: » haec om- nia intra duos menses perferam » ; nella IV
la guerra ne lo im- pedisce: « hos autem omnes istuc libros portassem, nisi
bella . . . exorta essent. ^> Le due lettere sono alla distanza di appena
qual- che mese; la IV ha la data di Capua 25 maggio; la III non ha data, ma può
essere del marzo circa. La III e IV sono di un anno prima, la V, VI e VII di un
anno dopo; fra la IV e la V è passato molto tempo , perchè la V comincia: «
quatuor ferme iam (2) mensibus huc atque illuc vagatus sum, ut ad te scribere
non potuerim». Cerchiamo di fissare gli anni. La VII è da Gaeta 23 giu- gno ; noi
sappiamo che sin dal 2 giugno 1442 il re Alfonso conquistò Napoli; perciò la
sua corte non era più a Gaeta nel 23 giugno e la lett. VII cade al più tardi
nel 1441; così la V e VI che sono del medesimo anno. La III e IV, che sono di
un anno prima, cadono al più tardi nel 1440; e questo è V anno loro, per- chè
nella IV si allude alla Donazione, che fu scritta dopo la mor- te del
Vitelleschi (+ aprile 1440). Se la III e la IV sono del 1440, la V, VI e VE
sono del 1441. Determinate queste date, se ne traggono buone conclusioni per la
cronologia delle opere del Valla. Dalla III risulta che le Fa- vole di Esopo
furono tradotte nel 1439 (anno superiore), non del 1438, come vuole il Mancini,
né del 1440, come voleva io. Così al 1439 appartiene la traduzione del I libro
della Ciropedia e dei primi quattro dell' Iliade. Prima del 1440 era stato
composto il (1) quum sempre il Mancini, che forse non sa della guerra fatta dal
Valla al quum. (2) jam sempre il Mancini. — 14 — De Ubero arbitrio e nel marzo
circa del 1440 erano finite o per Unire le Eleganze e Unita (absolvi) la
Dialettica. Dalla IV risul- ta che la Donazione era già composta il 25 maggio
1440, men- tre io avevo supposto il 1441. Dalla V risulta che nel marzo 1441 il
Valla non possedeva ancora le dodici nuove commedie di Plauto, il com- mento di
Donato a Terenzio [eccetto 1* Eunuco], Vittorino e Tacito: « si libros quosdam,
qui restant mihi legendi , legissem; quorum sunt duodecim comoediae Plauti
recenter inventae, Donatus (1) in Terentium, cuius tantum Eunuchum vidi,
Victorinus (1), Corne- lius Tacitns. (1) » Dalla VII risulta che nel 23 giugno
1441 il Serra viveva ancora; perciò questi è veramente Giovanni Serra e non
(come il Mancini vuole) Bernardo, il quale morì uell' estate del 1439. Qui è
rammentata la lettera apologetica al Serra, la quale ha la data del 13 agosto e
va per conseguenza collocata almeno un anno prima, nel 1440. La lettera V poi è
importante anche per un altro rispetto , poiché da essa risulta che fin dal
marzo 1441 il Valla era tor- nato in buona relazione con Leonardo Bruni, al
quale infatti vole- va scrivere: « ad Leonardum Arretinum scripsissem, sed
vides cau- sane quare non fecerim. » L' ostilità col Bruni risale, come io ho
messo in chiaro (Cronologia del Valla p. 75-77), almeno al 1437, nel quale anno
il Valla sparlò della Laudafio urbis florentinae del Bruni; e durò qualche
tempo, poiché il Valla in un' altra lettera, la XV, annunzia di avere raccolto
e voler pubblicare (efferre) (2) molti errori di lingua latina trovati nella
Politha di Aristotele tra- dotta dal Bruni. La traduzione della Politica venne
in luce nel marzo 1437 (3); la lettera XV perciò, che è del 4 aprile, dovrà
collocarsi (1) Donatimi, VicÀorinnm, Corneliton Tacitimi il Mancini; ma devono
essere nominativi, soggetti di sunt, come comoediae. (2) afferre il Mancini.
(3) Leonardi Bruni Ai-retini Epistol. ed. Mehus I p. LXXVII. — 15 — per lo meno
nel 1438; nella lettera V, del 18 marzo 1441, l'ami- cizia è già ristabilita;
sicché la lettera XV cade tra il 1438 e il 1440; argomenti per determinarne
meglio la data al momento mi mancano. In essa del resto scorgiamo i primi segni
di riavvicina- mento, perchè il Valla dice di aver saputo che il Bruni aveva in
un crocchio parlato di lui con molta lode. Catania 15 febbraio 1893. Remigio
Sabbadini I TRE LIBRI DE OFFICIIS DI M. TULLIO CICERONE COMMENTATI DA REMIGIO
SABBADINI Seconda edizione migliorata. (ristampa) TORINO Casa. Editrice ERMANNO
LOESCHER 1911 Proprietà Letteraria Torino — Tipografia Vincbhzo Bona (11826).
AVVERTIMENTI Da questo commento m ae Ofjiciis ho escluso la grammatica, eccetto
dove servisse all'interpretazione. Ho invece badato molto allo stile, ma noti
riferendomi agli schemi di un trattato di stilistica, bensì esponendo secondo
l'occasione le regole più ovvie; spesso anzi ho schivato le regole, cercando di
guidare il lettore praticamente a trovare i mezzi che possiede la lingua
italiana per rendere la parola latina. £ siccome una delle so- stanziali
differenze consiste nell'organismo del periodo delle due lingue, così ho messo
gran cura nel far risolvere in buon perìodo italiano il periodo latino; e in
ciò ho tenuto due vie: ora presentando latinamente sotto altra forma il passo,
ora ad- ditando i mutamenti da farsi nella traduzione. Quando si trat- tava di
suggerire le parole o le frasi italiane corrispondenti alle latine, ho
procurato che il lettore le indovinasse piuttosto da sé, anziché trovarle
bell'e fatte ; e a questo scopo il maggior numero delle volte ne ho data la
genesi, altre volte ho messo due e più forme, tra le quali si dovesse
scegliere. Altra mia cura speciale é stata di rendere spesso i termini tecnici
e filo- sofici latini coi termini della nostra lingua dell'uso, per fare
entrare nella traduzione ancne un po' di vita moderna. Nelle notizie storiche e
filosofiche ho piuttosto largheggiato, per non lasciar nessun dubbio
sull'interpretazione del testo e sul nesso delle idee, al qual fine ad ogni
singola parte del trat n AVVERTIMENTI tato precede un breve sunto. Ciò ho fatto
anche per evitare una lunga esposizione del contenuto dell'opera e del sistema
stoico, la quale per i giovani lettori sarebbe stata poco attraente e forse
anche poco chiara. L'introduzione, oltre un breve cenno sulla cronologia del
libro e una notizia sul figlio Marco, contiene l'elenco degli emenda- menti che
ho proposto ai luoghi più controversi: avrei voluto inserirvi anche una
discussione sulla storia e sulla critica del testo, ma la riservo per una sede
più adatta. Ho ampliato in confronto della prima edizione Tesarne della composizione
dell'opera e vi ho aggiunto un saggio delle clau- sole, la cui conoscenza è
così indispensabile per l'apprezzamento della prosa artistica, come la
conoscenza della metrica per l'ap- prezzamento e l'intelligenza della poesia.
Tutto il commento è stato sottoposto a un'attenta revisione. Le lezioni che
mancano ai codici sono supplite in corsivo. Le interpolazioni ho chiuso in
parentesi quadre [ \ gli innesti posteriori tra virgolette « ». INTRODUZIONE I.
Del tempo in cui fu scritto il « de Ofpicits ». Le speranze fondate sulla morte
di Cesare, assassinato negli idi di marzo del 44 av. Cr., erano ben presto
svanite. Mar- cantonio prese le redini del governo e Cicerone dovette pensare
alla propria salvezza. Infatti lasciò Roma alla fine di marzo e si ritirò nelle
sue ville sulla costa del mar Tirreno, alternando il suo soggiorno dall'una
all'altra. In questo periodo di ozio forzato Cicerone cercò un sollievo alle
amare delusioni del pre- sente e alle fosche previsioni dell'avvenire
occupandosi a scrì- vere di filosofia. E veramente fecondo fu quest'anno 44,
giacché in esso Cice- rone diede l'ultima mano ai cinque libri delle Tusculanae
disputationes e ai tre de Natura deorum ; più compose tre opu- scoli: de
Senectute, de Amicitia, de Fato, i due libri de Divi- natione, i due de Gloria
e i tre de Officiis. Che questo sia il tempo, in cui fu scritto il de Officiis,
ap- pare da alcuni indizi, che s'incontrano nell'opera stessa. Vi si accenna
infatti alla morte di Cesare (I 26, Il 23, III 19) e vi sono ricordati i due
opuscoli de Amicitia e de Gloria (II 31). Questi due opuscoli poi insieme col
de Officiis non sono an- cora citati nell'elenco che Cicerone diede delle sue
opere al principio del lib. Il de Divinatione. Siccome pure il de Divi- natione
fu composto dopo la morte di Cesare, così arguiamo che il de Officiis deve
essere stato cominciato ad anno inol- trato. Ma nel luglio il lavoro fu
interrotto, perchè Cicerone aveva y VI INTRODUZIONE divisato di far una visita
al figlio Marco in Atene. Messosi in viaggio, fu respinto a terra dai venti
contrari ; ivi ricevette l'annunzio di un mutamento favorevole nelle condizioni
pub- bliche a Koma, dove egli si recò per invito degli amici (de Off. Ili 121)
alla fine di agosto. Tutto il settembre e porzione del- l'ottobre rimase a
Roma; il 2 settembre vi recitò la prima Filippica contro Marcantonio. Ma ben
presto dovette pensare nuovamente alla sua salvezza e lasciò Roma nell'ottobre,
per tornarvi poi nei primi giorni del dicembre. Nella seconda metà di ottobre
aveva già ripreso il de Officiis nella villa di Poz zuoli (ad Att. XV 13, 6);
nel 5 novembre ha già compiuti i due primi libri e condotto a buon punto il
terzo (ad Att. XVI 11, 4), più ha ordinato ad Atenodoro Calvo un sunto
dell'opera di Posidonio; verso la metà di novembre il sunto di Posidonio gli è
arrivato (ad Att. XVI 14, 4). II. Del figlio Marco. Cicerone dedicò il suo de
Officiis al figlio Marco. Marco era nato verso la fine del 65 av. Cr. (ad Att I
2, 1). Fin dai primi anni il padre curò attentamente la sua istruzione e
tradusse per lui dal greco (1) il de Partitione oratoria tra il 46 e il 45.
Nella guerra civile tra Cesare e Pompeo il diciassettenne Marco prese servizio
sotto Pompeo, comandando un drappello di cavalieri (de Off. II 45). Più tardi,
nel marzo del 45, voleva prender servizio con Cesare in Spagna (ad Att. XII 7),
ma il padre vi si oppose e risolse invece di mandarlo, in quell'anno stesso,
alla fine di marzo (ad Att. XII 32; XV 15, 4), ad Atene a studiare filo- sofia
sotto Cratippo,' allora capo della scuola peripatetica. Pare che da bel
principio la sua condotta non fosse troppo corretta; infatti fin dal maggio
dell'anno stesso, 45, Marco dava (1) La dimostrazione che il de Partitione fu
tradotto dal greco si legge in S. Polizzi, Quistioni di retorica in Cicerone,
Catania, Fr. Galati, 1904, p. 76. INTRODUZIONE YI1 motivo a lagnanze, forse
perchè spendeva troppo {ad Att XIII 1,1). Sappiamo anzi che aveva stretta
intima relazione con un retore Gorgia, che lo trascinava ai piaceri e al bere ;
e Cicerone faceva di tutto per distaccarlo da quella pratica. Ciò fu alla fine
del 44 (Plut. Cic. 24, cfr. ad Fam. XVI 21, 6). Nemmeno del pro- fitto di suo
figlio aveva troppo a lodarsi Cicerone, il quale sin dal maggio dell'anno 44
credeva necessario il suo intervento ad Atene, per vedere come andavano le cose
(ad Att. XVI 16, 3). Del resto che il padre non fosse soddisfatto del figlio è
argo- mento il de Officiti stesso, dove non s'incontra il minimo ac- cenno ai
progressi di Marco; e sì, che se progressi ci fossero stati, il padre non li
avrebbe taciuti. Nel 43, sino almeno dall'aprile (Cic. ad Br. I 4, 6; 6, 1; II
5, 6), Marco si arrolò nell'esercito di Bruto, dove ottenne il comando di una
parte della cavalleria e si fece onore. Fu estesa anche a lui la proscrizione
contro il padre, ma egli la sfuggì. Combattè nel 42 a Filippi, indi si rifugiò
presso Sesto Pompeo in Sicilia. Nel 39 approfittò dell'amnistia concessa ai
partigiani di Bruto e tornò a Roma, mettendosi ai servigi di Augusto. Nel 30 fu
console, indi ebbe come proconsole la provincia d'Asia. Del suo soggiorno in
Asia Seneca il vecchio (Suas. VII 13) rac- conta il seguente aneddoto, che reco
tradotto integralmente: « M. Tullio, figlio di Cicerone, che dell'ingegno
paterno non ereditò che il brio, nel tempo ch'era governatore dell'Asia invitò
a pranzo il retore Cestio. M. Tullio aveva avuto da natura poca memoria e
quella poca se l'era tutta bevuta, dedito com'era al- l'ubbriachezza. Egli
domandò più volte chi fosse quel tale, che sedeva nel posto più basso: — Cestio
— gli fu detto replicata mente, ma sempre egli dimenticava il nome. Finalmente
il servo, nuovamente interpellato chi fosse quel tale, che sedeva nel posto più
basso, per fare restare impresso il nome al padrone con qualche contrassegno,
rispose: — Questi è quel tal Cestio, che diceva che tuo padre non sapeva
leggere. — Allora Marco si fece portare lo scudiscio e Cestio dovette scontare
a nerbate il suo imprudente motto sul conto di Cicerone ». Cestio era anticice-
roniano. Di Marco null'altro sappiamo. Ci resta di lui una bella s Tiri
INTRODUZIONE lettera inserita nell'epistolario del padre (ad Fam. XVI 21),
dalla quale apprendiamo le sue pratiche e le sue consuetudini ad Atene (1).
Cicero f. (2) Tironi (3) suo dulcissimo sàl. (2). Cum vehementer tabellarios
expectarem quotidie, ali quando (4) venerunt post diem quadragesimum sextum
(5), quam a vobis (6) discesserant ; quorum mihi fuit adventus optatissimus.
Nam cum maximam cepissem laetitiam ex humanissimi et carissimi patris epistula,
tum vero iucundissimae tuae litterae cumulum mihi gaudii attulerunt. Itaque me
iam non paenitebat inter- capedinem scribendi fecisse (7), sed potius laetabar;
fructum enim magnum humanitatis tuae capiebam ex silentio (8) mearum
litterarum. Vehementer igitur gaudeo te meam sine dubitatione accepisse
excusationem. Gratos tibi optatosque esse (9) qui de me (1) È scritta da Atene
sulla fine del dicembre del 44 av. Cr. (2) f. = filius; sai = salutem (dicit).
(3) Tironi, il famoso liberto di Cicerone, che fu suo segretario e che visse in
casa sua come uno di famiglia. Sopravvisse al padrone, di cai raccolse e
pubblicò le orazioni e l'epistolario. È specialmente celebre per avere
perfezionato an sistema di stenografia, che porta il nome di notae Tironianae.
(4) aliquando, < pur una volta, finalmente, dopo tanto > . (5) Quaranta
sei giorni da Roma ad Atene furono veramente troppi; ci si poteva andare in
venti o venticinque giorni. (6) a vobis, da Roma. (7) int scribendi fec. $ la
frase intercap. scribendi facete è un diroE €tp. (8) Marco nell'ultima lettera
a Tirone gli doveva avere scritto che per sue ragioni speciali avrebbe sospeso
temporaneamente la corrispondenza. Di ciò non solo non si dolse Tirone, anzi
gli scrisse una lettera più gentile del solito. Quella gentilezza fu dunque un
frutto del silenzio di Marco. (9) esse non dubito; non dubito con l'infinito
anziché col quin non si trova mai in Cicerone; lo usò Cornelio Nepote e Livio.
INTRODUZION* IX rumores afferuntur non dubito, mi dulcissime Tiro (1); praesta-
boque et enitar ut in dies magis magisque haec nascens de me duplicetur opinio:
quare quod polliceris te bucinatorem fore exi- stimationis meae (2), firmo id
constantique animo facias licet; tantum enim mihi dolorem cruciatumque
attulerunt errata ae- tatis meae, ut non solum animus a factis, sed aures
quoque a commemoratione abhorreant. Cuius te sollicitudinis et doloris
participem (3) fuisse notum exploratumque est mihi; nec id mirum ; nam cum (4)
omnia mea causa velles mihi sue- cessa (5), tum etiam tua; socium enim te
meorum commodorum semper esse volui. Quoniam igitur tum ex me doluisti, nunc ut
duplicetur tuum ex me gaudium praestabo. Cratippo me scito non ut discipulum,
sed ut filium esse coniunctissimum ; nam cum audio (6) illum li ben ter, tum
etiam propriam eius suavitatem vehementer amplector: sum totos (7) dies cum eo
noctisque saepe- numero partera; exoro enim ut mecum quam saepissime cenet. Hac
introducta consuetudine saepe inscientibus nobis et cenan- ti bus obrepit
sublataque severitate philosophiae (8) humanis- sime nobiscum iocatur. Quare da operam ut hunc
talem, tam iucundum, tam excellentem virum videas quam primum. Nam (1) L'uso regolare richiedeva Tiro, dulcissime
vir\ ma nel linguaggio familiare si univa non di rado l'attributo
immediatamente al nome proprio di persona. (2) bucinator in significato
metaforico è un #ira£ cip. (3) Ciò mostra quanto intimamente egli vivesse con
la famiglia di Cicerone. (4) cum -tum, la costruzione regolare sarebbe: nam
omnia cum mea causa volebas mihi successa, tum etiam tua; ma il cum è stato
posto Innanzi ad omnia quasi con valore di congiunzione causale e così ha rice-
vuto il congiuntivo. (5) successa è qui adoperato insolitamente come passivo
=*= successisse. (6) audio, frequentar la scuola. (7) totos, se fosse omnes'ì
(8) philosophiae, spiega con l'aggettivo. INTRODUZIONE quid ego de Bruttio (1)
dicam? quem nullo tempore a me patìor discedere, cuius cum frugi severaque est
vita, tum etiam iucun- dissima convictio (2); non est enim seiunctus iocus a
qpiXoXori(?(3) et quotidiana ovZr\Tr\Ge\ (4). Huic ego locum (5) in proximo
conduxi et, ut possimi, ex meis angustiis (6) illius sustento te- nui tate ra.
Praeterea declamitare Graece apud Gassium (7) in- stitui ; Latine autem apud
Bruttium exerceri volo. Utor farai - liaribus et quotidianis convictoribus, quos secum Mytilenis
(8) Cratippus adduxit, hominibus et doctis et illi probatissimis. Multum enim
mecum est Epicrates, princeps (9) Atheniensium, et Leonides (10) et horum
ceteri similes. Tà jièv ouv xaG' funaq Tabe (11). De
Gorgia (12) autem quod(13) mihi scribis, erat quidem (1) Un romano, che
insegnava grammatica ad Atene. (2) La parola convictio per convictus in tutta
la latinità si trova dae sole volte. (3) cpiXoXoYia significava al tempo di
Platone, come qui, « amor della conversazione > (tpiXoq, XófoO e anche «
loquacità ». Eratostene (276-194 av. Cr.) fu il primo a chiamarsi filologo,
abbracciando con questa deno- minazione tutti i rami della cultura: infatti
egli fu matematico, filosofo, «reografo, grammatico, poeta. Più tardi filologo
significò archeologo. (4) da aOv, Zryrèuj, ricercare in comune, perciò «
disputa » . (5) abitazione, alloggio. fi) angustiis, dopo i primi sperperi il
padre lo teneva a stecchetto. (7) Un altro romano, che insegnava rettorica ad
Atene. (8) Cratippo era di Mitilene. (9) Un primate ateniese. (10) Leonide era
un altro ateniese, che teneva informato Cicerone della condotta del figlio; ma
le sue informazioni erano sempre vaghe; cfr. la lett. di Cic. ad Att. XIV 16, 3
(del 3 maggio 44): « Desidero fare una scorsa in Grecia nell'interesse o del
figlio o mio o piuttosto di tutti e due, per vedere come va il profitto;
giacché la lettera di Leonide, che mi fu spedita da te, non mi acquieta per
nulla; quel «perora» ch'egli frap- pone agli elogi del figlio è indizio di un
certo timore, anziché di fiducia ». (11) rà juèv ... = haec mnt quae ad me pertinente
hactenus de me. (12) Gorgia era il retore, che faceva
traviare il giovane Cicerone. (13) quod ... , < quanto a ciò che tu mi
scrivi di ... ». INTRODUZIONE XI ille in quotidiana declamatione utilis, sed
omnia postposui, dum- modo praeceptis patris parerem; biajSjSr|òriv (1) enim
scripserat, ut eum dimitterera statim: tergiversari nolui, ne mea nimia anouòf|
(2) suspicionera ei aliquam importaret, deinde illud etiam mihi succurrebat,
grave esse me de iudicio patris iudicare; tuum tamen studium et consilium (3)
gratum acceptumque est mihi. Excusationem angusti arum (4) tui temporis
accipio; scio enira quam soleas esse occupatus. Emisse te praedium vehe-
raenter gaudeo feliciterque tibi rem istam evenire cupio. (Hoc loco (5) me tibi
gratulari noli mirari ; eodem enim fere loco tu quoque emisse te fecisti me
certiorem.) Habes (6). Deponendae tibi sunt urbanitates; rusticus Bomanus
factus es. Quomodo ego mihi nunc ante oculos tuum iucundissimum conspectum prò-
pono? videor enim videre ementem te rusticas res, cura vilico loquentem, in
lacinia servantem ex mensa secunda semina (7). Sed, quod ad rem pertinet, me
tum tibi defuisse (8) aeque ac tu doleo; sed noli dubitare, mi Tiro, quin te
sublevaturus sim, si modo fortuna me (9); praesertim cum sciam communem nobis
emptum esse istum fundum. De mandatis quod tibi curae iuit, est mihi gratum;
sed peto a te, ut quam celerrime mihi librarius mittatur, maxime qui de m
Graecus; multimi mihi enim eripitur operae(lO) in excribendis hypomnematis(ll).
Tu velim (1) òuxp... , € chiaro e tondo, perentoriamente». (2) airouòf) =
studium, propensione per Gorgia. (8) consilium, di lasciar la pratica di
Gorgia. (4) ang., « per la ristrettezza », genitivo oggettivo. (5) hoc loco, in
questo ponto della mia lettera, cioè solla fine. (6) habes, assolatamente. <
sei donqoe possidente > . (7) semina, i semi delle frotta mangiate a tavola;
alle mensae secundae si servivano le fratta e i dolci. (8) defuisse, allude
scherzevolmente al danaro per il pagamento. (9) fortuna me suppl. sublevaverit
(10) operae, tempo e fatica. (11) hypomnematìs, óiroiuvruuara, in lat.
commentarti, sono gli appunti, i quaderni delle lezioni; cfr. de Off. Ili 121.
XII INTRODUZIONI in primis cures ut valeas, ut una auncpiXoXoreìv (1) possimus.
Antherum (2) tibi commendo. III. Le fonti e la composizione del « de Officiis
». Per il libro III de Officiis Cicerone attinse da Ecatone di Rodi (III 63;
89), da Diogene di Babilonia e da Antipatro di Tarso (III 51-55; 91). Ma si
tratta di questioncelle partico- lari; sicché possiamo ritenere che il nucleo
del lib. Ili sia tutto originale di Cicerone. Ben altrimenti va la faccenda per
i due primi libri, dove Cicerone segue passo passo Panezio, riservandosi però
una certa indipendenza (I 6 sequemur Stoicos [e tra essi Panezio], non ut
interpretes; II 60 Panaetius, quem multum in his libris secutus sum ; III 7
quem [Panaetium] correctione quadam aditi- bita potissimum secuti sumus). E
l'indipendenza è senza dubbio maggiore nel libro II che nel I. Il libro di
Panezio si intitolava rapì K<x0r|KOVTO£. Questo filosofo era nativo di Rodi,
scolaro prima di Diogene e poi del suo successore Antipatro di Tarso. Non si sa
Tanno della na- scita e della morte; certo non era più in vita nel 110 av. Cr.
Panezio visse molto tempo a Roma in casa di Scipione Emiliano, in intima
relazione con lui e coi suo circolo, dove emergevano Lelio, C. Fannio, Q.
Tuberone, Rutilio Rufo e altri. Accompagnò Scipione nel 144 nella sua
ambasceria in Egitto; dopo la morte di lui nel 129 tornò ad Atene, dove divenne
capo della scuola stoica. Lo stoicismo fu fatto conoscere a Roma da Diogene
nella sua famosa ambasciata del 156 av. Cr., in compagnia di Cameade e Critolao.
Ma chi rese, possiamo dire, popolare questo sistema in Roma, fu Panezio. E ciò
è dovuto alle sue speciali qualità; (1) ou|n(p. — t € chiacchierare di
letteratura». (2) Antherum, lo schiavo, che portava la lettera. INTRODUZIONE
XIII poiché egli si distingueva dagli altri della sua scuola per una svariata
cultura storica e per l'arte dell'esposizione, evitando l'oscurità e la durezza
della terminologia degli Stoici. Le sue ricerche filosofiche si aggiravano
massimamente intorno a que- stioni di interesse pratico, cercava di non urtare
contro il sen- timento pubblico e mitigava l'eccessiva rigidezza del suo si-
stema, attingendo alcuni principii da altri sistemi, come dal platonico, e
adattandosi in alcuni punti alle opinioni del pub- blico romano. Quest'opera di
adattamento dello stoicismo alle condizioni e ai sentimenti della società
romana, cominciata da Panezio, fu proseguita e condotta felicemente a
compimento da Cicerone. Resta a dire di Posidonio, che è da Cicerone
espressamente annoverato tra le fonti del de Officiis (I 159; III 8; 10). Il
fatto è fuori di dubbio, ma quali parti Cicerone abbia tolte da Posidonio, è
quello che io vorrei determinare e che nessuno fin qui ha determinato. A questo
scopo comincerò dal dare nuova interpretazione a un passo di una lettera di
Cicerone. Eccolo trascritto per intero: Tà ir€pì tou KCt0r|KovTog, quatenus
Panaetius, àbsolvi duobus; illius tres sunt; sed cum initio divisisset ita:
tria genera exquirendi offici esse, unum cum deliberemus honestum an turpe sit,
alterum utile an inutile, tertium cum haec inter se pugnare videantur quomodo
iudi- candum sit, qualis causa Ueguli, redire honestum, manere turpe, de duobus
primis praeclare disseruit, de tertio pollicetur se deinceps, sed nihil
scripsit. Eum locum Posidonius persecutus ; ego autem et eius librum arcessivi
et ad Athenodorum Calvum scripsi, ut ad me tà KeqpdXaia mitteret; quem expecto;
quem velim cohortere et roges ut quam primum; in eo est irepi toC icaià
Trepitfxaaiv Ka6r|KOVToq {ad Att. XVI 11, 4). Qui s' intende comunemente che
Cicerone al tempo della lettera, che è del 5 novembre del 44 av. Cr., avesse
terminati i due primi libri del de Officiis e aspettasse il sunto dell'opera di
Posidonio, per cominciare il terzo. Contro questa opinione osservo primieramente
che l'opera di Posidonio non trattava del conflitto tra l'utile e l'onesto, ma
XIV INTRODUZIONE dei doveri che dipendono dalle circostanze (Kaxà ireptoxaaiv)
ossia delle circostanze in quanto possono mutar natura ai doveri. L'opera
dunque di Cicerone e quella di Posidonio non s'incon- travano nella medesima
questione; sicché Cicerone non aveva bisogno di aspettare il sunto di Posidonio
per dar principio al suo libro terzo. A ciò si aggiunga la coscienza che ha
Cicerone di lavorare del suo su questo argomento: hanc igitur pattern relictam
explebimus nullis adminiculis sed, ut dicitur. Marte nostro (de Off. Ili 34).
La dichiarazione è molto esplicita e anche solenne. In secondo luogo Cicerone
in quel passo della sua lettera dice bensì di aver finito due libri, ma
quatenus Panaetius, cioè seguendo le tracce di Panezio e riducendo in due libri
la materia da lui sviluppata in tre; ciò non significa punto che Ci- cerone non
avesse per conto suo già intrapreso il terzo. E che vi stesse già lavorando,
appare dall'esempio di Kegolo da lui citato nella lettera. Egli allora
attendeva a scrivere la discussione sul fatto di Regolo. Se il libro III fosse
già fin da allora stato con- dotto al punto, in cui si tratta di Regolo, vale a
dire sin verso la fine, non possiamo affermare; certo ci sembra a ogni modo che
nel tempo di quella lettera Cicerone lavorava al libro III. Per ultimo poi
Cicerone in quella stessa lettera e in un'altra di pochi giorni posteriore (ad
Att. XVI 11, 4; 14, 3) faceva questione con Attico sul titolo da darsi
all'opera del de Of- ficiis. Ciò per me significa che l'opera stava per esser
finita e che Cicerone pensava di fissarne il titolo per l'imminente
pubblicazione. Sopprimiamo per un momento i §§ 8, 10, 18 (Quid ergo est) — 34
(repugnantiam) e vedremo che il libro III presenta una struttura se non
irreprensibile, almeno soddisfacentemente ordinata e concate- nata. Esso
infatti si apre al par degli altri due con un preambolo al figlio (§§ 1-6), a
cui segue il solito riassunto dell'argomento (§ 7). Indi sono discusse due
questioni come oggi si direbbe pregiudiziali: l a se Panezio avesse intenzione
di trattare il conflitto dell'onesto con l'utile: risponde affermativamente (§
9); 2 a se Panezio era autorizzato ad ammettere quel conflitto (§§ 11-18): risponde
che teoricamente {oportere) non Tammet- INTRODUZIONE *▼ teva, sibbene
praticamente (solere, § 18). Ora è il momento di entrare in materia e Cicerone
vi entra con le parole : Hanc igitur pattern relictam (§ 34), dichiarando
solennemente che quello che è per trattare è tutt'opera sua (Marte nostro) §
34. Col § 35 apre la dimostrazione, parlando dell attratti va che esercita
l'utile sull'uomo, ma come il sapiente non vi si lasci adescare, nem- meno se
si credesse assicurata l'impunità, §§ 36-39. Dal § 40 fino al 61 abbiamo una
serie di esempi, nei quali l'utile si trova in collisione coi doveri della
giustizia; dal § 62 al 95 sono esaminati i casi, in cui la malizia cerca il
proprio utile, mascherata da prudenza: dal § 96 al 120 è discusso del con- flitto
dell'utile prima con la fortezza, esemplificato in Ulisse e Regolo, poi con la
temperanza, dove il ragionamento si risolve in una breve confutazione
dell'epicureismo. Tutto r inciampo sta, come abbiamo accennato, nei §§ 8, 10,
18-34. E di vero in quell'ambito troviamo delle ripetizioni che stonano: sed
quonxam operi — imponimus del § 33 ripete: nunc ad reliquam — revertamur del §
6; ut mihi concedas — maxume propter se esse expetendum del § 33 ripete: nam
sive honestum — instar habeant del § 1 1 ; ac primum in hoc Panaetius... del §
34 ripete: itaque existimo Panaetium — oportere del § 18. Inoltre notiamo
un'incongruenza, poiché il § 34 negatque... attribuisce a Panezio ciò che nel §
11 itaque accepimus... è attribuito a Socrate. I sedici §§ 18-34 furono
inseriti dopo terminato il libro III. Cicerone ebbe notizia solo tardi
dell'opera di Posidonio e se ne fece trarre un sunto. Veduto di che si
trattava, egli si accorse che la materia del libro III non doveva essere
rimaneggiata ; tutt'al più quello scritto gli poteva porgere occasione di svi-
luppare una seconda questione pregiudiziale, accanto alla prima; e questa
seconda pregiudiziale doveva aggirarsi sulle circostanze considerate quali
fattori, che modificano la natura dei doveri. Tale era appunto il contenuto del
libro di Posidonio, come ap- parisce dal suo titolo : rapì tou kotò
TrepicrracTiv KaOrjKovToq, « dei doveri secondo le circostanze ». Si esamini il
contenuto dei sedici §§ e si vedrà che precisamente di questo si parla: XT1
INTRODUZIONE infatti il § 19 comincia: Saepe enim tempore fit... ; e il § 32
finisce: Huius generis quaestiones sunt omnes eae, in quibus ex tempore
officium exquiritur; dove ex tempore è la tradu- zione di Karà TTepiaxacJiv.
Siccome la teoria delle circostanze è molto pericolosa, p. es., uccidere un
uomo è delitto, ma se l'ucciso è un tiranno, l'omicidio diventa onesto, così
Cicerone dà come correttivo la massima stoica: § 21 Detrahere alteri aliquid et
hominem hominis incommodo suum commodum augere magis est contra naturam quam
mors, quam paupertas, quam dolor, quam edera, qaae possunt aut corpori uccidere
aut rebus externis. Dimostra che questa massima si basa su due leggi: la legge
dell'ordinamento sociale, §§ 21-23, e la legge su- prema dell'universo, §§
23-26. Dal § 27 al 32 poi sono risolti quattro casi speciali della questione:
cioè se abbiano diritto al riguardo dovuto agli uomini gli estranei in
confronto dei consanguinei (I caso), i forestieri in confronto dei cittadini
(II caso), gli uomini da poco in confronto degli uomini grandi (III caso), i
tiranni in confronto degli uomini onesti (IV caso): con l'esempio del tiranno
come si apre, così si chiude la seconda pregiudiziale. Ohe questa inserzione
abbia portato alcune modificazioni nel testo, non si può negare. Così i paragrafi
8 e 10 furono inter- calati dopo ricevuti i Commentarii (§ 8) di Posidonio; e
l'in- nesto si rivela nelle due formole quod eo magis miror, quem locum miror
(8), accedit eodem (10). I due paragrafi si pos- sono togliere senza che né al
nesso né alla chiarezza dei pen- sieri venga alcun danno. Anche il § 159 del
lib. I fu inserito dopo letto il sunto di Posidonio. Infatti nell'ultima parte
del lib. I dal § 152 in poi Cicerone parla del conflitto tra la sa- pienza e la
giustizia, conchiudendo col § 160 la superiorità della giustizia sulla
sapienza. 11 § 159 col conflitto tra la giu- stizia e la temperanza, interrompe
evidentemente l'argomento. Che questo § sia stato tratto dall'opera di
Posidonio sui doveri ex tempore (icaià Trepiaxaaiv), risulta dalle parole :
quod non potest accidere tempus, ut intersit rei publicae quicquam il- lorum
facere sapientem. INTRODUZIONE XVII Tre conseguenze si traggono da questa
interpretazione: I Che il de Officiis fu terminato sicuramente entro il no-
vembre del 44 av. Cr. ; II Che i §§ 18 34 del III e 1 159 rappresentano il
contenuto dei Commentarli di Posidonio; con che è ridata novella vita a un
libro di questo insigne filosofo stoico; III Che un lungo passo del lib. Ili fu
inserito dall'autore posteriormente. Un altro passo, pure di una certa
importanza ed estensione, si manifesta per taluni indizi quale un innesto
posteriore, il capitolo 4 del lib. I, che comprende quattro paragrafi: 11 Prin-
cipio — 15 excitaret sapientiae. Chi tolga questo capitolo dal contesto, capirà
meglio il significato dell'avversativa in Sed pmne quod est honestum del 15:
mentre sed, dov'è collo- cato ora, forma una transizione aspra e poco naturale,
com'è poco naturale anche la parola principio, che apre il § 11, senz'aver
legame con ciò che precede. A persuadersi dell'in- nesto, basterà confrontare
il e. 4 col 5. Nel e. 5 (§ 15) le quattro virtù sono distribuite così :
sapienza, giustizia, fortezza, temperanza. Questa è la successione
tradizionale, che troviamo già in Platone De re p. VI p. 487 A ; che se lo
stesso autore nel De leg. I p. 631 C muta l'ordine (prudenza, temperanza,
giustizia, fortezza), il primo posto è ancora lasciato alla pru- denza
(sapienza). La successione tradizionale ritorna altre volte nel lib. I de Off.
(§§ 94, 100, 152, 153); e con quest'ordine sono trattate nel corso dell'opera
le quattro virtù. Tale succes- sione comparisce nella Bhet. ad Her. (Ili 10) di
Cornificio e ritorna in un altro scritto di Cicerone, il De invent. II 159;
mentre nelle Partit. orai. 76-78 l'ordine è invertito (prudenza, temperanza,
fortezza, giustizia), ma sempre con la prudenza al primo posto. Il e. 5
pertanto segue la tradizione filosofica e letteraria, che collocano la sapienza
(prudenza) in cima alle virtù, nel e. 4 per contrario è concessa la preminenza
alla giu- stizia. Qui Cicerone fa un ragionamento, che dev'esser tutto suo: non
indaghiamo se giusto o no; e che viene ripetuto quasi letteralmente dal de Fin.
II 45-47, composto prima del de Off Cicerone, De Officila ^ comm. da R. Sabbadini,
2* ediz. II XVIII INTRODUZIONE L'uomo, egli dice, presenta con gli altri
animali due punti di contatto: la conservazione dell'individuo e la
riproduzione della specie; ma se ne stacca in quanto possiede la ragione, la
quale gli dà un senso, che gli animali non hanno, il senso del passato e del
futuro. La ragione crea nell'uomo quattro stimoli, donde traggono origine le
quattro virtù : 1° lo stimolo alla comunanza e alla società e all'osservanza
degli obblighi a essa inerenti: questo genera la giustizia (§ 12 eademque — rem
gerendam facit) ; 2° lo stimolo alla ricerca del vero : questo genera la
sapienza (§13 in primisque — aptissimum) ; 3° lo stimolo alla superiorità sugli
altri: questo genera la for- tezza (§ 13 huic veri videndi — contemptio) ; 4°
lo stimolo all'armonia e all'ordine, che crea il senso del bello e del de-
coro: questo genera la awcppoaùvri. Nel de invent. (loc. cit.) la memoria (del
passato), l' intellegentia (del presente), la pro- videntia (del futuro) sono
considerate come elementi della prudentia, qui invece son trattate come doti
peculiari dell'uomo, generatrici delle quattro virtù. Essendo dunque il e. 4 in
contraddizione col 5 e con tutto il lib. I, è ovvio pensare che Cicerone ve
l'abbia inserito di poi. Accenniamo altri innesti minori. Nel lib. I: § 141 in
omni autem — ottemperare rationi; § 160 etenim — prudenter: en- trambi questi
passi sono quasi enigmatici e hanno dato molto da fare agli interpreti; si
aggiunga il § 157 itemque magni- tudo — immanitas. Nel lib. II: § 22 atque etiam
subiciunt — mercede conducti, dov'è ripetuta la ripartizione del paragrafo
precedente ; § 89 sed toto hoc de genere — disputatum est ; questo luogo è
trasportato dagli editori in una sede che non è quella occupata nei
manoscritti, ma deve riprendere la sua sede diplomatica, dove Cicerone lo ha
collocato come postilla suppletiva. Nel lib. Ili: § 88 ego etiam — pertinebat;
è chiaro che le parole male etiam Curio si ricollegano non a Catone, ma
all'esempio di Filippo: §§ 91-92 quaerit etiam — quos nominavi controversia^
questi controversa iura degli Stoici, che non legano col filo del discorso,
furono suppliti poi dal- JM'UODUZIONE XI* l'opera di Ecatone. Mi sono sospette
anche le parole del § 103 addunt etiam quicquid — videretur, tanto più che
poche righe sopra c'è un altro addunt etiam] e in tal caso sarebbe da ri-
guardare incastrato posteriormente il periodo del § 110 nom quod aiunt — quia
honestum utile, che vi corrisponde. IV. Le clausole. Uno dei principali
elementi dello stile di Cicerone e di tutti i seguaci della prosa artistica
(esclusi i trattatisti di scienze sperimentali e gli storici più antichi)
consiste nelle clausole ritmiche. La ricerca delle clausole e delle leggi che
le gover- nano affatica e preoccupa i filologi moderni, i quali se non sono
ancora riusciti, il più delle volte per preconcetti di scuola e ambizione di
persona, a mettersi d'accordo, hanno tuttavia formulato dei principi generali,
che non possono venire scalzati da nessuno scetticismo e da nessuna riluttanza.
Del resto la seconda parte ùeWOrator di Cicerone stesso, un lungo capitolo di
Quintiliano (IX 4) e le numerose appendici dei grammatici latini e di Marziano
Capella sulla structura ci affidano che abbiamo a che fare con un fenomeno
storico e non con una fantasia. I miei criteri ho esemplificati, più che
esposti, sin dal 1897 in un articoletto sul niimcrus in Floro (Rivista di
Filologia XXV, 1897, 600-601) e non ho finora sia negli scritti altrui, sia
nella mia mente trovato o pensato ragioni che me li facciano abbandonare. Segno
come saggio le clausole dei primi sei paragrafi del lib. I, avvertendo che le
sillabe contenenti la clausola sono stampate in corsivo. (§ 1): I. audienfew
Cratippum 2 ììistitutisque philosophiae Ó auctoritafew et urbis 4 altera
exemplis 5 latina coniunxi 6 exercitatiorctf feci 7 orati ow w facultate 8 ut
videmur 9 hoiuinibus nostris Cicerone, De Officiis, comm. da R- Sakisadixi,
2" ediz. 11* INTR0PU710NE li) litterarum rudes 1 1 iudicandum <§ 2): 12
philosopJtorum 18 quamdiu voles 14 paenitebit 15 dissidentia 16 volumus esse 17
pleniorem 18 existimari velini 19 conccdens multi s 20 aetafcm consumpsi 21 v
indicar e (§ 3): 22 orati ones mcas 23 aequarwntf studiose legas 24 orationis
genus 25 contigisse 26 elaboraret 27 disputando genus 28 numero lidberi potest
29 possis agnoscere 30 ^vofecerimus 31 certe sccm^' sumits (§4): 32 trac/are
voluisset 33 potute efrcere 34 pronuntiare voluisset 35 facere p>otuisse 36
Isocrate indico 37 contemjisit alterum 38 multa postime 39 iìuctorifafi mrae 40
disputata 41 ilZ/s eZ praecepta sur>t 42 domestica m rc6w.« 43 aZ/ero
contrahas 44 v&care officio potest 45 turpitudo (§ 5): 46 philosopliorum 47
audeat dicere 48 disciplinae 49 owwe pervertant 50 virate coniunctum 51
hones/a/e metitur 52 boni fate vincatur 53 libera/i7afem 54 nulZo morto psfestf
(§ 6): 55 disputa ti owe wow e<7ea£ 56 disputata hi consentanea^ #eZm£ c^e
58 ni/ii7 queant dicere 59 Zrarf/ possunt 60 expetendam 61 peripatefecorw/» 62
expZosa sententia est 63 dilecZwm reliquissent 64 adi t us esset 65 fotissimutn
stoicos 66 arbitriate nostro 67 hauriemus. Per la clausola sono stati
considerati i due ultimi piedi, strettamente necessari; il che non significa
che essa non possa abbracciare anche il terzultimo e perfino il quartultimo.
INTRODUZIONE XXI Le formolo trovate in questi sei paragrafi sono quattro: il
ditrocheo -^ | -x (1); il dicretico -w- | — x; il eretico-trocheo -v- | -z; il
trocheo-eretico -~ | -~x. Come per la poesia, così per le clausole della prosa
sono ammesse la sinalefe, l'ultima sillaba ancipite, la soluzione delle lunghe
e la sosti- tuzione del piede irrazionale. Ecco il computo numerico delle
formolo: I. 11 ditrocheo puro (-^ | -x): numeri 1.3. 6. 8. 11. 14. 17. 21. 25.
30. 38. 40. 45. 48. 53. 56. 60. 61. 66. 67, totale 20 volte. Il ditrocheo
risolto (^^ | -s): 12. 16. 46. 64, to- tale 4 volte. 11 ditrocheo irrazionale (
— | -a:): 19. 20. 42. 59, totale 4 volte. II. 11 trocheo-eretico puro (-v, |
-^) : 13. 15. 33. 37. 54 ? totale 5. III. Il dicretico puro (-w- | -»x) : 10.
18. 22. 24. 27. 31. 39. 43. 47. 58. 62. 65, totale 12. Il dicretico sciolto (—
- | -~x): 28, (-vwo | ~^x): 36, totale 2. 11 dicretico irrazionale <„. | -„
X ): 29. 41 f (-ww- | -vz): 23, (— ww' f -^): 44, totale 4. IV. 11
eretico-trocheo puro (-^- | -x) : 4. 5. 7. 26. 49. 50. 51. 52. 57. 63, totale
10. 11 eretico- trocheo risolto (v^v- | -#): <j, (-w- | ^x): 55, (-v^v, |
v,^): 2,(-v^w | -x) : 32. 34, ^^^ | -x): 35, totale 6. Le forinole I e lì coi
loro totali di 28 e 5 rappresentano i due estremi; le formole III e IV coi totali
di 18 e 16 si equilibrano. Le formole I, III e IV nella loro espressione pura
presentano i totali rispettivi 20. 12. 10 e rimangono le tre fon- damentali ;
ma la I lascia a distanza le altre. La IV risolta in -ww^ | -# è la famosa esse
videatur, il cui uso troppo fre- quente fu rimproverato a Cicerone dagli
antichi. Nella 1 cate- goria l'accento della parola coincide con la percussione
(ictus) 18 volte, 5 nella li, 8 nella IV : queste coincidenze non paiono
accidentali. Il presente saggio potrebbe invogliare i giovani studio&i *
(1) Con la x indico la sillaba ancipite finale. XXì! INTRODUZIONE ricercar le
clausole in tutto il testo o in una parte qualsiasi di esso; il quale
esercizio, oltre a introdurli nei segreti dell'arti* della prosa antica, li
renderà anche più sicuri nel leggere : infatti si accorgeranno che il perf.
cong. \wofecerimus 1 3, va accentato sulla penultima, secondo la quantità
originaria dell'i, come non lascia dubbio il dcderitis 1 38 di Knnio; un altro
esempio di perf. cong. in clausola lo troveranno in III 3 vixc- rimus
(ditrocheo); e anche il fut. II si accentava egualmente: 1 103 fecerùnus
(ditrocheo), IL 22 dixcrimus (ditrocheo). La prima sillaba di fieri
originariamente era lunga anche quando seguiva er; questa quantità è osservata
da Cicerone: I 28 vc- ìuntate fieri (trocheo-eretico), 111 39 fieri posse
(eretico-trocheo), 114 fieri posset (id.), 110 esse non fieri (dicretico). Così
for- tuitus aveva lunga la penultima, come vediamo in I 103 for- tuito
(ditrocheo); e lungo era l'i della desinenza pronominale ius del genitivo : III
82 alten'ws invidia (trocheo con un ere- tico risolto, come III 83 liberfafrs
inferitimi). La finale o dei nominativi singolari era ancor sentita da Cicerone
come lunga: III 47 mentio pacis (eretico-trocheo). Nelle clausole si faceva
valere la posizione debole, corrispondentemente all'uso dei poeti; p. es. t
patriae in III 83 ipurricidium patriae (dicre- tico) ha lunga la prima; e due
volte comparisce lungo in clàusola Yo di mediocris : I 84 plaga mediócris (=
esse vi- dcatur\ 130 meAiocritas opti ma est (dicretico). In diuturnus i poeti
(p. es. Ovidio) abbreviavano il primo u: e lo stesso si potrebbe ammettere in
Cicerone II 25 esse diuturna, 43 esse diuturnum (due formole = esse vidcatur);
ma ci rimane uno scrupolo, perchè incontriamo altre quattro clausole con la
rtìe- desima struttura: II 28 urbe triumphari^Ah bella gerebantur, III 40
propter honestatem, 115 esse videretur, dove sarà da vedere la risoluzione di
un eretico-trocheo irrazionale ( | ^x risolto in -~w- | -*#). Con le clausole
riusciamo a determi- nine la quantità di certe parole, specialmente dei nomi di
per- sona, per i quali ci mancano altri indizi; p. es., da 11147 Pa- pius nuper
(eretico-trocheo) deduciamo che la di Papius è lunga. In molte parole il
prosatore al cari del poeta adoperava la INTRODUZIONE XX III sinizesi; così
Cicerone pronunciava qualche volta nikil mono- sillabo: I 148 nihil honestum
(=nil honestuni ditrocheo), 111 120 nihil habebit (= nil habcbit ditrocheo);
decrit bisil- labo: causa decrit (ditrocheo), easdcm bisillabo: I 38 oportct
casdcm (ditrocheo; vedi ?'&., eorundem nel luogo di Ennio); rcici
bisillabo: 1 106 reici oportere (eretico-trocheo), 148 eicienda (ditrocheo),
cfr. Il 25 ixibebat anidre (eretico-trocheo, anidre trisillabo); comprehendere
e reprehendere quadrisillabi: II 27 iure comprehenderet (dicretico), 50 est
reprehendendum (ere- tico-trocheo), 56 nos reprehendit (ditrocheo), III 30 sit
reprcheu- dendum (eretico-trocheo). Fin qui abbiamo considerato fenomeni di
quantità e di pro- nuncia; ora tocchiamo di un fenomeno morfologico. 11
genitivo singolare dei temi sostantivali in — io aveva anticamente un solo i\
ciò è confermato dalle seguenti clausole: 1 8 àìvisio est offici (dicretico),
49 maxume offici est (trocheo-eretico), 58 tribuentfam sit offici (id.), 81
ingeni magni est (eretico- trocheo), 101 dìscriptio offici (trocheo-eretico),
107 offici cxqui- ritur (dicretico), 114 ingeni non erant (id.), 117
imhzcdliias consili (id.), 158 socìujh studi quaereret (id.), II 25 imperi
tanta est (eretico-trocheo), III 46 àilectus offici (trocheo-ere- tico), 65
praedio w7* (id.). Possiamo risalire anche al terzultimo piede e allora
troviamo due esempi di ditrocheo preceduto da un eretico, con che si ottiene
una delle più belle clausole: II 7 offici persequamur, 9 offici persequendi
(1). Come nella poesia la necessità metrica impone spesso devia- zioni dall'uso
comune, così avviene nella prosa artistica in grazia della clausola; di che
recherò qualche esempio: I 58 quam similitudo morum coniugavit; il verbo
coniugare, che Cicerone usa solo in questo luogo, fu scelto per ottenere il
ditrocheo; I 66 in rerum externarum despiciew/?a ponitur invece di po- siia est
per avere il dicretico. Esempi di collocazione dura : (1) Per oti (e negoti II
75; III 2, 4, 102) scritto con un solo i sino nei tempi tardivi abbiamo le
attestazioni dei grammatici, cfr. Likdsay- Ki.iil Die latein. Sprache, p. 96.
XXIV INTRODUZIONE II 64 posse multum voìunt per multum posse volunt dà il di-
eretico; II 72 singu/os ut attingant per ut singulos attingant dà il
eretico-trocheo; li 78 suae rei cuiusque custodia per suae cuiusque r. e. dà il
dicretico; III 59 Syracusis quicquid est piscium per quicq. Syr. est p. dà pure
il dicretico ; 111 71 mala bonis ponit ante; questa collocazione è strana (cfr.
Ili 90 anteponet) e non si capisce perchè sia stata scelta, se si ottiene la
stessa clausola di trochea anche collocando anteponit. Inoltre le clausole
aiutano a risolvere le questioni di testo; e ciò vedremo da alcuni casi che ci
si presenteranno nel pa- ragrafo seguente. V. Il testo. I codici del de Off. di
Cicerone vanno tutti d'accordo in certe interpolazioni, in certe lezioni
erronee e insanabili; donde si deduce con sicurezza che essi risalgono a un
unico e comune archetipo. Ma la tradizione di quell'archetipo si divise in due
correnti, l'una pura, l'altra impura. Dall'una parte cioè ab- biamo codici, che
mettono capo a un esemplare chiamato Z, del quale ci hanno trasmesso fedelmente
la lezione, quantunque spesso, per scorrettezza dell'esemplare o per imperizia
dei co- pisti, mutila e guasta. Dall'altra parte una serie, ma assai minore, di
codici, che derivano da un esemplare X, il quale conteneva una lezione più
intiera che Z in molti luoghi, ma in moltissimi altri arbitrariamente
interpolata. I codici della classe X finora conosciuti ed esaminati sono: lo
Harleian 2716 sec. 1X-X (=£), mutilo ; il Vatic. Palat. 1531 sec. XIU-X1V (=p);
il Bernense 104 sec. X11I (= e). Tra le centinaia di codici della classe Z, sette
sono riputati i più degni di rappresentarla: il Voss. (Leida) Q 71 sec. IX X (=
V)\ il Bernense 391 sec. IX X (= 6); il Paris, làt. 6601 sec. 1X-X (=P); il
Bambergense M. V. 1 sec. X (=i?/, l'Herbipolitanus (Wùrzburg) Mp. f. 1 sec. X
(= H); il Bernense 514 sec. X (=a); l'Ambrosiano 29 inf. sec. X-Xl (=A)(l). (1)
Sui codici vedi una dissertazione e due programmi di E. Popp: De Ctctionis de
off, Ubrurum codicilli Bemensi 104 eique cognutts, Er INTRODUZIONE XXV La buona
critica mette a base del testo la classe Z e ia adopera fin dove può; nei casi
disperati ricorre alla classe X. Reco ora l'elenco delle lezioni da me scelte
nei luoghi o dub- biosi o corrotti. I 8 perfectum officium rectum opinor
vocemus, quoniam Graeci KcurópGuj^a, hoc autem commune officium vocant ZX. 11
Pearce e il Muller emendano: hoc autem commune officina* KaOqKov vocant ; io:
hoc autem commune KaBfJKov vocant r perchè ritengo che officium sia una glossa
di KaBfìKov (cfr. 1 93 decorum) e ne abbia determinata la caduta. J 21 e quo si
quis Uh e, eo si quis B ; emendo: e quo si quid quis. 1 28 in inferenda ZX.
Alcuni editori ut inferenda; il Baiter sopprime in e così faccio anch'io,
considerandolo nato o per congettura o per geminazione dell't'u del verbo. I 32
cui quod Z, cui quid e. Correggo quoi. 1 33 sed malitiosa ZX. La credo col
Baiter un'antica glossa, nata da s. (= scilicet) malitiosa. I 40 Levo dal testo
questo §, che è dato solo da X. 1 59 intellegas sed ZX. 11 nesso non comporta
sed, ma et, che ricostruisco, supponendo che la lezione originaria intel-
legaset sia stata mal divisa intellegas set. 1 64 ut potius superiores Z,
uteumque potius sup. X - r vi p. sup. a; vi è un felice emendamento. I 66 sed
ut Z, sed et X. Correggo sed vel. 1 69 voluptate animi ZX. Fu corretto animi in
nimia; ma preferisco chiuderlo in parentesi come nato dai due animi che
circondano la frase. I 73 maioraque efificiendi ZL , maioraque efficienda p y
maiorque cura efficiendi e. Accetto la correzione dell'Unger maioraque studia
efficiendi. 1 88 puniet ZX y veniet -4, punitur Nonius. Forse poenitur. langae
1883 ; De Ciceronis de off. ìibrorum cod. Palat. 1531 \ Erlangeu 1886 ; De
Cicer. de off'. ìibrorum codicìbus Voss. Q 71 et Paris 6601, Hof 1893. I 89 iia puniendo BHL, ira in puniendo bc, ira a pu-
niendo B2 H2. Potrebbe stare ira puniendo, ma allora avremmo tre trochei in
clausola, che sono da Cicer. in massima evitati ; la vera lezione è ira a
puniendo. I 104 homine dignus ZX. Propongo homine vel gr avi dig rais. I 10(5
in natura ZX, in natura nostra Schiche, in natura iiominis Beda. Preferisco la
lezione di Beda. 1 109 alii si Z, alii qui X. In questo luogo la variante è
puramente grafica, perchè si e qui sono due tentativi di let- tura della
scrittura dell'archetipo; la lettura giusta è qui. 1 110 studia nostra nostrae
naturae regula. Questa ritengo la vera emendazione. 1 119 est rei Z, est eius
rei X. La vera lezione è eirei, senza est. I 120 diluere Zc, dissuete L. Scelgo
diluere. 1 121 si ZX. Correggo qui-, cfr. 1 109, dove Z lesse si invece di qui.
1 121 vitium Zc, impium Lp. Correggo iniurium, cfr. Ili 89 lo stesso aggettivo.
1 124 de privatorum de civium ZX. Congetturo de priva- forum civium; il de fu
premesso a civium dai copisti o per errore o per dare un'antitesi a
peregrinorum. 1 124 describere ZX, distribuere Beda. Ciò conferma la correzione
discribere degli editori. 1 120 formam Z, turpem X. Accetto la correzione
foedum del Klotz. 1 131 ingressu ZX, in ingressi! Beda. Gli editori hanno
accolta la lezione di Beda, senza conoscerla. 1 138 descriptio ZX. Correggo
discriptio. I 139 domino sit Z, domino est X. Emendo dominosi. I 139 et ZX. Lo
Scheukl corresse ei. 1 14(3 animadversoresque ZX. L'enclitica que è necessaria
alia clausola ( — resque vitiorum = esse videatur), perciò bi- :>o^na
supplire una parola; lo Schiche animadversores aestima- toresque, io
animadversores repreìxensoresque. 1 153 quamvis omnia ZX. Gli editori
sopprimono qu.imvis, INTRODUZIONE XXVII che fu forse soprascritto da un copista
per dare una correlativa a tamen. I 155 utilitatem Z, caritatem X. Correggo
communitatem, che è confermato da tutto il ragionamento del testo, e lo traggo
da caritatem, che mi pare delle due lezioni la più vicina all'originale. II 10
genera Z, generae L, genere e. Emendo genera re ; forse è da espungere tria,
che può essere stato aggiunto dal- l'interpolatore di quicquid — idem sit
utile. II 11 autem
rationis expertia sunt alia Z, autem partim rationis expertia sunt alia X.
Emendo autem rationis expertia sunt alia, alia. II 15 destitit Z, distat X. Propongo dissidet; cfr. I
2 a peripateticis dissidentia ; II 8 a sapientia dissi det. II 18 pati tur Z,
patiatur X: patiatur è richiesto dalla clausola (= esse videatur). II 23
apparet cuius maxume portui (mortui) Z, paretque cum maxime raortuo X. Accolgo
la correzione dello Halm: ac paret cum maxume mortuo. I] 38 perspectum sit ZX.
Emendo perspectumst. II 45 consequebare equitando ZX; correggendo consegue-
baris equitando si otterrebbe la clausola esse videatur. II 56 capiatur manca
in ZX e fu supplito dopo tempus, dove non forma clausola; io lo colloco dopo
quoque, donde la clausola esse videatur. II 60 non interpretatus ZX. La
considero una glossa tratta da I 6 non ut interpretes. II 70 factum sit ZX.
Correggo factumst. II 71 utentior ZX. Tra gli emendamenti proposti po~ tentior
e opulen scelgo questo secondo come più vicino alla lezione diplomatica. II 77
degressa L, digrossa c } egressa Z. Accetto degressa; la geminazione dede in
unde degressa fu causa che cadesse un d. II 87 Restituisco al posto che ha nei
codici l'innesto po- steriore sed toto hoc de genere — disputatum est. Ili 16
aut Aristides ZX. È un'interpolazione antica, che si trova già in Lattanzio
XXVIII INTRODUZIONE III 26 censet et Z, censet sed e. Correggi censet set III
28 quae vacent iustitia ZX. Qualche codice impura di Z corregge iniustitia, che
si può accettare come semplice espediente. Ili 44 dicenda sit ZX. Emendo
dicendast. Ili 45 factus est ZX. Si deve conservare l'anacoluto ; co- munemente
si corregge factus sit. Ili 86 potente ZX, potenti Nonius. Tengo potente; cfr.
1 46 sapiente ZX; I 119 excellente Z. Ili 88 eoque magis quo Z, eoque magis
quod X. Prefe risco quo. Ili 88 quam cum utilem esse diceret non esse aequam
fateretur ZLp. Questa lezione non può stare. Il pensiero di Curione è : causa
aequa est, sed non utilis ; e con ciò cadono tutte le congetture che invertono
il pensiero di Curione, facen- dogli dire: utilis est, sed non aequa.
Ricostruisco: quam cum utilem diceret non esse, aequam fateretur, levando il
primo esse, che è nato o dal secondo esse o da una glossa, III 89 perventum sit
Z, perventum est X. Leggo per- ventumst. Ili 92 ne ilio medicamento ZX. Chiudo
medicamento tra parentesi. Ili 95 quid Agamemnon cum ZX. Fu giustamente osser-
vato che il quid com'è nel nostro passo introduce sempre una proposizione
interrogativa e non un'affermativa. Credo che dopo Agamemno sia caduto per
somiglianza di suono non {=nonne)\ scrivo perciò : Quid Agamemno ? non , cum
devovisset . . . pulchrius ? Ili 22-25 Nam ut sibi quisque malit — nocere non
posse. Beda (674-735) si trascrisse nei suoi estratti {Opera II, Colon. Agripp.
1612, p. 166 ss.) tutto questo luogo, ma omettendo il periodo detrahere autem
de altero — cetera generis eiusdem, il quale perciò al suo tempo non era stato
ancora interpolato. M. TULLI CICERONIS DE 0FFIC1IS AD MARCUM FIL1UM LIBER
PRIMUS 1. Quamquam te, Marce fili, annunci iam audientera Gra- 1 tippum, idque
Athenis, abundare oportet praeceptis institutisque philosophiae propter summam
et doctoris auctoritatem et urbis, quorum alter te scientia augere potest,
altera exemplis, tamen, ut ipse ad meam utilitatem semper cum Graecis Latina
con- iunxi neque id in philosophia solum, sed etiam in dicendi «axercitatione
feci, idem tibi censeo faciendum, ut par sis in utriusque orationis facultate.
Quam quidem ad rem nos, ut vide* mur, magnum attulimus adiumentum hominibus
nostris, ut non modo Graecarum litterarum rudes, sed etiam docti aliquantum Il
libro I tratta dell'onesto, ossia della virtù. I. — 1. Quamquam - tamen; questo
periodo concessivo riuscirebbe troppo lungo e imbrogliato nella tradazione
italiana ; si spezzi in due, fa- cendo punto dopo exemplis : « So bene che...
Però... ». — Marce fili, si- mili apposizioni stanno dopo il sostantivo, quando
è nome proprio di persona; così Cicero consul, non consul Cicero. — annum, cfr.
Ili 79 septimum annum « da sette anni » . — audientem ; auditor significa «
scolaro » . — Cratippum, allora capo della scuola peripatetica in Atene;
Cicerone lo chiama familiaris noster {de Div. II 107). — idque ce per giunta »,
Ì8que, et is danno rilievo all' idea. — oportet, spiega « devi » . — prae-
ceptis « lezioni ». — philosophiae, questo genitivo supplisce l'aggettivo
«filosofico», che mancava al latino, come tanti altri, che erano rappre-
sentati da un genitivo: animi < spirituale » ; corporis « fisico, materiale
»; temporis « cronologico » ; rei pubìicae « politico » ecc. — ut -idem,
anacoluto invece di ut -sic; in italiano spiega come fosse sic. — ad, non <
con » ma « per ». — Graecis Latina, si intenda delle due lingue, cfr. Brut.
310: commentabar decìamitans («facevo esercizi di declamazione»)... idque
faciebam multum etiam Latine, sed Graece saepius. — quam ad rem « nel che »,
cioè nel maneggio della lingua latina. E uno dei più grandi meriti di Cicerone
V aver dato a Roma un linguaggio filosofico. — Cicerone, De Officiti, comm. da
IV Sabbadixi. 2 a ediz. 1 • • • • • « _ a • » •» » - • - • • • « M. TULLI
qiCERONIS ££:$&* iì*tttrèn&ir aàeptos et ad dicendum et ad iudicandum.
Quam "ob rem "disces tu quidem a principe huius aetatis philosopho-
rum, et disces, quam diu voles; tam diu autem velie debebis, quoad te, quantum
proficias, non paenitebit; sed tamen nostra, legens non multum a Perinateticis
dissidentia, quoniam utrique* Socratici et Platonici voliraius esse, de rebus
ipsis utere tua iudicio (nihil enim impedio), orationem autem Latinam efficies
proibcto legendis nostris pleniorem. Nec vero hoc arrogauter dictum existimari
velim. Nam philosophandi scientiam conce- dens multis, quod est oratoris proprium,
apte, distincte, ornate dicere, quoniam in eo studio aetatem consumpsi, si id
mihi 3 adsumo, videor id meo iure quodam modo vindicare. Quam ot> 2. Quam ob
rem - pleniorem, questo periodo è molto slegato in confronto- dei § 1 e anche
un po' trascurato, p. e. nostra legens, legendis nostris. — disces, disces,
spiega con l'im pera tivo. — principe philosoph., cfr. Tim. 1, 2 1 Cratippus,
Peripateticorum omnium, quos quidem ego audierim, mea iudtcìo facile («senza
confronto, senza eccezione») princeps. — quoad paenitebit < tinche non ti
abbia a pentire di quanto avrai profittato, tinche non ti pentirai del
profitto, finché non sarai soddisfatto del profìtto otte» nuto ». Quest'uso del
verbo paenitere fu biasimato dai detrattori di Ci- cerone (Geli. Noct. Att.
XVII 1). — a Peripateticis — ab institutis Peripateticorum (detta comparatio
compendiaria). — utrique « noi (Cice- rone) e voi altri (Cratippo) ». Cicerone
non aveva veramente abbracciata nessuna setta filosofica, era eclettico; ma
volendogli assegnare una scuola,, egli apparteneva all' Academia (cfr. Ili 20,
nostra Academia), non alla. antica fondata da Platone, ma alla nuova Academia,
fondata da Cameade,, la quale professava un certo scetticismo, ammettendo non
la certezza ma la probabilità. Cicerone poi reputava che non esistessero
sostanziali diffe- renze non solo tra le due Academie, ma nemmeno tra gli
Acadcmici e i Peripatetici, perchè queste due scuole ebbero origine comune
dalle dottrine di Platone e di Socrate; anzi per lui fin anco lo stoicismo era
nato dalla scuola academica e peripatetica. — de rebus utere (futuro),
orationem ef- ficies, grammaticalmente sono due proposizioni coordinate, ma
logicamente la prima (utere) è subordinata alla seconda (efficies) ; il
coordinamento ha tratto con sé la ripetizione legendis nostris ; nella
traduzione tralascia le- gendis nostris e subordina utere con un « mentre che,
dove che ». — profecto esprime un'affermazione soggettiva, certe oggettiva. —
quod est oratoris proprium, proposiz. subordinata a si adsumo, ma le fu
anteposta, per dar rilievo all'antitesi con philosophandi scientiam ; se vuoi
conser- vare lo stesso ordine nella traduzione, devi introdurti con « per
quanto- riguarda ». — apte si riferisce all'armonia, alla rotondità del
periodo, distincte al rilievo delle sue parti, ornate all'arte in generale. —
adsumo, vindicare hanno qui approssimativamente lo stesso significato, il
nostro « rivendicare » ; puoi rendere il secondo con un termine più generico,
come se fosse facere posse. — 3. hos libros, non il solo de Officiis, ma. DE
0FF1C1IS, I, 1, 1—4 3 rem magnopere te hortor, mi Cicero, ut non solum
orationes meas, sed hos etiam de philosophia libros, qui iam illis fere se
aequarant, studiose legas: vis enim maior in illis dicendiH sed hoc quoque colendum
est aequabile et temperatum orationisy genus. Et id quidem nemini video
Graecorum adhuc contigisse, ut idem utroque in genere elaboraret sequereturque
et illud forense dicendi et hoc quietum disputandi genus, nisi forte De-
metrius Phalereus in hoc numero haberi potest, disputator sub- tilis, orator
parum vehemens, dulcis tamen, ut Theophrasti discipulum possis agnoscere. Nos
autem quantum in utroqué"? profecerimus, aliorum sit iudicium, utrumque
certe secuti sumus/ Equidem et Platonem existumo, si genus forense dicendi
tractare 4 voluisset, gravissime et copiosissime potuisse dicere, et Demo-
sthenem, si illa, quae a Platone didicerat, tenuisset et pronun- tiare
voluisset, ornate splendideque facere potuisse; eodemque modo de Aristotele et
Isocrate iudico, quorum uterque suo studio delectatus contempsit alterum. tutti
gli altri suoi scritti filosofici. — de philosophia, spiega con un ag- gettivo.
— vis può significare qui « veemenza » , « vivacità » , € slancio » e simili. —
hoc, il filosofico, che non ha neque nervos neque aculeos ora- torio* ac
forenses (Cic. Or. 62). — id, è spiegato dall'ut che segue ; è un'anticipazione
comunissinia in latino, specialmente con illud. — elabo* rare è laborare con
frutto. — sequereturque, la congiunzione copulativa (que) spesso ha valore
dichiarativo « cioè », qui puoi usare il gerundio italiano. — Demetrius
Phalereus (detto così dal luogo di nascita), più che filosofo fu oratore e uomo
di Stato. Governò in nome di Cassandro, re della Macedonia, per dieci anni (317-307)
Atene, donde fu cacciato da Demetrio Poliorcete (cfr. II 26). Si rifugiò in
Egitto presso la corte dei Tolomei e ivi morì (283). Scrisse opere storiche,
politiche, grammaticali, rettoriche, delle quali non ci è rimasto nulla. — in
hoc numero = in horum numero, nesso usuale con numerus, genus, multitudo. —
disputator « dialettico » . — Theophrastus, soprannome di Tyrtamus, messogli
dal suo maestro Aristotele; Cic. Or. 62 Theophrastus divinitate loquendi nomen
inventi. Sua caratteristica fu la dolcezza; delle sue opere ci sono rimasti i
Caratteri inorali e la Storia delle piante. Nacque in Creso di Lesbo verso il
371. — aliorum sit iudicium «sta ad altri il giudicare ». — 4. equidem, per non
parere superbo, vuol mostrare che altri come lui potevano segnalarsi in ambidue
i generi di stile, sol che l'avessero voluto. — didicerat, non è ben certo che
Demostene (385-322) sia stato scolaro di Platone (429-347) ; Cicerone lo
afferma (de Or. I 89, Brut. 121, Or. 15), fondandosi sulle lettere di
Demostene, che sono apocrife. — te- nuisset € attenersi > . — pronuntiare,
qui = exponere, enarrare. — de Aristotele, quantunque Isocrate (436-338) fosse
retore e Aristotele (384-322) M. TULLI CICEROMS 2. òed cum statuissem scribere
ad te aliquid hoc tempore, multa posthac, ab eo ordiri maxime volili, quod et
aetati tuae esset aptissimum et auctoritati meae. Nani cum multa siut in
philosophia et gravia et utilia accurate copioseque a philosophis disputata,
latissime patere videntur ea, quae de officiis tradita ab illis et praecepta
sunt. Nulla enim vitae pars neque pu- blicis neque privatis neque forensibus
neque domesticis in rebus, neque si tecum agas quid, neque si cum altero
contrahas, vacare officio potest, in eoque et colendo sita vitae est honestas
omnis 5 et neglegendo turpitudo. Atque haec quidem quaestio communis est omnium
philosophorum ; quis est enim, qui nullis offici i praeceptis tradendis
philosophum se audeat dicere? Sed sunt non nullae disciplinae, quae propositis
honorum et malorum finibus officium omne pervertane Nara qui summum bonum sic
instituit, ut nihil habeat cum virtute coniunctura, idque suis commodis, non
honestate metitur, hic, si sibi ipse consentiat et non interdum naturae
bonitate vincatur, neque amicitiam colere possit nec iustitiam nec liberalitatem;
fortis vero dolorem filosofo, pare si racconta (Cic. de Or. Ili 141, Or. 62) che Aristotele sfidasse Isocrate nel
suo stesso campo della rettorica, anzi lo beffasse pa- rodiando il Terso
tragico aloxpòv aiumàv, pappàpouq ò* èav Xéyeiv in alaxpòv aiumav, 'laoKpdtTrjv
ò'édv Xéyeiv maxime « di preferenza » . — in philosophia, spiega « questioni
filosofiche » . — latissime patere, si intende dell'applicazione pratica, come
spesso I 20, 24, 26, 51, 92; II 54; cfr. § 98 quam late fusum sit e II 67
latissime manat. — tradita, praecepta sunt, si traducano con due sostantivi. —
rebus, non tra- durre « cose ». — agas, contrahas, lascia i verbi e traduci con
la parola « rap- porti ». — in eoque, traduci que con « anzi » . — colendo «
osservare » . — iurpitudo, per dar maggior rilievo all'antitesi con honestas,
spiega «disonestà». — 3. omnium, di tutte le scuole. — nullis tradendis,
ablativo assoluto del gerundivo, traduci con « senza ». — non nullae di-
sciplinae, tre erano, secondo Cicerone (Fin. II 35), le scuole che falsavano il
concetto del sommo bene: quella di Aristippo ed Epicuro, che riponevano il
sommo bene nel piacere, quella di Girolamo da Redi, che lo riponeva nel sine
ulla molestia vivere (Fin. II 16), e quella di Cameade, che lo riponeva nel
frui rebus iis, quas primas natura conciliavisset (Àcad. U 131). — bonorum,
malorum fines sono « gli estremi, gli apici del bene e del male » cioè « il
sommo bene e il sommo male ». — officium « l'idea del dovere ». — si consentiat
- neque possit « se vorrà... non potrà ». — naturae, puoi tradurre con un
aggettivo, « istintivo », « innato ». — fortis - potest, soggetto di questa
proposizione è qui sic instituit, che ai può sup- DE OFFICIIS, I, 2, 5 — 7 5
summura malum iudicans aut temperans voluptatem summum bonum statuens esse
certe nullo modo potest. Quae quamquam & ita sunt in promptu, ut res
disputatione non egeat, tamen sunt a nobis alio loco disputata. Hae disciplinae
igitur si sibi con- sentaneae velint esse, de officio nihil queant di cere,
neque ulla officii praecepta firma, stabilia, coniuncta naturae tradì possunt
nisi aut ab iis, qui solam, aut ab iis, qui maxime honestatem propter se dicant
expetendam. Ita propria est ea praeceptio Stoicorum, Acudemicorum,
Peripateticorum, quoniam Aristonis, Pyrrhonis, Erilli iam pridem explosa
sentenzia est; qui tamen haberent ius suum disputandi de officio, si rerum
aliquem dilectum reliquissent, ut ad officii inventionem aditus esset. Se-
quemur igitur hoc quidem tempore et hac in quaestione po- tissimum Stoicos non
ut interpretes, sed, utsolemus, e fontibus eorum iudicio arbitrioque nostro,
quantum quoque modo-vide- bitur, hauriemus. Placet igitur, quoniam omnis
disputatio de officio futura est, 7 plire con « questo cotale » ; fortis }
temperans sono predicati ; iudicans, statuens si traducano con « mentre... ». —
6. res, questo nome spesso in -italiano si rende con t si » ; qui « non si ha
bisogno, non c'è bisogno > . — alio loco, nell'opera de Finibus honorum et
malornm. — coniuncta (col dativo) = consentanea, convenientia, « conformi ». —
qui solam, gli Stoici, qui maxime, gli Academici e i Peripatetici; nella
traduzione tieni quest'or- dine : nisi ab iis qui dicant honestatem aut solam
aut maxime... — pro- pria est « spetta di diritto » . = ea scil. de officio. —
Aristonis, Pyr- rhonis, Erilli, cronologicamente vanno ordinati così: Pirrone,
Aristone, Erillo. Pirrone dell'Elide, contemporaneo di Alessandro Magno, negava
la possibilità di ogni vera conoscenza e quindi stimava inutili anzi dannosi
tutti gli stimoli, che spingono l'uomo al sapere; perciò egli riponeva il sommo
bene nell'insensibilità (àiraBeia). È fondatore della filosofia scet- tica, che
da lui prese il nome di pirronismo. Aristone di Chio, della metà del sec. Ili,
in tutto ciò che non fosse nò vizio nò virtù non scorgeva nessuna differenza;
il sommo bene per lui era l'indifferenza (àòioupopia). Erillo di Cartagine
ammetteva come sommo bene sola la scienza. L'insen- sibilità predicata da
Pirrone, l'indifferenza predicata in tutto da Aristone, in parte da Erillo,
togliendo ogni distinzione tra bene e male, troncavano all'animo umano
qualsiasi impulso a cercar l'uno e a fuggire l'altro e per conseguenza
sopprimevano la prima condizione che crea i doveri. — di- lectum, « scelta » e
quindi « distinzione ». — inventionem, spiega col verbo. — e fontibus eorum =
ex iis tamquam fontibus, quel genitivo eorum si chiama epcsegetico. — quoque ==
et quo. — hauriemus, traduci col gerundio, per coordinarlo meglio a
interpretes. 7. quae ratione suscipitur , perifrasi dell'aggettivo «
sistematico », D M. TULLI CICERONIS ante definire, quid sit officium; quod a
Panaetio praeter- missura esse miror. Omnis enim, quae ratione suscipitur de
aliqua re institutio, debet a definitione proficisci, ut intelle- gatur, quid
sit id, de quo disputetur. -"~*"~ 3. Omnis de officio duplex est
quaestio: unum genus est, quod pertinet ad finem honorum, alterimi, quod
positum est in praeceptis, quibus in omnis partis usus vitae conformali possit.
Superioris generis buius modi sunt eiempla: omniane officia perfecta sint, num
quod officium aliud alio maius sit, et quae sunt generis eiusdem. Quorum autem
officiorum praecepta tra- duntur, ea quamquam pertinent ad finem honorum, tamen
minus id apparet, quia magis ad institutionem vitae communis spectare g
videntur; de quibus est nobis bis libris explicandura. Atque etiam alia divisio est
offici. Nam et medium quoddam officium dicitur et perfectum. Perfectum officium
rectum, opinor, vo- cemus,quoniam Graeci KctTÓp6w|ia,hoc autem commune KaBfjKov
vocant. Atque ea sic definiunt, ut, rectum quod sit, id officium Tperfectum
esse definiant; medium autem officium id esse dicunt, 9 quod cur factum sit,
ratio probabilis reddi possit. Triplex
igitur « scientifico », che nel latino mancava. — omnis. Cicerone ci annunzia
qui solennemente una definizione, che poi non ci dà; sostituisce invece alla
definizione la divisione. duplex est, traduci « abbraccia due punti » ,
omettendo poi di spiegare genus. La dottrina del dovere tratta due questioni :
la natura del sommo bene (finem honorum) e le massime della vita; l'una
questione è teorica, l'altra pratica. La questione teorica fu trattata da
Cicerone nel de Fi- nibus, la pratica è trattata qui nel de Officiis. — quibus,
ablativo. — conformare « regolare », « perfezionare ». — quorum - ea, qui
abbiamo un residuo di coordinazione in luogo della subordinazione : ea officia,
quorum praecepta traduntur. lì pensiero del passo è questo: « Gli esempi dei
secondo punto, cioè della trattazione pratica dei doveri, saranno esposti in questi
libri ». Il testo avrebbe dovuto essere a un dipresso così: Alterius generis
exempla a nobis Iris libris explicabuntur ; a questo pensiero poi l'autore ha
intrecciato una ulteriore dichiarazione sulla questione pratica dei doveri,
aggiungendo che essa ha pure un certo contatto con la que- stione teorica,
quantunque meno evidente. — 8. alia est, « si può iure un'altra». — dicitur =*
est quod dicitur, evi e il cosiddetto». Su questa divisione si basa tutta la
dottrina morale stoica. — rectum è l'interpretazione etimologica di
Kaxóp9uj(Lia (da òpGóq *= rectus). — hoc, si riferisce a w"1htm. — sic
definiunt ut definiant, trascuratezza di lin- guaggio. — rectum quod sit qui ha
valore di sostantivo = recte factum. — quod cur factum sit, traduci tutto con «
del quale » . — probabilis * plausibile ». — 9. igitur, qui è particella di
passaggio, senza costi- DE 0FFIC11S, I, 3—4, 8— il ì «st, ut Panaetio videtur,
consilii capiendi deliberatio. Nam aut honestumne faetu sit an turpe dubitant
id, quod in delibera- tionem cadit; in quo considerando saepe animi in
contrarias -senteutias distrahuntur. Tuoi autemautanquiruutautconsultant, ad
vitae commoditatera iucunditatemque, ad facultates rerum .atque copias, ad
opes, ad potentiam, quibus et se possint iu- vare et suos, conducat id necne,
de quo deliberant; quae de- liberatio omnis in rationem utilitatis cadit.
Tertium dubitandi/ genus est, cum pugnare videtur cum honesto id, quod videtur
( -esse utile; cum enim utilitas ad se rapere, honestas contra re- vocare ad se
videtur, fit ut distrahatur in deliberando animus adferatque ancipitem curam
cogitando Hac divisione, cum prae- io terire aliquid maxumum vitium in
dividendo sit, duo praeter- missa sunt; nec enim solum utrum honestum an turpe
sit,7 deliberali solet, sed etìam duobus propositis honestis utrum ho-; nestius
itemque duobus propositis utilibus utrum utilius. Ita, quam ille triplicem
putavit esse rationem, in quinque partes distribuì debere reperitur. Primum igitur est de honesto,
sed duplici ter, tum pari ratione de utili, post de comparatione eorum
disserendum. 4. « Principio generi animantium omni est a natura tri- u « butum,
ut se, vitam corpusque tueatur, declinet ea, quae no- « citura videantur,
omniaque, quae sint ad vivendum necessaria, « anquirat et paret, ut pastum,ut
latibula, ut alia generis eius- « dem. Commune
item animantium omnium est coniunctionis taire stretto legame tra l'antecedente
e il seguente; nella traduzione si tralascia. — triplex deliberatio,
sostituendo il termine generico allo spe- cifico puoi tradurre « tre casi » . —
nam, « cioè » , e così spesso. — aut, tum autem, tertium genus-, dovrebbe
essere primum, tum, tertium. — aut, aut, si adoperavano meglio nei termini che
esprimono antitesi spic- cata. — facultates rerum, «mezzi di sussistenza»,
copias, «il bene- stare », opes, noi sostituendo l'effetto alla causa
traduciamo « il credito ». — in rationem cadit, «entra nel dominio». —
dubitandi = delibe- rarci. — rapere indica la violenza, revocare la calma. —
ancipitem curam, « irresolutezza ». — IO. hac divisione, ablat. strumentale, «
con... » , « in... ». — an turpe sit suppl. aliquid. — rationem, « divisione ».
11. principio, « anzitutto », « per cominciare » ; si usava spesso entrando
nell'argomento. — commune est appetitus y non di rado si dava un pre- dicato
neutro a un sostantivo maschile o femminile, che si considerava non 8 M. TULLI
CICERONIS « appetitus procreandi causa et cura quaedam eorum, quae pro- «
creata sint; sed inter hominem et beluam hoc maxime interest^ « quod haec tantum,
quantum sensu movetur, ad id solum, quod « adest quodque praesens est, se
accommodat, paulum admodum « sentiens praeteritum aut futurum; homo autem, quod
rationis- «est particeps, per quam consequentia cernit, causas rerum « videt
earumque praegressus et quasi antecessiones non ignorat r « similitudines
comparat rebusque praesentibus adiungit atque « adnectit futuras, facile totius
vitae cursum videt ad eamque « degendam praeparat res necessarias. 12 «
Eademque natura vi rationis hominem conciliat homini et individualmente, ma
come condetto generale; puoi tradurre commune «qualità, carattere comune ». —
eorum quae, qui si parla di tutti gli animali, compreso l'uomo, e il neutro
generalizza il concetto; anche par landò di soli uomini si trova usato il neutro.
— tantum quantum « in tanto, in quanto », meglio « solo in quanto ». — adest,
praesens, tali sino- nimi si accumulavano spesso per dar più lume al pensiero.
— se accom- modat « si adatta », « si attacca », « si adagia ». — paulum qui
=parum. — homo, il suo predicato è facile videt ; essendo troppo lungo il
periodo, si deve spezzare : tradflci per quam come fosse per eam e introduci
videi con « e così » . — causas rerum, le cause efficienti, praegressus
(rerum), le cause occasionali. — antecessiones, noi potremmo dire « i
precedenti » ; parola rara e ardita; perciò egli mitiga con un quasi
l'impressione che può fare sul lettore. — similitudines, non astratto
«somiglianza», ma concreto = res similes. — adiungit atque adnectit, puoi
trasformare in av- verbio (p. e. « intimamente ») l'uno dei due verbi sinonimi.
Nel § 11 Cicerone ha prima accennato ai due punti di contatto tra l'uomo e gli
altri animali, cioè la conservazione dell 1 individuo e la ripro- duzione della
specie; indi al punto dove l'uomo si stacca dagli altri ani- mali, cioè la
ragione. L'uomo dunque, come essere ragionevole, sente lo stimolo a vivere
secondo ragione. Questo stimolo fondamentale ne crea,, secondo il ragionamento
di Cicerone, altri quattro, che danno origine alle quattro virtù dette
cardinali: I lo stimolo alla comunanza e alla società umana e all'osservanza
degli obblighi ad essa inerenti: questo genera la giustizia (§12 eademque - rem
gerendam facit); II lo stimolo alla ricerca del vero: questo genera la sapienza
(§ 13 in primisque- aptissimum); III lo stimolo alla superiorità sogli altri:
questo genera la fortezza (§ 13 huic veri videndi - contemptio); IV lo stimolo
all'ar- monia e all'ordine, che crea il senso del bello e del decoro : questa
quarta, virtù è chiamata dai Greci oujqppooùvr), i Latini e noi manchiamo di un
termine comprensivo, ma esprimiamo i vari aspetti di essa con « co- stanza »,
«moderazione», «temperanza» e simili; e così fa Cicerone, che però adopera
anche un termine comprensivo, decorum (§ 14 nec vero illa - aut cogitet). Tutte
insieme le quattro virtù generano Yhonestum (§ 14 quibus ex rebus - laudabile)
, che è l' argomento del libro I de Officiis. 12* hominem homini = homines
inter se, il latino manca del pronome DE 0FFICI1S, I, 4, 12—14 9 « ad orationis
et ad vitae societatem ingeneratque in primis « praecipuum quendara amorem in
eos, qui procreati sunt, im- « pellitque ut hominum coetus et celebrationes et
esse et a se « obiri velit ob easque causas studeat parare ea, quae suppeditent
«ad cultura et ad victuro, nec sibi soli, sed coniugi, liberis « ceterisque,
quos caros habeat tuerique debeat; quae cura ex- « susci tat etiara aniraos et
maiores ad rem gerendam facit. In 13 « primisque hominis est propria veri
inquisitio atque i n vesti gatio. 1 « Itaque cum sumus necessariis negotiis
curisque vacui, tum « avemus aliquid videre, audire, addiscere cognitionemque
rerum « aut occultarum aut admirabilium ad beate vivendum neces- « sariam
ducimus. Ex quo intellegitur,
quod verum, simplex « sincerumque sit, id esse naturae hominis aptissimum. Huic
« veri videndi cupiditati adiuncta est appetitio quaedam prin- « cipatus, ut
nemini parere animus bene informatus a natura « velit nisi praecipienti aut docenti
aut utilitatis causa iuste « et legitime imperanti ; ex quo magnitudo animi
existit huma- } « narumque rerum contemptio. Nec vero illa parva vis naturae 14
« est rationisque, quod unum hoc animai sentit, quid sit orde, « quid sit, quod
deceat in factis dictisque, qui modus. Itaque
« eorum ipsorum, quae aspectu sentiuntur, nullum aliud animai « pulchritudinem,
venustatem, convenientiam partium sentit; « quam similitudinera natura ratioque
ab oculis ad animum reciproco. — celebrationes = frequentationes, riunioni
festive ; coetus in- vece indica l'idea generale. — victus il vivere, cultus le
comodità, le raffinatezze della vita. — ad rem gerendam, « ad operare » . — 13.
in- quisitio atque investigano, puoi trasformare Pano dei due sost. sinonimi in
aggettivo (p. e. < assidua », € viva », « diligente » e simili); cfr. § 11
adiungit atque adnectit. — itaque : e tanto che , prova ne sia , che quando...
». — rerum occultarum, admirab., « i misteri e le meraviglie del creato » . —
bene informatus a natura, e ben nato » . — praecipienti, rife- rito alla
pratica, docenti alla teorica. — existere non significa « esistere » (extare,
esse) 9 ma « nascere », e sorgere » e simili. — humanarum = exter- narum. — 14.
vis naturae rationisque, * privilegio naturale della ragione umana ». — quod
deceat, perifrasi di decorum. — qui modus scil. in factis dictisque. — quae
aspectu sentiuntur (= oculis cernuntur, sub aspectum cadunt), perifrasi di
visibilis, termine che fa la sua prima comparsa in Plinio il vecchio. —
convenientiam partium « armonia ». — quam = quarurn (scil. pulchritudinis..,)
similitudinem, « trasportando per analogia queste proprietà... ». — natura
ratioque, « la ragion naturale ». 10 M. TULLI CICERONIS « transferens multo
etiam magis pulchritudinem, constali tiam, « ordinera in consiliis factisque
conservandam putat cavetque, « ne quid indecore effeminateve faciat, tuoi in
omnibus et opi- « nionibus et factis ne quid lubidinose aut faciat aut cogitet.
-^Quibus ex rebus conflatur et efficitur id, quod quaerimus, « honestum, quod
etiamsi nobili tatum non sit, tamen honestum «sit, quodque vere dicimus,
etiamsi a nullo laudetur, natura « esse laudabile. 15 5. « Formam quidem ipsam,
Marce fili, et tamquam faciem « honesti vides, 'quae si oculis cerneretur,
mirabiles « amores', ut ait Plato, * excitaret sapienti a e'. » Sed omne, quod est honestum, id quattuor partium
oritur ex aliqua: aut enim in perspicientia veri sollertiaque versatur aut in
ho- minum societate tuenda tribuendoque suum cuique et rerum con- -~-
conservandam invece di concordare con l'ultimo nome, concorda con quello, che
contiene l'idea fondamentale. — faciat (soggetto non natura ratioque, ma homo),
factis, faciat, trascuratezza di forma. — indecore faciat, traduci e commettere
atti... ». — lubidinose, qui lubido significa ge- nericamente quod lubet, «
capriccio » ; spiega « licenzioso » ; e accorcia nella traduzione ne quid -
cogitet in ne quid lubidinosum sit. — rebus, € elementi » , cioè le quattro
virtù. — nobilitatum =? notum (no-tus e no-bilis hanno la medesima origine),
pubblicamente riconosciuto (oggi noi diciamo spesso « avere la sanzione
pubblica »). — quodque dicimus « e del quale possiamo affermare... » ; così
Ciceronem nego in re publica admini- stranda magnum fuisse si tradurrebbe : e
di Cicerone non posso affermare Che fosse un grande uomo di Stato ». — natura,
(pùaei, « per sé stesso » (secondo gli Stoici), mentre eéaei (come professava
Epicuro) significa « per accordo, per sanzione degli uomini » . 15. ipsam,
questo pronome ha sempre una speciale efficacia; qui spiega con l'avverbio «
appunto » o con l'agg. « vera ». — faciem e sembianza ». — quae si - sapientiae
% Plat. Phaedr. p. 250 D òtyei qppóvrjai^ oùx ópòVrai. Ò€ivoù<; yàp àv
Trapcixev Épurra;, et ti toioOtov éaurrj<; èvapfès €tou>Xov irapeixero
€Ì<; òijjiv lóv (« con la vista non si scorge la sapienza; la quale
sveglerebbe ardenti affetti, se presentasse all'occhio una cotal visibile
imagine di so stessa »). — sapientiae, ma qui non si parla della sapienza,
bensì della virtù. Cicerone tradusse Platone meccanicamente, senza adat- tare
la frase al caso proprio; avrebbe dovuto dire: quae si oculis cerne- retar ,
mirabiles amores excitaret sui, quos ait Plato excitare sapientiam. — sed,
risponde a quidem; quella è r imagine comprensiva de\Y honestum, ora bisogna
scomporlo nei suoi quattro elementi, ossia le quattro virtù cardinali, che qui
sono enumerate nell'ordine tradizionale, diverso da quello dei §§ 12-14:
sapienza, giustizia, fortezza, temperanza; e in quest'ordine sono esaminate nel
corso del lib. I. — enim, nella traduzione si lascia. — sollertia scil. in
perspiciendo, puoi perciò spiegare come se fosse in sollerti perspicientia. —
rerum contractarum, spiega con una sola parola. DE OFFICIIS, I, 5, 15 — 17 11
tractarum fide aut in animi excelsi atque invicti magnitudine ac robore aut in
omnium, quae fiunt quaeque dicuntur, ordine et modo, in quo inest modestia et
temperantia. Quae quattuor quamquam inter se colligata atque implicata sunt,
tamen ex singulis certa officiorum genera nascuntur, velut ex ea parte, quae
prima discripta est, in qua sapientiam et prudentiam pò- nimus, inest indagatio
atque inventio veri, eiusque virtutis hoc munus est proprium. Ut enim quisque maxime
perspicit, quid 16 in re quaque verissimum sit, quique acutissime et celerrime
potest et videre et explicare rationem, is prudentissirmis et sa- pientissimus
rite haberi solet. Quocirca huic
quasi materia, quam traete t et in qua versetur, subiecta est verità^. Reliquis
17 autem tribus virtutibus necessitates propositae sunt ad eas res parandas
tuendasque, quibus actio vitae continetur, ut et so- cietas hominum
coniunctioque servetur et animi excellentia ma- gnitudoque cum in augendis
opibus utilitatibusque et sibi et suis comparandis, tum multo magis in his
ipsis despiciendis eluceat. Ordo item et constantia et moderatio et ea, quae
sunt his similia, versantur in eo genere, ad quod est adhibenda actio quaedam,
non solum mentis agitatio. Iis enim rebus, quae trac- tantur in vita, modum
quendam et ordinem adhibentes hone- statem et decus conservabimus. — certa, «
determinati ». — ex ea parte inest, qui c'è discontinuità di costruzione
(anacoluto) ; dovrebb'essere ex ea parte nascitur oppure in ea parte inest ;
qui inest fu attratto da in qua ponimus. — prima discripta est = prima posila
est in discriptione ; discribere significa « dividere, classificare, definire»;
describer? «copiare, descrivere, rappresentare». — 16. quique invece di et ut
quisque; quique poi ha attratto is f in luogo di che doveva stare ita
(anacoluto). — J7. reliquis tribus, la prudenza (sapienza) è virtù speculativa,
le altre tre sono virtù pratiche; ma ai bisogni della vita due sole veramente
provvedono, la giustizia e la fortezza, non così la auucppoaùvrj. Accortosene
Cicerone, corresse la prima affermazione e soggiunse che la ffujqppoaùvrj opera
più che altro nel campo della pratica, ma escludendo che essa provveda ai
bisogni della vita. — necessitates, « stimoli irresistibili ». — actio vitae, «
la vita pra- tica » . — sibi, suis, come se il soggetto fosse homines e non
excellentia. — ordo, qui si deve intendere soggettivamente € il senso
dell'ordine ». — constantia, « coerenza ». — genere, € campo ». — actio, nella
traduzione per ottenere simmetria con mentis agitatio devi aggiungere vitae: «
atti- vità pratica, attività mentale » . — iis rebus quae tractantur in vita =
in actione rerum vitae. 12 M. TULLI CICEROMS 18 6. Ex quattuor autem locis, in
quos honesti naturam vimque divisimus, primus ille, qui in veri cognitione
consistit, maxime naturam attingit humanam. Omnes enim trahimur et ducimur ad
cognitionis et scientiae cupiditatem, in qua excellere pul- chrum putamus, labi
autem, errare, nescire, decipi et malum et turpe ducimus. In hoc genere et
naturali et honesto duo vitia vitanda sunt, unum, ne incognita prò cognitis
habeamus iisque temere adsentiamur; quod vitium effugere qui volet (omnes autem
velie debent), adhibebit ad considerandas res et tempus 19 et diligentiam.
Alterum est vitium, quod quidam nimis ma- gnum studiura multamque operam in res
obscuras atque dif- ficiles conferunt easdemque non necessarias. Quibus vitiis de- clinatis quod
in rebus honestis et cognitione dignis operae curaeque ponetur id iure
laudabitur. Ut in astrologia C. Sul- picium
audivimus, in geometria Sex. Pompeium ipsi cognovimus T multos in dialecticis,
plures in iure civili, quae omnes artes in veri investigatione versantur; cuius
studio a rebus gerendis abduci contra officium est. Virtutis enim laus omnis in
actione 18* Della sapienza prima virtù cardinale, §§ 18-19. — locis, «ca-
tegorie ». — vira, « essenza ». — maxime traduci « più da presso» per continuar
la metafora di attingi t. — trah. et due. ad cognitionis cupi- ditatem = tr. et
due. cupiditate ad cognitionem « siamo tratti irresisti- bilmente dal
desiderio» o « da irresistibile desiderio». — autem, « lad- dove » . — genere =
cupiditate, virtute, la lingua latina ha una spiccata tendenza al
generalizzare. — adsentiri « riconoscer come giusto, dare per dimostrato » e
simili. — 19. alterum est.., discontinuità di costru- zione, invece che alterum
ne conferamus. — est quod, « consiste in eia che... ». — easdemque ; idem,
idemque si usava spessissimo come et ù (§ 1), quando si aggiungeva una
ulteriore qualità, alla quale si voleva dare rilievo. — quod operae, id,
traduci omnis opera quae, ea. — ut corrisponde qui e spesso al nostro « come ad
esempio, per esempio, così per esempio, così ». — astrologia, « astronomia ». —
G. Sulpicius Gàlu$ (non Gàllus), console nel 167 av. Cr. ; Tanno innanzi,
essendo luogote- nente nella guerra contro Perse, predisse un'eclissi di luna prima
della battaglia di Pidna. — audire aliquem significa « udire raccontare di
uno», perciò « abbiamo udito raccontare di Sulpicio che si segnalò nella... ».
— geometria, «matematica». — Sex. Pompeium, zio di Pompeo Magno. — cuius, il
pronome relativo ha spesso un significato avversativo = sed eius. — laus prende
diversi significati, qui « compito, ufficio, fine (lodevole) ». — in actione,
qui Cicerone parla da vero romano ; a Roma aveva valore solo l'attività pratica
; l'attività scientifica era apprez- zata, se aiutava la pratica, o al più non
disprezzata, se non la intralciava; de ofpiciis, i, 6—7, 18—21 13 consistiti; a
qua tamen fit intermissio saepe multique dantur ad studia reditus; tum agitatio
mentis, quae numquam ad- quiescit, potest nos in studiis cognitionis etiam sine
opera nostra continere. Omnis autem cogitatio motusque animi aut in con- siliis capiendis de rebus
honestis et pertinentibus ad bene bea- teque vivendum aut in studiis scientiae
cognitionisque versabitur. Àc de primo quidem offici fonte diximus. 7. De
tribus autem reliquis latissime patet ea ratio, qua 20 societas hominum inter
ipsos et vitae quasi communitas conti- netur; cuius partesduae: iustitia, in
qua virtutis est splendor maximus, ex qua viri bonfìiominantur, et huic
coniuncta be- neficenza, quam eandem vel benignitatem vel liberalitatem
appellali licet. Sed iustitiae primum munus est, ut ne cui quis noceat nisi
lacessitus iniuria, deinde ut communibus prò corn- ai uni bus utatur, privatis
ut suis. Sunt autem privata nulla 21 natura, sed aut vetere occupatione, ut qui
quondam in vacua venerunt, aut Victoria, ut qui bello potiti sunt, aut lege,
pac- tione, condicione, sorte ; ex quo fit, ut ager Arpinas Àrpinatium dicatur,
Tusculanus Tusculanorum; similisque est privatarum possessionum discriptio. Ex quo, quia suum cuiusque fit eorum, della scienza
come fine a sé stessa nemmeno il presentimento. — a qua, alla speculazione
scientifica possiamo esser tratti da due motivi: l'ozio (intermissio) e
l'attività (agitatio) irrequieta della nostra mente. — re- ditus, « occasione
di... » ; il plurale dell'astratto esprime ripetizione di atti. — tum, senza
che lo preceda primum o cum. — cognitionis, « spe- culativi ». — opera,
deliberato proposito di dedicarvisi, «cooperazione». — cogitatio motusque
animi, « la attività del pensiero e dello spirito > oppure « della mente e
dell' animo » . — scientiae cognitionisque traduci come poco sopra cognitionis.
20. Della giustizia, seconda virtù cardinale, §§ 20-60. — latissime patet, «
opera su più vasto campo » (§ 4). — ratio, spiega con un termine spe- cifico,
p. e. pars, locus, virtus. — partes scil. sunt — iustitia, se ne parla nei §§
20-41, della beneficentia nei §§ 42-60. — viri boni, politi- camente sono i
conservatori (patrioti, aristocratici), giuridicamente gli uomini d'onore,
filosoficamente i buoni, i savi. — sed qui non è avversa- tivo, ma semplice
congiunzione di passaggio. — suis = privatis. — 21. ut qui, slegatura frequente
in Cicerone, spiega ut cum qui, « come quando uno... > . — condicio è una
forma particolare di pactio, « conven- zione». — sorte, «sorteggio», nella
spartizione delle terre ai soldati e ai coloni. — ex quo, le possessioni tanto
pubbliche quanto private pigliano il nome di quelli che in uno qualsiasi dei
modi sunnominati le hanno acquistate. — discriptio, « distribuzione »;
descriptio, « designazione ». — ex quo, causale. — eorum = aliquid eorum , una
porzione dei beni co- i4 M. TULLI C1CER0NIS quae natura fuerant communia, quod
cuique obtigit, id quisque teneat; e quo si quid quis sibi appetet, violabit
ius humanae 22 societatis. Sed quoniam, ut praeclare scriptum est a Platone,
non nobis solum nati sumus ortusque nostri partem patria vin- dicat, partem
amici, atque, ut placet Stoicis, quae in terris gignantur, ad usum hominum
omnia creari, homines autem hominum causa esse generatos, ut ipsi inter se
aliis alii prodesse possent, in hoc naturam debemus ducem sequi, communes uti-
litates in medium afferre mutatione officiorum, dando accipiendo, tum artibus,
tum opera, tum facultatibus devincire hominum 23 inter homines societatem. Fundamentura autem est iustitiae
Udes, id est dictorum conventorumque constantia et veritas. Ex quo, quamquam
hoc videbitur fortasse cuipiam durìus, tamen audeamus imitari Stoicos, qui
studiose exquirunt, unde verba sint ducta, credamusque, quia fiat, quod dictum
est, appel- latala fidem. munì diventa possesso privato. — quod cuique- teneat,
ciascuno si tenga quello che gli è toccato. — e quo, dalla porzione toccata a
ciascuno. — 22. Questo periodo è troppo complicato e
bisogna spezzarlo, p. e. nel modo seguente : Ma egregiamente scrive Platone,
che... ; egregiamente pro- fessano gli Stoici, che... Se è così, dobbiamo
(debemus).., — a Platone, Epist. IX p. 358 A KÓKevvo o€i 0€ èv9u|H€Ta8ai, òri
lKau"TO<; Vjhuùv oùx oiùtuj juóvov Y^T°vev, àXXà Tf)<; Y^véaeux;
r\\x(vv tò \iiv ti f| Ticnrpìs ye- piZeiai , tò òé ti ol Y €VV1 fa avT€< * ♦
T ^ bè ol Xonrol <pi\oi ( e devi anche considerare, che ciascuno di noi non
è nato solo per sé stesso, ma che della nostra esistenza ne pretende una parte
la patria, una parte i geni* tori, una parte gli amici » ). — ortusque ; ortus
qui « l'esistenza » ; que ha valore avversativo «ma ». — ut placet Stoicis,
creari, anacoluto, dove creari dipende da placet; per aver continuità con ut
scriptum est, vin- dicat, si dovrebbe scrivere: ut placet Stoicis, creantur. —
inter se aliis ahi, sovrabbondanza di espressione. — in hoc, si sopprima nella
tradu- zione e si introducano i verbi afferre, devincire con « nel ». —
mutatione, metafora tolta dalla frase mercantile mutare merces « scambiar merci
» . — dando accipitndo, epesegesi di mutatione. — 23. dictorum, spiega con un
termine specifico «promesse». — veritas, non oggettivamente « verità », ma
soggettivamente «veracità, sincerità». — dar ius, '• un po' stiracchiato » . —
Stoicos, uno dei grandi meriti della scuola critica stoica, che 'aveva suo
centro io Pergamo, fu la ricerca delle leggi gram- maticali e dell'etimologia.
Da loro fu fissato lo schematismo grammaticale, che passò poi ai Romani e dai
Romani alle grammatiche moderne. — unde verba sint ducta, spiega con una sola
parola « etimologia »; altrove (Tuscul. Ili 11) Cicerone dice verbi vis. — quia
fiat fidem, quest'eti- mologia è dei genere di queste altre: Saturnus quia se
saturat annis; Mavors quia magna vortit, etc, derise da Cic. de Nat. deor. Ili
62. de officiis, i, 7—8, 22— 2b i5 Sed iniustitiae genera duo sunt, unum eorum,
qui inferunt, alterum eorum, qui ab iis, quibus infertur, si possunt, non pro-
pulsai iniuriam. Nam qui iniuste impetum in quempiam facit aut ira aut aliqua
perturbatone incitatus, is quasi manus ad- ferre videtur socio ; qui autem non
defendit nec obsistit, si po- testi, iniuriae, tana est in vitio, quam si
parentes aut amicos aut patriam deserai Atque illae quidem iniuriae, quae
nocendi 24 causa de industria inferuntur, saepe a metu proficiscuntur, cum is,
qui nocere alteri cogitat, timet, ne, nisi id fecerit, ipse aliquo adficiatur
incommodo. Maximam autem partem ad iniuriam fa^ ciendam adgrediuntur, ut adipiscantur
ea, quae concupi verunt; in quo vitio latissime patet avari tia. / 8.
Expetuntur autem divitiae cum ad usus vitae necessa- 2& rios, tum ad
perfruendas voluptates. In quibus autem maior est animus, in iis pecuniae
cupiditas spectat ad opes et ad gratificandi facultatem. Ut nuper M. Crassus
negabat uliam satis magnani pecuniam esse ei, qui in re publica princeps vellet
esse, cuius fructibus exercitum alere non posset. Delec- tant etiam magnifici
apparatus vitaeque cultus cum elegantia et copia; quibus rebus effectum est, ut
infinita pecuniae cu- piditas esset Nec vero rei familiaris amplificatio nemini
no- cens vituperanda est, sed fugienda seraper iniuria est. Maxume 2fr autem
adducuntur plerique, ut eos iustitiae capiat oblivio, cum in imperiorum,
honorum, gloriae cupiditatem inciderunt. Quod enim est apud Ennium: aut aliqua,
non di raro aìiquis nelle enumerazioni è eguale ad alius quis. — socio,
considerato non come individuo, ma come membro della società; perciò offende in
lai la società. — iniuriae sta bene con obsistit, ma non con defendit, zeugma;
invece III 74 non defendit iniuriam, — 24. maximam partem, accusativo di
relazione, usato avverbialmente; qui fa le veci di soggetto, come II 72 partim.
— vitio, « colpa ». — latissime patet, « ha grandissima parte » . 2ò.
gratificandi facultatem t per acquistar popolarità. — ut, cfr. § 19. — M.
Crassus, il triumviro, soprannominato dives per le sue sconfinate ricchezze;
morì nella campagna contro i Parti Tanno 53 av. Cr. — cultus, § 12. — cum elegantia
et copia, qui i sostantivi con la preposi- zione fanno, come spesso, le veci di
attributi; puoi tradurli con due ag- gettivi. — nocens, « quando non nuoccia »
. — 20. ut eos capiat oblivio, « a dimenticarsi » . — apud Ennium, certo in una
tragedia, ina 16 M. TULLI CICERONIS Nulla sancta sócietas Néc fides regni èst,
id latius patet. Nam quicquid eius modi est, in quo non possinf plures
excellere, in eo fit plerumque tanta contendo, ut diffi- cillimum sit servare '
sanctam societatem \ Declaravit id modo temeritas C. Caesaris, qui omnia iura
divina et humana per- verti t propter eum, quem sibi ipse opini onis errore
finxerat, principatum. Est autem in hoc genere molestum, quod in maiimis animis
splendidissimisque ingeniis plerumque existunt honoris, imperii, potentiae,
gloriae cupiditates. Quo magis cavendum est, 27 ne quid in eo genere peccetur.
Sed in omni iniustitia permultum interest, utrum perturbatione aliqua animi,
quae plerumque brevis est et ad tempus, an consulto et cogitata fiat iniuria.
Leviora enim sunt ea, quae repentino aliquo motu accidunt, quam ea, quae
meditata et praeparata inferuntur. Ac de Me- renda quidem iniuria satis dictum
est. 28 9. Praetermittendae autem defensionis deserendique officii plures
solent esse causae; nam aut inimicitias aut laborem aut sumptus suscipere
nolunt aut etiam neglegentia, pigritia, inertia aut suis studiis quibusdam
occupationibusve sic impediuntur, ut eos, quos tutari debeant, desertos esse
patiantur. Itaque videndum est, ne non satis sit id, quod apud Platonem est non
si sa quale. — nulla - est, la fine e il principio di due settenari tro- caici
(tetrametri trocaici catalettici -^, -v-*, 6w t - | J.^ t — f ± ). — regni, il
governo regio (ossia il re) non conosce... — latin* patet, « ha ben pili larga
applicazione » . — temeritas, così la giudicava Cice- rone, come conservatore.
— propter - principatum, nella traduzione metti in rilievo errore, così: «per
quella pazzia, che gli aveva fatto sognare il... ». — genere « rispetto,
riguardo ». — quod, risolvi « il vedere che... > o solo « che » . —
existunt, § 13. — 27. omni iniustitia, « ogni caso di ingiustizia » . — ad
tempus, spiega con un aggettivo. — cogitata, ri- solvi in un avverbio «
pensatamente ». — meditata (passivo qui e spesso), « premeditate » , 28.
defensionis, degli offesi. — nolunt, è facile supplire il soggetto. — nam -
impediuntur, di questi aut i principali sono due : aut inimicitias, aut etiam;
per evitare equivoci traducili con « chi... chi... ». — videndum est, qui serve
alla perifrasi del congiuntivo potenziale (in greco ottativo con tfv), puoi
spiegare « badiamo che non soddisfi... », « non potrebbe, nei* dovrebbe
soddisfare... ». — id quod, puoi risolvere la frase col sostan- de officiis, i,
8—9, 27-30 17 in philosophos dictum, quod in veri investigatione versentur
quodque ea, quae plerique vehementer expetant, de quibus inter se digladiari
soleant, contemnant et prò nihilo putent, propterea iustos esse. Nam alterimi
iustitiae genus adsequuntur, inferenda ne cui noceant iniuria, in alterum incidunt;
discendi enim studio! impediti, quos tueri debent, deserunt. Itaque eos ne ad rem publicam
quidem accessuros putat nisi coactos. Aequius auteni erat id voluntate fieri ;
nam hoc ipsum ita iustum est, quod recte fit, si est voluntarium. Sunt etiam,
qui aut studio rei fami- 2 q liaris tuendae aut odio quodam hominum suum se
negotium agere dicant nec facere cuiquara videantur iniuriam. Qui altero genere
iniustitiae vacant, in alterum incurrunt; deserunt enim s vitae societatem,
quia nihil conferunt in eam studii, nihil operae, nihil facultatum. Quando
igitur duobus generibus iniustitiae propositis adiunxi- mus causas utriusque
generis easque res ante constituimus, quibus iustitia contineretur, facile,
quod cuiusque temporis of- ficium sit, poterimus, nisi nosmet ipsos valde
amabimus, iudi- oare; est enim difficilis cura rerum alienarum. Quamquam 30 tivo € giustificazione » . — in
philosophos , e in proposito dei..., riguardo ai... » ; più spesso Vin in
questo significato regge l'ablativo. Gir. Plat. de Ite pubi. VI pag. 485-486. —
de quibus - soleant, risolvi con la con- giunzione « e » meglio col gerundio,
che connette più strettamente i due termini, « disputandosene il possesso
con... » ; in digladiari oltre ali 1 idea di e disputarsi il possesso » e 1 è
anche quella dell' « accanimento » . — alterum - alterum, introduci il primo
alterum con e mentre ». — in alterum, qui non si deve supplire iustitiae, ma
iniustitiae genus ; tra i due al- terum non c'è esatta corrispondenza formale,
bensì c'è quella psicologica, perchè alterum iustitiae genus adsequuntur si può
risolvere in alterum iniustitiae genus vitant, cfr. § 29 altero genere
iniustitiae vacant. — itaque, ripiglia il pensiero di Platone. — accessuros ==
accedere debere. — hoc ipsum - voluntarium, congiungi : hoc ipsum, quod recte
fit, ita ( « al- lora ») iustum est, si (« quando ») est voluntarium. — 29.
odio hominum, misantropia. — nec videantur, t senza parere » . Quando «
quoniam. — easque res - quibus = ante constituimus, quibus rebus... —cuiusque
temporis, e in ciascun caso » . — valde amabimus, traduci con la parola «
egoisti ». — est enim, qui bisogna riferirsi a valde amabimus, che nella
traduzione perciò va tenuto ultimo, e supplire questo pensiero: € giacché è pur
troppo tanto comune Teguùmo, dovechè... ». — 30. quamquam qui è correttivo
(limitativo) del concetto difficilis cura rerum alienarum : « quantunque a dir
la verità... » ; e si connette con ciò che precede e non con ciò che segue: se
volessimo unirlo con ciò che Cicerone, De Offici is* coni ni. da R. Sabbadini,
2" ediz. 2 18 M. TULLI CICERONIS Terentianus ille Chremcs 4 h umani ni hi
1 a se alienum p u t a t '; sed tamen, quia magis ea percipimus atque sentimus,
quae nobis ipsis aut prospera aut adversa eveniunt, quam illa r quae ceteris,
quae quasi longo intervallo interiecto videmus r aliter de illis ac de nobis
iudicamus. Quocirca bene praeci- piunt, qui vetant quicquam agere, quod dubites
aequum sit an iniquum. Àequitas enim lucet ipsa per se, dubitatio cogitatio-
nem significat iniuriae. 31 IO. Sed incidunt saepe tempora, cum ea, quae maxime
videntur digna esse iusto homine eoque, quem virum bonum diciraus, commutantur
fiuntque contraria, ut reddere deposi- tarci, facere proraissum; quaeque
pertinent ad veritatem et ad fidem, ea migrare interdum et non servare fit
iustum. Referr* enim decet ad ea, quae posui principio, fundamenta iustitiae,
primum ut ne cui noceatur, deinde ut communi utilitati ser- i viatur. Ea cum tempore commutantur,
commutatur officium et B2 iwn semper est idem. Potest enim accidere promissum
aliquod et conventum, ut id effici sit inutile vel ei, cui promissum sit r vel
ei, qui promiserit. Nam si, ut in
fabulis est, Neptunus, segue, potremmo spiegarlo: te sia^ pure che...», «e
abbia pur ragione di credere...». — Terentianus, nell 1 Hautontimorumenos («il
punitor di sé stesso ») di Terenzio v. 77 Cremete rimproverato di immischiarsi
nelle faccende altrui, risponde: homo sum; humani nil a me alienum puto. 1
moderni citando questo verso gli attribuiscono una significazione più elevata,
umanitaria. — percipimus, sentimus, tfaxepov Tcpóxepov. — quae prospera aut
adversa eveniunt, traduci con due sostantivi. — longo in- tervallo interiecto,
traduci con una frase avverbiale, omettendo il part. in- leriecto* — quod, « di
cui », « intorno a cui ». — significat « rivela ». 31. tempora cum o tempora
quibus, strutture egualmente usate; così in italiano «circostanze in cui », o
«circostanze che...» — eoque, que esplicativo si omette nella traduzione. —
virum, si sopprime nella tradu- zione. — bonum, § 20. — facere proìnissum, non
« fare », ma « adem- piere » ; a « fare una promessa» corrisponde semplicemente
promittere. — quae pertinent ad, risolvi coi sostantivo «esigenze». —
veritatem, in senso soggettivo, § 23. — migrare, qui è transitivo; una certa
analogia ha il doppio uso dell'italiano « saltare ». — principio, §§ 20, 22. —
fun- damenta, «massime fondamentali». — 32. accidere - ut = accidere- promissum
aliquod eiusmodi, ut — inutile, « dannoso ». — in fabulis, noi diciamo « nella
mitologia » ; Teseo aveva chiesto tre grazie a suo padre Posidone (Nettuno): di
tornare illeso dall' inferno (donde andò a trarre Proserpina), di uscire dal
Labirinto (ove uccise il Minotauro) e la morte di Ippolito (Fedra, moglie di
Teseo, aveva tentato di sedurre il casto DE OFFICIIS, I, 10, 31—33 19 quod
Theseo promiserat, non fecisset, Theseus Hippolyto filio non esset orbatus; ex
tribus enim optatis, ut scribitur, hoc erat tertium, quod de Hippolyti interitu
iratus optavit; quo impe- trato in maximos luctus incidit. Nec promissa igitur
servanda sunt ea, quae sint iis, quibus proiniseris, inutilia, nec, si plus
tibi ea noceant quam illi prosint, quoi promiseris, contra offici um est maius
anteponi minori; ut, si constitueris cuipiam te advo- catum in rem praesentem
esse venturum atque interim graviter aegrotare filius coeperit, non sit contra
officium non facere, quod dixeris, magisque ille, cui promissum sit, ab officio
discedat, si se destitutum queratur. Iam illis promissis standum non esse quis
non videt, quae coactus quis metu, quae deceptus dolo pro- miserit? quae quidem
pleraque iure praetorio liberantur, non nulla legibus. Existunt etiam saepe
iniuriae calumnia quadam et nimis cai- 33 lida [sed malitiosa] iuris
interpretatione. Ex quo illud ' sum- mum ius summa i ni uria' factum est iam
tritum sermone proverbium. Quo in genere etiam in re publica multa pec- cantur,
ut ille, qui, cum triginta dierum essent cum hoste figliastro Ippolito; avutone
rifiuto, lo accasò presso Teseo, che ne chiese a Nettano la morte; dopo
riconobbe la sua innocenza. Quest'azione è svi- luppata nell'Ippolito di
Euripide). — optatis, «domande, grazie». — tertium (optatum) optavit, come più
sotto promissa promittere. — quod — optavit, risolvi Hippolyti interitus, quem
optavit. — si plus - prosint, ognun vede quanto sia elastica e sdrucciolevole
questa teoria. quoi = cui» — maius scil. officium. — ut si, « supponi per es. »
; dopo coeperit nella traduzione metti due punti. — advocatum - venturum,
originaria- mente significava « venire sopra luogo a vedere una cosa » ; poi
< compa- rire a una causa in tribunale > , perchè in principio la causa
si trattava sul luogo, dov'era l'oggetto in questione; qui puoi tradurre «
assistere come avvocato ». — sit, « sarebbe ». — magisque, traduci que con «
anzi ». — stare con V ablativo significa propriamente « perseverare » . — iure
praetorio, ogni pretore nelPassumere il proprio ufficio proclamava gli edicta,
secondo i quali egli intendeva regolare la sua amministrazione; il pretore così
aveva l'autorità di risolvere, con la scorta del buon senso e della rettitudine
naturale, quei casi che non erano considerati nel codice civile. Gli edicta
costituivano il ius praetorium. — liberantur, liberare da ogni obbligazione
morale, cioè < annullare ». SS. existunt, § 13. — calumnia, « pedanteria,
scrupolosità » ; calumnia et interpretatione = calumniosa interpretatione. —
callida, « sottile » . — summum « estremo » . — ius, iniuria, spiega, per avere
la medesima cor- rispondenza etimologica, < giustizia, ingiustizia » . — quo
in genere = cuius generis peccata. — in re publica, « in politica ». — ut ille,
« come 20 M. TULLI CICEROMS indutiae factae, noctu populabatur agros, quod
dierum essent pactae, non noctiurn indutiae. Ne noster quidern probandus, si
veruni est Q. Fabium Labeonem seu quem alium (nihil enim habeo praeter auditum;
arbitrun» Nolanis et Neapolitanis de finibus a senatu datum, cura ad locum
venisset, cum utrisque separati m locutum, ne cupide quid agerent, ne
appetenter, atque ut regredi quam progredì mallent. Id cum utrique fecissent,
aliquantuiu agri in medio relictum est. ltaque illorum fines sic, ut ipsi
dixerant, terminavit; in medio relictum quod erat, populo Romano adiudicavit.
Decipere hoc quidem est, non iudicare. Quocirca in omni est re fugienda talis
sollertia. 11. Sunt autem quaedam officia etiam adversus eos ser- vando, a
quibus iniuriam acceperis. Est enim ulciscendi et pu- niendi modus; atque baud
scio an satis sit eum, qui lacessierit, ini uri ae suae paenitere, ut et ipse ne
quid tale posthac et ceteri 34 sint ad iniuriam tardiores. Atque in re publica
maxime cob- servanda sunt iura belli. Nam cum sint duo genera decertandi, unum
per disceptationem, alterum per vim, cumque illud pro- prium sit hominis, hoc
beluarum, confugiendum est ad poste- 35 rius, si uti non licet superiore. Quare
suscipienda quidem bella sunt ob eam causam, ut sine iniuria in pace vivatur,
parta fece quel tale » . Questa è l'astuzia adoperata dal re spartano Cleomene
contro gli Argivi. — ne noster q. probandus, si verum est Labeonem, anacoluto;
la struttura regolare sarebbe: ne noster quidem probandus (si verum est), sive
is Labeo seu quis alius futi, qui... locutus est... Nella traduzione puoi
spezzare il periodo, facendo punto dopo auditum e attac- cando così: arbiter...
datus... locutus est. — Labeone fu console nel 183 av. Cr„ — nihil habeo (=
scio) praeter auditum = nihil scio praeter - quam quod id audivi, « non so
altra testimonianza che questa, di averlo udito raccontare », « ne parlo solo
per averlo inteso ». — locum scil. con- stitutum. — cupide, appetenter, traduci
con due aggettivi, p. e. « avidi, ambiziosi». — atque, «ma». — id cum -
adiudicavit , qui si passa dall'orafo obliqua all'orafo recta. — re, non
spiegare € cosa ». — sol- lertia, « sottigliezza », come caìumnia. Sunt autem,
si apre la via a parlare dei doveri che bisogna osservare verso un nemico
pubblico. — haud scio an, « forse » ; nesso affine a vi- dendum est 9 ne § 28.
— eum qui lacessierit, risolvi' con un sostantivo. — ne quid tale, nesso
frequente senza verbo, suppl. faciat. — 34. cum sint duo .... cumque, traduci,
« dei due essendo ». — per discepta- tionem ; disceptatio è l'esposizione dei
motivi prò e contro per risolvere una questione; noi potremmo tradurre € per
via diplomatica » . — 35. con- DE OFFICIIS, I, li, 34-36 21 autem Victoria
conservandi ii, qui non crudeles in bello, non immanes fuerunt. Ut maiores
nostri Tusculanos, Aequos, Volscos, Sabinos, Hernicos in civitatem etiam
acceperunt, at Karthagi- nem et Numantiam funditus sustulerunt; nollem
Corinthum, sed credo aliquid secutos, oportunitatem loci maxume, ne posset
aliquando ad bellum faciendum locus ipse adhortari. Mea quiderry sententia
paci, quae nihil habitura sit insidiarum, seraper est/ consulendum. In quo si
mihi esset obtemperatum, si non op- tumam, at aliquam rem publicam, quae mine
nulla est, habe- remus. Et cum iis, quos vi deviceris, consulendum est, tum ii,
qui armis posi ti s ad imperatorum fidem confugient, quamvis murum aries
percusserit, recipiendi. In quo tantopere apud nostros iustitia eulta est, ut
ii, qui civitates aut nationes de- victas bello in fidem recepissent, earum
patroni essent more maiorum. Àc belli quidem aequitas sanctissime fetiali
populi 36 Romani iure perscripta est. Ex quo intellegi potest nullum bel- lum
esse i us tura, nisi quod aut rebus repetitis geratur aut de- nuntiatum ante
sit et indictum. [Popilius imperator tenebat servandi, «perdonare, graziare». —
ut, «così», § 19. — Tusculanos — Hernicos, dopo aver sostenute guerre con Roma,
questi popoli ebbero la civitas: i Tusculani nel 381 av. Cr., gli Equi nel 304,
i Sabini nel 263, parte dei Volsci (gli Arpinati) nel 188, gli Eniici nel 306.
— nollem, vi ha un certo affetto in questo verbo, che esprimerai così: «
veramente non avrei voluto». — secutos \ sequi esprime il fine che uno si
prefìgge, «prender di mira, avere in vista». — oportunitatem, Corinto era la
chiave del Peloponneso; si aggiunga la sua grande importanza commer- ciale, per
cui dava ombra ai grossi commercianti e banchieri romani. — quae nihil habitura
sit, « che non presenti pericolo di ... ». — semper, anche nelle guerre civili
; qui Cicerone allude alle vive e incessanti pra- tiche da lui fatte per
scongiurare lo scoppio della guerra civile tra Cesare e Pompeo. — - si non, at;
at*in questo nesso = « almeno ». — aliquam, « una ... in qualche modo ». —
nulla, « nemmeno l'ombra ». — quamvis, dal significato quantitativo «per
quanto», si passa al temporale «anche quando ». — aries, una volta che si era
adoperato l'ariete contro le mura, non si dava più quartiere. — in quo, « e in
questo proposito ». — patroni, così gli Emili furono patroni dei Macedoni, gli
Scipioni dell'Africa, i Mar- celli della Sicilia, i Fabi degli Allobrogi. — 36.
aequitas, « il buon andamento » ; si può anche intendere oggettivamente = ius.
— fetiali iure, quando Roma veniva in conflitto con un altro popolo, mandava i
Feziali (il collegio dei Feziali comprendeva venti sacerdoti) a chiedere
riparazione (res repetere). Se non era data entro trentatre giorni, il capo dei
Feziali (pater patratus) gettava una lancia sul confine nemico e la guerra era
dichiarata. Le formole che erano recitate in queste occasioni si leggono in
Livio I 32 e in A. Gellio XVI 4, 1. — Popilius - bello 22 M. TULLI CICERONIS
provinciam, in cuius exercitu Catonis filius tiro militabat. Cum autem Popilio
videretur unam dimittere legionem, Catonis quo- que filium, qui in eadem
legione militabat, dimisit. Sed cum amore pugnandi in exercitu remansisset,
Cato ad Popilium scrip- sit, ut, si eum patitur in exercitu remanere, secundo
eum obliget militiae sacramento, quia priore amisso iure cum hostibus pu- 37
gnare non poterai Adeo summa erat observatio in bello mo- vendo]. M. quidem
Catonis senis est epistula ad M. filium, in qua scribit se audisse eum missum
factum esse a consule, cum in Macedonia bello Persico railes esset. Monet
igitur, ut caveat, ne proelium ineat; negat enim ius esse, qui miles non sit,
cum hoste pugnare. 12. Equidem etiam illud animadverto, quod, qui proprio
nomine perduellis esset, is hostis vocaretur, lenitate verbi rei tristitiam
mitigatam. Hostis enim apud maiores nostros is dicebatur, quem nunc peregrinum
dicimus. Indicant duodecim tabulae: àut status dies cum hoste, itemque:
adversus hostem aeterna auctoritas. Quid ad hanc mansuetudinem addi potest,
movendo, qui abbiamo un'interpolazione, dove è ampliato con qualche va-
riazione il racconto seguente, § 37. Certo Tuna delle due redazioni è spuria;
ragioni di lingua e di sintassi ci obbligano a respingere la prima; tenebat
provinciam non è locuzione latina ; e poi perchè tralascia il nome della
provincia? scripsit ut si patitur obliget nonché costruzione cicero- niana, è
barbara; Cicerone avrebbe detto scripsit ut si pateretur obligaret; sucramentum
amittere, beìlum movere non sono frasi classiche; per adeo enfatico Cicerone
adopera di preferenza usque eo. Le due redazioni si con- traddicono sui tempo
dei fatto: l'interpolatore lo pone al tempo di Popilio Lenate (M. Popilio e suo
fratello C. Popilio combatterono contro i Liguri negli anni 173-172 av. Cr.),
Cicerone al tempo della guerra contro Perse. Non possiamo dire quale di queste
due circostanze sia la vera. — 37. negat, « dice che non ». quod vocaretur, «
che con l'esser chiamato » ; quod qui ha valore di- chiarativo. — hostis enim,
Varr. L. L. V 3: midta verba aliud nunc ostendunt, aliud ante signi ficabant,
ut hostis; nam tum eo verbo dice- bant peregrinum, qui suis ìegibus uteretur,
nunc dicunt eum, quem tum dtcebant perduellem. Dall'idea di «forestiero» fu facile
il passaggio a quella di < nemico». — indiennt, « ne fan prova ». Nelle due
leggi qui citate dalle dodici tavole hostis ha il valore di peregrinus. —
status dies (noi diremmo « giorno di comparsa ») vocatur qui iudicii causa est
constitutus cum peregrino (Pesto). — auctoritas esprime il diritto di recla-
mare per sé un proprio possesso; trascorso un certo termine, per prescrizione
quel diritto si perdeva verso un cittadino romano, ma rimaneva sempre in vigore
verso un peregrinus; puoi tradurre « diritto di azione ». — potest, de
officiis, i, 11 - 12, 37—38 23 eura, quicum bellum geras, tani molli nomine
appellare? Quam- quam id nomen durius effecit iam vetustas; a peregrino enim
recessit et proprie in eo, qui arma contra ferret, reraansit. Cum 38 vero de
imperio decertatur belloque quaeritur gloria, causas omnino subesse tamen
oportet easdem, quas dixi paulo ante iustas causas esse bellorura. Sed ea
bella, quibus imperii pro- posta gloria est, rainus acerbe gerenda sunt. Ut
enim cum civi aliter contendimus, si est inimicus, aliter, si competitor (cura
altero certamen honoris et dignitatis est, cum altero capitis et famae), sic
cum Celtiberis, cum Cimbris bellum ut cum ini- micis gerebatur, uter esset, non
uter imperaret, cum Latinis, Sabinis, Samnitibus, Poenis, Pyrrho de imperio
dimicabatur. Poeni foedifragi, crudelis Hannibal, reliqui iustiores. Pyrrhi
quidem de captivis reddendis illa praeclara: Nec mi aurum posco nec mi pretium
dederitis, Nec cauponantes bellum, sed belligerantes, Ferro, non auro vitam cernamus
utrique. Vosnevelitanme regnare era,quidveferatFors, Virtute experiamur. Et hoc
simul accipe dictum: Quorum virtutei belli fortuna pepercit, nella traduzione
metti V interrogativo dopo potest e un ammirativo dopo appellare; questo
infinito è usato un pò 1 liberamente ; si può considerare come apposto di liane
mansuetudinem. — quamquam, § 30. — 38. tamen, « anche allora ». — ea, « tali »
. — quibus proposita est , € che hanno per scopo ». — civi, forma rara di
ablat. invece di cive. — inimicus, competitore altero, altero, chiasmo. —
Celtib., Cimbris, infatti i Celtiberi (a Numanzia) e i Cimbri furono distrutti
dai Romani. — bellum gere- batur, supplisci questo pensiero: « trattandosi di
decidere». — Poeni — Hannibal, la solita accusa mossa ai Cartaginesi, che qui
sta in certo qual modo a giustificare i Romani della distruzione di Cartagine.
— illa, la risposta di Pirro ai messi romani, che erano andati a riscattare i
prigio- nieri di guerra. A pparteneva al lib. VI degli Annàles di Ennio. I
versi sono esametri. — mi, forma contratta di tniki, come nil di nihil. — de-
deritis, penultima lunga, accento originario. — nec cauponantes, bellige-
rantes, < far la guerra non da mercanti ma da soldati », oppure « non
trafficar la guerra ma combatterla > . — vitam cernamus = de vita decer-
namus. — velit, l'ultima vale per lunga, com'era originariamente; nel periodo
posteriore diventò breve. — era (hera) va unito con Fors. — accipe, si rivolge
a Fabricio, capo dell'ambasciata. — virtutei, forma an- (P*? 21 M. TULLI
CICEROMS Eorundem libertati me parcere certum est. Dono ducite doque volentibus
cum magnis dis. Regalis sane et digna Aeacidarum genere sententia. 39 13. Àtque
etiam si quid singuli temporibus adducti hosti promiserunt, est in eo ipso
fides conservanda, ut primo Punico bello Regulus captus a Poenis cum de capti
vis commutandis Roraam missus esset iurassetque se rediturum, priraura, ut
venit, captivos reddendos in senatu non censuit, deinde, cum retine- retur a
propinquis et ab amicis, ad suppliciura redire maluit 41 quam fidem hosti datam
fallere. Ac de bellieis
quidem officiis satis dictum est. Meminerimus autem etiam adversus intimos
iustitiam esse servandam. Est autem infima condicio et fortuna servorum, quibus
non male praecipiunt qui ita iubent uti ut mercennariis: operam exigendam,
iusta praebenda. Cum autem duobus modis, id est aut vi aut fraude, fiat
iniuria, fraus quasi vulpeculae, vis leonis videtur; utrumque homine
alienissimum, sed fraus odio digna maiore. Totius autem iniustitiae nulla
capitalior quam eorum, qui tum, cum maxime fallunt, id agunt, ut viri boni esse
videantur. De iustitia satis dictum. tica di dativo.
— eorundem, trisillabo per sinizesi. — me certum est, « è mia ferma intenzione
». — dono, dativo che si unisce a ducite come si dice dono dare, dono mittere
alicui; doque rafferma la buona inten- zione ch'egli ha di donarli, < che io
ve li do ». — volentibus - dia, forinola di buon augurio; l'ultima di
volentibus è breve, perchè Ys finale nel periodo arcaico non faceva posizione
con la consonante seguente. — Aeacidarum, Pirro si faceva discendere da Pirro
figlio di Achilie, figlio di Peleo, figlio di Eaco. 39. ut, « così » ; metti
punto dopo conservando. Questo esempio è ampiamente discussa nei III 99 sgg. —
iurassetque, «dopo di aver giurato ». 40. Si omette il § 40, perchè dato solo
dai codici della classe X. 41. infima, la più umile. — servorum, « quella dei
... ». — quibus ... qui, bell'esempio di intrecciamento dei pronomi relativi
{quibus dipende da uti); risolvi così: nec male praecipiunt qui iis ita ... —
exigendam, prae- benda, dipendono da un verbum putandi incluso in iubent. —
iusta, più comprensivo, che se non fosse mercedem. — cum - modis, spiega « due
poi sono i modi ... », mettendo due punti dopo iniuria. — totius, « di tutte le
SDeeie di ... » — autem, « ma ». — tum (« appunto allora ») nella tra- duzione
»a legato con id agunt. DB 0FFICI1S, I, 13 — 14, 3 ( J— 44 2) 14. Deinceps, ut
erat propositum, de beneficentia ac de 42 liberalitate dicatur, qua quidera
nihil est naturae hominis ac- commodatius, sed habet multas cautiones. Videndum
est enim, primum ne obsit benignitas et iis ipsis, quibus benigne vide- bitur
fieri, et ceteris, deinde ne maior benignitas sit quam fa- cultates, tum ut prò
dignitate cuique tribuatur; id enim est iustitiae fundamentum, ad quam haec
referenda sunt omnia. Nani et qui gratificantur cuipiam, quod obsit illi, cui
prodesse velie videantur, non benefici neque liberales, sed perniciosi ad-
sentatores iudicandi sunt, et qui aliis nocenl, ut in alios li- berales sint,
in eadem sunt iniustitia, ut si in suam rem aliena convertant. Sunt autem
multi, et quidem cupidi splendoris et 43 gloriae, qui eripiunt aliis, quod
aliis largiantur, iique arbi- trantur se beneficos in suos amicos visum iri, si
locupletent eos quacumque ratione. Id autem tantum abest ab officio, ut nihil
magis officio possit esse contrarium. Videndum est igitur, ut ea liberalitate utamur, quae
prosit amicis, noceat nemini. Quare
L. Sullae, C. Caesaris pecuniarum translatio a iustis do- minis ad alienos non
debet liberalis videri; nihil est enim li- berale, quod non idem iustum. Alter
locus erat cautionis, ne 44 42» Entra a parlare della beneficentia, per la
quale propone tre restri- zioni ; nella terza restrizione si deve tener conto
del carattere § 46, del- l'amicizia § 47, della gratitudine §§ 47-49, dei
rapporti personali §§ 50-58. Infine conchiude che in tutti questi precetti
bisogna aver riguardo alle circostanze speciali. — deinceps e non mai deinde in
Cicer. nel passaggio da un argomento all'altro. — habet, « porta con sé, va
circondato di ... > — cantiones, non e cauzione, garanzia » , ma (id quod
cacete oportet) «cautela». — primum, deinde, tum, « primo, secondo, terzo ... »
— ne et -et, rarissimo in una proposizione negativa invece di ne aut-aut —
benigne fieri, costruito come satin fieri. — dignitate, « meriti ». — nam,
«anzitutto, infatti...». — videantur, congiuntivo, perchè esprime ciò solamente
che è nella loro intenzione. — aliis, alios, « questi, quelli ; gli uni, gli altri
». — 43. sunt qui eripiunt, insolito invece del con- giuntivo. — quod, « per »
. — iique, metti punto e virgola dopo largiantur e sopprimi l'enclitica que
nella traduzione. — quacumque, è raro in Cice- rone l'uso del pronome relativo
quicumque per l'indefinito quilibet. — vi- dendum est = curandum est. — noceat,
« senza ...» — quare, aggiungi « per es ». — Sullae, Caesaris, asindeto, perchè
si tratta di esempi, che potrebbero essere moltiplicati. Siila distribuì ai
suoi soldati le terre con- fiscate ai proscritti e Cesare le terre della
Campania. Schiva nella tradu- zione il doppio genitivo Caesaris pecuniarum. —
liberale, iustum, traduci con due sostantivi e quod non idem con « senza ». —
44. alter locus 25 M. TULLI CICERONIS benignitas maior esset quam facultates,
quod, qui benigniores volunt esse, quam res patitur, primum in eo peccant, quod
iniu- riosi sunt in proximos; quas enim copias his et suppeditari aequius est
et relinqui, eas transferunt ad alienos. Inest autera in tali liberalitate
cupiditas plerumque rapiendi et auferendi per iniuriam, ut ad largiendum
suppetant copiae. Videre etiam licet plerosque, non tam natura liberales quam
quadam gloria ductos, ut benefici videantur, facere multa, quae proficisci ab
ostentatone magis quam a voluntate videantur. Talis autem simulatio vanitati
est coniunctior quam aut liberalitati aut bo- 45 nestati. Tertium est
propositum, ut in beneficentia dilectus esset dignitatis; in quo et mores eius
erunt spectandi, in quem beneficium conferetur, et animus erga nos et communitas
ac societas vitae et ad nostras utilitates officia ante conlata ; quae ut
concurrant omnia, optabile est; si minus, plures causae ma- ioresque ponderis
plus habebunt. 46/ 15. Quoniam autem vivitur non cum perfectis hominibus
planeque sapientibus, sed cum iis, in quibus praeclare agitur si sunt simulacra
virtutis, etiam hoc intellegendum puto, ne- minem omnino esse neglegendum, in
quo aliqua significatio vir- tutis appareat, colendum autem esse ita quemque
maxime, ut quisque maxime virtutibus his lenioribus erit ornatus, modestia,
cautionis = altera cautìo. — erat, ne esset, con l'imperfetto Cic. si rife-
risce alla divisione fatta precedentemente § 42; nella traduzione adoprerai il
presente. — quod ... primum ... inest autem ... videre etiam (anacoluto), per
connettere questo periodo, bisognerebbe nella traduzione sopprimere quod e
costruire cosi : e peccano in primo luogo di ingiustizia ... , in se- condo
luogo di cupidigia ..., in terzo luogo di ambizione » (gloria inteso
soggettivamente); provati a farlo. — proximos, contrario, di alienos. — a
voluntate, e dal cuore», «da schietto sentimento». — simulatio == ostentatio. —
vanitati, « impostura ». — 45. tertium est propo- situm = tertia cautìo est
proposito. — dignitatis, § 42 dignitate. — com- munitas — vitae, « i rapporti
sociali » . — quae, traduci con un sostantivo, « motivi » . 46. Quoniam —
etiam, risolvi in « siccome — così » . — vivitur, qui vivere significa le
relazioni della vita, perciò puoi tradurre < aver contatto nella vita». — in
quibus -si sunt, intreccio, che si risolverebbe in: quibuscum praeclare agitur,
si in iis sunt ; in italiano puoi rendere così : « nei quali è già molto
trovare ... » . — significatio, come simulacra. — autem, « ma ». — lenioribus
(cioè quae pertinent ad mansuetudinem mo- rnìii ac facilitatem II 32), «miti»,
in contrapposizione al fortis animus. de officiis, i, 14 — 15, 45 — 48 27
temperanza, hac ipsa, de qua multa iam dieta sunt, iustitia. Nani fortis animus et magnus in
homine non perfecto nec sa- piente ferventior plerumque est, illae virtutes
bonum virum videntur potius attingere. Atque haec in moribus. De benivolentia
autem, quam quisque habeat erga nos, pri- 47 munì illud est in officio, ut ei
plurimum tribuamus, a quo plurimum diligamur, sed benivolentiam non
adulescentulorum more ardore quodam amoris, sed stabilitate potius et
constantia iudicemus. Sin erunt merita, ut non ineunda, sed referenda sit
gratia, maior quaedam cura adhibenda est: nullum enim offi- cium referenda
gratia magis necessarium est. Quodsi ea, quae 48 utenda acceperis, maiore
mensura, si modo possis, iubet reddere Hesiodus, quidnam beneficio provocati
facere debemus? an imi- tari agros fertiles, qui multo plus efferunt quam
acceperunt? Ktenim si in eos, quos speramus nobis profuturos, non dubi- tamus
officia conferre, quales in eos esse debemus, qui iam profuerunt? Nam cum duo genera liberalitatis sint, unum dandi
beneficii, alterum reddendi, demus necne, in nostra potestate — fortis animus
et magnus, si traduca con due sostantivi astratti. — sapiente e sapienti,
doppia forma di ablativo. — ferventior, rendi il com- parativo con un € troppo
». — in moribus suppl. servanda sunt. oppure dicenda erant; in qui significa «
in proposito dei ... ». 47- De benivolentia, questa costruzione sta indipendente
dal resto del periodo; noi diremmo « quanto alla ...» ; < venendo a parlare
della ... ». — quisque, puoi renderlo col « si » impersonale (come è spesso il
caso con l'indefinito quis, eguale all'italiano e altri »). — habeat,
potenziale. — primum, tanto aggettivo (= praecipuum), quanto avverbio. —
quodam, questo pronome in italiano si risolve spesso in un aggettivo (p. es.
est in ilio quaedam gloriae cupiditas t «non comune, straordinaria » e simili);
qui puoi risolvere in «passeggero». — sin, qui è eguale ai semplice si. —
merita suppl. eiusmodi. — referenda gratin, unico esempio nella lingua latina
di un simile ablat. comparativo, sul quale ebbe qualche in- fluenza la frase
precedente referenda sit gratia ; regolarmente si doveva dire quam referre gratiam
oppure relatione gratiae ; ma reìatio gratiae comparisce per la prima volta
solo in Seneca Epist. 74, 13. — 48. He- siodus, "EpY- Kal 'H. 349-350 e0
\xtv n€Tp€io*9ai -rrapà yeiTOvoq, eO ò' àiro- òoOvai || aÙTuj tlù jnérpip xai
Xubiov, al ke òùvr|ai («fatti prestare dal tuo vicino e poi rendigli con la
stessa misura, e anche più abbondante- mente, se potrai »). — an imitari, « che
altro, se non imitare » ...; questo an si risolve in nonne. — dubitami**,
«esitiamo». — quales, in italiano si aggiunge « non ». — demut-licet, un nostro
proverbio popolare esprime sotto altra forma un concetto analogo : « salutare è
cortesia, ri- 28 M. TULLI CICEUOMS est, non recidere viro bono non licet, modo
id facere possit siue 49 iniuria. Acceptorum autera beneficiorura sunt dilectus
habendi, nec dubium, quin maximo cuique plurimum debeatur. In quo tamen in
primis, quo quisque animo, studio, beniyolentia fe- cerit, ponderandum est.
Multi enim faciunt multa temeritate quadam sine iudicio vel morbo in omnes vel
repentino quodam, quasi vento, impetu animi incitati; quae beneficia aeque
magna non sunt habenda atque ea, quae iudicio, considerate constan- terque
delata sunt. Sed in collocando beneficio et in referenda gratia, si cetera
paria sunt, hoc maxume offici est, ut quisque raaxume opis indigeat, ita ei
potissimum opitulari ; quod contra fit a plerisque; a quo enim plurimum
sperant, etiamsi ille iis non eget, tamen ei potissimum inserviunt. 50 16.
Optime autem societas hominum couiunctioque serva- bitur, si, ut quisque erit
coniunctissimus, ita in eum benigni- tatis plurimum conferetur. Sed quae
naturae principia sint com- munitatis et societatis huraanae, repetendum
videtur altius; est enim primum, quod cerni tur in universi generis humani so-
cietate. Eius autem vinculum est ratio et oratio, quae docendo discendo,
coramunicando disceptando iudicando conciliat inter se homines couiungitque
naturali quadam societate; neque ulla re longius absumus a natura ferarum , in
quibus inesse forti- tudinem saepe dicimus, ut in equis, in leonibus,
iustitiam, ae- spondere è obbligo » . — modo - iniuria, puoi risolvere modo ne
id facere iniuria sit. — 49. maximo (scil. beneficio) cuique plurimum, spiega «
quanto più ... tanto più ... >. — in quo tamen, « qui però ». — teme- ritate
quadam, « a caso » . — morbo è la malattia cronica e impetu l'as- salto
improvviso, l'accesso. — in omnes va con morbo incitati, — iudicio, « a mente
fredda » . — constanter , « con perseveranza » . — collocando, come si fa di un
capitale. — si cetera paria sunt, « a condizioni pari ». — quod contra (=
aliter), risolvi nella traduzione con « laddove ac- cade il contrario ». — a
quo plurimum -ei potissimum, « quanto più ... tanto più ». 50. Optime
servabitur, si, traduci e il miglior modo per è ». — societas coniunctìoque,
risolvi l'uno dei due sostantivi in aggettivo, p. e. « legami sociali » . —
naturae, traduci con l'aggettivo « naturale » . — enim è qui particella di
entrata in argomento; si sopprime nella tra- duzione. — primum scil.
principium, e il primo è quello che...», cioè «il primo è il fatto stesso
(naturale) della società universale umana ». — quadam societate,
«associazione». — non, traduci «ma non », sop- de officiis, i, 15— 1G, 49—52 29
quitatem, bonitatem non dici mus; sunt enim rationis et orationis expertes. Ac
latissime quidem patens hominibus inter ipsos, 51 omnibus inter oranes societas
haec est ; in qua omnium rerum, quas ad comraunem hominum usura natura genuit,
est servanda communitas, ut, quae discripta sunt legibus et iure civili, haec
ita teneantur, ut sit constitutum legibus ipsis, cetera sic obser-' • ventur,
ut in Graecorum proverbio est, amicorum esse com- munia omnia. Omnium autem
communia hominum videntur ea, quae sunt generis eius, quod ab Ennio positum in
una re transferri in permultas potesti Homo, qui erranti cómiter monstràt viam,
Quasi lumen de suo lùmine accendàt, facit. Nihiló minus ipsi lùcet, cum 111 i
accénderit. Una ex re satis praecipit, ut, quicquid sine detrimento com- 52
modari possi t, id tribuatur vel ignoto; ex quo sunt illa com- munia: non
prohibere aqua profluente, pati ab igne ignem capere, si qui veli t, consilium
fidele deli- beranti dare, quae sunt iis utilia, qui accipiunt, danti non
molesta. Quare et his utendum est et semper aliquid ad com- primendo ii secondo
dicimus. — òl. ac latissime patens societas haec est, « e questa è la più vasta
società costituita » . — omnium rerum, qui abbiamo una slegatura ; omnium rerum
trova una limitazione in haec e poi viene ripreso con cetera. Il periodo si
potrebbe racconciare così: in qua ea quae discripta sunt legibus et iure civili
ita teneantur ut est constitutum legibus ipsis, cetera quae ad communem hominum
usum na- tura genuit sic observentur ut in Graecorum proverbio est. Si può
anche conservare lo schema del testo, convertendo in subordinato il termine
quae discripta — legibus ipsis in questo modo: < eccettuando quelle
assegnate per legge (ossia le cose private), le quali devono esser regolate
come ... »; ma non ne esce un periodo chiaro. — ut sit constitutum, ci aspetteremmo
ut est; ma ii congiuntivo è dovuto forso all'attrazione di teneantur. —
amicorum communia, xà twv (piAuuv Koivà. — in una re, « in un caso, in un
esempio speciale » . — homo, questi versi appartenevano a una tra- gedia, ma
non si sa quale. Sono trimetri giambici (~-, — , ~- L , ^-, --£, ^- | \jsjj. f
— f - [suo fa una sillaba sola] -, ^-, — L , **- | w£, v^-, — £, — , --£,
*>-). — nihilo minus lucei, * né splende meno per questo». — ipsi = sibL —
ex, perchè di lì scaturisce V insegnamento. — detrimenti snppl. « proprio ». —
52. ex quo (scil. genere) sunt, « in questa categoria entrano ». — communia,
adopera la parola « massime ». — si qui, « chi » . — his scil. bonis communi
bus, < patrimonio comune » . — utendum per non parer superbi, a/ferendum per
non essere egoisti. — / 30 M. TULLI CICERONIS munem utilitatera afferendum. Sed
quoniam copiae parvae sin- gulorum sunt, eorum autem, qui his egeant, infinita
est mul- titudo, vulgaris liberalitas referenda est ad illum Enni finem : 4 N i
h ilo minus ipsi lue et', ut facultas sit, qua in nostros simus liberales. 53
17. Gradus autem plures sunt societatis hominum. Ut enim ab illa infinita
discedatur, propior est eiusdem genti s, nationis, linguae, qua maxume homines
coniunguntur; interius etiam est eiusdem esse civitatis; multa enim sunt
civibus inter se coni - munia, forum, fana, porticus, viae, leges, iura,
iudicia, suffragia, consuetudines praeterea et familiaritates multisque cum
multis res rationesque contractae. Artior vero colligatio est societatis propinquorum
; ab illa enim immensa societate humani generis 54 in exiguum angustumque
concluditur. Nam cum sit hoc natura commune animantium, ut habeant lubidinem
procreandi, prima societas in ipso coniugio est, proxima in liberis, deinde una
domus, communia omnia; id autem est principium urbis et quasi seminarium rei
publicae. Sequuntur fratrum coniunctiones T post consobrinorum sobrinorumque,
qui cum una domo iam capi non possint, in alias domos tamquam in colonias
exeunt. Se- quuntur conubia
et adfinitates, ex quibus etiam plures propinqui ; quae propagatio et suboles
origo est rerum publicarum. San- guinis autem coniunctio et benivolentia
devincit homines et 55 cari tate; magnum est enim eadem habere monumenta
maiorum, eisdem uti sacris, sepulcra habere communia. paroae, predicato, va con
sunt. — vulgaris scil. quae omnibus gratifi- ca tur. — finem, « punto, passo »
. — qua simus, perifrasi del gerundio genitivo che manca: < di essere ». 53. eiusdem gentis, < quella della medesima ... ».
— interius = interior societas. — res - contractae , « interessi e rapporti
reciproci » . — vero, < ancora » . — concluditur, « si restringe » . — 54.
una domus, com- munia omnia, avrebbe dovuto continuare in unitale domus, in
communi- tate omnium rerum ; ma Cicerone non usa la parola unitas. —
seminarium, «semenzaio». — sobrini, i figli dei consobrini. — et adfinitates,
come conseguenza dei conubia. — suboles, conseguenza della propagatio; tra-
ducilo come fosse propagatio subolis. — 55. monumenta, gli elogi degli antenati,
le imagini e simili; qui Cicerone parla dell'aristo- crazia. — sacris. le
famiglie avevano il loro culto gentilizio (sacra gen- tilicìa). de officiis, i,
17, 53— 5S 31 Sed omnium societatum nulla praestantior est, nulla firmior, quam
cum viri boni moribus similes sunt familiaritate con- iuncti; illud enim
honestum, quod saepe dicimus, etiam si in alio cernimus, tamen nos movet atque
illi, in quo id inesse videtur, amicos facit. Et quamquam omnis virtus nos ad
se 56 adlicit facitque, ut eos diligaraus, in quibus ipsa inesse videatur,
tamen iustitia et liberalitas id maxime efficit. Nihil autem est amabili us nec
copulati us quam morum similitudo honorum; in quibus enim eadem studia sunt,
eaedem voluntates, in iis fit ut aeque quisque altero delectetur ac se ipso,
efficiturque id, quod Pythagoras vult in amicitia, ut unus fìat ex pluribus^ t
Magna etiam illa communitas est, quae conficitur ex beneficiis ultro et citro
datis acceptis, quae et mutua et grata dum sunt, inter quos ea sunt, firma de
vinci untur societate. Sed cum omnia
ratione animoque lustraris, omnium socie- 57 tatuili nulla est gravior, nulla
carior quam ea, quae cum re publica est uni cuique nostrum. Cari sunt parentes,
cari liberi, propinqui, familiares, sed omnes omnium caritates patria una
complexa est, prò qua quis bonus dubitet mortem oppetere, si ei sit profuturus?
Quo est detestabilior istorum immanitas, qui lacerarunt omni scelere patriam et
in ea funditus delenda oc- cupati et sunt et fuerunt. Sed si contentio quaedam
et coni- 58 paratio fiat, quibus plurimum tribuendum sit offici, principes quam
cum viri, spiega < di quella degli ... », sopprimendo sunt. — etiam si (= si
etiam) — tamen; qui tamen conserva il suo valore etimo, logico dimostrativo:
tamen da tam, femminile di tum\ perciò si risolve: cum etiam in alio cemimus,
tum, « quando lo vediamo anche in altri, allora > . — movet, « tocca » . —
facit, « rende » . — 56. et quam- quam - efficit , per la traduzione risolvi
così il periodo : omnis virtus, sed maxime iust. et liberal, nos ad se adlicit
- videatur. — facit ut, noi traduciamo < f a > con l'infinito. — nihil,
adopera il sostantivo e legame». — copulatius, in significato attivo. — firma =
vi firma. — devinciuntur, traduci con l'attivo. 57. cum lustraris, nulla est,
supplisci nella traduzione, dopo lustraris, un e vedrai che »; queste non sono
ellissi grammaticali, ma brachilogie di pensiero, provenienti in parte dalla
paratassi primitiva. — cari, cari, caritates, adopera anche nella traduzione
tre parole di una medesima ra- dice. — complexa est = complexa tenet. — quis
bonus, « evvi onest'uomo che ... » — occupati, « tutt 1 intesi ». — sunt, quali
Marcantonio e i suoi partigiani; fuerunt, quali i Gracchi, Catilina, Clodio,
Cesare. — 58. si, « se vogliamo > ; risolvi contentio e comparalo in due
verbi. — principes, ■32 M. TULLI CICERONIS t c sint patria et parentes, quorum
beneficiis maximis obligati su- mns, proximi liberi totaque domus, quae spectót
in nos solos neque aliud ullum potest habere perfugium, deinceps bene con-
venientes propinqui, quibuscum communis etiam fortuna pie- rumque est. Quam ob
rem necessaria praesidia vitae debentur iis maxime, quos ante dixi, vita autem
victusque communis, Consilia, sermones, cohortationes, consolationes, interdum
etiam obiurgationes in amicitiis vigent maxime, estque ea iucundis- l^ima
amicitia, quam similitudo morum coniugavit. 59 18. Sed in bis omnibus
officiis tribuendis videndum erit, quid cuique maxime necesse sit, et quid
quisque vel sine nobis aut possit consequi aut non possit. Ita non idem erunt
necessitudinum gradus, qui temporum ; suntque officia, quae aliis magis quam
aliis debeantur; ut vicinum citius adiuveris in fructibus perci- piendis quam
aut fratrem aut familiarem, at, si lis in iudicio sit, propinquum potius et
amicum quam vicinum defenderis. Haec igitur et talia circumspicienda sunt in
omni officio et consue- tudo exercitatioque capienda, ut boni ratiocinatores
officiorum esse possimus et addendo deducendoque videre, quae reliqui 60 surama
fiat, ex quo, quantum cuique debeatur, intellegas. Et ut nec medici nec imperatores nec oratores,
quamvis artis prae- cepta perceperint, quicquam magna laude dignum sine usu et
proximi, deinceps, « in primo luogo, in secondo luogo, in terzo luogo » . —
bene convenire, « essere in buona armonia » . — necessaria pr. vitae com-
pendia la vita materiale; quel che segue, vita autem etc, compendia la vita
morale. — vita victusque communis = vitae communi tas. — vigent maxime, «
trovano il loro massimo alimento » . 59. tribuendis, spiega coi verbo
«adempiere». — vel «anche». — gradus, il grado, il posto che una persona o una
cosa occupa in ordine alla sua importanza si risolve nel « riguardo » che noi
dobbiamo ad essa avere. — temporum, « circostanze ». — ut, § 19. — adiuveris,
defenderis, «aiuteresti...»; congiuntivi potenziali, come habeat § 47. — haec-
circumspicienda, si tragga dal verbo circumspicere un sostantivo, p. es., «
considerazioni, distinzioni » e simili, e si formi una frase con un verbo
generico « avere, fare » e simili. Così molte frasi latine si risolvono con
nomi astratti, dei quali è tanto ricco l'italiano (p. es. hoc animadver- tendum
est « bisogna fare questa considerazione » ; hoc videndum est « bisogna avere
questo riguardo » ; hoc cavendum est « bisogna msare questa cautela » ). —
consuetudo exercitatioque capienda, risolvi con la frase « acquistare il senso
pratico » . — ratiocinatores, conserva la medesima metafora. — 60- tradantur
ilìa quidem sed, se vuoi rendere la de ofpiciis, i, 18, 59—61 33 exercitatione
consequi possunt, sic officii conservane] i praecepta traduntur ill^ quidem, ut
facimus ipsi, sed rei magnitudo usum quoque exercitationeraque desiderai Atque
ab iis rebus , quae sunt in iure societatis humanae, quem ad modura ducatur ho-
nestum, ex quo aptum est offici uni, satis fere diximus. Intellegendum autem
est, cum proposita sint genera quat- 61 tuor, e quibus honestas officiumque
manaret, splendidissimum videri, quod atfirao magno elatoque humanasque res
despiciente factum sii Itaque in probris maxime in promptu est, si quid tale
dici potest: 4 Vós «nim, iuvenes, ànimum geritis mùliebrem, illa virgo viri '
et si quid eius modi: Salmàcida, spolia sine sudore et sanguine. Contraque in
laudibus, quae magno animo et fortiter excellen- terque gesta sunt, ea nescio
quo modo quasi pleniore ore lau- simroetria al periodo, racconcia così nella
tradazione: quamvis tradantur ... tamen. — ab iis-humanae, « dalle con dizioni
dei vicendevoli rapporti giu- ridici della società umana». — aptum est (nel suo
primitivo significato « è attaccato » ) « dipende » . 61-92. Della fortezza,
terza virtù cardinale. Prima di tutto vien di- mostrato che la fortezza è la
più splendida delle virtù § 61, indi che non bisogna scompagnarla dalla
giustizia §§ 62-63: doversi perciò guardare dal l'abusarne nelle nostre
aspirazioni al potere § 64 e alla gloria § 65. — genera, «elementi». — factum,
«costituito». — in probris e più sotto in laudibus, « in proposito di ..., in
fatto di ... » « trattandosi di ... »; su quest'uso dell'in cfr. § 46 in moribus.
— si quid tale dici potest, ri- solvi tutta la frase in aliquid tale. — vos ...
viri, non si sa di chi sia, né da che luogo sia preso, né a chi si riferisca
questo verso. È un trocaico settenario (tetrametro trocaico catalettico -£^v^
v^-, 4^-, w- t 6w t ow- f J.^j ì - ; solo nella settima sede si incontra il
trooheo, nelle altre esso fu risolto) ; però enim conta per due brevi, per la
legge delle parole giambiche ; iìla vale per due brevi, per effetto di
pronuncia popolare ; così ille, iste, ipse etc. in Plauto hanno la prima breve.
— si quid = aliquid. — Salmàcida, verso di Ennio (trimetro giambico -^, -w^ f
w^ f --, -■ *i wC s 8 °1° l'ultima sede dà un giambo); si suppone detto a uno
sfrol- lato dalle libidini : « o smidollato, qua le tue spoglie (frase senza
verbo) e risparmia il tuo sudore e il tuo sangue » . — Salmàcida è vocativo di
Salmacides, come Aeacida di Aeacides. Salmacis era una fonte nella Caria « quam
qui bibisset, vitto impudicitiae mollescebat » (Festo); di qui Salmacides, uomo
sfrollato. — nescio quomodo « non si sa come » , « quasi Cicerone, De Offlciis*
oomm da R. Sabbadini, 2 a ediz. 34 M. TULLI ClChROMS damus. Hinc rhetorum
campus de Marathone, Salamine, Plataeis T Thermopylis, Leuctris, hinc noster
Cocles, hinc Decii, hinc Cn. et P. Scipiones, hinc M. Marcellus, innuoierabiles
alii; maxi- meque ipse populus Romanus animi magnitudine excellit. De- claratur autem studium
bellicae gloriae, quod statuas quoque videmus ornatu fere militari. 62 19. Sed
ea animi elatio, quae cernitur in periculis et la- boribus, si iustitia vacat
pugnatque non prò salute communi, sed prò suis commodis, in vitio est; non modo
enim id virtutis non est, sed est potius immanitatis omnem humanitatem repel-
lentis. Itaque probe definitur a Stoicis fortitudo, cum eam vir- tutem esse
dicunt propugnantem prò aequitate. Quocirca nemo, qui fortitudinis gloriam
consecutus est insidiis et malitia, lau- dem est adeptus; nihil enim honestum
esse potest, quod iustitia 63 vacat Praeclarum igitur illud Platonis: 'Non', inquit,
4 so- lum scientia, quae est remota ab iustitia, callidi- tas potius quam
sapientia est appellanda, veruni etiam animus paratus ad periculum, si sua
cupidi- tate, non utilitate communi impellitur, audaciae a nostra insaputa ». —
hinc suppl. nascitur, est o simili = huc pertineL — rhetorum campus è il locus
communis dei retori, noi potremmo dire: « ed ecco i retori coi luoghi comuni su
Maratona » etc. — Marathone ... Leuctris,
tutti luoghi famosi per battaglie. — hinc noster suppl. est = huc pertinet
noster; puoi continuare così: «e passando ai nostri, ecco Coclite, i Deci ... e
il popolo romano, modello sopra tutti di magnanimità ». — Cocles, il difensore
del ponte contro Porsena. — Decii, due sono i Deci famosi e si immolarono
entrambi per la patria, l'uno nella guerra contro i Latini (340 av. Cr.),
l'altro nella guerra contro gli Etruschi e i Galli (295 av. Cr.). — Cn. et P.
Scip., padre e zio di Scipione Africano mag- giore, caduti entrambi in Spagna
contro Asdrubaie (212 av. Cr.). — M . Marc, il vincitore di Annibale a Nola e
conquistatore di Siracusa. — quod (congiunzione dichiarativa = eo quod)
videmus, «dal vedere». — fere, « quasi sempre, di regola » e simili. 02. suis,
qui ha un significato largo, «individuali». — in vitio = vi- tiosa. — virtutis,
immanitatis, nella traduzione si trattano come nominativi. — cum eam esse
dicunt, si sopprime nella traduzione. — 63. illud Platonis, la prima parte del
pensiero è tradotta dal Menex. p. 246 E ttàoa tmOTr\ixr\ xwpiEojmévr)
òiKaioauvr)<; xaì Tf^ fiX\rj<; àp€Tf|<;, iravoupTta où aoqpia
<paiv€Tai (< ogni scienza disgiunta dalla giustizia e dalle altre virtù
non è sapienza ma furfanteria » ). L'altra parte del pensiero si trova ac-
cennata nel Lach. p. 197 B toOt' 8 ai) KaXelc; àvopcta Kal ol ttoXXoU iyvj
Gpaaéa xaXw (« questi, che tu coi più chiami atti di coraggio, ioli de
officiis, i, 19, 62—65 35 potius nomen habeat quam fortitudinis '. Itaque viros fortes et
magnanimos eosdem bonos et simplices, veritatis amieos miniraeque fallaces esse
vclumus; quae sunt ex media laude iustitiae. Sed illud odiosum est, quod in hac
elatione et 64 magnitudine animi facillime pertinacia et nimia cupiditas prin-
cipatus innascitur. Ut enim apud Platonem est, omnem mo- rera Lacedaemoniorum
inflammatum esse cupidi- tate vincendi, sic, ut quisque animi magnitudine
maxume excellet, ita maxume vult princeps omnium vel potius solus esse.
Difficile autem est, cum praestare omnibus concupieris, vj servare aequitatem,
quae est iustitiae maxume propria. Ex quo fit, ut neque disceptatione vinci se
nec ullo publico ac legitimo iure patiantur, existuntque in re publica
plerumque largitores et factiosi, ut opes quam maxumas consequantur et sint vi
potius superiores quam iustitia pares. Sed quo difficilius, hoc praeclarius;
nullum enim est tempus, quod iustitia vacare debeat Fortes igitur et magnanimi
sunt habendi non qui faciunt, sed,65 qui propulsant iniuriam. Vera autem et
sapiens animi magni- tudo honestum illud, quod maxume natura sequitur, in
factis / positum, non in gloria iudicat principemque se esse mavult quam videri
; etenim qui ex errore imperitae multitudinis pendet, bic in magnis viris non
est habendus. Facillime autem ad res chiamo di temerità
»). — bonos, predicato; traduci eosdem con e anche, nel medesimo tempo » . —
quae ... iustitiae, « qualità queste tratte dal seno della giustizia», cioè che
fanno parte essenziale della giustizia; laude qui significa propriamente il
predio intimo della giustizia, il quale ne costi- tuisce come l'essenza. — 6é.
illud ... est, quod, « ciò che appunto ... si è che ... » — apud Platonem est,
traduci « al dir di Platone » , risolvendo in finita la proposiz. infinita
morem ... esse. — morem, qui mos « modo di fare, maniera di pensare, contegno »
si risolve nel nostro < spirito pub- blico, carattere nazionale > . — ut
maxume, ita maxume, « quanto più, tanto più ». — excellet, da excelleo, forma
secondaria di excello ; così, p. es., •(ermo, fulgeo nel latino arcaico erano
fervo, fulgo. — cum concupieris, puoi risolvere « a chi voglia ». — disceptatione,
e ragioni ». — publico ac legitimo iure, « l'autorità del diritto e delle leggi
». — existuntque, « ed ecco sorgere » (§ 13). — difficilius = difficilior haec
aequitas; cfr. sopra difficile servare aequitatem. — 65. magnitudo, traduci con
un concreto, per poterti poi trovare con principem esse mavult. — quod
sequitur, € a cui tende » . — natura scil. fiumana. — errore, qui ha il suo
significato primitivo di « instabilità » (errare), da cui si trae quello di «
umore, capriccio » e simili. — facillime, ut quisque altissimo, « tanto 36 M.
TULLI CICERONIS iniustas impelli tur, ut quisque altissimo animo est, glorìae
cu- pidi tate; qui locus est sane lubricus, quod vix invenitur, qui laboribus
susceptis periculisque aditis non quasi mercedem re- rum gestarum desideret
gloriam. 66 20. Omnino fortis animus et magnus duabus rebus maxime cernitur,
quarunuuna in rerum externarum despicientia ponitur, cum persuasum est nihil
hominem, nisi quod honestum deco- rumque sit, aut admirari aut optare aut
expetere oportere nul- lique neque homini neque perturbationi animi nec
fortunae subcumbere. Altera est res, ut, cum ita sis affectus animo, ut supra
dixi, res geras magnas illas quidem et maxume utiles, sed vel vehementer arduas
plenasque laborum et periculorum cum vitae, tum multarum rerum, quae ad vitam
pertinent. 67 Harum rerum duarum splendor omnis, amplitudo, addo etiam
utilitatem, in posteriore est, causa autem et ratio efficiens ma- gnos viros in
priore ; in eo est enim illud, quod excellentes ani- mos et humana contemnentes
facit. Id autem ipsum
cernitur in duobus, si et solum id, quod honestum sit, bonum iudices et ab omni
animi perturbatione liber sis. Nam
et ea, quae eximia plerisque et praeclara videntur, parva ducere eaque ra-
tione stabili firmaque contemnere fortis animi magnique du- cendum est, et ea,
quae videntur acerba, quae multa et varia più, quanto più >. — locus, spiega
o e terreno » e allora si conserva h metafora di lubricus, o « tenia, argomento
» e allora la metafora di lu brìcus si perde. 66. Di qui sino al § 92 tratta le
questioni speciali sulla fortezza, senza seguire un piano stabilito e avendo
specialmente di mira questioni pratiche di indole romana. La fortezza si
manifesta sotto forma di disprezzo dei beni terreni e di prodezza §§ 66-69.
Essa si esercita nell'amministra- zione dello Stato §§ 69-73 e nella guerra §§
74-81 : nel qual proposito con- futa l'opinione che metteva la guerra al
disopra della pace. Obblighi che essa impone in questi due e in altri rapporti
§§ 82-92. — rebus, e qua* lità, virtù > . — quarum una ponitur, altera est
res ut, anacoluto ; nella traduzione puoi risolvere così : « Puna consiste nel
, persuaso che tu sia che ... ; l'altra, dato uno stato di animo (sis affectus
animo) ... , con- siste nell'operare ... ». — rerum, non spiegare « cose ». —
vel, « perfino », « anche », § 59. — et periculorum ... rerum, « e che mettano
a rischio ... ». — 67. causa et ratio, « la vera causa » . — in eo est, vi è. —
illud, « la condizione ». — in duobus, « due contrassegni » . — ratione stabili
(= stabilitate) firmaque, traduci con due sostantivi. — quae multa, tra- de
officiis, i, 20, 66—69 37 in hominum vita fortunaque versantur, ita ferre, ut
nihil a statu naturae discedas, nihil a dignitate sapienti s, robusti animi est
magnaeque constanti ae. Non est autem consentaneum, qui 68 metu non fraugatur,
eum frangi cupiditate nec, qui invictum se a labore praestiterit, vinci a
voluptate. Quam ob rem et haec vitanda et pecuniae fugienda cupiditas; nihil
enim est tam angusti animi tamque parvi quam amare divitias, nihil ho- nestius
magnificentiusque quam pecuniam conteninere, si non habeas, si habeas, ad
beneficentiam liberalitatemque conferre. Cavenda etiam est glori ae cupiditas,
ut supra dixi; eripit enim libertatem, prò qua magnanimis viris omnis debet
esse contentio. Nec vero imperia expetenda ac potius aut non ac- cipienda
interdum aut deponenda non numquam. Yacandiim769 autem omni est animi
perturbatane, cum cupiditate et metu, tum etiam aegritudine et voluptate
[animi] et iracundia, ut tran-' quillitas animi et securitas adsit, quae affert
cum constantiam, tum etiam dignitatem. Multi autem et sunt et fuerunt, qui eam,
quam dico, tran- quillitatem expetentes a negotiis publicis se removerint ad
otiumque perfugerint; in his et nobilissimi philosophi longeque principes et
quidam homines severi et graves nec populi nec duci come se fosse quorum multa.
— versantur, versari è un verbo molto elastico, qui puoi tradurre «occorrono,
accadono». — statu naturae = statu naturali, lo stato naturale è quando l'uomo
è privo di ogni senti- mento, di ogni passione, che sono malattie dell'animo ;
in greco ÒVrotpaHia, in italiano puoi rendere con « equanimità naturale,
imperturbabilità, im- passibilità » . — 68. conferre, «impiegare». — supra, §
65. — ae potius = oel potius, « o per meglio dire » . — 69. cupiditate metu
aegr. volupt. iracundia, gli Stoici distinguevano quattro passioni princi- pali
: la aegritudo e la sua contraria voluptas, riferite al presente ; il metus e
la sua contraria lubido (oppure cupiditas ; V iracundia è una sotto-specie
della lubido) riferiti al futuro. — securitas, « serenità». — constantiam, la
constantia, « fermezza, coerenza » sì nell'operare che nel pensare, si risolve
nel nostro « carattere » ; dignitatem, la dignitas come qualità personale si
risolve anche in « sentimento, coscienza della propria dignità » ; trarrai di
qui un sostantivo adatto. — in his ... vixeruntque non nulli, si risolva così:
in his et nobilissimi qui nec populi ... potuerunt quorumque (scil. et
phiìosophorum et hominum gravium) vixerunt non nulli. — philosophi, quali
Pitagora, Democrito, Anassagora, qui a regendis civitatibus totos se ad
cognitionem rerum transtulerunt (Cicer. de Orai. Ili 56); homines graves, quali
Tito Pom- 38 M. TULLI CICERONIS principimi mores ferre potuerunt, vixeruntque
non nulli in agris 70 delectati re sua familiari. His idem propositum fuit,
quod re- gibus, ut ne qua re egerent, ne cui parerent, liberiate uterentur,
cuius proprium est sic vivere, ut velis. 21. Quare cum hoc commune sit potentiae
cupidorum cum iis, quos dixi, otiosis, alteri se adipisci id posse arbitrantur,
si opes magnas habeant, alteri, si contenti sint et suo et parvo. In quo
neutrorum omnino contemnenda sententia est, sed et facilior et tutior et minus
aliis gravis aut molesta vita est otio- sorum, fructuosior autem hominum generi
et ad claritatem ampli tudinemque aptior eorum, qui se ad rem publicam et 71 ad
magnas res gerendas accommodaverunt. Quapropter et iis forsitan concedendum sit
rem publicam non capessentibus qui excellenti ingenio doctrinae sese
dediderunt, et iis, qui aut valetudinis imbecillitate aut aliqua graviore causa
impediti a re publica recesserunt, cum eius administrandae potestatem aliis
laudemque concederent. Quibus autem talis nulla sit causa, si despicere se
dicant ea, quae plerique mirentur, imperia et magistratus, iis non modo non
laudi, verum etiam vitio dandum puto; quorum iudicium in eo, quod gloriam
contemnant et prò nihilo putent, difficile factu est non probare; sed videntur
labores et molestias, tum offensionum et repulsarum quasi ponio Attico e M.
Pisone (Cicer. Brut. 236). — non nulli, « buona parte » . — 70. regibus, qui i
re sono considerati come tipi del fan- nullone, che bada solo a vivere secondo
i propri capricci. — cuius ... velis, « che consiste nel vivere a proprio
gusto, secondo i propri capricci ». — hoc, « questo scopo » , cioè sic vivere
ut velis. — cupidorum cum iis % « ni ... e ai ... » — si ... si ... , « col ...
col ... » — et suo et parvo, risolvi in suo vel (« anche ») parvo. — in quo, si
sopprima nella traduzione. — sed, « con questa differenza ... » — autem, «
dovechè ». — 71- iis concedendum sit non capessentibus; «si può perdonare,
permettere di non ... » m= ut ne capessant; l'oggetto del verbo è rappresentato
dal par- ticipio. Questa costruzione è analoga a quella greca del participio
predi- cativo o complementare, p. es., auvoiòa èiuauTtò èmffTaiuévuj « ho la
co- scienza di sapere». — aliqua = alia qua, § 23. — autem, «ma». — sì dicant,
traduci « se adducono il pretesto ». — vitio, « biasimo ». — dandum puto,
risolvi col verbo «meritare». — in eo quod..., «in quanto dicono di... » (su
questo in cfr. § 61 in probris), perciò contemnant e putent congiuntivi. — sed,
« ma il male è che ... ». Il pensiero di ciò che segue è: sotto il disprezzo si
nasconde la viltà. — offensionum, cfr. of- de officiis, i, 20—22, 70—74 39
quandam ignorniniam timere et infamiam. Sunt enim, qui in rebus contrariis
parum sibi constent: voluptatem severissime contemnant, in dolore sint raolliores;
gloriarci neglegant, fran- gantur infamia, atque ea quidem non satis
constanter. Sed 72 iis, qui habent a natura adiumenta rerum gerendarum, abiecta
omni cunctatione adipiscendi magistratus et gerenda res pu- blica est; nec enim
aliter aut regi civitas aut declarari animi magnitudo potest. Capessentibus
autem rem publicam nihilo rainus quam philosophis, haud scio an magis etiam, et
magni- ficentia et despicientia adhibenda est rerum humanarum, quam saepe dico,
et tranquillitas animi atque securitas, siquidem nec anxii futuri sunt et cum
gravitate constantiaque victuri. Quae 73 faciliora sunt philosophis quo minus
multa patent in eorum vita, quae fortuna feriat, et quo minus multis rebus
egent, et quia, si quid ad versi eveniat, tam graviter cadere non possunt.
Quocirca non sine causa maiores motus animorum concitantur raaioraque studia
efficiendi rem publicam gerentibus quam quietis, quo magis iis et magnitudo est
animi adhibenda et vacuitas ab angoribus. Ad rem gerendam autem qui accedit,
caveat, ne id modo consideret, quam il la res honesta sit, sed etiam ut habeat
efficiendi facultatem; in quo ipso conside- randum est, ne aut temere desperet
propter ignaviam aut nirais confidat propter cupiditatem. In ornnibus autem
negotiis L j£rius quam adgrediare, adhibenda est prae4ìaratio diligens. 22. Sed cum plerique arbitrentur
res bellicas maiores esse 74 quam urbanas, minuenda est haec opinio. Multi enim bella fendat § 86. — in rebus contrariis,
« in casi opposti » ; congiungi con un « e » o con un « ma » a due a due le
quattro proposizioni asindetiche seguenti. — atque ea ... constanter suppl.
agunt, « e anche in queste in- conseguenze sono inconseguenti ». — 72. sed, «
però». — adiumenta, e attitudini». — adipiscendi, qui spiega € concorrere a ».
— decla* rari, « sviluppare ». — haud scio an, qui è usato avverbialmente =
for- tasse, § 33. — magni fi centia = magnitudo animi. — si quidem, « se pur
vogliono ... » . — 73. quo minus multa patent, € quanto meno sono esposti ai
colpi ... » — quo minus ... egent, « quanto meno sono biso- gnosi ». — motus
animorum, e slanci ». — studia efficiendi, «attività». — quieti* = otiosis, §
70. — vacuitas ab angoribus, perchè nec anxii fu- turi sunt, § 72. — illa res =
illud. — prius quam, « prima di ... ». 7é. Sed cum arbitrentur .... minuenda,
risolvi : arbitrantur ... sed mi- 40 M. TULLI C1CEROMS saepe quaesiverunt
propter gloriae cupiditatem, atque id in magnis animis ingeniisque plerumque
contingit, eoque magis, si sunt ad rem militarem apti et cupidi bellorum
gerendorum; Jtvere autem si volumus iudicare, multae res extiterunt urbanae 75
maiores clarioresque quara bellicae. Quamvis enim Themistocles iure laudetur et
sit eius nomen quam Solonis inlustrius cite- turque Salamis clarissimae testis
victoriae, quae anteponatur Consilio Solonis ei, quo primum constituit
Ariopagitas, non minus praeclarum hoc quam illud iudicandum est ; illud enim
semel profuit, hoc seraper proderit civitati ; hoc Consilio leges Atheniensium
, hoc maiorum instituta servantur ; et Themi- stocles quidem nihil dixerit, in
quo ipse Ariopagum adiuverit r at ille vere a se adiutum Themistoclem ; est
enim bellum gestum 76 Consilio senatus eius, qui a Solone erat constitutus.
Licet eadem de Pausania Lysandroque dicere, quorum rebus gestis quam- quam
imperium partum Lacedaemoniis putatur, tamen ne mi- nima quidem ex parte
Lycurgi legibus et disciplinae conferendi sunt; quin etiam ob has ipsas causas
et parentiores habuerunt exercitus et fortiores. Mihi quidem neque pueris nobis
M. Scaurus nuenda. — p. g. cupiditatem, supplisci il pensiero : e non perchè le
sti- massero superiori all'amministrazione civile. — animis, risolvi in viris,
per trovarti in regola con apti et cupidi. — cupidi, « tratti per istinto a ...
» — vere autem, « ma in realtà ». — 7ó. quamvis laudetur, « si lodi pure »;
avanti a non minus porrai un « ma ». — quae anteponatur, « da .... » — Consilio
quo primum constituit, « consiglio di fondare », che si risolve in « fondazione
». — Ariopagitas-, la fondazione dell'Areopago come tribunale supremo per gli
omicidi e anteriore a Solone, il quale gli assegnò la sorveglianza sui costumi
e la custodia delle leggi. Quel tribu- nale esisteva ancora ai tempi
dell'impero. — hoc Consilio, «consesso». — et, introduci con un « e mentre ». —
dixerit, potenziale. — at, « in- vece » . — ille, sostituisci Solon e ripeti
dixerit. — est enim bellum, noi non sappiamo che l'Areopago abbia mai
consigliato a Temistocle nessuna guerra; o si tratta di un errore di Cicerone o
di una amplificazione retto- rica. — 76. licet dicere, « dicasi » . — quorum,
risolvi in nam eorum. — legibus conferendi sunt, si confrontano con le leggi di
Licurgo i due re Pausania e Lisandro, anziché le loro imprese (comparatio
compendiaria). — mihi quidem videbatur, traduci « secondo il mio parere poi »,
trasfor- mando cedere in cedebat. — neque pueris nobis ... neque cum
versaremur, « né al tempo ... né al tempo... » — Scaurus (Acmilius), console
nel 115 e 108 av. Cr., censore nei 109, capo del partito aristocratico; per
Cicerone era l' ideale del cittadino , però si lasciò corrompere da Giugurta. —
de officiis, i, 22, 75—77 41 C. Mario neque, cum versaremur in re publica, Q.
Catulus Cd. Pompeio cedere videbatur; parvi enim sunt foris arma, nisi est
consilium domi; nec plus Africanus, singularis et vir et imperator, in
excindenda Numantia rei publicae profuit quam eodem tempore P. Nasica privatus,
cum Ti. Gracchum inter- emit; quamquam haec quidem res non solum ex domestica
est ratione : attingit etiam bellicam, quoniam vi manuque con- fecta est; sed
tamen id ipsum est gestum Consilio urbano sine exercitu. IUud autem optimum
est, in quod invadi solere ab 77 improbis et invidis audio: Cedant arma togae,
concedat laurea laudi. Ut enim alios omittam, nobis rem publicam gubernantibus
nonne togae arma cesserunt? neque enim periculum in re pu- blica fuit gravius
umquam nec maius otium. Ita consiliis di- ligentiaque nostra celeriter de
manibus audaci ssimorum civium Catulus (Lutatius), console nel 78 av. Cr. ;
amico di Cicerone, lo salutò per il primo pater patriae; era del partito
aristocratico e osteggiò il primo triumvirato. — Africanus, Scipione Emiliano.
— in excindenda, « col ... ». — Nasica, il nome intiero è P. Scipio Nasica
Serapio; nel secondo giorno dei comizi per l'elezione dei tribuni sollevatosi un
gran tumulto, Tiberio Gracco portò la mano al capo per significare che la sua
vita era in pericolo; si sparse la voce che egli significasse il diadema regio;
Nasica si mise a capo dei più accaniti rivali e fa data la caccia a Tiberio,
che fu ucciso con trecento dei suoi (133 av. Cr.). — cum ... « con Puccidere ».
— quamquam, « si dirà che » — res, « azione » . — domestica ratio, bellica, «
entra nell'ordine della politica interna, militare ». — id ipsum, « ciò stesso
», vale a dire l'uso della vis manusque. — Consilio urbano, «atto di politica
interna». — 77. illud, «quel detto, quella sen- tenza». — in quod invadi,
potresti adoperare, p. es., la parola «bersa- glio, caricatura » . — cedant,
verso esametro. — togae, l'abito nazionale dei Romani, simbolo delle arti della
pace. — laurea laudi, « l'alloro dei condottieri alla lode pei meriti civili,
cioè la gloria del guerriero ai me- riti del magistrato » . Questo verso di
Cicerone, che apparteneva al suo poema de consulatu meo, fu bersagliato dai
suoi avversari politici e, pare, anche alterato, perchè da Plutarco e
Quintiliano (XI 1, 24) vien citato con la variante linguae invece che laudi:
forse i maligni per accrescer l'odiosità che si era tirata addosso con quel
verso ci vollero introdurre una allusione alla sua fama oratoria. Così la
variante linguae diventò po- polare, anche perchè il pubblico e i posteri in
quel verso scorgevano, senz'ombra di malignità, una onesta allusione ai meriti
oratori di Cice rone. — maius otium, « più profonda pace ^ . — ita va con
celeriter. — 42 M. TULLI CICER0N1S delapsa arma ipsa ceciderunt. Quae res
igitur gesta umquam 78 in bello tanta? qui triumphus conferendus? licet enim
mihi, M. fili, apud te gloriari, ad quem et hereditas huius gloriae et factorum
imitatio pertinet. Mihi quidem certe vir abundans bellicis laudibus, Cn.
Pompeius, multis audientibus hoc tribuit, ut diceret frustra se triumphum
tertium deportaturum fuisse, nisi meo in rem publicam beneficio, ubi
triumpharet, esset habiturus. Sunt igitur domesticae fortitudines non
inferiores militaribus; in quibus plus etiam quam in his operae studique
ponendum est. 79 23. Omnino illud honestum, quod ex animo excelso magni-
ficoque quaerimus, animi efficitur, non corporis viribus, Exer- cendum tamen
corpus et ita afficiendum est, ut oboedire Con- silio rationique possit in
exequendis negotiis et in labore tolerando. Honestum autem id, quod exquirimus,
totum est po- situm in animi cura et cogitatione; in quo non minorem uti-
litatem afferunt, qui togati rei publicae praesunt, quam qui bellum gerunt.
Itaque eorum Consilio saepe aut non suscepta aut confecta bella sunt, non
numquam etiam inlata, ut M. Ca- tonis bellum tertium Punicum, in quo etiam
mortili valuit 80 auctoritas. Quare expetenda quidem magis est decernendi ratio
ipsa, « da sé » . — 78. licet, » lasciami » . — certe, mettilo a capo della
proposiz. e spiegalo « comunque », « in ogni modo ». — tribuit ut diceret, «mi
fece l'onore di dire». — triumphum tertium, il primo lo riportò uell'80 su
larba, il secondo nel 71 su Sertorio, il terzo nel 61 sui pirati e su
Mitridate. — ubi, «una patria dove». — domest. fort, in italiano usiamo il
partiti vo: « vi sono delle » — in quibus etiam, « anzi in quelle » . 79.
Questo paragrafo concbiude la confutazione della tesi, che la poli- tica
bellicosa sia preferibile a quella pacifica. — omnino, « in generale, in somma,
in conclusione » e simili. — quaerimus, « cerchiamo, derivan- dolo », perciò «
deriviamo » ; oppure, invertendo il rapporto dell' idea : «cerchiamo in». — ita
afficiendum ut, «ridurlo in istato da...». — autem, « dunque, in ogni modo ». —
in quo, « e in questo riguardo », « sotto quest'aspetto », cioè dell'attività
intellettuale {cogitatione).— itaque, « infatti ». — Catonis scil. Consilio. —
mortui, « dopo morto » ; Catone fu accanito eccitatore alla guerra contro
Cartagine, che fu distrutta tre anni dopo la sua morte. — 80. decernendi ratio,
decertandi fortitudo s decernere «fare un decreto», decertare «fare una
battaglia»; volendo imitare l'allitterazione (assonanza) delle due parole,
potremmo dire «la prudenza di un decreto, la prodezza di una vittoria».
Arieggiando •je officiis, i, 22—24, 78—82 43 quam decertandi fortitudo, sed
cavendum, ne id bellandi magis fuga quam utilitatis ratione faciamus. Bell uni
autem ita sus- eipiatur, ut nihil aliud nisi pax quaesita videatur. - Fortis
vero animi et constantis est non perturbali in rebus asperis nec tumultuantem
de gradu deici, ut dicitur, sed prae- senti animo uti et Consilio nec a ratione
discedere. Quamquam 81 hoc animi, illud etiam ingeni magni est, praecipere
cogitatione futura et aliquando ante constituere, quid accidere possit in
utramque partem, et quid agendum sit, cum quid evenerit, nec committere, ut
aliquando dicendum sit: ' Non putaram \ Haec sunt opera magni animi et excelsi
et prudentia consilioque fi- dentis; temere autem in acie versari et manu cum
hoste con- fligere immane quiddam et É beluarura simile est: sed cum 7 tempus
necessitasque postulat, decertandum manu est et mors servituti turpitudinique
anteponenda. 24. De evertendis autem diripiendisque urbibus valde con- g 2
siderandum est ne quid temere, ne quid crudeliter. Idque est . viri magni,
rebus agitatis punire sontes, multitudinem conser- vare, in omni fortuna recta
atque honesta retinere. Ut enim sunt, quem ad modum supra dixi, qui urbanis
rebus bellicas inteponant, sic reperias multos, quibus periculosa et calida
Fuso moderno si direbbe < una battaglia diplomatica, una battaglia cam-
pale». — cavendum scil. est nobis. — fuga, risolvi in e paura». — ra- tione, e
riguardo». — fortis animi est praesenti animo uti, negligenza di stile;
sostituisci viri ad animi. — tumuli... deici, letteralmente « nella confusione
essere cacciato dal proprio posto, dalla propria posizione » , me- tafora tolta
dalle lotte dei gladiatori; noi abbiamo le frasi popolari e perder le staffe,
perder la bussola ». — ut dicitur, formola usata, come ut aiunt, nel citare un
proverbio. — 81. quamquam, lo puoi risolvere in ce». — hoc riferito a ciò che
precede », illud a ciò che segue. — in utramque partem, « in bene e in male ».
— committere, « dar motivo ». — beluarum simile, « brutale » . 82-84. Questi
tre paragrafi contengono una serie di pensieri senza in- timo legame. — de, «
quanto a... » cfr. § 47. — ne quid... crudeliter, nesso senza verbo; puoi
tradurre i due avverbi con due sostantivi. — idque; id anticipati vo (§ 3); si
sopprime nella traduzione. — rebus agi- tatis = rebus turbatis et iactatis,
puoi spiegare « in una congiura » ; « in una rivoluzione » e simili. Cicerone
qui pare che abbia in mente la con- giura di Catilina. — fortuna, « condizione
» . — enim, semplice particella di passaggio « e » . — supra, § 74. — reperias,
traduci il potenziale col futuro. — calida Consilia, € risoluzioni precipitate,
avventate», anche 44 M. TULLI C1CER0N1S Consilia quieti s et cogitatis splendi
diora et maiora videantur, 83 Numquam omnino periculi fuga committendum est, ut
imbelles timidique videamur, sed fugiendum illud etiam, ne offeramus nos
periculis sine causa, quo esse nihil potest stultius. Qua- propter in adeundis
periculis consuetudo imitanda medicorum est, qui leviter aegrotantes leniter
curant, gravioribus autem morbis periculosas curationes et ancipites adhibere
coguntur. Quare in tranquillo tempestatene adversam optare dementis est,
subvenire autem tempestati quavis ratione sapientis, eoque magis, si plus
adipiscare re explicata boni quam addubitata mali. Periculosae autem rerum
actiones partim iis sunt, qui eas suscipiunt, partim rei publicae. Itemque alii
de vita, alii de gloria et benivolentia civium in discrimen vocantur. Prom-
ptiores igitur debemus esse ad nostra pericula quam ad com- munia dimicareque
parati us de honore et gloria quam de ceteris commodis. 84 Inventi autem multi
sunt, qui non modo pecuniam, sed etiam vitam profundere prò patria parati
essent, idem gloriae iacturam ne minimam quidem facere vellent, ne re publica
quidem pos- tulante; ut Callicratidas, qui cum Lacedaemoniorum dux fuisset noi
diciamo € testa calda » , < temperamento focoso » . — 83. omnino, sed, « è
vero, ma ». — committendum (§81) ut videamur, « farci cre- dere » . — illud,
anticipativo, come id § 82. — ancipites, « di risaltato incerto ». — in
tranquillo, traduci con un sostantivo. — subvenire, signi- fica propriamente «
farsi sotto » : alieni per soccorrerlo, àlicui rei o per aiutarla o per
sviarla, stornarla, superarla. — res explicata, è l'impresa risoluta e condotta
a compimento; res addubitata l'impresa che presenta dubbi e pericoli
nell'esecuzione ; perciò « specialmente se il vantaggio del- l'impresa condotta
a buon termine supera il danno affrontato nei dubbiosi momenti dell'esecuzione
» . — periculosae , predicato. — rerum actiones, « le intraprese ». — in
discrimen vocari de aliqua re, « correre pericolo intorno a qualche cosa, cioè correre
pericolo di perderla » ; spiega « sacri- ficare». — ad nostra ... communia = ad
nostrarum rerum, quam ad communium pericula, « a mettere a repentaglio i nostri
interessi che quelli della patria». — paratius, «più pronto, più ovvio, più
giusto». — de, « per » . 8é. idem (plurale), puoi risolvere questo pronome con
«ma». — iac- turam, « sacrificio » . — Callicratidas, nel 406 av. Cr. vinse
Conone presso Mitilene, conquistò Lesbo e altre isole, ma alle Àrginuse fu
vinto e uc- ciso in battaglia. — qui cum — fecisset, coordinazione; subordina:
qui de officiis, i, 24—25, 83-85 45 Peloponnesiaco bello multaque fecisset
egregie, vertit ad ex- tremum omnia, cum Consilio non paruit eorum, qui classem
ab Arginusis removendam nec cum Atheniensibus diniicandum pu- tabant; quibus
ille respondit Lacedaemonios classe illa amissa aliam parare posse, se fugere
sine suo dedecore non posse. Atque haec quidem Lacedaemoniis plaga mediocris,
illa pestifera, qua, cum Gleombrotus invidiam timens temere cum Epaminonda
conflixisset, Lacedaemoniorum opes corruerunt. Quanto Q. Ma- ximus meliusl de
quo Ennius: Unus homo nobis cunctando restituit rem. Noenum rumores ponebat
ante salutem. Ergo postque magisque viri nunc gloria claret Quod genus peccandi
vitandum est etiam in rebus urbanis. Sunt enim, qui, quod sentiunt, etsi optimum sit, tamen
invidiae metu non àudeant dicere. 25.
Omnino qui rei publicae praefuturi sunt duo Platonis 85 praecepta teneant,
unum, ut utilitatem civium sic tueantur, ut, quaecumque agunt, ad eam referant
obliti commodorum suorum, cum, Lac. dux (come condottiero) Pel. bello, multa
fecisset — multa egregie, traduci come se fosse muìtas egregias res (« imprese
»). — cum non paruit, puoi rendere col gerundio, oppure «per non avere...». —
Consilio éorum qui removendam putabant, potresti accorciare questa frase, così:
«al consiglio di ritirare... ». — plaga, « colpo ». — Ckombrotus ; prima della
battaglia di Leuttra contro Epaminonda i suoi amici gli fe- cero intendere che
se non dava battaglia ai Tebani, correva rischio di esser condannato da Sparta,
perchè per Tinnanzi egli in confronto di Age- silao non aveva ottenuto alcun
successo contro i Tebani, coi quali anzi si sospettava ch'egli avesse stretto
segreti accordi. — invidiam, « impopola- rità », § 86. — Q. Maximus, Fabio
Massimo, il Cunctator. — melius supplisci fecit — Ennius. Questi versi esametri
sono tratti dagli An- nate s. — rem = rem publicam; Vergilio ha imitato così
questo verso Aen. VI 846) : unus qui nobis cunctando restituis rem. — noenum,
ar- caico = non. — rumores, le pubbliche voci, che lo accusavano di inetti-
tudine. — ponebat, la finale è lunga ; cfr. velit § 38. — postque magisque
rtunc % «..poco dopo e ora più che mai » . — urbanis, in contrapposto alle
imprese militari dei due nominati Callicratida e Cleombroto. — invidiae, «
Todio pubblico », § 86. — dicere, nelle questioni di orarne pubblico in senato
e nelle assemblee. So. teneant, cfr. § 4 tenuisset. — unum, Plat. de re pubi. I
p. 342 E. 46 M. TULLI CICEROMS alterum, ut totum corpus rei publicae curent,
ne, dum partem aliquam tuentur, reliquas deserant. Ut enim tutela, sic procu-
ralo rei publicae ad eorum utilitatem, qui commissi sunt, non ad eorum, quibus
commissa est, gerendo est; qui autem parti civium consulunt, partem neglegunt,
rem perniciosissimam in civitatem inducunt, seditionem atque discordiam; ex quo
evenit, ut alii populares, alii studiosi optimi cuiusq,ue videantur, pauci
86/universorum. Hinc apud Atheniensis magnae *discordiae , in nostra re publica
non solum seditiones, sed etiam pestifera bella civilia; quae gravis et fortis
civis et in re*publica dignus prin- cipatu fugiet atque oderit tradetque se
totum rei publicae neque opes aut potentiara consectabitur totamque eam stó
tuebitur, ut omnibus consulat; nec vero criminibus falsis in odi um aut
invidiam qiiemquam vocabit omninoque ita iustitiae bonestatique adhaerescet,
ut, dum ea conservet , quamvis gravi ter offendat 87 mortemque oppetat potius
quam deserat illa, quàe. dixi. Miser- rima omnino est ambitio honorumque contentio,
de qua prae- clare apud eundera est Platonem, 'similiter facere eos, — alterum,
ib. IV p. 420 B. — tutela, di un privato. — rem, « malanno ». — optimi
cuiusque, «gli ottimati». — 86. hinc sappi, extiterunt, ortae sunt e simili, §
61. — in re publica dignus principato, « degno di un'elevata posizione politica
» . — tradet, tuebitur, si risolvano cori due ge- rundi; ncque consectabitur
con « senza... ». — criminibus, « accuse ». — invidiam, questo nome di
significato originariamente soggettivo acquista significazioni oggettive
diverse, specialmente nei rapporti politici ; perciò esso corrisponde ai nostri
« odio, disprezzo pubblico, odiosità,, discredito pubblico, impopolarità » e
simili, § 84. — quemquam vocabit, noi diciamo «attirare su uno, sul capo di uno...
». — omninoque, spiega que con « anzi ». — dum = dummodo. — quamvis, avverbio «
per quanto si può ; maginare » = vel gravissime. — offendat, il primo
significato di offen- dere è « urtare contro, scontrarsi, inciampare » ; di qui
i significati tras- lati : offendere in aliqua re, « incagliarsi, trovar
ostacolo, difficoltà, im- barazzo, non saperci veder chiaro, riceverne una non
buona impressione » ; offendere aliquem, « urtare uno, urtare le sue
suscettività, dargli sui nervi » ; offendere in senso politico « avere un
insuccesso » (con frase gior- nalistica « subire uno scacco » ), « crearsi
delle ostilità, attirarsi il pubblico disprezzo, l'odio, guadagnarsi
l'impopolarità». — illa, «ammonimenti». — 87. honorumque (que dichiarativo, ma
nei possiamo spiegarlo com'è, honorum genit. oggettivo) contentio,
«l'affannarsi, l'arrabattarsi per... », con una metafora «la caccia a...». —
est, questo presente ha lo stesso valore di un dixit, scripsit; così si
spiegano i tempi storici (imperfetti) de officiis, i, 25,86—SS 47 qui inter se
contenderent, uter potius rem publicam administraret, ut si nautae certarent,
quis eor potissimum gubernaret.' Idemque praecipit, ifl versarios existimemus,
qui arma contra ferant, non eos, qui suo iudicio tueri rem publicam velint',
qualis fuit inter P. Africanum et Q. Metellum sine acerbitate dis- sensio. #
Nec vero audiendi, qui graviter inimicis ivascendum putabunt|88 idque magnanimi
et fortis viri esse censebunt; nihil enim laij^J dabilius, nihil magno
ej^praeclaro viro dignius placabilitate atque clementia. In liberis vero
populis et in iuris aequabilitate exercenda étiam est facilitas et altitudo
animi , quae dicitur, ne, si irascamur aut ifiMm^suivé accedentibus aut
impudente!" rogantibus, in morositatem inutilem et odiosam incidamus. Et
tamen ita probanda est mansuetudo atque clementia, ut adhi- liOÌVoratio obliqua
che segue. — uter, perchè stanno sempre di fronte due avversari. — Plat. de Ite
pubi. VI, p. 488 B toù<; òè vaùrac; axa- oidÉovTCu; irpò<; àXXrjXouc;
irepì tr\$ Kujtepvriaeujq, frcaaTOv oló(ii€vov òetv KUpepvav, mtìT€ |ua8óvTa
tnOttot€ t^v Téxvr|v jliì'it€ éxovTa àiroÒ€l£ai tòv òiòdaKaXov (« nocchieri che
si disputano tra loro il governo dei timone, credendosi ciascuno in diritto di
guidar la nave, senza né averne mai imparato l'arte né poter produrre il
maestro che gliela ha inse- gnata... »), p. 489 C toù<; vOv ttoXitikoik;
dpxovTaq ÒVrreiKàtujv ou; fipri èXéTOjuev vauTait; oùx à|uapTria€i (e a
paragonare i nostri attuali uomini di Stato a quei marinai, di cui dicevamo
testé, non coglierai male »). — idemque, non si trova in Platone un passo che
corrisponda a questo esat- tamente. — suo iudicio, « la libera e calma
discussione, il senno politico », in antitesi alla € violenza » (arma). —
qualis... dissensio, « sia d'esempio la dissensio sine acerb. quae fuit... »
oppure « così vi fu dissensio sine acerb.... ». — - Africanum, Scipione
Emiliano. — Metellum 9 il Macedonico, console nel 143 av. Cr. — sine
acerbitate, infatti nel corteo funebre di Scipione lo stesso Metello ordinò ai
figli suoi di aiutare a portar la bara, che a nessun altro uomo più grande
potevano rendere quel servigio. 88. audiendi, « dar retta ». — magno et pr.,
puoi spiegare « vera- mente nobile ». — et ... aequabilitate, risolvi in ubi
est iuris aequabilitas. — altitudo animi, quae dicitur ; la forinola quae
dicitur (cfr. § 80 ut dicitur) mostra che altitudo qui ha un uso proverbiale ;
con questa pa- rola si esprime lo stato di un uomo, che chiude i suoi pensieri
nel e pro- fondo » del proprio animo; Cicer. altrove (ad Att. IV 6, 3; V 10, 3)
la chiama « profondità » ga6ÙTr]<;; Sallustio Iug. 95, 3 dice ad simulando
negotia altitudo incredibilis. In italiano vi corrisponde < riservatezza » ;
qui possiamo tradurre con un modo proverbiale : « chiudersi, come si di- rebbe,
in un prudente riserbo». — ne, «per non». — si irascamur, risolvi col gerundio.
— morositatem, « stizzosità ». — ita ut, « a patto IP 48 M. TULLI CICKRONIS
beatur rei publicae causa severitas, sine qua adrainistrari ci* iritas non
potest. Omnis autem et animadversio et castigatio contumelia vacare debet neque
ad eius, qui punitur aliquem 89Ìaut verbis castigat, sed ad rei publicae utili
tatem referri. Ca- vendum est
etiain, ne maior poena quam culpa sit, et ne isdem de causis alii plectantur,
alii ne appellentur quidem. Prohi- benda autem maxime est ira a puniendo;
numquam enim, iratus qui accedet ad poenam, mediocritatem illam tenebit, quae
est inter nimium et parum, quae placet Peripateticis, et recte placet, modo ne
laudarent iracundiam et dicerent utiliter a natura datam. Illa vero omnibus in
rebus repudianda est optandumque, ut ii, qui praesunt rei publicae, legum
similes sint, quae ad puniendum non iracundia, sed aequitate ducuntur. 90 26.
Atque etiam in rebus prosperis et ad voluntatem no- strani fluen ti bus
superbiam magnopere, fastidium arrogali- tiamque fugiamus. Nam ut adversas res,
sic secundas immode- rate ferre levitatis est, praeclaraque est aequabilitas in
omni vita et idem semper vultus eademque frons, ut de Socrate itemque de C.
Laelio accepimus. Philippum quidem, Macedonum regem, rebus gestis et gloria
superatum a filio, facilitate et humanitate video superiorem fui^se; itaque
alter semper magnus, alter saepe turpissimus; ut recte\ praecipere videantur,
qui mo- nent, ut, quanto superiores simus,N<anto nos geramus summis- sius. Panaetius quidem Africanum, ìauditorem et familiarem
che... », come ita si § 28; però questo ut non è consecutivo, ma finale =
dummodo. — contumelia, puoi tradurre, prendendo jTeffetto per la causa, con «
umiliazione » . — punitur, deponente. — £20. appellentur, « ri- chiamare al
dovere». — mediocritatem, « moderazione^Via di mezzo». — laudarent, dicerent, i
due imperfetti, che l'italiano mantiene, esprimono l'irrealtà. Quanto al
pensiero cfr. Cicer. Tusc. IV 38 m\#w & enervata est Peripateticorum ratio
et oratio, qui perturbari anir&os necesse di- cunt esse; ib. 43 quid quod
(« che dire poi ») idem Perim^^tici pertur- bationes istas, quas nos
extirpandas putemus, non modo yiaturàles esse dicunt, sed etiam utiliter a
natura datas ? — vero, avverbio, « effetti- vamente ». \ 90. fastidium, e
disprezzo». — levitatis, noi traduciamo! come fosse levitas. — in omni vita,
< in tutte le contingenze della... ». — Xlem... frons, « l'immutabilità
del... », meglio « il non mutar mai... ». — Amelio, questi è Laelius Sapiens,
amico di Scipione Emiliano. — facilitate \ arrendevo- de officiis, i, 26, 89—92
49 suum, solitum ait dicere, fc ut equos propter crebras con- tentiones
proeliorum ferocitate exultanter domito- ribus tradere soleant, ut iis
facilioribus possint uti f sic homines secundis rebus effrenatos sibique prae-
fidentes tamquam in gyrum rationis et doctrinae duci oportere, ut perspicerent
rerum humanarum imbecillitatem varietatemque fortunae.' Atque etiam 91 in secundissimis
rebus maxime est utendum Consilio amicorum iisque maior etiam quam ante
tribuenda auctoritas. Isdemque temporibus cavendum est, ne adsentatoribus
patefaciamus auris neve adulari nos sinamus, in quo falli facile est; tales
enim nos esse putamus, ut iure laudemur; ex quo nascuntur innu- merabilia
peccata, cum homines inflati opinionibus turpiter in- ridentur et in maximis
versantur erroribus. Sed haec quidem bactenus. lllud autem sic est iudicandum,
maximas gerì res et 92 maximi animi ab iis, qui res publicas regaut, quod earum
adrai- ni strati o latissime pateat ad plurimosque pertineat; esse autem magni
animi et fuisse multos etiam in vita otiosa, qui aut in- vestigarent aut
conarentur magna quaedam seseque suarum rerum finibus contine rent aut
interiecti inter philosophos et eos, lezza. — contention€8 proeliorum , «
tumulto , tramestio » . — soleant, è facile supplire il soggetto. — in gyrum,
nella lizza della ragione, per farli da essa scozzonare, come usa il domatore
di cavalli. — perspicerent, un pò* strano, dopo i presenti. — 91. isdemque
scil. secundis. — nos aggetto, perciò si compie eos adulari nos. — tales ut
iure, « meritevoli di... ». — inridentur et versantur; il concetto è, che gli
uomini gonfi della propria presunzione vivono nell'inganno (erroribus), che fa
loro commettere ogni sorta di stravaganze: la conseguenza di questo acceca-
mento è il ridicolo; perciò abbiamo (iaxepov upóxepov e coordinazione, risolvi
: cum inflati opinionibus in maximis versantur erroribus, ut inri> deantur.
— 92. Concbiude sulla fortezza col distinguere tre categorie di persone: gli
uomini di Stato (maximas gerì... pertineat), gli specula- tori e i filosofi
(esse autem magni... continerent) e la classe che sta di mezzo tra gli uomini
di Stato e gli speculatori (aut interiecti... usus esset): ciascuna di queste
tre categorie sviluppa in ordine alla fortezza la sua speciale attività. La
struttura non è troppo corretta, perchè con aut interiecti la classe media è
messa insieme con quelli della vita otiosa ; per la versione devi racconciare
il passo così: tum («in terzo luogo >) esse H fuisse nonnuìlos qui,
interiecti... administrarent , delectarentur... — sic, pleonasmo. — magna
quaedam, qualche ardita speculazione o sco- perta » . — seseque continerent, « sempre
però (que) tenendosi » . — rerurn^ Cicerone, De Officiis, cornai, da R.
Sabbadini, 2* ediz. i 50 M. TULLI CICERONIS qui rem publicam administrarent,
delectarentur re sua fami- liari non eam quidem omni ratione exaggerantes neque
exclu- dentes ab eius usu suos potiusque et amicis impertientes et rei
publicae, si quando usus esset. Quae primum bene parta sit nullo neque turpi
quaestu neque odioso, deinde augeatur ra- tione, diligentia, parsimonia, tum
quam plurimis, modo dignis, se utilem praebeat nec lubidini potius luxuriaeque
quam libe- ralitati et beneficentiae pareat. Haec praescripta servantem licet
magnifice, graviter animoseque vivere atque etiam simpliciter fideliter, vere
hominum amice. 93 27. Sequitur, ut de una reliqua parte honestatis dicendum sit,
in qua verecundia et quasi quidam ornatus vitae, tempe- rantia et modestia
omnisque sedatio perturbationum animi et rerum modus cernitur. Hoc loco
continetur id, quod dici La- tine decorum potest; Graece enim Trpérrov dicitur
[decorum]. 94 IHuius vis ea
est, ut ab honesto non queat separali; uam et quod decet honestum est et quod
honestum est decet; qualis autem differenza sit honesti et decori, facilius
intellegi quam explanari potest. Quicquid est enim, quod deceat, id tum
apparet, cum antegressa est honestas. Itaque non solum in hac parte hone-
statis, de qua hoc loco disserendum est, sed etiara in tribus superioribus quid
deceat apparet. Nam et ratione uti atque « occupazioni
(speculative) ». — non, « ma non », risolvendo in perfetti i tre participi che
seguono. — potiusque, « anzi » . — quae scil. res fami- ìiaris. — parta sit e i
congiuntivi che seguono sono esortativi. — lubi- dini; « capricci » (§ 14). —
pareat, l'italiano « servire » ha la medesima meta- fora. — servantem, risolvi
col gerundio. — graviter, «dignitosamente». — simpliciter, § 63 bonos et
simplices. — vere hominum amice, queste tre parole sono guaste e non danno
senso. OS. Della quarta virtù, awqppoauvr], che Cicerone chiama decorum. Nei §§
93-99 parla della sua natura, indi (§§ 100-151) dei doveri che da essa
derivano. — sequitur ut..., « resta a... ». — reliqua. qui è l'ultima. —
verecundia } « il senso della convenienza ». — et quasi ... modestia, risolvi:
et temperanza et modestia, quae quasi ornant (« ingentiliscono») vitam («il carattere
umano »). — omnis sedatio, « intera padronanza ». — re- rum modus, « il giusto
mezzo » . — hoc loco = in hac parte. — enim si sopprime nella traduzione. —
vis, « natura » ; spiega: « esso per natura sua non... ». — 04. quod decet, «
ciò che è decoroso ». — intellegi, « imaginare », farsene un'idea. — cum
antegressa est, « quando abbia per punto di partenza; per fondamento... ». —
quid deceat apparet, « si scorge il decoro ». ~ nam. « cioè » (§ 9). — et
ratione... esse captum, il decoro nella de ckkiciis, i, 27, 93-- 90 51 oratione
prudenter, et agere, quod agas, considerate omnique in re quid sit veri videre
et tueri decet, contraque falli errare, labi decipi tam dedecet quam delirare
et mente esse captum; et iusta omnia decora sunt, iniusta contra, ut turpia,
sic inde- cora. Similis est ratio fortitudinis. Quod enim viriliter animoque
magno fit, id dignum viro et decorum videtur, quod contra, id ut turpe, sic
indecorum. Quare pertinet quidem ad omnem 95 honestatem hoc, quod dico,
decorum, et ita pertinet, ut non recondita quadam ratione cernatur, sed sit in
promptu. Est enim quiddam, idque intellegitur in omni virtute, quod deceat;
quod cogitatione magis a virtute potest quam re separari. Ut venustas et
pulchritudo corporis secerni non potest a valetudine, sic hoc, de quo loquimur,
decorum totum illud quidem est cum virtute confusum, sed mente et cogitatione
distinguitur. Est 96 autem eius discriptio duplex; nam et generale quoddam de-
corum intellegimus, quod in omni honestate versatur, et aliud huic subiectum,
quod pertinet ad singulas partes honestatis. sapienza; et iusta... indecora, il
decoro nella giustizia; similis ... inde- corum, il decoro nella fortezza. —
ratione ... prudenter, « pensare e par- lare secondo ragione». — decet...
dedecet, «è decoroso... è indecoroso»; bisogna badare di tener sempre la
radicale e decoro » , come nel latino ; altrimenti il discorso perde vivacità e
chiarezza. — falli, decipi vanno accoppiati come errare, labi (chiasmo), cfr. §
18. — similis est, qui per ottenere varietà è mutata la costruzione. — quod
fit, spiega con un so- stantivo « azioni ». — quod contra, • le loro contrarie
». — 95. Tutto questo § è una ripetizione del principio del § 94. — omnem
honestatem = omnes partes honestatis, — recondita quadam ratione, « solo per
via di astrazione ». — est enim... quod deceat, « vi ha non so che decoroso,
che si presuppone {intellegitur) in ogni virtù ». — quod = sed id. —
cogitatione, re, « in teoria, in pratica ». — confusum = coniunctum, cohaerens
(III 11). , — mente et cogitatione, «per via di astrazione e teoricamente». —
90- Qui Cicerone vuol distinguere due categorie di decorum: l'una generale, che
si trova in tutte le virtù, l'altra speciale, che costituisce propriamente la
quarta virtù, cioè la oujq>poavjvr|. Questo dovrebbe essere il suo pensiero,
ma in effetto abbiamo una confusione, che fa poco onore alla esattezza
filosofica di Cicerone. Giacché egli definisce il decorum generale come si
trattasse di definire la honestas, che è il complesso di tutte le quattro virtù
(quod consentaneum... differat, cfr. §§ 11-14); in secondo luogo chiama decorum
speciale quello che pertinet ad singulas partes honestatis, mentre questo è per
l'appunto il decorum generale. Avrebbe dovuto dire pertinet ad unam (scil.
quartam) singuìarium partium honestatis. — discriptio, « divisione », § 15. -
huic &ubiectum t Cicerone non usa l'ag- 52 M. TULLI CICERONIS Atque illud
superius sic fere definiri solet: decorum id esse, quod consentaneum sit
hominis excellentiae in eo in quo na- tura eius a reliquis animantibus differat
Quae autem pars sub- iecta generi est, eara sic definiunt, ut id decorum velint
esse, quod ita naturae consentaneum sit, ut in eo moderatio et tem- perantia
apparea-t cum specie quadam liberali. 97 28. Haec ita intellegi possumus
existimare ex eo decoro, quod poètae sequuntur; de quo alio loco plura dici
solent. Sed tum servare illud poétas, quod deceat, dicimus, cum id, quod quaque
persona dignum est, et fit et dicitur; ut, si Aeacus aut Minos diceret:
Oderint, dum métuant, aut: natis sepulchro ipse est parens, indecorum
videretur, quod eos fuisse iustos accepimus; at Atreo dicente plausus
excitantur, est enim digna persona oratio. Sed poétae, quid quemque deceat, ex
persona iudicabunt; nobis autem getti vo specialis, che fu introdotto da
Seneca. — quae autem, invece che hoc posterius in corrispondenza con illud
superius (anacoluto). — sub- iecta generi « speciale ». — ut id ... esse,
questo giro superfluo si omette nella traduzione. — ut in eo appareat, «
facendo in essa (natura) risal- tare... » . — specie liberali, propriamente «
pompa signorile » ; puoi spie- gare « grazia geniale » . — 97* haec ita
intellegi, «che così si deva intendere ». — alio loco, nei trattati di poetica
e di rettorica. — sed, « comunque » ; sebbene non sia qui il luogo di
trattarne, pure ne vuol dare un cenno. — persona, « personaggio » , — Aeacus,
Minos, due re, che furono modelli di giustizia. — oderint ... parens, qui
abbiamo due emistichi tolti, probabilmente, àoXY Atreo, tragedia di Accio. IL
primo emistichio è una cruda espressione di brutalità tirannica. — dum =
dummodo. Se è, come pare, il principio del verso, abbiamo un ritmo trocaico
(-^, — , ^-). — natis... parens, nelle feroci gelosie sorte tra i due fratelli
Atreo e Tieste, Atreo uccise i due figli di Tieste e glieli imbandì a mensa. —
Qui ab- biamo la seconda parte di un trimetro giambico (--, v>- f — t y v
_). — sed poetae ... § 98 in uno quoque genere virtutìs. Ecco il nesso del pen-
siero: In pratica vi sono uomini che non osservano il decorum; il poeta che li
rappresenta deve mantenere a loro il carattere che essi hanno. Ma in ordine al
posto che la natura ha assegnato all'uomo fra gli altri ani- mali, esso ha una
sola parte da rappresentare, quella del decorum, e da rappresentarla per tutta
quanta la vita. — iudicabunt, come sotto de officiis, i, 28, 97—99 53 personam
imposuit ipsa natura magna cum excellentia prae- stantiaque animantitìm
reliquarum. Quocirca poètae in magna 98 varietate personarum, etiam vitiosis
quid conveniat et quid de- ceat, videbunt, nobis autem cura a natura
constantiae, mode- rationis, teraperantiae, verecundiae partes datae sint
cumque eadem natura doceat non neglegere, quem ad modum nos ad- versus homines
geramus, efficitur, ut et illud, quod ad omnem honestatem pertinet, decorum
quara late fusum sit, appareat et hoc, quod spectatur in uno quoque genere
virtutis. Ut enira pulchritudo corporis apta compositione membrorum movet
oculos et delectat hoc ipso, quod inter se omnes partes cura quodam i lepore
consentiunt, sic hoc decorum, quod elucet in vita, movet adprobationem eorum,
quibuscum vivitur, ordine et constantia et moderatione dictorum omnium atque
factorum. Adhibenda 99 est
igitur quaedam reverentia adversus homines et optimi cu- iusque et reliquor um.
Nam neglegere, quid de se quisque sentiat, non solum arrogantis est, sed etiam
omnino dissoluti. Est autem, quod differat in hominum ratione habenda inter iustitiam
et verecundiam. Iustitiae partes sunt non violare ho- mines, verecundiae non
offendere; in quo maxume vis perspicitur decori. His igitur expositis, quale sit id, quod decere
dicimus, intellectura puto. videbunt si traducono col congiuntivo. — ipsa,
senza che abbiamo bisogno di impararla. — cum, « dotandoci di... » . —
animantium, genitivo ogget- tivo, che tradurrai « su, sopra ». — 98. quid
deceat; deceat non può reggere vitiosis (zeugma). — nobis autem ... efficitur;
per rendere chiaro questo periodo nella traduzione risolvilo così; nobis autem
(« invece») a natura... datae sunt eademque... docet... ; ex quo efficitur. —
quem ad modum nos geramus, traduci col sostantivo «rapporti». — efficitur ut
appareat, si semplichi in apparet. — omnem, « in generale » . — fusum sit scil.
per omnem vitam hominum. — in uno quoque genere, anche qui, come al § 96,
confonde il decorum generale addirittura con la ho ne sta s e il decorum
speciale con quello generale. — enim, traduci con « e ». — hoc ipso quod
consentiunt, adopera la parola « armonia » e risolvi cum lepore nell'aggettivo
< leggiadro». — vivitur , «avere relazione, trat- tare ^ . — 99. optimi e
reliquorum vanno con reverentia, adversus homines con adhibenda est (« in
faccia agli uomini >). — quisque sen- tiat, potresti rendere con « pubblica
opinione». — est... differat, traduci toi sostantivo. — verecundiae. per i!
significato cfr. § 93. — offendere t cfr. § 86. 54 M. TULLI CICEIIUNIS 100
Officium autem, quod ab eo ducitur, hanc primum babet viara, quae deducit ad
convenientiam conservationemque naturae; quam si sequemur ducem, numquam aberrabimus
sequemurque et id t quod acutum et perspicax natura est, et id, quod ad hominum
consociationem accommodatum, et id, quod veheraens atque forte. Sed maxuma vis
decori in hac inest parte, de qua disputaraus; neque enim solum corporis, qui
ad naturam apti sunt, sed multo etiam magis animi motus probandi, qui item 101
ad naturam accomandati sunt. Duplex est enim vis animorum 'atque natura; una pars in
appetitu posita est, quae est ópjuri Graece, quae hominem huc et illuc rapit,
altera in ratione, quae docet et explanat, quid faciendum fugiendumque sit. Ita
fit, ut ratio praesit, appetitus obtemperet. 29. Omnis autem actio vacare debet
temeritate et neglegentia nec vero agere quicquam, cuius non possit causam
probabilem red- 102 dere; haec est enim fere discriptio offici. Efficiendum
autem est, ut appetitus rationi oboediant eamque neque praecurrant nec propter
pigritiam aut ignaviam deserant sintque tranquilli atque orani animi
perturbatone careant; ex quo elucebit omnis con- 100. hanc habet viam quae
deducit, tutta la frase = deducit ; una delle frequenti circonlocuzioni usate
da Cicerone. — primum, ha per corrispon- dente sed maxuma. In queste poche righe Cicerone riassume come il de-
corum si trovi anche nelle tre prime virtù; per poi passare al decorum, che si
trova nella quarta. — convenientiam cons. naturae, « l'armonia con la natura e
l'osservanza delle sue leggi ». — acutum... natura, perifrasi della sapienza;
ad hominum... accommod., della giustizia; veh... forte, della fortezza. — in
hac... de qua, la quarta virtù, cioè la auKppoaùvr). Essa, avuto riguardo alle
qualità interiori e ai rapporti personali, impone i se- guenti doveri:
padronanza delle passioni § 102; misura nella serietà e nella allegria 103-104;
moderazione nei piaceri 105-106; dignità personale 107-114; savia scelta del
proprio stato 115-121; obblighi verso le varie età e condizioni 122-125. —
qui... qui..., traduci e quando... quando... ». — motus « sentimenti ». — 101.
vis atque natura, « elementi na- turali », sopprimi pars. — omnis actio, si
risolva « l'uomo in ogni sua azione », e per ischivare la stonatura actio debet
agere e per dare un sog- getto conveniente a possit. — probabilem , § 8. —
discriptio, « defini- zione», § lo; offici, del dovere in generale. Gli Stoici
definivano il dovere: ciò che si fa con una ragione plausibile (8 npaxOév
cOXoyóv nva toxa dTToXoYianóv, Diog. Laerzio VII 107); cfr. § 8; Cicer. Fin.
Ili 58 quod ita factum est, ut eius facti probabilis ratio reddi possit. — 102.
omni animi... careant, per dar un soggetto conveniente a careant, risolvi così
: nec ullam animi perturbationem concitent. — constantia, de officiis, i,
28-29, 100— 104 55 stantia omnisque moderatio. Nam qui appetitus longius
evagantur <»t tamquam exultantes sive cupiendo sive fugiendo non satis a
ratione retinentur, ii sine dubio finem et modum transeunt ; re- linquunt enim
et abiciunt oboedientiam nec rationi parent, cui sunt subiecti lege naturae; a
quibus non modo animi perturban- tur, sed etiam corpora. Licet ora ipsa cernere
iratorum aut eorum, qui aut lubidine aliqua aut metu commoti sunt aut voluptate
ni mia gestiunt; quorum omnium vultus, voces, motus statusque mutantur. Ex
quibus illud intellegitur, ut ad officii formam 103 revertamur, appetitus omnes
contrahendos sedandosque esse ex- citandamque animadversionem et diligentiam ut
ne quid te- mere ac fortuito, inconsiderate neglegenterque agamus. Neque enim
ita generati a natura sumus, ut ad ludum et iocum facti esse videamur, ad
severitatem potius et ad quaedam studia gra- viora atque maiora. Ludo autem et
ioco uti ilio quidem licet, sed sicut- sonano et quietibus ceteris tum, cum
gravibus se- riisque rebus satis fecerimus. Ipsumque genus iocandi non pro-
fusum nec immodestum, sed ingenuum et facetum esse debet. Ut enim pueris non
omnem ludendi licentiam damus, sed eam, quae ab honestatis actionibus non sit
aliena, sic in ipso ioco aliquod probi ingeni lumen eluceat. Duplex omnino est
iocandi 104 genus, unum inliberale, petulans, flagitiosum, obscenum, al- terimi
elegans, urbanum, ingeniosum, facetum. Quo genere non modo Plautus noster et
Atticorum antiqua comoedia, sed etiam « fermezza di carattere > . —
cupiendo, fugiendo, puoi rendere con due so- stantivi, e inclinazioni ,
avversioni». — licet.., quorum, puoi connettere così nella traduzione: « basta
guardare... per vedere come... ». — ipsa, si risolve in un avverbio: * solo,
senz'altro». — 103» illud, anticipa- ti vo, §3. — ad formam, «al nostro
concetto». — potius = sed. — studia, « occupazioni ». — ilio quidem, uso
concessivo del pron., « bensì ». — quietibus ceteris, « ogni altra sorta di
ricreazione » ; il plurale dei nomi astratti indica spesso la ripetizione (§
19) o le diverse specie di una cosa. — rebus « occupazioni, faccende ». —
ingenuum, « onesto ». — omnem, « sconfinata ». — ab honestatis actionibus = ab
hone state. — ingeni, qui si intende dell'attività dell'ingegno, puoi tradurre
«studi». — elu- ceat, «deve...». — 104. Plautus.., comoedia, i sali di Plauto e
della coni inedia attica non sempre piacerebbero al nostro gusto moderno. 1
prin- cipali rappresentanti della commedia antica attica furono Cratino,
Eupoli, Aristofane ; questa commedia era essenzialmente politica ; i tipi
comici fu- 56 M. TULLI C1CER0NIS philosophorum Socraticorum libri referti sunt,
multaque niul- torum facete dieta, ut ea, quae a sene Catone collecta sunt t
quae vocant àno<pQéY\iaja. Facilis igitur est distinctio ingenui et
inliberalis ioci. Alter est, si tempore fit, ut si rernisso animo, homine vel
gravi dignus, alter ne libero quidem, si rerum tur- pitudini adhibetur verborum
obscenitas. Ludendi etiam est quidam modus retinendus, ut ne nimis omnia
profundamus ela- tique voluptate in aliquam turpitudinem delabamur. Suppedi-
tant autera et Campus noster et studia venandi houesta exempla ludendi. 105 30.
Sed pertinet ad omnem offici quaestionem semper in promptu habere, quantum
natura bominis pecudibus reliquisque belnis antecedat; illae nihil sentiunt
nisi voluptatem ad eamque feruntur orani impetu, hominis autem mens discendo
alitur et cogitando, semper aliquid aut anquirit aut agit videndique et
audiendi delectatione ducitur. Quin etiam, si quis est paulo ad voluptates
propensior (modo ne sit ex pecudum genere, sunt enim quidam homines non re, sed
nomine), sed si quis est paulo erectior, quamvis voluptate capiatur, occultat
et dissi- 106 mulat appetitimi voluptatis propter verecundiam. Ex quo intel-
rono creati dalla nuova. — philos. Socraticor. libri, Cicer. Brut. 292 ego
ironiam Ulani, quam in Socrate dicunt fuisse, qua Uh (introdotto a ra- gionare
nei dialoghi) in Platonis et Xenophontis et Aeschini (Eschine, alunno di
Socrate, da non confondere col famoso oratore) ìibris utitur, facetam et
eìegantem puto. — multaque, qui la costruzione muta ; biso- gnerebbe supplire
cuius generis sunt (anacoluto). — facete dieta = fa- cetiae. — Catone, il
vecchio ; li aveva raccolti tra gli antichi e tra i contemporanei. — tempore, «
a tempo debito ». — ut si specifica tempore, come p. e. nei momenti di
ricreazione. — vel, § 59. — ludendi, spiega col sostantivo «divertimenti». —
nimis, pleonastico. — omnia profun- damus, « gettare tutto il nostro,
prostituire la nostra dignità, abbando- narsi agli eccessi ». — turpitudinem, «
sconcezza ». — Campus^ il Campa di Marte, dove la gioventù romana si esercitava
nella ginnastica. — studia, « esercizi » . 105. in promptu habere, « tener
presente ». — pecudibus = pecudum naturae (comparatio compendiaria). —
feruntur, (« trascinare ») involon- tariamente; ducitur, volontariamente. — si
quis est ... sed si quis est, bastava si quis... sed est, « se uno è... ma è...
» ; però ha ripetuto si quis per ripigliare il primo termine lasciato dalla
parentesi a un certo inter- vallo; noi renderemo il secondo termine così: «per
poco che sia... ». — erectior «di animo, di sensi elevati » . — 106. praestantia,
«nobiltà*. de offici is, i, 30, 105—108 57 legitur corporis voluptatera non
satis esse dignam hominis prae- . stantia, eamque conterani et reici oportere;
sin sit quispiam, qui aliquid tribuat voluptati, diligenter ei tenendum esse
eius fruendae modum. Itaque victus cultusque corporis ad valetu- dinem
referatur et ad vires, non ad voluptatem. Atque etiara si considerare volumus,
quae sit in natura hominis excellentia et dignitas, intellegemus, quam sit
turpe diffluere luxuria et deli- cate ac molliter vivere quamque honestum
parce, continenter, severe, sobrie. Intellegendum etiara est duabus quasi nos a
natura indutos 107 esse personis; quarum una coramunis est ex eo, quod omnes
participes sumus rationis praestan ti aeque eius, qua antecellimus bestiis, a
qua omne honestum decorumque trahitur, et ex qua ratio inveniendi offici
exquiritur, altera autem, quae proprie singulis est tributa. Ut enim in corporibus magnae
dissimili- tudines sunt (alios videmus velocitate ad cursum, alios viribus ad
luctandum valere, itemque in formis aliis dignitatem inesse, aliis venustatem),
sic in animis existunt maiores etiam varie- tates. Erat in L. Crasso, in L. Philippo multus lepos, maior
108 etiam magisque de industria in C. Cacsare L. filio; at isdera — eamque, que
«anzi». — victus cultusque, § 12. — considerare vo- lumus = considerabimus,
così si spiega il futuro intellegemus. — diffluere veramente è « straripare
> ; puoi usare un'altra metafora presa dall'acqua « sguazzare » . 107.
etiam, « inoltre » . — personis, « caratteri ». — ex eo quod = eo quod. —
praestanliaeque qua antecellimus bestiis, sopra disse (§ 97) prae stantia
animantium; puoi rendere col solo sostantivo «superiorità». — a qua , ex qua si
riferiscono a praestantiae. — ex qua exquiritur, « dalla quale si deriva » e,
mutando il rapporto, « nella quale si cerca » (cfr. § 79 ex animo quaerimus),
«alla quale risale», «dalla quale di- pende » e simili. — ratio inveniendi =*
inventio. — singulis est tributa, « individuale, personale » ; aggettivi, dei cui
corrispondenti mancavano i Romani. — alios scil. homines. — in formis aliis...
aliis, più corretta- mente in aliis formis... in aliis. — 10S. L. Crasso, L.
Licinius Crassus (nato nelPanno 140 avanti Cristo, morto nel 91), console nel
95, fu il più grande oratore dei suoi tempi. È uno dei principali interlocu-
tori del de Oratore. — Philippo, L. Marcius Philippus, console nel 91; Crasso
et Antonio (altro famoso oratore con-temporaneo di Crasso) L. Phi- lippus
proximus, sed longo intervallo tamen proximus (Cicerone Brut 173). — magisque
de industria, puoi rendere « e più ricercato, più studiato » . — Caesare, C.
Iulius Caesar Strabo, edile nel 90, ucciso fra i proscritti di Mario. E
interlocutore nel de Oratore. — isdem temporibus, preso 53 M. TULLI CICEaONIS
temporibus in M. Seauro et in M. Druso adalescente singularis severitas, in C.
Laelio multa hilaritas, in eius familiari Sci- pione ambitio maior, vita
tristior. De Graecis autem dulcem et facetum festivique serraonis atque in omni
oratione simula- torem, quem eìpuuva Graeci nominarunt, Socratem accepimus,
contra Pytliagoram et Periclem summam auctoritatem conse- cutos sine lilla
hilaritate. Callidum Hannibalem ex Poenorum, ex uostris ducibus Q. Maximum
accepimus, facile celare, tacere, dissimulare, insidiari, praeripere hostium
Consilia: in quo ge- nere Graeci Themistoclem et Pheraeum Iasonem ceteris ante-
ponunt; in priraisque versutum et callidum factum Solonis, qui, quo et
tutioreius vita esset et plus aliquanto rei publicae prod- 109 esset, furere se
simulavit. Sunt his alii
raultum dispares, sim- plices et aperti, qui nihil ex occulto, nihil de
insidiis agendum putant, veritatis cultores, fraudis inimici. Itemque alii, qui
quidvis perpetiantur, cuivis deserviant, dum, quod velint, conse- quantur, ut
Sullam et M. Crassum videbamus: quo in genere versutissimum et patientissimum
Lacedaemonium Lysandrum un po' largamente. — Seauro, cfr. § 76. — Druso, M. Livius Drusus, ucciso il 91, mentre
era tribuno. — Ljuìib, cfr. § 90. — ambitio, come m>.'Zzo per acquistarsi
una forte posizioTO fcello Stato, si può risolvere in « importanza politica ».
— vita è qui il ,« modo di presentarsi », il « con- tegno » ; è naturale che un
uomo in quella posizione elevata mantenesse una certa austerità anche nei modi.
— simulatorem, è un tentativo di tradurre elpujv ; così tradusse eìpujvda con
dissimulano (Acad. II 15, Verr. IV 144). L'ironia socratica consiste in ciò:
cum de sapientia di- sceptetur , Itane sibi ipsum detrahere , eis tribuere
illudentem ( € per gioco »), qui eam sibi arrogarti [Brut 292). — Q. Maximus,
cfr. § 84. — celare... questi infiniti rappresentano un'epesegesi in forma
libera di callidum; noi traduciamo « nel... ». — in quo genere dei callidi. —
Iason, tiranno di Fere, si impadronì con la sua astuzia di tutta la Tessalia;
mori nel 360 av. Cr. — furere, narrasi, che V impresa per conquistar Salamina
essendo andata tante volte a male, si vietò con una legge di più farne
menzione; Solone fintosi pazzo declamò nel foro la sua elegia la Xa fiic;,
eccitando gli Ateniesi all'impresa, che quella volta riuscì felice- mente. —
109. his scil. callidis. — ex occulto, de insidiis, traduci con due avverbi. —
qui... deserciant, qui è relativo consequenziale; tra- duci « capaci di... » —
dum, « pur di... ». — quod velint, traduci con un sostantivo. — Crassum, il
triumviro. — quo in genere, di quelli che quidvis perpetiuntur. — Lysand.,
Collier. (§ 84) ; Lisandro seppe con la sua pazienza ottenere da Ciro il
giovane (407 av. Cr.) forti sussidi di danaro; Callicratida invece si sdegnò
che Ciro lo avesse fatto aspettare due giorni e partì con le navi, protestando
che un Greco non doveva per de okkiciis, r, «30 — 31, 109—111 59 accepimus;
contraque Callicratidam, qui praefectus classis pro- ti mas post Lysandrum
fuit. Itemque in sermonibus alium juem[que], quamvis praepotens sit, efficere,
ut unus de multis esse videatur; quod in Catulo, et in patre et in filio,
idemque in Q. Mucio Mancia vidimus. Audivi ex maioribus natii hoc idem fuisse
in P. Scipione Nasica; contraque patrem eius, illum qui Ti. Gracchi conatus
perditos vindicavit, nullam comitatem habuisse sermonis ; ne Xenocratem quidem,
severissimum philo- sophorum, ob eamque rem ipsam magnum et clarum fuisse.
Innumerabiles aliae dissimilitudines sunt naturae morumque, minime tamen
vituperandorum. 31. Admodum autem tenenda sunt sua cuique non vitiosa, HO sed
tamen propria, quo facilius decorum illud, quod quaerimus, retineatur. Sic enim
est faciendum, ut contra universam na- tii ram nihil contendamus, ea tamen
conservata propriam nostram sequamur, ut, etiamsi sint alia graviora atque
meliora, tamen nos studia nostra nostrae naturae regula metiamur; neque enim
attinet naturae repugnare nec quicquam sequi, quod adsequi non queas. Ex quo
magis emergit, quale sit decorum illud, ideo quia nihil decet invita Minerva,
ut aiunt, id est adversante et repugnante natura. Omninó si quicquam est
decorum, nihil est in profecto magis quam aequabilitas cum universae vitae, tum
il danaro umiliarsi davanti a un barbaro. — contraque, « tutt'al con- trario ».
!— itemque, eupplisci videmus dal vidimus che segue. — in ser- monibus (<
nelle conversazioni, nei discorsi intimi ») va con esse videatur, — praepotens
di elevata condizione politica e sociale. — alium quem, « qualche altro », «
taluno ». — unus de multis, « alla mano ». — Catulo, Q. Lutatius Catulus,
console nel 102; proscritto da Mario, si uccise nell'87. Sul giovine Catulo
cfr. § 76. — Q. Mucio Mancia, personaggio sconosciuto. — hoc idem, che fosse
unus de multis. — Nasica, morì con- sole nel 112 ; fu oratore arguto. — patrem
eius, cfr. § 76. — ne Xenocr. » ne Xenocratem quidem audivi comitatem habuisse;
Senocrate fu scolaro di Platone e maestro di Demostene, cultore della filosofìa
e della matema- tica, di principi pitagorici. 110. sua, «i propri istinti, le
proprie tendenze». — non, «non quelle » . — universam naturavi scil. humanam,
le tendenze della natura umana in generale, in antitesi alle tendenze
individuali. — sequi, adsequi, si noti la differenza di questi due verbi. —
emergit, « risulta chiaro », in questo uso si trova presso Cicerone qui
soltanto. — quale sit, « in che consista». — ideo, «appunto». — 111. si
quicquam presuppone 60 M. TULLI CICERONIS singularura actionum, quam conservare
non possis, si aliorum naturam imitans omittas tuarn. Ut enim sermone eo
debemus uti, qui innatus est nobis, ne, ut quidam, Graeca verba incul- cantes
iure optimo rideamur, sic in actiones omnemque vitam 112 nullam discrepantiam
conferre debemus. Atque haec differentia naturarum tantam habet vim, ut non
numquam mortem sibi ipse consciscere alius debeat, alius in eadem causa non
debeat. Num enim alia in causa M. Cato fuit, alia ceteri, qui se in Africa
Caesari tradiderunt? Atqui ceteris forsitan vitio datum esset, si se
interemissent, propterea quod lenior eorum vita et mores fuerant faciliores,
Catoni cum incredibìlem tribuisset na- tura gravitatem eamque ipse perpetua
constantia roboravisset semperque in proposito susceptoque Consilio
permansisset, rao.- 113 riendum potius quam ty ranni vultus aspiciendus fuit.
Quam multa passus est Ulixes in ilio errore diuturno, cum et mulie- ribus, si
Circe et Calypso mulieres appellandae sunt, inser- viret et in omni sermone
omnibus adfabilem esse se vellet! domi vero etiam contumelias servorum
ancillarumque pertulit, ut ad id aliquando, quod cupiebat, veniret. At Aiax,
quo animo traditur, milies oppetere mortem quam illa perpeti maluisset.
l'incertezza sull'esistenza della cosa; innatus, il materno. — verba Graeca, il
greco a quei tempo, oltre che elemento indispensabile per una seria cultura,
era anche lingua di moda, della quale la gente galante ed ele- gante infiorava
il linguaggio materno, come presso di noi si suole ancora fare col francese.
Questo ridicolo costume fu spesso colpito dai poeti sati- rici, come Lucilio e
Giovenale, e da Cicerone, p. e. Tusc. I 15 scis me Graece loqui in Latino
sermone non plus solere quam in Graeco Latine. — inculcantes, propriamente «
incastrare » . — nullam discrepantiam , per mantenere Yaequabilitas
(discrepantia è in un certo senso la nostra e sto- natura >), — 112. num,
aspetta risposta negativa. — causa, « con- dizione » . — se tradiderunt, dopo
la vittoria di Tapso del 46 ; Catone comandava la piazza di Utica, dove si
uccise; e perciò fu chiamato liti- censis. Nessun suicidio fu come questo una
legittima conseguenza di tutta la vita di un uomo ; perciò ebbe l'approvazione
di Cicerone, che qui non è tanto filosofo quanto ammiratore di una delle più
forti figure stoiche che siano esistite. — atqui, «eppure». — Catoni, introduci
con un « mentre, laddove >. — 113. errore, « peregrinazioni, avventure >.
— Circe et Calypso, nell'isola di Circe gli furono trasformati i compagni in
porci e nell'isola di Calipso visse ignorato alcuni anni. — mulieres, erano
veramente dee o meglio maghe incantatrici. — esse se vellet^ « s'imponeva di
essere ». — servorum ancill, ciò si racconta nell'Ossea XVII e XVIII. —
aliquando, «una volta ». - quo animo scil. feroci, «violento come de officiis,
i, 31—32, 112—115 61 Quae contemplantes expendere oportebit, quid quisque
habeat sui, eaque moderari nec velie experiri, quam se aliena deceant; id enim
maxume quemque decet, quod est cuiusque maxume v suum. Suum quisque igitur
noscat ingenium acremque se et 114 honorum et vitiorum suorum iudicem praebeat,
ne scaenici plus quam nos videantur habere prudentiae. Illi enim non op- tumas,
sed sibi accommodatissumas fabulas eligunt; qui voce freti sunt, Epigonos
Medumque, qui gestii, Melanippam, Cly- temestram, seraper Rupilius, quem ego
memini, Antiopam, non saepe Aesopus Aiacem. Ergo bistrio hoc videbit in scaena,
non videbit sapiens vir in vita? Ad quas igitur res aptissimi erimus, in iis
potissimum elaborabimus; sin aliquando necessitas nos ad ea detruserit, quae
nostri ingeni non erunt, omnis adhi- benda erit cura, meditatio, diligentia, ut
ea si non decore, at quam minime indecore facere possimus; nec tam est
enitendum, ut bona, quae nobis data non sint, sequamur, quam ut vitia %
fugiamus. 32. Ac duabus iis personis, quas supra dixi, tertia adiun- 115 si
dice che fosse » . — quae, traduci col sostantivo « esempi » . — mode- rari, «
guidare, indirizzare a buon fine, trarne partito > . — 114. scae- nici, «
attori ». — freti, < possono contare su... ». — Epigonos (Epigoni erano i
figli dei sette assalitori di Tebe, che ritentarono l'impresa con a capo
Alcmeone), titolo di una tragedia di Accio. — Medum, tragedia di Pacuvio. Medo,
figlio di Medea, andò nella Colchide a cercar la madre; ivi corse pericolo di
essere ucciso, ma la madre lo salvò ; uccise Perse fra- tello di suo nonno
Eeta, e ne ereditò la sostanza. — Melanippam, tra- gedia di Ennio. Melanippa
aveva avuto da Nettuno due figli, Beoto ed Eolo. Essi furono esposti dal loro
nonno, padre di Menalippa, e la madre accecata e chiusa in carcere. Accolti i
due figlioli e cresciuti tra pastori, uccisero poi il nonno e liberarono la
madre, a cui Nettuno ridonò la vista. — Clytemestram, tragedia di Accio. —
Rupilius, un attore sconosciuto. — Antiopam, tragedia di Pacuvio. Zeto e
Anfione, figli di Giove e di Antiopa, allevati da un pastore, salvarono poi la
madre da Lieo, zio di lei, e dalla moglie Dirce. — Aesopus, amico di Cicerone,
a cui fu maestro nelP arte di recitare ; era con Boscio uno dei due più famosi
attori di quel tempo. — Aiacem, tragedia di Ennio. — nec tam est... fugiamus,
in questi casi non si tratta tanto di far bene, quanto di non far male. 115.
personis, « caratteri, parti ». — supra, § 107. — tertia scil. ^>«r- sona ;
questa è espressa da nam regna... gubernantur e riguarda la posizione speciale
che vien fatta ad un uomo nella società dal potere, dalla nobiltà e dalla
ricchezza ; quarta, è espressa da ipsi... proficiscitur e riguarda la 62 M.
TULLI CICERONIS gitur, quam casus aliqui aut tempus imponit; quarta etiam, quam
nobisraet ipsi iudicio nostro accommodamus. Nam regna imperia, nobilitates
honores, divitiae opes eaque, quae sunt his contraria, in casu sita temporibus
gubernantur; ipsi autem ge- rere quam personam velimus, a nostra voluntate
proficiscitur. Itaque se alii ad philosophiam, alii ad ius civile, alii ad elo-
qtientiam applicant, ipsarumque virtutum in alia alius mavult 116 excellere.
Quorum vero patres aut maiores aliqua gloria prae- stiterunt, ii student
plerumque eodem in genere laudis excel- lere, ut Q. Mucius P. f. in iure
civili, Pauli filius Africanus in re militari. Quidam autem ad eas laudes, quas
a patribus acceperunt, addunt aliquam suara, ut hic idem Africanus elo- quenza
cumulavit bellicam gloriam; quod idem fecit Timotheus Cononis filius, qui cum
belli laude non inferior fuisset quam pater, ad eam laudem doctrinae et ingeni
gloriam adiecit. Fit autem interdum, ut non nulli omissa imitatione maiorum
suum quoddam institutum consequantur, maximeque in eo plerumque elaborant ii,
qui magna sibi proponunt obscuris orti maioribus. 117 Haec igitur omnia, cum
quaerimus quid deceat, complecti animo et cogitatione debemus; in primis autem
constituendum est, quos nos et quales esse velimus et in quo genere vitae, quae
de- liberalo est omnium difficillima. Ineunte enim adulescentia, scelta del proprio
stato. — iudicio, con termine specifico puoi spiegare « scelta » . —
nobilitates, i vari gradi di nobiltà. — ipsi autem, per dar forma italiana a
questa proposizione devi introdurti così: « ma lo sce- gliere... ». — ipsarum
virtutum, in italiano bisogna mutar piega, p. e. « e quanto alle stesse
virtù... ». — 116. aliqua gloria = aliquo genere glorine. — laudis =» gloriae.
— Mucius Scaevola, gli Scevola furono due, padre e figlio, entrambi rinomati
giuristi, entrambi amati e venerati da Cicerone come maestri ; il padre per
distinguerlo fu chiamato l'augure, il figlio, quello di cui si parla qui, il
pontefice; questi fu console nel 95 con Crasso e fu nell'82 fatto uccidere dal
giovane Mario. — Pauli, Emilio Paolo, il vincitore di Pidna; due suoi figli furono
adottati da Cornelio Scipione, figlio di Scipione il vecchio; uno di questi due
figli fu Scipione Emiliano. — Timotheus, scolaro di Isocrate, fu summus
imperator ho* moque doctissimus (Cicer. de Orat. Ili 139). — Cononis, illustre
capitano ateniese. — consequantur, qui = sequantur. — magna, puoi renderlo con
le parole « ideale, meta » e simili. — 117- haec igitur debemus, autem; haec
... debemus è la ricapitolazione di ciò che ha detto prima e si può risolvere
in una proposizione subordinata: € tenendo presenti... ». — quae = cuius rei-,
ma nella traduzione puoi far di delìberatio una de officiis, i, 32—33, 116—119
63 cum est maxima imbecillitas consili, tum id sibi quisque genus aetatis
degendae constittiit, quod maxime adamavit; itaque ante implicatur aliquo certo
genere cursuque vivendi, quam potili t, quod optimum esset, indicare. Nam quod
Herculem Prodicus 118 dicit, ut est apud Xenophontem, cum primum pubesceret,
quod tempus a natura ad deligendura, quam quisque viam vivendi sit ingressurus,
datum est, exisse in solitudinem atque ibi se- dentem diu secnm multumque
dubitasse, cum duas cerneret vias, unam Voluptatis, alteram Virtutis, utram
ingredi melius esset, hoc Herculi 'lovis satu edito' potuit fortasse
contingere, nobis non item, qui imitamur, quos cuique visum est, atque ad eon;m
studia institntaque impellimur: plerumque autem pa- rentiura praeceptis imbuti
ad eorum consuetudinem moremque deducimur; alii multitudinis iudicio feruntur,
quaeque maiori parti pulcherrima videntur, ea maxime exoptant; non nulli tamen
sive felicitate quadam sive bonitate naturae sine paren- tium disciplina rectam
vitae secuti sunt viam, 33. IUud autem maxime rarum genus est eorum, qui aut
119 excellente ingerii! magnitudine aut praeclara eruditione atque doctrina aut
m&que re ornati spatium etiam deliberandi ba- buerunt, quem potissimura
vitae cursurn sequi vellent; in qua deliberatione ad suam cuiusque naturam
consilium est omne revocandum. Nam cum in omnibus, quae aguntur, ex eo, quo
apposizione , sopprimendo quae est. — implicatur , « impegnato » . — 118. Tutto
questo § è un solo periodo , che noi dobbiamo spezzare ; p. e. così: quod
Herculem Prodicus dicit... hoc potuit... nobis non item, qui imitamur... « 11
fatto di Ercole raccontato da Prodico, che cioè... questo fatto sarà potuto...
ma a noi no. Noi invece imitiamo... ». — Prodicus, fa- moso sofista di Geo,
vissuto molti anni in Atene al tempo di Socrate. Egli aveva rappresentato la
lotta tra il vhio e la virtù in due donne, clic si fecero incontro in un bivio
ad Ercole giovinetto, cercando ognuna di trarlo per la sua via. Di qui il
proverbio « Ercole al bivio ». L'apòlogo è riferito da Senofonte Memor. II 1,
21-22. — Herculi, usa l'« un » en- fatico: « a un Ercole ». — lovis satu edito,
frase di colorito poetico per dar enfasi al pensiero. — visum est, spiega col
presente. — impellitiìur, rendi più vivo il pensiero di questo verbo con un
avverbio, p. e. « cieca- mente». — multitudinis iudicio, noi diciamo e corrente
». — feruntur, cfr. § 105. 119. illud anticipati vo (§ 3), rende superfluo
eorum.— exceliente, § 46 sapiente. — omne, spiega con un avverbio « interamente
». — ex eo... •■^srr.T ■ *t- 64 M. TULLI CIGER0N1S modo quisque natus est, ut
supra dictum est, quid deceat, ex- quirimus, tum in tota vita costituenda multo
ei rei cura maior adhibenda, ut constare in perpetuitate vitae possimus
nobismet 120 ipsis nec in ullo officio claudicare. Ad hanc autem rationem f
quoniam maximam vim natura habet, fortuna proximam, utriusque omnino habenda
ratio est in deligendo genere vitae, sed naturae magis; multo enim et firmior
est et constantior, ut fortuna non numquam tamquam ipsa mortalis cum immor-
tali natura pugnare videatur. Qui igitur ad naturae suae non vitiosae genus
consilium vivendi omné contulerit, is constantiam teneat (id enim maxime
decet), nisi forte se intellexerit errasse in deligendo genere vitae. Quod si
acciderit (potest autem ac- cidere), facienda morum institutorumque mutatio
est. Eam mu- tationem si tempora adiuvabunt,facilius commodiusque faciemus; sin
minus, sensim erit pedetemptimque facienda, ut amicitias, quae minus delectent
et minus probentur, magis decere censent 121 sapientes sensim diluere quam
repente praecidere. Commutato autem genere vitae omni ratione curandum est, ut
id bono Consilio fecisse videamur. Sed quoniam paulo ante dictum est imitandos esse maiores,
primum illud exceptum sit, ne vitia sint imitanda. Deinde, si natura non feret, ut quaedam imitari
exquirimus, letteralmente € traiamo l'idea del decoro dal modo come uno è nato
» cioè < dalle attitudini naturali di ciascuno». — supra, § 110. ei rei,
cioè quo modo quisque natus est, « le attitudini naturali ». — ut non è
Tepesegesi di ei rei, ma finale. — constare, spiega col nome « coe- renza » . —
120* rationem scil. vitae constituendae. — omnino, in antitesi con sed, cfr. §
83. — ut videatur, il concetto è questo : a segno che, quando la fortuna e la
natura vengono in lotta, par di vedere un conflitto tra una forza mortale e una
immortale. — tamquam ipsa, la fortuna è anch'essa immortale, ma nel conflitto è
di tanto inferiore, che si palesa come mortale. — contulerit — rettuìerit,
revocaverit, « ricon- durre a... » e quindi « regolare su... ». — nisi forte, «
eccetto che... ». — morum inst, potresti spiegare < sistema di vita ». — ut,
« a quella guisa che » . — diluere, praecidere, anche in italiano, e sciogliere
e troncare » . — 121. videamur = iudicemur, existimemur. — paulo ante, § 116. —
si natura... qui igitur, con si esprime il concetto nella sua generalità, con
qui lo esemplifica, ma senza esatta continuità di costruzione (anaco- luto); la
discontinuità si osserva anche nella diversità dei soggetti si possint, qui
poterit. Nella traduzione puoi connettere così : « In secondo luogo può darsi
che la nostra natura non ci permetta di..., a quella guisa che... (ut super
ioris...) ; in tal caso chi non può (qui non poterit..), dovrà al- de officiis,
i, 33-34, 120-123 65 possint, ut superioris filius Africani, qui hune Paulo
natum adoptavit, propter in firmi tatem valetudinis non tam potuit patris
similis esse, quam ille fuerat sui: qui igitur non poterit sive causas
defensitare sive populum contionibus tenere sive bella gerere, illa tamen
praestare debebit, quae erunt in ipsius po- testate, iustitiam,fidem,
liberalitatem, modestiam,temperantiam, quo minus ab eo id, quod desit,
requiratur. Optuma autem hereditas a patribus traditur liberis omnique
patrimonio prae- stantior gloria virtutis rerumque gestarum, cui dedecori esse
nefas et iniurium iudicandum est. 34. Et quoniam officia non eadem disparibus
aetatibus tri* 122 buuntur aliaque sunt iuvenura, alia seniorum, aliquid etiam
de hac distinctione dicendum est. Est igitur adulescentis maiores natu vereri
exque iis deligere optimos et probatissimos, quorum Consilio atque a uc tori
tate nitatur; ineuntis enim aetatis insci tia senum constituenda et regenda
prudentia est. Maxume autem haec
aetas a lubidinibus arcenda est exercendaque in labore pa- tientiaque et animi
et corporis, ut eoruin et in bellicis et in civilibus officiis vigeat industria.
Atque etiam cuna relaxare animos et dare se iucunditati volent, caveant
intemperantiaro, meminerint verecundiae, quod erit facilius, si in eius modi
quidem rebus maiores natu non nolint interesse. Senibus autem i>3 meno » (debebit...). — quaedam,
spiega col nome « qualità ». — possint, suppl. un soggetto, p. e. fitti (cfr. §
28 nólunf). • — filius Africani, pe r la genealogia cfr, § 116. — patris, nella
versione suppl. un « proprio », per avere la corrispondenza con sui. — ille,
l'Africano maggiore; per suo padre, cfr. § 61. — sive, sive, sive; le tre
occupazioni principali, a cui ora chiamato un nobile Romano: l'eloquenza
giudiziale, l'eloquenza poli- tica, la guerra. — contion. tenere, propriamente
« intrattenere nelle assem- blee » , con una parola sola < arringare > .
— quo minus (= ut eo minus) requiratur, puoi rendere « per far tanto meno
desiderare » . — optuma traditur, questa brachilogia in italiano si risolve :
< la migliore che si possa trasmettere è... ». 122. aliaque, que = sed. —
exque iis deligere, secondo il costume di Roma, che il giovane indossata la
toga virile dovesse accompagnarsi a qualche autorevole uomo di Stato, per
apprender da lui l'esperienza degli affari e avviarsi alla carriera politica. —
inscitia, « inesperienza », da non confondere con inscientia. — constituenda =
confirmanda, stabilienda. — eorum, riferito a aetas ; costruzione ad sensum
(Korrà ouveaiv). — rebus, cioè le ricreazioni. — non nolint, «non ricuseranno».
— 123. sin, Cicerone, De Officiis, comm. da R. Sabbadini, 2* ediz. 5 66 M.
TULLI C1CER0NIS labores corporis minuendi, exercitationes animi etiam augendae
videntur; danda vero opera, ut et amicos et iuventutem et maxime rem publicam
Consilio et prudentia quam plurimum adiuvent. Nihil autem magis cavendum est
senectuti, quam ne languori se desidiaeque dedat; luxuria vero cum omni aetati
turpis, tum senectuti foedissima est; sin autem etiam lubidinum intemperantia
accessit, duplex malum est, quod et ipsa senectus dedecus concipit et facit
adulescentium impudentiorem intempe- 124 rantiam. Ac ne illud quidem alienum est,
de magistratuum, de privatorum civium, de peregrinorum officiis dicere. Est
igitur proprium munus magistratus intellegere se gerere per- \ ^onam civitatis
debereque eius dignitatem et decus sustineré, servare leges, iura discribere,
ea fidei suae commissa meminisse» Privatum autem oportet aequo et pari cum
civibus iure vivere neque summissura et abiectum neque se efferentem, tum in re
publica ea velie, quae tranquilla et honesta sint; talem enim 125 solemus et
sentire bonum civem et dicere. Peregrini autem atque incolae offici um est
nihil praeter suum negotium agere, nihil de alio anquirere rainimeque esse in
aliena re publica curiosum* Ita fere officia reperientur, cum quaeretur, quid
deceat et quid aptum sit personis, temporibus, aetatibus. Nihil est autem, quod tam deceat, quam in omni re
gerenda consilioque capiendo ser- vare constantiam. 126 35, Sed quoniam decorum
illud in omnibus factis, dictis, § 47. — accessit, noi traduciamo il presente,
ma in realtà il perfetto* latino è più esatto, perchè l'azione di accessit è
anteriore a malum est — et ipsa.,. et facit, doppia colpa: il peccato proprio e
lo scandalo. — 124. alienum, « fuor di luogo » . — gerere personam, noi diciamo
« rap- presentare» . — discribere (§ 15), compartire tra i singoli cittadini,
cioè amministrare. — civibus, « concittadini ». — sentire qui = exist irti are,
con due accusativi. — 125. peregrinus è il forestiero avventizio, incola il
forestiero residente. — de alio significa gli affari dei privati, in
contrapposizione con in re pubi curiosum. — curiosum è il « ficcanaso » del
nostro linguaggio domestico. — officia sdì. nostra. — deceat e aptum sit, qui
sono costruiti col medesimo caso (zeugma). 126-131. Doveri del decorum nei
rapporti esteriori (cfr. § 100), cioè la verecundia §§ 126-129; la pulchritudo
§§ 130-132; regole da osser- varsi nel parlare e nel conversare 132-137; e
nell'assetto delle abitazioni 138-140; r oportunitas 142-149; le varie
professioni 150-151. — sed quoniam... pauca dicantur. Questo periodo è
sconnesso e disordinato; per de ofkciis, i, 34—35, 124—128 07 in corporis
denique raotu et statu cernitur idque positura est in tri bus rebus,
fonnositate, ordine, ornatu ad actionem apto, dif- P j ficilibus ad eloquendura,
sed satis erit intellegi, in his antera tribus continetur cura etiarn illa, ut
probemur iis, quibuscura apud quosque vivamus, his quoque de rebus pauca
dicantur. Principio corporis nostri magnani natura ipsa videtur habuisse
rationem, quae formam nostrani reliquamque figuram, in qua esset species
honesta, eam posuit in promptu, quae partes autem corporis ad naturae
necessitatem datae aspectum essent de- formem habiturae atque foedum, eas
contexit atque abdidit. Hanc naturae tam diligentem fabricam imitata est
hominum 127 verecundia. Quae enim natura occultavit, eadem omnes, qui sana
mente sunt, removent ab oculis ipsique necessitati dant operam ut quam
occultissime pareant; quarumque partium cor- poris usus sunt necessari i, eas
neque partes neque earum usus suis nominibus appellant; quodque facere non
turpe est, modo occulte, id dicere obscenum est. Itaque nec actio rerum illarum
aperta petulantia vacat nec orationis obscenitas. Nec vero au- 128 diendi sunt
Cynici, aut si qui fuerunt Stoici paene Cynici, qui la traduzione si ordini
così: sed quoniam decorum illud, quod in om- nibus... cernitur, positura est...
apto; his quoque ... dicantur. Difficiles sunt illae quidem ad eloquendura, sed
satis... vivamus. — statu, « con- tegno ». — ornatu, « acconciatura ». — ad
actionem apto, puoi rendere con un solo aggettivo «decente». — dif ficilibus...
intellegi, nel § 94 è espresso il medesimo pensiero. — quibuscum vivamus, «
aver contatto... ». — apud, «in casa di..., nel paese di...». — quosque = et
quos, — principio, «anzitutto», § 11. — formam, figuram, questi due termini
sono spesso sinonimi; qui però figura si riferisce in generale alla strut-
tura, mentre forma riguarda quelle parti che più sono caratteristiche della
figura umana; noi possiamo dire « l'aspetto ». — in promptu «in vista, in
evidenza ». — naturae necessit. , « bisogni naturali ». — 127. imitata est, «
secondò » . — quarumque.., appellant, nella traduzione puoi risolvere così :
neque suis noni, appellant sivc eas partes corporis, quarum usus sunt necessarii,
sive earum usus. — partium usus necessarii = partes quibus necessario utimur =
quibus ad naturae necessitatem utimur, noi possiamo dire « che servono a certe
funzioni » . — actio aperta 6Ì contrappone a orationis obscenitas, che puoi
risolvere in aperte agere, obscene dicere. — 128. Cynici, una setta di
filosofi, disprezzatori di ogni decoro esteriore. Ne fu fondatore Antistene,
discepolo di Socrate, di cui ammirò soprattutto la pazienza e la rigidezza
verso sé stesso. Gli successero Diogene, il più famoso di tutti, e Cratete, il
cui principio era: vivere secondo natura e indipendentemente dagli dei, dagli
uomini e da 68 M. TULLI C1CER0MS reprehendunt et inrident, quod ea, quae turpia
non sint, verbis flagitiosa ducamus, illa autem, quae turpia sint, nominibus
appellemus suis. Latrocinari, fraudare, adulterare re turpe est, sed dicitur
non obscene; liberis dare operara re honestum est, nomine obscenum; pluraque in
eam sententiara ab eisdem contra verecundiam disputantur. Nos autem naturam
sequamur et ab omni, quod abhorret ab oculorum auriumque approbatione, fu-
giamus; status incessus, sessio accubitio, vultus oculi manuum 129 inotus
teneat illud decorum. Quibus in rebus duo maxime sunt fugienda, ne quid effeminatum aut molle et
ne quid durum aut rusticum sit. Nec vero histrionibus oratoribusque conce-
dendum est, ut iis haec apta sint, nobis dissoluta. Scaenicorum quidem mos
tantam habet vetere disciplina verecundiam, ut in scaenam sine subligaculo
prodeat nemo; verentur enim ne, si quo casu evenerit, ut corporis partes
quaedam aperiantur, aspiciantur non decore. Nostro quidem more cum parentibus puberes filii, cum
soceris generi non lavantur. Retinenda igitur est huius generis verecundia,
praesertim natura ipsa magistra et duce. 130 36. Cum autem pulchritudinis duo
genera sint, quorum in altero venustas sit, in altero dignitas, venustatem
muliebrem ducere debemus, dignitatem virilem. Ergo et a forma remo- veatur
omnis viro non dignus ornatus, et huic simile vitium ogni cosa. Zenone, scolaro
di Cratete, fu fondatore dello stoicismo, il quale perciò ha molta affinità coi
cinismo, tanto che spesso furono scambiate l'una per l'altra le due sètte. —
dicitur non obscene, risolvi nella tradu- zione in dicere non est obscenum ;
questo nesso speciale dell'avverbio col verbo è comunissimo al latino. —
liberis ... operam , « procreare » . — status ... accubitio, traduci coi verbi.
— teneat concorda con l'ultimo sog- getto. — 129. nec vero... dissoluta,
risolvi: nec concedendum est, ut histrionibus. — iis, nobis non sono dativi
dipendenti da apta, ma dativi commodi; si spieghino e per loro, per noi;
riguardo a loro, riguardo a noi > e simili. — haec, « queste massime, queste
prescrizioni ». — apta, dissoluta fanno qui antitesi; aptus « appropriato »,
quindi e obbligatorio» , dissolutus « sciolto, libero » (che si può tanto
osservare quanto non osser- vare, che per noi non ha vincoli), quindi «non
obbligatorio». — conce- dendum ut sint, più comunemente concedendum esse. —
subligaculo, una lascia che copriva la parte inferiore del corpo. — aspiciantur
non decore = aspectum non decorum praebeant, cfr. § 128, dicitur non obscene.
130. venustas, «grazia». — debemus, si compia così: sequitur ut de- de
officiis, i, 35—36, 129—132 69 in gestii motuque caveatur. Nam et palaestrici motus sunt
saepe odiosiores et histrionura non nulli gestus ineptiis non vacant et in
utroque genere quae sunt recta et simplicia lau- dantur. Formae autem dignitas
coloris bonitate tuenda est, color exercitationibus corporis. Adhibenda
praeterea munditia est non odiosa neque exquisita nimis, tantum quae fugiat
agrestem et Lnhumanam neglegentiam. Eadem ratio est habenda vestitus, in quo,
sicut in plerisque rebus, mediocritas optima est. Cavendum 131 autem est, ne
aut tarditatibus utamur in ingressu mollioribus, ut pomparum ferculis similes
esse videamur, aut in festinatio- nibns suscipiamus nimias celeritates, quae
cum fiunt, anhelitus moventur, vultus mutantur, ora torquentur; ex quibus magna
significatio fit non adesse constantiam. Sed multo etiam magis elaborandum est,
ne animi motus a natura recedant; quod adsequemur, si cavebimus, ne in
perturbationes atque exani- mationes incidamus, et si attentos animos ad
decoris conser- vationem tenebimus. Motus autem animorum duplices sunt, alteri
132 cogitationis, alteri appetì tus; cogitatio in vero exqui rendo ma- xume
versatur, appetì tus impellit ad agendum. Curandum est igitur, ut cogitatione
ad res quam optumas utamur, appetitimi rationi oboedientem praebeamus. beamu8 t
par est, aequum est nos debere, cfr. §
57. — palaestrici, le mo- venze imparate dal maestro di ginnastica (palestrita;
noi oggi diciamo € maestro di scherma ») sentono sempre della scuola e quindi
riescono affettate e stentate (odiosiores; rendi il comparativo con « un
tantino »). — recta et simplicia, « semplici e naturali »• — bonitate, «
freschezza », indizio di buona salute. — exercitationibus, specialmente quelli
in uso a Roma: il bagno giornaliero, il nuoto, il cavalcare e i giochi
ginnastici nel Campo di Marte. Il Romano amava crescere forte, patiens pulveris
atque solis, come dice Orazio (C. 1 8, 4), e perciò al colorito smorto e
delicato preferiva il bruno e fresco. — odiosa, « affettata » . — tantum quae,
t tanto da » . — mediocritas = modus, moderatio. — 131. in ingressu, « nel camminare
». — pomparum ferculis, noi diremmo « gli stendardi delle processioni » ;
ferculum (da fero) è propriamente la barella, su cui si portavano le imagini
delie divinità nelle processioni. I Romani badavano molto a questa dignità
esteriore, che era la miglior prova di quella gravità di carattere, che più
sotto Ò chiamata constantia. — exani- mat, « abbattimento, scoraggiamento » ;
propriamente la exanimatio è il metus subsequens et quasi comes pavoris (Cicer.
Tusc. IV 19), cioè l'--effetto della paura, la costernazione (il restar privo
di fiato). — 132. cogitai., appet, questi due genitivi epcsegetici si possono
spiegare come stanno o risolvere in « consistono nel. » 70 M TULI.1 CICEUOMS
37. Et quoniam magna vis orationis est, eaque duplex, altera contentionis,
altera sermonis, contentio disceptationibus tribuatur iudiciorum, contionum,
senatus, sermo in circuii s, disputatio- nibus, concessioni bus familiarium
versetur, sequatur etiam con- vivia. Contentionis praecepta rhetorum sunt,
nulla sermonis, quamquam haud scio an possint haec quoque esse. Sed discen-
tium studiis inveniuntur magistri, huic autem qui studeant, X sunt nulli,
rhetorum turba referta omnia; quamquam quoniam verborum sententiarumque
praecepta sunt, eadem ad sermonem 133 pertinebunt Sed cum orationis indicem
vocem habeamus, in voce autem duo sequamur, ut clara sit, ut suavis, utrumque
omnino a natura petundum est, verum alter um exercitatio au- gebit, alterum
imitatio presse loquentium et leniter. Nihil fuit in Catulis, ut eos exquisito
iudicio putares uti litterarum, Et quoniam... tribuatur..., anche qui come nei
§§ 130 e 57, possiamo compiere così : et quoniam... sermonis, de hac quoque re
dicendum est. In italiano risolverai altrimenti: « Passando ora a ragionare
dell'efficacia del discorso, la quale è grande e di due specie..., dico che...
». — duplex, puoi spiegare « si manifesta dall'una parte sotto forma di...,
dall'altra sotto forma di...». — contentio, sermo, «tono enfatico» (contentio
significa sforzo, tensione) e € tono dimesso », € parlare, discorso oratorio »
e « par- lare, discorso familiare ». — sequatur, propriamente « cercare, mirare
a... », perciò « frammischiarsi, insinuarsi ». — contentionis praecepta
rhetorum, il primo genitivo è oggettivo, il secondo soggettivo: « vi sono
precetti rettorici sul... ». — haud scio an, come al § 33. — discentium studiis
= discentibus studiosis, discendi studiosis, « scolari desiderosi di studiare,
di imparare ». — huic scil. sermoni. — turba rhetorum può significare « la
folla, la moltitudine dei retori » ; oppure « la scolaresca dei retori »,
oppure e la agitazione, la ressa cagionata, promossa dai retori, la ressa che
si fanno fare attorno a sé i retori » (reclame direhbero i Francesi). — quam-
quam quoniam, è la ripetizione del concetto espresso sopra con quamquam haud
scio. — verbor. sentent., perifrasi di contentio. — 133. sed cum ... , questo
periodo non è troppo ben connesso; nella traduzione risolvi in principale la
proposizione subordinata in voce autem, soppri- mendo autem e mettendo punto e
virgola dopo suavis; spiegherai sequa- mur con « dobbiamo cercare » . —
indicem-, noi risolviamo con « organo » . — loquentium, qui s'intende della
pronuncia; presse, * chiara, spiccata ». — nihil fuit..., il nesso è: la
cultura letteraria dei Catuli non era per nulla superiore a quella di tanti
altri; eppure godettero fama di perfetti parlatori : il segreto di questa fama
era la pronuncia (sonus). — nihil fuit ut, « non c'era nessun indizio da cui »
oppure « non c'era nulla da cui » . — Catulis, padre e figlio, § 109. —
exquisito iudicio litterarum, noi po- tremmo dire € raffinatezza filologica,
fino senso filologico » ; litterae signi- fica qui « scienza della lingua »,
come può significare (oggettivamente) de oFKicns, i, 37. 133 — 133 71 quamquam
erant litterati; sed et alii; hi autem optime uti lingua Latina putabantur;
sonus erat dulcis, litterae neque ex- pressa e neque oppressae, ne aut obscurum
esset aut putidum, sine contentione vox nec languens nec canora. Uberior oratio
L. Crassi nec minus faceta, sed bene loquendi de Catulis ópinio non minor. Sale
vero et facetiis Caesar, Catuli patris frater, vicit omnes, ut in ilio ipso
forensi genere dicendi contentiones aliorum sermone vincerei. In omnibus igitur
his elaborandum est, si in omni re quid deceat exquirimus. Sit ergo hic serrao,
134 in quo Socratici maxime excellunt, lenis minimeque pertinax, insit in eo
lepos; nec vero, tamquam in possessionera suam venerit, excludat alios, sed cum
reliquis in rebus, tum in ser- mone communi vicissitudinem non iniquam putet;
ac videat in primis, quibus de rebus loquatur; si seriis, severitatem adhi-
beat, si iocosis, leporem; in primisque provideat, ne sermo vitium aliquod
indicet inesse in moribus; quod njaxume tum solet eve- nire, cum studiose de
absentibus detrahendi causa aut per ri- diculum aut severe maledice
contumelioseque dicitur. Habentur 135 autem plerumque sermones aut de domesticis
negotiis aut de re publica aut de artium studiis atque doctrina. Danda igitur opera est, ut, etiamsi aberrare ad alia
coeperit, ad haec revo- cetur oratio, sed utcumque aderunt; neque enim isdem de
«scienza», «letteratura» e (soggettivamente) «cultura letteraria». — et alii,
qui et si spiega « anche », e si compie: et alii erant litterati. — litterae t
noi intendiamo meglio traducendo « sillabe ». — expressae, « larghe, aperte,
strascicate » ; oppressae, « chiuse, strette, mozzicate »; la via di mezzo è
pressae. — obscurum va con oppr., putidum («sguaiato ») con expr., chiasmo;
spiega i due neutri col sostantivo «suono». — con- tentione, « sforzo ». —
canora, sul vizio di cantare parlando declamando ricordo ciò che Quintiliano
(Inst. or. I 8, 2) riferisce essere stato da Ce- sare rimproverato a un
declamatore: si cantas, male cantas; si legis, cantas («se il tuo è canto,
canti male; se è lettura, sembri cantare »). — Crassi, § 108. — Caesar, § 108.
— de Catulis opinio, la fama goduta dai Catuli. — Catuli patris frater,
fratello di Catulo padre. — contentiones, « il tono enfatico». — 134. ergo, qui
non è veramente particella conclu- siva, ma di passaggio, meglio di ritorno al
tema. — Socratici, § 104. — venerit, excludat, questi e tutti i congiuntivi che
seguono hanno per soggetto grammaticale sermo, mentre deve essére una persona ;
sostituisci la seconda persona singolare. — seriis, iocosis, dipendono dal de,
che sta con rebus. — per ridiculum (= ridicule) e severe esprimono le due forme
della maldicenza (maledice contumelioseque dicere). — 135. utcumque 72 M. TULLI
CICEROMS rebus nec omni tempore nec sirailiter delectamur. Animadver- tendum est etiam ,
quatenus sermo delectationem habeat, et, ut incipiendi ratio fuerit, ita sit
desinendi modus. 136 38. Sed quo modo in omni vita rectissime praecipitur, ut
perturbationes fugiamus, id est motus animi nimios rationi non obtemperantes,
sic eius modi motibus sermo debet vacare, ne aut ira existat aut cupiditas ali
qua aut pigritia aut ignavia aut tale aliquid appareat, maximeque curandum est,
ut eos, quibuscum sermonem conferemus, et vereri et diligere videamur.
Obiurgationes etiam non numquam incidunt necessariae, in quibus utendum est
fortasse et vocis contentione maiore et ver- borum gravitate acriore, id
agendum etiam, ut ea facere vi- deamur irati. Sed, ut ad urendum et secandum,
sic ad hoc genus castigandi raro invitique veniemus nec umquam nisi ne-
cessario, si nulla reperietur alia medicina; sed tamen ira procul 137 absit,
cum qua nihil recte fieri, nihil considerate potest. Ma- gnani autem partem
clementi castigatione licet uti, gravitate tamen ad ni n età, ut et severitas
adhibeatur et contumelia repel- lati^, atque etiam illud ipsum, quod
acerbitatis habet obiur- gatio, significandum est, ipsius id causa, qui
obiurgetur, esse susceptum. Kectum est autem etiam in illis contentionibus,
quae cum inimicissimis fìunt, etiamsi nobis indigna audiamus, tamen gravitatem
reti nere, iracundiam pellere. Quae
enim cura ali qua aderunt, «secondo che saranno i presenti», cioè « secondo il
gusto dei presenti » . — isdem de rebus, questo de non dipende da delectemur,
che regge l'ablativo, ma è la continuazione del de domesticis, de re pubi., de
studi is di sopra (anacoluto). — nec ... nec= aut ... aut. 130. omni vita, «
tutte le circostanze della vita ». — motibus sermo debet vacare, risolvi
motibus in sermone debemus vacare. — videamur = iudicemur, cfr. § 121. —
vocis... acriore, puoi risolvere voce contenitore et verbis gravioribus. —
irati, Cicer. l'use. IV 55 oratorem irasci minime decet, simulare non dedecet.
— urendum, secandum, due operazioni chirur- giche; puoi nella traduzione
sostituire la materia o gli strumenti, che si adoperano per eseguirle. — cum,
si traduce « con », ma qui cum qua scil. ira corrisponde a un avverbio = irate.
— 137. magnani partem è un accusativo libero (cfr. § 24), che qui corrisponde
all'avverbio pìerumque, « il più delle volte ». — ut, consequenziale. — id,
ripiglia illud ipsum. — susceptum, cfr. il nostro « assumere un tono di... » ;
qui vale « adoperare » e anche « metterci, mischiarci ». — pellere, puoi risolvere
in una subordinata * tenendoci lontani da...». — cum aliqua perturbatione, € in
uno stato de officiis, i, 33—39, 133—139 73 perturbatione fiunt, ea nec
constanter fieri possunt neque iis, qui adsunt, probari. Deforme etiam est de
se ipsum praedicave falsa praesertim et cum inrisione audientium imitari
militem gloriosum. 39. Et quoniam omnia persequimur, volumus quidem certe, 133
dicendum est etiam, qualem hominis honorati et principis domum placeat esse;
cuius finis est usus, ad quem accommodanda est aedificandi discriptio et tamen
adhibenda commoditatis digni- tatisque diligentia. Cn. Octavio, qui primus ex
illa familia consul factus est, honori fuisse accepimus, quod praeclaram aedi
fi casse t in Palatio et plenam dignitatis domum ; quae cam vulgo viseretur,
suffragata domino, novo homini, ad consu- latum putabatur; hane Seaurus demolì
tus accessionem adiunxit aedibus. Itaque ille in suam domum consulatum primus
attilli t, hic, summi et clarissimi viri filius, in domum multiplicatam non
repulsam solum rettulit, sed ignominiam etiam et calami- tateli!. Ornanda enim
est dignitas domo, non ex domo tota 139 di... > . — constanter, spiega con
l'aggettivo e coerente » o col sostantivo e coerenza » . — cum, risolvi con «
provocando.... » . — militem gloriosum, il miles gloriosus (e il soldato
spaccone») è uno dei tipi della commedia nuova greca, passato poi nella
commedia romana. Plauto lo rappresentò nei Pirgopolinice della sua commedia
intitolata appunto Miles gloriosus, e Terenzio nel Trasone dell'Eunuco. 138.
volumus quidem certe, « questa è almeno la nostra intenzione >; qui certe ha
significato limitativo («almeno »), come spesso. — cuius... ad quem, risolvi
per il senso cos»ì : cuius finis quoniam est usus, ad eum (usum). — discriptio,
la distribuzione delle parti, cioè «il piano». — et tamen adhibenda, questa
proposizione è un pò* slegata dal resto ; con- netti così: « badando però
anche... ». — Octavio, fratello del bisavolo di Ottaviano Augusto. Nel 108 av.
Cr. era pretore e ammiraglio contro Perse, di cui trionfò; nel 165 fu console.
— Uh, noi spieghiamo «sua». — plenam dignitatis, perifrasi dell'aggettivo
dignitosus, rarissimo; queste perifrasi con plenus sono frequentissime. —
Seaurus, M. Aemilius Seaurus, figlio dello Scauro nominato al § 76. Nella sua
edilità del 58 av. Cr. fece tante pazze spese, che dovette rifarsene nel
governo della Sardegna come propretore (55). Fu accusato perciò di concussione
e fra gli altri ebbe a difensore Cicerone; ne fu assolto, ma non potò ottenere
il consolato, al quale era in quell'anno stesso (54) candidato. Due anni dopo
(52) fu ac- cusato di broglio elettorale e, nonostante la difesa anche questa
volta di Cicerone, condannato all'esilio: a ciò si allude qui con ignominia et
cala- mi tas. 11 suo palazzo era il più sontuoso di Ho ma. — aedibus scil.
suis. — 139. enim, puoi risolvere così: «E giustamente (rettulit ignomi- niam),
poiché... ». — domo, domino, ablativi stromentali (qui domino non 74 M. TULLI
CICERONIS quaerenda, nec domo dominus, sed domino domus honestanda est et, ut
in ceteris habenda ratio non sua solum, sed etiara aliorum, sic in domo clari
hominis, in quam et bospites multi recipiendi et admittenda hominum cuiusque
modi multitudo, adhibenda cura est laxitatis; aliter ampia domus dedecori saepe
dominost, si est in ea solitudo, et maxime, si aliquando alio domino solita est
frequentari. Odiosum est enim, cum a prae- tereuntibus dicitur: o domus
antiqua, ei quam dispari Dominare domino! 140 quod quidem his temporibus in
multis licet dicere. Cavendum autem est, praesertim si ipse aedifices, ne extra
modum sumptu et magnificentia prodeas; quo in genere multum mali etiam in
exeraplo est. Studiose enim plerique praesertim in hanc partem facta principum
imitantur; ut L. Luculli, summi viri, virtutem quis? at quam multi villarum
magnitìcentiam [imi- tati]! quarum quidem certe est adhibendus modus ad medio-
critatemque revocandus. Eademque mediocritas ad omnem usum cultumque vitae transferenda est. Sed
haec hactenus. 141 « In omni autem actione suscipienda
tria sunt tenenda, primum « ut appetitus rationi pareat, quo nihil est ad
officia conservanda « accomraodatius, deinde ut animadvertatur, quanta illa res
sit, « quam efficere velimus, ut neve maior neve minor cura et opera è pensato
come agente, ma come semplice stromento, quantunque nome di persona); noi
diremmo < non il padrone per la casa, ma la casa per il padrone». — aliter,
«altrimenti, in caso contrario». — dominost = do- mino est. — odiosum, « fa
triste impressione ». — o domus, versi di in- certo autore; sono di ritmo
giambico (- , ^^-^, --, -^^- || n^-£ # ^v^ _). — dominare, qui è usato, come
tanti altri deponenti nel latino arcaico, passivamente. — in « sul conto di...
», cfr. § 61 in probris. — licet di- cere, p. es. il palazzo di Pompeo era
passato a Marc' Antonio, Cicer. Phil II 104, dove cita il medesimo verso. —
140. ipse, rendi con « del tuo ». — extra modum prodeas, * avanzarsi troppo,
esagerare, ec- cedere ». — in exemplo est = ex exemplo oritur. — ut, « così p.
e. » , § 19. — Luculli, valoroso capitano e appassionate amatore dell'arte, si
rese proverbiale per il lusso della sua vita e la sontuosità delle sue ville.
141. Questo paragrafo non ha alcun nesso col contesto e ripete pen- sieri già
esposti prima; confronta primum coi §§ 102 e 132; deinde col 19; de offichs, i,
39-40, 140—142 75 « suscipiatur, quam causa postulet. Tertium est, ut
cavearaus, ut « ea, quae pertinent ad liberalem speciem et dignitatem, mode- «
rata sint. Modus autem est optiraus decus ipsum tenere, de quo « ante diximus,
nec progredì longius. Horum tamen trium prae- « stantissimum est appetitimi obtemperare rationi
». 40. Deinceps de ordine rerum et de oportunitate temporum 142 dicendum est. Haec autem scientia continentur ea, quam Graeci
eÙTaSiav nominant, non hanc, quam interpretamur mode- sti am, quo in verbo
modus inest, sed illa est euTaHia, in qua intellegitur ordinis conservatio.
Itaque, ut eandem nos mo- destiam appellemus, sic definitur a Stoicis, ut
modestia sit scientia rerum earum, quae agentur aut dicentur, loco suo col-
locandarum; ita videtur eadem vis ordinis et collocationis fore. Nam et ordine
m sic definiunt: compositionem rerum aptis et tertium col 130. — tertium est,
anacoluto; avrebbe dovuto dire: tum (tenendum est) ut..; cfr. § 19 alterum est.
— liberalem speciem , «lustro esteriore » . — autem est, « consiste » . —
ipsum, risolvi in un avverbio « esattamente, rigorosamente ». 142. deinceps,
cfr. § 42. In tutto questo paragrafo sconnesso e arruf- fato mi pare sia da
riconoscere il seguente ordine di pensieri: « Ora par- leremo dell' ordo e
dell' oportunitas. Questi due elementi sono compresi nell'eÒTaEia,
quell'eÙTaSia che include l'idea dell'orbo : quantunque la po- tremmo anche
identificare con la modestia. Infatti per gli Stoici la mo- destia è coìlocatio;
e collocatio si identifica evidentemente con Yordo. Ma Tordo inchiude il focus,
il locus inchiude il tempus ; il tempus si identi- fica con V oportunitas.
Dunque I'còtciEici o la modestia, come noi l'abbiamo chiamata, è la facoltà di
conoscere Yoportunitas > . Cicerone vuol dimo- strare, e lo fa molto
infelicemente, che le idee di ordo e di oportunitas si fondono in una sola e
che eùraHia, che significa «buon ordine», si identifica con eòtccupia, ciie
significa « opportunità, occasione ». — scientia, « facoltà » . — hanc, invece
di concordare con scientia ea, concorda per attrazione con còraSiav. —
modestia»}... inest, qui è quasi impossibile conservare nella traduzione la
spiegazione etimologica; valga questo ten- tativo : « senso della misura, che si
connette a misurare». — sed illa est €ÙTa£ia, anacoluto ; avrebbe dovuto, per
simmetria con hanc, dire così: sed illam eùxaEiav, ma Cicerone ha ripugnanza a
mischiare in un solo costrutto sintattico parole greche e latine; quindi egli
non avrebbe scritto p. e. elpujveia Socratica usus est, ma more Socratico illa,
quam Graeci €Ìpujv€iav vocant, usus est. Nel solo epistolario egli si permette
simili miscugli. — ut eandem ... a Stoicis, puoi compiere così : ut eandem nos
modestiam appéllemus, facultas nobis a Stoicis conceditur, qui modestiam sic
definiunt ut... ; noi tradurremmo : « a chiamarla anche modestia ci autorizza
la definizione degli Stoici » . — scientia rerum collocandarum, «la facoltà di
collocare... ». — et ordinem, locum autem, tempus autem, 76 M. TULLI CICERONIS
accoramodatis locis; locum autem actionis oportunitatem tem- poris esse dicunt;
tempus autem actionis oportunum Graece eùKcupia, Latine appellatur occasi o.
Sic fit, ut modestia haec, quam ita interpretamur ut dixi, scientia sit
oportunitatis ido- 143 neorum ad agendum temporum. Sed potest eadem esse pru-
dentiae definitio, de qua principio diximus ; hoc autem loco de moderatane et
temperantia et harum similibus virtutibus quae- rimus. Itaque, quae erant
prudentiae propria, suo loco dieta sunt; quae autem harum virtutum, de quibus
iam diu loquimur, quae pertinent ad verecundiam et ad eorum approbationem,
quibuseum vivitmis, nunc dicenda sunt. 144 "Talis est igitur ordo actionum
adhibendus, ut, quem ad modum in oratione constanti, sic in vita omnia sint
apta inter se et convenientia ; turpe enim valdeque vitiosum in re severa
convivio digna aut delicatum aliquem inferre sermonem. Bene Pericles, cum
haberet collegam in praetura Sophoclem poétara iique de communi officio
convenissent et casu formosus puer praeteriret dixissetque Sophocles: 'Opuerum
pulchrum, Pericle!' 4 At enim praetorem, Sophocle, decet non solum manus, sed
etiam oculos abstinentes habere.' Àtqui hoc idem Sophocles si in athletarum
probatione dixisset, iusta reprehensione caruisset. Tanta vis est et loci et
tempori s. Ut, si qui, cum* causam sit acturus, in itinere aut in ambula-
slegatura invece di et, et, et. — compositionem, « bella disposizione, as-
setto». — esse dicunty «identificano, si identifica». — quam ita... dixi, « giacché
l'ho chiamata così » . — 143. de qua scil. prudentia. — principio del libro (§§
18-19). — quae erant... quae autem, la coordina- zione, dove andrebbe la
subordinazione: cum quae erant.. dieta sint, ea quae propria sunt... — quae
pertinent..., « allo scopo di esercitare la... e di procacciarci la... » . 144.
constanti, « ben filato, concatenato » . — apta et conven., puoi risolvere in
un avverbio l'uno dei due aggettivi. — digna, spiega con un sostantivo «motti,
lazzi». — delicatum, «frivolo, leggero». — inferre, « lasciarsi sfuggire » . —
bene Pericles, cum haberet, si compia e risolva così: « Bella fu la risposta di
Pericle. Avendo egli... ». — praetura, tra- duzione latina di aTpaxrjYtct, come
praetor di aTpaxriYo'c. Sofocle fu nel 440 av. Or. uno dei dieci strateghi per
la guerra contro Samo, coman- dante in capo Pericle. Si racconta che
quell'onore fu dato a Sofocle in premio della tragedia V Antigone. — de
officio, «per affari». — enim, qui è semplice rinforzati va. — atquù 4 eppure».
— probatione, « esame ». de officiis, i, 40—41, 143-146 77 tione secum ipse
meditetur, aut si quid aliud attentius cogitet, non reprehendatur; at hoc idem
si in convivio faciat, inhumanus videatur insci tia temporis. Sed ea, quae
multum ab humanitate itó discrepante ut si qui in foro cantet, aut si qua est
alia magna perversitas, facile apparet nec magnopere admonitionem et prae-
cepta desiderat; quae autem parva videntur esse delieta neque a multis
intellegi possunt, ab iis est diligentius declinandum. Ut in fidibus aut
tibiis, quamvis paulum discrepent, tamen id a sciente airi mad ver ti solet,
sic videndum est in vita ne forte quid discrepet, vel multo etiam magis, quo
maior et melior actionum quam sonorum concentus est. 41. Itaque, ut in fidibus
musicorum aures vel minima sen- 146 tiunt, sic nos, si acres ac diligentes esse
volumus animadversores reprehensoresque vitiorum, magna saepe intellegemus ex
parvis. Ex oculorum obtutu, superciliorum aut remissione aut con trac - tione,
ex maestitia ex hilaritate ex risu, ex locutione ex reticentia, ex contentione
vocis ex summissione, ex ceteris similibus facile iudicabimus, quid eorum apte
fiat, quid ab officio naturaque P discrepet. Quo in genere non est incommodum,
quale quidque eorum sit, ex aliis iudicare, ut, si quid dedeceat illos, vitemus
ipsi; fit enim nescio quo modo, ut magis in aliis cernamus quam in nobismet
ipsis, si quid delinquitur. Itaque facillume corriguntur in discendo, quorum
vitia imitantur emendandi — ut, « così > , § 140. — inhumanus , • ineducato >
. — inscitia è e il non saper discernere >, e non avere il senso
dell'opportunità », § 122. — 145. perversitas, « sconcezza > . — apparet,
desiderai, invece di concor- dare con ea, concordano con perversitas
(anacoluto). — desiderat, « ha bisogno, richiede ». — quamvis paulum (=parum),
« per quanto poco ». — sciente, e conoscitore », * intelligente ». — videndum
est, § 43. — vel... magis, « anzi, tanto più » . — 146. vel, e perfino », § 59.
— minima, adopera il sostantivo « sfumature > e compi il pensiero : « e così
possono trarre gravi deduzioni sulla valentìa del sonatore » . — magna...
parvis, il senso è : da piccoli indizi sapranno trarre gravi deduzioni sul
carattere delle persone. — remissione, contrazione, essendo difficile trovare
in ita- liano due sostantivi astratti corrispondenti, risolvi con gii
aggettivi: « dalle sopracciglia spianate o contratte » . — ceteris, rendi con
un sostan- tivo, p. e., « atti, atteggiamenti » . — iudicabimus quid eorum apte
fiat, si compie così: magna intellegemus, iudicantes quid eorum (eorum, cioè e
atti »). — nescio quo modo, « pur troppo ». — itaque facillume, da' questo giro
alla traduzione : < il miglior modo di correggere gli scolari è 73 M. TULLI
CICERONIS 147 causa magistri. Nec vero alienum est ad ea eligenda, quae du-
bitationem afferunt, adhibere doctos homines vel etiam usu pe- ritos et, quid
iis de quoque officii genere placeat, exquirere: maior enira pars eo fere
deferri solet, quo a natura ipsa de- ducitur. In quibus videndum est, non modo
quid quisque lo- quatur, sed etiam quid quisque sentiat atque etiam de qua
causa quisque sentiat. Ut enim pictores et ii, qui signa fabri- cantur, et vero
etiam poétae suum quisque opus a vulgo con- siderari vult, ut, si quid
reprehensum sit a pluribus, id corri- gatur, iique et secum et ex aliis, quid
in eo peccatum sit, exquirunt, sic aliorum iudicio perraulta nobis et facienda
et 148 non facienda et rautanda et corrigenda sunt. Quae vero more agentur
institutisque civilibus, de iis nihil est praecipiendum; illa enim ipsa praecepta
sunt, nec quemquam hoc errore duci oportet, ut si quid Socrates aut Aristippus
contra morem con- suetudinemque civilem fecerint locutive sint, idem sibi arbi-
tretur licere; magnis illi et divinis bonis hanc licentiam adse- quebantur.
Cynicorum vero ratio tota est eicienda; est enim inimica verecundiae, sine qua
nihil rectum esse potest, nihil 149 honestum. Eos autem, quorum vita perspecta
in rebus honestis atque magnis est, bene de re publica sentientes ac bene me-
ritos aut merentes sic ut aliquo honore aut imperio affectos observare et
colere debemus, tribuere etiam multum senectuti, che il maestro ne
contraffaccia... ». — 147. ad ea eligenda, più cor- rettamente ad eligendum ex
iis, e nella scelta tra...». — maior enim pars; poiché la moltitudine {maior
pars) ci può solo giovare col senso naturale che la guida, ossia : le persone
istruite o pratiche ci possono gio- vare per la loro dottrina o per
l'esperienza; la moltitudine ci può giovare per il suo senso naturale. — in
quibus, cioè riguardo ai dotti, ai pratici e alla moltitudine. — de qua causa,
la posizione ordinaria è qua de causa. — qui signa fabricantur, perifrasi di e
scultori » . — vero, qui è avverbio, § 89. — secum = inter sese. — 148. ipsa
praecepta sunt, < sono di per sé stesse precetti » . — hoc errore ut
arbitretur, « dalla falsa idea di credere... ». — Socrates, fu uno degli uomini
più strani che si possano imaginare; molte sue stranezze urtavano la
suscettività degli Ateniesi; p. e., usciva scalzo, stava fermo per la via ore
intere assorto in contempla- zione, ballava da solo in casa. — Aristippus,
fondatore della scuola cirenaica; considerava sommo bene il piacere del momento
e perciò si abbandonava ai più pazzi e strani capricci. — Cynicorum, § 128. —
149. sic ut, «del pari che, non meno che». — tribuere, cedere, adopera i due de
officiis, i, 41 — 42, 147—150 79 cedere iis, qui magistratum habebunt, habere
dilectum civis et peregrini in ipsoque peregrino, privatimne an publice
venerit. Ad summam, ne agam de singulis, communem totius generis^ hominum
conciliationem et consoci ationem colere, tueri, servare deberaus. 42. Iam de
artificiis et quaestibus, qui liberales habendi, ^q qui sordidi sint, haec fere
accepimus. Primum improbantur ii quaestus, qui in odia hominum incurrunt, ut portitorum,
ut faeneratorum. Inliberales autem et sordidi quaestus mercenna- riorum omnium,
quorum operae, non quorum artes emuntur; est enim in illis ipsa merces
auctoramentum servitutis. Sordidi etiam putandi, qui mercantur a mercatoribus,
quod statina ven- dant; nibil enim proficiant, nisi admodum menti an tur; nec
vero est quicquam turpius vanitate. Opificesque omnes in sordida arte
versantur; nec enim quicquam ingenuum habere potest officina. Miniraeque artes
eae probandae, quae ministrae sunt voluptatum : Cetàrii, lanii, coqui,
fartóres, piscatóres, ut ait Terentius; adde huc, si placet, unguentarios,
saltatore^ sostantivi € deferenza » e « rispetto » . — habere dilectum , « far
distin< zione tra... ». — ad summam, riassume come denìque, ina è assai più
raro. — conciliationem, questo verbale rappresenta il reciproco conciliari
inter se, « affratellarsi » ; spiega € fratellanza ». 150. iam , e finalmente »
. — quaestibus , < lucri , guadagni > , qui « fonti di guadagno,
industrie ». — qui, concorda con l'ultimo nome. — — accepimus, non ex
philosophis, ma ex more consuetudineque, ex w?o- ribus institutisque nostris. —
primum, ha per corrispondenti inlib. autem, sord. etiam. Su alcune industrie e
mestieri qualche pregiudizio è rimasto anche a noi moderni, che abbiamo del
resto su questo punto idee molto diverse e molto più liberali dei Romani. —
portitorum, « gli esattori » f dovechè la professione dei publicani (*
appaltatori») era stimata decorosa. — operae, artes, puoi spiegare « mano
d'opera » e « opera »; oppure € la- voro manuale» e «lavoro mentale». —
auctoram. servitutis, auctorare se significa € obbligarsi a un servizio dietro
pagamento » , auctorare se ad serviiutem vorrebbe dire « obbligarsi alla
schiavitù dietro pagamento, ren- dersi schiavo » ; auctoramentum è il prezzo di
un tal contratto; noi di- remmo qui « sanzione ». — qui mercantur ... vendant,
noi esprimiamo tutto questo con una sola parola. — nihil... mentianiur,
l'italiano dice più viva- cemente « guadagnano a furia di menzogne » . — vero, cfr.
§ 147. — va- nitate, cfr. § 44. — cetarii ..., nell 1 Eunuco 257; è un verso
giambico tetrametro catalettico (--, ^-, w-l, ^-, --£, — , --£, -). — ludus 80
M. TULLI CICERONIS 151 totumque ludum talarium. Quibus aatem artibus aut
prudentia niaior inest aut non mediocris utilitas quaeritur, ut medicina, ut
archi tectura, ut doetrina rerum honestarum, eae sunt iis, quorum ordini con
veni un t, honestae. Mercatura autem, si tenuis est, sordida putanda est; sin
magna et copiosa, multa undique apportans multisque sine vani tate iojpertiens,
non est admodum vituperanda, atque etiam si satiata quaestu vel contenta
potius, ut saepe ex alto in portum, ex ipso portu se in agros posses- sionesque
contulit, videtur iure optimo posse laudari. Omnium autem rerum, ex quibus
aliquid adquirìtur, nihil est agri cui-, tura meli us, nihil uberi us, nihil
dulcius, nihil homine, nihil libero dignius; de qua quoniam in Catone maiore
satis multa di limus, illim adsumes, quae ad hunc locum pertinebunt 152 43. Sed ab iis parti bus, quae
sunt honestatis, qoem ad roodum officia ducerentur, satis expositum videtur. Eorura autem ipsorum, quae
honesta sunt, potest incidere saepe contentio et comparatio, de duobus honestis
utrum hone- stius, qui locus a Panaetio est praetermissus. Nam cum omnis honestas manet a parti bus quattuor,
quarum una sit cognitionis, altera communitatis, tertia magnanimitatis, quarta
moderationis, aec in deligendo officio saepe in ter se comparentur necesse est
Placet igitur aptiora esse naturae ea officia, quae ex com- talarius o talari*
era uno spettacolo teatrale di danza e canto, con ac- compagnamento di cimbali
e nacchere e con moYenze indecenti ; gli attori vestivano la stola talari». — '
lòl. quibus artibus concorda con quaeritur, ma non con west (zeugma), perchè
Cicerone cod giunge a inesst sempre l'ablativo con tu. — doetrina, qui «
insegnamento 9 . — rerum honestarum = artium liberakum, la grammatica, la
rettorica, la filosofia. — vantiate, § 150. — atque etiam « anzi ». — ipso,
moiri in on av- verbio e direttamente >. — contulit, dal soggetto mercatura
trarrai qui mereator. — homine = vere homine. — libero, mette in rilievo lldea
di liber, perchè al suo tempo l'agricoltora era esercitata dagli schiavi —
Catone maiore , intitolato anche de Seneetute. — iflim = Mine, come ùtim =
istinc. 1Ò2. corum, da qui sino alla fine si parla del conflitto tra due virtù,
specialmente tra la giustizia -e la sapienza. — contentio, e conflitto » . —
partibus, e principi^ elementi ». — cognitionis, « sapienza ». — commu- nitatiSy
non oggettivamente e la comunità, la società » , ma soggettivamente « il senso
della comunanza, la sociabilità ». — haec, femminile plorale (hac-ce), con
l'enclitica e (e), come hk hoc (= hi-ce t ho-ce) etc ; l'encli- tica appare
intera in huius-cc, hi*-ce. de officiis, i, 42—43, 151—154 81 munitate, quam
ea, quae ex cognitione ducantur, idque hoc argumento confirmari potest, quod,
si contigerit ea vita sapienti, ut, omnium rerum adfluentibus copiis, [quamvis]
omnia, quae cognitione digna sint, sumrao otio secum ipse consideret et con-
templetur, tamen si solitudo tanta sit, ut hominem videro non possi t, excedat
e vita. Princepsque omnium virtutum il la sa- pientia, quam (Joqpiav Graeci
vocant, — prudentiam enim, quam Graeci qppóvritfiv dicunt, aliam quandam
intellegimus, quae est rerum expetendarum fugiendarumque scientia; illa autem
sa pienti a, quam principem dixi, rerum est divinarum et hu- manarum scientia,
in qua continetur deorum et hominum com- munitas et societas in ter ipsos; ea
si maxima est, ut est certe, necesse est, quod a communitate ducatur officium,
id esse ma- ximum. Etenim cognitio contemplatioque naturae manca quodam modo
atque incohata sit, si nulla actio rerum consequatur. EaJ autem actio in
hominum commodis tuendis maxime cernitili' ; pertinet igitur ad societatem
generis humani; ergo haec cogni- tioni anteponenda est. Atque id optimus
quisque reapse ostendit 154 et iudicat. Quis enim est tam cupidus in
perspicienda cogno- 153. si contigerit... contempletur, nella traduzione
risolvi cosi: « se fosse dato a un sapiente di vivere... e di poter
speculare...». — hominem, e faccia d'uomo ». — 'princepsque omnium..., accomoda
così nella traduzione questo periodo sconnesso : € La regina di tutte le virtù
(quella che i Greci chia- mano aoqpia, da non confondersi con la prudenza,
detta (ppóvrjait; dai Greci, e che io definirei la conoscenza di ciò che si
deve cercare o fug- gire), la sapienza dico, quella che io ho chiamata la
regina, è... Se dunque essa è la più grande delle virtù...». — Qui oltre alla
confusione nella forma, abbiamo anche confusione di ragionamento. Cicerone
comincia a parlare della sapienza e ci si aspetterebbe che ne deducesse come,
essendo la maggiore delle virtù, i doveri dipendenti da essa siano i più impor-
tanti. Invece no ; dà una definizione della sapienza, confondendola con la
sociabilità, e conchiude che i doveri dipendenti dalla sociabilità sono i più
importanti. E questo è il pensiero genuino di Cicerone, ma volendolo di-
mostrare filosoficamente, lo ha alterato e intorbidato ; tanto è fuori del suo
campo l'autore quando lascia la pratica e vuole architettare una di-
mostrazione filosofica. — in qua (scil. scientia) continetur = quae con- tinet,
« che abbraccia, che si occupa dei... ». — communitas qui significa « i rapporti
scambievoli » . — societas scil. hofninum. — etenim, • inoltre »; qui è
congiunzione di passaggio, che introduce il terzo argomento; il primo è
introdotto da hoc argumento quod; il secondo da que (princepsque) § 153. —
naturae , « V universo » . — incohata , € appena cominciata » , cioè
«imperfetta». — 154. reapse (si compone di re eapse ; eapse è formato da ea e
dal suffisso pse) = reipsa t € col fatto». — cupidus Cicerone, De Officiis,
comm. da R. Sabba dini, 2» ediz. 6 82 M. TULLI C1CER0N1S scendaque rerum
natura, ut, si ei tractanti contemplantique res cognitione dignissimas subito
sit adlatum periculum discri- menque patriae, cui subvenire opitularique
possit, non illa omnia relinquat atque abiciat, etiamsi dinumerare se stellas
aut me- tiri mundi magnitudinem posse arbitretur? atque hoc idem in 155
parentis, in amici re aut periculo fecerit. Quibus rebus intelle- gitur studiis
officiisque scientiae praeponenda esse officia iusti- tiae, quae pertinent ad
hominum communi tate in, qua nihil homini esse debet antiquius. 44. Atque illi
ipsi, quorum studia vitaque omnis in rerum cognitione versata est, tamen ab
augendis hominum utilita- tibus et commodis non recesserunt; nam et erudiverunt
multos, quo meliores cives utilioresque rebus suis publicis essent, ut Thebanum
Epaminondam Lysis Pythagoreus, Syracosium Dionem Plato multique multos, nosque
ipsi, quicquid ad rem publicam attulimus , si modo aliquid attulimus , a docto-
ribus atque doctrina instructi ad eam et ornati accessimus. 156 Neque solum
vivi atque praesentes studiosos discendi eru- diunt atque docent, sed hoc idem
etiam post mortem monu- mentis litterarum adsequuntur. Nec enim locus ullus est
praetermissus ab iis, qui ad leges, qui ad mores, qui ad disci- plinam rei
publicae pertineret, ut otium suum ad nostrum neg- otium contulisse videantur.
Ita illi ipsi doctrinae studiis et perspiciendi significa « desideroso, vago
di... » ; cupidus in significa « ap- passionato, invaghito, innamorato di... ».
— si ei tractanti... adlatum sìt, risolvi « annunziandogli, mentre..., un
pericolo ». — adlatum verbo pre- gnante «= nuntium afferre, nuntiare. —
fecerit, congiuntivo potenziale. — 15ò. quae pertinent ... communitatem (cfr. §
153 pertinet ad societatem ge- neris fiumani), « che toccano da vicino l'umana
comunità, che sono la base, l'anima dei rapporti sociali » . — ipsi, dà un
valore concessivo alla propo- sizione, spiega « perfino » . — nam et, il
secondo termine è neque solum (§ 156), che equivale a et non solum. — Lysis,
nativo di Taranto, si rifugiò, quando i Pitagorici furono perseguitati, a Tebe,
dove morì. — Dio, zio di Dionisio il giovane, prima fu pitagorico, ma quando
Platone nel 389 av. Cr. andò a Siracusa, abbracciò la sua filosofia. — quicquid
attulimus, accessimus, da compiere così: quicquid attulimus ex eo repe- tendum
est % quod accessimua ; in italiano : e è dovuto all'essere io entrato al
governo... ». — lòti, vivi atque praesentes, « da vivi e in per- sona ». —
locus ullus qui, puoi tradurre e punto, questione», oppure risolvere quicquam
quod. — ita = oh eam tantum causam. che cioè il de offici is, i, 43—44, 155—158
83 sapientiae dediti ad hominum utilitatem suam prudenti am in- tellegentiamque
potissimum conferunt; ob eamque etiam causaui eloqui copiose, modo prudenter,
melius est quam vel acutissime- sine eloquentia cogitare, quod cogitatio in se
ipsa vertitur, elo- quentia complectitur eos, quibuscum communitate iuncti
suraus. Atque ut apium examina non fingendorum favorum causa con- 157
gregantur, sed, cum congregabilia natura sint, fingunt favos, sic homines, ac
multo etiam magis, natura congregati adbibent agendi cogitandique sollertiam.
ltaque, nisi ea virtus, quae constat ex hominibus tuendis, id est ex societate
generis hu- man i, attingat cognitionem rerum, solivaga cognitio et ieiuna vi
de a tur; «itemque magnitudo animi remota communitate con- iunctioneque humana
feritas sit quaedam et immanitas ». Ita fit, ut vincat cognitionis studium
consociatio hominum atque com- muni tas. Nec verum est, quod dicitur a
quibusdam, propter 158 necessitateci vitae, quod ea, quae natura desideraret,
consequi sine aliis atque efficere non possemus, idcirco initam esse cum / ;(
hominibus communitatem et societatem; quodsi omnia nobis, loro ozio fu fecondo
per la vita pratica. Lo studio per lo studio è inutile; perciò alla
speculazione è da preferire l'eloquenza, per la sua utilità pra- tica. —
prudentia si riferisce alla pratica, intelleg. al pensiero. — etiam appartiene
a eloqui. — cogitatio, «la speculazione». — vertitur , «si aggira intorno... »,
oppure « si chiude ». — 15? '. sic homines, compi così il pensiero : sic
homines non agendi cogitandique causa congregante, sed cum natura congregati
sint, adhibent agendi cogitandique sollertiam. Ossia l'attività intellettuale
(agendi cogitandique formano un solo con- cetto — agendi cogitatane, €v olà
òuotv) è la conseguenza e non il fine della comunità umana. Dunque gli
interessi della comunità vanno curati prima di quelli dell'attività
intellettuale; e quindi la giustizia, che con- cerne i rapporti sociali, è
superiore alla sapienza. — ea virtus, la giustizia. — constat ex, « è
costituita da » =posita est, versatur in, « consiste in ». — attingat, «
tocchi, abbia contatto, si accoppii » ; nella traduzione per dar più rilievo al
rapporto tra i due termini, devi metterli vicini, così: nisi cognitionem rerum
attingat ea virtus. — ieiuna, mutando rapporto al pen- siero puoi tradurre «
infeconda, sterile ». — itemque ... immanitas, questa è una considerazione che
non ha alcun nesso col ragionamento e che fu dall'autore inserita
posteriormente. — remota, ablat. assoluto ; « tolta la... » cioè «senza la...
». — communitate coniunct, spiega soggettivamente con un solo sostantivo «
sociabilità » . — consociatio community risolvi sogget- tivamente: officia
consociationis, «doveri verso...». — 158. a qui- busdam, gli Epicurei
affermavano che la soddisfazione dei vicendevoli bi- sogni fu il primo impulso
a costituire la società umana. — quodsi ... per- 84 M. TULLI C1CER0NIS quae ad
victum cultumque pertinent, quasi virgula divina, ut aiuut, suppeditarentur,
tum optimo quisque ingenio negotiis omnibus omissis totum se in cognitione et
scientia collocaret. Non f"est ita; nam et solitudinem fugeret et sociura
studi quaereret, l^tum docere tum discere vellet, tum audire tum dicere. Ergo
omne officium, quod ad coniunctionem hominum et ad socie- Itatem tuendam valet,
anteponendum est illi officio, quod cogni- zione et scientia continetur. 159
45, « Illud forsitan quaerendum sit, num haec communitas, « quae maxime est
apta naturae, sit etiam moderati oni mode « stiaeque semper anteponenda. Non
placet ; sunt enim quaedam « partim ita foeda, partim ita flagitiosa, ut ea ne
conservandae « quidem patriae causa sapiens factùrus sit. Ea Posidonius col- «
legit permulta, sed ita taetra quaedam, ita obscena, ut dictu « quoque
videantur turpia. Haec igitur non suscipiet rei publicae « causa, ne res
publica quidem prò se suscipi volet. Sed hoc « commodius se res habet, quod non
potest accidere tempus, ut « intersit rei publicae quicquam illorum facere
sapientem ». 160 Quare hoc
quidem effectum sit, in officiis deligendis id genus officiorum excellere, quod
teneatur hominum societate. «
Etenim tinent ... quisque ... collocaret, qui abbiamo un passaggio dall'orafo
obliqua all'orario recta (cfr. § 33); dovrebb'essere : quodsi... pertinerent...
quemque collocaturum esse. — victum cultumque, cfr. § 106. — virgula divina, pò
tresti rendere con e bacchetta magica, bacchetta fatata ». — et quaereret,
risolvi « cercandosi > . 1Ù9. Questo §, in cui si tocca della superiorità
della giustizia sulla awcppoaóvri, interrompe evidentemente il filo del
discorso tra Ergo omne officium § 158 e Quare hoc quidem § 160. Si tratta
perciò di un'ag giunta intercalata posteriormente dall'autore. — communitas, spiega
sog- gettivamente. — moderat. modest, la quarta virtù. — non placet, forma
modesta per dire nego. — quaedam, adopera il sostantivo e azioni » . — ea, e di
esse». — permulta, spiega col sostantivo «esempi». — ne,., quidem, « e nemmeno
♦ . — accidere tempus ut = tale tempus ut, < venire una circostanza in cui,
darsi il caso che... ». 160. quare, è la conclusione finale di tutta
quest'ultima parte, che cioè i doveri della giustizia vanno avanti a tutti gli
altri. — effectum sit, « sia per dimostrato, resta stabilito, conchiuso». —
teneatur = contineatur. — etenim ... prudenter, la conclusione è rinforzata da
un'ultima conside- razione ; etenim , spiega « e » : e l' azione perchè sia
razionale (consi- derata) dovrà accompagnarsi (sequetur) alla sapienza (cognit.
prudentiam- que) ; perciò l'azione razionale o congiunta alla sapienza avrà
maggior de officiis, i, 45, 159—161 85 « cognitionem prudentiamque sequetur
considerata actio ; ita fit, « ut agere considerate pluris sit quam cogitare
prudenter ». Àtque haec quidem hactenus. Patefactus enim locus est ipse, ut non
difficile sit in exquirendo officio, quid cuique sit prae- ponendura, videre.
In ipsa autera communitate sunt gradus officiorum, ex quibus, quid cuique
praestet, intellegi possit, ut prima dis immortalibus, secunda patriae, tertia
parentibus, deinceps gradati ra reliquis debeantur. Quibus ex rebus breviter
161 disputatis intellegi potest non solum id homines solere dubi- tare,
honestumne an turpe sit, sed etiam duobus propositis honestis utrum honestius
sit. Hic locus a Panaetio est, ut supra dixi, praetermissus. Sed iarr* ad
reliqua pergamus. P valore della sapienza presa da sola. Pare che
riconnettendosi al § 153 etenim cognitio ... anteponendo est, voglia aggiungere
che Fazione ossia l'esplicazione della giustizia sarà perfetta, se si
accompagna alla sapienza. Si direbbe che avesse paura della preferenza da lui
data alla giustizia sulla sapienza. Ma il passo non è chiaro. Locus è, come
termine rettorico, la fonte da cui si attìngono gli argo- menti della dimostrazione;
Cicerone (Top. 2, 7) e Quintiliano (Inst. orat. V 10, 20) lo chiamano sedes
argumentorum. Per noi può essere « campo » : « è aperto, è spianato il campo a
chi voglia ... », oppure « punto » : « è chiarito il punto > . — praestet,
come sopra sit praeponendum. Di questi gradus officiorum ha parlato nei §§
513-58, dove però non si fa nessuna menzione dei doveri verso gli dei. E questo
punto ha egli qui accennato più per levarsi uno scrupolo, che per altro.
Cicerone non aveva idee esatte e sicure sulla natura degli dei e tanto meno sui
rapporti dell'uomo verso di essi. Come filosofo forse avrà potuto formarsi un
certo concetto della divinità ; ma come cittadino romano egli doveva
riconoscere una religione, che traeva i suoi riti e le sue pratiche non dal
principio filosofico, ma dal principio politico. — deinceps qui ha valore, come
altri avverbi talvolta, di aggettivo = quae deinceps sunt = reliqua. — 161.
supra, §§ 10 e 152. y M. TbLLl CICERONIS DE OFF1C1IS AD MARCUM FILIUM LIBER
SECUNDUS i 1. Quem ad modum officia ducerentur ab honestate, Marce fili, atque
ab omni genere virtutis, satis explicatum arbitror libro superiore. Sequitur,
ut haec officiorum genera persequar, quae pertinent ad vitae cultum et ad earum
rerum, quibus utuntur homines, facultatem, ad opes, ad copias [in quo tutu
quaeri dixi, quid utile, quid inutile, tura ex utilibus quid utili us aut quid
maxime utile]. De quibus dicere adgrediar, si pauca 2 prius de instituto ac de
iudicio meo dixero. Quamquam enim libri nostri complures non modo ad legendi,
sed etiam ad scri- II libro II tratta dell'utile. IL — 1. quae pertinent ...
copias, perifrasi dell'utile. — vitae cui- tum> I 12. — facultatem, qui
indica « il modo di averle », perciò « il conse- guimento »; oppure « la
facoltà di poterne disporre », perciò « il possesso > . — in quo, « nel quai
proposito ». — dixi, I 9-10. — instituto è « la pro- fessione » da lui scelta
di trattare argomenti filosofici, anziché occuparsi della repubblica, §§ 2-6;
iudicio è « il criterio, il punto di vista» da lui seguito in filosofia, §§
7-8. — £. quamquam, un Romano, che non scorgeva virtù fuori dell'attività
politica, quando si ritirava dalla pvbbliea amministrazione, per darsi non
all'ozio ma allo studio, doveva cionondimeno giustificare la sua risoluzione,
che poteva esser giudicata viltà o defezione. Vedasi quanto sforzo adopera
Sallustio nel proemio della Ca- tilinaria a giustificare l'abbandono della vita
pubblica per gli studi. Ai nostri tempi un uomo di Stato che lasciasse, mentre
ancora potrebbe ren- dere utili servigi al paese, il campo della politica
militante, come si dice, certo farebbe parlare di sé, ma non avrebbe proprio
bisogno di giustifi- carsi pubblicamente. — complures ad studinm excitaverunt,
noi potremmo anche dire « eccitarono, svegliarono, suscitarono in molti
l'amore, il desi- DE OPFICIIS, II, 1, 1—4 87 bendi studium excitaverunt, taraen
interdum vereor, ne qui- busdara bonis viris philosophiae nomen sit invisum
mirenturque in ea tantum me operae et temporis ponere. Ego autem, quam diu res
publica per eos gerebatur, quibus se ipsa commiserat, omnis meas curas
cogitationesque in eam conferebam ; cum autem dominatu unius omnia tenerentur
neque esset usquam Consilio aut auctoritati locus, socios denique tuendae rei
publicae, sum- mos viros, amisissem, nec me angoribus dedidi, quibus essem
confectus, nisi iis restitissem, nec rursum indignis homine docto voluptatibus.
Atque utinam res publica stetisset, quo coeperat, 3 statu nec in homines non
tam commutandarum quam everten- darum rerum cupidos in ci disseti Primum enim,
ut stante re publica facere solebamus, in agendo plus quam in scribendo operae
ponereraus, deinde ipsis scriptis non ea, quae nunc, sed actiones nostras
raandaremus, ut saepe fecimus. Cum autem res publica, in qua omnis mea cura,
cogitatio, opera poni so- lebat, nulla esset omniuo, illae scilicet litterae
conticuerunt fo- renses et senatoriae. Nihil agere autem cum animus non posset,
4 in bis studiis ab initio versatus aetatis existimavi Inonestissime molestias
posse deponi, si me ad philosophiam rettulissero. Cui cum multum adulescens
discendi causa temporis tribuissem, posteaquam honoribus inservire coepi meque
totum rei publicae tradidi, tantum erat philosophiae loci, quantum superfuerat
ami- corum et rei publicae temporibus; id autem omne consumebatur in legendo,
scribendi otium non erat. derio ». — bonis viris, ironico, di cervello corto. —
philosophiae, non < della .., », ma « di ...» ; è un genitivo epcsegetico;
noi diciamo € la pa- rola filosofìa ». — ipsa, spiega con un avverbio, «
spontaneamente » . — unius, Cesare. — socios tuendae rei pubi., noi diremmo e
amici politici, alleati politici » ; tali erano stati, p. e., P. Servilio, Q.
Catulo, i due Lu- culli, Catone, Pompeo (cfr. Cicer. Phil II 12). — angoribus e
malin- conia » . — rursum = contra, e dall'altra parte ». — 3. quo coeperat,
immediatamente dopo l'uccisione di Cesare. — in homines, Slarc'Antonio e il suo
partito. — actiones, in senso concreto = orationes ; come più sotto litterae =
orationes. — scilicet, € pur troppo». — 4. nihrf agere, «stare in ozio». —
honestissime ... rettulissem , puoi risolvere: « che il miglior modo di era di
... ». — cum tribuissem, risolvi in tribui e premetti sed a posteaquam. —
superfuerat; superesse col dativo significa spesso « avanzare, sopravanzare » .
— temporibus — negotiis, come 88 M. TULLI CICER0N1S 5 2. Maximis igitur in
malis hoc taraen boni assecuti vi- demur, ut ea litteris mandaremus, quae nec
erant satis nota nostris et erant cognitione dignissima. Quid enim est, per
deos, optabilius sapientia, quid praestantius, quid homini melius, Vquid homine
dignius? Hanc igitur qui expetant, philosophi no- minantur, nec quicquam aliud
est philosophia, si iuterpretari velis, praeter studium sapientiae. Sapientia
autem est, ut a veteribus philosophis definitum est, rerum divinarum et huma-
narum causarumque, quibus eae res continentur, scientia; cuius studium qui
vituperat, haud sane intellego, quidnam sit, quod 6 laudandura putet. Nam sive
oblectatio quaeritur animi requiesque curaru ni, quae conferri cum eorum
studiis potest, qui semper aliquid anquirunt, quod spectet et valeat ad bene
beateque vi- < vendum? sive ratio constantiae virtutisque ducitur, aut haec
ars est aut nulla omnino, per quam eas adsequamur. Nullam dicere maxumarum
rerum artem esse, cum minimarum sine arte nulla sit, hominum est parum
considerate loquentium atque in maxumis rebus errantium. Si autem est aliqua
disciplina ; virtutis, ubi ea quaeretur, cum ab hoc discendi genere disces-
seris? Sed haec, cum ad philosophiam cohortamur, accuratius disputari solent,
quod alio quodam libro fecimus; hoc autem tempore tantum nobis declarandum
fuit, cur orbati rei publicae 7 muneribus ad hoc nos studium potissimum
contulissemus. Oc- curritur autem nobis, et quidem a doctis et eruditis
quaeren- tibus, satisne constanter facere videamur, qui, cum percipi nihil ci
si arriva ? — 5. nec ... et, risolvi in et non ... et. — qui expetant,
congiuntivo, perchè la proposiz. ha valore ipotetico. — interpretari, puoi
spiegare con la parola « etimologia ». — causarumque ... continentur, noi più
brevemente: « e delle loro cagioni ». — cuius, risolvi in et eius. — 6*. bene
beateque vivere si può spiegare « la perfetta felicità della vita » . — ratio
ducitur => ratio habetur = quaeritur. — eas scil. constantiam j et virtutem\
per il significato di constantia, cfr. I 69. — artem, come! sotto disciplina,
puoi spiegare con e scienza, metodo scientifico » e simili " — cum
cohortamur, • quando si tratti di » — alio libro, Cic. de div. II 1 nam et cohortati sumus, ut
maxime potuimus, ad philosophiae studium eo libro, qui est inscriptus
Hortensius. Questo scritto di Cicerone si è perduto;
era dedicato all'oratore Ortensio. — 7. occur* ritur, € fare obbiezione » . —
percipere, « riconoscer per certo , aver cer- tezza assoluta » . Cicerone
apparteneva alla nuova Academia , cfr. I 2 de officiis, il, 2—3, 5—9 89 posse
dicamus, tamen et aliis de rebus dissere re soleamus et hoc ipso tempore
praecepta offici persequamur. Quibus vellem satis cognita esset nostra
sententia. Non enim sumus ii, quorum vagetur animus errore nec habeat umquam,
quid sequatur. Quae flnim esset ista mens vel quae vita potius non modo
disputando sed etiam vivendi ratione sublata? Nos autem, ut ceteri aliaV certa,
alia incerta esse dicunt, sic ab his dissentientes alia pro^j babilia, contra
alia dicimus. Quid est igitur, quod me impediat 8 ea, quae probabilia mihi
videantur, sequi, quae contra, impro- bare atque adfirmandi arrogantiam
vitantem fugere teraeritatem, quae a sapientia dissidet plurimum? Contra autem
omnia dis- putati^ a nostris, quod hoc ipsum probabile elucere non posset, nisi
ex utraque parte causarum esset facta contentio. Sed haec explanata sunt in
Àcademicis nostris satis, ut arbitror, dili- genter. Tibi autem, mi Cicero,
quamquam in antiquissima no- bilissimaque philosophia Cratippo auctore versaris
iis simillimo, , qui ista praeclara pepererunt, tamen haec nostra finituraa ve
stris ignota esse nolui. Sed iam ad instituta pergamus. 3. Quinque igitur
rationibus propositis offici persequendi, 9 quarum duae ad decus honestatemque
pertinerent, duae ad com- utrique. — disserere, « professare una propria
opinione » . — quibus, tra- duci « ora a costoro ». — ii, e di quelli ». —
errore, non spiegare € er- rore » , ma t indeterminatezza , incertezza » . —
quid sequatur , « meta fìssa, principio costante ». — mens, vita, « vita
intellettuale e vita pra- tica » . — disputando ratio, metodo di ragionare » ;
e principio dialettico > ; : vivendi ratio, « metodo di vivere », < principio
etico ». — contra, ha va- lore di aggettivo = quae contra sunt (cfr. deinceps I
160); qui supplisce l'aggettivo improbabilis, che da Cicer. non è adoperato e
comparisce più tardi in Celso e Seneca. — autem, « invece » . — adfirmandi
arrogantiam, tradotto in una frase moderna sarebbe e l'assolutismo delle
proprie opi- nioni ». — contra ... omnia (questa separazione della preposizione
dal suo caso è rara) disputatur, e discutono contro tutte le opinioni, le
afferma- zioni » , cioè e non accettano nulla senza discussione ». — causarum
... con- tentio, propriamente t il confronto, il dibattito dei motivi, delie
ragioni »; puoi usare la frase « pesare i motivi, vagliar le ragioni ». — in.
Àcade- micis, in una parte delle sue Questioni academiche Cic. espone e difende
le dottrine dei nuovi Academici. — iis, Aristotele e Teofrasto, i due primi
rappresentanti della scuola peripatetica, alla quale Cratippo apparteneva; quei
due filosofi poi erano antichi rispetto ad Arcesila e Cameade, i fonda- tori
della nuova Academia. — finituma vestris 9 cfr. I 2 utrique. •9. Quinque igitur
... , risolvi così • « Delle cinque questioni proposte 90 M. TULLI CICERO xNIS
moda vitae, copias, opes, facultates, quinta ad eligendi iudicium si quando ea,
quae dixi, pugnare in ter se viderentur, honestatis pars confecta est, quam
quidem tibi cupio esse notissiroam. Hoc autera, de quo nunc agimus, id ipsum est, quod utile
' appellatur. In quo verbo lapsa consuetudo deflexit de via sensi mque eo
deducta est, ut honestatem ab utilitate secernens constitueret esse honestum
aliquid, quod utile non esset, et utile, quod non honestum, qua nulla pernicies
maior hominum vitae potuit af- 10 ferri. Summa quidem auctoritate philosophi
severe sane atque honeste haec tria genera re confusa cogitatone distinguunt.
[Quicquid enim iustum sit, id etiam utile esse censent, itemque quod honestum,
idem iustum ; ex quo efficitur, ut quicquid ho- nestum sit, idem sit utile].
Quod qui parum perspiciunt, ii saepe versutos homines et callidos admirantes
malitiam sapien- tiam iudicant. Quorum error eripiendus est opinioque omnis ad
eam spera traducenda, ut honestis consiliis iustisque factis, non , fraude et
malitia se intellegant ea, quae velint, consequi posse. Quae ergo ad vitam
hominum tuendam pertinente partim 11 sunt inanima, ut aurum, argentum, ut ea,
quae gignuntur e terra, ut alia generis eiusdem, partim animalia, quae habent
suos impetus et rerum appetitus. Eorum
autem rationis expertia sunt alia, alia ratione utentia; expertes rationis
equi, boves, intorno alla ricerca del dovere, due attinenti a ... , sono state
esaurite le due prime, attinenti all'onestà». — eligendi iudicium è perifrasi
di electio. In quo ... , e in proposito di... ». Dopo di aver proposto
l'argomento del II libro, prima di entrare nel tema, accenna il nesso intimo
tra l'onestà e Tntile, §§ 9-10. — IO. tria genera, i tre momenti: 1°
separazione dell'utile dall'onesto; 2° onesto non utile; 3° utile non onesto.
Senso: Queste distinzioni sono solo teoriche (cogitatione), e i filosofi possono
farle a stretto rigor di logica {severe) e in buona fede {honeste); ma non si
possono fare in pratica {re). E chi le fa in pratica, scambia il furbo per un
sapiente. — confusa cfr. fusum I 95 ; re e cogitatione . contrapposti anche I
95. — quicquid enim ... idem sit utile , interpolazione, non ha alcun nesso col
testo, anzi ne turba l'ordine logico. — malitiam è il vero oggetto del verbo. —
spem, spiega e persuasione » . 11. Fonte principale dell' utile e del danno è
all' uomo 1' uomo stesso §§ 11-16; perciò bisogna anzitutto cattivarsi gli
uomini. — ea quae gi- gnuntur, p. es., i vegetali. - impetus, « istinti ». —
rerum nella tra* DE OFKICIIS, II, 3—4, 10 — 14 91 reliquae pecudes, apes,
quarum op.ere efficitur aliquid ad usum hominum atque vitam; ratione autem
utentium duo genera/ ponunt, deorum unum, alterum hominum. Deos placatos pietà/ efficiet et
sanctitas, proxime autem et secundum deos homines hominibus maxume utiles esse
possunt. Earumque item rerum, fa quae noceant et obsint, eadem divisio est. Sed
quia deos nocere non putant, iis exceptis homines hominibus obesse plurimura
arbitrantur. Ea enim ipsa, quae inanima diximus, pleraque sunt hominum operis
effecta; quae nec haberemus, nisi manus et ars/ accessi sset, nec iis sine
hominum administratione uteremur.' Neque enim valetudinis curatio neque
navigatio neque agri cul- tura neque frugum fructuumque reliquorum perceptio et
con- servata sine hominum opera ulla esse potuisset. Iam vero et 13 e a rum
rerum, quibus abundaremus, exportatio et earum, quibus egeremus, invectio certe
nulla esset, nisi his muneribus homines fungerentur. Eademque ratione nec
lapides ex terra exciderentur ad usum nostrum necessarii, nec 'ferrum, aes,
aurum, argentum' effoderetur 'penitus abditum' sine hominum labore et manu. 4.
Tecta vero, quibus et frigorum vis pelleretur et ca- lorum molestiae
sedarentur, unde aut initio generi humano dari potuissent aut postea subveniri,
si aut vi tempestatis aut terrae motu aut vetustate cecidissent, nisi communis
vita ab hominibus harum rerum auxilia petere didicisse.t? Adde ductus 14
aquarum, derivationes fluminum, agrorum inrigationes, moles dazione si
sopprime. — apes, come rappresentanti delle volucres, cfr. Verg. Aen. Vili 27 alituum pecudumque genus. — placatos, €
propizi » . — proxime et secundum, « subito dopo,, immediatamente dopo », i due
sino- nimi rinforzano l'idea. — 12. quae noceant et obsint, come prima aveva
parlato delle utiles ; spiega con due aggettivi. — enim, introduce la
dimostrazione della doppia influenza degli uomini: utile (§§ 12-16) e dannosa
(§ 16 Atque ut magnas); le due parti sono sproporzionate tra loro. — quae nec
... nec iis , anacoluto. — administratione, « coopera- zione ». — fructuum, *
prodotti » in generale ; ma ha anche il significato speciale di « frutti ». —
13. invectio, « importazione ». — ferrum ... abditum, un verso non intero di
qualche tragico (di ritmo giambico [v] 2 , — , --£, -v/v, v^ f ^-, trimetro). —
subveniri scil. tectis po- tuisset, zeugma ; e riparare » r — communis vita =
vitae communitas. — le. moles % « dighe ». — et qui ... nec hoc = et qui .. et
non hoc — 92 M. TULLI GICERONIS oppositas fluctibus, portus manu factos, quae
unde sine hominum .opere habere possemus? Ex quibus multisque aliis perspicuum
est, qui fructus quaeque utilitates ex rebus iis, quae sint ina- nimae,
percipiantur, eas nos nullo modo sine hominum manu atque opera capere potuisse.
Qui denique ex
bestiis fructus aut quae commodi tas, nisi homines adiuvarent, perpipi posset?
Nam et qui principes inveniendi fuerunt, quem ex quaque belua usura habere
possemus, homines certe fuerunt, nec hoc tempore sine hominum opera aut pascere
eas aut domare aut tueri aut tera- pesti vos fructus ex iis capere possemus; ab
eisdemque et eae quae nocent interficiuntur et quae usui possunt esse
capiuntur. 15 Quid enumerem artium multitudinem,
sine quibus vita omnino nulla esse potuisset? Qui enim aegris subveniretur,
quae esset oblectatio valentium, qui victus aut cultus, nisi tam multae nobis
artes ministrarent? quibus rebus exculta hominum vita tantum dissidet a victu
et cultu bestiarum. Urbes vero sine hominum coetu non potuissent nec aediflcari
nec frequentari; ex quo leges moresque constituti, tum iuris aequa discriptio
certaque vivendi disciplina, quas res et mansuetudo animorum consecuta et ve-
recundia est effectumque, ut esset vita munitior atque ut dando et accipiendo
mutuandisque facultatibus et commodandis nulla re egeremus. y i6 5. Longiores
hoc loco sumus, quam necesse est. Quis est enim, cui non perspicua sint illa,
quae pluribus verbis a Pa- naetio commemorantur, neminem neque ducem bello nec
prin* cipem domi magnas res et salutares sine hominum studiis gè rere potuisse?
Gommemoratur ab eo Themistocles, Pericles, Cyrrts, Agesilaus, Alexander, quos
negat sine adiumentis ho- minum tantas res efficere potuisse. Utitur in re non
dubia qui principes inveniendi fuerunt, «i primi a trovare». — 15. vita, «vera
vita». — qui enim = quo modo enim. — ministrarent, intransi- tivo = ministrae
essent. — dissidet, « si stacca », § 8. — cuìtu t « abi tudini ». — ex quo
"... tum = ex quo ... ex iìh, t da quando ... da al- lora». — iuris
discriptio, «ripartizione dei diritti e doveri» I 124. — mutuari « prendere in
prestito » , commodare < dare in prestito » fanno chiasmo con dando, accipiendo.
IH. domi = pace. — studiis «cooperazione». — commemoratur con- DE OFPICIIS, II,
4 — 5, 15 — 18 93 testibus non necessariis. Àtque ut magnas utilitates
adipiscimur conspiratione hominum atque consensu, sio nulla tara detesta- bilis
pestis est, quae non homini ab homine nascatur. Est Di- caearchi liber de
interitu hominum, Peripatetici magni et co- piosi, qui collectis ceteris causis
eluvionis, pestilentiae, vastitatis, oeluarum etiam repentinae multitudinis,
quartina impetu docet quaedam hominum genera esse consumpta, deinde comparat,
quanto plures deleti sint homines hominum impetu, id est bellis aut
seditionibus, quam omni reliqua calamitate. Cum igitur hic locus nihil. habeat
dubitationis, quin ho- p mines plurimum hominibus et prosint et obsint,
proprium hoc < statuo esse virtutis, conciliare animos hominum et ad usus
suos adiungere. Itaque, quae in rebus inanimis quaeque in tracta- tione
beluarum fiunt utili ter ad hominum vitam, artibus ea tribuuntur operosis,
hominum autem studia ad ampli ficationem nostrarum rerum prompta ac parata
virorum praestantium sa- pientia et virtute excitantur. Etenim virtus omnis
tribus in is corda solo col primo nome. — atque « dall'altra parte » . —
conspiratione, consensu, puoi trasformare in aggettivo l'uno dei due sostantivi.
— na- scatur, « provenga ». — Dicaearchus, messinese, scolaro di Aristotele e
amico di Teofrasto, scrisse molti libri popolari di filosofìa, storia e geo-
grafia. Era fra gli autori prediletti di Cicerone, che lo chiama deliciae meae
(Tusc. I 77). — copiosi si riferisce allo stile. — eluvionis ... questi
genitivi epcsegetici (I 6 e fontibus eorum) in italiano si introducono con
«cioè, quali, come»; si spieghi coi plurali. — vastitatis, «devasta- zioni,
saccheggi ». — beluarum, tanto fiere quanto insetti. — multitudinis,
«moltiplicazione» e quindi «invasione». — quaedam, noi qui rendiamo con «
intere » il colorito speciale di questo pronome (I 47). — hom. genera, «
popolazioni » . — deinde comparat, si può supplire così : deinde collectis
causis quae ex hominibus nascuntur comparat. 17. Cum: igitur ... quin, nella
traduzione puoi risolvere così: «JNon essendovi più dubbio alcuno su questo
punto, che cioè ... » . — conciliare scil. sibi, «cattivarsi». — quae fiunt ...
autem, la prima proposiz. è logicamente subordinata alla seconda; risolvi: «
mentre ... invece ... ». — quae fiunt utiliter in ..., noi spieghiamo: « i
vantaggi che consistono in ... », o meglio « i vantaggi che si ritraggono da
... » o anche « il ritrar van- taggi da ... » «— tribuuntur, « spetta,
appartiene, è ufficio di ». — ope- ro8t&, che richiedono la opera, la mano
d'opera, perciò « manuali ». — studia sapientia et virtute excitantur si può
risolvere: studia excitare tribuitur sapientiae et virtuti; così nella
traduzione si ottiene maggior simmetria col primo termine. Questa sapientia et
virtus virorum prae- stantium costituisce quella certa facultas (§ 19), che è
l'arte di trarre vantaggio dagli uomini e che fa antitesi con le arti manuali,
che trag- gono vantaggio dagli esseri inanimati e dalie bestie. — 18. Etenim.
94 M. TULLI CICERONIS rebus fere vertitur, quarum una est in perspiciendo ,
quid in . quaque re verum sincerumque sit, quid consentaneum cuique, quid
consequens, ex quo quaeque gignantur, quae cuiusque ref causa sit, alterum cohibere
motus animi turbatos, quos Graeci TTÓ0T1 nominant, appetì tionesque , quas illi
ópjuàg, oboedientes efficere rationi, tertium iis, quibuscura congregemur, uti
mo- » derate et scienter, quorum studiis ea, quae natura desiderat, expleta
cumulataque habeamus, per eosdèmque, si quid impor- tetur nobis incoramodi v
propulsemus ulciscamurque eos, qui nocere nobis conati sint, tantaque poena
adficiamus, quantum X aequitas humanitasque patiatur. 19 6. Quibus autem
rationibus hanc facultatem adsequi pos- si mus, ut hominum studia complectamur
óaque teneamus, di- cemus, neque ita multo post, sed pauca ante dicenda sunt
Magnam vim esse in fortuna in utramque partem, vel secundas ad res vel
adversas, quis ignorat? Nam et r cum prospero flatu eius utimur, ad exitus
pervehimur optatos et, cum, reflavit, adfligimur. Haec igitur ipsa fortuna
ceteros casus rariores habet, primum ab inanimis procellas, tempestates,
naufragia, ruinas, incendia, deinde a bestiis ictus, morsus, impetus; haec
ergo, 20 ut dixi, rariora. At vero interitus exercituum, ut proxime trium,
questa ripartizione della virtù, che si scosta dall'ordinaria, ha lo scopo di
mettere in vista la speciale facoltà dell'uomo di cattivarsi i suoi simili. —
rebus, «doti, qualità, facoltà». — alterum cohibere, tertium uti, in- vece di
altera in cohibendis, tertìa in utendo , anacoluto. — motus turb., « passioni
turbolente » . — quorum = ut eorum. — quae desiderat, puoi renderlo con la
parola «bisogni*. — expleta cumul., puoi rendere con due avverbi « in
abbondanza e d'avanzo » ; oppure risolvere expleta ... ha- beamus in expleamus
cumulate. — per eosdèmque, invece di et per quos, anacoluto. — ulciscamur,
ulcisci significa « vendicare » e « vendicarsi ». — J9. sed pauca ... sunt;
premette un'osservazioue, per ribattere l'obbiezione della parte che ha nelle
vicende umane la fortuna, parte che è però in- feriore a quella dell'uomo. —
prospero flatu e reflavit, usa le frasi « spirar favorevole, spirar contraria*.
— exitus, per conservar la metafora spiega « porto » ; così adfligimur, spiega
« siamo sbattuti dalla tempesta » oppure « siamo ricacciati in mare » . Puoi
anche tradurre tutto il pensiero senza imagine. — haec ipsa ... at vero, il
nesso è: la fortuna porta da so sola (ipsa) molti casi , ma assai più ne porta,
quando vi si aggiungono le opes et studia hominum. — ab inanimis, « quelli che
ci vengono da ... , come ». — 20 trium t nelle tre giornate di Parsalo, Tapso,
Munda. — DB 0FFICI1S. II, 6, 19-21 95 saepe multorum, clades imperatorum, ut
nuper summi et sin- gularis viri, invidiae praeterea umltitudinis atque ob eas
bene raeritorum saepe civiumexpìilsiones, calamitates, fugae, rur- susque
secundae res, honores, imperia, victoriae, quamquam fortuita sunt, taraen sine
hominum opibus et studiis neutram in partem effici possunt. Hoc igitur cognito
dicendum est, quo* nani .modo hominum studia ad utilitates nostras adlicere
atque excitare possimus. Quae si longior fuerit oratio, cum magni- tudine
utilitatis comparetur; ita fortasstè etiam brevior videbitur. Quaecumque igitur
homines homini tribuunt ad eum au- 21 gendum atque hònestandum, aut
benivolentiae gratia faciunt, cum aliqua de causa quempiam diligunt, aut
honoris^ si cuius virtutem suspiciupt quenique dignum fortuna quam amplissima
putant, aut cui fidem ,habent et bene rebus suis consulere ar- bitrante, aut
cuius opes metuunt, aut contra, a quibus aliquid expectant, ut cum reges
populare.sve homines largitiones aliquas proponimi, aut postremo pretio ac
mercede ducuntur, quae sor- didissima est illa quidem ratio et inquinatissima
et iis, qui ea saepe = alias, antitesi di proxime. — nummi viri, Pompeo, che
soccombette nella guerra civile con Cosare. — saepe fa. le funzioni di
attributo di expuhiones, « frequenti » . — calamitates, qui si specifichi con
< condanne >. — rursusque, cfr. § 2 rursum. — neutram in partem, « né in
bene nò in male > . — quae si, traduci come se fosse quod si. 21- Nell'uso
scambievole che un uomo può fare di un altro si presen- tano due casi : o uno
promuove il vantaggio di un altro (§ 21 ad eum augendum atque hònestandum), o
si sottomette al suo volere (§ 22 subì- ciunt se homines imperio alterius). In
entrambi i casi l'uomo può esser tratto da sei motivi. I sei motivi sono
espressi due volte per entrambi i casi nei §§ 21-22 e sono: 1° la benevolenza
(§ 21 benivolentiae gratia, § 22 beni- valentia aut beneficiorum magnitudine;
questo aut si può spiegare per et); 2° la dignità (§ 21 honoris, § 22
dignitatis praestantia); 3° la speranza (§ 21 cui fidem ... arbitrantur, § 22
spe ... futurum) ; 4* il timore (§ 21 cuius ... metuunt, § 22 metu ...
cogantur); 5° le promesse (§ 21 a quibus ... proponunt, § 22 spe largitionis
... capti)-, 6° il danaro (§21 pretio ducuntur, § 22 mercede conducti). Questi
sei motivi sono sviluppati, seb- bene poco ordinatamente, nei §§ seguenti, cioè
il 1° e 4° nei §§ 23-30; il 2° e 3° nei §§ 31-51; il 5° e 6° nei §§ 52-87. —
quemque invece di eumque, un relativo coordinato a un indefinito. — aut cui
...., cuius, .... aquibuSy altro anacoluto, invece di si cui e te. ; questi tre
relativi sono stati attratti dal relativo quemque; aut ducuntur, che ha
struttura di proposizione indipendente, forma un terzo anacoluto. — et bene =
et quem bene, — vopulares homines, «democratici* quidem, «pur troppo 9. 96 M.
TULLI C1CEIIUNIS 22 tenentur, et illis, qui ad eara confugere conantur; male
enim se • res habet, cum, quod virtute effici debet, id temptatur pecunia. Sed
quoniam non numquam hoc subsidium necessarium est, quem ad modum sit utendum
eo, dicemus, si prius iis de rebus, quae virtuti propiores sunt, dixerimus. « Atque etiara subiciunt « se
horaines imperio alterius et potestati de causis pluribus. « Ducuntur enim aut
benivolentia aut beneficiorum magnitudine « aut dignitatis praestantia aut spe
sibi id utile futurum aut « raetu, ne vi parere cogantur, aut spe largitionis
promissisque « capti aut postremo,, ut saepe in nostra re publica videmus, mer
)« cede conducti ». 23 7. Omnium autem rerum nec aptias est quicquam ad opes
/,/ tuendas ac tenendas quam diligi nec alienius quam tiraeri. Prae- clare enim
Ennius: Quém metuunt, odérunt; quem quisque ódit, - periisse éxpetit. Multorum
autem odiis nullas opes posse obsistere, si antea fuit ignotum, nuper est
cognitum. Nec vero huius tyranni solum, quem armis oppressa pertulit civitas ac
paret cìim maxume mortuo, interitus declarat, quantum odium hominum valeat ad
pestem, sed reliquorum similes exitus tyrannorum, quorum haud fere quisquam
talem interitum effugit; malus enim est custos diuturnitatis metus contraque
benivolentia fidelis vel ad per- — 22. si prius, infatti dei sei motivi
sviluppa per ultimo quello del denaro. — propiores, gli altri cinque. Dopo ciò ci aspettiamo che entri in ar- gomento;
invece troviamo introdotta da atque etiam una nuova riparti- zione dei sei
motivi : la nuova ripartizione fu innestata dall'autore poste- riormente. — 23.
Ennius, in una tragedia, si suppone nel Tieste. — quem metuunt , tetrametro
trocaico catalettico (-^^, --, --, --, -*-, ^^-, -^, -). — periisse, il
perfetto s'associava spesso ai verbi che espri- mono il desiderio. — multorum
odiis, non è vero che Cesare, a cui qui si allude, sia stato preso di mira
dall'odio pubblico, ma solo di alcuni par- tigiani e suoi nemici personali. —
tyranni, Cesare, ucciso il 15 marzo del 44 av. Cr. — cum maxume, frase avverbiale
che di solito suona nunc cum maxume e ora più che mai » . — mortuo, ablat.
assoluto. Cesare morto riviveva in Marcantonio, il quale ne continuava l'opera,
avendo fatto passare in senato la legge, che si desse corso a tutti gli
ordinamenti di Cesare, tanto pubblicati quanto non pubblicati. — valeat ad
pestem = exitiaìe sit. — diutumitatU = diuturnae possessionis. — ad, non « fino
a ^ de officiis, il, 6—7, 22—25 97 petuitatem. Sed iis, qui vi oppressos
imperio coércent, sit sane 24 adhibenda saevitia, ut eris in famulos, si alitér
teneri non pos- sunfr; qui vero in libera civitate ita se instruunt, ut
metuantur/ iis nihil potest esse dementius. Quamvis enim sint demersae / leges
alicuius opibus, quamvis tiraefacta libertas, emerguntj tamen haec aliquando
aut iudiciis tacitis aut occultis de honore/ suffragiis. Acriores autem morsus
sunt intermissae libertatis, quam retentae. Quod igitur latissume patet neque
ad incolu- mitatem solùm, sed etiam ad opes et potentiam valet plurimum, id
amplectamur, ut metus absit, caritas retineatur. Ita facil- lime*, quae
votemus, et privatis in rebus et in re publica con- sequeuiur. Etenim qui se
metui volent, a quibus metuentur, éosdem metuant ipsi necesse est. Quid enim
censemus supe- 25 riorem illum Dionysium quo cruciatu timoris angi solitum, qui
cultros metuens tonsorios candente carbone sibi adurebat ca- pillum? quid
Alexandrum Pheraeum quo animo vixisse arbi- tramur? qui, ut scriptum legimus,
cum uxorem Theben admodura diligeret, tamen ad eam ex epulis in cubiculum
veniens bar- barum , et eum quidem , ut scriptum est , compunctum notis
Thraeciis, destricto gladio iubebat anteire praemittebatque de (temporale), ma
« per » (finale). — perpetuit. = perpetuarti possessionem. — 24. sane,
concessiva, a cui corrisponde vero, che vale tamen. — eris, la vera grafia di
questo nome è erus, non herns. — timefacta, per stare in metafora con demersae
ed emergunt, traduci « soffocato » . — libertas^ qui soggettivamente e il
sentimento della libertà». — iudiciis tacitis, « tacite manifestazioni » , che
consistono nell'astenersi dalle solite dimostrazioni di onore, che si facevano
dal popolo romano alle autorità in pubblico e specialmente in teatro ; noi
possiamo dunque spiegare « asten- sioni ». — occultis ... suffragiis, potresti
adoperare la nostra frase parla- mentare « il segreto dell'urna » . — acriores
morsus, e più acute le pun- ture » , cioè « si fa sentire più acutamente, più
vivamente » . — 25. quid, quid, i due quid si sopprimono nella traduzione. —
Dionysium, Dionisio- il vecchio governò Siracusa dal 406 al 367 av. Cr. —
cultros tons., si spieghi con una sola parola. — capiììum, della barba. —
Alex., uno dei successori di Giasone (I 108), di cui sposò la figlia Tebe. I
Tebani fecero molte guerre contro di lui ; nel 368 tenne in ostaggio Pelopida,
che gli era stato inviato come messo dei Tebani e che morì il 364 nella
battaglia di Cinoscefale, combattuta contro Alessandro. La moglie lo uccise con
l'aiuto dei propri fratelli, di cui uno si impadronì dello Stato. — scriptum legimus,
Cicer. dice di solito scriptum videmus. — compunctum notis, * tattuato » . —
Thraeciis, come si usava in Tracia. Ciò rendeva più or- ritfile il barbaro. —
iubebat anteire, « si faceva precedere ». — exquire- Cicerone, De Ofllcite,
comm. da R. Sabbadini, 2* ediz. 7 98 M. TULLI CICBRONIS stipatoribus suis, qui
scrutarentur arculas muliebres et, ne quod in vestimentis telum occultaretur,
exquirerent. miserum, qui fideliorem et barbarum et stigmatiam putaret quam
coniugem ! Nec eum fé felli t; ab ea est eniin ipsa propter pelicatus suspi-
cionem interfectus. Nec vero ulla vis imperi tanta est, quae 26 /premente ìnetu
possit esse diuturna. Testis est Phalaris, cuius est praeter ceteros nobilitata
crudelitas, q\ii non ex insidiis in- teriit, ut is, quem modo dixi, Alexander,
non a paucis, ut bic noster, sed in quem universa Agrigentinorum multitudo
impetum fecit. Quid? Macedones
nonne Demetrium reliquerunt univer- sique se ad Pyrrhum contulerunt? Quid?
Lacedaemonios iniuste imperantes nonne repente omnes fere socii deseruerunt
specta- toresque se otiosos praebuerunt Leuctricae calamitatis? 8. Externa
libentius in, tali re quam domestica recordor. Verum tamen, quam diu imperium
populi Romani beneficiis tenebatur, non iniuriis, bella aut prò sociis aut de
imperio gerebantur, exitus erant bellorum aut mites aut necessari^ rent =
exquirentes caverent — eum fefellil, impersonale «si ingannò». — premente metu,
« adoperando le pressioni del timore ». — 20. nobi- litata, « resa famosa » (1
14). Sul conto di Falaride, tiranno di
Agrigento nel VI sec. av. Cr., si sono sparse molte favole, delle quali la più
famosa quella del toro, accennata anche da Dante : « Come il bue cicilian, che
mugghiò prima Coi pianto di colui (e ciò fu dritto), Che l'avea temperato con
sua lima » (Inf. XXVII 7-9). L'artefice del toro era statf Perillo. — —
interiit a paucis, come fosse interfectus est ; cosi in greco àiToGvncricciv («
essere ucciso ») dirò tivo^. — Demetrium, Demetrio Poliorcete ottenne nel 294
il dominio della Macedonia. Mentre nel 287 si trovava in guerra con Lisimaco,
che gli aveva invaso il regno, entrò contro lui anche Pirro re dell'Epiro; i
soldati di Demetrio passarono dalla parte di Pirro ed egli dovette fuggire. —
Leuctr. cai., la battaglia di Leuttra fu vinta sugli Spartani dal tebano
Epaminonda nell'anno 371 av. Cr. Isocrate scrive (ircpl eipfivrjq 100) : « Gli
Spartani non cessarono mai di danneggiare gli alleati, preparandosi così la
disfatta di Leuttra. Molti la credono cagione dei mali di S parta, ma
erroneamente, giacché non per essa gli Spartani si attirarono l'odio degli
alleati, ma per le precedenti loro prepotenze pa- tirono questa disfatta,
mettendo a pericolo l'esistenza del proprio Stato ». — verum tamen, si può
compiere così : « ma se vogliamo citare anche esempi di storia patria » . In
quel che segue ci aspetteremmo sviluppato questo pensiero: « Finche Roma
governò con la clemenza, prosperò; quando cominciò a imporsi col terrore,
decadde » ; invece Cicerone esce in una requisitoria contro il governo di Cesare;
poi torna bruscamente in carreg- giata: atque in has clades § 29. — bella, qui
comincia Papodosi. — prò sociis, de imperio e non per brama di saccheggio. —
necessari*, imposti de officiis, li, 7—8, 26—28 99 regima, populorum, nationum
portus erat et refugium sena- tus, nostri autem magistratus imperatoresque ex
hac una re maximam laudem capere studebant, si provincias, si socios aequitate
et fide defendissent; itàque illud patrocinium orbis 27 terraé verius quam
imperium poterat nominari. Sensim hanc consuetudinem et disciplinam iam antea
minuebamus, post vero- Sullae victoriam penitus amisimus; desitum est enim
videri quicquam in socios iniquum, cum extitisset in cives tanta cru- delitas.
Ergo in ilio secuta est honestam . causami non bonesta Victoria; est enim ausus
dicere, basta posita cum bona in foro venderet et honorum virorum et
locupletium et certe civium, 'praedam se suam vendere'. Secutus est, qui in
causa impia, Victoria etiam foediore non singulorum civium bona pu- blicaret,
sed universas provincias regionesque uno calamitatis iure comprehenderet.
Itaque vexatis ac perditis exteris nationibus 28 ad exemplum amissi imperii
portari in triumpho Massiliam dalla necessità. Cicerone non interpreta da vero
storico, ma da partigiano del governo aristocratico, i fatti. Le guerre di
conquista in Italia non furono sempre intraprese prò sociis t e quando anche
questo fu il caso, la difesa degli alleati era non più che il pretesto.
Dall'altra parte non pare che basti giustificare col solo aggettivo necessarii
le distruzioni di Corinto, Numanzia, Cartagine; per Corinto Cicer. ha già fatto
le sue riserve (I 35). — populohcm, popoli di regime repubblicano, <
repubbliche > , nationum, popoli in generale. — si defendissent, « l'aver
potuto ». — 27- vero, per la collocazione cfr. contra autem, § 8. — honestam
causam, perchè la causa propugnata da Siila era quella dell'aristocrazia,
quella stessa pro- pugnata da Cicerone. — non hon. viatoria, qui Victoria
significa le nuove condizioni create dalla vittoria; anche Sallustio Cat. XI
dice che Siila bonis initiis maìos eventus habuit. — hasta posita, per mettere
all'incanto i beni dei proscritti. Il primo uso di piantar un'asta in terra
risale agli- incanti che si facevano del bottino di guerra (sub harta vendere),
poi fu esteso a tutti gli altri incanti pubblici. — certe, «in ogni modo». —
qui n causa impia, ciò è detto di Cesare dal punto di vista di Cicerone, perchè
Cesare fece causa comune con la democrazia. — non publicaret ... sed, non è
uguale a non modo ... sed etiam ; qui invece si vuole signifi- care che la
confisca dei beni privati è un nulla, come non esistesse, a petto della
confìsca delle intere province; puoi tradurre così: « confiscò ... ; ma no, che
dico ? » . — uno ... comprehenderet, « comprese in un mede- simo diritto di
sventura», «agguagliò nel diritto della sventura», « ridusse al medesimo stato
di miseria » (ius qui prende il valore speciale di « stato, condizione » ;
anche « stregua, misura » ), « fece man bassa ado- perando una sola misura » e
simili. — 28. ad exemplum ... imperii, 100 M. TULLI CICERONIS vidimus et ex ea
urbe triumphari, sine qua numquam nosiri imperatores ex Transalpinis bellis
triumpharunt. Multa prae- terea commemorarem nefaria in socios, si hoc uno
quicquam sol vidisset indignius. Iure igitur plectimur. Nisi enim mul- torum
impunita scelera tulissemus, numquam ad unum tanta pervenisset licentia; a quo
quidem rei familiaris ad paucos, 29 ^cupiditatum ad multos improbos venit
hereditas. Nec vero um- quam bellorum civilium semen et causa deerit, dum
homines perditi hastam illam cruentam et meminerint et sperabunt; quam P. Sulla
cum vibrasset dictatore propinquo suo, idem sexto tricensimo anno post a
sceleratiore hasta non recessit; alter autem, qui in illa dictatura scriba
fuerat, in hac fuit quaestor urbanus. Ex quo debet intellegi talibus praepiiis
propositis num- quam defutura bella civilia. Itaque panetes modo urbis stant et
manent, iique ipsi iam extrema scelera metuentes, rem vero publicam penitus
amisimus. Atque in has clades incidimus (red- jeundum est enim ad propositum),
dum metui quam cari esse iet diligi malumus. Quae si populo Romano iniuste
imperanti accidere potuerunt, quid debent putare singuli? Quod cum perspicuum
sit, benivolentiae vim esse magnam, metus imbe- cillam, sequitur, ut
disseramus, quibus rebus facillime possimus « in prova che non esisteva più V
impero romano > ; perchè trionfare di una città alleata, tanto benemerita
dei Romani, era come un dichiarare abolite tutte le istituzioni e le
consuetudini che avevano fino allora formata la base del regime romano. —
Massiliam, nel trionfo a Roma fu portata l'effigie di Marsiglia. Questa città
era antichissima alleata di Roma, a cui rese segnalati servigi ; nella guerra
civile tenne da Pompeo e oppose accanita resistenza a Cesare, quando voleva
passare contro l'eser- cito pompeiano in Spagna. Di qui la vendetta di Cesare.
— ex bellis, si aspetterebbe ex hostibus, ex gentibus. — ad paucos, gli eredi
di Cesare fu-rono tre: C. Ottavio, L. Pinario, Q. Pedio. — 29. P. Sulla, questo
Cornelio Siila, nipote del dittatore, gli tenne mano nelle proscrizioni
dell'82, e trentasei anni dopo, nel 46, tenne mano a quelle di Cesare. Nel 66
console designato ebbe condanna per broglio elettorale e più tardi fu accusato
di complicità nella congiura di Catilina : ci rimane la difesa di Cicerone. —
alter, l'altro dei due Cornelii, che ebbero una certa posi- zione sotto la
dittatura: questo secondo era liberto del dittatore. — scriba. aggiungici
l'aggettivo « semplice » , per dar rilievo al contrasto con quaestor' l'aver
dato l'ufficio di questore a quel liberto è un rimprovero per Cesare; Cesare
accrebbe di molto il numero dei questori. — vero* « ma pur troppo *. — quod,
non è nominativo, ma un accusativo di re- • ••••• • • • de officiis, ii, 8—9,
2j)-i$s. : ::•••*•:*• %ioì •• » • * • a . "> "> <» "
eam, quam volumus, adipisci cum honore et fidejjgritatpm.,8ed 30 ea non pariter
omnes egemus; nam ad cuiusque vitam insti- tatam accommodandum est, a multisne
opus sit an satis sit a paucis diligi. Certum igitur hoc sit idque et primum et
mamme necessarium, familiaritates habere fidas amantium nos amicorum et nostra
mirantium; haec enim est una res prorsus, ut non inultum differat inter summos
et mediocris viros, eaque aeque utrisque est propemodum comparando Honore et
gloria et be- 31 nivolentia civium fortasse non aeque omnes egent, sed tamen,
si cui haec suppetunt, adiuvant aliquantum cum ad cetera, tum ad amicitias
comparandas. 9. Sed de amicitia alio libro dictum est [qui inscribitur
Laelius]; nunc dicamus de gloria, quamquam ea quoque de re duo sunt nostri
libri, sed attingamus, quandoquidem ea in rebus maioribus administrandis
adiuvat plurimum. Summa igitur et perfecta gloria constat ex tribus his: si
diligit multitudo, si fidem habet, si cum admiratione quadam honore dignos
putat. Haec autem, si^est simpliciter breviterque dicendum, quibus rebus
pariunturm singulis, eisdem fere a multitudine. Sed est alius quoque quidam
aditus ad multitudinem , ut in univer- sorum animos tamquam influere possimus.
Ac primum de illis 32 lazione == quare. — cum honore ... , « accoppiato a ... ,
fondato sa ». — 30. vitam institutam = vitae institutionem, « metodo di vita,
stato » . — certum, « ben fermo, ben definito » . — amantium, mirantium, puoi
risolvere con due sostantivi astratti: e amore, ammirazione». — una scil.
omnium, « la sola fra tutte, l' unica » ; prorsus è rinforzativo. — ut
consequenziale « talcbè non si deve fare gran differenza > ... ; noi
spieghiamo « nella quale, a riguardo della quale non si deve fare gran
differenza ... ». — propemfiJum va con aeque, 31. qui ... Laelius, questa è
un'interpolazione. Il de Amicitia di Cicer. ci è rimasto, mentre si son perduti
i due libri de Gloria. — constat ex tribus his, « consta di questi tre elementi
> , cioè « dipende da queste tre condizioni». — si diligit, si ... habet
.... , si risolva così: «Tessere amati ... , il goder la fiducia ... ». — haec
pariuntur a singulis, la forma attiva di questa costruzione non è singuli haec
pariunt, ma a singulis haec parimus ; così expectari, emi etc. ab aliquo hanno
il doppio signi- ficato; in italiano si schiva l'ambiguità traducendo ab con
«presso» o voltando la costruz. passiva in attiva. — influere, « insinuarsi » ;
da questo significato a quello del nostro « influire, influsso, influenza » è
facile il passaggio. — 32. primum ; § 33 fides autem, § 36 tertium. — <U % •
• •*• ftfè/" *.••'*".•:: • *". M» TULLI CICERONIS • "••* •p
# . , 4« •••••• m j£<yJr *«'-*~C|\ » tribus, quae ante dixi/Nbenivolentiae
praecepta videamus; quae quidem capitur beneficiis maxime, secundo autem loco
volun- tate benefica benivolentia movetur, etiamsi res forte non sup- petit;
vehementer autem amor multitudinis commovetur ipsa fama et opinione
liberalitatis , beneficentiae, iustitiae, fidei, omniumque earum virtutum, quae
pertinent ad mansuetudinem morum ac facilitatem. Etenim illud ipsum, quod
honestura de- corumque dicimus, quia per se nobis placet animosque omnium
natura et specie sua commovet raaximeque quasi perlucet ex iis, quas
commemoravi, virtutibus, ideirco illos, in quibus eas d virtutes esse remur, a
natura ipsa diligere cogimur. Atque hae quidem causae diligendi gra^s^ma^e ;
possunt enim praeterea 33 non nullae esse leviores. Fides autem ut habeatur,
duabus rebus effici potest, si existiraabimur adepti coniunctam cum institi*
prudentiam. Nam et iis fidem habemus, quos plus intellegere quam nos arbitramur
quosque et futura prospicere credimus et, cum res agatur in discrimenque
ventura sit, expedire rem et consilium ex tempore capere posse; hanc enim
utilem homines ■/existimant veramque prudentiam. Iustis autem et fidis homi-
nibus, id est bonis viris, ita fides habetur, ut nulla sit in iis fraudis
iniuriaeque suspicio. Itaque his
salutem nostram, his 34 fortunas, his liberos rectissime committi arbitramur. Harum partitivo = ex. — ante, § 31 ex tribus his. —
benivoìentiae scil. compa- randole. — voluntate benefica = voi. benefaciendi,
per noi basta la pa- rola e intenzione ». — res non suppetit, € non corrisponde
l'effetto ». — ipsa, « anche solo » . — opinione, qui non significa l'opinione
in che noi teniamo gli altri, ma l'opinione in che siamo tenuti noi ; perciò ha
signi- ficato passivo, puoi spiegare « nome, riputazione ». — quia ...
maximeque perlucet, per Ja traduzione risolvi : quod (pronome) quia maxime per-
lucet. — natura et specie, e qualità interiori ed esteriori » . — SS. con-
iunctam ... prudentiam, nella traduzione, per meglio distinguere le due idee,
risolvi: et prudentiam et iustitiam. — et iis, il secondo termine è iustis autem.
— expedire rem, • trovare la soluzione ». — ex tempore, « dal momento » . — ita
ut nulla sit = ita ut nulla existimetur esse, la fede che abbiamo in loro ci
toglie di sospettarli di frode: qui suspicio non risponde al verbo e sospettare
» , ma « essere sospettati » ; perciò ha significato passivo come opinione §
32. — his, his, his, nella traduzione si spieghi una volta sola, sostituendo a
questa anafora la ripetizione per tre volte del pronome « nostro ». — Sé:,
valet, introduci nella versione con « invece » . — opinione = fama, § 32. db
officiis, il, 9—10, 33 — 36 103 igitur duarum ad fidem faciendam iustitia plus
pollet, quippe cum easine prudentia satis habeat auctoritatis ; prudentia sine
iustitia nihil valet ad faciendam fidem. Quo enim quis versu- tior et
callidior, hoc invisior et suspectior detracta opinione probitatis. Quam ob rem
intellegentiae iustitia coniuncta, quantum volet habebit ad faciendam fidem
virium; iustitia sine prudentia multum poterit, sine iustitia nihil valebit
pru- dentia. IO. Sed ne quis sit admiratus, cur, cum inter omnes phi- 35
losophos constet a meque ipso saepe disputatum sit, qui imam haberet, omnes
habere virtutes, nunc ita seiungam, quasi possit quisquam, qui non idem prudens
sit, iustus esse, alia est illa, cum veritas ipsa limatur in disputatione,
subtilitas, alia, cum ad opinionem communem omnis accommodatur oratio. Quam ob
rem, ut vulgus, ita nos hoc loco loquimur, ut alios fortes, alios viros bonos,
alios prudentes esse dicamus; popularibus enim verbis est agendum et usitatis,
cum loquimur de opinione po- pulari, idque eodem modo fecit Panaetius. Sed ad
propositum revertamur. Erat igitur ex iis tribus, quae ad gloriam pertinerent,
36 hoc tertium, ut cum admiratione hominum honore ab iis digni iudicaremur.
Admirantur igitur communiter illi qui- dem omnia, quae magna et praeter
opinionem suam ani- madverterunt, separatimi autem, in singulis si perspiciunt
nec- opinata quaedam bona. Itaque eos viros suspiciunt maxumisque efferunt
laudibus, in quibus existumant se excel le ntes quasdam et singulares
perspicere virtutes, despiciunt autem eos et con- temnunt, in quibus nihil
virtutis, nihil animi, nihil nervorum / putant. Non enim omnes eos contemnunt,
de quibus male exi- 35. ne ... admiratus = ne quis admiretur, non esortativa,
ma finale. — idem, « anche » . — alia est, compi : dicendum est aliam esse ;
cfr. I 57 nulla est. — ipsa, « per se stessa » , cioè « astrattamente » . —
disputa- tione, nella traduz. aggiungivi «filosofica». — ut dicamus, traduci
col gerundio. — 36. erat, I 44 alter locus erat. — ex iis tribus y § 31. — ut
iudicaremur, « Tessere giudicati » . — communiter, separatim, « in generale, in
particolare». — et praeter ... suam, puoi spiegare con un avverbio
«straordinariamente». — nervorum, «energia». — nec sibi, 104 M. TULLI CICERONIS
stumant. Nam quos improbos, maledicos, fraudulentos putant et ad faciendam
iniuriam instructos, eos contemnunt quidem neutiquam, sed de iis male
existumant. Quara ob rem, ut ante |dixi, contemnuntur ii, qui 'nec sibi nec alteri
', ut dici tur, 37 in quibus nullus^labor, nulla industria, nulla cura est.
Admi- ratione autem adficiuntur ii, qui anteire ceteris virtute putantur et cum
crani carere dedecore, tum vero iis vitiis, quibus alii non facile possunt
objistere. Nam et voluptates,
blandissumae dominae, maioris partii animos a virtute detorquent et, dolorum
cum admoventur faces, praeter modum plerique exterrentur: vita mors, divitiae
paupertas omnes homines vehementissime permovent. Quae qui in utramque partem
excelso animo ma- gnoque despiciunt, cumque aliqua iis ampia et honesta res
obiecta est, totos ad se convertii et rapit, tum quis non admi- fretur
splendorem pulchritudinemque virtutis? i8 11. Ergo et haec animi despicientia
admirabilitatem ma- gnarci facit et maxume iustitia, ex qua una virtute viri
boni appellantur, mirifica quaedam multitudini videtur, nec iniuria; nemo enim
iustus esse potest, qui mortem, qui dolorerai, qui exiliurn, qui egestatera
tiinet, aut qui ea, quae sunt his con- traria, aequitati anteponit. Maximeque admirantur eum, qui pecunia non movetur;
quod in quo viro ^perspectumst, hunc nec alteri, proverbio; nesso senza verbo,
p. e., valent o prosunt; noi po- tremmo adoperare il verso di Dante « Che
visser senza infamia e senza lodo » (Inf. Ili 36). — labor, e attività ». — 37.
admiratione adfi- ciuntur \ e sono ammirati » ; qui admiratio ha valore
passivo; se avesse valore attivo, admiratione adfici vorrebbe dire e essere
affetto di ammi- razione », cioè « ammirare ». — faces, rendi con un'altra
metafora, p. e., « tormenti, morsi, punture ». — quae qui ... rapit, qui
abbiamo un singolare anacoluto, che si può risolvere così : quae si qui ...
despiciunt cumque ... obiecta est, toti ad eam convertuntur et rapiuntur ; la
singolarità dell'ana- coluto è nella coordinazione di una relativa qui
despiciunt con una non relativa totos rapit, con mutamento di soggetto. — in
utramque partem, < tanto nel senso della gioia quanto del dolore », cioè «
senza abbando- narsi uè alla gioia né ai dolore », oppure e sì in bene che in
male ». — 38. admirabilitatem facit, « suscita il sentimento dell'ammirazione
». — quaedam, spiega con l'avverbio * straordinariamente » (1 47). — nemo,
spiega « non ». — ea, spiega € beni » . — quod in quo viro, risolvi et in quo
viro id. — igni spectatum, « provato al fuoco », « passato al crogiolo », db
opficiis, ir, 10—11, 37—40 105 igni spectatum arbitrantur. Itaque illa tria,
quae proposita sunt ad gloriam, omnia iustitia conficit, et benivolentiam, quod
prod- esse vult plurimus, et ob eandem causam fidem et admirationem, quod eas
res spernit et neglegit, ad quas plerique infiammati / avidi tate rapiuntur.
i#yr- , Ac mea quidem sententi» omnis ratio atque institutio vitae 39 adiumenta
hominum desiderat, in primisque ut habeat, qui-./ buscum possit familiares
conferre sermones; od est difficile, nisi speci em prae te boni viri feras.
Ergo etiam solitario ho- mini atque in agro vitam agenti opinio iustitiae
necessaria est, eoque etiam magis, quod, 6&jn,$i non habebunt, [iniusti
habe- buntur], nullis praesidiis sàeptì multis adficientur iniuriis. Atque 49
iis etiam, qui vendunt emunt, conducunt locant contrahendisque negotiis
implicantur, iustitia ad rem gerendam necessaria est, cuius tanta vis est, ut
ne illi quidem, qui malefìcio et scelere pascuntur, possint sine ulla particula
iustitiae vivere. Nam qui eorum cuipiam, qui una latrocinantur, iuratur aliquid
aut eripit, is sibTne in latrocinio quidem relinquit locum, ille autem, qui
arcfnpirata dici tur, nisi aequabiliter praedam dispertiat, aut interficiatur a
sociis aut relinquatur; qum eiiam leges latronum esse dicuntur, quibus pareant,
quas observent. Itaque propter aequabilem praedae partitionem et Bardulis
lllyrius latro, de quo est apud Theopompum, magnas opes habuit et multo ma- il
nostro « oro di coppella ». — + r ìa, § 31. — ad gloriam =* ad gloriam
consequendam. — vult, spernit, soggetto iustitia. 39. omnis ratto ... possit,
qui bisogna dare dei soggetti personali ai verbi, risolvendo così : in omni
ratione atque institutione vitae .... deside- ramus («sentiamo il bisogno») in
primisque ut habeamus («e d'avere soprattutto ») ... possimus. — speciem feras,
« aver l'aria ». — homini ... habebunt, mutamento di soggetti. — opinio, in
senso passivo od ogget- tivo, § 32; spiega «aver riputazione di uomo giusto». —
iniusti habe- buntur, questa è una glossa di eam si non habebunt — 40. pa-
scuntur, « vivono » . — sine ulla particula, « senza almeno un'ombra » . —
latrocinio, qui « banda ». — aequabilem partitionem, « giustizia nella
divisione » . — Bardulis, un carbonaio, che diventò re deirilliria e tolse a
Perdicca, fratello di Filippo, una parte della Macedonia ; fu poi battuto da
Filippo nel 358. — latro, non «ladro», ma «brigante», «capo banda » . —
Theopompus, scolaro di Isocrate ; continuò la storia di Tu- cidide sino alla
battaglia di Gnido del 394; scrisse anche un'altra opera S~ 106 M. TULLI
CICERONIS iores Viriathus Lusitanus, cui quidem etiam exercitus nostri
imperato«resque cesseruaT; quem C. Laelius, is qui Sapiens usurpatur, praetor fregi);
et comminuit ferocitatemque eius ita repressit, ut facile bellum reliquia
traderet. Cum igitur tanta vis iustitiae sit, ut ea etiam latronum opes firraet
atque augeat r . quantam eius vim inter leges et iudicia et in constituta re
publica fore putamus? 41 12. Mihi quidem non apud Medos solum; ut ait
Herodotus, sed etiam apud maiores nostros iustitiae frueftclae causa videntur
olim bene morati reges consti tu ti. Nam cum premeretur inope multitudo ab iis,
qui maiores opes habebant, ad unum aliquem confugiebant virtute praestantem;
qui cum prohiberet iniuria tenuiorés, aequitate constituenda summos cum infimis
pari iure retinebat. Eademque constituendarum legum fuit causa, quae 42 regum.
lus enim semper est quaesitum aequabile; neque enim aliter esset ius. Id si ab
uno iusto et bono viro consequebantur t erant eo contenti; cum id minus
contingeret, leges sunt inventae, quae cum omnibus semper una atque eadem voce
loquerentur. Ergo hoc quidem perspicuum est, eos ad imperandum deligi sotitòs,
quorum de iustitia magna esset opinio multitudinis. Adiuncto vero, ut idem
etiam prudentes haberentur, nihil erat, quod bomines iis auctoribus non posse
consequi se arbitrarentur. Omni igitur ratione colenda et retinenda iustitia
est cum ipsa per sese (nam aliter iustitia non esset), tum propter amplifica-
tionem honoris et gloriae. Sed ut pecuniae non quaerendae intitolata:
OiXiirmicd. — Viriathus, da umile condizione si fece condot- tiero dei
Lusitani, a capo dei quali disfece parecchi eserciti romani. Anche Lelio non
ottenne grandi saccessi contro di lui ; una pace equa conchiuse con Vinato il
console Q. Massimo Sefviliano (152); il suo successore Q. Servilio Cepione lo
fece uccidere a tradimento. — cesserunt anzi fu- rono distrutti. — facile scil.
ad conficiendum. — é:l, Herodotus, egli racconta nolle sue storie (I 96) di
Deioce, che per la sua giustizia fu eletto dai Medi volontariamente a loro re.
— prohibere iniuria ali- quem può significare e difendere uno da », oppure
«impedire a uno di ingiuriare». — eademque, è veramente propria dell'ingenuità
an- tica in fatto di conoscenza del processo storico questa spiegazione del-
l'origine dei re prima e quindi delle leggi. — Per leggi poi si intendono le
costituzioni repubblicane, in antitesi con le monarchie. — 42. adiuncto, simili
ablat. assoluti seguiti da una proposizione, sono rari in Cicerone ; de
officiis, il, 12 — 13, 41—44 107 \ a. v. * -* t : r A solura ratio est, verum
etiara collocandae, qùae perpetuos sumptus sbppemteK nec solum necessarios, sed
etiam liberales, sic gloria et quaerenda et collocanda ratione est. Quamquam
praecla^e 43 Socrates hanc viam ad gloriam proximam et quasi compéhchà- riam
dicebat esse, si quis id ageret, ut.^mialis haberi vellet,. talis esset. Quod
si qur simulatione et ìnara! ostentatile et fic$^ non modo sermone, sed etiam
vultu stabilem se gloriam con- sequi posse rentuf, vehementer errant. Vera
gloria radices agit atque etiam propagatur, ficta omnia celeriter tamquara
flosculi decidunt, nec simulatum potest quicquam esse diuturnum. Testes sunt
permulti in utramque partem, sed brevitatis causa familia contenti erimus una.
Ti. enim Gracchus P. f. tam diu lauda- bitur, dum memoria rerum Romanarum
manebit; at eius filii nec vivi probabantur boiiis, et mortui numerum obtinent
iure n ^c^hrmn^Qui igitur ampìscì veram [iustitiae] gloriam volet, iustitiae
fungafùr' officiis. Ea quae essent, dictum est in libro superiore. 13. Sed ut
facillime, quales simus, tales esse videamur, 44 essi diventano molto frequenti
nei posteriori. — ratio est, e vi è un'arte ». — perpetuos sumptus, « le spese
correnti ». — gloria ... ratione est, per far simmetria col termine precedente
puoi risolvere : glorine et quaerenda e et collocandae ratio est; collocare si
può spiegare in ambidue i casi ♦ mettere a frutto » . — 43. quamquam,
restrittivo (I 30) ; c'è un'arte, ci sono precetti per acquistarsi la gloria ;
sebbene avesse ragione Socrate di dire (praeclare dicebat), che se ne poteva
far a meno. Però, anche non- ostante l'opinione di Socrate, Cicerone dà (sed ut
facillime... § 44) al- cuni precetti in proposito. — hanc, anticipativo; non si
spiega. — viam ad gloriam ... talis esset, il pensiero è tradotto dai Mem. (II
6,^39) di Senofonte: àXXà auvTOjuujTdTri té xal àacpaXeoTàrr) Kat KaXXiaxTi
óòóq, (D KprrópouX€, 6ti ftv PoùXrj ookéIv àyaQòq elvai, toOto xal yevèaQai
dyaeòv ireipàa6ai («la via più breve, più sicura e più bella, Critobulo, è di
sforzarti di diventar buono tanto, quanto vuoi sembrare »). — siquis id ageret,
« l'adoperarsi di ». — quod si qui, « infatti chi ». — in utramque partem (§
37), € per il doppio caso » .— Ti. Gracchus, Tib. Sempronio Gracco, genero del
vecchio Africano e suocero del giovane, fu rigido parti- giano
dell'aristocrazia, al contrario dei suoi due figli Tiberio e Gaio, e uomo di
molti meriti: fu due volte console,, fu censore e due volte trionfa- tore. —
numerum obtinent, veramente « acquistano valore », cioè « son tenuti in conto
di ... », « passano per ... ». Questo giudizio di Cicer. è par- tigiano. — in
libro superiore, I 20-45. 44. Sed ... ut videamur, il pensiero è: «ma per
meglio metterci in '108 k. TULLI CICERONIS X, etsi in eo ipso vis maxima est,
ut simus ii, qui haberi velimus, v ^iamen quaedam praecepta danda sunt. Nam si
quis ab ineunte aetate habet causam celebritatis et nominis aut a patre ac-
ceptam , quod tibi , mi Cicero, arbitror contigisse , aut aliquo casu atque
fortuna, in hunc oculi omnium coniciuntur atque in eum, quid agat, quem ad
modum vivat, inquiritur et, tam- quam in clarissima luce versetur, ita nullum
obscurum potest 45 nec dictum eius esse nec factum. Quorum autem prima aetas
propter humilitatem et obscuritatem in hominum ignoratione versatur,' ii, simul
ac iuvenes esse coeperunt, magna spoetare et ad ea rectis studiis debent
contendere; quod eo firmiore animo facient, quia non modo non invidetur illi
aetati, verum etiam favetur. Prima est igitur adulescenti commendatio ad
gloriam, si qua ex bellicis rebus comparari potest, in qua multi apud maiores
jiostros extiterunt; semper enim fere bella gere- bantur. Tua autéra aetas
incidit in id bellum, cuius altera pars \ sceleris nimium habuit, altera
felicitatis jfàrumr^Quo tamen \ in bello cum te Pompeius alae [alteri]
praefecisset, magnam laudem et a summo viro et ab exercitu consequebare
equitando, vista, ma per acquistarci gloria > . — in eo ipso ... ut simus, •
importa moltissimo Tessere ... ». — ut simus ... velimus, è il precetto di
Socrate. — habet causam, qui causa non ha valore soggettivo di « motivo, ra-
gione » , ma valore oggettivo di « fondamento, base »; perciò: ha buon fon-
damento, ha una buona base per acquistarsi un nome; puoi anche dire: si trova
iu via verso la gloria ; è avviato, è destinato alla gloria o |>ei meriti
del padre o per opera della sorte. — in eum quid agat inquiritur risolvi quid
is agat inquiritur. — 45. in hominum ignor. versatur ==- in obscuro versatur ;
la frase fa simmetria con quella di sopra in clarù sima luce versetur ;
togliendo l'imagine ne resta ab hominibus ignoratur — prima ==praecipua; pei
Romani la gloria militare stava al disopra di ogni altra, anche della gloria
oratoria. — commendatio ad, Ietterai* mente € raccomandazione > ; qui è
pensata la raccomandazione come mezzo di agevolare a uno il conseguimento del
suo scopo ; supponi per un im» mento di dire e la commendatizia, la
presentazione per arrivare alla gloria, il passaporto per la gloria»; di qui si
capisce come commendatio signi- fichi « avviamento a , passo verso > e
simili. — sì qua potest, puoi risolvere « quella che ...» o « il potere ... ».
— in qua scil. gloria. — extiterunt, < sorsero (I 13), si misero in mostra »
, perciò e si segnala rono ». — id bellum, la guerra civile tra Cesare e
Pompeo, alla quale il giovinetto Cicerone, di diciassette anni, prese parte,
militando Botto Pompeo. — altera pars, di Cesare, che commise un'empietà (§ 27
causa impia) nel- Tintraprenderla; altera, di Pompeo, che vi morì. — aìae, una
delle tante db officiis, ii, 13, 45—47 109 iaculando, ,omni militari labore
tolerando. Atque ea quidem tua laus pariter cura re publica cecidit. Mihi autem
haee oratio suscepta non de te est, sed de genere toto; quam ob rem per- gamus
ad ea, quae restant.Ut igitur in reliquis rebus multo 46 maiora opera sunt
animi quam corporis, sic eae res, quas in- genio ac ratione persequimur,
gratiores sunt quam illae^quas viri bus. Prima igitur commendat^proficiscitur a
mòaesuacum pietate in parentes, in ^os ^benivolentia. Facillume autem et in
optimam partem cognoscuntur adulescentes, qui se ad claros et sapientes viros
bene consulentes rei publicae contulerunt ; quibuscum si frequentes sunt,
opinionem adferunt populo eorura fore se similes, quos sibi ipsi delegerint ad
imitandum. P. Bu- 47 tili
adulescentiam ad opinionem et innocentiae et iuris scientiae P. Muci
commendavit oomus. Nam L. quidem
Crassus, cum esset admodum aduiescens, non àliunde mutuatus est, sed sibi ipse
peperit maxumam laudem ex illa accusaticene nobili et glo- squadre di
cavalleria, che allora facevano parte di un esercito. — mihi su- scepta est,
con alcuni verbi passivi, soprattutto probari, il latino invece dell'ablat. con
ab, usava il dativo. — pariter cum = simul cum, « nello stesso tempo che » — de
genere toto = generatim, communiter (§ 36), universe, in universum. — 46.
commendata), « raccomandazione > , cioè « fonte di lode ». — cum ... , «
congiunta a ... » — autem = tum, corri sponde a prima commendatio. —
cognoscuntur = commendantur, « si raccomandano, si fanno conoscere, si mettono
in vista». — se ... contule- runt, su questo costume cfr. I 122 exque iis
deligere. — opinionem adferunt, letteralmente < fanno credere, porgono ansa
a credere, danno motivo di credere ». — 47. Rutili, P. Rutilio Rufo, celebrato
da Cicer. come tipo della lealtà, fu console nel 105. Sei anni dopo accom-
pagnò Q. Mucio Scevola, pontefice massimo, nell'Asia e ivi difese i pro-
vinciali dalle angherie degli appaltatori, che erano della classe dei cava-
lieri; al ritorno fu per vendetta accusato di concussione e condannato: i
giudici erano allora i cavalieri. In seguito di ciò egli si ritirò a Smirne,
dove si dedicò agli studi. — opinionem, « riputazione ». — innocentiae = morum
integritatis. — P. Muci, padre del pontefice massimo Q. Mucio 1 116. Fu di
opinioni moderate, tenendosi lontano dall'aristocrazia arrab- biata e
accostandosi in parte alle idee dei Gracchi; era console nel 133, Panno che fu
ucciso Tiberio Gracco. — commendavit, « raccomandò, pre- sentò, introdusse,
avviò». — nam, qui ha valore correttivo come quam- quam; noi lo possiamo
spiegare con «invece». — accusatone , Crasso (cfr. I 108) a ventun anno accusò
nel 119 C. Carbone per le violenze usate nel suo tribunato, quantunque fosse
allora già passato dal partito dei Gracchi all'aristocrazia. Carbone per non
sopravvivere all'accusa si avve- s* 110 M. TULLI CICERONIS riosa, et, qua
aetate qui exercentur, laude adfici solent, ut de Demosthene accepimus, ea
aetate L. Orassus ostendit id se in foro optume iam facere, quod etiam tum
poterat domi curo laude meditari. y , 48 14. Sed cum duplex ratio sit
orationis, quarum in altera sermo sit, in altera conte litio, non est id quidem
dubium, quin contentio orationis maiorem vim habeat ad gloriam (ea est enim,
quam eloquentiam dicimus); sed tamen difficile dictu est, quantopere conciliet
animos comitas adfabilitasque sermonis. Extant epistulae et Philippi ad Alexandrum
et Antipatri ad Cassandrum et Antigoni ad Philippum filium, trium prudentis-
simorum (sic enim accepimus); quibus praecipiunt, ut oratione J benigna
multitudinis animos ad benivolentiam adliciant mili- tesque blande appellando
sermone deliniant. Quae autem in multitudine cum contentione habetur oratio, ea
saepe universam excitat gloriam ; magna est enim admiratio copiose sapienterque
dicentis; quem qui audiunt, intellegere etiam et sapere plus quam ceteros
arbitrantur. Si vero inest in oratione mixta mo- destia gravitas, nihil
admirabilius fieri potest, eoque magis, si 49 ea sunt in adulescente. Sed cura
sint plura causarura genera, quae eloquentiam desiderent, multique in nostra re
publica adulescentes et apud iudices et apud populum et apud senatum dicendo
laudemVadsecuti sint, maxima est admiratio in iudiciis; % lenò. — qui
exercentur scil. domi. — solent, puoi spiegare « cominciano » . — quod...
meditari', il senso è: sarebbe già stata gran lode fare in casa per esercizio
quello che invece egli seppe benissimo fare in una vera causa. — etiam tum, «
ancora » . — meditari = exercere ; significa generalmente la preparazione
domestica. — 48. sermo, contentio, cfr. I 132. — contentio orationis = contenta
oratio = oratio quae cum contentione ha- betur, come dice sotto. — ad gloriam
scil. comparandam. — epistulae, queste e simili altre raccolte di epistolari
(cfr. 1 4) sono apocrife. Erano composte per esercizio rettorico e nella
tradizione manoscritta furono poi trasmesse, non per frode ma per errore di titolo,
come autentiche. Un • Tizio, p. es., compose un supposto epistolario di
Demostene intitolandolo:. Lettere di Demostene di Tizio. A poco a poco il
titolo si accorciò e di- ventò: Lettere di Demostene. — Antipatri, governatore
della Macedonia in nome di Alessandro. — Antigoni, generale di Alessandro e
padre di Demetrio Poliorcete ; Filippo era figlio minore. — trium, « tutti tre
» . — in multitudine, puoi spiegare con un avverbio « pubblicamente > . —
univ. excitat gloriam {= admirationem movet), suscita l'ammirazione, il plauso
di tutti. — 49. in iudiciis. le e cause giudiciali ». — constai DE OFFIGHS, II,
14, 48— 50 ili quorum ratio duplex est. Nam ex accusatane et ex defensione
constat ; quarum etsi laudabilior est defensio, tamen etiam ac- cusalo probata
péMiépé^est. Dixi pauló ante de Crasso; idem fecit adulescens M. Antonius.
Etiam P. Sulpici eloquentiam accusatio inlustravit, cum seditiosum et inutilem
civem, C. Nor- banum , in iudicium vocavit. Sed hoc quidem non est saepe 50
faciendum nec umquam nisi aut rei p'ublicae pausa^ut i\ 3 quqs ante dixi, aut
ulciscendi, ut duo Luculli, aut patrócinii/uf nos prò Siculi s, prò Sardis in
Albucio Iuliup.. In aerando etiam MV Aquilio L. Fufi cognita industria est.
ttémel igitur aut non saepe certe. Sin erit, cui faciendum sit saepius, rei
publicae tribuat hoc muneris, ciiius inimicos ulcisci saepius non est re-
prehendendum ; modus tamen adsit. Duri. Qnim hominis veì potius vix hominis
videtur periculum capitis ìiìferre multis. Id cum periculosum ipsi est, tum
etiam sordidum ad famam, com- ( " mittere, ut accusator nominere; quod
contigit M. Bruto summo genere nato, illius filio, qui iuris civilis in priùais
peritus fuit. ex, cfr. I 157. — accusatio, un* accusa molto spesso apriva in
Roma al giovane la carriera politica. — paulo ante, § 47. — Antonius, famoso
oratore, contemporaneo di Crasso; nacque nel 143 e fu fatto uccidere nell'87 da
Mario con altri capi della fazione aristocratica. Fu console nel 99, censore
nel 97. Non si sa di quale accusa qui si parli. — Sulpici, P. Sulpicio Rufo,
nato nel 124 , fu prima con l'aristocrazia e poi con Mario. Fu fatto uccidere
da Siila neli'88, nel quale anno era tribuno. — inutilem (I 32), « nocivo » .
Fu accusato per le agitazioni promosse come tri- buno nel 94. — 50. duo
Luculli, Lucio e Marco; il loro padre era stato accusato di sottrazioni
indebite dall'augure Servilio, ch'essi per vendetta chiamarono in giudizio. —
prò Siculis, contro Verre. — in Albucio, « nel caso di » 1 T. Albucio era stato
propretore in Sardegna nel 133. Fu accusato di concussione da G. Julius Gaesar
Strabo (I 108). — etiam va con Fufi. — Aquilius, console nel 101 con Mario ;
represse la solleva- zione degli schiavi in Sicilia nel 100; nel 98 accusato di
concussione da Fufio, fu difeso vittoriosamente da Antonio. — semel suppl.
faciendum est — certe, « almeno > . — id cum, nella traduzione sopprimi cum
e a tum etiam supplisci est. — periculosum, un accusatore, che basasse l'accusa
su ragioni false, era colpito di infamia ; t un'accusa scientemente falsa si
diceva calumnia; il falso accusatore veniva, secondo la lex Bemmia, marchiato
sulla fronte di un K (Kalumniator). — ipsi scil. accusatori. — committere ut, I
81. — M. Bruto, dei tempi dell'oratore Crasso, di cui fu rivale. Di lui si
legge in Cicer. Brut. 130 is magistratus non petivit t sed fuit accusator
vehemens et molestus. Suo padre scrisse tre libri de iure civili. V ,112 M.
TULLI CICERONIS \ '" 51 Àtque etiam hoc praeceptum officii diligenter
tenendum est, ne quem umquam innocentem iudicio capitis arcessas; id enira sine
scelere fieri nullo pacto potest. Nam quid est tam inhu- manum quam eloquentiam
a natura ad salutem hominum et ad conservationem datam ad honorum pestem
perniciemque conver- tere? Nec taraen, ut hoc fugiendum est, item est habendum
religioni nocentem aliquando, modo ne nefarium impiumaue, defendere; vult hoc
multitudo, patitur consuetudo/férf l'emm humanitas. Iudicis est semper in
causis verum sequi, patroni non numquam veri "sìnììlè, etiamsi minus sit
verum, defendere ; quod scribere, praesertim cum de philosophia scriberem, non
auderem, nisi idem placeret gravissimo Stoicorum, Panaetio. Maxume autem et gloria paritur
et gratia defensionibus, eoque maior, si quando accidit, ut ei subveniatur, qui
potentis ali- cuius opibus circumveniri urguelrique videatur, ut nos et saepe
r-.' \ ias et adulescentes contra L. Sullae dominantis opes prò Sex. Rbscio
Àmerino fecimus, quae, ut scis, extat oratio. :/* 52 15. Sed expositis
adulescentium officiis, quae valeant ad gloriam adipiscendam, deinceps de
beneficentia ac de liberali- tate dicendum est; cuius est ratio duplex; nam aut
opera be- nigne fit indigenti bus aut pecunia. Pacilior est haec posterior t
locupleti praesertim, sed illa lautior ac splendidior et viro forti claroque
dignior. Quamquam enim in utroque inest gratificandi liberalis voluntas, tamen
aiterà ex arca, altera ex virtute de- promitur; largitioque, quae fit ex re
familiari, fontem ipsum benignitatis exhaurit. Ita benignitate benignitas tollitur; qua — 51.
habendum religioni, « farsi scrupolo » . — sequi, « aver di mira , cercare » .
— cum scriberem , e trattandosi » . — gravissimo , in fatto di costumi. —
Roseto, Roscio era stato accusato di avere ucciso il padre, per appropriarsene
le sostanze. L'accusa fu ordita dal liberto e favorito di Siila, Òrisogono;
nella difesa non sono risparmiati né lui né le proscrizioni. Il processo fu
deir80, quando Cicerone avea 26 anni ; Roscio fu assolto. &2. deinceps,
cfr. I 42. — benigne fit, per analogia con calefacere, commonefacere etc. ; la
costruzione impersonale poi è foggiata su aìicui interdicitur , persuadetur e
simili. — haec , iììa scil. ratio. — lautior, e nobile ». — in utroque = in
utraque re, invece che in utraque (ratione)-, il neutro generalizza le idee. —
altera scil. pecunia, altera scil. opera. — "\ de ofpiciis, il, 15, 51 —
54 113 quo in plures usus sis, eo minus in multos uti possis. At qui 5? opera,
id est virtute et industria, benefici et liberales erunt, primum, quo pluribus
profuerint, eo plures ad benigne faciendum adiutores habebunt, dein
consuetudine beneficentiae paratiores erunt et tamquam exercitatiores ad bene
de multis promerendum Praeclare in epistula quadam Alexandrum filium Philippus
accusat, quod largitione benivolentiam Maoedonum consectetur: l Quae te, mahiml'
inquit, 'ratio in istanti spem in- duxit, ut eos tibi fideles putares fore,
quos pe- cunia corrupisses? An tu id agis, ut Macedones non te regem suum, sed
ministrum et praebitorem sperent foie?' Bene 'ministrum et praebitorem', quia
sor- didum regi, melius etiam, quod largitionem 'corruptelam' dixit esse; fit
enim deterior, qui accipit, atque ad idem semper ex- pectandum paratior. Hoc
ille filio, sed praeceptum putemus 54 omnibus. Quam ob rem id quidem non dubium
est, quin illa benigni tas, quae constet ex opera et industria, et honestior
sit et lati us pateat et possit prodesse pluribus; non numquam tamen est
largiendum, nec hoc benignitatis genus omnino repudiandum est et saepe idoneis
hominibus indigentibus de re familiari im- pertiendum, sed diligenter atque
moderate; multi enim patri- monia effuderunt inconsulte largì endo. Quid autem
est stultius quam, quod libenter facias, curare, ut id diutius facere non
possis? Atque etiam sequuntur largitionem rapinae; cum enim dando egere
coeperunt, alienis bonis manus afferre coguntur. Ita, cum benivolentiae
comparandae causa benefici esse velint, *ion tanta studia adsequuntur eorum,
quibus dederunt, quanta ipsum, t addirittura » . — 53. accusat, < rimprovera
» . — malum, escla- mazione di indignazione; « diamine, perbacco ». — ministr.
et praebitorem, «dispensiere e fornitore»; i praebitores erano pubblici «
fornitori », che somministravano il necessario ai magistrati romani, che
viaggiavano in provincia. — bene, qui va supplito un verbo; noi « ben detto». —
dixit me, traduci con un sol verbo. — 34. hoc ille, si supplisce praecepit. —
constet ex, cfr. § 49. — idoneis = dignis. — diligenter ; nella Bhet ad Herenn.
IV 35 è detto: diligentia est accurata conservatio suorum (= suarum rerum),
avaritia iniuriosa appetitio alienorum ; perciò dili- gentia in questo senso è
« economia, parsimonia » . — curare ut = com- mittere ut § 50. — non tanta ...
ademerunt, perfetta anafora. — odia, qui devi supplire un verbo diverso da
adsequuntur, evitando così lo zeugma. Cicerone, De Offkiis. comm ** s*B»Ani W .
o» ediz. 8 114 M. TULLI GICERONIS 55 odia eorum, quibus ademerunt. Quam ob rem
nec ita claadenda res est familiaris, ut eam benignitas aperire non possit, nec
ita reseranda, ut pateat omnibus; modus adhibeatur, isque refe- ratur ad
facultates. Omnino meminisse debemus, id quod a nostris hominibus saepissime
usurpatum iam in proverbii con- luetudinem venit, 'largitionem fundum non
habere'; *tenim qui potest modus esse, cum et idem, qui consuerunt, et idem
iflud alii desiderent? 16. Omnino duo sunt genera largorum, quorum alteri pro-
digi, alteri liberales, prodigi, qui epulis et viscerationibus et gladiatorum
muneribus, ludorum venationumque apparatu pe- cunias profuudunt in eas res,
quarum memoriam aut brevem aut nullam omnino sint relicturi, liberales autem,
qui suis fa- cultatibus aut captos a praedonibus redimunt aut aes alienimi
suscipiunt amicorum aut in filiarum collocatone adiuvant aut 56 opitulantur in
re vel quaerenda vel augenda. Itaque miror, quid in mentem venerit Theophrasto
in eo libro, quem de di- yitiis scripsit; in quo multa praeclare, illud
absurde: est enim multus in laudanda magnificentia et apparatione populanum
munerum taliumque sumptuum facultatem fructum divitiarum putat. Mihi autem ille fructus liberalitatis,
cuius pauca exempla aosui, multo et maior videtur et certior. Quanto
Aristoteles ^ravius et verius nos reprehendit! qui has pecuniarum effusiones
non admiremur, quae iiunt ad multitudinem deliniendam. Ait — 5ò. in proverbii ... venit, € diventò proverbio
comune ». — idem ... idem, neutri. — consuerunt scil. accipere. — epulis, le
epulae in questo senso speciale erano pasti pubblici dati al popolo nel Foro,
coi quali si intramezzavano gli spettacoli. Il dare spettacoli e pranzi al
popolo era uno dei tanti mezzi di acquistarsi una posizione politica. —
viscerationibus, distribuzione di carni crude, sostituita poi dal danaro. —
muneribus, così si chiamavano, perchè erano offerti come doni dai magistrati al
popolo; noi spieghiamo « spettacoli ». — ludorum, è il nome speciale dei ludi
scae- nici, noi diciamo e rappresentazioni ». — veìiationum, combattimenti
delle fiere o nell'anfiteatro o nel circo. — suscipiunt, « si accollano ». —
56. Theophrasto, I 3. — multa ... absurde, est enim ... laudanda, nella traduzione
risolvi : fra tante belle cose commise l'assurdità di lodare esa- geratamente
(multus) — admiremur, qui ha il significato di « far le meraviglie », « trovar
da ridire su ... » — ait, non si sa in quale delle sue de officiis, ii, lb— 16,
55 — 57 115 enim, 'qui ab hoste obsidentur, si emere aquae sex- tarium
cogerentur mina, hoc primo incredibile nobis videri omnesque mirari, sed cum
attenderint, veniam necessitati dare, in his immanibus iacturis infinitisque
sumptibus nihil nos magnopere mirari, cum praesertim neque necessitati
subveniatur nec dignitas augeatur ipsaque illa delectatio multitu- dinis ad
breve exiguumque tempus, eaque a levis^ sumo quoque capiatur, in quo tamen ipso
una cum sa- tietate memoria quoque moriatur voluptatis.' Bene 57 etiam colligit
'haec pueris et mulierculis et servis et servorum simillimis liberis esse
grata, gravi vero homini et ea, quae fiunt, iudicio certo ponderanti probari
posse nullo modo.' Quamquam intellego in nostra civitate inveterasse iam bonis
temporibus, ut splendor aedili- tatum ab optimis viris postuletur. Itaque et P.
Crassus cum cognomine dives, tum copiis functus est aedilicio maximo mu nere,
et paulo post L. Crassus cum omnium hominum mode ratissimo Q. Mucio
magnificentissima aedilitate functus est» deinde C. Claudius Appi f., multi
post, Luculli, Hortensius, Si- opere perdute. — qui obsidentur, appartenendo
all'orafo obliqua dovrebbe essere congiuntivo; ma qui rappresenta la perifrasi
di un sostantivo: «gli assediati ». — cogerentur, questo tempo storico si trova
mischiato agli altri tempi principali; questi scambi nell'orafo obliqua non
sono rari; cfr. I 87. — primo , « a prima giunta ». — nobis ... attenderint ...
nos, scambio di persone. — in his suppl. autem (asindeto). — cum prae- sertim «
sebbene, ciò che più importa », « tanto più che ... » — necessi- tati
subveniatur, cfr. I 83. — eaque, I 1 ìdque. — levissimo quoque, « la gente più
dozzinale ». — in quo tamen ipso, scil. in levissimo quoque. — 07. colligit, «
nota ». — ea quae fiunt, anche qui abbiamo la perifrasa di un nome (p. e. res),
perciò l'indicativo, sebbene in orat. obliqua, come § 56 qui obsidentur. —
iudicio certo, non tentennante, indipendente da quello degli altri, ciò che non
fa la moltitudine; noi diciamo « col proprio cervello » . — aedilitatum,
l'ordinamento dei pubblici spettacoli era affi- dato agli edili ; un edile che
si ingraziasse con molte feste la moltitudine, poteva tenersi sicuro di riuscir
console. — P. Crassus, padre del trium- viro; fu edile nel 106, console nel 97,
censore neir89. — maximo, col massimo splendore. — L. Crassus, l'oratore (1
108), e Q. Mucio, ponte- fice massimo (I 116), furono edili insieme nel 103. —
G. Claudius Pulcher, edile nel 99, fece pitturare pel primo la scena del teatro
e introdusse anche gli elefanti nei giochi del circo. — Luculli, L. e M.
Lucullo (cfr. § 50) furono edili insieme nel 79. — hortensius, l'oratore, fu
edile 116 M. TULLI CIGERONIS lanus; oranes autem P. Lentulus me constile vicit
superiores; hunc est Scaurus imitatus; magnificentissima vero nostri Pompei
munera secundo consulatu ; in quibus omnibus quid mihi pia- ceat, vides. 58 17.
Vitanda tamen suspicio est avaritiae. Mamerco, homini divitissimo,
praetermissio aedilitatis consulatus repulsam attulit. Quare et, si postulatur
a populo, bonis viris si non desideranti bus, at tamen adprobantibus faciundum
est, modo prò facultatibus, nos ipsi ut fecimus, et, si quando aliqua res maior
atque utilior popu- lari largitione adquiritur, ut Oresti nuper prandia in
semitis decumae nomine magno honori fuerunt. Ne M. quidem Seio vitio dature
est, quod in cantate asse modium populo dedit; magna enim se et inveterata
invidia nec turpi iactura, quando erat aedi- lis, nec maxima liberavit. Sed
honori summo nuper nostro Miloni fuit, qui gladiatori bus emptis rei publicae
causa, quae salute nostra continebatur,omnesP.Clodi conatus furoresque
compressi t. 59 Causa igitur largitionis est, si aut necesse est aut utile. In
his nel 75, console nel 69. — Silanus, edile verso il 70. — Lentulus Spinther,
si occupò specialmente delle decorazioni del teatro, coprendolo anche di un
padiglione. — me consule, nel 63. — Scaurus, I 138; fu edile nel 58. Fece
erigere un teatro capace di 80000 spettatori, sostenuto da 360 co- lonne e
adorno di 3000 statue di bronzo ; pei giochi del circo fece venire le più
strane bestie deir Africa. — Pompei sec. cons., nel 55. Fondò il primo teatro
permanente; avanti di lui si erano fatti provvisorii. — 58. praetermissio, «
rifiuto » ; non la volle accettare e ciò gli fu ostacolo al consolato, che però
ottenne più tardi, nel 77. — faciundum, il generico, invece dello specifico
largiendum. —nos ipsi, Cicer. fu edile nel 69. — ut, iper- bato. — si quando,
< ogni qualvolta ». — Oresti, questi è forse Cn. Aufidius Orestes
Aurelianus, console nel 71. — decumae nomine, e a titolo di de cima > , a
questa frase rassomigliano queste nostre, p. e., < a te cento lire, va a
bere un bicchier di vino; eccoti venti lire pel sigaro; con queste tre- cento
lire ti comprerai gli spilli » etc. La decima della preda si votava ad Ercole
pel buon esito di un'impresa, col titolo di decima si offrivano doni al popolo.
— M. Seio, edile nel 74. — caritate scil. annonae. — asse (ablat. di prezzo)
modium, noi diciamo « un asse il moggio » ; l'asse va- leva quanto il nostro
soldo. — invidia, « odio, impopolarità » . — iactura, « spesa ». — quando =
quoniam, cfr. I 29 ; l'essere edile gli onestava la spesa. — honori Miloni fuit
qui, il contenuto di honori fuit invece che dalla congiunzione dichiarativa
quod, è espresso dal relativo. — salute nostra, Milone nel 57 come tribuno
della plebe si adoperò pel richiamo di Cicerone dall'esilio; Clodio per
opporglisi aveva armato delle bande di gladiatori ; Milone fece altrettanto. —
si aut necesse , < o la neces- sità ». — 39. Philippus, cfr. I 108. — Cotta,
L. Aurelio Cotta db officiis, il, 17, 58—60 117 autem ipsis mediocritatis
regula optima est, L. quidem Phi- lippus Q. f., magno vir ingenio in primisque
clarus, gloriari solebat se sine ullo munere adeptum esse omnia, quae habe-
rentur amplissima. Dicebat idem Cotta, Curio. Nobis quoque licet in hoc quodam
modo gloriari; nam prò amplitudine ho- norum, quos cunctis suffragiis adepti
sumus nostro quidem anno, quod contigit eorum nemini, quos modo nominavi, sane
exiguus sumptus aedilitatis fuit. Atque etiam illae impensae meliores, 60 muri,
navalia, portus, aquarum ductus omniaque, quae ad usum rei publicae pertinent.
Quamquam, quod praesens tamquam in manum datur, iucundius est, tamen haec in
posterum gratiora. Theatra, porticus, nova tempia verecundius reprehendo
propter Pompeium, sed doctissimi non probant, ut et hic ipse Panae- tius, quem
multum in his libris secutus sum, [non interpre- tatus] et Phalereus Demetrius,
qui Periclem, principem Grae- ciae, vituperat, quod tantam pecuniam in
praeclara illa Pro- pylaea coniecerit. Sed de hoc genere toto in iis libris,
quos de re publica scripsi, diligenter est disputatum. Tota igitur ratio talium
largitionum genere vitiosa est, temporibus necessaria, et tum ipsum et ad
facultates accommodanda et mediocritate moderanda est. fu console nel 75. —
Curio, C. Scribonio Canone, celebre oratore e avvo- cato, fu tribuno nel 90,
console nel 76, indi per tre anni governatore della Macedonia; morì nel 53. —
prò, «a petto di ; in proporzione di ». — nostro =* legitimo, «legale,
stabilito dalla legge»; la lex Villia annaìis del 180 stabiliva le età per le
varie magistrature; Cice- rone fu edile a 37 anni (nel 69), pretore a 40 (nel
66), console a 43 (nel 63). — quod ... nemini, Cicer. dice di se stesso nel
deLeg. agr. II 3: « io solo degli uomini nuovi chiesi il consolato appena ebbi
l'età legale e lo ottenni appena lo chiesi ». — 60. illae, « queste altre, cioè
i... ». — quamquam, limitativo. — praesens, qui ha il significato di praesens
pecunia, « danaro pronto, in contanti ». — porticus, tempia, nel campo di
Marte, dove Pompeo fece costruire il teatro, edificò anche un portico e due
templi, l'uno a Venere, l'altro alla Vittoria. — verecundius repre- hendo, « mi
faccio un certo riguardo a ... ». — doctissimi, tra i filosofi. — hic, « il
nostro » . — non interpretatus, cfr. I 6 non ut interpretes. — Demetrius* 13. —
Propylaea, un grandioso vestibolo sull'Acropoli di Atene, il quale conduceva
nel tempio di Pallade. — in iis libris, i libri de re publica ci sono arrivati
frammentari; vi manca questo passo. — genere, « in astratto, in massima » . —
tum ipsum, cioè anche quando è imposta dalla necessità. 118 M. TULLI LiluERONIS
61 18. In ilio autem altero genere largtendj, quod a liberali- tate proficiscitur,
non uno modo in dispàrifous càusis adfecti esse debemus. Alia causa est eius, qui
calamitate premitur, et 62 eius, qui res meliores quaerit nullis. suis rebus
adversis. Pro- pensior benigni tas esse debebit in
calami tosos, nisi forte erunt digni calamitate. In iis tamen, qui se adiuvari
volent, non ne adfligantuf, sed ut altiorem gradum ascendant, restricti omnino
esse nullo modo debemus, sed in deligendis idoneis iudicium et diligentiam
adhibere. Nam praeclare Ennius: Bene fàcta male locata male facta àrbitror. 6 3 Quod autem tributum est bono
viro et grato, in eo cum ex ipso fructus est, tum etiam ex ceteris. Temeritate
enim remota gratissima est liberali tas, eoque eam studiosiitè plerique
laudant, quod summi cuiuscjue bonitas commune perfugium est omnium. Danda
igitur operà^ést, ut iis beneficiis quam plurimos adfi- ciamus, quorum memoria
liberis posterisque prodatur, ut iis ingratis esse non liceat. Omnes enim
immemorem beneficii ode- runt eamque iniuriam in deterrenda liberalitate sibi
etiam fieri eumque, qui faciat, communem hostem tenuiorum putant. Atque haec
benignitas etiam rei publicae est utilis, redimi e servitute captos,
locupletar) tenuiores; quod quidem vulgo so- 61. altero genere, cfr. § 55 omnino duo sunt — adfecti, letteral- mente «
disposti d'animo ». — alia ... et = alia ... atque, oppure alia ... alia. — 62.
non ne adfligantur, « non per evitar di cadere», adfligiv&ìe « cadere »,
come effetto di adfligere. — Ennius, non si sa in qual dramma. — bene facta...,
trimetro giambico (^^-, <-"-"-», ^• L , ^w\^ — t y ^-)- — locata =
collocata. — 63. quod tributum ... in eo = quod trib. ... eius, cioè dei
beneficii fatti a è doppio il frutto, si ritrae doppio frutto ... — ex ipso
scil. bono viro. — temeritate, il capriccio di chi non sa scegliere le persone
e misurare il dono. — iis, « tali ». — ingratis, questa attrazione del dativo è
costante nella frase esse licei. — eamque iniuriam, quella ingiuria, cioè
l'ingiuria dell'ingrato verso il benefattore ; eam = eius rei. Il senso è: Dell
1 ingiuria fatta dall'ingrato al benefat- tore vengono a soffrir tutti, in
quanto che esso col suo esempio storna anche gli altri dal beneficare; qui in
significa « riguardo a... , in quanto a ... , in quanto che ... , trattandosi
che > così si storna la liberalità. — redimi, locupletar^ sono apposizioni
di haec benignitas. — ordine nostro, v. <r DB 0FFIC11S, II, 18, 61—64 119
litum fieri ab ordine nostro in oratione Crassi scriptum copiose videmus. Hanc
ergo consuetudinem benignitatis largitioni tnu- nerum longe antepono ; haec^st
gravium hominum atque ma- oy /4 gnorum, illa quasi adséntàtqrum populi
multitudinis levitatemi , voluptate quasi titillantìum! Oonveniet autera cum in
dando 64 9 munificum esse, tum in exigendo non acerbum in omnique re
contrahenda, vendundo emendo condifcenao locando, vicinitatibus et confiniis,
aequum, facilem, multa multis de suo iure cedentem, > ^^ liìSbus vero,
quantum liceat et nescio an paulo plus etiam quam liceat, abhorrentem. Est enim
non modo liberale paulum non numquara de suo iure decedere, sed interdum etiara
fruc- tuosum. Rabenda autem ratio est rei familiaris, quam quidem dilabi sinere
flagifì^sum est, sed ita, ut inliberalitatis avari- tiaeque absit suspicio ;
posse enim liberalitate uti non fcpo- liantem se patrimonio nraffnim est
pecuniae fructus maximus. Kecte etiam a Theophrasto est laudata hospitalitas;
est enim, ut mihi quidem videtur, vilfcuDdecorum patere domus hominum inlustnum
hospitibus inlustribus, idque etiam rei publicae est ornamento, homines
externos hoc liberalitatis genere in urbe nostra non egere. Est autem etiam vehementer utile
iis, qui ho- neste posse multum volunt, per hospites apud externos populos
valere opibus et gratia. Theophrastus
quidem scribit Cimonem il senato. — Orassi, I 108. Servilio Cepione nel 106
presentò una legge, che dai cavalieri ripristinava ai senatori
l'amministrazione giudiziaria. La legge fa difesa da Crasso, che in
quell'occasione summit ornavit senatum ìaudibus (Cicer. prò Cluent. 140). —
consuetudinem, come fosse consuetum genus. — munerum = quae fit in muneribus;
qui munera significa spet- tacoli e beneficenze pubbliche, § 55. — populi,
genitivo subordinato a mul- titudinis. — 64. vicinitat. et confiniis, €
rapporti di vicinanza e di confini » ; in questa terza coppia è sostituita la
congiunzione all'asindeto, perchè i suoi due termini non formano antitesi come
quelli delle due prime coppie. — quantum liceat, salvi i propri interessi. —
nescio an, « forse » . — non spoliantem, spiega con € senza » . — nimirum, «
non paia strano (=ne mirum) t se non mi inganno, per l'appunto > . — etiam,
qui è anticipato di posto, perchè esso va congiunto con hospitalitas. — idque,
anticipa il contenuto della proposiz. seguente. — multum va con posse. — valere
... gratia, «acquistarsi credito e favore (popolarità)». — Athenis , «in Atene
» ; l'aggiunta del luogo illustre ci richiama all'elevata posizione di Ci mone,
la quale però non gli fece dimenticare i suoi umili compaesani ; noi esprimiamo
questo sentimento traducendo e in un' Atene », cfr. I 118 120 M. TULLI
GICERON1S Àthenis etiam in suos^cumles Laciadas hospitalem fuisse ; ita enim
insti tuisse et Vilicis imperavisse, ut omnia praeberentur, quicumque Laciades
in villam suam devertisset. 65 19. Quae autem opera, non largitione beneficia
dantur, haec tum in universam rem publicam, tum in ejngulos cives conferuntur.
Nam in iure cavere, Consilio iuvare atque hoc scientiae genere prodesse quam
plurimis vehem^nter et ad opes ""augendas pertinet et ad gratiam.
ltaque curabili ulta praeclara maiorum, tum quod optime constituti iuris
civilis summo semper in honore fuit cognitio atqne interpretatio; quam quidem
ante hanc confusionem temporum in possessione sua principes reti- nuerunt,
nunc, ut honores, ut omnes dignitatis gradus, sic huius scientiae splendor
deletus est, idque eo indignius, quod eo tem- pore hoc contigit, cum is esset,
qui omnes superiores, quibus honòre par .esset, scientia~ facile vicisset. Haec
igitur opera grata multis et ad beneficiis obslringendos homines accommodata.
66 Atque huic arti finituma est dicendi [grayior] facultas et gratior et
ornatior. Quid enim eloquentia praestabilius vel admiratione audientium vel spe
indigentiura vel eorum, qui defensi sunt, gratia ? Huic [quoque] ergo a
maioribus nostris est in toga digni- tatis principatus datus. Diserti igitur
hominis et facile laborantis, Herculi. — curiaìes Laciadas, Cimone era del
borgo (òfjjLio^) di Lacia; Cicer. traduce bfjjmo<; con curia e òr^órric con
curialis. Oò. in ture, nelle questioni giuridiche , p. e. nell' interpretazione
di qualche legge, nell'applicazione della procedura e simili. — cavere scil.
alieni. — gratiam, favore presso il pubblico, cioè « credito, popolarità ».
come al § 64. — cum multa ... tum quod, la frase si compirebbe così: cum multa
praeclara maiorum instituta, tum illud praeclarissimum fuit, quod. — hanc
confusionem temporum = horum confusionem temporum. — principes, «
l'aristocrazia * , di cui fu anticamente un privilegio l'esclu- siva conoscenza
della giurisprudenza e della procedura specialmente; anche qui si scorge la
partigianeria aristocratica di Cicerone. — indignius, av- verbio. — is, Servio
SSulpicio Rufo, console nel 51, morto nel 43, il più gran giureconsulto del suo
tempo, amico di Cicerone. — esset = viveret — vicisset, non è congiuntivo
ipotetico, spiega non « avrebbe vinto » , ma « aveva vinto » ; senza il
reggimento di cum avremmo is erat qui vicerat — 00. gravior, che l'eloquenza
vinca la giurisprudenza in gratia e ornatusy è chiaro ; ma non in gravitas ;
oltre di che gravior è fuori di posto, poiché dovrebb'essere facultas et
gravior et grat. et orn. Abbiamo dunque un'interpolazione. — eorum ... sunt,
traduci con una sola parola: « i patrocinati ». — in toga, cfr. I 77 L cedant
arma togae. — facile lobo- \ de officiis, li, 19, 65—68 121 quodque ip patriis
est moribus, multorum causas et non gravate et ^SraitÒ ' àefendentis beneficia
et patrociniate patent. Ad- &j monebat me res, ut hoc quoque loco
intermissionem eloquen- tiae, ne dicam interitum, deplorarem, ni vererer, ne de
me ipso aliquid videigrqueri. Sed tamen videmus, quibus extinctis
oratoribusNquamTIì) paucis spes, quanto in paucioribus facultas, quara in
multis sit audacia. Cum autem omnes non possint, ne multi quidem, aut iuris
periti esse aut diserti, licet tamen opera prodesse multis beneficia petentem,
commendantem iudi- cibus, • magistratibus, vigilantem prò re alterius, eos
ipsos, qui aut consuluntur aut defendunt, rogantem; quod qui fariunt', plurimum
gratiae consequuntur, latissimeque eorum manat in- dustria. Iam illud non sunt
admonendi (est enim in promptu), 68 ut animadvertant, cum iuvare alios velint,
ne quos offendane. Saepe enim aut eos laedunt, quos non debent, aut eos, qiios
non expedit; si imprudentes, neglegentiae est, si scientes, temeritatis.
Utendum etiam est excusatione adversus eos, quos invitus offen- das, quacumque
possis, quare id, quod feceris, necesse fuerit nec rantis, che si sobbarca
volentieri alla fatica, « servizievole, premuroso > . — gratuito, il testo
della lex Cincia del 204 dice : ne quis ob causam orandam pecuniam donumve
accipiat Però ai tempi di Cicer. si usava il palmarium , noi diremmo con la
medesima imagi ne < mancia » . — #7. admonebat ut deplorarem, mi vererer,
brachilogia, che si potrebbe compiere in due modi: admonebat ut deplorarem
idque facerem (< e lo farei »), ni vererer, oppure deplorarem, ut res
admonet, ni vererer; in italiano possiamo lasciare come ò, risolvendo ni
vererer in : e ma temo, senonchè temo ». — quoque, Cicer. ne parla in altri
luoghi, p. e. nel Brutus. — de me ipso , potendosi credere che facesse
l'apologia di se stesso, come solo che ancora teneva alta la bandiera
dell'eloquenza. — r quibus extinctis quam in paucis, intreccio di due
interrogative, che noi non possiamo rendere ; risolvi : qui extincti sint et
quam in paucis, op- pure quam multis extinctis; noi e perduti gli oratori che
abbiamo per- duti ». — beneficia, € posti, impieghi ». — petentem scil. aliis
(dativo di comodo) ; questo e gli altri participi si rendano col gerundio. —
qui con- suluntur, defendunt, puoi risolvere con due sostansivi : «
giureconsulti, avvocati ». — 68. illud, l'accusativo neutro di un pronome è
usita- tissimo coi verbi come caso assoluto. — non sunt admonendi = super-
vacaneum est admonere. — debent, « dovrebbero » ; coi verbi posse, debere e
simili e con le frasi formate da un aggettivo neutro e dal verbo esse (aequum
est, inutile est etc.) il latino esprimeva delle asserzioni assolute, che in
italiano acquistano significato potenziale. — imprudetUes, scientes, spiega
avverbialmente. — quare, supplirci il verbo « giustificando », che è incluso in
excusatione — quod violatum videbitur = cum violatione 122 M. TULLI GIGERONIS
aliter facere potueris, ceterisque operis et officiis erit id, quod ^ violatum
videbitur, compensandum. r <- ' 69 20. Sed cuna in hominibus iuyajidis aut
mores spectari aut fortuna soleat, dictu quidem est proclive, itaque vulgo
loquuntur, se in beneficiis collocandis mores ho/ninum, non fortunam sequi.
Honesta oratio est; sed quis est tandem, qui inopis et optimi Yiri causae non
anteponat in opera danda gratiam fortunati et potentis? a quo enim expeditior
et celerior remuneratio fore videtur, in eum fere est voluntas nostra
propensior. Sed ani-. raaévertendum est diligentius, quae natura rerum sit.
Nimirùm J mim inops ille, si bonus est vir^ etiamsi referre gratiam non potest,
habere certe potest. Commode autem, quicumque dixit, 'pecuniam qui habeM, non reddidisse, qui
reddide- rit, non habere, gratiam autem et qui rettulerit habere et qui habeat
rettulisse.' At qui se locupletes, honoratos, beatos putant, ii ne obligari qui
dem beneficio volunt ; quìi! efìanl beneficium se dedisse arbitrantur, cum ipsi
quamvis 1 magnum aliquod acceperint, atque etiam a se aut postulari aut r
expectari aliquid suspicantur, patrocinio vero se psos aut clientes ■«)
appellari mortis instar putant. At vero ille tenìiìs, cum, quic- quid factumst,
se spectatum, non fortunam putat, non modo \ illi, qui est meritus, sed etiam
illis, a quibus expectat (e^et «dm multis), gratum se videri studet neque vero
verbis auget taum munus, si quo forte fungitur, sed etiam extenuat. Vi- factum; hoc violo significa «commetto questa
violazione»; si può anche risolvere in quo violati videbuntur. 69. itaque = et
ita. — tandem, « di grazia » ; questo tandem si trova nelle domande, che
esprimono un certo disgusto, un certo sdegno, un certo stu- pore. — et optimi,
« sia pure » . — fore, « venire » . — fere, « quasi sempre ». — commode ...
dixit, noi « disse bene quel tale ». — pecuniam ... habere, si parla di chi ha avuto
danaro in prestito. — gratiam ... ret- tulisse, qui c'è un gioco di parole
fondato sulla rispondenza di habere, reddere con habere, referre. Per noi esso
è impossibile, perchè non pos- siamo rendere le due frasi gratiam habere («
sentir gratitudine ») e gra- tiam referre («rendere il contraccambio »),
mantenendo il medesimo sostan- tivo. Il pensiero del passo è, che il povero
beneficato serba gratitudine, mentre non la serba il ricco beneficato. —
quamvis, « per quanto » . — atque etiam ... suspicantur, e sempre ci vedono
sotto un secondo fine, o una supplica o una speranza. — 70. cum, causale (=
quandoquidem). raro con l'indicativo. — sed etiam extenuat, «ma anzi ... ». —
illud de officiis, il, 20—21, 69—72 * 123 dendumque illud est, quod, si opulentum
fortunatumque defen- deris, in uno ilio aut. si forte, in liberis eius manet
grati a; sin autem inopem, probum tamen et modestum, omnes non improbi humiles,
quae magna in populo multitudo est, praesidium sibi paratum vident. Quam ob rem
melius apud bonos quam apud 7 fortunatos beneficium collocari puto. Danda
omnino opera est, ut omni generi satis facere possimus; sed si res in
contentio- nem veniet, nimirum Themistocles est auctor adhibendus ; qui cum
consuleretur, utrum bono viro pauperi an minus probato diviti filiam
collocaret: 'Ego vero', inquit, 'malo virum, qui pecunia egeat, quam pecuniam,
quae viro.' Sed corrupti mores depravatique sunt admiratione divitiarum; qua-
rum magnitudo quid ad unum quemque nostrum pertinet? Illum fortasse adiuvat, qui
habet. Ne id quidem semper; sed fac iu- vare; opulentior "sane sit,
fiofiestior vero quo modo? Quodsi etiam tyonus erit vir, ne impediant divitiae,
quo minus iuvetur, modo he adiuvent, sitque omne iudicium, non quam locuples,
sed qualis quisque sit! Extremum autem praeceptum in tì$ne- ficiis operaque
danda, ne quid contra aequitatem contendasele quid prò iniuria; fundamentum
enim est perpetuae commeó- dationis et famae iustitia, si ne qua nibil potest
esse laudabile. 21. Sed, quoniam de eo genere beneficiorura dictum est, 7?
quod, e quest'altro fatto, che ; quqd è dichiarativo. — si forte, « se pure;
tutt'al più ». — quae magna = quorum magna. — 71. omni generi scil. hominum. —
res veniet, «si verrà». — auctor, puoi risol- vere con « esempio » . — utrum
collocaret, non « se dava » « desse > , ma € se darebbe » « avrebbe dato » ;
collocaret è Tapodosi d'un periodo ipo- tetico, la cui protasi sarebbe : « nel
caso che avesse voluto maritarla » . — bono pauperi, « povero ma ». — qui
egeat, spiega con la preposi- zione « senza » . — corrupti, depravati, non
aggettivi, ma participi. — per- Linei, « giova » . — sit, noi esprimiamo questo
congiuntivo concessivo col futuro: « sarà più ricco ». — ne impediant, « non
dovranno impedire ». — iuvetur scil. a nobis. — adiuvent, qui vale
«contribuire», « purché non vi con- tribuiscano » ; un ricco dev'essere pure
aiutato, ma non perchè ricco. — sit iudicium, risolvi : in ìudicio
consideremus, considerandum est. — extre- mum, puoi spiegare « per finire ». —
in beneficiis operaque danda = in Oeneficiis, quae opera dantur. 72. spectant,
pertinent del primo periodo hanno significato attivo; per- tineant, attingant
del secondo hanno significato passivo. La frase hoc bene- ficium ad me spectat,
pertinet, me attingit può significare : « tocca a me fare questo beneficio»
(attivo), oppure «tocca a me ricevere questo 124 M. TULLI CICERONIS quae ad
singulos spectant, deinceps de iis, quae ad universos quaeque ad rem publicam
pertinent, disputandum est. Eorum autem ipsorum partirà eius modi sunt, ut ad
universos cives pertineant, parti m, singulos ut attingant; quae sunt etiam
gra- tiora. Danda opera est
omnino, si possit, utrisque, necminus, ut etiam singulis consulatur, sed ita,
ut ea res aut pròsit aut certe ne obsit rei publicae. C. Gracchi frumentaria
magna lar- gì tio; exhauriebat igitur aérarluaTj modica M. Octavi et rei >^
publicae tolerabilis et plebi necessaria; ergo et civibus et rei 73 publicae
^InrtSra. In primis autem videndum erit ei, qui rem publicam administrabit, ut
suum quisque teneat neque de bonis privatorum publice deminutio, fiat.
Perniciose enim Philippus, in tribunatu cum legem agrari ara ferret, quam tamen
antiquari facile passus est et in eo vehementer se moderatum praebuii/ — sed
cum in agendo multa populariter, tum illud male, 'non esse in civitate duo
milia hojninum, qui rem habe- r e n V Uaptans oratioest, ad aequationem honorum
pertinens; qua peste quae potest esse maior? Hanc enim ob causam ma- xume, ut sua tenerentur, res
publicae civitatesque constitutae beneficio > (passivo). Si faccia sentire
questa differenza nella traduzione. Fin qui Cicer. ha parlato dei benefìcii
fatti dai privati ; ora parla dei benefìcii fatti dallo Stato o dai
rappresentanti di esso. Però antecedente- mente ha parlato delle largizioni
degli edili al popolo; e gli edili rive- stono un carattere pubblico; ma non
bisogna domandare troppa scrupolosità a Cicerone. — quae ad universos, dice lo
stesso che quae ad rem publicam, ma serve al contrasto con quae ad singulos. —
eorum scil. quae ad remp. pertinent. — partim, soggetto ; I 24 maximam pattern,
— si possit, im- personale. — utrisque scil. beneficiis. — nec minus, sappi,
danda opera est. — Gracchi, la lex frumentaria di C. Gracco del 123 stabiliva
che ogni Romano residente in città potesse mensilmente provvedersi di grano
dallo Stato a 6 assi e 1 / s il moggio, vale a dire alla metà appena del prezzo
corrente. QueBta legge fu poi abrogata da M. Ottavio. — 73. per- niciose scil.
egit. — Philippus, I 108 ; fu tribuno nel 104, console nel 91. — quam tamen ...
sed, per la traduzione si faccia punto dopo ferret e si risolva così: illam
quidem («è vero che >) antiquari ... sed. — in agendo scil. orationìbus, «
nei suoi discorsi politici » . — populariter, supplisci un verbo. — hominum ...
haberent, spiega con una sola parola « possidenti ». Da questo fatto, ad arte
alterato, egli certo traeva la conseguenza che la proprietà si doveva abolire.
La conseguenza veramente non è espressa, ma è facile dedurla. — aequatio
bonorum, noi diciamo «comunismo». — pertinere, qui « riuscire a ... , tende a
... , conduce a ... ». — sua, riferito al soggetto dell'attivo ut homines sua
tenerent. — - res publicae, non si- db officiis. ii, 21, 73—75 125 sunt. Nam,
etsi duce natura congregabantur homines, tamen spe custodiae rerum suarum
urbium praesidia quaerebant. Danda 74 etiara opera est, ne, quod apud maiores
nostros saepe fiebat propter aerarii tenuitatem adsiduitatemque bellorum,
tributum sit conferendum, idque ne eveniat, multo ante erit providendum. Sin
quae necessitas huius muneris alicui rei publicae obvenerit (malo enim quam
nostrae ominari ; neque tamen de nostra, sed de omni re publica disputo), danda
erit opera, ut omnes in- tellegant, si salvi esse velint, necessitati esse
parendum. Atque etiam omnes, qui rem publicam gubernabunt, consulere debe-
bunt, ut earum rerum copia sit, quae sunt ad victum neces- sariae. Quarum
qualis comparatio fieri soleat et debeat, non est necesse disputare; est enim
in pfomptu; tantum locus attingen- =/^ Caput autem est in omni procuratione
negoti et muneris 75 publici, ut avaritiae pellatur etiam minima suspicio.
'Utinam', inquit C. Pontius Samnis, 'ad ili a tempora me fortuna reservavisset
et tum esse 111 natus, quando Romani iccipere dona co<&pissent! non
essejn passus diutius eos imperare.' jSTeJlli multa ^saècuta expectanda
fuerunt; modo enim hoc malum in hanc rem publicam in vasi t. Itaque facile
patior tum potius Pontium fuisse, siquidem in ilio tantum unifica e governi
repubblicani » in antitesi coi monarchici, ma semplice- Dente «governi». —
civitates, « comunità cittadine ». — 74. tributum ut confer., imposte regolari
sotto la repubblica non ci furono mai ; solo reni vano riscosse
straordinariamente in caso di bisogno. — muneris, cioè Aeir imposta. — malo ...
ominari, risolvi: maio enim « alicui » quam € no 8tr ae » dicere, ne nostrae
videar id ominari ; « dico qualcuna e non dico nostra, per non far cattivo
augurio » . — de omni t in generale. — etiam , va con consulere. — tantum
atting. futi, « soltanto doveva es- sere toccato » cioè < non doveva essere
omesso > ; oppure « mi basta aver toccato » , « solo volevo toccare » . 7ó.
Pontius, l'eroe delle forche Caudine del 321 av. Cr. ; fatto poi pri- gioniero
e tradotto a Roma, vi fu giustiziato nel 292. Queste parole non piò averle
pronunciate lui, perchè non gli era dato prevedere la futura tonalità dei
Romani; ma gli devono essere state certo attribuite da qualche poeta storico
posteriore, che volle con ciò biasimare la venalità dei suoi tempi. —
coepissent, « avessero cominciato ». — ne, particella assevera- tiva. — saecula
, « generazioni » . — expectanda fuerunt, « avrebbe do- vuto ... ». — facile
patior, «gli permetto, lascio volentieri, bo piacere, 126 M. TULLI CICERONIS
fuit roboris. Nondum centum et decem anni sunt, cum de pe- cuniis repetundis a
L. Pisone lata lex est, nulla aaitea cum fuisset. At vero postea tot leges et
proxumae quaeque duriores, tot rei, tot damnati, tantum Italicum bellum propter
iudiciorum metum excitatum, tanta sublatis legibus et iudiciis expilatio
direptioque sociorum, ut imbecilli tate aliorum, non nostra vir- iate valeamus.
76 22. Laudat Africanum Panaetius, quod fuerit abstinens. guidili laudet P Sed
in ilio alia maiora ; laus abstinentiae non hominis est solum, sed etiam
temporum illorum. Omni Mace- donum gaza , quae fuit maxima, potitus [est]
Paulus tantum in aerarium pecuniae invexit, ut unius imperatoris praeda finem
attulerit tributorum. At bic nibil
domum suam intulit praeter memoriam nominis sempiternam. Imitatus pat'rem
Africanus nihilo lòcupletior Carthagine eversa. Quid? qui eius collega fuit in
censura, L. Mummius, numqui copiosior, cum copiosissimam urbem funditus
sustulisset? Italiani ornare quam domum suam x maluit;
quamquam Italia ornata domus ipsa mihi videtur or- 77 natior. Nullum igitur
vitium taetrius est, ut eo, unde degressa buon per noi ». — siquidem, € se è
vero che ».-- Pisone, L. Calpurnius Piso; questa legge fu da lui fatta nel 149,
come tribuno della plebe. — cum, iperbato. — duriores, cioè di giorno in giorno
più; e per questo abbiamo il compara- tivo invece del superlativo. Infatti la
lex de repetundis di Pisone fissava la pena al semplice risarcimento dei danni,
mentre le leggi seguenti ele- varono la pena al doppio e fino al quadruplo del
danno , con l'aggiunta, secondo i casi, dell'esilio o della perdita dei diritti
civili. — rei, damnati, scil. repetundarum. — Italicum, il nome di questa
guerra era Italicum bellum, detta anche Marsica o sociale. La causa di essa fu
che gli alleati italici volevano la cittadinanza romana, stata proposta dal
tribuno Livio Druso nel 91. L'aristocrazia romana vi si oppose e Druso fu
ucciso e la sua legge abrogata. Questa fu la vera causa. Cicerone ne assegna
un'altra, il timore incusso al patriziato dall'altra legge di Druso, secondo la
quale dovevano essere chiamati in giudizio i giudici giurati, che si fossero
lasciati cor- rompere. Può essere che questa seconda ragione abbia inasprita
l'opposi- zione del patriziato contro Druso ; ma non fu essa che provocò la
guerra sociale. — 76- Africanum, Scipione Emiliano. — laudet, si può sop-
primere nella traduzione. — Macedonum gaza, presa dopo la vittoria di l'idna. —
lòcupletior suppi. factus est — in censura, nel 142. — numqui (dove qui è
ablativo) = numquid. — urbem, Corinto; cfr. I 35. — ornare, delle numerosissime
opere d'arte, che portò da Corinto. — 77* ora» culum , l' oracolo sarebbe stato
rivelato ai re di Sparta Alcainene e Teopompo sotto questa forma : à (=? V|)
cpiÀoxpr) Maria Zuàprav óXel, db offici is, ii, 4Zj 76 — 79 127 est, referat se
oratio, quam avaritia, praesertim in principibus et rem publicam gubernantibus.
Habere enim quaestui rem publicam non modo turpe est, sed sceleratum etiam et
nefarium. Itaque, quod Apollo Pythius oraculum edidit, Spartani nulla re alia
nisi avaritia esse perituram, id videtur non solum Lace- daemoniis, sed etiam
omnibus opulentis populis praedixisse. Nulla autem re conciliare facilius
benivolentiam multi tudinis possunt ii, qui rei publicae praesunt, quam
abstinentia et con- tinenza. Qui vero se populares volunt ob eamque causam aut
agra- 73 riam rem temptant, ut possessores pellantur suis sedibus, aut pecunias
credi tas debitoribus condonandas putant, labefactant • fondamenta rei
publicae, concordiam primum, quae esse non potest, cum aliis adimuntur, aliis
condonantur pecuniae, deinde aequitatem, quae tollitur omnis, si habere suum
cuique non licet. Id enim est proprium, ut supra dixi, civitatis atque urbis,
'ut sit libera et non sollicita suae rei cuiusque custodia. Atque 79 in hac
pernicie rei publicae ne illam quidem consequuntur, quam putant, gratiam; nam
cui res erepta est, est inimicus, cui data est, etiam dissimulat se accipere
voluisse et maxime in pecuniis creditis occultat suum gaudium, ne videatur non
fuisse solvendo ; at vero ille, qui accepit iniuriam, et meminit et prae se
fert dolorem suum, nec, si plures sunt ii, quibus improbe datum est, quam illi,
quibus iniuste ademptum est, <5XXo òè oòòév (un verso esametro). —
praedùciste, qui spiega « riferire, attribuire, appropriare » . 78. se volunt,
«si fanno passare per , si atteggiano a... ». — rem temptant, con frase moderna
« sollevano la questione » . — possessores, non « possidenti » , ma possessores
agri publici. — aliis, aliis condonantur , « agli uni, per ... agli altri ». —
civitatis et urbis, « stato e città ». — suae rei cuiusque custodia, la
posizione regolare è suae cuiusque rei\ quel cuiusque poi non è genitivo
femminile, che accordi con rei, ma è maschile e accorda con hominis, civis
sottinteso ; infatti la frase si può voltare così: ut libere et non sollicite
suam quisque rem custodiate — 79. in pecuniis ... gaudium, dissimula
specialmente il condono dei debiti; letteralmente: dissimula la sua gioia
specialmente riguardo ai debiti (ai condono dei debiti). — fuisse solvendo,
come fosse par, aptus fuisse sol- vendo; dativo finale. — prae se fert f il
contrario di dissimulat — nw- 128 M. TULLI CICERONIS idcirco plus etiara
valent; non enim numero haec iudicantur, sed pondere. Quam autem habet
aequitatem, ut agrum multis annis aut etiam saeculis ante possessum, qui nullum
habuit, habeat, qui autem habuit, amittat? 80 23. Ac propter hoc iniuriae genus
Lacedaemonii Lysan- drum ephorum expulerunt, Agim regem, quod numquam antea
apud eos acciderat, necaverunt, exque eo tempore tantae discor- diae secutae
sunt, ut et tyranni existerent et optiraates exter- minarentur et
praeclarissime constituta res publica dilaberetur ; nec vero solum ipsa
cecidit, sed etiam reliquam Graeciam evertit contagionibus malorum, quae a
Lacedaemoniis profectae mana- runt latius. Quid? nostros Gracchos, Ti. Gracchi
summi viri filios, Africani nepotes, nonne agrariae contentiones perdiderunt?
81 At vero Aratus Sicyonius iure laudatur, qui, cum eius civitas quinquaginta
annos a tyrannis teneretur, profectus Argis Sicyo- nem clandestino introitu
urbe est potitus, cumque tyrannura ^ficoclem improviso oppressisset, sescentos
exules, qui locuple- tissimi fuerant eius civitatis, restituit remque publicam
adventu suo liberavit. Sed cum magnam animadverteret in bonis et possessionibus
difficultatem, quod et eos, quos ipse restituerat, quorum bona alii
possederant, egere iniquissimum esse arbitra- batur et quinquaginta annorum
possessiones moveri non nimis aequum putabat, propterea quod tam longo spatio
multa here- ditatibus, multa emptionibus, multa dotibus tenebantur sine
iniuria, iudicavit neque illis adimi nec iis non satis fieri, quo- mero, «
quantità » ; pondere, e qualità >. — quam ... ut, « qual giustizia è mai
questa, che ». — saeculis, « generazioni » § 75. — possessum, non « pos- seduto
», ma « ricevuto in possesso » ; possideo vale e avere in possesso », possido t
ricevere in possesso». — 80. I/eforo Lisandro e Agide re di Sparta avevano
combinato un piano di riforma della costituzione spar- tana, richiamando in
vigore le antiche leggi di Licurgo e la eguale ripar- tizione dei terreni.
Incontrarono un'accanita opposizione e nel 241 Li- sandro fu esiliato e Agide
condannato a morte. — praeclar. constituta, anticamente, per opera di Licurgo.
— contagionibus, « contagiosa diffu- sione ». — 81. Aratus, l'ultimo capo della
lega A chea; a sette anni nel 264 av. Cr. fu trafugato ad Argo, essendo stato
ucciso suo padre Clinia, arconte di Sicione ; a venti anni nei 251 abbattè il
tiranno Nicocle ; morì nel 213 fatto avvelenare da Filippo di Macedonia
possederant, da db oppiciis, li, 23, 80—84 129 rum illa fuerant, oportere. Cum
igitur statuisset opus esse ad 82 eam rem constituendam pecunia, Alexandream se
proficisci velie dixit remque integram ad reditum suum iussit esse, isque ce-
leriter ad Ptoloraaeum, suum hospitem, venit, qui tum regnabat alter post
Alexandream conditam. Cui cum exposuisset patriam se liberare velie causamque
docuisset, a rege opulento vir summus facile impetravit, ut grandi pecunia
adiuvaretur. Quam cum Sicyonem attulisset, adhibuit sibi in consilium quindecim
prin- cipes, cum quibus causas cognovit et eorum, qui aliena tene- bant, et
eorum, qui sua amiserant, perfecitque aestumandis possessionibus, ut
persuaderei, aliis, ut pecuniam accipere m al- lenti, possessionibus cederent,
aliis, ut commodius putarent nu- merari sibi, quod tanti esset, quam suum
recuperare. Ita perfec- tum est, ut omnes concordia constituta sine querella
discederent. virum magnum dignumque, qui in re publica nostra natus 83 esset!
Sic par est agere cum civibus, non, ut bis iam vidimus, hastam in foro ponere
et bona civium voci subicere praeconis. At ille Graecus, id quod fuit sapientis
et praestantis viri, omnibus consulendum putavit, eaque est summa ratio et sa-
pientia boni civis, commoda civium non divellere atque omnes aequitate eadem
continere. Habitent gratis in alieno. Quid ita? ut, cum ego emerim,
aedificarim, tuear, impendam, tu me in- vito fruare meo? Quid est aliud aliis
sua eripere, aliis dare aliena? Tabulae vero novae quid habent argumenti, nisi
ut 84 possido, § 79 possessum. — 82. isque, ripiglia il soggetto, quan- tunque
non ce ne sarebbe di bisogno. - Ptolom., Piladelfo. — causarti y non € la causa
» per cui era venuto , ma < la posizione, lo stato delle cose » . — causas cognovit,
« esaminò le ragioni > ; noi oggi diremmo « ordinò un' inchiesta » . — quod
tanti esset, e il prezzo in contanti » . — 83» bis, § 29. — ratio, « prudenza
». — habitent ... aliena, ecco il movimento di questo passo: < abitino in
casa d'altri senza pagar pi- gione. Grazie tante ! ma qui bo comprato io. Se
questo non è rubare, cos'altro sarà mai ? > Qui si allude alla legge di
Cesare, con la quale si abbonava un anno di fitto di casa ai piccoli pigionanti
; habitent è come il testo della legge; quid ita è la risposta del padrone di
casa. — quid est aliud suppl. si hoc non est, « che è altro mai, se non ciò
> ; la frase si può risolvere in parecchi modi. — 8é. tabulae sono i libri
del dare e dell'avere ; tabulae novae significa libri nuovi, con che venivano
cassati i debiti vecchi; < liquidazione > , si direbbe oggi. — quid ...
argumenti, Cicerone, De Ofllciis, oomm. da K. Sabbadini, 2* ediz. " 9 130 M. TULLI CICERONIS
emas mea pecunia fundum, eum tu habeas, ego non habeam pecuniam ? 24. Quam ob
rem ne sit aes alien ura, quod rei publicae noceat, providendum est, quod
multis rationibus caveri potest, non, si fuerit, ut locupletes suum perdant,
debitores lucrentur alienum; nec eri i in ullares vehementius rem publicam
continet quam fides, quae esse nulla potest, nisi erit necessaria solutio rerum
creditarum. Numquam vehementius
actum est quam me consule, ne solveretur ; armis et castris temptata res est ab
omni genere hominum et ordine; quibus ita restiti, ut hoc totum malum de re
publica tolleretur. Numquam nec maius aes alie- num fuit nec melius nec
facilius dissolutum est; fraudandi enim spe sublata sol vendi necessitas
consecuta est. At vero hic nunc victor, tum quidem victus quae cogitarat, cum
ipsius inter- erat, tum ea per fé ci t, cum eius iam nihil interesse^ Tanta in
eo peccandi libido fuit, ut hoc ipsum eum delectaret, peccare, 85 etiamsi causa
non esset. Ab hoc igitur genere largitionis, ut
aliis detur, aliis auferatur, aberunt ii, qui rem publicam tue- buntur, in
primi sque operam dabunt, ut iuris et iudiciorum e che altro significato hanno,
a che altro mirano ». — non si fuerit ut, si compia : non, si fuerit aes
alienum, ita faciendum est ut ; il verbo fa- eiendum est si supplisce
facilmente da providendum est. — continet, « costituisce » ; ma è diverso il
significato letterale, ciuè fides rem publi- cam continet = fide res publica
continetur, in fide posita est — neces- saria, obbligatoria. — actum est, «
brigarono ». — armis et castris, ma- niera proverbiale « con tutti i mezzi » .
— nec facilius = faciliusve. — fraudandi spe, allude alla congiura di Catilina,
da lui soffocata sotto il suo consolato. Molti si erano associati ad essa per
causa dei debiti e Ca- tilina infatti prometteva le tabulae novae. — consecuta
est, « ne venne di conseguenza ». — hic nunc Victor ... interesset. Qui si
allude a Cesare, creduto da Cicerone e dai contemporanei complice della
congiura di Cati- lina, per liquidare i suoi debiti, che veramente in quel
tempo erano esor- bitanti. Ma allora, dice Cicerone, restò vinto e non potè
attuare il suo disegno (quae cogitarat), che gli interessava; lo attuò invece
dipoi, quando restò egli solo padrone dell'impero, allora che non aveva più
debiti e quindi non gli interessava più; ma tanto lo fece parimente, per
istinto di mal- vagità. Ma qui il malvagio è Cicerone, che giudica Cesare così
iniquamente. Cesare promulgò alcune disposizioni per riduzione di debiti, ma
furono mitissirae e imposte dalla necessità, essendo dopo la guerra rinvilito
di molto il prezzo dei generi. — nunc Victor, tum victus; nunc non si deve
intendere dell'opera di Cesare, che duri tuttora, ma di una antitesi con tum;
puoi anche tradurre: « allora vinto, poi vincitore ». — 85. rem de officiis,
ii, 24—25, 84-88 131 aequitate suum quisque teneat et neque tenuiores propter
hu- militatem circumveniaDtur neque locupletibus ad sua vel te- nenda vel
recuperanda obsit invidia, praeterea, quibuscumque rebus vel belli vel domi
poterunt, rem publicam augeant im- perio, agris, vectigalibus. Haec magnorum
hominum sunt, haec apud maiores nostros factitata, haec genera officiorum qui
per- secuntur, cum summa utilitate rei publicae magnam ipsi ad* ipiscentur et
gratiam et gloriam. In bis autem utilitatum praeceptis Antipater Tyrius
Stoicus, 86 qui Athenis nuper est mortuus, duo praeterita censet esse a
Panaetio, valetudinis curationem et pecuniae; quas res a summo philosopho
praeteritas arbitror, quod essent faciles; sunt certe utiles. Sed valetudo
sustentatur notitia sui corporis et obser- vatione, quae res aut prodesse soleant
aut obesse, et continentia in victu omni atque cultu corporis tuendi causa
[praetermit- tendis voluptatibus], postremo arte eorum, quorum ad scientiam
haec pertinent. Res autem familiaris quaeri debet iis rebus, a 37 quibus abest
turpitudo, conservali autem diligentia et parsi- monia, eisdem etiam rebus
augeri. Has res commodissime Xe- nophon Socraticus persecutus est in eo libro,
qui Oeconomicus inscribitur, quem nos, ista fere aetate cum essemus, qua es tu
nunc, e Graeco in Latin uni convertimus. 25. Sed utilitatum comparatici ,
quoniam hic locus erat 33 quartus, a Panaetio praetermissus, saepe est
necessaria. Nam et corporis commoda cum externis et externa cum corporis et
publicam augeant ... vectigalibus, risolvi : rei publicae augeant imperium,
agros, vectigalia. — persecuntur, e praticare » . 86. Antipater, fu a Roma
ospite in casa di Catone il giovane. — quod essent faciles, probabilmente non è
questa la ragione, bensì perchè la cara della salute e dell'economia domestica
appartengono ai doveri verso se stessi e questi non entravano nel sistema di
Panezio, come non c'entra- vano i doveri verso la divinità. — sed valetudo ...
, si può compiere così: ma sia come si voglia, ne dirò due parole. — sui,
riferito al soggetto logico, come fosse : homo valetudinem sustentat notitia
sui corporis, cfr. § 73 sua. — observatione, risolvi col verbo. — praet.
volupt, è un'interpola- zione che dichiara in che consista la continentia. —
arte ... pertinent, puoi spiegare molto semplicemente < l'arte medica » . — 87-
rebus, rebus, « mezzi > . — Oeconomicus, c'è rimasto il libro di Senofonte,
ma non la traduzione di Cicerone. — ista fere aetate, a ventun anno.— cum,
iperbato §75. 88. comparato, « conflitto ». — locus quartus, I 10. — ipsa inter
se 132 M. TULLI CICERONIS DE OFF. II, 25, 89 ipsa inter se corporis et externa cum externis
comparari solent. Cuna externis corporis hoc modo comparantur, valere ut malis
quam dives esse, cum corporis externa hoc modo, dives esse potius quam maxumis
corporis viribus, ipsa inter se corporis sic, ut bona valetudo voluptati
anteponatur, vires celeritati, externorum autem, ut gloria divitiis, vectigalia
urbana rusticis. 89 Ex quo genere comparationis illud est Catonis senis: a quo
cum quaereretur quid maxume in re familiari expediret, respondit: 'Bene
pascere'; quid secundum: 'Satis bene pascere'; quidtertium: 'Male pascere';
quid quartum: 'Arare', et cum ille, qui quaesierat, dixisset: 'Quid
faenerari?', tum Cato: 'Quid hominem', inquit, 'occidere?' Ex quo et multis
aliis intellegi debet utilitatum comparationes fieri solere recteque hoc
adiunctum esse quartum exquirendorum officiorum genus. « Sed toto hoc de
genere, de quaerenda, de collocanda pecunia « (vellem etiam de utenda),
commodius a quibusdam optumis « viris ad Ianum medium sedentibus quam ab ullis
philosophis « ulla in schola disputatur. Sunt
tamen ea cognoscenda; perti- « nent enim ad utilitatem, de qua hoc libro
disputatimi est ». Reliqua deinceps persequemur. corporis, « i corporali coi
corporali » . — cum externis corporis scil. com- moda, — hoc modo comparantur
ut, puoi risolvere così : « esempio di conflitto tra ... : è meglio ... » . —
potius suppl. ut velis. — maxumis vi- ribus, ablat. di qualità. — externorum
suppl. comparatio fit; dovrebbt essere, per simmetria coi tre termini
precedenti : externa cum externis (anacoluto). — vectigalia, qui non significa
rendite dello Stato, ma ren dite private, quali si ricavano dalle pigioni o
dalle speculazioni del piccolo commercio. — 89. bene, « a buoni patti » . —
pascere, l'allevamento del bestiame era diventato una discreta industria
agricola, da quando le piccole proprietà erano state assorbite dagli immensi
latifondi e le biade che venivano dalle provincie di fuori facevano concorrenza
a quelle ita- liane. — quid hominem occidere, la risposta di Catone è molto
energica ; per lui l'usura è assimilata all'omicidio; la forma interrogativa la
rende più enfatica. Sed toto hoc ... , questo innesto posteriore di Cicerone è
fuori di posto ; gli editori recenti lo collocano alla fine del § 87. — véllem
etiam, questo è un desiderio a cui non risponde la realtà : cioè nequeunt de
utenda. — optumis viris, « galantuomini », ironicamente. — ad medium Ianum, al
Foro si entrava per tre sbocchi, detti Iani; in quello di mezzo avevano le loro
botteghe i banchieri. M. TULLI CICERONIS DE OFFICIIS AD MARCUM FILIUM LIBEE
TERTIUS 1. P. Scipionem, Marce fili, eum, qui primus Africanus 1 appellatus
est, dicere solitum scripsit Cato, qui fuit eius fere aequalis, numquam se
minus otiosum esse, quani cum otiosus, nec minus solura, quam cum solus esset.
Magnifica vero vox et magno viro ac sapiente digna; quae declarat illum et in
otio de negotiis cogitare et in solitudine secum loqui solitum, ut neque
cessaret umquam et interdum colloquio alterius non egeret. Ita duae res, quae languorem
adferunt ceteris, illum acuebant, otium et solitudo. Vellem nobis hoc idem vere
dicere liceret; sed si minus imitatione tantam ingenii praestantiam consequi
possumus, voluntate certe proxime accedimus ; nam et a re publica forensibusque
negotiis armis impiis vique prohi- biti otium persequimur et ob eam causam urbe
relieta rura peragrantes saepe soli sumus. Sed nec hoc otium cum Africani 2 otio nec haec
solitudo cum Illa comparanda est. llle enim re- II libro IH tratta del
conflitto dell'utile con l'onesto. Ili 1. fere aequalis, Catone in qualità di
questore accompagnò nel 204 av. Cr. Scipione, che andava proconsole in Sicilia
; Scipione fu console nel 205, Catone nel 195. — vero, avverbio. — vox, e
parole » . — cessare t essere disoccupato » , egere « sentire il bisogno » . —
duae res, non si traduca « due cose > oppure si sopprima. — armis vique, M.
Antonio veniva alle sedute del senato circondato di satelliti armati e faceva
da essi occupare il Foro. Cicerone per non incorrere in qualche pericolo si
teneva lontano più che poteva da Roma, passando dall'una all'altra delle sue
ville. — £. cum Ma = cum illius (solitudine), noi diciamo e con quella di lui,
con 134 M. TULLI CICERONIS quiescens a rei publicae' pulcherrimis muneribus
otiura sibi sumebat aliquando et e coetu hominura frequentiaque interduui
tamquam in portum se in solitudinem recipiebat, nostrum au- tem otium negoti
inopia, non requiescendi studio constitutum est. Extincto enim senatu
deletisque iudiciis quid est quod di- 3 gnum nobis aut in curia aut in foro
agere possimus? Ita, qui in maxima celebritate atque in oculis civium quondam
vixeri- mus, nunc fugientes conspectum sceleratorum , quibus omnia redundant,
abdimus nos, quantum licet, et saepe soli sumus. Sed quia sic ab hominibus
doctis accepimus, non solum ex malis eligere minima oportere, sed etiam
excerpere ex his ipsis, si quid inesset boni, propterea et otio fruor, non ilio
quidem, quo debebat is, qui quondam peperisset otium civitati, nec eam so-
litudinem languere patior, quam mihi adfert necessitas, non 4 voluntas.
Quamquam Africanus maiorem laudem meo iudicio adsequebatur. Nulla enim eius
ingenii monumenta mandata litteris, nullum opus oti, nullum solitudinis munus
extat; ex quo intellegi debet illum mentis agitatione investigationeque earum
rerum, quas cogitando consequebatur, nec otiosum nec solum umquam fuisse; nos
autem, qui non tantum roboris ha- bemus, ut cogitatione tacita a solitudine
abstrabamur, ad hanc scribendi operam omne studium curamque convertimus. Itaque
plura brevi tempore eversa quam multis annis stante re pt- blica scripsimus. la
sua ». — aliquando, * talvolta ». — frequentia, puoi risolvere con un
aggettivo, p. e., « romorosa». — extincto ... iudiciis, per il governo violente
e partigiano di Marc' Antonio. — 3. qui vixerimus, relativa conse- quenziale. —
celebritate = frequentia hominum, « movimento animato » , come oggi si direbbe.
— omnia, il neutro generalizza, puoi spiegare « ogni luogo » . — hominibus
doctis = philosophis. — si quid = quicquid, e quel po' che ci fosse ». —
debebat, « dovrebbe », cfr. II 68. — is qui peperisset, consequenziale, come
qui vixerimus. — otium, non « ozio » , ma e tranquil- lità, pace » . — eam
solitudinem languere = in ea solitudine me languere, ma puoi anche tradurre il
languere come è nel testo * restare infruttuosa » . — é. quamquam Africanus,
questo deprezzamento della propria atti- vità letteraria in confronto della
produttività contemplativa, diremmo così, dell'Africano, è frutto di un momento
di profondo sconforto dell'animo di Cicerone. — agitatione, < attività ». —
quas ... consequebatur, ch'egli sco- priva per sola forza di pensiero. In tutto
questo passo sembra di vedere l'estasi meditativa, feconda però, di un
anacoreta. — plura ... scripsimus, DE OFFICIIS. IH, 1 — 2, 3—6 135 2. Sed cum
tota philosophia, mi Cicero, frugifera et fruc- 5 tuosa nec ulla pars eius
inculta ac deserta sit, tum nullus teracior in ea locas est nec uberior quam de
officiis, a quibus constanter honesteque vivendi praecepta ducuntur. Quare,
quam- quam a Cratippo nostro, principe huius memoriae philosopho- rum, haec te
assidue audire atque accipere confido, tainen con- ducere arbitror talibus
aures tuas vocibus undique circumsonare, nec eas, si fieri possit, qui e quam
aliud audire. Quod cum omni- q bus est faciendum, qui vitam honestam ingredi
cogitant, tum haud scio an nemini potius quam tibi; sustines enini non par-
vara expectationem imitandae industriae ncstrae, magnani ho- norum, non nullam
fortasse nominis. Suscepisti onus praeterea grave et Athenarum et Cratippi; ad
quos cum tamquam ad mercaturam bonarum artium sis profectus, inanem redire tur-
pissimum est dedecorantem et urbis auctoritatem et magi stri. Quare quantum
coniti animo potes, quantum labore contendere, infatti stante re publica
Cicerone sviluppò più che altro la sua produttività oratoria (con le orazioni e
il de Oratore), epistolare e filosofico-politica (de Re publica, de Legibus) ;
tutte le altre sue opere furono scritte eversa re publica, dal 46 al 44. £. cum
... sit, qui cum ha valore concessivo ; puoi renderlo con « se » « mentre » ;
tum, « dall'altra parte » . — tota philosophia, pars, locus, per conservare la
metafora si potrebbe spiegare: tota phii, e tutto il dominio della ... > ;
pars, e tratto » ; locus, * campo ». — deserta, e sterile ». — memoriae =
temporis. — talibus ... circumsonare, letteralmente: € i tuoi orecchi
echeggiano di queste voci »; meglio però e queste voci echeggiano ai tuoi
orecchi ». — 6. haud scio an, rendi, se vuoi, con un avverbio, I 33. sustines
expectationem, « sostieni il peso dell* aspettazione », « ti fu addossato il
peso dell'aspettazione », « si sono fondate su di te speranze »; per conservare
al periodo la sua efficace struttura (non parvam, magnam, non nullam, messi a
capo dei tre termini) bisognerà tradurre così : < si sono fondate su di te
speranze che tu debba ereditare in non prccola parte la mia attività, in buona
parte le mie magistrature e in qualche parte il mio nome »; oppure « pesa su te
la responsabilità e per non piccola parte della mia attività e per » , oppure «
si son,o concepite speranze che tu ^mi debba succedere per non poco
nell'operosità, per molta parte nelle magi- strature, per non poco nella fama »
. Usando maggior libertà si può tra- durre diversamente. — suscepisti Cratippi,
la responsabilità che gli vien dal padre è involontaria, non di sua elezione
(perciò sustines « te la hanno addossata » e quindi « la sostieni, pesa su di
te »), la responsabilità che gli vien da Atene e Cratippo è volontaria, di sua
elezione (perciò su- scepisti « ti sei addossato »): « ti sei inoltre addossato
una grave respon- sabilità e per Atene e per Cratippo». — labore, labor^ devi
ripetere il 136 M. TULLI CICERONIS si discendi labor est potius, quam voluptas,
tantum fac ut ef- fìcias neve commi ttas, ut, cum omnia suppeditata sint a
nobis, tute tibi defuisse videare. Sed haec hactenus; multa enim saepe ad te
cohortandi gratia scripsimus ; nunc ad reliquam partem proposi tae divisionis
revertamur. 7 Panaetius igitur, qui sine controversia de officiis accuratis-
sime disputavit quemque nos correctione quadam adhibita po- tissimum secuti
sumus, tribus generibus propositis, in quibus deliberare homines et consultare
de officio solerent, uno, cum dubitarent, honestumne id esset, de quo ageretur,
an turpe, al- tero, utilene esset an inutile, tertio, si id, quod speciem
haberet honesti, pugnaret cum eo, quod utile videretur, quo modo ea discerni
oporteret, de duobus generibus primis tribus libris explicavit, de tertio autem
genere deinceps se scripsit dicturum 8 nec exsolvit id, quod promiserat. « Quod
eo magis miror, quia « scriptum a discipulo eius Posidonio est triginta annis
vixisse « Panaetium,posteaquam illos libros edidisset. Quem locum miror « a
Posidonio breviter esse tactum in quibusdam commentariis, « praesertim cum
scribat nullum esse locum in tota philosophia 9 « tam necessarium. » Minime
vero adsentior iis, qui negant eum locum a Panaetio praetermissum, sed consulto
relictum, nec omnino scribendum fuisse, quia numquam posset utilitas cum
medesimo sostantivo. — si discendi ... voluptas, «se quella dell'appren- dere è
... anziché ... ». — cum omnia ...sint, nelle lettere ad Attico Cice- rone
parla spesso di suo figlio Marco e della cura che si prendeva perchè avesse ad
Atene un buon trattamento. 7-18. Qui si discute una questione, noi diremmo,
pregiudiziale: se sia stata intenzione di Panozio trattare il conflitto tra
l'utile e l'onesto (ri- sposta affermativa), §§ 7-10 : se questo conflitto sia
filosoficamente giu- stificato (risposta negativa), §§ 11-18. — tribus
generibus propositis etc, I 9 ; il passo è ripetuto quasi con le medesime
parole nella lett. ad Alt. XVI 11, 4. — Questo periodo riuscirebbe troppo lungo
e sproporzio- nato tra la protasi e l'apodosi nella traduzione italiana; si
spezzi in due, risolvendolo così : tria genera proposuit, e facendo punto dopo
oporteret. — nec exsolvit, questo nec è avversativo : « senza mantenere», « ma
non man- tenne ». — id quod promiserat, puoi rendere con un sostantivo. — 8.
Posi- donio, era di Apamea nella Siria; insegnò in Rodi, dove lo udirono
Cicerone e altri Romani. — triginta annis, questo ablat. va unito con
posteaquam. — quem locum miror ... , « e mi meraviglio anche ... ». —
commentariis, di questo trattato Cicerone si fece fare per proprio uso uri
sunto da Ate- nodoro (ad Attic. XVI 11, 4; 14,4). — 9. negant ... praetermissum
, DB OFFICIIS, III, 2—3, 7—11 137 honestate pugnare. De quo alterum potest
habere dubitationem, adhibendumne fuerit hoc genus, quod in divisione Panaeti
ter- tium est, an piane omittendum, alterum dubitari non potest, quin a
Panaetio susòeptum sit, sed relictum. Nam qui e divi- sione tri per ti ta duas
partes absolverit, huic necesse est restare tertiam; praeterea in extremo libro
tertio de hac parte polli cetur se deinceps esse dicturum. « Accedit eodem
testis locuples io « Posidonius, qui etiam scribit in quadam epistula P.
Eutilium « Rufum dicere solere, qui Panaetium audierat, ut nemo pictor « esset
inventus, qui in Coa Venere eara partem, quam Apelles « incohatam reliquisset,
absolveret (oris enim pulchritudo reliqui « corporis imitandi spem auferebat),
sic ea, quae Panaeti us prae- « termisisset [et non perfecisset] propter eorum,
quae perfecisset, « praestantiam neminem persecutum. » 3. Quam ob rem de
iudicio Panaeti dubitari non potest; li ree tene autem hanc tertiam partem ad
exquirendum officium adiunxerit an secus, de eo fortasse disputari potest. Nam,
sive honestum solum bonum est, ut Stoicis placet, sive, quod ho- nestum est, id
ita summum bonum est, quem ad modum Pe- ripateticis vestris videtur, ut omnia
ex altera parte collocata vix minimi momenti instar habèant, dubitandum non
est, quin numquam possit utilitas cum honestate contendere. Itaque ac- cepimus
Socratem execrari solitum eos, qui primum haec na- tura cohaerentia opinione
distraxissent. Cui quidem ita sunt sed, risolvi : dicunt ... non praetermissum,
sed. — de quo alterum ... ai terum, tradurrai così : € riguardo a queste due
affermazioni si potrà dal T una parte dubitare ... ma non si può dubitare
dall'altra ... » ; potest habere dubttationem (contenere il dubbio, sollevare
il dubbio, far nascere il dubbio) = potest dubitari. — IO. Rufum, II 47. —
Apelles, di Kos, famoso pittore, contemporaneo di Alessandro Magno; dipinse pei
suoi con- cittadini due Veneri, Tana quella tanto rinomata nell'atto di uscire
dal mare; l'altra non potè essere compiuta; ma doveva riuscir migliore della
prima. — reliqui ... imitandi, « di poterla raggiungere nel resto dei corpo » ;
qui imitavi significa «rappresentare adeguatamente > . — et non perfe-
cisset, questo inciso è interpolato. 11. iudicio, «intenzione». — ita, «a tal
segno». — parte, spiega « bilancia » . — momenti, « peso » ; vix ... instar , «
appena pesano una dramma » . — primum, « per la prima volta » ; si potrebbe
risolvere nel- l'aggettivo primi « pei primi ». Questo scambio non è raro,
specialmente nei poeti. — opinione, « teoreticamente », ma con l'idea di
falsità; spiega: 138 M. TULLI CICERONIS Stoici adsensi, ut et quicquid honestum
esset, id utile esse 12 censerent nec utile quicquam, quod non honestum. Quodsi
is esset Panaetius, qui virtutem propterea colendam diceret, quod ea efficiens
utilitatis esset, ut ii, qui res expetendas vel vo- luptate vel indolentia
metiuntur, liceret ei dicere utilitatem aliquando cum honestate pugnare ; sed
cum sit is, qui id solum bonum iudicet, quod honestum sit, quae autem huic
repugnent specie quadam utilitatis, eorum neque accessione meliorem vi- tam
fieri nec decessione peiorem, non videtur debuisse eius modi deliberationem
introducere, in qua, quod utile videretur, cum 13 eo, quod honestum est,
compararetur. Etenim quod summum bonum a Stoicis dicitur, convenienter naturae
vivere, id habet hanc, ut opinor, sententiam: cum virtute congruere semper,
cetera autem, quae secundum naturam essent, ita legere, si ea virtuti non
repugnarent. Quod cum ita sit, putant quidam hanc comparationem non recte
introductam, nec omnino de eo genere quicquam praecipiendum fuisse. Àtque illud
quidem honestum, quod proprie vereque dicitur, hanno mal separato
teoreticamente. — 12. res expetendas, il pregio intrinseco per cui devono
essere desiderate, cioè « l'appetibilità ». — vo- luptate, Àristippo;
indolentia (parola coniata da Cicer., in greco àvoX^riaio), Girolamo da Rodi ;
entrambi i principii sono rappresentati da Epicuro ; cfr. 15. — accessione,
decessione, potresti conservare il medesimo rap- porto etimologico con «
accrescimento, decrescimento ». — 13, Prova con la definizione stoica del sommo
bene che esso è l'onesto cioè la virtù e che perciò Tutile non ci si deve
contare: gli Stoici definiscono il sommo bene vivere secondo natura; ma vivere
secondo natura è vivere secondo virtù; dunque ii sommo bene è vivere secondo
virtù. — naturae, naturam, non hanno il medesimo significato; il primo è
riferito alla legge naturale, il secondo ai bisogni materiali in contrapposto
col principio morale. — con- gruere, legere {= eligtre), infiniti costruiti
liberamente. Hanno quasi il valore di imperativi ; cfr. anche I 52 prohibere,
pati, dare. — nec om nino ... fuisse, e perciò non doversi dar precetti di
doveri sul conflitto dell'onesto con l'utile. Atque, « inoltre ». Dopo
accennato che il sommo bene, quale è concepito da Panezio e definito dagli
Stoici, non ammette conflitto con Futile, Cice- rone passa a una seconda
dimostrazione, prendendo per punto di partenza la divisione dell'onestà in
onestà ideale (perfetta) e onestà pratica (media, secondaria, comune). Il nesso
del ragionamento è questo: L'onestà ideale si identifica con la virtù : essa di
per sé dunque esclude il conflitto con l'utile. L'onestà pratica tende, per
natura sua, con progressivo e continuo avanzamento, verso la virtù perfetta. Al
punto in cui le due onestà più DE OFFICUS, III, 3, 12—15 139 id in sapienti bus
est solis neque a virtute divelli umquam pot- est; in iis autem, in quibus
sapientia perfecta non est, ipsum illud quidem perfectum honestum nullo modo,
similitudines honesti esse possunt. Haec enim officia, de quibus his libris 14 disputamus,
media Stoici appellant; ea communia sunt et late patent; quae et ingenii boni
tate multi adsequuntur et progres- sione discendi. Illud autem officium, quod
rectum idem appel- lant, perfectum atque absolutum est et, ut idem dicunt,
omnes numeros habet nec praeter sapientem cadere in quemquam pot- est. Cum autem aliquid actum est, in quo media officia
coni 15 pareant, id cumulate videtur esse perfectum, propterea quod vulgus,
quid absit a perfecto, non fere intellegit ; quatenus au- tem intellegit, nihil
putat praetermissum ; quod idem in poè- matis, in picturis usu venit in
aliisque compluribus, ut de- lectentur imperiti laudentque ea, quae laudanda
non sint, ob eam, credo, causam, quod insit in iis aliquid probi, quod capiat
ignaros, qui idem, quid in una quaque re vitii sit, nequeaot iudicare; itaque,
cum sunt docti a peritis, desistunt facile sen- tenza. si avvicinano, sparisce
quasi ogni loro differenza, la quale più che di natura, diventa di grado ;
sicché anche l'onestà pratica esclude, come la ideale, il conflitto con l'utile.
Fingiamo per poco che l'onestà pratica venga in con- flitto con Futile: in
questo caso essa sarebbe deviata dal suo avanzamento verso la virtù (§ 17
àliter enim ... progressio) e con ciò falsata la sua natura. Questo
ragionamento non risulta chiaro dal contesto, perchè Cice- rone si ferma troppo
a dichiarare la natura dell'onestà pratica, perdendo di vista il nesso logico
dei pensieri, ciò che gli accade spesso, mancandogli il vero senso filosofico.
Anzi pare che qui Cicerone voglia dire che l'onesta ideale non si può
raggiungere e che l'uomo devesi contentare di una virtù relativamente perfetta,
la quale rappresenta l'ultimo termine, a cui si possa umanamente arrivare :
questo termine di perfezione relativa vale per lui quanto la perfezione
assoluta, la quale di per so esclude il conflitto con l'utile. — proprie ...
dicitur, « nel suo vero significato », cioè € ideale ». — nullo modo suppl.
esse potcst. — 1-à. enim, « così » . — media, risolvi quae media ; sui doveri
medi e perfetti cfr. 18. — discendi, l'istru- zione perfeziona la pratica della
virtù, —numeros, « requisiti »; però anche noi diciamo € aver buoni, molti
numeri » per € qualità » . — 13- quid, « in che ». — nihil ... praetermissum,
quando essa vede che non raggiunge la perfezione, le sembra che ci manchi tanto
poco, da non doverne tener conto : e non ci trova mancanze notevoli » . — quod
idem, questo idem pleonastico si trova anche qualche rigo più sotto qui idem. —
imperiti, < i profani ». — desistunt, « mutano ». — secunda, « di secondo grado
». 140 M. TULLI CICERONIS 4. Haec igitur officia, de quibus his libris
disserimus, quasi secunda quaedam honesta esse dicunt, non sapienti um 16 modo
propria, sed cum omni hominum genere coramunia. Itaque iis omnes, in quibus est
virtutis indoles, commoventur. Nec vero, , cum duo Decii aut duo Scipiones
fortes viri commemorantur, aut cum Fabricius [aut Aristides] iustus nominatur,
aut ab illis forti tudinis aut ab hoc iustitiae tamquam a sapiente pe- titur
exemplum; nemo enim horura sic sapiens, ut sapientem volumus intellegi, nec ii,
qui sapientes habiti et nominati, M. Cato et C. Laelius, sapientes fuerunt, ne
illi quidem septem, sed ex mediorum officiorum frequentia similitudinem quandam
17 gerebant speciemque sapientium. Quocirca nec id, quod vere honestum est, fas
est cum utilitatis repugnantia comparati, nec id, quod communiter appellamus
honestum, quod colitur ab iis, qui bonos se viros haberi volunt, cum
emolumentis umquam est comparandum, tamque id honestum, quod in nostram intel-
legentiam cadit, tuendum conservandumque nobis est quam illud, quod proprie
dicitur vereque est honestum , sapientibus; al iter enim teneri non potest, si
quae ad virtutem est facta progressio. Sed haec quidem de iis, qui
conservatione officiorum 18 existimantur boni. Qui autem omnia metiuntur
emolumentis et commodis neque ea volunt praeponderari honestate, ii solent in
deliberando honestum cum eo, quod utile putant, comparare, boni viri non
solent. Itaque existimo Panaetium, cum dixerit homines solere in hac
comparatione dubitare, hoc ipsum sen- — Hi. indoles, « germe » . — commoventur,
« vi sono attratti, se ne sentono tocchi, ne sentono la forza » ; perchè la
virtù ideale e perfetta o non esiste in pratica o non si può raggiungere; e
quelli che passano come perfetti sapienti sono ben lontani dalla vera sapienza.
— ani Aristides, un'inter- polazione suggerita al copista dalla notorietà della
giustizia di Aristide e dal § 87. — ut volumus intellegi, «nel vero senso della
parola». — nominati scil. sunt. — septem, i sette savi della Grecia. —
frequentia. « frequente adempimento, abituale osservanza». — 17. quocirca qui
non esprime una conseguenza, ma corrisponde al nostro «ciò premesso». —
utilitatis repugnantia = utiiitate repugnante, «venire in conflitto con ... ».
- cadit, « è alla portata della ... ». — teneri progressio, pro- priamente «
tenere la direzione » cioè conservare ii profitto ottenuto. — 18.
praeponderari, letteralmente « lasciarli sbilanciare, squilibrare » ; ima- gine
presa dalla bilancia. — solere, in quanto è ammesso il conflitto pra- DE
OFFICIIS, III, 4, 16 — 20 141 sisse, quod dixerit, 4 solere ' modo, non etiam i
oportere \ Etenira non modo pluris putare, quod utile videatur, quam quod ho-
nestum sit, sed etiam haec inter se comparare et in his addu- bitare turpissimum
est. « Quid ergo est, quod non numquam dubitationem adferre so- « leat
considerandumque videatur? Credo, si quando dubitatio « accidit, quale sit id,
de quo consideretur. Saepe enira tempore 19 « fit, ut, quod turpe plerumque
baberi soleat, inveniatur non esse « turpe ; esempli causa ponatur aliquid,
quod pateat latius: Quod « potest maius esse scelus quam non modo hominem, sed
etiam «familiarem hominem occidere? Num igitur se astrinxit scelere, «si qui tyrannum occidit
quamvis familiarem? Populo quidem « Romano non videtur, qui ex omnibus
praeclaris factis illud « pulcherrimum existimat. Vicit ergo utilitas
honestatem? Immo «vero honestas utilitatem secuta est. «Itaque, ut sine ullo
errore diiudicare possimus, si quando « cum ilio, quod honestum intellegimus,
pugnare id videbitur, « quod appellamus utile, formula quaedam constituenda
est; quam « si sequemur in comparatione rerum, ab officio numquam rece- « demus.
Erit autem haec formula Stoicorum rationi
discipli- 20 «nacque maxime consentanea; quam quidem his libris propterea
ticamente, oportere, in quanto è ammesso teoricamente. — addubitare,
propriamente « mettersi in via di dubitare, dare indizio, accennare di voler
dubitare», quindi « nutrire il benché minimo dubbio». Quid ergo ...
consideretur, se talora il nostro esame si ferma a lungo sulla moralità di un
atto, gli è che rimaniamo in dubbio sulla natura di esso, la quale muta secondo
le circostanze. Da qui fino al § 32 abbiamo una digressione che potremmo
considerare come una seconda pregiudiziale. Si esamina cioè come le circostanze
possono mutar natura al dovere ; p. e., uccidere un uomo è delitto; ma se
quest'uomo ucciso è un tiranno, cessa di esser delitto. Siccome la teoria è,
come si vede subito, molto pericolosa, così Cicerone, per mettere in grado di
apprezzare e applicare giustamente questo elemento delle circostanze , propone
come regola una massima (formula) stoica, che è espressa al principio del § 21
Detrahere igitur ... aut rebus externis. — 19. tempore, « circostanze » . —
quod pateat ìatius, puoi spiegare «comunissimo, alla mano». — num, risposta
nega. ti va. — populo Romano, però il popolo romano nel caso di Cesare portò
diverso giudizio, cfr. II 23. — honestas utilit. secuta est, l'onestà tenne
dietro, fu una conseguenza dell'utilità, cioè l'utilità generò l'onestà; cfr. §
40 utilitas valuti propter honestatem. — formula, propriamente € modulo», qui
«massima, regola». — 20* propterea quod, quam* 142 M. TULLI CICERONIS
«sequimur, quod, quamquam et a veteribus Academicis et a « Peripateticis
vestris, qui quondam idem erant, qui Academici, « quae honesta sunt,
anteponuntur iis, quae videntur utilia, ta- « men splendidius haec ab eis
disserentur, quibus, quicquid ho- « nestum est, idem utile videtur nec utile
quicquam, quod non « h onestimi, quam ab iis, quibus et honestum aliquid non
utile « et utile non honestum. Nobis autem nostra Academia magnani « licentiam
dat, ut, quodcumque maxime probabile occurrat, id « nostro iure liceat
defendere. iSed redeo ad formulam. 21 5. « Detrahere igitur alteri aliquid et
hominem hominis in- « commodo suum commodum augere magis est contra naturam «
quam inors, quam paupertas, quam dolor, quam cetera, quae « possunt aut corpori
accidere aut rebus externis. Nam principio « tollit convictum humanum et
societatem. Si enim sic erimus « ad tee ti , ut propter suum quisque
emolumentum spoliet aut « violet alterum, disrumpi necesse est eam, quae maxime
est se- 22 « cundum naturam, humani generis societatem. Ut, si unum « quodque
membrum sensum hunc haberet, ut posse putaret se « valere, si proximi membri
valetudinem ad se traduxisset, debi- « litari et interire totum corpus necesse
esset, sic, si unus quisque « nostrum ad se rapiat commoda aliorum detrahatque,
quod cinque « possit, emolumenti sui gratia, societas hominum et communitas «
evertatur necesse est. Nam sibi ut quisque malit, quod ad usum « vitae
pertineat, quam alteri adquirere, concessum est non re- « pugnante natura,
illud natura non pati tur, ut aliorum spoliis quam ... tamen, questo periodo
intralciato si può ridarre così : € e la ra- gione è questa, che bensì ... ma».
— qui quondam idem erant, su questa affinità cfr. 12. — splendidius, riferito
non alia forma ma al concetto «più dignitosamente, con maggiore elevatezza». —
quibus, gli Stoici; quibus, gli Academici e i Peripatetici. — honestum aliquid,
«qualche azione onesta», si può risolvere: «in date circostanze un'azione
onesta » . — nostra Academia, cfr. 12. — licentiam dat ut liceat, cfr. I 8
definiunt ut definiant 21. Detrahere etc. ; questa massima si basa su due leggi
: la legge del- l'ordinamento sociale (nam principio §§ 21-23), la legge
suprema dell'uni- verso (atque hoc multo magis ... §§ 23-26). — rebus, « beni »
. tollit, « toglie di mezzo, rende impossibile » ; soggetto è detrahere; puoi
spiegare: «con ciò si torrebbe di mezzo». — sic adfecti, « di tali sentimenti,
di- sposti a » . — 22. sensum hunc haberet, ut putaret, « avesse la pretesa di
credere ». — si traduxisset, risolvi col gerundio. — natura, de officiis, in,
5. 21—25 143 « nostras facultates, copias, opes augeamus. Neque vero hoc solimi
23 snatura id est iure gentium, sed etiam legibus populorum, «quibus in
singulis civitatibus res publica continetur, eodem « modo constitutum est, ut
non liceat sui commodi causa nocere «alteri; hoc enim spectant leges, hoc
volunt, incolumem esse « civium coniunctionem ; quara qui dirimunt, eos morte,
exilio, « vinclis, damno coércent. « Atque hoc multo magis efficit ipsa naturae
ratio, quae est «lex divina et humana; cui parere qui velit (omnes autem pa- «
rebunt, qui secundum naturam volent vivere), numquam cora- « mittet, ut alienum
appetat et id, quod alteri detraxerit, sibi « adsumat. Etenim multo magis est
secundum naturam excelsitas 24 « animi et magnitudo itemque comitas, iustitia,
liberalitas qua in « voluptas, quam vita, quam divitiae; quae quidem contemnere
« et prò nihilo ducere comparantem cum utilitate communi ma- « gni animi et
excelsi est. [Detrahere autem de altero sui com- « modi causa magis est contra
naturam quam mors, quam dolor, « quam cetera generis eiusdem]. Itemque magis
est secundum 25 « naturam prò omnibus genti bus, si fieri possi t, conservandis
aut « iuvandis maximos labores molestiasque suscipere imitantem Her- « culem
illum, quem hominum fama beneficiorum memor in con- « cilio caelestium
collocavit, quam vivere in solitudine non modo « sine ullis molestiis, sed
etiam in maximis voluptatibus abun- « dantem omnibus copiis, ut excellas etiam
pulchritudine et vi- « ribus. Quocirca optirao quisque et splendidissimo
ingenio longe « il diritto naturale ». — ìllud (I 83), asindeto, introduci con
«ma». — 23. damno, « malta » • hoc, cioè la massima di non posporre l'altrui
interesse al proprio. — efficit, risolvi col passivo efficitur; in italiano con
una costruzione in- transitiva « discende, deriva » . — naturae ratio, la mente
dell 1 universo che anima il mondo degli dèi e degli uomini, e la legge suprema
dell'u niverso ». — committet ut, « si attenterà di », cfr. I 81 — 2é. etenim «
così », § 14. — comparantem cum, « in confronto della ... » . — detrahere ..
eiusdem, è assurdo che Cicerone abbia adoperato qui come argomento la tesi
ch'egli vuol dimostrare; questa è un'interpolazione, nata dal § 21 la struttura
poi del passo intero, multo magis est secundum naturam ... itemque magis est
secundum naturam ... , sarebbe turbata dall'interpola zione. — 23. hominum ...
memor, « la credenza popolare per gratitu dine ». — abundantem ... viribus, viene
a dire abundantem omnibus bonis 144 M. TULLI CICERONIS « illam vitam huic
anteponit. Ex quo efficitur hominem naturae 26 « oboedientem homini nocere non
posse. Deinde, qui alterum « violat, ut ipse aliquid commodi consequatur, aut
nihil existi- « mat se facere contra naturam aut magis fugienda censet mor- «
tem, paupertatem, dolorem, amissionem etiam liberorum, pro- « pinquorum,
amicorum quam facere cuiquam iniuriam. Si nihil « existimat contra naturam
fieri hominibus violandis, quid cum « eo disseras, qui omnino hominem ex homine
tollat? sin fugien- « dum id quidem censet, set multo illa peiora, mortem,
pauper- « tatem, dolorem, errat in eo, quod ullum aut corporis aut « fortunae
vitium vitiis animi gravius existumat. « 6. Ergo unum debet esse omnibus propositum, ut eadem «
sit utilitas unius cuiusque et universorum ; quam si ad se « quisque rapiet,
dissolvetur omnis humana consortio. 27 « Atque etiam; si hoc natura
praescribit, ut homo homini, « quicumque sit, ob eam ipsam causam, quod is homo
sit, con « sultum velit, necesse est secundum eandem naturam omnium «
utilitatem esse communem. Quod si ita est, una continemur « omnes et eadem lege
naturae, idque ipsum si ita est, certe vio- lare alterum naturae lege
prohibemur. Verum autemprimum; et externis et
corporis. — 26. facere cuiquam iniuriam, questo in- finito è connesso un po'
liberamente col resto del periodo ; letteralmente dovrebb' essere retto da
fugiendum est , che si trae da fugienda ; la frase per sé è negativa, potendosi
risolvere in : non facienda est cuiquam iniuria ; così si spiega la presenza
del pronome cuiquam, che è adoperato soltanto nelle proposizioni negative. —
hominem, astrattamente per huma- nitatem ; e senso d'umanità, senso umano ». —
id scil. iniuriam cuiquam facere. — set scil. fugienda censet ; il senso è : «
che se poi egli pur in- tendendo di rifuggire dal recare ingiuria ai suoi
simili, rifugge ancor più dalla morte ». — unum, « ciò soprattutto ». — ut
eadem sit, « che deva essere, che abbia ad essere » . 27-32. A Cicerone qui si
presentano quattro casi speciali della sua questione: hanno diritto ai riguardi
dovuti agli nomini gli estranei in confronto dei consanguinei, i forestieri in
confronto dei cittadini, gli uo- mini dappoco in confronto degli uomini grandi,
i tiranni in confronto degli uomini onesti? Per risolvere i quattro quesiti,
Cicerone deve ribadire l'idea dell'universalità della legge naturale; e fa
questo ragionamento: Tutti gli uomini sono soggetti a una medesima legge
naturale, la quale prescrive a ciascun uomo come di provvedere al bene del suo
simile, così di non re- cargli danno. Questo ragionamento semplicissimo è stato
da Cicerone inu- tilmente intralciato e confuso, con l'intenzione forse di
dargli tono più filosofico (atque etiam extremum). — primum, extremum, «
premessa, de officiis, in, 5 — 6, 26 — 30 145 « verum igitnr extremum. Nam
illud quidem absurdum est, quod 28 « quidam dicunt, parenti se aut fratri nihil
detracturos sui com- « modi causa, aliam rationem esse civium reliquorum. Hi
sibi « nihil iuris, nullam societatem communis utilitatis causa sta- « tuunt
esse cum civibus, quae sententia omnem societatem dis- * trahit civitatis. Qui
autem civium rationem dicunt habendam, « externorum negant, ii dirimunt
communem Immani generis so- « cietatem ; qua sublata beneficenza, liberalitas,
bonitas, iustitia « funditus tollitur; quae qui tollunt, etiam adversus deos
im- « mortales impii iudicandi sunt. Ab iis enim constitutam inter « homines
societatem evertunt, cuius societatis artissimum vin- « culum est magis
arbitrari esse contra naturam hominem ho- « mini detrahere sui commodi causa
quam omnia incommoda « subire vel externa vel corporis vel etiam ipsius animi,
quae « vacent mi usti ti a; haec enim una virtus omnium est domina « et regina
virtutum. «Forsitan quispiam dixerit: Nonne igitur sapiens, si fame 29 « ipse
conficiatur, abstulerit cibum alteri homini ad nullam rem « utili? [Minime
vero; non enim mihi est vita mea utilior quam « animi talis adfectio, nerainem
ut violem commodi mei gratia]. « Quid? si Phalarim, crudelem tyrannum et
imraanem, vir bonus, « ne ipse frigore conficiatur, vestitu spoliare possit,
nonne faciat? « Haec ad iudicandura sunt facillima. Nam, si quid ab homine 30 «
ad nullam partem utili utilitatis tuae causa detraxeris, inhu- « mane feceris
contraque naturae legem; sin autem is tu sis, qui conseguenza > . — 28. nam,
« sicché » . — sibi, va con esse. — sententia, « principio » . — vel etiam ...
animi, * anche danni morali » . — quae ... iniu- stitiai < che siano esenti
da ingiustizia, che avvengano restando salva la giustizia » ; per il nesso cfr.
I 29 altero genere iniustitiae vacant. — haec virtus scil. iustitia, che si
trae da iniustitia, come in I 28 da iustitiae si trae iniustitiae. 29. Qui si
fanno due domande, alla prima delle quali si risponde nei §§ 30-31, alla
seconda nel § 32. Le parole minime ...gratia sono perciò un'interpolazione, sia
perchè interrompono il corso naturale delle due do- mande, sia perchè
contengono una risposta che non è in perfetta armonia con quella, che segue
poi. — abstulerit = auferre possit. — non enim ... , il senso è : la mia vita
non vai più della virtù (sentimento) che mi vieta di offendere il prossimo per
mio vantaggio. — Phalarim, II 26. — 30. ad nullam partem, < per nessun
riguardo » . — inhumane feceris, « commettere un'azione ignobile ». — sin ...
si ... ai ... , trasforma la se- Cicbronb, De Officiis comm. da B. Sabbadini.
2* ediz. 10 146 M. TULLI GICER0N1S « multam utilitatem rei publicae atque
hominum societati, si in « vita remaneas, adferre possis, si quid ob eam
causata alteri de- « traxeris, non sit reprehendendum. Sin autem id non sit eius «
modi, suum cuique incommodum ferendum est potius quam de « alterius commodis
detrahendum. Non igitur magis est contra « naturarti morbus aut egestas aut
quid eius modi quam detrac- « tio atque appetitio alieni, sed communis utilitatis
derelictio 31 « contra naturam est; est enim iniusta. Itaque lex ipsa naturae,
« quae utilitatem hominum conservat et continet, decernet pro- « fecto, ut ab
bomine inerti atque inutili ad sapientem, bonum, « fortem virum transferantur
res ad vivendum necessariae, qui « si occiderit, multum de communi utilitate
detraxerit, modo hoc € ita faciat, ut ne ipse de se bene existimans seseque
diligens « hanc causam habeat ad iniuriam. Ita semper officio fungetur « utilitati consulens
hominum et ei , quam saepe commemoro, 32 « humanae societati. Nam quod ad
Phalarim attinet, perfacile « iudicium est. Nulla est enim societas nobis cum
tyrannis et « potius summa distractio est, neque est contra naturam spoliare
«eum, si possis, quem est honestum necare, atque hoc omne « genus pestiferum
atque impium ex hominum communitate « exterminandum est. Etenim, ut membra
quaedam amputati tur, «si et ipsa sanguine et tamquam spiritu carerò coeperunt
et « nocent reliquia partibus corporis, sic ista in figura hominis fé- « ritas
et immanitas beluae a communi tamquam humanitate « corporis segregauda est.
Huius generis quaestiones suut omnes «eae, in quibus ex tempore officium
exquiritur. conda di queste ipotetiche in gerundio e introduci la terza con e
nel caso che » . — detractio, appetitio, puoi risolvere coi verbi. — derelictio
9 parola coniata da Cicerone. — iniusta, traduci col sostantivo. — 31.
decernet, « dovrà ». — qui si occiderit, e che con la sua morte ». — modo hot
ita faciat ut ne causam habeat, letteralmente < purché faccia in modo da non
prendere da ciò motivo », cioè « purché da ciò non si creda autoriz- zato, non
tragga motivo ». — de se bene ... diligens, risolvi coi sostantivi e presunzione,
amor proprio » . — 32. et potius, « ma ... » . — s. distractio % puoi rendere
le due parole con « abisso ». — spiritu, « vitalità » ; spi- ritus veramente è
usato solamente di tutta la persona, perciò tamquam. — humanitate corporis fa
simmetria con feritas ... beluae ; noi nella tra- duzione risolviamo : fera et
immanis belua a communi tamquam corpore humano (« dal corpo sociale umano »). —
ex tempore, attributo in forma de officiis, in, 6—7, 31—34 147 7. « Eius modi
igitur credo res Panaetium persecuturum 33 « fuisse, nisi aliqui casus aut
occupatio eius consilium peremisset. «Ad quas ipsas consultationes superioribus
libris satis multa « praecepta sunt, ex quibus perspici possit, quid sit
propter tur- « pitudinem fugiendum, quid sit, quod idcirco fugiendum non sit, «
quod omnino turpe non sit. Sed quoniam operi incohato, prope « tamen absoluto,
tamquam fastigium imponimus, ut geometrae « solent non omnia docere, sed
postulare, ut quaedam sibi con- « cedantur, quo facilius quae volunt, explicent,
sic ego a te pò- « stulo, mi Cicero, ut mihi concedas, si potes, nihil praeter
id f « quod honestura sit, propter se esse expetendum. Sin hoc non « licet per
Cratippum, at illud certe dabis, quod honestum sit, « id esse maxume propter se
expetendum. Mihi utrumvis satis «est et tum hoc, tum illud probabilius videtur
nec praeterea « quicquam probabile. Ac primum in hoc Panaetius defendendus 34 «
est, quod non utilia cum honestis pugnare aliquando posse di- « xerit (neque
enim ei fas erat), sed ea, quae viderentur utilia. «Nihil vero utile, quod non
idem honestum, nihil honestum, « quod non idem utile sit, saepe testatur
negatque ullara pestem « maiorem in vitara hominum invasisse quam eorum
opinionem, qui ista distraxerint. Itaque,
non ut aliquando anteponeremus utilia honestis, sed ut ea sine errore
diiudicaremus, si quando incidissent, induxit eam, quae videretur esse, non
quae esset, repugnantiam.» Hanc igitur partem relictam explebimus nullis « «
avverbiale di officium , « dovere secondo le circostanze » ; ' ex tempore '
quasi 'ex temporis conditone' (L. Valla, Eleg. I. tot V 19). 33-39- Qui
Cicerone entra veramente in materia. Dal postulato stoico, che il sommo bene è
la virtù, passa a parlare dell'attrattiva che esercita sull'uomo Tutile, ma
come il sapiente non vi si lasci adescare, nemmeno se si credesse assicurata
l'impunità. — res, « questioni ». — ad quas ipsas consultationes — ad quarum
ipsarum rerum consultationes, puoi rendere : e alla cui soluzione ». —
geometrae, < matematici ». — docere, « dimo- strare ». — postulare ...
concedantur « si fanno accordare certi postulati ». — ego ... concedas, «
ammettimi questo postulato ». — nihil praeter id, il postulato degli Stoici,
che non può essere ammesso da Cratippo, peri- patetico. — id esse maxume, il postulato
dei Peripatetici. — praeterea, « all' infuori di questi due ». — 3é. in hoc
quod, « contro il rimpro- vero che ». — quod ... viderentur utilia, si compia
così: quod utilia cum honestis pugnare aliquando posse dixerit ; non enim dixit
utilia, sed quae viderentur utilia («non l'utile vero* ma l'utile apparente»).
— 148 M. TULLI GIGKRONIS adminiculis, sed, ut dicitur, Marte nostro. Neque enim
quic- quara est de hac parte post PaDaetium explicatum, quod qui- dem mihi
probaretur, de iis, quae in manus meas venerunt. 35 8. Cum igitur aliqua
species utilitatis obiecta est, com- moveri necesse est; sed si, cum animum
attender) s, turpi tudi- nem videas adiunctam ei rei, quae speciem utilitatis
attulerit, tum non utilitas relinquenda est, sed intellegendum, ubi tur- pitudo
sit, ibi utilitatem esse non posse. Quodsi nihil est tam contra naturam quam
turpitudo (recta enim et convenientia et constantia natura desiderat
aspematurque contraria) nihilque tam secundum naturam quam utilitas, certe in
eadem re uti- litas et turpitudo esse non potest. Itemque, si ad honestatem
nati sumus eaque aut sola expetenda est, ut Zenoni visum est, aut certe omni
pondere gravior habenda quam reliqua omnia, quod Aristoteli placet, necesse
est, quod honestum sit, id esse aut solum aut summum bonum ; quod autem bonum,
id certe 35 utile; ita, quicquid honestum, id utile. Quare error hominum non
pEfìborum, cum aliquid, quod utile visum est, arripuit, id continuo secernit ab
honesto. Hinc sicae, hinc venena, hinc falsa testamenta nascuntur, hinc furta,
peculatus, expilationes direptio- nesque sociorum et civium, hinc opum
nimiarum, potentiae non ferendae, postremo etiam in liberis civitatibus
regnandi existunt cupiditates, quibus nihil nec taetrius nec foedius exco-
gitari potest. Emolumenta enim rerum fallacibus iudiciis vident, poenam non
dico legum, quam saepe perrumpunt, sed ipsius 37 turpitudinis, quae acerbissima
est, non vident. Quam ob rem neque enim ei fas erat, come Stoico. — ut ea = ut
utrumque, si rife- risce tanto a utilia quanto a honestis. — quae videretur ...
esset, « appa- rente, non reale » . — Marte nostro, frase proverbiale, « con le
mie sole forze » . — de iis = ex iis. 35* commoveri, « sentircisi attratti ». —
non relinquenda t « senza ri- nunziare > ; sopprimi sed nella traduzione. —
recta ... constantia, traduci coi sostantivi astratti « rettitudine, armonia,
coerenza ». — omnia ... ha- benda, e deve aver la preponderanza » . — 36. error
hominum non proborum, risolvi : « gli uomini malvagi nei loro falsi
apprezzamenti » . — sicae, venena, gli strumenti invece delle azieni ; traduci
astrattamente «omicidi, avvelenamenti». — falsa testam., anche qui traduci con
l'a- stratto : « falsificazioni di ... ». — rerum nella traduzione si sopprime.
— perrumpunt, * eludono », senza l'imagine del verbo latino. — 37. deli- de
officiis, in, 8—9, 35 — 38 149 hoc qnidem deliberanti um genus pellatur e medio
(est enim totum sceleratum et impium), qui deliberant, utrum id se- quantur,
quod honestum esse videant, an se scientes scelere contarainent ; in ipsa enim
dubitatone facinus inest, etiamsi ad id non pervenerint. Ergo ea deliberanda
omnino non sunt, in quibus est turpis ipsa deliberatio. Àtque etiam ex omni
deliberatione celandi et occultandi spes opinioque removenda est. Satis enim
nobis, si modo in philo- sophia aliquid profecimus, persuasum esse debet, si
omnes deos hominesque celare possimus , nihil tamen avare, nihil iniuste, nihil
libidinose, nihil incontinenter esse faciendum. 9. Hinc ille Gyges inducitur a
Platone, qui, cum terra 38 discessisset magnis quibusdam imbribus, descendit in
illum hiatum aéneumque equum, ut ferunt fabulae, animadvertit, cuius in
lateribus fores essent; quibus apertis corpus hominis mortui vidit magnitudine
invisitata anulumque aureum in di- gito; quem ut detraxit, ipse induit; erat
autem regius pastor, tura in concilium se pastorum recepii Ibi cum palam eius
anuli ad palmam converterat, a nullo videbatur, ipse autem omnia videbat; idem
rursus videbatur, cum in locum anulum in verte rat. Itaque hac opportunitate
anuli usus reginae stuprum intulit eaque adiutrice regem dominum interemit,
sustulit, berantium nella traduzione si sopprima, bastando qui deliberante che
vien dopo. — deliberant, « esitano ». — ipsa, traduci con l'aggettivo « solo ».
— ad id, alla consumazione. si possimus, « ancoraché ... » . — avare etc, nella
traduzione risolvi questi avverbi in sostantivi. — 38. hinc inducitur = hinc
fit ut inducatur, « questa è la ragione perchè è introdotto > ; noi diciamo
: < qui cade in acconcio, opportuno il fatto di Gige, narrato da Platone » ;
facendo punto e cominciando l'altro periodo così: « Gige dunque». — Gyges,
pastore lidio, uccise il re Candaule e si impadronì del trono della Lidia ; il
fatto è raccontato da Erodoto (I 8-12) e da Platone (de B. P. II p. 359). —
magnis quibusdam, spiega con un solo aggettivo: e straordinarie ». — apertis,
participio. — corpus mortui, «cadavere». — anulumque, «con un ... » . — erat
autem ... tum — tum, ut erat ... , oppure tum, erat enim ... — in concilium,
erano le riunioni mensili, nelle quali i pastori riferivano al re sugli affari
della greggia. — in locum scil. suum; quest'uso pre- gnante delle parole è
frequente in latino, così tempus « tempo debito, op- portuno » , dies « giorno
fìssa to » , via « mezzo sicuro » , pace « con buona pace » . — anuU^ « che gli
porgeva l'anello » . — dominum - «um pa- 150 M. TULLI CICERONIS quos obstare
arbitrabatur, ne e in bis eum facinoribus quisquam potuit videre. Sic repente
anuli beneficio rex exortus est Lydiae. Hunc igitur ipsum anulum si habeat
sapiens, nihilo plus sibi licere putet peccare, quam si non h abere t; honesta
enim bonis 39 viris, non occulta quaeruntur. Atque hoc loco philosophi quidam,
minime mali illi quidem, sed non satis acuti, fictara et com- menti ciam fabulam
prolatam dicunt a Platone; quasi vero ille aut factum id esse aut fieri
potuisse defendat! Haec est vis buius anuli et huius exempli : si nemo
sciturus, nemo ne suspi- caturus quidem sit, cum aliquid divitiarum, potentiae,
domi- nationis, libidinis causa feceris, si id dis hominibusque futurum sit
semper ignotum, sisne facturus. Negant id fieri posse. Quam- quam potest id
quidem; sed quaero, quod negant posse, id si posset, quidnam facerent. Urguent
rustico sane; negant enim posse et in eo perstant; hoc verbum quid valeat, non
vident. Cum enim quaerimus, si celare possint, quid facturi sint, non
quaerimus, possintne celare, sed tamquam tormenta quaedam adhibemus, ut, si
responderint se impunitate proposita facturos, quod expedi at, facinorosos se
esse fateantur, si negent, omnia turpi a per se ipsa fugienda esse concedane
Sed iam ad propo- situra revertamur. 40 IO. Incidunt multae saepe causae, quae
conturbent animos utilitatis specie, non cum hoc deliberetur, relinquendane sit
drone » . — nihilo, « per nulla » . — bonis viris , per il caso cfr. II 45 mihi
suscepta est — 30. acuti, Cicer. chiama spesso poco logici gli Epicurei. —
defendat, « sostenere, spacciare » . — vis, « l'allegoria ». — si nemo ...
facturus, nella traduzione risolvi così il periodo : « se commette- resti ciò
che ti suggerisce l'avidità del danaro, del potere ... , dato che ... ». —
negant id fieri posse etc. ; ecco il pensiero ; « Essi negano questa pos-
sibilità. Ma io non faccio questione di possibilità, faccio questione di ipo- tesi.
Data per ipotesi la possibilità, che cosa farebbero? Se loro si inca- poniscono
a far questione di possibilità, non sanno che cosa significa ipotesi». —
quamquam , il nesso è: veramente la possibilità c'è; ma io ... — urguent, «
incaponirsi, incocciarsi ». — verbum, la congiun- zione si, che forma l'ipotesi
; nella traduzione bisogna aggiungere o « se » o quella qualunque parola che le
si fa corrispondere, p. e. « ipotesi > . — non quaerimus ... adhibemus, «
non è per sapere proprio se ... , ma per strìngerli tra due tenaglie >. 40.
Comincia qui una serie di esempi, nei quali l'utile apparente si trova in
collisione coi doveri della giustizia. Indi dal § 62 al 95 sono de oPFicns, in,
9—10, 39 — 42 151 honestas propter utilitatis magnitudinem (nam id quidem im-
probum est), sed illud, possitne id, quod utile videatur, fieri non turpiter.
Cum Collatino collegae Brutus imperium abrogabat, poterat videri facere id
iniuste; fuerat enim in regibus expel- lendis socius Bruti consiliorum et
adiutor. Cura autem consilium hoc principes cepissent, cognationem Superbi
nomenque Tarqui- niorum et memoriam regni esse tollendam, quod erat utile,
patriae consulere, id erat ita honestum, ut etiam ipsi Collatino piacere
deberet. Itaque utilitas
valuit propter h onesta te m, sine qua ne utilitas quidem esse potuisset. At in
eo rege, qui urbem condidit, non itera; species enim utilitatis animum pepulit
eius; 41 cui cum visum esset utilius solum quam cum altero regnare, fratrem interemit.
Omisit hic et pietatem et humanitatem, ut id, quod utile videbatur neque erat,
adsequi posset, et tamen muri causam opposuit, speciem honestatis nec
probabilem nec sane idoneam. Peccavit igitur, pace vel Quirini vel Romuli
dixerim. Nec tamen nostrae nobis utilitates omittendae sunt 42 aliisque tradendae,
cum iis ipsi egeamus, sed suae cuique uti- li tati, quod sine alterius iniuria
fiat, serviendum est. Scite Chry-
sippus, ut multa: 'Qui stadium', inquit, 'currit, eniti et contendere debet,
quam maxume possit, ut vincat; supplantare eum, quicum certet, aut manu
depellere esaminati i casi, in cai la malizia cerca il proprio utile mascherata
da prudenza; il punto di partenza è in quelle parole: alios bonos, alios sa-
pient€8 existimant, § 62. — sed illud, cioè sed cum illud deliberetur. —
abrogabat, la nostra frase d'uso è: invitare a dar le proprie dimissioni. —
regibus, la casa regnante, la famiglia reale. — principes, • i patrizi » . —
quod, pronome. — in, « nel caso di ... » . — 41. muri causam, il pretesto delle
mura, cioè il pretesto del saito delle mura; Remo per scherno aveva saltato le
mura di Romolo. — speciem honestatis, « coonestamento, giu- stificazione ». —
pace, « con buona pace », § 38. — Quirini, Romolo assunto in cielo si chiamo
Quirino ; questa credenza è messa quasi in burletta da Cicerone. — 42.
utilitates, « interessi, vantaggi » . — tradendae, « ab- bandonare > . —
quod = dummodo hoc. — Chrysippus , di Soli nella Cilicia; insegnò dopo Zenone e
Cleante per quarantanni ad Atene nella Stoa ; egli diede un grande sviluppo
allo Stoicismo, del quale fu perciò considerato il secondo fondatore ; morì
verso il 208 av. Or. — stadium currit rappresenta il secondo grado della figura
etimologica; il primo sa- rebbe currere cursum, quando e il verbo e il suo
accusativo interno hanno la medesima origine etimologica. — supplantare,
mettergli il piede (la pianta) sotto per farlo cadere, < dare il gambetto
>. 152 M. TULLI CICERONIS nullo modo debet; sic in vita sibi quemque petere,
quod pertineat ad usum, non iniquum est, alteri deripere ius non est.' 43 Mamme
autem perturbantur officia in amicitiis, quibus et non tribuere, quod recte
possis, et tribuere, quod non sit aequura, contra officium est. Sed huius generis totius breve
et non dif- ficile praeceptum est. Quae enim videntur utilia, honores, di-
vitiae, voluptates, cetera generis eiusdem, haec amicitiae num- quarn
anteponenda sunt. At neque contra rem publicam neque contra ius iurandum ac fidem
amici causa vir bonus faciet, ne si iudex quidem erit de ipso amico; ponit enim
personam amici, cum induit iudicis. Tantum dabit amicitiae, ut veram amici
causam esse malit, ut orandae litis tempus, quoad per leges 44 liceat,
accommodet. Cum vero iurato sententia dicendast, me- minerit deum se adhibere
testem, id est, ut ego arbitror, mententi suam, qua nihil homini dedit deus
ipse divinius. Itaque prae- clarum a maioribus accepimus
morem rogandi iudicis, si eum teneremus, quae salva fide facere possit. Haec
rogatio ad ea pertinet, quae paulo ante dixi honeste amico a iudice posse
concedi : nam si omnia facienda sint, quae amici velint, 45 non amicitiae tales
sed coniurationes putandae sint. Loquor autem de communibus amicitiis; nam in sapientibus
viris per- fectisque nihil potest esse tale. Damonem et Phintiam Pytha- goreos
ferunt hoc animo inter se fuisse, ut, cum eorum alteri Dionysius tyrannus diem
necis destinavisset et is, qui morti addictus esset, paucos sibi dies
commendandorum suorum causa 43. perturbantur, € si confondono > . — dabit, «
accorderà » . — veram, « giusta » . — orandae, « discutere > . — leges, la
lex Pompeia del 52 av. Cr. fissava due
ore per l'attore, tre per l'accusato; si potevano però fare ecce- zioni di
favore. — accommodet, « largheggiare » . — 44. iurato, giudice giurato. —
mentem, « coscienza » . — morem, puoi risolvere in « forinola » . Le parti
contendenti chiedevano al giudice di usare nella causa quelle maggiori
agevolezze che egli potesse, salva però sempre la coscienza. — si eum
teneremus, « se avessimo saputo conservarcela » ; si può risolvere: « che pur
troppo abbiamo abbandonato » . — quae dipende da rogandi. — tales, soggetto ;
amicitiae, predicato. — 45. commendare, « dare l'estremo addio, l'estremo
commiato > ; commendationes morientium sono le estrer£3 disposizioni
lasciate dai moribondi, come avvertimenti, ringrazia- dk officiis, in, 10—11,
43—47 153 postulavisset, vas factus est alter eius sistendi, ut, si ille non
revertisset, moriendum esset ipsi. Qui cum ad diem se recepisset, admiratus
eorum fidem tyrannus petivit, ut se ad amicitiam tertium ascriberent. Cum
igitur id, quod utile videtur in ami- 45 citia, cum eo, quod honestum est,
comparatur, iaceat utilitatis species, valeat honestas; cum autem in amicitia
quae honesta non sunt postulabuntur, religio et fides anteponatur amicitiae.
Sic habebitur is, quem exquirimus, dilectus offici. 11. Sed utilitatis specie
in re publica saepissime peccatur, ut in Corinthi disturbatione nostri; durius
etiam Athenienses, qui sciverunt, ut Aeginetis, qui classe valebant, pollices
prae- ciderentur. Hoc visum est utile;
nimis enim iraminebat propter propinquitatem Aegina Piraeo. Sed nihil, quod crudele, utile ; est enim hominura
naturae, quam sequi debemus, maxime ini- mica crudelitas. Male etiam, qui
peregrinos urbibus uti prò- 47 hibent eosque exterminant, ut Pennus apud patres
nostros, Papius nuper. Nam esse prò cive, qui civis non sit, rectum est non
licere; quam legem tulerunt sapientissimi consules Crassus et Scaevola; usu
vero urbis prohibere peregrinos sane inhumanum est. Illa praeclara, in quibus
publicae utilitatis species prae honestate contemnitur. Piena exemplorum est
nostra res publica cum saepe, tum maxime bello Punico secundo; quae Cannensi
calamitate accepta maiores animos habuit quam umquam rebus menti, preghiere e
simili. — factus est, non dipende da ut, anacoluto. — eius sistendi, di farlo
comparire, presentare al giorno stabilito; sistere aliquem, «chiamare a
comparire uno». — 46. iaceat, «soccomba»; valeat, « prevalga ». in re publica,
risolvi con « politica estera » . — Corinthi, cfr. I 35. — nostri scii. peccarunt.
— durius scil. peccarunt. — sciverunt (da scisco), probabilmente questa è una
leggenda. - pollices, impedendo loro così di maneggiare il remo. — 47. Pennus,
M. Iunius Pennus nel 126 come tribuno fece una legge che fossero cacciati da
Roma i forestieri; la legge fu rinnovata da C. Papio, tribuno nel 65. — esse
pro t « farsi pas- sare per ... , arrogarsi il diritto di ...».— quam = de qua
re. — Crassus et Scaevola; gli alleati italici aspiravano da gran tempo alla
cittadinanza romana e molti anzi se ne arrogavano già i diritti; Crasso,
Foratore, e Scevola, il pontefice, nel loro consolato del 95 con nna legge
determina- rono nettamente quali erano i diritti di cui potevano godere gli
alleati in Roma. — ilìa praeclara ... piena exemplorum, per la traduzione risolvi
: 154 M. TULLI GICER0N1S 48 secundis; nulla ti mori s significatici nulla
mentio pacis. Tanta vis est honesti, ut speci em utilitatis obscuret.
Athenienses cuoi Persarum impetum nullo modo possent sustinere statuerentque,
ut urbe relieta coniugibus et liberis Troezene depositis naves conscenderent
libertatemque Graeciae classe defenderent, Cyr- silum quendam suadentem, ut in
urbe manerent Xersemque re- ciperent, lapidibus obruerunt. Atque ille
utilitatem sequi vide- 49 batur; sed ea nulla erat repugnante honestate.
Themistocles post victoriam eius belli, quod cum Persis fuit, dixit in con-
tione se habere consilium rei publicae salutare, sed id sciri non opus esse;
postulavit, ut aliquem populus daret, quicum com- municaret; datus est
Aristides; buie ille, classem Lacedaemo- niorum, quae subducta esset ad
Gytheum, clam incendi posse, quo facto frangi Lacedaemoniorum opes necesse
esset. Quod Ari- stides cum audisset, in contionem magna expectatione venit
dixitque per utile esse consilium, quod Themistocles adferret, sed minime
honestum. itaque Athenienses quod honestum non esset, id ne utile quidem
putaverunt totamque eam rem, quam ne audierant quidem, auctore Aristide
repudiaverunt. Melius hi quam nos, qui piratas immunes, socios vectigales
habemus. 12. Maneat ergo, quod turpe sit, id numquam esse utile, ne turu
quidem, cum id, quod esse utile putes, adipiscare; hoc 50 enim ipsum, utile
putare, quod turpe sit, calamitosum est. Sed incidunt, ut supra dixi, saepe
causae, cum repugnare utilitas honestati videatur, ut animadvertendum sit,
repugnetne piane illa praeclara exempla ... horum piena est. — é8. repugnante ,
e es- sendole contraria ... , opponendovi si », cioè « contraddicendo alla ...
». — 49. opus, qui « opportuno >. — huic iììe suppl. ait. — Gytheum, sta-
zione navale degli Spartani, lontana trenta stadi da Sparta. — auctore, « per
proposta » . — immunes habemus, « lasciamo l'immunità » . — vec- tigales
habemus, «imponiamo tributi ». Durante la guerra civile tra Ce- sare e Pompeo i
pirati si erano rifatti potenti. Gli alleati a cui Cesare aveva imposto tributi
erano i Marsigliesi (II 28) e il re Deiotaro. Maneat, « resti (o « resta » )
fermo, fissato, siamo intesi » . — hoc ipsum putare, « il solo stimare » . —
50. causae cum, costruito come tempus cum. — supra, § 40. — ut sit, risolvi : «
allora bisogna ... », mettendo punto e virgola dopo videatur. — piane,
«interamente», qui «effettivamente». de officiis, ni, li — 12, 48—52 155 an
possit cum honestate coniungi. Eius generis hae sunt quae- stiones: si exempli
gratia vir bonus Alexandria Rhodum magnum frumenti numerum advexerit in
Rhodiorum inopia et fame sum- maque annonae cantate, si idem sciat complures
mercatores Alexandrea solvisse navesque in cursu frumento onustas petentes
Rhodum viderit, dicturusne sit id Rhodiis an silentio suum quam plurimo
venditurus. Sapientem et bonum
virum fingimus; de eius deliberatione et consultatione quaerimus, qui celaturus
Rhodios non sit, si id turpe iudicet, sed dubitet, an turpe non sit. In huius modi causis aliud Diogeni Babylonio videri
solet, 51 magno et gravi Stoico, aliud Antipatro, discipulo eius, homini
acutissimo. Antipatro omnia patefacienda, ut ne quid omnino, quod venditor
norit, emptor ignoret, Diogeni vendi torem, qua- tenus iure civili constitutum
sit, dicere vitia oportere, cetera sine insidiis agere et, quoniam vendat,
velie quam optume ven- dere. 'Advexi, exposui, vendo meum non pluris quam ceteri,
fortasse etiam minoris, cum maior est copia. Cui fit ini uria?* Exoritur
Antipatri ratio ex altera parte: 52 'Quid ais? tu cum hominibus consulere
debeas et servire humanae societati eaque lege natus sis et ea habeas principia
naturae, quibus parere et quae sequi debeas, ut utilitas tua communis sit
utilitas vicis- simque communis utilitas tua sit, celabis homines, quid iis
adsit commoditatis et copiae?' Respondebit
Diogenes fortasse sic: 4 Aliud est celare, aliud tacere; neque ego nunc te
celo, si tibi non dico, quae natura — quaestiones, « casi ». — numerum, risolvi
in « quantità » o meglio « carico > . — si idem , risolvi nella copulativa €
e*. — sii. plurimo, t stretto silenzio ». — sed dubitet an, puoi risolvere: «
ma gli è che propen- derebbe a credere che ... ». — 61. Diogeni, di Seleucia in
Babilonia; fu scolaro di Crisippo (§ 42) e suo successore nell'insegnamento ad
Atene. È famosa la sua ambasciata a Roma nal 156 in compagnia dell'accademico
Cameade e del peripatetico Critolao. Ebbe scolaro e successore Antipatro di
Tarso, che fu il maestro di Panezio. — velie, e cercare». — advexi, passaggio
dall'orario obliqua alla recta. — cum = quoniam. — maior est scil. mihi. — 52.
exoritur Antipatri ratio, risolvi per la tradu- zione: exoritur Antipater cum
sua ratione (= argumentatione). — prin- cipia naturae, « impulsi naturali ». —
tacere, non dico, nella traduzione 156 M. TULLI CICERONIS deorum sit, qui sit
finis honorum, quae tibi plus prodessent cognita quara tritici vilitas; sed
non, quicquid tibi audire utile est, idem mila i dicere nec- 53 esse est/ 4
Immo vero necesse est, siquidem memi- nisti esse inter homines natura
coniunctam socie- tatem.' 'Memini', inquiet ille; 'sed num ista societas talis est,
ut nihil suum cuiusque sit? Quod si ita est, ne vendundum quidem quicquam est,
sed do- nandum/ 13. Videsin hac tota disceptatione non illud dici : 'Quamvis
hoc turpe sit, tamen, quoniam expedit, faciam', sed: ita expe- dire, ut turpe
non sit, ex altera autem parte, ea re, quia turpe 54 sit, non esse faciendum.
Vendat aedes vir bonus propter aliqua vitia, quae ipse norit, ceteri ignorent,
pestilentes sint et habe antur salubres, ignoretur in omnibus cubiculis
apparere ser- pentes, sint male materiatae, ruinosae, sed hoc praeter domi num
nemo sciat; quaero, si haec emptoribus venditor non dixerit aedesque vendiderit
pluris multo, quam se venditurum putarit, num id iniuste aut improbe fecerit. 4 Ille vero', inquit Anti- pater; 'quid est enim
aliud erranti viam non mon- strare, quod Athenis execrationibus publicis sanc-
tum est, si hoc non est, emptorem pati ruere et per rendi non dico con taceo,
per mostrar meglio la corrispondenza. — finis honorum, «il sommo bene», I 5. —
quae cognita => quorum cognitio, oppure spiega cognita per «cognizioni». —
vilitas, «il buon prezzo, il buon mercato». — 5«?. immo, replica Antipatro.
siquidem, risolvi in « sol che, purché » . — inquiet, « ribatterà » . — num,
risposta negativa. — ut nihil ... sit, « che nessuno abbia una sua privata
proprietà ». sed ita ... faciendum, passaggio dall'orafo recta &\V obliqua;
per la tra- duzione risolvi neirorafo'o recta, così : sed hoc dici: « ita
expedit, ut turpe non sit » (« è utile in modo da non esser turpe, è utile sì,
ma non turpe », noi diciamo « è utile, senz'esser turpe »), ex altera autem
parte: « ea re quia (= eo quod, « per questo che >) turpe est, non est
faciendum ». — 5é. vendat, questo e gli altri congiuntivi sono esortativi, che
corrispon- dono a una protasi ipotetica ; noi li risolviamo così : « supponiamo
che ... » . — serpentes, allignano specialmente dove c'è molta umidità. — ille
vero, noi traduciamo « senza dubbio » ; si compirebbe : ille vero (avverbio)
iniuste fecit. — inquit, «direbbe». — erranti viam..., questa proposi- zione
nella traduzione si posponga all'altra : emptorem pati ... — quod execr. ...
sanctum est, noi diciamo: « condannato alla pubblica esecrazione »; i db
opficiis, in, 13, 53—57 157 errorem in maximam fraudem incurrere? Plus etiam est quam viam non
monstrare; nam est scientem in errorem alterura inducere. ' Diogenes contra: l
Num te 55 emere coégit, qui ne hortatus quidem est? Ili e, quod non placebat,
proscripsit, tu, quod placebat, emisti. Quodsi, qui proscribunt villam bonam
be- neque aedificatam, non existimantur fefellisse, etiamsi illa nec bona est
nec aedificata ratione, multo minus, qui domum non laudarunt. Ubi enim iudicium
emptoris est, ibi fraus venditoris quae pot- est esse? Sin autem dictum non
omne praestandum est, quod dictum non est, id praestandum putas? Quid vero est
stultius quam venditorem eius rei, quam vendat, vitia narrare? quid autem tam
ab- surdum, quam si domini iussu ita praeco praedicet: "Domum pestilentem
vendo?" Sic ergo in quibusdam 56 causi s dubiis
ex altera parte defenditur honestas, ex altera ita de utilitate dicitur, ut id,
quod utile videatur, non modo fa- cere honestum sit, sed etiam non facere
turpe. Haec est illa, quae
videtur utilium fieri cum honestis saepe dissensio. Quae diiudicanda sunt; non
enim, ut quaereremus, exposuimus, sed ut explicaremus. Non igitur videtur nec frumentarius ille Rho- 57 a
condanna era l'interdizione dell'acqua e del fuoco, con che gli antichi
significavano ciò che noi chiamiamo scomunica. Questa legge è attribuita a
Buzyges, eroe attico, inventore dell'aratro (pou&JYite, aggiogatore dei
baoi , da 0oO{ e Z€utvu|ìi). — scientem , traduci avverbialmente. — 55. bonam
... , introduci con « per ... ». — ratione, « artisticamente ». — multo minus
suppl. fefellisse existimandi sunt. — ubi enim ... potest esse, il senso è: se
il compratore non ha occhi, peggio per lui. Il diritto ro- mano non obbligava
il venditore a dire i pregi o i difetti della sua merce, quando essi erano
visibili; e non lo obbligava nemmeno a rispondere dei 'lifetti che egli avesse
perfino astutamente fatti passare per pregi, sempre quando fossero visibili.
Stava dunque al compratore Pavere occhio acuto e Ouon naso. — ubi iudicium est,
« dove ha modo di esercitare, far valere (a sua perizia » . — sin autem, « se
anzi > . — dictum non omne, a questo dictum si aggiunga nella traduzione o
un aggettivo (p. e., espresso, espli- cito), o un avverbio (espressamente,
esplicitamente). — vendo, « si vende ». — 56. defenditur t «si sostiene». — de
utilitate dicitur, risolvi in: ita utiìitas defenditur. — ut sit = ut dicatur
esse. — quae diiudicanda..., spiega quae con « punti controversi » . — 57.
enim, si riattacca al 158 M. TULLI CICERONIS dios nec hic aedium vendi tor
celare emptores debuisse. Neque enim id est celare, quicquid reticeas, sed cum,
quod tu scias, id ignorare emolumenti tui causa velis eos, quorum intersit id
scire. Hoc autem celandi
genus quale sit et cuius hominis, quis non videt? Certe non aperti, non simplicis, non ingenui, non
iusti, non viri boni, versuti potius, obscuri, astuti, fallacia, ma- litiosi,
callidi, veteratoris, vafri. Haec tot et alia plura nonne inutile est vitiorum subire
nomina? 58 14. Quodsi vituperandi, qui reticuerunt, quid de iis existi- mandum
est, qui orationis vanitatem adbibuerunt? C. Camus, eques Romanus nec infacetus
et satis litteratus, cum se Syra- cusas otiandi, ut ipse dicere solebat, non
negotiandi causa con- tulisset, dictabat se hortulos aliquos emere velie, quo
invitare amicos et ubi se oblectare sine interpellatoribus posset. Quod cum
percrebruisset, Pythius ei quidam, qui argentariam faceret Syracusis, venales
quidem se hortos non babere, sed licere uti Canio, si veli et, ut suis, et simul
ad cenam hominem in hortos invitavit in posterum diem. Cum ille promisisset,
tum Pythius, qui esset ut argentarius apud omnes ordines gratiosus, pisca-
tores ad se convocavit et ab iis petivit, ut ante suos hortulos postridie
piscarentur, dixitque, quid eos facere vellet. Ad cenam tempori venit Canius;
opipare a Pythio apparatum convivium, cumbarum ante oculos multitudo; prò se
quisque, quod ceperat, 59 adferebat, ante pedes Pythi pisces abiciebantur. Tum
Canius: 'Quaeso', inquit, A quid est hoc, Pythi? tantumne piscium? tantumne
cumbarum?' Et ille: 'Quid mirum?\ inquit, 'hoc loco
est, Syracusis quicquid est piscium, hic aquatio, hac villa isti carere non
possunt* In- census Canius cupidi tate contendit a Pythio, ut venderei ; gra-
celare precedente. — quicquid reticeas, per ottenere simmetrìa con cum velia
bisogna risolvere in : cum quid reticeas, quicquid id est — quale « di che
natura sia ». — inutile, * brutto ». — subire, tirarsi addosso. Ò8. vanitatem,
I 44. — hortulos, e villa, villino » . — sine interpelli « lontano dagli import
nni > . — qui ... faceret = quippe qui ... faceret, puoi risolvere con una
sola parola: € banchiere ». — habere, supplisci att. — promisisset, noi
Solviamo con « accettare ». — qui esset = quippe qui esset. — esset grat*&sus,
« goder credito ». — cumbarum scil. erat -— multitudo, aggiungici « grande »
(praegnans, cfr. § 38). — SO. hic de opfichs, in, 13—15, 57—61 159 vate ìlle
primo; quid multa? impetrai Emit homo cupidus et locuples tanti, quanti Pythius
voluit, et emit instructos; no- mina facit, negotium confidi Invitat Canius
postridie familiare» suos, venit ipse mature; scalmum nullum videt, quaerit ex
proximo vicino, num feriae quaedam piscatorum essent, quod eos nullos videret.
'Nullae, quod sciam', inquit; 'sed hic piscari nulli solent; itaque heri
mirabar, quid ac- ci disse t.' Stomachari Canius; sed quid faceret? nondum enim
qq 0. Aquilius, collega et familiaris meus, protulerat de dolo malo formulas;
in quibus ipsis, cum ex eo quaereretur, quid esset dolus malus, respondebat:
cum esset aliud simulatum, aliud actum. Hoc quidem sane luculente ut ab homine
perito defi- niendi. Ergo et Pythius et omnes aliud agentes, aliud simu- lantes perfidi,
improbi, malitiosi. Nullum igitur eorum factum potest utile esse, cum sit tot
vitiis inquinatimi, 15. Quodsi Aquiliana
definitio vera est, ex omni vita si- qi mulatio dissimulatioque tollenda est. Ita, nec ut emat melius nec ut
vendat, quicquam simulabit aut dissimulabit vir bonus. Atque iste dolus malus
et legibus erat vindicatus, ut tutela sappi, est. — gravate sappi, agit, « fa
le smorfie » . — quid multa, « a farla breve » . — impetrat scil. Camus. — emit scil. hortos. — instructos, t con
annessi e connessi ». — nomina facit scil. Canius; « motte a libro la par- tita
»; registra sul suo libro dei conti la somma pattuita col padrone della villa ;
quelle registrazioni avevano il valor legale delle nostre cambiali. — nullum, «
nemmeno un ... ». — eos nullos = eorum nullum. — mirabar, « non mi sapevo
persuadere, render conto ». — 60. stomachari, infi- nito descrittivo. —
Aquilius, valente giurista, alunno del pontefice Scevola, fu nel 66 pretore con
Cicerone. Egli fissò le norme (formulae), secondo le quali i giudici dovevano
giudicare i casi speciali di frode nei contratti. — in quibus... , le parole
vanno così congiunte : in quibus dolus malus quid esset, cioè: et cum ex eo
quaer. quid esset dolus malus in iis for- mulis, « cbe cosa egli intendesse in
quelle sue formolo per dolus malus » . Lio prova che prima di lui non era stato
ben determinato il valore giu- ridico di dolus malus; dolus in origine valeva
«astuzia», che poteva avere senso buono e senso cattivo; dolus malus significa
« astuzia ma- ligna », astuzia usata allo scopo di nuocere, la « frode ».
Giuridicamente Aquilio lo definì ; dire una cosa e farne un'altra. — hoc sappi,
responsum est. — luculente, e argutamente, graziosamente, elegantemente » ;
spesso ha significato ironico. 61. ex omni vita = ex vita omnino. — ita, e
così, perciò » . — atque, qui ha valore limitativo, come quamquam; il dolus
malus era punito (vindicatus ; il nostro termine giuridico sarebbe «
contemplato ») anche prima; solo che Aquilio ne fissò il valore giuridico. —
tutela, qui ha 160 M. TULLI CICERONIS duodecim tabulis, circumscriptio
adulescentium lege Plaetoria, et sine lege iudiciis, in quibus additur ex fide
bona, iteli- quorum autem iudiciorum haec verba maxime excellunt: in ar- bitrio
rei uxoriae melius aequius, in fiducia ut inter bonos bene àgier. Quid ergo?
aut in eo, quod melius aequius, potest ulla pars inesse fraudis? aut, cum
dicitur inter bonos bene agier, quic- quam agi dolose aut malitiose potest? Dolus autem malus in si-
mulatane, ut ait Aquilius, continetur. Tollendum est igitur ex rebus
contrahendis omne mendacium ; non inlicitatorem venditor, non, qui con tra se
liceatur, emptor apponet; uterque, si ad elo- 62 quendum venerit, non plus quam
semel eloquetur. Q. quidem Scaevola P. f. cum postulasset,
ut sibi fundus, cuius emptor significato pregnante = tutela male administrata.
Il tutore che avesse male amministrato la sostanza del suo pupillo doveva
rifondergli il doppio del danno. — lege Plaetoria, questa legge, formulata da
Pletorio, tribuno della plebe verso il 200, fissava prima di tutto l'età dei
minorenni {minores, tino a 25 anni) e dei maggiorenni (maiores), e stabiliva le
pene per coloro che avessero stipulato contratti con un minorenne, senza il
consenso del tutore. — sine lege iudiciis, i iudicia non erano regolati da
leggi fisse (perciò qui iudicia in antitesi con leges\ ma entravano nella
giurisdizione dei pretori, ognuuo dei quali determinava le sue formulae
speciali, a cui i giudici dovevano attenersi. Si avevano due categorie di
iudicia: cioè iudicia o actiones stridi iuris, dove i giudici applicavano
rigorosamente, pedantesca mente le formulae del pretore. C'erano i iudicia o
actiones bonae fidei, dove il giudice era più libero e giudicava col buon
senso, ex fide botta, e secondo la propria coscienza ». Questa seconda
categoria di giudici por- tava il nome di arbitri, ai quali corrispondono in
parte i nostri giudici conciliatori. — reliquorum, qui puoi tradurre € speciali
» ; iudicia ex fide bona è il termine generico ; venendo ai casi pratici, la
formola astratta ex fide bona si concreta in queste altre: melius aequius (scil.
quantum, quod melius et aequius fieri potest) ; ut inter bonos bene agier
(scil. oportet). — arbitrio rei uxoriae, quando dopo un divorzio si trattava
della restituzione alla moglie dei propri beni. — in fiducia, qui fiducia
esprime la cessione fiduciaria temporanea, con l'obbligo della restituzione;
così un debitore « dava in pegno » al creditore, p. es., una casa, fino al
pagamento ; possiamo spiegare « pegni » o anche « ipoteche » . — agier, queste
forme speciali di infiniti passivi appartengono al latino arcaico. — pars, «
ombra ». — non inlicitatorem ... apponet; liceri significa « offrire» in un
incanto ; inlicitator è, usando il linguaggio delle nostre borse, l'of- ferente
€ che gioca al rialzo » ; qui contra licetur (manca il termine prò prio) è l'offerente
«che gioca al ribasso», apponere , è «metter su, subornare » . A un'asta il
venditore, per vender più cara la sua merce, paga uno o più offerenti, perchè
giochino al rialzo; invece il compratore paga degli offerenti, che giochino al
ribasso. — ad eloquendum, « contrattare il prezzo». — 62. Scaevola, I 116. —
indicare rem, significa «dire DE 0FFICI1S, III, 15, 61 — 64 161 erat, semel
indicaretur idque venditor ita fecisset, dixit se pluris aestumare; addidit
centum milia. Nemo est, qui hoc viri boni fuisse neget, sapientis negant, ut si
minoris, quam potuisset, vendidisset. Haec igitur est illa pernicies, quod
alios bonos, alios sapientes existimant. Ex quo Ennius 'nequiquam sa- pere
sapientem, qui ipse sibi prodesse non quiret.' Vere id quidem, si, quid esset
'prodesse', mihi cura Ennio con- veniret. Hecatonem quidem Rhodium, discipulum
Panaeti, video 63 in iis libris, quos de officio scripsit Q. Tuberoni, dicere
'sa- pientis esse nihil contra mores, leges, instituta fa- cientem habere
rationem rei familiaris. Neque enim solum nobis divites esse volumus, sed
liberis, pro- pinquis, amicis maxumeque rei publicae. Singu- lorum enim
facultates et copiae divitiae sunt Civi- ta ti 8.' Huic Scaevolae factum, de
quo paulo ante dixi, piacere nullo modo potest; etenim omnino tantum se negat
facturum compendii sui causa, quod non liceat. Huic nec laus magna tribuenda
nec gratia est. Sed, sive et simulatio et dissimulatio 64 dolus malus est,
perpaucae res sunt, in quibus non dolus malus iste versetur, sive vir bonus est
is, qui prodest, quibus potest, il prezzo di una cosa »; semel, « una sola
volta », evitando di questionare per defalcarci qualche porzione, noi possiamo
dire « il prezzo ristretto » . — centum milia, cioè sesterzi. — ut si, come non
sarebbe da savio il vendere... — Ennius, si supplisce ait. — nequiquam ... , il
passo stava nella tragedia Medea; la vera forma è citata altrove da Cicer. (ad
Fani. VII 6, 2) Qui ipse sibi sapiens prodesse non quit, nequiquam sapit
(tetrametro trocaico catalettico -^^, wo, -£-, -v, -£-, — , -£^ f w); la
sentenza è desunta da quel verso di Euripide: juiaùj aocpiarV* #oti<; oò\
aÙTtp aocpó^ ( « odio il savio, che non è savio per sé » ). — 63. libris quos
de officio scripsit..., noi traduciamo: «libri sul dovere, dedicati a...». —
Tube- roni, pretore nel 123, rigido seguace della scuola stoica, amico di
Panezio. — nihil facientem, introduci con « purché non ... > oppure « senza
... >. — neque ... volumus, passaggio dall'ordito obliqua alla recta. — huic
scil. Hecatoni. — tantum scil. id. — quod, pronome. Ecatone si limita a non
fare pel suo interesse un'azione illecita ; ma quando l'azione è lecita, la fa;
perciò accetterebbe il prezzo chiestogli del fondo e non imiterebbe Scevola,
aumentandolo. Per lui Scevola è un galantuomo, ma non savio; e questo
deprezzamento o meglio questa separazione delle due qualità, ammessa da Ennio e
da Ecatone, è ciò che spiace a Cicerone : egli la chiama una per* nicies, § 62.
— 6é. sed, è un richiamo a tornare in carreggiata. — versetur, « si incontri,
occorra, entri >. Ciceroni:, De Offtdis. comm da TI. Sabbadini, 2» ediz -Il
162 M. TULLI CICER0N1S nocet nemini, certe istum virum boniim non facile
reperimus. Numquam igitur est utile peccare, quia semper est turpe, et, quia
semper est honestura virum bonum esse, semper est utile. 65 16. Àc de iure
quidem praediorum sanctum apud nos est iure civili, ut in iis vendendis vitia
dicerentur, quae nota essent venditori. Nam, cum ex duodecim tabulis satis
esset ea prae- stari, quae essent 'lingua nuncupata', quae qui infitiatus
esset, dupli poenam subiret, a iuris consultis etiam reticentiae poena est
constituta; qùicquid enim esset in praedio viti, id sta- tuerunt, si venditor
sciret, nisi nominatim dictum esset, prae- 66 stari oportere. Ut, cum in arce
augurium augures acturi essent iussissentque Ti. Claudium Centumalum, qui aedes
in Caelio monte habebat, demoliri ea, quorum altitudo ofificeret auspiciis,
Claudius proscripsit insulam [vendidit], emit P. Calpurnius Lanarius. Huic ab
auguribus illud idem denuntiatum est. Itaque Calpurnius cum demolitus esset
cognossetque Claudium aedes postea proscripsisse, quam esset ab auguribus
demoliri iussus, arbitrum illum adegit, qùicquid sibi bare fàcere opor- teret
ex fide bona. M. Cato sententiam dixit, huius nostri Catoni s pater (ut enim
cete ri ex patri bus, sic hic, qui illud lumen progenuit, ex filio est
nominandus) — is igitur iudex ita pronuntiavit: ' cum in vendundo rem eam
scisset et non 67 pronuntiasset,emptori damnum praestari oportere.' Ergo ad
fidem bonam statuit pertinere notum esse emptori vitium, quod nosset 6ó. de
iure, puoi risolvere in « contratti » . — praediorum, in generale « beni
immobili » . — cum, « mentre, laddove » . — praestari, « rispondere di ... ,
esser responsabile ». — lingua nuncupata, la frase delle dodici ta- vole è uti
lingua nuncupassit (= nuncupaverit ; nuncupare è composto di nomen e capere). —
quae qui, intreccio di relativi; risolvi: «essendo punito ... cbi ... » oppure
« con la clausola che chi... » oppure «sotto pena di... chi ... » . — viti =
vitii — 66. arce. Varx non era molto alta e l'augure per le sue osservazioni
doveva aver libera la vista dell'orizzonte ; quella casa sul monte Celio
toglieva in parte la vista dell'oriente. — ea = eas partes. — insulam,
casamento isolato. — denuntiatum, risolvi con « in- timazione » . — arbitrum
adegit -= ad arbitrum adduxit, lo fece citare ; adigere riceve due accusativi
anche nella frase aliquem iusiurandum adi- gere. — adegit suppl. ut sibi
praestaretur qùicquid sibi (Calpurnio) Claudium dare et facere oporteret, per
avere la rifusione ... — Cato, morì nel 91, essendo candidato alla pretura; fu
padre di Catone Uticense. — de offigiis, in, 16—17, 65—68 163 venditor. Quod si
recte iudicavit, non recte frnmentarius ille, non recte aedium pestilentium
venditor tacuit. Sed huius modi reti- centiae iure civili comprehendi non
possunt; quae autera possunt, diligenter tenentur. M. Marius Gratidianus,
propinquus noster, C. Sergio Oratae vendiderat aedes eas, quas ab eodem ipse
paucis ante annis emerat. Eae [Sergio] serviebant, sed hoc in mancipio Marius
non dixerat. Adducta res in iudicium est. Oratam Crassus, Gratidianum
defendebat Antonius. Ius Crassus urguebat, 4 quod vitii venditor non dixisset
sciens, id oportere praestari', aequi- tatem Antonius, 'quoniam id vitium
ignotum Sergio non fuisset, qui illas aedes vendidisset, nihil fuisse necesse
dici, nec eum esse deceptum, qui id, quod emerat, quo iure esset teneret.' Quorsus 68 haec? Ut illud
intellegas, non placuisse maioribus nostris astutos. 17. Sed aliter leges,
aliter philosophi tolluntastutiasrleges, quatenus manu tenere possunt,
philosophi, quatenus ratione et in- . tellegentia. Ratio ergo hoc postulat, ne
quid insidiose, ne quid si- mulate, ne quid fallaciter. Suntne igitur insidiae tendere plagas, etiamsi
excitaturus non sis nec agitaturus? ipsae enim ferae nullo 07. non recte
tacuit, « non fece bene a ... ». — sed huius modi ... ; Ci- cerone fa a se
stesso un 1 obbiezione : ma simili casi di reticenza non pos- sono a ano a uno
essere contemplati dal codice civile ; sia pure, egli si risponde, ma quelli
che vi possono essere contemplati, sono puniti. E cita il caso seguente,
difficile a esser contemplato nel codice, perchè l'antico possessore conosceva
la servitù della casa ; eppure nel codice era contem- plato, secondo Crasso. E
ciò perchè? conclude Cicerone. Perchè i nostri giuristi non badavano più che
tanto alle formalità; dove e* era malizia, colpivano il reo, ancorché le forme
fossero salve. — tenentur, origina- riamente tenere voleva dire « trattenere
l'accusato a disposizione della giu- stizia » , perciò tenetur furti, « deve
rispondere del reato di furto » ; reticentia tenetur, « la reticenza cade sotto
la sanzione penale, è colpita, è punita » e simili. — Gratidianus, figlio di
Mario Gratidio d'Arpino, la cui sorella era stata nonna di Cicerone; fu ucciso
per ordine di Siila da Catilina nell'82, essendo pretore per la seconda volta.
— Sergio, fu pretore nel 97. — eae [Sergio], chi interpolò Sergio non capì il
testo. — serviebant, « erano aggravate da una servitù ». — mancipio, «
contratto di vendita». — Crassus, I 108. — Antonius, II 49. — ius urguebat, «
insisteva sul ... , faceva valere il ... ». — quo iure, « rapporti, condizioni
giuridiche », che qui si risolvono in « aggravio ». 68. manu tenere, «colpirle
con la mano», cioè «farle cadere sotto una sanzione materiale ». — suntne
insidiae, « è un'insidia sì o no »; la risposta è affermativa. — excitaturus,
agitaturus, usati intransitivamente, 164 M. TULLI GICERONIS insequente saepe
incidunt. Sic tu aedes
proscribas, tabulam tam- quam plagam ponas, [domura propter vitia vendas]: in
eam 69 aliquis incurrat imprudens. Hoc quamquam video propter de- pravationem
consuetudini s neque more turpe haberi neque aut lege sanciri aut iure civili,
tamen naturae lege sanctum est Societas est enim (quod etsi saepe dictum est,
dicendum est tamen saepius), latissime quidem quae pateat, omnium inter omnes,
interior eorum, qui eiusdem gentis sint, propior eorum, qui eiusdem civitatis.
Itaque raaiores aliud ius gentium, aliud ius civile esse voluerunt; quod
civile, non idem continuo gen- tium, quod autem gentium, idem civile esse
debet. Sed nos veri iuris germanaeque iustitiae solidam et expressam effigiem
nullam tenemus, umbra et imaginibus utimur. Eas ipsas utinara sequeremur !
feruntur enim ex optimis naturae et veritatis 70 exemplis. Nam quanti verba
illa : uti ne propter te fidemve tdam captus fraudatusve sim! quam illa aurea:
ut inter bonos bene agier oportet et sine fraudatione! Sed, qui sint 'boni', et
quid sit 'bene agi', magna quaestio est. Q. quidem Scaevola, pontifex maximus,
summam vim esse dicebat in omnibus iis arbitriis, in quibus adderetur ex fide
bona, fideique bonae senza l'oggetto feras. — ipsae, « da sé ». — proscribas
,.. incurrat, come vendat, § 54, < supponiamo che tu ... qualcuno ci
incapperà >. Il nesso è questo : tu dirai che non hai
obbligato nessuno a comprarti la casa. Ma intanto hai messo fuori il cartello.
Nemmeno il cacciatore ha spinto le fiere nella rete; ma intanto ha teso la
rete. — piagarti, questo nome ha di rado il singolare, ma qui fa simmetria con
tabulam. — domum ... vendas, è un'interpolazione; infatti eam non si riferisce
a domum, ma a plagam. — 69. consuetudinis, puoi spiegare con « sentimento pub-
blico, pubblica opinione > . — dictum est, I 53. — ius gentium, il nostro
«diritto internazionale». — continuo, «subito», cioè «senz'altro». — sed nos
... , questa distinzione tra ius gentium e ius civile mostra già che non
avevano una vera idea della giustizia, la quale dovrebb'essere uguale per tutti
gli uomini. — solidam et expressam, «massiccia e scolpita», come si ha in una
statua, in antitesi con Yumbra e V imago, che si ha in una pittura. — ipsas,
risolvi con « almeno » . — feruntur = ducuntur, « son tratte » . — exemplis, «
tipi » . — 70. nam, perchè basterebbe attenersi a questi dettami della bona
fides per operare rettamente. — quanti suppl. aestimanda sunt. — uti ne ... , è
una delle tante formole usate nelle actiones bo nae fidei, § 61 ; uti, « a
patto che ». — propter te, « per colpa tua » ; trattandosi di persona, è
adoperato più comunemente per — fidem, « il credito, la garanzia » che è
inerente a una persona. — magna, « qui sta il nodo della ... ». — Scaevola, 1
116. — summam de officiis, in, 17,69—72 165 nomen existimabat manare
latissiine, idque versari in tutelis societatibus, fìduciis mandatis, rebus
emptis venditis, conductis locatis, quibus vitae societas contineretur ; in iis
magni esse iudicis statuere, praesertim cum in plerisque essent iudicia contraria,
quid quemque cuique praestare oporteret. Quocirca 7i astutiae tollendae sunt
eaque malitia, quae vult illa quidem videri se esse prudentiam, sed abest ab ea
distatque plurimura. Prudentia est enim locata in dilectu honorum et malorum,
malitia, si omnia, quae turpia sunt, mala sunt, mala bonis ponit ante. Nec vero
in praediis solum ius civile ductum a na- tura malitiam fraudemque vindicat,
sed etiam in mancipiorum venditione venditoris fraus omnis excluditur. Qui enim
scire de- buit de sanitate, de fuga, de furti s, praestat edicto aediliura.
Heredum alia causa est. Ex quo intellegitur, quoniam iuris na- 72 tura fons
sit, hoc secundam naturarti esse, neminem id agere, ut ex alterius praedetur
inscitia. Nec ulla pernicies vitae maior inveniri potest quam in malitia
simulatio intellegentiae ; ex quo ista innumerabilia nascuntur, ut utilia cum
honestis pugnare videantur. Quotus enim quisque reperietur, qui impunitate et
ignoratione omnium proposita abstinere possit iniuria? vim, risolvi con « capitale
importanza » . — nomen, e idea, concetto » . — existimabat ... lettissime, e
assegnava un'immensa estensione». — societa- tibus, «associazioni». — mandatis,
«procare». — rebus ... locatis, tra- duci cui sostantivi. — magni iudicis, la
difficoltà è maggiore nei iudicia ex fide bona, dove è da tener conto di tanti
elementi, che non in quelli stridi iuris, dove bastava applicar la formula. —
iudicia contraria, « le contro accuse, le contro querele » ; p. es., un
mercante di vino dà querela al compratore per mancato pagamento; il compratore
può dar querela al mercante perchè il vino non corrispondeva al campione. — 71.
si, « se è vero che » . — ponit ante, tmesi per anteponit. — ductum a na- tura
= consentaneum naturae, «conforme ai principii naturali». — excluditur, « si
vuole esclusa » . — qui enim ... , il mercante di schiavi è tenuto a dirne i
difetti, altrimenti deve rispondere (praestat) dei danni. — qui debuit, « chi
doveva, a chi toccava ». — edicto, questo editto è riferito da Gellio IV 2, 1.
— heredum, un erede che vende uno schiavo avuto in eredità non è obbligato (non
debuit) a saperne i difetti. — 72' hoc, anticipativo. — praedetur, « trar
profitto » , come avrebbe fatto Scevola, § 62, pagando il fondo al prezzo che
gli fu chiesto. — in mali- tia ... intelleg., « simulare perspicacia nella
malizia, far passare per avve- dutezza, perspicacia la malizia, mascherare di
perspicacia la malizia».— ista ut, risolvi « quei casi nei quali » . 166 M.
TULLI CICER0N1S 73 18. Periclitemur, si placet, et in iis quidem exemplis, in
quibus peccari vulgus hominum fortasse non putet. Neque enim de sicariis,
veneficis, testaraentariis, furibus, peculatoribus hoc loco disserendum est,
qui non verbis sunt et disputatione phi- losophorum, sed vinclis et carcere
fatigandi, sed baec conside- reraus, quae faciunt ii, qui habentur boni. L.
Minuci Basili, locupletis bominis, fai su ai testamentum quidam e Graecia
Romani attulerunt Quod quo facilius obtinerent, scripserunt heredes secum M.
Crassum et Q. Hortensium, bomines eiusdem aetatis potentissimos; qui cum illud
falsum esse suspicarentur, sibi autem nullius essent conscii culpae, alieni
facinoris munus- culum non repudi a veruni Quid ergo? satin est hoc, ut non
deliquisse videantur? Mihi quidein non videtur, quamquam al- 74 terum vivum
amavi, alterum non odi mortuum; sed, cum Ba- silus M. Satrium, sororis filium,
nomen suum ferre voluisset eumque fecisset heredem (hunc dico patronum agri
Piceni et Sabini; o turpera notam temporum [nomen illorum]!), non erat aequum
principes cives rem habere, ad Satrium nihil praeter nomen pervenire. Etenim,
si is, qui non defendit iniuriam neque propulsat [a suis], cum potest, iniuste
facit, ut in primo libro disserui, qualis habendus est is, qui non modo non
repellit, sed 73. Pericltiemur, « facciamone la prova », cioè se è vera la mia
propo- sizione quotus quisque ... iniuria. — exemplis, «casi». — fatiyandi =
coercendi, e ridurre al dovere, domare». — Basili, di costui nuli' altro si sa.
— quod, « il loro intento >. — secum, per acquistarsi l'impunità o
accaparrarsi la protezione in caso di un processo. — Crassum, il trium- viro,
famoso per le sue ricchezze ; Hortenstum, Foratore, rivale di Cice- rone, che
lo stimò assai. — munusculum, puoi rendere con e bocconcino ». — ut ...
videantur, « a farli apparire innocenti, a giustificarli ». — alterum,
Ortensio; alterum, Crasso. — non odi, perchè continuar l'odio anche oltre la
morte è di animo basso; Cicer. e Crasso furono nemici. — 74. no- men suum
ferre, dopo l'adozione Satrio si chiamò Minucius Basilus Satrianus. — hunc dico
... , in questa parentesi Cicer. vuol dare un giu- dizio su Satrio ed esprimere
il suo disprezzo per lui. Satrio si era imposto patrono ai Piceni e ai Sabini,
due province che godevano la cittadinanza romana e che si erano perciò
abbassate al livello delle popolazioni con- quistate, I 35 earum patroni
essent. Ciò Cicer. chiama con disgusto igno- minia dei suoi tempi. Le parole
nomen ilhrum furono intruse da chi non intese che notam si riferisce a patronum
e volle invece trovarvi un'allu- sione al nome Basilus, allusione che veramente
non si riesci rebbe a coni prendere. — in primo libro, § 23. — adiuvat, infatti
Crasso e Ortensio \ de 0FFICH8, ni, 13—19, 73—76 167 etiam adiuvat iniuriam?
Mihi quidem etiam verae hereditates non honestae videntur, si sunt malitiosis
blanditiis, officiorum non ventate, sed simulatione quaesitae. Àtqui in talibus
rebus aliud utile interdum, aliud honestum videri solet. Falso; nam eadem
utilitatis, quae honestatis est regula. Qui hoc non per- 75 viderit, ab hoc
nulla fraus aberit, nullum facinus. Sic enim co- gitans: ( Est istuc quidem
honestum ,- veruna hoc expedi t\ resa natura copulatas audebit errore
divellere, qui fons est fraudium, maleficiorum, scelerum omnium. 19. Itaque si
vir bonus habeat hanc vim, ut, si digitis concrepuerit, possit in locupletium
testamenta nomen eius in- repere, hac vi non utatur, ne si eiploratum quidem
habeat id omnino neminem umquam suspicaturum. At dares hanc vim M. Crasso, ut
digitorum percussione heres posset scriptus esse, qui re vera non esset heres,
in foro, mihi crede, saltaret. Homo autem iustus isque, quem sentimus virum
bonum, nihil cuiquam, quod in se transferat, detrahet. Hoc qui admiratur, is se, quid
sit vir bonus, nescire fateatur. At vero, si qui voluerit animi 76 sui
complicatam notionem evolvere, iam se ipse doceat eum virum bonum esse, qui
prosit, quibus possit, noceat nemini nisi lacessitus iniuria. Quid ergo? hic non noceat, qui quodam quasi in certo
modo e tennero mano » alla falsificazione del testamento. — verae = iwtae, «
legittime » . — ventate, * sincerità » . — atqui, obbiezione. — falso (e a
torto») si dovrebbe supplire videri solet, — 7ò. istuc , questo pronome ha due
forme: iste ista istud e istic istaec istuc, così illic illaec illuc. — res ...
divellere, § 11 haec natura cohaerentia opi- nione distraxissent. — fraudium,
egualmente usato che fraudum. — vim ut possit inrepere, risolvi attivamente: «
il potere di introdurre (far sci- volare) il suo nome ». — si dig. concrep. 9 *
con un semplice crocchiar di dita ». — dares ... saltaret , « dovresti dare ...
ballerebbe », € provati a dare ... » ; qui il congiuntivo esortativo dares ha
valore di una prò tasi ipotetica; cfr. § 68 proscribas, § 54 vendat. — qui re
vera ... heres, senza realmente esser l'erede, senza averne il diritto. — in
foro saltaret, sarebbe una sconcezza, come in foro cantare, I 145. — sentimus =
existi- mamus, I 124. — admiratur, « trova strano, non si capacita », cfr. II
56 admiremur. — 70. animi sui ... evolvere,- puoi conservare la mede/ sima
imagine: « sviluppare il concetto (intorno al vir bonus) che ancora ci giace
involuto nello spirito » ; animi, non oggettivo « l'idea che abbiamo del nostro
animo », ma soggettivo < l'idea che abbiamo nel nostro animo ». — a notionem
suppl. viri boni. — iam ... doceat, « si persuaderà » . — nisi lacessitus, I
20. — non noceat, « non si dirà che ... ». — veneno, « filtro », S 168 M. TULLI
CICER0NI3 veneno perficiat, ut veros heredes moveat, in eorum locum ipse
succedat? 4 Non igitur
faciat', dixerit quis, 'quod utile sit, quod expediat?' Immo intellegat nihil
nec expedire nec utile 77 esse, quod sit iniustum; hoc qui non didicerit, bonus
vir esse non potè ri t. G. Fimbriam consularem audiebam de patre nostro puer
iudicem M. Lutatio Pinthiae fuisse, equiti Ro- mano sane honesto, cum is
sponsionem fecisset, ni tir bonus esset. itaque ei dixisse Fimbriam se illam
rem numquam iu- dicaturum, ne aut spoliaret fama probatum hominem, si contra
iudicavisset, aut statuisse videretur virum bonum esse'aliquem, cum ea res
innumerabilibus officiis et laudibus conti nere tur. Huic igitur viro bono, quem Fimbria etiam, non modo
Socrates noverat, nullo modo videri potest quicquam esse utile, quod non
honestum sit. Itaque talis vir non modo facere, sed ne cogitare quidem quicquam
audebit, quod non audeat predi- care. Haec non turpe est dubitare philosophos,
quae ne rustici quidem dubitent? a quibus natum est id, quod iam contri tum est
vetustate, proverbium. Cum enim (idem alicuius bonita- temque laudani, dignum esse
dicunt, 'quicum in tenebris mices'. Hoc quam habet vim nisi illam, nihil
expedire, quod non de- poi € malia >. — ut, risolvi con e di » e l'infinito,
introducendo succedat con « per > . — quis, « altri » , indefinito. — 77.
Fimbriam, C. Flavius Fimbria, console nel 104, da non confondere coti l'altro
Fimbria, parti- giano di Mario. — de = ex. — Lutatio, del resto ignoto. —
sponsio* nem ... esset, il fatto a cui si allude non è noto, ma dovette essere
a un dipresso così. In una questione qualsiasi, anche privata, qualcuno avrà
dubitato dell'onestà di Lutazio; Luta zio allora disse: ebbene, provochiamo un
giudizio (una sentenza) sulla mia onestà ; se non sarò dichiarato onesto,
pagherò una somma. Se la sentenza gli era favorevole, egu se ne poteva giovare
come di pregiudiziale in un'altra causa qualunque e così si sem- plificava la
procedura. Queste pregiudiziali, era costume provocarle ap- posta, anche su
questioni inconcludenti. Così la provocò anche Lutazio ; ma Fimbria si rifiutò
di formular la sentenza, per non sprecare una sen- tenza di onorabilità in una
questione di nessuna importanza. — spon- sionem, scommessa, deposito, pegno. —
si ... iudicavisset, se la sentenza avesse dovuto essergli contraria. —
aliquem, « uno pur che sia » . — laudibus, « qualità, meriti ». — noverat, «
avere un chiaro concetto »; quale fosse il concetto di Socrate, è detto al § 11
: egli non voleva disgiunto l'utile dall'onesto. — praedicare, e dire in
pubblico ». — quicum ... mices; mìcare nel suo primo significato vale e far
tremolare, agitare » , qui e agi- tare le dita », come si fa nel gioco che da
noi si chiama < della mora », dove due giocatori pronunciano ciascuno un
numero nell'atto che stendono de officiis, in, 19—20, 77—80 169 ceat, etiamsi
id possis nullo refellente obtinere? Videsne hoc 78 proverbio neque Gygi illi
posse veniam dari neque huic, quem paulo ante fingebam digitorum percussione
hereditates omnium posse converrere? Ut enim, quod turpe est, id quamvis occul-
tetur, tamen honestura fieri nullo modo potest, sic, quod hones- tum non est,
id utile ut sit, effici non potest adversante et re- pugnante natura. 20. At
enim, cum permagna praemia sunt, est causa pec 79 candi. G. Marius cum a spe
consulatus longe abesset et iam septimum annum post praeturam iaceret neque
petiturus ura- quam consulatum videretur, Q. Metellum, cuius legatus erat,
summum virurn et civem, cum ab eo, imperatore suo, Koraam missus esset, apud
populum Eomanum criminatus est bellum illum ducere; si se consulem fecissent,
brevi tempore aut vivum aut mortuum Iugurtham se in potestatem populi Romani
red- acturum. Itaque factus est
ille quidem consul, sed a fide i us- ti tiaque discessi t, qui optimum et
gravissimum civem f cuius legatus et a quo missus esset, in invidiam falso
crimine addu- xerit. Ne noster quidem
Gratidianus officio viri boni functus 80 est tum, cum praetor esset
collegiumque praetorium tribuni plebi adhibuissent, ut res nummaria de communi
sententia con- sti tue retur; iactabatur enim temporibus illis nummus sic, ut
alcune dita della loro mano destra: vince quegli che ha pronunciato il numero
eguale a quello della somma delle dita stese. Noi possiamo perciò tradurre
tutta la frase : e dicono che con lui si può giocare alla mora al buio » . —
refellere , e convincere di errore , cogliere in fallo » . — 78. G-ygiy § 38. —
converrere , veramente e ammucchiare spazzando » ; noi potremmo dire con un'
imagine affine « rastrellare », meglio « ar- raffare » . 79, At enim, « eppure,
mi si obbietta ». — G. Marius, spezza questo periodo, facendo punto dopo
videtur, — septimum annum, I 1 annum. Mario fu pretore nel 115; console per la
prima volta nel 107. — iaceret, € non aver nessun credito politico ». —
Metellum, console nel 109; con- dusse la guerra contro Giugurta. — ab eo
missus, invece secondo Sal- lustio (Iugurth. 64) Mario chiese a Metello una
licenza per presentarsi candidato al consolato, e Metello gliela accordò,
mettendolo in derisione. — ducere, e trarre in lungo». — in invidiam adduxerìt,
emetter in discredito». — 80, noster, qui vale «mio parente»; cfr. § 67. —
praetor, fu pretore nell'86. La sua astuzia consistette nel farsi attribuire
tutto il merito dell'editto, e ciò per prepararsi la via al consolato, che però
non ottenne; fu invece pretore una seconda volta nell' 82. — res nummaria, « la
questione monetaria ». — iactabatur nummus, « la cir- 170 M. TULLI CICERONIS
nemo posset scire, quid haberet. Conscripserunt communiter edictum cuoi poena
atque iudicio consti tueruntque, ut omnes 8imul in rostra post meridiem
escenderent. Et ceteri quidem alius alio, Marius ab subselliis in rostra recta
idque, quod com- muniter compositum fuerat, solus edixit. Et ea res, si
quaeris, ei magno honori fuit; omnibus vicis statuae, ad eas tus, cerei ; 81
quid multa? nemo umquam multitudini fuit carior. Haec su ut, quae conturbent in
deliberatone non numquam, cuoi id, in quo vi ola tur aequitas, non ita magnum,
illud autem, quod ex eo paritur, permagnum videtur, ut Mario praeripere
collegis et tribunis plebi popularem gratiam non ita turpe, consulem ob eatn
rem fieri, quod sibi tum proposuerat, valde utile videbatur. Sed omnium una
regala est, quam tibi cupio esse notissima in, aut illud, quod utile videtur,
turpe ne sit aut, si turpe est, ne videatur esse utile. Quid igitur? possumusne
autillum Marium virum bonum iudicare aut hunc? Explica atque excute intel-
legentiam tuam, ut videas, quae sit in ea [species] forma et notio viri boni.
Cadit ergo in virum bonum mentiri emolumenti sui 82 causa, criminari,
praeripere, fallere? Nihil profecto minus. Est ergo ulla res tanti aut commodum ullum tam
expetendum, ut viri boni et splendorem et nomen amittas? Quid est, quod ad-
terre tantum utilitas ista, quae dicitur, possit, quantum au- ferre, si boni
viri nomen eripuerit, fidem iustitiamque detraxerit? Quid enim interest, utrum ex homine se convertat quis
in be- luam an hominis figura immanitatem gerat beluae? colazione oscillava » ;
e ciò per le numerose falsificazioni. — quid, « quanto ». — cum, risolvi in *
determinando ... ». — iudicio, « procedura ». — in rostra, per la
proclamazione. — alius alio suppl. iverunt. — Marius Bcil. Gratidianus. — ab
subselliis scil. tribunorum, dove si era tenuto il consiglio. — recta,
ablativo. — si quaeris, « se lo domandi, se chiedi la verità, a dire il vero,
francamente, senza dubbio». — 81. quae con- turbent (suppl. animos), relativa
consequenziale, perciò il congiuntivo. — id in quo violatur, puoi risolvere col
sostantivo e violazione ». — illud, e il vantaggio». — Mario, Gratidiano. —
noti&simam, «sempre presente». — aut... aut, l'ordine regolare
richiederebbe: illud quod utile videtur aut turpe ne sit aut. — illum, C.
Mario; hunc, Gratidiano. — explica, cfr. § 76 complicatam notionem evolvere. —
cadit in ... , « si dà in ... », cioè «viene in mente...», «ò suscettibile di
... ». — nihil ... minus, « tut t'altro ». — 82. nomen, aggiungici un
aggettivo, p. e., « glorioso, ono- rifico ». — quae dicitur, potresti risolvere
con « apparente ». — hominia db OFPiciis, ni, 20—21, 81—83 171 21. Quid? qui
omnia recta et honesta neglegunt, dum modo potentiam consequantur, nonne idem
faciunt, quod is, qui etiam socerum ha ber e voluit eum, cuius ipse audacia
potens esset? Utile ei videbatur plurimum posse alterius invidia; id quara
iniustum in patriam et quam turpe esset, non videbat. Ipse autem socer in ore
semper Graecos versus de Phoenissis habebat, qu.os dicam, ut poterò, incondite
fortasse, sed tamen, ut res possi t intellegi : Nam si violandum est iùs,
regnandi gràtia Violàndum est; aliis rèbus pietatém colas. Capitalis Eteocles vel potius
Euripides, qui id unum, quod omnium sceleratissimum fuerit, exceperit! Quid ì^*
ur minuta 83 colligimus, hereditates, mercaturas, venditiones fraudulentas ?
ecce tibi, qui rex populi Rom.. dominusque omnium gentium esse concupiverit
idque perfecerit . Tane cupiditatem si honestain quisesse dicit, amens est;
probat enirn legum et libertatis inter- itum earumque oppressionem taetram et
detestabilem gloriosam putat. Qui
autem fatetur honestum non esse in ea civitate, quae libera fuerit quaeque esse
debeat, regnare, sed ei, qui id facere possit, esse utile, qua hunc
obiurgatione aut quo potius con- figura, non si spiega « sotto le sembianze
umane » , ciò che si direbbe in figura hominis, § 32, ma e conservando le
sembianze umane » ; perciò hominis figura è ablat. di qualità, dove il genitivo
hominis rappresenta l'aggettivo humana. is qui ... ; Pompeo nel 59 sposò a 47
anni Giulia, figlia di Cesare, la quale ne aveva 23 ed era già promessa a
Cepione; fu un matrimonio po- litico. — invidia, « l'odiosità », che Cesare si
era procacciata presso gli ottimati con la sua audacia. — de, « tratti dalle
... », « delle ... ». — Phoenissis, una tragedia di Euripide, della quale
Cicer. traduce metrica- mente, come suol fare spesso nelle citazioni poetiche,
i due seguenti versi (524-525): clircp *fàp àòiKCiv xpn> xupavviòoc; irépi
(anastrofe) || KdXXiaxov àòiKeìv, TdXXa («nel resto», accusativo assoluto) ò*
cùaePetv xP € wv. — nam si ... , versi trimetri giambici (-- *, *"-»-, -^,
--, - z , ^- || w-, - vw> --£, -w f -J- t w-). — Eteocles, quei due versi
sono nella tragedia pronunciati da Eteocle, contro il quale si scaglia
Cicerone, perchè si rese reo di così iniqua sentenza ; ma poi si correggo,
perchè il vero reo di avergliela fatta dire è Euripide, reo anche di aver dato
modo a Cesare di servirsene, per coonestare argutamente i propri disegni. — 83.
mi- nuta colligimus, per significare il disgusto espresso in questa frase puoi
risolvere colligere in «perdersi dietro». — ecce Ubi, «eccoti», dativo etico. —
qui autem, nella traduzione risolvi: «se alcuno». — convicio f r 172 M. TULLI
C1CER0NIS vicio a tanto errore coner avellere? Potest enirn, di immortales!
cuiquam esse utile foedissimum et taeterrimum parricidium patriae, quamvis is,
qui se eo obstrinxerit, ab oppressis civibus parens nominetur? Honestate igitur
dirigenda utilitas est, et quidem sic, ut haec duo verbo inter se discrepare,
re unum so- 84 nare videantur. Non
habeo, ad vulgi opinionem quae maior utilitas quam regnandi esse possit; nihil
contra inutilius ei, qui id iniuste consecutus sit, invenio, cum ad veritatem
coepi revocare rationem. Possunt enim cuiquam esse utiles angores,
sollicitudines , diurni et nocturni metus, vita insidiarum peri- culorumque
pienissima? Multi iniqui utque infideles régno, pauci bénivoli inquit Accius.
At cui regno? Quod a Tantalo et Pelope pro- di tura iure obtinebatur. Nam
quanto pluris ei regi putas, qui exercitu populi Romani populum ipsum Romanura
oppressisset civitatemque non modo liberam, sed etiam gentibus imperantem 85 servire
sibi coégisset? Hunc tu quas
conscientiae labes in animo censes Imbuisse, quae vulnera? Cuius autem vita
ipsi potest utilis esse, cum eius vitae ea condicio sit, ut, qui illam eri-
puerit, in maxima et gratta futurus sit et gloria? Quodsi haec utilia non sunt, quae maxime videntur,
quia piena sunt dede- coris ac turpitudinis, satis persuasum esse debet nihil
esse utile, quod non honestum sit. e caldo appello, ammonimento ». — parens,
Cesare fa chiamato parens patriae nel 45, dopo la battaglia di Manda, titolo
che destò le gelosie di Cicer., che voleva essere solo a portarlo. — dirigenda,
« lasciarsi gui- dare, regolare » . — duo, scil. honestas et utilitas. — unum =
idem. — 84. habeo = video. — ad vulgi opinionem, « alla stregua ... » ;
antitesi ad veritatem. — coepi, noi sostituiamo il presente. — multi iniqui ...
. non si sa da qual tragedia sia preso questo verso: certo l'argomento era
desanto dal ciclo delle tradizioni sai Pelopidi; il verso è tetrametro tro-
caico catalettico (■***, — , -^, — , - i -, — , ^^^, -). — regno, dativo. —
proditum, «trasmesso». — nam 9 noi risolviamo con «invece». Il nesso è: se un
regno legittimamente costituito ha tanti nemici, quanti più non ne avrà uno
fondato sull'oppressione. — pluris (plurale) scil. ini- quos fuisse. — 85.
cuius ... utilis esse, letteralmente: « di qual uomo può la vita esser utile a
se stesso », cioè « a qual aorno può la vita esser utile »; cuius vita ipsi =
cui vita sua. — qui illam eripuerit, sul tiran nicidio cfr. § 32. de OFFJdis,
ni, 21—22, 84-87 173 22. Quamquam id quidem cum saepe alias, tum Pyrrhi 86
bello a C. Fabricio constile iterum et a senatu nostro iudicatum est. Cum enim
rex Pyrrhus populo Romano bellum ultro intu- lisset cumque de imperio certamen
esset cum rege generoso ac potente, perfuga ab eo venit in castra Fabrici eique
est pol- licitus, si praemium sibi proposuisset, se, ut clam venisset, sic clam
in Pyrrhi castra rediturum et eum veneno necaturum. Bunc Fabrici us reducendum
curavit ad Pyrrhum idque eius factum laudatum a senatu est. Atqui, si speciem
utilitatis opi- oionemque quaerimus, magnum illud bellum perfuga unus et gravem
adversarium imperi sustulisset, sed magnum dedecus et flagitium, quicum laudis
certamen fuisset, eum non virtute, sed scelere superatum. Otrum igitur utilius
vel Fabricio, qui 87 talis in hac urbe, quali s Aristides Athenis, fuit, vel
senatui nostro, qui numquam utilitatem a dignitate seiunxit, armis cum hoste
certare an venenis? Si gloriae causa imperium expetundum est, scelus absit, in
quo non potest esse gloria ; sin ipsae opes expetuntur quoquo modo, non
poterunt utiles esse cum infamia. Non igitur utilis illa L. Philippi Q. f.
sententia, quas civitates L. Sulla pecunia accepta ex senatus consulto
liberavisset, ut eae rursus vectigales essent neque iis pecuniam, quam prò li-
beriate dederant, redderemus. Ei senatus est adsensus. Turpe »; 86. Quamquam, «
quantunque non c'è bisogno che lo dica io, poiché... puoi risolvere quamquam in
«senza di che >. — iterum, fa da attributo a cornute. — ultro, « senz'esser
provocato * , « per primo » . - de imperio, perciò guerra mite, I 38. —
potente, I 46 sapiente. — veneno necaturum, noi abbiamo il verbo specifico. —
speciem ... opinionem, l'apparenza del- l'utile e il concetto che di esso si
ha. — sustulisset, nella traduzione po- tresti risolvere: ci accorgeremo che,
cfr. I 57 lustrar is ... est. — 87- talis, cioè giusto. — numquam ... seiunxit,
l'affermazione così sulle generali, e con la sostituzione di dignitas (<
onore >) a honestas, può passare per Cicerone e per un Romano, che ha a
cuore il proprio onor nazionale; ma il senato romano non salvò sempre la
dignitas e tanto meno la honestas. — quoquo, cfr. I 43 quacumque. — cum infamia
= coniunctae cum in- famia, « quando tragga, porti con sé il disonore » . — Philippi,
I 108. — liberavisset, scil. tributo. Alcune città dell'Asia minore ritolte dai
Romani a Mitridate e fatte tributarie, si riscattarono pagando una somma
all'erario romano. — liberavisset, libertate, «riscattare, riscatto». — turpe
... honestum, efficace rapidità ottenuta con la soppressione della copula esse,
che si dovrebbe supplire sei volte: fuit, est, sunt, fuit, esse, 174 M. TULLI
CICERONIS imperio! piratarum enim melior fides quam senatus. At aucta
vectigalia, utile igitur. Quousque audebunt dicere quicquam 8s utile, quod non
honestum? Potest autem ulli imperio, quod gloria debet fultum esse et
benivolentia sociorum, utile esse odium et infamia? «Ego etiam cum Catone meo
saepe dissensi; « nimis mihi praefracte videbatur aerarium vectigaliaque defen-
« dere, omnia publicanis negare, multa sociis, cum in hos bene- « fici esse
deberemus, cum illis sic agere, ut cum colonis nostris «soleremus, eoque magis,
quo illa ordinum coniunctio ad sa- « lutem rei publicae pertinebat ». Male
etiam Curio, cum causato Transpadanorum aequam esse dicebat, semper autem
addebat: 4 Vincat u tintasi' Potius doceret non esse aequam, quia non esset
utilis rei publicae, quam, cum utilem diceret non esse, aequam fateretur. 89
33. Plenus est sextus liber de officiis Hecatonis talium quaestionum: 4 sitne
boni viri in maxima cantate annonae fa- lli ili a m non alere'. In utramque
partem disputat, sed tamen ad extremum utilitate, ut putat, offici uni di rigit
magis quam humanitate. Quaerit, si in mari iactura facienda sit, equine 8Ìt. —
piratarum ... senatus, bella prova di dignitas ! — 88. ego etiam ... , qui
Cicerone dalle parole benivolentia e odium fu tratto a in- serire più tardi un
esempio, che riguarda la concordia fra i vari ordini cittadini, ma non ha che
fare col conflitto tra la virtù e l'utile; senza dire che male etiam Curio si
riconnette all'esempio di Filippo. Il fatto a cui allude è questo. I cavalieri,
appaltatori delle imposte dell'Asia minore, avevano nel 61 chiesto una
diminuzione della quota d'appalto ; Cicerone e Catone in fondo erano d'accordo
nel deplorare quella istanza, ma Catone vi si oppose « ad oltranza »
(praefracte), come si direbbe; Cicerone invece proponeva una conciliazione, per
evitare una collisione tra cavalieri e se nato. E così avvenne; votata la
proposta di Catone, i cavalieri passarono al partito di Cesare e da lui
ottennero nel 59 l'abbono di un terzo della quota. — cum deberemus, < mentre
... , laddove». — hos scil. socio* ; illis scil. publicanis. — sic agere, «
contenersi con ... , trattarli». — co- lonis, ai fittaioli solevano i
proprietari condonare negli anni critici una parte del fìtto. — soleremus,
appartiene sAYoratio obliqua. — eo magis quo, più frequente eo magis quod. —
Curio, II 59. — Transpad., do- mandavano la cittadinanza romana; l'ottennero
più tardi da Cesare nel 49. — utiìitas f perchè altrimenti l'erario perdeva le
imposte di quella pio vincia. — doceret, « avrebbe dovuto ... ». 89. Hecatonis,
§63. — familiam % «la servitù». — in utramque partem, « prò e contro » ; li 37.
— ut putat dirigit = dirigendum putat, « fa dipendere, regola » ; § 83
dirigenda. — iactura facienda, « far getto de officiis, ih, 22—23, 88—91 175
pretiosi potius iacturam faciat an servuli vilis. Hic alio res fa- miliaris,
alio ducit humanitas. 'Si tabulam de naufragkr stultus arripuerit,
extorquebitne eam sapiens, si potuerit?' Negat, quia sit iniuriura. 'Quid?
dominus navis eripietne su«m ?' 'Minime, non plus quam [si] navigantem in alto
eicere de navi velit, quia sua sit. Quoad enim perventumst eo, quo sumpta navis est, non
domini est navis, sed navigantium.' 'Quid?
si una ta- 90 buia sit, duo naufragi, eique sapientes, sibine uter rapiat, an
alter cedat alteri?' 'Cedat vero, sed ei, cuius magis intersit vel sua vel rei
publicae causa vivere.' 'Quid, si haec paria in utroque?' 'Nullunrerit
certaraen, sed quasi sorte aut mi cando victus alteri cedet alter/ 'Quid? si
pater fana expilet, cuniculos agat ad aerarium, indicetne id magistratibus
filius?' 'Nefas id quidem
est, quin etiam defendat patrem, si arguatur.' 'Non igitur patria praestat omnibus officiis?' 'Immo
vero, sed ipsi patriae conducit pios habere cives in parentesi 'Quid? si ty-
rannidem occupare, si patriam prodere conabitur pater, silebitne filius?' 'Immo
vero obsecrabit patrem, ne id faciat. Si nihil pro- ficiet, accusabit,
minabitur etiam, ad extremum, si ad perniciem patriae res spectabit, patriae
salutem anteponet saluti patris.' « Quaerit etiam, si sapiens adulterinos
nummos acceperit impru- 9] « dens prò bonis, cum id rescierit, soluturusne sit
eos, si cui de- « beat, prò bonis. Diogenes ait, Antipater negat, cui potius
adsen- di qualche cosa » per alleggerire il bastimento. — faciat, il soggetto
non è espresso, ma è facile supplirlo; noi possiamo adoperare la forma imper-
sonale: « si deva ... ». — res familiaris, « l'interesse ... ». — si potuerit f
risolvi col gerundio. — quid, questo e gli altri quid si rendono in ita- liano
con la congiunzione « e » enfatica. — dominus ... suum, come se fosse : si
dominus navis tabulam eripere voluerit, poteritne eripere suum ? — non plus
quam velit, struttura che si compirebbe così: non velit ta- bulam eripere plus
quam velit eicere, « non pretenderebbe strappargli la tavola più di quello che
pretenderebbe gettarlo in mare»; V italiano ri- solve non plus quam in « come
non ». — eo quo, « al punto per cui » . — sumpta, « noleggiare ». — 90. uter
qui = uterque. — vero, av- verbio. — micando, « fare al tocco » con le dita (§
77), « fare a pari e caffo». — accusabit, « ammonire», cfr. § 83 convicio. —
91. quaerit scil. Hecato. Gli esempi che seguono in questo capitolo non
riguardano il conflitto tra due doveri; ma Cicer. li ha innestati qui, forse
posteriore mente, traendoli da Ecatone. — cum id rescierit, traduci col
gerundio. — Diogenes, Antipater, questi due filosofi non potrebbero rispondere
ai 176 M. TULLI CICERONIS «tior. Qui vinutn fugiens vendat sciens, debeatne
dicere. Non « necesse putat Diogenes, Antipater viri boni existimat. Haec «
sunt quasi controversa iura Stoicorum. 'In mancipio vendundo « dicendane vitia,
non ea, quae nisi dixeris, redhibeatur manci- «pium iure civili, sed haec,
mendacem esse, aleatorem, fura- 92 « cem, ebriosum ?' Alteri dicenda videntur,
alteri non videntur. « 4 Si quis aurum vendens orichalcum se putet vendere,
indi- « cetne ei vir bonus aurum illud esse an emat denario, quod sit « mille
denarium?' Perspicuum est iam
et quid mihi videatur et «quae sit inter eos philosophos, quos nominavi,
controversia». 24. Pacta et promissa semperne servanda sint, quae nec vi iNEC
dolo malo, ut praetores solent, facta sint. Si quis me- dicamentum cuipiam
dederit ad aquam intercutem pepigeritque, si eo medicamento sanus factus esset,
ne ilio [medicamento] um- quam postea uteretur, si eo medicamento sanus factus
sit et annis aliquot post inciderit in eundem morbum nec ab eo, quicum
pepigerat, impetret, ut iterum eo liceat uti, quid fa- ciendum sit. Cum sit is inhumanus, qui non concedat, nec ei
quesiti di Ecatone, essendo vissuti prima di lui (§ 51); ma qui essi Fono
introdotti come rappresentanti imaginari di due opinioni contrarie. — ait, «
dice di sì » . — fugiens, « in via di putrefazione » ; con questa inda- gine
strana parrebbe avere una certa analogia ciò che noi diciamo del formaggio o
della carne guasta: «cammina». — debeatne, dipende da quaerit — haec, si
riferisce a ciò che segue. — tura, termine giuridico applicato ai filosofi;
perciò quasi, cfr. I 11 quasi antecessiones. — dicen dane suppl. sint. — quae
... mancipium, secondo Ulpiano (Digest.XXI 1,11) redhibere est, ut rursus
habeat venditor quod habuerat; noi con una frase più generica possiamo dire «
annullare il contratto » ; tutto il passo si tradurrebbe: «che taciuti portano
con sé l'annullamento del con- tratto ». — mendacem esse ... , infiniti
appositivi; cfr. I 37 appellare. — 92. mille denarium (forma secondaria del
genitivo denariorum), genitivo di qualità e non di prezzo; il prezzo
significato con una somma si trova sempre in ablativo. servanda sint, si
supplisce explicatur t quaeritur e simili; e così solita- mente nelle intestazioni.
— solent suppl. edicere. L'editto suona: pacta conventa, quae neque dolo malo,
neque adversus leges facta erunt. servabo (Digest II 14. 17. 7). — si quis si eo, questo periodo nella
traduzione si deve accomodare diversamente, dando alle proposizioni ipo-
tetiche una forma affermativa, così: « Uno, poniamo il caso, ha dato ... », si
faccia punto dopo uteretur e si continui : « Quegli difatto guarì; ma poi ... »
; dopo liceat uti due punti. — ad aquam, « contro ... , per ... ». de ofkiciis,
in, 24—25, 92—94 177 quicquam fiat iniuriae, vitae et saluti consulendum. Quid?
si 93 qui sapiens rogatus sit ab eo, qui eum heredem faciat, cum ei testamento
sestertium milies relinquatur, ut, ante quam bere- ditatem adeat, luce palam in
foro saltet, idque se facturum promiserit, quod aliter heredem eum scripturus
ille non esset T faciat, quod promiserit, necne? Promisisse noi lem et id
arbitror fuisse gravitatis; quoniam promisit, si saltare in foro turpe ducet,
honestius mentietur, si ex hereditate nibil ceperit, quam si ceperit, nisi
forte eam pecuniam in rei publicae magnum aliquod tempus contulerit, ut vel
saltare, cum patriae consul- turus sit, turpe non sii 25. Ac ne illa quidem
promissa servanda sunt, quae non 94 sunt iis ipsis utilia, quibus illa promiseris.
Sol Phaetbonti filio, ut redeamus ad fabulas, facturum se esse dixit, quicquid
optasset; optavit, ut in currum patris tolleretur: sublatus est. Atque is, ante
quam constitit, ictu fulminis deflagravi^ Quanto melius fuerat in hoc promissum
patris non esse servatami Quid, quod Theseus exegit promissum a Neptuno? cui
cum tres optationes Neptunus dedisset, optavit interitum Hippolyti filii, cura
is — eum, e considerato ... ». — 93. quid? si, risolvi in: « supponiamo ancora
che ... > , mettendo due punti dopo non esset. — relinquatur, non concorda
col numerale racchiuso in milies, ma col sostantivo sestertium : un sesterzio
ripetuto mille volte; qui poi non abbiamo il sestertius (ma- schile), sesterzio
piccolo, ma il sestertium (neutro), sesterzio grande. Ora il sestertium grande
accompagnato ai numeri cardinali vale mille sesterzi piccoli (p. e., duodecim
milia sestertia = 12000 X 1000, dodici milioni), accompagnato ai numeri
moltiplicativi vale cento mila sesterzi piccoli {perciò nel caso nostro
sestertium milies vale 1000 X 100000, ossia cento milioni). Il sestertius è
valutato venti dei nostri centesimi. — quod aliter, € che altrimenti ». —
promisisse scil. eum, — gravitatis, « dignità ». — quon- iam promisit,
veramente la promessa di ballare nel Foro non era assoluta, ma vincolata alla
condizione di accettar l'eredità; qui però è considerata come assoluta; il
pensiero è: € una volta promesso, se egli non vorrà bai- lare, avrà più onesto
motivo a romper la promessa rifiutando l'eredità che accettandola ». — magnum
tempus, « grave, straordinaria necessità », che si risolve in e servizio
straordinario». 94. promiseris, risolvi col verbo generico « fare ». — ad
fabulas, I 82 ut in fabulis est. — tolleretur, secondo altre tradizioni il
figlio domandò al padre di guidare da solo il cocchio. — atque, « ed ecco » . —
constitit, mettersi a sedere. — in hoc =* in hac re. — quid quod ... « che dire
•della promessa che ... » ; il medesimo esempio è recato nel I 32. — tres
optationes = tria optandi («di chiedere tre grazie») facultatem. — Cicerone, De
Officila > comm. da R. Sarradixi. 2» ediz. 12 173 Sf. TULLI CICERONI» patri
snspectu* esset de noverca: quo optato impetrato Thesens 95 in roaxumis fuit
luctibus. Quid Agamemno? non, cum devo- vi&set Dianae, quod in suo regno
pnlcherrìmam natam esset ilio anno, immola vi t Iphigeniam, qua nihil erat eo
quidem anno natam pulchrias? Prora issum potius non faciendum qnam tam taetram
facinus admittendum fait Ergo et promissa non facienda non numqaam, neqne
semper deposita reddenda. Si gladium quis apud te sana mente deposuerit,
repetat insaniens, reddere peccatam sit, offici um non reddere. Quid? si is,
qui apud te pecuniam deposuerit, bellum inferat patriae, reddasne deposi tum?
Non credo; facies enim contra rem publicam, quae debet esse carissima. Sic
multa, quae honesta natura videntur esse, temporibus fiunt non honesta ; facere
promissa, stare con- ventis, reddere deposita commutata utilitate fiunt non
honesta. Ac de iis quidem,
quae videntur esse utilitates contra iustitiam simulatone prudentiae, satis
arbitror dictum. 9fi Sed quoniam a quattuor fontibus honestatis primo libro of-
ficia duximus, in eisdem versemur, cum docebimus ea, quae videantur esse utilia
neque sint, quam sint virtutis inimica. Ac
de prudentia quidem, quam vult imitari malitia, itemque 06. quid Agamemno? «E
Agamennone?» cfr. § 89 quid. — non = nonne» — quod pulcherrimum, nella
traduzione puoi invertire l'ordine di queste due parole. — non faciendum fuit,
« non avrebbe dovuto ... » . — repetat, nella traduzione non si può conservare
l'asindeto. — si is qui, risolvi si quis, introducendo inferat con ce volesse
poi...». — facies,. esprime la conseguenza come reale, noi la esprimiamo in
forma di dubbia < faresti, offenderesti » . — facere, mantenere, cfr. I 31.
— stare conventi*, come promissis stare I 82. — commutata utilitate, mutandosi
i rapporti dell'utilità, quando cioè donde si sperava un vantaggio nasce nn
danno. — de iis ... prudentiae, e di quelle utilità, le quali non sono che
appa- renti e sotto maschera di prudenza contravvengono alla giustizia ».
Questa e effettivamente il concetto che campeggia, quantunque non sempre si
scorga, dal § 62 fino a qui. 90. A questo punto Cicerone fìssa un ordine alla
sua esposizione, rias- sumendo i due quesiti già sviluppati: nel primo dei
quali ha trattata del conflitto dell'utile coi doveri della giustizia (§§
40-61); nel secondo ha discorso della malizia mascherata da prudenza (§§
62-95). Resta il con- flitto dell'utile con le altre due virtù: la fortezza e
la temperanza. Il conflitto con la fortezza è esemplificato in Ulisse e Regolo
(§§ 96-115); il conflitto con la temperanza e esaurito in una breve
confutazióne dell'epi- cureismo (§§ 1 16-120). — in eisdem versemur, • dobbiamo
attenerci ad esse » — neque, « ma non », § 7 nec. — quam ... malitia, risolvi «
sotto cui si de offigiis, in, 25— 2ó, 95—98 179 de iustitia, quae semper est
utilis, disputatum est Keliquae sunt duae partes honestatis, quarum altera in
animi excellentis magnitudine et praestantia cernitur, altera in conformatione
et moderatone continentiae et temperantiae. 26. Utile videbatur Ulixi, ut
quidem poétae tragici prò 97 diderunt: nam apud Homerum, optumum auctorem,
talis de Ulixe nulla suspicio est, sed insimulant eum tragoediae simu- 1 a ti
one insaniae militiam subterfugere voluisse. Non honestum consilium, at utile,
ut aliquis fortasse dixerit, regnare et Ithacae vivere otiose cum parentibus,
cum uxore, cum filio. Ullum tu decus in cotidianis laboribus et periculis cum
hac tranquillitate conferendum putasPEgo vero istam contemnendam etabiciendam,
quoniam, quae honesta non sit, ne utilem quidem esse arbitror. Quid enim
auditurum putas fuisse Ulixem, si in illa simula- 99 tione perse veravisset?
qui cum maximas res gesserit in bello, tamen haec audiat ab Aiace: Cuius ipse
princeps iùris iurandi fuit, Quod ómnes scitis, sólus neglexit fidem; cela la
... ». oppure « di cui la malizia vuol mascherarsi >. — excellentis, «
nobile » . — praestantia, « elevatezza » . — conformatio , « perfeziona» mento
» , cfr. I 7 conformati; noi diciamo con una imagine analoga e uomo compito » ;
puoi spiegare « compitezza » . — continentiae et temp. = con» tinentis et
temperanti^ animi, 97. utile ... sed insimulant ... , anacoluto, che si
potrebbe risolvere così: utile videbatur Ulixi simulatone insaniae militiam
subterfugere , ut quidem poetae tragici prodiderunt ; id enim UH insimularunt,
nam apud Homerum talis de Ulixe nulla suspicio est. Raccontano che Ulisse invi-
tato a prender parte alla guerra di Troia, vi si rifiutasse, preferendo gli ozi
di Itaca, accanto alla sua Penelope, sposata di fresco e che gli aveva
partorito da poco Telemaco. Andarono a prenderlo Nestore e Menelao, ma egli si
fìnse pazzo. Finalmente vi andò Palamede, che gli minacciò di morte il figlio
Telemaco e allora Ulisse si tradì involontariamente. — quidem, «almeno». — non
honestum ... putas, obbiezione, a cui Cicer. risponde con ego vero ... — in
cotidianis ... , « in mezzo a ... », che si risolve con € a prezzo di ... ». —
vero, avverbio. — 98. auditurum, audire, « udire », poi € esser costretto ad
udire », « doversi sentir dire » (si intende rimproveri); perciò: € che si
sarebbe dovuto sentir dire?» oppure invertendo: «che si sarebbe detto di
Ulisse?». Da questo signi» ficato derivò l'altro di « goder buona o cattiva
fama » , bene o male au- dire, cioè «sentirsi dir bene o male». — cum,
concessivo. — audiat, « deve sentirsi dire » . — cuius iuris iurandi = illius
iuris iurandi, cuius, cfr. I 7 quorum officiorum. — princeps, istigatore,
promotore. 480 M. TULLI CICERONIS Purere àdsimulare, né coiret, institit.
Quodni Palamedi pérspicax prudéntia Istius percepset raàlitiosam audàciam, Fide
sacratae iiis perpetuo fàlleret. 99 UH vero non modo cum hostibus, verum etiam
cum fluctibus, id quod fecit, dimicare melius fuit quam deserere consentientera
Graeciam ad beli uro barbaris inferendum. Sed omittamus et fabulas et
externa; ad rem factam nostramque veniamus. M. Ati- lius Regulus cum consul
iterum in Africa ex insidiis captus esset duce Xanthippo Lacedaemonio, imperatore
autem patre Hannibalis Hamilcare, iuratus missus est ad senatum, ut, nisi
redditi essent Poenis captivi nobiles quidam, rediret ipse Car- thaginem. Is cum Romam venisset, utilitatis speciem videbat,
sed eam, ut res declarat, falsam iudicavit; quae erat talis: ma- nere in
patria, esse domui suae cum uxore, cum liberis, quam calamitatem accepisset in
bello, coramunem fortunae bellicae Raccontano che Tindareo, padre di Elena,
fece giurare a tutti i preten- denti della figliola, che avrebbero in ogni occasione
vendicato qualunque insulto recato allo sposo, ch'ella avesse scelto. Lo sposo
scelto fu Menelao. Chi istigò Tindareo a mettere quella condizione fu Ulisse. —
coiret scil. in beìlum. — institit = coepit, cfr. Verg. Aen. XII 47 ut primum
fari potuti, sic institit ore. — Palamedi, genitivo. — percepset, forma sinco-
pata di percepisset; percipere qui vale «comprendere, indovinare». — fide,
genitivo contratto da fidei. Non si sa né di qual poeta, né di qual tragedia
siano questi versi. Sono trimetri giambici; cuius vale per una sola sillaba; in
istius Vs non fa posizione, cfr. I 38 volentibus (Ecco gli schemi: -J-, ~-,
--*, —, -^, ~* || ^, —, ~£, —, ~fc, ~~ || ^, v/w-, v^, o-, sjJ-, v^, Il ~£, ^ ,
-- £, v>-, -- £, w* Il -v^ 9 _v^ f vz-, -^ f v^ Il ^J- t v- 9 ~£ f -wv, --£,
w^). — 99. cum fluctibus, nel ritorno da Troia. — rem factam, « fatto, esempio
storico » . — Begulus, il fatto di Regolo è accennato anche nel I 39. — consul
iterum, Regolo fu console effettivo nel 257 av. Cr., fu console supplente nei
256; era invece proconsole, quando fu fatto prigioniero in Africa nel 255,
nella battaglia di Tunisi. — Xanthippo, guidava i mercenari spartani. — patre
Hannibalis, qui c'è errore; Amilcare Barca, padre di Annibale, entrò in scena
più tardi. — iuratus (di significato transitivo, come pransus, cenatus) ut
rediret, dovrebb'essere se rediturum, ma ut dipende piuttosto da missus est, a
cui si può supplire ea lege, ut. — res, « il fatto, il corso degli eventi ». —
manere, esse, tenere, infiniti appositivi, § 91. — domui, lo- cativo parallelo
a domi. — communem fort. beli, iudicantem, disgrazie che in guerra sono comuni,
possono accadere a tutti ; quindi puoi tradurre « ras- de officiis, ni, 26—28,
99-101 181 iudicantem tenere consularis dignitatis gradum. Quis haec negat esse
utilia? quem censes? Magnitudo animi et fortitudo negat. 27. Nura locupleti
ores quaeris auctores? Harum enim est ìoo virtutum proprium nihil exti in
escere, omnia umana despicere, nihil, quod homini accidere possit, intolerandum
putare. Itaque quid fecit? In senatum venit, mandata exposuit, sententiam ne
diceret, recusavit, quam diu iure iurando hostium teneretur, non esse se
senatorem. Atque illud etiam ( 4 o stultum hominem', dixerit quispiam, 4 et
repugnantem utilitati suae!'), reddi captivos negavit esse utile; illos enim
adulescentes esse et bonos duces, se iam confectum senectute. Cuius cum
valuisset auctoritas, captivi retenti sunt, ipse Carthaginem rediit, neque eum
caritas patriae retinuit nec suorum. Neque vero tum ignorabat se ad crudelissimum
hostem et ad exquisita supplicia proficisci, sed ius iurandum conservandum
putabat. Itaque tum, inquam, cum vigilando necabatur, erat in meliore causa
quam si domi senex captivus, periurus consularis remansisset. At stulte, qui
non 101 modo non censuerit captivos remittendos, verum etiam dissua- sero. Quo
modo stulte? etiamne, si rei publicae conducebat? potest autem, quod inutile
rei publicae sit, id cuiquam civi utile esse? 28. Pervertunt homines ea, quae
sunt fondamenta naturae, cum utilitatem ab honestate seiungunt. Omnes enim
expetimus utilitatem ad eamque rapimur nec facere aliter ullo modo possumus. Nam quis est, qui utilia fugiat?
aut quis potius, qui ea non studiosissime persequatur? Sed quia nusquam pos- segnandosi » . — quis ...
censes, obbiezione. — quem censes, e chi per esempio? > oppure e dimmene
almeno uno ». — magnitudo ..., risposta. — 100. locupìetiores, « autorevoli » .
— auctores, noi con l'astratto, e testimo- nianze ». — ne, recusavit, « si
rifiutò di ». — quam diu , Yoratio obliqua dipende da un verbum dicendi
sottinteso, p. es., dicens. — iure iurando hostium, non « giuramento fatto dai
nemici » (genitivo sogget- tivo), ma € giuramento impostogli dai nemici, dato
ai nemici » (genitivo oggettivo). — atque illud etiam, anticipativo; noi «e per
di più». — exquisita, € raffinati » . — vigilando, si racconta che gli
tagliarono le pal- pebre e lo misero in una cassa piena di chiodi sporgenti ed
esposto al sole, facendogli tener sempre gli occhi aperti. Questo racconto è
una fiaba. — 101. stulte suppl. fecit, obbiezione. — inutile. « dannoso » . 182
M. TULLI CICERONIS sumus nisi in laude, decere, honestate utilia reperire,
propterea illa prima et surama habemus, utilitatis nomen non tam splen- 102
didum quara necessarium ducimus. Quid est igitur, dixerit quis, in iure iurando? num
iratum timemus Iovem? Àt hoc quidem commune est omnium philosophorum , non
eorum modo, qui deum nihil habere ipsum negoti dicunt, nihil exhibere alteri,
sed eorum etiam, qui deum semper agere aliquid et moliri volunt, numquam nec
irasci deum nec nocere. Quid autem iratus Iuppiter plus nocere potuisset, quam
nocuit sibi ipse Eegulus? Nulla igitur vis fuit religionis, quae tantam utili-
tatem perverteret. An ne turpi ter faceret? Primum minima de malis: non igitur tantum mali
turpitudo ista habebat, quantum ille cruciatus. Deinde illud etiam apud Accium:
Fregistin fidem? Néque dedi neque do infideli cuiquam 103 quamquam ab impio
rege dicitur, luculente tamen dicitur. Ad- dunt etiam, quem ad modum nos
dicamus videri quaedam utilia, illa, oggetto ; prima et summa, predicato. —
habemus, « riteniamo per ... >. — utilitatis nomen, e la parola utilità
>, oppure si può conside- rare una perifrasi di utilitas; il senso è:
nell'utile si cerca l'appagamento non dei bisogni morali ma dei fisici. — 102.
quid est ... , qui e nel § 103 sono esposte quattro obbiezioni, che gli
avversari potrebbero muo- vere contro il fatto di Regolo. — quid est in iure
iurando, prima ob- biezione ; = quid positum est in ... , quae vis est in ... ,
« che e' è di straordinario in un giuramento, che c'è da temere in un
giuramento, che gran cosa è un giuramento » e simili. — hoc, si riferisce a
irasci, nocere. — commune, puoi spiegare « sentenza, opinione generale » . —
non eorum , gli Epicurei concepivano la divinità come compiacentesi solo di so
stessa e beantesi in una voluttuosa inoperosità. — eorum etiam, gli Stoici
invece concepivano la divinità come continuamente intesa al governo del mondo.
— quid autem ... , supplisci questo pensiero: ma dato pure che Giove avesse
voluto nuocergli. — quae perverteret, « che potesse rove- sciargli », cioè «
fargli rinunziare a ... ». — an ne ... , seconda obbiezione ; supplisci, p.
es., Carthaginem redìit, o iunurandum servavit, o cavendum ex erat e simili. —
minima suppl. eligenda sunt; cfr. § 3, dove invece di de abbiamo ex, — non
igitur, e poiché tra l'infamia e i tormenti era minor male l'infamia, dunque
dovevasi preferir questa. — apud Accium, nella tragedia Atreus; la domanda è di
Tieste, la risposta di Atreo. — infideli, con questa parola Cicerone fa pensare
ai Cartaginesi, che erano fedifraghi, I 38. I due versi non interi sono
tetrametri trocaici catalet- tici ( — , J -^, - ||^^, -w, J-v, --j J~ [-^, ^
_]). — luculente, (cfr. § 60), si riferisce alla risposta. — 103. addunt etiam,
terza ob- de ofkiciis, ni, 28—29, J 02— 104 183 quae non sint, sic se dicere
videri quaedam honesta, quae non sint: 4 ut hoc ipsum videtur honestum,
conservandi iuris iurandi causa ad cruciatum revertisse; sed fit non honestum,
quia, quod per vim hostium esset actum, ratura esse non debuit'. Addunt etiain,
quicquid valde utile sit, id fieri honestum, etiamsi antea non videretur. Haec
fere contra Kegulum. Sed prima videanius. 29. 4 Non fuit Iuppiter metuendus ne
iratus noceret, qui 104 neque irasci solet nec nocere.' Haec quidem ratio non
magis contra Reguli quam contra omne ius iurandum valet. Sed in iure iurando
non qui metus, sed quae vis sit, debet intellegi; est enim ius iurandum
adfirmatio religiosa; quod autem ad fir- mate quasi deo teste promiseris, id
tenendum est. Iam enim non ad iram deorum, quae nulla est, sed ad iustitiam et
ad fidem pertinet. Nam praeclare Ennius: 9 Fides alma àpta pinnis et ius
iurandum Iovis! Qui ius igitur iurandum violat, is Fidem violat, quam in Ca- pi
tol io 4 vicinam Iovis optumi maxumi T , ut in Catonis oratione biezione; qui
l'obbiezione è presentata, al contrario delle due prime, in forma di oratio
obliqua; con ut hoc ipsum si torna all'orafo recta. — ut, « come p. esempio »,
« così ». — per vim hostium = per vim ab hostibus. — addunt et iam quicquid,
quarta obbiezione, in forma di oratio obliqua. — videretur, imperfetto
congiuntivo, perchè riducendo l'orai, ob. in orat. recta si adoprerebbe
l'imperfetto indicativo. — haec scil. opponuntur. — videamus, < cominciamo a
...» . 104. Confutazione della prima obbiezione. — non fuit Iuppiter me-
tuendus, ne = non fuit metuendum, ne Iuppiter. — non qui metus ... sit, « non
che cosa vi sia da temere, ma che cosa esso significhi ». — non ad iram ...pertinet,
non inchiude una minaccia dell'ira divina, ma l'osser- vanza della giustizia. —
Ennius, non si sa in quale tragedia. — o Fides ... , verso tetrametro trocaico
catalettico (-^, --, •£%-», — , -£-, --, -£^, -). La Fides qui è personificata,
perciò apta pinnis* molte personi- ficazioni si rappresentavano dai Romani
alate. Fides apta pinnis è i pal- late per pinnae aptae Fide (ablat., penne
attaccate alla ...) e significhe- rebbe: a cai sono attaccate le penne, con
attaccate le penne, fornita di penne; così Verg. Aen. XI 202 caelum aptum («
trapunto ») steUis (imi- tato da Ennio) invece di stellae caelo (abl.) aptae. —
Iovis, in quanto che fatto in nome di Giove, che presiedeva anche ai
giuramenti. Dall'avere Ennio inesso insieme il giuramento con la fede, Cicer.
trae la sua conse- guenza. — in Gapitolio, il tempio della Fede fondato,
secondo la tradi- zione, da Numa, fu poi ricostruito da Àtilio Cala tino nella
prima guerra punica e più tardi da un Emilio Scauro. — Catonis, il vecchio. —
ora- 184 M. TULLI CICERONIS 105 est, maiores nostri esse voluerunt. At enim ne
iratus quidem Iuppiter plus Regulo nocuisset, quam sibi nocuit ipse Regulus*
Certe, si nihil malum esset nisi dolere. Id autem non modo non surn mum malum,
sed ne malum quidem esse maxima aucto- ritate philosophi adfirmant. Quorum
quidem testem non me- diocrem, sed haud scio an gravissimum Kegulum nolite,
quaeso, vituperare. Quem enim locupletiorem quaerimus quam prineipem populi
Romani, qui retinendi officii causa cruciatum subierit voluntarium ? Nam quod
aiunt: 'mifrima de malis', id est ut turpiter potius quam calamitose, an est
ullum maius malum turpitudine? quae si in deformitate corporis habet aliquid
offensionis, quanta illa 106 depravatio et foeditas turpificati animi debet
videri ! ltaque ner- vosius qui ista disserunt, solum audent malum dicere id,
quod turpe sit, qui autem remissius, ii tamen non dubitant summum malum dicere.
Nam illud quidem: Néque dedi neque do infideli cuiquam idcirco recte a poeta,
quia, cum tractaretur Àtreus, personae serviendum fuit. Sed si hoc sibi sument,
nullam esse fiderà, quae infideli data sit, videant, ne quaeratur latebra
periurio; tione, non si sa quale. — 105. at enim ne iratus quidem ... , cfr. §
102 quid autem iratus Iuppiter ... — dolere, traduci col sostantivo. — philo-
sophi, gli Stoici. — sed haud scio an, « anzi », I 33. — quem scil. testem. —
prineipem, « un primario cittadino ». Nam, nella traduzione lo puoi rendere con
< che » , con « poi » ; così : « Che quanto (o « Quanto poi ») alla sentenza:
di due mali il minore, o, che è lo stesso, meglio la turpitudo che la calamitas
» ; anche: e Quanto poi al preferire, come loro dicono, tra due mali il minore,
cioè la turpi- tudo alla calamitas ». — an est, si può compiere così : rogo
siine (cfr. I 57 cum lustraris, nulla est). — habet ... offensionis = offenditi
« far cattiva impressione , spiacere » . — turpificati , questo aggettivo fu
coniato da Cicer. e nessun altro scrittore lo accolse. — debet, aggiungici
nella tra- duzione il e non » enfatico. — 106. nervosius, si intende degli
Stoici, remissius dei Peripatetici (cfr. I 6 ; III 20 e 35); puoi adoperare «
virile, fiacco » . — recte scil. dicitur. — tractaretur ; tractare Atreum,
detto dell'attore, significa «rappresentare la parte di Atreo », detto
dell'autore, significa € introdurre la parte di Atreo » . — serviendum, farlo
stare in carattere, conservargli il carattere; cfr. I 97. — sibi sument, «
trarne la conseguenza». — infideli, V infideli, che è qui citato, come ho detto
(§ 102), da Cicerone, perchè il pensiero corra alla infedeltà dei Cartagi- de
officiis, in, 29, 105-108 185 est autem ius etiam bellicum fidesque iuris
iurandi saepe cum 107 hoste servanda. Quod enim ita iuratum est, ut mens
conciperet fieri oportere, id servandum est ; quod aliter, id si non fecerit,
nullum est periurium. Ut, si praedonibus pactum prò capite pretium non
attuleris, nulla fraus est, ne si iuratus quidem id non feceris; nam pirata non
est ex perduellium numero defi- nitus, sed communis hostis omnium ; cum hoc nec
fides debet nec ius iurandum esse commune. Non enim falsura iurare per- 108
iurare est, sed, quod ex animi tui sententu iuraris, sicut verbis concipitur
more nostro, id non facere periurium est. Scite enim Earipides: Iuràvi lingua,
méntem iniuratàm gerò. Begulus vero non debuit condiciones pactionesque
bellicas et hostiles perturbare periurio. Cum iusto enim et legitimo boste
res gerebatur, adversus quem et totum ius fetiale et multa sunt iura communia. Quod ni ita esset, numquam claros viros senatus
vinctos hostibus dedidisset. nesi, gli suggerisce, per naturale associazione di
idee, di toccare breve- mente una questione più vasta, il diritto di guerra; di
ciò discorre nei §§ 107-109. Ecco il nesso nella mente di Cicerone: È vero, i
Cartagi- nesi sono fedifraghi; ma sono legittimi nemici di guerra; e coi nemici
di guerra esiste un diritto internazionale. E i pirati? non sono nemici di
guerra, ma nemici dell'umanità; quindi non entrano nel diritto interna-
zionale. Con essi si può mancare al giuramento. — Gli Stoici per queste
violazioni di giuramento hanno trovata una teoria giustificatrice, la restri-
zione mentale, accettata anche da Cicerone. — 107. est, « esiste > . —
saepe, non semper, perchè vi sono le eccezioni, p. es., dei pirati. — curi
hoste = adversus hostem. — enim, « cioè ». — ut mens conciperet, « eoe la vera
intenzione». — quod aliter scil. iuratum est. — fecerit, è facile supplire il
soggetto. — est ex ... definitus, «computato tra i ... », ex partitivo. —
perduellium, cfr. I 37. — 108. ex an. sententia, la for- inola dei giuramenti:
sulla mia coscienza, con vera intenzione. — verbis concipitur, anche noi usiamo
« concepire in questi termini » per dire « esprimere in questi termini » ; se
vuoi, potrai adoperare la parola « for- inola». — Euripides, neir Hippólytus v.
612 f\ yXwoo 9 ò|ìuj|ìox\ ^ òè q)pf|v dvdijLiOToc; [èariv]. Questo verso è
detto da Ippolito nell'atto di sve- lare le trame della matrigna (cfr. I 32),
perchè prima aveva giurato alla nutrice di non parlare. Il verso fu, dicono, fischiato
dal pubblico ateniese; Aristofane lo mise più volte in caricatura. — iuravi ...
, traduzione di Cicerone; trimetro giambico (--, — , --, — , -•*-, v-). —
adversus, non 186 M. TULLI CICERONIS 109 30. At vero T. Veturius et Sp.
Postumius cum iterarti consules essent, quia, cum male pugnatum apud Caudium
esset, legionibus nostris sub iugum missis pacem cum Samnitibus fecerant,
dediti sunt iis; iniussu enim populi senatusque fece- rant. Eodemque tempore
Ti. Numicius, Q. Maelius, qui tum tribuni pi. erant, quod eorura auctoritate
pax erat facta, dediti sunt, ut pax Samnitium repudiaretur; atque huius
deditionis ipse Postumius, qui dedebatur, suasor et auctor fuit. Quod idem
multis annis post C. Mancinus, qui, ut Numantinis, quibuscum sine senatus
auctoritate foedus fecerat, dederetur, rogationem suasit eara, quam L. Purius,
Sex. Atilius ex senatus consulto ferebant; qua accepta est hostibus deditus.
Honestius hic quam Q. Pompeius, quo, cum in eadem causa esset, deprecante ac-
cepta lex non est. Hic ea, quae videbatur utilitas, plus valuit quam honestas,
apud superiores utilitatis species falsa ab ho- nestatis auctoritate superata
est. 110 At non debuit ratum esse, quod erat actum per vim. — Quasi vero forti
viro vis possit adhiberi. — dir igitur ad senatum proficiscebatur, cum
praesertim de captivis dissuasurus esset? in senso ostile. — ius fetiaìe, I 36.
— 109. iterum consules , nel 321 jìv. Cr. — pugnatum apud Caudium, la famosa
disfatta delle Forche Caudine ; secondo Cicerone vi fu battaglia, secondo Livio
semplice imbo- ccata. Nella discussione tempestosa tenuta a Roma per annullare
la pace, »o richiusa in campo di comune accordo tra i consoli e i tribuni, il
con- sole Postumio propugnava l'annullamento, che equivaleva a farsi dare in
mano al nemico. Tutto questo fatto è involto in fìtta oscurità, uè è del resto
una delle più belle prove di giustizia e di fedeltà del senato romano %ì
trattati; § 87. — auctoritate, € iniziativa ». — dedebatur, imperfetto de
conatu, « che doveva esser consegnato » . — suasor et auctor, risolvi uno dei
sostantivi in aggettivo: «caldo promotore». — quod idem, «e ciò stesso »,
questo neutro usato assolutamente rappresenta il pensiero pre- cedente; noi
possiamo dire: « e questo fu il caso di... » ; oppure « pari- mente, così pure».
— Mancinus, C. Ostilio Mancino nel 137 circondato 4ai Numantini, scese a patti,
che furono dal senato annullati e Mancino consegnato ai Numantini, i quali lo
rifiutarono. — Furius, Atilius, con- soli dell'anno dopo, 136. — Pompeius,
proconsole in Spagna nel 140 scese a patti coi Numantini; giunto a Roma
sconfessò tutto. — hic, nel caso di Pompeo. 110. At non ... , confutazione
delia terza obbiezione. — cur igitur, € e perchè allora»; questa difficoltà
presuppone già risolta la precedente. — de OFFicns, ni, 30—31, 109—112 187 —
Quod maximum in eo est, id reprehenditis. Non enim suo iudicio stetit, sed
suscepit causam, ut esset iudicium senatus; cui nisi ipse auctor fuisset,
captivi profecto Poenis redditi essent; ita incolumis in patria Kegulus
restitisset. Quod quia patriae - non utile putavit, idcirco sibi honestum et
sentire illa et pati credidit. Nam quod aiunt, quod valde utile sit, id fieri
honestum, immo vero esse, non fieri. Est enim nihil utile, quod idem non
honestum, nec, quia utile, honestum, sed quia honestum, utile. Qua re ex multis
mirabilibus exemplis haud tacile quis dixerit hoc exemplo aut laudabilius aut
praestantius. 31. Sed ex tota hac
laude Keguli unum illud est admi- m ratione dignum, quod captivos retinendos
censuit. Nam quod rediit, nobis mine mirabile videtur, illis quidem temporibus
aliter tacere non potuit; itaque ista laus non est hominis, sed temporum. Nullum
enim vinculum ad astringendam fidem iure iurando maiores artius esse voluerunt.
id indicant leges in duo- deci m tabulis, indicant sacratae, indicant foedera,
quibus etiam cum hoste devincitur fides, indicant notiones animadversionesque
censorum, qui nulla de re diligentius quam de iure iurando iudicabant. L. Manlio A. f., cum dictator fuisset, M. Pompo- 112
quod maximum, il merito maggiore. — stetti, « si acquietò » . — ut ... senatus,
per rimettere la decisione al giudizio del senato. — sentire, pati, « esporre
quel suo parere e affrontarne le conseguenze > . Nam quod aiunt,
confutazione della quarta obbiezione; risolvi come nam quod aiunt del § 105. —
immo vero, suppl. dicere debuerunt. 111. laude, « gloria ». — quod censuit,
quod rediit, noi sogliamo ren- dere con l'infinito queste proposizioni
dichiarative. — laus, « merito ». — leges, secondo le dodici tavole lo
spergiuro era precipitato dalla rupe Tarpea. — sacratae; sacer esto si diceva a
uno che veniva consacrato, abbandonato alla vendetta di qualche divinità ;
quindi sacer, « esecrato, maledetto, scomunicato»; si chiamavano sacratae le
leggi, per la cui vio- lazione si diventava sacer. Portavano questo nome
specialmente le leggi del 494 av. Cr., che concedevano i tribuni alla plebe; il
tribuno era sacer f inviolabile; chi lo avesse violato, sacer esto. — notiones,
« ammonizioni ». — 112* Manlio, fu creato dittatore nel 363 av. Cr. davi
figendi causa, cioè per piantare il chiodo nella parete della cella di Giove:
quel chiodo segnava anticamente Tanno; l'operazione si faceva agli idi di set-
tembre. Manlio non volle deporre la dittatura e si preparava alla guerra 188 M.
TULLI CICLR0N1S nius tr. pi. diera dixit, quod is paucos sibi dies ad
dictaturam gerendam addidisset; orimi nabatur etiam, quod Titum filium, qui
postea est Torquatus appellatus, ab hominibus relegasset et ruri habitare
iussisset. Quod cum audivisset adulescens filius, negotium exhiberi patri ,
accurrisse Bomam et cum primo luci Pomponi domum venisse dicitur. Cui cum esset
nuntiatum, qui illum iratum adlaturum ad se aliquid con tra patrem arbitra- re
tur, surrexit e lectulo remotisque arbitris ad se adulescentem iussit venire.
At ille, ut ingressus est, confestim gladium de- strinxit iuravitque se illum
statim interfecturum, nisi ius iu- randum sibi dedisset se patrem missum esse
facturum. Iuravit hoc terrore coactus Pomponius; rem ad populum detulit,
docuit, cur sibi causa desistere necesse esset, Manlium missum fecit. Tantum
temporibus illis ius iurandum valebat. Atque hic T. Manlius is est, qui ad
Anienem Galli, quem ab eo provocatus occiderat, torque detracto cognomen
invenit, cuius tertio con- sulatu Latini ad Veserim fusi et fugati, magnus vir
in primis et, qui perindulgens in patrem, idem acerbe severus in filium. 113
32. Sed, ut laudandus Regulus in conservando iure iurando, sic decem ili i ,
quos post Cannensem pugnam iuratos ad se- natum misit Hannibal se in castra
redituros ea, quorum erant potiti Poeni, nisi de redimendis captivis impetravi
ssent, si non contro gli Ernici; perciò fa citato innanzi al popolo. —
relegasset, perchè rozzo e balbuziente. — quod è dichiarato da exhiberi ; noi
introduciamo exhiberi con « cioè > . — negotium exhibere, « dar noia » , qui
e intentare un processo », frase generica che acquista un significato specifico.
— cum qui è pleonastico. — primo luci, l'uso maschile di lux è arcaico. — esset
scil. id. — qui arbitraretur, « come colui che stimava », oppure col ge- rundio
« stimando > . — aliquid, e qualche altro capo d'accusa » . — hot terrore =
huius rei terrore, nella traduzione sopprimi hoc. — rem ad .. fecit, l'asindeto
dà maggior rapidità al periodo. — causa, t dall'accusa » — Manlius, il figlio.
— tertio consulatu, nel 340 av. Cr. — acerbe, « spie- tatamente »; lo fece
uccidere, perchè contro suo divieto aveva accettato un duello con un duce dei
Latini. 113. sic decem UH, traduci qui subito vituperandi, ripetendolo poi
sulla fine del periodo, con un < dico », cioè vituperandi inquam, per
chiarezza del periodo italiano e per non staccare vituperandi da si non, che si
spiega : « se è vero che non » . — quos misit, il periodo italiano vuole il
passivo. — quorum potiti, potivi nella prosa classica riceve di solito come
geni- tivo solo rerum. — de redimendis, trasforma in un sostantivo oggetto : DE
OFFICHS, IH, 31—32, 112-115 189 redierunt, vituperandi. De quibus non omnes uno
modo; nam Polybius, bonus auctor in primis, ex decem nobilissimis, qui tum
erant missi, novem revertisse dicit re a senatu non impe- trata; unum ex decem,
qui paulo post, quara erat egressus e castri s, redisset, quasi aliquid esset
oblitus, Romae remansisse; reditu enim in castra liberatum se esse iure iurando
interpre- tabatur, non recte; fraus enim distringit, non dissolvit periu- rium.
Fuit igitur stulta calliditas perverse imitata prudentiara. ltaque decrevit
senatus, ut ille veterator et callidus vinctus ad Hannibalem duceretur. Sed
illud maxumum: Octo hominum 114 milia tenebat Hannibal, non quos in acie
cepisset, aut qui pe- ri culo mortis diffugissent, sed qui relieti in castris
fuissent a Paulo et a Varrone consulibus. Eos senatus non censuit redi- mendos,
cum id parva pecunia fieri posset, ut esset insitum militibus nostris aut
vincere aut emori. Qua quidem re audita fractum animum Hannìbalis scribit idem,
quod senatus popu- lusque Romanus rebus adflictis tam excelso animo fuisset.
Sic honestatis comparatione ea, quae videntur utilia, vincuntur. C. 115 Acilius
autem, qui Graece scripsit historiam, plures ait fuisse, qui in castra
revertissent eadem fraude, ut iure iurando libe- rarentur, eosque a censoribus
omnibus ignominiis notatos. Sit iam huius loci finis. Perspicuum est enim ea,
quae timido animo, humili, demisso fractoque fiant, quale fuisset Reguli
factum, si aut de captivis, quod ipsi opus esse videretur, non quod rei publicae,
censuisset aut domi remanere voluisset, non esse utilia, quia sint flagitiosa,
foeda, turpia. «il riscatto». — omnès scil. narrant. — Polybius, VI 58. —
quasi, « col pretesto che » . — distringit, non dissolvit, * aggrava, non
attenua » ; in questo senso distringo è adoperato sol qui. — Ile. periculo, «
nel pericolo». — Paulo, Varrone, Emilio Paolo e Terenzio Varrone erano i
condottieri dei Romani nella battaglia di Canne. — idem, Polibio. — honestatis
comparatione = comparata cum honestate, * messe in confronto con ... , venendo
in collisione con ... ». — Ilo. Acilius, del tempo a un di presso di Catone il
vecchio, scrisse in greco una storia romana dalle origini ai suoi tempi. —
censoribus, Atilio Regolo e Furio Pilo, dell'anno 214 av. Cr. — huius loci, il
terzo punto, che tratta il conflitto tra la fortezza e Tutile; cfr. § 96. —
opus, « utile ». 190 M. TULLI CICERONIS 416 33. Kestat quarta pars, quae
decore, moderatione, modes- tia, continentia, temperantia continetur. Potest
igitur quicquam utile esse, quod sit huic talium virtutum choro contrarium?
Atqui ab Aristippo Cyrenaici atqtie Annicerii philosophi nomi- nati omne bonum
in voluptate posuerunt virtutemque censuerunt ob eam rem esse conlaudandam,
quod efficiens esset voluptatis. Quibus obsoletis floret Epicurus, eiusdera
fere adiutor auctorque sententiae. Cura his 4 viris equisque', ut dicitur, si
honestatem 117 tueri ac retinere sententia est, decertandum est. Nam si non
modo utilitas, sed vita omnis beata corporis firma constitutione eiusque constitutionis
spe explorata, ut a Metrodoro scriptum est, continetur, certe haec utilitas, et
quidem summa (sic enim censent) cum honestate pugnabit. Nam ubi primum
prudentiae 116. quarta pars, cfr. § 96. — decore, da decor. — potest ... ;
l'utile apparente, che è in collisione con questa virtù, è il piacere ; perciò
si confuta qui la filosofia del piacere. — ab Aristippo ... Annicerii, i se-
guaci di Aristippo non si denominarono da lui, ma dalla città di Cirene, dove
egli tenne scuola; invece i seguaci di Anniceride si denominarono dai maestro;
supposto per un momento che i seguaci di Aristippo si fos- sero denominati da
lui, avremmo questa proposizione: Aristippei atque Annicerii philosophi
nominati; ad Aristippei è sostituito ab Aristippo Cyrenaici; si traduca: « la
cosiddetta scuoia Cirenaica di Aristippo e la Anniceria » ; sicché ab Aristippo
Cyrenaici equivale a un solo predicato. Su Aristippo cfr. I 148. Anniceride fu
pure di Cirene, successore di Ari- stippo e forse contemporaneo di Epicuro.
Egli professò il principio che il piacere è il sommo bene, ma ammetteva anche
al di sopra del piacere alcuni doveri verso la patria, gli amici, i genitori. —
obsoletis, « cader in disuso, cader di moda » . — floret, • essere in voga » .
— adiutor auctorque, « fautore e rappresentante » . C'è però una differenza fra
Aristippo ed Epicuro. Aristippo considerava il piacere come un eccitamento
momentaneo, Epicuro invece lo considerava come uno stato duraturo nella vita
dell'uomo, stato che bisogna procacciarsi con la virtù; questo stato era da lui
fatto consistere neir imperturbabilità dello spirito, ÒVrapaSfa (cfr. § 12, I
67); con ciò i piaceri spirituali venivano posti al di sopra dei corporali. —
viris equisque, come armis et castris, II 84. — 117- spe explorata 9 « nella
speranza ben accertata che duri », cioè con una sola parola « nella durabilità
»; Cic. Tusc. II 17 (Metrodorus) perfecte eum beatum putat, cui corpus bene
constìtutum sit et exphratum ita semper fore; le parole ita semper fore sono il
commento di spe. — Metrodoro, di Lampsaco, lo scolaro prediletto di Epicuro, da
Cicer. chiamato paene alter Epicurus (de Fin. II 92); morì sette anni prima del
maestro; Epicuro morì nel 270 av. Cr. — et quidem summa, « che è poi la suprema
». — nam ubi pri- mum ... , comincia la dimostrazione che il principio epicureo
esclude le quattro virtù cardinali; qui si parla della sapienza; da Iam qui
dolo- DE 0FF1CIIS, III, 33, 116—118 191 locus dabitur? an ut conquirat undique
suavitates? Quam miser virtutis famulatus servientis voluptati! Quod autem
munus prudentiae? an legere intellegenter voluptates? Fac nihil isto esse
iucundius, quid cogitari potest turpius? Iam, qui dolorem summum malum dicat,
apud eura quem habet locum forti- tudo, quae est dolorum laborumque contemptio?
Quamvis enim raultis locis dicat Epicurus, sicuti dicit, satis fortiter de
dolore, tamen non id spectandum est, quid dicat, sed quid consenta- neum sit ei
dicere, qui bona voluptate terminaverit, mala do- lore. Et, si illuni audiam,
de continentia et temperanza dicit ille quidem multa multis locis, sed aqua
baeret, ut aiunt; nam qui potest temperantiam laudare is, qui ponat summum
bonum in voluptate? est enim temperanza libidinum inimica, libidines autem
consectatrices voluptatis. Atque in his tamen tribus gè H8 neribu3, quoquo modo
possunt, non incallide tergi versan tur ; pru- dentiam introducunt scientiam
suppeditantem voluptates, de- ^pellentem dolores; fortitudinem quoque aliquo
modo expediunt, cum tradunt rationem neglegendae mortis, perpetiendi doloris;
etiam temperantiam inducunt non facillime illi quidem, sed rem ... della
fortezza, da Et si illum ... della temperanza, da Iustìtia va- cillai ... (§
118) della giustizia. — ubi locus dabitur, « qual posto sarà assegnato ». —
iam, « e poi ». — id, anticipativo. — bona ... termiti., «far terminare il bene
nel, col piacere», «porre a termine, a fine, ad estremo limite del bene il
piacere », « riporre il sommo bene nel piacere ». — si illum audiam, « se
lasciamo parlar lui ». — aqua haeret, haerere qui significa « inciampare,
incagliare, arrestarsi » e parlando dell'acqua « ristagnarsi, fermare il corso
» ; haeret aqua è un proverbio tratto dal- l'orologio ad acqua (clepsydra);
quando l'acqua nella clessidra ristagna, cioè ha finito di gocciare, l'ora è
passata; così in hac causa mihi aqua haeret (Cicer. ad Quint. fr. II 6 [8], 2)
vuol dire: in questa causa l'acqua mi si è fermata, mi è passata l'ora di
parlare (cfr. § 43 orandae litis tempus), sono spacciato; noi possiamo
sostituire un'altra frase proverbiale: « restare in asso » . — qui potest =
quomodo potest. — 118. gene- ribus = virtutibus. — quoquo (cfr. I 43 quacumque)
modo, « come me- glio... ». — tergiversari, propriamente «voltar le spalle per
fuggire », quindi « tenere un'attitadine incerta come chi vuol fuggire, cercare
uno scampo, destreggiarsi » , con frase dell'uso « cavarsela » . — prudentiam
..., vuol dire che per queste tre virtù o di riffa o di ratti un posticino lo
trovano; i tre verbi introducunt, expediunt, inducunt puoi renderli con una imagine
affine così « trovano un posto per ... ; fanno un po' di largo a ... ; ci
cacciano dentro ... ». — tradunt rationem, « insegnano la maniera di », o
accorciando la frase, « insegnano il disprezzo... ». — voluptatis magni- 192 M.
TULLI CICERONIS tamen quoquo modo possunt; dicunt enim voluptatis magnitu-
dinem doloris detractione finiri. Iustitia vacillat vel iacet potius omnesque
eae virtù tes, qaae in communitate cernuntur et in societate generis humani.
Neque enim bonitas nec liberalitas nec comitas esse potest, non plus quam
amicitia, si baec non per se expetantur, sed ad voluptatem utilitatemve
referantur. 119 Conferamus igitur in pauca. Nam ut utilitatem nullam esse
docuimus, quae honestati esset contraria, sic omnem voluptatem dicimus
honestati esse contrariarci. Quo raagis reprebendendos Calliphonem et
Dinomachum iudico, qui se dirempturos con- troversiam putaverunt, si cutn
honestate voluptatem tamquam cum homine pecudem copulavissent. Non recipit istam coniunc-
tionem honestas, aspernatur, repellit. Nec vero finis honorum [et malorum], qui
simplex esse debet, ex dissimillimis rebus miscen et temperari potest. Sed de
hoc (magna enim res est) 120 alio loco pluribus; nunc ad propositum. Quem ad
modum igitur, si quando ea, quae videtur utilitas, honestati repugnat, diiudi-
canda res sit, satis est supra disputatum. Sin autem speciem utilitatis etiam voluptas h abere
dicetur, nulla potest esse ei cum honestate coniunctio. Nam, ut tribuamus
aliquid voluptati, condimenti fortasse non nihil, utilitatis certe nihil
habebit. tudinem = summam voluptatem. — finiri (come sopra § 117 terminaverit),
« è limitata » ; si mostrano cioè temperanti , inquantochè non danno al piacere
un'estensione sconfinata, ma lo limitano alla cessazione del dolore. — iustitia
vacillat, nel sistema epicureo entra la giustizia, ma per un motivo non
interiore, bensì esteriore, inquantochè è un elemento di pia- cere, non essendo
l'uomo giusto turbato nella sua òVrapaEia dalle pene sia delle leggi umane, sia
delle divine. — cernuntur, « si manifestano, operano, hanno il lor campo
d'azione ». — non plus quam, « più che ..., come pure ... »; cfr. § 89 non plus
quam. — 119. Calliphonem, questi nomi greci anticamente si declinavano alla
latina, Callipho, Calliphonis; più tardi prevalse la declinazione alla greca,
Callipho, CalUphontis. Della vita di questi due filosofi non si sa nulla; il
loro sistema teneva dell'epi- cureo e dello stoico: il primo impulso cioè porta
l'uomo al piacere, al quale a poco a poco l'esperienza associa V impulso verso la
virtù. — et malorum, interpolazione, perchè qui si parla solo del sommo bene,
che Gallifonte e Dinomaco traevano dai due prìncipii opposti, il piacere e la
virtù. — alio loco scil. disputatum est, nel lib. II de Finibus. — 120. si
quando, « tutte le volte che » . — nulla potest, per la risoluzione cfr. I 57
cum lustraris, nulla est. de officiis, ni, 33, 119—121 193 Habes a patre munus,
Marce fili, mea quidem sententia ma- 121 gnum, sed perinde erit, ut acceperis.
Quamquam hi tibi tres libri inter Cratippi commentarios tamquam hospites erunt
re- cipiendi ; sed ut, si ipse venissem Athenas (quod quidem esset factum, nisi
me e medio cursu clara voce patria revocasset), aliquando me quoque audires,
sic, quoniam his voluminibus ad te profecta vox est mea, tribues iis temporis
quantum poteris, poteris autem, quantum voles. Cum vero intellexero te hoc
scientiae genere gaudere, tum et praesens tecum propediem, ut spero, et, dum
aberis, absens loquar. Vale igitur, mi Cicero, tibique persuade esse te quidem
mihi carissimum, sed multo fore cariorem, si tali bus monitis praeceptisque
laetabere. 12 L sed perinde ... acceperis, « ma il pregio suo dipenderà
dall'acco- glienza che tu gli farai > = tanti erit, quanti in acopiendo
feceris. — quamquam, limitativo; puoi tradurre: « ben inteso però che ... ». —
com- mentarios, «i quaderni delle lezioni». — hospites e non come padroni,
perchè Cratippo era peripatetico e il libro di Cicerone era fondato su prin-
cipi i stoici. — e medio cursu, Cicer. si era imbarcato il 17 luglio 44 per la
Grecia, ma fu dai venti contrari respinto sulla costa, donde andò a Roma, verso
la fine d'agosto, chiamatovi dagli amici politici, essendo sorte nuove speranze
per il suo partito. — aliquando, • pur finalmente ». — ut spero, il desiderio
rimase insoddisfatto, perchè Cicer. fu nel 7 dicembre del 43 assassinato dagli
sgherri di Marcantonio. — absens, con altri libri; anche questa intenzione fu
troncata dalla morte. Cicfuonk, De O/ficiis, comm. da B. Sabbadini, 2» ediz.
«43 INDICE GRAMMATICALE i CD numero romano significa il libro, l'arabico il
paragrafi». abisso III 32. uccidere I 32. AccusatiYo di relazione I 24, 137.
actiones II 3. additus. adhibitus neliablat. asso- lato I 157. adigere IH 66.
admirari li 56, III 75. aequitas I 36. affettato I 130. afficere I 79.
Aggettivi ebe mancano nel latino, suppliti dal genitivo dei sostan- tivi I 1,
5, 19, 50, III 52. Sup- pliti con una perifrasi I 3. 7, 107. Tradotti con
sostantivi III 35. aliqnis I 23, 35. altttudo I 88. ambitio I 108. amor proprio
III 31. an = nonne I 48. Anacoluto e slegatura I 1, 15 f 16, 19, 22, 34, 44,
51, 66, 95, 96. 104, 121, 135, 141, 142. 145, 11 12, 18, 21, 37,88, 11145,97.
Anafora II 54. analogia I 14. angores II 2. annessi e connessi III 59.
Apposizioni ai nomi propri di per- sona I 1. armis et castri* II 84. Assertive
assolute in latino, poten- ziali in italiana II 68, III 3. associazioni m 70.
astensioni II 24. Astratto e concreto scambiati I 11, 17, IH 36. Astratto
plurale 1 19, 103. astrazione, per via di — , I 95. atgue avversativo I 33.
Limitativo III 61. attitudini I 72, 119. Attivo— passivo II 32, 33, 37.
Attrazione di casi I 7, 142. Di modi I 51. auctor II 71. auctoramentum I 150.
auctoritas I 37 audire I 19, III 98. Avverbi col verbo I 128, 129. Con valore
di aggettivi I 160, II 7, 20. Tradotti con sostantivi HI 37. Perifrasi degli
avverbi I 134. banchiere III ">S. boni viri, optimi viri I 20. II 2,
87. Brachilogia paratattica I 57. brutale I 81. cadavere III 38. caìumnia I 33,
lì 50. causa II 44. Causa ed elFetto scambiati 1 9, 88 II 62. caittiones I 42.
celebrità s III 3. certe I 138. INDICE 195 Chiasmo 1 94, 133, 160, II 15.
Circonlocuzione 1 96, 98, 1U0. coerenza I 119. commendare II 47, III 45.
commendati*) II 45, 46. committere ut I 81,83, II 50, III 23. Comparalo compendiaria
I 2, 76, 105. Comparativo I 23, 130. compostilo I 142. comunismo II 73.
conciliatio I 149. Congiuntivo esoitativo I 93. Esor- tativo-ipotetico III 54,
68, 75. Potenziale 1 28, 82, 154. coniunctus col dativo 1 6. contitans I 144.
constanter I 137. constantia I 69. Constructio ad sensum I 122, 147. contendo I
132, 133, 152. convicium III 83. cooperazione I 19, Il 12, 16. Copulativa que =
« cioè » 1 3, 31 ; = .anzi» I 4, 32, 86, 106; = « ma » I 22, 122. corrente I
118. credito III 58. curiosus I 125. Dativo attratto I 71. de I 47, 82. Pari
iti vo II 32. decernere, decerture I 34, 80. deinceps 1 42. descrivere,
descriptio. *h*c> ibere, di- scriptio 1 15, 21, 96, 101, 124, 138, II 15.
dereìictio III 30. .Hghe II 14. dignitas I (39. dilectus I r>. <(ìligenti(i
II 54. diplomatica, per via — , I 34. distriti go 111 Ilo. dui us malwi III 60.
Doppio aggettivo lisoluto in un ag- gettivo e un avverbio I 13, 8S, 144. Doppio
sostantivo risoluto in un so- stantivo e un aggettivo I 13. 14. 33, 50, 67, II
16, III 2, 109. Doppio verbo risoluto in un verbo o un avverbio I 11, 13, 18.
egoista I 29. elaborare I u. electio II 9. Ellissi (presunta) I 57. Endiadi I
157. enim I 15, 50, 98, 144. error I £5, li 7. esigenze I 31. et nelle ellissi
I 133. etenim 1 153. etimologia I 23, II 5. Etimologica, figura—, III 42.
excelleo I 64. exempli gratta III 50. existere I 13, II 45. expedire rem II 33.
factdtas li 1. fastidium I 90. fides III 70 fiducia III 61. formula III 19.
fugiens vinum III 91. Genere e specie scambiati I 9, 20, 23, 115, II 20, III
112. Genitivo epcsegetico I 6, 132, li 2, 16. Oggettivo I 97. Ili 76 100.
Gerundio ablativo assoluto I 5. Abla- tivo comparativo I 47. Gioco di parole II
69. gratta II 65. haeret aqua III 117. haad scio an 1 33, 72, 132, III 6, 105.
Hgsteron proteron I 30. iacere III 79. id, il/ud anticipativi I 3, 82, 83, 103,
119, Il 64, HI 100. 117. idem, idemque I 19, 63, 84, li 35. idem pleonastico
III 15. ieiunus I 157. igitur I 9. imitari III 10. impopolarità I 84.
importazione II 13, 19o INDICE improbabilis II 7. in con l'ablat. I 35, 46, 61,
71, 139. II 9, 50, 63. inchiesta II 82. indolentia III 12. indoles III 16.
Infinito libero I 37, 108, III 26. Infinito imperativo I 52, III 13. influere
II 31. inhumanus I 144. iniurius III 89. iniziativa III 109. insci tia y
inscientia I 122, 144. intimazione III 66. Intreccio di pronomi relativi I 41,
46, III 65. Di pronomi interroga- tivi II 67. invìdia I 84, 86, II 58, III 79,
82. Ipallage III 104. Iperbato II 58, 75, 87. Ipotetico, periodo — , I 5. ipse
1 15, 102, 140, 141, 151, 155, II 2, 32, 3ò, 52, III 37, 69. isque, et is ì 1.
istinti II 11. iudicium I 118, 133. latro, latrocinium II 40. laus I 19, 63,
116, 156, 160, ili 77, 111. liberare I 32. ìiceri III 61. liquidazione II 84.
httcrae I 133. mancia II 60. manere III 49. marte nostro III 34. Metafora III
5. micare III 77, 90. migrare I 31. misantropia I 29. mitologia I 32.
monetaria, questione, circolazione — , III 80. morosita8 I 88. vios 1 64.
muìtitudo II 16. nam I 9, 94, II 47, III 105. nec, neque avversativo III 7, 96.
uecessitates 117; nec. naturae 1 126. t nescio an II 64. | non (enfatico) III
105. non plus quam III 89, 118. nullus I 35, III 59. numerus I 3, III 14.
obbligatorio I 129. occurrere II 7. od io sa s I 139. offendere I 86, 99, 130,
III 105. omnino, sed I 83 t 120. operosus II 17. opinio II 32, 34, 39, 47.
opinione pubblica I 99. Oratio recta, obliqua 1 33, 87, 158 li 56, III 12,
51,53,63, 103. oro di coppella II 38. Paratassi (coordinazione) I 7, 57.
paritas 11 41. partem, in utramque — , I 81. patere buissime I 4, 20, 24, 26,
51, III 19. Periodo. Racconciatura, risoluzione, spezzatura di periodo I 1, 11,
22, 33, 51, 60, 118, II 9, 17, III 7, 20, 38, 79, 92. plaga III 68. plausibile
1 8, 101. plenits, perifrasi con — , I 138. politica I 33, 76; politica estera
III 46. popolarità I 25. posizione politica elevata I 86. possidente II 73.
possideo, possido II 79. potiri III 113. praedia III 65. Praegnans I 15, 154,
III 38, 41, 58, 61. praestare III 65. Predicato neutro col sostantivo ma- schile
o femminile 111. prestito, dare e prendere in — , II 15. presunzione III 31.
jjrimum, primus III 11. principio dialettico, etico II 7. probabile I 101.
prohibere II 41. | promittere, promissum facere I 31. Ili 96. Qualità, casi
della-, III 82. INDICE 197 quamquam correttivo o limitativo 1 30, 37, Il 43.
60, III 121. quando = quoniam 1 29, II 58. que enclitico; vedi Copulativa.
quicumque 1 43, 111 87. quidam I 47, II 16, 38. quod dichiarativo I 37, CI, II
70, III 111. rapporti sociali I 45. rappresentare I 124. ratio naturae III 23.
Reciproco, pronome—, I 12- reclame I 132. relatto gratiae I 47. Relativo
avversativo I 19. remotus nell'ablat. assoluto I 157. res= «si» I 6, li 71.
rivelare I 30. rivenduglioli I 150. rursum II 2, 20. sacer III 111. sacrificare
I 83. sacrifìcio I 84. sciens I 145. scomunica III 54. x Scorrettezza di
linguaggio, slegatura di periodo I 2, 8, 14,21,80,92, 101, 126, 133, 142, 153,
III 20. scrupolo, farsi—, lì 51. *ed 1 20. sedatio 19). sentire = exìstimare I
124, III 75. sequi I 35, 11 7, 51. serenità I 69. sermo I 132. sin I 47, 123.
Sinonimi I 11, II 11. sistere III 45. smorfie, far le — , III 59. sociabilità I
157. Soggettivo— oggettivo I 17,23,31, 152, 157, 159, II 24, 44. Soggetto non
espresso 1 28, 90, 121, III 89. sollertia 1 33 sollevare la questione II 78.
solvendo II 79. Sovrabbondanza di espressioni I 22. speciaiis I 96. spedare ,
pertinere , attingere con doppia significazione II 72. speculativo I 19. spese
correnti II 42. status dies I 37. status naturali^ I 67. sub venire 1 83. su ff
ragia occulta lì 24. tamen I 55 (= tuw ), 66. tandem II 69. tattuato li 25.
tewpus grave III 93. tenere 111 67. tener mano III 74. teorica, pratica I 95.
tergiversa ri HI 118. tipi III 69. Tmesi III 71. tractare III 106. turba I 132.
turpi ficatus III 105. uìtro III 86. unitas I 54. ut I 19. ranitas I 44, 150,
151, III 58. rei I 59, 66. velie se II 78. venenum III 76. Verbo, nessi senza
verbo, I 30, 61, 82. 84, 86, II 36. videndum e*t I 28, 43, 145. violare II 68.
viris equisque III 116. visibilis I 14. vita I 108. vita intellettuale e
pratica li 7. vivere I 126. Zeugma I 23, 98, 125, 151, II 18, 54. v
Pubblieazioni della stessa Casa Editrice. GIORGIO CURTIUS GBAMMATICA DELLA
LINGUA GRECA RECATA IN ITALIANO DA GIUSEPPE MÙLLER Sedicesima edizione RIVEDUTA
E CORRETTA DA ANGELO TACCONE Professore di letteratura greca nella R.
Università di Torino. Un bel volume in-8° di pp. XVl-404 - Lire 3,50 — leg. in
tela L. 4,50, CARLO SCHENKL Parte I > ad uso dei Ginnasi!. Versione italiana
di Giuseppe Muller Settima e ci i z ì o n e riveduta e corretta da ANGELO
TACCONE Professore di Letteratura greca nella R. Università di Torino Un voi.
in-8° di pp. IX-230 — Lire 2 -. Parte II» ad uso dei Licei. Versione italiana
di Giuseppe Muller Seconda edizione Un voi. in-8° di pp. VI1I-251 — Lire 2,50.
TORINO — Casa Editrice ERMANNO LOESCHER — TORINO Pubblicazioni della stessa
Gasa Editrice. MÙLLER E BRUNETTI DIZIONARIO MANUALE DELLA QUARTA EDIZIONE
DILIGENTEMENTE RIVEDUTA E CORRETTA con l'aggiunta delle u Tavole sinottiche dei
verbi irregolari della lingua greca „ Due volumi Lire IO — ; legati
elegantemente L. 14,50. Separatamente: VOLUME I. i VOLUME II. GRECO-ITALIANO i
i ITALIANO-GRECO COMPILATO COLLA SCORTA DBLLR MIGLIORI OPKRB DA ') COMPILATO
COLLA SCORTA DKLLK MIGLIORI OPKRS dal Prof. Federico ab. Brunetti Giuseppe
Mùller ! Prezzo L. 6,50; legato L. 9 — Prezzo L. 3,50; legato L. 5,50. NUOVO
VOCABOLARIO LATINO- T ilnui n j m L -LATINO COMPILATO AD USO DEI GINNASI DA
FELICE RAMORINO IN COLLABORAZIONE cox a. SENIGAGLIA e P. DE BLASI Due voi.
elegant. rilegati, di pp. XI-851 e VI-668, a L. 7 caduno. TORINO Casa Editrice
ERMANNO LOESCHER TORINO ■x a scritto il Barzizza : possiamo quindi collocare il
viaggio tra la fine di luglio e il principio di agosto del 14 15. La riconciliazione
di Guarino col Niccoli fu forse ot- tenuta, come vediamo dai saluti che il
primo invia al secondo : doctissimus Guarinus Veroneiisis tibi pi. sai. dicit
(III). Tra i maggiori umanisti fiorentini, coi quali il Barbaro si legò in
intima amicizia, oltre il Niccoli è da annoverare il Bruni. Negli ultimi mesi
del 141 4, in compagnia probabilmente di Biagio Guasconi, il Bruni s' era
recato al concilio di Costanza; ma dopo- ché nel marzo del 14 15 avvenne la
fuga del papa I. — CìCERorJE. 31 Giovanni XXIII, egli se ne tornò a Firenze.
Uma- nisti fiorentini minori che il Barbaro conobbe sono Roberto Rossi
precettore di Lorenzo de' Medici (I), i due Corbinelli Angelo e Antonio,
Domenico di Leo- nardo Buoninsegni e Biagio Guasconi, che più tardi ^i applicò
alla politica. Fiorentino non era per nascita 1 camaldolese Ambrogio
Traversar!, ma per adozione e inclinazioni, vera anima e portavoce di quel
circolo di letterati; e con lui pure strinse cordiali rapporti il Barbaro, anzi
tra i due corse vivissimo carteggio negli anni successivi dal 1416 al 1420,
carteggio del quale ci rimane integra la sola parte del Traversari (i), ma
preziosissima per ricostruire e illuminare il fecondo scambio dk operosità
umanistica interceduto tra Firenze e Venezia: onde vediamo cataloghi e notizie
di codici nuovi, testi latini e greci, trascrizioni ed emendamenti incrociarsi
dall'una all'altra città. Tra gli acquisti immediati o, per dirla con le parole
del Barzizza, tra le res noòilissimae (II), che il Barbaro portò seco dalla Toscana,
notiamo due testi latini, le orazioni di Cicerone e Nonio Marcello, e uno
greco, la Logica e X Etica di Aristotile (2); ma di più altri testi,
specialmente greci, si era assicurato il prossimo invio, quali le epistole
greche di Manuele Crisolora IV o V), la raccolta epistolare di Cicerone ad Att.
coi II) ^ti i.iM.. >i ■.. ..V Epistola. (2 Un codice portava questa nota: In
hoc codice contincntur Logica t Kthica Arìttotclis, quibus Franciscu» Harbaras
quondam d. Candiani A ci. Roberto de Ro»»!»
civ fI..r.M.»i„,. ,1,.,, .t.,v ,..f r\fi»r,r,.iii /;,/,/;., th , S, MUh. pag. XVII). 32 R. SABBADIN/. passi greci dallo stesso
suppliti (V), e i passi greci del famoso codice delle Pandette (III), che da
appena un decennio (1406) era trasmigrato da Pisa a Firenze. Il nuovo codice
ciceroniano proveniente da Cluni e mandato da Poggio non in copia ma
nell'originale a Firenze, conteneva alcune orazioni, due delle quali allora
sconosciute, la prò Roselo Ainerino e la prò Mu- rena. Il Barbaro se ne trasse
un apografo, di cui si servì Guarino per commentare tosto dipoi la p. Rosei o.
Questo commento ci rimane manoscritto e stampato; in esso è ricordata la gita
del Barbaro, in proposito della lacuna al § 132, con le seguenti parole: « Nam
iterum non parva textus pars deest, quod factum est situ et exemplaris
vetustate decrepita, quod vir doc- tissimus Poggius ex Gallis ad nos
reportavit, qui et huius orationis et alterius prò Murena repertor hac a etate
fuit. Ut autem clarissimus et doctissimus vir Franciscus Barbarus dicere ac
deplorare solet, occae- catum adeo exemplaris codicem, unde haec exarata est
oratio, Florentiae viderat, ut nullo pacto inde tran- scribi verbum potuerit »
(i). Nonio Marcello l'ebbe il Barbaro in prestito dal Nic- coli (III). I
Fiorentini e il Salutati (m. 1406) avevano cercato inutilmente questo autore,
che del resto era stato nella biblioteca del Petrarca; solo tra il 1407 e il
1409 ne potè venire a capo, pare, il Bruni per mezzo di Bartolomeo Capra, che
ne trovò un esemplare nella biblioteca Viscontea di Pavia. Scrive infatti da
Siena (i) Sabbadini, La scuola ecc., 91. r. — CICERONE. 33 1 Bruni al Niccoli
nel dicembre 1407: < De bibliotheca Papiensi curavi equidem dilig-enter ut,
quantum libro- rum ibi sit et quid, certior fiam utque Nonius Marcel- lus quem
Colucius (Salutati) habere nunquam potuit meo nomine transcribatur >; e allo
stesso, da Pistoia lel novembre 1409: < Nonium Marcellum dicit (Bar-
iholomaeus Capra) se in dies expectare > (i). Nel catalogo dei codici di
Pavia, compilato 1' anno 1426, Nonio Marcello non ricomparisce più; e questa è
una buona ragione per credere che il Capra l'abbia li là mandato -ai Fiorentini
e che essi se lo siano trat- lenuto. Spingendoci più oltre sulla via delle
ipotesi I^otremmo sospettare che quel codice di Pavia fosse tutt* uno con V
esemplare petrarchesco. Ritornato il l'arbaro a Venezia, si trasse copia di
Nonio; poi man- lò il suo al Barzizza a Padova, dove se lo trascrisse inche
l'arcivescovo cretese Pietro Donato (VII). Oltre ad avergli procacciato amicizie
nuove e nuovi codici, la gita del Barbaro riusci a lui profittevole an- ' he
per la sua produzione letteraria. Nella dimesti- chezza infatti che contrasse
con la famiglia de' Medici e specialmente con Lorenzo, sarà certamente caduto 1
discorso sul prossimo matrimonio di quest'ultimo; e illora molto verisimilmente
il Barbaro concepì il di- egno del suo trattato De re uxoria, dedicato appunto
i Lorenzo: felice e rigogliosa primizia, che dava pieno if fidamente per X
avvenire, se il vivace e pur tanto ; onderato giovine non si fosse poi
consacrato alla pò- (1 'III itiU.^ru ai (itiiiiri: J<. SAinAumi, Testi
iatmi, i- 34 R» SABBADINI. litica, nella quale toccò altezze di rado raggiunte
da altri umanisti. Il De re uxoria fu scritto in non più di quattro o cinque
mesi e usci nel carnovale del 141 6 (VI e VII). I. Franciscus Barbarus
suavissimo Laurentio de Medicis s. p, d, (i) Quanto tui desiderio nunc affidar,
prò tua singulari prudentia facilius poteris existimare quam ego perscribere,
si quantum tua consuetudine delectarer observare voluisti. Testis enim optimus
esse potes, cum istic essent plerique quorum mihi natura humanitas institutio
maiorem in mo- dum grata erat, neminem tamen fuisse quicum essem iocundius quam
tecum; sic enim de ingenio et moribus tuis magnifice mihi persuase- ram, ut a
mea coniectura gravissimorum ac prudentissimorum hominum iudicium non
abhorreret. Tuse vero naturse tantum tribui intelligebam ut per se prope gravis
esse ac moderata (2) putaretur, cuius sic ex omni parte solida et expressa
dignitas ostenditur, ut in te probitatis et virtutis quasi lumen quoddam facile
possim (3) intueri. Omnia praeterea quae iocunda ex lepore humanitate
benivolentia alterius possunt acci- dere sic in me diligenter et studiose
contulisti, ut me non modo usus eo- rum, sed etiam recordatio plurimum
delectet. Quibus ex rebus factum est ut in benivolentiam tuam profecto non
inciderim sed venerim, qua sic maiorem in modum suaviter astringor, ut mihi
gratissimum et antiquis- simum futurum sii, a me nihil erga te desiderari posse
quod ad offi- cium stud'um pietatem gratiam fidem carissimi hominis pertinere
videatur. (i) Cod. Magliabechiano Vili 1440 f. 86v; cod. Ambrosiano M 40 sup.
f. 32V. Dal cod. Ambros. la trasse A. M. Querini, Diatriba prati. ad F. Barbari
epist. CCLVI. (2) modesta cod. Amor. (3) possis cod. Amor. r. — CICERONE. 3f^
Quare tibi perspicuum esse debet me quantum par est tui desiderio com- moveri.
In ea tamen molestia hanc accipio voluptatem ut in sermonibus, quos prò nostra
consuetudine instituimus, et in tui memoria, quam summa benivolentia
constantissime tueor, velut in honesto ac suavissimo diversorio acquiescam.
Haec in primis contraria saepe cogitanti mihi solet Socratis in mentem venire,
qui cum in vincla coniectus esset, dolorem simul ac voluptatem (i) corporis
sentire fatebatur. (2) Cruri enim pedicas graves esse aut fuisse et cum molli
ter perfricaretur delectationem facile sentiebat et sapientissime dolorem ac
voluptatem (3) res disiunctissimas naturae beneficio coniunctas esse mirabatur.
Hac de re longior essem in prae- sentiarum (4) si plura scribere mihi per
occupatioues liceret. Quod Cor. (5) civis noster commodis ac fortunis tuis
molestus sit, mihi ut debet molestissimum est; turpitudo rei facit et
incommoditas tua ut non solum nostrae rei publicae causa, sed etiam
incommodorum tuorum res mihi gravis esse videatur. Assequor coniectura, ut
etiam ex Galano nostro sum factus certior, eam rem sic cognosci, sic ab omnibus
iudicari, ut nihii oraissura tui iuris, (6) sed civitate teste suo tempori
reservatum iri videatur. Huic tuae causae studio ope gratia nullo loco sum
defuturus; tantum enim tibi debere videor ut antiquum mihi officium sit tuas
res omnis non minori mihi curae esse et fore quam meas. Quaecunque igitur mihi
in mentem venient ad te aut ad tuos pertinere, niea sponte (7) sum facturus;
siquid ignorabo, admonitus omnium in te studium superabo. Roberto Rosseo viro
optimo ac doctissimo pi. sai. die. Hunc ut co- lere» diligeres observares
maiorem in modum rogavi nec rogare desisto; (i) Dopo voluptattm nel cod.
Magliab. sono le parole ut cum altera max irne lahoramus altera nos levare
«tate poi cancellate; forse la cancel- latura era nell'autografo. (2) Plat.
Phaed. 3, p. 60, b. (3) Qui rcita in tronco il cod. Ambros. (4) in presentiam cod.
(5) Sarà ComeliuK? ma non so a che cosa si alluda. (6) nirìs eod. (7) spem te
cod. 36 R. SABBADmi. cius enim moribus ac doctrina facile melior fieri potes et
doctior (i) ; de quo sic sentio, sic mihi suadeo, ut eum semper habeam in ore
nec eum satis laudare possim nec admirari. Congratulor etiam felicitati tuse
qua factum est ut, Robertum prseceptorem nactus, nisi tibi ipsi defueris,
facilius quam ceteri bene beateque vivere posse videaris. Cum maturitas
advenerit, ut litteris meis provocatus ad nos proficiscare, (2) libentissime
omnium faciam; multos invenies qui iam mirifice serviunt (3) laudi ìuae.
Litteratissimo Nicolao sai. die, Simoni Nessse necessario et lohanni minime, ut
aiunt, bonae fidei (4) possessori et ceteris quibus amoris nostri commemora tio
grata esse tibi videbitur. Spectatissimo viro lohanni patri tuo, meo volui
dicere, me commendabis. Ex Venetiis XV kal. septembris [141 5]. II. Gasparinus
Pergamensis suo Guarino Veronensi s. {5) Naviculario non satis mihi noto idibus
praeteritis commisi ad te et Franciscum (6) nostrum litteras, quibus prò meo in
vos officio et vestra in me summa benivolentia quo animo in vos essem et quid a
vobis vellem brevi significabam. Dubito ne Htterae ad vos delatse sint. Summa
illarum fuit, me prò reditu Francisci voluptatem magnam cepisse ; ro- (i)
Vespasiano da Bisticci {Cosimo de' Medici § i) tra gli scolari di Roberto de
Rossi nomina Cosimo de' Medici, ma dimentica suo fratello Lorenzo. (2) Questo
viaggio sarà avvenuto nella primavera del 141 8, quando Lorenzo de' Medici
divisava di recarsi a Verona (R. Sabbadini, Cen- totrenta lettere inedite di F.
Barbaro., 13.) (3) seviunt cod, (4) Sarà Giovanni Buonafede. (5) È pubblicata
nel mio \\\iXO La scuola e gli studi di Guarino, 174. Ne riproduco qui il solo
passo che fa al caso nostro. (6) Francesco Barbaro. I. — CTCKRONE. 37 gabam
eliam ne, cum amore apud eum prior (i) essem, rationem meam in bis rebus, quas
nobilissimas ex Etruria secum advexit, post alios labcri pateretur .... Patavii
XIV kal. septembres [1415]. ITT. 1/ a/i Ci Se Ilo \i) liarbanis -opti ino et
Jiiaiianissimo Nicolao (3) s. Si bene vales gaudeo. Postcaquam abs te discessi
litteris tui deside- riuni lenire constitui ; tua enim legens vel ad te
scribens, tecum esse videor. (Juare ad te scripsi ut vel provocatus amicitiae
nostroe in hac irte non deesscs; nullas tamen adhuc litteras a te accepi, quas
ne longius "osidereni in tuis officiis esse tibi persuadeas.
Modestissiraus Blasius Gua- conius (4) noster tuai salutis ccrtiorem me fecit;
huius adventus mihi (i) Il Barzizza era stato maestro del Barbaro prima che
Guarino an- f lasse a Venezia nel 141 4. (2) Cod. Magliabechiano Vili 1440 f.
86v. (3) Niccolò Niccoli. (4) A questo Biagio Guasconi indirizzò Guarino la
famosa invettiva intro il Niccoli nel 141 3, da me pubblicata per Nozzt Curdo-
Mar cel- ino, Lonigo 190I. Nel 141 4 il Guasconi andò al concilio di Costanza
l'oggii Epist, coli. Tonclli I 3); era di nuovo colà nel dicembre del 14 16
!^>iti. I p. 20 librum legtt . . . . Blasitis de Gu:isconibus.) Nel 1424 fu
!<ri consoli dell'arte della lana, nel 1425 degli operai di S, M;vria del I
' ' ' rii Buanaccorso Pitti, Bologiìa 1905. 2}:. 251); nel I 124 fu
anib;i.sciatorc di Firenze a Bologna e presso l' imperatore {jOom- 'lasiotiidt
Hmaldo degli Alhizzi, II 14, 17, 21, 29, 30, 31, 33, 39, 54, 96). N'el 1431 fu
degli ufficiali dello Studio Fiorentino (/7<;rMme»/i di storia *>n,
Flrcnzr 18R1, VII 244) e ambasciatore presso Kugcnio IV (Mu- A* / .V, XIX orO;
e negli anni 1432-33 pigliò parte agli .affari Iella repubblic.i
"llegrìni, SaUa repuhhi fiorentina a tempo di 38 R. SABBADINI.
iocundissimus fuisset, nisi discessus eius valde festinus mihi videretur. Ad te
mitto xardXoYOV (i) librorum quos Lconardus lustinianus ex Cypro sibi
vindicavit ; illuni ad te ante miseram, sed quia mihi non re- scribis, vereor
ne meae (2) litterae una cum catalogo tibi redditae sint. Spectatissimis atquc doctissimis
viris Roberto Rosso et Leonardo A- retino (3) pi. sai. die; Corbinellis (4)
etiam et reliquis tuis civibus, quo- rum ego virtutem et amorem erga me observo
amo et magnifico. Nonius Marcellus exaratur; quam primum confectus erit, tuum
tibi restituam. Cura ut habeam grsecum illud Pandcctarum. Doctissimus Guarinus
Veronensis tibi (5) pi. sai. dicit. Ex
Venetiis idibus septembris [14 15]. Ornatissimo adolescenti Laurentio Medico et
disertissimo (6) Dominico Leonardi filio (7) sai. die. IV. Ambrosius Francisco
suo s. (8) Facit occupatio mea ut brevior in scribendo sim quam veliera. Quum
enim nil fere iucundius, nil gratius mihi sit quam ad te longissime seri- bere
.... Tu velim me intensissime diligas, ut facis, atque efficias ut non (i)
xaidX — fu omesso dal copista in lacuna, più tardi colmata erro- neamente da un
altro con la parola quinlernos. Sui codici che il Giu- stiniano aspettava da
Cipro cfr. Arabr. Traversarli Epist, VI 7. (2) me cod. (3) Il Bruni
nell'ottobre del 1414 era andato al concilio di Costanza, ma dopo la fuga di
Giovanni XXIII nel marzo 141 5, rimpatriò. (4) Antonio e Angelo. (5) tibi om.
cod. (6) disertissimus cod. (7) Domenico Buoninsegni, condiscepolo di Lorenzo
de' Medici alla scuola di Roberto de Rossi. (8) Ambrosii Traversarli Epistolae.
a P. Canneto, VI 4. Seguo l'orto- grafia del testo, sebbene non conforme all'
uso umanistico. I. — CICERONE. 39 (lesiderem officium tuanim, quae quum omnibus
carse sint, qui modo studiis humanitatis dediti sunt, tum vero sunt mihi
gratissimae. . . . Quod adcidit sane non iniuria ; sum enim eo ad te animo, ut
semper tecum cogitatione sim, memoriamque benevolentiae tuae atque pietatis
nunquam ponam. Sed de his satis et per alia^ literas (i) nostras dictum est. .
. . Mitto ad te duas epistolas longiores nostri Chrysolorae: de amicitia
alteram ad me, de mensibus secundam ad Pallantem, scriptas olim manu mea;
tertiam [keqÌ vctQOììXog] (2) ad nostrum Guarinum mittere non curavi, quod hanc
ipse secum adtulerit habcatque illam in deliciis:nec amhigo iam illam tibi
legit. Tu cura ut ad me librorum tuorum indicem II !tt L-. . . . Facies id scio
prò tua in me pietate : libet enim hoc ad te uti vocabulo. . . . Vidi sane
indiculum illum clarissimi viri Leonardi lu- stiniani, quem ad nostrum Nicolaum
misisti; sed mihi. . . . desiderari in ilio visa est diligentia, sed nescio
utrum tu illum scripseris, an alias quispiam Ceterum id abs te maiorem in modum
rogo uti, quum aliquid explo- i. ti;r I >\f Ioannis Chrysolorae istuc
vestris cum triremibus adcessu acce- peris, antequam adplicet, diligentissime
scribas ad me. Cupit enim senex Demctrius (3) istuc ei prodire obviam Salutem
dices nostro Gua- rino reliquìsque sociis tuis optimis atque humanissimis
viris. Florentiae ex nostro monasterio XX octobris [1415]. I Otiest* allm
lettera precedente e la risposta del Barbaro si son (2; .Sci M-sto uci «,
annoto in;inc;i li titolo greco, ncH' Ampiisstma col- Icetio del Marlene et
Durand III (Epist. XVIl 15) suona ."iFyl FXéyxov, •na erroneamente; il
vero titolo è m^ti vdQOrixog, come si vede dalla rikpoKta del Barbaro. Questa
lettera a Guarino fu stampata dal Cyrìllus CW. gr. hiòL liorhcn. II 224;
l'altra De amicitia ivi stesso I 259. Della ten» De mensihix a Palla Stro/.ri
non mi è occorsa finom nessuna traccia. (3) Un vecchio prete cretese, che Mava
col Trurr^.-iri nrl •<—♦-' tegli Angeli e attendeva a copiar codici greci.
40 R. SABBADINI. V. Franciscus Barbarus optimo ac doctissimo ntonacho Ambrosio
s. d. (i). Si bene vales gaudeo. Magnani voluptatem ex litteris tuis [cepij, in
quibus eximius in me amor tuus amari (2) potest et studium recognosci. Tua
ctiam legens tecura esse videor, quem admiratione quadam virtutis sic diligo
sic amo, ut ad amorem meum nihil possit accedere. Sed haec satis apud te, cui
de mea erga te voluntate sic persuasum est, ut nihil sit quod non modo de te
mihi spondere possis, sed etiam de me tibi. Litteras summi viri Manuelis Chrysolorse
quas ad me mittere scripsisti nondum habui (3); prò quibus magnas tibi gratias
habeo et multis ver- bis dicerem nisi quodammodo dignitate amicitiae nostrae
hoc officium sublatum esset. Epistolam illam ad eloquentissimum Guarinum
nostium 718^)1 vd(^)0T)XO(; (4) adhuc videre desidero; apud modestissimum
Antonium Corbinellum reliquit (5), quam postea non habui[t]; quare si tuo bene-
ficio fuerim consecutus, et illius clarissimi viri laudis monumentum erit et
amicitiae nostrae. Laudationem funebrem (6) quam Andreas luliani pa- tricius
civis noster edidit ad te mitto; de qua quid ego sentiam nunc ad te scriberem,
nisi id gravissimo tuo iudicio reservarem; quare quid (i) Cod. Magliabechiano
Vili 1440 f. 86. (2) Amavi amorem tuum è frase tipica di Cicerone adfam. IX 16,
i. (3) Le ebbe più tardi, come apparisce dalla lettera del Traversari a lui, VI
5, del 29 febbraio 1416 (la data si desume dalla menzione della magistratvu-a
di Cosimo) : Quod epistolas clarissimi viri Manuelis acce- peris, nunc primum
per tuas literas novi. (4) vdQXTixog cod. {5) Nel tempo che Guarino insegnò a
Firenze (i 410-1 414). (6) L' elogio funebre in lode di Manuele Crisolora.
Manuele mori a Costanza il 15 aprile del 1415; l'elogio fu recitato a Venezia
dal Giu- liano nel luglio dell'anno stesso. I. — CICERONE. 41 hac de re
sentiendum sit iudicabis et me si tibi videbitur facies certio- rem. Librorum
meorum y.axàXoyov (i) nunc ad te mitterem, si raptim mihi conficere licuisset;
sed propediem mandata tua digeram persequar et conficiara. Librorum epigrammata
Leonardus lustinianus scripsit nec diligentiiLS exarare potiiit. Libri illi ex
Cypro (2) nondum sibi redditi sunt, sed indicera transcripsit; quare sibi
mihique facile veniam dabis. Guarinus noster litteras habet a lohanne Chrysolora
Constantinopoli datas idibus septembris. Valde dubius est an cum classe nostra
traicere poterit (3); in hnnc rem argumentatur multa, minime nunc, ut ad te
scribantur, necessaria. Si quid eius adventus, ut aiunt, odoratus ero, te
diligcntissime faciam certiorem. Guarinus tibi plurimam salutem dicit et ii
omnes quibus tuo nomine salutem dixi. Doctissimo ac praestantissimo
antiquitatis auctori Nicolao (4) nostro salutem d[ic] et aetatis nostrae lumini
eloqucntiae Leonardo Aretino ac me reddes piane suum, cum ■ in meo siiiU sit,
ut inquit Cicero (5), ncque ego discingar ». Vaie; communi patri magistro monasterii me
commcndabis. Ex Venetiis IIII nonas novembris MCCCCXV. i) Il catalogo arrivò al
Traversari nel febbraio del 1416; scrive in- fatti nella succitata lettera, VI
5: KaiàXoYOv tuae bibliothecae nunc pri- mum accipio. E nella VI 6, in data «
Florentiai VI non. mart. » {14 16): Lc^i. . . indicem graecorum voluminum
tuorum. (2) Nella lettera VI 7, Florentiae XI martii [1416J, scrive il Traver-
sari al Barbaro : Si dudum accepit ex Cypro libro-s suos Leonardus lu-
stinianus, curabis mihi conScere diligentem indicem. (3) Giovanni Crisolora
fino almeno al 1418 non era venuto, pouiu- nella lettera VI 3, Florcnti;u UT
id. ini. (14 18),- del Travirsari al Bar- baro leggiamo: De lohanne Chrysolora
si quid cxploratum certi habcs, curabiH ut litterìs tuis ccrtior Barn. Eum
Icgatum impcratoris sui pro- fectururo ad summuni pontificcm (il nuovo eletto
Martino V, a Costanza Il Dov. 1417) nolm dictam est..... Avet Demetrìus noster
id ccrtiu* «drc, ut meliori esse animo po-^^v -:•*•— '• ^••- • • — -.»,.-.:-—,,
diutius expcctandf» fatif^atus <.ir }) Niccolò Nicr* ' 4a R. SABBADINI. VI.
Dalla prefazione del De re uxoria (i). .... Mihi praeterea recordanti multos in
nostra familiaritate sermo- nes gratius atque iocundius tibi munus fore visum
est si potius a Fran- cisco tuo quam a fortuna sua donareris. Qnamobrem tuo
nomine de re uxoria breves cpmmentarios scribere institui, quos huic nuptiarum
tem- pori (2) accommodatos arbitror non inutiles futuros. . . . Vidi siquidem
praesens quanta cura ac diligentia eruditissimum Ro- bertum Rossum in primis
coleres atque observares, a cuius latere rec- tissime quidam fere nunquam
discedebas. Accedit et eloquentissimi ho- minis Leonardi Aretini nec minus
litteratissimi Nicolai nostri consuetudo, a quibus cum alia permulta tum
pleraque id genus assidue te audire et accipere confido [carnevale del 1416].
possedevano già la collezione epistolare ciceroniana ad Ait.y ad Q. fr., ad Br.
Il Niccoli nel marzo dell'anno seguente mandò a Venezia l'esem- plare coi passi
greci restituiti da Manuele Crisolora, come abbiamo dalla succitata lettera VI
6 del Traversari al Barbaro : Is (Nicolaus) mittet Cicero nis Epistolas ad
Atticum, quibus noster Manuel restituit graecas litteras quasque te maxime
velie adseruit. (1) Il De re uxoria di Francesco Barbaro è dedicato a Lorenzo
de' Medici. Fu più volte stampato. (2) S' intende il carnovale; 1' anno è il
141 6, perchè già in data « Flo- rentise kal. iuniis > [14 16] il Traversari
scriveva al Barbaro (VI 15) : Commentarla tua de re uxoria ad Laurentium
optimum tuique studio- sissimum adolescentem legi gratulatusque sum. . . I. —
CICERONK. 43 VII. Lettera di Gasp arino Bar zizza a Francesco Barbaro (i). Marcellus
(2) quem ab me requiris est apud dominum Cretensem . . (3). Requiras oportet
hunc libnim a domino Cretensi. si vi'; illuni ad tv deferri .... Rem vero
uxoriam quam audio te etìidisse iamdudum expecto; est euim ut dicitur res tuo
ingenio ac tuis studiis digna. Tametsi non du- bitem et graviter et ornate abs
te scriptam, nara inventa Graecorum ut spero ac Latinorum multis locis
redolebit, tamen percupio meo potius quam aliorum iudicio posse uti. Facias
ergo quod ad Corradinum (4) tuum facturum te pollicitus fuisti : mittas hanc ad
me sive historiam si ve disputationem tuam, qui olim ut tuo ingenio ita nunc
tuie laudi ac glori» maxime faveo. Vale. [Padova primi mesi del 1416]. Le
orazioni scoperte da Poggio. Pog^o scoprì durante il concilio di Costanza otto orazioni
di Cicerone (*): e sono /. Caecina, le tre de lege agraria contra RuUum, p.
Rabirio Postumo^ p. Rabirio (1) È anepigrafa. L'ho pubblicata in Museo
iViinlichUa classica, III 349. (2) Nonio Marcello. (j) Pietro Donato,
arcivescovo cretese. Lhc il Donato sia venuto in IMjsschso di Nonio, e
confermato da ciò, che il suo p;\rentc Girolamo Donato ne trascrisse una
citazione sul cod. Trivulziano 661 f. i di guardia. (4) Giannino Corradino
morto nell'agosto del 1416 (Degli Agostini Scrtttcri Vinitiani II ti 5); ron
rio è stabilito il tonnine rstrcnio rm- riologjco della lettera. (•) Comparve
1.t pimui volta \u .^(ut/i //<//. /;/<< il. i^«)9, 101-103. 44 R-
SABBADINI. perduellionis reo, p. Roselo comoedo, iti Pisonem. Tutte otto si
trovavano riunite nel cod. Laur. Conv. soppr. 13, quando era integro. Sono
interessanti di questo co- dice le due sottoscrizioni: la prima riferita alla
p. Caec. suona cosi: Hanc oratio7iem antea culpa temporum de- perditam Poggius
latinis viris restituii et in Italiani re- duxit cum eatn diligentia sua in
Gallia reclusam in sil- vis Lingonum adinvenisset conscripsissetque ad Tullii
memoriam et doctorum hominum utilitatem. La seconda riferita alle altre sette
suona cosi : Has septem M. Tullii orationes que antea culpa temporum apud Italos
deper- dite erant Poggius florentinus, perquisttis plurimis Gallie Germanieque
summo cum studio ac dilige^ttia bibliothecis, cum latentes comperisset in
squalore et sordibus, in lucem solus extulit ac in pristinam dignitatem
decoremque re- stituens latinis musis dicavit (i). La p. Caec. perciò fu
scoperta a Langres {in silvis Lingonum), le sette rimanenti parte in Gallia
parte in Germania : nuli' altro di preciso sappiamo sul luogo del rinvenimento.
Meglio informati siamo sul tempo. Le più antiche testimonianze sono in una
lettera del Traversari (VI, 8) al Barbaro : ' Ex litteris quas ad Guarinum
proxime dedi quid Ciceronis orationum Pog- gii nostri diligentia reparatum sit
scire poteris .... Florentiae v nonas octobris 1417 ', e in una del Bruni (i) Le
due sottoscrizioni sono pubblicate in facsimile da A. C. Clark Inventa
Italoruvi, in Anecdota Oxonicnsia, Class. Series XI, 1909: nelle tavole in
fine. I. — CICERONE. 45 (IV, 12) al Niccoli: ' De Poggiano thesauro coram . . .
Aretii VI kal. octobris ' (141 7), donde argomentiamo che la notizia della
nuova scoperta era giunta a Fi- renze nel settembre del 141 7 o poco prima.
Ancora nel principio del 1418 Poggio teneva presso di se l'a- pografo delle
orazioni che intendeva di mandare tra poco al Barbaro, al quale scrive : *
Orationum volo hic exemplar remanere, postmodum vel ego ipse deferam vel per
alium ad te mittam idque quam primum ' (i); poi invece mutò avviso e lo inviò a
Firenze al Nic- coli, che lo fece recapitare al Barbaro, come rileviamo da una
lettera del Traversari (VI, 14):* Orationes illas omnes a Poggio missas iam
credo acceperis : misit enim illas Nicolaus noster '. La lettera, indirizzata
al Barbaro, non ha data, ma la collochiamo con certezza tra il luglio e
l'agosto del 14 18, confrontandola con un'altra dello stesso allo stesso (VI,
3), in data ' Flo- rentiae IH idus iulii ', con cui ha strettissima relazione.
Infatti in entrambe si chiedono informazioni del pros- simo arrivo di Giovanni
Crisolora, in entrambe si parla di un Bernardo, veneziano, in entrambe di
Angiolo Acciaioli, fiorentino, che nella prima lettera parte per Venezia e
nella seconda vi è già arrivato. Ora nella prima, del 13 luglio, è presupposta
l'elezione del nuovo papa Martino V (* eum legatum imperatoris sui pro- ir. turum
AD SVMM\'M roNTiFicpiM nobis dictum est '), il; wurst.» l'itir.i m i
"^',yi'> ili i^.iroar' i, i n)\ii)i)ii(;it.i nrii.i su;i tonila
originaria da A. C. Clark (The clasticat Review XITI, 1800, p. 125), spande
nK)lta luce tulle scoperte di Poggio al tempo del concilio di 46 R. SABBADmr.
avvenuta V 1 1 novembre 141 7; con che siamo nel 141 8: la seconda andrà perciò
collocata circa un mese dopo. Nel luglio o agosto dunque del 141 8 il Barbaro
ri- cevette le orazioni eh' egli trattenne presso di se più del conveniente,
tanto che Poggio, di ritorno dall'In- ghilterra a Roma, gliele chiese nel 1423
due volte per lettera, senza effetto; di che mosse acerbe lagnanze col Niccoli
e con Guarino, invocando anzi, ma sempre invano, l'interposizione di
quest'ultimo (Poggìì Epis^. I, p. 89, 93, 95, 100). L'anno di poi, 1424, pare
si disponesse a restituirle al Niccoli, per cui mezzo gli erano pervenute;
scrive infatti al Niccoli il Traversari (Vni, 9) : ' Ad Barbarum nostrum ut
scribas oro. Mul- tum tuas desiderat litteras orationesque illas a Poggio in
Germania repertas ad te propediem missurum pol- licetur .... Florentiae XXI
iunii ' (1424). Ma alla fine il Barbaro ruppe il lungo silenzio con Poggio e
ri- mandò a lui direttamente con mille scuse il codice : * Orati ones illas
Ciceronis quas a Germania in Italiam .... reduxisti, ab illis mensariis de
quibus fecisti men- tionem recipies .... Venetiis 1436 ' (i). La lettera di
restituzione porta la data del 1436, sicché il codice sarebbe rimasto a Venezia
18 anni, spazio di tempo veramente enorme, specie se si con- sidera il
carattere gentile e cavalleresco del Barbaro. E a me la data pare assurda, vuoi
appunto per questa considerazione, vuoi perchè abbiamo sentito dal Tra- versari
che nel 1424 si disponeva a restituire il codice, (i) R. Sabbadini, Centotrenta
lettere inedite di Fr. Barbaro p. 84. I. - CICERONE. 47 vuoi ancora perchè nel
1426 e nel 1428 il Barbaro, andato ambasciatore a Roma, s' incontrò con Poggio
e in quelle occasioni non avrebbe potuto esimersi dal riportargli le orazioni;
del resto nella corrispondenza di quei due anni, cordialissima tra i due
umanisti, non c'è nulla che accenni a uno screzio. Ritengo pertanto che l'anno
1436 della lettera sia congetturale e vi si debba sostituire il 1424. Il
silenzio prolungato del Bar- baro di fronte alle reiterate richieste di Poggio
si spiega con ciò, che per tutto 1' anno 1423 egli fu oc- cupato nella
podesteria di Treviso, mentre il codice doveva esser rimasto a Venezia. Le otto
orazioni formano (*), com' io credo, quattro gruppi : a) p. Caec, b) le tre
agrarie, e) le due Rabi- riane e p. Rose, com., ci) in Pis. I codici
fondamentali che ce le hanno trasmesse sono due : il già ricordato Laur. Conv.
soppr. 13 (= Af) e il Laur. 48, 26 (=(«>). Dei due, w è posteriore, scritto
da sei o sette mani diverse; in esso i gruppi si succedono così : a) p. Caec,
b) le tre agrarie, d) la Pisoniana, e) le due Rabir. e /. Rose. eom. M è
scritto da due mani: alla prima appar- tengono i gruppi a) della Cecin. e b)
delle tre agrarie, alla seconda mano il gruppo d) della Pison.; il gruppo e)
delle due Rabir. e p. Rose. eom. ora manca, ma in origine esso precedeva il
gruppo d) della Pisoniana. La mfdesin^' "•"•'■fssionr <ìi M teneva
il eodi(M\ ora (♦) Comparve la prima volta in Herliner philol. WochenschrifU
i9»o» S97-99, dove riferii sugli Invinta Italorutn del Clark, ai quali rimando
il lettore per maggiori informadoni. 4$ R. SABBADmr. perduto, che si conservava
nel monastero di S. Mi- chele di Murano a Venezia. Ecco ora com' io mi rappresento
V origine di questi tre manoscritti. Poggio nei primi mesi del 141 8 mandò,
come abbiamo veduto, al Niccoli a Firenze l'apografo delle otto orazioni
copiate di proprio pugno (amo hunc libelluni .... in primis quia egomet
scripsi). I Fiorentini naturalmente si trassero subito copia del codice e per
risparmiar tempo distribuirono fra vari amanuensi i fascicoli che si potevano
facilmente separare o che erano già stati scritti separatamente da Poggio. Cosi
nacque M. Tosto dopo, ossia tra il luglio e 1' agosto del medesimo anno 141 8
venne dal Niccoli spedito r apografo poggiano al Barbaro a Venezia, che se lo
sarà trascritto di propria mano nel codice perduto di vS. Michele- Indi si
spiega che il codice del Barbaro e M mostravano la stessa successione. Dopo alcuni
anni, nel 1424, il Barbaro restituì l'apografo a Poggio, e allora fu allestito
a Firenze, o più probabilmente a Roma, il cod. w per opera di più amanuensi,
che la- voravano simultaneamente. Siccome in ca V ordine dei gruppi è diverso
che in M, cosi bisognerà supporre o che i fascicoli nell' apografo di Poggio s'
erano di- sgregati o che gli amanuensi non badarono a mettere al loro posto
legittimo i fascicoli nuovi. Il gruppo e) delle due Rabiriane e p. Rose. com.
ci fu salvato unicamente dalla scoperta di Poggio. Per i gruppi b) delle tre
agrarie e d) della Pisoniana possediamo, oltre la poggiana, un'altra fonte
doppia: dall'una parte cioè il codex Erfurtensis del sec. XII- I. — Cicerone.
4^ Xm, il Vatic. Palat. 1525 del sec. XV e il Vatic. Ba- silio. H 25 del sec.
IX, del quale diremo; dall' altra parte i codici scoperti a Colonia dallo
stesso Poggio nel 1422, nel suo viaggio di ritorno dall'Inghilterra, come
rilevammo dal Commentarium del Niccoli (sopra p. 7) (i). I nuovi testi di
Colonia furono adoperati da- gli Italiani a collazionare i propri. Per il
gruppo a) della Ceciniana abbiamo inoltre i succitati Erfurtensis e Vatic.
Palat. e il Tegernseensis del secolo XI. Il codice scoperto da Giordano Orsini
{*). Il famoso codice Vatic. Basilicano H 25, del sec. IX, veduto verso il 1428
da Poggio (2), che contiene le Philipp., p. Piace, in Pis. e /. Ponteio, nuova
quest'ul- tima, fu scoperto dal cardinale Giordano Orsini. Nel- r Index
librorum mss. Archivii basilicani S, Petri a ci. V. Luca Holstenio digestus
leggiamo : Tullii Philippica- rum antiquissiìnus codex (3). D'altro canto
l'inventario dei libri dell'Orsini, allegato al testamento del 1434, reca:
Tulius Philippicarum (4). I codici dell'Orsini pas- (1) I medesimi codici
contenenti i gruppi ò) t d) furono trovati dopo (li I'f)p'}iio a Colonia anche
da Niccolò Cusano (R. Sabbadini, Scoperte det codici f III n. 22); e ciò potè
fnr credere al Clark {Inventa Jtalorum, 23-27) che per questa via fossero
giunti in Italia; ma è bene notare che i codici scoperti dal Cusano ebbero in
generale scarsa divulgazione. (*) Questo paragrafo è nuovo. (2) R. Sabbadini,
Le scoperte dei codici 127. (3) E. Pistoiesi, // Vaticano descritto e
illustrato, II 196. (4) Pistoiesi, n 191. &. sABBADiin, Tati latini. 4. $0
R. SABBADINI. sarono parte all' archivio di S. Pietro, parte alla biblio- teca
del Vaticano (i). Deve avere scoperto il codice nel suo viaggio in Germania del
1426 (2). Le Verrine del Capra e del Bruni. L' intero (*) corpo delle Verrine
venne a conoscenza degli umanisti solo tra la fine del secolo XIV e il
principio del XV. Il Bruni e il Capra lo possedevano sin dal 1407. Ecco qui una
lettera del Bruni (II, io) (3): Leonardus Aretinus Nicolao Nicoli s. d.
Reverendus pater Bartholomeiis (della Capra) episcopus Cre- monensis rairifice,
ut tibi alias narravi, studiis humanitatis deditus est; ideoque cum superiori
tempore ante dignitatem episcopalem studiosissime fecisset, non potest nunc
presul factus et episcopali dignitate constitutus eas quas ante coluit musas
non affectuose amare et religiose colere. Cum igitur volumen habeat preclare
scriptum orationum Ciceronis centra Verrem et quarundam aliarum invectivarum,
aipit ut ca- pita cuiuscunque libri splendore litterarum ornentur atque ea de
causa Florentiam transmittit diligentie tue et artificio Sebastiani nostri ....
Senis Vm idus octobris MCCCCVII (4). Risulta di qui che il Capra mandò a
miniare il suo (i) E. Kònig, /Cardinal Giordano Orsini, Freiburg in Br. 1906,
105- 107, 117, 119. (2) Su questo viaggio, Kònig 49-52. (*) Ne comparve un
cenno la prima volta in Rivista di filologia XXXIX, 191 1, 244. (3) Traggo il
testo dal cod. Comunale di Arezzo 145 f. 164V, che ha lezione sostanzialmente
diversa dalla stampa. (4) La data, mancante nell' edizione, s' incontra nei codici,
p. e. i Ric- cardiani 982 f. 23V; 899 f. 25V ecc. i. — CICERONE. $Ì apografo a
Firenze. L'esemplare del Bruni è nominato in un'altra lettera di costui (II, 1
3) del novembre del- l'anno medesimo: Leonardus Aretinus Nicolao (Niccoli) suo
s. d. Mitto tibi orationes Ciceronis in Verrem, recte quidem scriptas sed ut
videbis male emendatas : qui enim corrigere voluit, eas piane corru- pit . . .
. (Siena, novembre 1407). L'esemplare del Bruni si conserva nell'odierno co-
dice Laur. Strozz. 44, dei primi anni iippunto del se- colo XV. È copiato da
più mani, sembra cinque, e reca la sottoscrizione f. 104V: M. Tullii Cicerofiis
in G. Verrem septivia et ultÌ7na oratio explicit; e indi il seg-uente colofone,
di mano diversa: * Hic liber cum ab initio recte scriptus fuisset, postea
corruptus est ab homine qui cum vellet eum corrigere corrupit. Quare priorem
litteram accepta, correctiones reice '. La nota neir atto che veniva scritta
ricevette due emendamenti: a corruptus fuit venne sostituito corruptus est;
dopo vellet eum fu cominciato a scrivere accusar, cancellato subito con una
linea orizzontale e continuato con cor- rigere. Più tardi una mano estranea
mutò la retta or- tografia sì classica che umanistica reice nell' erronea
reijce. Di fronte al colofone un lettore del sec. XV se- gano quest'
attestazione: Manus leonardi arr etini. E ve- ramente la nota è di Leonardo
Bruni. Del resto si confrontino le parole: recte scriptus . . . ^ui cum vellet
eum corrigere corrupit con le parole della lettera: recte quidem scriptus . . .
qui ctiim lorrircre voluit eas piane corrupit. ^i R. SABBADmi. Guarino e le
orazioni di Cicerone. Guarino s'interessò ben presto alle orazioni di Cice-
rone. Abbiamo già veduto (p. 32) come sin dal tempo del suo insegnamento a
Venezia commentasse la p. Rose. Amer, Riferiremo qui alcuni documenti degli
studi che egli veniva facendo per sé e per gli amici (*). Nel 141 8, quand'egli
era ancora a Venezia, aveva ricevute dal veronese Maio, amico suo, alcune ora-
zioni di Cicerone da emendare. Guarino non solo le emenda, ma anche le illustra
con brevi note, come si rileva dalla seguente lettera al Maio, la quale reco
per intiero, perchè è una bella testimonianza dell'am- mirazione di Guarino per
Cicerone e del suo metodo d'illustrare i testi: Guarinus Veronensis ci. v.
Madia s. p. d. (i). Accepi diebus proximis abs te nonnullas Ciceronis orationes, quas ut
emendem vis; sunt enim depravatae nonnihil. Suscepi autem iussa tua suaviter
adeo ac iocunde, ut nihil imperar! mihi suavius posset, mi pa- ter ac rex.
Nihil enim prohibet te minorera aetate, Consilio ac prudentia superiorem,
patrem appellari; tantis profecto me beneficiis devinxisti, ut tum imperare
videar, cum mandatis tuis obtempero; et modo tuae vo- luntati morem geram,
nihil ipse recusem, quippe qui tibi omnia non modo prò viribus sed supra vires
etiam debeam. Accedit quod in Ciceronis scriptis summa quadam amoenitate
versor, quem libens utique et linguae et vitae magistnim habere velim, si
detur. (*) Comparve la prima volta in Museo di
antichità classica H, 1887, 387-390. (i) Per le fonti di questa lettera cfr. R.
Sabbadini, Guarino Veronese f il suo epistolario edito e inedito, Salerno 1885,
n. i. I. — CICERONE. 53 Is enim divinus in utraque re praeceptor tam longe
antecessit, ut ne oculis qaidem hominem consequi fas sit; procul tamen vestigia
adorans sectabor. Priorem autem prò Archia limandam orationem cepi et eo
libentius quod in ea lilteras ac studia tantis effert in caelum laudi- bus, ut
ea legens prae gaudio et voluptatc vix sim apud me; tantumque ex huiuscemodi
rerum lectione fructum colligo suavitatemque degusto, ut paupertatem aequo
feram animo noe profecto doleam, siquod ad quae- tum adque pecunias tempus
omiserim, quo hisce studiolis meis, si quid i^unt, curas impertirem. Quas ob
res, Madi mi dulcissime, plurimas tibi gratias habeo, qui t;mta me iocunditatc
affecisti, quanta ne dici quidem potest. Orationem ipsam ad te mitto, quasi
praegustationem quandam, ut si hunc in mo- (lum tibi satisfactum erit, hac via
sequar in reliquis. Nam ut vides non modo ipsam emendavi, verum etiam quaedam
adieci quasi lumina, qui- hus artis latibula illustrarentur; paucula vero
apposui; volui et nonnulla inibì rescrvata esse, ut pracsens quoque te adiuvare
possim. Tuum igi- tur erit officium me quamprimum facere certiorem quidnam in
ceteris faciendum sit; dabo autem operam ut singulas orationes raittam, ut una-
quaeque absoluta erit. Ita enim et te saepius oblectabo et laboris mei rationem habebo, qui
propter legendi e t docendi occupationcs ne omnes imo tempore emendem
impedimento est. Verumtamen te vacuum
non >inam; ante enim quam primam perlegas, secundam instantem a tergo
respicies. Vale .... Fx Veneti- vi!| . ..K). Non molto dopo cosi rispondeva ai
ring^raziamenti ■ Froinde ne tanti facias velini qurxt hiae oratione l'< ,
< UHI minimum qiiiddam sit, nisi quod co tnagimm intelligo quod M.ilu) meo
compiacere me scntio, \'cnetiit prìdic kal. decemb. 54 R. SABBADINI. Guarino possedeva anche il commento
di Antonio Loschi alle orazioni di Cicerone. Se lo fece mandare o rimandare da
Gian Nicola Salerno, in quel tempo podestà a Bologna (i): Illa in orationes
Ciceronis commentaria Lasci vellem; ea itaque mitte. Veronae XII kal. ianuar.
(1419). Nel tempo della sua dimora in Verona commentò nella scuola fra le altre
1' orazione di Cicerone prò Murena. Ecco come ne scrive al suo scolare Vita-
liano Faella, che proprio in quei giorni era mancato alle lezioni; ove è da
notare come squisitamente Gua- rino delinea i caratteri di quest'arguta
orazione di Ci- cerone (2): Te obiurgare statueram quod hisce diebus a nobis
abes, qui- bus Murenam, gravissimo accusante Catone, divinus ille Cicero non
mi- nore iocandi suavitate, quam orationis facilitate defendit; ita ut quod
oratoria via extorquet, ab iudicibus impetrare credatur. Videre velles quam
mellitis, ut ita dicam, morsibus Catonem iusectetur, quem Stoicae, hoc est
pervicacis, sectae professione contemptui ac derisui Ciceronis urbanitas facit
.... A mostrare 1' ardore che Guarino poneva in questo studio delle orazioni di
Cicerone nulla vai meglio della seguente lettera, scritta a Galesio della
Nichesola, giu- reconsulto veronese, ch'era in quel tempo (1425) vice- podestà
a Mantova: (1) Ib. n. 70. (2) Cod. Vatic. 4509 f. r I. — CICERONE. 55
Gtiaritius Veronensis optimo iiiris consulto Ga lesto s. p. d. (i). Hodie
nuntiatum mihi fuit quandam Ciceronis orationem, nuper in- vcntam et in lucem
relatara, Veronam delatam esse. Qua ex re mirifica -uni laetitia affectus, non
solum quod rerum omnium Ciceronis sum ulmirator egregius, veruni etiam quod
civitatis nostrae laudibus et glo- riae supra modum faveo. Quid auteni
laudabilius honori fi centi usque Ve- ronae contingere potest quam Ciceronem
praetorem, augurem, consulem, imperatorem, oratorera, philosophum et vitae ac
doctrinarum magistnim !!ustrissimum moenia nostra subire, viserc, nobilitare?
ut quasi revivi- centis disciplinae auguria praesens Verona praebeat, quam
poetarum, philosophoruro et oratorum matrem ac nutricem fuisse non ignoras.
Tanta vero de repente laetitia in maerorem et querellas decidit non ipsius
Ciceronis culpa, sed hospitis sui oblivione impiotate et ingratitu- dine, qui
cum intelligat concives suos Ciceronis studia complexos et eis niirabiliter
deditos, priusquam eius orationis praesentiam buie civitati impcrtierit, heu
Ciceronem emisit, Ciceronis adspectum nobis invidit, Cicerone gratissimo saepe
vocato expetito terra marique pcrvestigato suos civcs, suos inquam civcs
amicosque privavit et virum ipsum Mantuani , ut ferunt, abire iussit; qua in re
non indulgeo dolori meo et me ipsum <»ntinebo. Tuum est, humanissime et
studiorum amicissime Galesi, ut alienam iniuriam tua aequitate ac beneficio
emendes curesque ut Ciceronem ad no.s reduccre facias, quod factu facile tibi
fiet, vel hospitis sui huniani- tntc singulari et libcralitate prf)pe divina,
qua per omnium ora probatus volitat. Quisnam is est ? benignus in primis
episcopus Mantuanus, ad qucm oratio ipsa Ciceronis proxime hinc missa est. Tuae
igitur partes <iiM)t ut <nm transcribi facias et emcndatam nobis mittas.
Hoc autem ii(M merito immortales tibi gratias universi litterati ordinis viri
h.iljchuiit, ([uibuH quantum accrbitatis eius hominis discessus attulit, tan-
tum voluptatih tua ex opcrn rrditns rcstituet. Vale. \'rr(.!i:ifr IH i<lus
lanu.ii Sui.iM : ,A... ■ 11«- otto orazioni Pon- imi op. a: 56 R. SABBADINI.
giane, messe allora in circolazione per mezzo dell'apo- grafo del Barbaro
(sopra p. 48). Guarino inoltre raccolse le orazioni in un corpo (*), che ci è
stato trasmesso da un incunabulo del sec. XV ( I ), con la sottoscrizione :
Finiunt orationes Tulli sunipte de exemplari vetustissimo diligentissimeque iam
emendate ac correcte per dominum Guarinum Veronen- sem. Comprende 29 orazioni,
cioè: p. Pompeio, p. Mi- Ione, p. Fianco^ p. Rose. Amer., p. Siila, p. Ardila,
priu- sguam iret in exilium, p. Sextio, p. Celio, p. reditu (ad senatum), p.
Ligario, p. Balbo, in Vatinium, de resp. aruspicum, de prov. cons., ab exilio
(ad pontifices), p. Marcello, p. Fiacco, p. Deiotaro, p. Quintio, p. Murena, de
domo ad pont., p. Cluentio, p. Cecina, p. Rab. Post., p. Rabir. perd. reo, in
senatu, ad populum contra leg. agr., p. leg. agr. Il Clark giudica di scarso
valore le contribuzioni critiche di Guarino (2). L' edizione romana del Bussi.
Tutte le orazioni ciceroniane che noi possediamo (meno la p. M. Tullio che ci
deriva da palinsesti"* si trovano già raccolte nell' edizione di Giovanni
Andrea Bussi (l'episcopus Aleriensis) * Romae 147 1 '. (*) Compai/e la prima
volta in R. Sabbac'ni, La scuola e gli studi di Guarino Veronese, Catania 1896,
no. (i) P. e. nella bihliot. di Ferrara, Incun. O. 6. 2; nella Magliabech.,
Incun. A 2. 42; nella Riccardiana, Incun. 319. L'edizione non reca nessuna nota
tipografica. (2) M. Tulli Ciceronis, Orationes p. Sex. Roscio, de imp. Cn.
Pompei etc, Oxonii, p. XII. CICERONE. 57 Epìstulae ad familiares Studi di
Guarino sulle Epist. ad fam. Questa collezione epistolare ciceroniana si citava
col nome dei sing-oli corrispondenti, ma le manca un titolo collettivo
legittimo, sebbene ormai sia da gran tempo invalso 1' uso di chiamarle
Epistulae ad fami- liares. Il titolo di familiares coniparisc:^' siiì dal primo
quinquennio del sec. XV in una lettera di Guglielmo della Pigna, un allievo
veronese di Guarino. Eccone un passo : Cosme suo 6^(nlielmus) de la Pigna s. p.
d. (♦). .... Deinde vero cum tue gravissimas orationis sententias simr' ac
ornatissimum dicendi genus fuerim intrinseca speculatione rimatus, iteri' n
atque iterum basitavi summopere ambigens an ea Tullianis e labiis an tuis
emanasse diiufiicem; adeo ut si quod ex inscriptione tam tui quam mei
Tiomini> palam fìchat i<l clam me fuisset, contigisset ut e C i e e - bus
epistolis eam transcriptui fore ( r< l::! -rm .... .Magnimi cquidem, ni
fallor, mctum artus subiisse tuos non diffitcì », dum mihi reset ibendum te
oportere an«niadvertercs. Bene edcpol, mi iratissime Cosma, id fìendum reor, si
nostri evi vironru peritissimo C o 1 1 u t i o scriberes . . . Qui è
presupposto vivo Coluccio Salutati, che moi \ il 1406. T\»rciò la lettera è
anteriore a quest'anno. prima volta in Museo Hi antichità class. Vii, 1889. 32K
!.. H (dal cod. Ricconi. 779 \ 58 R- SABBADINI. Più tardi, verso il 1430 ì\
tìtolo /ami/iares app-dvìsce come gìk di uso comune in una testimonianza di
Sicco Polenton: 'vulgo isti (libri) familiarìum appellantur ' (i). Le Epist, ad
fam. formavano nella scuola di Gua- rino uno dei testi elementari di lettura.
Su di esse inaugurò a Verona tra T aprile e il maggio del 1 4 1 9 un corso
privato, del c^ale ci s' è conservata la pro- lusione. Ne reco qui la prima
parte (*): Guarirti or alio prò Ciceronis epistolis incohandis. Cum prò
ingenioli mei parvitate quosdam nostrae civitatis adulesccntes ad haec
litterarum studia incitare et quantum in me est ornare statuis- sem, venit in
mentem ut rerum parentem naturam atque ducem imita- rer, quae nuper editis in
lucem animantibus non magna statim non dura commanducatu non acerba gustatu non
coctu difficilia parat alimenta, sed a parvis incohans mollia quaedam suavia et
facilia suppeditat, quae simul enutrire et delectare possint. Fodera modo ad
prima studi orum óelibamenta his annis propinanda non difficillimas orationes
non asperos artificii locos, sed facile quoddam et planissimum dicendi genus
delegi, quod suavissirao verbonun ordine et leni sententiarum pondere lectorem
alliciens prosit atque iuvet. Nonnullas enim decerpsi Ciceronis epistulas, in
quibus ille puri et facetissimi sermonis stilus exprimitur .... Nonnullas
decerpsi Ciceronis epistulas, dice Guarino; e in effetto egli mise insieme
un'antologia (**), che e' è pervenuta, col titolo (cod. Vindobon. 48 Endlicher)
: M. Tullii Ciceronis viri ornatissimi epist olae. . . sublatae (i) R.
Sabbadini, Le scoperte dei codici latini e greci 34. (*) Comparve la prima
volta in R. Sabbadini, Tm scuola e gli studi dt Guarino, Catania 1896, 234 (dal
cod. Ferrarese 151 NA 5 f. 6; cod. Classense di Ravenna 121). (**) Comparve la
prima volta in Bollettino di filologia class. IV, 1898, 198-9. IP I. —
CICERONE. 59 ex volumine epistolarum malori per Guarinum Veranen- Sem artis
grammaticae ac rhetoricae professorem. L'an- tologia comprende 50 lettere,
scelte saltuariamente dai libri U, IV, V, IX, X, XI, XII, XIII, senza rispet-
tare l'ordine di essi e senza che vi si scorga un crite- rio direttivo nella
distribuzione della materia. Ciò forse non dipese da lui, ma dal testo,
certamente mutilo e disordinato, che doveva avere tra mano, uno di quei testi
che derivavano dalla tradizione diplomatica tran- salpina, prima che venisse in
luce il codice di Vercelli (Laur. 49, 9), rappresentante della tradizione
italiana ( i ). L'antolog-ia fu poi ampliata: una seconda redazione nel cod.
Monac. lat. 466 ha 64 lettere, una terza nel cod. Magliabech. VI 197 ne ha 100.
Ma non sappiamo se le nuove redazioni siano di Guarino stesso o siano state
compilate da altri. A noi non è giunto l' esemplare guariniano dt-lie Epist. ad
fam.; ma siamo in grado di ricostruirlo in parte con l'aiuto di un codice
Ambrosiano. Cod. Ambros. Il 118 inf., membr. sec. XV (*). I^ 4 (anepigrafo). Le
Epist. ad farn. di Cicerone. Mancano gli Incipit anche dei singoli libri, i
quali hanno invece, qualcuno eccettuato, gli Explicit, Un correttore, che
chiameremo C aggiunse qualche raro :Jtre antolofpe tratte dal! u. Jahreshericht
uher du ForUehritte dtr class, AlUrlhumsxv. X.XXIX, 1884, 36-38: Siudi itai 'A
i>l'>l '■f>'r IV jXH iiK 1(,«- /.-.//>•//,."> A e/ A./
^l"' IV, 198-. '*) CoinpAivc U pntiiii volu 111 òimi» tlal.jtUtl, ^Uis*
Xi, 1903, 342-48. 6o R. SABBADINI. titolo e segTiò i numeri d' ordine dei libri
e delle sin- gole epìstole. Ciascuno dei primi sei libri ha V Explicit e lo
spazio vuoto per \ Incipit del successivo. Il lib. VII non ha né Explicit ne
spazio vuoto per X Incipit; ad esso an- ziché il lib. Vili, che è stato omesso,
segue imme- diatamente {ì. 60) il IX (omessa la lett. 4, aggiunta in margine da
C; fra le lettere 8 e 9, due righe vuote). Alla fine del libro IX: Explicit
liber octavus {octavus fu poi raso) e spazio per V Incipit. Alla fine del lib.
X: Explicit liber nonus {nonus raschiato) e spazio vuoto. Alla fine del lib. XI
né Explicit né spazio. Alla fine del XII nessun Explicit, ma spazio. AUa fine
di XIII 52: Liber XII incipit (poi raso). Alla fine del XIII né Explicit né
spazio. Alla fine del XIV: Explicit liber XII (XII raso). A XV 4, 5 (f. 12 iv) (Tnotò:
Post hanc partem ' idque ut maturaret hortatus sum ' immediate deest magna
huius epistolae portio usque ad eam partem ' rebus ita gestis castra in
radicibus Amani etc. ' Islam partem quae deest in fiìie libri invenie s folio
isy (ora 140V). Alla fine del XV un Explicit illeggibile, perché raso. Alla
fine del lib. XVI nessun Explicit. Sin qui il copista; dal fol. 133 in poi,
eccettuati i ff. 144-152, é tutto di mano di C. F. 133V Caesar Opio et Cornelio
s. Gaudeo meher- cule.... F. 134 Haec est epistola 20^ libri quinti. Cicero
Ruffo s. p. d. Quomodo potuissem . . . (infatti questa manca nel testo). F. 135
Haec est 24^ epistola libri septimi. Cicero s. I. — CICERONE. 6l d. Gallo.
Tantum ex Arpinati . . . (manca nel testo). F. 135V Epistola 2$^ libri septimi.
Cicero M. Fabio Gallo s. Amoris tui . . . (manca nel testo). F. 136 Epistola
26' li òri septi?ni. Cicero AL Fabio Gallo s. Quod epistulam . . . (manca nel
testo, dove il copista ha fatto del poscritto della 1 8* una nuova let- tera).
F. 136 Incipit liber epistolarum Coelii ad Ciceronem qui inter epistolas
Ciceronis octavus liber numeratur : con le seg-uenti lettere di Celio: Vili i;
9, 4-5 (da Mar- cum Feridiutn alla fine); II 12 (di Cicerone a Celio, con la
nota : Sequens epistola Ciceronis ad Coelium est in secando libro epistola 12^
quare mine vacat, e infatti il testo la dà a suo posto); Vili 10-17. F. 140V
Haec portio que sequitur deest in epistola quarta libri quintidecimi f. Il8
(ora 121): Cuius ego studio officioque commotus egi ei per litteras gratias
idque ut maturaret hortatus sum. Cum autem — in- cendimus (e infatti nel testo
manca il passo Cum au- tem — incendimus). F. 14 IV Incipit rubrica primi libri
epistolarum fami- liarium M. T. Ciceronis. Le rubriche occupano i ff. 141V-143,
153-155. F. 154 Nelle rubriche del lib. XTII: Alibi post epi- stolam 77 libri
13 que incipit: Cum his temporibus non sane in senatuni ventitarem ponuntur
duae epistolae ad Cornificium ab Cicerone scriptae quarum altera incipit
Canucius familiaris meus, altera incipit Non modo tibi "• • *- "■ Hae
ambae ponuntur in libro 12, qua- 6a R. SABBADINl. rum prima est in eo libro
21^, secunda est 28'^ in eodeni libro. Quare in hoc libro 13^ non sunt
ponendae. F. 155 Expliciunt rubrice libroriim XVI cpistolarum familiarium M.
Tullii Ciceronis et sunt in summa epi- stolae 414. Quod si aliqua in numero
epistolarum diffe- rentia in variis codicibus erit, id minimi est momenti neque
ad summum plures vel pauciores quattuor inve- nientur. È noto che la grande
maggioranza dei codici delle Epist. fam. di Cicerone nel sec. XV deriva
daPiLaur. 49, 7) apografo di M {Laur. 49, 9); e che in P era avvenuto un
perturbamento, adesso tolto, di quaderni, in modo che il quaderno XV invece che
al XIV suc- cedeva al XVII; con ciò rimanevano disordinate e smembrate le
lettere dei libri Vili e IX. Finche il Poliziano non si accorse del
perturbamento di P e in- segnò il modo di rimediarvi, i copisti e gli studiosi,
che pur avvertirono il disordine, s' ingegnarono come meglio poterono per
trarsi d'imbarazzo (i). Il copista del cod. Ambrosiano riusci a ricomporre la
successione del libro IX, ma disperò dell' VIII e lo tralasciò del tutto. Il
correttore C, aiutato probabilmente dall'esem- plare guariniano, supplì il lib.
Vili, ma solo in parte; vale a dire la lettera i*, che entrava intiera nel qua-
derno XIV di P, e le altre dalla io* all'ultima, tutte comprese nel quaderno
XVI di P (che andava pro- priamente da Vili 9, 3 mihi litteris ostenderis a IX
2, I eatn ipsam). (l) Su di ciò vedi G. Kirner in Studi ital. filol. class. IX
400 sgg. [ I. — CICERONE. 63 L na mano posteriore intramezzò poi fra il f. 143
e il 153 i nove fogli cartacei 144-152, e vi scrisse il re- sto delle lettere
mancanti del lib. Vili, talune ripetute; ossia Vili I (da caluerint Romam cum
vmissein); 9; io (frammentarie); IX 14; 15 (frammentarie); Vili 3-9. Nei ff.
2-Ti uno degli annotatori scrisse l'elenco dei passi greci delle singole
epistole con la traduzione latina corrispondente. C è ragione di credere che i
passi greci e le tra- duzioni derivino dall' esemplare delle Epist. fam. di
Cicerone posseduto da Guarino e da lui postillato per proprio uso; giacche a\V
Epist. VI 1 8 sono citati quattro versi di Esiodo CEpy. 287-90) con la
traduzione gua- riniana in altrettanti esametri; in margine è notato : Guarini
Carviina. Alla stessa epistola poi nel contesto f. 50V ricorrono nuovamente e
il detto luogo di Esio- do (i) e gli esametri latini con la nota: (7«am/«5. Non
solo; ma molte altre lezioni e interpretazioni guariniane sono segnate sui margini
dal correttore C, le quali rendono meno grave la perdita dell' esemplare di
Gua- rino e ci danno un saggio della critica da lui eserci- tata sul testo
delle Epist. fam. Reco tutte quelle che sono a lui assegnate nominatamente. F.
4 (I I, 3) Guarinus: Sed ex ilio senatus consulto quod te referente, factum est
: tibi decernit : ut regem deducas quod quo modo facere possis ignoro : ut
exer- (i) Veramente t codici a VI 18, 5 danno solo • ifi? fi'ùoetfj*;
lftc>o>Ta et cetcra '; ma Guarino aveva la consuetudine di scriv'-»' v»
i»i». 1.. iu« •ooi oemplari i passi greci solamente accennati. SABBAI) INI.
citum religio tollat: te auctorem et e. (il cod. non pun- teggia; commode al
luog^o di quomodo in rasura; ignoro in rasura). F. 5 (I 4, 2) Guarinus: qui nunc
populi nomine, re autem vera sceleratissimo latrocinio. Si quae conabun- tu^
agere satis mihi provisum (i) est et e. (il cod. non punteggia; mihi in ras.).
F. 6v (I 7, 4) Dominus Guarinus manti sua or din a- vit prout infra: Quare ea
que scribam sic habeto me cum ilio re saepe communicata de ilUus ad te
sententia atque auctoritate scribere: quoniam senatus consultum nu^^um extat:
quo reductio regìs alexandrinitibi adempta sit: eaque quae de ea re (2) scripta
est auctoritas. cui scis intercessum esse: ut ne quis omnino regem re- duceret:
tantam vim habet ut magis ìratorum homi- num studium quam constantis senatus
consilium esse videatur : arbitror (3) te perspicere posse : qui ciUciam
cyprumque teneas quid efficere et quid consequi pos- sis et e. (il cod. non
punteggia; ha quoniam in ras.; omette re, arbitror ed et). F. 8 (I 8, 6)
Guarinus: Id quocumque (4) sentiam. sed utilitate mihi me ipsi satisfacere non
possum et e. (il cod.: quecumque [in ras.] sentiam sedulitate [^^« 'n ras.] in
me ipsum [corr. in mihi met ipsi]\ in marg. (l) mihi pro\ ì-^x^m] '-nprovi'^vm
coàd. {2) re m?nca nei codici e fu recentemente congetturato dal Mendels- sohn.
(3) arbitror manca nei codici. (4) lezione di G R. r. — CICERONE. 65 * id
quecumque sentiam et e. ' hec littera nusquam ha- betiir correda). F. IO (I 9,
15) (7«^r/'«wj; Impunitatem scelerum sen- tentiis assecutus : qui cum tyrannus.
p. lentulo consule poenas a sedicioso cive et e. (il cod. assequutus; T. annius
in ras.; lentulo fu poi cancellato; omesso consule), F. 14V {II 8, i) Guarinus:
mehercule iniuria. 7co>.UTt- xojTepov (idest urbaniorem) enim te adhuc etc.
(il cod. nec hercule iniuria ***** enim te adhuc; poi fu col- mata la lac. con
TcoliTtxoTepov yàp). F. 15V (II 12, i) Guarinus: Quinquatrus dies solem- nis celebratus
sic dictus : quod quinque ab idibus die- rum sit numerus. In quo atrus nihil
praeter supple- mentum (i) affort. F. 25 V (III II, 2) Guarinus: Verumtamen est
maie- stas et si illa (2) voluit ne in quemvis impune decla- mari liceret et e.
Guarinus: Verumtamen est maiestas et Sylla voluit ne in quemvis impune
declamari liceret (da qui innanzi non cito più la lezione del codice, che è
contaminata e senza valore; il suo testo deriva da P e fu qua e là emendato con
un codice affine al Bodl. Canonie. 210 sec. XV). F. 37 V (V 10, i) Guarinus
manu propria scripsit :^\' (1) ( ioc UH huffls (2) cui ftulla Mt et hic bilia
A', i'i o dibpcrato, dove Guarino tentò due emendamenti. (3) limitu M. R.
Sabbadini, Ttsti Ialini, S* 66 ti. SAÉBADIM. F. 46 (VI 6, 9) Guarinus: et in
communi re p. ci- vem summum (i) : tuae aetatis vel ingenio vel gratia vel fama
pò. ro. parem non posse te habere. prohibere r. p. diutius nollet. hoc temporis
potius esse aliquando beneficium quam iam suum. F. 46V (VI 7, i) Guarinus
:^Siva cum commentum (2) scripturae littera toUatur: stultitia famamultetur:
meus error exilio corrigitur. F. 56V (VII 18, 20) Guarinus ita manu propria
scrip- sit: Psaesta confortini, et palimpsesta confortini recocti. F 60 V (IX
2, 5) In epistolis Guarini (3) ita iacet : Modo nobis constat illud una vivere
in studiis nostris a quibus antea delectationem : modo solatium peti- mus (4).
Nunc vero etiani salutem non deesse si quis adhibere volet non ut architectos
verum edam ut fa- bros ad aedificandam rem p. potius libenter accurro. Sin
autem nemo (5) utetur opera mea: tamen et seri- bere et legere pollicear (6).
F. 61 (IX 3, 2) Guarinus: Y>.auxa eig àO-vivaq idest noctuam ad athenas. F. 62 (IX 8, i) Guarinus in
episto/is suis: etsì mìnus flagitare quam quis ostenderet : ne populus quidem
solet nisi concitatus: tamen etc. F. 67
(IX 20, 2) alle parole ' aliquid intelligat ' se- (1) cui vis summorum M. (2)
nam commentum G. (3) Vale a dire nell'esemplare guariniano. (4) modo petebamus
codd. (5) accurrere si nemo codd. (6) politias (— ^jroXiTEias) codd. r. —
CTCnERONH. éj gue nel codice una lacuna per il greco; di fronte in margine:
no;i est apud Guarinum. F. 67 (IX 21, 2) Guari fius manu propria signaviti
papirius (i). F. 81 (X 2>2y 3) ^' Guarinus propria manu scripsit prout infra
: lUi misero quiritanti ci vis romanus sum (2). Quiritare populum invocare : a
quiritibus implorandis dictum. F. 81 (X 32, 3) Auctionum idest venditionum pu-
blicarum: que et subastationes dicuntur. Guarinus
ut supra. F. 104 (XIII 15, i) Guarinus manu propria in codice suo scripsit
prout infra iacet. Sed meum nunquam ani- mum intra pectora suasit (3). F. 104V
(ibid.) dopo ' clamitatis ' lacuna nel codice: apud Guarinum non est. F. 104V
(XIII 15, 2) Guarinus: idest adi sapientem qui sibi sapiat nihil. — Guarinus:
idest at ante ac retro. — Guarinus : idest semper agere optima et summum
existere aliorum (4). F. 137V (VIII II, 1) Guarinus: Prevaricator malae fidei
patronus qui vel r?niv.M^ profiitura oinittat : vel nocitura dicat. Dai sag-g-i
citati scorgiamo che il codice di Guarino derivava dal Mediceo; che sui margini
del proprio esem- (1) papuufl codd. (2) romanus Datus kum codd. I critici
moderni vorrebbero espungere natus tum. (3) Traduzione del passo greco dXX'
ifiòv o^ctott. (4) Traducioni dei passi greci. 68 ^* SABBADINI'. piare aveva
tradotto i passi greci e illustrate le parole difficili; ma le sue emendazioni,
meno un paio, sono infelici e violentano troppo il testo. Alla fine delle
Epistole f. 133 il correttore ha tra- scritto cinque versi mnemonici gram
maticali di Guarino: Guarrinus de his que faciuiit accusativum pluralem in is. Saepius is finit pluralem
tertia quartum Quum tenet is rectus similem formando secundum. Pluralesque vel er. ns.
coniungitur r. s. Navis. tris, imbris. pontis sic dicito, partis. Rarius is finit reliqua. plus pluris. lis quoque
litis. Non crediamo che questi versi appartenessero a un' opera maggiore di
Guarino, ma che siano stati da lui occasionalmente scritti sul margine dell'
esemplare delle Epist. fam. Proponiamo da ultimo un quesito. Al f. 126 (XV 17,
2) il nostro codice ha : quamquam ****** amisimus; nella lacuna fu poi scritto:
xpóawTcov xaT^òv xai aÒToaipsTÒv; e in marg.: In vetustissimo codice sic iacet:
quanquam faciem civitatis amisimus. Ibid. § 4: si ****** fueris; poi nella
lacuna : apj^eTocj %Ckm. E in margine : In vetustissimo codice iacet : si
invacuus stu- diis fueris. È certo che faciem civitatis traduce ^pócwTuov
tiÓXswc, il testo greco che va restituito nella prima lacuna; e invacuus
studiis vuol tradurre àx£vó(77i;ouBo(; dell' altra lacuna. Ma che pensare del
vetustissimus codex ? Sarà stato un codice umanistico scritto littera antiqua?
I. — CICERONE. 69 Epistulae ad Atticum. Le Epistulae ad Atticum comprendono
nella tradi- zione manoscritta anche i due gruppi minori ad Brutunt e ad
Quintum fratrem. Questa silloge epistolare ri- sale a due archetipi, l'uno
transalpino, l'altro cisalpino. D più autorevole rappresentante dell' archetipo
tran- salpino era il codice adoperato da A. Cratander per la sua edizione delle
epistole ciceroniane uscita a Ba- silea nel 1528. E non solo il più autorevole,
ma anche il più completo, perchè ivi della collezione ad Br., oltre le lettere
del cosiddetto libro I, erano pure le sei del cosiddetto libro II. Scrive
infatti il Cratander nell'edi- zione succitata: ' Hanc et sequentes quinque
(cioè le sei del cosiddetto libro II) epistolas ad Brutum, quod a ciceroniana
dictione abhorrere non videbantur et in vetusto codice primum locum obti- n t,
nos haudquaquam praetermittendas existi- niavinius '. Questo codice, purtroppo
perito, veniamo a conoscere ora dal Commentar ium del Niccoli (sopra p. 6, g)
essere appartenuto al monastero di Fulda (0. S'apriva con la silloge ad Br. e
si chiudeva con quella ad Att.: fra 1' una e l'altra stava certamente anche la
silloge ad II Cratander ebbe molti codici per (1) Le informazioni sui codici dì
Fulda provengono da Poggio nel periodo del concilio di Costanza. Cosi vediamo
anche come avesse un (ondo di verità la notizia, trasmessa da Vespasiano Bisticci
e da Flavio Biondo, intomo all' Epistolario ad Att» scoperto in quel tempo da
Poggio (R. Sabbadini, Le scopar'- '- -■*:-' - ^~ ;' 70 R. SABBADim. mezzo dì
Giovanni Sichart; e probabilmente il nostro ciceroniano era fra essi (i). Ma
noi qui ci occupiamo esclusivamente dell' arche- tipo cisalpino, il quale alla
sua volta si suddivide in due famiglie, Tuna designata con il, l'altra quella
che mette capo a M. Il capostipite di 2 non ci rimane, dovechè dell'altra
famiglia è M stesso capostipite (2). Il corpo ad Att, fu scoperto la prima
volta 1' anno 1345 nella biblioteca Capitolare di Verona dal Pe- trarca, che se
ne trasse un apografo; più tardi (nel 1392 o 1393) dall' archetipo veronese
venne allestito, intercedente Pasquino de Capelli, un altro apografo per
Coluccio Salutati, il quale insisteva nel dichiarare che si trattava
dell'archetipo veronese (3). L'apografo del Petrarca è perduto, l'apografo
allestito per il Sa- lutati è M, oggi codice Laur. 49, 18. A questi fatti (*)
accertati ha tentato di toglier fede il Sjògren (4), il quale sostiene che M
non è gemello dell'apografo petrarchesco, ma che deriva da un altro archetipo.
Suppone perciò l'esistenza a Verona di due (1) P. Lehmann, Johannes Sichardus,
Miinchen 19 12, 146; ' inter quos (codices), scrive il Cratander, non paucos
ncque paenitendos nobis commu- nicavit Io. Sichardus, veterum monimentorum
conservator diligentissimus '. (2) Suir argomento vedi il lavoro fondamentale
di H. Sjògren Com- mtntatwnes Tullianae, Upsaliae 19 io. (3) Epistolario di C.
Salutati :* cura di F. Novati, II 39!, dell'anno ■39«. (♦) Comparve la prima
volta in Rivista di filologia, XXXVIII, 19 io, 591-93, dove riferii sul libro
del Sjògren. (4) op. cit. 39-43- I. — CICERONE. 71 codici antichi, fondandosi
specialmente sulle diver- g-enze fra il testo di M e quello del Petrarca.
Anzitutto per supporre in Verona l'esistenza simul- tanea di due esemplari di
un testo cosi raro, ci vuole un certo coraggio; e si aggiunga che quei due
esem- plari avrebbero dovuto trovarsi nel Capitolo del Duo- mo, perchè a Verona
due sole erano le biblioteche medievali: del Capitolo e del monastero di S.
Zeno (i); ora il catalogo di S. Zeno, pubblicato recentemente (2), in materia
di classicismo può paragonarsi alle steppe della Siberia o al deserto del Sahara.
D' altra parte quanto alle divergenze del Petrarca (già rilevate da C. A.
Lehmann Df Cicerofiis ad Att. epist. recens. et emend. 165-173), bisogna
conoscere un po' la storia dell'umanesimo e ricordare che per trovare un
copista intelligentissimo e scrupoloso è necessario saltare dal Petrarca al
Niccoli: ma anche costui si permetteva di introdurre nei testi le proprie
correzioni personali; bi- sogna ricordare che il primo vero critico che
s'accosta al modello vagheggiato dai moderni fu il Poliziano, sulle cui
testimonianze tuttavia non sempre si può giu- rare. Il Petrarca non è un
critico, bensì uno scrittore geniale, che dove s' imbatte in un passo senza
senso, lo accomoda di suo violentemente: e talvolta con fe- lice intuito. Alle
citazioni petrarchesche dalle Epist. ad ^abhadioi, Li scoptrU dti codici latini
t grtci 94. Il A. Avena, Guglielmo da Pastrtngo t gli initi dtlVumantfirno ,»
Verona 65 (in Atti dell'Accademia d'agr. se. lelt. arti di Verona Vllg 1906).
fi R. SABBADINI. Att. note al Lehmann agg-iungerò la seguente (*): « Venio ad
Pyraea, in quo magis reprehendendus sum quod homo ro- manus Pyraea scripserim,
non Pyraeum, sic enim omnes nostri lociiti ■unt, quam quod addiderim . in . ;
non enim hoc ut oppido preposui ■ed ut loco; et tamen Dyonisius noster et qui
est nobiscum Niceas Cous non rebatur oppidum esse Pyraea. Sed de re videro.
Nostrum quidem si est pecca tum, in eo est quod Jìon ut de oppido locutus sum
sed ut de loco sccutusque sum non dico Cecilium: mane ut ex portu in Pyreum,
malus enim autor latinitatis est, sed Terrentium cuius fabelle propter
clegantiam sermonis putabantur a C. Lelio scribi : heri aliquot adole- scentuli
imus in Pyreum ». Et post panca: « Sed quoniam grammaticus es si hoc mihi
grecum (i) persolveris, magna me molestia liberaris ». Cicero in 7° cpistolarum
ad Atthicum (VII 3, io). Et tum in 8** statini: « vel ad capuam inquit vel ad
luceriam iturus putabatur etc. >. Idem Cicero {ad Att. Vili 3, 7). Dei due
passi a noi importa quello del libro VII. In primo luogo il Petrarca applica la
propria ortografia, omettendo i dittonghi (eccetto in Pyraea) e scrivendo
Pyraea, Dyoiiislus, Niceas^ autor, Terrentium, Atthicum; secondariamente muta
de reo in de re, e cum imus in imus-, giusti o no i due mutamenti, a lui davano
un senso; da ultimo eseguisce tre geniali emendazioni: cui quod] quam quod;
addiderim] addiderim in; noster qui] noster et qui. Chi non vede dinanzi a se
vivo il Petrarca ? Ne questa è la sola nuova citazione diretta dal cod. (*)
Comparve la prima volta in Giornale storico della Ietterai, ital. XLV, 1905,
173. La citazione proviene dal famoso Virgilius Ambro- siano del Petrarca f.
52V; essa serve a illustrare uno scolio di Servio sulla costruzione locale dei
nomi di città. (i) Il Petrarca non conosceva il greco e perciò saltò la parola.
I. — CICERONE. 73 Veronese; ne abbiamo un'altra (i) trasmessaci da Gu- glielmo
da Pastrengo, quel valentuomo che tanto squa- dernò i codici capitolari di
Verona. Scrive egli dunque: « Poema quod ad Caesarem (Cicero) institnerat incidisse
(2) se dicit > (Cic. ad Q. fr. IH ! . 1 1 >. Ciò riconduce alla lezione
del Veronese: poema ad Caesarem quod institueraìu incidi, lezione che ha a sua
difesa la ragione diplomatica e 1' uso ciceroniano. M^ in luogo di institueram
dà composueram. Quando il Ve- ronese pertanto fu veduto dal Pastrengo, aveva la
lezione originaria; quando fu copiato in M, un lettore vi aveva sostituito
composueram. Anche questo spande un po' di ombra sulle testimonianze di J/ e
indi la necessità di riscontrarle con Z. La lezione composueram passò sul cod.
Beri. Hamilton 166 copiato da Poggio nel 1408: M^ ristabilì l'originario
institueram. Divulgazione dell' Epist. ad Att. (*) Sulla divulgazione in Italia
delle Epist. ad Att. ha comunicato ampie e utili notizie O. E. Schmidt (3), non
senza però errori e lacune (non dissimulate quest' ul- (i) Cfr. R. Sabbadini,
Lt scoperte dei codici 18. <2) mifirse rc<lÌ7.ionc; nitidisae-^inciJisse
i cwld. Vaticani. (•) Comparve la prima volta in Museo di nntichitìi cLisa. UT,
iSSi», 3«3-337 (\) Die handsckriflUche l'eheriit/erunji dcr Hricfe Ciceros an
Attt(u,s, ''. ('iifro. Af. /ìrutNs
in Jtalien, mit vier Ta/ein;\je\\iTAg 1887. Estratto \hhandlungen der
phUologitch'kistorisehin Cloiti eUr uhiijchcn GtselUckaft dtr WéiUtuckafUn. 74 R« SABBADINI. time dall'autore stesso), (i) che io
cercherò qui, almeno in parte, di correg-gere e di colmare, producendo nuovi
documenti, che non saranno discari ai cultori della cri- tica dei testi. I
manoscritti del Bruni e di Poggio. Poggio si trasse nel 1408 copia del codice
Mediceo XLIX, 18; la copia fu trovata dallo Schmidt(2) nella collezione
Hamilton di Berlino, con la soscrìzìone: Scripsif Poggius anno domini
MCCCCVIII. Egli la suppone fatta a Roma o più probabilmente a Firenze. I.a
prima ipo- tesi è erronea; probabile ma non certa la seconda, come vedremo.
Delle lettere di Cicerone si trovano buoni cenni anche nell' Epistolario del
Bruni; lo Schmidt (3) crede che ivi il Bruni parli ora delle lettere familiari
di Ci- cerone, ora di quelle ad Attico. Questo pure è erro- neo; il Bruni parla
solamente dell'Epistolario ad Attico. Per mettere bene in chiaro la questione
io recherò qualche frammento dalle lettere edite e inedile del Bruni (4). (i)
ib. p. 360. (2) ib. p. 353-354. Cfr. dello stesso Gianfrancesco Poggio
Bracciolini. Ein Lebenshild
aus dem XV Jahrh.^ Separat-Abdruck aus d. Zeitschrift far ali. Geschichte, 1886, VI; p. 14 n. 5. Il Sjògren {op.
cit. 25-29) nega la discendenza del cod. Hamilton da M. (3) Die handschr.
Ucberlieferutig ecc. p. 331. (4) Le lettere I e IV, inedite, mi derivano dai
codici 4 Q q. A. 8 f. 176 sgg., 2 Q q. D. 71 f. 108 della bibliot. Comunale di
Palermo e dal codice 2720 f. 178 dell'Università di Bologna. CICERONI. 75
Leonardus Aretinus Nicolao suo s. d. Fecit michi intercapcdinem scribendi ad te
quottidiana febrii, quatti per viginti continuos dies perpessus fui.... Te
implicitum novis suspica- bar litibus et controversiis carere non posse.... Iin
id. octobr. ex Viterbio [1405]. IL Leonardus Nicolao (X 19). De Epistolis Ciceronis et
gratias ago ingentes et ut ad me illas transtttittas ardentissimc cxopto.... De bibliotheca Papiensi per Luscum nostrum id quod
desideras haberi non potest. Licet enim homo sit eru- ditus, tamen illorum
librorum eruditionem non habet.... Romae [1406]. m. Leonardus Nicolao s.
Volumen epistolarum Ciceronis quod mecum portare nequivi, si tibi commodum, ad
me transmitta« rogo.... (Siena novembre 1407) (1). IV. Leonardus Aretinus
Nicolao s. p. d. Fides tacerdos Ciceronis epistolas fideliter ad me detutit.
Eas nunc lego quottidie eanimque elegantia mirìGce detector, ut etiam
(amiliaribus Tiolcstum hit qao(i Icgendi cupiditatc protractus cenandi tempus
plerun- ,iie obliviscar.... De bibliotheca Papiensi curavi equidem diligenter
ut, quantum librorum >i sit et quid, certior fiam utque Nonius Marcellus
quem Coiucins ha* fjr nunquam potnit meo nomina tran^rribatur. Itrm curavi He
Ciceroni». • riii'i II |iii;i;. i.ukìihi, ( alni, fuppi. ii 4->j. j6 R.
SABBAJDim. epistolis, si forte has mendas corrigere posscmus. Haec ego
stipulatas sum inichi fieri a viro doctissimo atque michi amicissimo episcopo
Nova- riensi et peiinam apposui. Itaque non formido ne promissa ferant venti.,.
XVI kalendas ianuarias Senis [1407]. (v. sopra p. 33). V. Lecynardus Nicolao
(III 13) Bartholomeus (Capra) Cremonensis michi bodic affirmavit se Ciceronis
epistolas ex vetustissima littera reperisse.... Confestim donuim eius vi- sendi
studio me corripui, quo in loco michi ostenditiir volumen anti- quissimum sane
et venerandum. Sed dum avide evolvo ac singula scru- tor, invenio epistolas ad
Brutum et ad Quintum fratrem, eas videlicet ipsas quas habemus, et septem
durataxat ad Atticum libros... Illud satis constat, quas antea habuimus, ex eo
volumine non fuisse transcriptas, cum ibi non plures quam septem ad Atticum
libri, nos vero, ut opinor, quntuordecim habeamus. Nonium Marcellum dicit se in
dies expectare, Pistoni kal. novembr. [1409]. (v. sopra p. 33). Cominciamo dal
fissare le date. La I scritta //// id. octobr. ex Viterbio è del 1405, perchè
la corte ponti- ficia partì da Roma per Viterbo il 6 ag-osto 1405 e ne ritornò
il 13 marzo 1406 (i). La II è del mese d'ag-osto del 1406, perché il Bruni
invita a Roma il Niccoli, affinchè possa liberarsi dag-li imbarazzi che gli
creav^ano i suoi parenti: le vie essere ormai sicure, dopo che il papa aveva
conchiuso la pace col re. Qui il Bruni è a Roma e accenna alle discor-. die che
il Niccoli aveva in famiglia, delle quali parla nella lettera I. Siamo dunque
per lo meno nel 1406. La corte pontificia abbandonò Roma il 9 agosto 1407 (2);
(n Muratori, Rer. ItoL Script. XXIV, Til-^l'^- (2) Muratori ib. 983. CICERONE.
non possiamo andare perciò oltre la prima metà del 1407. Del resto il Bruni
accenna alla pace fatta dal papa col re; si tratta della pace con Ladislao, che
fu conchiusa nell'agosto 1406 (i): e questa è la data della lettera. La IV ha
la data : XVI kalendas ianuarias Senis, L*anno è il 1407, perchè la corte
pontificia lasciò Siena il 23 gennaio 1408 (2). La V, in data: Plstorii kal.
nov., è del 1409. La corte pontificia infatti fu a Pistoia nella seconda metà
del 1409, di dove parti per Bologna il 12 gennaio 1410 (3). Dell'Epistolario di
Cicerone si parla nelle lettere II, III, IV e V. Dalla II risulta che era stato
incaricato il Loschi di cercar codici nella biblioteca di Pavia; i codici
cercati erano quelli di Nonio Marcello e del- l' Epistolario di Cicerone, come
si deduce dalla lettera IV. Finalmente le pratiche ebbero buon esito, non si sa
per Nonio, ma sicuramente per Cicerone (lettera V); infatti il Capra potè avere
un codice, certo da Pavia, delle lettere di Cicerone a Bruto a Quinto e dei
primi sette libri ad Attico. wSu ciò non cade dubbio e io sono d'accordo con lo
Schmidt; ma non sono d'accordo con lui sull'Epistolario di Cicerone, che nelle
lettere II e III il Bruni domanda al Niccoli e che il Niccoli gli spe- d isce
effettivamente nella lettera IV per mezzo del pret<* F<'f^»' Tu (im-stì
fhi«* < cniii lo S(hniidl vuol ve- li) Mui.Hor; :!). 'j.'^(>. (a) Leon.
Arrtinf, Ff^irt. IT, 15, 2\', Muratori, Rer. hai. Script. XV, 421. 7^ R. SABBADim. dere l'Epistolario
di Cicerone ad familiares. E qui sta r errore. Il Bruni aspettava dalla
biblioteca di Pavia r Epistolario ad Attico: si forte HAS mendas cor viger e
possemus (lettera IV). Queir HAS indica che egli aveva tra mano il codice ad
Atticum. Ma c'è di meglio. Nel- l'atto di ricevere l'Epistolario di Cicerone
mandatogli dal Niccoli (lettera IV) egli parla di esso come di un libro nuovo
per lui: eas nunc lego quottidie eartimque elegantia mirifice delector, ut
etiam familiaribus mole- stum sit quod legendi cupidate protractus cenandi
tempus plerunque obliviscar; mentre è certo che 1' Epistolario ad familiares
gli era già noto. E di vero la prima frase della lettera I: fecit michi Inter
capedinem scribendi la deve avere attinta da Cice- rone ad fam. XVI, 21, 2 e
non altrove, perché essa è un ocTua? e2pY][i.évov. Ciò dimostra come il Bruni
sin dal 1405, vale a dire avanti la morte del Salutati, cono- scesse
l'Epistolario di Cicerone ad familiares. Prendiamo un' altra lettera del Bruni,
I, 8 (i). In essa troviamo questa frase: ut nunc amare ipsum videar, prius
autem solummodo dilexisse; cfr. Cicer. ad fam. IX, 14, 5 ut mihi nunc denique
amare videar, antea dilexisse. Anche qui è presupposta la conoscenza dell'
Epistolario ad fam. La lettera, in data 5 settembre, stando al posto che occupa
nell'Epistolario, sarebbe del 1405; ma non può esser questo 1' anno. Il
Wesselofscky (2) giusta- (i) ed. Mehus. (t) Giovanni da Prato, // Paradiso
degli Alberti, ed. "Wesselofscky, Bologna 1867, I, 2, p. 209. I Dialogi
del Bruni furono composti nel 1401, perchè in essi, lib. I, si dice: qui
[Ludovicus Marsigli] ab hinc i. — CICERONE. 7^ mente la fa del 1400, perchè la
Laudatio florentinae urbis, di cui ivi parla il Bruni, è già ricordata nei Dia-
logi ad Petrum Histrum, che furono composti nel 1401. Io poi
ag"g"iungo che la lettera, la quale nel Mehus manca della
designazione del luogo, in alcuni codici (i) ha la data: ex Villa Lezanichi o
Lezeanichi o Lonzanichi. A Viterbo, dove nel 1405 stava il Bruni, non pare che
si trovi una località che corrisponda alla Villa Lezanichi; ne dall'altra parte
è probabile che nel tempo in cui la corte papale stava a Viterbo il Bruni
avesse agio di villeggiare. Verisimile è invece che il Bruni si tro- vasse in
villa nel 1400, che fu anno di peste a Fi- renze (2); tanto più che la Villa
Lezanichi potrebbe corrispondere al nome moderno Lancenigo, un paese in quel di
Treviso (3). annis septem mortuus est. Il Marsigli morì nel 1394. — Nel libro
II si legge: ut saepe mihi veniat in mentcm eius quod est a Leonardo dictutn in
orationc illa, qua laudes l'brenlinae urbis accuratissime congessit. Questi due
Dialogi sono stati pubblicati contemporaneamente da Karl Wotke {Leonardi Bruni
Aretini Dialogus de tribus vatibus Jiorentinis, Prag, Wicn, Leipzig 1889) e da
Giuseppe KÀmtr {I Dia iogi ad Petrum Histrum di Leonardo Bruni, Lìv omo 1889).
L'cdiiione del Kirner oltre al testo cn'i^'io IH) opportuno apparato critico e
note storiche e let- terarie. (i) Naziunulc di Palermo VII, B 1 1 f. 8;
Comunale di Palermo 4 Q q. A. 8 f. l^'Ov \f,^r,ll.,t, ■/•,.,/, ,\,-\V
IT.uviM.;if;'. ,\x \\,^,.a^^■y VII!, P- 373- il) Cfr. Giornale slvrtco della Le
Iter. ttal. V, p. 148- 1 51. (3) Veramente nella lettera II, 4 (ed. Mehus) il
Bruni parlando della itetia ÌAtudatio dice: quam nuper edidi; e questa lettera
ha la data: Romae X kal. ianuarias [1406]. Ma ww/rr qui va preso in lenho
hirgo. Vedasi riiuseppe Kirncr, Della Laudatio urbis J'iortnttnae di Leonardo
^O R. SABBADINI. Se effettivamente la lettera è del 1400, sin da qué- st' anno
dunque il Bruni conosceva V Epistolario di Cicerone ad /am., cioè sei anni
avanti la morte del Salutati. Questo significa che l'Epistolario ad /am. era
stato dal Salutati messo in circolazione assai prima di quello ad AU., che
entrò nel commercio letterario solo con la morte del suo possessore (i). Appena
infatti tre mesi dalla morte del Salutati il Niccoli dà notizia al Bruni del
codice ad Att. (lettera II) e poco più di un anno dopo glielo manda a Siena,
dove arrivò alla metà del dicembre 1407 (lettera IV). È ovvio supporre che il
Niccoli abbia mandato al Bruni il codice, affin- chè fosse trascritto o da lui
stesso o da Poggio. La curia romana nel gennaio 1408 passò a Lucca e vi si
fermò tutta la prima metà dell'anno. Poggio fu a Fi- renze nella seconda metà
del 1408 e nei primi mesi del 14Ò9 (2). In quella seconda metà del 1408 può
aver tratta la nota copia dell' Epistolario ad Att.; ma Bruni, Livorno 1889, P*
6> ^ P^^* ^^ ^^ta definitiva del 1400 F. P. Luiso, Commento a una lettera di
L. Bruni in Raccolta di studi cri- tici dedicata ad A. d'Ancona, Firenze 1901,
85-95. (1) Però qualche intimo potè vedere il codice anche prima della morte
del Salutati. Cosi F. Zabarella cita Cic. ad Att. X 8, 8 in una lettera al
Salutati del 1400 {Epistolario di C. Salutati IV, II p. 353) e il beato G.
Dominici nella Lucuta noctis (par R. Coulon 69) compo- sta l'anno 1405 reca
questa citazione; * Quid enim melius quam memoria recte factorum et libettate
contentum negligere humana, pruut scrìbit Marcus Brutus Ciceroni (XXIV (I 16)
9). (2) Leon. Arretini, Epist. III, 4, 5, X, 13, III, 7. Nei primi di luglio
del 1408 era ancora presso la corte pontificia, come ha dimostrato A. Medin in
Giornale storico della letteratura italiana, 1888, XII, 3, p. 355. I. —
CICKRONK. 8l non è esclusa la possibilità che la abbia fatta negli ozii di
Lucca. Anzi ciò è probabile, perchè appunto in Lucca nei primi mesi del 1408 lo
troviamo occupato in trar copie di codici, come risulta dalla seguente lettera
inedita del Bruni al Niccoli (1): Nunc vero ?.d l'bros, de quibus micbi per
tuas litteras significasti. Est roichi inter cetera gratissimum Aristotelis volumen,
quod te habuisse iciibis; et si me amas foc ut quanto citius fieri potest michi
illud trans* raittas. Nam cura in ethicis per hoc tempus satis bonam operam po-
saerlm et minfice eorum lectio studiumque delectarit, cupio iam et phy- sica
legere et Aristotele duce naturam perscrutari. Quare de beato Ba- silio statuas ut vis, nichil enim
urgeo: de physicis vero non modo urgeo veruTi ct!am infesto, ut celeriter michi
transmittas. H's diebus habui quasdam Ciceronis orationes: prò Balbo, prò
Sestio, prò Caelio, in Va- tinium, de responsis haruspicum, de domo sua ad
pontifices et alias quasdam, quas omnes licet apud vos Florentiae viderim,
tamen nonnichil lucri fore pu*avi si per nos h'c transcriberentur. Itaque Poggiui stbi hanc
provinciam assumpsit et magna ex par- te opui iara transegit. Ali:i non sunt quae calamo explicari aut litteris
committi velim. Tu cura ut valeas. Ili kaicndas aprilis ex Luca [1408]. Il
manoscritto di Guglielmo De Bechi. Lo Schmidt dall' osservare chtj il codice
Mediceo XLIX, 18 è mutilo in fine alle parole non sententur magnam (2), mentre
la copia di Poggio è intera, de- duce che la tradizione italiana, mancando di
quella la- (1) Cod. Comunale di Palermo 4 Q q. A. 8 (. 184. Nel cod. forma la
seconda parte della lett. II, i dell'ediz. Mehus; nell'edizione termina alle
parole proli.xtttn impltolur. >2} ( ur,. ad Alt. XVI, 16 B 8. K. lASkAiiiNi,
Tuli Ialini, 6w Ò2 R. SABBADI^l. cuna, deriva dalla copia di Pogg-io (i)
anziché da quella del Mediceo, e afferma che di copie direttamente de- rivanti
da esso non se ne conoscono che due: quella di Poggio e quella del Barbaro (2).
Io ne posso in- dicare una terza posseduta da Guglielmo De Bechi fiorentino,
nel tempo che era vescovo di Fiesole (1470- 1480 (3). Ecco la descrizione di
questo codice (4). Ifem alius liber mediocris forme qui dicitur Epistole
Ciceronis ad Aticum. copertus corio rubeo cum suis requisitis. cuius principium
est: Clodius tribunus. (5) finis vero: non ser- ventur magnam (6). Questo
codice come si vede combinava nel principio e nella fine col Mediceo. Il
manoscritto di Francesco Barbaro. Della copia tratta dal Barbaro si parla in
una let- tera del Traversari (7). La lettera è del 1416. Infatti chi la
confronti con la precedente (8), la troverà po- steriore ad essa di tre giorni.
La precedente è del- l'ultimo febbraio 141 6, perchè ivi si annunzia l'entrata
in carica nel di seguente 1° marzo di Cosimo de' Me- (i) op. cit. p. 364. (2)
P. 378. (3) Ughelli, Ital. sacra III, p. 262. (4) La descrizione nel cod.
Laiir. Ashbumham 1897 f. 71. (5) ad Brut. VI (I i) i. (6) ad Att. XVI, 16 B 8.
(7) VI, 6. Is (Nicolaus) niittet Ciceronis epistolas ad Atticum, quibus noster
Manuel restituii graecas litteras; v. sopra p. 40-42. (8) VI, 5. r. — CICERONE.
83 dici come priore. E Cosimo fu priore dal i* marzo al 30 aprile 141 6 (i). 11
manoscritto del Barzizza. Del suo codice ad Att. Gasparino Barzizza parla in
quattro lettere. Di due (2) non si può stabilire la data, un'altra è del 141 1
(3); ma di ben maggiore entità è la quarta (4). In essa il Barzizza manda
TEpistolario ad Att. al Giuliano. La lettera presuppone vivo il fra- tello del
Barzizza, che morì nell'ag-osto 14 io (5); siamo dunque anteriormente a questa
data. Ma possiamo scendere ancora di qualche anno. Ivi è detto che il fratello
del Barzizza aveva per mezzo del Giuliano e del Vettori ottenuto il posto
desiderato. Per quel posto il Barzizza lo raccomandò anche a Zaccaria Trevisan
(6) con una lettera che è certo del 1408, perchè vi si parla del recente
ritorno del Trevisan dall' ambasciata presso Gregorio XJI; dico anzi della
prima metà di quell'anno, perchè il Trevisan, qui presupposto a Ve- nezia, andò
in queir anno stesso podestà a Verona (7). Perciò anche la lettera sopradetta
al Giuliano è del 1408. (i) Modesto Rastrelli, Priorista fiorentino, Firenze
1783, p. i5«\ (2) ed. Furìetto I, p. 194, 208. (3) ib. I, p. 113. (4) Balutiiu,
Miscellan. Ili, p. 166. (5) Biirzizii, F.pist. ed. Furietto I, p. 100. (6)
Mittarelli, Uiòtioth. S. AUekaelis ecc. p. 437. (7) Biancolini, Strìi
tronoiosifo dti vtittvi $ governatori di Vironm^ P ?.. 84 &. SABBADINi.
Della lettera poi al Trevisan reco alcuni passi im- portanti (i): Ariitoteles
ille, qui ut apud Ciceronem (2) tuum legis huic arti plu- rima adinmenta atque
ornamenta sumministravit, in illis suis methodis ascriptis Theodecto nobis
tradit * non esse artis opus persuadere sed vi- dere existcntia persuasibilia
circa unumquidque, sicut et in aliis artibus. Non enim est medicinalis
sanitates effc'cere sed usquequo contingit ad hoc perducere; est enim et eos,
qui non possunt recipere sanitatem, ta- men medicari bene ', ex quo tritum iam
proverbium est: ncque medicum semper sanare neque oratorem semper persuadere.
Quid ipsum eloquen- tiae fontem dicam Tullium ? Potuitne ita persuadere
iudicibus, ut non suus Milo in exilium pelleretur ? . . . . Loquor velut ad
Brutum scribit Cicero : * praesentibus faciliora sunt ' (3). Ipse (cioè il
fratello del Bar- xizza) ad vos accedit. ludicabis igitur prò tua prudentia
hominem ex integritate vitae et doctrina, non ex bis quae extra sunt. Solebat
non- nunquam Cicero in extrema parte suarum recommendationum post multa addere
: ' et si quid ad rem pertinet, homo locuples est ' (4). Ego vero ut aliquando
concludam addo: et, si quid ad rem attinet, profugus, se- eum trahens liberos
et grave onus suae familiae, cui fortunae tenuissimae nulla spes nisi ea quae
propemodum in te uno residet .... Dalle citazioni ciceroniane di questa lettera
si ricava che il Barzizza possedeva sin dalla prima metà del 1408 un codice
dell'Epistolario ad Atticum. Da dove l'avrà avuto ? Da Firenze no, perchè la
copia di Pog-gio è (1) Li traggo dal cod. Vaticano 5223 f. 93, con
l'intestazione: Splen- dido militi ac ci. doctori d. Zachariae Trivisano praes
tantissimo et ho- norando d. singulari; e la firma: tiius ille Gasparinus
Pergamensis amantissimus nominis tui. (2) Cicer. de invent. I, 7 e Aristot.
Rhet. I, i, 14. (3) Cicer. ad Br. XIII (I, 5) 3. (4) ad Br. XVI (I, 8) 2 : cfr.
ad fam. XIII, 13. I. — CICERONE. §5 essa stessa del 1408; e poi di questo tempo
il Bar- zizza non era in relazione con la società letteraria di Firenze. Quel
codice lo ebbe senza dubbio da Pavia, dove il Barzizza insegnò dall'anno 1400
al 1407 (i), nel quale ultimo passò a Venezia e di là a Padova. E nella
biblioteca dei Visconti a Pavia erano per 1' ap- punto alcuni codici delle
lettere ad Atticum (2). Di questa silloge il Barzizza inoltre allestì un' edi-
zione, come risulta da una lettera, pur troppo anepi- grafa (cod. Vatic. 2906
f. 45), della quale reco alcuni passi : Non me fugit, pater optinic, vos
palarti esse .... Sed quorsum hec ? Nam ipsius (Ciceronis) et ad Athicum et Q.
f. epistole iam ad unguera per Gasparinum Pergamensem preceptorem meum correpte
in lucem pro- dierunt; quc certe quante sint eloquentie non meum est laudare
.... Quamobrem has ipsas, quibus ut opt'me nostis careo, lubenter scribi
facerem, sed quo me vertam nescio .... quatenus epistolas ipsas d. Bla- sius
scribat quod unum magnope'e mihi conducet ac bibliotece mee maximiori erit
decori .... Il manoscritto di Guarino. In un discorso di Guarino (3), uno degli
scritti più antichi che ci siano rimasti di lui, si incontrano evi- denti
reminiscenze del gruppo epistolare ad Atticum, (l) Memorit e documenti per la
storia delV Università di PaviOt Paria 1878, I, p. IS4. (a) Gir. d'Adda, -,
^i... .,./...< i hibliograficht sulla libreria Vi- scoHtiO'S/ortesfa del
Castelb di Pavia, Milano 1875, 1879, n. 610, 63S, 857. Clr. iopra p. 77- (3)
OkI .li ^irn:» M VI th f :S. 86 R. SABBADINT. Quel discorso fu recitato a
Verona nella prima metà del 1409 per la occasione che lasciava la podesteria di
quella città Zaccaria Trevisan e la assumeva Albano Badoer (i). Ecco tre passi
del discorso: .... frui iubet et ita iubet ut divinum hominem huic civitati pa-
rentem rectorem gubernatorera quasi de caelo missum amemus venere- mur
amplectamiir. — Cfr. Cicer. od Qnint. fr. T, i, 7 Graeci quidem sic te ita
viventem intuebuntur, ut ... . de caelo divinum hominem esse in provinciam
delapsum putent. .... ut qui in audiendo facilis in decernendo lenis in
satisfaciendo ac disputando diligens et acutus praedicatur. — Cfr. Cicer. ad
Qnint. I, I, 21 adiungenda etiam est facilitas in audiendo lenitas in
deccmendo, in satisfaciendo ac disputando dih'gentia. .... Cum autem
sapientissimi illius Solonis instituto rem publicam duabus in rebus contineri
animadvertisses, praemio inquara et poenis ... — Cfr. Cicer. ad Br, XXIII (I,
15) 3 ut Solonis dictum usiirpem, qui et sapientissimus fuit ex septem .... Is rem publicam duabus rebus
con- tineri dixit, praemio et poena. Questi
indizi non lasciano alcun dubbio che Guarino sin dalla prima metà del 1409
conoscesse le epistole di Cicerone^^ Quintum fr. e ad Brutum; e per conse-
guenza anche quelle ad Atticum. Ora si domanda dove abbia potuto Guarino
venirne in possesso. A Firenze no, perchè ivi andò soltanto nel 14 IO. Nemmeno
a Verona, di dove l'archetipo dovette ben presto migrare in Lombardia (2).
Rimane come più verisimile un terzo caso, che cioè Guarino r abbia avuto o a
Padova o a Venezia dal Barzizza, (i) Biancolini, ibid. (2) Schmidt, op. cit. p.
294-296. I. —CICERONE. 87 e questo potè essere del 1408, nel suo ritorno da Co-
stantinopoli. Il manoscritto deirAurispa. Anche 1' Aurispa possedeva un'
importante copia dell' Epistolario ad Attico; sul qual proposito reco una sua
lettera. Aurispa viro darò et poetae siiavi ci. Antonio Panhormitae s, (i).
Quod per superiores tuas litteras postulaveras, vitam Platonis a Gua- rino
editam ad te mitto. Emi nuper Livii ab urbe condita libros decem scriptos manu
Franciae illius Fiorentini, nomen in Italia quei forma cha- ractcris amplum (2)
fecerat, et qui nihil aliud philosophi habet nisi pau- pertatem, ut et mea de
ilio et tua sententia utar. Sunt hi libri ut pul- chri ita recte et observonter
scripti. Habeo Ciccronis ad Atticum epi- stola»,
codicem perpulchrum, immo ita pulchrum ut in Italia neque pul- chriorem esse
putem neque gratìorem. Epistolae vero sunt completissimae et minus quani ullae
comiptae; inveniri enim solent plerumque incom- pletAe, emendatac vero nunquam.
Scd hic codex, ut superius dixi, omnes sui generis pulchritudine vincit et
emendatione, quamvis emendatissimae non sint. Hos duos codices habcre poteris,
si quinquaginta aureos huc ad me miscris, quos poteris per mensarios, et
Ovidium illum antiquum abs te mihi pron»Ì88um de Transformationibus, quaiy
primum fidum nuntium cui commendare possis inveneris (3). Franciscus Sodarinus
ex Florentia vir clfM|uens et prudcns» scribit ad te litteras, quibus negotium
quoddam suum libi commendata cui homini videor non parum obligari cupioque ab
omnibus et a te praesertim sibi benefìeri v^el, rcctius loquar, per (1) Cod.
Vatic. 3372 f. 8. (2) Le parole nomen-ampluit. ;.,(,.... ,-i...... verso dell'
elegia nella quale l'Aurispa piange la morte del Francia (Bandini Cod. lai. II
p. 185). (3) muneris cod. 88 ■ R. SABBADINT. te. Quare te per opinionem quam
ipse de te perquc spem qnam in te habet oro, ut diligeitcr negotium illiui
siiuin tractes et cum industria; opinatur en'm, eamque ego sibi opin-onem
firmavi, omnia abs te quae ex an'mo tractes facile ab isto ti-.o rege impctrari
posse. Vale tu et me ama ut facis. Si hi duo codices tibi pUicuerint, ego hic
Ferrariae dedam cdicuiKiue ii'sseris aut mensar.'o aut alteri nuntio: receptis
tamen prius quinquaginta aureis et habita spe habe-idi Ovidium; nulìum aliud
ego periculum in ea re volo. Vale item. Ferrariae kal. augusti [1447]. Per
determinare l'anno di questa lettera dell'Aurispa devo riferire un passo di un'
altra sua, indirizzata pa- rimenti al Panormita (i). .... Audi nunc adventus
mei Romam consilium meum, Indignum ingratumque m.ihi videbatur non salutare cum
pontificem, quem clericum sacerdotem episcopum colueram et observaram mutuaque
beni volenti a amplexus ego illum, ipse me fueramus. Eram etiam Romae aliqua pe-
racturus, quae et rectius et citius explebo praesens quam per absen- tiani ....
Est hic Martialis pulcherrimus voluminis parvi, completus et minus corruptus
quam alii inveniri soleant. Eum quidam venalem habet, qxiem tibi offerrem, nisi
putarem decem aureos, tot enim ille pe^it, li- bentius ac liberalius prò nugis
quibusdam muliebribus te daturum quam prò Martiale .... Velim scire an vitam Platonis quam e Ferraria per
Ioannem Carrapham equestris ordinis virum ad te misi receperis .... Romae IIII
kal. martias [1448]. Questa seconda lettera fu scritta dopo l'assunzione al
pontificato di Niccolò V, poiché niun altro che lui può essere significato in
quel papa, che fu conosciuto e praticato da chierico da sacerdote da vescovo
dal nostro Aurispa. Si comprende dal contesto che la ele- zione era recente.
Niccolò V fu eletto nel 6 marzo (i) Cod. Vatic. 3372 f. 9v. I. - CICERONE. S9
1447 (i); la lettera dell' Aurispa è del 26 febbraio. Non possiamo dunque
essere che nell' anno seguente 1448. Fissato quest'anno, noi vediamo che l'
Aurispa chiede al Panormita se abbia ricevuto la vita di Platone di Guarino,
statagli già spedita. Con ciò noi determiniamo l'anno della prima lettera, la
quale pertanto è dell'a- gosto 1447, giacche abbiamo veduto in essa l' Aurispa
spedire al Panormita la vita di Platone. Lasciando stare '1 modo col quale l'
Aurispa mer- canteggiava i codici e non occupandoci dei manoscritti di una deca
di Livio, delle Metamorfosi di Ovidio e di Marziale, dei quali si fa parola in
queste due let- tere, noi veniamo a sapere dalla pri na di esse che nel 1447 r
Aurispa possedeva l'Epistolario di Cicerone ad Attico. Sul vero valore di quel
codice non possiamo portare giudizio, essendosi forse smarrito; stando però a
quello che V Aurispa afferma, doveva essere molto emendato. Egli dice inoltre
che era completissimo. Ciò fa supporre che esso derivi dalla copia di Poggio. E
poi preziosa per noi la notizia, che le lettere ad Attico allora solevano
trovarsi plerumque incompletae; poiché argomentiamo di qui che esse dovevano
trarre origine dal codice Mediceo, che ha come si è veduto (p. 81) una lacuna.
Il manoscritto Ambrosiano A 47 inf. Alla copia di Poggio risale il manoscritto
Ambro- siano A 47 inf., cart. di f. 2 1 2 (numerazione moderna). (1) L. pMtor,
Guchùhtt dtr PàpsU 1 p. «79 '»• «• 90 R. SABBADINI. Il codice comincia senza
intestazione così : Cicero Bruto s. L. Clodius tribunus plebis etc. Dopo le
lettere ad Br. f. 1 1 seg-ue questo titolo : Ad Brutum Epistolarurn liber
secundus primus (sic) expli- cit. Ad Q. fratrem Epistolarum liber primus
incipit. I libri II e III «^ Q. mancano dell'intestazione. Nella disposizione
del lib. II ci è molto disordine. f. 36. Cicero Octavio s. Si per tuas legiones
etc. Le lettere ad Att. cominciano al f. 37V. Mancano e r intestazione e i
titoli dei singoli libri. In fine non ci è la lacuna del Mediceo. Nelle prime
pagine si incontrano i passi greci, che poi furono sem- pre omessi in lacuna.
Soscrizione, f. 2i2v: Expliciunt Epistole Marci tulii Ciceronis ad Atthicum Sub
anno domini MCCCCXLI . XVI mensis Augusti per ?ne Adrianum Petri de Ghen-
dtren. I manoscritti Bolognesi. La biblioteca Universitaria di Bologna possiede
un bellissimo manoscritto, n. 2229, membr. sec. XV, di ff. 201 e 158, che
contiene entrambi gli Epistolari di Cicerone, prima quello ad Att. e poi quello
ad fam. Quello ad Att. alla fine non è tronco. Ha tutti i passi greci. A
Bologna e' era un altro manoscritto delle lettere ad Att. Lo vide nella
biblioteca di S. Clemente, dove portava il n. 145, a Bologna il Detlefsen (i);
io lo ho (i) Jahrbucher filr Philol. und Pàdag. 1863, p. 573. I. — CICERONE. 91
cercato inutilmente nella bibl. Universitaria, dove fu trasportato il fondo di
S. Clemente, come degli altri conventi della città. Doveva essere anteriore al
1446, perchè sui fogli di guardia vi furono scritte due let- tere con la data
di queir anno. *** Dei codici nominati sin qui derivano da M per via diretta o
indiretta quelli di Poggio, del Bruni, del Bechi, del Barbaro, l'Ambrosiano A
47 inf. e il Bo- lognese, e verisimilmente quello dell' Aurispa. Dei co- dici
di Guarino e del Barzizza nulla possiamo affermare di certo. Traggono invece
origine da ^ quello del Ca- pra e altri tre che ora esamineremo: quelli cioè
del Corvini e del Traversari e l'Ambrosiano E 14 inf. Il manoscritto del
Corvini. Dalla lettera di un Candido al Niccoli, del primo quindicennio del
sec. XV, apparisce che Giovanni Cor- vini, segretario ducale del Visconti,
possedeva un E- pistolarum Ciceronis ad Atticum liber veterrimus. Del Corvini
ci occuperemo largamente in altra parte del presente volume. Il manoscritto del
Traversari (*). Attribuisco ad Ambrogio Traversari il cod. Classense 469 di
Ravenna, gemello del Palatino 15 io, senza però che l'uno derivi dall'altro
(i). E fondo l'attriììu- zione sulle note marginali, che qui trascrivo : (♦)
Questo I è nuovo. (1) l'rr !.i (IcAcrìzioDe di questo codice c(r. Sjogren op,
cit. 5. 9S R. SABBADINI. I. Alle parole {ad Q. fr. I, i, 2^^) Cyrus ille a Xe-
nophonte]. Xenophoìi non historiam sed praecepta ini- perii de Cyro scripsit.
IL Alle parole {ad Q. fr. Ili, 5, i) Quod quaeris quid de illis libris].
Scripserat Cicero novem lihros de re p. quos postea admonitus Sallustio mutavit
i/i sex (cfr. ad Q. fr. Ili, 6) sed utinam ht luce essent. III. Alle parole [ad
Q. fr. Ili, 5, 6) de latinis vero quo me vertam]. Semper lathtos codices mendose
fuisse scriptos; de graecis vero semper aliter fuit. IV. Alle parole {ad Q. fr.
Ili, 9, 3) meae lìterae in- terceptae offendant]. Utinam interceptores
epistolarum Basileae comburer entìir. V. Alle parole {ad Att. I, 11, 3) libros
vero tuos cave quoiquam]. Erat M. Tullius lihrornm avidus, sed _ in ea re
cedebat tibi, FlorentÌ7te ! VI. Alle parole {ad Att. II, i, 2) sed et'am piane
perterritum]. Idem Ì7i commentariis Caesaris vere fuit (cfr. Cic. Br. 262 sanos
quidem homines a scribendo deterruit). Sed tu Cicero non parum graece potuisti.
VII. Alle parole {ad Att. IV, i, 5) senatui gratias egimus]. Qua de re oratio
extat. Vili. Alle parole {ad Att. IV, 2, 2) itaque oratio]. Oratio ad
pontifices prò domo sua. L' autore delle g-losse sta a Basilea (IV) ed è co-
noscitore di greco (I, III). A Basilea due soli umanisti, conoscitori del
greco, assistettero al Concilio : l'Aurispa negli anni 1433-34 ^ i^ Traversari
nel 1435 (dal 20 agosto al 6 novembre). Ma la riposta citazione cice- roniana
(VI) fa traboccar la bilancia in favore del Tra- I. — CICERONE. 93 versari. L'
apostrofato Fiorentine potrebb' essere tanto Po^g-io quanto il Niccoli : ma il
fiorentino librorum avidus per eccellenza è il Niccoli, per cui del resto il
Traversari nutriva un'amicizia fraterna. Il manoscritto Ambrosiano E 14 inf.
(*) L'importanza del cod. Ambrosiano E 14 inf. (i) consiste in ciò, che esso ci
trasmise il testo più antico degli epistolari ciceroniani ad AU., ad Q. fr., ad
Br. e in una redazione indipendente dal cod. Mediceo 49, 18, il quale discende
dal Veronese perduto. Ma quanto è chiara 1* importanza del nostro codice,
altrettanto oscura è la sua origine. Tentiamo un po' se ci riesca di giungere a
una conclusione probabile. E cominciamo dal copista. Il copista fu Marco Ra-
fanelli o Ravanelli; egli si firma Marcus deraphanellis scripsit. L'Ambrosiana
possiede un altro codice, E 15 inf., trascritto dal medesimo amanuense. E si
tratta per r appunto di codici gemelli, di due maestosi vo- lumi membranacei,
della metà all' incirca del secolo XIV. Hanno l'identica dimensione (cm. 40 X
27), larghi margini ambedue; ambedue sono scritti su dop- pia colonna e ogni
colonna comprende quaranta righe; ambedue sono splendidamente miniati. Tutto
questo concorre a far credere che il Rafanelli sia un semplice ♦.vrw iMor»* ♦*
'he egli lavorasse por un ]>ors()naggio <*) Comparve la prìma volta in
Athenatum 1, 1913» 13-16. (I) Descritto da C. A. I.«hniani), Dt Cietronis ■ ■'
A" '"/>.'«/> '■t- ttm. tt emind. 20-15. 94 R. SABBADlfifl.
cospicuo, com' è confermato dalla presenza di uno stemma nel frontespizio di E
14: per un collezionista e insieme intelligente cultore degli studi classici,
poi- ché i due codici contengono tutte opere di Cicerone. Eccone 1' elenco
sommario: Opere filosofiche: De of/iciis, Tuscul. Quaest., De nat. d.j De essentia
mundi (Timaeus), De senect., De amie, De divin., De fato, De leg.. De fin., Samn. Scip. Opere rettoriche: De invent.,
Rhet. ad Heren. (in 6 libri)» De orai, e Orai, (mutili) (i), Topica. Orazioni:
Philippicae (in 13 libri, perciò testo mutilo). Epistole: ad Q. fr., ad Att.,
ad Br. (il gruppo ad Br, è dato per intiero, gli altri due in estratto). Come
ognun vede, un' insigne collezione ciceroniana, quale il medio evo non conobbe
e con cui può nel suo tempo competere appena la petrarchesca; tanto più se si
pensa che probabilmente ai due volumi se ne accompagnava un terzo, poi perduto,
con altre ora- zioni, quelle almeno che allora erano alla portata di molti.
Siccome riusci infruttuosa ogni ricerca per identifi- care lo stemma del
collezionista (o fors' anco di un successivo possessore), cosi dobbiamo
abbandonare questo indizio e aggrapparci al copista. Rafanelli o Ravanelli è un
cognome che occorre in Toscana, nella Lombardia, nel Veneto. Un Marcus de
Raphattellis vi- veva a Venezia nella seconda metà del sec. XIV ed (i) Il
frammento à€^Orator dal § 91 alla fine è segnato come libro IV. Fu collazionato
da A. Cima, nel suo commento al -Z)^ 6'r^/<;/'^ della collezione Lòscher,
Torino. I. — CICERONE. 95 esercitava il notariato: si firmava nel 1399: ego
Marcus de Raphanellis de Venetits quondam ser Mathei publicus imperiali
auctoritate notarius et iudex or dinar ius (i). Potrebbe costui esser tutt'uno
col copista dei codici Ambrosiani ? L' età non vi si opporrebbe e nemmeno la professione
notarile, giacche molti notai del secolo XJV coltivarono gli studi umanistici.
Vi si oppone invece la scrittura. L'archivio di stato di Milano con- serva un
atto autografo del notaio Rafanelli, il testa- mento di Luchino dei Visconti,
dell' anno 1399 (2): scritto non in lettera notarile, ma rotonda, in modo che è
lecito istituire il paragone con la calligrafia di un codice. Messe a riscontro
la mano del notaio e la mano del copista si rivelano di due persone diffe-
renti (3). D'altra parte non sapremmo giustificare co- me i due codici fossero
stati copiati a Venezia, dove mancavano le condizioni atte ad alimentare una
cosi insigne collezione di opere ciceroniane. (1) Due fuoi atti rogati in
Venezia negli anni 1388 (anche allora si firmava del fu Matteo) e 1397 in /
àbri covtmtmoriali della repubblica di Vtnetia, III, p. 195, 248. Nel 1366 fu
fatto notaio della curia mag- giore. L' archivio di stato di Venezia conserva
atti originali di lui che vanno dal 1362 al 1409 (R. Cessi in N. Archivio
yctte/oXXV, 19' 3» 259)- (2) Pergamene varie, 7 luglio 1 399, pubblicato
integralmente dall'Osio, Documenti diplomatici, I, 348. (3) Chi volcsRC
arzigogolare e identificare i due uomini dovrebbe col- locare il collezionista
e il copista a Padova, per la qual città non vale che dico di Venezia. Nei
Monumenti dell' Unix'trsita di Padove» Inri-'i tuiii rriiiiTi:iiik( !■ il R
.'ifaiielli. 9^ &. SABBADINf. Sicché bisogna andare in cerca di altri
indizi. Intanto la scrittura e la miniatura appartengono certamente all'Italia
settentrionale; ma chi le volesse circoscrivere alla Lombardia, non urterebbe
in nessuna grave obie- zione. Alla Lombardia e più specialmente a Milano ci ri-
portano altri argomenti. I due codici pervennero in Ambrosiana da^a collezione
di Francesco Ciceri (Ci- cereius), il quale insegnò e visse , a Milano dal 1548
fino alla morte (1). E a Milano dobbiamo supporre che li trovasse, perchè i
fogli di guardia di E 15 conten- gono degli indici spettanti
all'amministrazione del du- cato milanese con la data 1476. Ce lo conferma
l'esa- me dell' epistolario autografo del Ciceri (nel cod. Tri- vulziano 665),
dal quale apparisce eh' egli si faceva venir di fuori solo libri stampati; di
manoscritti non è mai cenno: segno questo che li trovava in Milano. Perciò i
due codici nei secoli XV e XVI stavano a Milano. Per Milano non esiste la
difficoltà che abbiamo espo- sta per Venezia. Milano e la vicina Pavia presero
parte attiva nel sec. XIV al movimento umanistico. Quanto al caso specifico
dell'epistolario ad AU, basterà ram- mentare anzitutto che nel 1409 Bartolomeo
della Ca- (l) Nacque in Tomo (Como) il 1521 e morì il 31 marzo 1596. Fran-
cisci Cicerei, Epistolarum libri Xlly Mediolani 1782, I, p. XIV - XV, XIX, XXV;
V. Forcella, Iscrizioni delle chiese e degli altri edifici di Milano, Milano
1889, II p. V-VI. La sua collezione entrata in Ambro- siana conta oggi
un'ottantina di codici, una metà dei qual' è di origine milanese. i. —
CflCKRON]^. ^7 pra trasse dalla biblioteca di Pavia un volumen anti- quissimum
et venerandum con le epistole ad Br., ad Q. fr., e i sette primi libri ad Att.;
e rammentare in secondo luogo che il famoso bibliofilo Giovanni Cor- vini
d'Arezzo, stabilitosi a Milano sin dal principio del secolo XV, possedeva un
epistolarum Ciceronis ad At- ticum liber veterrimus (v. sopra p. 76 e 91).
Finche altri non troverà di meglio, possiamo dunque ritenere che i codici E 14,
E 15 provengono da Milano. Epìstulae ad Brututn. Dal corpo delle Epist. ad Att.
pare che nel sec. XIV, e fors'anco prima, si sia staccato il gruppo ad Br. e ad
Q.fr. e abbia avuto una tradizione isolata. Consideria- mo anzitutto il codice
Vaticano-Barberino lat. 56 (*). È cartaceo, del secolo XV, di mano transalpina:
f. I Marci tullii Ciceronis incipiunt epistole. Scribit tullius bruto rogans
eum de quodam suo amico qui accusatus erat apud eum. Cicero Bruto salutem. Clo-
dius tr. pi. f . 20v Expliciunt quot potuerunt inveniri epistole tullii per M.
Ni. de muglio vatent egregium. f. 21 Quidam eloquens Ganus de Colle (i)
vulgarem sonettum misit F. Petrarche. (*) Comparve la prima volta in Rendiconti
del r. htit, f.omh. se. e lett. XXXIX. 1906, 387.88. (!) La nofizia so Gano lu
j)iiiMiiit;.ii.i «i.n ìi.h..i>mììi in u tutnn «i^i Petrarca (III 515). Per
Gano vedi L. Frati in Propugnatore XXVI, '*93» l9S-2*6; F. Nevati in /'.
Petrarca e la Lombardia ^ÌAMuo 1904» 2(r, M. Vattaiwo, Del Petrarca e di alcuni
mai amici, Roma iv • i - R. Sabbaijini, Testi latini. 9^ R. SABBADmi. f. 2IV-2
2 vuoti. f. 23 (d'altra mano) Incipit Mac er, Herbarum quasdam. f. 40V Greca
(1' alfabeto greco). f. 43 Chyromantia. Proviene di Francia, come ha notato una
mano re- cente al f. 2y Chartusiae Villae Novae prope Avenionem. Comprende
quello che si suol chiamare il libro I ad Br., più la Epist. ad Q. fr.\ 3.
Quasi identico al Barberino è il codice Augustano 4^ II di Wolfenbiittel (3006
Heinemann), che contiene (i): f. 142 Plinii oratoris atque philosophi.
Incipiunt epi- stole centiim (I-V, 6). f. 174 Marci Tullii Ciceronis. Incipiunt
epistole. Seri- bit tuUio bruto rogans eum de quodam suo amico qui accusatus
erat apud eum. f. 183 Expliciunt quot potuerunt inv entri epistole tulii per M.
Ni. de Muglio vatem egregium. f. 183V Narratiuncula de sojtetto misso a Gano de
Colle ad Francischum Petrarcham eiusque allocutio ad portatorem. f. 184
Incipiunt notabilia d. francisci petrarce de vita solitaria. f. 192 Incipit
liber qui intitulatur sine nomine d. f. Petrarche. Seguono altri estratti. L'
identica materia ciceroniana, il sonetto di Gano e la sottoscrizione di Nicola
da Muglio (2) mostrano (i) Descritto nel catalogo dello Heinemann e da O. E.
Schmidt, op. cit. 99-105. I f. 1-141 costituiscono un codice indipendente e più
recente. (2) La famiglia da Muglio era bolognese. Un * ser Nicolaus quon- dam
lacobi de Muglio curie Bononie ' assisteva nel 1338 a un testa- I. — CICERONE.
4^ che le due sillogi hanno la medesima origline. Il co- dice di Wolfenbùttel
fu scritto da mano tedesca a Co- stanza al tempo del concilio, negli anni
1414-1415 (i). Un altro manoscritto affine era nella biblioteca Vi- scontea di
Pavia. Il n. 622 del catalogo redatto nel 1426 (2) reca: Bruti Epistole ad
Ciceronem voluminis parvi coperti assidibus shie corio, cum certis Alexandri
gestis. Incipit: Ce s a r o p i o Co r n e 1 1 i o s a l u- tem: et finitur: oblitus
est dei. Le Epist. ad Br. erano precedute da alcune lettere di Cesare estratte
dal corpo ad Att. L' indicazione del catalogo: Cesar opio Cornellio salutem si
riferisce alla Epist. ad Att. IX 13 A. Materia affine e la stessa silloge
doveva racchiudere il manoscritto, da cui fu estratto il codice Vaticano 1908,
dove a quattro lettere di Cesare del corpo ad Att. (IX 13 A; IX 14, i; IX 16,
2; IX 7 C), più la (tra- dizionale) \ \t ad Br.y sono premessi i Caesares di
Sve- tonio, col colofone: Scripsi ego Gentilis hunc Suetonium MCCCLXXXVII et
compievi die XXIIII novembrisy quo anno et mense octubris in die sancii luce
dojninus de la Scala perdidit veronam et vincefttiam totamque domi- nationem
suam expugtiante eum cornile virtù domino lom- bardie. Le lettere ciceroniane
furono scritte un pò* dopo mento (F. Novati, La gicvinttta di C. Saluta ti^
Tonno 1888, 32, n. l). Pietro da Muglio, amico del Petrarca e del Boccaccio,
morì nel 1382 a Bologna professore di iiranunatica e di rcttorica. (1) Schmid!
op, cit. io.;. (2) G. d'Adda Indagini s loriche.. suUa libreria
Viscontio-Sforusc: irOÓ R. SABBADINÌ. Svetonio, ma sempre entro la seconda metà
del se- colo XIV. Anche il Petrarca possedeva le lettere di Cesare del corpo ad
Att. (i); ma ci manca il modo di decidere se provenissero dalla stessa silloge
che qui esaminiamo o se le avesse estratte lui dalla sua copia dell' arche-
tipo veronese. Una cosa però crediamo dì poter af- fermare, cioè che il
Petrarca ci ha lasciato una testi- monianza delle Epist. ad Br. divulgate prima
che l'ar- chetipo veronese venisse alla luce. E di vero nella fa- mosa lettera
Sen. XV i {Opera II 948), dov' egli narra le vicende di un codice del Soprano
(Soranzo) coi due supposti libri ciceroniani De gloria, così si esprime: In his
omnibus novi nihil, ut dixi, praeter illos de gloria libros duos et aliquot
orationes aut e pi- si ola s '. Nelle aliquot epistolas non vedo quali altre
lettere si debbano riconoscere se non quelle ad Br. La silloge ad Br. in questa
tradizione ci è arrivata miserevolmente corrotta: non tanto per opera di in-
terpolazioni, quanto per guasti dell' esemplare da cui derivava. Ed ecco un
altro argomento che queste let- tere vissero di lunga vita indipendente, poiché
nessu- no degli apografi a noi giunti mostra anche lontana- mente una
corruzione cosi avanzata. Le lezioni della silloge ad Br. non si riconducono
alla famiglia A, a cui risale il codice Mediceo, ma piut- tosto alla famiglia
2, che discende da un archetipo diverso. (i) P. de Nolhac Pétrarque et l'humanisme^ II ed., n 42. I. — CICERONE. lOr Anche la lettera isolata ad Br. I
i6 nel succitato codice Va tic. 1908 del sec. XIV, si riconduce alla fa- miglia
S; bastino due lezioni: § 4 iiegotii con E contro negotiis di M^\ § 5 locus in
ista civitate nobis con E contro nobis in ista rivitate locus di M. Opere
rettorìche. (*) Le opere rettorìche principali, che ci sono arrivate col nome
di Cicerone, sono cinque: De inventioney detta anche RJietorica vetus;
Rhetorica ad Herennium (di Cor- nificio), detta anche Rhetorica nova; il De
oratore; XO- rator e il Brutus. Le due Rettoriche interessarono molto il medio
evo, ma interessano meno noi, l'una perchè opera giovanile di Cicerone, l*
altra perchè non sua. Le opere veramente fondamentali sono le altre tre : il De
oratore, X Orator, il Brutus. 1 codici di queste tre opere sono di due classi:
gli uni mutili y gli altri integri; il De oratore e 1' Orator ci j)ervennero
per via di entrambe le classi; il Brutus solamente per via dei codici integri.
Delle due classi di codici io farò qui un po' di storia. E comincio dai codici
mutili. Uno dei principali e più antichi è il Harleian 2736 del sec. IX, che
contiene If.' seguenti parti del De aratore: 1, i 128,* 157-194; II, 13-90; 92
alla fine; III, 1-17; 110 alla fine. Ma più importante, specinl'n.tìt.. per la
niiTn..rosa filiazione, (') Comparve l.i prima v.-n.i neU' opuscol.. ..imu/ .//
G asparino Bar^ atta tu Quintiliano e Cieeroutt Livorno 1886, e in Rivista di
fiiologi» XVI, 1887, 97-106. lOZ K. SABBADINI. è V Aòrincensis (238), detto cosi,
perchè si trova in Avranchcs, città francese della Normandia (i). E mem-
branaceo di fogli 60 e comprende il De oratore e XO- rator, mutili. Manca tutto
il libro I del De Oratore e il principio del II, che comincia al § 19. La
scrittura è di una mano del sec. IX, la quale lasciò vuoti il f. 23rv (II, §
234-245) e i ff. 4ii'-43^ (in, § 149-171). Il De oratore termina al f. 5or, il
f. 50V è vuoto. Al f. 5 ir comincia il frammento dell' Orator dalle parole
toque robustius (§ 91) e seguita per otto fogli, fino al § 191; indi c'è
un'altra lacuna, dal § 191 al 251, dopo di che ripiglia sino alla fine, dove la
soscrizione primi- tiva diceva: Orator explicit. L' Orator è scritto da una
mano posteriore, forse del secolo X, la quale colmò le due lacune indicate ai
ff. 2:^^ e 41-43 del De Ora- tore. Il codice fu poi corretto da una terza mano,
del sec. XIII circa, che nel f. 50V annotò: hic deest qua- ternus, e che
credendo che il frammento dal f. 5 ir in poi fosse la continuazione del De
oratore, mutò la so- scrizione finale Orator explicit in Oratoris explicit
liber quartus. Grande è il numero degli altri codici mutili. Il Heer- degen ne
esaminò 37 (2), che contengono il De Ora- tore e r Orator. Tutti questi hanno
le medesime lacune àeVi' Abrincensis, il che fa supporre subito che siano tutti
derivati da quello o direttamente o per via di (i) Descritto da F. Heerdegen :
M. Tulli Ciceronis Orator, Lipsiae 1884, p. v-vni. (2) op. cit. vm-xiv. I. —
CICERONE. 105 apografi. Ma e' è un argomento più valido ancora. L*(9- rator
dell' Abrmcmsis ha 28 volte la nota tironiana che equivale ad autent; orbene,
qualcuno degli altri mutili riproduce ai medesimi passi la medesima nota; altri
al posto di quella nota hanno enim, ciò che si- gnifica che essi derivano da un
apografo, che inter- pretò la nota per enÌ7?i; altri invece hanno a quel posto
ora enifn ora autefn. Questo prova irrefragabilmente che tutti i 37 jodici
tmitili derivano Ad^ùì Abrincensis, S' incontrano qua e là delle differenze
talvolta un poco singolari; ma esse si spiegano facilmente con gli er- rori dei
copisti, con le congetture e le interpolazioni dei correttori. Chi ha avuto tra
mano molti codici non si stupisce di questo che è un fatto comunissimo. Ai
codici mutili dedicò indagini e cure critiche Ga- sparino Barzizza, delle quali
darò notizia. Reco anzitutto una sua lettera a Francesco Barbaro, (i)
Gasparinns suo Francisco Barbaro s. p. Fucrat animus mihi nondum ad te
scribere, ne crebras scripti- tando tibi fierem impedimento, qui maioribus
curis et bonarum ma- gnarumque artinm studiis ac disciplinae dedicatus
intentusque es, ut 5 si dicendo te delectare non possim, interdum saltem
tacendo non fa- stidiam. Verum necessaria simul ac seria res urget. Habeo
Ciceroncm De oratore, bui quid dixi habere me ? olim habui, sed is a me iam
prope quinquennio fugitivus abest et com- pluribus subinde permutatis dominis,
postremo pervenit ad specta- 10 bilem vimm Zacharìaro Trivisantim. Sic ad
alienas semper sedes et (livitum divcrlitur hospitia. (Juae res mihi doloris
affcrt non parum; pcrti mesco enim ac dcspcro ne ìk meos inopcs lare» ut
angustos nolit I < ..'1. Vaticano I—VJ 312') f. 69V; cod. Qucriniano (««Ql
di Brescia cod. di Brera [— BJ di Milano AG IX 43, p. 163. I04 R- SABBADINI.
aliquando subire, magnificis atque delicatis assuefactus domiciliis. Quod iis
saepenumero contigit qui e pauperibus tectis ad regias ad 1 5 potentum atria se
conferunt. Illi siquidem, cum sese fortuna remise- rit, aulas deserere coacti
nonnisi inviti ad paternam fabam sordesque domesticas redeunt. Hunc ipsum
Ciceronem a praefato viro repetas oro atque obsecro et ad me vel ligatum, si
oportebit, transmittas seu ad Christophorum nostrum Parmensem si fortassis
abessem; et si is 20 me pauperem patronum habere dedignatur, polliceor me ei
vel ho- spitem familiarem fore vel cultorem amicum. Praefato domino Zachariae
me quoad poteris carissimum effice quanquam viro amplissimo; at enim parvitatem
fovere magis solet amplitudo, quam abicere. Et eidem referes amicum suura
noluisse 25 prò Andrea scribere, sicuti iam promiserat; indignam enim esse mi-
nimeque iustam rem dicit. Proinde ut Andreas ad alias vertatur vias oportebit.
Tuo et sodali et socio P. Contareno salutes opto, cui prò suarum responso unas
meas destino. Vale, anime mi Francisce. i) Guarinus V, Guarinus Veronensis B. \
2) scribendo V Q. | 3) quod Q. I 4) disciplina F Q. \ 5) delectarem Q. \ non
possum F, om. Q. \ 6) simul om. Q. j 7) hui om. Q. \ 8) prò B. \ fugitivus om.
Q. I io) dominum V Q. \ Zachariam om. V Q.\ i^) quia ad divitum diverterat Q. \
dolores Q. \ parvos Q. \ 12) velit V. \ 14) e om. V Q. I ad regia atria V Q. \
19) Jacobimi nostrum Pergamensem V Q. I abesses B, habebis V Q. | 20) habere
om. V Q. \ dedignaretur F Q. I 21 fore om. B. \ vel om. V Q. \ caleorem B (22)
Zacharia By Z. Q, esse V. \ caris V Q, carum B. \ efficere Q. [23) quam V Q. I
pravitatem B. \ 24-27) Et eidem — oportebit ofn. V Q. \ 24) eadem B. I 25) per
andream B. \ 26) rem] esse B. \ 27) P. B, N. V Q. \ 27-28) cui pro-destino om.
B. La lettera non ha data, ma le si può fissare un ter- mine, giacche Zaccaria
Trevisan, che qui è presupposto vivo, morì negli ultimi giorni del 14 13 (i);
la lettera (1) R. Sabbadini, Centotrenta lettere inedite di F. Barbaro,
Salerno, 1884, p. IO. I. — ciCBXONi:. 105 pertanto non può cadere dopo il 141
3. Ma tutto l'anno 1413 il Trevisan fu capitano di Padova (i); se avesse
esercitato quella magistratura, il Barzizza j^li avrebbe chiesto oralmente 1'
opera di Cicerone; il Trevisan in- vece stava a Venezia; siamo perciò al più
tardi nel 141 2. Partendo da questo termine sicuro e calcolando il quinquennio
che 1' opera di Cicerone era stata fuori, noi possiamo conchiudere che il
Barzizza possedeva un De oratore sino almeno dal 1407. L* esemplare barzizziano
si conserva nel cod. Nazio- nale di NapoH IV A 43, con la sottoscrizione ;
Correo- tus exemplo multoruin codicum antiquorum summo studio ac sutnma
industria adhibita. Gasparinus (2). Dal Barzizza V Orator veniva considerato
come un tutto coi tre libri del De oratore e chiamato il libro quarto; X opera
intera veniva intitolata in vari modi : Orator, De oratore. De officio et
institutione oratoris. In- stitutio oratoria e simili. Verso il 14 15 fa
capolino un nuovo frammento del De oratore. Cosi ne scrive il Barzizza. al
veneziano An- drea Giuhano suo alunno: < Tertio die postquam tristis a te et
Daniele (Vic- turio) nostro discessi, redditae mihi fuerunt litterae tuae (i)
Agoftini, Scritl^i vinùiani, I, p. 321 (2) Vedi per maggiori notizie Th. Stangl
in i^octcnscnrtj! jur klass. Philelo^ie 1913» 138-142; 160-167. Il ccmIìcc fu
comprato a Milano d.il Pamiio e da coitui lasciato in eredità al cardinal
Seripando, come ri- tolta da que«te note finali: F.mptus a /ano Parrhasio
Medioiani attvf>Hs aurei/ ah hertiihus (iasparini liergomatù, Antonii
StripanM e.\ Inni ParrhoMii Ustamento. I06 R. SABBADINI. et particula, quae in
omnibus fere libris De oratore nostro deficiebat > (i). Se la lettera allude
(di che non son certo) alla morte del fratello del Vettori, potrebbe cadere nel
14 15. Anteriore a questo tempo è un'altra sua lettera, senza intestazione, che
si riferisce al medesimo frammento, che allora non aveva potuto ancora ricevere
(2): « Oratorem nostrum, Pater reverendissime, tabellarius tuus cum litteris
quas ei commiseras satis tempestive tuo nomine mihi reddidit (3). Nec est quod (4) excusatione
temporis apud me utaris, si paulo tardius is liber a te absolutus est, quam te
illum redditurum poUicitus fueras. Novi enim tuas et frequentes et magnas in
rebus divinis atque humanis occupationes Quod ad fragmentum illius De oratore
pertinet, adscito me non solum prò eo habendo (5) litteras, sed binas, ternas,
quaternas et amplius litteras scripsisse. Non conquiescam, donec re optata potieris (6) Vale,
Pater reverendissime, et saepe de me cogita ». Di un altro presupposto
frammento del De orai., scoperto a Firenze, ma di cui il Barzizza non ricono-
sceva l'autenticità, è cenno nel cod. Rlccardiano 506 f. 20, dove, di fronte
alle -^dsolQ obiurgatio {11 ^o) me- diocris. Ars enim (II 30), si legge nel
margine: Hic deficit ima carta, velut repertum est Florentie in qiio- dam
codice veteri. Sed Gasparinus non putat esse Cice- (i) Barzizii Opera, i, p.
176. (2) Cod. di Bergamo V V 20, p. 67. (3) reddit cod. (4) Nec est quod] Hoc
est qui cod. (5) eo habendo om. cum la e. cod. (6) potiens cod. I. — CICERONE.
107 ronis. Si fient continuati ones textuum, ut signate sunt videbitur nichil
deficere. Difatto qui non v' è lacuna, ma posposizione di II 30-39 a II 39-50.
Lo stesso codice Riccardiano (f. 13) al De oratore, T, 80, reca quest'altra
nota mdirgxmXe: Hoc supplet Ga- sparinus. Non tamen, ut proprio ex ore audivi,
ea inten- tiofte ut textui a^mecteretur, sed ut esset quaedam postilla in
margine, quae utrosque textus defectuosos coniungeret et cum aliqua continuatione
et consonantia saltem intel- lectui legentis satisfaceret aliquantisper (i). La
nota è importante, perchè deriva da uno scolare dello stesso Barzizza; essa
mostra chiaramente come egli non pensasse punto a mischiare il suo latino con
quello di Cicerone, ma teneva distinti i supplementi» che avevano il solo scopo
di ristabihre il filo del di- scorso. Del resto su questo punto dà preziosi
schiarimenti il Barzizza medesimo in una lettera, che merita esser riportata
integralmente (2). Gasparinus Per[gamensis] ci. et optiniati viro lokanni
Cornelio s. (J r a t o r e m tmim emendatum ad te imiu», m «^lì.. .mi»
iju.ii.miii profuerim tuum sit iudicium, mihi certe non parum. Divisi enim sin-
^Mtlos libros in tractatus et capitala; scntentiam quae in partes multas <liffuka
erat, in brevissimam stimmam et quasi in caput redegi. Omnia quae potui
antiquiora libroruni exeraplaria collegi; quod ex unoquoquc (1) Cfr. fìandini,
Cod. lat. II, 499-501. Note analoghe hi trovano nei codici Vaticani 1697 (f.
119, 120, 132V), 1706 (f. 41V, 43V), 1707 (f. 14. I4r). (a) Cod. Riccardiano di
Firenxe 779» t I08 R. SABBADINI. verius videbatur attentissime in hunc nostrum
transtuli. Quae ambigua erant, aut propter librariorum incuriuni aut propter
vetustatem, inter- pretatus fui. Multa divisa composui, plura composita divisi;
litterariim figuras similitudine aliqua inter se commutatas multis locis
correxi. Quae- dam etiam cum deficerent supplevi, non ut (l)in versum cum textu
Cice- ronis ponerentur, esset enim id vehementer temerarium nec ab homine docto
ferendum, sed ut ea in margine posita commentariorum iocum tenerent. Reliquum
erat ut sicut cetera tua adhortatione, ita et (2) hoc tuo Consilio perficerem,
quaedara scilicet ut lumina sententiarum, ubi vel aliqua obscura cssent vel minus
anima adversa, collocarem. Quod me tua causa facturum facile tibi poUicitus (3)
fueram; cui ut nosti nihil possum prò tuis in me perpetuis benèficiis negare.
Et eram iam hanc rem ingressus, cum intellexi hoc opus non satis ex sententia
utriusque procedere. Nam dum munus hoc atque officium maxime studio aggredior,
aestus quidam j]igcnii longe a continente, ut dicitur, evexit, neque satis
potui in ilio inventionis calore quid sibi ista quae dicitur circumcisa
brevitas deside- raret, attendere. Est tamen animus et quidem ingens cum otium
erit experiri, quod in praesentiarum facturus eram. Res si eventum quem opto
habuerit, tum, si tibi videbitur, iubebis (4) magis elimata in Ora- to r e m
tuum ab aliquo librario nobili tran sferan tur, ut qui unus omnium, quod alias
ad te scripsisse meminimus, res ornatissimas habere studes, etiam librum istum
ex (5) libris Ciceronis divinissimum et quo summe delectaris non tantum optimum
sed etiam pulcherrimum habeas. Vale. Il contenuto della lettera è chiarissimo.
Il Barzizza aveva ricevuto dal suo scolare Giovanni Cornelio (Cor- ner),
patrizio veneto, una copia del De oratore, da cor- reggere. Egli la emendò,
togliendo gli errori materiali, nati dalla falsa interpretazione dei segni
alfabetici e dall'ignoranza del copista, e la collazionò con altri co- dici
antichi. Divise poi l'opera in gruppi, a cui premise (i) ut om. cod. I (2) et]
ex cod. \ (3) poUicitus om. cod. \ (4) ui- debis cod, \ (5) ex om. cod. i. —
CICERONE. ro9 dei sommari, e in capitoli. Dove c'erano lacune, cercò con
supplementi marginali di riconnettere il filo del liscorso. Si era proposto
anche di aggiungervi un om mento, ma altre occupazioni ne lo distolsero. La-
nciava poi al Corner la cura di far trascrivere il co- dice con bella
calligrafia. E il Corner lo fece vera- nente trascrivere da un copista, il cui
nome ha le ini- ziali R. S. Questo esemplare elegante esiste ancora oggi ed è l
codice E 127 sup. dell' Ambrosiana di Milano, ap- i)artenuto appunto alla
famiglia Corner (i). Il codice e membranaceo, di ff. 91, numerati dallo stesso
copi- sta. Contiene mutili il De oratore e VOrator; il De ora- tore è diviso in
tre libri; al f. 70V segue il frammento dell' Orator, come libro quarto. Tutta
1' opera è divisa in tractatus, preceduti da larghi sommari, e in capi- tuia,
con un breve cenno del contenuto. Il libro I comprende quattro trattati: il
primo con due capitoli, il secondo con sei, il terzo e il quarto ciascuno con
luattro. Il libro II comprende pure quattro trattati: il primo con quattro
capitoli, il terzo (è saltato per er- rore il secondo) con quattordici, il
quarto con cinque, il quinto con due. Il libro III comprende anche quat- tro
trattati: il orimo con tre capitoli, il secondo con due, il terzo con nove, il
terzo (erroneamente invece ( I ) Cfr. Detlefsen nelle Verhandiuni^en der
Philoiog. in A'/>A Leipag» 1870, p. 95 e 106. Sul foglio di guardia al
principio si legge: Qutsto libro tra dt la C^ (^™ Commi«»aria) dt m. Zuan
Corner et tocco poi 'ila CJ^ di m. Fantin Corner in la division fatta dacordo
tra mi òfnt- (letto Corti' ner adì 4 luio t§02. nò R. SABFADINI. di quarto) con
uno. Il libro IV (1' Orator) comprende tre trattati: il primo con due capitoli,
il secondo con due, il terzo con cinque. I supplementi sono di due specie: gli
uni marginali, gli altri alla fine dell'opera. Cominciamo dai marginali: f.
14V, alle parole del testo: impellere atque hortari solebat. Satis esse (I, 26)
in margine è notato: Aliquid tale suppleri posset ante illum textum satis e s s
e ; e segue un piccolo supplemento. — f. 20V in margine: kic deficit textus in
fine huius capituli; nessun supple- mento. — f. 37V, alle parole del testo: in
civitate in foro accidere miremur (II, 192) si legge in margine: Verba haec non
sunt de textu sed per Gasparinum Per- gamensem excogitata quoniam his similia
in litera de- ficiunt; segue un supplemento. — f. 63, alle parole del testo:
Quid ergo iste Crassus quoniam eius aòuteris nomine (III, 171) si legge in
margine: deficit textus. — f. 64V, alle parole del testo: dactyli et anapaesti
et spon- daei pedem invitant (III, 182) in margine è notato: de- ficit textus.
— f. 65 V, alle parole del testo: sed eo te- nore laudandi quidem (III, 189) in
margine si legge: hic deficit textus. Devo avvertire che il codice fu emen-
dato da una seconda mano, forse dello stesso Barzizza, la quale cancellò le
note marginali dei ff. 37V, 63, 65V. - I supplementi alla fine del manoscritto
vanno dal f. 85 V al f. 9 IV. Portano il titolo di Additiones e sono tre. Il
primo passo (II 13-18) ha in margine que- sta nota: f. 85 v Circa principium.
secundi libri, verba sunt Catulli. Il secondo passo (II 50-60) ha in margine
quest'altra nota: f. 86 Circa principium etiam secundi CICERONE. libri in
capitulo quod incipit: T u m Ma rcus Anto- n i u s . Il terzo passo, assai più
lungo (Il 245-287), ha in margine la nota; f. 87 Circa medium secundi libri. Le
Additiones sono quei frammenti da poco scoperti, di cui parlano le lettere del
Barzizza sopra citate. Il più lungo veniva da alcuni giustamente collocato
nella lacuna II, 245-287. Infatti al f. 44V, proprio in quel punto del testo,
si legge questa nota marginale: Ante hunc textum colliguntur (II 288) reponitur
a qui- busdam Addillo ultijna, quae est in fine libri posila, prout fertur
quodam in veteri codice repertum. Cotali Additiones risalgono verisimilmente a
qualche copia tratta dall' Abrincensis, quando esso aveva sof- ferto minori
perdite. Ed ora veniamo ai codici integri. (*) Tutti i codici in- tegri
derivano da un solo archetipo, quello di Lodi, che conteneva le cinque opere
rettoriche di Cicerone in quest' ordine: la Rettorica vecchia, la nuova, il De
oratore, X Orator, il Brutus; il Brutus in fine mancava di un foglio. L'
archetipo fu trovato da Gerardo Lan- driani, vescovo di Lodi, nella cattedrale
di quella città, nella seconda metà del 1421. L'archetipo non fu po- tuto
leggere dal suo scopritore, il quale lo mandò al Barzizza a Milano. Ma prima
che questo mutamento di domicilio avvenisse, corsero delle trattative fra i due
valentuomini, delle quali fu intermediario Giovanni Omodei. L*Oniodei infatti
portò il codice a Milano al Barzizza e ne riportò la prima copia al Landriani.
Ciò (') f'omparvf 1.1 prima volta in RÌTÌsttì di filoloi^ia XVT. 1887.
lOfi-IIJ- 112 A. SABBADENT. si rileva da un passo di una lettera del Barzizza
al Landriani. Gasparinus Barzizius Gerardo Landriano Laudensi episcopo s. p. d.
Etsi voluptate maxima affectus sim, Pater Reverendissime, quod ad me Oratorem a
te compertum misisses, multo tamen maiore gaudio cumulari me sensi cum a
lohanne Homodeo, homine, ut iiosti, tuae di- gnitatis observantissimo, me amari
a te plurimum intellexi... Feci autem ut prò ilio vetustissimo ac paene ad
nullum usum apto novum manu hominis doctissimi scriptum, ad illud exemplar
correctum, alium codicem haberes, quem ad te prò tuo is (Homodeus) defert, qui
primus munus hoc a tua in eum singulari benivolentia prò me impetravit. Nunc ad
te librum nudum ac inomatum mitto. Neque mihi enim aliter per occupa- tiones
meas licuit, nec prius exemplari a librario meo, qui hoc exemplo usus fuit,
tametsi instarem, potuit.... (i). L* Omodei era un giureconsulto milanese, che
alla dottrina e alla cultura letteraria accoppiava gentilezza d'animo. Negli
anni 1421 e 1424 fu rettore della fa.- coltà di leggi nell'università di Pavia,
nel 1447 capita- no della repubblica milanese (2). Egli era amico inti- mo del
Landriani e certo lui portò da Lodi al Barzizza la notizia del nuovo codice e
avviò le prime pratiche per farlo passare a Milano. Questo mi pare che si de-
duca da una lettera inedita del Barzizza al Landriani. Saepe me lohannes
Homodeus convenit, Pater Reverendissime, vir ut nosti tuae dignitatis
observantissimus, qui ubi mandata tua super libro (i) Barzizii Opera, I, p.
215. Confrontata col cod. Ambros. P4 sup. f. 54, che ha assai miglior lezione;
p. e. exemplari in luogo di expediri. (2) Memorie e documenti per la storia
dell'Università di Pavia, 1878, I, p. 8; 38; Paolo Sangiorgio, Cenni storici
della Università di Pavia t Milano, Milano, 1831, p. 99. De oratore exposuit,
omiiis paene eius sermo de tua benivolentia, de modestia, de religione, de
sapientia tua ab eo consumitur. Cum vero de studiis humanitatis forte mentio
inter nos orta esset, ita egregie de tua dominatione et sentit et loquitur, ut
cum te propter multa, quae in paucis praelatis reperiuntur, maximi faciam, tum
quod te studiis istis mirifice delectari dicit, tanto in te amore et reverentia
succendor, ut huic meo in te animo incredibilem accessionem sentiam. Vale (i).
La lettera veramente è anepigrafa, ma si sente che è indirizzata a un alto
prelato. In margine si legge, di seconda mano : Gziai'i[nus] Vero[_nensis]. Ma
non è di Guarino, il quale non fu mai in relazione con l'O- modei; e poi come
si potevano vedere spesso (saepe me convenit), se Guarino stava a Verona, l'Omodei
a Pavia e Milano? Lo scambio del resto tra Guar\inus\ Ver\pnensis\ e
Gua\sparinus\ Per\_gamciisis\ ha fatto spesso attribuire dai copisti all' uno
le lettere dell' altro. Senza di che la presente lettera ha intere frasi comuni
all'altra so- pra citata: vir ut nosti tuae dignitatis oòscrvantissimus. Sicché
non vi è dubbio che essa è del Barzizza al Landriani e anteriore alla venuta
dell'archetipo a Mi- l.'ino. Giunto l'archetipo, il Barzizza ne fece trarre la
prima copia, com' era dovere di cortesia, per il Landriani. Questa copia fu
tratta da Cosimo Cremonese, come si ha da una notizia del Biondo: Cum nullus
Mediolani esset repertuSy qui eius vetusti codici s iitteram sciret le^ gere^
Cosmus quidam egregii ingenii Qremoftettsis tres de i; Cod. Riccardiano 779, f.
225. K. i^ABBADUfl, Tuti latini. S. 114 ^' SAfiàADI^i. Oratore libros primus
transcrii>sit multiplicataque inde exetnpla oirtneni Italiarn
desideratissimo codice repieve- runt (i). Ora si vuol sapere chi era questo
Cosimo Cremo- nese, che fu troppo ingiustamente dimenticato; ed io mi ingegnerò
di trovarlo, quantunque mi sia necessa- rio prendere il giro un po' alla
larg'a; ma quando una questione si deve risolvere, non bisogna guardare se la
via è breve o lunga. Intanto per orientare il lettore dico subito che io voglio
dimostrare, come quel Cosimo Cremonese sia identico al Cremonese Cosimo
Raimondi e che il Rai- mondi fu scolare del Barzizza a Milano negli anni 142
2-1 42 3: da queste premesse seguirà spontanea la conseguenza che il Raimondi
fu il copista del codice di Lodi. Che Cosimo Raimondi fosse cremonese, risulta
da alcune- intestazioni di sue lettere e discorsi. Vedasi p. es. la seguente:
Cosmae Raymundi Cremofiensis de laudibiis eloquentiae libellus incipit. Questo è il titolo del copista, a cui tien subito
dietro il titolo dell'autore: Magnifico ac splendidissimo militi viroque
sapientissimo d. Johanni Cadarti domÌ7to Bellivesus, Consiliario regio Cosmas
Raymnndus Crcmonensis s. d. p. (2). Quest' elogio dell' eloquenza, in forma di
lettera, fu dal Raimondi scritto in Avignone nel 1431, dov'egli teneva scuola.
Ivi era anche del 1432; infatti in data <i) FI. Biondi Opera, Basileae,
1559, I, pag. 346. (2) Cod. Ambrosiano M 44 sup., f. 2o6v; cod. lat. di Parigi
7808- ì. — dlCERONK. I 15 Éx Aviniofie hai. noiL 1432 egli manda quel discorso
all'amico Antonio Canobio (i) Il Raimondi, che doveva essere alquanto strano,
vi- veva all'estero da parecchio tempo, dove un po' stu- diando, un po'
insegnando campucchiava a stento la vita. La ragione della sua migrazione era
che essen- dogli stata negata una posizione soddisfacente in Ita- lia, la andò
a cercar fuori. Questo egli dice in una supplica indirizzata dall' estero,
forse da Avignone, al senato di Milano, a cui si raccomanda per essere de-
gnamente collocato in quella città. Egli vanta i suoi studi, che prima furono
letterari e presentemente erano filosofici. Spiega le ragioni del suo
volontario esilio, e come venuto a Milano a cercar fortuna e dimoratovi
inutilmente un anno e un mese (annum et mensem), ne era dovuto partire deluso.
Ecco l'intestazione della supplica: Reverendissimo ac tnagiiificis
sapientissimisque et ornatissimis viris Scnatui et Ducalibus patribus con-
scriptis Mediolanensibus Costnas Raimondus Cremonensis obsequentissimum se dicit
(2). Contemporaneamente il Raimondi faceva isum/a an- che a Giovanni Corvini,
segretario ducale. Nella lettera parlando dei suoi studi e dicendo eh' egli non
ebbe maestri, soggiunge: NUi forte debeat «atìs illud tacere quod Gasparinum
audivcrini Per- gamcnuem; fatcor cquidem et prae me fero audÌBt»e illum idque
etiam eiiAe (actuin gaudco. Sc<i sì quibus est a me auditus omnis in unum
(1) Cod. Ambros. cit., f. J06 (2) Cfxl. Anil)ir>m':in(> \\ \ì.\ 1 I<)
K. SAIJUAOIN'I, conferaiitur dies, vix auditionis et studii quod factum apud
illum sit sex et trium mensium adnumerare tempus queam. Quem saltem ipsum pa-
rentem ac deum nostrae aetatis eloquentiae (et quo mortuo [1431] una mihi
interisse videretur oratoria, nisi quod adhuc in te ipso residet) uti- nam
audire diutius potuissem (i). Rimane cosi assodato che Cosimo Raimondi era
cremonese, che visse un anno e un mese a Milano e che in quel tempo fu alunno
del Barzizza per sei e tre mesi; il che non può significare se non il semestre
di un anno scolastico e il trimestre di un altro. Ora vediamo in che tempo
cadono V anno e il mese del suo soggiorno in Milano. Questo punto sarà chiarito
da una lettera inedita dello stesso Raimondi all'arci- vescovo di Milano
Bartolomeo Capra. Reverendissimo d. B[artholom£oJ archiepiscopo Medi[olanensi]
Costnas Ray[mundus] s. d. Compulsus commotus sum fama et celebritate nominis
tui tuorumque studiorum, ut, quanquam tibi antehac igiiotus fuerim, tamen hanc
ad te scriberem. Nam cum hae tuae gestae res sint, ut propter earum am- plitudinem
summam adeplus gloriam videare tantumque studiis optimis omnibus praestes, ut
tantus nullus honos excogitari possit, quo non tu dignus iudiceris: etsi tum me
dignitas tua, tura sapientia a scribendo deterrebant (Cicer., Brut., 262),
tamen vel arrogans videri potius quam yacuus ab bis litteris esse volui. Nihil
igitur scito neque gratius neque iocundius mihi quicquam fore, quam si
exploratum habuero parte aliqua humanitatis tuae me abs te complexum (2) iri
atque in tuorum numero ascribi. Quod ut quasi quadam necessitudine facere te
oportere intelli- geres, contexerem paulo altius hanc epistolam, si id et huius
temporis ratio nunc postularet et difficile esse existimarem a te quod quisque
rellet impetrare. (i) Ib., f. io8v. (2) complexurum eoa. I. — CICERONE. 117
Corametnorarem in primis eandem et tibi et mihi communem patriam esse, quae
cura alienissimos quoque iiiter se conciliare soleat, te non sinerct quin a quo
plurimum diligerere, in eum etiam amoris tui plu- mum impartitum esse velles.
Adderem deinde quod avunculus mihi est vir optimus et iuris civilis scientia
(1) praestantissimus tuaeque dignitatis amantissimus d. Antonius Oldoviuus, quo
vel uno Iretus cum illum tanti facias quanti certe facis, non dubito quin et
iamnunc repente in animura tuum influxerira. Praeterea adiungerem me hisdem
studiis delectari quibus tu tantique studia oratoria lacere, quae tibi sant
iocundissima, ut qui horum expertes essent, quamvis in summo honore et fortuna
constituti, tamen hos ne (2) satis quidem amplos homines et gloriosos (3)
haben- dos non putarem. Quod si (4) mihi omnia deessent, illud certe me
adiuvaret, quod sin- gularis humanitas tua, qua te unum inter omnes maxime
excellere affir- mant, non pateretur tam propensam erga te voluntatem meain
benivo- lentiae tuae immunem esse. Veruni de tua in me benivolentia non du- '
ito, ut etiam mihi persuadeam me non tantum a te amari, sed vebe- enter etiam
amari. Illud potius vereor, ne quod fortassis novo genere sum usus ad te
ribendi, parum a me dignitatis tuae rationem habitom esse existimes. on enim
(5) initio cpistolae appinxi quae cum vobis praelatis, sic enim pcllamini,
apponi solent (6) « In Christo patri et domino, dei et apo- • )Iicae sedis
gratia * et cetera huiusmodi confabulationis; quae quidem ^o de industria omnia
praeterii quod Tullianae dolitine, qunnun ut au- o curiosissimus es, respuere
haec videntur. Hanc ego cum Mediolanum adventare diceren.s um m itinere dari
obviam volui, tam sum convenicndi tui cupidus; quod si mihi per oc- ipationes
meas licuisset, ad te ipsc profectus essem; quanquam ut spero rftiunde epistola
meam viccm gcrct (7). (1) scieotie eot^. (a) ne] me tot/. (3) et glorioso»; hominc<; an/. (4)
quorl xij quaxi cct/. (5) enim) ctim foJ. (6) solet cod. (7) epistola mercem
geret <W. OkI. Kiccardiano 779, (. 1S4, I I 8 R.
SABBAOINI. La lettera, oltre di dare una buona notizia sulla fa- miglia del
Raimondi, riconferma che la sua patria era Cremona, giacche Bartolomeo Capra
era certamente cremonese (i). Tutto sta fissarne la data, la quale manca
secondo il solito. La lettera fu scritta nel tempo che il Capra entrava a
prender possesso dell' arcive- scovado di Milano. Leggiamo nella Cronaca
Bossiana (2): 'Bartholomeus Capra CVI (numero d'ordine occupato dal Capra nella
serie dei vescovi di Milano) creatus, ad sedem septimo calendas martias anno
domini 1423 summo cum ho- nore venit '. Perciò il Capra prese possesso della
sua sede il 23 febbraio 1423. In questo tempo dunque il Raimondi stava a Milano
e ci doveva essere dalla prima metcà dell'anno precedente (1422), nel quale
tras- se la copia del codice Laudense. Questa è la data (*) da me proposta, sin
dal 1887, del soggiorno di Cosimo a Milano. Ma essa fu risoluta- mente
impugnata: prima dal Novati e dal Lafaye (3), (i) Argelati, Script. Medici., I,
2, p. 284; Murat., Rer. Ilal. Script., XVII, 1300. E meglio ora F. Novati,
Bari, della Capra ed i primi sìioi passi in Corte di Roma, in Roma e la
Lombardia, Milano 1903, 30. (2) Chronica Bossiana, Mediolani 1492, penultima
pagina. (*) Questo § è nuovo. (3) Fr. Novati et G. Lafaye, L'anthologic d' un
kuma?tiste italien au XV siede (estratto da Mélanges d'archeologie et
d'histoire), Rome 1892, 42-44. I due autori recano molte nuove notizie sul
Raimondi, 39-53, specialmente sulla sua dimora ad Avignone, dove miseramente
s'impiccò tra la fine del 1435 e il principio del 1436. I. — CICERONE. 119 poi
da G. Mercati (i). I tre miei contraddittori obiet- tano che difficilmente la
lettera di Cosimo al Capra si pu ò riferire al trionfale ing-resso di costui
nella sede dell'arcivescovado, poiché lo scrivente non avreb- be mancato di
accennare alla solennità del momento. Bisognerà invece supporre che si tratti
del ritorno del Capra da una delle tante legazioni che gli furono af- fidate, e
probabilmente da quella intrapresa nel novem- bre del 1427 presso il duca di
Savoia a Torino per stipulare il matrimonio di Maria di Savoia con Filippo M.
Visconti (2). E in verità devo riconoscere giusta 1' obiezione. Il Novati e il
Lafaye notano inoltre che il Rai- mondi nelle lettere inviate da Avignone negli
anni 1429-32 parla del suo arrivo nella città provenzale come di cosa recente:
ciò che non potrebbe sussistere s'egli avesse abbandonata Milano, com'io
proponevo, sin dal 1423; onde il soggiorno del Raimondi a Milano andrebbe trasportato
agli anni 1427-28. Anche quest' obiezione è giusta. E allora come si concilia
tutto questo con la copia del codice Laudense da lui tratta nel 1422 ? I due
contraddittori, Novatt- e Lafaye, sciolgono così l' im- broglio: che il codice
Laudense fu mandato a copiare (1) G. Mercati, Cosma Raintondi Cremoftese ecc.
(estratto da Studi e documenti di storia e diritto^ XV), Roma 1894, 47-48. Qui
sono rac- colte ulteriori notizie hul Raimondi, 5-21, desunte da un codice
Clas- sense di Ravenna. (2) Giidlni, Memorit della citta t campagna di Milano^
Milano 1857, VI 298. I20 R. SABBAUINI. al Raimondi fuori dì Milano, forse a
Cremona, dov'agii si trovava. Dal canto mio se accetto le obiezioni, non mi so
acquietare alla soluzione. Mi ripugna pensare che il Barzizza, venuto in
possesso del prezioso archetipo, l'abbia mandato fuori di Milano, sia pure
mettendolo in mani fidate. E a quale scuola aveva 1' autodidacta Raimondi
imparato tanto bene a decifrare codici dif- ficili, se non a quella dello
stesso Barzizza ? Il quale nella seconda metà del 1421 passò da Padova a Mi-
lano e neir ottobre o novembre dell' anno medesimo aprì i corsi nella nuova
residenza. Il Raimondi allet- tato dalla fama dell' insigne maestro, sarà stato
uno dei primi ad accorrere alle sue lezioni. Non curiamoci della testimonianza
del Biondo e rileggiamo le parole del Barzizza neUa lettera al Landriani (sopra
p. 112): Feci autem ut prò ilio vetustissimo ac paene ad nul- lum usum apto
novum manu hominis do- ctissimi scriptum ad illud exemplar correctum , alium
codicem haberes '. Noi sappiamo ora che Xhomo doctissimus h il Raimondi: e ce
lo figuriamo intento a trascrivere, sotto la sorveglianza del vegliardo e
bonario maestro, il codice poco decifrabile e poi col- lazionare l'apografo con
l'esemplare. E le obiezioni dei miei contraddittori? Si possono risol- vere
ammettendo una doppia visita del Raimondi a Mi- lano: la prima comprendente sex
et trium mensium tem- pus (sopra p. 1 1 6), la seconda annum et mensem (p.
115). I sex et tres menses appartengono agli anni 142 i -1422, quando egli all'
apertura dei corsi barzizziani in Mi- I. — CICERONE. 121 lano venne a
frequentarne le lezioni. L' annus ai mensis vanno distribuiti tra il 1427 e
1428, quando ricompari a Milano non tanto per rag-ioni di studio, quanto per
ottenervi una magfis tratura. Lo afferma egli stesso nelle due succitate
lettere al senato milanese e al Corvini. Ecco il passo della prima (i): Nam cum
essem annum et mensem Mediolani demoratus m a g i- stratus ineundi alicuius
grati a, magis ut litteris quani vitae necessitati, quae summa quidem et est et
erat, satis fieret, nec ullum omnino vel minimum obtinere potuissem,
pergraviter moerens id ipsum temporis, quod fuisset ambitioni impensum, frustra
totum a me consumptum esse; perduci ulterius inaniter meam spem ac dies
inutiliter subduci mihi singulos non sum passus Italiamque aufugiens ob paupcr-
tatem, veteribus meis studiis auscultandum putavi, quae din m u 1- tumque a me
intermissa rogitare cupidius videbantur.... Ed ora il passo della seconda (2):
Sed cum statuissem aliquando unam hanc oratoriam facultatem ac poe- ticam
quoque.... diligentius paululum complecti et recognoscere ob eam- quc causam
Mediolanum ad vos venissem ut magistratum ali- quem nactus simul et ci vitae
quae in actione versatur et bis studiis operam tribuerem.... ♦♦♦ Risolta la
questione della personalità di Cosimo Cre- monese, ri torni amc) al ror^irp
I.nudpTT-p p al Harzizza. Il (1) Cod. Ambros. 1^ 124 sup. f. loh. (2) Ih, f.
109V. Le due lettere sono del gennaio 1431. In quella al senato Tire ancora '
R.mas pater sapicntissimusque vir d. I(acobu8) I^olanus cardinalii
eminentistimus ' (f. 108), che mori il 9 fcbbr. 1431 (( i.iconiuR, V'ttae poni.
II 809); in qnrlb :A Ton'ini è morto Gasp.u-i no Barzizsa, che non era più tra
i 131 (Gaiip. Barzisti, Opera I p ":":"'"TT r 122 R.
SABBADINI. codice passò in suo potere (*), com'eg-li stesso afferma nella
seconda edizione, uscita a Milano tra il 1422 e il 1430, della sua Orthographia
(i). Cosi scrive infatti là, dove tratta dell' u arcaico: ' Similiter U prò i
in plerisque scribi non solum codices antiqui sed quorundam etiam modemorum
usus testatur, ut 1 u b e t prò 1 i b e t , herciscundum prò herciscendum; inde
familie herciscunde (Cic. de or. I 237) prò herciscende idest dividende; est
enim h e r e i - scere idem quod hereditatem scindere. Et pene omnia
superlativa, velut inantiquissimo codice meo legi, ubi tres expleti De oratore
libri ad Q. f., item Orator ad Brutum et alius qui Brutus dicitur contine- tur
'. Le parole in mitiquissimo codice meo significano piena proprietà. Sugli
apografi (**) tratti con la cooperazione del Bar- zizza dall' archetipo
laudense dà sufficienti informa- zioni la lettera di lui, più sopra citata (p.
112), alLan- driani, dalla quale ripeto il passo che fa al caso nostro: * Feci
autem ut prò ilio vetustissimo ac pene ad nullum usum apto novum manu hominis
doctissimi scriptum, ad illud exemplar correctum, alium codicem haberes, quem
ad te prò tuo is (Homodeus) defert, qui primus munus hoc a tua in eum singulari
benivolentia prò me (*| Comparve la prima volta in Studi ital. filol. class. V,
1897,369. (i) Cod. dell'Università di Pavia 253 f. 13V. Sulle due edizioni del-
l' Orthographia cfr. R. Sabbadini in Studi ital. filol. class. XI, 1903 364-68.
{**) Comparve la prima volta in Rivista di filologia XVI, 1887, I13- 118. Ma la
trattazione è interamente rifatta. I. — CICERONE. 123 impetravit. Nunc ad te
librum nudum ac inomatum mitto. Neque mihi enim aliter per occupationes meas
licuit, nec prius exemplari a librano meo, qui hoc exemplo usus fuit, tametsi
instarem, potuit '. Si mediti diligentemente questa lettera, tanto più ora che
il confronto con la redazione manoscritta del cod. Ambros. sostituisce
vantaggiosamente aM'expediri della stampa il più esatto exemplari. Il Barzizza
parla di un homo doctissimus e di un librar ius meus: il dot- tissimo uomo è,
ormai lo sappiamo, Cosimo Raimondi; r altro è il copista che sta al servizio
del Barzizza. Inoltre occorre distinguere 1* exemplar da hoc exemplo: exemplar
è X archetipo Laudense, exemplmn è 1' apo- grafo tratto dal Raimondi. Dunque il
Barzizza fa alle- stire dal Raimondi un ^lpog^afo per il Landriani; ma prima di
mandarglielo, ne fa preparare dal suo ama- nuense un ahro apografo per uso
proprio. Ciò ha ca- gionato perdita di tempo: di che il Barzizza chiede scusa
al vescovo. Dei due apografi, quello di mano del Raimondi, de- stinato al
Landriani, s* è perduto; l' altro, eseguito di sul Raimondiano per uso del
Barzizza, c'è rimasto, ma diviso in due codici: l'uno il Vatic. Palatino 1469
(i), che contiene il De oratore e XOrator, l'altro il Nazio- nale di Napoli IV
B 43 (2), che contiene il fìrutus. ^ ' ■Arihi'ù\u\ T audense
f<)mpn»Tv^"v • '•'>me s'è av\'<'r- (U Degnilo \}. e. da V.
Ilccnlcgcn; M. lulli Ciccronii OraU^r, Lip- •iac ifiR4. XV-XVI. ; Stangl: M.
Tulli Ciceronis Brutus, I.lpsitc 1886, IX, XVUJ. 124 ^' SABBADINI. tito, cinque
opere rettoriche, ma il Barzizza e con lui gli altri umanisti s' interessarono
delle sole tre , che erano o in parte o del tutto nuove: il De orat., X Or. e
il Br. Il codice Palatino ha la sottoscrizione : Ex vetustissimo Codice. Libri
tres de Oratore ad Q.fratrem. Item orator ad M. Brutum transcripti perfectique
expli- ciunt. et ad exemplar emendati: sottoscrizione che il Heerdegen (i)
crede di mano del Barzizza, come di mano sua crede le correzioni marginali. Io
ne dubito, anzi lo nego, dopo d' aver raffrontato quella scrittura con le note
autografe del Barzizza nel codice Vatic. 1773 (2). Il codice Napoletano reca
alcune importanti note di possesso: al principio: Guiniforti Barzizii; A. jfani
Par- rhasii et amicorum Mediolani emptus aureolo; alla fine: Antonii Seripandi
ex 7 ani Parrhasii testamento. Vale a dire: da Gasparino Barzizza lo ereditò il
figlio Gui- niforte; il Parrasio lo acquistò a Milano dagli eredi dei Barzizza
e lo legò in testamento al cardinale Se- ripando. Di qualche peripezia del
codice Napoletano, vivente Gasparino, e' informa la seguente lettera di costui:
Postquam (*) B r u t u s noster ad me rediit, pater reverendissime, sepe illum,
ut pollicitus eram, mittere ad te volui, sed incidi in homi- (i) op. cit. XVI.
(2) Su questo codice vedi R. Sabbadini in Studi Hai. filol. class. V, 1897,
390-92. (*) Questa lettera comparve la prima volta nell'opuscolo: Studi di Ga-
sparino Bar tizia su Quintiliano e Cicerone, Livorno 1886, 13. li — ClCkKONÉi.
li^ nes aut minus [properandi] (i) cupidos aut qui iiegotium, quod (2) tum eis
committerem (3) non intelligebant. Quorum alterum (4) faciebat ut ne is (5)
tarde traderetur timerem, alterum (6) ne toto ilio itinere (7) Brutus noster
male exceptus (8) minus honeste (9) in manus tuas veni- ret (ic. Maximas itaque
gratias, pater optime, habeo sapientie tue, qui provinciam hanc commisisti
lacobo Bracello (11), homini honestissimo ac in bis ipsis [studiis] (12)
humanitatis egregie docto, quibus ut ceteris re- bus apprimc deiectaris. Causam
tarditatis mee vides; quare (13) si plu- sculis (14) diebus forte eum apud te
habueris, quam studiis meis condu- cat, nihil erit quod tuum in hac re
desiderare officium possim. Ipse ante accusationem (15) defensionem prescripsit
(16); quanquam quid (17) est apud me quod (18) non prius tuum quam meum fuerit?
Vale et de me ut facis semper cogita. La lettera non ha intestazione, ma dall'
apostrofe pater rever ni dissime si rileva che è indirizzata a un alto "
prelato, il quale doveva risiedere a Genova, per- (1) properandi oni. in lac.
cvd. (2) quibus cod.
(3) committere cod. (4) alter cod. (5) bis cod. (6) tradcret timeretur alter
ccd. (7) tenere cod. (8) excipitur cod, (9)
hoKtem cod. (io) venire cod. (11) Braceao cod. (12) studiis om. cod. ( 1 3)
quac cod. 114) plus tulÌK cod, (15) occupationcm cod. ( 1 6) pcrscripsit cod.
(17) quidquid cod. (iH) qui cod. ̱b R. SABBADINI. che Giacomo Bracello, a cui
è affidata la commissione, era cancelliere g-enovese. Queste due circostanze ci
portiino al 1428, quando era g-overnatore di Genova l'arcivescovo milanese
Bartolomeo della Capra, che appunto in queir anno mandò il cancelliere Bracello
a Milano a congratularsi delle nozze di Filippo M. Vi- sconti con Maria di
Savoia (i). Al Capra pertanto il Barzizza prestò il suo Brutus, dopo che gli
era ritor- nato da un altro prestito. E chiaro da quanto sin qui s'è detto che
i due co- dici Barzizziani derivano dall'archetipo Laudense indi- rettamente
per via dell'apografo Raimondiano. Del- l'origine indiretta abbiamo un altro
indizio, che in essi cioè le tre opere mostrano una divisione in capitoli:
divisione che non si poteva eseguire in una copia di- retta. La divisione in
capitoli l'aveva il Barzizza adot- tata per i testi mutili e ora 1' estese ai
testi integri. Essa era già compiuta prima dell'ottobre del 1422, perchè il
Biondo vi allude scherzevolmente nella sua copia del Brutus (cod. Ottobon.
1592) allestita in quel mese (2) per Guarino. Giunto infatti al § 48, dove nel-
l'apografo Barzìzziano cade lo spazio per la segnatura di un capitolo, scrive
in margine: In v eteri continuai textus ubique sine capitulo vel testiculo (3);
verum unde hec c(apitul)a, tu mi Guar(ine) iìttellegis. (i) C. Braggio, Giacomo
BracelU e l'umanesimo dei Liguri al suo tempo, Genova 1891, 14. (2) Cosi
sottoscrive il 'Biondo'. Scripsi huvc Bruttcm Mediolani a noni s ad ydus
octobres 1422 ad exemplar vetustissimum repertum nuper Laude. (3) Il Biondo
gioca sull'equivoco testiculus, texticulus. t. - CICERONE. iij Nel medesimo
anno 1422 fu tratta dal vescovo di Como Francesco Bossi una nuova copia delle
tre opere, che ora si conserva nel codice Ottoboniano 2057, co^ ^^®
sottoscrizioni: una breve del copista: MCCCCXXII die penultimo novembris in
sero finii; e una lung-a del correttore: M. Tullii Ciceronis de oratore. Ora-
tor. Briitus libri felicitcr expliciunt, qui sunt reverendissi- mi in Christo
pairis et doìnini domini Francisci Bossii Mediolanensis, Episcopi Cumani ac
Comitts iurisque utrius doctoris, virique gravissimi et pacatissimi domini An-
thonii Bossii filii ducalis consiliarii et quaestoris. Qui tres oratorii libri
correrti auscultati collecti emendati confor- mati et iustificati fuerunt cum
codice ilio vetustissimo et ipsa intuitione religionem quandam mentibus hominum
inferente, quem rever. pater et dominus dominus Gerar- ius Landrianus Episcppus
Laudensis et Co7nes in archi- zio ecclesiae suae repperit litterarum cupidi or,
per Anto- nium lohannis, Simonem Petri Bossios et me Franciscum Viglevium {i)
de Ardici is quamvis cursim MCCCCXXV die XXVI aprili s In di et ione ter eia,
in civitate Papiae studiorum anatre. Non inveni plura in perveteri codice^
fortunac quidem iniquitas id totum si tamcn quiddam erat rccidit. Eo tamen
urgeor quod ista dicendi divinitas multos annos obltviosa et in eulta sic
irreligiose prostitit. Ni quidem fuisset dicti praesulis Laudensis solers bene
dicendi studium vigilantiaque industris iterum divino carcremus hoc muncre (
Vide quaeso priscorum incuriam) l'igievius è r etnico e vale quanto
Vigiivinentis ostia nativo di Ì2S R. SAtìliAlJiv'l. cuius inventioìie
quamplurimum famae et perkennitatis sortitus est. Sed idem Cumanus aut paris
est gloriae vel non tninoris felicitatisi propterea quod primum (per la prima
volta) veterem et superiorem codicem non sat a plerisque legibilem oh
antiquarum litterarum effigie^n sti- luntque incogiiitum in latinas et
explicatas bene litteras studioseque interpunctas summa diligentia renovavit.
L' apografo pertanto venne trascritto a Milano nel 1422 e collazionato a Pavia
sull'archetipo nel 1425: a Pavia, dove nei primi mesi di quell'anno si trovava
in vacanza il Barzizza, possessore dell'archetipo. Ecco qui una sua letterina
(*) : Nisi cause quas tibi reddidi, pater o[ptinie projfectioTiem meam atque
reditum impe[diren]t, [tantum] temporis non differrem quin, quod bis prox[imis
fejriis paschalibus (i) senatus iussu factunis sum (2), [stitim] voluntati
vestre ac ceterorum p(atrum) c(onscriptorum) parerem; [sed] quia nundura hoc
mihi per ceteras occupationes meas licet idque summa in me humanitas senatus
permittit, licentia concessa hic paucis diebus utar; interim sarcinulas
componam et, ut aiunt, vasa colligara, ne cum tempus reditus mei venerit, in
mora sim. Vale et me ut facis
commen- datum habeas et reliquis p. e. dominis meis qua moris es benignitate
recommendàre digneris. Ex Papia 3 kal.
martias 1425. Gasparinus Pergamensts quidquid est tuus. Spectatissimo viro ac
gravissi- mo senatori domino T. de V. (3) iuris utriusqut doctori clarissimo
optimo patri et domino egregio, (*) Comparve la letterina la prima volta in
Rivista di filologia XIV, 1885, 426-7. Dal cod. Ambros. P 4 sup. f. iv. La
scrittura in molti luoghi è cancellata, sicché ho dovuto colmare per congettura
le lacune. (i) La Pasqua del 1425 cadde il giorno 8 aprile. (2) sim cod. (3)
Taddiolo da Vimercate, senator ducale, cfr. Argelati Biblioth. Me- diai, n, II
p. 2226. CICERONE, 129 Nella sottoscrizione (*) del codice Ottoboniano il
Viglevio attesta in modo solenne che 1' apografo fu tratto direttamente dal
vescovo Bossi, a cui attribui- sce merito pari a quello dello scopritore
Landriani: Paris est gloriae, perchè veterem et superiorem codicem non sat a
plerisque legibilem in latinas et explicatas bene litteras studioseque
interpunctas summa diligentia reno- vavit: cioè trasformò la scrittura poco
leggibile (insu- lare?) in chiare lettere latine, divise le parole e inter-
punse diligentemente il testo. Tutto questo corrisponde esattamente al codice
Ottoboniano. E non solo il Viglevio dichiara che queir apografo discende
direttamente dal Laudense, ma che fu anzi il primo a esserne derivato: primum
•• renovavit. Il che significa che egli nel 1425 ignorava l'esistenza di Co- simo
Raimondi e del suo apografo; e in verità il Rai- mondi aveva lasciato Milano
sin dalla metà circa del 1422 e il Viglevio non ne doveva aver udito parlare.
Il primo trascrittore o pritnus translator, primus trans- formatoTy nominato
sui margini dell' Ottoboniano, non è e non può essere il Raimondi; egli è bensi
una per- lina in intima relazione col circolo dei Bossi, è in- imma il vescovo
Bossi: e per questa ragione il Vi- .ovio lo chiama anche amicus noster (i). Ma
allora come conciliare la derivazione immediata deirOttoboniano con la presenza
in esso della divisione (♦) Questo 9 è nuovo. (I) StangI op. cU. p. XX;
Heerdegen op, cit. p. XVII. R. SABBADUa, Ttsti latmi. 130 R. SABBADINi. in
capìtoli, quale abbiamo riscontrata sugli apografi Barzizziani ? In una maniera
molto semplice: ammet- tendo cioè che il Bossi trascrisse l'archetipo tenendosi
davanti per comodità gli apografi Barzizziani. Cosi ob- bliga a credere la
cronologia; poiché la copia del Bossi fu tratta nel novembre del 1422, mentre
gli apografi Barzizziani risalgono ai primi mesi di quell' anno. Una copia
delle tre opere, ma indiretta, si fece fare un altro Bossi, quella che si
conserva nel codice Am- brosiano C 75 sup., membranaceo, di bella scrittura
umanistica ed elegantemente miniato. L'iniziale M del libro II de orai, e l'
iniziale / d el libro III recano lo stemma dei Bossi con le sigle AL., BO., che
si risol- vono in Aluisius Bossius. Questo Luigi era fratello del vescovo
Francesco. Verrebbe quindi subito di pensare che Luigi si fosse fatto
trascrivere 1' apografo del fra- tello; ma così non è, perchè la sua copia
deriva dagli apografi Barzizziani (i) ed è probabilmente anteriore a quella del
vescovo. Due altri apografi diretti del Laudense sono il Fio- rentino Nazionale
Conv. soppr. I. 1,14 (questa èia vera segnatura) con VOrator e il Brutus e il
Vaticano 2901 col solo De oratore. Sul Fiorentino mi pare che tutti siano d'
accordo. Intanto esso è cartaceo, privo di ornamenti e col te- sto tutto
continuo senza la divisione in capitoli degli apografi Barzizziani. Inoltre
segue, e fu già notato (i) La dimostrazione mi trarrebbe troppo in lungo; e poi
non ha importanza. I. — élCEltONE. tji dallo Stangl e dal Heerdegen,
scrupolosamente 1' or- tografia classica, dovechè gli altri amanuensi applica-
vano in maggiore o minor misura l'ortografia umani- stica. Tralasciando p. e. i
dittonghi, che sono costan- temente espressi (ae oe), traggo da una pagina,
aperta a caso (f. 55v), queste parole: maxumuniy intellegens^ numquam, volgi,
optinnum, adsideiis, udiente, ta7nquam, voltu, adsensus, qiiamdo, revortar, le
quali ogni altro umanista avrebbe scritto cosi: maximum, intelligens, 7iunquam,
vulgi, optimum, assidens, attente, tanquam, vultu, assensus, quando, revertar.
Ecco una prova pal- mare che l'amanuense copiava fedelmente da un codice assai
antico. L'altro codice, che probabilmente discende in linea retta
dall'archetipo, è il Vaticano 2901. Anch'esso è cartaceo, senza ornamenti e col
testo tutto continuo. Anch' esso riproduce 1' ortografia classica, di cui una
pagina, aperta a caso (f. 3v), offre i seguenti esempi: acula (I 28),
conlaudandum, quidquain, adlicere, iucun- dum, adflictos, olio, conloquium, ai
quali corrispondono le forme dell' uso umanistico: aquula, collaudandum,
quicquam, allicere, iocundum, afjlictos, odo, colloquium. Le note marginali di
questo codice sono della mas- sima importanza, come apparirà dal seguente
saggio: f. 28 (II 40) nel testo scrisse Vox, poi cancellò e in margine segnò
Nox con sopra un v (= vetus), ^' Il (li 91) nel testo Furit in re p. fiifìus,
in marg. vetus fuit abrasum, guod credo dixiss, f. 67 V (UI 187) nel testo
crimen ejffugtam. Quar *♦ i3« R. SABBADINl. tandem, in marg. Quarum. vetus fuit
abrasum et pessime reaptatum (i). f. 30 (II 60) nel testo orationem meam
illorum *. Sed ne latius, con un v. sopra illorum; in marg. cantu quasi color
ari (2). f. 28 (II 42) nel testo expetenda ne esset, in marg. e xp etenda
esset, con la sigla v. (3). f. 28 (II 39) nei te^to vim or atoris cum
exprimeres me subtiliter, con v, sopra exprimeres (4); in marg. expri- mere
subtiliter. f. 66v (III 175) nel testo si efficitur coniunctione ver- borum
siculi versum, sul marg. sinistro vitium est et tamen etiam coniunctionem , sul
marg. destro vetus uon habet additionem (5). f. 69 (III 214) nel testo hoc
totum oratores autem veritatis histriones; su oratores due segni, uno di cor-
ruzione e uno di richiamo; sul marg. sinistro qui sunt veritatis ipsius actores
reliquerunt. Imitatores; sul marg. destro vetus non habet additionem (6). Se
non c'inganniamo, il copista nella revisione del testo teneva davanti a se il
Laudense e un codice (i) Queste due abrasioni del Laudense, di cui non so se ci
siano altre testimonianze, a chi risaliranno ? cfr. p. 142 multa abraserunt.
(2) cantu è dei mutili tardivi; forse il Laudense aveva lacuna dopo illorum.
(3) Perciò ne mancava nel Lau^iense. (4) Dittografia nel Laudense. (5) Questa
lacuna del Laudense è attestata per altra via. (6) Le parole qui sunt —
imitatores^ dei mutili, non erano perciò nel Laadense. I. — CICERONE. 133 della
classe mutila: con questo colmava le lacune di quello. Il Vaticano e il
Fiorentino, rassomiglianti per molti rispetti, non derivano dal medesimo
amanuense. La pasta e la marca della carta sono diverse; diverso r inchiostro,
diversa la scrittura e la proporzione delle abbreviazioni. *** Resta da
comunicare le notizie sulla nuova scoperta, quali si ricavano dall' Epistolario
di Guarino. Venga intanto questa lettera {*) : Guarinus (i) Veronensis snncto
viro M. B. plurimam in christo s. In hoc tuo discessu tibi opto, ut bene ac
feliciter hoc tibi iter eve- niat ac Mediolauensibus ipsis, ad quos
proficisccris; quod ita fora vati- cinor ob cam quam de te apud nos fecisti
experientiara et vitae inte- gritatc et acutissima divinorum documentorum
subtilitate. Quibus ex re- bus universum populum Veronensem mirifica tibi
caritate ac benivolentia dcvinxisti, ita ut quanta suavritate ac iocunditate
omnis nos praesens affeceras, tanto maerore ac molestia discedens torqueas.
Quid enim magnificcntius aut utilius afferre poteras, quam ut virtutum amorem
ac vitioram odiam animis ingenerares et rectam crcdendi viam ? quam non ante
ingredientibus commonstras, quam ipse honeste constanterque fe- ccris, ipsius
salvatoris exemplo , qui non ante docere inceperat quam facere. Cctcrum una res
maerorem hunc publicum solatur et temperai, spes scilicet optatissima rcditus
tui, qua ita futurus (2) es nobis prae- »en«, ut et rcmotus a nobis longinquus
esse nequeas. De his in prae- ■entia latis. Singolare quoddam a tua humanitate
beneficiura petere non dubitabo, (♦) Comparve la prima volta in Studi ital.
filol. class. VII, 1899, 105-6. (1) Cod. ClaMente di Ravenna 419, 8 f. r8v. (i)
Ucturof cod. 134 R« SABBADINI. ctim ita te natimi ita educatum ita institutum
videam, ut bene mereri de hominibus velis et de iis potissinium, quos fidci ac
lesu christi ca- ritas tuae facilitati coniunctos reddidit. Qiiod autem peto
est commune quoddani studiosoiuir) beneficium, qui bisce humanitatis et
liberalium ar- tiuni exercitiis operam dant. Hactenus apud nos obversabatur
liber Ci- ceronis de oratore, ita tamen obtruncatus et dilaniatus, ut cum
maxima pars (l) operit elegantissimi vel temporuni invidia vel maiorum
nostroruni incuria perisset, inemendatum etinra quod reperitur extarct. Hoc
vero tempore fama pcrtulit ad nos librum ipsum integrum absolatum et a vertice,
ut aiunt, ad calcem usque nulla ex parte diminutum repertum «s$e a viro
doctissimo ac sapientissimo Gasparino Bergamensi. Video iam caelum ipsum et
novam hanc aetatem nostris ita favere studiis et eloquentiae incrementis, ut ni
(2) per segnitiem atqiie inertiam deesse no- bis velimus, ad altura quoddam
doctrinarum culmen possimus facile con- scendere. Tuum igitur erit officium,
pater humanissime, ut quamprimum Mediolanum sospes adveneris, convenias
Gasparinum ipsum, cuius fama tam clara est, ut latere non possit (est enim hoc
tempore Mediolani), curesque ut liber iste de quo loquor nuper inventus
transcribatur ope mtque opera Gasparini. Id autem ab co facillime impetrabis; nam
cum doctrina et virtute sit magnus, facilitate placabilitate morum dulcedine
nemini cedit, potissimum cum ad litteratorum commodum uUum praestare adiumcntum
queat. Ts autem liber ipsius Gasparini hospes esse praedi- catur; quod de
industria factum ab ipso Cicerone crediderim, cum plu- rima illi ornamenta
laudesque contulerit et magna ex parte latentem in lucem extulerit. (Juid vero
facilius aut etiam verisimilius sperari potest, quam te praeceptorem
eloquentissimum ab eruditissimo homine impetrare debere, ut romanae princeps
eloquentiae ac recte vivendi magister ad cupidos sui cives perducatur ? ad quos
proinde * facilisque volensque sc- quetur '. Plura non dicam; quaecunque
expenderis in eo libro tran seri - bendo, nobis quom (3) denuntiaveris, restituentur
confestim. Vale, vir
integerrime, memor mei. Ex Verona v idus ianuarias (1422). (i) pars om. cod. (2) ni om. cod. (3) quum cod. I. —
CICERONE. 135 Nelle iniziali M. B., che non so risolvere, si nascon- de il nome
di un frate che aveva predicato a Verona r avvento del 142 1 e ora passava a
Milano, dove avreb- be potuto trovare il Barzizza e chiedergli copia del nuovo
codice di Cicerone. La fama giunta a Guarino è ancora incerta e confusa, perchè
egli crede si tratti del solo De oratore e che lo scopritore sia stato lo
stesso Barzizza,; ma se già n' era corsa voce dai primi di gennaio del 1422,
rimane assodato che la scoperta avvenne nella seconda metà del 1421. Nel giugno
(*) del 1422 Guarino mandò a Milano il suo scolare Giovanni Arzignano a prender
copia delle nuove opere : Guarinus Veronensis Gaspariuo Bergomensi sai. pi. d.
( i ). Superiori tempore cum ad nos perlatum est integrum Ciceronis Ora- torem
postliminio et e longis tenebris divinitus credo redisse, magna certe laetitia
fuimus affecti omties qui hac in civitate suraus ab bisce hu- manitatis studi
is non abhorrentes, in quibus tu facile dux et princeps eni- tuisti. Dolebanius
antea niirum in modum quod tam acuta, tam suavia, tam prudentissima eloquentiac
praecepta manca et nescio quo fato mu- tilata ad nos pervenissent, ut cum
effari coepissent media in voce resi- :^tercnt (Verg., Aert., 4, 76). Gratulati
sumus et laudi et sapientiae tiiae, juem ab diis manibus vcl verius Klysiis
canipis renascens ad supcros Cicero primnin in tcrris delcgit hospitem; quod re
quoque ipsa augurari licuerat. Qucm cnim potius quam te Cicero ipse deligeret,
cuius ductu ■itque auspiciis amatur, legitur et per Italorum gymnasia summa cum
gloria volitat ? Gratulati sumuK et nobis et desiderio nostro; nani ab (•) Comparve
U prima volta in Rivista di filologia XJV, 1885, 4*7" 434. (i> Cod.
Eatense 57 f. 172?; eod. Farig. Ut 5854 f. io8v;cod.Bo- dldano Land. 64
(Oxford) f. j. 136 R. SABBADINI. cuius facilitate ac suavitate eum communicatum
iri melius sperare pote- ramus, quam a Gasparino, qui prò innata viriate et
animi magnitudine ad bene de hominibus mcrendum et ad disseminandam hominibus
pro- bitatem ac disciplinam natus educatus et auctus est ? Sicut de Prome- theo
Graeci poetae tradidere, qui ignem idcirco caelitus accepisse lae- tatus est,
uti humano illum generi dispertiret, tu quoque, vir clarissime, in huius tanti
boni partem admitte nos, in hac luce nos illustra, non pu- rum a nobis invicem
illustrandus. Semper enim nostra haec iuventus huiusce menior meriti inter legendum
te praedicabit et laudibus ac agen- dis gratiis tollot in sidera. Hoc petit abs
te splendidissimus equestris et litterarum ordinis vir Johannes Nicola (
Salernus ), hoc sapientissinnis iuris ac iustitiae consultus Madius, hoc
litterarius nostrae civitatis ordo, hoc Guarinus tuus, in quo ornando semper
elaborasti, nunquam tamen defatigatus. Ipse autem horum omnium legatione ad te
funger; hoc de- nique velit ipse Cicero qui ut ttiam posteritati prodesset
tantas curas vigilias contemplationesque suscepit. Imitare Pisistratum et, ut
plerique scriptum reliquerunt, Lycurgum, magnos et gravissimos viros, Homeri
repertores et digestores. Hi dedita opera illius libros antea latitantes et
dispersos, deinde inventos et collectos, studiosis ediderunt, ut eorum non modo
diligentia sed etiam liberalitas commendaretur. A nobis igitur omnibus venit ad
huraanitatem tuam publice missus eruditus atque op- timus vir Johannes
Arcignanus, qui sponte hoc munus suscepit, ut Ci- ceronem, de quo loquor,
integrum sua opera factum et tua benignitate ad nos referat. Oramus ac
obtestamur omnes te per ea quae tibi caris- sima sunt, ut huic nostrae
cupiditati subvenias et ardori honestissimo. Vale, pater suavissime, et doctissimos filios
Nicolaum et Ginifortem a me salvere iube. Clarus vir Andreas lulianus
recte valet. Ex Verona 14 kal. iul. 1422. L' Arzig-nano ritornò a Verona col solo Oratori e in
un testo non molto corretto, come vedremo (p. 142) dalla relazione del Lamola.
L'arrivo à.^Orator è confermato in una lettera di Guarino da Montorio, il 9
giugno 1424 (Ex Montorio, V idus iunias [1424]) a Lodovico Gon- zaga di
Mantova: < Oratorem (tuum) Ciceronis emen- f . — CTCKRONK. t$7 dare secundum
lectiones coeperam: (i) is quidem ab- solutus, sed non ad ungoiem emendatus
est, uti con- stitueram > (2). Il De oratore lo ebbe invece da Giovanni
Corvini per intercessione del marchese di Ferrara, come dice Guarino stesso in
un' altra lettera, che sarà recata più avanti (n. I, poscritto p. 139). Nel
qual proposito non credo inopportuno ricordare che lo stesso Corvini (del quale
diremo ampiamente più sotto) nei primi mesi del 1423 portò a Firenze il cod.
Fiorentino Nazion. Conv. soppr. I. i, 14. Il cod. Fiorentino comprende, come
s'è veduto (p. 130), \Ora- tor e il Brutus, mentre quello mandato dal Corvini a
Ferrara alla fine del 1422 comprendeva il De oratore. Mi sembra verisimile che
fossero due codici g-emelli, esemplati dal medesimo amanuense. Ed eccoci al
Brutus. Nel 1422 Flavio Biondo, per incarico della sua nativa città di Forlì,
si trovava a Milano e colse queir occasione per trarre una copia del Brutus, la
quale eg-li compiè dal 7 al 15 ottobre e la mandò al Giustiniano a Venezia e a
Guarino a Verona ^-v Ti copia del Biondo esiste nel codice Ot- Mantova nel 1425
fu copiato un C>r<i/i^; infatti il cod. Estense VI D 6, merobr., contiene
il Brutus e 1' Orator, quest' ultimo con la lottoscnzione: Orator ad M. lirutum
feliciter explicit transcriptus per- fectìuque et ab eo exemplari ememiatus,
quod a vttusto ilio codice pri- mum tranteriptum correctumque /utrat, pridit
idus septemò. i43S' Manl$tae. F. C, (a) Cod. Marciano Ut. XI 1:; !. i(>4.
(3) StaugI, op. ctt. p. XVIll. 138 R. SABBADINI. toboniano 1592; da quella ne
trasse un'altra Ugo Ma- zolato, segretario del marchese di Ferrara, e anche questa
esiste nel codice Napoletano Nazionale IV B 36 (i). Di queste due copie
trattano sei lettere di Gua- rino, che io recherò qui o intere o in parte,
secondo che sarà opportuno. I. Guarinus Ugoni (Mazolato) suo amantissimo p. s.
d. (2). Deinde accepi libellum, quem Biondus raeus et doctrina et pnidentia
sane vir primarius tibi ad me dedit, in quo et illius liberalitatem et tuam
probavi diligentiam. Ita enim effectum est ut uno, ut ita dicam, intuitu omnis
qui rationi dicendi dediti fuerint superioris aetatis homi- nes tum graecos tum
latinos spectare licuerit; cuius quidem laetitiae ut prò amicitiae nostrae iure
te participem faciam, ipsum ad te remitto, ut transcribendi facultatem habeas.
Sed unum oro, ut, siquìs apud vos non imperitus sit qui eum transcribat,' et
mihi exarari librum ipsum fa- cias vel papyro; opus dico Ciceronis tantum, nam
in eo volumine duo (3) insunt, ut vides, opuscula. Id autem gratissimum fuerit;
de impensa re- scribes, ut reddam quod exolveris; quanquam si idoneus esset
librarius, membranis transcribi posset; sed facito volumen pusillum. Ex Verona,
V id. decembr. [1422]. (1) Ibi, pp. X; xvni-xix. (2) Cod. Estense 2 f. io8v.
(3) L' uno era il Brutus, V altro il Libdlus de. militia del Bruni, co- piato
dallo stesso Biondo a Milano nel 1422; cfr. Stangl, op. cit., p. XVin. Cod.
Ottobon. 1592 f. 11 De militia àc\ Brxxnì, conXz ioiioscrì- %\ovi^: Leonardus
Arttinus edidit Ftorentic XVIII kal.ianuarii MCCCCXXJ. Ego vero scripsi
Mediolani nonis octobribus MilUsimo CCCCXXII. Guar. suo B, Flavius A. /. I. —
CICERONE. 139 A questa lettera va unito il seg-uente poscritto: Ugo mi
carissime; tua mihi ope opus ac industria, ut ad librum quem habere ardeo
cupiditatc quadam incredibili, nianibus ac pedibus, immo 'ro mente Consilio et
cogitatione tua et Zilioli nostri intendas. Est vir ;idem clarus ac
pnidentissimus, Johannes Arretinus (Corvini) illustris- rni Ducis Mediolani
secretarius; habet Macrobium, ut audio, litteris itiquis, fidelem, eraendatum
ita ut et graecas habeat fide optima in- crtas litteras. Hunc transcribendum
esse cuperem ita ut eius copiam haberemus, sicut intercessione domini
Marchionis habuimus Ciceronem de Oratore. Decrevi non mittere librum (=
Brutum), quia iste ta- bellarius non eis saeptus est vestibus, ut se ab imbre
tueri queat. Nol- Icm ut Ciceronem quoque, fluvio eloquentiac abundantem,
pluviis rcd- 'icrct etiam abundantiorem Scribo ad Biondum; mitte litteras
accurate. Itenim vale. IL Guari nus Flavio (Biondo) suo salutem (i). Gratias et
quidem ingentis tibi, Flavi, tuaeque peregrinationi hal^eo, lande huius
occasione et tua inprimis industria factum est, ut sessione ■\ per tam rcmotos
orbis tractus (L-co8t]^(Òv adeo diversi» natos ae- •ibu« oratorcs visere
potucrim. Qua in re me, quod proprium est ami- ;iac, in tuarnm voluptatum
partem vocare delcgisti, ut veteris instilu- iic proverbii tu tòiv «f.O.wv
xoivà faceres. Itaque et absens
prac- i MS et longinquus propinquus fui. [Verona,
dicembre 1422]. ^ od. Ottnbon. 1592 f. 58V. La lettera è autografa di Guarino,
<\y.^\r la scrÌMe sul codice, nell'atto di re«tituirlo. 140 R. SABBADUfl. m.
Guarinus Ugoni (Mazolato) sai. (i) AHquot iam dies misi ad te libellum illum
Ciceronis, quem a Biondo susceperam; adeo cupidus tibi inserviendi, ut vix eius
videndi raihi fa- cultatem reservarim, tuam antehabui voluntatem, cui
morigerari statui. Cupiebam autem ut tu illum tibi mihique transcribi faceres.
Hunc autem Biondus ipse geminatis ad me litteris repetit. Eius postulatis ita
satis- faci<ira, ut si librum absolveris emendaverisque, illum huic nuntio
eius fratri obsignes; sin autem imperfectus est, nuntium vacuum ire sinas. Adiicito te illum paucis post
diebus librum missurum quo volet, aut Imolam aut Faventiam, quo constituet. Habes me. Vale et clarissimo viro lacobo Zilioli me
commenda. Stephanum (Todescum) sai vere a me iube. Vcronae, XI kalendas
ianuarias [1422]. IV. Guarinus Veronensis Flavio suo s. p. d. (2) Non possum
facere quin tibi demulceam caput, humanissime Flavi, qui tam liberaliter mecum
agis in mittendis litteris nunc ex Ferraria, nunc ex Imola Brutum habebis, ut
primum eum absolvero [Verona, 1423]. V. Guarinus Veronensis Flavio suo s. (3).
Codicem (Bruti) habebis ut primum certns occurrat nuntius. . . . Ex Verona, XO
aprilis [1425]. (i) Cod. Nazion. Napol. IV B 36 f. 196V. (2) Cod. Monac. lat.
5369 f. 79V. (3) Cod. Capitol. di Verona CCXCV f. 35. i. — Cicerone. i4i VI. Guarinus suo Flavio s. (i).
Proxime tibi scripsi et rescripsi et Brutum misi; tuum erit de illius et
illarum receptione significare ....... Veronac,
XVIII aprilis [1425]. Delle lettere citate nessuna ha la data dell' anno; ma la
I, la II e la III sono senza dubbio del 1422, perchè si riferiscono alla copia
del Brutus, che fu fatta nell'anno stesso. La IV, stando ai rapporti ch'essa ha
con r epistolario, è probabilmente dell' agosto o del settembre 1423. Le altre
due, la V e la VI, sono si- curamente del 1425, perchè accennano alla peste del
1424 e alla podesteria di Francesco Barbaro a Vicenza, che fu del 1425. Da
ultimo reco due passi di due importantissime lettere, scambiate tra il Lamola e
Guarino. Johannes Immola Guarino Veronensi viro clarissimo s. p. d. (2) Nane
porro ad latinnm textum (Macrobii) corrigendum accedam, si priua tamen ultimam
manum et septimam addam corrcctionem tribas Ciccronis de Oratore libris,
Oratori quoque ipsi et Bnito, quos ex vc- .to ilio, fantore Cambio
(Zambeccario), traduximus velimque hos ipsos ri tibi minui caro» forc Macrobio
ipso, qnos qtiippe noiulum vidisti (1) Cod. Capitol. <U Verona CCXCV f. 34.
(2) Cod. Aruodel 70 f. I29(r. Il testo di questa lettera si presenta ora in ana
lesione assai più corretta che quando Io comunicai la prima ▼olta. 142 R. SABBADIN^. proprios et si
te vidisse putas, falleris. Nec credas inconstaDtiam l'Ilam et volubilitatem
Arzignaniam (i) illos proprios ad nos detulisse, quin ille nos egregie
fraudavit. Hic autem ipso codex, summae quidem venera- tionia et antiquitatis
non vulgaris effigies, ab istis in quorum manibus [fuit] (2) quique ex eo
accurato exemplari excmplum, quod vulgatuin ubi- que est, traduxerunt, summis
ignominiis adfectus est, quippe qui multa non intellexerunt, multa abraserunt
(3), multa mutarunt, multa addiderunt, ut si essent, quemadmodum olim apud
maiores, qui de corruptis tabulis curam agerent, istos inaudita poena plecti
necesse foret; qui si homines non omnino * hebetes neque inexercitati, nec
communium litterarum et politioris C4) humanitatis expertes ' (Cic. de f?r. II
72) fuissent, nunquam in id temeritatis et amentiae incidissent. Sed isti sua
opinione doctis- simi et eruditissimi, mea autem crossissimi et crassissimi
homines, non Ciceronis et bonarum litterarum correctores, sed depravatores, non
praeceptores sed praecipitatores habeant quo digni sunt; si me iudice illis
poena infligenda esset, nullam aliam eis statuerem, nisi ut revivi- sceret (5)
Cicero ipse, quamque (6) grati sibi illi essent omnibus palam rei mille
invectivis faceret. Sed de hoc plura, si aliquando dabitur, co- ram; nolim ut
credas, ni (7) re ipsa et centum et totidem argumentis id tibi probarim; quae
adeo fertilis et copiosa esset ad invehendum ma- teria et iustissima quidem ac
honestissima, ut nulla magis. Ego tamen, quantum diligentiae ac ingenii
peritiacque in me fuit et in nonnullo an- tiquitatis callentissimo viro mecum
idem sentiente, adhibui, ut omnia secundum priorem textum restituerem, notarem
etiam marginibus ubique legationes istorum logodaedalorum et sane barbaricarum
beluarum. Cu- ravi etiam ut usque ad punctum
minimum omnia ad veteris speciem exprimerem, etiam ubi essent nonnullae
vetustatis delirationes, nam vehm (i) Allude a Giovanni Arzignano mandato a
Milano a prendere VO- rator; cfr. sopra p. 136. (2) fuit om. cod. (3) Cfr. sopra
p. 132 n. i. {4) expolitioris (et om.) cod. (5) reminisceret cod. (6) quamquam cod. (7) Tolui ut
creda» in cod. i. — CICERONE. 143 potius cum veteri ilio delirare, quam cum
istis diligentibus sapere . . . Tacebis de depravatoribus istis aut ita
mordebis ut Cambius et ego soli intelligamus Ex Mediolano pridie kalendas
iunias [1428]. Guarinus Veronensis lohanni Lamolae s. p. (i) Accepi postremo
Macrobium et Oratorem (a) Ciceronis, quos illis pro- be litteris depingebas.
Bone Deus ! quantum abs te servatum diligentiae; ut cum sis mirifice
antiquitatis amator, illam Iti transcribendo effingeres et exprimeres, ut vel
minima omnia ab exemplari excerpseris. Meo» igitur emendare horum adiumento
coepi, ut eos meliores faciam, quod ubi assecuti fuerint, non parvns libi sunt
gratias et habituri et acturi. [Verona, giugno-luglio 1428]. Le lettere mancano
dell' anno, ma sono senza dub- bio del 1428, perchè il Laniola nella sua dice
che sta- va a Milano da un anno e mezzo e perchè nell' altra Guarino nomina la
peste, che qua e là cominciava a manifestarsi a Verona; senza dir di altri
indizi, che si deducono dall' intero Epistolario. Cosi si dimo^»^' l'^si^ipn/a
del codice di Lodi an- cora nel 1428. Le parole del Lamola sono molto chiare e
molto gravi. Kgli attesta che tutte le copie che si divulfja- rono delle tre
opere rettoriche di Cicerone derivano da un solo apog-rafo dell' archetipo.
Vorrà intendere forse r apografo fatto trarre dal Barzizza per mezzo (1) Cod.
Ambrosiano H 49 inf. f. I26v. (2) Sotto il titolo generico Oratorem si
comprendono tutte le (rr o- pere rettoriche. ^44 ^' SAfiBADll'l'l. di Cosimo
Raimondi ? Ma dalla nostra esposizione ri- sulta che gli apografi diretti
furono più di uno. Co- munque, sul primo o sui primi copisti il Lamola spande
una sinistra luce, mentre non resta dubbio che la copia tratta da lui avrebbe
ad essere esattissima. Il compito degli editori pertanto delle opere rettoriche
di Cice- rone mi pare che debba essere ora dall' una parte di cercare quella
copia del Lamola, la quale si ricono- scerebbe subito dalle note marginali, e
dall'altra di sot- toporre a più rigoroso esame gli apografi finora co- nosciuti.
Al primo (*) di questi due assunti hanno recente- mente atteso P. Reis Studia
Tulliana ad Oratorem pertinentia (Dissert. Argentar. XII), 1907, e L. Meister
Quaestiones Tullianae ad libros qui inscribuntur De ora- tore pertinentes,
Lipsiae 191 2. Presentemente poi lavora sui codici del De oratore loh. Stroux,
come rileviamo dal suo scritto Neues iiber Cicero de oratore (in Sokra- tes
1913, 171-176). Quanto concerne il primo compito, il prof. Charles L. Durham
della Cornell University di Ithaca (New York) ha trovato fortunatamente non
proprio V apo- grafo del Lamola, ma una copia di esso, con la sot- toscrizione
(di mano diversa dal copista): Ex emenda- tissimo codice lohannis Lamole
bottoniensis viri eruditis- simi . transcripsit hunc alesius germanus . et ad
eundem (*) Questo § è nuovo. I. — CICERONE. 145 postea entendatus est (i). Il
copista Alessio Tedesco è il medesimo che esemplò nel 1433 un Giustino con la
sottoscrizione: Ex emendatissimo Guarini Veronensis exemplari transcriptus ab
Alessio Germanico anno do- fuini MCCCCXXXIII .post autetn ad idem exemplar e-
mendavit Martinus Rizonus Veronensis^ ipsius Guarini iiscipulus (2). Martino
Rizzoni, il maestro delle famose sorelle No- garola, teneva cattedra di
umanismo a Verona; io pro- pendo a credere che Alessio fosse al suo servizio in
qualità di amanuense; le due sottoscrizioni infatti sono di tipo uguale. E ora
attendiamo la pubblicazione del nuovo apo- g-rafo, sul quale giustamente si
fondano tante speranze. Opere filosofiche a) De officiis I codici Ambrosiani
del " de officiis „ (*) Anzitutto descriviamo brevemente i codici Ambro-
siani, che sono in numero di 2^^ (3^. CoD. Ambrosiano C 29 inf. membr. I fogli
1-80 formano un solo corpo, sono scritti a (l) Vetlasi la notizia data da Th.
StangI in lUrlin.phihlog. Wochen- schrifl 1913, 829-30. (a) R. Sabbadini in
Musio di antichith classica II, 433. (♦) Comparve la prìma volta in Rendiauli
del r. Jstit. Lomb. se. < leti. ^^» «907» 508-21. (3) Furono descritti, ma
troppo sommariamente, da A. Mai, M. TullU Cieeronis sex orationum ctc,
Mcdiolani 1817, 225 ss. m. SABBADINI, TtSti latini. IO. 146 R. SABBADINÌ. tutta
pagina e appartengono al sec. X e più proba- bilmente alla prima metà dell* XI.
f. 1-48 Cicerone De officiis con la sottoscrizione f. 48V M. Tullii Ciceronis
de offitiis libri tres expliciunt. f. 49 In Lucium Catilinam incipit liber
primus feli- citer. Quousque tandem — f. 67 In Lutium Catilinam liber mi
explicit feliciter. f. 67 Pro M. Marcello. Diuturniì silentii — f. 71 M. Tullii
Ciceronis incipit prò Quinto Ligario. Novum crimen — f. 75 V Pro Q. Ligario
explicit. Incipit prò rege Deio- taro. Cum in omnibus — f. 8ov conservare
clementiae tuae (fine della p. Deiotaro). I fogli 81-156 formano un secondo
corpo, sono scritti a due colonne, e appartengono al sec. XII. Conten- gono
frammenti delle Leges roma^iae Visigothorum. Per la descrizione cfr. Cedex
Theodosianus instr. G. Hanel, Bonnae 1842, p. IX-X. f. 15 7v Hanc prosam attuli
de moni agut hi festa s. Katerine (25 novembre) anno M.° CC.° XII.° ab incar-
natione domini. Laudes claras canticorum, — , coi neumi. COD. Ambros. F 42 SUP.
membr. sec. XII. Fu di Vincenzo Pinelli. Ha ff. 36 e contiene il solo De of-
ficiis; f. I titolo (di mano un po' posteriore): Liber de officiis tuia
Cyceronis, f. 35 sottoscrizione: M. T. C. tres libris (sic) de officiis
expliciiuit feliciter. Di questo codice ho dato ampia relazione, discuten- done
l'ortografia, le omissioni, le trasposizioni, le va- rianti, la filiazione,
nella mia edizione commentata del De officiis (p. XX-XXXVIII), uscita dalla
casa E. Loe- i. — CICERONE. 147 scher, Torino 1889,0 ora esaurita: la seconda
edizione è venuta in luce il 1906, ma da essa ho tolto, per con- servarle
meglio il carattere scolastico, la dissertazione sul codice Ambrosiano (i). CoD.
Ambros. H 140 INF. membr. sec. XIIL Fu di Francesco Cicereio (Ciceri). Contiene
il solo De officiis col titolo: Incipit liber Marci T. C. offitiorum. CoD.
Ambros. D 6q inf. membr. sec. XIV-XV. f. I il Somnium Scipionis di Cicerone —
f. 3V Marci Tullii Ciceronis de somno Scipionis expUcit. Et nota quod istud est
illud tnodicum qiiod de re publica ipsius Tullii reperitur ut asserit Petrarca
de re[mediis] utriu- sque forltune] e. 1 18 et etiam ipse idem Tulli us de hoc
d[icit] I de tulsculanis] (2) que infra in principio (?) ad VI (3) cartas. f.
3V Cicerone Paradoxa, f. 9 Tusculan. quaest., f. 69V De fato, f. 75 frammenti
del Timaeus, f. 77 prò Archia, f. 8 1 Topica, f. 9 1 tavola del De officiis, f.
93 De officiis. CoD. Ambros. 1 94 sup. cart. sec. XV. Di due mani. f. I Valerio
Massimo — f. 108 Scriptus per f rat rem 7 achobum de Senis tunc priorem Chigi
e. Anno do- mini MCCCCIX (4) die prima mensis marcii prope XXII (i) Si occupò
largamente di questo codice R. Moilweide i» Wientr Sludien XXVIII, 1906, 263-282.
Egli gli attribuisce maggior importanza di quello che non f.'urcssi io, che
dalla critica tedesca fui allora rimpro- verato d' attribuirgliene troppa. (2)
Cfr. Cicer., Tuscul. I 53, dove cita un p;is»o del suo Somn. Scip. <3)
Corretto da VII. (4) Le cifre i'.l furono maltxioKamente raschiate. t48 R.
SABBADtNi. horam ad laudem domini nostri ihesu christi cui est ho- nor et
gloria in se cui a seculorum amen. f. 107 Explicit liber nonus. Decimus incipit
de quo solum istud capitulum reperitur. Varrò in ytalia — f. no Cicer. De
officiis — f. 148V Marci Tulii Ci- ceronis liber offitiorum explicit. Ego J er
onimus olim Orata explevi inceptum opus. Dei due copisti, Gia- como trascrisse
dal f. i al 127 (Nichil ag-ere autem, Cic. de off. II 4), Girolamo sino alla
fine. COD. Ambros. L 91 SUP. cart. sec. XV. Miscel- laneo di varie mani. f. I
Rhetor. ad Heremi. — f. 6ov Iste liber Rethori- corum M. T. C. est mei Ambr os
ii de Cr iv e 1 1 is emptus aBertola de Cu t i e is pretio f. II ultra
ligaturam et aminiaturam 1431. f . 6 1 Jacobo Adurno viro magnifico Albertus
Alpherius de Albano salutem dicit et semper prospe ros ad vota suc- cessus.
Quotiens vir magnifice — Incipit prologus libri nuper editi ab Alberto Alpherio
gramaticae professore in civitate Caffensi qui Ogdoas nuncupatur. Plato omnium
— f. 75 V Sallustio Jugurt.; f. 98 v Invettive tra Sallu- stio e Cicerone; f.
109 i Sinonimi ps. ciceroniani: Ab- ditum opertum obscurum — ; f. 127 Leonardo
Bruni De militia; f. 137 Cicer. De officiis lib. I e II 1-66; f. 1 8 1 Cicer. post reditum ad pop. Quod precatus a Jove — ; f. 189V Cicer. prò Marcello,
mutila. CoD. Ambros. H 137 inf. membr. sec. XV; f. i (di guardia, di mano del
sec. XV) Liber iste emptus per me Lu e am de Z o a Ho. I. — CICERONE. 149 f. 3 Cicer. De offici is f.
f^t^w Marci Tullii Ciceronis liber tertius et ultimus explicit. Manu mei J o h
annis de Terrutio quondam Steff ani die XVIII marcii in Chyo. f. 57 Cicer. De
aìuicitia, f. 71V De senectute. COD.
Ambros. M 78 SUP. membr. sec. XV. Contiene il solo De officiis; f. 120 Nicolaus
Ma- mei in US scripsit 1439. f. I22V 14"] 4- M. Tuia Ciceronis de officiis
liber mei y a e o hi A n dr e e C e nni s de Nordolis civis et notarii
bononiensis. Mar. Tuia Ciceronis
de officiis liber mei Pauli quondam ser Jacobi Andree Cennis de Nordolis civis
et notarii bononiensis. I^Oj die XI
aprelis. CoD. Ambros. D i sup. cart. sec. XV. f. I Cicer. De officiis — f. 69
Hoc officiorum opus transcripsit Antonius de G r at ap alii s . \. 70 Sallustio
Catiì., f. 94 Jugìirt. — f. 131 Divina favente clementia 1453 die XX novembris
lugurtae necnan Salustii opus per me presbyterum Anthonium Gratapaliam
transcriptum est. f. 132 Cicer. De senectute — f. 152V Hic liber de se- nectute
expletus est per me Anthonium de Gr a- t a p alii 5 in terciarum die decimo
mensis octobris an- no MCCCCLXX dum essem in scolis magistri Lodo- vica de
Oppizonibus. Estque mei Anthonii de Gr atapaliis in Castrono}° {-- Castronovato
?) f. 156 Cicer. De amicitia — f. 182: 1469. lulii. Hoc opus Tuia de amicitia
expletum fuit per me Anton ium i r a t ap al l i i s dum essem in scola
ma/bistri 150 R. SABBADINI. /. o (i o V ì e i de 0 p p i z o n i b u s de T a r
d o n a, f. 184 Cicer. Paradox a — f. 195: /^6p septembris die 023. Explitiimt
Par adosa Stoycorum per me AntJio- n i iim de G r at a p a l i i s . COD.
Ambros. C 229 INF. membr. sec. XV. Fu dell' Arcivescovo milanese Francesco
Pizolpasso (m. 1443)- f. IV lucipiuut capitula primi libri de officiis S. Am-
brosii Archiepiscopi inediolaiiensis. f. 65 Rubrica libri officiorum M. T.
Ciceronis. f. 67 V M. Tuia Ciceronis de offitiis liber primiis in- cipit. f. 1
1 9V M. T. Ciceronis Tusciilanarum quaestionum liber incipit. f. 186 Marci
Tullii Ciceronis ad Brutiim paradoxa incipiunt feliciter. f. 192 Afarci Tuia
Ciceronis de senectute liber incipit feliciter. f. 204 M. T. Ciceronis de
amicitia liber incipit feliciter. f. 217 Versus duodecim sapientum... Hic iacet
Arpinas manibus tumulatus amici — f. 218 Hic plus sole micat cruciatus propter
honestum. CoD. Ambros. A 37 inf. membr. sec. XV; f. i (di guardia, di mano del
sec. XV) Iste liber est conven- tus fratrum sancte Marie Coronate Mediolani
observan- tium sancii Augustùti congregationis Lombardie. De nu- mero. f. 3 Cicer. De
officiis, f. 64 De senectute, ì. 78V De amicitia, f. 96 Paradoxa. CoD. Ambros.
O 157 sup. membr. sec. XV; f. i I. —
CICERONE. 151 (di gfuardia) Iste liber Ttilii Ciceroitis de offitiis est la-
cobi Malumóre qui mutuo illum dedit Magistro Bario! omeo Ver ortensi die X**
ianuarii anni 14^1* Contiene il solo De officiis, COD. Ambros. L 83 SUP. membr.
sec. XV; f. i (di gfuardia, di mano del sec. XV) Iste liber est mona- sterii
sancte Marie Coi'onate Mediolani siti in porta Co- mana foris (cambia mano)
cbserrantium fratrum ere- mitarum sanati Augustini coìigregationis Lombardie.
De numero; f. iv (di g-uardia, altra mano del sec. XV) Martinus rhetoricus
glosator. Questo Martino ha scritto numerose jt^losse fmo al f. 16, poi più
raramente. f. I Rhetorica ad Herenn.; f. 76 Cicerone Paradoxa^ f. 87 V De ami
citi a, f. 1 1 1 De officiis, f. 196 Somnium Scipionis, f. 20 IV De fato, f.
214 De senectute. CoD. Ambros. E 67 sup. membr. sec. XV. f. I Cicerone De
officiis — f. 31V Traductus ab e- xemplari insignis orai or is d. Gu u n i f o
rt i Barzizii e te. per me Bar tholomeuni ■ '^ de V ice co- mi tibus clericum
etc. ac litterarum apostolicarum ab- breviai or em etc. die sabbati; f. 24 v
Incidunt saepe mul- tae causae quae conturbant Kde off. Ili 40), nota mar-
^''in.ile: Si cut ali quid tempore videtur utile cum non sii 'il aliquid
videatur esse turpe cum non sit tem- pore. Guin ifo rtu s f. 32 Cicer. De
amia ini. CoD. Ambros. Y 63 srr. mombr. sec. XV. icerone De officiis., ì)e
senectute, f . 114 De amicitia, f. \ ]' > Somnium Sctpionis, f, 145V Para-'
doxa. 152 ft. SABBADINI. f. 111-113 Epigrammi
umanistici. COD. Ambros. e 15 INF. membr. sec. XIV. A due colonne,
eleg-antissimo. Fu di Francesco Cicereio (Ciceri). Contiene le seguenti opere
di Cicerone: f. i De of- ficiis; f. 32 TuscuL; f. 73 De nat. deor.; f. io2v De
es- sentia mundi (Timaeus); f. io6v De senect.; f. 113V De amie; f. 12 iv De
divinat.; f. 144 De fato; f. 147V De legibus; f. 162 De finibus — f. 198 Marci
Tulii dee- ronis de fviibus bonorum et malorum liber quintus et ultimus
explicit. — Marcus de Rapii anelli s scripsit. Del codice e del copista s' è
discorso sopra, p. 93-96. f. 31V Domini Bartholomei Cascioti epitoma supra
Tusculanas questiones: Despicit hic p r i m u s mortem: perfertque dolorem Inde
secundus agens: animos et t e r t i u s aegros Mitigati et quartus morbos
effulminat omnes: Efficit at (i) quintus sola virtute beatos. CoD. Ambros. T
105 sup. sec. XV, parte membr. parte cart. f. I Cicerone De amicit., f. 27 De
officiis. CoD. Ambros. F 38 sup. cart. sec. XV. Contiene il solo De officiis. CoD. Ambros. Q 78
sup. cart. sec. XV. Contiene il solo De officiis. CoD.
Ambros. R 5 sup. membr. sec. XV. Contiene il solo De officiis. CoD. Ambros. S
25 sup. membr. sec. XV. Contiene il solo De officiis, che finisce al f. 107V
con le parole: erunt recipiendi (III 121). (i) Corr. da tit. I. — CICERONE. 153
CoD. A^rBROS. C 76 sup. membr. sec. XV. Contiene solo il De officiis ~ f. 44V
Explicit liber Tullii de officiis. J o a n n i s de L a n t e r i i s. Al f. I
c'è lo stemma del Lantieri con le iniziali del no- me IO. COD. Ambros. Q 86 SUP. membr. sec.
XV. f. IV /;/ libro Hestcr. Rex tnaximus Artaxerses ab India usque Ethyopiam
ctpitum viginti septem provintiarum prijicipibus et ducibus qui eius imperio
stibiacent salutem plurimam dicit. Cum
plurimis gentibus impararem (sic). Seguono cinque opere filosofiche di
Cicerone, inte- gre, eccetto il De officiis, di cui mancano i primi §§: Il — 3
iudicium utrumque. I fogli furono turbati e le iniziali miniate manomesse. f.
6-7. 5. 8-47V. 3. 48-108
De officiis. f. 136V-161V. 4 De seftectute. f. 4. 162-173V Paradox a. f.
109-136 De amicitia. \. 173V-180
Somnium Scipioiiis. Ai codici Ambrosiani ne aggiungiamo uno di Brera. CoD.
Braidense AF IX 65 cart. sec. XV. Contiene Cicerone De officii; De amicitia; De
sene- ctute; Paradoxa; Somnium Scipionis, e i Synonyma ps. ciceroniani. f. 144
(ps. Catilinaria) Non est amplius tempus ocii P. C. — . f. 145V (la risposta)
511 subtiliter a cin umvit-intìbus — . f. 158 i Dittonghi di Guarino. 154 K-
SABBADINI. Com'è noto, i codici del De officiis vanno tutti d'ac- cordo in
certe interpolazioni, in certe trasposizioni, in certi errori; donde si deduce
con sicurezza che essi risalgono a un unico e comune archetipo, il quale do-
veva essere costituito sin dal sec. Ili dell'era volgare, poiché già in
Lattanzio Inst. div. VI 6, 26 comparisce l'interpolazione aut Aristides {De
off. Ili 16). Ma la tradizione di quell'archetipo si divise in due correnti,
l'una chiamata X, l'altra Z. I codici finora conosciuti della classe X sono: il
co- dice Harleian (del Museo Britannico) 2716, sec. IX-X (= Z), mutilo,
identificato col Graevianus I; il cod. Vatic. Palatino 153 1, sec. XIII-XIV (=
/); il codice Bernensis 104 sec. XIII (= e). Si aggiunga V Augu- stanus deU'
Anemoecius, ora perduto (1). Assai più numerosi sono i codici della classe Z.
Tra i più antichi vanno ricordati due frammenti parigini: cod. Parig. lat.
6347, sec. VIII-IX, con un solo qua- derno (II 72-III 1 1) (2); cod. Parig.
lat. 10403, sec. IX-X, con due soli fogli (I 133-140; II 19-25) (3). Seguono in
ordine di tempo: il Voss. di Leida Q 71, sec. IX-X (-- V), il Parig. lat. 6601,
sec. IX-X (= P) (4), il Ber- (i) Cfr. E. Popp, De Cicer. de off. librorum cod. Berti. 104, Diss. Erlangae 1883;
Id. De Cicer. de off', librorum cod. Paint. 1531. Progr. Erlangen 1886. (2) E.
Chatelain in Revue de philo logie V, 188 1, 135-136. (3) I. Klein in Rheinisch.
Mus. XXII, 1867, 429-432. (4) E. Popp, De Cicer. de off', librorum cod. Voss. Q 7/ el Paris. 6601. Progr. Hof 1893. f. —
CICERONE. 155 nens. 391, sec. IX-X (= b),. il Bamberg. M. v. i, sec. X (= B),
rHerbipolitanus (Wiirzburg-) Mp. f. I, sec. X; il Bern. 514, sec. X (= a),
l'Ambrosiano C 29 inf. sec. X-XI (== A), il Harleian 2682, sec. XI (coi due
soli primi libri) (i), il Bamberg. M. v. 2, sec. XII (= [3), il Berolin. lat.
fol. 252 sec. XII (= E) (2). Tutti questi codici possono riguardarsi in maggior
o minor misura come rappresentanti puri della classe Z, air infuori di a, che è
da collocare tra gli impuri, perchè largamente inquinato da interpolazioni. Su
A regna invece molta incertezza, sembrando ad alcuni che sia copiato da b, ad
altri che tanto A quanto b derivino dal medesimo esemplare (3) e inclinando fi-
nalmente taluno a tener A in gran conto (4). Affinchè i critici abbiano
migliori elementi di giudizio, recherò la collazione di A nel Hb. I, non pero
integralmente, bensì solo in quelle lezioni nelle quali la mano del copista fu
rorretta sia da lui stesso sia posteriormente da altri. I I alter // ò (corr.
in altera A 2); discendum X Z, ma in ./ 1* s pare ritoccato. — 2 vindicare
corr. in vendicare A. — 3 fere se] se om. Ab {fifter^ Iheopharasti corr. in
Theophrasti A. — 4 illis] priits i ex cotr. A. — 5. philosophorum] so suferscr.
A; iudicans aut corr. ex iudicans au A. — 6 penDritlitironiin rorr. i?t
peripatheticoriun i' ( fr. Phitologus LIV, 1895, 17/. ^7) Su alcuni di questi
codici in generale, vedi rediiionc del De of- ficiis, curata da T. Schiche,
Lipsiac, Freytag 1885. (3) l'opp, De Licer, de off. lihr. cod. \'oss. Q // et Paris, 660/ , 24. (4) R. Mollweide in Wiener Studien XXVII, 1905, 36,
dove biso- gna rettificare qu.ilcbe inesattezza: p. 44: .1 in I 77 legge lingue
in r.-u.ura; p. 60: A in ITI i i ^ l'^k'ijc neiliu.t in ra.snr.i; |)rin)a era
««critto /.tn.nt 156 R. SABBADINI. A; phyrronis corr. in phyrrhonis A; dilectum A b
(delectum Al). — 7 quibus in] in om. A b {add. A 2); omnis partis A b (omnes
partes A 2); modi sunt] sunt om. A b (add. A 2). — 8 catorthuma corr. in
catorthoma A. — 9 iucunditatemque corr. in ioc — . A; cum enim utilitas]
utilitatis A ò (utilitas A 2). — io honestius] post, s ex corr. A. — 11
procreata sunt A, procreata sint b. — 12 vi] ut ^ ^ (vi A 2); conciliet A b;
orationis ex rationis corr. A;
obiri corr. in obediri A; coniugi ex coniungi A. — 14 animai pulchritudinem] ex
an- pulcrit- corr. A. — 15 reluti corr. in velut A; atque ex utque corr. A. — 16 quisque super scr. A. —
17 res] s superscr. A; sibi ex suis corr. A; in iis A b; tt \\\\ or- dinem A. —
18 hisque A; temere ex timere corr. A. — 19 gerendis] agendis A b (gerendis in
marg. A); intermissione A b (intermissio ^4 2);
agitatione in agitatio corr. A; cogitationis Z X{etiam A); cogitacionisque A b
(cognicionisque A 2). — 21 e quo si quis b, e (?) quo si quis A, e (in ras.)
quo plus si quis A 2. — 22 nati solum corr. in solum nati A; vindicat corr. in
vendicat A; accipendo corr. in accipiendo A; de- vincere A b (devincire A 2). —
23 imitare A b (imitari A 2); facit in quempiam corr. in in quempiam facit A. —
24 ecupiverunt (= est cu- pivcrunt) corr. in ecupiverunt A. — 26 autem
superscr. A; principatum ex principitum corr. A; maxumis {poster, m ex corr.)
A. — 28 deseren- dique (s ex corr.) A (deferendique a)', aut superscr. b;
inimictias corr. in iniraicitias A; desertos esse] esse superscr. A. — 29
quando A b (quo- niam superscr. A), quoniam e. — cui quod A b (cui quidem A 2);
an- tepone A b (anteponere A 2). — 33 et nimis] et superscr. A; fabium] f ex
corr. A; finis A b (fines A 2). — 35 chorintum corr. in chorinthum A. — 36
imperator ex corr. (ator superscr.) A; legionem ex legioriem A. — 37 proelium
b, prelium A; lenitate ex lenitatem corr. A; mitiga- tam (?) in mitigante corr.
A; indicant corr. in indicant hoc A (indicant hoc pY, quid ex qui corr. A. — 38
omnino ex omni corr. A; cum |||| inimicis A; reddendis |||| illa A; erat A b
(hera A 2)\ ferat ex ioxaX. corr. A; virtute ex corr. A; quorumve A b (quorum A
2); virtute A (?) b (virtuti A 2). — 39 bello punico A. — 41 autem A (aut A 2),
aut b; aut ex ut corr. A; fraus ex fraus corr. A. — 42 obsit ex corr. A; ipsis
quibus ex qui- bus ipsis corr. A; quam]quem b, quod ex corr. A; officio ex
offio corr. A. — 44 suppeditari corr. in subp- A. — 45 benificientia corr. in
benef- 1. — CICERONE. 157 /; dilectus A b (delectus A 2); ante ex ame corr. A; ut siiperscr. A; habebunt] fost. b ex corr. A.
— 46 hac] in ac corr. A a, ac e;
virtutes 'X virtutis corr. A; potius A, super scr. b. — 47 non super scr. A; ut
ion] t no ex corr. A. — 48 provocati] prò ex corr. A; liberalitatis ex\\-
bertatis corr. A; non licet] non ex corr. A. — 49 dilectus b, delectui ex corr.
A 2 (delectus e) ; qui in maximo b, quin maximo A {rv ra ex corr.y, spectant A
b (spernant in marg. b, aliter spernant in marg. A, dein corr. in sperant). —
50 quod super scr. A. — 51 ac ex corr. (?) . /; ut que] ex corr. ut A ; comiter
corr. in corniti A; nichil hominus corr. in nichil ominus A. — 53 proprior A b
(propior A 2); coUatio A b (colligatio A 2). — 54 natura corr. in nature A;
sequntur corr. in se- quuntur A; tamquam .-/, ex quasi corr. 3; sanguis ^ ^
(sanguinis Al). — 56 aequa A b (aeque A 2); ac ex at A; pythagoras ex pytag- A.
— 57 detestabilior ex detestatilior (?) corr. A; istorum corr. in historum A. —
58 proximi A, proxumi b; vitam A b (vita ./ 2). — 59 quam aut] t super scr. A;
vicinum] ic ex corr. A; ducendoque A b (demendoque A 2 e). — 61 salmacida corr.
in salmaci da A; et b, super scr. A; marta- thone A b {post, a ex corr. A);
platheis A b; thermophilis Ab. — 62 proba A b (probe A 2). — 64 ut quisque] ut
super scr. A; excellet b^ ex
III cellet A. — 66 perturbationi ex -ne corr. A; cum vite A b (tuni rite A 2). — 67 posteriore est
Causa corr. in posteriore Causa -<4; ver- sant (?) corr. in versatur ^; est
A (s ed dein del.), super scr. b. — 68 enim est A, est super scr. b; si non ./,
si // 2; si habeas om. A; liberalita- triii.ju- ^.i libcrtat- corr. A. — 69
affert cum A, affert tum A 2 e; in a^jris iiMiiiiulli A. — 70 ne cui] e
superscr. A; libertate ex -ti corr. A; fructuo.si<;r ex fructuosorum corr.
A; gerendas] da ex corr. A. — 71 ex- cellentij cn superscr. A; nulla sit] sit
add. A 2. — 72 his in ras. A; abiecta] abiec in ras. A: philosophis ex
philophis ./. — 73 efficicndi A, efficicnda A 2 p; considcret ex -rat A. — 74
id in] in superscr. //; eaque A {He.) — 75 iolu«trìu8 corr. in ili- A; servantur
ex servartur corr. A; in qaolOipse A; adiutum superscr. A. — 76 imperium ^^
inp- corr. ./; lacedacmonii.s putatur A b (lac- dilatatum putatur <-/ 2,
dilatatum lac- putatur L i e)\ liburgi corr. in ligurgi A, ligurgi b; causas
ipsas corr. tn i- e- j1. — 77 laudi corr. in lingue A; otium corr. in odium A.
— 79 inlata eorr. in ili- A. — 81 precipere corr. in pcrcipcrc A (perci- pere
e); Dee quid committere A (nec committere ^ ?). — 82 roagnia viri» Ì$H R.
SABBADlNi. A, magni viri A 2 />. — 84 peloponnesiaco ex peloponnes iaco A;
sed fugere - non posse in marg. A; quam A b (per quain ./ 2); cleombro- tus in
-tis corr. J; quantoque maximus A <^ (quantoquc (J. maximus A 2); cunctando
ex cuntando corr. A. — 85 perniciosissimam ex perniciossimam corr. A. — 86 in
nostra ex corr. A. — 88 animadversio ex animi ad- versio corr. A; puniet ó,
ueniet corr. in punit A (punit a). — 89 autemj a ex corr. A; datam siiperscr.
A. — 90 etfrcnatos A b (effr- A 2). -- 91 parata sit A b (parata sint A 2Ì;
liberalitati ex -te corr. A. — 94 et|I|ratione A', delirare corr. ex deiurare
(?) A. — 95 pulchritudoj h super scr. A. — 96 discriptio A h (descriptio A 2);
quoddam] dam su- per scr. A; alludili buie A; consentaneum ex conset- A;
liberali ex corr. A. — 97 decore A b (decoro A 2); at ||| atreo (r superscr.)
A; reliqua- rum A B b (reliquorum A 2 B 2 e). — 98 quibus cum vi vivilur b,
qui- bus cum vi (vi superscr.) invitur A. — 99 perspicitur corr. ex perci-
pitur (?) A. — lOi
fugiendumque b, fugiendum ;que add.) A. — 104 remisso ex remissio corr. A. —
106 valetudinem ex valit- corr. A. — 109 fraudis ex fraudes corr. A; si quidvis
/;, quic quid vis (quic in ras.) A,
qui quidvis L e; perpecianturj peci ex corr. A. — 110 studia {corr. in studii
b) nostri regula A b (studia nostra regula A 2 a). — 112 for- sitan III vitio
A. — 113 sui habeat corr. in habeat sui A; eaque ex ea reve A; est ex corr. A.
— 114 memini ex nemini corr. A; aesopus corr. in aesophus A; erit corr. in
erunt A. — 115 nobilitatem corr. m nobilita- tes A; divitias corr. in divitiae
A. — 116 f. corr. in filius A; maxime in to A b. — 118 satu ex statu (?) corr.
A; viam ex corr. A. — 119 ra- rum ex rerum corr. A) re ornata A b (re ornati A
2 e); vite cursum sequi vellent ex s- vellent v- e- corr. A. — 120 quoniam ex
corr. A quo b; inmortali] inmo ex corr. A; institutorumque ex institutumque
coi'r. A; censeant corr. in censent A^ censant corr. in censeant b; precidere]
cid ex corr. A. — 121 vitia sint imitanda A b 2 (vitias i nti manda <5 i);
et ante impium] Ì7t ras A, sed b. — 122 quoniam] quo A b (quia A 2);
probatissimos ex probant- corr. A; iucunditati] iucun ex corr. A; nolint A b
(velint A 2, volent e). — 123 autem etiam] etiam superscr. A; li- bidinum ex
lubid- (?) corr. A. — 124 peregrinorum] in ex corr. A. — 126 difficilibus]
difficilius (us ex corr. A) A e; est sed A (dein est del.)', videatur A B b
(videtur A 2 B 2). — 127 omnes] s ex corr. A; turpe non turpe est A B b
(non turpe est A 2 B 2). — 128 abhorret ex abor- I. - CICERONE. 159 ret corr.
A. — 129 habet ex (x in ras.) vetere (j«/^rj<:r.) disciplina A — 130 est
munditia est corr. in rnunditia est A. — 131 fiant ex corr. A. — 132 quae] quoniam A b (quae A 2 e). — 133 a
natura omnino corr. in o- a n- A\ facetiis corr. ex factiis A. — 139 omanda
{prius n ex corr.) enim est (est mperscr.) dignitas A. — 142 continentur ea Z
X, continetur in ea A 2; ut modestia super scr. A. — 150 cetari A b (cetarii A
2); quoqui A b\ fa|||rtores A\ unguentarios ex ug- corr. A; talarium ex
talianim corr. A. — 152 exposituni bis, dein corr. A. — 153 vita .mperscr. J;
greci (i superscr.) phronesim A {in f/iarg. phronesis); humanarum corr. ex
hunarum A; inchoata ex incoata corr. A. — 154 perspicienda ex consp- (?) corr.
A. — 157 agendi|||congregandique (grega in ras ?) A. — 158 quae om. A b (.ntperscr.
A 2); natura|||||||| deside- raret A\ vellet ex corr. (?) ^. — 160 officiorum]
rum f7</</. A 2 (?); excel- lere J, excellere videatur A 2; debeantur] a
ex corr. A. — 101 Explicit liber primus Ciceronis de ofGciis. Incipit liber
secundus feliciter A, otti. in la e. b. Cresciute in tal modo notevolmente le
coincidenze tra A e ò \n lezioni che sono peculiari a essi due, par- rebbe
cresciuta di molto anche la probabilità che l'uno sia copiato dall' altro,
anziché entrambi dal medesimo esemplare. Ne vi si opporrebbero ragioni di
tempo, perchè A è posteriore forse di un secolo, né ragioni di luogo, perché
parimente A proviene da paesi d'ol- tr' Alpe. E potremmo inoltre ritenere che A
fosse stato copiato da ò dopoché questo era stato corretto; infatti coincidono
A e àz in alcune lezioni : 46 potius; 49 sper- nant; 54 tamquam; 67 est; 68
enim est; 121 vitia sint imitanda. Rimangono però differenze: 11 procreata sunt
A, prò- sint ò; 18 hisque A, iisque ó; 58 proximi //, proxumi ò: 82 nec quid
committere A, nec com- mittere ó; 88 ueniet A, puniet ò. Chi esaminerà meglio
^» giungerà forse a conclusioni sicure. iéo R. SABBADII^f. Nelle correzioni dì
A 2 ravvisiamo alcune conget- ture: 77 lingue (desunta da Quintiliano /nst. or.
XI i, 24); ib. odium; 84 quantoque Q.; 142 continetur in ea; 160 excellere
videatur. Ma più interessanti sono i contatti 6\ A 2 coi codici della classe X.
Con p: 37 indicant hoc; 73 efficienda; con L e: 62 probe; 109 qui quidvis; con
^; 29 quoniam; 46 ac; 49 delectus; 59 demendoque; 69 affert tum; 76 dilatatum;
81 percipere; 97 reliquorum; 119 re ornati; 132 quae. Tali accordi con lezioni
della classe Xìn testi della classe Z rimontano a tempo anteriore, poiché già
li osserviamo negli estratti di prete Hadoardus conser- vati nel cod. Vatic.
Regin. 1762 del sec. IX (i). Il codice di Hadoardus = K appartiene
indubbiamente alla classe Z, ma mostra i seguenti contatti con la classe X: I
29 quoniam K e, quando Z; 121 impium K L p, vitium Z e; 126 turpem K L e,
formam Z; 128 nominibus ac K X, om. Z; 155 caritatem K X, utilita- tem Z; 157
cogitandique K X, congregandique Z; II 5 expetunt K X, expetant H, expectant B
b; 66 toga K X, tota Z. **♦ Non è senza utilità accompagnare ancora un poco le
coincidenze tra X e i rappresentanti impuri di Z, al quale scopo riporterò una
scelta di lezioni dei co- dici milanesi, che a eccezione di A sono tutti
discen- denti impuri della classe Z; e a essi aggiungerò tre delle più antiche
edizioni, parimente di origine impura: (i) P. Schwenke in Philologus Supplmb. V,
1889, 399; 561-571. I. — CiCERONE. l6l la Maguntina del 1465 (in Ambrosiana ^52
sup.), la Romana del 1469 e la Milanese del 1476 (i). I 75 vere se adiutum
Themistoclem Z, vere adiuvit Themistoclem X, M y8; I 97 sed ut tum Z, sed tum
Xy M y8; II 69 gratiam autem et qui retulerit habere X (2), om. Z, gratiam
autem et qui reddiderit (reddidit) habere F 42, H 140, M /8, Q 86; III 113
iuratos ad senatum in castra Z, iuratos ad senatum misit Hanni- bal se in
castra f, iuratos ad senatum missos in castra Py iuratos ad senatum misit
Hannibal in castra M ^8y Q 86, iuratos missos ad senatum in castra F 42.
Quest'ultimo passo mostra che i codici puri della classe Z omettono
concordemente alcune parole, le quali hirono dai codici della classe X
sostituite non concordemente, perchè uno ha misit Hannibal se, un altro missos:
la classe X perciò le ha desunte non per via diplomatica, ma per via
congetturale. E per con- gettura possiamo credere che i codici impuri della
classe Z abbiano trovato le sostituzioni misit Hannibal e missos, anziché le
abbiano tratte dalla classe X. Cosi in I 115, dove X Z leggono nobilitatemi
alcuni codici impuri della classe Z, p. e. F 42 e M 78, hanno emen- dato
congetturalmente nobilitatesi in III 114 Z legge ( I ) Lo stesso valga per
altri codici impuri della classe Z, per es. uno Nizzardo del sec. XH (C.
Beldame in Kevut de pkilologieV, 1881, 85- IDI); uno Mantovano e otto Veneziani
del sec. XV (A. Gncsotto in Atti e memcrie dilla r. Accademia di sciente . . .
in Padcr'a XV^III, 1902, diup. m e IV; e XX, 1904, disp. Ili e IV). (2) Cfr.
Ciccr. /. Piane. 68 gratiam autem et qui rcfcii haori n ijui babet in eo
ipM> quo<i hahct rcfert (citato anche da Gellio I 4, 3). ft. lABBADUfl,
Tati latinu 11. l6i R. SABBÀDINT. abarscnte, ma e e i codici impuri della
classe Z, come M 78, Q 86, hanno corretto a Varrone [et Varrone Q 86); in I i X
Z danno ad discendum, ma molti codici impuri di Z, quali A 37, O 157, L 83, E
67, F 38, F 63 e le edizioni del 1469 e del 1476, hanno emen- dato ad dicendum.
In II 4 X reca molestias, Z lo omette; il codice impuro Q 86 della classe Z dà
molestias: ma non è necessario pensare che l'abbia desunto da X, perchè cosi
esso come X lo possono aver veduto in Nonio Marcello, alla guisa stessa che
Hadoardus o il suo antigrafo trasse due lezioni da Lattanzio; II 6 si
oblectatio K^ Lact. (III 13), sive oblectatio X Z; ib,^\ vero ratio K, Lact.,
sive ratio X Z. Il quale Hadoardus offre dall'altra parte emendamenti ch'egli o
ha comuni con altri codici: I 62 enim K e, om. relL; 63 et K e, om. relL; 132
quae K e, quoniam relL; o che compari- scono per la prima volta presso di lui:
151 legibus K, e quibus X Z; 139 fit K, sit Z, est L. In n I X presenta tum ex
utilibus quid utilius aut quid maxime utile, parole omesse da Z; ma buona parte
dei rappresentanti impuri di Z hanno ivi: tum ex utilibus quid utilius aut quid
maxime utile, p. e. D 69, F 63, M 78, E 15, Q 86 (T 105 la 2 ' mano); tum ex
utilibus quid utilius aut quid maxime inutile C 2 2g, 2* mano; tum quid utilius
quid maxime utile cod.Braìdense, 2* mano; aut ex duobus utilibus quid utilius
aut quid maxime utile Q 76. Anche qui la varietà dei supplementi ci avverte che
i codici impuri della classe Z li hanno trovati da se, come da se li hanno
trovati i codici della classe X; che se ammettessimo una filtrazione diretta
della classe I. — CICEiONK. 163 X in Z, non sapremmo come spiegare che tante
altre lacune nella classe Z non siano state colmate. C è poi un luogo il quale
pone mirabilmente in chiaro il procedimento tenuto tanto da X quanto dai codici
impuri di Z nel colmare le lacune: in II 89 X legge quid tertium ? male
pascere; Z omette il passo; i codici impuri della classe Z, a cominciare dal
sec. XH per la maggior parte, e tutti quelli del sec. XIV e XV a me noti e le
edizioni che ne discendono, recano : quid tertium? bene vestire. Senza dubbio
la lezione di X è la vera, perchè essa è confermata da Columella VI praef. § 5:
ma appunto questo ci ammonisce che da Columella la ha desunta X ; dovechè Z è
rimasta con la lacuna, e i codici impuri di Z sono ricorsi a una congettura mal
riuscita. Da ciò vorrei conchiudere che una vera tradizione diplomatica è
rappresentata solo dai codici puri della classe Z, i quali vanno tra loro
sostanzialmente d'ac- cordo; r accordo invece è assai minore tra i codici della
classe X, i quali rimontano anch' essi a un ar- chetipo comune, ma senza
riprodurlo scrupolosamente e oltreché i singoli individui aumentano il
patrimonio delle interpolazioni, siamo indotti a ritenere che le le- zioni
peculiari di X e comuni ai tre suoi rappresen- tanti siano per buona parte non
tanto nate da una fonte diplomatica, quanto siano state o racimolate in altri
testi o trovate per congettura: il che non esclude che in molti punti X abbia
letto 1* archetipo meglio di Z. In ogni modo la base del testo del De officiis
(i sembra deva essere Z, coi suoi codici puri; dove 104 K- "^ABBADlflt.
esso ci vien meno, ricorreremo o alle congetture dei suoi codici impuri o alle
lezioni e agli emendamenti spesso felici di X o alle congetture di Hadoardus e
nostre. *** Così scrivevo nel 1907, negando recisamente ogni filtrazione di X
nei codici impuri di Z. Ma mi devo in parte ricredere, dopo letta la
dissertazione di C. Marchesi Un nuovo codice del de officiis di Cicerone (in
Memorie del r. Istit. Lomb. se. e leti. XXII, 191 1, 187- 212). Qui si dimostra
inconfutabilmente che il Petrarca possedeva nel suo esemplare (cod. di
Troyes552) del De off, una vera e propria edizione compilata su due codici : r
uno della classe X, l' altro della classe Z. Questo ci obbliga ad ammettere una
filtrazione ora più ora meno larga, ora diretta ora indiretta, di X nei co-
dici impuri di Z (i). I codici Trivulziani del de officiis C^). Ai codici del
De off. delle biblioteche pubbliche mi- lanesi aggiungo i tre della biblioteca
Trivulziana, pri- vata: ma cosi signorilmente resa accessibile agli stu- diosi
dal Principe. (i) Nei codici impuri della classe Z la filtrazione di X è d'
ordinario indiretta; nel testo del Petrarca invece è diretta, perchè ad es. vi
si legge intero il § I 40 dei codici X, che in nessuno dei codici impuri Z si è
finora trovato e che mai forse si troverà. (*) Comparve la prima volta col
titolo : / codici Trivtilziani del de off. di Cicerojie, Milano 1908, p. 1-14.
I. — CICERONE. 165 Comincio dal descriverli brevemente. Cod. Trivulziano 769
membr. sec. XT-XJI, tutto di una mano. Iniziali miniate; la prima raffi g^ura
un mae- stro che fa lezione a uno scolare. f. 1. M. T. Cicerofiis de officiis
libey primus incipit. Quamquam te marce || f. 44V monimentis preceptisque
letabere. M. T, Ciceranis de officiis liber explicit. f. 44V (anepi^afo). Quoniam in hoc libro Herenni || f. 48V. Elegantia est
que facit ut unum quodque pure (Cornific. Ad Hemiìi. TV, 1-17. Il seguito manca
per caduta di fogli). f. I di guardia, di mano del sec. XVI: Hic liber est Alex
a presbyteri Romani. Cod. Trivulziano 661 membr. sec. XV, tutto di mano di
Girolamo Donato. Sull'i ntemo del cartone anteriore, di mano del sec. XV; Petti
Archiepiscopi Cretensis. f, 1 M. T. Ciceronis officiorum primus incipit. Quan- quam te Marce || f. iiov
monimentis preceptisque le- tabere. M. T. Ciceronis officiorum liber tercius
finii. Compievi anno III pofitificatus Johannis pape XXIII (=1412), XIIII kal.
augtistas P. {i) Hieronimus Donatus patricius. Rivoalti. f. Ili M. Cicero Decio Bruto sa. d. Lamia
uno om- nium Il in petitione iuveris. Vale (Cicer. Ad fam., XI, 17 ^2). ii
guardia. Estratti da Cicerone Ad favi., I, 9, • T ,. fi. \'....\., \i.. ......
11... f p,,^.u, ,..,.. dicuntur I' /. fu .imjituitM j)M jrriormfiitr imi .titm
Mi< tin i irò. i) Varianti: txtart invece di excilari; suadias invece à\
pirs%Mdtat. l66 R. SABBADINI. tolenarii qui portum obscidentes omnia
sciscitarentur ut ex eo vectigal accipiant. N. Marcellus (p. 24 M.): Nolo
enim eundem populum imperatorem et portito- rem esse terrarum. Optimum autem et
in privatis fa- miliis et in re p. vectigal duco esse parsimoniam. M. T. Cicero libro IIII de re p. >. f. HIV (di
mano diversa dal copista). Silvius Italus de Cicerone. lUe super Gangem 1|
sperare nepotun (Sii. Ital., Vili, 408-411). I versi furono poi ripetuti da una
terza mano, che aggiunse qualche altra citazione antica. Cod. Trivulziano 770
cart. sec. XV, tutto di mano di Antonio da Busseto. f. I (anepigrafo). Quamquam
te Marce || f. 137 mo- numentis preceptisque letabere. Amen. Marci Tulii Ci-
ceronis de offitiis liber explicit. 1432 die XX Villi lullii in palatio
Laudensi finitus est iste liber per Antonium de Busseto. E ora reco una scelta
di lezioni, che mi daranno nuova occasione di esporre certi apprezzamenti sul
te- sto, del genere di quelli già da me manifestati nello studio precedente.
Cod. 661 = D; cod. 769 = R; cod. Ilo ^ Q. Cic. De off., I, i ad discendum Z X D
Q, dicendum R. I, 75 at ille vere se adiutum Themistoclem Z R, at ille vere
adiuvit Themistoclem X, at ille adiuvit Themistoclem Z>, at ille vere a se
pre- buit (aliter se dixit) adiutum Themistoclem Q. I, 76 imperium
Lacedaemoniis Z (L), imperium dilatatum Lacedae- moniis e, imperium
Lacedemoniis ( — monis Q) dilatatum R Q, impe- rium Lacedemoniorum dilatatum D.
I, 77 laudi Z X R Q, linguae Z>. I, 115 nobilitatem Z X D, nobilitas R,
nobilitates Q. I. — CICERONE. 167 n, I quid utile quid inutile de quibus Z R^
quid utile quid inutile rum ex utilibus quid utilius aut quid maxime utile de
quibus X D, quid utile quid inutille sit tum ex utilibus utrum utilius de
quibus Q. II, 69 non habere et qui habeat Z Ry non habere gratiam autem et qui
retulerit habere et qui habeat X, non habere gratiam autem et qui reddiderit
habere (habeat aliter habere Q) et qui habeat D Q. n, 89 bene pascere quid
quartum Z, bene pascere quid tertium male pascere quid quartum X, bene pascere
quid tertium bene vestire quid quartura R D Q. in, 113 pugnam iuratos ad
senatum in castra redituros ea quorum erant titi Poeni nisi de Z, pugnam
iuratos ad senatum raisit Hannibal se in castra redituros ea quorum erant
potiti Poeni nisi de e, pugnam iuratos ad senatum missos in castra redituros ea
quorum erant Peni nisi de p Q, pugnam iuratos a senatu in castra redituros nisi
de R, pugnam iuratos ad senatum misit Hanibal in castra redituros (isit Hanibal
in ca- stra re trt ras.) nisi de D. un 1 1 4 abarsone Z, ab arsone R Q, 2.
Varrone e, a varone D. Ripeto che i codici puri di Z vanno esenti da interpo-
lazioni; dovechè sono interpolati i codici dì X e gli im- puri di Z. Questi
ultimi poi non tanto hanno importanza per la costituzione del testo, quanto per
la storia della fortuna di esso e soprattutto per mettere in gnardia il critico
incauto dalla seduzione di certe apparenze di verità e di eleganza, sotto le
quali si cela l' insidia dell' interpolazione. Le lezioni che ho scelto dai
Trivul- ziani giovano a chiarire il mio pensiero. Abbiamo in primo luogo alcune
correzioni conget- turali fatte al testo 6\ Z X dai codici impuri di Z. Così ni
1. I tutti i codici leggono discetidum; \x\3i R ha sin dal secolo XI XII
giustamente emendato dicmdum, e- mendamento che si attribuisce alle edizioni
antiche. In T \\<^ Z X danno nohi^itat.m, evidentemente erroneo; l68 K.
SABBADINI. R corresse nobilitasi Q più esattamente nobilitates. A laudi di Z X
in I, 77 g ha sostituito la lezione linguae, derivandola da altre fonti antiche
(p. e. Quintil. XI I, 24); la stessa sostituzione s'incontra già nella 2* mano
di A (cfr. sopra p. 160) rappresentante puro della classe Z. Vengono in secondo
luogo le correzioni congettu- rali di X e degli individui impuri di Z. In I, 76
ZX omisero un participio, che non si può più ricuperare con sicurezza; R D Q
impuri ài Z e e della classe X congetturarono dilatatum, ma quelli lo preposero
a La- cedaemofiiis, questo lo pospose; la presenza del parti- cipio in R
assegna la correzione almeno al secolo XI- XII. Egualmente giudico di abarsone
III, 114, che cioè essa sia la lezione originaria di Z X, emendata a Var- roiie
in ^ e in D. La perdita della preposizione a in I, 75 ha dato luogo a
congetture di JT e di Q D; ma la discordanza nelle emendazioni ci ammonisce che
ognu- no le trovò da sé. La medesima discordanza fra gli emendamenti di X e
degli impuri di Z si nota in II, i; III, 113. Dei codici Trivulziani merita uno
speciale riguardo R, come il più antico rappresentante finora noto degli
individui impuri delia classe Z, onde reputo opportuno collazionarne alcuni
paragrafi. R collazionato con Cicer. De off. ed. Th. Schiche, Lipsiae 1885. I
150-161. § 150, p. 45, 8 inprobantur hii R\\\ opera R \ \2 actoramentum ^ I 14
vadant corr. in vendant R \ nichil R (et sic semper) \ 15 tur- pius vanitate —
versantur nec enim om. R j 17 he i? | 19 lanii ex corr. I. — CICERONE. 169
recenti R \ 20 ungentarios R \% 151, 21 artibus ut prud — R \ 22 non om. ^ I 23
aut doctrina R \ he sunt his R \ 24 maercatura ^ | 25 sin copiosa et magna R \
26 apportans R \ impertiens est R \ 33 illinc as- sumes R \ % 152, 35 his. §
152, p. 46, 4 quatuor R \ 6 diligendo R \ § 153, 7 altiera sesse {sic) nature R
| io affluentibus R \ quamvis omnia ^ | 11 digna sunt ^1 13 ex vita ^ I 14
sophiam R \ iz^ phronesim R \ vocant R (dicunt Z, om, X) I quamdam intelligimus
/? | § 154, 26 reapse] re sua R (re ipsa Z, re ab se vel ab ipsa re X) |
hostendit R \ 29 ablatum R (obla- tam X, allatum Z) | 30 relinquunt >^ I 31
denumerare R \% 155, 33 intelligitur R. § 155, p. 47, I debet esse antiquus R \
2 illi ipsi om. R (illi ipsi X, illi Z) i 4 erudierunt R \ 5 multas (?) corr.
in multis, dein in multos R j 6 tebanum epaminundam lisias pitagoreus
siracusium R \ 7 quicquid R \% 156, IO atque corr. in zi R \ Il monimentis ^ |
12 assecuntur ^ I 13 est ab his preterm- ^ | 15 omnium R \ suam prudentiam in-
telligentiamque R {b) \ \9> meliusque quam vel R \ 20 conplectitur R \ §
157, 21 apum aexamina R \% 157, 24 congregandique R (Z) \ 28 iramanitas R |
communitate R (p. Gomitate Z L e) \ % 158, 31 quae om. ^ I 32 aliis que
efficere R \ istam R {Z) \ § 158, p. 48, 7 tu dicere R \% 159, io quam maxime
A' | 1 1 etiam] et R \ 12 quedam ita feda {om. partim) R \ i^ quidam] quid -^ |
14 possidonius R \ 16 hec R (Z) \% 160, 20 diligendis R \ id genus] ut gcnus R
{ò, hoc genus Z p e) \ 21 excelleat R \ 22 considerata actio R (X) I 24 actenus
R \ est enim locus ipse ^^ i 29 commutacione /? | 27 inteUigi R \ diis A» | §
161, 31 an <w/. /? | 32 sit om. R. Le lezioni § 151 impertims est, 153
vocant, 154 re sua sono interpolate. Sin dove possa arrivare T inter-
polazione, è manifesto in ut excelleat § 160, a cui ac- costeremo ut excellcre
videatur della 2* mano dì A (cfr. sopra p. 160). Aòlatum § 154 tramezza tra
allatum di Z e oblatum di X. Con communitate 157 e considerata actio 160 R
abbandona Z e passa dalla parte di X. I/o R. SABBADINI. In fine qualche
collazione anche della Rhetor. ad He- remi, contenuta in R. R collazionato con
la Rhetor. ad Heren., ed. F. Marx, Lipsiae, 1894. IV 1-3, p. 288, 4 re om. R \
6 necessitudine nos R (bl) \ 7 nichil R (et sic semper) \ io intelliges R (et
sic semper) | 11 quod A' | 12 cum compluribus /? | 13 opporteat ^ ] 14 oratore
ex oratione corr. R \ pro- batio R I p. 289, I hostentare R \ 2 artem ostendere
R {b l) \ 3 ut om. R (b) I 4 contempnere R \ videatur R (H), corr. in videamur
| 6 arroganti a /? I et ad sua A' | 7 obtinent R \ 8 ammonuerit A' (b) j
iecerit A' (le- gerit d) \ IO domesticis pugnet exemplis et sui ipsius
testimonio abuta- tur. ut enim test- R ' 1 1 conformande A? | 1 2 opportet ^^ 1
1 5 ante po- nant R \ l^ sunt i? | 19 dicere] dare R \ quare illos sibi A* (d)
\ 20 quid igitur R (b d l) \ non] nam R [b d l) \ 22 cupitates R \ p. 290, 3
rerum R | 4 poematibus R (b d l) \ y tamen] tum R \ 8 effugissemus R \
artificio summo R \ 9 Quis enim nisi cum summe te- net artem possit R \ 12 aut]
atque R | orationes R \ nec ^ (/5 /) | 13 comoti ^1 15 his i^ I 16 scribenda
maxime R \ 19 in parte suam R. Il cod. R ha la maggior affinità con od/, che
sono gli expleti del Marx, con questo vantaggio, che li su- pera per età.
Alcuni suoi errori sono sviste materiali di copiatura; ma le due notevoli
lezioni p. 289, io; 290, 9 sono interpolate. *** Dalla classicità passiamo
all'umanismo, per il quale forniscono buona materia due dei nostri codici.
Intanto trascrivo dai fogli di guardia del 669 questi epigrammi di mano del
secolo XV. f. IV di guardia. De mutatione Niobes in inarmor. I. — CICERONE. 171
Stillai adhuc lacrimas Niobe mutata madenti Marmore, natonim funere maestà
parens. Ipse tuis septem
fixisti Phoebe sagittis Et totidem telis saeva Diana tuis. Ille mares septem
mactavit, diva puellas; Invidia, raatris ultor uterque fuit. Dt mediocritate
vitae. Epigramma Porcellii vatis ad Poti, (Sisto IV) Scire volunt ex me quae
sit mihi sola voluptas Quidve petam praeter cetera scire volunt. Non mihi pauperiem Codri, non plurima posco Regna
Cyri nec quas Crassus (i) havebat (2) opes. Tutius ut modico percurrimus
acquerà ponto, Quandoquidem classi nulla procella nocet. Sic utinam medio
fragilis (3) fortuna favore Me regat: in medio vita beata mea est. Nara (4)
ncque divitiis cedam nec honoribus ulli (5) Si mihi sit virtus et pia musa
comes. De homine nano. Aspice quale virum seruit genus ille deum rex Membraque
ridiculus qualia nanus habet. Ora vides: vidisse caput fateare gigantis, At
bene pigmeum cetera membra decent. \. 49 di guardia Epigramma. Non sat laudis
habet aliena volomina siquis (6) ( I ) Clauftus eod. (2) Aveva cominciato a
scrivere haò. (3) flagtlis cod. (4) non cod. (5) ulli9 cod. (6) fiecit cod. 172
R. SABBADINI. Ventilet et versus fabricet (i) ille suos. Quid tibi Graiorum
traducere carmina vatum ? Ingenio alterius ingeniosus «ris. Est aliquid rebus
coniungere verba proboque. Militet ingenio quisque poeta suo. Il cod. 66 1 ha
nell'interno del cartone posteriore, di mano di Girolamo Donato, la seguente
letterina di Andrea Giuliano: Andreas lullianus Petro Donato sa. Anno
nativitatis Yhesu Christi MCCCCX, IIII ydus augusti prodi- gium Venetiis
apparuit, quod nec solum etati nostre visum sed nec a maioribus nostris auditum
extat. Circiter enim horam eiusdem dici de- cimam nullo antea sinistro sidere
minitante tenebre crepusculo obscu- riores urbem operuere paululumque post
venti occidui invicem adver- santes pluvia grandinibusque permisti vim tantam
secum tulere ut nedum urbs verum etiam celestis omnis machina corruere
videretur. Plurimi turrium apices maximas murorum partes secum trahentes
corruere, tegule a tectis evulse non aliter ac grando per tam densum celum
volabant superque tecta iam discoperta pluere videbantur. Prostrati mille
camini super eorum culmina numerati fueruut; nonnullae etiam domus magna ex
parte ad terram delapse patuere arboresque quamplurime radicibus evtdse sunt.
Reperta fluctibus submersa hominum quinquaginta et cen- tum corpora quae a
Mestre opido suis naviculis Venetias veniebant. Haec vero tempestas per medium
bore spacium obsessos ita detinuit Venetos, ut non modo domos egredi sed foras
quidem aspicere non valerent. Andrea Giuliano (1382 e. - 1455 e.) (2) fu più
che altro uomo di Stato; ma non trascurò gli studi, nei quali ebbe due insigni
maestri, prima Gasparino Bar- (i) frabricet cod. Forse ille \z. corretto in
inde. (2) Vedi su di lui Agostini, Scrittori Viniziani, I, 257 ss. I. —
CICERONE. 173 zizza a Padova e poi Guarino a Venezia; e tra 1' uno e l'altro
discepolato tenne, nel 141 4, un corso di le- zioni a Venezia sulle orazioni di
Cicerone (i). La let- tera qui comunicata è la sua più antica scrittura ri-
mastaci. Il suddetto cod. 661 tu trascritto da Girolamo Do- nato e indi entrò
in possesso di Pietro Donato, arci- vescovo di Creta. Ignoro che relazioni
corressero fra i due Donati, probabilmente di parentela, perchè pa- trizi
entrambi; verrebbe la voglia di crederli fratelli. Girolamo aveva cultura
classica, come si vede dal co- dice ciceroniano che ha copiato e dalle
citazioni sul fo- glio di guardia delle Epistole ad faìn. dello stesso Ci-
cerone e dell'opera di Nonio Marcello (sopra p. 165-6). Copiato di mano del
nostro Girolamo l'anno 141 1 ci pervenne un altro classico latino, Catullo,
allora as- sai raro; presentemente è nel cod. 94 della Biblioteca Universitaria
di Bologna con la sottoscrizione (f. 4g); Finivi anno II pontificatus lohannis
XXIII (= 141 1), Vili kal. aprilis. Rivoalti Hieronimus Donatus patricius. Il
codice ha una gloriosa storia, attestata da una nota di Francesco BarbcU-o sul
foglio di guardia: Iste Ca- tullus est Francisci Barbari Veneti patricii quo a
e. v, lanino Coradino suo donatus est; cum eo prius laninus ab hofiestissimo ac
clarissimo Petro Donato archiepiscopo Cretensi dotiatus fuisset. Il Catullo
perciò, poco dopo che fu copiato da Girolamo Donato, entrò nella bi- blioteca
deirarcivescovo Pietro, che lo regalò a Gian- (1) I^ prolusione fu pubblicata
iiite^n'Almente da K. Mullner, Redtn f^4 ^* SA^ÉADINT. nino Corradino, il
simpatico medico umanista, morto mmaturamente a Padova nell' agosto del 141 6,
e il iCorradino a Francesco Barbaro. Da ultimo vi appose la nota di possesso un
altro Barbaro, il famoso Er- molao, l'autore delle Castigationes Plinianae: ego
Her- molaus Barbarus magnifici Zachariae divi Marci pro- curatoris Catullum
hunc... Pietro Donato (1380 e. - 1447) (i), giurista, filosofo, umanista, fu
uno dei più illustri personaggi della sua età, che occupò alti gradi nella
gerarchia ecclesiastica come protonotario, arcivescovo di Creta, vescovo suc-
cessivamente di Castello e di Padova, e nella carriera diplomatica come
governatore di Perugia e legato al concilio di Basilea. Si rese benemerito
degli studi rac- cogliendo epigrafi e manoscritti e soprattutto scoprendo e
copiando il famoso codice cosmografico di Spira (2). Tra gli autori da lui
posseduti ricorderemo Nonio Mar- cello, di cui Girolamo cita un passo sul
foglio di guar- dia del suo Cicerone. Quel Nonio se 1' era trascritto a Padova
l'arcivescovo Pietro alla fine del 1415 di su l'esemplare che Francesco Barbaro
aveva mandato da Venezia al Barzizza perchè se ne traesse copia. Ciò si rileva
dalla seguente lettera (*): Marcellus quem ab (3) me requiris est apud dominum
Cretensem. (1) Agostini, Scrittori Viniziani, II, 135 ss. (2) L'archetipo è
perduto, la copia autografa del Donato è nel cod. Canon, lat. mise. 378 di
Oxford; cfr. Studi Hai. filol. class. XI 258. (*) Cod. di Bergamo F V 20 p. 69.
Comparve la prima volta in Museo di antichità class, m, 1889, 349-350. (3) ad
cod. I. — CiCKKOifÉ. 17$ Antonius, (i) ut (2) est homo utriusque nostrum
familiarissimus, ut id tacerem (3) dixit se in mandatis a te habuìsse
Supervenemnt deinde litterae a Guarino nostro, quae idem significabant.
Requiras oportet hunc librum a domino Cretensi, si vis illum ad te deferri;
quod tuis verbis a me factum esset, nisi quod putavi contra officiura esse sine
tuo man- lato negotium agere. Revocabat me praeterea quod fingendum aliquid
erat, quo ita esse huic domino meo persuaderem. Scis quam ineptus ad has artes
sim. Ex qua gente Pergamensi sim non et rursus ignoras (4); rude genus hominum
sumus, qui si quando fingimus (5) quam belle id fiat vel hoc potest iudicari,
quod (6) nemo tam amens est qui non sta- tim deprehendat; ita simplicitas illa
Pergameae gentis propria male se regit. Memineram etiam te nihil unquam tua
causa fingi ab alio vo- luisse et eam (7) esse auctoritatem pontificia
Cretensis, ut cum apud alios turpe sit mentiri, apud hunc etiam nefas iudicem.
Honestius de hac re ad eum scribes, quam ego te ignorante negotiorum tuorum ge-
stor sim. Haec habui (8) quae de tuo Nonio (9) ad te scriberem. Rem vero
uxoriam quam audio te edidisse iamdudum (io) expecto. Est enim ut dicitur res
tuo ingenio ac tuis studiis digna. Tametsi non dubitem et graviter et ornate
abs (11) te scriptam, nam invent)a Graeco- rum ut spero ac Latinorum multis
locis redolebit, (12) tamen percupio (13) meo potìus quam aliorum iudicio posse
uti. Facias ergo quod
ad Cor- (i) A. cod. (3) at] enim cod. (3) facerem cod. (4) sim — ignoras] sum
non et tru8U& cogas cod. (5) fingemus cod. (6) iudicare qui cod. (7) eam]
causam cod. (H) habeo cod. (9) Nonio] homine cod.
(H010 scambiato {:r\\\ FIoik). (io) iarodabiam cod. (Il) ad cod. <I2) redol.
. . . ne coti. (13) perei pio cod. 176 R. SABBADINI. radinum tuum facturum te
pollicitus fuisti: mittas (i) hanc ad me sive historiam sive disputationem
tuam, qui olim ut tuo ingenio ita nunc tuae laudi ac gloriae maxime faveo (2).
Vale. La lettera è senza intestazione, ma dal contenuto ri- sulta che è scritta
dal Barzizza, il quale scherzosa- mente si chiama della Pergamea gens: egli era
di Ber- gamo, come è noto. La lettera poi è indirizzata a Fran- cesco Barbaro,
che qui è chiaramente significato nel- l'autore del trattato De re uxoria, di
cui il Barzizza gli chiede una copia. E questo è per noi anche un indizio del
tempo in cui la lettera fu scritta, poiché il De re uxoria fu pubblicato nel
carnevale del 14.16 (cfr. so- pra p. 42). Un altro limite cronologico ci è dato
dalla menzione del Corradino. qui vivo ancora, ma morto nel mese di agosto 141
6 (3). Sicché la lettera cade nella prima metà del 141 6. In quel tempo dunque
a Venezia e a Padova il Barbaro, il Barzizza e 1' ar- civescovo Cretese (Pietro
Donato) possedevano un Nonio Marcello, sulla cui origine abbiamo più sopra
discorso (p. 32-33). b) Il codice di Modesto Decembrio. (*) Modesto Decembrio,
il primogenito dei quattro figli di Uberto, e assai meno famoso di due di essi,
An- (i) mittes cod. (2) f acito cod. (3) Agostini, Scrittori Viniziani II, p.
115. (*) Comparve la prima volta in Giornale star, letter. ita/. 46f 1905,
70-71. I. — CICERONE. 177 ^elo e Pier Candido, morì poco più che trentenne nel
1430 podestà di Castell'Arquato (i). Di lui nulla quasi sappiamo, onde riuscirà
gradito aver notizia di un co- dice da lui copiato, 1' Ambrosiano D 113 sup.,
cart., di elegantissima scrittura umanistica. Contiene opere filosofiche di
Cicerone: TuscuL, De nat. deor., De divin., De fato e, intramezzati a quelle,
ai ff. 61-64, iio-ii2v, estratti dai Caesares di Svetonio. S' incontrano tre
sot- toscrizioni: f. 60V alla fine delle TuscuL: Mediolani MCCCCXXVI. de mense
iunii per M. Decembrem; f. logv alla fine del De nat. d.: Mediolani MCCCCXXVI.
de mense iunii per M. Decembre^n; ì. 157 alla fine del De fato: MCCCCXXVI. de
mense iullii. in Mediolano per M. . Decembrem. Nei marg-ini Modesto ha
riportato numerosi richiami al testo; non solo, ma qua e là lo ha illustrato
con disegni e con taluni profili di teste umane in carica- tura. La più
notevole ditali caricature è quella al f. 18, in corrispondenza col passo delle
TuscuL II 11-12; di fronte alla testa è scritto: fratcr Bernardinus. Questi è
senza dubbio fra* Bernardino da Siena, che Mode- ro avrà sentito predicare
nella quaresima del 141 8 (2): e in atto di predicare è raffigurato il frate.
Il luogo delle TuscuL biasima quei filosofi, le cui azioni non ^ono in armonia
con le dottrine professate; e fra' Ber- irdino, probabilmente, mirabile esempio
di queir af- onia, fulmina i correligionari che davano invece spet- icolo di
disarmonia. (I) M. Bona, Pier Candido Decembri, Milano 1893, 8. (a) F. Amadio
Maria da Venezia, Vita di S. Bernardino da Siena, 44. R. SaBBADINI, 7'tsti /il
tini. Ij. 1^8 £. SABBADINI. A questo codice accenna il fratello Pier Candido m
una lettera: P. Candidus Simonino Ciglino ducali secretario s.{\) Exigis a me
tuis litteris ut libros Ciceronis de natura deorum et fato, quos emendatos
habere me putas, tibi mittam.... Scito illos manu Mo- desti germani mei olim
exaratos, qui profecto, nisi me fallit amor, et verissime huiusmodi
commentarios transcripsit et fidelissime transcriptos emendavit.... c) I codici
di Guarino. {*) Dell' interesse che prendeva Guarino per le opere filosofiche
di Cicerone fanno ampia testimonianza le sue lettere. Fu egli il primo a
propalare la notizia della clamorosa scoperta, fatta dal Cusano e cosi ama-
ramente poi delusa, del de re puòlica, che si ridusse in fine al Somnium
Scipionis. Guarino ne dà un cenno prima di tutto a Girolamo Gualdo a Vicenza
(2). .... Quid dices quod
Tullius de re publica compertus est? ita est. Ex valle Pollizela V idus octob. (1426). Più
particolarmente ne dà comunicazione al Lamo- la (3), ch'era a Bologna: (i) Cod.
Riccardiano 827 f. 15V. (*) Comparve la prima volta in Museo di antichità class.
II, 1887, 391-93- (2) Cod. Arundel 70 f. 153V. (3) Cod. Riccardiano 779 f. 130.
Sulla delusione di questa scoperta scrive Poggio (Epist. coli. Tonelli III 29):
De re publica dicit (Nicolaus Treverensis, cioè Cusanus) se deceptum et illum
librum fuisse Macrobium super Somnio Scipionis. — Romae XXVI febr. 1428 (==
1429). I. — CICKRONK. 179 „... Audi visse debes ut Cicero de re publica nuper
inventns sit Coloniae, urbis Gerraaniae, in bibliotheca pulverulenta, ubi
pervetusti codices octingenti carcere mancipati videntur. Eum repperit,
repertum transcripsit quidam secretarius (Nicolaus Cusanus) cardinalis Ursini,
qui legatus eas obiit regiones. Sic mihi ex Venetiis renuntiant aliqui cer-
tissimi viri.... (Verona, ottobre 1426). In compenso però Guarino possedeva un
de Le- gibus di Cicerone, che a suo giudizio era il più per- fetto che si
conoscesse in Italia. Flavio Biondo glie- lo aveva chiesto in prestito; Guarino
gli scrive cosi (i): .... Meura de Legibus ut hospitem potius quam obsìdem habeas
volo; inter quos enim fides est, obsidibus locus non est. Hoc habe, ut talem
alium non habeat Italia, non loquor temere. Tu tamen sive tran- scribere, sive
transcurrere vis, expeditum facito. Ex
Verona XVm feb. 1428. Sul de Amicitia e sul de Fato abbiamo la seguente notizia
da una lettera che Guarino scriveva al vicen- tino Niccolò Dotto, suo scolare
(2): .,... Optarem ut tuum de Amicitia volumen habere possera, ut transcrìbi
facerem libelluro Ciceronis de Fato qui in eo vola- mine est. Ex Verona XVm
kal. aprii. (1425). Delle Tusculane egli poi illustrava nel medesimo an- no
(1425) un esemplare per uso del suo amico e sco- (1) Pubblicata da R. S
ihliilini in Geiger*! Vierttljahrsschrift /. Kultur,,, dir Xenaissanee, (2)
Cod. Arobrot. O 66 kup. f. 40. iSo R. SABBADror. lare Biagio Bosoni. Si veda
questo passo d' una sua lettera a Giacomo Ponzoni (i): Biasio (Bosonio) meo
dicito nihildum prò eius Tusculanis confecisse propter absentiam; sed curabo ut
quamprimum suam absol- vam voluntatem. (Verona ottobre 1425). Anche gli
Academica possedeva Guarino. Egli ne aveva prestato un fascicolo al medico
veneziano Pie- tro Tommasi, a cui lo ridomanda per mezzo di Flavio Biondo, che
in quel tempo stava a Venezia (2). Si ornatissirous et vir et medicus magister
Petrus Thomasius Ve- netiis est, ei me totum commenda et cum longum illi de me
feceris ser- monem, cum dicturus es «Vale» quasi experrectus eum commonefacito
ut mihi quintemionem quendam mittat A e a d e m i e i fragmenti, quod illi diu
misi, volo enim una cum reliquis librum unum facere. Veronae XV kal. februarias
(1424). Del medesimo fascicolo faceva ricerca anche nel principio dell'anno
seguente (1425), ma pare che non lo tenesse più il Tommasi, bensì Ermolao
Barbaro, suo scolare. Ne scrive in proposito allo stesso Biondo (3): Habeo
volumen quoruudam Ciceronis opusculorum, in quibus Academica sunt. Nescio quo
pacto unus evanuit quintemio, dum totiens agitare supellectilem compulsus sum.
Roga Hermolaum (Barbarum) si quo prcto suos inter codices illum haberet, quos
secum tulit, cum ex Valle Pollizella discessit. Solebam enim inter libros forte
occurrentes interserere, ne foedaretur. Hoc mihi fuerit gratissimum. Ex Verona
XI iunii (1425). (i) Cod. Riccard. 779 f. 130. (2) Pubblicata nella succitata
Vier teljahrsschrift, 509. (3) Cod. Capitol. di Verona CCXCV f. 38. I. —
CICERONE. i8r Con Academicum fragmentum si deve intendere il frammento degli
Academ. post, venuto in luce al prin- cipio del secolo XV, che Guarino
possedeva sino al- meno dal 141 3. Infatti nell'invettiva contro il Niccoli {In
Aurlpellem poetam) (i), composta in quell'anno a Firenze, cita un luogo degli
Acad. post. (§ 5) con queste parole: * Iste Ciceronis Amaffanius, qui nulla
arte adhi- bita vulgari sermone disputare solebat' (2). Guarino commentò nei
suoi corsi scolastici alcune opere filosofiche di Cicerone {De off.. De sen.,
De am.. Farad.), delle quali ci son giunte le Recollectae compi- late dagli
alunni sulle sue lezioni (3). Gli Aratea (*) Il Fragmentmn Arati phaenomenon di
Cicerone fu fatto conoscere la prima volta agli Italiani da Giorgio Valla, che
lo pubblicò negli Astrotwmici veteres ' Ve- netiis 1488 ' (4). Ma molti anni
innanzi n'aveva ve- duto un esemplare Ciriaco d' Ancona. Egli infatti nei (i)
L'invettiva fu piihi>lir;.t:i ri;. K. Sabbodiiii, Nozze Cur ciò- Marcellino,
Lonigo 1901. (2) II Valla in data ila Napoli XVI kal. fcbruar. (1447) scriveva
al Tortelli: Fractcrca si quis apud vos babct quatuor Academicorum Cice- ronii
libros non prìdcm Senae repertis (Baruzzi e Sabbadini, Studi sul Ponormitn e sul
Valla, Firenze 1891, p. 116) Si trattava naturalmente di una falfia notizia.
(3) R. Sabbadini, La scuota e gli studi di Guarino, 91-93. (♦) Comparve la
prima volta in A'H'ista di /ihlogia XXXIX, ioti, 244-4'». V CU. K. Sabbadini,
Le scoperte dei codici, 149. l82 K. SABBADmi. Commentariiy dati alla luce da A.
degli Abati Olivieri *Pisauri 1763', pariando della visita fatta a Vercelli
scrive: (p. 42) « Ad XI. k. dee. (1442) venimus Vercellas.... In antiqua ipsa
Vercellarum C. bibliotheca vetustos et praeclaros libros in venimus quam-
plures... (tra i quali era) Arati liber antiquiss. Super delphini figuram.
Neptunum aiunt fabulae....>. Dagli Aratea comunica alcuni estratti. Vien
subito di pensare che il codice di Vercelli sia il medesimo ritrovato poi dal
Valla; ma così non è (i). Trascrivo i versi citati da Ciriaco: Ipse autem
labens multis equus ille tenetur Piscibus. huic cervix dextera mulcetur Aquari
Serius hoc obitus terre visite quinis Quam gelidum valido de corpore frigus
anhelans (55-58). E pedibus natus
summo love Perseus es Quos humeros retinet defixum corpore Perseus Quam summam
ab regione Aquilonis flamina pulsat. Hic dextram ad sedes intendit Cassiepiae
Diversosque pedes vinctos talaribus habtis Pulverulentus uti de terra lapsus
repente In coelum victor magnum sub culmine portat (20-26). Il testo del Valla invece presenta molte varianti: 56
huic] hinc; dextera] dextra; Aquari] Aquarii; 57 hoc] haec; terre visite
quinis] terrai iussit equinis; 20 natus] (i) Diversamente pensa, ma mi pare a
torto, Paul von Winterfeld, De Germanici codicibus (in Festschrift Joh. Vahlen
gewidmet, Berlin, 1900, 398-9). r. — CICERONE. 183 vatum; 21 defixum] de fixo;
22 summam] summa; 2^ Cassiepiae] casiopaeae: 24 habtis] aptis; 25 terra]
terrae. Opere pseudo-ciceroniane La quinta Catilinarìa. (*) Si trova in molti
manoscritti, ora anonima, ora col nome di Cicerone o di Porcio Latrone, una
supposta quinta Catilinaria, esercizio rettorico dell'età imperiale, che dal
1490 in poi fu più volte stampata, di solito insieme con Sallustio, e della
quale ultimamente ha curato l'edizione critica H. Zimmerer (i). Il novello
editore ebbe a sua disposizione due soli manoscritti, il Monacense lat. 68 sec.
xv, anepigrafo ma integro, e il Leidense 19 sec. XV, mutilo, con l'in- testazione
a Porcius Latro. Un altro manoscritto, im- portante per la data, è il 58 di S.
Daniele del Friuli con l'intestazione f. i: Oratio M. TulUi Ciceronis ad
iudices contra Catilinam et ceteros coniuratos. Si quid precibus apud deos
immortales — e la sottoscrizione: Finit oratio Ciceronis omnium vehemcntissima.
* Lavriani per presbiterum Nicolaum Sanctivitensem (da S. Vito) olim Georgii,
Utinensem canonicum. 1439, II nonas februarii *. Reca perciò meraviglia che a
Poggio ne sia giunta notizia solo nel 1 45 1 e, non si crederebbe, (•) Comparve
la prima volta col titolo: Da eodici Braidensiy Milano 1908, 5-0 (l) Dtclamatto
tn /.. Sergittm Cntilinam. Etne Schuldeklamation aus der rom. Kaiseruit. Naeh
etner Munck. ìiandschr. dts XV Juhrk., he- ratug. von Dr. H. Zimmerer, Mtinchcn
1888. l84 K. SABBADINI. dalla Germania (i). Il cod. di Siena H VI ii, del sec.
XV, attribuisce come il Leidense la declamazione a Porcius Latro (2). La spinta
a questa attribuzione ven- ne dal luogo di Seneca padre, dove è citata la frase
di Porcius quid exhorruistis iudices (3), la quale ricorre casualmente nel
nostro testo; e ciò non prima del 1458, che fu l'anno in cui le Suasoriae et
cofitroversiae di Seneca tornarono alla luce per opera del cardinal Cu- sano e
di Gio. Andrea Bussi (4). Anonima invece è nel cod. Laurenziano 48. 19 f. 99.
Due codici Vaticani, 1742 f. 30 iv; 1748 f. 3, la attribuiscono a Cicerone. La
declamazione si legge anche in quattro mano- scritti milanesi, due Ambrosiani e
due Braidensi. Cod. Ambrosiano B 124 sup., cart. della metà del sec. XV, con
molte orazioni di Cicerone e di Livio e scritture umanistiche; f. 198V-208
Finis pulcherrime o- rationis M. Tullii Ciceronis adversus L. Catilinam. Cod. Ambros. M 44 sup., cart,
sec. XV; f. 39 TuL in Catilinam. Si
quid precibus — ; f. 32 finis Ciceronis ad iudices in L. Catilinam, Cod. di
Brera AF. IX 67, cart. sec. XV. Contiene questo solo scritto, col titolo:
Ciceronis ad iudices in L. Catilinam. Cod. di Brera AG. IX 33, cart, sec. XV.
Questo grosso codice, comprendente una copiosa raccolta di 37 orazioni
ciceroniane tra genuine e spurie, è scritto (i) Mai, Spicilegium Rom. x 370;
Zimmerer 31. (2) N. Terzaghi in Sludi ita/, di filol. class. XI, 1903, 412. (3)
Zimmerer 40. (4) R. Sabbadini, Z^ scoperte dei codici^ 112. I. — CICERONE. 185
da cinque mani; la I va dal f. 2 al 285V; la II day 285 V al 289: la III dal
289 al 3i8v; la IV dal 319 al 334V; la V ha operato in tutto il volume,
compiendo o correg-gendo le intestazioni, mettendo i titoli correnti sui
margini superiori, colmando lacune, emendando le- zioni, facendo richiami. f. 2
Si quid precibus apud deos immortales — . La nostra declamazione senza titolo e
senza sottoscrizione, f. 8v Pro Giieo Pompeio. Quamquam michi -- f. i6v Pro se
ipso M. T. Cicerone pridie quam ir et in exUium. Si quandoque inimicorum — f .
2 1 v Pro se ipso M. Tulio Cicerone qua gr alias agii populo de reditu suo.
Quod precatus — f. 25 Pro se ipso M. Tulio Cicerone quando senatui gratias egit
post reditum. Si patres conscripti prò — f. 30 Pro Aulo Licinio Archia poeta.
Si quid est — f. 34 Pro M. Marcello. Diuturni silentii — f. 37 v Pro Quinto
Ligario. Novum crimen — f. 42 Pro Deiotharo rege. Cum in omnibus — f. 47 v Pro
Tito Annio Milione. Etsi vereor — f. 6ov Pro Gneo Piando. Cum per egregiam — f.
72V Pro Publio Siila. Maxime — f. 84 Pro Lucio Flacho. Cum in maximis — f. 96
Pro Publio Quincio. Qua ras in civitate — f. io6v Pro Publio Sextio. Si quis
antaa — \. 118 Pro M. Celio. Si quis iudicas — \. 127V Cofttra Vatinium. Si tua
tantummodo — . I f. 128-129, ch'erano stati lasciati vuoti, furono poi col-
mati dalla mano IV. f . 1 30 De provinciis cansularibus. Si quis vestruni — l86
R. SABBADINI. f. 136V Pro Lucio Cornelio Balbo. Si auctoritates — f. 145V
Ciceronis or alio ad poiitifices prò domo sua contra P. Clodium. Cum multa — f.
165V Eiusdem ad eum senatum de airuspicum re- sponsis contra P. Clodium et prò
domo sua. Hesterno die — f. 176 Pro Lucio Murena. Que deprecatus — f. 189V Pro
Sexto Rosio. Credo ego — f. 206 Contra Lucium Pisonem. lam vides — f. 219V
Contra P. Servilium Rullum tertii libri. Co- modius fecissent — f. 22 IV Pro
Rabirio Postumo. Si quis est iudices — f. 226V Contra legem agrariam. Est in
hoc more po- situm — f. 239V Pro Au. Cecina. Si quantum in agro — f. 25 2 V Pro
Publio Cluentio Abito. Animadverti — f. 277V Contra legem agrariam fragmentata.
Que res aperte petebatur — f. 281 Pro Gaio Rabirio per duel. Etsi Quirites —
.Do- po quest'orazione segue alf. 285V la sottoscrizione del copista I: Finis
et laus deo, filio et spiritui sancto qui sunt trini in maiestate. Amen.
Stefanus de Pavaro scri- psit et de anno MCCCCXLI de mense Augusti videlicet in
XXI die in scriptura complevit. Et si quid erroris est veniam petit a quocunque
legente quia potius fragilitate quam errore proprio contigit. f. 285 In
Vatinium testem. Si tua tantummodo — . Cfr. f. 127V. f. 2QI Pro Rosio comedo
fragmentata. Malitia nature creditur — I. — CICERONE. 187 f. 298 Oratio
Salustìi contra M. T. C. Graviter et iniquo — f. 299V Oratio et responsio M. T.
C. contra Salustium Crispum. Ita demum — f. 302 Prima Oratio in L. Cati//inam.
Quousque tan- dem — . Le 4 Catilinarie terminano al f. 318V. Man- cano i primi
sette paragrafi della II per la caduta di un foglio. f . 319 M. T. Ciceronis
oratio prò P. Sextio. Si quis antea — . Cfr. f. io6v. Mancano le ultime righe,
per- chè il f. 325 è rimasto vuoto. Come si vede, il copista I ha riunito nella
sua sil- loge anche le orazioni delle scoperte Poggiane di Francia e di
Germania (i). Il medesimo copista ha ado- perato inoltre il commento di Antonio
Loschi a undici orazioni (sopra p. 2 1 sgg.), traendone alcune notizie storiche
che premise al testo di ciascuna di esse. Ora darò un saggio di collazione di
tre codici mi- lanesi, chiamando A l'Ambrosiano B 124 sup., B il Braidense AF. IX
67, C il Braidense AG. IX 33. Collazione di A B. Zimiticrer § i convaluisscmus
A B \ cives nostros haberemus A B \ gimal et A \ tum A B \ omnes om. A B \
laudibus A B \ esse am. A B I § 2 nec opinione B \ possit atqac homines infl. A
B \% "^ piene A B I et om. A B \ Scypioni A \ Crassis A B \ Porcinnae A \
Graochis A^ Grraccis B \ Anthonio A\% \ Scypioni A \ et pcrsepe A B \ torbulcn-
tam A B\ t»,i om. A B \ omnia locus B \ bencvoicntiac] gratie 4 ^* I I 5 quando
A B \ nostra a foro B \ desideretur A B \ dicendam ett qaidem nobis aut de
deterrimis .-/ B \ pudicitia A B \ % b cotidiana B I) Cfr. «opra p. 27-a9, 43
sgg. l88 K. SABBADINI. I § 7 equidem om. A B \ Galabrionis B \ crudelissimi L.
Catiline cuius A B I sicca A B \ paterne A B \% % dicendum est iterum de L. AB
I civium om. /> ] § 9 iudices om. A B \ cognoscite A B \ flagiciosissi- mam
A B | § io- il conatus est ac crudelissime A B \ nec vexare B \ compararat ^ ^
| § 12 manum om. A B \ facilime B \ conciliarunt A B I amplissima A \ Lecce ^ ^
| § 13 eam A B \ perditissimorum A B \ adoloscentum B \ assuetudine — partim
om. A B\% 14 barbarorum ^ B I hominum om. A \ non modo inclinati magn — A B \
summa A B I nec alique mulieres A B \ denotate solertissime A B \ devolaverint
om. A B I nefarie coniurationis convaluerint ( in convolaverint corr. A) A B \
% 15 armis datis ad ^ ^ | Lecce A B | corroborarentur A, cor- roborentur B |
omnes om. A B I conferre A B | interim] iterum A B \ § 16 hominis corr. in
huius A, huius B j vero om. A B \ cognoscende- que A B \ flagravit A B \ huius
sceleratissimi A B \% 17 compertas A B 1 attulero A B \ summisque cruc — A B \
atque mactandum om. A ^ I § 18 scelerata om. B \ novis rebus A B. § 65 qui
actiones ullas ^ .5 | § 66 De te igitur Catilina sciatur A B 1 cui corr. in qui
A, cum (?) corr. in cur B \ noctu om. A B \ putasti A B I Deinde quomodo in
lucem A B \ prodissent A \ quid rursus fuis- ses A B i aut om. A B \
amantissime patrie peracturus A B \%(ì'] quid igitur nostras leges violas A B \
sanctias A \ memorabili A B. Collazione di C. § I re nostra publica C\
haberemus constudiosos (i) C\ tum patrie — amantissimos in marg. al. m. C \
omnes in marg. al. m. C j esse in marg. al. m. C I videremur C | § 2 summorum
virorum posstt C | § 3 verum enim ea ( ea superscr. al. m. ) dicendi voluntas C
\ nec non ex {in et corr. al. m.) C \ Graccis C \ pulcerrimarura C \
miserandorum tem- porum calamitates C | § 4 monimentis inmort — C j condicionem
C \ intercepts locs C, corr. al. m. \ atque iocundissimi C \ beniv — C" !
§ 5 desideretur C \ dicendum est primum nobis C, in marg. aliter perpetuo al.
m. I deterrimis C \ inpudicitia C | § 6 sit redundatio C \ auctores cla-
ruerunt C, in marg. aliter aures al. m.\ % "j equidem om. C \ Gabrionis C
I Sicca C I papirrium C \ paterne C, in marg. aliter patritie al. m. \ § 8 cum
C I cum C \ retorxerunt C | § 9 flagiciosissimam C \ incondise- (i) Con ciò è
assicurata la lezione cum. I. — CICERONE. li^ atam C | § io Catelina C\ urbis
non ad pemitiem urbis conferre C\ § 1 1 quid exorruistis iudices non oprimere
modo conatus est add. in marg. al. m. C j et crudelissime 6" | § 12 Lete C
| dequoquebantur C I § 1 3 adoloscentum C \ assiduitate strupi C 1 § 1 4
barbarorum C \ no- bilitate summa C, corr. in marg. in nobilitati magnitudine
summa aL m. I et studio C \ alle C, in marg. corr. in alie al. m. \ mulieres C
\ denotate C \ propter magnitudinem C \ repente devolaverint add. al. m. in
marg. C \ aerem ipsum
C, in aream ipsam corr. al. m. \ atque fla- gitiosae om. C | § 15 Lete C\ conferre C | § 16 audivistis C \
Nunc a- gnoscenda causa est C \ flagravit C \ huius sceleratissimi Cat — C | §
1 7 piane ex piene corr. C \ planeque ex plen — corr. C \ attulero C \ sum-
misque crutiatibus C \ atque mactandum om. C | § 18 inaudita] mandata C I novis
rebus C. § 65 agitaret C \ actiones C \ capitali iudicio C \ § 66 Catelina
scia- tur cur C I putasti C \ deinde quomodo in lucem C \ conciuncule tue in
lucem prodiissent quid rursus fuisses C \ optirais aut amant — C \% 67 quid
igitur leges nostras violas C \ insania C \ memorabili C. A e By {e con essi 1'
Ambros. M 44 sup.) pur non derivando l'uno dall' altro, hanno l' identica
redazione, evidentemente inteq^olata; basti un paio d'esempi: § 7 crudelissimi
L. Catiline; § 8 dicendum est iterum. C rappresenta una redazione doppia:
l'originaria, che s'ac- costa in parte ad A B; la corretta, che restituisce
spes- so la lezione genuina. Al testo dello Zimmerer si pos- sono apportare per
via diplomatica alcuni miglioramenti, ma in generale esso è ben costituito. Il
trattato " de virtutlbus „ (*) I bei tempi dell'umanismo, nei quali da un
momento all'altro un chiostro o un capitolo potevano dare alla (♦) Coinpanre la
prima volta in Atene e h'oma, Xn, 1909, a-6. rgd <• SABBADINt luce un nuovo
classico latino, purtroppo non ritornano più; ma chi frughi con pazienza e
amorosa fede entro di essi non è escluso che gli avvenga di metter le mani su
qualche tesoro allora scoperto e poi dimen- ticato. Effettivamente pare che il
tesoro ci fosse. Antoine de La Sale, un francese del secolo XV (n. 1386),
compose un'opera intitolata La salade sui doveri del principe e la dedicò a
Giovanni duca di Calabria, figlio dell' Angioino Renato. Con ciò arri- viamo
alla metà del secolo, in pieno umanismo, quan- do gli Italiani avevano già
scoperto tutte le opere di Cicerone salvateci dalla sorte; ma il La Sale ne
aveva una che agli Italiani non riusci trovare e dopo di lui è nuovamente
scomparsa, il trattato De virtutibus; e di quella si servi per comporre la sua Salade.
La Salade s' incontra manoscritta nel cod. di Brus- sella 182 IO del sec. XV;
fu anche stampata nel 152 1, ma non ebbe diffusione e passò cosi per tanto
tempo inosservata. Ne rinfrescò la memoria recentemente un filologo finlandese,
W. Soederhjelm, che ne ripubblicò alcune parti nel 1904, accompagnandole con un
com- mento; e nel 1908 coi tipi del Teubner ristampò il testo francese H.
Knòllinger, mettendovi di fronte per gli inesperti di lingue romanze la
versione latina, di- scutendo tutte le questioni a cui il testo dà luogo e in
ultimo ricostruendo i passi secondo lui più sicuri dell'opera ciceroniana: M.
TuLLl ClCERONiS De virtu- tibus libri fragmenta, collegit H. KlNÒLLlNGER. Prae-
missa sunt excerpta ex Antonii de La Sale operi- bus et commentationes.
MCMVIII. Lipsiae. I. — CICERONE. igt Il La Sale cita nel suo antico francese
ung^ des li- vres de Tulles que il nonuna De virtiitibus, estraendone gli
ammaestramenti che più fanno al suo scopo e che egli addita ai princes,
seigneurs et dames. Otto sono gli ammaestramenti, da lui non senza affettazione
chia- mati grains de tres glorieuse semence; il I sull'uso della giustizia,
temperata di benignità; il II sulla conserva- zione della pace; il III sulla
benevolenza del principe verso i sudditi; il IV sulla protezione del commercio;
il V sull' imposizione dei tributi; il VI suU'approvigio- namento delle
vettovaglie; il VII sull'accrescimento e conservazione dei beni pubblici; 1'
Vili e ultimo sulla difesa dello Stato e dei cittadini. Cicerone è dal nostro
Francese nominato parecchie volte e sempre con la forma Tulles, com' è nell'
edi- zione antica, Tullez, com'è nel codice; il novello editore Knòllinger
rende nella traduzione Tullus; ma perchè non addirittura Tullius? Non e' è
nessun dubbio che il La Sale per Tulles intendesse Cicerone, il quale nel medio
evo fu generalmente citato col suo nomen an- ziché col cognomen. Ma dobbiamo
proprio credere che egli avesse dinanzi agli occhi il De virtutibus genuino di
Cicerone ? Un primo sospetto c he s'affaccia è che il La Sale si sia giovato
dell'opuscolo che reca appunto il titolo De quattuor virtutibus e va, quando
non è anonimo, ti» i nomi ora di Seneca ora di Martino Dumiense, 1 quale ultimo
veramente appartiene (Migne /'. !.. i -XXJI 17). Senonchè pur avendo i due
testi neces- ,ri..rììi.nf«. nn il/ìì.. i.nntO di COntattO, 'i'MU» inrlinoTl-
192 R. SABBADmr. denti l'uno dall'altro. Vien di pensare in secondo luo- go
alla Politica di Aristotile, che l'autore cita espres- samente e che era alla
portata di tutti in una doppia versione latina, la medievale e l'umanistica del
Bruni; ma nemmeno questa è la fonte principale del Fran- cese. Il 7:pò<;
NixoxXéa di Isocrate, o di chiunque altro sia, che contiene un manuale dei
doveri del principe verso i sudditi, era stato tradotto in latino fin dal 1 43
1 da Bernardo Giustinian e poteva perciò benissimo es- sere a conoscenza sua;
ma anche qui le coincidenze sono casuali e dipendenti dalla comunanza della ma-
teria. Altrettanto ripetiamo per le numerose opere nelle quali autori medievali
e umanistici si occupano vuoi di proposito vuoi occasionalmente dell'educazione
prin- cipesca, quali Egidio Colonna, il Salutati, il Vergerio, Guarino, il
Piccolomini, il Biondo e via discorrendo. Dei trattati pertanto che erano più
diffusi nelle scuole e tra il pubblico dei lettori nell'età del La Sale o in
quella a lui vicina non uno sappiamo additare come il modello diretto del suo
libro, pur non esclu- dendo che da alcuni di essi e dalla propria esperienza
egli potesse trarre la materia ivi sviluppata. In ogni modo questo sarebbe un
argomento più favorevole che sfavorevole alla veridicità delle sue
affermazioni. Un altro argomento favorevole ci è offerto dalle sue al- lusioni
a fatti e personaggi di Roma antica, poiché non vediamo quali ragioni
sufficienti lo abbiano in- dotto a inventarli: sebbene nemmeno qui manchino i
dubbi. Chi sarà mai p. e. quel Brunlaventin, a cui male incolse dall' aver
voluto imporre troppo gravi tributi al popolo ? E che fondamento avrà quel
Torqueus, che t. — CICERONE. 193 per aver aumentato le imposte fu assediato
ventiquat- tro giorni nel Campidoglio ? Contrario invece alla veridicità del La
Sale mi sem- bra questo che soggiungo. Egli pone in cima a tutte le virtù la
giustizia: la justice comme la royne (reine) de tùutes les vertus; laddove
Cicerone nel De virtutibus per attestazione di Girolamo le disponeva nel
seguente ordine: prudentia^ iustitia, fortitudo^ temperantia, E lo stesso
ordine conserva nel De officiis; che se ivi nel capitolo 4' del libro I nel proporre
una genesi parti- colare delle virtù prende le mosse dalla giustizia, in tutto
il rimanente dell' opera e in altre, come nel De uivent. e nelle Partii, orai.,
il primo posto è sempre occupato dalla prudenza o sapienza. Da ultimo non sarà
inutile collocare il fenomeno in mezzo alle condizioni letterarie del tempo in
cui il La ale visse e di quello che di poco lo precedette. Os- •rveremo allora
che dall' un canto si attribuivano a i cerone varie opere che non gli
appartenevano: uno ritto De Gravimatica, un' orazione adversus Valeriuni, ria
quinta Catilinaria (cfr. sopra p. 183), una raccolta Differentiae, e una di
Synonyma^ più un trattateli© De re militari, che è un semplice compendio di Ve-
gezio. E dall' altro canto in quello stesso secolo o poco prima o poco dopo
furono scoperti e adoperati libri e autori, che per noi sono, forse
irreparabilmente, rduti. Cosi nella biblioteca benedettina di Monte issino si
conservò fino al 1522 Palaemon De proprie^ iute sermonis integro e la Geometria
di Martialis, che era diverso da Martianus; cosi il Petrarca possedette K.
SABBADmi, T€tU latini, > y 194 R* SABBADINi. un commento di Elio Donato alle
Egloghe di Vergilio (cfr. più sotto p. 203) e forse gli scolii di Vacca a Lu-
cano, e il medico tedesco Hartmann Schedel che ci tra- smise la Mulomedicina
Chirmiis, stampata nel 1901, a- veva nel 1498 il commento di un Probo a Persio;
e nel 141 2, un altro medico tedesco, Amplonio, possedeva le opere di Grillio,
per noi quasi interamente perdute; così nel 1415 Giovanni Corvini a Milano
aveva una Comoedia antiqua a noi ignota e nel 1466 Angelo De- cembrio un
poemetto De bello nautico Augusti cum Antonio et Cleopatra, che cominciava '
Armatum cane musa ducem belloque cruentam Aegyptum ': lo stesso probabilmente
salvatoci in parte dai papiri ercolanesi. Anche di qui possono sorgere, come si
vede, ra- gioni tanto di dubbio quanto di fede. Ma se si con- sidera che il La
Sale fu in letteratura un solenne pla- giario (i) e ciurmatore, la fede se ne
va e rimane solo il dubbio. (i) Sui plagi sfacciati commessi dal La Sale a
danno di Simone de Hesdin vedasi M. Lecourt in Mélanges Chatelain, Paris 1910,
341-353. n. DONATO. Sotto il nome di Donato vanno parecchi scritti di indole e
di argomento diversi; ma qui io mi restringo a trattare degli scolii dei
Donati. E per questo riguar- do devo distinguere due categorie di scolii: i
Vergi- liani, ai quali si connette il nome di Tib. Claudio Do- nato e di Elio
Donato, i Terenziani, ai quali si con- nette il nome di Elio Donato. Tib.
Claudio Donato in Vergi lium (*) Noi possediamo un commento di T. C. Donato al-
l' Eneide. Quando fece esso la sua prima comparsa nei tempi moderni ? Alla
domanda si rispose in diverse maniere. Comunemente si riteneva che lo
scopritore fosse stato il Fontano e che la prima edizione venisse in luce a
Napoli nel 1535. Il Valmaggi dimostra falsa queir opinione e si ingegna di
argomentare che il ' propalatore * del commento fu il Landino nell* edizione
(♦) Comparve la prima volta in Museo di antichità ct>i^s. HI. 1889, 167 .72.
198 R. SABBADINI. fiorentina del 1487 (i). Nella prima parte ha ragione, non
cosi nella seconda. Ecco infatti una lettera del- l' Anrispa: Aurispa viro
clarissimo et poetae suavissimo Antonio Panhormitae s. (2) Timeo ne me ob tam
longam ad te taciturnitatem aut ignavum aut ingratum aut immemorem tecum et cum
domino Mathaeo viro cxcellente et amico conmuni me appellaveris. In me vero si
parva aut nulla vitia, si multae unquam virtutes fuerunt, praesens est tempus.
Legi equidem immo quasi traduxi Hieroclem (3) Pythagoricum, qui me et iustum
fecit et prudentissimum. Nullius tam magna est ignavitas, si illum adtente
lege- rit, quin in amicos officiosus, in caeteros humanus, erga deum religiosus
•radat. Itaque si quod in me
prius supranominatorum vitiorum fuit, pu- rus illius lectione purgatusque
remansi. Non fuit posteaquam Neapoli a te discessi scribendi argumentum nec
nunc quidem erat, nolebam equi- dem epistolam sine re ad te ut a pluribus fit
mittere: rem libros appello. Monachus
ille qui primo Commentum Donati in Virgilium in Italiam apportavit nuper Romam
cum cardinale Burgundiae venit. Is est et doctus et solers antiquitatis indagator,
quamvis Gallus; dicit se invenisse in tris Plauti comoedias commentum eti am
Donati. A me solicitatus misit in Galliam prò illis. Hinc me expedio ut vere
accinctus sim ut Ferrariam vadam et illinc ad vos me cum tota familia traducam.
Serenissimo Alphonso regi me oro saepe
commendes, cuius mores et ingenium adeo mihi placuerunt et ac- cepti sunt, ut
nullum ex antiquis, neminem excipio, in arte regnandi et caeteris hominum
virtutibus cum ilio comparandum putem, in cuius lau- (1) Luigi Valmaggi, Di un
testo falsamente attribuito al grammatico Elio Donato, Torino 1885, estratto
dalla Rivista di filologia ed istru- zione classica, XIV, 1-2, p. 31-36. (2)
Cod. Vatic. 3372 f. 5v. (3) Herodem cod. 2. — DONATO. 199 dibus tantam ego
voluptatem accipio, ut dum illum magnifacio saciari non possim. Cuilibet Romae
licet quod sentii loqui. Itaque nonnunquam de ilio disputatur ac multi qui
nunquara reges fuerunt illum prodigum non liberalem appellant et arguunt
largitatera illam non permissuram ut magna faciat. At ego postquam illos
argumentis vinco, silentes oraitto. At quidam ex magnis florentinus tamen cum
argumentaretur carentiam uri ex necessitate regi fore, postquam veris
rationibus ostendi non ca- riturum auro sed abundaturum: Alphonsum inquam regem
ita bonum esse christianum, ita deo eiusque matri et apostolis acceptum, ut
quo- cienscunque ex corde illos oraverit, singuli decies centena millia aureo-
rum regi facillime tradent. Cunque interrogarer: quid quotidie id non facit ?
Respondi regem non prò pecuniis oraturum nisi summa in neces- tate in qua
nunquam erit. Cum ego perseveranter id affirmarem, qui- dam illi, quicum
disputacio mecum erat, dixit: de Christo et apostolis aiireis intellegit. Verum
est, inquam, nam rex maiores habet apostolos ireos quam ego sim; et quamvis
Sanctus Petrus parvae staturae fuerit, in sua capella aureus est magnus. Sic illi subdoletites (i)
quamvis ride- rent abierunt. Vale tu tuique. Misi Fabrianum prò chartis quas
nondum reccpi; cas quotidie expecto et domino Mathaeo, cui me plurimum com-
mendabis, mittam. Facio etiam me commenda et Curulo.
Rorn.if: VTTT kal. februarias [1447]. ì iv>Mc^....M.. c^ lissar la data di
questa lettera. Intan- to vi si fa menzione di una j^ita dell' Aurispa a Na-
poli: posteaquam Neapoli a te discessi. La gita ebbe luo- «> nel 1444, come
si rileva da una lettera del Facio 1 T'anormita, della quale reco pochi passi:
Bartholomeus Faccius Antonio Pankormitae s. d. (2) Quanti factam iudicium tuum
. . r,,n>|»'.situm a me opuRculum de bello Veneto prius edere nolui, quam
iliiid ( orni tioni tuae Hubiccrem .... (1) Hodolcntea eot/. (2) < ìh\.
Vatic. 3372 1. J3V. 200 R. SABBAX)INI. Habes Aurispam domi virum non mediocris
ingenii atqne doctrinae quem licet nunquam viderim, tamen ob virtutes eius
ipsura vehementer diligo estque eius apud me magna auctoritas. Ilunc etiam
operis mei correctorem et iudicem esse velim .... Neapoli apud Corouatam die
XXTTTT aprilis 1444. D'altra parte nella lettera dell 'Aurispa è presuppo- sto
ancor vivo il Facio {Facio me commenda), morto nel 1457. Ma il termine ad quem
si ristring-e assai di più. L' Aurispa parla del cardinalis Burgundiae, cioè
Jean le Jeune (Johannes Juvénis), vescovo Morinense e chiamato per questo
comunemente il cardinalis o il dominus Morinensis. Egli morì il 9 settembre
1451 (i). La lettera cosi resta compresa tra il 1444 e il 1451. Facciamo un
altro passo. L' Aurispa scrive nei saluti: Vale tu inique. Quel inique
significa che il Panormita s' era ammogliato con Laura Arcellio. Nel 1 444 non
r aveva ancora sposata; e nel febbraio del 1448 era già padre di una bambina,
Caterina Pantia (2). Con questo indizio riportiamo la lettera dal 1444 al 1447.
E il 1447 è effettivamente l'anno. Richiamiamo la frase: monachns ille nuper
Romam cnm cardinale Bnrgundiae ve7iii. Il Morinense nell'ago- sto del 1446
s'era recato da Roma alla dieta di Fran- coforte quale rappresentante del duca
Filippo di Bor- gogna, e alla fine dell' anno medesimo era di ritorno a Roma
con gli altri delegati (3). La lettera dell'Au- (i) Ciaconius, Histor. ponti/.
II 912-13. (2) R. Sabbadini, Biografia di Giovanni Aurispa 1 00- 103. (3) G.
Sforza, La patria, la famiglia e la giovinezza di papa Niccolo V in Atti della
r. Accad. Lucchese XXm, 1888, 185-90. 2. — DONATO. 201 rispa è dunque del 26
gennaio 1447. E il monachus Gallus ? Lo identifichiamo con Giovanni Jouffroy,
mo- naco benedettino e suddito del duca di Borgogna; il che spiega com'egli si
fosse accompagnato al cardinal di Borgogna per assisterlo alla dieta. E il
Jouffroy fu veramente et doctus et soler s antiquitatis indagatore co- me
l'Aurispa lo definisce (i). Il commento di Tib. Claudio Donato era stato da lui
portato in Italia fino dal 1438, quando venne a prender parte al concilio di
Ferrara (2). Esso forma al presente il cod. Laur. 45, 15, characteribus
langobardicis coftscriptus, del sec. IX; e contiene il commento dei soh primi
cinque libri dell'Eneide. Tra gli apografi tratti da esso ricorderò V Ambros. H
265 inf. Sulla sua divulgazione comunico il seguente passo di una lettera di
Poggio a Battista Guarino (3): De Donato quod postulas quaeram diligenter et si
quid reperero amplius quam quod te habere scribis, dabo operam ut
transcribatur: quanquam non valde utilis eius lectio videtur, cum versetur in
rebus minusculis, quae pamm in se contineant doctrinae, eloquentiae minimum .
Satis est Scrvius ad Virgilii expositionem, nara in quo ipso ti,*-t, .lii non
loquuntur... Floreutiac die XIIII febr. [1456]. Dal posto che la lettera occupa
nell' epistolario si deduce che è del 1456. Battista Guarino professava in quel
tempo a Bologna. Egli domandava Donato pro- babilmente perchè nel corso deUe
sue lezioni interpre- (i) R. Sabbatlini, Le scoperte dei eodici ialini e greci
194-95. <3) R. Sabbadini in Studi itaL /ibi. class. II 48 ». 3. ' \\ Pokkìo
Epist. coli. Tonclli, XJII 25, co^'arionato col cod. Vatìc. (jtt 203 ft.
SABBADINI. tava Vergilio. Che si parli di Tib. Claudio Donato in Vergilium
risulta dal confronto che ne fa Poggio con Servio. Se Battista conosce il nuovo
commento, ciò signi- fica che era arrivato a Ferrara; e difatto Angelo De-
cembrio, il portavoce della scuola ferrarese, lo nomina nella Politia literaria
(i6o, 443), pubblicata nel 1462, ma abbozzata nel 1447. Anzi vi confonde già
Tib. Claudio con Elio in una sola persona, come fece il copista del cod. Laur.
53, 9, dove il commento di Elio Donato a Terenzio porta il titolo: Claudii
Donati ho- noratissimi grammatici prefatio super Terentio. Battista Guarino
domandava a Poggio se possede- va un testo completo. In Italia perciò
conoscevano solo il commento alla prima parte dell'Eneide e non vi e- rano per
anco giunti i due codici Vaticani, che con- tengono la seconda, essi pure del
sec. IX e prove- nienti del pari dalla Francia. Come risulta dal Com- mentarium
del Niccoli (cfr. sopra p. 4, I) Poggio aveva veduto nel monastero di Reichenau
un testo che com- prendeva il commento a otto libri: ma non pare che se ne sia
tratto copia. Di quel codice s'è perduta ogni traccia. Recentemente H. Georgii
ha sul codice Laurenziano (di cui non conosceva la storia) e sui due Vaticani
condotto la sua edizione critica, che è a un tempo editio princeps: Tiberi
Claudi Donati Inter pretationes Vergilianae, Lipsiae 1905 (i). (i) Sul cod.
Laur. cfr. I p. XVII-XX; sui Vatic. p. XX-XXTV. 2. — DONATO. 203 Elio Donato in
Vergilium (*) Il commento di Elio Donato alla Georg, e aH'Aen. di Vergilio s'è
perduto; dell'esposizione della Buco/, ci son pervenuti tre capitoli, nemmeno
trasmessi unitamente: cioè la dedica a Munazio, la vita del poeta e l' intro-
duzione sulla poesia buccolica (i). Ma pare che il Pe- trarca possedesse il
commento alla Bucolica. E di vero >i ponga mente a queste chiose autografe
sul suo Vergilio Ambrosiano: f. di guardia: Melibeus a finibus suis discedens
ac Tytirum sub fago Joris estum vitantem videns et admirans, ait: * Titire tu
etc. ' (Ec/. I, i). : ■ t pronomen hoc ' tu * hic discretionem importat, quasi
dicat: tu, ita ;uod nullus alius, sive mantuanus, ut Servio, sive poeta, ut
Donato, ive, ut nobis videtur, et mantuanus sit qui loquitur et poeta. f. 2 (in
calce a destra) (2): Sub persona ergo Tytiri Virgilium intel- liginìus secundum
omnes; per Melibeum vero quid importetur dissentire idcntur cxpositores. Iste
(scil. ScrviiLs) enim ut patet ex sequentibus, mantuanum aliquem finibus suis
pulsum intelligi vult obstupentem su- j»cr felicitate Virgilii, qucm agris
propriis restituerat Augustus. At qui i ) o n a t u m sccuntur, dicunt Augustum
soli Virgilio romanam ystoriam ractandam concessitse, adiccto quod aliorum
omnium scripta poctarum, (^ Comparve la prima volta in Giorn. star. Utt. itaL
45» 1905, 172-3. (i) Ripubblicati ora In Vitae Vergiiianae, ree. I. Brtimmer,
Lipsiae 1912, p. VII; 1-19. ;:i II carattere è molto sbiadito e in certi punti
illeggibile. U testo ti '/ri con la copia che ne tr:uicrÌMM; dal Vergili»»
petrarchesco AstoU • ' Marinoni sul c(n1. ( Ja»anatcniM: 960 f. 7 negli anni
1393 e 1394 a Pavia. 204 ^' SABBADINI. qui de ea scribere aggressi fuerant sed
nondum perfecerant, delerentur. linde invidebant alii, inter quos precipue
Evangelius et Cornificius Arrii centurionis cancellarius. Per Tytirum ergo
Virgilium, ut diximus, per Melibeum volunt dictorum poetarura alterum
intelligi. Ego quidem si eligere oportet, hanc ultimam sententiam prefero quam
magis verba pa- tiuntur. Soleo tamen utramque permiscere, ut scilicet per
Melibeum et poetam intelligam et raantuanum poetam, insuper et agris privatum
et Tomanam ystoriam vetitum attingere, loquentem ad eque mantuanum et poetam,
sed et agrorum restitutione et singulari scribendi prerogativa letum atque
gloriantem. f. 2v alla parola gemellos {Ed. I, 14): Legitur Corni- ficius de
ystoria romana fecisse duos libros, quos au- dito principis edicto deseruit nec
ultra processit. Uallusione allegorica aMiUkistoria romana è ricordata anche da
Servio, che la confuta: Ed. I, 5 resonare do- ces Amaryllida s. idest Carmen
tuum de amica Ama- ryllide compositum doces silvas sonare; et melius est ut
simpliciter intellegamus: male enim quidam allego- riam volunt, tu Carmen de
urbe Roma componis ce- lebrandum omnibus gentibus. — Non è propriamente
MrUhistoria romana, ma una cosa molto affine, un Car- men de urbe Roma. ì. 2v
Hic tamen persecutor Virgilii Evangelus ex- clamat non esse ad interrogata
responsum; D o n a t u s autem respondet et responsio in effectu cum hoc dicto
Servii concordat. — Si allude allo scolio ad Ed. I, 19, dove Servio discute un
quesito degli obtrectatores di Vergilio: urbem quam dicunt Romam quaeritur cur
de Caesare interrogatus, Romam describat etc. 2. — DONATO. 205 f. 3 alle parole
di Filargirio [Ed. I, 43) dies idest principia meftsium, il Petrarca chiosa:
Hec est una expositio. Alii dicunt per bissenos dies 1 2 libros Eneydis velut
prophetico spiritu pronuntiasse Virgilium: qui sensus satis elegans est,
dummodo ve- rus sit D o n a t u s bissenos prò 24 accipit et ad tempus suscepti
imperii refert allegoriam, quod mihi non placet. Questo Donato non può essere
che Elio. Però non ci sentiamo di credere che fosse un testo genuino, per due
ragioni: la prima che l'allusione allegorica al Car- men de urbe Roma o
historia romana se è respinta da cervio, che pur propende all'allegoria, tanto
meno può venire attribuita a Donato, il quale dell' allegoria si nianifesta
quasi oppositore in queste parole dell' intro- duzione sulla poesia buccolica
(i): * Illud tenendum esse praedicimus, in Bucolicis Vergilii neque usquam
neque ubique aliquid figurate dici, hoc est per allegoriam; vix enim propter
laudem Caesaris et amissos agros haec Vergilio conceduntur '. La seconda
ragione è che nel testo posseduto dal Petrarca si nominava Evan- [ri US, il
noto Vergiliomastix, interlocutore nei Satur- nali di Macrobio: e Macrobio.
visse dopo Donato. Onde >i sognerà supporre che il commento di Donato alla 1
bucolica sia stato interpolato: se pure non vogliamo ssere più scettici ancora
e ammettere che si trattas- se di un commento di origine medievale, a cui si
fosse ittaccato o per errore o per frode il nome di Donato. (l) Vitat
Vtrt^ilianai l6. 206 k. SABÈADINI. Elio Donato in Terentiutn scoperto nel
secolo XIV (*) Come scopritore del commento di Donato a Teren- zio noi
conoscevamo l'Aurispa, che lo trovò a Magon- za nel 1433. Ma in Francia il
commento Donatiano fu rintracciato almeno quarantanni prima, per opera di
Nicola da Clémangis. Per questa dimostrazione ponia- mo a principal fondamento
VEpist, V del Clémangis (i), scritta al cardinale Galeotto di Pietramala, che
morì nel 1396 o 1397. I^i fronte alle parole dell' umanista francese
collochiamo quelle di Donato (2). Clémangis. Donato Epist. V pag. 25-26.
Nunquid ro- manus fuit Terentìus, totius latine comedie longe ante alios
princeps, qui licet vetustissimus sit, utpote qui pag. 3, 5 cum inter finem se-
tempore belli punici secundi claruis- cundi p;mici belli, se dicitur, tam
excellenter tamen tam- que eleganter in illa antiquitate scri- psit, ut omnibus
fere posteris latinis et facultatem et voluntatem descri- bende comedie
ademerit. Neque enim post illum alius scribere ausus est, (*) Comparve la prima
volta in Rivista di fiblogia XXXIX, 191 1, 541-43. (i) Nicolai de Clemangiis,
Opera omnia, Lugd. Bat. MDCXm. (2) Nell'edizione del Wessner, Aeli Donati,
Commentum Terenti, Lip- siae 1902. DONATO. 207 uno tantum dempto Affranio, qui
de pag. 8, 15 hunc Afranius qui- Terentii super alios excellentia hunc dem
omnibus comicis praefert, scri- ternarimn iambicum in Compitalibus bens in
Compitalibus: Terentio non scripsit: Terentio non similem dices similem dices
quempiam (i). quempiam. Qua autem Terentius ipse patria fuerit, fabularum
suarum tituli indicant, in quibus Afer et Cartha- ginensis inscribitur. Quod si
illum propterea romanum censeri debere contendunt, quod captivus est ex
Carthagine, ut nonntilli aiunt, Ro- mam perductus... P^g- 3> 4 quidam captum
esse existimant.... Epist. LVn pag. 159. Servus in Eunucho, domini nomine
ancillam datums de remotissima illam com- mendat regione: Ex Ethiopia usque est
anelila hec. Epist. LXXX pag. 242. Senex ille qui apud Comictim sapienter bis
verbis philosophatur: ' Omnes cum tecunde res sunt maxime meditari secum
oportct quo pacto adversam fortunam ferant, perìcala exìlia dam- na '. Et
Kcquitur: ' Percgre redieri.s Rcmpcr cogitcs aut filii peccatum aut axorÌK
mortem ant morbaro filie: communia esse hec et fieri posse ut ne quid animo tit
novum quidque prctcr ipem evenerìt, omne id de- Etm. Ili 2, 18 * usque * addi-
tum est, ut longinquitas monstra- retur Ex Aethiopia est usque haec ostendit
quid sit ex Aethio- pia, addendo * usque ', ut ex lon- ginquitate dignitas
nmneris pon- deretur. (1) Non trovo nulla da correggere in qnetto verso, che
presso il WrsHDcr Kuona: ' Terenti num similem dicetis quempiam ? ' Tutti i co-
dir» danno dieent. 208 R. SABBADINl. putare in lucro '. Super quo Dona- Phor.
II i , 1 1 , Et bona senten* tus in Commentario: * bona, inquit, tia: tum
maxime sapienti metuen- sententia: monet tum maxime sapienti dum, quo tempore
maxime securus metuendum, quo tempore maxime se- est stultus. curus est stultus
'. Un frammento del Donato scoperto dal Clémangis si conserva nel cod.
Ambrosiano L 53 sup. (*), che descrivo brevemente. È cart., con qualche foglio
mem- branaceo intercalato; del sec. XV. f. I (anepigrafo) Lucius Anneus Seneca
Cordubensis Phitoni stoyci discipulus. — Proemio a un commento delle tragedie
di Seneca, con la vita, la metrica e l'ar- gomento delle singole tragedie. Di
Nicola Treveth. f . 1 4 Incipit liber Senece de remediis fortuitorum. f. 17V
estratti da Vegezio De re militari, f. 21 Salustinius (sic) De bello
Cathelinario. f. 41 (anepigrafo) La Giugurtina di Sallustio. f. 90V
(anepigrafo) De Terencii vita in antiquis libris. La vita di Terenzio composta
dal Petrarca (i). f . 9 1 V Sequitur quodam argumentum Andrie quod se- pe reperitur
in antiquis libris nofi tamen a Terencio sed a quodam scolastico satis prolixe
dictatum et confuse satis (2), facili ab experto dictatore expoliendum. Orto
libello (sic) Athenis Chremes quidam senex — . Pub- (*) Comparve la prima volta
in Studi ital. filol. class. XI, 1903, 85-199. (i) Cfr. Studi ital. filol.
class. V 31O; 312. (2) Nei due satis sentiamo il francese assez. i. — DONATO.
ÌÙ^ blicato in Scholia Terentiana, ed. Schlee, Lipsiae 1893, 172. f. 92
(anepigrafo; in marg. di mano recente per Do' natum). Publius Terencius Afer
carthagini — solet et- cetera. — L' introduzione del commento di Donato a
Terenzio fino alla p. 37, 3 Wessner. Il codice è tutto di una mano; però i due
ultimi o- puscoli di argomento terenziano mostrano un carattere più piccolo. La
scrittura è gallica e va probabilmente assegnata ai primi anni del sec. XV. Il
copista non trascriveva per mestiere, bensì per propria istruzione; e si
capisce che prediligeva gli opuscoli, gli estratti e par- ticolarmente le
biografie, le quali compariscono nel suo zibaldone in numero di cinque: una di
Seneca, le due di Catilina e Giugurta e due di Terenzio. Da ciò de- duciamo
ch'egli avesse sottocchio l'intero commento di Donato, come avrà avuto intero
quello del Treveth; e che dall' uno e dall' altro abbia tratto le parti che gli
tornavano utili: dal Donatiano la biografia di Te- renzio, r introduzione sulla
tragedia e sulla commedia e il proemio dell' Andria: 1' etcctera messo dopo
solet mostra che egli troncava li i suoi estratti. Troppo attento non era il
nostro compilatore; e lo riconosciamo da alcuni passi che scrisse due e perfino
tre volte, uno specialmente che occupa tutta una pa- gina, f. 94V (inter
ytalicos — leniter refutare, p. 3, 8 — 5. 15 W.\ sulla quale poi, accortosene,
segnò va^ cai. Questo luogo nella doppia copia presenta qualche dimenticanza e
parecchie differenze, ma nell' insieme le due copie si corrispondoTw» ..^
.ttiT.ì^Mit** ♦» r\ attestano E. tABBADWl, TiSti iattMi I4. ilo R. SAèBADlNt.
che il raccoglitore era coscienzioso. Poiché quelle dif- ferenze non provengono
da trascuratezza, ma dalla dif- ficoltà d'interpretare la scrittura
dell'antigrafo. E non qui solo, ma anche altrove il copista tentò e ritentò,
onde qua e là si corresse e più volte trascrisse mec- canicamente parole senza
senso. Chiameremo 5 il codice francese donde fu derivato l'Ambrosiano. A noi
non consta che 5 sia stato noto agli umanisti, se non forse l'hanno consultato
per sup- plire le citazioni greche, poiché non conosciamo il codice da cui le
trasse la mano 4 di i^(cod. Malate- stiano). Maggior probabilità potrebbe avere
un' altra congettura, che sia da identificare col vetustum exem- plar
manuscriptum adoperato dallo Stephanus (i). Il certo si é che vS non deriva da
nessuno degli e- semplari venuti in luce a cura degli umanisti del se- colo XV
e che d'altra parte nessuno di essi esemplari, il Maguntino e il Carnotense
principalmente, rappre- sentati 6idi F C Va, deriva da S; giacché 5, come ri-
sulta dalle sue lezioni, attesta una risoluta indipenden- za da tutti i codici
del secolo XV; non solo, ma indi- pendenza anche da A, il più antico dei codici
perve- nutici, col quale però spesso consente. La presenza di 5 illumina meglio
la tradizione del commento. Osser- vando infatti il non infrequente antagonismo
di A col gruppo F C V a, saremmo indotti ad ammettere una piuttosto antica
divisione del testo Donatiano in due famiglie; al contrario considerando come
tra ^ e il grup- (i) Cfr. Studi ital. filol class., II 19. 2. — DONATO. ili po
F C Va intervenga misuratamente S, piegando più verso A nella vita di Terenzio,
più verso il gruppo nell' introduzione sulla tragedia e commedia, ci con-
vinceremo che risalendo indietro ne' tempi la fonte del nostro commento si
unifica e che discendendone si divide per l'opera personale dei copisti e dei
lettori. Per questo e per la bontà delle lezioni è da lamen- tare la perdita
dell' intero testo di S, che conservava fra l'altro i passi greci al pari e
meglio di A. E vero che S ha accolto qualche interpolazione, come, per riferirne
una evidente, ipsorum — fabula p. 28, 6 W., entrata anche nel gruppo F C T V;
ma è pur vero che dobbiamo a esso un buon manipoletto di lezioni genuine, che
qui soggiungo: p. 3, I Wessner Carthagini ^, 6 /s 5, 8 in die bis 5, 14 eamqut
(emendamento dello Schopen) 7, 4 Popillio (emendamento del Muretus) 7, 15 in
navim (emendamento dello Schòll) 9, 8 tu in summis (avrà desunto di qui lo
Stephanus il suo emen- damento ?) 10, 7 Qui abbiamo il titolo: Dt tragoedia et
comoedia K I , Ugem (emendamento dello Schopen) eperta (emendamento dell'ed.
pr.) 16, 4 actu (emendamento dello Schopen) 17, IO multos (sarà la vera
lezione?) 20, 1 5 extra comoediam] extrade con*, in extragedia. In extradi sì
ccinhcrva probabilmente un residuo della lezione originaria. ^o, 14 modos: gli
altri codici numeros; entrambe lezioni errate. •ibiaej iidie *=- Lydiae (forse
un' interpolazione, ma certo antica ' , indente all'altra sarrateve —
Sarranaevt f) ÌI2 R. SABBADINl. 27» 3 prologus est di fio prima a ^i^recis
ITqocooc acoFoc ut actendens veram fabulam (corr. in falmle ?) conipoicio7iem
elocncio IIqoìtoc aoioc IlEpy. toy aococ. Si può ristabilire cosi la lezione di
S: Prologus est dictio prima, a Graecis jtqwtgq ^,0705, til anttcedens veram
fabulae compositionem elocutio. IlQtòTog Àóyog' jtqò toìj [ 8Qd(.iaT0<; ]
^óyog. Cioè una doppia definizione di prologus, prima in latino, poi in greco.
Il codice Ambrosiano appartenne a Francesco Pi- zolpasso, che lo dovette
acquistare in Francia negli anni 1422-23, quando egli vi andò vescovo di Dax
(Aquis) in Guascogna (i). Il Pizolpasso era oriundo bolognese (*). Dalla
Guascogna, soggetta allora alla dominazione dell'Inghilterra, fu mandato nel
1423 a rappresentare la nazione inglese al concilio di Siena (2 ).
Anteriormente aveva preso parte al concilio di Co- (i) Gams 544. Cfr C.
Malagola, Della vita e delle opere di Antonio Urceo detto Codro, Bologna 1878,
45: * 1422 d. Franciscus de Pizol- passis de Bononia fuit creatus episcopus
Aquensis usque Angliam '. (*) Comparve la prima volta in Studi ital. filol.
class. XI, 1903, 378-83. Sul Pizolpasso cfr. in generale Saxius, Archiep.
Mediol. IH 858- 81; G. Gìulmi, Memorie della citta e campagna di Milano, Milano
1857, VI 338; 379; G. Fantuzzi, Scrittori bolognesi VII 3-1 1. (2) '
Franciscus, episcopus Aquensis ' assisteva all'adunanza del 19 febbraio 1424,
Hefele, Conciliengeschichte VII 405. A lui é indirizzata in quel tempo una
lettera di Poggio: Poggii Epist., coli. Tonelli, I 128- 136 Poggius p. s. d.
Francisco episcopo Aquensi; in data Reate die V mensis augusti (1424); dove
leggiamo tra l'altro (^136): Te oro ut in tempore maiorem in modum me commendes
summo pontifici..., Angelot- tum vero, Ciuci um Bartholomeumque de Monte
Politiano nomine meo salvare iube. 2. — DONATO. 213 Stanza (i), donde era
partito nel 14 15 in seguito alla fuga di Giovanni XXIII: in quel frattempo
compì gli studi a Bologna e di là verso la fine del 141 7 andò nuovamente a
Costanza, accompagnandosi poi alla cor- te pontificia di Martino V nel ritorno
in Italia (2). Dal 1427 fu vescovo di Pavia; dal 1435 arcive- scovo di Milano.
Morì tra il febbraio e il marzo del 1443 (3)- Negli anni 1 432-1 439 assistette
al concilio di Basi- lea: e ivi lo ritroveremo parlando deUe scoperte di Donato
nel secolo XV. Fu un operosissimo raccogli- tore di manoscritti, ch'egli alla
sua morte legò al Ca- pitolo della Metropolitana milanese, donde passarono in
numero di 52 nella biblioteca Ambrosiana (4). ( I ) ' Magister Franciscus de
Pizolpassis de Bononia apostolice camere clcricus ' fu dal papa mandato in
precedenza a Costanza il 20 settem- bre 1414 (H.Finke, Acta conditi Constant.
1896, I 251). Cfr. la noti- zia del Malagola (op. eie. 44) secondo la quale il
Pizolpasso ' clericus camere et canonicus bononiensis ' il 29 maggio del 141 7
fu licenziato in diritto canonico e il 12 luglio successivo laureato. Su due
lettere di Poggio scrittegli da Costanza nel settembre 1417 vedi R. Sabbadini
in Rendic. del r, Istit. Lomb. se. Utt. XLVI, 1913, 906. (2) Y. de Pizolpassis,
reduce dal concilio di Costanza, si trovava nel loglio 1418 come ambasciatore
pontificio presso il duca di Savoia, per avvisarlo del prossimo pxss.iggio del
papa traverso i suoi stati (L. Frati in Arehrvio stor. itul. 48, 191 1,
I20>. ^3) Archivio stor. Lomb. 37, 19 io, 321. (^4) L' inventario «lei
c<k1ìcì del PizoIpnsMi imsu nti j.rrsH.» il ( apitnlo fu pubblicato e
illutiiratr) dal Magistrctti in Archivio stor. Lomb. 36, i<>09, 302 sgg.
214 ^' SABBADINI. Elio Donato in Tèrentium scoperto nel secolo XV. Delle
scoperte di Donato nel secolo XV si parla in alcune lettere dell' Aurispa, del
Panormita, del Val- la (*), le quali dispongo cronologicamente, cercando di
determinarne la data con la maggior possibile esat- tezza. I. Aurispa lacobino
Thomasi \Thebalducct\ v. e. et virtuosissimo s. p. d. Essendo già stata
pubblicata dal Keil e da me (i), ne riporto quei soli passi che fanno al caso
presente: * Ò trovato ancora [a Magonza] un commento de Donato supra
Terentio,lu quale nullo erudito lesse mai sensa grande voluptate .... Munsignor
de Sancta Cruce et maistro Thomase [Parentucelli] serra- no qui infra octo
iorne e mastro Thomase porta seco tucte le opere de Tertulliano. In Basilea VI
augusti [1433]. ' Il Keil ha fissato nel 1433 la data di questa lette- ra,
fondandosi sulla ambasceria boema a Basilea. Io cercherò di confermare con
altri argomenti questa data. (*) Comparve la prima volta in Museo di antichità
class. HI, 1889, 383-91. (i) Cfr. R. Sabbadini, Biografia di G. Aurispa, 64. 2.
— DONATO. 215 Si veda infatti il seg-uente passo di una lettera del Traversari
(i) al Niccoli: Grata f iter e quae de repertis voluminibus vel ab episcopo
Mcdiolaneiise iam vita functo ve! a Thoina nostro vel ab Aurispa significata
scribis,... Ravennae XII decembris. Questa lettera del Traversari è certamente
del 1433, perchè alla fine di quell'anno egli stava in Ravenna. Del resto in
essa si parla del- l'arcivescovo Capra come gicà morto: la sua morte av- venne
a Basilea tra la fine di settembre e il principio di ottobre del 1433 (2).
Questo è dunque l'anno delle scoperte di codici fatte da Tommaso Parentucelli e
dall'Aurispa. Un' altra prova. Tommaso Parentucelli era g-ià in Germania (v.
sopra p. 3); e noi sappiamo che egli e il cardinale di S. Croce (Albergati)
furono eletti da Eugenio IV per andare al concilio di Basilea il 29 gennaio
1433 (3). Non può dunque cadere prima di quest'anno la lettera dell'Aurispa la
quale presuppone la presenza al concilio del Parentucelli e del cardinale di S.
Croce. Ancora. L* Aurispa dice che Tommaso porta seco tucte le opere de
Tertulliano. Questo codice arrivò in Italia o alla fine del 1433 o al principio
del 1434, come si ricava da una lettera di Alberto da Sarteano al Nic- I ) V
iil, 52. (2) R. SabbiOdini, Sieeolh da Cusa ecc. iti Rtvdic. d. r. Accadem. dei
Linai XX, 191 1, 2^ (3) Architno stortcv /tniuino, 1888, p. 45. Non pntc li
c.irdjnalr par- tire subito e fti dovette nell'aprile e tna^io trattenere a
Verona, impe- ,iii:t ' Vinttos in ad concHium^ ibid. 2l6 R. SABBADIMI. coli
(i), dove si legge: quem [Tertullianum] in Ala- mannia repertum de Basilea
Teutonicorum ad te perla- tum dicis Ex Ferrarla VI kal. feb. 1433 (= 1434 stile
moderno). Finalmente abbiamo una lettera da Basilea del no- vembre 1433 dell'
Aurispa a Cosimo de' Medici (2), nella quale si duole dell'esilio a cui fu
condannato e lo consola (3). Anche per questa via è messa fuori di dubbio la
presenza dell' Aurispa a Basilea nel 1433. Resta dunque dimostrato ad
esuberanza che la lettera deir Aurispa al Tebalducci è del 1433. n. Aurispa
viro darò et poetae suavi Antonio Panhormitae s. p, d. (4) Si ex animo
commentum Donati in Terentium postu- lares, non nebuloni negotium commisisses,
quum tot frugi et extimati homines isthinc ad nos venerint. Misisses praeterea
veteri amico et tui cupidissimo quicquam in illius antiquissimae benivolentiae
monumentum; debebas enim, quod tute perpetuo exerces, quod puer etiam
didiceras, meminisse: * munera crede mihi placant hominesque deosque; ' (Ovid.
A. A. ni 655) et quod apud eum poetam quem miraris est: ' qui saepe petis, minimum
(5) largire nonnumquam . ' [Priap. XXXVDI ?) Sed audi quid in re est. Fateor
velie me quicquam rerum abs te; sed quasi ita Ci) Alberti a Sartheano, Epist.
25. (2) Pubblicata da R. Sabbadini, Ottanta lettere inedite del Panormita,
Catania 19 io, 155-6. (3) Cosimo de' Medici fu imprigionato il 7 settembre
1433. (4) Cod. Vatic. 3372 f. 5. (5) mimmi cod. (mi mi?) 2. — DONATO. ai;
fortiinatum sit, Donatus ille transcribi fato non potest, quippe quern cu-
pidissimi codicum novorum et doctissimi diutissime tenuerunt et nequi- verunt
cxplere. Karolus (i) solum id transcripsit quod tu habes, caetera me saepe
rogante saepe etiam postulante non coraplet; studebo tamen omni cura ut
transcribat, quod quum factum fuerit habebis originale. Vale tu. Ex Florentia
XII augusti perraptissime [1442?] Quel diutissime e quel saepe e tutto il
tenore della lettera sono argomenti di una lunga dimora dell' Au- rispa in
Firenze. Una siffatta dimora non può cadere che nel 1434-36, quando fu di
ritorno dalla Germania e si accompagnò alla corte pontificia di Eugenio IV, o
nel 1439-42, quando Firenze fu sede del concilio. Per quest' ultima data mi fa
propendere la seguente lettera del Panormita all'Aurispa. m. Atitonius
Panhortnita Aurispae v. ci. s. p. d. (2) . Mariam filiam et a Venctis in via et
Ferrariae a viro tam li- ilitcr ac magnifìce exceptam AJfonsus rex idem et
pater perquam libcnter audivit tibiqiie etiam gratias habuit, qui fere omnem
rem nobis online renuntiaveris .... Procurabìs si me amas si a me amari vis e o
m m e n t a r i o s '1 Terentium extorquere ab Aretino tuo, olim meo.... Qui si
allude al matrimonio di Maria d'Aragona fi- glia di Alfonso con Leonello d'
Este figlio del mar- ,.},,. ,. ,r. f.-...- — ., Il ni.'ttrimonin si rj>|ohrò
noli' aprile I ) Carlo Martuppini Aretino. 2) Anton. BoccatcUi, Epist.,
Venctiit 1553» f. ii' 2l8 R. SABBADINI. 1444. Maria andò a prenderla Borso,
fratello di Leo- nello, con due galere veneziane. Partì da Venezia e sbarcò ad
Ortona; da Ortona a Napoli prese la via di terra; nel ritorno fece la medesima
strada (i). La let- tera del Panormita perciò è della prima metà del 1444. In
quel tempo V Aurispa stava a Roma (2). Il Panor- mita gli ripete la dimanda per
aver Donato, che pro- babilmente era ancora in mano del Marsuppini. Si de- duce
di qui che la lettera precedente dell' Aurispa al Panormita dev'essere di poco
anteriore alla presente; la potremmo collocare nel 1442. IV. Laurentius {Vallai
Ioanni Ar retino suo s. (3) Dedi ad te proxime litteras banco Bazzolorum
quemadmodum tu ipse iusseras. Scribam autero ad te alias latius. Nunc partim
fatigatus scribendis hoc die temis litteris ad totidera cardinales papaeque,
non aliud scribo quam quod ab amico ut scriberem iniunctum est, ut quaeras a
domino Columnensi sive quis alius est quiDonatum super Terentium habet, numquid
integer Donatus reperiatur et an super omnes comoe^ dias scripserit. Nam hic
amicus meus apud Carnotum vidit hunc aucto- rem sed sine tertia comoedia
'Ea'UTOVTi|j,coQOVfAévC{) et non integra quin- ta 'ExDQtt, item cum defectu in
sexta, quae dicitur ^OQfxicov. Praeterea si quis apud vos habet quatuor
Academicorum Ciceronis libro s non pridem Senae repertos. Plura non scribo,
quia non vacat ac ne possum quidem, nisi mei nostrum Nicolaum valere iubeo.
Vale. (i) Tutto ciò è narrato partitamente in una lettera di Giovanni To-
scanella all' Aurispa. Cod. Ambros. F. S. V. 18 f. 53v-6or. Cfr. R. Sabbadini,
Biografia di G. Aurispa 91-92. (2) R. Sabbadini, op. cit. 88-89. (3) Cod.
Ambros. G. 109 inf. f. 35V, Misceli. Tiali XIX p. 191. 2. — DONATO. 219
[Neapoli] XVI kal. februar. [1447], quo die ad dominos illos cardinales
reccnter electos praeter dominum Mediolanenseni dantur meae litterae, licet
Consilio Ambrosii mei diem anticipavi, quia sero et ipse ad me scri- pserat et
ego acceperam litteras, Divinarum huraanarumque rerum consulto d. Ioanni
Arretino apud d. Portugallensem. La data di questa lettera si fissa
esattamente. Il ter- minus ad quem è subito trovato, perchè vive ancora il
cardinal Portoghese, cioè Antonio Martini, morto il di II luglio 1447 (i). La
lettera perciò non può an- dare oltre il 17 gennaio 1447; vuol dire che essa è
anteriore all'elezione di Niccolò V. Qui si fa menzione di una recente
creazione di cardinali, tra i quali com- preso anche il cardinal Milanese. Ora
Enrico d'Allosio, arcivescovo di Milano, fu fatto cardinale da Eugenio IV nel
16 dicembre 1446. In quell'occasione furono creati quattro cardinali: Tommaso
Lucano, Giovanni Siculo, Giovanni Carvaial, Enrico d'Allosio (2). E per r
appunto il Valla scrive a tre dei cardinali recente- mente creati, eccetto
quello Milanese. L' anno della lettera è pertanto senza dubbio il 1447. Il
dominus Columnetìsis è il cardinale Prospero Co- lonna, Nicolaus probabilmente
Niccolò Cusano. M» CiacoDÌu», Hist. pantif. II, p. 912. ' 21 Ibi'! 220 R.
SABBADINI. V. Aurispa viro clarissimo equestris ordinis Antonio Panhormitae s.
(i) Magnarti videris habere curam, magnani obligatus es habere curam propter
singularem, qua semper te amplexus sum, benivolentiam, ut haec mea senectus
quieta sit tua opera et industria, quod hactenus non esse factum et miror et
inducor ut credam aliud esse ac videatur, quippe qui apud regem plurimum possis
et ipsius serenitas quam facillime queat me felicem sine aliqua sua impensa
facere. Misi tibi et meas et
pontificis litteras ad ipsum regem eo tenore (2), quem dominus Putius de
Politis prò tua sententia mihi significavit. At tu quod maxime miror nihil hac-
tenus respondisti, quod equidem moleste fero. Oro te igitur vir excelleris per
antiquam amicitiam perque mutuam immo per meam erga te benivo- lentiam, supero
equidem amore et caritate amicos omnes, ut tuum ani- mum quieti meae intendas;
hoc est ita facito, ut hoc meae senectutis residuum vobiscum et cum meis vivere
possim (possum cod.). Nam si primo peregrinus esse videbar Ferrariae,
posteaquam marchio ipsius civitatis defectus est videor alienissimus. Cura
igitur ut me voces. Vacarunt nuper Syracusis duo beneficia sine cura, quae
possidebat Gui- lielmus de Bellehomo qui nunc est Cataniensis episcopus. Illis fuissem
contentus et ut audio super illis est litigium inter Marrasium (3) et quendam
alium; quare si regi placitum esset extinguere litem, et ea mihi dare posset.
Nam si suae serenitatis voluntatem haberemus, ex pontifice habebo omnia. Facito
igitur ut prudenciae tuae visum fuerit; quippe si feceris, scio te feliciter
facturum et expleturum quod volumus. lam diu scieram Carnuti in Gallia Donatum
in Terentium in biblyotheca ecclesiae maioris esse. Eum curavi ut
transcriberetur mihique huc Romam transmitteretur, quod iam factum est et eum
codicem hic (i) Cod. Vatic. 3372 f.
32V. (2) tenere cod. (3) Il Marrasio era dunque vivo ancora nel 145] 2. —
DONATO. 221 habeo et dedi operano ut transcriberettir; quod qumn erit factum,
et cito fiet, originalem ad te mittam non dono sed ut tu et alii copiam
habeant. Vale et respondeas
oro quamprimum fieri poterit. Valeant uxor et fi- liola; at mea Faustina valet
et quotidie fit doctior; istam dominam uxo- rem txiam ex me saluta, filiolam
osculare et aliquid dulcis ex me dato. Romae
XI ianuarii raptim [1451]. Per determinare la data di questa lettera abbiamo
argomenti sicuri. In essa è accennata la morte del marchese Leonello d' Este,
la quale fu nel i' ottobre 1 450. Vi è del pari presupposto vescovo di Catania
Guglielmo Belluomo, assunto a quella sede il settem- bre del 1450 (i). Siamo
dunque posteriormente a que- st'anno. Dall'altra parte l'Aurispa domanda due
bene- ficii che sappiamo essergli stati concessi nel 1451 {2). L'anno della
lettera è perciò senza dubbio il 1451 (3). VI. Aurispa viro excellenti et darò
Antonio Panhormitae s. (4) Moleste fero quod tu opera mea non egeas ut ego tua.
Nam quamvis prudentior et acrioris ingcnii sis, vincercm mihi crede acrimoniam
et pru- dcntiam taara diligentia et cantate; itaque maiora ego prò te pingui
inge- nio conficcrcm, quam tu prò me cum ista tua ingcnii excellentia. Sed vi-
gila quandoque te oro in re mea et ex peregrino me civem reddas. Supe- riore
hebdomada item ad te scrìpsi ac certiorem feci me iam e o ro m e n- t u m
Donati in T e r e 11 t i u m habuisse, quod Camoti ut rescribe- (i) Rocco Pini,
Sùilia sacra I, p. 549. (2) Mongitore, Biblioth. Siculo I, p. 322. (3) Non può
etscrc p. e. il 1452, perche giusto il giorno 11 gennaio 1452 rAurì»p« Itavi! a
Ferrara, cod. Ottoboniano li 53 f. 37. {4) Cod. Vatic. 3372 I. 33T. Hi R.
SABÈADtNl. retur curavi. Facio item transcribi, ut ipsius copiam secure amicis
facere possim, ne forte denuo mihi eveniret quod Guarinus, Carolus et tu mihi
fecistis. Vale mei memor suavitas mea. Domili um Putium propter eius virtutes
inprimis et propter me carum habeto; est vir aestimandus. Romae .V februarii
raptim [1451]. Questa lettera confrontata con la precedente appa- risce subito
essere del medesimo anno. In queste lettere si parla di due distinti commenti
di Donato, entrambi alle commedie di Terenzio. Il primo fu scoperto a Magonza
nel 1433 dall' Aurìspa. Egli certo ne portò seco nel 1434 un apografo a Fi-
renze; ivi si accompagnò alla corte pontificia, che rac- coglieva il meglio
degli umanisti di quel tempo. E nelle lunghe e tranquille soste da essa fatte a
Firenze (1435-36), poi a Bologna (1436-37)» indi a Ferrara (1438) e da ultimo
nuovamente a Firenze (1439-42) ci fu tutto l'agio di trascrivere e moltiplicare
il nuovo commento di Donato. Ne ebbero copia p. e. Carlo Marsuppini a Firenze,
il Traversari (i) a Ferrara, il Panormita a Napoli. Che anche Guarino
conoscesse il commento Teren- ziano di Donato, si ricava dalla Politia
litteraria di Angelo Decembrio, composta verso il 1447 ® pubbli- cata nel 1462
(2). Pure per il Panormita abbiamo un (i) Il Traversari possedeva un Donato a
Ferrara sin dall'aprile 1438, Martene, Ampi, collect. IH, p. 404, 406. (2) p.
24-25, 99, 107, 144-150 (suU'interpretaidone di Donato zlVAndr. prol. 25-26),
152-153, 159, 208, 269. A pag. 107 poi sul proposito del passo dell'^««. IV, 7,
21 nunquam accedo quin abs te abeam doctior si nota: ' Quod autem a Donato
locus is silentio praetereatur, velut in- 2. — DONATO. 223 documento sicuro in
ana sua lettera (0- Il Valla non possedeva ancora il commento a Terenzio nel
tempo in cui scriveva le Eleganze, ma lo possedeva nel 1451, l'anno in cui
componeva X Antidotmu II in Pogium. In esso infatti si legge: Eius [Donati]
super Terentii An- driam nondum legeram commentum cum composui Ele- gantias
(2). Il secondo codice del commento Terenziano di Do- nato fa capolino nel 1447
(lett. IV). Esso era stato veduto nella cattedrale di Camutum (Chartres),
vicino a Parigi. Il Valla ne ebbe un' esatta informazione; il codice conteneva
tre commedie intiere: X And., VEun.j gli Adel. e due mutile: VHec. e il
Phormio, Anche que- sta volta si deve all' attività dell' Aurispa la divulga-
tellectu facillimas, iudicium est simplici modo intelligentis. ' Al contrario
Donato commenta questo passo, ma non forse con quella larghezza, che avrebbe
desiderato Guarino. Però Guarino fino al 1445 pare non lo possedesse ancora,
perchè in una lettera di quell'anno ad Alberico Ma- letta lo prega di
ottenergliene una copia da Tommaso Tebaldi, che al- lora stava a Milano. (i)
Lettera a Niccolò Piscicello, arcivescovo di Salemi» {Regis Ferdi- nandi et
aliorum Epislclae, 1586, p. 397).... Non legerat Donatum gram- maticum aroicas
et familiaris meus Poggius, credo quod deorum more minima non curct; Donatus
enim ita scribit in illa Comici particula [in Terent. Atidr. IV, 4, 52]: nescis
quid sit actum ? ' Nescis ' plerum- qoe dicitur ci non quem volumus redarguerc
impcritiac aut ignorantiae, •ed quem lacere volumus ut velit libcntcr audirc. —
Niccolò Pisdcello fu arcivescovo di .Salerno negli anni 1449-1471, Ughelli,
Jtalia sacra vu, p. 435. (2) Valla, Opera, p. 293 (Ju/td. II; per l'anno 1451
di. \';ihlcn, /,. ya//ai (ypu$e. tria, p. 19). Per altre notizie vedi R.
Sabbadini in Studi ital. fiUl. class,, W 18 nota. Ì24 k. SABBADlNt. zione del
nuovo codice (lett. V e VI). Egli ne fece trarre sul posto una copia, che
arrivò a Roma alla fine del 1450. Nel 1451 ne apprestò un secondo apografo, che
mise a disposizione del Panormita e degli altri amici. Stabilito così con la
scorta dell' Aurispa la scoperta di due codici di Donato, il Maguntino e il
Carnotense, trasportiamoci col pensiero a Basilea negli anni dal 1436 al 1439 a
seguire le ulteriori tracce dell'esemplare Ma- guntino, con la scorta questa
volta di Pier Candido Decembrio, dal cui epistolario comunicherò estratti piut-
tosto copiosi, anche se non sempre tocchino diretta- mente il nostro
particolare argomento (*). A Basilea il concilio difende i suoi privilegi e la
sua supremazia sul papa, suscitando questioni di ordi- ne religioso e politico,
le quali imbarazzano non poco dall' una parte 1' autorità pontificia, dall'
altra la libera azione di alcuni governi. Erano ivi tre personaggi, che
specialmente ci riguardano: uno tedesco, Niccolò da Cusa, uno spagnuolo.
Alfonso (da S. Maria di Carta- gena) vescovo di Burgos, uno italiano, già di
nostra conoscenza, Francesco Pizolpasso, tutti e tre forti cam- pioni nella
gran lotta combattuta fra il papa e il con- cilio. In mezzo alle turbolenze
conciliari e alle fatiche del loro ufficio questi tre dignitari trovavano il
modo e il tempo di occuparsi di studi. Niccolò da Cusa erasi (*) Comparve la
prima volta in Museo di antichità class. HI, 1889, 405-422. 2. — DONATO. Ì25
fatta un' insigne raccolta di codici, tra i quali alcuni greci, che il Pizolpasso,
ignaro del greco, deplorava di non poter ne leggere ne trascrivere. 11
Pizolpasso e il vescovo di Burgos si dilettavano di ricerche filo- sofiche e
corrispondevano col Bruni a Firenze, con Poggio a Bologna e a Ferrara e con
Pier Candido Decembrio a Milano. Anzi tra il vescovo di Burgos e il Bruni si
accese una polemica filosofica, alla quale prese parte anche il Decembrio come
difensore del Bruni, e il Pizolpasso come intermediario. La polemi- ca si
dibatteva sul significato dal Bruni attribuito a Tàyad^v nella traduzione
deh'Eùca di Aristotile. Questo era il tempo che il Decembrio attendeva di
propo- sito alla ritraduzione della Repubblica di Platone, già tradotta prima,
ma non troppo bene, da suo padre Umberto e da Manuele Crisolora. Il Pizolpasso
e il vescovo Alfonso in Basilea erano tenuti diligentemen- te informati dal
Decembrio sui progressi della tradu- zione, della quale ricevevano di quando in
quando le primizie. Gli estratti delle lettere sono stati da me disposti, per
quanto ho potuto, in ordine cronologico. Esse non hanno data, meno una, che
porta il mese. È però fuo- ri di dubbio che quelle lettere si muovono entro il
termine di quattro anni, tra il 1436 e il 1439. 1. aAnADori, Tu ti tatmi, 15.
226 k. SABÈADINI. I. (i) # Petrus Candidus Francisco Fizolpasso Mediolanensi
archipraesuli s. (2). Quod prius mihi ex Donato tuo placuit (3) excerpsi
Phormionis partem ex Apollodoro traducti (4) inverso nomine, ut idem putat (5).
Cuius laboris tempestivi admodum primicias ad te (6) mitto; facile ex his
cognosces quae deinceps sim exaraturus. Nihil est enim tam arduum tam
obstrusum, quod labori obstet intenso (7). Quid enim his commen- tariis (8)
scriptum fallacius, quid ineptius ? Et tamen (9) litterarum a- mor me cogit
elicere quod paternitati (io) tuae utile atque (11) iocun- dum futurum putem.
Scio quamplurimos lecturos ea quae ad te mitto nec secus reprehensuros
barbariem quandam veteris scripturae et modo litterarum apices modo imperfectos
rerum sensus derisuros, quasi haec meae culpa sit negligentiae. (i) Cod.
Riccardiano 827 f. 15V (= R), cod. Bodleiano di Oxford Canon. Lat. 95 (= O; da
una comunicazione di K. Dziatzko nel Sup- plem. X, 1879, p. 692, degli
Jahrbuch. f. Philol,). (2) Pizolopasso praesuli Mediolanensi O. (3) ex Donato
tuo mihi placuit 0. (4) traductam R, (5) Donato nell* Argutnentum al commento
del Phormio di Terenzio cosi scrive (Il p. 345 W.): Hanc comoediam manifestum
est prius ab Apollodoro sub alio nomine, hoc est 'Ejti8ixa^O(iévov, graece
scriptam esse, quam latine a Terentio Phormionem. (6) tibi a (7) incenso O. (8)
commentariis his O. (9) quid ineptius otn. R; et tamen] vemm O. (io) dignitati
R, (II) et R, 2. — DONAtO. 427 At vero si manura calamo (i), si mentem his
infinitis erroribus ad- diderint, si insudaverint carie vetusti operis, ut ipse
facio, et plerunquc Tyresiam consuluerint {2), ut ego (3), cum dubito
vehemeiiter, eruiit profecto modestiores in reprehendendo; et quae minus
perfecte traducta sunt a Dobis conferent his quae tolerabiliter fuere
transcripta nec quid videant erroris restitisse sed quid deinceps sit elimatum
magnipendent. * Diagoras enim cum Samothraciam venisset, ut inquit Cicero (4),
A- thens (5) ille qui dicitur, atque ei (6) quidam amicus: Tu qui deos pu- tas
humana negligere, nonne animadvertis ex tot tabulis pictis quam multi votis vim
tempestatis effugerint atque in portum salvi pervene- rint ? (7) Ita fit, inquit; illi enim
nusquam picti sunt, qui naufragia fe- cerunt in marique perierunt. ' Sic aequum
est a te responderi his, Francisce praesul dignissime, qui roinutius (8)
aliorura raendas consectantur. Si quis forte tibi (9) dixerit: Tu qui Candidum
tuum credis tam diligenter ab antiquis scripta trans- ferre, ponne vides quot
in locis frigide, quot inepte ac ieiune Donati libros tran seri pserit ? Ita
fit enim, inquies; ea siquidem vides, quae neu- tiqoam ab ilio alias
interpretari queunt, sed ut inerant, scripturae fuere mandanda. Ceterum nusquam
vides quae eius opera correcta (10), iugi labore atque industria sunt emendata.
Haec autem non ideo tibi (11) scribo, pater optime, ut excusem meas ineptìas,
sed at animum meum votis tuis obsequentem iioris et ut scias (i) clamo O. (2)
conflttlerint O. <l) ago A*. (4) Z>* nat. deor. IH, 89. (5) Acheui» (=^
Achaeus) 0 R. (6) eius 0. (7) pcrvcncrunt A*. (8) iromitias O. (9) tibi om. R. (io) correpta O.
(11) tibi om. O. ÌZS k. SABBADlNt. nullam rem (i) tam examussim esse factam
(2), quae culpa aut repre- hensione possit carerà. Vale, religionis honos. Ex
cubiculo VII kal. iulias raptim [1436] (3). n. Franciscus Pizolpassus
Mediolanefisis praesul Petro Candido s. (4) lussimus, Candide amantissime,
primum ut tibi praesentetur Phormio tuus, quem mihi transcribit Lodrisius (5)
Questa lettera e la precedente sono, come appare dal confronto, anteriori di
tempo alle altre, che se- guono sotto. Nella V, che è del maggio-g"iugno
1437, il possesso del cod. di Donato è presupposto da pa- recchio tempo. Qui
perciò siamo nel 1436. III. Franciscus Pizolpassus Mediolanensis praesul Petro
Candido s. (6) Et dubitare videris et simul quaerere, amantissime Candide, prò
ver- bis ut refers Michaelis (7) nostri, an aegre tulerimus quae de clarissi-
(i) rem om. O. (2) factam esse O. (3) Vale — raptim om. R. (4) Cod. Riccard.
827 f. 114. (5) Lodrisio Crivelli, segretario del Pizolpasso. (6) Cod. Riccard.
827 f. no. (7) Michele Pizolpasso, nipote adottivo deirarcivescoTO. 2. —
DONAT(ì. 229 mo Alfonso pontifice Burgensi seu in cum scripsisti proindcque
episto- lam tuae dìsputationis in eius scripta efferri noluerimus. Nos rem hanc
adeo incommode tulimus, ut usque in diem ipsam quaesiti tui (ne in- grate
audias) haud quicquam computaremus, quasi non eraanasset. Nam eam scripturam,
alias et res quoque nostras penes nos nondum habemus, suspensi prò conditione
agitationum huius sacri concilii, nosque de scrip- tione illa nec audivimus nec
fecimus verbum, nisi quantum transeunte hac Zacharia Paduano (i) et exhibita
per eum Bartholameo Batiferro dulcissimo filio nostro, ipse Bartholameus
tanquam rem novam nobis putans nunciavit. Probitatem atque peritiam tuam
probatam collaudavi- mus in genere, de re illa non nisi ut in ceteris deque tuo
ingenio exi- stimantes; cum, etsi primi tenuerimus, haud nisi et
superficialiter lege- ramus portiunculam anteriorem, pellentibus reliquum in
tempus crasti- natura ingentioribus studiis, Nec utcunque iudicaremus de vobis
inter vos amicos praecipuos doctissimosque viros, haud vero ignorabamus te
conscium illius praecepti philosophiae: sic loquendum cum hominibus tan- quam
deus audiat, sic loquendum cum deo tanquam homines audiant. Hoc si ad id
spectat, ut semper honeste loquamur atque ut a deo ea petamus quae (2) velie
nos non (3) indecorum sit hominibus confiteri, quanto magis scriptis prudentes
et severi, ut tu es, ea monita custo- dicnt ac dicendi honestatem ! Doctorum
enim virorum schola semper hoc habuit, ut exagitaret argumentis quaestionibus
disputationibus interdum- que et invectivis sicut non ociosis sic non
letalibus, quasi Ariopagita Ariopagitam, unde profectus et laus proveniunt
partibus et contenden- tium et auditorum. Quare te atque illum in quem scribis
eosdem habe (i) Su questo Zaccaria scrive il Decembrio al Pizolpasso (cod. Ric-
card. 827 f. Ili): Marc meditantem convenit Zacharias ille Padaanus,
ol>tcKtans ut quicquam ex meo studio sibi promerem: iturum se in brevi m\
Germanica» partCK cpiscopum qucndam conventurum, cuius bJblyo- thccam immcnsam
referebat. Illi me ex fama notum; optare ex meo a- liqaid vifterc. Hit verbi»
delinitUK (delitas eod.) epistolam tradidi cum nihii hat)erem ^habcre <•<></.)
promptinti.... (2) quod <o</. 13) non om. cod. 230 R. SABBADINI. mus quos
prius, sed quanto clariorem tu virum adoriris, nos tanto plu- ris te facimus,
qui gloriareris in notitia tanti patris et magnifaceres. No- bis autem nihil
antiquius, quam ut molestiis doctrinae ac studiorum tuorum huiusmodi sedulo
frui posse indulgeretur et iugi convictu. Et hoc quidem moleste gerimus, cum in
memoriam venit (Parere molestia- rum eiusmodi fomento et confabulatione
honestarum artium et doctrinae tuarum (tuae ?). Atque ut fides dicto sit vel in
partem, peto abs te declarari de dif- ferentia inter suffert et SUSTINKt;
distingui! enim apostolus. Itera inter PARIT et PARTURIT, quod et distinguit
psalmista et Ambrosius dux et praeceptor noster. Item inter sprkvit et despexit (i). Despexit dicimus
differentia ea prò parte qua se conformat verbo SPREVIT, non alio si-
gnificatu. Demum velim scire an proprium sit PRO STUDns LOQUI in Ariop AGITA,
cum proprium Ariopagi ad concertationem brutorum sit. Post haec vero accipe
quae apud nos gerantur. Res enim nostrae conciliares agitatae continuis fluctibus hucusque, denique
ceperunt ali- quod litus, donec in portum veniant. Conclusun^ enim habemus, ut
lapsis quinque et quadraginta proximis diebus si adimpleverint Avinionenses
opportuna et promissa ad rem Graecanara conducendam et mutuaverint realiter
septuaginta milia ducatorum, experientia fiat exequendi. Sin ve- ro, procedatur
ad electionem alterius loci. Ego tamen non intelligo, e- tiamsi Avinionenses
satis quod debent fecerint, posse rem perfici, recu- santibus Romano pontifice
nec non et Graecis locum ipsum, prout piane faciunt; etiam hoc in loco praesens
et ita contestans insignis miles a- pochrysarius imperatoris
Constantinopolitani ad rei prosecutionem huc regressus. Et nihilo minus domini
Gallici aures avertunt, opinione ac multitudine superantes ratìonem; ad tempus
pietas dei dirigat. Optamus te bene valere simulque Angelum gcrmanum et Ioannem
de la Trecia (2) puerum tuos et bene valete in domino [maggio 1437]. (i) Suffert e sustinet in Paul, ad Cor. I 13, 7;
spreznt e despexit va. Dav. Psal. 21, 25; parit e parturit in Isai. 23, 4; 26,
18; 66, 7-8. (2) in marg.: Hic est Ioannes de Gradi (il servo fedele di P. Can-
dido). 2. — DONATO 231 Siamo nel maggio del 1437, poiché appunto in que- sto
tempo correvano le trattative fra Basilea e Avi- gnone, per traspor c tare ad
Avignone la sede del concilio. Nella seduta del 7 maggio 1437 erano state
designate tre eventuali sedi del concilio, nel quale si doveva trattare la pace
delle due chiese: Basilea stessa o A- vignone o la Savoia. Dei settantamila
scudi pattuiti con Avignone i rappresentanti di questa città avevano pagata una
parte nel maggio stesso (i). IV. Petrus Candì diis Francisco Pizolpasso s. (2)
Ex manu Michaelis .... Arjopagitae vero nomen vetus et antiquuro, sed quod
iudiciis magis spedet; nam vicus celeberrimus Athenis, ut quidam putant: in hoc
di- vinanim et humanarum rerum (3) docti iura civibus reddebant. Acade- miae nomen studiis
magis aptum a Platone sumpsit origincm. Habes
breviter quae sentiam [maggio 1437]. Questa lettera è la risposta alla
precedente. Il De- cembrio risolve i dubbi del Pizolpasso sui verbi suf- fert,
parit, sprevit e sulla parola Ariopagita. Siamo perciò del medesimo tempo. (1)
Labbaetu, Concilia XVTT. p. m^mio. (3) Cod. Riccard. 827 ^3) rerom om, cod. 232
R. SAi;[$AL»lNI. V. Franciscus Pizolpassus Petro Candido s. (i) Satisfecisti
nobis, Candide Studiorum diligentissime, per epistolam tuam, quani prò
responsione accepimus ad quaesita nostra superioribus diebiis proximis. De
Ariopagita tamen latius videbis per inclusam his cedulam, conscriptam ex viro
graeco perito apud nos praesenti: concor- dat sententiae tuae. Quod autem nos
scripseramus ad te aliquando fuisse locuni bellicum seu ad concertationem animalium
et sanguinem, quia orios pagos dicitur belli deus etcetera, ut in cedula,
retinemus id ha- buisse dudum ab Aurispa (2) viro graece latineque perdocto. Habetur et in legendis
sanctorum, ut Tiburtii et Valeriani, qui ducti fuerint oc- cidi ad pagum. Habuimus
quoque, post responsionem tuam, a viro bene perito etiam locum fuisse interdum
nuncupatum pestilentiae, ut ad quem dudum epidimia infecti deferrentur. Graecus
vero ita respondet, ceu vi- des, cetera nihili faciens. Habet vir iste peritus
Theutonicus, de quo praemisimus, libros co- pìosos in graeco etiam cum latino
et vocabulorum et verborum et om- nis graramaticae, seriosissime litteris
vetustis descriptos (3). Is est a quo Donati! m in Terentium tuleramus in
patriam. Anhelamus ad aliquorum vel saltem alicuius utilioris transcriptionem;
sed nemo com- peritur hic idoneus. Rei,
ad quam consequendam ncque in celeritate locum ncque in di- latione spera
videmus, de (4) quorum utroque in primordio epistolae tuae agis, posset etiam
{5) suboriri. NihiI est enim quod tempore ac dili- gentia non efficiatur. Quare
te quoque admonemus: attentus esto, si res (i) Cod. Riccard. 827 f. 106. (2) L'
Aurispa e il Pizolpasso si incontrarono probabilmente a Basilea. (3) Uno di
questi è presentemente il cod. Harleian (British Museum) 5792 sec. VII. (4) ad
cod. (5) Forse è da supplire facultas o altro di simile. :. - !'O^A-- 233
Feregosorum adeo circumverteientur, ut de codice ilio Livii excellentissimo
olim Petrarcae sperari posset. Celeritas vel productio sais coaptetur locis,
quo liber ipse, quem tu cordi nobis affixisti, nullo pretio nostras evadat
manus. Fecit enira hac de re extra- vagatim praesumere solita volubilitas rerum
lanuensium et earum quo- que iraminentia, ut aiunt, involucra et discidia
plusquani civilia. Atque interim succedei tempus, quo vel flores vel fructus
vemales accipies ex responsione ad epistolam tuam prò Arretino ad me in cla-
rissimum patrem Burgensem, quam ei tandem reddidi .... [maggio-giu- gno 1437].
Questa lettera è la risposta alla precedente; le é perciò di poco posteriore.
Il vir Theutonicus è Niccolò da Cusa (cfr. lett. IX), tutt' uno con Nicolaus
Treverensis, lo scopritore del co- dice Orsiniano di Plauto, com'era già stato
intraveduto dall' Urlichs (i). Ogni dubbio scomparisce, quando si consideri che
un Nicolaus, al concilio di Basilea, stu- dioso e possessor di molti codici, ci
viene presentato dal Traversari nel 1435 come Nicolaus Treverensis (2) e qui
nel 1437 come Nicolaus de Cusa. La doppia de- nominazione si spiega facilmente,
perchè Cusa, luogo natio di Niccolò, appartiene alla diocesi di Treveri. Il
nostro Niccolò fu uno dei più appassionati e felici ricprcatnri f sr^tiritorl
Hi rorljri nel sec. X\' i'O, (I) Vuigt, W'iednl'cUl'utii;, 1, j cliz. p. 257 n.
i; di. M. Lchncidt in Hermes 48, 1913, 275. '2) Ambrosi! Traveriiarii, Epist.
HI, 4K: Xtcolnus Treverensis homo studiosissùnus et lihrorum copia insignis.
Stava a Basilea in qualità di iettato imperiale, ibid. Ul, 50. ^ 3) Gir. R.
Sabbadini, Niccolo da Cusa i i concHiari di Basilea alta sco- perta d4i codici
in Rendiconti della r. Accad. det Lincei XX, IQII» 3-40* 234 ^- SABBADINI. VI.
Franciscus Pizolpassus Petro Caìidido s. (i) Quintum tuum Platonis .... Mitto
iam tandem epistolas duas memorati patris Burgensis, alteram ad te, alteram
potius opusculum circa iam veteratam disputationem ethi- corum inter vos ad me,
cum te tamen exposcat .... Turbas itaque nostras Rheno propinquo talibus
remediis expurgamus... Sulla polemica tra il Bruni, il Decembrio e il vesco- vo
Alfonso dà anche notizie una lettera di Poggio a Leonardo Bruni (2): Vir
eloquentissimus tuique amantissimus Candidus noster Mediolanen- sis misit ad me
quendam libellum, in quo scriptae sunt epistolae duae: altera Alfonsi Hispani
ad archiepiscopum Mediolanensem, altera sua, qua illi epistolae respondet.
Rescribit ille epistolae tuae perstans in senten- tia. Candidus hoc indigne
ferens suscipit defensionem tuam illumque a- criter arguit. Loquitur tamen
Hispanus, ut mihi quidem videtur, admo- dum moderate .... Mitto igitur ad te
libellum; tu si videbitur respon- debis Candido agesque gratias prò sua erga te
benivolentia .... Bononiae IIII id. aprilis [1437]. Ciò conferma la data che io
ho assegnato alle pre- cedenti lettere scambiate tra il Decembrio e il Pizol-
passo. Non sarà male recare anche una letterina del Bruni sul medesimo
argomento. (i) Cod. Riccard. 827 f. 108. (2) Poggii, Epist, coli. Tonelli VI,
13; Poggii, De variet. fortunae, Lutet. Paris. 1723, 272. — DONATO. 235
Leonardus Arretmus Petro Candido j. (i) Dictavi iampridem celeberrimo praesuli
Francisco Pizolpasso archiepi- scopo Mediolanensi aliam (2) epistolam super
controversia Alfonsiana, sed cum diu absens fuissem ob fugam pestis, illam
mittere supersedi. Nunc autem per dei gratiam cessante pestis metu cum reversi
Floren- tiam simus conquisitam eam epistolam ac repertam per hunc tabellarium
ad te mitto, ut prius lectam a te ad illius reverendam patemitatem transmittas.
Tibi vero gratias ago prò libéralissimo patrocinio, quod mihi, spontaneo ductus
amore, praestitisti. Vale. Florentiae [principio del 1438]. VII. Petrus
Candidus Francisco Pizolpasso Mediolanensi praesuli j. (3) Risi profecto,
dignissime pater, cum cedulam litteris tuis inclusam le- gerem. Putavi equidem,
quod re erat, virum illuni bonum sed non satis eruditum graecis litteris.
Itaque latius a me scribendum puto in re quani levios tetigi. Ariopagus non
locus occisioni animalium, non pestilentiae deditus, sed consiliis . . ..
Quamobrem risi cum caram illius animadverterem, qui se magnum quippiam putat dicerc,
orios pagos et montes et saxa nominans, qui profecto mihi totus vidctur ex
lapide compactus. Quin immo pagum prò monte ponit et orios prò Marte; quac ita
concordant, ut accuratus vi- deatar esse lector, non intelligcns. Remitto
cedulam ut videas. Sed ne nos in Consilio Ariopagitarum dìutius immorcmur, ad
rcliqua ve- niamus. D e Tito Livio Francisci Petra re a e nulla spcs; quae enim
esse potest ? Apud illum liber est, qui libris utitur. Si vero (I) Cod.
Riccard. 827 f. 2r. '2) I.C due lettere dei Bnini sono le VII, 4, X, 34. (3)
(VkI. Riccard. 827 f r-^- 236 R. SABBADINI. bellorum spem asserii tua
digiiitas, nihil hic apucl nos scitur. Nescio an vos propinquiores an nos
surdiores. Patria illa silet, nos tacemus. Verba hinc inde circurastrepunt, vanitas
undique . . . A questa e alla seguente il Pizolpasso risponde con una sola, n.
IX; qui perciò siamo nel giugno 1437. Vili. Petrus Candidus Francisco
Pizolpasso s. (i) Qualis humauitas tua sit, reverendissime pater, norunt ii qui
experti sunt; haec enim mihi praestat audaciam, ut te rogem, licet indignus.
Frater Nicolaus, magister hospitalis Sanctae Katerinae Mediolani, ut auditu
primum sensi, intelligens vir, in religione nutritus, multis prae- dicationibus
illustris, apud nos vixit; demum seu fato seu fortuna dela- tus ad curam huius
hospitalis .... [giugno 1437]. IX. Franciscus Pizolpassus Mediolancnsis praesul
Petro Candido s. (2) Superioribus diebus, amantissime Candide, accepimus
epistolam tuam per eum quem solita modestia tua commendabas nobis fratrem
Nicolaum, magistrum hospitalis Sanctae Katerinae Mediolani. Quod etsi superinde
hactenus ad te non rescripserimus, et verbis et actu ita respondimus eidem
fratri Nicolao, ut piane agnoverit interventiones tuas prò eo apud nos haud
fuisse vulgares .... Subinde vidimus et aliam epistolam tuam diligentissime
disserentem de vocabulo Ariopagi, ob ea quae rescripseramus tibi, et cedulam
Graeci inepte sapientis, ut exemplis et rationibus perspicuis elegantissi- (i)
Cod. Riccard. 827 f. 112. (2) Cod. Riccard. 827 f. 112. 2. - DONATO. 237 me
probas. Immo, ut ad cor deinceps rideas, non possumus non tibi credere, qui
velut cacci versamur in lumine; et credant necesse est in tenebris alieno verbo
vel baculo lucis extorres, sicut et nos graeci do- gmatis inscii et prorsus
nudi, qui necdum latino sumus imbuti. Verum i ad eundem expositorem nostrum
(quem tu piane probas errantem, cum -ese tamen agat magistrum et nuperrime
lecturam impetraverit hic a sacro concilio) (i) forte recurramus, tritura illud
dici solitum consequens est ut eveniat: si caecus duxerit caecum, ambo cadent
in foveam. Op- portune tamen quandoque quae scripsisti communicabimus ei, ut
discat. Abest antera Nicolaus noster de Cusa (2), ad quem spectabat codex
Donati Terentiani, unde tu multa pervigilique lucubrationc Phormionem
extorsisti: vir siquidem aliquando introductus graecae lin- guae, ccterum alias
eruditissimns, universalis et magnae capacitatis, in- finitorum voluminum
studiosissimus et indagator continuus dotatusque inter alia voluminibus graecis
fecundissime et ex quibus, ut asserebat, omnis vocabulorum verìtas etiam
declarata latine eisdem codicibus facile possit haberi. Tu ergo solus manebis
nobis magister et invictus et quod non datur nobis hic loci, dum tu interim non
desinis augeri et profice- e stadiis graecanicis, concedetur fortasse non
inopportune ut coram a- perire possis fores et nos vel liraina capere et prima
rudimenta graecana. Ncque enim acr noster éemper erit in turbine, quare
movebamur ad oncitandam spem de praecipuo ilio Tito Livio Francisci Pe- tra rea
e , (3) quandoquidem per intestina bella, quae conflari videban- tur inter
fratres, quorum alter, videlicet dominus Baptista, vulneratus a ! omino Thoma
asseveranter esse contenditur. Et quicquid futurum sit, praeelegirous, auditis agitationibus
illis seu veris seu falsis, quae forsan laborant inter utrumque, non subticere
tecum, etiamsi nequicquam, quam a casa eventos inscrutabilis commoditate
carerc, quandoquidem inquam res ipsae omnes mundanae prò sui natura instabiles
et vagae. lanuenses (i) Forse Andrea Costantinopolitano, vescovo di Rodi. (2)
Niccolò andò verso la metà del 1437 a Bologna ambasciatore del concìlio al papa
(Cipolla, Signorie itnlùtne 510; KaynaldJ, w4i»na/. <^f/«r. a. 1437 n. IO).
(3) OT marg,: LiUi ' ' de Cam|K) Feref^oso. Ì3^ ^' SÀfiliADirJl. vero praecipue
quasi singularis privilegi! dote in volubilitate fundati ita circumverti
possent, ut liber ille non modo acquiri sed offerri contin- geret .... Nos vero
interim, qui aliquantum respiramus donec reddatur respon- sum ex Avinionensibus
de adimplenda solutione vel non, deum oramus ut tranquillitateni et pacem prò
incumbentibus malis, ut ipse optas, ec- clesiae dei universae christianitati
sua prò pietate effundat et nobis om- nibus .... [giugno-luglio 1437]. Qui siamo
alla fine di giug-no o tutt'al più al prin- cipio di luglio del 1437, perchè
non sono ancora pas- sati i quarantacinque giorni, pattuiti con gli Avignonesi
per il pagamento dei settantamila scudi. Abbiamo poi una riprova nei fatti di
Genova, ai quali qui si allude. Ecco di che si tratta. Nel 1437 il duca Filippo
Maria Visconti di Milano istigò Battista Fregoso contro il fratello Tommaso,
doge di Genova, offrendogli il proprio protettorato e il dominio della città. E
realmente Battista sollevò in Genova un tu- multo e si fece proclamare doge; ma
fu bentosto preso dal fratello Tommaso, che lo perdonò (i). X. Petrus Candidus
Francisco Pizolpasso Mediolanensi pr aesuli s. (2) Ex tuis litteris quid ageres
.... Quae vero de (3) Ariopagi vocabulo tibi scripsi, quanquam certa (i)
Folieta, Historiae Genuenses, Genuae 1585, p. 224. (2) Cod. Riccard. 827 f.
77V. (3) ad cod. 2. ~ t)ONAtO. i^^ atitumein, certiora reddam, non esse
scilicet pestilentiae aut cruoris lo- cum, sed id quorundam falsa aestimatione
processisse .... De Livio quid sperem nescio. Hic omnia dubia, ut iam rebus in
hac forma prodenntibus inlolerabilis sit multorum sors et maxime eorum, qui
nihil providerunt in futurum. XI. Petrus Candidus Francisco Pizolpasso
Mediolanensi pr aesuli s. {i) Mitto digDÌtati tuae, reverendissime pater,
copiam litterarum, quas uper Poggio Fiorentino de laudibus suorum concivium
principis nostri parte conscripsi .... Intellexi etiam quae dignitas tua mihi
scripsit de discessu Burgensis nostri. Mirum quam latenter amor mentibus
nostris obrepat. Dolui pro- fecto ac si praesens essem, quasi vero mihi notior
aut propinquior sit in Basilea quam alibi .... Pugnavi enim acriter et vere prò
tutela veritatis in amicum suum Alphonsi Burgensis) Arretinum, non predo
adductus sed caritate. Ve- tas enim omnibus rebus anteponenda est ... . Quia
nosse cupis quae opera potissimum transtulerira, scito omnes ibros Quinti
Curtii, dein Commentarios lulii Caesaris, postremo Poly- ijìi de bello Punico a
me in matemum sermonem redactos esse ..... {settembre 1438]. Qui non possiamo
essere che dopo il mese di aprile del 1438, nel qual tempo il Decembrio compi
la tra- duzione italiana di Curzio Rufo (2). L'anno è veramen- te il 1438,
perchè l'elogio dei Fiorentini dal Decem- (I) Cod. Riccard. 827 f. 95V. fa) La
»o»crizione «uona: MCCCCXXXVIII adie XXJ dtlmtst dt^Ut \t.L,m.> (f...\
V-"»)migl. di Catania). Ì4Ò k. SABBADl^i. brio indirizzato a Poggio a nome
del Visconti porta la data V kal. augusti 1438 (i). Ciò si conferma con la
lettera seguente, in proposito della partenza del ve- scovo Alfonso per la
dieta di Norimberga. XII. Franciscus Pizolpassus praesul Mediolani Petra
Candido s. (2) Pro epistola prospicientissimi atque accuratissimi principis
nostri ad Poggium, quem non modicum prospicit, quam ad nos una cum tua pri- die
misisti eamque ad te ceu postulas remittemus, tibi gratias agiraus. Quod vero
in altera duarum abs te nobis nuperrime redditarum doleas de discessu vel
potius elongatione ci. patris domini Burgensis nostri, hoc facit dulcis amor iam
inter vos vigore virtutis ingressus. Ea siquidem vera est et indissolubilis amicitia, quae
mutuae virtutis olfactu generatur atque connectitnr. Venim spero eum hic
affuturum mense primo novem- brio, celebrata congregatione statuta die Sancti
Galli (3) mense octubrio per invictissimum dominum regem Romanorum apud
Nurimbergam prò ecclesiae pace tractanda. In tempore autem certior fies a nobis
de ip- sius successu et regressu, prout continget ad nos deferri; abiit enim,
ut nuntiavimus tunc nostris relaturis tibi, die XXV praeelapsi augusti . . . [settembre 1438]. La dieta di Norimberga fu tenuta da
Alberto II nel 1438. Siamo nel mese di settembre, come mostra il praeelapsus
augusttis. Di quest'ambasciata del vescovo (1) Pubblicato da Shepherd-Tonelli,
Vita di Poggio Bracciolini. K^^^. p. XLvm. (2) Cod. Riccard. 827 f. 96V. (3) La
festa di S. Gallo ricorre il i6 ottobre. 2. — DONATO. 241 di Burg-os air
imperatore nel 1438 parla anche il Pic- colomini (i). xin. Petrus Candidus
Francisco Pizolpasso Mediolanensi pr aesuli s. (2) Laus deo, qui te nobis
incoluraem reddidit, reverendissime et huma- issime pater, ac ex tantis maris
fluctibus in portum salutis immisit. Magna id dei clementia profecto effectuni
est, cui pariter gratias reddere tenemur: tu quod ex hostium faucibus evaseris,
ego quod patrem et do- minum incolumem acceperim. Si qua maris incommoda adhuc
restant, tute illa quidem despici queunt nec cum vitae periculo extimescenda
sunt. Sed haec coram latius cum licuerit. Venissem ad iocundissimam ut optatam
praesentiam tnam, sed infinitae, licet infiraae, curae prohibuere. Itaque tempori parendum satius
visum est et personam tuam hic oppc- iri. Interim requisiti nomine tuo a me
fuere libri Suctonii et Ciccronis de Finibas. Suetonium igitur mitto, licet
inemendate scriptum et incor- rectum; sperabam habito otio illum emendare et in
digniorem aspectum anscribi facere, sed temporis incommoditas obstat, inimica
non studiis ilum sed vitae bonae et optandae. Ciceronem de Finibus habitum sta-
ti m mittam; est enim apud fratres Campi mortui nec nisi Herculis au- xilio ab
inferis in lucem cfferri potest. Quod
si nequeat, mittam digni- ti tuae exemplar penes me retentum necessitate
studendi. Nam ex omnibus
Ciccronis operibus nihil mihi utilius aut gmtius quam de Tu- Kulanis, de Natura
dcorum, de Finibus, de Divinatione et de Fato o- ' ra conscripsit .... Questa lettera è scritta nell' occasione del ritorno
leir arcivescovo Pizolpasso da Basilea a Milano. Ne (i; ' ' /umetti, de gejtts
itajii. commi i.sinc anno) p. 3. (2) < . ;. 1. ..,,.,. . ;, I. 115. ft.
tAJBADiici, Tati tatmù i^ possiamo stabilire approssimativamente la data.
Infatti nei primi mesi del 1439 egli stava émcora in Basilea, come si deduce da
una lettera di Poggio: Poggitis p. s. d. praestantissimo patri Francisco
archiep. Mediolanensi (i) .... Sentio vos quotidie aliquid stultitiae cudere ad
ecclesiam per- turbandam, quod tamen parvi facimus, a levitate quadam barbarica
et mentis vertigine profectum .... Perverterunt nuper caelum et terram ut concilium
transferretur in Galliam .... Tibi
vero doleo, quem scio ver- sari in ea rerum barbarie, in qua nihil aliud
praeter schisma et oppres- sionem Romanae ecclesiae fabricatum videmus ....
Florentiae non. febr. [1439]. Era già di ritorno ai primi del 1440, come si ha
da un'altra lettera di Poggio allo stesso Pizolpasso (2): .... Epistola tua cum
de rebus privatis pluribus loquatur, non vi- detur flagitare responsionem, nisi
me de tuo reditu summe laetari .... Florentiae XXIV febr. [1440]. Il Pizolpasso
tornò dunque o alla fine del 14390 al principio del 1440. Ed è naturale. Il
concilio di Basi- lea nel novembre 1439 aveva creato l'antipapa Felice V; e un
prelato ortodosso, come il Pizolpasso, non poteva più in quelle condizioni,
vuoi per riguardo suo vuoi per riguardo del Visconti che lo aveva delegato,
partecipare ai lavori di un'assemblea, che aveva spie- gata cosi palesamente la
bandiera dello scisma. (i) Poggii, Epist, coli. ToneUi VIH, 7. {2) ib. vm, 15.
2. — DONATO. 243 Queste lettere ci forniscono una insperata notizia sul Livio
del Petrarca. Risulta infatti da esse (n. V, VII, IX, X) che il Livio del
Petrarca era passato, non sa- premmo dire per qual via, nelle mani di Tommaso
Fre- goso, doge di Genova. Il Pizolpasso e il Decembrio speravano di poterne
venire in possesso, contando su un' imminente sollevazione di Genova, che
avrebbe tolto il dominio al Fregoso e dato cosi tutte le sue robe in potere del
Visconti. Il Decembrio però ci fa- ceva poco assegnamento e veramente il Livio
non an- dò ad arricchire la biblioteca Viscontea di Pavia. Esso stava presso i
Fregoso già nel 1425 e vi rimase fino almeno al 1451. Ora è nella biblioteca
Nazionale di Parigi (i). Ma torniamo a Donato. Come si vede, V Aurispa non
portò in Italia il codice di Magonza, ma un apo- grafo di esso. L* Aurispa
lasciò Basilea ben presto : nel dicembre 1434 era già a Firenze presso il papa
Eugenio IV (2). Il codice passò nelle mani di Niccolò da Cusa, da lui in quelle
del Pizolpasso (cfr. lettere (1) P. de Nolhac, Pétrarque et l'humanùme V 113;
II 273-77. Il Valla nelle Recriminationes (Vallae Op. 602 ecc.) del 1445 circa
attesta l'esi- stenza in Napoli di un Livio emendato dal Petrarca. Come
tìimostrano le date, si tratta o di un altro codice o di una falsa
attribuzione. Inoltre le lesioni petrarchesche di Livio citate dal Valla non
compariscono nel Livio parigino (de Nolhac II 276 n. 2; R. Valentin!, // coi/ex
Rff^ms di T. Livio in Studi ital. ftlol. class. XJV, 1906, 207-213). (2) Ciò
risolta da una lettera accompagnatoria di Uguccione de' Con- trari a Cosimo de'
Medici (Arcb. di Stato di Ftrenrc, cart. Med. filsa XI lett. 43). Ì44 ^'
SABBADlNi. V e X). Il Pizolpasso lo mandò al Decembrio a Mi- lano, perchè ne
traesse copia, nel 1436 (lett. I). Il De- cembrio ne trascrisse anzitutto il
commento al Phormio (lett. I e IX) e spedi la nuova copia al Pizolpasso, che la
fece ricopiare per mezzo del suo segretario Lodrisio Crivelli (lett. II). Delle
ulteriori vicende dell'archetipo, ora perduto, non ho che dire. L'archetipo
doveva essere di lettura molto difficile, se il Decembrio sente il bisogno di
invocare la be- nevolenza del lettore. E perchè cominciò proprio dal Phormio,
che nella comune tradizione Donatiana è 1' ultima commedia ? La domanda è
legittima, ma deve pur troppo restare senza risposta. E allora domandiamo se il
Decembrio si sarà tratta copia anche delle altre commedie. La risposta qui è
più facile e ci viene suggerita da un codice della Bodleiana di Oxford,
scoperto e descritto dallo Dziatzko (i). Il cod. Bodleiano, cart, della se-
conda metà del sec. XV, scritto da diverse mani, con- tiene le cinque commedie
cosi ordinate: Andria, Eunu- chuSj Adelphoe, Hecyra, Phormio. Al Phormio è
premes- sa la lettera del Decembrio al Pizolpasso più sopra citata (n. I). Ciò
mi fa supporre d' accordo con lo Dziatzko, che ivi il Phormio fu copiato dall'
apografo o da un discendente dell' apografo del Decembrio. (i) Karl Dziatzko,
Beitràge zur kritik des nach Aelnis Donatus be- natinten Terenzcommentarsy nel
già citato Supplem. X degli Jahrbucher fùr Fkilol., 1879, p. 675-678, 691-696.
— Lo Dziatzko in questa dis- sertazione dà anche notizia e alcuni saggi di due
altri codici Donatiani: l'uno di Dresda (D 132), l'altro di Leida (Voss. Lat.
Qu. 24). 2. — DONATO. 245 Niente di più naturale, che anche le altre commedie
derivino da un apografo dello stesso Decembrio (i). Più ampie notizie su Donato
e sui codici del suo commento ho comunicate in Studi ital. di filol. class. II,
1893, I-I 34. E ora finalmente ne possiamo leggere il testo critico
nell'edizione di P. Wessner, Lipsiae 191 2 sgg., la quale è a un tempo una vera
editio princeps. Nota alla p. 232 /. ii. La vita dei SS. Tiburzio e Valeriano,
alla quale accenna il Fizolpasso, si trova inserita negli Acta Sanctorum^
Aprii, n, 203 sgg.; e ivi q nominato per 1* appunto un Pagus come luogo del
supplizio: p. 207 B: Tunc iussit (assessor praefecti) carnificibus, ut ab eis
ducerentur (i due martiri) ad agrum Pagum, ubi erat sta- tua lovis....; p. 208
A: Locus igitur, qui vocatur Pagus, quarto mil- liario ab Urbe situs erat....
(I) "Suw possiamo jiltcrfiinrc, che fra 1 copisti «lei cod . Bodleiano sia
<l.i contare I^Klrisio Crivelli, perche egli trascrisse la copia del Phormio
tratta dal Decembrio (lett. Il), quando quella copia era ancora isolata.
Tutt'al più il Phormio nel co<l. Bo<llciano pnA essere un niX)grafo della
copia del Crivelli. Con ciò si CM.Iude che il codice Bodleiano discenda
<iir(ttamtnU dall'apografo del Decembrio. ni. TACITO opere maggiori (*) Le
opere mag-^ori di Tacito ci sono arrivate in due codici, entrambi ora nella
biblioteca Mediceo-Lauren- ziana: Tuno, detto il Mediceo I (Laur. 68. i),
contiene i primi sei libri degli Annales, l'altro, il Mediceo II (Laur. 68. 2),
contiene gli ultimi sei libri degli Annales e i cinque primi delle Historiae,
con numerazione con- tinua da XI a XXI. TI Mediceo I proviene dalla badia di
Korvei, donde fu portato in Italia nel 1508; sicché quando lungo il secolo XIV
e XV si parla di Tacito non si può in- tendere che della parte degli scritti
compresi nel Me- dìceo II. Lo scopritoH' del Med. II tu il Boccaccio, che lo a-
sportò dal monastero di Monte Cassino e se ne trasse un apografo di proprio
pugno (i). (ìli umanisti del cir- 339-46. h) K. ->.i!.i..i/liiii. I.f
scoperti dti cedui iattm e grtcì 29-Jo. 250 R. SABBADINI. colo fiorentino n'
ebbero copia: cosi Domenico di Ban- dino, e più tardi il Niccoli e Poggio e il
Bruni: e forse, per mezzo del Boccaccio, Benvenuto Rambaldi da I- mola (i). Se
ne fecero anche estratti; p. e. le orazioni reci- proche di Seneca e Nerone
{Ann. XIV 53 -56) veni- vano trascritte a parte (2) e furono anzi tra la fine
del sec. XIV e il principio del XV volgarizzate in to- scano (3). Fuori di
Toscana conobbe Tacito il Polenton a Pa- dova. Toccando egli nel libro I degli
Scriptores lin- gu(B latincs dell'origine dell'alfabeto adopera la testi-,
monianza di Tacito Ann. XI 1 4: Ecco i passi testuali: Cornelius autem Tacitus
cum de Claudio loqueretur in eo libro quem de Caesarum rebus scripsit in hanc
fere sententiam quantum in praesentia nostrae institu- tioni spectat scriptum
reliquit: ' Phoenices de Thebis Aegyptiis in Syriam profecti, quia mari
propellerentur, litteras Graeciae intulere; quo adepti sunt gloriam tam- quam
invenerint. ' Cornelius Tacitus neminem certum nominat, quippe (i) G. Voigt, Die
Wiederbelebung I* 250. Per il Bruni cfr. G. Kimer, Della Lauda tio urbis
Florentincs di L. Bruni, Livorno 1889, '^9» 30- (2) Il cod. Ambros. C 141 inf.
(del principio del sec. XV) f. 35 ha le due orazioni col titolo: Extractus de
XIIII libro Cornelii Cociti (corr. poi in Tacili). (3) I volgarizzamenti sono
nel cod. Magliabech. Vili 1382 del sec. XV (cfr. Studi ital. filol. class. VH
132) e in un cod. Roncioniano di Prato del sec. XIV-XV, sul quale vedi C.
Guasti in Propugnatore 1869, H> n 451-61. 3. — TACITO. 251 iam de re dubius
ita locutus est: ' Fama est Cadmum classe Phoenicum vectum rudibus adhuc
Grsecorum populis litterarum auctorem esse. Quidam tamen Cecro- pem Atheniensem
vel Linum Thebanum vai tempori- bus Troianis Palamedem memorant '. At Cornelius
Tacitus: ' In Italia inquit Etrusci ab Corintha Demarato, Aborigenes Arcades
(ii Latini sunt postea nominati) ab Evandro litteras didicere '. Eas (le tre
lettere aggiunte da Claudio) tamen vi- deri Cornelius Tacitus memorat in aere
ac plebiscitis per fora ac tempia fixis. Il libro I degli Scriptores fu
composto dal Polenton anteriormente al 1420. Ecco come egli ci informa sul
contenuto del suo codice: Librorum eius (Taciti) numerum affirmare satis certe
non audeo: fragmenta equidem libri undecimì et reli- quos deinceps ad vigesimum
primum vidi, in quis vi- tam Claudi! et qui fuerunt postea Caesares ad Vespa-
sianum usque ornate ac copiose enarravit (i). Tuttala materia del Med. IL A
\'<mezia era in possesso di Tacito Francesco Bar- baro, che nel 1 440 lo
ridomandava a Gottardo da Sar- zana, a cui 1* aveva prestato : Accipio
excusationem tuam, si diutius, quam coram exposuisti mihi, Corne- lius Tacitus
noster apud te peregrinatus est. (2) Nel (1) Cod. Riccardiano 121 f. 65.
Adopero questo codice perchè con- tiene l'abbozzo della prima redazione degli
Scriptores. Sulle due reda- rioni vc<li A. Segarizci, !.n Catinia... fli
Sécco PotenUm^ Bergamo 1899, XT.IX. >.i))l>adiui, CentotrtMta UtUrt
intdtU dt F. Barbaro 107. 252 R. SABBA DIN I. 1453 mandò il suo esemplare al
cardinale Bessarione affinchè se ne traesse copia. La copia del Bessarion e è a
Venezia (i), cod. 381 (Zanetti). A Milano aveva Tacito Giovanni Corvini, come
ve- dremo in altra parte del presente volume. Pier Can- dido Decembrio s'era
trascritto nel suo zibaldone Am- brosiano R 88 sup. f. 105V (ex libris Cornelii
Taciti) r incendio di Roma {Ann. XV 38-44); ma anch' egli venne in potere di un
testo intiero, quello che ora trovasi a Wolfenbiittel (cod. Gud. lat. 2^. 118)
con la nota autografa: Est P. Candidi. Ab eodem recognitus et emendatus e con
la data: Emptus Ferrarie MCCCCLXI die lune XXVIII sept. D. L. (2). Anche a
Napoli c'era un Tacito presso il Valla, il quale lo cita nelle Recriminationes
I, II e IV contro il Facio del 1445 e degli anni successivi (3). A Fer- rara lo
citava Angelo Decembrio (4). Reco da ultimo la seguente lettera (*): Etsi
impudenter faciam, Ab. Ksic), quod ea liceutia res tuas, cura o- pus est, ac si
meus et usu et possessione esses, exigo, persiiadet tamen humanitas tua ut aliquid
etiam sine crimine temeritatis de te mihi pol- (i) Voigt, Wiederbelehung I^ 251
n. i. (2) F. Kohler, G. Milchsack, Die Gud. Handschriften n. 4422. (3) Vallse Opera p. 475 (Tacit.
Ann. XI 29); p. 516 {Ann. XV 67) p. 518 {Ann. XIII 47); p. 529 {Ann. XII 5); p.
531 (Ann. XIV 47; Hist. m 73; Ann. XV
6); p. 595 {Ann. XIV 49). (4) A. Decembrii, Polit. liter. 38 nec Corneliorum
opera, Taciti et Nepotis, omittenda sunt. (*) Comparve la prima volta in Museo
di antichità class. II, 1887, 450-51: dal cod. Riccardiauo 779 f. 97. j.
lACli.). 253 liceri possim. Nani cum tanto huiusce rei, de qua ad te scribere
decre- vi, desiderio affectus sim, ut vel Tantaleam sitim in me concitari sen-
tiam, concedes nonnihil, ut opinor, cura ben i volenti se nostrae tura audaci
desiderio meo videndi ac fectitandi aliquid: hoc quoniam (i) veteres phi-
losophi tradidenint, multos persaepe in homines affectus ac passiones cadere,
quae nulla vi comprimi, nulla ratione cohiberi possunt. Sed iam tecum
philosophari desinam, ad rem ipsam redeo. Cum itaque ego et Cremonensis
(Antonius) noster quendam Cornelium Tacitum, librum qui- dem elegantissimae
historiae ac prisco dicendi genere ornatura, te habere audiremus, mirum est
quam is liber meduUas nostras iufluxerit, adeo ut vel minima eius videndi mora
seu intercapedo nobis quam longissima futura sit. Quamobrem da operam ut hunc
librum tantopere desideratum ad nos quamprimum demittas. Nam si opera tua himc
nostrum ardo- rera restinxeris (2), tibi equidem illius codicis perbellam
messem dedica- bimus (3); quod coloni ipsis dominis agrorum facere
consueverunt. Nec illud te moveat, quo minus hunc librum mittas, quod orationes
Ciceronis tanto tempore apud nos retinuerimus. Nam cum illae parura accurate ac
graviter scriptae iudiciolo meo viderentur, putavi forc, si praeceptor noster
in legendo prosecutus fuisset, uti eas luculciitiores at- que correctiores
aliquanto redderemus. Quod si ex hac re aliquid tibi in- coromodi statues,
mitte quem (4) voles; non illuni librum apud me habere voluero, quam quantum
tibi commodi fuerit. Ego enim eas orationes a- pud me servavi atque eas ita
habui ut, si apud te essent, non diligen- tius custodircntur. Comnientariolos
nostros ex Plutarcho traductos tibi non displicuisse gratum babco. Nam etsi sat
tenues omnique inopia ac squalorc sordi- dati sint, facit taroen humanitas tua
ac bcnivolentia ut quicquid a nobis proficiscatur magnum et praeclarum
videatur. Habeo et pleraque alia fragmcnta sparsa intcr amicos, quac quamprimum
collcgero, statini ad te devolare faciam. Vale; me Leonardo Aretino viro
illustri et senatorio (1) hoc quom cod. (2) rentrìnxeris cffd. (3) dedicahimur
cot/. (4) quonj ? Ì54 *<• ^ABHADlNt. et in studiis litterarum perbclle
cxcrcitato carum effice. Vale iterum cor- que tuum in amplexus nostros dede. La
lettera è senza intestazione. Non può andare ol- tre il 1444, perchè in quel!'
anno morì il Bruni, qui supposto vivo. Il mittente è scolare di greco; in quel
tempo due soli maestri insegnavano greco: Vittorino e Guarino. Sul secondo deve
cadere la scelta, a ca- gione del fraseggio spiccatamente guariniano, che si
avverte nella lettera. Lo scrivente è dunque un alunno di Guarino, che s'
indirizza a un amico di Firenze. Di più non m' è lecito affermare. Per maggiori
informazioni sulla divulgazione di Ta- cito vedasi: E. Cornelius Quomodo
Tacitus historiaru7n scriptor in hominum memoria versatus sit usqiie ad re-
nascentes literas saec. XIV et XV, Progr. di Wetzglar 1888, 42-43; P. de Nolhac
Boccace et Tacite in Mclan- ges d'archéol. et d'kist, XII, Rome 1892; F.
Ramorino Cornelio Tacito nella storia della coltura, Firenze 1897; E. Rostagno
in Tacitus. Cod. Laur. Med.
68. II phototyp. editus, Lugd. Bat. 1902, XVI-XVIL * * Nel Med. II sono due lacune (*) cagionate dalla ca- duta di
due membrane, per cui andò perduto il passo delle Hist. I69-75 da — bilem
imperatorem a incertum e il passo che chiudeva il lib. I 86 e apriva il II 2 da
inopia di Rhodum et Oyprum. Senonchè entrambi i passi si sono conservati in
apografi tratti dal Medie. Il quando (*) Comparve la prima volta iii S(U(/i
ital. JiloL class. XI, 1903, 204-211. 3- ~ 1 AGITO. 2^5 ancora li conteneva e
da uno di tali apografi derivò V editio princeps \x?>c\t'à. a. Venezia tra
il 1469 e il 1470 coi tipi di Vindelino da Spira. Ma ci fu un famoso antiquus
codex Venetus, intorno al quale si formò una leggenda. Scrive infatti l'Eme-
sti (i): * Reperi etiam a P. Victorio antiquum codicem Taciti Venetum
bibliothecae S. Marci laudari ad Cic. Ep. II 12 '. La biblioteca di S. Marco a
Venezia ha presentemente e ha sempre avuto un solo codice delle opere maggiori
di Tacito, quello posseduto dal Bes- sarione (v. sopra p. 252). Ecco ora la
testimonianza di Pier Vettori, ricordata dall'Emesti, quale si legge nelle
Explicationes suarum in Ciceroftem castigationum (2) al- V Epist. fam. II 12,
i: * Nam quod apud Tacitum lib. xml (e. 12): Miro tamen certamine procerum
decer- nuntur supplicationes apud omnia pulvinaria utque Quinquatria quibus
apertse insidiae essent ludis annuis celebrarentur, mendum est; nam in vetusto
codice, qui in divi Marci bibliotheca est, Quinquatrus est non Quinquatria '
(3). Il cod. Veneto negli Ann. XIV 12 dà quinquatrii, lezione più vicina a
quinquatria che a quinquatrus, e non è vetustus: non corrisponde perciò a
quello desi- gnato dal Vettori. La verità si è che fu preso un so- lenne
equivoco e rhc nolla dii'i Marci bibliotheca non (I) Cfr. C. Comclius Tacitus,
pubi. Obcrlin, Paris Lemairc 18 19, p. xvu. (8) Lagduni 1553 p: 33. La prima
editione usci il 1536. (3) Degli apografi del Ree. XV il Lanr. 68. 5 ha
([uinquatruus, il Parmigiano 861 quinquatria, l'ed. pr. quinquatriù 2^6 R.
SABBADINl. dobbiamo scorg-ere la Marciana di Venezia, sibbene la Marciana di
Firenze, la quale ospitò lungamente il Medie. II innanzi che passasse in
Laurenziana. E quello è il vetustus codex indicato dal Vettori e in esso si
trova la lezione quinquatruus da lui approvata (i). Abbandoniamo pertanto
questa questione oziosa e inconcludente e volgiamoci piuttosto a ricercare con
maggiore utilità quando si sian prodotte le due lacu- ne nel Medie. II; al
quale scopo occorrerebbero ampie e sicure notizie sugli apografi, stati finora
a torto tra- scurati. Tre ne possiede la Laurenziana: 63. 24; 68. 4 e 5; uno la
Nazionale di Napoli IV C 21; parecchi la Vaticana: 2965 (del 1449); iQo^; 3405.
e l'Urbin. 585; uno la Spagna; uno Budapest, di Mattia Corvino; uno il collegio
del Salvatore di Oxford del 1458; uno la Bodleiana della stessa città del 1463;
uno Harleiano il British Museum del 1452 (2); uno Gudiano, ricordato più su (p.
252), Wolfenbiittel di Pier Candido Decembrio del 1461; uno la Palatina di
Vienna (242 Endlicher); uno la Nazion. di Parigi, lat. 61 18, e uno la Malate
stiana di Cesena XIII sin. 5. A questi va aggiunto il Parmense 861 membr. sec.
XV, di cui reco la descrizione. F. I Cornelii Taciti actorum diurnalium liber XI au- gustae historiae
lege feliciter. In marg-, Fragmentum. Com. , Nam Valerium Asiaticum ' {Ann. XI i ). I titoli si suc- (i) Il dubbio delI'Ernesti
fu recentemeDte accolto da E. Rostagno nella sua storia del Med. II (in
Tacitus. Cod. Laur. Med. 68. Il photo typ. e- ditus, Lugd. Bat. 1902 p. XVI).
(2) C. Comelius Tacitus, pubi. Oberlin; Ernesti praef. p. IX-XVI. 3- — TACITO.
257 cedono allo stesso modo, dal libro XI al XXI. F. iSgv termina * Fabianus in
pannonia ' {Hist. V 26). Indi la sottoscrizione: * In exemplari tantum erat. Si
quispiam hinc descripserit, sciai ine qua7itum reperi fideliter ab exemplari
transcripsisse \ Identico titolo nel Malate- stiano e identica sottoscrizione,
eccetto che legge de- scripserit novum e ita scripsisse per transcripsisse. E
neir identico modo segnano entrambi la lacuna tra il lib. I e il II delle
Hist.; infatti aUa fine del lib. XVin = HisL II il Parmense nota (f. 134): 'Si
repperero fi- nem septimi decimi libri et principium odavi decimi, quce utraque
confusa sunt cunctis in libris et varia, locum annotabo; si lector offenderis,
et tu signes oro. Valeas qui legeris et recte annotaveris (i). Il Malatest. ha
que- ste differenze: reperero; quia utraque; quae legeris. Il Parm. fu scritto
nel 1452, come rileviamo da una no- ta marginale al f. 143 {Hist. Ili 34): *
Cremona condi- ta est annis abhinc MDCCXL, quo etiam tempore A- riminum et
Beneventum aedificantur; hodie autem ab ortu creatoris sunt anni MCCCCLII '.
Resta con ciò assodato che sino almeno dal 1452 il Medie. Il aveva patito le
due perdite; il Parm. se- 1 ) L' identica nota anche nell'apografo del
Dccembrio, con queste di- vergente: reperero; septidecimi; que legeris.
Sottoscrizione del cod. Vatic. 1958 f. 41-MOv: In exemplari tantum erat. Si
quispiam hinc descripserit novuntt sciai me quantum repperi fideliter ab
exemplo transcripsisse: qtiod in ter catterà de quihus sci tur non est ncque
pessisfium neqtte mendosis" sùnum. xéXo? OecJ) f/nì^y die septimadecima octobris
ab ortu Sahatoris nostri domini Jesu CAristi anno MCCCCXL Villi. Gtnuae pridit
ftstum divi Lucat evangelistae (17 ottobre). R. Samadimi, 7V//I iatmù 17. 258
R. SABBADINI. g-na la seconda, che era facile avvertire per la man- canza del
numero XVII nella successione dei libri; non avverti la prima. Esso nota in
margine altre man- canze: f. 151 alle parole {Hist. Ili 65) invalidus sene- cta
seu ferebatur] hic aliquid deficit; f. 169 {Hist. IV 46) il testo: pelli
poterant 55.******** Sed im- mensa] hic deficit; f. i6qv retinenda erat * * ^j-
* * * * Ingressus] hic deficit; f. 171V (IV 52) orasse dicebatur ^J. * <j.
Audita interim] hic deficit textus. Qui non si trat- ta veramente di lacune, ma
di due trasposizioni, la prima in Hist. Ili 65-69, la seconda in IV 46-53, che
sono anche nel Medie. II e vennero ivi avvertite con un segno. Finalmente al f.
182, dove termina illib. IV, il copista aggiunge: Post haec scriptiitn erat,
sed non, ut videtur, loco: Neque vos impunitos patiant; nisi et hic defectus
sit textus. Pure queste quattro parole si trovano nel Medie. II in coda al lib.
IV. Tutte le note marginali sono della mano stessa del copista, dalle quali
riporteremo queste altre due: f. 57V (Ann. XIV 63) insula quae pandaterìa] nunc
ischia ap- pellatur; f. 142 {Hist. Ili 30) stato in eosdem dies mer- catu]
status merchatus generales Jiundine ut genucB allo- brogum urbis hodie sunt.
Cita il copista in margine anche autori latini, p. e. alcune frasi di Vergilio
e di Lucano, un luogo di Ci- cerone e molti di Giovenale: tra gli altri una
lettera dello Pseudo-Seneca a Paolo: f. 67 v (Ann. XV 39) eo in tempore Nero]
Seneca ad Paulum apostolum (XII): Centum XXXII® domus et ins (sic = insulse)
quatuor sex diebus arsere, septimo pausam dedit. j. — tAClTO. 259 E ora
m'ingegnerò di presentare un saggio di quella ricerca, che ritengo s'abbia a
intraprendere sugli apo- grafi del Medie. II, scegliendone tre: l'uno il cod.
Par- migiano descritto (-- P) con la doppia lacuna nel lib. I e tra il lib. I e
il II delle Hist.; gli altri due senza le lacune, il cod. Laur. 68. 5 sec. XV
(= L) e l'edit. princ. (= e). L ha correzioni di una mano seconda (m. 2), che
non sempre si possono distinguere da quelle del copista. Mi restringo alla
collazione di pochi ca- pitoli delle Hist. I i 8, ponendo a base il testo della
4* edizione del Halm, Lipsiae 1897. I I , I Servus e | Galbea L \ lunius L e P\
2 cossules P \ erant corr. m erunt Z | dccc^*'* et XX P \ 3 retulerunt L e P \
^ niemorabatur e I 5 bellatum est e \ Atctium corr. in Attium L \ potestatera P
\ con- ferri ad unum e \ 6 illi L, corr. m. 2 \ j inscicia P | 8 aliene P \ as-
sentandì L e P \ g fensos L, infensos m. 2, infusos ^ j 10 ambitioni e I
adverseris e P (alterum e ex corr. P)y admiseris Z, adverseris m. 2 I 12 fedum
P e \ 13 Octo « | 14 Vespesiano P e \ incoatam in incoha- tara corr. Z | 1 6
nec P \ \% Traiani uberioremque materiam /* | 1 9 foe- licitatc Z I 20 liccat
P. 1 2, I aggredior L e P\ opimum casibus] plenum variis casibus, in mcrg.
gravioribus opibus P \ discors om. e \ 2 scevum P \ quatuor Z e I 3 plcrunque e
\ 4 prospere in orientem adverse in occidentem ( — tcs Z, — tcno m. 2)
returbatum Z e^ prospere in oriente adversaj occi- dente rcs: turbatum P \ 5
Illiricum e \ nutantes ex mut — Z | 6 Bri- tanni» Z, — nia m. 2 \ missa cohorte
L e P\ in iiosl inos /.. in e, in rhosolanot P \ Sarmathanun /' e^ sarmaritarum
/ . rum Z /', lubeornm e \ 7 gente» Z, gente m. 2 \ dachui. r, dalub /' | 9
cladibus (di ex corr.) L \ seculorum P\ \o afflictn Z e P \ baustn nut abrute
urbcii Z e, hauste nut abrutse urbes /' I foecundissima Z, f ecundiftftimau t \
\\ et urbi L t P \ incendiis om. e \ \t cerlmoniae !. # /*| 13 iufectri corr.
in infecti Z | cadibu» < | 14 scopuli om. Z, add. 200 R. SABBADINt. m. 2 I
scevitum F \ 15 et otn. L, add. m. 3 \ 16 premia P\ quam qua- si i \ 17 quum Z
I aliis e \ procuratores e | 20 oppressit e. I 3, I seculura P \ 2 comitates (s
snperscr.) P \ 3 sequutae ( — te) L e P \ audientes L e P \ ^ fideles P \ ipsa
necessitas om. L \ 6 tole- ratae (et om.) L \ par e \ 8 fluniinum e \ 9
tristicia L \ unqiiam P \ a- trocibus P \ IO magis vetustis L e P \ iudiciis L
P \ approbatum L € P\ Il diis ex corr. L m. 2, de e \ securitatem Z, securis m.
2 \ secu- ritatc nostra e \ esse Z, del. m. 2. I 4, I caetenim L e P \ 2 que P
j 3 orbe terrarum e \ 4 egrum P \ 5 plerunque Z P \ causse qu» Z | 7 modo om. P
\ 9 archano e, arcano Z, arch — m. 2 \ io leti P, ex laetius (?) corr. L m. 2,
laetius e \ u- surpatam Z, usurpant m. 2 1 libertatem e, om. Z, add. m. 2 \ 12
inte- gram Z, corr. m. 2 | 13 annexa ^ /* | 14 et theatris (a super scr.) P \
15 quis P I decus Z* [ 16 moesti L e P. I 5, I imbutus Z ^ Z* 1 2 magis arte Z
| impulsu L e P \ "^ traduc- tus ex traductiis (?) Z* ] 4 promisse P \
premiis e, proomiis P \ 6 intel- ligit Z ^ Z' I 7 Nimphidii e \ 8 agitar P j
Nimphidius « ( 9 et L e P \ IO plurisque P \ neque P \ il avariciam Z | laudati
P \ 12 militaris e I cselebrata Z | angebat ex aug — Z | coaspemantes Z* | 13
quatuorde- cim Z ^ Z* I assuefactos Z e P \ 15 galbe Z' | 16 militem] principem
P I 17 caetera L e P. I 6, I lunius Z ^, ^jc Julius corr. P | 3 galbe P \ 4
Ciconio L e P \ Varone P j Nymphidii L e \ 6 sotius e P \ tanquam L e P \ 7
mil- Hbus e I 9 formidolosus ex formidul — Z | 1 1 innumeri Z | 1 2 Illirico e
I promissosque ^ | 13 albano Z | 14 ceptis e P, o. csepto Z, consiliis a caepto
m. 2 \ ni ex corr. L m. 2 \ i^ prono Z, prona m. 2 \ audienti L e P, audenti Z
m. 2. I 7, I Capitoni P I 2 cedes e \ nunciarentur ^, nunciaretur Z* | in A-
frica res haud dubie {ex dibie) P \ 3 Harebonius e \ garuncianus P, Gu-
nitianus e \ 4 quum Z | familiam e \ cseptaret Z, ceptaret P \ 6 haberen- tur e
! aut e \ avaricia Z | 7 fedum e P \ cognitione e \ 8 posquam P | i mpellere L
e P \ f) nequierint Py nequirent f I ad Z* | io an corr. in ac Z, ac g 1 1 1
cjeterum Z Z*, caetera « | 1 2 cedes e | sinestre Z | prin- cipe tf Z* I 1 3
praeminuit iam Z, praeminuit. lam «, premunt. lam P \ afferebant Z ^ Z | 14
avide Z Z | 15 tanquam ^ Z* | 17 irrisui ac fa- 3- — TACITO. 261 stidio Z e, et
irrisui et f — P \ assuetis L g P \ iuvente P, iuventute e. I 8, I taiiquam Z,
om. P \ 2 aniniarum Z, corr. m. 2 | fit Z, fuit m. 2 j Hispanie preerat P \ 3
Ruffus e \ 4 domino L e P, dono L m. 2 \ 5 imposterum P \ proxirae P j 6
germanis Z, romanis e P\ % germani L e P \ <) solliciti corr. in soli — Z |
io raetus e, raoetus Z, metu m. 2 I tanquam Z P I partis /* | 12 vergenius Z,
virginius P, ungenius « | voluisset e P \ i^ quaeri Z j 15 vergenio Z e,
Virginio P \ amiciciae P I 16 etiam om. Z | esse] eum P \ tanquam Z e. Le due
famig-lie degli apografi, i lacunosi {P) e i non lacunosi {L e), non hanno
origine da due differenti e- semplari, ma dallo stesso Medie. II, di cui
riproduco- no gli errori tipici; p. e. 2, 6 missa cohorte, 2, io ur- òeSj 3, IO
magis vetusti s, 5, g et, 7, 13 praeminuit iam (premunt di P è un tentativo di
emendamento). Le di- vergenze tra le due famiglie rimontano a correzioni degli
umanisti: tale è, lasciando le numerose interpo- lazioni di e, b, 14 Vindicis
consiliis a coepto dì L m. 2 e le seguenti di P: 2, 6 /;/ rhosolanos, i, 12
cmnltantes, 5, 12 coaspcrnantes, 5, 16 principem^ 6, 11 innumeri, 7, 2
nuntiaretur, res, 7, 13 premunt. Avvennero anche contaminazioni tra le due
famiglie: 7, 12 principe {P e)t 8, 6 Romanis (P e), 8, 12 voluisset {P e). Ma
la prova perentoria che entrambe provengono dal Medie. Il l'ab- biamo nella
lezione 8, 4 domino, comune a tutti gli apografi, lezione che sul Medie. II fu
ricalcata in ra- sura da una mano del sec. XIV o X\' Senonchè non a questo
problema, orinai driiniuva- :m;nte esaurito, deve rivolgersi l'attenzione degli
stu- diosi; si tratta invece di costituire con sicurezza il testo Ila famiglia
non lacunosa in quanto che essa ci con- 202 R. SABBADINI. serva le parti
perdute nell' archetipo. E non basta; siccome la scrittura dell'archetipo, in
molti punti svani- ta, non è più decifrabile, cosi bisogna aiutarsi, oltreché
coi ricalchi fatti qua e là da una mano del sec. XV, anche e meglio con gli
apografi delle due famiglie, dei quali occorre pertanto confrontare e misurare
il grado di fede che meritano. E bisognerà determinare anche in qual tempo si
formarono. La non lacunosa potrebbe metter capo all' apografo del Boccaccio; la
lacunosa deriva da un apografo tratto posteriormente ai ricalchi e alle emendazioni
introdotte nell'archetipo da mani del sec. XV; così p. e. la lezione 2, i
plenum variis casibus (in marg. gravioribus opibus) di P è nata dopo che una di
quelle mani su opibus del Medie. II aveva scritto plenum. Meno importante ma
pur sempre utile sarebbe poi un'altra indagine, quella che si proponesse di
stabilire un termine cronologico alle emendazioni sicure e ano- nime, che s'
incontrano negli apografi; p. e. anteriori al 1452 sono le seguenti, che già
troviamo in P: i, 9 infensos; 2, 4 prospere in oriente adversae occidente res;
3, 9 tri stia; 4, io usurpata libertate; 4, 12 integra; 6, 8 ornine; 6, 9
legione; 8, i fuit; 8, io metu. 3- — TACITO. 263 Opere minori Le scoperte di
Enoch da Ascoli (*) Per tracciare la storia della scoperta delle opere minori
di Tacito, mi bisogna trascrivere alcune lettere o brani di lettere di Poggio,
di Guarino e dei corri- spondenti di Guarino, le quali formano la base del mio
ragionamento. I. Poggius (i) Nlcolao s. juidam monachus (2) amicus meus ex
quodam monasterio Gcrmaniae, qui olim a nobis recessit, ad me misit litteras,
quas nudius quartus acccpi; per quas scribit se reperisse aliqua volumina de
nostris, quae permutare vellet cum Novella Ioannis Andreae vel tum Speculo tum
Additionibus, et nomina librorum mittit interclusa .... Inter ea volumina est
lulius Frontinus et aliqua opera Conielii Taciti nobis ignota: viflcbis
inventarium et quaircs illa volumina legalia, si reperiri poterunt commodo
pretio. Libri ponentur in
Nurimberga, quo et deferri debent Spcculum et Additiones, et exinde magna est
facultas libros advehendi. Ut videbis per invcntariun», hacc est particula
quaedam, nani multi alii rcstant; scribit enim in hunc modum: ' Sicuti mihi
supplicastis de no- tr.ndo |)Octas, ut ex his cligeretis qui vobis placcrent,
inveni multos e quibu» collegi aliquos, quo» in ccdula hac inclusa rcperictis '
. . . . Komae die in novcrobris (1425). (•)
Comparve la prima volta in Sfu(/t ital. JiloL class, VII, 1R99, M9-13»- ri)
Poggii Épiit0l. eon. Tonelli, Fiorenti» 1833, I i> m s (2) (Juetto monarn
era di HemfeUl.come risulta da altre lettere, i^i</. " -, 266, 268. 264
R. SABBADINI. IL Guarinus (i) Veronensis suavissimo lohanni Lamolae s. p, d.
(2) Tantopcre tuam in me pietatem accumulas, ut me vel ingratum vel rusticura
fatear opus sit, cum te non superare sed ne acquare quidem possim. Nec est ut
te deterream; perge vero: scio, nihil a me supra vi- res postulas; animum tibi
semel dicavi nihilque mihi ipsi reliqui, quod tibi non impertierim (3); tu me
tuo utere arbitratu. Quam gratae autem tuae mihi litterae fiant, exprimere
nequeo: eas in sinu prae laetitia colloco, deosculor et in dulcis (4) traho
sermones (5), ut te stringere te palpare (6) te alloqui videar et mihi ipsi
persuadeam (7). Occurrit in primis modesta ornata et (8) maiestatis pristinae
dignitate referta litterarum facies, quae observantiam (9) quandam prae se
fert, ita at lectorem iuvitet (io). Accedit gravitas (11) sententiarum,
verborum, dulcissimaque (12) quaedam compositionis harmonia. Quid nuntius rena-
scentium virorum et in lucem prolatorum, quem mihi cum suavitate mi- (i) Cod.
di Berlino, già Morbio 403, ora lat. 2° 557 f. 126 (= w), cfr. R. Sabbadini, La
scuola e gli studi di Guarino p. 193; cod. Clas- sensc di Ravenna 419, 8 f. 17
(=r e). (2) s. p. d. om, VI. {3) impatierim e. (4) dulces m. (5) sermonies e,
(6) palpitare e. (7) persuadeo e. (8) et om. m. (9) observantia e. (io)
invitent e. (11) caritas m, caritatis e. (12) dulcissima m e. 2. — TACITO. 265
rabili affers ? O si Cornelium (i) Tacitum ipsum {2), Plinii mei amicum socium
collegam, spectare etcoram affari detar ! Quid Cornelius ille Cd- sus, cuius
audito nomine ac dignitate ita eius videndi atque audiendi (3) cupiditate
incensus sum, ut totus infusus in me Benacus (4) huiuscemodi sedare ardorem
nequeat. Voluminis raagnitudinem et litterarum sive scripturae faciem (5)
scribas oro, ut quid de ilio habendo consulam sciam. Quid dicam de Antonio
Panormitano, cuius nunc primum (6) auditum nomen tantaleara in me sitim (7)
incussit ? O felix bisce viris et (8) di- vinis ingeniis (9) aetas ! Nil vidi
quod (io) ad me ex illius ingenio mi- sissc dicis (11). Quocirca magis magisque
dolco et ipsos execror (u) ta- bellarios, quorum incuria tam bonae scribendi
vices intercipiuntur (13). Non possum in scribendo morem mihi gerere, adeo
praesens istuc re- diturus nuntius {14) instat urget inclamitat. Ego cura
gratias referre cu- perem prò pulcherrimo et commodissirao tuo munere, quibus
verbis id faciam non invenio; itaque cum referre non possim, gratias habeo. Vale,
mca suavitas; valeo et ipse, valent et liberi, nostrae peregrinationis Tri-
dentinae (15) comites. Vale iterum, y^v^r] fioi). Veronae XXVI ianuarii [1426].
(i) Comelii e. (2) Tacitum ipsum om. m. (3) vivendi atque audiendi e, videndi
audicndique m. (4) Bonacus e. (5) faciem om. m e. k(ì) primum om. e. (7) scttum
m. '8) et om. m. 9) divini ingenii m. 'IO) quml hic dtsinit m. (Il) S'
intCnflr- V /hrninf>J,fn,^,fti( ,l..| I' .11. .♦Hill . < 13) obnCCffir
<I3) intercipiuat e. (14) redditunu mitius e. (15) Allude alla
peregrinazione di Guarino a Trento del 1426 per incarico della città. 266 R.
SABBAUINI. m. Guarinus ( i ) Veronensis suavissimo lohanni Lamolce s. p. d.
Posteaquam alteras (2) ad te descripseram, tua e et graves et ornatse redditae
mihi sunt, quae eo accumulatiores veiierunt, quo etiam comitem habuerunt
libellum vere 'EQfxacpQÓÒiTOV .... Veronae IIII nonas februarias [1426]. IV.
Antonius (3) Panormita Guarino Veronensi s. p. d. Etsi acceperam
Herraaphroditum meum plurimorum iudicio probatum..., nihilo magis tamen animo
movebar Verum cum te virum simplicem verum apertura .... idem de me meoque
libello sentientem animadver- tam, non modo moveri non possum, sed .... gaudio
distrahor, prae- sertim cum antehac nulla mecum amicitia, nulla familiaritate
fueris de- vinctus .... Ioanni vero Lamolae .... gratias et ingentes habeo,
prop- terea quod insciente me quidem Hermaphroditum ad te miserit meum.... Ex
Bononia (4) (febbraio 1426). V. Aurispa (5) Guarino Veronensi viro doctissimo
s. p. d. Credideram quom .... (L'Aurispa scrive a Guarino, facendogli grandi
elogi del Panormita. La lettera è data da Firenze nel febbraio 1426, come si
deduce dalla seguente). (1) Per le fonti di questa lettera cfr. R. Sabbadini,
Guarino Verone- se e il suo epistolario, Salerno 1885, n. 374; per la data p.
68. (2) La precedente (II). (3) Per le fonti di questa lettera cfr. R.
Sabbadini op. cit. n. 127. (4) Questa lettera fu scritta subito dopo che il
Panormita ebbe noti- zia della precedente (III), nella quale Guarino dava al Lamola
il suo giu- dizio famoso suir Ermafrodito. (5) Cod. Classense 419, 8 f. 17V. 3.
— TACITO. 267 VI. Guarinus (i) doctissimo et ornatissimo viro lohanni Aurispae
s. p. d. Superiori tempore cum fama referente .... Veronae III kal. martias
(1426) (2). (Risponde alla precedente, associandosi all' Aurispa negli elogi
del Panormita). VII. Antonius (3) Panormita Guarino Veronensi viro (4) illustri
s. p. d. (5) Aurispa Siculus familiaris noster hodie, quod frequenter (6)
facit, ad me litteras craisit (7) officii ac diligentiae plenas, alìoquin adeo
suaves atque (8) elegantes, ut si suas illas esse nescius fuissem, aut musarum
aut certe tuas esse iuravcrim; in quibus plura quidem, sed illud praeci- pue
mihi renuntiat, abs te sibi redditas epistolas (9) XV (io) kalendas (i) Cod.
Classense 349 f. 165. (2) Le lettere V e VI, citate qui unicamente per la
successione crono- logica, furono pubbl''-*" \l•>^.^r,r\]'^^■"'^f'
in Giorn. star. !■•*'. •'■'' Siippl. 6, 103-6. ^l) Cfxl. Marciano iat. XIV 221
f. 95 (= w), cfr. Barorzi-Sabbadini, Studi sul Panormita € sul Valla p. 22 per
n" > mì^»,. ,\a »..c»,> .. ..^r la data; cod. Claascnse 419, 8 f. 3
{=» e). (4) viro om. m. (5) P. «• (' (6) freqncns m. (7) migit m. (8) et m. (9)
U lettera VI. (10) V m. 368 R. SABBADINI. aprilis meorum versuura, mei nominis
eloquentissimas laudatriees; meque, quod plurimi facio, tuam gratiam ininsse
iam. Qua ex re subgloriari mihi licet, qui, ne (i) otiosus quidem aut securus,
aliquid effuderim, (2) quod tuo acri magnoque iudicio comprobari (3) debuerit.
Ea res faciet ut protinus auctoritate tua fretus et de me mihi optime sperem et
toto pectore ad studia summae laudis incumbam. Nam siquis in me musarum furor
est, et est quidem fortasse non parvus, tute illum vehementius excitasti; prò
quo quidem officio tuo gratias, quas tibi permaximas ha- beo, musae reddent et
quidem foeneraticias, modo otium aliquando nan- ciscamur. Hoc hactenus. Quod sequitur et
tibi auditu et mihi relatu voluptuo- sum (4) erit. Verum pridie quam (5) illud
aperiam, iuvat abs te coe- nam lautissimam quidem stipulari: illam spondes ? *
illam spondeo '. Est igitur penes me A. Cor. Gelsi de medicina, liber, ut
nosti, diutissime non inventus ac prope extinctus. Eo, tametsi libri dominus non sim, prò ea tamen
amicitia quae inter me et dominum mutua est, meo arbi- tratu utor fruor.
Commiserat id librorum dominus, cum iamdudum ex (6) Sena decedere instituisset,
fidei ac custodiae Helencae mulieris impro- bissimae. Ego quamprimum rem novi,
mirifico quodam desiderio tabe- factus sum, siquidem Gelsi Gomelii nomen
celebratum atque singularibu» laudibus evectum (7) legerem apud nominatissimos
auctores: Quintilianum Plinium Augustinum Golumellam aliosve compluris. Eam ob
rem libri dominum exhortatus, maiorem in modum obtestatus sum, uti vel mei causa
codicem repetat. At ille ut cetera, ita mihi id facile assentit; re- scribit,
mandat Helencae uti depositum ex (8) continenti reddat. Illa vero, quam dii
perdant, magna voce ficto vultu depositum inficiata est; est (i) nequc m. (2)
effunderem m. (3) probari e. (4) voluptuosum. Vale hic desinit m. (5) quid e.
(6) et e. (7) nectum e. (8) et e. i. — TACITO. 269 enim mulier postremae
perfidiae (i), paris petulantiae; utque ea vulvae mercalis est, ita filiolam
quaestuariam, neptem venaliciam, sororem pro- stitutam habet. Nobis itaque
necessum fuit uti non solum iure nostro, sed Ulixeis quoque fallaciis, quo vix
librum tandem illa restitueret. Posteaquam vero Cor. Celsum ab huiuimodi capti
vitate reversum et iure quasi postliminii restitutum vidi possedive,
hautquaquam (2) expri- merem quantum me oblectaverit (3) et affecerit. Pulchra
etenim, vetusta littera, nec ab indocto quidem librario, transcriptus est;
membranarum color ex albo in pallidum diffusus, litterarum vero subglaucus (4);
libri facies prae vetustate venerabilis et quasi numen quoddam prae se fert.
Volumen ingens perinde est atque F. Quintiliani institutiones, totum- quc in
octo codicillos diduci tur. Integrum est, praeter ultimam chartam, item tris
circiter medium, quas Helencam (5), omni notabili infamia no- tatam mulierem,
abscidisse autumo, ut forte pensis coluique advolveret. • Quid miserum, Medea
', ne ' quid Aenea ' dixerira ' laceras ? iam parce sepulto ' (Verg. Aen. Ili
41) et vero hactenus sepulto. Quid agis, insana carnifex ? Cor. Celsum dilanias
? Cor. Celsum, qui tot dilaniatos, tot vulneratos, tot ulcera, tot cicatrices,
tot denique aegrotantes homines -^uis prope divinis curationibus iuverit
sanaveritque ? Sed redeo unde abii. Illum, postpositis legum ac humanitatis
studiis, a vertice ut aiunt ad calcem iterum atque iterum legi, nec enim medio-
cri piane cum animi iocunditate; mirifica et ferme singularis huius cla-
rissirai philosophi doctrina, mirifica eius oratio, siquidem dulcis sonora
gravi» varia figurata sublimis antiqua, ut (6) generaliter contendam ne ijjMim
quidem latinae eloquentiae principem Ciceronem in hoc genere rii.itcriae
ornatiuiì laculentius atque elegantius disserere potuisse. Tu me- cum senties,
certe scio; illudque fiet, nisi vates male vaticinor, ut quan- topcre none Cor.
Celsum concupiscas, tantopere illum cum legcris ad- ( I ) postramae perfidae e.
(2) autqoamqaam e. (3) oblectaverat e. (4) lulxrlaucus e, (5) elencam e. i70 R.
SABBADlNI. mirere: in summa nihil addubitem quin, perlecto Cornelio, fias ex
ora- tore medicns. Postremo, si non memineris, hic ille est, quem tuus F.
Quintilianus refert ' non parum multa latine scripsisse, Sextios secutum non
sine cultu ac nitore ' (X i, 124). Praeterea
est quod te non minori voluptate afficiat; sed omnino coe- nam parato, qua in
re tu me non audis. Compertus est Cor. Tacitus de origine et situ Germanorum. Item eiusdem
liber de vita lulii Agricolae isque incipit: * Clarorum virorum facta '
caeterave. Quinetiam Sex. lulii Frontonis liber de aquaeductibus (i) qui in
urbem Romam inducuntur; et est litteris aureis transcriptus. Item eiusdem
Frontonis liber alter, qui in hunc modum iniciatur: * Cum omnis res ab
imperatore delegata men- tionem exigat ' et caetera (2). Et inventus est quidam
dyalogus de ora- tore et est, ut coniectamus, Cor. Taciti, atque is ita
incipit: * Saepe ex me requirunt * et caetera. Inter quos et liber Suetonii
Tranquilli repertus de grammaticis et rhetoribus: huic inicium (^) est:
'Grammatica Romae'. Hi et innumerabiles alii qui in mauibus (4) versantur, et
praeterea alii fortasse qui in usu non sunt, uno in loco simul sunt; ii vero
omnes, qui ob hominum ignaviam in desuetudinem abierant (5) ibique sunt, cuidam
mihi coniunctissimo dimittentur propediem, ab ilio autem ad me proxi- me et de
repente; tu secundo proximus eris, qui renatos sane illustris- simos habitvirus
sis. Interea tuae partis erit rescribere qualem ad te nuntium attulerit haec
epistula, iocundum scilicet necne; meque perseveranter ama: ego procul- dubio
tuus sum integer, non animam quidem excipiens. Item vale. Ex Bononia quam cursim (aprile 1426) (6).
(i) aqueductus e. (2) Più accuratamente è descrìtto il codice di Frontino nel
Commenta- rium del Niccoli (sopra p. 4 a) su notizie fomite dal monaco di
Hersfeld. (3) hinc micium e. (4) in manus e. (5) desuetudine habierant e. (6)
Dalle parole abs te sibi redditas epistolas XV kal. aprilis risulta che la
lettera VI, a cui si allude, scritta da Guarino il 28 febbraio, fu recapi- tata
all'Aurispa il 18 marzo. Collochiamo perciò la presente nell'aprile. 3. —
TACITO. 271 Vili. Guarinus ( i ) Veronensis ci, viro Antonio Panormitce s.p. d.
Unas abs te litteras (2) acceperam antea .... Quid alterae (3) illae omni melle
suaviores ? Earum sane recordatione beatus niihi videor et inter renatos viros
illustrissimos esse receptus; prò quibus quidem mentis quas tu mihi cecas
narras et stipulari vis ? ego tibi me ipsum cenandum appono, tu me vescere et
tuo me utitor arbi- tratu ' qui das epulis accumbere divum '. Quod si quando
ipsos cerne- re, praesentis intueri et ' vivas audire ac reddere voces ' fas
fuerit, deo- rxim sane vitam mihi adeptus videbor. Id autem ita fore minime
despe- ro, quando Elencham, idest improbatam muliereni, evasit Cornelius Cel-
sus, quasi futurae felicitatis augurium. Hui ! harpyas et scyllas omnis flagitio superans et
tentigine monstrum, lena, meretrix, periura et vere elencha, idest
iXx.yyzaiS(i\. digna. Quid sibi cum Cornelio Celso, nisi ut quae tot penes
insatiata deglutit, et hunc ipsum improba devoraret ? Scd ut angorem omittam,
quam iocundum ipsorum tam illustrium vi- rorum facies habitus staturas mores te
duce cognoscere et * venieutum discere vultus * ! Nunc iuvat vivere, cum tales
prisci generis et autiqui- tatis venerandae reliquias manere intelligo et tua
benignitate meos quan- doque futuros hospites non despero. Hunc igitur diem tam
laetum, tara honoratum tuo ex nuntio habiturus sum, * dum vita mancbit ', ut
eum * meliore lapillo numerem ' et proinde Panormitalia celebrare instituaro,
modo illorum spcctandorum copiam tuum favens numen praestet. Quam quidem ad rem
adiutorcm ac socium Aurispam, latinarum ac graccarum decus musarum, implorabo.
Tu vale mea suavitas roeumque corculum. Ex Verona kalendis roaii (1426). I }
Cod. Clasienie 4i«v, lettera IV. VII. iy2 k. SABBADlNI. IX. Guarinus (i) lohanni Lamolae s. . . . Quantas
vero mihi laetitias .... Cornelii Gelsi adventus ! cuius orationem gravem
ornatam copiosam satis admirari non possum .... (Valpolicella ai primi
d'ottobre 1426). X. Guarinus (2) Veronensis Hieronymo Gualdo s. .... Est etiam
hodie mihi in lucem editum opus elegans, summa facondia copia dulcedine
oriiatissimum, antiquorum iudicio in arce loca- tum, Comelius Celsus. Is
medicinae auctor est ea suavitate erudientia et omni denique laude redundans,
ut vel invitum lectorem aliiciat; nec du- bito, si (3) ad doctorum medicorum,
non dico plebeiorum et forensium, ocalos pervenerit, eum inter primos medicinae
fore principem .... Ex Valle PoUizela v idus octobris (1426). XI. Poggius (4)
Nicolao s. Dixeram Cosmo nostro .... monachum illum Hersfeldensem dixisse
cuidam se attulisse inventarium, sicut ei scripseram, plurium voluminum
secundum notam meam. Postmodura cum summa cura quaererem hunc hominem, veuit ad
me afferens inventarium plenum verbis, re vaeuum... Itaque refersit illud
libris quos habemus, qui sunt iidem, de quibus a- lìas cognovisti. Mitto autem
ad te nunc partem inventarii sui, in quo describitur vo lumen illud Cornelii
Taciti et aliorum, quibus caremus, qui (i) Cod. Riccard. 779 f. 130. (2) Cod.
Vindob. 3330 f. 141; cod. Arundel 70 f. 153V. (3) sed ccdd. (4) Poggii EpistoL
I p. 207, 208. j. — TACITO. iy^ cum sint res quaedam parvulae, non satis magno
sunt aestimandae. De- cidi ex maxima spe quam conceperam ex verbis suis ....
Hic mona- chus eget pecunia; ingressus sum sermonem subveniendi sibi, dummodo
Ammianus Marcellinus, prima decas Titi Livii et unum volumen oratio- num Tullii
... et nonnulla alia opera . . . dentur mihi prò his pecuniis. Peto autem illa
deferri eorum pericnlo usque Nurimbergam .... Romae XVI kal. iunii (1427).
Rileviamo anzitutto che sin dal novembre del 1425 era giunta a Roma a Poggio
(lett. I) la notizia di una grande scoperta di autori latini, quali noti quali
ignoti, che giacevano tutti riuniti in un sol monastero di Ger- mania (VII u^o
in loco simul sunt). La notizia si dif- fuse tosto tra gli umanisti: a Firenze
la seppe per mezzo di Poggio il Niccoli (I); a Bologna la seppero, sembra per
via diversa, il Panormita e il Lamola, che la comunicarono a Guarino a Verona
(II, VII, Vili). Le informazioni da parte di Poggio e da parte del Panormita
coincidono nella sostanza tra loro e con r elenco del Comnientarium Niccoliano
(sopra p. 4-5), talché non è a dubitare che si tratti della medesima scoperta.
Come scopritore è dato da Poggio un monaco dì Ilersfeld (I n., XI), il quale
andava e tornava spesso da Roma per interessi del monastero. Ma noi credia- mo
che il monaco hersfeldese non sia stato il vero scopritore o almeno non il
primo; perchè ci par pro- babile identificare questa scoperta con quella dell'ar-
civescovo di Milano Bartolomeo Capra in Germania K. tABKADINI, Tuti latmù US.
274 ^- SABfiADlW. nell'anno 1421 (i), quando egli si trovava colà ai ser- vigi
dell' imperatore. Della scoperta del Capra parla Poggio molto scetticamente
(2), ma il Capra era un uomo serio e alla notizia, diffusa certo da lui stesso,
dobbiamo prestar piena fede. A identificare le due scoperte del 142 i e del
1425 siamo indotti dalla coin- cidenza, che gli autori veduti dal Capra son
designati come historici e che storici per l'appunto sono i prin- cipali autori
nominati da Poggio e dal Panormita: Am- miano, Livio, Tacito. E il convento
dove furon trovati ? Su questo punto il Panormita tace e Poggio solo
indirettamente fa ca- pire che fosse il convento di Hersfeld, perchè chiama
hersfeldese il monaco scopritore; noi ne acquistiamo la certezza considerando
che tra i codici e' era Am- miano Marcellino, autore che effettivamente stava a
(i) Il Capra fu in Germania con T imperatore dal luglio 1418 al 1421 (W.
Altmann, Die Urkunden Kaiser Sigmunds, n. 3336. 3714. 3887. 3944. 3951. 4040.
4085. 4233A. 4243. 4601). Nell'agosto 142 1 è sulle mosse per partire (n.
4601). (2) Poggii Epistol. I p. 80-81 * De archiepiscopo Mediolanensi quae
scribis laetatus sum, si tamen vera sunt. Est enim res digna triumpho inventio
tam singularium auctorura; sed mihi non fit verisimile. Nam ar- chiepìscopus is
homo est, qui si quid tale reperisset, et secum asportasset saltem
tran^cribendos tales libros. Vereor autem ne audita prò certis adfirmet ut saepius
fieri solet. Quid tu putas virum tantae dignitatis fultum imperii patrocinio
summaeque auctoritatis aliquid difficultatis ha- biturum fuisse in assequendo
libros, cum illos postulasset ab illis ona- gris barbaris, si eos invenisset,
ut narras ? Illis quidem loco beneficii fuisset tradere eos libros viro, qui
apud imperatorem prò se intercedere potuisset .... Si tales historicos
reperisset, personasset ipsemet buc- cina nihii occultans .... Londini die X
iunii ' (1422). 3- — TACITO. 275 Hersfeld (i). La prova perentoria è ora
fornita dal ComìneìUaritim del Niccoli (sopra p. 4). I codici hersfeld esi, di
cui ci tramandano il titolo Poggio e il Panormita, non sommano a un gran nu-
mero, ma le indicazioni, specie del secondo, sono for- tunatamente precise. Ne
diamo l'elenco: la prima deca di Livio e le orazioni di Cicerone, opere allora
ben note; Ammiano, di cui un esemplare era stato nel 141 6 scoperto dallo
stesso Poggio; Frontino Stratege7nato?iy opera nota, e De aquaeductibus del
medesimo, allora ignota; Svetonio De grammaticis et rhetoribus^ ignoto; Tacito
Germaniae. Vita Agricolae, più il Dialogus de ora- toribus, ignoti. Tra tutti
questi autori Tacito richiamò in particolar modo l'attenzione di Poggio e ad
esso in- fatti diede insistentemente la caccia, ma con risultato negativo;
l'ultimo indizio delle pratiche l'abbiamo nel 26 febbraio 1429, quando Poggio
annunzia al Niccoli che il monaco tedesco era tornato a Roma senza Ta- cito
(2): poi più nulla. Due anni dopo fu fatto un nuovo tentativo, questa volta dal
Niccoli. Approfittando egli, nei primi mesi del 1431, dell'occasione che due
cardinali, il Cesarini e r Albergati, andavano con una missione pontificia,
quegli in Germania, questi in Francia, affidò loro un elenco di autori da
cercare, tra i quali gli hersfeldesi (sopra p. 2'^. E il Cesarini fu a
Norimberga, città non (I) Voigt, Dì* WitdtrbtUlmng d, class. Aiterthums I* p.
242. (a) Poggii EpistoL I p. 268 ' Monachtti Henfeldentii venit abìique libro
(Tacito) Romae XXVI februarii 1428 ' (= 1429). 2 76 fe. SABBADI^t.
eccessivamente lontana da Fulda e da Hersfeld; ma le cure diplomatiche gli
avranno impedito di occupar- si di codici. E cosi dovette pcissare ancora più
d' uil ventennio, prima che dai volumi hersfeldesi fosse scos- sa la polvere
secolare: e ciò accadde per opera di Enoch da Ascoli. Enoch, reduce da un
viaggio in Oriente, ricevette dal papa Niccolò V, con un breve in data 30
aprile 1451 (i), l'incarico di recarsi nel settentrione di Eu- ropa a cercar
codici. E nell' autunno infatti dell' anno medesimo si pose in cammino,
prendendo la via con- sueta di Verona, dove arrivò alla fine di ottobre. Ivi lo
accolse l'amico Gregorio Correr, che graziosamente e lepidamente cosi narra la
sua visita in una lettera a Giovanni Aretino (Tortelli): Gregorius (2)
Corrarius protonotarius Ioanni Arr etino subdiacono apostolico in domino s.
Venit ad me hac iter agens Enoch Asculanus ciim sua barbala visendi
salutandique gratia. Cumque consedissemus, percunctatus ut valerent summus
minoresque nonnulli pontifices romanae curiae coloni: « Ut in- quam pars animae
meae Ioannes Arretinus »? — « Mecenatem inquit ais doctorum omnium praesidium,
qui plerique ut nosti pauperes ad curiam illam confugiunt. » — « Scio inquam
multos doctos homines ea fortuna esse et illum huius rei non ignarum talibus
libenter opitulari. Sed fare age ut valeat. » — « Valet; nam divites bene
valere existimo, pauperes male ». — « Atqui teciim inquam sentio. Sed quo te
agis » ? (i) Pubblicato dal Voigt, Wiederbeleluvg II'' 200 e in Arch.stor. ital.
S. Ili, voi. XX, 180. (2) Cod. Vatic. 3908 f. 118 (autografo). 3. — TACITO. 277
— « In Daciam (i) inquit ■». Et simul raihi causarti uarravit quaeren- dorum
librorum quam nosti. Tum multa de Graecia et de Constantino- poli (2), unde
barbatus rediit.... Verone XXVUI octobris 1451. Appena due mesi dopo, nel
dicembre, Enoch era in Danimarca (3), di dove, se crediamo al Filelfo (4), si
sarebbe spinto fino nella Scandinavia. Nel ritorno percorse la Germania,
fermandosi a Hersfeld, Fulda, Augsburg- e in altre città, che non sappiamo.
Final- mente nella primavera del 1455 si restituì a Roma. Dalla Danimarca
trasse una lettera di Sidonio A- pollinare (5) e le Elegiae in Maecenatem (6);
dal mo- nastero di Hersfeld Svetonio De gramm. etrket.{'])y la Germania e V Agricola
di Tacito e il Dialogus de ora- toribus (8); da Fulda T Apicius (v. sopra p. 6
c)\ dalla cattedrale di Augsburg Porfirione (9). Altre opere da (i) Daciam =
Daniam (sopra p. 7): e cosi spesso nel medio evo, cfr. Hefele, Conciliengcsch,
VP 58. (2) Ciò conferma la notizia del viaggio di Enoch in Oriente, cfr. R.
Sabbadini, Scoperte dei codici 57. (3) G. Mancini, Vita di L. B. Alòerli,
Firenze 1882, 329. (4) Fr. Philelfi Epist.., Venetiis 1502, f. 92. (5) G.
MancÌDi ibid. (6) R. Sabbadini, Scoperte 142. (7) V. Rossi, V indole e gii
studi di Gio. di Cosimo de' Medici^ Ro- ma 1893, 30 Su e t onio de viris
illustrUrus^ del io dicembre 1457. ^8) Per la Germania e il Dialogus abbiamo la
testimonianza del Fon- tano del marzo 1460: cfr. M. Lchncrdt, Enoch von Ascoli
und die Ger* mania des 7'acitus, in Hermes XXXIIl, 1898, 499. (9) L'esemplare
trovato in Augsburg fu ivi mostrato da Enoch al Mei- •terlin, cfr. P.
Joachimsohn, Die humanist. Geschichtsschr. in Deutschland. St^ismund
MeisterliHt Bonn 1895, 33. 278 R. SABBADINI. Enoch riportate, senza che si
conosca il luogo del rin- venimento, sono V Orestis tragoedia (i) e \
Itinerarium Antonini. Ma molti più autori e' erano nelle città visitate da
Enoch, specialmente a Fulda, dei quali egli non si curò per nulla. La cosa può
parere, anzi è strana; e non vedo che una sola maniera di spiegarla. Il breve
di Niccolò V diceva: Nolumus enim ut aliquis liber sur- ripiatur^ sed
tantummodo ut fiat copia trans cribendi. Ma nel fatto Enoch portò seco gli
originali e non le co- pie, almeno per i codici di Hersfeld e di Augsburg,
probabilmente perchè sul luogo non trovava copisti. In tali circostanze è
naturale pensare che i monasteri e i Capitoli gli consegnassero solo poche
opere, quel- le forse di minor mole o che a giudizio dei preposti alle
biblioteche avevano minor valore. Ritornando ai codici hersfeldesi, la
concatenazione delle nostre notizie ci permette di stabilire definitiva- mente,
dopo le molte questioni e i molti dubbi solle- vati, non sempre con prudenza,
sul proposito, la con- tinuità dei fatti, congiungendo tra loro le scoperte del
Capra, del monaco tedesco e di Enoch e riferendole tutte e tre a un'unica
collezione di codici, che esisteva nel monastero di Hersfeld. Il codice di
Hersfeld appena giunto a Roma fu ve- duto da Pier Candido Decembrio (*). Era il
Decembrio al servizio della curia papale sin dal 1450; e morto (i) Sabbadini,
Scoperte 142 «. 19. (*) Comparve la prima volta in Rivista di filologia XXIX,
1901, 162-4. 3- —TACITO. lyg Niccolò V, vi continuò l'ufficio per un altro po'
di tem- po sotto il successore Calisto III(i). Del 1455 pertanto egli vide il
nuovo codice e ne diede la seguente de- scrizione, che sta scritta di suo pugno
nello zibaldone Ambrosiano R 88 sup. sec. XV. f. 112. — Comelii taciti
liber reperitur Rome visus 1455 de Origine et situ Germanie. Incipit: "
Germania omnis a Gallis retiisque et pano- niis Rheno et danubio fluminibus a
Sarraatis dacisque mutuo metu aut montibus seperatur. cetera occeanus ambit
". Opus est foliorum XII in columnellis. Finit: *' Cetera iam fabulosa
helusios et oxionas ora homi- num vultusque corpora atque artus ferarum gerere.
quod ego ut incom- pertum in medium relinquam ". Utitur autem comelius hoc vocabulo " inscientia
" non " Inscitia " (§ 16, dove però si legge inscitia). Est
alius liber eiusdem de Vita lulii agricole soceri sui. in quo con- tinctur
dcscriptio Britanie Insule nec non populorum mores et ritus. Incipit: " Clarorum virorum
facta moresque posteris tradere antiquitus usitatum. ne nostris quidem
temporibus quamquam incuriosa suonim etas ommisit ". Opus foliorum decem
et quattuor in columnellis. Finit: " Nam niultos veluti inglorios et
ignobiles oblivi© obruet. Agricola posteritati narratus et traditus superstes
erit ". Cornelii taciti dialogus de oratoribus. Incipit: " Sepe ex me
requiris iustc fabi cur cum priora sccula tot eminentiura oratorum ingeniis
glo- riaque floruerint, nostra potissimum etas deserta et laude eloquentie or-
bata vix nomen ipsmn oratoris retineat ". Opus foliorum XIIII in co- lumnellis. Post beo
deficiunt sex folla, nam finit: " quam ingentibus vrrl)is prosf-quuntur.
Cum ad vcros iudiccs ventum ". Deinde sequitur: " rem tr.^itiirc
nihil abicctum nihil humile ". Post hcc sequuntur folla luo cum dimidio. et finit: *'
Curo adrìsissent discessimus " (2). Suctonii tranquilli de grammnticìfi et
rhetoribus liber. Incipit: " Gram- matica rome nec in
usu quidem olim nedum in honore allo erat. rudii (1) M. Borsa, PUr Candido
Deeemhri, Milano 1893, 93-105. <2) Aveva cominciato a scrivere surr- ' ■ MA.
280 R. SABBADINI. scilicet ac bellicosa etiam tura civitate necdum magnopere
liberalibus di- sciplinis vacante ". Opus foliorum septem in columnellis.
Finit perprius: " Et rursus in cognitione cedis mediolani apud lucium
pisonem procon- sulem defendens reum. cura cohiberent lictores nimias
laudantium voces ita excanduisset. ut deplorato Italie statu quasi iterum in
formam Pro- vincie redigeretur. M. insuper brutum cuius statua in conspectu
erat in- vocaret Regum ac libertatis auctorem ac vindicem ". Ultimo
imperfecto columnello finit: " diu ac more concionantis redditis abstinuit
cibo ". Videtur in ilio opere Suetouius innuere omnes fere rhetores et
Gram- matice professores desperatis fortunis finivisse vitam. L'ordine con cui
si seguivano nel codice le quattro opere era: le due tacitiane prima (la
Germania e l'A- gricola), poi il Dialogo, finalmente Svetonio: 1' ordine stesso
indicato e dal Panormita nella sua relazione del 1426 (VII) e dal Commentarium
del Niccoli (sopra p. 4-5): e che tale esso fosse, ce ne forniscono la riprova
le parole del Decembrio ultimo imperfecto columnello finita dalle quali
apparisce che la scrittura si troncava non in fine di pagina, ma a mezzo; non
dunque per la caduta di qualche foglio, ma per trascuratezza dell'a- manuense o
per difetto dell'esemplare donde copiava. Quest'ultima comunicazione sul
Decembrio io spedii da Milano in data 15 febbraio 1901 alla Rivista di
filologia. In essa ribadivo la mia antica convinzione, che Enoch avesse portato
a Roma non un apografo del codice germanico, ma proprio l'archetipo. E la mia
convinzione doveva ben presto ricevere una solenne conferma, quale non avrei
mai osato sperare. Appena un anno e mezzo più tardi, nel settembre 1902, veniva
scoperto a Iesi nella biblioteca del conte G. Balleani 3- — TACITO. 281 un
codice che conteneva otto carte originali 6.qW! Agri- cola, appartenute
all'archetipo Hersfeldese. U Agricola fu di su quel codice pubblicato nel 1907
da C. Annibaldi {L'Agricola e la Germania di CORNELIO Tacito nel ms. latino n.
8 della biblioteca del conte G. B allearli in Iesi, Città di Castello, Lapi,
MDCCCCVII), il quale nel 19 io diede alla luce l'edizione diplomati- ca anche
della Germania {La Ger maglia di CORNELIO Tacito nel ms. latino n. 8 della
bibliot. del conte G. Balleani di Iesi; edizione diplomatico - critica,
Leipzig, Harrassowitz, MDCCCCX). Le due descrizioni dirette del codice
hersfeldese, l'una del Decembrio, l'altra del monaco trasmessaci nel
Commentarium del Niccoli (sopra pag. 4-5), non furono eseguite in condizioni
pari, perchè quanto era inesperto di manoscritti il monaco, altrettanto esperto
era il Decembrio: e si vede subito, osservando che questi all' incipit aggiunge
Vexplicit e indica inoltre la divisione dei fogli in colonna (in columnellis).
Ne ci so- no pervenute in condizioni pari, perchè la descrizione del Decembrio
è autografa, mentre quella del mona- co ci fu trasmessa nella copia di Poggio o
del Nic- coli e per giunta in una stampa malsicura. Ma un con- fronto dell'una
e dell'altra può in ogni modo riuscire utile. Nei titoli delle opere vanno
entrambe d' accordo: Dialogus de oratoribus; Suetomi Tranquilli de gram- R.
SABBAUINI . maticis et rhetoribus; De vita lulii Agricolae; De origi- ne et
situ Germaniae il Decembrio, De origine et situ Gertnanoruni il monaco, dove la
leggera differenza sarà da ascrivere a un'abbreviazione dell'esemplare.
L'accordo è completo anche nell' incipit delle sin- gole opere e nel numero dei
fogli di tre di esse: fo- gli 12 per la Germania, 14 per X Agricola, 7 per Sve-
tonio. Disaccordo apparisce invece nel Dialogus, al quale il monaco assegna 18
fogli, il Decembrio 17 (cioè XIIII -\- duo cum dimidio). Tal differenza sarà
nata da distrazione del monaco; il Decembrio affida di più, per aver riferito
sul numero dei fogli che pre- cedono e di quelli che seguono la lacuna. Ma il
De- cembrio attribuisce il Dialogus a Tacito, il monaco non ha questo nome:
ecco la differenza capitale fra le due descrizioni. E il nome di Tacito nelle
informazioni del monaco mancava certamente, perchè il Panormita sin dal 1426
scriveva: ^^/<?^?^^ de oratore et est, ut e on- ie et amu s , Cor. Taciti
(sopra p. 270). Qui la presunzione della veracità sta più dalla par- te del
monaco, uomo ignaro, che dalla parte del De- cembrio, maturo umanista, il quale
si lasciò sedurre da un' ipotesi, già espressa dal Panormita. E 1' ipotesi si
rivela dal modo com'egli introduce le tre prime note: \) Cornelii Taciti
liber... de origine....; 2) Est alius liber eiusdem de vita...; 3) Cornelii
Taciti dialogus.... Nella 3* avrebbe dovuto continuare: Est eiusdem
dialogus.... Pertanto bisognerà ritenere che il codice antico ta- ceva il nome
dell'autore del Dialogus. TACITO. 283 Seguono ora alcuni documenti sugli altri
autori sco- perti da Enoch (*). Antonius Panhormita ci. v. Ioanni Aurispae (i).
Theodorum (2) tuum, quem mihi tantopere commendas, scito apud Alphonsnm regem
magnifice collocatum .... Tu vero si me audis re- gem repete, qui te diligit et
tibi meliuscule esse cupit . . ; cooptaberis mihi crede in amplissimas
dignitates, si huc ad nos veneris . . . Veniens vero fac tecura deferas Apici
um coquinarium et Caesaris Iter, ut refert Theodorus tuus, nunc iam meus,
inven- tos Romamque perductos .... Quae de Caesaris Itinere scripsimus, ita
accipe ut nisi ver- sibus compositum sit, lulii Iter non sit, sed Antonini; hic
enim prosa o- ratione Iter edidit, Julius cannine (3); Antonini vero Iter (4)
iampridem et nos habemus .... Teodoro Gaza dopo la morte di Niccolò V, avve-
nuta nel marzo del 1455, ^^ ricoverò da Roma a Na- poli presso il re Alfonso,
accompagnato da una com- mendatizia dell'Aurispa. Il suo arrivo a Napoli è re-
cente: perriò l;i li-ft-T.. vj assegnata all'anno 1455. (♦) Comparve la prima
volta in Museo di antichità class. ITI, i88q, 363.8. (,) Cav\ I I I I ■ 11'
"'ii/w....- .li Venc- TVA IS53 (2) Teodoro (laza. 3) Gir. Suct. yul. 56.
(4) Il titolo usuale è Itinerarium Antonini, 284 I^- SABBADINI. Aurispa s. d.
Panhormitae darò eguestris ordinis viro et poetae suavi (i). Quod Theodorum (2)
bene et feliciter apud Alphonsum regem collo- caris, officium tuum exercuisti,
nam doctorum hominum est doctis bene- facere et favere. Praeterea, quod forte
tibi non in nientem venit, neces- sarius iste vir maxime regi erit, si ad
recuperandam Constantinopolim, ut aiunt, et Christi fidem resarciendam iturus
est. Dissuitur enim atque utinam non laceretur. Nusquam linguarum interpretem,
quo rex praeci- pue egebit, Theodoro aptiorem inveniet. Scribam et monebo
hominem ut nibea signetur cruce et se ut principem sequatur paret; non enim in
bello minus quam in pace utilis Graecus iste {3) parvus videbitur. Hor- taris
me et quidem vehementer ut regem repetam; quod profecto si non electione
hactenus fecerim, faciam nunc necessitate coactus. Nam eum in locum res deducta
est, ut aut mendicandum mihi sit aut hinc migran- dum. Expensae quidem sunt
ingentes, emolumenta nulla. Hic pontifex novus duo de quinquaginta secretarios
creavit, quum sex esse consueve- rimus, quando plures fueramus; unum ferme aut
duos exercet. Omnia sunt ita confusa ut quid fiat ab omnibus ignoretur. Menti
est nihilomi- nus Romae totam hyemem manere et per ver ad vos venire,
praesertim si quid nasceretur, quo, si cercior fieri non possera, spes saltem
esset dignitate mea et modo vivendi pristino servato vivere aut aliquantulum
minus laute. Scio equidem, quamvis adhuc mihi non accidit et totis vi- ribus ne
accidat resistam, quantum calamitatis quantum dedecoris ege- stas in senem
ferat, praecipue si iunior laute vixerit. Ego vir dare deum testem voco: regem
istum ita amo ita observo et colo, ut pati cuncta velim ad eius animum aliqua
parte explendum. Atque utinam aliquid facere queam quod maiestati regiae gratum
sit; nam quod possum eius nomen virtutesque amplas suas in caelum fero. A p i t
i u m pauperem coquinarium quem petis vidi et legi; (1) Cod. Vatic. 3372 f. 14.
(2) Teodoro Gaza. (3) est cod. j. - TACITO. 285 dictiones habet aliquas quae
tibi forte placebunt. Nam quantum ad co- quinandi artem pertinet, coquam habeo
domi quae omne pulmentorum genus rectius condit et voluptuosius perficit, quam
hic cum tota arte sua Apicius. In ilio certe coqua mea hunc auctorem superai,
nam Illa den- tatis solum coquinat, haec mea callet etiam viris sine dentibus
sapide molliter et condite coquinare. Caesaris Iter prosa oratione est, non
versu. Porph irionem quendam in O r a t i u m hic idem, qui Apitium ad nos
perduxit, attulit, qui mihi magis aestimandus vi- detur quam quicquam aliud ab
ipso adlatum. Sed eum qui codices
hos invenit et Romam perduxit ad vos mittam cum omnibus musis suis. Putat enim
si hos libellos regi donaverit aliquid praemii ab isto principe se habiturum,
ad quod ego maxime illum exhortatus sum. Vale. Romae idibus decembris [1455].
Aurispa viro excelienti et darò cquestris ordinis domino Antonio Panhormitae s.
(i) Multo ardentius contentiones fugi et lites quam paupcrfafcm et mi- scriam;
et omnia quieti postposueram, quam quum toto pectore adipisci studeam, malus
quidam vir, qnem optimum credideram, perverse ac im- pudcnter me solicitat.
Frater Romanus hominum quicunque vivunt men- dacissimus, qui (2) observatorem
regulae beati Benedicti se profitebatur, quum sìt non sanctarum praevaricator
regularum sed diabolicarum obser- vator, dìcit mihi solvisse pecunias Romae,
quas nunquam dedit; et duo- bus aut uno falso teste in Sicilia, me non
requisito nec sciente, in mea abscntia ad futuram rei memoriam reccptis,
dicitur per illorum (3) unum nuliius aestimationis hominem quum mccum Romae
loqueretur, qnem ego forte nunquam viderim, audisse a me quod ab ilio Romano
pecunias ali- quas reccperim, quod nusquam nec unquam factum fuit. Fuit haec
causa per papam, ut per copiam brevi» quam cxccllcntiac tuae hisce introclusam
mitto intcllicrrr pritcns, nd <;c advocata, ut, quum Romae dicit pecunia^
(1) Cod. ,..;... ,,,. (2) qacm eod. '3) illarum tod. 286 R. SABBAUiNI.
solvisse, hic ostendat. Quare te clarissime vir per illam antiquam nostrani
comnìunem caritatem et benivolentiam perque quietem futuram senectutis meae
oro, ne permittas ut per mendatia iste frater Romanus Testa litteras aliquas
adversus causam meam isthine Neapoli a Consilio regis extrahat et reportet;
quod ut audio saepe fit invito et ingrato rege. Sic deus fe- licem fortunam det
Catherinae (i) isti aureae, quam utinam antequam moriar viro adiunctam videam
aut audiam fortunato diviti pulchro nobili et ante alia morato. Non permittas
in hoc mihi iniuriam fieri; quod tuo favore et auxilio velim, hoc est, ut iste
frater Romanus Testa omnium hominum mendacissimus non reportet litteras a
Consilio regio, me aut procuratore meo non vocato. Timeo equidem ne iste nebulo
aures isto- rum mendaciis ut consuevit impleat. Nam si audierint rem uti est,
re- pellent ad furcas talem hominem. Hisce diebus fuit hic Enochus (2). Quum
eum rogarem ut eorum co- dicum quos e longinquis partibus attulit mihi copiam
faceret, et praeci- pue Porphirionem super operibus Oratii petebam, respondit
se velie omnia prius Alphonso regi tradere; cui opinioni ego hominem maxime sum
exhortatus. Redeo ad rem meam. Cupio ut fiat arrestum, si quid iste monachus, anteaquam
hae meae litterae prudenciae tuae afferantur, tacite impetras- set, ut quum
veritas me aut procuratore meo vocato reperta fuerit, iusti- tia ministrari
recte possit; et si quid impetrasset, ut simili pacto revo- cetur; me tibi et
fortunas meas commendo. Misi per lacobum Sores, si nominis recte meminerim,
divo Alphonso Firmicum Siculum de horoscopo {3) codicem pulchrum et preciosum.
Est enim auctor probatissimus et eloquens. Misi et n a - turales auditus
Aristotelis in graeco. Nunquam mihi re- sponsum fuit. Firmicum latinum auctorem
et speciosum (4) dono dedi; Aristotelem postulavit rex accomodari maiestati
suae, quem ego si ac- ceptabat etiam largiebar. Redde me certiorem an hi codices regi dati (i) La
figlia del Panormita. (2) Enoch da Ascoli. (3) Cioè la Mathesis. (4) spaciosum
cod. 3- — TACITO. 287 fuerint. Vale. Reverendus pater et dominus meus
archiepiscopus, (i) ut scribit, de hac mea causa debet te per litteras suas
informasse et do- minus Putius (2), qui est procurator meus in ea re, propediem
Neapoli erit, qui enucleatius rem exponet. Vale item. Romae XXVIII augusti
[1457]. Delle due lettere dell' Aurispa la prima risponde alla precedente del
Panormita. Si conferma con ciò la data del 1455 P^r l'accenno al iiovus
poiitifex, che è Calisto III, succeduto a Niccolò V l'otto aprile 1455. La
seconda lettera dell' Aurispa per la menzione della lite col monaco Romano
Testa è dell'anno 1457 (3^- Si scorge di qui che il Gaza verso la fine del
1455, avanti di lasciar Roma, aveva veduto i codici di E- noch e, pervenuto a
Napoli, ne aveva dato rag-gnaglio al Panormita, il quale chiede XApicius e X
Itinerarium Antonini, L' Aurispa gli risponde informandolo delle due opere, più
di una terza: il commento di Porfirione a Orazio. Nell'agosto poi del 1457 Enoch
fa nuovamente capolino a Roma con la sua merce libraria, che egli non voleva
cedere alla spicciolata, bensì vendere com- plessivamente al re di Napoli. Ma
sul cadere di quel- l'anno stesso morì in Ascoli, sua terra natale (4). 1)
Simone Bologna. 2) Puccio Politi. (i) Cfr. G. A. Cesareo in A -/.y.- ^./ -^/^
i" maggio 180? 2-1: R Pirro, Sicilia sacra II 1308. (4) R. Sabbadini, Lt
tcopcrtt da c^dtci laltnt t greci 142 m. 19. IV. CORNELIO CELSO. fc. SABBADWI,
Tuti latini. iq. Sui codici della medicina di Corn. Celso (*) Ci mancano finora
sistematiche ricerche sul materiale manoscritto della Medicina di Corn. Celso,
le quali sole possono spianare la via a una nuova edizione critica del testo,
vivamente desiderata; onde non sarà disca- ro che io qui, tanto per cominciare
e per invogliare altri a far di più, comunichi il poco che ho raccolto e
conchiùso intorno alla trasmissione e classificazione dei codici: avvertendo
che adopero il testo di C. Darem- berg-, ' Lipsiae 1859 ', di cui cito i
capitoli e le pagine. Lacune dei codici. Per evitar confusione e per
semplificare il discorso reco anzitutto l'elenco delle lacune dei codici
celsiani, denominandole dalla [)arolM con cui cominciano. (1) Comparve ia prima
volta in .-^tuiii ii<ii. jiioL cLiss. Vili, 1900, i-3«. 292 R. SABBADINI. I.
Lacuna frictio. Comprende il passo: ' frictio infe- riorum partium IV 12 (p.
136, 23)— adiciatur. Proce- dente ' IV 19 (p. 145, 21). II. Lacuna oportet.
Comprende il passo: * oportet su- pra summum IV 20 (146, 24) — maligna purgatio
est' IV 27, I (154, 6). ni. Lacuna ***. Tra le parole * subicienda sunt ' e *
coeuntia ' IV 27, i (154, 6-7) è caduto un passo, che non si può più
ricuperare, perchè mancava già nel- l'archetipo dei nostri codici; per il che
di questa lacuna non tengo conto nella descrizione. Essa in alcuni co- dici fu
avvertita; ma nelle edizioni fu solo sospettata la prima volta da Gio. Battista
Egnazio (Cipelli) * Ve- netiis 1528 ', e determinata nel suo contenuto da Gio.
Batt. Morgagni {Opera omelia V p. 59, lettera del 1721). IV. Lacuna coeuntia.
Comprende il passo: * coeuntia. Id faciunt IV 27, i (154, 8) — opitulamur,
conquie- scat * IV 29 (156, 20). V. Lacuna est etiam. Comprende il cap. IV 2 8
* est etiam circa — obdormiat ' (155, 11-23). VI. Lacuna demissos. Comprende il
passo: * demissos eos IV 31 (158, 16) — singulorum p. 0-C iv ' V 24, 7 (180,
21). Vn. Lacuna etiamnum. Comprende il passo: * etiam- num integra est V 26, 23
(191, 16) — lanam succi- dam ' V 26, 22, (192, 34)- Vni. Lacuna ne succurrere.
Comprende il passo: * ne succurrere quidem V 27, 11 (204, 12) — atque etiam
quaedam ' V 28, 12 (213, 24). IX. Lacuna malagmate. Comprende il passo: * ma- I
4. — CORNKUO CELSO. 293 lagniate possimus Vili 9 (343, 35) — regulam obicit '
Vm IO, 7 (351, 29). X. Lacuna pedis. Comprende il passo: * pedis in ex-
teriorem Vili 22 (361, 8) — postea pateat ' Vili 25 1^2, 30). Elenco dei
codici. Prima descrivo i sedici che io stesso ho potuto esa- minare. L COD.
Laurenziano 73. I (= L) membr. a due colonne sec. X. Comunemente è assegnato al
sec. XII, ma non v'ha dubbio, a giudizio di E. Rostagno, che esso sia invece
del X. Contiene in primo luogo Celso, indi altri autori di medicina, per i
quali ri- mando al catalogo del Bandini (III 11 sgg.). Titolo: Carnelii Gelsi
Artium liber VI item medicinae Prirnus, In una nota finale, stata raschiata,
Lodovico Bian- coni {Lettere sopra A. Corn. Celso, Roma 1779, p. 212) lesse: Ex
Bibliotheka S. Ambrosii Mediolaneusis, il Bandini più esattamente: Liber
ecclesiae S. Ambro- sii Mediolanetisis. Il testo ha due sole lacune, la o-
partet e la ne succurrere, ed è perciò il più completo dei nostri codici
celsiani. Dal f. 136 in poi, in quella parte dell'opera che abbraccia i cajK
11-18 del lib. VIII, l'ordine è turbato nel modo che segue: quam in brachio (p.
353, 5) parte prolapsa est (354, 14) - naturaliter difficiliusque in pri(355,
30) mi maior in hoc quam in manu (353, 5) — uno momento fiant sin in utra (354,
13) cntus est interdum trahitur in- 294 ^' SAfiBADINI. terdum subsistit (357,
6) — ea parte in quam (358, 23) orem partem quam in posteriorem (355,30) — ab
hoc excidit radius qui adiun (357, 6) os venit ab e a sinu a qua recessit (358,
2;^) sed sine intentione etc. sino alla fine. Qui è chiaro trattarsi della
trasposi- zione di quattro fogli (8 pagine) nell'antigrafo, ognu- no dei quali
comprendeva in media 45 linee del te- to del Daremberg. A capo di qualche libro
ci sono brevi sommari e sui margini si trovano segnati i ti- toli, ma rari, dei
paragrafi; in ciò il copista non pro- cede sistematicamente. Il codice fu
ampiamente emendato o meglio alte- rato da Battista Pallavicini, che V aveva
chiesto al cancelliere bolognese Alberto Parisio per collazio- narlo col
proprio. C'è ancora nel foglio di guardia la sua lettera Alberto Parisio r. p.
bononiensis can- cellario in data ' Regii kal. decembri s MCCCCLXV '
(pubblicata dal Bandini Cod, lai. Ili 20 e dal Mehus Vita A. Traversarti p.
44), con la quale glielo re- stituisce. Negli emendamenti il Pallavicini
adoperò un suo vetustissimum exemplar, di cui trasportò le lezioni sul nostro
codice e per mezzo del quale col- mò le due lacune oportet e ne succurrere,
inserendo fogli cartacei tra le membrane al f. 63 e Siv (i). Ristabili inoltre
con l'aiuto del suo exemplar per via di note marginali l'ordine turbato alla
fine del lib. Vin. Nel corso del lib. Vili 9, al f. 133, egli scris- (i)
Secondo la comune opinione questi due supplementi sono erro- neamente
attribuiti alla mano del Niccoli. 4- — CORNELIO CBLSO. 295 se in margine: hinc
usque ad finem huius libri (Vili) carrigi bene noft potuit defectu vetustissimi
ac corru- ptissimi exemplarisy che ha riscontro con ciò che leg- giamo nella
sua lettera al Parisio: ' Ultimus liber in meo codice pariter ut in tuo
fragmentatus est '. Al f. 63, dove colmò la lacuna oportet, aggiunse: Prae- ter
haec desunt adhuc in vetustissimo exemplari duo /olia. Tenendo conto di queste
note e badando an- che come in certi luoghi manchino o siano scarsis- sime le
sue correzioni e come proprio ivi egli abbia segnato dei puntini e delle crocette
sui margini, noi veniamo alla conclusione che se il suo exemplar col- mò due
lacune del nostro codice, ne aveva alla sua volta delle altre e precisamente
cinque: \3.frictio, la coeuntia, la etiamnum, la malagmate e la pedis. Ve-
dremo poi che \ exemplar del Pallavicini è tutt'uno col codice che io chiamo
Senese (= S), ora perduto. B CoD. Laurenziano 73. 3 (= B) membr. sec. XV.
Artium Aurelii Cornelii Gelsi liber VI. que ratio me- dicine potissima sit et
quemadmodum sanos agere con- veniat liber primus incipit feliciter. A capo di
ogni libro sono segnati sistematicamente i sommari coi titoli, non numerati,
dei paragrafi, titoli che poi ven- gono ripetuti nel contesto dell'opera. Nel
sommario del lib. IV, di fronte al titolo: Remedia que faucibus dedit prodesse
stomacho vulnerato, il copista scrisse in margine: ab hoc capitulo usque ad
illud * Duo mor- bi * deficit infra. Nel sommario del lib. V, di fronte al
tìtolo: De membrana que supra cerebrum est, notò in margine: Et sic quotatio
omnium sequentium capi- 396 R. SABBADINI. tularutn corrigenda est. Nel sommario
del lib. Vili, di fronte ai titoli: De fractis ossibus involvendis. De humero,
segnò in margine: hec duo capitula desunt; e di fronte ai titoli: De talo. De
ossibus piante, in margine: hec duo capitula desunt. Ha cinque lacune, quattro
avvertite e una no; quella non avvertita è la etiamnum. Le altre quattro
avvertite sono: la fric- tio, con la nota dello stesso copista in margine: de-
sunt in vetustissimo ex empiavi quatuor folia; la coeun- tia, con la nota dello
stesso in margine: desunt in vetustissimo exemplari duo folia; la malagmate e
la pedis. Per queste quattro furono lasciati gli spazi vuoti, colmati più tardi
da altra mano. A CoD. Laurenziano 73. 2 (■= A) membr. sec. XV. Il titolo e le
cinque lacune come in B, quattro delle quali colmate più tardi dalla stessa
mano che le col- mò in B. In margine alla lacuna coeuntia è segnato: desunt in
vetustissimo exemplari duo folia; e alla la- cuna malagmate è segnato: desunt.
Qui i titoli dei paragrafi hanno la numerazione. C CoD. Laurenziano 73. 5 (=0
membr. sec. XV. Sottoscrizione: Antonius Marii Florentinus civis ab- sfilvit
Florentiae Vili idus iulii MCCCCXXVII Va- leas qui legis foeliciter. Il titolo
e la numerazione dei capitoli come in A. Anche qui le stesse cinque la- cune
come in ^ e B: la etiamnum non avvertita e le altre quattro avvertite, per le
quali furono lasciati gli spazi vuoti (i). Queste quattro lacune furono sup-
(i) Per essere stato male informato credetti {Studi ital. filol. class. VII
134) che il Laurenz. 'jt^. 5 fosse originariamente completo alla fine. 4- —
CORNELIO CELSO. 297 plite posteriormente da una mano diversa. Di fronte alla
lacuna frictio c'era una nota marginale, che fu poi cancellata. D CoD.
Laurenziano 73. 6 (= Z>; membr. sec. XV. Sottoscrizione: Aiitmiius Marii
filius Florentlnus civis atque notar ius transcripsit Florentiae Vili idus
maias MCCCCLIII. Valeas longeve qui legis. Poi: liber petri de Medicis Cos.
fil. Il codice è una copia di B, di cui riproduce anche la nota singolare in
margine al som - marie del lib. V: Et sic quotarlo (sic) omnium sequen- tium
capltulorum corrigenda est. Va osservato che quando il codice fu scritto, il
suo antigrafo era an- cora lacunoso. Le lacune furono colmate più tardi dalla
stessa mano che le colmò in Cy l'altro codice scritto da Antonio di Mario; e
siccome la mano che le colmò non è di Antonio, cosi bisognerà suppor- re che
egli allora fosse già morto. In ogni modo resta con ciò assodato che fino alla
metà del 1453 fu difficile a Firenze colmare le lacune di Celso. Questo codice
di proprietà di Piero de' Medici è for- se quello stesso ch'egli fece comprare,
intermediario il libraio Vespasiano, da Giannozzo Manetti, a Ro- '•^ ' '1 17
gennaio 1455 (Mehus op, alt. p. 372). OD. Laurenziano 73. 7 (= N) cart. sec.
XV. L'intestazione come m A B ( / > I titoli dei para- grafi sono numerati.
Nel foglio di guardia si legge: Hi e e et si II ber exaratus est manu Nicolai
Niccoli: viri diligentis et eruditi Haccivs IUldinvs. Che la scrittura del resto
sia del Niccoli mi risultò S9S R. SABBADINI. anche dal confronto con altri
codici copiati di sua mano. Questo codice può trarre facilmente in errore,
perchè a tutta prima parrebbe che V antigrafo del Niccoli avesse meno lacune
che quello dì A B C D; e Terrore potrebbe nascere da ciò, che le lacune sono
supplite di mano del Niccoli stesso e con in- chiostro quasi uguale. Ma chi ben
guardi si accorge- rà che i passi corrispondenti alle lacune sono scritti con
inchiostro un po' più sbiadito dell'altro, senza dire che il Niccoli segnò in
margine la presenza di due lacune e per esse e per le altre lasciò spazi vuoti,
ingannandosi anzi nel numero dei fogli bian- chi, in modo che mentre la prima
metà del passo corrispondente alla lacuna malagmate è a suo posto, dal f. 173V
al 175V, la seconda metà dovette riman- darla più indietro, nello spazio
destinato alla lacuna coeuntia. Il codice del Niccoli pertanto aveva origi-
nariamente quattro lacune avvertite, a cui lasciò i relativi spazi vuoti; cioè:
la lacuna frictio con la no- ta marginale: desunt in vetustissimo exemplari
IIIIo''' folia; la lacuna coeuntia con la nota: desunt in vetu- stissimo
exemplari duo folia; la lacuna malagmate e la pedis. Tutte queste lacune furono
poi colmate, come ho detto, dallo stesso Niccoli. La quinta lacu- na, la
etiamnum, passò inavvertita al Niccoli, come ai copisti dei codici A B C D; ma
se in questi essa rimase, il Niccoli invece più tardi la colmò di pro- prio
pugno, incollando un nuovo foglio tra il 96 e il 98. 4. — CORNKUO CELSO. 299
Sui niarg-ini del codice operò una mano seconda, la quale al f. 96 v, dove
cadeva la lacuna etiamnunty scrisse: /tic deficit quasi una carta; e al f. 175,
dove cadeva la lacuna malagmate, notò: hic deficiunt VI columpne in ex empi
ari. Quell'/^/za carta e quelle VI columpne si riferiscono a L, da cui la mano
seconda trasportò molte lezioni sul nostro. COD. Vaticano lat. 2372 membr. sec.
XV. Il ti- tolo come \x\ A B C D N. Sottoscrizione: A^mo do- mini M. ecce.
LXVI. decimo nono vygiesima quarta ora novembris. lohannes nardi defuscis de
itro (i) scrip- sit. Ha cinque lacune non colmate: \a.frictio, per cui lasciò
vuote pag-. 6 V2» con la nota marginale: de- sunt in vetustissimo exemplari I
III f olia; la coeuntia, per cui lasciò vuote p. 2 V^; la etiamnum, non avver-
tita; la malagmate, per cui lasciò vuote p. Vg ~\~ Val la pedis, per cui lasciò
vuote 6 righe. G CoD. Vaticano lat. 2371 (= 6^) cart. sec. XV. Artium Aureli
Cor n eli Celsi lib. VI quae ratio medi- cinae potissima sit et quemadmodum sanos
agere con- veniat. liber primus incipit feliciter. lege feliciter. Al- Tultimo
si leggono due epitaffi in memoria di Eu- genio IV, il primo dei quali
comincia; ' Kugenius iacet hic Quartus, cor nobile cuius ', il secondo: '
Eugenii hic Quarti Romani Antistitis ossa '. U te- sto è tutto di una mano,
eccetto dal lib. VII 30, 2 sino alla fine, *t 'S3». 'S39i «7S6, 1762. 300 R.
SABBADINI. Non ha nessuna lacuna, o meglio ha quella sola che è comune a tutti
i nostri codici, la ***, per la quale il copista lasciò vuote pag. 2 72 con 1'
osser- vazione in margine: desunt in vetustissimo exemplari duo folta. Al f.
133, di fronte al lib. Vili 9, si legge in margine di mano del primo copista:
hinc usque ad finem huius libri corrigi bene no7i potuit defectu vetustissimi
ac corruptissimi exemplaris, V identica nota che abbiamo veduta di mano del
Pallavicini allo stesso punto del testo in L; e identica è anche la mano dello
scrittore, poiché il carattere con cui è scritto G è eguale a quello degli
emendamenti e supplementi trasportati su L. Del resto che G sia di mano del
Pallavicini, abbiamo la riprova in un di- stico da lui segnato sul foglio di
guardia. Il distico, già perduto sin dal 1775 per colpa del rilegatore, fu
veduto da Leonardo Targa, l'editore di Celso (1), e dal Bianconi (p. 22,2), che
lo riporta cosi: Dum puér atque omni virtuti deditus esses Scripsisti haec
tenera, Pallavicine, manu {2). Il codice, corretto in Roma, come deduciamo
dalla nota marginale al f. 54V (IV 16 p. 142, 16) ' Armo- racia Rome nascentia.
vulgo Ramorazi ', fu copiato prima della morte di Eugenio IV (f 1447), perché i
due epitaffi in morte di lui sono stati aggiunti po- (i) * Patavii 1769 '
praef. p. io: ' Vaticanus MMCCCLXXI. Scrip- tu» fuit a Palavicino, ut disticon
quoddam ostendit eidem praefixum '. (2) Il Bianconi vide la prima volta il cod.
col foglio di guardia, la seconda volta che lo vide, il foglio era stato
strappato. 4- — CORNELIO CELSO. JOI steriormente alla copiatura, come mostra la
diversità dell' inchiostro. CoD. Vaticano lat. 2375 cart. sec. XV. Non ha
nessuna delle lacune comuni agli altri codici, ma una peculiare ad esso, f. 70,
che va da ' quam optimum ad piperis ' IV 19 (145, 30) fino a *subicienda sunt '
IV 27, I (154, 6) e la quale fu avvertita da una mano recente, che scrisse in
margine: Lacuna di va- rie pagine. CoD. Vaticano lat. 2374 cart. sec. XV. Al f.
i, in alto, un'altra mano contemporanea scrisse: Genti- lis santesiù Alla
lacuna *^*, l'unica che esso abbia, sono lasciate vuote quattro pagine con la
nota in margine: desunt in vetustissimo ex empiati duo folia. Nel lib. Vin
10-12 si osserva un disordine del te- sto avvenuto per trasposizione di fogli e
avvertito da una mano del sec. XVII. CoD. Ottoboniano 1553 membr. sec. XV. La
sua prima segnatura era Vatic. 5951. Nel foglio di guar- dia: Codex iste
scriptus circa ann. 1458 erat S*** Bar- bi, qui postea fuit Paulus secundus P,
M. Venetus, Sottoscrizione: Aurelii Cornelii Gelsi liber octavus ex- pUcit
foeliciter. VI novemòris Vincentie MGGGGLVIIL Ha la sola lacuna **♦, per la
quale son lasciate in bianco p. 3 Ve con la nota marginale: desunt in ve-
tustissimo exemplari duo /olia. Al lib. VI 6, 24 (234, 22) ha perduto quattro
fogli, come avverti una ma- no recente: mancano quattro fogli, F CoD.
Laurenziano 73. 4 (= /J membr. sec. XV. Al tit din Am-fìii CiìfUi-lii r^ìtì
tJt» vtt'tlii ttfa Jihfi l'Ili ^01 R. SABBADINI. segue la tavola dei capitoli
di tutta l'opera. Nessu- na lacuna. Nel contesto e sui margini lavorò larga-
mente la mano di un correttore, che si deve iden- tificare con quella di
Bartolomeo Ponzio, chiamando a confronto i numerosi autografi di lui esistenti
a Firenze, p. es. il cod. Riccardiano 153 f. 114-117. V Cod. Vaticano lat. 5951
(= V) membr. sec. X (i). A. Cornell Gelsi artium libros (sic) VI item medicine
primus. Nel margine inferiore del f. i si legge di mano recente: Emptus ex
libris Iir^^ d,Lelii Ruini Episcopi Baine or egiensis an. 1623. Ha quattro
lacune: la oportet, la est etiam, la demissos e la ne succurrere. Alla lacuna
est etiam fu lasciato vuoto l'ultimo terzo del f. 65 e la prima metà del f. 65
v; il testo corrispondente a questa lacuna comprende 13 linee dell'edizione del
Daremberg e certo occu- pava nell'antigrafo del nostro codice una colonna e-
sterna, donde la probabile congettura che Tantigra- fo fosse scritto a doppia
colonna: congettura rincal- zata dalla trasposizione dei 4 fogli che V ha comu-
ne con L al lib. Vili 11-18. E poiché i fogli del- l'antigrafo contenevano
ciascuno in media 45 linee dell'edizione, dividendo 45 per c ---4 otteniamo
circa 12, il numero medio delle linee di ciascuna colonna. La lacuna demissos è
dovuta alla perdita di un quader- no dopo il f. 66v. Il testo in fine resta
tronco alle (i) Fu coUazionato da Th. Stangl (cfr. la Wochenschriftf. klass.
Phi- lolog. I 1884 P' 1469), il quale giustamente osserva che con l'aiuto di
esso * das Stemma der Codices ein gesicherteres werden wird '. 4- — CORNELIO
CELSO. 303 parole ' enimpat. genu vero et in exteriorem et in ' Vili 20 (360,
27), alle quali seguono alcune linee bianche: segno questo che il rimanente era
illeggi- bile nell'esemplare o per lo scoloramento dell* inchio- stro o per la
caduta dell'ultimo foglio. Nel codice si hanno tracce di più mani, ma di tre
specialmente, che io chiamo, m. 2, tn. 3, m. 4. — La ni. 2 appartiene al sec.
XII-XIII e colmò lo spazio della lacuna est etiam con un altro testo di medici-
na, che comincia: ' Quia igitur ciliacorum morbum descrissimus restad iam ut ad
matricis naturam de- scribendam et medendam stilum vertamus. Matris tribus
nominibus appellatur ' e finisce: ' moderato sanguine orificum '. La tn. s, del
sec. XIV, fece alcune note che tra- scrivo: f. 14V-16 di fronte alla parte del
lib. II che va dal principio sino alle parole * tenuiore vix evenit ' Il praef.
— i (27, 3 31, 21) segnò: /wc minus habetur u- sque huc. f. 27 di fronte a *
Cucurbitularum duo genera ' II II (55» 16) segnò: hoc minus est. f. 31 di
fronte a ' cucurbita et cucummis et cap- paris ' II 18 (64, 30) segnò: hoc
minus est, f. 66v di fronte a ' sic ut pedes capiat ' IV 31 (158, 16), dove
comincia la lacuna dtfnissos, segnò: «- sque huc non habetur; qui probabilmente
T annotatore voleva indicare la lacuna coeuntia. \. 77V al luogo dove comincia
la lacuna /// sue- I ìirrer^ s«a''nò; hiìir Ita/>rtur vtniiis auam tfi
nostro //a- 364 R. SAÈBADINl. òetur; perciò questa lacuna non c'era nel codice
del- l'annotatore. f. 82 V di fronte al sommario del lib. VI scrisse: hoc
habetur minus usque kuc. f. 103V di fronte al sommario e al proemio del lib.
VII (262, 3 — 263, 25) scrisse: istud minus habetur usque huc. Queste note sono
importanti, perchè mostrano che la m. 3 possedeva un altro codice di Celso, di
cui se- gnava le differenze con V. Quel codice aveva il pas- so ne succurrere,
ma mancava di altri, che sono: il proemio e i capitoli i, 11 e 18 del lib. II;
il passo coeuntia; il sommario del lib. VI; il sommario e il proe- mio del lib.
VII. La m. 4, del sec. XV, fece le seguenti note mar- ginali: f. 65 di contro
alla lacuna oportet, scrisse: hic deest (sic) circa VI chartae, f. 65 di fronte
al testo non celsiano aggiunto dalla m. 2^ scrisse: non est de testu Cornelii.
f. 66v dove cade la lacuna demissos notò: hic de- sunt charte X vel circa, f.
77V alla lacuna ne succurrere notò: hic desunt charte VI, f. 152 dove sono le
trasposizioni del lib. VTII 11- 18, scrisse: in alio exemplo sequitur hoc sed
videntur om- nes partes signate transposite. L* aliud exemplum^ a cui si allude
in questa nota, è Z, che ha le stesse traspo- sizioni di F, restituite al loro
ordine primitivo dai ri- chiami marginali del Pallavicini nel 1465; donde rile-
4. — CORNELIO CKtSO. 3Ó5 viamo che dopo quest'anno il possessore di V lo con-
frontò con L. COD. Ottoboniano 3326 membr. sec. XV. Senza intestazione. E una
copia di V, di cui ha tutte le la- cune e la stessa nota marginale della m. 4;
hic ^[e- sunt] cart\e X] ve! ci\xceì\\ Finisce alle parole ' autem homo super
id scampnum aut pronus aut ' VITI 20 (360, 13) poco prima di V, del quale non
seppe rile- vare i caratteri sbiaditi. CoD. Ambrosiano E 154 sup. Artium
Aurelii Cor- nelii Gelsi liber sextus idem medicinae liber primus. Sot-
toscrizione: Finii opus anno gratiae MCCCCLXXVII Venetiis idus novembris IH. È
una misera copia di 5. contaminata con L. CoD. Ambrosiano I 128 sup., sec. XV
miscellaneo Contiene nei f. 162-186 i libri I-II io faterique quantum in bac.
Senza titolo. Aurelii Cornelii Gelsi liber primus finii. *\ Do ora un cenno dei
codici che non ho potuto e- saminare. Cod. Parig-ino lat. 7028 membr. sec.
X-XI, miscel- laneo. Contiene in primo luoffo estratti di Celso, a cui seguono
altri scritti di medicina e chirurgia. Nel sec. XIV-XV era nella biblioteca di
S. Ilario di Poitiers, come indica una nota di mano del sec. XV al f. 185V: Df
Sancio Hilario malori Pictavensi; entrò nella biblio- teca di Parigi nel sec.
XVI sotto Carlo IX (1560-1574), di cui porta le arme sulla rilegatura (da
comunicazio- ne di II. Omont). Fu adoperato da 1. A. van derLin- K. Sauìidini,
Ttsti laHmà, io. 306 R. SABBADINt den per la sua edizione di CeLso * Lugduni
Batav. 1657 '» ^®1 cui proemio è cosi ricordato: ' Mss. seu àTuÓYpa'fov codicis
Parisi ensis, descriptum anno MCXXIV. Communicavit v. ci. d. loh. Hoornbeeck .
. . '. Laonde giustamente scriveva il Daremberg nella sua edizione (p. XXXIX):
* Nescio cur saepius cum cod. 7028 con- sentiat Lindenius; an putandum ei
praesto fuisse hunc ipsum codicem vel potìus alìum illi simillimum ? ' Lo vide
nel 1760 il Bianconi (p. 229-230), ma di sfuggita; ciò che fu cagione che lo
assegnasse al sec. XV. Cod. Estense (di Modena) L 340 membr, sec. XV. L'
intestazione come va A B C D G N. Senza lacune (da comunicazione di M. Caputo).
Cod. Urbinate (Vatic.) lat. 1357 rnembr. sec. XV. Titolo come A B CD G N. Ha
cinque lacune: la etiam- num non avvertita, le altre quattro coi relativi spazi
vuoti; alla frictio corrisponde in margine la nota: de- sunt in vetustissimo ex
empiavi IlIIor folia; alla coeuntia la nota: desunt in vetustissimo exemplari
duo folia; alla tnalagmate la nota: desunt due charte; alla pedis la nota:
deficit residuum (da comunicazione di G. Mercati). Cod. Vatic. lat. 4424 sec.
XV. Titolo come ABC D G N, Termina a * profuit. Sed si se ' IV 11 p. 134, 1 1
(da comunicazione di G. Mercati). Probabilmente è copia di G. Fu veduto dal
Bianconi (p. 234). Cod. Urbinate lat. 249 membr. sec. XV. Cornelii Gelsi
medicinae liber incipit. Senza lacune, ma la pedis colmata da mano diversa
(cosi anche le altre ?). Alla lacuna *** otto linee bianche e la nota
marginale: 4- — CORNEUO CELSO. 307 Nihil deficit, sed in omni exemplari sic reperturn
est (da comunicazione di G. Mercati). Cod. della bibliot.^ Comunale di Perugia
239 cart. sec. XV. Termina a ' edam signum ' Vili 22 (361, 9; cfr. G.
Mazzc'itinti Inventari dei mss. delle bibliot. d'Italia V p. 104). Cod.
Bodleiano 724 (Laud. E 55) sec. XIV. Contiene la sola parte chirurgica, lib.
VII- Vili (Daremberg p. XI*). Cod. Parigino lat. 6864 ' olim Mentellianus '
membr. sec. XV, misceilaneo. Contiene gli otto libri di Celso e due iìltri
libri medici. Cod. della Palatina di Mannheim, appartenuto al cardinale
Giuliano della Rovere, poi Giulio II (Bian- coni p. 236). Cod. lat. di Monaco
69 membr. sec. XV, con la sottoscrizione: Liber Poggii secret arii apostolici
explicit (Targa p. 560). Ha molte lacune (Bianconi p. 236-237), che devono
essere le stesse (X\ A B C D N. Cod. Vindobon. CLXXX (Endlicher) membr. sec.
XV. Cod. Capitolare di Toledo fi. Carini Gli arch. e le bibl. di Spagna I 491).
Cod. Nazionale di Napoli V A lobis membr. del sec. XV. Proviene dalla
biblioteca di Monteoliveto. Cod. lat. di Monaco 5328 sec. XV-XVI. Si
aggiungano: il cod. Padovano e il Salisburghese, adoperati da Giov. Rhode
(Montfaucon BibL bibL I p. 489; Fabricius Biblioth. lat. 1721, II i p. 452); il
cod. Gudiano ( non esiste a Wolfenbiittel ) e il cod. dell' Aja (Fabricius p.
449; 451); il cod. di Venddme {Calai, gèn. des mss. de France. Dèpartemeftts
III 474); 3o8 R. SABBADÌNI. il cod. Forlivese, membr. del 1451, (ora perduto) e
il cod. Marc. lat. VII. 8 cart., adoperati dal Morgagni {Opera omn. V p. 58-59;
60; 89); il codice di Giovanni Vincenzo Pinelli, di Carlo Moroni, di Carlo
Spon, di Lazaro Bonamico, di Giuseppe Scaligero (Fabricius p. 451; 452); e i
sei codici collazionati dal Dioneau sull'edizione * Lugduni 1566 ' (Bianconi p.
238). Storia dei codici. La memoria di Celso si era quasi estinta nel medio
evo, il quale del sec. X ci tramandò due soli codici, L e V, e uno ,del sec.
X-XI, il Parigino degli excerpta. Verso questo tempo, alla fine del secolo X,
troviamo citato Celso in una lettera di Gerberto, se pure la ci- tazione è
diretta, come si ha ragione di dubitare per la sua inesattezza (i); e fino a
tutto il sec. XIII tacque il nome di Celso, non comparendo esso p. es. nell'en-
ciclopedia di Vincenzo Bellovacense (2). Un certo ri- (i) Ecco la citazione di
Gerberto (recata da M. Manitius in Rheini- sches Museunt XLVII, 1892, Erg. heft
p. 152): * quem morbum tu corrupte postuma, nostri apostema, Celsus Cornelius a
Graecis fiJtatixóv dicit appellari '; cfr. Cels. IV 15 (140, 32). (2) Giovanni
Saresberiense (sec. XII) non conobbe di Celso né la Medicina né tanto meno,
come crede il Bianconi (p. loi), il De re mi- litarif perché la menzione di
questa seconda opera deriva a Giovanni da Vegezio I 8. Cfr. Joannis Saresberiensis
Policrat. reo. C. I. Webb, Oxonii 1909, II p. 57 /. 5. Dal canto suo il Webb confronta il Sares- beriense
I p. 69 * si vero, ut verbo eorum (phisicorum) utar, causas ignorant, quomodo
curant ? ' con Celso I prooem. (p. 3, 16); e I p. 177 * quasi clavum figit in
oculo illius ' con Celso VII 7, 12. Ma la prima corrispondenza é troppo
generica, la seconda é erronea. 4- — CORNELIO CELSO. 3O9 sveglio si nota nel
sec. XIV, al quale appartengono due codici: il Bodleiano e quello menzionato
sui mar- gini di V dalla rn. 2; ma l'autore non ebbe diffusione, come si
comprende dall'essere rimasto ignoto al Pe- trarca; sicché la gloria di averlo
risuscitato e rimesso in circolazione spetta intera al sec. XV. Nel sec. XV
vennero in luce tre esemplari antichi di Celso, S L V, giacche non si può tener
conto del Parigino 7028, che fu scoperto nel sec. XVI. Dei tre, V ha una
fortuna meno nota, non sapendosi in che anno precisamente né per opera di chi
sia stato ritro- vato. Da esso fu tratto, eh' io sappia, nel sec. XV un solo
apografo, l'Ottoboniano 3326, e sui suoi margini scrisse alcune note nel secolo
stesso, dopo il 1465, la mano di un lettore o del proprietario. Si può conget-
turare che sia stato rinvenuto a Bologna e ivi con- frontato con L nel tempo
che questo era in possesso del bolognese Alberto Parisio; e la congettura nasce
quasi spontanea da ciò, che nel sec. XVII vi ricom- parisce presso la famiglia
bolognese dei Ruini. Infatti la nota appostavi sul f. 1 attesta che la
biblioteca Va- ticana lo comprò nel 1623 dagli eredi di LeUo Ruini, v«;scovo di
Bagnorea, morto nel 1622 (Ughelli I p. 518). La data del 1623 solleva qualche
dubbio, poiché, co- me già osservò il Bianconi (p. 210), pare che sin dal 1607
Girolamo Rossi abbia adoperato il nostro codice (cfr. Morgagni V p. 65),
citandolo come vetus codex l "aticanus: e dall'altra parte nell'
inventario dei codici Vaticani al n. 5951 si legge \'<x noiix: dierat cum
Steph, pModius praefecturam iniit. tiiinc ìiabftur, la f]ualr ri- 310 R.
SABBADINI. tarda V entrata del codice nella Vaticana di circa un secolo e mezzo,
essendo stato Stefano Evodìo Asse- mani assunto all'ufficio di bibliotecario
nel 17Ó8. L'e- nimma si spiega con due supposizioni: o che il (podice veduto
dal Rossi fosse diverso, o che il nostro codice abbia cambiato collocamento,
poiché, come ho già detto nella descrizione (pag. 301), al posto del Vatic.
5951 c'era anteriormente l'attuale Ottobon. 1553. Degli altri due venuti alla
luce nel sec. XV, 5 L, conosciamo molto meglio la storia, ma ci rimane oc-
culto il nome dello scopritore di S, che fu il primo a venir trovato, non
avendo base l'affermazione di Ve- spasiano da Bisticci [ViU di uomini illustri,
Firenze 1859, p. 421), secondo cui Poggio durante il concilio di Costanza trovò
' Cornelio Celso de medicina opora degnissima '. Molto probabilmente fu scoperto
a Siena, di dove il proprietario lo fece venire in sul principio del 1426 a
Bologna. Ivi se ne impadroni subito il Pa- normita, che ce ne lasciò una
descrizione, per quei tempi, abbastanza esatta e lo mandò a Guarino a Ve- rona,
il quale nell'ottobre dello stesso anno (1426) ne pubblicò la prima edizione
(i). Il Panormita alla metà del 1427 lasciata Bologna, intraprese un viaggio
per Roma, fermandosi alcuni mesi a Firenze. Egli portava con sé il codice di
Celso e in quell'occasione appunto gli umanisti fiorentini se ne trassero
copia. Risalgono a questo tempo quattro^ codici Laurenziani A B C N, dei quali
iV trascritto da (i) Vedi sopra p. 265; 268-70; 271; 272. 4. — CORNEUO CELSO.
3II Niccoli e C da, Antonio di Mario in data 8 luglio 1427. Che il Panormita
portasse seco Celso, non vi può es- ser dubbio, sol che poniamo mente a un
passo di una sua lettera al Lamola da Firenze del 20 settembre 1427: * Habet
tibi gratias magnas hic eruditorum homi- num grex prò Cornelio Celso tua
diligentia t u a q u e sorte denuo comperto, habiturus etiam ingentes cum et
tua opera Cornelius hic noster mutilatus, ut no- sti, curabitur complebiturque
' (i); dove le pa.role Car- neliiis hic noster affermano che il codice era
nelle mani del Panormita, e la parola mutilatus conferma che esso sia tutt'uno
con 5, il quale era difatto mutilo. La let- tera inoltre testifica un'altra
importante notizia, ed è che il Lamola aveva trovato un nuovo codice di Celso a
Milano. Il nuovo codice scoperto dal Lamola verso la metà del 1427 è identico a
L, vuoi perchè nella notizia che ne dà il Lamola a Guarino dice che in esso
oltre Cel- so erano * alia antiquissima in medicina opera ' (2), vuoi perchè
Tommaso Parentucelli nella sua lettera del 1428 parla espressamente * de
Cornelio Celso in- vento in basilica Ambrosiana ' '>V due testimonianze
<i) Baroui-Sabbarlini, Studi mi Panormita e sul Valla p. 35. (i) Cod.
Arundcl 70 1. IJ9V Scito itcm ipHum Comclium Cclsum in- tegram miraquc
niaiestntc praeditum hic torte nostra e o m p e r- t a m et una alia
aDtiqui»KÌn)a in medicina opera.... E\ Mediolano pri« die kal. iuniat (1428).
(3) In A. Travernarii ..^. .. -... , , ..:ii Mediolani fuimut ilr ' licito
Celio invento in ha»Uica Ambrosiana tnvettigavi..M Ex Bononia ' Htnii (1428].
312 R. SABBADim. che hanno perfetto riscontro con ciò che abbiamo detto (p.
293) nella descrizione di L. Il codice passò in potere di Cambio Zambeccari
(i), da cui lo ebbe anzitutto in prestito l'arcivescovo di Milano Bartolomeo
Capra, al- lora governatore di Genova sin dal 28 febbraio 1428 (2); ma già nel
corso del 1429 era tornato allo Zambec- cari in Milano (3); sicché lo potè ivi
vedere il Niccoli negli anni 1430 e 1431 quando viaggiò la Venezia e la
Lombardia per fuggir la pestilenza fiorentina; e certo in quell'occasione egli
supplì le cinque lacune del suo apografo N tratto da 5, adoperando inchiostro
quasi uguale al primo, tanto che p. es. il passo corrispon- dente alla lacuna
finale pedis sembra scritto contem- poraneamente alla copiatura originaria. A
questi sup- plementi allude il Traversari con * quod Cornelii Celsi fragmenta
scripseris pari laude prosequemur ' nella lettera al Niccoli deir8 lugUo 1431
(4). (i) n Lamola nella citata lettera: ' horum omnium (operum) dominus ac
possessor factiis est Cambius '. (2) Il Parentucelli nella lettera ricordata: '
inveni (Celsum) esse apud archiepiscopum Mediolanensem, qui tum lanuae erat '.
Per la nomina a governatore di Genova cfr. Muratori R.I.S. XVII e. 1300. (3)
Ciò si ctabilisce con la Epistol. Gali. Ili 23 (Venetiis 1553 f. 60) del
Panormita, la quale va collocata al più tardi nella prima metà del 1429, perchè
vi si allude alla rivoluzione bolognese, durata dall'agosto del 1428 all'agosto
del 1429. Ma lo scoppio di essa era ancora recente: proximi tumultus. (4) A. Traversarli
Epistolae Vili 2: Florentiae Vili iulii [1431]. Sul- la visita a Verona, a cui
qui si accenna, vedi la lettera di Poggio {Epist.lV 17) al Niccoli: Laetor
venisse te Veronam... Romae die VI ianuarii 1431. Cfr. sopra p. 3. 4. —
CORNEJJO CELSO. 313 In tal modo venne per opera del Niccoli compilato il primo
esemplare di quella redazione che io chiamo contaminata, come risultante dalle
lezioni di due co- dici, S per il testo fondamentale e L per i supplemen- ti
delle lacune. Il secondo esemplare contaminato si deve a Battista Pallavicini,
che lo compilò, non pos- siam dire ne dove ne quando, ma certamente poco dopo
il Niccoli, su un apografo di 5 e su L. Questo Pallavicini (i), nato a Cremona
(2) nel pri- mo decennio del secolo XV, studiò sotto Vittorino da Feltre e
abbracciò hi carriera ecclesiastica, ottenendo un arcidiaconato nel Piemonte,
dove visse dal 1429 al 1435; indi, sino almeno dal 1441 (3), un posto di se- U/
Scria.->cio ili lui !.. Biaucuiii o/>. cil. p. 225-226; I. Affò, Memorie
degli scrittori e letterati parmigiani II p. 242-258; C. de' Rosmini, /- dea
deWottitno precettore p. 3 17-3 19. (2) Non parmigiano, come lo vuole l'Affò,
ma cremonese fu il Palla- vicini, com'egli stesso attesta in questa
sottoscrizione del cod. Torinese DLVIII: l'iavii losephi historiographi Antiq. XX et ultimus
explicit tiber fauste feliciterque etc. per me Johann. Baptistam ex
Marchionibus Pa- lavicinis genere patriaqae Cremonensem, sed tum agentibus
fatis extor- rem et in /-ariano moram trahfntem. apud illuslrem avuncitlum suum
d. Ioannem Caleaiium Marchionem Saiutiarum dignissimum. non ex pre- mio neve
ulto optato commodo sed sui sola grata con tempia tiene per scrip- tum anno a
nativitate domini nostri Ihesu Chris ti MCCCCXXXV /e- bruarii luce suprema,
(i'asinus Cod. mss. hibl. Taurin.
II p. 126). Una quasi identica tottoscrizioue reca il De bello iudaico di
Giuseppe Flavio, finito di copiare dal Pallavicini nel cod. Parig. lat. 5060 il
7 aprile del mr<lc«imo anno 1435 (cfr. L. DcliHle Le cabinet des mss. II
414)- ^3) In ano lettera di Gabriele da Concoreggio ' ex Brixia 17 iulii 1 al
Pallavicini (jursti k preaupponto prcngo In curia pontificia (A. Z.uu;lli,
GnhrttU J,t (oticoi c'pìo, e*trattf> i\.\\VArch. stor. I.omK, lR<)<).
p. 30). 314 ^' SABBADINI. j^retario presso la curia di Eugenio IV, e da ultimo
il vescovato di Reggio nell'Emilia, che resse dal 19 ot- tobre 1444 fino alla
sua morte avvenuta il 12 maggio 1466. Si dilettò di compor versi (i), nei quali
riuscì mediocre, e di raccogliere, copiare ed emendar codi- ci, nel che rese
qualche buon servigio alle lettere. Mes- sosi insieme egli dunque un esemplare
contaminato di Celso, quello che esiste oggi nel cod Vatic. 2371, vi venne poi
a suo agio segnando note, varianti e con- getture, tanto da formarsene una
redazione per suo u- so definitiva. Nel 1465 poi senti il bisogno dì riesa-
minare L e lo chiese in prestito (2) ad Alberto Pari- sio; emendato che ebbe
con esso il Senese (S), allora diventato, non si sa per che via, dì sua
proprietà (3), per ricambiare al Parisio il beneficio, trasportò le le- zioni
di vS e alcune proprie congetture su L, con V in- tendimento e la persuasione
dì migliorarlo (4), e il (i) Ai versi citati dall'Affò si aggiungano due
distici scritti per la morte di sua nipote Lucrezia, moglie di Girol. Guarino,
nel cod. Vatic. 5133 f. 117V: Respondit (all'epitaffio composto da Girolamo) ^.
Episco- pus Reginus prò Lucretia nepte sua oUm ptentissima Hieronimo coniugi
afflictissitno. Versi suoi si leggono nel cod. di Torino lat. B 237 (già H in
6); nel cod. Ambros. V 323 sup. £. 42V; nel cod. Vatic. Barber. lat. 42 f.
284-88; nel cod. Ferrar. 175 NA 6 f. l'j; nel cod. Universit. di Bologna 2618
f. 85; in jyùa^va. Biblioth. Spenceriana, 'London 1823, 97. (2) Nella lettera
sul foglio di guardia (sopra p. 294) di /. è scritto: * quem (librum) a tua
praestantia superioribus diebus exegi '. (3) Lettera citata: * in meo codice '.
(4) lòid., parlando di L: ' etsi priscam plurimamque in figuris littera- rum
antiquitatem redoleat, mendis tamen oppletus erat et mancus. Sen- ties, quod
verum est, quum illum in raauibus acceperis, et dices maius libi a me repensum
beneficium quam tu mihi erogaveris '. 4- — CORNEUO CELSO. 315 primo dicembre
dello stesso anno (1465) glielo restituì. Della sorte toccata a S dopo morto il
Pallavicini non conosciamo nulla: esso è per noi perduto, sembra,
irreparabilmente. Meglio siamo informati sulle ulteriori vicende di L. Fino al
1447 stava ancora a Milano, ma non più in potere dello Zambeccari, sibbene del
me- dico Filippo Pellizzone, professore dipoi nello Studio di Bologna (i); alla
costui morte (2) passò nelle mani del cancelliere bolognese Alberto Parisio e
dalle sue in quelle di Stefano milanese, pure medico a Bologna, che nel 1490 lo
mandò a Firenze al Poliziano; final- mente trovò una stabile e onorata dimora
nella Lau- renziana (3). Ma ancora innanzi al 1490 L aveva fatto una ])ri- ma
comparsa a Firenze, avendolo ivi consultato Bar- tolomeo Ponzio (della Fonte)
per curare 1' fc/llio prin- ceps di Celso, uscita nel 1478. In uno infatti dei
codi- ci Riccardiani, autografi del Ponzio, il 153 f. 89, leg- \\) Scrive
traile. hileUc» l'.pist. Vcnctiis 1502 f. 43) al medico Fi- lippo Pellizzone;
Memini cum nuper, vivo divino ilio principe nostro Philippe Maria (morto nel
1447)» esses Mediolani vidìsse apud te vetu- gtihsimum quendam codicem, qui
mcdicoruni pluriutn scripta coniplccte- rctur, ut Cornciii Celsi et utriusquc
Sorani et Apuleii et Democriti et qiiarundam ctiam mulierum Ex Mediolano pridie
nona» ianuarias MCCTCXXXXVim. <2) Il Pellizzone mori «ul finire del 1450.
Neil' inventario de' «noi libri, redatto il 5 gennaio f 45 1, troviamo: Liber
Cornelii < Vocabularìum Guarini, Francincì Barbari de re uxoria, Liber de
n.nsei vntione hanitatÌH magintri Mayni .\frf)iolnt)rn<iis (Maino Miuncri
nictlico viK(onteo); dr. (ì. Biscaro it> W. XL, 191J, 219-220. ( j) M^hu^
,'V - ' ; : : : 31 6 R. SABBADINI. giamo: * Post Celsum hec erant posita in
vetusto co- dice. Ex libro primo g"eneciae nihil sumptum. Ex II ', con tre
estratti tolti appunto da /., il quale dopo il testo di Celso contiene, dal f.
155, il Liber geneciae. Il vetustus codex va pertanto identificato con Z ed è
uno dei vetusta exemplaria e Gallia conquisita procura- tigli da Francesco
Sassetti, sui quali il Fonzio condus- se V editio princeps, com'egli stesso
attesta nella dedi- ca: * Nam cum eius (Gelsi) libri pluribus essent in lo- cis
temporum iniuria mutilati atque inversi (1), vetu- stis exemplaribus tua
(Saxetti) opera e Gallia conqui- sitis in unum omnia saepius conferens in
antiquum fer- me statum redegi '. Un altro dei vetusta exemplaria portati dal
Sassetti verrebbe naturale di scorgerlo in 5; ma mi par poco probabile e in
ogni caso non si può dimostrare. Cre- do invece che sia da pensare a /^ (Laurenziano
73,4), un codice contaminato formatosi nell'Italia settentrio- nale, forse per
opera del Lamola, di su 5 e L, indi- pendentemente dai codici contaminati del
Niccoli e del Pallavicini. In F ho già avvertito (p. 302) che s'incon- trano
numerose correzioni e lezioni di mano del Fonzio {=/); ora aggiungo che quelle
lezioni derivano da Z, come risulterà da alcune poche prove che qui reco. II 31
(72, 15) nuclei pinei F; et quae tertio libro (i) Con libri mutilati avrà
voluto intendere i codici laurenziani A B C Dy che al suo tempo erano ancora
lacunosi, e con libri inversi il cod. del Niccoli (N), in cui le lacune erano
bensì colmate, ma alcune di es- se collocate fuori di posto. Probabilmente
della presenza di L approfit- tarono i Fiorentini per riempire le lacune àx A B
C D. 4- — CORNELIO CELSO. 317 hydropi enumerantur titulo decimoquinto add.
marg, f. — Questa giunta è propria di Z (F), manca in 5. VI 6, I (225, 14-15)
nam si simul et lacrima et tumor et crassa pituita coeperint, si ea pituita
lacrimae mixta est et ea lacrima calida est F, vetus exemplum aliter * et
crassa pituita lacrimae mixta est si ea la- crima calida est ' marg. f. — Il
vetus exenipliim è ap- punto Ly che omette le parole * coeperint si ea pituita
'. VI 6, I (225, 18-19) longum id sed sine periculo futurum est Z, om. S F,
add. marg. f. VI 7, I (240, 2) ei rosa Z, et rosae F, * ei rosa' habet vetus
exemplum marg. f. VI 7, I (240, 16) miscentur passi cyathi tres F^ quiathi ' et
sic semper scribit marg. /.E infatti in tutto questo passo L scrive * quiathi
', * quiatho ', sex quiathos ', * quiati ' etc. E c'è ancora di più, vale a
dire che le lezioni mar- ginedi di F discendono da Z, dopo le correzioni fatte-
vi dal Pallavicini (= /); di che ecco un j^aio di prove. VI 6, 31 (236, 18)
potest prodesse militare id quod habet 5. potest simulare id quod habet Z.,
potest si- militer prodesse id quod habet /, potest prodesse mi- litare id quod
habet /% potest simulare (sim- in ras.) in quod habet /, ' similiter prodesse '
habent iuniora exempla add. marg. f. VI 1 1 (248, 35) pirum mitium 5 L, puruni
vinum p, pirum mitium F, sunt qui legant ' puruni vinum ' marg. f. Ora siccome
le correzioni del Pallavicini su L sono della fine del 1465, cosi ne consegue
che solo dopo 3l8 R. SABBADINI. quest'anno il codice giunse a Firenze. Il
Fonzio, nato nel 1445, contava nel 1465 vent' anni e difficilmente ammetteremo
che già pensasse a un'edizione di Celso; talché considerando che nel 1469- 1
471 era tuttavia scolare a Ferrara (i), collocheremo verso il 1475 i suoi studi
celsiani e l'arrivo a P^irenze dei codici gallici. Francesco Sassetti
(1429-1491), negoziante fiorenti- no, che passò molti anni in Francia come
agente della casa Medici, col praticare intimamente gli umanisti di Firenze, in
specie il Ficino e il Fonzio, si innamorò anch'egli degli studi e cominciò a
raccogliere in Plan- cia alcuni codici, che costituirono il primo nucleo della
sua biblioteca, divenuta poi tra le più cospicue del tempo (2). Nei suoi viaggi
egli certo ebbe spesso oc- casione di fermarsi nell'Italia settentrionale e ivi
potè trovare quei codici di Celso che il Fonzio lo avrà in- caricato di cercare
sia per acquistarli, come /% sia per (i) Sulla sua dimora a Ferrara vedi C.
Marchesi, Bartolomeo della Fontey Catania 1900, 24-31. Ivi, 142-46, si parla
àeW edit. princ. di Celso. (2) Lettere edite e inedite di Filippo Sassetti
race, da E. Marcucci, Firenze 1855, p. xxxvii: * Se bene non fu (Francesco
Sassetti) uomo di lettere, si dilettò con tutto ciò di tener pratica di persone
letterate. Per il che tenne amicizia e pratica con Marsilio Ficino, Bartolomeo
Fonzio et altri litterati di quelli tempi; et aveva condotto in casa sua una
libreria de' più stimati libri latini e volgari che in quelli tempi an- dassino
in volta e la maggior parte scritti in penna '. Una buona par- te de' suoi
codici latini sono ora nella Laurenziana; di essi il 38. 23 e il 45. 14
provengono siciiramente dalla Francia; ma la stessa provenien- za si può
assegnare con molta probabilità ad altri, quali il 12. 21, il 23. 13, il 30.
IO, il 37. 6, il 47. 4, il 68. 24. 4. — CORNELIO CELSO. 3I9 Ottenerli in
prestito, come L; e poiché venivano dalla Gallia cisalpina, il Ponzio senza
scrupoli nella dedica dellV^/Vz'^ princeps li disse exemplaria e Gallia
conquisi- ta, tanto più che sui margini di F e' è qualche nota che ricorda
parole galliche, ossia italiane del setten- trione, p. es. f. 80 (III 7, 2 p.
89, 24) * Cremor, suc- cus vel lac omnium rerum, ut vulgo Galli cremma vo- cant
'; f. 8iv (III 80 p. 92, 3) * Pittacia /é'^r^', sic hodie Galli '. Senonchè la
parola Gallia, così innocente, intesa dal Poliziano e da Pier Matteo Uberti,
avversari del Fon- zio, nel significato di Francia, fu cagione che egli ve-
nisse accusato di falsità. Esiste nella biblioteca Nazio- nale di Firenze un
esemplare della editio princeps di Celso (Incunab. Magliab. C. 2. 9)
dall'Uberti collazio- nata per conto del Poliziano con Z, alla fine della quale
T Uberti appose una nota in data ' Florentiae die quarta februarii MCCCCLXXXX
*, donde traggo il seguente passo: * quem (codicem vetustum) Bononia miserat ad
illum (Politianum) Stephanus Mediolanensis excellens medicus. Erat autem is
ipse liber quem Fon- tius olim habuerat: cuius exemplo imprimenda haec
exemplaria curavit, quamvis falso dicat in epistola e- xemplaria quaedam e
Gallia Saxetti opera habuisse '. Qui raccusa di falso Sfalso dicat) è formulata
netta- mente; ma è ingiusta, come facilmente si vede alla luce dei fatti. Ed è
inoltre erronea l'altra affermazione deirUberti, che il Ponzio abbia condotto la
sua edi- zione sul solo Laurenziano (L); come è erronea la di- fesa che del
Ponzio intrapresero taluni (p. es. Mehus 3 io R. SABBADlNi'. op. cit. p. 45),
asserendo che egli non adoperasse il codice Laurenziano. La verità l'abbiamo
ristabilita noi ed è questa: che il Ponzio intende parlare della Gal- lia
cisalpina e che il suo testo non si basa sul codi- ce Laurenziano, ma su un
esemplare contaminato, cor- retto con l'aiuto del Laurenziano. E con ciò si
viene anche a dire che la sua edizione non ha nessun va- lore diplomatico,
perchè possediamo le due fonti da lui adoperate; essa ha solo qualche valore
per un cer- to numero di buoni emendamenti congetturali. Classificazione dei
codici. I codici sui quali si dovrà fondare la nuova edizio- ne critica di Celso,
sono quattro: 5 L F e il Parigino. 5 perduto viene autorevolmente sostituito da
A, che ne discende direttamente, di mano del Niccoli, il più coscenzioso dei
copisti. Tutti gli altri codici del sec. XV o discendono, qual più qual meno
direttamente, da S, o sono contaminati di S e di L. Ma come si conterrà il
futuro editore ? Piglierà il buono eclettica- mente dove lo trova o darà la
preferenza a una ca- tegoria di codici sull'altra ? Alla domanda si può ri-
spondere solo con la classificazione dei codici, che io non intendo di
stabilire qui definitivamente, mancan- domi larghe collazioni, ma solamente di
iniziare. Escludendo il Parigino, il quale per non contenere che excerpta non
può dar molto aiuto (i), mi sembra (i) Ampie notizie su di esso ha comunicato
Camillo Vitelli in Studi ital. filol, class. Vili, 1900, 450-76. 4- — CORNELIO
CELSO. 3Ìt che L e V siano figli del medesimo padre, a giudica- re dal consenso
delle lezioni e soprattutto dallo stato esteriore di essi. Intanto hanno
entrambi in comune le stesse lacune: la oportet e la ne succurrere; le altre
pro- prie di F, cioè la est etiam e la demissos, hanno origi- ne in esso per la
caduta di un quaderno e per lo sco- loramento dell'inchiostro di una colonna
dell'antigrafo. Inoltre hanno comune la trasposizione di quattro fogli nel lib.
Vili; e se alla fine L è integro e V mutilo, ciò è dovuto all'essersi
nell'archetipo perduta una car- ta o scolorito r inchiostro quando ne fu
copiato F, il quale per questo è di origine un poco posteriore a L. Meno agevole
riesce portare un giudizio sicuro su 5, che non esiste più. Però richiamo
anzitutto l'atten- zione su questo passo della descrizione del Panormita (sopra
p. 269): 'Integrum est, praeter ultimam chartam, item tris circiter medium,
quas Helencam, omni notabili infamia notatam mulierem, abscidisse autumo, ut
forte pensis coluique advolveret ', dove le parole ultimam chartam e tris
circiter medium significano due lacune, la pedis e la frictio. La lacuna pedis
era riconoscibile a prima giunta, perchè troncava il testo alla fine del co-
dice; ma come fece il Panormita a determinare ivi la caduta di una sola carta,
se non poteva conoscere l'estensione deiroi)era, mancandogli il confronto di un
altro esemplare ? Bisognava dunque che la lacuna fos- se riconoscibile e
determinabile esteriormente, cioè che si scorgesse lo strappo dell'ultima
carta, tanto più che egli lo addebita alla donna Klonca. Uguale ragiona- mento
ripetiamo per le tris chartas circiter mtdium; e K. lABBADINl, Ttsti talémù fi.
3*2 R. SABBADINI. ne deduciamo che in 5 erano, almeno in due luoghi, caduti dei
fogli e che restavano dei segni, dai quali tali cadute si potevano riconoscere.
Poniamo mente in secondo luogo alle lacune e alle corrispondenti note marginali
degli apografi di 5. Le lacune da quelli segnate sono quattro, la frictio, la
coeuntia, la malagmate e la pedis: due di più che non quelle osservate dal
Panormita, il quale in un primo rapido esame del codice non le potè avvertir
tutte. Le note marginali che con pieno consenso negli apo- grafi corrispondono
alle lacune sono due: in corrispon- denza alla lacuna frictio viene notato:
desunt in vetu- stissimo exemplari quatuor folla; in corrispondenza alla lacuna
coeuntia viene notato: desunt In vetustissimo e- xemplari duo folla. Anche qui
scorgiamo maggiore e- sattezza di calcolo che nel Panormita, poiché nella la-
cuna frictio, dove si poteva riconoscere la mancanza di quattro fogli, egli non
la riconobbe che di tre. Per la lacuna malagmate troviamo una nota marginale
con- creta nel solo codice Urbinate 1357: desunt due charte; qui forse non si
poteva calcolare il numero dei fogli caduti, ma qualche indizio esteriore ci
doveva pur es- sere, altrimenti la lacuna non sarebbe stata avvertita, come da
nessuno dei copisti fu avvertita la etlamnum, eccetto che dal Niccoli quando
confrontò il suo codice N con L. Cosi le lacune come le corrispondenti note
marginali concordando in tutti gli apografi, bisogna ammettere che esse siano
state segnate e scritte sullo stesso esemplare 5; e io non sono alieno dal
credere 4. — CORNELIO CELSO. 32^ che vadano attribuite a Guarino, il primo che
copiò e pubblicò Celso. Le cinque lacune pertanto di 5 traggono origine da esso
stesso in seguito alla caduta di alcuni suoi fogli e non sono da imputare
all'antigrafo: e di ciò abbia- mo la riconferma nella testimonianza del
Pallavicini, il quale chiama corruptissimuni exemplar il cod. S, non già per la
corruttela delle lezioni, che sono anzi da lui preferite a quelle di L, ma per
la perdita dei fogli. Simile destino del resto toccò a F, che deve la lacu- na
demissos alla caduta di un proprio quaderno e non air imperfezione
dell'antigrafo. ^Stando cosi le cose, non è arrischiato conchiudere che
originariamente 5 fosse completo. Considerando poi che tanto 5 quanto L V recano
in comune la lacuna ***, dobbiamo inferirne che di- scendessero dal medesimo
archetipo quando questo aveva già perduto un foglio. Di ciò possiamo esser
certi; e certi parimente che l'archetipo era scritto a due colonne e che da
esso derivò prima 5, indi L V: an- dare più in là sarebbe avventurarsi nel
regno della fantasia. Quanto ai rapporti tra wS" dall'una parte e L V
dall'altra, li stabihrà chi sottoporrà a rigoroso esa- me le lezioni delle due
famìglie (i); a me sembra di poter per ora affermare solo questo, che 5 con la
dì- visione sistematica della materia in capitoli, coi som- mari al princìpio
dei singoli libri e coi titoli interca- (i) I rapporti delle due famiglie tODO
itati mintitninente analissatì da 314 R- SABBADim. lati nel testo si differenzia
nettamente da L V ed ha tutto l'aspetto di una vera e propria edizione. La sua
indipendenza si manifesta sin dal titolo generale del- l'opera, il quale in L V
suona: A. Cornell Gelsi artium liber VI..,, in 5 invece (secondo che si
raccoglie dagli apografi): Artium Aurelii Cornelii Gelsi liber VI...\ dove A
urelii sarà nato o da erronea soluzione della sigla A. o da disattenta lettura
di Auli (i). *** Dovrei soggiungere ora alcuni saggi di testo; ma li tralascio,
perchè ho letto nelle Mitteilungen della casa B. G. Teubner di Lipsia (19 13,
Nr. 2, 25) che è in corso di stampa la desiderata nuova edizione critica a cura
di F. Marx. (1) Primo il Bianconi {op. cit. 117, 207) dimostrò falso il nome
Au- relius. PLAUTO Il codice Orsiniano di Plauto, (*) li medio evo conobbe una
collezione plautina di ot- to sole commedie: Amph., Asin.y Aul., Capt.., Cure,
Cas., < :st., Epid. Di queste il codice Orsiniano (ora Vatic. lat. 3870)
contiene le prime quattro, più dodici nuove, dalle Bacch. al Truc. Le prime
notizie della scoperta del cod. Orsiniano, detto cosi perchè entrò in possesso
del cardinale Gior- dano Orsini, si trovano nell'epistolario di Poggio (i). Il
26 febbraio 1429 Poggio annunzia al Niccoli la s( operta; il Niccoli attese
sino all' aprile a sentirne di meglio e sospettò che Poggio l'avesse canzonato;
Pog- mparve la prìma volta nell' opuscolo: Guarino Vironeiff // di Cebo e
Plauto^ Livorno, 1886, 43-59. (1) F. Ramorìno, Contributi alia stòria
biografica t critica di A. Btc- cadtHi, it-2i, Palermo 18H3 (estratto i\:ì\V
Àrek. stor. Sic$L)\ E. Kooig, KitriUtiitl Giordano Orsini, Freiburg in Br.
l»»()6, 87 «gg. 328 R. SABBADINI. g-io gli rispose dicendosi offeso di un
simile sospetto (i). Il 23 luglio riscrive che per il novembre s' aspettava
dalla Germania Niccolò da Treveri col Plauto (2). AIU fine di dicembre gli
annunzia 1' arrivo di Niccolò. In questa e in un'altra lettera, del 3 settembre
1430, gli riferiva essere state vane tutte le pratiche fatte presso r Orsini
per ottenere il codice. Quel Niccolò da Treveri, tutt' uno con Niccolò da Cusa
(sopra p. 2^;^), era sin dal 1426 al servizio del- l'Orsini, che in quell'anno
fu mandato ambasciatore in Germania, donde riportò altri codici (3). Ulteriori
informazioni attingiamo all' epistolario del Traversari. Scrive il Traversari
al Niccoli in data 18 novembre 1430, che s'era rivolto per lettera all'Orsini
chiedendogli il codice, ma che non ne ebbe nemme- no risposta: comincia a
credere una favola 1' affare di Plauto (4). Nel marzo 1431 gli annunzia che
rinnovò le premure presso il cardinale: ma anche questa volta (i) Lettera di
Poggio in A. Traversarii £pzs(. XXV 43: Nescio si ita me levem adhuc vidisti in
scribendo, ut coniecturare possis me lu- dendi tui gratia ad te de Plauto
scripsisse... Romae die VI maii 1429. (2) Ib. XXV 44. (3) P. e. il Tertulliano,
ora Magliabech. Conv. soppr. VI io, copiato in Germania nel 1426. Per Curzio e
Gelilo, vedi sotto p. 331 (4) A. Travers. Epist. Vili 35 Scripsi hortatu tuo
cardinali Ursino orans ut Plauti comoedias, quas apud se haberi compereram,
mitteret ad me; sed profeci nihil, nam ne rescripsit quidem. Ita spes omnis mihi sublata
videtur vererique coepi ne fabula fuerit quod tibi renuntiatum est de Plauto...
Florentiae XVIII novembris [1430]. 5- —
PLAUTO. 349 senza effetto (i). Finalmente ecco la buona novella: nel giug-no
del 1431 il codice di Plauto è giunto a Firen- ze (2): lo portò Lorenzo de'
Medici di ritorno da Ro- ma, dove era andato con l'ambasciata fiorentina a sa-
lutare il nuovo pontefice Eugenio IV; ne ci volle meno della sua finissima arte
per strappare (eripuit) dalle mani dell'indegno possessore il prezioso tesoro
(3). Qualche tempo dopo, nel 1432, quando il Niccoli tor- nato a Firenze ebbe
copiato il codice, lo prega di restituirlo all'Orsini, che glielo aveva ridomandato
(4). Ed eccoci a una terza fonte, 1' epistolario di Guari- no. Il punto di
partenza delle pratiche di Guarino per ottenere il codice Orsiniano ci è dato
da una lettera di Poggio, il quale cosi scrive al Niccoli (5): (i) Ib. Vin 36
De Plauti comoediis.... scripsi cardinali Ursino, sed l-rofeci nihil. Siamo del
marzo 1431, perchè annunzia l'assunzione al papato di Eugenio IV. (2) Ib. Vin
37 Laurentius (de Medicis) noster humanissimus nuperri- mc Roma redicns attutii
secum Plautinum illud volumen vetustissimum, quod ipsc quidem necdum vidi....
Magna arte et solertia.... ex Ursino cardinali ipse Laurentius sumpsit...
Florentiae XXIII iunii [1431]. (3> Ib. Vili 2 Aliis litteris mcìs de
Plautino codice vetustissimo.... scripsi ad te planius nihilque nccessc est
eadem rcpetere, cum Laurentii fcccrit summa diligcntia quod ante illum nemo.
Eripuit enim ex iniustis- hi mi posnessorìs indignis manibus res pretiosas
nihil ad cum pertinente s arte mirabili. Plautum necdum vidi.... Florentiae
Vili iulii (1431!. (4) Ib. Vili 41 Cardinalis Ursinus Plautum suum.... recipere
cupit. Non video qaam ob causam Plautum tili restitucre non debcan quero oiim
trantcrìpsisti. Oro ut amicissimo homini gcratui mos [circa la me* tà del
1432I. Per la data clr. F. P. Luiso, Hìordurimento dell' epis tv imo .il I.
/'raversari, Firenfc 1899, II i 'S' *'"14^:" /•>»>/.
'"" TonrIIi, IV 17- 330 R. SABBADINl. Plautum hactenus non potui
habere; nunc si possem nollem polli- ceorque libi me numqiiam amplius petiturum
a cardinali ncque lecturum illum istis tribus annis, si ultro concederetur.
Transcribitur modo dono- que mittetur duci Mediolani, qui eum per litteras
postulavit. Marchio item Ferrariensis petiit... Romae die VI ianuarii 1430 {-^
143 O- Sicché al principio del 1431 il cardinale si era ap- pigliato al partito
di farne trarre una copia per il Vi- sconti; ma intanto, come abbiamo veduto,
arrivò a Ro- ma Lorenzo de' Medici e si portò a Firenze l'archetipo. Risulta
inoltre dalla lettera di Poggio che anche il marchese di Ferrara aveva chiesto
all'Orsini il codice. Qui si allude evidentemente alla lettera scritta da Gua-
rino all'Orsini a nome di Leonello d'Este (i), la quale cade perciò senza
dubbio nell' anno 1430. Lo prega Guarino di concedere ai letterati copia del
suo Plauto, il che gli acquisterà un gran merito e nel nome di Plauto sarà
eternato anche il suo: Fac, humanissime domine quaeso, ut cum ab auctore
comoediae Plautinae dicantur, ab instauratore cognominentur Ursinae. Ma già
qualche mese prima, cioè nel maggio, Gua- rino aveva tentato di farne trarre
una copia per mez- zo del giureconsulto Zilioli, che era andato a Roma con un
incarico del marchese di Ferrara. Reco di que- sta lettera il passo che fa al
caso nostro. (i) Fez, Thesaurus^ VI, 3, pag. 164 e in molti manoscritti. 5- —
PLAUTO. 331 Guari N US ci. viro et doctiss. iurisconsulto d. Ziliolo (i). ....
Tuam moram (Romae) nonnihil diuturniorem graviusciile ferre inciperem, nisi
honor tuus et dignitas tuam consolaretur absentiam et meum de te desiderium
deliniret. Nam curri undique perferatur ad nos quam laete, quatti honorifice,
quam libenter omnibus tuus excipiatur adventus et tam magnis quam mediocribus
summo in honore sis, non possum non gra- tular! et summo gaudio affici. Accedit
et nova quaedam gandendi cau- sa; nam cum tuae rei publicae legatione fungaris,
et rei litterariae lega- tioneni suscipias opus est. Fama enim est apud dominum
Ursinum vere prioris saeculi virum prò summa eius sapientia et humanitate
singulari auctores quosdam in lucem editos esse et qui diem suum obisse
putabantur in vitam revo- catos esse. Qua ex re mens praesaga quoddam facit
augurium, quod vix audeo dicere. Oro igitur tuam vigilantiam, compater
dulcissime, ut nunc luum eriga.s ingenium, nunc vires expromas, ut eorum copiam
habeamus; prò qua quidem re nulli parcas impensae: omnem ego tibi restituam pe-
ir iam. Sed hunc in modum agendum censeo. Principio ut transcribi 1 1< i.Ls
decem (2) comoedias Plauti, quae repertae nupcr sunt, ultra eas quas habebamus
antea. Ad reperiendum autem librarium, qualiscunque habcri poterit, tibi
auxilif) erit vir ornatissimus Poggius, harum rerum strcnuus indagator. Reliqui
sunt libri quos antea inemcndatos habeba- mtts. Idcirco siquero ad exemplar
repertum emendare licerct, minus es- h€t laboris: de Q. Curtio et A. Gellio
dico, quos tnmcatos habeo et * laccros cnidclitcr ora ' (Verg. Aen. 6, 4gjO-
-^'^ ^^^ etiam duos ad nostra studia redigendo» alia quacrctur vi 1. Cum
niagnarn ex ihta legatione laudcm et patiiac fructum rcportatu- nu hìh, non
minus Icrvcn» esse dcbcbis in bisce codicibus postliminio rerocandis, quibus
universum ordincm litterarium iuvare poterìs. LucuUo non parva pracdicatio
accessit quod ad Italos ex Ccrasuntc Ponti urbe poma rlctutit, quac cerasa
vocata, ex ipso quoque Luculliana sunt ap- I ) Cod. Estense 57 f. . . y.....,.^
^. ...._ ,1. ... 33' R. SABBADINI. pellata et in dies auctoris nomen
illustrant. Quid tibi debebimus ! qua laude tollemus ad sidera ! quotiens
Ziliolum legemus in Plauto ! Unum memineris oro, ut si transcribi feceris, ad
exemplar corrigaatur. Vale; viro magno et excelsi animi d. Dominico de
Capranica singulari quodam verborum ordine me totum ex animo commenda. Phirimam salu- tem die a me d.
Poggio et d. Cincio, viris doctis et ornatissimis. Com- missum denuo me facito
reverendissimis patribus et dominis de Ursinis et de S. Cruce. Vale iterum, dulcissime compater et spes mea
fidissima. Ex Ferraria XIII maii [1430]. Esìste poi anche la supplica di
Lodovico Ferrari, un nipote di Guarino, dalla quale trascrivo alcuni periodi.
Ludovicus Estensis Ferrarius ad Cardmalem Ursinum or atto (i) Omnes homines,
reverendissime pater et domine, qui per humanitatis studia versantur et
litterarum fructu velut immortalium deorum nectare et ambrosia, sicut poetae
dicerent, pascuntur, non stomachari et gravi- ter non angi animo non possunt,
cum ad Plautinos (2) versus lectitan- dos comoediasque exesas depascendas
animos (3) appulerint; in quibus etenim (4) legendis cum verborum tanta
exornatio, latinae linguae pro- prietas observetur (5), sententiarum harmonia
et antiquitatis lepos accu- mulatus percipiatur, operis lucubrati, quampluribus
vigiliis elaborati, ar- te summa contexti iacturam maximi damnant, ingenti
molestia atque a- nimi acerbltate afficiuntur. Ceterum, pater insignis et
admirande domine, hoc tempore omnibus es solatio solusque tunctos esse bono
animo iubes, ut cum hactenus apud alios Plautus comicus scriptorum negligentia
vi- (1) Titolo erroneo; non è orazione, ma lettera. Cod. Vindobon. 3330 f. 166.
(2) plantonnis cod. (3) exosas animas depascendas cod. (4) etiam cod. (5)
observata cocU 5. — PLAUTO. 333 tara cura morte coromutarit, apud te perinde ac
diligentiae parentem ac studiorum fautorem raortem cum vita permutarit. Ex
tenebris enim iam- dudum involutus apud te omnis beneficentiae refugium emicat,
cuius ope et opera noster restinguatur (i) arder et haustu Plautino sedetur
arida sitis: quod te factiirum profecto compertum habeatiir.... Quantum
iuvenili aetate florentibus lectio (2) Plautina sit conducibi- lis, in primis
animadvertamus; tum vero iocunditatem, postremo officium cum laude
considerabimus. Nam cum diversa studiorum genera sint, quorum sententiis ac
auctoritate scriptorum in hoc vitae curriculo opti- me iuventus sibi moderari
possint, apprime huius auctoris comoedias ipsis conducere posse arbitror, cum
non solum doctrinae praeceptis at- quc institutis bene vivendi normam consequi
poterunt, verum etiam ad suos mores rite componendos multorum hominum ritus
velutì ante ocu- los speculum contemplabuntur; ex quibus imaginibus piane percipient
' quid deceat, quid non, quo virtus, quo ferat error ' C3) Hor. ad Pis. 308).
Hunc in modum Spartanos suos instruxisse liberos rerum (4) veteres tradidere
scriptores; post enim verborum documenta, servos temulentos, mente alienatos et
eos, quorum per ebrietatem ncque pes ncque mena ncque manus suum satis officium
faceret, pueris proponebaut (5) ut ab eis, sicut e speculo, dedecore similiquc
vitio quam maxime abborrcrent. Quanta praeterea est illis studiosis hominibus
voluptas, cum suppedite- tur unde animos legende demulceant, quippe a
gravioribus studiis et cura se remittentes ad lepidissimos diversi generis
hominum sermone» velut ad diversoriam sane confugient, quorum primus noster
omnium Plautus confcrtissimus est. Cui diversorio vel litterarum potius
gymnasio suppeditare (6) otium cum usuvencrit, mirificos voluptatis flores sane
'lecerpent, cum nonnallos homines vario colloquionim genere contenden- tes
aspicient, facetiamm snavitas aurìbus applaudet et quomplurima eli- restringa!
eod, (3) lectio florentibus cod. (3) quid VirtaS qui') ""'i niiidnnf
ilnrit niiM ffr.iflir prror eoJ, (4) verum cod. (5) preponebant <oJ. (6)
luppeditate cod. 334 *• SAtìBADiKr. cientur ( i ) elogia. Quibus in rebus sic
tibi omnes gratas gratias habebunt, ut non minus te in Plauto quaro Plautum in
te cum tui recordatione lecturi sint Valeat tua paternitas. Ex Ferraria kal.
iulii [1430]. Ma le pratiche dell'anno 1430 rimasero infruttuose anche per
Guarino; a buon porto approdarono invece quelle del 1431 e 1432. A questo proposito
reco un passo di una lettera del Panormita, indirizzata a Fran- cesco
(Barbavara): Solco dicere quod et verum est: me expectare Plautum illum vetu-
state venerabilem atque emendatissimum, quem iamdudum accepimus pervenisse in
manus apostoli Ursini et nunc esse apud Nicholaum Ni- cholum, deinde ad
Guarinum perventurum, postea ad me Guarini bene- ficio... (2). [Pavia estate
del 1432]. Di qui si scorge che il codice, che sin dalla seconda metà del 1431
stava a Firenze, sarebbe stato trasmes- so a Guarino a Ferrara. Non ci è dubbio
dunque che Guarino 1' ebbe nel 1432. Ma l'archetipo o un apografo? Proprio
l'arche- tipo. Ecco come Guarino ne dà l'annunzio al suo pa- rente ed amico
Giovanni da Spilimbergo, allora pro- fessore a Cividale. (i) eligentur cod. (2)
Pubblicata per intero da R. Sabbadini, Ottanta lettere inedite del Fanormita,
Catania 19 io, 135. PLAUTO. 33g Guarinus Verone^isis loaiini Spilimbergensi s.
(i) Habeo quod tibi nuntiatura pergratum futurum puto prò tuo in mu- sas amore.
Nuper allatae mihi sunt uonnullae Plauti comoediae in co- dice pervetusto,
quarum nomina tibi mitto. Ad earum esemplar quasdam emendo; reli«iuas autem
quarum copiam nuUam habebamus, exscribi fa- cio. Tu contra siquid habes quod
invicem niinties in re litteraria quasi ad antidoron, fac me participem. Vale
et Bartholomaeam uxorem mode- stissimam salverò a me iube; Tadeamque (2) tibi
caram facio. Ex Ferraria XI kal. octobres [1432]. Eruditissimo viro magistro
IOANNI DE SPILIMBERGO affini meo dilectissimo CIVIDATI. L'avviso della venuta
del codice era stato dato a Guarino da Leonello, al quale egli manda una
lettera piena di entusiastici ringraziamenti, facendogli merito di aver
nientemeno che ridonato Plauto alla vita (3). . Tuae itaque magniGcentiae
immensas gratias habeo et proinde tuac illustri personae totum me trado et sic
trado, ut me prò tuo uta- ri& arbitratu. Maiorcs tibi grates in dics dicent
studiosi homines et cun- ctu-s littcratorum ordo. Nam omnes intelliguut Plautum
facetissimum poetam virumque doctissimum quasi quoddam venerabile vetustatis
ex- emplar tua opera et interventu ex tencbris ad lucem, ex antris ad gym-
nasia, ex morte ad vitam revocatum esse.... Ferrariae XV kal. sextiles [1432].
(t) Cod. Goarneriano di S. Daniele del Friuli 140 i (2) Moglie di Guarino;
camque cod. (3) Pk/., Tktsnurus. VI, 3. pag. 162 e in molti manoicritti. 336 R.
SABBADlNi. Guarino pertanto, che possedeva già una copia delle otto commedie,
note prima della scoperta dell' esem- plare Orsiniano, si fece trascrivere da
esso sole le do- dici nuove e corresse sul suo apografo le altre quattro,
perchè il codice Orsiniano, come ho avvertito, ne con- teneva sedici. Al testo
delle otto commedie Guarino aveva prece- dentemente rivolta la propria
attenzione. Nelle lettere agli amici alludeva volentieri a Plauto. Cosi
scriveva al Capra arcivescovo di Milano (i): Hic ipse Franciscus (Brenzonianus)
dulcissimus amoris tui legatus cura longos tecum habitos ab se et secum abs te
sermones recensuisset, ita me tuae praesentem dignitati fecit, ut vere Plautinus
ille factus sim Euclio: nam, ut ille inquit, * egomet sum hic, animus tecum est
' {AuL 178)... [Verona 1427]. E a Galasio Avogaro (2): Quas ad res si quid
obscuritatis impediat, commendo ut lucem inqui- ras, ad quam tibi praestandam
si tibi censebor idoneus, curam operam- que meam tibi libens impertiam, an
recte et prò desiderio tuo tu ipse iudicabis, modo ne sim Plautinus ille
Sosias, qui obscuram tibi lucem suppeditem dum Volcanum in cornu conclusum
geram (Am/>A. 341) [Ferrara 1431 circa]. Ricordava poi spesso il Plautino
incordies della Cist. 109, dove le edizioni moderne leggono tnihi cordi es. (i)
Cod. Riccard. 779 f. 131. (2) Cod. Vindob. 3330 f. 172. 5. — PLAUTO. 337 E
mandava ai corrispondenti copia delle commedie: p. e. a Tommaso Fano (i). Vereor
nanque ne propterea ingratus appaream, quia gratias non re- fero. Quod autem
magnas tibi bene habeam, testis erit optimus Plautus iste, quem tibi hospitem
ac domesticum facio et in aere tuo, modo ne parva repudies animi ingentis ac
tibi deditissimi munuscula. Ipsus ede- pol, si hominem rogare coeperis, quam
maxima in te mens siet, certio- rem reddet [Ferrara 1431 circa]. Inoltre
attendeva ad emendarne il testo, come si rileva da tre lettere indirizzate a
Giacomo Ziliolo, con- sigliere del marchese di Ferrara: De transcribendo Plauto
iam institutum est; et profecto, ni fallor, spe- ciosuro et minas depravatum
habebis volumen. Nam m u 1 1 i s in 1 o- cis emendavi nec sine ratione et
auctoritate veterum.... Ex Vero- na ni augusti [1426] (2). Plautus tibi transcribitur, opus
meo quidem animo futurum pcrpul- chrum et accurate exaratum et litteranim facie
et voluminis dignitate.... Veronae 18 augusti (3) [1426]. Absolvit librarius
noster Plautum, quem ut videbis commendabis et bene positam operam et impensam
dices, operìs ipsius elegantia Ex Verona mi kal. novembres (4) [1426]. Sicché uno dei primi o meglio il primo che pose mano
a un emendamento di Plauto hi Guarino, avanti (l) Cod. Monac. lat. 504 f.
ii,>, ... i:i.iv#.m #11 Pmloya ia6i f. 33. (a) Cod. Estense 57 f. 37. (3)
G)d. E«t. 57 f. 46V. (4) Cod. Eit. 57 f. 69V. R. Sabbadini, Tati iatémé, a a.
338 R. SABBADINl. che il Panormita iniziasse il suo commento a Pavia (i). Però
a un vero commento Guarino non pensò mai: si limitava a semplici note nella
lettura giornaliera. Sus- sidi per la lettura di Plauto non esistevano allora,
se si eccettui una raccolta di excerpta. Ecco infatti che cosa risponde Guarino
a Giovanni da Spilimbergo (2): Ad Plautum venio, ad ciiius lectionem luillum
mihi adiumentum adest, deum tester et angelos sanctos eius, nisi quantum
quotidiana lectio spar- fiim suggerit. Quod si adesset, volitare in manus tuas
facerem e vestigio: adeo gratum esset tuae morem voluntati gerere prò mea in te
singulari dilectione et affinitate et communis patris respectu. Nonnulla tamen
re- periuntur vocabula ex eo excerpta, quae penes virum suavem et ami- cum
utrique lohannem Laudensem (3) sunt.... Ex Ferrarla Vili kal. septembris
[1432]. Ritengo che alluda agli excerpta di Gasparino Bar- zizza, che son contenuti
nel codice Ambrosiano Z 55 sup. del secolo XTV-XV, con la sottoscrizione:
Plauti Asinii poete clarissimi dieta lectiora octo comediarum fe- (1) .Scriveva
Giovanni da Spilimbergo nel 1430-31 a Guarino (cod. Guamer. 247 p. 471): Sunt
nonnulli qui me iamdiu non tam adhortentur quam pene urgeant, ut octo illas
Plauti comoedias legerem, quibus publice exponendis tu apud nostros primus et
cum laude puctor extitisti. Il commento del Panormita non fu ne compiuto né
pubblicato. R. Valentini {Rendiconti della r. Accad. dii Lincei XVI, 1907,
477-90) si illuse d'averlo scoperto nel cod. Vatic. 271 1. Quell'anonimo
commentatore adopera Donato in Terentium: è perciò da collocare dopo il 1433
(sopra p. 214). (2) Cod. Guameriano 96 f. I26v. (3) In una silloge di poesie
volgari della metà press'a poco del sec. XV comparisce un sonetto col titolo:
d. lo. Land. (A. Cinquini Nozze Pi' £ ardi- Valli, Roma 1907, 18). Sarà il
medesimo personaggio? 5. — PLAUTO. 339 liciter expliciuìity delecta per
magistriiìn Gasparinum Per- gamensem (i). Tracce dell'operosità guariniana su
Plau- to conservano il cod. Vatic. 1631 e il cod. Harleian 2454 (2). **♦
Ritorniamo al codice Orsiniano. Guarino aveva pro- messo al Panormita di
mandargli il proprio apografo delle nuove commedie: e glielo mandò
effettivamente nella seconda metà del 1432. Ma nel 1434, tra il gen- naio e il
febbraio, il Panormita abbandonò improvvi- samente Pavia, portandosi seco
l'apografo guariniano. Di ciò Guarino mosse aspre lagnanze scrivendo agli amici
di Pavia: Luchino Belbello e Catone Sacco. Luchinus Guarino patri s. (3) ....
Affecerunt he (litterae) quidem me summa ac singulari tristitia, cura ob
maximum dolorem quera in dies pateris de tam diuturno silen- tio ad te Ludovici
(Ferrari) nepotis, tum vel tuarum Plauti comediarum amissione. Quibus rebus satis superque
memorie mandatis non doleo te» cum sed cxcrucior, non excrucìor sed pereo
funditus. Dii etiam mulctent
atque puniant, qui huiusce nostri angoris ac sollicitudinis partes sunt. Turpe
enim et odiosum genus est, quicum scmper coniunctissime et a- mantissime
vixerunt, quicquam accrbitatis animo allatum in. Quod au» tem a me petis de
Panormita an rcditurus abicrit, non te certiorem faciam, quom ipsc ncsciam de
talium opinione indicare: que quidero I) Cfr. R. Sabbadini in Gwrfi. stor. Ittt. ital. 46, 74-75. 1) F. Ritichclii Opusc. phibl.
II 229; R. Sabbadini La scuola t gli studi di Guarino 92. (3) Cod. Parig. lat.
7059 f. 24; cod. Fcrrarcto 133 NA 5 f. 2. Due altre lettere scambiate
precedentemente fra Guarino e Luchino si son perdute. 34<* ^' SAfiBADlNI.
qxialis sit, non dicam; balbus (i) enim sum. Omnem sane is suppellec- tilem
suam bibliothecamque secum traduxit; rediturum tamen se vulgo dixit; puto
autem, ut superioribus ad te meis intellexisti, kalendis grecis.. Ex Ticino
Xini martii [1434], sequenti die post tuarum oblationem. Guarinus Luchino
Belbello sai. (2). Tu non parvas
spargis querellas quod nullas a me acceperis et recte. Nam cum ' amantes non
longe a caro corpore abesse velint ' {Catull. 66, 31-32), solis possunt
praeseutes fieri litteris. Sed istas querellas in tabellarios evomas, vel
adiuvante me, facito, qui quasi hostes amicitia- rum sunt et quibus omnes
benivolentiae professores bellum indicere de- buissent. Verum enimvero quom
tuis ex litteris commonefactus essem olim te Mantuae domicilium habere, eo meas
superiores dimisi. Itaque male de me suspicari desine et salvo et inconcusso
amore nostro culpam in meritos reice. Tuam in me dilectionem ac diligentiam
aperis cum alias tum de ipso Sallustio, quem et olim ad me misisti et deinde
missurus eras, nisi Pa- normita intercepisset, cuius materiae mentio me
singulari afficit tristitia. Nam cum eum kalendis graecis rediturum dicas et is
Plauti comoedias novìssime repertas a me abstulerit eì commodatas, quo in
maerore ago vitara cogitabis. Tu igitur me certiorem facito prorsusne
irrediturus a- bierit; quod si est, perii funditus. Utinam * mors fera quae
cuncta ra- pit ' et Panormitam rapuisset, ne meas raperet comoedias. Mortiferos
illos Vegii (3) versus contemplatus sum, in quibus cum mortales sententias, tum
vero idem propositum ad tam diversa concin- natum non mirati non potui:
imraortalitate dignum ingenium. (i)
Allude al proprio cognome B albe Ilo (Belbello). (2) Cod. Parig. lat. 7059 f.
24; cod. Riccard. 924 f. 188. (3) Intende l'elegia del Vegio in versi
serpentini che comincia: Mors fera cuncta rapit non est lex certior ulla: una
variazione del Vado mori medievale. Pubblicata da L. Raffaele, Maffeo Vegio.
Elenco delle opere. Scritti inediti. Bologna 1909, 209-212. Sul Vado mori cfr.
R. Sabba- dini Da codici, òraidensif Milano 1908, 13-14. 5- — PLAUTO. 341 His inclusas
mittas oro vel tuis expensis, ut de nepote meo Ludovi- co (Ferrari) amantissimo
quicquam discam, cuius litteras iamdudum fru- stra expecto. Confer hoc in me singulare beneficium. Vale et Vegio
meo me commenda et Catoni (Sacco) viris insignibus et optimo viro domi- no
Ioanni Alexandrino. Ferrariae V kal. [apriles 1434]. Nullus hic prorsus librarius reperitur,
quo fit ut tuis votis tardus vi- dear. Guarinus
Veroncnsis ci. v. Catoni Sacco sai. pi. d. (i). Habeo, ah quid dixi habeo ?
habui, volui dicere, Plauti vo- lumen, novis refertum comoediis, hoc est quas
dudum sepultas revivisce- re vidit hacc aetas. Eas a me petiit iam biennio
Antonius Panormita, ut excribi faceret. Hominem audio irrediturum abiisse, quod
me cruciat si secum irredituras detulit comoedias. Quidam autem singiilaris
huma- nitatis homo, ut fama est, Thomas (Tebaldi) cognomento Ergoteles (2) cius
rei haud ignarus esse debet. Te igitur per integritatem tuam, per amorem, per
benivolentiam mutuam obtestor oro et obsecro, ut in re- parandis comoediis meis
studium curamque tuo more adhibeas, ne simul cum homine codicem amittam.... Kx Fcrraria XII novembris [1434]. Queste pratiche non
sortirono nessun effetto. Cio- nonostante Guarino non tralasciò di scrivere e
far scri- vere; anzi nella primavera del 1436, quando il Panor- mita fu dal re
di Napoli mandato anìbasciatore a Fi- renze (3), gli rinnovò la domanda di
restituzione per mezzo di messaggeri. Sempre inutilmente. Allora Tan- (1) Cod.
Parig. lai. 7059 f. 44; cod. Ferrare«« 133 NA 5 f. 4. (a) L*
rt"^"'" iiitii.w. i\,-\ l'iiu.rn.if » «-.f .V ti •ilb.ri ri|
u..rvi»i<. .\r\ VJ- •conti. (3) R. biibbiuliui in Guirn. star, UlUr, ttal,
28, 34Ì. 342 R. SABBADINI. no seguente (1437) ricorse ai buoni uffici di Guinif
or- te Barzizza, che gli poteva giovare per le relazioni che aveva con la corte
dì Napoli. Di ciò siamo informati dalle tre seguenti lettere: Guarinus
Veronensis Guinif orto Barzizio sai. (i) .... Erat superiori tempore in urbe
Papiae quidam nobilis vir An- tonius Panormita . . . Is igitur a me per
litteras petiit accommodandum «ibi Plauti volumen, in quo erant comoediae omnes
nuper in lucem re- vocatae. Has ut fingebat transcribi cupiebat. Liberaliter
igitur misso ad eum volumiue, quod et triennio tenuit, postremo cum librum cura
sin- gulari quadam gratianim actione mihi referendum expectarem, is vel fu-
giens vel fugatus meum secum, me invito et reclamante, Plautum inter- ceptiim
asportavit . . . lam intelligere te puto quid ex te cupio: ut li- brum
recuperare tua opera valeam... Ex Ferraria VII kal. octobris [1437].
Guinifortus Barzizius Guarino Veronensi rhetorl praestantissimo ^. (2) ....
Operam enim meam apud serenissimum regem Aragonum de- sideras.... Hoc revocandi
ad nos Plauti munus quod mihi imponis ado- riar.... Nihil ad maiestatem regiam
in praesentiarum scribam, quoniam id sine alterius dispendio ac dedecore non
fieret. Agam autem litteris apud clarissimum utriusque iuris consultum lacobum
Peregri regium senatorem ac vicecancellarium.... Ex Mediolano nonis octobris
MCCCCXXXVII. (i) Cod. Ambros. O 159 sup. f. 37. (2) Cod. Ambros. O 159 sup. f.
37 v. 33r. PLAUTO. 343 Guariniis Verattensis Guiniforto Barzlzio sai. (i) ....
Ad interceptum mihi Plautum venio, quanquam magis eum ad me venire decuit: tot
per annos eum ab iniquo possessore per meas per amicorum litteras repetere non
destiti; nec defuere nuntii coram postu- lantes, eum posteriori tempore (1436)
Florentiam ab serenissimo rege missus est, quo tempore et librum referre
potuit, nisi suum potius quam nostrum et dici et esse maluisset... Supra
quinquennium codicem usur- pavit bonus iste vir... Cum autem omnes spei viae
destituissent (2), una reliqua offerebatur, ut ad regem ipsum inclytum
scriberem. Quod ut fa- cerem tardius causa fuit, quia cursus meis ad eius
maiestatem litteris non apparebat; simul quia primos ad eum aditus ab onere
potius quam ab iocunditate auspicari subverebar.... Ex Ferraria V kal.
novembris [1437]. Ma nemmeno le premure di Guiniforte approdarono a nulla:
tanto che Guarino colta la prima favorevole occasione si rivolse direttamente
al re Alfonso. Guarinus Veronensis sai. pi. d. serenissimo Alphofiso regi
Aragonum (3) ... Ilaec autcm cum prò mca humilitatc tuac maicstati libens of-
frram, peto ab» tua scrcnitatc non prò mea quidcm causa, sed prò tua
professione raercctlcm, non arma, non equos, non vasa pretiosa, sed u- nius
Itberationem captivi, qui oliiQ cz mea familia, cum sit ingentu sin- gulari, doctrina
cximia, Kcriptis eloquentissimis honorandus, indignus est qui scr\'ìat et
priori invitu» privctur domino. \f, est l'Iautus latinac lin- guac decuf, quetn cum v.
ci. Antonio Panormitac rogatus anno iam le-
(\) 0)d. Ambro*. O i , .. ,_ ' 2) dettiduent cod. (3) Cod. Monac. lat. 78 f.
84; cod. guerin. di Brcfcia C VH 8 L 57. 344 R* SABBADINI. ptimo commodassem,
ille meum centra fas fidemque poetam usurpit et poscentem me ludificatur. Sit
ergo huius epistolae qualiscunque illud mihi a serenitate tua pretiiim, si meas
de te laudes non abhorreas, ut tuo iussu Plautus meus tam longam servitutem
serviens ad me ex tam diuturno remeet tandem postliminio, ut regiae maiestatis
opera tuus vo- cari libertus mereatur.... E Ferraria kalendis octobribus 1442.
Una seconda volta fece premura al re Alfonso nel- roccasione che andava a
Napoli il conte Giovanni Campinassi. Guarinus Verotiensis sereniss. regi
Aragonmn sai. pi. d.{\) .... Reliquum erat ut, ad studiorum meorum
quantulacunque sint opera et solatium, tuam invocem vai humanitatem vai
saveritatem. At enim quid sit, planius et opportunius coram explicabit
magnificus Cam- pinassi Comes Johannes, quo legato et patrono apud te utuntur
Plauti- nae musae; ut illae tuo patrocinio postliminii iura consequantur.
Veduto che nemmeno la seconda pratica presso il re sorti 1' effetto desiderato,
Guarino smise il broncio col Panormita e scrisse a lui questa bellissima
lettera tra il burbero e l'affettuoso. L'amicizia dei due umani- sti era stata
delle più sincere ed entusiastiche e non doveva essere a lungo pregiudicata da
questo inci- dente. (i) Cod. Berlin,
lat. 4«. 226 f. 29; cod. di Wolfenbiittel Aug. 2^ 83. 25 f- 92. 5. — PLAUTO.
345 Sapienti et eruditissimo viro d. Antanio Panormitae amico praecipuo
Guarinus Veronensis sai. pi. d. {i) Etsi parum apud te meas in re mea preces et
amorem pristinam va- luisse sim eipertus, tanien in aliena novas adhibere
preces constitui idque facio vel eo Consilio, ut tuo prospiciam honori. Nam si roganti amico defuero, vereor ne fama vulgetur
te mei odium cepisse, qui tibi fui quondam carissimus. Id vero quantum ad vitae
constantiam hominisque gravitatem pertineat quis non videt ? Rem itaque
Federici Veronensis conterranei mei tibi intime commendo sic ut testis sit tuae
de me vo- luntatis non mutatae. Cui si operam tuam ac diligens studium adhibue-
ris, ut prius amicis solebas, laetabor mihi tibique congratulabor; sin ne-
glexeris contra ingenium tuum liberalitatemque naturae, non falso pu- tasse me
testimonium facies. Hac in re si amico meo studioque meo morem gesseris, audebo
et me tibi commendare, ut Plautum postliminio tam longo redire suos ad penates
iubeas, ne illum, qui amico quondam animo commodatus erat, inimica usurpes
ininrìa, et quae amicorum communia esse debent, pro- pria subreptaquc fiant. Si
eum remittere tandem statueris, isti Federico credere poteris, qui salvum ad me
mittet aut rcportabit. Id facias oro et Guarinum tibi qui olim fuit eundem velis et in posterum
fieri, quod utrique honorem pariet. Vale et quam tibi cams sim et libro remitten-
do et amico bene tractando demonstres oro. E Ferraria VTII dccembris 1442. Finalrp'*'"' 'lei 1445 ritornò a Forrara 1'
apo^Tafo plautiiK;. ( I) ( u,\. v.iUc. 3J72 I. i. 346 R. SABBADINI.
Eruditissimo et ingenii florentis vati ci. Antonio PanormitcB amico intimo
Guarinus Veronensis sai. pi. d.{\) Vix explicare calamo possem quam laetus
extiterit Augustini viri sa- ne primarii reditus, cum aliis de causis, tum quia
salutis tuae ac fortu- nae optatum attulerit nuntium... Accedit quod, ut tua,
prò amicitiae nostrae iure, communia esse de- clares, Plautum eidem ad me
deferendum dederis, in quo autem perle- gendo sic nostram recreo et instauro
memoriam, ut non sine te ipsius poetae lectio suscipi possit. Ut etiam cetera
inter nos participentur, tuum erit, siquid habes ex bisce studiis aut eximium
natum vel resurgeiis quod ad tuas pervenerit manus, me quoque voces in partem,
vel prisco te invitante proverbio tà tcov qjiÀcov xoivd. Musae nanque, ut scis, ho-
spitales sunt et munificae. Vale et ut soles me ama. Ex Ferrarla nonis maiis [1445]. Quando il Panormita
nel principio del 1434 lasciò Pavia, andò direttamente a Palermo presso il re
Al- fonso; e di là con lui si trasferi sul continente senza avere il tempo di
prender seco i suoi libri. Cosi T a- po^rafo guariniano di Plauto restò a
Palermo, dove al Beccadelli non si presentò occasione di ritornare che molti
anni dopo, vale a dire nella seconda metà del 1444. Infatti in una lettera (2),
che è posteriore all'aprile del 1444 (3), egli scrive: profectio mea Pa- normum
adhuc suspenditur. Ma poco dipoi s' accin- geva alla partenza: Ego in
praesentia Caietae ago, brevi fortassis bona cum regis venia Panormium pe- (i)
Cod. Vatic. 3372 f. I. (2) Camp. 30. (3) R. Sabbadini, Biografia di G. Aurispa
92; cfr. 85. 5. — PLAUTO. 347 titurus statimque rediturus (i). E la gita si
potè final- mente effettuare (2). Reduce da Palermo, consegnò il Plauto ad
Ag*o- stino Villa, che al principio di maggio del 1445, come s* é veduto, lo
recapitò a Guarino. *** Compiuta l'esposizione delle peripezie corse dal co-
dice guariniano, esaminiamo una lettera del Panormita che vi si riferisce:
Antonius Panormita lohanni Feruffino iuriscansulto sai. pi. d. (3). Is
(Ludovicus Ferrarius) causa est omnis contractiunculae Goarìni viri constantissimi
centra me. Cum enim sua omnis culpa et levitas sit, in me reiecit crimen
Ludovicus; siquidem abeunti mihi atque addubitanti mecum deferre Guarini
codicem, suasit iussit perpulit voluit ut deferrem illum, omnino recipiens in
se Guarini avunculi onus; iramo contradicenti mihi respondit: si moleste tandem
id laturus est Guarinus, quod nequaquam putes, bisce meis digitis exscribam
illi longe pulchrio- rcm Plautum ac pretiosiorem. Adsensi tandem, ut de Ludovico
ntique ^<*nrmeritus... Me Genuam usque Ludovicus comitatus est. Me vero a-
cuntc et ab oculis cius semoto, vide obsecro quid fecerit autquid potius
ir>n fecerit^ non me modo non excusavit sed incusavit, nec se id fecisse
sc<l me criminatus est; in me traiistulit culpam, in me poenam, hoc est
Guarini indi^^nationem, omnia mihi promissa mentitus. Ego vero id fore
prospicicns, ut primnm licuit librtim transcribi curavi, suum Guarino se-
poncn», quem cum ìnvcnissem qui deferre non gravaretur, domino rcstituc- rcm. ("um vero Florcntiam me contuli regi» Ic^ntus,
ideo lilirum ipse mc- (1) Beccatelli Epùt. Camp. 21. (a) Camp. 38. Anche V.
Laurenza, // Panormita a Nopciit Napoli 1913 p. 13, colloca quest'andata a
Palermo nella gcconda metà del 1444. (3) Gali. IV, 5, VcnctJii 1553 f. 73;
collawonnU col cod. Vatic. 3371 '. 1 1 IV, aatografo. 348 R. SABBADINI. cum non
attuli, quod Panormi liber erat, non Caietae, unde (i) subito pro- ficisci mihi
fuit necesse principis mei iussu. Iniustam ubi primum libri huius querimoniam
accepi, statìm per epistolam Guarino me excusavi iisdem fere verbis quibus nunc
me purgo, compater, apud te. Litteras ad Guarinum dedimus Scipioni Ferrariensi
utriusque nostrum amantis- simo, nunc ut audio pontifici Mutinensi (2). Is
reddiderit necne mihi satis incertum est; nam Guarinus super hac re nunquam
mihi aut scripsit aliquid nec respondit, subiratus, ut arbitror. Sed quid ultra
immoror ? Consignavimus librum Hieronymo Senensi Philippi ducis nuntio ad Al-
phonsum tibi, ut admones, deferendum, quo Guarino tutius certiusque reddatur.
Interim Guarinum virum humanissimum mihi reconciliabis, quern nisi plus quam
oculos meos amo, dii mihi oculos exturbent. Uxor mea Philippa commater tua
pulchre valet, gravida iam septem mensibus. Cum pariet quidve pariet, statim
tibi et Ergeteli significabitur.... [Napoli 1443]. La lettera, per quel che si
riferisce a Guarino, è un tessuto di menzogne. Essa è inserita tra le Epist.
Gali. che vanno fino ai primi dell'anno 1434, mentre appar- tiene alle
Campanae: nel qual proposito basterà ricor- dare che il viagg-io diplomatico
del Panormita a Firenze ebbe luogo nella primavera del 1436 e che il 30 ottobre
di quell'anno medesimo fu creato vescovo di Modena Scipione Mainenti. Ma l'anno
della lettera è il 1443, poiché appunto nel 1443 di febbraio fu mandato dal
Visconti ambasciatore a Napoli Girolamo da Siena (3). La stessa data si
dimostra per altra via. Il Panor- mita parla del prossimo parto della moghe
Filippa, incinta di sette mesi. Il parto non può essere avvenuto che nel corso
dell'anno 1443 e più precisamente entro la prima metà; e deve aver cagionato la
morte di Fi- (i) S' intende da Palermo. {2) Scipione de' Mainenti fu fatto
vescovo di Modena il 30 ottobre 1436. (3) Osio, Documenti diplomatici III, 282.
5- — PLAUTO. 349 lippa, se consideriamo che il Panormita verso la metà dell'
anno seguente parlava di ripigliar moglie. Infatti egli scrive all'Aurispa:
Binis tuis nunc litteris respon- deo, breviter quidem et tumultuarie ut qui
rebus pu- blicis, hoc est regiis, rebusque privatis, hoc est uxo- ri i s
obstrictus; e l'Aurispa al re Alfonso, scherzando sulle pratiche per il nuovo
matrimonio: Vale tu felici- ter et d. Antonium Panormitam suavem poetam com-
mendatum habe et sibi aut fingenti uxorem velie aut insani enti subveni. Le due
lettere cadono nell'an- no 1444, certamente dopo l'aprile (i). Queste
trattative del Panormita condussero al suo matrimonio con Laura Arcellio,
celebrato approssimativamente nella seconda metà del 1446 (sopra p. 200). Ora è
chiaro che tali ne- goziazioni presuppongono la morte della precedente moglie
Filippa al più tardi nell'anno 1443 (2). Dimostrato che la lettera va assegnata
al 1443, è una sfacciata menzogna che in quell' anno il Panor- mita abbia
mandato a Guarino il codice, che stava ancora a Palermo. E menzogna è parimente
che U (1) R. Sabbadini, Biogrnjia di G. Aurispa 92; 95. (2) Filippa partorì una
bambina a cui venne posto nome Agata. E 10 deduco da questo bigliettino del
Panormita {Camp. 39); Antonius l^a- normita Alphonso regi s. p. d. Quoniam
brevi e Ncapoli rcccssurus ett oro atque obsecro memineris polliciti tui in
nuptias Agnthcs filiolae meae. 11 re Alfonso mori il 27 giugno 1458. Allora
Agata doveva avere un'età da marito, una quindicina d'anni, a dir poco. La
prima figlia del Pa- normita natagli da Laura Arcellio venne alla luce nel
corso del 1447 e non poteva nel 1458 essere in età da manto. Del resto non si
chia- mava Agata, ma Caterina Pantia e si maritò nel 146$ (R. Sabbadini op»
cit. 103). Come apprendiamo da V. Laurensa, Agata spotò Paolo de Galluccio. 350
R. SABBADINI. codice sia stato consegnato per il recapito all' amba- sciatore
Visconteo Girolamo da Siena, dovechè Gua- rino attesta che gli fu consegnato
dall' ambasciatore Estense Agostino Villa. Si capisce che il Panormita s'
accorse di aver ope- rato villanamente portandosi seco da Pavia il codice e per
diminuire la gravità della colpa, architettò quella lettera, seppure non
preferiamo pensare l'abbia alterata quando la inserì nella collezione
dell'epistolario. Un apografo del codice Orsiniano. (*) Il Plauto del cod.
Vatic. Barber. lat. 146, membr., è del sec. XV, ma di una scrittura così
bizzarra, che dal catalogo antico fu attribuito al sec. XII. La nu- merazione,
fatta dallo stesso copista, comincia col f. 107, il che significa che qui
abbiamo il secondo di due vo- lumi, i quali contenevano le ultime dodici
commedie, sei per ciascuno, venute alla luce per mezzo del cod. Orsiniano. Al f
. 1 95 leggiamo la nota di possesso, au- tografa del Pontano: « Nicolaus Maria
Buzutus insignis eques Neapolitanus hoc volumen dono dedit Io via no Pontano
Umbro, cum ad eum divertisset evitandae pestis gratia anno domini MCCCCLVIII.
HI die iunii ». Nell'esemplare da cui deriva il nostro Barberin. era avvenuta
una trasposizione di quinterni, per cui una parte del Truc. si mischiò al testo
del Trin. Il copista (*) Comparve la prima volta in Rivista di filologia XXXIX,
191 146-47. 5. — PLAUTO. 351 non se n'accorse mentre trascriveva; ma nel
confron- tare poi il suo apografo col codice della biblioteca regia di Napoli
vide la discrepanza; allora al f. 176V, dove appunto comincia l'intrusione del
Truc, nel Trin.y egli segnò sul margine estemo a destra: hic usque ad 2*"
paginam aliter quam in codice regio; analoga os- servazione ripetè al f. 183:
huc usque ad sequentem se- nam longe diversus ab altero codice scilicet regio.
Ed e- rano naturali quell'a///^ e quel longe diversus: il co- pista trovava nel
codex regius il Trin,, mentre nel suo aveva dinanzi il Truc. Più tardi capi la
natura e la causa delle discrepanze, e conseguentemente sul mar- gine interno
del f. 176V, di fronte alla nota preceden- te, segnò quest'altra: require in
sequenti comedia hinc ad g paginam versus post illum versum: hec perire s o 1 e
t [Truc. 300) et in fine: Ub i perdiderunt [Truc, 301); e al f. 188 avverti:
huc usque durai err or, ante revertere ad primam paginam anterioris quinterni.
Di questo codice si occupò G. Suster (i), ma tenne conto di una sola delle
quattro note marginali, quella al f. 183, trascurando le tre rimanenti, donde
lo stra- no errore in cui egli incorse. Sanno i filologi che del- le commedie
di Plauto fu allestita una recensione ita- liana, audacemente interpolata, e
accolta p. es. nel cod. Vindobon. e nel IJpsiense. Molto e variamente si di-
scusse sulla città in cui questa redazione venne pre- parata: Firenze, Roma o
Napoli, e sull'umanista che la esegui, il Pontano, il Panormita, il Valla o
Poggio. (1) PkilotogUt, 1889, 441 M. 352 R. SABBADINI. Il Suster ripropone
Napoli e il Panormita. La redazio- ne del cod. Barber. è mista, poiché ad es.
il Truc. deriva dal cod. Orsiniano, dovechè il Poen. risale alla recensione
italiana. Questo assodò il Suster confron- tando il Truc. con l'Orsiniano e il
Poen. col Lipsiense. E fin qui tutto procede bene; il male comincia dal ra-
gionamento della conclusione. Ecco com' egli argo- menta: il cod. Barber. nel
Truc. è uguale all'Orsiniano e diverso dal codex regius\ nel Poen. è diverso
dal Truc. ed eguale al Lipsiense; dunque il cod. regius deriva dalla stessa
fonte del Lips., ossia dalla recen- sione italiana. Lo strano ragionamento,
giova ripeter- lo, muove dalla falsa interpretazione di una delle quat- tro
note marginali succitate. A che redazione appartenesse il cod. regius, si po-
trà conoscere solo quando esso tomi alla luce. In ogni e aso il Panormita non
fu l'autore della recensione ita- liana per due buone ragioni: l'una che non
era uomo capace di affrontare la recensione di un testo qualsiasi e tanto meno
di un testo cosi lungo e difficile come quello di Plauto. L'altra ragione si
fonda sulla crono- logia. Come abbiamo veduto nella storia dell'apografo
guariniano, il Panormita dal 1434 al 1444 lo lasciò a Palermo e nel 1445 lo
rimandò a Ferrara. Ora la re- censione italiana di Plauto comparisce già nel
cod. Vindobon. dell'anno 1443. Forse potrebbe venire a qualche buona
conclusione chi esaminasse l'esemplare di Poggio nel codice Vaticano 1629, che
comprende le prime otto commedie e le dodici orsiniane. VI. PLINIO tu lAiBADon,
TtJ/$ iaiémé. Le Epistulae di Plinio. Le Epistole di Plinio (*) ci sono state
tramandate da tre famiglie di codici: una comprende i libri I-V 6, cento
lettere in tutto; un' altra abbraccia nove libri e una terza otto, omettendo il
libro Vili e collocando al suo posto il IX. Qui ci occupiamo della famiglia
degli otto libri. L'archetipo di questa famiglia, ora perduto, era ri- coverato
nella biblioteca Capitolare di Verona. JJi lo adoperò nel secolo X il vescovo
veronese Raterio (890-974). Là lo studiarono due veronesi del secolo XIV,
l'autore dei Flores moralium auctoritatum^ compi- lati l'anno 1329 (cod.
Capitol. CLXVIII), e il mansio- nario Giovanni de Matociis (m. 1337), l'autore
della Brrvis adnotatio de duoòus Pliniis. L' Adnotatio^ dove si distinguono,
forse per la prima volta nel medio evo, i due Plini, ma s' insinua un nuovo errore,
che fossero veronesi, fu probabilmente scritta dal mansionario sul- (^) Qnctto
I è DttOTO. 35^ R. SABBADINl. l'archetipo Capitolare stesso e di là si divulgò
per via di copie: se pure non preferiamo credere che l'abbia divulgata egli
stesso in forma di opuscolo. Tutto ciò è dimostrato da K. Lohmeyer (i) e da E.
Truesdell Merrill (2). Quest' ultimo inoltre pubblicò un' edizione critica delV
Adnotatio (3). Dopo che il codice veronese fu studiato dal florile- gista e dal
mansionario non se ne hanno più tracce per il resto del secolo XIV e nei primi
del XV. Nulla vieta di pensare che esso sia ritornato nella sua sede antica
alla biblioteca Capitolare. Ma nel 141 9 uscì di nuovo alla luce, non sappiamo
per opera di chi: certo con la partecipazione di Guarino. Da Venezia Guarino
era andato sulla fine del 141 8 a Verona, dove il 27 dicembre celebrò le nozze
con (1) In Rhein. Museum 58, 1903, 467-71. (2) In Classical Philology, V, 19
io, 175-88. (3) Ne fu contemporaneamente pubblicata un' edizione critica anche da
C. Cipolla in Miscellanea CeriavU Milano 19 io, 758-64. Il Merrill cerca di
stabilire la data àé\V Adnotatio (p. 178-81). Comunemente la si colloca dopo 1'
Historia imperialis dello stesso mansionario, finita di comporre nel 1320: e la
ragione è questa, che xìéX' Acino tatio distingue i due Plini, dovechè nell'
Historia sono ancora confusi in una persona sola. Forse spande luce sulla
questione il codice Vatic. 19 17, membr. sec. XIV, che comprende Valerio
Massimo e lo ps. Plinio De viris ili. Alla fine di Valerio Mass. il copista
sottoscrive (f. 90V): Scriptum quoque fuit volumen hoc verone per me lohannem
anno domini M.CCC.XXVJII. H titolo dello ps. Plinio (f. 91): Gay Plinii Secundi
oratoris veronensis liber de illustrium incipit feliciter corrisponde a quello
che leggiamo neWAdnotatio, la quale perciò si potrebbe supporre fosse nota al
copi- sta: e l'etnico veronensis confermerebbe la nostra ipotesi. Così 1' Adno-
tatio si collocherebbe dopo il 1320 e prima del 1328. 6. — PLINIO. 357 Taddea
Zendrata. Lasciata la novella sposa a Verona e ritornato a Venezia a sistemarvi
le proprie faccende, nell'aprile del 1419 ricomparisce a Verona, donde non si
moverà più fino al 1429. Aprì subito una scuola privata; ma le lezioni vennero
bruscamente interrotte dallo scoppio della pestilenza, per cui Guarino riparò
nella sua villa di Valpolicella, dove già si trovava nel luglio dell'anno
medesimo (14 19) (i). A questo tempo appartiene V importantissima sua lettera,
con la quale annunzia la scoperta del codice di Plinio. La collochiamo tra
l'aprile e il maggio, per esservi accennate le nozze recentissime: in ogni caso
prima del luglio, perchè egW non s'è ancora rifugiato in villa. Guarinus
Veronensis suo Hieronymo (Gualdo) saL pi. ci. (*) hi ;..i...... ...;
.^i.bciidun» »uiu, iiuUaiu in me culpani reicies scio, prò tua mansuetudine et
singulari in me cantate; nec dices: ' Guarinus adeo in re uxoria hoc tempore
involutus est ut littcrarum curam seponat '. Et profecto mi Hieronymo non ita
tibiarum nuptialium cantibus aures atque animum adhibui, ut non maioris vel
minimam litterarum tuarum nyllabam, quam nuptias totas immo univcrsas
faciam.... Ntidius tertius quidam mihi comraonstrati sunt mirae vctustatis
codi- . «acri ferme omnca. Unum inter eoi nactus sum, quo dclectabcris au<licndo,
quemadmodum et ego ipse spectando. Epistulae sunt Plinii singulari vcncratione;
littcrarum facies perpulchra et inter annorum ruga» splendide vigens et ttt
diceret Virg«l«us * cruda dco viridisque senectu» ' Sabba<iini, Im sciui
'fino ao-ai. V*> Comparve la prima volta iu Mmco
u'i iinltchétà class. II, 1887, 4^2-1. f>)d. Vindobon. 3^30 f. UQi
<"'»<1. Arundel 70 f. io4T. 358 R. SABBADINI. (Aen. VI 303).
Voluminis forma in angustum [magis] (i) quam lata, ut eius in paginis ternae
tendantxir columnae (2), quasi rectissimi arvorum sulci. In octo divisus est
libros et epistulas circiter CCXX. Nulli deest titulus; aliquot transcurri:
emendatissimae nnihi visae sunt et, quod non laetitiae solum sed etiam
admirationi fuit, in tanta vetustate et aetate iam decrepita nusquam delirare
videntur. Tuas cum ventura navi in dies expecto, quas ad illarum exemplar
emendare constitui, ut me adiutore ita castigatae redeant, ut neminem fallere,
nusquam mentiri discant... [Verona aprile-maggio 1419]. Cerchiamo una conferma
della data. Guarino cono- sceva senza dubbio precedentemente la silloge
pliniana delle 100 lettere; ma il nuovo trovamento gli porse occasione di
rileggere il testo, del quale infatti incon- triamo molteplici tracce in una
lettera ^:ì: Castro rupto Vallis Policellae XVII kal. sext, [141 9]. Ecco i
raf- fronti (*): Plinio V 6. Guarino (cod. Est. 57 f. 180 ecc.) § 3. Accipe
temperiem caeli re- Erit et vobis cognitu et mihi nar- gionis situm villae
amoenitatem , ratu non iniocundum, si quae sit quae et tibi auditu et mihi
relatu caeli temperies regionis situs et vil- iucunda erunt. lae amoenitas
scripto meo intellex- eritis. (i) magis omm. codd. (2) Secondo L. Traube, Palaeogr, Forsch. IV (in
Abhandl. der hist. Kl. d. k. Bayer. Akad.
d. Wiss. XXIV, p. 28-29), i rarissimi codici classici scritti a tre colonne
sono da assegnare o ad alta antichità o a origine provinciale (p. e. spagnola).
(*) Comparve la prima volta in Museo di antichità class. Ili, 1889, 355-6. 6.
PLINIO. 359 § 5. Aestatis mira clementia; sem- Tanta aestivi temporis clementi»
per aer spirita aliquo movetur, fra- est..., aerem nunquam stare ac suavi
quentius tamen auras quara ventos semper prò votis spiri tu moveri habet.
sentias; raro ventos habet... saepitu autem auras. § 6. Hinc senes multi; videas
avos Grandes itaque natu plurimos hic proavosque iam iuvenum, audias fa-
cernere licet, avos ac proavos..; sunt bulas veteres sermonesque maiorum; qui
ita memoriter quae iuvenes ipsi cumque veneris ilio, putes alio te viderint
audierintque recenseant....; saeculo natura. quae cum attentissimus accipio,
alio quodam saeculo mihi natus videor. § 7. Regionis forma pulcherrima; Quid
regio ipsa ? quam pulchra imaginarc amphitheatrnm aliquod forma! apricae
valles... cinctae mon- immensum lata et diffusa plani- tibus..., colles quasi
theatrum cir- ties montibus cingi tur. cumstant: lata quaedam a fronte et
diffusa planities. § 8. has inter pingues terrenique ii quidem pingues nec
saxei sed colles (neque enim facile usquam terreni cum planissimis arvis ita de
sazum etiam si quaeratur occurrit) fertilitate certant... planissimis campis
fertilitate non ccdunt. § 11-13. Prata florida et gemmea trìfolium aliasque
berb:u> tcneras scraper et mollcs et quasi novax a- lunt, cuncta cnim
pcrcnnibus rivi» nutriuntur; ned ubi aquac plurìmum I iliis nulla, quia devexa
terra quic- ,11 i liquorì» ncccpit nec absorbuit rffundit in Til)erìm. Modion
ilio a- grot »ccat navium paticnx oranciiquc f ruget dcvehit in urbcra, hicmc
dura- tnxAt et vere; aeNtatc wammittitur immen*ique flamini» nomeo Oliveta
undique, arbusto surgunt nec vivax pratomm deest virìditas, quae florcs
trifoliura ser- pyllum ceterasque herbas teneras et pubente« pariunt et
nutriont; eai nanquc perenne» alunt rivi, ibi enim aquarum Hatis, fonte*
plurimi, \MÌUh nulla; quia quicquid liquorti devexa tellua excipit, nutquain
per inomn ■edere patitur: aut enim ad alendm quae creavit abeorbet aut quaai
tri- butaria tranifnndit io Atbaaim, qui 360 R. SABBADINl. alveo deserit,
autumno resiimit. Veronensem agrum secat, non rae- diocrium navium.... patiens;
nec... magni nomen fluminis amittit nec aestate aquae altitudine desti- tuì
tur.... § 14. Villa in colle imo sita prò- Ea villa est molli fundata clivo,
spicit quasi ex summo: ita leniter et ita sensim sine sensu crescente, ut
sensim clivo fallente consurgit, ut non ante te ascendere intelligas, cum
ascendere te non putes sentias quam ascendisse te videas. ascendisse. § 41.
Ncque enim verebar ne Quae si legentibus ullum laborem laboriosum esset legenti
tibi quod afferent, deposita interdum epistula visenti non fuisset, praesertim
cum oculos a lectione et animum ad re- interquiescere, si liberet, deposita-
rum lectarum cogitationem advocare que epistula quasi residere^saepius
poteritis sicque interquiescere et posses. quasi residere licebit. Se il Plinio
e i mirae vetustatis codices, sacri ferme omneSy furono mostrati a Guarino,
come non è a du- bitare, nella biblioteca del Capitolo, perchè mai non lo
colpirono altri volumi mirae vetustatis, quali Ausonio, Catullo, Cicer. ad Att.
? Il suo silenzio significa che purtroppo quei preziosi cimeli erano già stati
trafugati . Seguono ora alcuni passi delle lettere di Guarino, nei quali si
parla del nuovo Plinio (*). Guarino trasse dall'antico archetipo una copia per
il Gualdo. Cosi infatti gli scrive: Epistulas Plinii non emendavi, difficile
enim fuit illud exem- plar extorquere. ....Illud antiquum Plinii volumen
transcribitur. Ex Verona V kal. ianuar. 1420 (= 28 die. 14 19) (i). {*)
Comparve la prima volta in Museo di ant. class. II, 1887, 433-36. (I) Cod.
Ambros. F. S. V. 21 f. 6. 6. — PLINIO. 361 Più tardi ebbe di ritorno dal Gualdo
un Plinio; for- se fu la copia eh' egli fece trarre dall' archetipo. .... Venit in terapus Plinins noster,
quem benignissirae excepi, vel quia tuus hospes fuit. [Verona 1422] (i). Dopo questo tempo il Plinio
gnariniano usci da Ve- rona, non si sa dove. Nel principio del 1424 infatti lo
faceva rintracciare dal Biondo a Venezia; al quale cosi scrive: Nunc tempus est
ut Plinium nostrum venari inceptes, ut te duce eum faciam in patriam reducere.
Veronae XV kal. febr. [1424] (2). Nel principio dell'anno seguente esso era in
mano del Biondo, il quale se ne traeva una copia. Guarino lo sollecita che
glielo rimandi, perché doveva farlo trascrivere per il Capra, arcivescovo di
Milano: Opus habeo ut transcribi faciam Epistulas Plinii amici causa, magni
hominis et viri singularis, idest archiepiscopi Me- diulani. Cura igitur ut vel
tuas vel meas buie ad me nuntio dea. Tran- scriptac remittentur e vestigio; et
si cunctas nondum absolutas habes, mittes qnas transcripsisti; rcliquum
absolves interim. ! \ Verona XI ianuarii [1435I (3). Indi Guarino torna a
sollecitcìre il Biondo per mezzo di Francesco Barbaro, a cui scrive: t) Cod.
Vindobon. 3330 f. 150. 2) PiiM>lic;ita da R. S,.!>1..i.|iiii in (ieigcr's
ì'ierul/nhrsschri/t /Ur Kul Kenaùsana- <3; Ib. p. 510. 363 R. SABBADINI.
.... Quid de Plinio (factum sit) fj8éco? àxoi5aaip,i an omnino ixTcavew spes
debeam. Ex Verona Vim raartii [1425] (i). Nel luglio il Biondo gliene aveva
mandati alcuni quinterni; Guarino gli risponde: .... Aliquos accepi a te
quinterniones Epistularum Plinii, de quibus quid fieri velis audio.... Redeo ad
E p i s t u 1 a s . Scis ar- chiepiscopus (Mediolani) ipsus quam in omni re
magnificus sit et inpri- mis in libris comparandis. Cupit igitur Epistulas
ipsas quam ornatissime scriptas et cum ipsius dignitati tum ipsi auctori
peridoneas. Vale et cum ipsas absolveris, meum fac ut habeam exemplum, licet
remissurus sim; tamen iam tardum esset, quoniam initio tuae sunt
inemendatiores, quas iam librarius absoluturus est. Itaque quas mitti volebam,
mitti nolo; eas retine sed cura ut charta illa suo reddatur loco, quam mihi
solutam va- gamque commonstrasti. [Verona luglio 1425] (2). Nel 1427 la copia
di Guarino stava nelle mani di uno, da cui era difficile ottenerne la
restituzione. Ne parla cosi in una lettera al Gualdo: De Plinio certe liberalis
factus sum invitus ne, ut in proverbio Graecorum est, « leonem tonderem >.
Nam cum et benigni- tate sermonis et omni humanitatis genere demollitus homo
facile insur- gat in iram, nolui meo crimine hominem illum irritare, sed paulo
post temptabo si Plinii reditum in patriam ab eo impetrare fas mihi fuerit.
Novo quodam utendum est aucupio cum bisce hominibus, qui se pri- mos omnium
dici volunt ncque sunt, ut si non amicos, at saltem non inimicos eos habeamus.
Quicquid autem sit, te ab eius restitutione li- berum facio et indemnem reddo,
etiamsi perire opus sit vel ab natali (i) Cod. Capitol. di Verona CCXCV f. 36.
(2) VierUljahrsschrift p. 512. 6. — PLINIO 363 solo futurus semper sit
extorris. De ilio autem postliminio vendicando cura mihi sit Veronae VITI kal.
sept. 1427 (i). Nel corso del 1427 stava per essere ultimata la co- pia del
Gualdo, al quale scrive: Expectabam ut librarius absolutas redderet £ p i s t u
1 a s tuas, quibus desunt quinterniones tres ut ad portum tandem perducat.
[Verona 1427] (2). Nel principio dell'anno seguente restituì l'esemplare al
Biondo con questa lettera: Epistulas diu recepisses, si tuus ille furcifer
insalutato minime discessisset. At vero posteaquara viam edocuisti, illas ad
caris- simam utrique nostrum Nicolaum (Abbatiensem) (3) dimittam. Huic au- tem
tabellario eas credere non sum ausus; ita enim tutus et securus viator
ingreditur iter, ut * coram latrone cantaturus ' potius quam sup- plicaturus
sit: adeo pannis vacuus rebusque visus est. NoUem ut si eum imber adoriretur, P
1 i n i u s daret suae paupertatis poenas. Ex Verona XVIU feb. 1428 (4). Verso
la metà dello stesso anno 1428 raccomandava al Lamola, che era in Lombardia, di
cercar colà qual- che codice delle lettere di Plinio. Noli delatigari, Lamola
mi optime, in pcrquirendis doctis viri» idcst antiquis codicibus, quorum ista
referta esse debet Liguria; cunctas recensc bibliothecas et sepultos in pulvere
ac sordibus ad luccm munditiasqne revoca et cxsuKcitn. Kpistulas Plinii
vctustas rc- perìrì posse auguror. (Verona metà del 1438J (5). (1) Cod. Arundel
70 f. 15». '2) Cod. Vindobon. 3330 f. 151. \) A Ferrara, dove allora si trovava
il Biondo. (4) ViertilJaMrssehri/t p. 5 16. 364 ìl* sabbadini. Nel 1429 si
occupava di far trarre copia del suo Plinio per il Madio. Su questo proposito
scrisse due volte a Battista Zendrata. .... Paulo de Pretto scribo super E p i
s t u 1 i s illis, quem roga per te ut mihi velit inservire in absolvendis
illis, quibus pars minima restat; non ero ingratus. Ex Argenta XEE iulii 1429
(i). Ad rem d. Madii venio Dolco Bartholomaeum illum Flo- rentinum non
inservisse d. Madio, ut debebat et obligatus est; nec mea unquam defuit
diligentia instantia et urgentes preces. Testor deum et angelos sanctos eius,
me nullum iniunxisse illi opus transcribendum prò me, ut opus d. Madii
absolveret; fuisse autem dorai meae sumptibus meis sine uUo mihi collato fructu
menses sex totos. Unde et mihi plu- rimos debet ducatos; totum autem patienter
tolerabam, ut illas perficeret Ep i s t u 1 as . Ex S. Biasio XXn octob. [1429]
(2). Più tardi chiede con due lettere a Filippo Regino il proprio Plinio di
ritorno, il quale stava in mano di Antonio da Brescia. .... Tu curabis
Epistulas ilìas Antonianas mittere ut eas ha- beam, ' quarum indiget usus '. Ex
Ferraria in kal. ianuar. 1429 (3). .... Librum Epistularum petenti lacobo
(Ziliolo) condona. Ex Ferraria XXI aprilis 1430 (4). L' ultima notizia del
codice guariniano di Plinio è (i) Cod. Ambros. C 145 inf. f. 35 iv. (2) Cod. Vatic. Palat.
492 f. 178. (3) Cod. Marc. lat. XIV
221 f. 83. (4) Ib. f. 83. 6. — PLINIO. 365 del 1449, quando gli fu chiesto in
prestito da Nicco- lò V per mezzo di Poggio (i). Il Plinio Capitolare, secondo
la descrizione di Gua- rino comprendeva epistulas circiter CCXX. E in verità
sommando le lettere dei libri I-VII. IX (Vili), tolta la IX (Vili) 16, che
manca a questa famiglia, otteniamo il numero di 122; Guarino dunque non contò
male. Della medesima collezione parla A. Decembrio (*) nella Politia literaria
(I 4) pubblicata Tanno 1462: * Qua- rum nuper centum et viginti quatuor cum
priorìbus inventae '. Quel cum prioribus si dovrà intendere nel significato di
praeter priores, riferendo le priores alle 100 comunemente note. Addizionando
con le 100 le 124 nuove si raggiunge il totale di 224: siamo pertan- to anche
qui vicinissimo al numero effettivo di 222, ♦*♦ Il Plinio veronese era arrivato
anche a Milano (**), dove ne possedeva una copia l'arcivescovo Francesco
Pizolpasso (m. 1443), conservata ora nella biblioteca Ambrosiana sotto la
segnatura I 75 sup. (membr.). Nel f. I è dipinto lo stemma del Pizolpasso,
circondato dalle lettere F R (anciscus). In fine: Plinii Secundi e- pistolarum
liber octavus et finis explicit. Le epistole so- no numerate da I a CCXXXIIII;
ma la I 20 è divi- sa in due e dal n. CXL Villi si salta al CLX. Inoltre ( t )
Foggii Epist., coli. Tonclli IH p. 1 8 con In data: Romae die VH (ice. 1449.
(*) Comparire la prima volta in Museo di antiehilh tlass. Ili, 1889, 356. (*^
Comparve la prima volta in Ahuto di antichità tttus* HI, 1888» 79-86. 366 R.
SABBADIKI. manca la IV 26, come nella classe delle cento, e la IX (Vili) 16,
come nella classe degli otto libri: prova manifesta che la redazione è
contaminata. Il greco fu aggiunto da una seconda mano nei libri che derivano
dalla famiglia delle 100 lettere. Cosi p. e. in II 12, I il testo primitivo
dava: ***** idest ne- gociolum illud quod superesse; la seconda mano riem- pi
la lacuna con AnroupYtov. Una terza mano, che for- se è tutt' una con la
seconda, scrìsse più tardi in mar- gine la traduzione dei passi greci. Di
questo codice parla Pier Candido Decembrio nel seguente bigliettino (*): Petrus
Candidus Francisco Pizolpasso Mediolan. pr aesuli s, [i) Dum nihil ago utilius,
perlibenter Plinii tui libros inspicerem, praevi- surus utique an emendatìone
magna indigeant, ut quid et quatenus per me fieri possit aestimaturus. Vereor
enim ne minimum ingenio meo con- suluisse videar, si opus ut intelligo aetate
nostra mendatissimum ipse emendare coner, aut humanitati tuae nequaquam
indulsisse, si diffiderim. Vale. Parrebbe da supporre che i passi greci siano
stati introdotti e tradotti dal Decembrio: e la supposizione acquista conferma
da quest'altra sua lettera (2): (*) Questo § è nuovo. (i) Cod. Riccard. 827 f.
28v. (2) Cod. Riccard. 827 f. 24. 6. — PLINIO. 367 P. Candidus Michaeli
Pizolpasso s, l,actaDtiain tnum quem ad ine mutuin elingneinque misisti, ad te
bi- dui cura doctum oniatumque remitto, ita ut graece loqoi sciat et latine
dare intelligatur. Nihil a me praetennissum est diligentiae ut correctum graece
legas.... Ora il Lattanzio di cui qui si parla è l'Ambrosiano A 212 inf., già
posseduto dall'arcivescovo Pizolpasso.* e su di esso si vedono le citazioni
greche intercalate e tradotte dal Decembrio. Confrontate le scritture del greco
e delle traduzioni tanto nel Lattanzio quanto nel Plinio, si rivelano della
medesima mano. A Milano possedeva le Epistole di Plinio anche Ze- none Amidano
che ne discorre in due lettere a P. C. Decembrio: Zefio Amidanus Petro Candido
s. {\) Effecit diebus superioribus repentìnus abitus a Mediolano meus ut e-
pistolas Plinianas meas, quas usui nulli (nullo cod^ tibi fore propter
Rcripturae vitium dixeras, reliquerim. Quare cum istuc nunc proficiscatur
dominufi Gerardns Biragus noster, postea item ad nos rediturus, easdem obsecro
vel petenti illi tradas vel ne petenti quidem domum mittas. Fie- ri eniin
posset ut (in cod,) maioribus nonnullis distento negotiis conve- niendi tni nec
flagitandi illas potestas haudquaquam relinqueretnr. Ali- divi enim nonnullos
hic volumen illud habcre satis emendatum. Itnque curabo, modo meas habcam, et
cas corriRi, quac postcn tibi scniper in promptu ernnt. Saepe mihi cum Fojjgio
et Aurispa viribquc his < hniMiiis (t dortis- tfanit, quibus vel littcris
vel consuetudine aliqua co^jinHis n., <lr tr ler- mf) ty\. Ex illif iuuuB lum plurimam tibi
lalutcm dicere; itaque tu et iUorum et meo etiun nomine vale. [Firenxe 1439-41].
(I) Cod. Riocard. 827 f. 77. 368 R. SABBADINI. Zeno Amidanus Petra Candido s.
(i) Placet mihi vehementer quod propositum mutaris statuerisque episto- las
illas Plinianas emendare. Nam etsi minime dubitem propter earum incorrectionem
provinciam hanc non mediocri tibi labori, ne dicam fa- stidio, merito futnram,
tamen cura et praedicatione tua et hortatione non mediocriter Plinio ipsi
affectus sim, quid malim potius quam epistolas ipsas emendatas et per te
praecipue etiam, cum ea secum et familiari- tate et consuetudine devinctus sis,
ut nulla coniunctiore amicitia et pro- piore (^propriore cod^ sermone, quam
Plinii utaris. Itaque non modo per me licet tibi epistolas ipsas emendatas
reddere, sed id ipsum recipienti tibi plurimas habeo gratias ultroque ad ipsum
te opus exoratum esse velim. Quod autem nihil tibi de Commensi (2) nostro
scripserim, id ipsum visum fuit mihi superfluum, adveniente istuc d. Gerardo
Birago.... Domino autem Poggio et Aurispae commendatum te, ut iubes, feci... [Firenze]. Le due lettere sono del tempo in cui l'
Amidano assisteva al Concilio di Firenze (1439-42). Delle Epi- stole Pliniane
avevano, egli dice, a Firenze un volumen satis emendatum: sarà da pensare al
cod. di S. Marco 284 (ora in Laurenziana), uno dei capostipiti della fa- miglia
delle 100 lettere. Il codice di Pomponio Leto? (*) Richiama particolarmente la
nostra attenzione il co- dice Ambrosiano H 65 sup., membr. della seconda (i)
Ib. f. 87. (2) Francesco Bossi vescovo di Como. (*) Questo § è nuovo. 6. —
PLINIO. 369 metà del secolo XV. Proviene dal fondo di Gio. Vin- cenzo Pinelli,
che sul foglio 2v di guardia segnò il proprio nome: /. V. P."' Appartiene
esso pure alla classe degli otto libri; alla fine: Explicit liber octavus (IX)
C. Plinii Secundi Vero7ie7isis. Quel Veronensis ci rivela che il copista
accoglieva 1' origine veronese di Plinio, ma non senza qualche dubbio, poiché
in mar- gine al f. 58V, dirimpetto a IV 30, 3 glossò: ' Ex hoc lacu, qui penes
Comum est, alteram quam Veronam Plinio patriam fuisse coniectandum est: nisi in
altera natum, altera donatum dicas. ' E al f. 82V, di fronte a VI 24, 2
tminiccpsy ribadisce il dubbio: * Municipem se appellat Comi, non Veronae '.
Questo codice fu copiato tutto da un solo amanuen- se, molto esperto, il quale
scrisse contemporaneamen- te i luoghi greci: e di greco s' intendeva, perchè
sui margini incontriamo note di tal genere: f. iiv (I 20): Egregia epistola
xepl Ppap>.OYta(; xa\ (xaxpoXoYCag *; e simili altre, dove son
promiscuamente adoperate le due lingue. Le chiose marginali non sono molto
numerose, ma sempre assennate e dotte; p. e. a III 1 8, dove Pli- nio parla del
Panegirico: * Extat haec gratiarum ac- tio '; a in 7, dove si annunzia la morte
di Silio, cita il carme VII 63 di Marziale, ecc. Il testo è contaminato della
classe delle 100 lette- re e della classe degli otto libri e mostra una singo-
lare rassomiglianza con quello della ed. pr. del 147 1; senza però che Tuno
derivi dall'altro. Si potrebbe arrischiare una congettura sul copista e primo
possessore del codice, '^•li m irtfìni occorrono ft. sABBADun, Ttsti latmù 14.
K. SABBAOINI. molti segni di richiamo: più frequentemente NOTA (scritto
verticalmente), poi FNQ (= Yva)|j.Y) p. e. f. 4V, 8ov), e CH (=^
crY)|jLetù)<jai p. e. f. io, ySv, 86 ecc.). Que- st'ultimo segno è adoperato
specialmente da Pomponio Leto. A Pomponio inoltre risale la sigla in cui un (o
s'intreccia con un p (=(J)paTov) (i). Essa si trova due volte, al f. 55, di
fronte alle parole (IV 19, 4): ' ver- sus quidem meos cantat etc. ', e al f.
ói^ di fronte alle parole (V 5,4) ' mihi autem videtur acerba sem- per et
immatura mors etc. '. Sarebbe lecito pertanto supporre che il codice sia stato
copiato da Pomponio, se non lasciasse gravi scrupoli la scrittura. Inoltre è da
osservare che quelle sigle greche, di origine bi- zantina, compariscono sui
margini di altri manoscritti latini. Per chi volesse andar più a fondo della
questione, soggiungerò due altre note marginali, che si riferisco- no ai tempi
del copista: f. 77V, di fronte a VI 13, 4 singulos enim integra re dissentire
fas esse '] Sena- torium preceptum quod nunc servat senatus Venetus; f. 100, di
fronte a VII 25, 4 * nam tantum utraque lingua valet '] Haec laus hac aetate de
Nicolao Se- cundino dici potest. — Il Sagundino morì a Roma il 23 marzo 1463
(A. Zeno Diss. Voss. I 345). Nella nota egli è supposto ancor vivo. (i) Di
questi segni di richiamo ha pubblicato un fac-simile V. Zabu- ghin, Giulio
Pomponio LetOt Roma 1909, I 60. 6. — PLINIO. 371 Pseudo-Plinio. (*) Fu dal
Gamurrini pubblicata nel 1883 (i) una let- tera di un Leonardo Aretino, nella
quale si parla di venti orazioni di Plinio il giovine e di una di Sveto- nio.
All'infuori del Teuffel, (2) che crede trattarsi di un equivoco, e dello Schanz
(3), che nega ogni fede alla notizia, non so se nessuno abbia discussa la
questione; ad ogni modo credo utile riprenderla in esame e cer- care di
risolverla, per quanto è possibile. E a questo scopo reco quattro lettere del
suddetto Leonardo Aretino: una (III) è quella stessa pubblicata dal Gamurrini,
della quale io miglioro in alcuni punti la lezione; le altre tre sono inedite.
Tutte quattro de- rivano dal codice Laur. Strozziano 104 f. 14-15 e ven- gono
qui riportate nel medesimo ordine del codice, I. Leoftardus Arretinus Laurentio
salutem auanipIurÌDiaìn dicit. i'oiiicmm orani, mi i-aurcnti vir (.jjiinic, si
alia se niihi materia scri- ondì ingereret, saltem quod in buccam prìmum
vcnirct, illud me tibi crscribere; itidem factttrum te verbis band ambiguis
confirmasti. Sed nde, quaeso, potuit tantus error procedere, ut inter perìtos
Htterarum t certe amioos verba data sint ? Kgo quiflrm, meum fatcbor vitium,
(•) Comparve la prima volta iu Kiiuia y. .;...., i ..;..;.... 1 52. (1) In
Studi e documenti di storia e diritto^ IV p. 14 ) (2) Irtiffcl, Gtsehiehtt der
rómisthtn Literatur {^ e 6* edi*.' § 340, 3, '' \y S( h.-iiiz, C.tsch. iler r,>m.
filler., 6 44C, ^* »«1. Hì\x,. J).
^i^l «.4. ^^i R. SABBADINÌ. perseverabam nihil scribere, consciiis errati mei,
nisi te sensissem in ea- dem culpa esse. Nunc autem libentius operam dedi, ut
primus hoc silentium rumpe- rem, quo et tibi excusatior esserti et amicitiae
nostrae vel superior vel acceptior forem. Scio tamen paratum esse tibi tuarum
occupationum ma- gnum argumentum; illud etiam fortasse dices: te meas interpellare
no- luisse (i). Sane ita sit, dum tu mihi id remittes; ncque enim sum qui meam
gravare causam [velim], (2) dum plus aequo tuam premo. Unum deinceps inter nos
conveniat: sit hoc paratum genus venìae; ista quidem nimia facilitas nonnunquam
peccare docuit; temperetur ergo iusta severitate {3); hoc me tibi pacto
astringo: si de cetero me tandiu cessantem videris, tuo me indignum amore
iudicato; scias cui me subi- cias poenae; nullum excogitare potui maius
supplicium, non etiam si morte dignum dixissem. Tu vero quo me tibi astringis
pacto ? praestat, ut arbitror, hoc mihi existìmandum relinquere, quam nova in
verba iu- rare. Vale. n. Leonardus Arretinus Laurentio suo salutem quamplurimam
dicit. Quantam ex tuis litteris perceperim voluptatem, Laurenti mi suavis-
sime, ex hoc potes intelligere, quod eas testes egregiae voluntatis (4) tuae
magna cum diligentia servo. Desino iam de te sollicitus esse. Re- cognosco
veterem Laurentium; nunc te laudo; didicisti quidem te ipsum vincere et piane
doces nullum esse dolorem tantum, cui tandem sapiens vir non imperet. Perge quo
coepisti et subinde te confirma. Subicerem acres tibi stimulos et currentem
adhortarer (5), nisi spera dedisses mihi (i) voluìsse cod. (2) velim om. cod. (3)
severitatem cod. (4) voluptatis cod. (5) abortarer cod. 6. — PUNio. 373 neminem eorum, quos modo novi, esse cui te magis
creditum velitn, quam tìbi ipsi. Quod fratrera meum acceptum habueris, etsi hoc
raihi antiquum sit, ita tamen gratum fuit, ut nec tu nec Appius meus quicquam
gratius fa- cere potueritis. Particulam quandam scripti mei, etsi amice, non
tamen satis aeque reprendisti; quid enim quod vel trepide vel dubìe tecxmi a-
gam ? Scripsi id vereri, ne meae prò fratre meo preces apud te essent ingratae,
cum id ex vera longe amicitia sublatura esse oporteat: quis e- nim amicum
rogabit, qui se ipsura rogaturus non sit ? Ego vero semper ita de amicitia
cogitavi, [ut] (i) una et eadem prorsus anima diversa regat corpora. Volo tamen
ut eo me affectu saepe arguas; subicis qui- dem velut quasdam amori nostro
faces; nam interdum * amantium rixae *, ut apud tuum comicum (Teren. Aìidr. IH
3, 23) saepe legis, * reinte- grati© est amoris.' Vale. m. Leonardus Arretinus
Laurentio suo s, .3.n:piu> .ni le si-iibereni, Laurenti mi suavissime, nisi ea
te constan- tia praeditum esse cognoscerem, ut certe noster amor nec intermisso
rc- mitti siicntio nec litteris intendi iandudum consuevisset. Huc etiam ac-
cedit bumanitas et benivolentia tua, qua etsi multum apud omnes uta- ris,
maxime tamen in amicorum vel erroribus vel ncgligentia certare te '!f!lcctat.
Non ergo quia tuac diffidam amicitiae quicquam (2) tibi scribo s«:fl ut meo
desiderio morcm geram. Quantam enim ex tui» litteris vo- luptatcm capcrem,
tantam ex mcis te coniecto sumere. Lìbct (3) enim tcctim aperte loqui: co
quidem (4) u«quc nostra processit amicitia, ut nec tacitas cogitationes tuas
nec suspiciones assentationis vercar. Amo te, mi Laurenti, nec sino tu unum me
dclcctant studia. S«!d postquam rct» tua te a me distraxit nec me tibi
praesentem mea (l) ut om. cod. <3) quodcumque G (•- Gamurrini). (3) lice! G.
(4) quod (7. 374 R* SABBADINI. permittit (i) necessitas, inveni quo pacto hanc
nostrani iacturam tempe- rem: communicatum esse volo, si quid apud me est, quod
(2) tibi pro- desse arbitror. Habui clarissimas orationes Sec. (3) Plinii
numero viginti, unam praestantissimi viri Suetonii Tranquilli; festino tam (4)
ad earum (5) copiam, quam ad lecturam; iam totus ardeo in eo (6) studio,
nunquam mihi fuit ita fervens animus. Magnum aliquem spero inde fructum eli-
cere, qui si aliis (7) futurus sit, nescio. Illud etiam (8) confido, quod (9)
si tu absens et Sempronius eritis (io) praesentes, mecum non mediocrem
percipietis utilitatem (11). Vale. IV. Leonardus Arretinus \_Laurentio]
salutent quamplurimam dicit. Postquam a gravissimis opportunitatibus meorum
studiorum respirare concessum est, Laurenti carissime, visum non sine amicitiae
nostrae cri- mine ullum tempus transire, in quo vel non tacitus agam tecum
aliquod vel ad te nostra dignum amicitia perscribam. Libenter igitur crebras ad te
mitto litteras, neque dum rescribis expecto. Cupio ex te scire, mi Laurenti,
etsi optime de te mihi persuadeo, quid agas, cum quibus ver- seris, quae te
potissimum delectent (12) studia. Nam nimius (13) et in- (i) promittit cod. (2)
quidem G. (3) seri cod.t secundi G. {4) tam om, G. (5) eam cod.y G. (6) in eo]
meo G. (7) alii cod„ G. (8) enim G. (9) qnod om, G. (io) erit cod.^ G. (11)
volnptatem G. (12) delectant cod, (13) animum cod. 6. — puNio. 375 credibilis
in tanta rerum turba perspectus est optimarum artiura amor et ardens voluntas.
Scio te occupationibus tuis aliquod tempus subducere et id totura litteris
conferre, in quo vel tecum ipse vel apud aliquem doctum virum proficias. Quod
si ita est, aeque tuo, mi Laurenti, pro- fectu ac meo gaudeo: neque enim tuum
quicquam, postquam te amare coepi, divisum a me duxi, adeo ut (i) cuncta nobis
bona pariter ac ma- la communia censeam. Sin aliter est et rex qui te (2) pulcherrimae tuae rei
publicae imposuit et totum ab (3) hoc sancto proposito distrahunt officia,
queror tecum et dolco. In qua re te non hortor solum sed piane etiam oro, ut,
quantum honestas et fides tua patitur, interdum velut ex tempestate in portum
et (4) ex hoc rerum tumultu in aliquod pulcher- rimum et litterarium (5) otium
te subducas. Et quod « auferebatur, » collige et conserva; non dico quod excedi
debeat, cum nullum tibi va- cuum sit; neque quod « subripiebatur, » quia
negotium tibi ncgavit o- tium et voluptates. Collige itaque id solum quod nimia patriae, si ni-
mia dici potest, sollicitudo cura in praesens (6) tibi aufert et hoc ipsum
serva. Nihil est enim ex omnibus quae novi, quod tibi et tuae rei pu- blicae,
si cxitum offendis, maiorem possit fructum afferre mihique et iis, qui te
beatum esse volunt, sinccram magnam voluptatem conficerc. Fac valeas. Il
Gamurrini non dubita punto, che queste lettere siano di Leonardo Bruni; io però
non solo ne dubito, ma lo neg^o risolutamente. Anzitutto nella lettera II lo
scrivente accenna a un suo fratello; e il Bruni di que- sto fratello non parla
mai nel suo epistolario. Dall'al- tra parte la costruzione stentata e spesso
erronea e il l'i) «deo et eod, (3) «it et requieta et cod, (3) ad cod, (4) te
cod, (5) littenuum cod. (6) mram preeena tod. 376 R. SABBADINI. fraseggio secco
e scorretto non sono certo del Bruni, come non è del Bruni la vacuità del
contenuto. Ag- giungo poi che il Bruni dinanzi a venti orazioni di Plinio non
sarebbe rimasto freddo, come il nostro scri- vente, ma avrebbe dato sfogo al
suo entusiasmo e degnamente apprezzata la straordinarietà della scoper- ta,
egli che sapeva benissimo quali scritti dei classici erano periti e quali
sopravvissuti. Le quattro lettere pertanto non sono del Bruni; e con ciò la
notizia delle orazioni pliniane e della sve- toniana perde gran parte della sua
importanza. Ma io vorrei anche andare più oltre. Quell' Appio della let- tera
II e quel Sempronio della III mi hanno l'aria di due nomi inventati; senza dire
che il tono delle let- tere è molto scolorito e che le scarse allusioni a fatti
positivi sono troppo generiche; onde io suppongo che esse siano lettere
esercitatone o rettoriche, come si voglian chiamare. Se a qualcuno facesse
scrupolo la menzione precisa p. e. del fratello e delle venti ora- zioni
pliniane, dia un'occhiata alle lettere esercitatone di Gasparino Barzizza, e vi
troverà menzione di fatti precisi, che sembrano desunti dalla realtà. Del
nostro presunto Leonardo Aretino recherò u- n'altra lettera (i). Bartholomaeo
Cozzae congregationis Lateranensis canonico Leonardus Aretinus s, d. Quam diu,
cum ecclesiastici declamatoris muiiere in fiorentina synodo fungereris, et [te]
de facie novi, virorum eloquentissime, et tuam gratiam (i) Cod. 761 f. I della
biblioteca Comunale di Verona. I 6. — PLINIO. 377 sum aucupatus ! Nunc autem
accepto nuntio, itcrum apud Florentinos commorari, placuit Alexandruni affinem
meum una cum meis litteris ad te mittere; uberiores sane dedissem, sed magnus
animi angor, quo vehe- menter premer, ne dicara oppriraor, id prohibuit, quod
etiam ex ipso meo Alexandre abunde cognoscere poteris; cui non tantum omnimodam
fidem exhibebis, veruni etiam hoc quaeso in me couferas gratiae: nul- lum mei
iuvandi locum praetermittas. Vale. Aretio kal. scptembris MCCCCL. Il
destinatario di questa lettera è falso. Essa appar- tiene a una serie di
documenti, nei quali una mano del sec. XVII sostituì, non so per quali fini, al
nome di Timoteo Maffei, canonico lateranese del sec. XV, il nome ipotetico di
Bartolomeo Cozza; ma gli altri no- mi non furono sostituiti e ciò diciamo cmche
di quello del mittente Leonardo Aretino. Nella data dell' anno 1450 abbiamo una
nuova prova della falsificazione, perchè il Bruni morì nel 1444. Ci fu pertanto
un umanista che per esercizio retto- rie© assunse la maschera del Bruni e in
nome suo compose alcune lettere. Ciò dev'essere avvenuto quan- do si divulgò la
notizia della scoperta del Panegirico (li l'Inno. Ho detto per esercizio
rettorie©: e questo è indubitato per 1' epistolario esercì tatorio del
Barzizza; ma in altri casi, e forse in quello preso qui a consi- derare, si
potfi c(jn^'-iunL,''L'r(j o si coiiLfiunse anche la frode (i i) < fr. i;i
generale R. S.ibbadini, Z^ scoperti dei codici latini $ greci 174*76. Su altri
due omonimi di Ix^nardo Rruni vedi una notisia di F. F. Luìao in Giorn, stor.
Uttcr. itai. 32, 148-55. Di quei due, uno, I priore dei moniutcro degli Angeli,
è pertona reale; l'altro, l'autore della lettera a Martino V, ritengo fìXium,
vn. QUINTILIANO. I La scoperta del Clétnangis. (*) Il testo di Quintiliano
adoperato comunemente nel medio evo era mutilo, mancava cioè delle seguenti
parti: Epist. ad Tryph., Prooem.^ I i, i-6; V 14, 12 — Vili 3, 64; Vili 6, 17—
Vm 6, 67; IX 3, 2— X I, 107; XI I, 71 — XI 2, 33; XII IO, 43 sino alla fine.
Nel 1 4 1 6 ne fu scoperto uno integro da Poggio a S. Gallo; ma in Francia
Quintiliano integro era noto molti anni prima. Sappiamo già che il nostro
Andreolo Arese (i) r aveva avuto di là verso il 1396: non però che l'a- vesse
trovato lui, sibbene ne entrò in possesso per mezzo dei suoi amici francesi. Le
prove di ciò sono custodite nella corrispondenza epistolare di Nicola da
Clémangis, pubblicata da tre secoli (2): le quali da tre secoli attendevano
paziente- (♦) Companre la prima vw.i.i ... /w. <j/<i di filoh-- xyviX,
191 1, 540.41. (1) Epistolario di C. Salutati, IH 146. (a) Nicolai de
Cleroaogiif Optra omnia, Lugdoni Rat., MDCXJIL 382 R. SABBADINI. mente che i
filologi rivolgessero ad esse la propria attenzione. Ecco pertanto i luoghi nei
quali il Clémangis parla di Quintiliano: Epist. IV p. 20. Artis precepta, que me
quoque a- pud.... Quintilianum legisse confiteor.... Epist. Ili p. II. Cum multa (vitia) ipsi etiam Cice- roni a
suis fuerunt emulis, Quintiliano teste (XII i, 14-22), obiecta. Epist. IV p.
22. Hinc est quod Cato ille superior, magnus vir ac doctissimus, oratorem
diffiniens ait: ora- tor est vir bonus dicendi peritus; ubi non primum posuit
dicendi peritiam, sed viri bonitatem (Quintil. XII I, i). Epist. V p. 25. De
poeticis autem est locus apud Quintilianum in libro de oratoria institutione,
ubi in omnium genere poematum Romanos et Gre- cos poetas invicem comparat (X i,
46-72; 85-100), sola dempta satyra, que * tota latina est ' (§ 93).... Neque
enim audet Virgilium, qui summus inter Romanos est (§ 85), aut in bucolico
Carmine Theocrito equare aut Homero in heroico (§ 86) nec Terentium comicum Me-
nandro: ' quo in genere dicit Latin os maxime claudi- care ' (§ 98), cum lingua
latina, ut ait, non sit capax illius attice venustatis, quam greca servat
comedia (§ 100).... Nec preterea Actium Pacuviumque tragicos (§ 97) Sophocli
aut Eurupidi, nec Horatium lyricum Pindaro.... Quin etiam precipuos romane
historie scri- ptores Salustium et Titum Livium Tuchitidi ac Hero- doto grecis
historicis componens, illis quodammodo adsimulare, non autem penitus audet
equare (§ loi)...; 7. — QUINTILIANO. 383 pag. 28. Varus (Verg. Ed. IX 35) autem
ipse tragicus extitit, quem cuilibet audet Greconim Quintilianus op- ponere (§
98). Epist. CXV p. 318.... ut quidam illorum scripserint ' musas ipsas sì
latine loqui vellent, Plautino maxime usuras eloquio ' (Quintìl. X i, 99). Come
vedono i lettori, il Clémangis conosceva il capitolo primo del libro X di
Quintiliano dal § 46 al loi: vogliano essi rammentare che i codici mutili nel
detto luogo cominciano dal § 108. \! Epist, V, dalla quale abbiamo tratto la
maggior messe di notizie, è indirizzata al cardinale Galeotto di Pietramala,
morto nel 1396 o 1397: perciò prima di quell'anno il Clé- mangis possedeva un
Quintiliano integro. E vero che i codici Parig. lat. 7231 e 7696, entrambi del
sec. XII (proveniente quest' ultimo dalla badia di Fleury- sur-Loire), recano
un frammento del libro X, cioè X I, 46-131 (i); onde si potrebbe supporre che
il Clé- mangis avesse veduto uno di questi due codici; ma da altri indizi
risulta che egli conosceva tutto Quintiliano. Le scoperte di Poggio. La prima
notizia (*) 1' abbiamo dal Bruni, il quale rosi scrive a Poggio (2): *
Quintilianus prius lacer atque disccrptus cuncta membra sua per te recupcrabit.
Vidi \\ ì (-il. i'icrviiif. ìM. i' . OiiMitiiMiii l 'c ifìsiit. in tu. r. 'S
Pft* rii 1890, LXXXU-LXXXVl. (*) Comparvt Ia prima volta in Rrvista di
filologia XX, 18911 307*8. (a) Leonardi Bnini Arct. F.pìst., IV 5. 384 R.
SABBADTNi. enim capita librorum: totus est, cum vix nobis media pars, et ea
ipsa lacera, superesset.... Florentiae idibus septembris MCCCCXVI '. La
scoperta fu perciò fatta tra l'agosto e il settem- bre del 141 6. Poggio mandò
subito a Firenze l'indice dei capitoli, perchè vedessero di che si trattava;
in- tanto egli poneva mano alla copia, intomo alla quale lavorò 54 giorni. Ecco
la sottoscrizione del Quintiliano Vatic. Urbinate 327 f. 235: Scripsit Poggius
Florenti- nus hunc librum Constantie die bus LI III sede apostolica vacante.
Reperimus vero eum in biblyotheca monasterii Sancii Galli, quo plures
litterarum studiosi perquirendo- rum librorum causa accessimus: ex quo plurimum
utili- tatis eloquentie studiis comparatum putamus, cum antea Quintilianum
ncque integrum 7teque nisi lacerum et trun- cum pluribus locis haberemus. — Hec
verba ex originali Poggii sumpta. Contemporaneamente se ne trasse un apografo
an- che Antonio Franchi, come attesta la sottoscrizione del cod. Vindobon. 3135 (CCXLVIII
Endlicher): J/. i^ Q. institutionum oratoriarum ad Victorium Marcellinum liber
ultimus (XII) explicit. Quem feci scribi
ego An- tonius Bartholomei Franchi de Pisis Constantie a. d, M.CCCCXVL Poco
tempo di poi Poggio annunziò le sue nuove scoperte con una lettera a Guarino
(i), nella quale fra l'altro sta scritto: Hec (Quintiliani et Asconii opera)
(i) Pubblicata parecchie volte, p. e. Poggii Épist. coli. Tonelli I 25; Bandini
Cod. lat. II 382; Zacharia Biblioth. Pistor. 48; Fabricius Bi- blioth. Lat. n
524. 7. — QUINTILIANO. 385 mea manu transcripsi et quidem velociter, ut ea mit-
terem ad Leonardum Aretinum et Nicolaum (Niccoli) Florentinum Scis quo sit in
loco, ut si eum voles habere, puto autem te quamprimum velie, facile id
consequi valeas. Constantie XVII kal. ianuar. 141 7 (= 1416). Qui la cifra 141^
va calcolata relativamente alle ca- lende di gennaio, sicché la data tradotta
nel nostro stile vale 16 dicembre 14 16. Questo metodo di datare non è molto
frequente nemmeno ai tempi di Poggio, il quale, credo, ha segnato quell'anno
sbadatamente invece di 1416. Calcolando del resto che Poggio si sia messo alla
trascrizione nel settembre, coi 54 giorni che v' impiegò giungiamo al novembre:
ciò che com- bina pienamente con la data della lettera. Di questa lettera
abbiamo due redazioni. La secon- da si legge nel Quintiliano Ambrosiano B 153
sup. f. 275V. Presento qui le differenze dell'una e dell'al- tra (*). Poggii
Fpist. ic(^^ 'FV. Tulli» Cod. Anibros. B 153 sup. I 25 anepigrafa; in marg.
epistola Poggius Fbrentinus secretarms (son lasciate vuote quattro righe
opostoliats p. s. d. Guarino suo per l' intestazione). \ 'eronensi, Licet inter
quotidiana» occupa- Licet inter varias occupationet tioncs tii;i9, prò tua in
omncs hu* tuas qui maximis in rebus continuo (♦; (.'omparvc la prima volta in
Studi itaL/iloL class. XI, 1903,351 •54. Mia lettera tengono dietro nel cod.
Ambrosiano gli indici dell'opera (ii Quintiliano. E. ftABHAMNI. 7>r/>
ttitini, 1^. -.86 R. SABBA DI M. manitate et benivolentia in me sin- gulari
iucundiim semper tibi litte- raruni mearum adventum non igno- rem, tamen ut in
bisce perlegendis praecipuam quandam praestes at- t entionem te maiorem in
modum obsecro: non quidem ob eam causam ut aliquid in me sit quod vel summe
ociosus requirat; sed propter rei dignitatem de qua scripturus sum, quam certe
scio, cum sis longe peritissimus, non parvam tibi cae- terisque studiosis
hominibus esse allaturam animi iucunditatem. Nam- quicquam ferme valerent
praecipue iis maxime praestant fuerint latinae linguae p. 27 ut nihil ei — meo
iudicio deesse videatur Cicero romanae parens eloquentiae et molestiae et dignitatem
plures erant Marcelli ac praestantes p. 28 eum modo simili intentu
revocaverimus auxilium rapi supplicium ut inquit mil. p. 29 pulvere squalentem
erant enim non in bibliotheca libri illi ut eorum quo ne capitalis quidem rei
damnati retruderentur versaris haud facilem aditum fore existimem litteris
meis, tanta est tamen apud me opinio humanitatis • tue, ut arbitrer te quoque
quo has paulum queas legere negociis tuis nonnihil temporis surrepturum: non
quidem ob eam causam ut aliquid in me sit vel quod summe ociosus requirat, sed
propter rei dignita- tem de qua sum scripturus, quam certe scio cum sis in ter
ceteros e- tatis nostre viros longe peritissimus, non parvam tibi esse
allaturam animi iocunditatem. Nam- quicquam valerent precipua iis maxime prestent
fuerunt lingue latine ut ei — meo iudicio nihil (nihil add, al. m.) deesse
videatur Cicero parens eloquentie ac molestie atque dignitatem plurimi erant
Matcelli et prestantes eum vestro (uro) simili interitu in avitam patriam revoc
— presidium supplicium rapi ut ait milibus pulvere refertum erant enim in
bibliotheca libri illi, non (non add. al. m.) ut eorum quo ne vita quidem
damnati detruderentur J. — QUINTILIANO. 387 Si essent — viros rimarentur Si
esset — viros recogno- ac recognoscerent secret Habes mi suavissime Guarine
Habes mi suavissime Johannes Vellem et potuisse libnim Velleni potuisse et
libnim consequi valeas. Vale et me consequi valeas. Cum hec scrip- quando id mutuum fit ama. Con-
sissem,supervenit Johannes Canutius, stantiae XVIII kalendas ianuarias vir
inprimis eloquens et mihi prop- anno Christi 141 7. ter ipsius probitatem
necessitudine coniunctus; quem cum rogarem ut curaret has ad te litteras
deferendas, se id munus dixit velie suscipere, sperans se prope diem isto
ventu- rum. Deinde cum mihi explicasset quoddam desiderium tuum plenum summa
honestate peteretque a me, quem sperabat plurimum posse, ut meam in ea re
diligentiam atque operam prestarem, pollicitus sum cum sua causa tum vero
maxime tua, me cum primum Leonardum Aretinum videro (nam litteris ista minime
sunt agenda) ab eo effla- gitaturum omnibus ut aiunt nervis quod te video
optare atque id prò singularì araicicia que secum est iaro inde a tcncris annis
me impetratu- rum confido. Vale
et me, quando id mutuum fit, ama. Datum Con- stantie etc. A detemìinaru il
desiinatario della nuova mia/ione trarremo costrutto da tre circostanze: che
abitava una città la quale non era Firenze, ch'era un uomo assai affaccendato,
che aveva g^randissima conoscenza (pt' ritlssimus) di codici; tre circostanze
che ci fanno pen- 388 R. SABBADINI. sare a Giovanni Corvini d'Arezzo (i), sin
dal 1407 in- signito della cittadinanza milanese, consigliere autore- vole di
Filippo Maria Visconti, appassionato ricerca- tore ed esperto estimatore, come
vedremo, di codici e possessore di una preziosa biblioteca. Una testimo- nianza
diplomatica viene opportunamente a confermare la nostra ipotesi, poiché il
Querini (2) ha veduto la lettera di Poggio in un codice di Bergamo con l' in-
testazione ad Joannem Aretinum. Intanto il Quintiliano integro era arrivato a
Firenze. Nell'aprile del 141 7 il Bruni era tutto inteso a redige- re il nuovo
testo, fondendo il codice di Poggio col codice mutilo che già ivi possedevano.
Scrive infatti a Poggio: Quintilianus tuus laboriosissime emendatur, Permulta
sunt enim in nostro vetusto codice, quae ad- denda tuo videantur. Sed in quibus locis vetustus
dee- rat, hoc est in syncopis illis grandioribus, plerisque in locis
insanabilis morbus est.... Florentiae
II nonas apri- les [14 17] (3). Il codice arrivò anche a Padova al Barzizza
(*), il (0 Poggio aveva conosciuto il Corvini nel 1414 a Milano, quando passò
di là diretto al concilio di Costanza; Leon. Bruni Aret. Epist. IV 6: questa
lettera nei codici ha la data: Florentiae JJJJ kal. decembr. MCCCCXVI. Scrive
ivi il Bruni al Corvini: Illud quoque me plurimum movet, quod ab egregio
adolescente Poggio Terranovano familiarissimo et amantissimo mei dudum percepì,
quanto honore ipsura, cum ad vos accessisset, vel solo meo nomine, fueris prosecutus.
(2) Diatriba prael. ad F. Barbari epist. p. II. (3) Leon. Bruni Epist. IV 9.
(*) Comparve la prima volta col titolo: Studi di Gasparino Barzizza su
Quintiliano e Cicerone, Livorno 1886, 2-6. 7. — QUINTILIANO 389 quale pare
avesse atteso a supplire il testo mutilo nello stesso modo che aveva praticato
per i codici mutili delle opere rettoriche di Cicerone (sopra p. 103-1 1 1). La
testimonianza proviene dal Biondo: sicut diu antea in Quintiliani
Institutiotiibus multo labore suppleverat (i). Di questi supplementi nelle
lettere sì edite che ine- dite del Barzizza non trovai finora nessun cenno; per
la qual cosa non possiamo nemmeno congetturare di che genere essi fossero.
Diamo luogo invece alla let- tera, che ce lo mostra in possesso di un
Quintiliano integro: Gasparinus Ludovico Caucio sai. (2). Studium tuum curam
diligentiamque in res meas ncque laudare satis possim nec admirari, qui nullum
amici officium in depellenda a me iniu- ria pretermisisti, quod etsi mihi tuis
litteris et sermone hominum qui inde ati me proficiscebantur explorati.ssimum
esset, tamen et veteri iu- licio meo et litteris recentibus Zebedei necessarii
mei multo exploratius labui. Sed vereor ne qui tua diligentia tam commode utor
negligentis- imus in re tua vidoar. Scripsisti enim et de losepho historico et de '
)aintiHanr>, onstantia integer ad me delatus est, utrum copia \\:\\\fx\
pos-ct. NiUKjuum fuit cui littcnis posscm ad te committere; se- j-f a
t.ilxrllariis elusus sum; ncque occupationcs mee, quo ut nosti vix 'Kpirandi
spatium concedunt, ncque ulla alia causa impedimento fuit, f-d quia non habui
cui, ut dixi, mcas darcm litteras. Nunc vero et ho- minem rt trmpus
commodÌH8Ìmum nactUN tibi satisfacio. Scia
omnia mca tiia V IO merito assecutum, ut negare nihil possim. (juititiiiaiiii^
<x vetustissimo codice in Germania transcriptus totus n- (1) FI. I3lon»lus,
opera, Baiiilcac 1559; I, p. 346. Ne parla anche lacob. Philippu» Jicrgomas,
Siif'^/rm. Chron., Vcnctiis 1513, f* >74-27Si na iUtcrando i (atti. il) Cod.
Riccardiauo 779 i. ic». 390 SABBADINI. pud nos extat (i); multo minus corruptus
est; siquid agi vis fac me cer- tioreni, modo Patavii exempletur; non enim
propter quotidianum usum carerà toto libro possem. losephus olim apud me fuit,
causa eris alieni, quo mihi Abbas San- cii Zenonis (2) tenebatur; nunc ere
persoluto liber ad Abbatem rediit. Nihil est quo satis possim tuo desiderio
facere. Alia libi via ineunda (3) est, si vis copia huius historie potiri;
temptavi omnia ut meo nomine libro isto uti posses: nihil profeci. Hec sunt que
licet tarde, tamen ut res tulit ad te scribo. ludicabis itaque meum in te
officium potius ex animo quam ex fortuna, nec tam mihi quam casui imputabis si
in referenda gratia minime possim par pa- ri, ut aiunt, reddere. Nondum
magnifico principi ac domino nostro gratias egi; sed cum o- tium quod diu
sequor atque animo (4) concepi, mihi suppeditavero, con- fido, si minus animo
meo, suo tamen abunde satisfacturum. Vale et me celsitudini sue commenda. Quel
Lodovico Cocco, al quale la lettera è indiriz- zata, è probabilmente il padre
di Marco e Giovanni, che furono scolari del Barzizza (5). Vi si trova nomi-
nato uno Zebedeo e questi era il dal Ponte, bergama- sco anch' egli come il
Barzizza, con cui era in fratelle- vole relazione (6\ Altre allusioni si fanno
nella lette- ra, delle quali non posso dare nessuna spiegazione: come r
ingiuria, nominata sul principio, e l'obbligazione che il Barzizza dice di
avere verso il doge veneto. Cosi della storia di loseffo (Giuseppe Flavio) non
incontrai altro cenno nell'epistolario barzizziano. (i) erat cod. (2) Genonis
cod. Era Pietro de Miliis. (3) tibi invenienda cod. {4) diu sepe atque animum
cod. (5) Gaspar. Barzizii Opera, I, p. 204. (6) Ibid..) p. loi etc. 7. —
QUINTILIANO. 39 1 Comunque sia, la lettera è scritta certamente da Pa- dova e,
secondo ogni probabilità, tra il 141 7 e il 141 8. Forse riusciamo a scoprire
con qual mezzo il Bar- zizza ricevette il nuovo codice. Riporterò a questo
scopo alcuni periodi di una sua lettera: Epistola Gasp ar ini Per gameti si s
(i). Reverendissime in Christo pater et domine domine mi singularissime.
Redditi sunt mihi quinterni quinque in finem Quintiliani (2), ex quibus tantam
voluptatem animo meo (3) iocunditatemquc percepi, quantam qui (4) maximam ex
rebus optatissimis, si frui eis contingat, carpit... (5) Satis itaque de
Quintiliano. Reliqua ad pueros vestros pertinentia curan- tur hic omni studio
ac diligentia. Dominus Francischinus pierunque eos adii (6), lohannes
Augustinus filius ^7) non deficit; ego, ut sepe dixi, ad gabemaculum sedeo....
(8) Patavii pridic kal. aprilis [14 17]. La lettera manca d' intestazione, ma
congetturiamo che sia indirizzata al cardinal Branda di Castiglione. Si noti
intanto che il corrispondente apparisce dal ti- tolo di reverendissitmis pater
un alto dignitario eccle- siastico e si badi poi a quello che vi è detto:
reliqua (\\ Cod. di Bergamo F V 20 p. 69. (2) Intendo in finem Quintilioni: per
giungere alla fine del testo di Quintiliano. Perciò l'ii vlmuil- riiiiiulato in
più riprese. (j) tuo cod. (4) qaam cod. (5) carpiti» cod. (6) audit cod. (7)
figlio del Barxizza. (8) Cfr. ('iccr. />. Rose. ,1 i<l gubernacain rei
publicflc Redeo. Di qui potremmo tospcttore che il Barsixsa nveuc già ricevute
le oroxioni ciceroniane del codice di Cluni (lopi 392 K. SAHBADINI. ad pueros
vestros pertincntia curantur, dove s'ha a in- tendere di fanciulli che stavano
in convitto presso il Barzizza. Ora da un'altra lettera, pure anepigrafa, ma
incontestabilmente del Barzizza, veniamo a conoscere che costui teneva a
dozzina i nipotini del cardinal Pia- centino, che è tutt'uno con Branda di
Castiglione: Sunt (i) tres alii..., nepotes reverendissimi patris d. car-
dinalis Piacentini, qui apud me nutriuntur: quibus fa- miliarem magistrum
proposui et ego, ut dici tur, ad gu- bernaculum sedeo (2) et quantum mihi
videtur clavum moderor et cursum navalem eorum dirigo (3). Il destinatario
perciò della lettera precedente è Bran- da di Castiglione: e da lui il Barzizza
ricevette in più riprese la copia del nuovo Quintiliano, inviatagli da Costanza
dove Branda assisteva al Concilio. Del nuovo testo {^^) il Barzizza cita una
lezione nella sua Orthographia, dove sta scrìtto: CoN per o ^tn que prepositio
nunquam reperi tur nisi in compositione; et est secundum Quintilianum (I 7, 5)
differentia inter con per o et n, cum per u et m, quom per q. u. o. m vel per q
et duplex u, prout in alio Quintiliano ex vetustis- simo codice transcripto,
qui repertus nuper est in Germania, scriptum comperi (4). (i) Cod. Riccardiano
779 f. 150. (2) Ripete la frase dell'altra lettera. (3) Cfr. Cicer. Epùt. ad fam. IX 15, 3
sedebamus in puppi et cla- vum tenebamus. (*) Comparve la prima volta in Studi ital. filol.
class. XI, 1903, 365. (4) Questo articolo si legge in entrambe le edizioni delV
Or t^ograpàia, la prima composta a Padova, la seconda a Milano. Cfr. Studi
itnl. XI 364-68 e sopra p. 122. 7* — QUINTILIANO. 393 La lezione per q et
duplex u è del vetustissimus codex ed è anche del Quintiliano Turicensis
(Zurigo), che ha, secondo la testimonianza dello Spalding-, per q ac diias u
sequentcs. Se ne conchiude pertanto che il co- dice scoperto a S. Gallo da
Poggio va identificato col Turicensis, il quale del resto sappiamo che pervenne
a Zurigo dalla badia sangallese (i). Verìsimilmente dal Barzizza ebbe il nuovo
Quinti- tiliano a Padova GugHelmino Tenaglia, un Fiorentino che studiava in
quell'Università (*). Il suo Quintiliano è ora il codice VI F 21 della
biblioteca Estense di Modena, nel cui foglio di guardia si legge la seguente
lettera: Guiglelminus Taitaglafamndissimo oratori integerrimoque amico suo
Bernardo Spinge s (2) s. p. d, Munus abs te diutius efflagitatum exhibeo, non
ea fortasse scripturae ornatusquc elegantia decoratum, sicut tua eiusve
principis, cui orator adsistis, humanitas celsitudoque expostulat, summa tamen
et operis per- fectione ac (ipsius auctoris praecepto) scita emendatione
absolutum. Li- brariorum enim desidia noster hic Quintilianus pluribus annis
non soluni apud nos sed apud exteras nationes et corruptus et principalioribus
mem- bris mutilatus dignosccbatur, ni cura et diligentia eruditissimi viri con-
civi» mei Poggii Fiorentini pridie illius fragmcnta ex intcriori Germania
(i> M. F.»>ii < hiinf.ii ,.,; /).• ..,<•/.•/ ..,-.,, .....
<,.-,]. \;„.y y ;,,.;.... ,-.,«, I p. XI. ■. (♦) Compiiive la prima volta in
Rivista dt Jiioiogia XXI, 1892, 142- 43; e in C tornale stor. leti. itai. 46,
1905, 81. '2) Forse era segretario di qualche principe straniero residente a
Fi» rcnze pretino la corte di papa Martino V, dbe dimorò in quella città fino al
settembre del 1420. 394 ^- SABBADINI. ' nobis restituisset. Quae cum
collegisscm, suo in loco illa rccondens, non infacetum sed multas oranis
Hyspaniae redolens concinnitates opus per- fectissimum tibi constitui,
deprecatus hominis affectionem, non muneris parvitatem consideres; qucm tanidiu
tibi agnatisque tuis obsequentissi- mum expositissimumque aspicies, quamdiu
immortalis dei beneficio hoc in orbe vita mihi aderit. Vale. XHII kal. iulias,
ex Patavio 1420. Dalla qual lettera desumiamo che il Tenaglia mise insieme una
redazione mista, prendendo per base il testo dei codici mutili e intercalandovi
le parti venute nuovamente in luce. Sul mittente possiamo dire qualche cosa.
Guglielmi- no Tenaglia infatti fu uno dei sedici cittadini fiorenti- ni, ai quali
il Niccoli col testamento del 1437 affidava la custodia e la conservazione
della sua biblioteca. Nei documenti il Tenaglia è chiamato < cavaliere e
avvo- cato > (i); senza dubbio egli nel 1420 studiava legge a Padova; anzi
nel 1419 fu in quell'Università rettore dei giuristi, come ne fa fede il
discorso recitato nel- l'assunzione della carica, il quale porta la
sottoscrizio- ne (2): Oratio Guiglelmini Tanagla fiorentini in accep- tatio7ie
of fitti rethoratus utriusque Universitatis (3) iuri- starum tam ultra
montanorum quam citra. Che si tratti di Padova, è attestato dalle parole ^ urbi
Paduane >; che l'anno sia il 141 9, ricaviamo da queste altre: < nec «
vos, o eterni ignes, P. Marcelle huius urbis dignis- (i) Mehus, Vita A,
Traversarti, p. 63-64. I documenti presso G. Zippel, Nicolò AHccoli, 1890, p.
97, 102. (2) Cod. Riccardiauo 1200 f. 151 z'; com. Quales quantasque gratias.
(3) Universalis cod. 7- — QUINTILIANO. 395 < sime pontifex, tuque M. Dandule
nec non Lau. Bra- < gadine huius regie civitatis rectissimi presules >,
perchè nel 1419 appunto il Dandolo e il Bragadin fu- rono governatori di
Padova, il primo com3 podestà, il secondo come capitano. Oltre al primo
Quintiliano, Poggio durante la sua presenza a Costanza ne scopri un secondo, com'
è at- testato da una lettera di Guarino (*): Guarinus Verone^isis Poggio p. s.
d. (i) .... Superiori tempore ad nos allatus Quintilianus est, quem tua opera
[ad vitara retractum esse] (2) haec fatetur actas et posteri non ta- cebnot;
idque tanti apud studiosos litteraruni homines fit, ut perrara Constantiae
gesta sint, quae huic ipsi librorutn inventioni anteponantur. Ceterum cum vel
librariorum menda vel alia depravatus causa (3) sit, tua raihi opus est ope
atque opera. Sentio te aliud Quintiliani exemplar nactum esse, quod apud te
est; ex quo unum nomine meo conscribi fa- cias oro, quam emendati or esse
potest. Quod si facere vis, hoc est si per alias occupationes tuas licct, quam
primum pecunias tibi dari faciam, quas tu ipse iusseris. Quam gratum autem id et mihi et
litteratis futu- rum sit, dicerc non possum. Erit praeterea officiosum admodum ut quem ad vitam
retraxerìs incolumem scrves in luce. Vale.
Barbarus noster plu- rìens tibi salutem nuntiat. Manca la data, che però si può
fissare ( on molta approssimazione. Poggio lasciò Costanza, dove è tut- (♦)
Comparve la prima volta col titolo: Studi di Gasp. Bartitta su Quintiiiano t
Ciaront^ Livorno 1886, 6. ^1) Codice Harleian 2492 f. 370V; cod. di Lyon l6^ 2)
ad vitam eskc om. codd. (j> e uni •aii.l 396 R. SABBADINI. torà presupposto,
con la corte pontificia il i6 maggio del 141 8 (i); qui siamo dunque al più
tardi nei primi mesi dell'anno medesimo. Questo secondo codice fu da lui
trovato probabil- mente nell'escursione estiva del 141 7 in Francia e Ger-
mania, donde ritornò con le otto nuove orazioni di Ci- cerone (2). E non se ne
trasse copia, come del primo, ma si portò seco 1' archetipo; di che rimane
testimo- nianza in una sua lettera al Niccoli (3): Nicolaus Tre- verensis huc
venit afferens secum sexdecìm Plauti co- moedias in uno volumine. Liber est illis litteris
antiquis corruptis, quales sunt Quintiliani Ro- mae VI kal. ianuarii 1429. Il nuovo codice fu copiato nel Monac. lat. 23473 e
nel Laur. 46. 9, il quale ultimo reca la sottoscrizione: Vespasianus d. Manni
de Tuderto mihi scripsl sub annis domini MCCCCXVIII (4). Dubbi del Valla sulla
nazionalità di Quintiliano, i^) Dell'origine spagnola di Quintiliano dubita una
bio- grafia anonima, pubblicata nell'edizione veneta del 1494, che per molto
tempo fu attribuita, non si sa su quale (i) Pastor, Geschichte der Pdpste I 165
n. 2, (2) Cfr. sopra p. 43-45. Sulle due escursioni di Poggio nel 141 7 vedi R.
Sabbadini, Poggio scopritore di codici latini in Germania (Rendic. d. r. Istit.
Lotnb. se. lett. 46, 19 13, 905-908). (3) Poggii Epist. coli. Tonelli I 304.
(4) A. Beltrami, De Quintiliani institutionis orai, codicibus in Memorie del r.
Istit. Lomb. se. e lett. XXII, 191 1, 182-86. (*) Comparve la prima volta in
Rivista di filologia XX, 1891, 317-22. ;. — QUINTILIANO. 39^ fondamento, al
Valla. Il primo a negare che essa ap- partenga al Valla è stato, mi pare, lo
Spalding (i), il quale però adduce una ragione un po' troppo sogget- tiva: «
neque videtur Laurentius Valla tam negligen- ter haec fuisse scripturus >.
Io porterò un argomento assai più valido, la testi- monianza cioè dello stesso
Valla, il quale parla di Quintiliano nelle Adnotationes in Raudensem. Non cre-
do che questo passo siii stato ancora adoperato alla soluzione della presente
questione; in ogni modo non sarà male rinfrescare la notizia. Raudensis (2).
Quintilianum nominat Seneca nono (3) Declamationum suarum dicens: < transeo
istos quorum cum vita fama extincta est >. Laurentius. In hunc errorem
incidit Petrarcha, qua- lia multa peccat Vincentius Historialis (4), ut alii
multi ex plebe illitteratorum, qui alium prò alio vel aucto- rem vel principem
virum ponit, velut vStatium Tholo- sanum y^ro ^tatio Caelio (5) ac tres Catones
prò uno (\) Spalding nella sua edizione di Quintiliano, I, p. XXXVH. (2) Valla,
Adnotationes in Raudensem, Qo\or)\i\t, 1522, p. 48. Le Adno' iationts furono
composte nel 1442 o 1443, vedi R. Sabbadini, Cronologia del Panormita e del
Valla, Firenze 1891, 99-100. (3) La citazione e errata; vedi Seneca padre
Contro^'. X, praef. 2, dove i nostri tetti hanno cum ipsis invece che cum vita.
(4) Vincentius Bcllovacensis nello Speculum historiaU, V, 61, con- fonde Stazio
comico con Stazio epico. 5) Intendi Statio Caeeilio, il comico. Quanto poi a
Stazio epico, il Valla Io fa di Tolo»a, come tutti del resto nel mwlio evo,
perchè fa confuso col retore Statius Ursulus Tolosensis nominato da (ìirolamo
(( hfun. a. Abr. 2073). ^ Dotixie tere sul nome e nulla patria di Sta- 398 R.
SABBADINI. duosque Scipiones prò uno, nescientes quo quisque tempore fuerit.
Ita hi duo non vident Quintilianum plurimis annis superstitem Senecae fuisse,
quìppe qui opus de instìtutione oratoria sub Domitiano Traìano- que composuit
et mentionem Plinii iam mortui facit (i), sicut et ipse Plinius de Seneca
mortuo (2), Senecam vero a Nerone interfectum, qui senior Quintiliano cir-
citer octoginta annos fuit quique, si ipsi credimus (3), potuisset audire
Ciceronem, qui ante Quintilianum obiit circiter centum quinquag^inta annos.
Ergo alius Quin- tilianus fuit, de quo Seneca meminit, et forte pater zio si
deducono dalle sue Selve, le quali furono scoperte nel 141 7 da Poggio
(Sabbadini, Poggio scopritore 907); ma nel 1442 il Valla non le conosceva
ancora. Del resto non le conosceva più tardi nemmeno An- gelo Decembrio, poiché
nella Politia literaria, p. 29-30, parlando di Stazio nomina solo la Teòaide e
V Achilleide. La Politia fu pubblicata nel 1462 e riproduce ciò che il
Decembrio aveva imparato da Guarino a Fer- rara, sicché nemmeno Guarino
conosceva le Selve. Il fatto è abbastanza strano. La verità fu ristabilita dal
Panormita nel seguente epigramma (codd. Vatic. 1670 f. 120; 3282 f. i): In
statuam Statii poetae Neapolitani Qui cecinit Thebas primum, mox orsus Achillem
Occidit, hac coli tur Statius in statua. Hunc genuit tali gavisa Neapolis ortu,
Ipsa Tolosa licet blateret esse sunm. Haec etiam genuit Stellam fecunda poetam
Ne sit in hoc uno splendida Parthenope. Quod si vana suum contendat Gallia
vatem, Sylvarum relegas, candide lector, opus. (i) Quint., Insta. orat.,Jn, i,
21. (2) Plin., JSpist., V, 3, 5. (3) Seneca Controv., I, praef., 11. 7. —
QUINTILIANO. 3^9 Quintiliani aut avus. Nam pater Quintiliani eloquens sane
fuit, ut quodam loco filius ipse testatur (i), affe- rens orationis illius
testimonium. Quod si ita est, non ex Calaguritana urbe oriundus est, ut
Hieronymus (2 alt; sin illinc est, ergo nec pater Quintiliani fuit, de quo
facit Seneca inentionem, quoniam Calagurae non Romae eloquentiam exercuit. Nam
idem Hieronymus ait (3) Galbam, qui fuit imperator post Neronem, du- xisse
Quintilianum ex Hispania, ut Romae rhetoricam doceret. De quo alias plura
dicemus, hoc tamen di- xisse contenti, Quintilianum hunc a puero Romae fuis- se
eruditum et Hieronymum ita in Quintiliano potuis- se errare, ut fecit in Bruto,
quem ait duxisse Porciam Catonis filiam in matrimonium virginem ^4), quae fue-
rat Bibuli uxor, ut Plutarchus (5) ait. De Seneca autem an unus sit an duo,
minus dili- genter attigit, contentus sententia nescio cuius Sidoni poetae (6),
nec animadvertit Quintilianum testimonium (7) afferra Senecae in tragoediis,
ubi Medea ad Creontem loquitur: < quas peti terras iubes ?» et tamen unum
Senecam inter legendos nominare, cuius et epistolae (i) Quintil., Inst. orat.,
IX, 3, 73. (2) Girolamo scrive: e Quinlilianus ex Hif.pnnia Cnhiguiritr.nus
priniu Romae publicam scholam [aperait] et salarium e fisco acccpit ». (3)
Girolamo: « Fabius Quintilianus Romam a Galba pcrtlucitur >. (4) Girolamo,
Advemis lovinimium, I, cap. 46: « Brutus Porciam vir- ginem daxit nzorem ». (5)
Fiutare, Cat. min., XXV, 2. (6) Apoliin. Sidon., Cirni., IX, 22Q, distingue un
S( uni filosofo e 00 Seneca tragico. (7) Quintil., Inst. 400 R. SAfiBADINl. et dialog-i et
poemata et opera philosophiae ferantur (i). Tamen duo eximii Senecae fuerunt,
ut Martialis (2) te- statur, qui fuit aequalis Quintiliani luvenalìsque; ait e-
nim < Binosque (3) Senecas et unum Lucanum Fa- cunda loquitur Corduba 3>.
Ceterum an idem sit qui tragoedias et alia opera condidit, dubitari potest cer-
te. Qui nonae tragoediae (4) auctor est, Seneca maior non fuit, de quo alias
suo loco dicemus: nam de e- mentìtis ad Paulum et Pauli ad eum epistolis alio
o- pere (5) disputavimus. Riguardo
a Seneca il Valla commette uno di que- gli errori, che egli rimprovera al
Bellovacense, al Pe- trarca, al Raudense; confonde cioè in una sola perso- na
(come del resto tutto il medio evo) i due Seneca padre e figlio; inclina
tutt'al più a distinguere Seneca filosofo dal tragico (6). Riguardo invece a
Quintiliano egli è infinitamente superiore al Raudense, il quale faceva una
sola persona del Quintiliano nominato da Seneca padre con l'autore àeVi^
Instttutio oratoria. Non solo, dice il Valla, Quin- tiliano non mori prima di
Seneca, ma gli sopravvisse e sopravvisse a Plinio, esso stesso sopravvissuto a
Se- neca, sicché Quintiliano fu un ottantanni più giovane (i) X, I, 129. (2) I,
61, 7-8. (3) I codici leggono duosque Senecas unicumque Lucanum. (4) La nona
tragedia nella redazione A è VOctavia. (5) Quest' opera del Valla è perduta.
(6) Sulla questione dei due Seneca e se il filosofo sia da distinguere dal
tragico, vedi Coluccio Salutati Epistol. I 150-155. Ma il Salutati confondeva
pur sempre in una sola persona Seneca padre e figlio. 7- — QUINTILIANO. 4OI di
Seneca, avendo scritto la sua Institutio sotto Do- miziano e Traiano., Seneca
avrebbe potuto veder Ci- cerone, mentre Quintiliano morì un centocinquant'anni
dopo Cicerone. - Con ciò il Valla collocherebbe la morte di Quintiliano verso
il 105 d. Cr. Distinto per tal modo il Quintiliano dell' Institutio dal Quintiliano
citato in Seneca, egli fa di questo il padre o l'avo di quello. Se è così,
ragiona il Valla, il Quintiliano dell' Institutio non nacque in Spagna, ma in
Roma, dove suo padre era retore. O vogliamo il Quintiliano deW Institutio nato
in Spagna, di dove G al- ba lo condusse a Roma ? E allora questi non è il fi-
glio del Quintiliano citato in vSeneca. Il Valla propende per la prima ipotesi,
ammettendo perciò errore nella testimonianza di Girolamo; e per mostrare che
non è un capriccio negar fede a Giro- lamo, lo coglie in fallo anche in un
altro caso, cioè rispetto a Porcia figlia di Catone. Ora reco alcuni passi
della biografia anonima: < Marcus Fabius Quintilianus Romae natus est, quì-
bus consulibus aut quo imperante Caesare, non legi. Verissima coniectura
adducor, ut fidem libris tempo- rum non habeam, ubi legitur: Quintilianus
Calagurra urbe Ilispaniae oriundus.... At ipse dicit cum esset a-
dolescentulus, cognovisse Domitium Afrum (i) et Se- necam (2), qui ambo sub
Nerone periere. Seneca in libro sexto (3) Divisionum Quintiliani declamatoris
me- (I) QmnX., Insti t. or., V, 7, 7. i2) Ib., Xn, IO, ir. (3) Lcm;i decimo. R.
Sabsadini, lati io imi. fl6. 40i li. SABBADINI. mìnit... Is avus fuit M. Fabii
Quintiliani, qui Romae multis annis rhetoricen cum summa laude docuit. Et ipse
rursus Quintilianus mentìonem facit patris, qui causidicus fuit apud principem
Quo tempore deces- serit, affirmare non audeo, quoniam is, qui tradit, fide
caret >. Il confronto dei due testi mostra evidentemente che il Valla non è
autore della biografia, ma mostra an- che che air anonimo erano note le idee
del Valla, il quale perciò dev'essere considerato come il primo che mosse dubbi
sulla nazionalità di Quintiliano. Studi del Valla sui codici deir € Institutio
oratoria > La discussione del Valla sulla nazionalità di Quin- tiliano è un
saggio degli studi ch'egli veniva prepa- rando sul suo prediletto fra gli
autori latini e ne dà formale annunzio con quelle parole: de quo alias plura
dicemus (i). Le Adnotationes in Raudensem sono, come già ho detto, del 1442 o
1443. In quello stesso tempo il Val- la deve aver domandato un Quintiliano
all'Aurispa, il quale nel dicembre 1443 (2) cosi gli scriveva: « Quintilianum
quem ad te iampridem misi nescius sum an acceperis ». (i) Si veda anche
quest'altro passo à.€^^ò Adnotationes (p. 38): « Nam Consultus (cioè Consultus
Chirius Fortunatiaiius) ac Martianus Capella et quidam alii de arte praecepta
haec dant, sed plurima ex Quintiliano ad verbum sumpta, cum tamen de ilio, a
quo furantur, mentionem non faciant; homines improbos planeque ingenio misero
ac furaci, QUOS A- UAS CASTIGABIMUS ». (2) R. Sabbadini, Cronologia del
Panormita e del Valla, 97. ). — QUINTILIANO. 403 A cui il Valla da Napoli, in
data ultimo dicembre dello stesso anno, rispondeva (i): < Quintìlianum me
accepisse olim scripsi ». I primi frutti di quest'operosità del Valla su
Quinti- liano si trovano raccolti nel cod. latino di Parigi 7723, il quale
porta questa soscrizione: Laurentius Vallettsis hunc codi cent sibi emendavi t
ipse millesimo quadringefi- tesimo quadragesimo quarto, mense decemòris, die
nono. II codice ha molte glosse marginali di mano del Valla; ma non è di mano
del Vaila, secondo il Fier- ville (2), la soscrizione, e giustamente. Intanto
manca la parola anno e poi il Valla non avrebbe mai scritto mense decemòris die
no7io, ma mense decembri die nono o die no7io mensis decembris o V id.
decembres (3). Ne il Valla si fermò qui; che ancora nel 1447 era intento a
glossare Quintiliano, come risulta da una let- tera autografa al Tortelli,
della quale reco un passo: « (Juintilianum quem poscis, habeo enim duo, iuberem
tibi tradi per Anibrosium, si putarcm eum mihi in hoc obsecuturum; tanietsi
noUem gioia 8, quas illi feci, ab aliis transcribi, priusqnam recognon'm et
alias adhuc addidero. Nam ut scias quo studio glosas eas facturus sim, certuni
est mihi omnes libros, qui supersunt Icgendi, evolvere, eos pre- sertim qui
ante Quintilianum extitcrunt. Quid queris ? Emi Hyppocratem, qui fuit Roberti
legi (sic)^ (ere omnia illius opera, ubi aliquid ad or- namentum glosarum in
veni, quod est < ;tai6of(aOEÌ«; vocari eos qui in sua (1) Ibid. loi. (2) eh.
Ficrvillc: M. F. Quintilioni Dt instit. orat. lihtr primns^ Pa- ris iK^o, p
cxvra-cxix. (3) Cfr. Adnotationts in Raud., p. 8. j", K. SABUAlJlM.
quisquc arte prcsti.nlissinii si:i t » (i). Cuius honiinis in hac re aneto*
ritas maior est, quam aut Aristotelis aut Platonis, quia prior fuit. Ta- rn en
ut Quintilianum ipsuni ad transcribendiim legendunive emendatis- sirnum
haberes, enixius laborarem, ut meus in tuas manus perveniret, nisi potius
crederem me istuc venturum « Kal. ianuariis Neapoli [1447] (2) ». Pseudo-Quintiliano Le Declamationes (*) Le cosi dette
Declamationes maiores tramandateci da moltissimi manoscritti col nome di
Quintiliano furono ben presto note agli umanisti. Le conosceva il Petrarca, il
quale le giudicò anzi sfavorevolmente (3). Il loro numero somma a diciannove;
ma bisogna av- vertire che alcuni pochi codici, sei che si sappia fino ad ora,
tra cui il Montepess. H 226 (sec. XIII), il Laur. 22 sin. 8, (4) il Gibsoniano
(5) e il Vaticano 1773, ne (i) Cfr. Quinti!., /«j //A orat.., I, 12, 9. Nel
Thes. l.g. dello Stepha- nus il luogo ippocratico è citato con « Hippocr. p. 2,
17 ». (2) R. Sabbadini, op. cit. 115. (*) Comparve la prima volta in Studi
ital.JìloL class. V, 1897, 390-92. (3) P. de Nolhac Pétrarque et l'humanisme, 2
ed., Il 84-85. Più tar- di rincarò la dose Fr. Filelfo in una lettera del 1440
(Epist. Venetiis 1502 f. 22). (4) Membr. sec. XIV col titolo: Incipiunt
cciionts Quintilliani. Le prime quattro tengono, come nel Montepess., quest'
ordine: I Sentio iu- dicesy II Si iuvenis innocentissimus, III Satis dedecoris,
IV Ne quaeso. (5) Chiamo così il codice dal quale il Gibson la pubblicò la
prima volta nella sua ediz. di Quintiliano, Oxonii 1693. 7- — QUINTILIANO. 405
recano una di più, quella che comincia Ne quaeso (i), la quale non occupa
sempre il medesimo posto, per- chè in alcuni codici sta al quarto, dopo la
Satis dede- corisy e in altri all' ultimo, donde arg-omentiamo che essi o i
loro esemplari non 1' avevano originariamente e solo più tardi se la
accodarono. Dei sei codici a noi importa in modo speciale il Va- ticano, perchè
essendo stato posseduto da Gasparino Barzizza ci mostra in qual tempo la nuova declama-
zione fece la sua prima comparsa fra gli umanisti. Il Vatic. 1773, menibr. del
sec. XIV, oltre alle declama- zioni di Quintiliano (2) contiene quelle *di
Seneca (3 ), con la sottoscrizione di mano del copista: * Explicit liber
declamazomim Senece ', alla quale segue 1' altra di mano del Barzizza: * Et est
mei Gasparini de Bar- ziziis de pergamo. Secundum primam literam videba- tur
fuisse (4) iilicuius fratris vel conventus fratrum pre- dicatorum; qualiter
pervenerit ad manus illius qui mihi vendidit nescio. Sed ego bona fide et cum
titulo emi per m[agistrum] Angelum de fanno a domino Bene- dicto de doctoribus
precio ducatorum IIII"^ In casu quod vera dentur inditia quod vicio sit
translatus, iubeo quod r(*stituatur illi cuius est, dunimodo precium red- U Sai
codici che recano la Ne quaeso vedi H. Dcsxauer, Die hand- schriftliehe
Gruudlage der ig griisseren ps. quintii. Declamat$oneft,ljc'\^- ng 1898, 14-18.
In quest' opuiicolo sono descritti e classificati tutti i numerosi codici (una
sessantina) delle Declamazioni. ?» * Sfarci l'afta QuintiiiaHi declama tiones
incipiunt *. 'tcipH primus iiòtr didamatùmum ludi anmi sente* c^rdubinsis '. 4
!.r parole d.^ fuisst sono in ratonu * 406 K. SAHUAblNl. datur, idest ducati
IIII. Eg-o gasparinus scripsì etiussi ita fieri et non aliter ' (i). La
penultima declamazione del nostro codice, quella che in esso comincia Multa
iudices dirus pater e in altri Etsi iudices callidissimus, porta la nota
sottoscri- zione antica (2): 'Descripsi et emendavi Domitius Dra- contius de
codice fratris Hieri feliciter mìhi et usibus mais et diis omnibus ', alla
quale il Barzizza fa due brevi commenti; uno in margine: ' nota ex hoc textu
hunc librum emendatum esse ', uno nel testo: ' melius catolice quam poetice deo
et sanctis omnibus '. Egli ammetteva dunque la genuinità della parola ' diis ',
che ha tanto esercitato l'acume dei critici, i quali la interpretarono ora per
' discipulis ' ora per * doctis '; mentre a nessuno pare abbia dato ombra X *
usibus meis ', che, se non erro, forma dittografia con ' mihi '; onde, volendo
ristabilire il senso e non violentare trop- po la tradizione, io proporrei il
doppio emendamento; * mihi et OMNIBUS meis et ALns omnibus '. Il Barzizza
conosceva un secondo esemplare delle declamazioni, da lui collazionato qua e là
sui margini del nostro codice; e quello pure ne comprendeva venti, (i) Richiamo
l'attenzione su questo singolare documento di scrupolo- sità, ignota
generalmente agli umanisti in proposito di codici. In * scripsi et iussi ita
fieri ' par di sentire la solennità di una disposizione testa- mentaria e
perciò la sottoscrizione sarebbe da collocare poco prima della morte di
Gasparino, avtrenuta nel 1431. (2) La desume da altri codici, più antichi, e la
discute e illustra lar- gamente C. Ritter Die qtiintilianischen dedamationen,
Freiburg-Tiibingen 1881, p. 205-209» tua in modo eh) la Ne quacso occupasse il
quart ) pj- sto, come rileviamo dall'elenco dei cominciamenti che egli
trascrisse di sua mano nel foglio di guardia col seguente preambolo: ' Infrascripta
sunt principia de- clamationum prout inveni in quodam codice multum antiquo.
Quamvis quarta declamatio non reputetur e- dita a Quintihano '. Il dubbio qui
espresso sull'auten- ticità della Ne quaeso è rincalzato da una nota apposta al
testo della medesima: ' Nota quod in ahis codicibus inveni infrascriptam
declamationem positam immediate post terciam cuius initium est BELLO CIMBRICO
secun- dum alios, secundum librum meum Satis dedecoris. Kt est eius responsiva. Sed non
putatur Quintiliani, (juia stilus non satis congruit, velut patet intuenti '. K fa veramente piacere osservare come sin da allora
fosse balenato al Barzizza il sospetto che più tardi si affacciò alla mente dei
due primi editori, il Gibson e il Burmann, e che fu ultimamente convertito in
cer- tezza da C. Ritter (p. 23-27), che sottopose la Ne quaeso a un esame
abbastanza ampio, giudicandola se- veramente e assegnandola, nella migliore
ipotesi, al I declamazioni furono da poco ripubblicate: Quintiliani quat
•eruntur Dtcìamationes XIX maions^ ed. G. I..ehnert, Lipsiae 1905. VIU. LIVIO E
SALLUSTIO. Frammenti Liviani e Sallustiani (*) Diamo posto anzitutto a due
lettere di Pier Candi- do Decembrio, indirizzate al segretario Visconteo Lui-
gì Grotto: Petrus Candì dus Aluisio Grotto s. (i) C"um vetustissimum
codicciii nuperrinie nactiis studiose lectitarem, et co maxime quod plurima e
Livio sumpta aniniadvcrteram, ex his potis- ^ìmum libris qui iampridem periere,
non mediocris me voluptas tenuit ' >ntcmplantcm res non modo gloria et laude
dij^nas, verum etiam ve- ustnte ipsa admirandas, de quibus nulla aut certe
minima apud nostros Dcmoria extaret. Dum igitur huic studio intentus curiosius
singula per- curro, cpistolam offendi non inamocnam aut inutilcm et scriptoris
pari- ter auctoritite pcrcelcbrem. Ka crat Pompei magni ad senatum Roma*
:>um epistola; de cuius viri memoria cum plura ex aliis, pauca a se seri-
;'ta pracvidisscm (2), ita cupidissime lectitare cocpi, ut desinere vix pos*
cm; et ut apud optimum poetam scriptum est: * Ner vidi«se semel (*) Comparve la
prima volta ia 3fufi'{* tfi <ìfifich: . S88, '''»-74 e in Studi itai, filol.
da (1) Cod. Riccard. 827 f. 6v. (2) Intende le lettere di Pompeo in ("i-
13 A T> . 412 R. SABBADINI. satis est, iuvat usque morali et confcrre gradum
et venicndi discere causas ' (Verg. Aen. VI 487). Hanc igitur cum rite
contemplarer, varie animo affectus sum; quippe dum viri eloqucntiam digiiitatem
virtutem postremo querelas illas mente cogito, subiit recordatio non pauciora
Ro- manos ingenio ac prudentia, quam opibus potentiaque comparasse. Non enim,
ut plerique arbitrantur, immensum illud aerarium auro opibusque refertum ad
tantas tamque praeclaras res ab illis gestas satis facere po- tuisset; sed erat
profecto illis domi consilium foris industria, ut quae opulentia perfici
nequirent, diuturnitate superarent. Cum igitar te probe nossem et optimarum
artium studiis ab adole- scentia deditum et cousiliis demum aetate optima
provectum, statui te nostri laboris facere participem Pompeianamque epistolam
tibi mittere. Nam etsi maximis in rebus astrictus sis, non deerit tamen, ut
opinor, apud te secessus verae probitati. Quid enim iocundius quam, qui mul-
tos et optimos viros assidue audias, insuper praestantem virum clarissi- mum
imperatorem audire disserentem ? bis potissimum de rebus quae non minus
utilitatis quam iocunditatis allaturae sunt tuis curis. Vale. [Milano 1440-42].
(Segue l'epistola di Pompeo). Petrus Candidus Aluisio Grotto s. (i) Sensi, vir
clarissime, ex quo epistolam ad te misi Pompeianam non- nullos quidem bonos sed
non satis eruditos viros existimare illam qui- dem non a Pompeio, cui inscripta
fuerat, verum aliquo temere dictante nuper editam et tibi falso transmissam
fuisse. Quorum profecto diligen- tiae vel potius malivolentiae ignoscendum arbitrarcr,
si eadem nunc pri- mum in nostra studia, non ante in omnem vitam et mores
exprobras- sent. Verum enim vero id mihi gaudio est huiusmodi habere aemulos,
qui nec iudicio fidant nec valeant ingenio. Utrumne illam nuper editam esse
censent, quod novis litteris sit conscripta ? an quod potius eorum scripturis
stiloque respondeat ? an quod elegantius ipsi dictare soliti, haec ut noviora
deterioraque contemnant ? Quid mirum igitur huic ignaviae (i) Cod. Riccard. 827
f. 8. i.lVIO F. SALLUSTIO. 4I3 ordcre cn.nia, cui ree antiqiia placent ncc
ornata ? Adele etiam quid his Cdendum aut credcndum, qui de dicendi venustate
ista iudicant, si fumosa hierint libronim tegmina, non autem stilus ipse dulcis
sit aut plendidus. Sed valeant illi, ne digni quidam inter àQX''(^oiY^^Q<^''^S
(0 ne dicam scriptores, peni, olfatu perdite. Ut autem prò mea in te
benivolentia caritate aliquid efficerem, quod hi nonnulla ex parte giatum esse
posset, visura est epistolare illam cum auctoris nomine tum stilo sententiisque
percelebrem ad te mittere, qur.m quidem antiquissinio et farr.osissimo vclumine
Francisci Pizolpassi, _ raesulis nostri praestantissinii, fideliter excerpsi,
ut quanquam per se tilo liqueat esse Pompei, testimonium tamcn possit afferre
vetus exem- plar. [Milano 1440-42]. E Stabiliamo la data delle lettere. Il
Pizolpasso vi è chiamato praesul noster. Ora noi sappiamo che il Pi- zolpasso
fu eletto arcivescovo di Milano nel 1435, men- re si trovova al concilio di
Basilea, donde ritornò so- tmente tra la fine del 1439 ^ il principio del 1440.
Non prima pertanto del suo ritorno potè il Decembrio vedere il codice; e non
dopo il 1443, perchè tra il feb- braio e il marzo di quell'anno il Pizolpasso
mori (so- pra p. 213, 242). Le lettere per conseguenza si asse- ^'^nano agli
anni 1 440-1 443. Il manoscritto vi è detto vctustissivius codcx, anti-
quissimuìH et famosi ssimum volumcn^ vetus exemplar. E non v*ha ragione di
dubitare, poiché tanto il Decem- brio quanto, e più specialmente, il
Pizolpasso, di co- lici s' intendevano a meraviglia: e si l'uno che l'altro
meritano, per molteplici prove, tutta la nostra fede. Il Decembrio poi chiama
la sua copia novis litteris con- (i ) In margine: a(^x^M*'Y"CO^ i^^^'i
prmeipa ioqttorumu 4t4 ^* SABBADINI. scripta, con che egli la contrappone a
quella scrittura che allora denominavano littera mitiqua e che corri- sponde
alla scrittura da noi designata come carolingia. Probabilmente si trattava di
un codice carolingio, sco- perto o acquistato dal Pizolpasso durante la sua
pre- senza a Basilea (143 2- 1439). E doveva essere non un volume di opere
complete, ma un miscellaneo del ge- nere di quello celeberrimo di Niccolò
Cusano (ora n. 52 nell'ospedale di Cusa): e chi sa che non l'abbia otte- nuto
per mezzo di lui stesso, data l' intimità da cui e- rano stretti i due umanisti
(sopra p. iTìI-:^)}^). Il codice conteneva plurima e Livio sumpta, ex his
potissimum libris qui iampridem periere. Forse una sil- loge di orazioni
liviane? Il Decembrio non può avere scambiato con quegli excerpta le Periochae
(i), le quali allora erano notissime. Ma su questo punto ci tocca pur troppo
restare all'oscuro. Non cosi avviene fortunatamente dell' epistola di Pompeo,
la quale il Decembrio accodò alla lettera al Grotto e trascrisse di suo pugno
nello zibaldone Am- bros. R 88 sup. f. 60 v Epistula GN. Pompei ad sena- tum.
Ne reco le differenze con l'edizione di R. Jacobs, Berlin 1874, chiamando D la
lezione del Decembrio. § I adversus | scelestissimi | quesita | nichii | patres
conscripti] p. e. D I etatem: e così sempre omettendo i dittonghi | sevissimum
| optime \ miserrima | § 2 Hac in spe p. r. | proemia prò vulneribus |
scribendo (i) Si potrebbe anche supporre che egli conoscesse le Periochae col
nome di Floro e che vedendole nel nuovo codice col nome di Livio le scambiasse
per frammenti. 8. — LIVIO K SALLUSTIO. 415 tnittendoque | trienium [ § 3
immortales | erarii | § 4 imperii | quadra- ginta] XL D \ hostesque
incervicibws | agentes | summovi | Hanibal | o- portunius | § 5 lacetaniam
indigetes | sertorii | sevissimos hostes ] opida I § 6 Que deinde 1 opida |
fucronem ( flumen durium I vobis dare | in- grati I § 7 exercitui hostium I
conditio | victorque uterque 1 § 8 animad- vertatis j intemetioiiem corr. in
interitionem | maritimas civitates et ultro. Le orazioni e le epistole tratte
dalle Historiae di Sallustio ci furono tramandate dal codice Vaticano 3864 del
sec. IX-X: ma da esso era indipendente il codice del Pizolpasso, perchè ivi la
lettera di Pompeo non portava il nome di Sallustio, tanto che il Decembrio la credette
autentica. E poi sono tali le differenze dei due testi, che l'uno non potè
discendere dall'altro. Tra le varianti del codice del Pizolpasso una ci sem-
bra deg-na di considerazione: civitates et ultro. Quell'^/ non si leg-jj-e nel
codice Vaticano; in luogo di che l'Al- dina ha inserito un quae, tanto per
accomodare alla mefflio il senso. Ma la vera lezione si cela sotto et^ sol che
si rammenti che nei manoscritti sono spesso con- fuse le sigle che
rappresentano et e quia. Si legga pertanto quìa nitro e si avrà ricostituito il
testo. Nel 1450 il Decombrio passò da Milano a Roma al servìzio della curia
pontificia e vi restò fin verso la fi- ne del 1455 (sopra p. 278-9). In quel
tempo vide la raccolta completa delle orazioni ed epistole Sallustiane tratte
dalle Historiae; la vide o nel cod. Vaticano 3864 o in un apografo di esso e se
ne copiò due nel suc- citato zibaM'"^" Ati.l,tow1:.T)o R 88 sup. f.
98-99V col 4l6 R. SABBAUINI. titolo: Orationes excerpte ex historiis Crispi
Salusfii. Anche di queste reco la collazione col testo del Jacobs. Oratio
Lepidi consulis ad p, R. % \ gentes maximi | plurimiim j adver- sum I Lucii
Siile | qne: omette i dittor.ghi | estimatis | credendo | tutan- dis I
ulciscendo | § 2 maximi — cptimis | quo] qui D \ servicium | opti- mo I § 3
subvertenda | § 4 Hanibale | § 5 vertunt | § 6 generis om. D. I parvissimeque |
immanitatem ] servitii a repetenda | § 7 agendum [ ve- stra ( Siile | § 8
estimet | § io servier.dum aut impetrandum | faciendus I Quirites] R. Z> | §
1 1 inpollita \ popullus | exitus | § 1 2 latii | nobis I prohibentur] habentur
D \ inoxia | § 13 vitaelicentia | § 14 sepulchra I § 15 viris] iuris D \ ferros
eptis corr. in ferro septis | statuit (?) ex stature corr. \ ausus] usus D \
expectat | § 16 vtis vlla corr. in uti S5'l- la I § 17 Piens | parata |
inoxiorum | divitascruciatus 1 § 18 maximum | § 19 versa \ siliceat | § 20
existimetis [ set | expectantes | que (corr. in quae) furtiles et corupte sunt
sed dum vestra socordia quam raptum i- rilicet I § 21 praeter] pariter D \
comaculatos [ vult \ non om. \ mutata pariter victoriam | capiendis | dehonesta
mentum | § 22 maximum | pa- rit] parte D \ praeter] pariter D \ est om. | § 23
tribunitiam ' eversum j iuditia I pene paucos intelligerent | § 24 vitiis
obtentui] vitus optent cui D ! pacisque | rem p. | acerbissima | quod ex quoad
corr. \ populi R. I § 25 nobis I intelliguntur corr. ex intelleguntur | maxima
{ rei p. ( im- positis I ocium j rem p. sium et sanguinis | § 26 imperium
satisque si tumerat nomim maiorum | atque et iam predio tecmen non fuit |
pocior- que I § 27 divis m. emillium cos | recipiendam | . Oratio Philippi
insita. % i Maxime velem p. e. rem p. | promptissi- mo I prava] parva D \ iis |
pessimi et stultissimi [ ea] a Z> | facienda | § 2 Probi boni. — E qui
s'arresta: indi segue un quarto di pagina bianca. Se ne conchiude che il cod.
Vaticano 3864 era in Roma prima del 1455. A Roma presentemente sono due altri
codici che contengono le orazioni e le epistole Sallustiane: il Va- ticano 3415
e l'Urbinate 649, entrambi del sec. XV. S. — LIVIO K SALLUSTIO. 4lf Ma non
derivano dall'archetipo Vaticano 3864, sibbe- ne da due edizioni; ossia il
Vatic. 3415 (autografo di Pomponio Leto) dallV^. fr. di Roma del 1475; l'Urbin.
649 dall'edizione di Mantova tra il 1476 e il 1478 (i). (1) Ciò ha dimostrato
E. Haulcr in Wientr Studitn XVII, 1895, 103-131. t. tABBADnn, 7V//I latinL 2;.
IX. UNA IGNOTA COMMEDIA LATINA LA BIBLIOTECA DI GIOVANNI CORVINI D'una ignota
commedia latina posseduta da Giovanni Corvini (*) (cofi notizie sul Corvhii e
la sua biblioteca) Xeir epistolario del Traversari, raccolto dal Canneto e
pubblicato dal Mehus (0, e n^VC Amplissima collecti^y pubblicata dal Martène et
Durand (2), ci è una lettera di un Candido a Niccolò Niccoli, la quale fu
ingiu- stamente finora trascurata, mentre non è piccola la sua importanza. Io
la reco qui per intero. Candidus Nicolao Nicoli sai. Si vale» bene est et ego
valeo. Enimvero, frater optime, tx te certuni babeo quam (3) maxime gaudeas ex
hoc ut bene valeam. Sed meherde ita dii deaeque me adiuvcnt, quam (4) hoc tecum
munus lubentiui (5) (^ Comparve la prima volta in Afuseo di antichità class.
Il, 1886, 81 •96. (I) Mehuu (« Me) XXV. 7; P- 1050. (3) Martène (» Mar) t. Ili,
p. 734. (3) quod Mar. (4) quod Mi. (5) UbenUos Mar. 42 2 R. SABBADINI.
paciscar. Scito Beltraminum de Rivola q)iXov fjf^iòjv (i) amantissimum esse. Is de te tantum mihi retulit, ut
cogar quoquomodo ad te aliquid scribere. Noe niirum siet si tani caldos (2)
affectus iniecerit (3), ut gno- tus (4) fieri cupiam nec libris tuis quod
absiet (5) evenit (?). Scito e- DÌm me his valentissime foltum (6); sed
Siaawl^ovTEg tt)V Jia^aiàv juagoifiiav (7) cum paribus aptissime iungimur. Vidi
inter cetera commonitorium tuum, quod pridie ut opinor ipsi dederas. Rari profecto
sunt hi libri, frater optime, in hac urbe, in qua nullus virtuti honos est. Omues aut ambitioni aut ceteris
ignaviis ope- ram duint (8); opto tamen ut habeas, si qui {9) apud te ne sient;
si sient, ne frustra quaerites. Etsi dupli aut quadrupli emere velis (io),
nullus venierit, nec vere possient, quod illis desiet. Advortas (il) igi- tur
animum volo et quos maxime cupis mihi notum facito; sed maxima diligentla
curatos habeto, ne apud te sint, ut dixi, ne me obtundas, ni- si (12) y.axà
xrjv XQ^^av (13) fióvov. BiPA,iodrixT) Ioannis Arretini mul- ta et (14)
peregrina et antiqua habet, quae lubentius videas. In ea si quid tibi
placuerit, curatum habebo ut transcribam. Hi sunt ferme ex antiquis libris
vetustissimi, quos carie (15) semesos ad legendum faces- se: Catonis, Palladii
(16), Columellae et Varronis Agriculturàe; (i) T]|xov Me. (2) calidos Mar. (3) inierit
Mar. (4) agnotus Me. (5) absit Me. (6) fultum Mar. (7) Me. om. graeca lac. rei.
(8) dant Me. (9) siqu'.d Me.y Mar. (io) voles Mar. (11) advertas Mar. (12)
obtundas. Nisi Me. (13) Xéeav Me. (14) et om. Mar. (15) canere Me. (16)
Platonis, lulii Mar. 9- — UNA COMMEDIA LATINA. 4^3 L. Annaci Senecae Opuscula;
Comoedìa antiqua, quae cuius siet nescio. In ea Lar familiaris multum loquax
est: volt ne Parasitus antelucanum cubet, utplostrumvetus, pelves et rastros
quatridentes (i) ruri quam fe- s t i n i s s i m e t r a n s f e r a t ; is ne
volt parere quidem, co quod gallus nondum gallulat: meo denique iudicio
vetustissima. Suetonii Tranquilli liber(2) cum Gracco;
Censo- rini ad Q. Caerellium (3) de saeculo (4); C. lulii (5) opera belli
Gallici; A. Gellii li ber cum Gracco; epistola- rum Ciceronis ad Atticum liber
veterrimus (sopra p. 91). Prae- terea multa peregrina opera, quae iugiter
laudari existimantur et quorum tibi ne nomina quidem possem perscribere. Advortito (6) itaque, ut
dixerim, si quid ex bis desiet quod (7) carius siet et rescribito. Luben- tius
lubentia tibi mittam. Notato etiam in syngrapho libros et mihi mittito. Scripsi
Leonardo Arretino litteram xt^v aYQiav, (8) ut me amet, sed nihil respondit; ne
curat quidem (9), ut arbitror. Enimvero postquam nu- buit ncc (io) opus duit
(11) nec amicis ut solitus scriptitat, ut auguror. Il passo più importante di questa lettera è dove Can-
dido parla della commedia antichissima posseduta da Giovanni Aretino.
Nell'edizione sua il Mehus rimanda con una nota al Miles gloriosus di Plauto
(lU, i, 93). (i) qaatrìdentem Me. (2) Tranquillini Mar. (3) Ccccllium Mar. (4)
Veramente il titolo ordinano è De die natali. (5) Caci lulii Mar., T. Villii
Me. (6) advorte Mar. (7) quid Mi., Mar. (8)
Tìjv ÙYvfova Mar.; am. Me. he. rei. (9) equidem Me. (io) oe Mar. (Il) dacit Mi*
424 K- SAbBADlNI. Ma evidentemente e' è errore. In quella scena del Ni- les uno
dei personaggi, Poriplectomene, parlando con altri due, Plausi de e
Palestrione, rende loro ragione perchè non prese moglie; la moglie, egli dice,
pensa sempre a sé e mai al marito; e al mattino, prima an- cora che canti il
gallo, lo sveglia e lo importuna col chiedergli danaro per il proprio lusso e
per i propri capricci. Ecco il verso: vernin priusquatn galli cantent, qnat
[uxor] me sonino snscitet etc. (v. 687). La scena del Miles quindi nulla ha che
vedere col caso nostro. Qui si tratta proprio di una commedia la- tina perduta,
della quale Candido lesse una scena, tra- smettendone il contenuto al Niccoli,
tanto per fargli capire che cosa fosse. Ciò ne fa argomentare che la commedia
doveva mancare del titolo, altrimenti Can- dido l'avrebbe dato. Era essa poi
intera o mutila ? e il codice conteneva quella soltanto ? Mi pare che la let-
tera non abbia risposta per queste due domande. In ogni modo la commedia è
antica, come si deduce e dal- l'asserzione di Candido, che di codici doveva
avere u- na certa pratica, e dalle parole arcaiche che in essa si leggevano.
Perchè non e' è dubbio che Candido nel piccolo cenno fattone conservò le forme
e le parole del testo. Alcune di queste parole meritano una spe- ciale
attenzione. Intanto quatridentes è un vocabolo molto raro per- chè, se non
erro, si trova solo in Catone {de agric. io e II). Raro è pure l'avverbio
antelucanum. U^-Yverbìo superlativo festinissime è nuovo; si trova, ch'io
sappia, 9- — UNA COMMEDIA LATINA. 425 appendi una volta il i^o?ÀxWo festine in
Cassiodoro {Var, 3, 40). È nuovo parimenti il verbo gallici are, che si-
gnifica il cantare del gallo; una formazione del resto non molta strana, perchè
esiste gallulasco, ma con al- tra significazione. Con questo il vocabolario
dello lingua antica latina viene accresciuto di due parole: dell'avverbio
festinis- sime e del verbo gallulare. Cosi potessimo aggiunge- re alla
letteratura latina una nuova commedia ! Ma pur troppo non abbiamo da registrare
che un frammento, il quale però ci dà idea abbastanza chiara di una sce- na graziosa
tra il Lare domestico e il Parassito. Il La- re eccita il Parassito ad essere
mattiniero e a recarsi in campagna con gli stromenti agricoli; il Parassito vi
si rifiuta, perchè il g.illo non ha ancora cantcìto. Si- mihnente nel Moretum
(v. 2) il contadino si alza al canto del gallo (i). *** K ora studiamo un po'
più da vicino la lettera. Sul tempo in cui fu scritta si può argomentare con
qual- che probabilità. E detto in essa che Leonardo Bruni, dacché prese moglie,
non pensa piìi agli amici. Il Bru- ni si ammoghò tra il gennaio e il fi bbraio
del 14 12 (2); ,i, .. potrebbe pensa;-. ...:- ... i;... . ,. di un
liinuncggiamcnto di qualche commedia antica, come p. es. il Queroius del secolo
IV, e VAu- luiarùi di Vitale, circa del secolo XI (v. l'ed. dcWAuliil. di
Vitale <lcl Miillenbach, Bonnae 1885). E infatti nel Queroins il Lar
familiaris è molto ciarliero: ma il pasHO della lettera non ha riscontro con
nessuna delle due. ^31 I.roii. Arrplini F.f'nl. di. Meluis. pr.ut , I 426 R.
SABBADIXI. e di poco posteriore dev' essere la lettera. Dall' altra parte il
Bruni è presupposto a Firenze, di dove egli fu assente negli anni 141 4-14 15
(i): ponendo la lette- ra dopo il 1415 andremmo troppo lontani dal suo ma-
trimonio. Bisognerà collocarla pertanto o nel 141 2 o nel 1413, qucindo la
corte pontificia fuggita da Roma si fermò alcuni mesi fuor le mura di Firenze
(dal giugno al novembre). Accettando la data degli anni 14 12 o 141 3 dobbiamo
rinunziare a vedere il Decembrio nella persona dello scrivente Candido, perchè Pier
Candido Decembrio nel 1413 era appena tredicenne e non par verisimile che a
quell' età trattasse cosi confidenzial- mente il Niccoli e il Bruni; senza dire
che Pier Candi- do non prima del 141 9 si stabili a Milano {2). Inoltre r
affettazione arcaica (siet, foltum, duit ecc.), di cui fa pompa lo scrivente,
era estranea allo stile del Decem- brio, il quale anzi si professa
sistematicamente con- trario agli arcaismi (3). Ma se ci è fallito il tentativo
di identificare lo scri- vente, saremo più fortunati nell'identificazione di
Gio- ii) lu quei due anni accompagnò la corte pontificia a Bologna e di là a
Costanza. (2) M. Borsa, Pier Candido Decembri e /' umanesimo in Lombardia^
Milano 1893, li- (3) In una lettera della prima metà del 1433 si scaglia contro
quegli scrittori i quali * diphthongis et alphabetis dumtaxat exornati, cariem
priscam et ignotam redolescunt. Prima etenim quaeque epistolarum sua- rum nota,
si modo id nomen merae nugae promerentur, ex Ciceronis commentariis immo ex XII
tabulis eruitur, nonnulla etiam graece addi- ta, ut, quasi in luna maculae, sic
epistolis interpositae liturae non iude- ceant ' (cod. Universit. di Bologna
2387 f. 133 v). 9. — GIOVANNI CORVINI. 427 vanni Aretino. Prima inclinavo a
vedere in lui il Tor- telli, che dei Giovanni Aretini del secolo XV è senza
dubbio il più famoso; ma mi son dovuto ricredere, j^er- chè e dimostrato il e
)ntrario da una lettera di Gaspa- rino Barzizza, che reco qui per intero: A{/
insignem et ampli ssì munì virum lohaujiem Corvinum ex urbe Aretina ducalem
secretarium et senatorem gra- vissimum co/isolatoria Gasparini Pergamensis
super inopinata morte Nicolai sui filii ( i ). Si nondum ad te consolandum
accessi aut miUas ad te litteras dedi, juìbus tantum dolorem timm vel
consolando vel dolendo lenirem, non i.ini negligentiae meae quani consilii
fuit. Meniineram enim quid in re- cnti macrore eius filii mihi accidisset, quem
cj^o primum mihi genue- ram, in quo ego omnem nieam spem constitucram, per quem
vivere e- tiam post mortem sperabam. Quo tempore illa ipsa quae remedio esse
consuevcrunt maiorem certe dolorem faciebant. Conveniebant me amici ut meos
luctus minuerent; iubebant me eorum reminisci, quae vel au- diendo philosophos
ab illis didicissem, vel expcriendo casus adversos, ut humana sunt, doccre
alios et eos ad patientiam hortari consuetus essem. scd quo magis illi me ut
mihi adessem monebant, eo acriores dolorum culcos excitabant. Dicam fortassis
quod tu admirabere; non solum con- j>cctum amicorum intcrdum fugicbam, sed
noti nunquam ctiam, si quan- to in id genuiì littcrarum incideram, quae eortmi
qui forti animo obitum Siliorum tulerunt memoriam interìre non sinunt, nihii
mihi in his legen- di» proficere vidcbar, »cd dolorem potius illum, qui aliis
occupatioiiibus Iti nobÌH quandoque ad tempuh sopitus est, renovari in me ne
magis in- i-cndi icnticbam. Quod in tuo acerbissimo casu, ttim ex me ipso tum
qua pietate »cm{)cr in tuos (uisti, evenisse non dubito. Si ergo non prìui
ulcus hoc tuum tangcndum putavi, qunm dolendi coiiKuetudincm aliqunm tibi
frrii.w»-u fxiii iliit.if in.lntii .ifiiii \,\ I.. .,11^ ,,.t. villi t.w.i ...
mi. ..■!..( .li f^f n) Cod. Ricciidiamj 774,1. ifc^v. 428 R. SABBADINI. quam
reprehensionem negligentis habere debeat. Nam in hoc tuo casa, quo haud scio an
ullum tibi potuit fortuna graviorem infligere, consue- tudinem medicorum (l)
servavi, qui (2) ea vulnera quae a principio ta- cta dolorem maiorem faciunt,
solent in secundum aut tertium diem col- ligere nec prius ad curationem
accedere, quam manum medici sine pe- riculo potest vulnus pati. Haec enim ratio
me a te, cum adhuc dolor tuus recens esset, litteris meis vel alloquendo vel
consolando revocavit, ne maius tibi vulnus in contrariara partem afferrem. Nunc
vero cum pri- stinus ille dolor tuus paulum se remittere coeperit, quanquam
medicina cuiusquam non egeas, modo illae maeroris tui reliquiae sinant, quod
minus in domestico dolore facere potili, in tuo temptabo; quod me fa- cile
consecuturum spero, si te non ex vulgo hominem quendam (3) sed unum ex patribus
conscriptis senatorem gravissimum esse memineris. Non potes, crede mihi, in hoc
tuo dolore perseverare diutius, quin amici tui, quos in hoc casu participes
maeroris tui ac socios habuisti, ultro te ac- cusent expostulentque cur tu, qui
aliis consilium dare consueveris, me- deri ipse tibi, cum iam tempus sit, non
possis; illaque vulgata in cete- ris summis viris in te dicent: Memento te
lohannem esse, in quem oculi omnium coniecti sunt. Turpe tibi illud esse tempus
expectare, in quo * nullus tantus dolor est, quem non longinquitas temporis (4)
minuat '. Multa ad hunc modum inter consolandum afferent, quae tuum dolorem
moUiant: mortales scilicet nos omnes lege naturae natos esse nec mori minus
quam nasci secundum naturam datum; non posse bono viro aut vivo aut mortuo mali
quicquam accidere; non referre quo genere mortis consumamur (5), sed quo morte
obita migremus; nec interesse utrum casu aliquo sive errore, ut nuper tuus hic
suavissimus filius interiit, an vi, an insidiis, an fato, an magis in utero, an
magis in ilio primo tem- poris puncto quo natus est, an ultra metas infantiae,
an puer, an adu- (i) mediocrem cod. (2)
quia cod. (3) quondam cod. (4) tempus cod. Cfr. Cicer. ad fani. IV 5, 6. (5)
consumatur cod. 9. — GIOVANNI CORVINI. 429 lescens, an iuvenis, an senex, an
iam decrepitiis aliquis moriatur; uDam omnibus mortem esse, vias auteni ad
illam accedendi plures, nec tam esse curandum qua via, ut dicitur, quam quo
perveniamus, nec fieri pos- se, nisi prorsus dignitatis obliti simus, quin
multo meliora functis vita supersint, quam si immortalitate, si regnis omnibus
ac voluptatibus frui in hac vita diutius nobis concessum esset. Forte etiam
illud adicient, nihii esse, si vere illuni amasti, cur non desiderium eius
ferre aequo a- nimo debeas, cum illa ipsa, quae maxime tibi in ilio placebat,
divinitas fngenii tanta nunc sit, ut is quem ego, si longior ei vita fuisset,
disci- pulum maximi profectus fore sperabam, nunc caelo fruatur, nec illa rerum
humanarura divinarumque scientia eum fallat. Postremo nihil mi- nus sapientis
esse tibi commemorabunt, quam ea deplorare incommo- da, quae nostris luctibus
nec restitui in integrum possunt neque corri- gi; sed, quod deterius est,
nostra impatientia maximam partem calami- tati nostrae adicere. Sed neque haec
illi tibi obicient, neque te accu- sabunt scio, cum ea sis sapientia, ut multo
melius hoc docere alios, quam audire ex aliis possis. Quare neminem habeo,
cuius te malim quam tuo Consilio, cum sapiens sis, neque in hoc neque in
ceteris rebus, uti. Quod si facies et ipse tecum loqueris, intelliges cur
deinccps mors Ni- colai nostri» pueri divini ingenii, lugenda tibi sit; id ego
dum te con- solor, in meo Nicolao experior; quem cura iam spectatus vir esset
amisi. Vale; ex bibliotheca raea. Questo Giovanni Aretino pertanto è di cognome
Cor- vini. Gli era morto il figlio Niccolò, molto piccolo cer- to, perchè non
era ancora scolare del Barzizza, com'e- gli sperava, se fosse vissuto di più:
possiamo suppor- re che fosse sotto ai dieci anni. Noi sentiamo il dolo- Tc.
del vecchio Barzizza, che già aveva dovuto pian- gere la morte del suo
primogenito, che si chiamava Niccolò come il figlio del Corvini. Niccolò
Barzizza era ancor vivo nel 1423, nel quale anno era stato eletto 43Ó R.
SABBAtHiJl. podestà di Trento (i). Della sua morte il padre dà il tristo
annunzio a Valerio Marcello (2); ma la lettera non ha data. Le si può fissare
però un termine estre- mo: infatti in due codici (3) essa porta questa chiusa:
Vale et me optimo pontifici ac patri R.''^ d. Petro Mar- cello fratri tuo quo soles
studio commenda. Ora Pietro Marcello, vescovo di Padova, morì nel 1428 (4); qui
siamo dunque prima; sicché la morte di Niccolò Bar- zizza cade tra il 1424 e il
1427 e questi sono i termi- ni estremi della consolatoria al Corvini. In quel
tempo Gasparino Barzizza era a Milano (sopra p. iii, 120) e in intima relazione
col Corvini, segretario ducale e senatore. La famiglia Corvini era originaria
d'Arezzo. Il nostro Giovanni, figlio di Gregorio (5Ì, abbandonò la patria e
migrò a Milano, dove si stabili definitivamente, a- vendovi ottenuto nel 1407
la cittadinanza. Fu più tar- di fatto consigliere di Filippo Maria Visconti e
(nel 1432) creato (^onte palatino dall'imperatore Sigismon- do. Mori nel di del
Natale 1438, come risulta dal suo (i) Cod. della Biblioteca Nazionale di
Napoli, IV A 43, f. i Nico- laus Barzizius iuris pontificii doctor ac
Tridentinus pretor desìgnatus Ioanni Angustino fratri s. d. Ex Patavio VII kal.
octobris MCCCCXXIII. (2) Barziz. Oper, I, p. r86. Nel testo la lettera ha la
data Fatavii; ma questa è, come pur tante altre, una falsa congettura
dell'editore. (3) Cod. Marc. lat. XI, 21; cod. Querin. di Brescia C, V, 26 f.
47. (4) Agostini, Scrittori viniziani^ II, p. 139. (5) Gregorio non viveva più
nel 141 5, poiché in data primo gennaio 141 5 si legge: lohannes de Corvinis De
Aretio filius condam domini Grigolii (Osio Documenti diplom. II 49). I <), —
GIOVANNI CORVINI. 43 1 epitaffio. Lasciò un figlio, Luchino, natogli nel 1424
da Filippina de Capitaneis (i). Mette conto sentire come ce lo rappresenta
Cosimo Raimondi, a noi ben noto, in una lettera a lui diretta (2): Itaque cum
prirmim senalii dimisso expeditisque civium populorumque negotiis, qui domum
frequentant tuam, recipere te in bibliothecam licet, quam habes opulentissimam
et nullius doctrinae i g n a r a m (3), subito in illam te posthabitis aliis
omnibus recipis ea- que legis et tecum meditare quae vel ad agendum
gubernandumque re- gnum illud referas vel ad excolendum animum conformandamque
men- tem attineant, ut n emini mirum videri debeat si tua semper plurimum in
consiliis possit oratio. Hanc enim intentam semper habes citharam
gravissimisque legendis assidue libris divinam illam vim ingenii tui, ip- sam
per se quam lautissimam, sapientissimorum hominum institutis mo- numentisque
perpoliens uberiorem efficis ac omatiorem. Quo quidem pri- rato et occupato
studio tuo plus est a te perfectum quam a multis qui ad scholas publicas
profecti aliud nihil nisi litteras curaverunt. Ex te enim et a te ipso nulloque
docente non oratoriam solum sed poeticam etiam didicisti; tantumque in utraque
praestas, ut idem et summus orator sis et poeta maximus. Nam tum versus tum
cetera quae scripsisti omatis- lime nihil antiquorum elegantiae et dignitati
cedunt. Quibus non con- tentus philosophiam illis adiunxisti; multa enim a te
in ea quoque sunt percepta nec minus prò diffuso tuo ingenio sacras explorans
litteras Gre- gorium, Auguttinum, Hieronymum, Thdtaam Aquinensem gentemque
illam theologicam atquc caclestcm fere totam es pcrscrutatus. yuin etiam velerà
cognosccndi cupidus antiquitatcm oninem volvcns cgregium nul- lum
praetermiRisti facinus sive a nostris sive a Graccis hominibus gettum, quod non
penitus didiccrìs memorìnequc mandaris.... [Avignone 1431]. (i) Argelati, Bièiioth. scriptor.
Medwlan., II, 2, p. 1759-1761. (8) Cod. Ambros. B. 124 xup. f. io8v. (3) Si
occupava anche d'ajitrologin; G. D'Adda Indagini.» mila tiòrt- ria Visconteo-
Sforzesca n. 930: ' Liber unun aKtrologie... Kt fuit poiitut In libraria per d.
lohannem de Aretio die X Villi decembri» MCCCCXV*. 432 Jt. SABÈADlNt. Dalla
lettera surriferita di Candido desumiamo che nel 141 2-13 il Corvini
corrispondeva col circolo degli umanisti fiorentini (sopra p. 388 n. i). Ma più
tardi ebbe opportunità di avvicinarli persoucilmente: e fu nella prima metà del
1423, allorché guidò l'ambasciata Vi- scontea a Firenze e di là a Roma (i).
Anzi in quell'oc- casione portò al Niccoli una copia del codice Cicero- niano
di Lodi, com'è attestato da Vespasiano {Nicolao I^icoli): * UOrator e il Brutus
furono mandati a Nicolao di Lombardia ed arrecoronli gli oratori del duca Fi-
lippo quando vennero a domandare la pace nel tempo di papa Martino '. Questo
codice è ora il Fiorent. Naz. Conv. soppr. li, 14 contenente appunto XOrator e
il Brutus, con la nota: Iste liber est conventus S. Marci de Florentia ordinis
predicatorum de hereditate Nicolai de Nicolis fiorentini viri doctissimi. Un
suo apografo è il Laur. 50. 18, sottoscritto: Cosmae de Medicis hoc opus
absolvi feliciter die prima octobris MCCCCXXIII ego la- cobus Antonii Curii
lanuensis. Florentiae: donde rimane confermato che il codice pervenne al
Niccoli al più tardi nella prima metà del 1423 (sopra p. 137). Sui rapporti del
Corvini coi fiorentini e' informano due lettere dell'Aurispa e del Traversari.
L'Aurispa era giunto nel dicembre 1423 da Costan- tinopoli a Venezia in
compagnia di Giovanni Paleolo- go, il novello imperator Greco, che veniva in
Europa a chiedere soccorsi (2). Nel febbraio 1424 l' imperato- (i) Machiavelli
Istorie fior. IV 4-5; Muratori R. I. S. XIX 57-58; Commissioni di Rinaldo degli
Albitzi, Firenze 1867, I 449. (2) Muratori, ^(?^. Ital. Script. XXn,'p. 971. 9.
— GIOVANNI CORVINI. 453 re e con lui l'Aurispa partirono da Venezia alla volta
di Milano. Ecco che cosa V Aurispa scrive al Traver- sari a Firenze (i):
Graecorum rex cras hinc discedet, ut Mediolanum eat, et nos una se- cum. Si
rescripseris, quod ut facias summe precor, Mediolanum litteras transmitte
rogove, si tecum aut amicitia aut familiaritas cura Ioanne Ar- retino (2), qui apud
ducem Mediolani priraus esse dicitur, est, me per epistolas sibi recommissum
dede. . . . Ex Venetiis HI idus februarias [1424]. In seguito a questa lettera
ecco che cosa scrive il Traversari al Niccoli (3): Orat (Aurispa) me ut ad se
rescribam Mediolanum litterasque com- mendaticias ad Ioannem Arretinum dem; id
mihi mature video esse fa- cieDdum atqne hoc ipso die Florentìae IV kal. martii
[1424]. Del resto il Corvini con la sua passione bibliofila non si dovette
trovare certo a disagio nemmeno a Mi- lano dove, specialmente nel decennio dal
1420 al 1430, egli visse in un centro di dotti molto insigne. C era dal 1423
l'arcivescovo Capra, uomo di gusto, cultore e protettore delle lettere, solerte
investigatore e sco- pritore di codici. Vi era fin dalla seconda metà del 142 1
Gasparino Barzizza, che terminò ivi la carriera del suo fecondo insegnamento, e
Antonio da Rho, indi- pendente e illuminato umanista, pur appartenendo al- (I)
A. TmvcTt. Epùt. XXIV. 48. (a) Ioanne Riodo Uxt. rravcr». J?fù/. Vili, 12. u
M.iAi.,M. Tati latmì, »g. 4^4 ^' SAaAiym'i. l'ordine dei minoriti. Vi si trovò
nel 1422 per alcuni mesi Flavio Biondo, proprio nella fortunata occasione che
il Landriani scopriva a Lodi 1' archetipo delle o- pere rettoriche di Cicerone
(sopra p. 137). Vi era Cam- bio Zambeccari bolognese, uno dei primati alla
corte ducale, passionato raccoglitore di opere morali antiche e delle vite di
Plutarco, che corrispondeva con l'Au- rispa a Ferrara e con Guarino a Verona. E
vi era fin dai primi giorni del 1427, per tacere di altri minori, Giovanni
Lamola, alunno di Guarino, indefesso racco- glitore e coscienzioso emendatore
di manoscritti. Senza dire che nel 1427 vi si trovò col cardinale Albergati il
maestro Tommaso Parentucelli, poi papa Niccolò V, giusto nell'anno che nella
basilica Ambrosiana fu sco- perto il famoso codice di Cornelio Celso (sopra p.
311). Sicché il nostro Corvini n' aveva d' avanzo per ali- mentare la sua
passione libraria. E infatti egli era riu- scito a raccogliersi una
considerevole biblioteca, una delle prime biblioteche degli umanisti, del
medesimo tempo di quella del Niccoli a Firenze, che fu allora la più famosa.
Aveva il Corvini un Giulio Cesare e una collezione di opuscoli di Seneca: libri
questi abbastanza comuni; ma vi troviamo le lettere di Cicerone ad At- tico e
una collezione di scrittori di agricoltura: Catone, Palladio, Columella e
Varrone, libri allora assai rari. Aveva una commedia antica, che ci è ignota;
più, ol- tre chi sa quant' altri che Candido non nomina, uno Svetonio, un Gellio,
un Macrobio, tutti e tre con le citazioni greche: pregio che gli umanisti
stimavano molto raro, perchè li sentiamo continuamente lamen- 9- — GIOVANNI
CORVINI. 43$ tarsi della mancanza dei passi greci nei testi latini. A questa
biblioteca del Corvini facevano 1' amore parecchi letterati d'allora; Guarino
p. e. diede la caccia al suo Macrobio e al suo Gellio. Sin dal 1422 infatti
Guarino per ottenerlo interpose l'opera di Niccolò marchese di Ferrara e del
suo se- gretario Ugo Mazolato e del suo consigliere intimo Giacomo Zilioli.
Ecco il passo della lettera ch'egli scrì- ve al Mazolato (riportato già sopra
p. 139): Ugo mi carissime, tua mihi ope opus ac industria, ut ad librum quera
habere ardeo cupiditate quadam incredibili, manibus ac pedibus, imrao vero
mente Consilio et cogitatione tua et Zilioli nostri intendas. Est vir quidem
clarus ac prudentissimus, Johannes Arretinus, illustrissimi ducis Mediolani
secretarius; habet Macrobium, ut audio, litteris antiquis, fide- lem,
emendatum, ita ut et graecas habeat fide optima insertas litteras. Hunc transcribendum esse cuperem
ita ut eius copiam haberemus. Ex Verona V id decembr. [1422]. Non molto tempo dopo Guarino si rivolgeva a
un milanese, a Giovanni Casati. .... Audio te caritate plurima coniunctum esse
viro gravissimo ac rnatissimo lohanni Arretino. Is ut multos alios, ita
Macrobium de Saturnalibas, A. Gcllium de noctibus Atticis habere dicitur, quos
et ego habeo, sed cum eos emendare cupiam, illos te in- terprete ab eo habere
veliro. Indignum enim censeo ut, qui me in diet !it, ii apud me incmend.iti
mancant. Ut autem favorem ,uari9, quas Ubi .imicas esse vis, curare debc.s ut
qui in militant corrìgantur et vera loqui consuescant. Id nutero mihi futurum
eit. Ut autem amicum tuum precibus non Ilare, sat crit ki nunc Macrobium pctas
(i). (Il ' I Anr.r.-si i ' ' 'nf. f. 125. 4^é
R. SAB8ADIN1\ Ma come le pratiche con la corte di Ferrara, cosi a nulla pare
siano approdate anche queste col Casati. E al suo Tacito dava la caccia Pier
Candido De- cembrio, che così scrive al Solari: Petrus Candidus Abondio Solario
s. (i) Ioannes Arretinus vir supellectile sua, ut puto, dignus, librum habet
unicum, quem prae ceteris cupiam videre. Est autem Cornelii Taciti volumen
illud, amplitudine haud Curtio dissimile, stilo vero, meo iudi- cio, longe
inferius scriptum et obtusius. Hunc cum nuperrime in biblio- theca sua
deprehendissem, institi ut illius lectione arentem sitim meam expleret (2)
idque ex humanitate sua perlibenter facturum se spopondit. Cum vero intelligam
illum et paratum (3) et propitium soli tibi esse, pergratum feceris si
Cornelium meo nomine ab ilio sumptum mihi mi- seris, quem restituturum brevi
polliceor; nec aliter Curtium meum quem habes ad me reversurum persuadeo. Potes
itaque inter Dionysium et Platonem quasi Pythagoreus quidam vadem exhibere.
Vale. L'ultimo periodo della lettera allude scherzosamente ai sospetti
suscitati da Platone nell'animo di Dionisio il giovane, nell'occasione del
terzo suo viaggio a Si- racusa, e alla parte di paciere che tra il filosofo e
il re s'era assunta il pitagorico Archita. Il Decembrio paragona il volume di
Tacito per gros- sezza a quello di Curzio: e di fatto le opere di Tacito
comprese nel cod. Med. II (sopra p. 249) - hanno su per giù r estensione degli
otto libri superstiti di Curzio, forse un po' maggiore. Strano invece il
giudizio sullo (i) Cod. Riccard. 827 f. 30 v. (2) cxpiaret cod. (3) patrem cod.
9- — GIOVANNI CORVINI. 437 Stile tacitiano, eh* egli mette al di sotto di
quello di Curzio. È lecito presumere che a un'attenta lettura si sia ricreduto;
ma non bisogna dimenticare che 1' orec- chio umanistico si sentiva più
solleticato dalla piana scorrevolezza di Curzio che dall' aspra saltuarietà di
Tacito. ♦ * Dei codici del Corvini tre si conservano nell' Am- brosiana. Cod.
Ambros. B 153 sup. membr. sec. XV. Contie- ne Quintiliano integro con la
lettera di Poggio indi- rizzata al Corvini. Passò nella famiglia dei Barbavara,
come rileviamo dalla nota al f. 278: Liber d. Caroli Barbavarae q. d.
Marcolini, e poi entrò nella collezione di Francesco Cicereio (Ciceri). Di
questo codice si parla in altra parte del presente volume (p. 385-88). Cod.
Ambros. N 199 sup. membr. sec. XIII con le Satire, le Epistole e l'A. P.
d'Orazio (*). Conserva al f. i v, autografa la seguente poesia giovanile del
Corvini, che riportiamo integralmente, perchè dei suoi parti poetici, lodati
dai contemporanei, solo questo ci è pervenuto <; quello che sarà comunicato
più sotto. Uxit amor^ qui terj^a dedit dum falUrt tempia t. Hot indignanti
similis pertextre cepi. (^ios, quia te stupeo simili quoque clade perire
Infestum sevumque malum dum vincere credis, 5 Sint licei alteriti» solamen
dulce laòoris, Ad le nunc ver lo cupiens /renare furorem. * Quonam frnter
.ibi»? tristcm que nira pcrurit? * (■) Comparve la prtmià volta iu (Jior,
stor.Utt. itaJ, 47, 1906, Jl'i». 438 R. SABBADINI. Sóre paras, animum qui
fluctus verset anhellum? Versat amor, cuius fiamme precordia lambunt; IO Nec
michi quo possim succensam tollere flammam Modus adest. Alitur quis debuit ipse
fugari, Ex quo religio, quamquam vesana, perurget^ Qua veteres sacras divam
portare sagitas Et natum dixere nobis: quia ni sacer esset, 15 Figeret haud
pueri tam certa sagita medullas. Hei michi! si simile hic vulnus temptaret
amantes, Non foret in crudt^ tam grandis vuluere langor. Nam dulces lacrime et
suspiria tracta vicisim Prestarent utrinque sibi linimenta doloris, 20 Sed deus
ille' ferus diversa in arundine certans Hunc petit aurata, que firmiter ossibus
herens Incerto facit ire gradu similemque furenti; Illa sed obtusi certatur
arundine plumbi, Qua refugit leso solacia reddere ludens. 25 Quare vagus si
sepe feror bachorque per urbem, Desine iam petere et tristera precor exue
curam. Versus editi per lohannem Corvinum de eius amore ad suum Lelium reprobum
(?). I vv. 7-26 rappresentano, se non andiamo errati, un dialogo tra un amico e
1' autore, il quale alla domanda rivoltagli nel v. 7, risponde coi vv. 8-26,
manifestando il suo amore non corrisposto per una donna (2;^ ilio). Il nome
dell' amico doveva stare nella firma, ma fu raschiato e sostituito dalle parole
stampate in corsivo. Altre raschiature e correzioni fece 1' autore nelle pa-
role corsive dei vv. 8 e 12; inoltre sagitas del v. 13 e sagita del 15 avevano
in origine due t; e una raschia- tura si osserva nella prima lettera di
linimenta, v. ig. Compiuti questi mutamenti, indirizzò il carme a un nuovo 9. —
GIOVANNI CORVINI. 439 amico, il Lelio della firma corretta, e vi aggiunse un
proemio, vv. i-6. Lelio era infelice in amore, come il Corvini. L' altro carme,
parimenti autografo, si legge nel cod. Ambrosiano H 14 inf. membr., sec. XV, f.
76 v.: Hunc primum genuit resoluta puerpera natum Margarita suum, qui sacro a
fonte Johannes Marcus erit, veteres referens cognomine patres, Quos Corvina
domus claro de sanguine traxit. 5 Mille quatercentum ter denos duxerat annos
Phoebus ab adventus radiantis tempore Christi, Cum datur aethereum puero
conspicere lumen, Disclusis oculis mediae sub tempore noctis Quam retinenda
dies vicesima quarta novembri» IO Insequitur. Superi, tallem servate puellum,
Ut superet felix et avorum premia vincat. Auctus prole nova Summi prestante
favore Hos versus cecini, nervorum stante dolore; Quos ut leteris et cudas nunc
tibi mitto I 5 Utquc modo tacitae dissolvas vincula lingue. Amen, finis.
lohannes Corvinus in nativitate nepotis. Ricaviamo di qui che nella notte dal
it, al 24 no- vembre del 1430 Margherita, nuora di Giovanni Cor- vini, partorì
un bambino, cui fu posto nome Giovanni Marco. Cortamente non son«>
ui>i»n-^« vdIì \v iitHi/ie, di cui andiamo debitori ai duii carmi; ma essi
coi gravi errori metrici, col fraseggio oscuro e impacciato e con le forme
sbagliate ci danno una umile idea del valor poe- tico dell' autore. 440 &•
SABBADINI. E ora tratteniamoci a esaminare più particolarmente questo
elegantissimo codice H 14 inf. (*). f. I Pomponii Mele de Chosmographya libri
tres feli- citer, f. 33 V Vibii Sequestris de fluminibus fontibus lacubus
nemoribus paludibus mo7itibus gentibus per literas. Vi- bius Sequesler Virgiliano
filio s. Quanto ingenio — f. 41 Vulsci italici europe. Feliciter Vibii
Sequestris de flu- minibus Fontibus Nemoribus Lacubus Paludibus Montibus
Gentibus per literas expliciti sunt. (Geographi latini mi- nor es ed. Riese p. 125). f. 41 Incipiunt
nomina regionum cum provinciis suis XVII (corr. ex XXVII) et CXV civitatibus.
De urbibus gallicis. Lugdunum.
Desideratum — hoc et hebree (Vetera Romanorum Itineraria cur. P. Wes- selingio,
Amstel. 1735, p. 617). Nomina provinciarum romanarum in Italia numero XVII.
Campania in qua est Capua — Galliarum provintie numero XVI — f. 42 Pontus.
Egyptus. Britannia numero XI (è il Laterculus Polemii, p. e. Geogr. lat. min.
p. 130-32). f. 42 Nomina provintiarum vel civitatum in provinciis Gallicanis.
Metropolis provincia lugdunensis — f. 44V id est Ventio (la Notitia Galliarum ^
in Geogr, lat. min, p. 141-44)- f. 44V Septem mira. Primum, Edes diane — alte pe-
des de {Geogr. lat. min. 159). (*)
Comparve la prima volta in Studi ital. filol. class. XI, 1903, 248-56. 9. —
GIOVANNI CORVINI. 44 1 f. 48 Accedentibus ad operìs huìus notitìam — . Proe-
mio al commento de)!' Aulular la, f. 48V Plauti Aulularia (Querolus) incipit
feliciter — f. 75 Aulularia Plauti explicita feliciter. Tutte le opere hanno
numerose chiose marginali; e tanto il testo quanto le chiose sono di una sola
mano. I quaderni che contengono T Aulularia formano un corpo separato.
Istituiti alcuni confronti dell' Aulularia Ambrosiana, che chiameremo A, col
testo di R. Peiper (Lipsiae 1875), merita esser posto in rilievo 1' accordo di
A con le correzioni di V. Ma A non deriva direttamente da F, perchè si
manifesta indipendente da esso e da tutti gli altri codici: p. e. p. 4, 2
domum; 17 propulit; p. 7, i erit; p. 11, 4 prudens sciensque; p. 16, i atque;
21 sed; p. 17, 9 illud; p. 27, 6 et; p. 31, i aluipande; p. 34, 6 tu noft; p.
37' 3 /A* p. 43. n celeriter; p. 47» 4 Sycof.; 5 ludemus; p. 50, 14
confideretur; p. 53, 20 in inficiasi P* 54» 7 nunquam; p. 55, io legimus; p.
56, 18 temptanda; p. 58, 7 esse. Sicché si dovrà dire che A discende dal
codice, ora perduto, sul quale V fu corretto. Un secondo contatto di A con V si
osserva nelle chiose. V del secolo IX è glossato da una mano del secolo XII e
le sue glosse e quelle di A si corrispon- dono perfettamente, per quanto cilmeno
se ne può conchiudere dal confronto coi pochi saggi comunicati dal Peiper p.
IX. Ecco le tre glosse analoghe di A, il cui testo è più emendato: f. 54 (p.
14, 12) PantO' malusi pantomalus nonien est ex greco latinoque com- pactum et
dicitur quasi totus malus; ji.in onini grece 442 R. SÀBBADINI. totum sonat; f.
65 (p. 38, 18) Solidis] solidus est num- mus aureus qui sexcies appensus unciam
facit; f. 66 (p. 40, 3) Zelotypi] zelotipus est qui nimio mulieris amore
correptus eam semper observat indig-naturque levi suspicione nec eam cuivis
credit; zelus enim amor est et tipus tumor: hinc zelotipia. Soggiungo un altro
manipoletto di glosse scelto fra quelle che hanno maggior valore. f. 55 V (p.
17, 14) Calceos] Patricios calceos Romu- lus repperit im*"^ corrigiarum
assutaque luna bicorni ad notam centenarii numeri quod initio patricii senatore
s centum fuerunt (corr. in fuerint). Dicuntur autem calcei vel a calce vel a
greco kaXa idest ligno in quo fiunt. f. 57 (p. 20, 19) Obscurisvera involvere]
Hac elocu- tione usus est Virgilius in 6° (100). f. 62V (p. 2>2i 16)
Polluunt] Hoc eleganter exprimit Virgilius Eney. 3 (234). f. 64 (p. 36, 5) Quod
bonum faustum\ formula verbo- rum frequens in ystoriis Romanorum. f. 68 v (p.
46, 5) Anima in faucibus] vulgaris loquen- di modus. f. 72 (p. 54, 7) 0 tempora
o mores] Hanc exclama- tionem ponit ad contextum TuUius invectivarum in ca-
tellinam lib. I (2). Item prò Deiotaro rege (31). f. 55 (p. 16, 22) Ligerem]
Ligerem dicit a nominati- vo liger, quem ponit Albius tibullus: ' Carnutis et
fla- vi cerula limpha liger ' (I 7, 12). Questo pentametro di Tibullo non è
tratto da un testo intero, ma da Ex- cerpta, che probabilmente esistevano a
Farfa: vedi la nota seguente. 9. — GIOVANNI CORVINI. 443 f. 65 V (p. 39, 13) Et
non suntus tamen tam miseri] Lege hic execrandas fraudes servorum. Et nota prò
Biasio de Scandrilia. — Scandrig-lia è an paese del cir- condario di Rieti e
appartenne fino al secolo XV alla giurisdizione di Farfa. Viene perciò
spontaneo di pen- sare che le chiose sian nate nel monastero di Farfa. Tali
chiose non erano sporadiche e occasionali, ma costituivano un vero commento
continuo, il quale ar- rivò a noi frammentato o non fu condotto a compi- mento:
di che sarà in grado di giudicar meglio chi vorrà esaminare il cod. V. Che si
trattasse di un com- mento continuo, scorgiamo dal proemio a esso prepo- sto,
che qui riporto da A: f. 48. Accedentibus ad operis huius notitiam aditu primo ini®''
reseranda sunt: res scilicet, mens, effectus et cui phylosophie parti
subiciatur. Res igitur est: que- rulus, aurum, fur. Mens, qua convincitur homo
suis meritis affligi divinoque beneficio damnis erui et inde- bitis
insperatisque munerari. Effectus vero quo sibi red- ditus quisque molestias
sine murmurc tolerare doce- tur et meliora sperare. Ethice supponitur quia de
mo- ribus agit. Ethis enim grece mos. liane autem Socra-
tes primus ad corrigendos componendosque mores in- ^tituit, dividens eam in
nn**' anime virtutibus, idest prudentia, qua mala discemuntur a bonis;
fortitudine, qua equanimiter adversa tolerantur; temperantia, qua libido
concupiscentiaque frenatur; iustitia, que recte iu- dicando sua cuique
distribuii. His expeditis, quod sequitur inspiciendum est, sci- licet id genus
carminis unde vocabulum suniat. Comedia 444 ^- SABBADINI. nanque dicìtur et hoc
vel a greco KOMOO idest villa, quia prius in pagis agebatur, vel a
commessatione, so- lebant enim post cibum ad eam audiendam conventus fieri; vel
appellatur comedia quasi corno odia idest ru- sticorum laus, nam privatorum
acta predicat. Hec cum tragedia communia quedam habet, vide- licet quod iambico
metro constat, quod tota personis attribuitur, quod vitia generaliter notat. In
hoc autem Inter se differunt, quod hec privatas, tragedia vero res publicas
narrat, hec argumenta fabularum ad veritatis imaginem ficta, illa regum historias,
hec humiliter, illa granditer, hec omnia personis agit, illa quedam ver- bis
(i) tantum representat, hec a tristibus inchoans in gaudio desinit, illa leta
principia mesto claudit exitu. Sunt preterea duo genera comedie, vetus et
novum: vetus ioculare, ut Plauti Accii (2) atque Terentii, no- vum quod et
satiricum, ut Flacci, Persii, luvenalis, ubi vitia cuiusque manifeste
carpuntur. In hoc autem novo
licet sit effectus comicus simul et scribentis intentio, non tamen modus
loquendi. Idemque per omnia dicen- dum est in
tragedia, in qua exemplum veteris sit Se- neca, novi Virgilius (3). Plautus
dicitur a plausu, quia plausibilia scripsit. [ Aulularia ] quasi ollularia, ab
olla ubi latuit aurum. (i) Vorrà intendere della musica dei cori? (2) Per lui
il nome era Plautus Accius. (3) Perchè il poeta epico canta la stessa materia
della tragedia e con lo stesso stile sublime. CORREZIONI E GIUNTE p- 2. 1. 8:
1427 i^ggi 1425 p- 28, n. I, 1. 7: Goldlob . . Gollob p- 105, n. 2, I. 4:
auobus . . duobus p- 126, 1. 24: textus . . . testus p- 153, I. 23: de officii
. . . de officiis p- 225, 1. 16:
Umberto . . . Uberto p- 275, 1. 12: Gerntaniae. V'ita Germania e Vita p- 136,
1. 11: litterarum . . litterarii p- 136, 1. 16: contemplationesque
contemptionesque I tionesque). p. 136, 1. 28. L'anno della lettera è nel solo
cod. di Oxford, che reca « MCCCCXXI »,aggiunto di seconda mano; ma dobbiamo
tener fermo al 1422, perchè soltanto nella seconda metà del 142 1 il Barzizza
paasò da Padova a Milano (120). p. 1-7. Del Cotnmentarium del Niccoli altri si
sono occupati: E. Ja- oobs in Wochenschrift f. klass. Philol. 19 13, 701-02; A.
Gudeman ib, '9*3» 929-33; W. Aly in Rhein. Mus. 68, 636-37; G. Andresen in
Jahresber. des philol. Vereins 40, 78-79; \V. Peterson in American Journal of
philology 35, cfr. Wochenschr, f. klass. Philol,
19 14, 608. 145, 1. 1-7. n codice di Giustino, già Saibante 269, che si ere-
'.-va perduto, è ora nel British Museum sotto la segnatura Ms. Add. 12012. p.
172, 1. 9. Sulla bufera scoppiata a Venezia il 10 agosto del 1410 fe»to di S.
Lorenzo) vedi anche Muratori R, /. 5. XXII 853. p. 1 18-19. Una lettera
importante di Cosimo Raimondi in difesa del- l'epicureismo fu pubblicata da G.
Santini in Studi storici^ Rigoli 1899, Vm IS3-68. INDICE DEGLI AUTORI Agostino
(S.) 268, 431. Ammiano Marcellino 5, 273, 274, 275- Apicius 6, 277, 284-85,
287. Apuleio 315. Aristotile 31, 81, 84, 192, 225, 286, 404. Asconio Pediano
21, 384. Aspro 6. Aulularia, v. Qiierobts. Ausonio 360. Catsaris Iter 283, 285.
Cassiodoro 425. Catone 1, 422, 424, 434. ' atnllo 173-74» 340. 360. ' clso
(Cornelio) i, 265, 268-72, 2 "-324» 434- Censorìno 423. '^'esarc 239, 423.
434. < hirio Consulto Fortunaziano 402. Cicerone 1, 11, 12, 269, 398, 401.
Cicerone: optre filosofiche i' : 145-69, 218, 227, 241. Cicerone: t^tre
rtttcricht 12-13, 94. IOI-45' 389. 43»» 434. Cicerone: orazioni']^ 16-19,
20-29, 31, 32, 43-56, 81,94, 146, 184- -87, 253. 275» 391» 442. Cicerone: ad
Atticum 6, 13-14, 31, 41-42, 69-97, 360, 423. 434. Cicerone: ad fantiliares
14-16, 40, 57-68, 78-80, 173, 392. Cicerone: ad Brutum 97-101. Cicerone: Aratea
181-83. ps. Cicerone 148, 153, 183-94. Cipriano 1 1 . Comoedia antiqua 421-25.
Columella 163, 268, 422, 434. Cornelio Nepote i, 252. Comificio ad Heren. 24,
165, 170, Curzio Rufo 239,328, 331, 436, 437. Democrito 315. Domizio Draconzio
406. Donato (Elio): Ars 6, 7; in Tt' rentium 206-45; in Vergitium 194, 203-05.
Donato (Tib. Claudio): m Vergi» iium 4, 197-202. EUgiat im Maitinatem, 277. 448
R. SABBADTNI. Fenestella i. Firmico 286. Foca 7. Frontino: de aquaed. 4, 263,
270, 275; Strateg. 275; Groniat. 5. Gellio 328, 331, 423, 434, 435. Giovenale
258, 400, 444. Girolamo (S.) 193» 399. 40i, 43i- Giuseppe (Flavio) 313, 389,
390. Giustino 145, 445. Gregorio (S.) 431. Grillio 194. lerocle 198. Igino:
Astronom. 5. Ippocrate 403-04. Isocrate 192. Itinerarium y^w /^ «m< 2 7 8 ,
2 8 3 , 2 8 7 . Lattanzio li, 154, 162, 367. Livio 7, 23, 87, 89, 184, 233,
235» 237, 239, 243, 273, 274, 275, 382, 411, 414. Lucano 258, 400. Macrobio
139, 141, 1 43» 203,434, 435- Marcello Empirico 6. Martialis 193. Martianus
(Capella) 193, 402. Marziale 88, 89, 369, 400. Mela Pomponio 440. Moretum 425.
Mulomedicina Chironis 194. Nonio Marcello 31, 32, 33, 38, 43. 75» 1^^ 77^ 162,
165-66, 174-76. Notitia Galliarutn 440. Orazio 437, 444. Orestis tragoedia 278.
Ovidio 87, 88, 89. Palaemon 193. Palladio Rutilio 422, 434. Pandette 32, 38.
Persio 444. Platone 225, 231, 234, 404. Plauto 14, 198, 327-52, 396, 423- -24,
444. Plinio I, 265, 355, 400. Plinio: Epistulae 98, 268, 355-70 ps. Plinio 356,
371-77. Plutarco 253, 399, 434. Polibio 239. Pompeo 411. ps. Porcius Latro 183,
184. Porfirione 277, 285, 286, 287. Pri sciano 7. Probo: Ars 6. Probo: in
Persium 194. Querolus 425, 441-44- Quintiliano 160, 168, 268, 269, 270,
381-404, 437. ps, Quintiliano 23, 404-07. Sallustio II, 148, 149, 183, 208,
340, 382, 411-13, 414-17- ps. Sallustio 17, 19. Seneca (padre) 23, 184, 208,
397, 398, 400, 401, 405. Seneca (figlio) 398, 399-400, 401, 423, 434, 444. ps.
Seneca 191, 258, 400. Septem mira 440. Servio: in Vergilium 201, 203-05. INDICE
DKGLT ATTORI. 449^ Sìculo Fiacco 5. Sidonio Apollinare 277, 399. Silio Italico
166, 369. Sorano 315. Stazio Cecilio 397. Stazio Papinio 397-98. Stazio Ursulo
397, 398. Stella 398. Svetonio: Caesares 99, 100, 177, 241, 423, 434. Svetonio:
de granim. et rhet. 5, 270, 275, 277,279-80,281-82. ps. Svetonio 371, 374.
Tacito I, 265; opere maggiori 249- -62, 436, 437; opere minori ^-^\ 263-82.
Terenzio 11, 206, 214, 373,382, 444. Tertulliano 6, 214, 215-16, 328. Theodosiantis
(codex) 146. Tibullo 442. Tommaso d'Aquino 431. Vacca 194. Valerio Massimo
147-48, 356. Varrone 422, 434. Vegezio Renato 208. Vergilio II, 23, 197, 203,
258, 357, 382, 442, 444. Vibio Sequestre 440. ABBADIM, Tesli Uthnu INDICE DELLE
PERSONE Abbadia (dell') Nicola 363. Acciaioli Angelo 45. Adorno Giacomo 148.
Albergati (card, di S. Croce) Nic- colò 2, 214, 215, 275, 332, 434. Alberto da
Sartiano 215. Alberto II 240. Alessandrino (da Alessandria) Gio- vanni 341.
Alessio 165. Alessio Tedesco 145. Alfieri Alberto 148. Alfonso di Cartagena
224, 225, 233. »34. «35» 239. 240, 24». Allosio (d*) Enrico 219. Amelii Pietro
12. Annidano Zenone 367-68. Amplonio 194. Andrea 104. Andrea Costantinopolitano
237. Angelotto 212. Angiò (d') Giovanni r. Renato if)*). Antonio da Brescia
364. Antonio da BuMtcto 166. Antonio di M.aio 296, 297, 311. Appio 373, 376.
Aragona (d') Alfonso 198-99, 2 1 7, 283, 284, 341, 343-44. 348, 349- Aragona
(d') Maria 217, 218. Arcellio Laura 200, 349. Arese Andreolo 381. Aretino
Giovanni 27. Arzignano Giovanni 135, 136, 142. Assemani E. S. 309-10. Aurispa
Giovanni 87-89, 91, 92, 198-201, 206, 214-24, 232, 243, 266, 267, 271, 283-87,
349, 367» 368, 402, 432, 433, 434. Avogaro Galasio 336. Avogaro da Orgiano
23-24. Badocr Albano 86. Baldini Baccio 297. Barbaro Candiano 31. Barbaro
Ermolao 180. Barbaro Ermolao di Zaccaria 174. Barbaro Francesco 29-43, 45, 46,
47, 48, 56, 82,91, 103-04, 141, «73. «74. 176, 251, 315, 361. B;irbavaru Ciirlo
di MarcMlino 437. Burbaviir;i Krancc»co 2 2, 334. 452 R. SABBADINI. Bartolomeo
fiorentino 364. Bartolomeo da Verona 151. Batiferro Bartolomeo 229. Barzizza
Gasparino 30, 31, 33, 36, 37» 43' 83-85, 91, 103-14, 115, 116, 120, 121-26,
128, 130, 134. 135' 136, 143. 172, 174- -76, 338-39» 388-93, 405-07. 427-30»
433. 445- Barzizza Gio. Agostino 391, 430. Barzizza Guiuiforte 124, 136, 151,
342-43- Barzizza Nicola 136, 429-30. Beccadelli, v. Panormita. Bechi (de)
Guglielmo 81-82, 91. Beda 7. Belbello Luchino 339-41. Bellovacense Vincenzo
308, 397, 400. Belluomo Guglielmo 220, 221. Beltramìno da Rivola 422.
Bernardino da Siena 177. Bessarione 252. Bianconi Lodovico 293, 300, 306, 307»
309» 313» 324- Biondo Flavio 69, 113, 120, 126, i37> 138, 139» 140-41» 179»
180, 192, 361-62, 363, 389, 434. Birago Gerardo 367, 368. Bisticci (da)
Vespasiano 69, 297, 310, 432. Boccaccio Giovanni 99, 249, 250, 262. Bologna
Simone 287. Bonaccorso da Montemagno 23. Bonamico Lazaro 308 . Bosoni Biagio
180. Bossi Antonio 127. Bossi Antonio di Giovanni 127. Bossi Francesco 127,
129, 130, 368. Bossi Luigi 130. Bossi Simone di Pietro 127. Bracciolini, v.
Poggio. Bracello Giacomo 125, 126. Bragadin Lorenzo 395. Brancacci Niccolò 12.
Branda di Castiglione 391-92. Brenzoni Francesco 336. Bruni Leonardo 27, 28,
30, 32, 33,38,41,42,44,50-51,74-81, 91, 138, 148, 192, 225, 233, 234» 235, 239,
250, 253, 254, 371-77» 383» 385. 387» 388, 423, 425-26. Buonafede Giovanni 36.
Buoninsegni Domenico 31, 38. Bussi Giovanni Andrea 23, 56, 184. Buzuto Nicola
Maria 350. Cadarti Giovanni 114. Calisto in 279, 287. Campinassi Giovanni 344.
Campofregoso 233. Campofregoso Tommaso 243. Campofregoso Tommaso e Batti- sta
237, 238. Candido 28, 421-23 (sarà il me- desimo personaggio ?), 424, 426, 432.
INDICE DELLE PERSONE. 453 Canobio Antonio 115. Canuzio Giovanni 387. Capelli
(de) Pasquino 70. Capitaneis (de) Filippa 431. Capra (della) Bartolomeo 32, 33,
50-51, 76, 77, 91, 96-97, 116- -18, 119, 126, 215, 273, 274, 278, 312, 336,
361-62, 433. Capranica (da) Domenico 332. Carlo IX 305. Carvaial Giovanni 219.
Casati Giovanni 435. Casciotto Bartolomeo 152. Cenci 212, 332. Cenni de
Nordolis Giacomo An- drea e Paolo 149. Cesarìni Giuliano 2, 275. Ciceri
Francesco 96, 152, 437. Ciriaco d'Ancona 181-82. Clémangis Nicola 15, 17,
206-08, 381-83. Cocco Lodovico, Marco < vanni 389, 390. Colonna Kgidio 192.
ilonna Prospero 21, oncorcggio (da) Gabm... ji^. oDtarini P. 104. Contrari
(de*) Uguccionc 243. ' orlìinclli Angelo 31, 38. orbinclli Antonio 31, ^fl, 40.
•marius I. 6. •mcr (Oimelio/ i- , tin, F'mncesco loc) '*nter Giovanni Corradino
Giannino 43, 173, 174, 176. Correr (Corrano) Gregorio 276-77. Corvini Giovanni
91, 97, 115, 121, 137, 139, 194, 252, 388, 421-44. Corvini Giovanni Marco 439.
Corvini Gregorio 430. Corvini Luchino 431. Corvini Niccolò 427, 429. Corvino
Mattia 256. Cosimo Cremonese, v. Raimondi. Cotica Bertola 148. Cozza Bartolomeo
376-77. Cratander A. 69, 70. Cremona Antonio 253. Crisolora Giovanni 39, 41,
45. Crisolora Manuele 31, 39, 40, 42, 82, 225. Cristoforo da Parma 104.
Crivelli Ambrogio 148. Crivelli Lodrisio 228, 244, 245. Grotto Luigi 411-13.
Carlo Giacomo d'Antonio 199,432. Cusano (da Cusa, da Treveri) Nic- colò 23, 49,
178, 179. 184. 219, 224, 232, 233, 237, 243, 328, 396, 414. Dandolo Marco 395.
Drccmbrio Angelo 194, 102, 222, ^o, 252. 365, 398. iM.rmbrlo Modesto 176-78. Dcccnibrio
Pier CnncUdo 17R, 224, 825, 226-4 ^ 4S4 R. SABBADINI. 278-80,
281-82,366-68,411-17, 426, 436. Decembrio Uberto 176, 225. Demetrio 39, 41.
Dioneau 308. Domenico di Bandino 250. Dominici Giovanni 80. Donato Girolamo 43,
165, 172, 173. 174. Donato Pietro 33, 43, 165, 172, 173» 174. 175» 176. Dotto
Niccolò 179. Egnazio Giovanni Battista 292. Enoch da Ascoli 263, 276-78, 280,
283-87. Este (d') Berso 218. Este (d') Leonello. 217, 221, 330, 335- Eugenio IV
217, 219, 243, 299, 300, 314, 329. Facio Bartolomeo 199-200, 252. Faella
Vitaliano 54. Fano Tommaso 337. Federico Veronese 345. Felice V 242. Ferrari
Lodovico 332-34, 339, 341. 347- Feniffino Giovanni 347. Ficino Marsilio 316.
Filelfo Francesco 277, 315, 404. Filippa (moglie del Pauormita) 348-49. Filippo
di Borgogna 200. Florilegista veronese 355, 356. Fonzio (della Fonte)
Bartolomeo 302, 315-20. Franceschino 391. Franchi Antonio di Bartolom. 384.
Francia 87. Fregoso, v. Campofregoso. Fuscis (de) Giovanni da Itro 299.
Galeotto (Tarlati) di Pietraraala 12, 206. Galluccio (de) Paolo 349. Gano da
Colle 97, 98. Gaza Teodoro 283, 284, 287. Gelenius 5. Gentile 99. Gerberto 308.
Ghenderen (de) Adriano 90. Giacomo da Siena 147, 148, Giacomo (Barzizza ?) da
Bergamo 104. Giglino Simonino 178. Giovanni XXIII 31, 165, 213. Giovanni
d'Andrea 263. Giovanni da Verona 356. Giovanni Galeazzo march, di Sa- luzzo
313. Giovanni Siculo 219. Giuliano Andrea 40, 83, 105, 136, Giulio II 307.
Giustiniano Bernardo 192. Giustiniano Leonardo 38, 39, 137. Gonzaga Lodovico
136. Gottardo da Sarzana 251. Gradi (de) Giovanni della Treccia 230.
Gratapaglia Antonio 149, 150. mÙICE DELLE PERSONE. 455 Gnaldo Girolamo 178,
357-58, 360-61 , 362-63. Guarino 24, 25, 29, 30, 32, 36, 38, 39» 40. 41» 44.
46, 52-56, 57-68,85-87,89, 104, 113, 126, 133-43. M5. 153. 173, 175. 178-81,
192, 222-23, 254, 263, 264-72, 273, 310, 311, 315, 323» 329-50. 356-65, 395.
398, 434» 435- 'luarino Battista 24-25, 201-02. aiarino Girolamo 314. ruasconi
Biagio 30, 31, 37. Hadoardus 160, 162. Hesdin (de) Simone 194. Hoombeeck I. 306. Hutten (von)
U. 6. Jeune (le) Jean 200-01. Jouffroy
Giovanni 201. Isolano Giacomo 121. lunius F. 6. Lamola Giovanni 136, 141-44,
178, I 264, 266, 273, 311, 312, 316, 363» 434- Landino Cristoforo 197.
Landriani Gerardo ni, 120, 122, 127, 129, 434. Lantieri Giovanni 153. I-clio
438, 439. I^to Pomponio 368-70, 417. Linden (Tan der) 305-06. Lo^li (da)
Giovoimi 338. Lorenxo 37I-7S* Loschi Antonio 21-26, 54, 75, 187. Lucio da
Spoleto 2, 3. Madio (Maio, Maggio) 52, 53, 136, 364. Maffei Timoteo 377. Mainenti
Scipione 348. Maineri Maino 315. Maletta Alberico 223. Malombra Giacomo 151.
Mamelino Niccolò 149. Manetti Gìannozzo 297. Marcello Pietro 394, 430. Marcello
Valerio 430. Marinoni Astolfino 21, 22, 203. Marrasio 220. Marsigli Luigi 78,
79. Marsuppini Carlo 217, 218, 222. Martino 151. Martino V 213, 377, 393, 432.
Martino Dumiense 191. Matociis (de) Giovanni 355-56. Mazolato Ugo 138, 139,
435. Medici (de*) Cosimo 20, 27, 40, 82-83, 2»6, 243, 272, 297. Medici (de*)
Giovanni di Cosimo 277. Medici (de*) Giovanni 36. Medici (de') Lorenzo 31, 33,
34, 38» 42. 329, 330- Medici (de*) Piero 297. Mcibtcrlin Sigismondo 277. Miliis
(de) Pietro 390. Modiufl Fr. 6. Monaco hcrsfeldese 263, 272-73, 274, 275,
281-82. Montepulciano (da) Bartolomeo 1 8, aia. 45^ É. SABBADmr. Montreiiil
(di) Giovanni 11-19, 20, 28. Morgagni Giovanni Battista 292, 308. Moroni Carlo
308. Muglio (da) Nicola 97, 98-99. Muglio (da) Pietro 99. Nessa Simone 36.
Niccoli Niccolò 1-3, 4, 27, 28, 29, 30, 32, 33' 36, 37» 39» 41» 42. 45, 46,48,
50, 51,69, 71, 75, 76, 78, 80, 81, 93, 202, 250, 263, 273, 275, 280, 281, 294,
297» 298, 312, 313, 316, 322, 329» 334. 385. 394» 396,421, 424, 426, 432, 433,
434, 445. Niccolò V 88, 276, 278, 279, 283, 287, 365. Nichesola (della) Galesio
54, 55. Nicola 2. Nicola 236. Nicola da S. Vito 183. Oldovino Antonio 117.
Omodei Giovanni 111-13, 122. Oppizoni Lodovico 149, 150. Orazi Girolamo 148.
Orsini Giordano 49-50, 179, 327- -36. Paleologo Giovanni 432. Pallavitini
Battista 294-95, 3^0, 304, 313-15» 316, 317, 323. Pallavicini Lucrezia 314.
Panormita 87, 89, 200, 216-18, 220-23, 224, 265, 266, 267-71, 273, 274, 275,
282, 283-87, 310, 311, 312, 321, 322, 334, 338, 339-50» 351» 352, 398.
Panormita Agata 349. Panormita Caterina Pantia 200, 286, 349. Paolo II 301.
Parentucelli Tommaso (poi Nicco- lò V) 2, 3, 214, 215, 311, 312, 434- Parisio
Alberto 294, 295, 309, 314» 315- Parrasio Aulo Giano 105, 124. Pastrengo (da)
Guglielmo 73. Pavaro Stefano 186. Pellizzone Filippo 315. Peregri Iacopo 342.
Petrarca 12, 19, 20, 22, 32, yOy 71» 72, 94, 97, 98, 99» 100, 164, 193, 203-05,
208, 233, 235, 237, 243, 397, 400, 404. Piccolomini Enea Silvio 192, 241. Pigna
(della) Guglielmo 57. Pinelli Giovanni Vincenzo 146, 308, 369. Piscicello
Niccolò 223. Pizolpasso Francesco 150, 212-13, 224, 225, 226-45, 365-67, 413»
414» 415- Pizolpasso Michele 228, 231, 367. Poggio 2, 6, 18, 19, 20, 27, 28,
32, 43-49» 73» 74, 80-81, 82, 84, 89, 91, 93, 178, 200, 202, 212, 213, 225,
239, 240, 242 250, 263, 273, 274, 275, 281, 307, 310, 312, 327-28, 329, INDICE
DELLE PERSONE. 457 33o> 331» 332, 351» 352. 365. 367, 368, 381, 383-96, 398,
437. Polenton Sicco 21, 58, 250-51. Politi Puccio 220, 221, 287. Poliziano 62,
315, 319. Pontano Gioviano 197, 277, 350, 35I- Ponte (dal) Zebedeo 389, 390.
Ponzoni Giacomo 180. Porcellio 171. Pretto Paolo 364. Rafanelli Marco 93-95,
152. Raimondi Cosimo (Cosma) da Cre- mona 113-21, 123, 126, 129, 144, 431, 445.
Rambaldi Benvenuto 250. Raterio 355. Raudense, v. Rho. Regino Filippo 364. Rho
(da) Antonio 16, 397, 400, 433- Rhode G. 307. Rizzoni Martino 145. Roberto re
di Napoli 403. Rossi Girolamo 309, 310. Rossi Roberto 31, 35, 36, 38, 42. Ruini
Lelio 302, 309. Sagundino Niccolò 370. Sacco Catone 339, 341. Sale (de la)
Antonio 190-94. Salerno Giovanni Nicola 54, 136. Salatati Coluccio 16, 19, 32,
33, 57. 70, 75. 78. 80, 19»» 400- Sarc)ibcricn»c Giovanni 308. Sa«Ketti
Franccfcn 31^), 318, 31 Savoia (di) Maria 119, 126. Scaligero Giuseppe 308.
Schedel Hartmann 194. Sebastiano (miniatore) 50. Sempronio 374, 376. Seripando
Antonio 105, 124. Sichart Giovanni 70. Siena (da) Girolamo 348, 350. Sigismondo
(imperatore) 430. Soderini Francesco 87. Solari Abbondio 436. Soprano
(Soranzo?) 100. Sores Giacomo 286. Spilimbergo (da) Bartolomea 335. Spilimbergo
(da) Giovanni 334, 335. 338. Spluges Bernardo 393. Spon Carlo 308. Stefano
milanese 315, 319. Strozzi Palla 39. Targa Leonardo 300. Tcbaldi Tommaso
(Ergotele) 223, 341. 348. Tcbalducci Giacomino di Tomma- so 214, 216. Tenaglia
Gugliclmino 393-94. Icrruzzo Giovanni del fu Stefano 149. Testa Romano 285-87.
I «desco Stefano 140. Tommasi Pietro 180. Tommaso Lucano 219. Tortelli Giovanni
(Aretino) 181» 218-19, «76, 403. 4«7. •HcancUa Giovanni 218. 458 R. SABBADINI.
Traversari Ambrogio 2, 31, 38, 39, 40, 41, 44, 45, 46, 82, 91-93» 215, 222,
312, 328-29, 432-33- Treverensis, v. Cusano. Treveth Nicola 208. Trevisan
Zaccaria 83, 84, 86, 103, 104-05. Tura (di) Pugliesi Gherardo 23. liberti Pier
Matteo 319. Valla Giorgio 181, 182. Valla Lorenzo 181, 218, 223, 243, 252. 35I'
396-404- Vegio Maffeo 340, 341. Vergerlo Pier Paolo 192. Vettori 83. Vettori
Daniele 105, 106. Vettori Piero 255, 256. Viglevio degli Ardizzi Francesco 127,
129. Villa Agostino 346, 347, 350. Vimercate (da) Taddiolo 128. Visconti (dei)
Bartolomeo 151. Visconti Filippo Maria 119, 126, 238, 240, 242, 243, 315, 330,
348, 388, 430. Visconti Gian Galeazzo 22. Vitale 325. Vittorino da Feltre 254,
313. Zabarella Francesco 80. Zaccaria di Padova 229. Zambeccari Cambio 141,
143, 312, 315. 434- Zendrata Battista 364. Zendrata Taddea 357. Zilioli Giacomo
139, 140, 337,435- Ziliolo 330-32. Zoalio Luca 148. 4^ Finito di stampare il 2
s agosto 1914 PLEASE DO NOT REMOVE CARDS OR SLIPS FROM THIS POCKET UNIVERSITY
OF TORONTO LIBRARY FA Sabbadini, Remigio 57 Storia e critica di testi S35
latini: Cicerone :^ i R. SABBADINI LE SCOPERTE DEI CODICI LATINI E GRECI NE'
SECOLI XIV E XY Nuove ricerche col riassunto filologico dei due volumi IN
FIEENZE G. C. SANSONI, EDITORE 1914 PROPRIETÀ LETTERARIA 57 S33 Flre»Ee — Tip.
O. Cirnewcrhi e «gli — l'Uzza Mentana, 1. AD THEODORUM fkatrem cabissimum Agros
frater aras, curas sala riiris aviti Una Clini natis seflulus atquc lubfns. Ast pgo aro chartas et
quadragesimus annuft Artes l'uni doceo discipiilisque vaco. Sic foveas tu,
care, diu sata frater agrosque, Sic et pgo chartas discipulosque diu. 1914.
INDICE Proemio Pag. vii Cap. I. Settentrione e mezzosiorno . 1 liigliilterra (Riccardo da Bury) 4 iJermania
(Amplonio Ratinck; Niccolò da Cnsa ; altri raccoRli- torl) 10 C»p. 11. Francia.
Germi nazionali 32 Italiani formati.si in Francia (Dionigi da S. Sepolcro) Sh
Imiiortazione italiana in Francia e scambi reciproci (Italiani alla curia
pontitìeia in Avignone; Giovanni Colonna; Italiani alla curia regia in Parigi)
15 Periodo eroico deirumanismo francese (Giovanni di Montreuil ; Ni- cola di
Clétnangis^ 63 Cap. III. Italia. Verona (il florilegista del 1329; Piero di
Dante). . . 88 Padova (Albertino Mussato; il Cicerone petrarchesco di Troyes) .
10.5 Milano e Pavia (lìenzo d'Alessandria) 121 Bologna (grammatici e retori,
canonisti ; Giovanni d'Andrea) . . 150 Firenze (Piero di Parente, Lapo ecc.;
Domenico di Bandino) . . 165 Appendice (le scoperte di Poggio in Germania ;
Giovanni da Verona) 191 Kiepilogo storico 196 Cap. IV. Riassunto filologico dei
due volumi (autori latini; autori greci tradotti) 198 Errata-Corrige 267
(iiunte 267 Indice delle Persone 271 PROEMIO 11 libro perfetto fino ad oggi non
1' ha scritto nes- suno, né credo sia ancora nato chi lo scriverà. Quando un
lavoro ha raggiunto una misura tale da essere utile agli studi, reputo che deva
uscire alla luce. Ecco per- ché le mie Scoperte vanno a i-itroso del tempo,
essendo stato pubblicato il volume che abbraccia quasi esclu- sivamente il
secolo XV prima del pi-esente che è de- dicato al XIV. Ma la materia del secolo
xv era stata dilunga mano e da più parti preparata ed elaborata; dimodoché il
libro si trovò più prestamente maturo per la pubblicazione. Cosi non è della
materia del se- colo XIV, la quale fu assai meno esplorata e perciò su di essa
si dovette particolarmente esercitare la mia in- dagine personale. Questa è
anche la principal ragione, per cui nel secondo volume il discorso procede meno
spedito- che nel primo : ma i documenti nuovi bisognava pure che fossero
sottoposti, o nel testo o nelle note, agli occhi del lettore. Al quale non va
taciuta un'altra considerazione di capitale importanza. Il territorio in cui
spazia la narrazione presente è vastis.simo: e .spasso io non ho fatto che
accennare sommariamente gli ar- gomenti 0 toccarne una sola porzione, poiché al
mio scopo bastava cogliere i tratti principali del movimento. Chi abbia buona
volontà, può allargare e approfondire con sicuro frutto le ricerche. vili
PROEMIO Nel primo volume resposizione potè essei'e impo- stata
cronologicamente, perché sola una regione, l'ita- liana, teneva il campo delle
indagini ; nel secondo il movimento è sincrono e quei5ta condizione storica non
doveva essere trascurata; ma nell'ambito delle singole nazioni viene osservata
la cronologia. Per la Germania poi ho varcato i limiti del secolo xiv, poiché
mi è sem- brato che ivi le investigazioni seguissero una tradi- zione non
interrotta, assumendo un' importanza che nessuno ancora aveva messo debitamente
in rilievo. 11 presente volume si uniforma invece al primo nel metodo, per il
quale il racconto muove dagli scopritori lasciando in seconda linea gli autori
scoperti. Riconosco io stesso i danni che nascono da un metodo siffatto, ai
quali ben poco riparano smilzi indici di nomi. Ma per quanto ci abbia
ripensato, non riesco a ideare una strut- tura, in cui scopritori e autori
stiano egualmente in evidenza. A rimediare al male mi fu suggerito di ag-
giungere alla fine uno specchietto riassuntivo degli au- tori scoperti. Al
savio suggerimento risponde ora in larga copia il riassunto^ filologico dei due
volumi, il quale a molti parrà fin troppo filologico. Ma in veritJi se il mio
libro serve in generale alla .storia della cul- tura, esso serve più
particolarmente alla filologia, la quale da simili notizie trae, soprattutto
per la critica dei testi, la prima spinta alle proprie indngini e spesso il
filo conduttore per risolvere le più intricate questioni. 1 U lettore troverà
nel riassunto opere e .interi nuovi, elie domandano (se a ragione o a torto,
giudìclierà lui) di essere accolli nelle storie lette- rarie : Baebius (p. 204,
230), Cumoedia antiqua 1216), De bello nautico Augusti (261 /. 1), Dionysius
(207, 219), Fabius (222), Grillio (228), Erennio Modestino (221, 236),
Portuniniio (244), Valeriano (2ó7). CAPITOLO I Settentrione e mezzogiorno. All'esplorazione
dei codici classici il secolo xiv imprime una nuova e gagliarda spinta, che
rapidamente si propaga, ripercotendosi, con gradazioni varie di intensità e di
effetti, simultaneamente in pili luoghi. Il centro del movimento è nel
settentrione. Non si vuol però negare che scambi siano esistiti tra il
mezzogiorno e il settentrione. E l' Inghilterra, il paese più settentrionale,
aveva avuto nel secolo xii frequenti relazioni letterarie con la Calabria e la
Sicilia nel periodo felice in cui la corte di Palermo per opera dei re normanni
Ruggero II (1130-1154) e auglielmo I (1154-1166) diede un forte impulso agli
studi, onde molti autori greci venivano resi accessibili agli uomini
occidentali con le traduzioni latine.' A quel pe- ' Il più operoso traduttore
dal greco fu Enrico (Everico ?) Aristippo di Catania, cfr. V. Rose in Hermes I
386-89. Sulla sua versione del l!b. IV dei Meteora d'Aristotile vedi C.
Marchesi Di alcuni volgarizzamenti toscani in codici fiorentini, Perugia 1907,
31 (in Studi romanzi V). Su una traduzione
àeW Almagesto di Tolomeo e ingenerale sulla letteratura dell'argomento vedasi
Ch. H. Haskins e D. P. Lockwood The sicilian tran slators of the twelfth
eentury and the first latin version of Ptolemy's Almagest in Har- vard Studies
in class, philology XXI, 1910, 75-102; I. L. Heiberg in Hermes XLV, 1910, 57-66
e XLVI, 1911, 207-216. Traduttori dal
greco ebbe in quel tempo anche il continente italiano: Burgundione da Pisa (e.
1110-1193) e Giacomo chierico di Venezia. Su Burgundione cfr. F. Buonamici
Burgundio Pisano in Annali delle Università toscane XXVIII, 1908, 27-36; su
Giaco- mo, C. Marchesi L'Etica Nieomachea nella tradizione latina medievale,
Messina 1904, 20-21. R. SA.BBAD1HI. 'Xe scoperte dei codici, 1 2 SETTENTRIONE E
MEZZOGIORNO (cap. I riodo rimonta la grandiosa figura storica di Gioranni da
Sa- lisbury (e. 1115-1180),* che visitò l'Italia meridionale e tanti libri, fra
i quali taluni oggi perduti, conobbe e adoperò; e la figura leggendaria di quel
dotto britannico, trasformato poi dalla tradizione popolare in un negromante,
il quale si recò dal re Ruggero a chiedergli il permesso di esumare le ossa di
Vergilio per strappare al ' savio gentil che tutto seppe ' il segreto della sua
scienza.^ Anche nel secolo xiii, quando in Palermo ai re normanni si
sostituirono gì' imperatori svevi, si mantenne vivo il culto del greco ^ e
continuarono le relazioni degli inglesi col mez- zogiorno, come provano quei
due potenti ingegni, che furono Roberto Grosthead (Grosseteste), il vescovo di
Lincoln (m. 1253), e Ruggero Bacone (1214-1294). traduttore dal greco il primo,
autore di una grammatica greca il secondo.^ Ma già fra i maggiori eruditi
stessi d'Inghilterra il greco cominciava a non esser più capito ; basterà
nominare per la seconda metà del secolo XIII Giovanni Waleys (Vallensis),
l'autore della Sum- ma de regimine vitae hutnanae,^ e per la prima metà del xiv
Gualtiero Burlaeus, l'autore del Liber de vita et moribus pili- ' Vedasi la
recente edizione del sno Policraticus ree. C. I. Webb, Oxonii 1909. 3 R.
Sabbadini Giovanni Colonna biografo del sec. XIV in Atti della r. Accademia
delle scienze di Torino XLVI, I9I1, 292-93. * Fecondo traduttore dal greco
sotto Manfredi fu Bartolomeo da Messina. C. Marchesi L' Etica Nieomachea 10. E
cosi il continente non mancò di traduttori dal greco nemmeno nel secolo im ;
basterà ricordare due braban- tini, Enrico Kosbien e Guglielmo di Moerbeke,
Marchesi op. cit. 45; 69-68; 66; 78-76. 5 M. R. James A graeco-latin lexicon of the thirteenlh
century In Me- langes Chatelain, Paris 1910, 396-411. Il Bacone raccomandava ai prelati e ai magnati
inglesi di far venire dal mezzogiorno d' Italia libri e maestri greci, come
aveva praticato 11 (Jrosthead (402). Qnest' nltinio possedeva fra l'altro un
Snida greco, il quale servi probabilmente all'anonimo inglese per la
compilazione del lessico greco-latino, di cui dà notizia il James (S99). Il
lessico sta nel cod. Arnnilel 9 del Uerald's college di Londra ed ù del sec.
xiii (396-7): l'autore era in rapporti con la Sicilia e la Calabria (402) e
for- s'anche con Roma, poiché troviamo p. e. nel lessico qnest' articolo:
'Bikos. vas vitreum quod romani carrafa dicunt ' (404). ' Lugduni 1511. cap. I)
SETTENTRIONE E MEZZOGIORNO 3 losophorum : '' due nomini di molteplice dottrina,
ma ignari del greco. Lo stesso Kiceardo da Bury, di cui ora dirò, con-
temporaneo del Burlaeus, sebbene provvedesse una gram- matica greca agli
scolari di Oxford, non conosceva quella lingua. Il mezzogiorno s'estraniò dal
settentrione con l'avvento degli Angioiui e il trasferimento della corte da
Palermo a Napoli. Ebbe, è vero, a Napoli la cultura un rifiorimento sotto il
lungo regno di Roberto (1309-1343), il quale protesse e promosse gli studi
altrui e li coltivò egli stesso; ma pili che al classicismo, egli e i dotti
della sua corte si dedicarono alla scolastica, alla teologia, alla medicina,
alla giurispru- denza. Cosi dei molti codici che acquistò e fece acquistare,
quasi nessuno è di argomento letterario ; e mentre nelle sue opere cita
spessissimo e largamente gli scrittori sacri, ben poco trae dai pagani.*' Il
più illustre luminare della sua corte fu senza dubbio il medico calabrese
Nicola di Deoprepio da Eeggio, fecondo traslatore dal greco; ma eccetto qualche
libro aristotelico, egli tradusse per conto del re moltissimi trattati medici
di Galeno, una trentina abbondante fra opuscoli e opere maggiori, di una delle
quali il testo greco era stato regalato a Eoberto dall' imperatore Andronico di
Costantinopoli. ' Napoli vanta anche un insigne bibliofilo, il gran Sini-
scalco Nicola Acciaioli; ma la sua collezione, di 98 codici, ' Tiibingen 1886,
edito dal Knnst. ' Scoperte 189. Un ampio studio su Roberto pubblicò W. Goetz
Kónig Bobert von Neapel. Scine l'ersònlichkeit und sein Verhàltnis zum Hu-
manismus, Tiibingen 1910. 1 pochi classici noti a Roberto sono Cicerone, Sal-
lustio, Vergilio, Seneca, Valerio Massimo, Vegezìo (33-34). Tra le sue opere
(5-6, 27-28) ci sono rimaste 289 prediche (47-68). Il Liber sententiarum (o
Dieta sapientium) da alcuni codici è attribuito a Roberto, da altri a Giovanni
da Precida, C. Marchesi L'Etica Nicomachea 129-13.S; id. in Uas- segna
bibliografica della letteratura italiana XVIII, 1910, 32-34. Forse la raccolta
fu compilata non da Roberto, ma per suo uso. ^ R. Sabbadiai Le opere di Galeno
tradotte da Nicola de Deoprepio di Eeggio in Studi storici e giuridici dedicati
a F. Uiccaglione, Catania 1910, parte III 17-24; Galenus De partibus artis
medicativae herausg-. von H. Schòne, Greifswald 1911. In questi due scrìtti il
lettore trova una copiosa bibliografia delle versioni di Nicola, che
abbracciano un lungo periodo, dal 1808 al 1346. 4 INGHILTERRA (cap. I comprende
in grandissima prevalenza testi sacri e teologici, dovechc la classicità vi è
rappresentata da soli 9 volumi. '^ Gli è che, pur uscendo di famiglia
fiorentina, egli non portò a Napoli tendenze proprie, sibbene fu attratto dal
movimento di quella corte: movimento che non era umanistico, nono- stante che
alcuni dotti del circolo napoletano fossero in rap- porti col settentrione per
mezzo del Petrarca. Pertanto il risveglio umanistico del secolo xiv è
essenzial- mente latino e settentrionale e noi ne seguiremo il corso par- tendo
dalla regione più nordica, l'Inghilterra. Inghilterra. EiccARDO UÀ Buri.
Riccardo d'Angerville da Bury (1286-1345)" è il più fa- moso bibliofilo
d'Inghilterra della prima metà del secolo xiv e insieme uno dei più famosi
della colta Europa di quel tempo. Come precettore e cancelliere del futuro re
Edoardo III e come vescovo di Durham (dal 1333), Riccardo ebbe a sua di-
sposizione molti mezzi per cercar libri e per farli cercare. Li cercò durante
le numerose ambasciate che sostenne a Parigi (paradisus mundi), ad Avignone e
in altre capitali ;i* li cercò fra le collezioni dei privati e in quelle delle
comunità reli- '" Cioè un Vcrgilio, nn Vitruvio, un Valerio Massimo, due
Seneca, un Gio- venale, un Solino, un Prisciano. R. Sabbadìni / libri del gran
Siniscalco Nicola Acciaioli in 11 libro e la stampa I, 1907, 33-40. " Per
notizie su Riccardo d'Angerville, più comunemente eliiamato Ric- cardo da
Biiry, cfr. G. Voigt Die Wiederbelebung IP 248-2.50; Richard de Bury
Philobiblion par H. Coclicris, Paris 1S56, V-XVIII; C. Segré Studi
petrarcheschi, nuova edizione, Firenze 1911, 263-291. '« Philobiblion 463 Nunc
ad sedem Romani (leggi Komanam, cioè d'Avi- gnone), nnnc ad cnriam (scil.
regiani) Franciae, nunc ad mundi diversa dominia taediosis ambassìatibns et
periculosis temporibus miftcbamur, cir- cumferentes tamen illani, quam aquac
plurimac nequìerunt estinguere, clia- ritateni libroniin...; quantus llnniinis
inipetiis voluptatis laetificavit cor no- strum quotiens paradisum mundi
visitare vacavimus nioraturi...; ibi bi- bliotliecae iocundae super cellag
aromatum redolentes, ibi vìrens viridarium universorum voluminum... cap. I)
KICCARDO DA BURY 5 giose ; 13 li commise, pagando anticipatamente (pecunia
prae- volante), ai librai di Francia, Germania, Italia; i'* li faceva
rintracciare collazionare glossare e compilare dai frati, spe- cialmente degli
ordini dei predicatori e dei minoriti,'^ e man- teneva nua turba di copisti
legatori e alluminatori. i" E cosi sottraeva i codici, un tempo vestiti di
porpora e di bisso, al- lora coperti di cenere e cilicio, ai sepolcri tenebrosi
dove dor- mivano, alla polvere che li deturpava, alle sozzure dei topi e ai
morsi dei vermi,i' imprecando alle guerre che ne cagio- navano la dispersione.
1^ Per tal modo ne raccolse un grandissimo numero tra anti- chi e recenti,'^ e
li catalogò,^'' con l'intenzione di regalarli a un istituto scolastico, eh'
egli si proponeva di fondare nella co- " Ib. 450 in ipsius (regis)
acceptati familia facnltatera suscepimus am- pliorem ubilibet visitandi et
venandi.... tum privatas tmn comraunes tum regularium tum socularium librarias.
'* Ib. 458 Statìonai'iornni ac librariorum noticiam non solnm intra na- talis
soli proviuciam sed per regnuni Franciae, Teutoniae et Italiae corapa- ravimus
dispersorum faciliter, pecunia praevolante. Inoltre si 'raccomandava ai maestri
rurali. '5 Ib. 458 ad statura pontificalem assumpti nonnullos liabuimus de duo-
biis ordinibus, praedicatoriim videlicet et niinoruni..., qui diversorum vo-
luniinum correctionibus expositionibus tabulationibus ac compilationibus
indefessis studiis incumbebant. '* Ib. 459 In nostris atriis mnltitudo non
modica semper erat antiqua- riornm, scriptorum, colligatorum, correctorum,
illnminatorum. " Ib. 451-52 coenulenti quaterni ac decrepiti codices
nostris tam aspecti- bu.i quam affectibus preciosi... Per longa seeula in
sepulchris soporata vo- luniina expergiscuntur attomata (automata o attonita
P), quaeqne In locls tenebrosis latiierunt novae lucis radiìs perfunduntur.
Delicatissimi quon- dam libri corrupti et abominabiles iam effecti, muriiim
quidem foetibus coopcrti et vermium morsibus terebrati iacebant exanimes. Et
qui olira purpura vestiebantur et bysso, nunc in cinere et cilicio recubantes
obli- vioni traditi videbantur domicilia tinearuni. '* Ib. 445 Pacis auctor et
amator altissime, dissipa gentes bella volen- tes, quae super omnes
pesfilentias librls nocent. ''
Ib. 455 ad manus nostras pervenit libroruni tam veterum quam novo- rum plurima
multitudo. II suo biografo Adamo Murimuth scrive die cinque grossi carri non
sarebbero bastati a trasportarli, cfr. M. Sondlialm Dos Philobiblon des liiclMrd
de Bury (in Zeitschrift fiir Bucherfreunde I, 1897-98, 324). '"> Ib.
494 de quibus catalogum fecimus speeialem. 6 INGHILTERRA (cap. i munita di
Oxford, dotandolo di un reddito annuo :'^ 'ut com- ninnes fierent quantum ad
usura et studium non solum scola- ribus sed per eos omnibus universitatis
(Oxoniensis) stndenti- bus in aeternum '. Nel 1333 andò ambasciatore alla curia
di Avignone e in- contratovi il Petrarca ragionarono insieme di studi. Il
Petrarca lo giudicò ' vir ardentis ingeniì nec litterarum iuscius ' ed ebbe
notizia della gran copia di libri da lui posseduti. ^^ Essi, due tra i più
appassionati raccoglitori del loro tempo, stavano l'uno, il Bury, quasi alla
fine della sua operosità di collezio- nista, l'altro, il Petrarca, poco più che
all'inizio, poiché per trovare nella sua biblioteca il primo grosso nucleo di
codici bisogna venire all'anno 1340 circa. *^ Ma quale enorme diffe- renza tra
i due. 11 Petrarca esumava e raccoglieva gli antichi per salvare e rinnovare la
cultura umana laica, sicché en- trava, secondo la sua espressione tolta in
prestito a Seneca, nel campo della religione più come ' explorator ' che come '
transfuga ';*' Riccardo al contrario radunava e faceva rico- piare a nuovo i
libri per offrire ai fedeli cristiani il mezzo di combattere il jìaganesimo e
le eresie. *^ In due soli punti secondari s'accordavano, nel difendere (sebbene
per motivi di- " Ib. 492 Nos aatem ab olim in praecordiis mentis nostrae
propositnm ge88imus radicatum quatenus oporttinis temporibus expectatis lìivinitiis
aiiiam quandam in reverenda universitate (Comunità) Oxoniensi, omnium artium
libcralium nutrice praecipua.... fundaremus necessariisque redditi- bus
ditaremus, nnmerosis scolaribus occupatam nostrorum llbrornm iocali- bus
superditaremus, ut ipsi libri et singuli (singula?) eadem communes fierent
quantum ad usum et studium non solum scolaribus aulae tactae, sed per eos
omnibus universitatis praedictae stndentibus in aeternum. " Quorum nemo
copiosior fiiit, Petrarc. Famil. Ili 1 p. 137. " R. Sabbadini II primo
nucleo della biblioteca del Petrarca in Ben- diconti del r. Istituto Lombardo
di se. e leti., XXXIX, 1906, 878. '* Ibid. 376. S'intende ' transfuga ' dagli
studi classici. •s Philobiblion 482 Sicot necfs.'tarium est reipublicae
pugnaturis militibns arma providere militarla et congestas victualinm copias
pracparare, sic ec- clesiae militanti contra Paganorum et Haereticorum insultus
operae precium constat esse librorum sacrorum multitudine communire. Verum quia
oninc quod servii mortalibus per lapsum temporis mortalitatis dispendia
pafitur, necesse est vetustate tabefacta volumina innovatis successoribus
instan- rari. ut perpetaitas, quac repugnat naturae individui, concedatur
speciei. cap. 1) RICCARDO DA BURY 7 versi) la lettura dei poeti ^^ e nell'
escludere dalle loro librerie le opere giuridiche: senonché il Petrarca le
escludeva, perché aveva concepito avversione contro la giurisprudenza sin da
quando ne dovette seguire i corsi di mala voglia, Riccardo perché reputava che
la legge non trovasse posto né fra le scienze né fra le arti. ^^ L'opuscolo di
Riccardo intitolato Philobiblon,^^ finito di comporre il 24 gennaio dell'anno
1344, il penultimo della sua vita, è r unica fonte a cui possiamo attingere
informazioni sulla sua biblioteca ; ^^ e siccome in quello nomina o cita solo
occasionalmente alcuni autori, cosi siamo ben lontani dal for- marci un'idea
esatta della collezione intera; ad ogni modo anche dal poco che dice siamo
posti in grado di misurarne adeguatamente 1' ampiezza e l' importanza. Intanto
notiamo la presenza di una grammatica ebraica e di una greca, le quali Roberto
destinava agli alunni del suo collegio.^o L'ebraico è lecito credere che si
professasse a Oxford, '5 Ib. 472 Omnia genera machinaram, quibus centra poetas
solius nudae vpritatis (il nudo verismo) amatores obiiciunt, duplici
refelluntur nmbone : quia vel in obscena materia gratns cultns sermonis
addiscitnr vel, ubi ficta sed honesta sententia tractatur, naturalis vel
historialis veritas indagatur sub eloquio typicae flctionis. " Ib. 470
minus librorum civilium appetitus nostris adhaesit affectibus ; 471 leges nec
artes sunt nec scientiae. Ma' conosceva le Pandette : 466 Sic multi iurisperiti
condidere Pandectas. '* Richardi de Buri Philobiblion, Francofurti 1610, in
Philologicarum epistolarum centuria.... ex biblioth. M. H. Goldasti, p.
403-500. *' Il catalogo compilato da lui stesso non fu ancora rinvenuto. La bi-
blioteca poi andò intieramente dispersa dopo la sua morte, essendo stata in
parte venduta dagli esecutori testamentari, in parte trafugata. Finora s'è
rintracciato il solo volume delle opere di Giovanni da Salisbury nel British
Museum. Tutti ripetono che la collezione sia stata assegnata al Durham College
e che più tardi sia scomparsa : ma è una favola (Sondhaim op. cit. 327).
3" Philob. 468 (irammatìcam tam grae( am quam hebraeam nostris sco-
laribas providere curavimus cum quibusdam adiunctis. L'illusione del greco in
quello stesso tempo l'ebbe anche papa Clemente V, che nel 1312 ordinò di
instituire la cattedra di quella lingua (oltre all'ebraico, arabo e caldeo)
presso la euria romana e nelle Università di Parigi, Oxford, Bologna e Sa-
lamanca {Chartularium Universit. Paris. Il 155; Giovanni XXII nel 1326 richiamò
quella prescrizione, ib. 293). Sulla conoscenza del greco nel medio evo cfr. L.
Traube Vorlesungen und Abhandlungen II 83-89. 8 INGHILTERRA (cap. I ma del
greco, dopo l'età del Qrosseteste e del Bacone, nem- meno in Inghilterra era
rimasto più che il ricordo. Delle tra- duzioni dal greco incontriamo il Fhaedon
di Platone,^' 1" ar- chiphilosophus ' Aristotile, i cui ' mira volnmina
totus vix capit orbis, '^^ le Antiquitates iudaicae di Giuseppe Flavio,^'
Dionisio l'Areopagita Be divinis nominibus^^ e le Tegni {Téx^ai) di Galeno. ^^
Aggiungeremo Tolomeo ritradotto in latino dal- l' arabo. ^^ Fra i cristiani
latini si presentano Tertulliano, Lattanzio, Girolamo, Ambrogio, Agostino,
Sidonio Apollinare, Boezio, Cas- siodoro (-De institutione divinarum
litterarum), Gregorio Ma- gno.^' Non sono certo tutti, perché l'attenzione di
Riccardo si puntava in particolar modo sui cristiani, dei quali avrebbe saputo
tessere una ' letania '. Anche dei latini pagani cita pochi nomi. Vergilio e
Livio sono accennati solo indirettamente.^^ Non v'ha menzione p. e. di Lucano e
Stazio, Persio e Giovenale, allora popolarissimi. 3' Ib. 478 hlnc Plato in
Phaedrone ' in hoc, inquit, manifestus est phi- losoplius, si abAolvit animam a
corporis [commercio] differentiis aliis homi- nibuB, ' efr. Fiat. Phaed. IX p.
65. 3« Ib. 416, 466. 33 Ib. 485. 3< Ib. 497. Sull'Areopagita cfr. Migne P.
L. 122, 1113. 35 Ib. 466 medici multi Tegni (eondidere) ; tra quei Tegni e' era
senza dubbio Ualeno. 36 Jb. 409, 466 sic Ptholomaeus edldit Alniagesti. 3' Ib.
467, 474 Cassiodorns libro suo de institutione divinarum litera- ram... Restat
ergo ut ignoratis poesibus ignoretur Hieronymus, Augusti- nus, Boetius,
Lactantius, Sydonius et pleriqne alii quorum letaniam pro- lixum capitulum non
teneret. 481 per libros fam aniicis quam hostibns in- timamus quae nequaquam
secure nunciis commendaraus, quoniam libro plerumque ad principum tlialanios
ingressus.... conceditur, quo repelleretur penìtus vox anctoris, sicnt
Tertullianus in principio Apologetici sui dicit. Cfr. Tertull. Apol. (Migne I,
259) ' lìceat ventati vel occulta via tacitarum litterarum ad aures vestras
pervenire. ' 422 Si Thcophrasti... perlcgisset vo- lumen : con queste parole
Riccardo vuole intendere il trattato nuziale di Teofrasto transnntato da
Girolamo ad lovinian. I (Opera, Parisiis 1706, IV II 190 88.). 3' Ib. 477 si
dulcescat l'iti Livii eloquentia lactea (cfr. Hieronym. Epist. ad Paulin. 53).
424 Versus Virgilii adhuc ipso vivente quidam pseudo ver- slflcas nsurpavit.
Questa notizia è tratta da Donizone (cfr. R. Sabbadioi in Studi ital. di filoì.
class. XV 1908, 248). cap. I) R- BURY, G. BURLEY 9 Ricorre più volte la
citazione di Valerio Massimo ^^ e di Gel- ilo, del quale ultiino pare
conoscesse la sola prima parte (lib. I-VII), ma col proemio al suo vero posto
come nei co- dici antichi.'*'^ Ricorda o cita Cicerone, Sallustio,'" VA.
P. di Orazio,^* le Metamorph. e il Benied. Ani. d'Ovidio,''^ la Natu- ralis
Historia di Plinio,''^ le Epist. di Seneca,^^ j Caesares di Svetonio, ''^
Macrobio. ^^ Dei grammatici nomina Donato e Pri- sciano,''^ Marziano Capella,'^
Foca.^" Foca non risulta noto al Petrarca. Cosi di Marziale il Petrarca
possedeva tutt' al più qualche frammento anonimo, Riccardo un testo col nome
del- l' autore.^' Un altro inglese, contemporaneo del Bury, Gualtiero Bur- ley
(Gualterus Burlaeus, 1275-1345 ?), coltivò con buon suc- 33 Ib. 422, 461, 478.
*" Ib. 416 Gellius Noctiuin Atticarum libro secundo capitulo decimosexto
(III 17)... Libro primo capitulo iionodecinio (I 19). 447 tìellius... libro
sexto capitulo XVI (VII 17). 462 Gellius sexto libro capitulo X (VII 10)...
Aulus liellius nou affectavit diutius vivere quam esset idoneus ad scribenduni,
teste se ipso in prologo noctium atticarum (§ 24). <' Ib. 467 Salustlus,
Tullius... « Ib. 473. ■" Ib. 476 dum Phaeton ignarus regìminis] flt '
currus auriga paterni ' (Ovid. Met. II 327). Perii Kemed. 139 cfr.
P/it7o6i6Hon... par Cocheris 128. (ili è noto anche lo ps. ovidiano De vetula,
461. ■•' Ib. 466 sic
Plinius molem illam historiae naturalis (edidit). « Ib. 481. "^ Ib. 486.
" Ib. 467. *^ Ib. 463 Prisciani regulas et Donati. « Ib. 467. so Ib. 460
Unde Focas in prologo graramaticae suae scribit: ' Omnia cum veternm sint
explorata libellis Multa loqui breviter sit novitatis opus ' (Grammat. lat.,
Keil, V 410). *' Ib. 424 Martialis Coci libcllos Fidentinns qnidam sibi
mendaciter arrogavit, quem idem Martialis merito redarguit sub bis verbis : '
Quem recitas meus est o Fidentine lìbellus. Sed male dnm recitas incipit esse tuus ' (I 38). Cfr.
R. Sabbadini II primo nucleo della bibliot. del Petrarca 385. — Oltre a queste
notizie che si desumono dal Philobiblon, sappiamo per altra via che dal
monastero di S. Alban comperò trentadue volumi ed ebbe in dono Terenzio,
Vergilio e Quintiliano {Philobiblion... par H. Co- cberis XXXI s.). 10 GERMANIA
(jap. j cesso gli studi sacri e profani. Il nome di lui è raccomandato
soprattutto al Liher de vita et morihus philosophorum, dove manifesta una
conoscenza piuttosto larga delle fonti classi- che, sebbene si lasci spesso
sedurre dall' ambizione di far pompa di notizie dirette che non son tali.
Augurando che qualcuno s' accinga a ricostruire la sua libreria, io mi conten-
terò di soggiungere che il suo maggior merito consiste nel- l'aver adoperato,
non sappiamo in che modo, se diretto o in- diretto, la traduzione latina
medievale delle Vite dei filosofi di Diogene Laerzio, condotta su un testo
greco più completo dì quello pervenuto a noi. Il Liber del Burley ebbe grandis-
sima diffusione; e siccome girava quasi sempre anonimo,^^ cosi fu variamente
interpolato, ampliato, accorciato. Nella prima metà del secolo xv l'operosità
bibliofila del Bnry trovò molti continuatori fra i suoi connazionali, il più
illustre di tutti Umfredo duca di Glocester, che al par di lui legò a Oxford la
propria collezione. Essi attinsero i loro tesori dall'Italia. ^^ Germania.
Amplonio Ratinck. La Germania apre la serie degli scopritori con un insigne
campione, vissuto tra la seconda metà del secolo xiv e la prima del xv,
Amplonio Ratinck. Amplouius Katinck (o llatingen) di Rheiuberg, o Amplo- nius
de Berka, com'egli usualmente jireferiva chiamarsi, nacque circa l'anno^''
13G5. Nel 1383 lo troviamo studente a Osnabrtick, *' Fu pubblicato criticamente
dal Knust, Tiibingen 1886. Per alcune in- formazioni cfr. R. Sabbadinl Giovanni
Colonna biografo del sec. XIV in Atti della r. Accad. delle scienze di Torino
XLVI, 1911, 287-8. M Scoperte 193. ^ Ampie notizie biografiche, die io
transunto, furono pubblicate da W. Schum Beschreibendes Verzeichniss der
Amplonianischen Uandschriften- Sammlung zu Erfurt, Berlin 1887, V-XXXlll. cap.
I) AMPLONIO 11 donde passò nel 1385 all'Università, allora fiorentissima, ^^ di
Praga a frequentarvi i corsi di arti. Ivi diventò ' magister ar- tiuni ' e ivi
professò due anni, fino al 1388. Nel 1391 si tra- sferisce a Colonia e vi
ottiene il baccellierato in medicina ; la laurea medica 1' ebbe nel 1393 a
Erfurt, dove l' anno suc- cessivo fu rettore dello Studio. Nel 1395 è a Vienna,
nel 1399 di nuovo a Colonia. E in Colonia si stabilisce da ora in poi
definitivamente, perché nel 1401 entra al servizio, come me- dico di casa, di
Federico III arcivescovo di quella città. Ab- bracciò lo stato ecclesiastico,
ma prima aveva avuto moglie e figli. Mori tra il 1434 e il 1435. Amplonio fu
pertanto uno scoiare vagante; e la visita di molte città di Germania e
dell'estero, poiché accompagnò nel 1401 il suo arcivescovo in Italia, deve
avere alimentato e accresciuto in lui la passione dell'esploratore e del
collezionista. Fin dal 1383 comincia a possedere qualche libro; nel 1384 fa
acquisto di codici provenienti dall' Italia. Comperò intere biblioteche, come
quella del fiammingo Giovanni di Wasia (Waes), mae- stro di teologia a Praga.
Ma ciò che meglio mette in luce l'operosità bibliofila di Amplonio è
l'abitudine eh' egli aveva di tenere al suo soldo amanuensi, tra i quali vanno
in parti- colar modo ricordati due suoi concittadini : Enrico di Berka, che
lavorava in casa di Amplonio a Erfurt verso il 1394, e Giovanni Wijssen, pure
di Berka, che negli anni 1406-1410 gii allestì in Colonia per lo meno una
trentina di codici.^^ Nel 1412 venne fondato a Erfurt un collegio universitario
e in quell'occasione Amplonio gli^donò la sua biblioteca, di cui compilò egli
stesso il catalogo fortunatamente arrivato fino a 55 Non sarà discaro sentire
la testimonianza di Uberto Decemhrio, che da Praga, in data ' pridie l?al.
martii 1399, ' tosi scriveva: ' Studium hio satis magnum viget in artibns,
potissimiim in theologica facnltate; in le- gibns vero et medicina non ita.
Audio quod scolares ad niimerum decem- milium numerantur in omnibus ' (cod.
Ambrosiano B. 123 sup. f. 222). La lettera fu pubblicata da A. Hortis in
Archeografo Triestino VII, 1880, 439 88.; F. Novati Aneddoti Viscontei
(estratto dair.4rc^. star. Lomb. XXXV, 19C8) 21-22 dimostra clie l'anno non è
il 1399 ma il 1394. 5« Schum VII, XI-Xll, XVII, XIX, XX. 12 GERMANIA (cap. I
noi:^'' fortunatamente, perché non tutti i codici si salvarono. La sua
collezione costitui il fondo della ricca biblioteca di Erfurt, che dal nome del
benemerito donatore si chiama Amploniana. La collezione di Amplonio, quale
risulta dal suo inventario del 1412, comprende il numero veramente cospicuo di
636 codici, distribuiti in tredici categorie: 1) Gramatica, codici 36; 2)
Foetica, 37; 3) Loijca, 27; 4) Rethorica, 12; 5) 3Iathe- matica, 73; 6)
Fhilosophia naturalis, 60; 7) Alchimia, 4; 8) Methaphisica, 15; 9) Philosoiìhia
nioralis,35; 10) Medicina, 101; 11) Itirispericia in iure civili, 7; 12)
lurispericia in iure canonico, 16; 13) Theologia, 213. Ognun vede che la parte
del leone è toccata alla medicina e alle discipline sacre : e ciò corrisponde
per la medicina alle tendenze personali del collezionista, per le discipline
sacre alle condizioni generali degli studi in Germania ; ma anche la
letteratura è largamente rappresentata. Eileviamo anzitutto una ricchissima
raccolta di autori greci, profani e cristiani, nelle traduzioni antiche e
medievali. Tra i profani Platone con tre dialoghi (il Phaedon, il Menon e il
Timaeus), ^^ Aristotile^^ con tutte le opere genuine e spurie, Ip- pocrate,
Euclide,^» Tolomeo, Galeno, Porfirio; tra i cristiani Dio- nisio l'Areopagita,
Origene, Basilio,»' Giovanni il Grisostomo," Proclo.»^ Un buon manipolo di
poeti latini : Plauto (pochi estratti), Terenzio, Vergilio (comprese alcune
poesie dell' Appendiz), ^* " Pubblicato dallo Scliuin p. 785-867. '^
Sehuni p. 818 I,iber Platonis qui intytulatns in Fedrone. Liber eiusdem
Platonis intyttilatus in Mennone. Più il Timaeits tradotto da Calcidio. Cito il
catalogo di Amplonio (Sclium p. 78")-867) non per tutti gli autori, ma
solo per quelli che meritano una speciale attenzione. ^ 796 Dkos libros
Yconomicorum Aristotilis; 819 la stessa opera copiata, nel 1398 ; 809 De pomo.
fO 801. «' 867 Sermo Basilii ad penitentes. Sermo Basilii ad monaclios. «»
852-853. •3 816 Prodi P.lementatio tlieologica, tradotta da a. de Morbeka. ^* 814 Libcllus Virgilii Maronis
de scopa, de est et non, de bono et pru- denti, de flore virginitatis (= De
rosis), de moreto vel syniulo. 790
In un codice perduto, fra opere vergiliane, si legge questo titolo, per me
enigma- tico : Liber 6 Bucolicornm Uarcii Valeri! Maximi. cap. I) AMPLONIO 13
Orazio (tutto, anche le Odi),^^ Ovidio (tutto, non escluse le con- traffazioni
medievali), Persio, Lucano, Stazio, Vllias latina, Giovenale, Aviano, Claudiano
(maggiore e minore), i Disticha dello ps. Catone, Massimiano. Troviamo poi nel
catalogo di Am- plonio questa triplice indicazione : ^^ Libri Lucani de bellis
pnnicig. Libri Lucani poete
de bellis punicis inter Romanos et Karthaginenses. Glosule super libris Lucani de bellis punicis tam
Romanornm quani Li- [bicorum. Volle la fatalità che tutti questi tre codici
sparissero. La prima idea che s' affaccia è che Amplonio possedesse i Punica di
Silio Italico in esemplari adespoti e eh' egli attribuisse il poema a Lucano,
poeta notissimo : tanto più che la Pharsalta porta anche il titolo De bello
civili. Ma per quanto seducente l'ipotesi, non pare accettabile; sarebbe strano
che di un testo cosi raro come quello di Silio fossero venute in luce allora tre
copie. Più probabilmente il nostro bibliofilo scambiò la guerra civile con la
guerra punica: massime se si pensi che nel medesimo equivoco incorse il suo
connazionale Ugo di Trim- berg, il quale nel Registrum auctorum del 1280
scrisse di Lucano : Hiinc sequitur in ordine belligraphus Romanus Describens
bella punica grandìloquens Lucanus : Bella per emathios plus quam civilia
campos..." Qui non ci può esser dubbio, perché Ugo reca il principio della
Pharsalia. Prosatori latini. Sallustio, V Astronomicon di Igino,®^ Seneca padre
l' autore delle Beclamationes, come allora le chiama- '^ 790 Liber proverbiorum
Oracii. Sarà una silloge di sentenze ora- ziane. «" 790, 792. ^' Huenier
Das liegistrum multorum auctorum des Hugo von Trimberg in Sitiungsherichte der
k. Alcademie der Wissenseh., Wien 1888, CXVI p. 163 V. 142-14. E però strano
che si tramandasse un titolo, che la più fuggevole occhiata al poema doveva
dimostrare erroneo. ^* 806 Heyginus de interpretacionibus constellacionnm. 14
GERMANIA (cap. I vano, e Seneca figlio il filosofo e tragico, comprese le opere
apocrife Be remediis forluitorum, J)e formula honestae vitae e i Proverbia, le
Beclamationes (maggiori) dello ps. Quinti- liano, Apuleio, Solino, Marziano
Capella, Vegezio Be re mili- tari, Palladio.^" i commenti di Mario
Vittorino al De inv. di Cicerone e di Servio a Vergilio, Macrobio Saturn. e In
Somn., molte opere di Boezio, Fulgenzio Mitolog. e Contili. Vergil. Aggiungiamo
le Institutiones di Giustiniano e il Bigestum. Abbastanza copiose le opere di
Cicerone in esteso o in estratto;"" nel genere rettorico: Be inv.
(con la ps. ciceroniana Rhet. ad Her.) e prò oratore magno. '^ nell'oratorio p.
Marc., p. Lig., p. Beiot. in esteso, p. Cael., p. Corn. Balbo,''^ p. Mil., le
Ca- tu., le Philipp, in estratto; nel genere filosofico Be off., Be sen., Be
amie., Parad., Tuscul., Be fin., Be creatione mundi (== Timaeus), Be divin., Be
fato, ad Hortensium (= Acad. priora). Manca ogni traccia degli epistolari.
Scopri un autore nuovo, Grillio, di cui reca tre titoli : ''' Grillius super
Topicam Marci Tulii Cyceronig Grillius egregie super primam Rethoricani Tulii
Grlllia8 super libris 5 Boecii de consolatu philosophico. Del commento al Be
inv. abbiamo alcuni estratti a stampa nei Rhetores latini minores ; ''* dei due
rimanenti manca ogni altra notizia, perché il tempo come i tre suaccennati
Lucani, cosi ha divorato questi tre testi di Grillio. 11 commento al Be
consolattone serve a determinar meglio l'età di Grillio, il quale è perciò
contemporaneo di Boezio; né lo possiamo al- lontanare da quel periodo, essendo
il suo nome ricordato da Prisciano.''^ " 816 Libri Palladii de
agricnltura. •o 796, 821, 822. "' Saranno estratti dal De oratore. "
Le due orazioni p. Cael. e p. Balbo restarono ignote al Petrarca. " 797.
'* Ed. Halm 596. Questo commento era noto ad altri nel sec. xii e xm (M.
Manitius in lihein. Mus. XLVII Erg. heft 109). "' Grammatici lat. II p.
36, 27. cap. 1) AMPr.ONIO 15 La libreria di Amplonio offre un'importante
silloge di scritti grammaticali e metrici. Le due Artes di Donato, le
Tnstitutio- nes di Prisciano con le altre sue opere minori : De accentihus
(apocrifa), 7)e numero et pondere, De metris Terencii, De XII versihus
Virgilii, Liher preexercitative (= Praeexerci- tam. rhet.),""^ il
Cew^àwe^ntTO di Servio, Servii grainatici Circa Donatum de odo partihus
oracionis^"^ un Tractatus (anonimo) de X Vili versibus. Bufino In metra
Terenciana^^ B. Augustini Aurelii De odo partibus orationis,'''-' la Grammatica
e l'Orto- grafia di Foea.^" Inoltre un Antiquum vocabularium secundum
ordinem alphabeti de composìcione vocabulorum latinorum grecorum et quorundam
barbaricorum et est in se triplex. '*' Un altro suo lessico porta questo
titolo: Liber doctoris Ny- colai de Lyra De interpretacionibus vocabulorum
dijficilium tam latinorum grecorum quam hebreorum quod nuncupafur Triglossum,
idest trium linguarum, fere omnes gramaticos corrigens.^^ Con questo veniamo a
sapere che cosa era il Tri- glosson adoperato e citato dal Petrarca.^^ Tale la
biblioteca latina profana di Amplonio: ricca e sva- riata, nonostante parziali
mancanze ; la deficienza più grave è negli storici, che dubitiamo se attribuire
a simpatie e anti- patie personali o allo stato della cultura del suo tempo.
Gli autori latini cristiani sono numerosissimi. Vi figurano Prudenzio e
Sedulio, Prospero d'Aquitania, Tertulliano con V Apologeticus e Lattanzio con V
Instit. e i due opuscoli meno '6 787, 788, 789, 80G. "' 787. " 789.
Il Tractatus anonimo doveva esser quello dello ps. Acrone sui metri d'Orazio. Cfr. Pseudacronis Scholià in
Horaiium vetustiora ree. 0. Keller, I p. 4-12. "9 787. ''' 787 Gramatica
egregi! Foce De partibus oracionis et aliis multis. (Grammat. lat. Keil V 410-439). Orthographla eiusdem
Foce (in un codice del sec. ix). 1,'Ortografla di Foca fu pubblicata da R.
Sabbadini in Mivista di filologia XXVIII 637-44. " 786, un cod. del see.
ix. «« 786, un cod. del 1407. 83 Cfr. H. Sabbadini in Giornale star. d. leti,
ital, 45, 1905, 170-171. 16 GERMANIA (cap. I diffusi De ira dei. De opificio
hominis,^* Cipriano, Girolamo (soprattutto con un'-ampia silloge di
epistole),^^ Girolamo e Gen- nadio De viris illustribus, Ambrogio, Agostino,
Gregorio Ma- gno, Isidoro, Di Cassidoro un estratto dell'opera, allora raris-
sima, De artibus liberalibus (o De institutione humanarum litterarum). E
tralascio i moltissimi autori medievali.^® Due particolarità meritano di essere
rilevate in questa bi- blioteca : che la maggior parte delle opere vi
compariscono in due e pili esemplari e che un gran numero di testi sono glossati,
donde scorgiamo che Amplonio cercava di preferenza i commenti. Niccolò da Cusa.
Quando Amplonio mori, Niccolò da Cusa aveva circa tren- tatre anni, essendo
nato nel 1401. A noi piacerebbe poter sta- bilire che il giovine scopritore si
fosse incontrato col vecchio 0 ne avesse almeno udito parlare. In ogni modo,
finché non sarà dimostrato il contrario, non esitiamo a considerare il Cusano
come continuatore dell'opera del suo illustre connazionale, pur consentendo che
oltre all'esempio di Amplonio e alla pro- pria innata disposizione sia da tener
conto di una spinta ve- nutagli dall' Italia. È noto infatti che dopo compiuti
i corsi teologici all'Università di Heidelberg, si recò alla scuola di diritto
canonico nello Studio di Padova, dove fu promosso ' doctor decretorum ' nel
1423.*^ *< 86Ó Septem libri Fìrmiani Lactancii divinanmi institucioniim.
Uber eiusdem Lactancii de ira dei. Liber eiusdem de opificio dei 8ive de forma-
cione liomiais. Apologeticnm Tertiiliani de ignorancìa Ihesu Cliristi : volii-
men rarum (del sec. xiv). «^ 861-862. 8« Facciamo eccezione per il volume del
Bnrley, in grazia del titolo im- portante che reca: 822 Liber de vita et
moribns philosophorum Galteri Burley extractiis originaliter de Libris Laercii
super eisdem. " Marx Verseichniss der Tlandschriften-Sammlung des Hospitah
^u Cues, l'rier 1906. Nella prefazione sono alcune notizie biografiche del Cu-
sano, p. III-IV. cap. I) N. DA CUSA 17 Il Cusano si procacciò manoscritti in
tutte le maniere pos- sibili : parte li copiò da se,^^ parte li faceva copiare
da altri,*^ parte li ebbe in dono,^" parte li acquistò dai privati.^'
Alcuni provengono da chiese o conventi ; ^^ di altri conosciamo o so- spettiamo
il paese d'origine, ma non sappiamo se appartenes- sero a possessori privati o
a istituti pubblici. ^^ j codici greci derivano nella maggioranza da
Costantinopoli.^^ Il Cusano fece la sua prima scoperta nel 1426, quand'era
appena venticinquenne: stava allora al servizio del cardinale Giordano Orsini.
Egli pose le mani su un tesoro veramente inestimabile, la biblioteca del duomo
di Colonia. E la sco- perta fu clamorosa^^ e suscitò grande eccitazione negli
uma- nisti d' Italia ; ma la sua inesperienza cagionò amare delu- sioni a se e
agli altri, poiché da quei codici s'ebbe un solo importante acquisto, il Plauto
Orsiniano, destinato a dare in breve tempo novello impulso alla critica
italiana. Né si perde d'animo o dormi sugli allori il Cusano, che non più di
due anni dopo, nel 1428, entra in possesso di nuovi codici.^^ Nel 1437 prese parte
all'ambasi-eria delegata dal concilio di Basilea e dal papa a invitare
l'imperatore di Costantino- '* otto: 81, 83, 84, 85, 86, 87, 88, 106. Cito i
numeri del Ver2eichniss del Marx. «M n. 38, 184 (dei 1453). fo I n. 73, 82, 96
(del 1453), 105, 132, 172, 179 (del 1453); ognuno ebbe un singolo donatore. Due
donatori furono italiani, Niccolò V (n. 132) e Pan- tino Dandolo vescovo di
Padova (n. 82), i rimanenti tedeschi. '1 Sette (n. 56, 68, 69, 70, 71, 72, 74)
furono acquistati nel Belgio, dagli eredi di maestro Pietro di Brussella;
quindici in Germania, da più posses- sori : quattro (2-39, 241, 246, 251) e
quattro (240, 242, 268, 272) da uno, tre (294, 307, 308) da uno, e singoli da
singoli (193, 260, 263, del 1445, 296). "2 Tre da città di Germania :
Hilder (20), M:ill)urg (66), Freisingen (206), otto da Liegi (29, 31, 52, 61,
159, 171, 191, 226). '3 Sedici provengono da Norimberga (211, del 1444), due da
Coblenza (12, 229), uno da Francoforte (93, del 1447), uno da Heidelberg (212),
uno da Basilea (168) al tempo del concilio, uno da Montpensier (247). ^ I n.
18, 47, 48 del catalogo del Marx, i n. 5676, 5588, 6692 della col- lezione
Harley del British Museum e il Yatic. gr. 358. S5 Scoperte 110. 5^ Marx n. 94:
' 1428. 8 die lulii... babai istum librum et sermones Ray- mundi (Lulll ?) et
textum sententiarum '. Quest' ultimo è
il n. 66 ; Raimondo / è perduto. Il n. 83, pure del 1428, è copiato di propria
mano. / S> Sabbidisi. Lt Koptrtt d«< coiM. S 18 GERMANIA (cap. I poli : e
di quell'occasione approfittò per acquistare un buon manipolo di codici greci.'''
Più tardi, nel 1444, ne comperò se- dici latini a Norimberga, dove s' era
recato ad assistere alla dieta dell'impero. *** Ma la maggior messe avrà
raccolta negli anni 1451-54, nei quali fu investito di legazioni in Germania,
in Boemia, in Prussia, in Inghilterra, nei Paesi Bassi. ^^ Abbiamo riservato
all'ultimo le scoperte degli anni 1430-32, che ci sono rivelate da due lettere
di Francesco Pizolpasso al Cusano e da una di Ambrogio Traversari al cardinal
Giuliano Cesarini, presidente del concilio di Basilea. Le tre lettere ca- dono
nel periodo conciliare e sono propriamente del dicembre 1432 e del gennaio
1433. Ne trascriveremo qui intanto i passi che fanno al nostro
proposito.'"" <Franciscus episcopus Papiensis doctissimo Nicolao
Vitsano s. p. d.>. Pro re vero Kbraria de taa iugi et abiqne diligentia
studio et sedn- litate memoriaque mei, te et commendo maiorem in modnm et
gratias im- niortales ago obsecroque ut sicut facis continues magnificum
laborem liuius- modi ad meritum tui : omitto gloriam nominis augendi ac fractam
com- mnnem et publieam utilitatem profuturam ; imo quo iam dudura plurimis
proficis, ut et ego in me experior ipso. Dabo autem operam de opusculia
Naziameni conquiiendis iuxta significata per te ; interea vero Hilarium tnum
iam reintegratum nova scriptura fere consimili, supposita carta una loco illius
oblicterate, tuo clienti reddidl, meo et absoluto et percurso ad littore tantum
emendationem possibilem. Tu quoque memorie habeto ut ha- beamus codices illos
Suetonii Tranquilli ceterosque alios de viris illustri- bus ducibusque iuxta
firmata dudum ; item et Frontinum de termis urbis, Mthicum beatissimi Iheronimi
et quidqnid suuni habueris. Cura ctiam prò declamationibus Quintiliani; item de
alio etiam A. Gellio ut sanius poasit V Anche prima del viaggio di
Costantinopoli, come vedremo, egli pos- sedeva codici greci. '^ Ecco una nota
di suo pugno (Marx n. 211): ' 1444. Ego Nicolaua de Cassa prepositus monasterii
Treverensis dyocesis orator pape Eugenii in dieta nurombergensi que erat ibidem
de mense septembris ob erecclonem anti- pape felicis ducis Sabnudìe factam
Basìlee per pnucos sub titulo concilii . in qna dieta erat Fridericus romanorum
rex cum electoribus. emi Sperani so- lidam raagnam, astrolabium et turketum,
sebrum super Almagesti cum aliis librìs 15 . prò XXXVIII florenis renensibus '.
^» Marx p. IV. A questo tempo risaliranno gli acquisti fatti a Liegi e a
Brussella, dei quali s' è accennato più su. ■o" Le lettere furono
pubblicate integralmente da R. Sabbadini Niccolò da Cusa e i conciliari di
Basilea alUt ricerca dei codici (in Sendiconti della r. Accademia dei Lincei
XX, 1011, 9-19). cap. 1) N. DA CUSA 1§ per cxemplaria transcribi : at saltem si
nequeas nltra, memento tui papirei principii detarendi quantum penes te est ;
de habendo vero quandoque Plinio ilio tantopere expetito tamque diu expectato
si quid potes : reor enim tantum poterla quantum voluerìs, tantum antem voles
nihil addubito quantum mea fides et benivolentia erga me tua exigunt ; studium
auxiliare tuum industriamque appone prò ea re mihi exoptatissima. Demum vero
dum a cliente tuo, restituens Hilarium, peterem proverbia Illa greca vel Fe-
stum Pomponium, mihi presentavit grecos codices, cum necdnm intelligara integre
latinum, atque codicem plurimis refertum non vulgaribus et sen- tentiis et
opusculis, inter que musica Augustini etc., affirmatque non esse penes se alios
libros. Quare, mi Nicolae, peto abs te ut iubéas predictos, de qnibus te
premonui, hic loci eommunicet mihi libros adaperiatque manum, qnod tu
liberaliter debes efficere de omnibus tuis librìs, ut consuevlsti ca- ritative,
cum illis sìquidem qui eis oblectantnr et fidi sunt observatores; nam eum omnia
avaritia sit evitanda, Illa prorsus execranda est que oc- cnlit quod
eomraunicatum non poteat amitti. Nec te moveat casna ille de Hilarii tui carta
attraraentata sen deleta, non enim simile unquam accidit pauperi librario meo
nec mihi ; sed difficile est nimis et pene impossibile apud mundum evitare
casna ingratoa quodqne nolia aemper: emendatum tamen ita fecit, ut dieas nihil
interesse ; studiosua attentusque porro sum in librorum alienorum custodia
semper non minus quam oculorum meorum. Itaqne circa rem omnem librariam age ceu
iam cepiati sicque agant bine tui; verum missafatiamuaista libraria. Baailee
XVII decembria MCCCCXXXII. Franciscus episcopus Papiensis et comes doctissimo
Nicolao suo pera- mando s. p. d. Adlator autem preaentium est Michael nepos
meus, qui gratia vi- sendi veneranda tantorum regum aacra, ">' visendi
gloriosam Coloniam Ro- manorum olim, viaendi et presentiam tuam corpoream, ad
quam illectus est fama, ilio tendit; per quem obsecro mitte libros expetitos
quesitos et per te oblatos Victorinumque illnm quem, olim a gloriosissimo Iheronimo
laudatum, laudatissimura et tu dudum mihi fecisti, et aliud quicquam egregii et
peregrini : eque enim illesi conservabuntur quicunque codicea ad manus meas
pervenerint, ac apud camerara tuam Basilee VII ianuarii MCCCCXXXIII. A tergo :
Viro doctissimo utriusque iuris et liberalium domino Nicolao decano saneti
Fiorini de Confluentia venerando ami- cissimo mihi in Christo. Domino
amantissimo et mihi singulari benivolentie suavitate memorando patri luliano
(Cesarini) Ambrosius (Traversari) in domino eternam salutem. ....Sed hactenus
iata; alind nunc afferro placet, mi humaniasime lu- lìane. Accipe quid velim.
Heri cum ad me visitationis canaa convenisaent ><>■ S'intende il
tesoro conservato nella sacristia della cattedrale di Colonia. 20 GERMANIA
(cap. I plurimi civitatis nostre studiosi, tui amantissimi ac deditissimi tibi,
et in primis Nicolaus"" noster iocundissimus, Carolus
Aretinus'"' et lohannes Pra- tensis '"< qui nuperrìme a vobis
rediit aliique nonnulli, ortus est sermo de libris atque litteris. Tom
loiianncs ipse retulit, prinsquam proficisceretur vidisse illustrem virum
Nicolanm Treverensem '"^ cum volumina guedam hu- manissimo viro
archiepiscopo Mediolanensi '"* nostro amantissimo ostenderct atque Inter
oetera codicem ingentem eximie vetustatis notavisse qui plu- rima et versu et
prosa oratione contineret, soluraque Aratum sive a Cice- rone sive a Germanico
Cesare traductum ex titulo cognovisse : ceterum animo ad reditum intento
neglexisse cetera indagare soUertius. Hoc ipsuni tamen volumen modo penes te
esse, neque ipsum solum, verum et aliud ingens et egregium, in quo cuncta
Ciceronis opera preter epistolas conti- nerentur. Omnibus incredibile
existimantibus, cum vel orationes eius sole et de piiilosophia libri seorsum et
de oratoria itidem tres et quidem per- grandes codices implerent, ille sic a
Lutio "" romano, adulescente excito et prompto, se accepisse meraoravit.
Adiecit insuper Nicolanm Treverensem alia
quoque volumina se allaturum promisisse. Te oro, pater optime atque
humanissime, qnoniam magna expectatione ille suspendit animos nostros, qui
quantum bisce studiis sint dediti minime ignora», indìcem omnium li- brorum qui
in duobus illis voluminibus habentur diligentissime confectum mittas ad nos.
Nosti aviditatem omnium et Nicolai presertim nostri qui ne- que inter
occupationes perpetuas ut aliquid sacrum ex greco transferara exi- gere nunquam
desistit mecumque fert molestissime huiusce onus iniunctnm mihi: erit hoc
omnibus profecto gratissimum Florentie ex nostro monasterio Sancte Marie de
Angelis XIX ianuarii <1433>. Ora esamineremo partitamente le singole
testimonianze. 1) Codicem ingentem eximie vetustatis notavisse qui plu- rima et
versu et prosa oratione contineret solumque Aratum sive a Cicerone sive a
Germanico Cesare traductum ex titulo cognovisse. In questo volume riconosciamo
il celeberrimo cod. Bruxellensis 10615-729, veramente ingens (ff. 233) ed
eximie vetustatis (sec. xii), che contiene plurima et versu et prosa oratione,
fra cui tre scritti col nome di Arato : f. P9-105 Arati Involutio sphaerae;
Arati Ea quae videntur; f. 107-122 "" Niccolò Niccoli. iM Carlo
Marsuppinl. '°< 11 suo cognome è Ceparelli (Hefele Conciliengesch., VII
448). Km Btato liberato dalla prigionia a Basilea nel settembre 1482 (Monum.
Condì.. II 260). 106 Niccolò da Cusa; Cusa dipendeva dalla diocesi di Treveri.
">5 Bartolomeo Capra, morto a Basilea tra il settembre e l'ottobre del
1433. 10) Lucio da Spoleto. Oli Umbri venivano chiamati in senso lar^o Romani.
cap. I) N. DA CUSA 21 Arati philosophi Astronomicon liher primus incipit
(VAsiro- nomicon di Manilio). Troviamo in esso opere antiche e medie- vali che
fino allora erano rimaste ignote agli umanisti, vale a dire: copiosi frammenti
dei Gromatici, gli ultimi 88 versi della Ciris, i Catalepton,^^^ il
Phoenix^"'^ dello ps. Lattanzio, P. Annii Fiori Vergilius orator an poeta,
Salviano Be gii- bernat. dei, le Laudes dei di Draconzio (con l'erronea
attribu- zione ad Agostino), i Versus de XII ventis Tranquilli phy- sici '
Quatuor a quadris venti flant partibus orbis ', il Solinus metricus di
Teoderico e altri. Di alcuni di tali componimenti il codice del Cusano è fonte
unica.^'" Da questo volume furono copiati Manilio e il carme sui venti nel
cod. Marciano lai XII. 69. del sec xv, dove Manilio ha la sottoscrizione:
Scripsi Basileae.^^^ Con ciò la nostra identificazione rimane confermata. 2)
Volumen . . . ingens et egregium, in quo cuncta Ciceronis opera preter
epistolas continerentur. Di fronte a quest' infor- mazione gli umanisti
fiorentini si mantennero scettici, perché sapevano che ciascuna delle tre
categorie di opere cicero- niane, le filosofiche, le oratorie e le rettoriche,
avrebbe costi- tuito da sé un grosso volume. E altrettanto scettici ci mo-
striamo noi. Se vogliamo prestar fede alla notizia, dobbiamo ridurne le proporzioni
a una collezione di estratti »'^ o meglio ancora supporre che più codici
ciceroniani fossero stati legati in un sol volume. In ogni caso ci sembra di
ravvisare qui il codice descrittoci da Poggio:"' ' Nicolaus ille
Treverensis... dicit se habere (volumina) multorum operum Ciceronis, in quibus
sunt ">' Gli umanisti vennero verso quel tempo in possesso di un altro
testo dei Catalepton, indipendente dal codice del Cusano. 'i>9 Si ha notizia
del Phoenix scoperto a Strasburgo durante il concilio di Basilea (Scoperte
116): sarà il volume del Cusano? "" Questo codice fu ampiamente
descritto dal Traube in Poetae latini aevi Carolini III 152-3 e da P. Thomas
Catalogne dea mss. de classiques latins de la hibliothèque royale de Bruxelles,
Gand 1896, p. 65-74. '>' P. Thielscher in Rhein. 3Iuseum, LXII, 1907, 52.
'1' Sugli estratti ciceroniani nel medio evo cfr. M. Manitius Oeschichte der
latein. Literat. des Mittelalters, Miinchen 1911, I 478-483. "3 Epist.
coli. Tonelli, I p. 266, Romae XXVI februarii 1428 (= 1429). Su questo codice,
ora smarrito, delle orazioni agrarie e della Pisonìana cfr. A. C. Clark in
Anecdota Oxoniensia, Class. Ser. XI, 1909, 23-27. 22 GERMANIA (cap. I orationes
de lege agraria, in Pisoneni, de legibus, de fato et plura alia ex fragmentatis
'. 3) Mitte . . . Victorinum illum, qiiem olirti a gloriosissimo Iheronimo
laudafum, laudatissimum et tu mihi fecisti. Mario Vittorino, pagano
cristianizzato, è ricordato pili volte da Gi- rolamo : nel De viris illustr.
101, nei Cht'onic. ad a. 2370 e nel proemio del Comm. in epist. ad Galat. Di
lui gli uma- nisti conobbero presto il commento al De invenf. di Cicerone e
solo più tardi VArs grammatica. Forse il codice del Cusano conteneva VArs, che
per un umanista aveva assai maggiore attrattiva del commento ciceroniano. Non
eredo si trattasse di qualcuna delle opere d'argomento cristiano. 4) Dabo
operam de opusculis Nazianzeni conquirendis iuxta significata per te. Il Cusano
doveva aver sentore di qualche ripostiglio che ricoverasse le opere di Gregorio
Na- zianzeno e avrà indotto il Pizolpasso a occuparsene. Si parla certo di
opuscoli tradotti, perché il Pizolpasso ignorava com- pletamente il greco.
Nessun codice di questo autore compa- risce fra i Cusani pervenuti a noi. 5)
Hilarium tuum . . . tuo clienti reddidi, meo et absoluto et percurso ad littere
tantum emendationem possibilem. Sup- pongo sia l'opera di Ilario Super psalmos,
alla quale gli uma- nisti davano volentieri la caccia. Il Pizolpasso emendò la
sua copia con quella del Cusano; ma nell'inventario dei codici del
Pizolpasso"* quest'autore non s'incontra C'è invece nn Ilario tra i codici
dell'ospedale di Cusa (n. 30), che sarebbe facile identificare, perché il
Pizolpasso ne fece ritrascrivere una carta che s'era macchiata; però nella
descrizione del Marx"* questa circostanza non è rilevata. 6) Ut
habeamus... Ethicum beatissimi Iheronimi. S'in- tende l'opera cosmografica, che
va erroneamente sotto il nome di Girolamo. Credette d' averla scoperta per il
primo Hartmann Schedel nel 1483; ma sin dal 1432 già la pos- >M L'inventario
dei codici del Pizolpasso fu pubblicato dal Magistretti in Archivio storico
lombardo XXXVI, 1909, 302 ss. "' Marx Verzeichniss der
Handsrhriften-Sammlung des Hospitals tu Cues, Trier 1905. cap. I) N. DA CUSA 23
sedeva il Cusano, nel cui patrimonio superstite non esi- ste più.""
7) Cura prò declamationibus Quintiliani. Tra i codici del Cusano il Bruxell.
9142-45 contiene le cosiddette Declama- zioni maggiori dello ps. Quintiliano.
Le possedeva anche il Pizolpasso nel codice ora Ambros. E 91 sup. (n. 61
dell'in- ventario) ; ma queste non derivano da quelle, perché offrono materia,
ordine e lezione differenti. Viene perciò di conget- turare che si trattasse
delle declamazioni minori, che vanno parimente sotto il nome di Quintiliano e
che pili tardi ven- nero portate di Germania in Italia.''' 8) Bum a cliente tuo
. . . peterem Festum Fomponium : cioè Pompeo Festo. Era un autore molto
ricercato dagli uma- nisti e non tanto facile ad avere. Non figura tra i codici
né del Pizolpasso né del Cusano. 9) Milli presentava (cliens tuus) codicem plurimis refer-
tum non vulgaribus et sententiis et opuscuUs, inter que Mu- sica Augustini etc.
Probabilmente una silloge di opuscoli di
Agostino, allora assai letti."^ La Musica era già posseduta da Vittorino
da Feltro, da cui l'ebbe il Traversari."^ 10) Cura . . . de habendo
quandoque Plinio ilio tantopere expetito tanique diu expectato. Non è certo il
Panegyricus di Plinio il giovine, scoperto l'anno dopo (1433) dall'Aurispa, E
non è nemmeno l' Epistolario, quello che tra i codici Harleiani provenienti dal
Cusano porta il n. 2497,'^" perché il Pizolpasso lo possedeva.'-' Sarà la
Nat. Histor. ? o l'opera falsamente at- '•« SnWMMcus cfr. M. Manitius, op. cit.
I 229-234. 11' Scoperte 142. 11» Scoperte 148. 1" Scoperte 88, 94. Si
trovava anche nella biblioteca dei papi ad Avi- g:none fin dal 1375, cfr. F.
Ehrle Historia Inblioth. rom. pontif. I 533. 1'" Su questo codice vedi E.
T. Merril in Classical Philology II, 1907, 131. Appartiene alla medesima
famiglia del Pragense, del sec. xiv, scritto in Boemia. "1 Ora cod.
Ambros. I 75 snp., n. 29 dell'inventario. Questo codice inol- tre è di origine
diversa, poiché appartiene alla classe degli otto libri, la quale omette il
libro Vili, segnando come Vili il IX. I codici Cusano e Pra- gense invece
abbracciano bensì anch'essi otto libri, ma nel libro Vili ac- colgono un
miscuglio dei libri VII, Vili e IX. 24 GERMANIA (cap. i tribnitagli De viris
illustrihus. ? Ma non bisogna dimenticare la notizia data da Poggio,'^' la
quale per iscrupolo trascrivo: ' De historia Plinii cura multa interrogarem
Nicolanm hunc Treverensem, addidit ad ea quae mihi dixerat, se habere vo- lumen
historiarum Plinii satis magnum ; tum cum dicerem : videret ne esset Historia
naturalis, respondit, se hunc quoque librum vidisse legisseque, sed non esse
illum de quo loque- retur: in hoc enim bella Germaniae contineri '. 11) Cura. .
. de alio etiam A. Gellio, ut sanius possit per exemplaria transcribi : at
saltem si nequeas, memento tui pa- pirei principii deferendi quantum penes te
est. Questo è con ogni probabilità il Gellio scoperto qualche tempo prima dal
Cusano che egli annunziò a Poggio come Agellium integrum,^^^ e che Poggio poi
mise in ridicolo : ' Agellium scilicet truncuni et mancum et cui finis sit prò
principio '.'** Poggio ebbe torto. Il Gellio del Cusano era certo mutilo come
tutti gli altri, ma portava in principio la prefazione frammentaria ('
iucundiora alia reperiri queunt — in libro quaeri invenirique possit '), che i
codici recenti rimandano alla fine come chiusa del li- bro XX. Alcuni testi
però mancano di quel passo tanto alla fine quanto al principio, e uno di tali
apografi manchevoli sarà dapprima capitato nelle mani del Cusano, il quale im-
battutosi poi in un altro che lo recava, potè ragionevolmente credere d'avere
un testo più completo : e per tale lo annun- ziò a Poggio e pili tardi al
Pizolpasso, che gli chiese almeno (saltem) W papireum principium. Ma \^trché
papireumì Perché dall'esemplare membranaceo antico il Cusano si sarà trascritto
la prefazione su fogli di carta, premettendoli al suo apografo. 's« Epislol. 1
p. 208: Roniae XVI kal. iiinìi (1427). K per iscrupolo noto ancora che Corrado
Gesner scrisse: ' de rebus Oermanicis libros quos Augn- stae Vindelicorum
(Augsburj:?) extare ferunt'; e poi: 'libros 20 de bellis germanicis, quos citat
Tacitus et Cuspinianus, qui alicubi eo» adhuc latere opinatnr '
(Gcsnerus-Frisius Bibliotheca, liguri 1583, 131). Per più ampie notizie sulla
presunta esistenza in Germania di Plinio De Germanorum bellis cfr. M. Lehnerdt
in Hermes XLVllI, 191.1, 278-82; il quale suppone anche la possibilità (278)
che il Cusano abbia veduto a Korvei il Tacito Ann. 1-V (ora Med. i), che stara
unito con Plin. Epist. (ora Laur. 47. 36)- 'W Poggii Epistol. I p. 266 del 26
febbraio 1429. "< Epist. I p. 305 del 27 dicembre 1429. cap. I) N. DA
CUSA 26 Quella prefazione rimase relegata alla fine dell'opera anche nelle
edizioni e solo nella Gronovìana del 1651 passò al suo posto naturale in
principio. Ma il Bussi nell'ed. princeps del 1469 intuì la verità, poiché al
frammento proemiale accodato al libro XX prepose il titolo: Auctoris tanqttam
prefationis admonitfo in operis totius stimma de noctium ordine. 12) Dum a
cliente tuo . . . peterem proverbia illa greca . . . mihi presentava grecos
codices. Ecco qui autorevolmente at- testato che il Cusano possedeva
manoscritti greci anche pre- cedentemente al suo viaggio a Costantinopoli del
1437. I Pro- verbia greca si conservano nel famosissimo codice miscellaneo (ora
n. 52) dell'ospedale di Cusa, che contiene fra l'altro estratti di autori fino
allora rimasti ignoti agli umanisti : Mario Plozio De metris, Porfirione ad
Horat., Cicerone p. Fonteio. Per alcuni passi di quest'orazione ciceroniana e
per alcuni dell'm Pis. il nostro codice è fonte unica. '^' Ricorde- remo
inoltre estratti da Cicerone Philipp, e p. Fiacco ; dal- VHìstoria Augusta, da
Plauto e dalle Sententiae di Siro. 13) Ut habeamus codices illos Suetonii
Tranquilli cete- rosque alios de viris illustribus ducibusque ittxta firmata
dudum. 14) Item et Frontinum de tennis urbis. Prendiamo le mosse da Frontino.
11 De aquaeductibus (qui detto de termis) ^^^ era noto per due soli codici:
l'uno scoperto da Poggio a Monte- cassino, l'altro rinvenuto nel monastero di Hersfeld
dal mo- naco tedesco che s'era messo in comunicazione con Poggio. Il Frontino
posseduto dal Cusano deriva naturalmente da Hers- feld, il cui convento egli
perciò aveva visitato poco dopo il monaco sunnominato e n'aveva tratto inoltre
Svetonio De gram- maticis et rhetoribus e la Vita Agricolae di Tacito : che
que- sti autori voglionsi intendere con le parole del Pizolpasso co '" Il
codice fu ampiamente descritto e illustrato da I. Klein JJeher eine Handsehrift
des Nicolaus von Cues, Berlin 1866, e da S. Hellinann Sedu- lius Scottus in L.
Traubes, Quellen und Vniersuchungen sur latein. Phi- lol. des Mittelallers, I,
1906, 93-99. "'^ Il testo veramente ha terminis. Si potrebbe pensare a un
estratto gromatico di Frontino ; ma nel codice gromatico Cusano di Brussella
10615- 729 non comparisce un titolo De terminis urbis. 26 GERMANIA (cap. I
dtces Suetonii Tranquilli ceterosque alias de viris illustrihus, ducibusque}^''
I Caesares di Svetonio erano notissimi e certo il Cusano non li avrebbe nel
1432 presentati come una novità. 15) A questi codici ne aggiungiamo un altro
nominato dal Pizolpasso in una lettera posteriore (del 1437) : ' Habet vir iste
peritus theutonicus (Nicolaus Cusanus) libros copiosos in greco etiam cum
latino et vocabulorum et verbornm et omnis grammatice, seriosissime litteris
vetustis descriptos '.'^* Qui s'accenna manifestamente al celebre lessico
greco-latino, ora cod. Harleian 5792,»29 * * * Il Cusano legò la sua biblioteca
all'ospedale di Cusa, dove essa tuttora si conserva e conta, anche dopo le
gravi sottra- zioni patite, il numero cospicuo di circa 270 volumi. ''"
Undici volumi trasmigrarono nella biblioteca reale di Brussella,'*' venti circa
passarono coi codici Harleiani nel Museo britan- nico di Londra'^^; due sono
nella Vaticana.'^^ Ma sommando i codici di Cusa, di Brussella, di Londra e di
Koma siamo ben lontani dal ricostruire l'intera collezione del Cusano, per- ché
dei quindici volumi attestati dalle nostre lettere, tre soli abbiamo potuto
identificare ai codici superstiti. Né è tutto. Più non esiste il volume greco
dei Concili attestato dal Cesa- rini,'^* né il Venanzio Fortunato veduto a Cusa
dal Brower i»' Scoperte 108. '»* E. Sabbadini in Muieo di antichità clais. Ili
411. '" Vedi la descrizione del codice in Catalogne of ancient manuscripts
in the British Museum. Part. I, Greek, London, 1881, 10-13. Il testo è pub-
blicato in Corp. ploss. lat. II 215-48,3. "" Descritti ultimamente
dal Marx, op. cit. '311 numeri 3819-20; 3916; 3923; 5093; 8873-77; 9142-45 ; 9681-95
; 9799-9809; 10054-56; 10616-729; 11196-97. Cfr. P. Thomas, op. cit. ; L.
Tranbe in Poet. lat. aevi carol. Ili 152-163. "« I numeri 1347; 2497;
2620; 2672 (?); 2674; 8261; 3478; 3698; 3702; 3710; 3729; 3734; 3744; 3745(?);
3748; 8757; 3934; 5402; 5676; 6588; 6692; 5792. 133 11 Plauto Orsiniano Vatic.
lat. 3870 e il commento degli Evangeli Vatic. gr. 368. ^•* A. Traversarii
Epistolae XXIV 6: Scrivo il card, Gialiauo Cesarini al Traversar! : Memini quod
Inter libros domini Nicolai de Cnsa erat unum volumen in graeco ubi erat VI.
VII. Vili Concilium... Credo etiam qnod eme- rit illnm Constantinopoli,.,
Fcrrariae die XVII octobris (1438), oap. I) N. DA CUSA 27 nel 1617, né tre de'
sei autori greci veduti nel 1614 da Ales- sandro Hegius : Epifanio, Atanasio,
Climaco.'^^ Appartennero al Cusano inoltre l'archetipo magontino del commento
di Do- nato a Terenzio e VKinerarinìn Antonini,^^^ ora smarriti ; e nemmeno si
hanno tracce di due codici, Curzio Eufo e Ma- crobio Iti somn. Scipionis,
ricordati da Poggio.*" Altri raccoglitori. Ad Amplonio e al Cusano, che
spiegarono la loro opero- sità indagatrice o in tutto o in massima parte sul
snolo ger- manico, accompagniamo alcuni minori che radunarono ugual- mente le
loro modeste collezioni senza uscire di patria. II conte Giovanni von Lupfen
possedeva nel 1444 oltre a nn manipolo di libri canonici, alcuni poeti latini :
Terenzio, Vergilio, Ovidio, inoltre le Epistole di Girolamo. A lui si ri-
volgeva in quell'anno Enea Silvio Piccolomini'^^ per chieder- gliene qualcuno
in prestito. Il Piccolomini corrispondeva anche con Giovanni Schindel,
astronomo e medico, che professava nell'Università di Praga e che lasciò la sua
libreria di dugento volumi al collegio di S. Carici^*» Il dottissimo monaco
benedettino Giovanni Trithermius (m. 1516), fu un assiduo e fervente
ricercatore di codici. Per parecchi anni visitò moltissime biblioteche dei
monasteri del suo ordine, dalle quali acquistava o per via di cambi o a pa- 1^
Klein, op. cit., 4 ; gli altri tre : Basilio, Atti degli apostoli e Plntarco sono
ora ai nn. 5576, 6588, 5692 dei codici Harleiani. >3« Scoperte 113. '"
Epist. 1 p. 267 ; il volumen in quo sunt XX opera Uypriani char- taginensis ivi
nominato potrebb'essere il n. 29 f. 36-76 dell'ospedale di Cusa. 138 Der
Briefweehsel des E. S. Piccolomini herausg. von R. Wolkan, Wien 1909, I 310-312
lettera del Piccolomini ' in Novacivitate Austrie 5 idus aprìlis 1444 ' al
Lupfen. Retulit mihi... Michahel Pfullendorflus te pluribus libris habundare,
quorum nomina etiam mihi prescrìpsit... Est enim apud te Ovidius de tristibus,
de arte amandi et amoris remedio, Terentius quoque comicus et leroninuis in
epistolis, quos... eipeto relegere. Vedi la nota ib. '3' Ib. I 582-4. Nacque a
KoniggrJitz tra il 1370 e il 1380. La lettera del Piccolomini è del 1445. 28
GERMANIA (cap. I gamento i duplicati.'*" Arriccbi di copiosissimi volumi
la badia dì Sponheim e lasciò la sua collezione privata di più centi- naia di
libri stampati e di tredici manoscritti al monastero di S. Giacomo in WUrzburg.
Altri tedeschi formarono invece le loro collezioni, se non in tutto per buona
parte almeno, in Italia. Fra questi ricor- deremo Alberto von Eyb e i cugini
Schedel. Alberto von Eyb (1420-1475), nativo di Somniersdorf, dopo i primi
studi fatti a Kottenburg e all' Università di Erfurt, si trasferi in Italia,
dove per quindici anni, dal 1444 al 1459, con una breve interruzione, frequentò
le Università di Pavia, Bologna e Padova, conseguendo la laurea in utroque iure
a Pavia il 7 febbraio 1459."' Ma più che alla giurisprudenza, il suo nome
è legato alla letteratura, nella quale produsse tre pregevoli lavori : i
Flores, lo Speculum poetrie e la Marga- rita poetica}^'^ Fu collezionista. Le
biblioteche di Eichstiitt, Augsbnrg, Gotha, Monaco, conservano ancora alcuni
dei suoi volumi, tra i quali i seguenti autori latini : Plauto, Terenzio,
Tibullo, Ovidio, Giovenale, Cicerone, Valerio Massimo, Lattanzio.**^ Né solo
questi conobbe ; che ben altri, poeti e prosatori, adoperò >^o Nel 1607
Bcrireva: Permulta enim coenobìa nostri ordinis in diversis provinciis
multoties visitavi per annos viginti, omnium bìbliothecas perlu- stravi et
ubicunque aliquid qiiod prina haberem repperi dnplicatnm, id al- terum niihi
dato pretio rei aliquod volumen aliiid impressuni, quale postulas- sent inventi
possessores, comparansin recompensam, ut contingeret, agebara. Multa pretiosa
et optandae lectionis volumina in papiro simul ac in per- gamene scripta per
hunc modum, non solum in nostro sed in aliquibus «tiam aliis ordinibns,
rommutando accepi. Cfr. E. Jacobs Die neue Widu- kind-Iiandschrift tmd
Trithemius in X. Archiv der Gesellschaft fiir al- tere deutsche Geschichtskunde
XXXVI 203-208. Sulla biblioteca di Sponheim radunata dal Trithemius vedi P.
Lehman n Naehrichten von der Sponhei- mer Bibliothek des Abtes J. Trithemius in
H. Grauert Festgahe, 1910, 206-220. Nel 1502 essa comprendeva circa 2000 volumi
(206), in maggio- ranza però stampati (209). Il Lehmann ne ha rintracciati
venticinque. Cfr. dello stesso : Johannes Sichardus und die von ihm benuteten
Bibliotheken und Handschriften, Miinchen 1912, 176-79. '■" il. Herrmann
Albrecht von Eyb und die Frùheeit des deutschen Hu- manismus, Berlin 1893, 51,
65, 79, 83, 119, 169. "» Id. 85, 92, 187-194. '« Id. 87, 90, 146-152. cap.
I) ALTRI KACCOGLITORI 29 per la compilazione della Margarita poetica. Ma non
biso- gna dimenticare che egli venne in Italia allorché l' umanismo toccava
l'apogeo e non ne trasse tutto il profitto che poteva e doveva. * Hermann
Schedel, di nove anni più giovine del Cusano (1410-1485), fu un appassionato
bibliofilo. Studiò medicina prima nell' Università di Lipsia e poi per cinque
anni (1439-44) in quella di Padova, La sua collezione passò in eredità al cu-
gino Hartmann, pure lui medico. Hartmann nacque il 13 feb braio 1440; dopo
frequentata l'Università di Lipsia nel 1456-61, si trasferi dal 1463 al 1466 a
Padova, laureandosi ivi in me- dicina, che esercitò poi in patria a Nordlingen,
ad Amberg e da ultimo a NUrnberg fino alla morte (28 novembre 1514). Hartmann
nella passione per i libri superò di gran lunga il cugino e di buona parte dei
propri codici fu egli stesso il co- pista. Come Amplonio, redasse di sua mano
il catalogo, che ci è arrivato.'** La collezione degli Schedel nel 1552 venne
in potere di Giangiacomo Fugger, dal quale la comperò il duca Alberto V di
Baviera (1550-1579) per donarla alla biblioteca di Monaco, dove tuttora si
trova. Ma non tutti i libri sono a Monaco; altri emigrarono a NUrnberg, a
Maihingen, a Hamburg; altii sono perduti.'*' Hartmann imparò in Italia anche un
pò di greco e un pò d'italiano; e non trascurò l'ebraico. Ciò spiega perché
nella sua biblioteca comparisce un discreto manipolo di autori greci ed ebraici
con qualche volgare italiano. Vi è pure bene rap- presentato il volgare
tedesco. Il catalogo comprende 623 vo- lumi, dei quali forse due centinaia sono
stampati. Natural- mente la parte maggiore è fatta alla medicina ; occupano il
secondo posto l'umanismo e il classicismo latino. Vi incon- triamo alcuni
autori venuti dalle scoperte di Enoch da Ascoli : '« R. Stauber Die Schedelsche
Bihliothek, Freiburg in Br., 1908; p. 103- U5 testo del catalogo. Vi son
premesse notizie biografiche dei due cugini. "5 Id. U6-H7; 152-158. 80
GERMANIA (cap. I Diodorus Sicniua. Cornelins Tacita» de sìtn Germanie.
Saetonias de Grammaticis et Rlietoribus et de viri» illDstribus.i^ Parimenti
alcuni fra gli scoperti a Bobbio : Probi instituta arcinm. Maxinii Victorinì.
Donaciani fragmentum et alia. H7 Merita esser rilevata un'altra silloge di
grammatici mi- nori : Phocas, Caper, Agretins, Donatns, Servins ac Sergius de
latinitate et orthographia. 1^8 Inoltre il commento di uno ps. Probo a Persio,
nuovo que- sto, se pure non è identico allo ps. Cornuto : Fersius Flaccus cum
commentario Probi Yalerii in pergamento. i*» Hartmann si copiò nel 1483 a S.
Ermerano Vnistoria Ethici philosopht^'^" e credette di averla tratta per
il primo alla luce ; ma l'aveva trovata precedentemente il Cusano. Le vere
scoperte degli Schedel furono due: una di Hartmann, una di Hermann. Tra il 1460
e il 1490 Hartmann entrò in possesso del codice Monac. lat. 601, che contiene
di mano del secolo ix-x un frammento della grammatica di Dositeo, fino allora
ignota.'^* Hermann ci salvò l'unico esemplare della 3Iu- lomedicina Chironis
nel codice Monac. lat. 243 del secolo xv: Tabula ingeniornm curationis
egritiidlnnm Bernardi de equorum etc. '^^ 11 codice proviene probabilmente da
Padova. L'editio pr. di questo testo, importantissimo monumento di latino
volgare, vide la luce nel 1901.«3 '<5 E. Stanber, op. cit. p. 115. Diodoro e
Tacito sono dell' incnnabnio ' Bononie MCCCC72 '. '« Id. 139. È l'incunabulo
del Parraalo ' Mediolani 1504'. '^' Id. 104. Forse l' incunabulo Hain-Copinger
6214. '*' Id. 113. Questo è nn manoscritto. '50 Id. 56, 117. Cfr. Cosmographia
Aethici... primum ed. H. Wuttkei Lìpsiae 1853. '5' K. Krumbacher in Rhein. Mttseum XXXIX, 1884, 349.
'M Stanber 125. 'M Claudi! Hermeri
Mulomedicina Chironis ed. E. Oder, Lipsiae 1901. Pare che un altro esemplare ne
possedesse Godofredus Thomasius di Norim- berga (1660-1746), Oder p. VII 1.
Verosimilmente era una copia del codice del concittadino Hermann Schedel. cap
I) ALTRI RACCOGLITORI 31 Non riesco a identificare un vescovo tedesco
collezionista, a cui accenna Pier Candido Decembrìo in una lettera del 1437 a
Francesco Pizolpasso : Hee meditanteni (me) convenit Zacharias ìlle Padnanus,
obtestans ut quic- quam ex meo studio sibi promerem : iturum se in brevi ad
Germanicas par- tes epìscopnm quendam conventnrum, cuius biblyotliecam immensam
refe- rebat (cod. Rìccardiano 827 f. 111). 11 Pizolpasso stava allora al
concilio di Basilea. Del Cusano non si può intendere, che fu fatto vescovo solo
nel 1449. Zaccaria passò da Basilea nel maggio 1437 (R. Sabbadini in Museo di
an- tichità classica III 408). CAPITOLO II Francia. Gkrmi nazionali. La parte
che ebbe la Francia nel nuovo movimento non è agevole a determinare. Si può
credere e si afferma che in Francia il risveglio classico parti dall' Italia,
soprattutto per il contatto che ebbero i francesi con gli italiani della curia
pontificia quando questa nel principio del secolo xiv si tra- sferi ad
Avignone. Ma io stimo che tali sospetti e tali giudizi non siano esatti. Nel
secolo xiii la Francia aveva dato degli insigni bibliofili, ragguardevolissimo
fra tutti Jeroud d'Abbe- ville, che nel suo testamento del 1271 legò alla
biblioteca della Sorbona circa 300 volumi, dei quali 118 sono tuttora nella Na-
zionale di Parigi.' Nella sua collezione* figurano tutte le di- scipline con
larga copia di volumi, ma per quello che spetta al classicismo rileveremo
numerose traduzioni, antiche e re- centi, di Aristotile, oltre a Euclide e
Tolomeo ; un buon ma- nipolo di poeti latini: Vergilio, Orazio, Ovidio, Lucano,
Sta- zio, Giovenale ; fra i grammatici Donato e Prisciano ; fra i retori
Vittorino e Marziano Capella ; molte opere di Seneca e di Boezio. Di Cicerone
possedeva la Rhetorica (= De inv.), parecchie opere filosofiche (De leg., De
off., De sen.. De amie, ' L.
Delisle Le cabinet des mss. de la bibliothèque Natìonale II 148, 149. ' I volumi dì Qeroud si trovano elencati nel catalogo
generale della biblioteca della Sorbona compilato l'anno 1338 e pubblicato dal
Delisle Le cabinet III 8 ss. Nelle citazioni ricliiamerò i numeri d'ordine del
catalogo, ma lolo per le opere di particolare importansa. cap. II) GERMI
NAZIONALI 33 Farad., Acad.),^ le Verrinae,* e le Epist. fam.^ le quali ul- time
erano allora rarissime. Due altre rarità della collezione sono un frammento
groniatico di Giunio Nipso ^ e, cimelio assai più prezioso, le Elegie di Tibullo.''
Un continuatore di quest'indirizzo cosi eccellentemente rap- presentato da
Geroud parmi si deva scorgere in Bernardo Qui, nato forse prima che Geroud
morisse e morto nel 1331. Ber- nardo per allestire la seconda edizione della
Storia dei con- cili, approfittando di una legazione in Italia nel 1317 visitò
il Capitolo di Verona a compulsarvi i famosi codici conci- liari.** In costui
riconosciamo pertanto un esploratore, non im- porta se di scrittori
ecclesiastici, anziché profani. 3 Delisle ib. 1,1 5 ' Tiilliiis ad Lucillmii '
; intendi ad Lucullum, ossia gli Acad. priora. * Ib. lil 6 'Tiilliiis ad
Cetiliniu oratorein ', vale a dire la Divinatio in Caeciliiim, che apre la
serie delle Verrine. '■> Ib. LI 28 'Epistole Tnllii. Inc. in 2" fol.
Pompeins (ad finn. I 2, 1). in pen. te iubet' (Vili 6, 5 qnae inbet). Abbiamo
perciò i primi otto libri ad t'am., che nella tradizione di oltr'aliie sVrano
staccati dagli ultimi otto. " Ib. liVI 49 ' Geometria lioecii, Agrimensura
Innii '. rrobabilniente si- mile al testo del codice Bajnbergense. " Ib.
liVl 35 ' Epymabaton Albii 'i'ybullii elegoagraphi... Inc. in 2° fui. h. michi
(I 1, 49). in pen. nec liceat' (III 12, 18). Tralascio Vincenzo di Beauvais,
l'autore del triplice Speculum, sulla *ni conoscenza degli scrittori amichi
basterà vedere K. Boutaric in lievue des questions historhjues XVII, 1875,
5-57; e il famoso bibliografo della metà del sec. xiit Riccardo di l'ournival.
sul ([uale cfr. M. Manitius in lihein. Mas. Xl.VH Erg. lieft 1-5. * 1,. Delisle Notice sur les
v>ss. de Bernard Gui in Notices et extraits de la bililiut. Nation. XXVIl, 11 173, 183, 300-303. Reco le note di
Bernardo, perché giovano alla storia della Capitolare veronese : 302 'Gesta
vero istius synodi (Ephesine) inveni et legi in civitate Verona in ecclesia
cathedrali «le antiqua valde littera dy ptongata... (Sesta vero istius
Calcedonen- sis synodi continent acciones XVI et habentur integre in Verona
civitate in ecclesia cathedrali ubi ego legi in littera antiqua di ftongata...
Gesta istius sexte synodi babent accfones XVlll, qne inveni et legi in civitate
Ve- rona in ecclesia cathedrali... Gesta istius septiine synodi Anastasius
biblio- tecarius lohanuis pape VII de greco transtnlit in latinuni, ad lundeni
lo- hannem papani, sicut in jirefatione seu prologo idem Anastasius hec pre-
iiiittit. Hec autem magna sunt, que inveni et legi Nerone in ecclesia
cathedrali'. 303 'Gesta vero lercie universalis synodi Ephesine prime, item
gesta quarte universalis synodi Calcedonensis, item gesta sexte universalis .synodi
apud Constantinopblini, item gesta scptimc synodi in Nicea Bithinie U.
Sabhadim. Le scoperte dei codici. 3 34 FRANCIA (cap. ir Notiamo poi in Francia
un risveglio classico indipendente dal movimento italiano, risveglio che si
manifesta nei volga- rizzamenti dei testi latini. Esso s'inizia già sotto il
regno di Giovanni I e si allarga sotto Carlo V e suo fratello Giovanni, il duca
di Berry. Per invito di Giovanni I Pietro Bersuire (Berchorius), prima minorità
poscia benedettino, tradusse nel 1352 tutti i libri di Livio che allora si
conoscevano.' Sotto Carlo V e per eccitamento di lui volgarizzò dal latino, tra
gli anni 1370 e 1377, alcune opere d'Aristotile Nicola Oresme (m. 1382), alunno
dell' Università di Parigi, dove poi insegnò dal 1356 al 1361, più tardi, dal
1377, vescovo di Lisieux.'» Per il duca Giovanni di Berry volgarizzò Valerio
Massimo il dot- tore in teologia Simone de Hesdin, dell'ordine degli ospita-
lieri, il quale ci trasmise inoltre un discreto canone degli storici coi
seguenti nomi : Giulio Celso (Cesare), Sallustio, Li- vio, Lucano, Svetonio,
Giuseppe Flavio, Pompeo Trogo (Giu- stino), Aurelio Vittore, Orosio, Darete. Da
quello poi che egli dice di Frontino, che pochi cioè lo potevano vedere e
posse- dere, non è arrischiato argomentare che fosse anche investi-
gatore." congresrato tempore Constantini et Yrenee matris eius babentur in
Verons ili ecclesia catliedrali, ubi ego vidi et legi inde in iMsdciii '. ' Voigt Die Wiederbelebung
IPasS; A. Tlioiiias De loannis de Mon- sterolio vita et operibus, Paris 1883,
48-50. Compose anche opere inorali, in una delle
quali, il Rcductorium morale, allegorizza le favole delle Me- tani. d'Ovidio.
11 Petrarca pare l'abbia conosciuto solamente nell'amba- sceria a Parigi del
1361 (Petrarc. Fam. XXII 13). "> Le opere d'Aristotile volgarizzate
sono VMhica, la Politicn, gli Oe- conom. e il De caelo et niimdo. Cita anclie
autori latini. Thomas 50-51 : Voigt 11 339-40. Per altri volgarizzamenti
siiggiritì dai'arlo V, Voìgt 11 339. " Il duca dì Berry era appassionato
bibliofilo, Dclislc Le cabinet I 56-68. Bìblioflio e amatore di volgarizzamenti
fu anche Antoine de Bourgogne, so- prannominato il Gran Bàtard (1421-1504 ; A.
Boinet in Bibliothèque de ì'eeole des GUartes LXVII, 1906, 253-269). Su S. Hesdin, Voigt II 339, ma
specialmente M. Lecourt Antoine de la Sale et Simon de Hesdin in Mélanges
Chate- lain, Paris 1910, 341-353. Per i
volgarizzamenti di Valerio Ma-s-simo e Oiro- lamo 344, 350, 361 ; il canone
degli storici 343 : su Frontino 345. Adopera anche i poeti, p. e. Vergilio,
Orazio, Claudiano 348. Simone, come il Le- court dimostra, fu sfacciatamente
saccheggiato da Antonio de la Sale, il presunto scopritore del De virtatibus di
Cicerone. Cfr. M. Tnllii Ciceroni» De virtutibus libri fragmenta coli. H. Knidiinger,
Lipsiae 1908. Il compae- sano di Simone, Hiovanni de Hesdin, non manca
parimente di una certa cap. II) ROBERTO DE' BARDI 35 Italiani formatisi in
Francia. Accanto a questa fioritura di volgarizzamenti sorta spon- tanea sul
suolo francese richiama la nostra attenzione un al- tro fatto che non manca
d'importanza, ed è che nella prima metà del secolo xiv alcuni italiani
formarono in Francia la propria educazione e istruzione. Collochiamo in questa
cate- goria p. e. due Toscani : Koberto de' Bardi e Dionigi da S. Se- polcro.
Roberto de' Bardi, fiorentino di nascita, studiò prima a Or- léans '- e indi
nell'Università di Parigi, nella quale fu per al- cuni anni (1333-35) lettore
di teologia e di cui tenne la can- celleria dal 1336 fino alla morte avvenuta
nel 1349.'=* Nel campo della sua professione il Bardi fu esploratore di codici,
poiché cercò e raccolse i Sermoni di Agostino e ne costituì la silloge che è
pervenuta sino a noi.'* cultura letteraria, di cui fa pompa nella polemica
contro il Petrarca. Per gli autori ivi da lui citati vedasi ìiolUae Pétrarque
et l'humanisme 11*308, ai quali è da aggiungere ' Statius Tullensis vel ut alii
dicunt Tliolosanus ' (Petrarc. Opera p. 1066). Su Claudiano scrive: '
Claudianus dicitnr Vien- nensis ' (p. 1066), scambiato con Mamertus Claudianus,
di cui lesse in Gen- nad. 84. Una glossa giovenaliana '. ' luvenalis in fine
tertiì (Vili 276): Aut j)a8tor fuit aut illud quod dicere nolo, idest latro aut
homicida, di- cit glossa ibidem' (p. 1067), I/unico testo notevole da lui
adoperato è il Culex, di cui reca i v. 79-82, 89 (p. 106:3). ^^ Questo almeno
parmi si debba ricavare da Pli. Villani Liber de civit. Florent. famosis
civibus, Florentiae 1847, p. 21 : Postremo ad tlieologiae cognitionem
conversus, Aureliam (= Aurelianum) sua transtulit studia. 13 Chartularium
Universit. Paris. 11431, 4.53, 460, 501-502. Nel 1340 il Bardi invitò il
Petrarca a Parigi per la laurea; pare si fossero incontrati fin dal 13:ì3. '*
B. Aurelii Angustìni Millehquium (a cura del Caruso), Lugduni 1655, 2452 :
Sequitur tabula sermonum, nomine quorum compreliendi trac- tatus et liomilias:
de quibus dicit veuerabilis meus pater et dominus d. Robertus, qui nunc est
canccllarins Parisiensis et liorum sermonum amator ac curiosus investigator,
quod in eis et epistolis continetur ma- xima tlieologia et speculativa et
moralis; quos ipse ad ordinem redegit valde pulclirum et utilem. Sed ego non
tot vidi quot habet ipse. La sil- loge si conserva nel cod. Vatic. lat. 479 e
nei Parig. lat. 2030 ss. Il cod. Vatic. delle cinque parti conserva le due sole
prime. L'opera ha il ti- tolo : Incipit collectorium sermonum sancti Augustini
ypponensis episcopi per liobertum de bardis cancellarium parisiensem et saere
pagine humi- 36 FUAN'CIA (cap. Il Dionigi da S. Sepolcro. Dionigi oriundo di
Borj;;o S. Sepolcro (Arezzo) nacque nella seconda metà del secolo xiii. Dei
suoi primi studi in Italia non sappiamo nulla, ma possiamo supporre cbe vi
abbia ri- cevuta l'istruzione elementare. Xel 1317 lo troviamo già a Pa- rigi,
dove legge le Sententiae di Pietro Lombardo nella qua- lità di baccalaureus ;
la promozione a magister sarà seguita pochi anni dopo : certo in ogni modo nel
i;ì29 era sacre pa- gine magister. In religione appartenne all'ordine degli
ago- stiniani. Nel 1329 ricomparisce in Italia : abitava allora a Todi.'* Deve
aver visitate altre regioni, come Roma, delle cui an- tichità e chiese ba
cognizioni"' minute, e forse il Veneto.'^ Nel 1339 era a Firenze, di dove
sul finir dell'anno si tra- sferi alla corte di Napoli, invitatovi dal re
Roberto.'* 11 17 lem professorem ordinatum et compilatum ex sermonibus guos
eiusdem sancii nomine insignitos invenit in diversis ae vetustis codicibus in
qui- bus erant inordinate prò magna parte dispersi. La collezione coniprendt-
cinque parti : In prima parte collccti siint sermones de quibusdani rcbIìk et
sanctis veteris testamenti. In secunda de sollempnitatibus et sanctis novi
testamenti. Jn tercia de verbis et seriptis veteris testamenti. In quarta de
Tcrbis et seriptis novi testamenti. In quinta de ornamentis et impedimen- tis ecclesie sen
fìdelium et de retribntionibus nltimis bonorum et maloram. 15 Chartulurium Universitatis Parisiensis II r.O'i.
'^ Valgano i seguenti cenni nel suo commento a Valerio Massimo, cod. Ambros. C
208 inf. f. 10>:pontis sublicii qui hodie vocatur pons Molis; f. 76 Cum
autem in mediam partem fori\ (Valer. Max. V 6 Ext. 2) idest plathee et in Illa
parte ubi nunc est ecclesia S. Androe Antoni!, iu.xta qnam est fo- cus qui
diuitur infernus; f. 89 Notaudum ergo Rome fuisse quasdam scalas (Gemonias)
occultas subterraneas quibus a carcere publico, qui nunc voca- tur S. Nicolaus,
ad carcerem occulte ad Capitolium venicbatnr. Ma tali in- formazioni potè avere
dai Mirabilia o per bocca altrui. " Commento a Valer. Mass. nel cod.
Vatic. lat. 1924 f. 15', trattando delle cinque fonne di sogno definite da
Macrobio {in Somn. I :l) : empbya- tes (= èqjiàXrìjg), istud autem in aliqno
ydiomate vocatur sai vanellus. Per quanto mi consta, la parola salbanello è
propria solo dei dialetti veneti, dai quali è adoperata nel doppio significato
di ' incubo ' (folletto) e di ' spcccliietto ' (gioco di luce) ; ma anche
questa notizia la potè avere da altri. "> Petrarc. Fam. IV 2 p. 206
(del IS39): Accepi te Florentia digressuni ivisse Neapolim. Un accenno a
costumi fiorentini nel commento a Valer. Mass., cod. Vatic. 1924 f. 5' aca-
ettam stii numinis vindex Apollo] (\'iler^ C.jp_ II) DIONIGI DA S. SEPOLCRO 37
marzo 1340 fu creato vescovo di Monopoli. Mori nel gennaio del 1342.1» Dionigi
fu investigatore di codici. Egli sa che la sezione di Livio nella quale si
narrava la prima guerra punica ' com- niuniter non liabetur';^ sa che 'non
liabetur a Latiuis ' un libro d'Aristotile a cui si riferisce Valerio Massimo
(Vili 15 Ext. 1).-' f^ul T)e Nili inundatione del medesimo autore lesse un
aneddoto ' in quodam libro mnltum antiquo quem inveni in quadam ecclesia '.^^
Cita ' quedam glose in margine librorum antiquorum '." Di Valerio Massimo,
autore da lui commentato, cercò molti esemplari, dei quali confrontò le varie
lezioni." Max. I 1, 18) .\ccipitiir aiiteiii liic fraginentum prò
scLsaiira illa vestimen- oriim glie flt causa oinatus ex inferiori parte, quo
oriiatu iiiaxiine utuutur florentinoriim iuveiie.s et pueri. " Uhartuì. Universit.
Paris. II .'502; Vi. (ioetz Koniri Hobertvon Nea- pel 39. ''^ Coiniiiento a
Valer. Mass. nel cod. Vatic. 1924 f. 21 (Valer. Max. I 8 Ext. 19): tangit
ystoriani prò qiia titum liviuni introducit in teste m ; ubi antem hoc litus
livins dicat non inveni nec nieniini me legisse ; nam cnm Marcns Regnili» de
quo liie tangit primo bello punico interierit, supra quo titns livins
coinmuniter non habetur, ipaum videre non potui. 'I Commento a Valer. Mass. nel
cod. Ambros. C 208 inf. f. 140 (Valer. Max. Vili U Kxt. :ì): Nota qnod liee
verba dicit .\ristotiles in libro aliqiio qui non habetur a l.atinis. Sic
ipsuin dicentein in libris qui coinmuniter li:i- bentur nonduni vidi. '' Ib. f.
ISf (Valer. Max. Vili 7 Ext. 3): Legitnr eniin in quodain libro inultuiii
antiquo quem inveni in quadam ecclesia quod Aristotiles circa huius fluvii
(Nili) inundationem insistens cum causa» refluxus capere non valerci, in aquain
se prolilciens dixit : non possuin te capere, capias me. Qnod ntrum sit verum,
lectoris iudìcio relinquatur. Questo aneddoto aristo- telico manca al Burlaeus
Di vita et moribus philnsophorum. Gregorio Na- zianzeno, citato da Benzo e da
Rio. Waleys (cod. Ambros. B 24 inf. f. 279) riferisce questo aneddoto
aristotelico al flusso e riflusso del mare. '3ib. f. 34 (Valer. Max. VI 1, \i)
penis eontudit] Notandum qnod hic est du- plex littera: una dicit parmis, alia
dicit perni». VX ut inveni in quibu- sdam glosis in margine librorum antiquorn
ni sunt genera arniorum cuni qnibus iste fuit concnssus (contusus?). Cfr. (iotz
Thesaurus gloss. emen- datar. ' pernae dicuntur procellae de montibus '. Non
trovo altro di meglio. ^* Scelgo pochi esempi tra i molti. Cod. Ambros. C 208
inf. f. 13' (Valer. Max. Ili 2, 19) Nerviorum] aligui libri habent Anervorum
(cioù Arver- norum) et tnnc sunt populi Anervie... a civitate .enerva, qne
hodie vocatur clarus raons (Clerinont) ; f. 149v (Valer. Max. IX 1 Kxt. 4)
Dyogiridis] in isto § litera est multa varietale diversa et in ninltis libris
aliter posita ; esemplarla tamen antiqua hanc habent ; f. 16C sulla questione a
chi fosse 38 FRANCIA (cap. II Oltre a Valerio Massimo, dichiarò Vergilio, le
Metam, d'Ovidio, le Trag. di Seneca, la Folti, e la Ehet. di Aristo-
tile;" e «lucati commenti secondo op;ni verosimiglianza corri- spondevano
ad altrettanti corsi pubblici tenuti nelle scuole d'Italia 0 di Francia. Di
tutti il |)iù diffuso è quello a Valerio Massimo, che s'incontra manoscritto
frequentemente nelle bi- blioteche ; e di esso soltanto noi ci occupiamo.
Dionigi lo de- dicò al cardinale Giovanni Colonna ; e con ciò otteniamo un
termine cronologico, essendo stato il Colonna insignito della porpora il 18
dicembre 1327; «« l'altro termine è il 1342, l'anno della morte di Dionigi. .Ma
i termini si ristringono di più se consideriamo che Dionigi tocca delle rovine
di Cuma presso Napoli^' e di Velia presso Salerno*** e rammenta un partico-
lare intimo di Carlo II re di Sicilia ;=* donde argomentiamo che egli dovette
se non comporre, certo dar l'ultima mano al suo commento negli anni (1339-42)
della dimora in Napoli. La dedica è tal documento, che merita esser qui
riprodotto nella sua integrità. Reverendo* in Christo patri et suo domino
speciali domino lohanni de Coinmpna divina providentia Sancti Angeli diacono
cardinali frater Dyoni- intìtolata l'opera di Valerio Mass.: Ego vidi libniiii
valde antiquiim in quo ad Tyberinm erat intitulatio. '^ W. (Joctz Kònig Robert
39. »* Ciaconius II 428. " Cod. Ambros. C 208 inf. f. 52 (Valer. Mai. IV7,
1) Blosium Cumannm, de civitate posita in Campania, ciiins vestigia prope
Neapolim adhnc app.irent. '' Cod. Vatic. 1924 f. 2" (Valer. Max. I 1. 1)
Anelia (= a Velia) : Civita» antiqua fuit cuius ad hoc (= adhnc) vestigia prope
Salernum apparent. *' Cod. Ambros. f. 65' (Valer. Max. V 2 Kxt. 2)
(ìratitudinem istius regi» (Mitridatis) in causa simili imitatiis Ciiit bone
memorie illustris Karolnsge- candu» rex Sicilie, qui In redemptiouem domini
Kaynaldi de Avella, mili- ti» strenui et fldelissinii, qnem rex Fredericus
tenebat captlvuin, primo cap- tivo» siculos < quos > habebat et deinum
Yschiam Capras Procidam, insula» sai regni notabile», insupcr Castrum abbatis
insigne locale, quibus acerrime 8uum regnum poterai circumveniri, contnlit et
dedit, volen» potius pre- dictis qnam tanti militis et tam iìdelis carere
presidio. * Cod. Vatic.
lat. 1924 merobr. sec. Xiv ; cod. Vatic. Kep. 1059 membr. »ec. XIV. Fu pubblicato dall' F.ndlicher Catalog. cod.
phiìolog. lat. bibl. Palai. Vindob. p. 85; dal Mlttarelli Biblioth. S.
Michaelis 1174; da C. Marchesi Di alcuni volgarizzamenti toscani in codici
fiorentini in Studi romanzi V, Perugia 1907. Reco le varianti con nn vel. cap.
II) DIONIGI DA S. SEPOLCRO 39 sins de burgo Sancti Sepiilcri ordinis fratrum
lieremitarum Sancti Angu- stini Clini Olimi subiectione et reverenti» filiali
se totiiiii. Moralium ptiilosoplioiiiin attestante sententia ad vite immane
precaven- 5 das insidias et iiominum versntias discernendas virtus, que
prudentia nomi- natnr, dignoscitur pre ceteris ymo convincitur necessaria : ea
siquidem, cle- mentissime pater, falli non potest, fallere non vult. Homo
prudens scit qua via egredi debeat et cito agenda diiiidicat: liinc preterita
meinoran- tur, dispensantnr presencìa, providentur futura, nt vere tali virtute
dota- 10 tns sit ocnlis corpus plenum, iutrinsecus et extrinsecus ante et retro
per totnm, ut prophetica vìsio et lohannls revelatio nianìfestant. Sane libruni
Valeri! Maximi prò sua brevitate modernis obsourura temporibus, in quo
virtutuni relucent exeinpla et quodam modo singnlari prudentia ipsa refnl- get,
declaranduni assumpsi, ut legentibus clarum fìat quod difficile primi- 15 tus
apparebat. Hoc autem nullatenus facere potuissein nisi gesta Roma- norum ac
etlain alienigenarum per antiquos antores diversis in locis nar- rata seriose
perlegissem, qui, quod ipse Valerius breviter, diffuse narrant ac prolixe :
quos ideo hic annotare curavi nt operi eertior fìdes detur nec labor videatur
inanis tantorum autoritate comprobatus. 20 Sunt autem predicti antores, quos
necessario oportuit intueri : Titus Li- vius prlncipaliter et cgregii doctores
Augustinus, (ìregorius, Ambrosius et leronimus, quorum dieta, et maxime
Augustini libro De civitate Dei et le- ronimi in Cronicis et Epistolis, fuernnt
plernnque necessaria. Quandoque etiam de Biblia et Magistro historiarum ac
etiani de Decreto et de lohanne 'i'> Crisostomo aliqna prò inaiori
declaratìone propositi sunt accepta. Preterea hic inserta assumpta sunt de Hugone libro De
sacranientis, de Ysidoro libro Kthìmologiaruni, de Papia, de Ugutione, de
Prisciano, de loseplio libro Hi- storiarum antiquarum, de Orosio, de Lactantio,
de Macrobìo libro De sompnio Scipionis, de Policrato, de Suetonlo, de Boetio,
de Sedulio, de Cassiodoro ^0 libro Variarum, de Seneca, de Tullio, de Platone,
de Aristotile, de Aver- roy, de Avicenna libro Naturalium, de Yarrone, de Iure
civili, de Vegecio, de Solino, de Plinio, de Frontino, de 'V'ita
philosopliorum, de Rethorica Urlili, de Computo, de Fabio ystorico, de
Salustio, de Paulo Longobardorum ysto- riographo, de instino, de lulio Florio.
Fuit autem necessariuin poetas in- 35 spicere, sicut Virgilium, Lucanum,
Oratium, Persium. Ovidium, luvenaleni, Knstacium Venusinum, qui sub nomine
poete introducitur et Planctus Ita- lie nominatur, lulium Cesaiem et eius
l'oetriam, Stacium et Alexandri Ysto- riam tam metrice quam jirosayce scriptam.
Insuper oportuit cronicas in- tueri, videlicet Cronioam Klinandi, Cronicani
Atheniensium, Yspanorom et 40 Oallorum ac etiam Annalia Romanorum quorum autor
non habetur, et 13. vel sui — 16. vel ni — 17. vel auctores — 18. vel serio —
19. vel prolixe ego hic anotare — 20. vel videtur — 20. autoritate] vel
testimonio — 21. vel auctores — 21. vel quos me — 21. vel oportet — S3. vel
dieta maxime — 25. vel et a magistro — 26. rei accepta sunt — 27. vèl Ugone —
27. lei libro de sacerdotio — 28. vel Uguitione (Hugulcione) — 32. vel \arone
(banone) — 33. de Frontino-philosophorum] de libro ystorico cod. Vatic. Reg. —
35. de Instino de Nonio de Floro Mittar. — 36. vel scilicet — 37. vel
Kustracium (Rustrachium, Kustachium, Eustatliium) — 37. vel plancus (plau- («s)
— 38. rei poeticam (poetam). 40
FRANCIA (c„p. j, Cronicani Petri Viterbiensig qiie Pantheon appellatur. ac
ctiam ploreg alio» rerum ^«sfarnni et particiilarium narratore». Prefatum
igitnr opuR, pater reverende, vestro in^enio corriffendum ruIi- mitto, ut qui
origine urbi», dignitate orbi» princeps existitis utriusque ge- sta vestri
esamini» discreto iudicio discernati» ac ex varietate preterita presencia
ordinando possiti» fiitnrornni noticiain arbitrari et tandem vita feliciter
usi, illius qui laborantibu» datur in ])remiam et a quo et labori» inicinm et
consumationis flnem accepi, posgitis glorie soeiari. 42. i;el atqne pinres (et
plnres) — 43. vel et om. — 44. pater et domine reverende cod. Vatic. Keg. — 4.5. urbis romane princeps cod. Vatic.
Beg. La lista degli autori potrebbe parere troppo pomposa e de- stinata a
colpir di sorpresa il lettore; ma da una rapida scorsa che io diedi al commento
^'^ essa riceve piena conferma, anzi dev'essere completata, perclu'' il testo
cita Ippocrate, (ìaleno, un commento aristotelico di Simplicio ^i e
Quintiliano, ^s che non compariscono nel proemio. Qualche volta cogliamo Dio-
nigi in fallo : sia che rechi come desunti direttamente da En- nio ^^ due versi
che gli derivano da Apuleio o da Marziano Capella o da altra fonte; sia che
richiami Sallustio per un passo che gli viene da Isidoro, ^^ o che citi e nel
proemio e nel te- ■'" Ho letto iì commento nel cod. .\mbros. C 208 inf.
menibr. sec. xiv. Contiene il testo contornato dalle glosse di Dionigi, come in
altri eodici; f. 166" ExpUciunt filose fratris Dyonisii àe\burgo ordinis
heremitarum S. Augustini magistri teologie super Valerio Maximo. Questo codice
è mutilo al principio; per la parte mancante ho supplito col cod. Vatic. lat.
1924 membr. sec. xiv. Cito molto »onimariamente per risparmio di spazio; solo
nei casi di particolare importanza richiamo i fogli dei codici. Il Pan- zer
Annal. typogr. I 76 segna un'edizione del secolo xv, che a me non rinsci
trovare. " Cod. Ambros. f. 164v Ypoeras et (Jalenns ; f. 39 Notandnm qnod
hie .\rchitas magmi» philosophus tuit sìcut testatur Snpplicius (sic) super
pre- dicamenta Aristotilis. ^* Cod. Ambros. f. 132v et hoc ponit Quintilianus
libro primo (I 10,18) institutiomiui oratoriarum dicen» : ' fons philosopborum
ipse Socrates laro senes (sic) in^titni lira non erubescehat '. '3 Cod. Ambro».
f. 138 (Valer. Max. Vili 11,5) linde ponuntur versus Ennii poete: ' Inno Vesta
Minerva Ceres Dyana Venns Mars luppiter Mercurio» Liber et Neptunus Appello ';
cfr. Apul. lìe Deo Socr. 2 e Martian. Cap. I 42. s* Cod. Ambre», f. 2 unde
Salustius eam (Siciliam) dieit Italie coninn- ctam fuisse sed medium spacinm
impela mari» divisnm et perangustmn scissum, cfr. Isid. Etijm. XIII 18,3 e
anche Serv. ad Aen. MI 414. cap. Il) DIONIGI DA S. SEPOLCRO 41 Sto rautorità di
Vairone, mentre trovò la citazióne parimenti in Isidoro. ^^ E cosi sarà di
Platone nominato nella dedica. Ma per chi ha dimestichezza con la letteratura
medievale e uma- nistica, questi sono peccatucci veniali, che non scuotono per
nulla la nostra fede. E fede intera merita il nostro commen- tatore, al quale
dobbiamo anzi preziose notizie di autori ignoti. E di vero egli ricorda la
Rhetorica di Grillio, da aggiun- gere come quarta alle tre opere del medesimo
autore scoperte da Amplonio (sopra p. Ì4).^^ Ci tramanda alcuni passi di un '
Fabius historicus ', il quale non conoscianio per altra via.^''^ Aggiungerò
clic egli adopera il Liher de vita philosophoruni non nella compilazione del
Burlaeus, che verosimilmente non era stata ancora pubblicata, bensi nella forma
primitiva, che vien citata da molti altri, ma della quale fino ad oggi non s'è
rintracciato il testo integro, ss '5 P. es. co<1. Vatip. f. 21" (Valer.
Max. II 1, 2) temine eum viris cuban- tibiis] Siciit (licit Varrò do vita
popiili romani, viri discumbere idest ia- cendo comedere cepernnt, sed quìa
iisiis iste mulieribus displieuit, ideo si- debant et viri iacebnnt; cfr. Isid.
Ktym. XX 11, 9. 3s Cod. Anibros. C. 144 (Valer. Max. Vili 1.0 Kxt. 1) Predieta
de Pita- gora magnifica diffuse ponit fìrilius in sua retlioriea. Potrebbe
darsi però che (irillio toceasse di Pitagora nell'illustrare il proemio del
lib. II Deinv. di Cicerone, dove si parla dei Crotoniati. R in tal caso avremmo
il com- mento di tirillio, già noto, al Uè inv., ma completo, mentre il
frammento pili Inngo salvatoci dal cod. Bamberg. sec. xi giunge fino a I 22. 3'
Cod. Vatic. f. 31v Sicnt doeet Fabius ystoricus ; ait enim : ' fiallorum
.siquidem corpora animi feroces plusquam humana erant sed sicut virtus eorum
primo impetu maior est quam virorum ita sequens minor quani fe- minarum' (cfr.
Caes. B. G. 1130; IV 1). Cod. Ambros. f. 2 (Valer. Max. II 7, \h) Hanc
hystoriam tangens Fabius hystoricus dicit; 'Komaui iusserunt captìvos, quos
pyrrus reddiderat, infames liaberi quod armati capi potuis- sent nec ante eos
ad veterem statuni reverti, quam sibi notorum (= bi- nomm ?) occisorum hostium
spolia retulìssent " (cfr. Frontin. Strateff. IV 1,18, che concorda con
Valer. Mass.). " Kccone alcuni saggi. Cod. Ambros. f. ih" Iste
Diogene» fuit mirabili» homo ut in libro de floribns )ihilosophorum narratur.
Dicebat enim ibi esse comedendum ubi fanies inveniebat et ea bora: unde cum in
plathea comederet a quodam interrogatus: cnr in plathea comedis V respondit,
quia in plathea fameo (Burlaeus p. 208 sotto altra forma). Kt dum semel iret ad
forum et videret hominum popularium multitudinem super crepldinem ascendens
clamabat: o honiines venite, o homines venite. Rusticis ergo 42 FRANCIA (cap.
II Anche nella letteratura medievale più prossima ai suoi tempi egli ha
cognizioni riposte. A me non risulta nota da altre fonti la Poetica di Giulio
Cesare ^ e le Etymologiae di Bustrachius. ■*■' Quasi ignoto è Eustachio da
Venosa, da Ini citato come ' il poeta ' e la cui opera intitolata Planctus
Italie non fu ancora rinvenuta.^' Nuovo dovrebb'essere pure multi» congregatis
et petentibns cur vocasset, non voco vos inqait sed lio- mines, qnia brntaliter
viventes ut vos non itunt lioniines sed pecudes (Bnr- laeiis p. 206 sotto altra
forma); 1'. 131^ Sicut legitur
in philosophornra vita Democritus iste vir sìngularis inquisitionis cui fuit
cure de oninibuH enti- bus et de omnibus voluit reddere rationeni. Ipse enim
fuit ille qui compe- rit feniculum utileni, quia dum moraretur in silva vidit
serpentes Unire feniculo oculos suos (manca al Burlaeus) ; f. 162 Nam hic
Homerus pisca- tores se et suos pannos sive vcstimenta purgantes. i. (= et?)
querentes pediculos iuvenit. Qui tanquam sapienti viro liane questioneni ut
solveret petìerunt: quotquot cepimus non habemus < quotquot non cepimus
habe- nius >. Que verba Homerus ìntelligens de piscibus, videre non poterat
quid illos non haberent quos ceperant et illos baberent quos non ceperant.... Burlaeus p. f>8-60 in forma assai differente.
L'aneddoto (anclie in Valer. Max. IX 12 Kxt. 8, e ps. Herodot. T'ito Hom. 35)
da altri è riferito a Pla- tone (p. e. Uiog. lAert. Vit. IH 40) '' Conosco
bensì un Cesare, del sec. xiii, autore di una Hes metrica e di un Khì/thmicum
dictaiiien, pubblicati da Oli. Fierville Une grammaire latine inèdite du XIII
siede, Paris 1886, 94-1 l.'i; ma quei trattati si leg- (:ono nel cod. Laur. 23.
22 sec. xiv col nome di Pietro da Isolella (aggiunto di mano del sec. xv).
*" Cod. Ambros f. 52 Ut de ipso (Sardanapalo) narrat Kustraebius primo
Ethymologiarum et .\ugu8tinii8 2° de civitate dei (II 20^.... Dicit auteni
primo Ethymologiaruin Eustraehius bec verba: ' Sardanapalus liabitatio- nem
habens in Nilo et in palaciis manens, arma quidem non attlgit neque ad venationem
exivit, unxit faciem et oculos subpinsit, ad concubinas de pulcritudine
decertans et compositìone oruatus omnì muliebri consuetudine utens....; in suo
sepulcro gulosi subscripseraut : tanta halieo quanta come- debair. et bibebam
'. Cfr. Paroemiogr. gr. Gotting. 1839, I p. 450. *' Valga questo saggio, cod.
Vatic. f. 23v De qua (Tarentina civitate) poeta dicit: ' Deliciis vulgata suis
fit nota per orbem Bino cincta mari fertilitatis humus. Emulus liic Rome suus
(= sinus) iinbellisqiie notatus Fertilis urbsque mari divitiosa suo; Vitibus
hic variis niultisque frondescit (correggi multisfr — ) oli vis Diversis poniis
flcubns atque piris. l'ratiset «ilvis uber<r>ìma fert numerosa Hic
armenta greges et genus omne fere. Inde Ceres bombis (= bombyx) sai quioquid fertile cultu
Terra parit conctis de- litiosa cibis. Quia numerare queat pisces maria ostrea
tunnos Anratas zephalos piscis et omne genus '. VimbelUs notatxts richiama Vimbelle Tartnlum di
Horat. Epist. I 7,45. «ap- ") DIONIGI DA S. SEPOLCRO 43 il Pantheon di
Pietro da Viterbo, senonché è probabile che si tratti di uno scambio col
viterbese Goffredo. ^^ Dionigi possiede una larga cultura. Dal medio evo ha de-
sunto un buon numero di storici e di cronisti: Paolo Diacono, Elinando, Pietro
Comestore (nominato e nel proemio e nel testo sempre come ' magister
historiarum '); e molte crona- che anonime : la Cronica Atheniensium (anche col
titolo di Gronice Grecorum), gli Annales Romanorum (o Cronice tem- pore Sylle
scripte), una Cronica Yspanorum et Gallorum, una Cronica longa, una Cronica
Bomandiole,*^ ì Gesta regni Si- culorum e le Storie d'Alessandro Magno in prosa
e in versi. ** Altre fonti medievali a lui familiari sono il Computus, il
Decretum (di Graziano), il De sacramentis di Ugo (da S. Vit- tore), il PoUcratus
{sic, di Giovanni da Salisbury) e i lessici di Papia e d'Uguccione. Degli
autori tradotti dall'arabo adopera Avicenna e Aver- roe, dei tradotti dal greco
Giuseppe Flavio, Giovanni il Gri- sostomo e Aristotile, di cui cita più opere :
VEthic, la Poli- tic, la Phìjs., la Metaphys., la Rhet , la Meteor., il De ani-
ma, il De bona fori., il De somn. et vig., il De inund. Nili. ** K reputo sia
di fJoffredo la Cronica metrice scripta spesso citata da Dionigi, p. e. cod.
Anibros. f. 158t In cronica illa metrica dicitur : ' Ipsa <',apnt regis sub
eodeni sanguine niergit Dicens tolle bibe, pravi gula pes- ximaregìs. Sangninises sitiens, sanguinem
mensa {= sanguine mersa) bibe ' (cfr. Instin. I 8, 13). *' Cod. Vatic. f. 3 non reputatur
superfluum si rediicatur in mentem «inare Romandìola clini flanimina dicebatur;
nam sicut legi in quadam cro- nica.... E qui una lunga notizia di carattere
leggendario sulle città della Komagna e delle Marche. *> Cod. Vatic. f. 13v
(cfr. Valer. Max. I 7 Ext. 2) Hec ystoria aliter in Alexandre narratur; dicitur
uanque ibi sive fabulose si ve veridice quod Alexander in arborum solis ac lune
monfem ascendens audivit ab ipsis de sua morte responsum.... Notandum quod
seqoendo ystoriam Alexandri post- <|uam arbores solis ac lune sibi de morte
predixerant virit anno uno et mensibus octo: anno ìnquid completo vlves et
mensibus octo. Il vaticinio ' anno completo vive» et mensibus octo ' forma un
verso esametro. Pro- balbilmente la storia metrica di Alessandro Magno era il
poema in dìstici composto nel 1236 da Quilichinus (Qualichinus, Wilichinus) de
Spoleto. Ne restano più codici; sui Parigini 8501,8514 puoi vedere I. Berger de
Xivrey in Notices et estraits des mas. XIII, II p. 208-209. 44 FRANCIA (cap. II
La sua professione di agostiniano e dottore in teologia li è pegno elle doveva
avere molta dimestichezza con gli scrit- tori cristiani. I quattro grandi padri
Girolamo, ^^ Ambrogio, Agostino, ■'8 Gregorio stanno alla cima. Poi vengono
Lattan- zio, Orosio, Boezio {De consol.}, Cassiodoro { Varine), Isidoro
(Etym.). Sedulio è collocato tra i prosatori, donde siamo in- dotti a
sospettare che del Trattato pasquale possedesse solo la redazione in prosa.
Piuttosto considerevole è la sua conoscenza dei classici latini. I ])oeti che
meglio ha in i)ratica sono Vergilio, Orazio (tutte le opere), Ovidio (tutto),
Lucano, Persio, Stazio, Gio- venale. Nel campo della prosa spazia più
ampiamente. In- tanto troviamo un discreto manipolo di storici o di autori ado-
perati come fonti storiche: Sallustio, Livio, Plinio (Nat. Hist.), Svetonio,
Frontino (Strateg.), Floro, Solino, Giustino, Vegezio (De re mil.). Di Livio
cita le tre deche: la l col titolo di libri ab urbe condita, la III di libri de
secundo bello punico, la IV di libri de bello macedonico. Sallustio è per lui
l'autore anche à^Winvectiva cantra Tullium. Conosce poi Quintiliano (già
ricordato), Prisciano. Macrobio {in Somn.) e il Digestum. Kestano i due sommi
prosatori, (cicerone e Seneca. Tra le opere filosofiche del primo attinge al De
off., alle Tusc. al De amie, e De sen., tra le rettoriche al De orat. *' Dì
Seneca adopera 1 Dialogi, il De benef. *** e J)e ehm., le Epist. e i Proverbia
apocrifi. « La Chron., le Epist., Super Matthaeum, Super Kccìeniast.. il prò-
Ingus Biblie. <« Z>e civ. dei, le Epist., i Soliloq., Super Genes., De
vera relig.. De verbo Dom. *' Cod. V.itic. f. 1' 'rulliu.s libro de oratore: '
ystori.-v est testis tem- porum, Inx veritatis.... ' (II 36); f. 22 Tollius: '
nicliil prestabillins vi- detur qnam posse dicendo tinere {sic) liotniiiiim
< cetus > iiieiites allicere volnntate» impellere quo velit ' {De orat. 1
30). Non ho trovato indizi delle orazioni. <■' lA citazione (cod. Ambros. f.
llOr) Seneca libro VII de uRìciis : ' Dii» donum posuinius, in stìpem iecimas '
k tratta dal De benef. VII 4, 6. cap. Il) ITALIANI AD AVIGNONE 46 Importazione
italiana ix Francia e scambi reciproci Italiani alla curia pontificia in
Avignone. Fin qui abbiamo raccolto alcuni di quei fatti, i quali a parer nostro
rivelano che in Francia si preparava un risorg^i- mento umanistico indipendente
dall'italiano. Ora prenderemo in esame gli italiani che iniziati agli studi
elassici nella loro patria si trasferirono, quale occasionalmente quale stabil-
mente, in Francia, portandovi semi nuovi di cultura, ma non senza ricevere alla
lor volta nuovi impulsi dall'indirizzo che pur colà s'era manifestato : di che
nacque quello scambio di dare e di avere, il quale intensificò l'operosità e
produsse maggiori frutti. E comincerò col i)rcsentare tre romani : anche perché
si veda che Konia i)tiiiia dell'età di Cola di Eienzo s'era già messa per la
nuova via. I tre romani sono Raimondo Soprano, tìiovanni Cavallini e Giovanni
Colonna. Di Raimondo Soprano ^ non si conosce propriamente la pa- tria; ma
buoni indizi portano a credere che fosse di Roma: anzitutto perché sui margini
del suo Livio segnò egli stesso notizie molto particolari di tojìografia
romana^, poi perché quel codice reca il nome di un personaggio romano, il car-
dinal Giovanni Colonna,^ finalmente perché un altro libro con postille della
medesima mano del Livio, il codice Parig. lat. 1617, proviene da Roma, dove lo
comperò il Petrarca nel 1337.* Raimondo stava presso la curia pontificia di
Avignone con funzioni giuridiche, masi occupava anche di storia; e infatti
insieme col testo di Livio, il suo codice conteneva pure Dicti e Floro; e nelle
postille marginali vengono citati la Descri- zione delle 16 province d'Italia,
Solino, Eutropio, Orosio e il ' Tutti lo chiamano Soranzo, a cui
corrisponderebbe la forma latina JSuperantius, doveché nei eodici è sempre
detto Superanus, V. de Nolhac Pétrarque et V humanisme II' 22, n. 2. 0 sarà
meglio Sorano? * Nolhac ib. II 18-19. 3 Id. II 21. Md. II 207 n. 3. 43 FRANCIA
(cap. II De civ. dei di Agostino,^ opera quest'ultima che nel medio evo era
trattata come una fonte storica capitale. Ma il titolo per cui Raimondo si
raccomaniia più a noi è quello di bibliofilo. Il Petrarca lo dice '
copiosissimus librorum ' ; " ma della sua biblioteca giunsero a noi pochi
resti: due codici cristiani (i Pa- rig. lat. 1617 e 2540, entrambi del secolo
xiv)" e il Livio sopra nominato con Dicti e Floro (ora Parig. lat 5690).*
Possedeva inoltre un'antologia ciceroniana col De oratore, col De legihus e
'aliquot orationes ant epistoias'. ® La perdita di questo codice, ilquale era
stato regalato al Petrarca, fu ed è cagione di rammarico ai filologi, perché il
Petrarca ebbe nell'estrema vecchiaia l'illusione che ivi fosse compreso il De
gloria}*^ 11 Petrarca ricevette in dono da Raimondo anche un volume con
'Varronis aliqua '," esso pure perduto, che gli creò un'altra illusione,
di poter ricuperare i libri varroniani Divinarum et humanartim rerum}^ Molto
probabilmente si trattava delle Sententiae Varronis}^ Raimondo Soprano iniziò
la sua collezione a Roma e la prosegui in Avignone, poiché il codice Parig.
2540 già accen- nato sembra derivi dal mezzodì della Francia.!^ '- Nolliac 11
17. 0 Id. 11 20. ' Id. Il 207-208. * Id. II 14-17. Quei)to Livio, entrato poi
in potere del Petrarca, contiene tre deche; ma la IV è mutila, perché manca di
tutto il libro XXXIII ; e il XL s'arresta al e. 37 (id. II 16). ' Id. I 260. Le
orazioni saranno state le tre Cesariane. Nelle epislolas io propendo a vedere
nna scelta del corpo epistolare ad Br. e ad Q. fr., compilata da Niccolò da
Mu^'lio e tramandat<ici in due codici : il Vatic. Barber. lat. 56 e
l'.iugnst. 4.» U (.3006 Heinemann) di Wolfenbiittel, cfr. R. Sabbadini II primo
nucleo della bibtiot. del Petrarca in Jiendiconti del r. Istit. Lomb. di lett.
e se. XXXIX, 1906, 387. '° Nolbac I 26-3-68. 11 codice andò perduto per colpa
di ConTenevoIe da Prato. 11 Id. I 260. » Id. I 267. 1' Petrarc. Fam. I 6 p. .53
Atqui Varronis provcrbìum est: ' nimium altercando veritag amittitnr '.
Veramente il proverbio è di Publilio (Ma- erob. Satum. II 7, 11), ma
l'attribuzione erronea prora che il Petrarca co- nosceva le Sententiae
Varronis. " Nolhac II 207. cap. U) GIOVANNI CAVALLINI 47 Giovanni
Cavallini c'informa egli stesso della sua origine e del suo ufficio. Il nome
intiero è Giovanni Cavallini de' Cer- roni ; aveva a Roma il canonicato di S.
Maria Rotonda e nella curia pontificia di Avignone la carica di scrittore
apostolico. ^^ Suo padre Pietro visse fino all'età di cent'anni.'^ Compose una
Polistoria,^^ che non mi risulta se ci sia arrivata. Egli invece è noto a noi
per le glosse affidate ai margini di un Valerio Massimo. Il codice, ora
Vaticano lat. 1927, membranaceo, fu scritto nella prima metà del secolo xiv,
secondo ogni proba- bilità in Avignone : comunque, la mano del copista è fran-
cese.'* 11 Cavallini emendò il testo del presente esemplare con l'esemplare
appartenuto a un patrizio romano, Giovanni Or- sini, arcivescovo di Palermo.'^
Dal modo com'è data la noti- zia pare che l'Orsini fosse ancora vivente; e
siccome il suo arcivescovado di Palermo cominciò dal 1320 e fini con la morte
avvenuta nel 1333, '^ cosi se ne dedurrebbe che il Cavallini mise mallo alle
cliiose del suo Valerio nel terzo decennio del secolo xiv.^i '^ Cod. Vatic. 1927 f. 1 TAber Valerli
Maximi lohannis Caballini de Cerronilìus de Urbe scriptoris domini pape et
Canonici S. Marie Mo- tunde de dieta urbe. '■^ Ib t. 81 Huic commenioro
Petriiin de Cerioiiibns qui centum anno- rum numero vitam egit ; qui nullo unquaiii
frigore caput vestimento coo- peruit, qui fuit et pater meus idest mei
loliannis Caballini domini pape scriptoris. '■ Ib. f. 84 (Valer. Max. IX 1, 3) In Polistoria
lohannis Caballini titulo de superbia cuiusdam ex Columpnensibus in renovanda
lege Oppia. " La sua firma sta al f. 93^ : Nomen scriptoris Kadulplius
plenuH amorls. '^ Alla fine del Libro IX f. 93v Li bruni istum Valeri! correxit
lohannes Caballini de Cerronlbus de Urbe scriptor domini pape cuni Valerio
Reve- rendi patria et domini domìni lohannis archiepiscopi panormitani de
genere Ursinorum de Cauipoflore et aliquas concordautias apposuit manu sua ex
dictis Titi et tullii et plurìum aliorum ystoriographorum. Lo ste.sso Cavallini
aggiunse il supposto frammento del libro X con questo preambolo: Deci mu.s
huius operis liber qui et ultimus vel negligentia vel malivolentia li-
brarionnn deperiit, abrevìator vero tltulos eius habebat integre fortassig,
tamen de uno tantum hoc est de prenomine epythoma representabat. ' De prenomlne
Terrentius Varrò... ' ™ Gams 952; R. Pirro Sicilia sacra, Panormì 1733, I
l.")9. " Un fatto del 133.^j è ricordato al f. 95v : Anno natìvitatis
dominice Mille ecc. XXXV. mensis septembris die tertia, pontificatus domini
Bene- 43 l'KANUA (cap. It E dalla prima metà del secolo ci pare non si debba
uscire, ]»oiché in una nota è |)resupposto vivo il re Koberto di Sici- lia (m.
1343),2^ in un'altra vive ancora il papa Benedetto XII iìu. ]342)."^-*
Siccome poi paria di Lodovico il Bavaro in modo •da lasciar credere che fosse
morto (1347) 2* e accenna pari- menti alla morte di Stefano Colonna il
^'iovane, senatore di Ronia,^" avvenuta nel novembre del 1347, cosi
riterremo ap- 1)rossimativamente ([uale termine estremo l'anno 13i'0. Nelle
chiose il Cavallini inserisce continue allusioni aj^li avvenimenti e ai
jìersonaggi contemporanei. ])ortando su (jue- «ti e su quelli il proprio
giudizio passionato,""* massimamente quando è toccato ne' propri
interessi.^^ In ciò egli è un vero precursore degli umanisti del secolo successivo,
i quali mi- schiavano nel commento dei testi la loro esuberante jìersona- lità.
E uomo di passione si rivela anche jìcr un certo senti- mento di italianità, il
quale s'eleva a un'entusiastica enume- -dicti pape XII, Ursini de Fonte et de
Monte famosi pri nei pes Romani prop- ter odiuin et briffani qiie liabebant
ciiiii Coliimpnensibus... fecernnt dirui -duos arciis inedios Pontis Kmilii.
" f. 66 nota prò le^e Koberto rege Sicilie. '3 (. 76v nota contr.i papani
Benedictuni XII (1334-4-2), qui imperavit episcopis et pn'liilis ad eoruni
epi.scopatinn riddire ut ipse sedei» l'etri apo- stolatn vacnani despicit
vi-sitare. Clr. f. 81^' Non sic doniìnius B(ertrandua) de Montefaventio
cardinalis qni nunqnam ediflciis ccclesiasticis sna pecu- nia constrnotis inscribl
voluit scd ex loto gloriam teniporalem conlempxit. Questo Bertrando fu ereato
cardinale nel 1316 e mori nel 1343 (Ciacon. U 411-12); ma non si capisce se
.sia aucor vivo. ^* f. 90^' tempore ludovici de bavaria. '5 f. 18 Nota contra
d. Stepliannni de Cohinipna qni tempore sui «ena- tus tnlit legein ne noviter
nxorati ultra XX «lonvivas eoruin prandiis isivi- tarent; f. .'i2 Kodeni modo
contigit Stepliano de Columpna qui poterai eva- dere de bello in quo inortuus
init. .sed ut filium periclilanteui in uodem bello videret credens eum posse
vivere ipso interiit. Padre e figlio niori- Tono nell'assalto a Porta S.
Lorenzo del novembre 1347 (cfr. Lettere di Fr. Petrarca volgarizzate da (i.
Fracassetti li 280). •" P. e. f. 20>' Nota contra Tliebaldum de S. Eustachio
et illosde genere suo qui assidue apoliant altare S. Marie Rotunde...; f. 90v
Sed Theballus de S. Kustacliio vivit malavita auferendo et spoliando altare
ecclesie S. Marie Kotundfl... " f. 85v Supple Fredum de Parione de urbe
eum cuius periculosa simu- lationo ac perfidia truculenta est tetrius diniicare
quam cuni hostibus ma- 1 Ifeafis....; sic liostes lohannis Cahallini
corrunipunt dlctum Fredum evi- Hlenter fallacem. oap. II) GIOVANNI CAVALLINI 49
razione di tutti i pregi onde l'Italia è largamente fornita, erompendo in
questa vivace invettiva: 'ergo taceant quibus Ytalia tot dotibus piena habetur
noverca. Sed quia virtus sibi parat invidiam, non est mirum si Ytalici et
Ytalia paradisi terrestris socia ab aliis nationibus brutali more viventibus
no- vercatur '."^^ Il Cavallini fu un ricercatore di libri e risulta da
ciò, che egli sa che la seconda deca di Livio non si trova comune- mente :
soggiunge però che la possedeva il monastero di Mon- tecassino. E di più ancora
: che a Montecassino esistevano i sei libri del De re pubhca di Cicerone. *^
Noi ci manteniamo assolutamente increduli sulla doppia informazione ; ma essa è
importante per quel che dimostra, che cioè lo spirito di inda- gine era sin da
allora molto vivo e che da Roma si guardava già con senso di curiosità e di
speranza alla badia di Mon- tecassino : poiché mi pare indubitato che tali voci
non da Avi- gnone partissero, ma da Roma. La cultura del Cavallini dalle
postille marginali si rivela abbastanza am])ia e varia. Stando alla sua
dichiarazione, gli autori maggiormente adoperati furono Livio e Cicerone. E in
efifetto Livio è citato frequentissimamente nelle tre deche. Ci- cerone figura
con un discreto numero di opere : il De inv., il De orai, ^o (e la ps.
ciceroniana Ithet. adHer.) tra le rettori- che, tra le filosofiche il De off.,
le Tuscul., il De leg.,^^ il De sen., il De amie, e i Farad. ; tra le oratorie
p. Deioiaro,^ le " f. S.'jv, facendo eco alle parole di Carbone : '
taceant quibus Italia noverca est ' (Valer. Max. VI 2, 3). " f. 88v Liber
livii de bello punico primo comuniter non habetur sed reperitnr liodie in
Monasterio Montiscasinatis, ubi etiam consistit liber Tullii de Re publica sex
libros contlnens. La leggenda dell'esistenza del De re p. fa capolino più
volte, p. e. nel raccoglitore dell'antologia cicero- niana di Troyes (De Nolhac
Pétrarque et Vhumanistne I^ 233-4) e in Nic- colò da Cusa, Scoperte 110-111. 3" f. 79 Tnllius de optimo
genere oratoris libro secundo dìcit qnod ' ni- chil est perfecto oratore
preclarius '... (De orat. II
33) ; f. 44 TuUius libro II de oratore § ' quare primum genus ' (II 2òl). 3' f.
54v Tullius quinto (sic) de legibus. Eicbianio i fogli del codice solo in casi
particolari. 3' f. 55» oratio Tullii prò rege deiotaro. Con qnesta avrà
posseduto an- che le altre due Cesariane. il. Sabdadini, Le scoperte dei
codici. 4 50 FRANCIA (cap. II Philipp.^ e le Catilin.^ Di Seneca figlio adopera
tutte le opere filosofiche genuine e alcune spurie; di Seneca padre le
Beclamationes o, com'egli le chiama, Acclamai iones : pari- mente le
Beclamationes ps. quintilianee. Altri prosatori a lui noti sono Frontino,
Vegezio, nn commentatore di Vergilio,^^ Macrobio in Somn. Scip., il Digesto,
Fulgenzio {Mitholog.). Oltre Livio s'incontrano i seguenti storici: Sallustio,
Svetonio, Solino,^ Giustino (citato quasi sempre come Trogo) ed Eutro- pio. I
poeti citati non sono molti: VergiI io, Orazio (glossato), Ovidio (Metam. e A.
A?'), Lucano, Giovenale, i Bisticha dello ps. Catone e qualche raccolta ps.
ausoniana.^* Un certo numero di cristiani: Lattanzio, Girolamo, Ambrogio,
Agostino,^^ Orosio. Cassiodoro, Cassiano, Gregorio Magno, Isidoro^" e la
lìegula di S. Benedetto.^' Pochissimi i Greci tradotti: Aristofile (Ethic. e
Rhet.), Hermes, Esopo, il cosiddetto Egcsìppo e Galeno.*^ Fra i testi medievali
ricorderò la Graphia aureae urbis RomaeS^ ^ f. 85 Tullius libro
philippicariini... ' tam fuit immemor bainanitatig '... {FUI. XI 8). 3' f. 85
Ad presentem inateriam laudi» et vicioriim ac iTudelitatum Sylle accedit
Tullius libro invectivarum centra Syllani invectiva tertia qiie iu- cipit ' Rem
publicam o (juirites ' {Catil. Ili) § ' ille erat unus timendus ex hits omnibus
' (§ 16) et § ' etenim recordamini quiritcs ' (§ 24). yui ha con- fuso i nomi
dì Siila e di Catilina. S5 f. 14 Commentator super eneidos qui est septimus liber virgilii dicìt
qnod ' trossula est purpura cernia que cocco prctexta contìcitur '. Forse pin che Servio, questo era uu Vergilio
glossato, come il Tuionensis, ora Ber- nens. 165, che reca l'identica nota:
Aen. VII 612 (Thilo) ' Trosnia que pur- pura coccoque pretesta conlicitur, cui
idcirco coccum adhìbetiir qiiod rus- sati antea preliabautur propter vulnera et
aspersiones sanguinis quo pos- set hoc colore velari, uiide russati vocabantur
'. . s' f. 78^ Solinus de mlrab. mundi ; ma al f. 49 Sydonius de mirabilibu»
mundi. Lo scambio ci fa credere che conoscesse anche Sidouio Apollinare. "
f. 86 Ovidius... quam necis artifex arte perire sua (.-1. A. I 655-6). 3' f. 76» unde Pictacus
philosophus dicit : ' pareto legi quisque legent sanseris ' ; cfr. Ausonii
Opuscula ree. Peiper p. 407 v. 12. 3' Molte opere; fra
l'altre f. 9.'i Autj:u8tinus super psalmo LXXXXVIIII. *" f. 24 Isidorns de
summo bono; f. 42 Isidorus libro li sententìarum. <' f. 66V In regnla beati
bcnedicti. *'■ {. 78v Dicit Galienus de exercito {sic} parve spere quod
exercitium qnideni potentat, otium liqucfacit. " f. 84v ut notatur
pienissime in graphia idest scriptura aurea urbis, que est apnd eccluaìam
sancte Marie nove de urbe, quam vidi et Icgi cap. li) GIOVANNI COLONNA 51
Giovanni Colonna. Giovanni Colonna, nato a Roma approssimativamente nel 1265,
apparteneva all'ordine dei predicatori domenicani. Della sua prima età sappiamo
che fu al servizio di Giovanni Conti romano, provinciale dei domenicani delie
province unite della Sicilia e di Roma e poi della sola provincia di Roma. Il
Conti ottenne nel 1209 l'arcivescovado di Pisa. Dopo aver retta quella prelazia
fino all'anno 1312, egli venne creato arcive- scovo di Nicosia di Cipro, dove
mori il 1332.^* 11 periodo di tempo nel quale il Colonna stette al servizio del
Conti fu quello dell'arcivescovado pisano (1299-1312). Nella seconda metà della
sua vita lo ritroviamo in Avignone occupato presso la curia pontificia, ma non
conosciamo né l'ufficio che vi teneva né altro d' importante de' casi suoi,
salvo che egli accenna ad avvenimenti degli anni 1325 e 1332. Questo è quanto
ricaviamo dai dati autobiografici ch'egli stesso ci fornisce nel Liher de viris
illustribus. Altre notizie si desumono da una lettera autografa di Landolfo
Colonna, dalla quale argomentiamo come Giovanni fosse figlio di Bar- tolomeo,
del ramo dei signori di Gallicano. Landolfo, fratello di Bartolomeo e zio del
nostro, fu canonico di Chartres e scrisse due ojìere, un Tractatus de
pontificali officio e un Breviarium historiarum, che dedicò a Giovanni XXII (m.
1334).^^ La sua plurifs. Chi vorrà cercare in altri codici postillati del sec.
xiv, troverà messe abbondante di notizie. ** Per le notizie biografiche sul
Colonna e sul Conti vedi R. Sabbadini Giovanni Colonna biografo e bibliografo
del sec. XIV in Atti della r. Accademia delle scienze di Torino .XLVI, 1911,
282 285. A conferma della morte del Conti nel 1332 valga questa nota: 'Anno
domini MCCCXXXIl, in kallendis augusti, decessit sancte memorie dominus frater
Johannes de co- mite Romanus, ordinis predicatorum, archiepiscopus Nicosìensis,
vir inaudite misericordie et pietatis ad paupercs, cuius anima requiescat in
pace', pub- blicata da U. Balzani Landolfo e Giovanni Colonna secondo un cod.
Bod- leiano, Roma 1885, 4 (estratto duWArchivio della r. società romana di
storia patria Vili). '^ Balzani op. cit. 5-6. 52 FRANCIA (cap. II lettera, di
cui dicevamo, indirizzata al nipote, venne pur- troppo raschiata in molti
punti, che più c'interessavano; ad ogni modo essa e' informa che Giovanni nei
primi tempi che vesti l'abito domenicano viveva ancora un po' mondanamente. E
mondana fu la sua gioventù, poiché egli ebbe un figlio, Oddone, il quale
conseguiva nel 1301 dall'arcivescovo Conti un feudo in quel di Pisa. Giovanni
era allora ' familiare e domicello ' del Conti.^^ Giovanni, oltre al Liher de
viris illustribus, di cui discor- reremo largamente, compose il Mare
historiarum in sette li- bri, terminato poco dopo il 1340,^'' poiché in
quell'anno la- vorava attorno al libro VI : e con ciò acquistiamo un nuovo dato
cronologico della sua vita. Nel secondo ventennio pertanto del secolo xiv il
Colonna viveva ad Avignone. Di là fece escursioni in altri luoghi della
Francia, sicuramente a Chartres, probabilmente a Parigi ; •** e in quei viaggi
dovette avere occasione di stringere rapporti con gli studiosi di Francia. Egli
del resto non era nuovo alla cultura francese, perché il Conti suo superiore
era stato al- lievo dell' Università di Parigi e la teologia ivi appresa aveva
professata, innanzi di venire assunto a provinciale del suo or- dine, nelle
scuole di Orvieto e di Siena. Sicché il Colonna ar- rivò in Francia imbevuto di
dottrina italiana e francese. E in Francia prosegui gli studi, anzi, ciò che a
noi più importa, vi intraprese o vi continuò l'investigazione dei codici, come
ci risulta attestato per Chartres, nella cui cattedrale vide un Livio, e come
desumiamo dall' opera De viris illustribus, la quale presuppone una larga
padronanza di materiale bibliografico. *^ La lettera di Landolfo fu data in
luce da U. Balzani (op. cit. 19-21), che la trasse dai margini di un Lattanzio
nel cod. Canon. 131 di Oxford. Su Oddone vedi N. Zuccbelli Cronotassi dei
vescovi e arcivescovi di Pisa, Pisa, 1907, 113. *' L"opera s' intitola :
Mare historiarum compositum a fratre lohanne de Columpna romano ordinis fratrum
predicatorum, Pertz Monum. Germ. histor. X.KIV, 267 n. 3. Il cod. Parigino 4914
fu copiato nel 1381 (ih. 269). 11 Mare del resto fu adoperato da un anonimo ai tempi
dell'imperatore Carlo IV (m. 1378; ib. 268). Per l'anno 1340 ib. 266. <« R.
.Sabbadinì Giovanni Colonna ecc. 2S2, 284. cap. JI) GIOVANNI COLONNA 53 Il
Liher de viris illustribus del Colonna ci è pervenuto in due redazioni: l'una
nel codice Marciano latino X 58, del secolo XIV, l'altra nel codice Vatic.
Barberiniano lat. 2351, del secolo xv. L'opera contiene le biografie degli
uomini il- lustri pagani e degli uomini illustri cristiani, distribuiti in
ordine alfabetico. Le due serie, la pagana e la cristiana, son tenute distinte,
in modo che i pagani precedono e i cristiani seguono : ma nella redazione
Marciana troviamo prima l'intera serie dei pagani, indi l'intera serie dei
cristiani; invece nella Barberiniana le due serie si presentano contigue in
ciascuna lettera dell'alfabeto. Kiteniamo che la redazione Barberiniana non sia
fattura di un interpolatore, ma provenga dall'autore stesso, che abbia voluto
rendere più comodo il maneggio del volume e pensiamo che abbia mutata la
disposizione dopo ve- duto il De viris illustribus di Guglielmo da Pastrengo,
dove è adottato il medesimo ordine: per ogni lettera prima i pa- gani, quindi i
cristiani.*^ L'autore ha intrapreso il suo lavoro col presentimento della
rovina a cui andavano incontro le scienze e le arti. Le let- tere, egli dice,
salvano la dottrina, il giure, la religione e il bello stile {recti usus
eloquii), per tacere degli altri vantaggi che arrecano : il conforto nel
dolore, il sollievo nelle fatiche, la contentezza nella povertà, la moderazione
nella ricchezza e nel piacere. Sicché non vi ha nella vita umana maggior di-
letto 0 utilità che nella letteratura : ' experto crede, conchiude egli, quia
omnia mundi dulcia hiis collata exerciciis amare- scunt'. Un'altra ragione
dell'opera risiede nella professione dell'autore, il quale come predicatore
vuol offrire esempi e sen- tenze ai propri correligionari ; e gli esempi e le
sentenze non trae solo dai cristiani, ma anche dai pagani, memore del detto di
Agostino, che non bisogna aver paura delle verità cristiane le quali
s'incontrano presso gl'infedeli, ma occorre anzi to- glierle a loro,
illegittimi possessori, e volgerle a uso della fede. ^ •" K. SabbadìDÌ
Giovanni Colonna ecc. 281. M Id. 280. 64 l-'RANCIA (eap. II Il Colonna è
biografo onesto e avverte perciò il lettore che non tutte le notizie ch'egli
comunicherà sono dirette: al con- trario moltissime gli derivano indirettamente
da altri. E in verità le fonti sono regolarmente citate. Le principali sono le
seguenti: anzitutto i tre biografi cristiani Girolamo, Gennadio, Isidoro, poi
le Institutiones div. di Lattanzio e l' Historia ecclesiastica di Eusebio, tra
i pagani Seneca, inoltre le opere di due autori assai vicini a lai: lo Speculum
historiale di Vincenzo Bellovacense e il Liher de vita et morihus philoso-
phorum di Gualtiero Burlaeus, citati quegli per nome, questi, siccome si
soleva, col titolo del volume. ^i Dato pertanto l'am- pio uso delle fonti
indirette, saremo molto cauti nello stabilire quali fossero gli scrittori noti
al Colonna, col rischio di ijeccare per difetto: ma a noi preme sopra tutto di
evitare l'eccesso.^^ Autori greci tradotti. Di Platone adopera il Timaeus nella
traduzione di Calcidio. Doveva aver veduto molte opere di Ari- stotile, ma ci
mancano argomenti per determinarle. Conosce Esopo nelle riduzioni prosastiche e
metriche medievali da lai studiate a scuola: ' que eciam hodie a pueris
leguntur in sco- lis '. Ha le Antiquitates e il Bellum iudaicum di Giuseppe
Flavio, V Historia eccles. di Eusebio già ricordata e il Libel- lus ad monachos
di Basilio, con la vita di lui attribnita ad Amphilochio. Interessante è ciò
che scrive in proposito di Gio- vanni il Grisostomo: 'vidi et ego librum super
actus aposto- lorum quasi nostra etate de greco in latinum translatum '. Il
Commentarius in actus apostolorum fu tradotto al tempo di Cassiodoro, ma quella
traduzione s"è perduta; di quest'altra medievale non m'è occorso cenno
altrove. ^^ Autori latini cristiani. Conosce sicuramente le seguenti opere: le
Epist. e il De lapsis di Cipriano; il De vtris il- lustr., le Epist. e il
Comment. super propket. di Girolamo; le Epist., le Confess. e il De civ. dei di
Agostino e l'apocrifo *' E. Sabbadini Giovanni Colonna ecc. 287. "
Transunto la lista degli autori dal mio citato opuscolo (290-306), nel quale il
lettore troverà notizie più estese. ') Probabilmente sarà di Burgundione, che
tradusse altre opere del Grisostomo. eap. II) GIOVANNI COLONNA 56 Libellus de
spiritu et anima; le Hisior. di Orosio; la Fsychom. e il Dittochaeon di
Prudenzio; gli Epigranim. di Prospero; le Collation. di Cassiano ; le Episi, di
Sidonio Apollinare e vari scritti di Boezio e di Gregorio Magno. Poeti latini
pagani. Terenzio ' poeta comicas excellentissi- mtis et in describendis actibus
honiinum singularissimus' gli era molto familiare: lo confondeva, .seguendo
l'errore di Oro- sio, con Terenzio Culleone. Vergilio era per lui l'autore
delle tre opere enunciate nell'epitaffio : ' pascua rura duces ', perciò
ignorava V Appendix. Conosce le leggende napoletane ('que Virgilius fecit in
civitate Neapolitana '), ma le ripudia perché false; narra invece distesamente
la novella della scoperta del sepolcro, ch'egli trae quasi alla lettera da
Gervasio dì Til- bury, colorendola, diremo cosi, magicamente. Circa a Lucano
osserva che narrò la guerra civile per inteso dire o per let- tura, perché
visse un secolo dopo. Stazio, l'autore della Theb. e deWAchill., è per lui,
com'era in tutto il medio evo, una sola persona col retore tolosano di egual
nome. Gli dà per madre Agilia, madre di Lucano, e aggiunge che in Eteocle e
Polinice volle simboleggiare l'odio fraterno di Tito e Domi- ziano. Ma la
singolarità maggiore è che lo colloca nella se- zione dei cristiani esaltandone
le virtù: ' morum honestate preditus, viciis instanter (donde Statius) restitit
coluitque in-' defesse virtutes'. A me non risulta che il Colonna abbia letto
la Commedia di Dante; sicché la notizia della cristianità di Stazio gli dev'
essere venuta da una tradizione allora viva. Anche Claudiano, ' poeta
clarissimus qui gesta Archadii et Honorii imperatorum fratrum luculento Carmine
scripsit ', è per lui un convertito al cristianesimo: ma di ciò ha trovato un
indizio in una testimonianza di Agostino. Sul conto di Gio- venale ripete, con
qualche variazione novellistica, la biografia tramandataci dall'antichità.
Finalmente incontriamo Catone,- l'autore del ' libellus (Disticha) qui a pueris
in scolis legitur ' probabilmente studiato nel corso elementare anche dal Co-
lonna, il quale fa un' osservazione, fatta da altri prima e poi, che questo
Catone citando Lucano non è da confondere coi due Catoni più antichi. 56
FRANCIA (cap. II Prosatori latini pagani. Pare che abbia cercato i libri De re
pubi, di Cicerone, 'qui nunc nnsqnam reperiuntur '. Dello stesso autore
conosceva le tre orazioni Cesariane e verosimil- mente alcune opere
filosofiche. Cesare gli era noto sotto il nome di Giulio Celso. Aveva i due
Bella di Sallustio, del quale tra- smette un doppio schizzo biografico,
compilato sui Bella, sulle invettive ps. ciceroniane-sallustiane, su Orosio e
sugli scolii ora- ziani. Di Livio possedeva le tre deche note allora (1, III e
IV) e ne scopri una quarta nel Capitolo di Chartres : ' huius hi- storiarum
volumen centum quinquaginta libros continet, sed omnes minime reperiuntur,
exceptis duntaxat triginta libris, licet raro xl reperiantur; vidi ego tamen
quartam decadam in archivis ecclesie Carnotensis;^^ sed littera adeo erat
antiqua, quod vix ab aliquo legi poterat '; dove è impossibile decidere se egli
intenda veramente della IV fra le superstiti, che cor- risponderebbe alla V,^^
contando la II perduta. La difficoltà delia lettura farebbe supporre che si
trattasse di scrittura in- sulare. Riferisce poi una curiosa notizia, secondo
la quale i libri di Livio furono bruciati da Caligola, ma che si salvarono i
primi quaranta perché s'erano già divulgati fuori di Roma e d'Italia. Sa
inoltre della scoperta a Padova del presunto sepolcro. '-^ Valerio Massimo è
per lui ' vir Inter Romanos eloquentis- simus ', il cui libro ' hodie apud
Latinos multuni communis est '. Giudica Quinto Curzio ' orator insignis, quem
discernere non possis utrumne ornatior in loquendo an facilior in espli- cando
fnerit'. Il suo volume 'raro invenitur'; 'si quando ta- men apud aliquos
inventum est, reperitur in pluribus defec- tuosum et detruucatum '. Seneca fu
l'autore più caro al Co- lonna, che lo cita ogni momento come fonte. Confonde
al par degli altri di quel tempo in una sola persona padre e figlio, &'
Ricorderemo che mio zio Landolfo era stato o era tuttavia ' canoni- CU8 Carnotensis
'. » Nell'inventario dei libri di Ferdinando I D'Aragona dell'anno 1481 si
legge: n. 17 Decades tra Livii impergameno ; n. 31 Quinta deca Livii (H. Omont
in Bibliothèque de Vécole dea chartes, 1,XX, 1909, 456-70). 5" Sotto
Iacopo I da Carrara. (1318-24), R. Sabbadini op. cit. 281. cap. U) GIOVANNI
COLONNA 57 dei quali ha tra mano tutte le opere, eccetto il Ltidus de morte
Claudii. Non ammette lautenticità del De quatuor virtuUhus, del De moribus e
dei Proverbia. Si palesa poi convinto della cristianità di Seneca, fondandosi
sulle massime cristiane che sono sparse nei vari scritti, ma in particolar
maniera sulla corrispondenza con Paolo. Di Quintiliano ha V Institut. orai. in
otto libri: perciò mutila; inoltre il Liber causarum ossia le Declamationes
apocrife. Altri autori a lui familiari sono Svetonio, Trogo ' vir
eloquentissimus ', il quale ' solus ex la- tinis historiographis orientalium
regum gesta aggressus est scribere ', compendiato da Giustino, che ' communiter
et in lo- cis plurimis reperitur'; gli scrittori dell'jSis^or. Aug.\ Eutro- pio
nella redazione ampliata di Paolo Diacono e Simmaco l'epistolografo. Kiguardo a
Simmaco contesta al Bellovacense l'affermazioue che fosse suocero di Boezio, ma
non per la ra- gione cronologica, poiché ignorava l'esistenza di due Simmachi,
bensi osservando che nell'epistolario ci sono frequenti accenni di paganità.
L'elenco dei classici latini da noi qui presentato apparisce per vari rispetti
lacunoso.- perché, lasciando gli autori più rari a trovarsi, alla lista dei
poeti mancano Plauto, Orazio, Ovidio, Persio, Massimiano; mancano alla lista
dei prosatori i nomi di Plinio il giovine, Apuleio, Gelilo, Floro, Solino,
Macrobio. Ma questo appunto ci prova ciie le conoscenze del Colonna sono
pienamente dirette e tutte personali e non raccattate di qua e di là. Ci piova
inoltre che i libri di cui dà relazione erano ve- ramente suoi e non
provenivano né dalla collezione di qualche alto personaggio della curia, se ne
eccettuiamo suo zio Lan- dolfo, né dalla biblioteca pontificia, la quale del
resto non possedeva molti degli autori da lui citati. Certo i libri li cercò da
se e l'apprendiamo dalle frasi: ' hodie apud Latinos mul- tum communis est '
(Valer. Mass.) ; ' facile volenti querere re- periuntur' (le opere di Seneca);
'communiter et in locis plu- rimis reperitur ' (Giustino); e più ancora dalle
frequenti confes- sioni che il tale e il tal altro scrittore non si rinvengono
in nessun luogo. Qualche opera la dovette chiedere in prestito; e di vero tra i
tanti luoghi nei quali lascia in bianco la ero- f 68 FRANCIA (cap. II nolo^ia
defili autori, ve n' ha nn paio dove poteva trovare le desiderate indicazioni
presso il Bellovacense e il Burlaeus; ma probabilmente nel tempo cbe stendeva
il De viris illu- stribus quei due autori non erano più nelle sue mani. Oltre
che nella ricerca e nella collezione dei lesti, l'opero- sità del Colonna si
esercita anche nella critica, perché, come s' è veduto, non sempre accetta le
attestazioni delle sue fonti, e schiettamente esprime i suoi dubbi
sull'identità delle per- sone e sull'autenticità delle opere, precorrendo in
questo ri- guardo il Petrarca, col quale per quanto ci consta non ebbe verun
rapporto personale. Al pari dei tre romani, dei quali ho finora discorso,
viveva in curia un altro bibliofilo italiano, un toscano di Pietraniala, il
cardinale Galeotto Tarlati. Galeotto era stato nominato nel 1378 cardinale da
Urbano VI; ma dipoi abbandonò questo papa e si ricoverò nel 1388 ad Avignone
presso l'antipapa Cle- mente VII, che lo ripristinò nella dignità
cardinalizia.-" Mori verso il 1397 (certo prima del settembre 1398) di
calcolo a Vienna di Francia. ^^ Del suo amore pei codici attesta ampia- mente
Nicola di Clémangis, il quale ricordai suoi libri 'qui multi erant et
singulariter electi'. ^^ Fu possessore di un co- dice ciceroniano con opere
filosofiche e oratorie.'''' A lui indi- rizzò il Clémangis due famose
lettere,*' per confutare l'affer- mazione del Petrarca, che l'eloquenza e la
poesia non si po- tessero trovare fuori d'Italia. * * * Prima di lasciare la
curia di Avignone, sentiamo rol)bligo di rammentare un altro appassionato
raccoglitore di libri, quantunque non italiano : lo spagnolo Pietro De Luna,
l'antipapa 5' Ciaconìus II 650; M. Sonchon Die Fapstwahlen, Braunschweig 1899,
II 266, 306. M Nicolai de Clemangiis Opera omnia, Lagdnui Batavor. MDCXIII,
JSpist, XII p. 50 obiit autem Viennae, calcalo, ut aiunt. ^ Ib. p. 50. '» A. Thomas De
Ioannis de Monsterolio vita et operibm, Paris 1888, 60. «' Jipist. IV, V. cap. H) PIETRO DE LUNA 59 Benedetto
XIII, assunto alla dignità pontificia il 1394. Pietro De Luna nacque nel 1334
in Aragona; coltivò il diritto civile e canonico, che professò a Montpellier;
divenne cardinale di Gregorio XI il 1375. Il Clémangis, che ce lo presenta come
' acutissimus et doctissimus colligendoruinque egregiorum li- brornm
avidissimus', narra di essere stato dal di lui biblio- tecario interpellato se
possedesse le Epist. di Plinio e d'averlo indirizzato al suo amico Gontier Col
che ne aveva una copia.** Quando nel 1408 il De Luna dovette abbandonare la
Francia, portò seco la biblioteca ])ontificia, allora di ben 1090 volumi, a
Peniscola in Catalogna, dove passò gli ultimi anni della sua vita. Ivi mori nel
1424. "^ II De Luna s'addestrò nelle disci- pline e formò la propria mente
in Francia a contatto dei fran- cesi e degli italiani ; rimane ora a vedere se
il suo ritorno in Spagna con si ricco patrimonio librario iniziò anche colà il
movimento umanistico o meglio contribuì a ringagliardirlo. Io credo di si; cerchi
le prove chi vorrà."* Italiani alla curia rrgia in Parigi. Insieme con gli
italiani che si recavano in Francia alla curia pontificia, va tenuto conto di
altri che frequentavano in- vece la corte regia e tra questi è Andreolo Arese.
L' Arese, nativo di Milano, servi tre Visconti: da cancelliere Galeazzo Maria^^
e Gian Galeazzo, da consigliere Filippo Maria. Andò «' Id. Epist. XXXVIII p.
121-12-2. " Delisle Le cabinet I 486-493. Sull'ulteriore fortuna di questa
biblio- teca, ib. 493-407. '^ Illustre bibliofilo spagnolo fa p. e. anche Juan
Fernandez de Heredia. gran mae.stro dell'ordine gerosolimitano (n. e. 1810), di
cui il Salutati (Epist. II 289-90, dove son citate le fonti) celebra la ' copia
cumulatioque librorum '. Attese specialmente a raccogliere storici (Plutarco,
Eutropio, Orosio) e a farli tradurre in aragonese. E cfr. anche R. Beer Die Hss
des Kloster Santa Maria de Bipoli (in Sitzungshtrichte der k. Akad. derWis-
sensch. in Wien 155, 3 Abh.; 158, 2 Abh., 1907-08, specialmente 158, 2 Abh. p. 79-96.
per gli incrementi ricevuti nei sec. xiv e xv). '5 Sino almeno dal 1379;
Epistolario di C. Salutati a cura di F. No- vati, Il 139. 60 FRANCIA (cap. II
più volte ambasciatore in Francia/* dove pare si trattenesse a lungo, se stiamo
a quello che scrive di lui il Salutati nel 1396: ' qui moram in Gallia
continuam trahit '.^^ In questo medesimo anno e nella medesima occasione il
Salutati aggiunge che l'Arese aveva scoperto un Quintiliano integro: 'repperit
totum Quintilianum de institutione oratoria, quem habenius admodum
diminutum'.*^'' La lettera in cui si leggono tali parole è indi- rizzata a un
umanista francese, Giovanni di Montreuil. Ve- dremo in seguito che gli umanisti
francesi prima del 1397 erano in possesso di un Quintiliano integro, donde la
presunzione che la copia dell'Arese provenisse da loro, se pure egli la ebbe;
perché se l'avesse avuta, non si capirebbe come fosse ri- masta inaccessibile
al Salutati. È certo bensi che Andreolo possedette un esemplare delle Verrinae
di Cicerone, da Ini donato alla Sorbona, ora codice della biblioteca Nazionale
lai. 16674.''^ E anche questo gli venne, se mal non sospetto, dai francesi, che
Io scoprirono nel monastero di Cluni. Ciò non esclude che egli sia stato un
solerte esploratore; e ne abbiamo una solenne testimonianza nel Byalogus
moralis philosophie di Uberto Decembrio, dove Uberto cosi parla ali'Arese: '
Habes Senecam tunin semper in iiianibus, epìstolas potissime in qni- bus
quicquid moralis docet piiylosophia brevibus sententiis explicavit. Ha- bes preterea
Cieei-onem, qui ante illum in officii.s, in tusculanis, in bonorum et malornm
flnibus, in deorum natura, in divinatione, in legibus et ceteris phylosopiiie
voluininibus quantus phiiosoplius in moralibas presertira exti- terit
demonstravit. Habes bistori Oi^raplios iandiu faniiliares. Quin imo ad
mathematicos tnuin etiam penetravi! ingeninm. Astronomiam po- tissime
dilexisti. Qnid loquar in phy sic Ì8? nonne omnem medicine artem solerti etiam
studio quesivisti'? E l'Arese risponde : Sed tanien liis libris quos mibi
plurimos ut nosti fontana secunda con- tribuit, adversa non sine dolore maxime
spoJiavìt. Senecam solum de quo <^ Una delle più antiche ambasciate fu del
1389, Arisi Cremona litte- rata I 229; Epistolario di C. Salutati II 140. «'
Epistol. di V. Salutati ìli 146. '« Ibid. «e 11 cod. ha questa nota : Hnnc
librum Verrinarum Tallii dedit facun- dus vir Andreas de Arisiis natione
lombardus. ambassìator et secretarius d. cap. ri) A. ARESE. A. DE MILIIS 61
supra meministi, veliiti solatorera paupertatis adversantisque fortune inecum
ipse detinui.' ■'* L'indagine pertanto dell'Aiese aveva spaziato per vari
campi: della filosofia, della letteratura, delle scienze, ond'èa lamentare che
non si sappia in quali regioni d'Italia e di Francia egli abbia esplorato e
dove sia andata a finire la sua raccolta, che egli, se non interpretiamo male
le sue malinco- niche parole, fu costretto dalle necessità della vita a
vendere. Milanese era pure Ambrogio de Miliis,'" che nella seconda metà
del secolo xiv migrò in Francia in cerca di miglior for- tuna. E miglior
fortuna gli arrise per opera di due uma- nisti francesi, Gontier Col e Giovanni
Montreuil, che lui po- vero, miserevole e straniero raccomandarono al duca
Luigi d' Orléans, ^^2 ji quale lo prese come proprio segretario. E in quel
servizio restò fino alla morte del duca, assassinato nel 1407; anzi continuò a
servire il figlio Carlo, poiché nel 1412 Am- brogio ricomparisce in Asti,'''^
città che era stata portata in dote al defunto duca Luigi dalla moglie Valentina
Visconti. Di Ambrogio de Miliis ci sono arrivate due lunghe epi- stole, ^^
dettate con discreta disinvoltura umanistica, ma nelle dncis Mediolanensis
collegio de Sorbona ut poneretur in magna libreria (Delisle Le cabinet li
14.3). ■° Cod. Amhros. B \'ìi sup. f. 104"; il passo è recato in parte
dall'Arisi Cremona litt. I 229. ^' Nel Fagnani Famiglie milanesi (manoscritto
nella bibliot. Ambro- siana, lettera M II f. 199v) troviamo in data Papié die
XVI octobris 1395 nn decreto di Gian Galeazzo Visconti con cui dona la
cittadinanza milanese al suo segretario Pliìlippns de Miliis. Ma il nostro
Ambrogio pare fosse oriundo di Milano. '' Thomas De Ioannis de Monsierolio etc.
53; Nicolai de Cleniangiis Opera, Epist. i'II p. 33.: Quis enira nescit domuni
lohannis (de Monstero- lio) non aliter atque sibimet die noctnque tibi patuisse
tuaruniqne miseriarum atque inopiarum perfuginm fuisse?... Tantumne de letheo
flumine bibisti ut oblivisci potueris sua meaque instantia atque opera factum
esse ut illius clarissimi principis famulatum, quo tantopere modo insolescis,
adipiscere- ris? cum tu pauper, inops, alienìgena, raiserabilis potius quam
invidiosus me atque illum supplici prece, assidua postulatione incredibilique
inipor- tnnitate prò aliquo tibi impetrando servitio quotidie obtunderes ? La
lettera è indirizzata dal Col al Miliis. " Thomas 53. '•* Martène Veterum
scriptorum... amplissima collectio II 14.56-65. 62 FRANCIA (cap. II quali
sopravvivono tracce del cursus medievale: è lo stesso fenomeno che osserviamo
nelle lettere del Petrarca. In esse non è sfoggio di cultura, ma vi troviamo un
buon manipolo di autori: Terenzio, Vergilio, Orazio, Sallustio, Seneca filosofo
e tragico, Giovenale. Ambrogio si professava antivergiliano. La spinta gli sarà
venuta dalle critiche mosse al sommo poeta da Evangelo nei Saturnalia di
Macrobio ; e siccome egli era un entusiastico ammiratore d'Ovidio, cosi pose
Vergilio al di sotto d'Ovidio, che egli giudicava ' ingenii excellentioris'.''^
Si professava inoltre anticiceroniano. Qui la spinta parti dall'invettiva ps.
sallustiana e dal Petrarca, che notava nel sommo oratore con- traddizioni e
incostanze. '^ Questa insurrezione contro le due massime autorità, riconosciute
universalmente, nella poesia e nella prosa rivela uno dei pili singolari
istinti umanistici ita- liani, che prenderà forma geniale nel Valla. E al Valla
pre- luse il De Miliis anche con attacchi alla religione: ' Novisti, scrive il
Montreuil, Ambrosium nostrum de Miliis, audivisti totiens quomodo de religione,
de fide, de sacra scriptura deque preceptis ecclesiasticis sentiebat universis,
ut Epicurus qnippe, quam catholicus censeretur '." Ambrogio ricercava
codici: e qui pure portava un istinto italiano quale s'era manifestato prima
nel Boccaccio e si mani- festò poi in Poggio, l'istinto di rubarli. Un giorno
andò col Montreuil a visitare la biblioteca di un monastero e approfit- tando
della buona fede dell'abbate ne sottrasse furtivamente le Epistole di Seneca.
Kimproveratone poscia dal Montreuil, rispose che a quei monaci non sarebbero
servite a nulla, mentre a lui erano utili. '^ E un terzo istinto s'appalesa in
Ambrogio, quello dell'ac- cattar brighe, che generò la caratteristica e troppo
ricca let- teratura delle invettive del secolo xv, auspice in ciò un poco il
Petrarca. Pare che il Montreuil apponesse ad Ambrogio di " Marlene II
1424. ■• Id. II 1426-28. ■" Id. II 1416. ■» Thomas op. cit. 74. cap. 11)
AMBROGIO DE MILIIS 63 essere egoista ('sibi soli amicus'): bastò questo perché
l'ita- liano lanciasse un'invettiva contro il suo benefattore, rinfac-
ciandogli l'avidità del denaro e mettendo in ridicolo la sua ambizione
letteraria.™ È vero che Ambrogio più tardi cambiò vita:®** ma resta pur sempre
che sin dalla seconda metà del secolo xiv egli riunisce in se molti germi peculiari
dell'umanista italiano, che riceve- ranno largo sviluppo nel secolo successivo;
ma siccome gli manca la genialità vuoi demolitrice del Valla, vuoi esplora-
trice di Poggio, vuoi aggressiva dei 'gladiatori della penna', cosi lo possiamo
considerare come una loro anticipata cari- catura. PERIODO EROICO DELL'UMANISMO
FRANCESE. E ora ritorniamo ai francesi, dai quali il presente capi- tolo ha
preso le mosse, per istudiare quelli che hanno creato il periodo eroico dell'
umanismo in Francia. Accenniamo di volo ai minori, che cercarono codici o si
occuparono in qual- che modo di antichità, quali l'agostiniano Giovanni Coti,
bi- bliotecario pontificio e amico del Petrarca, i Giacomo Legrant (Magnus), -
Giovanni Courtemisse (Breviscoxa) ^ e Gontier " L' invettiva fu
indirizzata al Col (Martène li 1456-59), il quale gli rispose per le rime (N.
de Clemaiij.'iis Opera, J'Jpist. VII). *" Martène li 1416: la lettera è
del 1400. ' Nel 1345 il Coti era maestro di teologia presso la curia di
Clemente VI e penitenziere del papa. Mori il 1361. Fu vescovo dal 1:Ì47
successivamente in tre sedi, all'ultima delle quali, S. Paolo Tricastrino
(Trois-cliateaux) fu assunto il 4 novembre 1349. Perciò è tutt' uno col
Johannes Tricastrinus, a cui il Petrarca indirizza la Famil. VII 4, dell'anno
1352. Il Coti come cu- stode della biblioteca pontificia aveva chiesto al
Petrarca le opere di Ci- cerone glossate {Uhartularium Vniversit. Paris. II
571, 617; tìams 620). Vednnno parlando di Giovanni d'Andrea che il Coti cercò
per Ini mano- scritti di (Sirolamo, facendoli venire fin dalla Scozia. Dal
medesimo d'An- drea siamo informati che il Coti lesse le Sententiae nello
Studio di Parigi. * Thomas op. c;t. 82-83. 3 1 codici Parig. •5740 (Livio),
17895 e 18440 (Terenzio e Cicerone) ap- partennero a lui. Difese Cicerone
centra gli attacchi del De Miliis (Tho- mas 83 84). 64 FRANCIA (cap. It Col ^
(Gontherus Colli), perché ci tarda di accostarci ai due grandi luminari,
Giovanni di Montreuil e Nicola di Clé- niangis. Giovanni di Monteeuh.. Giovanni
di Montreuil (de Monsterolio), nato nel 1354, se- gui gli studi presso
l'Università <ii Parigi sotto Giacomo Fla- meng. ^ Abbracciò lo stato
ecclesiastico, fu fatto canonico di Kouen e poi proposto di Lille, accumulando
molte prebende in grazia dell'elevata posizione politica che si procacciò, poi-
ché fino alla morte fu segretario del re Carlo V e segretario inoltre del duca
di Berry, mecenate degli studiosi. Sostenne molte ambascerie : in Inghilterra e
Scozia del 1394, in Ger- mania del 1400, del 1404 ad Avignone, del 1412 a Koma
presso il papa Giovanni XXIII, nella quale occasione visitò anche Firenze, e
del 1413 in Borgogna. Mori a Parigi il giù gno del 1418, ucciso dalle
soldatesche borgognone. Il Montreuil fu un intelligente, operoso e fortunato ricer-
catore di codici. Un forte impulso gli venne dagli italiani e forse prima di
tutti da Andreolo Arese, che verso il 1395 Io mise in comunicazione con
Coluceio Salutati e col suo circolo : e per mezzo di quegli umanisti egli potè
entrare in possesso di alcuni autori. <* Ad alimentargli l' amore per le
indagini avrà contribuito anche la presenza a Parigi del milanese Am- brogio de
Miliis; ma anche prima di quel tempo il Montreuil deve avere eseguite
esplorazioni per conto proprio, certo in * Fu segretario del duca di Berry, a
cui regalò i propri codici (Tho- mas 80-81). B Per le notizie biografiche vedi
il già citato A. Thomas De Joannìs de Monsterolio vita et operibus, Parisiis
1883, 4-13. • Rechiamo due passi di lettere, forse indirizzate alla medesima per-
sona, che ci rimane sconosciuta, perché le lettere del Montreuil sono tutte
anepigrafe. Maximas reverentìe tue, pater conscripte, gratias ago et habeo de
liberali efficacique missione tua orationis Marcì Tullii prò Quinto Li-
gario... Veruni quia apud nos rari sunt (Ciceronis libri) et penes vos in illis
partibus, ut dicitur, in copia, obsecro... quotquot plures eiusdem Cice- ronis
orationes ac epistolas suas quanticunque constiterint (qui modo non audeo de re
publica, de oratore, de particioue orationis, de in- Tectìvis in Verreni et in
M. Anthonium, de Tnsculanis queatig. cap. II) GIOVANNI DI MONTREUIL 65 seguito
le continuò indipendentemente dagli italiani, che in taluni campi egli superò
di gran lunga. Tra le biblioteche da lui esplorate possiamo con sicurezza
collocare le parigine, la monastica di Cha-'ilis (Caroli locus) presso Seniis
(Silvanectum), "^ ricca di codici cristiani, quella di Cluni, come
vedremo, ricca di codici classici e un'altra non bene determinata.^ Innanzi di
stabilire quali autori fossero noti al Montreuil, sarà opportuno sgombrare il
terreno da alcuni errori. Si cre- dette che conoscesse le Historiae di
Tacito,'-* ma il passo che ne reca gli viene da Orosio. i" Nemmeno
Lucrezio conobbe. È bensì vero che leggiamo in lui questa citazione : ' lUeque
est (Epicurus) de quo disertissimus poeta Lucrecius ait: Ethe- rens sol Veri
dici s homi num purgavit pectora dictis 'i' la quale corrisponde a Lucrezio III
1044, VI 24; ma i codici lu- creziani danno aerius in luogo di aethereus e
igitur in luogo di hominum. Le due differenti lezioni della citazione del Mon-
treuil combaciano con Lattanzio,'* dal quale perciò il Mon- treuil ha derivato
il suo testo. Altre citazioni indirette po- trebbero trarre in inganno : una di
Lucilio, una di Varrone e una di Cicerone: '^ tutt'e tre da Lattanzio.''
Un'ultima osser- vazione per dissipare un grave equivoco. Il Montreuil scrive:
nibus oniis dare) mittere patemitas tua non omittat (Thomas 102). — De- precor
qnatenii.s de libris tuis eloquentie ac poesis, quibus te a puero novi
multipliciter abimdare, mihi mutuo vel sub vendifionis pretìo commnnicare non
recuses. Et si impresentianim non venires Parisius, quod te audio (unde
spiritus hilareseunt) e vestigio facturum, per lume accessorem (= nuntium),
nepotem tuum..., aliqua de prefate laudabilissime artis oratorie volumina buie
sitibundo (= mihi) commnnices atque mittas, maxime cupienti ora- tiones TuUii
vel ipsius ant Lactantii et Cypriani epistolas ac opera Virgili! Crispumque
Salustium aut etiam l'erentium..., seuetiani... de scripturìs Fran- cisci
Petrarche (Martène Veterum scriptoì-um... amplissima collectio II 1433, del
1.395, perché è di ritorno dall'ambagceria inglese del 1894). ' Martène II 1393. "
Thomas 74. " Thomas 75. 'O Historiae 1 IO. " Thomas 72. "
Lactant. Instit. div. IH 17, 23 ; VII 27, 6. 13 Martène II 1379, 1442, 1483. '< Lactant.
Instit. div. VI 5, 2 ; III 14, 15; De opif. dei 17. R. Sabbadini. Le icoptrte dei eodici. 5 66 FRANCIA
(eap. Il ' Vale mi pater et ut ad gnatum scribit Cicero tibi persua- deas te
michi esse carissimum '. Fu volato scorgere qui '^ un luogo delle Epistulae ad
fam. di Cicerone (XIV 3, b); pia si tratta invece della chiusa del De offìcns
(III 121) del medesimo autore, opera che appunto è iudirizzata al figlio Marco.
Dei greci pagani tradotti nomina spesso Aristotile : no- mina Giuseppe Flavio,
' rerum ludaicaruni clarus valde ac extentus actor'.'^ Autori cristiani greci
adoperati nelle tradu- zioni sono Giovanni il Grisostomo •'' e Gregorio
Nazianzeno.'* Venera tutti i quattro grandi luminari della chiesa latina:
Girolamo, Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno, ma concede le SHe preferenze a
Girolamo.'^ Chiese le Epistole di Cipriano,**^ ma non sappiamo se le ottenne.
Leggeva il 'ciceroniano'*' Lattanzio tanto nelle Instit. div. quanto nelle due
operette minori ; ^ parimenti il De consolai, di Boezio,*^ j^ Mathesis di
Giulio Firmico,** VOrmesta di Orosio,'^ e le Etymol. di Isi- doro. 2* Il
Montreuil cita volentieri gli autori letti, perché se li era assimilati e
perché era fornito di una memoria straordi- naria : dote che gli è riconosciuta
dal suo amico Clémangis.*' " Thomas 57; Mendelsohn in Ciceroni» Epistulae,
Lipsiae 1893, p. XIII nota. '6 Cod. Vati e. Reg. 332 f. 67. " Marlene II
H36. '8 Id. II 1406. '9 Id. II 1404. "> Id. II 1433. " Tliomas 57,
71, 76; cod. Vatic. Reg. 332 f. 55 Firmianns in primo^ suarum institntionum
totiiis ernditionis et elocutionis repletaruni, ut dia- logns dici possint
Ciceronis. " Sopra (p. 65 n. 14) abbiamo veduto che citava dal De opif.
dei. «3 Id. II 1440. " Id. Il 1441. "> Cod. Vatic. Reg. 332 f. 52v
Oroslus in Ormesta. !« Martène II 1338. " Nicolai de Clemangìis Opera,
Epist. X p. 47 al Montreuil : Miror nempe admodum, cum tot philosophorum
moralium documenta, tot grave» oratornm sententias, tot egregia dieta poetarum,
tot celeberrima.s historicas- rerum gestarum narratlones pertinaci studio
indesinenter lectites, quorum etiam ex frequenti usu partem ingentem memoria
retines.... cap. Il) GIOVANNI DI MONTREUIL 67 Forse c'entrava un po' anche la
smania di mettere in mostra la projìria erudizione ; ma ciò era naturale in un
uomo che si trovava in possesso di nuovi tesori : e noi gliene siamo grati,
poiché cosi ci ha dato modo di stabilire di quali autori egli disponesse,
massime nel campo classico latino, che è quello che soprattutto richiama la
nostra attenzione. Cominceremo dai poeti. Plauto, s' intende il Plauto delle
otto commedie, l'ebbe da principio dall' Italia,^^ ma pare che ne aspettasse
poi uno da Clani.^'* Per Terenzio professava un vero entusiasmo, onde
continuamente gli cadono dalla penna le sue sentenze.^** Altrettanto ripetiamo
per Vergilio, il ' poe- tarum parens', il ' rex noster'.^' Apprezzava in Orazio
parti- colarmente r ' ethicus ' delle Epistole,^^ ma lo gustava anche come satirico
e come lirico.^^ Ovidio era per lui il 'magister amoris ',^* ma ciononostante
lo richiama spesso. Altri poeti noti sono Persio e Giovenale, Lucano e Stazio,
Seneca tra- gico ^^ e Claudiano.^^ Aggiungeremo qualche componimento ieìV
Anthologia'^'^ e dubitativamente l'Homerus latinus.^* " Thomas 70. '3 Vale
et quid in ilio Cluniacensi egeria cenobio scriptis intimato nec oblivisearis
transeriptionem Plauti senis (Thomas 73). Plauti senis sarà nato àA Plauti
Asinii, che si legge nel titolo di alcuni codici (p. e. Vatic. 1630, sec. XV,
f. llOv Plauti Asinii poete comici) e di alcune edizioni (p. e. M. Accii Plauti
Asinii comici ci. Comoediae quinque, Argentorati MDXIV). *> Thomas 65-68. Lo
credeva schiavo africano (Thomas 71), secondo l'er- rore di Orosio. " Thomas 64, Martène II
1425. 3« Thomas 71. 33 Id. 73. 3' Id. 64. 35 Thomas 73, Martène II 1465. 3'i
Thomas 70; cfr. Claudian. De IV cons. Honor. 263. 3' Thomas 105; Martène II
1385 Sicut de Virgilio Octavianus ait : Lau- detur vigeat placeat relegatur
araetnr (dal carme Ergane supremis attribuito ad Augusto, Bahrens P. L. M. IV
p. 182, 42) ; id. II 1432 ab ilio
(Virgilio) qui latine eloquentie. ut testatur Angustus, raagnus fuit auctor
(ibid. V. 3). 3* Cod. Vatic. Reg. 332 f. 54v quod Homerus per lovem suum
maximum conflrmat, qui puerum quem delicias suas vocitabat, ab Orco nequivit
ni- sibus totis ad se, fatis obstantibus, revocare (cfr. Hias lai. 520-27 ; ma
può la notizia derivare da Cicer. Be
divin. II 25). 68 FRANCIA (cap. 11 Passando ai prosatori, enumereremo anzitutto
quelli che erano allora più alla portata degli studiosi. Tra questi po- niamo :
Sallustio,^* Livio,^" Valerio Massimo,'" Seneca (trattati morali ed
epistole^^ Svetonio, Floro,''^ Giustino,** Vegezio,*^ Macrobio.'"' Autori
più difficili a ottenere erano : Cesare, che il Montreuil sulle prime cita col
nome di Giulio Celso e quindi col suo proprio,'''' Plinio il giovine, di cui
adopera più volte le Epistole,^* Plinio il vecchio, del quale giudica ' pinguis
et floridus ' lo stile,^3 Quintiliano,»^ Gellio,^' Apuleio,^^ Solino,^» Servio
commentatore di Vergilio.^* Autori allora rarissimi erano Catone De
agricultura, Var- rone Be re rustica e Vitruvio : e questi ebbe il Montreuil
dal- l'Italia ;55 forse da Firenze. Ma d'Italia non gli potè venire Petronio,
di cui conosce il carme sul Bellum civile^^ che ci 3' Thomas 74. <" Id. 73. <'
Thomas 73, 75 ; Martèiie II 1349 illnd Demadis, cfr. Valer. Max. VII 2 Ext. 13.
■•2 Thomas 74. " Id. 70. .« Id. 71. « Martène II
1356. *'■ Thomas 63 da confrontare col libro IV dei Saturnalia ; id. 73 ; Mar-
tène II 1425 cfr. Saturn. VI. <' Thomas 69-70. <' Thomas 74, cfr. Plin.
Epist. IV 20; Martène II 1425 iuxta Plinìum ut musas in eo (Virgilio) loqui
credas, cfr. Plin. Epist. Il 13, 7, dove però la frase non è riferita a
Vergilio. *"> Cod. Vatic. Reg. 332 f. 58v ita ut a Plinio stilo suo
pingui ac florido fuerit affirmatum ' naturam mortalibus nichil prestitisse
melius quani vite brevitatem' {K. H. VII 168). Questo giudhsio si attaglia a
Plinio il gio- vine ; ma allora i due autori erano confusi in uno. 6» Thomas
60, da confrontare con Quintil. Instar. X 1, 112: passo che è anche nei codici
mutili. S'i Thomas 70, cfr. Geli. V 16; Martène II 1418 prius euique cum Comico
molendum esset in pistrino, cfr. Geli. Ili 3, 14. 5« Thomas 69, cfr. Apnl. Met.
IV 18. " Thomas 75. 51 Martène li 1425 Cum... de Marone... dixisset
(Cicero): magne spes altera Rome. Questa notizia deriva da Servio ad Ed. VI 11.
6» Thomas 70. ■' Martène II 1337 Cur ita? quia, ut inqutt Anfranìus (con questo
nome alcuni codici chiamano Petronio) Scorta placent fractique enervi cor- cap.
II)GIOVANNI DI MONTREUIL 69 fu trasmesso anche isolatamente. Questo però non
esclude ch'egli possedesse altre parti del Satiricon, poiché ricorda la frase '
irata virtus abditur '?' Abbiamo riservato all'ultimo Cicerone, nella ricerca
delle cui opere il Montreuil pose la massima cura, riuscendo a fare delle
scoperte di capitale importanza. Sin dal 1395, reduce dall'ambasceria
britannica del 1394, si rivolgeva a un ita- liano, il quale ' a puero
multipliciter abundabat ' di opere oratorie e poetiche, perché gli mandasse
Vergilio, Terenzio, Sallustio, Lattanzio, Cipriano e orazioni ed epistole di
Cice- rone.^' Qualche tempo dipoi pregava la stessa persona, come parrebbe, per
ottenere scritti ciceroniani. Aveva già ricevuto l'orazione prò Ligario: ora
domandava altre orazioni ed epi- stole ; avrebbe voluto chiedere anche il De re
p., il De orai., le Partit. orai., le Verr., le Philipp, e le Tuscul.; ma te-
meva di essere troppo esigente.^^ Verso il 1410 dava la caccia a un famoso
codice, contenente ' libri morales Tullìi pluresque orationes ', che era
appartenuto prima al cardinal francese Pietro Amelii (m. 1389), poi al
cardinale italiano Galeotto di Pietramala (m. 1397) e da ultimo al cardinale
Niccolò Bran- cacci (m. 1412). Il codice era allora a Bologna,^ dove risie-
deva la curia pontificia. Pensai per un momento al codice pe- trarchesco di
Troyes n° 552; ma esso è in 'littera nova ', do- veché quello cercato dal
Montreuil era ' littera nec antiqua nimisnec nova': perciò approssimativamente
del sec. xii-xiii. DI talune opere ciceroniane il Montreuil s'era formato un
volume, che comprendeva porzione delle Epistole ' cum non- nullis sue industrie
aliis operibus '.•^^ |)ore gressus Et laxi crines et tot nova nomina vestia
Queqne virum qiieruDt turba sepulta mero circum veni t. Est favor In precio
senibusque libera virtus excidit, omnibus una impen- det clades, arma cruor
cedes incendia totaque bella ante ocu- los volitanti fervet avaritia pleraque
alia inundant vitia, da confron- tare con Petron. 119 v. 25-27, 31, 42-43,
170-171, 215-216. 5' Thomas 73, cfr. Petron. 89, 9. ^' Martène II 1433, citato
sopra, p. 64 n. 6. ^' Thomas 102, citato sopra, p. 64 n. 6. ™ Id. 60. »' Id.
107. 70 FRANCIA cap. Il) Dei trattati rettoiici possedeva certamente il De
orai, (mu- tilo) e le Fartit. orat.^^ Il De orat. stava nel monastero di Cluni
:®3 ed è probabile che di là sia venuto al Montreuil. Aveva un buon manipolo di
libri filosofici : i Farad., il De amie, il De nat. d.,^^ le Tuscul, il De
divinai., il De leg..''-^ il De off.,^^ il De fin.^'' Alcuni di essi forse
provenivano da Cluni, dove si trovavano due copie del De sen., i Farad., le
Tusc, il De off. e il De amic.''^ 11 Montreuil era in possesso delle due
raccolte epistolari di Cicerone. La raccolta ad Att. stava nelle sue mani sin
dal 1395 almeno ; poiché la lettera di quell'anno, da noi più 8U ricordata,
nella quale domandava dall' Italia molti autori clas- sici, si chiude con
queste parole: 'Vale meque diligas et tibi, ut ciceroniano utar verbo,
persuadeas te a me fraterne amari 'r'^» parole che compariscono nelle Epist. ad
Att. (1 5, 8). Ne riceviamo la conferma da un altro luogo, dove leggiamo : '
Octaviani autem avus argentarius, pater nempe astipulator fuit, sicuti haec
Tnllius certa occasione oborta ad eundem Octavianum scribens improperat '. ™
Qui si tratta à&WEpistula ad Octavianum (§ 9), spuria, trasmessaci con la
silloge ad Att.''^ Ora non mi par probabile che il Mon- "^ Thomas 56. Citazioni
dal De orat. : Thomas 14, Cicero : ' adest enim fere nemo... ', Be orat. I 116; Martène li
1424: 'Est enim, expriniit ipse, oratori finitimus poeta...'. De orat. I 70;
ib. 1329: Phormìones de quibas idem Tullius..., De orat. II 77. "^ M.
Manitius, in Philolog. XLVll, Er^iinz. lieft. XV IC : ' Doctrina eiusdem
(Ciceronis) de oratore'. Il
catalogo del monastero è del sec. Xll. "* Reco dal Marlene II 1378 un
passo di lezione un po' controversa : ' Itaque cum Tullio ut alius in
Synephoebis libet esclamare : proli deum atque hominum postalo obsecro oro
ploro atqne imploro fidem ', De nat. d. I 13. ^ Thomas 56. «« Cod. Vatic.
Regin. 332 f. 59 suis in officialibus (Tullius). ^'' Martène II 1442 : ìd
asserente Cicerone : ' clamai Epicurus non po- test iocunde vivi...'. De fin. I
67. ^ Mauitius ib. : Tullius de senectnte. Paradoxa Stoicorum Ciceronis. Libri
Tusculanarum eiu.sdem. Cicero de officiis. Cicero de amicitia. Tullius de
senectute ad Catonem. »« Martène li 1488. '■" Ib. II 1408. '' Forse di essa
si parla in un'altra lettera del Montreuil, Thomas 61. cap. II) GIOVANNI DI
MONTREUIL 71 treuil sin dal 1395 avesse potuto ottenere la copia delle let-
tere ad Att. da Firenze, dove erano arrivate da poco e vi si custodivano
gelosamente ; perloché è forza ammettere che le abbia avute dal monastero di
Cluni, il cui catalogo reca : * Libri epistolarura Ciceronis ad Atticum XVI *.
'* Che egli fosse in relazione con Cluni, ci risulta da quanto scrive in una
sua lettera : ' Vale et quid in ilio Cluniacensi egeris cenobio, scHptis
intimato ' ; '^ donde apprendiamo che il suo corrispon- dente si occupava di
codici. Il medesimo monastero aveva anche la silloge ad fam. in doppio
esemplare : ' Epistole Ciceronis ad Publicum Lentulum proconsulem (lib. I) et
ad Curionem (lib. II) et ad Appium (lib. Ili) et ad alios multos. Epistole
Ciceronis ad Publicum Lentulum et ad alios multos ut supra '. ■" Ma non
era com- pleta; abbracciava cioè i primi 8 libri, perché i codici della
famiglia transalpina avevano diviso la silloge in due volumi. E di vero da una
lettera del Clémangis al Montreuil veniamo a sapere che questi possedeva delle
Epist. ad fam. solo una porzione : ' quas penes te prò magna saltem p o r t i o
n e ha- bes'. ''^ Prosegue il Clémangis: ' Cum autem Cicero ipse ad reges, ad
consules, ad summa imperia scribens... '. E infatti nei primi 8 libri fra i
corrispondenti incontriamo dei procon- soli (l 1), degli edili curali (Il 9),
dei propretori (II 18), dei censori (III 11) e degli imperatores (III 1; V 7;
VII 5), che il Clémangis interpretò per reges. La riprova c'è fornita dal
Montreuil, che nelle citazioni delle Epist. ad fam. si man- tiene nei confini
dei primi 8 libri : ' Occasione certa data nt ad ligandum committerem eiusdem
Ciceronis epistolarum porti onera... ad eonspectum meum sese casn ipsius
Ciceronis iniecerunt ìsta verba: CumVatinii defendeiidi st inni liis
'...■" (ad /«un I 9, 19). '' Manitius op. cit. "3 Thomas 73, citato
sopra, p. 67 n. 29. '* Manilius ib. ■5 Voigt in Ehein. Museum XXXVI, 1881, 47.',.
•'■ Thomas 107. 72 FRANCIA cap. II) ' Non pauca similia (Cicero ait) in de
consolatione fliìae tractando ' ^' (ad fam. IV 6-6). 'Et si esse una minus
poteriinas quam veli mus, animoruro amencoaiunctioiieii4clein'|ii(!stu(IiÌ8 ita
ferrea in us, ntnun- quam non una esse, ut ait Cicero, videamnr '. ''^
Eipetianio per le Episl. ad fam. quello che abbiamo detto per le Epist. ad
Ait.: il Salutati le custodiva gelosamente, non facendone parte che agli amici
intimi, e solo alla sua morte (1406) entrarono liberamente in circolazione.
Vengano ora le orazioni ciceroniane note al Montreuil. Le ricaviamo dai
seguenti passi delle sue lettere: ' Vide prò Sestio orationem '. " 'In
conservatoria seu iiortatoria prò Lucio (= Licinio) Ardila'.*" ' (Juerenti
miciii, ut fìt, lioc in Elicone modico alium libelluin quendani meum, nunc
quasi dedita opera hese ter quateique (=7) Verrine mee, quas accomodati causa
liesterno die quesiistis, obtulerunt '. ' 'Non preteristi videre oratioues
Tullii tottot sceleribus implicitas, pre- sertim he quo prò Sexto Koscio,
Chientio, Mìlone ac Cecilio (= Caelio) necnon in Claudium (= de domo ad pont.)
acte sunt, nichilominusque in Catilinam Verremqne et Antlioniuin..., Ciceronis
atqne Salustii vicissitudi- narie invective'. *' Quest'ultima lettera del Montreuil,
lunghissima e impor- tantissima per le reminiscenze classiche, credo
indirizzata al Clémangis, perché a lui solo si addice la lode che gli rivolge
lo scrivente (f. 61): 'Non tu ipse, quo nemineni, pace omnium dixerim, cognovi
autores antiquos enixius lectitasse aut intel- lexisse satius... '?, e ne
vorrei conchiudere che all'esplorazione del monastero di Cluni ebbero parte
tutt'e due. Trascriviamo pertanto dal catalogo di Cluni i titoli delle orazioni
ciceroniane : " Martène II 1441. ■» Martène II 1429, cfr. Cicer. ad fam. V 13, 5. '»
Martène II 1424. '0 Thomas 55. «' Thomas 55, 108. "
Cod. Vatic. Regin. 332 f. 59v. Con in Claudium s'intende inde domo ad pont.,
che p. e. nel cod. Vatic. 1742 (sec. zv) f. 21òv è intitolata in P. Clodium.
cap. II) GIOVANNI DI MONTREUIL 73 n» 412) Defensio Marci Tullii prò Milone;
ii" 496) Cicero prò Milone et prò (Cluentio) Avito (=Habito) et prò Murena
et prò quibusdam aliis; n°498)''3 Cicero in Catillinam et idem prò Q. Ligario
et prò rege Deiotaro et de pn- blicis litteris et de actione ideinque in
Verrinisi n° 501) Controversia in Salustium et Salustii in eum et invectìve
Ciceronis in Catìlinam. ^* E soggiungiamo l'indice del cod. Parigino lat.
14749, già di S. Vittore, il quale fu tratto, almeno in parte, dai codici di
Cluni : 85 a) 1 De imp. Cn. Pompei; 2 p. Milone; 3 pridie quani in exilium
iret; i cura senatui gratias egit ; 5 cuni populo gratias egit; 6 de domo; 7 p-
Sestio; 8 in Vatinium ; 9 de provinciis consularibus; 10 de harusp. respon-
si»; 11 p. Balbo; 12 p. Caello; 13 p. Plancio ; 14 p. Sulla; 15 p. Arcliia; 16
p. Murena; 17 p. Sex. Roselo; 6) 18 pridie quam in exilium iret; 19 cum senatui
gratias egit; 20 cum populo gratias egit; 21 p. Marcello; 22 p. Li- gario; 23
p. Deiotaro; 24 invectiva Salustii in Cicer. ; 25 ìnvectiva Ciceronis in Sa!.;
26 p. Cluentio; 27 p. Quinctio ; 28 p. Fiacco. Il cod. Parig. 14749 si compone
di due sezioni, come si vede dalla ripetizione dei n' 3, 4, 5 nei n' 18, 19,
20. Il copista perciò 0 meglio i copisti non trascrissero pedissequamente i
codici di Cluni, ma ne fecero una scelta. Delle orazioni citate dal Montreuil
erano nuove le seguenti quattro: ih Sest.,p.S- Roselo, p. Quinci., p. Flac. La
p. Ardi, l'aveva rinvenuta il Petrarca a Liegi ; le due p. Quinci, e p. Flac.
tornarono alla luce sul finire del sec. xiv anche in Italia. Ripetiamo dal
vecchio catalogo la descrizione di uno dei codici di Cluni : il n° 496) '
Cicero prò Milone et prò (Cluen- tio) Avito (=- Habito) et pio Murena et prò
quibusdam aliis. ' Questo volume fu riscoperto da Poggio nel 1415, in un viag-
gio che fece da Costanza per la Francia. Egli se ne impa- droni, non sappiamo
con qual diritto, e lo mandò agli amici *3 11 cod. 498 di Cluni fu rintracciato
nell'odierno Holkhamicas n» 29 del sec. IX ; ma ha perduto molta della sua
antica materia. Le parti super- stiti sono: frammenti delle quattro Catil.,
delle p. Lig. e p. Deiot. e delle Verr. lib. II. 11 Peterson {Anecdota
Oxoniensia, Class. Ser. IX p. 11-111, VI) opina giustamente che delle Verr.
contenesse in origine i soli libri li e 111 e mancasse forse della p. Marc.
*< Manitius ib. *5 Come ha dimostrato A. C. Clark The vetus Cluniacensis of
Poggio, in Anecdota Oxoniensia, Classical Series, X p. XI ss. Il Clark crede
che i numeri 3-12 derivino dal cod. Parig. 7794 del sec. ix (p. XIV). 74
FRANCIA cap. Il) fiorentini non più tardi del giugno di quel medesimo anno,
giacché tra la fine di luglio e il principio d'agosto lo vide a Firenze il
Barbaro.^^ In tutto ciò un punto solo ci rimane oscuro : come e quando abbia
Poggio nella prima metà del 1415 potuto intraprendere il suo viaggio in
Francia. Non sa- rebbe più ovvio il supporre che il manoscritto sia stato
portato a Costanza dal Montreuil stesso, che ne fu il primo scopri- tore l»' Di
là trassero gli umanisti italiani due orazioni nuove per loro : 1). Sex. Rose,
e p. Mur.^^ L'archetipo Cluniacense andò perduto ; onde devesi ascrivere a gran
fortuna che prima del trafugamento l'abbiano copiato i francesi, che ce ne
lasciarono un apografo ben più coscienzioso ed esatto degli apografi ita-
liani. Chi volesse avviare diligenti indagini, riuscirebbe forse a scoprire nel
sunnominato Parig. 14749 la mano del Mon- treuil 0 di alcuno dei suoi amici. Da
quanto abbiamo esposto risulta chiaro che il Mon- treuil quale ricercatore e
scopritore di opere ciceroniane non ha nulla da invidiare né al Petrarca che lo
precedette, né al Salutati che gli fu contemporaneo, né a Poggio che venne
dopo. Nicola di Clemakgis. Di poco più giovine del Montreuil fu il suo
connazionale e amico Nicola Poillevillain de Clamengiis, comunemente de-
nominato Nicola Clémangis, nato nella Champagne verso il 88 Cfr. K. Sabbadini
La gita di F. Barbaro a Firetue in Misceli di studi in onore di A. Hortis 616.
*' H. von der Hardt Rer. cane. Constant. V 28 tra i presenti a Costanza negli
anni U14-15 dà Johannes de Monsterolio. Cfr. anche H. Finke UiWer volti
Konstanzer Ronzii, Heidelberg 1903, 69. Non si dimentichi che nel- l'ambasciata
italiana del 1412 il Montreuil conobbe gli umanisti romani e fiorentini : nella
quale occasione egli può aver comunicato la scoperta dei codici di Cluni. *' Il
codice conteneva almeno cinque orazioni : p. Mil., p. Cael., p. Rose. Amer., p.
Mur. e p. Cluent., come apparisce dagli estratti del Mon- tepulciano nel cod. Laur. 54, b (cfr. Clark op.
cìt. p. Vl-VII). cap. II) NICOLA DI
CLEMANGIS 75 1360.1 ^ dodici anni si recò allo Studio di Parigi,^ dove com-
piuti i corsi elementari s'inserisse nel 1375 alia facoltà di arti,^
ottenendovi la licenza l'aprile del 1380. Immediatamente dopo frequentò la
facoltà teologica, ma non vi consegui che il solo grado di i)accelliere. Vesti
l'abito ecclesiastico, e nel 1395 fu creato canonico e decano di S. Clodoaldo
della dio- cesi di Parigi. Questa prima parte della sua vita egli tra- scorse
nello Studio parigino, nel quale insegnò arti dal 1381 al 1397." Col 1397
s'inaugura un nuovo periodo della sua vita, poi- ché il 16 novembre di
quell'anno fu assunto aU'uificio di scrit- tore apostolico da Benedetto XIII,
che lo investi inoltre di un canonicato a Langres.^ Alla corte di Avignone
rimase un de- cennio. Nel 1407, alcuni mesi prima che scoppiasse la nuova
bufera con la scomunica lanciata da Benedetto XIll contro il re di Francia, il
Clémangis s'era allontanato dalla curia, ri- tirandosi per alcuni mesi a
Genova. E cosi egli entra nel terzo periodo: periodo di solitudine e di
scoramento, passato nel monastero di Langres (Lingona) e nelle certose di
Valprofonds e Fontaine du bosc.'^ In questo tempo comparisce ancora come
familiare di sua santità ; '' ma non pare che abbia più risieduto presso la
curia. 1 Per le notizie biografiche vedi G. Voigt Bie Wiederbelebung W 349- 356
e soprattutto il Chartularium Univtrsit. Paris. Ili 282, 452, 454, 606, 624; IV
62, 483. 2 Nicolai de Clemangiis Catalaunensis, archidiacoiii Baiocensis, Opera
omnia, Lugdunì Batavor. MDCXIII, Epist. XLII p. 127 indirizzata al colle- gio
dello Studio di Parigi : Nam quando primum ad urbem illam precla- rissimam
atque a laribus patris ad illud vestrum inclytum perveni gtudium ' alter ab
undecimo nondum me ceperat annua ' (cfr. Verg. Ed. VIII 39). 3 Nel 1378-79
frequentava il quart'anno (Chartular. Ili 282). * Al suo insegnamento accenna
in una lettera al Montreuil (Epist. XIX p. 81), dove all'invito di ritornare a
Parigi, risponde : tu et ceteri familia- ritate coniuncti ad me domum
properabitis, me assidua flagitatione aliquid legare compelletis, ad me tanquam
ad magistrum discipulorum turbam con- gregabitis, sicutuie ibi olim in Studio
agentemfaceresolere me- m in isti. 5 Chartular. Ili 454. ^ Voigt II 351-52.
■> Chartular. Ili 454 in una lettera di Martino V del 18 marzo 1418. 76
FRANCIA cap. II) Nel quarto e ultimo periodo lo troviamo nuovamente a Pa- rigi
nel collegio di Navarra, dal 1425 circa sino alla morte, avvenuta il 1437.* Il
Clémangis è sostanzialmente un autodidacta. Quando egli difende dall'accusa del
Petrarca la cultura francese del suo tempo, esce in questa affermazione ? ' in
Studio Parisiaco (vidi) etiam sepe Tullianam publice legi rhetoricam, sepe item
privatim, nonnunquam etiam Aristotelicam. Poete vero summi et optimi Virgilius
atque Terentius illic etiam sepe leguntur '. Vero è che egli parla solo
dell'oratoria e della poe- tica; ma anche ristretto a queste due discipline,
l'elenco di quei quattro autori è ben meschina cosa rispetto alle vaste e
scelte cognizioni che s'era procacciate il Clémangis. Se ascol- tiamo invece
Pietro d'Ailly, gli autori letti a Parigi nella fa- coltà letteraria erano i
seguenti: ' Granimaticalia Prisciani rudimenta, logicalia Aristotelis argumenta,
rhetorica Tallii blandimenta, poetica integumenta Virgilii, Ovidii fabulas, P u
1 g e n t i i mithologias, odas 0 r a t i i , ormestas 0 r o s i i , I u -
venalis satiras, Senece tragedias, comedias Therentii, invectivas Salustii,
Sydonii epistolas, Cassiodori for- mulas, declamationes Quintiliani, decades
Titi Livii, Va- lerli (Maximi) epythomata, Marcialis epygrammata, cento- ues
Omeri, Saturnalia Macrobii '.^o Questo secondo elenco è più ideale che reale;
restiamo increduli sul conto di Livio, dei centones Omeri (l'Homerus latinus) e
delle Odi d'Orazio; escludiamo senza esitazione Marziale, se pure non si tratti
del Marziale inglese; ma anche accettata integralmente la lista del d'Ailly, il
Clémangis le rimane sempre di gran lunga su- periore. E autodidacta doveva
essere, perché fu un solitario. A dif- ferenza del suo amico Montreuil, il
Clémangis non ebbe nes- suna corrispondenza con l'Italia e con gli italiani,
come, non senza un certo compiacimento, dichiara egli stesso : ' Crede mihi,
Bononiam vestram, quam matrem stndiorum vocas, nun- " Vhartular. IV 483. '
Epist. V p. 29. "> Chartular. Ili p. XII. ^ap. Il) NICOLA DI CLEMANGIS
77 quam omnino vidi nec Italiani aliave iuga, pruinis ac perpe- tuo gelu
rigentia, viciniua ulio tempore attigi quam nunc at- tingo'.^^ Queste
caratteristiche parole sono indirizzate a un italiano, al suo protettore il
cardinale Galeotto di Pietramala, il quale non si sapeva dar pace che un
francese, il Cléman- gis, potesse essere tanto colto e scrivere cosi
elegantemente senza aver frequentate le scuole italiane. Perché bisogna ri-
conoscere la verità: il dettato del Clémangis non è certo per- fetto, ma è
consapevolmente stilistico; anzi è il solo dettato latino stilistico che il
rinascimento francese del secolo xiv ab- bia prodotto. E aveva pienamente
ragione il nostro umanista di aifermare, quando calunniosamente gli
attribuirono la pa- ternità della bolla di scomunica contro il re, che bastava
darle un'occhiata superficiale per accorgersi che quello non era il suo stile ;
'^ nella quale occasione gli torna il destro di sog- giungere che spetta a lui
il merito di aver fatto risorgere in Francia l'eloquenza da lungo tempo
sepolta.^^ E con l'elo- quenza voleva restituita anche la tradizione della
bella scrit- tura : la ' perfecta ac rite formata littera ', con l'esatta pun-
teggiatura e con gli accenti,'* nel che egli doveva aver in- 11 Epist. IV p.
21. 12 Epist. XLII, XLV, XLVI. " Epist. XLVI p. 141 ipsam eloquentiam diu
sepultam in fialliis quo- dammodo renasci novisque iterum floribus, licet
priscis longe imparibus, repullulare laboravi. i< Epist. CIX p. 306 al Col :
Non te autem latet quanta bisce tempo- ribus intelligentiura .sit scriptorum
(copisti) penuria et in iis potissimuni scribendis, que aliquantulum observant
stylum, in quibus nisi puncti et note distinctioniim, quibus per cola et
commata et periodos stylus currit, attentiori diligentia discernantur, confusum
atque barbarum est quod scri- bitur. Tu preterea non ignoras quam rari, imo
quam pene nulli talia curent aut observare aut prò sensus atque clausularum
varietate distinguere : quam exinde puto negligentiam maxime accidisse, quoniam
diutius eloquentia, in qua hec sunt necessaria, caruinius. Cessavit igitur una
cura dictatu an- tiqua scribendì formula, qua perfectam ac rite formatam
litteram cum certa distinctione clausularum notisque accentuum tractira
antiquari! scribebant et surrexerunt scriptores, quos cursores vocant, qui
rapido, iuxta nomen, cursu properantes nec per membra curant orationera
discernere nec pieni aut imperfecti sensus notas apponere, sed in uno impetu,
velut hii qui in stadio currunt, ita fugam celerant ut vix antequam ad metam
veniant, sal- tem prò recreando spiritu pausam ullam faciant. Quod quidem In
vulgari- 78 FRANCIA cip. II) Danzi agli occhi i graziosi esemplari carolini dei
secoli IX e X. Quando il Clémangis scriveva le succitate parole al car- dinal
Pietramala, non era ancora il 1397, l'anno in cui il car- dinale mori. E prima
di quel termine il Clémangis s'era già fornito di tutta la meravigliosa
erudizione classica, che egli rivela massimamente nelle due lettere al
Pietramala stesso,'^ volte a confutare l'asserzione del Petrarca, non esistere
elo- quenza e poesia fuori d'Italia: alle quali fa d'uopo accom- pagnarne una
terza, jìure apologetica, ma anepigrafa,'^ del 1394, quando era tuttavia
recente l'assunzione di Benedetto XIII al pontificato. Queste tre lettere
meriterebbero d'esser qui ri- portate per intero allo scopo di mostrare quali
conquiste uma- nistiche avesse il Clémangis conseguito nel primo periodo della
sua vita : che fu il periodo veramente operoso e fecondo in questo riguardo,
poiché nel secondo la sua attività venne as- sorbita dalle incombenze della
curia pontificia e negli ultimi due abbandonò gli studi classici per i sacri.
In quel primo periodo che corre fino al 1396 egli si trova già in possesso di
un Quintiliano integro, un ventennio e più innanzi che lo riscoprisse Poggio a
S. Gallo ; si trova in pos- sesso del commento di Donato a Terenzio, un
quarantennio innanzi che lo rinvenisse a Magonza l'Aurispa. In quel tempo egli
conosce molte orazioni di Cicerone, quali le Catil., le Philipp., la p. Mil. e
la p. Arch., che potè aver tratte, al- meno in parte, e forse in compagnia del
Montreuil, dal mo- nastero di Cluni. Quali altre biblioteche esplorasse il Clé-
mangis non sappiamo, se si eccettui quella di Langres e le parigine. Per
Langres abbiamo la sua stessa testimonianza : bus scriptìs et qne cult» carent
atqne eloquentia, quia satis per se ipsa elueescant, tolerarì ntcunque potest;
at ubi ad stylum ventura est, nihil ilio potest esse negotio ineptius, cum ex
punctis ac notis illis et sensus et intelligentia et recta pronuntiatio et
persuasionis efficacia et clausularum in corpore orationis debita distinctio
proveniant: aine quibus quid est ont- tio nisì chaos confusura atque ìndigestum
? 15 Epist. IV e V. 1" E fisi. III. cap. Il) NICOLA DI CLEMANGIS 79 ma
restiamo un po' delusi nell'udire che ivi ' librorum magna angustia est':'''
s'intende di libri classici, dove ci attendevamo ben altro, pensando che nel
1417 Poggio scopri colà l'orazione ciceroniana p. Caecina. Quanto alle
biblioteche di Parigi viene naturale la supposizione, perché in quella città il
Clémangis studiò e professò. E di là deriva certamente la conoscenza degli
autori ch'egli adopera nella sua primizia letteraria, l'elo- gio
dell'Università parigina, composto verso il 1388, dove fi- gurano Terenzio,
Vergilio, Cicerone, Cesare, Sallustio, Orazio, Livio, Ovidio, Seneca, Valerio
Massimo, Stazio, Svetonio, Gio- venale, Apuleio, Macrobio.'^ Ed ecco l'elenco
degli autori noti al Clémangis, i quali trarremo dalle sue orazioni e dalle sue
epistole.'^ Autori greci tradotti. Troviamo nominato alcune volte Ari- stotile;
^"^ certamente lo doveva conoscere più che da queste citazioni non
apparisca, ma non sembra che lo adoperasse molto. Una volta si richiama alle
versioni medievali di Esopo ^^ e un paio di volte alla riduzione perduta delle
Vite dei filo- sofi di Diogene Laerzio.^^ Dei greci cristiani è ricordato il Gri-
sostonio supra Matthaeum.^^ " Epist. XXVIII p. 102 data ' Lingonae ' :
Unum mihi maxime deest solacium, copia librorum, quorum magna in loco isto
angustia est, sed con- solantur me sacre littere, ad quas tandem post oratoriam
poeticamque lec- tionem me confero. '^ l'ubblicato in Chartular. Universit.
Paris. Ili p. XXIX. " Indiclieremo con 0 le orazioni, con E le epistole;
la cifra segna le pagine; ma limiteremo le citazioni al puro necessario. Fin
qui ho trascritto e seguiterò a trascrivere il testo con l'ortografia press'a
poco in uso al tempo del Clémangis, correggendo tacitamente i numerosi errori
dell'edi- zione. Della scorrettezza dell'edizione si lamenta anche H. v. d.
Hardt (Kerum concil. Constant. I 82-84), il quale avverte che il codice di Wol-
fenbiittel dà un testo più emendato e in taluni punti assai differente. » 0 43
; E 32, 74, 99, 314. " E 169 sua existimatione mons factus raurem partu
ridiculoso secun- dum Esopi fabulam parturiat. È la favola 31 di Esopo-Romolo.
22 E 59 illud Socraticum usurpare posse : ' quo ego calicò, locus hic nescit;
que locus hic scit, ego non calleo ' (manca al Burlaeus) ; E 259 cum Biante
dicere : ' omnia bona mea mecum porto '. «3 E 301. 80 FRANCIA cap. II) Autori
latini cristiani. Ne conosce un numero cospicuo : Tertulliano,^* raro nel medio
evo, Cipriauo,^^ Lattanzio,-'^ Gi- rolamo,^' Agostino,^^ Orosio,^"
PrudenziG.^*^ Ilario di Poitiers e Ilario di Arles,^^ Cassiano, Sulpicio
Severo, Prospero, Genna- dio, Gregorio di Toars,^^ Boezio,^^ Isidoro.**
Passando ai classici latini, cominceremo dai poeti. Intanto bisogna escludere
Plauto, che non è mai nominato. Cosi va escluso Marziale, che egli non segna
tra gli spagnoli,^^ e Au- sonio, che non segna tra i francesi.*^ Ma crediamo
che cono- scesse Tibullo, ignoto quasi al medio evo, poiché non da altri che da
lui reputiamo abbia desunto il gioco di parole ' ferus imo ferreus ' : ^' del
resto Tibullo esisteva a Parigi tra i codici appartenuti a Geroud d'Abbeville.
I poeti più frequentemente citati sono Terenzio, Giovenale, Vergilio. Terenzio
è per lui il ' comicus '; ^* Giovenale il ' satyrieus '.^'^ Di Vergilio
adoperava le sole tre opere autentiche ; ignorava perciò le poesie del- '•* E
26 Afer fuit Tertullianus, cuius ipse aliquot vidi volnniina. '5 E 26 Afer
martyr gloriosus oratorqne suavissimns Cyprianiis, cuins nihii est eloquentia
predulcius ; E 171. « E 26. " E 26. " E 26 fuit Afer ipse Augustinns,
iiiter omnes qui latine scripgerunt ingenio mirabìlis, scieiitla
ìncoinparabilis, stylo promptissimus, labore vi- gilantissimus, scriptìs
copio8Ìs.simu8, disputator acutissimus, catliolice ve- ritatis predicator
iìdelissimus, lieresum errorunique omnium extirpator acerrima ; E 20, 257 ; 0
43, 44, 66. " E 26. 30 £; 26 lyrico insignis Carmine Prudentius. s' E 27.
ss E 27. S5 E 342. 3* E 317 Duo siquidem eRse feruntur genera salium, unum
amarum et liostile, quod Greci sacrosmon dicunt, quia cameni mordeat et dolorem
menti inferat, aliud urbanum et iocosum. quod antismon illi appellant, no- stri
autem facetiam (cfr. Isid. Etym. 1 36, 30); E 26. =5 E 26. S" E 27. ^ E
81, cfr. Tibull. I 10, 2 quam ferus ac vere ferreus llle fuit. 3s £ 7 ecc. 3^ E
26 ecc. cap. II) NICOLA DI CLEMANGIS 81 VA2)pendix.^^^ Dopo questi i poeti
preferiti erano Orazio e Ovidio. Di Orazio ricorda le Odi, le Satire, le
Epistole, VA. P. ; " il codice Parigino lat. 7977 Libri omnes Oratii fu
suo. Cita d'Ovidio le Mdam., \'A. A., i Trist., Yex Ponto:^^ B.a.m- menta
Persio,^^ Lucano,''^ Stazio,''^ Claudiano "^ e presumibil- mente alcuni
carmi AtW Anthologia.^'' I prosatori gli sono noti in gran copia. Eicordiamo
Ce- sare (col suo nome),'''* Sallustio,*^ Livio,^" Valerio Massimo,^'
Frontino (gli Straieg.),^'- Plinio il giovino (le Epist.),^^ Gel- *" E 190
Non repente orsus est Virgilius bella et elarissima ducum ge- sta describero; a
pastoribiis cepit, per agros et colonos trans! vit ."icqiiu demuin ad
Knoam suum nobili cannine decorandiini pervenit. <' P: 6, 36; e 297; E 16,
17, 36; E 11, 28. « E 45 (tenipus edax Met. IV 234); ^214 (quid magls A. A. I
1, 75); E 8.5 (carmina Tr. I 1, 41), 297 (crede milii Tr. Ili 4, 25-6); E 169
(cre- scit laudata ex P. IV 2, 35). « E 166, 183. '* E 15 (I.uc. V 385-6), 26
ibi Lucanus illina (.Senecae) ncpos, etiam Cordnbciisis, cgregins civiliuni
belloruni dcseriptor, astroruni quoqne et pliilosophie doctissinins. Donde avrà
ricavata quest' ultìinjt notizia? <5 E 27 Statina Papinius Tolosanus, omnium
Inter lieroìcos Latinos, uno exccpto Virgilio, gravissinius studiosissiroaque
Vìrgilii ìniitatione alter quasi Virgilius. <" E 120 iuxt.i verbum
Clandiani: 'tolluntur in altum ut lapsu gravi ore rnant ' {in Jiuf. I 22-23).
^' E -50 Feci autem elegiaco, ut decet, Carmine, varia epigrammata sive, ut
verbo viilgatiori utar, epitaphia... Qnedam binis clausi versibns, qnedam
qunternis et nonnulla senis, qui nunierus in epitaphio, si morem veterum
sequimur, exccdi non debct. Avrà veduto gli epitafti dei dodici Sapienti su
Cicerone ? *^ 0 169 qui (lulius Cesar) in gestis suis inserere non erubuit '
totius fiallie consensu! non modo Koinanorum pottsntiani .sed ne ipsum quidera
to- tum pos.se orbem resistere ' {B. G. VII 29). E 254 que, authore lulio
Cesare, non i)cr dolos aut insidias solet b(!lla gerere ; Gallorinn enim, ut
ille ait, est aperta virtnte i>reliari, non frandulentis nstntiis (Ti. G. 1
13). Questi due passi non sono in Aimoin» llist. frane. ^Migne P. L. X39,
632-7). <■' 0 78 amicorum est idem velie idemque nolle {Cat. 20, 4); E 48,
146. M O 172; E 147 Campane delitie (XXIII 18), 211 Foticiorum (IX 29). ^' A'
261 posscm recenscre Antioclinm regera potentissimum... (IV I Ext. 9), 5- E 82
ut refert lulins Frontinus in libro StratagiMiiatum, Komauis quondam adversus
fiennanos bellum gerentilfus Lingonas I,XX mìlia pugna- toruin in anxilium
niiserunt (Strat. IV 3, 14). ^' E 48 Meas frequonter exigis litteras, niliil
autem liabeo quod sfri- bam, nisì que amicorum inter se communia suiit : valeo
bene et opto te R. Sabbadini. Le ficoperte dei codici, 6 82 PEANCIA (cap. Il
lio,^' Apuleio,^^ Pomponio Mela,^ Elio Donato (l'^rs)," Servio commentatore
di Vergilio,^^ Macrobio {Saturn.),^^ Marziano Capella col commento di
Eemigio/''' ora codice Parigino 8674. Di Seneca padre e figlio, da lui confusi
in una sola per- sona, conosce tutte le opere prosastiche e poetiche."^
Notevole il giudizio sul carattere 'breve e commatico'^^ dello stile delle
Epistole. Con Cicerone ha molta familiarità. Dei trattati rettorici adoperava
il De invent.P il De orat.,^^ oltre la ps. ciceroniana Rhet. ad Heren.,^'"
che è presentemente nel codice 15559 di Brussella. Un buon manipolo di opere
filosofiche : il similiter bene valere (Plin. Kfist. I 11; Senee. Epist.lh, 1,
ma s'avvicina pivi a Plinio) ; E 122 aveva veduto le Episi. presso il Col. ^ i?
114 ' Comes ìlle facundus', qui iuxta proverbium I.aberii ' mihi in vìa prò
vehieulo fuit' (Geli. XVII U, il proverbio è di Publìlio Siro, ma ivi Gelilo
nomina anche Laberìo). 55 E 26 Afer fuit Apuleus Madaurensis ìUustris orator et
Inter plato- nicos philosophos fama clarissimus, cuius pulclierrime extant
orationes, (De magia o Apologia) qnibus de magica arte sibi obiecta se coram
iudi- cibus expurgat, quas me aliquando legisse nemini. 5S E 26 illic Pomponius
Mela antiquus cosmographus totius orbia situm et ambitum brevissima et
pulcheirima descriptione complexus. 5' E 14 Si Donatum consulas, solecismum
illic esse reperies. 5'* J? 42 illud Yirgillanum : 'omnia fert etas, animum quoque' (Ecì. IX
51). Quod si dixeris vatcm per hee verba sensisse animi viresque me- morie per
longevitatem auferri et quodammodo extinguì, scio et pasto- rem cuius verba
sunt ad hunc quem profers sensum illa dixisse et ita in commentariis solere
exponì (Serv. Ecì. IX 51). ^"^ E 39 illorum (oculorum) memor, quos
Virgilius texta filis Home- rieis descriptione (Saturn. V 2 e 4). <* E 188
Vidit hee allquantula ex parte Martianus Capella qui Mercu- rium Philologie
coniugio copulai. •J' E 26 Anneus Seneca Cordubensìs, nobilis inter stoicos
philosophos, orator in declamatoriis, vates in tragediis, cuius sole hodie apud
Latinos supersunt tragedie ; E TS ' non magna, inquit (Alexander), cura laboro
quid aut quantum te acciperc deceat scd quid et quantum me dare ' (Ben. De benef. Il 16, 1). 6' .E 95 epistole Annei Senece,
qui suo brevi et commatico ge- nere dicendi moralia virtutum documenta ex
Stoicorum pertica delibata nobis tradii. <>3 E 29 Tallianam rhetoricam ;
E 345 eloquentiam sine sapientia... (Ve inv. I n. 6< Fj 12 Tulliua in libro
de oratore... (I S) ; £28 in libro autem de ora- tore (I 11). « Sic me
Cicero... (ad Her. Ili IO). C'iP- ") NICOLA DI CLEMANGIS 83 De amic.,'^ il
De sen./''' le Tuscul.,^^ il Be off.,'^'> il De leg.'" Delle Epistole
cita solo le fam.^^ e doveva essere il corpo dei primi otto libri, quello
medesimo noto al Montrenil. Le orazioni di Cicerone egli studiò con amore e su
di esse anziché sui precetti delle sue opere rettoriche formò il proprio
stile.''^ Dalle citazioni si apprende che conosceva le Catil.,''^ le
Philipp.,''* la p. Mil.,"'^ la p. Arch.,'"^ la^). Ligario'''' e Be
prov. constdar?^ ''*'' 0 43 solem e tnnndo illos tollere dixìt Cicero (De amie.
47); ES2 Cicero... modiuni sali.s (67). <•>' i' 46, K 229 piitat Cicero
{De sen. 66). s* O 46 qtiis non luce clariiis vìdeat {Taso. I 90); E 28. 6' E
22 dixisse piito Ciceroneni (De off. I 46); E 24 Cicero neminem pntat (7)e off.
I 46). ■•'' 0 161 Tulliana verba ab eo in Ilbris de legibus scripta: ' eo
perni- ciosins de re publica merentnr vitiosi principes '... {De leg. Ili 32).
" 7<,'86 ' lolianni suo carlss. Nicolaus salutem dlcit'. Nosti suas
Ciceronem episfola.stali morcordlri; /'y'95 lege Tullianas epistolas et illas
malore ex parte videbis de sua aut amlcoriim suorum re domestica conscriptas :
et tamen ille epistole pluris apud plerosque estimautur quam epistole Aiinei
Senece... '* E 20 hoc certissime... adstruere audeo, legendìs Tullianis orationìbus
quam legenda ipsius arte longe plus me eloquentia profceisse. "' A' 13
Quìs fulminantem... Ciceronem nnnc ferret... in Catilinam?; E 74 qnos sentinam
rei pnbliee Cicero vocat {Catti. II 7). ''* E Vi Qnis fulminantem in Marcum
Antonium Ciceronem nunc ferret?; E 131 possem... ea uti defensione qua adversus
M. Antonium Cicero utitur..., 'quam multa, inquit, solent esse in amicoruui
litferis, que si palam apud alios recitentur inepta videantur' {Phil. 117); 7?
260 testis est Cicero antiqui poete sententiam memorans : 'male parta male
dilabuutur ' {Vhih II G5). "s E 254 silent leges inter arma, ut ait Cicero
(p. Mil. 11) ; E 13 Qnis fulminantem... Ciceronem nunc ferret... in Clodium?
Qui si potrebbe inten- dere anche l'orazione de domo. ■f' E 21 ' Hec preterea
studia, ut ait Cicero, adolcscentiam exercent (agunt codd.), senectutem
oblectant, secundas res ornant, adversis prefu- gium atque solatìum prebent,
delectant domi, non impcdiunt foris, pernoc- tant nobiscum, peregiinantur
rusticantur ' {p. Arch. 16) ; E 28 in oratione quam prò Licinio Archia
scripsit, 'sic, inquit, a summis hominibus erudi- tissimlsque accepimus
ceterarum rerum studia et doctrina et preceptis et arte constare, poetam natura
ipsa (manca radere) et mentis viribus excitari et quasi divino quodam spiritu
inflari ' (§ 18). " E 156 Unde Tullins ad lulium Cesarem, qui de insigni
clementia maxime commendatur in oratione prò Q. I.igario, ita loquitur: 'nulla
de virtutibus tuis pluris nec adraìrabilior nec gratior misericordia est; homi-
nes enini ad deum nulla re propius acccdunt quam salutem hominibus dando,
niliil habet nec fortuna tua maius quam ut possis nec natnra me- lius quàm ut
velis servare quaniplurimos ' (§ 37-38). '" O 170 Cicero de provinciìa
consularibus testatas est neminem unquam . 84 FRANCIA cap. Il) Ci resta a dire
dei due autori, la cui scoperta costituisce il principal merito del Clémangis :
Quintiliano integro e Do- nato coinnientatore di Terenzio. Ecco i luoghi nei
quali il Clémangis parla di Quintiliano: Artis precepta, qiie me quoque apud...
Quintilìannm legisse confiteor... "' Cum inulta (vitia) ipsi etiani
Ciceroni a suis fnerunt emulia, Quìnti- liauo teste (XII 1, U-22), obiecta.»'
Hìne est quod Cato ille supcrior, magnng vir ac doctissimus, oratorem diffiniens
ait : orator est vir bonus dicendi peritus: ubi... non primnm po- suit dicendi
peritiam sed viri bonitateni (Quinti). XII 1, 1).*" De poetlcis autein est
locus apud Quintilianum in libro De oratoria in- stltutione, ubi in omnium
genere poematum Romanos et Grecos poetas invicem comparat (X 1, 46-72; 85-100),
sola dempta satyra, que 'tota la- tina est' (8 93)... Neque eniin audct
Virgilium, qui summns Inter Romanos est (§ 85), aut in bucolico cannine
Theocrito equare ant Homero in lieroieo (§86) nec Terentinm comicum Menandro :
'quo in genere dicit I-atinos maxime claudicare' (§ 98), cum lingna latina, nt
ait, non sit cap.Tx illius attico vcnustatis, quam greca servat comedia (§
100)... Nec pretcrea Actium Pacuvinmque tragicos (§ 97) Sophocli aut Kurupidi,
nec Horatium lyricnni Pindaro... Quin etiam precipuos romane historie
scriptores Salustium et Ti- tum Livìum Tnchitidi ac Herodoto grecis Iiistoricis
componens, illis quo- dammodo adsimulare, non autem penitus audct equare (§
101)...*'- Varus (Verg. Kcl. IX
35) autem iste tragìcus extitit, quem cuilibet audet Greco- rum Quintilianus
opponere (§ 98).*-'' ...ut quidam
illorum scripserint ' mnsas ipsas si latine loqni vellent, Plautino maxime
usuras eloquio' (Quintil. X 1, 99).** Come si vede il Clémangis conosceva il
capitolo primo del libro X di Quintiliano dal § 46 al 101 : basterà ora rammen-
tare che i codici mutili nel detto luogo comiuciano dal § 108. h'Epist. V,
dalla quale abbiamo tratto la maggior messe di notizie, è indirizzata al
cardinale Galeotto di Pietramala, sapienter de re p. cogitasse qui non iam inde
a principio Romani imperii Galliam maxime timendani putaverit... Addit preterea
bec verba : ' Alpibus Italiam niunierat antea natura non sine aliquo nnmine
(leggi numinum) munere ; nam si ille aditus Gallorum ìnliumanitati et
multitudiui pafnisset, nunquam hec urbs summo imperio domicilium ac sedem
prebuisset ' (S 34). ■9 Epist. IV p.
20. *» Kpist. Ili p. 11. *' Kpist. IV p. 22. S' Epist. V p. 25. 83 Epist. V p.
28. 84 Epist. CXV p. 818. cap. II)
NICOLA DI CLEMANGIS 86 morto nel 1397: perciò prima di quell'anno il Clémangis
pos- sedeva un Quintiliano integro. Fu creduto e affermato che in Francia non
esistessero co- dici completi di Quintiliano ; ma due manoscritti parigini, il
7231 e il 7696, del secolo xii, recano un frammento del libro X (X 1, 46-131),
che manca negli esemplari mutili, quel fram- mento che contiene i passi citati
dal Clcmangis. Uno dei due, il 7696, proviene dal monastero di
Fleury-sur-Loire; *^ donde la presunzione che a Fleury avessero anche il testo
intero. Escludiamo che il Clémangis si fosse imbattuto in uno di quei due
frammenti, perché senza dubbio egli possedeva di Quin- tiliano assai maggior
materia che ivi non fosse. D'altra parte la scoperta di un Quintiliano integro
in Francia riceve con- ferma da ciò che s'è già detto (p. 60) sul conto
dell'Arese. Anche per Donato poniamo a principal fondamento VEpist. V del
Clémangis, che per essere scritta al cardinale Galeotto si appalesa anteriore
all'anno 1397. Di fronte alle parole del- l'umanista francese collochiamo
quelle di Donato.^^ CLEHiHais. Domito. Nunquid ronianus fuit Terentius, totitis
latine comedie longe ante alios princeps, qni licet vetustissimus sit, utpote
qui tempore belli punici se- pag. 3, 5 cum inter flnem secundi cundl clariiisse
dicitur, tam excel- punici belli... lenter tamen tamque eleganter in illa
antiqiiitate scripsit, ut omnibus fere posteris latinis et facultatem et
voluntatem describende comedie ade- iiierit. Ncque enim post illnm alias
scribereaususest, unotantuni dempto pag. 8, 15 Iinnc Afranius quidem Affranlo,
qui de Terentìi super alios omnibus comicis praefert, scribens excellentiahunc
ternarium iambicum in Compitalibus: Terentio non simi- in Compitalibus
scripsit: Terentio lem dices quempiam.^' non similem diccs quemplam. Qua autem Terentius ipsc patria
fuerit, '*= M. F. Quintiliani De instit. orai, liber priinus par Ch. Fierville, Paris 1890, LXXXII-LXXXVI. "6
Nell'edizione del Wessner, Lipsiae 1902. *' Non trovo nulla da correggere in
questo verso, che presso il Wes.iner suona : ' Terenti num similem dicetis
quempiam ? ' Tutti i codici danno dicens. 86 FRANCIA cap. II) fabiilarum
siiarum titilli indiraiit, in qiiibus Afer et CliartaBinensis inscri- bitiir.
Quod si illuni propterca roina- niim censeii Uebere contcndiint, qiiod
captlviis est ex Carthagine, ut non- nulli aÌHiit, Romani perductus...*** png.
3, 4 quidam captuin egse esi- sti inant... Servus in Eunnclio, domini no- mine
ancillam daturus de remotis- sima illain comniendat regione: Kx Ktliiopia usque
est aucilla hec.*'-' Senex ille qui apud Comicum sa- pieiiter liis verbis
pliilosopliatur : ' Oinncs cuni secunde rea sunt ma- xime nieditari secum
oportet quo pacto adversam fortunam ferant, pe- ricnla exilin dainna '.
Etscquitur: ' Percgre redieris semper cogites aut fìlli peccatum aut uxoria
mortem aut morbum filie: communìa esse hec et fieri posse ut ne quid animo sit
no- vum quidque preter spein evenerit, omne ìd deputare in lucro'. Super quo
Donatua in Commentario: ' bona, iuquit, sententia: nionet tuin maxime aapienti
metuendum, quo tempore maxime securus est stultus \'-*> Eun. Ili 2, 18
'usque' addituin est, ut longinquitas monstraretur... Ex Aethiopia est usque
haec ostendit quid sit ex Aetliiopia, addendo ' us- que', ut ex longinquitate
dignitas muneris pouderetur. Phor. II 1,11. Et bona sententia: tuni maxime
aapienti mctucndnni, quo tempore maxime securus est stultus. Una poraione,
purtroppo un'ausa! piccola porzione, del com- mento trovato dal Clcmangis si
conserva nel codice Ambros. L 53 sup.^' Il codice e di mano francese del
principio del se- colo XV e appartenne al Pizolpasso, il quale negli anni
1420-22 fu vescovo di Dax e se lo portò seco al ritorno di Francia in Italia:
questo giova a stabilire che fu copiato nel primo ven- tennio del secolo. Ma
cbi lo scrisse non era un amanuense di professione, sibbene un dotto, che
compilò per proprio uso uno zibaldone classico-umauistico. 11 codice infatti
contiene estratti ■« Episl. V p. 25-26. "" Epiai. LVII p. 159. '«>
Epist. LXXX p. 242. i" Scoperte 120-121. cap. Il) NICOLA DI CLEMANGIS 87
dalle chiose di Nicola Trivelli alle tragedie di Seneca, estratti dalle Variae
di Cassiodoro, dal De re milit. di Vegezio, dal- Vexpositio Terentii medievale
e dal commento di Donato, più un passo della Nat. Ristor.^ di Plinio, inoltre
lo ps. Seneca Be remediis fortuitoriim, la Catilinaria e la Giugurtina di
Sallustio e la vita petrarchesca di Terenzio. Sull'interno dei due cartoni
stanno frammenti di una composizione medievale in distici. Perciò il compilatore
disponeva dì un buon numero di testi e doveva essere in intimi rapporti col
Clémaugis. * * * Qui finisce la nostra rassegna del rinascimento classico
francese : rassegna la quale dimostra, vogliamo sperare, che la Francia ebbe
germi propri di una cultura nuova. Quei germi furono fecondati nel contatto con
gli italiani che anda- vano in Francia mossi da ragioni di studio e più che
altro attratti dalla presenza della curia pontificia in Avignone ; e fecondati
e sviluppati produssero rigogliosi frutti per opera massimamente del Montreuil
e del Clémangis: i due sommi campioni dell' umanismo francese, che possono
sostenere il con- fronto di qualsiasi umanista italiano. E in quei due io rav-
viso i rappresentanti di due indirizzi diversi. Il Montreuil di- pende in
principio dagli italiani, pur avendoli in processo di tempo emulati e in certi
rispetti superati. Il Clémangis, auto- didacta, spirito solitario e sdegnoso
dell'aiuto altrui, batté vie proprie, ricollegandosi al suo connazionale Geroud
d'Abbeville e iniziando un movimento umanistico francese indipendente, vuoi
nella cura delia forma vuoi nella ricerca dei codici. Pur- troppo l'opera sua
geniale fu dalle turbolenze civili bruscamente e miseramente travolta e
troncata; talché quando la Francia, un secolo dopo, volle rientrare nella via
dell'umanismo, do- vette ricalcare le tracce degli italiani. "• f. 99» Plinius. Itaque
hercle Itnpunitas summa est {N. H. XXIX 17-18). CAPITOLO III Italia. Verona. Verona possedeva nel Capitolo del duomo una delle più
ricche e preziose biblioteche medievali. Ad essa aveva lar- p;amente attinto
nel secolo ix il vescovo Katerio, che vi lesse Catullo e gli epistolari di
Cicerone (ad Atl.) e di Plinio il p;iovine;^ ma in maggior misura vi attinseio
i veronesi nella prima metà del secolo xiv, quando stava per sorgere il rinno-
vamento classico. Di Guglielmo da Pastrengo, il pili illustre, ho già discorso
a lungo ; * su altri tre, degni di particolar men- zione, m'intratterrò qui: il
mansionario della cattedrale Gio- vanni de Matociis, l'anonimo florilegista e
Piero di Dante. Il mansionario Giovanni , morto nel dicembre del 1337, compose
tra il 130G e il 1320 la Historia imperialis, una va- sta cronaca che va da
Augusto a Carlo Magno, per la quale ebbe a consultare molte scritture sacre e
profane. Per la sua professione religiosa era naturale che gli fossero
familiari gli scrittori cristiani e perciò troviamo frequenti citazioni da Gi-
rolamo, * Ambrogio, Agostino, Gregorio Magno, Boezio, Pela- gio {super
epistolas Pauli), Giovanni il Qrisostomo (Epistolae), ' Cfr. K. Lohraayer in
Rìieinisch. Mus. UVIII, 1903, 471. « Scopate 4-20. ' A. Avena Guglielmo da
Pastrengo e gliinUi dell'umanesimo in Ve- rona, Verona 1907 (estratto dagli
Atti dell'Accademia d'agr. sciente lett. di Verona IV, VII 1906), 34-49. Do i
risultati dell'Avena, richiamando solo eccezionalmente le singole pagine. cap.
Ili) GIOVANNI DE MATOCIIS 89 Gregorio Nisseno {De anima). Cure speciali dedicò
agli opu- scoli di S. Zenone suo concittadino.' Non mancava di una certa
cultura letteraria e gli sono noti Prisciano maggiore e minore, le Etymologiae
di Isidoro e le Mitologiae di Fulgenzio; ma mostra poca dimestichezza coi poeti
; avrà senza dubbio letto p. e. Vergilio, Lucano, Stazio, ma cita solamente
Ovidio ^ (Fast, e Amor.). Invece ado- pera un discreto groppo di storici :
Livio, Svetonio, Giustino, Solino, Eutropio, il Ve viris illustribus (nella
redazione am- pliata) attribuito a Plinio il giovine,^ Orosio, Cassiodoro, Eu-
sebio, Kufino e le famose collezioni degli Ada conciliorum, che formavano e
formano ancora uno dei più grandi tesori della Capitolare.''^ Ebbe tra le mani
Y Historia Angusta nel famoso codice, coni' io credo, ora Vatic. Palat. 899,
che veri- similmente vide nel Capitolo. Egli s'accorse, e forse per il primo,
del disordine che il testo presentava in alcune vite* o non è improbabile che o
dalla mano sna o di altro veronese provengano le note marginali del secolo xiv
che ristabiliscono in parte l'ordine della narrazione.^ Come tra gli autori
cristiani ebbe a cuore massimamente S. Zenone, cosi tra i pagani attrassero
soprattutto la sua at- tenzione i due Pliui. Quando scriveva VHistoria
impcrialis, ossia prima del 1320, egli conosceva indirettamente o almeno *
Avena id. 40. s Id. 38. (• 'icv'wK nKWAdnotatio de duohus l'iiniis: Fccit ctiam
Plinins... li- brimi viiornm illustiiiini a Proca rege Albaiioriiin iisque ad
Cleopatrani in nonagìnta octo capitulis, secuiulum ipsornni viroriini numeruni,
in quo vitas ipsorum et merita mirabili et aperta brevit.ite describit (Merrill
p. 188, Ci- polla p. 762). La notizia è importante. I.a redazione comune
comprende 77 vite e finisce con Pompeo ; la redazione integra, tramandataci da
due soli codici (il Bruxell. 9755-63 e l'Oxon. Canon, mise. lat. 131, Scoperte
186), comprende 86 vite e termina, come il codice del mansionario, con Cleopa-
tra. La dìfterenza nel numero delle vite dipenderà da un diverso modo di
contare i personaggi descritti. Cfr. S. Aurelii Victoris Liber de Caesari- bus
ecc., ree. P. Pichlmayr, Mpsiae 1911, p. XIII. ' Avena 45. Cfr. sopra pag. 33.
*< Trovò ' valde corruptam et confusam ' la vita di Alessandro Severo e
'valde confusam et discordem ' quella di Gallieno (Avena 35). ^ P. de Nolliac
Pétrarque et l'huinanisme li 50. 90 VERONA (cap. IH assai poco i due autori,
che confondeva come fece costante- mente il medio evo in una persona sola, sui
quali dava una notizia desunta da una cronaca (ut in quadam ystoria le^itur).
Pili tardi esaminando il cenno biografico di Svetonio premesso alla Natur.
Histor. del vecchio Plinio e l'epistolario di Plinio il giovine, fu posto in
grado di distinguere nettamente le due persone e di procacciarsi su ciascuna
informazioni più precise. 11 testo dell'epistolario venne da lui certamente
trovato nella Capitolare ed era quello l'archetipo della famiglia chiamata dai
critici degli otto libri. Egli dettò in quell'occasione una dissertazioncella
col titolo Brevis adnotatio de duobtis Pliniis Veronensibiis ex tnultis hic collecta,
che premise verisimil- mcnte all'archetipo capitolare e che di là fu poi
ricopiata quando isolatamente quando in testa alle epistole. Il mansio- nario
corresse gli errori vecchi sui due Plini, ma ne introdusse lino nuovo, che
fossero cioè entrambi veronesi.^' Il FLOBILEGISTA DEL 1329 Il codice CLXVIII
(155) della Capitolare di Verona reca all'ultimo (f. 27) questa sottoscrizione
: ' Expliciunt Flores mo- ralium atoritatum maxime Utilitatis et honoris sub
brevi Inter- vallo conditi per me (seguono sei punti disposti a stella e un'V).
In hoc lassum opere laborando. Sub anno xpisti Imperantis, mil- lesimo, bis
centum lunctis centumque triginta, minua uno'.' '0 La Brevis a(lnotalio fu
recentemente ripubblicata da C. Cipolla in Miscellanea Ceriani, Milano 1910,
758-63 e da E. Truesdell Merrill in Clas- sical Philology V, 1910,186-188. Ivi
il mansionario cita tra le opere di Plinio il giovine due titoli, che non so
donde abbia desunti : De institutione ar- tium liberalium libros septem; De
tripartitione orbis librossex. 11 Merrill si studia di dimostrare che il
mansionario conosceva l'epistolario anche quando componeva V Hislor. imper.
(ib. 177-181); ma le sue ragioni non sono adatte a persuadere interamente. Sul
cod. Capitolare dell'epistolario clr. anche K. Lohmayer in Hhein. Museum
T,VI11, 1901, 467-471. Che il man- sionario sia stato il primo ad assegnare a
Verona i due Plini, è affermato dal Della Torre Rezzonico Disquù-iiliones
l'iinianae I 4. ' La sottoscrizione fu pubblicata più volte (dal Detlefscn in
Jahrbii- cher far class. Philol. 1863 p. 552, da W. Meyer Die Sammlungen der
Spruchverse des Publilius Syrus, Leipzig 1877, 66, da A. Avena op. cit. 80),
cap. HI) IL, FLORILEGISTA DEL 1329 91 Sbrogliato dalle pastoie della forma esce
fuori netto il 1329 quale anno della compilazione; ma il nome del compilatore
rimarrà forse per sempre celato sotto quei sei punti disposti a stella e sotto
la sigla ' V '. Rassegniamoci pertanto a ignorare l'autore e occupiamoci
dell'opera. Cominceremo dall'accennare gli estratti dagli autori greci
tradotti. Di Platone conosce il Timaeus, tradotto e commen- tato da Calcidio;^
di Aristotile, sedici opere, ^ tra cui gli Oeconomica, traslatati da poco (nel
1294). ^ Ha alla mano le Antiquitates, De bello iud. e Cantra Apionem di
Giuseppe Flavio,^ Egesippo, •* Giovanni il Crisostomo super epistola ad
Hebraeos,'' VEcclesiast. historìa di Eusebio con la continua- zione di Rufino,*
le Sentenze di Sisto,^ Esopo nella parafrasi metrica di Romolo,^" le
Exhortationes ad Demonicum di Iso- crate. ^1 II libro del Burlaeus De vita et
moribus^hilosopho- rum non era ancor giunto a Verona o meglio non era ancora
stato pubblicato, sicché il nostro florilegista non da esso at- tinge le
massime dei filosofi, ma dalla fonte comune,!"^ che s'è perduta (cf. sopra
p. 41). m.i (la nessuno parmi esattamente. Il codice presumibilmente dalla casa
dell'autore passò presso i Del Monte, uno dei quali ci segnò la nascita di
sette suoi figlioli; la primogenita nacque nel 1488. Solo più tardi sarà en-
trato nella biblioteca della Cattedrale. L'opera comprende tre libri, suddi-
visi in capitoli. 2 f. 3, 7, 13v Plato in Intlraeo, 14v Plato in Tymeo; f.
S^Calcideus super Timeo ecc. Non gli erano noti il Meuone e il Fedone tradotti
dall'Aristippo. ' Avena op. cit. p. 42. * {. 15 Aristotiles in ycono(micis). s
f. 3, 10', 17 ecc. 8 f. 1" ecc. ' f. IV . 8 f. IOt , 12 ecc. " f. 12v Sistns
philosopliHS : ' etiam in mìnimis caute age '. "' f. 6v . " f. 6
(I)socrates libro exhortationum : ' i'idelis esto diis non tantum ymolans sed
in iureiuraudo perseverans; illud .enim iuditium""operum est, lioc
vero probitatis signuin ' ; f. I5v (I)socrates: ' Consiliare diutius, eflice
vero consiliata velocins. Sic autem ad penìtus consiliandum incitaberis, si
calamitates provenientes ex consilii carenila prospexerìs ; nam et sanitatis
servande magis sumus seduti cum n\iseri8 langores animadvertimus '. '2 Coincidono col Burlaeus p. e. le seguenti : f. 1»
Solon : ' deos lionora ' (Buri. p. 18); f. 14^ Talcs milesius : ' velocissimum
entium est intellectus, 92 VERONA ,,p „j) Troviamo frequentemente nominato
losep in 1", in 2°, in 3° Ylliados, '^ che non è autore antico : si tratta
del poeta in- glese losepii Iscaiins del aec. xii, che ridusse in versi la
prosa di Darete De excidio Troiae. " Numerose e importanti sono le
citazioni dai poeti latini. Di Plauto non ha letto nessuna commedia, eccettuato
il Que- rolus, che è una riduzione posteriore dell'^lM/w^ana; ''■ ma in
compenso sovrabbonda negli estratti da tutte le comme- die di Terenzio.!"
Adopeia tutto Vergilio (meno V Appendix), tutto Orazio,!" tutto Ovidio,
'^^ Lucano, i due poemi di Sta- zio, Giovenale,!^ i Disticka di Catone. ^^ Gli
è noto Mar- ziale, ^i poco divulgato nel medio evo. Cosi reca molti passi da
Claudiano, fornitigli isAVopus maius,^'^ il che potrebbe signifi- passim otenim
curri t ' (Buri. p. 10); f. 10 Cleobolus: 'dilìge scientiani, ignorantiam fiige
' (Buri. p. 42); f. 15 Socrate» : ' velox consiliuiii scqiilfur pcnitentia'
(Buri. p. 126); f. 24 Plato : ' non liabites terram in qua sniiiptiis lucruui
cxuperant et in qua mali prevalont bonis et ubi pluriinum.dcniini luentiuutur '
(Buri. p. 2241. Mancano al Burlaeas queste altre dne : f. 24 Teo- critus : '
veritas brevis est, ineDdatinm longuni ' ; f. 25» MeneTranes (Meno- plianes?):
'cuui illi quidam diceret : ille illius amicus est, cur ergo, inquit, ilio
divite ille pauper est? amicus non est qui fortune particeps non est ', le
quali ritornano in Caecilii Balbi De nugis phiìosophorum p. 24 e 29 (dal cod.
Monac. lat. 6292 del sec. x). Di questa di Demostene, f. 19» Dc- iiiostenes : '
Icx est cui omnes liomines decet obedire propter multa et va- ria et maxime
quia omnia lex est iuventio et donum dei; dogma autem omnium sapientuni,
cohercio delictorum voluntarioi-um et involuutariorum, secundum quam decet
vivere qui in civitate sunt ', non ho rinvenuto men- ziono altrove. Sulla
questione cfr. Wolfllin in Archiv fiir ìatein. Lexikogr. XV, 1908, 569-74. '•■'
f. 1, 3v, 4, 6v, 7 ecc. •• Vedi l'edizione di Darete, FJpsiae 1873 (Mcister) p.
XVlll-XX e M. Ma- nitius in Mitteilunf/en der Gcsellsch. filr deutsche
Ereiehung und Schul- gesch., XVI, 1906, 2.-)0. '3 Citata sempre col titolo
Plautus in Auluìaria. "> Avena op. cit. 41. »" Id. 38. IX Id. 39. '" Id.
40. 2" Id. 39. " f. 1» Marcialis coqus (Mart. Vili 24, 3-6). Ma più spes-so clie il Mar- ziale antico, è citato il
suo imitatore inglese Godfrey di Wince8ter(m. 1107), autore di un Liber
proverbiorum, Avena 40. ^ I richiami sou fatti con uu numero progressivo :
Claadianus in primo cap. Ili) IL PLORILEGISTA DEL 1329 93 care che non gli
fosse sfuggito nemmeno l'opus minus o De rapiti Pros. Compariscono poi nei
Flores poeti rimasti fino allora sco- nosciuti. Le sentenze di Publilio Siro
non furono interamente ignorate dal medio evo, che le trovava nelle sillogi
spesso ano- nime dei proverbi, ma il nostro veronese potè attingere a una
raccolta più ampia, poiché sedici delle sentenze da lui tra- scritte non
occorrono in altre fonti. ^' Da poco era tornato alla luce Catullo : e il
nostro florilegista è uno dei primi a ci- tarlo.^^ Nuovo era parimente Tibullo,
da cui egli deriva tre passi.-^ E affatto nuovi due tardivi poeti cristiani,
l'uno Bloso Draconzio, dalla cui Jlomulea trae quattro frammenti,^'' l'altro
Creseonio Corippo, alla cui lohannis attinge nove citazioni.^' E siamo ai
prosatori latini. Ecco intanto un manipolo di storici: Giulio Cesare, appellato
col suo nome^^ e non con Maioris (f. 1", 2, 17») = In Ruf. 1 21-23; 86-S7
; 215-19; Clandianns in 2 Cf. 20) = In Buf. II 230; Claudianus in 4 (f. 4) =
J)e IV cons. Iloti. 220- 27; Claudianus in V (f. 4», 16») = Panegyr. Manìii
Theod. 1-8; 189-97; Claudius iu sexto (f. 6v) = De bello Goth. 72-73;
Claudianus in VIIl(f. lOv, 12V) = In Eutrop. li 5-6; 7-8; Claudianus in malori
libro IO (f. 16») = De prim. cons. Stil. II 103-105. Questa distribuzione non
coincide con nessuna di quelle stabilite dal Birt nella sua edizione (Monum,
Germ.hist., Auct. antiquiss. X) p. CXXIX-CX.\XIII. 23 W. Meyer op. cit. 48-49,
61-66, dove sono dati molti estratti del cod. Veronese. 2< f. IQv Catullus
ad Varum (XXK 19-21). 25 f. 1 Tibulus in libro de felicitate pauperis vite: '
Ne tibi cell>indì spes 8it peccare paranti Kst deus ocnltos qui vetat esse
dolos. Ipse deos sonino domitos emittere voceni Cogit et invi (sic) fata
tegenda loqui ' (I 9, 23-24; 27-28); f. 24 Tibulus: ' Nec iurare time ; Veneris
periuria venti Irrita per terras et lon^a fri!ta ferunt ' I 4, 21-22); Idem: '
Ha niiser et siquis primo periuria celiat Sera tamen tacitis pena venit pedibus
' (I 9,3-4). Credo che non da nn florilegio, ma da un testo intiero egli
copiasse; almeno ne- gli Excerpta parigini (Rhein. Mus. XXV, 1870, :381-392)
manca il passo I 4, 21-22 da lui recato. Cfr. Scoperte 22. 2c Scoperte 2.
-" Della lohannis s'è .salvato un solo codice, il Trivulziano 686, che è
diverso dal Veronese, il quale non divideva la materia in otto libri, ma in
sette; anche nelle lezioni c'erano differenze, cfr. 0. Lòwe in Rhein. Mus.
XX.KIV, 1879, 138-140, dove son pubblicati tutti i nove estratti dei Flores. 28
f. 15» lulius Cesar libro IMI de bello Gallico; f. 16 lulius Cesar in primo do
civilli bello. 94 VERONA cap. Ili) quello di Giulio Celso; Sallustio;*"
Livio ;^" Valerio Massimo,^' Curzio Rufo col titolo di Alexandreis,'^^
PJutropio nella reda- zione di Paolo Diacono,''^ V Ilistoria Augusta,^^
Orosio^^ e Dieti con la denominazione di Yiias?^ Fra gli altri jnosatori
accanto ai più comuni, quali i due Seneca,^^ Apuleio,^' Frontino, Vefi^ezio,^''
Macrobio ^" {Safur. e Somn.), il Digestum,^^ ci si presentano alcuni meno
di- vulgati: Varrone Ber. rust.''^ con le Sentenliae ps. varro- 29 f. iSv
SaUistius in Catilinario; f. 4 Salustìus de lugiirtino bello: e cosi sempre; f.
9v Saliistiu.s libro de lugiirtino bello (3, 3) ha la lezione ' summe demciitie
est ' ignota ai eodici, clie danno ' extremae '. 3" Le tre deche sono
citate col numero progressivo dei libri, p. e. f. lOv Titns Livius libro XXX: '
preterita magis reprehendi poesunt qnam corrigi ' (XXX 30, 7). 3' Avena 34. 32
f. 1 Quintus Ciircius in V Alexandreidos, f. 9» Curtius Ruffus in Vili
Alexandreidos ecc. " f. 5 Paulus dyaconus in Istoria Romanorum. 3< f.
3» Flavius Vopiscus in vita Aureliani : ' Neque enim prius qnam aliquando ad
sumam rerum pervenit qui non a prima etate gradibus vir- tutis ascenderli' (II
p. 145 Peter); f. 5v Flaviiis Vopiscus in vita Firmi, Sa- turnini etc. (sic): '
Francis familiare est ridendo fldem frangere ' (II p. 212); f. II Vulcacius
Galli(canus) in vita Avidii Cassii imperanfis: ' Ncque enim milites regi
possunt nisi vetere disciplina' (I p. 81-82); f. 13 lulius Ca- pitolinus in
vita Anthonini : ' Permitte illi ut homo sit ncque ei vel phy- losopliia vel
imperium tollit affecttis ' (1 p. 41); f. 16v luIius Capitolinus: ' Kquius est
ut ego M. Anthonins tot talium amicorum consilium seqnar quam tot tales amici
meam unius voluntatem sequantur ' (I p. 62); f. 18 Elius Spartianns in vita
Peseni tyranni : ' ludex nec dare debct nec acci- pere ' (I p. 149). Il
florilegisfa studiò VHist. Aug. sul ramoso codice, allora Veronese, ora Vatic.
Palat. 899. 35 Avena 48. 30 f. 8 ecc. Ditis libro 2 yllados. 37 Del padre
conosce le cosiddette Declamationes, del figlio i Dialoffi, il De eleni., i\ De
bene/., le Natur. Q., le /'.'pist., le Trag., Avena 3G; Inol- tre le opere
spurie De moribus f. 26, De quatuor virtutibus f. 8v, il liher Pfoverbiorum (.
Iv, 3', 5» ecc.; il lÀber VII arcium f. 2, 8>', 12», non è che VEpist. 88.
s« Metani, (o Asinus com'egli lo chiama), De deo Socr., Florid., Avena 37. 39
Avena 38. <» Avena 33, 37. <i f. Iv, ecc. *i f. Iv Marchus Varrò libro
primo Kusticorum : ' Qnoniam ut aiunt dei faclentes adiuvant, prius invocabo
cos ' (I 1, 4) ; f. 2 Varo in prinvo Rosti- cap. Ili) IL FLORILEGISTA DEL 1329
95 Diane, ""^ Petronio, ^^ Plinio il vecchio,'^ Plinio il giovine,""'
Quintiliano Instit. oratS' con le Causae o Declamationes ps. quintilianee^^ e
Gellio.''^ Kesta Cicerone, di cui sfogliò molte opere. Delle rettoriche il De
inventione^ e il De orat?^ (mutilo). Delle filosofiche un numero cospicuo,
tutte forse in un sol volume : il Be off.,^^ il De nat. dcor.,^'^ le Tuscul.,^^
il I)e divin.,^'" il De leg.->^ il Be fin.,^'' il Be sen.,^ il Be
amic.,^^ i Parad.,'^ il Somn. Scip.^^ carum rerum : ' Nobia enim ad
agrìcultiiram dedìt natura experientìam et imitationem ' (I 18) ; f. 8» Marcus
Varo in secundo rerum rusticarum : ' Nenio enim omnia seire poteat ' (II 1, 2).
<•' GÌ! estratti veronesi sono stati per la prima volta adoperati nella
recente edizione di P. Germanu Die sogenannten Sententiae Varronis, Pa- derborn
1910, 26. ** f. 8 Petronins : ' Raram facit mixturam cum sapientia forma ' (e.
94); f. 27 Petronins : ' Cum fortuna manet vultum servatis amici, Cum cecidit,
turpi vertitis ora fuga ' (e. 80). ■•^ f. 2 Plinius libro 8 Naturalis ystorie;
7 Plinius in XI Naturalis ygto- rie ecc. w Gli estratti dall'epistolario furono
pubblicati integralmente da E. Truesdell Merrill in Classical Phiìoìogy V,
1910, 183-186. *' f. 11 Quintillianus libro de oratoriis institntionibus : 'Si
studiis sco- las prodesse, moribus autem nocere constaret, pocior mihi ratio
vivendi honeste quam vel optinie dicendi videretur ' (I 2, 3). ** Avena 36.
<' 1,0 cita sempre nella seconda parte : f. 13v Agellius libro Noctium
atticarum = XIX i con la lezione spurcicius del cod. Q; f. 6v Marcus Cato
ccnsorius = XIII 18, 1 con la lez. agunt ài Q; t. 13v Affranius libro to
gatorum = XIII 8, 4-5; f. 14v Paeuvins = XIV 1, 34; f. 24 Publius Nigìdius = XI
11. Lo nomina, come si vede, direttamente una sola volta. •* f. 8v Tulius in
primo prime retliorice ecc. ^' f. 19 Tulius in primo de oratore : ' Plura enim
multo iudicant Iiomi- nes odio amore aut cupiditate aut iracnndia '... (II
178). Forse al De orai. andava connes.so il frammento dell'Orator. Cita pure la
Rhet ad Her., f. 7v Tulius in 3 secunde rcthorice ecc. ^ f. ìRy, 17v, ifv^ 23»
eco. ; traeva da nn codice della classe Z. ^' f 1, 4 ecc. 5' f. IV ecc. !'5 f.
3, lOv ecc. 56 f. 3v, 16, 23. ^'' f. 9 ecc. 5» f. 2 ecc. ^' f. 4 ecc. «<• f.
2v, 4 ecc. " f. Iv Tulius in VI de republica. 96 VERONA (cap. ili e gli
Academ. posieriora,'^^ il cui testo era allora rarissimo. Un discreto gruppo di
orazioni : p. 3farcello,'^^ p. Deiotaro,'^^ De resp. harusp.,^^ p. Balbo,^'^ p.
Sestio^^ e le Fhilipp.'^^ Le due orazioni p. Balbo e p. Sestio rimasero ignote
al Petrarca. Dell'orazione spuria prò se di solito intitolata pridie quam in
exilium irei, reca due l)revi saggi.®'' Nel florilegio compariscono inoltre due
passi delle lettere di Cicerone ad. Br.: ed è questa la prima volta che dopo
pa- recchi secoli d'oblio risorge dalla biblioteca del Capitolo ve- ronese la
silloge epistolare ad Att., alla quale andavano con- giunte le due sillogi
minori ad Br. e ad Q. fr.''^ Per ultimo ricorderò i principali autori cristiani
adoperati dal fiorijegista : Cipriano,'''' Lattanzio, Girolamo, Ambrogio, •s f.
12" Tuliu» libro de Aehadeniicis: ' Inepte quid (qnisquis codd.) Minervam
docet ' (Acad. post. I 18). <'3 f. 10, 22 Tulius prò Marco Marcello.
<>' f. 19 Tulius prò divinatore (sic): ' Nemo fere est qui su! peri- culi
ìudex non sibi se equioreni quam reo prebeat ' (p. Deiot. 4). Le tre Cesariane
andavano di solito insieme, sicché avrà veduto anche la p. Ligario. <^ f. 7v
Tulius de responsione aurus)>ieum. •^ f. 5 Tulius prò Cornelio Balbo: ' Est
lice scculi inaliti» (macnla COdd.) qnedam atque labes virtuti velie inviderò
ipsumqne florcm dignitatis in- fringerc ' (§ 1")). ''^ f. 7 Tulius in
oiatione prò Seftio: ' Multorum animus viso (voltu codd.), flagitia parietibus
te tejfuntur (tegebantur codd.) sed hoc obstrnctio nec diuturna est nee obducta
ut curiosis (curiosis om. codd.) oculis per- spici non possi t ' (§ 22). <«
f. 3, :tv, 4v, 8, 8v, l.'iv ecc. ; il libro XIV è citato come XllI, f. 4» Tn-
lins XIII Philipen(si): 'Ut enim cursn cursus fìt, sic in viris fortibns virtus
virtnte superatur ' (XIV 18), perché il suo codice era lacunoso tra il libro V
e il VI. c;i f 4v 'rnlliis in qiiadam oratione prò se: 'Si dnlcis est gloria
consc- quere virtiitem, noli labonmi oblcere ' (e. MI); f. 19v Tulins in
qnadani oratioiK^ : ' Neiiio tani facinorosa iiiventus est vita, ut non taiM(Mi
iudicium prius seufentiis convinceretur quam snpplicio a<liceretur ' (e.
VII). "" f. 'J.'iv Tulius in quadaui epistola ad Brutum : ' NichiI
enim minns homiiiis videtur, quam non rcspondcre in amore liiis a quibus
provocere ' (I.K 6, 1 Sjó^ren) ; f. 10 Cicero libro :! epistolarum ad Brutum :
' Vieit amen- tia levissimi hominis nostrani prudentiam ' (IX 2:),!)). .Snll'
iinportaiiza della designazione numerica liirro ;i cfr. 0. K. Sthmidt in
Abhandì. der konigì. Siichsisch.
Geseìlsrh. der WissensrJi. x, 1887, 278-79. ^' f. 5, lOv De mortalilate; f. 12
Ad virginet; (. 17 De eccles. unitale; f. 10' De lapsis ; f. 23'" Ad
(.De)metnanuin. Clip, ni) ir. rr.oRiLKGtSTA del 1320 97 Agostino, iSidouio
Apollinare, Boezio, Ennodio, Cesario, Ilario di Poitiers, Isidoro,
Cassiodoro."'' Di Cassiodoro
cita anche l'opuscolo spurio De amicitiaP Piero di Dante Piero di Dante scrisse
il suo commento alla Commedia del padre' negli anni 1340-1341, com'egli stesso
avverte in più luogbi. Nel canto xx del Purgatorio: ' tertia (genealogia
Francorum regum) incipit a dicto Ugone et huc usque, scilicet in 1310, fuernnt
reges 19 ' ; nel vi del Paradiso: ' a nativitate Christi citra sunt 1340 '; nel
xvi : ' et nunc in 1340 ' e nel xxvi : ' a Cliristo hucusqne 1341 anni '. ^ Dal
xx del Purgatorio perciò al XVI del Paradiso stiamo sempre entro il limite del
1340; con gli ultimi canti del Paradiso entriamo nel 1341. Di qui sembra
ragionevole postulare un altr'anno almeno, il 1339, per l'Inferno e il
principio del Purgatorio: cosi assegneremo alla composizione dell'intero
commento tre anni: 1339-1341. Dante mori nel 1321 : ora considerando che ' iam
diu ' era stato Piero eccitato a illustrare l'opera paterna ^ e che egli 'din '
se ne schermi, * pos8Ìamo con fondamento supporre che ab- bia posto mano ai
lavori preparatorii sin dal 1335. In quel tempo abitava a Verona, dove fermò
stabile dimora dal 1332 al 1347."' '■'■ Ver tutti cfr. Avena 44-r,0.
"•' f. a'iv, 26. Un beli 'esemplare di quest'opuscolo è nel cod. Universit.
di Bologna ISòO, iiieinbr. sec. xiv f. 14. 1 l'etri Alleglicrii Super Datiti^
Comoediam cominentarium cur. V. Nan- nucci, Florentiae 1845. Piero compose una
seconda (e forse una terza) re- dazione (lei commento, la qnale è certamente
posteriore al 1348. Ma per le stampe è «.scita solo la prima e a ((uesta noi ci
atteniamo. Del resto l'au- tore segue in entrambe lo stesso metodo. Sulla nuova
redazione vedi L. Kocca Di alcuni commenti della dioina Comuedia, Firenze,
Sansoni, 1891 399-42Ó. ' ^ Rocca op. cit. .3".0-.">l. •'
Commentar, p. 1. * ib. p. 2. ^ Giornale Dantesco XIV 203; XVI 204: A. Spagnolo
in Alti e memo- rie dell'Accademia d'aijric. se. e lett. di Verona 19UÒ-06, IV,
vi p. 91. R. Sabbadi.si. Le scoperte dei codici, 7 98 VERONA cap. Ili) Piero
era giurista : ' purus pusilliisque iurista ' si cliiaiiia egli stesso® e ce
n'accorgiamo dalle citazioni del Digesto" e dai continui richiami ai
Decreta di Graziano; ^ ma coltivava anche gli studi grammaticali. Tiene infatti
in pronto Donato^ e Prisciano;'" e all'occasione sa risolvere questioni
minute, come sulla punteggiatura; " manifesta poi una passione sfre- nata
per le etimologie,^^ nelle quali ebbe a maestri Fulgenzio, Isidoro, Papia,
Uguccione, Pietro Comestore e altri. A trattati grammaticali attinge le definizioni
degli omonimi e dei si- nonimi.'^ Un commentatore del ' poema sacro ' doveva
essere ben munito di dottrina cristiana; e in questo riguardo Pietro non è
venuto meno al suo delicato ufficio. Egli adopera larga- li Commentar. 2. Sì
laureò in diritto a Bologna, probabilmente al prin- cipio del 1328, G. Livi in
lUvista delie biblioteche XVIU, 1907, 11. " Uommentar. p. 11 more Ulpiani
iurisconsulti, dìcentis: ' iuri operam datui'um prius nosse oportet unde nomen
iuris de-scendat ' (Digest I 1, 1). >* Gratianus in principio Deeretoriim p.
94, 277, 631 ecc., e più spesso Decreta, in Decretis p. 5, 240, 273 ecc. ° p.
637 Donatus magister Sancti Hieronymi, qui fecit Donalum in grammatica. '"
p. 406 a qua Graecia, testante Prisciano (praef. 1), omnia arsetdoc- trina
incepit. " p. 393 Nam in dictamine est triple» pnnetatio. Prima est comma
et est punetum < ciim > virgula suspensiva; secnnda dicitur colum et est
punctuni cum virgula et puncto ; tertia est periodus et est punetum plannm.
Verbi gratia in hoc esemplo: di sponens deus bumanuin gcnus de nia- nibus
cripere inimici , per angelnm magni consilii filium de virgine statuit
incarnari; qui sui sanguinis effusione nos ad optatam glorìam revocavit. Modo
habes in ista oratione omnes tres punctationcs. Comma est ibi: eripere de
manibus inimici; nam si ul- torius non procederet, animus auditoris remaneret
in suspense. Colum est ibi: statuit incarnari: nam licet ulterius non
scriberetur, animus au- ditoris posset quietar!, licet nltcrius scrìptor posset
loqui, ut ibi dum di- cit: revocavit; et ibi fit punetum qnietans scribentem et
andientem et dicitur periodus (Purg. xiv 6, dove Piero invece che accolo
leggeva a colo). '2 p. 5, 6, 7, 9, 10, 265, 274, 293, 322, 377, 406, 491, 493,
545 Apollo idest a polo, 556, 616, 629, 641, 686 ecc. '3 p. 115 Nequitiam ditis
bene purgai regia Ditis; 451 Prodigusest animi vitio retinenda profundens. Qui
retinet cupide quod rcs deposcit a va- rus. Largus qui sumptus facit ex ratione
libenter; 695 In bello socii, comites in calle feruntur, Ofliciura collega
facit diacusquc sodalem. cap. IH) PIERO DI DANTE i>9 mente il vecchio e il
nuovo Testamento,'^ i quattro grandi luminari della chiesa Girolamo, ^^
Ambrogio, Agostino, Gre- gorio Magno, poi Boezio, Cassiodoro, Isidoro,'"
senza dire di S. Tommaso e dej?li altri medievali. Di quegli autori cono- sce
molte opere, certo le principali, direttamente, ma molte gli son note
indirettamente dal Becretiim di Graziano. ^' Cosi credo tragga da Graziano in
buona parte le citazioni dai padri greci : Dionigi l'Areopagita, Origene,
Atanasio, Basilio, Gio- vanni il Grisostomo, Giovanni Damasceno; ^^ come al^ri
au- tori, p, e. Metodio, Strabo^'-' e simili gli derivano da Pietro Comestore,
che egli chiama, secondo la consuetudine di quei tempi, 'magister in historiis'^"
e che è una delle sue fonti precipue. Dei greci profani conosce il Timaeus^^ di
Platone e le An- tiquitatcs iudaicae ^^ di Giuseppe Flavio nelle traduzioni an-
tiche ; nelle traduzioni medievali conosce le Exhortationes ad '* Pare clie
adoperasse per la Bibbia un testo diverso dal volpato. P. e. pa?. 270 Paiilus
{ad Corinth. 1 5, 5) ' tradidi biiiusniodi hominem sata- nae in interitnm
earnis ' (la volgata omette hominem, cfr. Sabatier lii- blior. sacr. lat. vers.
antiq. Ili 670) ; p. 374 Sapientiae V (§ 8) : ' Qnid nobis profnit scientia ant
qnid deliciae contulerunt? (la volgata: 'quid nobis profnit superbia, aut
divitiarum iactantla qnid contulit nobis? Sabatier li 398); p. 390 ' Douiinus
ait Kliae : quoniani Acliab reveritus est faeieni ineani ' (lieg. Ili 21, 29;
la vulgata: quia igitnr linmiliatns est mei causa ', Sabatier I 591); p. 732
leremias 31 (§ 21): ' novum faeiet doniinus super terrani post partuni ' (la
volgata: ' quia creavit dominus novum super ter- rain feraina circnmdabit vìrnm
', Sabatier li 698). Ma potrebbe anche essere in causa la sua abituale
negligenza ne! citare. '' p. 87 Hieronymus vero in libro centra loviniannm
dicit qnod Dido casta perniansit et se occidit propter amoroni castum, eo quod
larbas re.'c Libyae eam tauien volebat in coniugem. La questione della castità
di Di- done era stata posta ancora prima da Benzo Alessandrino. "> Le
Etymolog. sono molto citate, p. 6, 8, 10, 33, 2:f7, 023 ecc. 1^ Hieronymus in
Docretis p. 474, 518, 669; Augustinus recitatus in De- cretis 259, 285, 474;
(Iregorius in Decretis 14, 2S0, 330; Cassiodorus recita- tus in Decretis 518,
G73 ; Isidorus recitatus in Decretis 485, 518. '■^ p. 572, 602, 623, 681, 714,
720; 242; 697; 83; 91, 309, 362, 669, 689; 83, 345, 602, 717, 724. >' p.
174, 490 ecc. 2" p. 148 Magister vero in historiis scholasticis ecc. 2' p.
565 Plato in Timaeo; 567 Plato in Tiniaeo. *2 p. 689 loseplius in libro 2°
Antiquitatum ecc. 100 VERONA (cap. Ili Denionicum di Isocrate,'*' il
Centiloquium e V Almagestum di Tolomeo*' e ps<reccbie opere di Aristotile,
quali VEth., la Polit., la Metaphys., la Phys., la Meteor , il T)e anima, il De
bona fort., il De caelo ci m., il De animai., il De general, ani- mal., il Peri
hermen., il De vegetai)., gli Elench., e i Poster, nnalgt. ^^ Venendo ai
classici latini, il jìoeta che ricorre più spesso è, come ognuno si può
aspettare, Vergiiio, di cui però non rammenta le poesie (leìVAppendix. Segue
per frequenza di ri- chiami Ovidio, con prevalenza delle Metam.;^^ ma anche gli
altri libri sono adoperati : gli Amores, le Heroides o com'egli le cliiama
Epistolae, VA. A., il Remed., ì Fasti, i Trist., e Vex P.,^ non escluso il De
vetula;^'' della cui autcnticitìi sem- bra non dubiti. Molto citati sono pure
Lucano e Stazio. Lu- cano è sempre, secondo l'antica definizione, il ' poeta
histo- ricus '. -* Di Stazio ha alla mano tanto la Theb. ^ quanto VAchill.
Quest'ultima Piero, non altrimenti che suo padre, ri- putava incompiuta: '
defecit (Statius) in morte antequam coni- pleret librum Achilleidos *. ^' 23 p.
212 Per id qtiod srribit Socrntes (= Isocrate» § 15) dicens : ' qiiae facere
turpe est, ea nec dicere lionestiim puto ' (legpri pìita). Cfr. R. Sab- badiiiì
in Rendic. del r. Istit. Lomb. di se. e hit. XXXVill, 1905, C74 ss. " p.
81, 410,411,412,685. 25 p. 20, 99, 138, 241, 323, 349, 416 pliiIo.sopliu8 in 5»
ad Nicoinachum ; 261, 3(4, 422, 658; 314, 443 ; 372, 41 1 ; 416 : 21, 314, 371;
57; 295; 478; 472; 644 ab Aristotele in primo per^eminias, 705; 80; 408; 3, 79.
«i p. 11, 15, 87, 149, 255-257, 292-93 ecc. ^ 224; 87, 182, 191, 227, 238, 273,
500 ecc.; 89, 240, 610; 259, 360 (Re- med. 462), 546; 21, 77, 78, 256, 323;
234, 309; 72,519. 28 p. 101 licct Ovidiiis de vetiila dicat ; anche p. 175
Ovidius ait : ' Ven- tique et pluviae lunae sequitur mare niotum ' è nel De
vetula v. 1866 (lib. 111). «> p. 91. ■■'" p. 454. 3' p. 449. Coloro
clie la volevano compiuta, per dare al moncone l'ap- parenza di un poemetto
Anito, lo dividevano in cinque libri. l'in comune- mente veniva diviso in due,
di un'estensione quasi eguale : e cosi fa Piero, il cui testo inizia il secondo
libro dal v. 675; poiclié parlando del ricono- scimento d'Acliille tra le
ancelle di Licomede scrive p. 234; de quo Statius in secundo (in suo
erroneamente l'edizione) Achilleidos ait piene. 1 codici miffliori e le
edizioni critiche portano il libro I fino al v. 9G0. Cfr. R. Sab- badini in
Atene e Roma XII 26:i ss. cap. Ili) PIERO DI DANTE 101 Degli altri poeti gli è
noto Terenzio, ^^ di cui reca il passo sn Taide [Eun. \\l 1, 2), che Dante
desunse indirettamente da Cicerone (De amie. 98).^^ Fa Terenzio contemporaneo
di Scipione il maggiore,^' ripetendo l'errore di Orosio. Orazio per Dante era
il ' Satiro '; Piero oltre alle Satire, alle Epistole e all' J.. P.,^^ conosce
anche le Odi.^' Familiari gli sono i due satirici del- l'impero Persio e
Giovenale.^^Trae una citazione da Marziale," qualcuna dai Disticha di
Catone ;^^ e tre da Claudiano: dal De rapiu Proserp.,^'^ dal De IV cons.
Honor.^^ e dal Bell. Gild:^' Quanto riguarda i prosatori, nomineremo anzitutto
Cice- rone e Seneca. Le opere ciceroniane citate da Piero non sono molte: fra
le rettoriche il De inv.,'^'^ fra le filosofiche il De amic.,'^^ il De sen.,^^
le Tusc.,'^ il De off.f il De nat. deor:^^ "^ p. 10 ut Tercntius in siiis
comoediis fecìt. •■'■'' p. 193 illam Tliaidcm de qua ait Terentiiis in comoedìa
Illa sua qaae dicitur Eunucliiis. •" p. 456 Terentliim Cartliaginensem
poetam comicum, qui tempore prio- lis \fricani floruit. 35 p. 11 ; 83, 182,
387, 391 ; 5, IO, 7G. ■■!« p. 658 Hoi-atius in Odìs (II 10, f. 8). ^' p. 11,
4f,6; 11, 31. ■"* p. 568 Martialis: ' qui fingit sacros auro vel niarmore
vultns Non facit illii deca, qui rogat ille facit ' (VIII 24, 5-6) : se pure
non è indiretta. M p. 228, 322 iuxta illud : ' Conscius ipse sibì de se putat
omnia dici ' (Cat. I 7). I" p. 11 parlando delle discese all'inferno
ricorda anche quella descritta da Claudiano (De rap. Vros. II 306-360). "
unde Claudianns : ' procllvior usus in peiora datur ' (v. 262). '- p. 274
Claudianus : ' quamvis discrimine summo pioditor apporto! — comuiittere tali '
(I 262-65). Altre volte con Claudianus cita V Anticlau- dianus di Alano, p. e.
pag. 104 cfr. Alan. VIII 58 ss. — Notiamo una citazione indiretta da Lucrezio,
p. 220 Ad hoc etiam Lucretius (III 981 ss.) figurando ieciir Tityi vulturibus
in inferno esse datum laiiiandiim et lanìatum semper renasci, ex eo quod
Latonam de stupro interpellavit (da Servio Aen. VI 596 0 dal Poetarius di
Alberico, cfr. Classici auctores cur. A. Maio, III 189). '■' p. 369 ille
subtilissimus sculptor Policretus, de quo Tullius in .socundo Rhetoricae, cfr.
De inv. II 1-3, dove però non si parla di Policlcto scul- tore, ma di Zeus!
pittore; p. 689 cfr. De inv. Il 161. « p. 451. « p. 12, 263. « p. 22, 478, 673. *'' p.
180, 246, 296. « p. 456, cfr. De nat. d. 1 60. 102 VERONA (cap. Ili Le Epistole gli sono ignote, come pare anche le
orazioni.*' Di Seneca figlio conosce tutte le opere: le Tragedie,^ i Dia-
logi,^^ il De dem.,"^^ il De benef.^'^ le Epist.,^^ le Nat. QuaestJ'^ e
l'apocrifo De form. hon. vitac.'^ Ha alla sua portata un buon manipolo di
storici : Sal- lustio,'"^ Livio ^* col suo compeudiatore Floro''' e forse
le Periochae,^^ Valerio Massimo,"' Svetonio, ''^ Giustino,** il De viris
illustrihus da lui attribuito a Plinio, '^' Orosio, ^' Dicti e Darete.^"
Altri scrittori degni pure di menzione sono: Apuleio, ^'' Solino, ®* Marziano
Capella, '^^ Servio in ** Cita bensì un passo delle Filippiche, p. 458 cfr.
Plulip. IV 13, ma Io può arer trovato nello Specul. hisior. VI 20 di Vincenzo
Bellovacense. i» p. 10, 98, 103, 121, 151. 51 p. 296 Seneca ad Sereniiin,
cfr. De tratiq. an. 16, 1. 52 p. 150 Seneca ' ferina rabies "... cfr. De
elem. I 24, 3. Ki p. 79, 180. 51 p. 29, 41,
153. M p. 35, 635 i versi: ' Eunis ad anroram — madesclt ad Austro' sono di Se-
neca N. Q. V 16; ma dei due primi ' Jlitis ab occiduo Zepbyrus, ruit Eurus ab
ortii, Turbidus a plaustro Boreas, contrarins Auster' uou so indicare la fonte.
Sfi p. 3, 28, 296. 5^ p. 307. 5x p. 580 in prima decade 'l'iti Livii ; 221
praemittit de Caco centauro qui, ut recitat Tìtus Livius (I 7), occisu.s fuit
ab Hercule. N'am cum redirct de Hispania ipse Hercules, trinmpho habito de
Geryone rege ipsius, et cum magna praedaapplicuissetad locum ubi est hodie Roma
et dictus Cacus cssct in caverna quailam ubi est liodie ecclesia S. Sabinae...
(cfr. Jordan Topogra- phic der Stadt llom II 611 n. 2); p. 244 cfr. Liv. XXII
43 ss., XXIII 12. 6'' p. 583 secundum Flornm abbreviatorcm Titi Livii. * p. 334
Viridomarum ducem Oallorum in singulari bello snperavit, Perioch. XX, ma cfr.
anche Fior. 1 20, 5. '■1 p. 79-80 ecc. M p. 484-8.5, cfr. Suet. lui. 37, 49. «'
p. 246. 61 p. 663 ut ait l'iinius et Livius, ex parte Romanorum electi sunt
tres fratres Horatii, ex parte Albanorum tres alii tcrgemini fratres dicti Cu-
ratii..., cfr. De vir. ili. 4. 65 p. .56, 86, 170. 66 p. 88, 208, 233, 675.
6" p. 105 Lucius Apuleius ait: 'non Consilio prndenti 8cu remedio sa- gaci
divinae providentiae fatali» dispositio subvertl potcst ' {Metam. I XI). ^ p.
76 Solinns ipsum (Homcrum) esse natam de Smyrna civitate Phry- giae vatem
omnium nobilissirauni (40, 16); p. 628 is {Aslau.s) Arcadum pauperrimus erat...
(I, 127). 6'i p. 12, 558, 667. cap. Ili) PIERO DI DANTE 103 Verg.,""^
Macrobio Saturn.,^^ e in SomnP Incontriamo qualche citazione anche dalla Nat.
Hist. di Plinio, ^^ che Piero chiama veronese anziché comasco, consentendo con
la Brevis adno- tatio del mansionario. Rimarchevole questa notizia: '
Valerianus in 4° dicit, quod Antisthenes respondit cuidam dicenti sibi malum:
non curo quia robustior debet esse auditus quam lingua, cum una sit et aures
duae'."' L'aneddoto è riportato anche da Giovanni di Salisbury : '^ •
Antitanes quoque cuidam di- centi: maledixit tibi ille. Non michi, inquit, sed
illi qui in se quod ille culpat agnoscit. Sed etsi michi maledicere curet, non
curo, quia auditus lingua debet esse robustior, cum singulis hominibus linguae
sint singulae sed aures binae '. Il tenore della risposta è assai affine nei
due autori, ma Piero non discende dal Saresberiense, il quale storpia il nome
in Antitanes doveché Piero lo reca giusto. Chi sia poi quel ' Valerianus in 4°
', non mi attento nemmeno a congettu- rare. Il medesimo motto ricorre nel Liher
de ntigis philoso- phorum dello ps. Cecilio Balbo"" e nel De vita et
moribus phi- losopJiorum del Burlaeus," che lo attribuiscono a Xenocrate.
Nel metodo di citare di Piero si osservano delle strane singolarità. Sarà bene
recare alcuni esempi. P. 435 qui (Fabritius) secundum quod scribitur per
Vegetium de re mi- litari in quarto libro, dum esset consul Romae, legati»
Epirotarum sibi ™ p. 334 nam prima arma Romulus... (ad Aen. VI 859); 147 dicit
Ser- vius [ad Aen. VI 14). ■' p. 87, 321 [Saturn. I 3), 337. " p. 493
Macrobius super secando somnio Scipìonis (Somn. II 17; I 8). '•'^ p. 632
secundum Plinium Veronensem ' quinque circuii sunt In coelo non apparentes
sensu sed potius iutellectu, qui dicuntur paralleli '... (iV. H. VI e. 39) ; p.
709 scias quod quatuor sunt climata coeli nostri ab ae- quinoctiali citra,
secundum Plinium (XXXVII e. 59). '•* p. 669. "3 Policrat, III 14 (Webb I
p. 224). "6 Caecilii Balbi De nugis philosophorum p. 7; p. 29 dal cod.
Monac. lat. 6292 Xenocrates loquaci cuidam : stulte inquit audi melius, os unum
a natura, aures duas accepimus. " p. 264 Ilio (Xenocrates) loquaci cuidam
dixit: audi multa, loquere panca, os enim unum et aures duas a natura
accepimus. 104 VERONA (cap. Ili aiiium niultuiii offerenti liii.s reniiit; p.
46.S nani dicit Vegctiiis de re militari : Alexander in itinere ciiin ainicis
acfeptn pane comedebat; item Scipioneni et Catonein eodeni vino uso8 quo et
reiniges iitebantur. — Ma qne»ti testi non occorrono in Vegezio, sibbene nel
libro IV (3: 1, 2, IO) degli Slrateg. di Frontino. P. 221 unde Ovidius... iani
primum saxis suspensam liane aspice ru- pem. — Ma questo è V'ergilio Aen. Vili
190. P. .MI De quo (Mntio) Valerius in tractatu de patientia ait : Cum magis
laudein... Et Seneca: Mutius captus ait: Romanus sum civis... — Valerio
Mas.sinio racconta il fatto dì Muzio (III 3, I), ma il passo citato è in Seneca
Kpist. 66, 51; e il passo ascritto a Seneca è in Livio II 12. P. 420 Virgiliu.s
in 12» ait: Urbs capitnr, vitam laqueo sibi tlnit Amata. — Ma questo verso non
è di Vergilio, bensì delle Periochae metriche del- l'Eneide, che portano falsamente
il nome d'Ovidio."* P. 15 Orpheus idest sapiens...; 32 EpicharmnB comicus
ait...; 38 Palinu- nis prò voluntate... ; 70 Nam dicitur Charon... ; 150 in
hi»torii.s legitnr qnod Ixion...; 581 Anacreon scribit... ecc. — Tutto ciò è
nelle Mitlialog. di Ful- genzio (p. 31, 55, 61, 77, 95, 93 Helm), di cui vien
sempre taciuto il nome ; una volta il nome comparisce: p. 148 Fulgentius vero
dicit quod Pasiphae liabnit rem cuni apocrisarìo cancellarlo dicti regis, qui
Taurus vocabatur ; et ideo quia medius nobilis C-k parte matris et niedius
ignobilia ex parte patri», ideo semihomo et bestia dictus est. Ma questa volta
il testo non ù di Fulgenzio. P. 92 Contra quos (gulosos) est illnd Solini:
Caesar, etsi tantus erat, pisciculos parvulos, panem secunduni comedebat et
c.aseuni bubalinum. — .Ma Solino non ha nulla di ciò, senza dire che la
latinità non possiede il vocabolo hubalinus (bensì bubulinus). V. 687 Tnllius
dicit: dicitur latria religio. — Ma la parola latria non esiste presso
Cicerone. P. Ili Unde Virgilius: ex se prò nicritii falso plus omnibus iullat.
— Ma questo non è verso vergiliano. P. 668 Ovidius de Ponto: diilcis amor
patriae allieit onines. — Nell'ex 1'. invece leggiamo il verso: Riirsus amor
patriae ratione valeutior omni (I 3, 29). P. 3? Ovidius de ipso Virgilio ait:
Omnia divino cantavi t cannine vates. — Ma il verso non è ovidiauo e forse
nemmeno antico. Lo cita anche Zone, un maestro fiorentino della seconda metà
del sec. xiv, nel principio del suo commento a Vergilio: 'Omnia divino
nionstravit Carmine vates. Ovidius amiratus scìentiam profundam Virgilii, hoc
dixit 3" (ìeorgicornm ' (cod. Vatìc. 6990, sec. xiv, f. 80). Sarebbe
agevole ingrossare la lista, ma il feuonieno è già abbastanza posto in chiaro.
Le spiegazioni che se ne possono dare sono varie : o Piero usava poca diligenza
nel procurarsi gli estratti o attingeva a fonti non sempre dirette e pure o si
fidava troppo della sua memoria. '« JJiihrens F. L. M. IV p. 168 v. 128. cap.
IH) PIERO DI DANTE 105 Preferiamo quest' ultima e ne diamo una prova palmare-
jN'ell'esporre l'azione della TAcò. di Stazio'-' egli scrive: Unde dolore
dictus Oedipus se caecavit et se occidisset, nisi quod arma sibi abstulit dieta
Antigone eius filia. Ad quod ait Sta- tius in 11°: 'Antigone furata gradus, nec
casta retardat Vir- ginitas, sed casta manus subtraxerat ensem '. Ma in XI
355-56 il testo ha: ' Antigone furata gradus, nec casta retardat Vir- ginitas,
volat Ogygii fastigia muri Exsuperare fuiens ', dove Antigone vuole impedire
non il suicidio del padre, ma lo scontro dei due fratelli. Il suicidio del
padre impedisce ella invece ai v. 627-30 del medesimo libro, dove troviamo
alcune delle parole qui addotte : ' Sed casta manu subtraxerat enses Antigone '
(629). Piero dunque tece una contaminazione dei due luoghi: e ciò è dovuto a
errore di memoria. Ad ogni modo tutte le distrazioni che abbiamo rilevate e la
poca precisione nel trascrivere le fonti non ci vietano di conchiudere che
Piero di Dante possedeva un'ampia e mol- teplice conoscenza degli scrittori
latini : e certo ne cono- sceva in maggior copia che non appaia, perché di
nominarne altri gli mancò l'occasione. Il suo commento fu dettato in Verona
negli anni 1339-11 e solo Verona gli poteva sommi- nistrare tanti mezzi di
studio. Valga anche questo argomento a confermare l'autenticità delle sue
chiose,^" da molti senza serie ragioni revocata in dubbio. Padova. I
principali promotori del rinascimento classico in Padova furono uomini di legge
: Levato e il Montagnone giudici, il Mussato notaio. '^ p. 464. '" Pi-r la
difesa dell'aijtenticità vedi Rocca 373-399 e C. Cipolla Un contributo alla
storia della controversia intorno all'autenticità del com- mento di Pietro
Alighieri alla Divina Commedia in Nozze Oian Sappa Flandinet, Bergamo 1894,
7.5-88; alle prove ivi addotte s'aggiunga la no- tizia commiicata dallo
Spagnolo (op. cit. p. 91), clic cioè l'icro recitò nella piazza delle Erbe a
Verona un Carme sulla Commedia del padre. 106 PADOVA (cap. Ili Lovato nacque
nel 1241 1 e mori nel 1309. Nel campo delle lettere dedicò la propria attività
alla poesia classica, della quale prende gagliardamente le difese contro i
partigiani della poesia volgare, rappresentati dal suo corrispondente Bellino.
Bellino stava coi più e ne secondava la predilezione per le rime volgari, Lovato
stava coi pochi e seguiva la poetica clas- sica. A questa si moveva il
rimprovero di essere oscura e astrusa ; ma sulla volgare gravava un'accusa ben
peggiore, poiché se le rime (concinna vocabula) solleticavano gli orec- chi,
erano anche causa che chi le cercava travisasse il pen- siero. Lovato sente che
la vittoria sua è vicina e al contrad- dittore rivolge questa fatidica domanda
: quanti tra poco sa- ranno con te ? ' Mox quota pars tecnm ? ' ^ Lovato
compose poemi epici su Tristano e Isotta, sui Guelfi e Ghibellini, che si son
perduti; restano invece alcune delle sue liriche,^ nelle quali notiamo una cura
amorosa della composi- zione e precisione nella tecnica del verso. Gli autori
latini piti familiari a lui sono tra i prosatori Cicerone e Boezio, tra i poeti
Vergilio, Orazio, Ovidio, Stazio, Persio, Giovenale.* Non parliamo delle
tragedie di Seneca, delle quali egli dichiarò la metrica.^ Albertino Mussato
Albertino Mussato, figlio illegittimo di Viviano dal Musso, nacque in S.
Daniele d'Abano (Padova) nel 12G2 e mori esule a Chioggia il 31 maggio
1329." Nella sua prima età campava ' ni solito la nascita si colloca nel
1240, ma a me pare più vicino al vero il 1341, R. ?is.h\ìs.àini Postille alle
Epistole inedite di Lovato \n Studi medievali II 261. Cfr. su I^ovato W.
Cloetta Beitràge eur Litteraturge- schichte des Mittelalters und der
Renaissance II 5 ss. « Sabbadini ib. 2-.8. 3 Vedi le nuove Epistole pubblicate
da C. Foligno in Studi medievali II 37-58. < Sabbadini ib. 262. 5 II
trattatello metrico di Lovato fu pubblicato parzialmente da F. No- vali in
Giorn. star. d. letter. ital. 6, 192 di sul cod. Vatic. 1769, integral- mente
da B. Peiper De Senecae tragoediarum lectione vulgata, Bresiau I89.'j, 32-35.
Il metro giambico è esposto anclie da Nicola Trivet contem- poraneo di Lovato,
R. Sabbadini in Studi ital. di filai, class. XI 202. " Per le notizie
biograficlie vedi A. Zardo Albertino Mussato, l'ad. 1884. oap. Ili) ALBERTINO
MUSSATO 107 la vita facendo ripetizione agli scolaretti e copiando i Bi- sticha
dello ps. Catone. Poi abbracciò la professione del no- taio. Nel 1309 fu a
Firenze uno degli esecutori degli ordina- menti di giustizia;^ ma cariche
maggiori esercitò in Padova, nel cui governo e nelle cui lotte politiche ebbe
attivissima parte, sostenendo frequenti ambascerie ad Enrico VII, ad altri
principi e comunità e combattendo strenuamente in can)po. Scrisse opere in
prosa e in verso. Abbiamo in prosa : De gc- stis Henrici VII Caesarts, De
gestis Italicorum post Hen- ricum Caesarem^ un frammento su Lodovico il Bavaro
e un'epistola a Benzo d'Alessandria; in verso: tre canti epici sull'assedio di
Cangrande Scaligero, epistole, elegie, soliloqui ° e una tragedia, ì'Ucermis.
Per la storia di Enrico VII e per la tragedia ottenne nel 131.5 la corona d'alloro.
Nel determinare gli autori noti al Mussato bisogna avver- tire che solo
parzialmente possiamo raggiungere lo scopo, per- ché rarissime volte li cita,
specie i prosatori, sicché li dob- biamo cogliere dalle sue imitazioni. Il suo
grande autore di prosa è senza eccezione il conterraneo Tito Livio, che nomina
qua e là con l'appellativo di ' archigraphus '.i" Su Livio egli modella la
storia De gestis Henrici VII, seguendolo nell' in- trecciare al racconto
orazioni dirette e indirette e perfino nel riferire i prodigi quali
preannuuziatori di gravi avvenimenti." Il Alussato prese parte non piccola
ai fatti che espone, ma parla di sé in terza persona; il che fa pensare che qui
abbia imitato Cesare, di cui perciò avrà letto i Commentarti in un testo
segnato col nome di lui e non con quello del recensore Giulio Celso. Ne
scorgiamo una riprova nel principio della ' Zardo 21-22, 30. ' Sette libri
giacciono inediti nel cod. Vatic. 2962, M. Minoia Della vita e delle opere di
A. Mussato, Roma 1884, 242-53. 9 Non gli appartengono le dieci Egloghe, Minoia
198-206. "> Prologo alla Storia di Enrico VII in Muratori B. I. S. X 9
: nam lìcet ea rudis a patavini siiavitate distet arcliigraphi. Poemata p. 37
Plaii- dcat arcliigraphi si non niihi tibia Livi ; cfr. p. 33 Dissernit Livi
nec raea lingua Titi. Cito le opere si prcsastiche che poetiche dal
'Jraevii-Burmanni Thesaurus antiquitatum, Lugd. Bat. 1722, VI, II. Le prose e
le poesie hanno numerazione propria. Il p. 49. 108 PADOVA icap. Ili sua storia:
« Lucemborc oppidiim est Francorani fines a Ger- mania distinguens ','^ dove ci
par di risentire il principio del B. G. (I 1) di Cesare : ' Gaiiia est omnis
divisa in partes trcs '. Un terzo modello storico è Sallustio, da cui toglie il
modo di presentare i personaggi, l'uso di inserire i documenti nella narrazione
e certi tentativi di colorito arcaico.'-' Ricorda una volta Cicerone,'* di cui
è naturale supporre che abbia cono- sciuto più opere: e talune frasi celo
confermano, queste due p. e. che si incontrano nel prologo della Storia : '
multum ipse mecuiii diucpie percunctatus ' ''' e ' velie autem debebis
'."' Se- neca gli era familiarissimo nelle Tragedie e non è a dubitare che
altrettanta fosse la dimestichezza con le prose. Inutile dire che egli,
giurista, dovesse avere tra le mani il Digesto, di cui ricorda le citazioni
omeriche.'^ Lo stile della prosa storica ebbe cura il Mussato che fosse '
eminentior ','^ per essersi proposto a modello il iiviano; e se si vuole, la
forma manifesta una certa sostenutezza ; ma quanto lontana ancora dal modello !
male architettato il pe- riodo, la collocazione oscura e contorta, la sintassi
e il les- sico, il lessico soprattutto, zoppicanti. Ma si sente che è uno stile
formato sugli scrittori antichi, perché non viene usato il cursus dei Bictamina.
Assai più spedito e non di rado ele- gante riesce il Mussato nella poesia,
assai più scorrevole e chiaro, tanto che la società dei notai di Padova lo
pregò, ed egli acconsenti, di voltare in versi l'assedio di Cangrande, af-
finché ' esset metricum hoc demissum sub camoena leniore no- tariis et
quibusque clericulis blandimentum '.i' » p. 1. ■3 p. 26 capiiindnm, p. 47
capiunda ecc. 1' Poem. p. 3!^ Nota natis Marci tibi sors sacvissima Tulli, Fama
licet digli! vivat lionesta viri. '"' Il nesso 'din miiltiimque ' ò
frequente in Cicerone; ma il Mussato con ogni probabilità aveva in mente il
principio del De invent. ' Saepe et multum lioc raecum cogitavi ' fi 1). '«
Cfr. Cicer. De off. I 2. " p. 44 Ins civile mei versus allegat Hoinerl. p.
e. Digest. C. Ohmm 11. " p. 297. " p. 297. cap. Ili) ALBERTINO
MUSSATO 109 In effetto il Mussato nella poesia apparisce vero artista,
assommando in quella l'operosità costante della scuola pado- rana si dell'età
precedente clie della sua : costante, se non concorde, poiclic anche a Padova
la poesia classica era com- battuta ; e come Lovato la dovè difendere contro
Bellino, cosi il Mussato una volta contro Giovannino da Mantova, frate
domenicano, che la osteggiava perche contraria alla teologia,-" un'altra
volta contro Giovanni da Vigenza, giurista, che ne biasimava in particolar modo
l'oscurità.^^ E cosi s'inaugurò a Padova quella lotta tra i propugnatori e gli
oppugnatori dei poeti antichi, che si riaccese violenta a Firenze nella seconda
metà di quel secolo e divenne un luogo comune nel succes- sivo. Nella polemica
del Mussato con Giovanni da Vigonza in- contriamo un luogo, che per la sua
singolarità merita di es- sere trascritto per intiero :^^ Antiqui lixas quidam
dixere poetng, A manutiin iactn mobiliumque podiira. Quos auctore novo nostri
dixere ealuplios, Qui mutant facies oraqiie torta uiovent. Kident fìgnientis
variis, ridentur et ipsi, Luxuriae nugis daiit alimenta siiis. Arguitiir Poenis
illos adduxit al) oris Scipio qui noMtram primus in Italiani. Vitandos igitur
taics dixere poetas Neve quìs imninnis lego iiibente foret. Augustine, vagos illonim respuis
actus Verbaque fignientis assiniulata suis, Quae lieet inducant hilares in
fronte cacliinnos, Noxia sub tacito pectore crimen liabent. Snnt vitanda igitur
fìgmenta citantia luxus; Absint a castis scenica gesta viris. Fingere sub vitlo
est et verbo si quis et actu, Quod canit, bocque siniul per sua membra gerii. Qui il Mussato descrive i giullari, che con canti e
gesti sconci ridevano e facevano ridere il pubblico. Gli antichi, egli dice, li
chiamarono lixae. Veramente lixae erano presso gli '•*' p. 54 .sg. 81 p. 44-45.
110 PADOVA (cap. Ili auticlù i vivandieri, die seguivano Teéercito, tra i quali
jìcrò si mischiava altra gente, come, secondo attesta Giustino (XXXVIII 10, 2),
coci, pistores, scaenici. Agostino, di cui si richiama l'autorità, tocca pili
volte nel De civ. dei degli scandalosi spettacoli scenici, ma specialmente nel
libro II 26-27, dove ò menzione degli impuri motus scenicoriim, ai quali cor-
rispondono i vagi acfus del Mussato. La curiosa definizione di lixn ' a manuuni
iactu mobiliumque pedum ' si riporta a una confusione con luxa (lussato,
slogato) ; infatti guardando nei lessici medievali, p. e. nel Liher glossariim,
troviamo sotto il lemma Lixa tra le altre la definizione ' et membra loco mota
luxa dicuntur '.^3 Al nome antico di lixae, prosegue il Mus- sato, i moderni '
auctore novo' hanno sostituito quello di ca- lephi. Ecco pertanto comparire,
sin dalla prima metà del se- colo XIV, il vocabolo caleffo, scartato non si sa
perché dalla Crusca, e la cui derivazione dà ancora filo da torcere agli eti-
mologisti. Ma in mezzo a tante singolari notizie una più ci colpisce, che i
giullari, si denominassero lixae o calephi, siano stati la prima volta importati
d'Africa in Italia da Scipione. A che fonte attingesse o in quale equivoco
fosse incorso il Mussato, in verità non sapremmo dire. I principali poeti noti
al Mussato sono da lui enumerati nell'elegia indirizzata al collegio degli
artisti padovani,^' della quale si fissa esattamente il tempo, essendo
posteriore al con- ferimento della laurea, che ebbe luogo il 3 dicembre 1315,^^
e anteriore al Natale dell'anno medesimo.^" Fu scritta perciò nel dicembre
del 1315. Ne riferisco a uno a uno i vari passi che ci interessano. (v. 9-10)
Carmine sub nostro cupidi lasciva Cntnlli Lesbia, diilce tibi nnlla susarrat
avis. II Mussato aveva certo letto nei Trist. II 427 d'Ovidio: 'Sic sua lascivo
cantata est saepe Catullo Femina, cui falsuni «s Cod. Ambros. B 36 inf. f. 173.
** P. 33 36. '^ Albertino Mussato Kcerinide Tragedia a cura di L. Padrin, Boi.
1900, X. " V. 45-46 Festa dies aderit, qua me celebrare poetae More
volent, Christi tunc oricntis erit. cap. IH) ALBERTINO MUSSATO 1 1 1 Lesbia
nonien erat'; ma non di lì egli deriva la conoscenza di Catullo, perché dei
tanti poeti ivi ricordati da Ovidio non nomina nessun altro: al pili al piti
potremmodire che dal luogo ovidiano trasse l'attributo lascivus, trasportandolo
da Catullo a Lesbia. Il distico del Mussato s' interpreta cosi : ' Nei no- stri
versi, 0 lasciva Lesbia del cupido Catullo, nessun uccel- lino ti bisbiglia
dolci cose '. Con avis il poeta intende il passer, che egli vide in capo alla
raccolta catulliana (II) e in dulce e in susurrat sentiamo l'eco di mellitus e
di pipiahat (III 6 e 10), come in cupidi Catulli risuona forse il mi cu- pido
del carme CVII 4. Che il Mussato abbia posseduto una copia di Catullo, non sarà
tanto facile dimostrare; ma che abbia dato una scorsa a tutto il libellus, o
sull'archetipo o su un apografo, non par dubbio. (7. 7-8) Non ego fagineis
cecini te Tytire silvis, Scripta Dionaei nec milii gesta diicis. Nel primo di
questi due versi sono enunciate le Eclog. di Vergilio, nel secondo YAmcis. Le
Georg, sono significate in un altro distico (p. 46) : ' Infera Threicius
placavit numina vates, Perdidit Eurydicem nec minus ille suam ' (lib. IV). Ver-
gilio è uno degli autori prediletti del Mussato; dell' Eneide specialmente
ricorrono continue reminiscenze anche nelle prose; l'Eneide ò largamente
imitata nei tre canti epici sull'assedio di Cangrande (p. 297), nel Somnium (p.
63) in cui è descritta la discesa dell'autore agli inferi sotto le sembianze di
una co- lomba e in generale iu tutti i carmi. Il testo vergiliano gli fu
compagno in patria e nell'esilio.^^ (v. 5) Non effo sum Naso tenerorum Insoi-
amoriim (Tr. IV 10, 1). (v. 73) Non aniat obscenos irata Tragoedia risus (Tr. H
409). (v. 75) (iaudet enim nulla gravitate Tragoedia vinci {Tr. li 381). Sono
tre versi desunti dai Tristia ovidiani, opera caris- sima al Mussato, che ne
trasse un centone (p. 69). L'idea del centone gli dovette venire dall'esempio
di Proba, della quale scrive : ' Inclyta Centone despice metta Probe ' (p.
.55). Ma " p. 50, dove Io ridomanda al maestro Guizzardo, a cui l'aveva
pre- stato. 112 PADOVA (eap. ,11 tutto Ovidio j,'li fu senza dubbio
familiarissirno. Cosi nel di- stico : ' In nova conversas mutavi corpora
formas, Temporis aeterni ius liabet istud opus ' sono adombrati il principio e
la fine delle Metam. ; nei versi ' Ttine cum soUiciti piena tinioris erant '
(p. 37) e 'Nomen ab aeterna ^* posteritate ferani ' rico- nosciamo reminiscenze
dalle Heroides (I 12; XV 374). (v. 77-Sfi) lleiciilis Oetaei morteiii viviqiie
l'iirorem Tractavit series illa proterva dnas. De rroadiim laehrymis
Agamemnoniisque Mycenis Musa ferax alias prodìdit illa duas. Haec eadem dirum
l'iiaedrae consuinpsit amorem, Piiasidis exilinm suppliciiimque viri.
Oeilìpodein visii cassiim prolernque fureiiteiii Kdidit in rcliquas
expliciiitque diias. Mcrsa refcrtur aquis Octavia nupta Neroni Fertque Thyestaeas imisa cruenta
dapes. Abbiamo qui la descrizione delle dieci
tragedie, che vanno sotto il nome di Seneca, elencate a coppie nel seguente or-
dine: Hercules Oet?^ ed Herc. Ftir , Troades e Agam., Hip- polyt: e Medea,
Oedipus e Thehais, Octavia e Thijestes. Il Mussato studiò a fondo queste
tragedie: anzitutto ne compose gli argomenti,'"' indi le imitò con
larghezza e discernimento neU'Ecerinis, che è il primo ardito e felice
tentativo di re- staurazione del teatro classico. Né all'autore sfuggirono le
gravi difficoltà dell'impresa, non foss'altro per l'applicazione dei metri,
com'egli stesso dichiara nell'elegia che abbiamo sott'occhio : v. 76 ' mens mea
traxit difficiles ad sua nietra modos': difficoltà non tanto per le serie
liriche dei cori, usate qua e là anche nel medio evo, quanto per il senario
dialogico, che al medio evo rimase estraneo. E a onor del vero è giusto
riconoscere che il Mussato, seguendo gli schemi trac- '* externa il testo. *■'
r.ià dal titolo Hercules Oetaeus ai capisce die il Mussato adoperava la
redazione interpolata, dai critici espressa con A ; se ne lia una con- ferma in
questo passo citato dai suoi commentatori (A. Mussato Ecerinide a cura di L.
Padrin, 246): Nunquam stigias fertur ad undas Inclita vir- tus ; vivile fortea
Nec letliacos saeva per aiiines Vos fata trahent, sed cum sunimas F.xiget horas
consumpta dies Iter ad supcros gloria paudet (Herc. Oet. 19S4 ss). I,e lezioni
rivite, saeva, pandel sono proprie di A. •0 Zardo 317. eap. Ili) ALBERTINO
MUSSATO ll;l ciati dal suo maestro Lovato, costnii se non impeccabilmente,
eerto con lodevole perizia i senari : meglio in ogni modo di A. Loschi suo
imitatore, che neW Achilles sbagliò spesso la struttura del penultimo piede.
(v. 56) Minius eniin tiagicis vatìbiis liircus erat (A. P. 220). (v. 71)
rabidis flagrabat iaiiibis {A. F. 79). (v. 104) Personal Archilochi sub
ftritate metri (A. P. 183). Tre reminiscenze dell'ars poetica oraziana, donde
altrove incontriamo delle vere citazioni (p. 49): Hoc quoque idem est quod
gairit Horatius: ' amphora coepit Institiii : curreiite rota cur iirceus exit?'
(21-22). Coeptaque depingi ' imilicr formosa superne ' Artifici iratns qnaerit
cur 'tnrpiter atrum Oesinat in piscem ' (3-4). Quidquam si coeperis, imple.
Desine: ' sit qnod vis dum simplex taxat et unum' (23). Dalle Epist. (I 7, (].''>) desunse il vocabolo
popellns {Hist. j). -16) più volte usato e dalle Sat. (II ó, llOj la chiusa
'vive valeque ' {Hisf. p. 41). Dol)biamo credere che abbia conosciute anche le
Odi. (v. 13-14) Bella sub Aematliiis alins eivilia campis Kdidit et ritus
deliciasque Pliari. L'esametro significa il principio della Pharsalia di Lu-
cano, il pentametro il libro X della medesima. L'esordio è pili testualmente ripetuto
in quest'altro distico (p. 45): 'Bella per Aeniathios per me civilia campos
Edita sunt populis Caesa- reumque decus '. (v. 11-12) Non me detinuit bissenis
tibia cannis, Nec vigii Aeaciden ad fera bella tuli. Con le hissenae cannae
dell'esametro allude ai dodici libri della Thebais di Stazio, col pentametro
nìVAchilleis, che egli riteneva incompiuta, perché nel frammento lasciato dal
poeta i fera bella sono ancora lontani assai. Pili chiaramente signi- fica la
Thebais in questo distico (p. 45) : ' Fraternas acies ce- cini Cadmeiaque
bella, Oedipodae tenebras Graiugenumque neces '. L'esordio deWArhilleis è
imitato nell'esordio dell'as- .sedio di Cangiande (p. 297): ' Invictum populum
forniida- tunique per omnein '. 1 14 PADOVA — ALBERTINO MUSSATO (cap. Ili
Esaurite le testimonianze dell' Elegia ad collegium artista- rum, attingeremo
ad altri luoghi informazioni ulteriori sui poeti. Terenzio è cosi ricordato: '
Nosti enim illud Terentianum {Eun. I 1, 41): obsequium amicos, veritas odium
parit' (p. 360}: se pure la citazione non è di origine indiretta. Eeco inoltre
il tragico Persio ; ' Hoc est quod tragico declamat Persius ore (I 1): 0
hominum curas o quantum in rebus inane est ' (p. 49), con una imitazione del
prologo: 'Unde Cab al - 1 i n i 8 musa resultai aquis ' (p. 40) ; Giovenale
(VII 82-86) : ' Carmine siclaetam nonfecit Statius urbem, Thebais in scenis cum
recitata fuit Nec minus haec tragico fregi t subsellia ver su' (p. 40);
Claudiano {in Ruf. I 22): 'Non ego me sursum tollo... casu ne graviore ruam*
(p. 46); i Disticha di Catone, attribuiti a Seneca : ' Illud quoque Ca- tonis,
qui de moribus censuit..., quod L. Annaeo Senecae^' imputatur opusculum ' (p.
207) : quelli che in gioventù egli copiava per guadagnarsi il pane. Potrebbe
nascere il sospetto che nel comporre la Priapeia e la Cunneia avesse adoperato
la raccolta degli 80 Priapea: ^* ma il sospetto svanisce subito alla semplice
lettura dei due carmi, per i quali trovò materia e forma ad esuberanza nelle
satire d'Orazio e nelle elegie d'Ovidio. Tutt'al più dal titolo Priapeia si
desume che il Mussato conoscesse la vita vergi- liana di Servio. Su Geremia da
Montagnone, il terzo promotore dell'uma- nismo padovano, vedi Scoperte 218-220.
3' I Disticha furono assegnati a Seneca anche posteriormente (cfr. A. Barriera
Sull'autore e sul titolo dei Disticha Catonis in liivista d'Italia, dicembre
19U, 9U-912). Vi accenna già il titolo del cod. Parig. 8320 del sec. II Liber
Catonis Cordttbensis. '2 I dne carrai'sono nel cod. Holkham CCCCXXV del sec.
xiv (cfr. A. Mussato Ecerinide a cura di L. Padrin, XXI). Furono stampati nel
Giornale degli eruditi e dei curiosi V, 1884, 126-128, 147, dì sul cod.
Marciano lat. XIV. 120 sec. XV f. 84-86. La Priapeia comprende 39 distici, 24
la Cunneia. cap. Ili) IL CICERONE PETRARCHESCO DI TROYES 115 Il Cicerone
petrarchesco di Tkoybs Il codice 552 di Troyes, del secolo xiv, fu posseduto
dal Petrarca.! Ora contiene il commento di Girolamo a Job e opere ciceroniane,
ma in origine il commento di Girolamo gli era estraneo. Alle opere ciceroniane
va innanzi una lunga no. tizia biografica e bibliografica su Cicerone.^ Tutto
il codice, compresa la notizia, è scritto da una sola mano, in due co* loune.
Si domanda se questa collezione ciceroniana fu messa in- sieme dal Petrarca: e
rispondiamo negativamente, perché il Petrarca contraddice in margine più volte
l'autore della no- tizia preliminare con falsum, aperte falsum, falsum apertis-
sime e gli corregge quinquagenariiis in quadragenarius, sex in quatuor,
quatuordecim in tredecim. D'altro canto il Pe- trarca possedeva qualche opera
ciceroniana, p. e. sin dal 1333 la p. Archia, che in questa raccolta non
comparisce, senza dire che egli non vi avrebbe fatto inserire due volte il De
fato (f. 231^ e 337). Il volume comprende le seguenti opere : Opere filosofiche
: I)e off., Tuscul., De nat. deor., De di- vin.. De fato, De amie, De sen..
Farad., Academ. prior.. De leg. Opere
rettoriche : De orat., Orai., Partit., De inv., Rhet. ad Her. Opere oratorie :
Le quattro Catilin., le tre Caesar., le due post reditum, di più le invettive
ps. ciceroniane-sallustiane. Agli Acad pr. il raccoglitore prepose il passo
delle Con- fess. (Ili 4) di Agostino, dove parla àQWHortensius, nella credenza
che VHortensius, perduto, fosse tutt'nno con gli Acad. pr., i quali, da uno
degli interlocutori, venivano spes-so designati col titolo ora di Lucullus, ora
di Hortensius. Il De • P. de NoUiae Pélrarque et l'humanisme I 226-230, dove è
minuta- mente descritto. * ComuniCiit.i in estratto Ib. 232-35. 116 IL CICERONE
PETRARCHESCO (cap. Ili orai, e VOrat., nel testo mutilo, sono raggriiiii)ati
sotto la de- nominazione comune De orat., in modo che il frammento del- l'Ora/,
formi il libro IV. 11 De inv. e la Rhet. ad Her. sono stati strappati dal
codice, ma vi esistevano originariamente, come si rileva dall' indice sul
foglio di guardia. Pur mancandovi il De finib. tra le opere fiiosoficlie,
alcune orazioni e gli epistolari, la collezione di Troyes è una delle più
cospicue antologie ciceroniane del medio evo. Nell'elenco delle opere di
Cicerone la notizia preliminare non sempre va d'accordo con la collezione. La
notizia lia : ' scripsit de fato duobus libris ', la collezione assegna al De
fato un libro solo in entrambe le copie, sebbene nella seconda sia intitolato '
Incipit liber primus de fato '. Nella notizia è detto: 'scripsit invectivarum
adversus Catillinam et complices libros sex ', nella collezione sono,
naturalmente, quattro. Ti- tolo delle Partitiones nella notizia: ' scripsit de
partitione ora- tionis librum unum ', nella collezione : ' liber rlietorice sub
com- pendio'. Titolo degli Acad. nella notizia: 'scripsit de aclia- demicis
librum unum vel secundum alios quatuor', nella collezione: 'de laude ac
defensione phylosopbie introducens Lucullum loquentem ad Hortensium '. Ne
trarremo la conseguenza cbe l'autore della notizia pre- liminare e il
collezionista delle opere ciceroniane siano due ])ersone diverse ? Non è
necessario. La notizia non serve da prefazione a tutta la raccolta, ma al solo
De off., con cui s'apre il volume. Dichiara infatti il biografo verso la fine:
' Hec de vita et gestis, fine ac laudibus viri plarissimi Marci Tullii Ci-
ceronis. Sequitur accessus ad
littcram super eiusdem libris qui de officiis intitulantur '. Perciò il raccoglitore dapprima si pro- cacciò il De
off., al quale destinò un'ampia notizia prelimi- nare ; in seguito venne in
possesso di altre opere ciceroniane e se le copiò. Questo basta a spiegare le
discordanze notate. Ecco ora l'elenco delle opere' segnate nell'introduzione:
a) De officiis; De fato; aliud volumen duobus contextuai libris, qui
intitulantur Dj/aloi/oruin ad Hortensium, in quo cohortatus est ad pliilosophie
studium ; De re publica libris sex: hi libri nusquam baberi dicnntur; Somnium
Scipionis: cap. Ili) DI TROYES 117 Tuscul. quaestion. ; De natura deortim ; De
senectute ; De amicitia; Paradoxa ; De legibus : De fine boni et mali; De
crcatione mundi (— Timaeus); De Achademicis ; libros duos qui intitulantur De
gloria. b) De oratore libris qnatuor per dialogi moduni ; scripsit voluinen
qnod lihetoricorum intitiilatur diciturque Ars vetus, et Novam ad Herennium
libris quatuor;^ De particione ora- cionis ; De orthographia. e) Orationum XII
libros; ' Invectivarum adversus Catil- linam libros sex; volumen Fhilippicarum
libris qiiatnordecim, quia centra Philippum scripsit vel ut alii<s> est
vcrisimilius contra Cesarern Otavianum et Authonium in campo Philippico; De
suppltciis ; Da signis ; De divisione formarum. Manca nell'elenco il De divinai
, che comparisce nella rac- colta : da quest'opera in ogni modo deriva la
notizia sul De re p.: ' niagnus locus pliilosopliieque proprius a Platone Ari-
stotile Thco|)lirasto totaque peripateticorum scola tractatus uberrime '.■' 1
titoli hivectivarum libri sex e Orationum libri X7/ s'incontrano anche presso
altri scrittori:'' sono perciò tradizionali. Lasciando YHortensius, il De re p.
e il De glo- ria, irreparabilmente perduti, con De signis e De suppliciis
s'intendevano le Verr. IV e V della seconda actio ; ma il no- stro biografo non
le possedeva, come non possedeva, dal modo in cui ne parla, le Philipp., e
forse nemmeno il De fin. e il Timaeus. Con De orthographia gli autori medievali
citavano l'opera perduta De chorographia, nota da un luogo di Pri- sciano (VI §
83), dove i manoscritti leggono anche Cosmo- graphia, Chronographia e
Horthographia. Non saprei poi che dire del De divisione formarum, se pure non è
da emendare de divisione frumentaria, che corrisponderebbe alla Verr. Ili della
seconda actio. 3 II testo dà: scripsit ad Herennium volumen quod Klietoricorum
inti- tiilatur dieiturqiie ars vetns et noVam libris qiiatuor: forse per
distrazione del copista. * librum cod. = Cicer. T>e divin. II 3. ■* P. e. il
Burlaeus p. 318. 118 IL CICERONE PETRARCHESCO (cap. HI Anche qui silenzio assoluto
sugli epistolari. Merita essere riferita una leggenda sui libri De re p. : '
Feruntur a nonnuUis esse Athenis, Inter portam Aureliam, sub lapidea columna
sic inscripta: Hic latet hic intus Ci- ceronis in archa miranda. Tollite ncque
latet, dura latet ipse latet'. Tali racconti di libri preziosi e rari na-
scosti hanno radice nell'antichità" e si ripeterono frequente- mente nel
medio evo, Kicorderò la contraffazione ps. ovidìana De vetula,^ del secolo
xiii, che pone egualmente nelle regioni orientali la scoperta del manoscritto.
Entrambe le leggende sono preziosi indizi di contatti letterari fra l'occidente
latino e l'oriente greco. Oltre a Cicerone, il raccoglitore mostra
nell'introduzione familiarità con altri autori: Cesare," Sallustio,^"
Valerio Mas- simo," Plinio il vecchio,!^ Plinio il giovine,^^ Lucano,^*
Gellio,^^ ' P. e. Livio XL 29, Plin. N. H. XIII 84 ecc. ^ Ecco la notìzia del
De vetula. Nnper autem in subnrbio civitatis Dio- scuri, que regni Colclioruin
capud est, cnm extralierentur quedani genti - llum aiitiquornm sepulcra de
cymiterio publico, quod iuxta oppidiim Thomis erat, inter cetera unum inventum
est, cuius epigrama litteris arnicnicis erat scultum in eo eiusque
interpetratio sic sonabat. Hic iacet Ovidius in- geniosissimus poetarum. In
capite vero sepulcri capsella eburnea est inventa et in ea liber iste nulla
vetustate consumptns, cuins litteras non agno- scentes indigene miserunt euni
Constaiitinopolini, Vatacliii principis tem- pore, de cuius mandato Leoni sacri
palatii prothonotario traditns est et ipse eum perlectum publicavit et ad multa
climata derivavit (cod. Ambros. G 130 inf. sec. xiv, f. 108 v). La leggenda è
foggiata sulla dedica e sul pro- logo di Dicti. ^ Constat eum (Ciceronem) in
Gallia iuxta lulium Celsum sub Cesare militasse (Caos. B. G. V 38-52). Doppia
confusione: di Marco Tullio col fra- tello Quinto, di niulio Cesare con «iulio
Celso. '" Salustius dicit eum (Ciceronem) fuissc hominem noTum (Catil. 23,
6). " Cnm autem, ut tradit Valerius (I 7, 6), in villa qnadam Campitini-
tatis (leggi Campi Atinatis) deversarot Tullius... <' Ad liuius autem Tnllii
Ciceronis laudes eximias explicandas Pliriius Veronensis vìr clarissimus aurea
lingua talia profert : ' .Sed quo te, Marce Tulli...' (N. II. VII 116). '3 Htc
(Cicero) poetarum mira beniguitate fovit ingenia (Plin. Epist. Ili Ifi, 1).
" Lacanus innuiteum (Ciceronem) favisse Pompeio et in bello Emathio
perorasse (Phars. VII 62-85). '5
Scripsit (cicero) libros duos qui intitulantur de gloria, quos allega* Agellius
(XV 6). cap. Ili) DI TROYES 119 Macrobio,'" i
Dodici sapienti/^ Eusebio,^* Girolamo,i^ Kufino,^'' Agostino,^' Orosio.^^ Altri
testi cita il biografo, che noo riesco a identificare. P. e. ' In commentis
habetur qnod pater (Ciceroni») ex eque- stri ordine ac regione prefata faber
ferrarius fuit '. Né so dire donde gli derivi la seguente curiosa risposta di
Socrate: ' So- crates licet ethicam invenerit <et> docuerit, nichil tamen
de ea scripsit; quod cura ab auditoribus interrogaretur, cur doc- trinam suam scriptorum
monumentis non fuleiret, respondit: malie se in cordibus rationaliurn, quara in
pellibus mortuorum animalium (cioè nelle pergamene) scribere'. Da quanto siamo
venuti esponendo appar chiaro che il no- stro personaggio fu un assai colto e
fortunato investigatore di codici, e poiché ci è negato scoprirne il nome,
contentia- moci di fissarne la nazionalità e il tempo. 11 De Nolhac fon-
dandosi sulle iniziali miniate del codice pensò di assegnarlo al mezzogiorno
della Francia.^^ Io, dopo esaminate e fatte esa- minare le miniature in
confronto con codici francesi della me- desima età, sono giunto alla
conclusione che esse apparten- gono all'Italia settentrionale. La scrittura
poi, di cui possiedo copiose fotografie, non mi lascia dubbioso un istante che
essa sia dì mano italiana del settentrione. ''"' De somnio Scipionis,
super quo commentatns est vir clarissimua Ma- crobius philosophus. "
Extant epitapliìa eiusdem Tnllii edita a sapientibus infrascrìptis... (Bàhrens
P L M IV p. 139-U3). Qui sono sette
soli. 1* Cicero Arpinas equestris ordinis et inatre Elvia, ex regione Volsco-
rum ortus est, ut tradit Kusebius in cronicìs (01. 168, 3). '' Nupsìt et tercio
eadera Terrentia Messale Corvino et sic quasi per quosdam eloqueritie gradus
devoluta est. Cum rogaretur TuUius ab Yreio amico suo ut post repudium...
(Advers. lovinian. 1 48). "> In quibus (Ciceronis lìbris) doctor
leroninius adeo avide studuit, ut in hoc centra ipsum invective scribens
Rufìnus Aquilcgensìs dicat Inter ce- lerà : relegaraus, queso, que scribit, sì
una pagina est que non eum cicero- nianum pronuntiet et ubi non dicat: Sed
TuUius noster. (Rufln. Jn- vect. II 5). " In hoc libro (Hortensio) se
studuisse asserii Augnstìnus (Confess. Ili 4). " Huius (Ciceronis) gener
Dolabella Trebonium unum ex interfectoribus lulii Cesaris Smyrne interfecit
(Oros. VI 18, 6). '^ Pétrarque et Vhumanisme I 227. 120 IL CICERONE
PETRARCHESCO (o;,,,. m A detenni nare l'italianità del raccoglitore
contribuisce no altro indizio. Verso la fine dell'introduzione egli scrive: '
Idem (Cicero) etiani instituit carcerem quod dicitur Tulliaiinm, de ([uo
Sainstius: ad levain carceris circiter XII pedes ab Iiunio depress us erat;
eumautemlocuniinunie- bant undique parietes atque infra camera lapi- deis
arcubus iuncta, sed inculta tenebris, odore feda atqne terribilis facies eius
(Catil. 55, 3-4). Ibi bodie
ecclesia sub nomine sancii Nicholai, qui est titulus car- ilinalit<i>us'.
Qui abbiamo il ricordo di una tradizione
con- servataci, sotto due forme un po' diverse, dai Mirahiba e dalia Graphia
aureae urbis Uomae}^ Ora una notizia cosi partico- lare non la poteva avere, ci
sembra, che un italiano. Se a questo si aggiunga che Plinio nell'introduzione
oda lui chia- mato veronese (sopra n. 12), avremo un indizio sicuro che gli era
già pervenuta da Verona la Brevis adnotatio de duobus Pliniis del mansionario
Giovanni, nella quale si sostiene l'ori- gine veronese dei due autori (cfr.
sopra p. 90): donde la pre- sunzione che abitasse una città non molto lontana
da Verona. Quanto poi al tempo, collochiamo l'antologia nella prima metà del
secolo xiv, perché il codice sino almeno dal 1343 stava nelle mani del
Petrarca.^'' Tra le opere accolte nel volume merita uno speciale ri- guardo il
I)e ojficiis, che si presenta nella forma di una vera edizione, con la materia
divisa in capitoli e con le intestazioni premesse a ogni capitolo. Per essa il
redattore ebbe fra le mani due codici, l'uno della famiglia Z, l'altro della
famiglia X,*" da lui contaminati sistematicamente, in maniera che ne usci
un testo ibrido, quale in nessun altro esemplare si conserva. " Nei
Mirabilia leggiamo: in Aleplianto tcmpluin Sibille et tenipliitn CìceroiiÌ8 in
Tulliano; nella Graphia, che risale almeno al sec. xiii : in Klefanto templnm
Sibille et templum Cieeronis ; ubi mine est domnii fllio- rum Petri Leonia, ibi
est career Tiillianns, ubi est ecclesia S. Nicholai (U. Jordan Topographie der
Stadi Rom im Alterthum. Berlin 1871, Il 359, 371, 632, 642). '5 R. Sabbadini in
Kendiconti del r. IsM. lomb, disc, e leti. XXXIX, 1906, 374-7.-). '" Da X
trasse anche la lunga interpolazione I 40. cap. lllj OI TROYES 121 Se il
redattore sia stato il collezionista stesso, non si può (lire con certezza, ma
è molto probabile, quando si tenga conto dell'erudita introduzione ch'egli
mandò avanti al De officiis: e ciò accrescerebbe notevolmente i suoi meriti
filologici.^''^ Milano e Pavia. L'operosità umanistica della Lombardia si
concentra in Pavia e Milano, le due capitali della dominazione viscontea. E i
Visconti stessi non rimasero estranei al nuovo indirizzo, anzi taluni di essi
vi presero parte attiva, specialmente nel- l'incetta dei codici. Un primo
nucleo della biblioteca, desti- nata a diventare poi cosi insigne, risale
all'arcivescovo Gio- vanni (m. 1354); ma il suo vero fondatore fu il nipote Ga-
leazzo, che stabilita nel 1360 la capitale a Pavia, vi costruì il celebre
castello, nella cui torre la libreria trovò sicura e onorata sede. Quali codici
comprendesse sin da allora la col- lezione, non è facile dire ; ma se
effettivamente accoglieva p. e Varrone (Rerum rusticar.), Properzio e Ausonio,'
abbiamo dinanzi a noi vere rarità. Il massimo incremento lo consegni sotto il
successore Gian Galeazzo suo figlio (1378-1402), il quale per arricchirla non
si fece scrupolo di spogliare per di- ritto sia di sovranità sia di guerra
capitoli di chiese e ar- chivi di jirincipi. Alcune, ben i)oche fra le tante,
di tali spo- gliazioni ci son note. Verso il 1390 tolse dalla cattedrale di
Vercelli il prezioso codice delle Epist. ad fam. di Cicerone (ora Laurenziano
49. 7) ; nel 1388 conquistata Verona, sottrasse parecchi tesori alla libreria
del capitolo, certo l'altra colle- zione epistolare ciceroniana ad Att. ; circa
quello stesso tempo guerreggiando con Padova, trasportò a Pavia dagli archivi
dei Carraresi la collezione del Petrarca.^ '■ Questo collice del De off. fu
anipi.iinente an.iliZ7.ato e discusso da C- Marcliesi Un nuovo codice del de
off. di Cicerone in 3Iemorie del r. Istit. Lomb. di se. e ìett. XXII, 1911,
190-212. ' 0. K. Schniidt Die Vi.iconti und ihre Bibìiothek sv, Pavia (in Zett-
schrift fiir Geschichte und Politile, 1888} 4-7. « Scliniidt 13-15. 122 PAVIA
(cap. IH I Visconti amavano stringere relazioni con gli nmanisti. L'arcivescovo
Giovanni l'anno prima (1353) della morte riusci ad attirare a Milano il
Petrarca, che si trattenne in quella città otto anni (sino al 1361).
Cancelliere di Gian Galeazzo fu quel Pasquino Capelli, che richiamò
l'attenzione del duca sul- l'esistenza delle Epist. ad fam. di Cicerone. A ciò
si aggiunga l'Università di Pavia istituita da Galeazzo nel 1361; la quale
sebbene da principio avesse le sole facoltà di scienze prati- che, il diritto e
la medicina,^ pure in seguito accolse altre cattedre. Infatti più tardi
v'in.segnò teologia il candioto Pietro Filargo, il futuro papa Alessandro V
(1409-10), allievo degli Studi di Oxford e di Parigi ; < nel 1400 vi tenne
scuola di ret- torica latina Gasparino Barzizza e negli anni 1400-1403 scuola
di greco Manuele Crisolora.^' II più famoso e forse l'unico allievo di greco del
Crisolora a Pavia fu Uberto Decembrio, che come frutto di quelle le- zioni ci
diede la versione latina di qualche orazione di De- mostene e di Lisia, ma
sopra tutto della Politeia platonica." Uberto per tre lustri (fino al
1405) fu compagno indivisibile del Filargo e con lui visitò le corti d'Italia e
di Germania: il che avrà senza dubbio giovato ad allargare le sue cognizioni,
quantunque la cerchia dei suoi studi si mantenesse piuttosto ristretta,
essendosi di preferenza occupato di filosofia attinta alle opere di Cicerone e
di Seneca. Da questi due latini trasse la materia del suo dialogo De morali
philosophia ; sulle Tu- scul. di Cicerone modellò il trattato De re publica,
nel quale dà il sunto a una a una di tutte le epistole di Seneca.^ Frequentò
l'Università di Pavia fin dal 1388 anche Anto- nio Loschi, nativo di Vicenza,
il quale quattr'anni dopo (1391) ' M. Borsa Un umanista vigevanasco del sec.
XIV in Giornale Ligu- stico XX, 1893, 97, 213. * Borsa 83. » Id. 85, 99. 6 Id.
109-110. '^ Cod. Anibros. B 123 snp. f. 109117. Ma aveva dimesticliezza anche
con altri autori, che scrivendo citava volentieri (F. Nevati Aneddoti Vi-
scontei i-8, estratto AaU'Arch. star. Lomb. XXXV, 1908). Su Uberto vedi iu
generale Borsa op. cit. 81-111. cap. Ili) PAVIA 123 entrò nella cancelleria dei
Visconti, dove restò fino al 1405. 11 Loschi coltivò in quegli anni con buon
successo gli studi classici; imitò nelle sue epistole poetiche largamente Ver-
gilio, neWAchilles le tragedie di Seneca ; " aveva familiare Livio; conosceva,
certamente dalla biblioteca viscontea, Pro- perzio; ma il suo autore prediletto
era Cicerone, di cui ri- cercò con particolar cura le orazioni. Aveva alla mano
il gruppo delle Verr. e delle Philipp, e anzi interpretò rettori- camente
undici orazioni singole : p. Pomp., p. Mil., p. Piane, p. Sulla, p. Arch.,p.
Marc.,p. Ligar., p. Deiotar., p. Cluent., p. Quinci., p. Fiacco nella
Inquisitio artis in orationihus Ci- ceronis, diventata ben tosto popolarissima
tra gli umanisti. La composizione deìV Inquisitio va assegnata approssimativa-
mente al 1395; siamo in ogni modo prima della morte di Gian Galeazzo (1402), la
quale provocò paure e incertezze, fughe e turbolenze, doveché il proemio dell'
Inquisitio ci rappresenta il Loschi alla corte di Pavia intento a ragionare '
de doctissi- morum honiinum studiis deque omni genere literarum ' ^ col suo
amico Astolfino Marinoni, cultore egli pure degli studi classici. Non è senza
interesse fissare questa data, perché con essa otteniamo un sicuro termine
cronologico alla comparsa delle due orazioni p. Quinctio e p. Fiacco, ultime
nel commento del Loschi. Di esse possediamo solo codici del secolo xv ; ma
vennero certamente alla luce sulla fine del secolo xiv e con- temporaneamente
in Francia e in Italia. Dagli estratti che ne dà il Loschi rileviamo che la
famiglia italiana è indipendente ' VAchilles fu composta prima del 1390, cfr.
Vf. Cloetta lìeitràge
eur Idtteraturgeschichie des Mittelalters und der Renaissance II 105 ss. " Per tutto questo e per altri studi del Loschi
cfr. R. Sabbadini in Gior- nale stor. d. letter. Hai. 60, 1907, 37-40. Sul suo
volgarizzamento delle De- clamationes ps. quintilianee vedi ora C. Marchesi nel
voi. I della Miscella- nea di studi critici pubblicata in onore di G. Mazzoni.
Nel 1419 il Ma- rinoni era presso la curia pontificia, Historiae patriae
monumenta. Liber iurium rei p. Genuensis II p. 1490. Dal famoso Vergilio del
Petrarca, ora in Ambrosiana, allora nella Viscontea di Pavia, si copiò negli
anni 1393-94 le tre opero vergiliane. Questo importante autografo del Marinoni
è il cod. Casanat. (Koina) 960. 124 PAVIA (cap. Ili dalla francese.»" Ora
io credo di poter anche definire in qual prnppo quelle due furono trasmesse
dalla tradizione diploma- tica italiana. E di vero nel codice Ambrosiano B 123
snp. dei secolo XV leggiamo (al f 77*) l'esatta descrizione di gei ora- zioni
ciceroniane, dove è segnato per ciascuna il titolo, il prin- cipio, la fine e
l'estensione, in quest'ordine: a) Pro Cn. Platino.... ; fjiiinternus 1 ; b) Pro
P. Sylla.... ; qiiaterniis 1; e) Pro P. Quintio....; quaternus I ; d) prò L.
Fiacco....; quaternus 1 ; e) Pro imperatore delif/endo in laudem Cn.
Pompei....; tennis 1 ; f) in senatvi de responsis aruspicttm.... ; quatornns
1." Il detto codice contiene opere di Uberto Decembrio e di suo figlio
Pier Candido, alcune anzi di mano di Pier Candido stesso. La descrizione del
gruppo ciceroniano è di mano di- versa; ma l'essere stata inserita in un codice
dei Decembri lascia sospettare che quel testo di Cicerone provenga da loro. E
cosi le sei orazioni sarebbero venute a Pavia in potere prima di Uberto e poi
degli umanisti di quel circolo. Ma non direi che siano state scoperte dai
pavesi ; la scoperta spetta piuttosto ai fiorentini e propriamente, come
vedremo, a Lapo da Castiglionchio. '" Le lezioni peculiari del Loschi ho
comunicate in Berliner philolog. Wochenschrift XX\, 1910, 299-300, recensendo
il libro del Clark Inventa Italortim. " liceo il principio e la line della
p. Quinctio: (Que res in civitate due plurìniinn possunt, hec centra vos ambe
facinnt in hoc tempore summa gratia et eloquenza — Itaquc (§ 99) hec te
obsecrat C. Aquili ut qnam exi- stimatìonem in iudicium tuum prope acta iam
etate decursaqne attulit eatn liceat ei secum ex hoc loco atferre ne is de
cuius officio nemo unquam du- bitavit LX" dcnique anno dedecore macula
turpissimaque ignomìnia note- tnr ne ornamentis eius omnibus nevins prò spoliis
abutatur ne per te ferat quo minus que existimatio p. Quintium usque ad
senectutem perduxit eadem Hsque ad ro^um prosequatur) e della p. Fiacco: (Cum
in maiimis peri- culis huius urbis atqne iniperii gravissimo atque acerbissimo
rei p. casu socio atque adiutore consiliorum periculorumque meorum L. Fiacco
cedem a vobis couiugibus liberis veatris vasfitatcm a teniplls delubris urbe
Italia depellebam. Sperabam iud. honoris potlus L. Flacci me adiutorem futurum
quam miseriarum deprecatorem — Miseremini (§ 106) iud. famille niiscrc- mini
fortissimi patris, miseremini filli, nomen clarissimum et forlissimiim vel
generis vel vetustatis vel hominig causa rei p. reservate), affinché si veda
che le lezioni sono proprie della famiglia italiana. cap. fin PAVIA 12B A
Pavia, contemporaneamente al Losclii e in relazione letteraria con lui era,
oltre al Marinoni, Giovanni Manzini. Il Manzini capitò a Pavia prima del 1387;
segui in quell'anno Gian Galeazzo Visconti nella spedizione contro Antonio
Della Scala e fu institutore del figlio del cancelliere Pasquino Ca- pelli.
Proveniva dalla scuola di Bologna, dove aveva atteso due anni alle lettere e cinque
anni alla giurisprudenza; ma la sua cultura, piuttosto larga e varia, nel fondo
restò es- senzialmente letteraria. 1^ Accanto a questi cultori degli studi
classici troviamo a Pavia due giureconsulti collezionisti: il genovese
Bartolomeo di Iacopo, che raccolse opere giuridiche e letterarie, e l'emi-
liano Pinoto Pinoti, che raccolse opere giuridiche. Bartolomeo, notaio e
dottore in leggi, dopo esercitati vari uttìci in patria e fuori, si ritirò,
eertamente prima del 1388, a Pavia, dove fu fatto consigliere del Visconti,
terminandovi la vita nell'anno suddetto (1388) o nel successivo. Ebbe commercio
epistolare col Petrarca e col Salutati; il Manzini lo giudicò 'in successione
Tullianae facundiac nulli nostri teniporis comparabilem.' '■' N^ella sua ricca
collezione, dove non mancavano anche testi sacri e medievali, incontriamo una
rarità: Catullo. i' Pinoto di Reggio d'Emilia, consigliere egli pure del
Visconti, abitava nella parrocchia di S. Pietro al Muro una casa comprata da
Bianca, la vedova di Galeazzo. L'inventario dei libri coi prezzi di ciascuno di
essi si legge nel testamento che fu rogato in Pavia il 17 ottobre 1384:
presente fra gli altri testimoni Pietro Filargo. Sono cinquanta e pili volumi,
in maggioranza giuridici, con un certo numero di testi sacri : ma nessun
classico. Nel legato li distribuì c'osi: trentacinque volumi al monastero di S.
Maria del Carmelo di Reggio; cinque volumi per dotare '■- viveva ancora tra il
1401 e il 1404. Vedi lo notizie su di lui nella Miscelìan. ex ms. libris Idblioth.
colleg. rom. soc. lesv, Koniae Ì7M, 1 i:ij SH. e pres.so F. Novati in 7''.
Petrarca e la Lombardia, Milano 1904, 179-92. Copiava, come il Marinoni, codici
petrarcliesclii. 1' Cfr. la Misceli, succitata, I 210. 11 Vedi F. Novati
Umanisti genovesi del sec. xiv. Bartolomeo di Iacopo in Giorn. Ligustico XVII,
1890, 23-41. L'inventario dei codici compilato nel 1390, p. 38-40. isti MILANO
(cap. Ili alcune ragazze, quattro al suo nipote paterno Bonviciuo di (iabriele
Pinoti, sei e altri minori al nipote materno Tommaso di Guido Cambiatore. A
questi due nipoti, allora all' incirca ventenni e inscritti da poco al corso di
legge a Pavia, Pinoto lasciò inoltre quaranta fiorini annui per ciascuno fino
al ter- mine degli studi al venticinquesimo anno.^^ Da Pavia volgiamo l'occhio
alla vicina Milano. Se diamo ascolto a Uberto Decembrio, i milanesi attendevano
solo ' ar- tibus fabrilibus et sordidis ' ; ^*' ma chi cerchi con pazienza
potrà rettificare quel severo giudizio. Intanto un po' di luce viene dal codice
Vaticano lat. 2193 del secolo xiv. Esso è di scrittura lombarda; di scuola
lombarda indubbiamente, e assai l)rol)abilmente milanese, le finissime
miniature. Il codice ap- partenne al Petrarca, che v' inseri di proprio pugno,
in fogli rimasti vuoti, due orazioni di Cicerone (p. Marc, e p. Ligar.) e
alcuni appunti di giardinaggio. Fu supposto che il volume fosse stato messo
insieme sotto la direzione del Petrarca ;i" ma notiamo che egli lo
possedeva almeno sin dal 1348, quando stava a Parma, mentre la sua dimora in
Milano comincia col 1353. Io reputo al contrario che nel codice s'abbia a ri-
conoscere un'antologia compilata da un erudito milanese di sui numerosi e
preziosi manoscritti che esistevano nelle chiese e nei monasteri di quella
città. L'antologia abbraccia molte opere di Apuleio : il lìe deo Socr.,
VAsclep. (apocrifo), il De Fiat., Yad Faustum {-= De mundo), i Flon'd., il De
mag. e le Metam. ; inoltre gli Strateg. di Frontino, il De re milit, di Vegezio
e i primi tredici libri del De agric. di Palladio. I testi derivano da buona
fonte, perché ad es. i libri d'Apuleio hanno il greco e Vegezio reca in fine la
sottoscrizione di Eu- tropio.'* Che il compilatore dell'antologia operasse con
criteri '^ Testamentum domini Pinoti de Pinotis, Regii, apnd Prospcrum Vi'-
drotum, 1072. '1' Borsa op. cit. 97. '" P. de Nolhac Pétrarque et
l'humanisme II 100, dove si discorre am- piamente del codice. "* Entropius
emendavi ecc. (Teuffel-Schwabe Geschichte dei- róm. Liter. § 432, 6). cap. Ili)
MILANO 127 personali e pratici, appar manifesto dal copioso indice alfa- betico
annesso a Palladio.^-' Con eguale, se non maggiore, presunzione di verità rite-
niamo di orìgine milanese due altri codici, gli Ambrosiani E 14 inf., E 15 inf.
Sono due maestosi volumi (era. 40 X 27) gemelli, entrambi membranacei, della
seconda metà del se- colo XIV. Provengono dalla collezione dì Francesco Ciceri
(Cìcereius), professore milanese del secolo xvi.^* Hanno l'iden- tica
dimensione, larghi margini tutt'e due, tutt'e due scrìtti su due colonne e ogni
colorina di quaranta righe ; tutt'e due co- piati con bella calligrafia dal
medesimo amanuense, che sì firma in ambedue nella stessa maniera : Marcus de
Bapha- nellis scripsit. Sono poi l'uno e l'altro splendidamente mi- niati. Il
tipo della scrittura è senza dubbio settentrionale, probabilmente lombardo lo
stile delle miniature. A raffermare la convinzione dell'origine lombarda
s'aggiungono i fogli di guardia di E 15, che contengono ìndici spettanti
all'ammini- strazione del ducato milanese del 1476: sicché nella seconda metà
del secolo xv, al qual tempo risale la legatura, i due volumi erano in Milano.
Il frontispìzio poi di E 14 reca uno stemma, che non s' è purtroppo potuto
identificare, ma che dimostra che il Rafa- nelli, 0 Ravanelli,^! come suona oggi
in Lombardia questo co- gnome, non lavorava per se, ma per conto di qualche
signore. Quel signore era un collezionista ciceroniano; ì due co- dici infatti
sono tutti occupati da opere di Cicerone, cosi distribuite : '" f.
150v-163v Tabula in libris Pnlladii de agriculiura per ordinem alphabeti. -» Il
Ciceri, nato .1 Torno (Como) nel 1621, si stabili nel 1548 a" Milano,
«love visse ininterrottamente, esercitando l' ufficio di; professore,' fino
alla morte, che accadde il 31 marzo 1596 (Fraiicisci Cicereii Epistolar. libri
XII, Mediolani 1782, I p. XIX, XXV; V. Forcella Iscrizioni delle chiese e degli
altri edifici di Milano, 1889, li p. V-VI). ^' Ci fu un Marcus de Raplianellls,
veneziano,'dì professione" notaio, della seconda metà del secolo xiv; ma è
diverso daPnostro copistaTper informazioni sul notaio vedi R. Sabbadini in
Athenaeum I, 1913, U-15 e E. Cessi in N. Ardi. Veneto XXV, 1913, 259. 128
MILANO (cap. Ili Opere filosoficlie : De off., Tuscuì. qtiacst.. De nat. deor.,
De essentia mundi (Timaeus), De seti., De amie. De divinai.. De fato. De
legib.. De fin., Somn. Scip. Opere rettoriche : De inveii, Rhet. ad Heren. (in
sei li- bri), Topica, De orai, e Orator (mutili, il Iranimento del- l'Omo, dai
§ 91 alla fine segnato come libro IV). Orazioni : Philippicae (in 13 libri,
perciò testo mutilo fra il libro V e il VI). Epistole : ad Quint. fr., ad
Atticum, ad Brutum (il {^rnppo ad Br. è dato per intiero, gli altri due in
estratto).^"- Vedc ognuno ciie qui abbiamo un'insigne collezione cice-
roniana, qnale il medio evo non conobbe e a cui può in quel tempo tener fronte
solo quella del Petrarca. E chi sa che essa non fosse ancor pili copiosa che
oggi non sia, perciié non è improbabile che ai due volumi esistenti se ne
accomjìagnasse un terzo con altre orazioni, quelle almeno che erano tra le pili
divulgate. In questa collezione spiccano soprattutto per importanza i tre
gruppi epistolari, dei quali il codice Ambrosiano conserva il testo più antico
arrivato fino a noi, più antico del Mediceo (49. 18) e da esso indipendente,
.senza clic si possa indovinare donde l'ignoto milanese l'abbia scovato.*-*
Brnzo d'Alek.sandria Assegniamo a Milano anche Benzo d'Alessandria. Versi-
mente non sappiamo dove abbia poste le basi della sua cul- tura, ma in Milano e
nelle sue adiacenze risiedette più a lungo. Egli appartiene in ogni modo alla
scuola lombarda, della quale è il più illustre rappresentante, cosi coni' è nel
medesimo tempo il più genuino precursore del Petrarca e di Poggio nella ricerca
dei codici. -■■ Vedasi la uiiutita dtìscrizione dulie epistole dì questo codlee
(K. 14) presso C. A. Lelimann De (Jiceronix ad Alt. cpislulis recens. et emtnd.
20-25. 23 R. Snbbadini in liirisla di filologia X.VXVIII 690, dove è recensita
l'opera del Sjogreii. cap. IH) BENZO 129 Benzo nacque ad Alessandria ^ nella
seconda metà del secolo XIII e mori verso il 1330 a Verona, dove almeno dal
1325 al 1329 fu nella cancelleria degli Scaligeri. Di pro- fessione era
notaio.^ Dove abbia frequentato i corsi univer- sitari, non sappiamo; verisimilmente
a Bologna, città che fu certo da lui visitata e di cui celebra la fama
universale.^ Mentre esercitava l'ufficio di notaio presso il vescovo di Como
Leone Lambertenghi,'* pose mano a una vasta enciclopedia in tre parti. Ecco qui
la testimonianza di un contempora- neo, che lo dovette conoscere personalmente,
Guglielmo da Pastrengo : Bencius, Lombardus gente, patria Alexandrinus,
Canisgrandis primi, inde nepotum cancelarius, magne litterature vir, omnium
liystoriograpiio- rimi scripta conplectens et a mundi eonstructione exordìum
sumens cuncta- ruiii genciuin, nationuin, regum populorumque omnium simul gesta
cou- texuit. opus grande, volumen inimensum, quod in tres dimensum est partes.5
' Un abbozzo di questo capitolo su Benzo fu da me precedentemente pubblicato in
Rhein. 3Ius. LXIII, 1908, 22i-Ai Bencius Alexanckinus und der Cod. Veronensis
des Ausonius. Per la biografia cfr. L. A. Ferrai in Bulìettiìio dell' istituto
star. ital. VII, 1889, 97 ss. ; G. Biscaro in Archivio stor. lombardo, XXXIV,
1907, 281 ss. * II Biscaro lo fa anche sacerdote. L'errore ù nato da ciò, che
riferisce a Benzo quello che egli toglie dalla Descriptio Terrae sanetae del
tedesco Brocardo. Narra Brocardo (cod. Ambros. A 223 inf. f. 20) di aver
recitato due messe a Gerusalemme : ' Ego bis dixi missam de passione et legi
pas- sionera in missi secundum lohannem in loco ipso passionis Chrlsti '; Benzo
ripete nella sua enciclopedia (cod. Ambros. B 24 inf. f. 128) questa notizia e
di là fu conchiuso ch'egli fosse sacerdote e viaggiasse in Palestina. Bro-
cardo dà (ib. f. 13) l'anno del suo viaggio in Terra Santa: ' istud accidit
anno domini MCCLXXXIII in festo omnium sanctorum'; e anche questa no- tizia fu
riferita a Benzo, che la trascrisse nel suo volume (f. 28). Ma Benzo ha nominato
tutte due le volte la sua fonte. ^ ' Huius matricis ecclesie (Bononiensis) tìtulus beato
Petro apostolo inscriptns est. Unde in sigillo comuuitatis inscriptus est etiam
talis versus : Petrus ubique pater, legum Bononia mater.... De laudibus prete-
rea ipsius notare michi videtur superfluum, cum fere cuncti maxime litte- rati
studentcs quantis bonis affluat sint experti ' (f. 149"). ' Biscaro 283-84. Il Lambertenghi fu vescovo di Como
dal 1295 al 1325. 5 Gulielmi Pastregici De origin. f. 16; la nota fu ripubblicata
critica- mente da C. Cipolla in 3Iiscellanea Ceriani, Milano 1910, 770. R.
Sahbadiki. Le acoperte dei codici. 9 130 MILANO (cap. Ili Delle tre parti noi
possediamo solo la prima nel poderoso codice Ambrosiano B 24 inf., in folio, di
carte 280." Ma che fossero tre, ricaviamo dalla sottoscrizione del volume
super- stite, la quale suona (f. 283) : JSxplicit historia de moribus et vita
philosophorum que est ultima primi voluminis; e dal proemio del libro XXIV
(ultimo), dove si rimanda alla terza parte (f. 256 bis): ' De reliquis autem
pbilosophis et viris il- lustribus qui post Alexandrum usque ad nostra tempora
cla- ruerunt, dum romauum maxime clareret imperium, tercia bui US operis parte
ponam '. Però non riusciamo a capire come il Pastrengo abbia potuto vedere
l'opera compresa in un gol volume, sia pur ' immenso ' quanto si voglia. Il
tempo in cui fu composta la prima parte si determina abbastanza esattamente.
Intanto rechiamo un'attestazione del- l'autore, la quale si trova nel
quartultimo dei ventiquattro libri, di cui consta il nostro volume : (f.
212") ' cum in hac etate nostra annoque conpilacionis huius sol iam mi
Iesi es trecesies et vicesies giraverit cnrsum ex quo sol gratie buio mundo
effulsit '. Quando cioè stendeva il libro XXI era l'anno 1320. Un anno intero
trascorse dalla stesura alla rico- piatura: (f. 233) ' Explicui itaque adi u
vanto deo Tliebane ob- sidiouis ystoriam ^ micbique attulit casus ut mense
maio, IX videlicet die, hanc secundam compilacionem et cor- reccionem explerem,
quam XX die precedentis mensis in- choaveram, sumens a prima translacione quam
preterito anno feceram similiter mense maio ex eisdem versibus Sta- cianis '.
Poco prima, nel 1319, scriveva il libro XIV, perché ivi ri- corda che correva
il second'anno dacché Genova sosteneva l'assedio dei fuorusciti** Ghibellini e
dei Viscontei, assedio 6 Membr. del sec. xiv, a due colonne; f. 1 Incipit
cronica a principio mundi usque ad aventum xpisti. Le carte segnate sono 283,
ma due ven- nero saltate. " Nel libro XXI racconta la guerra di Tebe
parafrasata sulla Theb. di Stazio. 8 f. 150T Sed factum est dolorosiii et
dolosis civinm sedicionibns ut urbs ipsa fernim in se convertens et sibi ipsi
hostis effecta a civili anga- tur hoste pariter et forensi, secundo iam labente
anno ex quo obsessa cap. ni) BENZO 131 iniziato nel marzo del 1318.^
Nell'ambito poi del medesimo libro leggiamo quest'altra notevole dichiarazione:
(f. 148) 'Et vere libenter urbis illius (Comi) insisterem laudibus, cum in ea
gratum et quietum sim domicilium nactus ad conpilandum pre- sens opus et malora
alia^" exacto iam fere septennio'. Se pertanto nel 1319 lavorava da sette
anni attorno all'opera, l'avrà cominciata verso il 1312. Per conseguenza
assegniamo alla com- posizione del primo volume un decennio: dal 1312 al
1322." Negli anni cbe precedettero la sua dimora a Como, Benzo stava a
Milano al servizio del giudice Clone Bellaste da Pistoia. La sua presenza a
Milano è accertata per tutto l'anno 1311 ^- e per porzione del 1310; ma non
andremo lontani dal vero sup- ponendo che vi avesse stabilito il domicilio da
uno o due lustri. Questi dati sono importanti perché ci mettono in grado di
collocare i viaggi di Benzo nell'ultimo decennio del secolo xiii: viaggi
numerosi e lunghi, che abbracciano poco meno che tutta l'Italia superiore e
parte della media. A noi piace figurar- celo, dalla nativa Alessandria,^^ dopo
visitate le città vicine di Asti,!' Acqui, 15 Tortona,^'' muovere alla volta
della Ligu- ria ; ^'^ di là, prendendo la via della costa, spingersi in To- miserabiliter
labicat (=Iaborat?) se ìpsam ruinis deformans et rapinis eva- cuans cedibus
consuminens. ■■' Muratori Annuii d'Italia, anno 1318. *" Intenderà i due
volumi successivi. " Questo è confermato da altre date che si incontrano
nel libro XIV: f. 149v anno Cliristi MCCCXI ; f. U7v usque ad annum nativitatis
Cliristì MCCCXV. 12 C'era nel maggio e nel settembre 1311; il 6 gennaio 1311
vide l'in- coronazione di Enrico VII (Biscaro 287-88) : stava perciò a Milano
sin dal- l'anno precedente. l'i f. 151 Ai-KXANDRiA... In sigillo cìvitatis
talis consueverat esse versus: Depriniit elatos levat Alexandria stratos. Mi
servo della descri- zione dei sigilli comunali come di indizio sicuro (o molto
probabile) che Benzo visitò la città. " f. 151 AsT... In sigillo'eiusdem
habetur hic versus: Aste virct mundo sancto custode Secundo. 15 f. 151 Vidi
enim fontes ibi (in Acqui) calentes. '<> f. 150 Terdonì... Hodie in
sigillo comunitatìs inscnlptus est huiusmodi versus: Pro tiibus donis si mi li
s Ter don a leonia. '^ f. i.50'' I»NUA... habent in sculpturìs sigilli
conimunitatis ymaginem griffi aves pedibus conculcantis sive unguibus
constringentis et versum ta- leni : (irìffus ut has angit sic hostes lanua
frangit. 132 MILANO (cap. Ili scana, di cui toccò Lucca.^* Pisa,^^ Siena,^''
Firenze," Pistoia; ^^ indi prendere la costa adriatica, toccando
Ravenna,^^ e risa- lendo su su fino a Bologna,^' Parma,^^ Borgo San Donnino ;
^^ voltare i)oi verso il Veneto o, come allora si chiamava, la Marca
Trivigiana,^^ percorrendo Mantova, Piatole,^ il presunto pae- '8 f. 139 Luca...
Multi in liac civitate artiflces habentur in auro et serico. Situs eius in
plano est non longe a montibua niuroque ex lapidibus quadrìs cincta
ninnitissinia redditur... Sed sedicio civilis mul- tum decora civitatis ipsiiis
ediflcia deformavit. Queste son notizie de visu. " f. 139 Pise... Hanc
civitatem preterfliiit amnis nomine ArnuK, intra ipsam civitatem ab utroque
margine mnro lapideo fultus et in eo gradus ad aque descensiini. Ditissima et
opulentissima est civitas et lionorabilem habet archiepiscopatiim ; snbsunt
cnim suffragane! episcopi quatuor. Portura quoque in mari possidet. In ea
sepultus est Henricus imperatnr linins nomi- nis VII, liabens in matrici
ecclesia marmoreo lapide monumento (= — ntnm) loco eminenti imperialiter
sitnatum. Notizie dirette, meno quella sulla tomba di Enrico VII, erettagli nel
duomo di Pisa nel 1315 (25 agosto), due anni dopo la morte (A. da Morrona Pisa
illustrata, Livorno 1812, I* 271-74). 2" f. 1.39 Sene... Huiiis autem
civitatis catliedralìs ecclesia matrem Vir- ginem habet in titulum, unde et
civitatis sìgillura bnnc contìnet versuni : Salve virgo Senam veterem quam
cernia amenam; et per hoc in- nuitnr quod antiqua sit annis et aitu
delectabili. Date altre notizie su Siena, soggiunge: Hoc sicut inveni scrìpsi,
sed huius relationis auctorem non legi. Perciò si tratta di notizie orali avute
sul posto. 21 f. 139v Florencia... Unde miror quid sculpture significent
sigillo ip- 8ÌU8 civitatis impresse ; est enim in eo Hcreulis ymago clavam
nianu ge- stantis et versus talis : Herculea clava domat Florencia prava. 22 f. 139v PisToRiuM... versus
autem qui imprcssus est sigillo comunitatis ipaius civitatis, nam talis est
versus : Que volo tautillo Pistoria celo sigillo. 23 f. 139V Ravenna... ut
habetur in codicibns ecclesie ravennatis; f. 140 Versus sigillo ipsius urbis
impressns antiquani esse insinuat dicens : Urbis antique sigiUum summe Ravenne;
f. 147v legi in cronicis ecclesie ravennatis... 2< Cf. aopra p. 129, n. 3. 2' f. 149^ Parma... In
sigillo ipsius civitatis versus habetur qui talis est : Hostia turbetur quia
Parniani virgo tuetur. 26 t. 149y In lapide grandi ante basilicam beati Donini
in bnrgo eìnsdem (S. Donnino) sunt antique littere, scilicet lulìa civitas uri-
Bopoli. 2^ f. 1I2V Venecia que modo dicitur Marchia Trivisina. 2* f. 149
Mantua. In suburbano quoque pago aupra ripam ipsius lacus sito, qui Pplectolis
dicitur, natus fertur fuisse Virgillus. Questa è la prima notizia diretta,
indipendente dalla danteaca, su Pietole. cap. Ili) BENZO 133 sello natale di
Vergilio, il lago di Garda,^'' Verona ^o e Vene- zia.-^i Le ultime città
visitate devono essere state le lombarde, Bergamo,^^ Pavia,^^ Milano, Como,
perché in questa regione, e propriamente in Milano e Como, fissò la sua dimora,
finché non tornò nuovamente a Verona, chiamato nella cancelleria degli
Scaligeri. Quei viaggi furono intrapresi a scopo di studio. Benzo an- dava in
cerca di notizie per la sua enciclopedia ; dagli ar- chivi e dalle chiese
traeva codici, cronache, iscrizioni e do- cumenti di ogni genere, e tutto
leggeva, ora diligentemente ora frettolosaniente,^' ora copiando, ora
transuntando : nel che ebbe, due secoli dopo, imitatore il concittadino Giorgio
Me- rula, il quale parimenti dal 1488 al 1493 esplorò e fece esplo- rare
parecchie biblioteche e archivi d' Italia per compilare la Historia
Vicecomitum?'^' 29 f. 94 Benacus... Hic hodie dicitur laeus (iarde, <a>
castro eiusdem nominis. In eo lacu nascuntur pisces sapidissimi, qui vulgo
dicuntur carpo- nes (= carpiones), quod genus piscium nusquam reperitur quain
in lacu ipso et per menses duos cocti et su<b> sale servantur. Notizie de
visu. 30 f. 149v Verona... De urbis autera huius nomine feruntur illi duo ver-
siculi ethimologiam et antiquitatem insinuantes eiusdem : Ve vere sur- gens Bo
rotas (= rotans) per circuitum ni. Nani antiqua urbs est vocata Verona (sarà:
nauique antiqua urbs a vera est Verona vocata; e vera, forma volgare di viria,
significherà ' anello ')... Laberinthum etiam, quod nunc Barena dicitur, ibi
habetur..., cuius pars exterior terre motibus corruit. De ipsis autem ruinis,
scilicet lapidibus quadris, constructa fuit pars muri urbis que est inter
portam qua itur Mantuam ad (ac ?) monasterium S. Zenonis. Notizie de visu. 3*
f. 140 Vexecik... Ecclesiam habet civitas ista beato Marcho dicatam, in qua
quiescit, mirabilia operis venustate decoram. Questa e altre notizie farebbero
credere che ci sia stato. 32 f. 148^ Peroìmum... Hec in clivo limpidine (cioè
limpidezza) fontium et consltu virgultorum ameno quasi in throno sedeng... E
altre notizie de visu. 33 f. 147 Papia... Hec inveni in antiquis scriptnris
apud ipsam urbem... Hee que loquor (il Regissol di Pavia) oculis meìs vidi et
novi. Alcune delle succitate notizie Benzo avrà forse potuto sapere dagli
ambasciatori conve- nuti a Milano per l'incoronazione di Enrico VII; ma nella
grande maggio- ranza conobbe quelle città direttamente. 3< f. 144v quorum
omnium auctorum libros seu cronicas vel scripsi vel partim seriose partim
perfunctorie legi. 35 Scoperte 157. 134 MILANO cap. Ili) Neil' impostare la sua
enciclopedia Benzo tolse a modello lo Speculimi historiale di Vincenzo
Bellovacense. Al ])ar di lui reca prima le testimonianze de^H altri e quindi
introduce col lemma ' actor ' le notizie proprie. Nel nominare le fonti è
coscienzioso, sebbene in questo riguardo la sua diligenza ri- manga inferiore
all'esemplare ; bisogna però escludere nelle dimenticanze ogni ombra di
malizia. Nell'esposizione e nel- l'apprezzamento dei fatti dà prova di ))uon
discernimento cri- tico. Si studia sempre di scegliere fra gli scrittori gli
auten- tici, com'egli li chiama, e quando le testimonianze non sono concordi,
esprime i suoi dubbi, di esse accettando franca- mente quella che gli pare più
attendibile. Concorrendo nelle testimonianze i poeti e gli storici, dà la
preferenza agli sto- rici, perché i poeti ' non historice sed lege artis
poetice sant locuti ' ; ^^ talché p. e. non ammette l' incontro di Enea con
Bidone secondo il racconto vergiliano e segue invece l'autorità di Trogo,^^
precedendo in ciò il Petrarca. Nel narrare la storia di Milano abbozza una
critica delle fonti. All'origine di lanua da ' lanus ' non presta fede, perché
trova che in Livio il nome suona non lamia ma dcnua.''^'^ Se la fonte gli
riesce oscura, lo dichiara.'* Confronta anche le varie lezioni dei codici.^'
3'" f. 2Ziv In nullo autem circa liiiiiis liistoire (della guerra troiana)
com- pilacionein nec Omenim, cimi iiiaudaceni (mend-) illum Sibilla fiiisse
insì- nuet, nec Ovidiiim nec Virgiliuni secutiis sum, quia non historice scd
lege artis poetice sunt locuti. 3~ f. 13G Eliininandns erjro est per hec Trogi
sive lustiui dieta illornm fabulosus error, qui sequentes Omeruni, quem Sibilla
Erictrea niendacem appellai, nec non Virgiliuni et Ovidiuni sequaces Omeri,
quo» loeutos con- stat ut Octa Viano Augusto placereut quibusve niox (mos) est
non liistorìas sequi sed legeni pocìus artis poetice inimitari, credunt innio
asserunt F.neam troianum liane vidisse Didonem aut ei contemporaucuni fuisse
eanique eum adaiuasse impudico vel pudico amore et ob id, cum se ciani
ahsentasset Eiieaa, ipsain se pugione confodisse furibundi ainoris velieineutia
vieta. Sog- giunge le tfstimoniauze di fiirolamo Contra lovin. e <li
Agostino Uunfcss. ** f. l.'iOv Unua... Conchiude : Per hec igitur pafet hanc
urbem non lanuam sed Genuam antiquitns nuncnpatam et sic non a lano dictnm vel
conditani. *•' f. 112 'Hec est et Tuscia, sed Tnsciam dicere non debemus, quia
nusquam legimus'. Actor. Hec Ysidorus (Etym. XIV 4, 22) ; sed quid dicere velit
in hoc ultimo verbo, non intelligo ; forte corrnptns est te.xtns. ■*" f.
236 sul numero delle navi greche a Troia', alia littera dicit naves MCXLII,
alia MCCXVI (presso Darete XIV). cap. Ili) BENZO 135 Certo non si deve
pretendere da lui pili che in quel tempo non si potesse. Cosi egli crede
ciecamente a Dicti e a Darete, fidandosi delle prefazioni che gabellano i due
autori per con- temporanei della guerra troiana," e contrapponendo, a chi
di quella guerra negava l'esistenza, l'autorità di Agostino.'^ Ma la guerra di
Troia fu da ben più altri e prima e dopo di lui ritenuta vera ed egli del resto
non mancò di rilevare contrad- dizioni fra Darete e Dicti, le quali attribuisce
alla passione degli informatori.'''' Sicché nell'insieme Benzo ci lascia l'im-
pressione di una mente illuminata. Nella citazione delle fonti ora si mantiene
ligio al testo, trascrivendone anche gli spropositi, ora lo riporta
liberamente. Quando la fonte è poetica, specialmente se si tratta di passi
hmghi, coni' è il caso p. e. della guerra tebana e della gio- vinezza
d'Achille, cantate da Stazio, riduce la poesia in prosa e sostituisce ai
vocaboli antichi i vocaboli più recenti, perché i suoi coetanei capivano poco i
versi, e perché il lessico la- tino s'era profondamente modificato.''* Inoltre
non trascurava la forma e dei capitoli più difficili, quello ad es. della
guerra tebana, stendeva prima la minuta e poi lo trascriveva in pulito.^^ La
conoscenza che ebbe Benzo degli autori è larga e va- ria, massimamente per quanto
si riferisce ai medievali ; ma " f. 233. <* f. 251 Movet me quoque
quorundam ridiciilosa opiiiio blaterantium hoc est inepte clamancium fabulas
esse poeticasque ficciones qiie de troiano excidio tam noto tainque famoso a
tam illustris (-stribus) scriptoribus siint narrata. Segno la citazione di
Agostino. *' {. 2;i:!v Non mirari tamen non possum quod in eorum scriptis tanta
tamqiie frequens dissonancia et diversitas reperitur. Cansam quoque varie-
tatis eorundem scriptorum fuisse pnto affectiva rellacio parcinm circa gesta
vel magnificare suos vel adversarios delionestare voleneium. ■" f. 212V
Ego autem considerans qnod modernis temporibus sic ars me- trica in
dissuetudinem venit ut nec eani moderni fere amplectentur immo paucissimi
autliornm maxime antiquorum metrice vix possunt absque multis comnientis et
glosis ad intellectnm conpreliendere (-bendi)... ; f. 2'')3 nietra eius
(Statii) in prosam reddìgens... ; f. 213 Sane cum antiquorum latinum sermoneni
contemplor et dum quam dissimile sit a moderno eloquio consi- dero, vere video
adinipletum quod dudum predixit Oracius... 'multa re- nascentur... ' (A. P.
70-72). '5 f. 233... hanc secundam compilacionem et correccionem... 136 MILANO
(eap. Ili di questi non terremo conto, se si eccettuino qualche scrittore e qualche
testo che dall'antichità attinsero parte delia loro materia; tra i quali
nominiamo il Poeiarius di Alberico,^^ i Mirabilia Momae,'^'' la Graphia aureae
urbis lìomae^^ e un Liber de proprietatibus;^'^ dal quale trae notizie
geografiche e a cui talvolta appone il nome di Isidoro.^ Kiguardo agli autori
antichi, dobbiamo esser guardinghi nel determinare quali gli fossero noti
direttamente, perché non sempre, e l'ho già avvertito, indica la fonte, onde
taluni che sembrano citati di prima mano potrebbero derivargli da altri e
soprattutto da Vincenzo Bellovacense. Ci rifaremo dai greci tradotti. Di
Platone pare non cono- scesse nulla.^i Opere d' Aristotile n'avrà certo vedute,
ma non sappiamo quali, perché nell'elencarle riproduce il passo del Bellovacense
; tra^^ le spurie cita il De pomoP Adopera an- che la Vita Aristotelis, che va
sotto il nome di Ammonio, traslatata allora di recente in Inghilterra e che
egli toglie dalla Summa di Giovanni Walensis.^' ^ f. 133 ab Alberico in libro
qui dicitur Poetarius ; f. 261 Albericns in Poetarlo ecc. *'' Li adopera nella
descrizione di Roma, f. 141 ss. <8 f. 144T illins Graphia anree compilator.
<9 f. 99V ecc. '^ f. 107, 110 ecc. Isidorns ex libro proprietatum. 51 f.
273V Ut autem in Fedrone narratur, bibit farmacnm et ciini hii, qui ingressi
erant eum, Xantippem coningem invenissent piierum tenentem et exclamantem,
Socratem (-tes) aspiclens Tritonem (Crit-) faniiliarem albi, abicito inquit
ìllam... et hec dicens patienter snstinens valde ilariter et fa- cile bibit. Hec
in Fedrone (Phaed. 60 a, 117 e). Questo brano della tradu- zione medievale del
Phaedon tfli deriva dalla Summa del Waleys, Lugd. 1511, f. 169. 6' f. 279, cfr.
Vinc. Bel. Sp. Mst. Ili 84. " f. 279. 3< f. 277v Aristotiles... Huius
antem origo et vita fuisse legitur huius- modi in libro de vita et moribus
philosophorum : Aristotiles quidem fuit gente macedo, patria vero
strangiritanus. Strangiria autem civita.s est Tra- chìe... Il Liber de vita et
mor. philos. fa parte della Summa del Waleys, nella quale si trova il tractatus
de vita eius (Aristotelis) transìatus de greco in latinum (lo. Valensis Summa,
Lugd. IMI, f. 164v). Il testo greco fu pubblicato la prima volta da L.
Holstenius Vita Aristotelis peripateti- eorum principis, Lugd. Bat. 1621. cap.
HI) BENZO 137 Per la storia degli ebrei sfruttò largamente le opere di Flavio
Giuseppe 1" historiographus disertissimus ' e di Ege- sippo ; ^^ per la
cronologia in generale e per la storia della chiesa Eusebio tradotto da
Girolamo e da Bufino ; =" per le im- prese di Alessandro Magno VHistoria
Alexandria'' dello ps. Callistene, anonima, e l'Epistola Alexandri ad
Aristotelem.^ Rammenta le ' elegantes et famose fabule ' di Esopo,^^ ' homo
grecus et ingeniosus ' ; e cita Dioscuride,"" Origene,^^ Giovanni il
Grisostomo,*^^ Clemente Alessandrino : ^^ ma se tutti diretta- mente questi
ultimi, non saprei aifermare. Speciale menzione richiede il Liher de vita
philosopliorum, la ben nota riduzione medievale delle Vitae di Diogene Laerzio.
Benzo non potè adoperare l'omonimo scritto del Bur- laeus, che non era ancora
uscito, bensì ebbe tra mano la re- dazione originaria, ma stranamente alterata
e ingrossata, come apparirà da un paio d'esempi : Homerus (f. 263)... Fuit
autem Homerus, ut scribitur in libro de vita phi- losophornra, homo bone
magnitudinis, pulcro forme, remissì coloris, magni capitis, inter humeros
strictus, gravem liabens aspectum et in facie signa variolanim. SocRATES (f.
274)... Fuit autem, ut in eodem libello de philosophorum vita legitur, vìr
coloris rubei, conpetentis magnitudinis, calvug, decorus ^ f. 9Iv Hic finis
terminusqne a me ponitur historiarum hebraici sive iudaici populi ex hiis que
sumpta sunt per me ad huius operis compilacio- nem a scriptis Flavii losephi
hìstoriographi dissertissimi et Egesippi in stilo historiarum losepho non
infimi ; f. 16^ losephus in libro centra Apionem. 56 f. 21, 133 ecc. ^ f. 37v
ecc. 58 f. nv ecc. 53 f. 44, 267v. «> f. 97v Diascorides. 6' f. 32v Origenes
in expositione arche Noe. 6' f. 32» Johannes constantinopolitanus de
reparatione lapsi ; f. 263 Nar- rat vero Crisostomus in quodara sermone super
ilio verbo ' dicentes se sapientes stulti facti sunt' Fiatoni fuisse propositam
questionem (sui pidocchi dei pescatori), sic dicens : 'Plato iuxta litus maris
deambulans '... Hee Crisostomus. Tamen lohannes de Walia in Summa sua
{Uompendil. Ili 4, 16) ponit quod fuit rei huius recitator (Jregorius
Nanzanzenus qui fecit tractatum super ilio verbo apostoli: 'sapientia huius
mundi etc. ' Cfr. sopra p. 42 n. 38. ^■^ f. 103 Clemens in itinerario. 138
MILANO (cap. Ili facie, gpansas humerìs, jfrossorum ossium, modice carnig,
oculorum nigro- ruin, lentarum palpebrarum, multi silenciì, raembrorum
quietornm inulteque cogitacionìs. Si direbbe che tali ritratti fossero
modellati su quelli degli eroi e delle eroine di Grecia e di Troia, che
leggiamo presso Darete (XII-XIII). Fra i cristiani latini aveva dimestichezza
con Lattanzio^' e i quattro grandi luminari : Girolamo,^^ Ambrogio,^ Grego-
rio,*'''' Agostino, soprattutto il De civitate dei di quest'ultimo."*
Spessissimo adoperato per la storia è Orosio,**^ per la mitolo- gia Fulgenzio.™
Di Boezio cita il T)e consolai.'^ e il De mu- sica,^^ di Cassiodoro molto le
Variae, talvolta VHistoria tri- pertitaP Assai di frequente ricorrono i richiami
alle Eiy- mologiac di Isidoro,'''* e a Miletus,'''^ che sarà Melittus, il
collaboratore della Chronica dello stesso. Non dimenticheremo la Datiana
historia?^ Vorremmo aggiungere VApologeticus di Tertulliano,''^^ ma ci sembra
tolto di seconda mano dal Bel- lovacense. Di alcuni scrittori pagani ha solo
conoscenza indiretta. Cita da Sallustio il fatto dei Philaeni ''^ {I»g. 19); ma
per la parola di Giugurta (35) : ' urbem venalem et mature peritu- M f. 265. 65
f. 21 Super Amos ; f. 32v super Ezechielem ; 186» supra Danielem ; 271v super
Genesim ; 21, 265v ecc. centra lovinianum, 271, 280 ecc. Epist. 66 f. 31, 32V.
6" f. 32t ecc. 6* f. 7 ecc. Altre opere : 32v Scrmo de incarnat. dom. ; in
psalmos ; 249v Confes.s. ; 268 centra mendacium ; 276» coutra lulianum. 6» f.
7v ecc. ~'> f. 256 bis ecc. Mitolog. "1 f. 267 ecc. "' f. 269 Hic
(Pythagoras) ut scribit Tnllius libro de consiliis cum audis- set
taurominutanum iuvenem libidine tlagrantem... Cfr. Boeth. De tnus. I 1. Ville.
Beluac. Spec. hist. Ili 21 cita lo stesso passo, ma senza le parole ' libro de
consiliis '. ~^ f. 9-t ecc. Epist.; f. U4t Cassiodorus in Tripertita. '* f. lUv
112 126v ecc. ■« f. 12, 140, 149
ecc. "6 f. 20, 144 ecc. Datius. ~ f. 270, 273t ecc. ''8 f. I37v Hoc idem
scribit et Salustlus. cap. Ili)
BENZO 139 ram '... rimanda a Orosio.''^ Cesare gli è intieramente ignoto e
nella descrizione delle città della Gallia^*^ non fa mai il suo nome; le poche
volte che lo ricorda,*^' copia il monaco Aimoino 0 Ammonio, com'egli lo chiama.
Da Cicerone reca qnesto detto : ' Theofrastus, qui a divinitate loquendi, ut
ait Cycero, nomen accepit'.*^ La frase ciceroniana si rinviene nell'Ora^or (§
62), in un luogo che manca ai codici mutili. Se ne conchìu- derà che Benzo
possedeva VOrator integro? No certo, da chi abbia veduto la medesima notizia
nella Chronica di Giro- lamo. «^ Troviamo allrcsi una citazione dMe
Fhilippicae: 'Idem TuUius libro XIII Philippicarum scribit eciam lucu- lenter:
memoria inquit bene reddito vite sempiterneqne (sic) si non esset '...''' Ma il
brano è dato anche dal Bellovacense; *= e d'altra parte sarebbe questo l'unico
indizio che Benzo pos- sedesse orazioni ciceroniane. Egli nomina assai spesso
la Na- tur. Histor. di Plinio*" e sempre in tal forma, che parrebbe
l'avesse tra le mani ; ma altrove confessa di non la possedere.*' E nemmeno
Plinio il giovine conosceva, perché là dove parla di Como,** lo tace
assolutamente. Per gli altri scrittori che elencheremo, crediamo di aver
raggiunto la ])rova che li possedeva. Collocheremo in capo a tutti Vergilio,*^
insieme col suo commentatore Servio,'-"" da cui "9 f. U2v. *) f. 151v-],52v. 81 f. 107,
irw. S2 e. 48. 83 Migne P. L. 27, 478. S' f. 274, cfr. Phil. XIV 32. « Spec. hist. VI 20. Vero è che nel Bellovac.
invece di 'libro XIII ' si ha ' in 14 ' ; ma potrebb'essere una correzione
dell'editore. S" f. 97v, 98, 104', Ilo, 116, 118, 118v, 119, 121, 278'
ecc. '"" f. UU' Nunc de siiigiilis Italie provinciis disserendnin
est. Sed hoc prius sciendum qiiod secunduni Plinium libro III Ytalia XII
fainosas et po- tcntissiiiias particulaies preter insulas continet regiones de
qiiibns ipse Pli- nius diffuse tractat. Sed cum liber ille ad me non
pervenerit... ; f. I26v Servius... De civitatibus auteni tocius orbi» multi
quidem ex parte scripse- runt, ad plenum tamen Phtolomeus greee, Plinius
latine... (ad Aen. VII 678). Actur. Ego vero cum hiis caream auctoribus... 8«
f. 148. »3 f. 233r ecc. ^ f. 126V, 13ÓV ecc. 140 MILANO (cap. Ili deriva
copiose notizie storiche e miticlie. E gli faremo seguire Orazio, ' nobilis et
antiquus ille poeta ', con VA. P. e le Odi, esso pure commentato.®^ Ovidio è
consultato specialmente per le 3Ietam.;^'^ ma sono ricordate anche le Heroid. e
^\\ Amo- res?'^ Qua e là comparisce il nome di Lucano.®* Particolare
predilezione mostra per Stazio, che, come soleva al suo tempo, confondeva col
retore tolosano omonimo, ma lo distingueva, ciò che allora non tutti facevano,
dall'altro omonimo Cecilio Stazio.®^ Di lui ammira lo ' stilus rethoricus et
facundus ', T'elegars metrum ' e sa da Giovenale l'entusiasmo che susci- tava
in Koma con la ' leporis dulcedo ' nella declamazione della Tebaide.'-*'^ Anche
l'Achilleide egli giudica ' coloribus rethoricis venustata ', in proposito
della quale riferisce che Domiziano gli aveva domandato un poema sulle proprie
ira- prese, ma che il poeta non ritenendole ancora degne di canto, né d'altra
parte osando opporre un rifiuto, sotto pretesto di addestrar l' ingegno gli
dedicò il nuovo lavoro. E tutto ciò di- 91 Per 1'^. P. f. 212» Oracius nobili»
et antiquus ille poeta : ' multa in- quit renascentui'... (A. P. 70-72). Perle
Odi f. 270» Quante aiitem venera- cionis hic vetustissimus poeta Pindarus
fuerit et quam preclarus in arte poetica, insìnuat Oracius, niagnus eciain
poeta, in odia suis... (IV 2). Per il commento f. 133» Unde et Oracius, causam
volens succincte estendere quare dii, ut secuudum euni loquar, passi sint
ipsius urbis destruccionem, Inter cetera ait : Ilion Ilion fatalis et incestus
index Paris et mu- lier peregrina scilicet Helena te vertit in pulverem postqnam
Laumedon pacta mercede destituii idest fraudavit deos non per- solvens libamina
que in constitucione ipsius urbis diis ipsis promiserat (Carm. Ili 3, 18 ss.).
'■'* f. 134, 260» ecc. Ovidius in maiori. 93 f. 262» De qua (Phaedra) meniinit
Ovidius Epistolarum (Heroirf. IV); f. 149 unde illnd monosticon: ' Mantua
Virgilio gaudet, Verona Catullo ' (Am. Ili 15, 7). 91 f. 94» ecc. 95 f. 52
Statius poeta Cecilius comediarum scriptor, non ille Statius, qui thebanam
scripsit historiam. 96 f. 212» Quoniani regum septem communi accessu insignem
historiam scriptorum veterum et potentissime (= potissime) Staeii tholosensls
stilug rethoricus et facundus toto orbe sic celebrem reddidit... Hanc autem
histo- riam Stacius ipse eleganti metro conscripsit imperante Domiciano
Augusto; cuius sano Stadi tanta leporis dulcedine lingua redoluit, ut
quemadmodum luvenalis satyricus memìnit sna recitando carmina eciam romanam
nrbem lefam efflceret... (luven. Sat. VII 82-86). cap. Ili) BENZO 141 chiara
desumersi dal proemio.^" È manifesto die vi lesse più che non vi sia
scritto; ma non errò nell'affermare che Stazio prevenuto dalla morte lasciò
imperfetto il poema : nel che consente, come vedremo meglio più sotto, con la
Commedia di Dante,^^ da lui certo non veduta. Il suo testo terminava con le
parole: ' et memini et meminisse iuvat, scit cetera mater'; ^^ vi mancava
perciò il verso spurio di chiusa, aggiunto da un interpolatore, che a tutti i
costi volle dare al moncone l'ap- parenza di poema finito (v. sopra p. 100).
Tanto la Theb. quanto VAchill. di Benzo erano chiosate. ^"'^ Abbiamo testé
ri- cordato Giovenale, il 'satyrus': ^'^^ di esso pure aveva il com- mento.
1"* Ultimi tra i poeti noti a Benzo vengono 1' autore AeWIlias Intina}^^
da lui citato col nome d'Omero, e Clau- diano, 1" auctor
ingeniosissimus'.^"* Questi i poeti coi loro commentatori. La prosa è
anzitutto rappresentata da un discreto manipolo di storici. Livio è per ^ f.
253 Sciendum quoque est qnod hano liistoriam (Acliillis) Stacius tholosensis
Domiciano imperatori metrice scripsit, coloribus quidem retho- ricis
venustatam, quam tanien compiere nequivit morte preventus. Volens enim idem
imperator ut de gestis suis opus componeret, cum iam ipse Sta- cius librum
Tliebaidos... complevisset nec videret Domicianum aliqua ges- sisse memoria
digna nec tameu palam auderet renuere subire opus, sub pretestu acnendi
ingenium prestolatus est hoc opus assumere. Hoc autem invocatione operis idem auctor insinuai.
9" Purg. XXI 93. 99 f. 256v. 100 f. 212'' per la Theb. : usus sum commentatorura
adminiculo; f. 253 per VAchill. : nonnulla ex commentis accipiens. wi f. 17,
275 ecc. 102 f. 275 Commentator etiam luvenalis dicit quod nolebat (Socrates)
iurare per loveni, sed per canem aut lapidem vel quicquid ad manum ei
accidisset, unde ab Athcniensibus dampnatus, in carcere veneno hausto, periit;
f. 279v nam flexo genu vel gradu incedebat (Aristoteles), ut dicit commentator
super luvenalem. 103 f_ 244 Verba Priami ad Acliillem secundum Onierum : '0
greee gen- tis Acliilles fortissime o regnis meis inimice '... {II. lat. 1028
ss.) ; f. 245 Recitat autem Omerus in liane sententiain verborum i)aratam
fuisse Hectoris regalem sejnilturam : ' Rogus sìqHidem a duodecini principibus
constructus est, cui additi sunt equi currus tube clipei'... (ib. 1048 ss.).
104 f. 141 Huius preterea urbis (Romae) inclite laudea preclarissimas eleganter
liic epitliomare insinuat Claudiànus auctor ingeniosissimus dicens: ' Hec est
urbs qua nichil ether in terris complectitur alcius ' .. (Cons. Stilic. Ili 130
ss.). 142 MILANO (cap. Ili lui 'omnium scriptornm et historioj^raphornm
maxima», in CUÌU8 narracione ouinis tacet oblocutor et gaudet elocutor '.^''^ Possedeva le tre deche I, III e IV, non complete,
|)erehé la IV mancava, come del resto nell'esemplare petrarchesco, del libro
XXXIII,^"" e il libro XL giunj^eva press'a poco al e. 15,^"'
dove il codice del Petrarca continuava fino al e. 37. Più d'una volta lamentò
la perdita della deca II i"* e non vi potè sup- plire con le Periochae,
che gli rimasero ignote. Valerio Mas- simo fu una delle sue fonti precipue.
^'^^ Molto si giovò di Curzio Eufo nella storia di Alessandro Magno.^'*'
Conobbe Sve- tonio,iii Lucio Floro ; ^^* frequentemente adoperati sono, né
poteva essere altrimenti, Solino, del quale sa dir solo questo, che visse dopo
Ottaviano,'!^ e Giustino, di regola citato con la formula ' lustinus ex Trogo
'.^i' 11 suo Eutropio era nella 103 f. i44v. "•<■' f. 177 Hec ex Tito
Livio snnipsi de gestis inter Pliilippam et Roma- no9 ceterosqne eoruiii socios
circa ea qua Philippi gesta tangiint. Sed quia in exemplari non invoni bellnni
quod inter Filippiim et consulem Quìntum B'iamineum hoc tempore ultimo gestum
sive secutum est pace a senatn ut predicitur repudiata... "w f. I80v
Demetrius vero qua potuit oratione suspiciones dìluit se excu- saus. (Lìv. XL
12) Actor. Huius orationem imperfwtani inveni in exemplari libro Titilivii ;
ita quod qualein exitum siniultas illa fraterna habuorit se- cundum dieta Tyti
prosequi non possum ; ncque enim ultra uaquam de li- bris eius inveni nec
haberi audivi, preter hanc decadam quartam et terciam et primani. '«8 f. Viiiv
Servius scribit (ad Aen. I 343) quod Carthago a carta dieta est, ut legitur in
liistoria Penornm et in Livio et sonat Penorum lingua nova civitas ut docet
Livius. Actor. Quod autem Llvius hoc ponat non legi ex omnibus tribus
decadibus, scilicet prima tertia et quarta; pulo antem in aliis haberi et
maxime in secunda, que nusquani haberi dicitur; f. 260 A Tito autem Livio hanc
advectionem (di Ksculapio) non sunipsi, quia ipsa eo tempore fult in quo
secundam operis sui decadam Titns inccpit, qne nn- squam haberi dicitur. In
fine enim illius decade (primae) alìqna de ipso Esculapio deveheudo in urbem
tangens dicit, quod ' eo anno quo pestilen- tia ipsa laborabant Romani'... (X
47). Un accenno a questi fatti avrebbe trovato nelle Periochae. 109 f. 104 ecc.
"' f. 17', 159, 160 ecc. Il' f. 115, 266V ecc. m f. 181. •»3 f. 262 quem
(Solinnm) constai fnisse temporibus eciam post Octa- vianum. «" f. 17V
ecc. cap. Ili) BENZO 143 redazione originaria/i^ non nell'ainpliata di Paolo
Diacono. Per la guerra troiana fonde insieme le narrazioni dì Dicti e
Darete,"" ponendo però a base Dicti, perché il 8uo testo di Darete
era frammentario. Cosi almeno credeva : credenza er- ronea, insinuatasi in lui
e in altri, dal confronto di Darete con la traduzione francese di Benoit de
Sainte-More, che va- lendosi di nuove fonti aveva ingrossato la redazione
primitiva latina. Benzo possedeva la traduzione francese, non è ben chiaro se
l'originaria poetica o la riduzione posteriore i)rosa- stica; e di essa anzi ci
ragguaglia che era popolarissima e che veniva cantata per i villaggi e nelle
piazze. Ciò lo trat- tiene dal voltarla in latino; donde rileviamo che egli
s'era anche impadronito della lingua francese.^^^ Altri autori usati da Benzo
sono Frontino,i^* Apuleio, di cui scopri quattro opere, due di più del
Bellovacense,"" Aulo Gel- ilo, di cui possedeva entrambe le parti,i^^
Marziano Capella.i^^ "3 f. HIT, 136, 140V. •"■' f. 233 iinus enim
secundam qnod indicat epistola Septiminii (sic) ad Quintum Archadimn (sic)
vocatus est Dytis ex gnosio oppido... ; f. 233v al- ter... fiiit Dares frigius.
Hic ut meminit Cornelius Nepos in epistola ad Sa- lustiura Crispnm... "T
f. 233v minus tamen usiis sum ex Daretis scrìptis, quia eiusdem opus non
continuatuiu sed per tran.situin couipilatum ad me pervenit, quamquam et
gallico idiomate comniuniter habeatur passimque adeo sic (=8it) vulga- tum ut
vicis cantitetur et plateis, propter quod non curavi in latinum illud deduccre.
Cfr. P. Rajna in Arehiv. stor. lombardo XIV, 1887, 21-22. 118 f. 208V. iw f.
280 Huius Apulei duos se repperisse libros dicit Vincencius, unum scilicet De
vita et moribus Platonis, allum qui intitulatur I)e deo Soera- tis. Ego vero
alium eiusdem Apulei librum legi qui intitulatur sic: Apulei platonici
floridorum; alium quoque librum eiusdem comperi qui intitulatur Asini aurei vel
secundum alios intitulatur sic : Ludi Apulei platonici Madaurensis
Methamorfoseos liber. 1*' Per la prima parte (I-YIl) f. 272 ne eo (Protagora)
scribit Agellius libro V (V 10) Noctium atticariim introducens theraa super
dilacione iudicii diflfiniendi Inter ipsum Protliagoram et eius discipuium
Eunallium... Protha- goras qui fuerit ' acerrimus sophisticator ', ut ait Agellius
libro V cap. l (V 3, 7). Citato anche dal Bellovacense Spec. hist. HI 55, ma in
maniera diversa. Per la seconda parte (I.K-XXl f. 166t Agellius. Super ea
vanitate mater eius Olympias ' eum comiter admonuisse visa est docens eum '
(XIII 4, 3). '21 f. 160 Marcianus. In hac eciam Alexander Victoria contra
Darium... (VI 594). 144 MILANO (cap. Ili e Macrobio coi SaUirn}^ e col
Somnium}^ Cicerone gii è noto assai imperfettamente. Nulla degli epistolari,
nulla delle orazioni, poco delle opere rettoriche,'24 „„ j,uon numero delle
filosofiche : Tuscul.}^^ De offic.}^^ De divin.}'^' De nat. deor.,^'^^ De
sen.,^-^ De amic.,^^'^ De fatoP^ Con Seneca ha maggior familiarità. Cita i
DialogiP^ il De henef.}^'^ il De clem.,^^^ il De ira,^^'= le iV^a^. Quaest.,^^^
le Epist}^'' e le Tra- goediaeP^ Tutti gli autori che abbiamo finora enumerati
non risulta per qual via siano pervenuti alla conoscenza o nel possesso di
Benzo. Di alcuni soli possiamo accertare la provenienza e di questi teniamo
parola qui alla fine. Essi sono gli scrittori àQW Historia Augusta e i due
poeti Catullo e Ausonio, tro- vati a Verona nella biblioteca del Capitolo : i
due ultimi si- curamente, i primi presumibilmente. Benzo reca alcuni passi
dall'lZjs^ Aug.p^ in uno dei quali invece di ' statura decori ' legge
erroneamente ' stature '}*^ «2 f. 249v. *23 f. 268. 124 274v Inter Xenofontem
autem et nxorera simal litigantes Tnllius li- bro rethoricorum qiiandam
mulìerem Aspasiam nomine introducens... (De inv. I 51). 125 f. 256v bis. '26 f.
144. 12^ f. 267, 273v. 12« f. 266. 129 f. 206v, 271. 130 f. 207v. 131 f. 274.
132 f. i38v De fonte Arethusa nieminit Seneca libro de consolatione quod '
celebratissimus carniinibus "... (Dial. VI 17, 3); f. 207 De eo
(Pisistrato) refert Seneca eiu8 dis.simulandi virtutem ostendens... (Dial. V,
11, 4). 133 f. 166v, 172. 131 f. 170, 267. "5 f. 270. '30 f. 94v, 156V.
'3' f. 263. '3s f. 2o2v Seneca tainen in ultima tragediarum dicit eum
(Herculera) incensiim fuisse in monte Etlieo, unde et Etheus appellatila est;
sed forte de alio Hercnle intellexit vel corruptus est textus. Benzo lesse in
Cicer. Tusc. II 19 Oela e credette clie Jitha fosse una parola diversa. "9
f. 94v, 102V, 106, 134, 147. "0 f. 106, Treb. Poli. Tyr. Mg. II p. 115
Peter. cap. m) BENZO 145 come il codice Palatino 899, che nella prima metà del
se- colo siv stava a Verona. Benzo inoltre non sempre attribuisce le vite ai
loro propri autori : ^*^ e ciò è da imputare alla la- cuna e alle trasposizioni
del Palatino. Vero è che una mano di quello stesso secolo ha in parte
restituito l'ordine con note marginali; ma le note non dovevano ancora essere
state scritte quando Benzo ebbe il codice tra mano. Da ultimo VHist. Au(j. non
era un testo molto facile a rintracciare e questa sa- rebbe una ragione
sufficiente a persuaderci che lo vide a Ve- rona. Dalie scarse notizie che ne
trasse s'indovina che lo sfo- gliò fuggevolmente. Nella Capitolare veronese
trovò l'archetipo di Catullo, da cui trascrisse l'unico passo seguente : '
Dicit preterea Catullus ])oeta veronensis ad amicum Aurelium scribens sic:
Poeto tenero meo sodali velini occilio papi re dicas ve- ro nani
veniatnovirelinquens domimenialarium- que litus' (Catull. XXXV l-4)."2 E
dall'averne tratto cosi scarsa messe è da dedurre che l'abbia sfogliato più
fuggevol- mente ancora deir//is^. Aug., arrestandosi fofse a un jiunto,
<love qualche lettore veronese aveva già segnato un richiamo, ])oiché ivi
per la prima volta Catullo nomina Verona. Il ti- tolo ad amicum Aurelium è
sbagliato ; ma si spiega da ciò, che nell'archetipo l'interstizio più prossimo
al carme XXXV, donde la [ìresentc citazione è tolta, stava al carme XXI, il
quale comincia con le parole 'Aureli pater'; indi la presun- zione di Benzo che
tutti i versi successivi fossero indirizzati ad Aurelio. Lasciando domi per
Comi, errore materiale di scrittura, la lezione occilio (in luogo di cecilio) è
della mas- sima importanza. Essa fra tutti i codici catulliani non s'in- contra
che in 0, l'unico apografo diretto dell'archetipo; ma Benzo non la potè
derivare da 0, che è posteriore forse di mezzo secolo: la lesse perciò
nell'archetipo. Siccome la visita di Benzo a Verona cadde tra la fine del
secolo xiii e il prin- !<■ f. 106, Treb. Poli. Tyr. trig. II p. 115, con
rattribuzione a Giulio Capitolino; f. U7, Treb. Poli. Valer. II p. 69-72, 85,
con l'attribuzione a Capitolino. "2 f. 94. U. Sabììadini. Le acoperte dei
codici, XO 146 MILANO (cap. HI cipio del XIV, in ogni caso avanti il 1310, cosi
fu egli uno dei primi che esaminò il codice veronese.^*^ Abbiamo dunque buoni argomenti
per stabilire che Benzo vide a Verona VHist. Aug. e Catullo. Per Ausonio ce lo
at- testa egli stesso : ' Hunc etiam cathalogum Ausonii repperi in archivo
ecclesie veronensis, in quo erant libri innumeri et ve- tustissimi '."^
L'Ordo urhium nohilium è da lui adoperato nel libro XIV. Io ne reco qui tutte
le citazioni, ora letteralmenle, ora, ))er ragione di brevità, collazionate col
testo del Peiper (Lipsiae 1S>6), in modo che nessuna lezione resti
trascurata. Terrò presenti anche le differenze del codice Tilianus (Leid. Voss.
lat. Q 107) : f. 142v Ausoiiius in catlielogo urbiuni illnstrinm dicit qiiod
prima est inter nrbes deoriiin domus aurea lioma. Questo passo manca al cod.
Tilian. f. 136 Scrihit quoque Decius Magnus Ansonins libro qui dicitnr catlia-
logns urbium nobiliuni volens estendere qnod licet Carthago et Bizancinm sive
Constantinopolis niagnifice fiierjnt nrbes, tamen cedere debent Kome, sic Inter
cetera. Cita tre versi, 11-1:1. 11 divum in ras. ; 12 ausustas ; 13 bizantina
licos. f. 129 Ansonins... loquens de Alexandria et Antiochia inter cetera sic
refert dicens. Pue versi 1011. 10 te scllicet Alexandria ; illa scilieet Antio-
cliia; 11 ingenitura; ancliora. Manca al Til. f. 151^ De qua (Treveri) scribit
Decius Magnns .Ansonins in catlialag» urbinm nobilium VII (leggi VI) eam loco
ponens, qui sic inquit. Tutto. 1 gestis ; 3 in oin.; 6 perlabitnr ; 7
omnigenns; conmcrcia. f. 14.5v Unrte Decius .Magnus Ansonins vir illustris in
cathalago urbium nobilium post Romani Constantinopolim et Cartliaginem et
Antiocliiam Ale- xandriam atque Treveriin, loquens de urbe Mediolani sic ait.
Tutto. 2 In- numero; 3 et mores laeti oin. (la lacuna di Benzo mostra che la
lezione 'ingenia antiqui mores' del Til. è congetturale); 6 teatri; 7 celebri ;
S pe- ristula. Et notandurn qnod iste Ausonius fnit conteniporaneus Theodosio
iunior! qui cepit imperare anno domini Illl<^ XXV. f. 138v De liuius quoque
urbis (Capue) mirabili quondam potentia hiis eroicis versibus scribit Decius
-ìlagnus Ausonius... dicens. Tntto. 1 pelago; 5 ante] ant; S attolleret ; 9
parentem idest Romani; lOappeciìt; 12herili; U corruerent ; feste. Hec
Ausonius, qui ideo octavum dixit locum quia in cathago (sic) nobilium urbium
posuit eaui octavam. f. 140 Hanc civitatem (Aquileiam) Ausonius in cathalago
nrbium nobi- lium nonnm posnit, qui (corr. ex que) quiasinc magna expositione
obscuri '« Sulla questione vedi W. G. Hale Bemo of AUxundria and Catuì- tus in
Cìassical Philoloyy III, 1908, 233-34. i<< f. 146. cap. Ili) BENZO 147
sunt, ideo illos ohmisi, dicit tameii eain esse celebcirini ara menibns atqne
portu. Manca al Til. f. 151» De ipsa (Arelate) loqnitiir Aiisoniiis... dicens
sic. Tutto. 1 Prode; 1-2 Arelate — Roma om.; 4 Rodani; 7 alia; 8 aqiiitanica.
f. 1.52V Unde Ansonius... dicit liane (Terraconam) esso nibem cui tota Yspania
suo» fasces su bui itti t q uè cura Co r d uh a certa t non arce potenti ac
cumBracharaqnesinupelagisedivitemesse iactat. Manca al Til. f. 142v De Cathinia
et Syracnsa nrbibus .scribit Ansonius... dicens. Tutto. 1 cathìnam; siraciisas;
2 hanc (ea; co»T.) scilicet cathinam ; pietatem ; 3 il- laii; scilicet
siracusas coniplexam. f. 152 Hnius etiam urbis (Tolosae) nieminit Ansonius...,
insìnnans se in ipsa urbe fiiisse nutritnin qno<lqiie eam ingens anibitns
muris cocti- li bus Circuit et pnlclier anuiis Haruna perlabitur innunieris
populis liabitatam. Manca al Til. f. 151» De hac etìani urbe (Narbone)
egrej^ia... Decins Magniis Anso- nius magnifica refert dicens: tre versi, l-.S.
1 marcie; sub nomine. Indi i)ro- segne: Tu in fìallia togati nominis prima quis
memoret portus tnos niontes et lacus. quis populos vario discrimine vestis et
oris. quis templum qnod quondam de marmore vario (quis tem- plnm — vario o»J.
TU.) cuius tanta moles erat quantam non sper- neret olim tarqninius et gef nlns
et iteriim ìlle (mìles TU.) cesar qui capi tolia cui mina aurea statuii, te
martis (in maris corr. aZ m.) orientalis et liiberi nierces ditant. Te classes
libici et siculi profundi et q iiicq uìd vario cursn per fiumi na et per (reta
advebitur toto tibi orbe navigai. f. 152 De bac urbe (Bnidigala) multa
preclara... scribit vir illustris Au- sonìns qui in ea originem habuit; unde
sic Inter cetera loqnitur: 0 patria te insignem dico viris moribus ingeniis
bominnni et iirocerum senatu vino et aquis. Burdegalis est niihi natale soluni
uhi ni i - tis est celi clemencia et irri gue terre indnlgentia larga ver en i
in longnm (enim longnm in rax.) et bruma b re vis. i bi es t su h ter quoque i
nga fronde» fervent fluenta inimitata marinos meatns. Quadra etiam ibi est
murorumspecies. sicaltis turribns ardua ut summitates intrent nubes aereas.
latas habet pi a tea s. etre- spondentes indirecta compita portas. per medium
anteni uibis habet fontani idest natnralis (idest naturali» om. Til.) fluminis
alveum. Rt post plura sic flnit: idem Ansonius: Diligo burdcgalam roniam colo,
civis in illa burdegala. Consul in ambabns. Cune hic scilicet in burdegala ibi
scilicet rome sella curulis (cune- curnlis om. Til.). Le citazioni di Ausonio
si allontanano dal solito metodo di Benzo, il quale preferisce trascrivere
liberamente le sue fonti e quando son poesie parafrasarle in pro.sa. Qui invece
la trascrizione è rigorosa e quasi sempre completa ; il che tanto più ci
colpisce, in quanto s'è osservato che l'esame degli altri due codici veronesi
fu frettoloso. Da ciò il sospetto che Benzo 148 MILANO (cap. Ili abbia portato
seco il codice. Il sospetto diviene certezza quando si consideri che Ausonio
fin dalla prima metà del secolo xiv era sparito da Verona ; infatti non lo nomina
né l'autore dei Flores dell'anno 1329 né il Pastren^o (m. 13G3) nei snoi Viri
illustres. Nel Catalogus urhium è manifesta la grandissima rasso- miglianza 0
pili esattamente l' identità del codice veronese col testo del Tilianuse con
l'edizione milanese del Ferrari del 1490, particolarmente nel snnto i)rosastico
delle descrizioni di Nari)0 e IJnrdigala. Il Tilianus e l'edizione milanese
desunsero senza dubbio il Catalogus dal codice che Giorgio Merula scoperse
nella chiesa di S. Eustorgio di Milano.'^' Il Tilianus comprende una raccolta
considerevole di poesie d'Ausonio ; ma il Cata- logus urhium fu aggiunto pili
tardi su alcuni fogli rimasti vuoti e con caratteri che imitano la cosiddetta
scrittura lon- gobarda cioè la beneventana. Questa parte perciò venne tra-
scritta di su un antico esemplare, che a mio giudizio è lo stesso veronese, il
quale conseguentemente verrebbe a essere tutt'uno con l'eustorgiano del Merula.
Il veronese, trafugato da Benzo, fu smembrato, non sapremmo dire né come né
quando, e alcuni fogli capitarono in S. Eustorgio, ma disor- dinati e deperiti
nella scrittura, perché l'ordine dei carmi nel testo del Tilianus e
dell'edizione milanese è turbato, mentre esso è rigorosamente osservato da
Benzo, il quale inoltre nel suo esemplare aveva Ietto su Narbo (v. 14) e su
Burdigala (v. 39-40) qualche cosa di pili del Tilianus, che in quei luoghi
segnò una croce a indicare il guasto. Di Ausonio Benzo adoperò anche il Ludtis
sapientum, dal quale trae nel suo libro XXIV le seguenti citazioni : f. 266
Hnìiis eciam Tlialetis sententìa est, ut scribit Aiisoiiius de ludo septcm
sapientum: vadimonio adest noxa. — Huius (Pitaci) est quoque '<5 Scrìve il
Ferrari nel proemio dell'edizione milanese: adiecimusque ex cataloffo
illustrium nrbium nonnulla excerpta epigrammata, quae (ieor- glus Merula.... in
bibliotheca divi Eustorgii primus indagavit. I,o stesso co- dice era stato
adoperato l'anno avanti da Stefano Dulcinio nella descrizione delle Nuptiae
ili. mi ducis Mediolani, Mediolani X kal. martìi 1489 (incu- nabulo nulla
bibliot Trivulziana) ; ivi al f. b IV si legge: Ansonii eniisti- cliion Et
Mediolani mira omnia (y. 1.). cap. Ili) BENZO 149 illa conpendiosa quìdem ged
pliisquam utilissima sententia tempus agno- sce, secundum quod scribit
Aiisonius de ludo VII sapientum. — De quo (Cliilone) nicliil leppcii preter
quod scribit Aiisonius fiiisse liane eius seii- teiitiain nosce te ipsum.
Aliqni taiiien asciibunt eani Soloui. — Cuius ^CIeobol^) eciain Ansonius hanc
dicit fuisse sententiain : modus optinius. — Huius (Biantis) quoque fuit illa
sententia ut scribit Ausonius : phires mali. — Huius (Periandri) quoque, ut
scribit Ausonius, illa est sententia moderacio totum. f. 206 Huius (Solonis)
quoque extat grecum illud proverbium de quo roeminit luvenalìs (XI 27) gnoti se
liton, quod latine souat scito te ipsnm... Hoe tamen proverbium sive sententiam
dicit Ausonius fuisse Chi- lonis. Huius eciani fertur fuisse elegans illa
sententia que talis est: feli- citatis index dies ultimus est... hanc autem
sententiam paucissimis verbis conprelieudit vir illustris Ausonius in libello
sive tractain qui inti- tulatnr ludus VII sapientnni, dicens eam esse eiusdem
Solonis, que talis est : finem respice longe vite. Queste citazioni formano
un'appendice del Ludus, (Peiper p. 182) la quale era sin qui nota solo
dall'Ausonio petrarche- sco, ora cod. Parigino lat. 8500. E le lezioni dei due
codici sono identiche "^ Di qui io dedurrei che l'apografo petrar- chesco
fu copiato di snll'esemplare veronese, tanto più che il volume del Petrarca è
un aggregato di vari manoscritti indi- pendenti.*^''' Ciò rincalza la mia
congettura, che l'esemplare veronese sia stato ridotto in pezzi, da uno dei
quali provenne il Catalogus urbium del Tilianas e da un altro l'apografo pe-
trarchesco del Ludus sapienium. Q,nest'\ì\t\mo fu copiato pro- babilmente a
Milano. Tale pertanto la sorte toccata al codice veronese dopo che usci dalla
Capitolare."* * « * Dalla nostra esposizione risulta confermato quello che
da principio dicemmo, che Benzo è il più genuino precursore ita- "^
Eccetto moderacio, clie sarà da imputare alla distrazione di Benzo o del suo
copista. '^^ P. de Nolliac Pétrarque et l'kumanisme I 204. "s II codice
veronese riuniva cosi i due componimenti, il Catalogus e il Ludus, che secondo
la divisione dei manoscritti stabilita da C. Schenkl appartenevano a due
famiglie differenti. Resta a dire una parola sul manoscritto frammentario
veronese man- dato nel 1493 da Matteo Bosso al Poliziano (Peiper p. XLIII). Non
doveva provenire dalla Capitolare, ma da qualche privato. Esso conteneva
disiecta 160 BOLOGNA (eap. Ili liano del Petrarca e di Poggio. Le sue lunghe e
varie pere- grinazioni ce lo rappresentano quale un esploratore che traccia
prima con precisione un piano e poi lo eseguisce sistematica- mente. Cospicuo
fu il provento delle sue indagini e più co- spicuo ancora ci api)arirebbe, se
avessimo la fortuna di ricu- perare gli altri due volumi della sua
enciclopedia, i quali com'io credo dovettero essere o in tutto o in parte
condotti a compimento nella seconda dimora veronese, quando egli potè senza
fretta attingere ai tesori del Capitolo. 11 suo spirito petrarchesco si rivela
anche nei!' uso dei documenti raccolti, sui qqali sa esercitare una critica,
che lo pone molto al di «opra di Vincenzo Bellovacense, il suo modello. Bologna
Grammatici b Retori. A Bologna non mancarono nel secolo xiv maestri di gram-
matica, di rettorica e di poesia, quali mediocri quali ottimi. Giovanni
Bonandrea vi lesse rettorica sicuramente nel 1303,' a cui successe come maestro
di grammatica, dal 1321 al 1328 almeno, Bertolino Benincasa.^ Nel 1321
insegnava poesia Ovi- dio Forestiere, grammatica dal 1307 al 132(ì Rainieri da
lieggio d'Emilia.3 Grammatico di professione non era certamente Cecco d'Ascoli
(Francesco Stabili), che professò astrologia all'Uni- versità di Bologna fino
al 1324; ma le discipline grammati- cali non ebbe a sdegno, i)0iché ci lasciò
un commento ai versi memoriali ortografici di maestro Syon.* membra di Ausonio
e Prudenzio e fu con molta verisimifflìnnza copiato nel cod. HarlRian 2u99, che
porta la sottoscrizione : Kalendis Marcii 1471 Ve- ronae mihi Stephanus de
Novomonte sci'ipsi (Peiper p. XUI). ' F. Novali La giovinezza di Coìuccio
Salutati, Torino 1888, 88, 78 n.; Fantnzzi Scrittori bolognesi li 375. ' Nevati
ib. 34. 3 Id. 33. * Dovette abbandonare Bolof^na nel 1324 per accusa di eresia
e fu arso a Firenze il 16 settembre 1327. Cfr. in generale Gaspary Storia della
lette- cap. iij) GRAMMATICI E RETORI 151 Al di sopra di costoro s'elevò
Giovanni del Virgilio, lettore di poesia nel biennio 1321-23 e confermato nel
1324; ^ ma nemmeno egli produsse opere di grande valore, che tali non si
possono stimare né le aride compilazioni poetiche delle fa- vole ovidiane, né
le egloghe scambiate con Dante, le quali ultime rivelano in lui scarsa cultura
classica, ristretta quasi tutta al solo Vergilio : sicché fu non più che un
ovidiano e un vergiliano.'' Alta nominanza godè Pietro da Maglio, l'amico e il
corrispondente del Petrarca e del Boccaccio e il maestro del Salatati. Professò
privatamente grammatica e rettorica, dal 1310 al 1350 circa, a Bologna, donde
passò a Padova verso il 13ti0. Ritornato a Bologna, vi ottenne, dal 1371
almeno, la cattedra pubblica, che occupò fino alla morte (1382).'' Ma quanto
valente professore, altrettanto fu fiacco compositore di versi e di epistole.
Di due suoi omonimi, Giovanni insegnò arti in Bologna dal 1371 in poi e
commentò alcune opere ari- stoteliche e il De invent. di Cicerone; Nicola fu
poeta e rac- coglitore delle lettere ciceroniane ad Brtitum? ratura italiana I
298-301 e in particolare sull'opera nuovamente scoperta (ì. Boflìto II de
principiis ustrolopiae di Cecco d'Ascoli in Giornale stor. d. Ietterai, ital.,
Supplem. VI, 190;ì, l-f)9. Vedi andie E. Sicardi II Pe- trarca e Cecco d'Ascoli
(Nozze D'Alia-Pitré, Palermo 1904). Il commento al versi memoriali fu
pubblicato da A. Beltranii in Studi medievali II, 1907, 525-537. Cecco cita
comunemente gli autori medievali e i greci tradotti, po- chissimo i latini. 5
Novati ib. 33-34. Leggeva ' Virgilio, Stazio, r,ucano ed Ovidio ', A. Cor- radi
Notizie sui professori di latinità nello Studio di Bologna, Bologna 1887, 50.
15 Tutte le poesie di Giovanni del Virgilio furono raccolte da Wicksteed e
Gardner Dante and Giovanni del Virtiilio, Westminster 1902. Sulle com-
pilazioni ovidiane vedi anche C. Marchesi I^c allegorie ovidiane di Gio- vanni
del Virgilio (in Stuai romansi VI, 1908). ~ Novati ih. 33-4S e in Giornale
stor. d. letter. ital. 17, 1891, 93. s Novati La giovinezza 32-33 n. e in
Giornale stor. ibid. Giovanni mori il 1414. Nell'inventario dei codici di
Giovanni Marcanova del 1467 leg- giamo : Recollectiones super arte velcri
magistri lohannis de Muglio (cod. Est. di Modena o K 4, 31 f. 4v). Sulle
lettere ciceroniane raccolte da Nicola cfr. R. Sabbadini in Rendiconti del r.
Istituto Lombar. di se. e leti. XXX1.\, 1906, 387-88, Sembra diverso da ser
Nicolaus q. lacobi de Muglio curie Bononie, die assisteva a un testamento nel
1338 (Novati La giovinezza 32,n. 1). 152 BOLOGNA (cnp. Ili Meglio siamo in
grado di misurare la cultura di un mae- stro meridionale, il pugliese
Bartolomeo, detto del Regno, cor- rispondente del Salutati. Fin dal 1383 aveva
la cattedia di grammatica, alla quale più tardi venne aggiunta la rettorica con
l'esposizione degli autori. Viveva ancora nel 1408, ma del 1415 era già morto.
Delle numerose poesie due sole pare siano giunte a noi.** Nell'interpretazione
degli autori egli allargò di molto i confini osservati dai suoi predecessori,
poiché oltre agli epici Vergilio, Lucano, Stazio, alle Metam. d'Ovidio, a
Orazio (forse VA. P.), ai satirici Persio e Giovenale e, cavai di battaglia dei
lettori, a Valerio Massimo, egli espose Te- renzio e Plauto, Cicerone e
Livio.i" Terenzio e Cicerone di- ventarono in seguito i testi fondamentali
nella scuola di Gua- rino, Livio in pieno rinascimento fu introdotto da
Vittorino da Feltro, Plauto da Guarino e dal Panormita ; sicché per questo
riguardo Bartolomeo va considerato un vero precursore. Si salvarono le sue
recollette sul De off. di Cicerone nel co- dice V E 8 dell'Estense di
Modena." Delle notizie sull'insegnamento di Bartolomeo andiamo de- bitori
a un suo allievo. Benedetto da Piglio, nato verso il 1805.1* Dal suo paesello
nativo del Lazio si recò a studiare a Bolo- gna (verso il 1385), dove si
trattenne molti anni,i3 ospite di un mecenate, il cavalier Giovanni de
Loddovicis, dilettante di lettere e amatore soprattutto di Ovidio e del
'tragico' Valerio Massimo.!* Vi praticò anche qualche giurista, come Floriano 9
Epistolario di Coliiccio Salutati a cura di F. Novati, II 343-4. 1" W. Wattenbach
Benedictus de Pileo in Festschrift sur Begriissung der Ileideìberger
Philologenversammlung, 1865, 106. "
epistolario di C. Salutati II 344. 1* Nel 1415 s'avvicinava alla tarda età,
Wattenbach 121. 1' Wattenbach 105 : per muUos annps. 1* Valerio Massimo è
significato cosi : Quin etiam tragicos solitus per- currere campos Militat in
castris, Maxime, saepe tuis (Wattenbach 105). Va- lerio Massimo era stimato
l'autore dallo stile tragico, sublime. Alla fine di un trattato sulla
punteggiatura ai leggono nel cod. Ambros. R 1 snp. fol. 115V, del sec. xv,
questi nomi quali rappresentanti dei tre stili: Plantus in humili ; alique
epistole Cìceronis, Terentins in mediocri ; Valerius in gravi. cap. IH)
GKAMMATICI E RETORI 1Ó3 da S. Pietro.'^ Terminati gli studi a Bologna, apri
scuola egli stesso, sembra nel Lazio.^" Dipoi lo troviamo scrittore
aposto- lico sotto Alessandro V.i^ Questo papa non vide finir l'anno del suo
regno, essendo stato eletto il 2fj giugno del 1409 e morto il 3 maggio del
1410; e siccome gli ultimi quattro mesi della sua vita (dal 12 gennaio 1410)
trascorse a Bologna, cosi verisimilmente in quella città Benedetto fu assunto
al nuovo ufficio. Da allora in poi non abbandonò più la curia, che segui a Roma
e da Eoma si sottrasse con essa nel giugno del 1413 all'invasione del re
Ladislao.i'* Passato al servizio del cardi- nale Pietro Stefanesco degli
Annibaldi, si recò con lui al con- cilio di Costanza, ma gliene incolse male,
poiché nella fuga dei curiali di Giovanni XXIII del marzo 1415 egli fu carce-
rato, né riacquistò la libertà che dopo otto mesi.''-' f] riacqui- stata che
l'ebbe, ne approfittò per tenere a (Gostanza una let- tura su Lucano.^
Ricomparisce in curia sotto Martino V con l'ufficio di segretario.^' 11
principal suo componimento è il Libellus penancm, scritto durante la prigionia,
•* diviso in tre parti: la prima, intitolata Nuntius, è una lunga elegia; la
seconda, Narratio, è prosa; la terza. Supplicano, consta di epistole poetiche.
Adopera vari metri : l'esametro, il pentametro, l'aselepiadeo, il gliconio,
l'adonio navà orinar ; anche il ritmico.*^ Dai suoi versi non risulta che
possedesse conoscenze classiche molto larghe : Vergilio, Orazio, Ovidio,
Seneca, Giovenale, e tra i 's Su Floriano vedi Fantuzzi Scrittori bolognesi VII
301 e Chartula- rium Studii Bonoti., Bologna 1909, 89, 97, :i02. Mori il 1441.
"j Sci (lei .suoi scolari erano nativi del Lazio : uno di Velletri, uno di
Capranica e quattro d'Anagni (Wattenbacli 101, 108, IH, 112). '^ Voigt Die
Wiederbelebung IP 21. '* Nel soggiorno romano Benedetto s'innamorò di quelle
rovine (Wat- tenbach 109-110), forse in compagnia di Poggio. '■' Wattenhacli
123. 2" La prolusione sta nel cod. Riccardiano 754 f. 193 Frefalio B. de
Vil- leo super Lucanuin, con la data ' Constantle XXVII septembris anno 1417'
(cfr. Neues Arehiv XII, 1887, 607-8). 21 Voigt II 21. 22 Wattenbadi 123-4. 23
Fu ammiratore di Dante, Wattenbach 107. 154 BOLOGNA (cap. Ili cristiani
Girolamo, Cassiodoro, Boezio. I modelli del Libellus penaruni furono i Tristia
d'Ovidio e il I)e consolai, di Boe- zio. S'era formato una libreria, che lasciò
a Roma nella fuga del 1413; gliela salvò l'amico Niccolò Gaetano.^* II maggior
lustro letterario venne a Bologna nella seconda metà del secolo xiv dall'
imolcse Benvenuto Karnhaldi, il dot- tissimo commentatore della Commedia di
Dante. Chi indagherà le fonti di quest'opera monumentale, metterà in chiaro
quanto vasta cultura classica potesse procacciarsi uno studioso nel tempo in
cui abbandonava la salma moitale lo spirito immor- tale del Petrarca. A me
basta dire due jìarole sulla sua pri- mizia (iuvenilis etatis imbecillitate),
il Romuleon, composto a Bologna tra il 13G1 e il 1364,^^ e dedicato al
governatore Goniez Alboinoz. Nel liomuleon, un compendio di storia romana da
Romolo a Diocleziano, la forma, ancora impacciata nel cursus, nella gonfiezza e
nel manierismo medievale, è assai ineguale e gros- solana, né l'autore nemmeno
nelle opere posteriori è riuscito ad accostarla alla dignità antica ; il
racconto e l'orditura ri- sentono dell'inesperienza giovanile e le fonti sono
scarse e non bene adoperate. Tra gli autori citati occasionalmente no- tiamo
Vergilio,-** Orazio, Giovenale,^''^ Seneca padre e figlio, confusi in uno,^'^
Frontino {De arte belli),'^'^ le Cnusae dello ps. Quintiliano,^"^
Vegezio,^' Solino, ^^ le Variae di Cassiodoro,*^ le 2* Wattenbach 108. 23 Sulla
cronologìa della vita del Rambaldi vedi F. Novali in Giorn. stor. d. letter.
itaì. 17, 1891, 95. Nacque tra il 1336 e il 1340; udi il Boc- caccio legger
Dante a FircMize nel 1373; esulò nel 1376 da Bologna a Fer- rara, dove mori nel
giugno del 1390. ^'' Cod. Anibros. S 67 sup. f. 2». Questo codice contiene nei
f. 1-175 il Romuleon anepigrafo. 2' Ih. f. I.'i2v. 2* Ib. f. 4<' Seneca
Tragèdia; f, 125'' Seneca libro de benefic. ; f. 140 Se- neca ad Lucillum; f.
143 Seneca de ira; f. 144v Seneca libro Declamatio- num ; f. 148 Seneca in
libro dn clementia. " Ib. f. 119^' Frontinus in libro de aite belli. *>
Ib. f. iv Qnintilianus libro de causis. 8' Ib. f. iv Veget. de re militari. 3*
f. 4v Solinns libro primo de mirabilibus. 33 f. 2» Cassiodorus libro Variarum.
«ap. HI) GRAMMATICI E RETORI 165 Etymol. (li Isidoro.^* Da Cicerone solamente
qualche citazione indiretta; ^^ che se quell'autore gli fosse stato familiare,
o])- portuuità di ricordarlo non gli mancava. Circa alle fonti storiche ci
informa egli stesso nel proemio, che e degno di essere riferito testualmente si
per la forma che per la materia : ' Principi bus 3S placuisse viris non nltiuia
laus est', inquit Oratius in epintolis suis (I 17, 35). Hanc; anctoiitateiii
secutus, illiistiium Romanovuni regnili consulnrn ac ìmperatorum, non omnia
(|niileiii sed ijne niemorabiliora^^ fere erediderlin, inclita gesta*'* Incniento
latino, luiinili stilo et sermone ma- terno sìne ulla retlioricorum pompa
verbornm brevi volumine qnantnm ma- 5 terie qnalitas patitur, ad instantiam
serenissimi railitis domini Gometii de Albornotio Ispani cuins inandatis, prins
sibi riilectns qnam cognitiis, neqneo''-' refragari. qnem iam plnribns
trinmphis clarissimis celebratum qnia armo- rnin solertia distrahit, militaris
alligai disciplina, rei pnblice cnra sollicitat utilins gnbernande amenissinie
nec non opnlentissime Bononie civitatis, 10 cnius liabenas'» regit prndens et
providus guliernator et quain sonantihns nn- diqiie armoruin fragoribns
bellornm distnrbine" opiiressam, revocata patria''^ liberiate iam dndnm
snis propulsa de laribns, spectabili virtute sua poten- ter erexit, nobilissiniarum
historiariim obscnritati sedulitate studi! invigi- lare non <3 valet :
invitus qnodam modo protialior ad ssribenduni invenilis 15 etatis
iinbecillitate cui ))lurìmum ignorantia solet esse cognata, sed propi- tiante
deo maturitate animi rohoranda, famosissinios historiaruin anctores et si non
qno ad stilum quo ad elTectnm saltein iiosseni '•" iinitatus, potissime:
Titnlivinni, Augustinnm de civitate dei, Valerium Maximum, Salustiuni,
Suetonium, Helium Spartianum, Heliuin I.anipridinn),^' lulinm Capitulinuin, 20
Lucium Flornm, Iiistinuiii, I.ueannni, Orosium, Eutropium alìosqne qnampln-
3< f. 28 Isydorns libro Ethimóìogiarum. M f. Uiv ipse (Caesar) ut scribit
Tullius pnnivit parrìcidas in omnibus bonis, ceteros vero in dimidia parte
bonorum (cfr. Sueton. luì. 42); f. 143 Tnllins libro 3» de olTiciis (da Sueton.
luì. 30) ecc. •■'I' Cod. Ambios S 67 snp. f. 1. Per il proemio ho tenuto
presente anclie il cod. Liiur. 66, 23, sec. xv, f. ], esso pure anepigrafo;
cfr. Bandini C'orf. Laur. lai. II 803. ^' habiliora Laur. 3" Il verbo di
cui gesta è oggetto, sta alla linea 15, protralior ad seri- bendum. Questa
sintassi briaca formava la delizia di quei tempi. ™ nescio Laur. *" et Bononie civitatis
habenas Laur. <' undiqnc flagoribus bellornm gnerrarnm disturbine Laur. ^ patria] prima Laur. •■5 non] animo Laur.; una
sfacciata interpolazione. " posse ** Laur. '3 Helium Lanipridium om.
Ambros. 156 BOLOGNA (oap. Ili res, non ignarus^* presens opuscnliini mìnus
sepe^' ulla conditum rethorice dulcedinis suadela : mihi tamen sufiìcìat
prefati domini satisfacere votis. Tra gli scrittori nominati nell'elenco a noi
farà specie tro- vare Agostino e Lucano: entrambi erano invece fonti di pri-
ni'ordine per gli storici medievali. Livio è citato nelle tre de- che: la prima
col titolo Ab urbe condita, la terza col titolo De bello punico, col titolo De
bello Macedonico la quarta, giusta l'uso invalso presso molti. Gli alii
quamplures saranno quelli che più su notammo come citati occasionalmente e che
non entrano nella categoria degli storici. Alla lista degli sto- rici
aggiungeremo altri due nomi AqW Hi storia Auyusta,^^ inoltre Giuseppe Flavio ^^
e Giulio Celso ossia Cesare;^" ma di Cesare sì giova ben |)Oco : la sua
guida per le guerre gal- liche, è Orosio, come per la guerra civile Lucano.
S'incontra una volta ricordato anche Tacito.^i ma per via indiretta : questo
autore venne nelle sue mani alquanto pili tardi.^^ Canonisti. Oltre che i
lettori di grammatica, rettorica e poesia con- viene considerare
nell'Università di Hologna anche i giuristi, come quelli che coltivavano gli
studi letterari. E di due ca- « ignaros Laur. *'' sapere Tmw. <» Cod.
Anibros. S 67 siip. f. 171
Trebeliiis Polio; f. 172 Flavina Sira- C usi US. *^ Ib. f. 2v losephus libro de
captivitate ludeoriim. 60 f. 120 (ialli eiiim ut dicit lulliis Celsus sunt
honiìnes capitosi qui per insìdias pugnare nesciunt sed solum viribns et opere
(Caes. B. G. 113, 6); f. 120v lulius Celsus ecc. 51 f. 167 Cornelins et
Suetonius referunt qnod sexcenta milia ludeorum in eo bello occiaa fuerunt
(cfr. Oros. VII 9, 7). '>'^ Lo conosceva quando
componeva V Augustalis libellus, del 1» gen- naio 1385, dove scrive:
Claudius... fuit... infortunatus in nxoribus, de qua- rum una Messalina scribit
Cornelius Tacitus {Ann. XI 12; 26 ss.) et dicit Invenalis (VI 130) 'et Lassata
quamvìs nundnm satiata recessit' (eod. Ani- bros. R 1 sup. f. 66). Nel
liomuìeon (f. I52v) cita in proposito di Claudio la stessa testimonianza di
Giovenale, ma non quella di Tacito. cap. Ili) GIOVANNI D'ANDREA 157 noni ti specialmente
è doveroso tener discorso, intendo di Gio- vanni d'Andrea e di suo genero
Giovanni Calderini. 11 Calde- rini (m. 1365) raccolse codici classici; e il
Salatati cercava nel 1375 ])resso i suoi eredi ])er mezzo di Benvenuto Kani-
baldi un Gelilo integro.^ Egli si occupava di indagini lette- rarie nel campo
del giure canonico, poiché compilò la tavola delle citazioni bibliche che
occorrono nel Decretimi e nelle Decretali ; ^ ma pili direttamente ancora
rientra nel campo letterario un altro suo lavoro congenere, l'indice del
Folicra- ticus di Giovanni da Salisbury.^ Ben i)iù vasta cultura e canonica e
teologica e letteraria possedette Giovanni d'Andrea (1270 e. — 1348),^ il quale
co- nosceva gli autori delle discipline letterarie al pari e meglio di un maestro
di grammatica e rettorica. Chi dia una sem- l)lice occhiata alle sue opere
canoniche indovinerà facilmente gli scrittori che tace e vedrà gli scrittori
che cita, tra i quali ultimi ricorderò ad esempio i due Plini,^ che erano noti
a ' Totus Aselliiis Bononie est apud heredes d. loliannis Calderini, Epi-
stolario di C. Salutati I 20:!. 2 II cod. 273 (meiubr. del sec. xiv) del
collegio di .Spagna in Bologna contiene la tavola con la sottoscrizione (f. 64)
: Explicit tabula attctori- tatum et sentenciarum bihììe inductarum in
conpilacionibus decretoruin et decretalium cotatarum. lohannis Caldarini
deeretorum doctoris. finite M.CCC.XLVII. ultimo aie augusti, hora scxta. Qui
seripsit scribat seui- per cum domino vivat. Stanysiaus Hernianni. Clvia
Cracoviensis. Indi al f. 54v questenote di possesso, tutte di mani del sec. xiv
: Iste liber est do- mini lohannis guillelmi de bononia. Kectorìs ecclesie
fratrum gaudentiuni de bononia. | Iste liber est domini guillelmi de bononia
recthoris ecclesie fratrnra gaudenaium. | Ego fiullielmus fillius predicti
domini loliannis sub- scripsi. 1 Iste liber est guillelmi de musselinis de
bononia Kectoris ecclesie diete Marie fratrum gaudeneium de bononia. guilelmus
subscripsit. — I.o stesso codice contiene nella i)rima parte, con numerazione
distinta dalla seconda, V lei-onimianiis di (iiovanni d'Andrea; f. 63v Kxplicit
leronimia- nus per loliannem andree conpositus finitus anno domini M.CCC. qua-
dragesimo sexto. Cfr. F. von Schulte Die Geschichte der Quellen und Li- teratur
des canon, liechts lì 250. 3 Novali La giovinezza 04. * Vedi per tutti P. von
Schulte ib. II 207 ss. s Per Plinio il vecchio cfr. Ioli. Andreae Novella in
Decret. 1, prologo f. 2v Plinìus Seeundus ad Vespasianum (la dedica della N.
H.)\ per Plinio il giovine cfr. In VI decretai, librum commentarla f. 96
Plinius Seeundus.. libro I epistola XX; Plinius lib. I epistola Vili; lib. III
epist. 20; Plinius 168 BOLOGNA (cap. Ili pochi anche fra i letterati di
professione. Però le cognizioni di Giovanni risentivano sempre del vecchio
indirizzo e bastò ch'egli si mettesse a competere col Petrarca, perché apparis-
sero luminosamente le differenze delle due scuole. Nel 134.5 il Petrarca
ripassò per Bologna e in quell'occa- hione rinfrescò la conoscenza di Giovanni
d'Andrea,^ di cui verisimilmente aveva frequentato le lezioni.'' Da quella
visita il carteggio dei due amici ricevette nuovo alimento, come mo- strano due
lettere del Petrarca scritte al bolognese,* le quali collochiamo appunto tra il
1345 e il 1346 per la ragione sue- sposta e anche per una citazione dalle
Epist. ad Att. di Ci- cerone, scoperte dal Petrarca a Verona nel 1345 : ^ pur
non escludendo che la citazione sia stata introdotta posterior- mente.i"
11 Petrarca rimprovera a Giovanni un vezzo assai comune ai vecchi eruditi,
massimamente ai giuristi, di affa- stellare citazioni su citazioni, '^ per far
pompa di sapere: vezzo del resto dal quale il Petrarca stesso non riusci a
emanciparsi intieramente. Maggior ragione ha il Petrarca nel rilevare altri
difetti tradizionali del canonista, il quale collocava Valerio Massimo primo
tra i moralisti ^^ e Platone e Cicerone tra i Secunilus lib. I epist. tertia ;
lib. Ili opist. VII; f. 97 Plinliis lib. 4 epist. XII. Noteremo anche unii
compilazione su Valerio Massimo ; nell'inventario dei codici di (ìio. Marcanova
del 1467 troviamo seg^nato : Summaria Va- ìerii per lohannem Andree de Bononia
(cod. Est. di Modena a K 4, 81 f. 6). « F. 1,0 Parco in Revue des bibìiothèques
XVI, 1906, 312-13. " 11 Petrarca, Fani. IV 16 p. 246 scrìve a Giovanni :
.id id vero qnod me veliit iiiratae militiae desertorem argnis, quoniam, cnm
maxime florere inciperem, stiidiiim iuris Ijononi.amque diniiserim... 8 Fani.
IV ir, e 16. ' Petrarc. Fam. IV 15 p. 239 alioquin quid de ipso Tnllio dicemiis,
qui in epistolis ad Atticum quodam loco Platonem sunm detim vocat (ad Att. IV
16, 8). i" A ogni modo le due lettere sono posteriori al 1341, essendovi
ricor- data la morte del vescovo di Ix)mbez fiìacomo Colonna, p. 2:18. I>a
IV 1") nel cod. Parig. 856S ha la data : XVI kal. septerabris. *' p. 241
animadverti enim te in scriptis tnis omni studio ut appareas niti. Hìnc ille
discursus per ignota volumina, ut ex singulis aliqiiid decer- pens rebus tuis
interseras. '2 p. 238. oap. IH) GIOVANNI D'ANDREA I6i) poeti, ]ier due favole
che avevano accolte, quella di Er e quella del 8o<2;no di Scipione.^^ Il
canonista leggeva con amore il suo Terenzio, ma cercava in lui le massime
morali e per questo non aveva avvertito nei prologhi i richiami ai nomi di Nevio
e di Plauto, due autori, che egli erede inventati dal Petrarca.i^ Qui il senso
storico riporta per opera dell'umanista un'ele- gante vittoria. E non la sola.
Il canonista ammetteva la con- temporaneità di Ennio e di Papinio Stazio,
attingendo, si ca- pisce, a una fonte impura, p. e. al De vita et morihus
philoso- pliorum del Burlaeus, che fa di Cecilio Stazio e di Papinio Stazio un
unico personaggio, coetaneo di Ennio. '^ A ben altre fonti ricorre invece
l'umanista. Di Ennio sa che visse al tempo dell'Africano maggiore: e qui
leggeva nella p. Archia{% 22) di Cicerone: ' carus fuit Africano superiori
noster Ennius'; sapeva che Stazio era fiorito sotto Domiziano: e qui aveva
letto con occhio di storico i prologhi della Thcb. e àc\V Achill. L'umanista
grava piuttosto rudemente la sua superiorità sul canonista, ma salva il
ris|)etto e la stima: Giovanni è per lui sempre il ' pater ', è seni i)re il '
sohis sino exemplo nostri tem- poris earum, quibus es deditus, litterarum
princeps '.i" La polemica epistolare fra i due amici aveva avuto origine
dalla questione quale fosse il maggiore dei padri della chiesa latina: Girolamo
o Agostino. Il Petrarca dava la preferenza ad Agostino, a Girolamo la dava
invece Giovanni d'Andrea, il quale richiama l'attenzione del contraddittore su
una sua disputano longissima composta intorno all'argomento. ^^ La disputano, a
cui qui si allude, è Vleronimianus, che godè di " p. 2.38. Su di ciò cfr.
Macrob. in Somn. I 2 (e Valer. Max. I 8 Ext. 1). '« p. 239-240. '5 BiirlaeiLS
p. 308 (Knnst): Staciiis Cecilius, poeta, contemporaneiis Ennii poete... Hlc
duos libros composiiit poetico.s, seil. Acliilleidem et Tliebaidem. Questa
confusione del resto era tradizionale e abbiamo veduto (p. 140) che Benzo
d'Alessandria la impugnava. Perciò (Jiovanni può avere attinto anche ad altra
fonte. 10 p. 242. •" p. 244 quod in quodam opere tuo probasse te dicis
disputatone longissima. 160 BOLOGNA (cap. Ili moltissima diffusione ^^ e fu
anclie stampato nell'anno 1482,^9 a Colonia. Esso comprende quattro parti, nella
prima delle quali l'autore si lamenta che gli italiani abbiano tiascnrato il
culto di Girolamo e pone in chiaro i suoi meriti; nella se- conda ne narra la
vita, la morte e i miracoli ; nella terza ri- porta le testimonianze sul conto
di lui ; nella quarta dà il ca- talogo delle opere, delle quali reca il
principio e la fine e qualche estratto.^*^ All' ingratitudine degli italiani
'-*' e ai ine- riti di Girolamo alludeva Giovanni nella sua lettera al Pe- tra
rea. ^^ "* Alcuni codici sono ricordati dal voii Sclinlte op. cit. II 217
n. 64. lo lio adoperato il sunnominato del collegio di Spagna di Bologna, il
Lanrenz. Aedil. 46, nieinbr. sec. xiv, e il Braiden.se (Milano) AD XIV 25
niembr. sec. XIV : f. 86v Anno domini M.CCC.LXXXXI.K. die VI angusti liora prima
noctia ; f. 87v Iste liber est doinus sancte Marie de grafia ordinis
cartusiensis prope Papiam. Seguo il Braidensc, perché contiene la redazione
definitiva. 1'» Hain 1082; Copinger 1082. 2" Cod. Braidense f. 1
Icroniniianum hoc opus, per loliannem Andree urgente devocione compositum, in
partes rite dividitur, testante leronimo super Ezechielem libro nono in
principio: quod divisus dietantis scribentig et legentis labor respirat in
partibus. Ipsius vero jiartes sunt quatuor no- tabiliter inequales; ad equalitatem
enim iiartium diviuum prcceptum, ius ■ scriptum vel compilantlum mos non artat.
Primo antem ponit auctor sui admirationem qnerulosam quam verificando
iustificat, subdcns eniendam per eum inclioatam et quod evenit in Troia et
prius in Tuscia et Ducatu. Se- cundo ponit beati leronimi legendam et niiracula
per triplex tenipns di- stincta, interserens sue mortis tempus et seriem et ea
que verbo tunc docait ac sue sepulture locum et translalionein ipsius. Tercio
jrer sanctorum et doctorum auctoritatts leronimuin gloriosum extolit, de ipso
epithapliia him- num et orationes subdens et exprimens qnos habuit preceptores.
Quarto quia ' memoratu digna lucide sunt ponenda', ut dicit Valerius li. octavo
capi- talo XI in princijiio, ipsius scripta et canones transumptos ex illis
nomi- natim exprimit et Inter signa ponit. Et ut labor alTerat secum fructum,
illorum aliqua prenotanda ad mores falubria retliorlcis et prelocntoribns (cioè
ai maestri di rettoriea e ai predicatori) utilia preelegit et describit, raeliora
et pollitiora per id reddens iiigenia : ad quod elaborandum est, quia tardas
mentes virtus non facile coniitatur, que odit animos inibeciles et enerves.
" Petrarc. ib. p. 244 iiidigiiani quandam et singularem erga Hierony- mum
ingratitudinem Italornm, da confrontare con Vleronimianus f. 1 : leronimum
iugiter allegamus, scd modice veneramur. .\dmiror in hoc \ta- liam defecisse,
in qua sub trium coudoctorum (Ambrogio, Agostino e Gre- gorio M.) noininibus
ecclesìe merito pululant. 22 Petrarc. ib. p. 244 non te illum propterea
praetulìsse quia sit maior, sed quia fructuosior ecclegiae. La grande utilità
recata alla Chiesa da Gi- rolamo consiste per Giovanni nelle traduzioni
bibliche: leronimiantis f. Iv ,ap. Ili) GIOVANNI D'ANDREA 16i Secondo
un'attestazione di Giovanni nella Novella in sex- tum '^ V leronimianus fu
composto nel 1334 : ma si dovrà in- tendere che allora fu cominciato a
scrivere. Lo strano è che nella Novella richiama V leronimianus^ & n^W
leronimianus richiama la Novella : ^^ di che non sappiamo dare che una sola
spiegazione, che cioè le due opere procedessero paralle- lamente. Un sicuro
indizio cronologico ci vien fornito à&WIero- nimianus stesso, nel quale
s'accenna a Soranzo Lambertucci vescovo dì Cervia come non più vivo.-" Siccome
il Lamber- tucci mori nel 1342,^'' cosi dopo quest'anno ne collocheremo il
compimento: e non molto dopo, giacché da un altro luogo àe\Y leronimianus
apprendiamo che esso fu pubblicato il 30 dicembre del 1346, ma col ritardo di
quasi un lustro dal tempo che era stato terminato (fuit publicatio fere uno
lustro tar- data). Il ritardo dal compimento alla pubblicazione dipese da
questo, che l'autore attendeva il trattato Contra hereticos?^ yucro quia plus
profecit latinorum ecclesie quam qni vetiis et noviim testa- nieiitiim de greco
et ebraico et ceteros ipsliis lihros sicut Raiiielem de cal- daico «eniioue
licet ebraicis literis et Job (le arabico, premissis in eia suis famosi» et
utillbiis prologis, transtulit in latinum. Quod doctorum nulli cre- ditur
fuisse possibile, cuni non Icffamus illos multiplicis lingue fuisse pe- ritos,
quod esse non ambigitur spiritus sancti donuui Actuum secuudo, nec est
dubitandum illuni deo luagis acceptum, cui ab ipso plus donatur. Kingamus nil
aliud per leronimum actuni fore : debuissetne Vtalia fidei zclatrix et mo- rum
norma nongentis annis et amplius neglexisse venerationem illius? 23 II passo in
von Schulte op. cit. II 218-219. -'' Novella t. 2v (chiusa del proemio) : Stylo
plano et pedestri qui d«- lectat prooemiare sic placuit; uti enim altieri
licuisset, ad quem si non at- tingeret ingenium proprium, docuissent innumeri
et maxime Alanus de planctu ecclesiae, quem fidenter exquirat qui mulcetur in
bis; de quo vide in line Hieronj-miani Io. Andreac. '" leronimianus f. 86
(epilogo) Ut ciini Alano libro de planctu nature stilum frenando concludam,
causam dante quod scripsi in proemio Novelle, fateor coiniter in liumanis
correctionis limam necessariam ecc. '-' leronimianus f. 9 Hanc autem
(be.atitudinem) consequtum spero re- colende memorie patrem dominum Superantium
do Cingalo decretoruni doc- torem et cpiscopum Cerviensem, qui me doctorem
suuni iniitari dignatus in predicto originls sue loco pulcram ad ipsius
doctoris honorem de suis pa- triiiionialibus fundavit et dotavit ecclesiaui.
•" Ughelli II 474. Il 1336 nel giorno consacrato a Girolamo (30 set-
tembre) pose le fondamenta della chiesa in di lui onore. •'» leronimianus f.
63" Contra hereticos ex regulis diftinitionuni. Kst sciendum quod propter
spera inveniendì hunc librum causatam a libro Sen- R. Sabbadini. Le scoperte
dei codici. \ \ 1^2 BOLOGNA (cap. Ili Resta dunque stabilito che V leronimianus
fu cominciato verso il 1334, finito nel 1343, pubblicato il 30 dicembre del
1346.2» Apparisce da quest'opera che la devozione di Giovanni per Girolamo
toccò gli eccessi del fanatismo : scrisse in lode sua un inno e sette orazioni;
ne celebrava la vigilia e la festa; faceva imporre il nome di lui ai bambini e
ai frati; collocò la sua eflfigie sulla cattedra e ne fece dipingere la vita in
casa propria ; innalzò al suo nome una chiesa fuori di Bolo- gna, una i)arte
della Certosa e ])arecchi altari nelle altre chiese.^" Ma ciò che più
importa al nostro assunto è che il pio canonista va annoverato tra gli
esploratori, perché cercò e fece cercare le opere di Girolamo in Italia e
fuori,^' le or- dinò e classificò, separando le spurie dalle genuine-'* e ne
compilò un esatto catalogo.^^ In queste investigazioni fu ain- tentiarum, ut
infra dicam, fiiit liiiiua operis puhlieatio fere uno lustro tar- data, in
originali spacio hic diniisso, si, quod liaberetur. Trinità», de qua est libri
sermo, concederet. Novissime autem, scilicet ciirrentis anni domini
quadragesimi sexti die penultimo (30 die. 1346) a proxime dieto reverendo patre
(Giovanni Coti) librum recepì, quem per annoruni curricnla meis pre- cibns
quesitum nuperrime de Scotia se asseruit recepisse. In libris ergo seri- bendis
servato solito ordine hic locetur ; in iam seriptis si spaciuni carte non
recipit, glntino vel filo alia carta iungatur vel liicsignatum locetur in fine.
Questa nota del cod. Braidense deriva dall'autografo definitivo e manca negli
altri codici da me veduti. 2'' Ma anche prima ne uscirono copie, p. e. la
Bolognese sopra ricordata del collegio di Spagna dell'anno 1346 e la Lanrenziana
pure nominata, la quale manca della nota che ho tratta dal cod. Braidense.
3" f. 8v. L'inno comprende dodici strofe ritmiche, delle quali ecco la
prima: Hic sacerdos fuit ordine Poregrinans maris cnlniine Heremita soli-
tudine nenium regule professor Claustri sancti fabricator Et monachorum pastor
(f. 8). " Cercò anche reliquie, f. 9 Diversas provintias et ultramarinas
per lì- teras et nuncios visitavi, laboravi alìquid habere de suis reliqniis.
32 Nel determinare l'autenticità si giovò della lettera del certosino «ui- gono
del sec. xii: f. 32v Kst autem sciendum quod de l'iirisius recepì qnan- dam
epistolam fratria (;uigonis maioris prioris Cartnsiensis, cuius grandi» opinio
perdurat in ordine et postinodnm illius transcriptuni apud Cartusiam (di Bologna)
fore percepì, in qua scribens ad Durbonenses fratres asserii quasdam epìstolas
atribui lerouimo que non fuerunt ipsius; sn (iuigone cfr. Migne P. L. 30, 307.
» L'elenco è cosi distribuito: prima enumera le lettere, introdotte da Ad, e i
trattati, introdotti da De, seguendo l'ordine alfabetico dei dcsfi- Tiatari e
dei titoli ; poi vengono i libri introdotti da Cantra, finalmente cap. Ili)
GIOVANNI D'ANDREA 163 tato massimamente da due monaci afcostiniani. il francese
Giovanni Coti^' e l'italiano Bartolomeo Caruso.^' Anzi è probabile che
dall'esempio del canonista venisse al Caruso Fidea di un lavoro simile per
Agostino.''' 11 Caruso fu fatto vescovo di Urbino il 12 dicembre del
1347," ma prima di quel tempo viveva in Bologna, dove attendeva al suo Au-
(/ustinianus mentre Giovanni attendeva a,\\' leronimianus. Quando l'opera fu
compiuta, fra Dionisio di Modena gli sug- qiielli iiitiodotli da Super: sempre
tenendo l'ordine alfabetico. Di ciascuna opera reca il principio e la fine e i
passi mitrliori. Delle traduzioni dal greco possiede le seguenti (f. '27v) :
Librum Didimi de spiritu sancto ; Triictattim Origenis super cuniica ; Urigenis
homelias XVI super Gene- si m ; XI II super Kxodum ; XV super Leritico;
Epiplmnii epistolum ud lohannem episcopum; Victorinum super Apocalipsim.
Trovòanclie uji inno; f. 25v Inveni etiain compositos ultra plura centenaria
annornin sccundum existiniationoni nieani XXX tales versus : ' leroniuius
doctor latii i Inri.-isliiins autor'... l'ost Ijos versus iUi sequitur talls
liyninus : " Kcce qui Clinsti de- coravit aulam '... Cfr. Ciievalier
Beperturium hymnologicuin 1892, I :!10. 469. Kntranibi i coinponimentì furono
pubblicati dal MoJie III an. ■" f. 6^5 Contea. Silere non debeo qnod sub
hac littera fui mnltum adiu- tus per reverendnm niicbi patrem sed in leronimi
[leronimi è omesso dal cod. Braiden.se) devotione confratrem dominum fratrein
loliannem Cocti or- dinis bereniitaruni Parisius Sententias tunc legentem
{Parisius-ìegentem sta solo nel cod. Braid.). Cum eniiu libros Cantra
Luciferìanos, Cantra Pela- gianos et Cantra Susanniim in Ytalia ìnvenìre non
posseni, ipse qui ex l)rofunditate scientie, liumilitate, caritate et
conscientie puritate sue reli- gioni.s est decor, iaindiu avidissiinus in
leronìini libris liabeudis, illos alin- sqne qnamplnrimos quos eque desiderabam
mlchi communicavit amanter. 35 f. 27v Ibi (Tliomas) etiam attribuii leronìmo
epistolam cui titnlum dixit De coluibitatione clericorum et mulierum et
priucipinm ' prouiLserani quidem vobis ' et finein 'deus pacis erit vobiscum ',
qnam din et sollicifu- dine non parva quesitam cum invenire non posseni,
novissime vir devotione sincerus et fervidns caritate, grandis scientia nec
minor facuudia frater Bartholauieus de Urbino ordinis bercniitarum, qui .\
ugusti niauum com- posnit, per quem dlctorum .\ugnstini cnpidos in aingulis
materiis copiosos etTecit, micbi l'pistolain illaui sibi notam exhibuit, que
fiiit Augustini inti- tulata sub nomino Libri de smgiilariiate clericorum. In
quo me letìfìcavit. quia illi querende finem imposnit. Cfr. Milleloquiuin
August. 2436: Liber de singularitate clericorum apud aliquos appropriatur
Hieronynio, apud vero alios Origeui, sed verius est Augustini. *"'
Miìleloquium, nella dedica: Occurrit insuper moderna inspectio viri spectabilis
amici d. Ioannis Andreae de Bononia, decretorum doctoris ègregii, in quo d(!Ì
grafia in nioribus et scientia declaratur, qui de vita et libris beati
Hleronjml luculenter librum edidit, quem Hieronymianum nuucnpavlt. ■n Ughelli
lì 787. Mori nel 1:350. 164: BOLOGNA {,.ap. in geri il titolo di Milleloquium
veritatis Augustini'^^ e il Pe- trarca p:li compose l'epigramma di commiato.^*
Il poderoso volume del Milleloquium ^^ s'apre con le testi- monianze intorno ad
Agostino ; seguono poi gli estratti ago- stiniani, raccolti sotto lemmi in
ordine alfabetico ; alla fine è dato l'elenco dei libri d'Agostino, distribuiti
in categorie. Non tutte le opere gli riusci di scovare ; mancano p. e. la Gram-
matica, la Rettorica, la Dialettica; delle epistole ne rintracciò
centottantotto, un numero del resto cospicuo. Conosceva fra l'altro il De
musica, raro a trovarsi."^ E dovè intraprendere viaggi, perché non tutti i
codici stavano radunati in un sol luogo :''^ una copia iéW Enchiridion '
argenteis et aureis lit- teris * era nel palazzo vescovile di Bologna.^^
Anch'egli, come Giovanni d'Andrea, badò a sceverare con molta cura gli scritti
spuri dai genuini. * * * Pure un medico collezionista vorremmo assegnare a
Bolo- gna, perché fu allievo di quell'Università: Guido da Bagnolo di Eeggio
d'Emilia, medico del re di Cipro. Con testamento del 12 ottobre 1362''^ egli
lasciò parte dei propri beni stabili 38 Milleloquium, dedica: Kcvereiido
aiiteiii patri frati i Dionysio de Mu- tina, sacrae pagìnae professori et niinc
priori generali meo, siibcuius nia- gisterio apud Bononiam compilavi, placuit
ipsum 0|ius Milleloquium veri- tatis Auf/ustini debero iiititulari, quia in
mille capitulis contiiietiir. Il 19 marzo 1333 è promosso in Bologna al
magistero di teologia il frate Dio- nisio, ' qui tam in Parisiensi quam in
aliìs studii.s generalihus quatuordecim aiinis legerat' (Chartrtlar. Universit.
Paris. II 404; già dal 1343 era priore degli Agostiniani, ib. Il 535, 546). 35 P. de Nolliac
Pétrarque et Vhumanisme li 297 ss. *• B. Aurolii Augustiiii Milleloquium
veritatis a f. Bartholomaeo de Urbino digestum. Lugdnnì 1555. *' Il Salutati, epistolario III 146, ne
faceva ricerca in Francia per mezzo di (ìiovanni da Montreuil. '2 Milleloquium,
dedica : Disquirentis tanien animadvertat ingeniam, niilii facile non fuisse
multa voluniina revolvendo flores rligere, cum non in eodem loco et tempore
libros omnes liabuerim et nihil nisi quod in ori- ginali proprio vidi liic
rescripserim. w Milleloq. 2421 Libar Eucliirid... In eplscopatu Bononiensi argentei*
et anreis litteris scriptum inveni. ** Il testamento è nell'Archiv. di St. di
Reggio d'Emilia, dov'io lo con- sultai; fu pubblicato dal Taccoli Mem. st. di
Reggio II 251 ss. Cfr. Tiraboscbi cap. Ili) FIRENZE 165 e i libri 'in medicina
et artibus' ai gidvani regfriani che fre- quenta-ssero lo Studio bolognese.
L'elenco dei codici somma a 59; oltre a molti trattati medievali, in particolar
modo d'ori- gine araba, vi incontriamo un'opera di Ippocrate, sette di Ga-
leno, V Almagesium e il Qiiadripartitum di Tolomeo, il Be simplicìbus di
Giovanni Damasceno e alcuni scritti aristote- lici : la Mefeor., la Metaphys.,
il Be caelo et mundo e la Rhe- torica. FlKENZE Un giorno il Petrarca parlò con
entusiasmo del fiorentino Francesco Nelli a un messo della repubblica di
Firenze, che ne rimase trasecolato come di un portento: eppure quel messo
conosceva il Nelli di persona. ' Che e' è da meravigliare, se la commerciale e
industriale Firenze non conosce i letterati? ' ^ esclama il Petrarca,
pronunciando cosi su Firenze un giudizio non equo, ripetuto poi da altri. Egli
dimenticava in quel mo- mento che il suo codice, tanto oramai famoso, di
Vergilio era stato allestito da un fiorentino, Piero di Parente. Sanno i
cultori di Vergilio che i quattro versi i)roemiali dell'Eneide ' lUe ego qui
quondam — horrentia Martis ' e i ventuno del libro II ' lamque adeo super unus
eram — fu- riata mente ferebar ' (567-87) non ci furono trasmessi dai co- dici
antichi, ma da Servio nella biografia del poeta premessa al commento del poema.
Invece nel codice vergiliano apparte- nuto al Petrarca (ora conservato nella
biblioteca Ambrosiana) i quattro versi e i ventuno occupano 1 posti che loro
spettano : e ciò si deve all'opera personale di un fiorentino, Piero di
Parente, il quale mise insieme il Vergilio petrarchesco. Infatti al f. 52 del
codice, nel bel mezzo della biografia serviana, leggiamo queste importanti
parole, estranee al testo di Servio: Biblioteca Moden. I 134-137. fluido
coltivòanche la filosofia e la storia. Fu lino dei quattro averroisfi, coi
quali polemizzò il Petrarca a Venezia nel 1368. Mori verso il 1370. ' retrarc.
Fani. XVIII 9 (del 1355 e.) indirizzata al Nelli (p. 493) : mi- reniur si te
mercatrix et lanifica nostra non noverit? 166 FIRENZE (cap. IH ' Qiios (versus)
ideo pclriis parentis f I oreii ti nus, qui hoc niodo^ voliimcii instituit, in
siiis locls reponi fecit. quia ipsos quani maxime ne- cessarios iudicavit.
Kxistimans etiam Virgiliuin nipote divino afflatum gpi- ritn cansaa rernm et
ordinem ceteris altius melinsqne sensisse. periit auteni Tarenti in apulie
cìvitate. Nani diim inetapontnni cupitvidere valitudinem ex sniis ardore
contraxit. Sepultns est autem neapoli in cuins tumulo ab ipso compositiim tale
dysticon : Mantua me gennit. calabrl rapuere. tenet nune partlienone {sic),
cecini pascna rnra ducesque ' ^ (sic). Io credo che la notizia non derivi da
Piero stesso, sibbene da un copista cbe trascriveva il volume allestito da
Piero {qui ìioc volumen instituit). E mi inducono in tal credenza due ragioni :
che Piero avrebbe probabilmente, parlando di sé, preferita la persona priuia
alia terza {instituit, fecit, iudi- cavit) e che non sarebbe iucorso nello
scambio grossolano di pnrthenone per parthenope. Ora il codice petrarchesco va
col- locato tra la fine del secolo xui e il ])rincipio del xiv; sicché Piero di
Parente, l'allestitore dell'antigvafo, sarà da asse^^nare alla seconda metà del
secolo xiii. Il volume comprende tutte tre le opere di Vergilio, incorniciate
dal commento di Servio di lezione scelta' e corredata sempre dei jìassi greci ;
inoltre l'Achilleide di Stazio, contornata da un' interpretazione medie- vale ;
^ due commenti medievali*" del Barbarismus dì Donato e quattro odi
d'Orazio, con scolii. Ci troviamo pertanto di- nanzi a una ragguardevole
antologia, la quale ci fa iatrave- dere'più di quello che non contenga, perché
Piero trasse cer- tamente l'Achilleide da un codice che recava anche la
Tebaide. e le odi d'Orazio da un testo che abbracciava tutte le opere; e cosi i
due commenti del Barbarismus da uu volume che * Unisci hoc con vohunen o
intendi modo avverbialmente. 3 Vedi per maggiori inrorniazioni R.
,'<abbadini Quali biografie rer- giliane fossero note al Petrarca (in
Rendiconti del r. Istit. Lombardo di se. e lett. XXXIX, 1906, 194-196) I v.
Aen. II 667-87 furono inseriti al lor posto anclie nel cod. Cassellano del sec.
ix-x. * Io ne Ilo tratto un passo varroniano più completo in Berliner phiìol.
Wochenschrift 1906, 607; cfr. M. Ilim in Mhein. Mus. 1907, LXII 156-7. 5
L'Achilleide è qui divisa in cinque libri, cfr. K. Sabbadini in Atene e Roma
XII 265-69. o Uno dei commenti è più vecchio e apparisce identico a qnello di
nn codice di Monaco (R. Sabbadini in Giornale stor. d. lelter. ital. 45,
169-170). <.ap. Ili) PIERO DI PARENTE 167 poteva racchiudere altri trattati
f^rammaticali. A ciò s'aggiunga che la nota surriferita accenna al racconto
della morte di Vergilio quale è tramandato dalla biografia di Donato,'^ con una
singolare variaute: poiché invece che a Brindisi colloca la morte del poeta a
Taranto (perùt Tarenti). Tutto sommato, se nella seconda metà del secolo xiii
Piero potè disporre di tanti e cosi notevoli testi, bisogna convenire che nella
' città mercantile e industriale ' il movimento uma- nistico s'era già
iniziato: iniziato, se non ancora molto dif- fuso. E a dire il vero ci tiene
alquanto perplessi un cànone di poeti antichi, quale è costituito da Dante
nella Vita nuova, composta contemporaneamente o poco posteriormente all'an-
tologia di Piero (nel 1293). ^ Quel cànone comprende cinque poeti : Vergilio,
Lucano, Orazio, Omero e Ovidio,'-* quegli stessi cinque che un ventennio più
tardi ricompariranno nella Com- media, in un ordine un jìo' diverso e meglio
definiti : Vergilio ' l'altissimo poeta ', Omero ' poeta sovrano ', Orazio '
satiro ', Ovidio 'terzo', e 'ultimo' Lucano. 1° Numero esiguo, come ognun vede.
Vergilio, Ovidio, Lucano erano nomi già ben co- nosciuti prima di Dante, il
quale di Orazio non lesse mai le "Piero scrìve: duni Metapontuin cupit
videre valitndinem ex solis ardore contraxit; scrive Donato : diim Megara..
ferventissimo sole coifiio- Sfit lansuorem nactus est. L'una notizia deriva
dall'altra, ma dond(' pro- venga la doppia sostituzione di Metaponto a Megara
«t di Taranto a Brin- disi, non mi risulta; cfr. K. Sabbadìni in Sludi ital. di
filol. class. XV, 1907, 237. Kell'edizione fiorentina (1471-72) del commento di
Servio a cura dei Cennini padre e figli la vita di Vergilio reca lo stesso
passo di Piero di Parente: Periit autem Tarenti apuliae civitate. Nani duni inetapontum
cupit videre, valitudinem ex solis ardore coutraxit. Scpultus est autem Neapoli
in cuius tumulo ab ipso conipositum est distichou tale : Mantna me genuit ecc.
Ma l'edizione è indipendente dal testo di Piero. * N. Zingarelli Dante 375. 3
Vita Nuova § 25. "' Inf. IV 80; 88-90. Altrettanto esìguo è il cànone
dantesco dei pro- satori illustri. Leggiamo infatti nel Ve vulg. eloq. II 6, 6:
et fortassis utilissinium foret ad illam (constructionem) habituandam regulatos
vidisse j)oetas, Vìrgilìuni videlicet, Ovidiura Metaniorfoseos, Statium atque
Lucanum, nec non alios qui usi sunt altissimas prosas, ut Titum Liviuni,
Plinium, Frontinum, Paulum Orosiuni et multos alios, qnos amica solìtudo nos
vi- sitare invitat. E si badi che di questi quattro uno solo possiamo affermare
con certezza essere stato noto all'Alighieri : Orosìo. 168 FIRENZE (cap. Ili
odi, note a Piero, né lesse mai Terenzio, divul^atissimo per l'innanzi, e lesse
Persio, Stazio e Giovenale solo dopo scritta la Vita nuova. Ma sarà credo miglior
consiglio escludere dalla nostra storia le testimonianze di Dante, il quale in
tutto il patrimonio della sna produzione offre assai pochi indizi di aver preso
o aver voluto prender parte al moto umanistico. Tornando all'accusa del
Petrarca, egli ebbe dunque torto di dimenticare Piero di Parente, com'ebbe
torto, e anzi mag- giore, di non ricordare che nel 1350 da un altro fiorentino,
Lapo di Castiglionchio, aveva ricevuto Y Institutio oratoria di Quintiliano,
rimastagli fino a quel tempo ignota, e quattro orazioni, pure nuove per lui, di
Cicerone : De imp. Cn. Pom., p. Mil., p. Piane, e p. Sulla, in cambio delle
quali mandò all'amico la p. Archia. Ebbe da lui anche le Philipp., che però gli
erano note già prima. ^^ Lapo (m. 1381), probabilmente più giovine del
Petrarca, fu un valente cultore del diritto canonico, che insegnò jìrima a
Firenze fino al 1378 e dipoi a Padova, ove quell'anno stesso per ragioni
politiche si ritirò in esilio. ^^ Ma egli coltivò con grande amore e successo
anche gli studi letterari, e, ciò che a me piace rilevare, indipendentemente
dal Petrarca, di cui fu emulo nel ricercare e raccoglier codici. Abbiamo una
prova di questo nei testi nuovi da lui forniti al Petrarca e un'altra prova,
ben più importante, in un' antologia ciceroniana da lui compilata. L'antologia
ci si conserva nel codice Vaticano Palat. 1820. Il codice, membranaceo della
fine del secolo xiv, contiene le segnenti opere di Cicerone: De off.. De amie,
De sen., Parad., p. Marc, p. Ligar., p. Deiot., le quattro Catilin . De imp.
Cn. Pomp., p. Mil,p. Piane., p. Sulla, p. Areli., Salitisi, in Cicer., Cieer.
in Sali. In fine troviamo
questa soscrizione : '• De Nolhac Pétrarque et l'humanisme II 86; i 224-22Ù;
Lettres de Fr. Nelli à Pétrarque par H. Cocliìn, Paris 1892, 139. '« Cochin op. cit. 184-85, 194. A Padova insegnò
diritto canonico Tanno 1379 (A. «loria Monumenti della Univeisità di Padova,
Padova 18SS, I 319-20). cap. Ili) LAPO 169 (ilori.i lau8 et lionor Cui puerile
decus Qiiod me conscripsit Frompsit osanna pium tibì sit rex criste redemptor
Henricus prusia natus Henricus de prusia scripsit Possidet lume palliava
vocitatus in urbe lohannes Et ludovicus iiiiìs utnimqiie iubar Hoc opus fecit
scribi dominus lohannes ludovicus de lambertatlis utriusque iuris doctor. M.
CCC. LXXXXIIII.'^ Apprendiamo dalla sottoscrizione che Giovanni Lodovico
Lanibevtazzi, illustre giurista padovano e professore di quella Università/'
era anche studioso dei codici classici e collezio- nista; onde viene ad
accrescere la schiera tanto numerosa degli umanisti della feconda scuola
padovana. Il copista è un prussiano, Henricns de Prusia,!^ forse identico con
Enrico del fu Enrico di Prussia, notaio dell'Università nel 1399.^" Quan-
tunque transalpino, adopera la scrittura italiana, ma non tanto da non lasciar
qualche traccia della sua origine, poiché è tran- salpina la forma del s corto
finale, almeno nella prima parte del volume. Il codice è tutto di mano di
Enrico; non solo, ma da Enrico furono scritte anche le numerose glosse antiche
sparse su pei margini: le antiche, che di altre glosse più re- centi non mette
conto occuparsi. Ci domandiamo da chi provengano quelle glosse. Non certo
dall'amanuense Enrico, il quale non poteva possedere quella riposta cultura che
esse rivelano, per tacere che egli copia talvolta ciò che non capisce,
storpiando e guastando. Ci soccorre del resto un argomento ben pili sicuro.
Alcune glosse contengono richiami alle jìagine seguenti del testo, ri- chiami
che non corrispondono alle pagine del nostro codice. Eccone due: '3 Le parole
stampate in tondo sono in ros.so, le corsive in nero; Hen- ricus de prusia
scripsit fu aggiunto dopo, ma dalla medesima mano. 1' Vedi per tutti A. Gloria
op. cit. I p. 110, 180. Il Lanibertazzi fu li- cenziato nel 1372, laureato in
diritto civile nel 1378, in diritto canonico nel 1382. All'Università insegnava
ancora nel 1399; mori il 1401. <3 11 Clark, M. Tulli Ciceronis Orationes p.
Tullio p. Fonteio ecc., Oxonii, p. X intende erroneamente de l^usia per de
Perusia. ic Gloria ib. I 111. FIRENZE (cap. m f. 3 (Cicer. De off. I 26)
existimt honoris iniperii potentie glorie ciipi- ditates] in marg. (jlorie et
imperii cupidità^. R((iquire) infra eie. intelli- gendum (De off. I 61). 8«
col{iimna) ante med(iiiin) et col(umna) 2* in med(io) sed illud (I 64) et
col(umna) 7« jiost ad reni (I Ti). Qui osserviamo anzitutto che il copista non
ha capito iti sigla del ' § ' in luogo della quale Iia scritto ' eie ';
seconda- riamente che i rimandi non corrispondono ai fogli del nostro volume.
f. Sv (De off. I 88) Nec vero audiendi qui jjraviter ininiicis irascendum
putabant] in marg. Kequire in ainic(itia) (Cic. De amie. 77) cur 4 a line
eoll(iinina) 2 in fl(ne). Ripetiamo l'osservazione sulla mancata corrispondenza
del rimando e aggiungiamo che il copista ha scritto ' cur ' invece di ' car(ta)
'. Escluso il copista, si potrebbe pensare al Petrarca come autore delle note,
avendo esse uua cotal rassomiglianza con le petrarchesche. Ma anche questa
ipotesi deve essere abban- donata, perché incontriamo sui margini un richiamo
p. e. alla bibbia ^' e uno a Pietro Coinestore,^* il che era contrario alla
consuetudine del Petrarca. Rimane da produrre, in favore della paternità di
Lapo, la seguente postilla: f. 28v (Cic. De off. ni 47) Male etiani qui
piiregrino-s urbibug uti prolii- bentj in marg. Nota, onius contrarium
fiorentini interdum venctiis passi sunt nesoio tamen an eornm culpa an iniuria
probibentium. Manifestamente qui si tratta di un esule fiorentino, ciò che
s'addice benissimo a Lapo, il quale esulò a Padova ed ebbe forse ivi occasione
di o-sservare la durezza usata talvolta dai Veneziani verso i suoi
concittadini. Questo spiegherebbe inol- tre come il suo codice fosse rimasto u
Padova, ove il Lam- bertazzi lo fece copiare. A rincalzo della nostra ipotesi
viene un'altra considerazione. L'ultima parte del volume contiene le cinque
orazioni ciceroniane De itnp. Cn. Pomp., p. Miì., p. Flanc, p. Sulla e p. Ardi,
con la sottoscrizione (f. 129'): " f. 103 cita i Salmi. '<* f. 128
Kequire historiam scolasticam libro return 1°. cip. ni) LAPO 171 Marci Tullii
Ciceronis quinque orationes preclarissime expìi- ciiint. Le quattro prime sono
appunto quelle che Lapo donò al Petrarca e la quinta quella che gli fu dal
Petrarca ricambiata. Conchiudiamo perciò che il codice rappresenta un'antolo-
gia ciceroniana messa insieme da Lapo e da lui annotata. Dall'esemplare di Lapo
il jìrussiano Enrico trascrisse scrupo- losamente testo e note. Il testo Vatic.
Palatino nelle quattro orazioni donate da La])o al Petrarca è pienamente
conforme al codice Parigiuo 14749 della famiglia francese, col quale ha comuni
anche al- cune note marginali. Le note dai margini del Palatino o del suo
antigrafo sono certo passate su quelli del Parigino, per- ché il Palatino ne ha
un numero maggiore e talune di esse, come la citazione varroniana dal Be ling.
lat. che vedremo poi, di siffatta natura, che solo dall' Italia, anzi da
Firenze, potevano partire. Quanto al testo, esso in un luogo della p. Piando
citato dal Petrarca coincide con la lezione del Pari- gino. Lapo ebbe pertanto
le quattro orazioni da un codice francese, ma non direttamente dal Parigino,
che le disjìone in ordine diverso e ne contiene molte di più. ^"^ Le
chiose marginali del nostro codice Palatino rivelano la conoscenza di altre
opere ciceroniane: del De orai., delle Tuscul.^" e del De fin.,^'- delle
Fhilipp.,^^ della p. Corn. w Vedi il Clark op. cit. p. IX-X. Il Petrarca cita
in p. Piane. 66 la lezione màis et ferus comune al Palatino e al Parigino. 11
eod. Parig. è il famoso, di cui s'è parliito sopra p. 73. Esso comprende 23
orazioni cicero- niane e con molta probabilità fu copiato posteriormente al
Palatino che è del 1394: certo in ogni modo posteriormente all'antigrafo del
Palatino. 2» f. ICv (Cic. De off. I 108) Erat in lutio crasso] in inarg. De hoc
eo- dem infra e. 4 in principio 2 pagine. Hic est unus coUocutorum in
libro de or. de quo in 1. (II 98) : ' Atque esse tamen multos videmus qui
neminem imitentur et sua parte (= suapte) natura quod velint sine cuiusquam si-
militudine consequntur; quod et in nobis animadverti recte potest, Cesar et
Cotta quorum alter inusitatum nostris quideni oratoribus leporem quen- dam et
salem, alter acutissimum et subtilissimum dicendi genus est conse- cutus etc. '
Dehoc 5 Tuscul. (V55): ' G. Cesar in quo mihi videtur specimen fnisse
humanitatis salis leporis ' ; ubi et de 1. Cesare patre eius est mentio. 21 f. 38 Paria amicorum
tria vel quatuor (Cic. De amie. 15). Tria di- cit de finibus (I 6.5) card. (=
carta) 7^ pag. 1" post principiuni. Questo co- dice, di cui si cita la
pagina, era certamente nella collezione di Lapo. 2- f. l?v (Cic. De off. II 22)
ut sepe in nostra re publìca videmus mer- 172 FIRENZE (eap. Ili Balbo ^^ e
della jh Fiacco. 2' Le due ultime restarono i<,'note al Petrarca. La p.
Fiacco poi presuppone la conoscenza anche della p^Mwc^io, perché entrambe ci
furono tramandate insieme dai manoscritti. L'una e l'altra abbiamo già veduto
(p. 123) essere state in possesso di Antonio Loschi a Milano verso la fine del
secolo xiv; ora nel medesimo tempo le ritroviamo a Firenze o a Padova presso
Lapo. Oltre Cicerone, Lapo nelle glosse cita più altri autori : il Timaeus^° e
forse un altro dialogo di Platone;^'' Terenzio,^'' Livio, ^* Valerio Massimo,*^
Seneca,^" Lucano, ^^ Svetonio,^* Gelilo, ^^ Giustino,^"* Lattanzio,
^^ Agostino,^" Macrobio, '^^ Isidoro. ^** cede condueti] in marg. Hec ipsa
sententia et seqiieiis est 1° Pliilipp. (I 33-34) col(umna) antepenultinia uon
procnl a fine. Anche questo era nella collezione di Lapo. 23 f. 115 Idem prò
Cornelio Balbo: ' Ncque enini inconstantis puto sen- tentiam tanquam aliquod
navìgium atque cursuin ex rei p. ti:mpe8tate mo- derari ' (§ 61). 2< f. 80v
(Cic. Catil. Ili 6) Itaqne hesterno die L. Flaccum] in marg. Hnnc din postea
pnicra oratione defendit cicero. *5 f. 128 Homerus denique qui ide(ni) fuerit
cfriptìus, siqnidom the- banus fertur, que civitaa est apiid eirypfum
nobilissima calcronis (= Cal- cidius) in tliymeum seeundo commentario, ubi de
magorum stella. Vedi Clialcid. in Timaeum 8 CXXV (Hamburgi, cur. Io. A.
Fabricio, 1716, p. 32.5). '^^ f. 2 (Cic. De off'. I 15) mirabiles amore» ut ait
piato excitaret sa- pientie] ini marg. Plato defran. (?) 2. car. 7. pagin. 1 (=
pagina 1). La cita- zione ciceroniana è tratta dal l'haedr. p. 250 D ; ma
questo dialogo non era noto al medio evo. D'altra parte dalla forma errata
della chiosa non so cavar nulla. *7 f. 8» (Cic. De off. I 80) human! nichil a
se alienum putat] in marg. In eutontnmernmenon (I 1, 25) non procul a
principio. '■» f. 99. «> f.
81. 30 f. H" Seneca de gratitudine ad lucillum epistola 81. 3' f. 91. 3«
f. 82 1° de XII Cesaribns. 33 f. 46 (Cic. De amie. 90) illud Catoni» : mnlto meliu» de qnibnsdam acerbo»
inimico» mererij in marg. Adde Favorini dictuiu in noctibns Athicis (XIX 3).
3< f. 112. 35 f. 21v 36 f. 94v AngURtinus libro centra quinqne hereses in medio.
3" f. 17v Reqnire in Saturnalibus. 38 f. 26 le Etymoì. cap. Ili) LAPO,
ZANOBI 173 Per ultimo riserviamo due rarità: Y Historia Augusta^'^ e il De
lingua latina di Varrone.'"' Per compiere il quadro della cultura di Lapo
aggiunge- remo che nelle chiose egli cita di frequente lezioni di altri
codici.'^ Parimente cultori degli studi classici sono due fiorentini,
contemporanei di Lapo, Zanobi Mazzuoli da Strada e Fran- cesco Nelli, i quali
hanno tra loro questo di comune, che negli ultimi anni della vita furono
attratti nell'orbita del gran si- niscalco di Napoli Nicola Acciaioli. Zanobi,
^ grammatico di professione, ottenne nel 1335 la cattedra di grammatica a
Firenze, succedendo in quest' ufficio a suo padre.^ Il 1349 passò al servizio
del gran siniscalco a Napoli, continuando ivi l'esercizio dell'insegnamento
gram- niaticale.3 Pizzicava anche di poesia; anzi il 15 maggio del 1355 ^ f.
17v (Cic. Ve off. II 25) Iiyonìsius qui cultros metuens tonsorios oanileiite
carlione sibi adiirebat capìllum) in marg. Simile de comniodo Romano principe
legimus; efr. Lanipridius Comm. Anton. 17 adiirens comam et barbam timore
tonsoris. '" f. i (Cic. Ve off. I 37) perdnellis esset, liis liostis
vocaretiir) in marg. Hostis. Requìre M. Yarronem de lingua latina in principio;
cfr. Varr. Ve I. l. V 3 ut hostis: nam tum eo verbo dicebant pcregrinuin qui
suis lejjibus, nunc dicunt eum quem tum dicebant perduellem. " Reco
qualclie lezione del suo Ve officiis: lì 1 quid inutile: aut ex duobus utilibus
quid utilius aut quid maxime utile de quibus; III 121 rao- nunientis. Uu paio
di varianti : I 1 ad dicendum] aliter discendnm ; I 2 Quam obreni disces tu
quidem a principe liuÌH8)liunc versiculum aliqui non liabent. ' Per le notizie
biografiche vedi H. Cochin Lettres de Fr. Nelli à Pé- trarque, Paris 1S92, 185
e F. Porcellini Zénobi da Strada e la sua venuta nella corte di Napoli (in
Ardi. stor. per le prov. napol. XXXVII, 1912, 242-263). * Fin dal 1320 leggeva
a Firenze ' in arte grammatica et in aliis arti- bus et scientiis ' Guicciardo
da Bologna, il comnienlatore dell'74'certnis del Mussato (F. Nevati Indagini e
postille dantesche, Bologna 1899, 113). A Firenze insegnò rettorica un
corrispondente del Petrarca, Bruno di Casino, morto il 1348 (V. Rossi in Studi
letter. e linguistici dedicati a P. Kajna, Firenze 1911, 195). Ma non i)are che
questi e altri maestri abbiano i)rati- cato ricerche di codici. Firenze nel
sec. XIV diede anche due commenta- tori vergiliani: Zone (v. sopra p. 104) e
Giovanni (nel cod. Vatic. 1514). 3 Petrarc. Fani. XII 3, del 1349, come ha
dimostrato il Porcellini op. cit. 248-53. E del medesimo anno sono le Fani. XII
14, 15, 16, 18; XIII, 9, IO- 1 74 FIRENZE (lap. Ili ricevette dalle mani di
Carlo IV a Pisa la corona d'alloro, con grave scandalo della gente seria. Nel
1359 diventò segretario dei brevi presso il papa in Avignone, dove mori il
1361. Attese a raccoglier codici, che alla sua morte entrarono in possesso del
Siniscalco;* ma non conosciamo di che genere fossero.^ Francesco Nelli® fino
almeno dal 1351 era priore de' SS. Apostoli in Firenze. Nel 1361 si trasferi a
Napoli al servizio del gran Siniscalco e ivi mori di peste il 1363. Egli è,
pos- siamo dire, un allievo del Petrarca, che conobbe a Firenze nel 1350 e a
cui sono dirette le trenta lettere del suo epistolario. La cultura del Nelli si
mantiene entro modesti confini. I poeti da lui più spesso adoperati sono
Terenzio, Vergilio, Orazio, Ovidio, Persio, Stazio, Giovenale.''' Possediamo il
suo Stazio, copiato da quello del Petrarca,* nel codice Pari- gino 8081. Tra i
prosatori, ai due già notati dal Cochin, Ci- cerone e Seneca,"
aggiungeremo Sallustio,i° Plinio il giovine^' e Donato biografo di Vergilio.^*
■• Tanfiini Nicola Acciaioli, Firenze 1863, 205. 5 Abbiamo bensì i! catalogo
dei libri del Siniscalco, pubblicato da R. Sabbadini v. sopra p. 4 n. 10, ma è
del 1359, quando la collezione di Zanobi non c'era ancora entrata. fi Per le
notizie biografiche Cochin op. cit. 10-U; 74-78. ' Cochin 32, 161, 163, 168, 189,
190, 211, 216-217, 2-".7 ' fert animus ' Ovid. Met. I 1, 272. •* Cochin 32
; Nolhac Pétrarque et l'humanisine 1 200-202. Il Nelli alla Theb. II 37-40 nota: istos qnatuor
versus ligatos simul in nullo alio Statio inveni ; nescio ntrum sint de textu
nec ne. Questi quattro versi di solito man- cano nei manoscritti e qua e là
sono suppliti in margine. Si dice che lo Stazio del Petrarca sia stato venduto
recentissimamente a Monaco di Baviera. 8 Cochin 33. '" Cochin 210-213 Etsi
falso conqneror de natura — cuiquam potest ipsa. Questo ' ystoricus verax ìlhistrisque
' è Sallustio, di cui si transunta il cap. I del lugurth. " p. 2.52
Amicorum hystoria vulgata duorum est: alterins, increpanti alteri quod sibi non
scriberet, respondentis se nichii hahere qnod scribe- ret; at contra ille hoc
ipsum sibi prò epystolari munere flagìtabat. Questo ò Plin. JSpist. I 11. '2 p.
182 scis Virgiliuni semel causam egi.sse ; cfr. Suetonius ed. Reif- fcrscheid
p. 58, 4. Altre citazioni non riconosciute dal Cochin: p. 213 par- tem enim
nostri ortus — secundnni nostri sententiam Arpinatis, Cicer. De off. 1 22; 23(1 ut ait
arbiter fabularnm, Terent. Heaut. Il 4,4; p. 253 iste Ciip. Ili) NELLI, MAR.SILl, TEDALDO 175 Anche nella seconda
metà del secolo xiv Firenze conta illustri raccoj;;litori di codici.
Ricorderemo intanto Luigi Mar- sili (m. 1394), 1^ l'anima e il centro del
circolo che si riuniva in S. Spirito. Il Marsili da Firenze passò a studiare a
Padova, di là a Parigi, dove consegui il titolo di ' magister theolo- giae '.
Nel 1382 era di ritorno in patria. Quantunque teologo, citava largamente
Vergilio, Cicerone e Seneca. Intorno alla sua collezione ci lasciò un'
importante testimonianza Fr. Boc- chi ;!' ' voliimina optimorum librorum, qui
erant illi in amo- ribus, nndique collegit tam sumraa cum voluptate, ut summus
cumulusi"' amplissimae bibliothecae instar esset '; dopo di che soggiunge:
' hos ille libros omnes ecclesiae S. Spiritus legavit '. Tedaldo della Casa, di
Mugello, frate minorità, fu insieme raccoglitore e copista. Della sua
collezione fece dono nel 1406 alla chiesa di S. Croce, donde circa trentacinque
volumi pas- sarono in Laurenziana.'* Codici suoi in altre biblioteche sono:
l'Ambrosiano E 3 sup. col commento di Francesco da Buti a Persio e all'^. P.
d'Orazio,!^ l'Universitario di Bologna 2799'^ litere qiia.s, nt ait ille divine
pagine sublimis interpres, Ovid. Heroid. ITI 3; p. 25+ non tanquam transfuga,
ut ait ille, aed ut cnriosus venator, Senec. fCpist. 2, 4; p. 265 Percurrit,
imo precurrit hec Flacciani, ut paulo post Horestiaul fere voluminis alteram ad
se trahat epystolam. Cfr. luvenal. 1 6 in tergo necdum finitus Orestes. Con
Flaccianum volumen intende una lettera breve, come le epistole d'Orazio; con
Horestianum volumen intende una lettera lung.a. Qui abbiamo la breve; la Innga
s'è perduta. li In generale Voigt Die n'iederhelebung P 187-190. '< Fr.
Boccili Elogiorum, Florentiae 1844, 12. *^ Intendo, se non c'è errore di
trascrizione, cumulus seil. voìwptatis, ossia: il colmo della gioia era per lui
una copiosa biblioteca. "i Bandini Cod. lat. V 711, indice. '■ Il commento
a Persio è di mano di Tedaldo, l'altro di mano diversa, ma ritoccato da lui. La
prefazione a Persio comincia cosi : f. 1 Movit tua caritativa exliortatio
frater in xpisto Thedalde me devotum tuuni francis- eum de buiti de pisis nt
semel id agerem quod qnociens lecturus fuerini id agere convenìsset. Ideoque ut
libi obsequerer, milii vero labores deme- reni et idem acceptantìbns prodessem,
lectnram poetrie oratii fiacei venu- sini sub integumento exemplorum latentis
et satyrarum persii vulterrani habentium sententiarnm difficiles aditus,
continuationum diverticula fallen- tia et voc.abulorum peregrinorum frequentiam
scribere ut edidi snm ag- gressus. Sottoscrizione a Persio, f. 54: M» CCCLXXXV
die prima marcii Flo- rentie Tliedaldns ordinis minorum. "< Iste libcr
fuit ad usua fratris Thedaldi de Casa. 176 FIRENZE (cap. Ili con testi sacri e
il Parigino C342 con un numero cospicuo di opere filosofiche e oratorie di
Cicerone e un catalogo cice- roniano sistematico.'^ Il catalogo, come tutti i
documenti del genere, registra libri salvati e libri perduti, autentici e apo-
crifi; ma vi figurano tre titoli, che meritano di essere atten- tamente
considerati : Liber epistolarum ad Q. fratrem. Liber epistolaruin ad Brutum.
Liber epistolarum ad Atticum. Co- desti titoli il Della Casa non può aver
desunti da nessun elenco tradizionale, ma o li apprese per bocca altrui o li
lesse nel codice Laurenziano 49. 18. La prima supposizione mi par più
verisimile per due ragioni : l'una che nel codice Laurenziano la silloge ad Q.
fr. segue quella ad Br., doveché in Tedaldo la precede; l'altra che il codice
Parigino porta la data del 27 aprile 1376, quando il codice Laurenziano
dell'epistolario non era ancor giunto a Firenze. Notiamo nella raccolta di
Tedaldo questi altri antori clas- sici: Ovidio (Heroides), Seneca (Tragoediae),
Stazio, Apuleio, gli scrittori deW Histor. ^«tf?., Solino, Eutropio, Prisciano.
Ri- corderemo anche la traduzione latina anonima di due dialoghi di Luciano, il
Timon e il Charon, da lui copiati nel 1403,^ che sou da annoverare tra i primi
frutti della scuola di greco del Crisolora. Un anno prima che Tedaldo donasse
la sua libreria alla chiesa di S. Croce, nel 1405 Giovanni Dominici, condotto
dal 1403 a legger la Bibbia nello Studio della natia Firenze, com- poneva la
Lucuta noctis,^^ per opporsi al dilagare della cor- rente umanistica. Il
Dominici (1356-1419), dell'ordine dei pre- dicatori, cardinale di Gregorio XII
(1408), scrisse trattati ascetici in volgare, ma non trascurò le discipline classiche
" P. de Nolliac Pétrarque et l'humanisme II 279-282. Le opere filoso-
flche contenute nel volume sono: De off'.. Parati., De amie. De sen., Tu-
scul., Somn. Scip.; le oratorie: le quattro Catti., le tre Caesarianae, le due
post reditum, le Philipp, e le invettive tra Cicerone e Sallustio. ">
Bandini Cod. lai. IV 189 (XXV sin. 9 S. Croce f. 77 e 86, con la sot-
toscrizione : ' MCCCCIII. 26 inali scripta siint lice Florentie. Frater Thedal-
dus timo vacans). 2' Beati lohannis UomÌDici Lucala noctis par R. Coulon, Paris
190S, LXXXIV. cap. Ili) DOMINICI 177 nelle quali par di sentire l'influsso del
Salutati. Che s'occu- passe in raccoglier codici, non ci risulta; a Firenze del
resto non mancava il modo di istruirsi approfittando delle colle- zioni che
erano nelle chiese e presso gli amici. E che egli ne abbia ampiamente
profittato, ce lo attesta la Litcula. Dei cristiani conosce i quattro massimi
poeti: Giovenco, Prudenzio, Sedulio, Aratore ;^'^ inoltre V Apologeticus di
Ter- tulliano e il De artihus ac disciplinis liberalihus di Cassio- doro : -^
due opere rare. I poeti pagani ])er le idee professate dall'autore non po-
tevano trovare troppo larga accoglienza nella Lucuta. Vi si citano infatti
solamente Terenzio,^' Vergilio,^^ Orazio*^ (A. F. ed Epist.), Ovidio [Metani,,
Hcroid., A. A., Amor.),^"^ Persio e Lucano.^ Più numerosi e quasi diremmo
molto numerosi i prosatori. Sallustio,^'-' Livio^o (le tre deche), Valerio
Massimo, ^i Plinio il vecchio, 3^ Svetonio, ^^ Quintiliano,^^ Gellio (entrambe
le parti), 3^ Apuleio,^* Giustino,*''' Solino,** Palladio,*^ Vegezio,'*"
Macrobio^i (in Sonin.). Il Digesto è ricordato col titolo di 22 Lucula 95, 411.
23 Ib. 72, 83-84. 21 Ib. 16, 351. 25 Ib. 14, 69, 358 ecc. «8 Ib. 86, 244, 403.
2' Ib. 22, 27, 9Sr.4. A; 259 in epistolarum libello; 411 Cur nitimur in vetitum
seniper cupimusqiie negata (Amor. Ili 4, 17). 2< Ib. 83, 169; 131, .305, 351
ecc. 29 p. 22, 402. 3» p. 124-125 ecc. 3> p. 98, 120, 277 ecc. 32 p. 22, 80,
216. 33 p. 7 quis eniin eloquencia gravior Cesare, teste Cicerone ad Biutum et
ad Nepotera Cornelinm... (Suet. lui. 55-56). 3< p. 33. 33 Gellio è sempre
per Ini Agellio; p. 59 (JV. A. XVII 19); 64 (III 17); 113 Agellins libro primo
Noct. atic. (II 1); 115 (X 12)
ecc. s" p. 85 Apnlegium de magia, de deo Socratis, de asino aureo ecc. 3^
p. 81 ecc. 3^* p. 81, 98-99. 3'-'
p. 77. *o p. 10, 81. " p. 108, 197 ecc. R. Sabbadimi. Le scoperte dei
codici, 12 178 FIRENZE (cap. Ili Pandecta Pisana:^'^ non era ancora scoppiata
la guerra del 1406, in seguito alla quale la Pandecta da Pisana diventò
Fiorentina. Dei Seneca il Dominici conosce le Declamationes^ le opere
filosofiche e le Tragedie, oltre ai Proverbia spuri. Ma mentre tutto il medio
evo aveva confuso in una gola per- sona Seneca padre e Seneca figlio, egli,
certamente sulle orme del Salutati,^* ammette due autori, all'uno dei quali, da
lui denominato ora ' Anneus ' ora ' Seneca ', assegna le Declamai. e i trattati
filosofici, all'altro, denominato ora ' Tragieus ' ora ' Cordubensis Tragieus
', assegna le Tragoediae.^^ Eagguardevoli sono le cognizioni del Dominici
rispetto a Cicerone. Degli scritti rettorici adopera solamente il De in-
vent.,^^ ma in gran copia le opere filosofiche: De creatione mundi (Timaeus),
'" Tuscul.," De nat. deor.. De divin.,^^ De « p. 94, 199 ecc. ■•3 11
Sahitoti in una lettera del 1371 {Epistol. a cura di F. Novali I 150-155)
stabilisce sull'autorità di Sidonio Apollinare (Migne P. !.. 58, 701), che
Seneca il filosofo si deva distinguere da Seneca il tragico. L'erroneo
sdoppiamento era stato proposto dal Boccaccio e fu accettato da Domenico di
Bandino, da Gasparino Barzizza, dal Polenton, da Benvenuto Kambaldi e da altri.
La prima spinta era partita dal Petrarca, che nella lettera a Se- neca (Fam.
XXIV 5), del 1348, mette in dubbio che VOctavia possa essere di Seneca il
filosofo, tanto più, soggiunge, che 'et duos Senecas Cor- dubam habuisse
Hispani testes sunt '. Il Petrarca probabilmente aveva letto la notizia dei due
Seneca in Marziale (I 61, 7) ' duosque Seneca» facunda loquitur Corduba' (il testo
integro della lettera a Seneca presso W. Cloetta Beitràge sur
Litteraturgeschichte des Mittelalters und der Re- naissance li 87, 238). Un
riassunto umanistico della questione dei due Seneca presso Valentinelli
Biblioth. mss. S. Marci IV 101. In Rafael» Volterrano s' incontra per la prima
volta un accenno alla distinzione di Seneca padre da Seneca figlio. Scrive
infatti (Commentar, urftan., Basilea» 1559, lib. XIX p. 446): M. Annaeus
Seneca, Senecae philosophi pater,... ern- ditìssimus fuit, ut cui declamationes,
quae fliii dicuntur esse, non- nulli referant. Ma da quel che segue apparisce
che nemmeno lui ha idee sicure. •" Lucuta 16-17, 69, 23, 27, 191, 196; 246
Cicero vel Anneus, Aristo- teles. Maro vel Tragieus: qui è chiaro che con
Anneiis e Tragieus si de- signano due persone diverse. « Ib. 8, 257. « Ib. 108,
204 ecc. « p. 17. « p. 367. cap. Ili) DOMINICI 179 Icg.,'^'^ De off.,^ De sew.,
"'' De aniic.^^ e g\\ Acaclem. priora.^^ Nelle orazioni incontriamo
qualche novità, poiché oltre alla p. Ligar. e p. Arch.,'''^ occorrono richiami
alla p. CaelioF^ Novità parimenti negli epistolari : e di vero abbiamo nna ci-
tazione sicura dalle Epist. ad Q. /^r., -''^ il che significa che gli intimi
amici del Salutati avevano potuto ottenere prima della sua morte (1406) di dare
un'occhiata nel corpo epistolare ad Att., che egli possedeva sin dal 1392.
DOMKNTCO DI BaKDINO Domenico di Bandino non nacque a Firenze, ma trascorse ivi
buona parte della sua vita, insegnando grammatica e arti;^ e per questo lo
collochiamo tra i fiorentini. Fu un so- lerte raccoglitore di codici, ^ di che
fa fede una lettera di passo dei Signori di Firenze del 27 dicembre 1411, con
la quale si ordinava di lasciar libero transito per le terre della « p. 36.
5" p. 269, 285 ecc. 51 p. 21, 22 ecc. Il 32 p. 360. \ 33 p_ 207 Cicerone
in dyalogo ad Hortenseni probante: ' oninis cognicio jnultìs est obatructa
diflicultatibus ' {Acad. prior. 7). V. 360 TuUius, ubi kit: ' phylosophiain
paueis quibusdam verain dederunt nec hominibus ab Riis aut datum est bonura
maiiis aut potuit ullum dari '. 11 luogo è in Cicer. Acad. post. 7, ma il
Dominici lo trae da Agostino De civ. dei XXII 22. 3» p. 38, 94. 3^ p. 131
ciceroni libuìt exclamare in laudes eius : ' o magna vis veri- tatis, que
contra liominum ingenia calliditatem solerciam contraque flctas honiinnm
insidias facile per se ipsam se defendit ' {p. Cael. 63). Un altro brano più
lungo a p. 402: De quo Tullius aìt orando: ' Habuit ille pei- ninlta —
luxuriose vivere ' {p. Cael. 12-13), con soppressioni e alterazioni. La lezione
del Dominici si scosta nettamente dal cod. 2 (Parig. 14749). ^' p. 69 ' Quid
enim melius quam memoria recte factorum et liberiate contentuin negligere
humana ', prout scribit Marcus Brutus Ciceroni (ad Br. IX 24, 9 Sjogren). '
Epistolario di C. Salutati a cura di F. Novatl I 260; III 396-97. 2 Fin dal
1377 possedeva una collezione, di cui mandò l'indice al Sa- lutati, ib. 1 276.
I 180 FIRENZE (cap. Ili giurisdizione fiorentina a Domenico, che viaggiava '
con tre sua some de libri '. ' Ser Domenico, notaio e maestro d'arti e
grammntica, figlio di maestro Bandino Bianco, nacque in Arezzo verso il 1335.'
Toccò con la sua vita il diciottesimo anno del secolo xv,^ ma la sua cultura e
la sua mente appartengono in tutto al xiv. L'opera non ancora nota abbastanza,
alla quale affidò dure- volmente il suo nome, è il Fons memorahilium universi,^
un'enciclopedia composta di vari lessici in ordine alfabetico, dove è
compendiato tutto lo scibile che poteva allora inte- ressare agli studiosi.
Allo scopo nostro, che è di mettere in chiaro le sue cognizioni classiche,
basterà tener conto di quella sezione del Fons, che tratta De viris clarisJ
Domenico ci si presenta da se come ' avidus scrnptator ' di opere storiche,
quelle evidentemente che più servivano ai suoi fini ; scrive infatti accennando
ai Bella perduti di Plinio il vecchio: ' In primo volumine usque ad sua tempora
de- scripsit bella omnia Romanorum. Sed deperi(i)t etate nostra nec usquam
superest, quod ego talium avidus scruptator audiverim '.* Livio dovette essere
senza dubbio uno degli au- tori da lui più letti e più ricercati : e chi sa con
che vene- razione ne visitò nel 1374 la supposta tomba a Padova nel monastero
di S. Giustina.^ Ma delle tredici deche liviane non 3 U. Pasqui in Atti e
memorie della r. Accademia Fetrarca, Arezzo 1908, Vili 147. * Pasqiii 146 n. 3.
5 Pasqui ib. Mori alla fine d'agresto del 1418 e fu sepolto il primo di
aettembre. *> Alla composizione del Fon^ dedicò un lungo periodo di tempo,
circa mezzo secolo; nno dei più recenti indizi cronologici si riferisce
all'anno 1899, f. 68v Blanchoeuii... Anno qnidem domini 1399 '... Ma nel 1403
non ora peranco finito (cfr. Epistol. del Salutati III 626). " 11 De viris
claris forma il volume III dei tre compresi nel codice LanrenEiano Aedil.
170-172 cart. see. xv princ. In calce al f. 1 di mano del sec. XV : Iste liber
est domini (ieminiani de Inghyramis de prato Canonici Flororentini (sic)
decretoruin doctoris Et auditoris sacri pallatii apostolici causarum. » f. 819
PuNius. 9,f. 386^ TiTcs LiTios... vidlqne anno grafie 1S74 reliqnias ìpsius,
lioc «st saxeum tumulum Pactavii positum apud moniales Sancte lustine. L'oc- I
cap. Ili) DOMENICO DI BANDINO 181 riusci a rintracciare clic le tre già
familiari ai contemporanei ; e clie tredici ne avesse scritte, egli sapeva
benissimo dalle Pertochae: ' TiTUS Livius.... hyatorias sparsas per annalia in
13 decas propria latinitate contraxit. Nec potest dici non esse veruni, quamvis
tantum tres legantur ubique; nam et ego Epythoma seu mavis omnium dictarum
decarnm abreviationes habeo, quarnni multis exempla dedi'; i'' dalle quali
ultime parole apprendiamo che Domenico nonché contentarsi di rac- coglier
testi, li divulgava tra i suoi amici. Anche le orazioni e le epistole di
Cicerone erano per lui fonte ricca di notizie storiche e perciò s'informava
dove se ne trovasse. Snl qual riguardo ci trasmette alcune notizie singolari.
Dice infatti che egli possedeva ventidue orazioni, ma che sapeva di uno il
quale ne aveva vedute quarantaquattro ; che delle epistole egli aveva veduti
dieci quinterni, ma che gli era stato riferito come altri ne possedesse trenta
e Gasparino Barzizza venti- quattro.^^ Il numero 44 delle orazioni è certamente
esagerato, ma una quarantina allora erano conosciute. ^^ Non sapremmo invece che
pensare dei dieci quinterni veduti da Domenico, perché molti più quinterni
comprende tanto il cod. Lauren- ziano 49. 18 della silloge ad Att., quanto
l'altro Laurenz. 49. 7 della silloge ad fam.: questo arrivato a Firenze il
1392, quello qualche tempo dopo. Non sarà in ogni modo inopportuno ram- mentare
che il Laurenz. 49. 18 fu copiato da undici ama- casione in cui andò a Padova è
cosi da lui stesso descritta (f. 172 Fbakci- scus Petrarcha): anno tandem
domini 1374 inralescenfe per Tusciani conta- giosa glandularum peste, dimissa
ego infecta patria, Bononie profeetus sa- liitis gratia, legebam Rlietorìca
Ciceronis. Quo tempore dum
(dominus cod.) Franciscu» de Carrara dominus Paduanus me suìs magnìficis
prerogativis attralieret, Pactavium profeetus sum. '<• f. 386» Le Pertochae erano già note al
Petrarca, ma non a Benio. " f. 388v Tbllius Cicero... Orationum vidi 22.
Est tamen qui michi di- .\it vidisse habuisse et legisse 44. Epistolarnm vidi X
quinternos. Est tamen qui michi dixit vidisse X™ (prima era stato scrìtto
XXIII, poi cancellato). Kt quod maglster (iasparrinus habet 8™. I numeri sono
scritti cosi anche nel cod. Parig. lat. 16926 f. 347». Credo che m sia
trascrizione erronea della oìfra ni; e interpreto : X X IH = 30; 8 X IH = 24.
Non vedo altra so- luzione plausibile. " R. Sabbadini in Studi Hai. di
ftlol. class, vu, 1899, 103-104. 182 FIRENZE (cap. Ili nuensi ed eojli Io potè
forse vedere appena giunse a Firenze in fascicoli ancora sciolti. A stabilire
gli autori conosciuti dal nostro Domenico, egli ci offre indizi sicuri, perché
ora attesta che erano nelle sue mani, ora li adopera come fonti, ora ne reca un
giudizio, da cui si rileva che li aveva letti. Ma non ci occuperemo che dei più
rari e importanti, tenendo presente che prima di lui ci furono le collezioni
del Petrarca, del Boccaccio e del Salutati. Cominciando dai greci tradotti, è
inntile produr le prove che conosceva tutte le opere d'Aristotile note al suo
tempo. Non sappiamo al contrario quali dialoghi avesse di Platone, perché nel
lessico manca il lemma Plato. Conosceva i cinque libri di Dioscoride^^ e le
Exhortationes ad Demonicum di Isocrate, dalle quali comunica molti estratti ;
^' e non di- sprezzava Esopo ' licet parvulis legatur in scolis'. ^» Aveva
inoltre a mano le vite di Plutarco, delle quali fa larghissimo uso,
specialmente nella biografia di Cicerone. ^^ Degli autori latini segneremo
anzitutto i mancanti. Nella biografia dei Catoni i''' non ricorda il De
agricultura di Catone il vecchio, che pure era stato posseduto dal Salutati;
cita Ca- '3 f. 140 DiÀScoRDEs... edidit 6 libro» de potestatìbus ac virtutibus
her- bariim arbonim lapidum aromatiim animaliiini. 1* f. 219 IsocRATHES...
Scripsit librum de liorfationuni (sic) ad Dmoniam (sic) unde liec nefanda
(notanda?) descripsi... Su questa traduzione me- dievale del TtQÒg àrjfióviKOv
vedi ciò clie scrisai in Rendiconti del r. Isti- tuto Lombardo di se. e lett.
XXXVIII, 190;">, 674-682. La traduzione fn testé pubblicata
integralmente da K. Emminger Studiemu den Fiirsicnspiegeln. Die spàtmittelalt.
Uebtrsetzung der Demonicea, Diss., Miinchen 1913, 14-22. " f. 157. '8 f.
320 Plutìkcus.... Et de vir illis (=
de viris ìllustribus) scripsit di- vinum librnm. Le Vite dì Plutarco furono nel sec. xiv tradotte in
gr«-co moderno e da quello ritradotte in aragonese e dall'aragonese in toscano
(C. Salutati Epistolario a cura di F. Nevati li 301). Domenico non potè
adoperare il Cicero Novus tradotto o meglio ridotto dal Bruni, perché nel 1412
non era ancor lesto (I,eon. Bruni Aret. Epist. Ili 19). Ma è vero dal- l'altra
parte che nel Cicero novus il Bruni parla di una versione del Cicerone di
Plutarco : ' Otioso milii nuper ac lectitare aliquid cupienti oblatus est
libellus quidam ex Plutarclio traductus in quo Ciceronis vita contineri
dicebatur ' (A. Mai M. Tullii Ciceronis sex orationum etc. .Me- diolani 1817,
255). '■ f. 86. Cfr. Scoperte 34. cap. Ili) DOMENICO DI BANDINO 183 tulio sulla
fede dello Spectilum Gestonim mundi^^ e Tibullo sulla fede d'Ovidio. '* E c'è
un po' da meravigliarsene, perché Catullo era già stato nelle mani del
Petrarca, e Tibullo fu pos- seduto dal Salutati e avanti di lui dai Veronesi.
^° Degli autori che erano nella sua collezione ricordiamo un Gelilo intiero, ^'
escluso s' intende il libro Vili, che è irreparabilmente perduto; il commento
di Servio a Vergilio, libro allora abbastanza diffuso, e la biografia
vergiliana di Donato,-^ poco divulgata e spesso anonima; e il commento di
Vittorino al De inventione di Cicerone. ^^ Abbiamo già accennato alle tre deche
di Livio e alle Periochae; alle orazioni e alle epistole di Cicerone: tra le
orazioni vanno annoverate le Verrine. ^* Le opere filosofiche di Cicerone erano
più comuni e di esse ha contezza Domenico. Comuni pure le opere di Apuleio, che
egli enumera tutte, con alcuni titoli anzi che non si incontrano altrove. ^^ Di
Censorino cita '* f. 90. Catulus prout scribitur in Speculo Ges. Muti. ' fiiit
veionensis poeta lyriciis '... Non conosco questo Speculum né trovo la
citazione fra i testimonia raccolti dallo Scliwabe nella .sua edizione
Catulliana, Berolini 18S6. 1'' f. 380v. -" Per Tibullo vedi Scoperte 2,
16, 35 e sopra p. 93. 21 f. 18v Agruius (= .\gelliu8) pliilosophus et orator
fuit Ronianus diu- que in studio versatus Atlienis. Hic 20 libros quorum
titulus est Noctiuni Acthiciirum multa gravitate composnit. Le parole ' diu in
studio versatus Atlienis ' provano che il suo testo aveva la prefazione; ma non
possiamo dire se alla (ine o al principio; v. sopra p. 24. 2^ f. 400v ViRoiLius... natus
est secundum et Servium et Donatum eiusdem nobilissimos expositores... Invece la biografia vergiliana di Donato posse- duta
dal Petrarca (B. Sabbadini in Rendiconti del r. Istituto lombardo di se. e
lett. XXXIX 196-198) era forse anonima. 23 f, 400 VicTOEiNcs... Sed primo
scripserat "super Rhetorica de inventione Tullii. 2< f. 398 Yeeees... Sed si
quis vult omnes eius pravìtates noscere legat Verrinas Tullii nbi omnia piene. Non è chiaro se conoscesse il corpo intiero. -^ f. 43
Apuleius... edidit.. libros Vili de Platonis dictìs ac factis... ; alium
scripsit de deo Socratis, alium de re publica, alium de virtutibus her- barum
(Scoperte 147), scripsit et Cosraograpliiam (= De mundo) et librum distinctura
in libros 12, cuius titulus est Methomorphoseos... Quin etiam librum
Declaniationum (= Floridorum) et librum de magia (= Apologia) sub elegantissimo
stilo feeit et mirabilem librum de piscibus. Per questo passo ho anche la
lezione del cod. di Bimini D IV 290 f. 51, identica al Laurenziano, eccetto il
principio, che suona cosi : edidit libros plurimos unum scilicet de platonis.
184 FIRENZE (cap. Ili un passo*" e rammenta Colamella con nn cenno di
lode:" ciò elle dimostra che l'aveva veduto. Columelia era assai raro
allora;^ altrettanto ripetiamo di Varrone e Tacito, due autori ritornati alla luce
per merito del Boccaccio.^ Il nostro mae- stro conosceva il Be re rustica di
Varrone, e dal modo com'egli parla del volume del De lingua latina (' volumen
magnuni ') è ragionevole dedurre che abbia avuto sott' occhio anche quello. 30
Tacito dichiara espressamente d'averlo letto; '^i del resto Io adopera spesso
come fonte. Tra i poeti vide Properzio, ^^ rarissimo allora e noto sola- mente
al Petrarca e al Salutati, e due ne possedette, che al Petrarca restarono quasi
ignoti. Marziale e Ausonio. 11 suo Marziale era integro, conteneva cioè 12
libri di Epigrammi, il libro degli Xenia e quello degli Apophoreta;'^'^ ma
mancava 2f' f. 177 (ìENius teste Cenaorino libro de natali die... (e. 3). II
lemma Ceksorinus manca. *' f. 118T Coi.uMELLA optime scrìpsìt de agricultura.
28 Lo conobbero per primi Guglielmo da Pastrengo e il Boccaccio, E. Sabbadini
in Rendiconti del r. Istituto Lomb. se. e leit. XXXVIII, 1905, 781. ■'■*
Scoperte 29-31. 'J f. 395 ViRRo... Scripsit volumen magnum de origine lingue
latine. Scri- psit de rebus rusticalihu»; f. 48v Aristotiles, teste Varrone
primo libro 1, 8) rerum rusticarum, de agricultura scripsit; f. 42^ Apollonius
teste Varrone in primo libro rerum rusticarum fuit phylosophus de agricuitnra
scribens etc. " f. 122 CoRNELius Taciti's orator et hystoricus
eloqoentissimus proat eius probant Hystorie, quas cum multo lepore legimns. 3'
f. 327v ' Propertius Aureiius poeta dubiusne Romanus an Uniber. Sed Umber fuit
sententia Petrarchina in X sua Egloga. Fuit contemporaneus et amicus OTÌdii
ipso dicente in ultima epìstola libri 4 Trist. (IV 10,45) Sepe 8U08 solitns
recitare Propertius ignes '. Il Petrarca nelPJ^cJ. XII 207-208 scrive: alius,
dubium Romanus an Umber, Umber erat varieque minax et blandus amice. Il falso
nome Aureiius ci affida che Domenico se non pos- sedette, vide certamente un
codice di Properzio e propriamente un codice della famiglia di A e di i*', i
soli che ci hanno trasmesso il doppio nom« Propertius Aureiius. A (Leidense
Voss. lat. in 8° 38) è del scc. xiii, di mano francese. Il Petrarca n'ebbe in
Francia una copia, che del 1426 e del 1459 si conservava nella biblioteca di
Pavia, ma ora ù perduta. F (Lan- renz. 36.49) del sec. xiv, appartenne al
Salutati. F.sso fu copiato di sul- l'apografo petrarchesco nel 1380 per interposizione
di Lombardo della Seta, il quale lo riscontrò sull'esemplare (per tutto questo
vedi B. L. Ullman The manuscripts of Propertius in Òlassical Philology VI,
1911,284-288). •' f. 394 Valerius.. Mirtulis fuit romanus vates; scripsit
namque pront venerunt ad manus meas libros 12 Epygramatum; scripsit et Ceniam
libruni cap. Ili) DOMENICO DI BANDINO 185 degli estratti dal Liher
spectaculorum, che già furono noti al Boccaccio.^* Nel suo esemplare di Ausonio
la Gratiaruni actio empiva 4 fogli e precedeva di altri 9 fogli VEiìicedion:
3^' donde rileviamo che il suo testo era approssimativamente uguale a quello
dell'ex?, princeps. Dei poeti cristiani nomi- niamo solo Prudenzio, di cui
conosceva altre opere oltre alle due divulgatissime nel medio evo, la Psychomachia
e YEva columha?^ Nel medio evo accadde più volte che due autori fossero confusi
in uno, come ad es. Seneca padre, l'autore delle De- clamationes, con Seneca
figlio, l'autore dei trattati filosofici; Quintiliano, l'autore deWInstit.
orai., con un anonimo au- tore delle cosiddette Declamationes. Questa doppia
contami- nazione perdura tuttavia in Domenico, ^^ il quale dal canto suo ne
crea una terza, identificando Anneo Floro, l'autore del- l'Epitome di Livio,
con Giulio Floro di cui parla Quintiliano.^* unum, Apopliereta similiter librum
unum. Lo cita spesso come fonte, tal- volta col nome di Martialis Cocus. 3'
Scoperte 29. 35 f. &8v AusoNius Magsus fuit poeta clarissimus, (Jallus
quidem Brudl- galensis, qui ilans de se ipso plenam notìciam Epythapliyum
paternum edi- dit sub liis carminibus : ' Nomen ego Ausonius non ultimus arte
medendi — Talis vita tibi qualia nota inicliì ' (p. 21 Peiper). Prius autem
post 9 cartas poneret (= posuerat ?) largissimas Graciarum actiones prò (= per)
4 cartas ad firacìanuin Augustum cuius si (= se) fuisse credltorem et ipse
Grayus (= Gracianus) primo eum prefectum fecit omnium Galliarnm, se- cundo
pretorem et tertìo eonsulcm. Epistola eìus incipit: 'Ago tibi grates imperator
Augusto ' (p. 353 Peiper). ^ f. -328 Prudentius... coniposuit librnni utilem do
pugna virtntum et vitiornm (= Psych.), librum etiam de Columba... plnraque alia
fecit volu- niina eleganter, dove è da badare airavverhio eleganter. 5" f.
:330v QuiNTiLiiNus... Scripsit librum Causarum (= Declamat.) et ad Victorinuni
libros 12 de oratoria institutione, ntrumque volumen verbis et Sen-
tentiisornatissimum'.Mail suotestodell'/nstt'i. orai. era mutilo; f. 358»
Seneca. ^ (. 222 luLius Florus, qui lulius Secundus apud plerosque legitur,
fnit eloquentie mire scribente Quintiliano libro X de institutione orat. (X 3,
12-13)... ubi aperte vides quod fuit tempore Quintlliani sub Traiano principe.
Quod etiam ipse profitetur circa principium libri primi sui Ephythomatis <
ex > Titolivio. Il Salutati invece toglieva VEpitome a L. Floro e la
assegnava a Seneca (Salutati Epistolario I l.'iS; Il 298), indotto dalla no-
tizia sugli Annei, che in alcuni codici di Floro sta ora al principio ora alla
(Ine, dove si legge : ' Ergo quisnam liorum libri liuius auctor sit ? An L. Anneus Melas? an L.
Anneus Seneca? ineertum facit communitas nomi- 186 FIRENZE (cap. Ili Si faceva anche una sola persona di Giustino, il
compendia- tole di Trogo, e di Giustino il martire : ma in questo caso Domenico
rimane esitante. ^^ Accetta invece la separazione della persona di Giulio
Cesare, l'autore dei Commentarii , dalla persona del redattore del testo di
essi, Giulio Celso.'"' Cosi erano stati confusi fino allora Plinio il
vecchio e Plinio il giovine, nettamente distinti la prima volta neìVAdnotatio
de duohus Fltniis del mansionario veronese Giovanni de Ma- toeiis;^^ Domenico
li separa egli pure, servendosi dell'Epi- stolario di Plinio il giovine;** ma è
incerto se a questa con- clusione sia pervenuto con le sue sole forze. A lui
invece va aggiudicata la distinzione dei due Lattanzi, l'apologista cri- stiano
e il commentatore di Stazio.*^ Stazio, l'autore della Tebaide e
dell'Achilleide, era per Do- menico, come del resto durante tutto il medio evo
fino alla scoperta delle Selve, una sola persona con Stazio il retore di
Tolosa.^* Sono famosi i due versi di Dante su Stazio: ' Can- nuni Lncii et
Annei. Nani Fiori non est ibi mentlo ' (cfr. R. Sabbadini Spo- gli Ambrosiani
latini in Studi ital. di filol. class. XI, 1903, 361-362). 39 f 222 lusTiKiis hystoricus
rhetor et phylosoplius 44 lìbros a Trogo Pom- peio magistro suo editos ad
maximam abbreviatioiiem redegit... Scripsit etiam libriim de natura
demonnni..., libruni de animo, dyalognm adversus Indeos, scripsit centra
llarchioneni iiereticum... Tandem... fuit martirisa- tiis... Michi auteni non
piene compertum est ntrum iste martirisatus sit idem vel diversus cuin
discipulo Trogi. ■•" f. 104t Cesar; cfr. f. 222 Iulus Celsis prout
quibusdam placet fuit ipse lulius Cesar. La separazione era stata fatta dal
Salutati Epist. II 800 (del 1392 e). *' Scoperte 3 e sopra p. 90. ■*' f. 319
Plinios duos, avunculum et pepotem {sic), utrunque litteris mi- gis (sic)
celebrem, Verouensis (= — ses) patria de familia Secundorum, prout ex epistolis
Plinìi nepotis de multis locls potest elici presenti calamo explicaturns sum.
Che i Plini fossero nativi dì Verona, è opinione espressa la prima volta dal
mansionario tiiovanni (sopra p. 90), di cui Domenico doveva conoscere
VAdnotatio. Cita le lettere di Plinio col numero progres- sivo, non
oltrepas.sando la 97»; il che e! fa credere che avesse la sola col- lezione
delle prime cento. *' f. 228 Laciantrs agnomen est; FIrmianus at (= autem)
propriuni... l.ACTASTius aiius a superiori; insignis homo doctusque valde,
comentico (sic) stilo aperuit utrunque Statluni. Et quod sit a superiori
diversus liinc ac- cipio quod super 4 Thebaidis (IV 106) allcgnt Boetium. *' f.
270 SiiTius poeta Oallus de civìlate Tholose... cura Statina Sirculus cap. Ili)
DOMENICO DI BANDINO 187 tai di Tebe e poi del grande Achille, Ma caddi in via
con la seconda soma ' {Purg. xxi 92-93), i quali risuscitarono in Italia la
questione se l'Achilleide, la ' seconda soma ', fosse 0 no da riguardarsi
completa. Per Dante era incompleta e tale la riteneva, indipendentemente da
lui, come abbiamo veduto (p. 141), Benzo d'Alessandria ; ma la maggioranza
credeva il contrario. Francesco Nelli in una lettera al Petrarca scritta nel
1355 circa e spedita cinque anni dopo si metteva contro l'opinione di Dante;
non abbiamo la risposta del Petrarca, '=* ma sappiamo che giudicava finito il
poema. Anche Benvenuto da Imola, interprete di Dante, stava con coloro che
davano per compiuta l'Achilleide; ma egli, seguendo quella nefasta scuola
esegetica che voleva e vuole salvare a ogni costo l'impecca- bilità dei grandi
autori, sostiene che anche Dante la pensava cosi e che con ' seconda soma '
intendeva un terzo poema di Stazio su Domiziano, da lui promesso
nell'Achilleide (I 19) e che non ebbe il tempo di scrivere. *" Parimente Domenico
combatte l'opinione di Dante, ingegnandosi di dimostrare come l'Achilleide sia
compiuta.'*" Del resto la dimostrazione filologica dell' incompiutezza
dell'Achilleide l'ha data nel secolo xv Francesco Filelfo nel suo commento a
quel moncone epico. Ecco qui le sue parole: Deinde Statium Achilleidos. . Et
istum propter repentinam mortem nullo modo explere potuit; quanquam aliqui
dicant esse completum: quod esse non potest, ut in propositione agnominetur,
quasi post Virgilinm sarsum canens... Perfecto hoc primo vo- lumiiie (la
Tebaide), secundum cepit sub Acliillis titulo; in eo namque par- tito in 5
libros posuit prime Achilli.s infantie rndìmenta. '' Lettres de Fr. Nelli à
Pétrarque par H. Cocliin, Paris 1892, 285. ■•» Benvenuti Comentiim super Dantis Comoediam,
Florentiae 1887, IV 16. I" f. 270 Ego autem reor volumen completum esse...
Cfr. sulla questione R. Sabbadini in Atene e Koma XII 265-69. Ugo di Triniberg
nel lìegistrum auctorum del 1280 ritiene incompleto il poema, nonostante che il
suo co- dice lo dividesse in cinque libri. Scrive egii infatti : Statins...
Eius (Donii- tiani) gesta scribere proposuit rogatus Huic et Achilleidos e.st
liber inchoa- tus. Quem tamen ut voluit idem non complevit, Nam in quinto libro
mors scribentem hunc delevit (Huemer Dns Megistrum multorum auctorum des Hugo
von Trimberg in Sitzungsberichte der Te. Akademie der ìVissensch.^ 1888, CXVI
p. 162 v. 110-11-3). 188 FIRENZE (cap. ai probare possumus, qnoniani ait (v. 7)
Sed tota iuvenern de- diicere Troia... Numerus librorum in duos tantum
dividitur: in primum et secundum; secundus vero finem non habet, ut dixi.
Nibilominus aliqui indocti in V libros dividere audent, quod nullo modo
Priscianus pcsse fieri probat, qui hune textura nisi in primo et secundo
allegat. ■'^ * * Questo può essere sufficiente a dare un'idea della cultura
letteraria di Domenico. Ma per illuminare un po' meglio la figura dell'insigne
collezionista soggiungerò qualche notizia complementare anche dal volume I
della sua enciclopedia, quello che contiene la materia diremmo cosmografica, ^
augu- rando che altri analizzi per il medesimo scopo tutta l'opera. Di Platone
possedeva il Timaeus tradotto e commentato da Calcidio^ e il Phaedon nella
versione medievale; ^ e qual- che scritto di Galeno^ e di Tolomeo.^' Siamo accertati
che aveva il De lingua latina di Varrone, almeno il libro V. '*^ ** Cod. Est.
di Modena F. 8. 15 f. 17 Commentum Statii Achiìleidos editum sub doctissimo
viro Francisco Filelfo. ' Ho esaminato il voi. I nel cod. Torinese D. 1. 8,
meinbr. a due co- lonne, con la sottoscrizione : f. 207 Michael de Franchis de
Clavario scripsit prò magnifico domino l'etro de Fintone de Sabaudia studente
Taurini, anno M. Ilio. XCVI.'° Ma non so metter d'accordo questa data con
l'anno 1402 che 8i legge nel testo al f. 105 e tanto meno con la dedica del
tìglio del- l'autore a Martino V, papa dal 1417 al 1431. Il figlio dichiara (f.
1) che il padre lavorò intorno all'opera quarantotto anni. Sui viaggi
intrapresi alla ricerca de' codici Domenico ci dà quest'informazione: f. 108
yuin etiam illis succurrerent, quibus (dativo^ sunt bibliotece vacue illorum
precipuo- rnm voluminnm, que per varia» urbes variasque gentes multo dispendio
conquisivi. * f, 3 Platon. Thy(meus); 33 Calcidius super primo Thimei. f. 32v
Hanc opinionem scribit Thomas... ; ego autem ipsam legi ori- ginaliter in
Phedore (sic). < f. iv. ^ r. 109 Legat Phtolomeam in tribus librig qaos de
armonia idest con- sonantia vocum edidit. " f, 162 Varrò 5 de origine
lingue latine; cosi f. I7&v, is2* eco. cap. Ili) DOMENICO DI BANDINO 189
Cita inoltre Curzio Eufo,'' Vibio Sequestre,^ Pomponio Mela,^ ì'Astronomicon di
Tgino;i° tra i poeti Vlbis d'Ovidio,ii rara- mente da altri ricordato, il
Raptus Proserpinae di Claudiano,^^ Aratore 1^ e lo ps. Catone/' l'autore dei
Disticha, col nome di Dionysiua, nome che già ai conosceva da una testimo-
nianza, alla quale però si prestava poca fede, dello Scaligero.'^ Noteremo
anche Alcidio, i" uno scrittore quasi ignoto del primo medio evo, e 1'
anonimo compilatore, esso pure appar- ' f. 177v. 8 f. 184, 185. ' f. 177. 10 f.
93v. " f. Iv. 12 f. 106. 13 f. 132 Arator de gestis apostolorum. '< f.
31V Forsan hoc etiam expressit Dioreiis (si potrebbe anche leggere Pioreris)
phjiosophus et christianus quando inter documenta moralia sua dixit : ' Si deus
est animus nobis ut carmina dieunt Hic tibi precipue sit pura mente colendus '
Cat. I 1-2). La storpiatura del nome sarà da
imputare al neffligentissimo copista. '5 Teuffel-Schwabe Geschichte der róm.
Liieratur % 398, 1. La testimo- nianza dello Scaligero sta nella sua ediiiione
di Parigi del 1605 e suona: In libro vetustissimo Simeonis Bosii iuridici
Leniovicensia (1535 e. -1580 e.) viri eruditissimi et acutissimi titulus ita
conceptus ibat: Dionysii Catonis Disticha de moribus ad fllium. Ma prima dello
Scaligero aveva dato notizia del codice Elia Vinet con queste parole: Quod
Carmen (Catonis) quae prosaica eiusdem argumenti antecednnt in vulgatìs
editionìbus, haec, cuiuseumque alterius auctorìs sint, nobis Simo Bosius
codicem visendae an- tiquitatis aliquando ostendit, in quo sola erant et
Dionysio Catoni inscri- bebantur. Donde si rileva che il codice del Bosius
aveva la sola parte prosaica premessa ai Disticha, con l'attribuzione a
Dionysius Cato. Per tutto ciò vedi M. Boas Der Codex Bosii der Dieta Catonis
(in Rhein. Mus. LXVII, 1912, 68-69), il quale crede inventato dal Bosius il
nome di Diony- sius; ma la testimonianza di Domenico di Bandino metto fuori di
dubbio l'autenticità della notizia. A parer mio quel nome proviene da Cassius
Dio- nysius Uticensis, il traduttore di Magone citato da Varrone (De r. r. 1
10) e da Columella (1 1, 10). Da Dionysius Uticensis e da Cato Uti- censis i
ricercatori della paternità dei Disticha hanno tratto per via di contaminazione
Dionysius Cato. i" f. 33 Epicurus refferente Alcidio in libro secundo...
Lo conobbe anche il Bruni, che lo cita nei Dialogi ad Petrum Histrum (Livorno
1889, per cura di G. Kirner, p. 13 Cassiodorum illi nobis servavere et Alcidium
et alia huiusmodì somnia). È segnato nell'inventario del codici di Gio. Mar-
canova : Liber Alcidii in pergamene (cod. Estense " K. 4. 31 f. 4). 190
FIRENZE (cap. IH tenente al primo medio evo (sec. viii), di un glossario, cosi
citato da Domenico: ^"^ ' Paludes, prout scribitur in glosario, nnde Papias
decerptas (deceptus corf.) est, sunt aquosa loca herbam habentes semper'. Io
identifico quel glossario col Liber glossarum, dal cui maestoso esemplare
Ambrosiano'* traggo la medesima definizione; 'Paludes. loca aquosa
herba<ra> semper habentes paludes dicuntur'. Chiudiamo col cenno su
Pietole, il presunto paesello nativo di Vergilio, già nominato da Benzo (sopra
p. 132) e da Dante:'' ' MiNCius^". .. Nam incole omnes asserunt Marronem
natuni^' in villa sita super huius (Mincii) margine propinquaque^ Man- tue per
duo millia passuum, quam liodie vocant Piectola: ob cuius servandam memoriamo'
propiuquum montlculum Vir- gilii montem dicunt, asserentes agros fuisse
Marronis '. " f. 182V. '8 Cod. Ambros. B 36 inf., membr. sec. x, a tre
colonne, f. 226, con l'in- dicazione della fonte: de glosis. Domenico aveva
colto nel segno; il lessico di Papia ha per fonte principale il Liber
glossarum. Lo stesso giudizio re- cava il Salutati {Epist. HI 8). i» Purg. XVIII 83. 2» f. 200. '* vatum
cod. 22 propinqua quam cod. 's victoriam cod. APPENDICE Le scoperte di Poggio in Germania (1417).
Da una lettera di Poggio a Francesco Pizolpasso, scritta da Costanza il 18
settembre del 1417,' stacchiamo il seguente luogo : ' Scias velim me multa
veterum excellentium virorum monumenta diligentia mea reperisse. Nam bis
Halamaniam peragravi solus. Novissime autem, quod triumphi loco est, septem
reperi M. Tullii orationes, que antea amisse erant : quarum tres sunt contra
legem agrariam, quarta in Pisonem in senatu, quinta prò A. Ceeinna, sexta prò C.
Rabirio po- stumo, septima prò C. Rabirio perduellionis reo ; iteni octava prò
Roscio comedo, cui deest principium et finis. Alia post- modum senties '.
Anzitutto attraggono la nostra attenzione le parole bis e solus. Con solus
Poggio mira a differenziare queste due gite in Germania, nelle quali non ebbe
compagni, dalie due pre- cedenti in Svizzera, nelle quali ebbe dei compagni,
tra cui principalmente Bartolomeo da Montepulciano.^ Che le escur- sioni
intraprese in Germania siano state due {bis), impariamo soltanto ora dalla
lettera al Pizolpasso. Nella seconda escursione, la più recente {novissime),
scopri otto orazioni ciceroniane. Ma non andremo lungi dal vero as- segnando ad
essa anche quegli autori, della cui scoperta non ' Pubblicata da A. Wilmanns in
Zentralblatt fur Bihlioihékswesen XXX, 1913, 460. Per la data vedi R. Sabbadini
in Mendiconti del r. Istit. Lomb. di se. e leti. XLVI, 1913, 906. 2 Scoperte
77-79. 192 APPENDICE eravamo riusciti a stabilire con sicurezza la data, vale a
dire Columella, Stazio (Silvaé) e il secondo esemplare integro di Quintiliano.^
Le otto orazioni elencate da Poggio nella lettera ricompariscono tali e quali
nelle sottoscrizioni della copia (Laur. Conv. soppr. 13) tratta dal suo
autografo ; * ma e' è un particolare che merita d'essere rilevato ; poiché
mentre nella lettera si affermano scoperte tutte otto in Germania, le sotto-
scrizioni invece danno la p. Caecina scoperta in Francia a Langres {in sìlvis
Lingonum) e le altre sette talune in Fran- cia talune in Germania ; donde
risulta che nella seconda escursione Poggio passò il Reno. Per questa
escursione io avevo proposto il tempo che corre tra il luglio e il settembre
del 1417 : ^ j)roposta che viene ora pienamente confermata. La prima gita in
Germania va collocata approssimativa- mente nella primavera del 1417, perché la
lettera congratu- latoria del Barbaro a Poggio per le nuove scoperte è del 6
luglio di quell'anno." Gli autori registrati dal Barbaro, esclu- dendo
quelli trovati nelle escursioni svizzere, sono i .seguenti : Tertulliano,
Lucrezio, Manilio, Silio Italico, Ammiano Marcel- lino, Capro, Eutiche e Probo.
Stavano forse tutti nel mona- stero di Fulda, tre certamente: Ammiano,
Tertulliano e Probo. Per Ammiano (ora Vatic. 1873) valga la sottoscrizione del co-
dice stesso : Monasterii fuldensis est liher iste, combinata con la
testimonianza dì Poggio: ' Ammianum Marcellinum ego la- tinis musis restituì
cum illuni ernissem e bibliothecìs ne di- cam ergastulis Germano rum '.'' Per
Tertulliano e Probo ri- correremo al Commentar ium del Niccoli,^ compilato su
infor- mazioni di Poggio : In monasterio suldulensi (leggi fuldcnsi)
continentur infrascripti libri.... Septimi Tertulliani Apo- ' Scoperte 82. *
Scoperte 81. Delle due sottoscrizioni pubblicò il facsimile A. C. Clark in
Anecdota Oxonien$ia, Class. Ser., XI, 1909. 5 Scoperte 81. < Ib. 80-81.
" Ib. 80. * Il Uommentariuin Nicolai Nicoli in peregrinatione Germania fu
pubblicato nel Catalogo XII della Libreria antiquaria di T. de Marini» « C,
Firenze 1913, p. 14-16. LE SCOPERTE DI POGGIO 193 logeticum: predar um opus;
Eiusdem Ter tulliani ad- ii er su s indacos (leggi iudaeos): liher magnus ut
Boetius de consolatione : ... Ars Probi eruditissimi grammatici: grande opus.
Ciò pone fuori di dubbio la visita di Poggio al monastero di Fulda. E cosi
conchiudiamo che le escursioni di Poggio durante il concilio di Costanza furono
quattro: due in Svizzera in com- pagnia di altri : la i)rima nell'estate del
1416, la seconda nel gennaio del 1417; due in Germania da solo: l' una nella
pri- mavera, l'altra nell'estate del 1417 : in questa seconda scon- finò in
Francia. Ce ne sarebbe una quinta, diretta in Francia nella primavera del 1415;
ma su di essa pesano, come ab- biamo veduto (sopra p. 74), gravi dubbi.
Giovanni da Verona. Tra i veronesi che coltivarono gli studi classici nella
prima metà del secolo xiv (sopra p. 88-90) annovereremo anche un Giovanni, che
copiò nel codice Vaticano 1917 (membr. sec. xiv) Valerio Massimo e lo ps.
Plinio Be viris illustrihus. La sottoscrizione a Val. Mass. suona : (f. 90')
Scriptum quoque fuit volumen hoc Verone per me loìiannem anno domini
M.CCC.XXVIII. 0 di seguito o a brevissimo intervallo ag- giunse lo ps. Plinio,
col titolo (f. 91) : Gaij Plinii Secundi oratoris Veronensis liher de
illustrium (sic) incipit feliciter. La prima idea che s'affaccia è di ravvisare
in questo Gio- vanni l'omonimo mansionario ; ma vi s'oppone recisamente il
testo dello ps. Plinio, che qui è nella redazione breve, doveehé il mansionario
possedeva la lunga. Piuttosto dalla parola Ve- ronensis del titolo argomentiamo
che il nostro Giovanni co- nosceva V Adnotatio de duobus Pliniis del
mansionario, nella quale Plinio viene in modo identico denominato : Cnius Pli-
niiis Secundus Veronensis orator. E cosi otteniamo per V Ad- notatio un termine
cronologico anteriore al 1328. Alla fine di Valerio Massimo e prima della
sottoscrizione si legge inoltre il seguente colofone : R. Sabbadini. Le
écoperle dei codici. • 13 194 APPENDICE Explicit Valeri! Maximi factonini et
dictoriim memonbniiim urbis Rome exterarumque gentiuin liber iiomis et ultiinus
feliciter. Claruit autem vir
iste clarissiiniis Valeriiig Maximus temporibus divi Augusti, quo imperante
natns est xpistus. Kt eidem Augusto
dicavit ho8 libros. Floruerunt etiam eo tempore viri illustres. Tytiis Livius
Patavlniis siimmus hystoricus. Sextus pytagoricns. Atlienodorus tliarsensis
Stoycus phy- losopIiHS. Marcus Verius Flaccus gramatieus. Ovidius Naso.
Virgilins man- tuanus summus poetaruiii. Marcus Terentius Varrò rerum divinarnm
et hn- manarum peritissinius. Marcus Tullius Cicero romani eloquii tnba. Corni-
tìcins poeta. Cornelins Nepos scriptor hystoricus. Marcus Varus' poeta.
Cornelius (iailus foro luliensis poeta. Numacius Plaeus orator Cicerouis di-
scipulus. Atracinus orator. Emilius
Macer Veronensis poeta. Oratius Flaccn.t Veuusinus poeta. Marcus Porcius Cato '
latinus deelamator. lulius Hyrcinn» policastor gramatieus. Albutius Syllo
novarìensis rlietor. Melissns spoletinus gramatieus. Unde merito dici potest
tunc .seculum fioruissc et quia etiam orbìs pacem liabuit universus. Questa lista di nomi non deve far paura; essa è
tratta con parecchie storpiature dalia Cronica di Eusebio-Girolamo. Un miglior
giudizio della cultura di Giovanni si raccoglie dalle note marginali a Valerio Massimo,
dove son citati : Livio (f. 42), Plinio N. H. (f. 77),3 Svetonio (f. 4U),
Macrobio Sa- turn. (f. 50) e alcune opere di Cicerone: Farad, (f. 62»), De
seti. (f. 34), De off. (f.
57), Tusc. (f. 78"), De nat. d. (f. 3), De divin. (f. 36"), De orai. (f. 75 e 750-* Più tardi il
cod. Vaticano passò nelle mani di Francesco Zabarella. Infatti di fronte alle
parole Et eidem Augusto di- cavit del surriferito colofone un lettore postillò
: Contra patet in probemio supra ubi paterno avitoque sideri. Potius ergo
Tyberio qui fuit Otaviano filius adoptivus. f. za. Nelle sigle f. za. io leggo
Franciseus Zabarella. Il medesimo postillatore al f. 66", di fronte alle
parole di Valerio Mass. Itigurte bcllum indixit, qui inatrem (VII 5, 2) '
Difficilmente qui il lettore riconoscerà M. Bavius. * Anclie qui si stenta a
riconoscere Latro. 3 Alle parole dì Val. Mass. miri/ice et ille artifex (Vili 12 ext. a) : S I
pelles. g. princeps omnium pictorum ; et est lieo ystoria na. yst. 1. 3 5 (XXXV 84). ■• Alle parole di Val. Mass. Pericks
autem (vili 9 ext. 2): F,x. S de oratore (III 18S). Alle parole Par vere
amicicie (Vili 8, 1): Ex. 1. de ora- tore (II 22). GIOVANNI DA VERONA 195 notò
: hic adjìci debet, ut Colncio videtiir : eius filius qui niatrem ideam etc.
Nam quod idem fuerit qui hec omnia fe- cerit ratio temporum non consentit ; et
id ex Cicerone in primo de officiis (§ 109) satis colligi potest. Lo Zabarella
era amico e corrispondente di Coluccio Salutati. Sulla questione mossa dal
Salutati circa Scipione Nasica vedi il suo Epistolario a cura di F. Nevati III
p. 398-400. RIEPILOGO STORICO Nel secolo xiv il rinnovamento classico, di cni
abbiamo tracciato le linee maestre, tien dietro a un Inn{;;o periodo di sosta;
perché la vasta e molteplice operosità letteraria spie: gata dal secolo xii
s'era estinta o quasi nel successivo. Quel movimento è tutto settentrionale.
Rotti o rallentati i vincoli con le regioni dell'antica Magna Grecia e con la
Sicilia, le quali avevano conservato il patrimonio delle lettere greche, la
cul- tura occidentale ridiventa essenzialmente e unicamente latina. Il
movimento è inoltre generale e simultaneo. Noi abbiamo seguito il suo corso
partendo dagli estremi confini nordici : ma per semplice comodità di
esposizione, che mal sapremmo dire in qual paese esso abbia avuto principio. E
nei suoi pri- mordi ebbe vita indipendente presso le singole nazioni. Solo a un
punto avanzato del suo sviluppo cominciano reciproci scambi, finche r Italia,
preso un insolito slancio, si pose a capo del rinnovamento. E una delle
principali ragioni di questa inat- tesa piega ci pare deva cercarsi nell'
elemento laico che pre- domina in Italia. In Inghilterra, in Germania, in
Francia gli studiosi sono quasi tutti ecclesiastici. Al contrario in Italia: a
Firenze e a Verona laici ed ecclesiastici, a Bologna in pre- valenza laici,
tutti laici a Padova e in Lombardia. E, fatto non meno notevole, questi laici
contano i loro migliori rappresentanti non tra i grammatici e i retori, ma tra
i giuristi, quali il Salu- tati, il Pastrengo, Piero di Dante, Bonzo, il
Mussato, il Monta- gnone: donde risulta chiaro che il connubio, antico in
Italia, della scienza giuridica con le arti del trivio aveva preparato di lunga
mano materia « forza per un fecondo lavoro futuro. RIEPILOGO STORICO 197 Ma sarebbe
grave errore credere il novello indirizzo di origine puramente italiana. La
Francia, che a torto venne giu- dicata estranea ai primi inizi del risveglio,
fu invece forse l'unica a mantener vivo fin dal secolo xni l'amore dell'inda-
gine, come provano Geroud d'Abbeville, Eiccardo di Fournival, Vincenzo di
Beauvais e altri. Nella prima metà poi del se- colo XIV Parigi era maestra di
studi agli italiani, e nella se- conda metà dimostrò con Nicola di Clémangis di
saper creare un tipo di risorgimento suo proprio, che, pur troppo, cause
esterne troncarono sul nascere. In Inghilterra Riccardo da Bury ebbe pochissimi
contatti con l'Italia, e quando a' incontrò col Petrarca ad Avignone la sua
raccolta libraria era già in- teramente formata. Aniplonio acquistò alcuni
libri dall'Italia, ma la massima parte della sua biblioteca gli proviene dalla
Germania. La Germania e l'Inghilterra, e più la Germania, avrebbero anch' esse
con le proprie forze promosso un rinno- vellamento della classicità; non fu
colpa loro se l'Italia le sopravanzò, ond' esse nel sec. xv attinsero per
necessità alle fonti italiane. Ma Niccolò da Cusa, pur avendo nella giovi-
nezza studiato in Italia e ricevuto da quella una certa spinta, seppe poi
condurre le esplorazioni genialmente, per conto proprio e con criteri propri,
sul suolo tedesco. Di mano in mano pertanto che s'indagano i fatti, vengono
mutando i giudizi. E come nell' apprezzamento del fenomeno generale, cosi
devono mutare nell' apprezzamento della parte che vi ebbero le singole regioni
e le singole persone. Quanto alle regioni, da Bologna, centro antico di
cultura, c'era da aspettarsi di più; e di più s'aspettava da Firenze, che per
co- mune consenso fu l'antesignana del movimento umanistico : se- nonché questo
si verificò soltanto nella prima metà del secolo xv, mentre nel xiv essa restò
molto al di sotto di Verona e Padova e al di sotto pure della Lombardia. Quanto
alle persone, il Pe- trarca ritenne se stesso e fu ed è dai critici ritenuto
più origi- nale di quello che in effetto non sia: basterà ricordare che fu
preceduto da Benzo. Nella storia non esistono miracoli ; esiste solo il grado
maggiore o minore di ingegno o di genialità, che ciascuno porta nel lavoro
comune. CAPITOLO IV Riassunto filologico dei due volumi. Il riassunto comprende
quasi soli i nomi degli antori la- tini: dei greci segno quei pochi, che il
medio evo conobbe per via di traduzioni (le umanistiche rimangono perciò
escluse). Non separo i cristiani dai pagani, perché di alcuni non è dato sapere
a quale religione veramente appartenessero; d'altro canto gli studiosi d'allora
coltivavano indifferentemente, come praticano i filologi odierni, e gli uni e
gli altri. Avevo pen- sato di distribuirli in gruppi, ma la chiarezza non ne
avrebbe guadagnato; sicché ho scelto l'ordine alfabetico, il quale ha il
vantaggio della perspicuità e della comodità: in tal modo il riassunto compie
anche l'ufficio di indice. Spessissimo è im- possibile decìdere se chi conosce
un autore lo possieda oppure l'abbia semplicemente letto e transnntato: nel
sec. xv i pos- sessori erano certo più numerosi, quando con facilità si mol-
tiplicavano gli esemplari, doveché nel xiv la maggior parte, meno poche
eccezioni, più che raccoglitori erano lettori. Questo mi ha impedito di
adattare ai singoli casi le formule rispon- denti alla verità storica. Per gli
autori rari e nuovi ho notato i nomi degli scopritori e dei possessori; ma c'è
una categoria di antori che erano comunemente adoperati : questi ho segnato
impersonalmente con le formule abbastanza noto, molto noto, notissimo,
divulgatissimo, dalle quali chi legge apprende d'un tratto gli autori che
costituivano il patrimonio tradizionale della scuola e della cultura. cap. IV)
AUTORI LATINI 199 (Le cifre nude rimandano alle pagine del primo volume ; le cifre
precedute dal numero romano li rimandano alle pa- gine del secondo). Autori
latini. ps. AcRONE. Commento ad Orazio. Primitivamente compren- deva le sole
Odi e gli Epodi; poi vi si aggiunsero l'A. P. e le Satire: mai le Epistole. Il
nome di Acrone compare già nel 1433 in un codice di Vittorino da Peltre con le
Odi e gli Epodi (94, 131-2). Nel cod. VII 481 della Capitolare di Lucca, del
1459, è intestato ad Acrone il commento non solo alle Odi e agli Epodi, ma
anche all'A. P. e alle Satire. Una copia presso il Panetti (188). Nel cod.
Ambros. I 38 sup. del sec. xv il nome di Acrone è attribuito al commento ps.
cornutiano di Persio: f. 74 Acronis commenttim super satyras Fersii expUcit. La
falsa attribuzione sarà nata per congettura di chi possedendo il testo ps.
cornutiano anepigrafo lesse il nome di Acrone alla Sai. II 56. Presso Amplonio
si trovava: Tractatus de XVIII versihus (li 15). Forse un estratto dal commento
i)S. acroniano. AnAMANZio (Martikio). Be h muta et v vocali. Era in un co- dice
di Gio. Gabriel, ]iresso cui lo vide e copiò a Venezia il Poliziano nel luglio
1491 (155). Ne fu scoperto un altro esem- plare a Bobbio dal Galbiate nel 1493
(158, 162). Aefjritudo Ferdiccae. Trasmessa da un unico codice, Harleian 36S5,
del sec. xv (126). Aethici Cosmographia. Copiata nel 1417. Poi ritrovata da P.
Donato a Spira nel 1-436 (119). Aethicus HiEKONYMUS. Scopcrto dal Cusano (II
22) e poi nel 1483 da Hartmann Schedel (II 30). Anche nel cod. Vatic. Barbcr.
lat. 45 del sec. xv. Lo conosceva il Polenton: Ethiciis phi- losophus: hunc
traduxit in latinum e greco Hieronimus pre- sbiter. ^ AfiOSTiNO. Opera :
ricercate ed elencate dal Caruso nel Mtl- leloquium (II 163-64). Numerose opere
vedute dal Ferrantini 1 De scriptor. ling. lai. nel cod. Ambros. G 62 inf. f.
60. 200 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV a Nonantola nel 1424 (89). — Sermones:
raccolti da Roberto de' Bardi in Francia (II 35). — Opuscula : raccolti dal
Cor- rado e stampati nel 1491 (148). — Epistulae: un cod. gallico veduto dal
Traversar! a Treviso (94). — Enchiridion ' argeu- teis et anreis litteris ' a
Bologna (II 164). — De musica: co- piato 'Venetiis MCCCCXXIII ' nel cod.
Harleian 5248; presso Vittorino il 1433 (94) e il Cusano (II 23). — De odo
partibus orationis: scoperto da Amplonio (II 15). — Rhetorica e Dia- lectica:
scoperte dal Capra nel 1423 (101, 104).i — Le sne opere in generale e il De
civitatc dei in particolare, adope- rato come fonte storica (II 46, 155, 156),
erano molto cono- sciute : in Inghilterra (II 8), in Germania (II 16), in Francia
(II 66, 80), in Italia (10, 27, 42, 68, 74, 75, 88, 90, 122, 165; II 39, 44,
46, 50, 54, 88, 97, 119, 138, 156, 172). — De trmitate: tradotto in greco dal
Pianude; presso il Niccoli e Palla Strozzi (60,207). Agrecio. Noto verso la
metà del sec xv (133). Presso Hart- mann Schedel (II 30). Agrimensori, v.
Gromatici. Alberico. Poetarius {Mythographus Vatic. III). Noto a Benzo (II
136), al Petrarca (25).^ Alcidio (medievale). Noto a Domenico di Bandino, al
Bruni, al Marcanova (li 189). Ambrogio. Opere vedute dal Ferrantini a Nonantola
nel 1424 (89), dal Pizolpasso in Francia (122). In generale abba- stanza noto:
in Inghilterra (li 8), in Germania (II 16), in Francia (II 66), in Italia (10,
27. 28, 90, 123; II 39, 44, 50, 88, 96, 138). Ammiano Makcellino. L'abbate di
Fulda portò nel 1414 a Costanza ' lectissima volnmina ' del suo convento, tra
essi, come si crede, Ammiano, di cui si sarebbe impossessato Pog- gio : ora
cod. Vatic. 1873 (80, 81). ^ Ma la verità e che Poggio 1 Nel 1491 il Poliziano
vide le Aries di Agostino in un ' nntiquissimns codex ' di Gio. Gabriel Ccod.
lat. di Monaco 807 f. 67). 2 Snll'età e sulle fonti di Alberico v. R. Raschke
De Alberico mylliologo (in Brest plUlol. Abhandl. 45), Breslau 1913. 3 Cfr. P.
Lehmann Johannes Sichardus und die von ihm benuMen Bi- bìioth. und Hss,
Miincheu 1912, 93. cap. IV) AUTORI LATINI 201 stesso lo trasse con altri autori
da Fulda nella primavera del 1417 (li 192). Sin dal 1434 ne possedeva copia
Giordano Or- sini: ora nell'archivio della basilica Vaticana (123, 124). ^
L'ebbero nel 1402 Greg. Piccolomini (202), tra il 1497 e 1499 il Parrasio
(170). Nel 1427 fu scoperto un altro codice a Hers- feld (107, 108, 109), di
cui alcuni fogli si conservano nell'ar- chivio di stato di Marburg. ^
Amphilochio. Vita di Basilio. Nota al Colonna (II 54). Anthologia latina.
'Ergone supremis': carme at- tribuito ad Augusto (Biihrens P. L. M. IV 179).
Noto al Mon- treuil (II 67) e al Petrarca.^ — XII Sapientes. Noti al Boc-
caccio (31, 33, 41) e in parte al redattore del cod. di Troyes (II 119). —
Carmi trascritti in codici del sec. xv (126); altri scoperti dal Galbiate a
Bobbio nel 1493 (100) e dal Sanna- zaro in Francia (140, 165). Antimo. In un
cod. del sec. xiv-xv (128). Antonini Itinerarium. Scoperto da P. Donato nel
1436 a Spira (119) e da Ciriaco nel 1453 e. (14(»). Posseduto dal Cusano (113;
II 27). Apicio (propriamente Cabli Apicius). Scoperto da Enoch il 1453 e. in
Germania (140) nel monastero di Fulda, dove l'aveva veduto il 1417 Poggio. Nel
Commentar ium del Niccoli (II 192) è segnato cosi: In monasierio fuldensi...
Aepitii de compositis libri odo: opus medicinale et optimum.'^ ' Cfr. E.
Pistoiesi 11 Vaticano descr. e illustr. II 192, dov'è la minuta descrizione del
codice fatta da Luca Holstenio. 2 Lehmann ib. 122. 3 K. Sabbadini in Rendiconti
del r. Islit. Lomb. di se. e leti. XXXIX, 1906, 194. Leffgiamo nel Petrarca
(Ker. memor. I 2) : Scripsit (Augustus) et epigraininafum librimi et
epistolarnm ad amicos..., quod opus inexplicitum et carie semesum adolescenti
milii adnioduni in inanus venit frustraque post- modum quaesituin. Fu un'
illusione del Petrarca, alla quale prestò fede F. Riihl (in Berlin, philol.
iVoehenschr. 1895, 468). 11 Petrarca lesse del liber epigrammatum in Sueton.
Aug. 85 e delle Epistolae in Sueton. Vita Horatii. * I sette codici apiciaui si
dividono in due famiglie; A, la migliore, coi cod. Vatic. Urbin. 1146 sec. x e
Parig. 8209 sec. xv ; J5, l'inferiore, con gli altri cinque (C. Giarratano I
codici dei libri de re coquinaria di Celio, Napoli 1912, 4-5). Suppongo che B
derivi dall'esemplare di Enoch. 202 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV Apollonitis
Tyrius. Sin dal 142(5 nella biblioteca di Pavia (130). Aproniano, V. Vergilio.
Apuleio. Il Boccaccio scopri e asportò il cod. Cassi nese (ora Laur. 68. 2),
archetipo di tutti gli altri, ^ comprendente le Metam., il I)e inag. e i Fior.
(20); possedeva anche il De deo Soer. (29). Il Petrarca possedè alcune opere
nel cod. Vatic 2193 messo insieme a Milano (24, 2tì; II 126). Altri possessori
0 conoscitori di Apuleio: Amplonio (II 14), il Montreuil (II 68), il Clémangis
(li 82), Benzo (Il 143), Piero di Dante (II 102), Tedaldo (II 176), il Dominici
(lì 177), Domenico di Bandino (II 183). — Peri hermenias: trovato dal Fessane a
Poitiers (139). ps. Apuleio. De herbis (Herbarium) : scoperto dal Lamoia a
Milano nel 1427 (103); presso Domenico di Bandino (Il 183) e Giord. Orsini
(123); riscoperto dallo Zerbi nel 1474 (147, 148). — Opera medica: copiata a
Basilea nel 1-133 (117). — De re publica; De piscibus: citati da Domenico di
Bandino (Il 183). De asptrationis nota; De Dipthongis (due opuscoli me-
dievali, 178). Copiati dal Perotto nel cod. Vatic. Urbin. 1180: f. 118 in
vetustissimo codice repertum est. Aquila Romano. Figurae. Presso il Niccoli sin
dal 1421 (86-87). Aratore. Noto al Salutati, ^ a Domenico di Bandino (II 189),
al Dominici (II 177). Un codice fu ])ortato, forse di Francia, dal Sassetti
(165); il medesimo, pare, di cui parla il Crinito: ' nactus sum codicem
perveterem a Cosmo Saxetto, in quo et Arator. ' ^ Arusiano Messio. Exenipla
locutionum. Scoperto a Bobbio nel 1493 dal Galbiate (162). AscoNio Pediano.
Scoperto a S. Gallo nel 1416 da Poggio e compagni. La copia autografa di Poggio
è nel cod. Matrit. X 81 con la firma Poggius Florentinus; la copia di Zomino *
L. Apnleì Metani., ree. I. van der Vliet, Lipsiae 1897, V. « Salutati Epistol.
Il 146, lettera del 1385. 3 C. Di Pierro in Giom. star. d. letter. ital. 55,
1910, 8. cap. IV) AUTORI LATINI 203 autof!;rafa nel cod. Forteguerrl di Pistoia
37 con la data X hai. aug. 3ICCCCXVII. Constantiae ; la copia, non autografa,
del Montepulciano, nel cod. Laur. 54.5 termina cosi: Die XXV iulii MCCCCXVI. B.
de Montepoliciano (78-79).i L'ebbero il Niccoli (91-92) e nel 1418 Cosimo de'
iledici (183). AsPKO Emilio. Il Pastrengo^ dice: Asper super Virgilio scripsit
et libros in arte grammatica condidit. La notizia ' super Virgilio scripsit'
l'ebbe da Servio, clie cita spesso Aspro; ma potè conoscere la grammatica. La
grammatica è copiata in codici del sec. xv e l'ebbe Giord. Orsini (123, 124).
La vide Poggio a Fulda nel 1417; infatti nel Commentarium del Nic- coli (II
192) leggiamo: In monasterio fuldensi... Ars Anpri peritissimi grammatici. Il
Leto si copiò la grammatica nel cod. Vatic. 1491.* Cita il commento a Vergili©:
indebitamente, non lo conosceva (168). AsTERio. Ad Renatum monachum. Trovato
dal Niccoli nel 1430 (91). Augusta, v. Historin Augusta. Augusto, v.
Anthologia. Aulularia, v. Querolus. Aurelio Vittore. Liler de Caesarihus.
Scoperto dal Biondo nel 1423 (101) e pili tardi dal Bessarione (186). — Origo
gentis Romanae. Scoperto dal Bessarione (186).^ ps. Aurelio Vittore. Epitome de
Caesarihus (o Brevia- rium). In codici del sec. xv (130). Presso S. Hesdin (II
34). V. ps. Plinio il giovane. De vir. ili. Ausonio. Nella Capitolare di Verona
era un cod. di Auso- nio, veduto ivi prima del 1310 da Benzo, cbe lo portò a
Mi- lano e ne trasse il Catalogus urbium e il Ludus septem sa- pientiim. A
Milano il codice restò e fu smembrato: un fram- mento del Catalogus entrò in S.
Eustorgio, dove lo copiarono 1 Cfr. Q. Asconii Pediani Orat. Uicer. enarratio,
ree. A. C. Clark, Oxouii 1907, XIV, XVII. 2 De originibus f. 8. 3 V. Zabiighin
Giulio Pomponio Leto, Grottaferrata 1910, II 213. ' Vedi S. Aurelii Victoris Liber
de Caesarihus ecc. ree. F. Pichlmayr,
Lipsiae 1911. 204 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV il Menila, il Dulcinio, il cod.
Tilianus e il Ferrari, il quale ultimo lo stampò nell'edizione milanese del
1490. 11 Ludus fu copiato nel cod. Parig. 8500, che poi passò nelle mani del Pe-
trarca. Questo codice riunisce, da fonti varie, il Catalogus, il Ludus e le
(apocrife) Fenochae e altri opuscoli ausoniani. ' Da esso T. Ugoleto trasse per
l'edizione del 1499, intermediari il Calco e il Berneri, il Catalogus, il Ludus
e le Feriochac; ai quali aggiunse la 3Iosella, desunta dal cod. del Verazzano
(24, 144; II 14fJ-149). — 11 Boccaccio e Domenico di Bandino possedettero un
testo identico all' ed. pr. ' Venctiis 1472' (30, 33; II 185). Matteo Bosso
mandò nel 1493 da Verona alcuni frammenti al Poliziano (154; II 149). Il
Sannazaro nel 1502 e. scopri in Francia il famoso Voss. lat. Ili con
un'importante silloge di componimenti (140, 165). — Ausonio a Pavia nel 1360 (?
II 121). pg. Ausonio. Carmi presso il Cavallini (II 50). AviANO. Noto ad Amplonio
(li 18), al Pastrcngo (12), al Salutati (in un testo anepigrafo),^ al
Montagnone (220), al Lan- driani (100), al Perotto (147), al Sassetti (105).
AviENO (Rufio Pesto). Prooemìum (31 esani.); scoperto da G. Valla; riscoperto
nel cod. Ortelianus, perduto (149). — Arafra: copiati nel cod. Ambros. D 52
iuf. del sec. xv, riscoperti da G. Valla (149). Sono anche nel cod. Vindob.
107. — Ora maritima: scoperta da G. Valla (149); rinvenuta nel cod. Ortelianus,
per- duto. — Orbis terrae- scoperto dal Capra nel 1423(102,104); copiato da
altra fonte nel cod. Ambros. D 52 inf., riscoperto da G. Valla (149) e nel cod.
Ortelianus, perduto. ^ Baebius, V. Ilias latina. Balbo (agrimensore). Presso
l'Alciato (25). Beda. Opere grammaticali. In codici del sec xv (133). Presso il
Sassetti (165). Stampate 'Mediolani 1473' (133). Benedicti [S.) Regula. Presso
il Cavallini (Il 50). ' Forse il Pctrarci conobbe anche qualche altra cosa, R.
Sabbadini in hendic. del r. Istit. Lomb. di te. e UH. XXXIX, 1906, 884-5, 2
Salutati Epist. Ili 274. ■■' Kufl Festi Avieni Carmina ree. A. Holder, ad Aeni
pontem 18S7, V. cap. IV) AUTORI LATINI 205 Bibbia. Codici scoperti da Ciriaco
(123). Forse Fiero di Dante adoperava una traduzione diversa dalla volgata (li
99). Boezio. Molto adoperato; diffusissimo il De consolatione : in Inghilterra
(li 8), in Germania (II 14), in Francia (li 32, 66, 80). in Italia (9, 211 ; II
39, 44, 55, 88, 97, 99, 106, 138, 154). ps. Boezio. Geometria. Presso Geroud
(II 33) e il Salutati.^ — Demonstratio artis geometricae (42). Breviatio
tabular um Ovidii. Nota al Petrarca (25). Nelle edizioni del sec. xv attribuita
a Donato (25) e a Lat- tanzio Placido: infatti Bono Accorsi nel proemio di
Ovidio Mctam. ' Mediolani 1475 ' scrive : incidi in Coelium Firmianum Lactantium
Placidum.... qui in fabulas eiusdem poetae (Ovidii) commentatus est. BuKGUNDio
pisano (1110 e. - 1193). Autore di numerose versioni dal greco (11 ; li 1, 54).
^ BuRLET (Burlacus) Gualtiero (medievale). Be vita et moribus philosophorum (II
2, 3, 9-10, 16, 37, 41, 42, 54, 58, 79, 91-92, 103, 137, 159). Caesares, v.
Aurelio Vittore. Calhurnio Flacco. Declamationes. Le fece venire di Ger- mania
il Todeschini nel 1472 e. (142-143). Il cod. Chigiano H Vili 261 ha un testo
più completo degli altri. Calpurnio Siculo. Bucolica. Vincenzo di Beauvais
Spec. 11. XXXI 115 ' Scalpurius in bucolicis ' ^ deriva probabilmente da un
excerptnm, come il cod. Parig. 17903 sec. xiii f 74 ' Scalpurius in bucolicis
'. Possedeva il testo intero a Ve- rona Rinaldo da Villafranca, da cui l'ebbe
il Pastrengo. Ed era di Rinaldo, non della Capitolare, perché il florilegio del
1329 non conosce questo autore. Il Petrarca nel 1362 e. lo do- mandò ai due
veronesi (16, 22). Il Boccaccio se ne trasse un apografo, passato poi nella
parva libraria di S. Spirito (33) e da esso derivano probabilmente il Napolet.
V A 8 e il Laur. ' Salutati Epist. I 257. 2 Cfr. F. Buonamici Bargundio Pisano
in Annali delle Univ. tose. XXVIII. 1908, 27-36, dove è pubblicata per la prima
volta la traduzione del Liber de vindemiis. ■i Calpuru. Ili 10. 206 RIASSUNTO
FILOLOGICO (c;,,,. iv Gadd. 00 inf. 12, entrambi del principio del sec. xv. Lo
scopri anche Pogcrio in Inghilterra verso il 1420 (83). Il ' cod. vetu-
stissimus ' portato di Germania da T. Ugoleto, contenente le egloghe di
Calpurnio e Nemesiano, s'è perduto, ma su quello fu condotta l'edizione di A.
Ugoleto: inoltre ce ne rimangono due collazioni manoscritte (143), ^ Capko.
Scoperto da Poggio a S. Gallo nel 1417 (80). Di mano del Leto nel cod. Vatic.
1491.^ Presso Hartmann Schedel (II 30). Copiato e stampato nel sec. xv, ma
sempre il solo libro I (133). Caiìisio. «Scoperto dal Galbiate a Bobbio nel
1493 (1(52). Di là verso il 1500 il Parrasio trasse il codice, ora Napolet. IV
A 8 (159). Estratti (apocrifi) di Carisio sono in un altro cod. Bobbiese,
scoperto dal Galbiate, il Vindobon. IG. ^ Cassiano. Collationes. Note al
Ciémangis (Il 80), al Cavallini (II 50), al Colonna (II 55), al Niccoli (88), a
Greg. Correr (119). Cassiodoro. De institutione divinarum litterarum. Presso il
Bury (II 8), il Pizolpasso (122, 130). — De institutione sae- ctilarium
litterarum. Presso Amplonio (II 1(3), il Boccaccio (28), il Dominici (Il 177) ;
in un cod. Ambros. del 1462 col nome di Severiano (130). — Orthographia.
Copiata in un cod. del sec. xiv, che fu adoperato da uno studioso del sec. xv
(134). — Variae. Notissime: in Francia (II 76), in Italia (187; II 39, 44, 50,
89, 97, 99, 138, 154). — Historìa tripertita. Presso Benzo (II 138). —
ComputusA In un cod. Ambros. del 1462 (130). ps. Cassiodoro. De amicitia. Noto
al florilegista del 1329 (II 97). Cassio Felice. De medicina. Copiato nel sec.
xv; stampato la prima volta nel 1879 (129). Catone. De agricultura. Presso il
Saiutati (34), il Montre- uil (II 68), il Corvini (74), il Sassetti (165), il
Polenton (184). Il Poliziano adoperò il famoso ' codex Plorentinus ',
l'archetipo perduto (152). • Cfr. in generale Calpnmii et Nemesianì Bucolica
ree. C. Giarratano, Neapoli 1910, VI ss., XXIV. ' V. Zabaghin Giulio Pomponio
Ltto, li 213. 3 Grammat. lat. Keìl I 5^3-565. * Per la paternità di
Ca.s9Ìo(loro cfr. P. Lehmann in Pliilologus LXXf, 1912, 290-299, dove n' è data
una nnova edizione. cap. IV) AUTORI LATINI 207 ps. Catone. Disticha. Assai noti
: in Germania (II 13), in Italia (23, 203; II 50, 55, 92, 101), come mannaie
scolastico (II 55), Fin dal sec. x era stato notato, e il Colonna e il Sa-
lutati lo ripetono, che per ragioni cronologiche autori dei Di- sticha non
])otevano essere i due Catoni antichi (II 55).^ Il Mus- sato attesta che taluni
li attrihuivano a Seneca (II 114); Do- menico di Bandino li cita col nome di
Dionysius (II 189), nato forse dalla contaminazione di Dionysius JJticensis con
Caio Uticensis. Catollo. Dalla Capitolare di Verona, dove lo lesse (II 88),
Raterio (sec. ix) se lo portò nel Belgio, donde lo riportò un veronese, di nome
Francesco, scrivano alle porte (o meglio al porto), alla fine del sec. xiii (1,
212). Nella Capitolare lo vi- dero Bonzo prima del 1310 (II 145), il
florilegista del 1329 (2; II 03), il Broaspini (4), il Pastrengo (14). Ne
ebbero noti- zia a Padova il Mussato prima del 1315 (Il 110-111) e il Mon-
tagnone (220).^ Ne possedettero copia il Petrarca (23) e il Salu- tati:
quest'ultimo non nel cod. Parig. 14137 (= G), ma nel Vatic. Ottob. 1829 (= R),
senza escludere che anche G sia stato scritto in casa del Salutati. ^ Copiato a
Venezia da G. Donato nel 1411 (120); collazionato dal Poliziano nel 1485
sull'edi- zione del 1472 (153). Il Catullo del Pontano era membranaceo.* Ug.
Pisani lo escludeva dalle lezioni pubbliche (201). Celso Cornelio. Scoperto a
Siena nel 1426 e venuto in pos- sesso del Panormita (ora perduto); nell'anno
successivo Gua- rino lo pubblicò (99, 141). Un secondo esemplare, ora Laur. 73.
1, ne scopri il Lamola nel 1427 a Milano : venne in pos- sesso dello Zambeccari
(103), poi del Sassetti (165) ; nel 1431 lo vide il Niccoli (91). Un terzo
esemplare venuto in luce nel sec. XV è il Vatic. 5951 (103). Possedettero Celso
: Paolo II (65) e P. C. Decenibrio (205). Stampato nel 1478 (150, 165). ' Salatati Epist. Ili
27.3-76. 2 lì. L. Lllman Hieremias de Montagnone and his eitalions front Ca-
tullus in Ulassical philology V, 1910, 66-82. ■i W. G. Hale in Classical philology III, 1908, 244,
251. * G. Filangieri Documenti per la storia le arti e le industrie delle
Provincie napoletane, Napoli 1885, III 54. 208 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV
ps. Celso. Epistulae. Presso il Panormita (99, 103). Censorino. Presso il
Petrarca (25, 26), il Capra nel 1423 (101, 104), Domenico di Bandino (li
183-4), il Corvini (74), P. C. Decembrio (205). Neil' edizione ' Mediolani 1503
' Tristano Calco col sussidio di un ' venerandae antiquitatis codex ' pre-
senta il suo testo 'adiectis quatuor integris capitibns et in- numeris pene
clausulis antiquae lectioni restitutus '. Infatti egli aggiunge: tertiam partem
capitis eius quod est de natu- rali institutione et tota illa de coeli
positione, de stellis fixis, de terra et principium geometriae. Corri- sponde
alle pag. 55-73 dell' edizione di F. Hultscli, Lipsiae 1867. Cesare. Nel medio
evo era generalmente scambiato con Giulio Gelso, il revisore del testo dei
Commentarii. Uno dei primi a correggere l'errore fu il Salutati, seguito da
Dome- nico di Bandino (II 18(5). Il Clémangis (II 81), il florilegista del 1829
(II 93) lo citano col suo vero nome; il Montreuil prima col nome di Celso, poi
col vero (II 68). Il Petrarca lo conosce per Celso ; ma in un codice della sua
vita di Cesare, il Parig. 5784 A, del sec. xv, una mano sincrona corresse l'er-
rore; la quale al f. 90, di fronte alla citazione del De hello gali. Vili 1
segnò: Hic incipit octavus Commentariorum liber, quem fecit lulius Celsus (cioè
Hirtius). Septem autem primos et usque ad hunc passum fecit ipse Cesar, quamvis
hic aetor (se. Petrarca) aliquot in locis contradicat, et male. Cicerone teste
et ipso Celso (cioè Hirtio) in prologo suo. L'errore con- tinuava nel sec. xv e
P. C. Decembrio nel 1423 senti il bi- sogno di rettificarlo. ^ Cesare non fu
molto adoperato. Lo conobbero S. Hesdin (II 34), il Montreuil (II 68), il
Clémangis (II 81), il Petrarca (24, 26), il Salutati e Domenico di Bandino (II
186), il Co- lonna (II 56), il Mussato (II 108), il redattore del cod. di
Troyes (II 118), il Kambaldi (II 156), il Corvini (74), A. e P. C. Decembrio
(139). ps. Cesare. Un'epistola gromatica posseduta dal Beccari nel 1371 e
ricercata a Milano verso il 1430 (35, 42, 217). 1 K. Sabbadiiii in Museo di
anlichità class. Ili 362. cap. IV) AUTORI LATINI 209 Cesare (Ginlio),
medievale. Poetria. Nota a Dionigi ([1 39,42). Cesakio. Sermones. Noti al
fiorilegista del 1329 (II 97). Cesio Basso. J)e metris. Scoperto a Bobbio dal
Galbiatc nel 1493 (162). ps. Cesio Basso. Be metris Horatii. Scoperto a Bobbio
nel 1493 dal Galbiate (162). Chikone Mulomedicina Chironis. Scoperta a Padova nel
sec. XV e salvata da Hermann Scbedel (II 30). Stampata la prima volta ' Lipsiae
1901 ' da E. Oder sotto il nome di Claudio Ermero (129). Cicerone (M. Tullio).
1) Opere rettorielie. Comunemente note erano quattro : T>e invent., Rhet. ad
Her. (ps. cicer.), De orai, e Orai, (mutili): in Germania (II 14), in Trancia
(II 32, 70, 76, 82), in Italia (18, 26, 36, 86, 150. 220; II 44, 46, 49, 95,
101, 115, 128, 171). Gasp. Barzizza scoperse nuovi passi del De orai, mutilo
(218). — Topica. Copiata dal Kafauelli (II 128). — l'artitiones ora- toriae.
Note al Montreuil (II 70), al redattore del cod. di Troyes (II 115) e al Bruni,
il quale ultimo nel Cicero novus {141ò e.) le nomina col titolo di Orafor
minor. ^ — De optimo genere oratorum. Trascritto anepigrafo nel cod.
Malatestiano XII sin. 6 (f. 24) del principio del sec. xv. — Nella seconda metà
del 1421 il Landriani scopri nella cattedrale di Lodi il famoso co- dice, ora
perduto, con cinque opere : De inv., lihet. ad Her., De orai., Orni., Brutus.
Il Brutus era del tutto nuovo; il De orai., e Y Orai, ritornavano integri. Del
codice s' impadroni Gasp. Barzizza, clic lo fece copiare dal Raimondi (100,
212). Il Brutus di Guarino è a Napoli (98). 2) Orazioni. Le tre Caesarianae.
Note ad Amplonio (II 14), al Clémangis (II 83j, al fiorilegista del 1329 (II
9(5), al redat- tore del cod. di Troyes (II 115), al Cavallini (II 49), al
Colonna (II 56), a Lapo (II 168), al Petrarca (27), che ne copiò due di suo
pugno nel cod. Vatic. 2193 (II 126), al Montagnone (220), a Tedaldo fll 176),
al Dominici (lì 179), a Lucio da Spoleto, che 1 A. Segarizzi La Catinia le
orazioni e le epist. di S. l'oìenton, Ber- gamo 1899, 104-lOfi, 128. H.
Sabraoini. /.e scoperte dei codici. 14 210 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV le
scrisse a Basilea nel 1432.' — Catilinariae. Presso Am- plonio (II 14), il
Clémangis (Il 83), il Montagnone (220), Lapo (li 1(J8), il Petrarca (27), il
redattore del cod. di Troyes (II 115), il Cavallini (II 50), Tedaldo (II 176),
Poggio (76), Lucio da Spoleto, che le scrisse a Basilea nel 1432.'^ —
Philippicae. Classe mutila tra il libro V e il VI e che perciò segna tredici
libri. Presso Aniplonio (II 14), il Montagnone (220), il florile- gista del
1329 (II 96), il Pastrengo (18), Lapo (li 171), il Pe- trarca (27, 76), il
Cavallini (li 50), il Kafanelli (Il 128), il Loschi (11 123), Tedaldo (li 176)
— Classe integra. Presso il Clémangis (? II 83), Iacopo Scarperia nel 1403
(76), il Salutati e Poggio (76), il Niccoli (87), Doni, de Dominicis (187).
Estratti scoperti dal Cusano (II 25). — Verrinae. Tre ne ebbe il Petrarca (27)
; le possedettero tutte sette: Geroud (II 33), il Boccaccio (? 33). l'Arese (Il
60), il Loschi (Il 123), il Capra (33), Cosimo de' Me- dici (nel cod. Laur.
48.27), il Bruni fin dal 1407 (75). » — Post reditum. Note al redattore dei
cod. di Troyes (Il 115), al Pe trarca (27), al Montagnone (220), a Tedaldo (Il
176) ecc. — Orazioni aggru])pate o singole: p. CaeL, p. Balbo, p. Miì. presso
Amplonio (Il 14). — p. Cael. presso il Dominici con lezione diversa dai codici
francesi (li 179). — p. Balbo presso Lapo (Il 172). — p. Balbo, p. Sest., de
resp. har. note al fiori- legista del 1329 (Il 96). — *p. Liif.,p. Mil., de
prov. cons. note al Clémangis (Il 83). — p. Mil., p. Piane, p. Sull., de imp.
Cn. Pomp. i)resso Lapo {Il 168), il quale le trasmise al Pe- trarca (27;:
derivano dalla famiglia francese (Il 171). — p. Ardi, trovata dal Petrarca nel
1333 (27), che la passò a Lapo (Il 168); presso il Clémangis (Il 83), il
Dominici (11 179). Lucio da Spoleto, che se la copiò nel cod. Trivulziano 771.
— 2). Balbo, p. Sest., p. Cael., in Vatin., de resp. har., de domo ad pont.
trovate dal Bruni nel 1407 (75). — Nell'ultimo de- ' K. Sabbadini in Jiendic.
della r. Accad. dei Lincei .\.\, l'JII, 30. 2 Id. ib. ' Nel Cicero novus {1415
e.) scrive: scptem libri accnsatioiiis in Ver- roin (cod. Ambros. L 86 sap. f.
163). 11 suo codice è ora il Laur. Strozz. ti del scc. XV (R. Sabbadini in
Kivista di fUolofiia XXXIX, 1911, 244). cap. IV) AUTORI LATINI 211 cennio del
sec. xiv il Loschi a Pavia commentò dieci ora- zioni : p. Pomi)., p. Mil., p.
Sulla, p. Ardi., p. Marc, p. Lig., p. Beiot., p. Cluent.,p. Quinci., p. Flac.
(Il 123-124). Due di que- ste, p. Quinci, e p. Flac, erano state da poco
scoperte contem- poraneamente in Italia (forse a Firenze, II 172) e in Francia,
ma la famiglia italiana è indipendente dalla francese. — Il Montreuil
possedette molte orazioni : p. Lig. avuta dall' Italia, le Catilin., alcune
Verr., le Philipp., p. Cael., p. Mil., p. Cluent., p. Sest., p. Arch., provenienti
dalla Francia e in gran parte da Cluni. Certo ebbe da Cluni le sillogi di due
codici : il 498, che si salvò, per quanto mutilato, e il 496, che conteneva due
ora- zioni nuove, p. S. Rose, e p. Miir., e integra la p. Cluentio. Il codice
496 fu portato nel 1415 a Costanza, dove Bartol. da Mon- tepulciano se ne
trascrisse larghi estratti; Poggio l'anno stesso se lo appropriò e lo mandò a
Firenze (77, 84; II 72-74): ivi lo vide subito dopo il Barbaro. ' Le nuove
orazioni sono in un codice di Cosimo de' Medici del 1418 (183). Sempre nel 1415
fu copiata a Costanza un'altra silloge di orazioni: Catil. I-IV, Sali, in Cic,
Cic. in Sali., Philipp. I-XIII (il testo mutilo), p. Cluent., p. Marc, post.
red. in sen., p. Archia.- Poggio nell'estate del 1417 viaggiando in Germania e
in Francia scopri altre otto orazioni, tutte nuove : p. Caec. (a Langres), in
Pis., le due p. llahir., le tre de lege agr. e p. Uose, coni. (81-82, 84; lì
191-192). L'in Pis. e le tre de lege agr. furono scoperte più tardi anche dal
Cusano (II 21). La p. Rose. CODI, e le due p. Rahir. si conoscono dal solo
codice di Poggio. * Verso il 1428 Poggio vide il famoso cod. Vatic. Basii. H
25. che contiene (in gran parte frammentarie) le Philipp., p. Flac, in Pis. e
p. Fonteio : nuova quest' ultima. Ma il codice * R. Sabbadini in Miscellanea di
studi in onore di A. Hortis, Trieste 1910, 616, 617. - Constantie tempore
generalis coneilii Con.stantiensis anno d. MCCCCXV vigesima prima die mensis
octobris. È il cod. IX 107 del collegio dei ge- suiti di Vienna (E. Gollob in
SiUungsber. der k. Akad. d. Wiss. in Wien, 161, 1909, 7 Abh. p. 17). ■' Sulla
divulgazione di queste orazioni cfr. R. Sabbadini in Berlin, philol.
n'ochenschr. 1910, 297-99. 212 KIA8SUNT0 FILOLOGICO (oap. IV non lo scopri lui,
bensi il card. Orsini. Infatti nell' Index ìi- brorum mss. arcfiivii basilicani
S. Petri a ci. v. Luca Uoì- stenio digestus leggiamo : Tnllii Philippiearum
antiquissimus codex. ' D'altra parte l'inventario dei libri dell'Orsini, alle-
gato al testamento del 1434, reca : Tulius Philippiearum. ^ I codici dell'
Orsini passarono parte nell' archivio di S. Pietro, parte nella biblioteca del
Vaticano.'' La scoperta dev' essere avvenuta nel suo viaggio di Germania del
1426. * Il Cusano scopri delle p. Font, e in Pis. frammenti che non si trovano
in altri codici; anche estratti della p. Fiacco (II 25). Tutte le orazioni a
noi note, meno p. M. Tullio, sono nel- r edizione del Bussi del 1471 (127).
Orazioni spurie: pridie quani irei in exilium (127; II 96). — Invettive scambiate
fra ('icerone e Sallustio. Notissime (27, 220; II 73, 168, 17G ecc.). 3) Opere
filosofiche. Furono molto divulgate: in Germania (111), in Francia (II 32-3,
70, 82-3), in Italia (19, 36, 86, 98, 202. 218, 220; II 3, 44, 46, 49, 56, 60,
95, 122, 144, 168, 171, 176, 183, 194). Possessori di numerose sillogi : dodici
opere il Petrarca (26), nove il Dominici (II 178-9), dieci Amplonio (II 14),
undici il Rafanelli (lì 128), undici il florilegista del 1329 (lì 95-9(3),
dieci il redattore dei codice di Troyes (II 115). Quest'ultimo inoltre compose
un'edizione del De offic. adoperando un co- dice della classe Z e uno della
classe X (II 120). 11 Niccoli ebbe da Strasburgo il cod. Laur. S. Marco 257 del
sec. x (87, 117); il Poliziano un 'antiquissimus liber" del De divin.
(153). — Academica posteriora. Karissimi. Li conob- bero Riccardo di Fournival
nel sec. xiii,^' il florilegista del 1329 (II 96), il Petrarca (26), Guarino
sin dal 1412." Anepigrafi ' E. Pistoiesi II Vaticano descr. e illttstr. Il
196. i Pistoiesi II 191. 3 E. Kònig Kardinal Giordano Orsini, Frcibiirfr in Br.
1906, 10r>-07, 117, 119. ♦ Su questo viaggio, Kouig 49-52. •"> M.
Mauitiu» in Hhein. Mtis. \UVll Erg. heft 2, 17. '' Nell'invettiva contro il
Niccoli del 1412 scrive Ruarino: iste Ciccronis Ainaffanius ' <|ui nulla
arte adliibita vulgarì sermone disputare solebat' (Acad. post. 5; R. Sabbadini
No:ze Curdo- Marcellino, Lonigo 1901, IS). C3p. n) AUTORI LATINI 213 nel cod.
Malatestiano xii sin. 6 (f. 25') del principio del sec. xv. Copiati nel 1414 da
Gio. Aretino, riscoperti a Milano dai De- cenibri nel 1426 e posseduti dai
Barbavara (105). Falsa notizia della scoperta di tutti quattro i libri de^'li
Acad. in Siena nel 1447 (127). — De gloria. Illusione del Petrarca d'averlo
pos- seduto (II 46). — De re publica. Leggenda che fosse nascosto sotto una
colonna di marmo ad Atene (Il 118); che si conser- vasse nel monastero di
Montecassino (II 49). Credè d'averlo trovato nel 1426 il Cusano (110): ma era
il Somn. Scipionifi (111). 4) Epistolari. JEpistulae ad Atticum. Questo corpo
com- prende sedici libri ad. Att., un libro ad Br. e tre ad Q. fr., più la
spuria ad Octavianum. a) Un esemplare del corpo esisteva nel sec. xiv a Cluni,
donde probabilmente lo trasse il Montreuil (II 70-71). b) Un secondo esemplare della
triplice silloge, più in forma di estratti che integro, venne alla luce in
Lombardia, dove lo copiò nella seconda-metà del sec. xiv il Rafanelli (II
127-8). Forse l'archetipo di esso sarà da riconoscere nel 'liber veterrimus '
venuto poi in possesso del Corvini (74). e) Un terzo esemplare, assai famoso,
si conservava nella Capitolare di Verona. Ivi lo lessero nel secolo ix Eaterio
(II 88), nel sec. XIV il florilegista del 1329 (2; II 96) e il Pastrengo (18,
21); indi ne trasse una scelta di sessanta lettere il Broaspini (4) e un
apografo intiero il Petrarca nel 1345 (15, 19, 27; una cita- zione testuale 40,
cfr. II 158). Questo esemplare fu asportato da Giangaleazzo Visconti (7 ; II
121). Verso il 1393 ne arrivò una copia al Salutati a Firenze (75, ora Laur.
49. 18), dove forse la vide Domenico di Bandino, quando gli undici fascicoli
stati scritti contemporaneamente da altrettanti amanuensi non erano ancora
cuciti insieme (II 181-2). Da allora quell'archetipo scom- j)arisce, se pure
non entrò dimezzato nella biblioteca di Pavia, donde nel 1409 il Capra trasse
un codice con le lettere ad Br., ad Q. fr. e coi primi sette libri ad Att.
(73). Copiò la silloge Poggio nel 1408 (76), Rodolfo Misoti nel 1415 (205). La
videro 0 la possedettero il Dominici nel 1405 (II 179), Domenico di Bandino (Il
181), Gasp. Barzizza (36), il Polenton (34), l'Au- rispa (116;, il Poliziano
(156), Agost. Maffei (190), Umfredo di 214 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV
Glocester (205). Delle Epist. ad Br. fece una raccolta a parte Niccolò da
Muglio (II 151). d) Un quarto esemplare, il più fa- moso e più completo di
tutti, fu veduto il 1417 da Poggio nel monastero di Fulda. Esso comprendeva
anche il cosiddetto libro li ad Br. Ecco com'è descritto nel Commentarium dei
Niccoli (II 192). In monasteno fuldensL... M. Tu liti Ci- ceroni s volumen
epistolarum ad A cticum, quod in- cipit: Cum liec scribebam res existimatur
etc; ' finit : Cicero Capitoni. 2 Questo archetipo, ora perduto, fu adoperato
dal Cra- tander per la sua edizione di Basilea del 1528. — Epistuìae ad
familiares: in sedici libri. Questa denominazione, poco pro- pria, esisteva già
nel 1406: sua probabile origine (o4). I primi otto libri si trovavano in
Germania e in Francia (a Cluni e altrove) : ne ebbero copia il Cusano (112), Geroud
(II :53), il Montreuil e il Clémangis (7;5; II 71-72, 83). Tutti i sedici libri
furono scoperti nel cod. Vercellese (ora Laur. 49. 9), che fu fatto copiare per
il Salutati nel 1392 (34, 72, 75). Possedettero la silloge intera il Polenton
(34), Gasp. Barzizza f36), il Poliziano (152, 170). Guarino prima della
scoperta del Vercellese ebbe un testo mutilo, dai cui libri II, IV, V, IX, X,
XI, XII, XIII compilò sin dal 1403 un'antologia (72-73). 5) Aratea : versi
1-471. Sono nel cod. Ambros. D 52 inf. del sec. XV. Ne scopri un altro
esemplare a Vercelli nel 1442 Ci- riaco. 3 Stampati da G. Valla nel 1488 (149).
ps. Cicerone. In Catilinam. Una quinta Catilinaria, ve- nuta alla luce sino
almeno dal 1439. Qualche codice 1' attri- buisce a Porcius Latro, col cui nome
fu spesso stamjiata (127).'* — Synonyma. Differentiae. I Synon. (Abditum oper-
tum) e le Biffer. (Inter mctum timorem et pavorem) furono noti al Salutati
(35). Lucio da Spoleto il 1432 copiò a Basilea i Synon. nel cod. Trivulziano
771 ■• (106). Presso il Polenton (185). Una nuova redazione dei Synon. scopri
il Cusano (112). — ' ì; il principio dei cosiddetto libro II ad Biutttm. 2 Ad
Alt. XVI 16 C. ■' R. Sabbadini in Kivisla di fiìolog. XXXIX. lUll, Uò. < R.
Sabbadini Da codici Brnidensi, .Milano 190S, 6-9. ^ R. Sabbadini in liendic.
delìn r. Accnd. dei Lincei XX. lail, ;>0. cap. IV) AUTORI LATINI 216 De re
militari. È un'epitome tratta nel sec. xiii dal i>e reniilit. di Vegezio. Il
Petrarca la cercò inutilmente ; ^ il Polenton ne impugnò l'autenticità (185).
Fu stampata anche col titolo: Modestus De vocahulis rei tnilitaris.^ Nel cod.
Riccard. 710 «lei sec. XV e nel Magliabech. XXIII 17 del sec. xvi f. 121 porta
il nome di M. Catone.^ — De orthographia o De gram- matica. Tutt'uno col
ciceroniano De chorographia citato da Prisciano (II 117). — De virtutibus.
Antoine de la Sale pre- tende nella Salade d'avere scoperto il De virtutibus di
Cice- rone, da cui riporta estratti in francese. Ne fu fatta una ri- traduzione
latina a cura di H. Knollinger, ' Lipsiac 1908 '.'' Ma il De la Sale è un
contraffattore matricolato (II 34).^' Cicerone (Quinto). Commentariolum
petitionis. Copiato in codici del sec. xv (128), i quali rappresentano una
famiglia italiana, diversa dal cod. Erfurtensis." Cipriano. JEpistulae.
Vedute dal Pastrengo nella Capitolare di Verona (10). Latino Latini, che
collazionò quel codice sulla stampa ' Lugduni 1537', in servizio dell'edizione
del Manuzio, lo descrive ' iitteris paene maiusculis (cioè semiunciale) mirae
antiquitatis '. La stampa collazionata si trova nella Brancac- ciana di Napoli.
Il codice fu restituito al Capitolo veronese nel 1570; ma da allora se n'è
perduta ogni traccia." 11 Bussi si copiò le Epist. dal cod. Parig. 1659 e
poi le stampò a Roma del 1471 (122). Le ebbe il Colonna (II 54). Opere vedute o
possedute da Amplonio (II IG), dal Cusano (111; II 27), dal Clémangis (II 80),
dal florilegista del 1320 (II 96), dal Fer- rantini (89), dal Traversari (88,
95), dal Pizolpasso (122). Cr.AUDiANO (Claudio). Il Colonna lo fa cristiano (II
55). Il > Petrarc. Fani. XXIV 4 p. 267 Fracass. 2 L. Dalmasso La storia di
un estratto di Vegezio in liendic. del r. Istit. Lomb. di se. e leti. XL, 1907,
805 ss. '* L. Calante in Sludi ital. di jHoì. class. XV H8. ' Cfr. E. Sabbadlni
in Atene e Roma XII, 1909, 2-6. ■' Sui plagi suoi vedi M. Lecourt in Mélanges
Chatelain, Parigi 1910, 341-353. " Q. Ciceronis Ueliquiae ree. F.
Biicheler, Lipsiae 1869, 12. ' (i. Mf reati Di alcuni nuovi sussidi per la
critica del testo di S. Ci- priano in Studi e docum. di storia e diritto XIX,
1893. 216 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV codice della Capitolare di Verona,
adoperato dal florilegista del 1329 e dal Pastrengo, conteneva il Claud. niaior
e minor, il Paneg. 01. et Prob. e i Carmina minora: ma l'ordine del Claud. maior
non corrisponde a nessuno dei conosciuti. 11 cod. attuale non era ancora
entrato nella Capitolare (12; II 92-93). T. Ugoleto scopri un codice in
Germania ; la sua edizione del 1500 contiene carmi nuovi (143j. Noto ad
Amplonio (li 18), agli Hesdin (II 34-35), al Montreuil (II 67), al Clémangis
(li 81), al Montagnone (220), al Mussato (II 114), al Colonna (II 55), al
Petrarca (24), al Boccaccio (34), a P. da Montagnana (187), a Dom. di Baudino
(II 189), a Piero di Dante (II 101), a Gasp. Barzizza (36-,^7). La
Gigantomachia greca ci tu salvata da C. Lascari (68). Claudiano Mamerto. 7)e
atatu animae. Trascritto nel cod. Vatic. Barb. lat. 1952 del sec. xv. Un
lettore coevo notò sul f. 1 : Non est autcm Claudianus poeta, sed alius ad quem
Si- donius scribit {Epist. IV 3) et de hoc libro facit celebrem men- tionem.
CoLUMELLA. Noto al Pastrcugo (16). L'ebbero il Boccaccio (29), Dom. di Bandino
(II 184). Copiato l'anno 1409 nel cod. Parig. 6830 A (82). Scoperto da Poggio
nel 1417 (82), che ne vendè copia a Gio. de' Medici (lòO). Lo possedette il
Corvini (74); P. C. Decembrio lo promise a Umfredo dì Glocester (206). Due
codici presso i Medici: l'uno nella libreria pubblica (S. Marco), donde ne
trasse copia il Niccoli (87), l'altro nella privata ' lìteris langobardis' veduto
dal Poliziano (151), che si crede essere il famoso Ambros. L 85 sup. di
scrittura an- glosassone : in ogni modo questo codice stava in Italia gin dal
sec. XV (151-52).' Commentarioli notarum. Trovati da Poggio (82). Comoedia
antiqua. Scoperta sin dal 1412 e. dal Cor- vini, riperduta (74). Compiitus.
Trovato dal Galbiate a Bobbio nel 1493, ri- ])erduto (160). Sarà stato affine a
quello di liabano Mauro.* • K. Sabbaiiìniin Hivistadifiìolog. XXXIX.
1911,247-48. In fft^neiale cfr. R. Sabbadini in liendic. del r. Mit. Lomb.
disc, e ìett. XXXVlll.lDO.'i, 781-83. '^ I*. eg. in Balozius Misceli. I 1. cap.
IV) AUTORI LATINI 217 Concilia. Atti famosi dei concili, tra i quali di S. Fa-
condo, possedeva e possiede la Capitolare di Verona, veduti dal mansionario
Giovanni (11.89), dal Pastrengo (10) e prima, nel 1317, dal Gui, che li elenca
(II 33); egli vide anche le raccolte conciliari dei Domenicani bolognesi.^ Più
tardi nel 1433 rivide le bolognesi il Traversari (94, e le ravennati 95).
Con-iolat io ad Liviam (attribuita a Ovidio). Venuta alla luce verso il 1470
(125-20). Constant ino (de) ci Helena. Copiato nel sec. xv di su un cod. del
xiv (130). Constantinopolitanae urbis descript io. Sco- perta a Spira da P.
Donato nel 1436 (119). Consulto, v. Fortunaziano. Cornelio Nepote. Possedeva le
biografie di Catone e At- tico il Polenton, che per il primo attribuì a
Cornelio anche le vite dei capitani greci. Più tardi dimostrò la paternità cor-
neliana il Parrasio (ISti). Forse dal Polenton ebbe le vite E. Barbaro, presso
cui le vide, come una novità, nel 1433 a Pa dova il Traversari (95). ps.
Cornelio Nepote. Presunto traduttore di Darete (13). CoRNiFicio. Fino almeno
dal sec. xin e poi dal Petrarca e dal Salutati si parlava di un Cornificio,
poeta, autore di una Ristoria romana, rivale e detrattore di Vergilio (38, 39,
217). ps. CoR.NUTO. Sotto questo nome andavano già nel sec. xii scolii
marginali a Persio, riuniti in volume nel sec. xv (131). Una copia a Poitiers
Cornutus super Persium (139) e a Ur- bino (16i1).2 Anche scolii marginali a
Giovenale portavano un tal nome. Il cod. Gud. lat. 4.° 53 di Wolfenbiittel
(Giovenale con scolii) reca la sottoscrizione (del 1384): Expliciunt glosule
luvenalis excerptedecornuto. Hoc opusluniiluvenalissatirici fuitGrego- rii
notarli de Clericatis de Vincentia quod scribi fecit per dom- uum Andream
ecclesie de Marano. In millesimo trecentesimo ' L. «elisie in Notiees et
extraiis XXVn, il 183, ao3. 2 Sulla questione in generale vedi C. Marchesi Gli
scoliasti di Persio in Hivisla di filol. XXXIX. 1911, r,64 ss. 218 RIASSUNTO
FILOLOGICO (cap. IV octuagesiiiio quarto septime indictionis- Nel 1444 lo
cercava Guarino (131). Una copia in Urbino (169). P. C. Decembrìo in un cànone
di scrittori latini segna: lunii luvenalis libri satyra- rum in uno volumine
cuin coniento Cornuti. ' Il Fasi metteva in dubbio l'autenticità di Cornuto
(169). Lettere a Persio dello ps. Cornuto presso il Polenton (176>.
Ckesconio (vescovo). Concordia canonum. Nella Capitolare di Verona e nella
Vallicellana (15, 215). Cresconio Corippo. lohanm's. Consultata nella
Capitolare veronese dal florilegista del 1329 (2; II 93) e dal Pastrengo (15).
Un cod. nella Corvina (35). L'unico esemplare pervenu- toci fu copiato dal De
Bonis (35). Curzio Rufo. Noto a Benzo (II 142), al florilegista del 1329 (II
94), al Pastrengo (12), al Colonna (II 56). al Petrarca (24), a Dom. di Bandino
(II 189), al Cusano (111; II 27), al Sas- setti (165). ps. Curzio. Epistolae.
Falsificate nel sec. xv (176). Dama so. I)e gestis pontifìciim. Noto al Pastrengo
(9). . Darete. Noto a S. Hesdin (II 34), al Pastrengo (13). al Pe- trarca (24),
a Benzo (II 135), a Piero di Dante (II 102). Benzo credeva con altri
frammentario il testo, ch'egli conosceva anche nella riduzione francese di
Benoit (II 143). Batiana hi stori a. Nota a Benzo (II 138). 'DESll^ERlo.
Dialogus. L'ebbe il Traversar! da Montecassino (88, 89). DicuiL. De mensura
orhis terrae. Scoperto da P. Donato a Spira nel 1436 (119). Differcntiae. Le
sillogi 'Inter polliceri et promittcre ' e ' Inter habundare et superfluere
" furono copiate il 1432 a Basilea da Lucio spoletino nel cod. Trivulziano
771.* L" Inter polliceri et promittere ' fu molto diffusa nel sec. xv col
nome di Isidoro (135). Una silloge scoperta a Bobbio (102). ' Inter auxilium et
praesidium et subsidium ' presso F. Barbaro nel cod. Parig. 6842 D ; vedi ps.
Palemone. " cod. Ambros. R. 88 stip. f. 172.' 2 R. Sabbadini in Kendic.
della r. Accad. dei Lincei XX, 1911, 30. cap. IV) AUTORI LATINI 219 Digestum.
Molto noto: in Inghilterra (II 7), in Germania (II 14), in Italia (6, 7, 13,
220; II 44, 50, 94, 98, 108). La Pandeda Pisana nota al Dominici nel 1405 (II
177-8) e al Poliziano (155, 169). JDimensuratio provincìarum. Scoperta da P.
Donato nel 1436 a Spira. Da taluni è attribuita a Hieronymus presbi- ter (120).
Diomede. Scoperto dal Cusano (112). Noto al Tortelli; tra- scritto in più
codici del sec. xv (112), p. e. nel Laur. Aedil. 168 f. 126 e. dal Leto nel
cod. Vatic. 1491. ^ DioNYSius, V. ps. Catone. Ditti (Dictys). Noto a Benzo (II
135, 143), al florilegista del 1329 (II 94), al Pastrengo (13), al Petrarca
(24), a Piero di Dante (II 102). Scoperto come nuovo da Poggio con l'attri-
buzione a L. Settimio il presunto traduttore (81). Donato (Elio). Ars. Assai
nota: in Inghilterra (II 9), in Francia (II 32, 82), in Germania (19; II 15,
30), in Italia (14, 24, 203; II 98). Piero di Parente e il Petrarca avevano un
te- sto corredato di due commenti (37-38; II 166). A. Decembrio possedeva VArs
minor nella riduzione medievale detta lamia, tradotta in greco dal Planude
(137). — Commentum Bucolic. Vergili. L'aveva il Petrarca (25, 26, 38-39); ora
perduto. — Vita Vergili. Nel cod. Vatic. 1575 (217). La conoscevano Pier« di
Parente e il Petrarca (39; II 167), il Nelli (II 174), Dom. di Bandino (II 183),
il Polenton (186).^ — Epistula ad Mu- natium (39, 132).* — Commentum Terenti.
Scoperto dal Clc- niangis prima del 1397 (II 85-86); di quel testo perduto
portò un frammento in Italia il Pizolpasso (121; II 86). lii- scoperto
dall'Aurispa a Magonza nel 1433 (116): di quest'ar- chetipo s' impadroni il
Cusano (113; II 27). Un terzo esemplare scoperto a Chartres nel 1447 (132). '
V. Zabngliin Giulio Pomponio Leto II 213. - Sulle varie redazioni di questa
Vita cfr. R. Sabbadini Le biografie di Vergilio antiche medievali umanistiche
in Studi ital. di filai, class. XV, 1907, 202-214, 2:!7-r)6. ■' Ripubblicata da
I. Brumnier Vitae Vergilianac, Lipsiae 1912, p. VII ; e cfr. sulla luedesinia
R. Sabbadini in liiristn di filol. XLI, 191S, 425-6. 220 RIASSUNTO FILOLOGICO
(cap. IV Falsa notizia di un commento trovato in Francia a tre commedie di
Plauto (194). ps. Donato, v. Breviatio fab. Donato (Tiberio Claudio).
Interprctationes vergilianae. La prima jìarte, cod. Laur. 45, 1-5 coi libri
1-V, fu portata di Francia dallo Jouffroy nel 1438 (194-95, 20G) ed entrò nella
collezione di Piero de' Medici (!206): l'adoperarono il Poliziano (169-70), il
Landino, il Crinito (lOG). La seconda parte, ora cod. Vatic. 1512, coi libri
VI-XII, era j^innta in Italia sin dal 1466 (132). Entrambi i codici furono
scritti in Francia nel sec. IX. Ne esisteva un esemplare in Svizzera nel
monastero di S. Marco in lieichennu, dove lo vide Poggio durante il con- cilio
di Costanza (1415-1417). Leggiamo infatti nel Commen- tarium del Niccoli (li .192):
In monaAtfrio Sancti Marci quod est in lacu Cons^an^/e (cioè Reichenau) sunt
Commen' tarla Donati grammatici in litteris vetustiss/'mis in libros odo
Eneidos Virgilii. La prima edizione in- tegra usci ' Neapoli MDXXXV ', condotta
sull'esemplare di Scip. Capece ' cuius in manus ex Fontani bibliotheca deve-
nerat '. ^ Do.VAZiANO (Attilio). Ars. Scoperta dal Galbiate a Bobbio nel 1493
(162). Presso Hartmann Schedel (II 30). DosiTEO. Un frammento scoperto da
Hartmann Schedel (134; II 30). Drvconzio. Romulea. Nota al florilegista
veronese del 1329 (2; II 93). — Laudes dei. Scoperte, sotto il nome di
Agostino, dal Cusano (112-13; II 21). La redazione di Eugenio da To- ledo
venuta in luce nel sec. xv (113). — Carmi scoperti dal Corio a Milano (146),
dal Galbiate e dal Parrasio a Bobbio (159, 160. 161). ps. Dkaconzjo. Due carmi
copiati dal Poliziano a Venezia (155).* ' Tib. Claudi Donati Jnterpreldtiones
Vergil. ed. H. (ieorsii, I.ipsiac 1905, I p. XVII-XXIII, XXXVIII; P. Wessner in
Berlin, philol. ìVochenschr. 1906, 303-5, dove son citati i miei scritti,
rimasti ignoti al «eorgii. « Anthoìogiu Ultimi. Riese 2' ediz. n. S66-867. cap.
IV) AUTORI LATINI 221 Egesippo. Noto al florilegista del 1329 (II 91), a Benzo
(li 137), al Pastrengo (11), al Cavallini (II 50), ad A. Decembrio (138).
Ennodio. Scrive il Pastrengo {I)e origin. f. 29): Ennodius episcopus Ticinensis
epistolarum librum ad diversos directa- rum eleganti et arduo stilo composuit.
Epigrafi. Portate di Germania da Poggio; raccolte da lui (82), da P. Donato
(120), dal Mainenti, da Ciriaco (118). Epigr animata (LXX). Scoperti a Bobbio e
.riperduti (160). Epistiilae ad Caesarem senem. Trasmesse dal cod. Vatic. 3864
(già Veronese? 216), donde furono copiate nel Va- tic. Urbin. 411. Erennio
Modestino. Nel cod. Monac. lat. 807 (autografo del Poliziano) f. 63-66 sono
trascritti col nome di Herennius Modestinus i carmi vergiliani decastici e
tetrastici, ^ che fino dal sec. ix vengono erroneamente attribuiti a Ovidio. Il
co- dice doveva essere di scrittura visigotica del sec. vii; appar- teneva al
patrizio veneto Gio. Gabriel. ^ Ethicus, V. Aethicus. Eustachio da Venosa
(medievale). Flanctusnaturae. Noto a Dionigi (II 39, 42). ' Biihrens P. L. M.
IV I62-16S; 173-176. - Scrive il Poliziano, f. 6S: Coepi liora XX die VII iulii
1491 Veneti!» ex codice vetustissimo lohannis «abrielis patricii veneti, quod
licuit opera Albertucii Oeorgii patricii veneti; f. 66'' absolvi die VIII iunii
(leggi »M?n) U91 kng. poi.; f. 67 Die VII iulii hora X. 1491 Venetiis in
aedibus ferra- riensis dncis ex antiqui.ssimo codice...: Est antera liber
litteris vix legibi- libus et implicatis maxijne: cuius libri doniinus erat
Johannes Gabriel pa- tricius venetus. Mihi eius facta est copia opera
Albertucii Georgii veneti patricii, Antonii Chronici Vinciguerrae. Un altro
carme di Modestino in Biih- rens P. L. M. IV 360. Per tutto questo vedi A.
Sabatucci Dai codici monacensi latini, Venezia, tipogr. Emiliana, 1911. I carmi
tetrastici alle Georg, furono trasmessi col nome di Modestino anche in codici
del sec. xr. Cosi nel Catalogne
des livres de la l/ibliothèque de feu M. le due de la Vallière, al n. 2431 (un
ms. del sec. xv scritto in Italia, contenente VAppendi.T Vergi!., le Ed. e le
Geo.) leggiamo: ' Chaque livre des Géor- gìques est precède de r argunient en
quatre vers de Herennius Mode- stinus'. 222
RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV EuSTRACHio (medievale). Ettjmologiae. Citate da
Dionigi (Il 42). EuTiCHE. Scoperto da Poggio (81, li 192); dal Galbiate a
Bobbio nel 1493 (162, 163). Noto al Leto, i Eutropio. Di solito s'adoperava la
redazione ampliata di Paolo Diacono. Abbastanza noto in Italia (12, 24; li 45,
50, 57, 89, 94, 142-3, 155, 176). Expositiones vocahulorum. Opera medica
copiata a Basilea nel 1433 (118). ExupERANTiusIulius. ^^)«7ome. Scoperta dal
Pizol passo (121); posseduta dal Perotto (148), che la copiò di sua mano nel
cod. Vatic. Urbin, 1180 f. 139' col titolo ' lulii grammatici '. Fabius
historicus. Citato da Dionigi (II 41). Facondo, v. Concilia. ps. Faone. Finte
risposte di Faone a Saffo (176). ps. Favinius (Kemius), v. de Ponderibus.
FEriRO. Il Perotto scoi)ri 64 favole, ciie trascrisse di suo pugno, trenta
delle quali non compariscono in altra fonte (147). ^ Fe- dro venne in luce alla
fine del sec. xvi nel cod. Pithoeanus, ora in Francia (Mantes) presso il
marchese de Rosanbo; il cod. Reniensis, scoperto nel sec. xvii, peri in un
incendio. ^ ps. Fexestella. Il De liomanorwn magistratihus di A. Fiocchi fu
erroneamente o maliziosamente attribuito a Fene- stella (177), sino almeno dal
1469. Nel cod. Anibros. I 118 sup. f 76 porta il titolo Fenestclla de
magistratihus Roma- norum, con la sottoscrizione: Anno 1469. die ultimo iunii
Gre- gorius hyadertinus de Pasinis propria niann scripsit Phani. Festo Pompeo.
Pesto Farnesiano. Noto al Rallo e al Leto (145) prima del 1484, * Copiato nel
1484 dal Poliziano a Roma (154). — Compendio di Paolo. Copiato in Italia nel
sec. xiv (80). Un ' exemplar reverendae vetustatis ' incompleto (A-N) venuto in
luce a Firenze nel 1427 (135). Scoperto prima del 1 V. Zabiijthin Giulio
Pomponio Leto II .380 n. 103. ' G. Thiele in Hermes XLVI, 1911, 633-37. » Teuffel Scliwabe Gesch. der
ròm. Liter. § 284, 4 ; .Sclianz § 866. < V.
Zabughìn Giulio Pomponio Leto, Roma 1909, I 193-96, II 122; S. Pompei Pesti De
rerbnr. signif. ed. Liuditay, I.ipsiae 1913, p. III-XVIII. cap. IV) AUTORI
LATINI 223 1432 dal Cusano (II 28): da esso forse deriva la copia fatta a
Basilea nel 1433 (134). Scoperto da Poggio a S. Gallo (80), da T. Ugoleto
(143). Altri possessori (103, 206, 218). FiLARGiRio. Scoperto dal Sassetti in
Francia, ora cod. Laur. 45, 14 (139). Lo adoperò il Poliziano (150). i FiRMico
Materno. Mathesis. Abbastanza noto il testo mu- tilo (libri I-IV): in Francia
(II m\ in Italia (25, 26, 85, 94). Ne scopri un testo integro (libri I-VIII)
verso la fine del sec XV il Negri in Germania, dove era venuto in luce sin dal
1468 (145).- Il cod. Harleian 2766 del sec. xv (testo mutilo) sotto- scrive:
Nil deficit sccundum esemplar Montiscasinense. '^ Floro (L. Anneo). Epitoma. Il
Salutati la assegna a Se- neca, Dom. di Bandino a Giulio Floro (II 185). Assai
nota : in Francia (II 68), in Germania (113), in Italia (12, 16, 24, 37; II 44,
45, 102, 142, 155). Floro (P. Annio). Vergilius orator an poeta. Frammento
scoperto dal Cusano prima del 1432 (II 21). Stampato la prima volta dal Ritschl
in Rhein. Mus. I, 1842, 303. Foca e ps. Foca. Ars. Nota al Bury (II 9), ad
Amplonio (II 15), a L. Valla (133-4). La vide il Poliziano a Venezia presso
Gio. Gabriel nel 1491 * e Poggio a Fulda nel 1417, come si rileva dal
Commentarium del Niccoli (II 192) : In monasterio fuldensL... Phocas
grammatictis. — De nomine et verbo. De aspiratione. Copiati e stampati nel sec.
xv (133). — Orthographia. Presso Amplonio (II 15). Stampata la prima volta nel
1900 (134; II 15). FoRTCNAZiANO (Attillo). Ars. Scoperta a Bobbio dal Gal- '
Cfr. C. Barwick De lunio Filargirio VergiUi interprete in Comment. philol. len.
vili, II 1909, 59s8, dove si dimostra clie il cod. Laur. col Pa- ri};. 7960
formano una classe contrapposta al Parig. 11308. - Del 1468 è appunto il cod.
Norimberghese V 60; e press'a poco dello stesso tempo l'esemplare di Giovanni
.Marcanova, ora Marc. lat. VI l/JH. Sulla scoperta e divulgazione del testo
integro vedi lulii Firmici Ma- terni Mathes. ed. Kroll et Skutscli, Lipsìae
1913, II p. XV-XXXIII. •* L'esemplare di Montocassino, trovato da Poggio nel
1429, non esiste pili (ib. p. IX-X). Sarà stato copiato nel cod. Harleian? o
questo sarà stato collazionato con quello? * Cod. Monac. lat. 807 f. 67 Ara
Focoe. 224 RIASSUNTO FILOLOGICO («ap. IV biate nel 1493. I primi editori
attribuirono a Fortunaziano anche il De metris di Cesio Basso (158, 162j.
Fortunaziano (Chirio Consulto). Ars rhetorica. Scoperta dal Capra nel 1423
(101-102, 104) e dall'Aurispa nel 14.33 a Co- lonia (116), nella cui cattedrale
il codice è tuttora, i Nota al Polenton (186). Copiata nel cod. Laur. Aedil.
168 sec. xv f. 189. ps. Fortunaziano. Coìnputtis. In un cod. Ambros. del 1462
(130). Fragmentum Arati, v. Germanico. Frontino (S. Giulio). Strategemata,
(chiamati anche De arte belli, Il 154). Assai noti : in Francia (II 34, 81), in
Ger- mania (113), in Italia (14, 25, 78, 101, 104, 207, 209; II 44, 50, 126,
143, 154). — De aquaeductihus. Scoperto da Pogijio nel 1429 a Montecassino (85,
88). Un altro esemplare esisteva a Hersfeld nel 1425 (108), cosi descritto nel
Commentarium del Niccoli (II 192): In monasterio hersfeldensi... lui ti
Frontini de afjueductis que in tirhem inducunf liher I. Incipit sic: Persecutus
ea que de modulis dici fuit necessartum.... (§ 64). Continet hic liber XIII
(fblia). Item eiusdem Frontini liber. Incipit sic: Cum onmis res ab im-
peratore delegata interiorem... (§ 1). Continet XI folia: donde vediamo che
l'ordine dei due libri era invertito. Presso il Pon- tano copiato da esso.*^ —
Estratti gromatici. A Firenze (150). — Epistulae. A Ferrara nel 1436 (128): ma
erano estratti gromatici. '■'■ V. Gromatici. ps. Frontone. Gli fu falsamente
attribuito l'anonimo De nomintim verborumque differentiis scoperto a Bol)bio
(158, 162). Fulgenzio (Planciade). Mithologiae. Abbastanza note; in Francia (II
76), in Germania (II 14), in Italia (9, 130. 220; II 50, 89, 188). —
Continentia Vergiliana. Presso il Petrarca ' Al n. Cl.XVI, P. Lehmann
Franciscus Modiws ah Handschriftenforscher, Miinclien 1908, ?5. 2 P.
Fil.ìngierì Documenti ecc. Ili .IT. s R. Sabbadini in Rivista di filol. XXXIX,
1011, 242. cap. IV) AUTORI LATINI 225 (25), Amplonio (II 14). Copiata a Basilea
nel 1433 (135). — Expositio antiquorum sermonum. Scoperta dal Boccaccio (31, 33,
41) ; scritta di mano del Salutati nel cod. Laur. Conv. soppr. 79 f. 109.
Fulgenzio (vescovo di Kuspe). Scambiato col initografo (9, 211). ps. Gallo. Le
elegie di Massimiano fino dalla prima metà del sec. xv furono (per errore?)
attribuite a Gallo e col suo nome stampate nel 1501. Ma già nel sec. xv erano
state stam- pate col nome vero (179, 181). A Gallo fu anche attribuito il carme
' Lydia bella ', scoperto o forse contraffatto dall'Alle- gretti nel 1372
(179). Cod. Malatestiano XXIX sin. 19, del 1475: Galli poete carnieri in Lydiam
puellam ; indi: Eiiisdem in Gallam ' 0 mei procul ite nunc amores ' (45
falecei, tutti col trocheo in prima sede). Il nome di Gallo servi ad altre
falsificazioni nel sec. xvi (181). Gelasio. Opere vedute dal Pastrengo nella Capitolare
di Verona (10, 215). Gellio (nel medio evo Agellio per À. Gellio 92; II 118).
11 testo s'era diviso in due parti : l'una coi libri I-VII, l'altra coi 1.
IX-XX; il 1. VIII è irreparabilmente perduto (92). ^ Le notizie di un Gellio
integro, p. e. presso Gio. Calderini e Al- fonso vescovo di Burgos (92; II 157)
devono intendersi di vo- lumi che portavano riunite le due parti : perché non
tutti le possedevano entrambe. Noto al Bury (II 9), al Montreuil (II 68), al
Clémangis (II 82), al Cusano (111; II 24), al florile- gista del 1329 (II 95),
al Pastrengo (6, 8-9, 13, 19, 20), al redattore del cod. di Troyes (II 118), al
Petrarca (25, 92), a Benzo (II 143), a Lapo (II 172), a Gasp. Barzizza (36), al
Do- minici (II 177), a Domenico di Bandino (II 183), al Corvini (74), al
Cantelli (97), ai Decembri (138, 205). Il Niccoli trovò un testo con
quattordici libri: VI-VII; IX-XX (92). Un ' vetu- stissimum esemplar '
adoperato dal Niccoli (92). Nel 1432 ne allestì un' edizione coi passi greci
Guarino (97). Nei codici la ' II Gellio posseduto dal Pistoiese Zoinino, ora
cod. Parig. 18528 del sec. XV, al posto del libro Vili ha alcuni fogli vuoti,
con la nota in mar- gine: Iste liber deficit et adhuc meis temporibus non
reperitiir. R. Sabbadini. Le scoperte dei codici, 15 226 RIASSUNTO FILOLOGICO
(cap. IV l)refazione (mutila) ora si trovava al principio, ora stava ac- codata
al libro XX (II 24-25, 183). Nel codice trovato dal Cusano stava al principio
(II 24). Gencciae. Trovate dal Laniola a Milano nel 1427 (103). Gennadio. De
viris illustribus. Noto ad Amplonio (li 16), .1 Gio. Hesdin (II 35), al
Clémangis (Il 80), al Colonna (li 54). Il testo della Capitolare veronese
veduto dal Pastrengo alla vita d'Agostino accoda l'elenco delle opere compilato
da Possidio (i\ 9, 10, 20, 215). Germanico. Aratea. Il Fragmentum Arati trovato
in Si- cilia comprendeva i v. 1-430 e il fragm. IV 52-163; sin dal 1429 lo
possedeva Poggio (85, 203), più tardi il Panetti (188). ITna collezione più
completa era in mano del Salutati, di cui si conserva il codice (35, 85). Le
due collezioni furono stam- pate da G. Valla nel 1488 (149). Giovanni da
Salisburt (104 ; II 2) (Saresberiensis, ni 1180). Adoperava fonti antiche, poi
perdute. Era citato come Poli- cratus (Policraticus), che è il titolo della sua
opera princi- pale (6, 20, 219; II 7, 39, 43, 103). II Calderini ne stese
l'indice (II 157). Giovenale. Note biografiche presso il Pastrengo (11-12), il
Colonna (II 55). Testo con glosse posseduto da Gio. Hesdin (II 35), da Benzo
(II 141). Notissimo: in Francia (II 32, 67, 76, 80), in Germania (II 13, 28),
in Italia (11, 23, 105, 150, 153, 220; II 4, 44, 50, 55, 62, 92, 101, 106, 114,
141, 152, 153, 168, 174). Un esemplare ' langobardis literis ' ebbe il
Poliziano dal Gaddi (152). Cinzio da Ceneda lo commentò (107). Ug. Pi- sani lo
escludeva dalle lezioni pubbliche (201). GiovEN'CO, v. luvencus. Girolamo.
Assai adoperato: in Inghilterra (II 8), in Ger- mania (19; II 16, 27), in
Francia (II 63, 66, 80, 102), in Ita- lia (6, 8, 9, 11, 20, 27, 85, 89, 119,
122, 219; II 44, 50, 54, 88, 96, 99, 119, 138, 154). Il più appassionato
raccoglitore di scritti di Girolamo fu Gio. d'Andrea, che ne dà un elenco si-
stematico nel leronimianus (II 159-163). ps. Girolamo, v. Aethicus. Giulio
Celso, v. Cesare. cap. IV) AUTORI LATINI 227 Giulio Paolo. Sententiae (nella
Lex romana Visigothorum). Scoperte a Strasburgo nel 14:^3 (117). ^ Giustiniano.
Institutiones. Presso Amplonio (li 14). Giustino, compendiatore di Pompeo
Trogo. C'era chi lo identificava al martire (9; II 186). Qualcuno s'era illuso
di aver trovato l'originario Trogo, come l'Adimari in Spagna nel 1418 (8(i);
Andrea Giuliano l'andò a cercare in Germania.* Spesso vien citato come Trogo o
coi due nomi insieme: lu- stinus ex Trogo (II 142). Assai noto: in Francia (II
34, 68), in Italia (9, 24, 31, 138, 139; II 44, 50, 57, 89, 102, 142, 155, 172,
177, 186). Glosa de partibus orai ionis. Scoperta a Bobbio nel 1493 (163).
Glossarla graeco-latina. Presso Amplonio (II 15). Il famoso Harlcian 5792
scoperto dal Cusano prima del 1437 (110, 112; II 26). Altri presso altri (53,
138). Uno ' persimilis Polluci • trovato a Bobbio nel 1493 (162).Glossarum
libcr. Lo adoperavano il Salutati e Dom. di Bandino, che giustamente lo
reputavano fonte di Papia (II 190). Il Liher vocabulorum, che il Cremona
aspettava nel 1430 e. dal- l'assistente dell'arcivescovo di Milano (103), era
con ogni pro- babilità il Liber glossarum, ora cod. Ambros. B 36 inf., il quale
proviene dalla sacristia del duomo e si trovava in Milano sin dal principio del
sec. xiv. ^ GoDFREY DI WiNCESTER (m. 1107). Veniva spesso citato col nome di
Marziale, di cui fu imitatore (220; II 76, 92). Goffredo da Viterbo
(medievale). Pantheon. Noto a Dio- nigi (II 43). Gradibus (de) cognationum.
Scoperto da P. Donato a Spira nel 1436 (119). Graphia aureae urbis iìowae. Nota
a Benzo (II 136) e al Cavallini (II 50). ' Il cod. è ora il Berneng. 263 del
sec. ix. L'ebbe da Strasburgo Oio. Sìchart (Sichardas), che l' adoperò per la
sua edizione della Lex Visig. ' Basileae 1628 ' (P. Lehinann Johannes Sichardus und die von ihm
benuteten Biblioth. und Handschriften, Miinchen 1912, 55, 77-S, 188-4). 2 Cod. di Oxford Canon, lat. 281, Coxe III 231. 3
Archiv. star. Lombardo XXXVII, 1910, 219-21. 228 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV
Grazio. Cynegeticon. Scoperto in Francia dal Sannazaro nel 1502 e; il suo
codice è fonte unica del testo (140, 165, 212). Gregorio Magno. Molto noto: in
Inghilterra (II 8), in Ger- mania (II 16), in Francia (II 66), in Italia (7,
89, 119; li 44, 50, 55, 88, 99, 138). Gregorio di Touks. Hisforia Francorum.
Nota al Pastrengo (10), al Clémangis (II 80). Gkillio. Super Topicam M. Tullii
Ciceronis. Super pri- mam Rhetoricam (De inv.) Tullii. Super libris quinque
Boc- thii de consol. philos. Scoperti tutt' e tre da Amplonio (II 14). —
Rhetorica. Scoperta da Dionigi (II 41). Gr ornatici. Frammenti scoperti dal
Cusano fll 21). Co- dice gromatico, col falso nome di Varrone, presso il
Petrarca (25). Verso la metà del sec. xv pervenne a Firenze il cod. Laur. 29,
32: lo adoperarono il Della Fonte e il Poliziano (150, 151, 1.56, 170). Un
codice più completo, ora a Wolfen- btittel, fu scoperto dal Galbiate a Bobbio
nel 1493 (159, 160). Il codice gromatico, ora Vatic. Palat. 1564, fu veduto nel
1417 da Poggio a Fulda. Ecco com' è descritto nel Commentar ium del Niccoli (II
192): In monasterio fuldensi... Julius Fron- tinus Celso de agrorum qu alitate, qui liher
est multis figiiris pictus. Incipit sic: Notum est omnibus Gelse... Siculi
Flacci de conditionibus agrorum. Opus
etiam figuris pictum. ^ V. ps. Cesare, ps. Frontino. He r bis (De). Trascritto
a Basilea nel 14.33 (117). Historia Augusta. Questo titolo complessivo
apparisce già nell'ed. pr. ' Mediolani 1475': Historiae augustae scrip- tores,
curata da Bono Accorso. Fu desunto dal testo stesso: Cornelium Tacitum
scriptorem historiae augustae.* Nel 1385 il Rambaldi aveva intitolato Libellus
augustalis il suo compendio degli imperatori romani (Il 156). Il cod. Vatic.
Palat. 899 del sec. ix, il capostipite di tutti gli altri (147), nel sec .\iv
era a Verona: ivi lo videro Benzo • Cfr. P. Lehinann Johannes Sichardus 1
15-17. * Histor. aug. il 178 Peter. cap. IV) AUTORI LATINI 229 prima del
1310(11 144-5), il nian8Ìonario Giovanni (che s'accorse del disordine
nell'impaginatura 3; II 89), il florilegista del 1329 (2; II 94), il Pastrengo
(15, 21). Da Milano ' VII cai. augusti ' (1354) ne chiese al Pastrengo una
copia il Petrarca: ' Libro ilio valde egeo in viroruni illustrium congerie, cui
hos humeros qualescumque subieci. Gli bisognava per il De viris illustrihus.
Duo anni dopo gliene fu tratto a Verona un apo- grafo (15-16, 22, 25, 26) da
Gio. di Campagnola, l' apografo che è ora il cod. Parig. 5816, con la nota di
mano del Pe- trarca: ' hunc feci scribi Verone 1356 '. ^ Se il codice veronese
fosse stato in mano di privati, probabilmente il Pastrengo glielo mandava a
Milano; ma doveva appartenere al capitolo. Più tardi esso archetipo venne in
possesso, non sappiamo per qual via, del Petrarca che lo postillò: una di
quelle postille è posteriore al 1367 (22). Dopo del Petrarca passò, nemmeno qui
sappiamo come, al Manetti (147), da lui alla Palatina di Heidelberg e
finalmente alla Vaticana. Conobbero 1' Hist. aug. Lapo (II 173), il Rambaldi
(II 155-6), il Colonna (II 57), Te- daldo (II 176), Gasp. Barzizza (36), il
Bruni (173), il Poliziano (153). Ne scopri estratti il Cusano (21; II 25).
lanua, v. Donato. Igino. Poeticon astronomicon. Noto ad Amplonio (II 13), al
Boccaccio,^ a Dom. di Bandino (II 189), al Costantini, al Poliziano (155).' Lo vide
Poggio a Fulda nel 1417; infatti nel Commentar ium del Niccoli (II 192)
leggiamo: In monasterio fuldensi: Hyginus de astrologia, qui incipit sic: '
Hygi- nus M. Fabio pi. sai. dicit. Etsi te studio gramniatice artis inductum '.
Ignazio. Epistulae. Erano a Nonantola (89). Le ebbe il Pa- rentucelli dalla
Cartusia Gallicana (91).3 Ii-ARio DI Akles. Noto al Clémangis (Il 80). '
Petrarc. Fata. IX 15 p. 55 Fracass. 2 P. de Nolhac Pétrarque et l'humanisme I 117, Il 48. 3
Boccacc. De geneal. ,deor . VJI
e. 41. * Sulla sua diffusione nel periodo del rinascimento cfr. B. Soldati La
poesia astrologica nel quattrocento, Firenze 1906, 75. = Forse invece di
Gallicana va letto Garegnana (presso Milano). 230 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV
Ilario di Poitiers. Opere note al florilegista del 1329 (II 97), al Clémangis
(II 80), al Cusano (Il 22), a Greg. Correr (Ufi), vedure dal Ferrantini a
Pomposa nel 1424 (89). Super aliquot ■ psalmos trovato a Pomposa dal
Parentucelli nel 1427 (91). Ilias latina. Nel medio evo quando citano Omero si
deve intendere di questo compendio latino, che ora i filologi vo- gliono
attribuire a Silio Italico o a Bebio Italico, i Nota a Benzo (II 141), al
Petrarca (24), in Francia (II 76), ad Am- plonio (II 13), al Sassetti (165). Il
testo scoperto da T. Ugoleto fu pubblicato nel 1492 e nel volume Ilomeri opera
e graeco traducta ' Venetiis MCCCCCXVI ' f. AAI - BBII con la sot- toscrizione:
Findari Illias emendcttissimi explicit ex exem- plari Thadaei Ugoleti. losEPH
IscANUs (sec. XII), traduttore in versi di Darete. Noto a Verona (13; II 192).
Isidoro. Divulgatissime le £'<«/woZo^«ae: in Francia (Il 66, 80), in
Germania (II 16), in Italia (6, 9, 2S, 104, 122, 211 ; Il 39, 40, 44, 50, 54,
89, 97, 99, 138, 155, 172). ps. Isidoro, v. Differentiae. luLius Obsequens.
Scoperto da Giocondo (171). luvENCUs. Copiato in codici del sec. xv (p. «.
Brit. Mus. Add. 19744 del 1467-68 e Querin. di Brescia C VII 15 f. 1
anepigrafo). Lattanzio Firmiamo (il ciceroniano II QQ). Institutiones.
Notissime: in Inghilterra (II 8), in Germania (II 15, 28), in Francia (II 66,
80), in Italia (27, 88, 119, 122, 295; II 44, 50, 96, 172, 186). Ne scopri un
esemplare ' vetustatis pene de- crepite ' il Mainenti al concilio di Basilea
(118). — De ira dei. De opificio hominis. Meno divulgati. Li ebbero Ampio- nio
(II 16), il Montreuil (II <ò6), F. Barbaro fin dal 1416 (73). De opif.
scoperto a S. Gallo (79). Nel 1426 il Parentucelli trasse da Nonantola il
celeberrimo codice, ora Universit. di Bologna 701 (già S. Salvatore), c'ie
oltre alle tre opere note, contiene V Epitome, allora nuova (90, 218). 1 Poetae
latini minores ree. Vollmer. II. Ili, Homerus Latinus idest Baebii Italici
Ilìaa latina, Lipsiae 1913. Il nome Baebius è degnato dal cod. Vindobon. lat.
8609 del sec. x». cap. IV) AUTORI LATINI 231 ps. Lattanzio. Phoenix. Scoperta
dal Cusano i)rima del 1432 (II 21) e poi trovata a Strasburgo nel 1433
(116-17). — De passione domini (' Quisqnis ades ', in 80 esametri). Tra-
scritto in più codici del sec. xv : il Classense 297 (124), l'Uni- versit. di
Bologna 401 e il Querin. di Brescia G IV 10, que- st' ultimo col titolo : Liber
de cruce domini feliciter incipit secundum Franciscum patriarcham (124),^ dove
sarà da leg- gere : Franciscum Fetrarcham. Lattanzio Placido. Commento a
Stazio. Noto al Boccaccio (28-29, 33). Fu confuso con Lattanzio Firmiano, ma
Doni, di Bandino li distinse (II 18(3). — Glossae. Copiate a Basilea nel 1433
(134-35). Note all'Orsini (135), al Parrasio (170) e a Ma- riangelo Accorsi che
ne cita una: Gnarurem dici gnarum scientemque invenimus apud Placidum
grammaticnm nescio quem).2 Sui codici Vaticani del sec. xv cfr. Cori). Gloss.
Lat. V, p. VIL ps. Lattanzio, v. Breviatio fab. Laus Fisonis. Nota al Pastrengo
col titolo Lucanus in Catalecton (17). E forse la Laus correva anche sotto il
nome di Lucanus minor, perché la Pharsalia in un cod. di Pavia s' intitolava
Lucanus maior? Legenda S. Benedicti longa. Ottenuta a Firenze da Montecassino
(89). Leone papa. Sermones. Portati di Francia dal Parentucelli (107). Noti a
Gr. Correr (119). ps. Lepido. Sotto questo nome L. B. Alberti pubblicò nel 1426
la sua Fhilodoxeos (171). Lessici, V. Glossario. LiBERiL'S poeta. Nel catalogo
di Niccolò V (125). Livio. Negli anni 1318-24 a Padova, sotto Iacopo I da
Carrara, si scopri la presunta tomba di Livio (Il 56). Il medio evo conobbe tre
sole deche: la I, III e IV, e nemmeno com- plete, perché mancava il libro
XXXIII. Nella copia di Benzo poi il libro XL giungeva press' a poco al e. 15
(II 142). Cosi 1 Cfr. Studi ital. di filol class. XIV 37-38, 87. 2 M. Accursii
Biatribae, Romae 1624 f. 12'' ; cfr. C. G. L. V 24, 17. 3 R. Sabbadini in
Rivista di filol. XXXIX, 1911, 242. 232 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. iv nella
copia del Petrarca il XL resta tronco al e. 37 (li 46). Nell'edizione '
Mediolani 1495 ' il Minuziano con l'aiuto di ' vetustissima exemplaria ' supplì
i e. 41, 18-43, 8 del libro XXVI, che si trovano solo in codici recenti. Il
libro XXXIII fu scoperto nel 1015 da Giovanni Horrion nel cod. Baniberg. M IV 9
del sec. xi e venne per la prima volta stampato in- tegralmente nell'anno
successivo 1616 in tre città: Roma, Ve- nezia e Parigi.i Una leggenda faceva
risalire a Caligola la distruzione delle deche (II 56). Di tanto in tanto si
spargevano notizie dell'esi- stenza di un Livio intiero (107). La II deca fu
ripetutamente cercata, ma invano (Il 37, 142); Andrea Giuliano intraprese a
questo scopo un viaggio in Germania.* Fu nn' illusione del Ca- vallini che essa
si conservasse a Montecassino (II 49), come s'illuse il Colonna d'aver veduta
la V a Chartres (II 56), mentre forse era la IV. I primi cinque libri della V
vennero alla luce solo nel 1527 per opera del Grynaeus (164, 171, 212). In un
codice del Pizolpasso (perduto) pare si trovassero frammenti nuovi, poiché
scrive P. C. Decembrio: Cum vetustissimnm co- dicem nuperrime nactus studiose
lectitarem et eo maxime quod plurima e Livio sumpta animadverteram, ex bis
potis- simum libris qui iampridem periere.* Nelle citazioni alcuni ponevano il
numero successivo de'sin- goli libri (da uno a quaranta, II 94), altri
designavano la I deca con ab urbe condita, la III con bellum punicum, la IV con
bellum macedonicum (II 44, 156). Coloro che adoperavano Livio, conoscevano,
meno poche eccezioni, le tre deche. Notissimo: in Francia (II 34, 63, 68, 76,
81), in Inghilterra (II 8), in Italia (12, 25, 36, 103, 116, 139, 151, 165; II
45, 49, 56, 89. 94, 102, 107, 123, 142, 153, 156, 172, 177, 180-1). Il Bruni
ebbe la III deca ' ex vetnstissi- < Cfr. l'ediz. dì Livio del Lemalre,
Paris. 1825, XII, I p. 137, 342. Il libro XXXIII era anche nel cod. Mag-ontino,
ora perduto, che comprendeva la IV deca da XXXI 17 a XL e fu adoperato per
l'edizione dì Hagonza del 1519 e quella di Basilea, curata dal Gelenius, del
15-35. 2 Cod. di Oxford Canon, lat. 281, Coxe III 281. 3 R. Sabbadìni in Studi
ital di filol. class. XI 268. cap. IV) AUTORI LATINI 233 ma scriptura ' (75).
11 Fregoso s' impadroni dell'esemplare pe- trarchesco (184). I tre volumi di
Cosimo de' Medici, ora a Be- sanQon, furono tratti ' ex vetustissimo exemplari
' (183). — Pe- riochae. Erano rare ; le possedevano Piero di Dante (? II 102),
Dom. di Bandino (II 181) e il Petrarca (25); l'esemplare petrar- chesco passò
nelle mani de' Barzizza e del Parrasio (25). Le tre deche furono volgarizzate
in francese dal Bersuire II 84). Lucano. ' Poeta historicus ' (II 100, 155,
156). Curioso l'equi- voco, tradizionale, di Ugo di Trimberg e di Amplonio, che
asse- riscono cantata da Lucano la guerra punica (II 13). Notissimo: in
Germania (II 13), in Francia (II 32, 34, 67, 81), in Italia (11, 17, 23, 203,
220; II 44, 50, 55, 67, 92, 100, 113, 118, 140, 151, 152, 155, 156, 167, 177).
A. Decembrio ebbe un codice ' an- tiquissimus ' (138). Alcuni luoghi palinsesti
in un cod. di Bob- bio (163). ps. Lucano, v. Laus Pisonis. Lucrezio. Scoperto
nel 1417 (a Fulda? II 192) da Poggio, il quale credeva mutilo il suo testo (80,
82).^ Il ' codex oblon- gus ' del sec. ix. proveniente dal duomo di Magonza,
era già noto nel 1479.* Ltra (de) Niccolò. Triglossum. Presso Amplonio e il Pe-
trarca (II 15). Macrobio. Saturnalia. In somnium Scipionis. Molto noti: in
Inghilterra (II 9), in Germania (II 14, 27), in Francia (II 68, 79, 82), in
Italia (6, 13, 16, 24, 102, 219 ; II 39, 44, 50, 94, 103, 119, 144, 172. 177).
Un codice ' vetustissimus ' ricevette il Poliziano dal Michelozzo (152). II
Capra e il Corvini possede- vano esemplari coi passi greci (74, 101, 104). —
Estratti gram- maticali. Scoperti a Bobbio (163). Volgarizzamenti (195). ' Il
codice trovato da Poggio derivava dallo stesso archetipo di 0 Q, piegando più
verso 0. Dall'apografo poggiano, perduto, discendono più o meno direttamente i
codici umanistici, tra i quali il più fedele è il Lanr. 35, 30, copiato dal
Niccoli. 11 Laur 35, 81 rappresenta una vera edizione umanistica (C. Hosius in
Mhein. Mus. LXIX, 1914,
109-122). ' T. Lucreti Cari De rer. nat. ree. C. I.achmannus, Berol. 1863, II, p. 6. 234 RIASSUNTO
FILOLOGICO (cap. IV Maluo Teodoro. De mefris. Copiato e stampato nel sec. xv
(133). Posseduto da A. Trebisonda nel cod. di Wolfenbuttel 2876 (Heinemann).
Manilio (o Manlto). Astronomicon. Scoperto da Poggio fa Fulda? II 192) nel 1417
(80). Ne scopri un esemplare indipen- dente, sotto il nome di Arato, il Cusano
(113; II 2I).Un terzo esem- plare provenne da Montecassino al Panormita e da
costui a Lo- renzo Bonincontri (146), il quale nel commento a Manilio, f. 3,'
cosi lo descrive: Sed tamen multa de ipsius (Manilii) nomine perscruptando,
accepi ab Antonio Panormita... cura Alfonsi (m. 1458) temporibus Neapoli essem,
quosdani quinterniones valde perturbatos vetustissimosque, quos ex bibliotheca
cassinensi se accepisse dicebat quosque mihi tradidit dirigendos (cioè dige-
rendos), in quibus in onini librorum principio talis inscriptio erat: L.
Manilii poete illustris Astronomicon incipit. In ceteris libris numerus cum
eadeni inscriptione: quos ego quinterniones transcripsi una cum Gallina siculo,
in quibus etiam quosdam versus pluribus locis inveni, quos in exem- piaribus
Poggii aut impressorum deesse cognovi. Un quarto esemplare, col nome ' Manlio '
e probabilmente in lettera maiuscola, ne possedeva a Padova Pietro Leoni, da
cui l'ebbe nel 1491 per la collazione il Poliziano (1-54-55, 169-70).' Marcello
Empirico. Medicamenta. Forse scoperti dal Pa- normita (99). Li vide Poggio a
Fulda nel 1417; leggiamo in- fatti nel Commentarium del Niccoli (II 192): In monasterio
fuldensi: Marcellus vir illustris ex magno officio Theodosio seu filiis sai. d.
Incipit sic: ' Secutus opera studiosorum virorum qui licet alieni fuerint ab
institutione medicine '. Opus egregium. V. ps. Celso. ps. Mario Rustico. D.
Calderini finse d'averlo trovato in Francia (179, 180). Martino di Braga. De
formula vitae honestae (o anche De copia verborum), in due parti, delle quali
la prima tratta De quafuor virtutihus, la seconda De tnoribus. Quest'opera »
Cfr. e. Di Pierre in Giorn. star, della lett. ital. 55, 1910, 9, 11. cap. IV)
AUTORI LATINI 236 ora intiera ora in estratto girava nel medio evo sotto il
nome di Seneca (185), a cui però il Colonna contesta la paternità (II 57).i La
citano p. e. Amplonio (II 14), il Polenton (185). Martirio, v. Adamanxio.
Marziale. Noto al Bury (II 9), in Parigi (II 76), al flo- rilegista del 1329
(II 92), al Pastrengo (8), al Petrarca (? II 178),2 al Montagnone (220), al
Boccaccio (29), a Dom. di Ban- dino (II 184-5), a Gasp. Barzizza nel 1407 (73),
al Capra nel 1423 (101, 104 da un cod. antichissimo), ad A. Decembrio (138 da
un cod. ' antiquissimus '), a B. Valla (147 da un cod. ' langobar- dis
characteribus ')• H Poliziano ne vide uno in S. Marco ' lan- gobardis literis '
(152) e uno in Vaticana (154). Il Sannazaro scopri estratti in Francia (140,
165). E di Francia era forse stato portato dal Sassetti il cod. Vatic. 3294,
venuto poi verso il 1485 in potere di T. Ugoleto (143), che lo acquistò per
conto del re Mattia.^ Gli Spectaculn uscirono alla luce nel sec. xiv per mezzo
di un codice ' vetustissimus ', nel quale essi erano segniti dai primi nove
libri degli epigrammi e da porzione del X. Questo esemplare fu copiato dal
Boccaccio ; dal medesimo esemplare trasse i soli Spedacula il cod. Universit.
di Bolo- gna 2221.^ Altri codici degli Spectac. furono scoperti dopo il sec. XV
(29, 33, 216-17). Nel cod. Malatestiano I sin. 6 Pier Cennini l'anno 1463
accodò al libro XIV gli Spectac. con que- sta nota: Hec que secuntnr
Epigrammata Martiali falso attri- buta snnt ; vetustissimi enim codices non
habent, quanquam nonnulli ex recentioribus in prima totius voluminis fronte
Labeant. Ug. Pisani escludeva Marziale dalle lezioni pubbliche (201). ps.
Marziale (197). Nel cod. di Ivrea LUI sec. xi esisteva Marfialis poeie profetia.^
V. Godfrey di
Wincester. ' Cfr. E. Bickel in Bhein. Mus.
LX, 1905, 505-551. ^ R. Sabba dini in Rendic. del r. Istit. Lomb. di se. e
lett. XXXIX, 1906, 885. 3 A. del Prato Librai « biblioteche parmensi del sec.
XV, Parma 1905, 12. * R. Sabbadini in Rivista di filol. XXXIS, 1911, 248-9. 3
Mazzatinti Inventari IV 9. 236 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. iv Marziano Capella.
Molto noto: in Francia (139; II 32, 82), in Inghiterra (II 9), in Germania (II
14), in Italia (14, 24, 217; II 102, 143). Ne ebbe un testo ' vetustissimus '
il Poliziano (152). Il codice ' admirandae vetnstatis ' noto a T. Ugoleto stava
nel 1482 nella sacristia di Parma; poi fu venduto al padre di Ugo Grozio e da
costui adoperato per l'edizione del 1599.' Massimiano. Noto al Montagnone (220),
al Petrarca (?24), al Salutati (3ò), ad Amplonio (II 13). V. ps. Gallo.
Maximinus. Be ratione metrorum. Be caesuris. Copiati e stampati nel sec. xv
(133). Maximl's ViCTOKiNUs, V. MetroHus. * Melitto. Noto a Benzo (II 138).
Mensihus (de). Trascritto in codici del sec. xv (126). Metrokius (pili che nome
di autore, è titolo che designa la materia). Be finalibus syllabis. Copiato e
stampato nel sec. XV e scoperto a Bobbio nel 1493 (159, 162, 163). Mirabilia
urbis liomae. Noti a Benzo (II 136). MoDESTiNo, V. Erennio ps. Modesto, v. ps.
Vegezio. Montibus (de) portis et viis urbis Romae. Scoperto da P. Donato nel
1436 a Spira (119). Musa Antonio. Virtutes herbe vettonice. Presso lo Zerbi nel
1474 (147). MusciONE. Genecia. Trovata dal Lamola a Milano nel 1427 (103).
Nemesiano. Bucolica. Probabilmente nel cod. di Rinaldo da Villafranca (16, 22)
alle egloghe di Caipuruio seguivano anonime quelle di Nemesiano. I due autori
erano invece no- minati nel cod. del Boccaccio (33-34). La conferma che il Boc-
caccio citasse Nemesiano si ha dal Crinito, che scrive: loan- nes Boccacius...
citat Nemesiani poetae versiculos.* Ter il cod. di T. Ugoleto vedi Calpurnio
Siculo. — Cynegetica. Scoperta in Francia dal Sannazaro nel 1502 e. (140, 165).
* Del Prato op. cit. 15, 16 ; A. Pczzana Storia di Parma IV App. p. 74. ' Ediz.
di Nemesiano di Aldo, ' Venetiis 1634 ' f. 26. cap. IV) AUTORI LATINI 237 Nipso
Giunio, gromatico. Presso Geroud (II 33). V. Gromatici. domina VII montium
Romae. In un cod. Bobbiense scoperto il 1493 (163). Nominibus (de) gallicis. Al
Corvini fu noto il fram- mento (74), clie ricorre in molti altri codici. Il
testo com- pleto è dato dal solo Vindob. 89 del sec. viii. Pubblicato da T.
Mommsen in Monum. Germ. histor. Auct, antiquis-. IX 613. Nonio Mahcei.lo.
Presso il Petrarca (25, 26),^ Guido da Pie- trasanta nel 1402 (86). Nel 1409 il
Capra ebbe dalla biblio- teca di Pavia il cod. petrarchesco e lo passò al Bruni
e al Niccoli (73). Nel 1415 P. Barbaro lo portò da Firenze e lo di- vulgò a
Venezia e a Padova.* Poggio ne mandò più tardi da Parigi un esemplare a Firenze
(83). Lo possedevano a Fer- rara nel 1436 (198). Notitia dignitatum. Scoperta
da P. Donato a Spira nel 1436 (119-20). Presso P. C. Decenibrio (206). Notitia
Galliarum. La cita il Salutati ^ con erronea attribuzione: Vibius Sequester sub
metropoli Viennensi con- numerat civitatem Genuensium, Gratianopolim et alias
plures civitates (cfr. Notit. Gali. § 11). La possedeva Gio. Corvini (74).
Scoperta a Spira nel 1436 da P. Donato (119). ps. OcTAviDS Oratianus. Gli fu
attribuito per errore VEu- poriston di Teodoro Prisciano (129). Orazio. Nel
medio evo le Odi e gli Epodi erano meno apprezzati e poco letti. Ugo di
Trimberg scrive nel suo Begi- strum del 1280: Horatius... Qui tres libros etiam
feeit prin- cipales [Sat , Epist., A. P.). Duosque dictaverat niinus usua- les,
Epodon videlicet et librum Odarum, Quos nostris tem- poribus credo valere
parum."* — Satirae. Epistulae. Notis- sime : in Inghiterra (Il 9), in
Germania (II 13), in Francia ' R. Sabbadini iu Kend. del r. Istit. Lomb. di se.
e ìett. XXXIX, 1906, 381-82. 2 R. Sabbadini I codici Trivuhiani del De off. di
Cicer., Milano 1908, 12-14; Id. in Misceli, di studi in onore di A. Aorte,
Trieste 1910, 618. 3 Epistol. IV, 1,
p. 97. < I. Hiimer in Sitzungsber. der k. Akad. der Wiss. in Wien 116, 1888,
p. 161 V. 66. 238 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV (II 32,
34 67, 79, 81), in Italia (11, 23, 74, 79, 103, 138, 220; II 44, 50, 92, 101,
106, 113, 140, 152, 153, 154, 166, 167, 174, 177). Possedevano o conoscevano
certamente anche le Odi : Amplonio (II 13), il Montreuil (II 67), il Clémangis
(II 81), il florilegista del 1329 (II 92), il Pastrengo (11), Piero di Dante
(II 101), il Petrarca (23), Piero di Parente (li 166), Dionigi (II 44), Benzo
(li 140). Avevano testi glossati il Cavallini (II 50), Benzo (II 140). Un
codice ' vetustissimus ' donato dal Vespucci al Poliziano (152). — Liber
proverbio rum Oracii. Presso Atnplonio (II 13). Sarà stata una silloge di
sentenze? — VA. P. commentata dal Buti (II 175). ps. Ok.\zio. Versus elegi
epistoleqtie prosa oratione. Citati, forse per equivoco, dal Polenton (176).
Orestis tragoedia. Scoperta da Enoch (140, 142). Origo gentis Romanae, v.
Aurelio Vittore. Orosio. Historiae. Citate di solito col titolo enimmatico di
Ormesta (104; II 66). Notissime: in Francia (II 34, 65, 76, 80), in Italia (9,
24, 122, 211; II 44, 45, 55, 94, 102, 119. 138, 155, 156). Ovidio.
Divulgatissimo : in Germania (II 13, 27), in Inghil- terra (II 9), in Francia
(li 32, 67, 76, 81), in Italia (8, 23, 31, 41, 152, 170, 218, 220; II 44, 62,
89, 92, 100, 106, 112, 140, 152, 153, 167, 174, 177, 189). Conobbero anche 1'
Jbis il Montagnone (220), il Boccaccio (41), Dom. di Bandino ai 189). —
Halieutica. Scoperti in Francia dal Sannazaro, il cui co- dice è unica fonte
(140, 165). — Sappho Phaoni. Scoi)erta nel sec. xv. Sta già in un cod. del
1423; la conosceva il Panormita nel 1426 (99). Bono Accorso nell'ediz. delle
Me- tani. ' Mediolani 1475 ' f. 5 scrive: Tradnxit elegiam illam a Saphone
graeca compositam ; quod facillime persnaderi \)o- test cuni hic versus: l^st
iti te facies sunt apti lu- sibns anni et in praedicta elegia (v. 21) et in
libro Amo- rum (II 3, 13) reperiatnr. — Complementi alle Heroid. XVI e XXI
venuti in luce nel sec. xv (125). — Le Metam. com- mentate da Dionigi (II 38).
Tradotte in greco dal Planude (60). Ug. Pisani escludeva l' A. A. e il Remed.
dalle lezioni pubbliche (167). cap. IV) AUTORI LATINI 239 ps. Ovidio. Molte
contraffazioni ovidiane furono composte nel medio evo, che sin da allora erano sospettate
(177). — Risposte umanistiche di A. Sani alle Heroides (176). V. Consolatio ;
Breviatio fab. Palemone. Ars. Scoperta dal Fontano (148) prima della morte del
Panormita (1471), a cni ne mandò un esemplare. Copiata dal Leto nel cod. Vatic
1491 e da Lelio Antonio Au- gusto nel cod. Vatic. 5337 l'anno 1500.1 Scambiato
con Vit- torino (163). ps. Pale.mone. Differentiae ' Iram et iracundiam ',
acefale. Esistevano complete in un cod. di Montecassiuo, ora perduto, e
cominciavano: ' Adipiscitur et acquirit'.^ Palladio Rutilio. De agricultiira.
Noto ad Amplonio (II 14), al Montagnone (219), al Pastrengo (14), al Petrarca
(25, II 126j, nel cod. Vatic. 2193, al Dominici (II 177), al Corvini (74), a F.
Barbaro (nel cod. Parig. 6842 D). Pandette, v. Digest um. Panegyrici. Scoperti
dall'Aurispa a Magonza nel 1433 in- sieme con quello di Plinio il giovane. V.
Plinio il giovane. Paolino vescovo di Nola. Opere presso Angelo Catone ar- civ.
di Benevento in un ' antiquissimus codex ' consultato dal Poliziano a Firenze nel
1494.^ Paolo Diacono, v. Eutropio, Pesto. Paolo Emilio, v. Giulio Paolo. Papi
a. Esemplare antico nella cattedrale di Reggio, cer- cato da Guarino (98) e
veduto da Ciriaco (123). ps. Pafiriano. De orthographia libri deceni. Inventato
do- losamente dal Tortelli (179). Papirio. Nel 1491 il Poliziano lesse a
Venezia in un co- dice del patrizio Gio. Gabriel Artificialis Papirti
etymologia^ p.s. Papikio. De situ Reatino. Falsificazione (178). 1 V. Zabaghin
Giulio Pomponio Leto, I 209. i R. Sabbadinì in Rivista di filol. XXXIX, 1911,
243-4. 3 C. Dì Pierro In Giorn. star. d. lett. ital. 55, 1910, 8. * Cod. Monac.
lat. 807 f. 67; forse è il frammento pubblicato in Gram- mat. latini K. VII
216. 240 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV Pelagio. In Epist. Paulì. Noto al
mansionario Giovanni (II 88). Pelagonio. Ars veterinaria. Scoperta dal
Poliziano (156). Alcuni fogli palinsesti trovati a Bobbio nel 1493 (156, 163).
Persio. Il poeta dal ' tragicum os' (li 114). Notissimo: in Germania (II 13),
in Francia (II 67, 81), in Italia (23, 41, 145, 151, 165, 167, 220; II 44, 101,
106, 114, 152, 168, 174, 177). Ma era meno popolare di Giovenale. Il Poliziano
ne pos- sedeva un 'commentarium literis langobardis' (153). Commen- tato dal
Buti (II 175). Ug. Pisani lo escludeva dalle lezioni pubbliche (201). Petronio.
Il Carmen de bello civili (e altri frammenti) presso il Montreuil sotto il nome
di Afranius (II 68-9); copiato in un cod. di Monaco il 1408. ^ — Una
'particula' scoperta da Poggio in Inghilterra (83), il libro XV trovato dal medesimo
a Colonia (83, 84). Posseduto dal Niccoli (86), da F. Barbaro (nel cod. Parig.
6842 D). — Cena Trùnalchionis. Scoperta nel 1423 (128): certamente in Italia,
perché la scrittura è ita- liana. ^ ps. Petronio. Glosse che vanno sotto il suo
nome (134). Philomela. Presso il Salutati'' nel 1400 con attribuzione ovidiana.
Trascritta in codici del sec xv (126). Physiognomonia. Trascritta in un cod.
del sec. xv (128). Pier Damiano. Suo presunto autografo a Faenza (95). Placidi
Glossae; Placido, v. Lattanzio Placido. Plauto : da alcuni chiamato Plautus
Asinius (II 67). Le prime otto commedie (112) : note al Montreuil (II 67, le
cercò a Cluni), al Petrarca (24), a Bartol. del Regno (li 152), al Panormita
(103), al Polenton (184), a P. da Montagnana (187), a Pietro Tommasi. * Ne ebbe
estratti Amplonio (li 12). — Le ' Cfr. l'edìz. del Biiclieler, Berolini 1862,
XXXIV. ' Intorno alle varie ipotesi escogitate sull'ignoto scopritore cfr. K.
Sab- badini in Bivista di filol. XXXIX, 1911, 249-51. 11 codice era andato a
finire in Traù; e non è improbabile che qualcuno dei prelati dalmati, che
presero parte al concilio di Basilea, l'abbia di là portato in patria. ■>
Epistol. Ili 590. * A. Segarizzi La corrispondema familiare ecc. In Atti
dell'i, r. Accad. degli Agiati in Rovereto Xlll, 1907, p. 28 (dell'estratto).
cap. IV) AUTORI LATINI 241 nuove dodici commedie: scoperte nel 1425 a Colonia
dal Cu- sano per conto di Giord. Orsini (111. 112; II 17, 26); ^ il Cu- sano ne
trovò poi anche degli estratti (II 25). Possedute da A. Decembrio (138), da
Albrecht von Eyb (II 28), dal Fontano nel cod. Vatic. Barb. lat. 146.* Gasp.
Barzizza estrusse \e sententiae dalle prime otto (37); da tutte Bono Accorso,
che le stampò 'Tarvisii 1475': Plautina dieta memoratu digna a Bono Accursio Pisano
collecta. Plinio. Il medio evo confondeva i due Plini in una per- sona sola (3;
Il 68, 89-90). Primo distinse le due persone il mansionario veronese Giovanni,
il quale fu anche il primo ad assegnare a entrambi per patria Verona (3; II
90): seguito in ciò da Piero di Dante (II 103), da Gio. da Verona (II 193), dal
redattore del cod. di Troyes (II 118, 120) e da Domenico di Bandino (li 186).
Plinio il vecchio. Naturalis historia. Nota al Bury (II 9), al Montreuil (II
68), al mansionario Giovanni (3; II 90), al ilorile- gista del 1329 (II 95), a
Gio. da Verona (li 194), al Pastrengo (14), al redattore del cod. di Troyes (II
118), a Gio. d'Andrea (Il 157), a Dionigi (II 44), a Domenico di Bandino (II
186), al Do- minici (II 177), al Montagnone (219), a Gasp. Barzizza (36), a T.
Ugoleto (143), a Ferdinando d'Aragona (153). Il codice del Petrarca (25) passò
a T. Fregoso (184), quello del Salutati al Bruni (75). La copia del Perotto è
nel cod. Vatic. 1952, di Paolo li nel Vatic. 1593, la copia del Becchi fu scritta
a Ba- silea nel 1433 (117, 118). Il cod. Laur. 82. 1 e 2 fu forse fatto venire
di Lnbecca dal Niccoli (118): lo adoperò il Poliziano (152\ La redazione di
Guarino del 1433 è nel cod. Ambros. D 531 inf. — Physica (o Medicina) in cinque
libri. Scoperta dall'Anrispa nel 1433 e copiata in quell'anno a Basilea nel
cod. del Becchi (116, 117, 118). L'ebbe P. C. Decembrio (205) e in un testo di
tre libri suo fratello Angelo (138). — Sino- nime. Copiati a Basilea nel 1433
(117). — Bella Germaniae. Li cercò invano Dom. di Bandino (II 180). Credè
d'averli sco- 1 Cfr. K. Konig Kardinaì Giord. Orsini, Freiburg in Br. 1906,
89-96. 2 R. Sabbadlni in Rivista di filol. XXXIX, 1911, 246. • U. Sabbadini, Le
scoperte dei eodici, 16 242 RIASSUNTO FILOLOGICO (caj,. iv perti il Cusano (111
; Il 24). Si diceva fossero ad Augsbnrg (li 24). Plinio il giovane. Epùtulae. —
a) Il corpo delle cento let- tere. Noto a Vincenzo di Beauvais e al Burlaeus
(3), a G. Col (li 59), al Montreuil (II 63), al Clémangis (li 81), al re-
dattore del cod. di Troyes (li 118), a Gio. d'Andrea (Il 157), al Nelli (lì
174), a Dora, di Bandino (li 180 j. — b) 11 corpo degli otto libri: I-VII, IX.
Era nella Capitolare di Verona, dove lo lesse nel sec. ix Raterio (Il 88). Nel
sec. xiv l'ado- perarono il mansionario Giovanni (3; Il 90), il florilegista
del 1329 (2; II 95), il Pastreugo (lo). Lo riscoperse Guarino nel 1419 (96).
Posseduto da A. Decembrio (138) e dal Pizol- passo (Il 23). Il cod. di otto
libri del Cusano è di altra fa- miglia (II 2ii). — e) 11 corpo di nove libri.
Stampato dallo Schurener a Koma nel 1474 e. (128). Non si conosce il suo
esemplare manoscritto. 11 cod. Vatic. 3864 coi libri I IV fu del Leto (145,
167) — d) Il corpo dei nove libri con le epi- stole a Traiano. Scoperto da fra'
Giocondo a Parigi (164, 212). Il codice di Giocondo fu in parte copiato, in
parte collazio- nato nel volume Bodleiano di OxConl Auct. L. 4, 3. Ed ecco
come. Questo volume contiene: 1) redizione dei nove libri di Plinio del
Beroaldo ' Bononiae H;8'; 2) l'edizione dell'A- vanzi del 1502 con le Epistolae
4(i nujier repertae della cor- rispondenza con Traiano. Le 46 lettore nuove (a
Traiano, cioò le 41-121 della nostra numerazione) |)eivennero all'Avanzi '
Petri Leandri industria ex Gallia '. Ora nel testo del Be- roaldo, al libro
Vili, furono intercjiliiti otto fogli, sui quali una mano coeva, /, scrisse le
leiteie Vili 8, 3-18, 11, man- cauti al Beroaldo. La stessa mano J nel testo
dell'Avanzi in- tercalò dieci fogli (il primo di qurlli aiicsso è caduto), sui
quali scrisse le lettere a Traian > niiincanti : le 1-40 della nostra
numerazione. Un' altra mano, /, di [ìoco posteriore, in- trodusse numerose
correzioni margiuMli e interlineari, tanto sul testo stampato, quanto sulle
gini.te manoscritte; copiò la lettera IX 16 mancante al Beroaldo e alla fine
dell'Avanzi segnò questa importante nota: 'bue p.iuii iunioris epistolae ex
vetustissimo exemplari parisiensi et restitutae et emen- cap. IV) AUTORI LATINI
243 datae sunt opera et industria ioannis iucundi prestantissimi architecti
hominis impriinis antiquarii '. La mano i è del fa- moso umanista francese
Guglielmo Bude, il quale perciò ebbe tra mano l'archetipo di Giocondo.
L'archetipo fu poi portato dall'ambasciatore veneto Mocenigo ad Aldo, che se ne
servi per la sua edizione del 1508, la prima che reca intiero il corpo delle
epistole a Traiano e degli altri nove libri. Da allora l'archetipo spari. ^ —
Fanegyricus. Scoperto insieme col corpo dei Panegyrici veteres dall'Aurispa a
Magonza nel 1133 (IIG). L'archetipo restò a Alagonza, dove fra gli anni 1458 e
1460 lo copiò e fece copiare Gio. Hergot nel codice Ui)8alicnsis [A), che è con
H (Harleian 2480) uno dei due apografi diretti. 11 Magontino è perduto. ^ Ne
ebbe copia P. C. Decembrio (205) per mezzo del Pizolpasso, che stava al
concilio di Basilea. Scrive il Decembrio al Pizolpasso:^ Per- legi Panegiricum
Plinii nostri... Gratias itaque uberrimas re- fero dignitati tuae, cuius opera
eifectum est ut Orpheus noster ex inferis rediret denuo. ps. Plinio. De viris
illustrihus. Lo adoperarono il Petrarca (24), Piero di Dante (li 102), A.
Decembrio (138); lo copiò Gio. da Verona (II 193). Il mansionario Giovanni ne
conobbe un testo completo (II 80), forse nella Capitolare Veronese. —
Orntiones. Falsa notizia della scoperta di venti orazioni (174). Plozio (Mario
o M. Claudio) '&\C¥.YiV>mE. Artium grammat. libri. Frammenti del libro
III scoperti dal Cusano (113; lì 25). I libri I e II scoperti dal Galbiate a
Bobbio nel 1493 (1(32). PoLEMio Silvio. Laterculus. Posseduto da Gio. Corvini
(74) e da Gio. JouftVoy (nel cod. Vatic. 630 del sec. x). Scoperto da P. Donato
n Spira nel 1436 (119). Pompeo (grammatico). Commentum Artis Donati. Posse-
duto anonimo dal Salutati (34-35). • Per tutto questo vedi E. Truesdell Merrill
On a Bodleian copy of Pliny's letters in Classical philolmjy II, 1907, 129156;
e con ciò restano iiimiillate le conclusioni del Hardy da me riferiti^:
Scoperte 170-71. Sulla trasmissione delle lettere a Traiano cfr. lo stesso
Merrill in Wiener Studien XXXI, 1909, 250-58. ^ Xll Panegyrici latini ree. G.
Bàbrens, Lipsiae 1911, XII, XVI. 3 Cod. Eiccardiano 827 f. 2 v. 244 RIASSUNTO
FILOLOGICO (cap. IV Pompeo Trogo, v. Giustino. Pomponio Mela. Noto al Clémangis
(II 82), al Pastrengo (14), al Petrarca (25), a Doni, di Bandino (II 189), a P.
C. De- cembrio (206). Copiato a Basilea nel 1433 (135). Ponderibiis (de)
carmen. I v. 1-163 copiati in codici del sec. xv (135). Il testo intero
scoperto a Bobbio dal Gal- biate nel 1493 (163). In taluni codici porta il nome
di Remìns Pavinius. ^ ps. PoRCiTJS Latro, presunto autore di una Catilinaria,
v. ps. Cicerone. PoRFiRiONE. Commentum Horati. Estratti scoperti dal Cu- sano
prima del 1432 (II 25). Scoperto da Enoch nel 1454 e. nella cattedrale di
Augsburg (140, 142).* Un altro codice, Va- tic. 3314, rinvenuto da Ag. Patrizi
(148). Raffaele Regio, nel suo Porfirione, stampato ' Venetiis 1481 ' afferma :
unicum enim ex antiquis (exemplaribus) duntaxat invenitur. Sarà stato l'e-
semplare di Enoch? Il Minuziano nella sua ediz. di Orazio con commenti '
Mediolani 1486 ' ha fatto uso di un ' Porpbyrio quidam antiquissimus '.
PoRTUNiANO. Citato da Gio. Saresberiense (20). Possidio. Catalogo delle opere
di Agostino. Noto al Pa- strengo (215). Prccatio terre. Precat io Ae r 6 arwm.
Scoperte dallo Zerbi nel 1474 (147, 148). Priapea (ottanta). Scoperti dal
Boccaccio, che li aveva attribuiti a Vergilio (31, 32-33; 41): tale
attribuzione divenne poi comune. Noti al Polenton. ^ Una scelta di quaranta
stam- pati dal Bussi nell'ediz. romana di Vergilio del 1469, la rac- colta
intera, più ' Rusticus aerari' e ' Quid hoc novi est ' nella 2* ediz. del 1471.
Ug. Pisani li escludeva dalle lezioni pub- bliche (201). Prisciano.
Institutiones. Molto note: in Germania (19; II 15), in Inghilterra (II 9), in
Francia (II 32, 76), in Italia (8, 1 A. Riese Anthol. lat. 2* ediz. n. 486. 2
Cfr. P. loai'liimsohn Die ìmmanist. Geschichtsschreib. in Deutschìand-
Sigismund Meisterlin, Bonn 1895, 33, donde sì rileva che Enocli mostrò in
Augsburpf al Meisterlin il Porfirione trovato ivi. ' K. Sabbadini in Studi
itaì. di fllol. class. XV 260. cap. IV) AUTORI LATINI 246 14, 2i, 104, 165,
219; II 4, 44, 89, 98, 176). — Ve numero et pondere. Presso Aniplouio (Il 15).
— Partitiones XII ver- suum Aeneidis. Presso Amplonio (II 15). Scoperte a S.
Gallo (79). — In carmina Tercntii. Presso Amplonio (II 15), il Can- telli e
Guarino (98). — De noni, pronom. et verbo. Posseduto da L. Valla (123). — De
laude Anastasii. Scoperto a Bobbio dal Galbiate nel 1493 (163). — Periegesis.
Trovata a Fulda nel 1417 da Poggio, come risulta dal Commentarium del Nic- coli
(II 192): In monasterio fuldensi: Prisciani (Tramma- tici opus quod dicitur
Perigesis hoc est descriptio orbis terre. Veduto a Padova presso P. Leoni nel
1491 dal Poliziano, il quale scrive (cod. Monac. lat. 807 f. 60): Die XI iulii
1491, hora 10 Patavi, contuli Priscianum De situ orbis anti- quissimum, qui
erat Petri Leonis medici excellentissimi. ps. Pkisciano. De accentibus. Noto ad
Amplonio (II 15), al Pastrengo (14), al Tortelli ecc. (133). v. Dionigi
Periegeta ; Ermogene, (autori greci). Pkobo. Instituta artiiim. Scoperti da
Poggio a Fulda nel 1417 (81; II 192-3). Presso Hartmann Schedel (II 30) e nella
biblioteca di Pio II (81). — Catholica. Scoperto dal Galbiate e dal Parrasio a
Bobbio (158, 159, 102). — De nomine. Sco- perto a Bobbio (102). — Notae iuris.
Scoi)erte, pare, da Ci- riaco;! il codice più antico appartenne al Pizolpasso
(121). ^ Può sorgere il sospetto che non il Pizolpasso derivi il testo da
Ciriaco, ma viceversa. Ciriaco nomina molti illustri perso- naggi veduti in
quell'occasione (novembre 1442) a Milano: perché tace dell'arciv. Pizolpasso?
ps. Probo. De ultimis syllabis. Scoperto a Bobbio (162). — Commento a
Giovenale. Scoperto da G. Valla (149, 212) ; so- spettato dal Poliziano e dal
Pasi (169). Scrive il Filelfo in una lettera autografa a Cicco Simonetta del 6
(?) settembre 1472:^ ' Commentariorum Cyriaci nova f'ragmenta, Pisauri 1763
(pubblicati ila A. degli Abati Olivieri) 1 n. ' Valerii Probi notas iuris'. ''
Il Pizolpasso mori nel febbraio 1443 fcfr. Archiv. storie. Lomb. XXXVII, 1910,
221). ■i Archiv. di Stato di Milano. Autografi, lettera di P. Filelfo e (?)
sett. 1472. Pubblicata malamente dal Benadduci in Atti e memor. r. deputai,
ttor. per le Marche, Y, 1901, 192. 246 RIASSUNTO FILOLOGICO (jap. iv Magnifice
compater... Praeterea ve pregho me mandate quelli tre 0 vero doi quaderni che
sono di Probo in Giovenale, li quali, secondo me ha dicto messer .Io. .Tacomo,
è dietro al luvenale. S[ub]ito li farro transscrivere o vero li transscrivero
io medesemo. Vale. Ex Mediolano (Y?) I septembris 1472. Plii- lelfus.
Maffnifico militi et sapientissimo ducali secretano d. Ciccho compatri
honorandissimo. Papiae. A Pavia, dove il Filelfo s'indirizza, insegnava allora
Giorgio Valla, che vi tenne cattedra dal 1466 al 1476. ^ — Commento a Persio.
In Urbino (169). Noto al Pasi (149, 169) e a Hartmann Schede! (II 30). —
Commento alle Bucoliche e Georgiche di Vergilio. Noto nella seconda metà del
sec. xv a Cinzio da Ceneda, al Leto e al Poliziano (133, 168). Ce Io conferma
l'esemplare Pa- rigino dell'incunabulo di Vergilio postillato dal Poliziano, il
quale col nome di Probo reca molte note corrispondenti al commento probiano.*
Nuovamente scoperto a Bobbio dal Gal- biate nel 1493 (133, 161Ì. Properzio.
Noto in Francia nel sec. xiii a Kiccardo da Fonrnival e dalla Francia l'ebbe il
Petrarca (23; II 184). » Il cod. Laur. 36,49 appartenne al Salutati (11 184).
In Pavia nel 1360 (? II 121). Noto al Loschi (II 123), a Dom. di Ban- dino (II
184), al Panormita (103). Copiato dal Fontano. * Il ' cod. Neapolitanus ' (iV)
fu posseduto da B. Valla (147, 153), collazionato dal Poliziano (153, 154). N
non è di origine ita- liana, ma proviene forse da Metz o da quelle vicinanze. ^
\]g. Pisani lo escludeva dalle lezioni pubbliche (201). Proprietatibus (de)
liher (medievale). Adoperato da Benzo col nome di Isidoro (II 130'i. Prospero
d'Aquitania. Noto ad Amplonio (II 15), al Co- lonna (II 55), al Clémangis (II
80). ' F. Gabolto Giorgio Valla e il suo processo a Veneiia, estratto dal N.
Archiv. Veneto I, 1891, 3-4. « I. Aistermann De M. Valerii Probi Beriitii vita
et aeriptis, Diss. Bonn. 1909, 78. 3 Cfr. K. Sabbadini in Uendic. del r. Istit.
Lomb. di se. e lett. XXXIX, 1906, 884
e M. Manìtius in Rhein. Mus. XLVII Erg. heft. 8. * G. Filangieri Documenti ecc. IH 55. 5 B. L.
llllnian in (Jlassical philology VI. 1911. 288. cap. IV) AUTORI LATINI 247
Proverbia Graecorum. Scoperti dal Cusano (II 25). Prudenzio. Noto ad Amplonio
(Il 15), al Colonna (li 55), al Clémangis (Il 80), al Dominici (Il 177), a Dom.
di Ban- dino (II 185). Pochi carmi presso il Petrarca (28) ; frammenti mandati
dal Bossi al Poliziano (154). Copiato dal Sinibaldi nel 1481 (170). Scoperto
dal Galbiate a Bobbio (160, 161), dal Parrasio altrove (170). PuBLiuo (nel
medio evo Publio) Siro. Sententiae. Note al florilegista del 1329 (2; II 93) e
forse al Pastrengo (8, 9): il cod. Veronese aveva una collezione più ricca
d'ogni altra (II 93). Estratti scoperti dal Cusano (113; II 25). Andavano
comunemente sotto il nome di Seneca col titolo di Proverbia (113, 220; Il 14,
178); ma il Petrarca i s'era già accorto che alcune sentenze dei Proverbia
Senecae ricorrevano in Macro- bio 2 col nome di Piibiilio (Publio). Il Colonna
contesta la pa- ternità di Seneca (II 57). Quaestiuncula inter Hadrianum et
Epictetum. Scoperta da P. Donato a Spira nel 1486 (120). Querolus (riduzione
tardiva AqW Aultil. di Plauto). Noto al florilegista del 1329 (II 92), al
Petrarca (24), a Gio. Cor- vini (86, 74), a Gio. Conversino e a F. Barbaro
(36). QuiLiCHiNUS (Vilichinus) da Spoleto. Compose nel 1236 in distici la
storia di Alessandro Magno. Noto a Dionigi (II 43). Quintiliano. Institutio
oratoria. Il testo mutilo, ridotto ap- prossimativamente alla proporzione di
otto o nove libri (13; II 57), fu noto al Bury (II 9), al Montreuil (II 68), al
fiori- legista del 1329 (II 05), al Pastrengo (13j, a Dionigi (II 40), al
Colonna (II 57), a Lapo e per suo mezzo al Petrarca (25, 26; II 168). a Dom. di
Bandino (II 185), al Dominici (II 177), al Panoriiiita (99). 11 fragmentum di
Gio. Conversino (36) forse era del libro X, come nei codd. Parig. 7231 f. 60,
7696 f. 123 v. (II 85). — Testo integro. Scoperto dal Clémangis in Francia nel
sec. tu (II 84-85): da lui l'ebbe l'Arese (? 36; II 60). Lo riscoperse Poggio
nel 1416 a S. Gallo (78). L'anno dopo Poggio venne in possesso di un secondo
esemplare (82). Il primo 1 Rer. memorami., Basìleae 1554, III 511. - Saturn. Il
7. 248 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV scoperto è l'attuale Turicensis, che restò
a S. Gallo fino al sec xviii : apografi di esso sono il Vatic. Urbin. 327, l'
Ambros. B 153 sup. (mandato a Gio. Corvini), il Harleian 4829 (di mano di
Zomino), il Vindobon. 3135/ e il Vatic. Basii. H 11, 12 (?). Il secondo
esemplare scoperto se lo portò seco; ora è perduto, ma ne rimangono apografi,
p. e. il Laur. 4(5, 9 del 1418 e il Monac. lat. 23473. Poggio si servi del
secondo esemplare per emendare l'antigrafo del Vatic. Urbin. 327. * Un terzo
esem- plare integro scoperse il Capra nel 1423 (101, 104). Possedet- tero copie
integre Cosimo de' Medici (183), io Jouffroy (195), il Pizolpasso. ^ Integro
era in origine il famosissimo Ambros. E 153 sup., che fu posseduto da Gio.
Barbavara (146). Il Laur. 46, 7 di Piero de' Medici viene da Strasburgo (117).
ps. Quintiliano. Declamationes (maiorea) o Causae civiles. Molto note: in
Germania (II 14, 23), in Francia (II 76), in Italia (13, 24, 37, 138, 170, 195,
220; II 23, 50, 57, 95, 154, 185). Furono volgarizzate dal Loschi. ' —
Declamationes (mi- nore»). Scoperte pro'oabilinente dal Cusano prima del 1432
(II 23) e note ad A. Decembrio (138). Verso il 1471 le fece venire di Germania
il Todescliini (142, 143). Di questo codice germanico abbiamo due apografi : il
Cliigiano H VIII 261 e il Monac. lat. 309, sul quale fu condotta l'edizione
dell' Ugoleto. Più antico e più completo è il cod. Mcntepessnl. 126 del sec.
ix-x. Uebus (de) bellicis. Scoperto da P. Donato a Spira nel 1436 (119).
Regiones urbis lìomae. Scoperte a Spira da P. Do- nato nel 1436 (119). Il
Biondo ne trovò un esemplare nel 1455 a Montecassino col nome di Sextus Rnffus
: ■' seppure un tal nome non lo congetturò lui. 1 Con la sottoscrizione: M. F.
Q. institutionum oratoriarum ad Vic- torinum Marcellium liber ultimus (XII)
expUcit. Quem feci scribi ego Antonius Bartholomei Franchi de Pisis Constantie
a. d. M. CCCC. X VI: 2 A. Beltrami De Quintil. Insili, orat. codicibus in
Memorie del r. Istit. Lomb. di se. e lett. XXII, 1911, 185-6. ■1 Scrivo P. C.
Decembrio al Pizolpasigo: Hactenus Qiiintilinni tui libro» vidìsse ineminerani,
nane me illos leRisse profiteor (cod. Riccanl. 827 f. 28 v.). < C. Marchesi
II volgarizzamento italico delle Declamai, ps. Quintil. in Miscellanea di studi
critici in onore di G. Mazzoni I 279-303. 5 Cfr. CugDoni in Atti della r. Aecad.
dei Lincei Vlir, 1888, 687. cap. IV} AUTORI LATINI 249 ps. RuFFUS Sextus, V.
Regiones. IluFiNjANO (Giulio). Scoperto da B. Renano (171). Rufino
(d'Antiochia). In metra terentiana. Noto ad Am- plonio (II 15) e al Cantelli
(97, 98). Rufino (d'Aquileia). In Hieronymum. Presso il redattore del cod. di
Troyes (II 119). RuFio Festo Ayieno, V. Avieno. Rufo Festo. Noto al Pastrengo
(12). RuTiLio Lupo. Schemata. Presso il Niccoli sin dal 1-121 (86, 87). RuTiLio
Namaziano. Scoperto dal Galbiate a Bobbio nel 1493 (160, 161). Ne possedè una
copia '}\ Sannazaro (161, 165-66). Saceudote (M. Claudio), v. Plozio.
Sallustio. Cenni biografici del Colonna (II 56). Bella. No- tissimi : in
Germania (19 ; li 13), in Inghilterra (II 9), in Francia (II 34, 68, 81), in
Italia (16, 24, 139, 165, 219 ; II 3, 44, 50, 56, 94, 102, 118, 155, 174, 177).
— Epistulae et ora- tiones (tratte dalle Historiae). Forse le vide il Pastrengo
a Verona nel cod. ora Vatic. 3864 (17, 216). Questo codice, ado- perato prima
del 1455 da P. C. Decembrlo (17) e pia tardi dal Leto (145), venne copiato nel
cod. Vatic. Urbin. 411 (17). L'Episfula Pompei stava anche in un codice '
antiquissimus et famosissimus ' del Pizolpasso, donde la trasse P. C. De-
cembrio (17, 121). V. ps. Cicerone. Salomonis glossar ium . Stampato nel sec.
xv (134). Salviano. De providentia (guhernatione) dei. Scoperto dal Cusano
prima del 1432 (II 21) e da Greg. Correr in Ger- mania (119). La stessa opera
posseduta dal Pizolpasso (122) nel cod. Ambro^. D 35 sup. ScAURo, V. Terenzio Scauro.
Sedulio. Posseduto da Amplonio (II 15), dal Salutati, ^ da Dionigi (Il 44), dal
Dominici (II 177). Carmen paschale e Hymni scoperti dal Parrasio (160, 170). 1
Epistol. II 145 del 138C. 250 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IT Seneca. Il Colonna
lo credeva cristiano (II 57). Tutto il medio evo confuse in una persona sola i
due Seneca, padre e figlio.^ Un primo sospetto s'affacciò al Petrarca, clie
pensò a due Seneca sulla testimonianza, pare, di Marziale (II 178); tosto dopo
si convinsero dell'esistenza di due Seneca il Salu- tati e il Boccaccio sulla
testimonianza di Sidonio (Il 178). L'opinione del Salutati, talora modificata
nei nomi, fu accolta da mólti altri. Ma dividevano, tra due Seneca o tra Seneca
e un altro autore, le opere filosofiche dall' un canto, le tra- gedie
dall'altro ; le Declaniationes continuarono a essere at- tribuite a Seneca
figlio; solo in Eafifaele Volterrano leggiamo che alcuni le attribuivano al
padre (II 178). Seneca padre. Declamationes. Cosi chiamavano gli estratti delle
Controversiae. Molto note: in Germania (II 13), in Fran- cia (II 82), in Italia
(13, 21, 37, 142, 184, 218, 220; II 50, 56-7, 94, 154, 178). — Suasoriae et
Controversiae. Il testo in- tero scoperto dal Cusano e quasi a un tempo dal
Bussi (112). Noto al Poliziano (156). Seneca figlio. Opere filosofiche.
Notissime: in Germania (19; II 14), in Inghilterra (II 9), in Francia (II 32,
68, 82), in Italia (13, 24, 25, 26, 36, 41, 74, 184, 207, 220; II 3, 44, 50,
57, 60, 62. 94, 102, 122, 144, 154, 172, 178). Il famoso cod. Ambros. C 90 inf.
dei Dialogi, sec. xi-xii, venne adoperato nel sec. xv, come mostrano postille
marginali di più mani. — Tragoediae. Abbastanza note: in Francia (II 6/, 76,
82), in Italia (23, 184, 220; li 57, 62, 102, 122, 176, 178). Dionigi le
commentò (II 38); Lovato ne dichiarò i metri (II 106); il Mus- sato ne scrisse
gli argomenti e ne imitò la materia e i metri n&WEcerinis (II 112). Tutti
seguivano il testo volgalo; il Po- liziano adoperò il cod. J]trnscus (152). ps.
Seneca. T)e remediis fortuitornm. Presso il Montagnone (220), Amplonio (II 14)
e altri. — Epistole a Paolo. Note al Montagnone (220), al Colonna (II 57), al
Polenton (185). V. Martino da Braga; Publilio Siro. • Ciò imbarazzava i
biografi per la cronologia ; P. P. Vergerlo ad os. asiiegnava a Seneca 118 anni
di vita (Archeoprafo Triestino XXX, 1906. 3.55-56). cap. IV) AUTORI LATINI 251
Septem mira. Presso Qio. Corvini (74). Septem montes Romae. Nel cod. di Spira
scoperto dà P. Donato il 1436 (119). Sereno Sammonico. Medicina. Copiata il 9
febbr. 1457 nel cod. Malatest. XXV sin. 6 da Francesco da Figline per uso di
Malatesta Novello. Stampata da G. Valla (149). Sergio. Explanatio in TJonatum.
Non ancora stampata integralmente (37). — De liitera. Copiato e stampato nel
sec. XV (133; II 30). Veduto dal Poliziano a Venezia nel 1491 in un '
antiquissiraus codex ' di Gio. Gabriel: Commenta- rium Sergii grammatici de
littera.^ Scoperto a Bobbio nel 1493 (163). ps. Sergio. De arte grammatica.
Scoperto dal Galbiate a Bobbio nel 1493 (163). Servio. Spesso scambiato con
Sergio. Commentarii in Ver- gilium. Abbastanza noti: in Germania (II 14), in
Francia (II 68, 82), in Italia (14, 32, 33, 104, 138, 168, 206; li 103, 139,
183). Il testo allestito da Piero di Parente (II 166) è nel Ver- gilio
petrarchesco dell'Ambrosiana (25, 38, 40). 11 Poliziano adoperò il famoso cod.
Vatic. 3:Jl7 (154). La redazione danie- lina fu nota per le Bucci, e le Geor.
al Leto.^ — Centime- ter. Noto ad Amplonio (II 15), al Salutati (34). Veduto
dal Po' liziano a Venezia nel 1491 in un ' antiquissimus codex ' di Gio.
Gabriel : Marii Servii grammatici de generihus metro- rum.^ — De finalihus
littcris. Copiato e stampato nel sec. xv (133). Scoperto a Bobbio (162, 163). —
Comment. Donati. Noto al Pastrengo (14), ad Amplonio (II 15). L. Valla ne trovò
a Benevento un testo più copioso di quello a noi conosciuto (123). — Glossae.
Scoperte dal Cusano (112). Settimio, v. Ditti. Severiano Giulio. Principia
artis rhetoricae. Trascritto nei codici Ambros. A 36 inf. e D 17 inf. del sec.
xv (130). • Cod. Monac. lat. 807 f. 67. Nota quindi il Poliziano: Item conìatio
de ratione metrorum euius principium : ' Quot sant genera metrorum '. Non
conosco qnest' opera. 2 V. Zabiighin Giulio Pomponio Leto, Grottaferrsta 1910.
II 71. ^ Cod. Monac. lat. S07 f. 67. 262 RIASSUNTO FILOLOGICO (tap. IV Sextus
Platonicus. I)e bestiis (opera medica). Scoperto dallo Zerbi (147, 148).
SiDONio Apollinare. Epistulae. Note al Bnry (II 8), al liorilegista del 1329
(II 97), al Cavallini (II 50), al Colonna (II 55), al Pizolpasso (122). Il
Petrarca ^ cosi ne giudica lo stile : Sales eius seu tarditatis meae scii
illius stili obice non satis intelligo. — Carmina. Noti al Salatati (li 178).
Siuo Italico. Scoperto nel 1417 da Poggio o a Fulda (Il 192) o a Costanza. ^ Se
ne trassero copia tanto lui quanto Bar- tolomeo da Montepulciano (80). Dalla
copia di Bartolomeo de- riva il cod. Vatie. Ottob. 1258.^ Un altro esemplare,
riperduto, fu trovato il 1564 nel duomo di Colonia da Lud. Carrio. •• -- Gli 82
versi spuri (VITI 144-225) furono interpolati da Batt. Guarino o più
probabilmente da Giacomo Costanzo (180, 181-2). Simmaco. Epistulae. Note al
Colonna (II 57) e al Pastrengo, il quale confondeva l' epistolografo col
nipote, suocero di Boe- zio (13). SiNFOSio. Aenigmata. Trascritti in codici del
sec. xv (126). Solino. Assai noto: in Germania (II 14), in Francia (II 68), in
Italia (12, 13, 24, 157, 170; II 4, 44,50, 102, 142, 154, 176, 177). Ne scopri
uno il Capra nel 1423 col titolo Onnesta mundi (101, 104): ma avrà equivocato
con Orosio. L'esemplare por- tato di Francia dal Sannazaro aveva nel titolo:
'ab ipso edi- tus et recognitus': donde l'illusione che fosse autografo (139,
165). Stazio. Il Colonna gli dava per madre Agilia e lo credeva cristiano (II
55). Nel medio evo facevano una persona sola di Stazio il poeta napoletano e di
Stazio il retore tolosano; Stazio ' Fam. praef. p. 21 Fracass. • ' In quapiani
turri ' scrive L. Gyraldus Diaì. de poet. hist. IV, Ba- 8ileae 16S0, II 177, il
clie farebbe pensare alla torre di S. liallo, nella ijuale Poggio e compagni
trovarono tanti codici. Ma «iova notare che l'unica menzione di Siilo
trasmessaci dal medio evo occorre in un catalogo per l'appunto di Costanza del
sec. ix : Sili volutnen (M. Manitius in Rhein Mus, XLVII Erg. heft 60). 3 R.
Sabb.idini in Mivista di fìlol. X.X.\IX, 1911, 241-2. * P. Lehmann Franciscus
Modius ah Handschriflenf'orsclier, Miincbea 1908, 89. cap. IV) AUTORI LATINI
263 fn da taluni confuso anche con Cecilio Stazio comico (li 140, 159). Nella
Thebais si voleva vedere un' allusione alle gelosie fraterne di Tito e
Domiziano (II 55). L'Aehilleis chi stimava incompiuta, come Ugo di Trimberg (II
187), Dante (II 100, 141), Benzo (II 141), il Mussato (II 113), Piero di Dante
(li 100), chi compiuta, come il Petrarca, il Nelli, Dom. di Bandino, il
Eambaldi (Il 187). Per farla credere compiuta un interpola- tore divise il
moncone in cinque libri e vi aggiunse alla fine- un verso di chiusa (II 100,
141, 166, 187). i II Filelfo dimostrò filologicamente che è incompiuta (II 187-8).
— Thebais; Achiì- leis. Entrambi i poemi notissimi: in Germania (II 18, 187),
in Francia (li 32, 67, 81), in Italia (11, 23, 220; 1144,55,92, 100, 106, 113,
151, 152, 166, 174, 176, 186-8). I testi di Benzo (II 141) e di Piero di
Parente (II 166) erano chiosati. — SU-, vae. Scoperte da Poggio nel 1416 o 1417
(82). Sono copiate, insieme con Manilio, da un amanuense tedesco nel cod. Ma-
trìt. M 31, che una volta comprendeva anche Silio. ^ Il cod. Laur. 29, 32,
adoperato dal Ponzio e dal Poliziano, reca la Silva II 7 tratta da un esemplare
diverso dal Poggiano (150). Famoso l'incunabulo Corsiniano deUe Silvae
collazionato dal Poliziano (153).» Sdlpicia. Heroicum carmen. Scoperto dal
Galbiate a Bobbio nel 1493 (158, 160, 161). SuLPicio Severo. Vita b. Martini.
Nota al Pastrengo (9, 10), al Clémangis (II 80), a Greg. Correr (119).
Sui.picio Vittore. Instit. oratoriae. Scoperte da B. Re- nano (171). SvETONio.
Caesares. Notissimi: in Inghilterra (II 9), in Francia (II 34, 68), in Italia
(12, 24, 74, 87, 122, 152, 153; II ' SI veda p. e. questa sottoscrizione del
cod. Vindobon. 267 (Endlicher CCLV) f. 31: F.xplicit liber Statii Achilleydos
cuius libri sunt quiiiqne et per consequens totuni eius opus. Scriptum est
inanu mei loliannis ser Antonii Pauli de Gualteiiis de Gualdo sub anno domini
MCCCCXXXI die XX mensis augusti. 2 P. Tliielscher De Statii Silvarum Silii
Manilii scripta memoria, Diss. Tubing. 1906, 11. 3 A. Klotz nella seconda
edizione delle Silvae, Lipsiae 1911, p. LXXXII- XC sostinne che il Poliziano non
ebbe tra mano il codice antico, ma il Ma- trit. M 81. 2B4 RIASSUNTO FILOLOGICO
(cap. ly 39, 44, 50, 89, 102, 142, 155, 172, 177). Il Poliziano vide un '
vetustissiraum exemplar' in Vaticana (154). — De grammor ticis et rhetoribtis.
Scoperto a Hersfekl da un monaco ano- nimo (108) e un po' più tardi dal Cusano
(II 25-26): portato di là in Italia da Enoch nel 1455 (141). In quello stesso
anno vide a Koma il codice e lo descrisse P. C. Decembrio (141, 16G). Posseduto
dal Pontano (148), da Hartmann Schedel (II 30). ps. SvETONio. Versus de XTI
ventis ' Quatuor a quadris venti flant partibus orbis': riduzione poetica di
materia trat- tata da Svetonio.Scoperti dal Cusano (II 21). Pubblicati la prima
volta dal Kitschl in Ehein. Mus. I, 1842, 131. — Opu- scolo scoperto da Gentile
da Urbino e attribuito a Svetonio (148). Finta scoperta di un'orazione (174). ,
Tacito. Il Pastrengo non lo conosce, ma afferma che fu bi- bliotecario di Tito
{8). AnnalesXI-XV 1, Historiae I-V: nel cod. Laur. 68, 2. Il codice proviene da
Montecassino, donde lo sottrasse il Boccaccio (29-30, 31, 33, 212, 213). Lo
conob- bero il Kambaldi (II 15*3), Dom, di Bandino (II 184), P. C. Decembrio
(105). — Annales I-VI: nel cod. Laur. 68, 1. Questo codice fu portato di Korvei
a Koma nel 1508 (161, 171, 212, 213). — Agricola, Germania, Dialogus. Scoperti
nel 1425 da un monaco anonimo a Hersfehl (108-109), donde poco dopo il Cusano
si copiò l'Agricola (II 25-26). Portò le tre opere a Roma Enoch nel 1455 (109,
140-41) e ivi le vide in quell'anno stesso e le de8cri.sse P. C Decembrio (141,
166). Il cod. Leid. col Dialogus e la Germania è autografo del Pontano (148).^
La Oermania presso Hartmann Schedel (li 30). Otto fogli àeWAgncola del cod.
originario di Hcrsfcld (del sec. x) sono ritornati recentis- simamente in luce
a Iesi (141-42).* Teodoro Pkisciaxo. Genecia. Trovata a Milano dal Lamola 1 G.
Wissowa Zur Biurteiìung der Leidener Germania-Us, Miinchen 1906, 2 Io crede
apografo del cod. Hont.nniano; in.T io sono di contrario av- viso; cfr. l'Ile
american Journil of philul. XXXIV, 1913, 13 n. 1. ' Vedi L'Agrieoht e la
Germania di Cokii. Tacito a cura di C. Anni- baldi, Città di Castello 1^07; p.
87 102 il testo de»;!) otto fogli antichi. Dello stesso; La Germania di
Corkeiio Tacito, Leipzig 1910; a p. 5-15 è tentata la ricostruzione dell'
intero codice primitivo hersfeldese. eap. IV) AUTORI LATINI 256 (103). —
Euporiston. Copiato in un cod. del sec. xv (129) col falso nome di Octavius
Oratianiis. Nell'inventario di Ferdi- nando I d'Aragona del 1481 porta il titolo
Prisiani Medicina.^ Terenziano Mauro. Scoperto dal Galbiate a Bobbio nel 1493
(158, 168, 212). Terenzio. Nel medio evo fu comunemente confuso con Te- renzio
Culleone, dietro l'errore di Orosio (II 55, 67, 101), er- rore rilevato e
corretto dal Petrarca. ^ Notissimo: in Germania (19; II 12, 27, 28), in
Inghilterra (II 9), in Francia (II 63, 67, 76, 80), in Italia (11, 23, 36, 88,
165, 220; II 55, 62, 92, 101, 114, 152, 159, 172, 174, 177). Il cod. Ambros. H
75 inf. con le figure fu adoperato nel sec. xv (126); il Laur. 38, 24 entrò
nella collezione di Lorenzo il Magnifico (12i3). Il cod. Bembino fu venduto da
Porcellio a Beni. Bembo (146): lo vide a Venezia il Poliziano (155). Gasp.
Barzizza estrasse le sententiae (37). Terenzio Scauko. Testo integro trascritto
in un cod. del sec. XV (133-34). Tertulliano. Apologeticus. Presso il Bury (II
8), Amplonio (II 15). Lo leggeva il Dominici nel 1405 (II 177). Lo scoperse
Poggio nel 1417 (80) a Fulda con un'altra opera. Leggiamo infatti nel Commentar
ium del Niccoli (II 192): In monasferio fuldensi: Septimi Tertulliani
Apologeticuw,, preda- rum opus. Eiusdem Tertulliani adversus iudaeos: liber
magnus ut Boetius de consolatione. ' L'aveva nel 1424 il Niccoli che aspettava
altre opere da Cluni (87) e più tardi T. Ugoieto.* — Opera. Il Clémangis vide '
aliquot vohunina ' (II 80). Le fece copiare in Germania, a Pforzheim, nel 1426
Giordano Orsini in due volumi, i quali formano ora il cod. Magliabech. Conv. * H. Omont in
Bibliothcque de Vécole des Charles LXX, 1909, 456 ss. * R. Sabbadìni in Studi ital. di fiìol. cìass. II 28,
V 310-12. 3 I due Tertulliani furono riscoperti dal Modius (P. Lehniann Franci-
scus Modius, Mtinchen 1908, 80), le cui collazioni vennero comunicate da F.
Innius nella sua edizione di Franecker 1597. Si son salvati 10 fofjll del-
l'ar/u. Iudaeos nel cod. Parig. lat. 13047 (E. Kroyniann in Rhein. Mus. LXVllI,
1913, 1:M). < A. del Prato Librai e biblioteche parmensi del sec. X V, Parma
1905, 40. 256 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV soppr. VI 10. I due. volumi furono
copiati dal Niccoli nel cod. Magliab. Conv. sopp. VI 11 e poi entrarono in suo
possesso. A questa silloge manca VApologeticus.^ Il Parentucelli nel 1433
scopri in Germania ' tucte le opere ' in due volumi (115), che for- mano ora il
cod. Magliabech. Conv. soppr. VI 9, di mano tran- salpina: anche di esso
s'impadroni il Niccoli.* Questa silloge contiene V Apologeticus. Da una
famiglia diversa deriva il te- sto del Parrasio, in due volumi, uno il Vindob.
4194, l'altro il Napolet. Nazion. VI C 36: anche qui c'è V Apologe- ticus. ^
Testamentuni Porcelli. Nel cod. Malatest. XXVI sin. 1, appartenuto a Malatesta
Novello, morto il 1465. Veduto da me in un codice del pistoiese Ganucci,
contenente la raccolta epigrafica di Gio. Marcanova con la dedica al medesimo
Ma- latesta in data M.CCCC.LXV. Presso il Ponzio (150). TiBERiANO. Trascritto
in codici del sec. xv (126). Tibullo. Conoscevano il testo intero in Francia
nel sec. xiii Geroud (II 33), Kiccardo di Fournival,'' Vincenzo di BeauvaiS,^
il Clémangis (II 80). E a un testo integro anziché ad estratti attingevano in
Verona il florilegista del 1329 (2, 16; II 93) e il Pastrengo (16, 19. 22). Da
quel codice della Cajìitolare veronese si staccò probabilmente il 'fragmentum
Cuiacianum', da III 4, 65 e. alla fine, passato poi nelle mani dello Scali-
gero e indi riperduto. È certo infatti che quel 'fragmentum' fu adoperato in
Italia durante il sec. xv." Il Salutati possedè il cod. Ambros. K 26 sup.
(35), venuto poi in possesso de' Me- dici (183). Ebbe Tibullo il Panormita
(103); il Fontano ne pos- sedè una copia membranacea. " Collazionato dal
Poliziano sul- l'ediz. del 1472 (153). Ug. Pisani lo escludeva dalle lezioni
pubbliche (201). • E. Kroymann Die
Tertullian-Ueberlieferunf/ in Italien in Sitmngsber. der k. Akad. der wiss. in
in'«n 138, 1898. 3 Ahh. 13-u. • Kroymann 12. ^ Kroymann 26-27. < M. Manitius
in Khein. Mus. XLVIl Krg. lieft 3. 5
Spec. doctr. V 14, 73 ecc. '■ Albii Tibulli Elegiae ed. E. Hiller, Lipgiae
1886, p. v. " 0. Filnn^ìeri Documenti ecc. Ili 54. cap. ivr*- ;- AUTORI
LATINI 257 ps. Tibullo. Gli s'attribuì l'epistola ovidiana di Saffo a Faone
(176). Tiziano, commentatore di Vergilio, citato da Servio: nomi- nato
abusivamente dal Leto e da Cinzio (168). Traiano. Epistalae, v. Plinio il
giovane. Triglossum, v. Lyra. Vacca. Commento a Lucano. Posseduto dal Petrarca
(25, 39-40). Valeriands. Citato da Piero di Dante (II 103). Valerio Placco.
Argonaut. I-IV 317. Questo frammento fu scoperto nel 1416 a S. Gallo da Poggio,
che se lo copiò nel cod. Matrit. X 81 (78, 79). L'apografo del Montepulciano;
in data S. Gallo 16 luglio 1416, s'è perduto, ma ne conserva co- pia il cod.
Vatic. Ottob. 1258.1 II cod. Vatic. 3277 (sec. ix) col testo integro fu venduto
in Firenze verso il 1485 dal Sassetti a T. Ugoleto, presso cui lo videro il
Ponzio e il Poliziano (151, 156, 170). Il Sassetti l'aveva portato forse di
Francia. L' Ugo- leto l'acquistò per conto del re Mattia. ^ N'ebbe un apografo
il Fontano (148), ora cod. Monac. lat. 802. Valerio Massimo: l'autore dallo 'stile
tragico' (Il 152), il ' principe dei moralisti ' (II 158). Notissimo : in
Inghilterra (II 9), in Francia (II 68, 76, 81), in Italia (12, 24, 36, 219; II
3, 4, 47, 56, 94, 102, 118, 152, 155, 172, 177, 193). Com- mentato da Dionigi
(II 38) e dal Cavallini (II 47). Gio. d'Andrea ne compilò i sommari (II 158).
Volgarizzato in francese da S. Hesdin (II 34). Valerii (Marci) Maximi. Liber 5
bucoUcorum (?). Presso Amplonio (II 12). Varrone. De re rustica. Noto al
Montreuil (II 68), al flo- rilegista del 1329 (2; II 94), al Pastrengo (15),
che forse ne aveva una copia di suo (22), al Polenton (184). Lo possedet- >
R. Sabbadini in Rivista di filol. XXXIX, 1911, 241-42. 2 A. del Prato Librai e
biblioteche parmensi 12. Prima che il Vatic. 3277 fosse portato in Italia, ne
dovette giungere d'oltr'alpe qualche copia, perché ad es. l'apografo Vatic.
Reg. ISSI porta la data del 1468: Finis, Pomponio praeceptore. Luce XX V iulii
1468 saliUis christianae, aetatis meae 21. Sul detto Vatic. e suoi apografi
vedi C. Valeri Flacci Argon. ed. 0. Kranier, Lipsiae 1913, p. XI ss. K.
Saiìbadini. 17 258 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV teio il Petrarca (25), Dom, di
Bandino (II 184), Gio. Corvini (74), il Sassetti (165). Il famoso ' Florentinns
', perduto, fu noto forse al Niccoli (87), certo al Poliziano (152). i— T)e
lingua latina. Scoperto a Montecassino dal Boccaccio, che lo asportò di là
(30-31, 33, 213). II Petrarca conobbe il libro V (25, 30) e il VI;2 il Salutati
il lib. V;» Lapo il V (II 173); Dom. di Ban- dino un 'volumen magnum ' (II 184,
188). Noto al Panormita (103), al Polenton (184). Lo possedette Gio. dal Moiin
(218). — De rebus divinis et humanis. Il Petrarca s'era illuso d'averlo
posseduto (27). ps. Vakrone. Un'opera aromatica presso il Petrarca (25). —
Sententiae Varronis.* Note al florilegista del 1329 (II 94-5) e al Petrarca (II
46). Vegezio Kenato. T)e re militari. Abbastanza noto: in Ger- mania (II 14),
in Francia (II 68), in Italia (14, 25, 207, 219 ; II 3, 44, 50, 94, 126, 154,
177). Trovato da Poggio a S. Gallo (80). — Mulomedicina (o De mascalcia, coni'
è chiamato nel cod. Magliabech. XV 39 del sec. xv). Posseduta da Piero de'
Medici, da Giord. Orsini (?), dal Platina (129). Volgarizzata (129). V. ps.
Cicerone De re militari. Velio Longo. De ortìiograpìiia. Scoperto dal Galbiate
a Bobbio nel 1493 (158, 162). Velleio Patercolo. Scoperto da B. Renano nel 1515
a Mur- bach (164, 171, 212). Venanzio Fortunato. Scoperto dal Cusano (II 26).
Lo pos- sedeva Angelo Catone arciv. di Benevento in un codice ' ve- tnstus' consultato
dal Poliziano a Firenze nel 1494.'' Ventis (de). Carme trascritto in codici del
sec. xv (126). ' Si ritiene comunemente che tutti gli apografi recenti derivino
dal Florentinus; m:i II. .bollóri (in I'7ener SUtdien XXXV. 1913,
7.">-l]-2i pare abbia dimostrato obe il Viiidoboii. :5:) ne è
indipendente. « R. Sabbadini in Kendic. del li. Istit. I.omh. di se. e hit.
XXXIX, 1906, 38 <. •' Salutati Kpistol. IV, I p. 162 del 1406 * pretium
quasi peritinm ', cfr. Varr. L. L. V 177. ' Ripubbliratu dì su codici dei sec.
xiii, xiv e xv da P. Oermann Die sog. Sententiae Varronix, Paderborn 1910. ^ C.
di Pierre in Giorn. utor. della ìetter. Hai. 55, 1910, 8. cap. IV) AUTORI
LATINI 259 Vergilio. Etimologie del suo nome (155-56). ^ Racconti fa- volosi
sulla sua vita e sulle opere (II 2, 8, 55).* Pietole suo paese natale (II 132,
190). Alcuni collocavano la sua moite a Taranto (lì 167).^ — Bucolica,
Georgica, Aeneis. Notissime: in Inghilterra (II 8, 9), in Germania (II 12, 27),
in Francia (II 32, 34, 67, 76, 80), in Italia (11, 23, 103, 122, 165, 184, 206,
220; II 3, 4, 38, 44, 50, 55, 92, 100, 106, 111, 123, 139, 151, 1.52, 154, 166,
174, 177). Il famoso esemplare del Petrarca è nella bibliot. Ambrosiana
(37-40). Codici insigni: F (Vatic. 3225) posseduto dal Fontano (148), poi da P.
Bembo, indi da F. Orsini, che nel 1602 lo cede alla Vaticana.'' — R (Vatic.
3864) veduto il 1484 dal Poliziano nella Vaticana (154, 155, 169). — M
(Mediceo). Fino al 1461 almeno appartenne alla badia di Bobbio, donde verso il
1470 venne trasportato nella chiesa di S. Paolo a Roma. Nel 1471 l'ebbe tra
mano il Leto e da lui lo ricevette il Bussi, che se ne giovò fuggevolmente per
la seconda edizione vergiliana del 1471. Da esso il Leto trasse gli scolii col
nome di Aproniano. Per qualche tempo (1500-1507 e.) pare sia stato ricoverato
nella Vaticana, donde fu sottratto e passò in mano di possessori privati,
finché trovò dimora fissa nella Laurenziana (145, 167).^ ps. V?;RaiLio. Aetna.
Adoperato nella scuola d'Orléans del sec. XIII. •' Secondo il Giraldi il
Petrarca lo possedè: extat item de Aetna monte... ex antiquissimo certe et
castigato codice, qui Francisci Petrarchae fuisse creditur. " Stampato dal
Bussi nel 1471 su copia del Leto. — Catalcpton. Scoperti dal Cusano prima del
1432 (II 21). Sono trascritti in codici italiani del sec. XV (126). Stampati
dal Bussi nel 1471 sull'esemplare del 1 R. Sabbadiiii Le biografie di Vergilio
antiéìie medievali umanistiche in Studi ital. di filol. class. XV, 1907,
238-40. ' Sabbadini op. cit. 244, 260. ■* Sabbadini 236-7. * Fragmenta et
pictur. Vergiì. cod. Vatic. 3335
phototyp. expressa Romae 1899, 8-12. ' 5 R. Sabbadini Zur
Ueherlieferungsgeschichte des Codex Mediceus in Rhein. Mus. LXV, 1909, 475-80.
'■ Sabbadini Le biografie 242. ■ Aetna Carmen Vergilio adscriptum ree. M.
Lenchantin de Guberna- tis, Angust. Taur. 191 1, 13-16. 260 RIASSUNTO
FILOLOGICO (^ap. IV Leto. — Giris. Gli ultimi 88 versi
scoperti dal Ciisjino prima del 1432 (II 21). Dalle storpiature del nome
{Cirina, Stirino, Osiotim) con cui il Pastreugo, il Boccaccio e altri la
citarono (11, 32) argomentiamo che non la conoscessero. 1 Stampata dal Bussi
nel 1471 su copia del Leto. — Copa. Presso Amplonio (II 12). Nel cod.
Universit. di Bologna 2221 del sec xiv f. 160. Stampata dal Bussi nel 1469 e nel
1471. — Culex. Ado- perato nella scuola d'Orléans del sec. xiii. '^ Noto al
Petrarca (24), a Gio. Hesdin (li 3.5), al Boccaccio (31, 41). Stamjìato dal
Bussi nel 1469 e nel 1471. — Dirae (e Li/dia). Scoperte dal Boccaccio (31, 41).
Stampate dal Bussi nel 1469 e nel 1471. — Elegiae in Maecenatem . Scoperte da
Enocli in Danimarca (140, 142). Stampate dal Bussi nel 1469 e nel 1471. — 'Est
et non' (di Ausonio).^ Noto ad Amplonio (IL 12), al l'olen- ton. * Stampato dal
Bussi nel 1469 e nel 1471. — Moretuni. Noto a Ugo di Trimberg, '' ad Amplonio
(II 12), al Pastrengo (11, 38) e forse al Boccaccio (32). Copiato nel cod.
Parig. 7989 del 1423. Guarino ne mandò una copia al medico Bernardo (97). Nel
cod. di Abshurg 4." CCXVII al carme dcdicatorio di Guarino segue il testo
del Moretum. Stampato dal Bussi nel 1469 e nel 1471. — Rosae (Ver erat, di
Ausonio). Note ad Amplonio (Il 12). al Pastrengo (11), al Petrarca (24), al
Polenton." Stampate dal Bussi nel 1469 e nel 1471. — ' Speme lucrum'. Noto
al Polenton." — 'Vir bonus' (di Auso- nio). Noto ad Amplonio (II 12), al
Polenton.** Stampato dal Bussi nel 1469 e nel 1471. Il famoso codice Vatic.
32-52 coi Septem ioca iuvenalia fu scoperto da B. JBembo (147). — De '
Sabbadini Le biografìe 243. 2 Ib. 242. 3 Già dal principio del .sec. xvi
Marianjfelo Accorsi (Diatribae, Koiiiae 1624 f. 6.5') aveva avvertito clie i
compoiiinienti ' Est et non ', ' Ter bino» de- ciesque', 'Ver erat', ' V'ir
bonns' in alcuni codici erano attribuiti ad An- .<<onio. » Sabbadini Le
biografie 2G0. 5 I. Hiimer in Siteunr/sher. der k. Akad. der ll'isx. in ìl'ien
116, 1888, p. 161 V. 60. " Sabbadini 260. ; Ibid. •< Ibid. cap. IV)
AUTORI LATINI 261 hello nautico Augusti cum Antonio et Cleopatra. Posseduto da
A. Decerabrio e poi riperduto (138-39). — Epistola a Me- cenate. Pinta da P. C.
Decenibrio (176). V. Priapea. ViBio Se(ìuestre. Noto al Pastreugo (14). Lo
jìossedettero il Petrarca (25), Dom. di Bandino (II 189), Gio. Corvini (74).
Martino Salio uell'ediz. di Vibio 'Taurini 1500' scrive: Dura crranens gallicas
bibliothecas i)ercurrereni, oecurrit milii Vibii Sequestris libellus magna
quideni ex parte corrosus... ViNDiciANo. Genecia. Scoperta dal Lamola a Milano
nel U27 (103). Trascritta a Basilea nel 1433 (117). — Epistula Pentadio.
Copiata a Basilea nel 1433 (118). Nota al Poliziano (118, 156). Virici (de)
illustribus, v. Aurelio Vittore e Plinio il giovane. ViTRuvio. Posseduto da
Nic. Acciaioli di 4), dal Mon- treuil (II 68), dal Petrarca (25, 26), dal
Boccaccio (30), dal Sassetti (165). Scoperto a S. Gallo da Poggio (79). Noto a
P. C. Decembrio (206). Vittorino (Mario). Commento al De inv. di Cicerone.
Presso Amplonio (II 14), Geroud (II 32), il Petrarca (25, 26i, Dom. di Bandino
(II 183). — De ortìiographia (un frammento del- VArs). Noto a Gasp- Barzizza
(36). — Ars grammatica (Keil VI 1). Scoperta dal Cusano (? II 22). Nota al
Tortelli (179). — Un'altra Ars grammatica (Keil VI 187). Scoperta a Bobbio col
nome di Palemone (163). Vittorino Massimo, v. Metrorius. Zknone. Sermones.
Raccolti dal mansionario Giovanni (3; II 89) e da Leonardo da Quinto (4).
Scoperti nella Capitolare di Verona da Guarino (97). Fatti copiare da E.
Barbaro (197). Li possedeva Gregorio Corraro (Correr). ' ' Il Corralo in una
lettera l'autografa) a Giovanni Tortelli scrive: Lae- tor librum Sanct! Zenonis
placniaae Sanctissimo domino nostro, in quo scire vellem que opera Basylii et
Gregorii Nazanzeni inserta sint... Veronae V marti! 14r,l (cod. Vatic. 3908 f.
m). 262 RIASSUNTO FILOLOGICO (cap. IV iutori greci tradotti. Ai.EssANiJKO
ÌIagno, V. ps. Callistcne. ps. Ammonio. Vita Aristotelis, tradotta nel medio
evo. Nota al Waleys e a Benzo (II 13(3). Akato, V. Cicerone e Germanico. ps.
Arato. Involutio sphaerae. Ea quae videntur. Reda- zioni latine scoperte dal
Cusano (II 20). Aristotelis vita, v. ps. Ammonio. Aristotile. Le opere elencate
dal Pastrengo (215-6). L'elenco fu pubblicato di sui codici Vaticani e
illustrato da C. Cipolla in Miscellanea Ceriani 773-88. Le traduzioni latine
antiche e medievali furono molto note: in Inghilterra II 8), in Ger- mania (II
12 copiosissima collezione), in Francia (II 32 copio- .sissima collezione, II
66, 70, 79), in Italia (9,62, 201, 203, 219; II 38, 43, 50, 54, 91, 100, 136,
165, 182). — Meteora. Tradotta dall'Aristippo (II 1;. — Volgarizzamenti francesi
(II 34). ps. Aristotile. Oeconomica. Tradotti nel 1294 (219; II 91). Basilio.
Traduzioni presso Amplonio (II 12), il Colonna (Il 54), trovate dal
Pareutucelli nel 1427 (91). ps. Callistene. Le traduzioni e le riduzioni latine
della storia di Alessandro Magno e della presunta lettera di costui erano molto
comuni nel medio evo. Note a Benzo (II 137), a Dionigi (II 43). P. C. Decembrio
le scopri nel sec. *xv come una novità (42, 102). Cirillo Alessandrino.
Traduzioni possedute dal Pizolpasso (122). Clemente Alessandrino. Traduzioni
note a Benzo, (II 137). Diogene Laerzio. Riduzione latina medievale col titolo
De dictis philosophorum o J)e vita et moribus philosophorum o Cronica de nugis
philosophorum. Esisteva sin dal sec. x; in parte fu ritradotta più tardi, nel
sec. xii, dall'Aristippo (219). Il testo latino s'è perduto, ma fu spessissimo
adoperato, con successive alterazioni e interpolazioni, dagli scrittori medie-
eap. IV) AUTORI GRECI TRADOTTI 263 vali. Noto al Buriey (II 10), a Benzo (II
137), al tìorilegista del 1329 (II 91), a Dionigi (H 41), al Clémangis (II 79).
Dionigi Akeopagita. Tradotto presso il Bury (II 8), Am- plonio (II 12), il
Parentucelli nel cod. Vatic. 175. Dionigi Periegeta. Periegesis, tradotta da
Prisciano. Nota a Ugo di Trimberg nel 1280. ' Scoperta dal Capra nel 1423 (102,
104). 11 Polenton l'attribuiva a Lattanzio Placido (185). DioscoRiDE. De
herbarnm notione. Tradotto presso Benzo (II 137), Doni, di Bandino (II 182), a
Pavia del 1426 (129). Riduzione alfabetica stampata nel 1478 (129). Ermogene.
Praeexercitationes tradotte da Prisciano. Presso Amplonio (II 15) e fin dal
1421 presso il Niccoli (87). Esopo. Divulgatissima la riduzione medievale che
va sotto il nome di liomulus. Nota a Benzo (li 137), al fiorilegista del 1329
(Il 91), al Cavallini (II 50), al Colonna (II 54), al Clé- mangis (II 79), a
Doni, di Bandino (Il 182) ecc. II Pastrengo De origin. f. 25': Esopus poeta
graecus ex attica urbe fa- bularum condidit librum, qnem Romulus quidam ex
graeco transtnlit in latìnum. Eusebio. Historia ecclesiastica. Assai nota la
traduzione antica: al mansionario Giovanni (II 89), al fiorilegista del 1329
(II 91), al Pastrengo (6), a Benzo (II 187), al Pizolpasso (122). — Be
temporibus. La copia di Gregorio Corraro fu ri- chiesta da Niccolò V. Scrive
infatti il Corraro a Gio. Tortelli in data Verone XXVIII octobris là'jl: Faciam
quod iubet Sanctissimus d. noster. ut veniens Eusebinm de temporibus mecum
ferani vel mittam, si qua me causa remorabitur.'* Galeno. Opere tradotte dal
regino Nicola Deoprepio (71: II 3). Note a Ugo di Trimberg (19), al Bury (II
8), ad Am- |)lonio (II 12), a Guido da Bagnolo (II 165), al Cavallini (li 50),
a Dom. di Bandino (II 188). — Dynamidia. Presso il Cusano (112). —
Anffibalumtna. Copiati a Basilea nel 1433 (117, 118). ' Prisciu» (= Priseiamis)
Sed librum perieiresis iiietrice gcribebat (I. Hiimer in SiUungsber. der k.
Akad. der ìViss. in ìrien 116, 1888, p. 164 V. 174). •' Cod. Vatic. 3908 f.
118V (autografo). '264 RIASSUNTO FILOLOGICO (ca|>. IV Giovanni Damasceno.
Tradotto da Bnrgandio. Citato dal Pastrengo (11). Presso Guido da Bagnolo (II
16.o) e il Paren- tucelli nel cod. Vatic. 175. Giovanni Grisostojio. Traduzioni
note ad Aniplonio di 12), al Montreuil (II 66), al Clóniangis (II 79), al
mansionario Giovanni (II 88), al florilegista del 1329 (II 91j, a Branda
Castiglione (76). Poggio a Londra nel 1420 lesse ' XXXV lio- meliae stiper
epistola Pauli ad Hebraeos ', ' VII homeliae in laudem Pauli apostoli' tradotte
da Àniano e 'LXXXVIII homeliae in evanf/elium Ioannis ' tradotte da Burgundio.^
— Commentarius in actus apostoloruni. Tradotto da Burgun- dio (?). Noto al
Colonna (II 54). Giuseppe Flavio. Noto nella traduzione latina al Bury(ll 8),
al Montreuil (II 66), a S. Hesdin (II 34), a Benzo (II 187), al ilorilegista
del 1329 (II 91), al Pastrengo (11), a Dionigi (II 43), al Colonna (II 54), a
Piero di Dante (II 99). Presso A. Decembrio in un esemplare ' antiquissiraum in
littera lon- gubarda ' (138). La copia del Petrarca (28) jìassò nelle mani di
T. Fregoso (184). Gregorio Nazianzeno. Traduzioni presso il Montreuil (II 66),
il Cusano (II 22), Greg. Corraro (II 261 n. 1). Gregorio Nisseno. De anima.
Tradotto da Burgundio. Noto al mansionario Giovanni (II 89) e al Pastrengo
(11). Hermas. Pastor- Scoperto dal Niccoli nel 1430 (91). Hermes Trismegistos.
Traduzioni note al Cavallini (II 50). Ippocrate. Traduzioni note a Ugo di
Trimberg (19), ad Amplonio (Il 12), a Dionigi (II 40), a Guido da Bagnolo (lì
165). — Dynamidia. Scoperti dal Cusano (112). — Epistola ad Antiochum. Copiata
a Basilea nel 1433 (118). Ireneo. Coutra haereses. Il Parentucelli ne
rintracciò un esemplare in Lombardia (91) e uno ne riportò di Francia (107).
Isocrate. Exhortationes ad Deinonicum tradotte nel medio evo. Note al Biirley,
al Montagnone, al Pastrengo (219), al florilegista del 1829 (II 91), a Piero di
Dante (II 100\ a Doni, di Bandino (II 182). ' Poggii Kpist. coli. Tonelli l p.
SO. Ciip. IV) AUTORI GRECI TRADOTTI 265 Okigene. Traduzioni note ad Aniplonio
(II 12), a Benzo (II 137), al Traversali (93), al Pizolpasso (122j. Platone.
Timaeus, tradotto da Calcidio. Noto ad Amplouio (II 12), al Montagnone (219),
al florile^'ista del 1329 (II 91), a Lapo (Il 172), al Colonna (Il 54), a Piero
di Dante (II 99), a Doni, di Bandino (II 188). — Menon e Phaedon tradotti
dall'Aristippo. Noti al Monta^none (219), ad Aniplonio (II 12). — Phaedon noto
al Bury (li 8), a Doni, di Bandino (II 188). Plutarco. Vitae. Tradotte nel sec.
xiv in ^reco moderno e dal De Heredia fatte ritradurre in aragonese (II 59, 182).
ps. Plutakcg. Institutio ad Traianum. Trasmessa da Gio- vanni di Salisbury
(175). PoKFiRio. Traduzioni presso Aniplonio (II 12). Pkisciano Lidio.
Quaestiones. Nella redazione latina note al Pastrengo (14). In Urbino (135).
Proclo. Traduzioni note al Montagnone (219). — Elemen- tatio theologica
tradotta dal Moerbeke. Presso Aniplonio (II 12). Simplicio. Super praedicam.
Aristotelis. Noto nella tradu- zione a Dionigi (Il 40). Teofkasto. T)e nuptiis.
Transuntato da Girolamo adv. Io- rinianum I 47. Noto al Montagnone (219) e a
tutti gli stu- diosi di Girolamo. Tolomeo. Traduzioni note a Geroud (II 32), al
Bury (Il 8), ad Ani])lonio (II 12), al Montagnone (219), a Piero di Dante (II
100), a Guido da Bagnolo (II 165), a Doni, di Bandino (II 188). — Almagestum
tradotto dal greco in Sicilia nel sec. xu (II 1). ERRATA-CORRIGE ERRATA CORRIDE
p- 7 linea 16: Roberto Riccardo p- 23 nota 120: Merril Merrill p- •24 n. 122 l.
9: Ann. I-V Ann. 1-Vl p- 27 ?. 21: Trithermius Trithemius p- 32 l U: Jeroiid
Geroud p- 63 l. 20: Coiirtemisse Courtecuisa p- 106 n. 1 l. 2: 1341 1241 p- 187
n. 47 Z. 9 : 1888 Wien 1888 p- 192 n. 8 ?. 1 : O'ermania Germanie GIUNTE p. 3
n. 9. Aifgiungi : F. Lo Parco Niccolò da Ueggio antesignano del risorgimento
dell'antichità ellenica nel sec. XIV, Napoli 1913 (estratto da- gli Atti della
r. Accad. arch. leti. art. di Napoli, N. S. II, 1910), donde rileviamo che non
si cono.scono traduzioni aristoteliche di Nicola. p. 35. l. 9. A Orléans studiò
anche Gino da Pistoia (L. Chiappellì in Bollettino stor. pistoiese XII, 1910,
129-33). p. 47 l. 6. La PoUstoria del Cavallini esiste nel cod. Gudiano lat. 2°
47 (Wolfenbiittel), nienibr. sec. xrv, di fogli 85 a due colonne, col titolo :
In- cipit pì'Ologus Polistorie lohannis Caballini de Cerronibus de Urbe, apo-
Ktolice sedis scriptoris, de virtutibus et dotibus Romanorum libri X. Me-
riterebbe di essere studiato. p. •')3 l. 31. Le parole di Agostino sono nel De
doctr. christ. 11 4, 60. p. S.") l. 22. Sulla cristianità di Stazio reco
l'importante notizia di Fran- cesco da Fiano nella sua difesa dei poeti,
tramandataci dal cod. Vatìc. Ot- tob. 1438 del principio del sec. xv, f. 132 :
Francisci de Fiano ad M.mim pattern d. cardinalein Bononienaem contra ridiculos
oblocutores et fellitos 268 GIUNTE detractores poetarum. 'l'Biiiiiiia al f. 147 con la
lìnna : Tuus siquid est ¥. de fiano. La
difesa fu scritta, se non erriamo, nell'iiltiiiio decennio del Tre- cento. Ecco
il passo su Stazio, f. 141 : Quid Statius natione Tolosanus, queni aliqiii
Narbonensem voinnt? Siquidem Domitìano, Titi Vespasiani germano fratre
imperante, qui christiaiiorinn inexorabilis perseciitor fuit, eiini elam, metu
principis in ebristianos omnium snppliciorum seneribus scvientis. Cbristi tenentein fidein et, si
non aque vel sanguinis, baptismoqui- deni flamìnis legimus fuisse respersum. Flaminia sarà jnw/taro,-, lo Spirito Santo? 11 verbo
legimus attesta una tradizione scritta. Curioso il cenno alla doppia patria di
stazio natione Tolosanus , qaem aliqui Narbonensem volunt, che non mi risulta
da altra fonte. Lo stesso Francesco (ibid.) crede alla cristianità di
Clandiano, al pari del Colonna (p. -jS). Anche Ovidio fu ritenuto cristiano,
come si legge in un commento ano- nimo delle Metam. del sec. xi. Secondo il
commentatore, Ovidio visse ai tempi di Domiziano, di cui temendo le
persecuzioni fìnse di onorare gli dèi pagani (Jleiser Ueber einen Commentar zìi
den Metam. des Ovid, in Sitzungsber. des Akad. d. Wiss. zu Munclien, 188.5,
.'il). Probabilmente qui Ovidio fu confuso con Stazio; e la confusione
attesterebbe che la leg- genda della cristianità di Stazio risale molto
addietro. p. 80 l. 11. Il gioco di parola ferus, ferreus è anche in Cicer. ad
Q. f'r. I 3, 3 ego ferus ac ferreus; ma reputo più probabile l'abbia letto in
Tibullo, se pure non era tradizionale. p. 166 l. 26. Va però notato che
l'Acliilleide in alcune collezioni di te- sti scolastici è disgiunta dalla
Tebaide (cfr. M. Boas in Mnemosyne XLII, 1914, 17, 38). p. 18] H. 11. Nel cod.
Casanat. (Roma) 1369, sec. xiv, f. 79 ho trovato che la sigla 1II>"
rappresenta il numero XIII, in modo cioè che a i» veng.i attribuito il valore
del numero X. Con tale indizio le cifre di Domenico si potrebbero interpretare
cosi: X'" = XX; 8™ = 18. p. 205 /. 8. Della Breviatio fabularum Ovidii fu
pubblicata un'edi- zione critica in P. Ovidi Nasonis Metamorph. libri XV.
Narraiiones fa- bui. Ovidianarum ree. H. Magnus, Berolini MDCCCCXIV, p. 631
.ss. L'at- tribuzione a Lattanzio Placido si incontra anche in un codice, il
Laur. 90, 99 della fine del sec. xv (ib. p. 627, 629). p. 206 l. 16. Più volte
ho espresso il dubbio (p. 41, 91, 137) se l'opera del Burlaeus fosse o non
fosse ancora uscita; poiché se cono.seessimo l'anno precìso della
pubblicazione, ce ne gioveremmo per stabilire altre date. Viene opportuno a
questo proposito il cod. (indiano lat. 4". 200 di Wolfen- biittel (n. 4504
del recentissimo catalogo di Kóhler e Milchsack), che con- tiene ai f. 150-52
e.r.cerpta tratti in Bologna dal Libelhis de vita philoso- phorum (anonimo),
con la sottoscrizione: Hoc opus e.ref/i sub annis d. M. evo. XXVI. die Galli et
Lulli (16 ottobre). Sicclié il Libellus, arrivat« già a Bologna, e. per giunta
anonimo, nel 1326, jiotrebb'essere uscito verso il 1320, se non prima. Ma è
veramente l'opera del Burlaeus o un'altra re- dazione? Anche questo è un
argomento degno di studio. p. 219 l. 16. In una lettera (autografa) di Niccolò
Volpe a ùiovanni Tor- telli (cod. Vatic. 8908 f. 96) son da rilevare le
seguenti parole : ' Scribe mihi quomodo incipit ìlle Donatus, quem legens invenisti
Scipionem Na- GIUNTK 269 siciim dictum a naso ; nani in libraria Saucti Petri
(in Bologna) est quod- dani volumen quod inscribitur Donati ; tanien multa ibi
repperi quae Do- iiatum non redolent... Bononiae (*) marti! (1447). ...Tro
creatione huius pa- llai (ciot; Niccolò V) urbs Bononiensis laetata est.'
L'anno è certamente il 1447, per l'elezione di Niccolò V, avvenuta il 6 marzo.
Non conosco nes- sun'opera di lionato che contenga l'etimologia di Nasica a
naso; e non so die sia accaduto del Donato bolognese visto dal \olpe. 11
Tortelli stava allora a Roma. p. 230 l. h. Una recensione umanistica dell'Jh'as
latina intrapresa per eccitamento di Niccolò V è nel cod. Vatic. 2756 niembr.
sec. xv. La dedica al papa comincia: f. Iv Rex reguin patrumque pater Nicolae
sacrorum, Ma- gna inbes magnis eflicienda viris. p. 237 l. 25. II primo in
Italia ad apprezzare Orazio lirico fu il snlmo- nese Giovanni Quatrario
(1336-1402), il quale nella seconda metà del sec. XV compose 19 carmi nei vari
metri delle Odi e degli Epodi oraziani. Si leggono nel volume di G. Pansa
Giovanni Quatrario da Snhnona, Sul- mona 1912, 268-93. NB. Molti argomenti
toccati solo di passaggio in questi due volumi sono ampiamente sviluppati in un
terzo, che si trova in corso di stampa ;i Catania, presso l'editore Francesco
Battiato, col titolo: Storia e critica di testi latini. INDICE DELLE PERSONE
Acciaioli Nicola 3-4, 173, 174. Ailly (d') Pietro 76. Alano 101, 161. Albornoz
Gomez 154. Alessandro V, v. Filargo. Alighieri Dante 54, 97, 101, 141, 153,
167-68, 186-87, 190. Alighieri Piero di Dante 88, 97-105, 196. Amelii Pietro
69. Amplonio, v. Ratinck. Andrea (d') Giovanni 63, 157-63. Andronico 3.
Angerville (di), t. Bury. Aragona (d') Ferdinando I 56. Arese Andreolo 59-61,
64, 85. Aristippo Enrico (Everico ?) 1. Anrispa Giovanni 23, 78. Averroe 39.
Avicenna 39. Bacone Ruggero 2, 8. Bagnolo (da) Guido 164 65. Bandino Bianco
180. Bandino (di) Domenico 178, 179-90. Barbaro Francesco 74, 192. Bardi (da')
Roberto 35-36. Bartolomeo di Iacopo 125. Bartolomeo da Messina 2. Bartolomeo
del Regno 152. Barzizza Gasparino 122, 178, 181. Beauvais, v. Vincenzo.
Sellaste Cione 131. Bellino 106, 109. Benedetto XII 48. Benedetto XIII, v.
Luna. Benedetto da Piglio 152-54. Benincasa Bertolino 150. Benoit de Sainte-More
143. Benzo da Alessandria 37, 99, 107, 128-50, 159, 181, 187, 190, 197. Berry
(duca di) Giovanni 34, 64. Bersuire Pietro 34. Bertrando de Montefaventio 48.
Boccaccio Giovanni 62, 151, 178,182, 184, 185. Bonandrea Giovanni 150. Bosius
Simeone 189. Bosso Matteo 149. Bourgogne (de) Antoine 34. Bracciolini, v.
Poggio. Brancacci Niccolò 69. Brocardo 129. Bruni Leonardo 182, 189. Bruno di
Casino 173. Bury (da) Riccardo 3, 4-9, 197. Bussi Giovanni Andrea 25. Enti (da)
Francesco 175. Caecilius Balbus 92, 103. Calcidio 12. Calderini Giovanni 157.
Cambiatore Tommaso di Guido 126. Capelli Pasquino 122, 125. * Da quest'indice é
escluso il Capitolo IV. 272 INDICE DELLE PERSONE Capra Bartolomeo 20. Carlo II
38. Carlo IV 52. Carlo V 34, 64. Carrara (da) Francesco 181. Carrara (da)
Iacopo I 56. Caruso Domenico 35, 163 64. Casa (della) Tedaldo 175 76. Carallini
Giovanni 45, 47-50, 267. Cavallini Pietro 47. Cecco d'Ascoli 1.50, 151. Cennini
167. Ceparelli, v. Prato. Cesare (medico) 42. Cesarini Giuliano 18, 19, 26.
Ciceri (Cicereius) Francesco 127. Clémangis (di) Nicola 58, 59, 66, 71, 72,
74-87, 197. Clemente V 7. Clemente VI 63. Clemente VII 58. Col Gontier 59, 61,
63, 64, 77. . Cola dì Rienzo 45. Colonna Bartolomeo 51. Colonna Giacomo 158.
Colonna Giovanni 38, 45. Colonna Giovanni 45, 51-58. Colonna Landolfo 51, 5G.
Colonna Oddone .52. Colonna Stefano 48. Conti Giovanni 51, 52. Convenevole da
Prato 46. Coti Giovanni 63, 162, 163. Conrtecuisse Giovanni 63. Crisolora
Manuele 122. Cusano (o da Cnsa) Niccolò 16-27, 31, 197. Dandolo Fantino 17.
Decembrìo Pier Candido 31, 124. Deeerabrio Uberto 11, (W, 122, 124, 126.
Deoprepio (di) Nicola 3. Dionigi da S. Sepolcro 36-44 Dionisio da Modena
163-64. Dominici Giovanni 176-79. Donizone 8. Dulcinìo Stefano 148. Edoardo III
4. Elinando 39, 43. Enoch da Ascoli 29. Enrico VII 107, 132, 1.33. Enrico di
Berka 11. Enrico di Prussia 169, 171. Eyb (von) Alberto 28 29. Federico III 11.
Ferrari Giulio Emilio 148. "Fiauo (da) Francesco 267-8. Filargo Pietro
122, 125, ISJi. Filelfo Francesco 187-88. Flameng (iiacomo 64. Floriano da S.
Pietro 153. Florilegista (il) veronese 8», 90-97. Forestiere Ovidio 150.
Fournival (di) Riccardo 33, 197. Fredo di Parioni 48. Francbi (de) Michele 188.
Fngger Gian Giacomo 29. Gaetano Niccolò 154. Galeotto di Pìetramala, v.
Tarlati. Geroud d'Abbeville 32-33, '^0, 87, 197. Gervasio di Tilbnry 55.
Giacomo di Venezia 1. Giovanni I 34. Giovanni XXII 7, 51. Giovanni XXIII 61,
153. Giovanni (duca) di Berry, v. Berry. Giovanni da Firenze 173. Giovanni (de
Matociis) mansionario 88-90, 186, 193. Giovanni da Verona 193-95. Giovanni da
Vigonza 10'.'. Giovanni di Wasia 11. Giovannino da Mantova 109. Graziano 39,
43, 98, 99. Gregorio XII 176. Grosthead (Grosseteste) Roberto 2,8. Guarino
Veronese 152. Guglielmo I 1. Gui Bernardo 33. Guigone 162. Quizzardo 111, 173.
Heredia (de) .luan Fernaudez 59. Hesdin (de) Giovanni 34-35. Hesdin (de) Simone
34. Inghirami Gemignano 180. Isolella (da) Pietro 42. Kosbien Enrico 2.
Ladislao 153. INDICE DELLE PERSONE 273 Lambertrtziti Giovanni Lodovico 109,
170. Lainbeiteiiglii Leone 129. Lanibertucci .Soraiizo 161. Lapo da
Castiglioiichio 124, 168-73. Lejjrant (jiacomo (53. JJlier glossarum UU, 190.
]..oddovici8 (de) Giovanni 152. Lodovico il Bavaro 48, 107. Loschi Antonio 113,
122-24, 125. Lovato 105, 106, 109, 113. Lucio da ^Spoleto 20. Luna (de) Pietro
(Benedetto XIII) 58-59, 75, 78. Lupten (von) Giovanni 27. Manfredi 2. .Manzini
Giovanni 125. Marcanova Giovanni 151, 158, 189. Marinoni Astolflno 123, 125.
Marsili Luigi 175. Marsuppini Carlo 20. Martino V 1,53, 188. Matociis, V.
Giovanni mansionario. .Morula Giorgio 133, 148./ Metodio 99. Milìis (de)
Ambrogio 61 63, 04. Miliis (de) Filippo 61. Mirabilia urbis Jiomae 120, 136.
Moerbeke (di) Guglielmo 2. Montagnone (da) GeremialOS, 114, 196. Monte (del) 91.
Montepulciano (da) Bartolomeo 191. Montreuil (di) Giovanni 60, 61, 62, 64-74,
75, 76, 83, 87, 164. Muglio (da) Giovanni 151. Muglio (da) Niccolò 46, 151.
Muglio (da) Pietro 151. .Murimuth Adamo 5. Mussato Albertino 105, 106-114,173,
196. Musselini Giovanni e Guglielmo 157. Musso (dal) Viviano 106. Nelli
Francesco 165, 174, 187. Niccoli Niccolò 20, 192. Niccolò V 17. Nicola da
Reggio, v. Deoprepio. Oresine Nicola 34. Orleans (d') Carlo 31. Orlt'aus (d'j
Luigi 61. Orsini Giordano 17. Orsini Giovanni 47. Panormita (il) Antonio 152.
Paolo diacono 39, 43, 143. Papia 39, 43, 98, 190. Parente, v. Piero. Pastrengo
(ila) Guglielmo 53, 88, 129, 184, 196. Petrarca Francesco, 4, 6-7, 9, 15, 34,
35, 45, 46, 58, 62, 63, 65, 73, 74, 76, 78, 115, 121, 122, 123, 12.5, 126, 128,
149, 1.50, 151, 158 60, 105, 168, 170, 171, 174, 178, 181, 182, 1S3, 184, 197.
Pfullendorf Michele 27. Piccolomini Enea Silvio 27. Piero di Parente 165-67,
168. Pietro di Brussella 17. Pietro Comestore 39, 43, 98, 99. Fingono (da)
Pietro 188. Pinoti Bonvicino di Gabriele 126. Pinoti Pinoto 125-26. Pìzolpasso
Francesco 18-19, 22, 23, 24, 25, 26, 31, 86, 191. Poggio Bracciolini 21, 24,
25,27, 62, 63, 73, 74, 78, 79, 128, 150, 153, 191-93. Poillevillain, v.
Clémangis. Polenton Sicco 178. Poliziano Angelo 149. Prato (da) Giovanni 20.
Precida (da) Giovanni 3. Quatrario Giovanni 269. Radolfo 47. Rafanelli iRav -)
Marco 127. Raineri da Reggio 150. Rambaldi Benvenuto 154-56, 157, 178, 187.
Raterio 88. Ratinck Aniplonio 10-16, 29, 197. Rinaldo d'Avella 38. Roberto (re
dì Napoli) 3, 36, 48. Ruggero li 1, 2. Sale (de la) Antonio 34. Salutati
Coluccio 59, 60, 64, 72, 74^ 125, 151, 152, 157, 164, 177, 178, 179, 182, 183,
184, 18.5, 186, 190, 195, 196. Scala fdella) Antonio 125. 274 INDICE DELLE
PERSONE Scala (della) Cangrande 107, 108, 111, 113. Scaligero Giuseppe 189.
Schedel Hartmann 2>, 29-30. Schedel Hermann 29, 30. Schindel Giovanni 27.
Seta (della) Lombardo 184. Soprano (Soranzo ?) Raimondo 45-46. Stabilì
Francesco, v. Cecco. Stanislao dì Ermanno 157. Stefanesco Pietro degli
AnnibaldilòS. Strabo 99. Syon 160. Tarlati Galeotto 58, 69, 77, 78, 84. Tebaldo
da S. Eustachio 48. Thomasius Godofredus 30. Tommaso (san) 99. Tortelli
Giovanni 268, 269. Traversar! Ambrogio 18, 19, 23, 26. Trithemiiis Giovanni
27-28. Triveth Nicola 87, lOG. ;;go di Trimberg 13, 187. Ugo da S. Vittore 39,
43. Uguccione 39, 43, 98. Umfredo di Glocester 10. Urbano VI 58. Valeriane 103.
Valla Lorenzo 62, 63. VallensÌH. v. Waleys. Vetula (de) 100, 118. Vincenzo di
Beauvais (Bellovacense) 33, 54, 58, 102, 134, 1.S9, 143,150, 197. Vinet Elia
189. Virgilio (del) Giovanni 151. Visconti Bianca 125. Visconti Filippo Maria
59. Visconti Galeazzo 121, 122, 125. Visconti Galeazzo Maria 59. Visconti Gian
Galeazzo 59, 61, 121, 123, 125. Visconti Giovanni (arcivescovo) 121, 122.
Visconti Valentina 61. Vitn (de) philosophorum 39, 41, 137. Viterbo (da) Pietro
40, 43. Vittorino da Feltre 23, 152. Volpe Niccolò 268. Volterrano Raffaele
178. Waleys Giovanni 2, 37, 136, 137. Wasia, T. Giovanni. Wijssen Giovanni 11.
Zabarella Francesco 194. Zanobi (Mazzuoli) da Strada 173-74. Zone (Zono, Clone)
dì Firenze 104, 173. PA Sabbadini, Remigio 57 Le scoperte dei codici S33 latini
e greci ne' secoli XIV V.2 E XV PLEASE DO NOT REMOVE CARDS OR SLIPS FROM THIS
POCKET :m h ■:^'^^. :.m. Remigio Sabbadni. Sabbadini. Keywords: CICERONE.
Speranza, “Grice e Sabbadini”.
Luigi Speranza --
Grice e Sabellio: la ragione conversazionale e l’escatologia -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. He struggles with the problem brought by the Galileans – from
Galilea, not followers of the Florentine astronomer -- about the trinità. He argues
that the three dimensions of the so-called ‘trinità’ should be understood as
three modes of one single being, rather than as three separate persons. The
theory, which he dubs ‘modalism,’ is soon condemned as heretical, as is he.
Luigi Speranza -- Grice e Sabinillio: la ragione
conversazionale dell’accademia romana – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza
(Roma). Filosofo romano. A senator, who counts Plotino as his
tutor, and whose doctrines he follows.
Grice
e Saccheri Il frontespizio dell'opera Euclides ab omni nævo
vindicatus Giovanni Girolamo Saccheri (Sanremo, 5 settembre 1667 – Milano, 25
ottobre 1733) è stato un gesuita e matematico italiano. È considerato il
padre, seppure inconsapevole, delle geometrie non euclidee. Logica
demonstrativa, 1701 Quadrilatero di Saccheri Biografia Targa
commemorativa all'Università di Pavia Saccheri entrò diciottenne nell'ordine
della Compagnia di Gesù a Genova, dove fu avviato allo studio della geometria
sotto la guida del p. Tommaso Ceva. Ceva fece conoscere il fratello Giovanni e
i galileiani Vincenzo Viviani e Luigi Guido Grandi. Venne ordinato sacerdote a
Como nel 1694, quindi insegnò filosofia e teologia nei collegi gesuiti di
Torino e di Pavia, dove inoltre gli fu affidata la cattedra di Matematica
all'Università degli Studi fino alla morte. Nel 1697 pubblicò un notevole
trattato di logica e nel 1708 un trattato di statica. Nel 1733, l'anno della
sua morte, uscì l'opera di maggiore importanza per la storia dei fondamenti della
geometria e per la quale la sua figura è oggi ampiamente ricordata:
"Euclides ab omni nævo vindicatus" (Euclide riscattato da ogni
difetto). In essa, Saccheri dimostrò per assurdo il postulato delle rette
parallele di Euclide. La sua dimostrazione non era però corretta e le
conseguenze da lui tratte dalla negazione del V postulato costituiscono, contro
le sue intenzioni, una serie di teoremi che di fatto hanno aperto la strada
alla geometria non euclidea. Tuttavia la sua incrollabile convinzione sulla
validità della geometria euclidea gli impedì di rendersi conto dei risultati
raggiunti. Saccheri era anche un valente giocatore di scacchi: era in
grado di giocare contemporaneamente tre partite alla cieca, riproducendole poi
a ritroso. Il Quadrilatero di Saccheri Saccheri voleva provare il V
postulato di Euclide sulle rette parallele attraverso una dimostrazione per
assurdo. Il suo punto di partenza fu il quadrilato birettangolo isoscele,
ovvero un quadrilatero con due lati opposti congruenti ed entrambi
perpendicolari ad uno solo degli altri lati. Saccheri introdusse dunque tre
ipotesi sugli angoli del quadrilatero opposti a quelli costruiti retti:
Ipotesi dell'angolo retto: gli angoli sono entrambi retti; ciò equivale ad
accettare il V postulato. Ipotesi dell'angolo ottuso: gli angoli interni sono
entrambi ottusi; in questo modo viene negato il V postulato Ipotesi dell'angolo
acuto: gli angoli interni sono entrambi acuti; anche in questo modo si nega il
V postulato L'idea di Saccheri era quella di confutare le due ipotesi
dell'angolo acuto e di quello ottuso, in modo da rendere possibile solo quella
dell'angolo retto. Confutò l'ipotesi dell'angolo ottuso usando il II postulato
euclideo, ammettendo cioè che un segmento possa essere illimitatamente prolungato
in linea retta. Tuttavia rinunciando alla validità anche del II postulato,
potremmo considerare valida anche l'ipotesi dell'angolo ottuso: proprio
Bernhard Riemann, lavorando su questo, giunse ad elaborare la teoria della
geometria ellittica. Saccheri concluse dicendo che "L'ipotesi dell'angolo
ottuso è completamente falsa, poiché distrugge se stessa". La
confutazione di Saccheri dell'ipotesi dell'angolo acuto è molto più debole.
Egli suppose infatti che ciò che vale per un punto a distanza finita dalla
retta dovesse valere anche per un punto "all'infinito", ma questa
ipotesi in realtà rende inaccettabile la confutazione. Non troppo convinto
della dimostrazione, Saccheri così chiosò la sua dimostrazione: "L'ipotesi
dell'angolo acuto è assolutamente falsa, poiché ripugna alla natura della linea
retta". Opere Quæsita geometrica, 1693 Logica demonstrativa, 1697
(LA) Giovanni Girolamo Saccheri, Logica demonstrativa, Ticini Regij, typis
haeredum Caroli Francisci Magrij impressorum ciuit, 1701. Logica dimostrativa.
Testo latino a fronte; a cura di Paolo Pagli e Corrado Mangione, Milano,
Bompiani, 2011. (LA) Neostatica, Milano, Giuseppe Pandolfo Malatesta, 1708.
Euclides ab omni nævo vindicatus, 1733 L'Euclide emendato del p. Gerolamo
Saccheri. Tr. e note del prof. G. Boccardini, Milano, U. Hoepli, 1904 (EN)
Girolamo Saccheri's Euclides vindicatus, traduzione in inglese di G. B.
Halsted, Chicago, Open court publishing company, 1920 Euclide liberato da ogni
macchia. Testo latino a fronte; a cura di Pierangelo Frigerio, introduzione di
Imre Toth ed Elisabetta Cattanei, Milano, Bompiani, 2001. Bibliografia Parte di
questo testo proviene dalla relativa voce del progetto Mille anni di scienza in
Italia, pubblicata sotto licenza Creative Commons CC-BY-3.0, opera del Museo
Galileo - Istituto e Museo di Storia della Scienza (home page) Alberto Pascal,
Girolamo Saccheri nella vita e nelle opere, in Giornale di matematiche, LII,
Napoli 1914; Roberto Bonola, La geometria non-euclidea, Bologna, Zanichelli,
1906. Eugenio Beltrami, Un precursore italiano di Legendre e di Lobatchewsky,
in Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, V (1889); Corrado Segre,
Congetture intorno all'influenza di Girolamo Saccheri sulla formazione della
geometria non-euclidea, in Atti della R. Accademia delle scienze, Torino
XXXVIII (1903). Altri progetti Collabora a Wikisource Wikisource contiene una
pagina dedicata a Giovanni Girolamo Saccheri Collabora a Wikiquote Wikiquote
contiene citazioni di o su Giovanni Girolamo Saccheri Collabora a Wikimedia
Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Giovanni Girolamo
Saccheri Collegamenti esterni Sacchèri, Giovanni Girolamo, su Treccani.it –
Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata
Ettore Carruccio, SACCHERI, Giovanni Girolamo, in Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1936. Modifica su Wikidata Saccheri,
Giovanni Girolamo, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, 2009. Modifica su Wikidata Sacchèri, Geròlamo Giovanni, su sapere.it,
De Agostini. Modifica su Wikidata Saccheri, in Enciclopedia della Matematica,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2013. Modifica su Wikidata (EN) Girolamo
Saccheri, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su
Wikidata Clara Silvia Roero, SACCHERI, Giovanni Girolamo, in Dizionario
biografico degli italiani, vol. 89, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2017.
Modifica su Wikidata (EN) Giovanni Girolamo Saccheri, su MacTutor, University
of St Andrews, Scotland. Modifica su Wikidata Opere di Giovanni Girolamo
Saccheri, su MLOL, Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata (EN) Opere di
Giovanni Girolamo Saccheri / Giovanni Girolamo Saccheri (altra versione), su
Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Giovanni Girolamo
Saccheri, su Goodreads. Modifica su Wikidata Vincenzo De Risi, Giovanni
Girolamo Saccheri, in Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Scienze,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2013. V · D · M Compagnia di Gesù
Controllo di autorità VIAF (EN)
102329724 · ISNI (EN) 0000 0001 0929 543X · SBN LO1V168490 · BAV 495/80655 ·
CERL cnp00187127 · LCCN (EN) n79069965 · GND (DE) 101231687 · BNE (ES)
XX1751030 (data) · BNF (FR) cb13164455b (data) · J9U (EN, HE)
987007271064705171 Portale Biografie Portale
Cattolicesimo Portale Matematica Categorie: Gesuiti
italianiMatematici italiani del XVII secoloMatematici italiani del XVIII
secoloNati nel 1667Morti nel 1733Nati il 5 settembreMorti il 25 ottobreNati a SanremoMorti
a MilanoProfessori dell'Università degli Studi di PaviaScienziati del clero
cattolico[altre]
Luigi Speranza -- Grice e Sacchi: la ragione
conversazionale dei lombardi e la filosofia – filosofia lombarda – la scuola di
Cassa Matta di Siziano -- filosofia longobarda – filosofia italiana -- Luigi
Speranza (Casa Matta di
Siziano). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Casa Matta di Siziano, Pavia,
Lombardia. La sua saggistica e molto abbondante e abbraccia i campi più diversi
della filosofia. A differenza di altri poligrafi del tempo la sua filosofia si basa
su una solida formazione e un sapere quasi enciclopedico, per cui i suoi saggi,
pur influenzati -soprattutto nella forma- dalle mode culturali del tempo,
mantengono anche oggi un indubbio valore. A Pavia conduce i suoi studi, che
dapprincipio si indirizzarono alla filosofia. Tra i suoi maestri vi e Romagnosi.
Corrispondente di Fauriel e Gioia. Si trasfere a Milano. Collabora a varie
riviste. Dirige «Cosmorama pittorico». Socio della Reale Accademia delle Scienze
di Torino. Saggi: “La Storia della
filosofia greca” (Pavia, Capelli) La Collezione dei Classici Metafisici, Mascheroni”
(Pavia, Bizzoni); “I Lambertazzi e i
Geremei, o le fazione di Bologna – cronaca di un trovatore” (Milano, Stella); “La
pianta dei sospiri” (Milano, Silvestri); Le Antichità romaniiche d'Italia, Diritto
pubblico universale, o sia Diritto di Natura e delle Genti, Biblioteca Scelta
di opere dal latino); “Uomini Utili e Benefattori del Genere Umano” (Milano,
Silvestri); I voti dell'Italia. I. Cesare, "L'Omnibus Pittoresco", La mia vita
(Pavia, Bizzoni); Filosofia (Milano, Cisalpino); Elogio del sensismo, Pavia, Bizzoni,
Della filosofia di Socrate” Pavia, Bizzoni, I trovatori e le galanterie nel Medio evo,
Milano, Ripamonti Carpano, Oriele o Lettere di due amanti” (Pavia, Bizzoni); “Lodi
Orcesi, Milano, Silvestri, Biblioteca Braidense
Marcellina, C. Béchet, Geltrude. Romanzo italiano con note storiche,
Milano, Bettoni, Diritto pubblico universale di Gio. Maria Lampredi
volgarizzato, Milano, Silvestri); “I fregi simbolici di San Michele in
Pavia", Antichita romantiche [romaniche] d'Italia, e Giu Milano, Stella);
“Della condizione economica, morale e politica degli italiani nei bassi tempi”;
“Saggio intorno all'architettura simbolica, civile e militare in Italia”’
“Saggio intorno all'origine de' Longobardi, alla loro dominazione in Italia,
alla divisione dei due popoli ed ai loro usi, culto e costume” (Milano, Stella);
“Della condizione economica, morale e politica degli Italiani ne' tempi
municipali”; “Sulle feste, e sull'origine, stato e decadenza de' municipii
italiani nel Medioevo” (Milano, Stella); “Annali universali di statistica
economia pubblica, storia, viaggi e commercio; “Sull’'indole della letteratura
italiana; ossia della letteratura civile, con un'appendice intorno alla poesia
eroica, sacra e alle belle arti” (Pavia, Landoni); “ Intorno alle dighe
marmoree o murazzi alla laguna di Venezia ed alla istituzione del porto franco”
(Milano, Editori degli Annali Universali delle Scienze e dell'Industria, Miscellanea
di lettere ed arti, Pavia, Bizzoni); “L'arca di Sant'Agostino: monumento in
marmoora esistente nella chiesa cattedrale di Pavia, colle illustrazionii” (Pavia,
Fusi); “Intorno alle costumanze, alle arti, agli uomini e alle donne illustri
d'Italia” (Milano, Stella); “Intorno alla pasta, alla smania musicale del
secolo, a Volta e a' progetti pel monumento da erigersegli in Como ed a qualche
buona o cattiva moda della capitale: lettera inutile” (Milano, Stella); “Cose inutile”
(Milano, Visaj); “Teodote: storia” (Milano, Nervetti); “Le belle arti in Milano,
Nuovo Raccoglitore, Questioni sull'architettura rituale in relazione alle
opinioni del conte Cordero di San Quintino e dell'avvocato Robolini", in
Annali Universali di Statistica”; “Le arti e l'industria in Lombardia” (Milano,
Visaj); “Del bello” (Milano, Silvestri); Instituti di beneficenza a Torino
(relazione), Milano, a Società degli editori degli annali universali delle scienze
e dell'industria, Lezioni d'un parroco sul cholera” (Milano, Bravetta, Gli
asili dell'infanzia: loro utilità ed ordinamento. Memorie popolari italiane” (Milano,
Manini); “Novelle e racconti, Milano, Manini); “L' Arco della Pace a Milano
descritto e illustrato e pubblicato per la fausta inaugurazione fatta da
S.M.I.R.A. Ferdinando 1, Milano, Manini; B. Luino, Cosmorama pittorico, Le
streghe. Dono del folletto alle signore, Milano, Manini); “Amori e vicende dei
quattro sommi poeti italiani: Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso. Studi
storici-biografici” (Milano, Vallardi). Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Defendente
Sacchi. Sacchi. Keywords: Lombardi, longobardi, filosofia lombarda – pagenismo
Lombardo – lingua lombarda – simbolo Lombardo --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Sacchi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Sacchi: la ragione conversazionale della gastro-filosofia
– la scuola di Piadena – filosofia cremonese -- filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Piadena).
Filosofo lombardo. Filosofo italiano Piadena, Cremona, Lombardia. Il Platina.
Garin. Detto il Plàtina. Muore a Roma. Umanista e gastronomo
italiano. Nacque a questo paese vicino a Cremona chiamato, in latino,
Platina, da cui prese il soprannome. Della sua giovinezza si conosce poco:
intraprese la carriera delle armi militando al servizio di Sforza e Piccinino
come mercenario, ma presto si trasferì a Mantova per avviarsi agli studi
umanistici. Nella città dei Gonzaga e discepolo di Ognibene da Lonigo, che
aveva assunto la guida della Casa Gioiosa dopo Iacopo da San Cassiano,
succeduto a Vittorino da Feltre morto. Cominciò la sua carriera come precettore
del figlio di Ludovico III Gonzaga. Al marchese dedicò il primo scritto di cui
abbiamo notizia: il Bartholomaei Platinensis Divi Ludovici marchionis Mantuae
somnium, un'operetta sotto forma di dialogo in lode delle cure prestate da
Ludovico nella trascrizione delle opere di Virgilio. Secondo l'uso
umanistico Sacchi scelse come nom de plume quello della propria città natale,
cambiandolo presto da Platinensis a Platina. Per quanto ottenesse dal duca di
Milano Francesco Sforza – tramite l'intercessione della moglie di Ludovico
Barbara di Brandeburgo – un salvacondotto per andare in Grecia a perfezionare
le proprie conoscenze del greco antico e dell'antichità classica, mutò parere
quando seppe che Giovanni Argiropulo, celebre umanista di orientamento
platonico, sarebbe venuto a Firenze in qualità di docente di filosofia,
preferendo stabilirsi nella città medicea. Si recò quindi a Firenze per
ascoltare le lezioni dell'Argiropulo, entrando a far parte dell'ambiente
culturale locale e stringendo amicizia con celebri umanisti quali FICINO,
Bracciolini, Filelfo, LANDINO, ALBERTI (si veda), PICO (si veda), e molti
altri. Divenne inoltre precettore presso la famiglia Medici pur legandosi alla
famiglia Capponi, di parte repubblicana. Di Neri Capponi tradusse i Commentari
aggiungendo una nota biografica probabilmente più tarda. Degli autori
antichi predilesse in particolare Virgilio, che studiò molto approfonditamente,
curando tra l'altro una raccolta, perduta, dei modi di dire greci presenti nei
testi dell'autore mantovano. A Ludovico III Gonzaga spedì un codice delle
Georgiche e una copia miniata delle opere virgiliane, incitandolo a far erigere
in città un monumento al suo poeta più noto.[4] Il Platina tenne l'orazione
funebre di Gonzaga. Non fu solo educatore, ma anche umanista, studioso di
letteratura e tradizioni popolari. Si trasferì a Roma al servizio del giovane
cardinale Francesco Gonzaga, in qualità di suo segretario; divenne abbreviatore
dei papi Pio II e Paolo II con alterne fortune. Venne infatti IMPRIGIONATO e
sottoposto a tortura, con l'accusa di congiura contro il papa, e, assieme ad
altri abbreviatori, di avere idee pagane. Per vendetta ritrasse in modo
sfavorevole la personalità di Paolo II nella biografia scritta un decennio
dopo. Uscito prosciolto dal processo, vide salire le proprie fortune
sotto il papato di Sisto IV, che lo nominò direttore della Biblioteca Vaticana
dove scrive il Liber de vita Christi ac omnium pontificum, una raccolta delle
biografie dei pontefici vissuti sino ad allora. Negli stessi anni pubblicò il
De principe, il De vera nobilitate e il De falso et vero et bono.
De honesta voluptate et valetudine Il suo lavoro principale resta
tuttavia un breve trattato di gastronomia, il De honesta voluptate et
valetudine. Il De honesta voluptate et valetudine fu stampato una prima volta a
Roma da Han, anonimo e senza note tipografiche, e subito dopo a Venezia
(Platine de honesta voluptate et valetudine, Venetiis: Laurentius de Aquila, con
indicazione di autore e note tipografiche. L'edizione più corretta, fra le
antiche, secondo l'italianista Faccioli, rimane quella pubblicata a Cividale
del Friuli, stampata da Gerardo da Fiandra. In quest'opera, S. trascrive in
latino tutte le ricette - originariamente scritte in lingua volgare - di
Maestro Martino, celebre, di cui S. loda l'inventiva, il talento, la cultura.
La forza iconoclasta di Martino, spinge S. su inedite, quanto avveniristiche,
analisi sulla gastronomia, sulla dieta, sul valore del cosiddetto "cibo
del territorio" e persino sull'utilità di una regolare attività fisica. Morì
a Roma, forse a causa della peste. Fu sepolto nella basilica di Santa Maria
Maggiore. Altri sagi: Divi Ludovici Marchionis Mantovae somnium, cura di
Portioli, Mantova, Oratio de laudibus illustris ac divi Ludovici Marchionis
Mantovae, in F. Amadei, Cronaca universale della città di Mantova, cur. Amadei,
Marani, Praticò, Mantova, Vita Nerii Capponi, in Rerum Italicarum scriptores, Milano,
Commentariolus de vita Victorini Feltrensis, in Il pensiero pedagogico dello
Umanesimo, a cura di E. Garin, Firenze, Oratio de laudibus bonarum artium, in
Vairani, Cremonensium monumenta Romae extantia, vol. I, Roma, Vita Pii
Pontificis Maximi, cur. Zimolo, in Rerum Italicarum scriptores, Bologna, Dialogus
de flosculis quibusdam linguae Latinae, cur. Filelfo, Milano, De honesta
voluptate e valitudine, De honesta voluptate et valetudine, Venezia, Benali, Il
piacere onesto e la buona cucina, cur. Faccioli, Collana NUE, Einaudi, Torino,
I a De honesta voluptate et valitudine. Un trattato sui piaceri della tavola e
la buona salute. Nuova edizione commentata con testo latino a fronte, cur.
Schianca, B.A.R. Olschki, Firenze, Historia urbis Mantovae Gonziacaeque
familiae, cur. Lambeck, Rerum Italicarum scriptores, Milano, Tractatus de
laudibus pacis, in Benziger, Zur Theorie von Krieg und Frieden in der
italienischen Renaissance, Frankfurt, Oratio de pace Italiae confirmanda et
bello Thurcis indicendo, cur. Benziger, Panegyricus in laudem amplissimi patris
Bessarionis, in Patrologia Graeca, De principe, cur. Ferraù, Palermo, De falso
et vero bono, dedicato a Sisto IV, Collana Edizione nazionale testi umanistici,
Storia e Letteratura, Roma, Liber de vita Christi ac omnium pontificum, prima
edizione Venezia; edizione critica: Gaida, in Rerum Italicarum, scriptores,
Castello; in latino, Lives of the Popes, cur. Elia, Cambridge, Mass.; edizione
in latino della vita di Paolo II: S., Paul
II. An Intermediate Reader of Renaissance Latin, cur. Hendrickson et al. Oxford
(OH) De optimo cive, cur. Battaglia, Bologna; Un trattato o lettera polemica
contro Giudici; perduto, ma parzialmente citato in una replica successiva in
Giudici, Apologia Iudaeorum; Invectiva contra S., cur. Quaglioni, Roma, Plutarco,
De ira sedanda, tradotto da S., in Vairani, Cremonensium monumenta. Vita
amplissimi patris Ioannis Melini, cur. Blasio, Roma, Lettere: S. custodia
detenti epistulae, a cura di Vairani, Cremonensium monumenta; edizione critica:
Lettere, cur. Vecchia, Roma, cur. di S.:
Flavio, Historiarum libri numero VII, Roma, Practica, traduzione e
commento di Capparoni, Istituto di Storia della Medicina, Roma,
Manoscritti Libri Tres de Principe, manoscritto, Milano, Biblioteca
Ambrosiana, Fondo manoscritti Vocabula Bucolicorum, Vocabula Georgicorum, MS
Berlin, Staatsbibliothek, Lat. Liber privilegiorum, MS Archivio segreto
Vaticano, A.A. Arm. Epitome ex primo, PINIO De naturali historia, e. g. MS
Siena, Biblioteca comunale, De vera nobilitate, in S., Hystoria de vitis
pontificum, Venezia, foll. C5v-D3v. Dialogus de falso ac vero bono, dedicato a
Paolo II, e.g. Milan, Biblioteca Trivulziana, Mss., Dialogus contra amores, de
amore, in S., Hystoria de vitis pontificum, Venezia, cur. Mitarotondo, Messina,
Libri Tres de Principe, Milano, Biblioteca Ambrosiana, Fondo manoscritti. Per
una biografia dettagliata cfr. Bauer, The Censorship and Fortuna of S.’s Lives
of the Popes, Turnhout, Brepols, Su Iacopo vedi Alessandro e Napolitani,
Archimede Latino. Iacopo da San Cassiano e il corpus archimedeo, Paris, Les
Belles Lettres, Faccioli, Notizie biobibliografiche, in S., Il piacere onesto e
la buona salute, Torino, Einaudi, Faccioli, Simon, Gonzaga. Storia e segreti,
Ariccia, Di questa edizione è stata
presentata una bella riproduzione in facsimile a cura dalla Società filologica
friulana. Voci correlate Sisto IV nomina S. prefetto della biblioteca Vaticana.
Plàtina, Il, su Treccani – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, S., detto il-, su sapere.it, Agostini. Bauer, S., Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, S. u open MLOL,
Horizons Unlimited srl., S., su Open Library, Internet Archive. su S., su Les
Archives de littérature du Moyen Âge. S., in Catholic Encyclopedia, Appleton,
S. - Relations with Leto, Repertorium Pomponianum, Roma nel Rinascimento Bauer,
Quod adhuc extat. Le relazioni tra testo e monumento nella biografia papale del
Rinascimento, QFIAB, Bauer, The Censorship and Fortuna of S.'s "Lives of
the Popes,” Turnhout, Brepols, Predecessore Bibliotecario della Biblioteca
Apostolica Vaticana Successore Emblem Holy See.svg Giovanni Andrea Bussi Zanobi
Acciaiuoli. Portale Biografie Portale Letteratura Categorie: Umanisti
italiani Gastronomi italiani Italiani Nati a PiadenaMorti a Roma Storia della
cucinaUmanisti alla corte dei Gonzaga Scrittori di gastronomia italiani[altre].
Grice: “Wikipedia
doesn’t have it as FILOSOFI ITALIANI, but gastronomist – so one has to be
careful. We include him here just as a nod to Garin. There are gaps about
FILOSOFI ROMANI, too, which has to be taken into account. Bartolomeo Sacchi. Keywords: guerra/pace, Plinio.
Sacchi.
Luigi Speranza -- Grice e Sacheli: all’isola --
la ragione conversazionale all’isola -- implicatura axio-fenomenista dei
parnasesi – la scuola di Canicatti -- filosofia siciliana -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Canicattì).
Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Canicatti, Girgenti, Sicilia. Studia a Caltanissetta.
Iniziato in massoneria nella loggia Cavallotti di Girgenti. Si laurea a Palermo
sotto Colozza e Guastella. Insegna a Bologna, Girgenti, Caltanissetta, Bressanone,
Genova, Cagliari e Messina. Con i suoi saggi da un apporto all'approfondimento all'interpretazione
della filosofia di AQUINO. "La carità del natio loco" lo spinge a
scrivere sulle tradizioni, i miti e le leggende di Canicattì, collaborando con
Sicania e pubblicando i risultati delle sue ricerche nelle Linee di folklore
canicattinese, Acireale, Popolare. Altri saggi: Indagini etiche: i criteri, il
problema dell'etica, Milano, Sandron; Atto e valore, Firenze, Sansoni – cf. H.
P. GRICE, THE CONCEPTION OF VALUE, ACTIONS AND EVENTS --; Ragion pratica:
preliminari critici, Firenze, Sansoni; Crisi della pedagogia, Roma, Perrella; Concetto
di didattica, Messina, Anna; Ottaviano, Sophia: rassegna critica di filosofia e
storia della filosofia, MILANI, Gnocchini, “L'Italia dei Liberi Muratori”. Erasmo,
Ferrante, Calogero. Angelo Sacheli. Sacheli. Keywords: membro dei parnasensi,
parnaso di canicatti, massoneria, liberi muratori, folklore canicattinese,
filosofia siciliana, loggia felice cavallotti di Girgenti, implicatura
fenomenista, fenomenismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sacheli” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Saitta: FILOSOFO
SICILIANO, NON ITALIANO -- all’isola -- la ragione conversazionale all’isola --
l’animo – filosofia fascista – la romanitas di Tertuliano -- il ventennio
fascista – la scuola di Castelferrato -- filosofia siciliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Castelferrato).
Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Castelferrato, Enna, Sicilia. Allievo di
GENTILE, seguace e interprete del suo idealismo attuale. Studia a Nicosia, Monreale,
e Palermo. Frequentando le lezioni di GENTILE, si accosta al suo idealismo. Si
laurea in filosofia. Insegna a Terranova, Lucera, Cagliari, Sassari, Fano,
Faenza, Bologna, Firenze, e Pisa. Dirigge “Vita Nuova” a Bologna, cura la
rubrica Noi e gl’altri Spunto polemico, firmando i suoi interventi con lo
pseudonimo di "Rustico", distinguendosi per i toni accesi e le
posizioni anti-clericali e anti-concordatarie, che lo portarono a scontrarsi
con cattolici. Adere infatti a una concezione movimentistica e rivoluzionaria
del regime fascista, che interpreta come il compimento del valore romantico del
risorgimento, intendendo la nazione italiana in senso hegeliano quale sintesi
tra cittadino italiano individuale e l’universale della romanita. Col suo
attivismo riusce a esercitare una forte capacità d’attrazione. Così si sviluppa
quella tendenza a preferire la sua scuola di storia della filosofia dove la
preparazione di tipo scolastico e le esigenze tecniche sono minori, ma dove si
sente un calore ideale, una passione filosofica, un fervore per la italianita, e
una forza di convinzione spesso dura, e più che dura, ma più vicina a quei
sentimenti e a quelle esigenze fasciste, una decisione innovatrice suggestiva e
che sembra offrire un orientamento vitale per la soluzione di quei problemi. Accogliendo
la concezione gentiliana dell'atto come perenne auto-creazione dello spirito
italiano che tutto comprende, sviluppa una visione attualistica dell'idealismo
non riducibile a una teoria statica, bensì intesa come azione e continuo
dinamismo. Questo lo porta a esaltare la libertà creativa della ragione umana
contro ogni forma di oggettività e di dogmatismo. Da qui la sua accentuazione
della polemica anti-religiosa, e la riscoperta, nel solco delle tesi formulate
da SPAVENTA e dallo stesso GENTILE, della corrente immanentistica della
filosofia rinascimentale italiana che egli pone a fondamento della genesi
dell'idealismo moderno. Questo immanentismo, per il quale il divino si esprime
nell'attività dello spirito umano, è un reale umanismo che rende possibile la
libertà dell'individuo, nella quale consiste la coscienza illuministica, da lui
contrapposta a quella tradizionale, oppressiva e decadente, della
trascendenza. Per difendere la libertà
del soggetto da ogni autoritarismo e sopraffazione, si è schierato tuttavia non
solo contro il dualismo dell’accademia, la teologia di impianto aquinistico e
la neo-scolastica, ma in parte anche contro lo stesso idealismo di Hegel che
finisce per oggettivare la ragione facendone un sistema assoluto da lui
ritenuto all'origine dello schiavismo. Persino nell'attualismo di GENTILE e rimasto
un retaggio del trascendente, quando esso attribuisce lo spirito ad un io
assoluto anziché ai singoli individui. Sono costoro i veri creatori di valori
spirituali, coloro cioè in cui va identificato il soggetto trascendentale. In
tal modo intende preservare la portata stessa dell'atto creativo dello spirito dell'idealismo
gentiliano, rivestendolo di significati empirici, positivistici, contigenti. Altre
saggi: Lo spirito come eticità, (Bologna, Zanichelli; La coscienza
illuministica, Genova, Orfini; Libertà ed esistenza, Firenze, Sansoni; L’immanenza,
Bologna, Zuffi; La scolastica e la politica dei gesuiti, Torino, Bocca; Le
origini dell’aquinismo, Bari, Laterza; Gioberti, Messina, Principato); Ficino
(Messina, Principato); “L'educazione dell'umanesimo in Italia (Venezia, La
Nuova Italia); “Filosofia italiana ed umanesimo (Venezia, La Nuova Italia); “AQUINO”
(Firenze, Sansoni); “La teoria dell'amore e l'educazione del Rinascimento
(Bologna, U.P.E.B.); “L'illuminismo della sofistica” (Milano, Bocca) Il
pensiero italiano nell'Umanesimo e nel Rinascimento (Bologna, Zuffi); “L’Umanesimo
italiano” (Bologna, Tamari). Centineo, Ricordo, Giornale critico della
filosofia italiana, Firenze, Sansoni, Sorbelli, L'Archi-ginnasio: bollettino della
Biblioteca comunale di Bologna, direzione di F. Bergonzoni, Regia tipografia
dei fratelli Merlani, Università degli studi di Firenze, S. Salustri,
L'Università fascista di Bologna: un modello di Accademia per il regime?, in
Accademie e scuole: istituzioni, luoghi, personaggi, immagini della cultura e
del potere” (Milano, Giuffrè); Pisani, Paideia, Casa Paideia, Pertici, Storia
della storiografia, Jaca, Mangoni, “L'interventismo
della cultura. Intellettuali e riviste del fascismo” (Bari, Laterza). Cantimori
ricorda con commozione l'irrequietezza spirituale della sua scuola e la sua
attenzione volta ad argomenti quasi ignorati dalla cultura Italiana – Bandini,
Storia e storiografia: studi su Cantimori. Atti del convegno tenuto a Russi,
Riuniti). Cit. in Pertici, Storia della
storiografia, “Forse meglio di ogni altro, intese dell'attualismo l'istanza
realmente umanistica, e di un "reale umanismo” “E questa appunto volle
sotto-lineare e difendere contro ogni mistificazione. Così lo vediamo ridurre
tutta la dialettica gentiliana a lotta sempre risorgente fra ragione umana
liberatrice e costruttrice di una società di uomini liberi, e la coscienza tradizionale
cristallizzata nelle oppressioni di strutture portatrici di una filosofia di
morte. Ricordo. La filosofia come
celebrazione della soggettività è quasi tutta sbozzata con Ficino. Con lui,
anziché col Campanella, come da altri è stato frequentemente ripetuto, s'inizia
la conoscenza illuministica, Centineo, Ricordo, Giornale critico della
filosofia italiana», Firenze, Sansoni, Morra, L'immanentismo assoluto, Giornale
critico della filosofia italiana», Garin, “Cronache di filosofia italiana” (Bari,
Laterza); Melchiorre, Storiografi italiani (Villalba di Guidonia, Aletti). Attualismo,
Filosofia rinascimentale, Idealismo italiano, Cantimori, Gentile Ricordo. Giuseppe Saitta. Saitta. Keywords: romanitas
-- filosofia fascista, l’universita fascista di Bologna, le reviste filosofiche
fasciste, Vita Nuova, immanenza e non trascendenza, lo spirito italiano,
l’universale dell’italianita, l’universale della romanita, l’amore di Ficino,
Campanella, Cantimori, contro la scolastica, animo, l’animo, vita nuova,
contratto sociale, Rousseau, Firenze. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Saitta” –
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Saliceto: la ragione conversazionale del diritto
bellico – la guerra è la guerra – scuola milanese – la scuola di Milano -- filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Balsamo).
Filosofo milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Balsamo, Cinisello
Calsamo, Milano, Lombardia. Grice:
“Since Sua Eccellenza Verri-Visconti calls himself a hyphenated philosopher, I
who amn’t, shall list him under Visconti!” Esential Italian philosopher. Like
Grice, he wrote on ‘happiness.’ Like Grice, he writes on ‘pleasure.’ Like
Grice, he was a very clubbable man. Ritratto tagliato Barone di Rho. Consorte Marietta Castiglioni Vincenza Melzi d'Eril.
Figli Teresa, Alessandro (da Marietta Castiglioni). Filosofo. Considerato tra i
massimi esponenti dell'illuminismo, è altresì ritenuto il fondatore della
scuola illuministica milanese. Nasce dal conte Gabriele Verri-Visconti,
magistrato e politico conservatore, della nobiltà milanese. Avviati gli studi
nel collegio dei gesuiti di Brera, e uno dei trasformati. Si arruola
nell'esercito e prende parte alla Guerra dei VII Anni. Fermatosi a Vienna,
intraprende la redazione delle Considerazioni sul commercio nello Stato di
Milano, che gli varranno il primo incarico di funzionario. Pubblica le Meditazioni
sulla felicità. Devienne a Milano uno dei pugni, nucleo redazionale del caffè, destinato
a diventare il punto di riferimento del riformismo illuministico. Tra i suoi
saggi più importanti per Il Caffè si
ricordano Elementi del commercio; Commedia; “Medicina”; “I parolai”. Ha
rapporto epistolari anche con gl’enciclopedisti. d'Alembert visita i pugni.
Parallelamente all'impresa editoriale, intraprende la scalata del governo
d’Austria allo scopo di mettere in prattica le riforme propugnate nel
“Caffe”.Membro della Giunta per la revisione della "ferma" (appalto
delle imposte ai privati) del Supremo Consiglio dell'Economia. Fonda la Società
patriottica. “Meditazioni sull'economia politica”. Il discorso sull'indole
del piacere -- e del dolore”; “i Ricordi” e le “Osservazioni sulla tortura”. Il
suo è uno stile asciutto e libero, pieno di trattenuto vigore. Con
Giuseppe II al trono d'Austria, gli spazi per i riformisti milanesi si
riducono, e lascia ogni incarico pubblico, assumendo un atteggiamento sempre
più critico. Pubblica la “Storia di Milano.” All'arrivo di Napoleone, prende
parte alla fondazione della Repubblica Cisalpina, culla del tricolore italiano.
Muore durante una seduta notturna della municipalità. Grazie a lui Milano
divenne il più importante centro degl’illuministi. L'ipotesi di civiltà che
scature da lui e forse troppo avanzata per poter essere adeguatamente raccolta
dalla nostra cultura; e comunque lo colloca a pieno titolo tra le espressioni
più alte degl’illuministi. Il suo grande merito e aver creato in Lombardia un
centro di aggregazione illuminista: Il Caffè dei pugni, Ciò che desta curiosità
rimane il titolo con cui lui scelse di intitolare la sua testata, dovuta al
rilevante fenomeno della diffusione di caffè (bar), come luoghi dove poter
intraprendere un libero e attuale dibattito culturale, politico e sociale. Con
i suoi articoli sul dolore e il piacere, sottoscrive la dottrina di Helvétius,
nonché il sensismo di Condillac, fondando sulla ricerca della felicità e del
piacere l'attività degl’uomini. Gl’uomini tendeno a sé stessi al piacere e sono
pervasi dal dolore. I suoi piaceri non sono altro che momentanee interruzioni
del dolore. La felicità degl’uomini non è quella personale o soggetiva, ma
quella a cui partecipa il “collettivo,” quasi eutimia o atarassia. Per quanto
riguarda la politica e l'economia, lui è controverso. Per quanto riguarda l'ambito
economico, negli Elementi del Commercio e nella sua più grande opera economica
Meditazioni sull'economia politica, enuncia (anche, per primo, in forma
matematica) la legge di domanda e offerta, spiega il ruolo della moneta come
merce universale, appoggia il libero scambio e sostenne che l'equilibrio nella
bilancia dei pagamenti è assicurato da aggiustamenti del prodotto interno lordo
(quantità) e non del tasso di cambio (prezzo). Di conseguenza, può essere visto
come un marginalista. Si nota, però, come assuma atteggiamenti di difesa del
concetto di proprietà privata e del mercantilismo. S. ritiene che solo la
libera concorrenza tra eguali possa distribuire la proprietà private. Tuttavia
pare favorevole principalmente alla piccola proprietà, per evitare il risorgere
delle disuguaglianze. S. con le Osservazioni sulla tortura esprime la sua
contrarietà all'uso della tortura. Define ingiusto e antistorico un modello
così efferato di giurisprudenza e auspicando l'abolizione di questi metodi. Non
pubblica l’opuscolo per non inimicarsi, con le pesanti critiche alla
magistratura in esso contenute, il senato di Milano (tribunale) presso cui si
sta decidendo dell'eredità del padre. “Dei delitti e delle pene” di
Beccaria prende in gran parte le mosse proprio dalle bozze delle osservazioni
sulla tortura, oltre che dagli articoli de Il Caffè. E proprio a causa di
questo furto di idee che i due pugni arrivano al più acceso scontro. Nella
versione definitiva e aggiornata dell’Osservazioni, che sono in conclusione un
invito ai magistrati a seguire la dottrina illuminista invece di irrigidirsi
sulle posizioni conservatrici, la sua dialettica è cruda e basilare. La tortura
è una crudeltà. Se la vittima è innocente, subisce sofferenze non necessarie.
Se la vittima e colpisce un colpevole presumibile rischia di martoriare il
corpo di un possibile innocente. L’accusato rinuncia nella tortura alla sua
difesa naturale istintiva. Viola la legge di natura. Apre il suo saggio
con la ricostruzione del processo agl’untori, presentandolo sia come documento
dell'ignoranza di un secolo non guidato dai lumi, sia come emblema del modo in
cui una legge sbagliata porta a una evidente ingiustizia. Questa ricostruzione
forne la base per la Storia della colonna infame di Manzoni, che però la presenta
come testimonianza di ciò che accade quando uomini ingiusti detenneno un grande
potere, come all'epoca era quello del senato milanese. Il saggio non arrivea
mai ad avere il successo che invece ebbe Dei delitti e delle pene, vuoi perché
la maggior parte delle osservazioni in essa sviluppate erano già contenute
nell'opera di Beccaria, vuoi per via del
suo stile, dotto e di difficile comprensione, che rendeva di per sé
ardua la diffusione della sua filosofia, che pure conteneva molti ulteriori
spunti rispetto all'opera del collega. La Borlanda impasticciata con la
concia, e trappola de sorci composta per estro, e dedicata per bizzaria alla
nobile curiosita di teste salate dall'incognito d'Eritrea Pedsol riconosciuto,
festosamente raccolta, e fatta dare in luce dall'abitatore disabitato
accademico bontempista, Adorna di varii poetici encomii, ed accresciuta di
opportune annotazioni per opera di varii suoi co-accademici amici; “Il Gran
Zoroastro ossia Astrologiche Predizioni”; “Il Mal di Milza, Diario militare,”
Elementi del commercio”; “Sul tributo del sale nello Stato di Milano”; “Sulla
grandezza e decadenza del commercio di Milano”; “Fronimo e Simplicio; ovvero,
sul disordine delle monete nello Stato di Milano”; Considerazioni sul commercio
nello Stato di Milano”; “Orazione panegirica sula giurisprudenza Milanese”;
“Meditazioni sulla felicità colletiva” – cfr. Grice, Notes on happiness –;
“Bilancio del commercio dello stato di Milano, Il Caffè, Sull’innesto del
vajuolo, Memorie storiche sulla economia pubblica dello stato di Milano,
Riflessioni sulle leggi vincolanti il commercio dei grani, Meditazioni sulla
economia politica con annotazioni, Consulta su la riforma delle monete dello
Stato di Milano, Osservazioni sulla tortura, Ricordi a mia figlia, Considerazioni
sul commercio nello Stato di Milano – “Sull'indole del piacere e del dolore” --
Manoscritto da leggersi dalla mia cara figlia Teresa Verri per cui sola lo
scrissi, Storia di Milano, Piano di organizzazione del Consiglio governativo ed
istruzioni per il medesimo, “Precetti di Caligola e Claudio”; “Memoria
cronologica dei cambiamenti pubblici dello stato di Milano”; “Delle nozioni
tendenti alla pubblica felicità” – felicita pubblica – felicita private --;
“Pensieri di un buon vecchio che non è letterato, Carteggio di Pietro e di
Alessandro Verri; L'Edizione Nazionale delle Opere, Ministero per i beni
e le attività culturali ha deciso di avallare un'Edizione nazionale delle sui
saggi. Il comitato, finanziato pubblicamente, dalla Fondazione Cariplo e da
Banca Intesa Sanpaolo, è presieduto da C. Capra e composto da una ventina di
studiosi e si basa sull'Archivio donato da S. alla Fondazione Per La Storia Del
Pensiero Economico. Bartolo, Gli Scritti di argomento familiare e
autobiografico; Rivista di storia della filosofia. (Firenze: Nuova Italia).
Carteggio di Pietro e Alessandro Verri
Cfr. Ricuperati, Il genere della biografia, Società e storia. (Milano:
F. Angeli, "Il Caffè",
Introduzione. Giordanetti, Piero, a cura di, “Sul piacere e sul dolore”. Kant
discute Visconti (Milano, Unicopli); “Giordanetti, “Le arti belle. Sulla
fortuna di Visconti, Visconti e il suo tempo, Capra, Bologna, Cisalpino); Renzo
Villata, Gigliola, Il processo agli untori di manzioniana memoria e la
testimonianza (ovvero... due volti dell'umana giustizia), Acta Histriae Storia
di Milano, Cronologia della vita di S., su storiadimilano. S., Enciclopedia
Treccani, su treccani. Ricordi a mia figlia, su classicitaliani. Catalogo Sellerio,
su Sellerio. Salerno editrice. Scheda del libro: Delle nozioni tendenti alla
pubblica felicita, su salerno editrice. Pensieri di un buon vecchio che non è
letterato, su classic italiani. Capra, Risultati e prospettive, in Rivista di
storia della filosofia, Scritti di economia, finanza e amministrazione, I
Discorsi e altri scritti degli, Storia di Milano, Scritti di argomento
familiare e autobiografico, Scritti politici, Carteggio di Pietro e Alessandro.
Caffè. In Venezia, Pizzolato); “Mediazioni sulla economia politica con
annotazioni, Venezia, Giovanni Battista Pasquali); “Meditazioni sulla economia
politica” (Livorno, Stamperia dell'Enciclopedia Livorno); “Sull'indole del
piacere e del dolore” (Milano, Marelli); “Storia di Milano” (Milano, Società
tipografica de' classici italiani); “Carteggio di Novati, Giulini, Greppi, Seregni, Milano,
Cogliati, Milesi e figli, Giuffrè); “Viaggio a Parigi e Londra. Carteggio di
Pietro ed Alessandro Verri, Gianmarco Gaspari, Milano, Adelphi); “Appunti di
diritto bellico” (Benvenuti, Roma, Benedetto, “Visconti repubblicano:
gl’articoli, Poesia, letteratura e politica, Alessandria, Edizioni dell'Orso,
A. Cavanna, Da Maria Teresa a Bonaparte: il lungo viaggio, Capra, I progressi
della ragione” (Bologna, Il Mulino); “Meditazioni sulla felicità, Pavia-Como,
Ibis); “Discorso sull'indole del piacere e del dolore, Spada, Londra,
Traettiana, Diario Militar, Milano, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. Filosofico. Storia
di Milano. Sua Eccellenza il conte Pietro Verri Visconti di Saliceto. Keywords:
diritto bellico. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Saliceto – “Grice e Visconti: il
piacere” per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice,
Liguria, Italia. #visconti. Saliceto.
Luigi Speranza -- Grice e Sallustio: la ragione conversazionale EMPEDOCLEA
– Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He assembles a collection of
materials by and about Empedocle di Girgenti. Empedoclea.
Luigi Speranza -- Grice e Sallustio: la ragione conversazionale a Roma –
la storia della filosofia romana come fonte d’essempli morali – chè cosa fa un
saggio ‘romano’? -- filosofia italiana – Luigi Speranza. (Amiterno). Filosofo italiano. Amiterno, L’Aquila,
Abruzzo. Storico. Può anche darsi che adere la setta dei crotonesi. Tribuno
della plebe e senatore, espulso dal senato per motivi morali, e probabilmente
perchè fautore di GIULIO Cesare, che lo nomina questore, pretore nella guerra
africana e pro-console della Numidia. Dopo la morte di GIULIO Cesare abbandona
la vita pubblica per dedicarsi completamente agli studi -- La congiura di
Catilina, La guerra giugurtina, Le Storie. A lui venne rivolta l’accusa di
essere stato complice dei sacrilegi di NIGIDIO (si veda) Figulo. Certamente lui
spesso insiste nei suoi saggi sulla opposizione di anima e corpo. Parla di un
nume divino che veglia sulla condotta dei mortali e accenna a sanzioni
nell’oltretomba. È quindi probabile che allo storico debba essere
identificato quel Sallustio che scrive un "Empedoclea" per esporre le
dottrine del filosofo da Girgenti, tutte colorate di Pitagorismo. Cicero's letter to his brother
Quintus is best known for containing the sole explicit contemporary reference
to Lucretius's “De rerum natura.” But it is also notable as the source of the
only extant reference of any kind to another presumably philosophical didactic
poem, Sallustius's “Empedoclea” (Q. fr. 2.10(9).3= SB 14): “Lucretii poemata,
ut scribis, ita sunt: multis luminibus ingenii, multae tamen artis. sed, cum
ueneris. uirum te putabo, si Sallusti “Empedoclea” legeris; hominem non
putabo.” “Lucretius' poems are just as you write: they show many flashes of
inspiration, but many of skill too. But more of that when you come. I shall
think you a man, if you read Sallustius' Empedoclea; I shan't think you a human
being.” In addition to the vexed but separate question as to whether the
Sallustius in question is to be identified with the historian, with Cicero's
friend Cn. Sallustius, or some other figure bearing that nomen, the meaning of
the barbed comment on his poem has been almost as fiercely debated.The
antithesis between “uir” and “homo” has been thought problematic, a difficulty
formulated with characteristic brusqueness by Housman. “If one is not a human
being, one cannot be a stout-hearted man nor a man of any sort; one is either
above or below humanity, a god or a beast; and “uir” is not Latin for a
stout-hearted god nor for a stout-hearted beast.” Housman's proposal of a
lacuna following “uirum te putabo”, where a different protasis corresponding to
that apodosis has dropped out, earned a place in Bailey's apparatus and a
'fort. rect.' in Watt's, but has otherwise found little favour. Most critics
have been more or less satisfied that the strict illogicality should not stand
in the way of the joke, though several share Housman's related feeling that
“homo” would stand in more natural antithesis with god or beast. It is worth
stressing that Housman is, on the question of Latinity at least, quite right
that one cannot be a “uir” if one is not a “homo” (though the reverse is of
course quite possible). Even the vast resources provided by concordances, the
TLL, and now searchable electronic databases such as the PHI CD-Rom or the
Bibliotheca Teubneriana Latina merely corroborate the accuracy of his Latinity.
The juxtaposition of “uir” and “homo” is indeed a common one, and particularly
so in Cicero. In many instances, the same person is (usually) praised using
both nouns, each qualified with an adjective which in some cases may partially
reflect the distinction between qualities appropriate to a Roman male and the
more humane attributes of a Mensch (e.g. hominem honestissimum, uirum
fortissimum, Font. 41; forti uiro et sapienti homini, Leg. Man.), but in others
(the majority) the contrast is often so hard to draw that the words feel almost
like synonymous doublets (e.g. consulari homini clarissimo uiro, Verr.). When
the two words are set in antithesis, it is always clear, and indeed the point
of the antithesis or a fortiori argument generally depends on the fact, that to
be a “homo” is a lesser attainment than to be a “uir.” Thus the gold ring which
Verres gave to a scriba proved not that the latter was a brave man, but merely
that he was a rich fellow (“neque ... uirum fortem, sed hominem locupletem esse
declarat, Verr.), the diminution of a proconsul's province should be guarded
against not only in the case of a man of the highest standing, but even in that
of a middling fellow (“neque solum summo in uiro, sed etiam mediocri in homine
<ne> accidat prouidendum, Prov. cons.), and Lucius' and Patron's
proto-Hobbesian philosophy describes not a good man but a cunning fellow (“se
de callido homine loqui, non de bono uiro -- Att. 7.2.4 = SB 125). Taking the
opposite trajectory, from mere “homo” up to “uir,” Cicero often
self-consciously corrects himself, promoting his subject from the former to the
latter category, as with Cato at Brut. 293 (magnum mercule hominem uel potius
summum et singularem uirum) or Epicurus at Tusc. (homo minime malus uel potius uir opti-mus).
From this it is at least implicit that to be a homo is a necessary but not
sufficient condition for being a uir, but that uiri are a subset of homines is
absolutely clear when Cicero writes of injustices which would seem intolerable
not only to a good man but more broadly to a free human being (ut non modo uiro
bono, uerum omnino homini lib-ero ideatur non fuisse toleranda. Inv. rhet.
2.84).? Perhaps the closest Cicero comes to a clear distinction is in his
consolatio to the exiled Sittius, where he urges him to remember that he is
both things (et hominem te et uirum esse, Fam. 5.17.3 = SB 23), a homo because
he is subject to the vicissitudes of all humanity, a uir because he ought to
bear those vicissitudes with fortitude. Here there is no fusion or explicit
overlapping of the categories; each has its specific and discrete associations.
However, neither is there anything here to contradict the evidence of all the
other instances or to suggest that even Sittius could be a uir but not a homo.
Even with the benefit of searchable databases, it can be seen that Housman's
judgement on Latinity and logic is sound. It may be, however, that the
confounding of logic (and perhaps of Latinity) is the essence of humour, and so
we must ask ourselves whether Cicero's transmitted judgement on Sallustius,
since it isn't quite Latin, is actually funny. Even those who defend the
paradosis seem vaguely apologetic about the joke which they are determined to
preserve. Shackleton Bailey, in refuting Housman, writes that 'Cicero says
these two things in the same breath ... because he thought it mildly amusing',
and in his shorter commentary remarks, almost shame-facedly, that 'the
juxtaposition is mildly funny' Of course, whether the reason lies in cultural
contingency or in transhistorical unfunniness, no one who has read any quantity
of Ciceronian 'jokes' would consider a failure to provoke uproarious laughter
as grounds for emendation. Yet the problem with this joke is not so much that
it is at best 'mildly amusing', but rather that it seems oddly arbitrary and
lacking the pointedness or relevance to its context which we might expect in
even the feeblest witticism. '° It is certainly possible for humour to be
generated from the antithesis of uir and homo. At Terence, Hecyra 523-4,
Phidippus calls to his wife Myrrina, and when she responds with an
interrogative mihine, mi uir? ('Is it me you're talking to, my husband?'), he
replies in turn uir ego tuos sim? tu uirum me aut hominem deputas adeo esse? ('Is
it your husband I am? Do you consider me to be a husband/man or even a human
being?') This is, if anything, an even clearer proof that uiri are a subset of
homines, as the adeo shows, and it is on this normative relationship of the two
words (in contrast to the anomalous one at Q. fr. 2.10(9).3) that the joke
partly depends: if Myrrina does not consider Phidippus a homo, then a fortiori
she cannot consider him a uir. However, the reference to this standard notion
that one must be a homo to be a uir would have no particular point were it not
wittily combined with the context-specific wordplay on uir as 'husband' (as
Myrrina uses it) and 'man' ('Man? I'm not even treated like a human
being!')"' To turn from the humorous potential of the uir/homo antithesis
to Cicero's comedic practice elsewhere in his correspondence, it can be seen
that he does make literary jokes which, however amusing or otherwise we might
subjectively find them, are unquestionably pointed and tailored to the
specifics of their context and subject-matter. One example is his witty and
context-specific use of the poeta auctor conceit to depict Tigellius as being
actually 'sold at auction' (addictum) by Calvus' mimetic lampoon, in the act of
doing which he picks up and even elaborates Calvus' own conceit 'of writing a
poem in the form of an auction announcement ... in which he himself took the
part of the auctioneer and offered Tigellius for sale'. 2 Equally witty and
pointed, and with an added touch of doctrina, is his play on the double status
of Quintus' Erigona as bothtragedy and woman, mock-lamenting that she was lost
on the road through Gaul despite owning a fine dog, a learned allusion to the
faithful Mera who led her mistress to Icarius' body, as well as a jibe at the
ineffectual Oppius. 3 The letters are also full of witty and pointed
philosophical jokes and allusions, as Miriam Griffin has shown. 14 To cite but
one example, Griffin argues that Cicero's ironic concern to come to see
Trebatius 'before [he] flows completely from [his] mind' (antequam plane ex
animo tuo effluo) subtly alludes to the Epicurean doctrine of sense-perception
by means of eisha. 5 In our passage, on the other hand, we might wonder why the
(dubious) antithesis of “uir” and “homo” even arises when discussing Sallustius'
“Empedoclea.” There is no obvious reason why such a poem, whether as a poem or
as an instantiation of Empedoclean philosophy, would suggest a play on the
antithesis of 'man' and "human', let alone one which is unparalleled in
extant Latin, where, as has been shown, one cannot be a “uir” without also
being a “homo.” If an emendation could provide an antithesis which preserved
and perhaps even enhanced the humour, but removed Housman's illogicality, and
had a clear connection with the topic under discussion, it would have a good
deal to recommend it. We have already noted how one of the more obvious
antitheses of homo is 'god'. Among the most famous, or notorious, aspects of
Empedocles's doctrine was his claim to be a god and no longer a mortal. The
claim is most clearly preserved in the proem to the Katharmoi (DK B112.4-6): ¿ya
et juv BEos duBpoTos, ouKéTI OUnTóS MOREQUAL MET TOOI TETILÉVOS, GTEP ¿OLKA, TOIVIOIS
TE TEPIOTETTOS OTÉPEGiV TE DaREiOIS. “I come to you as an immortal god, no
longer a mortal, honoured among all, as is fitting, garlanded with fillets and
festive garlands”. That this doctrine was familiar in Rome is clear from
Horace's explicit comment and partial translation at the climax of the “Ars
Poetica” -- while Empedocles wanted to be considered an immortal god', deus
immortalis haberi dum cupit Empedocles) and Lucretius's all-but-explicit
reference to the poems of Empedocles "divine breast' (diuini pectoris) so
that he 'seemed created from scarcely human stock' (“uix humana ideatur stirpe creates”).
Noting this connection, Murley suggests 'a jest at the expense of Empedocles as
well as Sallust and unpacks the implications of “homo” as ""But if,
in the few days before your return, you shall have read Sallust's “Empedoclea”,
I shall regard you as a hero – but, like Empedocles, *not* a human being.” Murley's
interpretation is attractive, but the secondary, implicit antithesis between
'human' and 'god' sits uneasily with the explicit and problematic antithesis
between 'human' and 'man'. The most economical solution would be to remove the
latter antithesis and the make the former explicit. One solution which would
satisfy all the requirements which we have set so far would be to emend the
paradosis irum to a word meaning god, most probably either “deum” or “dium.”
The juxtaposition of forms of “deus” and “homo” is extremely common in Latin,
and occurs eighteen times in Cicero, albeit more frequently in the plural. Of
course, for a double entendre to work, there must be a primary as well as a
secondary meaning. The playful allusion to Empedocleian doctrine would be clear.
But there must still be an independently comprehensible way in which Marcus can
call Quintus a 'god', even if the allusion grants him a degree of licence to
stretch common usage a little. Curiously, “dius” does not seem to have been
used metaphorically of mortals with superhuman qualities, despite, or perhaps
because of, its specific connotations of a deified mortal or an intermediate
being between god and mortal, and of course its later use as the designation
par excellence of apotheosised principes. There is far more evidence for the
use of “deus” in this way, 'de homine ... virtute aliqua praedito', including
numerous examples in Cicero's speeches, letters, rhetorical and philosophical
works. Of particular relevance to our passage is the assertion by Cicero's
Crassus that the godlike orator is one who does not merely use correct Latin
but speaks ornate (De or.). “Si est aliter, irrident, neque eum oratorem
tantummodo sed hominem non putant; quem deum, ut ita dicam, inter homines
putant?” -- But if it is otherwise [than that he speaks correct Latin], they
laugh at him and think him not only not an orator but not even a human being;
who do they think, so to speak, a god among mortals?') Even with the qualifying
ut ita dicam, it is clear from this passage (and others where there is no such
qualification) that Cicero could use deus to designate a human who excels in
some field or other, and did so on occasion in antithesis with homo.? As
suggested above, the allusion to Empedocles (and to Sallustius) and the
humorous context would help to justify a slight extension of the usage whereby
the act of reading a poem ironically reflects superhuman qualities, whether of
endurance or discernment. It might even be possible that a rare use of “diuus”
in this metaphorical sense could be justified by a verbal echo of S., but
Ciceronian and other Republican usage would tend to point towards “deus”. As
for how such a corruption could have come about, a misreading of “dium” as “uirum”
might seem easier than that of “deum”, but forms of “d” and “u” are not
normally alike, and the cause here is far more likely to be psychological. The
form could have been assimilated to the nearby “hominem”, or we might see the
metamorphosis of god into man as an instance of polar error, where a scribe
writes the opposite of the word he is copying. This type of corruption is not
uncommon in Ciceronian manuscripts. Cicero's plea at Rosc. Am. 12 that the
presiding praetor Fannius 'avenge the misdeeds with all zeal' (ut quam acerrime
maleficia indecetis) became, in Naples IV B 17, a paradoxical desire that no
good deed should go unpunished., as the scribe wrote beneficia for maleficia.
Likewise at Mur. 73, according to the copyist of Venice, Marc. lat., the public
attributes Sulpicius laying of charges against Murena for having escorts and
giving voters meals and spectacles, not to his excessive zeal (in tuam nimiam
diligentiam) but to his lack thereof (neglegentiam). That a copyist could
likewise write “uirum” for “deum” is entirely feasible. Alternatively, with
either “deus” or “dius”, a devout Christian scribe might - consciously or
unconsciously - have baulked at Cicero's apotheosis of his brother in such a
context and - again consciously or unconsciously - emended the offence away. There
remains the question of whether Cicero is alluding to Empedocles alone or to
Sallustius poetic depiction of him. As noted above, Murley sees the joke as
being 'at the expense of Empedocles as well as Sallust'. It is certainly
possible that the play on god and man is an allusion directly back to the “Katharmoi”.
Sedley has convincingly argued that the proem of Lucretius's De rerum natura
not only imitates Empedocles's proem but is meant to be recognised as so doing,
and thus assumes familiarity with the latter among late Republican litterati. Even
Sedley, however (incidentally using the letter as his principal evidence),
allows that such familiarity could come either through direct acquaintance or
through Latin translations and imitations’s -- including S.. None of Cicero's
allusions to Empedocles in the philosophical works are noticeably oblique or
seem to assume much prior knowledge, though the reference of his Laelius to “a
certain learned man of Agrigentum” (“Agrigentinum doctum quendam uirum”) could
conceivably be taken as allusive as well as faux naif. In considering Cicero's
allusive practice in the letters, we might compare the witty allusion to
Quintus's Erigona which cannot possibly have referred directly to the text of a
tragedy which Marcus never had the chance to read, and hence must look to the
original myth (and possibly the wrong myth at that), perhaps as narrated in
Eratosthenes' epyllion. However, in the case of the letter, where we are
dealing not with a lost text but one with which both correspondents have some
familiarity, it is surely more likely that Cicero is alluding not - or not only
- to Empedocles directly, but to S.’s poetic rendering of his doctrines and
perhaps even his poetry. If S.’s “Empedoclea” included a Latin version of DK B1
12.4-6, it is not improbable that it might have occurred as early in the poem
as those lines are in the “Katharmoi,” and hence be recognizable even by those
who had not read it in its entirety. It is also quite likely that “evntos”
would have been translated as “homo” (though “mortalis” is an obvious
alternative possibility) and theós by either deus or dius. In favour of diuus,
we might note its strict distinction from deus as referring to a minor deity
(equivalent to the Soiucv which Empedocles elsewhere claimed to be) or even
more specifically to a deified mortal. On the other hand, the phrase deus
immortalis is not only an obvious way to render “0eos außpotos,” and far easier
to fit into hexameters than diuus immortalis, with its initial cretic in the
nominative and tendency to elision or hiatus in other cases, but nicely
corresponds to the existing common Latin unctura, “di immortalis”, of which
incidentally Cicero is particularly fond. “deus immortalis” is also the phrase
used at Ars P. to render “0eos äußpotos” and it is tempting to speculate that
Horace too is alluding not only to Empedocles, but to S.’s Empedocleian poem.
This, of course, can only be speculation in the absence of any other trace of
the poem. But it is far from improbable. Corte arguez for the influence of S.’s
“Empedoclea” on the speech of Pythagoras in Metamorphoses. If OVIDIO could
integrate such allusions into his depiction of a different philosopher, albeit
one with some doctrines in common, it is hardly less likely that ORAZIO could
allude to S. when referring to Empedocles himself. If Horace is indeed alluding
to S., this might constitute one further argument in favour of Cicero's writing
deum when also alluding to the Empedoclea. However, the argument does not stand
or fall on the issue of Horatian allusion. To sum up, one may suggest that
Cicero wrote to Quintus deum (or possibly diuum) te putabo, si Sallusti
Empedoclea legeris; hominem non putabo. In doing so, he would certainly have
alluded – via implicature -- wittily to Empedocles's claim to be a god and no
longer a mortal at DK B112.4-6, and probably to S.'s own Latin rendering of
that claim. Emended thus, the antithesis does not require the special pleading
which has been made for uir/ homo and it has specific and pointed relevance to
the poem under discussion. It is a matter of taste, of course, but it might
also be a little more than mildly amusing. The dominant quality of S.'s moral
philosophy as articulated in the preface to the Bellum Catilinae is gloria:
this preoccupies much of S.’s discussion, particularly in the opening two
chapters of the monograph. The text begins with an emphatic statement of the
goal of life, which according to S. is
to avoid passing through life without leaving a record of one's existence:
omnis homines qui sese student praestare ceteris animalibus summa ope niti
decet ne vitam silentio transeant veluti pecora, quae natura prona atque ventri
oboedientia finxit: "for all men who set themselves to exceed the other
animals, it is right to struggle with the highest effort, lest they pass
through life in silence like beasts, whom nature has made supine and subject to
their appetites. To this end, S. continues, man is comprised of a dual nature,
body (held in common with the beasts) and mind (in common with the gods); we
should make use of the resources of the mind (animus) to seek gloria.
For", S. continues "the gloria of riches and beauty is variable and
fragile; virtus is held to be splendid and lasting", nam divitiarum et
formae gloria fluxa atque fragilis est, virtus clara aeterna habetur. The
separation between mind and body, according to S., is not absolute: each
requires the assistance of the other, because the mind is required to plan
actions, and the body to carry them out. Gaio Sallustio Crispo, Empedoclea. Sallustio.
Luigi Speranza --Grice e Salustio: la ragione conversazionale del divino
e dei divini – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. The author, according to some, of
Salutio’s ‘On the gods and the world order,’ dedicated to Giuliano. Accademia. Flavio Salustio.
Luigi Speranza -- Grice e Salustio: la ragione conversazionale del pitagorico
che corresponde con Giuliano – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Ricerca (latino:
Saturninus Secundus Salustius o Salutius. Politico e filosofo romano di età
imperiale appartenente ai neoplatonici. Epigrafe in latino trovata ad
Amorgos e riproducente una lettera (CIL III, 459) dell'imperatore romano
Giuliano a S. (Museo epigrafico di Atene) Amico dell'imperatore romano
Giuliano, ne condivise il programma di restaurazione della religione romana, ma
fu così equilibrato che fu prefetto del pretoriod'Oriente sotto quattro
imperatori. Di una famiglia della Gallia, forse dell'Aquitania, è
probabilmente un homo novus, in quanto i suoi due primi incarichi furono non
senatoriali; S. è infatti, probabilmente sotto l'imperatore Costante, praeses
provinciae Aquitanicae, magister memoriae, comes ordinis primi, proconsole
d'Africa e comes ordinis primi intra consistorium et quaestor, come attesta
l'iscrizione posta sotta la sua statua d'oro eretta nel Foro di Traiano. È inviato
dall'imperatore Costanzo II, fratello del defunto Costante, al cugino e cesare
d'Occidente Giuliano, come consigliere, quando era ormai già avanti con gli
anni. Costanzo si insospettì dei successi di Giuliano e, attribuendoli a S., lo
richiama, separandolo dal cesare di cui era divenuto amico. Giuliano
venne acclamato imperatore e l'anno successivo Costanzo II morì. Giuliano,
giunto a Costantinopoli, nominò S. prefetto del pretoriod'Oriente e presidente
del tribunale che a Calcedonia processò i funzionari di Costanzo. Lascia
Costantinopoli per raggiungere Giuliano ad Antiochia, da dove l'imperatore
aveva intenzione di far partire la sua campagna sasanide. Qui Salustio sconsigliò
a Giuliano di perseguitare i cristiani: per dargli un esempio, torturò un certo
Teodoro per tutto un giorno, dimostrandogli che ne avrebbe fatto un martire. Da
rifugio al vescovo di Aretusa, Marco, che aveva suscitato la rabbia di Giuliano
e, pare, torturò dei pagani per vedere se la loro resistenza era comparabile a
quella dei cristiani. Fu poi incaricato di preparare le forniture per
l'esercito e la flotta; quando un ufficiale non riuscì a portare gli
approvvigionamenti dovuti a Circesium lo fece giustiziare. Giuliano morì
durante la campagna, in uno scontro con i Sasanidi (363), durante il quale
anche Salustio rischiò la vita. In seguito fu scelto dai generali romani come
successore del suo amico, ma declinò l'offerta, adducendo la cattiva salute e
l'età avanzata, e al suo posto venne eletto il cristiano Gioviano. Sotto
Gioviano rimase in carica come prefetto: il nuovo imperatore lo inviò a
trattare con i Sasanidi. Dopo la morte di Gioviano sostenne l'elezione di
Valentiniano I. Quando Valentiniano cadde ammalato, S. nega che la malattia
fosse stata provocata da un maleficio preparato dai sostenitori di Giuliano.
Venne deposto dall'imperatore, che invitò chiunque a presentargli accuse contro
Salustio, ma fu poi rimesso al suo posto dopo poco tempo. Continua al suo
posto sotto l'imperatore Valente, che il fratello Valentiniano associò
all'impero; ha Callisto come assessor (assistente), e Eanzio. Venne sostituito
da Nebridio, principalmente a causa dell'azione del patricius e suocero
dell'imperatore Petronio, ma quando, sempre quell'anno, Nebridio venne
catturato dall'usurpatore Procopio, S. venne re-integrato. Venne
definitivamente congedato comunque a causa degli intrighi di Clearco. Riceve il
titolo di patricius dopo il congedo. Giuliano e amico di S., cui dedica la
Consolazione a sé stesso, scritta dopo la forzata separazione in Gallia da S.,
e il suo inno al Re Helios. S. legge e approva anche un'altra opera
dell'imperatore, I Cesari. Libanio lo loda come funzionario
incorruttibile, Imerio gli indirizza un'orazione in cui lo definiva vero
reggitore dello stato, mentre persino i galilei ne lodavano l'equilibrio. S. è
uno studioso di letteratura e FILOSOFIA, che addirittura trascura talvolta i
propri uffici per coltivare i propri studi. A S. è attribuita il saggio “Περὶ
θεῶν καὶ κόσμου”, una sorta di manuale di religione romana voluta dal Giuliano.
La maggior parte delle idee esposte nel saggio non sono originali ma sono
derivate da altri filosofi dell’accademia, come pure dalle orazioni di
Giuliano, anche se S. sembra avere meno dimestichezza con Giamblico,
considerando la sua demonologia meno sviluppata. In alcuni punti, tuttavia,
l'autore sostiene alcune tesi inconsuete. Per esempio riguardo all'origine del
male, S. afferma che nulla è male per sua natura, ma diviene male per le azioni
degl’ uomini, o meglio, di alcuni uomini. Inoltre, il male non è commesso dagl’uomini
per sé, ma perché si presenta falsamente sotto l'apparenza di un BENE – cf. H.
P. GRICE, INCONTINENZA --, come ha già esposto in certa misura Socrate. Il male
– ill-will, H. P. GRICE -- nasce sempre e solo a causa di una falsa valutazione
del bene, in quanto, alla fine, è mancanza di esso. Ma come si spiega il
male nel mondo se il divino e buono e compi ogni cosa? In primo luogo bisogna
precisare che, se il divino e buono e compi ogni cosa, il male non ha una
esistenza effettiva ma nasce per assenza di bene, come l'ombra non ha esistenza
ma ha origine dall'assenza di luce. -- S. Gli dei e il mondo. Il suo nome è
riportato come Saturnino Secondo nelle iscrizioni, Secondus Salutius in Ammiano
Marcellino, Secondo in Libanio (Lettere), Filostorgio e Sozomeno, e infine
Salutius, Salustius o Sallustius altrove. Sivan, Hagith, Ausonius of Bordeaux:
Genesis of a Gallic Aristocracy, Routledge, Costanzo dubita della lealtà di
Giuliano, in quanto ne uccide il padre Giulio Costanzo e il fratellastro
Costanzo Gallo. Ammiano Marcellino. Lungo la strada, ad Ancira (moderna Ankara)
fa incidere l'iscrizione CIL. Socrate Scolastico; Sozomeno, Ammiano Marcellino,
che però lo chiama semplicemente "prefetto". Socrate Scolastico. Passio
SS. Bonosii et Maximiliani, Libanio, Orazioni Ammiano Marcellino Ammiano
Marcellino. Zosimo. Ammiano Marcellino; Zosimo riporta anche l'offerta della
porpora al figlio di S., respinta sulla base della sua giovane età. Libanio,
Orazioni, Imerio, Orazioni, Gregorio Nazianzeno, Orazioni, Azize, The
Phoenician Solar Theology, Smith, Rowland, Julian's Gods: Religion and
Philosophy in the Thought and Action of Julian the Apostate, Routledge, Ammiano
Marcellino, Res gestae Filostorgio, Storia ecclesiastica Libanio, Lettere e
Orazioni Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica Sozomeno, Storia
ecclesiastica Zosimo, Storia nuova Fonti secondarie modifica Jones, Arnold Hugh
Martin, John Robert Martindale, John Morris, The Prosopography of the Later
Roman Empire, Cambridge University Press, Edizioni delle sue opere; Salustio,
Sugli dèi e il mondo, cur. Giuseppe, Adelphi, Salustio, Gli Dei e il Mondo, cur.
Vacanti, Il Leone Verde, S. neoplatonico, su Treccani, Enciclopedie, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Calogero, S. neoplatonico, in Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
Portale Antica Roma Portale Biografie Portale Filosofia
Arinteo generale romano Nebridio generale romano Eusebio (praepositus sacri
cubiculi) alto funzionario dell'Impero roman. Saturnino Secondo Salustio.
Saluzio. Secondo Sallustio. Salustio. Keywords: il divino, i divini, l’ordine
del mondo. Salustio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Salutati:
la ragione conversazionale d’Ercole al bivio – filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Stignano).
Filosofo italiano. Stignano, Reggio Calabria, Calabria. Vedo che ignori quanto
sia dolce l'amor di patria. Se ciò fosse utile alla difesa e all'ampliamento
della patria, non ti sembrerebbe un crimine penoso, nè un delitto scellerato,
il fracassare con la scure il capo del proprio padre, o ammazzare i fratelli, o
cavare con la spada dal grembo della moglie il figlio prematuro. Ad Andrea di
Conte. Cancelliere di Firenze, figura culturale di riferimento dell'umanesimo a
Firenze, in qualità di discepolo del BOCCACCIO e precettore di BRACCIOLINI e BRUNI. Considerato uno dei più
importanti uomini di governo, S. come cancelliere della repubblica di Firenze,
svolge un importantissimo ruolo diplomatico nel frenare le ambizioni del duca
di Milano VISCONTI, intenzionato a creare uno stato comprendente l'Italia
centro-settentrionale. Nel contesto di questa lotta elabora la sua dottrina
della “libertas fiorentina”. Oltre all'impegno politico, svolge un importante
ruolo nella diffusione dell'umanesimo petrarchesco (PETRARCA – si veda) e
boccacciano, divenendone l'esponente più importante e il praeceptor della prima
generazione degl’umanisti. Il suo lascito più importante presso i posteri è la
codificazione civile dell'umanesimo, cioè l'uso dello spirito e dei valori
dell'antichità classica all'interno dell'agone politico internazionale. Grazie
a S. -- autore tra l'altro di un vastissimo epistolario e di trattati politici,
filosofici e letterari -- difatti, il mito della florentina libertas, cioè di
quel complesso di valori ispirati alla libertà promosso dall'ordinamento
politico fiorentino, si rafforza enormemente sotto il suo cancellierato, ed e utilizzato
quale strumento diplomatico per accrescere il prestigio di Firenze presso gl’altri
stati d’Italia. Costretto, a pochi mesi dalla sua nascita, ad abbandonare
il luogo natìo per raggiungere il padre Piero (detto dal Villani di buoni
costumi e di prudenzia laudabile) a Bologna, ove il genitore serve il signore
della città Pepoli, che a sua volta garantiva protezione alla famiglia. Nella
città felsinea compe per volontà paterna -- ma più probabilmente di Pepoli che,
morto Piero, prende sotto la sua protezione la famiglia e il giovane Coluccio
in particolare --, studi, benché fosse maggiormente interessato alle discipline
letterarie, e segue le lezioni di logica e di grammatica di Moglio. Lascia
Bologna a causa anche della caduta di Pepoli e ritorna a Stignano, dove un
rogito testimonia la sua presenza. Gl’anni successivi all'allontanamento da
Bologna, gli videro esercitare il
mestiere di notaio in vari centri toscani -- specialmente in Valdinievole – coltivando
lo studio dei classici, come dimostra la lettera a Gianfigliazzi, colto
politico fiorentino col quale discute su Valerio Massimo e altri autori
antichi. Nel frattempo, la sua carriera amministrativa lo spinse ad
intraprendere anche la carriera politica: cancelliere del Comune di Todi prima,
della Repubblica di Lucca poi, ed infine, dopo essere giunto a Firenze ed
avervi esercitato per breve periodo l'incarico di scriba omnium scrutinorum, Cancelliere
di quella città, tenne, pertanto, nelle sue mani la carica più importante della
diplomazia della repubblica fiorentina, divenendo un personaggio di spicco
della politica italiana. Costantemente rieletto e confermato con le stesse
ingerenze, lo stesso stipendio e i soliti privilegi, lascia nell'ufficio un
numero grande di minutari e registri, di lettere e istruzioni, per lo più di
sua mano, e solo in parte de' suoi coadiutori, che non sembrano molti. Da
questi libri e da altri della cancelleria, apparisce com'egli fosse
costantemente in palazzo, presente a innumerevoli atti del comune, dei consigli,
degli uffici più svariati. La frattura in seno alla chiesa cattolica spinse Urbano
VI a firmare la pace coi fiorentini. Le relazioni tra santa sede all'epoca ad
Avignone e la repubblica fiorentina degenerarono rapidamente a causa della
volontà di Gregorio XI di ritornare a Roma e ripristinarvi l'autorità della chiesa.
La paura che si formasse, nel centro Italia, un forte stato ecclesiastico
allarma sia Firenze (intimorita di essere inglobata nel nuovo stato) che le
città degli Stati Pontifici, che a causa della lontananza del Papato avevano
acquisito una grande forza ed indipendenza. La guerra finì frettolosamente a
causa della scissione interna alla Chiesa stessa tra cardinali, fatto che porta
alla nascita del gravoso Scisma d'Occidente. Urbano VI assolve Firenze dalla
scomunica per avere alleati contro Clemente VII. Tra gli scomunicati, c'e
anche lui, in quanto figura chiave della politica dell'epoca. Coluccium Pieri
de Florentia, excellentissimum cancellarium comuni Florentie, riceve
l'assoluzione da parte del Papa tramite i legati S. Pagani, vescovo di
Volterra, e F. d'Orvieto, frate appartenente all'ordine degli Eremitani. Firenze,
mentre stava stipulando la pace con Urbano VI, fu sconvolta dalla rivolta del
popolo minuto che, già soggiogato e perseguitato dalla prepotenza
politico-economica del popolo grasso, fu sobillato dagli operai salariati (i
ciompi) a rivoltarsi. Si ebbero i primi scontri e i ciompi, risultati
vincitori, imposero Lando quale gonfaloniere di Giustizia e riformatore della
Signoria in senso democratico. L'animosità degli sconfitti si fece sentire
molto presto: dopo aver chiuso gli opifici riducendo alla fame gli operai, la
grande borghesia e l'aristocrazia riuscirono a trarre dalla loro parte Lando
che, dopo aver disperso i capi dei ciompi, si dimise dalla carica di
gonfaloniere e ridando il potere ai magnati, tra i quali primeggiarono gli
Albizi che instaureranno un regime oligarchico durato fino alla venuta di
Cosimo de' Medici. Dall'epistolario di Coluccio, sappiamo che egli informò D. Bandini
di Arezzo dei tumulti avvenuti in città e stimando gli uomini assurti al potere
quali degni e pieni di considerazione. L'atteggiamento emerso in
quest'epistola, datata il mese d'agosto, si rivelerà contrario a quanto
Coluccio in realtà pensasse del nuovo governo. Cirillo ci descrive lo stato
d'animo del Cancelliere e la sua scelta di rimanere in tale carica nonostante
l'avversione per i Ciompi. Dalle lettere di S. si evince come il cancelliere
non fosse soddisfatto del governo instaurato dal Popolo Minuto, ed è probabile
che il cancelliere conoscesse anche i “piani politici” di chi voleva ritornare
al potere. Questo ci permette di ipotizzare che, la decisione di ritornare al
proprio ufficio si legava sia alle necessità familiari dell'umanista, sia
all'amore che egli nutriva per il proprio lavoro ma anche, alla conoscenza
dell'imminente ritorno del Popolo Grasso al potere, unito alla convinzione
della mancanza di conoscenze politiche adeguate per governare una
città come Firenze da parte dei Ciompi stessi (Cirillo) Ha un ruolo
decisamente più attivo ed importante nell'animare Firenze perché si difendesse
dalle ambizioni di conquista di Visconti, duca di Milano, desideroso di
sottomettere l'intera Penisola al suo controllo schiacciando le resistenze
delle Signorie dell'Italia Settentrionale. Visconti sposta infatti le sue
attenzioni sulla Repubblica di Firenze, e S. giocò un ruolo importante in
questa situazione spronando il popolo fiorentino a difendere la sua
tradizionale libertà (la florentina libertas) e rispondendo egli stesso dalle
accuse dei nemici attraverso l'opera Invectiva in Antonium Loscum. La
situazione per i fiorentini, all'inizio del conflitto, era alquanto drammatica,
in quanto si ritrovarono praticamente circondati dai domini di Visconti e solo
l'ausilio di bande mercenarie, guidate da Acuto, riuscirono a frenare i piani
di dominio del Visconti. La guerra, che riprese dopo una momentanea tregua, vide
la formazione di una vasta coalizione antiviscontea di cui fecero parte tutti
gli stati italiani del centro-nord, tenuti assieme dalla politica estera
fiorentina e da quella veneziana. Nonostante gli alleati fossero stati
gravemente surclassati dalle forze milanesi, i fiorentini riuscirono a salvare
la loro indipendenza resistendo a dodici anni di guerra, cioè fino alla morte
improvvisa di Visconti a causa della peste, lasciando Firenze in una posizione
di potenza nell'Italia centro-settentrionale. S. trascorse gli ultimi
anni della sua vita terrena celebrato sia per la sua posizione di guida
dell'umanesimo, sia per l'abilità politica dimostrata contro il Visconti, ma
anche in grandi amarezze a causa dei lutti (morte della seconda moglie e la
morte di alcuni dei suoi figli in occasione della pestilenza). Quando poi morì,
la Signoria, il giorno successive, gli fece celebrare funerali solenni in Santa
Maria del Fiore, ponendo sulla sua bara una ghirlanda d'alloro per le sue virtù
poetiche. I suoi discepoli Bruni suo successore, Bracciolini, futuro
cancelliere e Vergerio lo piansero amaramente, ricordandolo come un padre e
come il più grande decoro di Firenze. Coluccio umanista La guida dell'umanesimo
italiano e per trent'anni, dopo la morte del Petrarca e del Boccaccio, il più
autorevole umanista italiano, unico erede di quei grandi (Dionisotti)
Miniatura che ritrae proveniente da un codice della Biblioteca Laurenziana a
Firenze. Alla morte del Boccaccio, sia per ragioni anagrafiche (era di una
generazione sita tra quella di Petrarca e Boccaccio e la successiva degli
umanisti), sia per la propria grandezza letteraria e filosofica, fu il
principale esponente dell'umanesimo italiano, come ricorda infatti Dionisotti e
altri studiosi, quel «trait d'union tra la generazione che aveva vissuto in
prima linea il rinnovamento petrarchesco e quella dei nuovi umanisti già pienamente
quattrocenteschi» Salutati ebbe, sia per il ruolo istituzionale sia per quello
culturale, rapporti anche con i Paesi europei: tenne corrispondenza con un
colto cortigiano di Carlo VI di Francia, Montreuil, e con l'arcivescovo di
Canterbury Arundel, conosciuto mentre il presule inglese si trovava a Firenze. Fecondo
scrittore, apologeta "diplomatico" della classicità contro gli
attacchi degli aristotelici e di alcuni ecclesiastici ostili all'antropologia
umanista, S. alterna il suo magistero culturale con quello politico, difendendo
la libertà repubblicana di Firenze adottando lo stile e il genere degli antichi
trattatisti. Nonostante Lino avesse preso definitivamente l'attività
notarile, come testimonia il suo primo rogito effettuato nella nativa Stignano,
l'amore per la cultura e la letteratura non venne meno. Anzi, a partire dalla
fine degli anni sessanta, S. divenne il segretario di Bruni, amico a sua volta
di Petrarca; inizia, come esposto dalla Senile un rapporto epistolare a
distanza, che permise a S. di avvicinarsi alle proposte umanistiche di Aretino.
Nel periodo che intercorse tra questa prima epistola e la morte del Petrarca, S.
entra sempre più nella mentalità classicista del maestro, grazie anche ai
contatti che egli ha con l'altro grande umanista e allievo del Petrarca stesso,
Boccaccio, quest'ultimo animatore del circolo umanista di Santo Spirito a
Firenze. Seguendo la scia del maestro Boccaccio, sinceramente pianto da S. al
momento del trapasso, il Cancelliere della Repubblica continua il suo magistero
a Santo Spirito, tenendovi lezioni cui partecipavano umanisti non solo
fiorentini -- si ricordano, tra i più importanti, Niccoli, Bruni e Bracciolini
-- ma anche di altre regioni italiane -- quali il vicentino Loschi e Vergerio. Nel
convento degli agostiniani S., aiutato nel suo magistero culturale dal
coltissimo frate Marsili, non si fa soltanto portavoce degli ideali
dell'umanesimo classicista petrarchesco, ma continua a tenere in alta
considerazione ALIGHIERI (si veda), deprecato da una cerchia dei umanisti in
quanto filosofo volgare e pessimo latinista. Oltre al suo compito di formazione
dei umanisti che andranno a diffondere la filosofia presso gli altri centri
italiani, S. ha il merito non solo di affidare le cattedre tradizionali dello studium
fiorentino ad umanisti discepoli di Petrarca, quali Malpaghini, ma soprattutto
quello di far rifiorire in Italia il greco. Grazie all'incontro avvenuto a
Venezia tra i umanisti Rossi e Scarperia e i due colti bizantini Crisolora e Cidone,
inizia, usufruendo dei poteri di Cancelliere, ad intessere rapporti con
Crisolora per invitarlo ufficialmente a Firenze quale docente di greco nello studio.
Questi, giunto nell'Europa Occidentale per conto dell'imperatore Manuele II
Paleologo per cercare alleanze contro i turchi ottomani, cerca di instaurare
rapporti di amicizia con gli stati che visita trasmettendo la conoscenza del
greco ai circoli umanistici, edotti di latino ma non della lingua di Omero. Crisolora
accetta l'offerta di S., rimanendo nella città toscana e lasciando in eredità
ai suoi discepoli e amici fiorentini gl’Erotematà, compendi linguistici di
greco caratterizzati da una sinossi COLLA GRAMMATICA LATINA. L'umanesimo
incontra durante la sua diffusione, il sospetto e l'ostilità di alcuni ambienti
a causa della libertà e responsabilità etica del singolo uomo che S. anda insegnando,
e del suo progetto di conciliare la natura della cultura classica colle
dottrine dei galilei.. I principali antagonisti dell'umanesimo fiorentino, il
camaldolese Giovanni di San Miniato e il domenicano Giovanni Dominici -- quest'ultimo
poi cardinale -- intendevano sostanzialmente mantenere l'istruzione e la morale
rigidamente nelle mani della gerarchia, rifiutando la ventilata autonomia
spirituale dei pagani e riaffermando la loro interpretazione allegorica. Le
humanae litterae – litterae humaniores -- non sono anti-tetiche agli studia
divinitatis (littera divinae), S., davanti a questi attacchi, sostenne la
necessità, anche da parte dei laici, di avere coscienza di ciò che dicono
e professano nella vita attiva, ribadendo il valore positivo di questo modello
di vita e combattendo il vuoto nominalismo tomista che la cultura ecclesiastica
ufficiale difende strenuamente quest'ultimo visto come nocivo perché, avendo
ormai intriso la stessa Bibbia di sillogismi filosofici, allontana dalla verità
gl’uomini. Senza la capacità di intendere in fondo i termini, la lingua, non si
dà conoscenza della scrittura, della parola del divino. Ogni conoscenza seria è
comunicazione. In tal modo, gli studia humanitatis come mezzo per ritrovare
nella lettera l'inseparabile spirto, nel corpo l'anima indisgiungibile, sono
strettamente connessi con gli studia divinitatis. La disputa sulla verità
teologica della poesia, genere privilegiato nella conoscenza del divino, è
quello che gli impegna maggiormente. Seguendo il tracciato delle Genealogie
deorum gentilium del maestro Boccaccio, risponde alle accuse dell'immoralità
della poesia a G. di San Miniato, in una lettera affermando non solo che ogni
verità proviene da Dio stesso, ma anche che Dio ha usufruito della poesia
attraverso i salmisti, Giobbe e Geremia: per cui la poesia è il genere
letterario più vicino a Dio. Tale tesi verrà poi ulteriormente rinforzata
nell'incompiuto De laboribus Herculis, in cui si arriva a sostenere una vera e
propria poesia teologica, per cui anche gl’antichi poeti pagani, con le loro
opere, si avvicinavano al divino. Il poema epico di Petrarca, per la sua
incompletezza e il latino ancora un po' rozzo, suscita delusione nei
simpatizzanti dell'umanesimo. Forma, impiegando gran parte delle sue
retribuzioni, una biblioteca di più di 100 volumi, collezione molto grande per
l'epoca e simbolo del suo fervore culturale. Possedetun manoscritto delle
tragedie di Seneca ricopiato ottimamente di suo pugno con l'aggiunta
dell'Ecerinide del pre-umanista padovano Mussato, ma anche esemplari di autori quali
Tibullo e Catullo ed una rarissima copia delle Ad familiares di CICERONE, coperta
dall'amico e cancelliere milanese Capelli a Vercelli. A questa scoperta in
terra di Lombardia, si aggiunse anche le Epistole ad Atticum, rendendolo il
primo dopo secoli a possedere entrambe le raccolte di lettere di Cicerone. Sabbadini
riporta che, nella sua biblioteca, e il primo a possedere il “De agricultura di
CATONE, il Centimeter di SERVIO, il commento di POMPEO all'Ars maior di DONATO,
le Elegie di Massimiano e le DIFFERENTIAE pseudo-ciceroniane, mentre Tateo
continua elencando i Dialoghi di Gregorio Magno e l'esame dei vari manoscritti
di Cicerone, di Lattanzio, di Agostino, di Seneca, di OVIDIO e di STAZIO in suo
possesso. Nonostante questa passione da bibliofilo, che rese la sua biblioteca
la più significativa dopo quella di Petrarca, non sfoggia mai eccellenti doti
filologiche, al contrario di Petrarca stesso o del suo discepolo Bruni. Cerca,
inoltre, di avere da parte di Lombardo della Seta, fedele discepolo di
Petrarca, una copia dell'Africa perché fosse poi pubblicata. I suoi sforzi e
dei umanisti risultarono sempre più insistenti. Lombardo ha timore a pubblicare
un'opera rimasta in un testo incompiuto ed incerto, rischiando così di oscurare
la gloria di Petrarca. Quando poi giunge a Firenze il sospirato poema epico d’Aretino,
è afflitto dalle sospensioni, dalle lacune e certamente anche dalla pesantezza
d'ala del poema tanto vantato e sognato. La delusione, trasmessa in una lettera
a Brossano, spinselo a non farsi più editore e commentatore dell'opera. Intervenne
anche nel campo della paleografia. Nel vivo studio dei classici, fa
un'introduzione fondamentale: dopo aver adottato, per gran parte della sua
vita, una scrittura cancelleresca e una libraria semi-gotica, legge e trascrive
un codice delle Lettere di PLINIO MINORE contenente nessi e legature che si
erano persi. L’uso di -s diritta in fine di parola, i nessi e le legature ae, ę
e &, di cui si e persa memoria. Con questo esperimento inizia la storia
della scrittura umanistica. L’epistolario di S., documento fondamentale di
questa lunga ed efficace opera di rinnovamento culturale, tratta dei temi più
disparati. Organicamente, la raccolta si divide in due filoni: le lettere
private, indirizzate ad amici e conoscenti, e quelle pubbliche, scritte a nome
della Repubblica di Firenze. Stilisticamente, l'epistolario di S. spicca per
l'uso di uno stile che si allontana da quello delle lettere medioevali, fitte
della retorica della ars dictandi, per lasciare il posto ad una serenità
cordiale e del Portico che si richiama alle Familiares di CICERONE e al
repertorio lessicale degl’altri autori classici, determinando così quello che è
stato definito latino misto. Nella prima categoria, le lettere scritte a nome
dell'umanista S. mettono in mostra le tendenze socio-culturali dell’umanesimo. Da
un lato, la percezione del divario cronologico tra i contemporanei e gl’antichi,
eredità diretta della sensibilità petrarchesca; dall'altro, l'esposizione in
più punti del suo pensiero, dalla rivendicazione del valore della vita attiva
contro i monaci e quegli ecclesiastici che sottolineano invece l'eccellenza
della vita claustrale al valore della poesia. Immancabile è la tematica
politica, esposta nella lunga lettera a Durazzo e ritenuta essere il sunto del
pensiero politico dell’umanesimo. Le lettere dell’Epistoloario pubblico, scritte
in qualità di cancelliere della Repubblica, sono di carattere puramente
politico, in quanto rivolte a contrastare l'azione egemonica di Visconti.
Riprendendo i modelli dei classici latini -- Seneca, SALLUSTIO, CICERONE --, S.
addita Visconti quale tiranno in contrasto con la florentina libertas. Il tono
di queste lettere dove essere così grave e tagliente che, secondo la
tradizione, il duca di Milano risponde che un'epistola di S. e più deleteria di
una sconfitta militare di Milano in campo aperto. Dal punto di vista più
tecnico, il saggio svolto presso la
cancelleria di Firenze ha reso S. uno dei più noti cancellieri. Tale notorietà
si deve al metodo di lavoro che egli adotta nel tempo in cui ha ricoperto tale
carica. Effettivamente, i cambiamenti che S. apporta, soprattutto nel campo
dell'epistolografia politica, pur non essendo certo radicali, ha una notevole
influenza su molte corti. La letteratura sull'argomento è unanime
nell'affermare che, S., pur utilizzando la formula prevista dall'epistolografia
cancelleresca, che prevede: la “Salutatio”, il Proverbium, la Narratio, la
Petitio e la Conclusio; ha modo di personalizzare ogni fase dell'epistola in
base alle proprie esigenze narrative. È frequente perciò trovare nelle sue
lettere una “salutatio” piuttosto breve ed un Proverbium soprattutto quando
egli esprime teorie politiche piuttosto lungo. Epistola a Zabarella, filosofo
padovano, il “De Tyranno” basato sull'omonimo trattato di Bartolo da
Sassoferrato e sul “Polycraticus” di Giovanni di Salisbury, riflette sulla
nascita della tirannide e sulla liceità dell'assassinio del tiranno stesso.
Indotto a fare questa riflessione su spunto di A. dell'Aquila, che gli chiede la
liceità dell'assassinio di GIULIO CESARE e dalla volontà di difendere la scelta
dantesca di porre Bruto e Cassio nelle fauci di Lucifero, ammette la liceità di
un tale gesto nei confronti di un despota, ma negandola però al generale
romano, in quanto e un benemerito capo di stato, che e tradito dagli stessi
uomini che sono stati da lui beneficiate. L’Invectiva contro Loschi,
cancelliere dell'ormai defunto Visconti e autore di una “Invectiva in
florentinos”, ha un tono più concreto rispetto al teorico “De Tyranno”. Nell'”Invectiva”,
mostra la partigianeria repubblicana sostenitrice della “florentina libertas”,
emula dell'Atene di Pericle fautrice della concordia partium tra lei e i suoi
alleati. Gli ricorda come Firenze sia nel giusto perché è sottoposta alle
leggi, che non possono essere violate, MENTRE A MILANO IL DIRITTO E STRUMENTO
ARBITRARIO NELLE MANI DI UN VERO E PROPRIO TIRANNO, CHE STA AL DI SOPRA DELLA
LEGGE. “De seculo et religione”, epistola all’amico Lapo si articola in due parti.
Gl’invia una lettera d'accompagnamento insieme al testo da lui realizzato. Tratta
di una esortazione assai fervida alla vita claustrale. Rivendica anche la
validità della vita quale laico, in quanto strada valida nell'ambito gerarchico
delle occupazioni umane, a cui egli rimane ancora legato. L'opera, esaltante la
vita ritirata prendendo spunto anche da CICERONE, LIVIO, MACROBIO, e Omero, tratta
anche della condanna morale di cui è afflitta Roma, dai papi fino ai
predicatori. Nell’epistola “De fato et fortuna” espone l'argomento del
libero arbitrio e del rapporto che esiste tra quest'ultimo e gli avvenimenti
che possono ostacolarne i progetti. La tematica, assai complessa ed erede di
una lunga tradizione filosofica -- i modelli sono Alberto Magno, AQUINO e il “De
bona fortuna” di Aristotele -- si sviluppa nel tentativo di dimostrare come
l'esistenza umana si inquadri in una causa prima, il divino la quale opera in
comunione, talvolta incontrandosi, talvolta scontrandosi, con la volontà
dell'uomo. In “De Nobilitate legum et medicine” propone una gerarchia del sapere,
proponendo la legge come valore supremo sulla medicina, intesa come mera tecnica.
Come l'anima è superiore al corpo, così la legge (che si rifanno al campo della
volonta dello spirito) e superiori alla medicina, che fa parte della meccanica.
La legge, infatti, regola la vita sociale, determina il con-vivere civile,
stabilisce l'ordine e deve essere ottima perché puo produrre uomini migliori. Continua
affermando che la legge, dal momento che appartengono alla sfera dello spiritualo
e quindi celeste, e legate direttamente al divino. Gl’uomini, perciò, possono
collaborare con Dio nella costruzione perfetta della società grazie al fatto
che ogni uomo e ispirato dalla divinità medesima. Il “De Laboribus Herculis,” opera
di grande impegno intellettuale, e un vasto saggio di poesia. Intende
continuare il progetto culturale di Boccaccio della genealogia, vale a dire una
difesa della poesia a livello universale basata sulle vicende terrene dell'eroe
mitologico Ercole, re-interpretate in senso allegorico e indirizzate verso la
via della virtù. Si basa su Ercole per la radice etimologica del nome greco,
risalente ad “ερος κλερος”, cioè uomo forte e glorioso. Come già scrive a
Giovanni di San Miniato, infatti, la poesia ha un valore universale in quanto
il senso interpretativo supera la dimensione culturale in cui è stato scritto.
Per cui la opera di un pagano, se piene di valori positivi, non devono essere
rigettate, ma accolte in quanto provenienti dal divino stesso. “Carmen de
morte Francisci Petrarce” e un carme commemorativo del Petrarca e accennato in
varie epistole al conte di Battifolle, a Imola e a Brossano, del quale è quasi
dubbio il completamento. “De verecundia” e un trattarello in forma epistolare
indirizzato a Baruffaldi sulla natura positiva o negativa della verecundia, cioè
il rispetto. Grazie agli studi genealogici di Novati, si puo ricostruire
l'ascendenza e la discendenza del cancelliere fiorentino. Coluccio Ignota,
figlia di un tal Lino Piero Lino Coluccio; Piera di Simone Riccomi, A.Corrado, Giovanni
Sorella ignota, sposata a uno dei Giovannini di Stignano sposata ad uno dei
Dreucci di Pistoia Piero morto di peste,
Andrea morto di peste, Bonifazio - Monna Checca de' Baldovinetti Arrigo Margherita d'Andrea de' Medici Antonio, Duccia
di Guernieri de' Rossi; Filippo, Lionardo, chierico Salutato, chierico Lorenzo.
A lungo si è ritenuta corretta la data, Campana Martelli, Nuzzo, e altri studiosi dimostrano che
la data corretta è Villani, S. XXVII racconta l'ascesa politica ad una delle
più prestigiose cariche politiche fiorentine. Nominato segretario grazie
all'influenza del Gonfaloniere Serragli, e eletto Cancelliere in sostituzione
di N. Monaci, uomo politico con cui il Serragli fu in disputa. Si veda Epistolario per le addolorate missive
inviate dal Bruni e da Poggio all'amico in comune N. Niccoli, ‘tali parente’
nell'epistola di Bruni; ‘patris nostri’ in quella di Poggio). In Ivi, l'istriano P. Vergerio, in una lettera a F.
Zabarella, lo descrive come il primo e straordinario decoro di Firenze -- urbis
illius primum atque precipuum decus, Linum Colucium Salutatum -- Della stessa
opinione anche: Cappelli, in cui si ricorda, al momento dei funerali, il
commosso addio dell'allievo Vergerio, che lo chiama communis omnium magister -- maestro comune di
tutti noi. Luogo significativo per continuare le riunioni dei nuovi umanisti,
in quanto vi viveva quel fra' Martino da Signa erede universale degli scritti
del Boccaccio. Boccaccio dispose per testamento di lasciare la sua biblioteca
all'agostiniano Signa con l'indicazione che alla morte del frate i volumi
fossero negli armaria del convento fiorentino di Santo Spirito. Così avvenne. La
grandezza di Alighieri, ma anche di Petrarca e dello stesso Boccaccio, sono
messi in discussione dal più acceso degl’umanisti classicisti, Niccoli,
all'interno dei Dialogi ad Petrum Histrum di Bruni. L'accusa principale
consiste nella barbaria del loro latino e nel, caso di Alighieri, nel FRA-INTENDIMENTO
DEL SENSO di alcuni passi di VIRGILIO. Solamente il suo intervento riesce a
capovolgere la situazione, salvando Alighieri dalle accuse feroci del Niccoli. Come
anche risulta da un dialogo del Bruni, che di quella polemica anti-dantesca è
il documento principe, il suo intervento riusce ad assicurare la continuità,
proporzionata all'età nuova, della tradizione dantesca a Firenze. I contatti
tra Costantinopoli e Firenze sono facilitati dalla presenza, nella capitale
bizantina, di G. da Scarperia, che decide di riaccompagnare Crisolora in patria
per apprendere greco da lui stesso. La visione laica dell'umanesimo non si deve
confondere con la proposta laicista, dal punto di vista etico e antropologico.
Mantenendo sempre un'attenzione ossequiosa verso la Roma e una sincera
devozione verso le verità romana, intende nel contempo esaltare e rivendicare
la responsabilità umana al di fuori di qualsiasi determinismo meccanicista e
ponendo in valore la libertà personale del singolo (Cappelli). Abbagnano
sintetizza in modo più stringente il rapporto tra libero arbitrio e volontà
divina, affermando che il primo e conciliabile con l'infallibile ordine del
mondo stabilito dal divino. Si è
condensato, in questi due punti, l'attacco generale del mondo contro
l'umanesimo. La questione sul valore della poesia riguarda la disputa con
Giovanni di San Miniato (cfr. Epistolario, Fratri Johanni de Angelis; quella
con Dominici riguarda il valore positivo dell'umanesimo (cfr. Epistolario, Il
codice fa parte della sua biblioteca entra nelle mani del cancelliere fiorentino
igrazie alle pressioni che esercita su G. de Broaspini. Della stessa opinione
anche Francesco Novati che, in Epistolario, giunge alla stessa conclusione del
Sabbadini in quanto vi trova delle suoi postille autografe del Salutati.
L'epistola è importante perché, dopo l'elogio di Carlo per la fortunata impresa
militare della conquista del Regno di Napoli e il paragone con gl’eroi antichi,
enumera i doveri di un buon sovrano: cercare l'unità sacra; gestire con
moderazione il potere e imparare a gestire le proprie emozioni -- incipe prius
tibi quam aliis imperare; rege te ipsum, noli regendorum subditorum studium
tuimet derelinquere moderamen -- per evitare di cadere nei vizi e di essere
classificato come un tiranno. Esaltandolo alla virtù, alla temperanza e alla
giustizia, insomma tratteggia il modello del sovrano ideale, cavalleresco, formato
sull'esempio dei classici -- continua è la comparazione con gli antichi
statisti e sovrani) e timorato del divino. Le informazioni, ricavate attraverso
una minuziosissima ricerca d'archivio da parte del Novati, sono prese in ordine
sparso da; Epistolario, Tavole genealogiche ove vengono fornite indicazioni
biografiche sui nonni, genitori e figli. Per consultare le informazioni sui
fratelli del cancelliere, si consulti sempre Epistolario, Riferimenti Dionisotti. Villani. E avviato agli
studî giuridici, inameni a lui che era pierius -- così foggia il suo
patronimico: figlio di Pietro, e devoto alle pieridi, le muse. Eloquentissimo
legum doctori domino Loygio de Gianfigliaziis. Reverendo patri et domino domino
Bruni de Florentia summi pontificis secretario, domino suo, si lamenta
della sua mansione di cancelliere nella cittadina umbra. Vero è che invalse
l'uso di chiamare Cancelleria Fiorentina l'ufficio del quale era capo il
Dettatore, che aveva la particolare ingerenza di scrivere le lettere e di
trattare le faccende della politica esterna. Unum dicam, quod emerserunt et ad tante sunt
reipublice gubernacula sublimati, quos oportuit pro salute cunctorum. Dirò una
cosa, cioè che al governo di una così grande repubblica emersero e vi sono
uomini, i quali bisognò vi sono per la salvezza di tutti. E così favorevole al
governo in quanto fu uno dei pochissimi a non essere proscritto dalle cariche
istituzionali. Siena si sottomise a Visconti
in funzione anti-fiorentina, mentre il signore di Milano, duca per investitura
imperiale, si allea con Lucca e altre città umbro-marchigiane. La prima
epistola riportata dal Novati in cui S. risponde ad una missiva del Certaldese
cfr. Epistolario Facundissimo domino Iohanni Boccacci de Certaldo ma i toni
sono troppo famigliari per essere la prima epistola scambiata tra i due. Inclyte
cur vates, humili sermone locutus, de te pertransis? te vulgo mille labores
percelebrem faciunt: etas te nulla silebit. Perché, o celebre poeta, che hai
cantato nel volgare idioma, avanzi nel corso del tempo? Mille fatiche ti
rendono celebre presso il volgo: nessuna epoca tacerà sul tuo conto. Egrigio
viro Franciscolo de Brossano domini Francisci Petrarce genero, Ep. ove piange
sia la scomparsa del Petrarca, ma annuncia anche quella del Boccaccio. Fallebar
enim, et dum Franciscum fleo, dum suis laudibus intentus decantantes, novo
commento, veterum pene dimissa sententia, depingo Camenas, ecce nove lacrime
nobis merore novi funeris occurrerunt, incepti cursum operis reprimentes.
Vigesima quidem prima die decembris Boccaccius noster interiit. Infatti ero
ingannato, e mentre piango Francesco e mentre, attento alle sue lodi, adorno le
Camene con un nuovo commento, quasi tralasciata la sentenza degl’antichi, ecco
che nuove lacrime si aggiunsero a noi con il dolore di una nuova morte,
frenando il corso di un'opera che inizia. Il nostro Boccaccio spira. Tateo. Cappelli, ricorda anche che e solito mettere a
disposizione dei suoi allievi la sua stessa biblioteca personale. Pertanto, i
luoghi di incontro erano due: Santo Spirito e l'abitazione del Cancelliere. Gl’animatori
di questi incontri, il Salutati e il Marsili, l'uno nella propria casa, l'altro
nella sua cella di Santo Spirito, ricevano i nobili fiorentini, e li iniziavano
al gusto delle lettere antiche. Sabbadini riporta che l'erudito greco era già a
Firenze. Garin sintetizza, prendendo spunto dal De saeculo et religione e
dall'Epistolario, l'ideale di vita attiva propria dell'essere umano inteso come
cittadino del mondo. Terrestre è la vocazione umana. L'impegno nostro è nella
costruzione della città terrena, nella società. Insiste sul valore della
educazione. Essa insegna a ritrovare sub corticem il valore intenzionale dei
termini, smarrito nella consuetudo, penetrando l'espressione nel suo
significato intimo come direzione spirituale. Parola e cosa non possono
disgiungersi. Noli, venerabilis in Christo frater, sic austere me ab honestis
studiis revocare. Noli putare quod, cum vel in poetis vel aliis Gentilium
libris veritas queritur, in vias Domini non eatur. Omnis enim veritas a Deo
est, imo, quo rectius loquar, aliquid est Dei. Non volere, o venerabile
fratello in Cristo, allontanarmi in modo così austero da studi degni di
ammirazione. Non voler ritenere che, quando si cerca la verità o nei poeti o in
altri libri degli scrittori pagani, non si cammini lungo le vie del Signore. Ogni
verità, infatti, proviene da Dio e, per parlare fino in fondo rettamente,
alcuna cosa è propria di Dio. Nullum enim dicendi genus maius habet cum divinis
eloquiis et ipsa divinitate commertium quam eloquium poetarum. Nessun
genere letterario, infatti, ha un maggior legame con le parole divine e con la
stessa divinità quanto la parola dei poeti. Il manoscritto di Vercelli fu alla
fine portato a Firenze, ove rimane, unica copia carolingia esistente delle
Epistole di CICERONE. Gargan ritiene che la sua filologia non fu di altissima
classe. Billanovica. Fitta la corrispondenza con Seta, come testimonia la prima
lettera inviata dal cancelliere fiorentino. Insigni viri Lombardo...optimo civi
patavino, Cappelli Cesareo. Epistola Coluci Salutati florentina ad Carolum
regem Neapolitanum. Villani riporta la veemenza con cui fulmina Gian Galeazzo
con le sue lettere, riportando tra l'altro la testimonianza di E. Piccolomini cui quest'aneddoto è attribuita la
paternità. Sia la citazione che il contesto in cui fu scritto il De Tyranno
sono esposti in Canfora. In altri termini, se Cesare, pur giunto al potere in
modo tirannico o violento, seppe poi legittimare tale potere attraverso un
esercizio virtuoso di esso (ex parte exercitii) in grado di suscitare
l'approvazione popolare, la sua uccisione non fu legittima. Lo e quella di un
tiranno che esercita come tale. Per la figura di Loschi, si rimanda alla voce
biografica Viti. Canfora ipotizza l'aiuto
di Bruni nello sviluppare il paragone Firenze-Atene, in quanto non e molto esperto di quella lingua e di quella
cultura. Così rivolgendosi al cancelliere milanese A. Loschi, nella Invectiva
in Antonium Luschum, dopo aver contrapposto i guasti del regime tirannico
milanese ai vantaggi di quello libero e repubblicano di Firenze, glorifica la
sua città come "fiore d'Italia" e come esempio di vita serena e armoniosa.
Si riporta interamente il breve messaggio d'accompagnamento. Mitto tibi
munusculum istis paucis noctibus correctionis studio lucubratum. In quo si quid
proficies tu vel alii, laus sit omnium conditori Deo, cui placeat me in tuis
sanctis orationibus commendare. Vale felix et diu. S. tuus. Ti mando un piccolo
pensiero composto in queste poche notti dopo un'opera di revisione. Attraverso
questo trattato, se tu o altri ne trarrete giovamento, la lode di tutti voi sia
per lodare Dio, al quale è piaciuto che io mi affidi alle tue sante orazioni.
Sta felice a lungo. Il tuo Coluccio. Nel De Nobilitate ribade, attraverso un
discorso più ampio e articolato, la distinzione della medicina, designate come
arte meccanica, ossia tecnica, dalla giurisprudenza, considerata scienza della
vita spirituale e quindi superiore all'altra. La legge e veramente un sigillo
divino, con cui dopo il primo peccato Dio ha offerto alle comunità degl’uomini
la vita per riconquistare il bene. Ispirate dal divino agli uomini, inscritte
nell'anima umana, la legge ha un'altra superiorità, rispetto alla legge
meccanica naturale. La legge inter-soggetiva puo essere conosciuta nella sua
pienezza integrale, con una certezza che non si trova mai nella scienze della
natura. Si riporta, come testimonianza, quanto scritto nell'epistolario in cui
annuncia a B. Imola il suo Progetto. Sed ut ad Franciscum nostrum redeam,
opusculum metricum de ipsius funere iam incepi. Ma per ritornare al nostro
Francesco, inizio a stendere un opuscolo metrico sulla cerimonia funeraria
dello stesso. Antiche Filippo Villani, Le vite d'uomini illustri fiorentini,
Mazzuchelli, Venezia, Pasquali, Moderne; Abbagnano, “La filosofia del
Rinascimento” in Abbagnano, Storia della filosofia, Milano, TEA); Billanovich,
Gl’inizi della fortuna di Petrarca” (Roma, Storia e Letteratura); Bischoff, “Paleografia
latina. Antichità e Medioevo, Stefano Zamponi, Padova, Antenore, Bosisio, Il
Basso Medioevo, in Curato, Storia Universale,
Novara, Istituto geografico De Agostini, Branca, Boccaccio: profilo biografico,
Firenze, Sansoni, Campana, Lettera del cardinale padovano (Bartolomeo Uliari). Canfora,
Prima di Machiavelli. Politica e cultura in età umanistica, Roma, Laterza, Cappelli,
“L'Umanesimo italiano da Petrarca a Valla” (Roma, Carocci); Cesareo, “L'Epistolario
ed il carteggio con Francesco Petrarca come esempio di latino umanistico: una
ricerca filologico-letteraria, G. Contini, Letteratura italiana delle origini”
(Firenze, Sansoni); Carrara, Lino Coluccio di Piero, in Enciclopedia
Italiana, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Rosa, Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell' Enciclopedia Italiana, Chines, Forni, G. Ledda, Dalle Origini al
Cinquecento, in Ezio Raimondi, La letteratura italiana” (Milano, Mondadori); Dionisotti,
Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto dell' Enciclopedia Italiana, Luciano
Gargan, Gli umanisti e la biblioteca pubblica, in Guglielmo Cavallo, Le
biblioteche, Bari, Laterza, Eugenio Garin, L'umanesimo italiano, Roma-Bari,
Laterza,Martelli, Schede per S. in Interpres, Demetrio Marzi, La cancelleria
della repubblica fiorentina, Rocca San Casciano, Cappelli, Nuzzo, Coluccio Salutati. Epistole di Stato.
Primo contributo all’edizione: Epistole in Letteratura Italiana Antica, Manlio
Pastore Stocchi, Pagine di storia dell'Umanesimo, Milano, Angeli; Petoletti, “Boccaccio
e i classici latini” in Teresa De Robertis, C. Monti, Marco Petoletti et alii,
Boccaccio autore e copista, Firenze, Mandragora, Petrarca, Lettere Senili, Fracassetti,
Firenze, Le Monnier, S., Epistolario,
Novati, Roma, Forzani e C. tipografi del Senato, Si sono consultati:
Epistolario,. Epistolario, Epistolario, Epistolario, Epistolario, Sabbadini, “Le
scoperte dei codici latini”, Firenze, G.C. Sansoni, Achille Tartaro e Francesco
Tateo, Il Quattrocento. L'età dell'umanesimo, in Muscetta, La letteratura
italiana, Bari, Laterza, Si sono presi in considerazione: Tateo, La cultura
umanistica e i suoi centri, Wilkins, Vita di Petrarca, Rossi e Ceserani,
Milano, Feltrinelli, Life of Petrarch,
Chicago; Vasoli, Le filosofie del Rinascimento, Pissavino, Milano, Mondadori, Viti,
Loschi, Antonio, in Dizionario Biografico degl’italiani, Roma, Istituto della
Enciclopedia italiana, Palazzo Salutati Petrarca Boccaccio Umanesimo Repubblica
di Bruni. Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Cirillo, “Il
tiranno in S., umanista,” Biblioteca dei Classici italiani di Bonghi. Lino
Coluccio Salutati. Coluccio Salutati. Salutati. Keywords: i duodici fatiche
d’Ercole, gl’antichi, la legge non-naturale, la legge naturale, della buona
fortuna, libero arbitrio, la vita sociale, la con-vivenza, Bruto e Cassio
nell’inferno, la morte di Cesare, l’assassinio di Cesare, tirano, la libertas
fiorentina, stato fiorentino, la repubblica fiorentina, la fiore d’Italia,
Boccaccio, Petrarca, Aligheri, I primi umanisti, l’umanesimo laico, basato
contro il determinismo ecclesiastico, la biblioteca di Salutati, Livio,
Cicerone, autori latini, la lingua Latina, difesa della lingua Latina,
l’interpretazione di Virgilio da Aligheri, difesa della filosofia pagana, il
valore permanente della filosofia degl’antichi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Salutati” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Salutio: la ragione conversazionale del divino
e dei divini – l’ordine el mondo -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A close fiend of Giuliano. He is offered
the emperorship on Giuliano’s death, but he declines on account of his ‘rather poor
health.’ He leads an active political life and is regarded as morally
incorruptible. Known to have been well-versed in philosophy, he is the author
of ‘On the gods and the world order’ – which some however attribute to
Salustio. The treatise is, unsurprisingly, dedicated to Giuliano. Those who
argue that it us not written by Salutio claim it is the work of one
contemporary of Giuliano, a Flavio Salustio. Accademia. Saturnino Secondo Salutio.
Luigi Speranza -- Grice e Salviano: la ragione conversazionale al
portico – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He moves from Rome to what is now
known as The Galliae – and writes a ‘saggio’ in which he tries to explain why
there is so much suffering in that area of the world. He takes an approach that
is not only philosophical – along the lines of the Porch – but historical as
well.
Grice
e Salvemini Giovanni Francesco Mauro Melchiorre Salvemini, detto il
Castiglione o Castillioneus o Johann Castillon (Firenze, 15 gennaio 1709 –
Berlino, 11 ottobre 1791), è stato un matematico e astronomo italiano.
Castillon: Observations sur le livre intitulé Systême de la nature (1771)
Biografia Ha avuto una formazione privata fino a quando inizia l'Università di
Pisa dove studia diritto e matematica conseguendo un dottorato nel 1729.
Mentre vive in Italia, si dedica anche alla traduzione di Alexander Pope An
Essay on Man nel 1733 con un numero uguale di versi italiani come l'originale
inglese. Ha insegnato a Vevey, una città sulla riva nord del Lago di
Ginevra, dove divenne il direttore della scuola umanistica. Ha continuato
a lavorare come traduttore. Insegnò retorica, discipline umanistiche, e
matematica. Durante questo periodo ha pubblicato due articoli di matematica
scritti in latino, nelle Philosophical Transactions della Royal Society di
Londra, usando il nome "J Castillioneus". Il primo di questi articoli
studia il Cardioide, il secondo il teorema del polinomio di Newton Ha
curato tre volumi delle opere di Newton, che sono stati pubblicati a Losanna e
Ginevra nel 1744. Il primo volume contiene saggi matematici, il secondo
contiene i trattati filosofici. Il terzo volume contiene le opere filologiche
di Newton, soprattutto saggi storici, tra cui una cronaca della storia antica.
Roger Ward Babson dice: "Fino a questo momento Castillon era stato ateo,
ma nel 1744 divenne calvinista" Nel 1745 insegna a Losanna e nello
stesso anno sposò Elisabeth du Fresne dalla quale ha avuto tre figli, ma solo
uno ne sopravvive, vale a dire Maximilian Friedrich Gustav Adolf Salvemini.
Anche nel 1745 ha pubblicato la corrispondenza tra Johann Bernoulli e Gottfried
Leibniz, poi nel 1748 ha pubblicato l'Introductio in Infinitorum analysin
auctore Leonhardo Eulero, il trattato di Eulero, che aveva modificato.
Tra il 1749 e il 1751 Castillioneus insegna sia a Losanna che a Berna. Durante
questo periodo ha ottenuto la cattedra di matematica a Berna e di teologia a
Losanna; è interessante notare che essendo diventato calvinista solo nel 1744,
era già pronto per una cattedra in teologia pochi anni dopo. Nell'estate del
1751 ha ricevuto offerte di posizioni a St Petersburg e Utrecht. Nel dicembre
1751 si iscrisse all'Università di Utrecht per tenere lezioni di matematica e
astronomia. Ha conseguito un dottorato sempre a Utrecht dove divenne professore
ordinario di matematica e filosofia nel 1755. Tre anni più tardi
Castillon divenne rettore dell'Università. Durante questi anni ha ricevuto una
serie di riconoscimenti: Fellow della Royal Society di Londra e membro
dell'Accademia delle Scienze di Gottinga, entrambi nel 1753. Nel 1757 la
moglie di Castillon Elisabeth muore, si sposa con Madeleine Ravené due anni più
tardi. Jean-Jacques Rousseau, il filosofo francese, scrittore e teorico della
politica, nel 1755 ha pubblicato "Discours sur l'origine de l'inégalité
parmi les hommes"; Castillon in risposta pubblica "Discours sur
l'origine de l'inégalité parmi les hommes" (contre le Discours de
Jean-Jacques Rousseau), difendendo il progresso e la civiltà moderna. Pubblicato ad Amsterdam nel 1756, il lavoro del
Castillon è stato indirizzato al Presidente dell'Accademia delle Scienze di
Berlino. Castillon opposti i punti di vista di Rousseau e dei suoi sostenitori,
favorisce le idee dei pensatori dell'Illuminismo inglese. Ha anche
tradotto Elementi di filosofia naturale di John Locke in francese con il titolo
Abrégé de physique, pubblicato nel 1758. Ha scritto un commento
dettagliato dell'Arithmetica universalis di Newton nel 1761. James
Boswell, il famoso avvocato scozzese, diarista, e autore, si è recato in Olanda
nel mese di ottobre 1763 e ha incontrato Castillon a Utrecht in diverse
occasioni. Nel 1763 Federico il Grande, re di Prussia, ha invitato de
Castillon a Berlino offrendogli la posizione di professore di matematica presso
la Scuola di Artiglieria. Anche in tale anno Castillon, su raccomandazione
personale di Federico il Grande, è stato eletto alla sezione di matematica
presso l'Accademia delle Scienze di Berlino. Nel 1765 Federico il Grande nominò
de Castillon 'Astronomer Royal'presso l'Osservatorio di Berlino. Ha ricevuto
onorificenze da ulteriori accademie straniere, è stato nominato membro
dell'Accademia di Bologna nel 1768, dell'Accademia di Mannheim nel 1777,
dell'Accademia di Padova nel 1784, e dell'Accademia di Praga nel 1785.
Succedendo a Joseph-Louis Lagrange, de Castillon è stato nominato Direttore
della Sezione Matematica, un ruolo che ha mantenuto fino alla sua morte. Dopo
la sua morte il suo unico figlio superstite, Massimiliano Friedrich Gustav
Adolf, ha scritto un elogio a suo padre, che è stato pubblicato dall'Accademia
delle Scienze di Berlino. Studiò anche le sezioni coniche, equazioni di
terzo grado e problemi di artiglieria. Tra le sue ultime pubblicazioni di matematica si
nota: Mémoire sur la règle de Cardan, et sur les équations cubique, avec
quelques remarques sur les équations en général (1783) e due memorie nel 1790 e
il 1791 dal titolo Examen philosophique de quelque Principes de l'algèbre. Egli è anche noto per il "problema di
Castillon", per aver cioè risolto nel 1776 un problema propostogli da
Cramer, dato un cerchio ed i 3 punti non allineati del suo piano, di iscrivere
nel cerchio dato un poligono i cui lati, eventualmente prolungati, passassero
per i punti assegnati[1]; la generalizzazione di questo problema fu operata nel
1787 dal giovanissimo Annibale Giordano[2]. Note ^ Maurice Starck,
Castillon's problem, WFNMC (World Federation of National Mathematics
Competitions) Conference, Melbourne, 2004 ( Copia archiviata (PDF), su
wwwedu.ge.ch. URL consultato il 13 aprile 2010 (archiviato dall'url originale
il 6 luglio 2011). on-line) ^ Considerazioni sintetiche sopra di un celebre
problema piano, e risoluzione di alquanti altri problemi affini del Sig. D.
Annibale Giordano di Ottajano, presentata dal Sig. Cavaliere Lorgna. In:
Accademia nazionale delle scienze detta dei XL, Memorie di matematica e fisica
della Società italiana, Vol. VIII, Verona : Dionigi Ramanzini, 1788, pp. 4-17
(on-line) Voci correlate Federico II di Prussia Royal Society Illuminismo
Accademia delle scienze di Berlino John Locke Isaac Newton Gottfried Wilhelm
von Leibniz Alexander Pope Annibale Giordano Altri progetti Collabora a
Wikisource Wikisource contiene una pagina dedicata a Giovanni Francesco
Salvemini Collegamenti esterni Niccolò Guicciardini, SALVEMINI, Giovanni
Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 89, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, 2017. Modifica su Wikidata (EN) Giovanni Francesco
Salvemini, su MacTutor, University of St Andrews, Scotland. Modifica su
Wikidata (EN) Giovanni Francesco Salvemini, su Mathematics Genealogy Project,
North Dakota State University. Modifica su Wikidata Opere di Giovanni Francesco
Salvemini, su MLOL, Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata (EN) Opere di
Giovanni Francesco Salvemini, su Open Library, Internet Archive. Modifica su
Wikidata Controllo di autorità VIAF
(EN) 30288706 · ISNI (EN) 0000 0001 0800 6915 · SBN LO1V271806 · BAV 495/64001
· CERL cnp00379121 · ULAN (EN) 500341866 · LCCN (EN) no91002906 · GND (DE)
116472448 · BNF (FR) cb130145422 (data) · J9U (EN, HE) 987007308953705171
Portale Astronomia Portale Biografie Portale
Filosofia Portale Fisica Portale Matematica Categorie:
Matematici italiani del XVIII secoloAstronomi italianiNati nel 1709Morti nel
1791Nati il 15 gennaioMorti l'11 ottobreNati a FirenzeMorti a
BerlinoPersonalità del calvinismoIlluministiEnciclopedisti italianiMembri dell'Accademia
delle scienze di Gottinga[altre]
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Sanctis: la grammatica ragionata e la ragione conversazionale dello stile
filosofico – scuola napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Napoli).
Filosofo
Italiano. Napoli, Campania. Essential philosopher. He considers philosophy as a
branch of the belles lettres and his field of expertise is when stylists stop
using an artificial Roman, and turned to ‘Italian.’ Grice: “I really do not
like de Sanctis; when an author becomes philosophical, he says that he has been
infested of the philosophical pest!” – Disambiguazione – Se stai cercando
l'omonimo architetto, vedi Francesco De Sanctis (architetto). Francesco de Sanctis Ministro della pubblica istruzione del Regno
d'Italia MonarcaVittorio Emanuele II di Savoia Capo del governoCamillo Benso di
Cavour PredecessoreTerenzio Mamiani, Regno di Sardegna Capo del governoBettino
Ricasoli SuccessorePasquale Stanislao Mancini Durata mandato24 marzo 1878 – 19
dicembre 1878 MonarcaUmberto I di Savoia Capo del governoBenedetto Cairoli
PredecessoreMichele Coppino SuccessoreMichele Coppino Capo del governo Benedetto
Cairoli PredecessoreFrancesco Paolo Perez SuccessoreGuido Baccelli Governatore
della Provincia di Avellino SuccessoreNicola De Luca Deputato del Regno
d'Italia Legislatura Gruppo parlamentare Sinistra Coalizioneconnubio,
opposizione, governo della Sinistra storica Incarichi parlamentari Ministro
dell'Istruzione del Regno d'Italia Sito istituzionale Dati generali Partito
politicoDestra storica (1861-1862) Sinistra storica (1862-1883) Titolo di
studiolaurea ProfessioneDocente universitario FirmaFirma di Francesco de
Sanctis Francesco Saverio de Sanctis (Morra Irpina, 28 marzo 1817 – Napoli, 29
dicembre 1883) è stato un critico letterario, saggista e politico italiano, tra
i maggiori critici e storici della letteratura italiana nel XIX secolo e più
volte ministro della pubblica istruzione. Francesco Saverio de Sanctis nacque
nel 1817[1] a Morra Irpina (Avellino) da una famiglia di piccoli proprietari
terrieri, figlio di Alessandro De Sanctis
e Maria Agnese Manzi (1785-1847).
Il padre era dottore in diritto e due zii paterni, Giuseppe e Carlo, uno
sacerdote e l'altro medico, vennero esiliati per aver preso parte ai moti
carbonari. Celebre è la sua frase:
"Se Morra è il mio paese, Sant'Angelo è la mia città" (Sant'Angelo
dei Lombardi, che si trova vicino a Morra e che, al tempo di S., era il punto
di riferimento per i paesi vicini). I
critici pedanti si contentano d'una semplice esposizione e si ostinano sulle
frasi, sui concetti, sulle allegorie, su questo e su quel particolare come
uccelli di rapina su un cadavere… Essi si accostano ad una poesia con idee
preconcette: chi di essi pensa ad Aristotele e chi ad Hegel. Prima di contemplare il mondo poetico lo
hanno giudicato: gl'impongono le loro leggi in luogo di studiar quelle che il
poeta gli ha date. […] Critica perfetta è quella in cui i diversi momenti (per
i quali è passata l'anima del poeta) si conciliano in una sintesi di
armonia. Il critico deve presentare il
mondo poetico rifatto ed illuminato da lui con piena coscienza, di modo che la
scienza vi presti, sì, la sua forma dottrinale, ma sia però come l'occhio che
vede gli oggetti senza però vedere se stesso. La scienza, come scienza, è,
forse, filosofia, ma non è critica.»
(Francesco De Sanctis, Saggi critici, Morano, Napoli) Formazione scolastica Nel 1826 lasciò la
provincia per recarsi a Napoli, dove frequentò il ginnasio privato di uno zio
paterno, Carlo Maria de Sanctis. Nel
1831 passò ai corsi liceali, dapprima presso la scuola dell'abate Lorenzo
Fazzini, dove compì le prime letture filosofiche, e nel 1833 presso quella
dell'abate Garzia. Completati gli studi
liceali, intraprese gli studi giuridici, presto però trascurati per seguire,
già dal 1836, la scuola del purista Basilio Puoti sul Trecento e sul
Cinquecento, lezioni che il marchese teneva gratuitamente presso il suo
palazzo, dove il De Sanctis avrà modo di conoscere il Leopardi e dove avvenne
la sua vera formazione. Insegnamento
Trascorso un breve soggiorno a Morra, ritornò a Napoli dove iniziò ad insegnare
nella scuola dello zio Carlo che si era ammalato, per interessamento dello
stesso Puoti, venne nominato professore alla scuola militare preparatoria di
San Giovanni a Carbonara (1839-1841) e in seguito al Collegio militare della
Nunziatella (1841-1848), dove ebbe come allievo tra gli altri Nicola
Marselli. Contemporaneamente egli teneva
in una sala del Vico Bisi, per gli allievi del Puoti, corsi privati di
grammatica e letteratura, avendo tra i suoi allievi alcuni di quelli che
sarebbero poi diventati tra i principali nomi della cultura italiana: i
meridionalisti Giustino Fortunato e Pasquale Villari, il filosofo Angelo
Camillo De Meis, il giurista Diomede Marvasi, il pittore Giacomo Di Chirico, il
letterato Francesco Torraca e il poeta Luigi La Vista, suo allievo prediletto,
che avrebbe trovato la morte durante l'insurrezione del 1848. Le lezioni di quella che fu chiamata la
"prima scuola napoletana" (1838/39-1848) furono raccolte ed edite solamente
nel 1926 da Benedetto Croce con il titolo Teoria e storia della
letteratura. Distanze dal purismo Alla
Nunziatella il De Sanctis iniziò a trattare problematiche di carattere
letterario, estetico, stilistico, linguistico, storico e di filosofia della
storia, prendendo le distanze dal purismo di Puoti dopo aver scoperto alcuni
testi dell'Illuminismo francese (d'Alembert, Diderot, Hélvetius, Montesquieu,
Rousseau e Voltaire) e di quello italiano (Beccaria, Cesarotti, Filangieri,
Genovesi, Pagano). De Sanctis passò così
da una prima fase intrisa di sensibilità romantica e leopardiana, di forte
polemica anti-illuministica e di convinta adesione a un programma
cattolico-liberale, giobertiano, di restaurazione civile e morale, ad una
seconda fase, nel costituire la quale ebbero grande parte la lettura di Hegel e
le esperienze drammatiche del 1848.
Partecipazione ai moti del 1848 «Napoletani, siamo fieri di questo nome
che abbiamo fatto risonare dovunque alto e rispettato. Vogliamo l'unità, ma non
l'unità arida e meccanica che esclude le differenze ed è immobile uniformità.
Diventando italiani non abbiamo cessato d'essere napoletani.[2]» ([senza fonte] Francesco De Sanctis) Nel maggio del 1848, come membro
dell'associazione "Unità Italiana[3]" diretta dal Settembrini,
partecipò con alcuni dei suoi allievi ai moti insurrezionali e, in seguito a
questa sua iniziativa, nel novembre del 1848 venne sospeso
dall'insegnamento. Prigionia Nel
novembre del 1848 egli preferì allontanarsi da Napoli, recandosi
nell'entroterra calabrese, ospite prima nella città del Guiscardo di San Marco
Argentano (CS) presso il seminario vescovile, poi nel vicino borgo di Cervicati
(CS) dove aveva accettato un incarico di precettore propostogli dal barone
Francesco Guzolini. Qui scrisse i suoi primi "Saggi critici", cioè le
prefazioni all'Epistolario leopardiano e alle "Opere drammatiche" di
Schiller, ma nel 1850 venne arrestato e recluso a Napoli nelle prigioni di
Castel dell'Ovo, dove rimase fino al 1853 quando, espulso dal Regno dalle
autorità borboniche e fatto imbarcare per l'America, riuscì a fermarsi a Malta
e quindi a rifugiarsi a Torino. Durante
il periodo di prigionia il De Sanctis si diede allo studio approfondito di
Hegel, facendo lo sforzo di apprendere il tedesco e compiere così la traduzione
del "Manuale di una storia generale della poesia e della logica" di
Hegel, oltre a cercare di approfondire i motivi mazziniani della propria
ideologia, come testimonia il carme in endecasillabi con auto-commento
intitolato "La prigione". Dal
carcere uscì indubbiamente un De Sanctis diverso, al quale la realtà aveva
distrutto le illusioni e al pessimismo e misticismo giovanile era subentrata
una moralità più eroica e alfieriana e che, grazie alla lettura di Hegel, aveva
maturato una diversa concezione del divenire della storia e della struttura
dialettica della realtà. Attività
letteraria a Torino A Torino la cultura moderata gli negò una cattedra, ma De
Sanctis riuscì comunque a svolgere un'intensa attività letteraria. Trovò un
incarico di insegnante presso una scuola privata femminile dove insegnò lingua
italiana, diede lezioni private, collaborò a vari giornali dell'epoca come
"Il Cimento", divenuto in seguito "Rivista Contemporanea",
"Lo Spettatore", "Il Piemonte", "Il Diritto" e
iniziò a tenere conferenze e lezioni, tra le quali quelle famose su Dante che,
per la loro originale impostazione e per l'analisi storica e poetica, gli
fecero ottenere, nel 1856, una cattedra di letteratura italiana presso il
Politecnico federale di Zurigo. Anni di
Zurigo Francesco De Sanctis nel periodo
zurighese (1856-1859) A Zurigo, dove insegnò dal 1856 al 1860, il De Sanctis
tenne lezioni su Dante, sui poemi cavallereschi italiani e su Petrarca. Zurigo,
che in quegli anni era sede di grande confronto intellettuale, diede a De
Sanctis l'occasione di elaborare meglio il proprio metodo critico, di
approfondire le proprie meditazioni filosofiche e di raccogliere il materiale
documentario, tra il quale assai importante risultano essere le conferenze
petrarchesche del 1858-1859 che saranno la base del saggio pubblicato nel 1869
a Napoli dall'editore Morano. Ebbe anche l’occasione di diventare membro attivo
del Circolo degli Scacchi della Città: “Ieri sono stato eletto membro della
società degli scacchi, pagando il diploma quattro franchi. È la prima società tedesca
di cui faccio parte. Qui tutto si risolve in società” [4] Ritorno in patria Intanto, con l'unione nel
1860 del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna per la costituzione del
Regno d'Italia, il De Sanctis poté tornare in patria, dove portò avanti,
contemporaneamente alla sempre fervida attività letteraria, anche l'attività
politica. Nel 1860 conobbe Giuseppe
Mazzini e, dopo aver interrotto il ciclo di lezioni sulla poesia cavalleresca,
sottoscrisse il manifesto del Partito d'Azione per caldeggiare l'unificazione e
per combattere le idee estremiste dei repubblicani. Da quel momento egli si immerse di slancio
nella nuova realtà politica italiana, ritrovando nell'azione la possibilità di
rendere concreto l'ideale appreso da Machiavelli, Hegel e Manzoni e cioè quello
dell'uomo totalmente impegnato nella realtà.
Attività letteraria e attività politica Si dedicò pertanto
ininterrottamente, ora all'attività di politico e ministro, ora a quella di
giornalista, ora a quella di critico e storico della letteratura e infine a
quella di professore. Cariche politiche
In seguito alla conquista di Garibaldi, il De Sanctis venne nominato
governatore della provincia di Avellino e per un brevissimo periodo fu ministro
nel governo Pallavicino, collaborando per il rinnovamento del corpo accademico
napoletano. Nel 1861 venne eletto
deputato al parlamento nazionale, aderendo alla prospettiva di una
collaborazione liberal-democratica, e accettò il ministero della pubblica
istruzione nei gabinetti Cavour e Ricasoli per cercare di attuare la difficile
opera di fusione tra le amministrazioni scolastiche degli antichi stati. Nel 1862 passò però all'opposizione e, in
collaborazione con il Settembrini, promosse una "Associazione unitaria
costituzionale" di sinistra moderata, che ebbe come voce il quotidiano
"Italia", diretto dallo stesso De Sanctis dal 1863 al 1865. In questo
ambito espose la sua visione politica nello scritto Un viaggio elettorale. Intenso impegno di studi «Come critico e
storico della letteratura, [De Sanctis] non ha pari.» (Benedetto Croce, Estetica come scienza
dell'espressione e linguistica generale, II, 15[6]) Il fallimento nelle elezioni del 1865
coincise con il ritorno del De Sanctis a un grande impegno di studi concentrato
sulla struttura di una storiografia letteraria che fosse di respiro nazionale,
questione che affronterà nei saggi sulle Storie letterarie del Cantù in
Rendiconti della R. Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli del 1865,
e sul Settembrini, Settembrini e i suoi critici, in Nuova Antologia (marzo
1869). Nel frattempo De Sanctis stava
già lavorando a una Storia della letteratura italiana che, nata come testo
scolastico, si sviluppò assai presto in un'opera di ampia e complessa portata. Dal 1872 De Sanctis insegnò letteratura
comparata presso l'Università di Napoli e quell'anno accademico iniziò con il
discorso su "La scienza e la vita". I corsi da lui tenuti in quegli
anni si intitolano a Manzoni (1872), la scuola cattolico-liberale (1872-'74),
la scuola democratica (1873-'74), Leopardi (1875-1876). Questi scritti, che
svolgono tutti quei temi di letteratura contemporanea che nella storia della
letteratura non ebbero spazio per esigenze editoriali, furono raccolti da
Francesco Torraca e solo in parte rivisti dal De Sanctis. Ultima fase della vita Nel 1876, prevalendo la
Sinistra, De Sanctis si dimise da professore e accettò da Benedetto Cairoli un
nuovo incarico ministeriale (1878-1880), mentre il suo interesse critico si
rivolgeva al naturalismo francese, come testimonia lo Studio sopra Emilio Zola
che apparve a puntate sul "Roma" nel 1878 e lo scritto "Zola e
l'assommoir" pubblicato nel 1879 a Milano.
Intervenne in Parlamento dopo il tentativo di attentato al re Umberto I
da parte dell'anarchico Giovanni Passannante, manifestando la sua contrarietà
di sincero democratico ad ogni tipo di repressione: «Io, signori, non credo alla reazione; ma
badiamo che le reazioni non si presentano con la loro faccia; e quando la prima
volta la reazione ci viene a far visita, non dice: io sono la reazione.
Consultatemi un poco le storie; tutte le reazioni sono venute con questo
linguaggio: che è necessaria la vera libertà, che bisogna ricostituir l'ordine
morale, che bisogna difendere la monarchia dalle minoranze. Sono questi i
luoghi comuni, ormai la storia la sappiamo tutti, sono questi i luoghi comuni,
coi quali si affaccia la reazione.
Ritornato a Napoli, si dedicò alla rielaborazione del materiale
leopardiano, che fu pubblicato postumo nel 1885 con il titolo Studio su G.
Leopardi, e alla dettatura di ricordi autobiografici che arrivano fino al 1844,
pubblicati da Villari con il titolo La giovinezza: frammento
autobiografico. Colpito da una grave
malattia agli occhi, De Sanctis morì a Napoli nel 1883. In suo onore la città
natale, Morra Irpina, è stata ribattezzata Morra De Sanctis. De Sanctis fu membro della
Massoneria[8][9]. Post mortem Nel 2007,
in suo nome, viene istituita la Fondazione De Sanctis, ente che dal 2009
organizza annualmente il Premio De Sanctis per la saggistica ed altri eventi di
carattere culturale. Opere S. enunciò i suoi principi critici in diversi
scritti di carattere non esclusivamente teorico e il suo pensiero non è esposto
in opere autonome e organiche di poetica e di estetica. Il problema dell'arte
non divenne mai per De Sanctis oggetto di un discorso rigorosamente filosofico,
tuttavia le sue sparse meditazioni su di esso contengono i principi
fondamentali dell'estetica moderna e rivelano quanto fossero solide le
fondamenta del suo pensiero critico.
Storia della letteratura italiana
Storia della letteratura italiana, volume I, riedizione del 1912 (testo
completo) Lo stesso argomento in
dettaglio: Storia della letteratura italiana (Francesco De Sanctis). La Storia
della letteratura italiana deve considerarsi il capolavoro critico del De
Sanctis. In essa l'autore ricostruisce in modo mirabile lo sfondo storico
critico-civile dal quale nacquero i capolavori della letteratura italiana. In
quest'opera compare la frase "il fine giustifica i mezzi" che De
Sanctis usa come esempio errato di come riassumere il pensiero di Niccolò
Machiavelli, e che è stata successivamente attribuita erroneamente proprio al
pensatore fiorentino. Altre opere Tra
gli studi del de Sanctis spicca il Saggio critico sul Petrarca mentre tra i lavori
inclusi nei Saggi critici e nei Nuovi Saggi critici meritano di essere
menzionati quelli su episodi della Divina Commedia, su L'uomo del Guicciardini,
su Schopenhauer e Leopardi oltre Il darwinismo nell'arte e quelli su Emilio
Zola. Da ricordare ancora è il discorso
La scienza e la vita del 1872 nel quale egli, sostenendo la necessità di non
separare la scienza dalla vita, prese posizione nei riguardi dell'allora
dilagante positivismo. Scrittore vivace
e singolare in una "prosa parlata che ha la spontaneità del discorso
vivo", il De Sanctis si rivela un piacevole narratore nel frammento
autobiografico La giovinezza e nelle
quindici lettere che costituiscono il resoconto di Un viaggio elettorale
scritto nel 1876. Pensiero In un periodo
in cui l'entusiasmo per lo storicismo idealistico era scomparso e la critica,
sia europea che italiana si era spenta e si orientava verso la ricerca
filologico-erudita, si trovano ancora nel pensiero di De Sanctis i motivi più
significativi e vitali della cultura romantica.
De Sanctis stabilì nella sua Storia della letteratura italiana il legame
tra il contenuto e la forma con lo scopo di ricostruire quel mondo culturale e
morale dal quale sarebbero nate in seguito le grandi opere. Egli considera l'arte come il
"vivente", cioè la "forma", ritenendo che tra forma e
contenuto non esista dissociazione perché esse sono l'una nell'altra. Nelle pagine di De Sanctis vi è una felice
vena di scrittore. Egli infatti scrive con una prosa antiletteraria, fervida e
mirabile per l'immediatezza del pensiero.
Il pensiero del De Sanctis venne contrastato dal positivismo della
scuola storica. Sarà solamente con Croce che avrà inizio la rivalutazione del
pensiero desanctisiano che troverà, attraverso Gramsci, importanti sviluppi
nella critica di ispirazione marxista. Galasso ha scritto, citando tra gli
altri Delio Cantimori, che De Sanctis, esprimendo un giudizio negativo sul
Cinquecento in relazione al Rinascimento, vede un rapporto di continuità tra il
Quattrocento e il Cinquecento. Nel Quattrocento è compiuta la separazione tra
borghesia e popolo rispetto al «blocco compatto dell’intuizione, delle
concezioni, della fede, della moralità proprie del Medioevo», ma, mentre il
Quattrocento è un secolo vivo, creativo, aperto, dove c’è «ancora un magistero
reale rispetto all’Europa», nel Cinquecento non si può che constatare, parole
di De Sanctis, «la separazione da tutti i grandi interessi morali, politici e
sociali che allora commuovevano e ringiovanivano molta parte dell’Europa».[11] Metodo Il metodo della critica desanctisiana
nasce, oltre che da una geniale elaborazione intellettuale, da una forte
esigenza di intraprendere una battaglia culturale. La critica di De Sanctis fu quindi una
critica militante, il tentativo di superare per sempre il distacco tra
l'artista e l'uomo, tra la cultura e la vita nazionale, tra la scienza e la
vita. Lo scrittore non è mai per De
Sanctis un uomo isolato e chiuso in sé stesso, ma inquadrato nel contesto che
lo circonda, cioè la sua civiltà e la sua cultura. Estetica Discepolo del Puoti, De Sanctis
inizia fin dalla sua prima scuola la
critica del formalismo puristico e retorico e si pone sia contro la poetica del
Cinquecento sia contro quella del Settecento, accademica e neoclassica. In quegli anni a Napoli iniziò a penetrare la
filosofia di Hegel e il De Sanctis agli inizi studiò e aderì all'estetica del
grande filosofo tedesco anche se era in lui già latente la ribellione che
divenne esplicita in occasione della pubblicazione del suo "Saggio sul
Petrarca". Hegel sosteneva infatti
che l'arte fosse "l'apparenza sensibile dell'Idea" e quindi che
l'opera d'arte fosse simbolo del concetto filosofico e quasi una forma
provvisoria di esso. Una simile dottrina conferiva carattere teoretico
all'arte, ma ne comprometteva l'autonomia, tant'è vero che Hegel prevedeva alla
fine dell'epoca romantica la morte dell'arte. S. contrappose all'estetica
hegeliana, l'estetica della forma intesa come un'attività originaria e autonoma
dello spirito, per mezzo della quale la materia sentimentale si realizza in
figurazione artistica. In questo modo essa non è un'elaborazione di un
contenuto astratto, ma unità di contenuto e forma. Su questi fondamenti si basa la critica del
De Sanctis che fu una vera rivoluzione nella tradizione letteraria
italiana. Specchietto cronologico - Nasce a Morra Irpina. Frequenta la scuola
privata dello zio Carlo. Passa nel liceo dell'abate Fazzini, poi nello
"Studio" del Garzini. - Nella
scuola superiore di Basilio Puoti. 1839 - Fonda la scuola privata superiore al vico
Bisi, mentre sostituisce lo zio Carlo nella sua. Viene nominato insegnante nel
Collegio militare della Nunziatella. Combatte alle barricate. Viene sospeso dal
Collegio della Nunziatella. Si ritira in Calabria, a Cosenza. È arrestato e
incarcerato in Castel dell'Ovo. Viene liberato ma deve andare in esilio: in
Piemonte, a Torino. È a Zurigo, insegnante di letteratura italiana al politecnico.
Ritorna a Napoli. Eletto Governatore della provincia di Avellino. Nel settembre
è nominato da Garibaldi Direttore dell'Istruzione pubblica. Provvedimenti per
rinnovare l'Università. Deputato del Regno d'Italia e ministro dell'Istruzione.
Torna agli studi: è il periodo della sua più intensa attività letteraria. - Ministro dell'Istruzione. - Di nuovo Ministro dell'Istruzione - Muore a Napoli. L'atto di nascita è
disponibile sul Portale Antenati Da
notare che all'epoca con "napoletani" (o "napolitani")
sovente non si intendevano solo gli abitanti della città di Napoli e dintorni,
ma più ampiamente gli abitanti dell'intero Regno di Napoli, consistente
nell'attuale Sud Italia continentale. ^ Unita italiana, in Enciclopedia
Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. . ^ Francesco Saverio De
Sanctis, lettera inviata all’amico Camillo De Meis, Zurigo .Barra, Aspettando
De Sanctis: le origini del Viaggio elettorale e il collegio di Lacedonia nel
1874-75, in "Le Carte e la Storia, Rivista di storia delle
istituzioni" Croce, Estetica come scienza dell'espressione e linguistica
generale, a cura di Audisio, Napoli, Bibliopolis E, come critico e storico
della letteratura, egli non ha pari» ^ Francesco De Sanctis, Scritti politici -
raccolta di discorsi e scritti, su books.google.it. ^ Scrittori, poeti e
letterati massoni in Internet Archive.
sul sito della Gran Loggia d'Italia degli Alam. ^ Paolo Mariani - Massoneria e
letteratura italiana (PDF), su centroculturaleilfaro.it. ^ Premio De Sanctis
per la saggistica, su beniculturali.it. ^ Giuseppe Galasso, De Sanctis e i
problemi della storia d'Italia, sta in Archivio di storia della cultura, a. II
- , Morano Editore, Napoli 1989. Bibliografia Opere Saggi critici, Rondinella,
Napoli . La prigione, Benedetto, Torino 1851. Saggi critici, Morano, Napoli, .
Storia della letteratura italiana, Morano, . Nuovi saggi critici, Morano,
Napoli, . Un viaggio elettorale, Morano, Napoli. Studio sopra Zola, Roma. Zola
e l'assommoir, Treves, Milano . Saggio critico sul Petrarca, Morano, Napoli .
Studio su Giacomo Leopardi, a c. di R. Bonari, Morano, Napoli 1885. La giovinezza:
frammento autobiografico, a cura di Pasquale Villari, Morano, Napoli 1889.
Purismo illuminismo storicismo, scritti giovanili e frammenti di scuola,
lezioni, a cura di A. Marinari, 3 voll., Einaudi, Torino La crisi del
romanticismo, scritti dal carcere e primi saggi critici, a cura di M. T. Lanza,
introd. di G. Nicastro, Einaudi, Torino . Lezioni e saggi su Dante, corsi
torinesi, zurighesi e saggi critici, a cura di S. Romagnoli, Einaudi, Torino
1955, 1967. Saggio critico sul Petrarca, a cura di N. Gallo, introduzione di N.
Sapegno, Einaudi, Torino. Verso il realismo, prolusioni e lezioni zurighesi
sulla poesia cavalleresca, frammenti di estetica e saggi di metodo critico, a
cura di N. Borsellino, Einaudi, Torino . Storia della letteratura italiana, a cura
di N. Gallo, introd. di N. Sapegno, Einaudi, Torino 1958. Manzoni, a c. di C.
Muscetta e D. Puccini, Einaudi, Torino 1955. La scuola cattolica-liberale e il
romanticismo a Napoli, a cura di C. Muscetta e G. Candeloro, Einaudi, Torino
1953. Mazzini e la scuola democratica, a cura degli stessi, Einaudi, Torino .
Leopardi, a cura di C. Muscetta e A. Perna, Einaudi, Torino 1961. L'arte, la
scienza e la vita, nuovi saggi critici, conferenze e scritti vari, a c. di M.
T. Lanza, Einaudi, Torino 1972. Il Mezzogiorno e lo Stato unitario, scritti e
discorsi politici, a c. di F. Ferri, Einaudi, Torino 1960. I partiti e
l'educazione della nuova Italia, a c. di N. Cortese, Einaudi, Torino . Un
viaggio elettorale, seguito da discorsi biografici, dal taccuino elettorale e
da scritti politici vari, a cura di N. Cortese, Einaudi, Torino . Un viaggio
elettorale, Edizione critica a cura di Toni Iermano, Cava de' Tirreni,
Avagliano, Epistolario, a c. di G. Ferretti, M. Mazzocchi Alemanni e G. Talamo.
Lettere a Pasquale Villari, a c. di Felice Battaglia, Einaudi, Torino. Lettere
politiche, a c. di A. Croce e G. B. Gifuni, Ricciardi, Milano-Napoli Lettere a
Teresa, a cura di A. Croce, Ricciardi, Milano-Napoli 1954. Lettere a Virginia,
a cura di Benedetto Croce, Laterza, Bari Mazzini, a cura di Vincenzo Gueglio,
Genova, Fratelli Frilli, . Scritti e discorsi sull'educazione, La Nuova Italia,
Firenze 1967. Edizioni in linea Saggio critico sul Petrarca, Napoli, Morano, .
Saggi critici, Napoli, Morano, Storia della letteratura italiana, Scrittori
d'Italia 31, vol. 1, Bari, Laterza, 1912. Storia della letteratura italiana,
Scrittori d'Italia 32, vol. 2, Bari, Laterza. Saggi critici, Scrittori d'Italia
203, vol. 1, Bari, Laterza. Saggi critici, Scrittori d'Italia , vol. 2, Bari,
Laterza, 1952. Saggi critici, Scrittori d'Italia 205, vol. 3, Bari, Laterza,
1952. Letteratura italiana del secolo XIX, Scrittori d'Italia Bari, Laterza, 1953. Letteratura italiana del
secolo XIX, Scrittori d'Italia 210, vol. 2, Bari, Laterza, 1953. Letteratura
italiana del secolo XIX, Scrittori d'Italia Bari, Laterza, 1961. Poesia
cavalleresca, Scrittori d'Italia 212, Bari, Laterza,. Lezioni sulla Divina
Commedia, Scrittori d'Italia 214, Bari, Laterza, 1955. Memorie, lezioni e
scritti giovanili, Scrittori d'Italia 223, Bari, Laterza, s.d.. Saggi critici
su Francesco De Sanctis Emiliano Alessandroni, L'anima e il mondo. S. tra
filosofia, critica letteraria e teoria della letteratura, introduzione di
Marcello Mustè e postfazione di Romano Luperini, Quodlibet, Macerata 2017.
Ettore Bonora, L'interpretazione del Petrarca e la poetica del realismo in De
Sanctis. Modelli di critica stilistica in Francesco De Sanctis e Per e contro
De Sanctis, in Manzoni e la via italiana al realismo, Napoli, Liguori.
Carrannante, S. educatore e ministro, in «Rassegna Storica del Risorgimento Carrannante,
Note sull'uso di 'galantuomo' nell'Ottocento, in «Otto/Novecento»,
maggio/agosto 2010, pp. 33–80, e particolarmente pp. 59–60. Gaetano Compagnino,
Forme e Storie, («Quaderni del Siculorum Gymnasium»), Facoltà di Lettere e
filosofia dell'Università di Catania, Catania, Contini, Varianti e altra
linguistica. Una raccolta di saggi, Torino, Einaudi (il saggio era già uscito
come introduzione a Francesco De Sanctis, Scritti critici, Torino, Utet).
Croce, Gli scritti di Francesco De Sanctis e la loro varia fortuna, Bari,
Laterza, Carlo Dionisotti, Geografia e storia della letteratura italiana,
Torino, Einaudi, . Fubini, S. e la critica letteraria, in Romanticismo
italiano. Saggi di storia della critica e della letteratura, Bari, Laterza
(pubblicato per la prima volta in francese nei Cahiers d'Histoire Mondiale).
Toni Iermano, Introduzione a F. De Sanctis, Lettere a Teresa, Atripalda,
Mephite, 2002. Toni Iermano, Introduzione a F. De Sanctis, Un viaggio
elettorale, Cava de' Tirreni, Avagliano, Iermano, La prudenza e l'audacia.
Letteratura e impegno politico in S., Napoli, L'Ancora del Mediterraneo, 2012.
Toni Iermano, Francesco De Sanctis. Scienza del vivente e politica della prassi
in Francesco De Sanctis, Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore, 2017. Sergio
Landucci, Cultura e ideologia in Francesco De Sanctis, Milano, Fsstrinelli,
1963. Paola, Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore, Luciani, L'«estetica applicata»
di Francesco De Sanctis. Quaderni napoletani e lezioni torinesi, Firenze,
Olschki, . AA.VV., S. nella storia della cultura, a cura di Carlo Muscetta,
Bari, Laterza, 1984. Attilio Marinari (a cura di), Francesco De Sanctis un
secolo dopo, vol. I, Roma-Bari, Laterza, Mirri, S. politico e storico della
civiltà moderna, Messina-Firenze, D'Anna, 1961. Carlo Muscetta, nel vol.
Francesco De Sanctis, Pagine sparse, Bari, Laterza, Muscetta, Francesco De
Sanctis, in Letteratura italiana Laterza. Muscetta, S. nella storia della
cultura, Roma-Bari, Laterza, 1958. René Wellek, Storia della critica moderna,
traduz. ital., IV, Bologna, Il Mulino. Benedetto, S. e le feste ariostee del
1875, in Sekundärliteratur. Critici, eruditi, letterati, Firenze, Società
Editrice Fiorentina. La nuova scienza come rinascita dell'identità nazionale.
La Storia della letteratura italiana di S., a cura di Toni Iermano e Pasquale
Sabbatino, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2012. "Studi
Desanctisiani". Rivista internazionale di Letteratura, Politica, Società,
Fondata e diretta da Toni Iermano, Pisa-Roma, Fabrizio Serra, Resio, Chiara
Tavella, Bibliografia desanctisiana, prefazione di Gerardo Bianco, Pisa-Roma,
Fabrizio Serra Editore, 2020. Voci correlate Storia della letteratura italiana
(Francesco De Sanctis) Schopenhauer e Leopardi, dialogo composto da De Sanctis
Francesco Muscogiuri, letterato minore che fu allievo di De Sanctis Giovanni
Lanzalone, letterato minore che fu allievo di De Sanctis Antonio Fogazzaro
Attilio Marinari Fondazione De Sanctis Altri progetti Collabora a Wikisource
Wikisource contiene una pagina dedicata a Francesco de Sanctis Collabora a
Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su Francesco de Sanctis Collabora a
Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Francesco
de Sanctis Collegamenti esterni De Sànctis, Francesco, su Treccani.it –
Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata
Walter Maturi e Francesco Formigari -, DE SANCTIS, Francesco, in Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana S., Dizionario di storia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010. Modifica su Wikidata De Sanctis,
Francesco, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, De
Sànctis, Francésco (critico e storico della letteratura), su sapere.it, De Agostini.
Modifica su Wikidata De Sanctis, Francesco, in L'Unificazione, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, S., su hls-dhs-dss.ch, Dizionario storico della
Svizzera. S. Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su
Wikidata Attilio Marinari, DE SANCTIS, Francesco, in Dizionario biografico
degli italiani, vol. 39, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1991. Modifica su
Wikidata Francesco de Sanctis, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana.
Modifica su Wikidata Opere di Francesco de Sanctis, su Liber Liber. Modifica su
Wikidata Opere di Francesco de Sanctis / Francesco de Sanctis (altra versione),
su MLOL, Horizons Unlimited. Opere di Francesco de Sanctis, su Open Library, Internet
Archive. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Francesco de Sanctis, su Progetto
Gutenberg. Modifica su Wikidata Francesco De Sanctis, su storia.camera.it,
Camera dei deputati. Modifica su Wikidata Mario Fubini, De Sanctis, Francesco,
in Enciclopedia dantesca, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1970. URL
consultato il 14 novembre 2018. Andrea Battistini, De Sanctis, Francesco, in Il
contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, 2012. URL consultato il 14 novembre 2018.
Critica:De Sanctis, su spazioinwind.libero.it. Concordanze della Storia della
letteratura italiana, su valeriodistefano.com. URL consultato il 14 aprile 2007
(archiviato dall'url originale l'8 ottobre 2007). Opere di Francesco De Sanctis
PDF - TXT - RTF V · D · M Idealismo V · D · M Romanticismo V · D · M Dante
Alighieri V · D · M Alessandro Manzoni Controllo di autorità VIAF (EN) 29550332 · ISNI (EN) 0000 0001
2125 8789 · SBN MILV041882 · BAV 495/85309 · CERL cnp00397977 · LCCN (EN)
n80040587 · GND (DE) 11867790X · BNE (ES) XX1041520 (data) · BNF (FR)
cb12035617n (data) · J9U (EN, HE) 987007271889705171 · NSK (HR) 000033336 · NDL
(EN, JA) 00746422 · CONOR.SI (SL) 9781859
Portale Biografie Portale
Filosofia Portale Letteratura Portale Politica Portale Storia Portale Storia d'Italia Categorie: Deputati
dell'VIII legislatura del Regno d'ItaliaDeputati della IX legislatura del Regno
d'ItaliaDeputati della X legislatura del Regno d'ItaliaDeputati dell'XI
legislatura del Regno d'ItaliaDeputati della XII legislatura del Regno
d'ItaliaDeputati della XIII legislatura del Regno d'ItaliaDeputati della XIV
legislatura del Regno d'ItaliaDeputati della XV legislatura del Regno
d'ItaliaCritici letterari italiani del XIX secoloSaggisti italiani del XIX
secoloPolitici italiani del XIX secoloNati nel 1817Morti nel 1883Nati il 28
marzoMorti il 29 dicembreNati a Morra De SanctisMorti a NapoliPolitici del
Partito d'AzioneMinistri della pubblica istruzione del Regno d'ItaliaInsegnanti
della NunziatellaGoverno Cavour IVGoverno Ricasoli IGoverno Cairoli IGoverno
Cairoli IIIIdealismo italianoMassoniProfessori dell'Università degli Studi di
Napoli Federico II
Professori del
Politecnico federale di Zurigo[altre] La crisi della GRAMMATICA RAGIONATA IN
ITALIA non puo mancare : ed è veramente risolutiva. Di GRAMMATICA RAGIONATA si
finisce, dopo una colluvie d’aride o elementari produzioni di epigoni
ritardatari, col non parlarne più, e d’essa non restano tracce che
nell’esercitazioni scolastiche di analisi logiche e grammaticali ancora in uso
nelle nostre scuole e sulle quali talvolta rispunta come fungo qualche
compendio di grammatica logica rivestito di pompa scientifica. La crisi è
determinata da un duplice ordine di fatti, tra i quali non so se veramente
corra un'intima relazione. L’uno che riguarda direttamente il corpo, dirò così,
della GRAMMATICA RAGIONATA, ed è il non difficile né tardivo avvertire in esso
un vuoto sostanziale e perciò tutta la sua infecondità sotto ogni rispetto,
scientifico e didattico. L’altro che si riferisce allo stato in che venne a
trovarsi la lingua italiana sotto la bufera dell'enciclopedismo, ed è la
naturale quanto però anti-filosofica reazione al gallicismo, che doveva richia-
[Borsa, nella Dissertazione del decadimento della lingua in Italia, Mantova,
l'anno in cui è pubbl. il Saggio di Cesarotti) già incolpa appunto di quel
decadimento il neologismo gallico e il FILOSOFISMO enciclopedico.] mare, come
facile conseguenza di una premessa sbagliata, alla religiosa osservanza, alla
maniaca adorazione degl’antichi i puristi inorriditi al novissimo strazio
d'Italia. Le vicende di questa crisi si possono molto chiaramente osservare, da
una parte, in quel che accadde a SANCTIS (si veda) scolaro e co-operatore di
Puoti, e che egli narra non senza il lume d'una critica sempre nuova e
originale e acuta, anche se, come in questo caso, non definitivamente
superatrice. Dall'altra, nella critica e nella pratica di Manzoni, che con
stringenti argomenti colpi a morte LA GRAMMATICA RAGIONATA, sebbene non muove
da un punto di vista estetico. SANCTIS (si veda), quando accorse alla scuola di
Puoti, ha già compiuto gli studi di grammatica, rettorica e FILOSOFIA, che oggi
corrispondono al ginnasio e al liceo, i primi (ginnasio) sotto suo zio Carlo, i
secondi (liceo) sotto Fazzini, non avendolo voluto ricevere i Gesuiti per la
sua impreparazione. Un grand 'esercizio di memoria era in quella scuola dello
zio, dovendo ficcarci in mente i versetti del Portoreale che s'impara in certi
suoi manoscritti, come le antichità e la cronologia, la grammatica di Soave, la
rettorica di Falconieri, le storie di Goldsmith, la Gerusalemme di Tasso, le
ariette di Metastasio. Alla fine del corso scrive l'italiano con uno stile
pomposo e rettorico, un italiano corrente, mezzo gallico, a modo di Beccaria e
di Cesarotti, ch'erano i suoi favoriti. La scuola di Fazzini è quello che oggi
si dice un liceo. Vi s' insegna FILOSOFIA, fisica e matematica. Il corso si puo
fare in due anni. Quell'è l'età dell'oro del libero insegnamento. Un uomo di
qualche dottrina comincia la sua carriera aprendo una scuola. La scuola di
Puoti, su cui è stata scritta recentemente una degna monografia da un discepolo
di Salvadori (Caraffa, Puoti e la sua scuola, Girgenti), si svolge in tre
periodi, l’ultimo dopo due anni d'interruzione causata dalla pestilenza
scoppiata a Napoli. SANCTIS (si veda) - Frammento autobio- grafico pubblicato
«fo Villari ; Napoli. I seminari sono scuole di LATINO e di FILOSOFIA, le
scuole del governo erano affidate a frati, la forma dell' insegnamento era
ancora scolastica. Rettorica e FILOSOFIA sono scritte in quel LATINO
convenzionale ch’è proprio degli scolastici. Le scienze vi erano trascurate, e
anche LA LINGUA NAZIONALE. Nondimeno un po’di secolo decimottavo è pur penetrato
fra quelle tenebre teologiche, e con curioso innesto, vedevi andare a braccetto
il sensismo e lo scolasticismo. Nelle scuole della capitale v'è maggior
progresso negli studi. IL LATINO PASSA DI MODA. Si scrive di cose scolastiche
in un italiano scorretto, ma chiaro e facile. Gl’autori erano quasi tutti
abati, come l'abate GENOVESI (si veda), il padre SOAVE (si veda), l'abate
TROISE (si veda). Allora è in molta voga l'abate FAZZINI (si veda). Questo
prete elegante, che ha smesso sottana e collare, veste in abito e cravatta
nera, è un sensista; ma pretende conciliare quelle dottrine coi principii
religiosi. Accanto alla scuola, per chi ha voglia d' imparare, c’è naturalmente
la biblioteca. Corsi alla biblioteca e mi ci seppellii. Passano dinanzi a me come
una fantasmagoria Locke, Condillac, Tracy, Elvezio, Bonnet, La Mettrie... Mi
ricordo ancora quella STATUA di Bonnet, che a poco a poco, per mezzo dei sensi
acquista tutte le conoscenze. Il professore dice che il sensismo è una cosa
buona sino a Condillac, ma non bisogna andare sino a La Mettrie e ad Elvezio.
Ragione per cui ci anda SANCTIS (si veda) con l'amara voluttà della cosa
proibita. Compiuti così gli studi filosofici, avvezzo a una vita interiore,
avevo pochissimo gusto per i fatti materiali, e badavo più alle relazioni tra
le cose, che alla conoscenza delle cose. La scuola ci ha non piccola parte,
perchè è scuola di forme e non di cose, e si attende più ad imparare le parole
e le argomentazioni, che le cose a cui si riferivano. Ma si avvicina il [Ha già
conosciuti altri filosofi, naturalmente. «Il professore fa una brillante
lezione sull'armonia prestabilita di Leibnizio. E questo Leibnizio divenne il
mio filosofo E come l'una cosa tira l'altra, Leibnizio mi fu occasione a
leggere Cartesio, Spinoza, Malebranche, Pascal, libri divorati tutti e poco
digeriti. Questo è il mio corredo d’erudizione filosofica verso la fine
dell'anno scolastico, quando zio ci dice. Ora bisogna cercarvi un maestro di
legge. Si batte già alle porte dell'Università.] tempo in cui il sensismo, male
accordato col movimento religioso, doveva cedere il passo a nuova filosofia. Si
annunziava al mio spirito un nuovo orizzonte filosofico; mi bollivano in capo
nuovi libri e nuovi studi. Si apparecchiavano i tempi di Galluppi e dall'abate
Colecchi, de' quali l'uno volgarizzava Hume e Smith, e l'altro, ch'era per
giunta un gran matematico, volgarizza Kant. Fazzini è caduto di moda. Per
questi insegnamenti e in queste condizioni intellettuali il De Sanctis, invano
iniziati gli studi di legge, passava alla scuola del marchese. È proprio di
questi tempi che la grammatica del sensismo condillachiano, che vedemmo
trionfare concentrata in estratti per gli stomachi degli scolaretti italiani,
si vienne a trovare a fronte di due ben forti e agguerriti avversari, il
kantismo e il purismo. Questo, dalla restaurazione linguistica di Cesari,
iniziata con la famosa dissertazione coronata dall'Accademia livornese, era
venuto sempre più guadagnando terreno nelle forme in cui l'aveva circoscritto
Cesari, nonostante gli attacchi della Proposta monti-perticariana e
dell’anti-purismo tortiano, e nonostante l'esempio pratico del romanzo
manzoniano in cui fin dalla prima sua edizione s' era voluta incarnare tut-
t'un'altra dottrina linguistica. La reazione al gallicismo è tanto più vasta e
tenace della tesi temperata del classicista Monti e del modernismo del
romantico Manzoni, quanto più compromessa sembrava la gloria d'Italia nella
dilagante corruzione dell'aurea favella un dì sì onorata. Ne furono rocche meno
facilmente espugnabili la Romagna e Napoli e organi di gran voce alcuni
giornali, come la Biblioteca di Milano, il Giornale Arcadico di Roma e la
Rivista enciclopedica di Napoli. Ma tra i puristi, non per sola virtù di
dottrina, sì bene anche per le qualità della persona e i modi
dell'insegnamento, il più autorevole, quegli che veramente esercitò una più
vasta e duratura efficacia sulle menti, sulle scuole, sui metodi, sui (') Op.
cit., pp. 51-2. ("} V. Tkahai.za, Della vita e delle opere di /•'. Torti
cit., p. 79 sgg. L'ha dimostrato Morandi ne' suoi noti saggi sull'unità della
liaeua.] libri, è il marchese Puoti, maestro, autore di grammatiche e di arti
del dire, annotatore di testi di lingua, pedagogista. Alla scuola del Puoti,
dice SANCTIS (si veda), « lasciai studi di FILOSOFIA e di legge, e letture di
commedie, di tragedie e di romanzi e di poesie, e mi gittai perdutamente tra
gli scrittori dell' aureo Trecento»^). M'era venuta la frenesia degli studi
grammaticali. Avevo spesso tra mano Corticelli, Buonmattei, Cinonio, Salviati,
Bartoli, Salvini, Sanzio, e non so quanti altri dei più ignorati. M'ero gittato
anche sui Cinquecentisti, sempre avendo l'occhio alla lingua. Si trova in quel
tempo a dover sostener sulle proprie spalle il peso della scuola dello zio. La
sera anda sempre alla scuola di Puoti. Ma tutta la giornata è spesa a spiegar
grammatiche e rettoriche e autori latini, a dettar temi, a correggere errori.
Ma quei cari studi mi riuscivano acerbi, non solo per la fatica, ma perche non
sono più d'accordo con la mia coscienza. Quel Soave, quel Falconieri li fanno
pietà. Nelle classi superiori puo elevarsi un po' più. Cominciai a fare
osservazioni sopra i sensi delle parole, sul nesso logico delle idee, sulla
espressione del sentimento, sulle INTENZIONI e sulle malizie dello scrittore.
Momenti più deliziosi passa alla scuola del marchese, dove egli ben presto si
distinse specie nelle cose della grammatica, tanto da meritarsi l'appellativo
di grammatico, ed è sollevato all'onore di coadiuvare il maestro
nell'insegnamento, quando, dopo l'interruzione cagionata dal colera, Puoti,
cominciatosi a stancare dei novizi, ne lascia tutta la cura a SANCTIS (si
veda). Il marchese che lavora a una grammatica, attende pure alla pubblicazione
di alcuni testi di lingua più a lui cari, come i Fatti d' Enea, i Fioretti di
S. Fra?icesco, le Vite dei Santi Padri. Questi studi [Sulla scuola del De
Sanctis, v. le belle pagine del Cenno biografico di Nicola Gaetani-Tamburini in
De-Sanctis, Scritti vari, li, ed. Croce, già cit. nell' Introduz. Di quella che
è stata chiamata la seconda scuola di SANCTIS (si veda) si sono occupati
degnamente, come è noto, Torraca e Mandalari.] di lingua si sono già divulgati
nelle scuole, e si sente il bisogno di grammatica e di libri di lettura pei
giovanetti. Anche in questi lavori l'allievo aiuta il maestro. Di questo tempo
fa intima amicizia con Amante, che è un infatuato di VICO (si veda). In una
visita onde Leopardi onora la scuola del Puoti, — che cita spesso con lodi
l'abate Greco, autore di una grammatica, il marchese di Montrone, Gargallo,
Cesari e sopra tutti essi Giordani, si sentì dire dal Poeta che aveva molta
disposizione alla critica. In quell'occasione Leopardi, cui non poteva sfuggire
la rigidezza di Puoti, dice che nelle cose della lingua si vuole andare molto a
rilento, e cita in prova Torto e Diritto di Bartoli. Leopardi dice anche che
l'onde coli' infinito non gli pareva un peccato mortale, a gran maraviglia o
scandalo di tutti noi. Il Marchese era affermativo, imperatorio, non pativa
contraddizioni. Se alcuno di noi si è arrischiato a dir cosa simile, anda in
tempesta; ma il conte parla così dolce e modesto, ch'egli non dice verbo. Gli è
anche che ormai quel rigido, implacabile purismo comincia a dover piegare o
almeno ad ammollirsi . Alla ripresa della scuola dopo il colera il marchese se
n'era venuto d’Arienzo, con certi grossi quaderni scritti di suo pugno. È una
specie di nuova rettorica immaginata da lui, e che egli battezza Arte dello
scrivere. C'è una divisione dei generi dello scrivere, accompagnata da regole e
da precetti. Aristotile, CICERONE (si veda), Quintiliano, Seneca sono la
decorazione. O mi metteranno alla berlina, o questo è assolutamente un
capolavoro, così dice, narrando per quali vie era giunto alla grande scoperta.
A quel tempo sono in gran voga gli STUDI FILOSOFICI, e il marchese, seguendo la
moda, vuole filosofare anche lui, e da alle sue ricerche un aspetto e un rigore
di logica, ch'è veste e non sostanza. E non gli è mancata la berlina. Ma lo
salva un certo suo naturai buon senso. Ma chi dai bassi fondi [deep berths –
Grice] della grammatica prende il volo filosofico, è SANCTIS (si veda), specie
quando, trovandosi al sicuro dallo sguardo del marchese nella scuola
preparatoria, puo lasciarsi trascinar dal suo genio a quell'onda di ribellione,
che fa naufragare il senno del Maestro. Ed è nella scuola preparatoria, che
nelle lezioni private o nell'insegnamento del Collegio militare, al quale è
assunto per la stima che godeva presso Puoti, che n'è ispettore, il Maestro
intede soprattutto a rinnovare l'insegnamento grammaticale. Ne uscirono, con la
liquidazione della GRAMMATICA RAGIONATA, un abbozzo di GRAMMATICA FILOSOFICA e
storica e un saggio di una storia dei grammatici. Quelle maledette regole
grammaticali io le ridussi in poche, moltiplicando le applicazioni e gl’esempi,
e sempre lì sulla lavagna. Mi persuasi che quello resta chiaro e saldo nella
memoria, che è ordinato sotto categorie e schemi, logicamente. Così nasceno i
suoi quadri grammaticali. Si sbriga della grammatica, e capii che lo studio
della grammatica così come si suol fare, per regole, per eccezioni e per casi
singoli, è una bestialità piena di fastidio Posi da banda le analisi
grammaticali e l'analisi logica, noiosissime, e fa l'analisi delle cose, a loro
gustosissime. Questo al Collegio. Nella scola al Vico Bisi, il lunedì e il
venerdì, quand'è solo, l'insegnamento grammaticale si eleva ancora di più.
Parecchi anni è a leggicchiar grammatiche, lavorando intorno a quella di Puoti.
Così si mette in corpo i Dialoghi della volgar lingua di BEMPO (si veda)...
m'inghiottii VARCHI (si veda), FORTUNIO (si veda) e i sottili avvertimenti di
SALVIATI (si veda) e la prosa dottorale di CASTELVETRO (si veda) e BARTOLI (si
veda) e CINONIO (si veda) ed AMENTA (si veda) e SANZIO (si veda) e non so
quanti altri autori, con approvazione del marchese Puoti, il quale mi vanta
sopra tutti gli altri Corticelli e Buonmattei. Seccatosi presto della parte
riguardante le origini della lingua e delle forme grammaticali, perchè non ha,
fondamento sodo, infastidito di quel pullular perpetuo di regole e d’eccezioni,
stordito da tutte quelle DISSERTAZIONE SOTTILI E CAVILLOSE SULLE PARTI DEL
DISCORSO e sulle forme grammaticali, ritorna ai suoi antichi studi di
FILOSOFIA. Quei Salviati e quei Castelvetri le pareno addirittura pigmei
dirimpetto a quei grandi, mia delizia un giorno e mio amore. Perciò si getta
con avidità sopra i retori e i grammatici con un segreto che li cresce
l'appetito, vedendosi sempre addosso gli occhi del marchese. Lessi tutto il
corso che Condillac compila a uso di non sa qual principe ereditario. Studia
molto Tracy e Du Marsais. Il Marchese, sapido dei miei studi MI perdona, a
patto che non valica i confini della grammatica, e m'indica un tale, che SANCTIS
(si veda) non ricorda, come un buon scrittore di grammatica generale. Il buon
Marchese fa anche di più: rivide le prolusioni del professore mettendoci quello
stampo tutto suo di classicità ideale. Le prime lezioni sono una storia della
grammatica. In quei discorsi prende 1’aria di un novatore, e trova che tutto va
male, che tutto è a rifare. Ecco qui un ritratto, come mi venne in quei giorni
sotto la penna. Niuna pratica dell'arte dello scrivere; niuna cognizione de'
nobili scrittori; malvagio gusto; pensieri non italiani; un predicar continuo
purità, correzione; esempli contrari di barbarismi ed errori. Così la
grammatica moderna ricca di stranieri trovati splendidi in astratto, ma nella
pratica o falsi o di poco profitto, per difetto della parte storica molto è
discapitata di quella perfezione in che è al cinquecento. In malvagio stato
trovasi LA SINTASSI: squallida e incerta è l'ortografia; le regole del ben
pronunziare dubbiose e mal ferme. Niente di certo. Niente di determinato
intorno alla dipendenza de’tempi, al reggimento delle congiunzioni. Principii
opposti. Opinioni contrarie. Nelle lezioni vuole fare una storia delle forme
grammaticali – cf. Grice, ‘or’, ‘other, ‘not, ‘ne aught’. Ma al pensiero
gigantesco mal risponde la cultura, attesa la sua scarsa grecità e l'ignoranza
delle cose orientali. Perciò quella ideata storia delle forme grammaticali,
dopo vani tentativi appresso a VICO (si veda) e Schlegel, si riduce nei modesti
confini di una storia dei grammatici da se letti. Parla dei grammatici che TUTTO
DERIVANO DAL LATINO. Poi venni a quelli che sono studiosi della [Alcuni brani
di essi furono pubblicati ne' Nuovi saggi critici, col titolo Frammenti
discuoia, dell'ed. di Napoli. Il periodo tra parentesi quadre, che qui è
sostituito dai puntini, l'ho tratto da un brano integro de' Nuovi saggi
critici.] lingua, copiosi di regole e d’esempli, che moltiplicano in infinito.
Molto s’intrattenni su Corticelli, Buonmattei, Salviati e Bartoli. Censura quel
moltiplicare infinito di casi -- cf. Grice, the search for principle of
generality -- e di regole che si riduceno in pochi principii. Quella tanta
varietà di forme e di significati (massime nel Cinonio), che era facile
ricondurre ad unità. Facevo ridere, pigliando ad esempio Va, il per-, il da,
irti di sensi e che pur non avevano che un senso solo. La mia attenzione andava
dalle forme al contenuto, dalle parole alle idee; sicché, sotto a quelle
apparenze grammaticali, variabili e contraddittorie, io vedeva una logica
animata, e tutto metteva a posto, in tutto discerneva il regolare e il
ragionevole, non ammettendo eccezioni e non ripieni e non casi arbitrari. Con
questa tendenza filosofica, corroborata da studi vecchi e nuovi, io conciavo
pel di delle feste i Cinquecentisti, e facevo lucere innanzi alla gioventù uno
schema di grammatica filosofica e metodica, quale appariva negli scrittori
francesi. Dicevo che costoro erano eccellenti nell'analisi delle forme
grammaticali, risalendo alle forme semplici e primitive : così amo vuol dire io
sono amante. La ellissi era posta da loro come base di tutte le forme di una
grammatica generale. Questo non mi contentava che a mezzo. Io sosteneva che
quella decomposizione di amo in sono amante m'incadaveriva la parola, le
sottraeva tutto quel moto che veniva dalla volontà in atto. I giovani sentivano
quei giudizi acuti con raccoglimento, e mi credevano in tutta buona fede
quell'uno che doveva oscurare i francesi e irradiare l' Italia di una scienza
nuova. E in verità io sosteneva che la grammatica non era solo un'arte, ma ch'era
principalmente una scienza: era e doveva essere. Questa scienza della
grammatica, malgrado le tante grammatiche ragionate e filosofiche, era per me
ancora un di là da venire. Quel ragionato appiccicato alle grammatiche era una
protesta contro la pedanteria passata, e voleva dire che non bastava dare le
regole ma che di ciascuna regola bisognava dare i motivi e le ragioni.
Paragonavo i grammatici o accozzatori di regole agli articolisti, che credevano
di sapere il Codice, perchè si ficcavano in capo gli articoli, parola per
parola, e numero per numero. Ma quel ragionare la grammatica non era ancora la
scienza. Così il De Sanctis, erudito primamente sul Soave in un'atmosfera
filosofica, passato poi per il purismo del Puoti, ritornato con maggior
maturità alla scienza, veniva a una generale liquidazione di tutti i
grajnmatici antichi e moderni, cioè della grammatica ragionata in ispecie, e
della grammatica precettiva in genere, ma non della grammatica come scienza.
Che nella sua critica negativa superasse la grammatica ragionata e creasse
veramente la scienza non si può dire: interamente, come s'è visto, non si
appagò dei migliori grammatici filosofici di Francia, come il Du Marsais ; ma
egli, almeno nel periodo del suo primo insegnamento, secondo quanto narra lui
stesso, rimase sempre sotto la loro influenza. Anche nella parte pratica, nel
metodo, egli arieggia molto davvicino il Du Marsais ('), superandolo nella
abilità di trasformar la grammatica in critica concreta dell'opera d'arte. La
sua concezione della grammatica, o meglio del linguaggio, pur avendo egli
concepito una grammatica scientifica o estetica, è la medesima. Va però subito
detto a lode del De Sanctis, che egli stesso ebbe coscienza, negli anni maturi,
della manchevolezza del sistema. Racconta infatti : « così trovavo nella logica
il fondamento scientifico della grammatica ; e finché mi tenevo nei termini
generalissimi di una grammatica unica, come la concepiva Leibnitz, il mio
favorito, la mia corsa andava bene. Ma mi cascava l'asino, quando veniva alle
differenze tra le grammatiche, spesso in urto con la logica, e originate da una
storia naturale o sociale, piena di varietà e poco riducibile a principi fissi.
Per trovare in quella storia la scienza, si richiedeva altra cultura e altra
preparazione. Nella mia ricerca dell'assoluto, avrei voluto ridurre tutto a fil
di logica, e concordare insieme derivazioni, scrittori e popolo; ma, non
potendo sopprimere le differenze e guastare la storia, ponevo 1'ingegno a
dimostrare la conformità del fatto grammaticale colla logica, della storia
colla scienza. Quell'avvertita irrudicibilità delle differenze tra le varie
grammatiche e principi fissi dimostra chiaramente che SANCTIS (si veda) intuiva
dov'era la soluzione del problema : e a lui non filosofo di professione ciò non
è scarso titolo d'onore; il dissidio egli lo compose, e in grado eccellente,
insuperato, nella critica, nella quale la parola viva, la grammatica parlata
dall'arte, fu da lui illustrata in tutta la sua forza espressiva :
scientificamente toccò, in quegli stessi anni, il risolverlo a Guglielmo di
Humboldt, col quale e col suo seguace e correttore Steinthal si può veramente
affermare che la grammatica sia esclusa dall'orbita della filosofìa, sebbene
non avvenisse ancora l' identificazione della linguistica generale con
l'estetica, che è stata fatta solo recentemente. Nelle difficoltà in cui si
dibattè il De Sanctis di conciliare la grammatica generale con le grammatiche
particolari, si trovarono impigliati quanti, anche per impulso della Critica
della ragioyi ptira del Kant, intesero « alla ricerca delle relazioni fra
pensiero e parola, fra V unicità logica e la molteplicità dei linguaggi » (l)j
ricerca che, per altro, non era nuova, ma che aveva già dato origine in Francia
alla grammatica generale. Il primo tentativo « di applicare le categorie
kantiane, dell' intuizione (spazio e tempo) e dell'intelletto» al linguaggio
(") (riassumo, non potendolo qui integralmente riferire, dal paragrafo XII
della parte storica de\V Estetica di Croce), fu compiuto dal Roth, mentre sullo
stesso argomento, verso il primo decennio del secolo, avevano speculato il
Vater, il Bernhardi, il Reinbeck, il Koch : pensiero dominante de' quali era la
differenza « tra lingua e lingue, tra la lingua universale, corrispondente alla
logica, e le lingue storiche ed effettive, che son turbate dal sentimento,
dalla fantasia, o come altro si chiami l'elemento psicologico della
differenziazione ». Si distingueva una linguistica generale da una linguistica
comparata (Vater) ; la lingua, allegoria dell'intelletto, •si considerava
organo della poesia o organo della scienza (Bernhardi) ; si ammetteva una.
grammatica estetica e una grammatica logica (Reinbeck) ; si proclamò persino
che l' indole della lingua si deve desumere dalla psicologia, non dalla logica
(Koch). Residui intellettualistici s'avvertono ancora nell'Humboldt pel quale
logica e linguaggio sembrerebbero identificarsi sostanzialmente e diversificare
solo storicamente, e il linguaggio stesso (') Croce, Estetica. Recentemente G.
Piazza ha tentato dimostrare che La teoria kantiana del giudizio era stata già
intuita e fissata nella sintassi de' Greci (Roma. 1907); ma è stato confutato
da CROCE (vedasi), in La Critica. parrebbe un qualcosa fuori dell'uomo che
l'uomo fa rivivere con l'uso. Ma il grande filosofo trovò il vero concetto del
linguaggio. La lingua — egli pensò — nella sua realtà è un prodursi e un
divenire, non un prodotto ; è un'attività (èvegyeia), non un'opera (ègyov). «
La lingua propria consiste nell'atto stesso del produrla nel discorso legato:
questo soltanto bisogna pensare come primo e vero nelle ricerche che vogliono
penetrare l'essenza vivente della lingua. Lo spezzettamento in parole e regole
è il morto artificio dell'analisi scientifica»^). Il linguaggio nasce spontaneo
da un bisogno interno. Esiste perciò — ed ecco la vera scoperta dell'Humboldt
di fronte ai grammatici logici universali, una forma interna del linguaggio
(innere Sprachform), che non è il concetto logico, né il suono fisico, ma la
veduta soggettiva che l'ìiomo si fa delle cose. Questa forma interna « è il
principio di diversità proprio del linguaggio, oltre il suono fisico: è l'opera
della fantasia e del sentimento, è l'individualizzazione del concetto.
Congiunger la forma interna del linguaggio col suono fisico, è l'opera di una
sintesi interna : e qui, più che in altro, la lingua ricorda, nelle più
profonde ed inesplicabili parti del suo procedere, l'arte. Anche lo scultore e
il pittore sposano l'idea alla materia, e anche la loro opera si giudica
secondo che quest'unione, quest' intima compenetrazione sia opera del genio
vero, o che l' idea separata sia stata penosamente e stentamente trascritta
nella materia con lo scalpello e col pennello. Ma linguaggio ed arte
nell'Humboldt non s' identificano : e questo è il difetto della sua dottrina,
che tirò seco non tenui contraddizioni, come quella circa il carattere
differenziale della poesia e della prosa. L'Humboldt non vide esattamente « che
il linguaggio è sempre poesia, e che la prosa (scienza) non è distinzione di
forma estetica, ma di contenuto, sebbene intorno a questi due concetti,
compresi in senso filosofico, abbia manifestato profonde vedute. La teoria
linguistica dell'Humboldt fu integrata dal suo maggior seguace, lo Steinthal il
quale, nella polemica sostenuta (M Ueb. d. Verschiendenheit d. menschl.
Sprachbaucs, opera postuma (2M ed. a cura di A. F. Pott, Berlino), in Croce.
Croce. Croce. coll'hegeliano Becker, «autore degli Organismi del linguaggio,
uno degli ultimi logici della grammatica », dimostrò, pur tra affermazioni
talvolta eccessive, « che concetto e parola, giudizio logico e proposizione
sono incomparabili. La proposizione non è il giudizio; ma è la rappresentazione
( Darstellung) di un giudizio: e non tutte le proposizioni rappresentano
giudizi logici. Parecchi giudizi possono esprimersi in una proposizione unica.
Le divisioni logiche dei giudizi (i rapporti dai concetti 1 non hanno
corrispondenza nella divisione grammaticale delle proposizioni. " Parlar
di una forma logica della proposizione è una contraddizione non minore che se
si parlasse àttW angolo di un cerchio o della periferìa di un tria?igolo
". Chi parla, in quanto parla, non ha pensieri, ma lingua. Senza entrar
ora nel merito degli altri problemi trattati dallo Steinthal, come quello circa
l'identità deWorigine e della natura del linguaggio che esattamente risolvette,
e l'altro delle relazioni tra poetica, rettorica e linguistica, cioè tra
linguaggio e arte che interessa propriamente l'estetica, e che purtroppo Steinthal
lascia insoluto, perchè non arriva mai ad affermare che parlare è parlar bene e
bellamente, o non è punto parlare, a noi basta l'osservar, qui, conchiudendo,
il nostro discorso che con Humboldt e Steinthal, in quanto l'uno integra
l'altro e lo rende coerente nella parte linguistica, si ha un primo notevole
superamento della grammatica, non essendo questa soluzione pregiudicata dalla
mancata identificazione di arte e linguaggio: la liberazione del linguaggio
dalla logica, la riconosciuta completa autonomia del linguaggio da categorie di
qualsiasi altra specie che non siano la sua forma interna essenziale,
rappresentano la prima vera vittoria della critica negativa della grammatica.
La dissoluzione della quale viene così a coincidere perfettamente con l'avvento
della scienza. La ribellione e la reazione alla GRAMMATICA RAGIONATA quale si è
venuta sistemando in Italia, se non assunsero dovunque quel grado e quel tono
che ebbero in S., seguirono, [Croce] però, su per giù, il medesimo sviluppo e i
medesimi motivi: da una parte riusce difficile specie a letterati di più largo
ingegno, come vedremo accadere, p. es., a Giordani (Puoti stesso abbiamo visto
concedere a Sanctis uno studio discreto di quella grammatica), il chiuder
gl’occhi a quelle ELEVATE E SCINTILLANTI (alla Grice) INVESTIGAZIONI logiche
che sulle lingue avevan condotto i galli, incomparabilmente più geniali e
profondi dei loro epigoni italiani. L’aria è impregnata di logicismo, tutto
suona FILOSOFIA, il secolo era chiamato dei lumi: chi può sottrarsi alla forza
delle cose e del tempo? dall'altra, la vacuità di quel nuovo formalismo, pel
fine pedagogico che ora s'impone, non richiede tanto un troppo ELEVATO SPIRITO
FILOSOFICO per essere avvertita, quanto il fatto stesso dell'esperienza dello
studio linguistico. Si puo credere, ancora, nella grammatica generale,
raccomandarne l'utilità (e come si potesse fare anco per ispirito d' imitazione
e per servilismo verso la moda corrente, non occorre dire); ma, già, anche a
tacer d'altro, con la grammatica generale eravamo già fuori del campo
de’bisogni pratici. La grammatica generale è come un'estetica logica della
lingua, quindi FILOSOFIA, e noi sappiamo che la scienza non è espediente
didattico, mentre il motivo principale dell'interesse linguistico è ora in Italia
più pratico che teorico. L'assoluta inefficacia inoltre della GRAMMATICA logica
a dirigere l'apprendimento della lingua e l'esercizio dello scrivere dove
essere tanto più fortemente sentita, quanto più dilaga il gallicismo nella
lingua e nello stile: il ritorno alla vecchia pratica grammaticale e all'
osservazione dei lodati scrittori, dove apparire come una urgente necessità; e
vi si ritorna infatti con fede rinnovellata e sotto la bandiera del più
rigoroso purismo inalberata dal Bembo dell'Ottocento, Cesari, coronato alfiere
dall'Accademia livornese, qual s'è mostrato degno d'essere con la nota
Dissertazione sopra lo stato della lingua}; e, in ogni modo, con o contro
Cesari per gli scrittori o pel popolo, la pratica dove prevalere sulla teoria
astratta; perfin nella grammatica em- [In Opuscoli linguistici e letterari di
Cesari, raccolti, ordinati e illustra/i ora la prima rolla da Guidetti, Reggio
d'Emilia, Collezione storico-letteraria presso il compilatore.] pirica,
normativa, tradizionale, presso non gli scapigliati ma i pedanti, la vecchia
fede se non scossa, certo fu illanguidita. La tradizione puristica, peraltro,
non era stata interrotta nella seconda metà del Settecento, neppur quando più
imperversò la bufera del filosofismo francese. Già prima che il rappresentante
più autorevole di esso in Italia, il Cesarotti, fosse stato, appunto in nome
della vecchia grammatica, contraddetto — ricordammo già, tra gli altri, l'ab.
Velo — « con uno stile forbito e piccante », come dicono i suoi editori, si sforza
Rosasco « di rivendicare ai Fiorentini il tanto contrastato primato intorno
all'origine ed al governo della favella », introducendo nei suoi Dialoghi sette
della Lingua toscana a pontificare il Corticelli su lesecolari questioni,
sull'autorità dei grammatici, sulla necessità imprescindibile dello studio
della grammatica, di contrastare al nuovo sistema de' letterati propugnanti
l'uso d'un'altra lingua diversa dalla fiorentina, con tutto il bagaglio de'
vecchi argomenti grammaticali e rettorici in favore della purità, della armonia
e dolcezza della pronunzia fiorentina, dell'elegante stile, e con le
vecchissime distinzioni di discorso impensato e di discorso pensato. « Eh via,
la legge che ne obbliga a studiare la grammatica, è giustissima, e chiunque brama
riportar gloria dal materiale della scrittura, dovrà o bere o affogare, siesi
chi egli si vuole ». E cita in sostegno il Salviati, Quintiliano e altri. Va
notato peraltro che il Rosasco non solo propugna la necessità di uniformarsi
anche all'uso moderno, ma giudica ancora, sebbene coi soliti argomenti
estrinseci, che « non dobbiamo per conto alcuno desiderare la perfezione delle
grammatiche, si perchè non si può questo desiderio avere, senza desiderare
insieme la estinzione della lingua ; sì perchè quando siamo obbligati a scriver
solo secondo le regole e' precetti dell'arte prescritti, non è mai possibile
rendere le nostre scritture eccellenti »(') : residui, come ognun vede, delle
dottrine estetiche prevalenti nel senso che volevano conciliare il rigore
grammaticale col criterio della libertà individuale : temperato purismo, che,
mentre per un lato moveva dall'antica tra Ed. della Bibl. scelta, Milano,
Silvestri] dizione grammaticale del classicismo, per l'altro era reso possibile
dal non essersi ancora la lingua italiana inoltrata pel declivio della
cosiddetta corruzione francesistica. Quando questa si accentuò maggiormente,
era naturale che l'iniziativa del riparo partisse dalla Crusca custode gelosa
del patrimonio linguistico: e già il ricordato Borsa nel 1785 prote- stava
contro il decadimento della lingua, e nel 1798 da Losanna un suo Accademico,
Federico Haupt, scriveva la Lettera dun tedesco stili' infranciosamento dello
stile, com'è naturale che la rifioritura linguistica fosse più di vocabolario che
di gramma- tica ; lo stesso lavorìo grammaticale, il più notevole dei primordi
del secolo XIX, s'aggirò, come vedemmo, intorno a quella parte della grammatica
che è più intimamente connessa col vo- cabolario, i verbi, di cui sorsero
parecchi prospetti e teoriche. E a studi di lingua, ossia di vocabolario, si
era volto nel 1806 l'Istituto lombardo, fondato dal Bonaparte e convocato a
Bologna, di cui era segretario quel Muzzi che già incontrammo quale autore del
curioso libro sulle Permutazioni dell' italiana orazione, e che, dopo essersi
divertito e gingillato intorno a problemi filosofici secondo la moda d'allora
pe' quali non era affatto portato, si immerse talmente negli studi gram-
maticali e lessicali e con si vero spirito di devozione alla Crusca, che il
Monti doveva titolarlo più tardi « il più fatuo pedantuzzo che mai facesse
imbratti d'inchiostro » (l). Partecipò nel 1809 al concorso dell'Accademia
livornese con un lavoro Dello siato e del bisogno di nostra lingua, ma il
manoscritto, per ragioni regolamentari, non fu accettato. Come sappiamo, di
quel concorso il trionfatore fu Antonio Cesari, odiatore quanto il Giordani,
delle dottrine del Cesarotti, che, se avevano ancora seguaci dal Romani al
Nardo, andavano però perdendo terreno sempre più : quegli stessi che le propu-
gnavano — si avverta inoltre — erano assai più temperati del maestro e si
guardarono meglio di lui dall'esser accusati di gal- lofilia : verso l'
italianità era un desiderio e un moto generale, cui favoriva la ridesta
coscienza nazionale: cesariani e pertica- riani o mondani, neopuristi della
prima maniera (cioè anteriore) e della seconda, tutti concordavano non
solamente nel- In Mazzoni, L'Otl.] l'avversare i criteri troppo licenziosi de'
cesarottiani, ma ne! volere — auspice la Crusca per la quinta volta rimessosi
nel 1813 alla ricompilazione del Vocabolario — che alle sottili fantasti-
cherie sulle ragioni delle lingue si sostituisse il lavoro concreto e modesto
del raccogliere e del vagliare voci e locuzioni del buon uso e a riprendere
l'osservazione grammaticale secondo le migliori tradizioni del Cinquecento.
Balbo scrive al Vidua una lettera sulla lingua italiana per muover lamenti
intorno le tante esagerazioni e confusioni pratiche e teoriche del filosofismo
che non giovavano punto alla causa della lingua: e Vidua raccomandava a un
compatriotta che, an- dando a Firenze come avevan fatto già l'Alfieri e il
Goldoni, e avrebbe fatto il Manzoni e avrebbero consigliato al Cavour, non
trascurasse di recarsi la mattina in Mercato Vecchio ad ascoltar il
pizzicagnolo e le contadine. E alla Crusca stendeva la mano l'Istituto lombardo
per proseguire concordi all'opera d'amplia- mento del Vocabolario: né le
ripulse dell'Accademia orgogliosa e gelosa delle sue secolari tradizioni né i
risentimenti e le irri- tazioni, causa di tante guerre anche personali, che
esse provo- carono nel Monti, poterono mai dividere gli animi concordi nella
comune avversione al logicismo, alle metafisicherie di provenienza
franco-cesarottiana, nonostante che, per quanto riguarda i criteri particolari
dell'uso linguistico italiano (pratica, dunque, non scienza), facilmente
potessero incontrarsi col Cesarotti in un vivo desiderio di libertà, e spesso
inconsciamente (come sarà av- venuto al Leopardi) (' ), non soltanto gli
antipuristi come il ce- sarottiano Torti di Bevagna, ma letterati meno bollenti
nella se- colare battaglia. N'è prova l'atteggiamento assunto dal capo
riconosciuto de' classicisti, il Giordani, nelle contese tra il Cesari, Monti e
Perticari : « richiesto del vero valore di alcune voci tolte dal greco, rispose
[al Monti] e colse quell'occasione per lodare l'opera e il suocero e il genero,
ma anche per addimostrare al- cune sviste di essi due correttori degli altri, e
per augurare che gli avversari si riconoscessero invece compagni, come quelli
che insomma avevan un fine medesimo e uno stesso desiderio. Cfr. F. Colagrosso,
La teoria leopardiana della lingua, Na- poli, 1905 (Estr. d. Rend. Accad. Arch.
Lett. e B. A. in Napoli. Mazzoni. Pure, il Giordani è appunto uno di quei
puristi che racco- mandavano ai giovanetti il Du Marsais e il Beauzée. « I
volumi della Enciclopedia Metodica ne' quali è trattata la grammatica e l'
eloquenza ti possono essere utili. Gli articoli rettorici di Marmontel non mi
paiono più che mediocri ; quelli di Jancourt assai meno che mediocri. Ma
bellissimi i grammatici di Du Marsais, e di La-Beauzée. E il conoscere e
adoperare filosofi- camente la lingua è gran virtù di eccellente scrittore. E
pron- tamente si applica alla nostra quel che è notato della francese. Ma che
cosa significa adoperare filosoficamente mia lingua ? specie quando la si
consideri, come fa il Giordani, cosa diversa dallo stile? Interrompi,
consiglia, con la lettura di quegli arti- coli, « lo studio che devi far della
lingua, e preparati a quello che poi farai dello stile. Perchè io giudico che
quello della lingua debba precedere. Non si dee prima sapere qual sia la
materia de' colori ; poi imparare ad impastarli e mescolarli ; poi esercitarsi
a collocarli, e accordarli ? » (io). Tutto lo scrivere sta nella lingua e nello
stile; due cose diversissime egualmente necessarie.... I vocaboli e le frasi
sono i colori di questa pittura; lo stile è il colorito. — Ora persuaditi, caro
Eugenio, che l'ac- quisto de' colori sia fatica della memoria : l'uso del
colorito sia esercizio d'ingegno, disciplina di buoni esempi, di pochi pre-
cetti, di moltissima osservazione, di molta pratica. Ho letto molti antichi e
moderni che vollero esser maestri : ho perduto tempo e acquistato noia, senza
profitto. Veri maestri ho trovato gli esempi de' grandi scrittori. Tra i mo-
derni consiglia, tuttavia « il breve trattato del Condillac, Art d'écrire. Di
tutto quel libro abbastanza buono, m' è rimasto in mente questo solo principio,
molto raccomandato da lui = de la plus grande liaison des idées .... Vero è che
quel legame delle idee non deve esser sempre logico ; ma secondo la materia che
si tratta, dev'esser pittorico o affettuoso; di che i moderni intendon
pochissimo : gli antichi vi furono meravigliosi » (pa- gine 153-4). In questo
guazzabuglio di vedute, d'idee e di prin- cipi, c'è tutto, meno lo spirito
filosofico : dal che si vede quanto (') A un giovane italiano - Istruzione per
l'arte di scrivere, in Scritti di Giordani, ed. Chiarini, in Firenze.] poco
fosse compresa e con quanto poca convinzione raccoman- data la grammatica
generale del Du Marsais e del Beauzée. Il nume che agitava interiormente il
Giordani e i degni suoi com- pagni d'arme non era la filosofia, ma lo spirito
italiano che si rinnovava, rinnovamento che alla coscienza di molti si presen-
tava come un problema di lingua : donde il calore con cui si davano a questi
studi. Il Giordani, mosso dall'invito dell' Acca- demia italiana, « non per
rispondere » ad essa, per ciò che « questa materia non sia d'ozio letterario
.... ma importi non poco all'onore d'Italia », si dà ad abbozzare una Storia
dello spirito pubblico d' Italia per 600 considerato nelle vicende della lingua
e alcuni anni più tardi, discorrendo in una lunga lettera al Capponi di una
raccolta in trenta volumi che intendeva fare delle migliori e men note prose
della nostra letteratura, allargando e colorendo le linee di quel primitivo ab-
bozzo, esprimeva l'opinione che l'ordine escogitato lo menerebbe « quasi per
una storia della nazione e della lingua, e che dalla somma dei particolari
discorsi introduttivi ne sarebbe de- rivato « quasi un ritratto filosofico
delle menti italiane per quat- tro secoli ». « Perciocché io considerando la
lingua come uno specchio, nel quale cadano tutti i concetti da tutti i pensanti
della nazione, e dal quale nella mente di ciascuno si riflettano i pensieri di
tutti ; volli con diligenza di storico e sagacità di filosofo esaminare il
vario corso del pensare italiano per le ve- stigia che di mano in mano lasciò
impresse nel variare delle lingua; della quale i vocaboli e le frasi, o
nuovamente intro- dotte, o dall'antico mutate, fanno certissimo testimonio (a
chi '1 sa interrogare) d'ogni mutamento nella vita intellettiva del po- polo.
Così il Giordani si riallaccia al Napione. Tra il Napione e il Giordani spicca
anche per questo ri- guardo il Foscolo, che nella celebre orazione, recitata a
Pavia Opere, t. IX: « Scritti editi e postumi pubbl. da Antonio Gus- salli »,
Milano. f;) Scritti, ed. Chiarini. Per l'eccellente posizione che occupa il
Foscolo nella storia della critica, oltre che le note pagine del De Sanctis,
vedi Croce, Per la storia della critica ecc., già cit., p. 9 e 27, Trabalza,
Studi sul Boccaccio, e Borgese, Storia della critica romantica, libro — è
superfluo avvertirlo — per l'inaugurazione degli studi, Dell' origine e
dell'uf- ficio della letteratura e nelle Lezioni di eloquenza che le tennero
dietro, e particolarmente in quella del 3 febbraio 1809 su la Lingua italiana
considerata storicamente e letterariamente, e ne' sei Discorsi sulla lingua
italiana parlava della nostra lingua coi medesimi spiriti e intendimenti
d'italianità, in modo vera- mente vivace. « Nella sua Prolusione », ripeteremo
col De San- ctis, « tenta una storia della parola sulle orme del Vico, censu-
rata da parecchi in questo o quel particolare, ma da' più am- mirata, come
nuova e profonda speculazione. Il suo valore, anzi che nelle sue idee, è nel
suo spirito, perchè non è infine che una calda requisitoria contro quella
letteratura arcadica e acca- demica, combattuta da tutte le parti e resistente
ancora, contro quella prosa vuota e parolaia, e contro quella poesia che suona
e che non crea. Nessuno ha considerato, » scriveva il Fo- scolo, «
filosoficamente le origini, le epoche e la formazione di essa [lingua
italiana], affine di conoscere per via d'analogia i principi, i progressi
oscurissimi delle formazioni e trasformazioni di tante altre lingue. La storia
d'una lingua, ecco il suo preciso punto di vista, non può tracciarsi se non
nella storia letteraria della nazione ; né la storia può somministrare fatti
certi e fondamentali a trovare in materie intricatissime il vero, se non per
mezzo di epoche distinte, in guisa che le cause non diventino effetti, e gli effetti
non sieno pigliati per cause »('). che dev'esser tenuto sempre presente per
tutto questo periodo, perchè, se le idee sulla lingua de' vari critici che vi
sono criticati poca luce diffondono sulle loro teorie poetiche, utilissimo è
invece conoscere la portata critica di esse per chi fa la storia della lingua.
In Opere edite e postume di Ugo Foscolo, Firenze, Le Monnier. In T.. È evidente
l'affinità tra il metodo del Foscolo e quello del Napione; ma com'è più
profonda la visione del Fo- scolo, così essa in certo senso precorre ancor
meglio il principio moderno onde si vorrebbe indagata la storia della cultura
nella lingua, special- mente in quanto si serve del metodo monografico per
periodi di af- finità spirituali. Notevolissima sotto questo rispetto è una
pagina della Lez. II di Eoa. (è la 82 del voi. II) dove illustra il principio:
La let- teratura è annessa alla lingua. Capitolo quindicesimo 485 Nel fatto, il
Foscolo intravvede così in confuso l'identità di lingua e pensiero, e
nell'evoluzione linguistica uno svolgimento spirituale, mostra cioè una vaga
coscienza del problema lingui- stico, e il suo sforzo di risolverlo, anche se
non felice, è già un progresso. Particolarmente notevoli, anche per la ragione
pedagogica, in cui però, come sappiamo, ben si riflette la scienza teorica, son
le pagine che scrive sulla dottrina dantesca del Volgare illustre. Ne riferiamo
volentieri un brano che ci tocca davvicino. « Su ciò che Dante previde con
occhio sicuro egli fondava pochi principi generali intorno alla legislazione
gram- maticale. Erano inerenti alla condizione e alla natura della lingua, onde
operarono sempre e quando vennero applicati da parecchi scrittori, e quando
vennero trascurati da altri, o negati ostinatamente da molti ; ed operarono fin
anche negli scritti di chi li negava ed oggimai l'esperienza ha convinto la più
gran parte degl'Italiani, che la loro lingua letteraria non può pro- sperare
senza l'applicazione dei principj di Dante»: principi metafisici, dice Foscolo,
annunziati in tempi ne' quali la filosofia, l'arte dialettica, e la teologia
erano tutt' uno, e tali da intricarsi a vicenda, e perciò un po' oscuri forse
allo stesso ALIGHIERI (si veda). Al qual punto il pensiero di Foscolo corre a
Locke che facilita lo studio delle analisi delle idee, e quindi della natura
delle lingue – Grice: way of things, way of ideas, way of words -- e a
Condillac che illustrò questa difficilissima parte della metafisica. Francesco
Saverio de Sanctis. De Sanctis. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e de Sanctis,"
per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria,
Italia. Sanctis. Keywords: storia della filosofia, il saggio filosofico, il
poema filosofico, il tema filosofico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sanctis”
– The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sanseverino:
la ragione conversazionale del segno naturale -- la logica scolastica -- filosofia campanese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Napoli). Filosofo
napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Considerato
uno fra i massimi precursori del neo-tomismo (AQUINO, si veda). Si trasfere a
Nola per frequentare la scuola dove suo zio è rettore. Studia filosofia con
l'intento di confrontare i vari sistemi filosofici, fra cui gode particolare
credito in Italia, all'epoca, quello razionalista. Lo studio comparato dei vari
sistemi gli permite una conoscenza più approfondita della scolastica,
soprattutto d’AQUINO, e del legame intimo tra la scolastica e la [atristica. Restaura
la filosofia scolastica. Insegna a Napoli. Venne incaricato da Ferdinando II di
preparare un manuale ufficiale per le scuole del regno delle due Sicilie. Scrive
allo scopo il manuale "I principali sistemi della filosofia del criterio”.
Profondo conoscitore di AQUINO da alle stampe interessanti saggi sui filosofi
moderni. Inizia ad occuparsi più specificamente di AQUINO con “L’origine del
potere e il diritto di resistenza, cui fa seguito “In difesa dell'angeologia
contro i sofismi”. Esce il ponderoso “I principali sistemi della filosofia del
criterio” un'ampia e dottissima disquisizione sulla filosofia illuminista e su
quella a lui contemporanea -- fra cui quella dello stesso GIOBERTI -- confutata
sulla base della logica. Il suo capolavoro. Si tratta del celebre saggio, “Philosophia
antiqua” che ha per oggetto la storia della logica. “In compendium redacta ad
usum scholarum clericalium. Venne pubblicata a Napoli “Elementa”,
“Antropologia”, “Teologia. Altre saggi: “Sopra alcune questioni le più
importanti della filosofia” (Napoli); “Il razionalismo” (Napoli); “I
razionalisti” (Napoli); “L'origine del potere e il diritto di resistenza, (Napoli,
Giannini); “In difesa dell'angeologia contro i sofismi” (Napoli, Manfredi);
“Elementa philosophiae theoreticae” (Napoli, Manfredi); “Philosophia antiqua”
(Napoli, Manfredi); “Institutiones seu Elementa philosophiae antiquae” (Napoli,
Manfredi); “In compendium redacta ad usum scholarum” (Napoli, Manfredi); “Le
dottrine de' filosofi antichi” (Napoli); Dovere, Tentativo di ricostruzione, in
Doctor communis, P. Naddeo, Le origini del aquinismo” (Società italiana,
Torino); Orlando, Aquino a Napoli e S., in Asprenas, Orlando, Vita e opere di
S. secondo i documenti, in Aquinas, Orlando, L'Accademia d’Aquino a Napoli,
storia e filosofia, in Saggi sulla rinascita d’Aquino, Roma, Ed. Pontificia
Accademia teologica romana, Matarazzo, Per una rivoluzione del cuore. La
visione dell'umano in Leopardi nella lettura critica di S. tra antropologia e
istanze pastorali (Polidoro, Napoli). Dizionario biografico degl’italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. PHILOSOPHIÆ COMPENDIVM OPERA ET STVDIO
NVNTII CAN. SIGNORIELLO LVCVBRATVM ad usum scholarum clericalium Consentaneum
est, ut ancillæ quætlam Reginæ serviant. Hanc igitur assumere doctrinam non
pigeat, quæ veritati famulatur. S. Ioann. Damasc. Dialect. c.LOCVPLETIOR ATQVE
EMENDATIOR NEAPOLI APVD OFFICINAM BIBLIOTHECÆ CATHOLICÆ SCRIPTORVM in Via TuIgO
SAH-GlOTA.NNI-MAGGIORE-Pttl"ATEt.I.I ædibus Fibrenianis 1 Huius Operis ius
proprietatis in Leguni tutela est NEAPOLI TTPIS FRATR. MANFREDI in Yia yulgo
Sannicandro PHILOSOPHIÆ ALVMNIS EDITORES Christianæ philosophiæ compendium
hisce duobus voluminibus inclusum idem est, quod, episcopis et quamplurimis
doctis viris suasoribus, S. principis ecclesiæ neapolitanæ canonicus,
perficiendum susceperat. Sane, postquam is edidit priora volumina percelebris
illius operis, cui titulus: Philosophia christiana cum amtiqua et nova
comparata, ac in studiosorum adolescentium utilitatem, in quam revera omne suum
otium contulit, elementa seu institutiones philosophiæ condere aggressus est,
omnes ferme Neapolis atque Siciliæ sacrorum Antistites hortatores habuit, ut
quamprimum, et, qua pollebat, diligentia, philosophicas institutiones tam docte
ac eleganter exarari susceptas in compendium redigeret. Elementa quidem ampla
et erudita forma, qua nunc gaudent, haud illi brevitati consulunt, quæ necessaria
est, ut unius anni curriculo adolescentibus tradantur. At iuvenes in sortem
domini vocati, nisi e fontibus sanctorum patrum et scholasticorum doctorum
prima philosophiæ rudimenta hauriant, impares prorsus sunt, qui naviter
studeant dogmaticæ theologiæ ceterisque sacris disciplinis, tali amico foedere
philosophicis consociatis, ut philosophia theologiæ ancilla iure meritoque
appelletur et sit. Accedit, quod iis, qui ecclesiasticæ militiæ nomen dederunt,
opus est philosophandi norma latine exarata, præambula ad sacras scientias, hac
præsertim tempestate, qua protestantium placita, per studiorum universitates,
lycea, scholas pervadentia, latinum sermonem ab omni, etiam sacræ, disciplinæ
institutione cogunt exsulare. Hæc omnia animo reputans amantissimus ille
studiosæ iuventutis S., Nuntio Signoriello, tunc in archiepiscopali neapolitano
lyceo logicæ et metaphysicæ antecessori suorumque studiorum ac elucubrationum
constantissimo conlegæ, ac postea Ganonicatu in eadem metropolitana ecclesia
adaucto, provinciam demandavit eiusmodi compendium exscribendi ex his, quæ
fusius in inchoatis voluminibus ab iis pertractabantur. Utinam potuisset opus
suum, tam bene inceptum, absolutum conspicere! Verum, ex quo tempore deus
solertem sui administrum e terra sustulit, fidissimus eius adiutor, Nuntius
Signoriello, nec labori, nec industriæ parcens, philosophiæ institutionis
compendium eo perfectionisj adducere nisus est, ut non modo famæ consuleret
primi sui auctoris, verum etiam esset philosophiæ alumnis perquam accommodatum.
Totum igitur opus in duo volumina dispescitur, quorum unum subiectivas
philosophiæ theoreticæ partes, alterum obiectivas refert. Quæ secundum
scholasticorum, in primisque AQUINO argumentationes e rolvuntur, ita tamen ut
hæ ex iis, quæ a patribus disputata fuere, obfirmentur, atque inde recentium
philosophorum errores refellantur. Iam in scholæ doctrina pertractanda,
consulto nulla ilicuius momenti theoria tacita præteritur, tum quia
disciplinas, maxime philosophicas, ea tantum lege in compendium colligere
licet, ut in levem non desinant sermonem, tum quia, si philosophiæ scholasticæ
insrtauratio idcirco hac nostra ætate maximopere comnendatur, ut contra
insolentem, lubricamque philosophandi rationem veluti aggerem struat, integra
pro ecto, et absoluta perspiciatur oportet. Neque inde in difllcultatum laqueos
iuvenes inducuntur, immo vero atior eis ad scientiæ adeptionem via sternitur;
siquilem ea est philosophiæ scholasticæ indoles, ut unum ius pronuntiatum
alterius explicationi inserviat, et vere nullum existat, quod metaphysicis, et
theologicis dogmatibus explanandis magno usui non sit. Porro philosophiæ
compendium hac digestum ratione iuvenibus edocendis apprime idoneum lestimatum
fuisse illud minime obscurum indicium est, luod in plerisque non solum Italiæ,
sed etiam Gernaniæ, Galliæ, et Belgii Schois adhibitum iam fuerit, adeo ut eius
sex, brevi temporis intervallo interiecto, satis copiosæ editiones exlaustæ
sint. At vero compendium istud, philosophiæ tantum theoreticæ partes
complectens, tractationem philosophiæ moralis, quæ hac præsertim ætate maximi
motienti est, adhuc desiderandam relinquebat. Hinc ut institutiones, quæ
philosophicam scientiam ex toto exhiberent, proderemus, scholarum clericalium
præceptores nobis institerunt. Ad iuvenum igitur commodum, atque religionis et
scientiæ augmentum contendentes, bac septima editione, quæ tum ob varias
emendationes, tum ob quædam additamenta, tum ob clariorem, qua nonnulli
articuli explicantur, methodum superioribus præstat, compendium nitidis typis excudendum
iterum curavimus. Quod procul dubio, ob ethicæ elementa ei adnexa, ab eodem
peritissimo antecessore Nuntio Signoriello elaborata ac tomis duobus
comprehensa, quæque tertia iam editione gaudent, et eamdem, ac in illo,
disciplinæ rationem præseferunt, nostrique AQUINO doctrinam adversus veteres,
recentioresque errores evol\unty Philosophiæ lnstitutiones ad fastigium
perducere nobis videtur, et communi expectationi satisfacere. Neapoli die
Sancto Hieronymo Doctori dicato M0NITVM Utatim ac, quæ diu ab omnibus
concupita, et exortata fuere, tum philosophia cum antiqua et nova comparata,
tum elementa seu institutiones, et compendium eiusdem philosophiæ S. ac Nuntii
Signoriello nominibus inscripta, in publicum prodiere, omnes qui scientiarum
periti habentur et sunt, et auctorum in illis conficiendis diligentiam, et
summum iuvenes veras disciplinas docendi studium mirari coepere. Exinde
gratulationes factæ, laudes tributæ; quarum quanta ad ipsum S., cum adhuc in
vivis ageret, nec non Signoriello conlegæ, copia pervenerit, vel ex una
ephemeride neapolitana La Scienza e la Fede abunde colligi potest. At licet hæc
magni facienda sint, laus enim fuit quæ ab iis proficiscitur, qui in magna
laude vixerunt; maximi tamen ducenda illa, quæ nulli unquam fuitsecunda, utpote
a prima Sede tributa, quaque revera summa immortalis PIUS IX P. M., literis
losepho S. datis, volumina Philosophiæ Sanctitati Suæ offerenti, Caietani S.,
quem S. S. magno aureo numismate iam donaverat, atque Nuntii Signoriello
memoriam cumulabat. Ambigere itaque haud fas est lectores hanc non esse
commendationem vulgarem, si literas a Pontifice Maximo datas hic, post
nuncupatoriam epistolam, exscribimus: SANCTISSIMO DOMINO NOSTRO PIO PAPÆ IX
BEATISSIME PATER Homam Vuæ ad sanctos Pedes Tuos sisto volumina, multis abhinc
annis Tibiperquam humillime offerre cupiebat Caietanus Sanseverino,
Metropolitanac Neapolitanæ Ecclesiæ Canonicus, ac mei amatissimus patruus. Ille
scilicet sacerdotio vix initiatus, cum philosophicas disciphnas ad suos
puriores fontes revocandas esse intelligeret, nec labori nec industriæ
pepercit, ut qua voce, qua scriptis iuvenes præsertim in sortem Domini vocatos
christianæ philosophiæ placitis imbueret. Hinc neapolitani Archiepiscopalis
Lycei antesessor renuntiatus in cathedra Logicæ et Metaphysicæ, et postea
Ethices professor suffectus in regia studiorum Universitate Neapoli
constitutus, ac regalis Bibliothecæ Borbonicæ Scriptor adscitus, totus in eo
fuit, ut experimento probaret Sanctorum Ecclesiæ Patrum, et Scholæ Doctorum,
præcipue autem Divi Thomæ Aquinatis, philosophiam omni veteri novoque
philosophorum systemati longe præstare. Mitto labores ab eo exantlatos ad opus
conscribendum, cui nomen Philosophia Christiana, quod prodiit nondum absolutum,
ceterosque libros ad rectam huius scientiæ instaurationem, quos ipse composuit.
Unum ipsi in votis erat, totis viribus doctrinam propugnare, quam Apostolica
Sedes semper tradidit, hominis rationem in philosophicis disquisitionibus
ancillam fidei esse; necnon seipsum suaque omnia scripta Tibi, BEATISSIME
PATEB, Tuoque irreformabili iudicio prompte libenterque subiicere. Verum quod
patruus morte inopinata præventus absolvere nequivit, eius fratris filius,
minimus inter Neapolitani Cleri Presbyteros, audet implere, Tua summa
benignitate confisus. Quæ autem in opere Philosophia Christiana inscripto
desiderabantur, magna ex parte præstitit Nuntius Signoriello, presbyter, et
Gaietani Sanseverino in cathedra Logicæ ac Metaphysicæ Neapolitani
Archiepiscopalis Lycei successor, eiusque fidissimus interpres. Qui vestigia
magistri premens, ipsam Philosophiam Christianam in compendium redegit, omnium
huius scientiæ cultorum, cum intra, tum extra Italiam, suf fragio probatum.
Munusculum, qualecumque demum sit, Tu, BEATISSIME PATEB, dignanter excipe,
atque Apostolicam Tuam Benedictionem quam in suffragium animæ mei Patrui etiam
atque etiam imploro, ipsi Nuntio Signoriello, mihi ac toti meæ familiæ paterna
Tua charitate largire, dum ad Tuos sanctos Pedes provolutus, eos omni cordis
affectu deo SCUl0r BEATITVDINIS TVÆ Neapoli in Festo Immaculatæ Conceptionis B.
M. V. Humilhmus m Christo filius losepn S. Presb. Neap. Cui studiose admodum et
animo paterno SANCTITASSVA rescripsit: Dilecto Filio Presbytero Iosepho S.
Neapolim PIVS PP. IX. Dilecte Fili, salutem et Apostolicam Benedictionem . Quan
tum adlaboraverit doclissimus patruus tuus veræ philosophiæ restituendæ,
quantasque curas impenderit iuveni Clero fingendo ad sanæ religiosæque scientiæ
principia, sicuti ceteris, sic Nobis adeo exploratum erat, ut eum plurimi faceremus,
et doleamus adhuc, ipsum Nobis et severiorum disciplinarum incrementis fuisse
subreptum. Eo tamen solatio recreamur, quod, cum solidæ doctrinæ accuratoque
iuventutis excolendæ studio iungeret eam mentis aciem et prudentiam, qua variam
ingeniorum indolem facile discerneret; non huius tantum aut illius peculiaris
partis, sed universæ philosophicæ ac theologicæ scientiæ provectui per alumnos
suos prospicere potuerit, uti patet ex illorum lucubrationibus, qui ab ipso
instituti, Neapolitanum Clerum in præsentiarum exornant. Qua de re, etsi ille,
dum in humanis agebat, pleraque sua scripta Nobis obtulerit, acceptissimam
habuimus omnium collectioncm a tc Nobis nuper cxhibitam; eo vel magis, quod
amplissima de christiana philosophia tractatio ab auctoris obitu intercepta
nunc absoluta profcratur, opera discipidi olim cius, hodic vero meritissimi de
scientia profcssoris sacerdotis Nuntii Signoriello. De quo sanc obscquii ct
amoris officio crgapracstantissimitm pracccptorem dum illi gratulamur,
pergratum tibi profitemur animum ob munus, cum pretio suo, tum præclari
auctoris memoria Nobis carissimum. Omnia vero tibi fausta adprecantes,
cælestium donorum auspicem, et paternæ benevolentiæ Nostræ pignus Apostolicam
Benedictionem tibi peramanter impertimus. Datum Romæ apud S. Petrum.
Pontificalus Nostri Anno XXI V PIVS PP. IX. Verum non minori laude dignatus est
loqui de operibus hisce, PU IX Successor, LEO XIII, feliciter regnans. Ipse
enim pro summa sollicitudine, ex qua extimulatur, ut Clerus Catholicus ad studia
philosophica et theologica recte informetur, quo facilius contra hodiernos
Fidei Christianæ hostes possit depugnare, nullam dimittit occasionem Episcopis
insinuandi et commendandi AQUINO doctrinam. In suis vero familiaribus
sermonibus Institutiones philosophicas nostri Canonici pluries laudibus
cohonestavit; Episcopo Lyciensi aliisque viris ecclesiasticis illius Dioecesis
aiebat: Bramo che sieno introdotte ne' Seminari le Istitu zioni filosofiche del
Canonico Sanseverino. L' e questa una gloria del Clero Napolitano che cercd
efficacemente di ridurre e richiama re le scienze filosofiche alla vera e
sicura norma, alla loro forma e satta ch' e appunto la Tomistica. Ci
compiacciamo che nel Semina rio di Lecce se ne sieno introdotte le Istituzioni,
come e Nostro de siderio, che in tutt' i Seminari si segua il metodo stesso e
la stessa dottrina dell' Angelico. Fu certo una sventura che il Sanseverino
morisse cosi presto, ma egli lasci6 buoni e zelanti discepoli che seguiron 1'
opera sua. Quæ verba satis superque sunt, ut Compendium Philosophiæ Christianæ,
ac Ethicæ elementa ei adnexa, magno laudum præconio digna per omnes habeantur. Philosophiæ elementa scribere
aggredientes tria in primis investigemus necesse est quænam sit huius scientiæ
natura, et qua in re a reliquis scientiis differat; quot in partes dividatur;
quænam sit eius præstantia et utilitas. Quod attinet ad primum, naturam philosophiæ perspicere
idem est, ac eius definilionem tradere. Philosophia ex vi nominis studium vel
AMOREM SAPIENTIÆ SIGNIFICAT – H. P. Grice: “Not to Heidegger. To Heidegger, it
means the wisom (sophia) of love (philos) -- , id enim innuunt illa verha
yiXog, et o-ccp/a ex quibus constat. Iam antiqui definiebant philosophiam,
scientiam rerum divinarum, atque humanarum, causarumque, quibus hæ res
continentur. Ipsi enim nomine philosophiæ omnium scientiarum complexionem
designabant, sive universam humanam sapientiam, et philosophos appellabant eos
qui omnium rerum rationes reddere callebant. At vero apud recentiores
philosophiæ nomine non universa cognitio humana, sed peculiare quoddam genus
cognitionis denotatur. Etenim ipsi philosophiam pro prima scientia habent,
sive, quod idem est, pro scientia, quæ finem sibi præstiluit tradendi ea, quæ
scitu necessaria sunt, ut mens humana cognitionem perfectam rorum in diversis
scientiis assequalur. Hæc autem sunt ultimæ rationes quæ ad explicandum valent
lum ipsam cognitionem, qua mens verum in scientiis speculatur, tum obiectorum,
circa quæ scientiæ versantur. Iam ultimæ rationes sunt suprema principia, seu
causæ, siquidem causæ, quatenus a nobis cognoscuntur, rationes appellantur, et
causæ supremæ, quippc quac poslremo a nobis 1 Hoc nomen a Pythagora, qni D
cireitcr ante Christam nafnni obiit, invectum fuit. Antc illum philosophia
appeliabatur sophia, et philosophi dicebantur sophi. cognoscuntur, rationes
ultimæ vocantur. Quæ cura ita sint, philosophia prout hodie accipitur, definiri
potest hoc modo: Scientia, quæ agit de supremis principiis tum cogniiionis
humanæ, tum rerum, quæ humana ratione co gnosci possunt f. 111 a verba, agit de
supremis principiis cognitionis humanæ, significant philosophiam de iis omni
bus tractare, quæ ad cognitionem humanam, prout hæc in cæteris scientiis
assequendis evolvitur, pertinent. Hu iusmodi sunt leges, quibus mens humana
actiones cogno scendi exercet, facultates, quibus ipsas peragit, vis, quæ ipsis
ad certitudinem in nobis gignendam inest, et notio nes universales, quibus
celeræ scientiæ innituntur. Illa autem verba, quæ sequuntur, nempe agit de
supremis principiis rerum, denotant philosophiam tractare de Deo, de mundo
universe spectato, et de homine ; nam hæc sunt suprema obiecta, ad quæ
reliquarum scientiarum obiecta referuntur, et ideo eiusmodi sunt, ut sine ipso
rum notitia nullius rei perfecta scientia existere possit. Reliqua verba,
quibus definitio clauditur, nempe, quæ humana ratione cognosci possunt, eo
consilio in definitione posuimus, ut philosophia a scientiis theologicis, quæ
Divinæ revelationi innituntur, distingueretur. Ex his facile intelligitur philosophiam
a ceteris scientiis in eo differre, quod in ceteris scientiis aliquod
obiectorum genus cognoscendum suscipitur, philosophia autem statuit suprema
principia, quibus omnes speciales scientiæ innituntur, quia, ut diximus,
inquirit ipsa cognitionis humanæ principia, et supremas causas rerum in omnibus
scientiis cognitarum. Quod spectat ad divisionem philosophiæ, monendum Hæc
definitio ab etymologia Philosophiæ minime discedit; nam, aiente s. Thoma, ille
sapiens dicitur in unoquoque genere, qui considerat causam altissimam illius
generis ; I, q. I, a. 6 c: quocirca scientia illa, quæ cognitionem humanam, et
res, quæ humana ratione cognosci possunt, secundum suprema principia,
investigat, philosophia, sive amor sapientiæ recte appellaturest nos hic agerc
de philosophia theoretica, in qua tradunlur ea, quæ in conlemplatione rerura
versantur, non vero de philosophia practica, quæ appellari solet ethica, et
tractat de iis, quæ ad operalionem pertinent, sive de legibus universalihus
morum, ad quas homo actiones suas accommodare dehet,ut finem ultimum sihi a Deo
præstitutum assequatur. 6. Iam philosophia theoretica complectitur logicam,
dynamilogiam, ontologiam, cosmologiam, anthropologiam, et theologiam naturalcm.
Logica exponit naturam aclionum nostræ mentis, leges, quihus ipsæ exercendæ
sunt, et ordinem, quo sunt adhibendæ in inquisilione veritatis. Dynamilogia
tractat de facultatibus animæ, atque in primis expendit ipsarum naturam,
obieclum singulis earurn proprium, et modura, quo suas actiones exercent; deinde
ex horum investigalione viam sibi sternit ad duas maximi momenti tractationcs,
in quarum prima, quæ dicitur ldealogia, inquirit quomodo facullatum subsidio
primas cognitiones rerum nobis comparemus, in altera aulem, quæ dicitur
Criteriologia, disputat de vi, quam ipsæ habent ad veritalcm rcrum nobis
patefaciendam. Ontologia versatur circa illas universales noliones, quibus
ceteræ scientiæ innituntur. Cosmologia de mundo universe spectato disseril.
Anthropologia naturam hominis expendit. Thcologia naturahs de Deo, Eiusque attribulis ex naturali
lumine rationis disputat, quantum infirmitas ræntis huraanæ sinit. 7. Dcnique
præstanlia, et ulililas huius scientiæ ex ipsa, quam explicavimus, eius natura
perspicitur. Eniinvero illa scientia ceteris hurnanis scienliis præstat, ct
raaximain ulililatem in eas confert, quæ de iis agil, quibus mens noslra opus
habet, ut perfectam cognitionem in ceteris scienliis adipiscatur. Atqui
huiusmodi, ut diximus, cst philosophia. Ergo inaxima est philosophiæ
pracstanlia, ct utililas. Neque scientiæ dumtaxat, scd eliam artes ingenuæ, ut,
c. g., rcthorica, poesis, graramalica, subsidio philosopbiæ indigent. Nam
regulac, quæ in qualibct arte traduntur, ut quoddara opus rccle pcrficiatur,
tutæ, et reclæ csse non possunt, nisi deriventur ex principiis rerum, ad quas
referuntur. Atqui huiusmodi principia non nisi
philosophus cognoscere potest. Ergo non nisi philosophus ingenuis artibus
perfeclissime uti potest. Immo philosophia, etsi longe inferior Theologia
revelata sit l, tamen talibus famulatus officiis erga istam fungitur, ut ipsi
quodammodo necessaria sit. Has famulatus partes s. Thomas exposuit his paucis:
In sacra doctrina philosophia possumus tripliciter uli. Primo ad demonstrandum
ea, quæ sunt præambula Fidei, quæ necessaria sunt in Fidei scientia, ut ea, quæ
naturalibus rationibus de Deo probantur, ut Deum esse, Deum esse unum, et
huiusmodi de Deo, vel de creaturis in philosophia probata, quæ Fides supponit.
Secundo ad notificandum per aliquas similitudines ea, quæ sunt Fidei, sicut
Augustinus in libris de Trinitate utitur multis siroilitudinibus ex doctnms
philosophicis sumtis ad manifestandam Trinitatem. Tertio ad resislendum his,
quæ contra Fidem dicuntur, sive ostendendo esse falsa, sive ostendendo non esse
necessaria. i Potiora capita, quorum gratia Theologia philosophiæ, ceterisque
scientiis humanis antecellit, secundum s. Thomam, hæc sunt. Theo logia humanis
scientiis antecellit primo ob præstantiam sui obiecti, quia ipsa est
principaliter de his, qua sua altitudine rationem transcendunt. Aliæ vero
scientiæ considerant ea taritum, quæ ra tioni subduntur. Secundo, ob effectum,
quem in animis discentium producit, quia aliæ scientiæ certitudinem habent ex
naturali lu mine rationis humanæ, quæ potest errare, hæc autem certitudinem
habet ex lumine Divinæ Scientiæ, quæ decipi non potest. Tertio, ob nobilitatem
finis, ad quem homines ducit, prout practica scientia est; nam finis huius
doctrinæ, in quantum practica, est beatitudo æterna, ad quam, sicut ad ultimum
finem, ordinantur alii fines scientiarum practicarum ; I, q. I, a. 5 c. Hæc
adnotavimus, ut in ipso vestibulo adolescentulos ab errore Rationalistarum
amove remus, qui putantes dogmata Theologiæ non esse aliud, quam præ cipuas
veritates philosophiæ rudium captui accommodatas, philoso phiam ipsi Theologiæ
anteferre non dubitant; unde illam cum Cou sinio (Introd. d Vhist. de
laphilos.; Oeuvr. t. I, p. 10, Bruxelles) fontem omnis lucis, ac auctoritatem
omnium auctoritatum salutant. Super BOEZIO (vedasi) de Trinitate, Prooem. Logica
definiri potest cum AQUINO (vedasi). Scientia, quæ cst directiva ipsius actus
rationis, per quam scilicet homo in ipso actu rationis ordinate, et faciliter,
e( sine errore procedat . Hæc definitio in logicam adquisitam quadrat, quæ
prohe distinguenda est a Jogica, quarn mturalem vocant. Est autem logica
naluralis quædam dispositio animis insita, pcr quam facullatihus ad
cognoscendum destinatis recte utimur. Circa hanc scientiac logicæ definitionem
explicare oportet quinam sit ille actus rationis, in quo eius obiectum
consistit. Porro mens nostra per tres diversas actioncs ad rerum cognitionem
pervenit. Hæ sunt notio, qua mens res simpliciter apprchendit; iudicium, quo
mens aliquam notionem de alia aflirmat, vel negat; ratiocinium, (juo cx duohus
iudiciis alterum eruit, atque ita ex notis ad ignotorum notitiam progreditur.
Huiusmodi actiones ita inler se comparantur, ut prior posteriori contineatur,
eique inserviat; nam iudicium ex notionihus, et ratiocinium ex iudiciis
conflatur. 3. lamvero cx his
nostræ mentis actionihus tcrtia cst proprium ohiectum logicæ. Re quidem vera,
fiuis logicæ est mentem dirigere, ut ipsa in scienliis assequatur verum sine
errore, facilc, et certo ordine. Atqui mens noslra in scientiis assequitur
verum ope ratiociuationis. Ergo linis logicæ est mentcm in ratiocinando
dirigere, ac proinde ratiocinatio est proprium ohicclum logicæ2. Quod si in
logica eliam dc notionihus, et iudiciis tractatur, hæc ad examen revocanlur,
non prout per se, scd prout elemenla ratiocinationis sunt. Etenim ratiocinatio,
ut diximus, ex notionihus, et iudiciis constat; quapropter logicus 1 ln lib. l
Poster., Jcct. I. Hanc ob rationem logica a nonnullis definitur scientia
ratiocinaaonts; ctabipsoD.Thoma, rationalis scicnUa; In lib.l Anal., lcct. I.
perfectam notitiam ratiocinationis acquirere non potest, nisi seorsum
intelligat hæc elementa, ex quibus ipsa conflatur. Diximus autem logicam esse
scientiam, non vero artem, quemadmodum visum est Auctori Artis cogitandi ,
aliisque. Et sane, scientiæ,
ut suo loco dicemus, proprium est colligere naturam, et affectiones rei ex
principiis internis eiusdem. Atqui logica ex principiis, quæ ratiocinationem
constituunt, colligit, quomodo ratiocinationes componendæ sint, ut liceat
progredi ex noto ad ignotum. Ergo Logica est scientia2. 5. Sunt alii
philosophi, qui logicam non esse specialem scientiam, sed cum aliis scientiis
confundendam esse docent. Nimirum ipsi considerant logicam velut instrumentum
scientiarum, quia tractat de ratiocinatione, quæ est instrumenlum, per quod
scientiæ acquiruntur. At isti philosophi a vero aberrant. Et sane, scientiæ, ut
suo loco explicabimus, inter se distinguuntur ratione obiectorum, circa quæ
versantur. Atqui obiectum logicæ ab obiectis reliquarum scientiarum
distinguitur; nam logica modum conficiendi ratiocinationes generatim tradit,
non vero conficit syllogismos, seu ratiocinationes, quarum ope quælibet
scientia circa propriam materiam assequitur verum. Ergo logica a reliquis
scientiis distinguenda est. Ex his perspicitur logicam, etsi agat de
ratiocinalione, qua ceteræ scientiæ utuntur, tamen ipsam potius scientiam
instrumenti scientiarumj, quam instrumenlum scientiarum dicendam esse. 6. Cum
hæc sit logicæ natura, ipsa immane quantum utilitatis in reliquas scientias
confert Etenim, quemadmodum artifex eo perfectiora opera concinnare valet, quo
i Ars cogitandi, p. 1, Lugduni 1703. ^ Hlud vero tacendum non est, logicam,
quemadmodum s. Thomas monuit {Super Boet. De Trin., lect.), ad artem quodammodo
accedere, quippe quod, cum ipsa modos conficiendi enunciationem, syllogismum,
aliasque, quæ ab his oriuntur, et pendent, cogitationis formas, secus ac ceteræ
scientiæ, tradat, quodammodo circa opus versatur. Etiam in ipsis
speculabilibus, alibi ait, est aliquid per modum cuiusdam operis; puta constructio
syllogismi, aut orationis congruæ, aut opus numerandi, vel mensurandi. Et ideo
quicumque ad huiusmodi opera rationis habitus speculatrvi ordinantur, dicuntur
per quamdam similitudinem artes ; la 2, q, LVII, a. 3 ad 3. molius instrumenla
artis suæ novit; ita quisque eo faciJius, et rectius scientias assequitur, quo
penitiorem habet notitiam instrumentorum, quibus illæ utuntur. Atqui logica suppeditat perfectam notitiam huiusmodi
instrumentorum. Ergo Logica ad scientiarum perfectionem magno adiumento est '.
Tractationem huius scientiæ trcs in partes dividemus. In prima de iis, quæ ad
formamt seu structuram ratiocinationis pertinent, agemus ; quare primum
exponemus elementa, quæ syllogismum efticiunt, nempe notiones, et iudicia, sive
enunciaiiones ; deinde investigabimus leges, secundum quas ratiocinatio
conficienda est, ut per illam ignotum ex noto inferri queat. In altera parte
explicabimus quidquid spectat ad diversas species syllogismi ex divcrsitate
materiæt sive enuncialionum, ex quibus conclusio eruitur. Denique in tertia
partc, quæ Melhodologia dicitur, inquiremus, a quibusnam principiis studioso
cuiusque scientiac proficiscendum sit, et quonam ordine in suis
argumcntationibus progrediendum, ut obiectum suæ scienliæ consequi possit. 1
Hanc ob rationem Logica diseiplina disciplinarum a s. Augu stino appellatur; De
Ord.t rrior Logicæ pars, ut innuimus, tres investigaliones complectitur, quarum
una circa notiones, altera circa enunciationem, et tertia circa ratiocinationem
formaliter sumtam versatur. Quapropter ipsam tribus capitibus comprehendemus.
De notionum speciebus, quæ ad Logicam spectant NOTIO – cf. NOTA (Grice) -- est
mentis actus, quo ipsa aliquid simpliciter apprehendit, quin de eo ullam
proprietatem affirmet, aut neget1. Variis modis ipsa accipi potest2, sed in
præsentiarum explicandum dumtaxat nobis est, quid sit notio universalis,
quidque a particulari, atque a singulari differant. 2. Notio universalis ea
esl, quæ exhibet aliquid unum, quod mullis attribui potest; e. g., notio
animalis, homi i Apud recehtes nomen ideæ, aut conceptus etiam habet. At non
satis accurate. Nam idea significat vel exemplar in mente existens, cuius
instar artifex opus conficit {Qq. dispp,, De Ver., q. III, a. 1 c); vel forma
seu species aut imago rei apprehensæ in mente existens, ex qua mens ad rem
cognoscendam determinatur (I, q. XV, a. 1 c). Conceptus autem est ipsum
obiectum apprehensum, prout a mente et in mente exprimitur. Quæ tamen magis
perspicua fient ex dicendis in Dynamilog. Præcipue maior, vel minor perfectio
consideratur, qua mens nostra res sibi obiectas apprehendit. Secundum hanc
rationem notio esse potest clara, vel obscura, prout mens rem percipit vel ita,
ut illam ab aliis quibuslibet distinguat, vel non. Rursus notio clara in
distinctam et confusam dividitur. Confuse aliquid cognoscitur, cum omnium
proprietatum, quæ eius essentiam constituunt, propria notitia non habetur: e
contrario, distincta est notio, quæ proprietates eius essentiam constituentes
singillatim exhibet. Denique notio distincta, qua naturam ipsarum proprietatum
rei cognoscimus, cum totam rem omnimocle exhibeat, dicitur adæguata, secus,
inadæquata. Vid. s. Thom., In lib. 1 Post., lect. nis ctc. Cum notione
universali confundenda non est notio collecliva. Notio collectiva illa vocatur,
quæ exhibet plures res singulares aliquo ordine comprehensas. Huiusmodi est
notio exercitus, quæ pluribus hominibus belli socns convenit. Iam notio
collectiva ab universali differt 1 quia universalis atlribuitur omnibus rebus
sin^ulanbus, quac ad aliquod genus, vel ad aliquam speciem pertinent ;
collectiva autem pluribus, sed non omnibus; l quia illa unicuique rei singulari
seorsum sumtæ convenit ; hæc vero nonnisi omnibus simul sumlis tribui potest.
E. g., de unoquoque homine dici potest esse hominern, sed non item de unoquoque
milite esse exercitum. d. Nolio autem smgularis est ea, quæ repræsentat aliquod
individuum. Jam individuum est id, quod ex proprielatibus ita determinatis
constat, ut hæ omnes eædem alu convenire non possint , puta Socrates. 4. Noho
universalis dicitur abstracta, quia mens apprelicndit ahquid commune multis
rebus ex co quod illud cons.dcrat seiunctim a proprielalibus, ex quibus in
ipsis rebus deteraunatur. E. g., nolio hominis repræsentat humanitatem absquc
proprielatibus, quibus hacc in Socrate, naione elc. determmatur. E contrario,
notio singularis Ucitur concreta, quia ipsa exhihct rem, prout in se
deterV,l>i existit; pata notio Socralis denotat humnnitatem 'omunctam cum
omnibus proprietatibus, quihus hæc deerminatur m Sucrate., -> Denique
particularis aliqua notio dicitur, prout reertur ad universale, cui subiieitur,
quia notio consideala, prout alicui universali subiicitur, deootat ipsum
uniersale non universe, sed ex parte. Ouocirca particularis st lum notio, e. g., aliquorum
hominum relata ad nol0?em homxms, tum notio hominis relata ad notionem ntmalis.
j). Ex nolionihus universalibus aliæ ad aliqua genera ei ahquas species rerum
referuntur, puta uotiones ontWxtatis, et humanitatis, aliæ, quæ dicunlur
supremæ, ei generahssimæ, referuntur ad illud, quod diversis irenemis rerum est
commune, cuiusmodi est nolio substan di V.e/uit individuum ' '• in plura talia,
qaale ipsmn est, ditiæ. Iara dumtaxat notiones universales supremæ ad Logicam
spectant. Etenim Logica non est sc.cntia huius, vel illius generis rerum, sed
est scientia, quæ tradit modum generalem, quo scientia cuiuslibet gener.s
rerura acqu.ri potest; quanropter ipsa exphcare non debet not.ones, quæ
Swersaruni scientiarum obiecta sunt, sed dumtaxat notiones, ad quas diversæ notiones
d.versorum obiectorum scientiarum revocanlur. Atqui humsmodi notiones, aa nnas
notiones pertinentes a"d diversas scienUas revocanSr, illæ sunt, quæ
supremæ dicuntur. Ergo dumtaxat notiones supremæ ad Logicam spectant. •j^.-j 7.
Advertendum aulem%st in Log.ca non cons.derar. notiones supremas, prout
repræsentant has, aut illas res, sed prout habent ordinem cum alus nof.on.bus,
hoc est, nrout attribui possunt aliis notiombus, quas s.bi sub.ectTs habent.
E.Pg., Logicus tractat de not.one J non ut consideret res, ad quas hæc
referlur, sed ut co gnoscat modura, quo illa notio alns noUorabus attrlbu Ltest
. Exinde fit, ut notiones supremæ, prout consuleLntur in Logica, appellentur
categoriæ, teH nam attribulre aliquid ahcui in Schohs dicitur prædi CCLTB • 8.'
Sed advertendum præterea est log.cum ; non posse cognoscere, quomodo notiones
supremæ de aliis ^Wn bu"s prædicentur, nisi iam cognoscat coramunes modos
quibus aliquid de aliquo præd.car. potest. N .tiones, qua. exhibent communes
prædicand. modos, "™ca?™^ f tegoremata, seu prædicabiha. Quarc tractation.
de præ dicamentis tractatio de præd.cab.l.bus præm.ttatur ne cesse est. Itaque
notiones, circa quas Log.ca præp.pu versatur, sunt prædicabilia, et
prædicamenta. t Hanc ob rationem notiones, prout considerantur in Logica a,
pellantur secundæ. Ad quam rem scicndumcstnot.onesd.nd.inpr mas, elsecundæ.
Notio prima est not.o rei specUMe n se e. g notio homims, prout hæc ipsum esse
hom.n. repra es ta t. Not .o s cunda cst notio rei non spectatæ m se, sed
relate d ™od ab intelleeto cognoscitur, puta notio hormms, prout horno cog.tat
velut quædam species, ad quam Plato, Socrates et ah. reIerunW Vocantur secundæ,
quia notiones primas lam formatas expostula. Definiuntur notiones, quæ
prædicabilia dicuntur 9. Prædicabilia, ut diximus, sunt illac notiones
universales, quæ exhibcnt communes modos, quibus aliquid de aliquo enunciari
potest. Hæ notiones sunt
quinque, nempe genus, differentia specifica, species, proprium et accidens. 10.
Species est notio universalis, quæ de pluribus individuis secundum essentiam
completam prædicalur. E. g., homo de Socrale, de Piatone, aliisque singulis
hominibus prædicatur, ct denotat eorum essentiam non inchoatam, et imperfectam,
scd determinatam. et perfectam. 11. Gcnus est notio universalis, quæ de
pluribus speciebus sccundum cssentiam incomplctam prædicatur. E. g., animal de
hominc, de equo, aliisque animalium speciebus prædicatur, et eorum essentiam
non quidem determinatam, et perfectam, sed inchoatam, atque imperfectam
denotat. DIFFERENTIA SPECIFICA est illa notio
universalis, quæ repræsentat qualis sit essentia rei ; nempe per differentiam
essentia rei non indeterminatc, uti per gcnus, exhibetur, sed qualis ipsa sit,
dcterminatur. Huiusmodi est esse ratione præditum. Ita interroganli, quid sit
homo, primo rcspondetur esse animal, dcinde pergenti interrogare, quale animal
sit, respondetur esse ratione præditum. Dicitur autem dilTcrcntia specifica,
quia pcr ipsam u na spccics ab altera differt. Q13. Iamvero proprietatcs
diflerentiæ specificæ hæ sunt: 1 Ipsa dividit genus in plures spccies, seu
istud aptum reddit ad plurcs species efliciendas. E. g., sine illa differentia,
quac dicilur ratio, animal, in rationale ct irrationale dividi non possct. 2°
Differentia actu addita generi ipsum dcterminat. E. g., animal, quatenus genus
est, hominem, atque belluam indeterminate significat ; at cum antmah ratio
adiicitur, inde nalura hominis dumtaxat significatur. 3 Differentia cx hoc
ipso, quod dclcrminat genus, ahquam dctcrminatam specicm constituit. E. •
species homo constituitur ex ratione addita generi animalis'. Uuapropter
spccics cx gcnere, et diffci;entia constare EssenHa ut suo Ioco dicemus,
significat id, quo res est, atque a cetcns rebus distinguitur. dicitur, seu
essentia uniuscuiusque speciei est ipsa essentia generis curn detenninatione,
quara habet per differentiam. 14. Proprium est notio universalis, quæ de
pluribus rebus singularibus prædicatur, et denotat illam qualitatem > quæ
est extra essentiam rei, sed tamen necessario illi advenil. Huiusmodi est esse
risibile in homine '. 15. Denique accidens est notio universalis,' quæ de
pluribus rebus singularibus prædicatur, et denotat illam qualitatem, quæ non
solum extra essentiam rei est, sed etiam contingenter ab ea fluit, ita ut sive
de re affirmetur, sive negetur, essentia rei non destruatur. Huiusmodi est esse
philosophum in homine2. 16. Itaque notiones universales, per quas, veluti per
quasdam notas, cognoscimus quomodo aliquid de aliquo prædicari potest,
repræsenlant vel proprietates, quæ essentiam rei constituunt, et sunt genus,
species, et differentia; vel proprietates, quæ essentiam rei non ingrediuntur,
sed ab ea promanant, et sunt proprium, et accidens. Inter genus, speciem, et
differentiam hoc extat discrimen, quod species lotam essentiam complectitur,
genus autem, et differentia partem eius tanlum exprimunt, et quidem genus
exprimit partem communiorem, et universaliorem, qua res ipsa cum aliis
convenit; differentia autem partem minus communem, per quam res ab aliis
omnibus distinguitur. Inter proprium autem, et accidens discrimen est, quod
illud cura essentia necessario coniungitur, hoc vero essentiæ contingenter
advenit 3. Hoc proprium, cum necessario consequatur essentiam rei, dicitur
convenire omni speciei, hoc est omnibus individuis, quæ ad illam speciem
pertinent, soli, et semper. Quocirca distinguitur tum a proprio, quod soli
speciei inest, sed non omni, ut in homine Geometram esse, tum ab illo, quod
omni quidem speciei inest, sed non soli, ut bipedem esse, tum denique ab illo, quod
omni et soli inest, sed non semper, ut canescere. 2 Sunt aliquæ qualitates,
quæ, etsi actu a subiecto separari nequeant, tamen inter accidentia numerantur.
Huiusmodi est nigredo in corvo. Cum enim hæ qualitates ab essentia rei
contingenter promanent, intellectus potest illas qualitates negare, quin
essentia rei destruatur. Hinc hæ qualitates actu quidem inseparabiles, sed
cogitatione separabiles a subiecto sunt. ;} Adnotandum est nomen accidentis
etiam proprio attribui posse. De gcnerum et specierum distinctione. Differenliæ, ut
diximus, determinant genus. Hinc, prout plures, vel pauciores differentiæ
adduntur generi' ipsum magis, ve! minus determinatur. Pula, si generi'
substantia, quod indifferens est ad substanliam sive corpoream, sive
incorpoream signiftcandam, differentia corporis addatur, ipsum coarctatur ad
genus substantiæ corporeæ. Præterea genus substantiæ corporeæ amplectitur lum
corpora viventia, tum corpora non viventia ; at si diffcrentia viventis ipsi
addatur, cfficitur genus substantiæ viventis. Item substantia vivens, quæ
ampleclitur tum viventia sensu prædila, nempe animalia, tum sensu carentia,
ncmpe vcgetabilia, per differentiam sensus ad genus animal dctcrminatur.
Denique genus animal, in quo species hominis, et belluæ continentur, per differenliam
rationis spcciem hominis dumtaxat repræsentat. Exinde orilur distinctio
gencrum, et specierum in suprema, media, atque infima. Gcnus supremum est
illud, quod omnibus pracest, et nulli alii generi subiicitur. Genera mcdia sunt illa, quæ subiiciuntur superiori,
et simul præsunt inferioribus. Denique genus infimum est illud, quod nullt generi, sed
solis speciebus præcst. Ita in allato excmplo subslantiu est genus supremum;
animal vero est genus mlimum; (I(mikjuc corpus, ct vivcns sunt genera intermedia.
quia mtcr supremum, et inlimum intercedunt. 18. Genus supremum numquam
efficitur species, quia nul h subiicitur; sed genus medium, ct infimum sunt
simul genus, si comparentur cum speciebus sibi subiectis, et species, si ad
genus superius rcferantur. E. g.,corpus respectu substantiæ est species, et
respectu viventis est genus, (jiua corpus potest esse vivens, aut non vivens.
Item ammal relatum ad vivens est species; rclatum autem ao uctluam et honuncm
est genus. 19. Ad bæc genus dicitur proximum, si refertur ad species, quæ sub
eo immediate ponuntur, et rcmotum, si reiertur ad species mediate, hoc est, per
alias species. qnatenus proprium significat aliquid, quod advcnit essentiæ rci.
(Juia vero propnum necessario advenil csscntiac rei ita dicitur æcidens
speciei, et hoc modo distingnitnr ab accidente, qaod cst quintum pracdicabilc,
quodque accidcns individm appellatur. Ita genus proximum hominis, et belluæ est
animal, quia homo, et bellua animali immediate subiiciuntur: remotum vero
vivens, quia homo, et bellua vivenli mediate subn ciuntur. 20. Quod attinet ad
species, suprema est, quæ supra se aliam speciem non habet, ut corpus ; media
aulem, quæ tam supra se, quam infra se habet aliam speciem, ut animal; infima
denique, quæ sub se non habet ullam speciem, scd tantummodo res singulares,
Quocirca species infima eiusmodi est, ut numquam sit genus. Art# iv. De
nolionuua coraplexione, et arabilu 21 In qualibet notione invenitur quidam
complexus, et nuidam ambitus. Complexus consistit in iis elementis, ex quibus
notio efficitur. E. g., in notione homims complexus consislit in eo, quod homo
est substantia vita, sensu et ratione prædita. Ambitus est numerus subiectorum,
ad'quæ notio porrigitur1. Iam complexus, et ambitus sunt in ratione inversa,
nempe, quo maior est alicuius notionis complexus, eo minor est ambitus; et quo
maior est ambitus, eo minor est complexus. E. g., complexus hominis maior est,
quam animalis, qu.a ln ammah non continetur ratio, sed minor est ambitus, quia
homo dumtaxat ad animalia ratione prædita, animal vero ad homines, et ad
belluas porrigitur. 2 2. Ex quibus facile est hæc colligere: 1 In sene
universalium genus supremum habet maximum ambitum, sed minimum complexum; e
contrario, species infinia minimum ambitum, et maximum complexum continet. 2 Uuidquid in notione superiori continetur, m notione
intenon etiam invenitur, sed non vicissim, quia m notione superiori minor, et
in notione inferiori maior est complexus. E i? quidquid in genere animalis
contmetur, mvenitur etiam' in homine, et quidquid invenitur in homme, cuilibet
individuo homini etiam inest; sed non omnia, quæ sunt in homine, sunt etiam in
animali, neque quidquid est in bo-. crate, est etiam in homine. Quocirca a
gencre ad speciem, atque a specie ad individua, sed non item ab mdividuo ad
speciem, atque a specie ad genus concludi potest. i Cartesiani, et Woltiani pro
complexu comprehensionem, et pro ambitu extensionem dixerunt. Quinara sint
terraini univoci, æquivoci, et analogi, explicatur 23. Mos in Scholis est ante
tractationem prædicamentorum quædam explicandi, quorum cognilio ad illorum
cognitionem valde conferl,quæque idcirco Ante-prædicamenta vocanlur. Ex his ea,
quæ ad terminos univocos, æquivocos, et analogos spectant, præsertim nola esse
volumus. 24. Univocum dicitur illud nomen, quod plurihus communiter
altrihuitur, secundum eamdem suam significationem. Huinsmodi est nomen animal, quod
homini, et hruto convcnit. Æquivocum est illud nomen, quod de plurihus secundum
diversam significationem cnunciatur; e. g., canis, quo et canis terrestris, et
canis marinus denolantur. Iam
nomina æquivoca in duo genera distinguuntur, nempe vel sunt pure æquivoca, vel
analoga. Nomen pure æquivocum dicilur illud, quod plurihus atlrihuitur, quin
sit in eis aliquod fundamentum, per quod illud nomen commune sortiuntur.
Huiusmodi est nomen canis, cum animali, et sideri trihuitur. Analogum autem
appellatur illud nomcn, quod datur plurihus, quia in eis est aliqua ratio, ex
qua illud communc nomen accipiunt. Huiusmodi est nomen sanitas, quod cum corpori,
tum medicinac, tum pulsui trihuitur oh ordincm, quem ad sanitalem hahent;
corpus enim dicitur sanum, quia sanitas ei, tamquam suhiecto, inhæret, medicina
dicitur sana, quia in causa est, cur corpus sit sanum, et pulsus vocatur sanus,
quia corpus esse sanum patefacit. 25. Ratio, oh quam horum terminorum
explicatio hic redditur, ea est, ut inlelligatur 1° quamlihet caleroriæ specicm
prædieari univoce de iis, quæ sihi suhiiciuntur; e. g., suhstomtia tum
suhslantiæ incorporeæ, lum corporeæ eadem ratione allrihuilur, utraque enim,
quatenus suhstanlia esl, aliquid significat, quod hahet csse non in aho ; 2°
cns dc singulis categoriis prædicari analoge; siquidem unaquælihet earum, ut
infra dicemus, peeuliarem modum entis significat •: Ita nomine suhstantiæ exprimitur
quidam spccialis modus esscndi, scilicet per se ens 2'; ^ Ua de aliis generihus
; 3° ens ipsum comparatum ad J Cf S. Thom., In Ub. I Sent., Dist. XXII, q. I,
a. 3 ad 2. b rationem quantitas continua dicitur dimensiva. lam, ctsi hæ tres
dimensiones simul iunclæ in corpore semper existant, tamen licot nobis cogitare
longitudinem sine hitituaine, et profunditate, atque longitudinem ct
latitudinem smc protunditate. Longitudo sinc latitudine, et profunditate est ea
guantitas, uuæ dicitur linea; longitudo autem, et latitudo sme prolundilatc
efficiunt illam quantitatem, quæ Nocatur superfictesi quanlitas vero, quæ
longitudinem, lantudinem et profunditalem habet, rrancupatur corpus .
'''"'ft nomi,u> M intelligitur non corpus physicum, oempe prai est
substant.a composita ei materia ei forma, æ proinde qaod ">n soiam
quantitate, sed etiam qualitatibus sensUibas esl præditam seacorpus
mathematicum, quod est guantum præcise samtam, hoc Quantitas ob tres
dimensiones, quas in ea esse vidimus, non nisi subsiantiæ corporeæ, quæ ex
partibus contlatur,propria est.At sensu translato tribui potest etiam
substantiis spiritualibus, quæ sunt expertes partium; et prout ipsis
tribuitur,non dicitur dimensiva, sed virtuahs, quia denotat aliquam illarum
perfectionum, quæ ad earum vel naturam, vel esse, vel durationem, vel vim
agendi pertinent. RELATIO in universum sumta illud proprie denotat, per quod
unum ad aliud quemdam ordinem habet. Quare in relatione tria distinguuntur,
scilicet subiectum, nempe illud, quod habet ordinem ad aliud; termxnus, seu
lllud, ad quod subiectum habet ordinem, et fundamentum, seu princinium, cuius
ratione subiectum ad terminum comparatur. Ita si cycnus similis columbæ propter
albedinem dicatur, cycnus erit subiectum, columba terminus, albedo autem fundamentum
huius relationis. Subiectum, et terminus vocantur etiam extrema. . 36. Relatio
autem esse potest ve\propne, et strxcte realis, vel loqica, vel mixta. Relatio
realis est ea, quam intellectus deprehendit inter res vere existentes, quæ
naturalem ordinem habent ad invicem. Huiusmodi, e. g., est re atio, quæ inter patrem, et
filium intercedit. Hæc relatio vocatur mutua, quia eius fundamentum m ambobus
extremis realiter existit. Puta, mutua est relatio, quæ inter patrem, et filium
intercedit, quia pater ad nlium, et tilius ad patrem ordinem naturalem habet.
37. Relatio autem logica exurgit ex eo, quod intellectus ordinem ponit inter
suos conceptus, atque ita unum ad alterum refert. Quocirca est ea, qua aliquid
ad aliud refertur, non secundum rationem existendi, sed secundum rationem
intelligendi 4. E. g., intellectus, si comparat conceptum lapidis, quem actu in
se considerat, cum conceptu lapidis, quem antea sibi confecit, et unum esse
eumdem cum alio advertit, relationem identitatis inter utrumque ponit. 38 Denique
relatio dicitur mixta, quoties ordo mter eiusextremahuiusmodi est, ut in uno
eorum fundamen est, quantum, in quo dimensiones quantitatis a natura et
essentil cor'poris, atque a qualitatibus sensilibus seiunctæ mtelliguntur. i S.
Bonav., /n lib. I Sent., Dist. XXVIII, dub. tum sit naturale, in altcro autem
ab intellectu ponatur Hæc relationis species dicitur etiam non mutua, quia iii
ea unum extremorum dumtaxat ordinem ad aliud reipsa habet. Id genus est relatio
creationis, quæ intercedit inter Deum, et res ab Eo creatas; nam relatio
crealionis in rebus creat.s realiter invenitur, quia ipsæ, quidquid sunt a Deo
per actum creationis accipiunt; in Deo autem invenitur tantum secundum
rationem, quia Deus a rebus creatis nullo modo perficitur. 39. Termini, seu
extrema relationis mutuæ sunt simul nalura; siquidem non potest eorum unus
poni, quin et alter ponatur, ncc unus tolli, quin et alter tollatur! E g est
qui dicitur pater, oportet etiam esse, qui dicatur fiIius; et s. esl, qui
dicitur filius, necesse est patrem aliquem esse; pariterque, si pater non est,
non erit filius, et si non est filius, nec erit patcr. Hoc autem intelliffendum
est de esse ipsarum relationum, quæ in subiectis sunt, non vero de esse
subiectorum, in quibus sunt relationes E. g., esse patris, et esse filii, prout
homines sunt, non sunl simul natura. 40. Rursus termini relationis mutuæ, si
spectentur prout sunt relati, sunt simul cognitione, quippe quod conceptus
unius conccptum alterius, et vicissim, expostulat fc. g., pater jntelligi non
potest, quatenus est pater, nisi et falius simul mtelligatur. Quod si
spectentur non prout sunt quædam res rclatæ, sed prout simpliciter sunt quæaam
ros, cognitio unius non expostulat cognitionem alterius. l g., s. Petrus, pater
Pauli, specletur non prout pater est, sed prout bomo est, potest intelligi, qu
n simul mtelligatur Paulus. 6 H 41. In relatione autem non mutua termini non
sunt simul naura nam illud extremum, in quo fundamenlum Donitnr k • f i1.
n?quit ?ine Ill in fIU() ^ndamentum pon.lin ab mtellectu, sed non vicissim. E.
g., existentia S^Snto^nU™.hab?S ne quæinmundosunt, mentem nostram V
]n),U'qn,,,n Dei; Sed conceP^ Dei nos baud Ki s s L ?oncePtum rerum, quæ in
mundo sunt, quia I ionis o,S. °X,S,,MT P°te,st At ™r°> >j terminiV 10"
mutue> Pwut relali sunt, spectentur, simul '"" sil poni scientiam,
tamen non po^u.d JHffarK1 eM cXrfef sqec m SK^ '? : "erum^creatarum, tLen
Deus -teih^uou potest, tamquam creator, msi ad res extra se reie.atur. IX. De
qualitate 42. (Mto est accidens quod per se induc in^substantiam, spec.aleu,
moduu essenj' e. ^ ^, tiam ?W W^^^IXa.V indcerein ahus modi subsidio moalc^
", reddunt non per ^SnonK^ ex eo quod partes, quas minatur, ut bene yel
™le ^ ^ DoperanduID. E. g., sa ant SgL-t. ^ocatur habitus s. e.usmod. e t „t d
.ffi sksekw sa e., bPS0SrnifqnSSrspecieS afficit ^J^Jg" qna substantia
pollet, atque cons.stit in P™cl,v ale/ J Xecilli.ate, quæ ipsi inest ad
æ"d™ VliuTee1 obiectnm snnt, et ad res.ste ndum ., quæ II, us ex tationem
impedire possunt. • Proclw.ta, vocatur po imbecillitas autem impotenlia. E. g.,
N>cr al es P" V mTm potenliæ naturaliter comparatus erat ad ph.losoph.a
morum addiscendam. Tertia qualitatis species est illud accidens, quod in
substantia transmutationera sensibilem producit, vel a transmutatione sensibili
producitur. Huiusmodi est metus, qui statum hominis perturbat, vel pallor, qui
ex metu efficitur in vultu hominis. Hæc tertia qualilatis species vocalur
passio, si est levis, et fugax, e. g., pallor, qui ex metu ^ignitur; vocatur
nutem passibilis qualitas, si est constans, E?t diuturna, e. g., pallor ex
longa ægritudine ortus. 46. Denique quarta qualitatis species dicitur illud
acciJens, quod rcsultat ex dispositione partium quantitatis. Hacc postrema
species qualitatis vocatur figura, prout deaotal id, quod claudit quanlitatem,
vel forma, prout denotat id, quo una quantitas ab alia discriminatur. X. Dc definitione, et divisione 47. Definitio est
oratio, quæ quasi involutum evolvit id, ie quo quæritur1. Duplicis autcm cst
generis, nominis lempe, et rei. Definitio nominis ea est, quæ explicat, quid
icr aliquod nomen significetur; puta, cura aliqua vox ex)lanatur per dictiones,
a quibus oritur, seu per eius etynologiam ; vel cum disputantes patefaciunt,
quo sensu oces usurpare velint 3. Definitio aulem rei ea est, quæ issentiam rei
per aliquam vocem significatæ delerminat; [uare ipsa conficitur, cum
proprietates, quæ essentiam ei exhibent, recensentur, e. g., cum homo
definitur, aumal ratione præditum; vcl cum assignantur causæ inernæ, scilicet
maierialis, et formalis, quæ rem constiuunt, e. g., cum homo definitur,
substantia constans ex orporc, et anima rationali 4. 1 De his hoc loco agimns,
quatenus ad notionum perfectionem iol>is comparandam ipsæ inserviunt. Cic, Topie., c. 2. Dc
dcfinitione cf Alb. M., Topic, lib. VI, r. 1, c. 1, et passiin. 3 Qq>
dispp., De Per., q. II, a. 1 ad 9. 4 Definitiones a descriptionibus
distinguendæ sunt. Etenini in his on solum proprietates recensentnr, quæ
essentiam rei constituunt, ''ii etiam illæ, quæ ab essentia necessario, vcl
contingenter fluunt. • J., descriptio lit hominis, cum dicitur esse animal
providum, sa"r, multiplex, acutum, plenum rationis ct consilii. Item, non
defiitur, sed potius describitur res aliqua, cum eius causæ eiternat, empe
efficiens, exemplaris, el finalis, assignantur; puta si dicatur: romo cst a Deo
in sui similitudinem creatus propter beatitudinem. LOGICÆ 48. Ut definitiones
rite conficiantur, hæc observanda sunt : 1° Definitio debet neque pauciores,
neque plures notas enumerare, quam quæ necessariæ sunt ad rem definitam ab
omnibus aliis discernendam. Perperam faceret, e. g., qui hominem animal bipes,
vel, animal bipes ratione præditum definiret . 2° In definitione genus
proximum, et differentia specifica adhibeantur oportet: hoc enim pacto tota rei
natura quam brevissime exhibetur, atque a ceteris omnibus secernitur. Ideo
autem genus proximum, non vero remotum adhibendum est, quia genus remotum non
complectitur omnia, quæ generis inferioris notione continentur 2; ac proinde si
definilio fiat per genus superius, aliqua, quæ spectant ad genus proximum,
differentiam ingrediuntur. Ita, si triangulum rectiangulum definiatur per
figuram planam tribus lineis circumscriptam, cuius unus angulus est rectus, non
apparet, utrum ternarius numerus laterum spectet ad genus, an ad differentiam.
At si definiatur per triangulum, cuius unus angulus est rectus, luculenter
cognoscitur ternarium numerum laterum esse omnibus triangulorum speciebus
communem, et differentiam trianguh rectianguli in eo positam esse, quod
angulorum unum rectum habeat. 3°
Oportet ut definilio sit clara, nempe fiat per notiora, quam res definita,
siquidem ignotum per ignotum manifestari nequit. Atque ob eamdem rationem
docent Logici, cavendum esse a definitione in orbem, quam circulum vitiosum
appellant, scilicet quando in definienda ahqua re adhibetur vocabulum, in cuius
definilione occurnl illud ipsum, quod priori definitione explicandum erat. Hoc
vitium peccaret, si quis diceret, horam esse vicesi; mam quartam partem diei,
diem autem tempus vigmti qualuor horarum 3. i Id s. Thomas docuit, cum inquit
oportere, ut definitio denote aliquam formam de re, quæ per omnia ipsi
respondet. Hinc lntelli gis cur Logici doceant, definitionem, si recta sit, cum
re defimta re ciprocari. Revera æque dici potest: Quisquis est homo, est ammc
ratione præditum, et, Quidquid est animal ratione præditum, ei homo. Vid. s.
Aug., De quantitate animæ, c. 25. 2 Cf p. 13. s Hæc autem regula in relatis
locum non habet, siquidem natui cuiusque relati a natura termini, ad quem
refertur, efficitur. Deiinitio verbis neganlibus fieri nequit, quippe quod ipsa
non (am quid res non sil, quam quid res sit, cxplicare dcbet '. 49. Divisio
autem est totius in partes distribulio. Totum, quod in partcs dividitur,
divisum audit, et partes, in quas tolum dividitur, membra dividentia dicuntur.
Si qua divisionis pars complexa sit, suasquc in partcs et ipsa solvalur,
subdivisio existil. Denique plures divisiones eiusdcm rei, quæ diversis modis
consideratur, condivisiones a logicis dici solent. 50. Totum, quod dividitur,
triplicis generis csl, nempc intcgrale, universale, et potcntiale 2. Tolum
intcgrak iilud est, quod ex partibus coalescit, quac re ipsa ab se invicem
abscindi possunt, cuiusmodi est domus, quac ex fundamcnto, pariele, tecto
exurgit 3. Totum vero universale illud audit, cui partes, lamquam species,
subiiciuntur, veluti animal, quod in hominem, et belluam dividitur. Denique
totum potentialc nominatur illud, cui plures potentiæ, seu facullates inter sc
distinclæ insunt, vcluti anima humana, quæ, ctsi una el simplex sit, tamen in
intellectivam, sensitivam et vegetativam dividi solet. 51. Regulac reclæ
divisionis sunt præcipuac tres. Prima vetat, quin divisio fiat in partcs
pauciorcs, aut plurcs, quam oporlcl, quia partes tolum æquare debent. Contr.i
hanc rcgulam pcccaret lam qui angulum in reclilineum, ct curvilincum, quam qui
lincam in rectam, curvam, et mixtam divideret. Secunda præcipit, ut pars una allam non includal;
sccus enim eadcm pars bis sumeretur. E. m quo ipsa proprietas significatur. E. g., idcm esl
cere, convalescit, ac est convalescens. Unde verbum esse mncupan solet
primitivum. 1 I, l UI, a. 4 ad 2. Iam verbum in
enunciatione modi indicativi, et temporis præsentis sit oportet. Et primo,
verbum modi indicativi esse oportere probalur hoc brevi argumento : Enunciatio
est oratio indicativa, quia verum, aut ialsum significat. Atqui enunciatio
sumit ex verbo vim sigmncandi verum, aut falsum. Ergo verbum in enunciatione
non nisi modi indicativi esse potest. Secundo, verbum esse oportere temporis
præsentis evincitur hoc aho argumento: Verbum in enunciatione significat actum
intellectus, quo aliquam proprietatem cum subieclo coniungit, aut ab illo
separat. Atqui huiusmodi actus m tempore præsenti efficitur. Ergo verbum in
enunciatione tempons præsentis esse debet. Quod si multæ enunciationes
occurrunt, in quibus præteritum, vel futurum tempus adnibetur, præteritum, et
futurum non referuntur ad verbum, sive ad copulam, sed ad statum, in quo
subiectum repræsentatur fuisse, vel futurum. E. g., si dicatur, lapis \uxt,
vel erit calidus, perinde est, ac si diceremus: lapis, quem nunc cogitamus, is
est, qui fuit, vel erit cahdus. II. De nominis, et verbi natura 58. Duo, ut
diximus, sunt elemenla enuncialionis logice spectalæ, scilicet nomen, et
verbum. Horum natura hic exp plicanda nobis est. . Grammatici definiunt nomen,
icl quocl substantiam, aut qualilatem rei significat. Secundum Logicos autem
nomen est vox simplex, ad aliquid sine varietate lempons sigmjicandum
instituta. Quarum definitionum differentia ex eo oritur, quod grammaticus
considerat voces, non prout denotant conceptiones intellectus, sed prout
denotant ipsas res; logicus autem considerat voces, prout signihcant non ipsas
res, sed conceptiones intellectus. 59. lam nomen logice spectatum dicitur vox
ad aliquid significandum instituta, sive adhibita ad aliquem conceptum
intellectus denotandum ; nam nomen est una ex præcipuis partibus orationis, quæ
ad conceptiones mtellectus patefaciendas spectat . Præterea nomen dicitur vo5 simplex,
quia destinatur ad significandum conceptun i Oratio, secundum Aristotelem (De
Interpr., c. 4, § 1), aliqui significat ex consensu. unius rei, illius nempe,
de qua aliquid enuntiatur. Denique dicitur nomine aliquid significari sive
varietate temporis. Re quidem vera lempus, ut suo loco explicabimus, sine
mutatione prioris et posterioris inlelligi nequit, ac promde illud, quod cum
tempore significatur, tamquam ahquid fixum et permanens significari non potest.
Atqui nomen, cum significet subiectum, aliquid tamquam fixum, et permanens
significat. Ergo nomen est vox, quæ aliquid sine lempore significat 2. 60.
Nomen ex eo, quod significat aliquid sine tempore, a verbo differt. Etenim
verbum non solum rem, sed etiam tempus, m quo res existit, significat. Quocirca
verbum definitur: vox simplex, quæ id, quod significat, cum aliqua differentia
temporis significat. E. g., vox valetudo est nomen, quia quidquam aliud, præter
valetudinem, non significat; contra, vox valet est verbum, quia non modo
valetudinem, sed etiam tempus, quo valetudo alicui mest, significat. 61.
Nonnulli Philosophi, inter quos Galluppius 3, contendunt, essentiam verbi in eo
positam esse, quod aliquid affirmat. Ast hæc sententia falsa esse ex eo
perspicitur, quod affirmatio, cum significet aliquid alicui inesse, non ex solo
verbo, sed cx verbo, et nomine efficitur; siquidem lpsa expostulat illud, quod
affirmatur, ncmpe verbum, alque lllud, de quo aliquid affirmatur, nempe nomen.
Alii autem opinantur verbum a nomine discriminari ex eo quod actionem, et
passionem significat. At hæc etiam sententia reiicienda est. Etenim est quidem
proprium verbi, quatenus ad subiectum refertur, significare aliquid pcr modum
actionis et passionis, siquidem verbo significatur proprietalem aliquam
subiecto inesse, vol quia ipsum subiectum illam in se producit, vel quia ab
aliqua causa in subiecto producitur; e. g., in hac enuncialione tetrus amat
Paulum, amor de Petro pracdicatur, quia, VOX. stimPlex distinguitnp a voce
complexa, quæ plures conceptus mter se colligatos significat, e. g., homo
iustus. Advertito lllis etiam nominihus, quæ nomina temporis dicun X^ l>ora,
(ies, mensis, aliquid sine tempore significaH; si pnuu Vt ten^ms tCmPUS' Pr°Ut
CSt qUaCdam rCS' non ™ 5 Lezz., lez. XLH,
t. I, p. 222, Napoli in ipso producitur per principium sibi naturaliter
insitum, in hac altera enunciatione, paries est albus, albedo de pariete
enunciatur, quia ab aliqua causa extenori in pariete producitur . At vero non
est propr.um verbi siJrnificare ipsam actionem, aut passionem, actio enim, et
passio per se, seu, ut s. Thomas inquil, in abstracto sicut quædam res\
significantur per nomina, ut cum dicitur, actio, passio, cursus, amor etc. ^RT
UI. De diversis speciebus enanciationum ex parle forraæ 63 Enunciationis
divisio ex duplici capite repetenda est scilicet a materia, sive ah elementis,
ex quibus jpsa constat, atque a forma, sive a modo, quo hæc elementa concurrunt
ad efficiendam enunciationem . 64 Si forraæ ratio habeatur, spectan m prirais
potest ipsa convenientia, vel discrepantia attributi cum sub.ecto, atque inde
oritur divisio enuncialionis m affirmantem, atque neqantem 4. Enunciatio
affirmans ea est, quæ ahquid alicui inesse significat, e. g., homo est raiione
præditus, negans autem, quæ significat aliquid alicui non inesse, e z, bellua
non est ralione prædita. 6d Ab enunciationibus tum affirmantibus, tum
negantibus distineuendæ sunt illæ, quæ infinitæ appellantur. Huiusmodi
enunciationes illæ sunt, in quibus quodcumque aliud subiecto tribuitur, quam
quod significatur præcticato E. g., brutum est non homo. Vocanlur intinitæ,
quia in eis aliquid indeterminatum subiecto tribuitur. "T^oc secus ac
sensit Arnaldus (Grammaire gentrale, et raison \ n6e, parl 2, c. 8), locura
quoque habet in ^ y^"U^. ' a grammaticis dicuntur. E. g., in hac
en7unc^at,0°e;rft7^u^. mit, in qua verbum neutrum invemtur, dormire Socrati per
quam dam actionem inhærere intelligitur, quia ex aliquo pnncipio, quod est in
Socrate, efficitur, ut ipse dormiat. 2 In lib. I Perhierm., lect. IV. 5 De enunciationis
veritale et falsitate, quippe quæ non : speeta ad ea, e quibus enunciatio
constituttur, sed po us cogmno nem, quæ per ipsam eihibetur, prout nempe illa
eonsentaneo est naturæ rei eognitæ, aut ab hæ dissentit, opportun.or. loeo m
Criteriologia sermonem habebunus. •„„:_ „„rtinet Hæc divisio ad qualitatem
essent.alem enunc.at .onis Pe^nrt, quia essentia enunciationis in coniunctione
præd.cat. cum subie cto, aut separatione unius ab altero consist.t. Iamvcro
enunciatio infinita differt aJb affirmante, quia affirmans denotat aliquid
determinatum inesse subiecto, sed infinita significat aliquid indeterminatum
subiecto inesse. Præterea, diffcrt a negante, quia negans significal aliquid
determinatum non inesse subiecto, infinita autem dum significat aliquid
determinatum in subiecto non inesse, simul significat ei aliquid indeterminatum
inesse, atque ideo in ea negatio e copula verbaii, nempe ex verbo est,
transfertur ad vocem, quæ rem prædicatam significat. At si enunciatio infinita
proprie non est aiens, aut negans, ipsa utriusque est particeps. ld cx dictis
facile intelligitur; nam enunciatio infinita est quodammodo asserens ex ea
parte, quatenus aliquid indeterminatum de subiecto prædicat; et est quodammodo
negans ex ea parte, quatenus aliquid detcrminatum a subiecto removet. E. g., si
quis dicat brutum est non homo, negat quidem brutum esse hominem, sed simul
asserit aliquid aliud bruto convenire. 67. Circa enunciationes afiirmantes et
negantes hæc notatu digna sunt: 1° In enunciatione aflirmante prædicatum accipitur
secundum totum suum complexum, nequit enim aliquid cum subiecto coniungi, nisi
omncs eius proprietates subiecto conveniant. E. g., dici non posset triangulum
esse figuram, nisi omnes liguræ proprietates triangulo convenirent. 2° In eadem
enunciatione aflirmante prædicatum non accipitur secundum totum suum ambitum,
qnia prædicatum magis universale, quam subiectum, plerumque est ', ac proinde
non solum illi subiecto, sed etiam aliis convenire potest. 3° In enunciatione
negante prædicalum accipitur secundum totum suum ambilum. E. g., in hac
enunciatione, trtangulum non est quadratum, denotatur nullum possc esse
quadratum, quod sit triangulum, alioquin triangulum non^essc quadratum absolule
dici nequit. 4 In eadem enunciatione negante prædicatum non ac 1 Divimus
plerumque, quia aliquando prædicatum æque universale s(, ac subiectum, ncmpe
quando dcclarat notionem subiecti, Vel est aliquid ita ei proprium, ut cetera
excludat. E. g., Tlomo est
anunal ratione præditum, aut homo est animal capax ridendi . 30 LOGICÆ cipitur
secundum totum suum complexum. E. g., illa enunciatio, triangulum non est
quadratum, haud signincat omnes proprietates quadrati triangu lo repugnare; nam
ad removendum aliquod prædicatum a subiecto satis est, ut unum eorum, quæ
prædicatum constituunt, subiecto non conveniat. In forma enunciationis spectan
etiam potest Hle snecialis modus, quo convenientia, vel discrepantia inter
attributum, et subiectum determinatur Ex hoc capite enunciationes
constituuntur, quæ modales appeliari solent. 69 Itaque enunciationes modales
sunt lllæ, m quinus modus quidem specialis significatur, quo prædicatum ad
subiectum refertur. Harum enunciationum quatuor species recensentur, nempe,
possibilis, contingens, necessana, %mvossibilis. Enunciatio possibilis ea
dicitur, m qua sigmlcatur prædicatum actu in subiecto non esse, sed esse uosse
e alis accepta universe, hoc est secundum totum suum ambitum, c. g., Omnes
homines sunt ratione præditi. Deni^ue dicitur particularis, si cius subiectum
est notio uni^ersalis accepta ex parte, nempe ita ut non complectatur minia,
quæ eius ambitum constituunt, e. g., AUqui homines sunt philosophi. 73. Ut
patescat utrum subiectum universe, an ex partc iccipiatur, ac proinde utrum
enunciationes sint univcrsæs, au parliculares, aliquæ notæ subiecto
adiiciuntur. 9æ sunt pro cnunciatione universali omnis, nullus ; pro
larticulari autem aliquis, vel quidam. Cum huiusmodi lota nun proferlur,
enunciatio indeterminata vocatur, quip)e quod ipsa, prout exprimitur, non
commonstrat utrum imverse, an ex parle accipienda sit, sed ut hoc cognoscatur,
expendendum est, utrum atlributum ad subiectum Jssentiahler, an contjngenter
referatur. Si primum, enuniiatio est univcrsalis, e. g., homo est ratione
præditus; an alterum, est parlicularis, e. g., homo est sapiens. 74. Ratione
autem illius, quod termini enunciationis Mgnifacant, ipsa dividiturin unam, et
multiplicem. Enunciauo multxpUx ea est, quæ ex narte subiecti, aut præOicati,
aut utrmsque plura signifieat, quæ nullum ordiMW inter se habent, ita ut ad unicum
conceptum subieBU, aut prædicali reduci nequeant. E. g., Socrates, ct Plato
ambulant, vel, Socrates ambulat, et philosophatur, vel, Socrates et Plato
ambulant, et philosophantur . Hinc videshuiusmodi enunciationem multiplicem
appellari, quia non est unica enunciatio, quæ ex pluribus, quasi ex partibus
suis, conflatur, sed est enunciatio, quæ diversas enunciationes exhibet. 75.
Enunciatio autem una duplicis generis esse potesl; nempe vel est una
simpliciter, vel est una per coniunctionem. Una simpliciter dicitur ea, quæ
unum de uno absolute significat, e. g., homo est ratione præditus. Una autem
per coniunctionem vel est ea, quæ ex parte subiecti, aut prædicati, aut
utriusque plura significat, quæ ad unicum conceptum subiecti, aul prædicati
reducuntur, e. g., Animal rationale mortale currit; vel est ea, qua
significatur coniunctio plurium enuncialionum, quæ ita inter se referuntur, ut
unam enunciationem constituant; e. g., Si dies est, lux est. Enunciationes, quæ
sunt unæ hoc altero modo, nempe per connexionem plurium enunciationum, dicunlur
hypotheticæ, atque hoc nomine a ceteris omnibus, quæ vocantur categoricæ,
distinguuntur. Præstat earum naturam clarius exponere, variasque species
numerare. 76. Itaque enunciatio hypothetica differt a categorica, quod huius
partes sunt nomen, et verbum, iliius autem sunt enunciationes categoricæ,
quarum secunda per aliquam coniuuctionem ad primam refertur. E. g., hypothetica
est illa enunciatio, Si dies est, lux est, quia cius partes sunt duæ
enunciationes, dies est, lux est, atque hæ coniunguntur per narticulam n, quæ
officio copulæ fungitur. Hinc perspicitur enunciationem hypotheticam re ipsa
esse unam, quia non significat ea, quæ enunciationes categoricæ ipsam
componentes denotant, sed dependentiam, quæ inter categoricas intercedit;
hæcautem dependentia non nisi tamquam unum intelligitur. E. g., illa
enunciatio, Si dies est, lux est, non significat diem esse, et lucem esse, sed
lantum connexionem harum dua-. rum enunciationum. Tres autem sunt species
enunciationis hypotheticæ, scilicet connexa, coniuncta, et disiuncta.
Enunciatio connexa ea est, in qua enunciationes categoricæ coniunguntur per
particulam si, e. g., Si dies est, lux est. Ex duabus partibus, ex quibus
enunciatio connexa constat, ea, quæ collocatur post coniunctionem si,
antecedens; ea vero, quæ sine coniunctione est, consequens dicitur, quia illa
rationem huius complectilur. Ex
ipsa huius enunciationis natura patet eius veritatem non pendere a veritate
partium, sed ex ipsarum connexione. Hinc enunciatio connexa potest esse vera
etiamsi enunciationes, ex quibus constat, sint falsæ, et esse falsa, etiamsi
enunciationes sint veræ. E. g., vera est hæc enunciatio connexa, Si cerebrum
tuum cogitat, aliqua materia cogitat, eliamsi et cerebrum cogitare, et matenam
cogitare sit falsum ; e contrario, quamvis verum sit hominem esse tum animal,
tum ratione præditum, tamen falsa est hæc enunciatio connexa, Si homo est
animal, ratione pollet. Ratio est, quia in priori enunciatione adest connexio
inter antecedens, et consequens, in altera autem hæc connexio deest. Porro ut
cognoscatur utrum extet conncxio consequentis cum antecedenti, inspiciendum
est, utrum contrarium consequentis repugnet antecedenti, necne. Si primum,
connexio inter utrumque existit; e. g., in illa enunciatione, Si dies est, lux
est, adest conncxio, quia tenebræ, quæ luci opponuntur, diei etiam adversantur.
Sin alterum, connexio deest, uti in hoc exemplo, Si dies est, Socrates ambulat,
quia oppositum consequcntis, ncmpe Socratem non ambulare, antccedenti, nem\mjsscdiem,
non adversatur. 79. Enuncialio coniuncta illa cst, in qua enunciationes
catcgoncac connectuntur per particulam Non, atque ita unam enunciationem
efliciunt; c. g., non dies est, et nox est vel, Nonest mortuus Plato, et vivit
Plato. Ut vera sit hacc enunciatio, oportet ut enunciationes, ex quibus
constat, sibi invicem opponantur, ita ut simul exislere nequeant. Hinc falsa
est hæc enuncialio, Non kgit Plato, et ambulat Plato, quia, cum legere, et
ambularc sibi invicem non opponantur, nihil prohibet, quin Plato simul legat,
et ambulet. 80. Deni(|ue enunciatio disiuncta cst illa, in qua enunciationes
calcgoricæ efficiunt unam cnunciationem per particiilam aul; c. g., Aut dies
est, aut nox cst. Ad verilatem huios cnunciationis duo cxposlulantur; nempe 1°
oppositio inter partcs, quia hacc enunciatio innuit ut, posila una parte, aliac
excludendæ sint, quod profecto non msi in ns, quæ sibi inviccm adversantur,
locum habere Philos. Curist. Compend. L0 GICÆ potest; 2° integra partium
enumeratio, alioquin statui non posset, ut una præter alias admittenda sit.
Hinc falsa est hæc enunciatio, Triangulum est aut rectangulum, aul acutangulum,
nam potest etiam esse obtusangulum !. Ex iis, quæ diximus circa enunciationem
unam, et multiplicem, perspicitur quid re vera sint illæ enunciationes, quas
recentes Philosophi complexas vocant. Enunciationes complexæ, eorum sententia,
sunt eæ, in quibus vel subiecto, vel prædicato, vel utrique alia enunciatio
adnectitur ; e. g., Homo, qui est iustus, laude dignus est ; vel, Homo est
animal, quod rationem habet; vei, Animal, quod rationem habet, actiones exerit
quæ præmium xel poenam merentur. Enunciatio, cuius vel subiecto, vel prædicato,
vei utrique alia assuitur, principalis ab eis dicitur; enunciationes vero, quæ
eius terminis adiunguntur, incidentes appellantur. Hæ enunciationes incidenles
in explicativas, et restrictivas, seu determinativas dividuntur. E. g., in illa
complexa, Homo est animal, quod rationem habet, incidens esl restrictiva, quia
delerminat subiectum enunciationis principalis. In hac autem complexa, Socrates,
qui est philosophus, disputat, incidens est explicativa, quia hæc tantummodo
declarat, sive explicat subiectum. Iamvero ex dictis facile perspicitur 1°
enunciationem complexam, in qua incidentes sunt restriclivæ, esse unam ; e. g.,
unaj est hæc enunciatio, Homo est animal, quod capax scientiæ est, incidens
enim, quæ adnectitur attributo, cum determinet essentiam ipsius attributi,
illud multiplex non efficit; 2° omnem enunciationem complexam, in qua
incidentes sunt explicativæ, 1 Plerique recentes Logici unam enunciationem,
quam vocavimus connexam, appellant hypotheticam. At perperam, nam enunciationes
coniuncta, et disiuncta sunt, non secus ac connexa, hypotheticæ. Etenim ipsæ
nihil affirmant, aut negant, sed tantum quamdam hy| pothesim, seu suppositionem
statuunt. Ita non solum cum inquimus, Si dies est, non est nox, sed etiam cum
inquimus, Non dies est, et nox est, atque, Aut dies est, aut nox est, nec
asserimus, nec negamus esse diem, vel noctem, sed dumtaxat alterutrum esse
statuimus. Inde fit, ut enunciationes coniuncta, et disiuncta ad formam
enunciationis connexæ, quæ secundum recentes hypothetica est, nullo negotio
revocentur. Revera hæ enunciationes, Non dies, est, et nox est, et, Aut dies
est, aut nox est, efferri possunt hunc in modum. Si dies non est, nox est, et,
Si nox est, dies non est. csse multiplicem; e. g., multiplex est illa
enunciatio, Socrates, qux est philosophus, disputat, quia incidens, quæ addilur
subieclo, non pertinet ad essentiam subiecti, ac proinde lpsum multiplex
efficit. V. De opposilione, et conversione enunciationum 82. Oppositio
consistit in affirmatione, et negatione eiusdem prædicati de eodem subiecto
secundum eamdem rationem. Hinc oppositæ sunt duæ enunciationes, quæ habent ldem
subiectum, et idem prædicatum, et qualitate inter se diflerunt, ita ut una sit
affirmans, altera negans. 83. Iam enunciationes oppositæ dicuntur
contradictoriæ, si una earum est universalis, altera particulnris, e. g., Umnis
homo est iustus, Aliquis homo non est iustus, vel contrariæ, si ambæ sint
universales, e. g., Omnis homo est tustus, Nullus homo est iustus. Quod si
enunciationes quarum una est affirmans, altera negans, sint ambæ particulares,
ipsæ dicuntur subcontrariæ; e. g., Aliquis homo est tustus, Ahquis homo non est
iustus. At eiusmodi enunciationes, quemadmodum monuit s. Thomas \ si proprie,
et stricte considerenlur, non sunt oppositæ, quia subiectum cum m ambabus ex
parte sumatur, non estidem, sed divcrsum 2. 84. lam quod spectat ad enunciationes
contradictorias, Dihil medii mter ipsas est, sed si una ipsarum est vera,
ailera ialsa esse debet. E. g., harum duarum enunciationum, Omnis homo est
animal, Aliquis homo non est animal, 'um prmia sit vera, altera falsa esse
debet. E eontrario, tiarum duarum, Nullus homo est iustus, aliquis homo est
>ustus, quoniam sccunda est vera, prima pro falsa habenda 1 In lib. I
Perhierm., lect. XI. JL?,0" PaUd rccentes inter enunciationes oppositas
enumerant etiam ™"™as, eas nempe, quæ qualitate secum conveniunt, et
diffeZ !!|lv?li[ftC' e' 8.,Omni8 homo est iustus. Aliquis homo est minri.Vi, l
h°moest iust> Ali(mh homo non cst iustus. At d nn w! subaltcrnæ ^uILa ratione oppositæ dici
possunt. Nam •enth Zl\ ZTn cnunciationnn constituendam expostulatur diffeir e
f.,r .,,1M! (]ua,ltatcin> l nt in na ipsarum de subiecto af atnriSii m q,l°d
dC e0dem Subiect0 in a,tera cnunciatione man ;.,.' I1 ™nnationcs subalternæ
qualitate secum haud pu>nant, crgo ipsæ sibi oppositæ minime dicendæ sunt.
LOGICÆ est. Ratio est, quia si quoddam attributum vere de toto universe
affirmatur, non potest negari de parte, quæ in toto continetur; et, si quoddam
attribntum vere de parte affirmatur, non potest in universum de toto negari,
alioquin idem de eodem simul affirmaretur, et negaretur. 85. Enunciationes
contrariæ simul veræ esse non possunt ; nam, cum in una illarum attributum de
subiecto universe affirmetur, in altera universe negetur, non nisi alterutra
potest esse vera, quia idem de eodcm aut affirmetur, aut negetur oportet. Eæ
autem vel sunt ambæ falsæ, si nempe attributum sit contingens, uti in hoc
exemplo, Omnis homo est iustus, Nullas homo est iustus; vel, si attributum sit
essentiale, una illarum est vera, altera falsa, uti in hoc alio exemplo, Omnis
homo est ratione præditus, Nullus homo est ralione præditus. 86. Denique, quod
ad snbcontrarias attinet, hæ simul falsæ esse non possunt, nam vel sunt ambæ
veræ, idque evenit, si attributum est contingens, e. g., Ahqui homines sunt
sapientes, Aliqui homines non sunt sapientes;\e\ una earum est vera, et altera
falsa, idque evenit, si prædicatum est necessarium, e. g., Aliquis homo est
ratione præditus, Aliquis homo non est ratione præditus. 87. Conversio autem
enunciationis est eius mutaiio effecta per transpositionem terminorum, nempe subiecti
m locum prædicati, et prædicati in locum subiecti. E. g., hæc enunciatio, Nullus
homo est lapis, convertitur ln hanc, Nullus lapis est homo. Perspicuum autem
est m conversione enunciationis qualitatem mutandam non esse, alioquin non
conversio, sed oppositiohaberetur. Ahquando autem, ut enunciationis veritas
maneat, quantitas mutanda est, idque evenit, cum prædicatum latius patet, quam
subiectum. Inde oritur duplex species conversionis, nempe simplex, et per
accidens. Conversio simplex ea est, m qua eadem quanlitas relinetur, e. g.,
Nullus circulus est quadratum, Nullum quadratum est circulus, vel Ahqua
votuptas est bonum, aliquod bonum est voluptas. E contrano, conversio per
accidens illa est, in qua quantitas mutatur e. g., Omnis homo est animal, Aliquod
ammal est homo RATIOCINATIO, sive græca voce ‘syllogismus,’ est illa actio
nostræ mentis, qua ex duobus iudiciis tertium elicit. Ipsa motus, et discursus,
sive progressio quoque nominatur, quia in ea mens nostra a notis ad ignota
progredilur. 89. Discrimen inler iudicium, cl ratiocinationem hoc est: In
iudicio mens nostra perspicit convenientiam, aut discrepantiam alicuius
prædicati cum aliquo subiecto immcdiale, nempe ex sola comparatione terminorum.
In ratiocinatione autem illam perspicit mediate, nempe per aliquam tertiam
notionem. Id autem fit hunc in modum: Inlellectus adnilens cognoscere
convenientiam, aut discrepantiam duarum notionum, sumit aliquam tertiam
notionem; deinde cum hac comparat duas priores. Si comperit has cum illa tertia
convenirc, concludit eas inler se etiam convenire. E. g., cognoscit
convenientiam notionis esse immortale, cum nolione, anima humana, per lertiam
nolionem, esse immateriale, cuius ope ita ratiocinalur : Substantia
immatcrialis est immortalis ; atqui anima humana cst substantia immaterialis ;
ergo anima humana est immortalis. Huiusmodi ratiocinalio vocalur aiens. Sin
COmperit unam duarum notionum cum tertia convenire, alleram ab ea dissentire,
inde concludit ipsas secum non [•onvcnire. E. g., cognoscit discrepantiam inter
has duas noliones, substantia materialis, ct anima humana, per terLiam
nolionem, substantia cogitans, cuius opc ita ratiocinaLur: Substantia cogitans
non cst materialis', alqui anima humana est substantia cogitans; ergo anitna
humana non est materialis l. Ratiocinatio, quæ fit hoc modo, vocalur negans.
90. Ex iis, quæ circa naturam ratiocinalionis diximus, Facile intelligitur
quodnam sit fundamentum, quo ipsa 1 Pieri potest ut intellectus confercns duas
notioncs cuin tertia, >erspiciat neutram eum illa tcrtia convcnire. Iam, si
hoc cvcnit, ntellectus nihil inde colligit, quia intclligit tcrtiam notionon
non ^ssc communem mensuram duarum priorum. quocirca nullam ra;iocinationcm
conficit. superstruitur, et quænam elementa, ex quibus compo nitur. Sane, fundamentum
ratiocinationis aientis est il lud axioma : Quæ conveniunt uni tertio, ea sibi
quoque conveniunt; negantis vero illud: Quorum unum cum tertio convenity
alterum ab eo discrepat, ea inter se etiam discrepant. Quod autem spectat ad
elementa raliocinationis, com pertum est nullam ratiocinationem sine tribus
notionibus fieri posse. Hæ sunt notio alicuius subiecti, notio præ dicali, de
quo quæritur, utrum illi subiecto insit, an non; et tertia, cum qua notiones
subiecti, et prædicati com parantur. Terminus, qui tertiam notionem significat,
di citur medius ; terminus, qui exhibet notionem subiecti, minor, atque ille,
qui notionem prædicati, maior dicitur, quia nolio prædicati plerumque latior
est notione subie cti '. Perspicuum aulem est, terminum maiorem, et mi norem
cum medio ita connecti oportere, ut inde tria iu dicia existant, duo nempe, in
quibus notiones attributi, et subiecti cum medio conferuntur, et tertium, in
quo earum convenientia, aut repugnanlia colligitur. Quapropter, si ratiocinatio verbis exprimatur, tres
in ea enunciationes inveniuntur. Harum illa, in qua terminus maior cum me dio
confertur, vocatur propositio, vel propositio maior; alj tera, in qua terminus
minor cum medio comparatur, di citur assumptio, vel propositio minor; tertia
autem enun ciatio, in qua staluitur relatio inter terminum maiorem, i et
terminum minorem, complexio, vel connexio, vel con clusio nuncupatur. Ita in
hoc exemplo : Omne metallum j est ductile; atqui aurum est metallum; ergo aurum
est du~ ctile, prima enunciatio est propositio, quia continet pro nunciatum
universale, omne metallum esse ductile; secunda est assumptio, quia
pronunciatum universale assumit, sive ad se trahit, et declarat aurum sub
metallo contineri; tertia est conclusio, quia in ea concluditur: Si ductile
omni me tallo convenit, etiam auro convenit. Duæ priores enuncia tiones
præmissæ, vel antecedens etiam vocitantur, quia conclusioni præmittuntur, et
conclusio 2 designatur etiam 1 Cf p. 29. Terminus maior et minor vocantur etiam
extrema. 2 Monendum est conclusionem, antequam ex præmissis eliciatur, vocari
quæstionem; nos enim primum quærimus, an aliquod prædicatum insit alicui
subiecto; deinde, postquam novimus in præmissis relationem illius prædicati, et
subiecti cum quodam tertio, unum alteri inesse, aut non inesse concludimus.
nomine consequentis, quia consequitur ex præmissis. Antecedens, et consequens, hoc
est tres enunciationes seorsum consideratæ, constituunt materiam
ratiocinationis. Nexus, qui inter antecedens, et consequens existit, et cuius
graliahoc ab illo infertur, consequentiæ nomen habel, et efficit formam
ratiocinationis, quæ, si desit, ratiocinatio prorsus evanescit, etiamsi
enunciationes sintveræ. Duæ sunt ratiocinationis species, syllogismus et
inductio. Quod si vox ratiocinatio secundum vim nominis græci adhibeatur, prior
syllogismus deductivus, posterior sylloqismus inductivus dici potest. Syllogismus est illa ratiocinatio, qua mens nostra a
toto ad partes, sive a genere ad speciem, vel a specie ad individua
progr^ditur. E. o\, Omne animal
præditum est sensibus; atqui equus est animai; ergo equus præditus est
sensibus. Inductio autem est illa ratiocinatio, in qua mens progreditur a
partibus ad totum, nempe ab mdividuis ad specicm, aut a speciebus ad genus. E.
g.,Bos, equus, canis, leo, ceteraque bruta prædita sunt sensibus; atqui bos,
equus, canis, /eo, cetcraque bruta sunt omne animans brutum ; ergo omne animans
brutum præditum est sensibus. 93. Porro inductio, acque ac syllogismus, constat
ex tribus terminis, et ex tribus enunciationibus; ast illa ab isto ex utroque
capite discriminatur, ita ut harum argumentationum forma sit diversa. Enimvero,
quod ad terminos attinet, ille, qui est terminus medius in inductione, ut in
allato exemplo, bos; equus, etc, est terminus minor, sive subieetum in
syllogismo; etcontra, terminus, qui est minor in llla, ut in eodem exemplo,
omne animal, est medius in syllogismo. Ratio est, quia inductio a
particularibus ad umversale progreditur, idest in eius consequenti enunciatur
de toto, nempe de genere, vel de specie, illud.quod m antecedenti smgulis cius
partibus, idest speciebas, vel individuis, convenire compertum esl; ac proinde
singulæ partes sunt terminus medius, et totum est subiectum, sive terminus
m.nor. E contrario, syllogismus ab universali aa particulare descendit, hoc
est, in eius consequenti de auqua specie, vel de aiiquo individuo enunciatur
a!i(|iod a i ri bn inn ex eo, quod compertum est in anleeedenti istud
aitriDutum convenire generi, vel speciei, cui subiectum refertur; ac proinde in
syllogismo terminus medius consistit in toto, idest in genere, vel specie, et
terminus minor, sive subiectum, in parte, idest in specie, vel mindividuo.
Præterea, terminus medius in syllogismo a termino minori luculenter
distinguitur, quia genus a specie, et species reipsa distinguitur ab individuo.
In inductione autem terminus medius, etsi diverso modo concipiatur, ac terminus
minor, tamen reipsa ab eo non distinguitur, quia partes unum idemque sunt, ac
totum, quod ex iis conflatur. Quod autem pertinet ad enunciationes, harum ordo
quodammodo immutatur; nam, ut ex allatis exemplis constat, ea, quæ est
conclusio in inductione, fit maior in syllogismo. Præterea minor, etsi in
utraque specie ratiocinationis iisdem vocabulis exprimatur, tamen diversam vim
habel; nam in inductione significat terminum medium efficere terminum minorem,
e. g., homo, canis, leo etc. efficiunt omne animal; sed in syllogismo
significat lerminum minorem contineri in medio, e. g.,homo, canis, leo etc.
continentur in animali. 95. Cum syllogismus, et inductio sint diversæ formæ
ratiocinationis, sequitur ipsas, præter principium commune, quo, ut diximus ,
ratiocinatio universe spectata innititur, habere proprium principium, ex quo
veritas formæ unicuique propriæ enascitur. Hoc principiurn in syllogismo est:
ld, quod subiecto universe sumto, seu toti convenit, aut repugnat, cunctis
partibus notione eius comprehensis convenit, aut repugnat. In inductione autem:
ld, quod cunctis notione subiecti comprehensis convenit, aut repugnat, toti,
sive subiecto universe sumto convenit, aut repugnat. III. De regulis in
syllogismo servandis 96. Ad syllogismum rite condendum oclo traduntur regulæ,
quæ omnes illuc speclant, ut inter conclusionem, et præmissas ea servetur
connexio, sine qua syllogismus existere non potest 2. 97. Prima regula
prohibet, quin plures tribus terminis in syllogismo sint. Nam omnis
ratiocinalio in eo sita est, Hæc connexio in eo consistit, quod una præmissarum
conclusionem contineat, altera conclusionem in ea contineri declaret. quod duæ
notiones subiecti, et prædicali cum una quadam terlia m præmissis comparentur,
ut earum convenienlia, aut discrepantia in conclusione coJligalur. Atqui si
qualuor termini essent in syllogismo notiones subiecti' et prædicali non
compararentur in præmissis cum eadem notione. Lrgo in syllogismo non plures,
quam tres termini sint oportet \ 98. Secunda vetat, quominus quidam terminus in
con;Jusione Jalius sumatur, quam in præmissis. Nam id quod 3St magis umversale,
in eo, quod est minus universale xmtinen nequ.t; quapropter, si terminus in
conclusione nagis universahter, quam in præmissis, acciperetur illa n lstis non
contineretur, ac proinde illa ab istis coIlice acci • • Huiusmodi cst Ule
syllogismus: Mus est syllaL; atqui stjl\oa non rodit caseum; crgo mus caseum
non rodit ™™™ rela™ Peccat ille syllogismus: Quod ego,m, tunon es atqm ego sum
homo; ergo tu non es homo; nam homo mmdo accpitur particulariter, quia esf
ttributum enundattonls -""^ir„;^n[;ronc amcm lati,,s pMet' quu
mus'efi flzLw Sy,,0Ssmo: Aliauod ratione poUet; atqui n s uSL"mTl;
er9°.eauu> raHo sunt qiatuor, " n,0!1,l,s tcrminos, animal, in
propositione maiori ♦ In I ; ';,;,,,0tl CSt h°TK m minoH an,'ma1' nod esl bi
u.um. 'uui t ; LJZ v V0Vt"'U hlC Alexander fuit dux; /' Alexandei fuU
parvus; ergo Ahxander fuit parvus dux ctum, neque prædicatum cum termino medio
convenire, | et, quoties hoc evenit, nihil inde, ut iam adnotavimus, de
convenientia, aut discrepantia subiecti et prædicati colligi potest1. 102.
Sexta prohibet, quominus ex duabus aientibus conclusio negans colligatur. Nam
præmissæ sunt aientes, si tam subiectum, quam prædicatum cum termino medio
consentiunt. Atqui, quoties subiectum, et prædicatum cum termino medio
consentiunt, conclusio enunciare debet convenientiam subiecti, et prædicati inter
se. Ergo ex duabus aientibus conclusio non negans, sed aiens elicienda est.
103. Septima ita se habet: Conclusio partem debiliorem semper sequitur, hoc
est, si præmissarum altera fuerit vel negans, vel particularis, conclusionem
negantem, aut particularem esse oportet. Et sane, 1° si una præmissarum est
negans, et altera affirmans, id argumento est unum extremum convenire cum
medio, alterum minime; ergo, secundum principium iam statutum2, in conclusione
deducendum est extrema inter se non consentire. 2° Si una præmissa est particularis, id argumento est
unum extremorum ex parte convenire cum medio termino; ergo, secundum illam
regulam, qua statuitur conclusionem magis universalem, quam præmissæ, esse non
posse, extrema in conclusione non universe, sed ex parte secum coniungenda
sunt. 104. Octava regula
prohibet, quominus ex duabus particularibus aliquid concludatur. Et sane, illæ
præmissæ particulares vel sunt aientes, vel illarum una est aiens, altera
negans. In prima hypothesi ipsæ nullum terminum universalem exhibent, quia, cum
enunciationes sint particulares, subiecta nequeunt esse termini universaliter
sumti s, et, cum sint enunciationes aientes, prædicata ex parte suæ extensionis
sumuntur. Inde fit ut medius terminus in illis præmissis, sive subiecti, sive
prædicati munere fungatur s, numquam universaliter accipi possit; 1 Hinc
perperam quis ratiocinaretur hoc modo : Homo non es æternus; atqui animal non
est æternum\ ergo homo non est animal 2 P. 37-38. 3 Cf p. 31-32. Cf p. 28-29. s
Terminus medius in præmissis diversimode cum extremis ro ligari potest.
Scilicet, vel est subiectum in propositione maiori, cnm SS sarum allera sit
affirmans, altera negans, conclusio n regula scpHma negans sit oportet, et
proinde a Ur hutum m ea universaliter est accipicndum. At vero lerS™
particuhns"- T mSS!S TT™ ^^ deno™ °e t „,' "r,mn dUal,Uf Præmiis
particularihus, quarum una cst aflirmans, altera negans, unus lerminus
auifs^hic ZTT'' SCi'iCCt arihugtu præm sæ ne\T!ULZrZlermm^ "0n e?
ttributun. conclusiorcffuhterih tCr,Tl'nuS. me,dlus1uia terminus medius, ex
debet C rTi '" allCrUtr-a enun'ione uniyersalis .ffirminle aK Jl ^
Prænnssis Prticularibus, allera uiirmante, altera neganle, conclus o e iceretur
hær lilinr præmissis foret. r' næc lauor IV.De sjllogismo hypothetico
•£?."• Q°e]na.d1m°duni cnunciationes in calecoricas ef bv SS tl'dlTl !ta
syll0^ismus ettegSsM fc 'e catejtoricam ^Tk q", tC"US Primam
e™ncialionem IUO. Uuoniam enunciationis hvpolhcticac tros,nf;„c t, nempe
eonnexa, coniuneta, l\ disiSa, s^Fsmus nbiectum n utroone ['" t''1>es;
"9° "u""s cete™e sunt falsæ, et Akt. V. De
arguræntationibus, quæ ad syllogismum accedunt 10. Sunt quædam argumentaliones,
quæ ad syllo$; ergo est nox. n i „„"," ""' r1"80
/" conclnsion0 non nisi „„ '; r.o Ml est ZZl, ', "' er90 quodlibet
corpus est mobih1 Xismor SrTatZ ^ ess7'uamdam ^adSneni /omfcctUur Sos Vres
L?sm™ •' 7S'1, aUulimuS> mest esse in alio spafio, fotest mutZspali^Tatali
iod tstZZJTs^z t iz^r°ri&^ nobilc ataui SS" ( P^e5' mw'are ^, es iX8. Ut sontes nte concludat, illud sedulo cavere onnr æc
°Z„r:Cla,i0 amb!&ua' a,,,! ™r,„i . ""ecl", ttributodi '
0"'"' ia 0 P o„°,' n0"Se:,taneU,n CSl '1Uid illi, "''•.
rorpori °io, ° essc LZ? ""? Sna"U'"' idc0'lc e 2
Plutarch.,„ mZS ln°b,,e C°nVen,re dcoc!ltsmns, seu apparens syllogismus, quia,
ut alibi adnotamnus , forma essentiam ratiocinationis constituit, adeo nt, si
ipsa dcsit, nulla existat ratiocinatio. 5. Possunt autem sophismala extrui vel
a vocibus, quæ ffl argumentatione adhibcntur, vel a rebus significalis per
'occs; unde dislinguuntur in sophismata, sive fallacias in lichone, et extra
dictionem. Illa fundamenlum habent in ipparenti identitate vocis, aut
orationis, nempe in eo, |Uod vox, aut plures voces, quæ diversas res denotant,
rtHnbentur, quasi unam rem significent; ista in apparenti 1 Acad., lib. II, c. 32. 2 Quare sophista
omne confert studium, ad hoc quod videatur sci^ quamvis neseiat\ S. Thom., In
lib. IV Met., lect. IV. 3 Hanc ol) rationem argumentatio sophistica dicitur
elenchus, sive eaargutto, quia thcsim ab adversario defensam redarguit. Vid. A.ag., Contra Crescon., lib. I, c. XV, n. 19. Cf
p. 39-40. 52 L 0 G I C A E identitate rerum, nempe in eo, quod res significata
ab aliqua voce eadem ratione accipitur, dum diversa ratione accipienda est. 6.
Cum sophisma spectet ad falsum sub specie veri insinuandum, duo ad eius
effectionem concurrant oportet, quæ causæ sophismatum dicuntur, nempe causa
apparentiæ, et causa non existentiæ. Causa apparentiæ est aliquid, ex quo id,
quod falsum est, quamdam speciem veri mutuatur. Causa autem non existentiæ est
aliquid, quo id. quod speciem veri præ se fert, re ipsa falsum est. Patet autem
diversas species sophismatum constitui ex diversitatc causarum apparentiæ, non
vero ex diversitate causaruw non existentiæ, quia sophisma non eo spectat, ut
ostendaJ falsum esse id, quod speciem veri habet, sed ut sub spe cie veri
exhibeat id, quod est falsum l. II.— De sophismatis in dictione 7. Sophismata,
quæ in dictione versantur, hæc sunt Figura dictionis, homonymia, sive
æquivocatio, accentus amphibolia, compositio, et divisio. 8. Sophisma figuræ
dictionis existit, quoties duæ di ctiones, quæ diversam significationem habent,
propter si militudinem desinentiæ sumuntur, quasi idem significent E. g., ex
eo, quod operari, et amari similiter desinunt hoc sophisma construi potest:
Amari est pati; ergo etian operari est pati; vel, Vapulare est pati; ergo amari
est patt 9. Sophisma æquivocationis committitur, cum una, ea demque vox, quæ
sine ulla variatione plura significat tamquam univoca in argumentatione
adhibetur. E. g., sc phista eum, qui nullum sidus lalrare asserit, redarguer
potest hac fallacia : Quoddam sidus est canis; sed canis Iti trat; ergo quoddam
sidus latrat. 10. Fallacia accentus habetur, cum aliqua
vox, quæ o variationem accentuum plura significat, tamquam unur significans in
argumentatione accipitur. Hoc genus sophii matum præsertim apud Græcos
obtinuit, usus enim are hoc sophisma: Duo, et tria sunt paria et imparia: qui
quinque sunt duo, et tria ; ergo quinquc sunt paria, imparia. AriyIH. De
sopliismatis oxtia dictionem 14. Sophismata in re, sive extra dictioncm, sunt:
Fallacia eidentisy transitus a dicto secundum quid ad dictum sim | Blenchorum
libri duo, lib. I, tract. I, c. 3. Hoc genere constructionis Apollo, ut fertur,
Pyrrhuni uVlusit 9eitantem, num bellum Romanis ioferre deberet; sic enini ei
reind.it: Aio te, Æacida, Romanos vincere posse. LOGICÆ pliciter, ignorationis
elenchi, petitionis principii, consequeni tis, non causæ pro causa, plurium
interrogationum. 15. Fallacia accidentis existit, quoties ex eo solum, quod
individuum alicui speciei subiicitur, deducitur ipsum præditum esse aliqua
proprietate, quæ ad speciem per accidens perlinet. E. g., Homo currit; atqui
Socrates est homo; ergo Socrates currit. 16. Fallacia transitus a dicto
secundum quid ad dictum simpliciter committitur, cum ex eo, quod aliquid
convenit alicui secundum aliquam rationem, ipsum ei secundum omnem rationem
convenire colligitur; e. g., Anabaptistæ ex eo quod Paulus vetus Testamentum
abrogatum fuisse scripsit, conficiebant ipsum omnino non valere. Quo modo a
dicto secundum aliquam rationem ad dictum simpliciter progrediebantur; Paulus
enim non sibi voluit vetus Testamentum abrogatum fuisse omnino, sed aiiqua ex
parte, sive non in iis, quæ ad substantiam, sed in iis, quæ ad accidentia
spectant. 17. Fallacia ignorationis elenchi, seu redargutionis, ex eo originem
habet, quod sophista obiicit adyersario aliquam contradictionem, quæ reipsa non
existit1; unde sophista adversarium redarguere videtur, sed reyera non
redarguit. E. g., hoc sophisma commiltunt hæretici, cum ita argumentantur :
Christus est æternus ; atqui Christus natus est in tempore; ergo Christus est
æternus, et non æternus. Hæc contradictio, quam ipsi obtrudunt, non existit,
nam esse æternum, et esse natum in tempore non pertinent ad Christum secundum
eamdem, sed secundum diversam naturam. 18.
Petitio principii habetur, quoties idem assumitui ad probationem sui ipsius sub
alio vocabulo 2 . In ho( sophisma incurreret quisquis probaturus animam huma
nam esse immortalem argumentaretur hoc modo: Anim humana est superstes corpori;
ergo est immortalis. Fallacia consequentis duos modos habere potest. Pri mus
est, cum, posito consequenti alicuius enunciationi connexæ, ponitur et
antecedens. E. g., Si homo est, ani i Inde intelligis hoc sophisma ignorationem
elenchi, seu redai gutionis vocari, quia sophista, qui illo utitur, patefacit
se ignoran quomodo adversarius redarguendus sit. 2 S. Thom., Opusc. XXXIX, De
Fallaciis, c. 12. se Ba, quam sophista uppomt ncmpe animas in suo esse a
corporibus pendere. iterroYa tionlt ^T Merro9a'ionum cxistit, cuni plures ™7
fuJ componuntur, ut sive responsio sit ens sue negans, respondens semper
falsilatis redareua el .rnm 'T J° PJSta' "' aPu,1Gellium est, te inter m
'.ipnT' ^1^"'0 wore prtiiutt, habeas, sive negando, iTe : aiendo
responder.s,„ captionem incides. tfam si M modnn^ereSa0d no" ?•, ipse te
redarguet "ft verd^. qmd ^, Perd%di>ti' non haoes> "tquiocllos
uod nnn, VaT0™/os™ ; n dixeris te habere m Z/ 7 a 'f'' l° r,HlarSuet hoc alio
modo: Qmdquid 7a hab ' atqm COrnua non Perdidis'i\ ergocor VI. De sophismaluin
solulionibus 22Modi, quibus sophismata verc solvuntur 3, sunt vel ' Cf quæ
diiimus p. 44. 2 jy generales, vel speciales. Quod ad modos generales spectat,
memoria revocandum nobis esl syllogismum posse esse falsum vel quod in
materiam, vel quod in formam peccat. Si peccat in maleriam, utraque, vel
alterutra præmissarum neganda est, siquidem syllogismus nequit falsus esse
quoad materiam, nisi utraque, vel alterutra præmissarum sit falsa. Si peccat in
formam, distinctione, aut divisione opus est. Etenim syllogismus in formam
peccat, vel quia aliqua propositio æquivocam, ac proinde multiplicem
significationem habet, vel quia præmissæ debitum ordinem cum conclusione non
habent. Iam, si primo vitio formæ laborat, distinguenda est illa propositio
æquivoca ; ^sin altero, dividendæ sunt præmissæ a conclusione, sive ostendendum
est conclusionem cum præmissis non con necti. 23. Quoad autem modos speciales,
quibus sophismata vere solvi possunt, eos singulos exponere ratio huius operis
haud sinit. Quare unum, aut alterum, exempli instar, dumtaxat innuemus.
Fallacia compositionis, et divisionis, quæ est in dictione, solvitur, si ea,
quæ sophista sensu composito accipit, a nobis sensu diviso, et quæ ille sensu
divis o, a nobis sensu composito explicentur Ita si quis cavilletur hoc modo :
Apostoli sunt duodecim atqui Petrus, et Ioannes sunt Apostoli ; ergo Petrus, e,
loannes sunt duodecim, neganda est conclusio, quia ess( duodecim, quod de
Apostolis simul coniunctis dumtaxa verum est, de iis etiam separatis
prædicatur. Si sophisfc fallaciam ignorationis elenchi adhibens, ita arguit :
Dut sunt duplum unius; atqui non sunt duplum trium; ergo sun duplum, et non
duplum; respondendum est conclusionen a præmissis haud fluere, quia in
præmissis non dicitu idem esse duplum, et non duplum, prout ad idem, sesæntia,
in qua quæstio, quid sit, consistit, complectitur principia, ex quibus res
constituitur, sive causas, propter juas ipsa ad hanc, et non ad aliam spcciem
pertincl: quapropter qui novit causas rei, nempe propter quid, is es>entiam
rei, nempc quid res sit, simul discit; et vicissim. E. g., si quis cognoscit
causam, per quam luna dcficit, sse interpositionem terrac inter lunam, et solem,
simul pognoscit defectionem lunæ esse privalionem luminis ex interpositione
terrac inter lunam, et solem effectam; quocirca essentiam cclipsis una cum
causa eius cognoscit. 3 Quacstiones, an res sit, et quaJis res sit, cum
rcspicitnt existentiam rei, cognitionem vulgarcm; quæstionrs, juid res sit, et
propter quid sit, cum inquirant causam. et essentiam rei, cognilionem
scientificam in nobis progignunt; siquidem cognitio vulgaris a scientifica in
eo differt, quod illa tantum rem esse, hæc autem, cur ita esse debeat, exhibet.
At vero, quæstio, an res sit, ad scientificam cognitionem rei efficiendam
plurimum confert, quia mens nostra, cum apprehendit existentiam rei, cuius
causam ignorat, naturaliter trahitur ad ipsam causam investigandam, ut quid res
sit, cognoscat. Idem dicatur de quæstione, qualis res sit, nam, perspectis
affectionibus, quæ rei msunt, haud difficulter cognoscitur, qua ex causa ipsæ
rei insint. Aax. II. Quænam sint quæstiones dialecticæ, exponitur 27.
Quæstionum theoria in universum explicata, exponere e re est, quænam sint
quæstiones dialecticæ. In primis manifestum est quæstiones quid res sit, et
curA et unde sit, ad dialecticam non pertinere, quia illæ, ut diximus, certam,
et scientificam cognitionem rei pariunt, dum e contrario dialectica probabilem
cognitionem dumtaxat sectatur. Hinc, quando rem esse innotescit, quæstio
dialectica alia esse non potest, quam quæstio, qualis res sit, nempe, num
aliquid rei insit. 28. lam circa quæstionem, num aliquid rei insit, dialectice
institutam non pertinet quidem ad Logicam tradere, num hæc, vel illa proprietas
huic vel illi rerum speciei msit, sed tantum modum, quo insit, argumentis
probabilibus1 investigare. Hic autem modus quadruplex esse potest, nempe
investigari potest, utrum aliquid insit rei uti genus\ e. g., num hominis genus
sit esse animal, vel uti proprium, e. g., utrum proprium hominis sit esse rir
sibile', yel uti definitio, e. g., utrum hominis definitio sit esse animal
rationale ; vel uti accidens e. g., utrum accidens hominis sit esse album. Hanc
ob rationem quatuor numerantur quæstiones dialecticæ, nempe de genere, de
proprio, de definitione, ct de accidente"1. 1 Syllogisrni, qui in
dialectica adhibentur, sunt enthymema, et epichirema; nam hi syllogismi, ut in
prima parte diximus, cum ex probabilibus præmissis proficiscantur, probabiles
conclusiones habent, ac proinde ad solvendas quæstiones dialecticas, quæ circa
probabilia versantur, pertinent. 2 Quæstiones, num aliquid alicui insit uti
differentia, e. g., num Ex his conficitur etsi genus, et definitio, quid res
sit, empe definitio essentiarn totam, et genus ex parte deno21U, tamen
quæstiones dialecticas de genere, et de definilone ad quæstionem, qualis res
sit, spectare; in iis enim ayestigatur argumentis probabilibus, num aliquid,
quod ei inesse constat, insit ipsi uti genus, vel uti definitio. 30. Jllud autem animadverlendum
est, quæstiones non sse instituendas, quæ vel impiæ vel manifestæ sensui, el
nimis faciles, aut nimis dijjiciles sunt. Impiæ, e. g., um Deus sit colendus,
quia qui huiusmodi quæstiones intituunt, potius sunt poena coercendi, quam
argumentis efutandi. Tum manifestæ sensui, c. g., sitne nix alba, an on, nam
quisquis de his dubitat, sensu carere dicendus st. Demuin nimis faciles, aut
nimis difficiles, quia nimia acilitas omnern locum dubitationi eripit, et nimia
diftiultas exercitationcm, quæ assecutioni scientiæ valde tilis est, insuavem,
ac infructuosam reddit. Aut. III. — De usu dubitdtionis, et historiæ ad
investigationem veri Dialectica, uti diximus, viam ad verum inveniendum adicare
debet. lam investigatio veri a dubitatione, eiusque olutione initium suinere
debet. Sane, qui aliquam quætionem instituit, de eo, quod quacrit, dubitat. Etenim [uacstio circa aliquam rem institui non
potest, nisi ab o, qui illam ita sc haberc, vel ita se non habere certo on
cognoscit, sed inter utramque partem contradictionis acillat. Atqui slalus menlis inter
utramque contradictiois partem vacillantis dubitatio vocatur. Ergo qui aliquam
[uæstionem instituit, de eo, quod quærit, dubitat. 32. [am ista dubitatio
oritur ex eo, quod contrariæ philosophorum opiniones circa rem, quam quærimus,
e istunt, vcl ex eo, quod præiudicatas opiniones circa psam temere imbibimus. Quapropter
quæstionem solvenlam suscipimus, ut certam inter contrarias sententias
co[noscamus, vel ut animum nostrum præiudicatis opinionbus expohemus. Quod cum
ita sit, manifestum est ei, omo ratione polleat, vel uti species, e. g., utrum
bucephalm sit Mua, inter quæstiones dialecticas non numerantur, quia ipsæ
naiectice consideratæ aliquid, quod de pluribus prædicatur, delotant, ac
proindc ad quæstionem de genere revocantur. qui rite, utiliterque quæstionem
dirimere vult, a solutione dubilalionis initium sumendum esse. Enimvero quænam
inter contrarias sententias cerla sit, statuere non possumus, nisi illas hinc
inde excutiamus, et quid de his admittendum, quidve reiiciendum sit,
perspiciamus; item animum nostrum præiudicatis opinionibus expoliare non
possumus, nisi, harum examine instituto, veras a falsis discriminemus. Atqui in his solutio dubitationis consistit. Ergo
quæstio rite solvi nequit, nisi dubitatio in primis solvatur. Td s. Thomas
sequenti exemplo declaravit. Quemadmodum ligatus non potest ambulare, nisi
vinculum solvat, quo constringitur, ita, cum homo, rem ignotam quærens, a
dubitatione, yeluti quodam vinculo mentis detineatur, in cognitione rei
progredi non potest, nisi dubitalionem solvat '. 33. At vero hæc non ita
accipienda sunt, ut de omnibus dubitetur. Etenim, si de omnibus dubitetur,
nulla dubitatio exsolvi potest, quia dubitatio nonnisi per ea, ! quæ omnino
certa sunt, ac proinde nulli dubitationi obnoxia, excluditur. Hinc sapienter
Aristoteles monuit 2, dubilationem instituendam esse vel de iis, quæ a
sapientibus nondum investigata sunt, vel de iis, circa quæ plures, ab seque
discrepantes sapientum opiniones extant 3. 34. Hæc, quam commendavimus,
dubitatio, appellatur methodica, atque a dubitatione sceptica maxime differt, 1
quia is, qui dubitationem, methodi gralia, inslituit, eo usque dubitat, donec
ad dubitationis solutionem perveniat, dum scepticus ea mente dubitat, ut in
dubitatione maneat; 2 quia sceptica dubitatio circa omnia versatur, nihilque
esse ex se perspicuum statuit, dum in dubitatione methodica multa ex se
perspicua admittuntur, de quibus ne possibile quidem est dubitare, et quorum
ope dubitationes exsolvere licet. 35. Quæstionem dirimere aggredienti valde
etiam utile est illius historiam, seu sapientum, qui præcesserunt, opiniones
nosse. Namque ea, quæ circa rem a nobis quæsitam maiores nostri invenerunt, vel
vera esse a nobis perspiciuntur, vel falsa. Si primum, mens nostra nova In lib.
III Met., Iect. I. 2 Met., lib. II, c. I, § 1. 5 Inde patet Gartesium hanc
dubitationem longius, quam par, æquumque est, provexisse, siquidem ipse de
omnibus, præter existentiam sui ipsius, dubitare instituit; De methodo,
cognitione veritatum locupletatur, quin in iis ex se ipsa nquirendis tempus
frustra terat. Sin alterum,
efllcitur ut rrores, in quos alii ante nos inciderunt, vitemus, alias|ue vias
ad verum inveniendum ingrediamur f. IV. De locis, ex quibus argumenta
dialectica hauriuntur 36. Locus a Teophrasto, discipulo Aristotelis, ita
definiur: Propositio omnium maxime universalis, quæ per diwrsa genera rerum
determinata solutioni quæstionum dia~ ecticarum inservire potest3. E. g., si
quæratur, utrum anitas melior potione sit, solutio peti potest ab hac
pro>ositione: Finis est melior iis, quæ ad finem destinantur; lam ex vi
huius pronunciati licet ita argumentari: Finis st melior iis, quæ ad finem
destinantur; atqui sanilas esl inis, ob quem potio desideratur ; ergo sanitas
melior poione est. 37. Quoniam quæstionos dialecticæ sunt, ut diximus el
generis, vel defmitionis, vel proprii, vel accidentis, fuadripartita est
divisio locorum, quia alii eorum a generef ln a definitione, alii a proprio,
alii denique ab accidente urnuntur. Ex plurimis locis, qui ab his singulis sumi K)8Sunt,
unum, et alterum, exempli instar, exponemus. 38. Ad loca, quæ ab accidente
sumuntur, pertinent hæ )ropositiones : 1° Contrariorum contraria sunt
attributa, i cmns Ha arguitur: lustus est laudandus; ergo iniustus st
vituperandus. 2° Eidem subiecto contraria attributa
ines non demonstrentur in ea scientia, cuius sunt principiH possunt tamen
demonstrari in alia scientia superiori. I xemplo sit illud principium, a puncto
ad punctum lineai rectam ducere; hoc enim principium, ut AQUINO (vedasi) inquii
supponit Geometra, et probat Naturalis, ostendens quo inter quælibet duo puncta
sit linea recta media s . II. De termino medio syllogismi demonstrativi 50.
Terminus medius syllogismi demonstrativi est caus rei, quæ demonstranda
suscipitur. Et sane, syllogismu i demonstrativus gignit in nobis scientiam rei.
Atqui sciei tia, uti mox dicemus, est cognitio rei per causam 6. Erg causa rei
est medius terminus in syllogismo demonstratix 51. Iam quælibet causa, nempe
sive efficiens, sive m; terialis, sive formalis, sive finalis % medii termini
munei fungi potest. E. g., quandocumque, ut ait s. Thoina aliquid demonstratur
de toto per partes, videtur esse d monstratio per causam materialem; partes
enim se habei ad totum secundum rationem materiæ 8 . Si demonstr Vulgo
axiomata, sive dignitates nuncupantur. 2 Ad hæc principia propria revocantur
prænotiones circa subi ctum, quæ, ut paulo ante diximus, sunt definitio
nominalis, suppositio. s Cf s. Thom., In lib. I Poster., lect. XIX. lbid. 5 Op. cit., lect. V. 6 Cf
interim p. 57. 1 De his causarum speciebus in Ontologia disseremus. 3 In lib.
II Poster. Anal., lect. ^eris hominem esse capacem scientiæ ex eo, quod est
•ationalis, causam formalem pro argumento sumes Ex :ausa efficienle in mundo
esse ordinem demonstratur mia Deus, qui mundum condidit, non potuit, quin
orlinem inter omnes eius partes adhiberet. Denique ex :ausa iina i Anstoteles
demonstravit post coenam utile sse ambulare, quia deambulatio, cum ciborum
diffestioni nservial, valetudini prodest. 52. Duo autem de hac re monere par est: I.° Causa,
quæ amquam medium adhibetur in syllogismo demonslrativo, iebet esse 1 per se,
et necessaria, 2° propria, non vero ommunis, 6 proxima sive immediata. Enimvero
in sylloismo demonstralivo conclusio cognitionem gignit necesariam, ita ut
oppositum eius haud sit possibile; omnino erlam, et adæquatam, nempe eiusmodi,
ut nulla alia atione ad iliam cognoscendam opus sit. Elenim si quid orum
deesset, scientiam rei pcr syllogismum demontrativum non assequeremur. lam si
conclusio probatur er causam, a qua illa non per se, sive necessario, vel
aturaliter, sed per accidens promanat, ipsa non esset ecessana, quia id, quod
per accidens oritur a causa on semper orilur ab ea, ac proinde oppositum eius'
uod probatur, non erit impossibile. E. g., aliquem pro' um csse ex eo, quod cum
probis frequenlissime affit JUd necessano demonstralur. Jnsuper causa communis
jn solum ad rem, cuius scientia quæritur, sed etiam i al.as spectat; ac proinde
si conclusio probaretur non .r causam propriam, quæ rem constituit, sed per
caum communem, ipsa probabilis, non vero omnino certa se Hinc eruditionem
aliquid honum esse ex eo, quod ao.lis est, apodictice non demonstratur. Denique
com.o adæquata rei non obtineretur, si eius probatio mn Peri CaUSam remot.am i
non proximam ; nam causa mota adæquatam rationem rei haud exprimit E ff minem
respirare adæquate non cognoscitur, si ex causa niota, nempe exeo, quod est
animal, non vero ex causa ox.ma, nempe ex eo, quod habet pulmones, colligitur;
int i.nini ammaha, quæ non respirant, sicut pisces. Ex L2™T-h8 PersP,cllur.
(luam recte syllogismus demonraiivus illc dicatur, cu.us præmissæ sunt
necessariæ, In Ub. I Poster., lect. XXIV. Philos. Christ. Compend. 1.3 66 LOGICÆ ce rtæ, atque
evidentes, sive syllogismus mcessitalem in ducens, in quo non est possibile
esse veritatis defectum. II.0
Medius terminus in syllogismo scientifico ad defini tionem rei reducitur. Porro
definitio rei, sicuti adnotavi mus1, est illa brevis oratio, quæ essentiam
alicuius re determinat, seu, ut s. Thomas scribil, quæ denotal aliquan formam de
ipsa re, quæ per omnia ipsi respondet 2. E. g. definitur homo, cum dicitur esse
animal ratione prædituml Hoc præstituto, quatuor causæ, quas recensuimus, a
unicam, nempe ad causam formalem, quæ essentiam re efficit, tandem redeunt.
Enimvero munus fini s est causai efficientem ad formam gignendam movere, unde
ipse no nisi in forma iam perspecta conspicitur; causa autem et fectrix id
agit, ut materia a forma determinetur; materi denique per formam suam habet
esse, et actionem; qu(| circa finis, vis effectrix, et materia ad formam
referuntui t Ex quibus consequitur causam, sive medium terminui 1 in syllogismo
apodictico consistere in eo, quod essentiai rei denotat. Atqui definilio, uti
vidimus, est oralio, qu£ essentiam rei significat. Igitur medius terminus in
syll rem per eiusrlem causas roprias, necessanas, et proximas evidenter nrobat
uuioue enc nlii Z ° demonslrall° cum penes Arislolelem, lum enes alios
antiquos, et recentes non solum illo slriclissi lSismoSUaT,,,fUU' SCd
ime,;dl,ra au0('Ue " P-i s ncceTs^ ''f f Umq,Ue m°a°">clUsionem cX
præmis'" eC4!S s" 10 lnfert> vel pro cuiuscumque generis
nrobaone,,ta ut demonstrare idem sil, ac probare. Ex his inlelol U;'JUr/rætCr
i,"am dro-ra.?onem, quæ ab ArL ma dieM fmFl!fl a e'US dlscl.Pnlis
Principalis, vel potisma dicla luii, aliæ demonstrat.onis species recenseantur.
54 Itaque in pr.m.s demonstratio dislineuitur in de onstrat.onem propter quid,
et demonslration°em quia De DfeicCnSins!,n„0Pe/r "TCaUSa' CUr affeCtio ln
fPS0 insit> est,7c 0 ni" ionf . qU P'am P°SUum eXlra iPsumIta frustra
uui s ca dc.i. itron d J Unæ,CaUSam ?•"' cur luna deflciat, atque rem defl
„nrf /c, US 1UUa° C°n,icerc studcrctCUUI eausa, quam 0 1,MV ™' SCd,nteriectns
'erræ inter solen. et lu sam,ui h.hPn, He'n°nS rat,oncm aTectionum, qoæ in
subiecto edicn „tCnt' mCdlUm •"•io est delinitio subiccli, aliquando c.usa
nroZ CaUSa' qUaC CSt medium syllogismi scientifici, iiecto o, !, ' D°n
re'"°ta' prima affecti0> > nnmediate e i c°„,1r!,Percrde',n't,0nem
suMccti "etnonstritur, unaquæque s causr„ " " affcct,onum P°r
delinilionem illius affeetionis, quæ io subicc P „,,,C,"nmCa ata CStAt
^er.enduro est, cum dcfi r! SUmr'tUr.' ipsam non I,er se' scu q Jer.nitio co
aincr,, L CaUSa affcction,'ssumiNam i„ syllogismo scien nect, V,,, ?' PCr qUam
affccti0 subiect0 incst. non per quam i n, f „ „CSi '" qU°C,rCa dcr'niti0
Subiccti Pro mcdi0 •'"•'• i,s S^ qp unæadcmquc est simul cssentia
subiecti, et emncr ^no int" qU° coll,S,tur eflnitlonem prædicati cssc rea
pe paucis i„ " ' ' SJ„llc°"!smo scicutieo, proptcrea quod ctiam in
nonaUC S','" Iu bus defin.tio subiecti pro mcdio sumitur, adhibe ioZZs !\t
1,"„° SUb,eCrti' Scd ouia cst causa nffeetionis, uti dinsa Itt CSt
'°"nn.,s Jforn,a' ""ibetu, tamqnam ter.n nus Vid T Cl,! r
"'S d°°ilitat™, qu'a l.uius causa proxin.a fnl loleuo' Comment. cit.-m co.
ril lib. II Post r 291 r-t ftM;r- in 0,°- ad m- n L °--" "tv^
monslratio propter quid est illa, quæ propriam, proxij mam, et adæqualam
ralionem rei demonstratæ continet; I uti habere pulmones, quemadmodum paulo
ante dictum I est, causa est respirandi ; quocirca hæc demonstratio ad i
syllogismum apodicticum reducitur. Demonstratio quia diI citur illa, quæ
remotam, et minus adæquatam rei de-1 monstratæ causam, seu rationem affert,
scilicet, quæ determinatam radicem, propter quam res est, haud præsefert ; uti
esse animal est causa minus adæquata respirandi; vel illa, quæ sumit effectum
ad probandam causam; e. g., demonstraiio existenliæ Dei, quæ ex rerum
contingentium existentia conficitur, est demonstratio quia. cum ipsa per effectus
fial. 55. Ad has duas demonstrationis species illæ facile re vocari possunt,
quæ vulgo demonstrationes a priori, atque a posteriori dicuntur ', Demonstratio
a priori ea est, quæ fit per causam, et demonstratio a posteriori est ea, quat
fit per effectus, et proprietates. Hinc patet demonstratio nem a posteriori
esse demonstrationem quia, et demonstrationem a priori, si fiat per causam
propriam, proximair et adæquatam, eamdem esse, ac demonslrationem proptei quid;
sin per causam remotam, vel inadæquatam, ad de monstrationem quia revocari. 56.
Distinguenda etiam est demonstratio directa a de monstratione indirecta, quæ
dicitur etiam deductio ad ab surdum. Demonstratio directa ea est, in qua
aliquod ve rum deducitur ex alio vero, cum quo connectitur. Indi recta autem
demonstratio ea est, in qua aliquid verun esse evincitur, ex eo quod, illo
negato, aliquod absurdun oboriretur; vel falsum redarguitur, quia, si esset
verum aliquod absurdum existeret. Ita animam esse immortalen demonstralur
directe ex eo, quod spiritualis est; indirect ex eo, quod si immorlalis non
esset, nulla poena vitium nulloque præmio virtus afficeretur. 1 Origo duplicis
huius generis demonstrationis, nempe a priori, e a posteriori, ex eo repetenda
est, quod interdum causa effectu, inter dum effectus causa notior est. Cum enim
demonstratio a noto ad i gnotum progredi debeat, liquet demonstrationem vel a
causa ad ei fectum, vel ab effectu ad causam progredi oportere, prout vel caus
notior nobis est, vel effectus notior causa. Si primum fiat, demot stratio
dicitur a priori, sin alterum, a posteriori. Cf s. Thom., / lib. I Poster.,
lect. Magnam vim ad refellendum adversarium habet illa lemonstratio, quæ ex
datis, vel ad hominem dicitur. Hæc irincipiis ab adversario concessit nititur,
nempe in eo onsistit, quod adversarius, si verum quodpiam faleri reuset,
admitterc cogitur alia, quæ ipsemet falsa esse non iffitetur. Exemplo sit
argumentum illud, quo Paulus adersarios resurrectionis mortuorum redarguit. Si
verum lon esset mortuos resurrecturos, consequeretur 1° Ghrilum non
resurrexisse, 2° inanem esse suam prædicatioem, 3° inanem esse illorum fidem;
atqui hæc tria ipsiæt falsa esse fatentur ; ergo necesse est, ut fateantur
uoque veram esse mortuorum resurrectionem . 58. Denique tacendum non est de
demonstratione, quæ egressiva nuncupatur. Ea est, in qua primum per
ar^ulentationem a posteriori a cognitione effectus ad co Dist XLV, q. I, a. 3
ad 5. Ille scit, inqmt
Aristotcles, proprie, ac sirapliciter, qui causara mr T S fc> Ct/1,i"S
CaUSam CSSe' et alitese habfrc n £, S. ii, ?.n?! „;. i98 Poster- m- h c- 7- cf s- opposito dubitare
possit. Opinio, AQUINO (vedasi) inquit, significat actum intellectus, qui
fertur in unam partem contradictionis cum formidine alterius '. Quapropter
scientia j ex demonstratione efiicitur, opinio autem ex syllogismo |
dialectico; ex quo fit, ut illa firma, hæc infirma sit. Iam i ex demonstralione
ideo res certitudine firma, et absoluta cognoscitur, quia per causam, quæ eius
essentiam con stituit, probatur. Ex syllogismo diaiectico infirma rei cognitio
obtinetur, quia rationibus extra rei essentiam sumtis probatur 2. Inde exurgit
aliud caput differentiæ inter scientiam, et opinionem, nempe, scientia circa
necessarium, et immutabile versatur, quia essentiæ rerum, ul suo loco dicemus,
sunt necessariæ, et immutabiles; opinio vero circa contingens, et mutabile. 61.
Fides autem definitur: Mentis adhæsio alicui rei, quam quis non videt, sed
alteri dicenti credit 3. Ex hac definitione patet præcipuum discrimen inter
scientiam, et fidem ex eo repetendum esse, quod certitudo scientiæ; ut s.
Thomas ait, consistit in duobus, scilicet in evidentia, et firmitate
adhæsionis; certitudo autem fidei consi stit in uno tantum, scilicet in
firmitate adhæsionis . Etenim in iis, quæ scientia cognovimus, nos ipsi
conclusio nem ex principiis fluere perspicimus ; id quod non con tingit in iis,
quæ fide tenemus. Fides autem in divinam et humanam distinguitur, quia ad
assentiendum rebus quas ex nobis ipsis non cognoscimus, movemur ab au ctoritate
divina, vel humana. V. De scientia latiori sensu accepta 62. Scientia, de qua
in præcedenti articulo locuti su mus, significat perfectam notitiam alicuius
rei, quæ pe eius causam adquiritur. At vero nomine scientiæ vulg 9uæ
Proprietates genericas alicuius m ?nvpjJ l'afCle iaS subiectas habn' g"'
PersPectiva> i'" qualitatem praioicato signihcatam inesse ; unde ipsæ,
si relatc ad naturan,, considerenlur, hypothelicæ dicunlur. E. g hæc
enunc.at.o, Omnes radii circuli sunt æauales. minfme de lcs sed ?dUeMn,i,lreUlUm-Cxifere'
cuius?radii snnt Tequa esse £nSlif ir Sl.,clrcul"s vere est, omnes eius
radios r m !•' 'dcaC an,mac innatæ cum non ab n nositum T™ '" an!m.
foducanlur, aliquid in ex it m.n?ff'.~n Ver°. oaUld ' OUod extra animan> tum
Pr ncini /. ^T^ H°C Præmiss> ™ argumencmco3 ";.?AmbuSi SCCUndM melhodum
idealisti ionis mere ahs,^nt,,fiCa C,duJC'lUr' neraPe P™nuntiata raon s me.e
abstracta, vel ideæ innatæ, obiectivam exi cr 3S„? Pnnc'P'a. vim habere
nequcunt. Ergo •tivam r 1,1 ?,, qUa° SUnt C0&"itiunes scien ificæ, obie
;am assen rCrUm' secundum methodum idealisti arn, assequi non possumus. Qoænam
sit melhodus psychologico-rationalis exponitur 15. Methodus
psychologico-rationalis medium Jocum tenef m rhi°ndUm emPirT™> el melhodum
ideJSm;ell Aim ea, m qua scentia tum ex faclorum observatione um ex
pronuntiatis rationalibus conficitur. Scil cc undum hanc methodum mens nostra
co^ni tionem scien ficam a,icuius • adipiscitur hoc ^. ^ ^g hencfit Z9 n qUam
ref-^æsita pertinet, sensibu a™ oSne^ ITr,a rCtmet; al(ue ita ^ comparat
^n.t.onem scnsitivam, quæ cxperientiam eonstituit . I Experientia circa facta
interna fit per vim reflexivam inteUo "e m^SPcXtdiUstem faCta TrDa °PUS
£SJ^ ef.one auæ nnn ?n ' exa,n,nand,sa.ue ^nsistit, atque eaper! int eiaTnin^
Ja u 6° SG cont,net> ut "s, prout sibi occur nt, examinet, sed
substantias substantiis subdit easque inter sese. Deinde illud, quod per
experientiam cognovit, ope in ductionis reddit universale, atque ita ad
propositiones universales progreditur, quas tamquam principia demon strationis
adhibet. Denique ex his principiis ila compa ratis conclusionem scientificam
ope syllogismi deducit1. Exemplo rem declaremus : Si quis cognitionem scienlifi
cam huius veritatis, Homines libertate gaudent, adipisci velit, ita secundum
leges methodi psychologico-rationalis progredi debet. Primo Socratem, Plalonem,
Aristotelem, aliosque observans, deprehendit eos libere agere, et statuit hanc
experientiam: Plures homines libertate gaudent. Quia autem in cunctis
hominibus, qui sibi occurrunt, idem constanter perspicit, ex propositione
particulari progre ditur ad hanc universalem: Omnes homines libertate gau dent.
Eadem ratione sibi comparat hanc alteram proposi tionem universalem: Omnes
homines sunt intelligentia præ diti. Deinde expendens, unde in hominibus
libertas oria tur, facile perspicit causam, cur homines libertate fruan tur, in
eo positam esse, quod intelligentia sunt præditi Hac causa, tamquam medio
termino, utitur, ut syllogismurr conficiat, unde cognitionem scientiikam
libertatis homi num eruit, ratiocinando hunc in modum : Omnia, qum
intelligentia sunt prædita, libertate fruuntur; atqui homine. sunt
intelligentia præditi; ergo homines libertate frui debent Aliud exemplum affert
s. Thomas his verbis: Puta diu medicus consideravit hanc herbam sanasse
Socralen febrientem 4 et Platonem, et multos alios singulares ho mines : cum
autem sua consideratio ad hoc ascendit quod talis species herbæ sanat
febrientem simpliciter, ho ''" qibus oflicio fungitur 3 Etsi experientia
non sit pronrie caiisn rinf;.. ^da
scientiam ducit. Etenim scientia ex principiis \ In lib. II Post., loc. cit.
™g. 39 et 48. De regressu. gignitur, principia autem, seu pronuntiata
universalia al intellectu per inductionem efformantur, atque inductic i nonnisi
ope experientiæ institui potest. Experientia igitu est, quæ materiam præbet,
unde scientia efformari potest a Dicitur acquiri per sensum, quantum ad
distinctionen j principiorum, non quantum ad lumen, quo principia co i
gnoscuntur . Ad scientiam efficiendam secundum hanc metbodur inductione, et
syllogismo opus est; siquidem inductio pe experientiam principia parat,
syllogismus autem ex prin cipiis inductione comparatis conclusiones
scienlificas dc ducit. Nibilominus mens humana scientiam proprie syllc gismo,
non inductione assequitur; siquidem scientia no in eo consistit, quod principia
cognoscuntur, sed in ec quod ex principiis iam cognitis res quæsita deducitui
Quapropter secundum hanc methodum scientiam non adi piscimur, cum ab effectu ad
causam, sive a sensilibus a intelligibilia ascendimus, sed cum a causa acl
effectun sive ab inlelligibilibus ad sensibilia descendimus. Quo ut accuratius
explicetur, advertendum est mentem nostrai in comparanda sibi scientia duplex
terere iter, nemp progressus, et regressus, quippe quod ipsa in initio sciei
tiæ ab effectu ad causam progreditur ; in complemenl autem scientiæ a causa ad
effectum regredilur, ut ipsii effectus cognitionem scientificam acquirat. 5°
Exinde consequitur in methodo psychol ogico-ratn nali scientiam per analysim,
et synthesim acquin, H quidem ut analysis sit eius inilium, synthesis autem pe
fectio. Etenim secundum illam methodum mens nostr ut paulo ante diximus, primum
ab effectibus, vel a con positis ad causas, vel ad simplicia ascendit, deinde
simplicibus, vel a causis profecta ad composita, et effecti descendit.
Quapropter methodus psychologico-rational analitico-synthetica vocari solet.
IV. Utrum hæc methodus ad scientiæ adeptionem opportuna sit, investigalur 17.
In methodo, uti diximus2, ratio habenda est tu i In lib. III Sent., Dist.
XXIII, q. III, a. 2 ad 1. Et /n lib. i Dist. XXIV, q. II, a. 3 c. Qui (habitus
intellectus, seu pnn piorum) ad determinationem eorum (principiorum) sensu et n
moria indiget. principiorum ex quibus mens proficiscitur, tum modi |uo
procedi,n investigatione rerum. lam melhodum psv^hologico-rat.onalem ex utroque
capile spectatam un 11 .pportunam esse ad scientiæ adeptionem his duabus
nro(OSitiombus a^nobis demonstratur: P 18. Prop. la. Principiu, ex quibus mens
in comparanda th sctenUa proficuci debet, nonaliæsse possunl, ITauæ n melhodo
psychologico-ralionali adhibentur. ° Probalur. Pr.ncipia, ex quibus mens
scientiam rerum £' / JP81"8 men,,s na,ura consentire debenf nam
o,SdUnisid„"'en^aC adePliouem PPonuna nonalia es„ otest, n.s quæ cum
natura menlis humanæ consenlit . tu ment.s natura, ut suo loco demonstrabilur
expoulal, ut sænt.a a sensibus, quemadmodum s. Augustinus ^hoelr, atque ab
in.ellectu perficialur '. Ergo prin P"seqdeben(m„C:: n°S-ra ^
""V™ rerum P°™S mTaranfnr \,auæ J,rlmum cxperientia, deinde ralione
1P,1 } |,V huiusmofl' principia ea sunt, auæ ; me.hodo psychologico-rational!
adhil enlur; nam m ea e usdem sancf Doctoris verbis u.amur, mens humana .mmuue
'Sr f"Cta ^ per SenSUS eorPoris peritur inde qaLl "am Pr° •nfi-imilatis
suæ modulo capit, et u "i0;™ causas' Ergoprincipia, cx quibu ens I umana
in comparanda s.bi scienlia proficisci debel Inlr essePossuut> nisi quæ in
methooo psycholoeicolionali adhibeiilur. l=j^uuiogito ™,„/P/°P;'28-. Modus>
?" procedere debet in comranda slb, scientia rerum, ille est, gui
adhibetur inme'rfo Psychologico-rationali. rrobatur. Ad scientiæ adeptionem tum
analysi, tum ^rixdi diximus' prLdii me'ho°nsS 'i!iii|Psr0lnllrl"i. mai°r
qU°ad |)n'mam par,ftmScienlia, uti " us, pcr cogn.lionem causarum, ex
quibus res est 'i lsc;rH!,r°P,er ad SCienliæ adcptionem "ccesse
esi,noscere et causam esse, et connexionem rei eum illa peTnnVU° ab TSa
CnaSci,UrAl'lui ana•, c. 4, „. 2. _ 2 De Gen. ad Htt. tur causam esse ;
synthesi autem cognoscitur quomodf ilUus phænomeni causam, quam quæ sumta est.
lum, sive a scientiæ natura pelitis inniti debet. Ataui llis moment.s rationum
quæ Ontologi ad suæ methodi ationem reddendam a logica hauriunt, nulla vis
inest,rgo methodus onto og.ca esse ad scientiæ adeplionem nice opportuna nullo
mre dicitur 25. Minorem probamus refellendo argumenta ab Onto>gis obiecta.
Ilaque Ontologistæ conflciunt hoc anrumenjm. Si scientia rerum efficitur ex
cognitione causarum cr quas ipsæ res fiunt, consequitur illam methodumesse d
ipsius adeplionem unice opportunam, quæ a causis cffectus, sive ab
intelligibilibus ad sensihV progreditur tqui Deus est pnma Causa, et primum
IntelligibFle. Er-o la melhodus est unice opportuna ad scientiæ adeptionem jæ a
Deo ad res creatas progreditur. 26. At huiusmodi argumentum nihil præsidii ad
Ontogismi tutamen affert, quippe quod eius maior æquivo.tionc laborat. Emmvero
ipsa ita dislinguenda esl: I||a ethodus ad scientiæ adeptionem unice opportuna
est iæ progred.tur a causis ad effectus in via regressus ^descensus, conc mau ;
in via progressus, sive ascen, neg. mai. Psychologislæ concedunt mentem humanam
m. 7' sc'e.n!|am assequi, cum a causis ad effectus, sive ' mtelligibilibus ad
sensibilia descendit, hac enim via ra Der causam cognoseit . At vero mens
nostra, secun" ipsos, immediata cognitione causæ haud potitur, sed cam per
effectus ascendit, neque Deum, PrimamCaum omnium rerum, potest aliter, quam per
res ipsas, ueuectus suæ Omnipotentiæ, cognoscere. Ex co hntur scienlia est
cognitio rei per causam, sequitur scienira a hcuiua > rei confici non posse,
nisi huius causa cooscatur; sed quia cognitio causæ per effectus obtinetur,
SUnf scient!ac a cognilione effeclus sumendum est. . iistant 1 Onlologislæ:
llla melhodus ad scientiæ •und,,mmi.},mCe °PPorluna est' (iua res cognoscuntur
du I, -lum ordræm, quem ipsæ inter se habent. ' uinsmodi ordo ex eo
constituilur, quod prirao sit (US, et dein res ab Eo creatæ, hoc est, primo
Intelli if~ret dGinde Sensibi,ia' Ergo^Lusid emiæ adeptionem opportuna illa
est, quæ ab intelli ^Mibus ad sens.biha etiam in m progressus procedU Resp.,
Dist. mai. ; si cognitio rerum consideretur relata ad ipsas res, quæ
cognoscuntur, conc. mai. ; sin consideretur relata ad modum, quo mens in rerum
co gnitione progreditur, neg. mai.; conc. min. Neg. cons. Et sane, si cognitio
rerum priori modo spectelur, procul dubio cognitio vera esse non potest, nisi
mens rem in eo ordine esse cognoscat, quem in rerum universitate habet, quia
cognitio tunc vera est, cum conformitatem habet cum re, prout hæc in se est. E.
g., cum causa sit j natura sua prior effectu, cognitio causæ vera non est, nisi
tamquam prior effectu cognoscatur. Item Deum, et res ab Eo creatas vere non scimus, nisi
intelligamus Deum esse Primam Rem, et Primum Intelligibile. At si cognitio rerum posteriori modo consideretur,
maior est falsa. Nam ordo, quo mens in rerum cognitione procedit, consenta neus
esse debet naturæ ipsius cognoscentis, non vero naturæ ipsarum rerum
cognitarum, quia cognitio non est affectio rerum cognitarum, sed mentis
cognoscentis. Atqui mens nostra ita natura sua comparata est, ut non possit
cognoscere id, quod est prius natura, nisi ex eo; quod est natura posterius,
quia hoc magis notum ipsi est, quam illud. Ergo ordo, quo mens in cognitione
rerurr progreditur, contrarius esse debet ordini, quem ipsæ res tenent. Ex quo
consequitur mentem nostram primum eo gnoscere effectus, et ex horum cognitione
ad cognitioneir causæ pervenire, et proinde ad Dei notitiam non nisi pei res ab
Eo creatas assurgere. Neque dici potest hanc in versionem ordinis impedire,
quominus mens cognosca verum ordinem, quem res inter sese habent. Namquc mens,
postquam ex cognitione effectus ad cognilionen causæ progressa est, potest
intelligere causam esse natun sua aliquid prius, quam effeclum, et postquam
mens pei creaturas ad Dei cognitionem pervenit, facile intelligi Deum esse
Primam Rem, et res reliquas esse Eo poste riores; atque ita verum ordinem, quo
res inter sese col ligantur, cognoscere potest. 29. Inst. 2°: Res sunt
intelligibiles ex eo, per quo £$&£%& arf" sunl nnn^r 1 Ur rcS 6SSe
"lelligibiles ex eo quod auam inMMo ' •" S1&nificat &ms Abt.
I. _ Dc methodo cclectica 31. Methodus eclectica, quæ eclelismus quooue dicitur
;" ' m et e.peditam viam ad scienLe^consecu o ^^ '^^?,eUsrw' onæ in SK
'''' scientia conBcih r H~BeBM!_ -tqUe I,ldo Perfecta msinium usu,^rl ? °C
methodus> noslra ælale, 'ius sta ui 1 LL,, _|,Ul0S pr.°Puatmus pro falso
habetur, non quod materiam esse adslruit, ed quod ullos spiritus esse ncgat; et
idealismus in errore ^ersatur, non quod spiritus esse asserit, sed quod corpora
isse negat. Hinc, si idealismi, et materialismi pronuntiata unxens, non
efficietur systema, quod utrumque complectiur, sed quod ipsum sibi repugnat,
ncmpe, quidquid exnstit, est spirituale, et materiale. II. De ræthodo auctoritatis
34. Methodus auctoritatis, si in universum spectetur, in ;o posita est, quod
scientia confici dicitur non ex notiiis ab ipsa mente comparatis, sed
extrinsecus, hoc est a ievelalione acceplis. 35Prop. Methodus auctoritatis
absurda est. rrobatur Inter methodi auctoritalivæ defensores non•uili uti
liotemus1, contendunt scientiarum principia ex ievelat.one sumenda esse; alii,
inter quos Lamennaisius % ocent nos ipsas veritates, de quibus agitur in
scientiis, Kcvelatione accipere. Alii dcnique, uti p. Ventura 3, enliunt
philosophi munus non esse veritates intellectua-5, et morales invenire, quia hæ
ab educatione domestica, a tradilionibus generis humani apprehenduntur, sed
Wiam illas demonstrarc, hoc est ab erroribus discernere, oiwmv, ac contra illarum
adversarios, aut corruptores æri. Hinc sanciunt veram philosophandi melhodum esse
'-monstrativam, non inventivam, sive inquisitivam. De v enseignement de la
phil. au XIX siecle. s Zssai sur V indifference en matidre de religion, c. 12.
Ve methodo philosophandi, Dissert. prelim. Iam contra illos, qui primam
sententiam tenent, hoc adstruimus argumentum: Scientiæ naturam suam sumunt ex
principiis, quæ in eis adhibentur. Atqui principia omnium scientiarum secundum
eos Philosophos sunt revelata. Ergo omnes scientiæ revelatæ dicendæ sunt; ac
proinde, admissa illa sententia, omnis scientia humana destruitur. 37. Illos
autem, qui alterum docent, perstringere licet hoc dilemmate: Vel mens nostra
cognoscit propriis viribus principia, ex quibus veritates, de quibus in
scientiis agitur, promanant, vel non cognoscit. Si hoc alterum admittunt, sese
scepticos esse profitentur, seu fa teri coguntur nullam veritatum cognitionem
scientificam menti nostræ suppetere, siquidem cognitio, quæ ex rei principiis
non deducitur, vulgaris, non autem scientifica est . Sin primum, ipsi sibi
contradicunt, nam cum mens nostra principia ex se perspicere possit, et polleat
ratione, qua ex principiis conclusiones deducere valet, certe cognitio
veritatum est naturalis, proindeque ex Revelatione repetenda non est. 38.
Denique contra sententiam p. Venturæ ita arguimus: 1° Mens nostra, ut ipse p.
Ventura fatetur, verum a falso discernere valet; quod idem est, ac cognoscere
quid verum, quidve falsum sit. Atqui cognoscere quid verum, quidve falsum sit,
idem est ac invenire verum. Ergo, secundum eiusdem p. Venturæ principia, mens
nostra verum invenire posse dicenda est. 2° Per demonstrationem illud, quod
ignotum erat, deprehenditur, vel iliud, quod erat minus notum, notius
efficitur. Atqui cum id, quod ignotum erat, deprehenditur, aut id, quod est
minus notum, notius efficitur, certe aliquid invenitur. Ergo ipsa natura
demonstrationis expostulat, ut per illam verum inquiratur; ac proinde discrimen
illud, quod Ventura invexit inter methodum inquisitivam, sive inventivam, et
demonstrativam, prorsus absurdum est. IV. Utrum diversæ scientiæ diversis
methodis tractandæ sint 39. Jam demonstravimus mentem nostram primas
cogniliones scientificas rerum nonnisi methodo analytico-synthegj 'teoacquirere
posse. At scientia, utdiximus', potest etiam lation significatione accipi, ita
ut denotet quodcumque syste.na cogni .onum, quæ ad certum quemdam ordinem rerum
att.nent, atque scientiæ, si hoc sensu accipiantur sunt, ut quoque diximus \
inter se diversæ. prout sont d.versa genera rerum, de quibus ipsæ tractan.
Quapropter nquiramus oportet, utrum cunctæ diversæ scientiæ un.ca methodo, an
d.versis melhodis tractandæ sint. I. Vera sententia adslruilur 40. Nos s Thomam
3 secuti, scientias omnes eadem me Prnn0n,VCtan MB P°SSG lUemUP" Statuimus
hTnc rroposilionem: "^ Scientiæ aliæ aliis methodis tractandæ sunt. Jil
'!', Me"S ^versis viis in cognitione rerum proced, prout insæ,n se d.versæ
sunt, et diverso modo ad ilhus facullates cognoscentes referuntur. At.iui res
in quibus sc.enfæ versantur, sive considerentur n sui na" lura, sivc prout
referuntur ad vires cognoscentes animæ l^LtriT ?r°jil? diversis viis mens eog,
oscZe: cesse est. Atqui melhodus via est, qua mens in cognitione entatis
progrednur. Ergo illas dlversis methodis mens nfre°St.n ^T T ^l1 id a,ifluo
emplo confirinarc. In scientns physics alia sane methodus, ',nm,n, .• V,tlca
llac">ndæ dicunlur, id non esse de sinulis . r z r;T,r^en"r' cv
n,,ib,,s ^ ssfisffl : -,, °„°-' q °,'a SCnCS d>onslrationum incipit, et
nrol-rcditur 21 esoe,;u0tC,,1nniCæ' ^ fJ'ntUesi innft™r, >%££ ium
rcsolutione non raro analysi utunlur. Eudides, cl vetcres Defensores adversæ
sententiæ refutantur. Philosophi, qui unicam methodum in cunctis scientiis
adhibendam esse pugnarunt, ex diversis momentis ad doctrinam suam excogitandam
permoti sunt. Nonnulli, ut Cartesiani, in cunctis scientiis methodum
geometricam commendant, quia arbitrantur certitudinem, quæ scientiarum
mathemalicarum propria est, perinde quærendam esse. Alii, ut Lockiani, et Gondillachiani,
unicam methodum inductivam probant, quia orar.es scientias nonnisi eodem
instrumento, nempe inductione, acquiri putant. Denique alii, inter quos
Germaniæ Philosophi Transcendentales præcipue recensentur, unicam methodum in
cunctis scientiis tenendam esse docent ex eo, quod unicum esse principium
omnium scientiarum sibi persuadent. Hæc omnia falsa esse evincemus sequentibus
propositionibus. llla certitudo, quæ propria Mathematicæ est, in omnibus
scientiis quærenda non est. Probatur. Gertitudo cognitionis respondeat oportet
naturæ rei, circa quam versatur. Ad hominem bene instructum, ait s. Thomas,
pertinet, ut tantum certitudinis quærat in unaquaque materia, quantum natura
rei patitur. Atqui res, circa quas scientiæ versantur, sunt diversæ. Ergo certitudo
diversi generis in diversis scientiis sit oportel; ac proinde eadem cerlitudo,
quæ propria mathematicæ est, quærenda non est in omnibus scientiis. Et sane in
Mathematicis, ut idem sanctus Doctor inquit, certissima ratio requirenda est,
quia versantur in iis, quæ sunt abstracta a materia, et tamen non sunt
excedentiaintellectum nostrum. Ast eadem cerlitudo in iis disciplinis quærenda
non est, quæ circa materiam sensilem versantur, materia enim sensilis
mutationis est obnoxia; neque in illis, quarum obiecta humanas vires
cognoscendi prætergrediuntur, cuiusmodi sunt substantiæ mere intellectuales ;
illa enim, quæ omnino immaterialia sunt, non sunt certa nobis propter defectum
intellectus nostri 2. Geometræ in
universum methodo synthetica demonstrationes conficiunt; recentes methodum
analyticam syntheticæ anteferre solent. 1 In lib. I Ethic, lect. III. 2 In lib.
II Met., lect. 2a. Inductio unicum instrumentum omnium scientiarum esse non
poiest. Probalur. In quolibet genere rerum, ut iam ostendimus, ad cognilionem
scientificam alicuius rei assequendam induclione, et syllogismo opus est. Atqui, si sola inductio nullam alicmus rei
scientificam cognitionem ner se nobis lag.ri potest, multo minus omnium
scientiarum unicum mstrumentum esse potest. Ergo. U. Unicum esse nequit
principium omnium scientiarum. Probatur . Mens nostra cognilionem veram tunc
assequitur, quum hæc cum re, quam repræsentat, adamussim consenlil; quapropter
scientiæ, quippe quæ derivantur a cognitione pnncipiorum, ex quibus res
existunt, non possunl veram cognitionem rerum nobis præbere, nisi oarum
pnncipia cum principiis ipsarum rerum omnino cohæreant. Quæ cum ita se habeant,
argumentamur hunc m modum: Pnncipia scientiarum consentanea sint oportet
pnncipns obiectivis, et realibus ipsarum rerum. Atqui species rerum, quæ sunt
obicctum cognilionis humanæ, d.vorsæ sunl. Ergo diversa sint oportet principia
coffniUonis humanæ Non tamen, ait s. Thomas, est possibile, quori ex sohs
al.quibus taliter communibus possint omnia svUogizan, quia genera enlium sunl
diversa 2 . Ex quo nrgumento colhgitur unitatem principii omnium scientiarum
cum pantheismo, in quo unitas entis adslruitur, conærere; siquidcm, cum
principia scientiarum rebus, de quibus in scienlns agitur, consentire debeant,
necesse est \ Cf p. 78, ct 81-82. /.. / Poster., lect. XLIII. Monere hic
præstat ab unico, nnC1p,o contradictionis, nempe, Non potest idem simul esse,
et m esse, omnes scientias derivari non posse. Et sane, principium
ontrad.ct.on.s procul dubio est supremum principium logicum, inippe quod
rationcm reddit, cur principia communia omnium scienlarum vera s.nt; si quis
enim invcstigare velit, cur de illis prinipns ne m.nimum quidem dubitari
possit, statim deprchendit id x eo (•vcnire, quod, si falsa essent, idem simul
affirmaretur, et rorctur. At vcro inde haud fluit illud principium esse
huiusmodi •r ncipium suprcmum, ut ex ipso, velut ab unica causa, universa wenua
promanet. Etenim principium contradictionis cst principium mmunc; ex pr.ncipio
autem communi, utpole quod circa nullam peualcn, matenam versatur, nullius
obiecti cognitio erui potest. -i s. Tnom., in cit. lib. I Poster., ibid., et lect. ut,
si unicum esset principium omnium scientiarum, unicum ens re ipsa existeret. De methodo docendi Quid sit docere, declaratur
Docere, secundum AQUINO (vedasi), non aliud est, quam causare scientiam in alio
operatione rationis naturalis illius ' . Sane mentes humanæ sunl in potentia
activa ad scientiam, quia ipsæ per lumen naturale intellectus co"noscunt
principia, quæ sunt quædam semina scientiarum; proindeque docenlis non aliud
munus est, quam mentem discipuli per signa exteriora adiuvare, ut hic ex
principiis ei notis conclusiones, quæ principiis continentur, ratione sua
eliciat. Ex his vides a magistro, non tamquam causa principali, sed tamquam
causa adiutrice, scientiam in discipulo progigni; quia quantavis mediaad
discipulum erudiendum magister adhibeat, semper discipulus ratione sua
scientiam in se efficit, et tum vere scientiam addiscere dicitur, cum
considerat utrum ea, quæ a magistro explicata sunt, vera sint, necne. Exemplo
hanc rem idem sanctus Doctor illustrat, et confirmat. Quemadmodum medicus
corpus ægrum ad sanitatem revocat, non quod ipse per se ægritudinem a corpore
repellit, sed quod cibos, et medicamenta corpori suppeditat, quibus natura
corporis ad ægritudinem expellendam adiuvatur; ita magister scientiam in
discipulo gignit, non quia eandem scientiam suam ei tradit, sed quia per signa
quædam mentem eius revocat ad considerationem principiorum, quæ naturaliter
cognoscit, et conclusionum, quæ principiis continentur 2. II. Quacnam sit
ræthodus, qua scientiæ tradendæ sunt 46. Non pauci philosophi, inler quos
nuperrime A. Garnierius 3, non aliud discriminis inter methodum analyticam, et
syntheticam ponunt, quam quod illa inventionem, Qq. dispp., De Ver., q. XI, a.
1 c. Ibid. 3 TraiU des famlUs, lib. VIII, c. 2, § 3. SlausCsec:iPu0enl(iOI,em
" PM ^ SCntentiam " traLZZs?atnt{aS meth°d°> 0Ua inventæ .
Probatur. Magisler, ut iam diximus, non aliter docet fe U„mmeqnU,aimnq„"0d
"""• ni])usuam. nempetrl ' niam argumenlalionem, qua ipse verum
coffnosci, rW! pulo manifes.at; ct discipulus non sermone?sed ar.im atione,
quam, ope illius sermonis, menle sua rS scienliam adquirii. Atqui, si discipuhu
acientfam^non ioncma Zgh!ro diSCi'-' q"am 1o eamdem argumcnTalionem, qua
hic scientiam invenit, mente sua rcnclii li qncl scentias non alia me.bodo
radendas csse^ab illa qua mventæ sunt. Ergo. Id ipsum s. Thomas ' hoc fa Hi Kri
°æCO„onPr0,bar^ d™ '-.hoZ invemion u uocinnæ non aliud interest, quam inter
naturam m locinnæ autem est artificiosa. Atqui artis nronrinm ^t r clr^metfj0
met^di >^mK •£ .ioccssus, ac melhodi invendonis. cicn,i"m CU18S
aUtCm',('U.aC VU'S° "reditur, addiscendi iui scienti lr°°
""enlionis, nu||a est. E(e„im ivereasaue v.pa " P /eJ,C 'nvenit'
Pkrumque plures, wram nrinilnS,ngred' • CDCt ' Ut quænam llarum ad lud inieres
„„^ )n,etn0d0'(|Ua "'venluni ab co csl, iaorem „, 'i „T ',ntCr v'alorem' ?
sine ullo duce, e ' mih^vl' UCCal,qU0 ltCr KRrcdilup. Hic cnim, cum lu pech
ne^i, gT'at' .qaat ad me,am oputam ducil, onec viamP ngI ; 'Jle autcm hac illac
wcurrere debef igpedia tu ' qUa° ad mCtam Perducit' dtegt. -Ilamque 1 Loc. cit.
gg Prænotiones de arte critica 49 Ouoniam ad alicuius scientiæ adeptionem veros
!ibrorum auctores cognoscere, eorumque loca obscura m"erpretari plurimum
confert, nonnullas de Arte crihca no iones ad calcem huius Logicæ exponere
visum nob.s est. Criticæ, nempe iudicatricis nomen habu.t ars de aho rum
scriptis iudicandi, eiusque pars, quæ de .nterpreta lione librorum regulas
tradit, pecul.are nomen Hermeneu ticæ sive Interpretativæ habet. 50 Atque ut a
definitionihus verborum ord.amur, genuinus est liber, qui eum habe. auctorem
c.s,ej nræsefert, suppositus vero, s.ve spurius, si alium quam cu.? trihui ur,
auctorem habet. Porro xnteger aud.t l.ber, nu non aliud continet, quam quod
auctor scr.ps.t; s, quui quam illi additum, aut demtum sit, corruptuseU
spec.at.u nlerpolalus, si quidquam add.tum, muHlus, s> demtum 51 Ut genuini
a spuriis, atque mtegr. a corrupt.s li bris secernantur, tria' præ oculis taWa
^ 1 styte, nam certe spur.us est liber. si stjlus dij ersu sit a slvlo
auctoris, cuius nomen præs efert; 2 eesi aclus essent.æ, agere autem est
actualilas potentiæ. go si esse et actio realiter distinguuntur, necesse quoque
> ut essentia, et potentia, a quibus, tamquam a princi- Mi actus promanant,
inter se realiter distinguantur 3. iiismodiCn0nPOribl!S an.i,nantium dicuntur
principium vitæ ; ast msmodi non sunt, nisi per animam. Esspntia animæ illud
est, secundum quod per eam et in ea habet nadirZ aUlem s,SmT,cat ipsam
essentiam, quatenus habet ordi \ op.t iTbmiiTTnew' cf s Thom'' De ente
etessentia> c- S^ sa tonsutuuntur, prius cognoscat. Ms fil^M nabi!USp0teSt alia
signincatione dici natudis, scihcet prout v.m facultatis, et modum onerandi 1
naturalem non excedit. Si habitus hac raTione nntu ;;.eie:[urab illa specie
babitus • srx± 29. Habitus infitsus ille est, qui vel facultatern humanæ
esienCail,CU,USmr,i S,Unt FideS' SPeS' et ^riK i, etsi naturah virtute aliqua
rat one aconiri nnscii men ex .mmediata Divina actione sine natura K ' rip0,
irare„m' efom" : ^T " Ap°St0'iS " ripiurarum, et omn.um
I.nguarum, quam homines ner t Srfecto,8COnSUetudinem cquirere^possunt, licet nl
30. Quod si hahitus considerentur relati ad
notentia Mbus insun,, i„ intellectuales et morales dividunlur pro„'t rt.nent
vel ad inlellectum, uti scientia, velad volunta . uU temperanlia. Cuius
divisionis ral o hæc es° Ilhe eiitiæ ind.gent habitu, quæ
diversimodepossUnlor!t njl agendum; quia, cum huiusmodi potentiæ ex sui • ad
dotcrm.natam, sive complelam opera ionem or Seta"baA,ri,„rnniSi Per
babitUS evadnnt ToZtiL J.'etæ . Alqui potentiæ, quæ diversimode ordinantur $,
TlC t^T^" V°CatUr '•"" prinapionan; vid. ^o^ir^ S£s£s^f ^s^^~ ^v^^r
A.si.r^,, atque definitur,Ulud principiZ Z .orpus vivens per animam nutritur,
augetur, et propaqatur 3uare tres ut diximus \ complectilur facuItfteT tt rum,
nutntivam, augmentativam, et gcnerativam. Vegetaivum, inqu.t Doctor noster,
habet pro obiecto ipsum corms v,vens per an.mam; ad quod quidem corpus triplex
mimæ operatio est necessaria. Una quidem, per ouam sse acqu.rat : ct ad hoc
ordinatur potentia genem"™ lVe.r°; P.er. 1uam forpus vivum acquirit
debitam quanitatcm; ct ad hoc ordinatur vis augmlntativa. Alia vero r quam
corpus viventis salvatur et in esse, et in quanitate debita: et ad hoc
ordinalur vis nutritiva 3 ' t; 1?,?,asnutritiva est M"vu,qua vivens
alimentum uisi nu iæ duæ desfrviunt generat,° est ul"ma °Peratio, cui ' se
comnlecliiur n ..'. ^0'^ 'PSaS °Uodam modo ntimnc P Quare nos a Gregorio
Cuvierio dis i" ^ esVprirn/one 7 nUtrit,'°ne defini1 • &™
"U" •inde ; iL™ °Peratl° > qnæ in vivenle annaret \t ni attrhni
nmtaSat consequitr, vilam a noTs nulri n am CSSe-'si0niLer0 6X "Utritione
notm"em vitæ tra ffimperfeXr m, l|Utr,„,°' CUm sitoPeralio vilalis
wneriecuor, nullam harum complectitur. • I. Invetigator otroni opera.iones
vi.ales in horoine smt rationa.es, an nalura.es od nI?i'lVjIUti exPloratum.
certumque sumentes illud rion de70nstrauimus, nempe prineipium a „, 0 01 usmodi
„ a,e°r,UnlUr' esse animam. a q-e n hominc Si r,nC,P,um esse eamdem animam
rationalem -st.gamus utrum, nec ne admitli possit Perrahullii', Uectum, imo in
ivia intn/,> • ?.em lIIo> Vul est secundum erfecior,i, 5&X£^fZ2Z7
""^ T o, et ultima perfeetio vitæZLi' qu' |" "o. // /)e
^lntm., Ject VI ' L"Iy,;C V„~' reV8 ""'""'•. pnysique,
Des sens exterieurs. DYNAMILOGIA Sthalii , aliorumque sententiam, qui,
Scaligeri vesti giis insistentes, animam rationalem per rationem, et vo
luntatem cunctas operationes vitales corpons producer opinati sunt. Operationes
vitales hominis non sunkanationa les, sed naturales, hoc est, similes
operationibus rerum o mnis coqnilionis expertium. Probatur. Etsi, ut suo loco
videbimus, amma, quæ irr formatcorpus humanum, sit rationalis, tamen non largi
tur corpori esse suum, prout est rationalis 3, sed esse ns turæ vegetaniis,
quam in se continet. Atqui operationei quas anima in corpore edit, consentaneæ
esse debent m turæ roO esse, quod ipsa anima corpori largitur. Ergo illa
operationes debent esse tales, quales sunt operat.ones v modo spectant. i
Theor. medica vera, Physiol. Exoticarum exercitationum liber de subtilitate ad
Hieron. L danum, Exercit. 307, n. 3. i nn rliinr) a un. De Anim., a. M aa n. O
c it ibid. ad 6. Hoc certe sibi voluit s. Basilius, cum it anTmam corpoH vitam
impertiri suapte natura, non vero vA te; vid. Constitutiones Monasticæ, c. 2,
n. 2. 's i q. LXXVII, a. 1 ad 3. e Gf s. Thom., 2a 2æ, , a. 3 ad 1. De
facnltate sentiendi I. Qaædam notiones præslituuntur 42. Facultas sentiendi
illa est, per quam anima unita orpori res mater.a Ies, quatenus materiales
sunt, percipit læc facultas complect.tur sensus externos, et internos -xlern.,
quorum actus sensatio nuncupatur, ex eo nomen nmunt, quod versantur circa res exteriores,
hoc est circa es quæ ips.s extnnsecus obiiciunlur. Sensus autem in n7lrn°mlne
donantur.> 1uia spectant res sensiles, quæ n.mam per sensus exteriores
ingressæ sunt. > til"? •enS.US utriusque generis non in anima sola, sed
> amma s.mul, et corpore existunt, ac proinde ad
actioessuasexerccndas.nd.gent quibusdam partibus corporis cuhar. quadam
structura donatis. Hæ^ partes oraam, Zl'nStrUmenta d,c,a suntqia inserviunt
animæ ad '' '„ sens '"es exercendas. Organa sensuum internorum r i Z,l °S
Cc0r.P0rA,'. et orana externorum in di 2rJ US suPe-fic.ei illius resident.
Sensuum autem lCr,°.rUm organum; quod odoratui inservit, nares, quod od heinT0'
qU° aud'tU'' aures' quod visioni id> qnd eognoscitur, non „°si rporeun, esse
possit. Atqui facuUas°sentiendi non nis s riffn na corP°rea exercetur ; omnes
enim experimur n!„T unquam sent.re, n.si ope alicuius organi, ita ut quod
organum corpori desit, aut vitio aliquo aboret i.oSZætar'bvUeSr qUaCPer ir'Ud
^™ fiun ^ EitaiU J,,-' P.crPeram aic.atur. Ergo obiectum ^in.iitatis est ahquid
corporeum. '."'™ Pfoprie
est organum tactus activi, tota autem nellis e Paaos. Christ. Compend. I. ? o 45. 2a. Anima per sensus una
cum qualitatibus sensilibus eliam substantiam percipit. Hæc propositio demons
tratur contra Reidium, Rosminium, Giobertium, aliosque, qui docuerunt animam
per sensus percipere dumtaxat qualitates sensiles, e. g., colorem, saporem,
odorem etc, non vero ipsam substantiam corporum. 46. Probatur. Nos per sensus
percipimus qualitates non in universum, sed determinatas, et concretas. E. g.
nos non percipimus colorem in universum spectatum, sed determinatum, hoc est,
aliquid coloratum, e. g., album, aut nigrum. Atqui qualitates non sunt
concretæ, et determinatæ, nisi prout huic, vel illi subiecto inhærent. Ergo nos
non solum qualitates sensiles, sed etiam subiectum, cui inhærent, hoc ' est,
substantiam sentire pro certo habendum est. 47. Illud autem concedendum est,
quod substantia, cui qualitates sensiles inhærent, confuse, non vero distincU
per sensus percipitur, quia illa ad sensus non nisi per accidens refertur. 48.
Ut id facile intelligatur, explicanda nobis sunt diversa sensilium genera. Hæc
sunt propria, communia et per accidens. Sensilia propria sunt qualitates, quæ
ad sensus referunlur eo quod ipsæ determinant sensum ad sentiendum. Hæc
dicuntur sensilia per se, etprimo, quia reducunt sensus ad actus suos. Sensilia
per accidens sunt, quæ per se nihil agunt in sensus, sed ab ipso apprehenduntur
ex eo quod cum sensilibus propriis coniunguntur. E. g., in lacte albedo est
sensibile proprium visus, quia visus ex ipsa albedine ad eius visionem
determinatur; dulcedo autem est sensibile per accidens ipsius visus, quia
refertur ad visum ex eo quod cum albedine in eodem lacte coniungitur. Item,
substantia corporum est sensibile per accidens cuiuscumque sensus, quia
refertur ad sensus ex eo quod est subiectum sensilium propriorum. Denique sensilia communia sunt, quæ per se, sed non
primo agunt in sensus. Per se, quatenus actiones sensilium propriorum quibusdam modis afficiunt,
sive, ut aiunt, modificant. Non autem p rimo, quia nihil in sensus seorsum a
sensilihus propriis agunt f. Hæc sensilia sunt qualitates Cf s. Aug., De lib.
arb., lib. II, c. 3, et s.
Thom., I, q. LXXVIH a. 3 ad 2. U5
quæ ex quantitate exislunl, e. g., magnitudo, figura motus. Sane hu.usmodi
qualilates, etsi non agant in senTuS scorsum a sens.li bus propriis, tamen ad
"producendam sensat.onem al.quid agunt, quia modificant ip am actionem
sens.l.um propnorum. E. g. oculus aliler a ZkmZX. n.vis, al.ter a parva
afflci.Sr. [am sensu sens™ Tprop • a et commuma d.sl.ncte cognoscil, sensilia
aatem per accl iens confuse, qma j||, per se senlit hæc au7em ex eo solum, quod
cum illis coniungunlur. Abt. Iir.— De nnmero sensuum externorum 49. Lockius
dubilavit an præter aspeclum, auditum aulum odoratum, et tactum alii sensus in
homine laTa/t Jod.ern. fautores magnetismi animalis contendunt ani-' nam .n
sommo magnetico sensationes, ac alias a" iones ognoscenles exerere, quæ ad
nullas am comnerL fa ultates revocari possunt. Denique BnlmesTuT? a| iaue -n t
fien posse, ut homo novul sensum temp'o^ .ect^r,o( po Ha,r!S',qUæ ad
se"^bilitatem externam iones aU10 Tr M ' ^0' SUU' SpeCi"Ce diversæ
a",.°,nr qj P,llas exercentur, et actiones sentientes •ec.fice diversæ
sunt, prout specifice diversa sunt ob e . ad quæ referuntur e int. hnm., lib.
H, c. 2, § 3. 'nk°rC„Srle'na n°'nCn mai>^tismi animalis habet, guia pr0
cert0 nes„,,srPr°rC,CSSe cognitio sensitiva efflcilur ^•^SSi.1"' ^^
SenSati0 haberisineorganoproProbalur. 1 Obiecta sensilia sunt coroora Ainni ™
cxcipiendas SSffiSSr ftS^SSL?^!?!^ ST " B C r P/iu™/^"Pecia"1
eCsseqUe ""^ losonhn°'"r COnt,ra Rei dium '• et fere omnes
recentes phiosophos. Cogn.lio est actio immanens, sive aclio trm.num habet .n
ipso suhieclo cognoscenTe auba' nH t,(0sci° K°tUm' '|U°d cenoscitUrfsed 8ub
ieciuu,,^ ofse nUi^hqU,° conse(luitor cognitionem haher '"on •osse, n.s.
ob.ectum cognitum cur£ facuKale cognosceTte s.^ismi ^W P^nSrr eMe Senlentiam
fantornn> idere non per ocu los sed „ 'n S°mn° ma8ne'ieo animum S f.caltatem
laten.em fn ,v, PartCS COrporis> vel d, in. es eo „,„,'' U tates,alentes in
anima esse neoueiint . Wal^.TO.r? vi-,lere per aiias partes e": •eclat, si
vis viden, i„ T eenferant. Quod autem ad alterum structuraVt it VXK" 2??transfe"e'n'',
s,,u,,u mP m „mmTlTi „Crn°,r StætranSfcrri diennt. Pæ" "> Possc
fieri „ „ " m, U ! T CV,ncit hanc 'nutationem iorpus hnm„, 1 II"
strnct,,ra ad "turam corporis hnm.ni faZt£zmZ TZXlUr 1836; Caro,i ™
echerches sur V entend. hum., c. 2. quodammodo coniungatur l. Atqui obiectum
sensibile noB potest coniungi cum sensu, nisi per suam speciem, sive
simililudinem. Ergo cognitio sensitiva fit per species rerum sensilium. 56.
Minor demonslratur hunc in modum: Obiectum sensibile, ut cum facultate
sentiente coniungatur, atque ita notitiam sui in animo gignat, debet in ipsam
facullatem sentientem, sive in ipsam animam ingredi. Hoc posito, obiectum vel
per seipsum, hoc est, per eadem prineipia, ex quibus constituitur, animam
ingredi dicitur, vel per sui speciem, sive similitudinem. Atqui obiectum non
potest per seipsum ingredi in animam, alioquin unum, idemque cum hac fieret ;
id, quod proprium panlheistarum commentum est. Resiat igitur, ut per speciem,
seu similitudinem sui in animam ingrediatur 2. 57. 3a. Species efficiuntur ab
ipsis obiectis, non tamen ex eo quod aliquid substantiale, vel accidentale a
cor poribus distrahitur, sed ex actione obiectorum sensilium it animam.
Probatur. 1° Species ab ipsis obiectis efficiuntur. Ete nim experientia nobis
testatur obiectum ipsum, quod sen timus, e. g., solem, esse simul causam
cognitionis sensi tivæ. Si ergo cognitio sensitiva non fit nisi per specien
obiecti sensilis, hoc ad illius productionem tamquam cau sa concurrere debet 3.
2° Nihil substantiale a corporibus avulsum in animar illabi potest. Et sane,
anima est incorporea. Atqui fiei non potest, aiente s. Augustino, ut
incorporeus animu I adventu, atque contactu corporearum imaginum cogitet )
Ergo. 3° Neque aliquid accidentale a corponbus distractnr in animam ingredi
potest. Revera si id fieret, acciden in actu migrationis sine subiecto, ac
proinde per se ex steret. Alqui accidens per se existere nequit. Ergo. i
Cognitio contingit secundum quod cognitum est in cognosce; te ; I, q. XII, a. 4
c. Cf s. Aug., Soliloq., lib. I, c. 6. 2 Cf s. Bonav., In lib. IV Sent., Dist. XLIX, p. 2, a. 3,
qresol., et De reduct. art. ad Theol. 3 Sensus, ait s. Augustinus, accipit speciem ab eo corpor
quod sentitur ; De Trin., lib. XI, c. . Epist. CXVIN, c. 3. 4° Quod ! si
species non est aliquid neque substanthlp inTeediatCurdei' T°t , °biec!o -Sffi
JffSSi r ucl F l 0b,ectum aclione sua illam in anima producat. fct sane, sensus
est intrinsecus indifferens ad pemp.endum hoc aut illud obiectum, ac proinde
ali cS inlrin^00' et n0n aliud obiectum. Inm hoc prinecus sensn neCUm, non
Potest esse res, quatenus exlrinecti a\Z^ TT Erg° Satis non es P™ducat in eo
rTtefarSJl U "^" semitiva a'' rei efficialur, ensum f^Z '
?"" ° v^To eXUrius Peciem suam ™ s;rsjr:v? mscipiendo in ? a 'specie rtpraZZit'
MW ^™ ^™ ctus1enTuslaADarS SuscePtio sPeciei est quidam vitalis ronri,, pc •
^qU' aC,US Vltal,s non nisi earum rerum otes. !. ' q Se'pSaS .movent ad agendum
', et nihil SieJo in .m°Vere' n,S',0Vid cius species similitudo est: •d Tum^T
n°U .eS.1 terminns. in quem cognitio fertur, ereipffim PrinCT'Um' CX q-U0
Sensus detcrminatur ad tis non pT, ' ab,pSa specie repræsentatam . Ergo K
IibXI> c2 sThoi-> Quodlib.Ym, ii 'odar9;' s' av' /w m' 7 SenL> Distrn.
• "! ; Cf B Alb. M., In Eth.f tract. II, c. 18. sThom., I, q. xil, a. 9 c,
et q. XIV, a. 5 c. 1 analogiam secundum naturam, conc. ant., non habent
analogiam secundum repræsentationem, neg. ant. Neg. cons. Et sane, ut aliquid
repræsentet aliud, non requiritur convenientia inter ea secundum naturam, sed
sufficit convenientia secundum repræsentationem. E. g., statua Herculis
Herculem optime repræsentat, etsi forma Herculii non habeat tale esse in
statua, quale esse habet in carnibui et ossibus %. Iam, etsi species
immateriales nullam habean convenienliam secundum naluram cum rebus sensilibus,
ta men habent cum eis convenientiam secundum repræsenta tionem 2, quia nihil
prohibet quominus aliquid incorpo reum contineat in se repræsentative illud
ipsum, quod ii re corporea est realiter. Igitur
per species incorporea possunt res corporeæ a nobis percipi. 65. Inst. Simile
simili cognoscitur. Ergo per species in corporeas res corporeæ percipi non
possunt. 66. Resp., Dist. ant., ita ut medium cognitionis simi litudinem naturæ
habeat cum subiecto cognoscente, conc ant., cum ipso obiecto cognito, neg. ant.
Neg. cons. E sane, cum cognitio sit affeclio subiecti cognoscenlis, no vero
obiecti cogniti, medium, quo aliquid cognoscitui simile sit oportet non iam
obiecto, quod cognoscitur, se subiecto cognoscenti. Quocirca, cum anima sit
immat( rialis, nonnisi per species immaleriales potest res coi poreas
cognoscere. Illud igitur effatum, simile simili c ne operaliones suas i°nes '..
cqU enSUS commu's non cognoscit opera;,,'n °Perat'ones sensuum exle°rnorum.
Ergo •^quam sensus commun.s exercct, est directa, non ?'i.Hi1rC;V,,;niUS
facul,atis ohfactam, nataram, et modum, 1° Sens.aC In SUaS eXC.rCet' hæc
adnotanda sunt: Sensus com.nun.s eo,pso, quod scnsaliones sensuum propriorura,
sive externorum, earumque differentias sen tit, ipsa obiecta sensilia percipit,
quia sensationes ab ob iectis suis seiunclæ esse nequeunt, et ipsæ sunt diversæ
prout ad diversa obiecla referuntur; si ergo sensus com munis percipit
sensationes, earumque diversitalem, diver sa etiam sensationum obiecta sentire
debet. Quapropte duplex obiectum sensus communis distinguitur, unur proprium et
directum, nempe sensationes, quæ per sensu externos habentur, et earum
differentiæ ; alterum ind\ rectum, et secundarium, nempe obiecta sensuum
propric rum 2° Cum sensus communis sit facultas senliens, organur sui proprium
in corpore habere debet. Hoc organum vc catur sensorium commune, et est
encephalum, sive, u aiunt, systema cerebro-spinale, quod cum organis sensuur
propriorum per systema nerveum coniungitur ; unde fil ut sensus communis, qui illi
alligatur, affectiones sensuur propriorum excipiat, et cognoscat. 3° Hæc facultas dicitur sensus
communis, eiusque or ganum sensorium commune, quia est velut centrum sensuur
propriorum 2. Scilicet, sicut centrum est principium, quo proficiscuntur, et
terminus, ad quem lineæ deferun tur; ita sensus communis est principium, sive
radix, v( fons, a quo vis sentiendi transfunditur in organa sensuui propriorum,
et est terminus, ad quem affectiones sensuui propriorum deferuntur 3. Quocirca diversæ sensilium sp..„j ."a&V,ls
'cimere, et sibi repræsenlare 'tcst . Quod si amma per phantasiam percipit Z?
rei, non rem ipsam, opus ei non estSenlh ?f ' . na!„u'rag:?etUrI.; qUare
PerPhantasiara ?ef um etiam laginamur, cum hæ a sensibus remotæ sunt dnm ZX:
VenS'buSPr.°Priis • et sensn communi 'res non prehend.mus, nisi hæ nobis
adsint, quh per istls fa llales res ipsas cognoscimus. 4 P l,a~ ^roL^' i"'
Phantasia "t ficultas sentiens. fett,".FaCU,ta-8-'('uæci'rca res
sensiles versatur £ non est in,X,e?erCetUr' 6tauæ '" bel,uis e'iara si,
non est intellectnx, sed sentiens: quh res sensilo t ob.ectum sensus; in statu
somnii autem intellec tus 5 TJZSZT be"uæ denia-ue hSfc-KST ari nnr "i
enS','.a,raaS'nari, præterea res ima s doninnn cura1v'g'laraas. sed etiam cum
dorrni aVin-,nd? nnll. m°d° uh°minC.S ' Sed eliara belluas vi ac°sen "nH;P
C ' U,am hæ ' nisi vi Pollerent sibi re cscntandi rcs sensiles a sensibus su.s
remotas zl ?Li:qize-' quaita'robatur. Non possumus aliquid imaginari, nisi qua
Cf !" ll°°y' ComP^d. theol. vtr.. lib. II c 3fi tenus aliqua figura
induitur: quod quidem conslat tum ab experientia, tura ab ipsa significatione
vocum phantasma1 tis, ac imaginis. Atqui figura ad quantitatem corporis
pertinet. Ergo res sensiles ad phantasiam per quantitatem proprie, et per se
referuntur. Diximus autem proprie, et per se, nam qualitates rerum sensilium
etiam ad phanlasiam pertinent, ex consequenti tamen, et per accidens. Etenim,
cum qualitates sensiles a quantitate seiungi nequeant, sequitur phantasiam eo
ipso, quod fertur in quan-, titatem, ferri etiam in qualitates rerum sensilium.
81. 3a. Phantasia
sine sensibus propriis, et sensu ' communi exerceri nequit. Probatur. Phantasia
versatur circa obiectum, non prout in se est, sed prout in anima existit, quia
phantasma, sive obiectum phantasiæ est repræsentatio obiecti sensilis facta in
anima. Atqui obiectum sensile existit in anima, prout sensibus apprehensum est.
Ergo actio phantasiæ sine actione sensuum existere nequit f. Expenentia idem
confirmat; compertum enim est quemquam sensu aliquo carentem nihil posse
imaginari de sensilibus, quæ illius sensus propria sunt; e. g., nec cæcus
colorum, nec surdus sonorum ullas imagines habent. 82 Quod si cura Garnierio 2
obiiciatur nos multa imaginari quæ nuilo sensu fuerunt a nobis apprehensa, e.
ff., montem aureum, in promptu s. Thomæ responsio est: Etsi phantasma rei, quam
ante non percepimus, sit novum secundum speciem totius, tamen non est novum
secundum partes, ex quibus componitur. Ita species montis aurei est nobis nova,
sed non sunt novæ duæ species montis, et auri, ex quibus unica illa montis
aurei spe cies existit 3. . k;£ 83. Duo denique circa phantasiam explicanda
nobu sunt: 1° Quid sit, quod interdum per phantasiam non imaginem obiecti, sed
ipsum obiectum repræsenlare no bis videamur; 2° quomodo fiat, ut phantasia ex
imagini bus rerum, quas e sensibus hausit, novas imagines et formet., . . j 84.
Quod attinet ad primum, præmonendum est iuar i Cf s. Aug., De vera Relig., c.
10. 2 Op. cit., c. 3, sect. 4, et c. 8, sect. 1. s Qq. dispp., De Malo, q. XVI,
a. 11 ad 9. bio intellectus opus esse, ut cognoscamus utrum, necne •es, quas
.mag.namur, reales sint. Quare quidquid impe IU, quom.nus intellectus iudicium
illud exerceat, in™au a est, quamobrem non imagines rerum, sed res insas >ob,s
repræsenlare videamur. lam huiu modi 1mpPedi nentum even.re qu.t lum ex parte
animæ, lum ex p^arte orpons. Ex parte animæ evenit, quoties ipsa in nhan asma.e
confingendo omnem vim suaTr, intendft; siqufdem" l . alibi d.ximus ',
anima, quoties omnem vim suam Tn l.cuius facultatis exercitalionem inlendit,
reliquas fecri ftes exercere non potest. Qnapropter, quotiesYnTma "b
ehementem al.quam affectionem, totam vim sua.n inf baginem ob.ect, convertit,
inlellectus non potest iudicTum Nhibere, ut d.stinguere valeat imaginem al
"psa T nam repræsen.at. Ex parle corporis° autem dem evel l, quia vel ob
soporem sensuum, uli fit in somniU !| I morbum a liquem corporis, uti'in
ægr" et phreneti S ætio inlellectus impeditur 2. S pnreneti &>.Quod
ad altcrum spectal, phantasia, ut diximn "umSrSeeduc,U.l-retinet: '^
aUtem' e,si non p"d . mota Z \ , Se"SU TVe,atUr',amen> Postquam ab
. mola est, polesl ex se sola aliquid agere, auia in nm a ™™eTr>dZoym
^^.cesLnt^se^uMr se rc.in! „•• Quoc,rca' " Phantasia imagines rerum se ret
net, eiusque actio cum aclione sensuum non ces ere^ur a?r'e ""^, •'
aUOminns fPsa ""p" imagine s nihi h,°Ue ex. mnl,,s> variisque
novas conflet/quls n.h.l hu.usmodi m rerum natura respondet. IX,— De Æslimaliya,
seu Cogilativa S6. Æstimativa est,11, facullas, qua in rebus sensili s
apprehend.mus aliquas qualitatcs, quæ ner sen s ZTl0^ v" innotescnnt. cg,
illasessePnobsuti ^ aUt • X'aSVoCa,.ur au,em Mstimativa, quia per il
eTmardS'JeUI,U(IiCamUS ali1ui0 in -2us sPensi ' esse quod sensibus non
apprchendimus. tiens P' Æsttmatlm non t faultas intellectiva, sed
•,10fbrxH,Cfe.%2AUg' °e THn> IibIX• ^, et De ctThom.,',,,. (,. 4 c. e, q
v> ^ ^ ^ ^ Gen. DYNAMILOGIA Probatur. Facultates, quæ homini, atque belluis
communes sunt, nonnisi sentientes esse possunt. Atqui æstimativa communis est
etiam brutis; certum enim est ipsis inesse facultatem quædam de rebus
sensilibus iudicia conficiendi, quibus ad vitæ conservationem opus illis est;
e, g., ovis lupum inimicum et canem amicum iudicat, atque inter plures foetus,
qui obviam ipsi fiunt, erga proprios tenero matris affectu trahitur; avis
paleas ad nidificandum accommodatas a ceteris discriminat '. Ergo æstimativa
est facultas sentiens. 88. Ut huius propositionis veritas magis perspiciatur.
advertendum est aiiædam iudicia particularia circa re et rccognoscendi I
robatur. Proprium obieclum memoriæ esl nræteritnm rout prælerilum est. Hoc
posito, præteri um nronr t rac,er„um, est obiectum sensile, non vero intXibil1
p-Vd etlrZZT dPraCteritUm " •^SSftSl,j ' "s ?elerm'natum, dum e
contrario intellieibile est "lclcrminatum, ac universale, proindeque ex n
om„ ',vl;,mmdnS,dera,,UrAtaui natura faoJtads ex obieX ';' quod yersatur,
sumenda est. Erjro memoria enm hifrod r C VerSCt,,r> fæ"^ senTicnse .
Acce s cJmunif CU t8S cog"osee"f!i' M"e bomini cum belis
communis es, non msi sentiens esse quit. Atqui bel .™™ pollere colligitur ex
iis, quæ ipsaTagun . Habent, s. Auguslinus ait, memoriam et pecora et, al oqn.n
non cubilia, nidosque repeterenf, non alfa "e "S„;fDCSC""t;
neaue enim assuescer; valeW ™fisZ;Zl PCr memorian'2 • Memoria igitur est Si
"n^Mi,fn Pr0P\fr°Ul esl 1™tdam specialis faW, nam eliam ad mtellcctum
memoria pcrlinet sed craLl0C° eXP',Cabimus' du">. 4 c. • Om/W., lib. X,
c. !7. iiLos. Christ. Compend. I. : (| æstimativæ, quæ imaginem rei antea
apprehensæ ii phantasmate deprehendit; siquidem anima cognoscere noi potest
phantasma, prout imago huius rei, et non alteriu esl, nisi similitudinem eius
cum ipsa recognoscat, han autem similitudinem non nisi æstimativæ subsidio co
gnoscere potest . Insuper, cum memoria sit facultas sen tiens, ac proinde sine
organo corporis exerceri nequeat illud etiam ad eius actum expostulatur, in
organo corpo ris, per quod anima vim suam ræmorandi exercet, aliquoi vestigium
rei produci, cum res primum percipitur2. 94. Ad explicandum progrediamur ea,
quæ ad reraini scentiam spectant. Aliquando rem antea perceptam cognoscere non
possu mus; aliquando vero aliquam eius partem agnoscimus, € ex hac integram
præteritæ cognitionis recordationem es suscitare nitimur. Si prius fit, oblivisci rei antea perc( ptæ; sin
posterius, reminisci dicimur. Hinc s. Thoma reminiscentiam definivit, et
explicuit hunc in modun Reminiscentia nil aliud est, quam inquisitio alicuiui
quod meraoria excidit. Et ideo reminiscendo venamui idest inquirimus id, quod
consequenter est ah aliqu priori, quod in memoria teneraus, puta si quærit mem
ac memoria, sed tanim ut s.t quædam dos, quæ memoriara perficit, earaie
belluina præstantiorem reddit. Re quidem vera £it.cog. tativa propter virtutem
comparativan qna ob a ?en oJ, i ^™ ^1' n°" tamen facu,ta diverab ea cst,
ita remimscentia excellit super memoriam fluarum, sed eiusdem naturæ, ac in
ipsis, est. CAPVT IV. De
facultate intelligendi Aw.I.-Cuiusnam naturæ sit intellectus, et quanam ratione
res ad ipsum referanlur 97. Intellectus est illa facultas, cuius est
apprehendere h Prout sunt immaleriales. Quaproptcr incoritioM Wlecfva secus
accidit, ac in cogoWoe seositiRqai! imm.i! '• r sPec,es.' Per n"1 obiectum
percipitur, mmatenalis, tamen ipsum obieclum a specic renr™ 'la>.n cst
aliqoid materiale; in illa anjpc albmid,,r ," ,Tes' Prout ad •nlellectum
referunlur di Ssa?t.i.br ra,io "' £-4 -W # ' '"'e,lectus esl facultas
inorganica. Walur duobus argumentis ex ipsa natura animæ Cf"\^
'"^" i"m-' part2c. „a(ra rfawe, quia, postquam eogaovimn. ua
DYNAMILOGIA 1° Anima humana supremum locum inter substantia sensitivas, et
infimum inter substantias intellectuales tenet ; quamobrem tum facultates
propriæ substanliarun sensitivarum, tum facultates propriæ substantiarum in
tellectualium, quæ sunt intellectus, et voluntas, ei iness
?"xls::"one materiali Snecies a S reSete,:utratnh ab, inte"eCtU
" Der ^em,.,,: txercet super phantasma, in uuo essenlia rpi ,,.. ciniUS
mafef' b^oblegitur.' Hæ'c spec es TteZZ Ts 2Zhb,ntellectu PO^ibili, qui et ea
specie ro esentT ' S'Ve 'PSe Sibi elTorulat similituainem1 rei Præsentatæ a
specie inlelligibili, et sic rem ipsam in spcciem intelliaihilem J,?„, • \
El8:0 Potest cognoscere "e"'™ sibi propriam Lt^hLtf. pnnc,Pium • 9-0
cognoscit '•. 1. I., C,S,.' i,„? V '•>". ~ P„J ',. "£,",, ct
• '-.... q. ii, .. i u ..telligit. Hæc omnia in præsenti, et sequentibus
articulis singillatim explicabimus. Atque in primis, sicuti species sensibiles
ad sensilivam cognitionem, ita species inlelligibiles ad mtellectionem
efficiendam expostulantur. Dicuntur species intelliqibiles, quia repræsentant
essentiam rei a qualitatibus materialibus seiunctam, in qua, ut diximus,
ob.ectum in tellectus consistit. Intellectus sine speciebus mtelhgibihbus res
intelliqere non potest1. . . Probatur. Cognitio, ut ahbi demonstravimus, sine
coniunctione obiecti cum facullate cognoscenle effici nequit, atque hæc
coniunclio, nisi fieri dicatur secundum simihtudinem obiecti, certe secundum
ipsam eius naturam tien deberet2. Atqui prorsus absurdum est obiectum secundum
suam naluram coniungi cum intellectu, quia per huiusmodi coniunctionem obiectum
fieret unum, idemqu cum intellectu, omnisque realis distinctio inter utrumqu.
tolleretur, id quod et per se absurdum est, et pantheismt adfine est. Ergo
omnino repugnat intellectum intelliger res sine speciebus inteiligibilibus. 112
Circa naturam harum specierum lntelligibihum næ duo pro certis, exploratisque
habenda sn>- .Prl^ " quod species intelligibiles a speciebus sensilibus
differnnl nam species intelligibilis est immateriahs non solum proi in
intellectu est, sed etiam prout refertur ad obiectum rc præsentatum, quia ipsa
repræsentat obiectum condjnou^ bus materiæ exutum; species autem sensibihs est
mm J> q. LXVII a 1 r s P' ', 2' q re°' a c' 3 h q. LXXXV, a. 1 ad 4 obiectum
non iam in potentia, sed actu intelligibile, nempe essentiam rerum sine
conditiombus matenalibus 118. Circa huiusmodi actionem inteliectus agentis hæc
tria adnotanda sunt:, 1° Species, quas intellectus agens abstrahit ex
phantasmatis rerum, exbibent obiectivas, sive reales essentias rerum. Nam res,
quæ eodem genere, aut eadem specie continentur, reipsa consentiunt in essentia
omni conditione materiali exuta, ita tamen, ut hæc essentia diversis modis
determinala existat in rebus smgularibus. h g., natura humana, abstracta a
conditiombus individualibus, ea est, quæ reipsa omnibus hommibus convenit,
atque in unoquoque eorum secundum diversas determinationes existit exisiit . ••
2° Distinguenda est duplex abstractionis spec.es, nem pe abstractio per modum
simplicitatis, et abstractio per mo Vdum composilioms, et divisionis. Pnma
abstractio eadi citur, quæ efficit ut inlelligamus unum sine aho, sive s cob
sideremus essentiam seiunctam ab acc.dentibus. Alter. consistit in eo, quod
intelligimus aliqmd non esse xn aho vel esse separatum ab eo \ lam vero pr.ma,
non vero al tera abslractio est ea, quæ f.t per intellectum agenlem Quæ quidem
abstractio per modum simphcitatis, ut e. eius definitione patet, non
expostulat, quemadmodum fa so ponit Rosminius', cognilionem, et col laUonem
terw norum circa quos ipsa fiat, sed dumtaxat expostulat, u fpsi
præcedat^phantasma, in quo intellectus agens essen tiam rei a conditionibus
material.bus expoliet. 3 Ex eo quod notiones per abslract.onem .ntellectu
agentis' efformatæ exhibent essenliam rerum exutam cot dftionibus materiæ,
quibuscum revera coniung.tur,, sæ falsæ dicendæ non sunt. Re sane vera, potesl
es. fa sitatt locns in abstractione per modum componU^ et divisionis, e. g.,
cum intellectus ncga mesM - essenti rei aliquod accidens, quod e. reapse inesl,
at non in aD tractione per modum simplicilatis, qua considerajur e sentia ab
aliquo, aut ab omnjbus ac cntibæ Miunet nam essentia rei, elsi cum accident.bus
re ipsa conun tur, tamen ab his re ipsa quoque dist.ngu.lur, quapr 1 Cf s.
Thom., De ente et essentia, c. 4. I, q. LXXXV, a. 1 ad 1.-3 2V. S., sez. X, c.
1, a. l/. J4J pter nihil prohihet, quominus intelleclus ad illam sine his His,
quæ circa notioncm intellectus agenlis, eiusoue actionem a Scholast.cis
staluuntur, explica.is, duo S denda nobis sunt: "ien 1° hanc facul.alem,
quæ nomine intellectus aqenlis desig a.ur, reinsa ex.stere; 2 ipsum intellectum
agen.em n„„ esse ahquid extra animam. 6 on 119. la. Admittendus est intellectus
aqens Frobalur Essenliæ rerum materialium, quæ sunt ob •eetum mtellectu humano
proportiona.um, non ex" tunt exlra animam, n.si in materia concrelæ, et in
phanta mæ, a quo, ut diximus, cognitio intellec i a fni him .umit non nisi
prout in maleria concretæ sunt kIx^,. ipsias phantasma.is maret, qu.a corporeum
in incorporeum converterel. At m absurdum est naluram alicuius rei mulari. Ergo bSmS. ™£ T';
r°nCmin-'^9cons. Etenim Mr,,ctio illa non est realis, seu materialis, sed est
inlen JgJ. s.ve logica, scilicet intellectus agens spe em n MeJui, nhf,
Phantasmate ^"rmat, non qualenus re li . di J )nantasma eondit.onibus
materiæ, sed quatenus ' l.t ad nudam essentiam rei sine conditionibus ma se
uonm .im „"f '" Phantasmate obvolvitur. Quocirca wam Zd iffirf
f"™? corPoream Pha"tasmatis in incor>ream, sed efficit umversale,
et mtelligibile illud ouod phantasmate est singulare, et sensibife ' °
oTreVin^r :,!"letleetus a9ens> sivelumen intelligibile, ^res
xntelhgibihs efficit, extra animam esse nonpotest. \ Cf s. Thom., loc. cit.
Vid. p. 132. U s. Thom., I, q. LIV) a. 4 c, et q. LXXIX, a. 3 c. Hanc
propositionem demonstramus tum contra Neoplatonicos, Averroem, Cousinium, qui
contendunt lumen illud esse aliquam facultatem in se subsistentem separatam ab
anima1, tum contra Ontologos, qui asserunt lumen lllud esse ipsum lumen
intelligibile Dei. Probatur. Actio, qua species intelligibilis a phantasmate abstrahitur, est
actio propria uniuscuiusque homims. Atqui non potest aliqua actio esse propria
cuiquam, nisi a principio ipsi intrinseco proficiscatur ; nam prmcipium
extrinsecum potest movere aliquid ad operandum, sed numquam efficere potest, ut
illud, cui nullum agendi principium intrinsecus inhæret, actionem sibi propnam
exerat. Ergo intellectus agens, quo species intelhgibihs a phantasmatis
abstrahitur, aliquid intrinsecum animæ esse debet a. 123. Contra Ontologos
præstat etiam hoc adnotare: DeuPler anima noslr. 3 po est ier um. 'nte"'f "d.!
ProSrediturAtqui anima mimnm illfus a tffi fapCU,tatena.> UUæ est
P"ncipium •eSE nuncupatur. fcrgo intellectus possibilis re ipsa aoimæ
S^-S-iJSsxjsr^ esl facultas' mrSemffi1hn}e,leCtUS agens sua actione eBcit
obiectum u intclhgibile, quia species ntelligibilis nuie nhi :STlal' 6l'
efrCC,US actiO" quami;, dle0 us" ^Mffartaav $?£? ver° possibi,is fert
pa snva fi!!"',:: r,qT, Potcntia "• reipsa iatelfectus pofsinilis '
aCU'US CSt In,e,,ectus A W "lad autem advertendum est, actionem abs.racti
'. qLXXIX, . 2 c. _ 2 Cf p 9g ^ SK-Tci, J . "ft m,,.,, „. 9.
CfP-^-t,,a:a^d'/:q';Sia.4eio^ vam intellectus agentis, et actionem receptricem
intellectus possibilis eodem tempore fieri, quia ipsæ concur runt ad
productionem eiusdem actus intellectivi ; causat autem, quæ ad eiusdem effectus
productionem concur runt, simultaneæ esse debent, VII. De verbo intellectus
128. Verbum, sive conceptio a s. Thoma , post s. Au gustinum 2, nuncupatur
repræsentatio obiecti, quam m telleclus possibilis in se efformat, et qua
veluti m speculo cernit obiectum a specie intelligibih repræ8enUtam.y catur
conceptio, quia est illud, quod in te llectus inj eip est a,iquiu '1'i'is, ut
obiectumTmaua mT ^, Species inte,li Præsens intellectui lt s?t COenosciblle.
Slt intrinse"vcat ad intellectionem' ;,, pr,nciP,Ium ' qaod iHum M
cfformet sibi almm sp'ec em P°StUlatUr,' Ut intelletn cognitum sibi repraCat
V.m.^fc ob,ecIt.um ve,uti cst quæ dicilur wi sw Atqui bæc a,la species tu
cogni.um, "in rinsecus nf, "' obiectnm' tamquam •latur verbum.
lntrlnsecus Præsens intellectui, espo SfintlllectTo e^iUSctPsr°vSi0niS-eXe0
connrmatur, is 3: quapropter obt nerl „on VZ 'nte"eCtUS possil , q^æ
efflcitur aMnXcKLF" Tctm 8'm • W, quæ produnSrCtab%?ii^ JE 33. Haclenus de
illa infn, '• qna ipse obiectum !?' peratione disputavi "
materialiu„rcond,UonmhP.r0pr,r' "empe essentias "^cdiate apprehendit
A ;US i?"?"".6 eXUtas' Primo ltus alias exerit operatio^ "
CCtUS 'am in actu concosnitiones, ind°caT ',;?,,• ' T^6 coSnoscit suas
ipationes exnlirw ' ra(l0ci,natur, recordatur. Ad has Consckn fci"8
Progreniai?ur necesse est 0 ^quæS æ?n?nt,buS aCC,pitur' est co" os> lum
in.^llectivosUsatur MCa°gn,t V°S' tUm Sen scnsu, est cogniiio S , Cpta proPrio'
et '• suasque inte Ilec°inn ° t?ras scire dicitur, etiamsi de litteris actu non
cogitef ( Mens sui notitiam habitualem habet, qua poss, perc uere se esse 3 .
Conscientia autem actua .s ea est, qn aHquis considerat se in actu animam
habere , vel,, s Tugust"nus inquit, ea, qua anima adse cogxtandam qu
dammodo 'red.V.ltque se aote conspectum suuu, se pomt 136 Iamvero hæc
conscentia actua is lta ab Aquina nosfro explicatur. ln primis anima obiectum
intell.g.b: sibi proprium, nempe quidditatem in mater.a corpor, existentem
apprehendit ; deinde actum cognosc.t, quo lud ob iec™um apprehendit; et in illo
actu se.psam cogn Icit In hoc aliquis percipit se esse,quod perc.p.t se in teU eere1
. Inde esplicatur, cur an.ma setpsam per Smcognoscere dicatur, seu per ipsam
sui pr^sentm STdem ex ipsa mente est ei, unde poss.t .n actu Zdire quo
se^actualiter cognoscat, perop.endo se, L° et alibi: Ad primam cognitionem (?a
nempe liauis vercipit se habere animam) de mente habendam ficU ipsa mentis
præsentia, quæ est pr.ncip.um æU „ 'Uo mens percipit se ipsam; et ideo d.ctur
se cog, scerqe pefsuailn præsentiam . Sane anima, ope c, . Cf p. 123. Cf s. Aug., De Trin.,
lib. XIV, c. 6, n. 8. Qq. dispp., De Yer., qX, a. 8 ad 1. Ibid. c. s Op. cit., lib. X,
c. 5, n. 7. 6 Ibid., lib. XIV, c. 6, n. 8. 1 . Qq. disPP.,De Ver., q. X a^ • ^ • ?•
H, M 3 Ibid. ad 1 in contr. 9 I, q LXXXVli, d. Gent., l ^7 cientfæ actualis, se
non in alia M n.i™ • # ssentiam suam mediaTst Vd Vse 1~ J?.2S onvers.onem supra
seipsam inspicit smiplicem H.s præstitutis in primis definienrlum nobis est .,
•um consc.ent.a sit specialis facultas dislincU at i Intei-" UnlellZ. C°mcimtia non esl °P° J... • V? a an,ma>
?"s.;;:,';;,j-f ••••• .-•. . Q de re Aquinas noster statuit animam
mtelbgere cc se i i Intellectus cognoscit seipsum, et suum intelligere ;
veniLet ouod "i ., -j,ICUI rel ' Per accide>^ ei e esse sem ner '
"fn acc,denS' a'enle sThoma, non °Per, nec oZYum '?, °mni,,US " Er?0
iulc'leclus non W . omn.um acluum suorum conscientia actuali Perceptio haKi:?E,
' P d,r,menda est hoo modo: "I an ma habetnr nh T °T,am PerccPti°num scm
positionh attS,.', eamdem> ooam in prima parle 'lis e,°rum on"
um'hXrem/PpC,'CePti0 auf"m a •es a nohis perdnTunh, " COdem temP°ris
omento, dub2"', HI). II, c. 34 5 Gf eodem temporis momento, quo res
percipimus, rerum ^epS appercipimus. It vero non habemus actua [em
apperceptionem omnium percepUonum seos.tivarum iuw &m adepti sumus. Nam ut
habeatur hæc apperce Suo, °Pus cst phantasiam reproducere spec.es, qu n t
retinet, et memoriam reproductas recognoscere; atqu. uhantasia non semper, et
continuo percept.ones reprodu, S nec semper mcmoria illas reproduc.as
recognoscU ergo anima non semper habet appcrcept.oneu, ac tualen omnium
perceptionum sensitivarum, quas lam adepta est 145 Prop 3\ lntellectus per
illum actum, qui concten tiadicitur^non solum actus suos, sed etiam aclus
volunla US pZaTui l\M, quod est in votanUte, etiam .quodarn modo in intellectu
est, sive intelhgibthter est in amm ^uU intellectus in eodem subiecto, ac
voluntas, mhærel ^t nteUectus uti suo loco demonstrabitur, est pr.nc.p.un, ?e
quod vountas aliquid vnlt. Atqui illud, quod,ntel Sibiliter est in intellectu,
sive in sutæcto intell.gente, a lo inteUigi potest Ergo inleUectus non ^ sotam
^ se.psu et actus suos, sed etiam voluntatem, et eius actus,nu ligU6 PProp V
Anima habilualem corporis sui cognitione habet et ver tactum passivum etiam
cogmlionem acluale, Probalur T pars. frabituali cognitione an.ma compar tufad
seipsam"non aliter, quam,n se est, cognoscenda. itqui antaTcuidam corpori
copulatur, cum quo comnv i^Le habet. Ergo anima seipsam corpor, copu atam
bitualiter cognoscit, ac pro.nde cogn.tione hab.tual, . rnrnoris frui
concludendum est. C \W Probatur V pars. Corpus per lactum pass.vum mutatur tum
a rebus exterioribus, tum ab intenor.t T^ his intelligitur teneri non posse
opinionem Leibnitii, qui K eepttones sine apperceptione existere poe doco. H •
^ > 1), neqæ opinionera Galluppn qu, oontend.t nullam he n p I centionem
sine apperceptione (Lezz. etc, lez., fi'.J, niuio Leibniui vera est, si de
apperceptione actual •n^Ugatur, sa si de apperceptione habituali. E contrano,
op.mo GUePPgnit.onem su. corporis habet ex eo, quod corooH in mus, per tactum
passivum actu experitur „"muta iones ' atio^ibu0, Cv°3r "Unt-At(|Ul
h-æ ^ESR ratiombus vitalibus max.ræ consislunt. Ergo anima Der ctum pass.vum
quamdam coguitionem experimenAlem •erationum vilalium act.u etiam habet. P
Abt.IX. — De actu iudicandi 150I„tellectus humanus natura sua ita comparatus
est, I JBi- 'Principe vital, et V ame pensante, c. 23 pf.xz:t j^^cff-- -. s\ I
T VPf itUr vUam in "Peribus vitæ •' 1 2æ a CYU ">•>, lua aniu a
r„r n. f "S"m """ tam1'"" specialem V
>odi enim ??",.. T"6 0Derali°nes vi.alcs cognoscat; en.m co„n.Uo,
ut. ostend.mus, per taclum passivum ob ut unico, et primo actu nequeat
cognoscere qualitates simul cum essentia rei. Quare ipse primum notiones rei,
et qualitatum adipiscitur, dein convenientiam, aut discrepantiam uniuscuiusque
qualitatis cum essentia rei cognoscit . Hoc modo ipse de rebus iudicat. Quid
sit iudicium, explicavimus in Logica 2. Quæstiones autem dynamilogicæ, quæ
circa naturam iudicii versantur, hæ præcipuæ sunt: 1° Utrum iudicium
intellectui, an voluntati tribuendum sit; 2° utrum omnia iudicia fiant per
comparationem terminorum, an aliqua iudicia fiant ex instinctu; 3° utrum
essentia iudicii in comparatione, an in affirmatione, aut negatione consistat.
151. la. Iudicium non est actus voluntatis, sedintellectus. Probatur contra
Cartesianos. Actiones, quæ sunt specifice diversæ, reduci non possunt ad eamdem
facultatem 3. Atqui iudicium, et volitio, nempe actus voluntatis, sunt actiones
specifice diversæ, quia iudicium refertur ad verum, volitio autem ad bonum. Ergo
si yolitio pertinet ad voluntatem, iudicium non potest pertinere ad ipsam, sed
debet pertinere ad illam facultatem, cuius obiectum est verum, nempe ad
intellectum. 152. Obiic. In quolibet iudicio mens vel assentitur alicui
verilati, vel dissentit ab aliqua falsitate, quod idem est ac dicere mentem in
iudicio aliquid amplecti, vel respuere. Atqui amplecti, et respuere sunt actus voluntatis. Ergo
iudicium est actus voluntatis. 153. Resp. Conc. mai.; dist. min., amplecti, et
respuere sunt actus voluntatis tantum, neg. min., sunt actus cum Yoluntalis,
tum intellectus, licet diverso modo, conc. mm. Neg. cons. Et sane amplecti, et
respuere non solura ad voluntatem, sed etiam ad intellectum pertinent, quia
sicut voluntas amplectitur bonum, et respuit malum, lta intellectus, cum
iudicium conficit, amplectitur verum, et respuit falsum. At ex eo, quod amplecti, et respuere mveniuntur non
solum in iudicio, sed etiam in voluntate, inde inferendum non est iudicium ad
voluntatem revocari posse; nam amplecti, et respuere diverso modo locum habent
in iudicio, quam in volitione. Elenim anima Cf s. Thom., I, q. LVIII, a. 4 c. 2 24. 3 cf p. 103. in
iudicio aliquid asserit, aut negat, quia cognoscit nræ dicalum cum sub,ecto
convenire, vef ab eo discrenaro in vol.t.one autem aliquid vult, aut non vul°,
qu ffi ^PZ°lPCr lnte"eCtUm PP-hendit/elesibibt 154. 2a. ludieia ab
intellectu per comvaratinnem ; ermtwum, „0„ vero per instinetum fiunt, ne2e ea
sTmul mstmctiva, et eomparativa esse possunt. ? .fc??rjma parS Contra Reidim.
qia iudicia „•M^to, e. g ejro SMW corpora existunt etc, non ner com puta
vi°nemiuddUi:-Um te.™™. seu per Sffi Puavt ludicia instinct.va, cuiusmodi illa
sunt onæ con^nte^ri eXerU.ntUr' qU,> c^scatur' ZTo autem su„ 1' ;"
rTgRant,æ te™inorum; comparativa "catum cu ' ' h; et a. 9. ' M. // 5., Dist. I, q. i, 'a. s ad 11. parare non
possuraus, nisi eos iam cognoscamus. Ergo simplex apprehensio terminorum
iudicio præcedat neces se est. 157. 3a. Essentia iudicii non in comparatione
terminorum, sed in affirmatione, aut negatione proprie con ^isttt Demonstratur
contra Lockianos, qui iudicium proprie in comparatione terminorum situm esse
autumant: Intel lectus per comparationem ponit unum terminum ante al terum, sed
eorum convenientiam, aut repugnantiam non cognoscit. Atqui sine huiusmodi
cognitione nullum iudi cium efficitur. Ergo iudicium non in comparatione ter
minorum situm est, sed in actione, qua intellectus termi norum comparatorum
convenientiam, aut discrepanliam perspicit. Atqui intellectus cum perspicit
aliquarn pro prietatem subiecto convenire, tunc affirmat, atque e con trario,
cum cognoscit aliquam proprietatem subiecto re pu gnare, tunc negat. Iudicium igitur ex affirmatione,
aut negatione proprie constituitur, et comparatio terminorum est dumtaxat
medium, quod ad illud constituendum con currit. X. De ratione 158. Anima
humana, quippe quæ infimum locum inter substantias intellectuales tenet, ad
perfectam rerum cognilionem assequendam, præter simplicem apprenen sionem, non
modo actione complexa mdicn, sed etian: actione magis complexa, nempe
ratiocmatione lndigcf; quapropter ipsa pollere ratione dicitur. 159. De natura
ratiocinationis in Logica disseruimus Hic tria circa rationem investigemus
oportet : scilicet 1 utrum intellectus, et ratio sint una, an duæ facultatc
intelligendi; 2° utrum ratio speculativa a ratione practia differat; 3° quid de
ratione superion et inferion dicen dum sit. . . D, • 160. Ad primum quod
spectat, non pauci nuperi FW losophi post Kantium 3 admiserunt specificam
distinctio nem inter intellectum, et rationem. Contra eos demon stramus
sequentem Qq. dispp., De Ver., q. I, a. 3 c. % I, q. LXXVI, a. 5 c 3 Critique
etc, Introd. 161. lntellectus, et ratio non sunt duæ facultates mtelligendi,
sed duæ denominationes eiusdem facultalis Probatur. Ratio tamquam facultas
distincta ab intelie | ctu habenda esset, si obiectum, et actus eius ad
obiectum et actum intellectus reduci non possent, sive specifice in ter se
d.fferrent \ Atqui obiectum, et actus rationis ad lob.ectum, et ad actum
intellectus reducuntur. Ergo non
eSLai'arfa?ltaS lnt.eI,iSendi ratio, aiia autem intellectus. • ;ra?r Prima Pars minoris.
Obiectum rationis est intelligibile, æque ac intelligibile est obiectum intel
lectus. Ratiocinari, inquit s. fhomas, est
procedere de uno mtellecto-ad aliud, ad veritatem intelligibilem coffno
scendam3. Atqui intelligibile, sub ratione intelligibilis spectatum, est specie
unicum, quia intelligibile refertur ad nostram virtulem intellectivam sub unica
ralione im matcr.al.tatis. Ergo obiectum intellectus, et rationis est specifice
unicum. 163. Altera pars minoris ita demonstratur : Differentia mooi, quo
intellectus, et ratio verum intelligunt, in eo consistit, quod intelleclus
immediate, sive intuitive, ratio autem mediate, sive dtscursive verum cognoscunt4;
ex quo lluit inter modum, quo intellectus, et modum, quo ratio verum
cognoscunt, eamdem esse differentiam, ac inter jquietem et motum, quia
intelligere per intuitum est quætlam quies menlis humanac, et intelligere per
discursum est qu.dam molus eius. Atqui quiescere, et moveri ad uiem prmc.p.um
pertinent ; quia per eamdem naturam aliquid quiescit, et movetur. Ergo actio
intellectus, et raUon.s ad idem prmcipium reducuntur, sive specifice inter se
non differunt6. 164. Itaque intellectus, et ratio non sunt potentiæ ve.sæ sed
sunt eadem intelligendi facultas, quæ luabus voc.bus des.gnatur, quia
intellectus nomen de>umitur ab mtima penetratione veritatis, nomen autem |
Cf s. Aug De lib. arb., lib. II, c. 6, n. 13. " U quæ diximus p. 103. I
!,' ™. a8 V. 4 I, qUX, a. 1 ad 1. r .dElocumeri'U2: ^ST,!; l0C.P^™ -oba
&J?pp-' De Ver-' 9xv>'1 c.' > 2, q. LXXXIII, a. 10 ad 2. rationis ab
inquisitione, et discursu . Nihilominus hæc unica facultas, per quarn mens
humana res intelligit, polius ratio, quam intellectus dicenda est, quia mens
humana scientiam rerum non nisi per ratiocinationem assequi potest. 165. Quod attinet ad secundam
quæstionem, explicandum in primis est, quænam dicatur cognitio theoretica,
quænam practica. Theoretica vocatur illa cognitio, quæ yersatur circa verum,
prout verum est, sive considerat in rebus rationem veritatis, non rationem
operabilitatis. Practica autem est cognitio, quæ versatur circa verum,
accommodatum ad operationem, nempe circa verum, prout norma operationum est,
ita ut potius rationem operabilitatis, quam veritatis consideret 2. Ex duplici
hac cognitione oritur distinctio intellectus, sive rationis, in theoreticarn,
et practicam. Ratio theoretica, sive speculativa dicitur, cum in simplici
apprehensione veri se continet; practica autem, cum porrigit ad operationem
verum iam apprehensum. 166. Iamvero intellectus practicus applicans principia
universalia ad operationes, iudicia particularia conficit, quibus decernit
aliquid agendum esse, aut aliquid recte, vel secus actum esse. S. Thomas
explicans modum, quo anima conficiat hæc iudicia particularia circa suas
actiones, docet eam adhibere quemdam syllogismum, cuius maior est principium
universale ; minor est apprehensio proprietalis singularis alicuius obiecti, in
qua, ope cogitativæ, deprehendit quamdam simililudinem cum principio universali
; conclusio denique est iudicium particulare, quo intellectus applicat
principium uniyersale ad cognitionem illius proprietatis singularis, sive illam
proprietatem singularem ad principium universale redacit, atque ila aliquid
agendum esse decernit. E. g., Filius tenetur patrem honore prosequi; at ego sum
filius, Petrus est pater; ergo ego Petrum honore prosequi teneor. Quo in
exemplo, maior exhibet principium universale ; minor complectitur apprehensiones
proprietatum concretarum filiationis in me, et paternitatis in Petro, quæ per
cogitativam fiunt ; denique conclusio est iudicium particulare, quo i Ibid., q.
XLIX, a. 5 ad 3. 2 Qq. dispp., De Ver., q. III, a. 3 c. irincipium universale
applicatur proprietatibus concretis ipprehcnsis in me, et in Petro . 167. His
præmissis, contra Kantium, qui rationem spe:ulativam et rat.onem praclicam,
taraquam duas diver;as facultates habuit \ hanc demonstramus Prop. Baho
theoretica, et ratio practica non sunt duæ aadtates speafice diversæ. Probatur.
Differentia, quæ accidentaliter advenit obieto non constiluit facultatem
diversam ab illa, ad quam lud obiectum refertur. Atqui applicare ad opus
coSnilonem ventatis, quod est proprium intellectus pracfic on pert.net essentiahter
ad cognitionem veri, circa quam ersalur,„ ellcctus speculalivus, sed est
aliquid accidenta"e isi cogn, t,on, Ergo intellectus practicus non est
facuUas itell.gend, d.st.ncta ab intellectu 'speculalivo, sed est quæZ-XT°
'n.tellec'^. speculativif nempe i psam faculU:m inlelhgcndi extendit, sive
applicat ad opus 3. 108. Kcstat, ut distinctionem rationis in superiorem et
ifenorem, qnarum penes celcbriores Scholasticos pos s ugustmum ment.o occurrit,
explicemus Katio infenor est quæ considerat veritates rerum, prout i rebus
temporabbus, mulabilibus, et contingentibus^ex"unt, supenor, quæ
considerat veritates rerum, prout re1 I-i-h '? veri.ta.tes æl,crnas,
necessarias, et immutabis Intcllcclus D,v,n, ad quarum exemplar naturæ re
?at2?Z ?" COnd"æ •SU"tE rati0 inferior ''cH.i0 fj ? w6 re?' ex
eo ' auod incolumitas so ctat.s id expostulat; ratio autem superior ex eo uod
cus soc.etat.s auctor, et custos, hoc iubet. Illa appella. Henor qu.a res
intelligit, et diiudicat secundum a|um, quod est ea lnfenus, nempe per
principia nuæ ^ntemplatione rerum sibi eJrJ, ; Lec dicUur1 su° w,, quia res
.ntell.g.t, et diiudicat secundum aliquid, n ut 1 ilh SUrnUS ' nemPe- Per
DrinciPia æterna et dWntur qUæ Pnnc,p'a ex 'P8'8 rcbus CHormata 169. Illud
autem cum s. Thoma advertendum est, ra J I, q. LXXXVI . 1 ad 2. 2 0p. cit.,
sect. II, § 1. Cf s. Thom., /„ l,b. III Sent., Dist. XXIII o II a 3 iol 1 t s.
Bonav., Centil., tionera superiorem, etsi ob dignitatem sit prior ratione
inferiori, tamen ob operationem esse posteriorem ; nam mens humana ex sensilium
cognitione proficiscitur, ac proinde æterna intelligere nequit, nisi prius
intellexerit temporalia, quæ sensibus hausit '. 170. His præstitutis,
demonstrandæ nobis sunt propositiones sequentes: la. Ratio superior, et ratio
inferior non sunt duæ facultates speciflce diversæ. Probatur. Obiectum rationis
superioris, et obiectum rationis inferioris spectata materialiter, hoc est in
sua natura, specie ab se differunt; nam ratio superior versatur circa illud,
quod est necessarium, immutabile, et æternum ; ratio autem inferior suam
cognitionem ex rebus contingentibus, mutabilibus, et temporaneis attingit. At
vero spectala formaliter, hoc est, prout ad facultatem mtelligendi referuntur,
inter sese conveniunt, quia in aliquo intelligibili consistunt, cum res illæ
contingentes, mutabiles, et temporaneæ a ratione inferiori cognoscantur non
secundum earum conditiones materiales, sed in suis essentns, quæ sunt
quodammodo necessariæ, æternæ, et immutabiles. Atqui obiecta, quæ formaliter
considerata inter sese conveniunt, ad earndem facultatem spectant. Ergo ratio
superior est eadem facultas, ac inferior 2. 171. Præterea, quemadmodum mens
nostra ex cognitione effectus ad cognitionem causæ progreditur, et ex causa iam
cognita ad effectum regreditur, ut penitiorem huius cognitionem sibi comparet ;
ita ex veritatibus cognitis per principia, quæ ex contemplatione rerum
temporalium, et mutabilium sibi efformavit, ad causam earum extollitur, nempe
ad veritates cognitas per principia æterna, et immutabilia ; et ex his
regreditur ad ventates, quas cognovit in rebus temporalibus, et mutabilibus, ut
de ipsisrectum iudicium pronuntiet. Quapropter in exercitatione rationis inferioris, et
superioris non nisi quidam progressus, et regressus obtinet. Atqui progressus
et re i Qq. dispp., De Yer., q. X, a. 6 ad 6. 2 Cf s. Aug., De Trin., lib. II,
c 4, n. 4; et s. Thom., I, qLXXIX, a. 9 ad 2. gressus, quibus cognitio noslra
perficilur, ad eamdem ral.onem spectant. Ergo ratio superior, et inferior unam
facultatem conshtuunt. 172. 2a. Ratio superior non est extra. vel supra ommam \
r Probatur contra Cousinium, qui contendit rationem super.orem esse medium, per
quod Ratio Divina se cum ratione humana communicat 2, et contra Ontologos,
secunJum quos rat.o superior est ratio absoluta, nempe ipsa Ra.0 D.v.na. In
pr.mis, ratio superior eadem est facultas, ac •atio inter.or ; ergo sicut ista,
ita etiam illa non est extra, el supra an.mam. 173. Practerea, Philosophi, quos
hic refutamus, ideo :ontendunt rat.onem superiorem esse extra, aut supra
aiimara, qu.a op.nantur immutabile non posse coLnosci >er ral.onem humanam,
quæ est mutabilis. Atqui nedum
epugnat, necesse est animam humanam per facultatem nutab.Iem cognoscere
immutabile. Ergo horum philoso'horum senteut.a falso, et absurdo fundamento
super 174. Probatur mmor. 1 Non repugnat animam humaam cognosccre immutabile
per medium mutabile, nuia psa, cum res cognoscit, earum proprietates, et
relalioes non creat, sed dumtaxal investigat, et dete P' 36 ct 37. Ci p. 137.-4 Cfs. Aug., De
Trin., lib. XII, c. 7, n. 12, et alibi. sa non modo res intelligit, sed etiam
illarum intellectiones revocat, et agnoscit. S. Bonaventura distinxit duplicem
actum memoriæ intellectivæ, unum, quo anima speciem rei intellectæ in se
retinet, alterum, quo reminiscitur rei per speciem repræsentatæ. Primus, aiente
eodem sancto Doctore, est in anima instar habitus, quia potius statum, quam
actionem significat, alter instar usus, quia per ipsum anima habitu memoriæ
utitur. Præterea ille sine voluntatis nutu efficitur, hic fit ope reflexionis,
et a voluntate pendet1. 176. Memoria intellectiva non est facultas, quæ ab
intellectu specie differt, sed est quædam ipsius intellectus affectio 2.
Probatur contra fere omnes recentes philosophos. Memoria intellectiva non est facultas
ab ipso intellectu distincta, si duo, quos innuimus, eius actus ab ipso
intellectu repeli possunt. Atqui illi duo actus memoriæ intellectivæ ab ipso
intellectu suam repetunt originem. Ergo. 177. Probatur minor. 1° Retentio
specierum intelligibilium, uti ab Aquinate observatum fuit, intellectui maxime
convenit, quia, cum intellectus possibilis sit stabilioris naturæ, quam sensus,
oportet, quod species in eo recepta stabilius recipiatur ; unde magis in eo
possunt servari species, quam in parte sensitiva 3 . 2° Intellectus vi supra se suasque actiones
reflectendi pollet ; hæ autem actiones in aliquo tempore existunt; ergo sicut
cognoscere potest se in præsenti aliquid intelligere; ita cognoscere potest se
atttea aliquid intellexisse 4. 178. Ex his perspicitur, cur memoria sensitiva
sit quædam specialis facultas s, et non item memoria intellectiva. Nam
specialis facultas constituitur ex obiecto, quod per se, et non ex obieclo,
quod per accidens ad illam refertur. Atqui præteritum, prout est præteritum, cum
sit particulare, et determinatum, refertur per se ad facultatem sentiendi ; ad
facultatem autem intelligendi, cuius obiectum est indeterminatum, et
universale, refertur dumtaxat per accidens, nempe quatenus ipsa supra suas
actio i ln lib. II Sent. Dist. VII, part. 2, a. 1, q. 2 resol. 2 I, q. LXXIX,
a. 7 c. 3 Qq. dispp., De Ver., q. X, a. 2 c. I, q. LXXIX, a. 6 ad. 2. 1A,
zs^ivj&rs? sensiii? sit jnem ete „„„ es'se, ^S&S^S01^
ioSufoUsæSnCdei^!ematiS abn°rmitas 1-SS proposij JS" ^ ^^ • sensus, est
facuhas inor ^z^r^t^T^ aræ ne aturas omnium rerna ma eriaM nTT,nte,,ieere
posset !ectus est inlellisere „.;, m' £,taui Proprium in e in materi _rgo i„
ellectnm"^ l^ ''' qUæ habet sse pro ccrto habenflum est facuitatem
rnorganicam 181. Probalur maior. Facultas m.a no~ „ •um exercetur, ad onnm „
reram^m,? ?a?-Uln T00" "natur, e. jr., visus aH ™i7, £ materialium
deter '•Itasorganiea adc„„n„-^' ug°' S' in,el|ectus esset rnm matSun et
Ce"e t? hanC ^ illain na'nram Rprrorr2.^ri^ ehet t nisHoafc8 " rT\Tl
a,ind Per se ap^2S%SffZtt ei corpor™, ',-. eos d,.pB„Tit s. ThomaSj præcipue
PP131-182. Cf p.,33-136. _ Cf p 4 p">.os. CnwsT. Compend. l .1 P"
sensus non nisi singulare, et corporeum apprehendere potest1 E contrario,
intellectus cognoscit essentiam qualita tibus sensilibus exutam 2, et ideo
obiectum eius est im materiale 3, et universale4; quinimmo ex notiombus cssen
tiarum rerum, quæ habent esse in materia ad not.one: rerum, quæ supra materiam
sunt, assurgit \ Ergo obie ctum intellectus ab obiecto sensus ommno ditlert.
183 Probatur 2a pars. Anima res intelligere non, po test, nisi ope alicuius vis
activæ, qua$ res actu intelhgi biles efficit, quia essentia, qualitatibus
sensilibus exuta non actu, sed dumtaxat potentia in rebus est6; e contra rio
anima ad res sentiendas non indiget ulla vi sentiend activa quæ res actu
sensibiles efficiat1. Præterea, intel lectus,' cum aliquid intelligit, pati
dicitur dumtaxat qui ab obiecto intelligibili reducitur a potentia ad actum;
ser sus autem, cum aliquid sentit, pati dicitur etiam quia lrr mutatur organum,
in quo facullas sentiens est. Insupe vehementia obiecti sensibilis sensum
corrumpit; at veh - tigemas. exP°siulat, ut facultates appelendi in ABT.I.-De
appetitu in universum spcclato £ sub r^JfaT'^""^0 appeti malum> "O"
PPe, Ut n?Ta Sed '^, sive^,acwoW, iOBBitur mJV. L ^35' fIualenus "onum,
cum quo W? J rramilunraraag,E"Tt,|Ur' "T bouum' ouod "lil cihnm
7, fc\ &• leo occidens cervum in ;88 I ann t?tuiU°nCOn,,UnSi,l,r °Ccisi0
a"ima " >peciraiumPfaCI?l,a,.nqUatT constitu't quoddam ge rinRuilur
b "S,„ ;• d,C,,tUr " ' V "omfue an appetatu simphnter naturali.
Appelitus elicitus est ille, quo anima ex cognitione sibi propria se movet,
sive inclinat ad bonum1. Hinc, aiente s. Ihoma, desiderium in rebus
cognoscentibus sequitur cogmtionem 2 . Appetitus simpliciter naturalis est, quo
res, quæ cognitione destituuntur, tendunt ad finem suum 3 per inclinationem
sibi propriam, quam Deus, auctor naturæ, unicuique illarum indidit ; ita ut
cognitio obiecti, quod appetunt, non sit in ipsis, sed in Deo, qui ipsas m
proprium finem ordinavit . Hic appetitus naturalis non est in anima quædam
specialis facultas, sed, ut alibi diximus5, est communis omnibus animæ
potentiis, prout hæ sunt quædam res naturales, et efficit, ut ipsæ ad
exercitium actionum sibi propriarum naturaliter lnchnent. 189. Appetitus
eliciti duæ species sunt, scihcet sensi tivus et intellectivus, quia cognitio
obiecti, ex qua appe titus elicitus exoritur, nonnisi sensitiva, vel
intellectiva esse polest. Appelitus sensitivus est, quo res obiectum lta
appetunt, ut ipsum percipiant, nec tamen rationem, pro pter quam appetibile
sit, cognoscant. Appetitus autem tn tellectivus, sive rationalis dicitur, quo
res in obiectuu ideo inclinant, quod apprehendunt non solum ipsum, sec etiam
convenientiam eius cum sui natura6. Ex his colli gitur 1° appetitum sensitivum
esse proprium ammalium. quia ipsa appetunt illud, quod apprehendunt sibi utile;
et delectabile, ita tamen, ut minime cognoscant rationem ob quam ipsum appetunt
; 2° appetitum rationalem ess( proprium naturarum, quæ ratione pollent, quia hæ
co enoscunt non solum id, quod appetunt, sed etiam ratio nem, ob quam illud
appetunt ; 3° in homine utrumqu aut turbatur. MM. Ex his, quæ diximus circa
naturam appetitus iracibil.s, consequ.tur illum spectare ad defendendum ea, m
quæ appetitu concupiscibili trahimur. Etenim, uti ex am dictis patet, cum
concupiscimus aliquam rem dele ;">lem, cuius assecutio ardua est,
exurgit appetitus rasc.bil.s ad ea amovenda, quæ illius conseculioni impe\
mento sunt, idque eo vehementiori præstat impetu, uo ma.or est cupiditas, qua
in illam rem rapimur! Ea ropter appetitio irascibilis originem ducit ab eo,
quod ppetitu concupiscibili expetimus, et desinit in tranquil loo11 m
adePtionem, vel fruitionem 3. iJd. Appetitus sensitivus, sive concupiscibilis, sive ira ^1
Qq. dispp., De Ver., q. XXV, a. 2 ad 2. " /q/';LX^XI1' a' 5 C> Cf s' AuSEPadNebrid.,
Ep. IX n. 4 / Itb. III
Sent., Dist. XXVI, q. I, a. 2 sol. l scibilis, brutis, atque hominibus, ut iam
diximus , communis est. Attamen, prout in hominibus est, rationis imperio
subditur; siquidem quilibet in seipso experitur, e. g., iram ex diversis
rationis momentis concitari, vel augeri, vel comprimi2. Quapropter huiusmodi
appetitus, prout in homine est, obediens rationi, atque participare aliqualiter
libertatem voluntatis dicitur3. Illud autem advertendum est, rationem non
omnino pro suo arbitratu appetitum sensitivum moderari posse, tnm quia in
illius actum influit organum corporeum, cuius conslitutio, atque habiludo non
pendent a ratione, tum quia interdum actus huiusce appetitus ex apprehensione
sensitiva subito concitatur, ac proinde antevertit regimen rationis . III. De
appetitu rationali, sive de voluntate, et primum de eius obiecto 194. Appetitus
rationalis est, uti diximus, inclinatio ad prosequendum bonum ratione
apprehensum. Iam hæc facultas ea est, quæ voluntas nuncupatur. Voluntas, inquit
s. Thomas, est appetitus quidam rationalis5 . 195. Girca obiectum voluntatis,
nempe bonum rationt apprehensum, hæc adnotanda sunt : 1° Obiectum proprium
voluntatis est bonum absolute 6 , nempe universe acceptum, quia universale est
illud, quod proprie a ratione apprehenditur. Hinc voluntas non inclinat ad hoc,
vel ad illud determinatum bo num, sed ad quodlibet ens inclinare potest, quia
omne ens ex eo, quod est, parliceps estcommunis rationis boni 2° Gum dicitur
obiectum voluntatis esse bonum rationt apprehensum, illud etiam significatur,
quod bonum, cui voluntas adhæret, ita percipitur, ut in eo deprehendatui i . I,
q. LXXXI, a. 3 c. 3 In lib. III Sent., Dist. XII, q. I, a. 1 sol. la 2æ, q.
XVII, a. 7 c. 3 Ibid., q. VIII, a. 1 c. Hæc definitio voluntatis a plerisque nu
peris Philosophis reiicitur, quia putant omnem appetitum esse neces sarium, ac
proinde voluntatem, si cum appetitu rationali confur-da tur, necessariam, non
liheram dicendam fore. At nos omnino nega mus omnem appetitum esse necessarium,
quia appetitus rationalis e. eo, quod est rationalis, liber est, cum ratio, ut
mox oste ndemus, si radix libertatis, sive in causa sit, cur voluntas libertate
gaudeat 6 Qq. dispp., De Ver., q. XXV, a. 1 ad 6. M jipsa ratio bonitatis, sive
convenientiæ, quam habet cum propria natura. cc Si aliquod bonum, inquit s.
Thomas, Iproponatur, quod apprehendatur in ratione bonl, nonau|lem in rat.one
convenientis, non movebit voluntatem . 6 Uonum, in quod volnntas fertur, reale,
vel adparens psse potesl, volunlas enim interdum fertur in aliquid veliiit.
bonum quod revera malum est, quia intellectus illud veluti bonum ipsi exhibet.
Quare dicendum non est pum Saisselo 3, voluntatem interdum ferri versus malum,
forout rnalum est, sed potius voluntatem interdum fcrri taftos malum, quod sub
ratione boni apprehenditur. 4 Voluntatis obiectum non solum in fine \ sed etiam
n medns ad finem consistit; e. g., possumus non solum elle samtatem, sed et.am
deambulationem, tamquam me lum ad assequendam sanitatem. Medium autem dicitur
yoktum secundarium, et finis volitum principale, et causa ytendt, qu.a finis
est causa, cur media velimus. Rursus ! ausa quæri potcst, cur ipsos fines
veiimus, e. ff., cur elimus sanUatem; quocirca, ne infinitus progressus cau
arum sine principio existere dicatur, admittendus est fi is,, qui ad alium
referri non potest, sed simpliciter, et bso ule propter se appetitur, et
rationem continet, cur etera omn.a appetantur. Hic finis ultimus nuncupatur 6.
Art. IV. De aclu voluntatis \}^'nt^\S volun!atis> .nemPe voluntarium, ita
definitur: ictto ab mterno pnnapio procedens cum cognitione finis ' 13 c'b
mterm Pnneipio procedens significant actum ?m vppK. CX Pr°Pr,a vo,untatis
inclinatione. Illa au n erba cum cognitione finis denotant actionem volun i
vol. ?i"Vn ?b,ectum> 9uod apprehenditur veluti finis, V/, l qUOd aCt,°
SDectat' et cuius gratia fit8 W. Voluntano oppon.tur involuntarium et £on ™/tm.
Involuntar.um dicilur illud, quod non
solum non Met a voluntate, sed etiam huius inclinationi repuguat 5 $'J!SPP\?°
mal0> VI> • unic. c. l" 2æ, q. XIII, a. 5 ad 2. 1K&^J&
"a Tll'Z' l ad 3' Gt C°ntr' • Iib' • ' a., c Huiusmodi, e. g., est actio,
quæ fit per violentiam, sive coactionem, hoc est, ab exteriori principio
oritur, obsistente voluntate, cuiusmodi est motus illius, qui ab equo rapitur,
ut in vincula coniiciatur. Non voluntarium autem dicitur illud, quod a
voluntate non proficiscitur, sed tamen voluntas ei non adversatur; e. g., non
voluntarii sunt actus facultatum vegetanlium ; hi enim, cum sine ulla prævia
cognitione fiant, a voluntate non proficiscuntur, nec tamen voluntas ipsis
adversatur. Voluntas, prout refertur ad involuntarium, dicitur nolle, idest velle
non aliquid. Nolo hoc, idest, volo hoc non esse l ; prout autem refertur ad non
voluntarium, dicitur non velle, nam non voluntarium in mera negatione
voluntarii consistit. 198. Ex definitione, quam tradidimus, actus voluntarii
facile est intelligere, quid inter voluntarium, et spontaneum intersit.
Spontanea dicitur actio, quæ ab interno quidem principio proficiscitur, prævia
cognitione, qua apprehenditur obiectum, ita tamen, ut non cognoscatur relatio
inter obiectum, atque actionem, quæ ad illud ordinem habet. Voluntaria autem,
si prævia cognitio eiusmodi est, ut non solum apprehendatur res, quæ est finis,
sed etiam cognoscatur ratio finis, et proportio eius, quod ordinatur ad finem 2
. Ex his colligitur 1° discrimen inter voluntarium, et spontaneum ex eo oriri,
quod cognitio, quæ actui præcedit, perfecta, aut imperfecta est; 2°
Spontaneitatem in actibus quoque appetitus sensitivi sine concursu voluntatis
locum habere, et actionibus quoque brutorum attribui, e. g., canis, audita heri
voce, sua sponte ad eum accedere dicitur; 3° turpiter errasse Cousinium, qui
actiones spontaneas non solum liberas, sed maxime iiberas esse contendit3; cum
enim acdones spontaneæ etiam brutis conveniant, ipsæ perfecfe voluntariæ esse
non possunl; tantum abest, ut omnium maxime liberæ sint. 199. Denique actus
voluntarius in elicitum, atque imperatum distinguitur. Actus eliciti sunt, qui
per se ad volunlatem pertinent, ab eaque tamquam actiones eius pro 1 In lib. I
Sent., Dist. VI, Exposit. text. 2 4a 2æ} q VI a> 2 c# 3 Vid. Fragm., Pref.
et la lre edit. Cousinio adstipulatus est Saissetus, Diction. phil., art.
Libertd. Jgg ; priæ immediate producuntur ; e. s., velle eliære m sentire.
Imperati dicuntur illi qui%'er alias Sates a' voluntate motas perficiuntur,
'ita ut%d volunUtem SDe: ctent non prout ab ipsa producuntur, sed prouT psa
movet al,as potent.as ad exerendos aclus sibi proprios ' V. De causis, quæ
Toluntatem ad suum actum raovent 200. lllud moveri dicitur, quod cum sit in
potentia ad plura, reduc.tur .n actum p\r aliquid, quod est ac tf larn
voluntas, æque ac quælibet animæ flcultas es in potenna tum quoad
exercitationem actus, scilicet prout es" n potenha ad agere, vel non
agere, tum quoad mrtfe itionem, s.ve determinationem aclus, nemp^e prouTe 1
"„" -potenha ad agere hoc, vel illud. Quare volunUs ind t ahquo, quod eam moveat tum ad
exercitationem, umad determinat.onem actus2. ™ eS?mJdr7niS,',°bieCtUm ab
intdleet apprehensum illud I Probatur Appetitus non est nisi boni, ouod sibi
ner preS mTstPr°POnitUr3 >>! W™° et bonEm Tneinm,; m°u?"S
aPP,e"(m ; alqui aclus, ut æpe nnu.mus ex obiecto, ad quod fertur, speciem
suam sum.t, ergo ob.ectum, sive bonum cognitum est fflo?
imoiTaflr|Tna.,Ur,.actus voluntatis,8sive voTun. tem i 209 p deter,m'nat.onera
actus. nr^„L0i)'.,2a' Volunlas in quibusdam suis actibus ab appetilu sensilivo
movetur ex parte obiecti. Ilnnr°a'"[' Voluntas movetur ab apprehensione
obiecti, TTnyZtTi Cl eonvenien.tisA.qui apprenhensio bon ivi VZ v ' P.°teSt
mUlari CX motibus PPCtitus sensiPclUu senshS ' ^" m°VCri Potest ab P"
loS" fxtTrn,miTC°gni,i0 boni' ct onvenicn.is non 1i ."..d V° ble,Ctl
natu,ra' auam intelleclus deprehen, sed et.am ex d.versa habitudine hominis
pendet. Al 1 i," 2M' '• '• • 1 ad 2. 1 2æ n
IX a 1 c, V qp., />e F.r., q. XX.V, a. 2 c. Cf 'p. 163. Wpp. cu., q. XXII, a. 2 c. qui
motus appetitus sensitivi habitudinem hominis variant. Ergo ex ipsis efficitur,
ut cognitio boni, et convenientis mutetur. E. g., illud, quod videtur
conveniens ei, qui ira flagrat, huiusmodi non iudicatur ab eo, qui pacato est animo
1. 204. Diximus 1° in quibusdam actibus; nam sunt multi actus voluntatis, in
quibus appetitus sensitivus nullam habet partem. Huiusmodi sunt, e. g., amor
iustitiæ, amor veritatis, aliique id genus. Diximus 2° ex parte obiecti, ut
intelligatur appetitum sensitivum nihil in voluntatem directe agere, quia ipse
est potentia voluntate inferior2. 205. 3a. Voluntas ad exercitationem actus tum
a seipsa, tum a Deo movetur 3. Probatur la pars. In volitionibus finis est
illud, in quod voluntas primo intendit; quapropter in volitionibus finis merito
comparatur cum eo, quod in iis, quæ ab intellectu cognoscuntur, dicitur
principium. Atqui intellectus ex assensu principiorum seipsum movet ad
assentiendum conclusionibus. Ergo voluntas ex volitione finis seipsam movet ad
volitionem eorum,quibus finem consequi potest4. 206. Ex qua argumentatione
deducitur nullam repugnantiam in eo agnoscendam esse, quod voluntas seipsam
movet, quasi sit simul in actu, prout se movet, atque in potentia, prout
movetur; nam, ut inquit s. Thomas, cc non secundum idem voluntas est in actu,
et in potentia, sed in quantum actu vult finem, reducit se de potentia in actum
respectu eorum, quæ sunt ad finem, ut scilicet actu ea velit 5 . 207. Quod si
quæratur, quid sit, quo voluntas, in aliquem finem intendens, seipsam moveat
circa ea, quæ sunt ad finem, respondetur illud consistere in eo, quod voluntas
inlendens in aliquem finem, vult, ut intellectus institttat consultationem,
sive illam actionem, qua intelleetus media investigat, eorumque utilitatem
ponderat. Et sane, cum voluntas aliquem finem sibi præstituit, e. g.,
sanitatem, opus ei est eligere medium ad illius consecutionem opportunum, e.
g., potionem; et hæc electio, ut postea di la 2æ, q. LXXVII, a. 1. 2 i, q. CXI, a. 2 ad 3. 3 ia 2æ, q. LXXX, a. 1 c. 4
Qq. dispp., De malo, q. VI, a. unic. c. s ia 2æ, q. IX, a. 3 ad 1.cemus, haberi
non potest sine præcedenti consullalione intellectus. Alqu. hæc consultatio
intellectus a voluntate imperatur. Ergo voluntas est, ex qua aclio circa
electionem med.orum exordium habet, ac proinde seipsam ad ea, quæ suntad finem,
movere iure fticilur. Voluntatem acc.p.end. pol.onem præccdit consilium, quod
quidem proced, ex voluntate volentis consiliari .sl ^luntas ad primum actum
seipsam mnverel, hæc vol.t.o præviam consultationem intellectus lT alia0nvoU H
tl0.?liam ^T"^ ^iuia^, et . ursu nliM? . v,a'!am consultationem, ct hæc
alia con ^o ie consail|ni(?J,t,0nem1' et sic, iv, '., Qldispp., De malo
clinatio naturalis. Solus autem Deus est, qui potentiam volendi tribuit creaturæ: quia ipse
solus est auctor intellectualis naturæ. Libertalis nomine hic venit illa
voluntatis proprietas, per quam ipsa in suis actibus exerendis a necessitate
est immunis. Duplex autem, cum de libertate voluntatis humanæ quæstio est,
necessitas distinguitur, scilicet externa, atque interna. Necessilas externa, sive coactio, est quæ ab externo
principio infertur alicui contra propriam ipsius inclinationem. Necessitas
autem interna consistit in quadam propensione,,qua agens impellitur ex propria
sua natura ad aliquid prosequendum, unde necessitas naturæ etiam appellari
solet. Hinc duplex libertas
dislinguitur, nempe libertas a coactione, et libertas a necessitate naturæ.
Illa tantummodo externam vim excludit, qua voluntas hominis invita, ac
reluctans contra propensionem suam ad actus impelli possit. Hæc autem excludit
quamcumque vim tum externam, tum internam, ita ut voluntas prorsus domina sit
actuum suorum; unde etiam libertas arbitrii, vel liberum arbitrium appellari
solet. His præstitutis, inquirendum in primis est, utrum voluntas libertate a
coactione gaudeat. Voluntas in singulis actibus sui propriis, et intrinsecis
libera est a coactione. Probatur. Si actus proprius voluntatis fieret per
coactionem, nempe a vi extrinseca cogeretur, ipse secundum, et contra
inclinationem voluntatis simul esset ; scilicet esset secundum inclinationem
voluntatis, quia actus proprius volunlatis in eo consistit, quod voluntas in
aliquid inclinat, perinde ac quidquam naturale alicui rei esse dicitur, si
inclinationi naturæ eius sit consentaneum; esset autem contra inclinationem
voluntatis, quia id, quod per coactionem fieri dicitur, inclinationi voluntatis
adversatur 2. Atqui aliquid secundum, et contra inclinationem volunlalis fieri
repugnat. Ergo actusproprius voluntatis a quadam vi extrinseca cogi repugnat,
ac proinde voluntas in actibus sui propriis libera est a coactione 3. 1 I, q. CVI, a. 2 c Cf p.
167.— 3 Cf s. Anselm., De lib. arb. c. 6. 212. Hanc veritatem intima cuiusque
experientia conl firmat; siquidem quisquis vel plebeius conscius sibi est se I
a nulla vi extrinseca impelli posse, ut velit quod non vult aut noht quod vult.
Diximus in actibus sui propriis, et intrinsecis; nam violentia mferri potest in
actus, qui a voluntate imperantur, et sme membris corporis perfici nequeunt. At
vero violentia in hos actus infertur, non quatenus ipsi actus, qui a voluntate
promanant, efficiuntur per coactionem, sed quatenus membra corporis
impediuntur, ne voluntatis lmpenum exequantur. E. g., sume aliquem ad supplicium
trahi; certe tota vis, et coactio trahentis numquam etticiet, ut ille velit ad
supplicium trahi, aut nolit id, ' quo opus est, ut ad supplicium non trahatur2.
Quod si reus ahquando suppliciorum immanilate defatigatus conhtetur crimen ab
se patratum, voluntas eius revera non cogitur, quia ipse reipsa vult hanc
confessionem, quum lllam mstar boni apprehendat, nempe tamquam opportunam
fmiendis tormentis. Hinc fit, ut reus, etiamsi permulta, et exquisita tormenta
patiatur, tamen possit numquam suum animum inducere ad illam confessionem, si
nullam boni rationem in ea deprehendit 3. VII.— Declaratur nalura libeitatis
arbitrii 214. Libertas arbitrii, ut s. Thomas inquit, eonsistit in potcstate
ahquid eligendi ; nam libertas arbitrii, ut diximus, reddit voluntatem immunem
a quavis naturali neccssitate, ac proinde cfficit, ut ipsa dominetur suis
actiuus ; voluntas autem suis actibus dominari diciturex eo quod potest hoc,
vel illud eligere0. 215. Ex eo autem, quod libertas arbitrii consistit in
electione, sive, ut idem s. Thomas inquit, in præacceptione unius respectu
alterius\ deducitur contra Waddigtonumtvastum, ahosque, libertatem arbitrii,
prout homini conven,^c potest, expostulare momentorum consultationem, seu
deliberationem, quæ constituitur exeo, quod volun 1 l!.fe' q' VI' a' 4 c' 2
Ibid; loc cit. iW., q. cit., a. 6 ad 1. I,
q. , a. 3 c. ) ia &e172' 6 !^LXXXII, a. i ad 3. 1 ^, q. XIII, a. 2 c— De V
ame humaine, c. 5, sect. 2. tas, cum intendit in aliquem finem, investigat
naturam mediorum, eorumque utilitatem ad illum finem assequendum. Et sane, non
potest unum præ alio medio eligi, nisi natura mediorum, eorumque utilitas ad
finem assequendum agnoscantur. Atqui homines hæc nonnisi per ratiocinationem,
ac proinde per deliberationem cognoscere possunt. Ergo deliberatio est accidens
necessarium libertatis humanæ . 216. Libertas arbitrii vocatur etiam libertas
indifferentiæ, quo nomine significatur eum, qui agit libertate arbitrii, non
esse delerminatum ad unum, sed dum unum agit, aliud quoque agere posse. 217.
Hæc autem indifferentia versari potest vel circa actum, quatenus voluntas
potest velle, vel non velle; vel circa obiectum, quatenus voluntas velle potest
hoc, vel eius oppositum, vel aliud quidpiam2. Hinc exurgit distinctio
libertatis indifferentiæ in libertatem contradictionis, contrarietatis, et
specificationis. Libertas contradictionis, vel exercitii consistit in eo, quod
in potestate voluntatis est elicere, vel non elicere aliquem actum, e. g.,
amare vel non amare aliquid ; libertas contrarietatis consistit in eo, quod
voluntas potest velle aliquod obiectum, aut eius oppositum; libertas
specificationis consistit in eo, quod voluntas potest velie hoc, aut quidpiam
aliud. 218. At vero, indifferentia, quæ contradictionis dicitur, ad libertatis
essentiam constituendam sufficit ; nam, etsi voluntas non possit agere
contrarium, vel quidpiam aliud, tamen, dummodo possit actiones suas elicere,
vel ab eis abstinere, sui iuris est, et dominium in actiones ipsas exercet 3
219. Præterea, indifferentia considerari potest etiam ex illa parte, quatenus
actiones ad ultimum finem spectant, nempe in quantum voluntas potest appetere
id, quod secundum veritatem in debitum finem ordinatur, vel secundum
apparentiam tantum 4 . Si indifferentia ex hac 4 ln lib. I Sent.y Dist. XI, q.
I, a. 2 sol. Exinde magis
patescit error Cousinii, qui, ut diximus (p. 168), actiones spontaneas cum
liberis confundit. 2 Qq. dispp., De Ver., q. , a. 6 c. 3 Contr. Gent., lib. II,
c. 47. Qq. dispp., De Ver., loc. cit. parte considerctur, inde illa liberlas cxurgit,
quæ in n0testate rccte, aut prave agendi consislit. h 9 P 220. Hæc autem
indifferentia recte, vel nrave asendi p' :::,,beri arbitrii,?°n n™il™ -•• VS£
sP. nnLr^dnYii 've peccandi a fine, ad quem liber.as debertatl''pH Lt?
|,r,°lnde n°" SPectal ad senliam li "t 0,n'rP Lr,-,amT(l"am
Vl.t,um libertatis habenda esi . yuare lpsa, uti s. Thomas inqu (, non nisi
aliauod Hgnum hbcnatis est, sicut acgriludo esl signum vilal" Abt.
Vlll.-lnquirilur, an sit in hominc libertas indifferenliæ Declarata natura
liberlalis indifferenliæ, inquirendum esl, ntrum ea voluntali humanæ concedenda
si. i&y frop. 1 . Vohmlas non est libera liberlate indiffi ezf bonum
universate' et ^oizT^tat pr1till!rnmC,U nonbet.natUraC PrJ°prium eSt au -clo
?o,a S 1 .possibihtas, sive eapacitas subditur >. Ergo voluntas . .1 m;rm.U,mnerSa,e' Ct Perfec,um
nnNun^domi um ^r^^ff„s3£ po,est- ac proiude I "> Ub. II Sent. Dist. XXV, q. I, a.
i ad 2. Cf s. Anseln,., ]>e lib. arb., c. 1. ' CfSs TAu"Inf1' m'
"v8 ad,n-4 Q(lWDe ^">. 2a. Voluntas circa bona particularia gaudet
libertate indifferentiæ. Probatur. lllud obiectum ex necessitate voluntatem
movet, quod est ipsi adæquatum, nempe in quo nulla ratio mali apprehendi potest
. Atqui huiusmodi non sunt bona particularia, quia in omnibus particularibus
bonis potest [intellectus) considerare rationem boni alicuius, et defectum
alicuius boni, quod habet rationem mali . Ergo bona particularia voluntatem ex necessitate
movere non possunt ; ac proinde voluntas ita ea vult, ut potestatem ea non
volendi habeat 2. 224. Præterea, voluntas tendit ad bona particularia non per
modum naturæ 3. Atqui voluntatem tendere ad aliquid non per modum naturæ, idem
est, ac ipsam non esse determinatam ad illud, eo modo, quo causæ naturales sunt
determinatæ ad unum. Ergo voluntas circa bona particularia gaudet vi
electionisf seu libertate indifferentiæ. 225. Maior ita demonstratur. Voluntas
per modum naturæ tendit ad beatitatem, et ad media, quæ cum illa necessario
coiligantur. Atqui bona particularia non constituunt beatitudinem, ipsaque vel
non sunt media, quæ cum illa necessario colligantur, vel, etsi quædam eorum ad
illam necessario referantur, tamen hæc relatio evidens nobis non est, quia
omnes quidem norunt beatitudinem esse perfectum bonum, sed nemo, dum in hac
vita versatur, naturaliter apprehendere potest obiectum illud reale, quod
beatitudinem reipsa constituit, nempe Deum, uti in seipso est, perfectum bonum.
Ergo voluntas ad bona particularia non tendit per modum naturæ . i la 2æ, q.
XIII, a. 6 c. Ibid., q. X, a. 2 c. 3 Qq. dispp. De Ver., q. , a. 4 c. I, q.
LXXXII, a. 2 c. Exinde intelligitur, cur voluntas hominis, dum homo in hac vita
versatur, non ex naturæ necessitate, sed ex propria determinatione ad Dei
amorem feratur. Etenim Deus, ut
inquit Caietanus (in cit. 2 q. 82), etsi sit in se maius, et eminentius
universale bonum, quam beatitudo in communi tamen non est evidens, et apparens
nobis sub tali ratione, sicu beatitudo . Ex quo fit, ut iudicium, quo ratio
decernit Deum a mandum esse, fiat cum indifferentia, scilicet ita ut aliter
etian fieri possit ; quocirca volitio, quæ consequitur hoc iudicium, noi
determinatur ex necessitate naturæ. Deus, inquit s. Thomas, du pliciter potest
considerari, vel in se, vel in effectibus suis. In s quidem, cum sit ipsa
essentia bonitatis, non potest non diligi; un Argumenta, quibus voluntatem
liberlale indifferen mæsCUn.Ca, ;°"a particularia Pudere oslendimus, adeo
fi"ma sunt, ut rem plane definiant ; ipsa enim a pronria ac inl.ma e.us
natura petita sunt. Sed quoniam omnibus AVll, et XVI I, puta Hobbesio,
Collinsio, Bavleo Helve tm, Lamelno nihil magis cordi fuit, quam iit hoc Capita
e dogma e.hicæ, et Theologiæ tollerent, a ia argu.mena ad..cere luvabit, quæ
non quidem solidius sed Inculent.us I.bertatis existenliam patefaciunt.
fJ..i,.?S a,expeJrientia J"culenter edocemur nobis inesse tacultalem
el.gend. unum præ alio. E. g., interna exnenent.a compertum mibi est! me ila
velle tleambulafionem ut possim eam non vellc, brachium ita movere TZl i
du|S:erere'.n {? '° ^ ? ' \J^™ sit otio iiduigcre Jn hls, sexcentisque aliis
volitionibus tanta e aaue Zt n°Stra eli?endi P°tCSlate couscii snmus? tanomfnio
lh;:,a expen,nur 'Psas Ple° uustræ voluntatis omuuo sub.ic, ut .n antecessum
eas disponere, et nræ fe-wn".?^ F,qUi in, haC eligendl' P°teState libertas
roimi cons.stit. Lrgo voluntatem noslram liberlate ar iusdern0?^." Cer'°
CCr,iuSest Accedit 'luod 'eslimonio ins em inl.mæ exper.ent.æ novimus animam
noslram ob benc gestas gaudio perfundi, et si quando fiaSitium lu, dam
patrar.t, acu.is slimulis tangi,' tædioque8 labe Mlari. Alqui an.ma has
aflcctiones voluptalis, aut lædii ;,::nceee.per,reu,r' nisi sfipsam prorsus ^
en,u i i ',' ' reip,S-a nU}]T tædii affectionem cxpe'mur s. pai,.amus .,|lquoc,
flagitium ex ignoranlia, aut CDroin0! ' ^,0,03"1 ctl° "on fit cum
deliberalione, } „P0'ulnde uon est l.bcra. Ergo. L>ctaHis cmmVlern/,S,eX
ai>SUrdis °PP°sitæ sententiæ con 1 s comprobatur. Eten.m, ut s. Augustinus
argu '" .tur, sublata libertate, doctrina morum ruil; si enim _necess,late
fac.mus quidquid facimus, nullum rema ab 1 omnibus videntibus Eum per cssentiam
diligitur et ibi ooan æcent m' 'T8''" vol"ntati. ^ut poenæ iUatæ, vel
. Aug., De actis cum Felice Manichæo, lib. II, c. 8. Philos. Ciirist. Compend.
I.i jg net discrimen inter virtutem, et vitium ; neque legibus,
obiurgationibus, laudibus, poenis, et præmiis ullus restaret locus 2, quia his
omnibus locus esse nequit, nisi actus ita in nostra potestate sint, ut illos
pro arbitratu nostro ponere, vel non ponere possimus. Insuper ruunt cuiuslibet
civitatis fundamenta, quippe quod, ut modo diximus, nullius momenti evadunt
leges, præmia, et poenæ, quorum præsidiis civitas munitur; necnon contractus,
et foedera, quibus cives inter sese vinciuntur; hæc enim eadem necessitate
violarentur, qua fuissent instituta. Demqua ruit quævis religio ; nam si
homines libertate carent, nullis officiis erga Deum obstringuntur, nullumque
illi culjum exhibere tenentur. Quamobrem qui hominem libertate expoliat, eum
simul domo, civitate, religione destituit, belluisque prorsus exæquat. 3°
Denique eidem veritati non parum robons additur ex universali hominum
consensione. Re quidem vera, omnes homines cum docti, tum indocti in asserenda
hbertate indifferentiæ mirifice consentiunt; nam omnes solent consultationes
instituere de rebus agendis, ineunt pacta, agnoscunt difFerentiam inter
honestas, et pravas actiones, aliaque huiusmodi, quibus, sublata libertate,
locus esse non posset 3. Quod si nonnulli libertatem voluntati denegant, hi
admodum perpauci sunt, atque ipsi, licet hbertatem verbis denegent, tamen eam
opere docent. Nam, ut Eusebius iam advertit \ ipsi libertatis osores de rebu s
faciendis deliberant, aliorum facinora aut laudant, aut vituperant, filios
admonent, poenis afficiunt, et ad bonam frugem revocare conantur. Quare ipsi
suam sententiam operibus destruunt, et sibimetipsis contradicunt. IX. Quomodo
liberi actus voluntatis ab intelleclu pendeant 227 . Tres sunt circa hanc
quæstionem Philosophorum sententiæ. Sunt,
qui cum Kingio,archiepiscopo Dublinensi, contendunt voluntatem eligere aliquod
obiectum sine ullo motivo, nempe sine prævio iudicio, quo intellectus bom 1
Lib. De duab. Anim., c.
12, n. 17. 2 De Civ. Dei, lib. V, c. 9. 5 Cf eumdem s. Aug., Lib. De duab.
Anim., c. 11, n. 13. De præp. evang., lib. VII, c. 7. tatem et convenientiam
illius obiecti pronuntief quinimmo a.oJ udicum „„„ p„e,|„;,„d,„M „|„™UZ, „b
ffl!9. lertia senlenlia eorum esf nni ^..m . tl .nt e,eClio„em voluntatis
iE",Ar. idico feta u ab hoc omnmo determinetnr i™,,1 ™i„ J1,^necius, a
s^treliei Ut^auif^1"'6' qU°d C^: minatur, es"]i£nlqU,a 'Ud,C1Um' a
0U0 vo,u"^ e 230. la. Voluntas humana non potest artv h. ffir:oXfderm?e ^
w/o ^ ~rj fiuuaiur contra detensores pnmæ senfpnfiio Vr,i.. prehenderet i i
oWecto I'1^' q.u,n inte,,^tus rra n,,u ! or),ecto "Ham speciem bonitatis
in rca nullum ob.ectum versaretur Afnui hZ Y i P •U " in W 5£" versar
i. Ergo fieri "eqaif^ dicio,le boni,ie e n „ mome,.Uo> ™Pe sive pracvio
lerminetur ° convement.a ob.ecti ad actus suos . 2a. Posito iudicio, quo intellectus aliquid faciendum
vel non faciendum esse decrevit, voluntas non potest manere indifferens ad
agendum secundum, vel contra illud. Probatur contra propugnatores secundæ
sententiæ. Si postquam intellectus decrevit aliquid esse faciendum, vel non
faciendum, voluntas se determinare posset ad oppositum, huiusmodi determinatio
destitueretur omni rationis momento, sive motivo, quia nulla ratio foret, cur
voluntas se ad oppositum determinaret. Neque dici potest hoc motivum agnoscendum
esse in eo, quod voluntasita vult: nam, quemadmodum s. Thomas apposite
advertit, velle est quidam motus tendens in aliquid, ac proinde stultum est
dicere quod aliquis appetat propter appetere S nempe voluntatem velle propter
ipsum velle. Atqui, uti in præcedenti propositione ostensum est, voluntas non
potest se ad aliquid determinare sine motivo. Ergo, posito iudicio, quo
intellectus aliquid faciendum, vel non faciendum esse decrevit, voluntas non
potest se determinare ad oppositum. 233. Refutatis duabus prioribus sententiis,
(.ertiam propugnandam suscipimus. Ut autem perspicuitati consulamus, nonnulla
præmonenda esse censemus, 1° Certum est voluntatem non posse eligere quidpiam
sine prævio iudicio rationis, quia ipsa est appetilus rationalis, eiusque
obiectum est quoddam bonum, quod intellectus iudicat consentaneum esse nostræ
naturæ 2. 2° ludicium, ex quo voluntas ad electionem movetur, est iudicium
practicum, non vero speculativum; nam iudicium speculativum consistit in
apprehensione veri, ac proinde non potest movere voluntatem, cuius obiectum est
bonum, ad operationem eligendam 3. 3° Huiusmodi iudicium practicum nequit esse
universale, et indeterminatum, quia operatio, sive electio voluntatis est
aliquid determinatum, et particulare, ideoque ex iudicio indeterminato, et
universali oriri non potest . larum actionum absoluta, et obiectiva bonitas,
aut pravitas esset agnoscenda : id, quod philosophiæ morali prorsus adversatur.
In lib. III De Anim., lect. XV. -' Cf p. 166. 8 la 2æ, q. XIX, a. 1 ad 2. In
lib. III De Anim., lect. Quapropter iudicium, quod, tamquam motivum, ad actum
electionis concurrit, est iudicium particulare, quod intellectus practicus, ut
antea diximus, efficit ex applicatione principn universalis ad proprietatem
concretam, et particularem ahcuius obiecti '. 4° Electioni voluntatis plura
iudicia præcedere solent. Iam ex hisce iilud, quo intellectus, cunctis
libratis, atque expensis, decernit hoc tandem eligendum esse, ad electionem
voluntatis immediate concurrit, ac proinde ullimum vocatur 2. 5 Radix, sive
subiectum libertatis est quidem ipsa voluntas ; nam voluntas naturaliter non
determinatur, nisi ad bonum commune, ac proinde potest ex sua natura, nempe, ut
inquit s. Thomas, nulla determinatione naturali in contranum prohibente 4 , ad
diversa particularia bona iern. 6 At radix, sive causa libertatis est ratio ;
ex hoc enim voluntas potest in diversa ferri, quia ratio potest naberc diversas
conceptiones boni b ; nempe ideo voluntas circa bona particularia est libera,
quia intellectus porest cre, sive hoc, vel illo modo, de bonis particularinus
njdicare. Hinc homo non nisi ex eo, quod rationalis est, hbertale pollere
dicitur 6, et discrimen inter eius operationes, et operationes brutorum, atque
rerum naturalium non nisi in eo consistit, quod res naturales agunt absquc
ludicio, bruta ex iudicio naturali, at non libero, bomines ex iudicio libero \
Præstat dilucidius hanc rem expheare, nempe iudicia, quæ ratio circa operabilia
eflormat, esse libera. Operabilia sunt quidem contingentia. Atqui mtellectus
libere cxerit iudicia, quæ versantur circa contmgentia; nam intellectus, ut
diximus, ex terminorum comparatione de rebus iudicat, unde cum deprebefldit
prædicatum ad essentiam subiecti perlinere, cogitur hoc, et non alio modo
iudicare ; e contrario, cum æprehendit prædicatum cum subieclo haud necessario
connecli, uti evenil in iis, quorum maleria est contingens, ad utramvis parlem
inclinare polest. Ergo iudicia Circa operabilia sunt libera 8. Fatemur ultimum
iudicium o gie156" ~2 Q De yi q XVI, a. 1 ad 15. K ^a oæ' q.[ a ad 2~
ContrGent-> h'bIH, c-48, n. 5. la 2e, lbld. _ c lf q. lxxxIII, a. 1 c. 7
lbid. i ibid. practicum esse determinalum, alioquin, ut paulo ante diximus,
nulla voluntatis actio ipsum consequi posset; sed contendimus non esse absolute
necessarium, quia intellectus ita iudicat, ut potuisset secus iudicare,
quemadmodum in enunciationihus probabilibus mens ita inhæret uni parti, ut
alteri etiam adhærere potuisset. 234. His præstitutis, demonstramus sequentem
Voluntas non potest quidqnam agere contra illud, quod intellectus ultimo
iudicio practico decernit '; neque id eius libertati obest. Probatur prima
pars. Motivum, quo voluntas aliquid eligit, non nisi ultimum iudicium practicum
intellectus, uti iam ostendimus, esse potest; quapropter, si voluntas posset
eligere aliud ac illud, quod per huiusmodi iudicinm ab intellectu sibi
proponitur, electio voluntatis sine motivo existeret. Atqui, uti etiam
demonstravimus 2, absurdum est electionem voluntatis absque motivo existere.
Ergo. Probatur altera pars. Radix libertatis, sicut causa, invenitur in prævio
iudicio intellectus; quapropter, etiamsi voluntas contra ultimum iudicium
practicum sese deter. minare non possit, tamen eius actus sunt liberi, dummodo
consequantur iudicium liberum, nempe eiusmodi, ut aliter fieri potuisset.
Atqui, ut iam ostensum nobis est, actus voluntatis consequuntur iudicium, quod
aliter fieri potuisset. Ergo ex eo, quod voluntas non potest quidquam agere
contra illud, quod intellectus ultimo suo iudicio practico decernit, nihil,
quod eius libertati obest, elici potest. ld ex eo confirmatur, quod voluntas,
ut s. Bonaventura inquit 3, non sequitur principaliter actum alienum {nempe
intellectus), imo potius actum alienum trahit ad proprium ; videlicet, ipsa
voluntas in consilium adhibet intellectum, eiusque attentionem ad hoc potius,
quam ad aliud contemplandum convertit; atque ita efficit, ut intellectus hoc
potius, quam aliud iudicium practicum pronuntiet. Si igitur ex voluntatis
imperio in Qq. dispp., De Ver., q. XXIV, a. 2 c. Sanctus Doctor hoc ii loco
quoque observavit electiones illas, quæ fieri videntur contre illud, quod
intellectus iudicat, contrarias esse iudicio practico uni versali, at non illi,
quod ultimum dicitur. 2 179. 3 In lib. II Sent., Dist. , p. I, a. un., q. 6 ad
arg. tellectus ultimum iudicium practicum pronuntiat, dicendum cst actum
voluntatis, qui illud iudicium conscquitur, non esse necessarium, nisi
necessitate consequenti, illa scilicet, qua eo ipso, quo voluntas aliquid vult,
non potest simul ipsum non velle '. X. Obiectiones Fatalistarum 2 exsufflantur
235. Obiic. 1° Voluntas non potest incipere velle quod antea non volebat, nisi
ab aliquo agente extrinseco moveatur, quia nihil a semetipso incipere potesl.
Atqui, si voluntas ab aliquo agente extrinseco movetur, cius actiones liberæ
dici nequeunt. Ergo. 236. Resp. Dist. min. ; si agens extrinsecum moveret
voluntatem necessario, conc. min., secus, neg. min. Neg. cons. Et sane, nomine
agentis extrinseci, a quo voluntas movctur, vel intelliguntur obiecta
extrinseca, quæ incurrunt in sensus, vel Deus ipse prima omnium motuum cau 1
Ii, qui huic circa libertatis originem sententiæ adversantur, progressum
consultationum, et volitionum in infinitum in ea admitti arbitrantur, quia omni
volitioni aliqua consultatio, et omni consultationi, quippe quæ voluntaria est,
aliqua voJitio præcedere deberet. At ipsi crrore decipiuntur. Etenim probe
distinguere oportet ætum, cuius vi consultatio suscipitur, ab actibus, qui
ipsam constituunt. Si primum spectetur, consultatio procul dubio a voluntatc
pendet, quippe quod hæc intellectum determinat ad ea media inquirenda, quæ ad
finem sibi propositum assequendum idonea sunt. Ast hac in re progressus in
infinitum pertimescendus non est, quia id, quod primo movet voluntatem, et intellectum
ad exercitium actus, est Deus. (Cf p. 171 ; cf etiam I, q. , a. 4 ad 3, et la
2æ, q. XVII, a. 5 ad 3.) Quod si actus, qui consultationom constituunt,
considerentur, hi consistunt in variis iudiciis, quæ circa media opportuna ad
aliquem finem assequendum efliciuntur, et quoniam versantur circa media, quæ
non præseferunt necessariam cum fine connexionem, ex sui natura non vero ex
voluntatis motione sunt libera, seu indifferentia (la 2æ, q. cit., a. 6 c);
voluntas autem, movens intellectum ad istam potius, quam ad illam conditionem
perpendendam, aliquod ex iis iudiciis determinatum reddit. Neque voluntas
prævia consultatione indiget, ut intellectum ad rem sub illo potius, quam sub
isto respectu ' considerandam moveat, sed id efficit ex aliqua occasione, e.
g., ex eo, quod ad ld ab appetitu sensitivo movetur. Cf p. 169. 2 Omnes, qui
liberum arbitrium homini denegant, Fatalistæ nuncupantur, quia ipsis commune
est illud antiquorum Stoicorum pronuntiatum : omnia fato /ieri. sa. Si priraum,
illa obiecla numquam possunt raovere voluntatem, nisi intellectus rationem
bonitatis, et convenientiæ in ipsis deprehendat '. At bona particularia ab
intellectu apprehensa non movent necessario voluntatem, quia non tamquam
universaliter, et secundum omnem considerationem bona apprehenduntur 2. Ergo,
etiamsi voluntas ab obiecto moveatur, eius acliones non sunt necessariæ. Quod
si nomine agentis extrinseci ipse Deus intelligatur, Deus quidem voluntatem
quoad exercitationem actus, quemadmodum ostendimus 3, movet; at nihil exinde
conlra libertatem inferri potest. Etenim proprium Dei est, ut alibi dicemus,
res eo modo movere, qui earum naturis congruit. Atqui voluntas humana eiusmodi
est naturæ, ut sit libera. Ergo potius necessitas, quam libertas actuum voluntatis
cum Divina motione repugnat . 237. Obiic. 2° Voluntas ad aliquid volendum
movetur ab appetitu sensitivo. Atqui actus appetitus sensitivi su necessarii.
Ergo idem de actibus voluntatis dicamus o portet. 238. Resp. Dist. mai., semper, neg. mai., interdum,
subd. mai., ita ut appetitus sensitivus inclinet voluntatem ad aliquid
volendum, conc, mai., ita ut ad se necessario trahat actum voluntatis, neg.
mai. Item dist. min., actus appetitus sensitivi sunt necessarii, ita ut
voluntas eis dominari possil, conc. min., secus, ncg. min. Neg. cons. Re vera
nos iam antea ostendimus voluntatem non in cuncti sed in quibusdam suis actibus
ab appetitu sensitivo moveri, et hanc motionem in eo dumtaxat consistere, quod
actus appetitus sensitivi inclinant voluntatem ad hoc, ut moveat intellectum ad
considerandam rem potius sub isto, quam sub illo respectu, et proinde ad
pronuntiandum potius istud, quam illud iudicium practicum 5. At vero tantum
abest, ut voluntas ab eis necessario moveatur, ut potius eis, sicut alibi
diximus 6, dominetur; ex quo fit, ut in eius arbitrio sit prosequi, aut
respuere id, ad quod ab appetitu sensitivo allicitur '. 239. Obiic. 3° Voluntas
ex natura sua fertur ad bonum. Ergo libertate indifferentiæ non gaudet. Cf p.
166.—'Cf p. 175.— 3 165. la 2æ, q. X, a. 4 ad 1. Cf p. 169. 6 160. Cf la 2æ, q.
X, a. 2 c. I, ^' RcP\P{s,L ?'; ad nonum in universum, conc. ant ad bona
particularia, n^. a 4 ns. Re quidem vera, cognitiones boni, el mali e iamsf '
lermUnm Sente,ntiam sThomæ> qnai nos s^cu isumus '' oduTn6."',/0
'Untatem' non tamen necessario eius actus roducunt, qu.ppe quod non sunt causac
necessariænam " antea ostendimus , inlellec.us ita iudicat Te bonka e'
SnIc^a Zo7c°bieCti' Ut Potnisse'diveersonmodeo' c. Accedit quod causa, cuius
effectus imnediri nnl nctbiPtSaniV0,IUntv 'aCKtUm V°luntatis "eceSum non
ZntoJS ' co8nlt,onl hon'> vel mah potest per ipsam ^ntatem impedimentum
præstari, vel' removendo T j^Cf 8. Thoill., Qq. dispp.y De mal^ lQc c.t ^ ^ ^ ^
^ ^^ 2 > qL XXXII, a. 2 ad 1 —3 rr n ~o aa l lem considerationem, quæ
inducit eam ad ™iendum, vel considerando oppositum, scilicet quod hoc, quod
proponitur ut bonum, secundum aliquid non est bonum ' >. Ergo actus
voluntatis ex cognit.one boni et mah, a qua Dpndent, necessitatem non
accipiunt. . . P 247 Obiic. 6° Admissa vera sententia c.rca ong.nem libertatis,
nempe voluntatem ex iudicio i?t'°n£ ^ ?rmf nari, voluntas ex duobus bon.s, uno
ma.ori altero m.non, non potest non amplecti bonum maius ; et, si e '
PoP?" nantur duo bona æqualia, neutrum ehgere posset, qma Sulta foret
ratio sumciens, ob quam voluntas m.nus,j£ num maiori, aut inter duo æquaha unum
allen præier ret Ergo voluntas facultate ehgendi dest.tu.tur, ac pro inde
libertate indifferentiæ non gaudet. 248 Resn Neq. ant. Sane, voluntat. .ntegrum
non esi ehgtre Sid Juod intellcctus ultimo suo md.c.o pra c c nmkavit^se minus
bonum, ac P~ide miuus ehgibile, quam aliud; at vero potest .psa efficere, ut
iUud quod in se est deterius alio, tamquam mel.us hoc ab in tellectu iudicetur,
quatenus magis conduc.t ad finem quem spectamus. Ita ii, qui peccant,
prosequuutur ^unum quod est deterius alio, sed iudicaut hoc esse mel us, quan
Hlud, quia videtur eis opportunius ad oJ>'inendnmdbnAm quem sibi
constituunt. Potest etiam voluntas es duobo gonis æquahbus unum velut præstant.us
altero el.ger nam, aiente s. Thoma, nihil prohibet, si al qua ^duoa quaha
proponantur secundum unam considerauonem, qu Srca aWum consideretur aliqua
cond.Uo, per quam mineat, et magis flectatur voluntas .n .psum quam aliud .
Quod si post istam inqu.s.t.onem in . neuti inveuiat novam aliquam bonitatem,
potest volunta, ad num bonum alteri præferendum moven ex eo, quod 1 . tellectus
exhibet ei, tamquam bonum, exercitat.onem pr priæ libertatis. CAPVT VI. De
facultate locomotiva 249. Facultas locomotrix est quædam specialis faculi • Qq.
dispp., De malo, loc. cit. ad 18. s ia 2æ, q. XIII, a. 6 ad 3. Jg7 organica,
qua aniraa movet de loco in Iocum corpus cum quo ipsa comunghur. "us' Lum
Anr. I.-Quodnam sit principium moluum localium 250. Facultatis locomotricis
existentia demonstrari „„„ potest n.s, pr.ns definiatur, undenam prmcTnium
(1otio num local.um > repetendum sit. P™ noUo P^L/1"' M0'WSlocaUs soli
corpori atlribui non posmnt Probatur pracc.pue contra Cartesium, et LeibniM m
Motus locales sunt operationes vitales, et viv en\, csse debei dlud pnnc.p.um,
a quo ipsi promanant. AlquTcon)uS prout est corpus esse non potest principiuu i
WvensXro toOtus locales sol, corpori attribui non possuT g° S ita eTerceri
d1T0nstra[ur: Compertum est motus lonovea tur auh in ir lai'a "$".
moveant' non ab aii° afi ^iprrve0.:!3™ ^ ^ tiElEfi lecesse^st "„;'"'
Prlnc'P'um. sui molus in se habeant are potest'n\s i fi? 0Peral!°.ab liquo
subiecto maal'i if, per Princ,P'um . quod in ipso ope um moiuf glnW'.Ut an-lmal
in Se na'>eatPprinPcium motus, quo se de loco m bcum transfert Afm.; z
i:^u::t re ? per ^t^^ti iiS. e ilkid nrincinPeraU° VlUl,S ;,deoaue vivcns dcbet
inl opeTionoTvTl " q1° promaJna'^rgo motus locales tfp^^™""81
eSSe PrinciPium> Wus l?Z lTm demonstra'io"e non indigel; quia, si X' P
?Ut est corPus, esset vivens, nullum jrenus cor 3POpreDe2æ epXpCrS V-itæ : id
uuod Perle eft falsura. ProbatZvriS nCtptUm moHo™m localium est anima. robalur.
Pnncip.um mot.onum localium, uti in præ Wtru.qdisuLuSr 11 'r 'n l0CU',"
P-"ditur, tocates wt, cuiismod sun, m. . ' ln au,bus cor',us Iocu' > J
est vcgctans, eveni,!„t m°l,0neS ' qUæ in cornore ™">-^> 5 Cf p
?8°m" /"r ^ V" Ph!ls lcctVU. P8. I, q. LXXV, a. 1 c. cedenti
propositione ostensum est, debet esse illud, per quod animal est vivens. Atqui
huiusmodi pnncipium est anima. Ergo anima est fons, et pnncipium omnis motus in rebus
animatis ! . Ex qua argumentatione mfertur contra Malebranchium, animam esse
causam non occasionalem, sed vere effectricem localium motionum. Etenim anima
est principium huiusmodi motionum ex eo, quod vitam animali impartilur. Atqui
ea vivunt, quæ i operantur ex seipsis2 . Ergo anima est causa vere et-, fectrix
localium motionum. 254. 3a. Anima per aliquam facultatem organicam movel
corpus, ac proinde non ipsa per se, sed simul cum corpore est principium motuum
localium. Probatur conlra Platonem 3. 1° Anima nihil agere potest, nisi
alicuius facultatis ope. Atqui mter actiones animæ occurrit eliam illa, qua
corpus suum de loco m locum movet. Ergo
anima pollere debet facultate movendi corpus suum de loco in locum. Præterea,
anima non potest movere corpus, nisi ipsum tangat. Atqui anima, cum sit partium
expers, non potest tangere corpus contactu physico, nempe prout partes suas
partibus corpons apponit, sed dumtaxat contactu virtutis 4, nempe prout aliquid
in illud agit. Ergo oportet in anima ahquam tacultatem inesse, cuius virtute
corpus suum movet. 2° Facultas, per quam anima movet corpus, debet esse
organica. Nam anima per facultatem movendi corpus, dc loco in locum aliquid extra
se agit. Atqui spintus hu mani, ut s. Thomas ait, cum sint corponbus uniti, H
exteriora operari non possunt, nisi medio corpore, ac quod sunt quodammodo
naturaliter colhgati . Lrg( facultas movendi corpus nequit ab anima exercen sim aiiquo organo
corporeo. 3° Quod si anima per aliquam facultatem organican corpus movet, ipsa
non per se, sed simul cum corpor est principium motuum localium, quia ad
exercitationer facultatis organicæ anima simul, et corpus quidquaL conferunt6.
i In lib. I De Anim., lect. 1. -2 I, q. XVIII, a. 3
c. 3 Plato (Cratyl, p. 400, a; Alcib., p. 150 a, ed. H. S.), ali que motus locales
uni animæ tnbuerunt.- I, q. LXXV, a. l s Qq. dispp., De Pot., q. VI, a. 4 c. Cf
p. JCQ A)o. Kesp. JSeg. ant. et cons Vt wno c; GSt Dud omnes Philosophos me er
4 JuZ n-mSI corP°ribus coMvenire. Ergo motn local ! aturæ animæ prorsus
repuffnat 3 Hinr oi rt otus exequitur, est, „t ait s. Thomas, ea,™'pei auam
embra redduntur habilia ad obediendum appelUuf' " æc antem potentia, quæ
exequitur motus ea esl n„ p como r,x appellatur, Hq„ia potentia dicUur
immedia^tum uTTtL^T™' PtCipiUm ^ i™™ZZe?l sæ am " vero il.ud, a quo
IDEALOGIA. Ad Dynamilogiam, ut diximus in Introduct. ad Philosophiom ',
IDEALOGIA, et Criteriologia etiam spectant. bx ns enim, quæ circa naturam,
obiectum, et operationes tacultatum animæ humanæ statuta sunt, nullo negotio
colligitur, 1° quomodo cognitio humana per lllas tacultates evolvatur, sive
quomodo cognitionis humanæ ongo explicanda sit; 2° quidnam roboris ad veritatem
nobis patefaciendam ipsis insit. Harum tractationum pnma oicitur ldealogia,
quia originem idearum ad examen revocat, altera autem vocatur Criteriologia,
quia critena, sive motiva, ob quæ de vera cognitione rerum certi sumus, ex
ponit. . c i_fl 2. Quod attinet ad Idealogiam, nos quæstionem soivemus de
idearum origine in universum spectata, sive cie modo, quo intellectus noster
primo assequitur cognitionem rerum 2 ; atque 1° præcipua Philosophorum
systemata excutiemus ; 2° illorum Philosophorum sententiam expendemus, qui humanam
cognitionem sine sermonis ope evolvi non posse pertendunt; 3° quoniam quæstio
de ongine idearum ad notiones universales spectat, de celenri illa
controversia, quæ circa vim notionum universalium penes Philosophos exagitatur,
verba faciemus. Excutiuntur Philosophorum systemata circa originem idearum
Art.I.— De Sensismo 3 Sensismus est illud systema, in quo origo totius
cognitionis humanæ ex sensibus, tamquam ex unica tonte; repetitur. 1
Degsp3ecialibus modis, quibus anima res materiales P^tsitf gulares sunt, vel
ea, quæ materialium rerum ?™VT'™& diuntur, vel seipsam cognoscit, iam a
nobis exphcatnm est ( d p. 136 sqq, et p. 145 sqq). Modum autem, quo ad Dei co8niti nem perveniraus, in
Theologia naturali investigabimus. Sensismus est systema in se absurdum, et ad
absurda consectaria ducens. Probatur prima pars. Sensistac ideo docent sensus
esse unicam lontem cognitionis humanæ, quia cum Condillacho unicam sentiendi
facultatem animæ attribuunt, et contcndunt ceteras facultates, quæ a
Philosophis numerantur, non aliud esse, quam diversas sensibilitatis formas,
earumque actiones non aliud esse, nisi sensationes transformatas \ Atqui nos
iam evidenter demonstravimus opcrationes mtellectus tum ex obiecto, circa quod
versantur, et ex modo, quo exercentur, tum ex ipsis Condillachi pnncipns non
posse reduci ad sensationes. Ergo absurdum est assignare sensus, tamquam unicam
nostræ cognitionis fontem. 5. Probatur altera pars. 1° Homo, ex cognitione
intellechva, qua pollet, discriminatur a belJuis, quibus non nisi cogmtio sensitiva
inesse potest. Atqui, si sensus essent unica fons cognitionis humanæ, et
cognitio intellectiva ad sensationes reduceretur, nullum extaret discrimcn
inter cognitionem propriam hominis, et illam, quæ pertmet ad belluas. Ergo,
posito sensismo, homo ex di§nitat .e sua' W belluis maxime præstat, excideret.
^cientiarum principia absoluta, universalia atque immutabiha sint oportet.
Atqui sensus non nisi concretum, contmgens, et mutabile referre possunt. Ergo,
posito sensismo, scientia prorsus evanesceret. 6. Hæc autem absurda consectaria
sensismi haud vitantnr, si origo idearum eo, quo docuit Lockius, modo
['xpi.cctur. Nimirum anglus hic philosophus duas facullates ad rcrum
cognitionem assequendam in anima admisu, nempe sensahoncm, per quam anima res,
quæ sive ijxtra se, sive m se fiunt, apprehendit, et reflexionem, per laam ad
res sensibus apprehensas vim suam intendit2. &Zu? jC reflex10' auam Lockiusprætersensationem n
tt.t ad sensationem, ut merito Condillachus obser ^ayt, reducitur. Nam
huiusmodi reflexio non exercetur, m . circa ea, quæ sensibus percepta sunt, ac
proinde ipsa ?r,I°rrS r.eddlt scnsationes, atque ad summum eas in nes
dissolvit, aut vario modo componit, sed numquam Cf p. 161. 2 Essais etc, lib.
II, c. 2, § 1. efficere potest, ut mens ad intelligibilia, quæ ab ipsis
sensationibus specie differunt, adsurgere possit. 7. Obiic. Vulgatum est illud
effatum Scholasticorum : Nihil est in intellectu, quod prius non fuerit in
sensu. Ergo cognitio nostra non nisi a sensibus repetenda est. 8. Resp. Dist. ant., quatenus
cognitio intellectiva evolvi non potest sine phantasmatis, quæ per sensus
hauriuntur, conc. ant., quatenus intellectus apprehendit illud ipsum, quod a
sensu percipitur, neg. ant. Neg. cons. Et sane, ex illo Scholasticorum effato
coliigi quidem potest cognitionem inteiiectivam aliquo modo a sensibus oriri,
quatenus hi præbent intellectui phantasma, in quod inteliectus actionem suam
exercet l; numquam vero sensitivam cognitionem esse tolam causam cognitionis
intellectivæ 2; quia intellectus ex vi sua sine ope sensuum ex phantasmate
obiectum sibi proprium, nempe intelligibile, omnino diyersum ab obiecto sensuum
efficit, illudque apprehendit immo multa cognoscit, quæ per sensus nullo modo
cognosci possunt 4. II.— De systemite idearurn innataruoi in uniyersuui 9.
Systema idearum innatarum illorum Philosophorum est, qui originem idearum ex eo
explicant, quod anima cognitionem rerum saltem initialem per ideas sibi
naturaliter insitas habeat. #, 10. Systema idearum innatarum est reiiciendum .
Probatur. 1° Si idearura innatarum hypolhesis admitta tur, consequitur animam
intelligere res per medium absolute immateriale, ita nempe, ut ope phantasmatis
non indigeat. Atqui id, ut iam demonstratum est b, naturæ animæ humanæ
repugnat, et experientiæ contradicit. Ergo hypothesis idearum innatarum
reiicienda est, Hoc argumentum ex eo magis confirmatur, quod intelligere res
per earum species acceptas a Deo simul cum intellectuali natura est proprium
substantiarum intellectualium, quæ sunt a corporibus totaliter absolutæ 6, ac
proinde proprium i Cf p. 133-134.— ^ I, q. LXXXIV, a. 6 c. 3 Cf p. 135 sqq. Ibid. ad 3,
et q., a. 4 ad 4. Cf p. 136. Vid. s. Bo nav., In lib. II Sent., Dist. XXIV, p.
2, a. 11, q. 1 ad arg. Pp. 133-134. 6 I,
q. LV, a. 2 c. ;n ivnVii.' -j i""b'.LU|iur . Atqui id exp hcart
ncanif,in hypothesi idearum innatarum. Ergo idcas rerum Z i mnalas esse dici
nequit. Huic eliaml.rgumento mTtas ro i m itac' am in sevoSV^T' quodammnu° sit
yinPutis, indtc sirr;„t tf ftis n3an?mamUn1',|i|dne"C !.nnatæ, qU,'pPe auæ
al> actio"e rerum L in m^r InZ ° pendenti aliouid mere •'', £a^
rnlVr^Srerur^.e^i0,'. ? ^^JZ clnm fnM( r • fealitate nostræ cognitionis
dvemendum S' M argUme,nti vis ut clariu perspidatur S rerum tccitT 'nnataS vim
repræsentanui reali^ •eesse dUm.nh,r-Pn? n°"P°sse ex jPsa anima> cui
;™warum rcpræsen."?^ an'ma' CUmnon sit causa rerum, lis ideis rel i X 6SSC
neau" Nec iu™t asserere ^ru, lur nim rJ°l,rPra,eSentari'.auod a Deo aniraæ
'"">ctum nataMlJ • taS,.noSiræ eognitionis, cum sit aliquod
-liarSe^ei •;epeUtænCdaUSeastnatUra,i' ^ ^ V .III.-De variis rnodis, quibus
sysleroa idearuu, innalarun, a rnilosophls propugnatur iam
d^lve0s°sPmon-aUieiaCaS ^,^ admittunt. senlentiam "lamm svslcmT, 1
ex.Ponunt> unue diversa idearum in "t Plato in(mr J, nU" Ur'
quorum Precipui auctores !! o mlenelcres, et ex recentibus Carlesius Lcib s, ct
Rosm.nius. Secundum Plalonem anima , an, corpon uniretur, exlilit, atque rerum
ideTs' nuæ" n ubSn" reP,ra.f eutant etlunt aliquid e^, j! suosistens,
mtuila est; deinde in corpus, tamquam 'Wp. .42-143.-2 Cfp. 133. _J 1 2æ, q.
XXX, a. 4 ad 2. in carcerem, ob quædain crimina detrusa, omnium, quat ante
intuebatur, est oblita. ltaque anima in hac vita se cum fert obliteratas ideas,
quas in anteacta vita contem plata est ; sed quoniam res externæ ad illarum
idearun exemplar conditæ sunt, efficitur, ut anima per sensationes quibus res
externas percipit, illas ideas in se exsuscitet atque in præsentia
contempletur. Hinc scientia rerum quam in dies adipisci videmur, non nisi
rerniniscentia est ad quam rem Plato affert exemplum pueri, qui etsi nihi
umquam didicisset, ordine tamen, et sensim interrogatus etiam de difficillimis
problematibus protinus, et rect P™ eins ciuMuid nauq^tat. IJIud enim non al ud
innuif nisi n.lfl jL^ |um na.urali Kcdtate intelligendi præditnm fnisse Pua
i3r'r,offgan-on0il|I„,rainUS ^4™. respondere potes? inl erroganonibus, quæ
gradatim, et ordine fiunt '. Lliri! distinguunt in adventitias, factitias,
blZ\,Z' Anvent,t,a> e°rum sententia, sunt quæ animæ .rnaZ in r'°n-m0tUUm'
aui ex aPPuls rero, ex! oTideT '? °p,S.°.-gan,S excitantur ; cuiusmodi, e. ^tar
ntt (f-°tltaæ sunt 1uæ ab 'Psa mente eflf: ET.T. " un'one diversarum
idearum, e. ., idea hin XU,ide^,qnC,nn!Uæ SUUt' aUæ eim anim^S. canur, idest a
Deo,n aclu crealionis in anima infun !m M°nira .nanC Cartes''anorum opinionem
adnotamus am h.s duobus pronunlialis inniti, quorum nrimum^sf undnm anlma° in
aCtUali C°Snitione eonmi sPterm Ham' mem%lThJT rma essentia-> ''ta etiam
'cog"& nlbm \° Ct; alterum est> auod 'dearum intelle
onu„ma,0"g0faDf SenSUS CXP'icari neaQitAst P™" onun atum faisum est;
nam, ut suo loco ostendemus rti n araniCm0Sn,,,° ' -SCa eliam facu,tas
eognoscendræs: e n nfc "] Const!tuere "equit. Ex altcrS pronunliato
lem inlern non potest .deas esse innatas, sed polius
Vsihi\.,:rama1reatgn0SCendam e faCultatCm ' C 15. Præterea, Cartesius hac in re
ambiiruns est nm aodo pro ideis innatis uaturalem cognCend facuN n inn ! f/r-
7^ Ur. • At si Cartes,'us nomine ideana arum intelhgit ipsam naturalem
cognoscendi fa cisdtar? CUm C°n-SenmNihilomioui liccat nobis ab lin, e c '
n°mneS,. et '"diviso aclu, qU0 relalio inter subcctum, et prædicatum
perspicitur ; et hæc relatio hoc nodo persp.c. non potest, nisi una, eademque
sit faculM. quæ sub.ectum, et prædicatum cognoscit. Alqui in d,l! ',\°JUf C'?,
rosminiano subiectum et prædicatum t dnc.sas facultates perlinent, quia
subiectum est id, uod per sensat.onem exlrinsecus animæ advenit, præ M
anTm" "I e.Sl-,"Iea intellieinilis entis, quæ int/inseus an.mæ
est. Ig.tur lud.cu.m primitivum eo modo, quo uod Ju^,0^CXf)llcatllr' na,luræ
i,ulicii Pnnat. Accedit, uod hoc .ud.cium, secundum Rosminium, est simul com
nm,!"'' ' !nsl",c.tlvm; comparalivum, quia fit per o .unctionem .deæ
...natæ enlis cum elementis scnsili 1'taDem !. T ',quia iMa coniuneti !'•
actionem und "mnTi' -et naturalem ratio"is ctlicitur. At nos iam 2
repugnaJe comParati™m simul, et instinc.i 1 ' et originem cognitionis hu si cJu
monstrare student Priori, nempe ab ipsa ana'si cogitat.oms remotæ ab omni
experientia sive inlera, sive externa. 21 Ilorum Philosophorum systemata ortum
habuerunt iatfn,?,' W°t materiam et formam in quavis cognitione 3 • fater,a est
mutabilis, et contingens, atque ex ns.libus ob.ect.s sive internis, sive
externis advcnit; forUnrl ne,Ccssar,a > et universalis, atque exurgit ex
ipsa nciLr" •!?CU coSnoscentisIam cogitare, seu aliquid ncipere idem est,
ac ludicium de aliqua rc proferre; (icinrn?æC-g,Utl°nis t0tidem esse debent,
quot sun 1 ; ' n epecies. H.nc intellectui nostro insitæ sunt tn m;\ormæ> se
categoriac,quac sunt Unitas, multitutio iU! r ral,0n° amntitas iudiciorum,
prout uempe rifo? lll rUi IT™' aut P,ura' aut totum complectitur;
TuumaTa"' citmitat" ratione qualitatis, nempe reoit i 7 iL]!r
aflu'mantia> negatio quoad iudicia negan h \s c 7JT?11 1Udic,a
indefinita> Substantia e ac s, causa et cffectus, atquc reciprocatio, sive
actio et passio ratione relationis, idest ralione nexus inter subie ctum, et
attributum, nempe, categoria substantiæ et acci dentis quoad illa iudicia, in
quibus attributum absolute convenit subiecto ; categoria causæ et effectus
quoad illa iudicia, in quibus attributum sub aliqua conditione enun ciatur de
subiecto; categoria actionis et passionis quoad illa, in quibus plura attributa
ita de subiecto enunciantur, ut, uno eorum posito, cetera tollantur, et, cetens
omni bus sublatis, unum reliquum ponatur. Denique forma pos sibilitatis et
impossibilitatis, existentiæ et non-exxsientiæ, necessitatis et contingentiæ
ratione modalitatis, sive ratione modi, quo subiectum, et attributum ad mentem
nostram referuntur, nempe prout consensus inter subiectum, et at tributum a
nobis concipitur vel ut possibilis, vel ut rea lis; et rursus realis vel
contingens, vel necessarius. Itaque intellectus, applicans has formas sibi
inhærentes elemen tis sensilibus, obiecta suæ cognitionis sibi efformat. Quarc
res a nobis cognoscuntur ope iudiciorum syntheticorum c priori l. Hoc nomine ea
iudicia designantur, m quibus anima neque per experientiam cognoscit
prædicatum, ne que in notione subiecti illud detegit, sed haunt lpsum e?
subiectivis formis, quæ sibi inhærent, et quas ex quo dam instinctu materiæ suæ
cogitationis, sive elementi sensilibus applicat. 22. Philosophi, qui Kantium
secuti sunt, eius system; evolventes, docuerunt elementa cognitionis ab
obiectis ex tra mentem positis derivanda non esse. Quamvis auten ipsi
sententiam suam diversis modis explicent, tamen 11 eo consentiunt, quod animam
esse suæ cognitionis uni cam causam, immo suæ cognitionis obiecta sibi construe
re statuunt. Inter eos Fictheus eo devenit, ut animam e. vi sibi insita
obiectum intelligibile, immo seipsam crear putaret. i ludicium, cuius
prædicatum pertinet ad essentiam subiecti, ii ut resolventi notionem subiecti
notio prædicati occurrat, diciti analyticum. E contrario dicitur syntheticum
illud iudicium, cuius a tributum non pertinet ad essentiam subiecti, sed ei
superaduii Istud dicitur aposteriori, quia in eo adiungitur prædicatum subiec
post cognitionem, quam nobis experientia præbet. Illud dicitur priori, quia
relatio inter prædicatum, et subiectum ex ipsa W rum collatione patescit. Ut
systematis Kantiani, aliorumque Germaniæ Philosophorum, quatenus ad rem hanc
spectant, abnormitas evincatur^demonstramus sequentes propositiones 1\ Formæ,
quas Kantius nativas affectiones intellectus esse asserit, repugnantiam in se
includunt, eiusque doclrvna de xudicas syntheticis a priori naturæ mentis
humanæ aperte adversatur. Probatur prima pars. Huiusmodi formæ, Kantii iudicio,
sunt notioncs inanes, et omni obiecto expcrtes, ac proinde sunt notiones, pcr
quas nihil cognoscitur. Atqui nolio, qua
nihil cognoscitur, non est notio, sed potius negalio notionis, seu cognitionis.
Ergo illæ formæ sunt notiones non notiones. Præterea, singulæ illæ formæ, seu
notioncs, una cum notionibus sibi e diametro oppositis ponuntur, e. g., forma necessitatis,
et contingentiæ, possibihtatis, et impossibilitatis etc. Ergo si illac essent internæ
.p.tellectus affectiones, affcctiones secum pugnantes intellectui convenirent,
id quod valde absurdum est li. Irobatur secunda pars. Quodlibet iudicium a
priori lest analyticum, md.cium enim a priori efformari dicitur, cum altributum
detegitur ex subiecti analysi vel imme nale, vcl med.ate, nempe per
ratiocinationem. Synthetica autem mdicia sunt natura sua a posteriori, quia in
iudi cnssyntheticismensnonperspicit intrinsecum nexum in er prædicatum, et
subiectum, ac proinde statuit rela lonem inter utrumque subsidio experientiæ.
Quare si uoicia synthctica a priori existere possent, in iis mens eque per
analysim subiecti, neque per experientiam iu icaret, hoc est ex coeco instinctu
iudicia efformarel. At jui .(I naturæ mentis humanac adversatur \ Ergo doctri
unvnnlll^e,Ud/C,is syntheticis Priori naturæ mentis uimanæ adversatur. ionis
l>r°P' tja' NequU mima esse unica causa suæ C09ni ^objitur. Si anima esset
unica causa effectrix suarum liea mThUi,n'-t(M,C.nClUm f°ret sVitudines rerum
in eam equc a I,pbIS robUs, neque ab alia causa exteriori in ausV r,! VU,; T'
CUmolu? "tellectus Divinus sit ^sa reium, Ipse solus simihtudines omnium
rerum in x Cf p. 153. 204 IDEALOGIA se essentialiter habet. Ergo nequit dici
animam esse unicum principium efficiens suarum intellectionum, nisi ipsa unum,
idemque cum Intellectu Divino esse dicatur, id quod purus, putusque pantheismus
est. 26. 3a. Absurdum est animam cognoscere res ex eo, quod illas producit.
Probatur. Si mens res cognosceret ex eo, quod illas producit, sane produceret
res, quas non cognosceret se producere. Atqui hoc falsum est; nam, cum
quodlibet ens quidquid agit, agat secundum modum suæ naturæ, anima, utpote quæ
ratione pollet, nequit aliquid agere, nisi cognoscat illud, quod agit, eiusque
notitia, tamquam exemplari, ad agendum utatur. Ergo ipsa non novit res, quia
illas producit, sed res producit, quia illas novit. 27. 4a. Cognitio non potest
dicit ut ait Fichteus, creatio. Probatur.
Anima non cognoscit res ex eo, quod illas producit. Ergo cognitio non potest
dici creatio. Præterea, omnis actio cognitrix est perfectio subiecti
cognoscentis, non vero obiecti, quod cognoscitur ; e contrario, actio creatrix
transit in aliquid posilum extra subiectum creans, quia ipsa non est perfectio
subiecti creantis, sed obiecti quod creatur. 28. 5a. Maximum absurdum est id,
quod ait Fichteusy animam eo ipso, quod se cognoscit, seipsam creare. Probatur.
Si anima ex eo, quod se cognoscit, sibimetipsi existentiam largitur, sequitur
ipsam se cognoscere, ac proinde operari, antequam existat. lam si res ita se
haberet, cognitio sine subiecto cognoscente, et operatio sine subiecto operante
admittenda foret ; quæ profecto manifeste absurda sunt '. V. De Ontologismo, et priuium
quid hoc systema sit, exponitur 29. Ontologismus, ut alibi diximus 2, est illud
systema, in quo statuitur mentem nostram intueri, sive immediate cognoscere
Deum, et ab hac intuitione repetendam esse cognitionum nostrarum originem. i Cf
s. Aug., De immort., c. 8, n. 14. 2 Log.j 9q ! beisHhua'bu:„sr sær"t .
•> !L ! cnm intimior Deo Tauam "riM™,ebrancb,l"n> mens nostra,
quid in Deo est ^e, e 5 'f .s"> De™> et quidl sive exemplaria omnium
rJ,U° aM '" De0 sunt eæ, lclligat ex eo auoS „"?' setIu'lur' u' ipsa
res in. luit Deum s° „£ ess &?&",D De° vide' Hinc stæssc
inteH.gibifa, " si "„ ifo 17' ce,era1ue omn tum quia bufus ew non
potest.neque vcr teE [„'% 0n'm Deum mens Per Eum'cognoscere potest Cm rerUm in
Eo> ^ SirtSf^? r''4a'e' Præsertim '"•• • lib. II, t. II. tn Dyna., c.'
IV),. „_ p ^^ ^ ^ ^ ? ^ Declaratur, quid sibi velit cognitio immediata, seu
intuilio Dei 34 Goo-nitio immediata, et directa, prout hic accipitur, est ea
qua res cognoscitur in seipsa. Cognoscitur autem aliqua res in seipsa, cum
cognoscitur vel per suam essentiam, quæ, prout cognoscibilis est, præsens est
potentiæ co^n tnci, vel per eius propriam simihtudinem, a qua facultas
cognitrix informatur \ E. g., immed.ata est cognitio lucis, quæ præsens est
oculo 3; ltem lapis a visu immediate cognosci dicitur, quia hæc cognitio nt per
similitudinem lapidis in oculo immediate denvatam ab ipso laoide ila ut ipsa
species lapidis resultet tn ocuto . 35 Huiusmodi cognitio ab ea distinguitur,
qua res non in se ipsa, sed in suo sirnili, sive in sua imagine cognoscitur 6,
ita ut cc similitudo rei cognitæ non accipiatur immediate ab ipsa re cognita,
sed a re aliqaa, in qua remiltat ^ E g., huiusmodi est cogmtio ahcuius homims,
qui iu aliquo speculo videtur, quia in hac visione cc non s\milituaoqhominis
immediate est in oculc, sed .m^tudo hominis resultantis in speculo 8 ;
quapropter imme diata est cognitio imaginis hominis, at non cognitio ipsius
hominis, quem illa repræsentat. m 36 Iam, cum intellectus aliquam rem immediate
co^noscit ipsam intueri, idest videre dicitur, atque ipsa lmmediata cognitio
intellectiva a visione sensitiva nomen accipiens, intuitus, seu visio
nuncupatur . 37 Ex his plane colligitur ad visionem intellectivam duo
potissimum expostulari : 1°, ut principium per quo res cognoscitur, sit
proprium ipsius rei, ahoquin, resnor in se ipsa, ac proinde non immed.ate
cognosceretur, l, ui habeafcum re perfectam similitudinem, et conven.entiair
"T^f s. Thom., I, q. XII, a. 9 c. Ibid., q. LVI, a. 3 c. 3 Jn Epist. I ad Cor. e. XIII, lect. IV.
4 Jhid s I a. LVI, loc. cit. T.TTT o llid q. XII, a. 9 c. Cf etiam Qq. dispp.,
De Ver., q. VIII a. 3 ad 17, et in lib. II Sent. Dist. XXIII, q. II, a. 1 sol.
"' I, q. lVi, loc. cit. 3 in Ep. I ad Cor., loc. cit. Allff„ctinus o
Contr. Gent., lib. III, c. 83. Visus, inqmt s AugustiDnj ad utrumque referendus
est, idest et ad oculos et d mentem Lib De videndo Deo, seu Epist. GXLVII ad
Pauhnam, c IX, n. lin esse cognoscibili, alioquin non diceretur, ut fnquit
|4qmnas, res illa immediate videri, sed quædam umbra 38. lamvero, cum de
visione Dei agitur, huiusmodi prinpium nequ.t esse al.quid exlra Deum, nam
quidquid st extra Deum, mfin.te distat a Deo, ac proinde esse ne[fuit
princ.p.um, ex quo Deus in seipso intelliffilur. Oua)ropter princ.pmm, ex quo
visio intellectiva Dei obtineri ►otest non aliud esse quit, nisi aliquid, quod
in ipso Deo •t, et quoniam quidquid in Deo est, unum, idemque cum im essenlia
re ipsa est, principium, ex quo visio intel;ct.va Dei efiic.tur, est ipsa Eius
Essentia, quæ, ut ila camus, yices gerit formæ intelligibilis, ex qua intelleim
fit actu mtelligens . Deus, inquit s.
Thomas, non nmediate v.deretur, nisi Essentia sua coniungeretur in'lleclu. • .
Itaque visio intellectiva Dei est illa aua eus per principium, quod non sit
aliud ab ipso Deo, inlligitur uti est in seipso. ! 39. Ontologi pertendunt
principium immediatæ visios Dc. non esse ipsam Divinam essentiam, sed vel Esse
^ri,; U! aiU,U, U,baghs ' eius(ue asscc,æ t ^eas ne ssar.as, atque absolutas,
prout concretæ, et reales sunt ueo, quæ non al.ud sunl, nisi ipsa Attributa
Dei. At Du^US,l!nrSe,,DS0SrP^CissiniUS est> EiuS(lue natnræ pugnat distmclio
mter Essentiam, el Esse, vel Atlri ila. Quare si Deus cognosci dicatur ex rerum
finitarum tari F?n,0nHe' P?'CSt V^ per divisos conceptus coan Eius Lssent.a,
vel Esse vel Altributa; at sl imme L Tr1^ 'iCqU,t co^nosci Ess^ vel aliquod
Attri• :!" E™Esscntia simul cognoscatur. Itaque vel lo,, t° m?d.° m Se,PS0
el immediate cognoscitur, vel •m n r1 CS\n SC' ac secundu™ ipsam Essenliam.
Ceum etiamsi d.st.nct.o, quam Ontologi comminiscuntur, ei D i Essent.am atque
Esse, vel Attributa admitta > tornen, uti cx d.cend.s patebit, semper
impossibile .ti ^r&rnnatUrahtCr iaSSCqui >'isionemDei,sive EstVibuta i
Dei. Pnnc,p,um hu,us
vis,'onis, sive Esse, vel Quodlib. VII, q. i, a. 1 c. !bidlbi IV.Sent:>,Dist
XLI> qII, a. 1 sol. " hæc. non potestXd „a_ iral, er cognoscere, ut.
est in seipso, seu vidcre Alnni ama enin"ar De • eSCedit im!?'nalitatem
cuiuslibef ubant.æ inlell.gentis, nam a Deo, cuius proprium est esse m esse
subnstens, quaccumque compositio, et /'as removenda est ; creaturæ
auten/inlelligentfs tam mpos tio,nenm,rn,aleS' T ^•'.?S.S ™ seThahZZ
COnip!eCtUnlUr> 1u'' • "ntel,ig-e, sivc vidcre llfct,fm°tter SeCUU^a
parS: ?emDe sPeciatim quoad i„"eclum bumanum. Jam a nobis ostensum est
coenitinm m.ellcct.vam,n homine effici non posse, nM W. ndTm Trn-6^1' ^T ^™0
COnfcrat an ^ "ffi^dam, proindeque ob,cclum proprium intellectui hu m esse
non possc intelligibil/purum, sed in.el ligibiL Mraclum a phanlasmatibus 2.
Hinc, cum de substan-,.vePrU,'daln,hUSaliauid inteIliSimu> necesse babcmus I
mi? TnTla COrPorum' licct ipsarum non sint masmata . Hoc præmisso, e„
argumentum • Intel ner"mrS "n °ei COSnitionem assurgere Z po, sDC,ri
0UaS sPcclessve simililudines, quas ex re d Sbrr'PUit /tqUi C°Snoscere De™ Pcr
huiusn ufi nu -P SUS dlversum est, ac lllum per se ipræsen,! " sc>
cnSnoscere; nam nulla specics creata -, eM,,°'CStJ)eUm ' Uti est in seEW°
''npo^i", P '" el,cct>"n.humanum naturali.er Deum videre . a.
iræterca, anima huraana ad Divinam visionem e Cf s. Thom., I, q. XII, a. 4 c.
J- Dynam., c. iV, a. 2, p. 132-135. IqLXXXIV,
a. 7 ad 3. I, q. XII, a. li c. rnuos. Curist. Compend. I.' .. levari non
potest, nisi toto conamine intcllectus in Deurr intendens a ceteris potentiis,
ac proinde a potentiis sen sitivis omnino se abstrahat ; nam, cum Deus sit
intelh gibile vehementissimum, non potest noster intellectus Eun videre, nisi
tota eius intentio in hanc visionem colligatur et, quemadmodum alibi ostendimus
3, quoties anima to tam vim suam in exercitatione alicuius potentiæ mtendit
nullam aliam potentiam exercere valet. Atqui in hoc stati vitæ, in quo anima
cum corpore coniungitur, naturahte: ' fieri nequit, ut anima a potentiis
sensitivis omnino se abs trahat. Ergo fieri non potest, ut anima naturaliter
Deuu videat4. 46. Denique, si anima humana gauderet llja perenni vi sione, quam
Ontologi comminiscuntur, destitui non pos set conscientia huius facti interni. Atqui
nemo consciu sibi est se hac visione gaudere. Ergo hæc, quam Ontc logi
comminiscuntur, visio inter calentis suæ phantasia figmenta amandanda est. Cui
argumento maius robur ac cedit ex eo, quod, secundum Ontologos, perennis visi
Dei est principium, ex quo cognitionem rerum mens nc stra adipiscitur. lamvero
illa visio principium nostrarui cognitionum esse non posset, nisi mens eius
conscia e set, quia origo cognitionis per principium menti ignotui explicari
non potest. VIII. Nonnulla consectaria Ontologisuii exponuntur 47. Ontologismus
ex eo etiam reiiciendus est, quod r; tionalismo, et pantheismo latissimam viam
sternit. Atque in primis, rationalismus est illud systema, m qi dogmata
Religionis Christianæ ita explicantur, ut nc aliud exhibeant, quam quod intra
rationis hmites mcli ditur. lam ex principio visionis Dei facile inferri pote
Deum in se videri non posse, nisi videatur eo modo, qi reapse subsistit, ac
proinde veritates, quæ mysteria d cuntur, e. g., Trinitas Divinarum Personarum,
huiusmoesse, ut in Deo, æque ac veritates naturales, a mente n stra naturaliter
cognoscantur 5. i Qq. dispp., De Ver., q. XIII, a. 3 c. 2 Ibid. ^ Dynam., c. I, a. 9, p. 10o.
Cf s. Aug., De Gen. ad litt., lib. XII, c. 27, n. 55. 5 Summa Bonitas Dei,
inquit s. Thomas, secundum modura, q • 4£,Prat'.lerea ' naluralem ordinem cum
supernalurali m Onlologismo confundi ostendi.ur eliam eTeo ouod l T s.o De.
natural.s est inlelleclui creato, ipsi opus^non ->sset lumtne glonæ, ut ad
bealificam visionem per/en at • riiTft . I'S'° b^lifica "°n esset
Pernaluralis. Nos c.mus Onlologos, hunc errorem eflWere volontes staucre
discnmen inter visionen, beatificam, e visionem laluralem De.,n eo, quod per
hanc obscure, per illam bus Z illf °SC,lUr; lei '" e°' ouod Per anc m ino
il)us, per illam maionbus gradibus Deus videlur • vel SE5 'ne°' flU0(1 in
visione beatifica Essentia Dei .(lctur, in v.sione autem naturali limites
intellectus creati causa sunt, cur Esse, vel Atlributa Dei, non autem ius
Essonlia videalur. 49. At ipsi ludunl vcrbis. Etenim quoad primum, vio ahcuius
obiecti consislit in immediata eius cognitio Vrir^ '" S'" • n S.nt.,
Dist. X.XIII, Ql. Hspp., De Ver., q. XVIII, a. 1 c.- intellectus creati
impedirent, quominus ipse in visione naturali Dei essentiam videret, intellectus
creatus ne per visionem quidem beatificam Essentiam Dei videre posset, quia
ipse, cum ad visionem beatificam extollitur, limitibus circumscribi non
desinit. 50. Præterea, ontologismum cum pantheismo arcte colligari evincitur
hoc argumento1: Res sunt intelligibiles, quatenus sunt; quapropter quidquid
habet esse m se, intelligibile etiam in se est, et quidquid non est
lntelhgibile in se, non habet esse in se. Atqui secundum Ontologos res non sunt
intelligibiles in se, sed dumtaxat in Deo. Ergo earum esse non est ipsis
proprium, sed, uti Pantheistæ dicunt, est quædam derivatio ipsius Esse Dei.
Quod argumentum ut clarius perspiciatur, advertendum est res creatas, etsi a
Deo pendeant, tamen propria realitate gaudere; quapropter illæ, si
considerentur prout creatæ sunt, ab Eoque pendent, nonnisi per actum creativum
Dei intelligi possunt; sed si considerentur in realitate sui propria, et
distincta a Deo, dicendæ sunt intelligibiles ln se, et non in Deo; quod si
negetur, uti revera ab Ontologis negatur, ipsas propria realitate destitui
dicendum est, ac proinde pantheismus ab Ontologis vitari nequit. IX. Argumenta
Ontologorum disiiciuntur 51. Obiic. 1° Intelligibile est obiectum proprium
intel Giobertius in sua epistola, cuius titulus, Demofilo alla giovine Italia,
sine ulla ambage professus est pantheismum esse unicam solidam philosophiam. 2
Gum hæc sint ontologismi consectaria, Sanctæ Romanæ, et Universalis
Inquisitionis Congregatio (die 18 sept. 1861) declaravit tuto tradi non posse
hanc propositionem, Immediata Dei cognitio, habitualis saltem, intellectui
humano essentialis est, ita ut sine ea nihil
cognoscerepossit;siquidemestipsumlumenintellectuale;etNea\)o\itMi&e
Regionis Episcopi in Epistola collectiva ad Clerum sæcularem, et regularem
suarum Dioecesium (die 29 iun. 1862), illius definitionis mentione facta, inter
absurda philosophica systemata Ontologismum numerarunt, atque ab hoc cavendum
præceperunt. Cf La Scienza e La Fede, vol. XLVI in
Append. p. XXXII. Nullum autem esse dubium, quin illud S. Congregationis
decretum ad ontologismum spectet,ostendit P. Thomas Zigliara, 0. P. (a Leone
PP. XIII S. R. E. Cardinaliurn in Collegio adlectus), Della luce intellettuale
e dell' ontologismo, t. II, lib. III, Della luce oggettiva, part. II, c. XI, p.
148 sqq, Roma leclus humani. Atqui Deus est sumræ intelligibilis. Ergo Dcus est
obiectum maxime proprium intellectus, ac prol inde immediate ab eo cognoscitur.
52. Resp. Dist.
min., Dous est summe intelligibilis in | se, conc. mm., quoad nos, neg. min.
Neg. cons. Et sane, res sunt intelligibiles in se, quatenus sunt immateriales ,
ac proinde Deus, quippe qui est maxime immaterialis, t est etiam in se maxime
intelligibilis. At vero intelligibii litas rerum, si referatur ad intellectum,
qui eas intelli git, spectanda est non ex natura rerum, sed ex natura, ipsius
intellectus; nam, ut sæpe diximus, modus cogno scendi sequitur naturam
cognoscentis. Atqui immaterialitas jDei est extra genus cuiuscumque intellectus
creati. Ergo, etsi Deus sit in se maxime intelligibilis, tamen huiusmodi |non
est, si ad intellectum nostrum referatur2. 53. Obiic. 2° Deus arctissimo
vinculo cum mente hujmana coniungitur. Atqui hæc coniunctio necessario
effijcere debet, ut mens humana Deum immediate cognoscat. ! Ergo. 54. Resp.
Dist. mai., ut causa cum effectu, nempe, ut sustinens eam in esse3, conc. mai.;
ut obiectum immediatum polentiæ cognoscitivæ, neg. mai, neg. min. Neg. cons. Re
sane vera, satis non est rem esse menti humanæ præsentem, ut illam cognoscat,
sed oportet illam esse præsentem tamquam obiectum cognoscibile, quod mentcm ad
sui cognitionem determinat. Hoc autem modo Deum esse naturaliter præsenlem
nostræ menti haud possibile est, quia Jpse vires intellectus creati infinite
supergredilur4. 55. Obiic. 3° Deus est illa Veritas, per quam ceteræ vcritates cognoscuntur.
Atqui veritas huiusmodi irametliate cognoscitur. Ergo. 56. Resp. Dist. mai.,
ita ut sit causa, propter quam alia cognoscimus, conc. mai., ita ut sit
obiectum, quo co£ito, aha cognoscimus, neg. mai.; sub eadem distinctioe conc.
et neg. min. Neg. cons. 5
Enimvero res per Deum | Cf Dynam., c. IV, a. I, p. 131. Cf s. Bonav., /n lib. I
Sent., Dist. III, p. I, a. 1, q. 1 resol. ^ Qq. dispp., De Ver., q. VIII, a. 3
ad 7. Cf s. Bonav., In lib. II Sent., Dist. III, p. 2, a. 11, q. 2 ad 3 ;
iJist. x, a. I, q. 1 ad arg. Propter Deum, ad rem inquit s. Thomas, alia
cognoscuntur, IDEALOGIA a nobis intelliguntur, turn quia Deus res ita condidit,
ut sint potentia intelligibiles, tum quia nobis largitur, et in nobis conservat
lumen, quo res intelligimus f. At vero inde haud inferri potest nihil a nobis
cognosci posse, nisi primo Deum cognoscamus. Etenim, sicut res a nobis
cognoscuntur, quin prius cognoscamus lumen ipsius nostri intellectus, quod est
causa proxima nostræ cognitionis, ita necesse non est primo cognosei Deum, qui
est causa prima nostræ cognitionis, ut ceteræ res cognosci possint2. 57. Inst. Secundum s. Augustinum, omnia in luce Primæ
Veritatis cognoscimus et per Eam de omnibus iudicamus. Ergo. 58. Resp. Hunc s.
Augustini locum iam s. Thomas explicavit. Dicendum, ait, quod omnia dicimur in
Deo videre, et secundum Ipsum de omnibus iudicare; in quantum per
participationem sui luminis omnia cognoscimus, et diiudicamus. Nam et ipsum
lumen naturale rationis participatio quædam est Divini Luminis; sicut etiam
omnia sensibilia dicimus videre, et iudicare in sole, idest per lumen solis.
Sicut ergo ad videndum aliquid sensibiliter non est necesse, quod videatur
substantia solis, ita ad videndum aliquid intelligibiliter, non est
necessarium, quod videatur Essentia Dei 3 . 59. Obiic. 4° Plerique illorum, qui
denegant menli nostræ immediatam cognitionem Dei, docent notionem Dei ex rebus
crealis in nobis gigni. Atqui haud fieri potest, ut notio Dei a rebus creatis
suppeditetur. Ergo immediata cognitio Dei admittenda est. 60. Resp. Neg. min.
Et sane, non solum omnes Scholæ Doctores, sed etiam omnes Patres aperte
docuerunt non sicut propter primum cognitum, sed propter primam cognoscitivæ
virtutis causam ; I, q. LXXXVIII, a. 3 ad 2. t Cf Dynam., c. IV, a. 5, p. 142. 2
I, q. LXXXVIII, a. 3 ad 1. — 3 I, q. XII, a. 11 ad 3. 4 Nos, ait s. Thomas,
aliter Deum notum habere non possumus, nisi ex creaturis ad Eius notitiam
veniamus (Qq. dispp., De Ver., q. XVIII, a. 2 c; cf. ibid., a. 1 ad 1, et I, q.
LXXXVIII, a. 3 c). Atque FIDANZA : Cognoscere Deum per creaturam est elevari a
cognitione creaturæ ad cognitionem Dei, quasi per scalam mediam. et hoc est
proprie Yiatorum ; In lib. I Sent., Dist. III, p. I, a. 1, jmentem nostram a
rebus creatis ad cognitionem Dei ascenjtJerc. Satis sit hæc pauca s. Augustini
afferre: In simijlitudine sua Deum quæramus, in imagine sua Creatorem
agnoscamus . Quomodo autem ex creaturis in cognitiofæm Dei deveniamus, in
Theodicea explicabimus. X. De Psychologismo rationali 61. Hoc nomine appellatur
illud systema, quo statuitur Dngincm nostræ cognitionis ita progredi, ut primo
in:ipiat in sensu, secundo perficiatur in intellectu 2 . 62. Hoc systema ab
Aristotele profectum omnes Schoastici post s. Augustinum 3 propugnarunt .
Quomodo au:em nostra cognitio oriatur a sensibus, et perficiatur in ntellectu,
lam explicatum, et ostensum a nobis est in Pynamilogia 5. Hic dumtaxat in
memoriam revocantes ea, jjuæ ibi statuimus, demonstramus cognitionis nostræ
raliionem non nisi in hoc systemate reddi posse. ^ 63. Origo nostræ cognitionis
non nisi secundum ^cholaslicorum systema explicari potest. Probatur. \\\u&
solum systema ad explicandam originem jognitionis intellectivæ est
accommodatum, quod responlet naturæ nostri intellcctus; nam oportet, quod
cogniio fiat secundum modum cognoscentis 6 . Atqui intelectus humanus est eius
naturæ, ut ad primas cognitioics rerum pervenire non possit, nisi dicalur ipsas
oriri i sensu, et per vim intellectivam perfici. Ergo origo inellectivæ
cognitionis non nisi secundum systema psychoogicum rationale explicari potest.
. 5 resol. Quam ob rationem Concilium Vaticanum hanc edidit d§nitionem: Si quis
dixerit, Deum unum, et verum, Creatorem et lominum nostrum, per ea, quæ facta
sunt, naturali rationis humtæ lumine certo cognosci non posse, anathema sit ;
Const. doqmat. e bide cathol., Sess. III, Canones, n. I, S I. IJn loan. Evang. c. F, tract.
23, n. 10. Cf De
Civ. Dei, lib. VIII, .; Confest.. lib. VII, c. 17, n. 23 et alibi passim. Qq.
dispp., De Ver., q. I, a. 11 c. Cf Enchir. ad Laurent., c. IV, n. 1; De vid.
Deo, c. 17, n. 42, 4; ^ Genad litt-> ljl>V, c. 12, n. 28; De Imm. an., c.
10, n. 17. M, præ ceteris, s. Bonav., De septem itin. æt., Itin. 3, d. 4,
/>c septem donis Spiritus S., De dono intell., c. I. Cf c. IV, passim. 8
I>i Ub. I Sent., Dist. XXVIII, q. I, a. 2 sol. 216 IDEALOGIA 64. Minor huius
argumenti probatur hoc modo: 1° Na-\ tura nostri intellectus expostulat, ut
eius cognitio a sen-j sibus oriatur . Enimvero unicum est in homine princi-j
pium, quod res sentit, atque intelligit, quia, ut in A/U/iro-l pologia
ostendemus, una, eademque est anima, quæ si-l mul sentiens est, atque
intelligens, idest, quæ est sub-l iectum intellectus, et simul cum corpore
subiectum fa- 1 cultatum sentientium. Ex hac coniunctione facultatum intelligentium
cum senlientibus efficitur, ut obiectum nostro intellectui proportionatum non
sit intelligibile purum. sed essentia rerum, quæ esse suum in materia habent5. Atqui res, quæ habent esse suum in materia, non nisi
per potentias sentientes apprehendi possunt. Ergo nalura intellectus humani
expostulat, ut nequeat assequi obiectuno sibi proprium, nisi cognitioni eius
cognitio sensitiva præcedat . 2° Natura intellectus etiam expostulat, ut eius
cognitio, quæ a sensu initium sumit, ab ipsa vi intellectiva perficiatur. Re
quidem vera, etsi intellectus cum corpore coniungatur, tamen ipse actiones suas
sine ullo corporeo organo exercet 5. Ex hoc consequitur proportionem intei
intellectum, atque obiectum eius proprium intercederf non posse, nisi
statuatur, essentiam rerum apprehendi afc intellectu, non prout est in hac, vel
in illa re singulari. quemadmodum apprehenditur a sensibus, sed altiori modo,
nempe prout abstrahitur a quavis conditione materiali; ac proinde sub
universali ratione consideratur 6. Atqui. si res ita se habet, agnoscenda est
in mente aliqua virtus superioris ordinis, quam sensus, ut per ipsam cognitic
sibi propria perficiatur, eaque est, quæ nomine intellectus agentis designatur
7. Ergo. 65. Obiic. 1° Intellectus, antequam efformet speciem iatelligibilem,
aut cognoscit rem, quam species repræsentat, aut non cognoscit. Atqui primum
dici nequit, quia Naturale est homini, ut per sensibilia ad intelligibilia
veniat quia omnis nostra cognitio a sensu initium sumit ; I, q. I, a. 9 c 2 Cf
Dynam., c. IV, a. 2, p. 134. 5 Ibid. Cf ibid., p. 132-135, ubi idipsum ex
testimonio experientiæ etiarr comprobavimus. s Cf ibid., a. 1, p. 131-132, et
a. 12, p. 161-163. ispecies rerum haberet, antequam ipsas efformaret ; nec
secundum, quia intellectus nequit in seipso effingere species lllarum rerum,
quas non cognoscit. Ergo origo nostræ cogmtionis secundum systema
Scholasticorum exniicari nequit f. ' 66. Resp. Dist. secundam partem maioris,
aut non co~ \gnoscit, ita tamen, ut obiectum polentia intelligibile sit ipsi
præsens, conc, secus, neg. Dist. item secundam partem minoris, nequit effingere
etc, si obiectum potentia inteiiigibile non sit lpsi præsens, conc, secus, neg.
Neg cons IKe qu.dem vera intellectus agens efformat speciem intelJligibilem per
abstractionem, quam naturaliter exercet sujper phantasma, et hæc abstractio non
est ea, quæ dici\tur per modum compositionis, et divisionis, sed ea, quæ
lieitur per modum simplicitatis z ; quapropter, uti' alibi idnotavimus 3,
intellectus agens ad efformandam speciem mtelhgibilem expostulat, ut phantasma,
quod est obiectum Mentia intelligibile, præsens ipsi sit, sed non ut ideam 'ius
lam in se habeat. Nemini autem negotium facessat, Jbanlasma, quod ad facultatem
sensitivam pertinet, esse iræsens intellectui. Nam, quamvis animæ facultates
in-' er sese dislinguantur; tamen una est earum radix, unum-' [ue eo, quo
explicavimus, modo, est ipsarum subiectum •empc essentia anime 4; ita ut non
facultas, sed anima er lacultatem aliquid agere proprie dicatur \ Hinc fit, il
anima, cum per facultatem sensitivam phantasma perPit, per intellectum agentem
exerit actionem abstractiam m phantasma. 67. Obiic. 2° Intellectus essentiam
communem ab indiiau,s abstrahere non potest, nisi prius nota communi, e idea
gcnerah potiatur. Ergo lantum abest, ut abstra"o^eilormet ideam
universalem, ut potius. ipsam expo 68. Resp. Neg. ant. Etenim abstractio non
expostulat, mCnAdir r/T phil'f usum Semin' Lu^ MetP™ ™ b e "' a'JFere
eodem argumento usus est ctiam Rosmi • w ; ' sczIv e- ! a16' et ?. MDynam., c. IV, a. 5, p.
140.-3 lhid p. 140 >id. Dynam., c. I, a. 4, p. 101. Cf s. Thom. Qq. dispp.,
De Ver., q. X, a. 9 c. 6 Cf Rosmin., loc. cit. ut anima præviam cognitionem
notæ communis, sive no| lam communem cognitam tamquam communem habeat; \ sed
tantum ut animæ obviam fiat obiectum, ex quo inj teliectus aliquid, quod
pluribus commune sit, seiungere i potest. Hoc obiectum est phantasma, in
quo essentia, quæ i pluribus communis sit, latet. Quocirca abstractioni, ut j
diximus, præcedit cognitio concreta, quæ essentiam una i cum conditionibus
individuantibus exhibet. Intellectus autem ope abstractionis sibi conficit
notionem illius essen| tiæ exemptæ a conditionibus individuantibus; deinde re1
flectens super hanc notionem apponit illi notara communem, sive rationem
universalitatis . Cognitio igitur notæ communis efficitur ex reflexione super
notionem, quam intellectus ope abstraclionis adipiscitur; tantum abest, ut \
abstractioni præcedat 2. CAPVT II. De connexione sermonis cum cogitatione I. De
signis in universum 69. Antequam controversias, quæ circa connexionem sermonis
cum cogitatione agitatæ sunt, dirimamus, nonnihil de signis in universum, et
maxime de natura signorum, quæ verba appellantur, in antecessum dicamus o
portet. Signum, ut s. Augustini verbis utamur, a est res, præter speciem, quam
ingerjt, sensibus, aliqu^MjEaciens \ in cogitationem venire^/Ex quo
intellrgifur trm m quo libet signo nobis occurrere, scilicet unum, quod aliquic
significat, aiterum, quod per ipsum significatur, et quod dam principium, cuius
vi e cognitione unius ad cogm tionem alterius progredimur. E. g., in fumo,
prout es signum ignis, tria occurrunt, nempe fumus, qui lgnen significat,
ignis, qui a fumo significatur, et relatio intei utrumque, quatenus fumus ab
igne producitur. 70. Si signum non ex voluntate hominum, sed natur; sua ad rem,
quam significat, refertur, dicitur natwrale e. g., fumus est signum naturale
ignis; sin ad rem signi i Cf s. Thom., I, q. LXXXV, a. 2 ad 2. ^ Alias
obiectiones exsolvimus p. 141-142. 5 De Doctr. Christ., lib. II, c. 2, n. 1.
icatam referatur ex hominum instituto, dicitur arbitratium; e. g., oliva est
signum arbitrarium pacis 71. lam homo quibusdam signis, seu mediis sensilibus
|.pushabct, ut conceptiones suas extrinsecus proferre posjit.Wam 1 lpse est animal
naturaliter politicum et ociale, ac proinde necesse est quod conceptiones unius
fominis mnotescerent aliis . 2 Mcdia, quibus homines -pus nabent ad cogmtiones
sibi invicem manifestandas, ensibiha esse debent, quia ipsi non ex spiritu
tantum ed ex corpore etiam constant 2. 72. lam signa, quibus homines
cogitationes suas cum ttns communicarc valent, sunt gestus, voces, et
scriptura. fcestus sunt motus corporis ad animi cogitationes patefaktndas
comparati^Sl ex instinctu naturæ fiant, sunt naUrales; sin ex conventione inter
homines facta confWan\ ar, artificiosi. E. g., oculi torvi naturaliter
significant r^^nem, et motus corporis, quibus surdo-muti deW h....,0(ue,æ
supplcnt, cogitationes ipsorum artificiose 73. Gcslibus longe præstantiora sunt
verba. Verbum ;lZX,'f S /?"S a?ticulatus ad animi cogitalioncs expriScoS,
Z L0CUtl° au'em.in verboru,, seu vocum 8 Thom^'n Si bel1^. unt Z " ^er,-U
' "• '• . WSCSSn.C^dr.e didtUr Ctiam ". 1ia deno.a, rongUur?a
s,TiZ"a ?r ' "T V°CibuS "P'entanlur. Uinc diees quæ i I \Z,.„,deoral>htm>
a™ significantur ideæ, non voro N verlrdrbcu7uPirnS,Cntant-.HaCC ScriD,ura
inogr.phic. potcst a.quainnoce^rner?0 f ' '"'"Z"' VcI sm6°ea,
cuiusmodi est,uuainnocentiapercolumbam,velferacitasperspicamsi,-ni.icatur. Utrum
yoces sint SIGNA NATVRALIA, AN ARBITRARIA [sive NON-NATVRALIA (Grice)].
Nonnulli veteres, inter quos Heraclitus , docuerunt verbis sive ore prolatis,
sive scriptis ex natura sua, non ex instituto hominum res significari.
Aristoteles 2 oppositam sententiam tradidit, quam Scholastici 3 post Ecclesiæ
Scriptores tuiti sunt. Scilicet nomina, secundum ipsos. conceptionibus nostræ
mentis oportet quidem ut respondeant. Elenim, quoniam ratio, quam significat
nomen. est conceptio intellectus de re significata per nomen 4 . illud consequitur,
quod intellectus . . ., secundum quod apprehendit res, ita significat per
nomina 5 . At vero. quoniam ex variis nominibus iliud eligere nobis licet quod
cum ea ratione, qua rem apprehendimus, magi Lu&d- Batav. 2 ; . I \ tr'
Chrtst- Iibn, c. 2, n. 3. alesc 2 Phtl°8' "" U$ premiers ohJets ds
connaissances mo adhibetur, nisi ad significandum verbura interius, quod ræns,
rem concipiendo, efformat f, et non donatur nomine verbi, nisi propter
relationem, quam cum verbo in teriori habet2. 79. 2° Nomina, uti iam a nobis
ostensum est, non significant res ex natura sua, sed ex arbitrio hominum : unde
nominibus præcedere debet cognitio rerum cum ir. illis, qui nomina rebus
imponunt, tum in iis, qui ea audiunt; in illis quidem, quia homines, nomina rebus
imponere volentes, non aliter possunt denominare res, quair prout ipsas
cognoscunt; in istis autem, quia ii, qui no minarebus iam imposita audiunt, non
possunt scire, quasnam res ipsa significent, nisi cognoscant conceptus, quoi
eorum auctores significare voluerunt. Apposite
s. Augu stinus: Magis signum, re cognita, quam, signo dato ipsa res discitur3 .
Atqui si cognitio rerum, quas no mina significant, expostulatur cum in illis,
qui nomini instituunt, tum in illis, qui ea audiunt, profecto ea noi sunt
necessaria ad cognitionem rerum adquirendam, alio quin dicendum foret causam,
sive conditionem sine qui non, posteriorem esse effectu ; quod perabsurdum est
Ergo. . Mens humana ad cognitionem reflexam e/ ficiendam non indiget sermone,
aut alio quovis societati subsidio . Hæc propositio statuitur contra Rosminium
5, Giober tium 6, P. Romanura e S. I. \ et Scriptores Lovanienses Hi docent
mentem nostram non posse reflecti super co gnitionem rerum iam sibi comparatam,
nisi a sermon ne,0"g^ quidem, ac exquisitæ lstitutioms sociahs præsidio,
sed ope Divinæ Revelationis consequi otest Annales de phil. chret., Ser. 4, t.
VII, et t. VIII. La tradizione, e i Semipelagiani della Filosofia, c. I, ret \
r " IV. De origine sermonis 84. Coronidis loco quæstionem de origine sermonis
inuere par est \ 1° Sententia Rationalistarum, qui contendunt sermonem ijiomine
sponte sua exsurrexisse 6, omnino absurda est, on d,parUiSs T^l™' Sw V °Pinion
dli Dr Stuard etc, RefuIkI:-, 5 • Non Dauca exer"pla surdo-mutorum hoc com
m s VX^ Tdt Deerandum {De V °duc°™ • Pars v> linxviu. "æc °uæst,Vum
altera> auam antea eicussimus, logieam Z riT nT' ETim hæC duo' nemPe hominum
TnTeK • hominP quodammodo sine sermonis auxilio evolvi, simulum on ?°n P°SSe
viribus Suis conficere illuu imi egre Hanc in,pT Serm°niS inventione™>
secumnon pugnant. ten^, c! xT nUpernme ProPu?u^it Renan, m V origine primo,
quia si sermo sponte sua in nobis oriretur, noil tantum unius labii omnes
homines essent, sed ne ulla qui } dein disciplina indigerent ad sermocinandum,
qua reaps indisere nemo diffitetur; secundo, quia firmurn ratumqu est hominem
non Ioqui, priusquam alioS loquentes audiat 2° Non desunt Philosophi catholici,
qui docenl homine sermocinandi virtute a Deo donatos et ratione utentes
potuisse per se invenire sermonem. Ipsi autem sententiaii suam adstruunt hoc
modo: In primis dubitari nequit, qui aliquis homo rem sensibus occurrentem
quodam signo alii communicare potuerit. Gum autem innata vi loquendi præ ditus
esset, nihil repugnat eum protulisse sonum syllabi quibusdam distinctum : iam
ipse, cum ratione polleret potuit determinare illum sonum ad rem commonstratar
significandam, idque eo consilio præstare potuit, ut a aliis intelligeretur; et
hi, cum etiam ratione fruerentur potuerunt intelligere, qua mente alter sono
illo usus sii Nec quidquam difficultatis in significandis rebus spiritu; libus
nancisci potuit; nam sicut, aiente s. Thoma, sens bilia intellecta manu^lucunt
in mtelligibilia Divinorum !) ita ex nominibus significantibtfs res materiales
proceder potuit ad nomina, quibus res spirituales denotantur, prac sertim
propter quamdam analogiam, quam homo inte utrasque res percipit. 3° Quod si
historia consulatur, una cum loquela ipsur sermonem primo homini a Deo infusum
fuisse dicimus tum quod ex pluribus Sacræ Scripturæ locis id sat colligitur;
tum quod primus homo, utpote non solum ai ctor, sed etiam institutor totius
generis humani, a De constitui debuit ætate perfecta ; iisque omnibus instn
ctus, quæ ad aliorum instructionem, et gubernationei pertinent 2, ideoque etiam
sermone, cuius longe maic necessitas ingruebat 3., i Qq. dispp., De Ver., q. X,
a. 6 ad 2. 2 Cf s. Thom., I, q. XCIV, a. 3 c. 3 Non desunt pauci inter ipsos
Catholicos, qui sermonem a pi mo homine excogitatum fuisse opinantur, atque
hanc sententiam s. Gregorio Nysseno in Orat. XII Contr. Eunom. traditam esse
p tant. At de huius sancti Doctoris sententia vid. Al. Coletta in gregio op. SuW origine del linguaggio,
§ III, p. 44 sqq, Napoli De vi, et potestate notionum universalium Aitr. I.
Diversæ Philosophorum opiniones recensentur 85. Tres sunt circa vim
universalium Philosophorum p.mones quæ vocari solent Nominalismus, ColceZt
hsmus et Reahsmm. Nominalismus in eo consLtUauod enegat rænt. humanæ
conceptiones universales c stmuU mversaha vel esse pura noraina, seu flatus
vocs/tI eSSe '.oces aut conceptiones, quæ, si spectenlur in sc s„„ ;.ngulares,
sed un versales dici possunt ex eo quo d plSres Hto nf, Tl d.es,n.ant' Hæc
^ntentia prior raodo tvl kam s Jc xivTS ;,,°ISteri0ri modo a Guilielmo OMmo
sæc. XV, el, securulum verisimiliorera sententiara tiam a Roscelhno, aliisque
Nominalibus sæc XI os Ar.stoteles, et post eum præcipui Scholæ
Doclores",nnn,linIS;Jf"m'ni significatione racare. inte e,,„ '°
if6"' US 'deaS existere eitra •"•. ™ in Deo, eruduos nulio non
tempore fuit, eaque adhuc sub iudice est docuerunt illas habere fundamentum in
re, sive esse actu in intellectu, sed fundamentaliter, et potentialiter in
rebus1. 88. Ex recentibus Nominalismum secuti sunt omncs Sensistæ; Realismum
omnes Pantheistæ, ex eo quod ipsi blaterant universalia esse emanationes Dei;
Conceptualismum autem primo modo acceptum, omnes, qui originem idearum vel per
ideas innatas, vel per formas ipsius subiecti cogitantis explicarunt; altero
autem modo acceptum, omnes, qui s. Thomæ placita in explicanda origine idearum
sectantur. Nominalismus et Realismus refelluntur. Nominalium sententiam a
veritate aberrare ostenditur sequenti Universalia neque sunt voces, cuiuslibet
conceptionis expertes, neque sunt voces, aut conceptiones singulares, quibus
non aliquid universale, sed plura individua designantur. Probatur prima pars.
Signum, prout signum est, ad aliquid, quod significat, necessario refertur ; ac
proinde absurdum est esse signum, quod nihil significet. Atqui yoces nihil
aliud sunt, quam signa, quæ conceptiones animi significant. Ergo absurdum est
universalia esse voces, quæ nullam conceptionem significant. 90. Probatur
altera pars. Singula individua proprios conceptus habent, quia singula
individua qualitatibus sui propriis gaudent, per quas alia ab aliis
discriminantur, Atqui ea, quæ proprios conceptus habent, propriis no minibus
designanda sunt. Ergo fieri non polest, ut no mine, et conceptione singulari
plura individua designen tur. Attamen, quoniam omnibus individuis quædam qua
litates communes sunt, unica conceptio potest repræsen tare eorum qualitates
communes, atque unicum nomei potest illas significare. Itaque vox, sive conceptus com
munis non designat plura individua, sed quidquarn plu rium individuorum
commune. 91. Utraque propositionis pars confirmatur ex eo, quod ut Leibnitius
ait, admissa sententia Nominalium, eyer tuntur scientiæ, et Sceptici vicere 2 ;
siquidem scien i Gonceptualismus, hac altera ratione explicatus, realismus ten
peratus etiam vocari solet. 2
Præf. ad JSiz., tiæ, ut sæpe innuimus, sine enunciationibus universalibus
cxistere non possunt. 92. Sententiam Realium, quocumque modo explicelur,
absurdam esse h.s duabus propositionibus evincitur 1 rop. 1 . Umversaha nequeunt esse aliquid
actu existens, et ab ipsis rebus singularibus omnino separatum. Irobatur
Universalia, e. g., humanitas, essentias rerum conslituunt, al.oquin non
possent prædicari de rebus seicundum essentiam. Atqui repugnat essentiam actu
esse bitra rem, cuius essentia est, quia res sine essentia esse iiequ.t. Ergo
fieri non potest, ut universalia omnino a rebus discreta, et seiuncta actu
existant. 93. 2a. Universalia non existunt actu in rebus sinfulanbus. Probatur.
Quoniam universalia, uti diximus, essentias •crum constituunt, si ipsa actu
existerent in rebus sinjulanbus, consequeretur rebus singularibus essenliam
in.versalem inesse ; et quoniam quælibet res per essenlam suam eflicitur id,
quod est, res singulares, quippe [uæ essentia umversali gauderenl, simul
singulares, et in.yersales dicendæ forent. Atqui id repugnat. Ergo. I ^4.
ltaque, etsi essentia universalis non sil, uti antea Hemonstravimus, omnino
seiuncta a rebus; tamen ipsa in jebus singulanbus actu non invenitur, prout est
univerlaiis, sed prout a qualitatibus singularibus in unaquaque e determ.natur.
Exemplo rem declaremus. Si humana !>atura, prout est universalis, esset actu
in individuo, puta p .aocrate, Socrates esset species humana. Ex quo illud uam
ttuit, quod S1 tota species humana esset in Socrale, ocrates simul experirelur
affectiones omnium individuouni nominum. Ita, si tota species humana esset in
So aie consequitur, ubicumque est humanitas, esse etiam ocratem, ideoque
Socratem esse simul Romæ, Athenis, in omnibus locis, in quibus singuli homines
versantur; iuæ omma sunt manifeste absurda. Aut. III. De Conceptualismo 9o.
Sententiam Conceptualium non quidem priori modo secundo inodo acccptam veritati
esse consentaneam Pm,0?a 'rr °,ie sequeutium propositionum colligiiur: lUlbtL:
' U™vers?}™ ™n sunt universales conccptiones ucllectus, quibus nihil obiectivi
respondct. Probatur. Si universalibus conceptionibus nihil obiectivi, et realis
responderet, dicendum esset conceptiones universales ex ipsa rerum natura haud
depromi. Atqui id repugnat. Ergo. 96. Minor ita demonstratur. Si conceptiones
universales ex ipsa rerum singularium natura haud depromeren-i tur, impossibile
foret cunctas res singulares in quasdam species, et genera digerere, e. g.,
Socratem ad speciem humanam, non vero ad belluinam, et contra ea bucephalum ad
belluinam, non vero ad humanam referre, atque utrumque generi animantium
accensere. Si nihil est in Socrate, quod eum a
bucephalo distinguat, eccur vel quilibet e plebe in Socratem incidens eum pro
homine, el non pro bellua habet ? Non certe ex conventione, tum quod experimur
in eo etiam illos consentire, inter quos nulla conventio facta est, tum quod
conventio circa quædam dumtaxat individua, non vero circa omnia existere
posset. Necesse igitur est aliquid esse in rebus singularibus, cuius gratia
homines sine ulla conventione res ac easdem species, eademque genera reducunt.
97. Gonfirmatur propositio ex eo, quod, posita horun Conceptualium sententia,
nulla scientia obiectiva existerr potest. Etenim, cum scientiæ sine
universalibus conceptio nibus existere nequeant, vis cuiuslibet scientiæ vi con
ceptionum universalium respondere debet. Ergo, si uni versalibus conceptionibus
nihil realis, et obiectivi respon det, scientiæ quoque nihil exhibere possunt,
quod in re rum natura sit, ac proinde intra idearum ambilum con cludantur necesse
est. 98. Prop, 2a. Universalia actu sunt in intellectu, sed [m damentaliter in
rebus. Probatur la pars. Natura rerum, ut s. Thomas argi mentatur \ vel dicitur
habere rationem universalitatis i se, nempe absolute spectata, vel in rebus
singularibui vel in intellectu. Atqui non primum, nam quidquid cor venit naturæ
rerum absolute spectatæ, e. g., homin prout homo est, convenit omnibus
individuis illa corr prehensis ; quocirca si natura humana, prout est natur
bumana, haberet rationem universalitatis, universaiiU i De ente et essentia.
mveniret cuilibet individuo homini, id quod absurdum ;t. Non alterum, quia
quidquid est in individuo, deterinationes individuales habet, ac proinde non
invenitur co communitas aliqua, scd quidquid est in eo, indivijalum est !. Restat igitur ut universalia
actu in intelctu existant. 99. Confirmatur. Notiones universales, ut in scholis
tratiir, fiunt per abstractionem, et intentionem universalita; . Per
abstractionem, quatcnus intellectus avocat cogitionem ab individuis, in quibus
aliqua natura invenitur, it invenm potest, et non aliud cogitat, nisi ea, quæ
sentiahter lpsam constituunt. Per intentionem universaatis, quatenus mtellectus
reflectitur super abstractam itioncm lllius naturæ, et cogitat ipsam ad plura
indidua mdeterminate referri posse. Atqui abstractio, et intitio
univcrsalitatis non nisi opus intellectus sunt. Ergo nversal.a actu non alibi,
quam in intcllectu, esse cenndum est 3. 100. Probatur 2a pars. Natura, quam
intellectus abstrami a conditionibus singularibus, atque universalem coat,
eadem est, ac illa, quæ determinata conditionibus igulanbus m rebus invenitur,
adeo ut illa vere præditur de singulis mdividuis, puta cum dicimus, Petrus
Jiomo Atqui si ita se res habet, liquet intellectum in >is rebus tundamentum
invenire, ex quo naturam ipsis mmunem velut universalem considerat. Ergo
universa fundamentaliter sunt in rebus P^T.Vn,"."0™-' '' q' LXXXVI'
" ' cel vel H?o ne sul quod bu.namtas apprebendatur sine individualibus
con s T,! r?VPSam abStrahi' ad uod 8euitur unio n dU humanitati . secundum quod
percipitur ab in CRITERIOLOGIA Ad Dynamilogiam illa etiam, uti diximus ',
tractatio spectat, qua inquiritur, quid roboris nostræ animæ facultatibus insit
ad certam veritatis cognitionem gignendam. Hæc, maximi quidem momenti,
tractatio CRITERIOLOGIA nuncupatur, quia facultates cognoscendi, ut mox
dicemus, prout veritatem rerum nobis patef aciunt, criteria veri appellantur.
Philosophi, qui mentem humanam illis, quibus prædita est, cognoscendi
instrumentis, veritatem sine ulla erroris formidine assequi posse negarunt, aut
nondum assecutam esse contenderunt, Sceptici, sive, ut latine dicitur,
Observatores vocati sunt, eorumque sententia Scepticismus audiit. 2. Itaque in huiusmodi controversia hunc ordinem
adhibebimus. Primo, statutis quibusdam notionibus circa criteria veri in
universum, singulorum criteriorum vim tuebimur. Deinde universam scepticismi
rationem refellemus. Denique, quoniam facuitates cognoscendi inspici possunt
non solum in se, seu absolute, sed etiam moraliter, idest una cum illis
adiunctis, quæ illarum usum perturbare solent, inquiremus, quænam vis ipsis
moraliter inspectis insit. De criteriis veri in universum spectatis I. De
reritate, ac variis animi circa illana statibus 3. Investigaturis instrumenla,
quibus veritatis certam cognitionem assequimur, opus nobis est in ant ecessum
definire, quid sit veritas, et quotuplici in statu circa eam mens humana
versari queat. Veritas, prout refertur ad mentem, quæ illam cognoscit, dicitur
logica, et posita est in eo, quod mens cum re cognita, prout hæc in se est,
consentit. Quare a s. Thoma
definitur: Adæquatio intellectus, et rei, secundum quod intellectus dicit esse,
quod est, et non esse, quod 1 3.non est . Iam veritas logica distinguitur tum a veritate
metaphysica, quæ, uti in Ontologia dicemus, est convenientia rei cum
intellectu, a quo producitur ; tum a veritate morali, quæ est convenientia
vocum cum rebus, quæ per illas significantur z . 4. Iam homines aliquarum
veritatum notitia carent, aliarum autem notitia potiuntur. Circa res, quarum
cognitione destituimur, in ignorantiæ statu versari dicimur ; in i iis vero,
quas cognoscimus, animus noster vel hæret dubius, vel opinatur, vel certus est.
5. In dubitationis statu animus versatur, cum non magis ad assensum, quam ad
dissensum inclinat 3. Quod quidem, ut advertit s. Thomas, contingit vel quia
animus neutra ex parte aliquam rationem advertit, vel propter apparcntem
æqualitatem eorum, quæ movent ad utramque par ytem. Hinc animus in statu
dubitationis instar libræ esl; f|uemadmodum enim hæc, si aut nullum, aut
æqualia rn utraque lance momenta habet, nullam in partem declinat, sed in
æquilibrio perstaf, ita animus, si aut neutra ex parte, aut æquales ex utraque
parte rationes advertit, nec alicui enunciationi assentitur, nec ab ea
dissentit. Cum animus dubius hæret, quia neutra ex parte rationes advertit,
dubitatio dicitur negativa; sin æquales utraque ex parte rationes habet,
posiliva vocatur. 6. Opinio, sive probabilitas, prout certitudini opponilur5,
est ut sThomas inquit, ille stalus mentis, io quo ipsa cc adhæret uni parti cum
formidine alterius0 . Adhæret quidem um parti, vel quia pro aliqua ipsarum dumtaxat Contr. Gent.,
lib. I, c. 59. Hæc definitio quadrat in veritatem moralem spectatam secunaum
sui rationem obiectivam. Quod si secundum rationem subiectivam consideretur, in
consensu vocum cum conceptibus, qui res repræsentant, posita est; non autem in
consensu vocum cum remis, quas conceptus repræsentant. Veritas moralis secundum
rationein subiectivam veracitas, et falsitas moralis mendacium proprns vocibus
designantur. Dubitatio, inquit s. Bonaventura, proprie dicit indifferentiam
maicii rationis respectu utriusque partis contradictionis, ita quod neutriim
præcligat alteri ; In lib. 111 Sent., Dist. XVII, dub. 3. • Qq. dispp., De
Ver., q. XVI, a. 1 c. J De opmione, prout opponitur scientiæ, locuti sumus in
Logica. p Ja0;?1, a4> p- 69cf etiam ihidp30 not3 6 2a 2æ, q. II a. 1 c.
raliones, vel quia pro una graviores, quam pro alia, rationes ei occurrunt. Cum
formidine alterius, quia rationes iilæ non sufpcienter ipsam movent ad
assentiendum illi propositioni . Ex quo fit, ut probabilitas minor, vel maior
esse possit, prout paucioribus, aut levioribus, vel pluribus, aut gravioribus
momeniis innititur. Quod si hæc
momenta tenuissima sint, probabilitas proprie appellatur suspicio. 7. Denique
certitudo est ille animi status, in quo ipsi alicui enunciationi sine ulla
sollicitudine adhæret . Certitudo autem potest esse vera, aut falsa, prout
iudicium, cui animus fidenter adhæret, est rei veritati consentaneum, aut
dissentaneum. Falsa cerlitudo error vulgo au dit; quare error definiri potest:
animi stalus, in quo ipsi certo pronunciat aliquod iudicium rei veritati minime
consentaneum. 8. Distinguitur autem certitudo in metaphysicam, pk sicam,
etmoralem. Metaphysica certitudo existit, cum meu tis assensus in rerum
essentia fundatur. Ita metaphysice certum est radios circuli a centro ad
peripheriam ductos esse æquales, quia intellectus perspicit hanc proprietatem
circuli ab eius essentia fluere. Physica vero certitudo habetur, cum assensus
mentis innititur constantia legum naturæ, vel simplici facti observatione. E.
g., physice certum est omnia corpora ad centrum terræ ferri, quia id
colligitur, ope inductionis, ex constantia legum naturæ, itemque certum est
corpora existere, quia ipsa per immediatam experientiam percipiuntur. Denique
moralis certitudo obtinetur, cum assensus menlis fundatur in hominum
testimonio, ac proinde in legibus, quibus i 2a 2æ, q. I, a. 4 c. 2 In lib. III
Sent., Dist. XXVI, q. II, a. 4 sol. Advertito contra assertores Calculi
probabilitatum, posse probabilitatem ad certitudinem magis minusve accedere,
sed numquam illam assequi. Etenim totum quodpiam confici nequit ex partibus,
quæ diversæ, ac ipsum, naturæ sunt; siquidem collectio efficere non potest, ut
partes natura sua expolientur. At certitudinem, et probabilitatem diversæ
naturæ esse manifestum est, namque certitudo omnem dubitationem tollit,
probabilitatem autem aliqua dubitatio semper comitatur. Quæcumque igitur sit
probabilitas, et quousque eius gradus augeantur, numquam in certitudinem
evadere potest, nisi naturam suam exuat. Cf s. Thom., In lib. I Poster., lect. I. mores hominum
temperantur. E. g., moraliter certum est Persas ab Alexandro fuisse debellatos.
Iam perspicuum est cerliiudinem metaphysicam eiusmodi esse, ut illius oppositum
sit absolute impossibile, quia res essentiis suis expohari nequeunt ;
certitudinis vero physicæ, et moralis propnum est, ut earum oppositum sit
impossibile hypothetice, ncmpe salvis legibus physicis et moralibus f. N.—
Quænam siut veritatis criteria 9. fnstrumenla, quibus assequi possumus certas
de ver.tat.bus cogn.t.ones, post græcos criteria, scu verorum wdiciorum regulæ
in Scholis vocitantur \ propterea auod )orum ope, quid verum sit in unaquaque
re, diiudicaur, atque ipsorum vis rationem, ob quam de nostroom .udiciorum
ventate certi sumus, exhibet. z rwpssrr eti sd recwm' prudenlmquc p^ 2 Cf Sext.
Emp., Hypoth. Pyrrh. libri tres, passim. • In i hac cnterii notionc tradenda
veteres politiores philosophi fa hmur convenerunt. Sextus enim Empiricus (HypoL
PyTh.] \t'J: ' ?' ' CUm Ph,losoPhorum opiniones de criterio ve e nrorn' ^ ^T^ ^
C°S ™™ vel Pl™ cri er a ad s.sse, prout unum, vel plures eertarum cognitionum
fontes ho mi suppetere arbitrabantur. Ast non pauci inter recentes med?a
r.tat.s cognoscendæ a criterio veritatis distinguunt ataue hoc erumaue statuunt
i„ evidentia, sive quadam nota ?psi obiecto °n ricam 1 o? rnS ^ aSSeDSUm
C°gilUrAt non dri nobis yWetar to tum a^ rmTneiCnteriUm' qU°d coSno^ndi mediis
adiunUtes llq '• S' facuItates cognoscendi huiusmodi sunt, ut vetates certo
arr.pere possint, nuJlo alio criterio ad verum ifakn oTulde^Tunt
°aPtUnoerit;HtUm non P-cac "nitio^s in illæ comnnUonI0 ? evidentes. E. g.,
evidentes nobis haud 1 ;, cognit.ones, quibus obiectum non in seipso sed ner
sne rehen i urr.e,ifræ T U1° qUamdam habet iffidtaJ£ Tpl l r 'qUe lI]æ ' quæ
circa veritates contingentes et '• t. qu us'TnnteVl^nC % Th0maS GVidCntCS
-rilues esse Derfec m vl ^llec u videntur, nempe quarum cognitio -iiri Pi prim
^°nauæn:Urg,t '• SiCUt per,Umen natura,c ^emua us etia.no' q C cP^noscimiIS
tatim, ut terminos...: et ulte £ m d UuturqUvWeri T F™" rGSOlVerC P0SMm
P" ' (/" lm III Zit £ ™l qUaC SCimUS dc'°nstrative proUn Uo. m sent.,
Dist. XXIV, q. I, a. 2, sol. 1 c). Præ
Ut, quænam sint huiusmodi criteria, patescat, necesse est diversa veritatum
genera præ oculis habere. Veritates, quæ a nobis cognosci possunt, sunt aut
contingentes, nempe quæ versantur circa facta nobis com perta per experientiam
internam, aut externam ; vel ne cessariæ, nempe quæ spectant rerum connexiones,
et idea rum relationes1. Tum veritates contingentes, tum neces sariæ sunt aut
primitivæ, aul deductæ. Primitivæ sun illæ, quæ nullo medio demonstrantur;
deductæ sunt illæ in quibus convenientia attributi cum subiecto ope ratioci
nationis perspicitur. E. g., existentia ?ov ego, et mund huius adspectabilis
sunt veritates primitivæ contingentes corpus est grave, eclypsis fit per
interpositionem terræ in ter lunam, et solem, aliæque huiusmodi enunciationes
sun veritates contingentes deductæ; totum maius est sua parte est veritas
necessaria primitiva ; substantia spiritualis li bertate gaudet, est veritas
necessaria deducta 2. 11. Iam 1° veritates primitivæ contingentes cognoscun tur
experientia immediala; nempe illæ, quæ circa fact interna versantur,
conscientia; illæ autem, quæ ad fact externa spectant, sensibus externis nobis
innotescunt; 2° vc ritates primitivæ necessariæ cognoscuntur per intelli
gentiam; 3° verilates deductæ, si sint contingentes, a nc bis adquiruntur per
inductionem ; et sive sint contingen tes, sive sint necessariæ, per syllogismum
3. Intelligentic inductio, et syllogismus unico nomine rationis appellai
solent. At vero his, quæ enumeravimus, instrumentis co gnoscendi veritates duo
alia adiicienda sunt, nempe me terea in iis ipsis, quæ evidenter cognoscimus,
realitas, quæ, u aiunt, se nobis manifestat, et intellectum ad assensum rapit,
e quidem causa, cur intellectus necessario illis assentiatur, seu, i idem
sanctus Doctor inquit, cogatur (Qq. dispp., De Ver., q. XXVII a. 3 ad 6); sed
non est proprie causa, cur ea certo cognoscat. A cedit, quod si quemquam e
vulgo interrogaveris, e. g., cur certi sit, se revera existere, illico tibi
respondebit, quia id mihi conscie tia testatur ; et si pergas interrogare,
quanam ex ratione corpo existere pro certo habeat, haud hæsitans reponet, quia
sensus e terni id renunciant. 1 Veritates contingentes a posteriori, vel
syntheticæ ; veritat autem necessariæ a priori, vel analyticæ etiam
appellantur. Ideal., c. I, a.
4, p. 202, not. 1. 2 Cf Scot., In lib. I Sent., Dist. III, q. 4, n. 6-11. 3 Cf
Scot. noria, quæ, elsi nihil novi nobis afferat, tamen co ratio> memoria, et
au „i2,^-.hii-Criteriisawctoritas dicilur momenlum exlerium certuudmis, quia per
eam cerli sumus de veritate dicu.us rei, quatenus alii illam perspexisse nobis
testanur. Celera cnteria dicuntur momenta interna
certitudi"s, quia sunl inslrumenta animo nostro insita, ita ut •er ca
cert, efliciamur de verilate alicuius pronun tiat" osSmus5. 'PS1
COnvenientiara attrib"' cum subiecto 13. Porro crileria interna,
quemadmodum ex dictis perpicitur, nonnis. ipsæ facultales cognoscendi sunt mins
amma prædita est. Aucloritas vero, quamquam s t ocair;Urmn?,XrnUm ',amC"
ad interna nodam„q,odm r" ocatur, qu,a s,ne moment.s intcrnis, idesl sine
cognitriibu an.mac iacultatibus cxislere non potest. Et sane os momentis e
ralione petilis opus habemus, ut cerHefcamur eum, qui aliquid nobisnarral, aut
edoce d osrcc,CdiSeKC,U;,a1SCntiamUrUaLque critcria suntTpsæeoCl,ii "av!'
quatenus hæ motiva suflicicltia exM8umuqs " Ur cert,tudo> 1ua v^ilates
cognoscere De criterio, quod dicitur Conscientia Aut. I. — De vi huius crilerii
us4' MZSfntia CSt i"-ud crilerium, quo anima sui ip "mi;,msuiqSeiqdur,n
ca actu sunt s affectionura e la. Conscicntiæ vis ad intema facta nobis
patefa1^2UT1TU SUnt> quia ca> " fuerunt i„ nobis, obie un memoriæ
sunt. cienda adeo ex se est perspicua, ut neque demonstrationem admittat, neque
demonstrationis egeat. Probatur la pars, nempe non admittit ullam demonstra
tionem. Nulla est demonstratio, in qua id, quod in quæ stionem adducitur, pro
certo sumitur . Atqui infallibili tas conscientiæ demonstrari nequit, nisi iam
pro cert; sumatur. Ergo. 16. Minor ita demonstratur : Si quis veracitatem con
scientiæ demonstrandam aggreditur, iam percipere debe quæcumque demonstrationem
constituunt, et certum ips esse debet se ea percipere. Atqui id non aliter
constan ei potest, quam ex testimonio conscientiæ. Ergo vera citas conscientiæ
demonstrari nequit, quin iam pro cert sumatur. 17. Probatur 2a pars, nempe
demonstrationis non egel Non eget demonstrationis illa veritas, quæ admittitur
a eo ipso, qui eam negat, aut de ea dubitat. Atqui huius modi est
infallibilitas conscientiæ circa nostri, nostrarum que affectionum existentiam.
Ergo. 18. Minor demonstratur hoc modo: Qui se existere ne gat, sane affirmat se
existere in statu negationis, et s dubitat, utrum sit, se existere in statu
dubitationis affii mat, et si dicat se nescire, an sit, iam pro certo sumi se
existere in statu ignorantiæ. Quod si addat se dubi tare etiain, utrum dubitel,
et nescire, utrum nesciat, uti que affirmat se dubitare, ac nescire, ac proinde
se exi stere in statu dubitationis, aut ignorantiæ 2. Quin imm si quis obiiciat
vitam nostram esse perpetuum somnium quemadmodum hac postrema ætate Fichteus
autumavil iam fatetur nos vivere in statu somnii, ideoque existere ', i Gf
Logic, p. II, c. I, a. 3, p. 53 sq. 2 Si fallor, inquit ad hanc rem s.
Augustinus, sum; nam qi non est, utique nec falli potest ; De Civ. Dei, lib.
XI, c. 26. tem s. Thom. (Qq. dispp., De Ver., q. X, a. 12 ad 7): Nulli potest
cogitare, se non esse, cum assensu; in hoc enim, quod o gitat aliquid, percipit
se esse ; Cf ibid., a. 8 ad 2. Idem dicati de internis animi affectionibus. Nam
qui ponit dubium testimoniui conscientiæ aliquam internam affectionem
referentis, simul ponei cogitur yeracitatem conscientiæ circa illam animi
affectionem, qu tum actua(i esse imus PSa ' $lVe reale ' ac ohiectivum cogno
IntZ Pa"C?nscientla habilualis, sicuti vidiraus', ræsen... "? '?nUur'
Pmli esseJaum rca"e cognoscendum habilis est. maauatr.-M ^v " prlmis
• anima Per conseienm hahlfnX 'Um Cl,C,t actum' in ; scd ut evincatur eam
nullis scepticorum cavillationibus latactan posse. Ita s. Augustinus primum
statuit nos existere tamam factum per se notum, proindeque certum: Sine ulla
phansiarum, vel phantasmatum imaginatione ludificatoria mihi esse \e\
~que.nosse et amare certissimum est (De Civ. Dei, lib. XI, -C). Deinde adversus
Scepticos, obstrepentes quemquam posse oc falli, ostendit, uti antea
adnotavimus, illud factum ipso erre asseri: si fallor, sum ; nam qui non est,
utique nec falli jest, ac per hoc sum, si fallor ; Cf p. 238, not. 2. 1 237,
not. 1. Pnaos. Ciirist. Compend. 1. 1 j[6 sæpe testatur se niulta videre, et
audire, quæ omnioc nulla sunt. Ergo conscientia re ipsa fallitur. 29. Resp.
Dist. ant., quæ nulla sunt extra animam conc. ant., quæ nulla sunt in ipsa
anima, neg. ant. Neg cons. Et sane, illa, quæ amentes, et somniantes putant sn
posse percipere corpora autumant, his duabus ratio rc dX!tUn!Ur' Tmpe: r
Simililud° naturæ interce.i,,,„ " • sul),ectum cognoscens, et obieclum
co.,' Pr°,nd.e an'ma' quæ esl spiritualis, non potKnoscerT ^T?05 commTicare>
at'quc hacc'in seijs s £?! .?.. a uuldfIuam cxtra se positum per pere extra se
opcraretur, quod certe numqaam fieripot • Atqui hæ rationes nullius ponderis
sunl. Ergo nihil pJr,Sall0neS esscnaluia sa obiectivas negatur. oLn oTLTm°r
Simi itudo in,cr sobiectum cot no,' v™ T conn.oscen(l' obiectum intercedere
denilnm .Vn c lntCr. sub,ectum cognoscens, et obicctum n tf0M \J S.DeCtata;
qUlan0U 0l,iectum cognitum, sed m tcrhl U,0.C0Sn0SCen,isQuapropter anlma, et i
sit nm Mhs, potest tamen res materiales pereipere, dum Ge a„mraaleria1' m0d0
P^ipiaf. 2 Falsum omjO es aoimam non posse res exlernas percipere, nisi Sr
^" ?C aat' Nam c°gu,'>io est ex'eo g n re "onum, quac in anima
manent, non quæ extra ani '}'/ omnes alii sensus fundantur\ exploretur; nam, ut
advertit Nemesius, sensus arcta quadam communione inter se continentur, ac Pr2n
a/l errorern aIterius facile manifestat1. Jrt). Ad hanc rem præstat adnotare
vim criterii sensuum mernorum haud imminui illis falsis iudiciis, quæ alijuando
mlellectus ope sensuum, de rebus sensilibus con ino ff"-"1' in h,SC('
iudiciis vel intellectus iudicat de Mpsa atleclione sensuum, nempe sensus hoc,
vel illo mo °ea rebus aff,ci; ve> iudicat res eo modo in se esse, quo a
sensibus repræsentantur 8. Si de prima iudiciorum spe ie agitur, sensus
intellectui comparatus semper facit reram exist.mationem in intellectu de
dispositione proa , nam secundum quod sensus disponitur, secunium iioc
dispositionem suam intellectui demonstrat 10 l lect." niUg'' De vem Relig'
' c 33' "' 61 ; et s" Thom' ' °P' \ cTni GenL> "? nc 13>
n' 2-3 Op. cit., lib. III, c. 108. r Cf
Dynam., c. III, a. 2, p. 113-114. ^ I, q XVII, a. 2 c. 6 i, q. LXXVI, a. 5 c. •
lbidaL irSfc C8' l! Qq' >" De Ver' . h a11 c. Hinc s. Augustinus aiebat
: Ne ipsi quidem oculi fallunt, non enim renuntiare possunt animo, nisi aflectionem
suam . Sin de altera, dicendum est illa mdicia esse vera, quoties facultates
sentiendi rite adhibentur, quia cum ipsæ rite adhibentur, perceptio sensitiva
rem, uti in se est, manifestat. Quod
si facultates sentiendi nte non adhibentur, illa iudicia sunt falsa. At vero
error non ab ipsa sensuum natura, sed a temeritate nostra prohciscitur;
intellectus enim minime expendens, utrum ea omnia sensibus suppetant, quibus ad
rite fungendum ofticio suo opus habent, illorum testimonium excipit, falsumque
de rebus iudicium pronuntiat 2. Si quis, inquit s. Augustinus, remum frangi in
aqua opinatur, et, cum mde aufertur, integrari, non malum habet internuncium,
sed malus est iudex; nam ille pro sui natura non potuit aliter in aqua sentire,
nec aliter debuit, si enim ahud est ær, aliud aqua, iustum est, ut ahter in
ære, ahter m aqua sentiatur. De criterio rationis 51. Ratio, prout est quoddam
criterium triplici nomine appellatur, nempe intuitiva, inductiva, et deductiva,
quia, ut iam diximus 4, tria complectitur, nempe intelligentiam, sive
intuitionem, inductionem, et syllogismum. I. — De ratione intuitiva 52. Ratio
intuitiva pro criterio veritatum primitivarum, quæ necessariæ sunt, habetur. Hæ
veritates immediato evidentia gaudent, ita ut quisque statim probet audita b.
atque axiomata, vel dignitates passim appellantur. 53. Veritas iudiciorum
immediata evidentia fruentium adeo manifesta est, ut non solum demonstrationis
nor> egeat, sed ne demonstrari quidem possit; potest tamen ahquo modo
declarari. Probatur la pars. Demonstratione opus est, ut convenientia, aut
discrepantia cuiusdam attributi cum subiectc i De vera Relig., c. 33, n. 62. 2 Cf s. Thom., ibid. 3 Op.
cit., c. 33, n. 62. 23b. /n lib. III Sent., Dist. XXXV, q. II, a. 2 sol. 1 c. 1
detegatur. Atqui in enunciation ibus immediate evidentibus illa convenientia,
aut discrepantia adeo manifesta est ut non solum ipsam detegi necesse non sit,
sed etiam contranum h.s, inter quæ illa convenientia, aut discrepantia
perspicilur, cogitare nemo umquam possit . Ergo 54. Probatur2a pars. Quælibet
demonstratio principiis per se evident.bus innilitur; acproinde qui
auctoritatem .immediatæ evidentiæ demonstrare vult, iam tamquam cerla sumere
debet principia per se evidentia, ex quibus hæc demonstratio proficiscitur. Atqui demonstratio, in qua pro certo sumitur id, quod
vult demonstrari, nulla 3St. Ergo. 55. Probatur 3a pars. Error ex eo in mentem
cadere potesl, quod ipsa ml erdum medio opportuno non utitur id rei ventatem
diiudicandam ; hinc, quoties mens rem ine ullo medio, sed ipsa per se
cognoscit, nullus errori locus esse potest. Alqui in enunciationibus, de quibus
hic jgimus, mens connexionem inter terminos sine ullo me- tio cognoscit. Ergo
in huiusmodi enunciationibus nullus :rron locus esse potest 2. II. — De ratione
inductiva 56. Ratio, prout ex verilatibus particularibus aliquam eritatem
generalem per inductionem colligit, inducliva di- -itur,et habetur pro criterio
veritatum^ductarum con- ingentium. Hic autem loquimur de inductFone incompleta,
iam lnductionem completam nobis largiri cerliludinem crspicuum ex se est ;
siquidem tota eius vis in eo po- ita est, ut toti generi tribuatur id quod
compertum est mgulis spec.ebus illo genere comprehensis convenire s.
>;i",°V' lnduct%° wcompleta, quæ sufficientem partium uumerationem
exhibet, certitudinem nobis largitur Irobaiur. Inductio incompleta, quæ
suflicientem par- ium enumerationem exhibet, ut alibi diximus in fir- mate
ordims mundani innititur. Atqui dubitari non Pot- st de hrmitate ordinis
mundani. Ergo. 08. M xnor
demonstratur ex ipsa rerum mundanarum na- Cf s. Thom., In lib. J Post. Analyt.,
lect. XIX. s p llCnr" Gandav-, Summa, q. II, a. 3, n. 8. Cf Log., part. I,
c. III, a. 6, p. 48. Log., ioc. cit., p. 49. •• „VA tura. Et sane, eo modo,
inquit s. Thomas, aliquid ope- ratur, quo est ', sive similiter unumquodque
habet esse, et operationem2 . Atqui causæ naturales huiusmodi sunt, ut
electionis vi destituantur. Ergo oportet, ut in ipsis sit virtus operativa
determinata ad unum ; ac proinde quoties causa naturalis in eadem rerum
conditione ver- satur, toties eumdem effectum producit, msi causa aliqua
exterior eius actioni obicem opponat 4. Atqui ex uno, eo- demque modo,quo
causarum naturalium operationes fluunt, firmitas ordinis mundani exurgit. Ergo
de firraitate ordims mundani dubitari non potest. g 59. Huius argumenti vis
haud mmuitur ex eo, quod aliquando causæ naturales, ut diximus, ab aliqua causs
exteriori impediuntur, quominus effectum suum produ- cants. Etenim ad
inductionem spectat non eventus parti- culares, sed leges universales naturæ
nobis mamtestare quia eius conclusio, ut diximus 6, est semper umversahs Atqui
causæ naturales etiam quando impediuntur, quo minus effectum suum producanl,
virtute producendi illim effeclum haud destituuntur ; ac proinde universalis U
naturæ, quod nempe quædam causa ad quemdam elte ctum producendum determinata
est, firma, immotaque ma net. E. g., etsi aqua ob morbum, quo corpus hydropic
laborat, eius sitim non restinguat, sed augeat; tamen ipsi vim restinguendi
sitim non amittit, ita ut semper certun nobis sit aquam vi restinguendi sitim
pollere. Ergo ei eo, quod impedimentum actioni
causarum naturaliun obiici possit, nihil contra veritatem enunciationum, qua
inductione comparantur, inde conficere licet. 60. Diximus, quæ sufftcientem
partium enumerationen exhibet ; nam, ut constat ex iis, quæ in Logica diximus
si quamdam qualitatem in paucis, non vero in plensqu i I, q. LXXV, a. 2 c. 2
Ibid., a. 3 c. - - I, q. XXII, a. 2 ad 4. Pertinet ad agens naturale, ut suum
effectum producat,qui natura uno, et eodem modo operatur, nisi impediatur ; I,
q- XO a. 4 c. Cf s. Aug., De Gen. ad litt., lib. IX, c. 17, n. 32. s Huiusmodi
impedimentum acciderc potest vel secundurn lege: quibus mutuæ actiones causarum
naturalium reguntur, vel pote: oriri ab immediata Dei actione, et tunc, ut
alias videbimus ( stunt facta supernaturalia.— Log., loc. cit., a. 2, p. 3J-4U.
jndividuis experti sumus, illam esse ipsis naturalem, proindeque in ceteris
eiusdem naturæ quoque inveniri magis, vel minus probabile, scd non certum esse
nobis polest. 61. Ex his colligitur falsum esse id, quod Humius au- tumavil;
nempe vim inductionis incompletæ nullo firmo principio inniti f. Etenim,
quemadmodum Scotus monuit2, atque a nobis iam ostensum est, veritas inductionis
ab expcrientia, et a ratione vim suam sumit. Experientia bnim ostendit quamdam
qualitatem constanter in aliqua re inventam esse; ratio autem suggerit illam
qualitatem, 30 quod constanter in illa re invenitur, ad eius naturam pertmere;
ex quo consequitur fore ut illa qualitas in omni- bus similibus subiectis
conslanter inveniatur. 62. Obiic. Leibnitius 3, Genuensis 4, Rosminius J: Cer-
titudo perfecta non invenitur, nisi in iis, quorum oppo- jsitum est
impossibile. Atqui fieri potest, ut id, quod le- ^ibus naturæ adversatur,
eveniat. Ergo certkudo indu- :tionis, quæ a constantia Iegum naturalium pendet,
non ist perfecta. 63. Resp. Dist. mai.9 est impossibile vel absolute, vel
naturaliter, conc. mai., absolute tantum, neg. mai. Dist. lariter min.9 fieri
potest absolute9 conc. min.9 naturaliter 9 ieg. min. Neg. cons. Re quidem vera,
certitudo, quemad- nodum ex s. Thoma monuimus G, diversa ratione dicitur
>erfecta9 prout diversæ speciei est; nam certitudo meta- bhysica pcrfccta
dicitur, quia oppositum est absolute im- possibile; certitudo autem physica est
perfecta, quia op- bositum est impossibile hypolhetice9 seu inspecto naturæ
prdine 7. Iam certitudo, quam inductio nobis largilur, est bbysica, ac proindc
est perfecta ; nam etsi id, quod lekibus naturæ opponitur, non sit absolute
impossibile, taben omnino certum est rem naturaliter secus evenire fion posse. 1 Essais sur V entendement
humain, Ess. IV, part. II, Oeuvr. 'hil., trad. de 1' angl., t. I, p. 121-138, Lond.
1788. 2 In lib. 1 Sent., Dist. III, q. IV, Schol. 3 Dissert. De stylo philos.
Marii Nizolii, § 32. Artis Logico-crit. lib. V, c. 6. 1 Trattato della coscicnza morale, lib. III,
sez. 2, c. 2, a. 3. c Cf Log., part. III, c. IV, a. 2, p. 92. " Cf p.
234-233. De ralione deductiva 64. Ratio, prout ex veritatibus generalibus alias
minus generales, aut particulares per syllogismum elicit, deductiva dicitur, et
ideo habetur pro criterio veritatum deductarum, sive hæ necessariæ, sive
contingentes sint. Circa huiusmodi criterium duo nobis demonstranda sunt, nempe
syllogismi veritas, et utilitas. 65. la. Veritas sijllogismi sine
contradictione negari non potest. Probalur. Non potest sine contradictione
concedi aliqua enunciatio, et simul negari alia, quæ cum illa necessario
connectitur. Atqui inter præmissas, et conclusionem syllogismi necessaria
connexio existit, siquidem conclusio cuiuscumque syllogismi tunc dicitur
secundum logicæ regulas derivari ex præmissis, cum illa his continetur. Ergo si
quis præmissas concederet, et conclusionem negaret, eanidem enunciationem simul
assereret, et negaret, ac proinde in contradictionem impingeret. E. g., in hoc
syllogismo: Omne animal habet vitam sensitivam; atqui homo est animal; ergo
homo habet vitam sensitivam; si quis concedat hæc duo, nempe, omne animal vita
sensitiva frui, atque hominem esse animalium speciem, iam exinde concedit
hominem vi sentiendi pollere ; quocirca si eani negarel, a se ipso dissideref.
66. 2a. Syllogismus ad inveniendam veritatem imt^ mane quantum utilitatis
confert. Probatur contra Van-Helmontium , aliosque philosophiæ peripateticæ
osores. Mens cum progreditur ad cognoscendum actu illud, quod antea virtute,
seu potentia cognoscebat, novam cognitionem adipiscitur. Atqui mens ope
syllogismi sibi comparat actu illam cognitionem, cuius adquirendæ virtute
dumtaxat pollebat. Ergo syllogismus ad veri cognitionern valde ulilis est. 67.
Probatur minor. Mens, cum præmissas in se co gnoscit, conclusionem, quæ in
illis potentia continetur, potentia, non actu cognoscit, quia satis non est
aliquid altero contineri, ut mens unum videns, videat et alterum; sed necesse
est, ut aliud alio contineri perspiciat. Atqui mens nonnisi ope syllogismi
conclusionem præmissis con Log. inutilis, tract. VIII, Opp., p. 27, Lugduni.
tineri actu cognoscit. Ergo mens ope syllogismi progreditur ad agnosccndum actu
illud, quod antea potentia dumtuXiii cou nosceoa t. 68. Ut hæc clariora fiant,
memoria revocandum est cognitionem, quam per syllogismum nobis comparamus, non
esse intuilivam, per quam aliquid in alio cognoscitur, sed esse deduchvam, per quam
aliquid ex alio coqnoscitur ' ; unde conclusio ex præmissis elici 2 dicitur.
Atqui ratio non potest conclusionem ex præmissis elicere, nisi duas exerat
ætiones, quarum una veritatem præmissarum, altera venlatem conclusionis
cognoscit 3. Ergo nos ratiocinando conclusionem cognoscimus non eodem actu, ac
præm.ssas, sed novo actu, qui illi succedit; unde primum myest.gamus, utrum
extrema cum medio conveniant, oeinde ex hac investigatione relationem ipsorum
extremorum coguoscimus. De criterio memoriæ Veracitas huius criterii osteDditur
I 69. Etsi memoria, uti diximus , nihil novi nos doceat Umen,psa cognitiones
ante adeptas revocat, Tproinde conditio est, sine qua scientia humana constare
non potest lam prætentas cognitiones, quas memoria, cum recte adhihetur, nob.s
suggeril, re vera olim in nobis exUUsse demonstratur sequenti exuusse, Memoriæ
veracitas negari non potest auin simul ipsa memoria animo denegetur P ' q mul
lm^-tUr' ^mneS in his duobus consentiunt: 1° quod Stea h?h£?8,la e5 in vi
™~Ko^ndi perccptione, ^aas notest mV V 2 qU°d memoria non [iter nos decipere C
'„?' 9uJle.nus ante nentem sislit perceptiones, quas antea non habuit. Atqui
horum unum altero des?rui 2 rf l' lh°m'' Qq' di$Pp-> De Ver'> a c. 5 rin
?"' lH Ub' U1 Sent'> Dist XVIII> a . q. 3 ad ara tu nl "
dlCU.U/' SUbdit sThomas> aHquid ex al q2o co-nosct Pp 236-237 m°VetUr iU
aHud >); °p•'• ibid" L tur, Ergo oportet memoriam aut tamquam per se
veracem habere, aut animo denegare . 70. Præterea, nos potestate pollemus
discernendi perceptiones, quas re ipsa habuimus, ab iis, quæ fictitiæ sunt; nam
quoties conamur aiiquid, cuius obliti sumus, recordari, species rerum, quæ
nobis sese offerunt, respuimus, donec illa, quam quærimus, nobis occurrent.
Atqui potestas, qua reaie a fictitio discernitur, est verax. Memoria igitur,
quæ est huiusmodi potestas, verax est 2. II.— Nonnallæ obiectiones diluuntur
71. Obiic. Nihil frequentius auditur, quam memoria nos decipi. Ergo memoria non
est criterium veri. 72. Resp. Dist. ant., eo quod sæpe obliviscimur eorum, quæ
antea cognovimus, conc. ant., eo quod revera non habuimus cognitiones, quas
memoria perspicue revocat, neg. ant. Neg. cons. Si res diligenter expendatur,
facile perspicietur homines huius rei potissimum conqueri, quod nonnisi pauca
eorum, quæ didicerunt, in memoriam revocare possunt, non quod perceptiones
noyas pro præteritis accipiunt. Iamvero illud nonex memonæ vitio, sed ex
limitibus ipsius oritur, qui in causa sunt, cur non recordemur omnium, quæ
didicimus. 73. Inst. Atqui re ipsa homines quandoque putant ngmenta suæ
phantasiæ esse imagines factorum, quæ olim perceperunt. Ergo., 74. Resp. Dist.
ant.; hoc evenit penes homines haud sui compotes, conc. ant., apud homines sui
compotes, rce ^mplices apprehensiones ntellcctus essenl.as rerum, prout in rebus
sunt, rcpræ•ent.int. Atqu., s. essenl.as ren.m, prout in rcbus sunl
epræsentant, consenlaneæ rebus apprehensis esse denvonih,^0'." S'mp C'
aPPrchensione veritas logica etiam nvenuur. At, quon.am mtclleclus
convenienliam sui cum eus por s.mphcem apprehensionem non cognoscil, veitas
log.ca propr.e et perfecte ad illam pertinere nequit2 a S. quodammodo veritas
logica in simplici apprehen ^iJmilT^,n.ea falsUaS Per Se num,uam se polKV?
Slml,llces.c°nceptus intelleclus ex eo, quod ri,nl nm' T"' '"
Se,S,,nt' cepræsentant, omncs " ve" fak? lTm' U' m,ullis W0lfianis
visum est™ tollectus " mX ' '"^"f re" est proprie obiectum
Uus . nulla autem facullas cognitrix, uti antea vi '• 0..,4p1' m!
Ti2Qc"ofpp',De Ym:> h aa- 3- ct 12 c nr;,tt. '7 '. T. ',l l2 cob
eamtlein rat onem ntellectus ppp ' c riee:iP„'n,Ull° m;d? dCCipUur "
^" >n.e.lec u se,p YZ" ': " "" m'od
""'clleclus est principiorum circa auæ " decpuur ex eade.n
causa, qua non dec.pitur circa quod quid dimus1, circa obiectum sibi proprium
decipi potest. Di ximus per se ; nam falsitas per accidens m pnma opera tione
intellectus inveniri potest, scihcet ralione attir mationis, vel negationis
annexæ , e. g. cum mtellectus definitionem unius attribuit alteri, ut si animal
ratio nale mortale conciperet quasi definitionem asim; vel in quantum coniungit
partes definitionis ad inv.cem, quæ coniungi non possunt, ut si conciperet
quasi denmtionem asini animal irrationale immortale; bæc emm est talsa, aliquod
animal irrationale est immortale 2 • Ast, si pri mum, intellectus asinum pro
homine, respectu cuius ille conceptus verus est, apprehenderet : sin alterum,
ninil intelligeret. Hinc idem sanctus Doctor : In operatione intellectus, qua cognoscit quod
quid est, potest esse tat sitas, in quantum ibi compositio intellectus adm.scetur.
Quod potest esse dupliciter. Uno modo, secundum quod iniellectus definitionem
unius attnbuit alteri, ut si den nitionem circuli attribuat homini : unde
defanitio unius rei est falsa de altera. Alio modo secundum quod parles
definitionis componit ad invicem, quæ simul sociari non possunt ; sic enim
definitio non solum est falsa respectu alicuius rei, sed est falsa in se, ut si
formet ta em defr nitionem, animal rationale quadrupes, falsus est intelle ctus
sic definiendo, propterea quod falsus est in torman do hanc compositionem,
aliquod animal rationale est qua drupes. Et propter hoc in cognoscendo
quidditates sim plices non potest esse inlellectus falsus, sed vel est verus
vel totaliter nihil intelligit 3 . U.— Utruai verilas sit mutationis, et progressus
capax 96. Recentes propugnatores progressus, seu perfectibili tatis generis
humani, inter quos Lerm6"nier, Lamennais Jouffroy, Sansimoniani, aliique
quamplunmi recensentur est. Nam
principia per se nota sunt illa, quæ statim, intellecU terminis, cognoscuntur,
ex eo quod prædicatum ponitar in diff nitione subiecti (I, q. XVII, a. 3 ad 2 ;
cf p. 250 sq). Quar secundæ operationi admiscetur falsitas etiam per se; non
qmde quantum ad primas affirmationes, quas naturaliter intellectus C( cnoscit,
ut sunt dignitates, sed quantum ad consequentes, quia r; tionem inducendo
contingit errare per applicationem unius aa liud ; In lib. I Sent., Dist. XIX,
q. V, a. 1 ad 7.- ^ 2 Qq. dispp., loc cit. 5 I, q. XVII, a. 3 c. yeritatcm
numquam immotam, et fixam existere, sed pro jualibet ætate variare, et perfici
arbitrati sunt. Hanc ab~ lormem
sententiam refellimus sequenti Verilas, quæ est obiectum intellectus humani,
capax nutationis, et progressus esse nequit l. Probatur. Veritas nostrarum
cognitionum posita est in ;arum convenientia cum rebus, quas repræsentant 2 ac
)romde m ipsa realilate rerum fundamentum habet^At(ui reahtas, s.ve essenlia
rerum, cum in exemplaribus Jivim intellectus fundamentum habeat, immutabilis
est (uemadmodum immutabilis est Divinus Intellectus En?o eritas, quæ est
obiectum intellectus, seu illud, quod veitatis cognitionem constituit,
mutationis, et pnWessus :apax non est 3. et 97. Obiic. 1° Quod in aliqua re existit, ab ea re
necesano pendet. Atqui veritas, quæ a nobis coffnoscitur st m nostro
intellectu. Ergo veritas, quæ a
nobis co^nocitur, pcndet ab æstimatione nostri intellectus, ac proine
niutalionis, et progressus capax est. 98. Rcsp. Dist. min.; si oritur ex
principiis rei, in qua st, conc. min.; secus, neg. min. Neg. cons. Huic
difficulUi lam obviam iverat s. Thomas hisce verbis : Illud uod est in aliquo,
non sequitur illud, in quo est, nisi uando causetur ex principiis eius: unde
lux, quæ caultur in ære ab extrinseco, scilicet ex sole, sequitur moim sol.s
magis quam ærem; similiter veritas, quæ in rnma causatur a rebus, non sequitur
existimationem aimæ, sed existentiam rerum; ex eo enim quod res est
BLno"e.st> oratio ve™> vel falsa dicitur >>. i J9. Obi.c. 2°
Veritas logica sita est in adæquatione in Ueclus cum rebus. Atqui experientia quotidiana constat cont.nuo mutari.
Ergo veritas logica continuo mutatur. JU. Kesp. Dist. min.; si per res intelli
non autem de intellectu, qui Uatem cognoscit; mtellectus cnim potest mutari, et
progredi a ex errore ad veritatis cognitionem, vel ex Ieviori ad penitio Jl
eius cognitionem gradum facit. _i Cf p. 233 losofia Controversia
consSanseverino, / principali sistemi della Wdtspp., De Ver., q. I, a. 2 ad 3.
rium, et leges, quibus continentur, neg. min. Etsi res singulares sint assiduis
mutalionibus obnoxiæ, tamen earum raliones, ut s. Thomæ verbis utamur, sunt
immobiles^ et necessariæ, quippe quæ ab immutabili lntellectu Diyino originem
habenl ; proindeque scientiæ, cum non circa qualitates singulares, sed circa
immobiles rationes versentur, sunt etiam immutabiles . Quonam pacto autem
necessilas ac immutabilitas naturis, et legibus rerum conveniant, alias
explicabimus. III.— Utrum certitudo diversos gradus admittat 101. Certitudo,
quam per criteria veri nobis comparamus, iam, ut alibi diclum est2, in melaphysicam,
physicam, et moralem distinguitur. Ex notionibus, quas tradidimus, harum
diversarum certiludinis specierum, patet certitudinem metaphysicam ad veritates
necessarias spectare, physicam ad veritates contingentes, moralem ad ea, quæ ex
aliorum auctoritate addiscimus. 102. Disputatur autem a Philosophis, utrum his
generibus certitudinis æquale pondus insit, an una certitudo sit altera
præstantior. Ut hæc quæstio facile solvatur, animo reputandum est certitudinem
duo complecti, nempe omnimodam dubii exclusionem, et momenta, ex quibus
perfectio actus adhærentis alicui rei exurgit. Si primum consideretur, omnia
genera certitudinis in eo conveniunt, quod omnem formidinem erroris ab animo
expeilunt. Hanc ob rationem cerlitudo in puncto quodam indivisibih posita esse
dicitur, propterea quod si mensin dubitationem vel minimam incidit, illico
certitudinem amittit, neque certitudinem iterum adipiscitur, nisi illam vel
minimam dubitationem expellat. Sin alterum, genera certitudinum non æqualis
ponderis sunt; siquidem non æquale inest pondus momentis, ex quibusea
enascunlur, ac proinde, pro diversitate huiusmodi momentorum, alterum genus
certitudinis allero præstantius esse debet3. In universum autem certitudo
metapbysica, ut quisquis ex se mtelligit, physicæ, et morali, et physica morali
antecelht. i ln lib. IV Ethic, lect.
III; I, q. LXXXIV, a. 1 ad 3.-J 234. • In lib. III Sent., Dist. XXIII, q. II, a. 2 sol. 3. Gf
etiam Qq. dispp., De Virtut., q. II, a. 9 ad 1. Certitudinem moralem interdum
vi certitudinis metapnysicæ Quod si cum his generibus certitudinis certitudo,
quæ ex Fide Divina efficitur, comparetur, hæc certiludine naturali, quæcumque
sit, longe superior existimanda est f. Elenim, quamvis, ut iam diximus 2,
evidentia, quæ m scientia obtinetur, desit in iis, quæ ex Fide accipimus8,
tamen Fides Divina est longe certior quacumque naturali cognitione, nempe
firmius iis adhæremus, quæ ex Divina Auctoritate excipimus, quam iis, quæ ipsi
ex nobis cognoscimus, quia Divinam Auctoritatem, qua ad credendum movemur, vi,
et ponderi cuiuslibet naturalis criterii antecellere nobis certum est. IV.—
Utrum verilates rationales decretis Fitlei adversari possint 104. Pompanatius
Mantuanus docuit rationem, tametsi recte adhibeatur, ea decreta quandoquc
fundere, quæ decretis Fidei Christianæ adversantur b. Ad hunc errorem
explodendum statuimus hanc Numquam fieri potest, ut ratiorecte adhibita
decretis Fidei adversetur. Probatur. Ea, quæ ratio recte adhibita docet, adeo
vera sunt, ut nec ea esse falsa sit possibile cogitare ; nec id, quod Fide
tenetur, cum tam evidenter divinitus con gaudere, Gerdil (Saggio d' istr.
teolog., Della storia umana) aliique non immerito docuerunt, quia cum homines
ingenio, opinionibus, moribus dissidentes nequeant in idem mendacium
conspirare, lllorum consensio esset eirectus sine causa, quod metaphvsice
impossibile est. 1 Cf p. 2o7. 2 Log., p. II, c. III, a. 4, p. 69. ! Qua in re
monendum est, evidentiam, qua Fides destituitur. lllam esse, quæ intrinseca
dicitur, nempe quæ circa ipsam veri i tatcm creditam, ac proinde in se non
visam versatur ; non autem quæ motiva credibilitatis attingit, et extrinseca
appellatur; siqui dem potest intellectus evidenter cognoscere rationes, ob quas
ali ^quid dignum sit, cui tides adhibeatur. Sane, Fides non habet in qnisitionem
rationis naturalis demonstrantis id, quod creditur: ha ;bet tamen inquisitionem
quamdam eorum, per quæ inducitur ho imo ad credendum (2a 2æ, q. II, a. 1 ad 1).
Quocirca moliva ioredtbxhtatis sunt visa ab eo, qui credit: non enim crederet,
nisi videret ea esse credenda propter evidentiam signorum, vel propter aliquid
huiusmodi ; Ibid., q. I, a. i c. Cf Conc. Vatic, Sess. III, touf. Dogm. DeFide, c. III De Fide.-
Cf s. Thom. loc. cit. De tmniortalitate animæ, Bononiæ, BOLOGNA. firmatum sit,
fas est credere esse falsum '. Itaque tum decreta rationis recte adhibitæ, tum
decreta Fidei vera sunt. Atqui solum falsum vero contrarium est, ut ex eorum
definitionibus manifeste apparet 2. Ergo impossibile est decreta rationis
decretis Fidei adversari. Præterea unicus est auclor rationis, et Fidei, nempe
Deus. Ergo si ratio recte adhibita ea decernat, quæ Fidei adversantur, Deus nos
ea docere, quæ secum pugnant, dicendus eril; id quod impossibile esse omnibus
compertum est 3. Denique tantum abest, ut ratio, et Fides adversis committantur
cornibus, ut rectus, et sobrius usus rationis ad Fidei dogmata iilustranda, et
tuenda multum utilitatis conferat; philosophia enim, ut iam in lntroductione
diximus, multis famutatus officiis erga Theologiam fungitur. De scepticismo Postquam
singulis instrumentis, quibus certam veritatum notitiam assequi possumus, vim,
auctoritatemque suam vindicavimus, propositi nostri ratio expostulat, ul in
præsentia scepticismum in universum spectemus, diligentique examini
subiiciamus. Breyis Scepticismi historia describitur 106. Postquam Socrates
Sophistas profligavit, philosophia copiosius, perfectiusque tractari coepit, et
ad beali tatis adeptionem semper spectavit. At quoniam Socratei potius
philosophandi methodum, et finem, quam aliquaa philosophiam tradidit, factum
est, ut Philosophi, qui e successerunt, e. g., Plato, Aristoteles, Epicurus,
dum So cratem ducem sequi gloriabantur, in multas, secumqus nobis urgere licet.
Exempli instar sit David Humius, qui
statuit •', nisi phoenomena nobis comperta esse posse; quare dum om-,
'"certa esse sancivit, aliquid pro certo sumpsit. W s. Aug., De Trin.,
Iib. X, c. i, n. 3. Pbilos. Cbrist. Compend. I. ? j[§ demonstrationes secundum
Scepticos sunt legitimæ, et veræ auia ipsi putant illas vim habere evincendi omnia
esse' incerta. Atqui omnis
ratiocinatio expostulat certitudinem principiorum, ex quibus proficisci debet,
et legunt Wicarum. Ergo Sceptici, dum vim ration.s oppugnant ea utuntur, et dum
omnia incerta esse demonstrant, mul ta certa sumunt . Obiic. 1° Gonsuetudines
populorum, et opinione: sanientum sæpe sibi invicem adversantur. Atqui hu.usmo
di oppositio argumento est certam ventat.s cognitionem ; nobis comnarari haud
posse. Ergo. 114 Resp. Nea. min Neg. cons. Emmvero, si consue tudines
Gentium,et opiniones Philosophorum non raro m ter se dissident, indubium etiam
est Gentes in multis in stitutis, etlegibusconcordare, multaque decreta de
rebus et offic is esse omnium Philosophorum communia E. g. omnes Gentes, et
Philosophi concorditer tenent ahquaD DeUatem existere, eamque cultu quodam
nolns proseque dam esse; animos esse immortales, ob idque rel.g.osai
seTuIcrorum curam habendam; alias. actiones esse : natur bonas, alias malas,
atque illas præmium, has poenam m reri aliaque id genus quampiurima. Quapropter
s. Scc ptic illa ob dissidentiam inter incerta reiic.unt, hæc o Snsenaionem
certa fateri debent. Præterea ^sidenU Philosophorum, si Scepticos ipsos
exceper.s, non spec | neque prima, atque immediata pronunt.ata cum tact., tu
rationis, neque ea, quæ ex his proxime eliciuntur, sed Ltummodo1, quæ aut sine
longa ratiocina ^num ser.e gnosci nequeunt, aut circa quasdam abditas rerum na
ras, et causas versantur. Ex his autem postremis pronu, tiatis plura sunt, quæ
aliquæ ph.losophorum sectæ p tius ob libidinem disputandi, quam ob eorum
obscunt, T^0n minus, quam Pyrrhonici, Academici sibimetipsis adverH tur. Re
quidem vera, eo ipso, quod Academici docebant nu asc tas nobis^esse rerum
notitias, sed tantum probabiles c erUtud n se sequi profitebantur. Nam pro certis
hæc sumebant 1 notottquas habemus, de rebus esse neque omnino incertas, ™V™™ no
certas, sed'tantum probabiles; 2° diversa esse P^f^^ nera; 3° certis regulis
nos potiri, quibus probabihtatis m omen, et gr^adus metiri possumus ; 4°
argumentationes W™™^ conabantur mentem nostram numquam consequi posse cert.ti
nem, sed dumtaxat probabilitatem, certitudine gaudere. , a nobis cognosci non
potest. In Se Jto. Kesp. DtV. om., si spectetur, prout est affpnin laiem ipsam,
quæ cognoscitur, wca. ant. Nea con F nt non.ab æstimalione inlellectus pendeat sed ab,n ' pnncpns
rei oriatur . Quamobren? ex eo, quod co" 1,110 ventatis relationem ad
subiectum hnlw i,„ entcm nuilius certæ cognitioSr^cS^st-Sct iEh?bAta
^0/"'1' °St evide,,S' et certum si" demonatione. Atqui demonstrat.o non polest confici sine a a
enunciatione, quæ est ex se evideni pi L™ . . uon eget Ergo nibil cert?
cognosci J&E2T 118. Resp. JVey. „-., conc, minNca. cons Lni, ' inn.s 3,
quædam veritates. quæ ea luce menti effuhUn? demonstrationis neque indi'geant,
nequ™ c" paces %Z ' U insd,arenl 'nqUlt S' Tb°mas' uuæ aturalTterrationi
teles, ore profern, sed uullo pacto mente re,H,tari Cttide%T'.C'• a4P202. not.
1. £J7g Cum igitur sint aliqua pronuntiata adeo ex se ipsis persoicua, ut ea in
dubium revocare nob.s non liceat, liquet non solum non oportere illorum
demonstrationem exhibere sed ne ullam quidem controversiam de illorum veritate
posse institui Hinc illud Scholasticorum effatura, Contendenti principia
respondere nefas. Scepticismus criticus speciatim refutalur lis, quæ adversus
Rantium alibi observavimus , hanc adiicimus propositionem, quæ ad refellendum
eius sceplicismum propius spectat: Prop Criticismus tum in exorsu, tum in
methodo, tum in conclusione systema sibi repugnans se prodit. Probatur la pars;
nempe, Kantius cum in smecriUcæ exorsu investigare nititur, utrum cognilio sit
possibilis, absurdam qualstionem solvendam susc.p.t. Re qu.dera vera, qui
inquirit, utrum aliquid sc.re possit, necne, is certe tenet se nihil scire.
Atqui ille, qu. mh.l sot nulam inquisitionem instituere potest, nam necesse
est, ul qui aliquid inquirit, instrumenta, per quæ inqumt.o fit c^ognoscV Ergo
absurda est illa, quam Kant.us solven dam suscipit, quæstio, an coamlio sit
possibilis. 120 Probatur 2a pars; nempe absurdus est modus, qu( Kantius
criticam suam conficere studu.t. Enimvero .psc contendit vim cognitionis a
priort mvestigandam esse.lt. u „1 ipsam experientiam existentiæ su, a.se abi.
ciat Atqui id haud possibile est, tum quod fien omn.n. nequit ut homo se ipsum
aliquo modo affectum not. ex penatur tum quod qui se esse non sc.t, ut.que
ratioc. nari non notest, quia nisi sciremus nos esse, qu. pr.nc.pi;
cognosc?mPus con^lusionem ex iis haud inferre possemj. Er|o modus, quo Kantius crilicam
conficendam esse con, fendit nluribus scatet absurdis. 121 Probatur 3 pars; nempe nullam v.m messe posa
conclusioni critices Kantianæ. Etsane cnUca ratioim c,o nisi insa ratione fieri
potest, idque exemplo ips.us Kan tfi declaratur, qui ope^ationis evertere
conatur cerht dinem obiectivam ratioms, et facultatum quæ ra o antecedunt Atqui
rat o, cum sui lpsius naturam, et v res^nvestigat, procul dubio nequit
invest.gat.on.hu. sm i Cf p. 239, et Idealog., c. I, a. 4, p. 202 sq vim
maiorem ea, qua ipsa pollet, largiri. Ergo si ratio, Kantu ludicio, obiectivam
certitudinem haud parit, necesse est, ut critica, quæ eius ope instituitur,
certitudine obiectiva careat; ac proinde conclusioni huius critices, qua
statuitur naturas rerum nobis prorsus iatere, nulla vis messc potest. Præterea,
abnorme est illud criticismi pronuntiatum, quo statuitur rationem practicam
nobis largiri illam obicctivam cognilionem rerum, quam ralio theoretica
suppeditare haud valet. Namque imperativum absolutum ex Kantio est factum, quod
conscientiæ testimonio nobis patescit. Si igitur Kantius consentire sibi velit,
imperativum absolutum phænomenicum, ideoque minime accommodatum ad obiectivam
cognitionem rerum producendam fateri debet. Accedit, quod ratio theoretica, et
ratio practica sunt una, eademque facultas ', et ratio practica nobis non
largitur rerum cognitionem, sed cognitionem comparatam per rationem theoreticam
extendit ad opus%. Quare absurdum est rationi practicæ illam vim >roducendi
obiectivam certitudinem attribuere, quæ raioni theorcticæ denegatur. Utrum mens
humana moraliter considerata verum semper assequatur Aht. I. — Stalus
quæstionis exponitur, et vera sententia demonstratur 122. Haclenus
investigavimus, quid vires humanæ menis, in seipsis, sive absolute consideratæ,
ad rerum co.nitionem nobis comparandam valeant. Sed recolendum nimo est, menti
humanæ multa et intrinsecus et extrinecus occurrere, quæ illarum virium usum
neque sem>er tutum, neque satis expeditum efficiunt3. Etenim præadicatæ
opiniones, quas cum lacte combibimus, vehelentes affectiones animi, coecum erga
magistros obseuuim, ahaque id genus haud raro iudicium rationis præertunt; et
msuper cum ratiocinationes alias cx aliis conectimus, evemre potest ut sive ob
attentionis defectum, tve ob aham quamcumque causam error formæ, aut \ Cf
Dynam., c. IV, a. 10, p. 156-157.- Ibid. • U s. Thom., Contr. Gent., lib. I, c.
4. materiæ in illarum seriem obrepat. Hinc, postquam novimus quid vires humanæ
mentis absolute sumlæ valeant, opus nobis est inquirere, quænam ad verum
assequendum vis insit ipsis moraliter sumtis, sive una cum iis, quæ illarum
usum perturbare solent. 123. Ad hanc quæstionem solvendam sequentes
propositiones demonstramus : Prop la. Animus noster neque in usu sensuum circa
sensilia propria fallitur, neque in simplici apprehensione essentiæ rerum, quæ
est obiectum proprium inteltectus . Probatur. Facultates, quæ circa obiecta
sibi propria decipiuntur, absurdæ sunt. Ergo neque sensus falli pot est circa
sensilia sibi propria, e. g., visus circa colores; neque intellectus in
simplici apprehensione essentiæ re rum, quæ est proprium eius obiectum, æque ac
exter na rerum facies est obiectum proprium sensuum. Ante cedens ita
demonstratur: Omnes potentiæ naturam suam sumunt ab obiecto, ad quod referuntur
2, ac proinde na turalem ordinem ad proprium obiectum habent, et natu raliter
ad illud assequendum operantur 3. Ergo si quæ dam facultas cognitrix circa
obiectum sibi propnum de ciperetur, nempe obiectum suum non assequeretur, ips
aut formæir niJ^iT^fn?^18' q,bUS ^6"8 humana mora,iter spectala in veri myestigatione
adiuvanda est, et primuni de Divina Reveiatione \JuIr ™ iaim dict,S
PersPicitU1' nostram rationem moalitcr constderatam cognoscere non posse sine
ullo erro LS?nCt AtVentate8 ' etiamsi hæ ad ordinem Mturalem pectent. At vero
externa præsidia ad illas tuto cogno J}' 2°— fI, q. XVII, a. 3 ad 2. tt
Dt/nam., c. IV, a. 10, p. 154. ChnniTa 9li?"' 39.-sJn Kft. jj SenLi Joc
cifc enna ni 'r,?Uæ in tn'bUS ProPositionik"s demonstravimus, exped omn 11
confir,nat Etenim non solum omnes PhiJosophiL ?? qUe h0l,nncs Perfectnm usum
rationis adepti con S aiT?0! Prim^ CXUC'ient-e> tuue ratiLs',^ r I h oJnh
Iucu,enter Profluunt. Multæ vero lites, quæ ind ^ ^^f rSerUnt' m^æque
præiudicatæ opinionls, quæ inLln Perva?atæ sunt, versabantur circa ea, quæ ex
prociatis per se notis non sine difficili demonstrationededucmUur. scendas
homini non desunt. Horum præcipuum est Di Tipro^lSUT..°TeS,n fa,sitate tradenda
conspirent. Ercro : 161. lllud autem advertendum est, veritatum cognitio nem,
quam ex sensu communi sapientum nobis compara mus, esse dumtaxat vulgarem, non
scientificam, quia, ut s. Ihomas mquit, in scientia ^locus ab auctoritate, quæ
Unootu£ suPer ratl°ne humana, est infirmissimus 3 . 166. lertium auxilium
rationis nostræ est consensio omn.um gentium. Consensio omnium gentium est
certum veritatis inuicium. 1 J. qI, a. 6 c.-s Dispp. Tuscul., lib. I, c. 15. J qI, a. 8 ad 1.
Probatur. Notæ, quibus opiniones a consensione omnium gentium petitæ gaudent,
hæ duæ sunt, nempe, nuod sint perpetuæ, et universales, ita ut ostendi non
possit tempus, in quo non viguerint, aut natio, quæ illis :unquam caruerit.
Atqui opinio perpetua, et umversahs talsa ^lU^inor his D. Thomæ verbis
luculenter demonstratur cc Ouod ab omnibus communiter dicitur, impossibile
est'totaliter esse falsum; falsa enim opinio infirmitas quædam intellectus est,
sicut et falsum iudicium de sensibih Droorio ex infirmitate sensus accidit.
Defectus autem per accidens sunt, quia præter naturæ intentionem; quod autem
est per accidens, non potest esse semper, et in omnibus; sicut iudicium de
saporibus, quod ab omni gustu datur non potest esse falsum; ita iudicmm, quod
ab omnibus' de veritate datur, non potest esse erroneum . 135 Præterea, fontes,
ex quibus consensio omnium ffentium promanat, alii esse non possunt, quam
evidentia, et facilis demonstratio pro iis veritatibus, quæ perspicuæ sunt
atque primæva traditio pro iis, quæ cognitu sunt difficiles Atqui, si de
veritatibus primi generis agitur, illæ ex ipsa humana natura fluunt, proindeque
sunt homini naturales; id autem, quod est homini naturale, verum esse necesse
est; siquidem, cum natura uniuscuiusque rei vera sit, id, quod naturale est,
consentaneum ve ~Tcontr. Gent., lib. II, c. 34. Hac autera in re caveamus
oportet ab errore Lamennaisii, qui contendit hominem individuæ suæ rationi
relictum nullius veritatis certitudinem assequi posse, statuitaue consensionem
oraniura hominura esse unicum ven cnterium ?loc cit ) Ad quam sententiam
refellendam satis sit mente reputare consinsionem omniura horainura circa
aliquara veritatera ads"ni non posse, nisi iam tamquara firma sumantur
critena qmbus singuli homines pollent, nempe conscientia sensus exterm et ratio
Neraini enim exploratum esse potest, quid de ahqua re totura genus huraanura
opinetur, nisi antea ope conscientiæ, et sensuum externorum cognoscat se, et
alios existere; et nisi ope rationl Tognosca°trfieri non posse, ut omnes
homines decipiantur e menianturnisi testimoniura horainura probe intelhgat ;
nisi ps cTstet nDenm primos humani generis parentes V""™™& nisi
alia multa noverit, quæ recensere longum foret. Quare sini metins rrPugnat qui dura statuit
criteriura veri in genens humam ronsensione cunct^a instrumenta menti huraanæ
adirait, per quæ illam consensionem cognoscere potest. ritati sit oportet. Nec de veritatibus alterius
generis du monstSus ^dT™' ^0' Uti Pau'° ante de" m°t jfrgoT M Revela',one
originem suam su IV. Corollarinm ex theoriis iam demonstratis deducitur contra
Rationalistas, et Traditionalislas 136. Ratiomlistarum nomine hic a nobis
intelliguntur Ui, qu. contendunt rationem, etiamsi moraliter specte"ur
s.b.,psi omnmo sufficere, qnin u||a RevelalioneTndiceat ad assequenda s.ne ullo
errore omnia dogmata quæ ad rel.gion.s cultum, et ad mores pertinent. q ld7. At
ex ns, quæ iam ostendimus, pronum est in dnS 1PA°S Ver° vehementer aberrare.
Etenim, quemadmodum demonstralum a nobis est, facultates bomuWs lnd.v.duæ, s.
considerentur una cum iis adiunctis n,-,P fiæ etefir1maati0n,;,n ^T^"
^uZZ\TdTo re sint' „A l' ut.oranbus verilatibus assequendis,,a™" Z,bnU!,h0m,n.1
°PUS est ad intellectus institu ionem'ni„t,S-reg,men' 0are confecimus Revelatio
suiT in„nna,m °mn,n0 consu|endam esse philosopho, u °n p 1? u0nlhus Slne errore
Progrediatur. uui> '"consulta, con.Sr V l 0,ICæ F,de'
doc"-'"a, scientias rerum lerroriri vo,uerunt > modo paganicæ
philosophia^ illis for.,rVaVer,nt-' Sed ' haC P^ertim noslra ætate? .U.s
tortasse mag.s,mpios, et absurdos protulerint \ lin\li„,,n 6° aUtem' Uuod
nullus ({sil Pbilosophus, qui I; s Crr°re,S n0-n nelde--'t, Traditionalistæ
conclu 'nul L, em ade°,mbecil'am, et infirmam esse, ut vel fCT ventatem, vel
nullas veritates abs raclls el^altem nullas ver.tates metaphysicas, et morales
sine obHdunrsi^.H'"'5'"'.' qUaSdam falsas PP'"" opiniones
nobis proindeo;, ' ? ' dCm ha° DeqUe ^"e, neque universales sun ' S
Bonav," ,T,T'Um genti"m min"ne ". Cf ?,"/ V' ; '
Se"L> Dist XVI", • , q 1 "d ara Pii £' ' n i._.-- :„. r,
nnhie r.nnn.n xCWitur De modo, quo facultates animæ a nobis cognoscuntur De
modo, quo facultates inter se distinguendæ sunt Quot sint animæ facultates De
potentiarum distinclione in activas et passivas, ei ^ de potentia obedientiali
De conalu potentiis insito g De habitibus potenliarum animæ De facultate
vegetativa I. De natura, et operationibus huius facultatis Vitæ veqetativæ definitio
tradilur Invesligalur, utrum operaliones vitales in homme sinl ^ rationales, an
naturales De facultale sentiendi Quædam notiones præstituunlur De obiecto
sensibilitatis De numero sensuum externorum De modo, quo actus sentiendi, sive
cogmtio sensilxva ^ efficitur D 12( V. Quædam circa species sensiles adnotantur
Obiectiones contra specierum theoriam dissolvuntur De sensu communi De
Phantasia De Æstimativa, seu Cogitativa De Memoria, et Reminiscentia JAll I
DYNAMILOGIA De facultate intelligendi I. Cuiusnam naluræ sil intelleclus, et
quanam ralione res ad ipsum referanlur PAG |gj II. Cuiusnam generis sil
immaterialitas rerum, quæ ab inteUectu humano, prout cum corpore coniungilur,
cognoscuntur 139 III. Quodnam sit obiectum intelleclus ex iam dictis dedu CttWf
• 1 QM De modo, quo intellectus obiectum sibi proporiionatum intelligit, et
primum de speciebus intelligibilibus. De intellectu agente De intellectu
possibili De verbo intellectus De aliis aclibus intelleclus, et primum de
conscientia De actu iudicandi,1^1 \.De ratione L n 26rens bidei adversari pos.
-Dc Scen, UL ^cepticismo Rt' Ji £^ " historia describitur t' r' Refutatur
Scepticismus. scrwtt'^ 270 lRT I. S/ato quæstionis exnonitur ot, stratur.
fxP°nttur> et vera sententia demon lRTII. Deauxiliis, quibus'men, 'humn^ ''
fliwna Revelatione. ' ^r^nw de • • et nemPe Prot est ens, disputat ';
unl\UuZ,nt',alaue ex.P?nit n°n iam iHas notiones, quæ hquem modum spec.alem
entis repræsentant, sed auæ otionesU?.lr?al',ter aCCeptUm SpeCtant 5Iam
huiusmodi UDn.nnS,SU,,t' qU/e cak9°riæ dicuntur, hoc est, illæ eZn ur T°^' ad,
qUaS cetera™™ rerum uotiones reeruntur. Quocirca obiectum, in quo
Ontologitatur. Iam ens hac rati?ne spectatum toitur ideale, et duphcis generis
cst, vel nempe huiLmodi, ut ex kX^ln^t^T^l SiVG Pr°dUCi P°SSU' VCYta ab intclue
sino / ab Xll°. S0,° Producatur> in eoque re^aneat, neZS,ntel,ectu cogitante
ullibi esse possit. Si ens ideale hoc bus,nennSU f Clp,atUF' ms rationis vocari
solet, atque illis notio mndTl" i.qUaS m L°9ica (part' ' C-J' a' J> P-
10> noti. vol. I) undas appellavimus. E. g, notio generis ens rationis
exhibet Mpitur. rCrUm UatUra P°teSt rcsP°ndere Seneri, prout genus
ipariCsColPerSi]),litaS n0mine Potenti'æ ^cæ vel obiectivæ nun g ONTOLOGIA mini
se ipsos invicem destruunt, e. g., circulus quadraZ lllud autem, quod
inlrinsecus est possibile, dicitur ^Weu r& possibile., si ieralnr ad^ hm
cau sam Der quam ad actum reduci potest, a que extnnsecus, eu VKe impossibile,
si referatur ad illam causam, per nuam ad actum reduci nequit. Ita intellectui
humano posS est essentias rerumVitarum ™fi™?^^ res eius naturales spectentur,
impossibile est cognoscere Essentiam Dei, prout in se est. :„,r:„cpriis im 10
Ex his facile intelligitur id, quod est intrinsecus im nn^ihile esse quoque
extrinsecus lmpossinile, quia, ui, Lo o o'os endemus, ne Deus quidem efficere
potest, ut ea nuæ secum invicem pugnant, in eodem sub.ecto m nian ur; Xd, quod
e t Winsecns poss.b.le esse exIrinsecus possibile, si est intra vires causæ, ad
quam re StoTrS extrinsecus impossibile, si eius v.res supergreditur '. II.-De
notione nihili 11. Nihilum est negatio, sive absentia " /' "n Sc h£
lastici illud simpliciter non ens vocare olent De hoc m t.ilo lnnuen s.
Augustinus perbelle ait. JNitni nec corpus commun.ss.me accepto oppomt ur d et
m etiam solet ld, quod oppoiuiur euu alirnius momodum determinato, ita ut
denotet f^^SS^fa rli onlis Nihilum hac rat one spectatum distingunur ... tia
alicuius modi entis cons.derata m s ipsa, e^ g., no videre, non habere rationem
; n.h.lum pr.va t.vuro esl .M sentia alicuius modi entis cons.derata in al.quo
sub.ecto, quod ad illam habendam naturaliter comparatum est, e. g., absentia
visus in animali. j;0„„;m„„ inler S 13. Ex his in promptuest.ntel.gere ™™eP 'T
negationem, et privationem. Negatio en.m non al.ud de "onnullas circa
possibile, et impossibile quæstiooes in T..loto orK attingemus. • Cf Anst., Me t l.b. III, c.
2, f 3 0j). imperf. cont. Iulian., hb. V, n. al. notat, nisi simpliciter
aliquid non esse, qu w denotet uilum subiectum, cui illud aliquid inesse
nuturale est Privatio autem denotat aliquid non esse in subiecto, cuius natura
illud expostulat1. Quædara adnotantur circa originem notionum entis, et non entis 14.
Præcipuas theorias, quæ ad originem notionum entis, et non entis spectant, sequentes
propositiones complectuntur: la. JSotio entis prima est cum in ordine
cronolopco, seu temports, quo intellectus notiones rerum adquirit lum %n, ordme
logico, quo notiones inter se continentur. Pnma pars huius propositionis
illud^sibi vult, quod intellectus, essentiam rerum materialium, quæ est ipsius
>mectum, primo, prout est ens, concipit2. Altera pars ngnincat m conceptum
entis omnes reliquos resolvi 3 lo. Probatur la pars. Mens humana ita comparata
est, na notionibus magis communibus ad notionesminus comnunes progrediatur.
Atqui nihil in rebus communius, [uam ens, intell.gi potest. Ergo mens humana
obiectum idi proportionatum, nempe essentiam rerum materialium, •rmcipio, prout
est ens, intelligit. 17. Minor huius argumenti facile ex se perspicitur, quia
[uidquid in singulis rebus invenitur, sive substantiale, sie accidentale, est
quoddam ens . Maior autem ita denonstratur: Mens humana ita comparata esse
debet, ut nncipio cognitionem rerum imperfectam adquirat, deine lpsam gradatim
perficiat, quia non in actu cognitionis, ea in potentia ad cognoscendum a Deo
creatur. Atqui ogmtio, quo magis communis est, eo minus est percu, quia quo
magis communis est, eo pauciores notas ropnas obiecti, quod repræsentat,
complectitur 5. Enro ens humana ita comparata est, ut notiones rerum
maiscommunes prius, quam minus communes, assequatur6. Cf s. Thom In hb I Sent.,
Dist. XIII, q. 1, a. 4 sol. V\ VrAr F' dizpr-> De Ver-> a c t nrim, i, •
a# C' Exinde intclligitur notionem entis, prout 'lOTiZnl^r cronoIoSico> e^ e
imperfectam, ac proinde in S ToL 6 confusa,nPræ^at autem hic adnot.re ens com
mstme acceptum tamquam indeterminatum intelligi, quatenus g Itaque intellectus,
essentiara rei exploraturus, ex variis rationibus, quibus illam concipere
potest, rationem entis primo in ea cogitat. E. g., ex variis conceptibus,
quos intellectus circa hominem, qui pnmo ei occurnt, elformare potest, puta
animalis, corporis, substantiæ, pnmus est conceptus, quo illum velut ens
cogitat. 19 Probatur 2a pars. Notio in aliam resolvitur, quoties hæc' illam
continet. Atqui notio entis reliquas omnes notiones continet. Ergo in notionem
entis omnes rehquæ notiones resolvuntur. Hinc si ab omnibus notionibus
removeantur cunctæ differentiæ, quibus ab se invicem determinantur, remanet
ens, quod omnibus commune est. 20. Ex
hac propositione tria corollana consequuntur: 1° Notio entis, quæ est prima
omnium, est abstracta, non vero concreta. Etenim intellectus non potest
inteihgere essentiam rerum materialium dumtaxat prout est ens, nisi in ea
consideret rationem entis, non^qnsiderando aliquid ex iis, quibus ens in ipsa
determinatur. Atqui considerare in aliqua re unum, quin cetera considerentur,
constituit illam actionem intellectus, quæ abstractio nuncupatur. Ergo notio
entis, de qua disputamus, ope abstractionis conficitur, ac proinde est
abstracta . et Entis notio, quam omnium pnmam mtellectus aaquirit cum sit
omnium communissima, tneque essentiam, neque' existentiam repræsentat, sed
actum essendi, sive actualitatem communem essentiæ et existentiæ. non est hoc,
aut illud ens, et tamen natura sua ita comparatmr est ut plures determinationes
accipere, ac proinde ad hoc vel ad aliud determinari queat. Quare abnormis est
sententia Hegheln, qu ex eo quod Ens, sive ut ipse ait, Ens-Idea, est
indeterminatum ipsum esse purum putumque nihilum confecit. Nam nihilum ca nax
non est ullius determinationis, dum e contrano ens huiusmod est ut in singulis
naturis rerum diversis modis determinan possintelligatur. Ceterum nihil est negatio entis;
ac proinde si ens, si ve Ens-Idea, est nihil, dicendum erit ipsum esse ens,
quod noi est ens, sive ens, et non ens. m i Hinc vides quam turpiter errent
Pantheistæ, qui ut res, quot quot sunt, esse unum ens conficiant, contendunt
ens concretum et reale in rebus esse ipsum ens universale, cuius ideam inteiie
ctus habet, et quod velut unum cogitatur. Item mtelhgis valde d cipi Ontologos,
cum autumant ens, quod mens humana pnncip. apprehendit, esse ens realissimum,
et concretum, nempe ens, quo Deus est. Ens, cuius notionem omnium primam
inlellectus sii contac.t, est illud, quod actum essendi realem, non ve 0
possibilem denotat. Et sane, ut intelligatur aliquid esse oss.b.le, intelligere
oportet primum elementa, ex quibus psum constat, et deinde hæc eiusmodi esse,
ut secum i>mponi poss.nl; ac proinde notio entis possibilis nequit sse pnma
omn.um, quas intellectus adquirit. Contra ea, us,quod intellectus primum omnium
cognoscit, est reale, uia essentia rerum materialium, quam ipse sub ratione
ntis pr.mo intell.g.t, est, ut alibi diximus, realis. Hic fltem advertendum
est, ens, quod primum omnium intelictus intell.git, etsi sit reale; tamen ipsum
non co^nosci t> intellectu, tamquam reale ; nam cognitio entis tanaam
real.s, est reflexa et distincta, quia intellectus neii cognoscere aliquid
tamquam reale, nisi super se re3Ctatur, naturamqæ entis, quod apprehendit,
expendat2; Jm e contrano notio entis, quam intellectus primam omum adquiril,
est directa, et confusa. 21. Prop 2a. Nihilum ab intellectu cognoscitur non per
ipsum, sed per eius oppositum, nempe per ens communisme sumtum. Probatur la
pars. Non potest per seipsum intelligi il a,
quod esse sui proprium non habet. Atqui nihilum non M m se al.quod esse. Ergo
nihilum per seipsum ab tellectu cognosci non potest 3. 22. Probatur 2a pars.
Intellectus non potest intelhVere entiam cuiusdam specialis determinationis
entis, °nisi telligat ahquod obiectum, in quo illa determinatio en[mvenilur. E.
g., nobis non licet intelligere absentiam lionis in bellua, msi ex eo, quod
rationem homini inse novimus. Atqui non ens, seu nihilum denotat absenim cnt.s
communissime sumti. Ergo inlcllectus non po t mtell.gcre nihilum, nisi per ens
communissime sumna, cui nih.Iurn opponitur. Quare s. Thomas statuit inicctum
notionem nihili sibi conficere ex eo, quod abntiam ent.s concipit 4. 1 Ex his
illud magis confirmatur, quod antca ostendimus (Idea iimti.J ' ' P' 19-7 Sqq'
voL !)' nemPe fa,sam esse Rosminii tentia,, qua statult ens? quod primo ft
nobis cognoscitur5 esse I Zihf 7 3 Cf S Th0m'' '• 1XYI • 3 ad 2. ioia. Ex hac argumentatione facile
perspicitur error Ad. Fran ^RT> IV.— Principium, quod ex notione entis
dimanat, exponitur 23. Mens humana, postcjuam assecuia est notiones' entis, et
non entis, illud iudicium conficit: Non est possibile ens esse simul, et non essef
sive: Non est possibile idemsimul esse, et non esse. Hoc iudicium vocatur
principium contradictionis, quia essey et non esse, quæ sunt eius termini,
contradictoria sunt '. Iam circa hoc principium duo investiganda a nobis sunt:
1° utrum sit primum principium; 2° utrum, præter ipsum, aliud primum principium
admittendum sit. 24. Primam quæstionem solvimus sequenti Principium
contradictionis est omniurn primum. Probatur. Quin hoc iudicium, idem non
potest simul esse, et non esse, inter principia, seu inter iudicia ex sef
perspicua recensendum sit, nulli dubium esse potest. Nanl non ens tollit ens,
ac proinde nullo medio opus est intel-i lectui, ut intelligat id, quod est ens,
non posse esse id, quod est non ens, sed hoc immediate intelligit ex compaJj
ratione notionum entis, et non entis2. Quod autem sif principium omnium primum,
ita demonslratur: Ut aliquor,nc(>. rfe,„ „„,., g ? „ g illud, propter quod
res ad certo quodam modo existendum determinatur, est ratio sufficiens
existentiæ eius. Ergo nihil sine aliqua ratione sufficiente existit. 29
Probatur 2a pars. Omnes res creatæ non solum contingentes, sed etiam
necessariæ, puta non posse existere hominem, nisi ratione polleat, ordinatæ
sunt a Mente Divina cum Deus infinite sapiens sit. Alqui ubi est ordo ratio quoque
est. Ergo non sohim rerum conlingentium sed etiam necessariarum rationes
sufficientes sunt. 30' Probatur 3a pars. Omnes veritaies tam necessanæ, auam
contingentes in effaturn rationis sufjicientis resoivi possunt. Atqui illa
veritas, in qnam aliæ resolvuntur, est principium earum. Ergo effatum rationis
suflicientis est principium veritatum tum necessariarum, tum contin gentium.
Maior ita demonstratur: Si cuiusque rei sive contin^entis, sive necessariæ
aliquid esse debet, per quod ad °certo modo existendum determinatur, consequens
est in resolutione cuiusque veritatis cum contingentis, tum necessariæ posse
tandem perveniri ad aliquid, ex quo, cur potius uno, quam alio modo existat,
mtelligatur. Alqui id est, quod ratio sufficiens dicitur. Ergo omnes veritates
tum contingentes, tum necessanæ m eilatum ra tionis sufficientis resolvi
possunt. 32. Probatur 4a pars. Illud principium omnium primnm dici nequit, quod
in aliud se supenus resolvitur. Atqui effatum rationis sufjicientis in
principium contradictio ?iis resolvitur. Ergo effatum rationis sufficienhs
pnmun] principium dici nequit. Minor probatur hoc modo: Si mhil m re est, pei
quod ipsa ad certum modum existendi potius determinatur, quam non determinatur,
consequens est posse eani dem rem certo quodam modo simul esse, et non esse.
Atqui id contradictionem involvit. Ergo effatum rahoms suj ficientis in
principium contradictionis resolvitur. Deus, inquit Tertullianus, omnium
conditor, nihil non ratu ne tractari,' intelligique voluit ; l)e Poenit., c. I.
Resolvi possunt, inquimus, non debent, quia, quamvis ceriu sit nihil esse sine
ratione sufficienti, tamen non semper rationeniam est id, quod est, efficitur,
quemadmodum s. Thomas inimt ut ipsa per essentiam, et in essentia habeat esse:
De Ente et ssentia, c. i. »;I,HanCr°b ?ausam dicitur etiam definitio rei, quia
definitio, ut diumus m Logic. (part. I, c. I, a. 10, p. 21 vol. I) denotat quid
res sit. stituunt; nominales vero, quæ a rerum constitutione haud pendent, sed
opus sunt nostræ mentis, quæ revocat varias res ad nonnullas species, et
confingit generaha quædam nomina ad illarum discrimen designandum. Uocuit
præterea nominales quidem essentias, numquam vero reales a nobis cognosci l.
Eamdem sententiam tuitus est Lriobertius ; hic enim essentias, quas Lockius
nominales appellavit, rationales vocavit, atque essentias reales non solum
impervias nostro intellectui, sed in seipsis inintelUqibiles, sive
inexcogitabiles esse pertendit. 38. Huiusmodi sententiæ absurditas hac
evincitur Multarum rerum essentiæ reales a nobis cogno cpiiYitur Probatur.
Dubitari nequit, quin multis in rebus quasdam differentias coneipiamus, quæ
lllas constituunt m deterrainato entium gradu a ceteris distincto, suntque
veluti fontes, unde earum attributa pullulant. E. g., quisquis admittit bruta
differre a plantis, et plantas a lap.dibus, eo quod bruta sentiunt, non vero
plantæ, et plantæ vegetant, non autem lapides. Atqui huiusmodi difterentiæ sunt
reales, ipsamque rerum constitutionem, noc est, essentiam ingrediuntur; nam
sive cogitentur, sive non codtentur, sive his, sive aliis nominibus iSlæ
appellentur sive ad has, sive ad illas species a nobis revocentur, sem per
verum est bruta sentire, ob idque a plantis difterre Ratum igitur, firmumque
sit reales essentias rerum a no bis cognosci 3. . 39 Præterea, res, aiente
Aqumate, per suam essen tiam cognoscibilis est, et in specie ordmatur, vel in
ge nere»rqapropter, si realis cuiuslibet rei essentia noi lateret, baud
possibile foret nos scientiam rerum adqui l Essai sur V entend. hum., lib. III,
c. 3, § 15-17. Introd., lib. II, c. 8, not. 2. Advertito essentias rerum non
raro non a pnori, sed a posi riori a nobis cognosci, ita nempe ut non ex
seipsis eas comp " mus sed ex earum proprietatibus, et accidentibus
detegamus ^c rThomV^. displ le Pot., q. IX, a. 2 ad 5). Qaod ao e, cognitione
distincta essentiarum rerum intelligendum est, si cnii de cognitione coofusa
agatur, essentia rerum matenalium ut sæp diximus, est primum obiectum
intellectus nostri, ac proind $ iHa primo, et non ex eius proprietatibus, et
accidentibus apprehendimu. De Ente, et essentia, c. 2. ONTOLOGIA 15 rere, quia
omnis nostra cognitio non circa ea, ex quibus res const.tuuntur, sed circa ea,
quæ de rebus nobis anparent, versarctur Atqui id nonnisi a Scepticis asseri
potj est . Ergo, si nulhus rei essentia realis comperta nobis esset, purus,
putusque Scepticismus obtinerel 40. Illud contra Giobertium speciatim
adnotandum est, quod ex eius sententia hoc maximum absurdum etiam lluit, nempe
ne Deum quidem esscntias rerum cognosce-, re posse. Etenim essentiæ rerum,
ipsius Giobertii iudicio, sunt immutab.Ies. Ergo s. ipsæ obiective in se
inexcozitabiles sint, numquam potest fieri, ut intelligibiles evadant.
III.-Nonnullac quæstiones ad notionera essentiæ mæis magisque declarandara valde
uliles solvuntur ; 41. Trcs quæstiones in hoc articulo investkandas suscp.mus,
nempe 1° utrum essentiæ rerum s nSnlices an compos.tæ; 2° utrum esse essentiæ
ab esse existenliæ rum s.nt æternæ, necessanæ, et immutabiles. Ouid cir i ion
l^Uæ. 10neS/enl,endum sit' ex sequentibus propo(sit.on.I)us planum fiet. l l
Li2'Jr°P-' ia' °mn6S essentiæ sunt compositæ ex quibus}dam pincipiis: quæ tamen
ita inter se cohærent, ut, aliquo ilbrum sublato, essentia illico pereat
Irobalur la pars contra Cartesianos 2. Quælibet essena e.usmod. esse debet, ut
babeat tum aliqufd per qZ riminln C°nSent,t>. tUm aliUJd' Der 1uod a
ceterisqdis 'i"T„t n X' S1 PnrnUm deeSSel' res> auæ in monlo sunt,
nullo nexu continerentur ; sin alterum, omnes s unum, xdemque forent.
Quapropter, cum res deffi ZximZ ^"T CSSe?t,a. slSnifi™tr i adhibetur genus
7tTcZ\T'f ?m.PieCtltUr a,i0Uid eommune rei defiuo rp"m r ' 6t dlITerent^
qa exhibetur aliquid, ex cntia? rt fin,ta a Cet.enS rebus "iscriminatur
". Ergo esenhæ rerum ex varns principiis sunt compositæ. i! 5w1S2,M t
TUyiS rerUm creatarum> esse -+-> MLogic, part. I, loc. cit, p. 22 vol. I.
Probatur 2a pars. Essentia rei constituitur ex om L nibus iis, quibus res est
id, quod est. Ergo, subtracj vel minimo eorum, quibus res est id, quod est,
essenti rei preat necesse est. Hinc. Scholastici sap.enter decr ;. verunt
essentias rerum consistere %n indtvisibih, et nume rorum instar se babere, quia
si ex numer o eel umU y tantum subtrahatur, non manet idem specie numeru . u
44. 2a. Inter essentiam, atque existenliam realis a stinctio admittenda esl .
i>i,,-|nnnlios necessariæ et immutabiles. „/'., P' ' jfessen'oe r ad ætum
reduTLanZ T6"1abS°lute neccssar™, et immutabiles , Z ITuh, parS' nempe non
esse aoso/M nempe esse hypolhelice necessa1 m£ !>?„, entT suam sunt iu. qnod
sunt. Ergo, 'n creD,inn.P ° SSet r6S n0n creare> tamen. Posita
eaaueTdn°,vL,i,Sæ1eSSent,,S.Suis nequeunt deslitui, no ^Vro&fa
a',oqy,,,ni,Tl,essent' et non essent .„;„' ";"r °, Pa,s"lud
absolute necessarium dici 'p inctiiPPd°es Z repUgnan' AtQUi repUgnat essentiam
f esse P It „„„ ' . q-U.,buS constat' quiPPe quod si' sTmnlnL „„
6SSet',SC,l'.Cet esset' quate,,us suuiitur bn co„sqii,ui"on T. qn,a non,
haberet rinciPia' e bus t L ! g,'-' tr,anguIuni, quod qualuor la •t n„fi 7?
angul,s c,onstaret, esset simul, et non anlulos hanf,UlU,m-' qU°d plus' quam
tria IaUra, et si"Ud L; • ' tr,anSulum dici nequit. Ergo essen tur
absoP,ZC'P,a pr°X,ma' ex quibus conslant, refeSram di™ necessanæ suntQuod de
necessitate esrum demonstralum est, ad earum immutabilitatem ZlltTse „
T,ibU[æternitas ™9°tiva, quatenus nempe ad 2 deerm,nenur ad aKjuod em/ms; I, q.
XVII, nTnnU h'iCU!US rei P°teSt esse vel ', hoc est, eiusmo s, eiMmodr^n'
Se" C°ndUi0nC PCndea Vel Z 3f s. Thl Vn,', "T "?' S.ttUta aliqua eonditione, exista, inom., Contr.
Gent., l,b. II, c. 30, n. 4. Pbros. Curist. Compend. II. 7 g 18 ONTOLOGTA quoque
spectat, quia illud, quod est riecessarium, essel nequit aliter, ac est, et
ideo immutabile est . De proprietatibus omnium entium communibus, et primum de
unitate 51 Tres a Philosophis maxime generales proprietates I entis
dMinguuntur, unitas nempe, veritas, et bonitas, cuaj qua pulcritudo arcte
coniungitur. Hæ vocantur transcen-% dentales, ut distinguantur ab attributis
categonas, ns nempe, quæ certo quodam genere, sive categona continentur I I.—
Ea exponuntur, quæ proprie ad nnitatem spectant 52 Unum, ut s. Thomas advertit,
nihil aliud signifi 1 Cat quam ens indivisum 2 ; unde hæc est vera defamtu i
unius? Unum est ens, quod non dividitur \ Exinde intel i ligitur unum non
addere enti aliquid reale, sed tantun aliquam negationem, quia ipsum, cum non
aliud signin cet, nisi ens indivisum, divisionem entis negat . Lav tamen ne
inde inferas conceptum unius esse negativum Nam unum, cum significet ens, quod
est mdivisum, si snificat principaliter ens, sive substantiam, et secundan fc
negationem divisionis, ac proinde eius conceptus non es negativus, sed
affirmativus 5. 53. His præstitutis, demonstrandum nobis est unitater esse
proprietatem omni enti communem. Omne ens est unum. Probatur. Omne ens per suam
essentiam est id, quo est. Atqui essentia est id, quo unumquodque ens ab aii
distinguitur, et ens ex hoc ipso, quod ab alns distingu i Ex his, quæ
deraonstravimus, facile est redarguere errore Cartesii, qui sensit (Repons. aux
sixiim. object., § 6) essentias rum a libera voluntate Dei pendere, ita ut
essentiæ rerum qu Deus condidit, possent aliter se habere, quam se habent. bea
his in Theologia naturali. Hic tantura adnotatum voluraus, n Cartesii
sententiara, ut ipse Baylius (Dict., art. Spinoza)scn^ ad interitum metaphysicæ
viam sternere. Nam scientiaruni q circa rerum essentias versantur, obiectum non
lam necS?sa"^!° immutabile foret, sed mutabile et contingens; huiusmodi
enin id quod a libera voluntate Dei pendet. d 2 1 q XI a. 1 c.-8 In lib. I
Sent., Dist. XXIV, q. I, a. ^ i) q.' XI,' loc. cit.-s Qq. dispp., De Pot.% q.
IX, a. 7 in i se sunt indivisa, dividi possunt. Ita hoSo est u; un.tate
compositionis, quia anima, et corpus ex u" ipse comppnitur aliquid in se actu
indTv um £E,7 II !.°d e,,usmoJdi Sl|nt, ut ab sc dividi queam? onl ad3,
hmfln,dVertendUm eSt'-hanC un,tatem ™mpartbus 1, Ua pr°Pr,e,Pert,nere > quæ
constant rperficit'„q „,Um MUna ab a'tera ' LVeluti P°tentia J, perlic.tur, quæ
idc.rco unicam substantiam comple Cf s. Thom., Quodlib. VI, a. 1 c.- I,, vr ]n.
„;, [m-. /., Dis, „,,. 2. Cf, ££•£; l,in, £^ssPe^ern:^. sffi-at supra cns
"^ 1 PPelLPurm"m Uni,a'em ""^'8. Posteriorem pftj, tam
constituunt, unamque existentiam habent. Quare huiusmodi entibus, æque ac iis,
quæ compositionis partium sunt expertia, unitas per se convenire dicitur. E.
g., homo est unus per se, quia ex anima et corpore in unicam substantiam
perfectam coalescit. E contrario, illud ens, quod ex partibus componitur,
quarum una ab alia non perficitur, sed distinctam existentiam habent, dicitur
unum per accidens. Hoc modo unus dicitur exercitus, quia unusquisque militum,
ex quibus componitur, est per se substantia completa, atque existentiam a
ceteris militibus distinctam habet. II. — Dc identitate, et distinctione 58.
Identitas in eo consistit, quod ens cum seipso con sentit. Ipsa oritur ex
unitate entis, nempe ex eo, quo( omne ens est indivisum in se, sequitur omne
ens cun se ipso consentire, ac proinde esse idem sibi . 59. Quod si identitas
indivisionem, nempe, ut Aristo teles subdit2, unitatem ipsius esse, in sui
conceptu inclu dit, patet identitaiem proprie eam esse, quæ considera tur in
aliqua re, prout est in se ipsa, seu respectu su ipsius. Quocirca illa
identitas, quæ consideratur in aliqu; re, prout cum alia comparatur, e. g., cum
cogitamus Pe trum idem specie esse cum aliis hominibus, et idem ge nere cum
brutis, non est proprie, et stricte identitas, senam, et Banonam, seu filium
lonæ distinguit. Interdum ero plura inter se distinguit, quæ unum re ipsa sunt
ed noc unum intellectui præbet fundamentum plura in pso distmguendi. E. g., si
intellectus distinguit in anima lumana tna pnncipia, sci licet rationale,
sensitivum, et veetativum, fundamentum huius distinctionis in ipsa anima
nycnit, quia anima humana, quamvis sit re ipsa unicum inncipium, tamen
triplicem virtutem exercet, scilicet ralonalem, sens.tivam, et vegelalivam. Hæc
altera distin !Lio rationis appellatur etiam virlualis, quia obiectum, in uo
mlellectus plura distinguit, etsi unum revera sit, taien virtule multis
æquivalet, ideoque intellectui fundalentum ad efformandos plures conceptus
obiectivos illius pacbet. 63. Præter has distinctionis species Scolus
distinctio^ em formalem invexit. Hæc, secundum Doctorem Subti>m, intercedit
mter eas entitates, seu, ut ipse ait, for 1 Hic non loquimur de distinctione
reali, qua Tres Personæ Dinæ inter se djstinguuntur; ea enim, ut Theologi
docent, non nisi opposmone relationis oriri potest, quatenus nempe Pater
relative 'Pomtur Fiho, et Pater Filiusquc relative opponuntur Spiritui S., iub
unicum principium sunt. mas, quarum una concipitur ab intellectu sine altera,
ita tamen, ut ipsæ neque realiter, neque dumtaxat rationt ab individuo, in quo
sunt, atque inter se distinguantur. Non realiter, quia ipsæ una res cum
individuo sunt. Non ratione dumlaxat, quia anle omnem actionem intellectus ab
individuo, atque a seipsis invicem distinguuntur. E g., esse hominem, et esse
animal in Petro, non distinguun tur realiier, quia neque ab ipso Petro, neque a
se mutu SGU exemP'ar^s Intellectus Diviexem nhrfl n qU' ? natura,es
accuratissime respondent auiZil !n ' Secunduin uuæ De" iHas condidit. Ergo
quidquid in natura rerum est, est verum. accunUssil1,a aC1^ de,nostr^r-Si res
naturales non accuratissime responderent cxemplaribus, secundum quæ ^^ziczxTr
iiiud s- Augustini: f™ > ' ^ripUoInsl t!uT™ ""? Cr,amPIeus
Wittenbachius, Brevis de Deus illas condidit, dicendum foret Deum aut
nescivisse, aut non potuisse res condere, quales in se intelligit. Atqui illud infinitæ sapientiæ, hoc infinitæ potentiæ
Dei repugnat. Ergo repugnat res naturales non accuratissime respondere
exemplaribus, quæ in Intellectu Divino reperiuntur. 83. Hinc scite a
Scholasticis sancitum fuit verum cum ente converli ; scilicet omne verum est
ens, quia veritas rei, ut diximus, in entitate rei fundatur, et omne ens est
verum, quia omne ens ordinem ad Inteliectum Divinum necessario habet '. . 84.
Ex his intelligitur nullam falsitatem metaphvsicam in rebus inveniri posse, et,
si quæ res falsæ dicuntur, id veluti improprie dictum accipiendum esse, nempe,
ut AQUINO (vedasi) inquit, in ordine ad intellectum nostrum, ad quem res per
accidens referuntur 2. Scilicet si res referantur ad intellectum humanum,
quodammodo falsæ dici possunt, quia sunt quædam, quæ etsi vera in se sint,
tamen ita natura sua comparata sunt, ut scnsibus nostns quæ non sunt, aut
qualia non sunt , apparere queant. Ita auncalcum per se, perinde ac aurum, est
verum, quia natura eius, non secus ac auri, exemplari Mentis Divinæ consentanea
est; at quia speciem, seu similitudinem aun habet proindeque occasionem præbet
intellectui nostro, ut lllud esse aurum iudicet, falsum quodammodo dici potest
. III.— Utrum uua sit tantum veritas, an plures 4 85. Ontologi docent unam esse
veritatem, nempe Deum, ceterasque res non nisi veritate Eius esse veras; ex quo
colligunt, ut alibi dictum est, mentem humanam non posse ullum verum
cognoscere, nisi Deum intueatur, quia, cum Deus sit unica, eaque summa Veritas,
nulla res vera, alibi, quam in Deo, apprehendi potest. i Cf s. Thom., Qq.
dispp., De Ver., q. I, a. 2 ad 1. 2 Op. cit., q. I, a. 1 c— 3 I, q. XIV, a. 1
c. Aliam quæstionem, quæ circa veritatem versatur, utrum nempe dentur
veritates, quæ sint necessariæ, immutabiles, et æternæ, nic omittimus; nam paulo
ante ostendimus contra Cartesianos ventates, quæ ad essentias rerum spectant,
esse necessarias, æternas, et lmmutabiles; et in Criteriologia
refutavimusProgressistas,qui ventatem ab una ad aliam ætatem progredi
obganniunt. .•„,8h' ^r°P' Sin?ulæ res nalurahs, singulægue conceptiones
tnleUectus propria veritate gaudent. r,nZ vr' n S' esse, cuiusue rei sit quædam
participa™ A.sse De'>.et limen intelligibile inlellectus humani SU quædam
part.c.pat.o luminis inlelligibilis Dei ', tamen nemo, nisi qui pantheismum
profitetur, negare potest esse cuiuslibet rei creatæ re ipsa distingui ab isse
Uei, ct lumen intelligibile intellectus humani in se reip a d.stingu. ab
intelligibili lumine Dei. Atqui esse proprium rerum est fundamentum veritatis
ipsarum, ac concepl.ones nostr. mtellectus sunt veræ, eo quod per pro!
!!"Un!lUme-n m^'MC veritatem, quæ fLdalu^r JrefeS TT Eng°' S' \m
cuiuslibet rei reipsa dih ff • / Dei'et lumen intelligibile inlellectus ;
humani re ipsa d.stmgu.tur ab intelligibili lumine Dei ! consequens est quam
ibet rem, et quamlibet conceptionem propr.a ver.late gaudere \ Audiatur D.
Thomas: Dicen dum, quod rat.o ventatis in duobus consistit, in esse rei,
r™Pr^"SIOnC v.rtulis cognoscitivæ proportionata ad htlZ : Urumc"ue
autem horum quamvis reducatur in mS!m,' ! '" CaU.Slm efl1cientem> et
exemplarem; nihil"7,ST auæhbet res Parjicipat suum esse crcatum, fiUlI r l
CS,t; et unusauisque intellectus participa cxmmnh.P, qUP°d r6Cte de re iudical
> uuod quiueest Lam^nmV U,1',ne,nCrCat° Habet etiamHintellectus El Vnl 1°nKm
'? Se' ex aua completur ratio veritanmniVT d,C°' q.UOd S-Cut cst unum esse
Divinum, quo "' Sun l> s,cut Pnncipio efTcctivo exemplari; nit.il
formnl,,n, reDUS d'VerS,S est diversunf esse, quo formal ter res est;,ta et.am
est una verilas, scilicet 'di l "rf. ru'?.omnia vera sunt>
sicutprincipio effectivo exem K,', H{I TUS sunt P,ures veritates in rebus
creatis, qu.bus dicuntur veræ formaliler ' . talHlCrnT„°ninCS rCS' et vis
inMlnCS rCS naluralcs> omnesque conceptiones nostri intel SOW., lS >\,
VlXs eSSC auoda,nmod° ' Ub Sent., capite%sse%I'thæ'ism„0'adteqm0 0ntoloismum v
et lKt aoptt bile, es bonum. Ergo omne ens est bonum. Hanc ob rationem bonum,
æque ac unum, et verum, cum ente cmverh dicitur, quia omne bonum est ens,
e™omne ens quænus ad appetitum refertur, est bonum •. ' 4. kxindc perspicilur
bonitatem, prout est transrm lcntalis proprietas rerum, in eo consistere, quod
res prout „rn|;naDpet'tl"'P0ni,as' sl hac "tioneVclet ur T i ".
ekitnr, '"ellfgenl 102. Ut hæc notio luculentior fiat, menle reputandum
est tria,n pulcnludine distingui oportere, nempe raZ IZlTrtT S,Tf e-SS-mtiam'
(fectum ^fundZentm. Katio formal.s pulcn in convenientia partium, seu svm mcr.a
ob.ect, consistit. Effectus est delectatio quam y™. mctr.a ob.ecl,, lacultati
cognilrici in sua claritale aff,™ IZl ZlcZ0 „ Hi"C -'^.hominum'^ ffij
vocat pulcrum n.si id, cuius cognilione delectatur Fundamentum,n bomtate ipsius
obiecti situm esf nam an" mum nostrum illa rerum cognitio seu
"dspeclus dele" ctare potest, .n qua appetilus%uiescil; id au n
appet.tus qu.escit, non est, nisi id, quod tamquam boimm apprehenditur.
Quapropler si ralio formalinSer, 2? pulcrum definir, potcst, id, qnod debitam
proporlionemha>bet £% S \6onum. Al, quon.am pulcrom a celeris proprietatibus
en-,s propter proportionem obtecti, et del'clationem co„no scentis, llam
discriminatur, ipsum definiri pc tes( id Zod cum mulMudinem partium sibi
cohæreniiumpra ese tat mamfestatione sui cognoscentem delectat P ' ' 106 Porro
P'rum in naturale, arlificiosum, et morale hVC!:tlfi EP"L XVI" ai
C°eleSt' »• 2, et s. Thom., I, 2 2a 2, q. CXLV, a. 2 c. •ensistis autumant
aliquid csse Dulcrum ! n J ' ™? CUm us quac endam LPnmam Ca"Sam' ori^^mque pulcri in ipsis re
dividitur. Pulcrum artificiosum est illud, quod iu operibus artificiosis humani
ingenii splendet ; hæc enim, ut omnibus experientia compertum est, si
proportionem inter partes, ex quibus constant, præ se ferunt, animum
cognoscentis voluptate afficiunt. Pulcrum morale m actionibus humanis
invenitur, quatenus hæ cum æterms, ac immutabilibus regulis morum proportionem
habent . Pulcrum autem naturale, ad quod hæc tractalio maxime spectat, illud
est, quod tum in singulis naturis rerum, tum m mundo, qui ex illis componitur,
effulget. Etemm unaquæque
natura ex pluribus principiis constat, quæ unitatem eius efficiunt, omnesque
naturæ ita inter se colligantur, ut unus mundus ex ipsis existat. Hinc pulcræ
dicuntur singulæ species rerum, et pulcher mundus, qui ex ilhs com ponitur.
104. Diximus singulas species rerum; nam si res non m notis suis singularibus,
sed in sui essentia spectentur, dubitandum non est, quin pulcritudo sit omnium
rerum proprietas. Re quidem vera, cum Deus sit naturarum auctor, fieri non
potest, ut in ulla natura vel aliquod principium, quod ad ipsam efficiendam requintur,
vel mter principia, quæ ipsam efficiunt, ordo desideretur. Quamobrem ne fieri
quidem potest ut, quispiam naturam rei penitus cognoscat, nec tamen e
coguitione eius ullam voluptatem sentiat. At si in rebus essentiæ non
considerentur per se, sed prout per notas singulares mdividuantur, ipsæ vel
pulcræ, vel deformes esse possunt. Etenim causæ proximæ, ac immediatæ rerum
singulanum sunt aliæ res singuiares, sive causæ naturales. Atqui causæ
naturales ita secum colligantur, ut actio unius ab actione alterius impediri,
aut saltem turbari possit \ Ergo neri potest, ut res singulares aliqua notarum
careant, quæ aa pulcritudinem constituendam requiruntur 3. Hinc s. Thomas de
hoc pulcro loquens, inquit: In hoc consistit, quod conversatio hominis, sive
actio eius, sit bene proportionata secundum spiritualem rationis claritatem.
Hoc autem pertinet ad rationem honesti, quod diximus idem esse vinuti quæ
secundum rationemmoderatur omnes res humanas; 2 l, q.iiL,AT, a. 2 c. 2 Cf
Criteriol, c. IV, a. 2, p. 251-252, vol. I. a Mnrme 3 Circa opera artificiosa,
atque actioneshumanas patet opus acionne evadere, si artifex illud non
conficiat secundum leges artis, quæ Iam pulcrum naturalc in corporeum, et
spiriluale dividitur. Etcnim nos et cum in re corporea multas partes aflabre
concinnatas, et cum in subslantia spirifuali plura pnncipia, quæ ordine inter
se continentur, contemplamur, quamdam voluptatem persentiscimus. Pulcritudo
corporea vocatur sensibilis, quia ad res spectat, quæ ope sensuum cognoscuntur:
spiritualis vero dicitur inlelligibihs, quia rerum propria est, quæ intellectu
anprenenduntur f. tl 106. Deus autem, a quo, ut s. Augustinus scribit, omne
pulcrum est \ et qui, sicuti s. Thomas subdit, est universorum consonantiæ et
claritatis causa 3 , pulcherrimus aicitur. Neque negotium alicui facessat, quod
mulliludo ad unitatem redacta, quæ est essentialis nota pulcritudinis, in Deo,
qui simplicissimus est, a nobis cogitetur. Ham, cum nobis certum sit nullam
compositionem in Deo esse, lntelhgimus infinitas pcrfectiones, quæ in Eo sunt,
esse lpsu„ x Esse Dei, atque absolutam unitatem Eius constiluere. Hinc nos Deum
veluti pulcherrimum intellmmus, Eumque pulcherrimum nominamus, quia infinitam
multitudmem attributorum cum absoluta unitate coniunctam m Eo mtelligimus 4. De
categoriis in universum spectatis 107. Hactenus de iis, quæ ad ens gcneratim
consideratum pertment, disseruimus. Antequam de singulis decem categorns
sermonem aggrediamur, hæc duo circa ipsas universum mvestigare oportet: 1°
quomodo ens sit prin manas, quæ a pronuntiatis rationis practicæ discedunt crun
nisir a!,Cnl|n-da 0mnin° CSt °pin,° i,,0rum',' a,US d,°o tnna n°n Va,d0 ab,usit
Giobertius, Saggio "„ h(ll0> c 1, P39 sqq, Napoli 184. JJ ^"^liX'1'c0: 1S>
et 1 Cf I, ([. XIII, a. 4 ad 3, ct Contr. GcnC, lib. I, c. 31. cipium, ex quo categoriæ
promanant ; 2° quomodo ens per categorias dividatur. Art. I. — Quomodo ens sit
principium categoriarum 108. Iam innuimus ens esse principium, a quo categoriæ
promanant; siquidem ipsæ ens pluribus, diyersisque modis determinatum exhibent.
Id magis perspicuum fit hoc argumento: Categoriæ sunt supremæ notiones, ad quas
diversa rerum genera referuntur, proindeque supremæ notiones, quæ de diversis
rebus prædicari possunt 2. Atqui quidquid de aliqua re prædicatur, ad eius esse
pertinet, quippe quod non potest aliquid cum aliquo coniungi, nisi ipsi inesse,
scilicet in eo esse intelligatur. Ergo categoriæ, cum sint suprema prædicandi
genera, diversos modos essendi significant, ac proinde esse est principium, a
quo ipsæ promanant. .-'..; 109. At vox ens tribus diversis significalionibus
accipi potest . Ipsa enim quandoque illud esse significat, quod copulæ officio
in enunciatione fungitur; e. g., cum dicimus, Socrates est philosophus;
quandoque autem essentxam rei, nempe id, per quod quælibet res in sua specie
constituitur, e. g., humanitatem in Socrate, quia per humanitatem Socrates est
homo; quandoque tandem actualitatem, sive actualem existentiam rei, nempe id,
quo res actu est in natura. Ens hoc tertio modo acceptum, dicitur ens actuale.
110. His præstitutis, demonstramus sequentem Ens, quod tamquam principium
categoriarum po nitur, non est illud, quod copulam enunciationis constituit,
neque illud, quod essentiam rei simpliciter significat, sed est ens actuale. .
. Probatur prima pars contra Kantium % et Rosmmium . Categoriis non quæritur,
an sit res, sed cuiusmodi sit. Atqui esse, quod in enunciatione munus copulæ
obit, significat quidem aliquid entis inesse subiecto, sed cuiusmodi illud sit,
utrum substantia, an qualitas, an alius quidam modus entis, non patefacit. E.
g., in hac enunciatione, i 4._ 2 Gf Logic, par. I, c. I, a. 6, p. 16 vol. I. s ln lib. II Sent., Dist.
XXXIII, q. I, a. 1 ad 1. Critiaue de la raison pure; Log. transcend., lib. I,
sect. 6, % i" s Logil, lib. II, sez. I, c.
9-11, p. 116-122, Napoli. Socrates est philosophus, verbum est significat esse
philosophum Socrati inesse, sed ulrum esse philosophum sit substantia Socratis,
an qualitas, quæ substantiæ inhæret minime innu.t. Ergo ens, quod per
categorias dividilur' n°444Sin Ur ' quod C0Pu,am enunciationis significat 111.
Irobatur altera pars contra Heghelium , et Giobertium . Lategoriæ non
significant diversas essentias rerum, nempe illud, per quod res in certo
genere, vel certa specie constituuntur, sed diversos modos, quibus essentiæ
rerum determinatæ exislunt; e. g., categoria substantiæ non denotat essentiam
hominis, sed modum, quo essentia hominis in rerum natura existit. Modi autem,
auibus essentia rerum creatarum determinala in rerum natura existit, ab ipsa
essentia reipsa distinguuntur. Hisce adnotaUs, lta argumentamur: Si categoriæ
ab ente, quod essentiam s.mpliciter sumtam significat, derivare dicunlur, lunc
vel ipsis dumtaxat essentias rerum exhiberi vel essent.am, et modum, quo ipsa
in rerum natura existit, unum, idemque esse dicatur oportet. Atqui utrumque est
la sum. Ergo ens, ex quo categoriæ derivant, illud non Vi3n essenl,am
simpliciter sumtam significat tJlj: Frobatur tertia pars, quæ ex iam dictis
facile intellig.tur. Categonæ sunt notiones supremæ, ad quas rerum, quæ in
natura sunt, notiones revocantur. Atqui not.ones quæ referuntur ad res, prout
in natura sunt, exh.bcnt ahquem modum entis actualis, sive aliquem moaum, quo
res actu sunt in natura. Ergo cateoxmæ repracsentare debent communissimos modos
entis actualisy s.vc communissimos modos, quibus res actu esse possunt ac
Proinde non n.s. ens actuale, sive illud, quo res actu tsi in natura, illarum
pnncipium esse potest. H. Quoraodo ens per categorias dividatur ou1!?.' Ad
JianC. I"30^00^ exsolvendam in primis nobis est uemonstranda sequens pr3'
tEm ™lUo m?do ta^quam genus assignari potest. mi u h r T GeUUS eius'nodi est
> "t a ciifTerentiis delerminetur, hæ autem differentiæ, etsi potestate
in genere 5 pf/;,Th°m;' l0P' cit—% E^yclop.y § 86 sqq. Protohg., Saggio I, et
III. n contineantur , tamen extra essentiam generis sunt; si enim differentiæ
ad essentiam generis pertinent, notio generis cum notione speciei
permisceretur, quia species ex genere, et differentia conflatur 8. Hoc posito, en argumentum : Si
ens esset genus, eius differentias aliquid reale extra ens esse oporteret.
Atqui impossibile est turn dan . aliquid reale extra ens, quia extra ens non
est nisi non ens, seu nihil, tum aliquid mente concipi, cuius conceptus ad
conceptum entis non reducitur, quia extra notionem entis non est alia notio,
nisi non-entis, seu nihili. Ergo ens tamquam genus nullo modo assignari potest
. 114. Hac theoria præstituta, facile est perspicere veritatem huius secundæ
Ens per categorias dividitur non tamquam genus per species, sed tamquam per
diversos modos essendi. Probatur prima
pars. Ens nullo modo tamquam genus assignari potest. Ergo ens per categorias
non dividitur tamquam genus per species. Quapropter categonæ non addunt enti
aliquid, quod est præter essentiam eius, eo modo, quo species addunt aliquid
generi, quod extra ipsius essentiam est, nihil enim esse potest, quod sit extra
essentiam entis. 115. Hoc idem alia ratione confirmari potest : Illud, quod
pertinet ad genus, univoce, nempe eadem sigmficatione singulis speciebus est
attribuendum ; e. g., animal univoce de homine, et de brutis prædicatur:
quaproptei si ens genus categoriarum esset, ipsum de iis singulis univoce
prædicandum f oret. Atqui ens de singuhs categorni univoce non prædicatur ; nam
in singulis categoms c diversis modis exhibetur, unde unicuique [categoriæ) de
betur proprius modus prædicandi 5; e g., in pnma ca i Dicitur differentia
potestate in genere contineri, quippe quo eenus a differentia perfici non
potest, nisi sit ita dispositum, u ab hac determinari queat.-2 Cf Logic, par.
I, c. I, a. 2, p. 11 vol. 1 3 Cf s. Thom., I, q. IH, a. 5 c. Nemo vero
existimet ens ess genus, quia ipsum in ens, quod est per se, nempe substantiam,
e in ens quod est in alio, nempe accidens, dividitur; hæc enim, ui Boetius
(Prædic, c. 4) monuit, non est divisio stricte sumta sci licet quæ per species
fit, sed potius quædam enumeratio. Ct . Damascen., Dialect., c. 10. Cf Loqic,
par. I, c. I, a. 5, p. 15 vol. I. In lib. I Sent., Dist. XXI, q. I, a. 3 ad 2.
Ens autem no tegoria, quæ est substantia, significatur esse per se, in reiquis
novem, quæ sunt accidentia, significatur esse in alio, 3t in smgulis harum
specialis modus essendi in alio inTenitur. iLrgo ens per catcgorias tamquam
genus per spe3ies non dividitur. b l l 116. Probatur altera pars. Unaquæque
categoria certum, 3t pecu.arem modum entis significat. Ergo ens per
cate-,'or.as d.viditur tamquam per diversos modos, secundum juos ens et esse,
et intelligi potest. De categoriis speciatim consideratis 2 I. Notio subslantiæ
declaratur 117. Substantia, prout categoria est 3, describitur, ut am m Logica
dix.mus \ res cui convenit esse in se, et non n alio, sive non m subiecto. Ad
hanc subslantiæ notionem leclarandam, exphcandum nobis est 1° cur substanlia
diatur.noP;J^en.s> quod est in se, sed res, cui convenit ss.e.Qin,f' f (lu,d
Slbl veht esse in se, et non in alioA^ 118. Uuod attinet ad pnmum, in memoriam
revocanjlum nobis est substantiam, æque ac quamlibet cate-oliam, esse quemdam
specialem modum, quo aliqua ves fctuest in natura, ac proinde ipsam intelligi
non posse, | iisi l iii ea et al.qu.d, quod quodam modo est, et quidam aodus,
quo ipsa aclu est, distinguantur. Hanc ob ratioiem substantia dicenda non est
ens, quod est in se, aut cr se, scd res, cui convenit esse in se, aut per se,
ut igmncetur discnmen inter ipsam rem, et modum, quo raantiaCatUprf t
Categ0riis a%^ocey sed analogice, quia ens de sub.antia et dc diversis
acc.dentibus non sine aliquo ordine unius L ZJ^T^ siuuidera> cu™ ecidens
substantiæ inhæe suh, ntLUSH -/5Se/Ub!tantiæ pendet' ac Proindc " Primo vZ
n r CU,Ur' d°lnde de diversis ccidentibus. Cf quæ dijmus in Logica, loc. cit.
p. 15 vol. I. ' Cf s. Thom., Qq. dispp., De Vcr., q. XXI, a. 1 c. M Vof.°TrUm
nUmerUm exP0S™s in Logic, loc. cit., a. 6, m^Z^ZZ^ categoria est: vo substantiæ
aliquando nidetur ad significandam essentiam, vel naturam rci vel formam
Uma^tenam, aut quidquid ex utraque quasi confectum esj actu est in rerum
natura, sive inter esse essentiæ, et ess existentiæ f. 119. Quod ad alterum speclat,
in notione substantiat illa verba esse per se, sive esse in se excludunt
inhæren tiam in subiecto, sive denotant illud, quod dicitur sub stantia, non
habere esse suum in alio, tamquam in sub iecto, sed non removent a substantia
causam effectncen suæ existentiæ, sive non denotant ad notionem substan tiæ
pertinere, ut esse suum ab alio non recipiat, nan substantiæ creatæ esse suum a
Deo accipiunt. ! 120. Iamvero res, cui convenit esse in se, non xn aho
substantia ex eo præcipue nuncupatur, quod est accidec tium subiectum, ac
proinde sub accidentibus stare, ho est, accidentibus subesse intelligitur.
Substantiam autet esse subiectum accidentium ita demonstratur: Si subiec tum
accidentium non esset substantia, oporteret esse aliu accidens, et quoniam hoc
accidens, non secus ac omn aliud accidens, expostulat subiectum, in quo insit,
pr( gressus in infinitum admittendus esset. Atqui huiusmoc progressus,
omnibus fatentibus, est absurdus 3. Ergo sul iectum accidentium est substantia.
Art.II, — Definitiones substantiæ a nonnullis Philosopis traditæ exploduntur
121. Ex principiis, quæ in præcedenti articulo exp nire per substantiam, cuius
est accidens ; In lib. I Sent., Dist. q.
IV, a. 3 ad 2. . Op. cit., lib. II, c. 23, § 1 sqq. Hanc Lockii opimonem, pn
ter omnes sensistas, David Humius, utpote scepticismo suo la\ Neapoli 1881. Nouveau systeme de la nature
etc, p. 124-127, ed. Erdm. 2 Elementa metaphysica scientiæ naturæ
(germ.),p.42,Riga 17 • 3 Cf s. Thom., Qq. dispp., De Por., q. X, a. 1 ad 8. Protol., Saggio. Notio substantiac uli paulo ante
ostendimus, alia t a notione causac. Ergo substantia in eo consislere nent,
quod sit causa, sive principium operationis, per lam ipsa nihilum negat.
Accedit quod s/ subslantia conituitur ex eo, quod est princip?u_ operalionis?
per lam ipsa n.hilum negat, diccndum est substantiam e^se uisam creatncem sui;
nam, cum productio rei ex nih o creatio, subslant.a, si se ipsan/ex eo
constiluit, " uod f alttsMmS. SC ipSam " ^ 2S III _ Scnlenlia s.
Thomao circa principium, ex „ao subsla„l,a lit individua, exponitur, et
probatur |127 • In primis, in quo quæstio circa principium indi Juationis
vcrsatur, declarandum nobis est. NoUo perfectæ substantiæ, ut in Logica diximus
\ non gu eribus, et speciebus, sed in individuo invenitur. 'ft1™seu s.ngu are,
secundum s. Thomam, diurillud, quod esttn se tndistinctum, ita ut in plura di
!„T,P°SS.'t' Pr0lnde e> seeusac universale, lamquam 3_£__ _"
Commuue,u(elli neqneal;aft aliis vero hnctum S,ta ut s.t hoc, et non illud, aut
aliud. LlVJ1-'! •rnentUm,seu radix' ex p- 16 sq vo1- '— ' '. xx, o. i c.
___.Pinrf J. Uæst,one,n vcrsari circa principium formale, seu ScDmV
"at,°mS' -n°n Vero circa P""cipium eflicens, m • _nTm ' -? Per
SpiCUam est PrinciPi'>'n _ectivam esse •T ni.rZ' • cu",s v,rtnte
ali(I"a natnra c(nci'"">', M • n m Z.I,ntCr utru,t"luc
Principiam iam adnotavit s. ThoZ, ", dlssercns dc 'ndividuatione animæ,
inquit: Princinium t_liP„^'r i-Tinsecum, sed impossiMle „t, ^od mpossibilr e ""
m rlnsecnm ani,næ, vel alterius creatu ac.et inlr „trn .' ^ „_? ' lndivins,
falsitas sentcnS.I _rPL ^ ?. ' qU' Huetium ^^rches historiaues, 'ionis i„ 'iw
!,„'• Gand 1838) Sec,ttus> asscruit radiccm indivil !?V___1_. r8S.0.Cat,
'""""'• Vid' ^0" etc' hæc est, quid sit, ex quo
substantia singularitatem sumit, sive eius unitas indivisibilis in plura, et a
quocunv que alio divisa oritur. Eadem quæstio huc redit ; quid sit, quo
substantiæ intra eamdem speciem solo numerc differant, et multiplicenlur ; nam
unumquodque individuum a quocumque alio eiusdem speciei divisum mtelliffi
nequit, quin individuorum multiplicatio, quæ numerica dicitur, intelligatur, ac
proinde eo ipso, quod prmcipium individuationis exponitur, principium pateht,
e^ quo multiplicatio numerica existit. 129. Hisce præmonitis, nos s. Thomæ
doctrmæ ad hærentes, hanc oslendimus, ln substantiis materialibus prinapium
individua tionis est materia, signata quantilate. '— Probalur la pars/Etsi
principium mdividuationis ne queat esse aliquid, quod ad essentiam rei spectat,
qui; individuatio non pertinet ad essentiam rerum creatarum tamen esse debet
aliquid substantiale, seu quod ad lpsun esse substantiæ refertur ; nam
individuatio substantiæ cum pertineat ad prædicamentum substantiæ, ad ahqui °
£• -ndividua 1 Contr. Gent., lib. II c 93 2 j i ^d:e/raatumesir,;0rav„pear rcm
forma -^5^ 4 HI, q. LXXVII, a. 2 c. • 7n (£" f nt-' D,StXII> 1a • 3 ad
3. . In hb. II Sent.,
Dist. II, q. i, a. 4 s0,. ar. IUac"T 07', "%. ^"titatis
plicavimus i„ £o^0, idivlrtL'," " dU° ln,0nere PræslatPrimum est,
quod princioium 1 ^ vTroeSDSreoud'c"ur """. Proat ordinem\d
S •, p"o„t malrPiaP LT U8S aC'U el inhæret; tum u'a 1uane inAwl™ inhæret,
iam individuata est, proinde k"r .r es^SLrr"' Mm qUia auantitas. u'iæ
cta inhit Fam indiwVn.. ° ccidens, ac proinde per ipsam princi Wte^' "•'
d'lim"uS' aIiunid Intile esse 'WdUP1 s distne?(Un; ITT 'n,er h0C> et
aliud individuum no„ icubitum J InC t,0'/ed 1,la> uuæ> e ; inter
bicubitum, et atis a? CS ',,n,ercederetAUerUm est1uod dimensiones quan W .b. ™t
°riaI prout Pr'"oipium individuationis est, or H vero prout '2£
""" SU°, r , prout termm^n:"hnihl?Pff l0n!m,C,Um^ua
coniuncta compositum sub-anUæ efformat; vel ea, quæ existere non potest, nisi
\nZ I COexistat^ nou quiem uti subiecto inhærentiæ, CruLn •aCC,denV Sed U,i
Subicct0 coexistentiæ. rrioris genens exemplum est anima humana, ut in 4 uXipTm
Cem!lS' qU3e ^61 Per se existere Possit> naurahter tamen ordmatur ad
physicam compositionem cum jorpore, cum quo constituit illud compositum
subslanlianL?^/v.ocatur ^0 : quocirca anima humana dicitur uostanha mcomplela
in ratione speciei, licet integra sit nratione substantiæ. Alterius generis
exemplum est ania brulorum, quæ proinde substantiæ incompletæ
dicunK°^,80,umtnraa^V^8ed etiam tn roturoe 6 34. lam subslantiæ incompletæ sunt
quidem per se, &Ui„JXrU8,^°n.inhæ1rent a,teri> vc,uti subiecto,
iroindeque ab accidenlibus distinguuntur; sed, prout to .Hiv'^111, .9 2 ad,3^
Quoniain substantiæ Angelicæ per seipsas d,v duantur, s Thomas inde confecit
ipsas specie inter se differre! 4 rAngeh1e,usde,n sPcciei inveniri nequeant
(ibid., q. L ni ? qmde.,n' nt ideni sanctus Doctor advertit, non iit ex , qnod
I natura cuiusque Angeli per se spectata in pluribus esse q ii, nam forma,
quantum est de se, nisi aliquid aliud im ouorl ?n P°tCSt a Pl"ribus
{ihid'> q' ni, loc. cit.); sed ex, quod, cnm omnis materiæ sit expers, non
inveniuntur sub i a Tad? ipliCCt',r >>; Cf Q9' dispP'> q" UU De '
f f 1 ^ C?USi' l6Ct' IX" Sed hac re in Theologia nalurali. ^i nostrum Lexicon peripateticum etc. ed. cit., p.
340. Pnn,os. Christ. Compend. II. 7 ^ ONTOLOGIA tum substanliale compositum
efformant, non nisi in ipso substanliali composito perficiuntur. Substantiæ
autem completæ non sunt in aliquo, tamquain in subiecto, neque in aliquo, ut
totum quoddam constituant ; proindeque iure dicunlur esse sui ipsius, nempe
absolula ratione per se, et non in alio existere. 135. Quod si substantia
completa est sui ipsius, consequitur proprium quoque illius esse, quod quidquid
agit, sibi agil. E contrario substantiæ incompletæ, quippe quæ non sunt sui
ipsius, quidquid agunt, non sibi, sed subiecto, a quo perficiuntur, agunt. E.
g., quidquid Angelus operatur, operatio ei tribuitur, at, cum manus hominis
percutit instrumentum, non proprie raanus, sed homo per manum agere dicitur.
136. Actus, sive perfectio, per quam substantia completa exislit, subsistentia
appellatur. Quare subsistentia Ua definiri solet : Actuaiitas, seu perfectio,
per quam natura fit sui ipsius, et non alterius; vel etiam, perfectio, per quam
natura ultimo completur, et terminatur, ita ut sit, et operetur, quin cum
altera se communicet. V. Notiones suppositi, et personæ declarantur 137.
Subsistenlia concrete sumta dicitur >suppositum ; quocirca supposilum est
substantia individua. et completa incommunicabiliter subsistens. Quod si
suppositum intelligentia perfruatur, digniori nomine personae, ve! hijposthasi?
nuncupatur, eaque secundum Boetium vulgo defimtnr : Naturae rationalis
individua subslantia. 138. Haec personae definitio ita explicatur: 1° Persona
debet esse substantia; accidens enim, cum nullo modo in se existat, sed in
subiecto insit, nequit esse aliquid subsistens, ac proinde nequit esse persona
l. 2° Gum persona dicitur individua, tria significantur. Scilicet primo,
persona debet esse quaedam substantia singularis, ac proinde non potest, quemadmodum
natura universalis, esse communis pluribus 2; unde personalis tessera in tali
modo existendi consistere dicitur 3. Secundo debet esse substantia completa;
ita ut non possit communicari alteri substantiae, cum qua compositum substan Cf
s. Thom., Qq. dispp., De Pot., q. TX, a. 2 c. 2 /n lib. I Sent., Dist. XXV, q.
I, a. 4 ad 7.— 3 Qq. dispp., ibid. ad ONTOLOGIA tiale efficiat . E g. anima
separata est pars rationalis naturae, hnmanae ? et ^ ^ P ona s hominiS et ideo
non est pergooa 2 . Tertio, debet habere ubs.slent.am propnam sibi , ita „1
persona dici nequeat ilh nalura, qoae etsi singularis, et completa sit, tamen
quia assumitur a persona excellentiori, propriam hyTosthas.m am.ttit, alque in
illa excellentior hyposthasf P a qunQ assumilur, subsistit 4. jpusmas., a 3
Illa vox rationalis adclitur, ut subsistentia cuiuslibel naturae singulans
completae ab illa, quæ propria iuiel jqo naturac est> distinguatur \ H liam
„n"?0ne Personæ> uu' tradidimus, illud c am peisp.citur, personam esse
inlegrum operalionum ^nm pr.ncip.um, quippe quod nulla natura^aliquid £
1m>^!nrm su,)SlslatHi.nc i,,ud effatum, Actiones sunt teer^1' 'T^ GlS1
natUra f°nS Sit' et Principium I mtegrum, et completum pnnc.pium, quod
operatur. VI. Nonnullæ absurdæ opiniones cuca nolionem pcrsonæ refelluntur 140.
Aliqui ex hodiernis Germaniæ Theologis personam iciniuiit,naturam sui consciam
\ Horum scntentia valde Uinis ; viflelur opioiom Lockii, qui identitatem
personæ in onscient.tvrpropr.arum actionum, seu in actu, quo ouis e.LitPr 10mim
SUarUm °St COnscius> Ponendam esse ontcia Pr°P" ^' PerSOm PerPeram
drfnitur, natura sui |J/n lib. I sent., loc. cit. l/in^r'' D& P0L'.qIX' a'
2 ad J4— 3 /n »• ' ••. loc. cit. Vcrbo „„ L? rnat,on,s 'ystcrio evenit, quia,
cum humana nntura ipediJh np hP ' ( sua »ni°ne IV i >,m,nana natura propriam
personalitatem haberct (III aaUtaq nl, 3'urndc naturac assumptæ non deest
propria per pc t n^i ? æCtUm a,,'C,UJUS' aUOd ad P^fectionem bumanac rac per
tineat, sed propter additionem alicuius, quod est supra hu itVtti? qU°d CSt
uni0 ad div'nan pcrsonam »; ibid!, ad 2 ( J> LCetfriS Zucri^> Defensio
scientifica theoriæ christia5 inmtatis (germ.), Viennæ 184. °P©., lib. II, c. 27, $ 9.
Probalur. 1° Conscientia est actus, quo natura intelle 'ctrix se, suasque
operationes cognoscit. Atqui, aiente s. Thoma, actus omnis cst rei
subsistentis, et perfectæ , nernpe suppositi, et personæ. Ergo conseientia
personam iam conslitutam expostulat, tantum abest, ut lllam con stituat. 2° Si
persona in conscientia posita csset, anima etiam sine corpore persona esse
posset, quippe quod ipsa eorpore non eget, ut sui conscientiam habeat. Alqui
sola anima, utpole substanlia incomplela, persona esse nequit Ergo persona ex
conscientia sui ipsius exurgere non potest 3° li, qui hanc novam definitionem
personæ tradunt, s sibi constare velint, doceant necesse cst homines, cum si ne
conscientia sui ipsius nascantur, minime nasci ut personas, sed annorum cursu
fieri personas, proindequminis persona, sive eædem, sive diversæ eius
operationes sint. Diximus naturam singularem, nam quæstio circa naturam out
essentiam rei significat, non versatur; si enim, uti iam osten M (P lb),
existentia in rebus creatis ab essentia distinguitur iDitari non potest, quin
subsistentia quoque ab ipsa distinguatur 18. Uiom., Quodlib. II, a. 4 c).
Diximus etiam in rebus creatis rium enim est Divinas Personalitates a natura
ratione tantum sungui . 2 Unde s. Thomas
monet singularitatem naturæ efficere, ut ipsa næc natura, non vero hoc
subsistens. In tib. III Sent.. Dist. quemadmodum de nalura humana Christi a Verbo
assumpta factum esse docet Fides. Ergo
in rebus creatis natura a subsistentia reaiiter distinguitur. 144. 2a.
Subsistentia est aliquid positivum, non mera negatio. Probatur contra nonnullos
Scotistas, qui putant subsistentiam idcirco in mera negatione consistere, quia
ipsa id dumlaxat efficit, ut natura cum altero communicari nequeat. Natura ex
subsistentia valde perficitur, quippe quod per ipsam ita sui iuris fit, ut ei
non solum non sit opus, sed ne possibile quidem sit se cum allera communicare.
Atqui aliquid perfici non potest, nisi per id, quod est positivum, et reale.
Ergo subsistentia in mera negatione posita non est f. i VIM. De accidente 145.
Sicut substantia est res, cui esse^ n^nJj^aHo convenit; ita accidens est res,
cui convenit esse "in alio, tamquam in subiecto; siquidem accidens
nuncopaTuTTlle specialis modus essendi, qui modo, quo substantia est, opponitur
2. 146. Accidentia in absoluta, et modalia distinguuntur; nempe ipsa
accidenlia, quæ substantiam afficiunt, absoluta appellantur; modi autem,
secundum quos accidentia substantiam afficiunt, accidentia modalia dicuntur. E. g., motus est accidens
absolutum, segnities autem, vel velocitas motus est accidens modale ; item,
calor aquæ est accidens absolutum, intensio autem caloris est accidens modale.
Ut notio accidentis penitus intelligatur, veritatem harum propositionum, quas
Scholastici docuerunt, et plerique philosophi recentes inficiantur,
demonstremus oportet. Cf s. Thom., I, q. XXX, a. 3 c. Quod si quæratur, quodnam
sit hoc positivum, quod subsistentia supra naturam addit, responderi potest
esse quemdam modum, quo natura ultimo completur. sive terminatur, fitque sui
iuris. Hic agimus de accidente physico, seH
prædicamentali, non vero de accidente logico, seu prædicabili. Discrimen inter
utramque accidentis speciem eiplicavimus in Logica par, I, c. I, a. 6, p. 16,
jiot. 1. yoI. I. j la. Esse accidentis, etsi ab esse substantiæ dependeat,
tamen ab hoc reapse distinguilur. Probatur. Accidens est aliquid, quod
substantiæ addijtur, aut ab ea demitur, unde ex accidentibus fit, ut
subjStanlia aliquem modum, sive statum accipiat, vel amiltat jAtqui impossibile
est unam, eamdemque rem sibi ipsi addi (aut a seipsa separari. Ergo esse accidentis unum,
idemque cum esse substantiæ dici non polest, ac proinde esse accidentis ab esse
substantiæ reapse distingualur oous est K 14. Irop. 2 . Accidentia absoluta 2
ex virtute Divina 3 fxislere possunt, quin actu inhæreant substantiæ. Irobatur.
Omnia, quæ intrinsecus non repugnant, a Deo e Iici possunt. Atqui mtrinsecus
non repugnat, accidens ;absolulum aclu existere seorsum a substantia, a qua
naluraliter pendet. Ergo. 4 149. Minor probalur hunc in modum: Accidens,
etiamsi ictu non inbæreat suæ substantiæ, tamen propriam ac3ident.s essentiam
non amittit ; nam ad essentiam accilentis pcrlinet quidem necessario habere
ordinem ad sub.tantiam, ila nempe ut exigat esse in subiecto, quia esse
iccjdentis ab esse substanliæ pendet, sed non pertinet actu nessa substanliæ,
quia esse accidentis ab esse substan-,iæ d.slinctum est. Accidens, inquit s. Bonaventura,|uamy,s non sit in
subiecto, non tamen separalur a sua liflin.t.one imo ei convenit, quia aptum
est esse in subecto . Atqu. illud, quo rei essentia non destruitur, ntrinsecus
non repugnat. Ergo intrinsecus non repusnat ccidcns absolutum actu existere
seorsum a subslantia, a ua naturahter pendet s. Lt.l Sb.A?#;-efi/rt^ ™> ' '
" 2' Ct S' nV 2 Ide.n de modis dici nequit. Etenim, etsi modns revera
distin 8tBn!/l' C;UUS est rnodus' tamen sinc neutiqam esse po8t qu.a modus,
aiente s. Augustino (De Gen. ad litt lib IV • J, n. i) cst quædam mensura, quæ
rei præfiaitur ac nroinde pugnat ahquid esse modum alicuius rei, quamVevera non
men! irat. a s. Ihom., In Ub. IV Sent., Dist. XVI, q. III, a. 1, sol.
•ci£nHnn!, M rirtUtC DlYina; °mnes enim in eo consentiunt, quod cident
naturahter convenit inesse suæ snbstantiæ, ac proinde i vfrtnte naturali non
potest seiunctum ab illa evistcre ' OocVV6^" ^ XI1' Par' ' a" f' i
°9Quod si al.qua accidentia sint, quæ sine suis subiectis actu. Si accidentia
existerent sine subiecto, re ipsa existerent per se, unde essent veræ
substantiæ. Atqui repuffnat accidens cxistere per se. Ergo accidens ne virtute
quidem Divina seiunctum a subiecto existere potest. 151. Resp. Neg. mai., conc.
min. Neg. cons. Et sane nccidenlia, quamdiu seiuncta a subiecto existunt,
sustentantur a Deo, ita tamen, ut eo, quo diximus, modo ordinem servent ad
substantiam. Quocirca, cum sustententur a Deo, non subsistunt per se, quod est
proprium substantiæ, et cum ordinem servent ad subieclum, naturam accidentium
non amiltunt . Quin autem accidentia possint a Deo sustentari, dubitandum non
est; nam, ut optime s. Thomas observat, sicut Deus potest effectus causarum
naturalium producere sine naturalibus causis, sic potest tenere in esse
accidentia, sublracta substantia, per quam conservabantur in esse z. esse haud
concipi possunt, huius ratio non ei eo, quod sunt accidentia, sed ex eo, quod
talia accidentia sunt, desumenda est. E. g., intellectio humana non nisi in intellectu humano
esse potest, non prout accidens est, sed prout actio humana est. Gomparatio,
inquit idem Seraphicus Doctor, accidentis, ad subiectum secundum aptitsidinem
est essentialis, et hæc numquam privatur ab accidente ; Op. et loc. cit. in
resol. III, q. LXX.VII, a. 1 c. et ad 2. Hac de accidentibus absolutis theoria
Scholastici facile explicant, quomodo in venerabili Eucharistiæ Sacramento,
peracta consecratione, species panis, et vini permanere non repugnet (Cf s.
Thom., Quodlib. IX, a. 5 c, |et s. Bonav., Jn lib. IV
Sent., loc. cit.). Nonnulli recentes Theologi, cum doceant omnia accidentia
esse modos, ac proinde fieri non posse, ut accidentia a substantia unquam
separentur, contendunt accidentia in illo Sacramento non remanere, sed eorum
sensationes a Deo in nobis excitari ; Deus enim afficit organa sensoria eodem
prorsus modo, quo a pane, et vino naturaliter affici solent. Litem istam
dirimere nostrum non est. Dumtaxat iis recentibus in memoriam revocamus
receptam a tota Ecclesia doctrinam Gatechismi Romani, Tridentinæ Synodi
interpretis, quæ hæc est: Quoniam ea accideniia Ghristi Gorpori, et Sanguini
inhærere non possunt, relinquitur ut supra omnem naturæ ordinem ipsa se, nulla
alia re nisa, sustentent. Hæc perpetua, et constans fuit Ecclesiæ doctrina ; Pars
II, c. 4, n. 44. De secunda, tertia, et quarta categoria mScw !; ;:crSiSa a est
vel subsria> tia, re.iquæ novem cnt^HaS Sl "££ quæ acl quantitatem,
relationem, et auaLlem ZVtli ' n.co capite complectemur, qiiff'W u" •
lojfca disputatum nobisV/lH' pau^a „ L'^ earum nouones ontologice consideralas
Lx me LSnt modo aduciamus necesse est. peruncnt, Anr. I. Dc qu.intitale 153. Circa quantitatem in primis illhH nnnrl -nnmmus,
uherius explicandum UK-Wi^ srjasr si aa-aa 'w i~ ' ~ e />„,., q,,x a 7 c_
extensione partium ad se comparatarum posita esse non potest. 154. Probatur 2a
pars contra Cartesium , eiusque seclatores. Extensio partium quantitatis ad
focum est aliquid, quod essentiæ quantitatis iam constitulæ advenire
intelligitur. Ergo essentia quantitatis in extensione partium in ordine ad
locum ponenda non est. Antecedens probatur ex eo, quod partes quantitatis ad
partes loci extenduntur, quatenus metiuntur partes loci, ita ut pars
quantilatis sit in parte loci, et totum quanlum in toto loco ; id quod
intelligi non potest, nisi iam quantitas cum suis dimensionibus intelligatur.
155. Probatur 3a pars. Cunctæ proprietates quantitatis, omnibus concedentibus,
in extensione partium, sive prout ad se, sive prout ad locum referuntur,
fundamentum habent. Atqui extensio partium multiludinem ipsarum subintelligit,
multitudo autem parlium nec esse, nec intelligi potest sine divisione. Ergo
divisibilitas est prima radix omnium proprietatum quantitatis. Atqui illud,
quod est prima radix omnium, quæ in re sunt, essentiam rei constituit. Ergo
essentia quantitatis in divisibilitate ponenda est. 156. Notione quantitatis
iam perspecta, ad mquirendum progrediamur, utrum quantitas in infinitum augeri
possit. la. Quantitatem conlinuam 3 mathematice sumtam infinitam in potentia
esse haud repugnat. Probalur. Quantitas continua mathematice sumpta est, uti in
Logica diximus, abstracta a qualibet forma sensibili, ita ut in ea nonnisi
quantitas consideretur. Atqui ex parte quantitatis continuæ non est aliquid, quod
repugnet additioni 5 ; nihil enim prohibet, quominus successivum augmentum
partium sine ullo termino cogitemus : id autem sibi vult quantitatem
mathematice sumtam esse infinitam in potentia. Ergo quantitatem conlinuam
mathematice sumtam velut infinitam in polentia esse non repugnat. i Les
principes de la phil., par. 2, § 9-13. 2 In lib. IV Sent., Dist. X, q. I, a. 1
ad 5. 3 Quænam sit quantitas continua, et discreta, explicavimus ip Logica,
par. I, c. I, a. 7, p. 17 vol. I. Loc. cit., p. 17, not. 1. - b III, q. VII, a. 12 ad 1. J. '££
StSL"!,SSS.'SSS 'ssfr fferi non notP^f pv™ ? naDet> In mfinitum au
LnET^; S1^ a>i?ue a.iam - ==: ssssst-s polsft neaa?addlPnarSSinBmerB' •
in°''"" esse L4 "Lfii Z no laTl^riaT^ m in !".?•• QUOd est
An...; rt„n y "u . ia0u> neqne mmws iritel cri nofpsf fitum esse
rep^gnat2 '0rErg0nUmerUm ac'" infi" II. De categoria relationis
sse?diReSecunn,Prn°Ut CateS°ria est>°enotat illm moclum br rs laxle -sr in
e° ?f?Vodaa no kcidentia sed etUam Pffi,;, sub,?ct0>,nes'> sicutcetera P
ilind referatnr' ' Ut substantia> in 1™ ineat, pomerari; „an! in'sola
reJeiotr.iVCi^°a J Cf s. Thora., loc. dt.~2 Quodlib. IX a 1 c Qq. dispp., De
Pot. a VII uui ad nu"u'u alium modum Fr.rn J ' sI,ecialem eategoriam
referenda sunt. trgo ahquem modum qualitatis esse specialem calegoriam pro
cerlo hahcndum est. lu.'iJ^"s vcritas cn"Stal cx iis, quæ in Logica
inImZL San°' (luanlUas' ^elatio, et alia actidentia non, TZ i '
°d,c"nse1ueler qualificant subieelum ; siquiJtm n 1IS quaftficaho substantiæ
consequitur modum enl'n,l,°,,!V,'1 'am ""lucu"t 3- At e
contrario, sunt quæ'is inehH ?' m'æ/,?r s. ue ert, quin alium modum L n
j"11' simPl)nler 7/ efficiunl. E. g., scientia, mu albedo, rcchtudo,
curvitas, aliaquc huiusmodi acww, sul)lec""n scientia, aut virtute
præditum, aibum, hS ! ™™um, ut aliis id genus modis ?n/C sim>nciter
elhciunt. J Cf s. Bonav., ln lib. l Sent.t Dist. XXX, a. i, q. 3 resol. Par. I, c. I, a. 9, p. 20-21
vol. I.-' Loc cit. De actione, et passione I.— Explicatur modus, quo ACTIO –
cf. Grice, Actions and events-- , et passio inter calegorias rccensentur 167. Aclio denotat illud, per quod aliquid ab aliquo
originem habet. Id, quod ex alio producitur, effectus;\a, a quo effectus
producitur, agens, vel causa efficicns; ld denique, in quod actio terminatur,
sive a quo aclio recipitur, patiens, et receptio actionis passio nuncupatur.
168. lam certum est actionem ab ipso esse substantiæ creatæ distingui, et hanc
non semper agere id, quod agere potest: quapropter aclio, quatenus est quoddam
accidens, quo substantia actu aliquid producens constituitur, inter categorias
recensetur, quia indicat specialem modum, quo ens determinatur. 169. In actione
autem considerare possumus quemdam motum, quatenus incipit ab aliquo, et ad
aliquem terminum tendit . lam, etsi actio, et passio conveniant m uno motu,
cuius origo est in aclione, et terminus m passione, tamen actio, ct passio ab
se invicem dislinguuntur, quia diversa est ratio, qua agens, et paliens ad
eumdem motum se habent, nempe in actione lmportatur respectus, ut a quo est
motus in mobili, in passione vero, ut qui est ab alio 2 . Hoc discrimen inter
actionem, et passionem luculentius manifestatur in iis actionibus, quarum
terminus, ut mox dicemus, est extra ipsum agens. btenim, monente Aquinate, si
actio est in agente, et passio in aliquo extra ipsum aojens, actio, et passio
non potest esse idem numero accidens,^ cum unum accidens nor possit esse in
diversis subiectis 3 . De disciimine inter actionera immanenlem ct transeuntem
170. Actio immanens ea est, cuius effectus in ipso agenu locum habet, ita ut
idem subiectum sit pnncipium, e terminus actionis; actio autem transtens est
ea, cuius i i S. Thom., In Ub. 1 Sent., Dist. VIII, q. IV, a. 3 ad 3. 2 I, q. XXVIII, a. 2 ad 1. 3
in lib. II Sent., Dist. XL, q. I, a. 4 ad 1. ao ipsius ?geP„tis
tSrnsPamemtpaS,VeS ? £? ... -hquid intel.igit, perficil sSJ^ ^it
exlnde^"^^/^0."15 l™'' Xntius ii acti^r ^oT si bani rad„°ccuurLans
sa!hurmo iransicns, non proul esi \r i t • 2• acl'° d,c,tur hoc modo spectata
in fjn ','Ve affecl'° aSentis> nam lini, sive C '"r, aen(.e mane!>
s' raUone ter lislinclum extra S1',h "m., ' h'C S" aliq-uid ab
actio"e ia non poicst uidem il '?1agenS eSSe D0,csl2°
Substa".ccidens' roppiun 1 1™ &'?' aualenus ali'luod •on potest ePpcd"esXpr
.commun>cet ; nam accidens cctum vo iiare nf alind i°i • ",q"°
CSt'"enue ext,a sub" ri,,;,?; tem un,us entis in Itera. non alin/re
-2 "^.^TsirdSS .tj-rtar' sive ut towctim, mi evenit in „ : ' ' ve per
conlactum 'i per con,actur,,ttV £•.. vel spiritnsT corpt ? ™ ^10"6,'ritM
in S^adL^elrnp8.6 ^^' ^'^ ProPositioiS jcho transiens nihil absurdi præsefert
U& "ffi TSst /ibnitA' acti0 ua, qU,a, si substantw in alteram agerel,
aliquod --•), • . n P. 261, upt"'^^';;'"'0' M r-~' Tæ potissimum
tribuitur, de hac speciatim disserendum nobis est. Alque anle omnia explicemus
oportet, qua ratione causa efliciens prior suo effectu dicatur, ne cum
JEnosidemo notio causæ efficientis veluti absurda traducatur. Elenim antiquus
iste Scepticus, ut notionem huius causæ e medio tollercl, ipsam duo secum pugnantia
com 1 Finis dicitur primus in ordine intentionis, postremus in ordine
executionis, nempe finis, quatenus causam efficientem ad aliquid operandum
movet, est primus in ordine intentionis; quatenus vero non nis. postquam acdo
completa sit, obtinetur, est postremus in ordine executioms. Ex his vides
futile essc id, quod post Epicureos a Spinosa, BufTono, ct Laplaceo obiicitur,
nempe theoriani de Hne absurdam csse ex eo, quod statuit aliquid esse prius, et
posterius Eten.m, quamvis finis sit prior, ct posterior, tamen id ex
'iiHMs.tate respcctuum, qua omnis repugnantia tollitur, contingit. bxinde etiam
aliud argumentum pro causis finalibus petitur. EteBm in ordine causarum, quarum una alii subiicitur,
una sublata, ræ tolluntur (1. 2-, q. j, a. 2 c.}. At(]lli causa ^ imnm> t
.luu.us, inter causas locum tcnet. Ergo, si nullæ causæ finaies essent, ne ullæ
quidem causæ efficientes darentur. ~ Qq> dispp., De Vcr., q. XXII, a. 2 c.
plecti putavit, nempe, quod causa existit ante effectum, secus non posset illum
producere, et quod non existit, nisi cum effectus existit, quia causa non
potest esse causa, nisi cum existit effectus '. 181. lam distinguendæ sunt
causæ, quæ actione successiva, nempeper motum producunt effectum, ab iis, quæ
agunt sine motu, idest actione instantanea. Præterea, causa spectanda est
prout est causa, et prout est in se, idest sine relatione ad effectum. Denique
adnotandnm est discrimen inter prioritatem temporis, et prioritatem naturæ.
Prioritas naturæ illa dicitur, qua aliquid, etsi simul cum alio existat, tamen
eiusmodi est, ut alterum ab ipso quoad existentiam pendeat. Prioritas temporis
vocatur illa, qua unum alteri præcedit duratione, ipsoque nondum existente,
existit. 182. His præmissis, si prioritas naturæ
spectetur, indubium est omnem causam esse natura semper priorem suo effectu,
quia omnis effectus a sua causa necessario pendet. At si prioritas temporis
consideretur, causa, secundum diversos respectus, vel prior effectu, vel simul
cum effectu esse potest. Etenim id, quod aliquid efficit, si consideretur sud
ratione causæ, certe non potest esse prius, quam effectus, quia, antequam
aliquid effecerit, causa dici nequit; sed si spectetur in se, nempe sine ulla
relatione ad effectum, interdum simul cum effectu existit, interdum ipsi
præcedit, quippe quod causa, quæ effectum successive producit, effectui tempore
præcedit, ut pater filium; sed causa, quæ subito actionem suam exerit, simul
cum effectu existit, e. g., sol cum luce. Quæ cum ita sint, liquet commentitiam
esse illam repugnantiam, quam ^Enesidemus in notione causæ delitescere putavit.
De vi obiectiva causæ efficientis, et de principio causalitatis 183. Principium
causalitatis est illud, quo ab existentia effectus existentis causæ arguitur,
atque boc modo enunciatur: quidquid fit, sui causam habet, vel, omnis effectus
subaudit causam. Iam, secundum David Humium, experientia, quæ, ut ipse
opinatur, est unica cognitionis nostræ causa, vinculum consecutionis, non vero
conne Cf Sext. Empir., Hypoth. Pyrrh., lib. III, c. 3, sect. 25, et 26. xionis
inter facta naturalia palefacit; hinc ipse vim obiectivam notionis causæ e
medio sustulit, atque principium causahtatis, quo dependentia inter causam, et
effectum statuitur, inter præiudicia nostræ mentis amandavit . 184. la. Notio
causæ est obiectiva. Probatur. Mens nostra ad notionem universalem causæ
assurgit ex iis, quæ ope experientiæ comperit. Atqui notio, quam hoc modo mens
sibi comparat, realitate obiectiva gaudere dicenda est. Ergo notio causæ est
obiectiva. 185. Mawr probatur hunc in modum : Animam nostram novos modos in se
ipsa efficere intima, iugique expenentia edocemur. Vivere se, inquit s. Augustinus,
et meminisse, et intelligere, et velle, et cogitare, et scire auis dubitet ?
Insuper, cum factum sensalionis expendimus, animam in se ipsa passivam, atque
ab obiecti exterions actione affectam experiri facile agnoscimus 3. Iam
lntcllectus, si in hæc primitivæ experientiæ facta vim suam mtendit, facile
advertit quasdam esse entitates, quæ ex lnlluxu alicuius vis activæ originem
habent, atque hoc pacto notionem alicuius, quod fit, et alicuius, a quo nt, hoc
est, effectus, et causæ adipiscitur, quas notiones universales reddit, quatenus
ab ipsis quamcumque determinalionem, e. g., hanc, vel illam entitatem, quæ
producitur, alque hanc, vel illam producendi rationem, abslraiit. Ergo mens
noslra ex iis, quæ ope experientiæ compcrit, ad universalem notionem causæ
assurgit. 186. 2a. Principium causalitatis desumit suam vitn ''X ipso principio
contradictionis. Probatur. Principium causalitatis, nempe, quidquid fit, m
causam habet, est verum iudicium analyticum 4, in quo )rædicatum ita cum
subiecto connectitur, ut si habere cau'am de effectu negetur, ipse cffectus
evancsceret, ac pro"de simul esset, ct non esset effeclus. Ergo principium
'ausahtatis ab ipso principio contradictionis vim suam 'Uniit. Tract. de nat
hum (ang]#j f Iib IV ^ c 6 m ipsum me Humium asseruerat Glanwilleus, Scepsis
scientifica adversus ogmaticorum vanitates, Lond. 1605. \ De Trin., lib. X, c.
10, n. 14. Cf Dynam., c. III, a. 4, p. 117-120 vol. I. De his mdiciis analyticis
cf Idealog. c. I, a. 4, p. 202, not.l, . Antecedens ita demonstratur: Effectus, fatente ipso
Humio, est aliquid, quod incipit existcre, dum antea non existebat, seu quod a
statu possibilitatis ad statum existentiæ progreditur. Atqui aliquid de
potenlia non potest reduci in actum, nisi per aliquod ens actu ! . Ergo, ut
effectus existentiam accipiat, aliquid iam in actu esse oporlet, quod hanc
existentiam ei largitur. Atqui id, quod effectui existentiam largitur, non
potest esse idem effectus, sed debet esse aliquid ab eo distinclum 2. Ergo notio
effeclus expostulat notionem alterius rei, quæ sua virtute existentiam effectui
largilur. Alqui res, quæ existentiam alteri largitur, causa illius cst. Ergo
notio effectus est eiusmodi, ut notionem causæ necessario expostulet, ac
proinde si hæc causæ exigentia ab effectu auferatur, ipsa notio effectus
evanescit 3. 188. Obiicit Humius: Experientia
successionem, non vero connexionem factorum naturalium nobis patefacit. Ergo
alterum alterius esse causam colligere nobis non licet. 189. Rcsp. Neg. ant.
Perperam Humius contendit nos ex præiudicata nostra opinione dependentiam inter
res statuere, quia ipsas nonnisi sibi invicem succedere experimur. Etenim
distinguenda est cognitio dependentiæ unius rei ab alia, atque cogniti o
necessitatis huiusmodi dependentiæ . lam, quod ad primam cognitionem spectat,
experientia sæpe nobis patefacit non simplicem successionem, sed actionem unius
in aliud, ac proinde dependentiam unius ab altero, a quo producilur. E. g., ipsa nos edocet
sensationes in anima a corporibus, sensum doloris ex suscepto vulnere,
extinctionem famis, et sitis ex sumptione cibi, et potus, combustionem ligni ex
eius proiectione in ignem effici. Hoc adeo verum est, ut ea, quæ sibi invicem
succedunt, ab iis, quorum unum ab altero i i, q. II, a. 3 c., Nec est possibile,
quod aliquid sit causa efflciens suis ipsius, quia sic esset prius seipso, quod
est impossibile ; Ibid. 3 Inde Kantius etiam refellitur, qui principium
causalitatis intei sua principia synthetica a priori (cf Ideal., loc. cit.),
recensuitNam in principio causalitatis, quemadmodum ostendimus, ex notione
subiecti notio prædicati evolvitur, id quod, secundum ipsum Kantium,
analyticorum iudiciorum proprium est. Cf Scot., ln lib. I Sent., Dist. III, q. IV, schol.
producitur, discernamus. E. g., nos dicimus ignem esse causam fumi ; at non
dicimus diem esse causam noctis, aut unam tempestatem esse causam altcrius.
Quod si de cognitione necessitatis huiusmodi dependentiæ sermo haheatur, sane
eam experientia non commonstrat, sed intellectus perficit, ope illius
pronuntiati, quod Scotus ita enunciavit. Quidquid evenit ut in plurihus ah aliqua causa non
lihera, est effectus naturalis illius causæ. Refutatur Occasionalismua 190. Non
pauci Cartesiani post Malehranchium 2 autumant Deum esse unicam causam agentem,
res autem creatas orani activitate destilui, nihilque aliud præstare, quam quod
Deo occasionem agendi præhent. Hæc
sententia Occasionalismus appellatur. Ipsa autem, quam etiam hac nostra ætate
ab. Dehreyneus 3, Buchezius , aliiquc propugnant, auctores habuit quosdam
veteres 5, ex quorum opinione Deus, dum res in quibusdam circumstantiis positas
intuetur, secundum leges, quas ad mundi conservationcm sihi præscripsit,
effectus producit, qui ab ipsis rehus produci videntur. 191. Vim agendi rebus
creatis inesse haud repugmit G. Probatur. Nulla ratio, cur rebus creatis vis
agendi repugnet, sumi potest neque ex natura rerum creatarum, m quihus illa
concipitur, neque ex natura Dei, qui illam cum ipsis communicat. Ergo vis agendi rebus creatis
haud repugnat. 192. Antecedens ita demonstratur: 1° Si res ipsæ considerentur,
vim effectricem eis inesse absurdum non est. Etenim vis agendi, quæ a causa Prima pendet,
limitibusque definitur, et pro diversa creaturarum indole di 1 Loc. cit. Cf Criteriol., c. IV, a. 2, p.
254 vol. I. De inquir. ver., lib. VI, pars II, c. 3. 1 Theorie biblique de la cosmogonie,
et de la gtiologie, Paris 1848. Introd. d V dtude des sciences mddicales, lec.
II, p. 67 sqq, Paris Joo8. Mlorum mentio occurrit apud B. Alb. M. (Phys., lib.
II, tract. II, C 8), ct apud s. Thomam, Qq. dispp., De Pot., q. III, a. 7. Id
tantum, ne Ontologiæ fines egrcdiamur, demonstrandum obis hic est. Utrum autem,
necnc vis quædam actuosa insit re^us creatis, in Cosmologia investigabimus.
versa est, naturæ rerum non modo non adversatur, sed etiam omnino convenit.
Atqui huiusmodi esl vis effectrix, quam nos creaturis adversus Malebranchianos
vindicamus; non enim nobis volumus huiusmodi vim rebus creatis convenire, ut
ipsæ quidquam ex nihilo efficere valeant; sed solum contendimus res creatas
posse a Deo eiusmodi vi ornari, ut, ipso Deo ad illarum actiones concurrente,
aliquid ex præexistente materia efficiant. Ergo vim effectricem rebus creatis
inesse, si res ipsæ considerentur, absurdum non est. 2° Nec, si consideretur
Deus, qui vim agendi cum rebus creatis communicat. Et sane, Deus potest communicare aliis similitudinem
suam, quantum ad esse, in quantum res in esse produxit . Ergo potest
communicare eis similitudinem suam quantum ad agere, ut etiam res creatæ
habeant proprias actiones . 193. Secundum Occasionalistas, creaturas quidquam
operari repugnat, 1° quia, cum Deus sit causa perfectissima, aliæ causæ, præter
Deum, admitti non possunt; 2° quia si Deus dumtaxat omnia, quæ in mundo fiunt,
operari dicatur, iidem effectus in mundo existerent, ac proinde Deus, si vim
agendi cum rebus a se creatis communicaret, frustra aiiquid moliretur, id quod
Divinæ Sapientiæ refragatur. 194. Ast ipsi longe opinione falluntur. Etenim
quod spectat ad primum, nos tuemur alias causas, præter Deum, admitti posse non
ex insufficientia, ut s. Thomas ait, Divinæ virtutis, sed ex immensitate
Bonitatis ipsius, per quam suam similitudinem rebus communicare voluit, non
solum quantum ad hoc, quod essent, sed etiam quantum ad hoc, quod aliorum causæ
essent 2 . Iamvero, quemadmodum infinita perfectio Dei non impedit, quominus
plurima alia imperfecta existant, cuiusmodi sunt contingentia, et finita; ita
non vetat admittere alias causas, quæ per virtutem a Causa Prima, nempe a Deo
acceptam, agant, ab Eaque in operationibus suis pendeant. Quin etiam sicut
perfectio Divina non esset dicenda infinita, si Deus non posset aliis extra se
rebus existentiam largiri, 1 Ita argumentatus est AQUINO, Contr. Gent., lib.
III, c. 69. 2 Op. cit., c. j ila ne infinila quidem ipsa dicenda essef n.
jrebus a, se creatis vira a^endiToLn are^os^ i 195. Quodaumet ad alterura, si
Deus dumtax-n>nn jeCus T^J^oL^^ P^88 lffi ue cura Deo iilos^roXS t^t vero
sTeSf qU°; ART.VIII.-De diversis causæ efficientis speciebus ;>rincipalis oncris
arliSi 1'. art,fex est causa litur ad opus cfficfen^ °n '. T6,nstrumeu quibus
197 NatuVcSts^ Lr^RSlL cion™^ on in vir ute „r f™' secuuum quam operatur sl u
mentaV m £,£? n,nm -artls ! nou aute>n perfici WedicuZr rLæCtUS Prod?conem
concurrU, icuntur . Circa quas species causarum s. Tho m "' riif
"f\Disii' ' ' a' 4 ad "i q LAII, a. 1 ad 2 ?inSSateCSSaliaP„-
r,CaU!aS Pr01,'maS ' Si ad Prodnetionem Jus asponant Tur raaf„ " ' C' 8-'
P'Ures baiuli' "" ""icu"' ' d e umdem cffc 1, nLP K,
MUSæ Proli"' '"^om or uem ellectuni produccndum rcquiruntur, cum ipsæ
mas adnotavit naturam effectus ex conditione causæ proximæ, non vero remotæ
pendere, quia a causa proxima cffectus immediate promanat. E. g., ex causis
proximis aliqui effectus dicuntur necessarii, vel contmgentes, non autem ex
remotis causis ; nam fructificatio pJantæ est effectus contingens propter
causam proximam, quæ est vis germinativa, quæ potest impedin, et dehcere;
quamvis causa remota, scilicet sol, sit causa ex necessitate agens. Insuper
causa potest esse vel per se, siv epropna, vel per accidens. Causa per se
appellatur, quæ lllum producit effectum, ad quem naturaliter comparata est.
Lausa autem per accidens duobus modis præcipue dici potest. nempe vel ex eo
quod præler intentionem llle etteclm a tali causa sequitur sicut fodiens
sepulcrum ad sepe liendum, invenit thesaurum præter lntentionem ; ye ex eo,
quod est removens prohibens, sicut qui extinguit candelam, vel exportat ex
domo, dicitur causare tenebras3 , quia actione sua id removet, a quo teneora dispelluntur.
200. Explicandum etiam est, quænam sit causa sm qua non. Hæc, monente s. Thoma
, quandoque est eius modi, ut nihil agat, quandoque eiusmodi, ut aliquid aga ad
productionem effeclus. Ita admotio lgms ad stupan sine qua ipsa stupa non
comburitur, nihil per se conter ad stupæ combustionem, quantum ad rationem
causandi e contrario, respiratio, sine qua animal non vivit, aliqui' ad vitam
eius servandam per se agit. Iam, si primum tiat causa sine qua non est causa
per acadens 5; sin alterum est vera concausa. incorapletæ sunt, quia, si
completæ essent, iam aliorum consoi tium excluderent. Cf s. Thom., I, q. LII, a. 4
c. i Contr. Gent., lib. III, c. 72. Gf I,
q. XIV, a. 13 ad 1, et I lib. I Sent.y Dist. XXXVIII, q. I, a. o sol. Oq.
dispp., De Pot., q. III, a. 6 ad 6. Cave tamen, ne in colligas aliquid
fortuitum in hac rerum universitate evenire. Jii nim, ea, quæ hic per accidens
aguntur, sive in rebus naturdi bus, sive in humanis, reducuntur in aliquam
causam præoruina tem', quæ est providentia divina ; I, q. CXVI, a. 1 c. 3 In
lib. I Sent., Dist.
XLVI, q. I, a. 2 ad 3. In lib. V Met., lect. VI. s Cf Clem. Alex., Strom.,
|s.mil.s ost ipsi causæ sccundum camdcmra^oZmlccTfl,cam uli bomo est eausa
univoca hominis, ZZZnfffi \Æqiiivoca dicitur a nino r„m „fr™ præseferunl f ' °
' ^™ " \)2. Porro quælibet causa præstantior est cffecin o, quod v.rtute
acliva illum produccndi pollet" I" ve 'Linuum esse qu.sque ex se
perspicil s. •ostde" tH uCniV0Ca° n°nnisi ••• speciei suæ eonsen.a ;
Quanam ratione efTectus a Deo creati in Vn Mn.i icabimus in TÆo^ia naft.roK.
contmeantur, cx De septima categoria, quæ dicitur ubi Art.I. Noliones ubi, et
loci declarantur 203. Illud accidens, quod substantiæ corporeæ adiacet, atque
efficit, ut ipsa quodam loco contineatur, et circumscribatur, nomine ubi
designatur. Hinc, secundum B. Albertum M., ubi est circumscriptio corpons a
loci circumscriptione procedens. Ex qua notione ubi perspicitur locum, ut idem
Doctor inquit, esse lllud, a quo, sicut a causa, fit ipsum ubi . Quare notio
ubi ex notione loci magis declaratur. 204 lam locus secundum Anstotelem
defanitur: lmmobilis superficies corporis, quæ aliud corpuspnmo ambit.i et
circumscribit, ita ut æqualem cum huius superhcie proportionem partium, sive
mensuram habeat . >oxpnmo significat locum proprie esse illam superficiem,
quæ corpori contigua est; ipsumque immediate continet; unde nos non dicimus
hominem in toto ære existere, sed solum in ea parte, qua circumscribitur.
Superucies autem, quæ corpus immediate ambit, etsi secundum se moveri possit,
tamen non habet rationem loci, sive continentis, nisi tamquam immobilis
concipiatur. E. g., etsi, tlante vento, superficies talis corporis, puta æns,
mutetur, tamen illa, quæ priori succedit, eamdem, quam præcedens, capacitatem
intra sua latera habere debet; quapropter ill^a superficiest prout aliud corpus
ambit, lmmobilis dicitur . 205.
Porro ubi categoricum significat ahquid esse ln loco per modum proprium loci 5.
Exinde intelhgitur
pri 1 De sex principiis, tract. V, c. 1. Ubi, inquit etiam, non est ]ocus, sed
in loco aliqualiter esse ; De Prædicam., tract. VI, c l. 2 De sex principiis,
tract. IV, c. 2. s Nat. ausc, lib. IV, c. 4, § 12. Aliud exemplum affert s.
Thomas hunc m modum: Est acc ipere locum navis in aqua fluente, non secnndum
hanc aquam, auæ fluit, sed secundum ordinem, vel situm, quem habet hæc aqua
fluens ad totum fluvium: qui quidem ordo vel situs idem rernanet in aqua
succedente. Et ideo licet aqua materialiter præterfluat, tamen secundum quod
habet rationem loci, prout scihcet consnieratur in tali ordine et situ ad totum
fluvium, non mutatur , m lib. IV Physic, lect. VI. ^j^y^ s I, q. VIII, a. 2 c.
iTlud C Z hm %t °-riCWm aPPel!etur '!™_m>_; nam in to,o socundum comm^l^ nem
J",^ %££ hoc J, nonmsi substantiis corporeis con^enirc D0Ssi( ' nam
nonn,SI mediis quantitaliLs dimens™ auZ Lj WB-.^. diS^i^jrf. w ;erue in cumqne
modo . Hac e rai .. „K . ? "S ^0" aa e mc0ura"sttVOfiCa[,,r
-•"•. nia cnLluræ TpU ncorporeæ no„ Psun „ lTJr ?,sl,m?kx> qia
substantiæ '(SM& i, „, h, a''to sunt, s Cf s. Thom., (feotfHo. vil,,. 8 c -
I loc cit b.H,c non loquimur dc præsentin nei „.„„;, ? • 1 in Theologia
naturali einli^MM, °™nibus '° ai'ocinmd.it?n?nr "'^ quæst,'ones' q°00
circa corpora i„ '• esse possin '"JT > utrum du0 "rpora i„ Peodc,„
esse,pi„ coiZ"z:s::1 unum corpus iu p,uribus De spatio, et primura
sententiæ Philosophorum, qui vacuum admittunt, refutantur 207 Nos ex eo, quod
conspicimus res corporeas secundum locum ferri, et quem locum una deserit,
alteram occupare, quoddam excogitamus receptaculum, in cmo corpora sibi
succedunt. Hoc receptaculum illud est, quod vulgus nomine spatii intelligit.
Inquirendum igitur nobis est, quidnam reipsa hoc spatium sit. 208 Ex
Philosophis nonnulli tuentur non ahua spatium esse admittendum, quam externum,
atque hi sunt, qui spatium esse vacuum, nempe aliquid a corponbus distinctum,
omnisque corporis expers putant. Hanc opmionem inter veteres post Democritum,
et Leucippum Lpicurus vehementer defendit, quippe qui putavit nihil aliud esse
in rerum natura præter inane, seu vacuum, et corpora quæ in eo moventur . Inter
recentes Gassendus, notionem vacui declarare volens, dixit spatium esse ens
æternum, independens, non productum, quod non est substantia, nec accidens, sed
quidquam incorporeum sui generis, nemyt incorporeum, quod dimensiones
longitudims, lalituclinis, et profunditatis habet, sed a dimensionibus
corporeis longe diversas 2. Denique Newtonus, post Morum 3, docuit spatium non
aliud esse, nisi ipsam immensitatem, JJei, quia Deus, ex eo quod existit
ubique, spatium constituit eoque usque progressus est, ut spatium sensonum De\
nuncuparet4., . 209. At doctrinam vacui, quocumque modo exponatur reiiciendam
esse scquentes propositiones evincunt. la. Vacuum, sive secundum Epicurum, sive
secun dum Gassendum intelligatur, absurdum est. m Probatur la pars. Yacuum, si
secundum Lpicurum ln tellieatur, est purum, putumque nihil; namque quidquK est,
aliquid vel incorporeum, ve! corporeum sit oporte Atqui Epicurus spatium
admittere non potuit velu U m corporeum, quia quidquam incorporeum esse negat,
ne i Lucret., De nat. rerum, lib. I, p. 420 sqq. 2 Phys., lib. II, sect. 2, c.
1. 3 Enchirid. metaph., pars I. Londini 1671. ffpnpral 4 Principia rnathematica
philosophiæ naturalis, bcnoi. Deuei et Optic, nq que uti corporcnm, qnia corpus
ab inani, seu vacuo rii lensioms expers; corpora vero rnm p,.on, ? mnis e.xT a
rcccpiacu/o, quod Unlum' e^ SS^Ty? jcuum,ff,iur nequit esse spatium. P SUtU' a'
U3L £lT J^Z W Vacuum > ^cnndum Gas h Ataui nihll l^U?>S-a.nt,am' UCaue
-acddeiu referi.ur. Aiqui nihil medii inter ulrumiiiie ari potest !. Ergo
vacuum a fi3n fj •' l excoS'" hino abSurdum.°Pra2~ auiE , a?m,ssum est m
&Tmx^ U eSxlteent;Ualc it^l^K^ilT orporcum m ^, Gassendus excoSitav"
nemnf n orporcum, qnod (rinas dimensiones hfbet notionZ de" otal, quæ se
ipsam destruit. Denique Gassendus vnlnl, KhniusmodTr.' ™ ^™1™' SBS-SJ b-S^V?5^
Erg0 i,k,d baVutcmme;Si n°" Mt ihi1'" ^ fflS.^SfStt
praTtauiCD:on0nutPD0otatn.ri id'-UUOd-eX PC£. iqui i/eo, utpote qui omnino
simplex est, non ' of„S',AuS•, fle Gen00ntrMan., lib. I c i j 0?. ..., q. un.
De spir. creat. a ll'c msi,^s^:iLTvaacuiltncstorceusi1X7icj,lud • W" uuod
e" tiguurn, inde taiuen T, ul Llr °'pon aUnd corPus ^sset -voii, nisi
omnia^u?^;^,"^'-0 ft °™ eorpus ''/•', lect. X) docet nersni,!,. h ! '
T1>omas / H*. /r ndensatione cornon.,'n • Z t Ct pni"° "
rai'^ctione, et W. nemo nou vid™ 'nosi" •:"P"a rarcflcri > ct
conde„'sari kentur: sccundo cv P,,Ua Corum "10veri * partes antcriorcs
fluid, P^ t0tUm fl"iuum movcri sc'' !-. m iocum *::";tri^;z:mbit' ad
Iatcra rc solum partium, sed cuiuslibet etiam generis compositio repugnat. Ergo repugnat spatium esse attnbutum Dei. Præterea,
quodlibet attributum Dei est ipsamet Essentia Dei. Ergo, si spatium est
attributum Dei, dicendum toret Essentiam Dei esse quoddam corporum
receptaculum; et si addatur cum eodem Newtono spatium esse sensorium Dei
dicendum etiam foret mundum esse Divmum Animal, et hoc animal esse Deum. Atqui
hæc nonnisi a Pantheistis asseri possunt . Ergo opinio Newtoni de natura spatii
omnino absurda est. Art.III. Refelluntur aliæ Philosophorum opiniones circa
naturam spatii 212. Cartesius vacuum non solum reiecit, sed etiam spatium a
corporibus non distinguens, ipsa corpora spatium constituere dixit \ Leibnitius
autcm spatium m ordine, quo coexistunt res materiales, posuit . Quocirca,
secundum has opiniones, spatium non est aliquid extermm corporibus, sed
internum; nam vel ab ipsis corponbus, vel ab aliqua relatione, quæ inter ipsa
existit, emcitur. Denique Kantius
spatium esse visionem a priori sensibilv tatis externæ docuit4. 213. la.
Spatium non est idem ac corpus. Probatur. Spatium non est aliud, nec ahter
lntelhg i Hinc inter nuperos Bouillierius ( Thtorie de la raison imper sonelle,
c. 5, p. 83 sqq, Paris 1844) sibi constitit, quod sententian Newtoni, quam
amplexatus est, e pantheismi placitis denvavit. 2 Princip. de la phil., part.
II, § 9-12. 3 Recueil de divers. dcrits etc. passim. 4 Critique de la raison
pure, trad. par Tissot, Estetique trar. scend t. I. Ut hæc sententia Kantii
intelligatur, sciendum e. Kantium sicut quasdam ingenitas generales formas in
intellect (cf Idealog., c. I, a. 4, p. 201-202, vol. I), ita quasdam, form.
sensibilitatis agnovisse, sive quasdam repræsentationes, quæ a experientia non
pendent, et manent in nobis, etiamsi cogitationei, ab obiectis avocemus. Hæ ab
eo vocantur visiones puræ, ut a stinguantur a visionibus empiricis, quæ sunt
elementa sensilia p experientiam nobis manifestata; reducuntur autem ad
visiones 1 ras spatii, et temporis, quarum illa ad sensibihtatem externan ista
ad sensibilitatem internam spectat; quia res externæ nonn prout in quodam
spatio existunt, et affectiones rou ego nonnw pro sibi invicem succedentes, ac
proinde prout in quodam tempoi existunt, nobis necessario repræsentantur.
ONTOLOGIA 1 ! potest, quam id, quod corpora continct. Atqui repusrnat id, quod
corpora continet, cum eo, quod con inetur Tm . t-ræterea, Lartesius in suam
senlentiam ex eo adductus LeaS!i,qU°d eSSe"lam CorPoris in extensionc
consistere pu tav.t, ac proinde spatium, cum sit extcnsum iJem ar corpus esse
d.xit. Atqui hæc ratio futilis "" ' ( uia ex Iteoi? EUr°gol0CO
°StCnd— > -entiam 2poS"kS l!nt alZli%StatiUm ^ ^™' U° ~ ~ \JSZf' -
n°" P,ossumus ''ntelligere duo corpora ^fflere msi ea in diversis punctis
spatii existerJ Vi nol,„ elligamos ; nam corpora, quæ /oex stun procul fon.nr n
" T^ ^^ ' corPora tem disla? d"t.8eh?hif erSa, SpatU Puncta occupant.
Atqui" si ta ed cLosinh. TX,Sten -a corP°ru™ ^patium non effici? itum C tt
g° ^™ '" co"" corporum po \ici%PuT' SpaHUm ViSi° pUra sensibi'ittis
extemæ ia^cttniVcrsalis Tt^ ?eCwdam K™li™> est nccessa hli., j -l AU|U1
necessanum.et uoiversale sen I at, adscr.bi nequit. Ergo spatium visio pura
sensl i oicm drenoæoitue, "7 PotestP™eterea, KaSsuTuS i n.onem ideo lu.tus
est, qu.a putavit nos non posse per afam r C°rpU,S' " si.
"o"onem spatii animo præfor• am habeamus. Atqu. id falsum est, quia
nos reaose po a pcrc.p.mus, anlequam nolionem sJatH habeamus He not.o spat.i
est poslerior perceptione corporls .Tgo A,u. IV.-Vera senlentia circa oa.uram
spatii adslrui.ur t redDif^AZi iNud °f ° intelliSimus' qod corpora I recipit.
Atqui receptaculum cuiuslibet corporis, SSlS?.KP' ^oncePtus,emPons in nobis
exurgit ex eo KLtfT PnUS' .et.P°sle™ 'n motu8 seuflu ?S™\: mxpurcicd,pTi"æ
numeramr prius Uo Aristoteles declaravit ^cS^^STSSS ^ uo
1mommlrs;nnon-adver,ere' uuia cum 'Huu Xs; " lo4° 72 ^TmUr>
exPe.r^facti coniungamus cum imu ;u„ ° " Sfl°mn0 exci'a'">-.
nullumrdum dor •n frantii'/^e0pini0nes circa sPatium et '>Pus Plos Kleut
o(La fiosofia antica esposta e difeea-ttei. vol II %,,, rv MtaSlrt id
„c.30(Sq°' ?°ma 1867) S0lidc -f"'a„!u "' lra"IV' m es aa»
HT!" faCCSSa'' nam> ut a sAugustmo observat imellil ! „""-) •
C,,npUS CSSC Dr° ccrt0 hbont. valde difliefle s Hin,. ;n„/ y^L XVII.— iVaf.
auscu/f., lib. IV c 11 8 4 r " " e i„Ud„„S; Ihn°maC •"'•'» Prios
et posteri s pounnl 'g„Uu "e „o„P "u^"'ur i„ motu eI K» '
VA;^"0n SCCUnd,,m,ro(d n>ensra„t„r ei tempore »; .negnit„di„e Ci;„riH„
',CCt pr""J Ct P0"r'»' ntea sunt uiotue. !!,' spat'°. 1uod
corP'»s decurrit auam mensu a,?æ'n m°tU' °Uam in t0-"Pre ; siqnidem empus
nicnsuralur tempore, cum idem non sit mensura sui ipsius . Circa temporis
notionem, quam tradidimus, hæc mente reputanda nobis sunt: 1° Tempus cum sit
mensura motus, ad modum entis successivi intelligitur, quippe quod non habet in
rebus esse fixum, sed fluens. Quare
partes tempons lta secum copulantur, ut una alteri succedat. Ulud, quo partes
temporis secum copulantur, aliquod indivisibile esse mtelligitur, atque est id,
quod vocatur, nunc, sive instans; hoc enim, cum sit finis præteriti, ac initium
futuri, veluti utriusque extremum intelligitur, ideoque, perinde ac punctum,
quod est extremum lineæ, indivisibile est . 2° Quoniam ens successivum plures
partes simul habere repugnat, ideo illud, quod est reale in tempore, consistit
in instanti. Hoc autem instans, ut s. Thomas monuit2, non est intelligendum
veluti nunc, quod mvariabiiiter manet, sed veluti nunc, quod variabiliter de
prion in posterius fluit, seu veluti aliquid, quod, dum ldem quoad substantiam
manet, in toto decursu tempons secundum modum variat. Hinc tempus ab eodem
sanctc Doctore dicitur etiam fluxus ipsius nunc, secundum quoa alternatur
ratione \ Hanc ob rationem tempus m prac senti etiam invenitur. Scilicet in
præsenti, si in se spectetur, tempus per se non invenitur, quia in eo prius, el
posterius non numerantur 4, sed invenitur ex eo, quoc præteritum, et futurum in
ipso copulantur ratione mstantis, quod, cum sit finis præteriti, atque initium
futurr i Eiusdem rationis, inquit s. Thomas, est tempus componi e> nunc, et
lineam ex punctis ; In lib. I Sent., Dist. XXXVII, qIII a. 3 sol. 2 Opusc.
XLIV. 3 lbid. Dicitur secundum quod alternatur ratione, quia connexn instantis
cum præterito, et cum futuro ab intellectu ponitur ; s quidem inter id, quod in
rerum natura est, nempe instans, et ea quæ in ipsa non sunt, scilicet
jiræteritum et futurum, reahs, at que obiectiva connexio existere non potest.
Hinc idem sanctus Docto monet mensurationem prioris, et posterioris esse
actionem, qua completur in operatione animæ numerantis (In Ub. I Sent. Dist.
XIX, q. II, a. 1 sol). Cave tamen ne inde inferas notioneD temporis esse mere
subiectivam, nam res, quas nos in tempor esse intelligimus, in mundo ita sunt
dispositæ, ut una alteri suc Id sibi voluit s. Augustinus, cum ait: Præsens, si
sernpc esset præsens, iam non esset tempus, sed æternitas ; Confess. loc. cit. §7 utruinque coniungit, atque
continuum successivum ef C A P V T XII. De duabus postremis categoriis, nempe
de situ et habitu I. De s itu 228. Quoniam res corporeæ propter suam
quantitatem locum occupant, huius partes quemdam ordinem habeaat jnecessc est.
E g corpus hominis in loco est sedendo vel stando, vel cubando. Iam illud
accidens, quod ex orJinc partium ad locum exislit, appeilatur situsX Diximus w
ordme parhum quantitatis ad locum, nam ordo oar lum quantitatis ad totum, e.
g., ordo, qucm caput, pedes t! 7Vn!mal'? habent' ^amvis "omine situs
les.gnetur, ad categonam situs non pertinet, et nomine oositionis magis proprie
denotatur. Ex hac notione situs perspicilur ipsum non esse ontundendum cum ubi;
nam corpus dicitur locatum, prout VT Drout hoc> vel i110 hio5o in oco est.
lioc s Thomas ex eo præcipue demonstrat, quod W mutato situ, potest mutari ubi;
e. g., si homo sedens .ermanente sessione, ab alio moveretu?, ipse ubi ^quidem
ed non situm mutaret 5. P 4 uem' .edlarlrceaditSUCCeSSiVa " UnU'"
a,te" ^ 1 Præstat hic adnotare, tempus Iato sensu acceptum in onera a vif
et crrerurarum inte,,i nossQod ^21: erus nnLV6rb,S: ((rIntCll6CtUS CSt SUDra
temPus > T[°nei aCCCpt0,0CUti SU,nus P 47> "ot. 7. • (to. /i Phys.,
lect. VII. 230. Nolionem silus e rebus materialibus ad spirituales transferre
solemus, atque his quoque situm metaphorice accommodamus . Hinc Deus, aiente
Aquinate, dicitur sedens propler suam immobilitatem et auctoritatem, et stans
propter suam fortitudinem ad debellandum omne, quod aversatur 2 . Art.II.— De
habitu 231. Inter accidentia, quæ substantiæ corporeæ adiacent, ea recensenda
sunt, quæ dumtaxat instar vestimenti, vel ornamenli ipsi accommodantur.
Huiusmodi, e. g., illa sunt, ex quibus Socratem tunicatum, vel loricatum
denominamus 3. Iam supremum genus, ad quod hæc accidentia referuntur, illam
categoriam conslituit, quæ nomine habitus designalur . 232. Hæc categoria a B. Alberto M. definitur,
Corporum, et eorum, quæ circa corpus sunt, adiacentia. Qua in definitione vox
corporum id denotat, ad cuius commodum habitus spectat, e. g., esse togatum est
hominis commodum. Voces eorum, quæ eirca corpus sunt, sigmfican! materiam, ex
qua habilus constat, e. g., toga est materia illius habitus, qui esse togatum
dicitur. Denique vox adia centia denotat ordinem, qui est circa corpus, nempe
inter habentem, et quod habetur, atque illud accidens constituit, quod habitus
vocatur. 233. Ex his pronum est duo intelligere. Pnmum est quod ad efficiendam
categoriam habitus duæ substantiat requiruntur, quarum una circa aliam
versatur; quaprop ter ex nullo accidente, quod substantiam afficit, e. g., e^
scientia, et sciente, categoria habitus constitui potest 8. Al terum est, quod
essentia habitus non consistit in alteru i Quod est, ait s. Thomas, in
corporalibus situs, est in spi ritualibus ordo ; nam situs est quidam ordo
partium corporaliur secundum locum ; Quodlib. III, loc. cit. 2 I q. III, a.
1-4. 3 Gf s. Aug., Qq. LXXXIIl, q. 73. Perspicuum est habitum, prout hic
accipitur, omnino diflerr ab habitu, quem in Logica (part. I, c. I, 9, p. 20
vol. I. esse quamdam speciem qualitatis diximus. s Des sex principiis, tract.
VII, c. 1. e Cf s. Damascen., Dialect., c. LXI. tra, aut utraque substanlia,
sed, ut s. Bonaventura inquit, ln adiacentia unius substantiæ respectu alterius
' ifcxinde etiam perspicitur habitum, etsi inter duas substantias sit, tamen
esse accidens categoricum, quia posi10 un.us substantiæ circa alteram, in qua
natura habitus consistit, est accidens 2. L£tl'dU Sent" Dist' VI' a> f
q3 resoL Hinc sThom^ ^cnpsit labitum neque mdumentum, neque habentem indumentum
esse, sed aliquid medium inter utrumque (la 2æ q XLIX a 1 c ) Ei quo vides
Suaresium (Dispp. mett., Dist. LIII, sect. I n 3) aliosque vim huius categoriæ
haud probe intellexisse, cum eius :sentiam vestem esse decreverunt; nam vestis
est materia, ei qua aabitus constat, sed essentiam habitus haud constituit. Cf
s. Thom., In lib. III Sent., Dist. VI, q. III, a. 2 soU COSMOLOGIA idem valet,
ac sermo de mundo; quem enim, ut Plinius ait, Græci Kq(J(j,ov nomine ornamenti
ap^ pellavere, eum et nos a perfecta, absolutaque elegantia mundum dicimus ' .
Iam mundi nomine designatur unimrsitas rerum creatarum, quæ coelo, terraque
continentur. Ex quo intelligitur, si nomen Cosmologiæ, qua late patet, sumatur,
scientiam hominis illius ambitu contineri, quia homo inter res, quæ coelo,
terraque continentur, invenitur. At vero scientia de homine a Cosmologia
segregari solet, atque speciali nomine Anthropologiæ appellatur. Neque
Cosmologia cum scientiis physicis est confundenda, sed potius ipsa est velut
illarum vestibulum, sive, ut aiunt, propedeutica, quia principia scientiarum
physicarum communia, earuinque studio inservientia exponit. Quocirca ipsa
definiri potest : Scienlia, quæ suprema principia, supremasque rationes mundi
sensilis exponit. 2. In ea autem tractanda hunc ordinem persequemur, ut primo
diversa genera rerum munduin constituenlia, excepto homine, qui est
anlhropologiæ obiectum, explicemus ; deinde nexum, quo ipsa inter sese
continentur, mundique systema efficiunt, exponamus; denique de mundi origine,
et perfectione disseramus. 3. Ad primam partem quod spectat, distinguenda sunt
corpora viventia a non viventibus. Viventia, uti iam alibi diximus 2, sunt quæ
sese ab aliquo principio intrinseco ad motum, sive operationem determinant ; et
non mventia illa, quæ ab aliquo principio extrinseco ad motum determinantur.
Illa dicuntur etiam animata, quia principium vitale, nempe illud, ex quo
corpora inter viventia numerantur, anima vocatur; ista autem inanimata. Insuper
illa dicuntur etiam organica, ista inorganica, quia illa organis, seu
instrumentis pollent, quorum subsidio opera i Hist. nat., lib. II, c. 4. Dynam.,
c. I, a. 1, p. 98 vol. I. 9J tiones vitales naturæ suæ consentaneas eliciunt,
hæc autem nullis organis instruuntur. 4. Hoc djscrimen ex multiplici causa
ostenditur • sed præc.pue 1 ex origine, et perpetuitate. Nam corporum viventium
aha ab aliis sibi similibus procreantur et successiva sui generis propagatione
perpetuanlur; no'n viventia autem, quia omni semine carent, ideo sui sirnile
corpus gignere non valent; quare nec per generationem orijginem habent, nec per
successionem generationum perpetuanlur, sed ex fortu.to causarum diversi
generis concursu emciunlur, assiduasque vices subeunt. 2° Ab exvlicatione, et
modo se conservandi. Nam viventia ex vi sibi msita gradatim succrescunt, donec
perfectionem sui nropriam assequantur, iacturas suas per assimilationem
eiementorum, quæ in substantiam suarn convertunt, resarcmnt vitamque tandem
naturali cursu amiltunt; at non viventia ex se stalum suum mutare non possunt,
atque taon i nisi accessu novæ materiæ augentur, aut recessu matenæ, quam
habent, minuuntur, et non nisi aclione .causæ extenons corrumpuntur. 5. Quæ cum
ita se habeant, nos de diversis rerum -e leribus, quæ mundum constituunt, ita
agemus, ut pri num de natura, et proprietatibus corporum non viven iurn,n
universum, deinde de natura et proprietatibus !>mguIorum generum viventium
disseramus. Quænam sint principia constitutiva corporis, investigatur 6 Prima
principia intrinseca, quæ cuiuscumque cor•or s si.bstant.am efficiunt, vulgo
elementa corporum voantur . fca autem pnncipia, ut Aristoteles ait 3, onor t
nec ex se invicem esse, nec ex aliis, et ex ipsis esse ninia . Lt sane, si non omnia ex ipsis
constituerentur, ve Acdn4U tdTnnh°^eS ! C°nn-a ^TrT ^^pologie specula3rihC; V'
' P" 5 Sqq' D,JOn 1843^' alisque, qui cunctis corJnbus, ahquam vitam
inesse autumarunt. isUnguenda Tunt.' ^" ^™" ab eIementis> ut Post
dicemus, 3 iVof. auscult., lib. I, c. 3; cf Plat. Parmenid. et Phædr. non
forent prima omnium principia ; si essent ex aliis, ne ullius quidem rei prima
principia essent, quia principia illis priora darentur; si demum ex se mutuo
essent, nullum eorum esset primurn principium. Quare naturam substantiæ
corporis nosse volentibus in eo adlaborandum nobis est, ut quænam hæc principia
sint, investigemus. I. — Systema atomicnra, seu mechanicum de elemenlis corporum
exponitur, et refellitur 7. De natura elementorum, ex quibus corpora
componuntur, diversæ sunt Philosophorum opiniones. Atque in primis systema
atomicum, seu atomismus dicitur illorum philosophorum doctrina, qui omne corpus
ab aliis exiguis corporibus, quæ atomos vocarunt, dumtaxat componi decernunt '.
8. Atomismum inter veteres post Leucippum, et Democritum Epicurus propugnavit,
cuius hæc fuit sententia: Principia corporum sunt corpuscula atoma, nempe
insecabilia, quæ, quamvis partes habeant, in illas tamen dividi nequeunt, eaque
ita exigua sunt, ut omnem oculorum aciem effugiant, figuraque, magnitudine,
gravitate, aliisque qualitatibus, quæ quantitatem consequuntur, sunt prædita.
lam corpora gignuntur ex eo quod atomi, quæ per vacuum vagantur, similes cum
similibus cohærent, atque ita secum commiscentur; corrumpuntur vero, cum atomi,
ex quarum coniunctione effecta sunt, dissociantur; alterantur denique, si
dispositio atomorum in ipsis quodammodo turbetur. 9. Epicuri doctrinam omnino
emortuam inter recentcs Gassendus, duo, quæ ille admittebat, reiiciens, nempe
æternilatem atomorum, atque ex illarum fortuita concursione mundi productionem,
exsuscitavit 2, eamque magna ex parte Cartesius , et post eum diversa ratione
Newtonus longe celebriorem reddiderunt. Nostra
etiam ætate Hi philosophi ad hanc sententiam ei eo pervenerunt, quod
investigationem circa elementa corporum sola experientia instituendam esse sibi
persuaserunt. 2 Syntagma phil.,
pars II, Phys., sect. I, lib. III, c. 8. 3 Les princip. de la phil., part. 3, §
44 sqq; et Traitd du monde, § 8-10.— Optices, lib. III, q. 31. theoriæ atomorom
illi Physici suffrajrantur, qui omnem vanetatem corporum non ab aliis principiis
repelunt, quam ab atom.s, et a motu, quo atomi pelluntur '. ° 10. A tomismus
dicitur etiam systema mechanicum ex aliuS, mofnnien,eS e'US f3"!0^ V post
Gassendum, non alium motum, nisi mechanicum \ atomis concedunt! Lu i,UurLi ™™m'
ouocum quibus coUmpon : u i'va corDornn? T fU"?i ^0 repUg',at PrinciPia
consti" SuamPeP .eX part,UUS co^3^ æqoo ac repugnat luioquam esse s.mul
ynncyuwm, et principiatumt eql.e\ruie|aUmaat°p,iiCprrUm,Senlent,'a' m°tUS eSt
nalnraiis a'omis, ?Motus a Phvstofs dicitur™,!" '^ " CiC> C Fa(0> c" 10 ^20'
roducitur ct vh, „>„ 1L " " n,psi corPori insita Profieiscitur.
>os cssc ver.enS°er;m\nt0m'Smi' non ?. ouippe qai tradunl ato ' Uinc re^ : „
' P" 21 vo)'— e Cf P 91-92. sc in .i^rt^'' !,C- 2',§ 24> obscrvavi,,
atomos admitt Wredila r verum in " '""'If' nlt". ",0
analvsis !• "o" r, verum .n metaphjsica vcluti principia coustitutiva
cor- Probatur 2a pars: nempe non posse ab Alomicis ra- tionem reddi, quomodo
atomi corpora constituant. Et sa- ne, omne corpus quadam unitate per se, et
proprie di- cta gaudere debet, ita ut, dum ipsum in partes divisibile est, actu
sit indivisum, nempe per se unum. Atqui huius- modi unitas ex contactu atomorum
effici non potest, quia contactus congeriem, seu multitudinem atomorum
efformare quidem valet, sed efficere nequit, ut illa mul- titudo atomorum
unicum individuum constituat, siquidem congeries multarum rerum constituit unum
per accidens, non vero per se, cuiusmodi est corpus. Ergo ab Atomicis ratio
reddi non potest, quomodo atomi corpora consti- tuant. 14. Præterea intelligi
non potest, quomodo ex atomis diversæ naturæ rerum existant, et quomodo
generatione perpetuentur '. Et sane, dubitari non potest, quin res na- turales
secundum substantiam differant, e. g., homo a bel- lua, bellua a planta,
plantaque a lapide, et secundum sub- stantialem generationem perpetuentur.
Atqui ex fortuita atomorum coitione, sive conglobatione nulla in rebus sub-
stantialis diversitas produci, nullaque nova substantia ge- nerari potest.
Ergo, si ex atomis omnia efficerentur, haud possibile foret explicare, unde
diversæ naturæ rerum existerent, et quomodo generatione perpetuentur. 15. Minor
ex eo evincitur, quod atomi, antiquorum, recentiumque Atomicorum iudicio, eædem
secundum sub- stantiam sunt, nec nisi motu, figura, situ, aliisque huius- modi
differunt, quæ sunt mera accidentia ; manifestum autem est accidentia nec
diversitatem substantialem in re- bus, nec ullam novam substantiam efficere
posse, quia in effectu nequit plus contineri, quam in perfecta et com- pleta
eius causa continetur2. porum haberi non posse, quia, cum ipsæ quoque ex
partibus com- ponantur, in metaphysica adhuc quærendum est, quo modo for-
mentur, et usque eo quoad intellectu resolvi possint. 1 Id a Lactantio [De ira
Dei, c. 10) veteribus Atomicis iam obie- ctum fuit. His argumentis dedimus
Atomicis atomos posse inter se co- hærere. At vero ne id quidem ab eis
explicari potest. Etenim cum Epicurus, aliique veteres Atomici, tum Gassendus,
eiusque secta- tores docent atomos inter se coire ex eo, quod duplici motu,
sci- licet perpendiculari et declinatorio, pollent, Non aliud inter vete- De systemate
chymico 16. Fautores systematis chymici hæc docent: Corpora sensihilia in
simplicia, et mixta, seu composita distin- guuntur. Simplicia sunt, quæ in alia
corpora heterogenea, seu diversæ naturæ adhuc resoluta non sunt, e. g., hy-
drogenium, et ferrum ; mixta autem ea, quæ in corpora heterogenea resolvuntur,
e. g., aqua, aut lignum. At vero et corpora simplicia, et mixta in partes, seu
moleculas dividuntur, ita tamen ut in corpore simplici non aliæ moleculæ
inveniantur, nisi quæ sunt homogeneæ, nempe eiusdem naturæ, et dicunlur
integrantes, quia corpus ab ipsis integrum efficitur; in corpore autem mixto
non so- lum moleculæ integrantes, sed etiam constituentes, quæ sunt
heterogeneæ, et ita dicuntur, quia ex ipsis natura corporis mixti constituitur.
E. g., in aqua inveniuntur moleculæ integrantes ex quibus nempe massa visibilis
aquæ constat, et moleculæ constituentes, quæ sunt hydro- genium, et oxygenium,
ex quorum copulatione natura a- quæ efficitur. In hydrogenio autem non alias
moleculas, quam partes ipsius hydrogenii, nanciscimur. Tum molecu- læ
integrantes, tum constituentes ex quadam vi sibi insita coniunguntur, quæ
attractio molecularis appellatur, et pro- prie vis, qua .moleculæ integrantes
uniuntur, cohæsio, et vis, qua moleculæ constituentes coniunguntur, affinitas
chymica audit. Iam ultimæ particulæ, ad quas in divisio- ne molecularum
integrantium pervenitur, quæque humana arte insecabiles sunt, moleculæ, seu
atomi primitivæ di- cuntur, corporumque elementa sunt. 17. Hoc systema, præter
multos chymiæ cultores, duo res, et recentes Atomicos intercedit, quam quod
illi duplicem hunc motuiu atomis per se inesse, hi vero ipsis a Deo inditum
esse ar- bitrnntur. At duplici illo motu explicari non potest, quomodo ato- mi
inter se ad corpora constituenda eoire queant. Non motu per- pendiculari ; nam
si atomi gravitate feruntur ad perpendiculum, evenit profecto, ut una alteram
perpetuo insectetur, sed fieri num' quam potest, ut una alteram contingat, quia
omnes eadem vi deor- sum feruntur. Nec motu declinatorio; nam declinatio
atomorum non aliter iicri posset, quam si una atomus ab alia depelleretur; id
au- tem haud possibile est, quia atomi, ut moto diximus, ob motum "• ^™
^" fo™aH onus esse, ut ex us corpus mixtum constiluatur Ereo efementa constKuentia
corpus in systemate chymico pJE peram explicantur. "j"""
pcr AnT. III.— De syslemate djnamico 21. Hoc svstema in recenli ætate
Leibnitius ex indus ria exposuit, et propugnavit. Ipse staluit principia, seu
elemenla corporum esse subslantias simplices, et proinde corpora non aliter
esse substantias compositas, quam quod "as si?„mn? lXe'°neS
Substantiarui11 ^-Plicium. kls subs\annoLi,P •? . ' .CX qU!bus. corDOra
efficiunlur, monades, tibTn.r t6S aPpel,avit.1uia ex iis, velut ex unital res
monnTrSH 7"S 5°^ti luilur. Quomodo autem plu- hoc rild efficendum corpus
concurrant, explicuit 1,nm°i„m Monades' ex Ulb^ quodlibet corpus constat,
tensfonom p,° r 0CCupant cu°> ^int simplices, ex^ rma T2' • fiSuramrn0n
habent ; 2° in qualibet partiSS" |Unt lnfinitæ ' .uuia matcria est
divisibilis m lntinitum, 3 repræsentatione tolius mundi gaudent bscura tamen,
et confusa, hoc est sine conscienUa; 4 ppetitu, nempe pnncipio inlrinseco
activitatis pollent, x quo omncs mutationes in ipsis fiunt; 5° desliluunlur
>mc0enndnn,US ln aIteram2' Unde non Possunrad corJSs 2 TotZ Teg>m eX
mutua in se PS™ actio". cd Pus eis est aliqua causa exteriori, ex qua
congreffentur iæc autem causa est Deus, quia Deuslonades Tta "iHer"
comunxit, ut internæ mutationes unius cum mutatio ontinct. (Vid. Ferrariensem,
In lib. III Contr. Genl., c. 56). Ouam i.d ir °"Bm°C r,,nT 7nUnerrime
C°ntra ^versariorum obiectlne™ VII n M . W Z'ghara' De mente Cone ? n V1
secundum Boschoviummodo occupanl, ita scse conlmil, i',,,PUnCtuni s° Eran L n
unicum ium punctum coalescant necesse p^ ^go ne phoenomenica quidem extensin L
J, twf monadcs, 's tse (Canl at!UnloccuPe'Vecesse est. -e4£^ antiam/ct ord?„em
inJftnSS. BoX0-!?1™ Di" v" ex vi altrahendi 7!, oschovichius repe W
-PB-at in eadelr „Pf "t.rricculf ^0"-'vcniri unicam vim,..,. j.! molccula corpons ri. qoia ?tlrTtioq el rr 1°
attractri?> ™odo repul•posiu eq E%o non ' 'ips in? 'S'° SUnt V-Ires
"atnrafiter fe?u\Ss\netU"li.teS' SeCUndum Dr»mlco., ita dicuntur i„ .
s tcrminus ™ „„i „, ', UJ,,",.nu">'. to tf.^ J&?J£1&»£ •
Præterea, etiamsi sumatur illa »tensa dirtantiam inter se servare, tamen ipsa m
unicum punctum protecto non coalescerent, sed phoenomenon conUnu.teUs efficere
numquam possent. Et sane, cum nec partes seu . extensa quæ corpus componere
d>cuntur, cont.nuæ sm, nec totom seu corpus, quod ab eis compon. d.c.tur,
sit continuum, omne fundamentum phoenomeno contmu.ta tis deest ART IV Quomodo
secundum Scholasticos quæstio circa pnncipia corpu. constituentia spectanda
s,t, expl.catur 27. Ut theoria AristoteHco-Scholastica circa Fincjia' ex quibus
corpus constituitur, probe intell.gatur, hæc iti antecessum scienda sunt: ...
nflm rr.r 1° Scholastici, post Aristotelem, ut compos.Uonem cor porum
explicarent, causas intnnsecas umversales eorun rParticularibus accurate distmxerun
. Atque id qu.den sapienter. Nam quælibet res mater.ahs cons.derari potes etPin
universum, prout est corpus et s.ng.l at.rc, p.ou est corpus determinatum,
nempe hoc corpus non ver aliud E e, ferrum, si in un.versum specte ur, est cor
p„s, non mi er ac aurum, argentum, aut al.ud e.usjno Si -\ed si sc-ectetur,
prout esl ns omnibus præd.tuu popter quat omnes 'illud vocitant ferrum, atque
ab aurc "Tllii dynanusmi propugnatores conlendunt cum Wol|io phær,. nenum
exLsionis repetendum ss. con us perc P_ £_e _ ( dum, ex quibus corpus conflatur
. nam ex eo qu r quibus corpus constat, confuse perc.p.mus, fi t, n t .ps. T
elu continuum efficientia nobis W>™"-J£^T æte q ua s. q nades, uti
ostendimu, . copnlsn non possnnt, qu,^ confuse ctum coalescant, Wolnus pro
LUI1^C3 absurdum, q nobis percipi, sen sentir, lam hoe es P™ » 1 est,q„
obiectum facultatum sent.end. ut ^ suo loc '™m0, qn „isi aliquid corporeum esse
potest ; monades _"1 ^n'J_e ^sjb sunt substantiæ simpliees, shqi..d
corporeum ac promd esse nequeunt. Neque aud.endus est Ga oPp.us_, qu • l s.
LXXXIII) docet nihil proh.bere, qu.n plura s mplrn», q _ gula scorsum sunt
insens.l.a, s.mul con uncta totu m ciant. Nam, si repugnat naturæ facul aM
»enuen t.se esse aliqnid simp.ex eerte repugna, ; . ™Pl ^J^ 'nla sinon seorsum,
sed cum alns muius tom romI)0Sjt0 non per plicia, cum, ipso Galluppio
consentiente in composno sceantur, naturam suam amittere non possunt. 101 et argento discriminant, est
corpus determinatum, nemne ferrum non vero aurum, aut argentum, aut aliud simile
lam J5Cholastici causas universales rerum principia et causas particulares
elementa appellarunt. E. £., hydroæmum, et oxygemum sunt elementa, ex quibus
corpus quod dicitur aqua, exurgit. Quare tum principia, tum elementa sunt causæ
intnnsecæ corporum, sed illa sunt causæ univcrsales, hæc autem particulares,
propterea quod ex lllis natura omnium corporum communis constituitur atque ex
his illa natura singularibus proprietatibus determmata gignitur. l 2° Elementa,
cum conflentur ex principiis, ex auibus jcorpus .n universum constituitur ,
sunt corpora. Unde s. Thomas elementa definivit: corpora, in quæ alia
replvuntur, lpsa vero non resolvuntur in alia 3 3 i Cum quæstio metaphysica de
constitulione corporum instituitur, causæ universales eorum, non vero
particuares quæruntur, quia harum investigatio ad speciales >cient»as
physicas, non vero ad Gosmologiarn, quæ est inetaphys.ca physicæ, spectat. Qua
de re theoriaSchola.iticorum, quam exposiluri sumus, non de elementis, sed le
pnncipiis corporum versatur. Quoniam autem ipsa eementa, ut diximus, sunt
corpora, hæc quæstio non soum corpora mixta, sed etiam simplicia, ex quibus
illa iomponuutur, complectitur. ' Aht.V. Systema Aristotelico-scholasticura
exponitur ^ 28. Systemalis aristotelico-scholaslici summa hæc esf Horpus, seu
compositum naturale considerari potest vei in se, nempe prout intelligitur
seiunctum ab esse, quod P accipiL " m fierh nCmpe Dr°Ut 6SSe in ™rum
na" &pmSdnniPUS Primo '11,°do ?pectetur, ad eius constitufonem duplex
substantiale pnncipium concurrere intellipuw oportet, eorumque unum est
passivum, ex quo, ceu •t\in'![rm?r'nin(IUi,nU^Ut iMaS distinSuaiuus a causis
agente, rnus auo dnr " in^ed,lintur compositiooera corporis, sed extra
»rpus, quou producunt, exislunt. InI,(:iC"r!/rinCip/a' Ut P°Stea
dic"»us» sunt materia, et forraa. mælc0nTT;V,ni^irT? T\l0mdS> CSt
^mpositioraateriæ,et rmæ», Contr. Gcnt., hb. III, c.23.- In lib.III De Coelo,
lect.VIII. radice, extensio corporis exurgit, alterum vero activum, ex quo eius
activitas emergit. Primum vocatur matena, et alterum forma l. ' . 30. Hæc
theoria ita explicatur: 1° Materia pro diversis modis, quibus ipsa
consideratur, \nprimam, et secundam dividitur. Vocatur prima, cum consideratur
m se, nempe prout nullam ex se habet formam, ob ldque ad quamlibet formam in se
recipiendam indifferens est; secunda autem, cum consideratur, prout iam formam
in se recepit, et, ipsam retinendo, ad alias determinationes non quidem
substantiales, sed accidentales, quas nalura, vel ars in ipsam inducere
possunt, in se recipiendas apta est. E.
g., fignum, si consideretur prout scamnum ex eo etfici&potest> materia
secunda appellatur. Quapropter materia, quæ, tamquam principium substantiale,
ad corpus efficiendum concurrit, est materia, prout est pnma; siquidem materia,
prout est secunda, iam quoddam corpus est, quia ipsa copulationem formæ cum
matena prima expostulat. Definiri autem potest materxa pnma: Altquid, quod cum
pcr se ab omni essentia, et proprietate vacet, in potentia est ad recipiendam
in se quamlibet essentiam, aut proprietatem 2. Id exemplo e rebus artificiosis
Petlt de_ clarari potest. Etenim materia prima ita se habet ad ens naturale, ut
lignum se habet ad rem artificiosam ; quia sicut li^num, cum nullam figuram
artificiosam habeat, m potentia ad omnes recipiendas est, ita materia prima,
cum i Theoria de materia, et forma dicitur Aristotelico-scholastica, quia ipsam
a Platone inchoatam Aristoteles ad umbihcum perdnxit atque Scholastici
perpoliverunt, et illustrarunt. At ante Doctores mediæ ætatis ingentem, ut
Moshemius ait, Doctorum numerum in primisque s. Augustinum illa theoria
fautores habuit. In recenti autem ætate Leibnitius primum a systemate atomico
ad dynamr cum gradum fecit, deinde, hoc etiam relicto, ad matenam et lor mam
confugit. Denique hodie non pauci hoc systema sectantur inter quos
commemoratione digni sunt Barth. Saint-Hilaire, ei ItalisBrentazzolius,
Gontius, Thommasius, Santius, Liveramus,trai ceschius, et præcipue P.
Liberatore, S. I. 2 Cf s. Aug., Confess., lib. XII, c. 6, n. 6, et De nat. bon.
eontr Manich., lib. I, c. 18. Hinc s. Thomas ait: Materia propne lo quendo non
habet essentiam, sed est pars essentiæ totius M dispp., De Ver., q. III, a. 5
ad ult.) Et s. B0^1.11^"^? r ria est indistincta, et passibilis ad
distinctionem per formam , / lib. I
Sent., Dist. XIX, p. II, a. 1, q. 3 resol. nullam quidditatem, proprietatemque
per se habeat, ad (juamlibet quidditalem, proprietatemque in se reciniendam m
potentia est. ' 2° Maleria, cum per se sit indifferens ad hoc, vel illud corpus
constituendum, indiget aliquo principio, ex quo determ.natur ad hanc, et non
aliam corporis speciem cfficendam. Hoc pr.ncpium dicitur forma' substantialis.
Mater.a inquit s. Thomas, per formam contrahitur ad ifiterminatam speciem • .
Hinc forma subslantialis defi ii linrrnif" F""" mat^ePrim°
cum dicitur ætus, lislingu.tur torma a materia, quia materia, ut diximus in
potentia cst ad quamlibet essentiam in se recipiendam orma autem est quæ
reducit materiam ad actL, nemi .e ad constituendam actu hanc, aut illam
speciem, sire ma er£ COmDOS,tl naturajisQapropter essenlia rei non i materia,
quæ per se ad omnia indifferens est, sed a orma repetenda est. Exinde eliam
intelligitur materiam e uti pr.ncipium passivum, et formam veluti principium c
tivum ad corporis effectionem concurrere ; nam forma pnncp.um, quo efllcilur
id, quod res est, et mateda t pr.ncpium quo eff.citur id, quod res est. Secundo
uin iorma substantialis dicitur actus primus, distin"uiur cum ab aclu
exislentiæ, quo res non iam essentiam, 1 suuul. acc'P't> tum a formis
accidentalibus, quTe ssent.am rei lam constitutam quibusdam modis afiiciunt
ertio, cum diclur actus maleriæ, distineuitur a uh^'nsseparatis, sive Angclis ;
hi 'enim JTulLu co ia aJpelklrT deSt",antur' ac nroiude ' rnate ' I,
qXLIV, a. 2 c. Et ibid. (q. L, a. 2 c.): Materia rcrinit nna.n, ut secundum
ipsam constituat'ur i„ esse ai.cu „ spec e 1 æris, vei .gn.s, vel cuiuscumque
alterius,, spec.ei, For.na accidentalis a substantiali diffcrt, quia forma
substan . .s fact hoc aliquid, forma autem accidcntalis advenU rei am . a
l.qu.d .stcnt,,,; Qq. dispp., q. un. De s „ ™ J ;> Al.quando potentia ad
esse, nomine materiæ, ct actttesse nt n formæ des.gnantur. Quocirca, cum formæ
creatæ nUac,„ "!> Ttu^af^V1 "°le'"iaus aqua conflatur; quapropter,
si substantia corporis, ex pio ahud ontur, eadem ac substantia illius, quod
oritur, jnaneret, una eademque substantia proprietatum, quæ ibi lnviccm
opponuntur, principium, et subiectum esset; d quod fieri non potest '. Atqui,
si corpora per mutatioicm substantialem oriuntur, tria illa principia
expostuantur, quæ materiam, formam, et privationem a Schoaslicis dicta fuisse
vidimus. Ergo. 34. Minor quoad singulas partes probatur hunc in moom: 1 Si ex
uno corpore aliud oritur per mutationem ubslantialem, dicendum est in corpore,
quod generatur, emanere aliquid eius, quod veterem formam in se reci•lebat,
quia secus vetus corpus non transmutaretur, sed a nihilum reduceretur: hoc
autem, quod de vetere cor'Ore in novo remanet, intelligendum est tamquam pura
otentia, nempe aliquid, quod, cum nullam peculiarem )rmam habeat, est per se
indifferens ad omnes formas scipiendas, alioquin plures formas, unam post
aliam, in J recipere non posset ; rursus, cx hoc, quod de vetere )rrupto in
novo remanet, quodque ad quamlibet formam i se recipiendam indifferens est,
substantia novi corpos educitur, quia si non educeretur ex hoc, educi debe5t ex
nihilo, seu, quod idem valet, non generaretur, sed •earetur2. Atqui illud, quod
de vetere corpore in novo (imanet; ex quo substantia novi corporis educitur; et
quod omnes formas in se recipiendas est per se indifferens, lua cst, quod
materia a Scholasticis post Aristotelem nun Cf s. Bonav., In lib. IV Sent., Dist. XLIII, a. 1,
q. 4 resol. s. Thom., In lib. IV Sent., Dist. XI, q. I, a. 1, sol. 3 c. Id iam
vulgo hominum persuasum est; omnes enim, e. g., putant iter ceram, aut lignum
mutari, cum novam induunt figuram, ær vero lignum cum in ignem convertitur,
quippe quod in cera t Ligno nova accidentia producuntur, quin ipsa substantia
cormpatur, sed substantia ligni perit, cum ignis ex illo efficitur. Necesse est, inquit s. Bonaventura, aliquo modo
formas nartfes esse in materia, antequam producantur ; In lib. IV Sent st. XLIII, a. I, q. 4
resol. 10g COSMOLOGIA cupatum est. Ergo, si corpus per generationem oritur,
unum principiorum, ex quibus ipsum efficitur, illud est, auod materia a
Scholasticis dictum iuit1. H 2° In generatione corporis præter pnncipium, quod
dicitur materia, aliud, quod dicitur forma, admittendum est Et sane, ad
cuiuslibet rei generationem oportet con currere aliquod principium, quo res ad
certam speciem entis determinatur, quo a ceteris speciebus entis distingui tur
et ex quo eius proprietates emanant, sive, ut aiunt, resultant. Atqui hocce
principium aliud, ac matenale, esse debet. Nam materia, si in se, et seiuncta
ab omni alio principio consideretur, neque principmm esse potest, auo res ad
certam speciem entis determinatur, quia ipsa intelligitur veluti mera potentia
; neque pnncipium, quc una res ab altera secundum speciem distinguitur, quis
conceptus materiæ aliquid, quod cunctis speciebus com positorum naturalium
commune est, denotat'; neque prm cipium, ex quo proprietates rei emanant, quia,
aientt s Bonaventura, (( est principium passivum s . Ergo ac o-enerationem rei,
præter materiam, aliud pnncipium con currere debet, ex quo illa tria, quæ
diximus, in corpor( efliciuntnr: huiusmodi autem principium illud est, quoc a
Scholasticis forma, sive actus materiæ appellatur. 3° Generatio sine privatione
intelligi nequit. Etenin intelliffi nequit, quomodo subiectum possit aliquod no
vum esse adquirere, nisi intelligatur illud actuahter no! habere, hoc est, eo
privari; quocirca transitus de non esj ad esse sine privatione intelligi
nequit. Atqui generatr est ille iransitus de non esseadesse. Ergo generatio cor
poris sine privatione intelligi nequit. % 35 Exinde etiam intelligitur in
corpore lam generatoris existit secundum realitatem jiotentiæ, sive per modum
inhoationis entis. s Quare materia, ut s. Thomas ait, participat aliquid dc
bono, >cihcet ipsum ordinem, vel aptitudinem ad bonum ; I, q. V, a. 3 ad 3.
ma est tantum in potentia, in quantum huiusmodi ) noi ostendit, quod materia
non sit creata, sed quod non si creata sine forma. Licet enim omne creatum sit in
actu non tamen est actus purus. Unde oportet, quod etiam ii lud, quod se habet
ex parte potentiæ, sit creatum, si to tum, quod ad esse ipsius pertinet,
creatum est f . 41. Neque repugnat
alterum. Etenim, etsi materia si in potentia, tamen ad totum substantiale
concurrere pot est ratione aptitudinis ad formam recipiendam. Ut auten causa
materialis ad totum substantiale constituendum con currat, non requiritur, ut
actu ante ipsum existat, se^; satis est, ut concomitanter, atque in eodem
instanti cun forma substantiali existat ; siquidem materia cum noi det esse
formæ, sed recipiat esse a forma, non expostu lat esse in se, sed solum
capacitatem ad illud, quod pe; formam recipit 3. 42. Obiic. 2° Repugnat in
materia, quæ nullam essen tiam habet, formas contineri. Atqui si formæ in
materi non continentur, profecto ab ea educi non possunt. Erg eductio formæ a materia,
quæ in systemate Scholasticc rum admittitur, absurda est. 43. Resp. Dist. mai.: repugnat contineri actu, Conc. mai.
in potentia, Neg. mai. Item Dist. min., si non continentu neque in actu, neque
in potentia, conc. min., si continen tur in potentia, neg. min. Neg. cons. Et
sane, illud, quo educitur, debet esse in eo, a quo educitur, non actu, se i I,
q. XLIV, a. 2 ad 3. Id iam s. Augustinus monuit, aiei materiam esse a Deo
concreatam; Confess., lib. XIII, c 33, n. 41 I Et ibid., c. 29, docet materiam
præcedere formam non tempor 4 sed origine, eo modo, quo sonus cantum: Cum enim
cantatu I auditur sonus eius. Non prius informiter sonat, et deinde form tur in
cantum . Cf p. 104, not. 4. 2 Secus res se habet de causa materiali, in qua,
tamquam subiecto, forma accidentalis inest, e. g., albedo non potest adv nire
homini, nisi homo iam actu eiistat. 3 Hic etiam cum Origene advertere præstat
materiam m gen ratione corporis numquam ita in potentia manere, ut non sit act
quippe quod cum non sit corruptio sine generatione, materia ser per alicui
formæ subiiciatur oportet; De principiis, lib. II, c. Et vicissim, cum non sit
generatio sine corruptione, materia, el ad generationem corporis concurrat,
prout est aliquid in potenti nempe prout capacitatem habet ad novam formam, qua
privatu tamen est aliquid in actu, habet enim formam corrumpendam. \\\ poOntia
nam educlio transitum de potentia in actum deS? L ?• mæ n°" quidem aclu
latitant in mateTia licIuet ma.nam ad productioncm formæ concurrere ex eo nnnfl
sa adiuval agens naturale ad productionem formTe • !uod quidem, monente s.
Thoma , non est intelli JXm' Ximaitenfa a'iqUid agat' Sed nt diximus 2S M n.ad
f°oomr'".> cipiendain apta est. 4 44. Obuc. 3° Privaho denotat defeclum
realitatis Fr .nonePotest quidquam conferre ad gcnerationem' ali • Cf s. Thom.,
I, q. XLV, a. 8 c. H.nc s Bonaventura secundum s. Augustinum (De Trin., lib.
III iL,,}', ?n,": " Rat'°nes seminales omnium formarum sunt .psa
(mater.a) ; /„ Ub. IV Sent., Dist. XLIII, i „ 4 "° uftta a ^lV,h°maS m°net
f0rmaS' secundm lud^uttin ten lia, a Deo materxa concreari (cf etiam s. Aug.
ibid c 0 16), ct, secundum quod sunt in actu, de potcnHamateriacedu In ipsa
matcria, inquit s. Bonaventura, aliquid est concreaSen qmstagVH n"™
a^j" 'T' e SUnt imn'eoia'e a Deo pro Ilnl, ad nutum obed"
"aleria, tamqnan. propriac cau "DW DeusTat7ni,iCand".m,M0ySeS
SingU"'S P^Tpr.e"?,. n P e "rbnm Dei"^ ' 9"°
significatnr formatio rc forin If" Cla' a ouo' seeundum Augustinum, est om
tnik et, c°rap.-"go, et concordia partium ; L q. L\V a 4r ' W. /f vel mitmm
generatioms est privatio formæ inducendæ 4 . De essentia corporis 46 In rebus
compositis ex materia, et forma, ait s Thomas, essentia signiBcat non solum
formam, nec soluu nTateriam, sed compositum matena t^ na\Tan i prout sunt
principia speciei . Quare ad naturan corooris intelligendam satis non est
cognoscere, quid s forma et quid sit materia, sed cognoscere etiam oportet quid
sit corpus, quod ex utraque conflatur, sive ir i qoc consistat essentia,seu
esse essentiale coroons, quod ex co pulatione formæ cum materia constituitur.
Aliquorum Philosophorura sentenliæ de corporis essentia reiiciuntur 47. Lockius
ratus essentiam corporis positam esse i: collectione omnium eius proprietatum,
statuit ™™ cornoris nobis latere, quippe quod non omnes eius prc Sates
exploratas habemus . Cartesius, cui, præter tqui, si extensio a substantia
reipsa distinguitur, sequi | Cf Ontol., c. VII, a. 1, p. 42.-2 Ibid c> n a „
De corpore physico hic agimus, nempe spectato cum qualita•us sensilibus quibus
i„ rerum natura existit; essentia enlm corns mathemaUci, nempe abstracti ab
omni qualitate sensibTli (Cf fac p. I, c. I, a. 7, p. 17, not. 1 vol. I) non
nisi in trina di| nsione posita esse potest, quia nihil aliud in eo præter tres
di|!nsiones mvenitur. F l fj[Ontol:, c. X, a. 3, p. 80-81. Hoc inde etiam
confirmatur I d s. spatium et locus essent corpora, cum locus et locatum I S
Tln lTeivUll duV0rp0ra GSSe Simu,5 °-uodest inconveRns , in lib. IV Phys.,
lect. II. Hima^nHtr08 aU: po „3' Ut h.°C ar,Kumenlura magis perspicuum fia(,
observandum est ex plunbus non posse aliqu d, quod est unum per se, effic, sine
a iquo principio, quod Ipsa ita pervadT ut unum cx ns existat, divisibile
quidemV^7n plu res partes, sed mdivisum actu. Quapropter partes corporis non
possunt constiluere corpus sine aliqua vi aua ron Unentur, alque unum
efficiunt. Iam, si præto paVles £ quibus corpus coalescit, opus est ad co^rpu
effic[endum a liqua vi, seu pnncipio activo, ex quo ipsæ cobæren? ; alque,n
unum coalescunt, liquet essentiam corporjs ex, eo constilu, non posse, quod
corpus ex pluribus substanI lns compositis, ceu sui parlibus, conflatur. At.
Il.-Vera sentenlia circa csscntiam corporis adstraitur .J^ Doctores mediæ
ælatis, si Ockamum exceperis concorditer docuerunt corpus tribus dimensionibus
W pe exlcnsione, nalura sua præditum esse, corpor, -,„. ! em essent.am non esse
positam in acluali o 0,scd m exigentia exlensionis, sive, ul nonnulli a unt in
ext ennone radtcali. Quocirca dimensiones, ex eorum sentontia, a corpore
virtutc Divina separari queunl.Ted si :ex0£;icZuslil,as semP"¥ t^S
corPn,ro,J • ' |U'Ppe quod' S1,lcet nobis substamiam corpoream sine actuali
extensione intelli^ere necesse KæmSusUt illam Ve'UU a",am °d hanc
^piendTmin! p4rnnVC£latCm UUlUS sententiæ demonstramus sequenti tajomposita ad
tnnam dunensionem recipicndam apta. Brafes ' r°J'"n f°rma CSt °rd° ' VCl
comP^i"o "on snnt res p! lTb. IVf c. 05Um UnUaS P°SSU °iCi U"UaS
naturac : Contr. •t/.(ro0'uri;CiS hac,. adquirat. H "ucnsiones quantitatis
57. At vero fautores Dvnamismi nli fcl.hi „,1 . • extensionem nonnisi
phæ^nomeTc \^ ostendimus contra ipsos sequentem dammunt Qure Prop . Extensio
corporum esl realis. Use obieclivas in DynamilogtaVicTZTTrl ^0^ tas, s.ve
cxtensio co/poris i ^™ B'£da -2? Vnf"'1titas est fundamentum ceteroru.n
nroiA^,yuan" quia quantitas est VrirntToTnS^™ XCiaT '' pons advenire
intelliffimiis m „,,-V -5 sunstanl'æ cor E iutelligimus, non S^rou0' Pqe '
(lUt'eds eXditufst prout est jikwKmot, intell.frere Dossumn ' n ' seH fxteosio,
seu quan itas coSS^ >,;,?Uapr°'.ter si Comenic., .omnes qualitatef corpo s
no„ a liid Vis PU°e' mectio ammi . vel momm ^kJ anud, nisi mera .. jiivdd
qaid,„,,r;„ P r,: jk&^a '°r R-sxrar^~s£si •.. i. ricxv^rc4rxr^;re J 4ad.
GWC, lib. I, c. 6.-2 Vid. p. 99 F £?xr dt, drm.rAT •' . • > . Ug
IMPENETRABILITAS [Grice: Cf. Humpty Dumpty -- ] est illa proprietas, qua omne
corpus cetera expellit ab ipso loco, quem occupat. 60 Omne corpus est
impenetrahite. Probatur. Substantia corporea ratione quantitatis m par tes,
quarum una est extra aliam, distnbuitur, sive exten ditur; quod quidem
possibile non est, nisi quælibet par tium a liud, ac ceteræ, spatium occupet;
atque a spatio, quod occupat, ceteras expellat '. Atqui sicut se habet pars
corporis ad partem loci, quem corpus occupat, i ta se ha bet totum corpus ad
totum locum; nam quodl.bet corpus est ab omni alio divisum. Ergo quemadmodum
quæhbet pars corporis expeliit alias partes eius a parte spatn, quocl occupat ;
ita quodlibet corpus debet certum spatium sui proprium occupare, ab eoque
reliqua corpora expellere . Confirmatur hæc propositio ab expenentia, ex qua
com pertum est nullum corpus posse altenus locum occupare, nisi ab eo ipsum
expellat. . 61. Ut autem notio impenetrabilitatis clanor fiat, hæ(
^l^VmpenltVabilitas explicari non potest, nisi quædarr vis resistendi in
corpore esse dicatur Namque unum cor pus impedire non potest, quominus ahud
corpus occupe Focum ei proprium; nisi quidquam agat. Atqui hæc actirrooaiur.
Magniludo cuiuslibet corporis determina.a esse debet, quia quidquid in rerum
natura existft e de ermmatum. Atqui magnitudo non aliter delerm nata in lellig.
potest, quam si uno, pluribusve LnSSb^S^ hensa concip.atur; id qnod experientia
confi"^ uam itaui in h; T firne C°rpUS tenninis eomprehenditur. v„T,. . r
figura corP°ris posita est . Ergo omne c? ™ qua figura Peædilum est. 8 auæ'
nM?nife8lu,n est fi>'™ esse proprielatem corporis, quæ a for promanaL Nam
lnaleria' . P,s KndamnSi.ad ^3"1'1"6' substau^' corporeaS const
EE™?',ta qU00Ue e-st Per se "'differens ad quamlibet I m na reM
qUant"atiSHinc' Sicut mate" a forma iam itl .h -!j Tam
Certamsubsta"tiam constituenjam,,ta ab eadem forma quantitas eius ad unum
nli. que term.nos in se recipiendos, ac proinde adK "am figuram
determ.natur. Quod si figura corooris a fnr t&TT' Consequitur %-as
esseSrScundum verSas corpomm species, quia forma est principium ne" |uod
corpora ab se specie differunt. Id, si in corpoHbus Ita prædU.s, nempe plantis,
atque animalibus S us ouoaue X" "S V'tæ cxPertibus> hoc est
mineraHus quoque observatur, cum a statu æriformi, vel linuido wSifi.
prantQ/are diTer?.itaS firæ nonqn,odo -centibus Physicis, sed et.am a
Peripateticis tutius in !n„'„„?U' in similitudfne corporea illos Sanctos
repræsentabant t Log., part. I, c. I, a. 9, p. 20-21 vol. I. e 'rJLT11' a ad 2'
Sensu autcm improprio hoc nomen fi-U andum T T qU0Hbet sino' ^uod ad aliquid si
fnl andum secundurn ass^imilationem ad aliud •; / lih. ?// £., 8-cif.^a^Tc':
^11"6 termin°' VGl terminis comPrehenditur ; I, 1 scd m^ f'">e ub
fTectn m T T' "" 'nstra'n^', quo eausa prineipalis ad 'cTnatLPel
CeDdT T"' "°n e° Spcctatnt cfrcctu"> simi!em Wr^f ' J natUraC
Cansæ P™eJPS, q„ia ab hac om B \Z nctaT „!!",?• ^, EI,ectUS non ••1
ins.rumenm, >eu prmc ipali agenti; sicut lectus non assimilatur securi sed
ni luæ est in mente arlificis ; III, q. LXII, a. 1 c primarias, et secundarias
vulgo distinguunt. Illæ sunt, queniadmodum Lockius ait, soliditas, extensio,
figura, motus, quies, et numerus !; istæ autem consistunt in quadam vi, qua
primariæ pollent, producendi in animo sensationes, e. g., colores, sapores,
odores etc. Iam in definiendo, utrum hæ proprietates
re ipsa inveniantur in corporibus, ipsi valde inter se dissident. Nonnulli,
inter quos idem Lockius, docent qualitates primarias esse obiectivas ^
secundarws autem esse subiectivas, nerape animi nostri affectiones, quibus
nihil simile in corpore respondet. Alii, inter quos Berkeleyus, omnes
qualitates primarias, non secus ac secundarias, esse subiectivas contendunt,
atque inde idealismum eliciunt . Leibnitius denique 3, Garnierius , aliique non
solum qualitates primarias, sed etiam secundarias esse reales voluerunt, atque
istis, perinde ac illis, aliquid simile in corpore respondere arbitrati sunt.
73. Quid de hac controversia sentiendum sit, ita breviter declaramus: 1° Certum
est proprietates, quæ a recentibus primariæ appellantur, esse reales, sive
tales in corporibus, quales a nobis cognoscuntur. Etenim proprietates primanæ
aliquid denotant, quo extensio in corpore determinatur, quia cum quantitas, tum
figura, tum situs, tum denique motus extcnsionem exhibent diversis modis
determinatam. Atqui extensio in corpore, uti ostendimus, est realis, hoc est,
talis, qualis a nobis cognoscitur. Ergo qualitates primariæ quoque sunt reales,
nempe tales, quales a nobis cognoscuntur. i Essai pkil., etc, lib. II, c. 8, §
9-21. Diximus secundum Lockium, quia alii diversis modis illas enumerant. 2
Galluppius {Saggi o fil., lib. IV, c. 4, § 44), cuius sententiam Saissetus
(vid. Dict. phil. art. Matiere) nuper defendit, Berkeleyo concessit omnes
proprietates, quas nos corpori tribuimus, non aliud esse, nisi sensationes
nostras, quibus res extrinsecus obiectas mduimus, sed idealismum inde concludi
posse negavit. Ast perperam. Nam, corporum naturam nonnisi ex eorum
proprietatibus cognoscere possumus; quapropter, si cunctæ proprietates corporum
non sunt tales, quales in corporibus a nobis cognoscuntur; concluiendum est nos
naturam corporum ignorare, ac proindei dealismus Berkeleyi, sive scepticismus
circa scientias rerum naturalium admittendus est. 5 N. E., lib. II. c. 8. Qua
in re Leibnitius monadologiæ suæ placitis parum cohæsit Precis de Psycologief
lib. I, c. 1, sect. 2, § 4, Paris 1831. cosmologu 125 sensilSUsunf
SnneCUndariæ' Si sPec'entur relative, prout u., idcmqwquc°umpe;coprSu ?l per
spec,em sensi,em ;cst%onu7s„UUnalseeSipSsTsUndat^ abS0,Ute> hoc • s>eipsis,
atque lmpressionem anm ; Ssti " Fgana SGnSOria Producnnt^uædariiffido
existtt . Emmvero compertum est qualitates se mi 1;, a corpore animnli pvrmi ™
j 4ua"i secunaanas dcrc. ur m,l n C°rp0re animaIi esse> si aterial ter
cons derelur,,d ipSum, quod es, in quo|ibe, co " "™ Ke vera, cnm
manun, igni admovcmus nrorn? ?l • I SSfcdHr" SCn"'mUS' ;Psamie
"' aft L S^an6 fejjfc s asrts ™ ca S& mter aualilates Secundarias
absolute snerinfr.c „, m apprehensiones sensibiles • non exirtfffl M ''"
be'mes-tan?r, Simili,ud° repraZZfon i KoTeM 1 ro m SMn'tUd0 -atUra^ a"ia
1ualita'es sccunda,æ 'Toris, seu abim csst„ '„„,! II d,s .ngu.tur ab
innnutatione 4 Cf Dynam., c.PI p^ voh ? "^" " °rSan° Producit
pore animali '; 2° sensationes, quamvis affec Uones animi nostri sint, tamen
non esse dumtaxat ahquid sub.ec . rum, uti Berkeleyus, et Humius voluere, sed
etam ob.ect.ram, quia in rebus obiectis aliqu.d rerera est, quod e.s re
spondet, et quod ipsarum causa est. De vegetabilibus 75 Postquam corporum vita
carentium naturam, et proprielates exploravimus, propositi nostr. ral.o
eiposlulat, ut de corporibus viventibus, seu animatis d.sseramus. Ab Hs in
quibus infimus gradus vitæ viget, hoc est a yegeabil bul" eu plantis
ordiamur. Quænam s.nt operat.one vege ativæ, e quomodo vita vegetat.va defimatur,
al.b expHcuimus ; quare. hic dumlaxat quære n J™ nobis es, utrum principium
vitale, seu an.ma .ns.t plant.s, et, s. v Um ™lanti inesse invenerimus,
cuiusnam specie, illa sit. ABT. I. Vitam plantis inesse demonstratur 76 Aliqui
veteres, secundum Epicureos, et Stoicos, alque non pauci recenlcs, secundum
Cartestum, nul um, principium vitale plantis inesse pugnant, alque ex . s al.i
mo tus ct effectus plantarum ex sola part.um extura t repetunt, ita ut non alio
discrimine plantæ a ceter.s corpori bus quam mcliori, et nobiliori partium
ord.ne distmguan tur \ rel per vires physicas, et chym.cas fier. arb.tran tur
Horum sententiam refellimus sequent. 77 Prop Principium vitale, seu aliqua
ammaplanhs tnest Probatur. Planlæ, uti s. Augustious inqu.l, non tantun ex vi
exlrinsecus impellente, velutt cum ventis agttantur sed ex principio sibi
intrinseco moventur, e. g., cnmsu cum attrabunt, quo nutriuntur, et augescunt,e
t fol a fructus, aliasque planlas sib. s.m.les edunt . Atqui prw cipium vivens,
seu anima iis conven.t, quæ se .psa ad ( ~7"cf s. Thom., In lib. IV Sent., Dist. XLIV, q. H, a. 2
sol. c et a. 4. sol. 1 ad 3. C \ cfVam., c. II, a. 1, et 2, P: 109-111 vol. I.
i Præsertim Lamarck, Philosophie zoologique, t. I, p. JS, ris 1809, et Histoire
naturelle des animaux sans vertebres, Inlrod. p. 85, ed. 2, Paris 1835. 4 De
Gen. ad litt. pcrandum movent . Ergo vila, seu quædam anima plan ; 78.
Prælerea, plantæ sunt corpora, quæ ex pluribus, IVTTT6 °rgan,S ^nflwtur,
siquidem in eis, aienle B Aberto M., sunt radices ori similes, et stinites
" tram, et cetera d.versa officia habentia >,.' Atq Pp rincfpinm
substant.ale corporum organicorum debe e.sse anima qu.a ipsum efficere debet,
ut corpora se ex se ipsis moi veant, alioquin organa frustranea essent. Ergo
nrincipium substanliale, quod plantis inest, est anima 79. JJenique admissa
adversariorum sententia, princimum, per quod plantæ constituuntur, et operantur
deberet esse idem, ac illud, a quo corpora non viventia essentian,, et
operationes suas sumunt/ nempe, ut ipsi contendunt, leges mechanicæ, sive vires
chymicæ. Atqui hoc conseclanum cst absurdum. Ergo 4 J!!hi\fJZJu dem°nS(ratur:
LeSes> ^ecundum quas veMtabiha constituunlur, et operantur, ut alibi diiimus
' ib ns d.flerunt, quæ constitutionem, operationesuue corlorum haud viventinm
moderantur. Atqui diver has °e 5T„'. IT r" con1s.tituti.°nem.. et
operationes entium perincnt, specificam divers.tatem principiorum arguunt Er
'hiueunaturSl prmCnip,Um' 6X ^^orporanonvivlntiaconhaniri e,'rhl peranlUr
\consi?tat' quemadmodum Me-hanici, et Chym.ci contendunt, in legibus
mechanicis, vel iribus chym.cis, tamen principium" ex quo vesre tabifia
^nst.tuunlur, et operantur, diversum esseTebet ' ri ?'".';?•• C ' a • P 98
vo1 '•, q LXXVm; aM'l ? "> ^ '• " > "' °> "•
"•. • f oTuf/ £ Tbom°9dispp-> • unD •• •• entia' e ?" ',bl
esPos"!mus. ddi potest corpora non vi-,,,n'„i g'' Uum' lapu' 'oms' sub
qualibet figura, et vcl exi d n fi"arTT' VirSqUe SUaS retine'e: sed viventi;
sinc ccru • Neouc Ur,V °i6 ",eC C."Sterc' nec °Perari Possunt. Neque
d.cas cum P. Tongiorgio (Instit. phil., Psyeh.,lib. I c. imt.if'^ • P,antarum
naturam dcrivari ex viribus unæ ex s P vs'cT,e irT PnVSieari"net
°"5micarum rcsuHant. N m " is,7„, ' C' ehy|mcao, quocumquc modo
coniungontur et ncrseeantur, supra condilionem naluræ mor, J™?£ ner. ",
qtbus ZT VeSetabiliu'usi'e borum opcratioues sivc^le 'rP0qu n7norPSæieiCrUntU;
' sP.ee,averis • valdc pracs.a't oaturæ P rum inorganicornm. Ergo s. non per
vires physicas, et chy Ut hoc magis perspicuum fiat, mente repetendum est
plantas non posse nutriri, augescere, aut simile s.bi jrienere' nisi aliquid in
novam substantiam transmutent . Atcui partes plantæ, quoad variæ sint, et
exqu.s.ta slructura ornentur, hanc transmutationem per vires phys.cas, et
chvmicas efficere nequeunt; nam hæ possunl quidem partes alimenti aliter,
aliterve disponere, sed nequeunt illas corrumpere, seu, ut aiunt, alterare, ut
inde nova substantia producatur. Ergo, ex adversar.orum sententia, operationes1
plantarum nullo modo fien possnnt H.nc nobiliores Physici, et maxime nuper.
mgenue fatentur nerennem circuitum humorum, assimilalionem succorum, uuibus
plantæ nutriuntur, et augescunt, et maxime reJroauctionem per vires pbysicas,
et chym.cas nullo modo eX89CItraqueSpro certo habendum in vegetabilibus, nræ
ter vires physicas, et chymicas, exislere pr.ncipium h.sc. mulm præslantius,
quod' illisveluti inslrument.s ut.tu ad producendas operationes, quæ v.lales
vocantur Hoc autem principium nos non latet, quemadmodum Cuv.erkis"
aliique contendunt. Nam ex i.s, quæ de principiM constitutivis corporum
statuimus, patet prmc.p.um .llud esTe formam illam substanlialem, quæ mater.am
ad veffetabilium speciem de terminat, fonsque est omn.um operationum, quas in
ipsis observavimus . mira, uti ostensum est, ne per harum quidem combinationem
na Sr. ve"ettW Ham eiplicari potest. Accedit, quod chym.c, concor duer
SeDntiun non posse fieri ullum vegetabile per comb.nat.one v rium nhvskarum, et
chymicarum, immo nc unam qu.dem moleculaT orglnkam; cf Ber/elins, Traiti de
ckimu, or,.m ^Hæ" tf dS-n. (Dynam. c. II, a. 1, p. 109 vol. I), suutpra.
cipue^ vegeUbiUum^opcrat.one, ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ±> ^, §
1;3etzftt'neDani,n"', l.lkLV^ lon oraannation, in.ro '"
^Ex^hofclnUn^Uquod ^l™ i"ividnum sit eorpas inan |29 AaT.n.-Cuiusnau,
speciei vita plantarum sit, inquiritur Quoniam vegetabilia vivere norsnptimnc :
bportet, num iJlorum vifn u Pf.rsPex,mus > mvestigare 83. Plantas vim sentiendi habere docuit PJafo • m.n i
Si£S?' Clmtat SmsibuS hadPollent \ > re mtileASf fMt,træ "'
saPientissi'us, Eum um est Ain ; rUStra eg,sse Pro cert0 haben iH^L q
-VSenSUS,n Planlis frastraoei forent Plan s ig.tur sensibus carere certum esse
debet., ™;!TC'tUr h0C modoSensus viveutibus datur LStnr exterioribus, quæ ea
destruere adnitun ur' Kr vRent^n C0USerVent> hoc est > t quæ sibi
no"fa Entar Atnn; ?afqUe ad v.,tam necessaria eis sun" se quide? 6S
im oCX nC:PUe P,antæ S6nSUS exP°s'Iau • W immnhilJf0r P^i. ' nam' cum 'Psæ ob
radicem telideS„ adbæreant, et facultate e loco se moven asibu uaapns„d j :
ips:s/r ^' quæ noxia sibTs^ allerofZ' '• qU a effugei"e non possent. Nec '
ia Cf Clem Alex.( 5(roOT) j.b ^ senpni. h-IpiniumVæ pZ ' ^e^S h,b; '• C' ^ •
iir^ VCT, Jvmacip6 8;At 1818 1 .. Thom., 2 2-,. CLXVn7. ^'c?' ^' " a"b' :„;
XCI- a- 3 ad 3.- i, „. x'vni> æ3 e. fHuos. Cbbist. Compend. II. 7 q 130
cosMOLoaiA bare possumus. Re vera, plantæ nobis haud præbent in se ulia illorum
indiciorum, ex quibus nos an.maha sensibus pollere colligimus. Primo enim in
lpsis non invenimus^organa ad sensationes apta, sed organa tantum, quæ nutritioni,
augmentationi ..et.reprod^ ^ mserviunt: secundo, non observamus in ipsis illos
motus ex miibus arguere solemus ammal.a sensationes, et anecuo ne quælpsas
concomilantur, in se expennN.hil.gito in plantis nobis occurrit, ex quo sensus
in ip.s arguere possumus . CApvT y De brutis Hactenus de infimo genere
viventium, nempe planlarum nunc ad genus, quod iilo proxime super.us est, nemp.
brutorum, explicandum accedamus. Abi. I.— Bruta non esse au.oinata demonstratur
87 Cartesius post Pereiram aliquorum veterum sen tentiamTnstaurans, contendit
belluam esse merum matum, seu machinam affabre ™^WJ gium, ita ut omnes eius
operat.ones^ non al.ud s.nt, ni. mntns aui leeibus mechanicis fiunt ". 88 Pron Selluæ non sunt automata, sed mla gauden
Pwbatur prima pars. Si bruta essent automata secu. dum certas/immotasque naturæ
leges moveren tun Atq belluæ non moventur secundum has leges. Belluæ ig.t. non
sunt automata. . 89. M inor demonstratur ex præcipua lege ruotus, qu, huiusmodi
est: Corpus in motu posilum V^sevem eadt vploritate ataue in eadem direchone,
msi ab ahqua extt tclusa^ aut in alias partes deterrmnetu TTf Alb. M., Op.
cit., lib. cit., c. 3. Qua in re adyertend, est contra Robinetum motus herbæ,
quæ a manu ipsam att ecta>; M auæaue idcirco casta vocatur, et motus herbæ,
quæ v, iXlTY^T^^ ° causara nomen heliotropn^h S„ullumTndidum sensationis
præseferre, sed ex pmcipio >nt ib ^ petendos esse, quod varias leges,
propnetatesque in varns motum, yel vicissim transeant; Xpe enuus aTlffl"1
' v.is determinatus, ut ad hordeum acceda,, TmediL K" sam mvenerit, cursum
skfii &J ' ai.meuiam los vens in brutis agnoscendum est g Pr'ncipmm vi
T„STi.\C"^'" ".' "'io.ib.. "ffici,S "d" '•,
qas,n bcllu.s compicimu,. E,go belluæ M ntr.;!. ' s' et Principim est
operationum eius E" au.lem> 9.as in belluis obse/vamus Tmodo
:stend.mus, e.usmod. sunt, ut naturæ automati cartesiani 1 Vid Dynam c. I, a.
1, p. 98 vol. I. 3 Cap ^'n,Ua?2 p. % iUqab^ contr; • 4, n. 4. • omnino
repugnent. Ergo Deus automata, qualia Cartesius belluas esse contendit, condere
non potuit. Il.-Cuiusnam speciei vila brutorum sit, investigatur Q4 Inter
illos, qui animam inesse brutis tuentur, nemo contendit ipsam esse dumtaxat
vegetativam, sed cum ^mnes animam^belluinam esse pnnc.p.um yegetat.vum
faTantur, acriter disputant, utrum s.t pr.nc.p.um dumtaxat vegetativum, et
sensitivum, an et.am .ntelleclivum. Q^ Pron la. Anima brutorum est sensitiva .
Probatur Brutorum anatome nos edocet bruta nsdem exfernis internisque organis
instructa esse, quæ y.tæ tnsitWæ hominis cum externæ, tum mternæ inserv.unt.
Aau Torgana, ut scite advertit s. Thomas,.sunt propter noTnlias ' t Ergo in
belluis facultates sent.end. sunt P % Præterea, bruta actiones exerunt, quæ
facultates sentiendi expos tulant. Ergo anima brutorum est sens.U™ Anlecedel
expositkWoperationum brutorum demonsiratur 3 Et sane de sensationibus, quæ
referuntur ad res Sraas, dubTtandum non est ; belluæ enim .Uas.operatfones
edunt, quæ visui, auditui, gustu., odoralu., et tactuTtribuun ur '. Quod autem
belluæ sensat.ones suas, earumque differentias sentiant, ex eo ev.ncitur, quod
.psae Ttilia a noxiis discriminant s. Phantast.cas vero operaUones a brutis
exerceri vel sola illorum somnia ostendnT- '. Actiones autem memoriae
sensitivae valde persp cuae in ipsis sunt. Memoriam, s. August.nus inqu.t, non
i Ex huius propositionis demonstratione sententiae Cartesiana. abnormitas
magis, magisque confirmatur. I i„ ',2 Ms ^erationibus • ^J^gj,„ m,ihns vis
sentiendi, quantum illarum natura fert, tota evo.yi ur^ Sunt enim qnemauldum inferius
dicemus, quaedam sp.c. I,!!! nuTe cum ad plantas proxime accedant, proindeque t
fimo 0r,M.ViU. gradu polle.5., perpaucas operation.s v.ta TcfT TuTTloann. c.
II, tract. VIII, n. 2. Quin etian, . exercendo hominibus longe exccllnnt.
Irerum intelligibilium, sed harum corporearum et besliao !c£rCbSennulrlUr rNCC
fac". e ..-Lira d"! citur, belluae expcrles sunl, quippe quod insae
ut Ge deUreenSprreSdicUan1rr,CmUS' ?". 1oae 3S nam sfS f,? 'w ?Se am,Ca'
aut inimica P™esciunt; nam, s, amica fuermt, tolae se comparant, ut blande a
& exaCsepaeULt„Cr,P;ant; T" T° ' ™-ca praesagian^ S" sfrl, V q,UC
ad\.Proellnm veluti accingunl, °in au leva Pt f ' Prod,turae,2 • enique non
sunt mi6"cia I&nim reqUe" H? ln belluis aPPetilns S3nsitivi infcra'
So'™ 'PSae,C,b°S' el ea' auae vilae snnt "ecesfSnl, q i 'U,ntur; e.a' uuae
sibi noxia snnt, cavent; Cio imnPqH?,bUS,,0n' sibi,.couve„ientiS adeptio,'aut
p" .essio 'mpeditur, a se amoliri conantur. ' w r°P' ' AmJna brutorum
rationis est expers 3 tfontir oCOU!ra Codillachu rationis investigatione el
nstUutione soc.ah, perinde ac homines, adquirerent At j ConL Epist. Fundam., c.
17. Cf Dynam., ib id. a 10 n 123 I „0lT;Uam bCS"æ; obse"'a„te s
Basiiio BelaZ '/llom • mJri mZ Sn°abcrrantc. luandoque iter eommonstr.m
ionemleMuk^rfr' T^ VetCrUm ". qul hacreticos ra m VI n /£i S vcbcmcntC1'
redargucront. Cf s. Basil., .
""• V11 w Juexæm., n. 2s Orno TVvcc n„ ^ •/? • i .' , c. 30; s. Aug.,
De W,' Mfcf^^f -.^5^D' ^0 W 5 QZaniLaiiaTU^ C' ' 2 C' paSSim' Amsterdan. 1753.
' £ ^, HeTmstad/ms^6 ra"'0'!e ^1"' melius "." • Montaigne,
,„, ilb. n, c. 12, Paris 1725. I er b commcmo dus est Malcbranchius, De inauir.
ve • V..J-11 llbVI> Pars ". c. 7. :• obtln tC'crlPaUCi aI" SCC,,ti
sunlintcr na ?sitione , et sine hoc, quod ab alas doceantur, ut lia a noxiis
discriminant, qu.a, statim ac in lucem eduntur, ea nuæ sibi consentanea sunt,
sectantur, atque ea, quæ sunt rontraria, vitant. Ergo bruta ratione non pollent. 98 Præterea, si
belluæ ratione pollerent, nec seroper onerarentur idem, nec omnes operarentur
s.mi i mouo. K non operarentur idem, quia obiectum rat.on.s non est aliquod
particulare determinatum, sed universal, et ?udeterqminatum, ac proinde ratio
non ™^™AjT? determinatum, sed circa multa, atque oppo 't.a vrsatu^ Neque omnes
eodem modo semper operarentur, quia,, cum ratlnem libertas consequatur, ipsæ
pro l.bero ntellectus sui iudicio operationes suas diverso modo exererent. Id n
animalibus" quæ ratione pollent, nempe,n homin.bu, conspicimus; hi enim
multa, d.versaque agunt, neque- a, quæ agunt, simili modo agunt. Atqut belluæ,
n cu que exnerientia compertum est, idem semper operantur, e quæ unius speclei
sunt, cunctas suas operat.ones s.m.h ter exerunt f Ergo belluæ ration.s
experles sunt. 99 Exinde hoc aliud argumentum conficere lubet. Illu. nronrium
est aniroalium, quæ ratione pollent, quod s.ngu ?a cum a noto ad ignotum
discurrant, operat.ones suas i di'es P^rfidunt, et tota species ex singulorum
progress. sensim perficitur. Atqui belluæ nec singulæ suas opera tiones in dies
perficere valent, nec unaquæque spec. ex variarum ætatum success.one progredi
potest, qui •psæ, ut diximus, ad quasdam operat.ones e™nndasJg ural iter
determinantur, et quæ un.us spec.e. sunt, illa s"militer exercent . Ergo
belluæ, cum nulhus progre ssu peTfectionisque capaces sint.ralione carere
d.cendæ sum 1 Qq. dispp., De Yer., q. XVIII, a. 7 ad 7. 2 /„ lib. II Sent., Dist. XX, q.
II, • 2 ad 5. 3 Qq. dispp., De Ver., q. XXIV, . 1 c. tæ fuTricX "esdem
ope^stiones edere, emde=e modou £Jj edendis tenere, atque ex historns animabum
de nt dem c on ^ discimus species brutorum, quse in prsetentis se a obus o tæ
sunt, easdem operationes, eodem modo, ac illas, qua Ttti.Trth.8; dimcultate se
e.pediret, contendit be.lu 100. Accedit quod, concessa brutis ratione, nihil
certe :etat, qu,„ loquela, quæ, aienle s. Thoma, e t proi.r.um opus rat.on.s •
eis concedatur, quia pleraque Z um organ.s ad voces edendas opporlunii
instruuntur At .ruta habent qmdem signa naturalia, quorum one afft Uones suas
secum invicem communicant '; sed ea a ner t aliniens,tirinn,Snnl0nge( d,Stant'
qUia a brut's dnturP„aliis manifes.Pn. "T, ^T n ^,' u t affectiones suas
ttis man.testent '. Itaque belluæ
nulla vi intelligendi nolnt. An.mæ best.arum, subdit s. Augustinul, vivun ftd
non mtelligunt . ' ' I 101. Obiic. Sunt aliquæ brutorum operationes anw
'"lO™ Xr J"1611^6"^-" ^ commoP„strann Ergo .102. Resp. Neg.
ant. Et sane operationes illæ i„ ioclamTlu^us3,"009 ^^ ^ nerilicelle"
loc lam s.August.nus observaverat scribens: Multa mira nte oculos nostros de
apibus vera sunt, longe tamen ab u.usmod, .rrationabilium animantium, quamffs
m?rabili ensu d.stare rationem, quæ non hominibus et uecor ' us, sed hom.nibus,
ange^lisque commum's es^ PQuod nonnullac brutomm operationes quamdam rat onis
st aUur,nrdiP[rShCfe|rUnt' id ab Aauinate hac ra S ex" icatur lud.cia
brutorum, cum sint instinctiva ac Drn ide naturaha , operationibus rerum
naturalium sinfilia, tate reneetendi carent, ratio ipsis inesse 'nequu!' ^11"6 f' i, q. Xtl, a. 3
ad 3. 2 Cf s. Aug., De Doctr. Christ., lib. II c 2 n ? „ p-„, • .. Thomas,
habent valde paucos concep'tus' Jos pauc ' na~ rahbus signis exprimunt ; Qq.
dispp. De Ver „ iy f"l !i "n~ ; Etsi bruta animantia al^uid mnniE^
^tionem intendunt; sed naturali instinctu aliquid agu™t ad auod amtestationem
sequitur ; 2a 2æ a CX a 1 ° c' a quoa J >e Tnn., lib. X, c. 4, n. 5. ' ' J
/>o gestis Pelagii, c. VI n 18 Pf c Racn ct •/ •,,, Attende tibi ipsi n 2
lL' HomiL ln llIud: sunt. Quare bruta . . . sequuntur iudicium sibi a Deo inditum ;
et proinde (( habent motus interiores, et exteriores similes motibus rationis %
, ita ut (( habeant principium ordinatum de aliquibus s . Aht. III.— Utrum
anima brutoruua materiaiis, an immaterialis dicenda sit, inquiritur 103.
Animam, eamque sentientem, belluis inesse novimus. Iam anima, quæ in belluis
vegetat, et sentit, una, et eadem esse debet. Re quidem vera, pnncipium, quod
in brutis vegetat, et sentit, eorum forma substantialis esse debet, quia est
illud, ex quo bruta in sua specie constituuntur, et ex quo effectus sibi
propnos producunt. Atqui, ut alibi
innuimus 4, in quolibet composito naturali forma substantialis non nisi una
esse potest. Ergo unum, et idem
est principium, quod in brutis vegetat, et sentit 5. Quia vero brutum naturam
suam speciiicam sumit non ex eo, quod vegetat, sed ex eo, quod sentit G, con
~T~Op. Cit.a q. cit., a. 1 c.- la 2æ, q. XLVI,
a. 4 ad 2. 5 Qq. dispp., ibid. a. 2 c. Exinde sanctus Doctor rationem expo nit,
qua bruta quamdam prudentiam participare, et futura præ coqnoscere dicuntur.
Quod ad prudentiam attinet, ita inquit: ti hoc contingit, quod in operibus
brutorum animalium apparent quæ dam sagacitates, in quantum habent
inclinationem naturalem ad quosdam ordinatissimos processus, utpote a summa
arte ordinatos. Et propter hoc etiam quædam animalia dicuntur prudentia, vei
sagacia; non quod in eis sit aliqua ratio, vel electio: quod ex hoc apparet,
quod omnia, quæ sunt unius naturæ, simihter operan tur • la 2æ q. XIII, a. 2 ad
3. Quoad autem futurorum præ coqnitionem: Ex instinctu naturali movetur animal
ad aliquid tu turum, ac si futurum prævideret : huiusmodi enim instinctus es
eis inditus ab intellectu Divino ; Ibid.f q. XL, a. 3 ad 1. rræ stat etiam cum
eodem sancto Doctore illud advertere quod nullus habitus proprie acceptus in
brutis inveniri potest, quia habitus pro prie sumti, ut diximus in Dynam. (c.
I, a. 40, p. 108 vol. I), ra tione comparantur, vires autem sensitivæ in brutis
anmialibas non operantur ex imperio rationis (la 2æ, q. L, a. 3 ad 2). At
quoniam bruta animalia a ratione hominis per quamdam con suetudinem disponuntur
ad aliquid operandum sic, vel ater;n^ modo in brutis animalibus habitus
quodammodo poni possunt Ibid.—t Pp. 105-106. . f s Hoc magis perspicuum fiet in
Anthropologia, ubi de unnaie animæ in homine disseremus. „-mQi;c • e In hoc,
quod est sensitivum esse, consistit ratio animalis , De sensus et sensato
[Grice: Cf. Austen, SENSE AND SENSIBILITY, Austin, SENSE AND SENSIBILIA]
isequens est illud unicum principium, quod forma subistantiahsdicitur, esse
principium sentiens, seu principium vegetativum, quod ad altiorem ordinem
principii sensitivi assurgit. Et sane, nulli dubium esse potest, quin
principium sentiens pnncipio, quod mere vegetativum est, nalura sua excellat.
Atqui forma perfectior virtute continet quidquid est inferiorum formarum ! .
Ergo in brutis una eteadem anima, nempe sentiens, per diversas potcntias, quæ
ab eius essentia fluunt % non solum operationes sensitivas, sed etiam quidquid
anima vegetans in planlis præstat, exequitur. Quænam sit natura huius
principii, cruod vesretat et sentit, inter Philosophos non convenit; ipsi enim
pro suorum systematum varietate in diversas sententias dis3esserunt. At nos
secundum theoriam peripatetico-scholasticam de pnncipns, quæ compositum
naturale constiuunt, naturam animæ belluinæ explicamus. Atque in inm,s
nonnullas notiones, quæ illius systematis veluti con.ectaria sunt, in memonam
revocemus oportet 1 hsse materiale diversa ratione prædicatur de subtantns
completis, ac de forma, quæ, uti ex diclis in ^apite pnmo colligitur, est substantia
incompleta. Eteiim substantiæ completæ materiales dicuntur corpora pæ, cum actu
lam constituta sint, extensione, divisibiitaie, alnsque corporum proprietatibus
pollenl. Formæ utem matenales dicuntur illæ formæ, quarum esse, ut j. lnomas
ait, est per hoc, quod insunt materiæ 4 , icrnpe tormæ, quæ habent esse
concretum in materia la ut a materia in esse, et operari pendeant 5. E
contraio, lormæ immatenales, vel spirituales dicuntur illæ for™, quæ a materia
in suo esse non pendent, proindee abea separatæ subsistere possunt. Hinc formæ
imlatenales, secus ac materiales, subsistentes nuncupantur. j^Jnterme matenale
priori significatione acceptum, et I, q. LXXVI, a. 6 c. iuV^T 9b 6SS? tia animæ
• in brutis ' • • Potentiæ non soim a„!latlVæA Seletiam sensibi^s; a quibus
dcterminatur eo U Qq. dtspp., q. un. De Sp. cr., a. 3 c. • c Contr. Gent., lib.
II, c. 30.-3 lhid^,ib> Jy^ c 81 6 PoLa æ lmma'eriaIes sunt Per se
subsistentcs ; Qq. dispp., esse immateriale, sive inter corpus, et spiritum,
nihil i medium esse potest. At vero si materiale altera signincatione sumatur,
diversæ eius species esse possunt. Nam, cum formæ sint materiales ex eo quod a
materia in esse, et operari pendent, ipsæ ob diversam rationem, qua ad
roateriam deprimuntur , magis, vel minus matenales sunt, ac proinde minus, vel
magis ad immatenalitatem acce "lOo. His præstitutis, sequentes
propositiones demonstrandas aggredimur:, la. Anima brutorum non est materiahs
eo moao, auo materiale est corpus. m j„. Probatur. Corpus est aliquid ex materia,
et torma compositum . Atqui anima brutorum est forma.non^ tem ipsum compositum
ex materia, et forma. brgo lpsa aliquod corpus esse non potest. Præterea, anima brutorum est
principium, per quod ipsa vivunt, et sentium. Atqui principium huiusmodi non
potest esse corpus, secus omne corpus viveret, et sentiret. Ergo . 106 Prop 2a. Anima belluina non est forma
immatenalis seu quæ per se subsistit, sed ad genus formarum roaterialium
pertinet, ita tamen, ut ad immateriahtatem pro xime accedat. . • __ Probatur
prima pars. Natura uniuscumsque rei ex Cius operatione ostenditur s . Atqui
brutorum operationes huiusmodi sunt, ut nonnisi m corpore, et per corpn.
exerceri possint, quia operationes animæ sensitivæ, iiod complentur sine
corporalibus instrumentis 6 . Ergo amma belluina etiam in suo esse a corpore
pendet. Atqui tor ma, quæ a materia pendet, non est forma J"!e,"_
"f est forma, quæ esse suum concretum in materia nabc ac nroinde genus
formarum materialium non supergrem tur \ Ergo anima belluina ad genus formarum
matenalium pertinet. iQq. dispp., De Virtut., q.I, a. 1 ad4.-2 Contr.Gent lib. II, c.68 s I q III, a. 2 sed
contr.—1 Contr. Gent., hb. II, c. 08. s i' (j LXXVI a. 1 c— 6 Contr. Gent.,
lib. IV, c. 11. i Forma, quæ uon est per se subsistens, non habet alium m dnm a
modo subiecti, quia non habet esse, nisi in q™ntnm e. actus talis subiecti, et
ideo mensura compositi ; In hb. IV deni. Dist. XLIX, q. II, a. 3 sol. Idem
argumentum hac alia ratione exhiberi pojest: Omnis res secundum suam formam,
sive secundum uam speciem agere debet, quia forma est principium, x quo
acliones oriuntur; (juapropter, si anima belluina sset torma subsistens,
proindeque immaterialis, actiones ognitrices eius circa immateriale versari
deberent. Atui consequens est falsum, quia cognitio
brutorum, uti stendimus, supra sensilia non assurgit. Ergo anima beluina genus
formarum materialium non supergreditur 2. 108. Altera pars ex cognitione
sensitiva, quæ bellua;um propria est, facile colligitur. Enimvero ratio
comtionis ex opposito se habet ad rationem materialitais . Atqui sensus species
rerum sensibilium accipit quiem cum earum conditionibus materialibus, sed tamen
sine xaterxa . Ergo, sicut anima intellectiva ex eo, quod abstrahit speciem non
solum a materia, sed etiam a laterialibus conditionibus individuantibus 5 , est
immænalis; ita anima sensitiva, in qua sunt species rerum ensibilium, sine
propriis materiis, sed tamen secundum mgulantatem, et conditiones individuales,
quæ conseuuntur materiam 6 , non esse quidem forma immateialis, sed ad lmmaterialitatem
proxime accedere dicena est 7. IV.— Qua ratione anima belluina indiyisibilis
sit, explicatur 109. Brutorum anima spectari potest vel dumtaxat prout [ Id iam
Gennadius {De Eccles. Dogmatibus, c. 17, App. ad Opp. i Aug. t. VIII) docuerat
hisce paucis : Solum hominem credijius habere animam substantivam . . .,
animalium vero animæ non iiint substantivæ .—2 T) q# LXXXIV, a. 2 c.
lbid.—>> Ibid.—s Qq. dispp., q. un. De Anim., a. 13 c. Exinde perspicitur
animarn belJuinam non esse materialem, peride ac formæ rerum animæ expertium,
atque animæ vegetabium. Etenim cognitio sensitiva supergreditur non solum
operatioes rerum vita expertium, quia hæ sunt a principio extrinseco, ia autem
a pnncipio intrinseco ; sed etiam operationem animæ egetabihs. Nam operatio
vegetabilis fit per organum corporeum t virtute corporeæ qualitatis ; verum
cognitio sensitiva expostuit quidem quasdam qualitates corporeas, non tamen ita
quod lediante virtute tahum qualitatum operatio animæ sensibilis proeaat; sed
requiruntur solum ad debitara dispositionera organi • i q. LXXVIII, a. 1 c. est
in se aliqua forma, abstracta a corpore, quod infor mat, vel prout actu corpus
informat. Iam, si priori modc consideretur, nonnisi veluti indivisibilis
cogitan potest Etenim divisibilitas est proprietas quantitatis, atque hætelligi
potesl IZnTTJi v f,m-' vel P-er eorruptionem in destructio dumtax. W „2^?'
" F huiusmodi rum,'redigit ;,„m q^innoneTrjSZ^ '" "ihilura tan
potesl, qu0'd esse sibi, onr um ha w ^•tUm ^ .Lelluina non habel alinrf „
P" et.' -an,ma autem Per se corrurnpi dicf nol,. ^ n,M comPositiNeque ipsa
p alibi diximPus ' noPn fo mCa°errUP^° enira> et e\o, [tiali proprie
conveni, Bni^ ' -ed comPos'l° substan animam Uufoam" ex "E Tunli Ve
Pot-' • V, a. 4. •.C;t"aoS' caorr0unC,PuAnnt„m T a0'1","130'
COrruPto corPn" ear„m ..tX^K."^ "Jum "^ T PCr h°C' •"
"on potest „; Qq. 7W., Oe PolP'' V ". T-iT" Pdilos. Cdrist.
Compend. II. ' gnitione sensitiva pollet, est corpus, yel qnælibet forma I
forporea. Atqui ex sentenlia Scholaslicorum neque corI PuTneque quælibet forma
corporea cogn.t.one sens.t.va pollet ; nam anima bellnina, cui cogmt.o
sens.t.va altr uitur, non est corpus, imo indivis.bilis est, atque ets. forma
materialis sit, tamen ipsa a celer.s form.s matenalibus differt. Ergo illam
sententiam mater.al.smo v.am s ernere summa iniuria asseritur. Neque dicas;
n.mam bellu.nam, etsi ceteris formis mater.ahbus anteeellat, l ™n,£ iis non
differre, tum quia est, per.nde ac f%'^%e.r^' tum quia per virtutem corpoream
produc.tur Eten.m quod spectat ad primum, formæ mater.ales.ex Scholast^o rum
sententia ',' non pollent eaden, \.V^lf^™\\Z. III, c. 97. -•- Paf; 5 I a CXVIII
a. 2 ad 3. Cf ln lib. II Sent., D,st. XVIII, q, • d 8 circf" uto um animam
præstat legere noviss mum opus £ tecriTnue- V inirnortalit, de V ame de, W'
" m Thoma, d' Aquin, par 1' abbe J. Beney, Autun. Igj ARr.I.-Rerura
raundanarum colligatio exponitur Anol' ^ili^nl P°r NenJesium S Auctorem
Librorum £ :$£: „p ';TkS^iv^'^-z lium infimn,Mo^ quoniam vita vegetativa est om
SiftSs:; fs fiecnu„r^r!su,nuDv ct •" unt belluan nnL -i d,cu.nlur Supra
plantas assur 121 d15/ ?• eo infusas cognoscunt. F lt ffii.™ erent,as>.
nemPe qualitates essentialos, „uæ 1 cgui sabTicfuXr^ lamen SeCU-m
consentiunt^er 1 #e naf. Aom., c. 1. : SSSSH'it • Deus ellunt,consideran/æs„„
veZn^!!'' " "S0 hæ' Pr^'i"e alii "a, qa.nt.im ein fmb cil
ilas 1° £^5 S S' PCr q"°S menS h Comm.,„ .. m/ceB^^-^^^^-onen.Deiascendit.
j£g rent tamen in eo conveniunt, quod utraque suiit substan tiæ.' Animalia a vegetabilibus
dissident, quod ipsa sen sum habent, quo plantæ carent; at in eo consenliunt,
quod ambo vivunt. Homiues a brutis discriminantur quod ra tfone præditi sunt;
sed, pcrinde ac bruta, sent.unt. Cum s int Angeli snbstantiæ mere
intellectuales, d.fferun ab hominibus; secl hi cum illis conven.unt, eo quod,„
eH, gunt. Insuper ex diversis speciebus una est altera perfe ctior', immo in
eadem specie sunt diversi essenl.ales gra dus perfectionis, indeque diversæ, ut
recentes, a.unt, clas ses existunt Ex hoc fit, ut nobilior natura per spec.enr
vel clasem inferiorem, quam complectitur, cum ea, qua et homiue" Juiumquc
sit gradus perfcctioms vel n planta, vel in brnln st connexioUsSmfillOS ^ ^
££££& si connexio, sed non continuatio. At vero non nv.fi r Mtes,,nter quos
Bonnetus , Leibnitium secmi K et gat.onem per legem continuitatis explicarc co
> cndun " mnes speces rerum, secundum ipsos, Ha intr se ve"
.continuam Imeam efforment, quæ a reeno minerali nd etabile, a vegetabili ad
animale, et ab°ani aiadho mem progred.tur. Hæc autem continuat o f per ste' cs
ac^nvocas, nempe species, quæ intcr duas quasJue" 'op^smu.01 Part,C,'PeS
W™™™, qæ ær 120 Lex continuitatis absurda esl. £ ner ^T^T et Leibnitius fassus
est nullam speciem mediam inter hominem et D( luam in nostro terrarum orbe
inveniri, sed contendit nihil Prohlb^ quin illam in alio orbe existere putetur
{N. E., lib. IV, c. 16, § U Denique impius Buchnerus hodie pertendit Æthiopes
esse speciem a quivocam, per quam species belluina cum humana continuatur, qu
ipsi in sua structura organica præ se ferunt multa, quibus ad simia proxime
accedunt {Force et matiere, p. 75, et 76, ed. cit.). Sed na commenta Lockii,
Leibnitii et Buchneri sunt adeo futilia, ut vix co futatione egeant. Et sane,
quod ad Lockium attinet, sicut, aiente s. A gustino, videmus infantilem animam
nondum coepisse uti ratior et tamen eam rationalem dicimus {De Gen. ad
litt.,\ib. VII, • n. 10); ita
homines, qui imbecilles a nativitate sunt, etsi ratio quivocam inler belluam,
et vegetabile. At id omnino falium est . Nam polypus, etsi, ob structuræ
or^anicæ sim)Iicjtatem, propius, quam celeræ belluæ, ad plantam iccedat, tamen
est animal, et non aliud, nisi animal; quia >ennde ac an.mal, sentit, se
ipsum movet, et nutrit, manucat et digerit 2. Art.III.— De ncxibus djnamico, ct
teleologico rerum raundanarum 130. Ncxus rerum mundanarum non solum ex eo exur
9n utantur tamen rationales, ac proinde homines, dicendi sunt uod ad Le.bnitium
spectat, quidquid sit de aliis mundis uos m hngit, procul dubio entia, ei
quibus hic mundus constat ita ) se irmcem pendere debent, ut inde unicum
systema eiurgat TVlTv rGrUm svstemate> Leibnitii iudicio, nullus hiatus se
debet. Ergo, si qua species æquivoca inter
hominem, et belam daretur hæc m nostro hoc mundo inveniri deberet. Denigue
ichnerus dehrat, non philosophatur. Nam, quæcumque sit simi;udo quæ, structura
organica spectata, inter simias, et Æthiopes tercedit, certum est Æthiopes
ratione pollere, qua simiæ, perinde rel.quæ best.æ, carent, eorumque aliquos
ipsam adeo eicoluisse viri in primis eruditi, atque acuti evaderent. Gf Flourens, Histoire des
travaux, et des idees de BufTon et ivier, Histoire des travaux, etc. ' 2 Magis
autem absurda est opinio illorum, qui cum Robineto (Conlcrauon phil. sur la
gradation naturelle des formes de V ttre ou Les wis de la nature, qui apprehende
d faire Vhomme, Amsterdam 1768) otquot sunt in mundo, diversas naturas, non
esse aliud, nisi diversa iimenta unius naturæ, nempe humanæ, et diversas
ætates, quas ica illa natura percurrit, usque dum formam omnium perfectissim nempe
humanam, assequatur. Sane, si omnes species sunt trans tationes unius speciei,
conscquitur unicam esse omnium rerum, æ sunt essentiam seu substantiam, et
dumtaiat accidentia diver Atqui hoc absurdum est, quia diversæ naturæ, seu
species ren,U iU,SffSCala mUndi constituitr, secundum essentiam, ut viuas 1
r"' Ergo absurda est opinio eorum, qui 'omnes ^uras rerum ab un.us speciei
evolutione repetunt. Accedit 1° quod a, quicumque gradus eius sit, ei
evolutione naturæ, quæ in pri ei cvolutione materia bruta est, secundum hanc
sententiam, eiurU d quod de vita vegetativa et sensitiva abnorme esse ostendis,
ct mag.s absurdum esse quoad vitam rationalem hominis suo de.nonstrabimus. 2
Quod si mundus, uti philosophi isti conten \ Ura "ZZTT ^^,n-tti ^GCiUS fuisset>
Deus OIUoil" > r o nP SUCt0r n°n CSSet; id auod "laximeimpium est
w Z . UinnTT aUtCm I,UiC VaIdc allini' oua'u Lamarckiu wm, aluque hodie
propugnant, in Anthropologia dicemus git, quod ipsæ, eo, quo exposuimus, modo,
inter sese collio-antur, sed etiam ex eo, quod muluam in sese actionem
exercent, atque ex eo, quod una alteri inservit. Hinc duo modi connexionis
rerum, nempe per causarum efftæntium, et per causarum finalium colligationem
existunt; quornm primus nexus dynamicus f, alter teleologicus 2 ap peilari
solet. . Nexus dynamicus in mundo invenilur probatur. Nexus dynamicus in mutua
rerum in se actione consistit. Atqui res, ex quibus mundus constat, vim
actuosam in sese invicem exercent. Ergo. 132. Minor ex ipsa contemplalione
rerum evincitur. htenim certum est res corporeas aliquid in organa sensoria
corporis nostri agere, quippe quod, nisi quidquam m ea agerent, illarum
sensationes in nobis fieri non possent. Certum quoque est nos in res corporeas,
quibus circumdamur, multa agere, ut illas ad nostræ vitæ utilitatem,
oblectationemque accommodemus. Certum denique est res corporeas in se ipsas
aliquid invicem agere; constat emrc inter omnes terram, et corpora coeSestia se
mutuo attrahere vi gravitationis, unde regularis ille motus planetarum
exoritur, corporaque, quæ in terra sunt, sive sim plicia, sive mixta, mutuas
actiones in se exerere ob vim attrabendi, et repellendi, qua poiient 3. 133.
2a. Nexus, qui per causas finales eflicitur, ii mundo existit . i Ita dicitur a
vi, seu energia {Svvapis), quam res naturales ii se exercent. . . . 2 Ita
appellatnr a /me {rekos), cuius gratia una res alten inservit 5 Hanc
propositionem demonstrantes pro certo sumsimus, omne res, quæ in mundo sunt, vi
actuosa pollere. Id enim tura ex us quæ de viventibus, immo de ipsis corporibus
manimis lam dict sunt, aperte coliigitur, tum ex theoria de principns
constitutivi rerum, materiali nempe, et formali; principium enim formaJe, i suo
loco vidimus, est principium activum, quia quælibet res ex e ipso, quo
constituitur, vim operandi accipit. Hinc s. Damascenu! Actus est vis, motioque
cuiusque substantiæ, qua caret lllud . lum, quod non est ; De fide orthod.,
lib. II, c. 23. Argument autem, quibus cum Malebranchio omnem activitatem, vel
cum LeiJ nitio activitatem transeuntem substantiis creatis repugnare pro tur,
nullum pondus inesse iam alibi {Ontol., c. IX, a. 2, p. e et a. 7, p. 71, sq)
ostensum a nobis est. Philosophis, quos causis finalibus infensos esse mnuimus
m unu Probalur Partes nniversi, ut s. Tbomas inqnit, ita ordmanlur admvicem,
sicut el partes exercitus adinvicem' Atqu, ex.nde nexus teleologicus exurgit.
Ergo ' 134. Mawr cx phænomenis, quæ in tota hac rerum an.versUa c cernunlur, ea
cvidentia probatur, qua nnl™ ma.or des.derar, potest. Enimvero sive in coclum
sive m lerram s.ve in mare oculos coniiciamus, in phænonena ...c.d.mus, quac
rerum alias aliarum finibus.comnodisque ...scrv.re luculenler commonstrant. E.
g. ex v i/ent.bus plantæ ad nutrimenlum belluarum, ct bominum cdum RoLClJellUæ
'n USUm' commodumque hominum nodf J LV|fe exPertes> P'a aqua, acr, aliaque
huiusnri ;; :, l A,rUm' telluarum> e' hominum bonum comrfhn! • AtmosPhera.
resp.rationi, et sustenlandis vawnbus, qu. ex aqu.s or.untur, deservit ; venti
vanores n nubcs cogunt, ct noxias exhalaliones dissipant; aPqnæ x mont.bus
decurrunt, ut planlæ, brnta, et nomines ad c s„,(„,„nem lpsls utantur. To(a ter
corpora. afconcenumTl|SeSe ""'T gravitant ' et 8™^°™ U' n! V m.' s,ve
hi,rmoniam efficiunl, quæ a ronomos incred.bili stupore percellit. Hic vero concen
is non modo inter diversas naturas rerum, ex cfuibus rial,', r ? h.°die
'U0ntUr> necnon Bttchnerus, ajiique Ma ".„,, uuntA' contra> cognilio
causarum finalium ad lese phæ : u0, ZZZTeZT r110 præsidi0 est' lr,ntu,n bes' nt
'" ' not : auæsun, „r CU'"S,!U0 "'' facile cst operationes ;
1'" 'ees phænomcnorum non sunt r. Co eo/„u'. fi„UKdUm qUaS feS corPorc0°
neeesssrio operan-es „1, 'n,r S lbus rerl"n • n""° nc?olio
Possunt cognosci .uui "on id, quod absolute, sed id ber ti iS ?
suPernaturaIe est> admittunt. Ut de uno Gio bertiu dicamus, hic pertendit
quamlibet naturam esse naturalem si h,s iiZ7 1PSa SnPeriore'n' supernaturalem,
siri aliam natuTam 384 et ^TrT Jafe:atUF ^eoHea del ^vrannaturale, not. XLV, p
seriPsi' quoqu/ pJrsuasione m de ex C rc DrotnSre?atUraliS ab ^noratione ™™
profuisci;quonitnr^Hc f casarum progreditur, ambitus ordinis super. naturahs
coarctatur. Yid.Filo,. della Rivel., § 3, p. 13, Torino 18o( dine morali, qui
circa humanas actiones versatur, prout hæ ad finem hominis spectant; denique,
ne cunctos enumeremus, ab ordine politico, in quo gubernatio civitatis
fundatur. . 139. Normæ, secundum quas ordo physicus eincitur, leges naturæ, vel
pkysicæ vocantur f; et consecutio eventuum secundum ordinem physicum, nomine
cursus naturæ designatur. Art.V.— Ordinis naturalis existentia, et ordinis
supernaturalis possibilitas adstruuntur His notionibus praestitutis,
inquirendum nobis est, an ordo naturalis in mundo exislat, atque an ordo
supernaturalis sit possibilis. Ordo naturalis in mundo existit. Probatur. Deus
mundum ita debuit, et scivit creare, ut fini, ad quem ipsum destinavit,
adamussim respondeat. Atqui mundus non potest finem assequi, ad quem Deus illum
destinavit, nisi ordo in ipso existat, quia ordo, ut diximus, est apta partium
ad finem assequendum dispositio. Ergo, si Deus est auctor mundi, ordinem m
mundo esse pro certo habendum est 3. 141. Quod si res ista cum iis agatur, qui
Deum esse auclorem mundi negant, argumentari adversus lpsos licet hoc modo :
Ea, quae in mundo sunt, ipsis Atheis non diffitentibus, unicum systema
efficiunt. Atqui ex pluribus, diversisque rebus, cuiusmodi sunt mundanae,
aliquod unicum systema exurgere non potest, nisi speciales, aiversique earum
fines ad finem unicum totius systematis con i Secundum s. Thomara hae leges sunt
quaedam impressiones a Deo factae in rebus ratione carentibus, ut hae in certum
finem mclinentur, atque determinentur ab uno prae alio modo operandum: Sicut
homo imprimit denuntiando quoddam interius principmm actuum homini sibi
subiecto, ita etiam Deus imprimit toti naturae Drincipia propriorum actuum; et
ideo per hunc modum Deus dicimr praecipere toti naturae ; la 2ae, q. XG, a. 4
c. Sed de hac re fusior sermo erit in Philos. morali, p. I, c. IV, a. 3, ubi de
lege aeterna verba faciemus. 2 Possibilitatem dumtaxat ordinis supernaturahs
PMlosopnus 10vestigare debet, nam Theologorum est inquirere, utrum, nec ne
aliquis ordo supernaturalis a Deo in mundo constitutus sit. 3 Gf s. Thom., la
2ae, q. CII, a. 2 c. Ciirrant; concurrere autem ad hunc unicum finem non
possunt, nisi res ipsae inter se colligatae sint, nempe nisi ord.ne inter se
contineantur. Ergo si cunctae res, ex quibus muridus conllatur, unicum svstema
efformant ordo, procul dubio in mundo existit1. 142. Advertendum etiam est
ordinem universalem quo, res omnes un.cum mundi systema constituunt, ex multis
ordinibus particulanbus inter se connexis efformari Id a s. Fhoma sequenti
comparatione declaratur: Oportet quod omnes particulares ordines sub illo
universali orchne contineantur, et ab illo descendant, qui inveniuntur 10
rebus, secundum quod a prima causa dependent Humsmodi exemplurn in politicis
considerari potest Nam omnes domestici unius patrisfamilias ordinem quemdam ad
invicern habent, secundum quod ei subduntur. Rursus autem lam ipse paterfamilias,
quam omnes alii, qui sunt suæ civitatis, ordmem quemdam ad invicem habent, et
ad pnncipem civitatis, qui iferum cum omnibus, qui sunt m re^no, aliquem
ordinem habet ad regem2 . 143.
2a. Nihil prohibet quominus ordo naturalis in mundo cum supernaturali
coniungatur. Probatur. Ordo supernaturalis neque ex parte Dei ne•que ex parte
rerum creatarum, neque ex parte ordinis a Weo creah aliquam repugnantiam
exhibet. Ergo. Et sane non repugnat a parte Dei; nam sapientia, et potentia Dei
creal.onc naturæ non exhauriuntur, ac proinde Deus rebus a se crealis
perfectionem Iargiri polest maiorem ea iquarn earum natura expostulat, ita ut
actiones naivis suis |vinbus super.ores exercere queant. Nec mpugnat a parte
\rerum creatarnm; hæ enim, ut alibi diximus 3, potentiam obedientiæ a Dco
acceperunt, ut valeant ea in se recipere, vcl agere, quæ facultates suas
naturales præterorejfliuntur. Nec demum ex parte ordinis a Deo creati; nam ordo
supernaturahs ordinem naturalem distinctum servat et lpsum, qu.n perturbet,
perficit, quia naturas rerum ad ctiones supenons ordinis exerendas aptas reddit
•antInme„dUl,°S' 1ul.mala.. 1æ in mundo conspiciuntur, csagge Zia IJL v'-s 0f:
'I q. CV, a. 7 ad 3). Rousseavius (Rousseau, Lettres de la montagne. Lett.
III), aliique contendunt nos numquam posse cognoscere, an aliquod opus sit
miraculosum; quia, cum non sint nobis omnes leges naturæ perspectæ, cognoscere
haud possumus, utrum, necne aliquis effectus vires naturæ prætergrediatur. Ast
ii omnino falluntur. Ei sane, qnamvis non omnes leges naturæ nobis sint
exploratæ, ind( inferri nequit nobis exploratum esse non posse, utrum, necne
aliquis effectus vires naturæ prætergrediatur. Nam nos miracula dicimusilb
opera, quæ exploratis naturæ legibus adversantur. Atqui si non om nes, certe
plures naturæ leges, eodem Rousseavio, eiusque asseclis fatentibus, compertæ
nobis sunt. Ergo cognoscere nobis licet, nurr aliqua opera sint miraculosa.
Frustra regereres posse fieri, ut aliqii: effectus, qui cum legibus notis non
concordat, legibus nondum explo ratis sit consentaneus; repugnat enim dari in
rerum natura leges du plicis generis secum pugnantes; ideoque duos ordines,
quorum unun alterum tollit. Cf Bergier, Traite historique, et dogmatique de U vraie
rdligion, part. V, c. I, a. 1, Paris 1784. 2 De falsis definitionibus miraculi
verba non facimus, nam e theoria s. Thomæ, quam hic exponimus, quisque veram a
fals definitione miraculi dignoscere potest. > Contr. Gent., lib. III, c.
401. e. g., est compenetratio duorum corporum, quæ in resurrectione I. Chnsti ex
sepulcro non aperlo alque in Eius ingressu ad d.sc.pulos suos, clausis ianuis,
Ivenil quippe quod, cum omne corpus sit naturaliler impenetrab.le,
compenelrationem duorum corporum omnis creala visnullo modo efficere polest.
.151 Miraculum vero quoad subieclum diciluropus, ciuod vires tolius naluræ
crealæ superal non essentia sua sed [propler conditionem subiecti, in quo /it ;
ila ut causæ fcrcaiac sim.l.a, il . efficere valeant, sed non in subiecto? W
quo illud eflicitur. Ila certum nobis esl causas crea a Pd vilam, el vis.onem
in rebus producendam concurrere qma v.vens a v.venle gignilnr, alque visio in
animali pc.feclo per generat.onem oblinelur. At cerle vilam in jmortno
cxsusc.lare, aut visionem cæco reslituere nulla d.a causa po.esl, sed solus
Deus, 2. Uenique m.raculum quoad modum esl opus, ouod ec propler essentiam, ncc
propler subieclum, sed pro iredimr hT'qU° v' y,res,tolil,s namræ creatac
superTCdHur. Huiusmod. m.racula exislunt, cum ægrolus sine rævi.s remed.is, et
sine olla crisi cimvalescil, viresque lorpons sub.lo resum.i, vel cum tempeslas
in ranqu "iiatem subilo mulalur '. h-"" 153. Ex iis, quæ de
notione, et diversis speciebus mi-,lo Vffal,,:MU,S' /aci'e ™\em&™> qid
mirabileTuZ m !Aatmhh?yem> .iucu'enAue theoriam s. Tho iæ . Ad efliciendum
mirabile duo requiruntur : 1° ut a præter naturam cum codem Aquinate dici
possinl Mirarnlnm Cao~c nceo'' oo.d"' °Um Patet il,Ud "P-'
"esM,o™ •odi.,-i n ' . ° °d. fl,,acv,s na'" illiim cffcclum vel
omnino oduccre non potest, vel illum producere non polest in co subio:
",fluo. P;.od"C.um conspicitur. Miraculum ero coJa al m patrar,
d.cHor, si in rcbus, in quibus fit,,, rcmanet. „t s. Tho ;:i,'r":
cvntraria2 :d„ TT' qnT Deus fadt • Cr n0tUni est i,,,,d esse eff"tnm, qucm
na odnH qU,dCm Produeere s^d non in illo modo, quo revera oduc.tur e. g.,
Ægyplum repente ranis scatere , q. CX, a. 4 ad 2; cf s. Aug., De Trin., lib.
III, c. 7, 8, et 10. Fhilos. Crrist. Compend. II.? ^ causa eius sit occulta; 2
ut in re in qua fit, aliquid i insi repugnans esse putetur. lam utrumque duobus
mod.s conlinge?e potest. Etenim causa eventus, quem admiramur, vel est occulla
secundum se, hoc est, eiusmodi, u omnes lateat, vel occulta quoad nos, hoc est,
eius modi, ut nuosdam solum lateat. Item in eventu, quem adm.ramur vel vere est
aliquid repugnans in re, ad quam eventus pertinet, vel apparet esse, dum vere
non est. Si cansa eventus, quem admiramur, est secundum se occulta, atque in
re, circa quam ipsa versatur, est contrar.a d.spositto ad ipsum producendum,
eventus est illud, quod miraculum vocatur; quia Deus, quippe qui in rebus omnib
cretissime operatur, est causa occullissima, eiremotissima a nostris sensibus,
atque Ipse tantum in rebus operari potest aliquid, ad quod res non sunt
comparatæ. b causa eventus non omnibus, sed qu.busdam dumtasat s t occulta,
neque in se sit aliquid, quod e. vere repugna sed solum secundum opinionem, seu
apparenter, ellectus mirabilis vocatur '. VIII. — De miraculorum possibilitate
154 Miraculorum possibilitatem negant omnes ii, qui ob diversam, ut diximus \
rationem leges naturæ absolute necessarias, et immutabiles esse tenent. Nec
al.a est opinio Rationalistarum ; nam ipsi comm.n.scuntur haud possibile esse
ut facta, quæ leg.bus exper.ent.a umversim exploratis adversantur, cont.ngant,
et ideo omn.a nuracula, quæ Sacræ Litteræ narraut, veluti mythos interpretantur
3. T^ou desunt notæ, quibus miracula ri nomiuis a mirabmbus diseeruantur.
Eteuim illa ab istis dist.ngu. poss nnt on solom comparatione eventuum cum
explorat.s nstnrse leg bus sed e t. m 1° ex inenio, indoleque eius, qui
miraculum operatur num su pie tate nimique demiskne insignis, necne ; 2 ex
modc, opersnd scilicet uum omnia, quæ miraculum concom.tantur, "dolean
^rel gionem, gravitatem, et modestiam, n.h.Ique snpemtauosi, etndaml præ se ferant;
3 ex fine cum operis, tum operant.s, hoc est numopu \i cultnm Dei promovendum,
hominumque corda amore De. mua". manda spectet, et num operans glor.am De.
un.ce quærat a pro priam gloriam et Iucrum aucupetur; 4° ex .-^.'^ effectus,
quia opera Dei sunt firma, præst.g.aque c.to evanescu Cf Bened XIV, Op. cit.,
lib. IV, c. 4. 1 58 sq. 5 Horum commenta in unum collegit Strauss, F.e de
Jdsut, trac ^5 1 P.roV-Deus eflicere potest miracula. n£c°L ri
M,ra?ulu'"> t.ex dictis patet, existit ve! cam ootes, vJl a'T'.d
"0vi facil' (Iuod natura efficere non potest, vel cum efTectum impedit,
qui ab actione alicuius causæ natura ., consequi deberet '. E. g„ si Deus coeco
I mraTr ™lt' ^^ n°vi in coeco efficit, quod „a: tara efficere „o„ potest, quia
coecus visionem quam a effic ' ut "n" ^ rUrSUS aCWirer% non notest;
si autem ! tTlffol, 8 "0n con,l,urat> '"'Pedit combustionem, quæ
n,l5m,US pr°pnUS 'Sn,sAtuui "eum i„ rebus utrum • q !,?. d,w De Pot „ vi,
a. 1 c et a 2 a,I t ua Wv?nr°ad ali,a hUiUSm°di fta'dlendum est-;'namsi Dcus om
1 v.vent.a ereav.t nonne potest vitam largiri vel plantac, ul rursus 2 '
frciusquo ed, vel cadaveri, ut homo reviviscat V Si Deus otes" L
"""' h°m™1™ tem conficiendi panis edocuit; nonne oranum„?,rPa,neS,tamultiplieare'
ut non nl0d quinque muna mCf rw,",nt'Se,let'am mu,U illoru,n >gment.
supcrsint? Cf Cruerwl, c. IV, a. 2, p. 232, not. 8, vol. I. nere, ut illud vel
quiescat, vel alio cursum convertat. At si homo hæc, aliaque huiusmodi præstare
potest, nemo cerle negabit Deum, qui ubique est, et operatur, cuiusque virtus
humanam infinite excedit, potuisse hominem e tecto præcipitem in ære
suspendere, ut eum a mortis periculo liberaret. Illud quidem inter actiones
rerum creatarum, et actiones Dei, a quibus effectus causarum naturalium impediuntur,
interest, quod illæ ordine naturali continentur, hæ autem vel quoad substanham,
vel quoad modum \ires naturæ prætergrediuntur, prout effectus causæ naturalis
vel a nulla re creata absolute lmpediri potest, vel impediri absolute potest,
sed non in iis adiunctis, in quibus a Deo miraculum efficitur. 158. Confirmalur
propositio ex eo, quod Deus, ut iam innuimus1, non ex necessitate, sed ex
liberrima voluntate ordinem, qui in mundo conspicitur, constituit. Nam, si ordo mundi non ex necessitate, sed ex
liberrima Dei voluntate existit, nihil prohibet, quin Deus aliquid præter
ordinem naturæ operari, seu, quod ldem valet, miracula patrare possit2. 159.
Obiic. Si miracula fierent, leges naturæ essent mutabiles. Atqui leges naturæ
esse mutabiles repugnat tum ex parte Dei, quia repugnat voluntatem Dei, qui
illas constituit, esse mutabilem, tum ex parte ipsius naturæ, quia, cum naturæ
rerum sint fixæ, et determinatæ, determinatæ etiam, proindeque immutabiles esse
debent leges, quibus ipsæ gubernantur. Ergo miracula fieri haud possibile est.
. 160. Resp. Conc. mai. ; neg. min. Neg. cons. ht sane, neque ex parte Dei,
neque ex parte ipsius naturæ quidquam prohibet, quin ieges particulares
aliquando mutentur. Non quidem ex parte Dei. Etenim Deus, cum leges naturæ
liberrime statuisset, illas eadem voluntate, qua constituit, mutare, aut
suspender e potest, quoties ordo Providentiæ id expostulat. Neque idcirco mutan
Deus dicendus est. Nara Deus, ait s. Thomas, ab æterno prævidit, et voluit se
facturum, quod in tempore tacit. bic ergo constituit naturæ cursum, ut tamen
preordinaretur in æterna sua voluntate, quod præter cursum istum quan i 158 sq.
Cf s. Aug., De
Gen. ad litt., lib. VI, c. 43, n. 23 et s. Thom., Contr. Gent., lib. III, c.
99. Jg5 (loque facturus esset '. Neque ex parte ipsius naluræ Nam rebus, quæ a
Deo crealæ sunt, ab Eoque conser' z °:;;i?r' r°n. repus,,at' --:: . est ipsas
nutui Dei obedire. Alqui, cum le-es mundi ob immediatam actionem Dei mutantur,
re frea æ nutui De, ipsascreant,s,conServantis,gubernandiSque obediant"
mnfarP Nkf ^T™ T rePaS™1 leges eius aliquando Hri^Lmn (l"0SCum leSes
"aluræ per miracu a mutari dicuntur, putandum non eSt miraculo lædi ullam
le I Srffen".eralem ',at,Uræ' 1uia' Ul e all"tis exempt col t I
gitur, Oeus miracula palrat non quia leeem ire, er-ilem • se statutam destrui.
s'euia iu atura,duci" sensibilem per se, et immediate pro CAPVT VII. De
mundi origine I.— Ulrum mundus a Deo sit crealus L..!61' Crefim\S n0mine
intelligitur productio rei in ksc secundum totam suam substantian, >, ita ut
causaNilas creant.s se extendat ad omne illud, quod i re in E uV
?naClldefini,Ur : Productio tot?uBr™eX jHimio, i ta, ut mhil antea exlet, ex
quo res ednratnr iHinc valde distat creatio ab illa 'actione quæ simplkl' Qq.
dispp., De Pot., q. III, a. i ad 6. Cf s. Bonav., In lib. I Sent., Dist. XLII,
a. 1, q. 3 ad ara. ' Vid. etiam quæ adnotavimus p. 159 not 2 is if^i
C"m.1,niracula ™nt™ nataram fieri dicuntur, id de natuw particulanbus
tantum intelligendum est ; neuue ita ut earuin .atun/aji?e;tTe|Ur;,meC enim
i,,Ud tantu" Postulat qu d 0 ^ i?P,7e/etUr' n°n niS/. °Pc™tiones sibi
consentaneas exerere 01 Jes rwum,Vn nilraCUllS eiFeCtUS Hant COntra ordines
PartiinrpVovirn;Semper secuudl" ordinem universalein Di
aventurfoif,ff"'"' ^,'.1 '' "' 2 so' Creali. inqt.it s. BoSl:; t
i 2,Sq "! SeCUndUm t0lUm
"; ter effectio dicitur, nempe per quam subiectum, quod iam existit,
immutatur. Duplex modus est caussandi. Unus quidem, quo aliquid fit,
præsupposito altero. Alio modo
caussatur aliquid, nullo præsupposito. Et boc modo dicitur aliquid fieri per
creationem l . 162. Mundus a Deo esse suum habet per crea tionem 2 Probatur
prima pars, nempe mundum habere esse suum a Deo. Omnes res, ex quibus mundus
constat, non sunt ex se ipsis, sive, ut Scholæ aiunt, non habent esse ex se.±
Atqui id, quod non est ex se, oportet ut sit ex alio, seu, ut babeat esse ex
alio, quippe quod nihil medii est inter esse a se ipso, et esse ab alio.
Quotquot igitur res sunt, ex quibus mundus componitur, esse suum ab aho habent.
Atqui boc aliud, a quo res mundanæ esse suum repetunt, nonnisi Deus esse
potest; nam ea, quæ non sunt a seipsis, cum habeant esse participatum, causam
sui esse m eo agnoscunt, cui esse essentialiter convenit; Deus autem i dumtaxat
est Ens, cui esse essentialiter convenit. Ergo omnes res mundanæ a Deo esse
suum habent 3. 163. Probatur altcra pars, nempe modum, quo mundus esse suum a
Deo habet, in creaiione consistere. Nequit
Deus dare esse rebus ex materia præexistente. Ergo res a Deo efficiuntur ex
nihilo, seu esse suum a Deo accipiunt per creationem. Antecedens ita
demonstratur: A Deo, quemadmodum ostendimus, esse omnium entium onginem habet,
proindeque esse ipsius materiæ, quæ et ipsa quoddam ens est, ita ut haud
possibile sit esse matenæ existere, antequam a Deo efficiatur. Atqui, si res
lta se habet, compertum est Deum res non producere ex aliqua materia
præexistente, sed eas ex non ente, sive ex nihilo educere . Ergo. i In lib. De
Causis, lect. XVIII. 2 Si quis, ita a Concilio Vaticano definitum fuit, non
conntea tur mundum', resque omnes, quæ in eo continentur, et spmtua les' et
materiales, secundum totam suam substantiam a Deo e: nihilo esse productas...
anathema sit ; Sess. III Const. dogm.
D Fide Cathol., Can. I, n. 5. I q XLIV a 1 c. Vid. etiam Contr. Gent., \\b. II, c. 13. Cf s.
Aug.,' De Vera Relig., c. 18, n. 36; s. Ansel., Monol . 6, et AQUINO (vedasi).
Demonstrationi directæ indirectam, quæ maiorem perspicuitatem habet, adiicimus.
Ut origo mundi explicetur, hæ hypotheses fingi possunt. Nam vel mundus semper
extitit, qualis nunc est, seu est æternus tum ratione matenæ, tum ratione formæ
f; vel ingenita, et æterna est matena informis, et ex ea mundus effectus est
per ordinem, seu formam, quam Deus materiæ in tempore largilus est 2; vel
æternæ sunt atomi, et ex iis per inQnitum mane vagantibus, atque in diversas
combinationes lemere coalescentibus, mundus, quem videmus, ortus lest3; vel
mundus ornnino cst emanatio, aut evolutio substantiæ Divinæ, ita ut ab ipso Deo
non distinguatur, ac promde sit, qualis Deus est, æternus ; vel denique a Deo e
nihilo eductus, seu creatus fuit, ab eoque ordinem, quem præ se fert, accepit.
Atqui ex his hypothesibus quatuor priores sunt absurdæ. Ergo, secundum leges
syllogismi disiuncti, restat, ut quinta, quæ creationem mundi staluit, sit vera.
165. Minor probatione eget. In hac, relicta quarta hypothesi, de qua in
Theodicea disseremus, trium priorum rlumtaxat ratio habenda nobis est. Iam
abnormitas primæ, et secundæ hypothesis hoc ar^umcnto evincitur. Si materia,
quocumque modo conci 1 Præcipuus auctor huius sententiæ fuit Aristoteles. Cf
Jul. Sinon, de Deo Aristotelis, Paris 1839. 2 Hæc fuit Platonis doctrina, de
qua dignus est, qui legatur H. tfarlin, Etudes sur le Tim. etc, Argum., § 7, t.
I, c. 27, et not. .XIV; t. II, p. 179 sqq. 1 Ita opinati fuere Leucippus, Democritus, aliique
veteres defen•ores atornorum. ' Hæc omnium veterum, recentiumque Pantheistarum
sententia est. )piniones aliorum recentium, qui creationem impugnant, ad
primam, |t tertiam revocantur. Etenim ipsi cum atheismum vel manifeste
deendant, vel occulte insinuare adnitantur, mundum, vel qualis nunc st, semper
exlitisse, vel ex vi ipsi materiæ insita evolutum, sensim[ue efformatum esse
autumant. Prima harum opinionum defensa fuit i
multis Incredulis sæculi proxime elapsi. Altera valde probatur Juchnero,
aliisque materialistis Germaniæ. Ipsi enim, cum teneant lullam aham vim
existere, quam quæ matcriæ inhæret, eamque tonnisi in materia existere posse,
inde colligunt mundum ex vi ipsi natenæ insita evolutum, sensimque efformatum fuisse,
ac proinde totionem creationis esse prorsus absurdam, quia creatio vim extra
nundum positam, ab omnique materia seiunctam expostulat. piatur, nempe vel sua
forma iam prædita, qualis est mundus, vel omnis formæ expers, esset infecta, ac
proinde stricto sensu æterna, ipsa procul dubio existeret ex necessitate suæ
naturæ, ideoque immutabilis, atque ab omni successione immunis foret; siquidem
id, quod non est factum, ex se ipso esse debet ; id vero, quod ex se ipso est,
existit necessitate suæ naturæ, et quod necessftate naturæ suæ existit,
mutationi, et successiom obnoxium esse nequit, alioquin esset necessanum, et
non necessarium, nempe necessarium, et contingens Atqui repugnat, docentibus
ipsis adversariis, quosbic retelhmus, maleriam esse necessariam, immutabilem,
atque ab o-i mni successione immunem. Ergo repugnat matenam, quocumque modo
ipsa concipiatur, esse mfectam, seu stncto sensu æternam. Secunda autem
hypothesis alns, nsque validissimis argumentis oppugnatur. Et sane, Deus non
poterat materiæ ingenitæ largiri formam, quam habet, nisi ipsa ab Eo penderet,
Eique subiiceretur. Atqui repugnat materiam, quæ est ingenita, atque infecta,
ab ahqua causa anteriori pendere, ullique causæ extenon subnci. Ergu, si
materia informis esse infecta, atque ingemta dicatur, Deum ex ipsa mundum, quem
modo conspicimus, eftecisse dici nequit2. Præterea id, quod est ingemtum,
nullam mutationem admittit. Atqui nihil ex eo, quod est immutabile, fieri
potest, quia perspicuum est hoc lpso,, quod ex aliquo aliquid fit, mutari id,
ex quo ht. Matcn? ergo, ita concludit Lactantius, si facta non est, ne tieri ex
ea quicquam potest 3 . Accedit, quod Deus inhmt? potentia pollet, ac proinde
putandum non est Eum, nor secus ac homines, non posse efficere quidquam, nisi
e^ i Ex quo vides antiquos Patres philosophis, hæreticisque æter nitatis
materiæ defensoribus iure, meritoque obiecisse, quod lps materiam Deo æqualem
facerent, proindeque duos Deos commini scerentur; siquidem esse ei se ipso, seu
necessitate suæ naturæ immutabile, et stricto sensu æternum, est proprium
solius natura summæ, et perfectæ, scilicet Dei. Inter eos, secus ac Auctor Syst
natur. (Systeme de la nature, part. 2, c. 2, Lond. 1770), impuden ter asseruit,
recensendus est Tertullianus, qui æternitatem mund adversus Hermogenem ex
industria impugnavit. Cf s. Iustin., Ad Gentes cohortatio, c. 23. 3 De ira Dei, lateria iam existente; sed tenendum est
Eura, sicut nullo rtifice, ita nulla materia eguisse, ut mundum conderet ! 167.
Absurdior est tertia hypothesis. Enimvero, atomi bsis Atomicis fatentibus, etsi
insecabiles sint 2, tamen laites habent, materialesque sunt ; quocirca si
repu^nat jiatenam esse ingenitam, repugnat etiam ingenitas esse .tomos. Atqui
atomi, ex quarum fortuita concursione munSum ellectum esse Epicurus,
recentesque Increduli comUiniscuntur, sunt ingenitæ. Repugnat i^itur mundum ex
ftomis per æra temere convolantibus effectum fuisse. ' 108. Præterea, etiamsi
demus posse dari alomos, certe •ullo modo evenire potuit, ut ex ipsis et
singulæ res c quibus mundus conllalur, et ipsa mundi compages eflcerentur. Hoc
m primis ex eo demonstralur, quod illæ omi tamquam ingenitæ adstruuntur. Etenim
plures a!;mi non possunt ad aliquam rem efficiendam coalescere Mi quodammodo
lmmulentur, quia necesse est ut ipsæ Jiquid in sese invicem agant. Atqui id,
quod est in.Alteraai tem ratione asseritur rem creatam ordinem habere ad nih
lum, quatenus ipsa est natura sua post nihnum, æqi ac si dicatur c, mtel hgenda
est de duratione æternitalis, non vero pons, vel de æternitale temporis
imaginati non ve° •eal.s, quatenus durationem ælernam Entis increati e sme
successione est, sine aliqua successione imari nequ.mns. H.nc commode dici
polesl Deum fnigM | mundum, qu.n vel Dcum in tempore esse, vel tem ante mundum
fu.sse staluatur. Prius vero, ItmJu, seu ante, ct post si considerentur in ipso
tcmCore 1 dub.o quædam e.us differentiæ sunt ; vcrum si' udcrentur relata ad
æternilalem, non aliud den™ant rclat.onem temporis ad ipsam ; siquidem nos q i
ess.on, assuet, sumus, concipimus esse immoTunA mslanhs, quod est proprium
ælernilatis, fu?sse anam success.o temporis inceperit, et futu^um si'suc•o
tempor.s desmeret. Quare dicimus Dcum fuisse ante ndeV' mUudum esse P°s eum,
non quod Deum! nde ac mundum, tempore conlineri intel igimus sed . cum Deum
extra omne tempus esse intfSus udum reqUC De-Um fuiSSe aule muudi oKem lundum
esse incep.sse, cum iam Deus esset . i ¥• cit.t ibid., c. 23, n. 3. • q. XLVI,
. i ad 8.- Cf s. Aug,D0 Civ.DH, ]ib. xh,c. 17, nl Si Deus mundum in tempore
creasse ( catur, illud quoque dicendum est, fuisse tempus,inqmnium possibihum
optimus, non quod optimæ sunt sinplæ eius naturæ, sed quod ipse, totus quantus
est, a oono ad mehus in infinitum progreditur. Præter Platonem inter veteres,
Abælardum in media ætate, minHJ m W uhJecni[\ ætatis initium, sententia de
optimismo nundi MaJebranchio probata est. lifflr^WK desciene: !-. art
Optimisme. Leibnitius etiam, a .nmcuitatibus adversanorum pressus, eo tandem
devenit, ut theo rW par n"1 g n202OPtimO ' C°ntinU° Pr0greSSU derivaret5
vid' • Optiraismus raundi refellitur 192. Doctrinani de mundo oplimo, quocumque
modo accipiatur, admilti non posse sequentibus propositionibus evincitur: la. Optimismus Leibnitianorum et per
se absurdus est, et ad exitiales errores ducit. Probatur prima pars. Finis, ob
quem Deus mundum creavit, ut in Theodicea videbimus, est manifestatio
perfectionum Dei; qua de re mundus optimus ilie dicendus foret, qui perfectiones
Dei ita manifestet, ut nihil supra. Atqui mundus, quilibet ipse sit, utpote
finitus perfectiones Dei nequit ita manifestare, ut ipsæ magis, ampliusque
manifestari non possint. Ergo hunc mundum, vel alium quemlibet possibilem esse
omnium optimum absurdum est . Probatur altera pars. Doctrina de mundo optimo
potentiam Dei, quæ omnem limitem respuit, limitibus cogit; atque Deum, qui in
productione rerum extra se maxima libertate gaudet, necessitati obnoxium facit.
Ergo ad exitiales errores ducit. 194. Antecedens ita demonstratur. Et sane : 1°
Si Deus mundum omnium possibilium optimum creavit, Eius potentia iam exhausta
est; quia, cum mundo optimo nullus alius præstantior dari queat, Deus iam
effecit quidquid efficere potest. Atqui potentia, cuius obiectum exhauriri
potest, imo iam exhaustum est, non est infinita. Ergo theoria, quæ mundum
omnium possibilium optimum a Deo creatum esse statuit, infinitam potentiam Dei
tollit2. 2° Si Deus mundum creare volens, debuit optimum omnium possibilium
creare, non potuit ex infinitis mundis possibilibus 3 potius unum, quam alium
ad existen Cf s. Thom., Qq. dispp., De Pot., q. I, a. 5 c. Adeo verum est
optimismo mundi omnipotentiam Dei lædi, ut Abælardus, et Wiclefus, cum
docuerint Deum non posse alia facere, quam quæ fecit, id quod omnipotentiæ Dei
profecto adversatur, autumarunt quoque, uti paulo ante adnotavimus, illum
mundum a Deo creatum esse, qui est omnium possibilium optimus. 3 Series
mundorum possibilium, non diffitente eodem Leibnitio (Lettres d Borguet, Lettr.
I), est infinita. Et sane mundi, qui esse possunt, tot sunt, quot sunt modi,
quibus Deus esse suum cum rebos extra se communicare potest. Atqui series horum
modorum est inn tiam vocare, sed eum, quem creavit, scilicet omnium optimum
creare coactus est. Alqui ubi non est eleclio, ibi est necessitas. Ergo Deus
hunc mundum præ reliquis posjsibilibus non ex suæ volunlatis consilio, sed
necessilate coactus creavit. Quinimmo ex theoria optimismi illud etiam
sequitur, quod Deus mundum, quicumque sit, creare cogitur. Etenim,
Leibnitianorum iudicio, Deus mundum lomnium oplimum creare debet, ut
perfecliones suas, quoad fieri potest, manifestel; ergo eo magis ad mundum
creandum cogitur, alioquin perfcctiones suas non modo non quoad fieri potest,
sed omnino non manifeslasset . Optimismus cliam eo modo, quo a Bouillierio,
aliisque explicatur, reiiciendus est. Probatur. Ralio, ob quam repugnat ullam
particularem creaturam esse omnium possibilium optimam, in eo, his •Optimistis
non diffilenlibus, sita est, quod quælibet par ticularis creatura infinitum
Esse Dei modo finito repræ sentat, ac proinde aliæ sunt possibiles, quæ Divinum
>Esse magis, magisque manifestant; siquidem finito aliquid jsemper addi
potesl. Atqui, etiamsi detur mundum esse in continuo progrcssu, ipse, cum
nonnisi finitæ progres isionis capax sit, Esse infinilum Dei modo finilo semper
manifestat, ac proinde alii multi eo præstantiores fieri jpossunt. Ergo eadem
ratione, qua probalur, nuperorum jOptimistarum iudicio, nullam singularem
creaturam esse iomnium possibilium optimam, probalur simul ne totum iquidem
mundum, quicumque tandem sit, omnium pos •sibtlium optimum esse. 196. Adde his,
quod continuus progressus in infinilum, nita; quia, cum singuli modi finitam
entitatem, seu realitatem a Deo accipiant, horum series, quantumvis maxima
dicatur, vel cogitetur, Esse Divinum, utpote infinitum, exhaurire numquam
potest. Ergo series mundorum possibilium est intinita (cf s. Thom., In lib. III
Sent., Dist. XIV, q. I, a. 4 ad 3). Exinde aliud argumentum, quo mundus optimus
veluti in se absurdus redarguitur, confici potest; siquidem, posita doctrina de
mundo optimo, series mundorum possibilium non esset infinita; quippe quod,
postquam series a mundo minus perfccto -ad mundum magis perfectum progrediens,
mundum omnium optimum lassecuta est, supra ipsum assurgere nequit. 1 Cf
Fenelon, Rtfutation du systdme du p. Malebranchc sur la nature, ct la grace, c.
6, et Bonifas, ttude sur la Thtodicee de Leibniz, part. 3, c. 4. quem hi
philosophi mundo, prout totus est, considerato tribuunt, prorsus commenlitius
est. Etenim, cum mundus in tota rerum, ex quibus conflatur, universitate
consideratus non sit aliquid abstractum, sed ex diversis naturis rerum
compositum, non potest aliter ^inteiligi ipsum esse in conlinuo progressu, quam
si ipsas naturas rerum in naturas præstantiores continuo transmutari
admittatur, alioquin progressus non esset substantialis, sed accidentalis. Atqui repugnat naturas rerum ita progredi, ut aliæ in
alias continuo transmutentur . Ergo repugnat in mundo inveniri illum
progressum, quem nuperi Optimistæ commenti sunt. 197. Obiic. 1° Leibnitius,
eiusque sectatores: Si Deus inter mundos possibiles optimo alium prætulisset,
mundum sine ulla ratione sufficiente creasset. Atqui quidquain ne in Dei quidem
operibus sine ratione sufficiente esse potest. Ergo Deus mundum omnium
possibilium optimum creasse dicendus est. 198. Resp. Dist. mai., sine ratione
extra Deum posita, conc. mai.y sine ratione, quæ est in ipso Deo, neg. mai.;
eadem dist. neg. et conc. min. Neg. cons. Sane admittenda est aliqua ratio, ob
quam Deus mundum creavit, quia Deus, utpote sapientissimus, nihil sine ratione
moliri potest. At, cum Deus, ens sibi ipsi sufficientissimum, a causa extranea
delerminari non possit, illa ratio non in perfectione mundi, sed in ipso Deo
invenienda est ; nempe, ut s. Thomas inquit, est ipsa stia Bonitas z. Quod si ratio,
ob quam Deus mundum creavit, non est perfectio ipsius mundi, sed bonitas
Creatoris, consequitur rationem, ob quam Deus hunc mundum, non vero alium ipso
perfectiorem, aut imperfectiorem condidit, non in perfectione ipsius mundi, sed
in ipso Deo etiam quærendam esse. Hæc
autem inquisitio supervacanea, imo temeraria est, cum de re agatur, quæ ad
arcana Divinæ Sapientiæ pertinet. Talis quæstio, ad rem ait s. Bonaventura, est
irrationalis, et solutio non potest dari, nisi hæc, quia voluit, et rationem
Ipse novit 3 . 199. Obiic. 2° Si Deus crearet mundum 'omnium possi Cf Ontol.,
c. II, a. 3, p. 17. 2 Contr. Gent., lib. I,
c. 86. 3 In lib. I Sent., Dist XLIV, a. 1, q. I ad arg. Cf s. Aug., Epist. III
ad Nebridium, n. 2. COSMOLOGIA 183 hilium minime optimum, Sapientiæ,
Bonitatique suæ flerogaret, quia minus honum est quoddam malum, æ![uc ac minus
malum est quoddam bonum. Atqui conseimens est absurdum. Ergo et antecedens. | 200.
Resp. Neg. mai> ; conc. min. Neg. cons. Sane Sajnentia, Bonitasque Dei non
expostulant, ut Deus efficiat jnundum omnium possibilium optimum, sive absolute
op lmum, sed tantum ut quemcumque mundum ex omnidus possibilibus efficere
velit, ipsum efficiat relative, nemf>e m genere suo optimum, quatenus ei
omnia largiri debet, per quæ et omnem illam perfectionem, cuius natura ;ius
capax est, assequatur, et ad ultimum eius finem, qui bst manifestatio Bonitatis
Dei, perfectum ordinem habeat. llud autem omittendum non est, perabsurdam esse
ra jfionem, qua Leibnitius propositionem maiorem sui argujnenti probavit, quia
bonum, et malum privative sibi opponuntur, ac proinde prorsus repugnat ullum
bonum, >rout est bonum, esse malum, aut ullum malum, prout j:st malum, esse
bonum. 1 Cf s. Bonay. loc. cit., q. II ad arg. Homo omnia, quæ in reliquis naturis
rerum adhuc observavimus, in se exquisitiori modo continet1, atque ob suam
facultatem intelligendi particeps est proprietatum, Eer quas substantiæ
intellectuales, sive Angeli cæteris reus creatis excellunt2 ; quocirca ipse
annulus est, quo natura visibilis cum invisibili copulatur, ut unica inde
universitas rerum creatarum efficiatur $. Hinc tractatio de homine a
Cosmologia, uti diximus , segregatur, atque peculiarem Philosophiæ partem, quæ
ANTHROPOLOGIA vocatur, sibi propriam habet. In hac tractatione primo
explicabimus quidquid ad unionem animæ, et corporis in homine spectat; deinde
inquiremus 1° in quo essentia animæ humanæ consistat; 2° utrum, necne anima sit
immaterialis; 3° quænam sit origo animæ; 4° utrum, dissoluto corpore, anima
superstes sit, an cum corpore pereat. Quænam sit animæ et corporis uuio in
homine inquiritur I. — Substantialis animæ, et corporis unio in homine
adstruitur 2. Communis vulgo hominum persuasio est hominem non esse solam
animam, aut solum corpus, sed aliquid, quod ex anima, et corpore conflatur 5 ;
siquidem nemo, quantumvis plebeius, cadaver, aut animam a corpore separatam
hominem appellat, latumque discrimen inter ca Hinc homo fjVY.poY.ovfjLog,
parvus mundus, dictus est, quia, ut AQUINO (vedasi) advertit, omnes creaturæ
mundi quodammodo inreniuntur in eo ; I, q. X.GI, a. 1 c. 2 Cf s. Aug., De Civ.
Dei, lib. IX, c. 13, n. 3. 8 Cf Nemes., De natura hominis, c. i. 4 90. s De
Dicearcho, aliisque paucis antiquis, et recentibus Materialistis, qui in homine
corpus tantum admiserunt, alias disseremus. daver, animam, ct hominem non
agnoscit. Verum quoniam unitas, ut in Ontologia vidimus , cst vel
substantialis, vel accidentalis, non convenit inter omnes Philosophos, utrum
unilas hominis, sive, ut aiunt, compositi humam sit subslantialis, an
accidentalis. Et sane non pauci inter antiquos, recentesque vel aperte professi
sunt animam per acadens cum corpore coniungi, vcl hominem ita dennivere, ut
nullam rationem corporis haberent. Nos primum substant.alem, seu naturalem
unionem animæ cum corpore in homine adslruemus, deinde quædam contra oppositas
sententias adnotabimus. 3. S. Thomas, de unione anitnæ cumfcorpore disserens
ait: (( fcx anima, et corpore constituitur in unoquoque noslrum duplex unitas
naturæ, et personæ 2 . Yentas huius theoriæ, quæ in tota media ætate viguit, et
iam a ss. latr.bus, al.isque antiquis Scriploribus 3, post Aristotelem, trad.ta
fuerat, sequentibus propositionibus a nobis demonstratur: 4. la. Corpus, atque
anima in homine adeo inter se comunguntur, ul ex ipsis una natura, seu una
substantia completa constituatur . Probatur.Ea, quæ sunt diversæ naluræ, unam,
eamuemque actioncm exerere non possunt. Atqui anima et corpus quæ m se seorsum
consideratæ sunt diversæ res, nabent in hom.ne operaliones utrique communes
Er^o corpus, et amma in hornine adeo inter se coniunubstanUa completa, sive una
natura constituatur Minor probatur præcipue ex sensationibus, quæ non sunt
>ohus an.mæ, aut solius corporis, sed ulriusque. Re uuiIdm,Veransensat,0.nes
non.sunt solius corporis, quia cum psa s.t operat.o immalerial.s, a solo
principio materiali, sr;lest r:pus' proficisci -w •>^ 3 ri6Ptia comprobatur,
quia corpus, poslquam anima ab eo Cap. III, a. 1, p. 19.-2 in? q. rij a. j ad 2
W præ cetens s. Iustinum (Fragm. libri De resurr. carnis • 8) A henagoram (De
resurr., c. 12, 13, 18, et 21) s Irenacum yeirid.^: l\ t't t^}De CtvDei>
libXIX> ; ™° \ Contr. Gent., lib. II, c. 57. ° Cf DtJnam., c. III, a. 4, p.
119-120 vol. I. seiuncta est, nihil sentire experimur. Neque sunt solius animæ,
quippe quod, cum anima sit immaterialis, res materiales nihil in ipsam per se,
sive immediate agere possunt *. 5. Itaque neutrum (neque corpus, neque anima)
habet speciem completam, sed utrumque est pars unius naturæ 2 . Quapropter homo
nec corpus, nec anima est, sed aliquid tertium, quod ex utroque componitur 3.
ld ex ipsa notione corporis animati clare intelligitur ; siquidem corpus
animatum non est solum corpus, quia corpus per se est expers animæ, seu vitæ,
nec sola anima, quia anima est naturaliter incorporea, "sed aliquid
tertium ex eo exurgens, nempe corpus, quod anima informat. 6. 2a. Ex anima, et corpore unica persona in homine
efjicitur. Probatur. Operationes in qualibet natura tribuuntur supposito, seu
personæ, secundum illud Scholæ, quod in Ontologia statuimus, Actiones sunt
suppositorum *. Atqui in unoquoque nostrum unum, idemque est illud, cui
operationes animæ, et corporis tribuuntur. Ergo ex anima, el corpore una
persona in homine constituitur. Veritas minoris ex interna experientia constat.
Et sane nos iu nobis ipsis experimur, illud, quod in nobis intelligit, ei vult,
essc idem ac illud, quod sentit, nutritur, deambu lat: unde unusquisque nostrum
sicut dicit, ego volo, el ego intelligo. ita dicit quoque, ego patior, ego
deambulo aut aliud huiusmodi. Atqui illæ operationes sunt sohuf animæ; hæ autem
animæ, et corporis, quod anima m format. Ergo unum, idemque esse in homine
illud, cu operationes animæ, et corporis tribuuntur, experientu interna
constat. 7. Præterea, hæc personæ unitas, quæ ex anima, e corpore efficitur, ex
iis, quæ in præcedenti proposition, nihil diciIfius; nam conlra istam opinionem
eadem valent argumenta mhm personam non posse definiri naturam sui consciam
stendimus 2; quippe quod rb ego secundum Kantium, alios>ue nuperos re ipsa
non aliud, nisi personam, denotat 14. Denique Kosminius docuit rb ego non esse
solam immam, uli Gartesius opinatus est, neque solam conscienHam, uu Kantius
contendit, sed esse animam, prout conpa sui ipsius esl; nam subiectum humanum
tum evant ego, cum per diversas operationes internas suarum fa;ultatum
conscientiam sui assequitur3 . At Rosminius DefinXIII, § 55. Modus, ait, quo
corporibus adhærent spiritus, et animalia Nihilominus Scholastici, Aristotelis,
ipsiusque s. Augu stini doctrinis adiuti, de modo, quo anima, et corpus u nicum
compositum subslantiale efficiunt, theoriam concin narunt, quæ cuilibet solidæ,
et cuiusdam momenti diffi cultati aditum præcludit. Quæ theoria huc redit,
quoartem formæ, non autem materiæ in homine expleret psum iorct principium, quo
homo vivit; at hoc fieri ne[uit, quia corpon per se inspcclo nec vivere, nec
esse inncipium vivendi convenirc polest, alioquin omne corius oporteret esse
vivens, vel principium vitæ * 19. Alterum argumentum ex ipsa notione formæ
subtant.al.s pet.tur: Re quidem vera, formæ subslantialis, oonenle Aquinate \
duo sunt propria. Primum in eo conistit, quod ipsa rei, cuius est forma, esse
substantiale *rgilur, veluti pr.ncipium inlrinsecum, ex quo res in ua specie
constituitur 2; alterum, quod a primo fluil, est, |UOd ex forma substantiali,
et ex materia, quæ ab illa eterminatur ad aliquam rem constituendam, unicum
esse jubstant.ale efficitur *. Atqui dubium non est, quin anima rga corpus hacc
duo munia obeat ; namque 1° anima, i ante vid.mus 5, esse corpori largitur
veluti principium, uo res cst id, quod cst; unde corpus, antequam ab anima
tormetur, non est corpus humanum, et staiim ac anima o eo separatur, corpus
humanum esse desinit. 2° Anima um corpore unum esse substantiale constituit;
namque si )sa intnnsece esse corporis constituit, necesse est ut una um corpore
unicum esse substantiale efficiat 6. Er^o nenm dub.um esse potest, quin anima
cum corpore*, veiti iorma substantialis cum materia, copuletur. £J. Frop. 2 .
Amma, quæ est forma substantialis cor7' /*on est> msi amma intellectiva,
sive rationalis. rrobalur contra non paucos, eosque præsertim recen§, qu. ut
intra videbimus, pugnant animam, qua corus vivit, non esse animam
intellectivam, sed animam ab Jc d.versam, quam principium vitale vocant. Forma, ut \ r'fqr LXXV' a* * ? 2
Con*r. Gent., lib. II, c. 68, n. 2. * Cf Cosmol., loc. cit., p. 102-103.
ninn!df^P* i104" •Pr°pter hæC duo forma sbstantialis, quæ prin E? ani n ?
rei.ctaV°CatUr' a Princiui0 efficiente discrimitur, quia pnncipium efliciens
largitur esse rei non ex eo aunrf a produc.t, atque esse eius non est idem ac
esse rei productæ est etiam ipsius animæ ; I, q. LXXVI sæpe diximus, speciem,
seu naturam cuiusque rei determinat. Atqui
natura cuiusque rei ab eius operationibus dignoscitur. Ergo in composito
substantiali, quod dicitur homo, forma ea esse debet, quæ illius operationibus
respondet. Atqui operationes
propriæ hominis sunt intellectivæ, quia per has a ceteris rebus discriminatur. Ergo anima intellectiva est propria hominis forma.
Nonnulla circa eamdem theoriam adnotantur 21. Ad eius, quam exposuimus, theoriæ
maiorem explanationem, hæc tria mente recolemus oportet: Horum primum est,
animam rationalem non posse informare corpus, prout est rationalis, quia ipsa,
prout est rationalis, naturam materiæ longe supergreditur. Hinc, cum dicitur
animam rationalem esse formam substantialem corporis, hoc intelligendum est,
secundum essentiam animæ intellectualis, non tamen secundum operationem
intellectualem 2 , quapropter unio animæ ad corpus uon pertingit usque ad
operationem intellectus 8 . 22. Alterum est, animam humanam, secus ac animam
belluinam, ita informare corpus, ut per se, et sine corpore existere valeat,
sive, ut Scholæ aiunt, esse formarr substantialem subsistentem . Et sane, si
anima humana. secundum quidem suum esse, sed non secundum suam virtutem
intelligendi est forma corporis, sequitur aliquas operationes ab ea exerceri
sine organis corporeis 5. Atqui anima humana non posset ullas operationes sine
organu corporeis exercere, si esse eius a corpore omnino penderet. Ergo anima
humana ita informat corpus, ut per se; et sine corpore existere valeat. 23.
Tertium est, quod anima, etsi sit forma corpons. tamen operationes intelligendi
exercere potest. Secundum essentiam quidem suam [anima intellectiva) dat esse 1
I, q. et a. citt. c. „ Qq. dispp.&xm. De Anim.,a.7 ad 11. Cf Contr.
Gent.,lib.IV,c.S& s Qq. dispp., De Fer., q. XIII, a. 4 c. . Quænam sit
forma substantialis subsistens, exphcavimus n Cosmologia, c. V, a. 3, p.
137-138. s Quamvis esse animæ sit quodammodo corpons, non tamei corpus attingit
ad esse animæ participandum secundum totam suan nobilitatem, et virtutem: et
ideo est aliqua operatio animæ, m qm non communicat corpus ; Op. cit., De
Anirn., a. 1 ad 18. GESm' • Secundum Potemiam vero proprias operationes
^fficil'; nam ipsa cum corpore ila coniungilur, ut per •at.onem vires eius
superet, eiusque dominelur . Vicissim tsi anima natura sua sit intelligens,
tamen ad opcra,V,es corporis concurrere potest. Etenim ipsa es? forma erleclior
form.s sensitiva, e( vegetaliva. Atqui quæ! bet uTcontST/ formarum> uæ Psa
inferio^es u„ se conhnet. Ergo an.ma humana, cum maleriam inforoat, e. largitur
esse, quod corpori inanimato convenit Wetare, quo planla super corpus
inanimatum exlolli tur Asentxre, quo brutum plantæ excellit; nihilque al u I
ibi kopnum retinet, nisi vim intelligendi, quam cum mabria commun.care non
potest . Itaque anima huma. a loæ seeundum essentiam suam est rationalis, ad oS
lones corpor.s concurrit non quatenus est rational? sed "t C„eVlil|U'rn
SCr. fTU,tateS Ve^tativas in ' conS '.inn ' ' • 0m'llenu"m est, animam
producere one Uiones corpons, non prout sunt mere materiales et cororeæ, secl
prout vilales, ac proinde aliquid simplex sunt. Abt. HI.-Argumenta, qaibus Scholasticorum
theoria impugnatur, solvuntur L% ^bi'C- °Si anima ratinalis csset fbrma
substaniJi.s corpons, ipsa cum corpore sese commisceret, ita ut 'ni eo
exteuderelur, et divideretur. Atqui id, quod est 1 fni!,' .Ct d,visibilc> est
materiale. Ergo Scholasticoim sententia animam humanam materialem facit. i I
n,n7P.' \eg"""':> concminNe9consEt sanc il".',?.,•
abadversar"s ob.icitur, quod nempe anima foret le nnn', V CUm .corPorc
commiscerclur, iam ab Aquiicen !u T f0lt Quæ miscen'r> ait, oportel ad m IZ
tt ? eSSe.; qux°d non onling'. "''! uis, quoWcr8 n °na eadem • At ex
eo> 1uod ^ima i"for« corpus, ipsam cum corpore commisceri haud seuui
Un> De PircreaL' a2 ad 10. ' hb.
III Sent., Dist. I, a. 1, q. I ad arg. - 192 expostulat, ut ad coniunctionem
cum corpore ordinem semper retineat, non vero ut sine actuali cum corpore
coniunctione in suo esse perdurare nequeat l. IV.— Scotistaruni sentenlia
expenditur 31. In superioribus articulis diximus animam humanam, cum materiam
informat, utpote forma ceteris perfectior, quæ harum virtutes in se continet,
ei largiri non solura esse vegetans et sentiens, sed etiam esse corporis'-; ac
proinde informare materiam omni forma dcnudatam, ita ul ipsa sit illa forma,
qua corpus in suo esse corporis constituitur 3; neque id animæ simplicitati obesse
. Qua ir re silentio prætereunda non est sententia Scoti. Ipse enim, post Henr.
Gandavensem, etsi animam esse formam qua corpus vivit, seu, ut aiunt, animatur,
propugnaverit tamen, secus ac B. Albertus M., s. Thomas, et pleriquc Scholæ
Doctores docuerunt, contendit agnoscendam præ terea esse in corpore « formam,
qua corpus est corpus aliam ab illa, qua est animatum s. Hanc formam, qu et du
cor^' RdP°nse « • P Bottalla, •in «I i ! / «l8.? qUæ adversus Tongiorgium
disseruimus in Ne^fs^r^'^"^'' V°!HI' -ParS Prima' C' H ubl etiam solutas
invenies obiectiones Henrici und,,mSIS: U' neCn°n ill0rum receutiuu> qui
horum throriam unoum atomismi placita propugnant. ANTHROPOLOGIA corporis humani
per se, et essentialiter. Id Leo X confirroavit in synodo Lateranensi, cum
definivit, quod anima intellectiva « vere, per se, et essentialiter humanr
corporis forma existat 2 . Secundum utriusque synodi den nitionem, Pius IX in
suis ad Episcopum Coloniensen Lilteris questus est Giintherum, eiusque
discipulos lædere in suis libris « catholieam sententiam ac doctrinarr de
homine, qui corpore, et anima ita absolvatur, ut am nra eaque rationalis sit
vera per se, atque immediata cor poris forma 3 . . ., 35 Iam hisce
definitionibus, utr constat ex Eprstola, quan de mandato Pii Pp. IX D.
Wladimirus Czacki, nunc S. RE Cardinalis, D. Eduardo Hautcoeur, Rectori
Universitatn Cathol. Insulensis inscripsit 4, docetur unitas substantiafr humanæ naturæ, quæ
duabus constat substantns partxali bus, corpore nempe, et anima rationali. Et
hoc quidem a doctrinam theologicam spectat. Quod autem attinet ad con
troversias, quæ non ita pridem ab aliquibus Philosophis rt suscitatæ sunt,
scilicet circa principia constituentia corpc rum, unde unitas illa
substantialis diversa ratrone ab ei explicalurs, ipsæ doctrinas mere
philosophicas respiaum super quibus catholicæ Scholæ diversas sententias sequm
tur ac sequi possunt; quoniam suprema Ecclesiæ auctorxto numquam pro altera
iudicium tulit, quod alteram excludi ret. At vero, id non impedit, quominus
philosophrca argi mentatione demonstrari possit, sententiam Thomrstarun quam
nos amplexi sumus6, quoad unitatem substantralei humanæ naturæ, cum laudatis
Romanorum Pontrhcui definitionrbus potius, quam alias, consentire; scilrcet, ut
præfatam definitionem non nisi hoc sensu Doctois Scholarum semper acceperint6.
1 Vid. pp. citt. 2 Aliam formam diximus, non vero aliam nimam; nam de unite
animæ in homine controversia inter Catholicos, quemadmodum Lapite IV
ostendemus, cxistere haud potest. Cf
Cosmol., c. I, a. 5, p. 101-102. Qq. dispp., q. un. De Anim., a. 9 ad 11. ibid.
ad 18. Hoc argumentum fuse evolvit Em. Card. Zighara, Op. cit., Pars
explicav.t, quod hæc media natura suggerit animæ ndquid rerum fit in corpore,
et in corpore exequitur ndquid amma ei præscribit, quin causas suarum opetionum
cognoscat 4. l 44. Systema mediatoris plastici absurdum est Vrobatur.Si inter
animam, et corpus natura media, iæ s.tutnusque parliceps, existeret, oporteret
ipsam se simul corporearn, cognilione præditam, et cogitatio5 cxpertem,
celer.sque oppositis proprietalibus pollen 1 Qq. dispp., De Ver., q. XXVI, a.
10 c. In Ioann. Evang. c. V, tract. XXIII, n. 5. "
Saggio su' temperamenti, Bologna 1864. Bibliothbque choisie, t. II, p. 113 sqq. 202 tem, quibus
anima, et corpus ab se discriminantur. Atqui notio huius naturæ est absurda.
Ergo. 45.Præterea, hæc natura media officio administræ inter animam et corpus
in homine ita fungi dicitur, ut conscientiam operationum suarum non habeat.
Atqui natura, quæ se, suasque operationes non cognoscit, profecto non potest
fungi officio administræ inter animam, et corpus in homine; nam haud possibile
est aliquam naturam officio administræ fungi, nisi dominium in suas operationes
habeat, alioquin ipsa, ut advertit s. Thomas1, non agit, sed potius agitur. Ergo
naturam plasticam, quam Clericus effinxit, ex eo etiam absurdam esse patet,
quod ipsa officiis fungi nequit, quæ in homine ei assignantur. 46. Obiic. Multæ operationes, e. g., respiratio,
molus cordis, in homine conspiciuntur, quæ nec a corpore, neque ab anima repeti
possunt. Ergo admittenda est in homine tertia natura, quæ sit illarum
operationum principium. 47. Resp. Dist. ant., non possunt repeti a solo
corpore, aut a sola anima, conc. ant., non possunt repeti ab anima simul, et a
corpore, neg. ant. Neg. cons. Re quidem vera, corpus, uti iam ostendimns, esse
suum ab anima accipit, unamque substantiam completam cum ipsa effieit, ac proinde
anima cum corpore est unicum principium respirationis, motuum cordis,
aliorumque, quibus corpus vegetat. Frustra Clericus contendit operationes
respirandi, aliasque id genus non posse animæ adscribi, cum quod nihil
convenientiæ inter ipsas, et intellectiones existit, tum quod anima nescit,
quomodo agantur in corpore ea, quæ ipsa peragi in illo vult. Etenim, quod ad
primum attinet, nihil vetat respirationem, aliasque einsmodi operationes, atque
intellectiones, quamvis sint diversi generis, ab anima tamen perinde proficisci
; siquidem anima per alias facultates est principium intellectionum, et per
alias facultatcs est principium yegetandi, et sentiendi. Alterum autem ex eo
fit, quod alia est in anima facultas, qua illas operationes vult, alia autem,
qua illas in corpore exequitur. i De unione Verbi Incarnati, a. 5 c. De
systcmate causarura occasionalium 48. Malebranchius, uli antea diximus , ratus
est Deum dumtaxat esse causam efficientem, atque cum corpora tum animas omni vi
agendi destitui ; ex quo confecit Deum esse unicam, et immediatam causam omnium
motuum, qui in corpore fiunt, omniumque operationum, quas anima exerit; atque
consensum, quem experimur inter certos motus corporis, et certas operationes
animæ, et vicissim, nonnisi a Deo esse repetendum. Itaque ipse statuit Deum ob
suum generale decretum, quod totum mundi ordinem complectitur, ita motus
corporis, actionesque animæ moderari, ut, quoties certi motus in corpore fiunt,
sensationes ipsis consentaneas, et quoties certæ operationes in anima fiunt,
motus ipsis consentaneos in corpore producat. Ex quo patescit nec ullos motus
corpons esse veras causas actionum animæ, nec ullas actiones animæ esse veras
causas motuum corporis, sed dumtaxat dici posse causas occasionales, quia
nonnulli motus corporis Deo occasionem præbent producendi in anima actiones
illis consentaneas, et vicissim 2. Hoc systema oczasionalismus, vel systema
adsistentiæ dictum est, quia animam, et corpus vcluti causas dumtaxat
occasionales ignoscit, Deumque animæ, et corpori conlinuo adsistentem ponit.
Hanc theoriam, eodem fere ac Malebranchii tempore, Sylvanus Regius 3, et
deinceps non pauci propurnarunt usque in hanc diem, in qua, uti ante vidimus 4,
heonam caussarum occasionalium a nonnullis Philosophis )ræsertim in Gallia
exsuscitata est. 50. Systema causarum occasionalium falso fundanento innilitur
; falsam philosophandi methodum sectatur ; mnem umonem mter animam, et corpus
tollit; impias con'lusiones parxt. Probatur prima pars. Malebranchius,
ceterique Occalonahstæ consensum inter certas operationes animæ, crtosque motus
corpons omnibus obvium ab immediata ictione Dei repetunt, quia omnem vim
activam rebus 1 Ontol., c. IX, a. 7, p. 71. 2 De inquirm V9r^,ib yI c 5
Cours entier de phil., M4t., par. 2, c. 1-5. 1 Ontol., loc. cit. creatis
repugnare arbitrantur. Atqui, ut in Ontologia ! vidimus, nihil repugnat vim
quamdam actuosam rebus creatis inesse, immo, si ea ipsis negetur, multa absurda
inde profluunt. Ergo nulla, immo absurda est ratio, ob quam occasionalismus ab
eius auctoribus excogitatus fuit. 51. Probatur altera pars. Occasionalistæ non
inficiantur nobis videri animam, et corpus aliquid in sese invicem agere, sed
causam huius phænomeni ex ipsa natura hominis non expostulant, sed ad Deum
omnium rerum auctorem, et conservatorem, confugiunt. Atqui hoc, ut s. Thomas
iamdiu observavit 2, indignum est viro philosopho ; Deus enim procul dubio est
causa universalis omnium phænomenorum naturæ ; sed philosopho quærendæ sunt
causæ phænomenorum particulares, seu proximæ, quia in harum cognitione,
quemadmodum in Logica vidimus, scientia consistit. Occasionalismus igitur
methodum philosophandi sectatur, quæ scientiam gignere non potest. 52. Probatur
tertia pars. Secundum Occasionalistas anima cum corpore neque secundum esse,
ita ut ex ipsis unica completa substantia exurgat, neque secundum operationem,
ita ut anima, et corpus aliquid in sese inyicem agant, unitur. Ergo
occasionalismus non modo unionem substantialem, quam ante demonstravimus, sed
quamlibet unionem animæ cum corpore tollit. 53. Probatur quarta pars. Si anima non est cum corpore principium omnium
operationum corporis, sed Deus est harum unica causa, certe non ei, sed Deo
tribuenda sunt, quæ anima per corpus bene, aut male operari videtur. Item, si
anima non est principium activum suarum cogitationum, sed has Deus occasione
motuum corporeorum in ipsa producit, liquet cogitationes, quæcumque sint, sive
bonæ, sive perversæ, neutiquam possc animæ imputari. Quocirca, posito
occasionalismo, homini Loc. cit., p. 171-172; cf etiam Cosmol, c. III, a. 4, p.
122-123, ei c. VI, a. 3, p. lol sq. 2 Si quis, ait sanctus Doctor, quærenti,
quare lignum est calefactum, respondet, quia Deus voluit, convenienter quidem
respondet, si intendit quæstionem reducere in primam causam; inconvenienler
vero, si intendit omnes alias eicludere causas ; In Ub. De Causis, lect. neque
actiones interiores animi, neque exteriores corpons imputari queunt. Atqui hoc
infinitæ perfectioni Dei maxime mdignum est, atque omncm moralitatem actio|num
humanarum destruit. Ergo systema causarum occaswnahum lmpias conclusiones
parit. 54. Obiic. 1° Anima nescit, quid sit, quo membra coripons moventur. Ergo
ipsa non est causa motuum corporis. 5o. Resp. Neg. cons. Etenim anima motuum
corporis causa est, quatenus eos præscribit, eosque per organa corpons exercet
'. Quocirca ipsa cognoscere quidem de bet motus, quos producere vult, non vero
modum, quo lorgana corporis illos exequuntur. oG. Obiic. 2° Nulla est connexio
inter voliliones anifcmæ, et motus corporis. Ergo. 57. Resp. Neg. ant. Nam si
anima, uti ostendimus, est !imul cum corpore principium omnium operationum,
quas |in corpore conspicimus, maxima connexio inter volitiojfies, ahasque
operationes proprias animæ, atque inter ouerationes corporis existere dicenda
est 2. III. — Doctrina harmoniæ præstabilitæ confutatur 58. Leibnitius, cum, ut
alibi diximus 3, possibilitatem >ciionis transeuntis, ac proinde actionis,
qua anima, et cor>us m sese mvicem agunt, inficiatus sil, consensum inter
jperationes animæ, et corporis ex eo repetendum esse do;'uit, quod Deus animam,
et corpus in singulis hominibus ta constituit, ut, dum anima, et corpus nihil
in sese mu|uo agunt, utriusque operationes mirifice sibi consentiant. lanc
theonam systema harmoniæ præstabilitæ vocavit, ||uia lpsa harmoniam inter operationes
animæ, motusque orporis a Deo præstabilitam cognoscit . Modum autem, ||uo in
singulis hominibus hæc harmonia a Deo præstabiatur, ita exphcavit: Unaquælibet
anima, prout schema, eu typus totius universi evolvitur b, continuatam seriem J
Cf Dynam., c. VI, a. 3, p. 190 vol. I. Cf s. Thom., Qq. dispp., q. Un. De spir.
creat., a. 3 ad 4. Alias mectiones, ci quibus Malebranchius Deum non possc vim
actuosam uin rebus creatis communicare arguit, refutavimus in Onro/.,loc.cit
Ontol., c. IX, a. 2, p. 63. Systeme nouveau de la nat. etc, § 14. Cf Ideal.,
perceptionum, appetitionumque in se ex vi sibi insita pro-1 ducit, adeo ut
ratio posterioris perceptionis, et ratio poste-i rioris appetitionis in
præcedenti perceptione, et appetitio- 1 ne contineatur; item, unumquodlibet
corpus per se solum I ex legibus motus continuatam seriem mutationum in sel
producit, ita ut ratio posterioris mutationis semper existal in præcedenti
mutatione '. Quandoquidem autem infini-j tæ sunt animæ possibiles, infinitaque
corpora possibilia/ i liquet infinitas quoque esse cum possibiles series
perceptionum, tum possibiles series mutationum; ideoque, quæi cumque anima
sumatur, semper inveniri aliquod corpus in quo series mutationum cum serie
perceptionum illiu! animæ mirifice consentit. Quamobrem Deus harmonian inter
operationes animæ, motusque corporis præstabilini dicendus est, quatenus cum
anima coniungit illud corl pus, cuius mutationes curn perceptionihus illius
animac adamussim, et constanter concordant 2. 59. Systema harmoniæ præstabilitæ
falso funda mento superstruitur; effato rationis sufficientis, quod Leib nitius
adeo inculcavit, manifeste adversatur; unitatem sub stantialem hominis, quam
Leibnitius admittendam esse de crevit, tollit; impiis, absurdisque theoriis
latissimam vian sternit. Probatur la pars. Leibnitius systema harmoniæ præ
stabilitæ excogitavit ob illam rationem, quod substantia' nihil in sese invicem
agere possunt. Atqui hoc pronun tiatum, quemadmodum ostendimus ', omnino falsum
est Ergo. 60. Probatur2 pars. Perceptiones,appetitionesque, quai in anima sibi
succedunt, sæpe secum pugnant. Atqui fier non potest, ut posterioris
perceptionis, et appetitionis ra tio sufficiens in opposita præcedenti
perceptione, et ap petitione existat. Ergo systema harmoniæ præstabilita effato
illi rationis sufficientisy quod Leibnitius maximope re exaggerat, manifeste
adversatur. 61. Probatur 3a pars. Leibnitius aperte asseruit, incul cavitque
existere inter animam, et corpus veram unio Lettre d Mr Arnauld, § 107, et 108.
Thdodic, par. I, § 62-67; par. II, § 188; par. III, § 291. 3 Ontol., loc. cit.,
et Cosmol., c. VI, a. 3, p. 152. nem, cx qua fit suppositum ', atque to ego in
nobis unitatc gaudere vera, non collectiva, qualis ea est, quam horologium
habet 2 . Iamvero unitas substantialis hominis m systemate harmoniæ
præstabilitæ non modo non jadslruitur, sed manifeste tollitur. Etenim ipsa
expostulat, ut unicum sit in homine esse animæ, et corporis. Atqui anima, et
corpus secundum harmoniæ præstabilitæ placita, non solum non uniuntur secundum
esse, sed ne secundum operari quidem, quia anima omnes suas affectiones
experirelur, etiamsi nullum esset corpus, et vicissim. Ergo unitas
substantialis hominis in systemale harmoniæ præslabilitæ non modo non
adstruitur, sed etiam manifeste tollitur. Quin etiam in homine secundum placita
harmoniæ præstabilitæ ne unitas quidem collectiva admittitur, qua horologium
gaudet. Etenim unitas collectiva in horologio ex mulua partium in se actione
constiluitur, ita ut, hac perturbata, horologium destruatur; at Leibnitius sua
harmonia non solum animam, et corpus ab se secundum esse omnino separat, sed
etiam nullam animæ in corpus, corporisque in animam actionem cognoscit. io^h
P™batur ^a pars. Systema harmoniæ præstabilitæ ldeahsmo favet. Nam si corpora
ad sensationes, quas anima in se experitur, nihil prorsus conferunt, pronum ent
Idcalistis inferre nullam rationem esse, cur corpora existant, aut saltem nobis
comperlum esse non posse, num re lpsa existant. 2° Libertatem voluntatis humanæ
destruit. Etenim actiones, quas anima per se exercet, liberæ esse nequeunt,
quia ipsæ hac lege in anima evolvunlur, ut posterior in præcedenti rationem
sufficientem mi habeat, et ipsæ aliæ esse non pessunt, quam quæ motionibus
corporis, quocum unitur, adamussim respon1ent. Neque ullæ motiones corporis
liberæ dici possunt, jmppe quod omnes motus corporis non solum fiunt per ^es
mechanicas, eoque nexu, ut posterior rationem suficientem sui in præcedenti
habeat, sed etiam ab omni lctione, concursuque animæ adeo remoti sunt, ut, etiamsi
mlla anima existat, eodem modo fierent, ac nunc fiunt. Thdod., Discours de la
conformitd d la foi avec la raison, § 55, Eclairciss. du nouveau systdme. 3° Si illud systema admitteretur, nonnisi Deo cuncta
peccata lam interna, quam externa tribuenda forent. Cuius rei hæc manifesta
ratio est, quod omnes perceptiones, appetitionesque animæ sunt naturalis,
necessariaque sequela evolutionis schematis, quod, secundum Leibnitium
essentiam anima constituit, omnesque motiones corporis secundum leges
mechanicas fiunt, quin anima quidquam ad illas conferat. Atqui Deus et
unamquamque animami cum schemate creavit, quod necessario in ipsa evolviturJ et
leges mechanicas statuit, secundum quas omnes motus j corporis fiunt. Ergo et
quæcumque anima cogitat, acJ vult, et quæcumque corpus exequitur, Deo, secundum
harmoniæ præstabilitæ placita, tribuenda sunt. Hinc, si| quid anima cogitat, ac
vult, aut si quid per corpus, exequitur contra legem naturalem, aut positivam,
omne id i Deo dumtaxat imputandum foret. Igitur systema harmo-l niæ
præstabilitæ impiis, absurdisque theoriis latissimam viam sternit. IV.—
Systetna physici influxus, seu causarum efficientium expenditur 63. Systema
influxus physici, seu causarum efncientium i unionem anirnæ, et corporis ex
mutua utriusque actione deriyat. En quomodo P. Makus illud exponat: Docenl
nimirum eius [physici influxus) defensores, naturas has [animam et corpus)
plurimum dissimiles ita sibi strictas esse, ac devinctas, ut altera in alteram
vere, atque eflicienter influat, neque tamen ea actione ex una in alterarn
quidquam transferri: sed, impressis in sensu motionibus, et nervorum ope ad
cerebrum usque propagatis, mentem ad informandas rerum notiones determinari; et
vicissim, suborta in animo voluntate membri cuiuspiam commovendi, nervos
continuo impelli, motusque in eo membro voluntarios consequi . 64. Systema
influxus physici, seu causarum efficientium est reiiciendum. Probatur. Secundum
assertores physici influxus mutua 1 Compendiaria metaphysicæ Institutio,
Psychol.. c. II, § 450. Hoc systema, quod iam Newtonus, Clarkeus, omnesque
Angli barmoniæ præstabilitæ adversarii in primis adornarunt, post Makum
Storchenavius, aliique e S. I. tuiti sunt. A actio animæ, et corporis repetenda
est non ex eo, quod anima corpon esse, et operari largilur, sed ex eo, qubd
mima, et corpus, dum distinctum esse habent, vim suam jperandi in sese invicem
exercent; quapropter hæc actio jon consequitur unionem animæ, et corporis, sed
notius Ham constituit. Atqui duarum substantiarum unio quac x eo dumtaxat exurgit,
quod illæ vim agendi in sese nvicem exercent, est accidentalis, quia actio esse
rei iam onstitutum sequitur, quidquid autem rei adiungitur, postuam esse eius
constitutum est, accidens est C Ennf seundum assertores physici influxus unio
substantialis in3r animam, et corpus adstrui non potest, ac proinde hoc fstema
procul vero est. 65. Adhæc assertores physici influxus rationem, qua corus in
animam agit, reddere haud possunt. Et sane, si adiittatur corpus unicam
substantiam completam cum ani constituere, dicendum est corpus in animam agere
on qua ratione est corpus, sed quatenus ab anima vitam! .virtutem agendi
accipit, ita ut non tam corpus, quam nma per potentias, quarum organa sunt
membra corpos, agat . E contrano, secundum assertores physici inixus, quoniam
corpus non constituit cum anima unicam iDstantiam completam, ipsum in animam
agere dicendum I, prout corpus cst. Atqui corpus, prout corpus est, non )test agere, nisi per
contactum physicum, qui ab anima, læ immatenalis est, excipi non potest. Ergo
in systeate phys.ci influxus actio corporis in animam explicari V.— Mutua
animæ, corporisque in sese actio secundum Scholasticos explicatur 66. Si
theoria aristotelico-scholastica de unione animæ corporis admittatur, nullo
negotio intelligere licet muam ammæ, corporisque in sese actionem ex eo esse
relenciam, quod anima se ad corpus, velut forma ad mariam, habet. Quod
explanatur scquenti ^rop. Si anima est principium formale corporis,necesse est,
[ /n lib. II Sent., Dist. XXVI, q. I, a. 2 sol. Anuna, et corpus conveniunt in
unam personam, et in unam 21 / Ct liC0,didtur una actio humana ; De unione
Verbi '(iinati, a. 5 ad 11. Philos. Christ. Compend. II.? j£ ut anima aliquid agat in corpus,
motusque corporis in ani\ mam redundent. Probatur. Quandoquidem anima est forma
substantialis corporis, ideo unum est esse utriusque, quia forma, ut sæ | pe
diximus, est actus rei, seu id, quod dat esse rei . Atquij operari, ut Scholæ
effatum est, sequitur esse. Ergo, quoniam unum est esse commune animæ, et
corporis, inde necessario efficitur, ut anima, et corpus in sese invicem
effluant, atque ex suis operationibus sese invicem immuj tent. Præterea, cum
anima sit forma substantialis corpoj ris, ipsa debet esse intrinsecum
principium, a quo cor pus virtutem operandi accipit, ac proinde simul cum cor I
pore subiectum potentiarum, propter quas corpus opera tur 2. Atqui si anima est
principium, a quo corpus vir i tutem operandi accipii; et non cornus tantum,
sed totuni coniunctum, scilicet corpus cum anima, a qua constitui tur, est
subiectum potentiarum, propter quas corpus ope ratur, necesse est non modo ut
anima membra corpori: ad operandum movere possit, sed etiam operationes corj
poris in animam quodammodo redundent. Ergo, admiss; theoria, quam Scholastici
de principiis constitutivis homi nis tradidere, admittendum quoque est et
animam in cor pus, et corpus in animam aliquid agere posse. Deniqu ob eamdem
rationem, quod nempe anima est forma sub stantialis corporis, consequitur in
una essentia animæ : tamquam in radice, facultates tum superiores, tum infei
riores colligari 3. Atqui mutua facultatum colligatio in un radice expostulat,
ut earum actiones sint mutuæ. Ergo 4 Necesse est, si anima est forma corporis,
quod animæ, n est,mo pperæ pretium esse arbitramur rem tanU wi^declarare,
firmiusque stabilire, quia æstio de pnncipio vitali in homine magna contentione
ter recentes agitatur. b w"lc"one 'D' [.— Refulalur
organicismus,S"fil . ^ T mechan.ca Cartesii, qui quidquid in corire fit,
secundum leges motus, seu mechanicas in eo fieri rd.cus contendit, eorumque,
qui hodie in Anglia e •Hia, maximeque in Germania ad leges mechanicas,'ve yires
chymicas in explicanda vita corporis confugiunt «il h,c dicimus. Nam, quoniam
leges mechanicæ et -es chvmicæ, uli vidimus, non mod^o brulorum, sed em infimi
genens viventium, nempe plantarum onera;nes elbcere nequcunt «, liquido patet
ipsas eo S icerc posse opcrationes vitales corpVis hu^mani quæ T un longe
exqu.s.t.ores. Itaquc, hac sentenlia præterssa, systema, quod organkismus
vocalur, in primis exadcndum nobis cst. t ""Jis ex >9. Defensores
organicismi fatentur non posse sola phya, aut cbymica expl.car. omnia phænomena
vitæ, quac eUtu et c ZT' V0""Ua"f,nlensum qnitnr passio in
sensuali sa ;,„'," '"T con'e'"P^"one retrahuntur, vel
impediuntur edund"'' 1 ' JT aCUbUS; " " COnVerSO ei viribus
'nferioribus Zu,,. suPer'orssi°ncm afficitur, •>•, De Ver., q. XXVI, a. 10
c. Cf Cosmol., c. IV, a. 1, p. 126-128, ct c. V, a. 1, p. 130 et 131. in
corpore conspiciuntur, ac proinde admittunt proprietates vitales in corpore a
physicis et chymicis diversas; sed cum pro certo habeant nulium phænomenum vitæ
posse ab anima repeti, tuentur harum proprietatum vitalium principium, et
subiectum esse ipsam materiam corporis. j Quare, secundum ipsos, principium
vitale non distinguitur ab ipsa materia organorum ', sed est quædam vis insita,
propriaque materiæ, et mera eius affectio 2. Hoc systema a Sociis Academiæ
Parisiensis, quibus Bordeus præcessit, hodie propugnatur. Illud inter Bordeum,
atque hodiernos organicistas Academiæ Parisiensis interest, j quod ille cuique
organo corporis propriam vitam tnbuit s, hi vero, ut unitatem corporis,
viventis sartam, tectamque faciant, unicum esse principium vitale matenæ
organorum insitum pugnant. 70. la. Principium, ex quo actiones vitales promanant,
est distinctum a materia corporis. Probatur. 1° Corpus humanum, perinde ac
quodhbet aliud corpus, non posset ex quibusdam molecuhs, veluti partibus,
constitui, nisi sit aliquod principium, quo ipsa£ congregantur, atque ad
unitatem substantiæ reducuntur. alioquin corpus non esset unum per se, quale
reipsa est, sed unum per accidens. Hoc præmisso, en argumentum: Illud
principium, ex quo corpus constituitur, seu ex quc moleculæ in unitatem
corporis coalescunt, a materia ipsius corporis distinguitur; quippe quod ipsum
efficit, u moleculæ, quæ potentia corpus sunt, actu corpus fiant; asUrenS' 6 la
W6> 6t de V itltelli9ence, p. I, sect. I, c. 5, irisf1862.iIlier' DU
prinCl'pe Vitale' et de '• pensante, c. 3, 3 Bordeum secutus cst Fouquet, Discours
surla clinique, Paris. in quolibet corpore animato inesse non solum vitam to ti
corpori communem, sed etiam tot speciales vitas, quot sunt organa corporis. 1°
Operationum principia, quæ ad unicum principium, tamquam sui subiectum, non
redu cuntur, diversa operationum subiecta expostulant ; nam cuiuslibet generis
operationum aliquod subiectum esse de bet. Quare, si tot principia vitalia in
corpore animato e xisterent, quot sunt organa corporis, tot distincta, diver
saque subiecta vitæ existere quoque in ipso deberent, quot sunt organa
corporis; ita ut quodlibet organum es set subiectum alicuius specialis generis
vitæ. Atqui quis quis noslrum experitur unicum
esse in se subiectum di versarum operationum, quæ per diversa organa exercen
tur. Quis enim non videt unum, idemque esse in se ipsc subiectum, quod quinque
species diversas sensationum ir, se excipit, earumque differentias sentit, quod
imagiua-, tur, quod corpus movet, quod, ne plura dicamus, respi rat, alimenta
digerit, aliaque opera vitæ exercet? f Fal sum igitur est tot esse in corpore
nostro principia opera tionum vilalium, quot sunt organa eiusdem corporis J 2°
Inter plura principia, quorum unumquodque pro prias operationes habet, in
iisque exerendis ab alio prin cipio non pendet, non alia unio, quam
accidentalis, ess potest. Quare, si singula organa non tantum exerceren quasdam
speciales functiones eiusdem principii vitalis quo ipsa informantur, sed
unumquodque ipsorum pro prium principium vitæ haberet, corpus, quod ex ipsi
componitur, esset totum per accidens, non vero per se Atqui, secundum omnes et
philosophos, et physiologos, e iusmodi consensus, sive harmonia inter cuncta
corpori organa existit, ut ex ipsis corpus unum totum per se, e quodammodo unum
organum efficiatur. Ergo pro cert Cf s. Aug., Conf., lib. X, c. 7, n. 11. 2 S.
Thomas hoc argumentum ex natura zoophytorum perbellei lustravit. Constat enim
inter omnes, cum zoophytum in partes div ditur, quamlibet partem diversas
exercere operationes animæ, se principii sentientis, et vegetantis, quo corpus
zoophyti animatur. A qui hoc evenire non posset, si quodlibet organum animalis
propric operationes per principium vitale diversum a principiis vitalibi
reliquorum organorum exerceret. Ergo in corpore animato unui principium vitale
cunctis organis commune, non vero diversa pi diversis organis admittenda sunt.
Cf I, q. LXXVI, a. 3 c. babendum cst singula organa corporis non gaudere
proprio pnncipio vitæ, sed dumtaxat exercere speciales fun:tiones umus
eiusdemque principii vitalis, quod totum corpus mformat. Vitalismu3
irapugaatur, siraulqje animismus asseritur 72. Postquam vidimus vitam corporis
non esse repetenlam a legibus mechanicis, et cbymicis, sed a quodam prin•ipio
actuoso speciali, quod vitale dicitur; atque hoc prin:ipium vitale non esse vim
insitam, propriamque materiæ, 5t meram eius aflectionem, sed esse principium,
quod ab >rganorum materia distinguitur; inquirere debemus, utrum stud
principium vitale distinctum a materia organorum sit psa anima rationalis, an
tertium principium, a corpore, )ennde ac ab anima rationali, diversum. 73. Iam
inter Philosophos antiquos disputatum est, urum in homine sit unica anima, (qua
ipse intelligit, senit, et vegetat, an duæ, quarum una intelligit, altera auem
sentit, et vegetat, an tres, quarum una intelligit, alera sentit, tertia
denique vegetat. In philosophia recenti thalius acriter vehementerque
reprehendit diversas eoum theonas, qui, præter animam intelligentem, alias T
^m?/1!?1^ et seniientem n homine posuerunt2. Sæulus XVIII Buffonus, Gassendi 3
vestigiis insistens, ex puna, quæ mter sensum, et rationem existit, unicum
utriusue pnncip.um, et subiectum esse non posse contendit, t ideo in unoquoque
individuo humano veluti duplicem ominem agnoscendum esse decrevit . At, exeunte
sæcu t Bordeus etiam in eo erravit, quod unumquodque principium itæ sive
unumquodque corporis organum propria sensibilitate gauere decrevit. Hunc
errorem iam s. Augustinus reprobavit, qui aif Vun sent.endi non habet vita
quælibet (De Gen. ad litt. Lib. V,''' c' V n-/4) Sane non omnes operationes
animalis, ut ^Thonias advert.t salvantur in qualibet parte eius, maiime in
nimal.bus perfect.s (Qq. dispp., q. un. De Anim., a. 10 ad 7) uare, ets.
quidquid est sensibile, sit vitale, tamen vera non est ropos.t.o conversa,
quidquid est vitale, est sensibile. edJaZta TdiclZra^PhyS'> paSsim; P^ænesii
ad aliena a re edica arcendum, § 39; Disquis. de mechan., et organ. etc, § 69
sqq. 3 Physic, sect. III, Membr. poster., lib. III c 4 Discours sur la nature des animaux.
Hominem duplicem Buf A lo XVIII, et ineunte sæculo XIX, controversia de uni
tate principii in homine vehementer exarsit, atque in u tramque partem maximo
animorum æstu inter Philoso phos, Medicos, ipsosque Theologos adhuc agitatur.
Omnet ii, qui cum Aristotele, Ecclesiæ Scriptoribus, Scholasti cis !, et
Sthalio tuentur animam rationalem esse princi pium omnium phænomenorum vitæ,
ita ut nullum aliuc principium vitæ, præter ipsam, in homine sit agnoscen du m,
Animistæ vocantur. li autem, qui duce Barthezio sentiunt, præter animam rationalem,
et corpus, esse ii homine principium vitæ ab ipsis distinctum, quod es omnium
phænomenorum vitalium corporis principium vocantur Vitalistæ. 74. Una in homine
est animd, nempe rationalis quæ est principium cunctarum eius operationum.
Prohatur. 1° Ab eodem, ut verba s. Thomæ usurpemus res habet, quod sit ensy et
quod sit una, nam ens, et unun convertuntur 3. Hinc, cum quælibet res per
formam ha' beat, quod sit ens, per formam quoque habet, quod si una. Itaque res
non potest esse per se, seu simplicita una, nisi per unam formam ; ac proinde
si in homim non esset unum principium formale, quod intelligit, sen tit, et
vegetat, sed vel tria, nempe intellectivum, sensiti vum, et vegetativum, vel
duo, ut ii volunt, qui vim sen tiendi principio intellectivo, aut vegetativo
adscribunt homo non simpliciter unus, sed multiplex esset. Atqu quilibet homo
est per se unus . Ergo unum debet esse ii homine principium formale, proindeque
una anima, sei unum principium vitæ b. foni non sine aliqua laude Condillachus
( Traitt des animaux part. I, c. 3) confutavit. Ab iis excipiendus est Guil.
Ockamus, qui, sicut multa alia ita hoc quoque philosophiæ Scholasticæ caput
impugnavit, duaJ que in homine animas admisit. Cf Quodlib. II, q. 10, et 11. 2
Nouveaux tUmens de la science de Vhomme, 2e ed. Paris 1806 3 Cf OntoL, c. III,
a. i, p. 18. 4 Id omnes Vitalistæ, si fortasse perpaucos exceperis, saltem verb
fatentur. Nec aliter sentire illi dicendi sunt, qui hominem cum Bui fono
duplicant; hi enim unitatem hominis non negant, sed durata xat duplex esse in
eo principium operationum sibi volunt. s I, q. LXXVI, a. 3 c. Ex quo vides
hominem, si essent in e plures animæ, non unum vivens, sed coacervationem
viventium ft 2° Quæ attribuuntur alicui eidem secundum diversas formas,
prædicantur de se invicem per accidens . E. g., esse musicum, et esse album,
quæ sunt diversæ formæ in Socrate, de se nonnisi per accidens possunt invicem
prædicari; quia quandoque re ipsa evenit, ut ille, qui est musicus, sit etiam
albus, et ille, qui est albus, sit etiam musicus ; at simpliciter, seu per se
non potest unum de altero prædicari, quia essentia, sive, ut aiunt, notio unius
alia est, ac notio alterius. Quapropter, si esse vivens^ animal, homo, tamquam
diversæ formæ cuilibet bomini inessent, esse vivens in homine non posset
prædi:ari per se de animali, nec animal posset prædicari per le dc homine.
Atqui consequens cst absurdum; quia ho110, secundum quod est homo, est animal,
et secundum juod est animal, est vivum . Ergo ab eodem principio iliquid est
animal, homo et vivum 2 . 3° Anima rationalis, ut diximus, est in homine
huiusnodi forma, ut perfectiones ceterarum rerum mundi adpeclabilis adunatas in
uno principio contineat, ac proinle ipsa sola per se præslat ea omnia, quæ tum
forma prporis inanimati, tum animæ vegetabilis, et belluina iræstant 3. Ergo unica est in homine anima, sive unicum
•rincipium intelligendi, sentiendi, ac vegetandi. Ad hoc llustrandum excmpla
numerorum, et figurarum optimo onsilio afferuntur 4. Etenim numeri variantur
per addi }. Neque dicas cum Jouffroyo plures animas, quippe quæ ab se inicem
pendent, inter se consociari, atque inde unitatem hominis efci. Nam consociatio
principiorum substantialium, quocumque modo en dicatur, hominem per se, et
simpliciter unum efficere nequit. Et ine, consociatio plurium principiorum
substantialium, seu formaim, non aliam, quam ordinis unitatem, producit, quia
plura prinpia substantialia non aliter inter se consociari possunt, quam quod
Qum habet ordinem ad alterum. Atqui unitas ordinis, ut s. Thoas scite advertit, est
minima unitatum (Contr. Gent., lib. H, c. 58, . 2). Ergo si plures animæ in
homine esse dicantur, unitas hoinis ex illarum consociatione ellici nequit.
Contr. Gent., ibid., n.
1.-2 ] q. LXXV, a. 3 c. ' Cf p. 192-193, Cf s. Thom., Qq. dispp.,q. un. De Sp.
cr.,a. 3 c. Aliud argumenim s{inctus Doctor conficit ex eo, quod facultates
hominis in suis :tioml)usimpedimento sunt, ita ut quo magis una intcnditur,
altera mittatur, id quod explicari non posset, nisi dicatur unam esse aniam,quæ
sitillarum facultatum principium; Contr. Gent., ibid.,n.7. tionem, aut
subtractionem unitatis, ita quidem, ut numerus superior numerum inferiorem
contineat. Diversæ quoque species figurarum ita inter se comparantur, ut una
alteram contineat, e. g., pentagonum continet tetragonum, et tetragonum
trigonum. Iam sicut numerus superior, e. g. denarius, non per alium numerum est
novenarius, auli octavus, et per alium denarius; atque pentagonus non pei aliam
figuram est tetragonus, per aliam trigonus, et pei aliam pentagonus; ita homo
non habet per aliam animaur esse rationale, per aliam esse sensitivum, per
aliam esse vegetativum, sed his omnibus per unicam animam gaudet. Neque dicas
operationes vegetativas, sensitivas, et ifl tellectivas, quippe quæ ab se
natura differunt, ab una, eademque anima produci non posse. Nam anima humana a
causis naturalibus in eo potissimum discriminatur, quod istæ, cum unica vi
operandi polleant, nonnisi eiusderc naturæ effectus producere possunt; illa
autem, cum habeai plures facultates, quæ sunt principia proxima operationum,
diversos effectus per eas producere potest. 4° Accedit communis hominum
consensio. Sane nos au dimus quemlibet e plebe dicentem non solum: Ego intel
ligo, sed etiam, Ego sentio ; et non solum, Ego intelligo et sentio, sed etiam,
Ego nulrior, Ego augesco, Ego prolem generOj necnon, Ego deambulo l. Atqui hæ,
aliæquc communes locutiones, quæ communis modi cogitand signa sunt,
persuasionem hominum vel plebeiorum dt unitate principii vitalis denotant; nam
si aliud esset prin cipium substantiale, quod intelligit, aliud vero, quoc
sentit, et vegetat, unumquodque illorum principiorun substantialium operationes
proprias, alterique haud com munes haberet, proindeque non possent eidem
subiectc omnes illæ operationes adscribi. Ergo ex communi homr num persuasione
confirmatur unum esse principium substantiale, quod intelligit, vult, sentit,
de loco in locun se movet, operationesque vegetandi exercet. 5° Denique si
principium vitale, præter animam rationalem, in homine admilteretur, ipsum aut
materiale, aul immateriale esse deberet. Atqui neutrius generis esse potest. Nam si materiale esse dicitur 2,
illud absurdum con * Cf Gerdy, Physiologie des sensations, et de V
intelligence, p. 8 Paris 1846. 2 Ita sentiuDt Gassendius, Buffoous, et Martinus.
;equitur, quod nempe materia, cum sit vilæ expers, viilam corpori ln homine
largiatur. Sin immateriale ', illud ijuod etiam ialsum est, consequitur, nempe
principium /itale, dissoluto corpore, manere, ipsumque non esse corfuptioni
obnoxium. Etenim, secundum Vitalistas, principium vitale est diversum a
principio, quo corpus homiiis, vel cuiuslibetanimahs in specie corporis
constituitur. |rgo corpus hominis, vel cuiuscumque animalis posset Iissolvi,
qum pnncipium vitale dissolvatur ; immo non >osset pnncipium vitale cum
dissolutione corporis dissolvi, luia esse unius ab esse alterius non pendet,
atque illud >perationes habet, quæ huic, prout corpus est, non coneniunt.
75. Illud autem omittendum non est, Philosophum Chritianum dubitare non posse,
quin anima rationalis sit uni:um pnncipium omnmm operationum hominis. Nam in
)nmis, hæc theoria est merum corollarium illius doctrilæ, qua traditur, animam
rationalem esse formam subtantialem corporis; siquidem, cum forma sit in
qualibet •e non modo pnncipium rol esse, sed etiam 7oz> operari, dem est
dicere, Antma rationalis est forma substantialis orporis, ac Anima rationalis
est principium cunctarum oyatxonum corporis. Insuper, Ecclesia in Concilio Constaninopohlano IV
duas animas in homine ponentes anatheoate confec.t 2; atque Pius Pp. IX ipsam
animam ratiolalem esse pnncipium operationum vegetativarum adverus 15altzerum
aperte declaravit 3. Pro immaterialitate principii vitalis stant Arhens,
Ubaghs, Ma alhæns, alnque non pauci. ° ' J Veteri et novo Testamento unam
animam, rationalem, et intel ctivam, habere hominem docente, et omnibus
deiloquiis Patribns et agistns EccJesiæ eamdem opinionem asseverantibus, in
tantum im etat.s qu,dam malorum inventionibus dantes operam devenerunt, t duas
eum habere ammas impudenter dogmatizare, et quibusdam rat.onalibus conatibus
per sapientiam, quæ stulta facta est, pro r lain hæres.m confirmare prætendant.
Itaque hæc sancta et uni ersai.s Synodus, veluti quoddam pessimum zizanium,
nunc germi anten, nequam opinioncm evelJere fcstinans. . ., talis
imp"etatis ventores et patratores, et his similia sentientes magna voce
ana lematizat ; Act. VIII, can. II. G ' Nototum præterea est, inquit Summus
Pontifex, Baltzerum in nrnnl0 1,.fc,,0.tu!n10mncm controversiam ad hoc
revocasset, sitne Prpor, vitæ pnncipium proprium ab anima rationali re ipsa
discre Vitalistarum argumenta refutantur 76. Obiic. 1° Nihil sibi polest
adversari. Atqui in homine appetitus rationalis curii appetitu sensitivo
pugnat. Ergo in homine non est admittendum unum principiucc operationum, sed
duplex, sive, ut Buffonus ait, duplea homo. 77. Resp. Dist. mai. Nihil sibi
adversari potest secundum idem, conc. mai., secundum diversa, neg. mai., sul
eadem dist. conc, et neg. min. Neg. cons. Sane, primo pugna, quæ inter actus appetitus
sensitivi et intellectiv in homine quandoque existit, animismo non opponitur
Etenim opposita, s. Thomas ait, prædicari de eoden secundum idem est
impossibile, sed secundum diversj. nihil prohibet ; quippe quod ratio veræ
oppositionis ut sæpe diximus, expostulat ut non solum idem de eo dem, sed etiam
secundum idem prædicetur. Atqui actu appetitus rationalis, et actus appetitus
sensitivi sibi noi opponuntur secundum idem, sed secundum diversa, nempt
secundum diversos modos, quibus obiectum apprehendi tur ; siquidem experientia
compertum cuique est actu appetitus sensitivi cum actibus appetitus rationalis
pu gnare, quoties aut sensus apprehendit velut delectabile jl lud, quod ratio
vetat, vel apprehendit velut triste illud quod ratio præcipit. Nihil igitur
vetat, quominus appe titus sensitivus, et rationalis eidem subiecto inhæreant
eorumque actus eidem subiecto, nempe animæ, tribuan tur. Accedit quod hæc ipsa
oppositio, quam inter actu appetilus sensitivi, et actus appetitus rationalis
exister diximus, nonnisi accidentalis est; nam ipsa ex eo oritur tum, eo
temeritatis progressum esse, ut oppositam sententiam e appellaret hæreticam et
pro tali habendam esse multis verbis ar gueret. Quod quidem non possumus non
vehementer improbare considerantes, hanc sententiam, quæ unum in homine ponit
vita principium, animam scilicet rationalem, a qua corpus quoque et mo' tum et
vitam omnem et sensum accipiat, in Dei Ecclesia esse com munissimam, atque
Doctoribus plerisque, et probatissimis quidei maxime, cum Ecclesiæ dogmate ita
videri coniunctam, ut huiu sit legitima solaque vera interpretatio, nec proinde
sine errore i fide possit negari . Videsis Ephem. La Scienza e La Fede, vol.
XI. p. 378 sq; nec non voll. XXXIII, p. 186 sqq, 284 sqq, 399; XXXIV 263 sqq,
Napoli 1857, 1860. III, q. XVI, a. 4 ad 1. uod interdum actus appetitus
sensitivi sunt adeo vehelientes, ut rationem ad se trahere conentur '. At ipsi
naira sua ad actus appetitus rationalis ordinem habent, ac 'roinde non solum
rationi subduntur, sed etiam libertais voluntatis quodammodo participes sunt2.
I 78. Secundo, pugna inter actus appetitus sensitivi, atue actus appetitus
rationalis animismo favet. Revera, um appetitus sensitivus in homine contra
rationem inurgit, homo sive secundum ipsum, sive contra ipsum a!at, unum actum
humanum exerit, qui principium ha[et in ipso appetitu, et terminum in ratione 3
; isque 'ctus dicitur vitiosus, si fit contra rationem, honestus, l fit
secundum rationem. Atqui non posset unus actus umanus ex utroque appetitu
exurgere, nisi unicum esset triusque subiectum ; quippe quod si aliud esset
subrctum appetitus sensitivi, aliud subicctum appetitus raonalis, unus
appetitus posset quidem in alterum agere, ;d ambo appetitus unum actum exerere
non possent. Ergo ugna, quæ inter actus utriusque appetitus in homine
)nspicitur, unitatem principii vitalis in homine arguit; ntum abest, ut ipsi
adversetur. 79. Obiic. 2° Homo potest usu intelligentiæ carere, quin tam
amittat. Atqui id demonstrat aliud in homine esse rincipium intelligentiæ, aliud
principium vitæ. Ergo. 80. Resp. Conc. mai.; neg. min. Neg. cons. Re quidem
^ra, homo vivit, quamdiu anima cum corpore coniunitur, quia, uti ostensum est,
anima ex eo, quod corpus itbrmat, vitam ipsi largitur. Atqui anima, aiente
Aquiate, non unitur corpori ut forma mediantibus suis potenis, sed per
essentiam suam . Ergo nihil vetat, quomias anima cum corpore unialur, atque
homo ob hanc u onem vivat, quin usum alicuius suæ facultatis habeat5. Dicendum,
quod potentiæ animæ non se habcnt con irtibiliter cum essentia: quamvis enim
nulla potentia 4 Cf Dynam., c. V, a. 2, p. 165-166, vol. I. Cf ibid. 3 l 2æ, q.
LIX, a. 2 c. Qq. dispp., De Ver., q. XIII, a. 4 c. J Alicuius facultatis,
inquimus, non vero omnium, quia, cum vi'Otia non sint, nisi quæ se agunt ad operationem,
homo, quamdiu vivit, usu omnium suarum facultatum irere nequit. animæ possit
esse sine essentia, tamen essentia animæ potest esse sine quibusdam potentiis,
puta sine visu, et auditu, propter corruptionem organorum, quorum huiusmodi
potentiæ proprie sunt actus . Quomodo autem possit homo usu intelligentiæ
carere, quin vitam amittat, facile explicatur. Gerte, homo usum intelligentiæ
amittere potest; nam, cum intellectus sine phantasmatis in hac vita nihil
intelligere possit, imaginatione, aliisque facultatibus, quæ intelligentiæ
inserviunt, turbatis, usus intelligentiæ, vel minuitur, vel omnino cessat2. At,
cessante usu intelligentiæ, non idcirco cessat vita, quia cessatio
intelligentiæ secum non fert cessationem facultatum vegetandi, per quas vita animalis
existit. Et sane, perturbato,
vel prorsus cessante usu alicuius facultatis, non aliæ facultates inde
perturbantur, aut cessant, quam quæ sine illa actiones suas exerere nequeunt.
Atqui facultates vegetandi, quæ ad vitam animalis pertinent, sine usu facultatis
intelligendi operationes suas exerere possunt. Ergo, cessante usu
intelligentiæ, necesse non est, ut vita quoque cesset. 81. Obiic 3° Notum
omnibus est in cadavere animalis. si qua scintilla electrica extremas partes
nervorum percellit, motus contractilitatis in musculis produci ; ac in
capitibus recisis, vel membris amputatis motus contractilitatis aliquandiu
perdurare. Atqui huiusmodi motus in cadavere, et in membris corporis amputatis
evenire non possent, si anima esset principium vitæ corporis; quippe quod illi
motus sunt vitales: in membris autem amputatis, et in cadavere anima non est. Ergo anima non esl principium vitæ corporis. 82.
Resp. Conc. mai.; neg. min. Neg. cons. Falsum esl motus contractilitatis, qui in
cadavere, et in membris corporis recisis, aut amputatis observantur, esse actus
vitales. Primo, nihil vetat, quin aliquod principium actuosum physicum, aut
chymicum in musculis corporis nonnullos motus producat Illis similes, quos, dum
animal vivit, anima in ipsis producit; propterea quod organa in cadavere non
corrumpuntur illico, sed integra aliquandiu perdurant. Verum illi motus non sunt
actus vitæ, sed operationee i Qq. dispp., De Virtut., q. V, a. 2 ad 17. 2 Cf s.
Thom., Contr. Gent. ocre physicæ, quia non
proficiscuntur a principio ipsi adaveri insito, sed in cadavere a principio,
quod positum xtra ipsum est, excitantur. Secundo, motus contractiliatis, qui in
membris corporis recisis, aut in cadavere nimalis yiolenta, subitaque morte
perculsi observantur, on ab alia causa repetendi sunt, nisi ab actione, quam
irincipium vitac ante mortem animalis in musculis exeuit. Nam, quoties animal
morte violenta afficitur, aut liquo membro per violentiam privatur, necesse est
in adavere, aut in membro reciso motus, quos anima iam i musculis produxerat,
non illico cessare, perinde ac horda pollice icta, digito amoto, non continuo
vibrare esistit. Quapropter ne hi
quidem motus contractilitatis unt veri actus vitæ. CAPVT V. De sede animæ I. —
Philosophorurn diversæ opiniones recensentur 83. Mirum quot circa sedem animæ
veleres Philosophi rotulerint sententias 1. Ut præcipuas innuamus, Plato nimæ
sedem in capite locavit. Aristoteles, cum
animam >rmam substantialem corporis esse docuerit, eam singus partibus arcto
nexu coniunxit. Sloici animam rationam in corde præcipuum
locum obtinere, alque inde per ;Iiquas corporis partes se protendere opinati
sunt 2. De Cf Plut., De
plac. PhiL, lib. IV, c. 5. 2 Hic abs re non erit adnotare testimoniis ss.
Scripturarum, et Paom cos maxime abuti, qui sententiam Ghristianorum huic
stoicæ millimam probant. Nam aliquam affinitatem inter hanc de sede aniæ
opinionem, et illa verba sive quæ leguntur ad Rom., c. X, v. 10, •rde creditur
ad iustitiam, sive quæ Act., c. I, v. 24, et c. XV, v. 8, ; Deo cordium
scrutatore, et quæ alibi similia sunt, nemo umlam Scripturarum interpres vidit,
nec videre poterat; quoniam lec, aliaque ad internos animi sensus,
afFectionesque significanis dicta fuisse cuique perlegenti faciliter occurrit.
Item, ss. Pæs, si cor aliquando veluti animi sedem constituunt, id docuent, ut
cor principium alFectuum esse innuerent, atque Platoni obam irent, qui omnes
animi affectus a cerebro oriri senserat. Satis t verba profcrre, quæ s.
Hieronymus adhibet, nempe: Est prinpale non secundum Platonera in cercbro, sed
iuxta Christum in •rde ; Comm. in Ev. Matth., lib. II, c. 15. nique nemo est,
qui negat Epicurum animam posuisse ii pectore, seu, ut Tertullianus inquit, in
tota lorica pectoris1 84. Quod spectat ad Ecclesiæ Patres, ferme omnes A
ristotelem hac in re sequuntur. Audiatur præ ceteris s. Au gustinus. Anima,
inquit, non modo universæ moli cor poris sui, sed etiam unicuique particulæ
illius tota simu adest2 . Hanc
s. Augustini, aliorumque Patrum senten tiam Doctores Scholastici pro virili
parte defenderunt. Si quidem cum anima iuxta sapientes illos forma substan
tialis corporis sit, nec nisi una forma substantialis in cor pore uno esse
queat, profecto illam in toto corpore, e in singulis eius partibus esse
necessario consequitur. Quo niam vero anima una est essentia, multiplex
virtute, Scho lastici illam in toto corpore, et in singulis eius partibu
reperiri totalitate essentiæ, non totalitate virtutis conten dunt; nam anima in
singulis corporis partibus non eas dem operationes peragit, sed in aliquibus
vegetat, senti in aliis. 85. Quod si hæc theoria de sede animæ alteram dit, ac
proinde ita immediale forma subslantialis cum mæria coniungitur, ut nihil magis
. Ergo, si anima est clus tolius corporis, et non unius partis tantum, ipsa
imoediate in toto corpore, et non in aliqua eius parte tanum esse debet. Ex quo
argumento illud consequitur, quod i anima in una parte corporis ponerelur, non
esset actus olius corporis organici, sed unius organi tantum, puta ordis, aut
alicuius alterius, et reliquæ partes essent per[ectæ per alias formas 5; unde
una anima in uno corpore on esset. 89. Probatur altera pars. 1° Principium
illud, quod percit totum, et non partes, forma accidentalis esl, uti se es
habet in forma domus, quæ est forma tolius, et non lngularum parlium. Atqui
anima est corporis forma non ccidentalis, sed substantialis. Ergo (( sic anima
est forna totius corporis, quod est eliam forma singularum par Antropol. in
serv. della scienza morale, lib. II c. 7 a. 1 S S oroll. II. "> 1
Anirna, inquit s. Augustinus, totum corpus nostrum anirnat, t vivificat ; De
agone christiano, c. XX, n. 22. 5 Cont. Gent., lib. II, c. 72. - Cf Cosmol., c. I, a. 5, p. 104. Qq. dispp., q. un., De Anim., a.
10 c. Philos. Curist. Compend. II." 15 a tium, ac proinde singulis
partibus corporis adesse debet f 2° lioc argamentum ex eo amplius declaratur,
quod si gulæ partes corporis ab anima speciem sortiuntur, hum næque
appellantur, ita ut anima sit actus singularum pa tium corporis. Atqui actus,
seu forma est in eo, cuius c actus. Ergo anima in qualibet corporis parle est
2. Exi de etiam intelligitur ab iis philosophis, qui animam in c pite, vel
corde collocant, explicari non posse, quomodo nima, ibi suam sedem habens,
singulis partibus sui co poris speciem communicet; nam anima principium spec
ficum partium corporis esse non posset, nisi ipsis ita intri sece præsens sit,
ut una cum illis completam substa tiam constituat. 3° Nobis non licet spiritibus locum præfinire, nisi ;
illorum operationibus 3. Atqui anima operatur in singul corporis partibus, et
quiclem immediate. Ergo anima singulis corporis partibus esse dicenda est.
Minor proba potest ex eo quod in sensationibus evenit. Et sane, unu quisque
experitur sensationes in illo puncto corporis fi ri, cui revera accidunt ab
obiectis sensilibus. E. g., quis manum igni admoveal, profecto caloris
sensatione in manu sentit, quin totum brachium, vel cerebrum v alia corporis
pars sit adusta . Atqui hoc esset falsum, concipiatur anima uni parti præesse,
ab iilaque motus corpore ciere. Ergo anima immediate in singulis corpre, ut
continens, et non ut contenta 3 . Ergo ex eo, lod anima est simplex, ac proinde
non est circumscripta co, pronum est intelligere eam esse lotam in singulis
rporis partibus \ 91. ld magis perspicuum ex eo fit, quod anima est simex,
quatenus extra genus quantitatis constituitur, non ro ad modum simplicitatis
puncti \ Sane, ea, quæ sunt 1 illud tota sentit anima, quod in particula fit
pedis, et ibi tann sentit, ubi fit ; De immort. anim., loc. cit. ! Cap. X, a. 1, p. 7(>-77. 2
I, q. LH, a. 1 c. 1 Ibid. Cf s. Damasc, De Fide orth., lib. I, c. 13. J Has
rationes, quibus explicavimus quomodo anima tota in sinlis corporis partibus
esse possit, nos docuit Nemesius his paucis: inima, quod corporis est expers,
ncque loco definitur, tota per um et Iumen suum, et corpus permeat ; De nat.
hom., c. III. c spectat etiam illud FIDANZA: Quia simplex, non est undum partcm
et partem sui. non habet situm, et idco nec in puncto, nec in parte determinata
; In lib. I Sent., Dist. VIII, 2, a. 1, q. 3 in resol. ' Qq. dispp., q. un. De
Anim., a. 10 ad 18. simplicia ad modum simplicitatis puncti, cum habeant e|
terminatum silum in continuo, non possunt esse simul diversis partibus
continui: e contrario, substantiæ, qu sunt simplices, quatenus extra genus quantitatis
cons luuntur, non sunt in loco per contactum proprie diclui^ quippe quia hoc
genus tactus nonnisi corporum est1, s per contactum, quem vocant virtutisz. Hoc
posito, tacl virtutis ab uno, vel pluribus locis non discriminati prout hæc
quantitative differunt; sed ab ipsa virlule, q subslantiæ simplices in corpora
agunt, fit ut ipsæ I uno, vel pluribus locis simul sint 3, dummodo earum v tus
ad hæc porrigatur. Atqui, cum anima sit simple tactus, quo ea cum corpore coniungitur, est
tactus virt tis. Ergo ex simplieitate animæ explicatur, quomodo ip in pluribus
partibus corporis tota simul esse possit. 92. Ex his, quæ demonstravimus, plane
consequitur ai mam non esse totam in toto corpore secundum quantit tem, sed
secundum essentiæ perfectionem. Sane totalitas s cundum quantitatem nonnisi
quibusdam formis imperf ctis, atque insuper his nonnisi per accidens, ratione
extem quod informant, convenit 5; id quod de anima, quæ a cc Sunt enim
tangentia, quorum ultima sunt simul, et punc, vel lineæ, aut superficies, quæ
sunt corporum ultima ; Con Gent., lib. II, c. 56. z Agunt enim substantiæ
intellectuales in corpora, et mov( ea, cum sint immateriales, et magis in actu
existentes; hic auttam suam essentiam sunt in qualibet parte materiæ, )tiori
iure id de anima tenendum est . 93. 3a.
Anima in singulis partibus corporis non t tota secundum totam suam virtutem.
Probatur. Operationes sensitivæ, et vegetativæ per diirsa organa corporis
exercentur, ita ut diversæ partes >rporis conveniant diversis operationibus
animæ. Ergo lima secundum illam potentiam tantum est io aliqua par-, quæ
respicit ad operationem, quæ per illam partem ►rporis exercetur. E. g., anima
est, secundum visum oculo, secundum audilum in aurc, et sic de aliis 3 . III. —
AdYersariorum obiectiones diluuntur 94. Obiic. 1° Compressa, vel putrefacta
medulla cere•i, atque laborante cerebro, vel nervo inter organum nsorium, et
cerebrum, sensationes omnino deficiunt. tqui hæc demonstrant sensationes
exerceri in cerebro, ; proinde animam non nisi in cerebro esse. Ergo. 95. Resp.
Neg. min. quoad utramque partem. Re qui;m vera, in primis, ex allatis
experimentis illud, quod m oslendimus, sensationes nempe in singulis organis
;ri, haud evertitur. Etenim opportuna eorum phænome>rum ratio ex eo
reddilur, quod cum cerebrum sit veti centrum totius systematis nervei, quin
immo princium, a quo omnes nascuntur ncrvi, qui sensationi inserunt, profecto
nervi sensifici tunc propriam naturam re(icbunl, si et suam cerebrum
retinuerit; ac proinde si nnprimitur, aut putrefit medulla cerebri, vel
cerebrum borat, nervi naturam sensiferam amittunt, atque funcliotm referendi
impressionem sensilem obire nequeunt. Ce visione continui,sicut albcdo
perdivisionem superficiei; Qq.dispp., un. De Anim., a. 4 c. Cf Cosmol., c. V,
a. 4, p. 139 sqq. 1 Cf s. Bonav., In lib. I Sent., Dist. VIII, p. 2, a. 1, q. 3
ad arg. 1 Quod spectat ad virtutes intellectivas, has, utpote nullo organo
entes, nusquam corporis esse diccndum est. Potcntiarum aniæ quædam sunt in ea,
secundum quod eicedit totam capacitam corporis, scilicet intellectus et
voluntas; unde buiusmodi poten>e in nulla parte corporis esse dicuntur ; I,
q. LXXVI, a. 8 ad 4. 8 I, q. LXXVI, a. 8 c. terum, allata obiectio in ipsos
adversarios retorqueri potest. Nam, quemadmodum, corrupto cerebro, sensatio
deficit, ita hanc, corruptis organis, deficere eadem experienlia testalur.
Quocirca, si ex adversariorum obiectione sequitur sensationes in cerebro
perfici, pari ratione ab hac ultima testata experientia inferre nobis licet
sensationes in organis fieri. 96. Secundo, præter vim sentiendi anima aliis
virtutibus pollet, quas per alias corporis partes exercel. Quapropter si
experimenta ab adversariis in medium prolata quid valerent,' animam in cerebro
secundum totam virtutem sensilivam esse demonstrarent , sed inibi tanlum ipsam
residere numquam probabunt. 97. Obiic. 2° Anima est in eo corpore, cuius est actus,
hoc est in corpore organico. Atqui quælibet pars corporis non est corpus
organicum. Ergo. 98. Resp. Dist. mai., ita ut non
sit in parlibus corporis organici primo, et per se, conc. mai., ita ut non sit
in eis, prout ad tolum referuntur, neg. mai. Eadem ratione dist. min., quælibet
pars corporis non est corpus organicum, sed tamen ad illud ordinatur, conc.
min., secus, neg. min. Neg. cons. Anima humana, quippe quæ ceteris formis
superior est, ea virtutis perfectione pollet, ut diversas exerere possit
operationes; et ideo corpus, quod anima informat, diversis organis inslructum
esse debet, ut per hæc ad diversas operationes exercendas idoneum efficiatur2.
Quapropter nonnisi totum corpus, quod nempe ex diversis organis constiluitur,
est proprie, sive prtncipaliter el per se illud, quod ab anima informatur. At
vero, quia partes habent ordinem ad lotum, consequilur mimam, quæ est forma
totius corporis, ac proinde est in toto corpore, esse etiam formam singularum
partium, ideoque in his singulis residere 3. 1 Alienum a veritate prorsus non
est animam in cerebro esse secundum totam virtutem sensitivam, non quod in
cerebro omnia sensilium genere sentiat, sed quia, ut in Dynam. (c. III, a. 7,
p. 124 vol. I) diximus, encephalum, sive systema cerebro-spinale est organum
sensus communis, qui velut aliquis fons totam virtutem sensitivam continet, ab
eoque reliqui sensus, tamquam rivuli, deducuntur 2 Qq. dispp., q. un. De spir.
creat., a. 4 c. 3 Corpus organicum est perfectibile ab anima primo, et per se,
singula autem organa, et organorum partes in ordine ad totum ; 99. Obiic. 3° Si
anima in qualibet parte corporis est, crescentibus partibus corporis, anima, ut
esse possit ubi jprius non erat, iterum creetur oportet ; et, a blata qua
cunique corporis parte, vel illinc excedit anima, vel com>migrat ex illa
parle in alias. Atqui falsum consequens. ! Ergo et antecedens. 100. Resp. Neg.
mai. Et sane, quod spectat ad primum, illa iterala creatio non exposlulatur ;
nam, crescentibus parlibus corporis, anima non proprie incipit esse, ubi prius
non erat, sed, ciim sit forma corporis secundum cssenliam, crescentibus huius
partibus, anima eas vivificare incipit !. Quod attinet ad alterum, dicendum, s.
Thomas inquit, quod, præcisa parte, non requiritur quod auferalur anima, vel
quod ad aliam partem transmutetur, Jnisi poneretur, quod in illa sola parte
anima esset, sed sequilur quod illa pars desinat perfici ab anima totius 2.
101. Obiic. 4° Nihil eius, quod est totum in aliquo loco, ipotest esse ultra
locum illum. Atqui in una parte cor:poris anima est tota. Ergo nihil animac in
ceteris corpo ris partibus esse polest. 102. Resp. Dist. mai., si agatur de
toto secundum quantitatem, conc. mai., si de toto secundum essentiam, neg.
\mai.\ dist. ctiam min.: est tota secundum essentiam, conc. min., secundum
quantilatem, neg. min. Neg. cons. Equidem illud, quod habet parles extra
partes, ita est in aliquo, ut quælibet pars eius respondeat parti eius, in quo
est; proindeque si sit totum in aliquo, nequit esse in alio. j At e contrario,
anima, ut diximus, ideo est tota in qualibet parte corporis, quia simplex est,
et loco non circumscri Op. cit., loc. cit. ad 13. Exinde duo facile
intelliguntur. Primum est, quod etsi anima sit in qualibet parte corporis,
tamen non singulæ partes corporis sunt animal. Anima non est in qualibet parte
corporis primo, et per se, sed in ordine ad totum, et ideo non quælibet pars
animalis est animal {Ibid. ad 2). Alterum est, quod anima, cum sit in singulis corpons
partibus, in pluribus locis non est. Etenim
eo modo anima est in singulis corporis partibus, quo ad eas veluti forma
comparatur. Atqui forma comparatur ad partes per posterius, secundum quod
partes habent ordinem ad totum (I, q. LXXVI, a. 8 c). Ergo ex eo, quod anima in
singulis partibus est, in pluribus locis eam esse perperam infertur. Gf p. 228,
not. 4. 1 Qq. dispp., q. un. De Anitn., a. 10 ad 17. 2 Op. cit., q. un. De
spir. creat., a. 4 ad 15. bitur; proindeque est tota non secundum quantitatem,
seu aliquam totalitatem partium, sed secundum essentiam, seu perfectionem guæ
naturæ '. lam, cum anima sit secundum essenliam tota in una parte corporis,
profecto nihil animæ est extra animam, quæ est in hac parte corporis; non tamen
sequitur, quod animæ nihil sit extra hanc partem corporis; sed quod nihil sit
extra totum corpus, quod principaliter perficit 2. De essentia animæ humanæ
Discrimen inter animam, et corpus in præsenti pro certo sumentes, hæc circa
animæ humanæ essentiam inquirimus: 1° an ad genus substanliæ pertineat; 2°
quænam eius definitio sit ; 3° quid de illorum sententia dicendum, qui
essentiam animæ humanæ in cogitatione, vel in cogitandi vi constituunt. I. —
Subslantialilas aniraæ eonlra Sensistas yindicatur 103. Humius 8, et
Condillachus , secundum Lockii placita 5, animam non substantiam, sed quamdam
affectionum complexionem esse contendunt. Qua in re Protagoram, veteresque
Sensistas secuti sunt, qui animam non aliud esse, quam sensaliones asseruerunt.
104. Anima humana est quædam substantia. Probatur. Anima in re viventi
contrarias qualitates ad concentum redactas conservat, et pugnantes organorum
affectiones, ne se mutuo perimant, rata lege cohibet, et denique tam diversa
munia tanto ordine, et consensu administrat ]. Atqui ea forma, cuius merito, ac
beneficio hæc omnia perficiuntur, accidentalis esse non polest, sed 1 In lib. I
Sent., Dist. VIII, q. V, a. 3 ad 7. Qq. dispp., q. un. De Anim., a. 10 ad 3. 3
Tract. hum. nat. (angl.), lib. II, part. IV, c. 6. Traiti des sensations, part.
I, c. I, 2. s Cf Ontol., c. VII, a. 2, p. 42. Paucis abhinc annis H. Janeus {La
phiiosoph. Franc. du XIX
siecle, p. 16, et 245, 2e ed. Paris 1860) Condillachi doctrinam ad vitam
revocavit. 6 Cf Lært., lib. IX, segm. 51. 7 Cf s. Aug., De quant. anim.t c. 10,
n. 17. ^substantialis; cum alicuius accidentis tanta efficacia esse nequeat,
tantumque imperium in membrorum rei viven Itis, el contrariarum qualitatum
quasi rempublicam. Er^o 10o. Adhæc, viventia sunt quidem substantiæ Si igi tur
ea, quæ vivunt, per animam vivunt, hæc profecto non accidens, sed substantia
est. Id ex eo confirmatur, quod est commune
omni accidenti, quod non sit de es I sentia rei ! ; dum e contrario, anima ad
essentiam viventis ita pertinet, ut vivens idem prorsus ac animatum sit. 106.
Denique quantum Lockii, eiusque asseclarum placita a yentate abhorreant,
ostendimus in Ontologia 2. Argumenlis, quæ ibi retulimus, adiicere præstat, 1°
quod attecliones, sive qualilates varias, et sibi succedentes, a jnimam vero
lmmotam in nobis experimur ; quapropter anima exjpsis affectionibus, sive
qualitatibus constitui Mneq.uK; 2 quod permultæ ex hisce affectionibus ab ipsa
anima in se gignuntur; ac ideo anima a suis affectionibus, perinde ac causa ab
effeclu, distinguenda est. II.— Quomodo subslanliæ animac humanæ deQnienda sit,
explicatur Postquam vidimus animam humanam in genere substantiæ collocandam
esse, quænam huius substanliæ essentia sit, explicandum nobis est. Essentia
animæ humanæ in eo consistit, quod nt jprxnapxum intellectivum, et simul forma
substaniialis "orporis. j Probatur. Essentia rei illud significare debet,
quod res j:um al.is commune habel, atque illud, quo ipsa ab aliis liscnm.natur
Atqui anima humana ex eo quod est forma substantiahs corporis, ac proinde
substantia incom^leta, quæ per se, et naturaliler ad coniunctionem cum orpore
ordinem habet, cum aliis animarum speciebus ^onsenl.l; siquidem ipsa, æque ac
istæ, suum esse cor>or. commun.cat, .lludque vivificat, et informat : atque
^ eo, quod est pnncipium intellectivum, ab iis distinZ rrsusLe,x eo quod ad
coniunctionem cum cor ; ore ord.nem habet, differt a substantiis
intellectualibus, Piæ^ separatæ, sive Angeli dicuntur: et ex eo, quod est 1 Qq.
dispp., q. un. De Anim., a. 12 ad 7. Loc. cit. principium intellectivum, cum
eis consentit; nam animæ hurnanæ ex eo, quod intellectiva est, illud, ut mox
ostendemus, convenit, non habere esse concrelum in materia ', ac proinde a
corpore separatam subsistere posse. Ergo essentia animæ humanæ in eo consistit, quod est
principium intellectivum, et simul forma substantialis corporis. 108. Ex his colligitur, quomodo anima humana sit
definienda. Porro animæ communiter acceptæ definilio est: Actus primus corporis
physici organici potentia vitam habentis2. Voces illæ, actus primus, animam
esse formam substantialem, ac proinde a formis accidentalibus distingui
designant 3. Dicitur autem actus corporis physici organici, quia anima facit
ipsum corpus organicum, sicut lumen facil aliquid esse lucidum 4 . lis verbis,
potentia vitam habentis, significatur animam, cum sit actus primus corporis
organici, efficere, ut ipsum ad vitales operationes edendas potenliam habeat 5.
Iam prout huius 1 Gf p. 192. Ex hoc, quod anima humana non habet esse concretum
in materia, consequitur quod ipsa, etsi sit substantia incompleta, quia, cum
sit pars humanæ naturæ, non habet perfectionem suæ naturæ, nisi in unione ad
corpus [Qq. disj)p.,q. un. De Anim.,&. 2 ad 5); tamen est in genere
substantiæ non solum sicut principium, quod nempe totum substantiale
constituit, sed etiam sicut species. Guius rei ratio hæc est: Substantia
dicitur ens, cui convenit esse in se. Atqui esse in se non ipsarum formarum, si
materiales sint, nempe a materia pendeant, sed totius compositi substantialis
proprium est; e contrario animæ humanæ, quippe quæ est forma a materia non
dependens, proprium est esse in se, quod ipsa corpoii communicat. Ergo ceteræ
formæ non sunt in genere substantiæ, sicut species, seo solum sicut principia;
anima autem humana estin genere substantiæ non solum sicut principium, in
quantum est forma huius corporis, sec etiam sicut species, quia habet esse
absolutum, non dependens a ma teria. In lib. 11 Sent., Dist. III, q. I, a. 6 sol. 2 I, q.
LXXVI, a. 4 ad 1. 5 Cf Cosmol., c. I, a. S, p. 101-102. 4 Qq. dispp., q. un. De Anim., a. 1 ad 15. b I, loc.
cit. Profecto vivens substantia constituitur in suo esse, a q' XV' a c ~x
hoc> ° pi7-z '• LIV> a. 1 c. -3 lhid, Dynam., c. I, a. 4, p. 101 ToI. I.
s Ibily a. „, p^™. q-lta. • oil. tennios foret, atqTSbC SCnSUm nroduccrct. q
er.„TraaCrra„tt0uraarennrd,U„m " "'"""'l
prtoC",l° "•. cmPe colara colligebenj . ' " C'USUC'"
principii act"°s' elapso Helvelius, Auctor systematis naturæ, DiderotuH
Lammetrie, multique alii Galliæ, Hollandiæ, et Anglia scriptores recensentur.
His sæculo XVII viam slraver Spinosa, Tolandus, et Hobbes. Ineunte hoc sæculo,
pra observation exacte De hominis creatione,et de substantia ammæ(
ejmO.Gottmg.l { s Gf Janet, Le maUrialisme contemporam, c.I,p.!4sqq, farib 117.
Itaque in immalerialilate animæ humanæ vindinda nos primum abnormitatem
materialismi generatira .tefaciemus; de.nde quædam contra materialismum
Xjolog,cum,et dynam.cum speciatim adnotabimus; lum amam sp.nlaalem esse
ostendemus; denique de phrenogismo pauca adnciemus. pureuu Il.-Animam hnmanam
simplicem esse demonslratur 118. Si anima humana forma substantialis corporis
adittatur, ipsa neque aliquod corpus, neque ulla ratione v.sib.l.s d.ci
potest;nam neque^corpus potes es,e for a, neque forma potest esse aliquod
corporeum ma humana s.t huiusmodi forma, ut animal perfeCum Z ITrllZn a mJe:
"; seVliara per $%?%£ >nem respuit At vero materialismum argumentis alinn ! pet.t.s refe
llere ndbis lubet sequenti ? '"" Pmh P,roPJiAntma humana ^quit esse
corporea. Probatur . Præcipuum argumenti genus ex natura illam operationum
ammæ, quæ cogitationes dicuntur e nmur atque,ta se habet: Cogilationes, quæ ad
\\ni m spectant, nempe noliones rerura sens Iran, vel slmcium, .ud.c.a
rat.ocnationes, conscienlia, a substa™ corporea profic.sci nequeunt. Alqui
operari seauiTv 20 if an'ma humana neauit ess corporea ? 1^0. Hoc argumentum
evolvitur hunc in modum • Pri "sfbi' coamn0ara°tneSu[enr ^'T' ™ ^osUarJra
;,,' ' comparat, ut per iinam formam, sive sneciem us omnes partes rci
compositæ, prou sunt in toln 'co actu percpat. lam substant a corporea ac
nroin' xtensa, et divisibilis, huiusmodi notioCm numlam ectæ now tmm veI
s,nSulæ eius partes singulal re, ectæ porliones per diversas harum snecies
Dereinf.rnf s.ngulæ partes per speciem totiusC eam tofam s ' I complecterentur
Atqui neutrum sumi po, N ' ™peVPe,ræn,tu,ndiVerSæ Par,eS a'icuius ^Smi^ maP to,
Fus N„„ \n,UraqUanl Vero simul iutegr n sub na tot.us . ]\on alterum, qu.a tunc
quot partibus ani Cf Cosmol., c. V, a. 3 n 117)1 2 n. -i-j 'Cf s. Thom., I, q.
LXXXV, a 4 adl " ""^ ' ' P' " "il' natura cognitionis
species oportere esse immateriales adstruim, ut animæ simplicitas inde
patescat. Cf s. Aug., De quant. anim., c 13, n. 22. 9iq quid compositum, non
nosspf iH et Pr,nc'P'um, a quo tantia corporea^imW,?, """"
-SSOt 1uæda™ subleretur iosa non„ 2i, 'US coSn'trlx convenire po io inter 7U0
fr n Ul, C°nS,St.at ; siqoidem compa >ec duo percipS VmTi P°! ' '
""" ab, 6° ' uul simu' 'dicium eonfi ' ifiimsk „• V7 mtellcclus
conclusioncm ex 26 Ouarm0 1 US fleducitur> "uerc cognoscil '. IS s„i ?'
An,ma' q"e"ia''modum sæpc observavi S c'ieenttiSamre7enT^irUm f'
consc'a e" C _,cient,am ex eo habet, quod ipsa se, tamquam Op. cit., lib.
XV, c. 22. Ws. Thom. Contr. G.„,., Iifc, „ c. 49 "|æA"-Vm
"'-rt-. !"•,. 8, n. 22. . n n b esse rem, quæ omnes operationes ehct.
Atqu, nullu. horum explicari posset, si substanUa. cogitans ; e teus,,
divisibilis in partes poneretur. Eten.m 1 ill > depende tia operationum
haberi nequ.l, n.s. n i bis, quæ secu dum ordinem naturalem procedunt ab uno •;
2 cm cur operatio unius potentiæ operat.on. altenus,mpeens ei vitam, quod
nullum corpus præstat corpori 3 . ^ræterea. Quemadmodum ipsi physiologi docent,
corpus >er leges assimilationis, et excretionis quoad particulas, x quibus
constat, sensim sine sensu commutatur, adeo ut :emporis fluxu prorsus
renovelur. Si igitur anima sive trincipium vivendi
non nisi ipsum corpus esset, princi•ium vivendi in dies variare, ac tandem in
aliud renoari deberet. Atqui unusquisque nostrum experitur prinipium cogitandi
conslanter manere idem; ita ut nos, qui unc vivimus, eosdem esse, qui antea
viximus, consciaaus. Ergo. 134. Quod si anima a corpore distinguitur, ipsam
neue ln temperamento, neque in harmonia corporis conistere consequitur. Non
quidem in temperamento. Nam mma corpus sibi subdit, atque haud raro reluctatur
iis ppehtionibus, quæ ex corporis temperatione oriuntur; iquidem multi homines
appetiliones illas sedanl, et effilunt ut rectæ rationi pareant. Anima igitur
non est ip temperatio corporis; secus idem effectus simul ab eæm causa
oriretur, atque destrueretur . 135. Neque est harmonia, seu ipsa compositio
partium orpons, vel ralio, qua partes corporis secum invicem onnectuntur.
Etenim in diversis partibus corporis sunt lversæ compositionis rationes; ac
proinde si in hac corons partium compositione anima consisteret, singulæ artes
corpons haberent singulas animas, nempe aliam nimam haberet os, aliam caro,
aliam nervus, utpote quæ ttundum diversam proportionem sunt composita. Alqui
'oc manifcsle falsum est. Ergo 8. 136. Advcrsus materialismum dynamicum
observasse iuerit, quod, ctsi portenlum illud assumatur, maleriæ espntiam ln vi
activa quadam positam esse ; hæc tamen ^tiones illas, quæ vilales dicuntur,
numquam efficere post : 1 quia effectus aliquis non subest potentiæ aliJius
agentis.... per hoc, quod non habet cum agente af 1 Cf Cosmol, c. V, a. 3, p.
137-138. I, q. LXXV, a. 1 c. s Conf., Iib. X, c. 6, n. 10. Contr. Gent., lib.
II, c. 63. -5 ibid c. 64> finitatera, vel similitudinem ; atqui actiones vitales
nullam curn materia similitudinem habent ; viventia enim quemadmodum alibi a
nobis ostensum est % a non vivea tibus multum distant; 2° quia si actiones
vitales, uti etian demonstravimus, per principium vitale organis corpori
insitum explicari nequeunt s, ipsas materiæ vi longiu præstare dicendum est; 3°
quia subiectum, in quo per ficiuntur actiones vitales, est ipsum vivens,
siquidem a( genus actionum immanentium illæ spectant; dum e con trario materia
non in seipsam, sed in aliud extra se dum taxat vim suam exercere potest. 137.
Ad cuius rei maiorem explanationem mente recola mus oportet materiam ad aliquam
speciem actionum deter minari: Res corporales habent determinatas actiones
>} siquidem corpora non operantur, nisi naturaliter 5; natu ra autem est
determinata ad unum. Quocirca, si activa ma teriæ vis ita evolvi sumatur, ut
sicut naturæ mortuæ ita naturæ viventis actiones exerat, illud admittendum fo
ret absurdum, utrasque illas actiones eiusdem esse spe ciei. Itaque, etiamsi
concedatur materiam nihil aliud esse quam vim per seipsam, seu sponte sua
activam, illa ta men ex essentia sua et differt ab anima, et aniraæ actu
cfficere nequit. IV. — Materialistarum obiectionibus satisfit 138. Obiic. 1°
Substantia corporea afficitur qualitatibuj quæ non sunt divisibiles, e. g.,
gravitate, vi motrice, e aliis eiusmodi. Ergo ex eo, quod cogitatio est aliquid
iii divisibile, inferri nequit ipsam ad substantiam corporear pertinere non
posse. 139. Resp. Dist. ant., et illæ qualitates sunt indivisi biles, si in seipsis
considerentur, conc. ant., sin relata ad corpus, cui insunt, neg. ant. Neg.
cons. Sane, sicu formæ corporum dicuntur inextensæ, seu simplices, i
considerentur abstractæ a materia 6, ita illæ qualitates nempe gravitas, vis
motrix, aliæque huiusmodi, si abs tractæ a corpore, cui insunt, in se
spectentur, nihil, nif i Contr. Gent., lib. II, c. 22, n. 5. 2 Cosmol., Introd. p. 90. Cf etiam c. IV,
a. 1, p. 126 sqq. 3 Cf quæ diximus p. 211-214. I, q. CX, a. 1 ad 1. * Contr. Gent.j lib. III, c.
102. Cf Cosmol., c. V, a. 4, p. 139-140. llimplex, atque uniusmodi exhibent. At
prout corporeæ fiubstantiæ insunt, non sunt indivisibiles; gravitas enim luxta
divisionem massæ corporis dividitur; item, vis mo|nx in omnes partes corporis
dispergitur, ita ut si vis [aotrix in corpore est, ut duo, in dimidio sit, ut
unum. Wj contrano quævis cogitatio lum in se, tum in subiecto ogilante prorsus
indivisibilis est. 140. Obiic. 2° Nullatenus fieri potest, ut extensi obie ti
imaginem anima indivisibiiis in se contineat. Ergo si inima res extensas
percipit, ipsa indivisibilis esse nequit. |. . -L .rp# Neg' anL et cons' Nam
anima non est ini ivisibihs, ut punctum habens situm in continuo, sed er
abstractionem a toto genere continui * . Sane indi jisibile habens positionem,
cuiusmodi est punctum 2, i laginem extensi obiecti totam, quanta re ipsa est,
in se 'Ontinere non potest. At virtus integram extensionem ob |>cti
percipiendi non indivisibili, instar puncti, sed sub Itantiæ omnino
indivisibili, quæ nempe nullum ad par s;s ordinem habet, et ad genus continui
nullo modo per net, propria est. Quod si ad obiectum extensum perci lendum
extensio in subiecto percipiente requiritur, i j.ud tantam, et tam variam
reipsa habere debet dimen jonem, quanta est dimensio diversorum, quæ ab ipso ercipiuntur,
obiectorum; id tjuod est aperte falsum 3. Ac ;?dit, quod integra rei extensio
sub una simplicissima, pe itusque indivisibili ratione formali percipitur; ergo
hu lismodi pcrceptio non nisi ad principium omnino indi sibile pertinere
potest. 142. Obiic. 3° Vulgatum est illud effatum: Quidquid repitur, per modum
recipientis recipitur. Atqui anima repilur in corpore. Ergo est corporea. 143.
Resp. Dist. mai., ita ut nequeat unum ab altero Cipi, nisi sit inter utrumque
quædam proportio habitunis, conc. mai., nisi sit inter ea naturac convenientia,
Qq. dispp., q. un. De sp. cr., a. 4 ad 16. De hoc indivisibilitatis genere cf
/n lib. I Met., lcct. II. 5 Tam multas, ad rem inquit s. Augustinus, et tam
magnas corrum imagmes, si anima corpus esset, capere cogitando, vel memoi
continendo non posset.... Qua igitur magnitudine, quæ nulla illi, miagines tam
magnorum corporum, et spatiorum, atque re>num capit? De anim. et eins orig., lib. IV,
c. 17 n 25 neg. mai. Dist. etiam min.,
anima recipitur in corpore, ut perfectum in perfectibili, conc. min., ita ut in
corpo-, re contineatur, ncg. min. Neg. cons. Sane anima non recipitur in
corpore, ita ut contineatur, nam, ut s. Augu stinus inquit, anima continet
corpus * . Quapropter cor pus recipit animam eo modo, quo materia recipit
formam scilicet ita ut per ipsam perficiatur: seu ut secunduu ipsam
constituatur in esse alicuius speciei * . Utauten corpus hoc modo in se
recipiat animam, non requiritui ut huius natura cum natura illius conveniat,
ita ut animj extensa, æque ac corpus, sit 8, sed solum quædam inte illud, et
istam proportio, quæ in eo consistit, ut corpu, habeat ordinem ad animam, et
capacitatem, ut ab ea in formetur *. Iam simplicitatem animæ haud impedire, quo minus hæc
talem cum corpore proportionem habeat, an tea a nobis ostensum est . Ex eo igitur, quo.d anima re cipitur in corpore,
nihil contra eius immaterialitatem in ferri potest. . |j 144. Obiic. 4° Anima
non potest movere corpus, ms illud tangat. Atqui tactus non est, nisi corporum.
Ergc 145. Resp. Dist. mai.: nisi illud tangat contactu virtu tis, conc. mai.,
contactu corporeo, neg. mai. Sub eader dist. neg. et conc. min. Neg. cons. In
primis, cum movet sit actus existentis inpotentia* , producere motum ms gis ad
substantias immateriales, quam ad materiales, pei, tinet. Etenim nihil potest transire de
potentia in actun nisi per id, quod est actu. Atqui substantiæ mtellectu! les
magis actu sunt, quam corpora. Ergo ad illas magii quam ad substantias
corporeas pertinet aliquid moven Agunt substantiæ intellectuales in corpora, et
movei ea, cum sint immateriales, et magis in actu existentes \ Ut vero quomodo
substantia immaterialis corpus tanga et moveat, intelligatur, distinguendus est
contactus qim titatis} qui proprius corporum est, a contactu virtutis i Contr. Epist. Man., c. 16, n. 20. Cf
p. 227. 2 I, q. L, a. 2 c. -3 Cf p. 193-195. 4 Debita proportio materiæ ad formam est duphciter,
scihc per ordinem naturalem materiæ ad formam, et per remotione impedimenti ;
In lib. IV Sent., Dist.
XVII, q. I, a. 2 sol. 1 Loc. cit. 6 In Ub. I Sent., Dist. VIII, q. I, a. 3 sol.
7 Contr. Gent.,\ib. II, c. 56.— Cf Dynam., c. VI, a. 1, p. 188 vol. j rimo
contactu langenlia dicuntur ca quæ uniuntur lcundum ulfma quanlitatis ; unde in
corporibos ono" t mutuum esse tactum ' >,. Contactus virtutis pert net
? 1 ea quæ etsi i„ quantitatis ultimis ncn tanganf bcuntur mhilominus tangere,
in quantum agunlV^Hoc,tem tactu substanfa immaterialis, quæ est indivisibi
fcff' %[ mT? C°rpUS' quod est auædam quantitas div i bil.s.Nam lactu corporeo
id, quod est indivisibile puta inctum, non potesl langere, nisi aliquod indivis
b^ile • tac u vtrtutts substanlia immaterialis potest langere JTnT
•d-,,V!f.lb,lem Substantia intell/ctualis qufm! | nt ind.vis.bihs, potest
tangere quantitalem divisibifc,.n quanlum ag.t in ipsan,8 Alio enim modo est
inni.bile punctum, et substantia intellectualis. Punctum .dem est S1cut
quantitatis lerminus, et ideo habet s™ a, determmalum m continuo, ullra quem
porrigi no„ l|,lest ; subslanf a autem intelicctualis est indivisibihs itur tt
irnr.i8veinUKS,f|Ua,ntil?!iS eX,SlenS' Unde U°" ^'e Itur ei indmsibile
al.quid quantitatis ad agendum In animam non n,s. tactu virtutis movere \st. XIX in arguendo. I, q. LXXXV, a. i Diximus sæpe, non
semper, interdnm enim operationes meni in iuvenibus languidiores sunt, et e
contrario intelligentia in qu busdam hominibus usque ad ultimam senectam in
dies magis, m. sisque viget. Guius ratio, aiente Aquinate, ex parte ipsius tnze
;rescentis animæ argumentum est, vires in maiori ætale ;naiorcs . Exinde etiam
perspicitur, quomodo organorum perturbatio exercitium intellectus perturbet:
Debiitatur intellectus ex læsione alicuius organi corporalis 'ndirecte, in
quantum ad eius operationem requiritur operatio sensus habentis organum . Ob
eamdem rationem i causis, quæ in corpus agunt, intelligentiæ evolutio penderc
dicenda est. Hæc omnia ila s. Thomas paucis complectitur: Cum anima sit forma
corporis, consequens est, quod unum sit esse animæ, et corporis; et ideo,
corpore perturbato per aliquam corpoream passionem, necesse est quod anima per
accidens perturbetur, scilicet quantum ad SSSe, quod habet in corpore 3 . V. —
Lockii error ex iam ostensis refellitur 150. Lockius etsi animam simplicem esse
fassus sit, tamen ea permotns ratione, quod non omnes materiæ proprietates
perspectas habemus, in dubium revocavit, utrum, necne cogitandi vis inter
proprietates materiæ, quæ nobis compcrlæ non sunt, revera sit, aut saltem
divinitus 3ssc possit4, Lockii dubitatio a Voltairio 5, aliis;(ue malimo plausu
excepta fuit. 151. Dubitatio Lockii futilis est. Probatur. Ut certo asserere
possimus aliquod attributum substantiac cuipiam repugnare, non requiritur ut
omnia huius attribula perspecta nobis sint, sed sufficit, ut aliquod unum in ca
certo dignoscamus, quod cum dato atlribulo evidenter pugnat; nam una, eademque
substantia constare nequit cx attribulis, quæ se mutuo destruunt. lla, etsi
geometræ nondum omnes circuli proprielates calleant, tamen pro rc certa
cxplorala habent, quadraturam inter eius proprietates nondum cognilas minime
contineri, (juippe illa rotunditalis proprietati in circulo iam perspcctæ
evidcnter opponitur. Alqui cogitatio curn notis proprielatibus materiæ, nempc
extensione, divisibilitate, so lectus, qui est perfectior, repetenda est,
quatenus nempe hi cum babeant corpus mclius dispositum, sortiuntur animam
maioris virtutis in intelligendo »; loc. cit. 1 Op. cit., c. 22. 2 In lib. II
De Anim., lect. VII. 8 III, q. XV, a. 4 c. Op. cit., Iib. IV, c. 3, § 6. s tUm.
de la phil. de Newton, part. I, c.
6. liditate, figura, inertia, adversa fronte pugnat; quæ auU secum
pugnant,Divina Omnipotentia non continenlur.Erj vis cogitandi nec divinitus
materiæ convenire potest. 152. Iam cogitationem cum illis maleriæ
proprietatibuj pugnare comperlum cuique est. Sane 1° pugnat cogitatic cum
extcnsione, et divisibilitate ; nam, quemadmodurr. satis, superque a nobis
ostensum est, cogitatio est quidquam unicum, et indivisibile. 2° Pugnat cum
soliditate; neque enim integrum obiectum cum omnibus eius partibus percipi a
nobis posset, nisi species singularum partium in unam confluerent; neque in
iudiciis et ratiocinationibus plures notiones secum comparari possent, nisi
illæ in unum compenetrarentur . Accedit quod cogilatic seipsam reflexione
permeat, el insuperduo subiecta percipientia possunt se invicem comprehendere:
si vero es-j sent solida, unum non posset alterum penetrare, ideoquc unum non
comprehenderet alterum, comprehensio enim rei habetur, cum ipsa tota
cognoscitur. Pugnat cum inertia, materia enim, utpote iners, ab extrinseca
causa determinatur; unde consequitur lex illa Newtoni, mutalionem motus
proportionalem esse vi motrici impressæ, ei, fieri secundum lineam rectam, qua
vis illa imprimitur. Al nos de multis rebus cogitamus, quin ulla actione
externa agitemur, atque insuper seriem unius demonstrationis interrumpimus,
aliamque prorsus diversam aggredimur, ac præterea ab imaginatione ad
intellectionem, atque ab hac ad illam rursus pro lubitu transimus. 4° Pugnat
denique cum figura; quod enim est figura præditum, habet terminum, cum figura
sit quæ lerminis continetur : at potentia cogitandi est quodammodo infinila; in
infinituni enim inlelligit species numerorum augendo; et similiter species
figurarum, et proportionum: cognoscit etiam universale, quod est virtute infinitum
secundum suum ambitum, continet enim individua, quæ sunt polentia infinita 2 ».
153. Itaque
cogitatio præcipuis, ct valde notis mate 1 « Impossibile est duo corpora se
invicem continere, cum continens excedat contentum. Duo autem intellectus se
invicem continent, et comprehendunt, dum unus alium intelligit »; Contr. Gent.,
lib. II, c. 49, n. 6. « Ibid., n. 5. iæ proprielatibus adversatur; quapropter
si materia pos•et cogitare, ex proprietatibus secum pugnantibus conlaret. VI.— De animæ huraanæ spiritualitate 154. Animam
humanam non esse aliquid extensum, sed p una simplici, et indivisibili
realitate consistere contra mnes materialistarum classes demonstravimus. At
aliquid obilius ipsi est tribuendum; etsi enim corpus informet, amen huiusmodi
est, ut a corpore haud pendeat ; unde,on solum simplex, sed etiam spiritualis
appellatur. j 155. Anima hurnana est spiritualis. i Probatur. Operationes
propriæ animæ humanæ, eæ iempe, quæ ad intellectum, et ad voluntatem spectant,
|me organis corporis exercenlur ; ac proinde a maleria on pendenl. Atqui
similiter unumquodque habet esse, et oerationem. Ergo esse animæ humanæ
huiusmodi est, ut \ materia non pendeat, ac proinde ipsa spiritualis di3nda
est. 156. Ad maioris veritatem perspiciendam satis est mente Jcolere ea quæ in
Dynamilogia statuimus. Sane operaones cognilrices, quæ corporeis organis
indigent, ad iquod genus rerum materialium percipiendum determianlur: neque
aliud, nisi quod maleriale est, atque prout )nditionibus materialibus
adstringitur, apprehendere posint; unde obiectum illarum proprium non nisi
singulare 'Se potest : super seipsas denique converti nequeunt '. tqui
operationes intellectrices circa quodlibet rerum mainalium genus versari
possunt, easque cognitione immanah, umversali, et necessaria attingunt2; lum
super sesas reflectuntur 3; atque ad ea se porrigunt, quæ rerum
latenaliumordinem transiliunt 4; intellectusque in eorum 'iHemplalione quam
maxime delectatur 5 ; atque, secus 1 Cf Dynam., c. IV, a. 12, p. 161-162 vol. I. \ I, q. LXXXIV, a. 1 ad 4;
Cf Dynam., loc. cit. et a. 3, p. 136. J Cf ibid., p. 162. 4 Ibid., p. 161. Hinc
Lactantius aiebat: « Nullum est animal, præ • hominem, quod habeat notitiam
aliquam Dei. Solus enim sapientia structus est, ut religionem solus intelligat;
et hæc est hominis, jue brutorum vel præcipua, vel sola distantia ; De ira Dei
c. 7 b Cf s. Aug., De lib. arb. ac facultas organica, quæ quoties ab obiecto
sensili vehementer impellitur, ad aliud eiusdem generis obiectum sentiendum
inepta evadit, ipse ex obiecto valde intelligibili ad intelligendum obiecta
minus intelligibilia validior fit f. Ergo operationes intellectrices supra
corporeum omnem ambitum sic evebuntur,ut materiæ determinationes omnino
transcendant, ac proinde a materia non pendent. 157. Idem de actibus voluntatis
est dicendum. Etenim voluntas bonum intellectivum, nempe incorporeum appetit 2;
neque ad hoc, vel ad illud bonum determinatur, sed in quodcumque obiectum,in
quo ratio boni deprehenditur, libere ferri potest 3; super suos ipsos actus
reflectitur, quia vult se velle, et diligit se diligere 4; denique corpus sibi
subdit, illisque cupiditatibus, quæ ab appetitu sensitivo proficiscuntur,
adversatur. 158. Obiic. Anima nihil potest
intelligere sine ope sensuum, qui per organa corporea exercentur. Ergo in ipsa
operatione intellectiva ab organis corporis pendet, ac proinde non est
spiritualis. 159. Resp. Dist. ant.f quatenus sensus ad actionem intellectricem
intrinsece concurrunt, neg. ant., quatenus sensus præbent intellectui
phantasma, in quod ipse snarrj actionem, quin a sensibus pendeat, exerit, conc.
ant. Neg. cons. Responsionem istam, quæ ex theoriis in Dynamilogia statutis
satis superque declaratur, Aquinas noster hh verbis tradidit: Dicendum, quod
corpus requiritur ad actionem intellectus, non sicut organum, quo talis actic
exerceatur, sed ratione obiecti; phantasma enim comparatur ad intellectum,
sicut color ad visum s. Et alibi : Intelligere est propria operatio animæ, et
non egreditur ab anima mediante organo corporali, sicut visio me Cf s. Bonav., In
lib. I Sent., Dist. I, a. 3, q. I ad arg., e Alb. M., De Anim., lib. III, tract. II, c. 15. Cf
Dynam., c. V, a. 3, p, 166-167 vol. I. 3 Cf Dynam., ibid., a. 8, p. 175 sqq. In
lib. I Sent., Dist. XVII, q. I, a. 6 ad 4. Noli ergo mi rari, inquit ad hanc
rem s. Augustinus, si ceteris per liberam vo luntatem utimur, etiam ipsa libera
voluntate per eam ipsam ut nos posse, ut quodammodo se ipsa utatur voluntas,
quæ utitur ce teris, sicut se ipsam cognoscit ratio, quæ cognoscit et cetera De
lib. arb., lib. II, c. 19, n. 51. I, q. LXXV, a. 2 ad 3.
iante oculo. Communicat tamen in ea operatione corpus x parte obiecti; nam
phantasmata sine organis corporeis >se non possunt . VII.— Refutatur
phrenologismus 160. Ut quid hoc systcma sit, facilius explicemus, ilid in pnmis
memoramus, a diligentioribus, et peritis ituræ scrutatoribus, propter intimum
nexum, qui inr animam, et corpus intercedit, ex huius eonformatio!, et
habitudine nonnulla non quidem certa, sed probalia indicia de illius interiori
statu perspecla fuisse. Exde ortum habuit physiognomia. Quæ inler veteres haut
cultores Empedoclem, Platonem, Aristotelem, Galcim, ahosque; medio ævo præ
ceteris Avicennam, et AIrtum Magnum ; in recenti ætate magnopere adaucta it a
nostro Ioanne Baptisla Porta, Lavater, Camper, asque pluribus. 161. At, ineunte
hoc sæculo, Gall, ciusque discipulus urzheim usque adeo processerunt, ut
systema phrenopcum, seu cranioscopiam invexerint, hæc præcipue ituentes : 1°
Cerebrum non est unicum organum, sed multis organis inter sese distinctis
constat. 2° Hæc gana, prout magis, minusve explicantur, et evolvun', maiores,
aut minores circumvolutiones in cerebro, ldemque in calvaria protuberantias
istis circumvolutio)us respondentes efficiunt. 3° Singula hæcorgana, ideoe
smgulæ calvariæ protuberantiæ sunt primilivarum imi facultatum sedes, imo ipsæ
facultates organorum mme appellari possunt. 4° Nomine facultatum primitium non
veniunt iilæ, quæ a Psychoiogis vulgo reiscntur, nempe facultas sentiendi,
imaginandi, volun-, et aliæ huiusmodi, sed potius naturales propensio' >
quas quisque sortitur, uti propensio in poesim, in lCitiam, in malhcmaticam.
Unde Phrenologi in cerebro (inguunl organum matheseos, amicitiæ, iracundiæ,
mcidn etc. Facultates vero a Metaphysicis recensitæ sunt, nisl secundariæ, sive
subieclæ facultatibus nnlivis, harumque veluli atlributa generalia. 5° Hæ
ultales secundariæ tot vicibus in eodem homine repee mveniuntur, quot
facultalibus primitivis iste pollet. Qq. dispp., q. un. De Anim., a. 1 ad 11.
Philos. Christ. Compend. II. 7 47 Iamvero non omnia organa, ideoque non omnes
facultates ipsis propriæ in singulis hominibus extant, nequt organa, quæ in eis
extant, eodem modo explicantur, ei evolvuntur; proindeque neque æqualis est
protuberantiarum numerus in singulis calvariis, neque quælibet protuberantia
eiusdem est magniludinis. Hinc fit, ut si qui L rnaterialisme et la phrdnologie
rtnlr a seos/0ndement°, Paris 1840; Flourens, Examen dela rm i ; 2/ atqUG
interSer'nan°s,Friedreich, Arch. psychol. mLk £ 131;194' Heidelbergæ 1824, et
Reichlin-Meldegg., Psyeh. m"s (germ.), sect. I, p. 358, Heidelbergæ. nibus
hominibus communes, tamquam facultatum specia lium proprietates, spectare. 2°
Absurdius etiam est ratio nem, et voluntatem e facultatum numero extrudere,
curr ipsæ ceteris omnibus facultatibus præstent. 3° Si una quæque facultas
primitiva propriam sibi percipiendi, re miniscendi, ratiocinandi facultates
habet, tunc illud vald. yuod si physiologice hæc theoria spectetur, multis
ctiam ab Probatur. 1° Exemplaris,
aiente s. Thoma, propriurr est eo spectare, ut illa, quæ ad normam sui
eftingantur similia sibi reddat . Atqui id de homine cum reliquh animalibus
comparato dici nequit. Namque homo ob ra tionem, qua solus inter animalia
poliet, a reliquis ani malibus essentialiter differt. Ergo homo exemplar, seii
typus totius vitæ animalis esse nequit2. 2° Si homo esset ultimus terminus, ad
quem evoluti embrionis pervenit, facultates cognoscendi, appetendiqu in homine
a principio quodam maleriali producerentur quippe quod embrio, horum Physicorum
senlentia, ex v sibi insila seipsum evolvit. Atqui hoc, ut ex dictis II
Dynamilogia patet, perabsurdum est. Nam facultates ratic nales, cum sint
inorganicæ, principium alius naturæ, a animas a Deo creari) opinionem elegerit,
vel adhuc dubitandum putaverit ; In lib. II, Dist. XVII, § 15. Cf etiam Melchior
Ganus, vc locis theol.,hb. 12, c 13). Hoc adnotatum voluimus, quia Casimirus
Ubaghs (Anthrop. Philos. Elementa, Pars synthetica, c I) asserit opinionem,
animas a parentibus generando propagari, probabilibus n rationibus minime
spernendis, edimque cumnullo catholicæ Fidei dogmate pugnare, dummodo generatio
illa non velut ma'erialis divisio, Obiic. 1° Parentes hominem generare dicuntur. Atqui homo
constat ex anima, et corpore. Ergo non solum corpus, sed etiam anima per
generationem oritur. 177. Resp. Dist. mai.: quatenus operantur ad unionem corporis, et animæ, ex
qua unione homo est homo, conc. lmai,; quatenus gencrant quamlibet partem
hominis, neg. mai.; conc. min. Neg. cons. Et sane, licet anima rationalis non
sit a generante, unio tamen corporis ad eam est quodammodo a generante f ; nam
generans disponit corpus, ut coniunclionem cum anima secundum leges naturæ
expostulet, et acquirat2. Quoniam vero ex unionc animæ ad corpus homo est homo,
oplimo, meritoque iure parenles hominem generare dicunlur, quia generatioiis
finis, ut sæpe monuimus, non est forma, sed compoitum ex materia, et forma.
178. Obiic. 2° Si corpus per generationem, et anima per creationem oritur, unum
non est esse hominis. Atqui :onscquens est absurdum. Ergo anima per ipsam gene'ationem corporis oritur.
179. Resp. Neg. mai.; conc. min. Neg. cons. Ex eo, quod jorpus per
generationcm, et anima per creationem prolucitur, esse corporis ab esse animæ
minime separatur; lam creans dat esse animæ in corpore, et generans dis)Onit
corpus ad hoc, quod huius esse sit particeps per inimam unitam s . 180. Inst.
Unum esse hominis produci non potest a cauW diversis. Ergo. 181. Resp. Dist.
ant., si illæ diversæ causæ non sint nter se ordinatæ, conc. ant., sccus, neg.
ant. Neg. cons. ausæ,
inter quas nullus ordo existit, eumdem effectum Mf diffusio quædam concipiatur.
S. 0. Congregatio tum ob traduciani'iww, tum ob aliquas doctrinas, quas prof.
Lovaniens, propugnabat, f quac sunt similes aliquot ex septem propositionibus, quas
eadem -ongregatio die 18 sepf. 1861 haud tuto tradi posse iudicavit (cf quac
ixi.nus in Ideal., c. I, a. 8, p. 212, not. 2, vol. I), tum ob alias opilones,
quas cautc minus, quam fas est, ille exponebat, decrevit in bns philosophicis a
Gerardo Casimiro Ubaghs hactenus in lucem litis, et præsertim in Logica, et
Theodicea invcniri doctrinas, seu pmiones, qure absque periculo tradi non
possunt . Cf La Scienza La lede, vol. LXII, p.
390-391, Napoli 1866. 1 Q(f. dispp., De Pot., q. III, a. 9 ad 19. Ibxd. ad 2.-3
n,^ ad 2Q. producere nequeunt. At vero in productione hominis generans cum
operetur usque ad ullimam dispositionem, qua corpus exigit informari anima
rationali, eum ordinem habet ad Deum, qui animam creat, ut ad Ipsum, veluti
causa instrumentalis, referatur. Etsi igitur Deus creans, et homo generans sint causæ
diversæ, tamen unum esse hominis ex iis producitur. . Natura est sicul
instrumentum Divinæ virtutis; unde non est inconveniens si Virlus Divina sola
faciat animam rationalem, actionc naturæ se extendente solum ad disponendum
corpus f 182. Obiic. 3° Filii similantur parenlibus non solum secundum physicas
qualitates corporis, sed etiam secundunc qualitales animæ. Atqui hoc
demonstrat, sicut corpora. Falsum est animam sensitivam hominis iroduci per
generationem. Probatur. Unum est esse animæ humanæ, quæ simul ensiliya est, et
rationalis. Atqui anima humana, prout :st rationalis, quemadmodum ostendimus,
per generatio Tcpn°u °ritUrEr^° necue Prout est sensitiva. lSb. Hoc argumentum,
quod ab unitate animæ huma-,æ depromitur a s. Bonaventura his duobus modis
exiibe ur: 1 Philosophus dicit quod sensitivum est in ntellectivo, sicut
tetragonus in pentagono; et vegetativum n sensilivo, sicut tngonus in
tetragono. Si ergo ab eoem pnncipio est tetragonus, a quo est pentagonus, ab
odem erit anima intellectiva, et sensitiva; sed intellectia non est a
generante, ut demonstratum fuit supra Er 0 nec sensitiva . 2° Quæcumque sunt
idcm in subtantia, ab eodcm principio educuntur in esse. Sed aniia sensitiva,
et intellectiva in eodem homine sunt idem B substant.a, qma unius perfectibilis
una est perfectio -rgo si rationalis non est per generationem, videtur, uod nec
sensibihs 3 . 187. Præterea idem Seraphicus Doctor ita etiam argulentatur: Quæ
simul corrumpuntur, simul etiam projucuntur; ergo, pan ratione, quæ simul
separantur, si-,iul et mtunduntur. Sed,
recedente in homine anima raonah, nullo modo remanet potentia sentiendi in
corpop. fcrgo sicut amittitur polenlia sentiendi in recessu amæ, ila infunditur
in adventu. Non est igitur a geneitione, sed a creatione . ° et 1 I, q. CXVIII,
a. 2 ad 2. 2 cf . n 1,6. II
Sent., Dist. XXXI, a. 1, q. I, £ opp. Ex
his argu n perspictur, quare anima sensitiva in brulis, non vero in im r,Prr
Seneratlonem Producatur. Etenim ex hoc, quod ipsa Thol r/n c°rp0ri 6SSe
sensiti^^equitu'r;monente nl itiv n/fn 1 U Sen^ DiStXVI11' "• a3 ad an™'n
nsitiyam in homine, et brutorum ad eamdem speciem non referri rt;,^^ ori*inis
modnm- c' . Obiic. Embrio, antequam anima rationali infor metur, vivit, et
animam habet. Ergo anima, prout es vegetativa, et sensitiva in homine, diversam
ac prout es rationalis, originem habet. 189. Resp. Dist. ant., ita ut,
adveniente anima ratio nali, maneat anima vegetativa et sensitiva, neg. ant.,
it; ut hæc abiicialur, conc. anl. Neg. cons. Hic memoria re colendum est rem a
prima forma substantiali in sua es sentia constitui, et quidquid essenliæ rei
iam constitutat advenit, esse accidentale. Quocirca, si, manente anima ve
getabili, vel sensitiva, ei adiungeretur anima intellectiva, hæc inveniret
subiectum iam in sua essentia constitutum; ac proinde anima intellectiva
hominis essentiarc non constitueret, sed accidentaliter animæ sensitivæ velut
quædam eius perfectio adveniret; id quod absurdun: est1. Hinc s. Thomas hæc
docet: 1° In generatione ani i malis, et hominis plures sibi succedunt formæ,
ac proin de plures generationes 2. 2° Quoniam generatio unius es corruptio
alterius, adveniente forma perfectiori, 6t cor ruptio prioris, ita tamen, quod
sequens forma habet quic quid habebat prima, et adhuc amplius 3 . 3° Quare ii
fine generationis humanæ abiicitur anima vegetativa, e sensitiva, atque creatur
a Deo anima intellectiva, quæ si mul est et sensitiva et vegetativa. Primo
inducitur a nima vegetabilis; deinde, ea abiecta, inducitur anima sen sibilis
et vegetabilis simul ; qua abiecta, inducitur noi per virtutem prædictam (nempe
virtutem formativam, quw a principio est in semine), sed a creante, anima, quæ
si mul est rationalis, sensibilis, et vegetabilis. Et sic embrio antequam
habeat animam rationalem, vivit, et habet ani mam, qua abiecta, inducitur anima
rationalis * . Qq. dispp., De Pot., loc. cit. 2 Cuius rei hanc rationem
assignat: Quanto aliqua forma est nc bilior et magis distans a forma elemehti,
tanto oportet esse plures foi mas intermedias, quibus gradatim ad formam
ultimam veniatur, etpe consequens plures generationes medias ; Contr. Gent., loc. cit. s I, loc.
cit. Cf p. 217. * Qq. dispp., De Pot., ibid. ad 9. Hæc D, Thomæ theon hisce postremis annis probata est
inter alios doctissimos physiologo a Vincentio Santi, Della forma, genesi,
corso naturale e modi c viventi, Perugia 1855. Cf etiam Liveranum, Su principii
del mi derno Ippocratismo, Fano. 190. 2a. Repugnat animam sensitivam transmitti
p parentibus, cl postea fieri intelkctivam pcr manifestatiolem ideæ cntis.
Probatur. Abnormis est illa opinio, ex qua vel plures inimas, sive formas
substanliales in bomine esse, vel inimam intelleclivam veluti corruptioni
obnoxiam, et tam|uam quamdam perfectionem accidcntalem animæ sensilvæ advemre
consequitur. Atqui alterutrum admiltenlum essct, sj anima sensitiva transmitti
a parenlibus, et jostea heri intellecliva per manifestationem ideæ entis
llicatur. Ergo. 191. Minor ex
D. Thoma ita demonstratur : Tcrminus jictionis Divinæ revelantis ideam cntis
aut est aliquid ubsislens, aut non subsistens. Atqui si primum, anima, [uac per
huiusmodi manifestationem fit intellectiva, diersa secundum essentiam est ab
anima præexistente, icmpe sensiliva, quæ non est subsistens, ac proinde non ina
est m homine anima. Sin alterum, anima intellectiva b anima sensitiva secundum
essentiam non differret, sed uædam esset eius perfectio, et sic ex necessitate
seuilur, quod anima intellectiva corrumpatur, corruoto orpore f . 192. Accedit
1° quod manifestatio ideæ entis nonnisi nimac lntellcclivæ fieri potest, ac
proinde animam innllcctivam, nedum constituit, expostulat; 2° quod ex dotnna
Ecclesiæ Catholicæ anima intellectiva ex nihilo reatur 2, non \ero per aliquam
perfectionem animæ seuHivæ adiunctam producitur. V.— Animas anle corporis
formationem non existeic demonstratur 193. Plato post Pjthagoram 3, et
Empedoclem * censuit nimas ante hanc vitam terrestrem vixisse aliam coeletem,
atque ob ahquod crimen, aliamve causam nobis motam, in terrena hæc corpora
detrusas fuisse s. Hanc * I, Ioc. cit. 1^2-133, Romæ 1876. 3 Cf Meiners,
Histoire des sciences dans la Cr^cfl,etc.,lib. III, c.4. U Karstcn, Empedociis
Agrigent. carminum reliquiæ etc. ihædr., p. I. Non convenit autem inter
Platonis interpretos, Piiilos. Cbrist. Compend. II. 7 j o Platonis doctrinam,
quam secundum emanatismi sui ph cila Plotinus* evolvit, amplexi sunt Origeniani
4. 194. Animarum præexistentiam alia ratione docuit Leil nitius. Eius sentenlia
fuit, omnes animas simul cum mund a Deo conditas, cum propriorum corporum
germinibu quæ in Adamo continebantur, coniungi, atque ex illi, ubi lapsu
temporum cuiusvis corporis germen evolvitu: singulos homines constitui V 195.
Gommunis autem est Philosophorum, ac Theok gorum opinio, humanas animas tunc a
Deo creari, cm humano corpori coniunguntur, novusque homo genitt existimatur.
Ut huius postremæ sententiæ veritas patc scat, scquentes propositiones
slatuimus : 196. la. Animæ humanæ creatæ non fuere an\ corpora. Probatur. In
anima naturalis ordo ad coniunctionei cum corpore agnoscendus est 4:
quapropter, si anima, ai tequam cum corpore coniungatur, creatur, dicendum e
ipsam a Deo creari, ita ut perfectione sibi naturali d nam animæ, corpor ™ iæ
con.uncfo, quæ neque ex nalura, neque ex volun>ate .ps.us an.mæ, sed a causa
extrinseca proficisci tur *r v.olent.am an.raæ illatara fieri dicenda est ; et
auobam omne violentum est conlra naturam, coniunctio ilh amquam ahqu.d naturæ
conlrariura babenda foret -2 Weo homo, qux ex utrogue componilur, est quid innaturah
quod palet esse falsum 3. "a'ra 198. Eamdem ob rationem, animam in corpus
ad sni upphc.um delrudi falsissirnum est. Et san Pf u Sf rgumentatur Angelicus
Doctor, poena bono naturæ dversalur, et ex hoc dicitur mala.Si igitur unio an;
>æ, et corporis est qnoddam poenale, C est bonura aturæ; quod esl
.mpossibile: est enim ntentum per „? .ram, nam ad hoc naturalis generatio
terminatur Fr erura sequerelur quod esse horainera non eTset bonum icundum
naturam ; cum taræn Geneseos 1,31, fa™ p^XWT" vm Deus cuncta t^PS, .2°
Animæ coniunctionera cum corpore poenalem esse Hmitt. nequ.t, qum graviora
scelera l.aud iuste a Dr * jp.bus ull.mo supplicio puniri su.natur. U enim Lre
ie d.spmav.t s. Cyrillus Alexandrinus : Si aUe cor" ex.stens an.ma
peccavit, et idcirco innexa es carni an, ob causam lex graviora quidem peccata
mo rto lc ^rf Ver° Vivere ^^ Præstaret quippc ^rmutere turp.ss.morum criminum
reos diu in coVoon! s hærere, u hoc paclo gravius punirentur innTen rium esse
recepit a Deo, ita quoque ab Eo naturalem suam immoralitatem recepit; camque
cum dependentia ab Ipso retinet. 2 Incredibilia prorsus videntur, quæ his
postremis annis, præserim ab Heghelianis, contra animorum immortalitatem
disputata sunt, idlaborantibus, duce Ruge, Annalium germanorum scriptoribus.
.itrauss aperte professus est animorum immortalitatem esse postremum ;iostcm in
scientiæ speculativæ campo prolligandum. Eorum oinnium [ma ferme, eademque
sententia, quæ ex pantheismi principiis fluit, læc est: Unica est omnium, quæ
sunt, vita, eaque infinita, universa tinui progressus *, qui immortalitatem
animarum per metempsychosin explicanles contendunt hominem modo sub ista, modo
sub illa forma in hac rerum universilate apparere, atque cum moritur, formam,
sub qua seipsum in præsentia manifestat, amittere, et post mortem superstitem
esse, quatenus novam induit formam 2. Aut. II.— Aniinam huuianam intrinsece
immortalem esse dciuonslralur 204. Quoniam immortalitas in continuatione vitæ
consistit, ut anima humana intrinsece immortalis dici possit, requiritur eam
huiusmodi esse naturæ, ut 1° a corporis yinculis soluta existentiam perpetuo
continuet; 2° ut acliones sibi consentaneas exercere pergat, secus haud proprie
vivere diceretur; 3° ut sui conscientiam, et præteritarum affectionum memoriam
retineat, secus, ut iam innuimus, \itam non continuaret, sed potius novam
inchoaret, et præmii, aut poenæ capax non esset. Iam hæc in animam humanam quadrare sequentibus
propositionibus a nobis demonstralur : 205. la. Anima humana est nalura sua
incorruptibilis, ita ut separata a corpore perpetuo suum esse retineat.
Probatur. Anima humana est immaterialis ; ergo natura sua est incorruptibilis,
ac proinde nalura sua corpori post mortem superest. Consequens his s. Gregorii
Neocæsariensis, sive Auctoris Disp. De Anima, verbis demonstratur: Consequens mihi videtur,
ut quod est simplex, etiam sit immortale. Nam omne, quod corrumpitur,
dissolvitur; quod dissolvitur, compositum est; compositum multarum est
partium.... Quamobrem cum simplex sit anima, neque ex pluribus partibus
constet, quia lis, divina; homines huius vitæ unicæ partieulam hahent; post
corporis corruptionem hæc particula in vitam universalem illico transfunditur;
ex quo fit, ut homines sui conscientiam, rerumque præteritarum memoriam
amittant, hoc est personalitate expolientur. Inter hos præcipue commemorandus
est Petrus Leroux, infensissimus Ghristianæ Religionis hostis (De V humanite,
de son principe et de son avenir, Paris 1840). 2 Non alia ratione de animi
humani immortalitate alius eontinui progressus defensor Lamennais sentire
\idetur (Esquisse d' une phU losophie, Paris. nec composita esl, neque dissolvi
potest, sequitur eam incorruplibilem, et immortalem esse . 206. Hoc argumentum ex Aquinate nostro ila explicatur
: Rei corruptio duplici ratione contingere potest, nempe vel per se, vel per
accidens. Priori corruptionis generi obnoxia sunt ea, quæ ex materia, et forma
constituuntur; ipsa enim suum esse amittunt, si forma a materia separelur ;
alteri subiiciuntur omnes formæ illæ, quæ m se non subsistunt, sed quoad sui
exislentiam a subiecto corruptibili pendent, ita ut illo, cui insunt,
dissolulo, et ipsæ desinant necesse est \ Alqui anima humana eius naturæ est,
ut neutro modo interire possit ; non quidem priori modo, quia est subslantia
intellectuans: (( nulla autem substanlia intellectualis est composita ex
materia, et forma 3; neque altero, quia est forma, quæ habet essc non dependens
ab eo, cuius est forma . Ergo. 207. Confirmatur eadem proposilio tum ex
operatione, quæ intellectio appellatur, tum ex ingenito illo desiderio, quo
anima appetit semper esse. Et sane 1° intellectio exeritur eo quod inlellectus
agcns eificit speciem rei actu intelligibilem, nempe immaterialem, et idco
incorruptibilem, atque intelleclus possibilis illam, prout huiusmodi est, m se
recipit 5. lam faciens est honorabilius facto ; quocirca si intellcctus agens
facit actu intelligibilia, quæ, tn quantum huiusmodi, sunt incorruptibilia,
multo fortius ipse erit incorruptibilis, ac proinde et anima humana, cuius
lumen est intellectus agens \ Item, unum J In Maxima Bibliotheca Patrum, t.
III, p. 320, Lujrduni 1677 2 Cf Cosmol., c. V, a. 5, p. 145. Contr. Gent., ]ib.
II, c. 55. « Qq. dispp.,q. un. De Anim., a. 14 ad 9. Sanctus Doctor fibid. c.)
Hac aha ratione argumcntatur: Esse est aliquid, quod per se consequitur formam.
Ergo si forma sit subsistens, nempe talis, ut ipsa sit Uliid, quod habet esse,
nequit profecto privari esse; esse enim ab hulusmodi forma separari idem foret,
ac formam separari a seipsa id quod impossibile est. Atqui anima humana est
forma subsistens. Ergo non potest desinere esse, nempe est incorruptibilis. Cf
Dynam., c. IV, a. 4, p. 137 vol. I. « Oportet facientem melius aliquid habere
ad faciendum, quam cst id quod facit ; s. Aug., De imm. anim., c. 8, n. 14. 1
Contr. Gent., lib. II, c. 79. quodque, quod recipitur in aliquo, recipitur in
eo secunduni modum eius, in quo est . Igitur intellectus possibilis, cum in se
recipiat formas rerum, prout sunt incorruptibiles, incorruptibilis sit oportet;
ex quo conficitur ipsam animam natura sua incorruptibilem esse, nam intelleclus
possibilis est aliquid animæ . 2° Unumquodque naturaliter suo modo esse
desiderat; hinc animantia bruta, cum non percipiant esse, nisi hic, et nunc,
desiderant quidem esse nunc, non vero semper, quod non apprehendunt; e
contrario, cum anima humana vi suæ intelligentiæ apprehendat esse absolute, et
secundum omne lempus, naturaliter desiderat esse perpetuum. Atqui impossibile
est naturæ desiderium esse inane. Ergo impossibile est, ut vi suæ naturæ anima
humana ab existentia desistat 2. 208. 2a. Anima humana a corpore separata
intelligere, et velle pergit. Probatur 1° Operatio cuiuslibet rei est quasi
finis eius 3. Ergo si anima post corporis fatum est superstes, operationibus
sibi consentaneis, quæ sunt intelligere, et velle, expoliari nequit. 2°
Intellectus, et voluntas sine organis corporeis exercentur. Ergo remanent in
anima a corpore separata . 3° Experimento constat animam, quo magis a sensuum
impulsionibus seipsam avocat, eo melius actiones suas i tellectuales exercere
5. Ergo a corporis impedimentis soluta expeditius actiones illas excrcebit. 4°
Quamvis eadem sit natura animæ ante mortem, et post morlem quantum ad rationem
speciei; tamen non est idem modus essendi, et per consequens nec idem modus
operandi fi . Ergo, animæ, secundum illum modum essendi, quo corpori est unita,
competit modus intelligendi per conversionem ad phantasmata corporum, 1 Contr.
Gent., lib. II, c. 79. 2 Ibid. Qq. dispp., De Ver.% q. XIX, a. 1 c. Contr.
Gent., lib. II, c. 81. 5 Anima nostra quanto magis a corporalibus abstrahitur,
tanto abstractorum intelligibilium fit capacior (I, q. XII, a. 11 c.) Idem observavit s. Augustinus:
Quis bene se inspiciens, non expertus est tanto se aliquid intelleiisse
sincerius, quanto removere, atque subducere intentionem mentis a corporis
sensibus potuit ; De imm. anim., c. 10, n. 17. 6 De Ver., loc. cit. ad 5. quæ
in corporeis organis sunt. Cum autem fuerit a corpore separata, competit ei
modus intelligendi per conversionem ad ea, quæ sunt inteiligibilia simpliciter
; sicut et alns subslantns separatis ! . 209.
Hæc postremi argumenti conclusio, nempe modum, quo anima a corpore separata
intelligit, cum illo qui substant.arum separatarum proprius est, similitudinem
nabere, sequenti argumento comprobatur. Anima numana, ut sæpe diximus, medium
locum lenet inter substantias intellectuales, et substantias corporeas; quia
insa per intellectum attingit ad substantias intelligibiles, in quantum vero
est aclus corporis, contingit res corporaJes . Atqui omne medium quanto magis
appropinquat -uni exlremorum, lanto magis recedit ab alio; et quanto magis
recedit ab uno, tanto magis alteri appropinquat. Lrgo amma quando tolaliter
crit a corpore separata, perlecte assimilabilur substantiis separatis, quantum
ad modum mtelligendi 3 . ' 210. 3a. Anima separata a corpore perqit habere
conscientiam sui, et præteritarum affectwnum. 1 I, q., a. 1 c. ; 2 Rationem, ob
quam anima in sui creatione non ita a Deo in stituta est, ut modus intelligendi
substantiarum separatarum pro pnus ei conveniat, explicavit s. Thomas, I, q.
cit. a. 4 Cf d 234 (et Idealog., c. I, a. 2, p. 194 vol. I. ' Cf In lib. IV Sent.,
Dist. L, q. I, a. 1,ol., et Contr. Gent., iib. II c. 81. Quinam autem sit hic
intelligendi modus, ab eodem sancto Doctore ita breviter explicatur: Dicendurn,
quod anima jseparata non intelligit per species innatas, nec per species, quas
tunc abstralm, nec solum per species conservatas; sed per species ex influentia
Divini Luminis participatas, quarum anima fit particeps, s,cut et aliæ
substantiæ separatæ, quamvis inferiori modo. tnde tam cito cessante conversione
ad corpus, ad superiora convertitur. Nec tamen propter hoc cognitio, vel
potentia non est natural.s: qu,a Deus est auctor non solum influentiæ gratuiti lumi|Jis,
sed et.am naturalis (I, q. cit. ad 3). Exinde etiam patet -nunus intellcctus
agentis, et possibilis, qui, ut paulo ante adnotanmus, rcmanent in anima
separata a corpore, diflerre ab illo quod in præscnti vita obcunt. Audiatur
idem Aquinas : Operatio inie lectus agent.s, ct possibilis respicit
phantasmata, secundum quod 3St annna corpori unita; sed cum erit a corpore
separata, per in-euectum possibilem recipiet species effluentes a substantiis
supe(ionbus, et per intellectum agentem habebit virtutem ad intelngcndum ; Qq.
dispp., q. un. De Anim. Probatur prima pars. Ab immaterialitalc animæ, ut in
Dynamilogia diximus1, repetendum est quod ipsa conscientiam sui hahct. Atqui,
si ita res est, animæ separatæ a corpore potiori iure, quam coniunctæ cum corpore,
coguitio sui tribuenda est. Ergo. Probatur allera pars. Anima præsenti vita
affectionum intelleclivarum recordatur, quatenus pollet intellectu, in quo
species rerum, quas antea intellexit, conservantur, et per quem se supra se
convertit, ut actu istas species consideret. Atqui, cum anima a corpore
separatur, remanent tum intellectus, tum species intelligibiles antea
acquisitæ, quia hæ, ut diximus 2, stabiliter in intellectu recipiuntur: tum vis
convertendi se supra seipsam. Ergo 3. III. — Utrum anima ab aliqua causa in
nihilura redigi possit Hactenus demonstravimus animam humanam eius esse naturæ,
ut nullum in se habeat destructionis principium. Jnvestigandum modo est, utrum ipsa ab aliqua causa
possit suo esse privari, ita ut in nihilum redigatur. 211. la. Nulla causa
creata virtutem habet animam in nihilum rcdigendi. Probatur. Quæcumque, aiente
s. Thoma, incipiunt e-sse, et desinunt, per eamdem polentiam habent utrumque .
Atqui animæ humanæ, quippe quæ per creationem originem suam habent, ex virtute
causæ finitæ incipere esse non possunt. Ergo s. 212. 2a. Deus, si Eius potentia
absolute spectetur, 1 Cap. IV, a. 8, p. 147 sq vol. I. Reflectere se super se,
inquit s. Bonaventura, hoc est virtutis cognitivæ subliraatæ a materia ; In
lib. II Sent., Dist.
XXV, p. I, a. 1, q. 3 resol. 2 Dynam., c. cit., a. 11, p. 160 vol. I. 3 a
Reminisci, cum sit actus per corporeum organum exercituf, non poterit post
corpus in anima remanere; nisi reminiscentia æquivoce sumatur pro intelligentia
eorum, quæ quis prius novit; quam oportet animæ separatæ adesse etiam eorum,
quæ novit in vita, cum species intelligibiles in intellectu possibili
indelebiliter recipiantur ; Contr. Gent., Ioc. cit. Op. cit., lib. II, c. 55. s
In nulla creatura est virtus, quæ possit vel de nihilo aliquid facere, vel
aliquid in nihilum redigere ; Qq. dispp., DePot., q. V, a. 3 ad 15. polest
animam in nihilum redicere; sed hoc, si Eius poHntfacum alns atlribulis
consideretur, velle non potesl Probatur 1 pars. Hoc, quod Deus creaturæ esse
commun.cat, ex Dei yolunlate dependet ; ncc aliter res in esse conservat nisi
in quantum eis conlinuc influit esse. Sicut crgo anlequam res essent, potuit
eis non commun.care csse, et sic eas non facere; ita postquam iam factæ sunt,
potest eis non inlluere esse: et sic esse desinercnl; quod est eas in nihilum
redigere 2 213. Probatur 2"
pars. Deus ea velle non potest, quue cum suis attnbut.s pugnant. Alqui
destructio animæ Sap.entiæ, Bon.lati, et lustitiæ Dei adversatur. Ergo.,"
In,Pnm,s> destructio animæ Dei Sapientiæ adversatur. Quod ut mlelligatur,
memoria repetendum est destructionem animæ Deo, ut auctor naturæ est, attribui
non posse. Lten.m, ut s. Thomas argumentalur: Sic Deus unamquamque naluram
instituil, ut ei non auferat SOam naluralem propnetatem. Rerum autem immateria!ium...proprietas
naluralis est earum sempiternitas, quia Z rinT •,P?le-"a ad "r0n esse
• ul suPra osten um It ?n,.f . J?" •DOn a,,fert tralem inclinationem, E!,„?i,. ™ nd"; !la
"°n, auferl rebus P'ædictis semp.tern tatem, ut eas in n.h.lum redigat '.
Quocirca animæ destructio præter ordinem naturalem creaturis indi!um even.ret
Iam ea, quæ hoc modo fiunt, a Divina Sapientia ord.nantur ad gral.æ
manifestalionem... ; redi?ere autcm aliqu.d m nihilum non perlinet ad graliæ
firit 1T6?' CUm magis, per hoc Divina Polentia, et
B;r"1 ord.ne ur seu ostendatur, quod rcs in esse con versa nr
DeSlruct,°,8,tur anlmæ Dei Sapicnliæ ad 21o. Insupcr destructionem animæ
Sapientiæ simul ct Bon.lat. Dei repugnare hoc alio argumento conlicilur Hon.num
ammis inest vehemens perfectæ bealitatis cupidiM, quac, cum nccessana sit, et
constans, a Dco auctore -aturæ ips.s indita est, proindeque inanis esse nejuit'
' Dc hac diversa rationc, qua Potenlia Dei considcrari noipsf l!, Civ!"'
3ftcK" "' Se"'-' D!St'' q" ' 3 "'• ' Qq. dispp'., De
Pot., q. cit., a. i c. 4 I, qcil., a. 4 c. 1 Beate certe, inquits. Augus.inus,
on.ncs vivere volumus; neque Atqui nemo diffitetur nullam hac in vila esse
veram, et perfectam felicitatem, quæ scilicet expleat omnes animæ facullates.
Ergo, si Deus animam in nihiium redigeret, ac proinde altera post præsentem
vita non superesset, fruslra hunc appetilum ab Ipso singuiis hominibus insitum
esse consequeretur, atque Eum admodum crudelem, et homini inimicum fingere
deberemus, quia hanc cupiditatem hominum animis inserendo, eos maximopere
excruciaret, efficerelque brutis animanlibus deteriores, quorum appetitiones
hac in vita plenissime satiantur. Iam horum alterum Bonitati, alterum Sapientiæ
Dei repugnat; nam contra rationem sapientiæ esl, ut sit aliquid frnstra in
operibus sapientis j. Ergo destructio animæ cum Divina Sapienlia, et Bonitate
stare non potest. 216. Hæc autem altera vita perpetua sit oportet; tum quia, ut
inquit Auctor libri de Spiritu, et Anima, nullum bonum, præter summum, homini
sufficere potest2; tum quia, observante s. Augustino, bonum, quod perfectæ
beatitalis cupiditatem explere potest, tale esse debet quod ( homo) non amittat
invitus. Quippe nemo potest confidere de tali bono, quod sibi eripi posse
sentit, etiamsi retinere id, amplectique voluerit. Quisquis autem de bono, quo
fruitur, non confidit, in tanlo timore amiltcndi beatus esse qui potest ? 3
217. Huic argumento respondet Auctor Systematis na~ turæ, homines desiderare
vitam corporis, itemque esse divites, etc., nec tamen semper vivunt, nec omnes
sunt divites. At reponimus
distinguendam esse cupiditatem^nmitivam, et universalem a cupiditatibus
secundariis, et particularibus. Illa, cum omnium animis insit, a Deo auctore
naturæ originem ducit, proindeque non potest non expleri; hæ autem illi
subiiciuntur ; et quoniam ad illam contingenter referuntur, neque in omnibus
inveniuntur, neque semper expleri possunt. quisquam est in hominum genere, qui
non huic sententiæ, antequams plene sit emissa, consentiat ; De morib. Eccl., lib. I, c. 3, n. 4. i Contr. Gent., lib. III,
c. 69. 2 Cap. 14. 5 De morib. Eccl. lib. I, c. 3, n. 5. * Omnis homo
naturaliter vult beatitudinem. Et ex hac naturali voluntate causantur omnes
aliæ voluntates, cum quidquid homo vult, velit propter finem »; I, q. LX, a. 2
c. anthropologia 287 218. Quod aulem ad iuslitiam Dei atlinet, certum est neque
.mprobi.atem sua poena, ncque virtutem suo nræ S flffl„ræSe,nt' VL'a aflici;
nam ^gitiosos homines bon,s afflucre, el probos toto ætalis suæ curriculo
multis ; bem; at:^us oppressos sæp° videmus0°°° ^ SS Si np„l cums,Ioanne
Chrysostomo argumenlamur: non f?teh t.^ a!CUI- feVera CSl ' Eum iustum esse
nemo,n°n„an •;• tqU,Ls',ustus est> et his> e0 Zll'T nræm,um '»
Præse"ti vita retribui. 'm£ii aTnlemU?: ^ Aut peCCa,um est sulliciens
P°ena oeccati, aul non. S primum; ergo in hoc mundo iniuste olunU,S,if^n,n,Ur
'mpii,' S6d reh"qnendisunt omnes ut oluptal.bus hbcre indulgeanl suis;
quod quam iniquum, t urpe sit, nemo non videt. Sin allcrum ; ergo aliam os
corpor.s morlem, admit.amus vitam oporle,, ne sc,n:et,ns,gn,s improbitas sine
poena maneat'. 2° Neque mpn,n hac v,(a scelerum suorum stimulis exagitantur! e
?„ 2i'mPaCe rUUnt,Ur' "iS! aU,'a Utriuue eert0 sciun sse mdicem, qu,,n
altera vila singulos præmio vel VZ^TT^1 3° SæPe venit? t"um im ii in qui
latis fastigium atdgerint, non amplius conscienæ i slimuli eos mordeanl ; atque
e conlrario, ut iusli ravionbus anxielahbus torquoanlur. Proderit ergo per 1 De
Lazaro, Concio IV. AmSi;nqUiSi MiCer,et P°enarn peccali in eo consistere, quod
Deus aniam in mhil rcdigat, ita a nobis cum s. Thoma redar-ueretur m" ^i
I°n ntaS r°nt,a DeUm H ; ^^1"; pessima quacque flagitia vitam ducere, cum
virtus in iusto sine præmio maneat. 4° Probi homines quandoque, ne sua violent
officia, mortem ipsam oppeterc debent. Ergo nulla huic præslantissimæ illorum
virtuti merces rependeretur, si hæc dumtaxat esset recte facti conscientia,
atque nulla post præsentem vita animarn maneret1. 221. Rursus contra vim
eiusdem argumenti ex iustitia Dei depromptum obiicitur, ex ipso probari quidem
animam corporis fato superesse, non vero in æternum esse duraturam. At contra
res se habet. Et sane, quod ad præmium spectat, numquam vera forent præmia,
nisi huiusmodi sint, ut naturali desiderio perfeclæ felicitatis satisfiat. Aqui perfecta felicilas non est,
nisi æterna, ut superius probatum est. Ergo.
222. Quod ad poenam attinet, eius æternitas cum ratione non pugnat, imo
consentit. Non pugnat, quia poena peccato proportionatur secundum acerbitatem,
atque in nullo iudicio requiritur, ut poena adæquetur culpæ secundum durationem
2. Cum ratione
consentit. Etenim 1° eaderri iustitiæ ratione poena peccatis infligitur, et
bonis acti Cf Lact., Div. Inst. Epit.y lib.
III, c. 12. 2 1 2æ, q., a. 2 ad 1. Hanc rationem adhibuit s. Augustinus, ubi
eos refutavit, qui iniustum putabant, utpro peccatis quamlibet magnis, parvo
scilicet tempore perpetratis,poena quisque damne tur æterna. Quoniam idem, ac
illi veteres, Rationalistæ, inter quos Reynaud [Terre et Ciel, le ed., p.
371-391), hodie repetunt, præsta hæc pauca sancti Doctoris verba proferre:
Damnum, ignominia exilium, servitus, cum plerumque sic infliguntur, ut nulla
venia re laxentur, nonne pro huius vitæ modo similia poenis videntur æter nis?
Ideo quippe æterna esse non possunt, quia nec ipsa vita, quaax est, quia semper
defcctus, quo subtrahitur princi)ium, lrrcparabilis est...; sicut si
corrumpatur principium isivum, non potest fieri visionis reparatio, nisi sola
virute divina.... Et ideo, si per peccatum corrumpatur prinipium ordmis, quo
voluntas hominis subditur Deo, erit nordmatio, quantum est de se,
irreparabilis, etsi renaan possit virlute divina 2 . Quod cum ita se
habeat,'ita rguimus: Ideo peccato poena irrogatur, quia ordo 'per psum
evertitur; et sicut, manente causa, manet effectus a quamdiu pcrturbatio
ordinis durat, nccesse est ut tiam pocna duret. Atqui perturbatio ordinis ex
parte realuræ, uti paulo ante ostendimus, semper durat ac roinde peccatum est
quoddam malum æternum. Er"o oena mterminata erit 3. et 3° Apud Divinum
ludicium voluntas pro facto comutatur: quia, sicut homincs vident ea, quæ
exterius gnntur, ita Deus mspicit hominum corda. Qui autem proter ahquod
temporale bonum aversus est ab ullimo fine ui jn ælernum possidetur, præposuit
fruitionem temoralem illius boni temporalis ætcrnæ fruitioni ultimi rus; unde
patet quod mullo magis voluisset in æternum lo bono temporali frui. Ergo, secundum Divinum Iudium, ita punin debet, ac si
æternaliter peccasset. Nulli Jjcm dubium est, quin pro æterno peccato æterna
poena fceatur. Debetur igitur ei, qui ab ultimo fine avertitur, >ena æteiVia
. 4° Habet quodlibet peccatum contra Deum commisim quamdam infinitatem cx partc
Dei, contra quem comUtitur. Manifeslum est enim quod quanto maior per>na
cst, contra quam peccatur, tanto peccatum est graus; sicut qui dat alapam
militi, gravius reputatur, quam oaret rustico, et adhuc multo gravius, si daret
Prinpi, vel Regi. Et sic, cum Deus sit infinite magnus, ofnsa contra Ipsum
commissa est quodammodo infinita; \ %??' Gent-> Uh' ni c W-2 la 2æ, q. cit.,
a. 3 c. f Ibld— Contr. Gent., loc. cit. Philos. Ciirist. Compend. II. ? |Q unde et aliqualiter
poena infinita ei debetur. Non
autet potest esse poena infinita intensive, quia nihil creatuc infinitum esse
potest. Unde relinquitur, quod peccato moi, tali debeatur poena infinita
duratione 4 . IV.— Refutantur argumenta contra animæ immorialitatem 223. Obiic.
1° Forma non habet esse, nisi in eo, in qu est. Atqui anima humana est forma
corporis. Ergo no potest esse, nisi in corpore, ac proinde perit, perempt corpore.
224. Resp. Dist. mai.: si sit forma, quæ dependet al eo, in quo est, conc.
mai., secus, neg. mai. ; sub eadei dist. neg., et conc. min. Neg. cons. Anima,
ut sæpe d: ximus, est talis forma, quæ habet esse non dependens a eo, cuius est
forma; ac proinde, corrupto corpore, in su esse perseverat. Exinde etiam patet,
quod etsi anima, tj corpus in uno esse hominis conveniant, tamen, corrupt
corpore, adhuc remanet anima, quia, ut etiam alibi d ximus2, illud unum esse
est ab anima, ita quod anim, humana esse suum, in quo subsistit, corpori commun
cat 3 . 225. Obiic. 2° Naturalis est animæ unio cum corpon Atqui hæc naturalis
coniunctio expostulat, ut anima no nisi cum corpore existere possit. Ergo anima
separata corpore in existentia perdurare nequit. 226. Resp. Dist. min.: si
nihil obstaret ex parte corpc ris, conc. min., secus, neg. min. Neg. cons.
Sane, cum m turale sit animæ esse corpori unitam, ipsa ex sui natur 1 Opusc.
III, c. 183. Aliud pro æternitate præmiorum, et po narum argumentum desumi
solet ex eo, quod efficacia sanctionis 1 gis moralis illam exigit. Cum enim
Deus hominibus leges simul, libertatem largitus sit, consentaneum fuit, ut eos
aptissimis incit mentis, salva tamen eorum libertate, ad legibus obsequendum
mov ret. Præmia autem, et poenæ temporaneæ ad id obtinendum inep sunt; siquidem
ista, utpote et adhuc multum remota, et non perp tuo duratura, homines facile
posthaberent. Quapropter necesse
fui ut Deus præmia, et poenas numquam desituras humanis animabi statueret,
easque proinde immortales efficeret. Cf Nicolas, Z^wdes ph los. sur le
Christianisme. t. II, c. 8. 2 Cf p. 191, not. 6. 5 Qq. dispp., q. un. De Anim.,
a. 14 ad 11. xigit esse cum corpore. At, quoniam corpus est corrutibile, ipsum
recedit a dispositione, per quam est apim ad recipiendum vitam ; atque ita fit,
ut anima a Drpore separetur2. Quocirca propler corruptionem corons evenit, ut
ipsa persevcret essc sine corpore. Illud Btem monendum est, statum, in quo
anima sine corpore ustit, esse quidem præter naturam ipsius 3, quia anima t.sacpe
diximus, ex se exigit esse cum corpore, sed non nusmodi, ut animæ naturæ
adversetur ; nam anima lamsi separata sit a corpore, tamen naturalem
inclina^nem ad ipsum retmet 4. 227 Obiic. 3° Id, quod est ex nihilo, in nihilum redijri
ooq ^,U1 anima humana ex nihiJo est. Ergo.
J2H. Ilesp. Dist. mai.y ita ut natura sua in nihilum tent, neg. mai., ita ut
nisi a Deo conservetur, in nihilum digatur, conc. mai. Neg. cons. Re quidem vera tenre
in nihilum non est proprie motus naturæ, qui semr est in bonum b . Quoniam vero creatura a seipsa non istit, neque
idcirco ex vi suæ naturæ in existcntia rseverat, in n.hilum redigi non potest,
nisi quatenus sisut virtus, quæ illam in esse conservat6. Hæc au Qq. dispp.,
loc. cit. ad 20. Hinc mors, per quam anima a corpore separatur, est, docente em
Aqmnate, naturalis homini ratione corporis, non vero animæ: orma nominis est
anima rationalis, qoæ est de se immortalis: et ) mors non est naturalis homini
ex parte suæ formæ. Materia em hom.nis est corpus tale, quod est ex contrariis
compositum, quod sequitur ex necessitate corruptibilitas, et quantum ad hoc s
est hornini naturalis ; 2a 2æ, q. GLXIV, a. 1 ad 1 CUm fuerit a corP°re
separata, habcns aYvvm' C 4mc\mllonc™ naturalem ad corporis unionem ; I • tem
virtus solius Dei propria est. lam vero satis a nobis demonstratum est animi
annihilalionem cum Dei altributis contradicere. Refutalur metempsychosis
Metempsijchosis, sive transanimatio, vel transcorpo nj ratio vulgo dicta est
illa theoria, qua animarum ab un^ in aliud corpus transmigratio adstruitur !.
lam, teste D Thoma, cc omnes, qui posuerunt animas extra corpora crea ri,
posuerunt transcorporationem animarum, ut sic anim exuta a corpore uno, alteri
corpori unirelur, sicut honn r exutus uno vestimento linduit alterum2 . Sane
Plato, qui ut iam diximus3, censuit animos ex astris in humana coi pora
immissos fuisse, docuit etiam illos, qui recte vitai, egerint, ad astra
reversos vitam beatam potituros essq contra, eos, qui immoderate vixerint, in
corpora deteric, ra, et, si ne tum quidem finem yitiorum fecerint, in bru,
torum figuras suis moribus sirnillimas mutatum iri, n6; que ante ab huiusmodi
mutationibus cessaturos, quarr affectibus sedatis, ad primum, optimumque sui
habitui redierint4. Hac nostra ætate a Petro Leroux, et a ceti ris continui
progressus assertoribus metempsychosis, i in primo articulo diximus 3, ad vitam
revocata est. E adstipulati sunt Remy 6, Michelet1, Reynaud 8, et Andi
Pezzani9. lh i Palingenesia, idest regeneralio appellari quoque solet, quia
priori corpore vivere desinit anima, et in alio, quod de novo sumi vitam
auspicatur. 2 Qq. dispp., De Pot., q. III, a. 10 c. — 3 273 sq. 4 Ante Platonem
a Pythagora, eiusque discipuiis metempsycnos decretum in Græcia ubique
propagatum fuit Pythagoram vero h decretum ab Ægyptiis, aliisque Orientis
populis didicisse comper res est. Sane metempsychosi Ægyptios, et Chaldæos
adhæsisse v teres passim tradidere, eaque in omnibus Indicæ philosophiæ ScboL
æque inveniebatur. 3 278-279. 6 J)e la vie, et de la mort, par le Dr Remy, Paris 1847. i Ipse
in libro Le peuple eo impudentiæ devenit, ut ob hanc ai marum transmigrationem
inter bruta, et homines cognationem agn yerit, et bruta fratres sæpe
appellaverit. 8 Terre et Ciel, PariS 1854. 9 La pluralite' des existences de
Vame, lib. IV, c. I, p. 38b sq Paris. Ficri nequit ut unius hominis anima de
suo n aliud corpus commigret. Probatur.
Animarum numerica differentia ex ordine d ^diversa corpora, quorum sunt formæ,
inspicienda st2; quapropter si corpora sunt numero diversa, necesse st, ut
animæ sint numero diversæ. Atqui, si animæ unt numero diversæ, prout sunt
diversa corpora, fieri lequit, ut una, eademque anima, quæ aliquod corpus
nformat, in aliud corpus commigret. Ergo . 2° Si una anima diversa corpora
generata informaret, dem numero homo per novam generationem ilerum exiteret,
sive, secundum Platonem, homo non nisi anima orpore indula esse dicatur, sive
anima tamquam sublantialis forma corporis agnoscatur; sicut enim esse, ita t
unitas formam rei consequitur, et ideo illa, quorum orma est numero una, sunt
idem numero. Atqui fieri equit, ut per novam generationem idem numero iterum
xistat homo; na m, cc cum generalio, et corruptio sit mojs in subslantiam, in
his, quæ generantur, et corrumuntur, non manet substantia eadem, sicut manet in
his, uæ secundum locum moventur. Ergo absurdum est nimam, quæ hoc corpus
informat, in aliud corpus com)!grare. Quod si anima ex uno in aliud corpus
humanum ansmilti nequit, ipsius in corpus belluinum transmi^rao inter humana
deliramenta adnumeranda esl. Etenim nima est forma corporis et motor eius.
Atqui determinate formæ determinata materia debetur, et determinato mo)ri
determinatum organum, sicut quælibet ars in agenle titur propriis instrumentis.
Ergo anima humana nonisi cum corpore humano coniungi potest. Præterea, si nimæ
humanæ ad corpora brulorum informanda transent, seu brutorum formæ fierent,
operationes horum roprias exercerent, suamque naturam amitterent. Iam
Metempsychosis, ut s. Thomas advertit, Fidei contradicit, hæc um animam in
re>urrectione idem corpus resumere prædicat quod jponit ; Contr. Gent., lib.
II, c. 44. 2 Cf Ontol., c. VII, a. 3, p. 48. Ex corpore recipit esse
indiduatum; quod quia non dependet ex corpore, remanet individuatio, iam
destructo corpore ; In lib. II Sent., Dist. III, q. I a 4 ad 1 s Contr. Gent., lib. II, c. 83. i In
lib. II Sent., Dist. XIX, q. I, a. 1 sol. hoc in primis absurdum est, cum rerum
naturæ sint immotæ; deinde, si admitteretur, finis, ob quem anima ad huiusmodi
corpora deprimi dicitur, ut nempe scelerum poenam luat, et beatitudinem assequi
possit, inanis foret ; nam si animæ sint formæ brutorum, poenarum capaces non
sunt, neque mereri possunt, ut ad vitam meliorem revertantur. Quin immo ipsa
metempsychosis rueret; non enim eadem anima, quæ antea corpus humanum
informabat, sed anima diversæ naturæ corpus belluinum informaret. Si
demutationem capit, ita arguebat Tertullianus, amittens quod fuit, non erit quæ
fuit; et si quæ fuit, non erit, soluta est metemsomatosis, non adscribenda
scilicet ei animæ, quæ si demutabitur, non erit. IIlius enim metemsomatosis dicetur, quæcumque eam in
suo statu permanendo pateretur. Mirum itaque non est, si nonnulli Ecclesiæ
Patres hanc sententiam seria refutatione indignam habuerint Abiiciamus hæc, s.
Augustinus aiebat, et vel rideamus quia falsa sunt, vel doleamus, quia magna
existimantur Sunt ista, Fratres mei, magna magnorum deliramentf Doctorum.
Modus, quo ab hodiernis Pantheistis immortalitas animæ explicatur, refellitur.
lam Plotinus putavit mentem humanam ita natura sua comparatam esse, ut
paullatim ad simplificationen pervenire queat, scilicet ad illum statum, in
quo, destru cta dualitate subiecti, atque obiecti, se unum, idemquc cum Uno,
sive Absoluto agnoscat 3. Hæc doctrina, quam Plotinus magna ex parte £ Stoicis
accepit, palingenesia, sive regeneratio dicta est, eam que omnes Pantheistæ, in
primisque hodierni heghelia ni , licet diversis modis et sub diversis
nominibus, illan amplexati sunt. Hinc, ipsi, ut antea diximus s, animai^ ex eo
immortalem esse docuerunt, quod post corruptio nem corporis in Divina
substantia, sive, ut aiunt, Abso luto absorbetur. Iam, omissis vitiis
pantheismi, ex qu que. Ceterum, etsi Essentiam Dei non comprehendamus, seu non
cognoscamus, quantum in se cognoscibilis est, tamea aliqua imperfecta ratione,
ut mox dicemus, Eam atting 1 Cf Criteriol., loc. cit., p. 284 vol. I. Cf etiam
definitionem Con cilii Vaticani,quam exscripsimusin JeZeaZ.,c. I,a.9,p.214,
not. 4, vol.I z I, q. III, a. 4 ad 2. Nec hoc, idem sanctus Doctor inquit,! debet movere, quod
in Deo idem est Essentia, et Esse, ut primi ratio proponebat. Nam hoc
intelligitur de Esse, quo Deus in seips> subsistit, quod nobis quale sit,
ignotum est, sicut Eius essentia; noi autem intelligitur de esse, quod
significat compositionem intellectus sic enim esse Deum, sub demonstratione
cadit, dum ex rationibu demonstrativis mens nostra inducitur huiusmodi
propositionem deDe formare, quæ exprimat Deum esse ; Contr. Gent. THEOLOGIA
NATVRALIS nus; et quoniam inter existentiam Dei, et Eius essentiam listinctio
rationis admittenda est, optime possumus illam,:ognoscere, quin hanc adæquale
cognoscamus. > 6. 2a. Deum existere etsi sit
veritas per se nota, ta~ \nen est per se nota tantum secundum se, non vero
etiam nons, acproinde indiget demonstratione, ut anobis cognoscatur. Probatur.
Quælibet propositio, cuius prædicatum est q ratione subiecti, per se nota
dicitur. Iam propositiones ;er se notæ vel huiusmodi sunt, ut constent terminis
imiQediate notis apud omnes, e. g., omne totum est maius ]ua parte; vel huiusmodi,
ut carum termini non sint apud j-mnes noti; unde licet prædicatum ad rationem,
sive esjentiam subiecti pertineat; tamen, quia definitio subiecti on est
omnibus nola, necesse non est tales propositiojes ab omnibus concedi, e. g.,
omnes recti anguli sunt {equales. Islæ per se notæ appellantur tantum secundum
b, et non quoad nos; illæ per se notæ dicuntur non so>jm secundum se, sed
etiam quoad nos. Hoc posito, ita arpmentamur: Propositio per se nota secundum
se est, cu-,us prædicatum includitur in ratione subiecti, atque projositio per
se nota quoad nos est, cuius prædicatum injolvitur in ratione subiecti, et
nobis innotescit ratio sub-,^cti, et prædicati. Atqui in hac proposilione, Deus
exiit, prædicatum includitur in ratione subiecti ; cum nim Dcus sit suum esse,
existentia ad ipsam Eius essen-,am spectat; nobis tamen nota non est ratio
subiecti, et rædicati ; nam terminos secundum propriam rationem on
apprehendimus, atque illos invicem necessario conecti, sive esse ad ipsam Dei
essentiam pertinere, simplii mcntis obtutu non cognoscimus. Ergo hæc
propositio, }eus existit, est per se nota secundum se, nobis tamen iOn est per
se nota, sed demonstrativo discursu indiget1. 1 I, q. II, a. 1 c. Existentiam
Dei sine ulla demonstratione admitndam esse Kantius, Fridericus lacobi, atque
Lamennaisius alia ra ^ne^tuentur. Kantius enim, uti alibi diximus {Criteriol.,
c. III, a. 1, 271 vol. I), Dei cxistentiam ratione theoretica probari non
posse, d tamquam rationis practicæ postulatum fide morali illi vcritati edendum
nobis esse autumat. Iacobi autem, hodiernæ scholæ seninentalisticæ auctor, Deum
a nobis cognosci contenditnon ratione, d instinctu, nempe sensu interiori
invincibili, qui tum existcntiam ;3i, tum alia dogmata ad mundum intelligibilem
spectantia, ncc non undi sensilis existentiam nobis revelat (vid. Sermones de
Religione 7. Obiic. 1° Veritatem esse, est per se notum etiar quoad nos. Atqui
Deus est ipsa Veritas, Ergo Deum esse, e; per se notum non solum secundum se,
sed etiam quoadno, 8. Resp. Dist. mai.: si agatur de veritate communitc
accepta, conc. mai., si de veritate per se subsistente, neu mai.; item dist.
min. Detis est ipsa
veritas per se subs stens, conc. min.; est verilas communiter accepta, neg. mir
Neg. cons. Sane veritatem esse in communi ita est per gj nolum, ut nulla
demonstratione a nobis cognoscatur; qi enim veritatem esse inficiatur, iam
aliquam verilatem æi cognitionem pervenire nobis liceat, mox explicabiius.
Satis sit hic observare nullam ex eiusdem Carlesii rincipiis rationem esse, cur
idea Dei nobis innata dicen De Fide orthod., lib. I, c. 1. 2 Ideal., loc. cit., p. 214-215 vol. I.
Idipsum ex mox dicendis mplius dcclarabitur. 3 ln lib. I Sent., Dist. III, q.
I, a. 2 ad 1. 4 I, q. II, a. 1 ad 1. 5 Contr. Gent., lib. I, c. 11. Yid.
Kleutgen, La Filos. antica cspofa e difcsa, t. III, tratt. V, c. 3, § I, p. 134
sqq; § II, p. 149 sqq, oma 1867. da sit. Etenim Cartesius hæc docet: In
infinito duo spei ctanda esse, rem ipsam, quæ infinita est, et infinitioneml
quæ in re illa infinita est: rem infinitam nos posse per cipere positive
quidem, sed non adæquate; siquidem cunj finiti simus, infinitum comprehendere
non possumus : in finitionem vero a nobis cognosci negative, quatenus ab in
finito omnes limites per mentis actionem removemus1 Ex quibus ipsius Cartesii
principiis colligitur ideam re infinitæ finitam esse et quoad ipsam rem
infinitam, quiil eam perfecte non comprehendimus, et quoad infinitioneml cjuia
quod negative cognoscitur, sane non cognoscitu: infinite. Quod si idea rei
infinitæ, quam in mente habe mus, non est infinita, patet eam aliunde
proficisci posse quam a re itidem infinita; atque ideo nulla est ratio, ol quam
illa debeat esse innata. Accedit 1° quod mens irj cognitione rerum eas non
producit, sed detegit 2, aosse. Quocirca argumentatione a posteriori adhuius
ve•itatis cognitioncm nos pervenire dicendum est: Per cfeclus de Deo
cognoscimus quod est, et quod causa alioum est ; cum enim res coeperint esse,
oportct, ut ab iliqua causa sint, quæ dat omnibus esse. Ecquis, ait )amascenus, hoc
nobis non assentiatur, omnia, quac sunt, nulabilia esse? Cum ergo mutabilia sint, sane etiam creata 5>se
oportet. Si vero creata, haud dubium, quin ab aliuo opifice sint condita. Alqui
Creatorem increatum esse ecessum est; nam si Ipse quoque creatus est, aquodam
rotecto crealus erit, sicque donec ad aliquod increatum enenmus2 . 20. Ex his
autem argumcmis a posteriori illud, quod x eilecluum, sivc mundi existentia, et
natura depromiir, metaphysicum; iliud autem, quod admirabilis mundi rdo nobis
suppctit,^%52^m, seu physico-theologicum apeilatur. His argumentorum generibus
addi solet argulentum morale, quod nempe ab omnium populorum conmsione petitur.
Argumentum metaphysicum iis quinque, fo-iD Tho™ proponilur3, rationibus hic
exhibemus: l\. Frima ratio ex motu,
seu mutatione rerum mundaarum ducitur: Existit motus in rerum natura. Atqui hic \ n°nZ'fent'S Hb' m
c 49' Cf s' Bonav Lum&l; Serm. V. De Fide orth.y lib. II, c. 3. Unde scio,
inquit s. Augustinus, na vivis, cmus animam non video? unde scio? Respondebis:
Quia quor, quia ambulo, quia operor. Stulte!
ex operibus corporis agnoo viventem; ei operibus creaturæ non potes agnoscere
Creatorem ? wrr.in Ps.LXXIIT, n. 25. Cf De Civ. Dei,\\h. VIII, c. 6; Conf., lib. ij, c. 17 n.
23; De Gen. ad litt.y Jib. IV, c. 32, et alibi passim. "i ' " ac toas
,,?£ Er r^^-8-^ entibus ^o^Str^ffi-et tos rj„° bi .nutuo ca,sa simu, et
X',1:110 f""0' ' I,od dno enti° sin mstare entibus i T C ^0^8.
Silne.,Pona'n^ circulum istum ..,„ entis B, et remoum ;„n n °S' ""V
>j la 2o, q. I, a. 2 c. Cf Ontol., e. IX, a. 4, p. 66. Hoc argumentum, cum
in illud recidat, quod pht/sico-theolonieum passim appellatur, fusius in quinto
articulo proscquemur. rium existit, profecto ab existentia entis contingeniis
pcndere haud potesl. Atqui in
argumento melaphysico existentia Dei ab existentia mundi pendere adstruitur.
Ergo. 33. Resp. Conc. mai.; neg. min. Neg. cons. Sane, cum arguitur, Mundus
existit ; atqui mundus existere nequit, quin existat Deus : ergo existit Deus ;
mundum esse causam, cur Deus existat, minime adstruitur, sed mundus habetur,
uli principium cognoscendi, seu uti signum, quo cognosci possit Deum existere,
et Deus uti principium essendi, seu uti ratio, cur mundus existat. 34. Obiic. 3° nlii passim: Nulla
inter creaturas, et Deum est proportio. Ergo ex crealuris ad Deum assurgere
nobis non licet. 35. Resp. Dist. ant.: nulla est proportio entitatis, sive
naturæ, conc. ant.; nulla est proportio connexionis, et dependentiæ, neg. ant.
Neg. cons. Etenim, etsi creatura qiioad sui naluram infinite distet a Deo,
lamen potest esse proportio creaturæ ad Deum, inquantum se habet ad ipsum, ut
effectus ad causam, et ut potentia ad actum ! . Iam ob hanc connexionem inter effecturn, el causam,
non vero ob identitatem naturæ, ab existentia creaturæ existentia Dei infertur.
Hæc autem illatio rite, recteque concluditur; nam per effectus non
proportionatos causæ non potest perfecta cognilio de causa haberi, sed tamen ex
quocumque effectu polest manifesle nobis demonstrari causam esse ; et sic ex
effectibus Dei polest dernonstrari Deum esse; licet per eos non perfecte
possimus Eum cognoscere secundum suam essentiam2 . 36. Inst. Eorum, quæ sunt
relativa, et connexa, eadem ratio est. Alqui ab Enlis necessarii existenlia
nequit entis contingentis existentia inferri. Ergo a pari ne ab existentia
quidem huius potest illius existentia argui. 37. Resp. Dist. mai., si connexionis
relatio est mutua, conc. mai.,s\non est mutua, neg. mai.\ conc. min. Neg. cons.
Relatio inter contingens, et necessarium non est mutua ; ens enim contingens
postulat, ut sit Ens necessarium, a quo in suo esse delerminetur, secus absque
causa existeret ; e contrario, Ens necessarium, sibi soli suffi 1 I, q. XII, a.
1 ad 4. Cf s. Bonav., In
lib. III Sent., Dist. XIV, a. 1, q. 3 ad arg. 2 Ibid., q. II, a. 2 ad 3. cicns,
nihil in sui nalura includit, quod productionem contingentis exigat. Quod si
relatio inter Deum, et creaturas non est mutua, paritas illa, quæ obiectione
institui| tur, consistere non potest !. 38. Obiic. 4° Effeclus finilus a causa
finita potest produci. Ergo ab existentia mundi, qui est effectus finitus,
existentia Dei, qui cst infinitus, perperam colligitur. 39. Resp. Dist. anl.i
supposita causa infinila, conc. ant., secus, neg. ant. Neg. cons. Sane effectum
finilum causa finila gignere potest, ita tamen, ut Causa prima, sive infinita
subaudiatur. Etenim 1° quælibet
causa finita, et contingens cum a se neque existere, neque agere valeat.
Causam, quæ a se existit, et a qua pcndet, exigit, ut ahqucm operetur effectum.
2° Causa finita, cum non producat ex nihilo substanliam alicuius rei, sed
tantum quemdam modum essendi in substantia iam existente inducat, causam, ex
qua substanlia rei, super quam agit, e nihilo producitur, expostulat. Iam
causa, quæ a se existit, et quæ virtute producendi substanliam rei ex nihilo
pollet, infinita est. Ergo intelligi non polest, quomodo a causa finita
effectus finitus proficiscalur, nisi existentia Causæ infinilæ adstruatur.
Exinde illud etiam perspicitur, quod eisi mundus sit effectus finilus, tamen, cum
eius origo nonnisi per productionem cx nihilo explicari possit, causam postulat
infinitam. 40. Obiic. 5° A sensu distributivo, ut
aiunt, ad collectivum non valet illalio. Ergo, etsi singula entia contingentia
nequeant ex sui natura in exislentiam prodire, idem de tota serie non licet
colligcre. 41. Resp. Dist.
ant.: si de proprietatibus accidentalibus senno habeatur, conc. ant., si de
proprietalibus essenlialibus, neg. ant. Neg. cons. Cum de proprietatibus
accidentahbus agitur, non licet argumentari a singulis ad totam collectionem,
quia id, quod convenit loti collectioni, potest noii convenire singulis. At
vero, si de proprietatibus cs>enlialibus, valet argumentatio a singulis ad
lotam collectionem, illæ enim æque singulis, ac toti collectioni conveniunt.
Iam esse ab alio essentiale est entibus contin (pntibus. Ergo neque ea singula,
nequc lola ipsorum coljlectio, etiamsi infinita supponatur, possunt esse a
seipsis. 1 Cf Logic, p. I, c. I, a. 8, p. 19-20 vol. I. Declarari id potest
exemplo collectionis lapidum, quæ, etsi infinita ponatur, nihil continere
potest, quod lapidis ad ratiocinandum impotentiam excludat. V. — De argumento
physico-theologico 42. Argumentum physico-theologicum ex mundi specie, et apta
partium dispositione sumitur. Iam hoc argumentum, ut Hoockius ait, qui
copiosius velit pertractare, illi tota Physiologia est percurrenda . At nobis,
qui compendio studemus, satis est existentiam Dei ex ordine mundi generatim
spectato comprobare. 43. Itaque argumentum hoc modo conficimus: Mirificus in hoc
mundo ordo existit. Atqui, nisi Ens infinita intelligentia præditum, nempe
Deus, auctor huiusmodi ordinis assignetur, admirandi illius effectus causa
sufficiensj tollitur. Ergo 2. Quod spectat ad maiorem, res mundanæ, quemadmodum
alibi a nobis ostensum est 3, etsi variarum specierum sint, tamen ita inter se
colligantur, ut unicum, mundi systema efforment; alque non obstantibus
innumeris, variis, et partim contrariis, quibus præditæ sunt, viribus, per
causas efficienles, et finales secum invicem connectuntur, et per constantem
harum, quas inter se ha-l( 1 Theol. nat. et rev. principia, t. I, pars I, sect.
I. Sane, quælibet' res in natura attente
consideretur, nos ad agnitionem Dei ducere pot-' est. Hinc quamplurimi fuerunt,
atque sunt, qui ex uno tantum entium>i genere, e. g., ex oculi dumtaxat, aut
auris, aut manus artificio, aut| ex pluviæ, vel grandinis, aliarumque
meteorarum generatione, vel, ex sola dispositione, et cursu astrorum, vel etiam
ex insectis, etj vegetabilibus Sapientissimi Conditoris existentiam
demonstrarunt. ' Atque quo rerum naturalium studium magis perficitur, eo plura
huiusmodi argumenta a sapientibus explicantur. Gf \ Ubaghs, Inst. phil.y pars
IV, Theod., Appendix notarum, nota A. 2 Huius argumenti vim senserunt, et
prædicarunt viri omnium ætatum sapientissimi. Ex antiquis satis erit memorare
Platonem,!i Aristotelem, Ciceronem. Ex Ecclesiæ Patribus laudari inter omnes
debent s. Iustinus, s. Gregorius Nazianzenus, s. Gregorius Nyssenus, s.
Basilius, et s. Augustinus, quorum præclaram expositionem protulimus in Op. Elem. seu Inst. phil.
christ., vol. III, Theol. natur., c. I, a. 4, p. 36 sqq (vel 367 sqq alt. edit.
Neapol. 1873). Ex recentioribus meminisse iuvat rerum naturalium peritissimos
Keplerum, Copernicum, Newtonum, Eulerum, Leibnitium etc. 5 Cosmol., c. VI, a.
1, p. 147 sqq, et a. 3, p. 151 sqq. bent, rclationum harmoniam, et consensum ad
unicum filem concurrunt. Atqui
ex his ordo Universi exurgit. Ergo le ordinis mundani existentia nulla
occurrere potest dubitatio. 45. Quod autcm ad minorem attinet, in primis, cum
>rdo sit apta dispositio mediorum ad finem, liquido palet •ausam mundani
ordinis non nisi intelligentem esse posse; !iam intelligenlis est finem
præfigere, atque apta media iccommodare. Deinde huiusmodi causa infinite
intelligens, lempe Deus, sit oportet. Re quidem vera, constantia orlinis m
rebus mulationi obnoxiis subsistere haud posset me fixis legibus, quæ nec per
mutuam collisionem, nec er vicissiludincs, contrariosque eventus umquam
labeactarentur. Qui igitur ordinem constantem instituit, deNiit omnes
possibiles legum collationes prævidere, easue dumtaxat seligere, quæ numquam ad
collisionem perenirent, et nullo adverso eventu subverterentur, aut sal2m per
oppositam rerum vicissiludinem ad pristinam dipositionem redirent; hinc debuit
etiam omnes possibiles ventus, qui ex causarum activitate provenirent, omnesue
eorum concursus perspectos habere; quinimmo cum t homines partem huius ordinis
phjsici constituant, ab orumque hbera cooperatione constantia ordinis ex parte
ependeat, plurimaque entia libero eorum usui subiilantur, debuit futuras eorum
Hberas actiones prævidei Atqui prævisio omnium possibilium eventuum, atue
actionum libcrarum infinitam intelligentiam necessao expostulat. Ergo '. 46.
Obiic. Multa sunt in mundo impcrfecta, immo inuha, et noxia. Ergo ordo mundanus
Causæ Sapientissiæ attnbui nequit. 47. Uesp. Neg. ant. In primis, eoruni, quæ
in hoc undo occurrunt, si in seipsis spectcntur, nihil imperfeum dici putest.
Etenim quænam non est vel in vilissio cuhce ordinata constructio parlium ?
quinam vel in Cf Suarez Met., tom. II, dispp. 29, scct. 2. Imprudcnter noniili
philosoplu catholici nullam vim argumento physico-theologico esse docuerunt,
nisi metaphysico fulciatur. Sane huiusmodi arguJntum ea, quæ a nohis propositum
fuit, ratione, non cuiuslihet usæ ordinantis existentiam, sed causac infinitæ,
ncmpe Dei, per evincit. 'x 7 r minima plantula fibrarum contextus ? Quod si
aliqua res cum aliis nobilioribus conferantur, minus perfecta quidem sunt; at
vero hæc diversa partium perfectio a, compositionem totius plurimum confert;
aiente enim s. Ai gustino, cc ita ordinantur omnes (res) officiis, et finibi
suis in pulcritudinem universitatis, ut quod horremus i parte, si cum toto
consideremus, plurimum placeat2, 48. Insuper, monente eodem sancto Doctore, de
singi, larum rerum utilitate recte non potest iudicari, nisi earui relatio ad
totum universum perspiciatur 3. At vero nr tot, tantarumque rerum, quæ in mundo
sunt, nesjUm variorumque finium subiectionem, eorumque ad ultimun finem
relationem mente assequi non valemus. Si igitu totus ordo, singularumque rerum
nexus perspectus nobr non est, inutile, vel noxium dicere nihil possumus. i
inlrares forte, ad rem ait s. Augustinus, in officinam fij bri ferrarii, non
auderes reprehendere folles, incude malleos. Et da imperitum hominem nescientem
quidj quare sit, et omnia reprehendit. Sed si non habeat per tiam artificis, et
habeat saltem considerationem homini quid sibi dicit? Non sine causa hoc loco
folles positi sun artifex novit quare, elsi ego non novi. In officina non av
det vituperare fabrum; et audet reprehendere in hoc mui do Deum ? Ceterum, ut
aliqua ratione apprehendi po, sit, quantum in iis, quæ videnlur noxia, Divina
Sapieii tia eluceat, audiendus est D. Chrysostomus, sic inquien c Pcrv'gata est
illa sententia Tullii: [Nulla est gens tam immansueta, tamque fera, quæ •n,
etiamsi lgnoret, qualem Deum hahere debcat, tamcn bcndum esse sciats . Accedunt
historici veterum popurum. Nulli enim sunt, qui non sui populi, et aliorum,
lorum historiam scribunt, religionem referant; in assenda Dei exislentia
unanimes, licel in reliquis sæpe disntiant. Quoad autem nationes rccentioribus
temporiis detectas, pariter nulla est, quæ in admittendo Nuine non consentiat,
testibus ipsis historicis religionis stræ inimicis. Fuere quidem, qui linguæ
aliquorum pulorum haud satis gnari spcciem quamdam atheismi ler cos detexisse
putabant; verum viatores posteriores, rn magis lnstructi, eadem loca
pcragrantes, non obscura hgionis indicia invenerunt . Nec quemquam moveat
fuisse quosdam, et esse etm modo, qui nullum extare Deum putent. Etsi enim
admittalur b, tamcn argumenti vis nullo modo minui 1 Vid. Ginoulhiac, Histoire du dogme
catholique, t. I, par. I, . I, c. V, p. 21 sqq, Paris 1852. i Strom., lib. V,
n. 260. s De Legibus., lib. I, c. 8. Vid. Feller, Catdchisme philosophique,
t.I, c.l, etBrenna,Z)e gene humani consensu in cognoscenda Divinitate, par.l,
lib.I, c.II et III. 1 Qui Deum esse inficiantur, athei, uti iam diximus, '
vocantur. loniam autem diversis modis Deus negari potcst, multiplex extat
leorum genus. Si qui essent, qui ob mcntis tarditatem omni pror5 Dei cognitionc
destituantur, athei negativi dicerentur. Qui vero um ab aliis agnosci, ct
adorari non ignorant, ipsi tamen summa ellectus excæcationeEum agnoscere
detractant, aut cavillationibus lerc nituntur, athei positivi, vel dogmatici
audiunt. Ii autem, qui n verbis Deum negant, sed tarn pravis moribus vitam suam
instimt, quasi nullum timeant Deum, athei practici vocitantur. Iam •o multos osse
practicos atheos, et qui simulate, et fallaciter perisioncm de Deo in suis, et
aliorum mentibus, conquisitis undique nunculis, labefactare, et delere
conantur, lugenda experientia docti mus. Utrum autem veri athei negativi, atque
dogmatici extiterint. extent, decertatur inter Scriptores. Quæstio hæc ita
enunciari tur, quippe sicut non a raonstris forma humana, ita nec a paucis,
brutorum instar depravalis, natura rationalis inquirenda est. 54. Obiic. Opinio
de Deo ortum ducere potuit ex igno potest: 1° Sunt ne homines aliqui tam
ignari, ut Deum esse omnin( nesciant ? 2°
Num homo quisquam ratiocinando ad eam opinionun perversitatem pervenire possit,
ut re ipsa sibi persuadeat, non ess#nita corriguntur. E contrario, opinio de
existentia Dei er totum orbem diffusa, sæculorum progressu magis, 1 Vid. p.
312, not. J, ct 2. magisque
innotuit, eamque ipsi quoque sapientes, quorurr est præiudicia corrigere,
constanter lenuerunt. CAPVT II. De
natura Dei I. — Dei naluram infinitc perfectam esse oslenditur 56. Ex ipsa
existentiæ Dei demonstratione colligitui Ipsum esse Causam Primam, quæ ab aiia
non pendet et ideo a se ex necessitate suæ naturæ existit. lam e: hoc, quod
Deus est Causa Prima, quæ a seipsa est, Ip sum infinite perfectum esse oportere
planis argumenti conficitur. Quod cum ita se habeat, nostrum est primt illud
enucleare, quod Deus ex necessitate suæ naturæ se existit, deinde infinitam
Eius perfectionem evincere 57. la. Dens est ex necessitate naturæ a seipso.
Probatur. 1° Deus ex necessitate suæ naturæ existit Etenim : Omne, quod est
possibile esse, et non esse" indiget aliquo alio, quod faciat ipsum esse,
quia quan tum est in se, se habet ad utrumque. Quod autem faci aliquid esse,
est prius eo. Ergo omni, quod est possibil esse, et non esse, est aliquid
prius. Deo aulem non es aliquid prius. Ergo non est possibile Ipsum cssc, et no
esse, sed necesse est Eum esse l . 2° Existit a se. Ei sane, in iis, quæ ita
sunt necessaria, ut causam suæ nt( cessitatis habeant, hanc causam priorem eis
esse oportel Atqui nihil prius Deo esse potest. Ergo Deus non habi causam suæ necessitatis, ac
proinde ita necessario est, i a se, et non ab alio sit2. 58. Ex hac
propositione illud, veluti corollarium, ir fertur, quod Esse Dei sit ipsa Eius
Essentia. Etenim i lud, cuius esse est aliud ab essentia, aliquarn sui esse cai
sam agnoscit. Cum igitur Deus
habeat esse a se, et no ab aliqua causa, dicendum est Eius Esse esse ipsam Eiu
essentiam 3. Hinc Deus dicitur ipsum esse per se subsistem ila nempe, ut per
ipsam suam essentiam existat. 59. 2a. Divina Natura omnes possibiles perfectit
nes complectitur. Probatur. 1° Deus est rerum omnium, quæ sunt, sterc dcbent.
2° Cum Deus sit ipsum e, ",ubs>stcns, nihil dc pcrfectionc essendi Ei
deessc potest lic pro.nde habet esse secundum perfectam rationem ' A ui haberc
esse ; secundum perfcctam rationem, idem est,c ommbus pollere perfectionibus ;
nam, cura pcrfecrto;es esse denotent, c. g iustitia esse iustura, sapientia e
te'l"nm1elC-'l-ub,.erU tota Pleniludo essendi, ct totTus -m d do'olb' ent oranis
Pcrfectio.Ergo. I W. i rop. 3 . Deus est simpliciter inplnitus, ita ut nul plk,
%S6A et V^rfectionibus limes assignari possit. IProbatur. 1° Deus uli antea
diximus, esse secnndum .. rfcctara rationem habet. Atqui limitcs non aliud°quam
I quem defcc ura essendi denotant. Ergo in Esse, hpT lciombus Dci nullus potest
limes præstitui. 2 Omnis gtus, ct perfectio lerminis definitur vel intrinsece
ex sub cio, in quo recip.tur, quidquid enim recipitur, per mo m recipienhs
recipitur, vcl extrinsece a causa, a uua oducjtur Atqu, Esse, ct Perfectioncs
Dci neque in T Mio sub.ccto rccipiuntur, quia Deus, quemadmodum a • juis
ostensum est, est ipsum suum esse subsistens ne ie ab aliqua causa pendent. Ergo 3. |Art. II.— Heghelianorum error circa Dei
inGuitatem refellitur i61. Secundum Heghelium, aliosque Transccndentales
Irmamæ, quibus in Gallia Vacherotus, Benanus, ali? I auoTdhs,!naaHiiHXem,?!0
Cal°riSl Ct calidi decIarat: Manifestum i 'deo es „ T i, dUm "°n habcat
totam Vd"m calidi, Ised • ',?.", °r n°n Partlc'Patur secundum
perfectam ratio irtil 1, '°r.CSSC,t pCr SC subsists. nn posset ei aliquid
deesse r ute calor s: unde, cum Deus sit ipsum csse per se subsistens •i I de
perfect.onc essendi potest Ei dcesse ; I, qP IV, a. 2 c ' tl s. fliom., I, q.
VII, a. 1 c. toruT IT.J^J™?™ Pcrfcctissi'"'>' i communi etiam tam
torum, quam mdoctorum sensu manifcstum cst. Omncs in m MTS ' CCrtatin' Lpro
eeentia Dei dimicanl; ncc quis N e t It „'„r,tCSt' qU1 h0c Dcum crcdat cssc. qo
meliusV us om„ h„,C n °mnCS DC„Um C0nscntil"'t csse, quod ccteris m
omn.bus anteponunt ; De Doctr. Christ., lib. I, c. 7. n. 7. ' Philos. CnRisr. Compend.
It.' qj que se adiunxerunt , Absolutum, sive Deus ea ratione in finitus, seu
indeterminatus est, ut aliquid reale, seu, ij aiunt, personale esse non possit.
62. Absurdum est Deum esse infinitum ea rationt qua ab Heghelianis explicatur. Probatur. Sciendum in primis est indeterminationem
ess vel privativam, vel negativam. Privativa ea est, qua enf cum actu non sit
hoc, vel illud ens, seu ens individuui i et singulare, natura sua ita
comparalum est, ut hoc, ai I illud ens esse, sive per hoc, aut illud ens
determina; j queat. Negativa vero ea est, qua aliquid est simplicite I eos,
quod per se subsistit, quodque idcirco, cum sit i] 5. Obuc. Jnfinitum totum
esse in se complectitur. Ereo i nulla re, quæ extra Ipsum sit, distingui
potest. M>. Kesp. Neg. cons. Et sane, summa perfeclio, quæ otum esse
continet, minime prohibet, quominus Deus ab llns ex ralpsum distinctus dicalur;
siquidem Deus totum sse continet, non quatenus Eius esse cum esse, quod pror.um
rebus extra Ipsum est, confunditur, eas enim perxtiones, ex quibus hæ
constituuntur, ut mox dicemus iversa prorsus ratione Deus complectitur; sed
quia eius 1 Quodlib., VII, a. 1 ad 1. Ibid. Hinc alibi (In lib. I Sent., Dist.
VIII, q. IV a. 1 ad 2) ise Z2Per Tm ESS1 absolutum n™ ^tum esse,\ed aliquid ise
Unde monet cavendum esse ab illorum errore, qui Deum Z eniemlIUd GSSe
"nniVerSa,e' qU° UUælibet res fomaSe™ ki ?hSv 7 "' qU°d DeuS est>
huius conditionis est, ut nulla tinctu TJGri P°SSiL UndG Per iDSam Suam Puritatcm'
est esse tionis mJ,°T e^j.P.roPter uuod in Commento nonæ Propo loms Hbn de
Causis dicitur, quod individuatio Primæ Causæ E c l l? enlatn ^Vr? Pero pUram
Bonitate Iicet >gitctur absque additione, Ua dXenr reH;eCCptlblIitate
additionis est-' nam si animali um vZ n tddl P°SLet' genuS non esset E
contrario, Di rJSnm n.. SqUC additione non solu™ cogitatione, sed ctiam,eptl
h\vZTaaLel n°n S°lum absque additione, sed etiam absque -eptibilitate
additionis ; Contr. Gent., lib I c 26 modi est, ut nihil addi Ipsi queat, per
quod ad aliqueu modum entis determinetur; ex hoc ipso autem, quod noi recipit
aliquam adolitionem, individuatury et a cunctis alii dividitur l. Quanam
ratione perfectiones creaturarum Dco sint attribuendæ 67. Perfectionum aliæ
dicuntur absolute, vel simplicitei simplicesy aliæ secundum quid. Priores sunt,
quæ secun dum propriam notionem consideratæ nullam includun imperfectionem,
neque cum meliori perfectione pugnant e. g., vita, sapientia. Posteriores vero
sunt, quae licet in tra genus suum perfectae sint, tamen in ipso sui concepti
aliquem complectuntur defectum, et cum aliis excellen tioribus pugnant; e. g.,
esse corpus1. 68. Iam perfectiones, quae purae, et simplices sunt, s||
spectentur secundum illud, quod in sui conceptu deno tant, formaliter, hoc est,
aiente s. Thoma, secundum ve\ rissimam sui rationem 3, in Deo continentur,
secus Deui infinite perfectus non esset. E. g., sapientia, si considel retur in
sui conceplu, prout nempe est cognitio per al tissimas causas attingens simul
unico actu principia, e conclusiones, formaliter in Deo reperitur, quia nihil
im perfectionis in se claudit. Hinc Deus absolute bonus, iu stus, sapiens
appellatur. Ob eamdem rationem perfectio nes secundum quid, cum in ipso sui
conceptu defectun aliquem includant, non formaliter, sed dumtaxat eminen tery
excellentiori nempe ratione, Deo sunt attribuendae 69. Diximus perfectiones
absolute simplices in Deo for maliter contineri, si considerentur secundum
illud, quodi'. sui conceptu denotant. Nam si spectentur secundum ean rationem,
qua in creaturis sunt, plures complectuntur im perfectiones; e. g., sunt
qualitates, quae intendi, et re mitti possunt, limitibusque circumscribuntur;
ac proind non secundum eam formam, qua in creaturis existunt sed modo
eminentiori in Deo continentur. Quapropter sta tuendum est perfectiones
creaturarum, cuiuscumque ge neris sint, eminentiori ratione Deo esse
attribuendas i Qq. dispp., De Ver., q. XXI, a. 4 ad 9. 2 Cf s. Anselm., Monol., c.
15. 3 In lib. I Sent., Dist. II, q. I, a. 2 sol. U Oportet quod omnes
nobililatcs omnium creaturarum invemantur in Deo nobilissimo modo, et sine
aliqua imperfectione . 70. Ex his intelliges, quod sicut tempus additum
aeernitati durationem ipsius non auget, quia omnes duralones llli inferiores in
ea eminentissimo modo continenur; ita Dcus, et creaturac non sunt aliquid
perfectius, !|uam solus Deus, quia lota creaturarum perfectio in Deo
>erfectissimc continetur2. Audiatur Aquinas noster: Boium creatum addilum
bono increalo non facit aliquid naius ; quia si duo participantia coniungantur,
augeri >otest ln eis quod participatur, sed si participans addatur i, quod
per essentiam est tale, non facit aliquid maius; icut duo calida adiuncta ad
invicem possunt facere mais calidum; sed si esset aliquid, quod esset calor per
essntiam subsislens, ex nullius calidi additione intendereir. Cum ergo Deus sit
ipsa cssenlia Bonilatis, omnia au;m aha bona per participationem, ex nullius
boni addione fit Deus magis bonus, quia cuiuslibet rei alterius onitas
continctur in Jpso 3 . IV. — Modus oxponitur, quo Dei nalura a nobis
cogaoscilur 71. Ex iis, quae adhuc de Divinis Perfeclionibus deliivimus, quonam
modo ad illarum cognitionem perveniaus, facile est coniicere. Sane ex ipsa
existentiae Dei de klbid. Hinc Arcopagita docet omnia de Deo affirmari
quodam)do, et negari, Illumque vocat omnium positionem, et omnium latto)iem;
quia cminenter ponit omnia, tamquam omnia continens formaliter omnia aufert,
quia omnem rationem formalem crean, ct finitam a se cxcludit ; De Div. Nom., c.
13. Et s. Au^unus: Omnia
possunt dici de Dco, et nihil digne dicitur de Deo. tiil latius hac inopia. Quaeris congruum nomen, non invenis; aeris quoquo
modo dicere, omnia invenis : In Ioan. Ev. c Ili ct. XIII, num. 5. '• Adnotandum
hic cst cum s. Thoma eminentiorcm illum modum, 3 Dcus crcaturarum perfectioncs
in se complectitur, non solum conimunihus. et gcnericis, sed etiam
individualibus earum ratio iUS esse intelligcndum. Omnia in Deo praeexistunt,
non solum linium ad id, quod commune est omnibus, sed ctiam quantum Bi,
sccunilmn quae res distinguuntur ; I, q, XIV, a. 6 c. Qq. dispp., De malo, q.
V, a. 1 ad 4. monstratione colligimus, Ipsum esse Causam Primam,quamnia, quae
sunt in mari, quae volant per aerem; non ;;st hoc Deus: quidquid lucet iu
coelo,..., ipsum coelum, lon est hoc Deus: Angelos cogitas..., non est hoc
Deus. pt quid est ? Hoc solum potui dicere, quid non sit . 73. Verum, quamvis
notitia, quae negatione constat, [fnagis congrua, quam quae affirmatione,
dicenda sit, non ideo tamen cum Iul. Simon 2, aliisque inferendum est ni^il de
Dei natura a nobis sciri posse. Etenim cum ea, quæ Ireaturis insunt, de Deo
negantur, Ipsi excellentia perlectionis quovis defectu immunis adscribitur, ac
proinde Uæ negationes abundantiam, et excessum præseferunt. | ipposite sanctus
Damascenus, postquam enuntiavit conjenientius esse ita de Deo aliquid
prædicari, ut Ei jmnia detrahantur, quippe nihil est eorum, quæ sunt »; jubdit,
non ut nihil sit, sed ut sit supra omnia, quæ •unt, lmmo vero supra ipsum esse
3 ». 74. Nisi quod, ut ex iam dictis patescit, hæc, quam Je summa Natura Divina
per rationem naturalem nobis aomparamus, cognitio nonnisi admodum manca, et
rudis st; siquidem mens nostra ad naturalem cognitionem Dei jonnisi per
similitudines a rebus creatis arreptas assurlere potest ; per effectus autem
non proportionatos causæ m potest perfecta cognitio de causa haberi .
Quapropter ukimum, et perfectissimum nostræ cognitionis in hac Mta in hoc
consistit, quod de Deo cognoscimus quia Ht, et quod causa aliorum est, et aliis
supereminens, et p omnibus remotus 5 ». V.— Quænara ex Divinis Perfectionibus
veluti Essentiara Dei constituens a nobis intelligatur 7o. Perfectio illa, quam
primam in unaquaque re esse imcipitur, ac veluti radicem ceterarum ipsius
perfectioim, atque per quam res a ceteris distinguitur, essentia 1 Enarr. in
Ps. LXXXV, n. 12. 3 LZ
^onnatureile, par. 1, c. 2, p. 34 sqq, Paris 1857. . iJG Fide orthod., hb. I, c. 4. Cf p. 310 8 Contr. Gent., Ub. III, c. 49.
appellatur. Iam etsi perfectiones omnes in Deo, uti mos demonstrabimus, Eius
Essentiam constituant, tamen no bis, qui non possumus Eas uno mentis intuitu
comple cti, inquirere licet, quænam ex ipsis tamquam Divinan Essentiam
constituens spectari possit. 76. Aseitas, sive esse a se tamquam Essentiæ Di
vinæ constitutivum assignari potest. Probatur. Aseitatem tamquam aliquid primum
in Dec esse concipimus; nam si aliud prius aseitate in Deo ess\ ideo autem
nihil Deo addi potest, quia est Ipsum esse, e] proinde Ens a se. Denique
Aseitas, ut ex primo articul constat, tamquam ratio intelligitur, ex qua omnes
per fectiones in Deo esse debeant. Ex hoc, ait idem Aqui nas, quod Deus est
ipsum esse per se subsistens,...opor tet, quod totam perfectionem essendi in se
contineat 2 Ergo. 77. Accedit, quod, docente s. Hilario, « nobis loquen dum non
aliter de Deo, quam ut Ipse ad intelligentian nostram de se locutus est 3». Iam Moysi interroganti, qui
esset, respondet: Ego sum, qui sum. Sic dices filiis Isræl Qui est, misit me ad
vos 4. Quibus verbis lamquam pro prium Naturæ suæ characterem, ens per
essentiam, a, alio independens, nempe aseitatem a nobis concipiendan esse
designavit 5. CAPVT III. De attributis Dei, et primum de iis, quæ absoluta
dicuntur 78. Perfectiones, quas ab Essentia Dei
secundurn no strum concipiendi modum manare intelligimus, Attribut Dei
nominamus. Ex iis quædam dicuntur absoluta, uf Sapientia, Bonitas, atque hoc
nomine ab iis distinguun Contr. Gent., lib. I, c. 26. °I, q. IV, a. 2 c. De
Trin., lib. V. 4 Exod. III, 14. s Gf s. Damasc, De Fide orthod., lib. I, c. 12.
tur, quæ appellantur relativa, quia aliquam Dei perfe;tionern sigmficant cum
relatione ad creaturas, vel nojus cum relatione creaturarum ad Deum, siquidem
uti ihln adnotavimus «, creaturæ realem ad Deum habent realionem, non Deus ad
illas. De his pauca attingemus, ieteraque Iheologis disputanda relinquimns. I.—
De Simplicitate Dei 79. Nomine simplicitatis illud attributum intelligimus, juo
a Deo quæcumque compositio sive physica, sive meaphysica, sive logica
removetur. Gompositio physica ea Wt, quæ ex parlibus re ipsa distinctis
exur-it. Metaphvtca pertinet ad ea omnia, in quibus potentia et actus,
ubstantia et acadentia, essentia et existentia, atque attrimta dislinguuntur.
Denique compositio logica dicitur de ebus, quatenus hæ sub aliquo genere
continentur, ita ut !X«nCnprC' d,fferentia constent. j 80. Quodvis compositionis genus a
Deo removeniUtn est . Probatur ex eo, quod Deus summe perfectus est. Sane,in
quohbet genere tanto aliquid est nobilius, quanto imphc.us; sicut, iq genere
calidi, ignis, qui non habet ali uam pcrm.xlionem fngidi. Quod igitur est in
fine noilitatis omnium entium, oporlet esse in fine simplicitatis. E?ma„0.n '
qU°d eStxrnnfine nobili^tis omnium entium, otest" ' a igitUr comP°sitio Ei
accidere (.81. Speciatim autem quoad singulas compositionis spepes, tres
sequcntes propositiones demonstramus : Frop. 1. Quævis physica compositio Deo
repuqnat. Probatur ex eo, quod Deus est primum Ens. Re quijem vera, (« amm., a. 6 c. 3 Cf Op. cit.f q.
un. De sp. cr., a. l c. ab essentia realiter distinguitur, non exislunt per
ipsan suam essentiam, sed habent esse per participationem. At qui Deus per
ipsam suam essentiam existit. Ergo. Præ terea, cum existentia sit actus
essentiæ \ si essentia De ab Eius existentia distinguerelur, illa ad istam se
habe ret ut potentia ad actum, ac proinde Deus realiter e: actu, et potentia
componeretur; id quod, uti osteedimus absurdum est 2. 86. Tertio. Attributa
Divina neque ab Essentia, nequ ab se invicem realiter distinguuntur. Re quidem
vera Deus per ipsam suam Essentiam perfectionem essendi, a proinde omnes
perfectiones, sive attributa habel. Erg Attributa Dei ab Eius Essentia non
distinguuntur. Adhæcl si Attribula ab Essentia Dei distinguerentur, hæc illairi
perficerent, novumque esse ipsi adderent: quod sane Di' vinæ Naturæ prorsus
repugnat 3. 87. Quod si attributa Dei ab Essentia non distinguun^ tur, ea ne
inter se quidem distingui consequitur 4. Ih Deo est sapientia, bonitas, et
huiusmodi, quorum quod1 libet est ipsa Divina Essentia, et ita omnia sunt uiiud
re 5 . Idipsum ex eo amplius declaratur, quod altribut H inler se distincta
diversos modos essendi significant, quo! profecto in Deo, qui est ipsum Esse,
ponere absurdum est6 Cf Ontol., c. II, a. 1, p. 13. 2 Cf s. Thom., I, q. III,
a. 4 c. 3 Perfectio Divini Esse non attenditur secundum aliquid addi tum supra
ipsum, sed quia ipsum secundum se ipsum perfectun ^t. Bonitas igitur Dei non
est aliquid additum suæ substantiæ sed sua substantia est sua bonitas ; Contr.
Gent., lib. I, c. 38. Nos hic non loquimur de attributis, quæ relativa ab intra
api pellantur, nempe Paternitas, et Filiatio, Spiratio activa, et Spiratl
passiva; Paternitas enim et Filiatio, item Spiratio activa et passiv; inter se
invicem opponuntur, atque ideo inter ipsas realem distin ctionem intercedere
Fides docet. 5 In lib. I Sent., Dist. II, q. I, a. 2 sol. p Deus, egregie ad
hanc rem s. Augustinus inquit, multiplicite quidem dicitur magnus, bonus,
sapiens, beatus, verus, et quidqui aliud non indigne dici videtur; sed eadem
magnitudo Eius est, qua, non sunt ; Conf., lib. VII, c. 11, n. 17. 3 I, q. XII,
a. 4 c. inhæret, esse, et intelligi potest. Nomen substantiæ, ait s. Thomas,
imponitur a substando ; Deus autem nulli substat1. Quare, cum categoria
substantiæ e rebus finitis in Deum transfertur, duo, uti Henricus Gandavensis
advertit, in ea mutantur, quæ aliquam imperfectionem habent, et tertium manet,
quod perfectionem denotat. Ea,
quæ mutantur, sunt, primo, quod substantia Divina, secus ac substantia creata,
esse ab alio non accipit; secundo, quod non est, uti substantia creata,
subiectuni accidentium. Illud vero manet, quod esse in alio non habet, seu quod
in se subsistit 2. Quare Scholastici post Dionysium Areopagitam 3, et Boetium
4, ut hunc perfectum, quo Deus substantia est, modum designarent, lpsum non tam
substantiam, quam supra omnem substantiam dicendum esse sanxerunt 5. 93. Ex
hac, quam demonstravimus, tertia propositione, tamquam corollarium, deducitur
haud posse Deum defi niri: Omnis enim diffinitio ex genere, et differentia constat
. . . ; ostensum est autem quod Divina Essentia non concluditur sub aliquo
genere. . . Unde non potest esse Eius aliqua diffinitio G . II. — De
immutabilitate, atque æternitate Dei 94. Nomen mutationis, aiente s. Thoma,
ostendit esse aliquid aliter se habens nunc, quam prius a . Iam ex summa Dei
simplicitate, et infinita perfectione mutatio 1 In lib. I Sent., Dist. VIII, q. IV, a. 2
sol. 2 Op. cit., a. XXXII, q. V, n. 19. Cum hæc ita se habeant, liquet ss.
Patres, et Scholasticos pugnantia secum haud composuisse eo quod Deum esse
substantiam modo asseruerunt, modo negarunt. Etenim, cum ipsi substantiam,
prout denotat esse, quod essentiæ subest, et quod subiectum accidentium est,
considerarunt, Deum non posse dici substantiam docuerunt. At cum consideraverunt
substantiam, prout non esse in alio denotat, non modo Deum esse substantiam,
sed etiam quidquid in Deo est, nonnisi substantiam esse statuerunt (ef s. Aug.,
I)e Trin., lib. VII, c. 4, n. 9, et De Fide, et Symb., c 9, n. 20); immo Deum
potiori iure, quam ullas res creatas, substantiam dicendum esse, quippe quod
Ipsi perfectus actus subsistendi convenit. Cf s. Bonav., ln lib. I Sent., Dist. XXIII, a. 1, q. 2
resol. 3 De Divin. Nomin.,
c. 1. — De Trin., lib. I. 5 Cf s. Thom., Qq. dispp., De Pot., q. VII, a. 3 ad
4. 6 Comp. TheoL, c. 26. ' Contr. Gent., lib. II, c. 17. iem cuiuscumque
generis ab Ipso amovendam esse nromm est mtelligcre. ! 95. Neque in natura Dei, neque in Eius decretis vla
mntatio adstrui potest. Probatur prima pars. 1° Deus, cum sit primum Ens, st
ipsum esse absquc alicuius potentiæ permixtione. Atiii ipsa notio mutationis
aliquam præsefert potentialitæm; nam omne, quod quocumque modo mulalur, est
liquo modo m potentia . Ergo. 2° Subiectum, quod lutatur quantum ad aliquid
manet, et quantum ad aliuid transit, sicut quod movetur de albedine in
nigrediem, manet secundum substantiam 2 ; ac proinde quamam composilionem
saltem ex substantia, et accidente in ) admittit. Atqui Deus, utpote
simplicissimus, quamcumue respuit compositioncm. Ergo. 3° Illud, quod mutatur,
31 ahquam formam acquirit, vel amittit. Atqui nulla )va pcrlectio Deo acccclere polest, et nulla
demi, cum eus sit simphciter infinitus, et omnes perfectiones esnlia sua m se
continet. Ergo 3. 9G. Probatur altera pars. Mulatur decretum voluntatis,
latenus cognoscitur eius mutandi ratio, quæ anlea ignoibatur; quocirca
innovatio consilii voluntatis ex eo orir, quod intellectus ab initio non omnia
diligcnter per'iidit, nec omnia singillatim novit. Atqui Divino Intelctui omncs
rerum connexiones in qualibet temporis cirimslantia pos^sibiles innotescunt.
Ergo. 97. Obnc. 1° Deus poenitere, et irasci dicitur. Atqui Qft "lax,mum
mutationis argumentum sunt. Ergo. J. Kesp. Dist. mai. : extrinsece, et quoad
effectum, ic. mai., mtrinsece, et quoad affectum, neg. mai.) sub fiem dist.
neg. ct conc. min. Neg. cons. Neque enim, egrogie monet s. Ambrosius, Deus
cogilat sicut homih ut ahqua Ei nova succedat sententia ; neque irasci I, q.
IX, a. 1 c. ^ lhid. Hoc Dei attributum s. Bernardus præclaris his verbis
declara Deus hanc sibi vindicat meram singularemque suæ Essen'Bimplicitatem, ut
non aliud, et aliud, non alibi quoque, et a!ibi, ne modo quidcm et modo
inveniatur in Ea. Nempc in semet æns, quod babet, est; et quod est, semper et
uno modo est. In multa in unum, ct diversa in idem rediguntur, ut nec de
wositate rerum sumat pluralitatem, nec alteraiionem de rarie sentiat ; /n
Cant., Serm. 80, n. o. Pbilos. Ciirist. Compend. II.' 10 tur quasi mutabilis:
sed ideo hæc leguntur, ut exprima tur peccatorum nostrorum acerbitas, quæ
Divinam mej ruit offensam, tamquam eo usque increvit culpa, ut etiar Deus, qui
naturaliter non movetur aut ira, aut odio, arj passione ulla, provocalus
videatur ad iracundiam l . 99. Obiic. 2° Deus alternis vicibus diversa, imo
oppc sita vult. Ergo mutabilis est. 100. Resp. Dist. ant., ita ut successio
illa, et varieta; spectet effectus Divinæ Voluntatis, conc. ant., ipsum actui^
Voluntatis Dei, neg. ant. Neg. cons. Sane, etsi ea, quai Deus decernit, sibi
succedant, et interdum cum mutui oppositione eveniant, tamen Voluntas Divina,
quippe qusj æternitate, et unico actu voluntatis illa decernit, imnu bilis
permanet. Aliud est, scite ad hanc rem mon: s, Thomas, mutare voluntatem, et
aliud est velle aliqui rum rerum mutationem. Potest enim aliquis eadem vi, fuit
et erit; quia et quod fuil, iam non esl; et quod rit, nondum est: sed quidquid
ibi est, nonnisi esl2. 107. Deus est
ælernus. Probatur. Dei existentia, ac vita nec i nitium, nec finem, ec
successionem ullam in se admittere potest. Alqui id 3ternilatis notionem
præbet. Ergo. Et sane in primis, eus, cum ita natura sua necessario existat, ut
non exiere non possit, semper extitisse debet; alioquin, si aliaaiido
incepisset esse, cum prius non existcret, tunc non isentia sua, et necessario,
sed contingenter solum exieret, atque illud esse, quod habet, ab alio
recepissel. 108. Ila quoque perspicue apparet, quod Deus ipse scmJr existere
debebit; alioquin si aliquando desinere post, non essentia sua, ac nccessario,
sed conlingenter exieret, ac illud esse, quod habct, ab alio ipsi auferri post,
Eiusque duratio ab alio penderet; id, quod ab Entis scessarii natura
manifestissime abhorret. 109. Denique Dei aeternitas quamcumque successionem
spuil. Nam 1° ubi nulla cst mutatio, ibi nulla est sucssio ; in Deo autem nulla
mutatio est. 2° Id ipsum ex nnimoda perfectione Dei cvidenlissime consequitur.
Etim ens, cuius duralio, ac vila successive evolvitur, per tales aclus, quos
successive promit, successive ad se rljciendum tendil, siquidem vivens per vitales
acfus seStipsum perficit. Atqui Deus est ens absolute perieim. Ergo ab Eius
duratione, ac vita successio quaevis lovenda est. Quocirca Dei aeternitas dififerentias omncs cludil,
quae in tempore dislingui solent, alque ideo I, q. X, a. 1 ad 2. Enarr. in ps.
C/, Scrm. II, n. 10. 342 THEOLOGIA NATVRALTS neque prius, neque posterius in ea
admitti possunt, seIum rerum compagi actu praesens sit ; Divina tamen
tomensitas, quemadmodum paulo ante innuimus, aliorum tttributorum instar,
infinita esl; nam omnibus rebus posbilious praesentiam suam exhibendi virlutem
habet 3 Exfcde quoque intelligitur Deum ab aeterno immensum esi, quamvis
effectum nullum extra se produxisset, nulque promde rci extrinsecae praesens
esset ; quia nimiim ab aeterno res produccre, ipsisque adesse poterat. eque ex
eo, quod Deus incipit, vel desinit csse in re, iquarn mutat.onem Deo advenire
argui potesl; nam hoc, ente Seraphyco Doctore, solum est secundum rei
muitionem, non secundum mutationem Eius, ut pula si >re illuminato,
inlelligatur creari cryslallus, radius inpit esse m eo, et, crystallo amoto,
desinit esse, nnlla cta mutalione m radio. Deus extra mundum eodem modo
est, quo fuit, an Moral., Iib. XVI, c. 5. 2 De Fide orthod., lib. I, c. 8. 0
lllud, monet s. Bonaventura, cogitandum est, quod Divinum •se sicut non potest
cogitari habere terminum in duratione; sic non tfest cogitari, nec debet habere
terminum in existentia, et praentiahtate. Et sicut non potest cogitari habere intercisionem in
duttone sic nec in praesentialitate ; ibid., c. 1, q. 3 ad arg. ' Ibtd., a. 1,
q. 2 resol. Item, quemadmodum subdit ipse sanctus •ctor, (( cum res movetur,
Deum non dimittit, nec ad Deum acait, nec Deus cum re venit; quia sic est in
re, ut sit extra rem 3in; ; ideo nec res Eum dimittil, ncc novum invcnit. Et hoc est inligilMJe, si quis
potcst intelligcrc, quod Deus sit immensus,simplcx m imtus. Quia enim est
immensus, ita est intra, quod extraquia jplex, secundum unum, et idem est
intra. et extra; quia infinitus 0 nec dim.ttitur, nec acquiritur aliud in re,
nec ab ipso itur ad 'Um cum dimittitur, ut alibi, et alibi inrenialur ; Ibid.
ad arg. tequam ipsum mundum crearet. Antequam, ait s. Au gustinus, Deus faceret
coelum et terram, ubi habitabat In se, et apud se habitabat !. Et s. Bernardus
: Ut erat Deus, antequam mundus fieret ? Ubi nunc est. No est, quod quaeras
ullra, ubi erat ; praeter Ipsum nih eral: ergo in seipso erat 2 . IV. — De scientia Dei 115. Tria circa Divinam
Scientiam enucleanda suscip mus, nempe illius existentiam, obiectum, et
proprietate in quorum tractatione illud s. Augustini memorare pra lbid., a. 9
c. " Ibid. ad 2. ' Ibid. 8 Ibid. c. Quoad animi cogitaliones, ait etiam:
Sicut Deus cognocendo suum esse. . ., cognoscit esse cuiuslibet rei; ita
cognoscendo uum intelligcre, et Yelle, cognoscit omnem cogitationem, et
voluniatem ; Contr. Gent., lib. I, c. 68. Iamvero, licet scientia Dei, ut nox
dicemus, sit in se simplicissima, et maximc una, nihilominus secundum divcrsam
babitudinem, quam concipimus habere ad sua Ex his consequitur 1° Deum cognoscere
infinita. Etenim Deus suarn virtutem perfecte cognoscit. Virtuc autem non
potest cognosci perfecte, nisi cognoscantur om-| nia, quae potest; cum secundum
ea quantitas virtutis attendatur. Sua autem virtus, cum sitjinfinita, ad
infinita se extendit. Est igitur Deus infinitorum cognitor . 2° Co-J gnoscere
etiam futura contingentia, et libera; cum eninii ut cum Aquinate ioquamur, cum
a Deo, prout actu est in sua praesentialitate, cognoscatur, sic necessarium
erit esse', sicut necessarium est Sortem sedere ex hoc, quod Sortes sedere
videtur. Iam baec necessitas contingentiam rerum haud toiiit, siquidem non est
necessitas absoluta, sed consequens, qua nempe omne quod est, dum est, necesse
est esse, Quare, sicut haec enunciatio, Quod videtur sedere, necessi est
sedere, accipienda est in sensu composito, non autenc in sensu diviso, ita hæc
enunciatio, Quod Deus scit faciendum, illud necessario fiet l. 124. Exinde
etiam illa, quæ in medium affertur, diffi cultas extricatur, nempe qui fieri
potest, ut creaturarurr actiones, dum a Deo iam futuræ prævidentur, sint libe
ræ2. Sane futura a Deo prævisa, ut iam diximus,et certo et infallibiliter, non
tamen necessario fient. cc Sicut tu, u s.Augustini verba adhibeamus,memoria tua
non cogis factt esse, quæ præterierunt ; sic Deus præscientia sua nor cogit
facienda, quæ futura sunt s . Quin immo tantun: abest, ut præscienda Dei
imponat causis liberis necessi •! tatem, ut potius ab ipsa Dei præscientia
conservetur li Deus successive cognoscit contingentia, prout sunt in suo esse,
si cut nos, sed simul: quia sua cognitio mensuratur æternitate, sicu etiam suum
esse: Æternitas autem tota simul existens ambit to tum tempus. Unde omnia, quæ
sunt in tempore, sunt Deo ab æ terno præsentia, non solum ea ratione, qua habet
rationes rerun apud se præsentes, ut quidam dicunt, sed quia Eius intuitus fer
tur ab æterno supra omnia, prout sunt in sua præsentialitate. Undbiecto suo
pendet, et a rebus ipsis hauritur; 3° quod deaonslratiombus conficitur; 4° quod
est multiplex, et pro arietatc obiectorum cognitorum variatur. Atqui scientia
|i est subslantialis; non hauritur a rebus, quas cognocit, sed ipse Deus omnia
in sese, et in natura sua conoscil; est intuitiva, ncra discursiva; est unica,
ac sim iorS1 o3'^0,n Se omnino immutabilis. Ergo. llb. Probatur minor quoad
singulas partes: 1° Nulla in eo compositio esse potest, nihilque in Eo est,
nisi simncissima, et perfectissima substantia. Ergo scientia Dei on est ahud,
quam ipsa Dei substantia. J Deus, ut diximus, perfecte comprehendit suam
Esentiam, quæ prima omnium rerum causa est. Atqui ad errectam comprehensionem
alicuius causæ requiritur ut i ea sic cognita omnes eius effectus cognoscantur.
Er"o eus non haurit scientiam a rebus, sed omnia in ipsa sSa latura
cognoscit 2. F ilnn^fp L?' J°' 8-( nihil præscivit. Porro si illc, niiPc.i 1
?uld futurum csset n nostra voluntate, non utique noJrl lq Præscivit, profecto,
et illo præsciente, cst aliquid nost a volnntate ; De Civ. Dei, Ioc. cit.
Eiinde concludit: Quo J(™V! cogiinur, aut, retenta pracscientia Dei, tollere vo
Sl?.n am' 3Ut' rCtCnt° vo,ulitatis arbitrio, Deum (quod 1 nc?are Pracscfum
futurorum; scd utrumque amplectimur, rumque fidehter, et veraciter confitemur
»; Ibid., c. 10. Licet, s. Ambrosius inquit, omnia coelestia ct tcrrcstria ac
THEOLOGIA NATVRALIS 3° In cognitione discursiva, quæ, ut diximus !, quidarc
motus est, intellectus ex potentiali ad actualem conclusionis cognitionem
progredilur, atque hanc non eoden actu, ac præmissas, sed novo actu, qui illi
succedit, cognoij scit 2. Atqui neque aiiquid in potentia, neque actuum plu
ralitas in Deo admitti potest. Ergo scientia Dei non es discursiva. Præstat
verba D. Thomæ proferre : « Scienj tia, quæ in nobis invenitur, habet aliqnid
perfectionis i et aliquid imperfectionis. Ad perfectionem eius pertinei
certitudo ipsius, quia quod scstur, certitudinaliler cogno! scilur ; sed ad
imperfectionem pertinet discursus intellej ctus a principiis in conclusiones,
quarum est scientia; hi vina Essentia, cointellectis diversis proportionibus rerum
ad eam, q idea uniuscuiusque rei. Unde, cum sint diversæ rerum proportiom.
necesse est esse plures ideas; et est quidem una ex parte Essentia sed
pluralitas invenitur ex parte diversarum proportionum creatui rum ad Ipsam »;
Qq. dispp., De Ver., q. III, a. 2 c. * I, q. XIV, a. 8c. Cf s. August., Tract.
llnloann. Ev.cap.I,n.l 2 « Quæ sunt, inquit s. Gregorius M., non ab æternitate
Eius ' scienliam nostram, ct scientiam Divinam ex eo etiam assignat, quod c
quac nobis videtur, non oniungitur. E g., cum Deus præccpit Abrahamo, ut iilium
suum .aacurn immolaret, putabat ille Deum velle huiusuodi sacr ficium bnanan^
scd ut inanifcsta «s. prahami fides, et obedicntia. Ita ctiam Deus permittit
neccatum ius tamcn voluntas beneplaciti non est peccatum, S, i pSSSfc Jmus,
bonum, quod ex peccato eruit. * P ie lfJmU\' cUb:IitTS-Th°maS' pronric est rci
nond™ "*bie in hb. I Sent., Dist. XLV, q. I, a. 1 ad i. j Loc. cit., in
resol. 8 « Diccndum, scribit s. Thomas, quod voluntas in nobis pertinet
Obiectum primarium Divinæ Voluntath est ipsa Divina Essentia; secundarium sunt
res extra Deum. Probatur prima pars. 1° « Bonum intellectum est obiectum
voluntatis. ld autem, quod a Deo principaliter intelligitur, est Divina
Essentia. Divina igitur Essentia est id, de quo principaliter est Divina
Voluntas * ». 2° « Unicuique
volenti principale volitum est suus ultimus finis ; nam finis est per se
volitus, et per quem alia fiunt volita. Ultimus autem finis est ipse Deus, quia
Ipse est summum bonum. Ipse igitur est principale volitum suæ Voluntatis.
Probatur altera pars. Voluntas consequitur intellectum. Sed Deus suo intellectu
intelligit se principaliter, et in se intelligit omnia alia. Igitur similiter
principaliter vult se, et volendo se, vult omnia alia 3. 137. 3a. Divina
Bonitas est Deo sola ratio volend\ quæcumque extra se vult. Probatur. lllud,
quod voluntas propter seipsum vult : est unica ratio, qua cetera velit; hinc
ultimus finis, cuir propter se appetatur, ratio est, cur cetera appetantur
Atqui illud, quod Dei voluntas propter seipsum vult, es Eius Bonitas. Ergo 4.
Præterea, si Divina Voluntas aliqua ratione a bo nitate creata moveretur, amor,
quo diligeret creaturas non tantum effectivus, sed etiam affectivus esset ;
siqui dem amor effectivus bonitatis obiecti, cum ipse sit, a c{U( illa oriatur,
nequit ab ipsa allici, seu moveri. Atqui a mor, quo Deus diligit creaturam, non
est affectivus, se I, q. XIX, a. 1 ad 2. Contr. Gent., lib. I, c. 74. Ibid. 3
Ibid., c. 73. 4 I, q. cit., a. 1 ad 3. Exinde etiam sanctus Doctor infert obiect(
rum multitudinem, quæ Deus vult, Eius infinitæ simplicitati minim obstare. Nam
sicut intelligere Divinum est unum, quia multa no videt, nisi in uno; ita velle
Divinum est unum, etsimplex; quia mult non vult, nisi per unum, quod est
Bonitas sua ; ibid., a. 2 ad 4. s Quia voluntas nostra non est causa bonitatis
rerum, sed ab i format amantem in amatum; dum e contrario Deus omnia trahit ad
seipsum, repugnatque lpsum in creaturam transformari. Ergo Divina Voluntas nullo modo a bonitate creata
movetur. 139. 4a. Dens necessario seipsum, libere autem res extra se vult.
Probatur prima pars. Voluntas necessario inhæret ultimo fini, ita ut opposilum
nequeat velle. Atqui Divinæ
Voluntatis non est alius finis, quam ipse Deus. Ergo Deus inecessario vult se
ipsum. 140. Praclerea, omnis perfectio, et bonitas, quæ in creaturis est, Deo
convenit essentialiter. Diligere autem Deum, est summa perfectio rationalis
creaturæ, cum per hoc quodammodo Deo uniatur Ergo in Deo essentialiter esl;
ergo ex necessitate diligit se, et sic vult se esse. Probalur altera pars. Voluntas necessario vult ea,
sine quibus finis esse non polesl; non autem ex necessitate, sed libere vult
ea, sine quibus finis esse potest. Atqui Deus vult alia a se, in quantum
ordinantur ad suam bonitatem, ut in finem. Bonitas autem Dei est perfecta,
et esse polest sine aliis, cum nihil Ei perfectionis ex aliis accrescat. Ergo Deus res extra se non necessario, sed libere
vult . 142. Porro perspicuum est tum potestatem faciendi malum, tum
deliberationem, tum mutationem a Divina libertale amovendas esse. Sane 1° ad
rationem liberi arbitrii non pertinet, ut indeterminate se habeat ad bonum, vel
malum ; sed hoc ad libertatem arbitrii pertinet, ut actionem aliquam facere,
vel non facere possit. Et hoc Deo convenit; bona enim, quæ facit, potest non
facere, nec tamen malum facere potest 8. 2° Deliberatio, seu inquisitio
rationum ex deieetu cognitionis oritur ; quocirca, movetur sicut ab obiccto;
amor noster, quo bonum alicui volumus, Qon est causa bonitatis ipsius, sed e
converso, bonitas eius vel vera, vel æstimata provocat amorem, quo ei volumus
et bonum conservari, quod habet, et addi, quod non habet, et ad hoc operamur.
5ed amor Dei est infundens, et creans bonitatem in rebus ; I, q. XX, a. 2 c. 1
Contr. Gcnt. Cf Cosmol., c. VII, a. 2, p. 172. 3 In lib. II Sent., Dist. XXV,
q. I, a. 1 ad 2. cum in Deo cognitio sine discursu sit, etiam electio in Ipso
est sine deliberatione. 3° Item libertas electionis in eo consislit, ut eligens
illo, quo eligit, momento possit, prout mavult, eligere, vel non eligere. At,
iam posita illal electione, cum Enti omniscio nulla deinceps innotescere possit
prudens ratio mutandi sententiam, electio illa immota manet. Quocirca ratio,
cur Deus sententiam non mutet, non defectus liberæ electionis, sed plcnitudo
perfectionis est, qua fit, ut nihil novi umquam possit addi-t scere. lllud
etiam observandum est, liberam volitionem Dei spectari posse aut ratione
entitatis Divinæ, quatenus nempe est in Deo, autratione terminationis ad
creaturas. Sfr priori modo considerelur, est quidem necessaria, sin alteroi
modo, est libera. Quare illud, quod actus Dei liber addit supra necessarium,
non est aliud, nisi relatio buius actus ad creaturas, scilicet habitudo, seu
respectus, et terminatm ad creaturas. Rursus hæc terminatio potest ex parle
Dei, et ex parte creaturarum spectari. Si ex parte Dei consideretur, quatenus
est actio vitalis, et intrinseca, non distinguitur ab ipsa substantia Dei; si
vero ex parte creaturarum, est aliquid defectibile, seu, quod deesse possibile
sit. 144. Ex his, quantum tenuitas nostræ mentis patitur,i illa expeditur
difficultas, quomodo nempe actus liber sit Deo internus, et tamen, cum liber
sit, possit esse, vel non> esse. Sane, cum in relatione Divini actus ad
creaturas,: duplex respectus sit distinguendus, alter ex parte Dei, sub qua
ratione intrinsecus est, ita tamen ut ordinem ad creaturas habeat, alter ex
parte creaturæ, sub qua ratione est mere extrinsecus, dicendum est actum
liberum Deo internum posse esse, vel non esse, non quidem ratione entitatis,
nec ratione solius meræ terminationis extrinsecæ, quia hæc actum intrinsece
liberum constituere non po- test, sed ratione terminationis intrinsecæ ad
aliquid extrinsecum 2. Quare Divina libertas consistit in intrinseca in-
Dicendum quod Voluntas Divina se habet ad opposita, non quidem ut aliquid
velit, et postea nolit, quod Eius immutabilitati repugnaret, nec ut possit
velle bonum, et malum, quia defectibi-. litatem in Deo poneret, sed quia potest
hoc velle, et non velle ; Qq. dispp., De Ver., q. XXIV, a. 3 ad 3. 4 Circa hanc
quæstionem cf Gonet, Op. cit., tract. IV, c. 2. lifferentia relationis Divini
actus ad obiecla extrinseca. 145. Obiic. 1° Deus vult alia a se propter
Bonitatera uam. Atqui Deus Bonitatem suam necessario vult. Ergo )eus necessario
vult alia a se. 146. Resp. Disl. mai., ita tamen, ut sine illis Bonitas ua esse
possit, conc. mai., ita ut sine illis esse non pos- it, neg. mai.; conc. min.
Neg. cons. Licet Deus ex ne- essitate velit Bonitatem suam, non tamen ex
necessitate ult ea, quæ vult propter Bonitatem suam; quia Bonitas lius potcst
esse sine aliis . Id ex eo magis perspicuum t, quod Deus non agit propter suam
Bonitatem, quasi ppetens quod non habet, sed quasi volens communicare uod
habet; quia agit non ex appetitu finis, sed ex amore nis . 147. Obiic. 2° In
Deo intellectus, et voluntas non diinguuntur. Ergo sicut Deus quidquid
intelligit, necesirio intelligit, ita quidquid vult, necessario vult. 148.
Resp. Dist. ant., si considerentur in ipso Deo, mc.ant.y si considerentur relata
ad res, neg.ant. Neg. cons., paritatem. Hanc obiectionem s. Thomas iam sibi pro)suit, et
iuculenter confutavit. Porro sanctus Doctor adMftit, intelligere, et velle non
distingui inler se, si conderentur in Deo, quippe quod, prout in Deo sunt,
unum, emquc sunt cum Essentia Divina; sed si relata ad res msiderentur, unum ab
allero distingui. Etenim, quoniam >gnitio, ut sæpe diximus, in ipso subiecto
cognoscente ta perficitur, pcrspicuum est res a Deo sciri, prout ipsæ Eo sunt;
atqui quidquid in Deo est, ab Eius Essentia aliter non distinguitur; crgo res,
prout a Deo sciuntur, i Essentia Dei non discriminantur. Unde Divinum scire em
est, ac Divinum Esse. E contrario, res, prout a Deo litæ sunt, idem non sunt,
ac Divinum Esse; nam volun s Dei ad res refertur, prout hæ sunt in seipsis; res
autera, out sunt in seipsis, ab Essentia Dei realiter distinguun r. Ex quo
facile conficilur Deum non velle res, quæ tra se sunt, eadem necessitate, cjua
illas scit, quia quid jiid est unum cum Essentia Dei, est absolule necessa
|iim, sed quidquid existit extra Deum, non est absolule 'cessarium 3. :! S. Thom., I, q. XIX, a. 3 ad 2. 2 Qq. dispp., De
Pot., q. III, a. 15 ad 14. Dicendum, quod sicut Divinum Esse in se est
necessarium, ita . Obiic. 3° Cousinus: Deus est causa absoluta. Erg non potest non producere
res extra se. 150. Resp. Neg. cons. Re quidem vera ex notione causær actio Dei
non est aliud ab Eius potentia, sed utrumjue est Essentia Divina '. Ex quo
illud etiam consequiur, Divinam Potentiam esse quidem principium effectuum, fui
per ipsam producuntur, non vero principium actiolis, qua res producuntur; nam
actionis, quæ ipsa Divina ISssentia est, nullum principium esse potest .
Potentia Dei est infinita. Probatur. Unumquodque, secundum quod est actu, et
erfectum, secundum hoc cst principium activum aliuius 8. Quapropter unumquodque
tantum abundat in irtute agendi, quantum est in actu . Atqui Deus est ctus
infinitus. Ergo. 154. Præterea, in omnibus agentibus hoc invenitur, uod, quanlo
aliquod agens perfectius habet formam, qua git, tanto est maior eius potentia
in agendo. Sicut quanto st aliquid magis calidum, tanto habet maiorem potentiam
d caIefaciendum...Unde, cum ipsa essentia Divina, per uam Deus agit, sit
infinita; sequitur, quod Eius potentia it infinita b . Exinde sequitur Dei
Potentiam ad omnia, uæ sunt absolute possibilia, producenda parem esse.
iuilibet enim potentiæ aclivæ respondet velut obiectum roprium quoddam
possibilis genus; sicut potentia calefahva refertur^ ut ad proprium obiectum,
ad esse calefactiile; Divinæ igitur potentiæ, quæ est infinita, respondeat
ecesse est obieclum, quod omne genus excedit, seu quiduid ralionem entis habere
potest. Atqui huiusmodi est uodcumque est
absolute possibile. Ergo Divina Potentia d omnia, quæ sunt absolute possibilia,
extenditur8. 1 Ibid. ad 2. Cf locum s. Ansclmi cit. p. 343, not. 3. Qua in 5 s.
Thomas monet non oportere quod potentia Dei semper sit conmcta effectui, sicut
nec quod creaturæ fuerint ab æterno; siquim Potentia Dci semper est coniuncta
actui, idest operationi: m operatio est Divina Essentia: sed effectus sequuntor
secundum nperiiun voluntatis, et ordinem Sapientiæ ; Qq. dispv. De Pot. • I, a.
1 ad 8. I, loc. cit. ad 3. 3 I, q. cit., a. 1 c. Qq. dispp., loc. cit., a. 2 c.
I, q. cit., a. 2 c. 6 Ibid., a. 3 c. Exinde perspicitur magno in errore versari
Abælar um, ahosque, qui, ut in Cosmologia (c. VIII, a. 1, p. 179, not. 1, et •
180, not. 2) adnotavimus, Deum non potuisse alia eflicere, quam uæ fecit, nec
plura his, quæ fecit, blaterant. Sane omnis virtus errecta ad ea omnia
porrigitur, circa quæ proprius eius effectus . Diximus ad ea, quæ sunt absolute
possibilia; na ea, quæ sunt absolute, sive intrinsecus impossibilia, ad D vinæ
Omnipotentiæ obiectum non pertinent. En quomod ad hanc rem s. Thomas argumentatur : Hoc, quod
e affirmationem, et negationem esse simul, rationem ent habere non potest, nec
etiam non entis; quia esse toil non esse, et non esse tollit esse: unde nec
principalite nec ex consequenti potest esse terminus alicuius potenth activæ
.... Cum Deus sit actus maxime, et principa 1 versatur; sicut perfectus artifex
ea omnia potest efficere, quæ su, artis propria sunt Est autem Virtus Divina
infinite perfecta, atqi proprius Eius effectus est quidquid habet rationem
entis. Igitur dictis (p. 353 not. 4), non est aliud, quam ipsa Essentia Divn De
attributis Dei relativis 157. Iam diximus ' allributa Dei relativa ea esse, quæ
iliquam relationem ad crcaturas involvunt, ita nempe, ut reaturæ referantur ad
ipsum Deum, sed in Deo non sit diqua relatio Eius ad creaturas, sed secundum
rationem antum, in quanlum creaturæ referuntur ad lpsum2. Ea, [uac ad buiusmodi
attribula scitu necessaria sunt, ad reationem, conservationem, concursum, et
Providenliam ediguntur. I. Quomodo Deus causa mundi sit, explicatur 158. Causa, qucmadmodum in Ontologia statuimus, in
fficienlcm, materialem, cxemplarem, et finalem distinguiur. Iam Deum csse
causam effcctricem mundi, atque illi ier crcationcm cxistcntiam largitum esse
iam planum in ^osmologia b fecimus. 159. Deum aulem neque esse, nequc unquam
concipi ossc causam materialem, aut formalem mundi cx eo, uod Ipse est causa
effectrix mundi, manifeste evincitur! iara causa effectrix saltera numero a re,
quam efficit, ditinguatur oportet ., quia aliquid esse causam efficientem in lpsius
repugnat5. Ex. gr., si bomo gignit bominem, erte alius est homo, qui gignit,
alius vero, qui gignitur. >ncepta a Divino Intellectu, ut imitabilis ad
extra; 3° Interna reim possibilitas, præcisa rcali existentia, habet esse
ideale, et in oc ordinc habet esse obiective verum: atqui esse ideale est'ab
inillcctu, ct in intellectu; atque res denominantur veræ a veritate itellectus,
unde si nullus intellectus esset æternus, nulla veritas itet æterna (I, q. XVI,
a. 7 c). 4° Si possibilium fundamentum, • ratio a Divina Natura nullo modo
penderet, Deus in possibilium )gnitione a re sibi extrinscca, ct a sc prorsus
independente pcr^eretur; id quod maxime repugnat. 328 sq. -^Cfl, q. XIII, a. 7
c. a Cap. VII, a. 1, p. 165 sqq. David de Dinando, ut est apud s. Thomam,
stultissime di\it: Deum csse materiam primam (I, q. III, a. 8 c), seu causam
atenalcm mundi. Almaricus autcm Carnotensis, Dcum, ut est ?ud euindem s. Thomam
(ibid.), esse principium formale omum rerum effutivit. 5 Cf Ontol., c. IX, a.
6, p. 70, not. 2. Atqui causa materialis, et formalis, quippe quæ essentiam rei
effectæ constituunt, unum, idemque cum ipsa sunt Ergo Deus, cum sit causa
effectrix mundi, causa materialis, aut formalis eius esse nequit . Contra ea,
quoniam Deus est causa cffectrix mundi, consequitur Eum essei quoque causam
exemplarem1; quippe quod, cum Deus sit causa effectrix mundi infinite
intelligens, res mundanas e nihilo condere non potuit, nisi secundum ideas, seu
exemplaria illarum, quæ in se habuit 3. Itaque explicanduncj superest, quomodo Deus causa finalis
mundi dicendus sit.i 160. Deus,
cum infinita Sapientia polleat, finem aliqueirj in mundi creatione operi suo
præstituere debuit; secusi illud temere, et insipienter confecissct 4. Porro
quæstionis huius, cur Deus voluit mundum creare? duplex sensus esse potest: 1°
quænam fucrit ratio ipsius actionis Dei;i 2° ad quem finem Deus suum
ordinaverit opus s. Vid. s. Thom., I, loc. cit., Contr. Gent., lib. II, c. 17, et 26
Pluribus afferendis abstinemus; errores enim Davidis de Dinando et Almarici
Carnotensis pantheismum omnino redolent, de quo in postremo capite agendum
nobis erit. 2 I, q. XLIV, a. 3 c. s Hino antiqui Patres discrimen inter mundum
intelligibilem, qu in Intellectu Dei ab æterno est, et mundum aspectabilem, seu
sen\ sibilem, quem Deus ad mundi intelligibilis instar in tempore conJ didit,
accurate adnotarunt. Vid. præ ceteris
Clem. Alex., Strom. lib. IV, c. 14 ; s. Iustin., Cohort. ad Gent, n. 30;
Origen., Ho mil. III in Cantic; Euseb., Fræp. Evang., c. 23-25. Quis, s.
Augustinus inquit, audeat dicere Deum irrationabi liter omnia condidisse ? Qq.
LXXXIII, q. 46. Investigatio finis, ol quem mundus a Deo creatus sit,
temeraria, quemadmodum Iul Simon (La religion naturelle, part. 2, c. I, p. 128,
ed. cit.) con tendit, haud est. Etenim, docente Aquinate, cum finis respondea
principio, non potest fieri ut, principio cognito, quid sit rerun finis
ignoretur ; I, q. CIII, a. 2 c. 3 In harum quæstionum solutione hæc præ oculis
habenda sunt 1° Cum actio Divina sit Essentia Eius, non quæritur ex hac parte
fi nis eius,sedex parte illa, qua effectum creaturæ communicat{Inlib. Sent.,
Dist. I, q. II, a. 1 ad 4). 2° Ex eo, quod Voluntatem Dei J causa extranea
determinari repugnat, negandum non est cum Clar keo (Lettres etc, 3e Repl., §
2), Deum ex aliqua ratione res extr; se producere; siquidem Voluntas Dei
rationabilis est, non quo uuæ suntadfinem,ordinariin !'•,m Crg0^0C. CSSC
propter hoc' sed non ProPter uoe vult c , Ibid., c. Cf Contr. Gtmt., lih. I, c. 87. Ex cuius
(Divinæ Bonitatis) amore est, quod Deus Eam com "pagr.e3V58. ^ Qq' diSPP''
D§ P°L' q Il}' a' 1B ad U' IDe(;lT'r^^Gen^ lib h C' 93 Ihidem ^' m> c' 18)
ait etia^,"'.qnU1 est Pnmum agens omnium rerum, non sic agit quasi .
act.one ahquid acquirat, sed quasi sua actione aliquid largia n ?n,a n°n C9rl ^
P°tentia' ut aliu-Uid acquirere possit, sed so|Q In actu perfecto, ex quo
potest aliquid elargiri . Philob. Cbrist. Compend. II.7 q Deum esse demonstrat:
Finis non nisi in bono consistenj potest; et sicuti finis particularis rei est
quoddam bonunl particulare,ita finis universalis rerum omnium est quoal dam
bonum universale. Atqui bonum umversale est, quni est per se, et per suam
essentiam bonum; huiusmodi autenl bonum aliquid ex iis, quæ mundum constituunt,
ess>| nequit; siquidem in tota universitate creaturarum nuUur.l est bonum,
quod non sil particulare, sive partxcxpatiye bcl num Ergo illud bonum, quod est
finis totius umversj oportet, quod sit extrinsecum a toto universo , nempj Deus
Insuper finis inter alias causas primatumobtinet atque finis posterior est
causa, quod præcedens finis interi datur, ut finis; non enim movetur aliquid in
finem prox\ mum, nisi propter finem postremum. Exinde consequitiil ultimum
finem esse primam omnium causam. Atqui pnmi omnium causa est Deus. Ergo Deus est
ultimus ominuii 163! lamvero creaturæ irrationates ad Deum ordinantxl ut in
finem per viam assimilationis tantum, nempe, I auantum participant aliquid de
Dei simihtudine ; creaturai autem rationales super hoc habent, ut ad ipsum
Deumci qnoscendum, et amandum sua operatione pertingant . Hii intellieitur cur
finis huic rerum universitati prætixus esi dicatur Divinarum Perfectionum
manifestatio, ex qua e.j trinseca gloria Dei exurgit 5. Etenim res mundanæ, cu
in eo, quod sunt, et in eo, quod agunt, aliquam, simi.1 tudinem Dei pro modulo
suo participent, præstantiam s Opificis veluti impresso vestigio naturahter
exhibent, I mnesque simul sua varietate, et apta dispositione bapiel tiam,
Pulcritudinem, Bonitatem, ahasque Divinas pern i I q. GIII, a. 2 c. Gf Cosmol.,
c. VI, a. 3, p. 156. etor.Tood Sr Pronrl e 16, v 4: Universa ^ H ipsum operatus
est Deus; et Apocayp., c. ult. v.ld 9° alpha, et omega, primus, et novisstmus
P™"P1™"^ : t rtn rf.:o De Ver.. q. V, a. 6 ad 4, el q. XX, a. ; Contr. Gent. lib.
III, c. "• Dicitur gloria externa, ut a gloria tnterna Dei distingua quæ
in notitia, et dilectione sui ipsius consistit. btiones pandunt. Creaturæ autem
rationales non solum in ] ;ui excellcntia et pulcritudine excellentiam
pulcritudilemque Gonditoris manifestant, sed etiam, cum facultalbus
cognoscendi, et amandi Deum polleant, Eius perfe:tiones laudare, Eiusque
potentiæ se Iibere subiicere telentur, atque ita pertingunt ad lpsum per suam
operatiolem, bealitudinemquc asscquuntur 4. 164. Atque hinc patet quantopere
sit a vero aliena senfi entia Kantu, Arhensii, aliorumque asserentium Deum
®\\reasse hominem propter hominem, cetera omnia non nisi " Topter hominem
facta esse. Creaturæ enim homine infelores, etsi ad eius utililatem quadam
ratione ordinatæ mt, tamen ad Dei gloriam manifestandam tendunt, tamuam ad
ultimum suum finem, quem tum immediatey tum %ediate attmgunt. lmmediate quidem,
quia ex ipsa sui atura sapicntiam, bonitatem etc. Divini Opificis palam aciunt,
et in semetipsis, tamquam in speculo, quædam Hvinorum atlnbulorum veluti
vestigia expressa gerunt; lediate, quia homini inserviendo concurrunt ad eamdem
hvinorum attnbulorum manifestationem, quam homo raone, et Iibertate præditus
peculiariter præstare debet . Aht. II. — De Divina rerum conservatione 165.
Actio Divina, qua fit, ut creaturæ in existentia erdurcnt, Lonservatio Divina
nuncupatur. Qq. dispp., De Ver.,
q. y, loc. cit. Audiatur s. Bonaventura: Est notandum, quod finis, ad quem s
ordmantur, duplex est. Quidam enim est finis principalis, et ulmus; qmdam est
finis sub tine. Si primo modo loquimur de fine sic noium creaturarum tam
rationalium, quam irrationalium finis' est eus, qU,a omnia propter semetipsum
creavit Altissimus, omnia enim cit ad laudem suæ Bonitatis. Si autem loquamur
de fine non prinpali, qui est finis quodammodo, et finis sub fine, omnia
sensibilia latacta sunt propter hominem. Et hoc insinuat Philosophus, cum cit:
Sumus finis nos quodammodo omnium eorum, quæ sunt. Insiiat et.am Scr.ptura
multo excellentius, cum dicit: Faciamus homim ad imaginem, et similitudinem
nostram, et præsit piscibus ma etc. Qu.a ennn homo rationis capax est, ideo
habct libertatem nurii, et natus est piscibus dominari. Quia vero pcr
similitudim _natus est in Dcum tendere immediate, ideo o.nnes creaturæ
^ationales ad .psum ordinantur, ut mcdiante ipso in finem ultium
perducantur,>; In lib. II Sent., Dist. XV, a. 11 q. I resol. etiam s. Thom.,
2^ 2, Crealuræ omnes Divina conservatione indigent j ut esse pergant. Probatur. Si ponas ens quodpiam a Deo non con
servari, hoc ipso ponis non omnia omnino pendere a Deo Atqui id cum Dei
perfectione aperte pugnat. Ergo. 2 iam ad ipsa entia finita mentem convertas,
ultro hoc yi debis. Ipsa enim sunt contingentia : quod autem contin gens est,
huiusmodi est pro quocumque momento tem poris. Ergo, quemadmodum creaturæ,
ulpote continger tes, non vi naturæ suæ existere coeperunt, aut mciper
potuerunt, sed vi actionis Divinæ ; lta nec vi natura suæ permanent, aut
permanere possunt m existentia, se vi ipsius Divinæ actionis. 167. At quamquam
philosophi in hoc conveniant, quo nempe creaturæ Divina ope servantur,
dissentiunt tame in explicanda ratione, qua eiusmodi conservatio perficii tur
Alii enim conservationcm directam, et positivam; ali inter quos Crousatius ,
Bayleus z, et Galluppius 3, ind> rectam tantum, et negativam propugnant.
Conservatio rf. recta, et positiva ita explicatur, ut Deus lugi quodam 1 fluxu
res conditas in existentia retineat. Conservatio aii tem indirecta, et negaliva
in eo tantum consistit, quod re postquam e nihilo conditæ sunt, propna virtute
sua continuant existentiam, atque a Deo eatenus pendent, qu' tenus Ipse eas non
destruit. Quapropter, posita
consei vatione directa, res in nihilum abirent, statim ac ab e. influxus Divinæ
actionis cessaret. E contrario, si
tantu indirecta conservatio agnosci velit, ad rerum annihilati nem positivus
actus Divinæ Voluntatis requintur. 168. Admittenda est conservatio dirtcta, et
posihv Probatur. 1° Argumenta, qua creaturas, ut existere pe gant, Divina
conservatione indigere demonstrant, conse °luo quidem nil absurdius effingi
potest |i Denique omnes Ecclesiæ Patres, atque Theoloffi in iii ostram
sententiam concedunt. Satis sint hæc s. Auffutini verba: Creatoris potentia, et
omnipotentis, ataue mnitenentis virtus causa subsistendi est omni creaturæ uæ
virtus ab eis, quæ creata sunt, regendis si aliquando essaret, simul et illorum
cessaret species, omnisque nalra concideret 2 . Immo s. Anselmus adeo hanc
veritaim persp.cuam esse docet, ut nullum de ea dubium ocurrere queat. Dubium,
ait, non nisi irrationabili menti ise potest, quod cuncta, quæ facta sunt,
eodem ipso suinente, vigent, et perseverant esse, quamdiu sunt, quo iciente, de
nihilo habent esse, quod sunt 3 . • I, q. CIV, a. 1 c. Gf Ibid., q. , a. 1 c.
Fusius s. Bona^ntura: Quia creatura est, et accipit esse ab alio, qui eam fecit
se, cum pnus non esset, ex hoc non est suum esse, et ideo non t purus actus;
quia habet possibilitatem, et ratione huius habet ixibilitatem, et
variabilitatem, ideo caret stabilitate, et ideo non •test esse, nisi per
præsentiam Eius, qui dedit ei esse. Et exemam huius apertum est in impressione
formæ sigilli in aaua ^æ non conservatur ad momentum, nisi præsente sigillo. Et
item, quia creatura de nihilo producta est ideo habet vanitatem qu.a nihil
vanum in seipso fulcitur, necesse est, quod omnis satura sustentetur per
præsentiam virtutis; et est simile, si quis [neret corpus ponderosum in ære,
quod est quasi vanum, si non stentaretur; sic et in proposito ; In lib. I Sent., Dist. I, a. 1, q. 1
resol. 1 De Gen. ad litt., lib. IV, c. 12, n. 22. Gf ibid., lib. VIII c. 12 De Civ. Dei,
Iib. XXII, c. 44. ' ' Monol., c. 13. Doctrinam hanc sic tradit Gatechismus
Goncilii Ad maiorem rei perspicuitatem duo hic sunt ad notanda1° Conservatio
rerum a Deo non est per ali quam novam actionem, sed per continuationem
actionw, q-ua dat esse . Eadem nempe actione, qua Deus dedif 2reaturis esse,
cum eas produxit, conservat illas in ess quod causæ secundæ non ipsum esse, sed
tantum qut Tridentini : Quemadmodum omnia, ut essent\ Creatoris sxaM potestate,
sapientia et bonitate eflfectum est; ita etiam, nisi, con tis rebus perpetua
Eius Providentia adesset, atque eadem >i, q ab initio constitutæ sunt, illas
conservaret, statim a [™™u™ ciderent; atque id Scriptura declarat, curo inquit:
Quomodoaw posset aliquid permanere, nisi Tu volmsses ? Pars 1, n. 2 Deus eadem virtute, qua esse rebus
tribuit, eas in i esse p prio conservat. Unde non magis ostendit Divinam
Potentiam i ductio creaturarum, quam earum conservatio ; ln no. Dist. XV, q. III,
a. 3 ad 5. iam modos producunt ; Deus autem ipsum esse largitur :reaturis, quæ
proinde a Deo dependent, non solum ut aant, sed ut permancant in esse, quod
acceperunt. In ioc autem Deus est causa perfectissima, et efficacissima, juia
Ipse solus est a se; cetera vero sine Ipso esse non 30ssunt. Quælibet res
naturalis tendit ad esse. Ergo potest naturaliter conservari in esse, ideoque
Divilæ actionis influxu non indiget. | 173. Paucis sic respondet s. Thomas:
Licet quælibet pes naturaliter appetat sui conservationem, non tamen quod l se
conservetur, sed a sua causa 2 . De concursu Divino, dependentia creaturarum in
agendo ab actu Divilæ Voluntatis concursum Divinum constituit, qui pronde
definiri potest : Aclus Divinæ voluntatis efficienter 3 nfluens in creaturarum
actiones, quæ acl ordinem naturæm 4 spectant. 175. Distinguitur autem hic
concursus in mediatum, atue immediatum. Mediatus in eo tantum consistit, quod
)eus vires, quibus creaturæ agunt, conservet; immediaus in eo, quod Deus, ut
causa prima, cum ipsa creatura operante, ut causa secunda, operetur, atque
eumdem efectum cum illa producat; sive existentiam effectus sua t ipse Deus
actione immediatc attingit ; ex quo fit, ut oncursus immediatus etiam
simultaneus in scholis dici oleat. P Cf s. Thom., In lib. I Sent.t Dist, q. I, a. 1 sol.
et ad 3. (inc s. Augustinus aiebat: Neque enim, sicut structor ædium cum
labricaverit, abscedit, atque illo cessante, atque abscedente, stat opus ius;
ita mundus vel ictu oculi stare poterit, si ei Deus regimen sui |ubtraxerit ;
De Gen. ad litt., lib. IV, c. 12, n. 22. Qq. dispp., De Pot., q. V, a. 1 ad 13. 3 Diximus
efficienter, ut intelligatur concursum, de quo hic Jouimur, esse physicum, seu
huiusmodi, ut Deus per modum agentis i actiones creaturarum influat. Qui quidem
concursus ab illo, qui lcitur moralis, et in alliciendo, consulendo,
adhortando, terrendo onsistit, apprime distinguitur. Diximus ad ordinem
naturalem, quia supernaturales actus creaararum speciali, et supcrnaturali
auxilio, quod qratia dicitur, exostulant. u i Quoad concursum mediatum, quin
sit creaturis ad singulos actus necessarius, nemo est, qui dubitet. Quare
inquirendum nobis est, utrum, nec ne concursu simultaneo creaturæ, ut agant,
indigeant. Immediato Dei concursu creaturæ indigent ad singulas suas actiones.
Probatur contra Durandum,qui Deum existimavit non nisi mediate cum creaturis
agere, quatenus scilicet operandi facultatem iis a primo ortu concessit, et
iugiteii conservat : 1° Quidquid babet rationem entis, Deum habet immediatum
auctorem; cum enim Deus sit primum Ensi Ipse est, qui omnibus principaliter dat
esse. Atqui quihbet effectus creaturarum habet rationem entis. Ergo oportetJ ut
creaturarum effectus immediate pendeant a Deo. Præ ctus est. Ergo creaturæ, dum
agunt, effectum propriuir Dei aliquo modo attingunt. Atqui causa, quæ effecturr
proprium alterius excellentioris causæ producit, non nis: per eius influxum
agit. Ergo . 2° Effectus immediate dependet ab eo, per cuius actio-i nem
existit; quapropter si effectus causæ creatæ imme^ diate ab ipsa creatura, et
tantum mediate a Deo pendereti ipse magis a creatura, quæ est causa secunda,
quam i Deo, qui est Causa Prima, penderet. Atqui id absurduir est. Ergo. Hoc
argumentum ex eo maius accipit robur • quod ceum agere cum creatura, ita ut eam
adiuvando comiitur dumtaxat, non præveniat. Isti autem arbitrantur 'eum non
solum adiuvare creaturara inter agendum, sed tiam ipsam ad actum efjicienter
præmovere . Quare se cercet operationom; constat tunc quod C exercet
operationem per ^rtutem suam; et quod per virtutem suam hoc possit, hoc est per
rtutem B, et ulterius, per virtutem A. Unde si quæratur, quare C Jeratur,
respondetur per virtutem suam, et quare per virtutem lam ? propter virtutem B;
et sic quousque reducatur in virtutem ausæ Primæ . Cf etiam Con(r. Gent., lib.
III, o. 70. Et alibi: Si consideremus supposita agentia, quodlibet agens
particulare est imediatum ad suum effectum. Si autem consideremus virtutem, ia
fit actio, sic virtus superioris causæ erit immediatior effectui, iam virtus inferioris;
nam virtus inferior non coniungitur effectui, si per virtutem superioris ; Qq.
dispp., De Pot., loc. cit. J Contr. Gent., Jib. III, c. 70 cit. 2 r, q. IV, a. 5 ad 2. 1 Contr.
Gent., ibid. Cf Ontol., c. IX, a. 7, p. 71 sqq. Hinc concursus prævius nomine
promotionis physicæ etiam apJllari solet. Eius notionem perspicuis his verbis
tradidit Goudinus: Pnysica pracmotio, sive prædeterminatio est induxus Causæ
Pri cundum hos Philosophos Deus non solum dedit, et conservat activas virtutes
causarum secundarum, et simultanee cum illis concurrit ad producendos effectus,
sed etiam eas ad agendum physice applicat, seu movet. Quæstionem huiusmodi hic
pertractare nequaquam va cat. lllud tantum ostendendum nobis est, concursu Di
vino, quacumque ratione explicetur, libertatem nostrarun actionum nequaquam
adimi, sed potius confirmari. Sane admisso concursu dumtaxat simultaneo, res
manifesta est Etenim, secundum huius concursus propugnatores, Deui causis
liberis concursum indifferentem exhibet, quo nemp narum distributionem non
admiltere, æternitatemque mundi, et. qui ab ipsa oritur, fatalismum traderet. Cf de Margerie, Essai su„ la
philosophie de saint Bonav., c. 2, p. 40-49, Paris 1855. Sed donum ordinis in
rebus creatis existens a Deo creatum est. ktqui Deus est causa rerum per suum
intellectum, ac >roinde oportet in Ipso rationem cuiuslibet sui effectus
•ræexistere. Ergo necesse est, ut ratio ordinis rerum
in nem in Mente Divina præexistat B. 181. 2a. Admittenda est Divina
Providentia, prout æc rerum gubernationem significat. Probalur. Quicumque facit
aliquid propter finem, litur illo ad fincm. Oslensum est autem quod omnia,
uæ babent esse quocumque modo, sunt effectus Dei; et uod Deus omnia facit
propter finem, qui est ipse. Ipse ^itur utitur omnibus, dirigendo ea in finem.
Hoc autem st gubernare. Est igitur Deus per suam Providentiam mnium gubernalor
6 . 182. Aliud argumentum ex Bonitate, et Sapientia Dei etitur, atque ita a s.
Damasceno exhibetur: Natura bous est ct sapiens (Deus). Igilur, quatenus est
bonus, proidet. Qui enim non providet, non esfc bonus. Nam et ho)ines,ctbcstiæ
propriorum foetuum providentiam habent, se in mundo quamdam genetricem, seu
procreatricem naturam, aæ Deo ad singulas res corporeas efficiendas,
gubernandasque, mquam instrumentum, inservit. Cf Dissert. ad cap. II System. tell., De natura
genetrice, 1-4. 1 Ili in quorumdam veterum, quorum meminit s. Thomas (I, q.
XXII, 2), sententiam iverunt. 2 Deistæ dicuntur qui omnem Religionem
supernaturalem, veluti Smentum Pontificum, aut Principum respuunt, aliaque
capitalia sius Religionis naturalis dogmata impugnant. Varias deismi foras exposuit
Samuel Clarke in suo opere, Traite" da V existence des attributs de Dieu. Cf Cosmol., c. VI, a. 6, p.
152, not. 1. Cf ibid., not. 4. 5 Cf
I, q. XXII, a. 1 c. e Contr. Gent., lib. III, c 64. naturali quodam instinctu ; et qui non
providet, vituperari solet. Quatenus autem sapiens est, optime prospicit . Id,
quod ex ipsa Dei natura demonstravimus, es constanti rerum ordine, earumque
stahili in suis agendij motibus harmonia, atque consensu confirmatur. Profectc
omnes res ad suos ordinantur fines, atque inter eas extai nexus plane
mirabilis, ita ut una alteri inserviat, et es omnibus apte connexis consurgat
Universi pulcritudo. At qui ex hac
rerum ordinatione, sive dispositione Divim Providentia ostenditur \ Ergo 8.
184. Idipsum ex perpetua, atque manifesta omnium gen tium consensione
evincitur. Homines, ait Nemesius, ne cessitate aliqua compulsi statim ad Numen
divinum, i preces confugiunt, velut natura eos ad Dei opem perduj cente. In
repentinis perturbationibus, et timoribusj sine electione, neque deliberate,
Dei Numen invocamus Quidquid autem naturaliter quamque rem insequitur, 1 eo
tanta vis est ad demonstrandum, ut contradici nihi possit. Denique, sublata Dei
Providentia, omnis rehgii est reiicienda. Quis bonos, ait Lactantius, deberi pc
test nihil curanti, et ingrato ? An aliqua ratione obstricl esse possumus Ei,
qui nihil habeat commune nobiscum? b i De Fide orth., lib. II, c. 29. Eadem ratione
argumentatur s. Th( mas: Non convenit summæDei Bonitati, quod res productas ad
pei fectum non perducat. Ultima autem perfectio est uniuscuiusque in cor
secutionefinis. Unde ad divinam Bonitatem pertinet, ut, sicut prodi xit res in
esse, ita etiam eas ad finem perducat, quod est gubernare > I, q. CIII, a. 1
c. Hinc Lactantius contra Epicurum rem agens, ii quit: Si est Deus, utique
providens est, ut Deus; nec aliter Ei potei Divinitas attribui, nisi et
præterita teneat, et præsentia sciat, et fi tura prospiciat. Cum igitur
Providentiam sustulit {L’ORTO), etiai Deum negavit esse. Cum autem Deum esse
professus est, et Prov dentiam simul esse concessit. Alterum enim sine altero
nec ess prorsus, nec intelligi potest ; De ira Dei, c. 9. Ipse ordo certus
rerum manifeste demonstrat gubernationei mundi; sicut, si quis intraret domum
bene ordinatam, ex ipsa dotest; aut providendo fatigatur ? Nihil profecto minus; )eus enim
est infinite omnipotens, atque simplici volunatis nutu omnia peragit. Neque
dici potest, nolle Eum es gubernare, aut res creatas incapaces esse
gubernatiojs. Nam Dei voluntas est omnis boni, cum sit ipsa boltas; bonum autem
eorum, quæ gubernantur, in orine gubernationis maxime consistit 3 . Non sunt
aulem es creatæ incapaces gubernationis; reipsa enim ordinanur ad invicem,
earumque multæ gubernantur etiam huiianæ rationis induslria. Nulla igitur, concludimus cum ^usebio, mundi
Particula Dei Providentiam effugit . 188. Observandum autem est singulas res
diversimode us, non præsidet rebus humanis, nihil cst dc rcIii?ione satagenum .
(De util. credendi, c. 16, n. 34). Enimvero, si, inquit Sallanus, negligit Deus
in hoc sæculo genus humanum, cur ad Coeim quotidic manus tendimus ? Cur ad
altaria supplicamus ? De ubern. Dei, lib. I. i Ibid., c. 8, et 12. 1 I, q.
CIII, a. 5 c. Eadem ratione ita argumentatur s. Ambrous: Quis operator negligat
operis sui curam? Quis deserat et deituat, quod ipse condendum putavit ? Si
iniuria est regere, non est '( iaior iniuria fecisse ? cum aiiquid non fccisse
nulla iniustitia sit, non Iprare quod feceris, summa inclementia ; De ofRc.
lib. I, c. 13. 8 Contr. Gent., Iib. III, c. 75. ! De præp. Ev., lib. XII, c,
28.gubernari a Deo, secundum earum diversitatem. Hinc crealuræ rationales, cum
sint per se agentes, tamquam habentes dominium sui actus, peculiari quodam modo
a Dec gubernantur, nempe ab Eo inducuntur ad bonum, e retrahuntur a malo per
præcepta, et prohibitiones, præ mia, et poenas. Hoc autem modo non gubernantur
a Dec, creaturæ irrationales, quæ tantum aguntur, et non a gunt . 189. Obiic. 2
1° Manifestum experientia est impios pro speram in hoc mundo vitam agere, e
contrario iustos in^ numeris affligi calamitatibus. Atqui id repugnat Divina
Providentiæ, quæ profecto iusta esse deberel. Ergo • 190. Resp. Transeat maior;
neg. min. Neg. cons. Dixi mus, transeat maior; tum quia non semper fit, ut boni
ii^ ærumnis, impii vero in prosperitate versentur; tum qui1 falsum est lætos
florere impios, dum suis deliciis, a corporeis voluptatibus fruuntur, et vexari
pios, dum mi seriis affliguntur; potius enim illi perpetuis conscientia
stimulis, et curis dilacerantur ; hi vero in suis miserii, maxima voluptate
perfruuntur. Ceterum ex eo, quod mal in bonos, et bona in malos proveniant,
tantum abest, u vel iniustitiæ accusari Deus possit, vel lUius negari Pro(
videntia, quin potius et summe iustus, et maxime prc vidus hinc Deus ipse
appareat . Exinde enim ostenditu Providentiam Divinam etiam ultra huius vitæ
termino protendi, ita ut Deus utrisque, sive bunis, sive malis, i vita altera
pro meritis vel præmia vel poenas imperti? tur 5. Quoniam vero nullus est tam
bonus, qui non ali quando delinquat, neque tam malus, qui aliquod bonur i I, q.
CIII, a. 5 ad 2. Hac
significatione, ut idem sanctus Dt nfi. 'ec omittendum f.uod Do Tmnin n! 'S
•bc?set '•' s bonorum a Deo receDt0r„™ ?™.M ? Permmi° t ^emplo ad meCm
t^Zrtnwtor -T^ ^0? m ios, ut in virlutum exerrllin fw r' Vexan autem |m.xt,0
semper ordinatur ad id, ouod est nrr \o h mis bonum Muuu est per se ho
iDf.NonTrefer.lnr .",(£,' "! 1U"V'' .' 1 cn ^'^.?tfsr.issa°rs
Humiliter cogitantes, quamvis ]onp ihsin. . f • osis atque impiis tamen nn„ .
aDsnu a facinoros s, /la os, ntq nec tem or a pro e.s 2' "de° "
" UC,ictis •! !-.c. 9. Et c. 8, !.TarT. ni ^ '"a P,CrDetl se iudint
dignos ; lrum bona 'ustis ou >,,, 'n„ 'rnaC ProTd> præparare i„ non
excrSbuStnr b„M " frUCntUr inius,i'et ""'• "!
^''"riVo^"^^; °mnibus eas ("• -) P„aos r '°C C"~ ' '•
qCI"' a7 8d • rHaos. Chuist. Compend. II 7 2o duorum servorum, si ad ipsos
servos referatur, casuali est,quia accidit præter utriusque intentionem; si auten
referatur ad dominum, qui hoc præordinavit, non es casuale, sed per se intentum
'. lamvero ita se res babe circa ea, quæ fortuito evenire in mundo dicuntur;
nemp, præter ordinem alicuius particularis causæ aliquis ei fectus evenire
potest, non autem præter ordinem Causa universalis. Guius ratio est, quia
præter ordinem part cularis causæ nihil provenit, nisi ex aliqua alia caus,
impediente; quam quidem causam necesse est reducere i primam causam
universalem. Sicut indigestio conting præter ordinem virtutis nutritivæ ex
aliquo impedimcatc puta ex grossitie cibi, quam necesse est reducere in i liam
causam;et sic usque ad Causam primam univers^ lem. Cum igitur Deus sit prima
Causa universahs nq unius generis tantum, sed totius entis, impossibile est
quod aliquid contingat præter ordinem Divinæ gubern^ tionis. Sed ex hoc ipso,
quod aliquid ex una parte vid. tur exire ab ordine Divinæ Providentiæ, qui
consider, tur secundum aliquam particularem causam, necesse es quod in eumdem
ordinem relabatur secundum aliam cai sam Itaque nihil fortuiti in hac rerum
universitate venit, quippe quod ea, quæ hic per accidens agunh sive in rebus
naturalibus, sive in humanis, reducunti, in aliquarn causam præordinantem, quæ
est Provident Divina 3 . . Obiic. Si Providentia Dei ad omnes, et singul
etYectus pertineat, Divinæ Yoluntati iniunosus est, q in gerendis negotiis et
suam, et aliorum curam mterp nit; qui morbo laborans sanitatem in remedns quæn,
hæc enim omnia Deo summe provido committenda sut Atqui falsum consequens. Ergo
et anlecedens. 194. Resp. Neg. mai. Et sane « Divina operatio to excludit causas
secundas4; atque « Deus unicuique \\ ordinavit actiones secundum proprietatem
suæ naturæ; quapropter « expectare a Deo subsidium, in quibus i I, q. CXVI, a.
1 c. 2 Ibid., q. CIII, a. 7 c. ^ Ibid., q. CXVI, a. 1 c Cf s. Aug., Dq Civ Dei
lib V c. 1. Contr. Gent., lib. III, c. 77. Quare Divina Providentia etsi '
tingat a fine usque ad finem fortiter, tamen dispomt omma suavu diquis potest
per propriam actionem iuvare, prælermissa .ropria, aclione.est insipientis, et
Deum tentantis Hoc n.m ad Div.nam Bon.latem pertinet, ut rebus provideat lon
immed.ate omn.a faciendo, sed alia movendo ad I nromas actiones. Non est igilur
expectandum a Deo ut onm act.one propria, qua sibi aliquis subvenire potest
ræterm.ssa, Dcus ei subveniat; hoc enim Divinæ ordiationi repugnat, et Bonitali
Ipsius «. Id unum noslulag ab co, qu Divinam Providentiam agnosci™ ut sci t et
lotum soi labons evenlum Deo commitlat, et refcra ft.nsque voluntatera Jn
omnibus animo submisso veneHur. « Hoc, subd.t idem sanctus Doclor, disposilioni
Dinæ sub.acel, qu.d cuique ex actione sua proveniat Præp. ergo Dom.nus nos non
debere esse ollicitos de eo od ad nos non pcrtinet, scilicet de eventibus
nostrarum t.onum; non aulem prohibuit nos esse solicitos d o To-anlnOS $&
scilicet de nost™ opere ». '
rte3fru '.rni-i n.A ut Pe" nos I re bant ». Idera d.cendum de contingentil
us • Deus m ipse prov.d.t, ut quacdam necessarioD, quædara con fenter
even.rent. « Quibusdam effectibus præp«av"t assas necessar.as, ut
necessario evenirent, ouibusdam ro caussas contingentes, ut cvenirent cont »S«
s£ dum cond.t.onem ; proxiraarum caussarum ^Nm, cAo urura hoD'i:n(a dCHCrC-ta;
namc72 « 73. > q. XXII, a. 4 c. genter: sequilur ergo infallibiliter quod
erit contingenter. non necessano. De unitate Dei. Refutatnr Polytheisrnus. Ex
ipsa Dei nalura, huc usque secundum intelli gentiæ noslræ angustias explicata,
Ipsius unitas manife stissimc demonstralur. Turpissimus ille error, quo plure
admittuntur Dii, appellatur Polytheismus. Deus ita unus est, ut plures esse
Deos absolule r% pugnet., j Probatur primo ex summa Eius simplicitate. Sane « u
lud, unde aliquid singulare est hoc aliquid, nullo mo& est multis
cornmunicabile. E. g., illud, unde Socrate, est homo, multis communicari
potest; sed id, unde est Ai homo, non potest communicari, nisi uni tantum ». Atqui cum Deus ex sui natura sit
ipsum Esse subsistens, « ips Deus est sua natura », ac proinde « secundum idem
m Deus, et hic Deus ». Ergo, sicut si Socrates per id esst homo, per quod est
hic homo, non possent esse plurt homines, æque ac non possent esse plures
Socrates; it impossibile est plures esse Deos. Contr. Gent. Hinc sanctus doctor
monet admit, posse fatum, si eius nomine intelligatur ipsa divina providentu,
omnia, quæ fiunt in mundo, iuxta naturam et conditionem causi rum, a quibus
proveniunt, idest libera libere, et necessaria necessario disponens. Divina
providentia per causas medias suos e fectus exequitur. Potest ergo ipsa
ordinatio effectuum dupliciU considerari. Uno modo, secundum quod est in ipso
Deo; et sic ip£ ordinatio effectuum vocatur Providentia. Secundum vero quod pra
dicta ordinatio consideratur in mediis causis a Deo ordinatis aliquos effectus
producendos, sic habet rationem fati. Sic er£ est manifestum, quod fatum est in
ipsis causis creatis, in quantu sunt ordinatæ a Deo ad aliquos effectus
producendos. Nihilominus, monente eodem sancto Doctore, non deberm hoc nomine
uti, quia non convenit Catholicos habere nomina cu paganis communia {Quodlib.).
Prorsus, inquit etia. Augustinus, divina providentia regna constituuntur
humana; qui si propterea quisquam fato tribuit, quia ipsam Dei voluntatem, t
potestatem fati nomine appellat, sententiam teneat, linguam corr gat; De Civ.
Dei. Secundo demonslralur ex infinita Dei perfectione Ens enim summe perfectum
non nisi unum esse S fcqmdem si plura essent, certo quodam discrimine inter .e
d.stmguerentur; ahoquin, si eadem prorsus natura s n rohs .Ihs communis csset,
non multiplex, sed unicam ens sumræ pcrfectum admitteretur. Iam vero illud
ifferrent, imperfectio esse non polest, quippe Tepu-naUn inte summe perfecto
imperfectionem iliqwm esse Dif errent gltur a|i &,,„ J. ™fg- ^Df Iter, non
conveniret: ideo nullum ex entibus illis nfinhe •erfeclum er.l. Itaque Ens
summe perfectum num esse potest. Deus ergo ita est sumræ unus ut om jino
repugnet plures esse Deos ZZ ST.T ^,lem 0rd,'n,ata rerum °™ uis" Mtio, et
apla (ot.us mund, per leges constantes eober o supremæ Causæ intelligentis'
uni.atem man feste h.bct. S. cnira plures hæ causæ essent, et ta.nen in 'tatem
ordmis, et dispositionis convenirent, una abal I, q. XI, a. 3 c. cit. « Neque
artificem, ad rem inquit s. Athanasius, inter homines olutum dueni sed
imbecillem, si non soius, «de.mmn.Js im opus expcdiat ; Adv. Genl., a. 38. tera
penderet, nec proinde essent Dii; si vero non con-l venirent, non existeret
ordo . Errore autem tenentur, qui polytheismum ubiquectonbus erumpit. Refutatur
Manichæismus Refellendus hic venit error turpissimus de duobus rincipns, bono
altero, altero malo; quorum illud omnium ' ? noc orbe bonorum, alterum malorum
caussa sit. OpiH ionis huius absurdæ originem eruditi
a Zoroastro vetutissimo Persarum doctore repetunt. Persarum vestieiis istitere
hæretici Manichæi, ita dicti a Manete, insanisJ imæ huius sectæ auctore. In
recenti ætate Manichæoer um patrocinium Petrus Bayleus suscepit, nullumque non
i lovit lapidem, ut eam lmpietatem tot prostratam vicibus ?novaret. Statuit
nempe Manichæorum hypothesim ratiof ibus apriori absurdam demonstrari, sed a
posteriori con| deratam approbatione esse dignam 2. III! i qi ei
existentiam.Hoc adnotandum est adversus Buchnerum, qui (Force matidre, Leipzig)
ex superstitioso populorum cultu msensum pro Dei existentia non realem Entis
supremi notionem, i aliquid ab ipsis hominibus excogitatum præseferre
hlaspheat. bane, intellectus noster, apposite inquit s. Bonaventura, de:it in
cogitatione Divinæ Veritatis quantum ad cognitionem, quid t tamen non deficit
quantum ad cognitionem, si est. Ouia ergo tellectus noster numquam deficit in
cognitione Dei, si est, id?o !c potest ignorare Ipsum esse, similiter non
cogitare non esse. Jia vero dcficit in cognitione, quid est, ideo frequenter
cogitat .um esse, quod non est, sicut idolum, vel non esse, quod est, cut Deum
non lustum: et quia qui cogitat Deum non esse, quod, ut nori lustum, per consequens
cogitat Ipsum non esse, ideo Hione defectus intellectus Deus potest cogitari
non esse, non men simpliciter, sive generaliter, sed ex consequenti, sicut qui
gat heatitudinem esse in Deo, negat eam esse (In lib. I Sent., isi. viu p. I,
a. 1, q. 2 resol.). Quocirca ii, qui falsam divinitem profitentur, se nullum
Deum profiteri haud putant. Unde nparLhaCtarUn,n" ?e°rU,n cultores
^ligiosos se putant, cum sint perstitiosi ; Div. Inst.y lib. IV, c. 28. 1 Op.
cit., lib. II, c. 1. l',fiCt' J\iSt' icrit'> artL ManicMens, Marcionites,
Paulicient, gene, Xdnophon, et in Dialogis, et in Rep. d un Provincial Ut
commentum istud reiiciatur, tres propositione: demonstrandas suscipimus : la.
Dualitas principiorum a Manichæis admissc a ratione prorsus abhorret. Probatur.
Per principium summe malum vel intelligi tur ens infinite contrarium principio
bono in omni re, u tenebræ opponuntur luci; vel intelligitur principium con
sors earumdem perfectionum, excepta sola benevolentia ita ut sit quædam natura
Divinarum perfectionum par1 ticeps, sed ad malum maxime propensa. Atqui utroquf
sensu repugnat principium summe malum. Ergo. 204. Prima pars minoris ita
demonstratur: 1° Cum ma lum opponatur bono , summum malum, si re ipsa dare tur,
omne bonum tolleret. Atqui bonum convertitur cun ente. Ergo si summum malum
daretur, hoc tolleret omm ens, sive esset non ens absolute sumtum; et ideo
summuir malum non aliter concipi potest, quam veluti Nihil ab solutum. Atqui notio Nihili absoluti se
ipsam destruit, qui esset simul omne ens, et nullum ens. Ergo notio mal summi
est notio, quæ se ipsam destruit. 2° Malum, u alibi ostendimus2, in bono
fundatur, ac proinde non pot est esse omnino separatum a bono. Atqui summum ma
lum oportet esse absque consortio omnis boni. Ergo nih\ est summum malum 3. 3°
Nihil intelligi potest veluti sum mum malum, nisi quod per suam essentiam malum
est quemadmodum non aliud summum Bonum, nisi quod pel suam essentiam est bonum.
Atqui repugnat aliquid ess per essentiam suam malum, quia omne ens, prout et'
ens, est bonum. Ergo summum malum
esse repugnat. 205. Altera minoris pars demonstratur hunc in modunc Gf Ontol.,
c. V, a. 2, p. 32. s Contr. Gent., lib. III, c. 15. Cf Ontol., loc. cit., p.
34. Quæ ut magis perspicua fiant, illu monendum censemus, quod nullum est argumentum,
quo inferti^ mala, quæ in mundo sunt, ad aliquid, quod est per essentiam sua
malum, reduci, æque ac bona ad aliquid, quod est per essentiai suam bonum.
Enimvero, bona, quæ in mundo sunt, ad aliquid, quc est per suam essentiam
bonum, reducuntur, quia omnes res bom sunt ex eo, quod participes sunt infinitæ
Bonitatis Dei. At nullu ens, ut s. Thomas ait, dicitur malum per
participationem, sed p> privationem participationis. Unde non oportet fieri
reductionem s aliquid, quod sit per essentiam malum ; I, q. XLIX, a. 3 ad • j
Ens infinite perfectum nonnisi unura esse potest Enro lT n9oq^Una]l(IUa natura
Pivinarumpcrfectionumparti.eps. 2 JNulla natura attributis secum pugnanlibus
contare potest. Alqui hæc duo, naturam aliquam esse Diji.marum perJcctionum
participem, et esse simul ad ma„ um maxime propensam, sibi adversantur. Ergo.
3° Inelligi nequit, quomodo Ens infinite perfectum possit ma?ra Pr°sequi.
Etenim ens intelligens capere mala consi-,ia non potest, nisi ex ignoratione
recti, vel utilitatis ali|ius spe Atqui ens, quod æternum, et independens, atue
innnile lntelligens adstruitur, rectum ignorare nequit l sibi suinciens nullius
utilitatis consideratione a recto re V9nrni P°lCSt' Erg0 ma,um prosequi nequit.
Mj zub. Jlaque evidentibus rationibus a priori repuffnantia .uahsmt ev.ncitur.
Quod cum ita sit, illud systema nullo joao potcst demonstrari verum a
posteriori ; sic enim iem esset, et non esset repugnans. Fallitur igitur
Bayleus, -que ral.ocinandi Ieges ipsis tyronibus perspeclas ignou, cum dualismum
falsum a priori fatetur, sed verum posteriori demonstrari contendit.,207 Prop,
2a. Manichæorum hypothesis fini, ob quem vcogitala fuit, adversatur, seu inepta
est ad bonorum et \atorum quæ in mundo sunt, originem explicandam. rrobatur.
Duo principia, quæ Manichæi fingunt, vel >qualis sunt virtutis, vel
inæqualis. Atqui si prius, tunc que Donum, neque malum erit in mundo, quia
vires quales, el oppositæ sese mutuo eJidunt. Si vero posteus, tunc vel unice
bonum, vel unice malum obtinebit; mpe, si prævaleat principium bonum, malum
bacchari I >n sinct, nec sinere poterit; si principium malum viri Contr.
Gcnt. Cf Cosmol. Græcarum affectionum curatio, Serm. V De natura hominh \\ 3 Ad
malum morale quod attinet, ipsum inest in actione, quæ a morum regula deficit.
Causa igitur huius mali in voluntate tantum creaturæ rationalis sita est, quæ,
cum Jibera sit, et limitibus circumscripta, deficiendi capacitatem habet, atque
iibertate uti ad bonum, vel abuti ad malum potest. Malum culpæ, quod privat ordinem ad bonum Divinum,
Deus nullo modo vult ' . Et sane, malum, quod in defectu actionis consistit,
seraper causatur ex defectu agentis. In Deo autem nullus defectus est, sed
summa perfectio. Unde malum, quod in defeclu actionis consistit, vel quod ex
defectu agentis causatur, non reducitur in Deum, sicut in causam. Quin immo
malum moraie prorsus a Deo reprobari ostenditur ex eo, quod severissime illud
prohibet, et insuper notiones iusti, el iniusti hominum cordibus inscripsit, et
valida media, quibus ad bonum incitamur, et a malo abducimur, nobis largitur.
Quare neutiquam Deura velle malum morale, sed illud permittere tantum dici
debet, quatenus nempe illud non impedit, sed sinit, ut agentia ratione, ac
proinde libertate prædita pro lubitu operentur. lud autem prætermissum nolumus,
quod mala, quæ nostram vitam, comitantur, atque ipsa mors locum non habuissent,
nisi a primævo innocentiæ statu natura humana deturbata fuisset. Quare illorum malorum origo ex peccato originali
repetenda est. Deum vero hunc generis humani lapsum permittere potuisse, ex
dicendis constabit. Hæ voces nullo modo significant Deum ne; per accidens
quidem posse velle malum morale. Etenim aliquodj malum appetitur per accidens,
in quantum consequitur ad aliquod bonum... Malum autem, quod coniungitur alicui
bono, est privatio alterius boni. Numquam igitur appeteretur malum...per
accidens, nisi bonum, cui coniungitur malum, magis appeteretur, quam bonum,
quod privatur per malum. Ntillum autem bonum Deus magis vult, quam suam
bonitatem... Unde malum culpæ, quod privat ordinem ad bonum Divinum, Deus nullo
modo vult ; Ibid. I, q. XLIX, a. 2 c. Cf p. 378-379. AOSTA (vedasi), ut
ostendaf Deum nullo modo velle malum culpæ, hoc utitur argumento: Iusta
voluntas hominis est ea, qua vult id, quod Deus vult eam velle, iniusta vero e
contrario est ea, qua vult id, quod non vult Deus eam velle. Unde sequitur,
quod si Deus vellet hominem peccare,: homo peccando non peccaret, simulque
voluntas eius iusta, et iniusta foret: iusta, quatenus conformis esset Divinæ
voluntati, qua Deus vellet illam peccare; iniusta, quatenus eidem Voluntati
repngnaret, quæ prohibet peccare ; De lib. arb. Iamvero hæc mali moralis
permissio Divinæ perfectioni haud repugnat. Etenim 1° ita Deus permittit
peccatum, ut hoc ex iis, quæ Deus intendit, necessario non :onsequatur; Deus
enim hoc unum intendit, ut creatura rationalis hbertale sua recte utatur, atque
ita felicitatem, id quam lllam destinavit, assequatur. 2° Adminislratio universitatis,
uti post s. Augustinum nquit FIDANZA (vedasi), est ut Deus sic res conditas
admiustret, ut eas agere proprio motu sinat 2. Deus autem Jermittendo malum
morale, naturam rationalem modo, qui lli consentaneus est, gubernal; eam enim
validis auxiliis nstruit, ut peccatum cavere possit; sed si ipsa ad peccaum
libere se determinet, non impedit, quominus pro suo ubitu se determinet. Deus neque ex sua sanclitate, neque ex sua
benigniate, neque ex sua sapientia peccalum impedire tenetur. \on quidem ex sua
sanctitate; siquidem sanctitas Dei e:igit, ut Deus peccatum odio interno
infinito improbet mn vero ut tenealur omne peccatum depellere, quemadnodum ex
eo, quod Deus virtutem necessario amat, non icet concludere Eum teneri
efficere, ut omnia virtutis, et uetahs opera existant 3. Neque ex sua
benignitate; Deus nim non tenetur omnibus donis possibilibus hominem cunulare,
nec proinde privilegium non peccandi ei conceere. Neque ex sua sapientia ; tum
quia, ut paulo ante lximus, sapientis est removere hoc modo impedimenum, quod
natura non lollatur ; tum quia sapientia Dei aud postulat, ut Deus illa mala
permittere nequeat, quæ b Ipso ad maximum bonum, et ad finem sibi præstituum
ordman possunt 5. lam mala morali a Deo ad boium, et ad fines suos ordinantur,
non quidem quatenus >eus velil illa mala, ut bonum consequalur, sed quatekus
vertit malum m bonum, et ex ipso malo elicit bo 1 De Civ. Dei, Jib. VII, c. 30. ln lib.
I Sent., Dist. XLVII, a. 1, q. 3 resol. Cf s. Bonav., ibid., ad arg. ln lib. II
Sent., Dist. XXIII, q. I, a. 2 ad 3. Quamvis malum, secundum quod exit ab
agente proprio sit ordinatum, et ex hoc per privationem ordinis definiatur:
tamen nn pronibet, quin a superiori agente ordinetur ; Qq. disnu. Tr., q. V, a.
4 ad 3. ^ lF num. Vult bonum consequens, ex quo malum ordinatur; ex quo
sequitur, quod velit mala facta ordinare, non autem, quod velit ea fieri !;
nimirum, si homo sua pravitate bonum in malum convertit, Deus, e contrario, sua
Sapientia efncit, ut bonum ex malo nascatur. Hinc s. Augustinus aiebat: Neque
Deus. . . ullo modo sineret mali aliquid esse in operibus suis, nisi usque adeo
esset omnipotens, et bonus, ut bene faceret et de malo 2 . Ex. gr.J ut advertit
s. Thomas, non esset patientia Martyrum, si non esset persecutio tyrannorum 3 ;
atque ex scelere omnium atrocissimo in Christum Filium Dei patrato Deus bonum
omnium maximum, nempe opus nostræ redemptionis eduxit, et, ne plura
consectemur, Divinæ iustitiæ, clementiæ, aliorumque attributorum manifestalio,
quæ mun-i di ordinem maximopere commendat, absque mali moralis permissione
nuilum haberet locum . 216. Itaque Deus non vult, sed dumtaxat permittit ma]um
morale. Atqui hæc permissio Divinis Perfectionibus nihil obest. Ergo mala
moralia sub unico Ente infinite perfecto locum habere possunt. 217. Rem totam
ita perstringimus: Ex malis nihil Divinæ Perfectioni detrahitur. Ergo frustra,
præter priricipium summe bonum, aliud principium summe malum Manichæi
comminiscuntur 5. i In lib. I Sent., Dist. XLVI, q. I, a. 4 sol. 2 Enchir., c.
11, n. 3. Unde Deus non eis [creaturis liberis) ademit hanc potestatem
{peccandi), potentius, et melius esse iudicans etiam de malis bene facere, quam
mala esse non sinere ;' De Civ. Dei, lib. XXII, c. 1. 3 I, q. XXII, a. 2 ad 2.
Perbelle ad hanc rem inquit s. Bonaventura: Vis divina, eliciens bonum ex malo,
præpotens est malo, et ideo bonum, quod inde elicit, prævalet bono, quod malum
corrumpit; et ideo plus valet Universum nunc, quam valuisset tunc, in quod nunc
modo commendatur Sapientia Creatoris. Unde Gregorius in benedictione cærei
paschalis, Ofelix culpa, quæ talem meruit habere Redemptorem. Et exeraplum est
de scypho sano, qui frangitur, et religatur filo argenteo vel aureo, quia
melior est post, quam ante, non ratione fractionis, sed ratione religationis ;
In lib. I Sent., Dist. XLVI, a. 1, q. 6 resol. 5 Ex iis, quæ adhuc
demonstravimus, excluditur etiam, ut s. Thomas advertit, quorumdam error, qui
propter hoc, quod mala in muodo evenire videbant, dicebant Deum non esse...
Esset autem e contrario arguendum: Si malum est, Deus est. Non enim esset
malum, sublato Effcctuum oppositorum oppositæ sunt causæ. Atqui bonum, et malum
sunt effectus sibi invicem oppositi. Ergo sicut summum Bonum est causa boni ita
summum malum admittendum est, quod sit causa rnali. 2W. Kesp. Dist. mai. Si
sermo habeatur de causis proximis, et particulanbus, conc. mai., si de causa
remota, et umversali neg. mai. Dist. etiam min.; ita tamen, ut ad 3umdem finem
ordinari possint, conc. min., secus, neq mn. J\eg cons. Llramque distinctionem
ex D. Thoma ac;epimus. Quod ad primam
attinet, contraria, inquit ;anctus Doctor, conveniunt in genere uno, et etiam
con/eniunt in ratione essendi. Et ideo, licet habeant causas larticulares
contranas, tamen oportet devenire ad unam arimam causam communem . Atque id
generatim circa tfectus contranos intelligendum est ; nam cum de malo, uod
oppositum bono est, sermo est, illud etiam observanlum est, malumproprie
effectum dici non posse siquidem nalum cst mcidens effectibus, sed non est
factum per se oquendo. Alteram distinctionem ex his sancti Doctoris erbis
confecimus : Res habent contrarietatem ad inviem, quantum ad proximos effectus
; sed tamen concorlant etiam contraria in ultimo fine, ad quem ordinantur
ecundum harmoniam, quam constituunt ; sicut etiam pæi in mixto, quod componitur
etiam ex contrariis ; et ex oc sequilur quod agentia proxima sunt contraria,
licet gens pr.mum sit unum ; quia iudicium de agente, et fine oon^, CUmaohtn
duæ causac in idem incidant. Obnc. 2° Dcus aut vult tollere mala, et non pots, aut
potest, et non vult ; aut neque vult, neque pot ^ . VUiU'^J01^' Si vull. non
potest, imbelllis est, quod in Deum non cadit. Si potest, et non vult, ividus,
quod æque est alienum a Deo. Si neque vult, equc potest, et invidus, et
imbecillis est. Si vu t, et potst, unde ergo sunt mala ? [ Responsio ex dictis
constat. Deus enim potcst utiueomn.a mala tollere, non vult tamen, ne
impediatur onum Un.versi. Neque propterea est imbecillis, aut mi rdine boni,
cuius privatio est malum: hic autem ordo non esset si eus non esset ; Contr.
Gent., lib. III, c. 71. ' Ib.d. ad 3. - In lib. II Sent., Dist. I, q. I, a. 1
ad 4. nus bonus, quia omnipotentiam, et bonitatem suam patefacit, cum ex ipsis
malis bona eliciat. 222. Obiic. 3° Secundum illud effatum, Quidquid est causa
causæ, est causa effectus, peccatum, cuius causa est liberum arbitrium, reducitur,
tamquam in causam, ad Deum, qui est causa liberi arbitrii. Atqui id sanctitati
Dei repugnat. Et sane illud effatum ad rem non facit ; nam effectus causæ mediæ
procedens ab ea, secundum quod subditur ordini causæ primæ, reducitur etiam in
causam primam ; sed si procedat a causa media, secundum quod exit ordinem causæ
primæ, non reducitur in causam primam ; sicut si minister faciat aliquid contra
mandatum domini, hoc non reducitur in dominum, sicut in causam. Et similiter
pec| catum, quod liberum arbitrium committit contra præc©r ptum Dei, non
reducitur in Deum, sicut in causam l . Obiic. 4° Prævidit Deus hominem male
usurun: libero arbitrio. Ergo, cum sit infinite bonus, debuisse id impedire. Quod si bonitas finita patrisfamilias necessario
exigit, ut impediat, quominus sui filii bonis, qua( accepturi snnt, abutantur,
multo magis bonitas infinita i( præstare debuit. Equidem, cum homo
essentialitei sit rationis particeps, atque libertas sit essentialis ratio nis
proprietas, idem fuisset condere hominem libertafc carentem, ac non hominem,
quod intrinsecus repugnat Nec libertas est de se matorum scaturigo, sed solum
ilj lius abusus, cum mala non fataliter, ac necessario, sec contingenter ab
illa deriventur. Neque ullum tam fatuun hominem esse putamus, quem libertatis a
Deo sibi con, cessæ poenitere possit, cum illa sit etiam innumerabiliuq bonorum
fons. Potuisset utique Deus absolute impedire ne homo peccaret, retenta
nihilorninus libertate; ast, cu id noluit, tantum abest, ut malorum permissio
Eius infi nitæ bonitati obsit, quin potius illam mirifice manifester uti iam
demonstratum est.i 4a 2æ? Peccatum, alibi ait, jefertu in voluntatem, sicut in
causam; et quamvis voluntas sit creata Deo, in quantum est quoddam ens, non
tamen quantum ad ho( quod defectus ex ipsa incidere potest; In lib.II Sent.,
Dist. Exemplum autem patrisfamilias, qui bonus non sset, msi prospiceret, ne
fiiius abuteretur bonis ei traitis, nullam vim habet; nam pater est provisor
particulris; Deus vero est provisor universalis. Aliter autem ocente AQUINO
(vedasi), de eo est, qui habet curam alicuius articular.s, et de provisore
universali; quia provisor parcularis excludit defectum ab eo, quod eius curæ
subdiir, quantum potest; sed provisor universalis permittit iquem defectum in
aliquo particulari accidere, ne imediatur bonum totius. Accedit quod pater
naturali officio impedire teneir quæcumque filii mala impedire potest; Deus
autem ti demonstravimus, non tenetur omnia impedire mala læ potest. Quocirca
Deus peccati causa etiam indirecta ci non potest nec debct: quia tametsi non
præbeat frxi Iium, quod si præberet, homines non peccarent >c totum facit
secundum ordinem suæ sapientiæ et iuitiæ, cum Ipse sit sapientia, et iuslitia;
unde non imputar Jii, quod a ius peccet, sicut causæ peccati; sicut ibernator
non d.citur causa submersionis navis, ex hoc lod non gubernat navem, nisi
quando subtrahit -uberitionem, potens, et dcbens gubernare. Pantheistarum
placita recensentur Ex iis, quæ superius de infinita Perfectione Dei cta sunt,
non solum eorum error, qui nonnisi unam esse )sse Divinam Naturam inficiantur,
sed etiam commenm illorum, qu, Deum cnm hac rerum universitate conndunt,
refellitur. Illud philosophiæ systema, in quo nnia, quæ sunt, unicam
substantiam constitucre dicun cl,HJfl(IfnrXI,I,I n°tanda ^st vox illa aliquem,
i,t c udatur Baylci sopinsma, quo Deum mala permiuentcm assimilat ?i, qui
smeret crescere seditiones, et perturbationes iti toto renoVL9JVam
acouireretPr°™rati remedii. Nam l.ac agendi ra"n al loua reSm mala
Particularia rex permitteret, sed age r Zlr Um commune re^N qod ipse curare
debet. Quoca ineptissimum
est Baylei exemplum. V la 2, q. Philos. Cerist. Compend. IJ.7 9/? tur quæ Deus
appellatur, panlheismi nomine designatur • Iam insania hæc, etsi antiquissima
sit, tamen hac nostra ætate late longeque pervagata est, ac veluti culmen atti
gisse videtur. Ut veteres2, atque aliquos mediæ ætatis prætermiUamus 3, pessimi
huius erroris origo in philosophia re i Hoc ipsa pantheismi vox, a verbis tcat
et 0eog effecta, lucu ^Omnes fernie indorum philosophorum Scholæ pantheismum ma
eis minusve redolent, sed eum, omni remota ambage, docuit philo soohia Vedanta,
quæ cum libris sacris, Vedas appellatis, consentane sitorthodoxa putatur.
Vedantici philosophi contendunt unicum extari ens infinitum nomine Brahma,
resque multiplices, et compositas, qua. nræter illud existere dicuntur, esse
calentis phantasiæ ludibna. Ind se in s° £%%;, |c promde se,n sub.ectum, atquc
obiectum reflexionis distinLit J" Z '3° Per reflcx.onem limitcs sibi
imponit, scquc in eoosSbl '';."" e9° 0l?,eCt,,,,n Uividit, oniam a,
om subicctun/ rcflex ornsob.ecto oppomtur, liquet ego obiectum, comparatum cun
eoosul l um'^sum T Ca°QaarVt°r ^punLper reflexion^, po°iviUh purum' hoc est'
cum conscientt sui ipsius |r;: z::^sT:zrcicntia sui ipsius - est sk xitramque
rem cum cogitatione unum idemque esse contendit, illud pronuntiatum staluens:
Quidqnid est reale, est ideale, et quidquid est ideale, est reale. Quare, ex
eius sententia, illud, quod cetera omnia complectitur, non est neque subiectum,
neque obiectum, verum cogitatio, seu idea, \el Idea-Ens, quæ quidem in se est
absoluta, et indeterminata, sed cum seipsam secundum quasdam leges, quæ ab
Hegbelio momenia appellantur, evolvit, egoy mundum et Deum producit.
Pantbeismus opera Cousini e Germania in Galliam transmigravit. Hic eclecticorum
Galliæ dux se panlbeistam esse præfracte inficiatur; sed quod yerbo negat, re
fatetur. Revera ipse docet Deum esse unicum, et multiplicem, æternitatem, et
tempus, summum, et infimum gradum entis, finitum, et infinitum, simul Deuny
naturam, et humanitatem; Deum, cum mundum creat, non quidem e nihilo, sed e
seipso illum educere, ldeoque creationem aliud non esse, quam evolutionem, et
apparitionem Dei in mundo; creationem esse necessanam, quippe quod Deus, cum
sit caussa absoluta, non potest non creare, hoc est, seipsum manifestare, et
cum sit causa infinita, huiusmodi manifestatio erit constans, et infinita; Deum
idcirco necessario, et semper creare. Exinde intelligitur, cur Heghelius unam
esse reruni, et seientiæ rerum originem, et in scientia formam, et id, quod
forma continetur, unum, idemque esse decreverit. Quamobrem ipse totam
philosophiam intra logicæ cancellos coegit; ex quo sequebatur rationenr
philosophandi esse ipsam philosophiam; siquidem logica, ut ab initn diximus,
non est aliud, quam communis ratio philosophandi, siy ctitati detrimentum
affert. Vid. Allocut. Pii PP. IX, Maxima quidem, in 0.; cit. Atti Pontificii.
onc. min. Neg. cons. Distinctionis, quam attulimus, ratio x iis, quæ alihi docuimus,
evidenter perspicitur. Obiic. Substantia infinita cum substantiis finiis
comuncta est quidquam maius unica substantia infinifc Atqui hoc est absurdum,
siquidem illud, quo quiduam maius esse potest, non est infinitum. Ergo absurum
est esse substantias finitas præter infinitam. Resp. Dist. mai., quidquam maius
quoad nume^m, conc. mai., quoad perfectionem, neg, mai.; conc. in. Neg. cons.
Iis, quæ ad huius rei explicationem abi tradidimus % hunc alium D. AQUINO
(vedasi) locum adiicius: Finitum infinito additum non facit maius, sed fat
plus; quia infinitum et finitum sunt duo. Deus dicitur esse omnium; et omnia
dimtur esse in Deo, atque esse participationes divinæ esmtiæ. Atqui hæ loquendi
rationes significant res extra eum ab ipso Deo reipsa non distingui. Ergo.
Resp. Neg. min. Et sane, (( Deiias dicitur esse mmum eiTective, et
exemplariter, non autem per essenam. Creaturæ
in Deo esse dicuntur dupliciter. no modo, in quantum continentur, et
conservantur virite divina; sicut dicimus ea esse in nobis, quæ sunt in islra
potestate. Et hoc modo intelligendum est verum Aposloli dicentis: ln lpso
vivimus, movemur, et su~ us, quia etiam nostrum vivere, et nostrum esse, et
nostrum moveri causanlur a Deo. Alio modo dicuntur res ise m Deo, sicut in
cognoscente. Creaturæ non cuntur divinam bonitatem participare, quasi partem ln
lib. IV Sent., Dist. q. sol. ad i. Præclara sunt hæc D. Bernardi verba : Sane
esse omnium dixerim Deum, non quia illa sunt, quod est Ule, d quia ex Ipso, et
per Ipsum, et in Ipso sunt omnia. Esse est er omnium, quæ facta sunt, Ipse
factor eorum, sed causale, non itenale; Serm. IV in Cant. Cf s. Aug., Solil,
lil. I, c. 1, ct
Damasc, De Fide orthod., lib. I, c. 12. 5
I, q. XVIII, a. 4 ad 1. Cf Qq. dispp., De Pot. Ex his, et aliis, quæ antea
passim exposuimus, intelligis facere fundamentum Pantheismi Krausii, eiusque
discipuli Arhensii; inidem eoruni sententia in illa verborum æquivocatione
superstruir, qua omnia, et proinde etiam mundi essentiam in Dei Essentia sentur
contineri. essentiæ suæ, sed quia similitudine Divinæ Bonitatis i esse
constituuntur, secundum quam non perfecte Divinai Bonitatem imitantur, sed ex
parte. Obiic. Nolio essendi in se, sive subsistendi, i alibi dictum est 2,
dumtaxat Deo plenissime convenit. Erg nulla substantia, præter Deum, dari
potest. 248. Resp. Neg. cons. Sane aliquid, ut s. Thomas doce? potest dici
proprium alicui, vel quia ipsi ita convenit ut nulli alii subiecto convenire
queat, ut cum dicituJ proprium hominis esse risibile, quia nulli extraneo a ne
tura hominis convenit ; vel quia i!lud,quod de subiect prædicatur, etsi aliis
subiectis quoque conveniat, tame eo modo, quo ipsi convenit, nulli alii
subiecto convenir1 queat; ut cum dicitur hoc proprie esse aurum, qui non habet
admixtionem alterius metalli 3 . Hoc præstf tuto, de substantia Dei idem, ac de
esse Eius dicendur est; nempe quemadmodum esse est proprium Deo non e quod res
creatæ non sunt entia, sed eo quod esse illo md do, (juo convenit Deo, nempe,
prout est purum, seu sin> admixtione ullius privationis, aut potentiæ, nuili
natura oreatæ convenit; ita Deus proprie substantia est, nof quia nulla res
creata substantia est, sed quia substantia prout perfectum actum subsistendi
denotat, nulli rei crea tæ, sed Deo dumlaxat convenit. Itaque ex eo, quod Deu
proprie substantia est, non fluit res creatas non esse, ne^ dici posse
substantias, non secus ac ex eo, quod esse pro; priissime de Deo prædicatur,
non sequitur ipsum noi posse prædicari de rebus creatis s. i In lib. II Sent., Dist. Et alibi: Essei
tia Divina non secundum se augmentabilis et multiplicabilis est; se solum
multiplicabilis estse^undum similitudinem, quæ a multis par ticipatur ; Contr.
Gent.. Sent., Dist. Id luculenter s. Thomas docuit; siquidem, postquam monuit
Deun dici substantiam, quantum ad id, quod est perfectionis in substantia"
adiecit: Et ideo non sequitur, quod omne, quod est substantia, si Deus; quia
nihil ab Ipso recipit prædicationem substantiæ sic acce ptæ, secundum quod
dicitur de Ipso; et ita propter diversum mo dum prædicandi non dicitur
substantia de Deo; et creaturis univoce sed analogioe. Quædam adversus
Spinosam, aliosque Panlheislas adnotanlur n Totum, quanlum est, spinoziani
systematis ædifir?(,cium ambigua substantiæ notione innititur, qua explicala,
funditus illud corruit. Sane Spinosa Deum unicam e(2sse substantiam ex eo
deduxit, quod cum dixerit subit stantiam csse id, quod per se, seu in se est,
iliud per se tmjita accepit, ul non solum inhærenliam in aiio subiecto,
na>ed etiam causam effectricem a substantia distinctam excKPluderel, unde
nonnisi unicam substantiam Divinam exilenitere posse collegit. At hoc falsum
est, quia in definitionjbe subslantiæ esse per se, sive in se non denotat eam
hu^usmodi esse debere, ut non recipiat esse suum ab alio itj,ed denotat eam non
habere esse suum in alio, tamquam jn|n subiecto1. Quamobrem s. Thomas scite
advertit sube( tantiam dici posse rem, quæ non habet esse suum per mjihud, si
pcr 7 ahud intelligatur causa formalis, quippe i[uod causa formahs est
intrinseca cuique rei; non vero, faiii per To ahud causa effectrix
intelligalur, quia res creaioi æ esse suum a Deo accipiunt. Spinosa subslantiam
ila definivil, ut in ea essentiam M|l> esse non distingueret, quia non dixit
substantiam esse )U|Ssentiam, seu rem, cui convenit esse in se, sed ens, quod
ie i se est, seu ipsum esse in se; unde pronum ei fuit omnem miausam ab ipsa
subslantia diversam excludere; siquidem 0i m subslanlia essentia ab csse non
distinguitur, necesse st, ul ipsa per essentiam suam exislat. At vero,' ut idem
lhomas scite advertit substantiæ nomen non siffni cat hoc solum, quod est per
sc esse, quia hoc, quod est sse, non potest per sc esse genus, sed significat
esscn am, cu. compet.t sic esse, idest per se esse, quod la ien^essc non est
ipsa eius essentia 3 . Et sane, subslan Ontol.. Esse creatum non est per
aliquid aliud, si ly per dicat caum formalem intrmsecam ; immo ipso formaliter
est creaturasi tem d.cat causam formalem extra rem, vcl causam effectivam '^c
IPC,F ^Tr^ Gt n°n Per SC,); /n 7 S'nt-> >t. Ferranensem,, In lib. I Contr. Gent. Le
rePræstatVGatti,Ord.Præd.,/nSr/r.a/,o^fl-co-;,o/e,r^^ )• I, tract. I, Djss.
Roma. tia, cum sit quædam categoria, rem secundum aliquem modum essendi
determinatam significare debet; ac proinde intelligi non potest, nisi in ea et
aliquid, quod quodam modo est, et quidam modus, quo ipsum est, distin guantur.
Illud prætermissum nolumus, duo vitia quoque la tere in demonstratione, qua
Spinosa unicam substantiam Divinam existere statuit. Primum est, quod huiusmodi
demonstratio in seipsam incurrit. Philosophus hebræus primo suhstantiam ita
definivit, ut nonnisi esse Dei re vera significaret; deinde ex notione
substantiæ, quam sua definitione tradidit, Deum dumtaxat esse substantiam de
duxit. Alterum est, quod Spinosa ex solo conceptu sub stantiæ argumentum ad
existentiam eius petivit. Enim vero, cum notio substantiæ dicitur esse res, cui
conve nit non esse in alio, vel secundum Spinosam, ens, quod per se est, et per
se concipitur, procul dubio non affir-' matur esse revera in natura rem, cui
convenit non esse in alio, sive ens, quod per se est, sed illud tantummodo
decernitur, si quid est, cui convenit esse non in alio, hoc esse substantiam.
Quocirca ex notione, quæ definitione suhstantiæ continetur, illud minime licet
absolute inferre^ quod substantia re vera existit, sed illud dumtaxat, quod re
vera existit substantia, si res, cui convenit non esse in alio, existat. Ad
Pantheistas transcendentales quod attinet, 1 iam demonstratum a nobis fuit
absurdam esse tum illan. methodum, qua ipsi cognitionem nostram a priori inve
stigare conantur2 ; tum illam sententiam, qua animan obiecta suæ cognitionis
sibi construere tenent 3. # 2° A vero longe abest pronuntiatum illud, quod ipsi
r Neoplatonicis acceperunt, ideas nostras a rebus non dis tingui, atque subiectnm
cogitans, et obiectum, quod cogi tatur, unum, idemque esse. Sane, quemadmodum
s. Tho5 mas contra Neoplatonicos argumentatus est 5, in pnmil intellectio non
est eadem cum re intellecta, quia mens noi Hinc, ut alibi adnotavimus (p.
335-336), substantia, prout cate goria est, in Deum cadere nequit, quia in Deo
essentia ab esse dis tlngui haud potest. 2 not. 2. Contr. Gent. solum
intelljgit rcm sed per lacultatem in seipsam redeundi, qua pollet, inlclligit
intellcctionem rei; L quo, non solum scent.æ rcrum cxislant, sed etiam scienth,
cogn.fon.s rerum confici possit. Secundo, intefiecUo d ! stingui ur al>
intclleclu, sive a subieclo cognoscenle, quia si intellectus idem esset cum
inlellectione, ipse numquam in potcnlia, sed semper in actu foret, hoc cst semner
™ fZT% ^'^«W cogposcit, neque unquam novas^gni." rimin1turU,rnrCtTerU°J
inlC!'eC'US a re intC,,ccta u" criminatur, qu.ppe quod res intellccta est
princinium per^qiiod anima eam intelligit '. '"cipmm, >t iJn E9\P"
Fichlei, Identitas absoluta Schellingii, . enf nos trf FS"T ^™' SmL Re
fluidem '« mH ronrnn.in Chlc° doJc?nle ' 0',e al>stractionis ad ego mri
conceptionem ascendit. Atqiii nemo vel in logica 110 ' o USn!,goT
illVhSlraCrti0nem n?n nosse confici sinc su-> en° 'Fqrm COnf!C"' Ct
°,,ieCl° ' circa quod eonfici nhi^f T e9°x Puriconc?Pt« exurgere non potest,
nisi '"('>. «qu obiect, rea,kas praoslUuatur At ept.o rcv egopun,
secundum Fichleum, quamlibel lum ESf Vs "m TIUSSuh,e.CU repræsentationcm
excludit. ^rgo Fictheus lurp.ter sibi contradicit, cum conceplioem „s C5,0 pun
ve,ut| sui systematjs fundameiUulT1 niliii?! aUtem-' a-ouo Schellingius supremum co Te, s n... an?e Pr,nc,P,um derivat, est
aliquid, quod io.cn,,. .0tTem omns rcalitat. nempc perabstra ules Lv >ieC{0'
Ct Su,.,iect0 in sc eontemp latur, et si KL i, rea,,ss,mum • «u'a illud non
solum reale, sed Mt 1^^. tat6m' °i f°ntem 0mnis rca,itatis cssc eonraroif n»Un
'• ' qU.°d ex rcmolio"e subiecti et obiecti er«m „ " r rcal"?l'S
sit, est prieotfo oftscbta, seu *rum mhil. Ergo (dent.tas absolota Schellingii
manife terCsi b!hCt C,;"tr 'li,',i"",""• Deni1ucsi
Sclu.lfi, g™ turter sibi conlradix.t, cum Absolutum, quod ment ner re ouonem
omnis realitatis in se contemjlatur in Ens rea «qronufll",™0,,^ SKbieC,nm
intelli8e"s.ot ren intcl.ccum »« 91 9S, m,™ observanlc B»lmesio(F«M. /«»
et s°> »«wSr& A«g.; ^«rTm;.!,bi,b.,a^Ua8,;cStUb:CC10 oognosccnti,
opnonil. Cf Puilos. Gurist. Compend. lissimum transmutavit, idem Heghelio
obiiciendum est, auia ipse asseruit ldeam esse ultimam abstractipnem, ad duam
mens, a rebus proprietates earum gradatim remoTendo, pervenit, et simul eam
fontem omnis real.tatis, ac proinde cum idea omnium max.me concreta unum,
idemque fecit. Accedit, quod, cum idea visionem, sive repraesentationem
significet, admittere ideam, quae neque ad obiectum, neque ad subiectum uilo
modo refertur, idem est, ac admittere visionem sine re, quae videtur, et sine
subiecto, quod videt; id, quo nib.l absurd.m Quae^cum ita se habeant, nihil
est, cur dicamus. quantum impia, et ahnormis sit notio De, quam, sti Phv fosophi
obtrudunt. Sane, secundum Fichteum, Deus 1 est ro eqo vururn, quod seipsum
tamquam purum ponit s ive! nt ipse blaterat, creat; 2° est nostrae ment.s
figmen tum naro, quemadmodum Fichteus ingenue fassus esl tres illae positiones,
non ego, ego nonpurum, et Deus pmn obiecliva realitate deslituuntur; est
infinitum, et s.mt sihi limites assignat. Secundum Schel ing.um, 1 Absc uturo,
sive Deus non tamquam illud, in quo omne act est sed tamquam illud, in quo
aliqu.d potenhale est, n te igendnm Vet. Etenim evolutio Absoluti non pote
concipi velut quaedam manifestat.o; s.qmdem repugn quXam manifesturo se facere,
nisi sit al.ud cuisem nifestel; nihil autem omnino est, cu, Absp utum manif
stare se potest, quia nihil, secundum Schellmg. um, rea esi!praeterquaro quod
ipsum Absolutum, et qu.dqu.d ^pj ter Absolutum existere videtur, re ipsa non
ex.stit .(Jua. "tiamsi demus ro ego purum, ut ut infinitum P°f ^Uquem
™i,»m «ihi nonere a Fichteo quaerere nobis hcet, utrum aU limn Sm sTgnandos
psum se moveat, an a caussa externa impcllatt Shoc Postremum.agnoscercnecessc
cst causam eyopurosupenore nuae in ipsum vim aliquam exercet, ob idque quandam
passion coo tribucre quae duo Fichtei systemati adversantur; .pse emm uit
qu1dquldqexistit ab ego puro originem habere atque^ uk, . scl* tari uobis
liceat a Fichteanis, cur ego purum – H. P. Grice, THE PURE EGO -- Iim.tes s.b,
ponat? S sane ex se siquidem nulla res ad imperfectionis statum spectat aue ex
eo quod in quodpiam obstaculum incdit, nam ex F.ch S"hil extra ego, eiusque
ideas existit. Cf Nicolas, Introd. a l r Bistoire de la Phil., Paris Cf
Ancillon, Essai de phil. et de htterat., raris lla evolutio in ipso Absoluto
ponenda esset. Atqui si in I ibsoluto omne actu esset, nulla evolutio in eo
esse, et inm ell.gi posset, quia cum illud, quod evolvitur, a potenlia lti. id
actum progredi debeat, repugnat in aliquo evolvi iim ud quod iam actu in eo
est. Ergo, ut illa evolutio in sil knsoluto
explican posset, aliquid potentiah in eo intellijendum esset. Iam Absolutum, in
quo aliquid potentiale est, secum pugnarc manifestum est. 2° Immo Absolutum
>cnellingianum non est, uti vidimus, nisi Privatio absouta, sive merum
Nihil. Hinc Oken
Schellingii discipulus o usque insannt, ut Absolutum, sive Deum Magnum NiU
appellant. Denique, secundum Heghelium, 1° unium ens, sive absolutum, et
Infinitum, quod ipse vocat aea-±,ns,Qstahquodprivative indeterminatum, seu
omnis eterminationis expers2, unde collegit Ideam-Ens esse puum putumque nihil
3; et quoniam nihil est negatio enis, Idea-hns esset ens, quod non est ens,
sive ens, et non ns; 1 fcxevolut.one ldeae-Entis, ut Heghelius ait, emer £
«Tnfr sP^tus> et »Pse Deus. Quare, cum Idea uu">ns cvolutioncm
Absoluti S"f° bsnrdam cssc demonstravimus, absurdam etiam cv„Iun„c/
«^'^l.anac prcdunt. Insupcr pcsitiones Ideae He«helii po icncs, s.vc ad
creationcs ?ou ego puri Vicblei rcducuntur! quo Uramcnu^rndaet,^8 °StCUSU,U
U°biS CSt' VC'Ut "hantaSiaC seu devenit, etcausam, per quam fit,
subaudiat: haud enim possibile est, ut aliquid de potentia in actum, nisi per
ens iam actu, progrediatur. Adhaec, quis tam vehementer allucinari potest, ut
Deum, cuius natura, ut AQUINO (vedasi) inquit, maxime et purissime est actus in
aliquo, quod per continuas evolutiones fieri indigeat, ut realiter sit, seu
potius quod semper fiat, et numquam sit, consistere effutiat? Denique in
refellenda sententia Cousini nihil immorari nobis opus est. Etenim illa, quae
docet, nempe res necessario a Deo creari, atque creationem in eo consistere,
quod Deus mundum ex seipso educit, ex theoriis antea statutis 8 nullo negotio
explodere licet. Unum, et alterum dumtaxat hic adiicimus. Sane, quoad
creationis necessitatem, quam Cousinus ex absoluta Dei natura inducit, audiatur
iterum AQUINO: Quidquid in Deo est, est sua essentia; et ideo totum est
aeternum, et increatum, et necessarium; sed tamen effectus, qui ex Eius
operatione procedit, non necessario procedit, quia procedit ab operatione,
secundum quod est a voluntate, et idec producit effectum secundum libertatem
voluntatis. Fal sam autem omnino esse cousinianam notionem creationis: a
Augustino docemur. Creatura, sanctus Doctor ait ita esse dicitur ex Deo, ut non
ex Eius natura facta sit Ex Illo enim propterea dicitur, quia Ipsum auctorem
habet, ut sit: non ita, ut ab lllo nata sit, vel processerit sed ab Illo
creata, condita, facta sit s. Atque inde iU 1 Qq. dispp., De Pot., q. II, a. 1
c. 2 Circa haec Transcendentalium commenta vid. etiam quae diximu: in cap. II,
a. 2 Cosmol, c. VII, aa. 1 et 2. In lib. 1 Sent., Dist. XLIII, q. II, a. 1 ad 3.
Et ibid. ad 2 Sicut voluntas, et essentia, et sapientia in Deo idem sunt re, se
Optimismus mundi refellitur. Antonivs
Can. D'Amelio Joseph Ca>\ Molinari Censor Theologus Depnt. cx-a, CZ-o-a
4Pf&}. Gaetano Sanseverino. Sanseverino. Keywords: segno naturale, Boezio,
Aquino. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sanseverino” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza -- Grice e Santilli: la ragione
conversazionale -- dal soggettivo all’inter-soggettivo – la scuola di Sant’Elia
Fiume Rapido -- filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sant’Elia Fiume Rapido). Filosofo italiano. Sant’Elia
Fiume Rapido, Frosinone, Lazio. Segue il
corso liceale presso la Scuola di Murro a Napoli. Discepolo di GALLUPPI, e
amico -- fra gli’altri – di SETTEMBRINI, FIORELLI, e SANCTIS. Si laurea in
filosofia. Apre una scuola di diritto morale e costituzionale. Fervente
giobertiano – GIOBERTI (si veda), e attivo propugnatore, nei circoli culturali
napoletani, di un'Italia federate. A frequenti rapporti epistolari con MAMIANI,
GIZZI, e COUSIN. Quest'ultimo lo introduce nel giro culturale del socialismo
utopistico ma modula il suo socialismo secondo i propri valori umanitari,
rifiutando la logica della lotta di classe. Ha comunque a scrivere che nel
regno di Napoli occorre una savia distribuzione della ricchezza. Presidente
della società dantesca (ALIGHERI – si veda) -- e prolifico filosofo. Fonda "L'Enciclopedico"
in cui vivacemente sostene che occorreva occuparsi della piaga della povertà. La
nazione italiana vuole pane e lo dimanda incessantemente, lo chiede nel pianto
dell'indigenza, tra le sciagure della desolazione, lo chiede non a titolo di
preghiera, ma diritto necessario, assoluto. Il popolo italiano non capisce la
speculativa astrazione di alcune verità filosofica, non sa i titoli di libertà,
di costituzione, di uguaglianza. Una riforma che dimentica affatto la fisica
prosperità del popolo italiano non è che riforma di solo nome. “Le idee" e
testo di studio nelle scuole di Toscana; "Sul realizzamento del
pensiero"; "Sviluppo filosofico dell'autorità"; "Cenno
psicologico sull'attività dello spirito"; "Individuo e Società";
"Princìpi dell'imanità razionale"; "Il socialismo in
economia" e "Lavoro, industria e capitale". Si batté
politicamente per l'ottenimento della Costituzione da parte di re Ferdinando II.
Malvisto e considerato individuo pericoloso dalla polizia e ucciso a
baionettate da soldati che fanno irruzione nella sua abitazione in Largo Monte-Oliveto,
accanto a Palazzo Gravina. Venne ucciso a seguito della delazione di una donna,
che lo indica come il predicatore alla soldataglia. Lo ricordano due epigrafi:
una sulla facciata della sua casa natia e una sulla facciata della sua palazzina
in Largo Monteoliveto. Di lui scriveno SANCTIS, PEPE, SETTEMBRINI, VANNUCCI,
MASSARI, GROSSI, GUZZARDELLA, e MANDALARI -- che volle raccogliere i suoi saggi
in "Memorie e Saggi” (Roma). Peruta. “Il Giornalismo Italiano del
Risorgimento”; Ghiron, Peruta, “Storia del quindici maggio in Napoli; Settembrini
"Memorie e saggi”; Mandalari, Memorie, Roma. Guzzardella, “Martire del
Risorgimento” Milano, Ghiron, Il valore italiano, Tip. nazionale degli editori
Ghione e Lovesio, Peruta, Il Giornalismo Italiano del Risorgimento, Angeli, Mambro,
in Sant'Elia Fiume Rapido, il Sannio, Casinum e dintorni Roccasecca, Settembrini,
Ricordanze della mia vita, Morano. COMMEMORAZIONE DI ANGELO SANTILLI FILOSOFO E
PATRIOTA SANTELIANO FU UCCISO A NAPOLILa cerimonia a Sant’Elia – ntensa
cerimonia commemorativa, a Sant’Elia Fiumerapido martedì 20 maggio scorso, per
la ricorrenza del 160° anniversario della tragica morte del filosofo e patriota
risorgimentale santeliano, Angelo Santilli. Promossa dalla locale Pro Loco,
la commemorazione ha avuto il convinto
sostegno e patrocinio dell’Amministrazione Comunale, per interessamento degli
Assessori alla Cultura e al Turismo Antonio Trelle e Giancarlo Vacca, oltre a
quello della scuola media statale, intitolata proprio al Santilli, tramite
l’impegno del dirigente scolastico prof. Graziuccio Di Traglia. La cerimonia ha
avuto inizio al mattino, con raduno di studenti, autorità civili, militari e
religiose, degli eredi del Santilli e di un gran numero di cittadini, in Piazza
Antonio Riga dove, all’imbocco di Via Angelo Santilli è stata scoperta una
nuova targa toponomastica marmorea, con su scritto: “Via/Angelo Santilli/1822-1848/Filosofo
e Patriota”. Nella Chiesa di Santa Maria la Nova è stata officiata da don
Rosino Pontarelli una S. Messa in memoria di Angelo Santilli seguita da una
orazione commemorativa dell’illustre santeliano a cura di Benedetto Di Mambro.
Dopo la messa è stata deposta una corona di alloro presso la casa natale del
Santilli al suono delle note de “Il Silenzio”, . Nel pomeriggio, presso la sede
della scuola media, si è tenuto un approfondito convegno sulla figura e l’opera
dell’illustre santeliano e sulla continuità tra il pensiero liberale dell’800 e
la Carta Costituzionale italiana di cui proprio questa’nno ricorre il 60°
anniversario della sua adozione. Al convegno, seguito da un folto ed
interessato pubblico, hanno preso parte: il sindaco di Sant’Elia, dott. Fabio
Violi che ha preannunciato, dietro donazione degli eredi Santilli,
l’istituzione di una Biblioteca Comunale proprio nell’abitazione natale di
Angelo Santilli e a lui intitolata; la professoressa Silvana Casmirri
dell’Università di Cassino che ha sottolineato come il patriota risorgimentale
santeliano fosse “un prototipo, un modello di una gioventù idealista durante la
fase del Risorgimento italiano”; il Prefetto di Frosinone, dott. Piero Cesari
che, rivolto ai giovani studenti, ha rimarcato come fosse importante, nel
ricordo del Santilli, costruire insieme “il sentimento della cultura della
legalità”; infine il giudice Tommaso Miele, primo consigliere della Corte dei
Conti, che ha sottolineato l’attualità del pensiero di Angelo Santilli, rimarcando
il concetto della Costituzione “come fonte di democrazia e di uguaglianza”. È
stata quindi la volta dello studente Giacomo Vettraino della classe III A che
ha chiuso il convegno illustrando la vita e il pensiero di Santilli. Angelo Santilli, filosofo e patriota – Angelo
Andrea Santilli era nato il 28 ottobre 1822 a Sant’Elia, Comune che all’epoca
si trovava in Provincia di Terra di Lavoro ed in pieno Regno delle Due Sicilie
su cui governava Re Ferdinando I di Borbone. Era figlio del giovane medico santeliano
Silvestro Santilli, che sarebbe stato anche Sindaco di Sant’Elia dal 1827 al
1829 e della giovane Giuseppa Mancini, originaria di Castel Baronia, in
Provincia di Avellino, ma residente a San Germano, l’odierna Cassino. Il nonno
materno di Angelo era il medico Evangelista Mancini, bonapartista e fra i
promotori della Repubblica Partenopea del 1799. Di odori libertari il piccolo
Angelo ne respirò a pieni polmoni nella sua casa di S. Elia, nei pressi della
chiesa di San Cataldo in cui, fra l’ altro, era stato battezzato. Compiuti i
primi studi giovanili a S. Elia, nel 1835, a 13 anni, Angelo Santilli si
trasferì a Napoli per proseguire gli studi, andando ad abitare in Largo
Monteoliveto nei pressi di via Toledo. L’ingresso alla sua abitazione era il
Vico Gravina 1. Con Angelo andarono a Napoli anche la madre Giuseppa, i
fratelli Vincenzo, Giuseppe e Giovanni ed il giovane compaesano Filippo Picano.
Angelo e Vincenzo entrarono nella scuola di Francesco Murro per l’apprendimento
della grammatica, della retorica, della filosofia, della storia e delle
scienze. Nel 1838, a soli 16 anni, il giovane Angelo si iscrisse alla Regia
Università di Napoli avendo fra i suoi insegnanti il maggior filosofo italiano
dell’epoca, il kantiano Pasquale Galluppi. Amici e compagni di studi del
Santilli furono, fra gli altri, Francesco De Sanctis, Luigi Settembrini, Silvio
e Bernardo Spaventa, Antonio Scialoja, Giuseppe Fiorelli e Pasquale Stanislao
Mancini, suo cugino per parte di madre, questi avrebbero tutti avuto ruoli politici,
letterari e filosofici importanti nell’Italia postunitaria. Nel 1842, a soli 20
anni, Angelo Santilli si laureò in Filosofia ed in Legge, aprendo così uno
Studio Legale e divenendo anche docente di Diritto. L’attività filosofica,
giuridica, letteraria e politica del Santilli si sarebbe svolta, incessante e
copiosa, nell’arco di sei anni. Sempre nel 1842, a soli 20 anni, dette alle
stampe la sua prima opera filosofica “Le idee soggettive” che ebbe grande
accoglienza negli ambienti intellettuali ed accademici dell’intera Penisola a
tal punto da doverne fare una seconda ristampa per la vasta richiesta che ebbe
quale testo di studio nelle scuole del Granducato di Toscana. Santilli non si
fermò: continuò a scrivere di diritto, di filosofia, di critica letteraria e fu
anche esperto verseggiatore in terza rima. Famosa la sua ode dedicata all’amata
Margherita. La fama letteraria del Santilli ebbe grande risonanza a Napoli e
nel 1846, su proposta del Ministro della Pubblica Istruzione del Regno
Borbonico, fu nominato Presidente dell’Accademia Dantesca che però dopo qualche
tempo fu fatta chiudere dalla Polizia Borbonica perché, ricorda Atto Vannucci,
“sotto apparenze letterarie mirava ad intenti liberali ed umanitari”. Santilli
ebbe anche una fitta corrispondenza epistolare con Terenzio Mamiani; con il
Cardinale Gizzi, Segretario di Stato di papa Pio IX e con il filosofo eclettico
francese Victor Cousin, professore di estetica presso l’Università La Sorbona
di Parigi. Tramite gli scritti del Cousin entrò in contatto con il pensiero
socialista del filosofo utopista francese Pierre Joseph Proudhon e nel 1846 lo
stesso Santilli volle esporre le sue idee in proposito in tre pubblicazioni:
“Il socialismo in economia”, “Individuo e società” e “Lavoro, industria e capitale”.
Lo sviluppo filosofico e politico del Santilli partiva dal criticismo kantiano
per approdare al positivismo sociale, attestandosi, alla ricerca di certezze e
verità, allo spiritualismo neo-hegeliano che sarà l’espressione filosofica di
Bernardo Spaventa e che si esplicherà nel socialismo meridionalista di Antonio
Labriola e Gaetano Salvemini. Intanto in tutta Italia si andavano sempre più
propagando idee libertarie. Santilli, non vedendo attuabile al momento
l’istituzione di uno Stato Repubblicano, abbracciò il federalismo di Vincenzo
Gioberti e scrisse al Cardinale Gizzi perché il Pontefice si facesse promotore
e guida di un federalismo fra tutti gli Stati in cui l’Italia era divisa. Stava
fiorendo il Risorgimento e da ogni parte si chiedeva la Costituzione. Santilli
cominciò a dedicarsi alle pubbliche assemblee ed alle pubbliche predicazioni
contro il governo assoluto di re Ferdinando II, assieme al popolano Michele
Viscusi. Quando, il 29 gennaio del 1848 il Governo Borbonico concesse la
Costituzione, Santilli non smise di parlare pubblicamente perché tramite la
Costituzione si potessero migliorare le condizioni civili e sociali della
popolazione e ci fosse “una savia distribuzione delle ricchezze”. Ma dopo
qualche giorno, mentre lo stuolo degli ascoltatori del Santilli andava
ingrossandosi sempre di più, la cosa cominciò a creare preoccupazioni e timori
nella polizia borbonica che dopo un mese interruppe un discorso del Santilli in
Largo del Castello e disperse gli ascoltatori. Santilli denunciò il fatto sul
suo giornale “Critica e Verità” la qual cosa gli creò ancor più inimicizia e
sospetti dalla parte della polizia. Intanto alla fine di febbraio del 1848
moriva la mamma di Angelo Santilli, Giuseppa Mancini, a soli 57 anni di età.
Nell’aprile del 1848 Ferdinando II ritirò la Costituzione ed in tutto il Regno
si diffusero ancor più le idee libertarie e di uguaglianza sociale del
Santilli. A Napoli addirittura vi furono anche degli scioperi. Agli inizi di
maggio Angelo Santilli iniziò a scagliarsi con violenza contro la monarchia
assoluta. Il Re, temendo una insurrezione popolare, nei giorni dal 12 al 14
maggio fece disporre l’esercito nei punti strategici di Napoli. Angelo Santilli
continuò incessante con le sue orazioni contro re Ferdinando. Nella serata del
14 maggio i napoletani iniziarono ad innalzare barricate contro l’ esercito.
Barricate vennero erette anche in Largo Monteoliveto, vicino all’abitazione del
Santilli. La mattina del 15 maggio 1848 iniziarono gli scontri tra i rivoltosi
e l’esercito borbonico rafforzato da truppe austriache e svizzere. La battaglia
si protrasse per tutta la giornata e man mano le barricate furono smantellate
dai soldati con largo spargimento di sangue. Ai soldati svizzeri fu dato ordine
di scovare ed uccidere il Santilli e nella tarda serata giunsero fin sotto la
sua abitazione facendola oggetto di fucilate che uccisero il giovane Filippo
Picano e la serva di casa Carmela Mega. Irruppero quindi nella casa e
trucidarono a baionettate Angelo Santilli e suo fratello Vincenzo. Gli altri
due fratelli, Giuseppe e Giovanni, erano riusciti in tempo a trovare riparo
presso conoscenti. Molti degli scritti di Angelo Santilli furono dati alle
fiamme ed il suo corpo martoriato assieme a quello del fratello; entrambi
furono gettati in una fossa comune. Furono in molti a ricordare Angelo Santilli
nelle loro memorie: Francesco De Sanctis, Luigi Settembrini, Salvatore Di
Giacomo, Marco Lanni, Mario Mandalari, Atto Vannucci e, più recentemente,
Franco Della Peruta ed Alberto Guzzardella. Nel 1865 l’ antico Corso Dante che
attraversava il centro storico di S. Elia fu intitolato ad Angelo Santilli ed
ancora oggi porta il suo nome. Dal 1886 e dal 1889, per volere del maggiore
medico Antonio Riga (1833-1918) e del pittore Enrico Risi (1855-1915), due
lapidi lo ricordano, la prima sulla facciata della casa natale di S. Elia, in
via Risorgimento, e la seconda a Napoli in Largo Monteoliveto sulla facciata
della casa dell’eccidio. Dal 1981 anche la Scuola Media Statale di S. Elia
Fiumerapido porta il suo nome. Ora è in animo dell’Amministrazione Comunale di
S. Elia ristrutturare la casa natale del Santilli e farne sede della biblioteca
comunale e di un centro studi.Angelo Santilli. Santilli. Keywords: dal
soggettivo all’inter-soggetivo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Santilli” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Santorio: la ragione
conversazionale del pendolo di Santorio -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Capodistria). Filosofo italiano. Capodistria, parte
dell’Italia – attuale Slovenia. Padre della fisiologia sperimentale. Il primo a
comprendere l'importanza dell'esperimento e dell'adozione dei parametri
quantitativi per valutare i quali inventa alcuni dispositivi tra cui il
termometro e il tachimetro. Studia sperimentalmente la struttura della materia,
di cui descrisse la struttura corpusculare e meccanica, anticipando le ricerche
di GALILEI. Studia a Padova. A Venezia fa amicizia con SARPI, SAGREDO e GALILEI.
Adatta il pendolo alla pratica, precedendo gli esperimenti condotti da Galilei
con i pendoli. Poniere nell'impiego delle misurazioni fisiche in medicina; il
suo dispositivo più famoso fu una grande bilancia usata per studiare
l'equilibrio omeostatico e le trasformazioni metaboliche Tra i soggetti che si
prestarono alla sperimentazione vi fu anche GALILEI. Insegna a Padova. Pubblica
descrizioni di congegni termo-metrici e di precisione che divennero di largo
uso nella pratica medica. Pioniere nell'impiego delle misurazioni fisiche. Il
suo dispositivo più famoso fu una grande bilancia – la stadera medica -- usata
per studiare le trasformazioni meta-boliche in soggetti sperimentali tra i
quali vi fu lo stesso GALILEI. Pioniere nell'uso del metodo sperimentale di cui
comprese l'importanza e la necessità replicando i suoi esperimentil Considerato
a torto il fondatore della iatro-meccanica, ne e uttavia ispiratore con i suoi
importanti studi sul meta-bolismo e sulla termo-regolazione umana. È il primo a
quantificare la perspiratio insensibilis e ad usare il termometro clinico che
egli stesso idea. S. inventa anche altri
strumenti – il pulsilogio, l’igrometro, il "letto artificioso", l’"eolopila
medica", ed il "termometro lunare" -- intesi a tradurre in
numero e determinare con esattezza matematica i para-metri vitali umani. I suoi
saggi hanno numerose edizioni, diffusione europea e ampia popolarità. Classico
il “De statica medica” -- uno dei saggi più importanti della storia della
fisiologia; “Methodi vitandorum errorum omnium qui in arte medica contingunt
liNunc primum ccessit eiusdem authoris De inventione remediorum liber (Aubert);
“Ars de statica” (Leida, Haro); “Commentaria in artem Galeni”; “Nova pulsuum
praxis morborum omnium diagnosim prognosim et medendi aegrotis rationem statuens,
sine eorum relatione”; “Commentaria in primam fen primi libri canonis
Auicennae”; “Commentaria in primam sectionem aphorismorum Hippocratis”; “Societate
si politica”. Galilei -- Storia della Scienza di Firenze. Castiglioni, “Storia
della Medicina” (Mondadori, Milano); Pazzini, “Storia della Medicina” (Libraria,
Milano); Premuda, “Storia della Medicina” (Milani, Padova); Premuda, “Storia
della fisiologia” (Del Bianco, Udine). Treccani Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Santorio Santorio. Santorio.
Keywords: il pendolo, il pulsi-logio, l’igro-metro, l’eolo-pila. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Santorio” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Santucci – Leech e la
prammatica come rettorica conversazionale – simulazione, superlazione, e
compagnia – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo italiano. Grice: “There
was a time when Italians – indeed Romans – would NOT stand a hellenism like
‘eironia,’ ‘hyperbole,’ or ‘metaphora,’ and there you would have them – and
Cicero, too – uttering Varronesque formations like, respectively, SIMVLATIO,
SVPERLATIO, and TRANSLATIO! I simplify the vocabulary by calling them all
‘figures of speech,’ or IMPLICATURAE, that is!” -- Retorica. RHETORIC JEu
PRÆCEPTA V E SELECTISSIMIS AUCTORIBUS COMPILATA EDIT PRIMO PETRUS ANTONIUS S.
DE CORTONA, Unus ex Presbyteris Congregationis Oratorii DIVI PHILIPPI NERII
ejufdem Civitatis. Excudebat Joannes Baptista Recurti. SUPERIORUM PERMISSU, AC
PRIVILEGIO. Illujirifs. et Reverendifs. D. D, GABRIELI RICCARDIO Viro
nobiliffimo, et Ampliflfimo, Patritio Florentino Marchioni eximio Metropolitanæ
Ejcclefiæ Florentinæ Canonico PETRUS ANTONIUS SANTUCCI U JE magna Junt, eadem
et tnagnis deberi iifque folii nuncupan da fore, nemo unquam inficias ivit,
lllufiriffime, C9* Reverendtjfime Domine. Cum enim omnibus a natura comparatum
fit, ut coeli faciem obviam fibi quifque contempletur; huic profetto totius
Orbis fublimi /lima parti, O' non alii, ea quce Orbis ipfius fublimi /fima
ornamenta fiunt, nempe fydera, ab eademmet natura merito donata fuiffe facile
ipfe animadvertat, ne et 2 ceffe Cfjje eji % Quavem, et meritis, fi forte virum
quem Confprxerc, filent, arreBifque auribus aflant: Ille regit diBis animos, et
pcBora mulcet. At Eloquentix majefias, fe mavult, et admiratione coli, et
filentio pradican;ejl enim admiratio prxeonium glorix, et filent tum fidus
interpres majefiatis ‘, neque major illa commendatio effe potefi. quam omnis
frujlra tentata laudatio. Denique Do&orum omnium Coryphæus, ac facile
Princeps D. Augutt. fic de præcellenti hac Arte tertatus habetur: Hxc nobis cum
Angelis, cum Deo ipfo quodammodo communis efi; In ea fe ille exercet; in ea
deleBatur: in ea triumphat dum nos fine firepitu verbot'um intus alloquitur.
Ejufdem Artis Utilitas. E Tfi non defuerunt aliquando, qui maximum hoc hominum
adjumentum turpiter dctreXare non dubitaverint, quod ex illorum numero, qui
Iiaia Propheta tefte 5. zo. malum bonum dicunt, et bonum malum, fallo judicio
deceptionem fimplicium iiatuerint, quod deceptionum imo, fraudum, et doli
cujufque infenfiflimus hodis eft; fiquidemvera benedicendi latio veritatem amat
femper, illam tutatur, et cunXis Eloquentis nervis prsdicat, fubdinet, fovet,
admifcendo quidem interdum Auxefes, hyperbolefque, fed fatis eas moderate, et
eo tantum coniilio, ut veritatis ipfius magis affulgidus emicet nitor, auditorefque
eleganti, ac faceta interdum varietate deieXet; Illud nihilominus pene
Sapientes omnes firmiflimumed, jugiterque erit, quod veluti præfulgens hæc Ars
dignitate, ac majeftate ceteris artibus prædat, atque antecellit, quemadmodum
fuperius vidimus; Ita illas quoque plurimis in nos commodis, uberrimaque
utilitate facile fuperat, evincitque. Nam quid ego dicam in primis, quod ipfa,
quæ ex univerfis rebus condat, ut cum Cicerone loquar lib. 1. de Orat, quibus
ia fingulis elaborare permagnum eft, quæque omni laude cumulatum Oratorem non
efficit, ni/i erit ille omnium rerum magnarum, atque artium Scientiam
confequutus; ipfa inquam prædiXis artibus qujbufcumque, earumdemque rerum
omnium magnarum fcientia maximam opera fert, ut dignofeantur, amplexantur, amentur,
teneantur, et in deliciis fint: iisetiam lumen, et decus impertitur: Clientes,
amicos, defenfores conciliat: ab inimicis injude, impieque adverfantibus
tuetur, &eripit: eas denique dicendi vi, et libertate magnanime fervat,
ftrenue confirmat, et apud poderos omnes perpetuo, et immortaliter vivere
mirifice facit? Addere dejude licet cum laudatiflimo perfeXi eloquii Patre lib.
quod hac, et non 'alta facultas ejl, qua potuit, aut difperjos homines anum in
locum congregare j aut a fera, agrrflique vita ad hunc humanum cultum,
civilemque deducere; aut /aw conflitutis civitatibus leges, judicia, jura
defribere. Hæc alibi cutn eodem, ceterifque omnibus in ea prædantibus viris tum
antiquorum tum noftrorum temporum eft, qua: Urbibus jam conditum fidem colere; juftitiam
retinere, labores communis caufa commodi fufeipere docuit: Hæc eft qua
facinorofos homines invadimus, virtute præditos laudamus, nocentes condemnamus,
innocentes abfolvnius, prudentes exornamus, imperitos docemus. Hæc eft quæ fola
res honefias, atque ntiles perfuadere poteft: qua conlolamur afflidos, qua
deducimus perterritos a timore, qua gelbentes comprimimus, qua cupiditates,
iracundiafque reilinguimus, qua quidquid eft in omni vita redum, ac laudabile
gubernamus. Hæc eft, quæ adoleicentes acriter a vitiis revocat, et ardenter ad
virtutem cohortatur, quæ feniores languentes excitat, et ad Reipublicæ
gubernationem attentiores efficit, qua Imperatores in bello milites fuos ad
patriæ defenfionem, et vidoriam acquirendam alacriores reddunt; Quæ populos ad
Religionem, et cultum Dei optimi maximi, ad patriæ pietatem, ad communem
utilitatem tuendam inducit, quæ conciliatrix eft humanæ focietatis, quæ deniqur
femper, vel in otio» vel in negotiis ma-xime commoda eft humanitati, fidei,
Sapientiæ, fit hæc fatis dida fint, ut fi non tota, ex parte faltem aliqua
attingatur Rhetoricæ utilitas. Quanta prarcipui Studii neceffitas fit ad hanc
ipfam Artem acquirendam. E X iis, qux hu^ufque attulimus, facile conflat etiam
nectffitas, de qua modo fermo. Nam quum qux pulcia, eadem et difficilia fmt ex,
communi adagio; utique quanto ceteris artibus hxc antecellit, tanto quoque
illis "difficultate prxller, ut acquiratur, neceffe eft. Sed rem hanc
totam potius abfolvit, et ftatuit Magiftrorum omnium caput, ac Princeps prxcelUntiffimus
Tullius, quum fupracit. lib. r. de Orat, camdem Rhetoricam lermone perfequens,
cunftis illam artibus adeo eminere oflendit, ut in unaquaque ipfarum
excellentes permultos homines fateatur, perpaucos autem omni tempore in hac
benedicendi ratiore; et quidem fic ille: Ac mihi quidem fixpe numero in fummos
homines, ac fummis ingeniis prxditos intuen ti, quxrcndum ejfie vifum eji, quid
effiet, cur plures in omnibus artibus, quam in dicendo, admirabiles
extitififent. Nam quocumque te animo, et cogitatione converteris, permultos in
quocumque genere videbis, non msdiocnium artium, fied prope maximarum. Quis
enim eji, quis, fi clarorum hominum fidentiam rerum geflarum, vel utilitate,
vel magnitudine metire velit, non anteponat Oratori Imperatorem ? Quis autem
dubitet, quin belli duces ex hac una Civitate prxflantififiimos pene
innumerabiles, in dicendo autem excellentes vix paucos proferre poffimusl Jam
vero, confilio, ac fiapientia qui regere, ac gubernare rempublicam poffent,
multi nofira, plures patrum memoria, atque etiam majorum exti terunt: cum boni
per quandiu nulli, vix autem Jingulis xtati bus finguli tolerabiles Oratores
invenirentur. Ac nequis forte cum aliis Jludiis, qux reconditis in artibus,
atque in quadam varietate litterarum verfentur, rmagts hanc dicendi rationem,
quam cum Imperatoris laude,,nt cum boni Senatoris prudentia comparandum putet:
Convertat animum, et ea ipfa artium genera circumfpiciat, qutque in iis
jloruerunt, quamque multi: fic facillime, quanta Oratorum fit, femperque fuerit
paucitas, fudtcabit. Neque enim te fugit, laudandarum artium omnium
procreatricem quamdam, et quaft parentem, eam, quam ot-kaaopin* \ GV.cn vocant,
ab hominibus doitilfimis judicari: in qua difficile ejl enumerare, quot vin,
quanta /cientia, quantaque in fludtts tuis varietate et copia fuerint: qui non
aliqua m re feperatim elaborarmt, Jed omnia, quacumque effient, vel flentia
pervcjhgattone, vel differendi ratione comprehenderint, quis ignorat, 11, qui
mathematici vocantur, quanta in obj curitate rerum, et quam recondita in arte,
et multiplici, Jubttltque verfentur ? Quo tamen in genere ita multi perfetti
homines extiterunt, ut nemo fere fluduiffie ei f cientia vehementius videatur,
quin, quod voluerit, confequutus Jit. Quis mu ficis, quis huic Jtudio litterarum,
quod profitentur it, qui grammatici vocantur, penitus fe dedidit, quia omnem
illarum artium pene infinitam vim, et materiam f cientia, et cognitione
comprehendent ? Iere mihi hoc video effie diElurus: ex omnibus iis, qui in
harum artium ftudus Uber aU (fimis fint, doElnniJqu verfati, minimam copiam
poetarum egregiorum extiffiljje; atque in hoc ipfo numero, in quo perraro
exoritur aliquis excellens, fi diligenter et ex nofirorum et Grxcorum copia
comparare voles, multo tamen pauciores oratores quam Poeta b| (C>> «
)b7)fe7lfa>t«7|(. W7) V?> is faciliorem aperiam ab elocutione aufpicabor,
&. ideo. ELOCVTIO tanti eft in arte dicendi, ut inter alias illius partes,
primum fibi vindicet locum; artem enim, et artificem denominat, et a Dialeftica
Oratoriam fecernit; dum enim prxtiofa fuppelle&ile argumenta contexit, fe
gemmæ orationis parentem efle contendit. Definitionem elocutionis jam fuperius
afiignavimus, cum eam elfe diximus: Idoneorum verborum, ac fententiarum ad
inventionem accommodatio. Sed c\uia de Orat. Cic. inquit: Erit eloquens, qui
ita dicat, ut probet, delcElet, et fleciat; probare neceffiratis eft, deieftare
fuavitatis, fle&ere viftorise ;& cum de probatione agendum fit
ininventione, de motibus in amplificatione, noverit hic orator candidatus fibi
proponi delegationem per fuavitatem orationis comparandam; quod ut facilius
attingamus, fecutil CICERONE (vedasi) elocutionem per divifionem traftabimus.
Dividitur ergo elocutio in elegantiam, compofitionem, et dignitatem. Elegantia
agit de puritate Termonis, compofitio de connexione verborum, de oratione
numerofa, et de periodis, dignitas de tropis, et de figuris. De Elegantia. E Legantia, ut inquit Cicer. efi
y qua facit ut unumquodque pure, et aperte dici videatur. Hxc diftribuitur in
Latinitatem, et explanationem. Latinitas eji, qua fermonem purum confervat, et
ab omni vitio remotum, ut grammatica docet. Explanatio efl, qua reddit
apertam, et dilucidam orationem. Harc autem comparatur duobus verbis, fcilicet,
et ufitatis, et propriis. Ufitata
funt ea, quæ A 4 veriantur in fermone, et quotidiana confuetudinff. Propria
vero, qua» ejus rei verba lunt, de qua loquimur; ita Cicero, et Quinftil.
verba, inquiunt, tum propria funt, cum id Jigmficant, in quod primum denominata
funt. Pro hac explanatione fervanda tradunt Rethores deleflum fimpliciutn
verborum, ex quo rejicienda funt, quæ fcquenti diftico compleftuntur. Sordida,
pri/ca, nova, antiquata, poetica, dura, Turpia, rara nimis, vel peregrina cave:
Nam &faciuntorationem nimis lordidam, obfcænam, obfcuram, afperam, et nimis
ampullolam. De novandis verbis inquit Fabius: Nova non fine quodam periculo
fingimus, Ji tamen fingere audebimus, praceptum Horatii fervandum erit de arte
Poetica. Dixeris egregie, notum fi callida verbum Reddiderit / untlura novum
Hujufmodi effe poflent Verfutiloquor, ruricola, bandiloquens &c. Poetica
non arcerem ab oratione, fi remotis ampullis, et quibufdam poetarum fabulis
propriis verbis illuftrantur. Afperitas confurgit ex tribus, continuatione
confonantium, aflidua ejufdem litterx repetitione, et heco in vocibus. Exemp:a
elTe poflent i. O felix Xerfefque. 2. O Tite tute tati tibi tanta tiranna
tuhfti. 3. Non cauponantes bellum, fed belligerantes. Contrarius afperitati eft
ferino hiulcus, et hians, qui rafcirur e vocalium concurfu, ut Baccæ Eneæ an
æniflimx pendebant. Sed hoc loco fervandum, quod aliquando non eft infuavis tum
vocalium tum confonanrium concurfus, cujus ufus prudentis Oratoris relinquitur.
De Compofitione. D Efinitur compofitio verborum flruSlura, qua facit omnes orationis
partes aqualiter perpolitas. Compofitionis ergo officium eft, ita inter fe
verba con nette-. p ne&ere, ut nihil in oratione fit, aut obfcurum, aut
ptæpofterum,aut hiulcum, aut afperum, deinde omnia diftinguere in conci fa,
membra, et periodos, ut verba ita conjun&a numerofe, et fonore cadant. Vis
hujus ftru£urse tali fuavitate orationem concinnit, ut licet res de qua agitur,
perquam levis fit, fapor tamen, et mira dele&atio fua fponte fluat, atque
emanet. De Oratione numerofa D Uo orationis genera communiter traduntur a
Rhetoricæ magiftris; alterum pendens, alterum convolutum. De oratione pendente
inquit LIZIO dico pendentem j qux nullum per fe habet exitum, nift res, qux
dicitur in exitum pervenerit; qux ejl infuavis, quoniam prifinita. Oratio
convoluta ejl, qua circuitu effertur. Notandum ergo, quod fuavitatem orationis
maxime curarunt poeta? i unde per eam adeo aflentati funt auribus, ut compofita
fint commenta, quæ de Orpheo, Amphione, et aliis circumferuntur. Antiqui
oratores cum animadvertiflent fe in oratione illa pendente, et in longum
produ&a, quæ nullis inciditur membris, nullis clauditur periodis, ejufmodi
fuaviiatem fruflra eonfe&ari, poetas imitari ftatuerunt, et in primis
Trafimacusi, et Gorgias numerofam orationem in medium attulerunt, qux quia
ambitu artificiofe comprehenfa, dimenfa membris, partibufque finita, mira
fuavitate aures, animumque auditoris afficiebat, obviis ulnis ab omnibus fuit
excepta. Sed quia circuitum orationis Arifloteles periodum appellavit, de hac
nobis hoc loco agendum eft. De Periodo. Periodus definitur: Continuatio quadam
commatum, et membrorum, ita apte inter /e, et rotunde connexorum, ut et plenam
fententtam, O" conclufionem referant. Arift. vocat orationem 4 qua
principium, et finem /c, licet paulo utilius attingam. Methaphorx igitur
hauriri poliunt. A coelo, et a rebus divinis, ut fi princeps dicatur lumen majrjlatis, regni
Sol. z. Ab clementis, ut flumen ingenii. 2. A quinque lenfibus, ut a vilu
Jplcndor glori, e, claritas vita: ab auditu Sonus eloquentia, concentus
orationis: ab olfattu odor San&itatis, fator vitiorum; a guflu dulcedo
fermonis, morum acerbitas: a tatlu durities ingenii, afper it as orationis. Ab
artibus, ut a re ruflica fruSus virtutis, colere tnge libet oric# Prcecepta. at
ingenium: a militari certamen liter arum, dimicare cum vitiis: ab equeliri
calcar honoris, frxnare cupiditates: a. medica vulnus animi, ulcera Rei
publica: a nautica portus (alutis, difficultatum vortices: a elementaria,
xdtficium orationis, panegeum orationis. Ab epithetis, vox ferrea, Ingenium plumbeum, cor lapideum. d. Si res
animata pro alia animata aflumatur, ut Aquila pro ingeniolo, canis pro
maledicente. Referuntur hqc omnes ilis translationes, cum dicimus hominem
dentibus (cadere, rudere, rugire, pipdlare, volare, et fimilia, quæ cum fint
irrationabilium animalium, ad rationabilia transferuntur. Si res inanimata pro
inanimata, ut mentis caligo pro ignorantia. 8. Si res inanimata pro alia
animata, ut flumen eloquentia pro viro eloquente. Si res animata pro inanimata;
utrifus pratorum pro floridirate. Quatuor in Methaphoris vitanda funt, rerum
diflimilitudo, turpitudo verborum, vocum afperitas, et diminutio
fignificationis. De Synedoche. S Ynedoche latine intellectio, tropus eft ex
parte totum fignificans ut Cic. Telia tpfa mi fera, qua difpari domino
tenebantur j vel eft contra, ex toto partem, ut Virgilius. Ipfius ante oculos
ingens a vertice Pontus In puppim ferit. Vel ex fpecie genus, ut Cic» Ne hic
parricida civium-, vel ex genere fpeciem, ut idem Cic. Illud funejlum animal
Clodius. Vel ex pluribus unum, ut Cicero de fe loquens. Nos, Nos oratores vifi
fumus; vel ex uno plures ut Virg. Hoflis habet muros. Vel ex materie r#m ex
ipfa confeCtam, ut Virg. B 3 Litore ah e na locant alii. Vel ex pra?c. dentibus
fcquentia ut Cic. F«/>, fuit quondam ijla in Repubhca virtus. De Metonymia.
M Etonymia five Hippallace, latjne tranfnominati>», tropus eft, qui fit Cum
inventorem pro re inventa ponimus, ut Ter. Sine Cerere, et Bacco friget Penus.
Cum ponitU' pratles pro re, cui praceft, utNcptunnus pro mare, Mars pro bello.
Cum continens pro re contenta ufurpamus, ut Virg. Pateras libate &c. Cum
res contenta pro continente fumitur; ut Virg. Crateres magnos Jlatuunt, et vina
coronant. Cum ex effe&ibus caulas fignificantur ut Virg. Mejiumque timorem Mittite. Vel
ex caufis efte&us ut Mart. Occubuit tandem cornuto ardore petitus. Cum
nomina locorum proipfis incolis ufurpantur,fciUt Cic. Sicilia tota ft una voce
loqueretur, hoc diceret. Cum ex adjun&is res lubjeftas inteliigimus, ut cum
licet ex virtutibus, vel vitiis homines ipfos,feu bonos, feu malos fignficamus,
ut Cicero: Quas res luxuries in flagitiis, crudelitas in juppltciis, avaritia
in rapinis, fuptrbta in contumeliis efficere potui ffet. Cum lumimus ducem pro
luis militibus, ut Tejlis Metaurum flumen, et Asdrubal dtv.Bus, vel auctorem
pro opere, ut fi dicamus: Scmpcr habendus cjl prx manibus Cicero. De
Antonomafia. A Ntor.omafia latine pronominatio ejl illa, qiue quodam externo
cognomine demon flrat id, quod proprio non poffumus, aut nolumus dcmonjlrare. Fit autem tribus modis. Si ponatur nomen
appellativum pro proprio, ut Philofophos pro Arillotele,latinus Orator pro
Cicerone, Anpehcus Dottor pro Divo Thoma Aquinate. Proprium pro appellativo, ut
Nero, pro crudeli, Sardanapalus pro luxuriolo, Irus p'o paupere. Patronimicum
pro proprio, ut P elides, pro Achille, Anrhinades pro F.nea, Cytherea pro
Venere. Tropus ille cum fit fumendo appellativum pro proprio, ita accommodari
debet, ut Iit tantum proprium illius perfono, quam antonomadice explicamus;
quod facile conlequemur, fi nomen appellativum limitetur aliqua circumdantia,
quotantummodo conveniat eidem perfono, quam per Antonomafiam delcribimus, ut fi
pro Scipione dicamus everforein Cartaginis. Hoc lemper obfervari debet, nifi
aut paulum obfcure perfonam aliqua nominanda ellet in oratiooe, aut ex
procedentibus antonomallicis nominibus fatis, fuperque incelligi eadem poffet,
tunc etenim licet Oratotori ita Antonomafiam effingere, ut communis etiam fit
aliis. Onomatopeja latine NOMINATIO ejl fiilio nominis; cum fcilicet nova verba
condimus, et procipue cum in iis conciendis imitamur naturam rei, quam per ipla
nomina de novo condita explicamus, ut Ennius; At tuba terribili fonitu
taratantara dixit. Catacresis latine ABVSIO nominis efl licentior, et audacior
Mcthaphora, in qua abutimur fignificatione ad aliu d fignificandum, ut
Parrutda, pro Matricida, breves vires pro exiguo Armo parcus pro brevis. B 4
Huc pertinet acriologia, quse eit impropria locutio, ut fperare pro timere.
Differt Catacrcfis a Methaphora, quia hscaccommooat vocabulum rebus proprium
etiam non habentibus, quod fiepe non facit Catacrefis, ut G dicatur facies
domus pro anteriore parte; infuper quia liberius, et audacius abutitur
Ggnificatione alicu;us vocis, uc mox dicebam. Metalepsis latinc TRANSITIO
tropus ejl ex alio in a liud gradati m conducens, ut Virg. Me quaterundenos
fetat impleviffe Decembres et Ovidius. Ut fumus in Ponto ter frigore conflitit
Ifier. Tropus orationis non in unius di&ionis mutatione, fed totius fermonis
translatione fervatur; ita ut aliud ftnfu, aliud verbis Ggnificetur; Hujus
generis primus eil, et facile omnium pulcherrimus. Allegoria larine inverfio,
quje aliud verbis, aliud fenfu demonGrat, ut Horatius: Contrahes Vento nimium
fecundo Turgida vela. Hoc eft, in rebus profperis re te infolenter efferas.
Allegoria fecundum QuinCdilianum ornatur duobus, fimilitudine fcilicet, et
translatione. Similitudinem adhibet Cic. pro Mil. Quod fatum, quem Euripum, tot
motus, tantas, ac tam varias habere putatis agitationes fluBuum, quantas
perturbationes, et quantos ccftus habet ratio comitiorum. Translatione utitur
idem Cic. 7. in Verrem: Ipfc inflammatus Jcclere in forum venit, ardebant
oculi, totoque ex ore crudelitas emicabat. Allegoria, vel eft pura, vel ed mixta.
Pura ed, quæ condat perpetua methaphora, ut ORAZIO (vedasi). O navis referent
in mare te novi FluElus. O quid agis ? fortiter occupa Portum, nonne videt ut
Nudum remigio latus ? Et malus celeri faucius Africa Antennaque gemant, ac fine
funibus Vix durare carina Poffmt imperiofus Equor &C. Mixta ed, quando
methaphoricis verbis propria verba admifcemus, quæ methaphorica explicent, ut
Cic. Ego meam Jalutem deferui, ne propter me civium r vulneribus Refpublica
cruentaretur. Illi meum reditum non Pop. Rom. fuffragiis, fed fulmine fanguinis
intercludendum putaverunt. Hic adnotandum opus eft, ut allegoria inhæreat
afliimptæ methaphoræ, ne eum cæperit a tempedate, definat incendio. Ad
allegoriam reduci poffunt æquivocus, ænigma, et ironia. Voces æquivocar illæ dicuntur,
quæ duplicem habent fignificationem, ut Cic.: Jus Vertnum nequam; et hæc duplex
fignifkatio dupliciter haberi poted in vocibus, vel cum eadem vox duplicem
haber phyficam fignificationem, ut eam videre potuidis in exemplo aliato, vel
cum idem vocabulum idem fignifieat, fed diverfo fenlu,hoced,idem in lenfu
phyfico,& idem in fenfu morali, ut vita quæ fignificare poted, et vitam
corporis, quæ cibo, et potu nutritur, et vitam animæ, quæ alitur Deo. Equivocus
valet, tum ad copiofam, tum ad ornatam argumentationem in orationibus, et
præcipue in heroum, feu in alterius laudibus, in quibus argumenta non egent
tanta efficacia; fed fatis ed, ut habeant aliquam fpeciem veri. ENIGMA eft
oblcurior allegoria, in qua duplici, fed paulo obicuriore verborum (enfu mentem
audientium, (eu legentium decipimus. In componendo ænigmata aflTumi folet
mahaphora, quæ fit fundamentum totius enigmaticæ textura?, eaque dum
producitur, ornatur verbis, quæ faciant oppolitum fenfum, qux alio nomine
dicuntur paradoxa, et mirabile quidquam prsfetertur. Hxc fundamentalis
Metbaphora, quo obfcurior ed, eo venullius apparet ænigma. En vobis exemplum.
Padre fon io di dodici figliali I quali ad un, ad un vado occidendo, Mentre l'
un dopo C altro va najcendo, II ciel vuol poi che 1' ultimo m incoli. Ma non s)
tofio fon di vita privo Che fon unato, e nova vita to vivo. Ironia latine
SIMVLATIO – Grice: “He’s a fine friend” – “He’sa scoundrel” --, vel illufio
deludit adverfarium, fuorumque argumentorum vim vertit in rifum Cic. pro Lig. Novum crimen C. Cxfar, et ante
inauditum tulit, &c. Ligarium in Africa futjfe. Venufius ed hujus tropi
contextus, cum pod ironica diida oratio gravis infurgit, vel prorumpit in
inflammatas exclamationes. Cic. in Pif. At audijlis Philofophi vocem: negabit
fe triumphi cupidum futjfe; O f celtis,* o pejlts ! o labet ! Hic tropus omnem
vim habet in pronunciatione, qux debet ede amarulenta, et farpe adjuvatur iflis
particulis, o, profe&o, equidem, fane, quidem &c. ex quo evenit, quod
Ironia aliud verbis, aliud lienfu fignificat. Periphrafis latine circumlocutio
tropus ejl, in quo, pluribus verbis explicatur, quod poterat uno, aut certe
paucioribus; Fit autem pluribus modis. Primo pofito nomine Se&s, vel Patris loco proprio, ut voluptuaria
Schola Princeps pro Epicuro: Venufimts Poeta pro Horatio. Secundo per
definitionem dialeidicam, cum odenditur quod fit res per intrinfeca, et
elTentialia rei, ut fi pro homine dicas animal rationis particeps. Tertio per
ethimologiam, ut fi pro duce dicas: ille, qui prxejl Rei publica :, feu
militibus. Quarto per definitionem rhetoricam, cum oftendi^ tur qualis fit res
per extrinfeca, et accidentalia rei, vel quamcumque circumllantiam, ut fi pro
homine dicas: animal ercElum, in plume, providum, plenum confilti &c. et fi
pro ignaro dicas: ignorantia; tenebris obciccatus. Cavendum eft ne in
perifologiam migret periphrafis, vertitur enim in vitium, quod eft virtus.
Hiperbaton latine verbi tranfgrellio tropus ejl, quo tranfgredimur grammatici
ordinis leges, ejus etenim ejl, nulla habita ratione grammatica:
conftitutionis, ita vebra inter fe conne&ere, ut inde in oratione
confonantia confurgat. Cic. pro L. Man. Fidem vero ejus inter joctos quantum
exijhmari putatis, quam hoftes omnium gentium SanEiiflimam ejfe judicarint.
Hinc nafcitur Tmefis, qua: ejufdem vocis compofitæ partes, interpofito
vocabulo, feparat, ut per mihi gratum feceris, et Virg. Hac Tiojana tenus
fuerit fortuna fequuta. Hiperbole latine SVPERLATIO – Grice: “Every nice girl
loves a sailor” -- tropus eft excogitatus ad aliquid augendum, vel minuendum,
ut Cic, Meile dulcior fluebat oratio; et Juvenalis de TigmeiS: Tota cohors pede
non eft altior uno. Fit autem variis modis. Cum ponitur fubftantivum loco
adje&ivi, ut peftis pro pefiilenti, fcelus pro fcelefto. Deducitur a
fimilitudine, ut Caribid voracior, vitro fragilior. Ab exemplis, ut Sampfone
fortior f Penelope caftior. De Verborum Luminibus, sunt quædam figuræ quæ
habent fuum fplendorem, et lumen in verbis: ita ut verbis iis mutatis, quæ
figuram effingunt, figura penitus deperdatur. Ea figuræ compreh.ndunt illis,
quæ fiunt, vel ad/ettione, vel detratlione, vel fimilitudine.De Figuris, qua:
fiunt per ' Adjectionem. Fiunt iftar figuræ repetitione alicujus vocabuli, quod
ponitur in oratione, non ad necelfitatera, ied ad ornatum lermonis, qua:
repetitio cum vocetur adjetlio, quia adjicit verbum non neceflarium; ideo ifix
figuræ dicuntur figura adjectionis. Harum prima eft Epixeufis, latine duplicat
o, qua: duplicat idem vocabulum, vel fiatim, ut Cic. Crux, crux, inquam,
infelici, et xrumnofo parabatur j vel interpofita aliqua conjundione ad majorem
vehementiam dicendi, ut idem Cic. Vivis, et vivis, non ad deponendam, Jed ad
confirmandam audaciam; vel parenthefi, ut ditius Tullius 2. Phil. n. 64. Hajla
pofita pro xde Jovis Statoris, bona ( me mi i erum, confumptis enim lacrimis
infixus tamen animo h.tret dolor ) bona, inqi-am G. Pompei voci acerbiffimx
præconis fubjcBa. Praterea non tantum verbum, fed etiam aliquando, fervefeente
oratione, integrum fenfum congeminat, ut Cic. Nunc etiam audes in horum
confpeSlum venire, proditor patrix, proditor, inquam, patrix nunc audes etiam
tn horum confpeBum venire. Hæc figara fit tum ad vehementiam, tum ad dilucidationem orationis.
Anaphora latine repetitio, in principio membrorum repetit idem vocabulum. Cic.
1. in Cat. Nihil ne te noBurnum prxfidium palatii: nihil urbis vtgilix; nihil
timor populi; nihil confenfus bonorum omnium moverunt? Antiflrophe latine
converfio, contraria ell anaphornt; nam repetit idem vocabulum in fine
membrorum. Cic. Doletis tres exercitus P. R. ejfe tnterftBos} interfecit
Antonius. Defideratis cives ? eos eripuit Antonius. Res affliBa cfl} afflixit
Antonius. Com Audetque virn concurrere virgo. Hæc figura habet majorem
venullatem, fi antithefis equilitate membrorum continuetur, e. g. Fatla
juvenum, conjilia virorum, vota fenum; fi verba invertantur, e. g- Dum cogitas
agenda, non agis cogitanda; vel fcmibovemque virum, femivnumque bovem; fi
conjugatis ornetur, e. g. Divites odit, dividas amat\ aut ii idem fit agens, et
patiens, c. g. Qj, omnibus repudiatis melius totum concluditur. Hæc maxime
illufirat orationem, præcipue, cum aliquem interrogamus, et fubito nos ipfi per
firmam fententiam refpondemus. Divus Hieronymus Epifi. xi. ad Ruffinum. J Quid
agis, frater, in hoc feculo, qui major es mundo ? Paupertatem times ? beatos
pauperes Chriftus appellat: pavore terreris ? j 4 t nemo Atbeleta fine fudore
coronatur; de cibo cogitas ? fed fides famem non timet: fuper nudam metuis
humum exafa jejuniis membra collidere ? Sed Dominus tecum f acet: Squali: di capitis horret inculta c a fanes?
Sed caput tuum Chrijftus eft i te terret infinita eremi vafittas ? fed tu Pa
radifum mente deambula: Delicatus es, fi et vis gaudere cum faculo, et regnare
cum Chrifio. Fit etiam fine interrogatione. Div. Cyprianus Epifh, 77. Non
fovetur in culcitris corpus molliter / fed refrigerio, et Chrifii folatio
fovetur. Humi jacent feffa laboribus vi/cera ’, Jed pxna non ejl cum Chrifio
jacere &c. Valet ad ornandum, h ortandum, dehortandum, docendum ac
refellendum. Communicatio figura eft, qua caufx noftra confidentes, vel ipfos
adverfarios confulimus, vel cum judicibus quid faciendum fit, quidve faBum
oportuerit, deliberamus. Cic. 2. in Verrem. Nunc ego Vos confalo, judices, quid
mihi faciendum putetis •, id erum confilti profeBo taciti dabitis, quod ego met
mihi neceffario capiendum intelligo. Interdum communicationi conjun&a eft refponfio,
et expeditio propofitæ dubitationis. Cic. pro Quin&il. Ego pro te nunc boc
confulo, pofl tempus in aliena re, quod tu in tua, cum tempus erat confulere
oblitus es. Qucero abs te C. Aquili,' L. Luculle, M. Marcelle, vadimonium mihi
non oh jit quidam f ocius, et affinis meus, qui cum mihi neceffitudo vetus,
controver/ia de re pecuniaria recens intercedit: Poftulante a Pratore, ut ejus
bona mihi poffidere liceat ? an cum Roma domus ejus, uxor, liberi fint, domum
potius denuncicml quid eft, quod hac tandem de re vobis poffit videri ?
profetlo fi reBe vefiram bonitatem cognovi, non multum me fallit, fi
confutamini, quid fiiis refponfuri: primum expeBarc: deinde Ji latitare, ac
diutius ludificare videatur, amicos convenire, quarere, quis procurator fit,
domum denunciare &c. Valet pjJ refellendum, efficax eft ad ftuporem, ad
faciendam fidero, ad fedandam iracundiam, ad excitandam commiferationem &c.
C 2 Con- :f a c•ctmufque, quid futurum fuiffet, fi fe res aliter habuiffet ».
Sit e. g. demcnllranda infidelitas Hebræorum, qui negent in Chriitum credere,
ex eo quod figna in Coelo viderint; fuppofitis fignis, ita eorum incredulita-'
tem probabimus. Heja furfum dentur
de coelo figna, quid inde? Fortajfc credent in Cbrijlum? Quid fecerint de iis,
qua c alitus venerint ? Argumentum equidem fu ment pervicacioris
incredulitatis, iifque refpondebunt, et Magos in JEgypto Signa multa de coelo
feciffe. Partitio
res plurimds i aut per fanas, aut negotia divU' dit, et quod fummatim dici
poterat, accuratius, et fufius in fuas partes dijlribuit. Cic. pro Muren.
commendans Catfaris clementiam: ut vero hujus gloria Ca rjar, quam es paulo
ante adeptus, focium habeas neminem: totum hoc, quantumcumque eji, quod certe
maximum ejl, totum efl, inquam, tuum. Nihil fibi eoe ifia laude Centurio: nihil
prafeElus: nihil cohors: nihil' turma decerpit; quin etiam illa ipfa rerum
humanarum domina fortuna, in ifiius fe focietatem gloria non offert; tibi
cedit", tuam effe totam, et propriam fatetur. Huc refertur divifio, quæ
difiribuit rem in fuas partes. Cic. pro Quin. Qua res in Civitate duce plurimum
poffunt, ex contra nos ambx faciunt in hoc tempore fumma gea-’’ tia, et
eloquentia, quarum alteram vereor, alteram metuo. Revocatur etiam fubdivtfio, qux divifa iterum di vidit.
Cic. pro Quine. Juffit bona profer ibi ejus qui eum familiaritas fuerat,
focietas erat, affinitas, liberis ijlius vivis, divelli nullo modo poterat j
qua cx re ia telligi facile potuit, nullum effe officium tam fanEium, atque
folemne, quod non avaritia comminuere, atque violare f oleat. Etenim fi
veritate amicitia, fide focietas, pietate propinquitas colitur, ncccfie ejl
ijle, qui amicum, foetum, affinem, /irma, ac fortunis fpoliare conatus ejl,
vanum te, O' perfidiojum, impium ejfe fateatur. Subdivifioni additur redditio,
qua finpulis divifionis, partibus fengula inferius rej pandent. Cic. pro Rab.
Atqui videmus hac in rerum natura jutffe tria, ut aut cum Saturnino e[fet aut
cum bonis, aut later: f y Latere mortis injlar erat turpiffima, cum Saturnino
e[Je furoris, et [celeris, virtus, honejlas, et pudor cum confulibus effe
cogebant. Placuit mihi huc referre expolitionem, qua commutatis verbis eadem
fententia varie verfatur, et effertur quo gratior, clariorque fubjictatur
oculis. Cic. pro S. R. Am. Vides Eruti, quantum di fiet argumentatio tua ab
ipfa re, atque veritate: quod confuetudine patres faciunt, id quafi novum
reprehendis: quod benevolentia fit, id odio facium criminaris: quod honoris
cauf a Pater filio fuo conc effit, id eum fupplicii caufa feci ffe dicis. De
Figuris aptis ad deleflandum, trita loquendi ratio perfsepe moleltiæ eft, et
faftilio, unde confugiendum eft ad figuras, quoniam ex iis paritur
delc&atio fermonis. Harum prima eft. Defcriptio, qua: definitur: perfpicua
rerum, ac dilucida cum gravitate expofitio; fitque per colledf ionem
proprietatum adjunctorum, et conlequentium rei ejufdem, qua: deferibitur.
Varia: funt hujus fchematis fpecies, videlicet. Profographia latine nominatio,
qua deferibit veram, vel falfam perfonam, expreffis animi, corporis, ac fortuna
attributis. £thopa?ja dicitur h.rc figura, cum vitam, et indolem deferibit; ita
ut in morum cognitionem aliquem adducant Cic. poli Red. in Sen. deferibit
Gatinium mollem, et effæminatum hoc pa&o Primum proceffit, qua autloritate
vir? Vini, fomni,/iupri plenus, madent i coma, cpmpcfito capillo, gravibus
oculis, fluentibus buccis, prejja voce, temulenta. Defcriptio fiftæ perfonx, vel
rei fit, fenfu, ac corpore carenti, fenjton, vel perfonam, € corpus affingimus
j cujus rei exempla innumera apud poetas inveniuntur. Topographia e fi: veri
loci defcriptio. Cic. 4. in Ver. defcribit urbem Syracufas hac methodo: Urbem
Syra cujas, maximam ejfe gr ac arum Urbium, pulcherrimamque omnium Jape
audijiis: ejl ita, ut dicitu r j nam et Jttu ejl communita, tum ex omni aditu,
vel terra, vel mari praclaro ad afpeBum: et portus habet prope in xdijicatione,
afpcbluque urbis inclufos; qui cum diverfos inter fe aditus habeant, in exitu
conjunguntur, et confluunt. Ea tanta ejl Urbs, ut ex quatuor urbibus maximis
conflare videatur, quarum una ea ejl, quam dixi, infula, qua duobus portubus
cintta in utriufque portus oflium, aditumque projcfta ejl &c. Cronographia
ejl defcriptio temporis qua fubjiciun tur, qua in tempore dicuntur, et
accidunt. Vir. Cr. iEne. Nox erat, et terras animalia fejfa per omnes Alituum,
pecudumque genus fopor altus habebat. Poflera Fhabea lujlrabat lampade terras,
Hument emque Aurora polo dimunerat umbram. Hypotipofis deferiptionem rei ita
exprimit, ut videri potius, quam audiri videatur, Cic. pro S. RofcioAn. Etiamne
in tam perfpicuis rebus argumentatio quarenda, aut con/ftlura capienda fit ?
Nonne vobis bac, qua audijiis, cernere oculis videmini? Non illum mi ferum
ignarum caJus fui, redeuntem a cana videtis ? Nonpojitas infidi as? Non impetum
repentinum? Non verfatur ante oculos vobis in cade Glaucia ? Non adefl i fle
Rofcius ? Non fuis manibus in curru collocat Automedontem illum, qui&c.? Eft
alia Hypotipofis, qux fit per Dialogifmum. Per hanc exprimuntur geftus
perfonarum; quæ futura funt, tartique prsefentia exhibet, et tandem in maximis
affe&ibus dominatur, fitque conglobatis affe&ibus rerumque adjungis;
vel ex comparatione majorum, minorum, et parium. Hypotypofis quemadmodum, et
reliquat defcriptionis fpecies, fimilitudine illuflratur non parum. CICERONE (vedasi) 6. lib-. in Verr.
Jlrtagathum, et argentum in UElica cubans ad mare injra Oppidum expeSlabat.
Quem concurfum fa flum in Oppido putatis ? Quem clamorem ? Quem porro fletum
mulierum? Qui viderem, equum Trojanum introduclum, urbem captam effe dicerent.
Profopoparja ejl perfonx fiblio, qua rebus mutis aut fenfu carentibus fermonem
accomodamus; vel vita funblos, tamque fpir antes, et viventes loquentes
inducimus: hæc tunc dicitur Hydolopatja. Profopopæja exemplum fuggerit Cic. i. in Cat. cum eo
loquentem Rempublicam inducens his verbis. Qua tecum Catilina fic agit, et
quodammodo tacita loqui tur. Nullum jam tot annos facinus extitit ni fi per tet
nullum flagitium fine te: tibi uni multorum civium neces: tibi vexatio,
direptioque f ociorum impunita fuit, ac libera. Tu non folum ad negligendas
leges, et quxfiiones, verum etiam ad evertendas, perfringenda) que valui fit
Hydolopæja facit idem Cic. pro Catcin. Exi fiat igitur ex ifia familia aliquis,
ac potiffimum cæcus ille ? Nimium enim dolorem capiet, qui ifiam non videbit,
qui profeblo fi extiterit fic aget, et fic loquetur. Mulier quid tibi cum Ccelio? Quid tibi cum homine
adolefcentulo ? Qjiid cum alieno ? Cur, aut tam familiaris huic fuifli, ut
aurum commodares ? fiut tam inimica ut venenum timeres ? Patrem tuum non
videras ? Non patruum, non atavum audieras Confules fuiffe ? Non denique modo
te Metelli matrimonium tenuiffe f ciebas, clariffimi, et fortijfimi Cfc. Huc
fpeftat Pathopatja, qua* adhibetur ad exprimendos, majores motus, ut
indignationis, doloris &c« Ethopteja vero utimur ad minores affe&us,
iit pudoris, benevolentiæ &c. Alterum Profopopeja genus eft. DIALOGISMVS,
qui definitur fitla perfonartm collocutio, et in hoc differt a Sermocinatione,
quod per illam orator recitat verum fermonem, vel unius tantum, vel duorum
inter fe, vel unius, qui inter alios quafi fequefter fit. Cic. pro Plan. At ego
cum cafu diebus illis, itineris faciendi caufa, decedens e Provincia Puteolos
forte veni Jf em, conci di pene, judices, cum ex me quidam quafijfct, quo die
Roma exiffem, et numquid in ea effet novi ? cui cum refpondiffcm, me e
Provincia decedere: etiam mehercules, inquit, ut opinor ex Affrica. Huic ego
jam flomachans faffidiofe, immo ex Sicilia inquam, tum quidam, quafi qui omnia
fciret, quid ? Tu nefeis, inquit, hunc Syracufis quæftorem fuiffe.^ Hæc figura
movet, et delebat. Obfervandum eft, quod in hujufmodi collocutioni* bus
confentanea perfonis vox, et oratio tribui debeat, effet etenim maximum vitium,
fi a moribus perfonarum difereparet oratio. Quare ridiculum effet, orationem
probi affingere improbo, ffultoque fapientis. Apoftrophe convertit fermonem,
aut ad Deum, aut ad hominem, aut vero ad res inanimes, quas veluti per fonas
quafdam compellat. Cic. in Cat. Tu, Tu, Juppiter qui iisdem, quibus hac Urbs,
aufpiciis a Romulo es confiitutus, quem Statorem hujus Urbis, atque imperii
vere nominamus, hunc, et hujus f ocios a tuis aris, ceterifque templis, ac
teclis urbis, ac manibus, a vita, fortunifque civium omnium arcebis:& omnes
inimicos bonorum, hofles patria, latrones Italia, fcelerum fadere inter fe, ac
nefaria Jocietate conjunftos at emis fuppliciis vivos, mortuofque mælabis. Hæc
figura urget, increpat, com- mendat, cohortatur, commiferatur, monet,
vituperat. Obfervandum primo in reprehenfionibus, cum ad judices, vel auditores
fermonem habemus, qui gravis fit auditu, ad alium quempiam orationem efle
convertendam, ut ipfi in aliena perfona, quid peccent, intelligant, et quid
faciendum, fentiendumque fit, in aliis edifeant. Notandum fecundo, hanc figuram
tantam habere vim, quantam accipit ab aliis dicendi luminibus, ea vero nihil
cfTe ineptius, fi vel immodice ufurpetur, vel fine dcleftu verborum, vel fine
gravitate fententiarum. Servandum tertio, quod licet apud oratores non deljeat
eflfe frequens ad res inanimes Sermo, qui fæpiflime poetis permittitor, valet
tamen plurimum, tum in orationibus panegiricis, quando appellantur loca, in
quibus aliquid infigne geftum fit; tum etiam in aliis, quibus concitandi tunt
animi motas. Comparatio, vel fimilitudo ejl cognata quadam inter res dijfimiles
affeftio; cum Icilicet duæ res inter fe ob quamdam fimiTitudinem componuntur.
Hæc figura, et animum audientis fuavitate, et orationem dicentis gravitate
perfundit, maximcque accommoda eft ad fuaves motus, tum ad exornationem, tum ad
perfpicuam dicendi methodum. Fit autem tribus modis. x. Similitudo petitur ex
rebus bere paribus, ut fi conferatur orator cum oratore, Philofophus cum
Philofophos Sen. Epift. 44. Nec rejicit, nec elegit quamquam Pbilofophia.
Patritius Socrates non fuit. Clot antes aquam traxit et rigando hortulo locavit
manus. Platonem non accepit nobilem pbilofophia, fed fecit. Quid ejl, quare defperas,
his te po ffe fieri parem, Deducitur ex re difpari, cum Icilicet res alioquin
diverfas in aliqua re fimiles efle offendimus. Seneca de ira: Ut furentium
certa indicia funt audax, minax vultus, triflis frons, torva facies &c. ita
irafeentium eadem jigna funt flagrare et micare oculis, vultu et ore toto
rubere. Trahitur ex rebus fi&is. Cic. pro leg. Man. Primum ex fuo regno fic
Mitridates profugit, ut ex eodem Ponto Medea illa quondam profugi ff 'e
dicitur, quam prxdicant in fuga fratris fui membrain bis locis, qua fe parens
ptrfequeretur, diffipavtffe, ut eorum colleElio difperfa, mxrorque patrius
celeritatem perfequendi retardaret. Sic Mitridates fugiens maximam vim auri,
atque argenti, pulcherrimarumque rerum omnium, « majoribus acceperat, £?* ipfein
ponto reliquit &c. e manibus effugit. Huc pertinent parabola?, Apologi,
fabula;, et exempla. Comparationum duæ funt fpecies; aliæ enim funt fimplices,
aliæ compofiræ. Simplices unam tantum complebuntur fimilitudinem. Compofitæ in
duo genera dividuntur. Primum efi, cum res una pluribus fimilitudinibus
illuftrarur,- alterum cum res multæ multis comparationibus exprimuntur. Primum variis modis fieri
poteft. Cum fingulis membris fingulæ fimilitudines referuntur. Cum
fimilitudines in modum definitionis colliguntur. 3. Cum frequentia adjunba,
five epitheta congeruntur, quæ fimilitudinem contineant. Cum ex eadem re,
fimilitudinis membra deducuntur, quod fit per defcriptionem. Alterum genus
multas res fingillatim multis compararationibus illufirat. Obfervandum efi breves
fimilitudines plurimum habere ornamentum, fi per totum orationis corpus
fundantur: longiores aptas eflfe ad docendum, et probandum. Apologos, et
fabulas infrequentes efle debere, fed plurimum recreare animum, et audientiam
excitare. Dc Figuris aptis ad permovendum. T? rgura», qua; majorem vim habent
ad permovenJL dum, funt qua; fequuntur. Exclamatio, quæ definitur a Cic. Schema
conficiens SIGNIFICATIONEM DOLORIS, indignationis per compellationem hominis,
aut rei cujufpiam quadam expre[fa, aut tacita inter jeSlione: inventaque e fi
ad augendum re? magnitudinem, fitque per elationem fermonis; Cic. a.
Philippica. 0 audaciam \immancm. Tu ingredi illam domum aufus es 1 Tu illud
SanBiJJimum limen intrare ? &c. Sive per fignificationem iracundiæ. O pejlis.
O labes. O tenebra. O lutum. O for des. O portentum in ultimas terras
deportandum. Vel miferationis.Cic. pro Sylla: O miferum t et infelicem diem
illum, quo conful omnibus centuriis P. Sylla tenunciatus erit'. o falfam fpem\
o volucrem fortunam ! « exeam cupiditatem', o prxpofleram gratulationem'. Vel
admirationis .Cic. in Cat. O tempora, o mores, Senatus hoc intelligit: Conful
videt; hic tamen vivit. Vel per ironiam gravitate temperatam. CICERONE (vedasi)
in Pif. O finitos Camillos, Curios, Fabricios, o amentem Paulum ! Suaviflima
efl hæc figura, cum poft fingulas fententias brevem exclamationem fubneflimus. Tertull. in Apol.: Empodocles
totum fe fe at n ais incendiis donavit. O vigor mentis ! Aliqua Carhaginis
conditrix rog o fe pojl fecundum matrimonium dedit. 0 praconium ca (litatis ?
Regulus me unus pro multis hojlibus viveret, toto corpore, cruces patitur. 0
virum fortem, et in captivitate vittorem ! Huic fimilisefl ea figura, quæ licet
exclamatione non fiat, in brevi interrogatione judicium de re pofita fubneflit
e. g. Dominus Omnipotens templum efl cale/lis illius domicilii; quid
San&ius? Hæc Civitas non eget Sole neque Luna; nam lucerna ejus efl agnus.
Quid fplendidius? Utimur exclamatione, cum res maximas perfuaferimus, et grave
aliquod fa&um propofucrinau, vel illatum, vel acceptum. Habet locum in
amplificatione, et epilogis, fed in minimis controverfiis frigida efl, et
puerilis. Acclamatio, sive epiphonema e/l oratio, qua rei narrata, aut probata
fubjicitur gravis quadam diSlio ex fuperioribus rubus exprejfa. Cic.poflquam
docuit oportere legibus, et judiciis vitam tueri; leeum'.vim vi repuifunda
fubdit pro S. 'IulL Hoc fentire prudentia, facere re fortitudinis, fent ire
vtrt, nones. 1.
/''XUalis eft ifte finis, five bonus, five malus, talis eft res, qua: ad ijlud
finem per fe ordinatur. Si honefta eft Icientia, honeftum erit et illius
ftudium. Hoc tamen dicitur, cum res per fe mala non eft, tunc enim non
honcftatur a fine bono, ut patet in furto, quod fiat ad ferendum fubfidium
pauperibus. 2. Cujus finis bonus eft et id bonum: cujus optimus eft, et id
optimum tft: Si eloquentiæ finis melior eft, quam juris prudentiæ, etiam
eloquentia melior eft, quam juris prudentia. Qui finem expetit, eadem et
ample&itur media, quæ ad ilium obtinendum conducunt, fi pace frui volumus,
vel fcedus eft ineundum, vel bellum cum hoftibus eft conficiendum. A fine
removenda funt contraria media. Ex negatione caufæ finalis, fequitur effedlus
negatio. Si Milo occidit Clodium, his tantum occidit de caufis; vel quod eo
adverfante non poterat effe conful, vel quod ipfe conful erat eligendus;
neutrum verum fuit, ergo Milo Clodium non occidit. Sic Cic. defendit Rofc. de
parricidio his verbis: Vita hominum cjt 1 ut ad maleficium nemo fine fipe, ac
emolumento conetur accedere', oftendens deinceps nullum non foluro emolumentum
evenifle Rof. exparentis nece, fed etiam graviflimum detrimentum ex ea
reportafle. A fine non acquifito,
varia infertur caufa; Dux non eit aflecutus viftoriam; ergo inepte; ergo
incaute; ergo infeliciter pugnavit. De effectibus E Ffefta definduntur a
CICERONE (vedasi) qute sunt orta de caufiu; quapropter ex omnibus causis
educuntur, ii que causas qua ( cumque probamus. Princeps deleftum habet
militum, confcribit legiones, duces convocat, ergo bellum meditatur. Eadem quoque
fi negentur de aliquo, de eo pariter negatur caula, cujus funt effetfa.
Adolefcens non vagatur otiofe per urbem; non obiter, ac perfundorie res fuas
agit :non ad multam diem fternit mens; igitur eum male nominas negligentem.
EfFt&a cum magna oieendi copia tra&ari poliunt in omn>bus caufarum
generibus; in fuafionibus, et difluafionibus, in accufationibus, et
defenfionibus: in laudibus, et vituperat ion bus. Habent etiam iocutn, cum
aliqua obiefla funt ab adverfanis, tunc etenim ea refelluntur oppofitis effe6
Iibus, quod venulle fiet ab oratore, fi interrogationibus frequenter utatur,
fubjettionibus, repetitionibus, apodrophe &c. Huc revocantur Metonymiæ, qux
caufam per effatum declarant, et contra, valerque hic dicendi modus, tum ad
varietatem locutionis, tum ad numerum orationis, circumfcrtprionemque periodi.
Prxterea amplificant, et deferibunt, quod prædari debet per longam effe&uum
congeriem, five laudemus, five vituperemus. F 4 Canones hujus duo funt. "C
Xpofito effeSu, necefle eft prarfuiffe caufas ad JLj efferus neceftarias. Homo eft conditus, eft igitur
ad sternam felicitatem corpore, et anima compofitus. 2. A bonitate, f«i pratftantia efferus, bonitas caufa:
arguitur, et prsftantia. Sic Cic. pro Mur. demonftrat effetlibus ad confulatum
adipifeendum plus valere virtutem militarem Murena: quam C. Sulpitii juris
prudentiam. Comparatio ea efl, per quam duo, vel plura in aliquo tertio
conferuntur quod illis commune fit e. g. Catoni licuit fequi bellum civile;
ergo et Ciceroni licebit; ubi fequi bellum civile commune eft ambobus, Ciceroni
fcilicet, et Catoni, qui in eo conferuntur. Quoniam vero in triplici genere res
quatpiam conferri poteft, ideo triplex eft comparatio. Kes etenim alis majores
funt, hoc eft verifimiliores, et quibus id, de quo agitur, potiori jure
conveniat; aliæ insquali gradu veritatis funt pofitse, ut non fatis agnolci
poftit, utrum res potius conveniat iis ne, quæ conferuntur; an iis, cum quibus
conferuntur. Hinc nafeitur triplex comparationis genus, a majori fcilicet ad
minus, a minori ad majus, et a pari. A majori ad minus argumentamur hoc pafto;
cum fcilicet ex eo, quod verifimilius eft, et convenientius, et tamen nec
convenit, nec verum eft; aliud, quod verifimile, minufque conveniens fit, nec
convenire, nec verum efle colligimus. Cic. pro dom. fua docet Deos immortales
domum fuam non concupiffe, quod ne Homines quidem fceleratiflimi illam
expetiverint, Qua in re vobis eft advertendum, quod in comparatione id non eft
majus, quod majus eft, fed quod verius, et convenientius eft. Præterea in hoc
argumenti genere, tum id, fitione fidem conciliat; amplificatio fubtiliter
enucleando fingula, lucem rebus addit. Illa ftilo concilo fua explicat
argumenta: illa fententiarum pondere, orationis ubertate, ambitus magnitudine,
et ingenti quadam vi comprehenfionis eadem impellit. Itaque tribus rebus ab
argumentatione diferepat amplificatio: materia fcilicet, traflatime, &fine.
Materia quidem: nam argumentatio adhibetur ad omnia quxftionum genera;
amplificatio non nifi ad magnas, gravelque caufas, in quibus debeat oftendere
orator aliquid effe calamitofum, indignum, lætum, trille, tnilerabile, amabile,
deteflabile, formidandum, optandum, fugiendum. Tra&atione; nam argumentatio
preffe, et argute proponit; amplificatio fule, et graviter exponit. Ilia ad
pugnam le>iter procurrit, fa&aque plaga confefiitn fe fubducit; illa in
apertum, ac patentem campum procedit, tela, et tormenta omnia excutit, donec
fatigatus holtis, et pene fra&us concidat. Fine; nam finis argumentationis
eft cognitio; amplificationis motus; quare hxc non adhibetur, nifi cum
perlpefta rei veritare, dignitas, amplitudo, gravitas, aut contra indignitas,
vel atrocitas per motum eft demonftranda fervit farrun et fidei faciendæ; quod
ubi motus fuerit auditor, multo firmius rebus creditis adhærelcat, quam
anrequam moveretur. Exemplum aliquod a Cic. petitum clarius illuftrabif, quee
hucufque de amplificatione locuti fumus. Qui igi H ter tur diceret ejiciendum a
Repubiica Antonium, ilium >er argumentationem patriæ diceret proditorem;
Tulius vero ita eum per amplificationem urget, et confligit Phibppica 3. Hanc
vero teterrimam Belluam quis fare poffet, aut quomodo? Quid ejl in Antonio
prater libidinem y crudelitatem, petulantiam, audaciam, ex his totus
conglutinatus eji; nihil apparet in eo ingenuum, nihil moderatum, nihil pudens,
nihil pudicum. Quapropter 9 quoniam res in id diferimen addatta efi\ utrum ille
poenas Reipublica luat, an nos ferviamus; aliquando per Deos immortales P.C.
patrium animum y virtutemque capiamus y ut aut libatatem propriam Romani
genatSy et nominis recupæmus, aut mortem fervituti anteponamus. Multa qua in
Ubera Civitate ferenda non ejfent, tulimus, et perpeffi fumus, alii fape
recuperanda libertatis y alii vivendi nimia cupiditate; fed fi illa tulimus,
qua nos neceffitas ferre coegit j qua vis quadam pene fatalis; qua tamen ipfa
non tulimus i e tum ne hujus impuri Patronis referemus teterrimum,
crudelijfimumque dominatum ? Quid hic faciat; fi potuerit, iratus, qui cum
fuccenfere nemini poffet, omnibus bonis fuerit inimicus l Quid hic viElor non
audebit, qui nullam adeptus viElo riam, tanta fcelera pofi Cajaris interitum
fecerit > refertam ejus domum exbauferit, hortos compilant, ad fc omnia ex
his ornamenta trandulcrit, cadis, et incendiorum caufam quafierit ex funere. Et ea quam plurima, qua in hoc loto videre
poteritis. Qu.t res amplificationem admittant, quæque fint ejus fedes in
oratione. Rerum, quæ in fermonem cadere poffunt, aliæ graves funt, ali* exiles,
aliæ mediæ; quod graves amplificationem admittant, ex di&is fatis colligi
poteft. Quæ funt mediæ magnam oratoris ©peram re quirunf, ut amplificationem
recipere poffmt; iri exilK bus vero nihil eft, cur allaboremus, ut
amplificatione illuflrentur; oleum enim perdemus, et operam. Locus
amplificationis in oratione proprius eft peroratio, in qua confertim opargit,
quæ figillatim emiferat; et licet inter argumenta fingula fpargenda fint
amplificationis femina; tamen ubi ad extremum orationis ventum fir, ea omnia
recolligi folent; ut vehementioribus arfeftibus in fine motus auditor, palmam
oratori cedat, ac vi&oriam. Unde fumantur amplificationes. D Uplici ex fonte profluit
in oratione amplificatio, ex verbis fcilicet, et rebus. Verba, qua:
amplificationi deferviunt ea funt, qua; illufiria dicuntur; de quibus multa
fatis diximus in exordiis hujufce noftræ pratceptionis. Illuc vos remitto.
Amplificandæ autem rei 4. fontes aperuit Quinft. Incrementum fcilicet,
comparationem, rationem, conriem. Congeries duplex efl, una verborum, da que
plura admodum diximus, altera fententiarum, in qua fentcntiæ plures ejufdem
fignificationis componuntur; cujus ufus triplex efl; vel ut iis, qua; minus
apta funt, lucis aliquid afferamus, priora pofterioribus explicando; vel ut
orationem pleniorem, et modulatiorem, expleto numero, reddamus; vel ut inflandi,
honorandi, vel exprobandi criminis caufa exagerationem aliquam faciamus. Qua in
re cavendum maxime efl, ne multis verbis quamlibet fententiam pueriliter
oneremus; videndumque, ut pofteriores fententiæ, vel aliquid lucis prioribus
afferant, vel plus acrimonia: contineant, incendantque vehementius orationem.
Quæ ufque diximus, non fatis explicarunt ad propofitum quid fit rerum
congeries; ne igitur quidquam omittamus. Rerum congeries efl, cum ad inflandum,
Ha augendumque, a nobis variæ adiones, refque enumerantur et io unum quafi
acervum congeruntur, fublatis aliquando conjundionibus, ut acrins inflemus. Adhibetur, cum incalefcit oratio ad
amplificandum, quæ bene, quæ male gefta funt. Multæ enim virtutes fimul
collatoe admirationem, et amorem, plurima vero vitia faftidium et odium
conciliant. Congeries adeft etiam definitionum, partium, caufarum, effedorum,
concomitantium,&confequentium, contrariorum, et adjundorum. Quæ
definitionum eft, naturam rei explicat, vel per partes, vel per caufas, vel per
effeda, vel per adjunda, five accidentia, vel per fimilia, vel per negationem.
Exempla omittuntur, ne paulo fufiores fimus, quam par eft. Incrementum alter vi
amplificanda: modus fit, cum per gradus crefcit oratio, et ad furumum pervenit.
Differt a congerie, quod hæc coacervat multas fententias, et voces; In
incremento femper crefcit oratio. Hoc fit duobus modis. Primus eft, cum citra
diftinftionem graduum, in ipfo contextu, et curfu orationis, femper aliquid
priore majus infequitur. Cic. pro S. R. Am. Petimus a vobis Judices, ut quam
acerrime maleficia vindicetis; ut quam fortijfimi hominibus audacijfimis
refijlatis, ut hoc cogitetis, nifi in hac caufa, qui vefier animus fit,
ofiendetis, eo prorumpere omnium cupiditatem, et ficelus, et audaciam / ut non
modo clam; verum etiam hic in foro, ante tribunal tuum M. Fanni, ante pedes ve
Jlros, judices, inter i pf a fiubfiellia cades futura fimt. Secundus, cum
fingulos gradus dividimus, et infingulis commoramur; et tunc ea, quæ minora
funt, magna facimus, ut quod ultimo loco ponitur' maximum effe videatur. Si
velis ergo martyris alicujus fortitudinem efferre, per fingulos fortitudinis
gradus ab imo ad fummum affurgas. Huc pertinet illud amplificandi genus, quod
dicitur extenuatio, quæffiperiori oppofita, fif, cum procedentia, quo vere
maxima funt, et videntur, omnibus elevamus; ut quod fequitur, minus appareat.
Ratiocinatio fit cum ut aliud crefcat aliud augetur; unde ad id quod extolli
volumus, ratio deducitur. Uc fi quis Annibalis virtutem amplificet, ut major
gloria Scipionis, quicum debellavit, eluceat. Comparatio diverfa inter fc, et
majora cum mi* noribus comparat,- non eo tantum, ut rem probet; fed ut
exageret, et majorem vim faciat, ut fi quis obedientiam Chrifii cum illa Abrami
conferat, ut alterius prxftantia magis emineat. Vel fi qui amplificandum
alTumeret alterius calamitatem, eam comparare deberet cum priflina illius
calamitate, vel cum aliis calamitatibus, ut offenderet hanc efle graviorem.
Notandum in hujufmodi comparationibus, utriufqite partis circumftantias, quæ
rem augere poffunt, diligenter efle excutiendas,, neque folum virum cum viro,
faftum cum fa&o, rem cum re; fed partes etiam lingulas cum aliis partibus
efle componendas. Cic.
pro Dom. fua Caflium Cenforem cum Clodio comparat his verbis. Quuefo Pontifices, et
hominem cum homine, et tempus cum tempore, O* rem cum re comparetis. Ille erat
fumma modejiia, et gravitate Cenfor; hic tribunus plebis fcelere, et audacia
fingulari: tempus illud erat tranquillum, et in libertate populi, et
gubernatione pofitum Senatus: tuum porro tempus libertate populi Romani
opprejfa, Senatus auEloritate deleta: res illa plena juflitis, fapienthe,
dignitatis; Cenfor enim &c. et cetera quamplurima fequuntur &c. Quod
di&um eft de exemplo, dicitur de illuftriqaadam fimilitudine, qua res
interdum vilis multofit magnificentior. Qua in re advertendum eft, ne rempropofitam ita fuperet fimilitudo, ut
convenire cum ea pulchre non poflit. Sed quoniam nihil in oratione erit
decorum, quod fuis non illuftretur figuris, in eadem nonnullas fibi peculiares,
et proprias expofcit amplificatio. iEdem funt hypotipofis, profopopæja,
exclamatio, optatio, imprecatio, commonitio, et aliæ fim.^ qua» motum faciant.
Affectus illi funt, quorum vi ftc auditorum animi, voluntate/que mutantur, ut
aliud, quam ante de rebus propofitis judicium ferant. Secundum alios affettus
efl animi quidam impetus, quo ad appetendum, averfandumque aliquid vehementius,
quam pro quieto mentis flatu, impellimur, Alii vero ita definiunt: Effetius efl
animi fentientis ex alicujus rei bona, vel mala opinione rata commotio. In his
permovendis totus efle debet orator, ut enim ex definitionibus patet, auditorum
animos, nunquam ille triumphabit, etfi validiflimas afferat probationes, nifi
motum faciat. Unde inquit Fabius: Probationes efficiunt fane, ut caufam noflram
meliorem effe Judices putent: affettus pr a flant, ut etiam velint. Sed id,
quod volunt, credunt quoque j nam cum Judex fuerit occupatus affettibus, omnem
inquirenda veritatis rationem amittit. Antequam vero numerum affefluumftatuamus,
&de fingulis difTeramus, opportunum erit præmittere, qua: in hac re de fe
ipfe prædare debet orator. Motum excitaturus ille debet efle, vel
faltemfefingere, iifdem affe&ibus incitatum, quos parat in aliis movere.
Prudens fit, ut tempori inferviat; in dicendo acer fit, nervofus, difertus,
voce plenus. Præterea confideret, apud quos dicat, et quibus moribus informati
auditores fint j qua educatione inflituti $ quibus opinionibus imbuti, et
quibus rebus moveantur, an pietate, an ira, an odio, an amore, et hujufmodi,
quarum rerum conje&uræ colligi poflunt ex qualibet cujufque natione, ex
corporis drufiura, et temperie, et tandem ex iis, quæ de auditoribus prædicet
fama. Cujus rei occafione obfervandum, quod dofli homines refpuunt molles affc&us,
ac dolore incenfos, quos tamen admittunt fimplices. Apud feros, &agreftesopus eft
lateribus firmis, voce truci, iracunda, et formidabili; in curia ritus fit
vividus, et acer. Ut igitur ad pertra&andos dcfcendamus affcftus, omitlis
variis illorum divifionibus, quas varias varii au&ores a dignant, hos
tantum placuit enumerare, et funt, qui fequuntur. cn Amor. Defiderium Gaudium
Spes Metus Ira Mifericordia Invidia Pudor Odium Fuga Dolor Defperatio Audacia
Manfuetudo Indignatio Æmulatio Gratia. Amor definitur ab Arift. 20. Rhef. cap.
4. Affcttus, quo volumus alteri, qua bona funt, idque ejus, qui diligitur, »0»
no (Iri caufa, et in illis rebus comparandis pro virili elaboramus. Amor
multiplex est, Divinus, Angelicus, intelleftualis, animalis, et naturalis. Amor
Divinus eft, quo Deus omnia creavit, tuetur et fubflentat, fine quo ntc ipft
Angeli vitam habere poffunt. Angelicus eft, quo Angeli Deum amant, et illius
imperio hominibus famulantur, t 9 “ creata fervant. Intellectualis eft, quo
humana mens quaque bona, et honcfla defiderat, et inquirit. Animalis est, quo
voluptuarii appetunt, et hic brutis quoque communis efl. Naturalis eft, quo res
fe mutuo dilidunt, fibique naturalis dileUionis vinculo coharent,* et hic
dicitur etiam Sympathia, cui opponitur Antypathia, qua res naturali odio fe fe
expellunt. Hinc fiunt miranda illa natura arcana, ut magnes attrahat ferrum,
Elitropium le vertat ad Solem, penna Aquilæ aliis admixta pennis, ab illis
evolet, effugiatque. Quia vero in tra&andis affectibus oratoris eft, eos
aliquando excifare, aliquando reprimere, aliqua de lingulis attingemus, quibus
et ii excitentur, et ii reprimantur. Amorem igitur excitant honeftum, utile,
jucundum. Ad Honeftum pertinent virtus, et probitas, vitæ æquitas, modefta
pulchritudo, comitas, et manfuetudo, innocens, et fimplex urbanitas,
conflantia, fidelitas. Ad utile
fpeCtant beneficia, grati animi fignificatio, liberalitas, communicatio
bonorum, et confiliorum. Ad jucundum revocantur amor ipfe, bonorum, et malorum
communitas, morum, ftudiorum, et periculorum fimilitudo, fiducia, familiaris,
et domeftica confuetudo, aliens virtutis commendatio, injuriarum oblivio.
Præterea amorem in aliquem conciliabis,* fi eum oflenderis natura lenem,
facilem, popularem, dignum, cui fe credant alii, cui arcana fua committant,
apertum tandem, et candidum moribus. Adverte quod in amore intelleCluali
excitando judicio, et prudentia opus eft,* quare eligendæ funt illas res, quæ
maxime argumento fufeepto conveniant. Amor non folum excitatur illum
commendando, fed etiam deferibendo; pro quo multiplices ejus vultus, variaque
illius effe&a enarranda funt. Nos igitur ut aliquid de illis dicamus, turpi
amore deje&o, divinum. educemus in medium, quem modo lacrymantem inducimus,
modo extra fenfum raptum, modo fævientem in fefe, modo pauperem, modo divitem,
modo flammarum inftar ardentem, modo liquidi fluminis inftar gaudio
colliquefcentem, modo velat piftorem, modo velut oratorem. Non eft, cur reprimi
debeat amor honeftus /"fi tamen reprimendum aliquando arbitremur, idonea
funt ea quæ in contrariam partem fumi poliunt ex iis, quæ ilium excitant, et
aliqua pariter, quæ amorem improbum reprimere poffe dicemus. Reprimemus igitur
amorem improbum, fi offendemus vitia, et deformitatem rei, quæ male diligitur,
fi infamia eX illa redundet, fi fufpicionem injiciamus amanti, aut perfidiæ,
aut doli, aut frigidioris animi, aut injuriæ ex re amata profe&æ: fi
adducamus amantem in defperationem rei exoptatæ; fi ponamus ob oculos nihil
utilitatis, aut jucunditatis, fed damni plurimum, ac moleltiæ ineffe rei, quæ
diligitur: fi affirmabimus puerilis efie naturæ, quem amamus, inqonftantem
fcilicet, erraticum; faftidiofum: fi dicemus miferam fervire fer.vitutem, qui
legibus amoris obfequitur; fi tandem infinuabimus peffime in rebus fædis
collocari temporis illud quod aliqui majori cum fruftu voluptatis, et gloriæ
confumere poffunt. Amor, five ille bonus fit, fi ve malus, multiformis exprimi
potefl, five ut defcribatur, five ut excitetur, five ut reprimatur; et primo
amatæ rei fibi femper reprehenfentat imaginem, habitum, incertum, motum; verba,
geftus, vultum, femperque eft in peftore; et in rebus ipfis, qua: amantur;
fecundo imitatur omnia, quæ in amico intuetur:’ idem cum eo lentit, idem
loquitur: idem probat: dolet cum dolenfe, cum ridente ridet; negat cum negante;
3. focietate gaudet, ac præfentia amici, reditu gaudet, eoque abfente
afpernatur omnia, cibum, fomnum &c. 4. in amicum liberaliter effundit
omnia; 5. laudat, miratur, extollit fa£la, di£U, fpeciem, et dignitatem; 6.
audet viribus, mente agitatur, doloribus, et curis anxius, et inquietus eft; 7.
quæ fluita funt, et inepta facit, huc, et illuc volitat, has illafque ineptias
facit; 8. vigil efl, et infomnis; 9. modo loquax eft, et garrulus, modo mutus;
10. timet non fua fed amici caufa; 11. nihil arduum, aut difficile reputat, fed
pericula fubit intrepidus, fi quid forte aggrediendum fit, rei amatæ caufa 12.
fufpicax eft, et carnifice cordium Zelotypia agitari folet 15. fui contemptor
eft, proque re amata luperbus, et magnanimus mortem negligit, et pericula
quantumvis formidanda, immo etiam te ipfum 14. conftans eft, ac firmus in
amicitia 15. ftudia, exercitationefquc omnes oblivifeitur 16. fui oftentator
eft 17. blandus eft erga amicum, contemptus vero ardet iracundia, exprobat
vehementius, cbjicitque beneficia 18. ad lacrymas valde facilis eft 19.
defperans eft, et ubi definit fperare, finem doloris eligit mortem. Quemadmodum
amor animi motus eft, quo fertur in bonum, quatenus bonum eft; fic ODIVM eft
animi affeElus, quo fe avertit ab eo, quod malum eji, vel certe malum
exijiimatur. Odium inflammant, quæ amori, et benevolenti* adverfantur;
quemadmodum virtutes, et eæ præcipuæ, quse fummam aliquam Reip. afferant cum
utilitate dignitatem, vehemens funt incitamentum amoris; ita e contra ad
inflammandum odium, admovent faces vitia omnia, et illa præfertim, ex quibus
calamitates oriantur, tum in fingulos, tum in Rernp. uni erfam. Verum, ne omnia
generatim dicamus, præcipua capita proponamus, per quæ vis odii gravioris in
animis exardefeat. Odium igitur inflammabunt 1. incommoda, feu jaftnræ five
futuræ fint in animi dotibus, five in bonis corporis, five in fortunæ donis 2.
calumniæ, quibus maxime læditur nominis exiftimatio, atque hominum opinio 3.
contemptus, quo non parva fit homini injuria, qui honoris retinens fit. Ex hoc
capite odium vehementius incalefcet, fi perfonæ, quæ injuriam intulit, fpeciem
indignam exprimemus; fi virtutem, et dignitatem ejus, qui læfus eft cum
fcelerc, et indignitate comparemus ejus, qui Ixferit; fi tandem utemur comparatione
minorum, et colligemus exempla magnæ cujufdam injuria:, qua: cum hac
improbitate eollata, longe minor videatur. Quod etiam felicius prxftabit
orator, fi fublimes quafdam adhibebit figuras, Hypotipofim prxfertim, qux
injuriam ob oculos ponat, exclamationem, et Apoflrophen, quæ acrioreta faciant
fermonem. Præterea ad inflammandum odium peridonea eft vitiorum expolitio, qua:
in aliquo fint, ut libidinis, audaci*, et impudentia:, injuftitix, fuperbiæ,
crudelitatis, avaritiæ, animi ingrati, nimia: potentiæ, et impietatis. Odium
reflinguitur, fi in animo exulcerato lætitiæ fenfum aliquem ingeneremus, aut
generofum quemdam impetum ad magna, et honorifica incitemus. Sed ad
particularia remedia deveniamus. Odium igitur emollitur, fi res Ixtas, ac
profpere fluentes proponas illi, quem ex hofle amicum habere volueris. Confert
etiam plurimam ad fedandum odium, quod orator fciat, quibus de caufis fufeeptum
fuerit, &quid fit illud, quod oderit hoftis in hofle. Quare fi vitiofum
fibi perfuadeat, delenda eft hæc opinio ex ejus animo, fed occulte, et quali
aliud agendo / ita ut in principio ei alfentiri videaris, et mox alterius
laudes fubjicias/ Si odium proficifcatur ex injuria illata, tum ifta minuenda
erit; vel fi qui læferit in repentinam aliquam calamitatem irrepferit, hæc erit
deploranda, et fulis lacrymis profequenda. Poterit etiam ofiendi dolor, et
pænitentia perfonx illius, qux lxferit. Denique quoties odii caufas fufluleris,
toties et abfolveris odium. Dicas in alinm mutatum elfe, qui in odium venerat,
vel propinquum efle, autneceflarium, ve) aliqua virtute nobilem fa&um, aut
eruditione clariorem, et Reip. laboranti perquam utile, et neceffarium.
Prxterea odium definiunt preces, et lacrytnx, quibus hominum animi facile
emolliuntur. Rurfus fi dices, ipfum fibi nocere, qui alterum odit, levia effe
illa, quas odii caufa fuerint, fapientem hominem do* Iere potius, quam odiffe
fortem illius, qui cascus animo, et voluntate deerrans, caufam odii fecit; ad
inclinatam, jacentemque fortunam, a florente, et erefta cecidiffe illum, qui
odio dignus fit, odium facile remittes. Ut autem fciat Orator optime fe gerere,
tum in concitando, tum in defcribendo odio, aliqua illius ef*. fefta enucleanda
videmur. Odium igitur hofli malum imprecatur'; perniciem infert, et ulcifcitur;
eam exprobat, quæ pudorem inferre poffunt, conviciis impetit, minatur; aperte
fefe odiffe jprofitetur; ut crudelius noceat aliquando tegitur; ubi hofli
perniciem attulit, plenum lætitia triumphat; ut hofli noceat, et fibi nocere
non reformidat; adeo crudele efl, ut quafcumque pænas fumat, leves femper fibi
videantur fempcrque acerbius aliquid excogitet; ita immortale,* ut ad nepotes
tranfire peroptet; ita inflexibile, ut in bonam partem neminem velit, ita
prasceps et furibundus, ut abeat in omnia fcelera,& veneficia; aliquando
indignatur, queritur, gemit, defperat, fi decidat a fu is conatibus cum hofli
perniciem expetit: aliquando folatur vindi&æ fpe; alterius confpe&um,
confortiumque devitat, et exeeratur; importat denique omnia, quas amori
contraria funt. DESIDERIVM efl appetitus boni dclcElabilis, fed abf entis.
Affe&us ifte variis explicatur nominibus { >ro varietate rerum, quas
defiderantur ? nam auri deiderium dicitur avaritia, honoris ambitio, voluptatis
libido, inutilis fcientias curiofitas et fic de aliis. Cum autem tot, fere fint
hominum defideria, quot homines, oratoris erit diligenter confiderare quo
cujufque natura maxime feratur. Apud mercatores lucrum, et utitatem propones,
apud imperatorem, et nobiles gloriam, et laudem, et apud alios alia, pro ut
hominum, apud quos egeris, defideria mutantur. FVGA, qua: ex odio
proficifcitur, quemadmodum ex amore defiderium, ajfeBus e/i, qui conatur
recedere a malo illud fugiendo, Jeu dctcjiando. Orator in auditorum animis
defiderium accendet, fi ea revolverit, qua: difta funt de amore, fugam
excitabit, fi qua: de odio docuimus, mente recogitaverit. Ne autem omnino
prattereamus, qua: ad exprimendos, reprimendofque afreftus hofce pertinent,
aliqua, qua: defiderium tangunt, explicabimus, ut ex illis, qua: fuga: funt, facile
colligere poflfis. Defiderium accendendum eft, cum aliquem excitare volueris,
vel ad optimum flatum capiendum, vel ad ardua quxdam perficienda; et tunc ut
affe&um iflum inflammes, rei præflantiam, ac magnitudinem exprimas oportet;
laudem, ac gloriam commemorare poteris, vel illius, quem adhortaris, vel illam,
qua: ex re optime perfe&a fibi certe proveniat, fpem eriges feliciter
nancifcenda: rei; demum proponere tibi licebit difficultates, refque adverfas
qua: obvia: efle poflunt in tanta re, fed adverte omittendum non efle majorem
inde gloriam, et laudem fore nafeituram.' Ad coercendum defiderium ea omnia
percommoda funt, quK de defperatione dicentur inferius, illud tamen facile
reftringes, fi probes haberi non pofle illud, quod ab auditoribus expetitur; fi
damnum multiplex, et varium, fi duram ex hoc defiderio nafeituram fervitutem
defcripferis; fi in cohibitione defiderii pofitam efle vitæ felicitatem
oflenderis, fi vilia efle, et inania, qua: appetantur, docueris; denique fi
bonum non efle, fed tantum apparenter efle, quod defideratur edixeris. Qua: in
defiderio poflunt defiderari ad deferiptionem illius, eadem funt qua: in amore;
fed quia affeftus ifle ex bonitate rei defiderata: voluptatem habet, ex
absentia vero dolorem, prxeipue illiu effefta ex i (lis nafcuntur: Qui igitur
defiderio, ac frequenti angitur rei concupitæ cogitatione, (omnians habet
ejusdem imaginem inter lomnum excitatam, cum re defiderata colloquitur, cum
fylvis, et rupibus, iifque rebus omnibus, e quibus folatium fperat: erumpit inardentiora
vota, querelas, et nuntios votorum fuorum zefiros optat: teftes quoque locos
appellat; ad preces etiam humilis defcendit,& obteftatur; per quidquid rei
amatæ gratum eft: dolet ex ablentia rei exoptatæ, in fufpiria erumpit,
tetrofqfie gemitus fxdium rerum aliarum experitur quæ minus jucundæ funt, macie
conficitur; narrare folet ambitiofius quid vldefideri i patiatur, ait fe diu,
no&uque m illis cogitationibus effe, vias, &veftigia, et litora, et
loca omnia relegere, ut aliquid dicere poffit et audire, unde cxpe&ationis
fuæ fallat faftidium, afpirat, et anhelat in rem, quam expetit, mors impatiens
eft, longiores fibi videntur dies, et breviflimum tempus annum putat; alas fibi
addere vellet, ut ad rem amatam velocius accederet: vana, et impoffibilia
interdum defiderat, nihil denique arduum, et difficile reputat, reperitque,
dummodo optata re fibi liceat frui. De Gaudio, feu Lartitia. L iEtitia eft
opinio recens boni prafentis, in quo efferri retium effe videatur: five fenfus
boni prxfentis quatenus prxfens eji, cujus effetius ejl deletlatio\ boc efl
tranquillitas animi in bono prxfenti Juavitcr acquiefeentis. Ad concitandam
lætitiam duo fervare debet orator, fiilum fcilicet, et materiam. Stilus is effe
debet, ut perpetuam quamdam feu occultam voluptatem ingeneret; quare utetur
Orator argumentis exquifitis, novis, et ingeniolis; fermo occultus fit, et
floridus, numerus fuavis,[& mollis i oratio tota figurata, plena acutis
fententiis. Materia ea fit oportet, ut in ipfa habeatur ratio geniorum, quibus
aguntur auditores; et quia aliis alia placent, ea funt afferenda, quæ cuique
funt in delitiis. Sunt tamen quædam, quæ in nominum animis communem habent
fenfum voluptatis, eaque funt commutatio malæ fortunæ in meliorem, comparatio
propriæ cum aliena, bonum infperatum, novitas, et irrfolentia rei alicujus,
confcientia virtutis, et innocentiæ, deferiptio rerum lætarum, ut viftoriæ,
alicujus triumphi, ludorum, et hujufmodi; præterea locorum amznitas, florum,
gemmarum, veftium, odorum. Infuper ipfa lætitiæ deferiptio animum excitat,
fpeque fua oble&at; jdenique caufa lætitiæ calamitas eft improborum; cum
fcilicet illos deprimi videmus, atque opibus, et honoribus fpoliari, quos
przter jus, et æquitatem obtinuerunt. Ad reprimendam lætitiam reprehefentanda
eft boni, unde oritur lætitia, aut turpitudo, aut brevitas: exponendi funt
rerum futurarum incerti eventus, fortunæque dominantis arbitria, quæ nihil
conftans, ac perpetuum pollicetur fuis; fed eos fallit afTiduis, et
frequentibus mutationibus, afferendum videtur voluptati, et lætitiæ mærorem
femper adhzrere, et triftitiam. Præterea coercebis lætitiam, fi in auditorum
animis timorem ingerere fatages. Denique majoris boni fpc, aut cupiditate,
voluptatem minoris imminues, vel potius abforbebis, et quibus dolorem excitare
didiceris, iisdem lætitiam remittes. Ut autem lztitiam noveris pro rerum
opportunita* ' te in aliquibus f aliquando reprehefentare: Hæc funt ejus
effefta, et primo ciet lacrymas, deliquiis artus relaxat, mortem infert,
corpori gratum colorem, floridamque venuftatem conciliat, ad choreas excitat,
ad tripudia, et convivia, animum refolvit, et abjicit curas, timorem, et fenfum
doloris; fucum detrahit, et Hmulationcm, Spem excitat, et amorem; facit, ut in
gratulationes erumpamus, et alios ad hilaritatem in citemus, provocat
defuieriutn earum ? rerum, quæ gSu* dium augere (olent, cietque nos, ut Optemus
foles fulgeie melius, terram luxuriare floribus, mella fundere flumina, montes
fudare balfama, præterea qui lætantur, cum aliqua delegatione præterita
pericula enarrant, erumpuntque iit votaV optantque eamdem diem voluptatis
caufam fa-pe redire, verlantur in cogitatione, ac delegatione boni, quo
fruuntur, gaudentque libi prorogatam vitam, ut ea videant, ex quibus voluptatem
capiunt. Affe&us ifte exprimi folet in epitalamis genetliacis, et
orationibus, quæ fiunr in adventu virorum, et Principum in triumphis, feftis
diebus, aliifque hujufmodi argumentis, quorum exemplis artificium exprimendæ
lætitiæ nos docebit antiquitas. Dolor, feu trifiitia fenfus efl ex opinione
preftntis mdlt. Affe&us ifte exprimitur iifdem fere rebus, quæ odium
concitare foient, valentque plurimum hipotipofes, qux caulam doloris exprimant,
oculifque fubjiciant; Sunt enim quædam præcipua, quæ dolorem vehementius
acuunt, ut confanguineorutn vincula, irortds, funera, bonorum amiffio, vexatio
rerum, quæ funt nobis invita charifiimæ, et jucundiflfimæ. Dblorem ler.iet
Orator; fi naturam mrii (peftaverit, unde oritur dolor, alia quippe dicenda
funt, fi de exilio agatur, alia, fi de morte, alia, fi de bonorum jacfura,
ceteiilque fortunæ acerbis cafibus: funt autem communia hæc capita mitigandi
doloris, innocentia affli&i, qua orator oftendat, innocentiam non pffnam
fteleris fubire,fed ob facinus aliquod egregium, vita£ conditio, quæ patiendi
neceflitatem affert inexplicabilem, fortunæ inconftantia, quæ fuos muneribus
ampliffimis orna os flarim ex alto præcipites agit: exempla virorum illufirium,
qui eadem immo, et «lamna multo graviora fortiter tolerarunt r gloriæ mef izp
fis, quæ ex conftantia colligi poteft. Infuper triftitix lenimentum dabis; fi
docueris fortis efie viri nec adverfis frangi, nec profperis infolefcere; fed
ubique parem animi conftantiam retinere; fi dixeris præmeditatum fuifie malum,
quo quis dolet; fi perfuaferis inutiles efie lacrymas, nec tales,, quæ malum
repellere pofiint; fi animum itfbcaveris a rerum cogitatione, qua: horrorem
excitant; fi monueris ex divinx voluntatis arbitrio femper et ubique vivendum;
five lenitur, et blande nobifeum agat; five ad virtutis exercitationem, et præmium
afpera, et dura nobis evenire permittat; fi animum ad ftudia litterarum
convertas; fi earumdem miferiarum focios habere pronunciaveris; Sin autem de
vita funbis agatur, dolorem de illis minueris, et ex fiatu melioris vitse quam
funt confecuti, et ex commendatione rerum ab illis prxclare geftarum. Trifiitia
prxoccupatus homo hos fentit fui doloris effebus .* effufus eft' in lacrymas;
nullis delebatur, nifi trifti rerum imagine, fquallore corporis, vefte fordida,
neglebo capillo, genarum, et capillorum laceratione, percuffione peboris, et
foemoris, contrabione frontis, dejebione luminum, folutione membrorum, ac
potifiimum brachiorum.* dolorem fecum oftendit: odit lucem, et confpebum
hominum; in folitudinem, et fylvas fe abdit, et cum ipfa interdum loquitur folitudine;
filens obllupefcit, et ad lacrymas impotens quafi lapideus torquet: in
querimonias abit; calamitatem fuam, ut inopinatam, deplorat; fi dolor ingens
fit, diuturnitas temporis dolorem confirmat, augetque, fi levis, imminuit.*
mollis eft et viribus frabus, ac mericulofus: prxfentem calamitatem cum felici
fuperiore fortuna componit; eumque dolet, et queritur; profitetur animum fibi
præfagum fuifie calamitatis; læta omnia fpernit; velletque in focietatem lubus
fui, non modo homines trahere, fed etiam fylvas, et bruta; invehitur acerbius
in eos, qui fibi caufa fuerunt mæroris, et lubus, conliliumque omne refpuit:
defperat ex impatientia mali; fuperos crudeli I tatis Deprimitur audacia
propofitis periculis, et virium imbecillitate: commemorando nimiam virtutem
plus fæpe nocere, quam prudeffe: fidendum non effe fortunæ, fi lemel faverit;
fragile totum eflfe, quidquid in hominibus, aut in rebus, efi, robur,
fanitatem, opes, dignitates, potentiam,* neque in iis reponendam fpem. Audax
homo, fi quem defcribere occurrat, periculum nullum reformidat, aut rejicit;
fed ad omnia paratus eft; periculum elevat, illudque ridet, et infultat;
armorum afpe&um gaudet, atque equorum fremitus, bellique avidus hofiem ad
pugnam iaceffit; materiam quærit exercendæ virtutis, qua; fi non adfit,
ludicram pugnam fingit in animo, et in fomnis bella meditatur; fuperbia elatus
in fe uno fpem omnem figit, nec ab incepto revocari fe patitur: gloriæ (limulis
incitatus cupiditatem incendit, et ardorem mentis acuit ad ardua.- magnifice dc
fe loquitur: Superiora facinora repetit,'doletque., parum fibi credi: fibi
fpondet omnia ^ felicemque rerum exitum pollicetur; fc votis fuis potitum
extfiimat, cum alii fpem nullam vident: Ii per ægritudinem, vel grave Senium,
aut rem alum non poflit, quod antea, dolet ademptam fibi facultatem agendi,
optatque redire vires priftinas in pefruantur optatis; fi eum, in quem iram
accendere vultis» dolo, fraude, ac verborum integumentis uti dicatis. fi
ingratum, ac beneficiorum immemorem efie: ii cum offenfione id beneficium
negare, quod fibi deberi arbitrantur.* fi obtre&ationibus horum aures
præbere, quos angi putant oportere; fi de illorum honore detrahere, vel apud
eos, quibufeum de honore contendimus, vel apud eos, qui nos magni faciunt, vel
apud eos, qui nos verentur, et obfervant. Nota ad amplificationem injuria:
referenda efie verba, geftus, a&iones, omnia ad contumeliam compofita;
lubjicicnda efie oculis per hypotipofim, et Ethoparjam; opus efie indignatione,
et epiphonemate, et fimilibus figuris; virtutes ejus, qui læfus eft, cum vitiis
ejus, qui lieferit, præferendas; variis exemplis exagerandum faftum; fifoli, fi
primo evenerit; fubjiciendum damnum, quod inde fufpicatur.* dicendum turpe efic
non ulcifci, et fine ultione æftimationem penitus perituram: deinde docendum
fpem efleulcifcendi, eamque juxta præcepta incitandam: fiudiofe captandam
temporum, et locorum occafionem, ut fi doleat animus; fi cupiat; fi corpus male
affe&um fit; fi laboret aliqua fufpicione, tunc etenim promptiores fumus ad
iram &c. Cavendum Oratori, ne crudelior appareat in puniendo; ne majores ex
atquo pamas repofeat: ne denique intemperanter furere ipfe videatur. Sed
decorum fervet, incenfus fit, et grandiori orationis genere utatur. Mitigatur
ira iifdem ferme rebus, quibus mifericordia excitatur; orator vero amorem in
dicendo præfeferat, et venerationem ejus, quem mitigare contendit, doceatque
nullam illatam efie injuriam, vel culpam non fuifle voluntariam; moneat eum, in
quem iræft, potentiorem efie, et dignum omni veneratione, et cultu, nec tutum
efie cum illo habere inimicitias; abeo prius difceffiflfe injuriam; eum, qui
lzferit, demitto anino mifericordiam Suppliciter implorare, jam depreffum,
viftumque hortem efle; injuriam latam tuifle non per contemptum, fed per
dolorem, et iram impotentem in eo, qui lzfus eft, eumdemefledefeftum, propter
quem in alium irafeitur: proprium fortis animi cfle iram vincere; enumeret
damna omnia, quæ ex ira accidunt irato: excufet perfonx lædentis conditionem;
ut et imminuat contumelias: deferibat irati hominis turpitudinem; dicat iræ
primum nafcenti e fle occurrendum, ne in perniciem noftram adolefcat; perfede
enucleat, optimeque cognofcendam det illatam contumeliam; proponat, quæ illa
fit, et quo animo fada, ne ira perturbatæ rationis major videatur; rurfus
infinuet gloriofius cfle hortem fervare, quam perdere morte, ad vitam revocare,
quam licet meritum ad mortem damnare; eam efle veram de horte viftoriam, quæ
nulla venia, dignos clementia fuperat, ac bonitate; ad Deum propius accedere,
qui dat falutem immeritis, dum vitia profligantur; denique ad fle&endum
iratum exoptanda ert opportuna temporis ratio, expe&andumque tantifper dum
fe fregerit impetus iræ, eligendumque potiflimum tempus illud cum honore, aut
lucro aliquo recens affe&us fit .* cum judicio vel armis hortem vicit, cum
ludis, vel conviviis, vel hujufmodi vacat. Ad deferiptionem hominis irati, irx
effe&a funt hzc; rationem perturbat, et ob mentis inopiam cæco, ac
przcipiti motu ad furorem inflammat; totum adeo corpus deformat, ut in alium
mutatus homo videatur; oculos, et vultum in ignem accendit; hominemque
præcipitem agit; ulcifcendi fefe flagrat cupiditate: inferendæ ultionis
diligenter occafiones obfervat, eoque periculoflus, quo fimulatius; in
defperationem abit, fi potertas ulcifcendi non detur.* prorumpit in
contumelias, et imprecationes; excandefcit, et indignatur, quod Dii non
ulcifcantur injuriam; terrere gaudet eos; in ipfos irafeitur, et minas addit
maledi Rb et oriæ P recepta &is; voluptatem capit fi dc inimico ulcifeatur;
eoo* temnit eos, in quos commovetur, et contemptu contemptum ulcifcitur,*
contemni fe dolet, graviterque patitur fefe interdum fperni > dum minas
fonat, et fupplicia; amplificat, quantum poteft, contemptum fui; commendat fe
pluribus, ut ex eo capite augeatur contemptus, et ex contemptu ira .* eludit
eorum refponfa, qui eum placare volunt: poli contumelias, et injurias incufat
fe quod occafionem ultionis oblatam non arripuerit, eamque revocat defiderio
multo gravius irafeitur, et (e magis excruciat, fi fpes ultionis adempta fit;
pznaro non concupifcit, quam non fperet, fortunæque inconfiantiam ingerit, quæ
pofitos in fupremo dignitatum faftigio, deturbet præcipites. Mansuetudo ab
Arift. definitur deprejfio, atque fedatio ira. Ab ira ad Manfuetudinem animos
traducet Orator, fi fufpicionem contemptus ab illis tollat, doceatque fentirc
de ipfis, ac dici magnifica; fi moneat per impudentiam, vel aliquo alio
cafu,non certo confilio lapfos effe, qui eos offenderunt, vel præter voluntatem
deliquiffe humano errore deceptos, et necefiitate coaftos; fi oftendat culpam
cum dolore fateri, qui eam admiferunt; fi afferat fupplices fedemittere, et
puniendos ultro permittere, qui offenderunt, fi beneficia commemoret ab eo
fufeepta, de quo eft contemptus fufpicio; fi fub orationis initium non pauca
dicat, quibus qui læfus-fuit, intclligat fe diligi ab eo, qui læfitj fi
pronunciet eos, a quibus læfus eft, graviores pænas pependiffe, quam ipfemet
exegiffetjfi virtutes, et res pratclariffime geftas ab co prædicet, qui
læferit; fi fenfim metum ei injiciat, in quem exardefeit; fi fupplicem, ac
deprecantem, qui fecit injuriam, inducat; fi proponat cumdem femper effe cum
omnibus i fi adferat, exemplifque probet, non exguam gloriæ mertem manere eos,
qui iram manfuetudine vincunt, miferumque erte crudeliora meditari, ac facere:
fi tandem affirmet, feveritatem cum lenitate mifcendam; licet enim iracundia
inftrumentum fit virtutis; inclinandum tamen eft in mitiorem partem; et fi
peccandum, remirtione quam crudelitate, melius, aut tutius peccandum. Manfuetudo
defcribitur moderatione vultus, et Termonis; orationis illecebris, et
fuavitate; modeffia totius habitus: et demum iis omnibus chara&eribus,
quibus poetæ pacem adumbrant. Claud. omnia Martis infirumenta, fub Clementis
pedibus fubjicit. Misericordia eji motus animi, [eu dolor quidam fufceptus ex
cogitatione mali alterius, quo fe, vel fuos affici pojfe videt, qui miferetur.
Hinc elt, ut ad miferationem moveatur; qui adduci poreff, ut ad femetipfum, vel
ad res fuas revocet, quæ de altero deplorantur,- non autem ille, qui nihil tale
fe pati poffc credit. Ad commovendam mifericordiam plurimum valet augere extra
modum calamitates, et incommoda, ex qumus eam natam volumus, quod potirtimum
fieri poteft comparatione intur prioris fortunæ felicitatem, et fequentis mi
feriam.Movet etiam hunc affeSum affli&a, calamitate feneftus, et
adolefcentia, fi recordatione fui fuorumque auditorum fenfus leviter pertentet
Orator, ut prsffat Cic. in Pif. Mors præterea propinquorum, et orbitas,
corporum vexatio, morbi inopia, exilium; quarum calamitatum comitem præ
miferatione feipfum Orator offerat, ut mifericordiam vehementius accendat.
Attingat Orator fingulas circumrtantias: perfona: quæ cruciatur, aut crucianda
ert; videatur, fi fuerit innocens, fi præcellens aliqua virtute, fi litteris
exculta; fi fortis an imbecillis in tormentis; fi florenti, an tenera xtate; fi
tandem iis valeat, qua folent in generare fcnfum doloris molliorem ætatis; fi
in adoleicentiæ flore, fi in cadente feneftute excrucietur; et hujufmodi; loci,
fi coram iis patiatur quos calamitatis teflesminime vellet; temporis, fitum
exitium patiatur, cum laborum mercedem fibi pollicebatur et præmia; caularum;
fi aliorum injuriis non propria culpa calamitas fibi obvenerit; finis; fi
virtutis caufa infelix repente extitit; modi: fi quis nobilis, fi quis fapiens,
fi quis in dignitate conftitutus fubiturus fit idem fupplicium quo plebei
homines folent animadverti; fi perpetuam quamdam malorum feriem patiatur; fi
nihil unquam boni percipiat, fed unius mali finis gradus fit ad lubfequentia
graviora. Præterea modefle petet Orator, quæ pro fuis vult ab auditoribus,
oflendatque; occulte tamen leve efle, quod petit homini calaraitofo, ærumnas
cum aliis comparet, dicatque calamitatem fuperiorem, tametfi graviflima fit, levem
tamen etiam cum graviore præfenti comparatam; utatur obfecratione,depreceturque
auditores per quidquid eis gratiflimum efl; fermocinatiojiem adhibeat, et per
Dialogifmum loquentes inducat, tum eis qui acceperunt injuriam, tum qui
intulerunt, figna doloris palam exhibeat: ita Erutum confodiam Lucretiæ corpus,
Antonius interfe&i Cæfaris togam adhuc cruore flillantem P. R. produxit;
videat tamen ut id prudenter, non frigide fiat. Rurfus fenlum hunc auditorum
animis injiciat, quod nihil acerbum fit in vita, quod non ducant evenire pofle
fibi, aut amicis, aut ceteris hominibus, doceatque nihil magis decere hommem,
quam efle humanum: Denique caveat, ne muliebres unquam Nænias habeat, fed
femper graviter doleat; cum procul abeftalacrymis, non dicat ab illis fe retinere
non pofle, gemitufque vocem intercludere; hoc etenim puerile efl: non ambitiofe
conferetur tropos, figuras, et periodos, fed ita orationem fuam contemperet, ut
non videatur parata, fed dolore potius elicita. Mifericordia reprimitur; et iis,
quibus inflammari diximus iram; et iis, quæ de invidia dicenda fuperfunt. Quod
fl auditorum animos jam firmiter occupaverit mifericordia, fenfim, et quali
aliud agendo, erit remittenda; quod femper obfervandum erit; cum vehemens
aliquis affc&us erit extinguendus. Præterea mifericordiam infirmabit orator
/ fi rerum calamitate, qua quis premitur, dignum probet; fl doceat nulla
miferatione dignum effe, qui judicesad mifericordiam deprecatur; fl dicat
juflumefTe, utmalismaleveniat, fl offendat fe de eorum fupplicio gaudere / fl
tandem efficiat, ut judices, aut invideant bonis adverfarii, aut de ejufdem
malis lætentur, aut indignationem aliquam concipiant ob vitæ pravitatem. Qui
miferatione tanguntur, faciunt, quæ fequuntur. In lurorem, et jnfaniam
vertuntur, eaque admittunt omnia, quæ dolentis conveniunt/ triflitiam vultu,
lacrymas oculis, gemitus ore præfefcrunt, fpiranti fimiles: funt taftis fæpius
deliquiis: corpore, et corporis indumentis fquallidi funt, et fordidi;
infortunia repetunt, etfi ea ab aliis audiant, fuis lacrymis, et fuo dolore
pafcuntur: fenfum præferunt alieni doloris, ac profitentur; non minus aliorum
infortuniis, quam fuis, tangi, optantur accidiffe flbi, ut faltem illorum
aliquam partem cupiunt. Indignatio, quæ locum habet in genere deliberativo, J[
et judiciali dolor efi perceptus ob res fecundas alterius, qui illa fortuna
judicetur indignus. Difcrepat ab invidia, quæ bona digni etiam hominis
infeftatur; et quemadmodum mifericordia refpicit malum; fle indignatio bonum
refpicit immerentis. Bona vero hoc loco non intelliguntur, quæ animi funt, nec
quæ naturæ; feu fortunæ, ut funt divitiæ, opes, potentiæ, honores, amicorum
copia, et hujufmodi. Indignatio concitatur; fi vita: prioris forditas, ac
vilitas cum pra:fentis temporis opibus, ac potentia conferantur; fi quam
dicamus per vim appetere ea, quæ illi minime competunt, ut abutatur iis
ambitiofe prodigus, in aleis, conviviis, et commefTationibus; fi eumdem
inferamur, quia infolens, et improbus alicujus bona effufis largitionibus
diffiparit, vel in profundum libidinum fuarum gurgitem immerferit; fi
inferiorem doceamus, cum fuperiore contendere in eodem ftudio, vel honoris
æmulatione; fi divitias, fi honores alicui præter meritum contigifle adferamus;
quod tamen cum diftin&ione agendum videtur, ut hæc apud eos dicantur, qui
fibi eadem mereri videantur; fingula tamen apud fingulos juxta cujufque
meritum. Sedatur indignatio, fi cui indignantur; cum dicas virtute, ac rebus
præclare gefiis bona fibi comparaffe, non recens ascepiffe; fi probes
ingeniofum, ac nobilem nunquam degenerem animum habuiffe, ac proinde naturam ei
femper favifTe; fi moneas jampridem bona illa poffediffe, nec iis unquam ad
fcelera, velinReipublicæ aliorumque perniciem abufum fuiffe; fi doceas non
arrogantem, et fuperbum in meliori fortuna fc prsebuifle, fed modefium, et
communem, eumque de aliis magnifice, de fe humiliter locutum fuiffe. Indignatio
deferibitur admodum libera, quæ amplificet vitia, vel in malam partem virtutem
detorqueat, nec fortem, fed temerarium, neque prudentem, fed ignarum eum dicat,
in quem indignatur furens, et amens, quæ fibi interdum violentas afferat manus;
irreligiofa, qua: in ccelefie numen obftre&etur; exprobrans, qua: recenfeat
ea, qua: recenfeat ea, qua: ab ingrato fafta funr, et alterius improbitati cum
aliqua eorum exageratione beneficia opponit. Denique indignationis cffe&a eadem pene
funt, qux in iracundia. Invidia, quæ locum habet in genere judiciali poti
(fimum, ejl dolor de profpera forte, qua alicui prope pari evenerit, non quod,
qui invidet, commodum ex eo percipiat; fed quod nollet eos, quibus invidet,
bona illa polfidere; quia fuam putat immunui dignitatem. Invidiam concitaveris;
fi doceas homini improbo vel citra laboris, ac periculorum aleam turpi quadam
gratia contigiffe bona, ut dignitates, opes, honorum titulos, quæ ceteris non
nifi fummo diferimine cottfequi poliunt, li dicas eum ob divitias, fecundamque
fortunam ita infolefeere, ut prx fe alios arrogantius contemnat; fi commemores
eum celeriter aut nullo labore, vel parvo fumptu confecutum fuiffe, quod alii
magnis fumptibus aut tarde, aut plane nunquam alfequuntur; fi ofiendas alienæ
laudis æmulum, ambitiofum, multa molientem, nocentem, tum auditorum, tum
aliorum glorix, cumdemque dedecus ex aliena fortuna quxrere: fi in auditorum
animis laudis imprimas (ludium, et ardorem glorix retinendx; fi proponas
antiqux familix decora, et ipforum proprias virtutes, vulgique honorificam de
iis mentionem ;& contra, fi vulgi recites honorificam mentionem; de eo, in
quem movere invidiam fatagis; fi exageres populi in illum animi voluntatem, et
propenfionem; fi deferibas multitudinis voces, et prxeonia, modo tamen laus
illa fuptrari facile poflit, et impediri. Prxterea ad concitandam invidiam
profuerit nofle mores eorum in quibus excitare volueris; quare eam concipere
folent, pares loco, gente, cognitione, xtate,lcientia, dignitate, fortunis, qui
denique pufillo funt animo, ut opifices, foeminx, rullici. Reprimitur invidia
capitibus contrariis, ac excitatur. Quare bouum minuas, cui invidetur .• merita
illius ollen oftendas, qui illo potitur nullam tailam efte injuriam demonftres,
ac doceas illum fortuna: bonis, atque honoribus, honefte, ac moderate uti:
dicas non fuis, fed aliorum commodis bona illa adhibere, quæ invidis funt
incitamenta; parta fuifie laboribus, ac mife* riis; adferas ingentis animi ede,
fi magna in aliis quis fpedet, nec virtuti, nec felicitati invideat j aperias
damna, qua: invidiam fequuutur; ipfa etenim partim lædit eos, ad quos
intenditur, dirius vero, a quibus procedit, quippe qui fua fine fine fubllincnt
fupplicia. Invidis delcriptio præclara eft apud OviJ. met. 2. fab. 12. at eadem
fere habentur apud Scaliger. inAppend. Virg. Ceterum fsvit ipfa in parentem
ejufque interiora in modum tineæ depafeitur: fimulat gaudium: non vult videri
invidere: trillatur, fi invidis nota. afficiatur .• Unum expedat mali folatium,
fi cui invidet, ex alto prscipitem datum adverterit Virtuti inimica eft
olfentat fe magnifice, virtutifquefus prsco nobilis; alios facile contemnit 5
qua poteft animi vocifque contentione rivalem fuum infedatur et quantum poteft
veteras commendat, et extollit, ut.recentes deprimat, cum rivali eod. timida
femper, et querula veretur ne fi quis honorem confequatur, gloriam fuatn ille
fplendore fuo obfcuret; aliens felicitatis inimica eft, in odium, et ultionem
inflammatur, vitiorumque omnium radix eft. Enulatio eft dolor ex aliena bona fotte fufeeptus, / l
i non quod id alteri contigerit, fed quod nos illa careamus. Differt ab
invidia, qus fi pollet, aliqua ratione fpoliaret bono, quod in alia perfona
animadvertit . Æmuiatio autem fieri talis defiderat, qualis dida perfona eft;
&ficex amore, et ftudio virtutis hsc oritur: Illa e contra ex malevolentia,
et odio. Concitatur smuiatio majorum virtute egregie fa K dis cum jam fatis
multa di&a fint ubi de elocutione fuperius. N Rerum dilpofitio duplici modo
fieri poteft, aut ex arte) aut ex tempore. Si ex arte ) eum ordinem habeat
oratio, quem fibi præfcribit ars, ut fcilicet primam ejus partem complettatur
exordium, fecundam narratio, tertiam confirmatio, quartam epilogus. De
argumentorum dilpofitione paulo ante di&um eftj hic (atis erit annuere,
quod ea præcedere debent, ex quoram intelligentia cetera pendent. Ceterum quid
primum, quid poftremum effe debeat in oratione, quid adhibendum fit in fingulis
caufis, non facile definitur. Unum, quoad fieri poteft, nafcatur ex alio,
fitque mutua quædam inter orationis membra connexio, quod fiet, lilervetur ordo
propofitus, et in divifione promiflus. Ad hanc rem commodæ funt tranfitiones,
quibus ab uno vel argumento, vel orationis capite devolvimur ad aliud; in
delenfionibus cum refpondendum eft adverfario, fequi illum ordinem debemus,
quem ille tenuit. Ceterum hæc difpofitio tota pendet ex prudentiæ methodo, quæ
quid locus, quid auditor, quid caufa pollulet, oratorem docebit. De
difpofitione paflim difta funt multa inter has rhetoricæ præceptiones; unde
nihil ultra progrediar, utfiatim agatur. Memoria adeo neceflaria eft oratori,
ut ex Ciceronis mente omnia præclariffima in eo peritura fint, nifi inventis, et
excogitatis adhibeatur memoria, ex qua tamquam ex thefauro, et pcenu dicenda
promanant. Duplex eft, alia a natura, alia ab arte. Quæ eft a natura,
exercitatione augetur adudua mentis agitatione, et frequenti rerum meditatione
adjuvatur;, fi per partes edifcatur oratio; (i delicatis herbis vefcamur, fi
optima ciborum digeftio; fi cibi 9 potufque parfimonia, et a crapulis
abftinentia confervetur. Quæ eft ab arte parum prodeft, ni fuam vim accipiat a
natura. Adjuvatur tamen quibufdam imaginibus, quibus reroinifcentia excitatur;
quare proderit lingulas periodos lingulis a capite inlcriptis numeris apponere;
rurfus quæ pars orationis e. g. de navigatione, ea connotari poterit anchora;
quæ de bello armis; quæ de re ruftica, ltgone, et fic de aliis; tandem proderit,
nullo affeilu vehementiori concitari, et cogitationum multitudine minimi
diftrahi. Pronunciatio inter orationis partes ordine poftrema, fed prima
poteftate, oratoria artis totius omnem in fe continet vim; omnis enim oratio
languet, evanefcit, emoritur, nili eam aftio animet varietate vocis, motu
corporis, mutatione vultus. Idcirco nemo inter oratores fummos adfcribendus,
qui voce infuavi, et immoderato geftu oculos auditorum, et aures male afficiat.
Patet igitur bona: pronunciationis elfe, vocem moderari et geftum. Vocis duplex eft
proprietas, quantitas, et qualitas, e quibus tum vitia, tum virtutes illius
eveniunt. Vitiofa igitur erit vox primo fi fit pufilla, qualis eft eorum, qui
pipire magis, quam loqui videntur. Angufta quæ non implet auditorum animos. Si
fubfurda, qua: non exprimit verba, fed in faucibus emoritur. Si confufa, qua:
non diftinguit fonis, et articulis, quæ dicit. 5. Si rudis, et
intra&abilis, qua: magno negotio fuum peragit curium. Si alpera, quje
flrepitu aures offendit; fi difcer pta, quæ imparibus fpatiis, et fonis
dilaniat orationem; fisenea, qua? vehementi Velut aris tinnitu, ferit aures; fi
acuta, quæ fonantius quam par efi, eaidcm penetrat.Vox fuas habebit virtutes.
Si erit alta, quæ firmis fparfa lateribus aures impleat pleniffime. Si eicelfa,
quæ et plenios audiatur, et durabilis fit. Si clara, qua; clare perfonet. Si
prægrandis, qua; admixta fuavitati laudatiflima efi. Si fuavis, flexibilis,
culta, rotunda, traftabilis, volubilis, dulcis, canora, et plena. Advertite
vocem accommodandam effe rei, de qua agitur; ficuti enim non convenit in
frigidis exclamare; ita ridiculum foret in gravibus languefcere. Proferatur
perpulfa animi motu, ut ex perpulfis fidibus profertur fonus. Lætitia lenem,
hilarem, tenuem poflulat vocem; metus demiffam, abjeftam, timebundam,
exhitantem, commiferatione plenam, flebilem, interruptam, ira acutam,
incitatam, incidentem; mceftitia gravem, et fono depreffam y et demum tot fiant
vocis mutationes quot erunt animi affe&iones. Illud infuper univerfis præcipitur,
quod depreffa vox adhibeatur in exordiis y ita tamen ut poflit audiri, necnon
verecunda, temperata, venufta, et lenis. In narratione aliquanto elatior, et quodammodo familiari fermoni proxima
fit. In
expofitione validiorum argumentorum vehementior, acrior, et levior, et juxta
naturam rei nunc attollatur, nunc deprimatur, nunc arrideat, nunc abhorreat. In
conclufione attenuata fit, et æquali fono probata, fi hortamur, fi conquerimur
depreffa, et dillin&a crebris intervallis: fi enumeramus, quadam incitatione
gravis. Geflus, quem mutam eloquentiam appellavit Tullius, tanti eft ut
moderetur, ut quoniam per illum animi fenfus dignofeuntur, fatis inepta fe
gereret, qui iis, qua: profert, geftum non accomodaret. De eo multa
priecipiuntur/ en vobis magis neceflaria.Vitanda: funt leves, et hiftorica:
gefticulationes, quæ fingulis verbis geftum efformant j quare Orator meminerit,
fe faltatorem non efle, et ad fenfum magis, quam ad verba geftum accommodet.
Componendus eft vultus decenti eompofitione, ita ut refla fit facies, non
detorqueantur, non mordeantur labia, non corrugentur nares, non immodicus
hiatus difiendat riftum, non fupinus fit vultus, non dejefti in terram oculi,
non inclinata cervix, non elata, aut deprefla fupercilia, non rigidi, non
extenti, non languidi, non torpentes, non lafcivi, non mobiles, non pofcentes,
poUiccntefque aliquid oculi eife debebunt Peftus ad ventrem projicere indecorum
eft, variare fupra modum extando, deforme j quibus, fi motus accedat, prope
obfccenum. Vultus Sententiarum fenfum præjudicare debet j quare cum ridentibus
rideat, cum triftibus mæreat, cum iratis itetur. Oculi, caput, facies tali
geftu conformentur, ut fenfum exprimant j brachium, et manus aflionis potiorem
partem fibi vindicant, habentque plures fignificationes: brachium tamen tanquam
telum adhibetur in contentione potiflimum, in narratione non nimium, fed cum
decore movetur. Manus hinc inde extentæ difponantur intra fuggeftum, dextra
incipiat motum a medio peflore, tendatque in latum dexterum mediocri diftantia,
aliquando reflo, alias flexuofo duftu, prout membrum uno, aut pluribus
conftabit incifis j geftus enim uti cum voce inchoandus, ita protrahendus ad
finem vocis, et fenfus. Si periodus conftabit tribus, vel quatuor membris,
fecundum, vel tertium occupet finiftra, qua: cum dextera ultimam, totamque
claudat fententiam, iterumque deponenda manus hinc inde intra fuggefti limbum,
Rbetoric H iEC oratio habetur in natalitiis hominis alicu jus. Ejus exordium
fumitur. Ab aliqua circumflantia loci, vel temporis, aut perfonarum. A publicis
votis, precibus, et facrificiis, qus ante nativitatem, et poft illam fafta
funt. Ab antiquorum ritibus. A fabulis. Ab aliqua hifloria, feu fa£lo infigni
Ab exclamatione, et larto plaufu futurorum bonorum. Confirmatio multipliciter
abfolvi potefl; nam fi nativitas fatis uberem fuggerat rerum copiam ad juflatn
orationem, his poterit efle contentus laudator. Sin minus, incipiendum erit a
Patria, parentibus, fplendore natalium, prodigiis, fiquæ præcefferunt; rurfus
attingere poterit Orator nativitatis circumflandas, locum, tempus,
antecedentia, confequentia, auguria, di£la, oracula, fomnia, concurfus rerum
variarum in id tempus. Item auguria fiqus puer ipfe det futuræ virtutis, et
fortunæ; quæ quidem divinatio peti potefl, vel ex iis, quæ nativitatem, aut
puerum ipfum nafcentem attingunt, vel ex genere, facie, futuraque apud parentes
infantis inflitutione. Peroratio vota continet, fauflafque precationes puero, et parentibus, ut
ille ad multum tempus felix vivat, et fuis, et Patris ornamento aliquando
futurus. Item provocabit ad lætitiam, defiderabitque, utcrefcat infans ad cos
honores, apud quos patus efl; divos aliquando, feu virtutes producet
contendentes inter fe, cui potiflimum fit ille puer primum natus. Oratio
Genethliaca, quæ dicitur adulto, partim coalefcit ex fuperioribus præceptis,
partim non jam tigna, et prsfagia futura: virtutis attingit, fed Virtutes N a
ipfas recenfet, aut amplificat, dicitque aufpiciis, et ominibus jam fatis
refpondiffe virtutes. In peroratione optandum, ut fxpe diem illum natalem
celebrare contingat, utque lætior femper recurrat, illiufque ortu ita
gaudeamus, ut nunquam audire velimus interitum. De Oratione Luftrica. H iEC
oratio dicitur Lufirica, quod dies ille, quo nomen infantibus imponebatur
luftricus apud veteres appellabatur, habeturque in nominum impofitione.
Exordium ducitur, vel a circumfiantiis, vel ab aliquo ritu antiquo in
imponendis nominibus, vel a lætitia communi, vel ab honoribus, quos ille prius
retuliffet, cui nomen imponitur, vel certe dubitando exquirere poterit orator,
quo præmio tam præclara: res geltte donari potuiffent, et ad nomen defeendens
nulJum inventum docebit majus ipfo nomine, dequo breviter dicet præmium effe
virtutis. Confirmatio, vel una, vel duabus contineri partibus poterit; fi una,
eam inllituat Orator ab iis locis, quæ in commendationem nominis cadere
poffunt; a compofitione fcilicet cum aliis præclaris nominibus; acaufis propter
quas impofitum fuit, et ab ipfa nominis fignificatione; fi aut omnes virtutes
ea complebatur, aut omnium maximam, aut omnia, quæ in omnibus nominibus effe
poffunt. Si duabus, in prima ponantur tes gefiæ, ac virtutes, propter quas
nomen fuit impolitum; in fecunda nominis excellentia laudetur, inftiruaturque
collatio tum perfonarum, tum hominum, tum caularum, propter quas aliis etiam
aliud nomen impofitum fuerit, five hoc fiat per fimplicem comparationem, qua
paria omnia effe dicantur, five per contentionem, qua qui laudatur probetur
effe fuperior. ^pilogus occupatur in votis, et faufiis precationibus, gratulationibus,
et adhortationibus, ut tanti nominis gloriam fubfiineat, ac tueatur. De
Epithalamio, feu Nuptiali Oratione, Epithalamium habetur in nuptiis. Ejus
exGrdium inchoabitur, vela lætitia, fefiaque diei celebritate, vel ab argumenti
difficultate; vel a caufis, curO* rator ad dicendum acceflerit, vel a commodis,
optimaque conjugii æflimatione. Confirmatio i. per modum panegyris laudes
fponforum continebit; five a Patria, parentibus, aliifque laudationis locis,
five per comparationem unius cum altero, ut nullus alterutro dignior eft
potuifTe offendatur, five per collationem nuptiarum hujufmodi cum felicibus
antiquorum nuptiis, five per certamen aliquod, aut inter divos, aut inter
homines, aut inter virtutes contendentes invicem in conferendis variis muneribus
recenter nuptis. Juverit etiam comparationem inflituere inter genus utriufque
fponfi, ut ex illa confiet fimilem fimili conjungi, quam quidem comparationem
ornare aliquando poterunt fymbola quædam ab antiquorum ritibus accepta, puta a
floribus, feu frondibus, quibus, nuptorum coronæ antiquitus intexebantur, ut
fponfum uno fponfam altero exprimamus fymbolo. 2. Poft celebratam fponfi,
fponfæque affinitatem, qua: ex illo matrimonio contrahitur, commendari nuptiæ
poffunt ex iis, quæ inde creduntur proventura, aut ex aliis felicioribus
matrimoniis, quæ inter eafdem familias olim intercefferunt; laudantur fponforum
parentes, ad laudes quoque eorum excurritur qui ad nuptias celebrandas
convenerunt, et ad commendandum thalamum, domum, urbem, ubi nuptiæ fatis funt.
Finguntur liberi coram parentibus lufitantes, five a?ta N 3 te crelcente maxima
meditantes. Ad nuptam, et virum cum laude convertitur fermo, utrumque ad
lætitiæ fenfum excitando, et in fpem adducendo fobolis virtutis non imparis.
Epilogus vota facit pro liberorum felici proventu, ut parentes thalami pignora
cito confpiciant, diu felicem vitam degant, et diem videant, quo et ipfi
liberorum nuptiis interfint. Itidem ad mutuum amorem, et fidelem concordiam
conjuges adhortabitur .Legantur Claud. de Nupt. Honorii, et Maria», Statius
lib. i. in Epithal. Stellæ Maxim,
in Nupt. Conftantini. De Epinicio feii Oratione Gratulatoria. E Pinicium
adhibetur in quovis eventu felici, ut iis gratulemur, quibus ille feliciter
contigit. Exordium hujus maxima parte eflfe poteft rei obtentæ gravior
amplificatio, et defumi potell, vel a communibus locis publicz lætitiæ,
aliarumque circumftantiarum, vel ab ipfa mutatione, et incremento fortunæ
melioris. Confirmatio variari poteft pro rerum varietate, qua: ad gratulationem
nos excitant, fi etenim alicui vi&oriam gratulamur, dicendum erit non tam
pares gratias, quam dignam gratulationem haberi polle illi, qui debellatis
hoftibus tantis incommodis patriam liberavit. Hujui rei caufæ mox afferendæ;
fubjicienda inde viftoriæ narratio, qua: explicetur ex adjunflis, et
amplificabitur perHypotipolem, diftributiones, deferiptiones, et per
comparationes præfentis fortunæ cum fuperiori. Licet nonnunquam vifforiam
conferre cum ipfo duce, ejufdem merita amplificare, in quorum fidem aliqui nominandi
erunt, quorum egregia facinora fuerit æmulatus. Si dignitatem acceptam
gratulemur, illius magnitudo erit demonftranda: commemorandum adeptam meritis,
et virtute, dicendumque dignitatem eam efle, ex qua immortalitatem confequi
ille poflit, quxque a multis expetita, paucis admodum obtigerit. Obliqua
oratione interdum alicui gratulamur, cum dicimus nolle nos amico, qui
dignitatem obtinuit, fed Reipublicæ quæ tantum virum in ea dignitate (ibi
adepta eft, gratulari; quod Reip. utilitas ab amici honore acceflerit; qui fi
junior fit, dicendum hunc diuturniorem, et Reip. utiliorem fore; fi fenex,
(pecimen virtutis amplum dediffe/ fi eruditione confpicuus, florentem, ac
beatam fore Rempublicam. Epiiogus continet preces pro imperii diuturnitate,
felicitate, gloria, incremento. [Optat, ut qui ad dignitatem afeendit,
opinionem de fua virtute conceptam faftis fuperet, neque cum aliis, fed fecum
ipfe certet, ut ad majores gradus poflit afeendere. Cohortatur ad amorem, et patriæ
defenfionem, ut eam ita compenfet. Commemorat, qui reges, et præclari viri eam ornarint, et
auxerint. Monet tandem, ut et Deo, et largitori Principi gratus fit. De
Oratione Lamentatoria, H iEc oratio fuperiori contraria eft, majus tamen
requirit artificium, ut dolore potius, quam arte videri debeat fa&a. Duabus
omnino partibus abfolvi poteft. In prima fignificetur, quantum fit malum
illud*, in quod incidimus, tum ad levandum dolorem, tum ad excitandam in amicis
mifericordiam, et odium in inimicos, fi ex iis tantum matum obtinuerit. In
feeunda metus aliis injicitur quafi et illis poflit idem contingere. Epiiogus fuperos orat, ut a
cervicibus omnium tantam depellant tempeftatem. Postulatoria oratio adhibetur,
cum quid debitum, aut tamquam debitum a Deo, vel ab homine peti oportet.
Exordium, fi petitio oblique fiat, per infinuationem benevolentiam conciliet,
ad excitandam nedum attentionem, fed etiam liberalitatem; quæ quidem infinuatio
peti debet ab illius laude, a quo beneficium expetatur, maxime vero a laude
liberalitatis. Quod fi res, qua: poftulatur, difficilior obtentu fit, majore
infinuationis artificio, fin minus difficilis, minore opus habet i Si vero reta
petitio fit, aperte exordiendum, non tamen procul ab arte. Confirmatio fi de liberalitate benefatoris
nihil ditum fuerit in exordio, ab ea inchoari poterit. Petitio proponenda,
explicanda,. exornanda erit, attenta perfona, a qua petitur, et re ipfa quæ
petitur; nam fi petitur ab homine gloria: cupido, dicendum erit virtutem ineffe
maximam in re conferenda; fi ab alio aliter agendum. Si qui petit, benemeritus
fit, enumerare poterit, modefte tamen, fua beneficia. Si nullum habeat meritum,
narret, quomodo immeritus tantum beneficium petere audeat, caufamque petendi
afferat, dantis liberalitatem. Si res, qua: petitur magna fit, inque ea obtinenda
laboreiur, recurrendum ad locos deliberativi generis, a poffibili fcilicet,
ofiendendo nullo difpendio conferri poffe beneficium; ab utili probando, utile
efTe Reip. ab honefio oftendendo honorem, et gloriam inde futuram. Proderit
parentum laudes, et majorum utriufque rccenfere, qui fi in neceffirudine
conjunfti fuerint, addendum erit eos, qui fubfequuntur, non tam paternarum
opum, quam amicitia: harredes efle debere. Preces adhiberi poffunt, et
obtefiationes per res, aut perfonas, quibus nihil charius haberi confiet.
Docendum erit, petere nos rem honestam, piam, juftam, et nobis neceffariam,
quam, ut obtineamus, ciendi funt mifericordiæ motus ab indigentia noftra.
Epilogus promittit animum gratum, et deficiente facultate referendi gratias,
fummam animi propenfionem, et voluntatem. De Oratione Enchariftica, feu in
gratiarum aftione. E Xordium bene contextum, fplendidum, grave, ac ferium effis
debet, fine ulla fufpicione fimulationis, feu affentationis, in quo amorem
profiteatur Orator, magnifice beneficium acceptum enarret, cum rerum
enumeratione} præterea exordiri potefi Orator, nunc ab ea virtute, quæ maxime
lucet in, beneficio collato, modo a perfona largientis, et ab adjuntlis, (i
Rex, fi Senatus fit, qui dedit, fi cito datum, ficum verborum ornatu, et vultus
hilaris fignificatione ;nunc reddendo rationem, cur tot ante beneficiis
acceptis, nunc tantum agere gratias incipiat. Confirmatio, vel inftitui poteft
per panegyrim, ia qua infifiendum erit commendando virtutem a qua profeftum elt
beneficium, vel tripartita effe debebit, quæ primo occupetur in laudibus
bencfa&oris, mox in beneficii magnitudine amplificanda, et exornanda, ex
adjun&is, et circumfiantiis, per multas comparationes, inquirens caufas
beneficii, tempus, locum, et hujufmodi; demum in explicando modo, quo datum efi
beneficium. Epilogus officii recordationem pollicetur, fpondet, memorem animum,
rogatque Deum, ut cum nos ob virium imbecillitatem id minime poffimus, ipfe
gratias beneficio pares rependat. Si gratiarum a&iones ob falutem fient,
obfervandum erit, incolumitatem reftitutam, mala adverfa, miferias, et morbos
procul amandatos, magnam dicendi copiam fuppeditare. Ideo exageranda tunc erit
prxdi&otum maiorum gravitas, a quibus fuimus liberati > ut tanto majus
beneficium collatum eluceat. De
Oratione ad inaugurationem. H iEC oratio dici folet in un£Iione regum, aut
creatione magiftratuum, vel Gubernatorum. Exordium fumitur a votis bonorum, qui
optabant, a gratulatione populorum, a meritis iplius ele&i, a pompis,
quibus elucent viæ, forum, templa, palatia, a reliquis denique circumflantiis,
vel etiam condolere dignitatem novo Principi Orator poterit, quod eam fubeundo,
novas caulas, laborefque fubire cogatur. Confirmatio fefe effundet in laudes
novi Principis, a fontibus, quos fupra monuimus, a laboribus pro patria
exantlatis, a clementia in cives. Differet de corona, de fceptro, de purpura,
de ftemmate, deque ceteris omnibus, quæ peauliares fint illius pompæ; adhibebit
defcriptionem iplius Principis, a quo effulgeat amor, et raajeftas; neque omittet
oracula, prodigia, et fiquid aliud infigne evenerit, et honorificum, qua: omnia
ad laudem Principis referenda funt. Epilogus erit idem, qui in gratulatoria
oratione. Præclara eft Sidonis Panegyris ad Auguftum Romæ di&a, et optime
etiam Claud. in Conful. Manlii Theodorcti etc. u I De Stemmate Praxin. S
Temmata, quæ familiæ infignia efTe dicuntur, ad laudes heroum plurimum
conferunt, quorum encomia inde petuntur, quod fint, et figna quadam ad
ornamentum, et difcrimen familia; dedu&a, et præmia virtutis, ac poderis
incitamenta laborum, et fuavis, et grata re£te fa&orum recordatio, et
documentum aliquod artis, et officii, et amoris, ac infitæ virtutis argumentum.
Rurfus ad laudem conlideratur materia, ut aurum, vel argentum; color ut
cæruleus, rubeus; forma, vel figura, ut ancile, palma, clypeus; pi&ura, ut
rofa, oliva, globuli, arma, cruces, Leo, Aquila, et hujufmodi, e quibus fiudeat
Orator magnam copiam laudum haurire, &c. De Paranimphara; five in Creatione
Doctoris. Exordium petitur a circumftantiis perfonarum, vel a ritibus veterum,
cum laude illius fcientiz, ad quam initiatur Doftor. Confirmatio tres partes
habet; prima rationes continet, ob quas mox promovendus, honore dignus videri
poffit; altera rituum expolitionem; tertia ad dolorem panegyrim inftituit.
Ritus effc folent, traditio libri ad legendum Quidquid officii fui fit;
pileoli, infignia veritatis, ac fan&itatis; anulus, qui fidei, veritatis,
et conflanti cft argumentum; Zona aurea, qua utatur, tanquam cingulo fidei, et
fortitudinis, modeflixque vinculo, quo animi motus cohibere poffit • Epilogus
multa libi promittit de inaugurando Dolore, clauditurque in ejufdcm
gratulatione. Exordium inchoabitur ab ipfos juftitite templo, in quo Prarfes
admittitur, vel ab ipfo tribunali, in quod afeendit, unde promant: oracula
coelo digna, hominique metuenda, quod quid ornari poteft aliqua, fimilitudine
deiumpta e Salomonis throno, autaliunde. Confirmatio vagabitur per locos
communes laudis in Prsefidem, eleftum, et quserer, cur purpura induatur, an
quta ea regiam induat au&oritatem, an quia in legum 'violatores infurgere
debeat tanquam elephas, qui a rubro in bella accenditur; commendabit fapientiam
præfidis, ex qua, velut ex trypode promentur oracula jufla, veneranda, et
patriæ falutaria. Epilogus gratulatur, non tam præfidi, quam urbi, quæ fe
regendam commifit tanto viro, cujus fapientia, vigilantia, prudentia quæque*
optima fibi polliceri poffit. De Oratione in dedicatione, H iEC oratio
contexitur, cum alteri opus aliquod nuncupandum occurrit: ejus artificium tribus
veluti gradibus affiirgit, primo occafione dedicandi, qua: fumitur vel a
dedicantis officio, vel a dignitate lilius, cui dedicatur, vel ab opportunitate
aliqua, ut fi devi&is hoftibus tribmphet, et cetera quamplurima; fecundo
rei dedicata: vel explicatione, vel excufatione. Tertio commendatione, et
obfecrationc, addito fidei, arrernique obfequii Sacramento. De Oratione ad
receptionem Principum, aut ma- f giftratuutiK O UI orationem hanc contexendam
aggreditur prius animadvertere debet, quæ fuerit caufa regis adventus in urbem.
Si ut eam per fe invifat, vel ut (i in ea Princeps exterus fit, luas celebret
nuptias, et hujufmodi; et talis erit oratio, qualem, eam exigit caufa:
adventus. Si caufa adventus fit, ut per fe Princeps urbem illam invifat tunc
Exordium ducetur ab expedatione, et votis totius Civitatis, vel a defiderio
communi videndi Principem, vel ab exukatione, qua geftieruot emnes, cum primum
acceperunt- nuntium, vel ab ipfa regum providentia quorum eft, non per legatos
tantum, fed per fe quoque fuis regnis confulere, a thefi ad Bypotefim mox
defeendendo. Confirmatio per laudes regis excurrat, providentias præcipue per
aliquas comparationes, et fymbola, poteritque recenfere antiqua ejus beneficia
in urbem illam collata, ea conferendo, cum prxdeceflorum ipfius beneficiis.
Immo differere etiam poterit multa de urbis Felicitate, et meritis, eaque omnia
uni regi accepta referre. Neque erit inconveniens, fi ad publicum apparatum
defeeudat, in quo deferibat, vel civium concurfum, vel regis ingreffum magnificum
ad triumphum, aut modefium, ne gravis populis eflet. Oicet relida ab eo fuifle
clementiæ, fortitudinis, liberalitatis, ceterarumque virtutum, quam ille
tranfierit, veftigia. Epi logus ejus armori, et tutela: commendabit urbem,
ipfuroque tutelaribus Diis; vota faciet pro ejus felicitate; vovebit, ac
dedicabit animas, pedora, fortunas, opes. Populorum explicabit lætitiam, et
amorem, et fi quid petendum erit, obfecrando id efficere poterit. Legatur Oratio Pacati ad Imperatorem
Theodofium, in qua ille magnifice. Exordium tefiabitur non levem doloris
fignifica* tionem ex illorum difceffu, quibus familiariter urebamur,• mox
moderationem adhibebit aliquam ex honefia difceffus caufay et fi orator fit
ille, qui difeedat, diuque a patria extorris abire debeat, mifericordix ciet
affe&um» Confirmatio commendabit multi populi, apud quem vixit Orator,
fidem, humanitatem, pietatem, et cetera, quibus conciliantur animi, tum urbem,
a qua ille difcedit, dilaudabit, loci nimirum naturam, fitum falubrem, et
amoenum, facra ejus fefia, facrafque ceremonias. Epilogus beneficiorum, qua;
ifiic acceperit, memorem Oratorem pollicebitur, uxores, liberos, affines
commendabit plurimis, iifque bene precabitur. Si alius fit qui difcedat, ifque
vel mul&atus exilio, vel acerbiore coa&us fortuna, Exordium petendum
erit ex querimonia, vel indignatione in fortunam ipfam. Confirmatio queratur quod abire
parantem non retinuerint non frequens virorum illuftrium concurfus, non
deambulationes, non amæna loca, non cetera, qux urbem exornant. Revocat
promifta; quod alter ab altero nunquam effiet difceffiuruS, confert priorem
felicitatem cum praffienti miferia, dicit, fe, qui jam in amico folatium, nunc
prseter follicitudines, et curas, nihil in eo habere, conqueritur nimis longam
futuram ejus abfentiam, commemorat pericula itineris.difficiles navigationes,
et vita: infclicioris incommoda, eoque dolet abeunti. Modo tamen folatur Te, fpe expeftati felicioris
reditus. Si vero qui difcedit, legatus vel imperator difcedit, Exordium illi
gratulatur. Confirmatio dilaudabit, et cum ipfum, et collegas fuos, comitefque,
a genere, virtutibus, fama nominis, ac rebus antea feliciter geftis:
deprecabitur eundem quoque, ut memoriam noftri abfens non deponat, locorum
amamitate delinitus, ac fociorum humanitate, urbiumque nobilitate, qua iter eft
habiturus, quas ca occafione proderit laudare. Epi logus continet preces, et
felicia omnia difcedenti defiderat. De Oratione poft reditum, Exordium vel
fuperis gratias aget, quod incolumem patria, civefque omnes tantum virum receperint;
vel defiderium exprimet, quo cives ejus re-‘ dit^im affe&abant, votifque,
et precibus accelerabant; vel circumftantiam quamdam temporis continebit, uc ii
Sol ferenior effullerit, quafi tanti hominis reditum fibi fuerit gratulatus.
Confirmatio deferibet hominis indolem, dilaudabitque virtutes, eas potiffimum
per enumerationem recenfendo, quibus acceptus fuerit iis, apud quos dum
abefTet, eft commoratus, qua in re optima* erunt comparationes conglobata:
hominum ilJuftrium, qui apud alias nationes magni habiti fuerint. Inducet
exteras urbes, apud quas diutius fuerit, qua: partim invideant patria: illius,
partim cives fuos cum eo conferant, minorefque eo arbitrentur, et partim fecum
ipfc doleant, quod hofpitem non retinuerint abire cogitantem. Reditum amico
gratulabitur, gratiamque referet, quod apud illum valuerit plus Patriæ
charitas, quam ceterarum gentium benevolentia: teffificatio, oblati honores,
locique amoenitas, et delicis. Exponet tandem quid commoditatis, et privatiTh, et
publice tanti viri afferet reverfio. Epilogus hortabitur, ut diu cum fuis
maneat, redibit ad preces, orabit coelites,• ut quemadmodum ia profe&ione,
et reditu ita fofpitent in Patria. De Oratione in funere. Exordium occupabitur
in deploratione, ac gemitibus, ordieturque vel ab indignatione pro eo, cujus
mortem dolemus, quafi indignemur ereptum nobis effe, aut nos fupcrftitcs ad
dolendum rtli&os; vel ab aliqua exclamatione, vel ab inve&iva, in
mortem maxime, fi in ætatis flore ille obierit, vel a deploratione cum
indignatione mixta, humanam conquerendo conditionem, quæ nos ad tantam miferiam
vix natos dejecit, vel a circumflarttiis qaibufdam, ut funtoftenta, prodigia,
alisrque quamplurimæ, quæ in hac re meffe poffunt, vel ab aliqua figura,
dubitationem puta, quafi ambigat Orator loquine, an filerc debeat, ciere
lacrymas, an confolari, et hujufmodi, autexcufationem quamdam, quafi non audeat
vulneris memoriam refricare, et affligat domus fpeciemdefcribere; vel ab aliquo
gravi difto præfertim, fidolorem lenire velimus, vel a lugubri exequiarum
apparatu, vel ab aliquo lymbolo, vel a diverfis gentium ritibus, vel a luftus
deferiptione, præfertim fi luftuofo cafu obierit ille, cujus mortem dolemus.
Denique exordium dabunt affinitas, dignitas, et hujufmodi, quæ fubihneat ille,
cui onus dicendi impofitum fuit, tamquam ea caufæ fuerint, cur loquendi partem
fufeeperit Confirmatio duabus potiffimum partibus abfolvi poteft, laude
fcilicet, et lamentatione*, ea demortui vitam commendamus . hac mortem dolemus;
quare omnes .inveniendi funt fontes laudis, locaque omnia ciendi mæroris motus;
quibus addi potefl et tertia, folatium fcilicet ad parentes, vel ad fuperflites
documentum. Interdum tamen una pars tantum ponitur, eaque occupatur in
laudatione; ita tamen conftru&a, ut referatur ad excitandum dolorem/ in
crdum adhibe» tur et fecunda, quæ aut dolorem movet, aut confolatar, aut
adhortatur ad mortui imitationem: melius autem ifla fparfim per totam orationem
diffundentur, ita tamen ut in epilogo perficiantur. Epilogus æternam
felicitatem mortuo deprecatur, vel lacrymas in auditoribus movet, vel„ad
debitos honores deferendos, aut ad recordationem beneficiorum ab eo acceptorum,
vel ad virtutum ejus imitationem, vel ad impendentis omnibus certe mortis
memoriam hortatur. Si filius fuperfit paternæ virtutis hæres, auditores
Colabitur, proponens iis, parentem in filiis fuperflitem efTe. Tandem claudi
poterit celebri quodam epitaphio, quod concifutn efTe convenit i et paucis
verfibus continere genus, vit® feriem, geftos honores, facta præcipua, mortis genus,
et monitum aliquod viatori. Egregixfunt Orationes funebres Nyffeni in morte
Pulcneriæ, D. Amb in Theodofii fenioris, Naziazeni in Athanatis etc. Exordium,
quod quidem furoitur a perfona regis, et ejus, a quo mittitur, et ejus ad quem
mittitur legatus, affinitates, foedera, amicitia, negotia inter illos ante id
tempus habita, et cetera hujufmodi occupabunt; vel etiam fumi potellaritu, et
jure gentium in mittendis legatis. Confirmationis nulla certa præcepta efTe
poflfunt, cum enim tot, et tam vari® poffint efferes, quas legatus agere
debeat, talem muituat confirmationem. Orator, qualem exiget res, de qua agitur.
Quare cum legatus mittitur, vel ad gratulationem, et amicitiæ O offi- lio
'Rhetorica Pracepta. officia, vel ad excipiendum aliquem alterius nomine, vel
ad aliud petendum, vel ad repetendum, et expofiulandum aliquid propter acceptam
injuriam, vel ad (uadendum aliquid, recurrere ille debebit ad lingulares
oraticfieS cuilibet caufat conformes. Epilogus pariter caufis, quæ traftantur,
accomodabitur. Consecratio apud antiquos Idolatriat cultores ea dicebatur, qua
vel aliquem hominem in numerum Deorum referebant, vel templum, aut aram numini
alicui confecrabant. Sacrilegus ifte cultus cum ipfa fuperftitione jam
exfolevit, eique fan&ior fucceffit, coefuetudo fcilicet piorum hominum in
numerum, albumque Sanftorucn referendorum. Quare hæc oratio adhibetur a nobis
in alium ufum abeo, in quem ab antiquis adhibebatur -, cum nempe non jam
fceleftiflimis hominibus divorum nomen tribuitur, led cum homines vere pii maturis
Ecclefia* Catholicæ fan&ionibus inter Beatos, Sao&ofque adferibuntur.
Artificium hujus orationis idem eft, ac orationis in funere, præterquamquod
exordium, et epilogus, ipfaque confirmatio ad hilaritatem penitus compafti cfFe
debent. Poterunt et aliqua recenfcri de ritibus, qui in /Ethnicorum
confecrationibus adhiberi folebant, vel eos afliimendo, vel rejiciendo. Etiam
epilogus continebit exhortationem, qua excitentur auditores ad venerationem
Sanfti hominis, et ad vota illi facienda; poterit pariter vel nobis, vel
noftris a Divo illo aliquid jjoftulari. Si ha?c oratio habenda fit in
confecratione templi cujufdam, ilia fota occupabitur in commendandis ritibus
hujufmodi confecrationis, nec non templis iif dera ut dem fibi a Deo electis
tanquam in propria sede ad habitandum in terris; curabitque, ut venerationem,
religionemque, et cultum in illud ipfum in auditoribus excitet, quod ut melius
prædet, ornanda erit aliquibus imaginibus ex Sacra Scriptura defumptis. Genus
hoc nedum deliberativum, fed& fuaforium dicitur, et difluaforiura,
difceptatorium, concionatorium, et confultorium. Ejus materies poflibilia funt,
et non neceflaria, non tamen omnia, fed ea tantum, quæ ed in nodra potedate, ut
aut dant, aut omittamur, et ad nos ipfos pertineant, hæc vero eadem publica
funt, vel privata, de quibus difceptari poted. Finis utilitas ed, ac detrimentum i officium fuadere,
et dififuadere. De Inventione Generis deliberativi, triplicem hujus generis
fontem aperit Quintilianus, cum inquit: fuadendi partes quidem honedum, utile,
necedarium. Neceditas tamen non ideo ed pars deliberationis, quod in
deliberationem cadat, fed quod fi quid neceffarium probari poflit, fidem
afferat deliberationi. Cum autem CICERONE (vedasi) in partition. &c. ha?c
habeat: Suafori proponitur Jimplex ratio, fi et utile ejl t et fieri poteft, ut
fiat: diffuafori duplex: una, fi non xjl utile, ne fiat: altera fi fieri non
potefl, ne fufeipiaturj cumque idem dividat utile, inutile honedum, et utile
commodum, condat tres eflfe fontes inventionis generis deliberativi; honedum
fcilicet, utile, et poffibile. Ad honedum ea referuntur omnia, quæ
proficifcnntur a virtutibus, quæque funt laudabilia ipfa per fe, qualia funi
animi bona, quibus et additur materies fubjefla hon. flati, qua? maxime
fpeflatur in amicitiis; amici autem charitate, et amore cernuntur. Quare cum
nobis honedum proponimus materiem deliberationis, illud attinui potett. Si
bonum, quod fuidemus, cum virtute conjunflum demondremus; tunc etenim honedum
illud probaverimus; ideoque faciendum. Si offendamus cum re, quam fuademus,
conjungas ede virtutes, ita ut qui, quod fuademus, fufceperit, prudens, juftus,
clemens habeatur. Quod fi jam iile hifce virtutibus fuerit inflruftus, alia
ratione erit impellendus, ut nempe fuis virtutibus opera refpondeant. 3.- Si
metu dedecoris, et infamia? aliquid fufefpiendum ede fuadeamus, qui modus
efficax ed, et dicitur cum contrario. Notandum oratori ed, quibus affeflibus
auditores maxime ducantur, et quantum apud imperitos adhibendus ed ad fuafionem
ignominia? metus, tantum apud Sapientes gloria? propofitio, et honedatis, apud
quos nunquam illius jaflura. Ad utilitatem, ut inquit CICERONE (vedasi), ea
revocantur, quæ funt in corporis, aut fortunæ bonis expetenda; quorum alia funt
quafi quodammodo cum honedate conjunfla, ut honos, et gloria; alia diverfa, ut
vires, forma, valetudo, nobilitas, divitiæ y clientelæ, de quibus fatis multa
in genere demondrativo. Igitur multiplici ratione ea ad fuafionem deflefli
pofiunt, et •» - rf» - k 1. Cum nobiles avidi funt honoris, et gloria?, di
gnitatum, et fama?, divitiarum, dominationis, et imperii; fi probaverit orator
in re, quam fuadet 3 ida contineri. Apud eos, qui aut lucri cupidi funt, aut
fuffl*mum decus ponunt in reflo divitiarum ufu, ut hofce per- Peti orias
Præcepta. at} perfuadeat, his liberalitatem divitiarum ornamentum, illis fpem
lucri proponet.. ublica. Tertio ab auditorum perfona cognolcendo ilorum
inditura, mores, Reipublicæ adminidrationem, ut omnia nodra accommodemus
tpforum ingenio, ex eorum opinione ducamus argumema utilitatis, et honeflatis,
declaremufque nos id perfefturos, quod ii maxime in votis habent. Quarto abi
pfa re, magnitudinem, dignitatem, momentum, aut proprietatem auditoribus
odendendo, ut eos ad audiendum excitemus. In diffuafionibus nonnunquam. longius
principium requiritur præfertim, fi quæ diduadentur, utilia ede auditoribus
videantur. Cavendum
in hifce exordiis, ne abrupta fint, nec concitatam femper orationem, et in
verbis effufionem, cultumque affe&ent. Narratio ut plurimum non ufuvenit in
hoc genere; funt tamen duo tempora, quibus adhibere eam occurrit, yel cum
aliqua habemus exempla rerum ante gedarum, quibus utamur tamquam argumenta ad
fuadendum; vel cum auditor docilis fieri debet, fi nondum fatis præcepit, in
quo fit tota controverfia, unde orta, quomodo terminari poflit, aut fi
periculum rei, difficultatem, et magnitudinem ignorat. Quod fi nulla narratio
occurrat, datim ab exordio fubjicienda erit propofitio, quam explicare copiofe,
et fumma cum au&oritare conveniet. Contentio, leu confirmatio eo major effe
debet, quo minor fuit narratio; itaque pod jam ditia probatio in certa qua?dam
capita didribui debet ; qua: traftentur ab honedo, utili, podibili, neceflario,
ut fupra monuimus. Ad majorem
copiam poterit Orator per alia genera excurrere, vel eos accufando, qui funt
contraria; opinionis, vel eos laudando, qui nobifeum confentiunt. Inventio
generis judicialis tum ad accufationem, tum ad defenfionem, pendet ab affumptis
locis faftorum, et rerum ; ii autem continentur omnes in adjunftis,
antecedentibus &confequentibuscaufis,& in locis omnibus extrinfccis ;
cum diilin&ione tamen, ut alii faciant ad flatum conje&urar, alii ad
flatum definitionis, alii ad flatum qualitatis. De illis fatis diximus, cum de
locis oratoriis, ea huc referatis. Exordium artificiofum effe debet quam
maxime, inquo femper auditor docilis, attentus, et benevolus reddendus efl, et
ea quidem ratione, ut flatim a principio, vel attentus, vel docilis, vel
benevolus fieri debeat. Benevolentiam captabit orator primo a propria perfona,
fi vel extenuet virtutes fuas, et eloquentiam, vel oflendat fe non leviter angi
difficultate agendi, et officio ipfo accufandi; vel doceat fe quodammodo
opprimi auftoritate, gratia, potentia partis oppofita; vel dicat fe ad dicendum
veniffe, ut exiflimctur fufcepifle illam caufam duplus officio cognationis, et
amicitiæ j aut alia ex caufa, feu honefla ratione, ux femper videtur neceffario
afferenda, z. ab adverariorum perfona, feu eorum, qui eum illis conjun&t
funt, quod ita tra&ari debet, ut in invidiam, et odium adducantur,
detegendo eorum fraudes, crimina, corruptelas, et hujufmodi. A perfona Judicum,
vel cos commendando vel declarando, quam fpem concepimus de ipforum
integritate, vel obfequendo, vel mitigando eorum naturam, ad quod necefTe erit
eorum mores cognofcere, vel liqua de eorum officio attingendo cum Iaude r
leviter ramen ne tam doceri, quam exorari, et laudari videantur. 4. A caufa,
vel ex ea defumendo aliquod grave di&um, feu fententiam maxime probaram a
Judicibus, vel ejus magnitudinem exponendo, ut fi dicamus conjun&am habere
ftbi Reipublicæ, aut civium falurem, vel aliqua confiderando de ipfius
conditione, eumque affe&um movendo, quem ipfa poftulat, ut fi in ea gravi
aliqua affefti injuria $ mifericordiam in nos, invidiam, et odium in
adverfarios concitemus. Ab adjun&is, temporis fcilicet, loci,
aliarumquecircumftantiarum. Attentio aptatur vel fi rem novam, atrocem, et
magnam, atque ad exemplum pertinentem agere dicamus, vel fi jpauca nos
di&uros, eaque tantum, quæ ad caufam pertinent, promittamus. Docilitas
comparatur clara partitione, rerumque dicendarum divifione, tunc maxime cum
caufa videtur involuta multis rebus \ at cum judex nimium adverfario attendit,
ab illa nimia attentione avertendus erit, quædam imminuendo, vel elevando.
Narratione non opus eft, ni forte accufator, cujus eft faftum exponere, minus
fideliter illud narraverit, vel aliquid omiferit, quod reo favere poflit. Cum
illam adhiberi oportuerit, fi quando perfpicua, et probabilis effe debuerit,
maxime in hoc genere efle debebit. Præterea ita componenda eft, ut caufæ noftræ
æquitatem, nequitiamque adverfariorum fubjiciat oculis, conformandaque judicum
moribus, et auditorum, ut oftendamus adverfarios maxime in eo peccafte, a quo
omnes potiffimum abhorrent, quod quidem ultimum pluribus modis præftare poteft;
t. oftendendo propenfionem cujuslibet ad vitia, et virtutes, qua impulfus
aliquis hoc vel illud prælegit. 2. expvmendo ea, quæ ab illis moribus oriuntur,
ut incedat hoc, vel ilJo gradu, furens, anhelans, titubans, et hujufmodi. 3. Si
res videatur incredibilis, caufas proferendo, quæ ad eam impulerunt, quod fi
nulla legitima caufa inveniatur recurrendum erit ad primam illam libidinem, quæ
cæco impetu huc, vel illuc homines proripit. Si res aliqua crudelis, et atrox
apponatur, tunc concitandi funt motus animorum graviores per exclamationes,
objurgationes, reprehenfiones, comminationes, increpationes, et hujufmodi. Sunt
etiam narrationes quædam totæ flebiles, quibus atrox alicujus maleficium,
naturæque immanitas, aut innocentium pæna exponitur. Quia duplex narratio,
altera, quæ fumraas rerum colligit tantum, altera quæ lingula exponit: hæc
fecunda adhibenda eft, quotiefcumque permovendi funt auditores, prima vero cum
rei geflaf feries, aut nobis non multum favet, aut ingrata eft auditoribus, aut
communis, et trita. Confirmatio, vel fimplex eft, quæ crimen unum, vel
conjunfta, qux plura compleftitur. Si fimplex eft, qux firmiflima funt, partim
in principio collocentur, partim ad finem referventur, quæ autem mediorra, in
mediam turbam conjiciantur. Si
conjun&a, et accufemus, quo ordine crimina reo commiffa funt, eo a nobis
referantur, fi vero, quæ poftremo fafta funt, leviffima fint, ea nunquam in
fine collocanda. Tunc etenim notanda tempora, dignitates, et officia', in
quibus fefe reus exercuit, et crimina, qux quoquo tempore, aut officio
fufceperit, quorum graviffima quxque primum, et poftremum locum obtineant,
cetera vero medium. Notandum unumquodque crimen probandum cffe ex locis, qui
pertinent ad llatum, in quo caufa verfatur, ut fingula argumenta vehementer
proponantur, hoc eft, nt ftatim initio conglobatione criminum omnium utamur,
qua reus obruatur, et judex obftupefcat. Ubi crimina conglobata fuerint, erunt
comprobanda, et confirmanda tabulis, decretis, teftimoniis, accuratiufque in
fingulis commorandum i quod certe fiet, fi vehementiori aliquo motu crimen
augeaxqus. Aliquando inflandum eft, acriufque urgendum, interrogandum,
minandum, blandiendum, et cgreftto1 nes Rbetoric* Prcecepta. 223 nes etiam
adhibendas funt. Nonnunquam propofitis rationibus in amplificationem graviorem
exardefcit Orator, laspe lenta gravitate pondus adjungendo iis, quas dicuntur.
Si defendimus eodem ordine utemur, quo ufus eft advcrfarius, quem tamen mutare
polfumus, et leviffima primo refutare, partim ad extremum remittere; firmiflima
in medium locum conje6fa, aut obfcurare dicendo, aut digreffionibus obruere.
Denique optimi oratoris erit, quid judices, quid res poftulcnt, iemper
advertere. Peroratio fi accufemus, iras prascipuas, et indignationis motus, fi
defendamus, conqucfiionis, fcu miferationis funt excitandi / tametfi cum
defendimus, iram movere polfumus ininjuftos accufatores, dum accufamus,
mifericordiam in alium. Praster hofcc affe&us alii etiam pro rerum
opportunitate excitantur, ut odii, pudoris, amoris, miferationis, doloris,
lenitatis, mjfericordias per frequentes hypotipofes, Apoftropbes,
deferiptiones, profopopejas, contentiones, de quibus ad fatietatem luperius.
Hasc funt generalia prascepta, quas pertinent ad artificium orationis in genere
judiciali ; ea monenda lupe r funt, quas ad particulares quafdam orationes
fpe6fant, et primo dicendum. De Oratione accufatoria. I N qua modefiiam
prasfeferre debet Orator, et molliter, ac frigide profiteri necelfitatem
a&i I Nvediva ad hominum mores ftringendos accommodata duplex eft, una in
homines, quas non eft ufurpanda temere, nifi publica notentur infamia, vel
nullum bonas fpei locum relinquant: Altera in hominum corruptos mores
invehitur, et prima longe hasc melior eft. Quascumque ilia fint, cavendum, ne
liberius frarna maledicentias laxemus. Exordium ducitur, vel ab admifto
fcelere, quod explicari debet: vel a caufa magni momenti, et adftatum
Reipublicæ pertinenti ; vel a perfona, in quam invehit, qua; defcribenda eft;
vel a circumftantiis loci, temporis, et hujufmodi. Narratio, vel vitam omnem a
Puero incipit, fingulaque momenta percurrit cum verborum apparatu, vel certa
quædam capita defumit ex pluribus, quas fibi proponat exagitanda. Confirmatio
vitii perniciofos effedus expendit, contraque pietatem, leges divinas, humanas,
Patriæ mores, majorumque inftituta' efte, contendit. Per amplificationem
recenfet incommoda, quas inde vel fequuntur quotidie, vel in pofterum fequi
poftiint, nifi judices fasviant in audores. Per Comparationem multorum, qui ob
fimilia, vel etiam minora crimina graviter affedifunt, urget hujufmodi hominem,
dignum efte extremo fupplicio, exilia, et hujufmodi. Nonnunquam in invidiam, et
odium perditum hominem vocat,- fi prsfertim beneficiorum immemor', quam tueri
debuerat, Rempublicam everterit. Tradatur interdum per argumenta, et figuras,
quæ ad intimos tenlus percellendos pius habeant virium. Epilogus graviores
affe&us ciet, iræ, odii, invidiæ, pudoris, et aliorum effe&uum, quibus
criminis atrocitas urgeatur, et judices ad pænas repetendas accendantur.
Objurgatio, quæ eft fuperioris ad inferiorem reprehenfio, dicitur, quæ fibi
proponit emendationem ejus, qui contra officium, et honeftos mores aliquid
peccaverit. Quare cum duræ cervicis hominibus ea debet efle intonans, minax,
intenranfque pænas, cum illis vero, qui mollis animi funt, pavidique ingenii,
fruflra laboratur, fi feveritas induatur. Exordium peti poteft: vel a
vituperatione perfonæ, feu facinoris admifli ; vel a rei turpitudine, criminis
atrocitatem explicando, cui etiam adjungi debet tif moris motus, et oppofitio
vehemens i vel ab admiratione, quæ et rei novitate, atque infplentia nafcatur,
ubi et exprobari poterit ja&antia inanis, et fiducia, præfertim, fi ignaviæ
fcelus reprehendatur ; vel a (pe virtutis ejus, cui tradita fuerat Reipublica
(alus, quam tamen (ubftinere non potuit: vel a dubitatione, quando dubius erit
Orator, quo nomine fcelus, quod arguitur, appellet. Interdum etiam caufam, cur
queramur, expendit,- nempe quod res acerba contigerit ex fa£lis ejus, quem
verbis emendamus; quod inapertum diferimen homines, et negotia per
imprudentiam, aut animi demiffionem adduxerit. Narratio non tam objurgationi
neceffaria eft, quam commoratio quadam in reponendo crimine, quod per
hypotipofim fubjici oculis debet, ut ejus gravitate, vel feritate moveatur js,
quem reprehendimus; Obfervandum tamen eft, ne alio nomine crimen vocemus, quam
convenit. Confirmatio
exagerationem criminis continet, qux et fit pene tota per adjun&a loci,
temporis, perfooarum, et hujufmodi. Epilogus acrimoniam orationis verborum
lenimento mitiget, quod facile fiet, fi noflram objurgationem ab amore
proficifci viderit is, quem objurgamus. Proderit rejicere culpam in aliam,
fciiicet in fubitum furorem, vel in alios, qui ad id excitaverint, quibus
fubjici poterit vernæ- promiffio, totiufque injuriæ oblivio ; quod fi aliquid
fupplicii fit imponendum, id fieri non tam ad repetendas pænas, quam ad eos in
officio retinendos, et ad poenitentiam adducendos dicetur. Nonnunquam atrocior
efle potefi Epilogus, et tunc ex ante ditiis exagerabitur turpitudo contradi
dedecoris. Addi aliqua poterunt ad excitandos motus fpei, metus, amoris,
præfertim ab honelto. Poflunt et minis admifeeri preces, ut ii fiedatur aut
terreatur illis; ita tamen, ut omnia magis ad amorem, et lenitatem infledantur.
Tandem ^propofitæ emendationis finem confequemur, fi eam quam concepimus, bonam
de reo fpem aperiamus, et fateamur. EXPOSTULATIO dicitur gravis quædam
quærimonia. Cavendum ne fiat ob leves caulas, et fi rem damnamus, voluntas cll
excufanda. Infuper habenda efl ratio eorum, apud quos, et ob quas injurias fiat
expoitulatio, ufendumque in Omnibus prudentia, ut non ulceremus plagam, quam
fanare cupimus; præfertim fi a.pud fuoeuorem potelfatem conqueramur. Exordium
duci poteft a laude, et commemoratione beneficiorum, quæ in eos contulimus,
apud quos querimur; vel ab ipfis injuriis', quas patimur, præfertim cum noftro
jure utimur, nec jam precari opem, et auxilium poftub mus ; vel a quadam
excufatione, qua profiteatur Orator fe non fua caufa, fed honeliatis, aut
alienæ voluntatis expofiulationem aggredi. Interdum libet oric ce Præcepta. zig
dum etiam malevolentia suspicionem amovet, et per dubitationem eruditam nititur
de amico queri; aliquando fimulat dolorem, ut gravior fiat conqueftio. Narratio
exponit injurias, aliquando etiam prius venia petita, et conquerendi facultate.
Confirmatio poft injuriarum expofitionem amplificat eorum magnitudinem, et cum
læfar perfonæ patientia confert, cujus rei teftes nonnunquam producit ;
Defcriptiones adhibet, profopopasjas, hypotipofes, et alia dicendi lumina, quas
motum ammorum excitant. Epilogus precibus ad eos confugit, a quibus folis
remedium expeftari porefi, quo in loco affeftus excitat mifericordiaj,
clementiæ, ac metus. Si expoftulatio privata fit, nudam, et apertam narrationem
poflulat, et nonnunquam excufationem potius, quam accufationcm adhibet. Tamen
inexpofitione injuriarum amplificare poteft earum gravitatem, fi præter merita,
atque adeo contra jus oilendantur acceptæ. Confirmatio, aut brevis, aut fere
nulla efle potefi, in qua per præteritionem profiteri debet Orator, fe generofo
filentio multa fupprimere. Qui tamen confirmatio tum eft adhibenda, cum tales
funt injuriæ quæ ultra diffimulari nec poflint, nec debeant, pnefertim, dum
majora timentur. Conclufio vehementem excitat dolorem cum interpofitis minis,
quibus etiam • aliqua deprecatio adjungi potefi, habita femper dignitatis
ratione. De Exprobatione, hoc genus orationis exprobat beneficia in alios
collega j quod quidem fieri debet opportune, et e re illius, qui beneficium
accepit. Exordium tefiatur et appellat confcientiam illius, qui labem ingrati
animi contraxit, eamque grandibus fententiis ob oculos ponit, ut vitii
turpitudi- nem primo afpedu cognofcat, et cum dolore conde- mnet. Narratio rem
totam artificiofe proponit, in qua et noflra in illum beneficia, et ingratum
illius in nos animum amplificamus. Confirmatio duas habet partes; in prima
benificium commemorat, fed ex acceptarum injuriarum impulfu $ in altera
exponit, et amplificat alienum maleficium, quod fiet, ex hypothefi defcendendo
ad thefim. Epilogus timoris, et verecundis motus excitat. De Comminatione, In
hac Oratione totus eflfe debet orator, ut timorem inferat ei, cui minitatur.
Exordium abruptiflimum effe debet, ut velut ex ino- pinato feriat. Oratio tota
concifa erit, concitata, minax, gravibus fenteotiis, et axiomatibus redundans,
non tamen af- fe&ata, et puerilis. Adhiberi folet vehemens amplifi- catio
fceleris, autfacinoris, cui fupplicium intentatur, in qua longiori verborum
traftu fefe efferat Oratio. Fingere poteft orator, vel ipfam fceleris
cogitationem, et memoriam adeo atrocem effe, ut ad eam vel gra- viffimi viri
perhorrefeant. Interdum etiam ne motus langucfcat, utetur communicatione, et
pedetentim progredietur. Præterea rem ipfam, ac futurum incommo- dum ita clare
defaribet, ut jam non dici, fed cerni oculis videatur. Conclufio' optationem,
et adhortationem continebit, ue orajtio cx odio, et malevolentia videatur
profetta. DEPRECATIO similis est defensioni in hac tamen fupplex venit Orator,
cujus erit, obfervare prudenter circumdantia temporis, ac perfonarum, ne
incongrue deprecetur. Exordium fumi potefl, vel a qualitate criminis, cui
veniam precamur, vel perfonx, pro qua petimus . t Narratio non efl, cur crimen
exponere debeat, ni- fi forte occupemus eos, quos offendimus, et tunc om- nia
funt narranda, ac verbis amplificauda, deinde fubjicienda deprecatio.
Confirmatio in eo confumi debet, ut per vim argu- mentorum dandam effe veniam
fuadeat, quod quidem prædari debet primo a perfona lxfa, vel lædentis, de
quibus ea dicenda funt, quæ cuique convenient, fpe- ftata cujufque conditione .
.Sciatis tamen prodeffe fem- per, ut dilaudetur, qui læfus eft, præcipue a
laude clementis, et ut commendetur, qui Isferit, cum ab ante aifa vita nulla
vitiorum labe refperfa meritifque ejus in Patriam, et alios, tum a fpe nempe
eum fore perutilem Reipublicx; A crimine ipfo una cum fuis circumdandis, quæ
crimen minuere poflfunt, ut fi di- catur errorem admilfum, vel aliorum
fuafione, vel im- petu aliquo iracundis. Quod fi hac aftione nainus excufari
poterit, odendendum nocere illum duntaxat Au£fori, et illi fatis effe fupplicii
cogitaffe, aut fecifle crimen. Si vero crimen fit occultum, orator dicat non
prodeundum illud in vulgus, quia ejus tupitudo ad vin- dicantem redibit; A
fupplicio inferendo, de quo quaeri poteli, cur inferatur, et cum certum fit
inferri illud, ne reus amplius peccet; polliceri debuerit Ora- tor ex illius
bona indole fpem vits melioris, fuam- que au&oritatem interponat, et pro eo
reconeiliando, fi opus fuerit, fpondeat, oftendat quoque jam odium eoncepiffe
in fcjeius, ut fupplicii ad emendationem non opus videatur. Ad Clementiam
excitandam dicateum, qui peccavit, fic affligi dolore, et concuti metu, ac
timore, ut milericordia dignus videatur meminerit tandem fervandum eflfe
decorem. Epilogus vehementiflimos motus contineat, et fi ad parentem agat,
orabit, ut meminerit in filium agi, non in fervum, obfecretque, per majorum
cineres, per clara facinora. Si vero ad fuperiorem agat, im* ploret ejus
Clementiam aliis exhibitam in atrociori et- iam flagitio, proferat exempla
majorum ejus in re fi- wili, fidem et obfequium perpetunm polliceatur, ca- ptet
interdum benevolentiam, dicatque, quidquid ac- cidit, fc contentum fore ejus
judicio etc. AdLaudem Dei,
femperque Virginis Mariae, et Reliquorum Sanftorum. Santucci. Luigi Speranza,
“Grice e Santucci.” Santucci.
Luigi Speranza -- Grice e Santucci: la ragione conversazionale dell’idealismo
– scuola di Mira – filosofia veneta – filosofia veneziana -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Mira). Mira,
Venezia, Veneto. Filosofo italiano. (quarto da sinistra) con Pedrazzi,
Battaglia, Matteucci e Contessi. Muore a Bologna. è stato un filosofo italiano.
È stato docente di Storia della filosofia all'Università di Bologna.
Socio dell'Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna, è stato tra i
fondatori della casa editrice il Mulino. Studioso di Hume, dell'illuminismo
scozzese e del pragmatismo americano, ha indagato inoltre le varie forme in cui
positivismo ed esistenzialismo e, più in generale, il rapporto con le scienze
hanno orientato il pensiero italiano tra Ottocento e Novecento. È sepolto
alla Certosa di Bologna.[1] Opere principali Esistenzialismo e filosofia
italiana, Bologna, Il Mulino, 1959. Il pragmatismo in Italia, Bologna, il
Mulino, 1963. Sistema e ricerca in David Hume, Bari, Laterza, 1969. Introduzione
a Hume, Bari, Laterza, 1971. Storia del pragmatismo, Roma-Bari, Laterza,
Empirismo, pragmatismo, filosofia italiana, Bologna, CLUEB, Eredi del
positivismo. Ricerca sulla filosofia italiana fra '800 e '900, Bologna, il
Mulino,, 1996. ISBN 88-15-05178-3. L'età dei Lumi. Saggi sulla cultura
settecentesca, Bologna, il Mulino, 1998. ISBN 88-15-06712-4. Filosofia e
cultura nel Settecento britannico, 2 voll., a cura di A. S., Bologna, il
Mulino,, 2000. Comprende: Fonti e connessioni continentali, John Toland e il deismo.
Hume e Hutcheson, Reid e la scuola del senso comune. ISBN 88-15-08098-8.
Ricerche sul pensiero italiano fra Ottocento e Novecento, Bologna, CLUEB, 2004.
ISBN 88-491-2232-2. Note ^ Fonte: totem informativo di Bologna Servizi
Cimiteriali. Collegamenti esterni Santucci, Antonio, su Treccani.it –
Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Santucci, Antonio,
in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009. Modifica
su Wikidata Antonio Santucci, «Pragmatismo» la voce nella Enciclopedia del
Novecento, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1980. Addio al filosofo
Antonio Santucci, da Il Mattino di Padova, Archivio.Portale Biografie
Portale Filosofia Categorie: Filosofi italiani del XX secoloNati nel
1926Morti nel 2006Nati il 26 settembreMorti il 20 gennaioNati a Mira
(Italia)Morti a BolognaMembri dell'Accademia delle Scienze di TorinoSepolti nel
cimitero monumentale della Certosa di Bologna. Antonio Santucci. Santucci.
Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Santucci”. Santucci.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sanzo:
il deutero-esperanto e la ragione conversazional tra natura ed artificio – la
filosofia lizia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo. Insegna a Brindisi, Milano, e Salento.
Fonda “Apollo Licio” o Lizio. Sube il fascino dell’esistenzialismo e il orazionalismo.
Rivolve la propria attenzione ai rapporti tra filosofia, scienza e società. Si
occupa di filosofi quali Becquerel, Boutruox, Corbino, Couturate Curie, Enriques,
Fermi, Frola, GEYMONAT, PEANO, VAILATI. Sui fondamenti della geometria” (Brescia, La Scuola, Collana "Il Pensiero");
“L’artificio della lingua, -- Grice: “I like that: it’s my Gricese, a language
I invent and which makes me the master; there’s the arbitrary and there’s the
artificial, and Sanzo, reconstructing Peano’s project, fails to distinguish
this” -- Milano, Angeli, Collana di Epistemologia, Cimino; Sava, Il nucleo
filosofico della scienza, Galatina, Congedo, Collana di Filosofia, Scritti di fisica-matematica,
Torino, POMBA, I Classici della Scienza, Poincaré e i filosofi” (Lecce, Milella);
Corbino, Scienza e società, Saggi raccolti e commentati, Manduria, Barbieri,
Collana di Filosofia Hermes/Hestia, Scritti di fisica-matematica” (Milano,
Mondadori, "I Classici del pensiero", Unione Tipografico, Torino,
Scientia, Rivista di sintesi scientifica, “Apollo Licio”, Museo Galilei,
Firenze. 1. I PRODROMI Il problema della
comprensione internazionale nel campo della scienza inizia, come è noto, con i
primi testi scientifici scritti in lingue nazionali. Il latino, che per secoli
era stato lo strumento della cultura scientifica dell'Occidente, si era estinto
nella parlata comune e si andava lentamente estinguendo anche nella sua
funzione di unica lingua comune ai dotti. Trattati scientifici in lingue
volgari appaiono già alla fine del Duecento e la matematica commerciale è
sempre più frequentemente scritta in volgare; in italiano la prima trattazione
di algebra è di Jacopo da Firenze e appare nel 1307; nel 1344 appare un vero
trattato di algebra del Maestro Dardi da Pisa . Il Seicento è comunque il
secolo di passaggio, nel quale i testi scientifici scritti originariamente in
lingue nazionali cominciano ad essere molto numerosi, benché a qualsiasi
pubblicazione scientifica in italiano, inglese o francese segua quasi
immediatamente la traduzione in latino. Le menti più attente cercano di trovare
uno strumento che possa sostituire il latino, che tuttavia vive ancora un
lunghissimo tramonto: tesi di laurea o lavori scientifici di matematica o di
filosofia saranno scritti in latino ancora nella seconda metà dell'Ottocento,
ma si tratterà ormai di casi sporadici . Per ovviare a questo rischio di
mancanza di comunicazione tra le persone colte, rischio che cominciava a diventare
molto concreto, numerosi pensatori del Seicento, tra i quali Cartesio,
Mersenne, Comenius, Leibniz, Kircher avevano dedicato tempo e sforzi all'idea
di una lingua universale ; sulla storia di questi tentativi e di tutti quelli
che li precedettero e li seguirono, la letteratura è vastissima . Difficile
dire chi fu il primo ad ideare una lingua completa ed effettivamente usata al
di là di qualche progetto e di qualche prova. Comenius presenta ampiamente e
con molta lucidità la necessità di una lingua universale nella Via lucis .
L'opera fu scritta in Inghilterra negli anni 1641-42 e circolò manoscritta per
un quarto di secolo; fu poi pubblicata ad Amsterdam nel 1668. Lo scopo del
grande pedagogista moravo è una riforma della scuola, la quale dovrà uniformarsi
ad una luce universale. I quattro requisiti della "via universale alla
luce" sono i libri universali, le scuole universali, il collegio
universale e una lingua universale . A questi quattro requisiti Comenius dedica
cinque dei ventidue capitoli della sua opera, e il più esteso è quello dedicato
alla lingua universale. In superamento di Luis Vives, del quale egli cita la
propensione all'adozione del latino come lingua universale dei dotti, Comenius
propone con coraggio una lingua del tutto nuova, e cita a sostegno di questa
idea varie ragioni: la prima è che […]
con la lingua universale si provvede a tutti nello stesso modo, mentre con la
latina provvederemmo soprattutto a noi che già la conosciamo, non ugualmente,
invece, ai popoli barbari (per i quali, in proposito, c'è una ragione in più,
perché essi costituiscono la parte maggiore della Terra), ai quali la lingua
latina, come le altre, anzi, ancor di più, è ignota e difficile. Le complicazioni delle lingue sono opera
degli uomini, e alle confusioni della comunicazione si deve ovviare tramite una
lingua nuova: Auspichiamo, quindi, una
lingua assolutamente (1) razionale, che nella sua struttura materiale e formale
non abbia nulla (nemmeno il più piccolo apice) di non significativo, analogica,
che non contenga di fatto nessuna anomalia, armonica, che non inserisca
discrepanza alcuna tra le cose e i loro concetti, così da esprimere con la
stessa parola la natura e la differenza delle cose, divenendo così quasi un
imbuto della sapienza. Alla domanda su
quale sia il modo migliore per costruire tale lingua, Comenius indica due
possibilità: o perfezionare le lingue più note, o perfezionare le cose stesse.
Questa seconda ipotesi è quella che Comenius preferisce, perché più realistica,
"anche se talvolta, per esprimerle esattamente, sarà necessario riordinare
tutto". Comenius cita le menti illuminate che già hanno pensato a questo:
è noto l'interesse di Mersenne che scrive sia a Cartesio che a Comenius stesso
sull'argomento. Comenius non costruisce una lingua universale, ma dice quali
dovrebbero essere le sue caratteristiche; egli pensa che sia possibile
costruire una lingua dove le singole parole stiano "al posto delle loro
definizioni, perché composte secondo le esigenze delle cose stesse". Nella
lettera che gli scrive Mersenne (22 dicembre 1640) viene citato un
"carattere universale" elaborato per circa venti anni da Maire, un
gentiluomo della corte di Luigi XIII. Il "carattere universale" è un
sistema di segni che ognuno può leggere nella propria lingua, e che sono posti
in corrispondenza delle cose stesse. Si tratta quindi di una specie di alfabeto
piuttosto che di lingua, e certamente non usabile oralmente. Le Maire aveva
anche inventato una nuova forma di notazione musicale. I tempi sembrano maturi
per l'effettiva costruzione di un linguaggio universale . Un altro scienziato che si dedicava in quel
tempo al problema è Leibniz. Matematico, diplomatico, storico, egli ha
armonizzato antiche idee con progetti nuovi al fine di creare una lingua
universale. Tutti gli ideatori di lingue universali del XVIII e del XIX secolo
sono stati sotto l'influsso di Leibniz, che a sua volta aveva studiato ed
ereditato idee da Bacone, Cardano, Kircher, Raimondo Lullo e, soprattutto, da
Dalgarno e Wilkins . Leibniz, slavo di
origine e tedesco-orientale di nascita, viaggiò molto; scrisse principalmente
in francese e in latino, progettò una unione di cattolici e protestanti, studiò
e incoraggiò a studiare lingue dell'Asia allora sconosciute, ebbe
corrispondenza col re di Francia e con lo zar di Russia, e progettò di fondare
una società mondiale di missionari. Scienziato universale ed enciclopedico, fu
fondatore di una filosofia dell'armonia, secondo la quale "l'universo è
regolato da un ordine perfetto" e "l'anima e il corpo si incontrano
data l'armonia che c'è in tutte le sostanze, perché tutte sono rappresentazioni
del medesimo universo". Nella matematica fu il fondatore nell'Europa
continentale del calcolo differenziale, e ancora oggi si usano le sue
notazioni; può considerarsi un precursore dell'informatica, in quanto fu
l'ideatore del sistema binario. Da idee piuttosto diverse, come crittografia,
ideografia, geroglifici, Leibniz concepì l'ispirazione di una lingua
universale, o piuttosto di un complesso universale di segni che potesse
esprimere il pensiero umano, espresso così nebulosamente con le parole.
"Dio creò la lingua" era la credenza degli indiani antichi;
"Adamo creò la lingua" credevano i saggi dell'Europa medievale. In
entrambe le filosofie la lingua si presentava come un prodotto artificiale, in
principio perfetto e unico, e in seguito degenerato, frantumato, rotto a causa
dell'imperfezione e limitatezza umana. Già da adolescente Leibniz aveva sognato
una lingua universale: la sua Ars combinatoria fu scritta quando non aveva
ancora 19 anni, ma i suoi studi più intensi sul problema si pongono attorno al
1679 . Leibniz non scrisse un'opera specifica sulla lingua universale, ma le
sue idee sono sparse in vari suoi scritti, dei quali molti ancora inediti:
nella biblioteca di Hannover esistono ancora manoscritti non pubblicati, in
francese, in latino, in tedesco. Per quanto finora è stato pubblicato, due sono
stati i suoi progetti sull'argomento: uno è un sistema di calcolo logico sotto
il nome Characteristica universalis, che ricalca la classificazione di Wilkins
e che dovrebbe essere applicabile a tutte le idee e a tutti gli oggetti del
pensiero: Tutte le idee complesse sono
combinazioni di idee semplici, come tutti i numeri non primi sono prodotti di
numeri primi. La composizione delle idee tra loro è analoga alla
moltiplicazione aritmetica, e la decomposizione di un'idea nei suoi elementi
semplici è analoga alla decomposizione di un numero nei suoi fattori primi.
Ammesso questo, è naturale rappresentare le idee semplici con i numeri primi e
le idee composte di questi o quei numeri primi tramite il prodotto dei numeri
primi corrispondenti. Il secondo
progetto è una vera lingua internazionale pratica su base latina con una grammatica
semplice e regolare, nella quale Leibniz descrive dettagliatamente la
derivazione dei verbi dai sostantivi. In un altro manoscritto Leibniz dice che
in questa lingua universale verranno scritti poemi e inni da potersi cantare.
Altrove Leibniz sogna un "Ordo caritatis” e una ”Societas Pacidianorum",
una società di teofili che celebri le lodi di Dio e si opponga all’ateismo .
Questa società di saggi raccoglierà tutto il sapere dell'uomo, elaborerà una
lingua opportuna e organizzerà missioni tra i popoli selvaggi per diffondere
tra questi l'idea della cultura. È dunque proposta una vera operazione
culturale mondiale. E scrive ancora:
Questa lingua sarà il maggiore strumento della ragione. Oso dire che
questa sarà l'ultima fatica dello spirito umano, e quando il progetto sarà
realizzato, dipenderà solo dagli uomini la loro felicità, perché avranno uno
strumento che servirà per entusiasmare la ragione non meno di quanto il
telescopio serva per rendere più acuta la vista. Sono certo che nessuna
invenzione sarà importante quanto questa, e nulla potrà rendere del pari famoso
il nome del suo ideatore. Ma ho motivi ancora più forti per pensare ciò, perché
la religione, che seguo fedelmente, mi assicura che l'amore di Dio consiste
nell'ardente desiderio di raggiungere il bene comune e il mio intelletto mi
dice che nulla contribuisce maggiormente al bene di tutti gli uomini quanto ciò
che lo perfeziona. Leibniz pensa di
usare numeri per tradurre le lettere dell'alfabeto di qualsiasi lingua e
costruisce una tavola di corrispondenze a questo scopo; egli annota sulla sua
copia della Ars signorum di Dalgarno un commento relativo a suoi contatti con
Robert Boyle ed Enrico Oldenburg riguardanti la scrittura universale, ed
annuncia una propria relazione su tali tentativi ; tuttavia di questa relazione
non si ha poi notizia. La costruzione di
un linguaggio universale si prospettava dunque principalmente sotto due
aspetti, e con due proposte di soluzione: la scelta di una lingua basata sul
latino, che pur sempre era conosciuto e studiato dalle classi colte, ma più
facile, oppure la scelta di una lingua logica, senza, o quasi senza,
connessioni con una lingua esistente; una lingua che potesse far riferimento a
figure, o a suoni, o ad altri segni ritenuti universali. BELLAVITIS Leibniz non fu mai professore all’Università
di Padova, ma nel primo ventennio del 18° secolo ebbe una forte influenza sulle
chiamate alla cattedra padovana di matematica. Tale influenza fu effettuata
tramite lettere e colloqui e condusse alla chiamata di Jakob Hermann e quindi
di Bernoulli, entrambi ginevrini . Tra i successori di Leibniz nell’idea di un
linguaggio universale si colloca il matematico bassanese Bellavitis. Appare un
suo lungo scritto, Pensieri sopra una lingua universale e su alcuni argomenti
analoghi, nelle «Memorie dell'I. R. Istituto veneto di scienze, lettere ed
arti» . Bellavitis è, all'epoca, professore ordinario di geometria descrittiva
all'Università di Padova, cattedra assegnatagli nel 1845, dopo due anni di
insegnamento di matematica elementare e meccanica al Liceo a Vicenza, dove era
subentrato a Domenico Turazza, chiamato alla cattedra di Geometria Descrittiva
all’Università di Pavia. Figlio unico, Bellavitis non aveva seguito corsi
scolastici regolari perché la famiglia temeva che potesse frequentare cattive compagnie;
era stato istruito in casa da un maestro e principalmente dal padre, ragioniere
municipale del comune di Bassano. Estremamente desideroso di apprendere, aveva
letto fin da ragazzo moltissimi libri, spesso presi in prestito, perché le
finanze della famiglia, nobile ma decaduta, non consentivano molti acquisti. A
quindici anni già conosceva ed usava il calcolo differenziale e integrale,
aveva appreso il latino, il tedesco e il francese, e ancora giovanissimo aveva
compilato un dizionario di tedesco organizzandolo non alfabeticamente, ma per
radici fondamentali, attorno alle quali si raggruppavano le parole derivate;
scriverà poi per il figlio quattro vocabolari di tedesco, dei quali il secondo
è ordinato per consonanti, che costituiscono gli elementi immutabili della
radice, mentre le vocali possono mutare. Successivamente si dedicherà anche ad
altre lingue: inglese, spagnolo, portoghese (di cui scriverà un dizionario nel
1878), danese, russo. Nel 1825 fu per tre mesi a Padova, dove ascoltò alcuni
corsi di matematica all'università. Nel 1826 tentò un inizio di carriera
universitaria nell'ateneo patavino, ma la mancanza di titoli di studio gliela
precluse. Quindi fu impiegato del comune del suo paese natale, Bassano, come
"alunno" senza ricevere uno stipendio per buoni dieci anni, fin
quando non fu nominato "cancellista", carica pagata che tenne per
altri dieci anni fino al 1843. Veniva a Padova spesso, con viaggi a piedi che
duravano una decina di ore. Di matematica è semplicemente un autodidatta, copia
testi e impartisce lezioni private; costruisce la sua teoria delle equipollenze
dal 1832 a casa dell'amica carissima Maria Tavelli, che sposerà appena avrà uno
stipendio stabile, e dalla quale avrà l'unico figlio, Ernesto. Pubblica
articoli di matematica, fisica e chimica e la sua fama comincia a diffondersi;
nel 1832 viene nominato membro dell'Istituto Veneto; escono due suoi importanti
lavori sulle equipollenze, che preludono allo sviluppo del calcolo vettoriale ;
nel 1840 l'Istituto Veneto lo nomina membro pensionario, posizione alla quale è
annesso un emolumento. Bellavitis partecipa ad un concorso per una cattedra
all'Università di Corfù, per la quale viene invece scelto il fisico Mossotti;
tre anni dopo è proposto come professore all'Università di Malta, ma rifiuta.
Data la mancanza di laurea e di diplomi, all'assegnazione della cattedra
all'Università di Padova una “sovrana risoluzione” dell'imperatore d'Austria
del 4 luglio 1846 lo promuove “dottore in matematica” senza domanda e con
dispensa dagli esami . All'Istituto Veneto dedica una non piccola parte della
sua vastissima attività: negli «Atti» escono, in quarantadue dispense, delle
rassegne commentate di giornali scientifici nazionali ed esteri dal 1859 al
1880. In tali commenti egli risolve ben 857 questioni matematiche: 228 proposte
da 94 matematici italiani e 629 di 247 scienziati stranieri. Le pubblicazioni
al termine della sua vita sono 223, e altre 24 sono ancora manoscritte. Nei
suoi scritti usa abbreviazioni varie, mostrando una grande tendenza alla
sintesi e all'organizzazione gerarchica di concetti e parole. All'idea di una lingua universale Bellavitis
aveva pensato fin da giovane. Già il 18 ottobre 1818, cioè a nemmeno quindici
anni, egli scriveva in un libriccino legato in pergamena alcuni appunti
sull’argomento sotto il titolo Principi di una lingua universale . Il libretto
raccoglie suoi pensieri fino al 1826, e nelle prime quattro pagine vi è un
compendio di grammatica. A pagina 6 sono esposti dei "principi di
grammatica universale per tutti i filosofi", principi ispirati alla
geniale nomenclatura degli elementi chimici dovuta al Lavoisier. Bellavitis è
attratto da questi principi generali, nei quali vede una grande possibilità di
semplificazione della conoscenza e della sua divulgazione. Alla teoria sono
uniti due esempi completi. Vengono trattate lettere dell'alfabeto, sillabe,
nomi, generi (viene introdotto il neutro), aggettivi, verbi; ma solo quando è
già scienziato largamente affermato Bellavitis esce con una proposta, invero
del tutto teorica. All'inizio della citata comunicazione del 1862 egli allude
con rammarico alla decadenza della lingua latina: È antico desiderio quello di una lingua
universale, che almeno servisse pei dotti: si tentò di rendere tale la lingua
latina; ma sia insufficienza di una lingua condannata a rimanere stazionaria in
tanto progresso di idee, sia uso di trasposizioni poco conformi alla schietta
esposizione di cose scientifiche, sia desiderio degli scrittori di rendere a
tutti accessibili i loro pensieri, l'uso della lingua latina, anche nelle opere
puramente scientifiche, fu quasi del tutto dismesso. I matematici s'intendono
facilmente tra loro, e ben di rado hanno opinioni differenti; per lo contrario
i filosofi difficilmente s'intendono, ed ancor più difficilmente si accordano
nei loro sistemi; forse è precipua ragione il linguaggio preciso e chiaro di
cui si servono i primi, mentre i secondi sono costretti a servirsi di una
lingua che creata dal popolo è tutta basata sugli oggetti fisici, e soltanto
mediante traslati giunge ad esprimere imperfettissimamente quelle idee
astratte, quegli enti d'immaginazione, che formano l'oggetto della filosofia.
[…] Mi pare non infondata supposizione che l'uso di una lingua filosofica
spargerebbe una luce affatto inattesa sulla filosofia e sulle scienze che hanno
con essa qualche affinità; sicché quella lingua sarebbe di grande vantaggio,
anche indipendentemente dall'universalità che essa potrebbe acquistare fra i
dotti, e quindi del legame che stabilirebbe tra tutte le nazioni. Il Bellavitis sembra non conoscere né gli
scritti di Comenio né quelli di Leibniz e questo era certamente comprensibile
all'epoca dei suoi primi appunti di ragazzo. La grande opera del Comenio - i
sette libri della De rerum humanarum emendatione consultatio catholica (spesso
abbreviata nelle citazioni in Consultatio) - non fu scoperta che nel 1935 ad
Halle da Dimitri Cicevskij, però il Bellavitis maturo avrebbe dovuto conoscere
l'articolo, di una certa ampiezza, sulla lingua universale apparso sulla Encyclopédie
di D'Alembert e anche la citata lettera di Mersenne a Cartesio sullo stesso
argomento. Invece egli menziona soltanto opere precedenti con parole vaghe e
permeate di un certo scetticismo: Parmi
che alcuni lavori pubblicati al principio del presente secolo intorno ad una
lingua filosofica tendessero piuttosto a complicare che a semplificare il
meccanismo del linguaggio, il che sarebbe, io credo, tutt'altro che opportuno.
I suggerimenti che il Bellavitis dà per la costruzione di una lingua filosofica
sono divisi in paragrafi riguardanti sezioni diverse: etimologia, grammatica,
pronuncia, scrittura. Nella sezione dedicata all'etimologia egli propone che un
letterato faccia la scelta delle idee fondamentali e vi attribuisca un termine
derivato dalle lingue più conosciute: egli vede nel sanscrito la madre
"delle lingue di popoli, a cui noi riserbiamo il nome di civilizzati; così
i materiali sono tutti pronti per la grande opera". È attento all'eufonia,
prevedendo un alternarsi di vocali e consonanti, ma con un'indeterminazione
delle vocali per poter poi utilizzarne una possibile modifica per esprimere
parole derivate. La scelta dei concetti fondamentali sarà necessariamente una
scelta di concetti materiali, ma dovranno anche considerarsi "i principali
esseri od azioni morali", dato che la lingua è concepita come una
"lingua filosofica". Attorno ad un concetto base si raccoglierebbero
altre parole derivate che hanno somiglianza di significato, e queste verrebbero
create con delle preposizioni (probabilmente si tratta di quanto attualmente si
dice "affisso"); una tale idea era già presente nei suoi primi
appunti, e ricalca, senza una esplicita citazione, le idee base di Wilkins. Una
proposta interessante è che venga costituito subito un vocabolario con la
corrispondenza delle principali lingue europee, "notando per ciascuna
parola di più significati qual è quello in cui essa s'intende presa."
Bellavitis suggerisce quindi un'uscita della lingua già come universale, mentre
le altre lingue che concretamente verranno proposte dopo qualche decennio, come
il Volapük o l'Esperanto, usciranno con dizionari, peraltro estremamente
limitati, in una lingua europea per volta. Bellavitis è ben conscio della
grandiosità dell'impresa, ma ha fiducia che anche solo una realizzazione
parziale, come la traduzione in una sola lingua e la classificazione metodica
di tanti concetti, possa essere utile indipendentemente dalla realizzazione
dell'intero progetto. Egli suggerisce anche una riduzione del vocabolario,
ritenendo tante parole ormai cadute in disuso. Una certa sua diffidenza si nota
quando parla del lessico attinente alla filosofia: ritiene infatti che con
l'obbligo di definire con precisione i concetti filosofici apparirà palese che
i "pensamenti di alcuni filosofi sieno non solamente non dimostrati, ma
eziandio senza un preciso significato." La terminologia matematica invece
sarebbe facile ad idearsi data la sua limitatezza, in quanto si tratterebbe
soltanto di quelle poche parole che accompagnano le formule. Un interessante suggerimento è quello di
derivare aggettivi da sostantivi o viceversa, o verbi da sostantivi o
viceversa, e di costruire quindi parole riferentisi ad alcuni concetti
centrali, attorno ai quali altre parole si aggregherebbero, distinte soltanto
per una vocale o per una consonante di suono affine. Le "voci
radicali", che dovrebbero essere costruite come somiglianti a quelle delle
lingue viventi, sarebbero abbastanza poche, data l'ampia capacità di formare
derivati tramite particelle prepositive (oggi si chiamerebbero preposizioni o
affissi) e di comporre parole composte come in tedesco. L'Esperanto, il cui
primo embrione è del 1878 e la cui uscita in pubblico si ha a Varsavia, seguirà
molto da vicino questi principi, per quanto sia da escludersi che il suo
iniziatore, il polacco Zamenhof, legge il lavoro di Bellavitis . A sua volta il
Volapük da Schleyer, sembra una trasposizione concreta dei principi di
Bellavitis, anche per quanto riguarda le parole composte e la presenza
dell'aspirazione in principio di parola; ma anche in questo caso è da
escludersi una conoscenza del lavoro del Bellavitis da parte di Schleyer. Il
Bellavitis propone poi un singolare vocabolario in un ordine alfabetico che
consideri soltanto le consonanti, dato che le vocali avrebbero valore diverso a
seconda della loro posizione all'interno del vocabolo. Ogni parola che
cominciasse per vocale sarebbe preceduta da un'aspirazione. Bellavitis si
ispira al tedesco, dove l'apofonia vocalica interconsonantica indica funzioni
diverse (ad esempio nel verbo, dove in voci come sprechen, sprichst, sprach,
gesprochen il cambiamento di vocale indica un cambiamento di funzione della
voce verbale). Egli dice di aver trovato molto comodo un dizionario tedesco
basato solo sulle consonanti, dove la vocale della radice era sostituita da un
punto, nonché un dizionario inverso limitato alle desinenze. La grammatica
proposta dal Bellavitis è piuttosto astrusa e non basata su nessuna lingua
esistente, e certamente di fruibilità concreta difficile, se non impossibile.
Egli propone varie possibilità opzionali che renderebbero la lingua non rigida
e sostiene che una lingua basata sui precetti, come la sua lingua a priori,
piuttosto che sugli esempi, come sono le lingue etniche, avrebbe una maggior
semplicità. È prevista una declinazione con quattro casi, ma anche le desinenze
di questi non sarebbero fisse, ma variabili a seconda che la parola si legasse
come significato al termine seguente o a quello precedente. Sugli articoli (nei
quali il Bellavitis comprende anche gli aggettivi e pronomi dimostrativi) vi
sarebbe un'ampia variabilità. Questa così vasta libertà, che davvero sembra
sconfinare nell'anarchia, appare non tener conto della difficoltà di imparare
una tale lingua: il rendere non obbligatorie certe forme o certe desinenze, o
certe congiunzioni, non semplifica la lingua, in quanto la scelta tra tante
forme non aiuta chi scrive, che si troverebbe senza un criterio di scelta, e
ancor meno chi legge, che dovrebbe tenere a mente tutte le possibili varietà di
espressione. Le opzioni che il Bellavitis dà per le successive evoluzioni della
lingua sono tutte di possibili estensioni, che sembrano essere così vaste che
ognuno sembra poter costruire la lingua a suo piacimento. Anche per i pronomi
egli prevede una lista assai più ricca di quelli attuali: essi si
diversificherebbero anche a seconda del caso del nome a cui si riferirebbero, e
a seconda del fatto che si riferiscano ad un oggetto collocato vicino o lontano
non già dal parlante, ma nella proposizione (un po’ come nell’italiano l’uso di
“questo” e “quello”). Un suggerimento interessante riguarda i tempi dei verbi,
che si potrebbero fissare una sola volta per ogni paragrafo: quando un racconto
fosse al passato, basterebbe mettere il segno del passato all'inizio tramite un
avverbio, e tutte le voci verbali assumerebbero nel seguito un significato
passato. Come esistono i pronomi, così
esisterebbero i "proverbi", termine che va inteso come "parola
al posto del verbo" per evitare una ripetizione di questo, così come il pronome
evita la ripetizione del nome. In questo il Bellavitis dice di aver preso
ispirazione dall'inglese, e infatti l'inglese a volte usa le voci del verbo to
do al posto del verbo precedentemente espresso. Interessante è la proposta dei
suffissi, per indicare il diminutivo o il peggiorativo, unitamente alla
possibilità di usarli entrambi in successione, come se in italiano si potesse
dire cavallinaccio; tale possibilità sarà codificata poi sia nel Volapük che
nell'Esperanto. Si noti tuttavia che il succedersi di più suffissi, ancorché
lecito in queste due lingue, rimane poi, nella pratica, estremamente limitato
proprio perché non comune nelle lingue etniche, che sono comunque una buona
immagine del pensiero umano, dove la sintesi che porta all'uso dei suffissi e
alla loro combinazione è temperata dalla impossibilità di tenere a mente una
serie troppo lunga di particelle. Bellavitis auspica nella lingua universale la
possibilità di indicare con suffissi all'interno della stessa parola le varie
età o le varie qualità della persona, riprendendo alcune possibilità della
lingua araba. Sui verbi matura l'idea che numeri e persone non abbiano bisogno
di distinguersi tramite una desinenza diversa, principio applicato poi
nell’Esperanto, e tuttavia egli caldeggia un ulteriore pronome personale, oltre
ai sei usuali, per indicare l'unione dell'io con il tu, e un altro per indicare
l'unione del tu con una terza persona. Un atteggiamento singolare il Bellavitis
lo ha nei confronti dei tempi verbali, che gli sembrano di poco vantaggio:
nelle scienze e in moltissime altre circostanze ciò che si asserisce fu, è,
sarà sempre vero, e la distinzione del tempo od è un imbarazzo o si adopera in
significato alcun poco differente, come quando si pone in futuro la conseguenza
delle asserzioni esposte in tempo presente. La distinzione dei tre tempi
passato, presente e futuro è quasi sempre insufficiente, occorrono degli
avverbi per indicare qual sia il tempo passato o futuro, e quanto ristretto sia
il presente: ora dal momento che si pongono tali avverbi riesce affatto inutile
modificare il verbo; così per esempio il dire: ieri lessi, oggi riposo, domani
scriverò non è niente più chiaro di: ieri io leggere, oggi (il nominativo si
sottintende) riposare, domani scrivere.
Altre semplificazioni il Bellavitis propone nei modi verbali, ricalcando
un po' una lingua nella quale il verbo è sempre all'infinito e la forma
morfologica diversa verrebbe sostituita da avverbi: se oggi tu venire, domani
io partirebbe. E tuttavia ad una semplificazione dei modi indicativo,
congiuntivo e condizionale si aggiungerebbe invece un arricchimento con i modi
potenziale e dubitativo, mentre non si darebbe luogo all'ottativo. Del pari
verrebbe abolito il passivo, dato che ogni frase passiva può essere volta all'attivo,
e, se si vuole dare risalto a chi riceve l'azione ponendolo al primo posto
nella frase, esso viene contrassegnato dall'accusativo che indica l'oggetto. La
costruzione diventa così più libera e si presta ad una maggiore espressività
rispetto alle lingue che non hanno declinazioni e che quindi sono costrette
nella massima parte dei casi ad utilizzare la struttura
soggetto-verbo-oggetto. Una sistematica
critica Bellavitis la rivolge ai grammatici, che vogliono studiare una lingua
secondo i principi di un'altra, e quindi nell'italiano riconoscono forme e
differenze che invece in italiano non esistono e sono proprie del latino. Sulla
poesia il Bellavitis esprime posizioni contraddittorie. Da una parte egli sente
che nessuna lingua può esistere senza poesia, e che la ricchezza di immagini si
potrà trovare anche nella lingua filosofica; dall'altra egli dichiara: Debbo però confessare che non so scorgere
qual sia la vera cagione del diletto che recano nella poesia il metro e la
rima: quelle artificiose canzoni, in cui si succedono a lungo periodo le stesse
misure di versi e lo stesso concatenarsi di rime; quei sonetti architettati in
alcune speciali maniere; quelle terzine che si seguono in modo sempre uniforme
e terminano con un primo verso;… sono desse belle soltanto perché
difficili? La critica che egli
successivamente muove alla rima, che ritiene stucchevole, menziona il fatto che
la rima non è sempre stata una componente essenziale nella poesia, dato che la
letteratura latina non la conosceva neppure e che lo spagnolo preferisce le
assonanze. Nella pronuncia Bellavitis segnala la necessità di una grande
attenzione, ma non cura l'importanza delle vocali, essendo state quelle le
prime a trasformarsi con il passare dei secoli nella lingua greca stessa, che
pure è rimasta fino ai giorni nostri abbastanza uguale come grafia a quella
classica. Sulla scrittura egli propone come unica soluzione plausibile una
scrittura fonetica, cosa che sia l'Esperanto che il Volapük applicheranno come
ovvia base; le vocali sarebbero sette, cioè quelle italiane compresa la
"o" aperta e la "e" aperta. Ma egli rifiuta i vari
caratteri corsivo, tondo, o il tutto maiuscolo, nonché l'uso delle maiuscole
per l'iniziale dei nomi propri, ritenendo che questi si possano rendere
riconoscibili in altro modo. D'altra parte caldeggia un sistema che consenta di
leggere con senso a prima vista, con dei segni particolari al principio del
periodo, come il punto interrogativo rovesciato dello spagnolo, o dei segni che
consentano di indicare il modo di recitazione, dove alzare e dove abbassare la
voce, e pensa che anche le lingue etniche potrebbero introdurre questi segni,
una volta che fossero stati studiati e decisi nella lingua universale. La parte
didascalica di un colloquio orale è magnificata rispetto alla lettura di un
testo scritto, perché appunto il tono della voce può far risaltare la parte
fondamentale del discorso rispetto ad altri elementi inessenziali. La scrittura
potrebbe anche effettuarsi tramite un sistema di segni corrispondenti a numeri
e parole, così come avviene nell'alfabeto Morse. I segni fondamentali sarebbero
tre: il punto, la lineetta e la linea (più lunga). Ogni lettera verrebbe
espressa da tre di questi segni, che darebbero 27 combinazioni, e le cifre da 1
a 9 verrebbero indicate con due di questi segni. Si potrebbe inoltre costruire
un dizionarietto di frasi già fatte e numerate, per cui sei segnali consecutivi
potrebbero indicare il numero d'ordine di ciascuna di queste frasi, e si
potrebbero riunire sotto lo stesso numero anche frasi diverse che avessero
significato simile. Bellavitis propone quindi, pur senza menzionarlo
esplicitamente, un frasario utilizzabile durante i viaggi, con frasi di prima
necessità. A questi tre segni fondamentali si potrebbero sostituire tre gesti,
la mano chiusa a pugno oppure stesa orizzontalmente o verticalmente: si
potrebbe così comunicare, oltre che con le lettere, con le mani, e anche le
mani potrebbero essere usate per indicare i numeri corrispondenti alle frasi
del dizionarietto. Una significativa attenzione il Bellavitis la dedica alla
possibilità di evoluzione della lingua filosofica proposta. In più punti egli
indica come il lessico non debba restare ingessato, ma debba consentire un
adeguamento che segua l'evolversi della scienza. Per la numerazione egli
suggerisce di fissare un termine ogni due potenze di dieci, per cui dopo il
cento come 102 verrebbe il miria come 104 e il milione come 106, e la potenza
corrispondente al mille diventerebbe dieci centi. La giustificazione di questo modo
di contare egli la vede nel fatto che spesso nella lingua parlata i numeri
molto lunghi vengono letti a coppie di cifre: 30472308,02157 verrebbe letto
trenta milioni quarantasette miria ventitré centi otto e due centesimi quindici
miriesimi e sette decimi di miriesimo. Già CARDANO (vedasi), nel suo trattato
De numeris, aveva proposto una nuova scansione della numerazione utilizzando le
miriadi; singolarmente il Bellavitis propone "centi" come forma
plurale di "cento", e rifiuta il "mille" che non si adatta
alla scansione ogni due potenze di 10. La nota termina con la proposta di un
alfabeto per le segnalazioni in mare, di fatto una semplificazione del
semaforico, come pure di un alfabeto per ciechi, anch'esso basato su triadi di
segni. Alla lingua universale il Bellavitis applica anche una stenografia.
Giunti al termine della lunga nota del Bellavitis ci si chiede se una lingua
così a priori, alla quale peraltro manca ancora tutto il lavoro riguardante il
lessico, possa essere appresa facilmente. La risposta è fatalmente negativa.
Altri progetti di lingue a priori proposti nello stesso periodo, come il
solrésol del Sudre, non uscirono mai dalla fase di proposta. Il solrésol era un
progetto di lingua universale basata sui "sette segni" della musica,
cioè sulle sette sillabe che costituiscono i nomi delle note. Maturato da una
prima idea del 1817, tale progetto fu presentato all'Accademia francese delle
Scienze nel 1827; un testo completo vide però la luce soltanto nel 1866, dopo
la morte dell'ideatore. I segni musicali, veramente universali, almeno nella
musica del mondo occidentale dell'epoca, offrono varie possibilità di
espressione: la lettura vocale dei segni stessi, la loro cantabilità, la
scrittura su un pentagramma, la trascrizione in cifre arabe, la presentazione
tattile toccandosi con l'indice della mano destra le falangi della sinistra. Il
contrario di un'idea si indicava invertendo i segni: mi-sol = il bene, sol-mi =
il male; do-mi-sol = Dio, sol-mi-do = Satana. I gradi di un aggettivo erano
indicati con un aumento del sonoro, il femminile con la ripetizione (e quindi,
foneticamente, con l'allungamento) della vocale finale. Il progetto incontrò
anche consensi tra persone importanti, come Napoleone III, Victor Hugo,
Humboldt, Lamartine. Probabilmente il Bellavitis aveva avuto notizia del
solrésol, in particolare poteva aver apprezzato l'idea di una utilizzabilità e
di una possibilità di forme di espressione così ampie, per quanto, come abbiamo
visto, egli fosse piuttosto critico nei confronti di progetti precedenti. Ma la
logica non è l'unica caratteristica della nostra mente, e un linguaggio
puramente logico che non avesse agganci a lingue esistenti non ha mai avuto un
benché minimo numero di parlanti. Il Bellavitis non propone nulla di concreto,
non la scelta di una radice, non un esempio di applicazione. I suoi discorsi si
mantengono teorici e non trattano minimamente della fatica necessaria per
imparare una serie di corrispondenze tra le parole delle lingue etniche, a cui
l'uomo è già abituato, e le parole, o le successioni di segni, della nuova
lingua ancora del tutto sconosciute. La conclusione è un lungo elenco di cose
che i costruttori di tale lingua filosofica dovrebbero fare, senza nessun
suggerimento pratico. Il Vailati vede in
queste semplificazioni proposte dal Bellavitis un concetto di linguaggio
"suscettibile di venir compreso indipendentemente dalla conoscenza di
qualsiasi regola grammaticale" . In realtà è arduo aderire a questo
giudizio: la mancanza di regole grammaticali fornisce una lingua estremamente
povera dal punto di vista espressivo, il che fa dubitare della sua possibilità
di funzionamento. La totale mancanza di scelte lessicali, che costituiscono pur
sempre la parte più impegnativa di un qualsivoglia apprendimento di una lingua,
rende non verificabile qualsiasi possibilità di applicazione pratica. Il
Bellavitis spesso esprime i suoi concetti con una certa foga. Le recensioni che
egli fa dei lavori che sistematicamente appaiono nelle riviste sono talvolta
laudative, talvolta fortemente critiche; è abituato a dire il suo pensiero
senza remore. Critica i cultori di geometrie non euclidee, considerandole
"false". Uomo anche politico, Senatore del Regno dall'anno in cui il
Veneto fu annesso al Regno d'Italia, nelle Utopie egli disquisisce di politica e di rapporti
sociali: propone una anagrafe elettorale con una tessera (cosa che in Italia ha
trovato realizzazione solo da pochissimi anni), e dice, a proposito di elezioni
indirette: "Io credo che le donne che sanno scrivere possano scegliere gli
elettori più opportuni tanto bene quanto gli uomini" (in Italia il voto
alle donne si è avuto ottant'anni dopo quello scritto). In tema di successione
ereditaria propone considerazioni su figli legittimi e naturali che hanno
trovato applicazione soltanto nel diritto di famiglia di oltre cento anni dopo.
Nelle Reminiscenze della mia vita
ricorda le conquiste tecnologiche e sociali di cui è stato spettatore:
la litografia, la distribuzione dell'elettricità, la decomposizione dello
spettro luminoso, il magnetismo, la posta, il telegrafo; e non manca il
patriottismo nel pieno senso risorgimentale nelle parole con le quali conclude
le Reminiscenze: "Quando vidi entrare in Padova Vittorio Emanuele II
liberatore, e quando in Roma udii proclamare dall'augusto labbro che l'unità
Nazionale è compiuta potei dire: ho vissuto abbastanza." Bellavitis si colloca quindi in una posizione
con lo sguardo rivolto al futuro, ma con una corretta percezione del passato e
dell'evoluzione della tecnica. Riguardo alla lingua universale aveva colto nel
segno al tempo giusto: il problema da lui indicato stava esplodendo, e in varie
altre parti del mondo si proponevano soluzioni. Nei primissimi anni del
Novecento si andò costituendo un forte movimento di accademici, filosofi e matematici
favorevole all'adozione di una lingua internazionale per la scienza. 3. GLI SVILUPPI SUCCESSIVI E LA
PARTECIPAZIONE DEI PADOVANI La recente
uscita del carteggio tra i due logici Giuseppe Peano e Louis Couturat offre un interessante spaccato sul problema
della lingua internazionale come fu visto non solo dai due protagonisti, ma
dalla comunità scientifica del primo Novecento. Purtroppo nel carteggio, che è
di 101 lettere, abbiamo quasi soltanto le lettere di Couturat a Peano, ben
novantasette, conservate nell'Archivio Giuseppe Peano di Cuneo; delle risposte
sono conservate invece soltanto quattro minute del matematico torinese, ma non
gli originali, di sicuro molto più numerosi, che, giunti a Couturat, sono poi
andati perduti. Il volume termina con un'interessantissima Appendice che
contiene altri 15 pezzi: lettere scambiate da Peano e Couturat con altri
matematici e il necrologio di Couturat scritto da Peano. L'apparato critico,
consistente di un'ampia introduzione, di una completa bibliografia di entrambi
gli autori e di un vastissimo corpus di note colloca il volume tra le migliori
pubblicazioni sull'argomento. Il carteggio fornisce tutta una serie di elementi
finora poco noti sul pensiero e soprattutto sulle attività organizzative dei
due scienziati. L'epistolario edito inizia già a scena aperta, in quanto la
prima lettera registrata è del 30 ottobre 1896, e in essa Couturat ringrazia
Peano dell'invio del suo Formulaire, che Couturat apprezza come raccolta
sommaria di proposizioni e come repertorio bibliografico, riservandosi ancora
un commento sull'utilità della logica matematica e del linguaggio simbolico di
Peano. A Padova era nata la geometria a
più dimensioni di Veronese, con il quale Peano ha una feroce polemica. Infatti
il Veronese nei suoi Fondamenti di Geometria
lamenta che Peano, nella «Rivista di Matematica» di cui è direttore,
critichi gli iperspazi intesi nel senso di Veronese. La risposta di quest'ultimo
è contenuta in una nota a p. 613 dell'opera citata: Il sig. Peano ha torto nella forma e nella
sostanza, ma per quanto non sia difficile rispondere alle sue affermazioni,
siccome egli accusa di mancanza di buon senso quei geometri che non possono
pensare come lui […] è resa così impossibile ogni amichevole e dignitosa
discussione. Io sono convinto che le questioni sui principi della matematica e
specialmente della geometria siano già di per sé abbastanza difficili senza che
vi sia bisogno di aggiungervi nuove difficoltà di altra natura con polemiche
appassionate e intolleranti, come sono altresì convinto che certe critiche pel
modo con cui son fatte portano chiaramente in sé la loro condanna. Il Peano continuerà la polemica nella sua
recensione dei Fondamenti di Geometria del Veronese, che appare nella «Rivista
di Matematica». La stroncatura è netta e addirittura Peano scende dalla
confutazione scientifica all'ironia. Vengono menzionate "sgrammaticature,
abituali all'autore", e viene fortemente evidenziata la poca chiarezza
logica: successioni di insiemi che diventano sempre più grossi, tautologie
evidenti presentate come postulati. Peano si lascia andare a frasi come:
"Le conseguenze di questo principio assurdo sono evidenti", e
conclude: "E si potrebbe lungamente continuare l'enumerazione degli
assurdi che l'A. ha accatastato. Ma, questi errori, la mancanza di precisione e
rigore in tutto il libro tolgono ad esso ogni valore." In realtà i concetti del Veronese, in
particolare quelli sugli infiniti e infinitesimi, avevano ricevuto critiche da
più parti, e Veronese scriverà a difesa parecchi articoli, confutando le
critiche, ma non quelle di Peano, con cui non ebbe più rapporti. Tuttavia nel
carteggio tra Peano e Couturat, che riguarda un periodo posteriore, compare il
nome di Veronese. Vediamo in quale contesto. Nel 1900 Léopold Leau, un
matematico francese, compagno di studi di Couturat all'École Normale
Supérieure, pubblica un opuscolo sulla necessità di una lingua internazionale a
scopi puramente pratici, invitando gli uomini di scienza e di cultura ad
aderire all'idea . Egli lancia anche la costituzione di un comitato che
sensibilizzi al problema l'opinione pubblica; Couturat dal canto suo pone la
questione al primo Congresso di Filosofia che si tiene a Parigi nella prima
settimana di agosto del 1900. A questo congresso partecipano vari matematici
italiani, in particolare i logici collaboratori di Peano: tra questi Alessandro
Padoa, un veneziano che aveva studiato ingegneria a Padova e che venne poi
attratto da argomenti più teorici, laureandosi infine in matematica a Torino.
Padoa è un logico matematico: tiene molte conferenze in varie università, tra
cui Padova, partecipa con relazioni a congressi, ma non ha un cattedra
universitaria. Insegna nella scuola media, dapprima a Pinerolo, poi a Roma e a
Cagliari, e infine in un Istituto Tecnico di Genova. Nel 1934 vincerà il premio
dell'Accademia dei Lincei. È conosciuto tra i matematici e tra i filosofi: al
congresso di Filosofia di Parigi tiene una conferenza sulla teoria algebrica
dei numeri, preceduta da un'introduzione logica a una qualsiasi teoria
deduttiva. Il congresso di Filosofia
approva l'idea di Couturat e all'unanimità lo nomina suo delegato al Comitato
lanciato da Leau e in fase di costituzione. Il secondo congresso dei Matematici
si tiene a Parigi immediatamente dopo quello di filosofia, e vi è quindi una
parziale continuità di presenze. Ancora ci sono i collaboratori di Peano, e
ancora figura Alessandro Padoa. Al congresso dei Matematici viene di nuovo
proposta la questione della lingua internazionale, ma, a differenza di quanto
era successo tra i filosofi, si fronteggiano due linee di azione: quella
caldeggiata da Leau, che insiste per la formazione concreta del Comitato al
quale partecipino i matematici con cinque delegati, e invece una mozione
proposta da Vasilev, che demanda alle accademie il compito di esaminare il
problema del proliferare delle lingue ed eventualmente di restringere soltanto
ad alcune lingue la produzione scientifica. Padoa si dichiara esplicitamente a
favore della mozione di Leau, ma la maggioranza si colloca sulle posizioni di
Vasilev. I matematici quindi respingono l'idea di una lingua unica e in
particolare una lingua artificiale, mentre Couturat e Leau sono fautori di una
lingua unica, che non può essere altro che pianificata, ritenendo che nessuna
lingua nazionale abbia la possibilità di essere imposta a scapito di altre:
quale scienziato si sottoporrebbe a una simile diminutio? Peano dal canto suo
sta elaborando una lingua internazionale artificiale basata sul latino, che
verrà presentata nel 1903 nella «Revue de Mathématiques» sotto il nome di
latino sine flexione. In realtà i matematici scelgono di non scegliere: il
demandare la decisione ad un altro organismo è una tattica chiaramente
dilatoria. L'Associazione Internazionale delle Accademie, che raccoglieva
diciotto accademie tra cui quella italiana dei Lincei, si era creata nel 1900 e
tenne la prima assemblea generale il 9 aprile 1901. Couturat e Leau ritengono
la strada indicata dai matematici non percorribile e nel frattempo iniziano ad agire,
raccogliendo, da diverse associazioni e congressi, un gruppo di delegati.
Questi escono in pubblico con una dichiarazione sugli scopi e i metodi del loro
lavoro: una lingua internazionale unica è necessaria; essa dovrà essere di
facile apprendimento anche per persone di cultura elementare, non dovrà essere
nessuna lingua nazionale, e dovrà essere usata in tutti i campi, dal commercio
ai rapporti culturali. Nasce così La Délégation pour l'Adoption d'une Langue
Auxiliaire Internationale, di cui Couturat è il tesoriere e Leau il segretario
generale. La Delegazione dovrà pertanto scegliere la lingua artificiale più
adatta e quindi sottoporla alle Accademie europee per un riconoscimento.
Qualora l'Associazione delle Accademie dovesse ricusare tale compito, la DALAI
avrebbe dovuto a sua volta costituire un apposito Comitato elettivo composto di
personalità internazionali che perseguisse tale fine. Nell'aprile 1901 si riunì dunque per la prima
volta l'assemblea dell'Associazione delle Accademie, e qui Hippolyte Sebert presentò una petizione per inserire la
questione della lingua internazionale nella successiva assemblea
dell'Associazione, che sarebbe stata nel 1904. I tempi iniziarono quindi ad
allungarsi, anche perché l'elaborazione e l'approvazione dello statuto della
DALAI non fu semplice: esso comunque prevedeva che la Delegazione si prodigasse
affinché le singole accademie proponessero ai propri governi il riconoscimento
della lingua e il suo insegnamento nelle scuole. Il tempo per queste azioni era
definito in tre anni, in previsione del secondo congresso di filosofia. Il
tempo tuttavia non è sufficiente perché si concludano i lavori e pertanto
l'azione della DALAI si sgancia dal collegamento con il congresso di filosofia.
Couturat nel frattempo pubblica un ponderoso saggio sulla logica di Leibniz, in
cui riconosce una sostanziale unitarietà tra i progetti di Leibniz sulla lingua
universale e la scienza universale. L'opera suscita l'approvazione
incondizionata di Russell e, con qualche riserva, della scuola di PEANO
(vedasi). La scuola francese invece espone alcune critiche di fondo. Ancora,
nella sua intensa opera di studioso, Couturat, insieme a Leau, pubblica nel
1903 la già citata Histoire, che diventa l'opera fondamentale dell'epoca sulla
questione. Tuttavia non conosce la nota del Bellavitis, e ne apprende
l'esistenza soltanto da Peano: a lui domanda se si tratta dell'ideatore della
teoria delle equipollenze . Couturat ha conosciuto e provato vari progetti di
lingue universali, come il Volapük, creato dall'abate tedesco Schleyer, ma ne è
rimasto deluso per l'estrema complicazione nella formazione delle parole, la
cui riconoscibilità era fortemente ridotta. Couturat diventa quindi un
appassionato fautore dell'Esperanto, che egli per il momento considera la
migliore delle lingue artificiali, soprattutto per il numero già non piccolo di
parlanti, che costituisce un'ottima dimostrazione della sua capacità di
adempiere al compito di una lingua internazionale. Non vuole tuttavia che i
giochi sembrino già fatti, e la Délégation si ripromette di prendere in
considerazione anche altri progetti. I progetti di lingua internazionale hanno
sempre oscillato tra il tentativo di una massima regolarità di formazione delle
parole derivate da una radice, come proposto anche da Bellavitis, e il polo
opposto, cioè la comprensibilità quasi immediata da parte degli europei colti:
per ottenere questo secondo scopo una lingua internazionale avrebbe dovuto
presentare parole formate con quelle irregolarità di derivazione che si trovano
nelle lingue nazionali. Come emerge dal carteggio tra Peano e Couturat, il
matematico torinese, pur fortemente interessato alla soluzione del problema
tramite una lingua artificiale, non si fa coinvolgere dagli entusiasmi del
filosofo francese: ritiene che l'apprendimento di una lingua a livello tale da
poter essere parlata da tutti sia impresa ardua, e cita il fatto che anche
dell'italiano stesso larghi strati della popolazione non sono sicuri padroni,
nonostante che la lingua standard sia insegnata in tutte le scuole del Regno.
Peano conosce l'Esperanto e Couturat lo incoraggia a partecipare ai congressi:
lui stesso vi ha partecipato ed è rimasto sorpreso di come la lingua funzioni
bene e metta in comunicazione senza nessuna difficoltà persone di provenienze e
lingue molto diverse. Sulla stessa lunghezza d'onda è il matematico Charles
Méray, dell'università di Digione. Tra Méray e Peano erano intercorse due
lettere nel luglio del 1900: il giorno 14 Méray scrive una lunga lettera che
magnifica le qualità e la semplicità dell'Esperanto, e Peano gli risponde il
giorno 27 con un tono piuttosto scettico e facendo una critica puntuale
all'Esperanto, pur riconoscendo che questo est plus scientifique que toutes les
autres langues artificielles. Il nome di Peano figura tra i partecipanti al
secondo congresso mondiale di Esperanto nel 1906 a Ginevra, ma non vi sono
altre notizie sulla sua partecipazione.
La DALAI spinge perché il problema dell'adozione di una lingua internazionale
venga posto all'ordine del giorno della terza assemblea generale
dell'Associazione delle Accademie, da tenersi a Vienna nel maggio 1907, e cerca
di acquisire consensi di accademie e associazioni scientifiche; pertanto
Couturat chiede l'intervento di Peano per ottenere appoggi di scienziati
italiani ad una petizione in tal senso. In particolare egli segnala come
desiderabile il consenso della Association Géodésique Internationale e ne
elenca i membri italiani: tra questi vi è Lorenzoni, astronomo e ingegnere,
direttore dell'Osservatorio di Padova. Giuseppe Lorenzoni era entrato come
assistente all'osservatorio astronomico nel 1863 ancora prima di laurearsi (si
laureò in ingegneria nel 1864) e dieci anni dopo era professore. Nominato
direttore dell'Osservatorio, contribuì a fare di Padova un centro di
insegnamento dell'astronomia; si occupò di gravimetria, di spettroscopia, di
stelle cadenti, di ottica. Autore di oltre un centinaio di pubblicazioni di
astronomia e geodesia, fu membro dell'Accademia dei Lincei e dell'Istituto
Veneto. Il suo appoggio era quindi da considerarsi di estremo prestigio.
L'attività frenetica del Couturat raggiunge qualche risultato concreto:
l'Accademia di Vienna proporrà una mozione a favore della lingua internazionale
e l'Accademia di Copenaghen voterà a favore. Per tale mozione vengono raccolte
firme di associazioni e di singoli, e il conteggio finale dà 307 associazioni e
1251 scienziati, tra i quali vari italiani. Nel dicembre 1906 Couturat e Leau
inviano una circolare per definire l'azione dell'Associazione in vista dell'assemblea
e la circolare riporta una decisone della DALAI che esclude dalla DALAI stessa
gli inventori in prima persona di lingue artificiali. Couturat non si illude
che le accademie si incaricheranno di risolvere la questione e comincia
un'azione per costituire il Comitato elettivo di personalità scientifiche
previsto dallo statuto della DALAI; infatti il 29 maggio 1907 l'Associazione
delle Accademie respinge la mozione. Couturat ritiene quindi che non siano più
differibili i tempi per la costituzione del Comitato, nel quale devono essere
rappresentati tutti i paesi culturalmente avanzati, ciascuno con un singolo
membro, e si adopera per invitare scienziati autorevoli ad entrare nel
Comitato. La sua ricerca parte da quelli che avevano già firmato la mozione che
chiedeva che l'Associazione delle Accademie si occupasse del problema della
lingua internazionale. Peano è escluso a priori dalla DALAI e quindi dal
Comitato, perché Peano è l'ideatore del latino sine flexione, ma in una lettera
del 30 marzo 1907, scritta da Parigi, Couturat chiede a Peano di adoperarsi
perché un italiano di prestigio entri a far parte del Comitato. Peano è membro
dell'Accademia dei Lincei, e può parlare con altri membri. Couturat elenca
alcuni nomi che gli appaiono adatti, tra i quali anche Giuseppe Veronese,
professore di grande fama, deputato, senatore del Regno d'Italia dal 1904 per
meriti scientifici, schierato tra i radicali. Veronese era succeduto a
Bellavitis sulla cattedra padovana di geometria descrittiva. Siamo ormai nel
1907, le polemiche tra Peano e Veronese sono di un quindicennio prima, ma forse
non del tutto sopite . Non ci sono testimonianze del coinvolgimento di Veronese
nel costituendo Comitato, ma si può ragionevolmente supporre che Peano non gli
abbia fatto nessuna proposta. Un rappresentante italiano che aderisse al
Comitato non fu trovato: per acquisirne uno fu violato lo statuto, in quanto fu
cooptato proprio il Peano, ancorché autore di un suo progetto di lingua
internazionale. L'azione del Comitato fu certamente seria e minuziosa, ma la
probabilità che ne conseguisse la scelta di una lingua con reale possibilità di
essere accettata da accademie e governi andò rapidamente scemando. Nel frattempo i sostenitori dell'Esperanto
erano cresciuti di numero e nel 1905 avevano avuto il loro primo congresso
internazionale a Boulogne-sur-Mer, dove avevano dichiarato immutabile la
struttura della lingua, codificata nell'opera Fundamento, consistente nella
Grammatica, in un Eserciziario e nel Vocabolario in cinque lingue. L'Esperanto
dunque veniva sottratto alla tentazione di continue modifiche e miglioramenti:
i suoi utenti ritenevano che la lingua andasse abbastanza bene così, e che
qualsiasi tentativo di miglioramento avrebbe soltanto portato ad una
destabilizzazione. Gli esperantisti avevano già rifiutato delle proposte di
miglioramento nel 1894, e ormai, a venti anni dall'uscita della prima
grammatica della lingua, erano diventati fortemente conservatori. Il Comitato
scelse formalmente l'Esperanto, ma con una notevole quantità di proposte di
cambiamento nell'alfabeto, nella fonetica, nella morfologia, nelle
preposizioni: alcuni si illusero che questi miglioramenti sarebbero stati gli
ultimi e definitivi, e quindi aderirono a questa nuova forma dell'Esperanto,
che prese il nome di Ido (che in Esperanto significa "discendente");
ma la gran parte degli adepti restò fedele all'Esperanto già consolidato. La
nuova lingua fu oggetto di successive modifiche e alcuni membri del Comitato
produssero a loro volta altri progetti, nella supposizione che la mancata
diffusione di una lingua internazionale dipendesse dalle qualità della lingua
in sé, piuttosto che da motivi di sociopolitica, come le vicende successive
dimostreranno ampiamente. Couturat aderì pienamente all'Ido, convinto che la
scelta del Comitato fosse la migliore, e ne fu un propagandista entusiasta come
prima lo era stato dell'Esperanto; Peano, che pure aveva partecipato ai lavori
del Comitato, ma non all'ultima votazione perché era impegnato in esami a
Torino, non rispettò le conclusioni del Comitato e continuò a usare e
propagandare il latino sine flexione. Ciò causò un rapido raffreddamento dei
rapporti con Couturat, che lo accusava di tradimento; seguì tosto
un'interruzione definitiva: l'ultima lettera di Couturat. Il filosofo francese
morirà in un incidente stradale: la sua automobile verrà investita da un camion
militare che porta alle truppe francesi la notizia che la Germania aveva
dichiarato guerra alla Francia. È il secondo giorno del primo conflitto
mondiale. PEANO ne scriverà un commosso necrologio in latino sine flexione, pur
ricordando anche i dissensi . La lingua caldeggiata da Peano assume nel 1909 il
nome di Interlingua ; il matematico torinese fonda anche una Academia pro
Interlingua, che rileva una precedente accademia volapükista, la Kadem Volapüka
. Negli anni Peano scrive vari vocabolari di Interlingua e altre lingue; i suoi
adepti si raccolgono intorno alla rivista «Schola et Vita», una rivista fondata
e diretta a Milano da Nicola Mastropaolo; vi scrive anche, in Interlingua, un
illustre docente dell'ateneo patavino, Tullio Levi-Civita . Peano viene
contattato per redigere alcune voci dell'Enciclopedia Italiana, ed egli accetta
di scrivere voci sulla logica matematica e sulla lingua internazionale; la voce
“Esperanto” sarà invece scritte da Stefano La Colla sotto la direzione di Bruno
Migliorini, entrambi partecipi per molti anni del movimento esperantista. Peano
muore nel 1932 e la rivista cessa le pubblicazioni nel 1936. Sia l’Ido che l’Interlingua avranno i loro
adepti e le loro pubblicazioni ; tuttavia l’idea, originariamente unitaria, di
una lingua pianificata si divide in rivoli che appoggiano l’una o l’altra delle
varie soluzioni, spesso con polemiche molto accese. Il movimento esperantista,
più forte per numero e per tradizione consolidata, subisce la scissione degli
idisti, scissione sensibile più a livello di dirigenti che a livello di singoli
fruitori; tuttavia l’Esperanto resta, ancora e certamente più oggi, la lingua
pianificata con il maggior numero di adepti e di realizzazioni in tutti i campi
. Ciò è dovuto anche allo spirito diverso con cui certe soluzioni al problema
linguistico erano nate: il latino sine flexione, poi Interlingua, era iniziato
come mezzo per gli scambi scientifici e per persone colte del mondo
occidentale, e tale sempre rimase. L'Esperanto invece era stato pensato per una
dimensione assai più vasta, si era già diffuso in ambienti di lavoratori, ed
erano in piena vita parecchie associazioni di vario genere, da quelle
cattoliche a quelle socialiste. All’Esperanto fu rimproverato dagli idisti e
dagli adepti dell’Interlingua di avere gravi pecche dal punto di vista
linguistico e di essere stato prodotto da un singolo dilettante, e a questi
fatti veniva imputata la sua scarsa diffusione; ma l’Ido incorse nel difetto
opposto. Esso nacque dal lavoro di un comitato di linguisti, che, andando alla
ricerca della perfezione teorica, persero di vista un fatto fondamentale:
l’affermarsi di una lingua ha bisogno di tempi lunghi, e per tali tempi è
necessaria la stabilità. Stabilità che non significa immobilismo o
fossilizzazione, bensì possibilità di evoluzione alla stessa stregua e con gli
stessi tempi con i quali si evolvono le lingue etniche. A Padova fu un convinto
assertore della necessità di una lingua internazionale il cristallografo
Ruggero Panebianco, professore di mineralogia all'Università. La sua attività
presso il nostro Ateneo durò oltre quarant'anni e segnò alcuni momenti importanti:
nel 1883 si ebbe con lui la costituzione del Museo di Mineralogia come entità a
sé stante, con la divisione amministrativa dei Gabinetti di Mineralogia e
Geologia. Il Museo di Mineralogia andò poi rapidamente ingrandendosi
dall'originaria collezione del Vallisneri che ne aveva costituito la base,
acquisendo doni e lasciti di importanti collezionisti e studiosi del tempo. Nel
1923 Panebianco ne lascerà la direzione ad Angelo Bianchi. Ruggero Panebianco
usa l'Esperanto in pratica e partecipa anche attivamente al movimento per la
sua diffusione. Lo troviamo attivo dirigente nel Circolo Esperantista di
Padova. Sulla «Rivista di Mineralogia e Cristallografia Italiana», che egli
fondò e diresse troviamo alcuni articoli scientifici in Esperanto, ripubblicati
poi come opuscoli a sé stanti dalla Società Cooperativa Tipografica di Padova.
Il primo di questi è un opuscolo di 50 pagine e tratta di un problema al quale
Panebianco dedicherà sempre grande attenzione: la validità dell’approssimazione
numerica dei risultati quando si opera su dati aventi approssimazioni diverse.
Il libretto, edito dapprima in Germania, ha un’interessante introduzione che
termina con queste parole: L’apparenza
copre la scienza con un mistero, e il mistero scientifico è, come il mistero
comune, una superstizione; ma la superstizione scientifica è forse peggiore
della superstizione comune. Un altro lavoro è anch’esso piuttosto corposo e
tratta di leggi della cristallografia verificate con i raggi X ; ad esso
seguono alcune pagine sul problema che darà luogo ad una lunga polemica: se
certi indici dei cristalli siano oppure no numeri razionali. Il Panebianco
sostiene giustamente che tutti i numeri con cui si tratta praticamente sono
razionali, anzi, decimali finiti, e sostiene che la legge fondamentale della
cristallografia debba a ragione denominarsi "legge di Haüy", e non,
come altri dicono, "legge degli indici razionali", come se altri
indici non fossero razionali. Interessante per quanto riguarda la lingua è la prefazione
a questo lavoro (scritta in Esperanto, inglese, francese, tedesco e italiano):
in essa Panebianco cita Leone Tolstoj e il suo giudizio sull'Esperanto, sulla
sua facilità e sull'opportunità di fare, almeno, lo sforzo di provare ad
impararlo. Quindi menziona le basi essenziali dell'Esperanto, citando come
particolare vantaggio l'esistenza dell'accusativo, in quanto consente libertà
nella costruzione della frase; in nota, egli critica l'abolizione
dell'accusativo, operata da altri linguisti che hanno voluto riformare l'Esperanto,
e cita specificamente l'Ido, che, come abbiamo visto, era il risultato di una
modifica dell'Esperanto effettuata dalla DALAI. La parte scientifica di questo
lavoro è molto interessante perché Panebianco diventa anche un creatore in
Esperanto della terminologia specialistica della cristallografia. Sulla
precisione della determinazione di certi indici Panebianco obbietterà ancora
una volta che non ha senso spingere il calcolo fino ad una certa cifra decimale
quando i dati sono approssimati con un ordine di precisione minore, e ripeterà
questa sua tesi in un lavoro, sempre in Esperanto, dell'anno successivo . Altri
lavori sono rifacimenti di lavori in italiano. Panebianco fu un militante
socialista fin dai suoi anni giovanili. Del 1893 è la sua traduzione
dall’inglese in italiano di un capitolo di un'opera di William Morris, Un paese
che non esiste; il capitolo appare sotto il titolo La futura rivoluzione
sociale, ed è edito a Milano dall'Ufficio della Lotta di Classe, Tipografia
degli operai . Si tratta della descrizione di un paese senza capi e senza
leggi. Nella prefazione il traduttore critica gli anarchici, dicendo che la
loro rivoluzione è quella stessa dei borghesi, e termina con queste
parole: Soltanto le generazioni dello
Stato socialista - Stato che, occupandosi solamente della produzione e dello
scambio dei beni, è la negazione di quello attuale - potranno forse realizzare
quella negazione assoluta di organizzazioni, anche socialiste, che per ora è un
sogno, un bellissimo sogno: quello descritto dal Morris. E come socialista Panebianco interviene in
maniera molto discreta in una polemica sulla lingua internazionale apparsa
sull'«Avanti!» agli inizi del 1918. L'edizione del 24 gennaio riporta una
lettera di Vezio Cassinelli che si inserisce in uno scambio di opinioni
riguardante la fondazione di un Istituto di Cultura Socialista. Cassinelli si
qualifica "umile operaio" e sostiene l'opportunità di tale istituto.
Nei rami della sua futura attività Cassinelli propone di inserire anche
l'insegnamento dell'Esperanto, come strumento funzionale a risolvere il
problema dell'incomprensione tra i lavoratori che parlano lingue diverse. A
commento redazionale di tale lettera appare, senza firma, un parere
drasticamente contrario: "La lingua internazionale è uno sproposito,
scientificamente. " Il commento continua con argomentazioni che oggi
farebbero sorridere, ma che allora sembravano ancora avere qualche credito in
alcune scuole di pensiero: le lingue sono fenomeni naturali e non possono
essere create artificialmente, e "le nazioni si sono formate per le
necessità economiche e politiche di una classe: la lingua è stata solo uno dei
documenti visibili e atti alla propaganda di cui gli scrittori borghesi si sono
giovati per suscitare consensi anche fra i sentimentali e gli ideologi."
Due giorni dopo, il 26 gennaio, compare un trafiletto, anche questo senza
firma, ma probabilmente del direttore Serrati, che comunica come il commento
dell'anonimo redattore alla lettera di Cassinelli abbia sollecitato una
quantità di proteste. Nel trafiletto si dice che l'Esperanto è utile anche se
non è artistico, e che una guerra contro gli esperantisti da parte del partito
socialista è proprio fuori luogo. Il giorno successivo esce una lettera di
Ruggero Panebianco che approva la posizione equilibrata del direttore, ma
garbatamente contesta che tale lingua non sia "artistica": quando non
si conosce qualcosa non si ha diritto di giudicarla. Panebianco riporta un
fatto accadutogli realmente e racconta di come un suo collega, che credeva a
priori che l'Esperanto non fosse artistico, si fosse ricreduto quando gli fu
fatta leggere, lentamente e spiegandogliela, una bella poesia tradotta in
Esperanto. Sull'«Avanti!» seguì poi una replica ancora più insistita a firma
del "Redattore torinese anti-esperantista", una nuova risposta del
Direttore, e quindi la polemica si chiuse con un intervento di Angelo
Filippetti, un medico che sarebbe diventato di lì a poco sindaco di Milano. Il
Filippetti esponeva quanto la linguistica stava chiaramente elaborando allora,
e cioè che "anche le attuali lingue ufficiali sono più o meno artificiali,
imposte dalle convenienze consolidate dall'uso." E concludeva: Noi sentiamo che lavoriamo, sia pure in un
campo secondario e modesto, per l'attuazione dell'unione internazionale dei
lavoratori; noi vogliamo rovesciare una barriera, e non delle minori, che
dividono l'unica classe lavoratrice mondiale. Noi lavoriamo per il
Socialismo. La polemica sull'«Avanti!»
terminò, ma il "redattore anti-esperantista" riprese le sue tesi in
un lungo articolo sul settimanale socialista «Il grido del popolo», questa
volta firmandosi con le iniziali: A. G.; si trattava di Antonio Gramsci .
Qualche anno dopo troviamo che Panebianco non usa più l'Esperanto, bensì
l'Interlingua di Peano, ma la sua passione politica è sempre il socialismo
pacifista. Nel suo opuscolo, pubblicato nel 1921, Adoptione de lingua
internationale es signo que evanesce contentione de classe et bello, egli
esprime la convinzione che l’adozione di una lingua internazionale possa
eliminare i conflitti di classe e la guerra. Panebianco usa l’Interlingua anche
per alcuni suoi lavori scientifici, e il suo primo lavoro in tale lingua è del
1921, su un minerale della Valsesia . Nell'introduzione egli scrive: "Nostro
Interlingua es etiam plus facile de sympathico lingua Esperanto que es plus
facile de lingua de Schleyer, et, que, pro suo diffusione, substitue isto, jam
mortuo." Dell'Interlingua è magnificata la facile comprensibilità
"quasi de primo visu" per ogni persona dotta che conosca una lingua
europea. Un altro suo lavoro scientifico tratta la legge di Haüy, mentre altri
articoli trattano temi più generali . La funzione della lingua internazionale
fu sempre intesa sotto due aspetti: da una parte, la comprensione a scopi
esclusivamente pratici, senza nessuna componente ideale; dall'altra, la
supposizione che una maggiore conoscenza reciproca avrebbe favorito la pace e
la fratellanza tra i popoli. Un giudizio positivo, specie sulla possibilità di
favorire questo secondo scopo, fu espresso nel 1914 da Roberto Ardigò,
professore di filosofia nel nostro ateneo dal 1881 al 1920, che rispose ad una
richiesta di parere rivoltagli dal Circolo Esperantista di Padova con il
seguente messaggio: Il sottoscritto
ringrazia di gran cuore del dono prezioso delle pubblicazioni esperantiste
fattegli tenere, onde ha occasione della riflessione, che soggiunge. I
progressi, in modo mirabile sempre maggiori, nella facilitazione e nell'aumento
delle comunicazioni, ognora più agevoli, più rapide, meno costose, per terra,
per mare, per l'aria stessa, quanto hanno già giovato e in seguito viepiù
gioveranno all'affratellamento delle genti più varie, più discoste, più
riottose! Ma l'affratellamento verrebbe poi fino a formare dell'umanità intera proprio
una sola famiglia quando si riuscisse (e giova sperarlo) a farvi diffondere e
generalizzare, almeno pei commerci e la cultura scientifica, un semplice,
facile, razionale linguaggio comune, come certamente è da ritenere l'Esperanto.
Nobilissimo dunque e lodevolissimo è l'intento del Circolo Esperantista di
Padova, al quale per ciò è da augurare, e auguro fiducioso, vita e seguito
sempre maggiori. Dev.mo Prof. Roberto Ardigò
Negli anni immediatamente precedenti la prima guerra e nel periodo tra i
due conflitti l'Esperanto fu insegnato in Padova e provincia in numerosissimi
corsi presso istituti scolastici pubblici e privati (ad esempio l'Istituto
Magistrale "Fuà Fusinato" e il Liceo "Tito Livio"), con
centinaia di allievi; il provveditore agli studi di Venezia, RENDA (vedasi) diramò
circolari in favore dell'istituzione di corsi nelle aule scolastiche, corsi che
furono tenuti al liceo "Marco Polo", al liceo "Marco
Foscarini", al Liceo Scientifico, all'Istituto Magistrale; si formarono
gruppi esperantisti a Rovigo, Cittadella, Este, Venezia, Legnago, Piazzola.
Alcuni corsi dovettero essere sdoppiati per il grande numero di allievi, altri
dovettero essere rimandati essendo l'insegnante già troppo impegnato in altri
corsi. Negli "anni del consenso" per il regime fascista l'Esperanto
fu visto dalle autorità principalmente come strumento di italianità, in quanto
simile all'italiano (ma non tanto quanto si voleva far credere) e in quanto
mezzo per arginare la prepotenza delle cosiddette "grandi lingue".
Una lingua internazionale che propagandasse all'estero le bellezze d'Italia per
attirare il turismo e che facesse conoscere gli scopi e le realizzazioni del
regime fu vista a lungo con occhio molto benevolo da parte delle istituzioni
statali. In una situazione di apprezzamento reciproco, anche nel movimento
esperantista, come in vari altri di ispirazione e aspirazione internazionale,
divenne vincente la linea che proponeva di "esportare il fascismo".
L'Esperanto fu quindi largamente utilizzato per pubblicazioni turistiche e di
propaganda politica, come pure nelle trasmissioni radio a onda corta . I vari
podestà figuravano come presidenti dei congressi nazionali di Esperanto, che si
svolgevano ogni anno in una città diversa. Nel 1931 il congresso si svolse a
Padova, alla Sala della Gran Guardia, e come presidente del Comitato
Organizzatore figurava istituzionalmente il Podestà, dapprima il conte
Francesco Giusti del Giardino e poi il suo successore, nob. Ing. Lorenzo
Lonigo; tuttavia l'anima dell'organizzazione effettiva fu Giovanni Saggiori .
Il congresso, tenutosi dal 26 al 28 luglio, ebbe una vasta risonanza sulla
stampa e vi furono numerosi saluti e telegrammi di apprezzamento anche di alte
autorità: il Re, il Principe di Piemonte, il Ministro per l'Educazione Nazionale,
vari podestà, il Touring Club, la Croce Rossa Italiana, l'Università per
stranieri di Perugia, l'Università di Trieste e numerose altre autorevoli
istituzioni. È tuttavia da segnalare che, stranamente, l'Università di Padova
non partecipò affatto, neanche con un semplice messaggio di saluto. L’Esperanto
è presente alla Fiera di Padova. L’assise mondiale esperantista si svolge a
Roma, "con l'alto assenso del Duce". Corsi di Esperanto vengono
tenuti alla Scuola Superiore di Commercio a Venezia, dove insegna Gino Lupi,
assistente di romeno e poi insegnante di lingue a Padova. Tuttavia presso
l'Università di Padova non risultano essersi tenuti corsi. Con il montare del
nazionalismo e l'allineamento alla politica nazista, che liquida le
organizzazioni esperantiste – e deutero-esperantista -- in Germania, cominciano
le difficoltà anche in Italia – Grice: “Mamma mia!”. Il congresso a Roma è l'ultimo evento in cui
il movimento esperantista e il regime fascista sono in sintonia. Il congresso
nazionale si svolge a Vicenza ed ha come tema ‘L'Esperanto come strumento di
propaganda turistica.’ Ma la stampa esperantista viene messa a tacere per
risparmiare carta. Il fatto che l'iniziatore dell'esperanto – ma non del
deutero-esperanto -- è un ebreo divenne un marchio di infamia, le aspirazioni
internazionaliste divenneno un atto d'accusa. Alla via Zamenhof di Milano viene
cambiato il nome. Il movimento esperantista, come tutte le attività
internazionali, subisce un arresto. Di lì a poco lo scoppio del conflitto mette
in secondo piano ogni idealismo e costringe ad urgenze e priorità diverse. Dopo
la seconda guerra il fortissimo aumento delle relazioni internazionali rende
sempre più acuto il problema linguistico. Si sviluppano i primi consistenti
studi sulla traduzione automatica, in particolare quelli legati al progetto
Eurotra, che coinvolge decine di ricercatori di quindici università di tutta
Europa e produce parecchie pubblicazioni . C'è anche un interessantissimo
studio portato avanti nel Distributed Language Translation (DLT), un progetto
di traduzione automatica in rete in varie lingue, sostenuto dalla ditta
olandese BSO e dallo stato olandese: il sistema è "a linguaggio
intermedio", cioè la traduzione da una lingua all'altra si basa su una
lingua ponte. Il DLT ha scelto come lingua ponte l'Esperanto. Tale progetto
dura dieci anni, dal 1980 al 1990 e produce un prototipo di sistema di
traduzione di ottime potenzialità, che viene illustrato all'Università di
Padova il 31.8.1990 da Dan Maxwell, uno dei principali collaboratori.
L'attività dei gruppi esperantisti è nuovamente vivace. Nel 1954 si svolge a
Verona il congresso mondiale dei ferrovieri esperantisti, con oltre 500
partecipanti. A Padova il Gruppo è sempre sotto la guida di Giovanni Saggiori,
e negli anni Sessanta il luogo istituzionale dove imparare la lingua diventa
l'Università Popolare. Il nostro Ateneo
partecipa all'attività riguardante la lingua internazionale con i primi anni
Settanta nella sua sede di Verona. Lì, in via dell'Artigliere, viene ospitata
per oltre dieci anni la segreteria dell'Istituto Italiano di Esperanto,
organizzazione che presiede ai corsi di insegnamento della lingua. Ancora
presso la sede di Verona il nostro Ateneo ospita il congresso nazionale, con la
partecipazione in prima persona del prof. Gino Barbieri, rappresentante a
Verona del Rettore di Padova. Il prof. Barbieri è un vecchio esperantista,
attratto alla lingua da MIGLIORINI (vedasi). FORMIZZI (vedasi), professore di
pedagogia presso la sede di Verona, poi resasi ateneo autonomo, si avvicina
all'Esperanto e lo insegna all'interno del suo corso di Storia della Pedagogia
. Del pari un cultore di Esperanto è BERGAMASCHI (vedasi), professore di
Pedagogia anch'egli nella sede veronese dell'Università di Padova e poi presso
l'università autonoma di Verona. Questi due professori, insieme a chi scrive,
sono stati oratori ufficiali della celebrazione del centenario dell'Esperanto
nel 1987 da parte della Federazione Esperantista Italiana, celebrazione
tenutasi alla Fondazione Cini a Venezia.
Nel 1983 nasce a San Marino, per volontà del Congresso di Stato e con
decisione del Consiglio dei XII, l'Accademia Internazionale delle Scienze (AIS)
San Marino, un'istituzione universitaria di insegnamento e di ricerca. Le
lingue di insegnamento sono l'italiano, l'Esperanto, l'inglese, il francese, il
tedesco, a cui si aggiungeranno successivamente altre lingue, data l'espansione
dell'attività specialmente nei paesi dell'Europa orientale. L'Esperanto resterà
comunque fino ad oggi, per statuto, la lingua privilegiata, in cui devono
essere scritte, e difese oralmente, le tesi dei vari livelli, corrispondenti ai
titoli italiani odierni di laurea, laurea magistrale, dottorato di ricerca,
oltre a un titolo superiore corrispondente al "doctor habilitatus"
tedesco. I primi sostenitori di questa iniziativa sono professori universitari
tedeschi e italiani, e troviamo qui ancora dei docenti veneti: Fabrizio
Pennacchietti, un orientalista torinese che ha insegnato a Ca' Foscari, Mario
Grego, abitante a Padova e docente di inglese anch'egli a Ca' Foscari, il già
citato Giordano Formizzi e due professori dell'università di Padova: Marino
Nicolini, farmacologo di cittadinanza sammarinese, e, successivamente, l'autore
di queste righe, matematico. In particolare il primo e l'ultimo dei docenti
citati, oltre che tenere corsi in Esperanto, hanno ricoperto e ancora ricoprono
incarichi organizzativi di alto livello. I professori dell'AIS vengono da molte
università di tutto il mondo, creando un contesto internazionale estremamente
proficuo per gli studenti; tra essi ci sono il premio Nobel per l'economia
Reinhard Selten e membri di varie accademie nazionali . Tra le prime opere
scientifiche edite sotto gli auspici dell’Accademia Internazionale delle
Scienze San Marino vi è un interessante lavoro di biologia. Fino ai primi anni
’80 non esisteva un testo completo per il riconoscimento dei licheni europei,
pur esistendo testi e cataloghi in varie lingue europee, italiano e latino
compresi. I francesi G. Clauzade e C. Roux pubblicarono allora un testo
illustrato in Esperanto per la determinazione dei licheni dell’Europa
occidentale . Il testo fu dapprima considerato una stranezza, dato che il mondo
scientifico non era portato a vedere testi in lingua diversa dall’inglese;
tuttavia per il suo valore divenne indispensabile in ogni laboratorio che si
occupasse di riconoscimento dei licheni. Il testo, che era corredato da un
piccolo glossario esperanto-francese, fu utilizzato anche all’università di
Padova dal prof. Giovanni Caniglia; con la collaborazione degli studenti
interni il glossario originario fu elaborato ed arricchito fino a diventare un
piccolo dizionario di esperanto, che fu in seguito diffuso presso i soci della
Società Lichenologica Italiana . Il testo è attualmente un po’ superato, dato
il progredire della scienza negli ultimi decenni, però fu un evento
significativo nell’intento di trasmettere la scienza anche in una lingua
internazionale non etnica. Nel 1990 il
nostro Ateneo è fortemente impegnato in alcuni eventi connessi alla lingua
internazionale. Il Dipartimento di Matematica Pura ed Applicata pubblica, come
suo rapporto interno, una ricerca sui contatti culturali tra l'Italia e
l'Ucraina, originariamente redatta in Esperanto . Quindi alla fine di agosto
viene ospitato al Liviano il 61° Congresso italiano di Esperanto. Si tratta
della manifestazione più significativa della comunità esperantista mai svoltasi
a Padova: precedentemente c'era stato, come già visto, il 16° congresso
nazionale e quind si era svolta, alla Sala della Gran Guardia, una giornata
esperantista che metteva insieme la celebrazione del centenario della nascita
della lingua e quella dei 75 anni di vita del gruppo. Il Congresso si giova del patrocinio della Regione
Veneto, della Provincia di Padova, dell'Assessorato alla Cultura e ai Beni
Culturali del Comune di Padova, dell'Azienda di Promozione Turistica della
Provincia e della Sezione Ricerca e Istruzione del Consiglio d'Europa. Il
Comitato d'Onore è imponente, come assai raramente succede per iniziative al di
fuori degli organi istituzionali: vi figurano il Presidente della Repubblica
Cossiga, il Presidente del Consiglio Andreotti, il Presidente del Senato
Spadolini, il Presidente della Provincia Toscani, il Questore di Padova Romano,
i Presidenti delle Regioni Valle d'Aosta e Trentino-Alto Adige, i sindaci di
Padova, Firenze, Bologna e Reggio Emilia, i Rettori delle Università di Padova,
Bologna e Ferrara, il Rettore dell'AIS San Marino, oltre a vari parlamentari e
autorità locali. I congressisti sono oltre 300, dei quali un centinaio
provenienti dall'estero. All'inaugurazione alla Sala dei Giganti, il 25 agosto,
intervengono il sindaco Paolo Giaretta e il prof. Ezio Riondato in
rappresentanza del Rettore Mario Bonsembiante. Il tema del congresso riguarda i
problemi linguistici degli immigrati in Europa e il discorso inaugurale, tenuto
dallo storico tedesco Ulrich Lins, ha titolo: Verso un'Europa multiculturale.
Durante l'inaugurazione si celebra il gemellaggio dei gruppi esperantisti di
Padova e Friburgo e la mattinata si conclude con un saluto di Marco Pannella;
l'intero congresso viene messo in onda in diretta da Radio Radicale. Le conferenze e i programmi musicali del
congresso si svolgono nella Sala dei Giganti, gli spettacoli sono
all'Antonianum; i corsi di Esperanto attivati per l'occasione si svolgono nelle
aule della Facoltà di Lettere, poste cortesemente a disposizione dal preside
Vincenzo Milanesi. All'inaugurazione e nelle serate si esibisce, insieme alla
cantante Giusy Irienti, il pianista Aldo Fiorentin, allora giovane già
affermato, oggi professore al Conservatorio di Adria, vincitore di vari premi
nazionali e internazionali; i due solisti si alternano con una rappresentazione
di pupi del Teatro di Stato di Budapest ed un recital del chitarrista polacco
Jerzy Handzlik. La Sezione teatrale del Club Studentesco Esperantista
dell'Università di Zagabria, porta in scena la versione in Esperanto della
commedia ruzantiana Il Parlamento, e il testo ha la prefazione di Marisa
Milani, anch'ella docente del nostro ateneo . In altra serata viene presentata
un'antologia in Esperanto di poeti del Novecento (per i contatti con i poeti collaborarono i
professori padovani Armando Balduino e Silvio Ramat). Il congresso ha ampia
risonanza sui giornali, dato che vari eventi del programma sono aperti al
pubblico: la tavola rotonda sul tema "L'Europa e gli immigrati: il ruolo
dell'Esperanto" viene effettuata all'aperto di fronte al Bo', mentre lungo
il porticato di via Oberdan un maestro internazionale di scacchi, il
cecoslovacco L. Fiala, effettua dieci partite in simultanea con appassionati
locali. La serata "Musica in piazza" si svolge in Piazza dei Signori
sotto la direzione artistica di Franco Serena e vi partecipano due complessi
padovani ("The Beat Shop" e "Serena") e il complesso vocale
"Eterna Muziko" di Leningrado.
In coda al congresso si ha, sempre ospitata al Liviano, una giornata di
studio dell'Accademia Internazionale delle Scienze San Marino sulla
modellizzazione matematica del linguaggio; gli atti, redatti in italiano, esperanto,
deutero-esperanto, e inglese, escono come Rapporto Interno del Dipartimento di
Matematica Pura ed Applicata . In concomitanza con il congresso e nello stesso
periodo la galleria della Sala dei Giganti accoglie l'esposizione "Vita e
cultura in lingua Esperanto", sponsorizzata dalla Cassa di Risparmio di
Padova e Rovigo e curata da Giorgio Silfer, del Centro Italiano di
Interlinguistica. La mostra è organizzata in varie parti: espositiva,
recitativa, teatrale, musicale e vuole far conoscere come la comunità che parla
la lingua internazionale abbia una forte autocoscienza e sia molto ricca
culturalmente, pur partecipando ognuno anche alla cultura del proprio paese.
Nel 1996 esce un dizionario italiano-Esperanto, presentato al pubblico padovano
da Alberto Mioni, ordinario di glottologia, in una giornata alla Sala della
Gran Guardia; a tale giornata partecipa anche, con un messaggio di saluto,
Antonio Lepschy, ordinario di controlli automatici. Ha trascorso periodi di
studio presso l'Università di Padova (come ricercatore e anche come correlatore
di tesi di laurea in Psicologia) il chimico Luigi Garlaschelli dell'università
di Pavia, tra i fondatori del gruppo esperantista di Pavia, il quale si occupa
anche di indagini sui presunti fenomeni paranormali. In varie università italiane vengono fatti
studi sulla lingua internazionale; in particolare, all'Università di Torino
opera un validissimo gruppo di storici della matematica che si occupa di Peano.
Tesi di laurea su questi argomenti sono state discusse molto recentemente a
Torino, Roma, Genova, Venezia; nell'ateneo torinese vi è un corso istituzionale
di "Interlinguistica ed Esperantologia"; all'Università Statale di
Milano una parte del corso di Storia della filosofia contemporanea è stata
dedicata ai linguaggi artificiali ; la biblioteca della Libera Università di
Lingue e Comunicazione IULM a Milano ha una consistente sezione dedicata
all'Esperanto. All'Università di Padova l'interesse per la lingua
internazionale non riveste semplicemente un ruolo collaterale: presso il
Dipartimento di Matematica Pura ed Applicata, come ricerca istituzionale
nell'ambito del finanziamento ministeriale ex-60%, è stato elaborato un
analizzatore morfologico dell'Esperanto ; nello stesso ambito sono stati
pubblicati uno studio di statistica linguistica su un corpus in Esperanto, una
traduzione dal latino in Esperanto di un brano del De numeris di Cardano e, in collaborazione con l’Università
Industriale Statale di Mosca, un testo in Esperanto di storia della scienza e
della tecnica . In particolare Carlo Minnaja, professore a Padova dal 1965 e
professore onorario all’Università statale “Lucian Blaga” di Sibiu (RO) dal
2002, ha svolto un'intensa attività nelle organizzazioni esperantiste ed è
membro dell'Accademia di Esperanto; per la diffusione della cultura italiana
tramite traduzioni gli è stato assegnato il Premio della Cultura della
Presidenza del Consiglio dei Ministri . Non solo professori, ma anche studenti
del nostro Ateneo usano nei loro studi lingue pianificate. È stata discussa una
tesi di laurea in matematica sulle serie di Chebyshev, tesi tradotta poi in
Interlingua . Opera di studenti o ex-studenti del nostro Ateneo è la traduzione
in Esperanto dei Malavoglia, presentata al congresso mondiale a Firenze : dei tre traduttori, Paola Tosato e
Giancarlo Rinaldo sono stati studenti-lavoratori, mentre Anselmo Ruffatti si è
laureato a Padova in medicina. Del pari allievo dell'Università di Padova per
il conseguimento del titolo di Direttore Didattico è stato Filippo Franceschi,
che, sotto lo pseudonimo di Sen Rodin, è un apprezzato autore di novelle in
Esperanto. La nostra università quindi continua nella sua opera di produzione e
diffusione della cultura anche attraverso la lingua internazionale.Un
validissimo lavoro in italiano su lingue "universali" e poi
"internazionali" proposte da matematici è: ROERO, I matematici e la
lingua internazionale, «Bollettino Unione Matematica Italiana. Esso tuttavia,
per quanto riguarda l'Italia, si focalizza quasi soltanto su Giuseppe Peano e
la sua scuola, con particolare riguardo agli eventi del primo decennio del
secolo scorso; si arresta quindi con l'estinguersi, nel 1936, della rivista
ispirata dal Peano «Schola et Vita». Qualche informazione sulla matematica in
Esperanto si trova in un sito dell'università svedese di Uppsala,
math.uu.se/~kiselman/mathesp.html; numerosi articoli di matematica in Esperanto
si trovano in «Scienca Revuo», rivista che esce ininterrottamente dal 1949; gli
indici delle annate sono disponibili al sito
ais-sanmarino.org/publik/sr/index.html. Sull'algebra medioevale, vd. FRANCI,
Una traduzione in volgare dell'Al-Jabr di al-Kwarizmi, in FRANCI, PAGLI, SIMI
(a cura di), Il sogno di Galois, Siena, Centro Studi della Matematica
Medioevale - Università di Siena. In Francia ancora alla fine dell'Ottocento le
tesi in filosofia erano obbligatoriamente in latino. In Italia l'obbligo di far
lezione in italiano nelle università (con eccezione per Teologia ed Eloquenza
latina) si ha con il Regio Decreto per il Regno di Sardegna, esteso poi con
l'unificazione a tutto il Regno d'Italia; vd. ROERO, I matematici. Nome latinizzato del pedagogista e
riformatore moravo Jan Amos Komenský (1592-1670). Sui progetti di lingua
internazionale di Comenius vd. FORMIZZI, La lingua pansofica di Comenio,
L'Esperanto. Formizzi, professore di pedagogia all'Università di Padova e poi
all'Università di Verona e all'Accademia Internazionale delle Scienze San
Marino, ha tradotto in italiano altre opere di Comenius: la Panglottia, La via
della luce e l'Angelus pacis, edite dalla Libreria Editrice di Verona, nonché
la Panorthosia, edita a Verona da Gabrielli. In quest'ultima opera Comenius
propone un progetto di riforma del mondo che include la proposta di una lingua
universale. La raccolta più completa di
lingue immaginarie, inventate o pianificate, corredata di ampio commento, è:
ALBANI, BUONARROTI, Aga Magéra Difura, Bologna, Zanichelli. Più recente è
un'edizione francese: PAOLO ALBANI, ALIGHIERO BUONARROTI, Dictionnaire des
langues imaginaires. Paris, Belles lettres. Di spirito diverso, quasi ludico,
che si può leggere come un romanzo è: ALESSANDRO BAUSANI, Le lingue inventate,
Roma, Ubaldini. Con valore storico, ma
di notevole completezza per l'epoca, è un'opera in Esperanto: PETER E. STOJAN,
Bibliografio de internacia lingvo, Genève, Bibliografia Servo de Universala
Esperanto-Asocio. Sulla storia delle lingue inventate, o pianificate in
maggiore o minore misura, citiamo, a puro titolo di esempio, in italiano:
UMBERTO ECO, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea, Roma-Bari,
Laterza; il testo più recente è in Esperanto: ALEKSANDR DULIČENKO, En la
serĉado de la mondolingvo, aŭ interlingvistiko por ĉiuj (Alla ricerca di una
lingua mondiale, o interlinguistica per tutti), Kaliningrado, Sezonoj,
traduzione dall'originale russo che ancora non è apparso a stampa. Di valore storico è COUTURAT,
LEAU, Histoire de la langue universelle, Paris, Librairie Hachette, con il suo
aggiornamento: COUTURAT, LEAU, Les nouvelles langues internationales, Paris,
Hachette. Una edizione è uscita presso Olms, Hildesheim-New York. Il titolo intero è Via lucis, Vestigata et Vestiganda,
h. e. Rationabilis disquisitio, quibus modis intellectualis animorum LUX,
SAPIENTIA, per omnes omnium hominum mentes et gentes iam tandem sub mundi
vesperam feliciter spargi possit. Nempe
ad intelligenda melius illa Oraculi verba Zachariae 14, v. 7: Et erit, ut
vespere fiat lux. Il termine ‘universale’ attribuito ad un linguaggio per
esprimere qualsiasi concetto in maniera comprensibile a popoli di lingue
diverse muta poi in ‘inter-nazionale,’ quando sarà riferito soltanto ad
espressioni linguistiche. Vives, filosofo e umanista, sostiene la necessità di
una lingua unica e universale nella sua opera De tradendis disciplinis. Ne
esiste una traduzione italiana commentata di GALLINARI (vedasi), uscita a
Cassino, Ed. Sangermano. KOMENSKY, La via. Di Comenius non esiste ancora
un'edizione completa delle opere; un progetto, affidato a Praga, la prevede in
una trentina di volumi, ma l’edizione si è arrestata ben prima del
completamento. L’ultimo volume edito è uscito in occasione del centenario della
nascita di Comenius (comunicazione all'A. di FORMIZZI (vedasi). Dalgarno,
pedagogista, è tra i primi ad occuparsi dell'istruzione dei sordo-muti,
elaborando un sistema di segni, che espose nell'opera “Ars signorum: vulgo
character universalis et lingua philosophica” e nel “Didascalocophus.” Wilkins,
vescovo di Chester, tra i fondatori della "Royal Society" londinese,
cognato di Cromwell. Pubblica l'opera An Essay Towards a Real Character and a Philosophical
Language. In essa tutte le idee di
natura più semplice sono classificate in un sistema gerarchico e collocate in
una tabella. C'è un elenco primario di quaranta generi, ciascuno suddiviso in
sei "differenze", e ciascuna differenza è poi suddivisa in specie.
Vengono così raccolti e classificati 2030 concetti. Ad ogni genere corrisponde
una coppia di lettere iniziali, ad ogni differenza una consonante maiuscola, ad
ogni specie una vocale o gruppo di vocali minuscole. Vengono così ad essere
costituite le radici, alle quali poi si aggiungono le derivazioni e la
flessione pertinente alla morfologia. Le parole sono quindi costituite da
successioni di lettere che corrispondono al posto del termine nella tabella.
Questa lingua viene presentata da Wilkins alla Royal Society, che ne demanda lo
studio ad una commissione di esperti, tra i quali gli scienziati Boyle, che
diventerà famoso per una legge sui gas perfetti, e il suo assistente Hooke, che
pure resterà famoso per una legge sull'elasticità dei corpi. Non si è trovata
tuttavia una relazione sulla questione.
Così in COUTURAT, LEAU, Histoire; va detto tuttavia che al tempo
dell'uscita di tale opera molti degli scritti di Leibniz erano ancora
sconosciuti. Così presentato in COUTURAT,
LEAU, Histoire, p. 23 (trad. dal francese dell'A.). Il nome è derivato da Pacidius, pseudonimo
sotto il quale Leibniz voleva pubblicare la sua Encyclopedia; vd. LOUIS COUTURAT, Opuscules
et fragments inédits de Leibniz, Paris, Felix Alcan. Cfr.
STOJAN (trad. dall'Esperanto dell'A.). LEIBNIZ, Scritti di logica, Roma-Bari,
Laterza, Vd. ROBINET, L’empire leibnizien, Trieste, LINT, Per una biografia
estesa vd. LEGNAZZI, Commemorazione di Bellavitis, Padova, Prosperini. Per una
biografia più succinta vd. NICOLA VIRGOPIA, Bellavitis, Giusto, in Dizionario
Biografico degli Italiani, 7, Roma, Ist. Enc. It., BELLAVITIS, Pensieri sopra
una lingua universale, «Memorie dell'I. R. Istituto veneto di scienze, lettere
ed arti; un'edizione a parte è apparsa presso la Segreteria del detto Istituto.
BELLAVITIS, Saggio di applicazioni di un nuovo metodo di geometria analitica -
calcolo delle equipollenze, «Annali delle Scienze del Regno Lombardo-Veneto»;
BELLAVITIS, Memoria sul metodo delle equipollenze, «Annali delle Scienze del
Regno Lombardo-Veneto», LEGNAZZI, Commemorazione. Il libretto citato fu esibito
al pubblico durante al commemorazione citata. Attualmente non è noto il luogo dove sia conservato. BELLAVITIS, Pensieri. Zamenhof nacque nella
cittadina polacca di Bjałystok, che per il trattato di Tilsit era allora sotto
la Russia. Dalla fine della I guerra mondiale è in Polonia. BELLAVITIS, Pensieri. BELLAVITIS, Pensieri,
p. 57-58. Sudre, musicista, professore a Sorèze, un collegio dei benedettini,
riorganizzato dai domenicani. Sudre si
dedicò anche alla telefonia, scrivendo un codice per la trasmissione a distanza
di segnali fonici che fu adottato in Francia per impieghi militari.Vailati,
laureato in ingegneria e quindi in matematica, si dedica successivamente alle
lingue e alla filosofia, in particolare alla logica; assistente di Peano,
insegnò poi in varie scuole medie e fu uno dei promotori dei primi congressi
internazionali di filosofia, nei quali, come vedremo, fu posto il problema di
una lingua internazionale per la comunicazione scientifica. A Crema, sua città
natale, esiste il “Centro Studi Giovanni Vailati”. La citazione proviene dalla recensione ad
opera di Vailati del libro di Couturat e Leau Histoire, citato precedentemente,
in Scritti di VAILATI (vedasi), Leipzig-Firenze, Johann-Ambrosius-B. Seeber,
BELLAVITIS, Utopie del socio ordinario Giusto prof. Bellavitis, Padova, G. B.
Randi. BELLAVITIS, Reminiscenze della mia vita: lettura accademica, Padova, G.
B. Randi, LUCIANO, ROERO (a cura di), PEANO (vedasi) - Couturat: Carteggio,
Firenze, Olschki. L’opera contiene una bibliografia molto estesa. Padova, Tipografia del Seminario, Rivista di
Matematica. Vd. il pregevole lavoro: GHEZZO, VERONESE (vedasi), Matematico
dell'Università di Padova, Padova, Dip. Matematica Pura ed Appl., LEAU, Une langue
universelle est-elle possible? Appel aux hommes des sciences et aux
commerçants, Paris, Gauthier-Villars. Per la storia della lingua internazionale e in particolare delle vicende
qui riportate si possono utilmente vedere: UBALDO SANZO, L'artificio della
lingua, Milano, Angeli; ROERO, I matematici. Sebert, generale di artiglieria
dell'esercito coloniale francese, fece numerosi studi di balistica; ritiratosi
dall'esercito, fu consulente industriale e si occupò di impianti di
distribuzione dell'elettricità. Le sue iniziative per rendere disponibile su
larga scala la bibliografia scientifica lo portarono, negli ultimi anni
dell'Ottocento, ad interessarsi di una lingua internazionale. Adepto dell'Esperanto,
fu poi un grande organizzatore e finanziatore dell'attività esperantista.
COUTURAT, La logique de Leibniz, Paris, Alcan; ripubblicato poi presso Olms,
Hildesheim. Nella sua opera De l'Infini mathématique Couturat aveva utilizzato
la memoria del Bellavitis sul calcolo delle equipollenze. Schleyer, parroco
cattolico in una cittadina tedesca sul lago di Costanza, fu nominato
"cameriere segreto" da Leone XIII. La lettera, già citata come
inedita in SANZO, L’artificio, è ora comparsa nel citato carteggio tra Couturat
e Peano. COUTURAT,
LEAU, Conclusions du rapport sur l'état présent de la question de la langue
internationale, Coulommiers, Brodard, PEANO, Prof. Louis Couturat, «Revista
Universale. La «Revista
Universale» era un periodico sulla lingua internazionale edito a Ventimiglia;
per le collaborazioni di Peano a varie riviste vd. il cd-rom ROERO (a cura di),
Le riviste di Giuseppe Peano, Torino, Dipartimento di Matematica. Con tale nome
verranno poi indicati vari altri progetti di lingua internazionale, in
particolare quello sostenuto dalla International Auxiliary Language Association
(I.A.L.A.), fondata da Morris, la quale, entusiasmatasi dell'Esperanto per le
sue idee filantropiche di fratellanza universale, fonda una specie di seconda
Delegazione per l'adozione di una lingua ausiliaria internazionale. Dopo
tentativi infruttuosi di diffondere l'Esperanto, ostacolati da alcuni
linguisti, la I.A.L.A. propone una nuova lingua internazionale elaborata da Gode,
che si chiama anch'essa Interlingua e che godrà per un periodo limitato di un
certo successo nelle riviste scientifiche. Sulla sua diffusione attuale, vd. il
sito della Union Mundial pro Interlingua: www.interlingua.com. Couturat in una lettera a Bertrand Russell
del 30 dicembre 1912 contesta la validità scientifica di tale accademia, poiché
vi si entra con il semplice pagamento di una quota, e nega che essa sia la
prosecuzione dell'Accademia volapükista. Per la citazione esatta vd. SCHMID,
Bertrand Russell, Correspondance sur la philosophie, la logique et la politique
avec Couturat, Paris, Kimé, riportata in LUCIANO, ROERO, Peano. LEVI-CIVITA, Programma de cursu de
Mathematica superiore in Universitates italiano, «Schola et Vita. Vd. ad es., per l’Ido, LUSANA, Vocabolario
moderno Ido-Italiano ed Italiano-Ido, Biella, Tip. Magliola. L’Ido, che
continua a definirsi “Esperanto reformita”, ha tuttora adepti e
un’organizzazione che ne promuove la diffusione; vd. http://idolinguo.org.uk.
Per l’Interlingua vd. CASSINA, GLIOZZI, Interlingua, Milano, Villa, 1945. Per l’attività del movimento esperantista e
la pubblicistica in Esperanto vd. esperanto.it. Attualmente il Gruppo Esperantista Padovano,
erede del Circolo Esperantista, aderente alle Associazioni di base della
Regione Veneto, è intitolato a Giovanni Saggiori, che ne è stato animatore per
oltre sessant'anni, ed ha sede in Via Barbieri PANEBIANCO, Fizika proksimigo,
verkita de Roĝero Panebianco, Profesoro de Mineralogio en la Universitato de
Padovo (Approssimazione fisica, scritto da Ruggero Panebianco, Professore di
Mineralogia nell'Università di Padova), Berlino, R. Friedland kaj filo (e
figlio), 1914; è da notare anche l'esperantizzazione del nome in
"Roĝero". Trad.
dall’Esperanto dell’A. PANEBIANCO,
Gravokristalaj X-radileĝoj kaj L' aserto ke la kristaledrindicoj estas
racionalnombroj ne estas naturiste kaj ne difinas ilin (Importanti leggi
cristallografiche basate sui raggi X e L'asserzione che gli indici di spigolo
dei cristalli sono numeri razionali non è naturale e non li definisce), «Rivista
di Mineralogia e Cristallografia Italiana», di Aldono post linio (Aggiunta dopo
la riga). RUGGERO PANEBIANCO, Proksimigo de la refraktigindicoj
(Approssimazione degli indici di rifrazione), Padova, Società Cooperativa
Tipografica, Presso la Biblioteca Universitaria di Padova vi è una copia di
tale opuscolo con la dedica autografa del traduttore a Roberto Ardigò;
segnatura: Bibl. Ardigò, D. Ba 8/5. I
corsivi sono nell'originale. FILIPPETTI, Ancora sull’Esperanto, «Avanti!», 7
Gramsci, La lingua unica e l'Esperanto, Il grido del popolo. Gramsci riaffermò
anche successivamente le sue posizioni, vd. ad es. GRAMSCI, Quaderni dal
carcere, vol. II, Quaderni 6-11, Torino, Einaudi. Tali posizioni furono in
seguito ritenute da rivedere anche all'interno del suo partito: vd. CARANNANTE,
Gramsci e i problemi della lingua italiana, «Belfagor. Una replica riassuntiva
si trova in GIORGIO SILFER, Gramsci e l'esperanto: storia di un malinteso,
«Lombarda esperantisto». PANEBIANCO, Thulite de Varallo in Valsesia, Padova,
Soc. Coop. Tip., 1921. Si tratta del
Volapük. RUGGERO PANEBIANCO, Lege de
Haüy et lege de Symmetria, Cuneo, Un. Tip. Ed. Prov. PANEBIANCO, Hypnotismo et
Necromantia (spiritismo); nota de naturalista R. Panebianco, Torino, Acad. Pro
Interlingua, 1923; RUGGERO PANEBIANCO, Regula de Camaro de longa et sana vita,
«Schola et Vita, Revista in Interlingua; ripubblicato a Milano, Inst. Pro
Interlingua, Riportato in «L'Esperanto», Le trasmissioni radio dell'EIAR in
esperanto durarono; esse furono riprese a cura della Presidenza del Consiglio e
durano tutt'ora. Saggiori, ufficiale del genio, radiotecnico, sindaco di Fossò,
fu presidente del Gruppo padovano per oltre sessanta anni. Esperto di
toponomastica padovana, fu autore del volume Padova nella storia delle sue
strade, Padova, Piazzon. Ancora oggi il
Gruppo Esperantista è presente ogni anno alla fiera di Padova con un proprio
stand. Il progetto Eurotra si
riprometteva di ottenere una "Fully Automatic High Quality
Translation" da una all'altra delle lingue europee, che erano sette alla
fine degli anni '70 per arrivare a nove quando il progetto fu dichiarato
terminato. Per quanto fortemente finanziato dalla Commissione della Comunità
Europea, esso fallì completamente nel suo intento, effettivamente troppo ambizioso,
ma gli studi che stimolò servirono come base per un notevole numero di sistemi
di traduzione automatica aventi scopi molto più limitati. Attualmente l'Unione
Europea si giova del sistema SYSTRAN, che è disponibile per un certo numero di
coppie linguistiche. Sono disponibili oltre una decina di moduli con l'inglese
come lingua di partenza (L1) e di arrivo (L2); per l'italiano sono disponibili
soltanto i traduttori automatici con il francese e l'inglese. Le prestazioni
offerte da tale sistema sono tuttavia ancora parecchio lontane da quanto può
offrire un traduttore umano, che però spesso non è disponibile. La
comunicazione all'interno delle strutture dell'Unione Europea resta comunque
deficitaria: sui suoi costi vd. SELTEN (red.), The Costs of European Linguistic
(non) Communication, Roma, ERA.Formizzi è stato presidente della Federazione
Esperantista Italiana. Sull’attività dell’ AIS San Marino vd.
www.ais-sanmarino.org.. Successivamente nascerà anche l'Università della
Repubblica di San Marino, istituita con la legge-quadro n. 127 del 31.10.1985,
e che oggi ha come rettore Giorgio Petroni, professore di Tecnica e Gestione
dei Sistemi Industriali alla Facoltà d'Ingegneria di Padova. CLAUZADE, ROUX,
Likenoj de Okcidenta Eŭropo, «Bulletin de la Société Botanique du
Centre-Ouest», CANIGLIA, Dizionario di esperanto, «Notiziario della Soc.
Lichenologica Italiana», MATVIJIŜYN (a cura di Minnaja), La cultura e la
scienza, con particolare riguardo alla matematica, nei rapporti tra Italia e
Ucraina, Padova, Dip. Matematica Pura ed Appl. (Rapp. Int.BEOLCO, Interparolo
(tr. C. Minnaja), Pisa, Edistudio. Milani, all'epoca professore di Letteratura
delle tradizioni popolari all'Università di Padova, fu una apprezzata studiosa
del Ruzante. MINNAJA, Enlumas min senlimo (M'illumino d'immenso), Prilly,
LF-koop, MINNAJA (a cura di), Modellizzazioni Matematiche per le Scienze del
Linguaggio, Padova, Dip. Matematica Pura ed Appl. (Rapp. Int.), MINNAJA,
Vocabolario italiano-Esperanto, Milano, Cooperativa Editoriale Esperanto, 1996. Vd.: VALORI, Materiali per lo studio dei
linguaggi artificiali – incluso il deutero-esperanto di Grice --, Milano, CUEM,
MINNAJA, L. G. PACCAGNELLA, A Part-of-Speech Tagger for Esperanto oriented to
MT, International Conference MT Machine Translation and multilingual
Applications in the new Millennium, Exeter, MINNAJA, Statistika analizo de la
paroladoj de Ivo Lapenna (Statistical Analysis about Speeches by Ivo Lapenna),
«Grundlagenstudien aus Kybernetik und Geisteswissenschaft CARDANO, Pri la noblo
kaj utilo de ĉi arto kaj pri la malklaraj notacioj (Della nobiltà e utilità di
quest'arte e delle notazioni oscure, da "De numeris", tr. C.
Minnaja), «Literatura Foiro. MINNAJA, A. ŜEJPAK, Elektitaj lekcioj pri historio
de scienco kaj tekniko - Избранные лекции по истории науки и техники (Lezioni
scelte di storia della scienza e della tecnica), Mosca, Московский
Государственный Индустриалъный Университет Tra le traduzioni si segnalano C.
GOLDONI, La gastejestrino (La locandiera), Pisa, Edistudio; MACHIAVELLI, La
princo (Il Principe), Pisa, Edistudio. Per l’attività e una bibliografia di
Carlo Minnaja, vd. math.unipd.it/~minnaja.
Il laureando era Alberto Mardegan; vd..
http://www.interlingua.fi/marathe.htm
G. VERGA, La Malemuloj (I Malavoglia, tr. Giancarlo Rinaldo, Anselmo
Ruffatti, Paola Tosato), Pisa, Edistudio. L’autore ringrazia Sassi e Caniglia
di Padova e Formizzi di Verona, nonché Montagner, bibliotecario presso la
Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano, per le preziose
notizie fornite. Ubaldo Sanzo. Sanzo. Keywords: apollo licio, trovato al
ginnasio liceo di Atene, figgurante il dio in atto di riposo dopo un gran
sforzo. natura ed artificio, l’artificio della lingua, convenzionalismo,
filosofia della lingua. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Sanzo” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Sarapione: la ragione conversazionale al portico
romano – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher of the Porch
imprisoned by the Romans, Grice: “for no other reason than the Romans deeply
detesting the Porch!" Sarapione
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sarlo: la ragione
conversazionale dell’idealismo – la scuola di San Chirico Raparo – la scuola di
Firenze – la scuola di Potenza – la scuola della Basilicata -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (San
Chirico Raparo). San Chirico Raparo,
Potenza, Basilicata. Filosofo italiano. Muore a Firenze. Filosofo e psicologo
italiano. Vince la cattedra di filosofia teoretica presso il Regio Istituto di
studi superiori di Firenze. È in questa città che frequenta i seminari tenuti
da Brentano presso la biblioteca filosofica. Nel 1903 fonda a Firenze il
"Laboratorio di psicologia sperimentale" che fu inizialmente annesso
alla Facoltà di Lettere e Filosofia del Regio Istituto di studi superiori.
Allievi di S. sono, tra gli altri, Aliotta, Borgese, Bonaventura, Lamanna, che
sposa sua figlia, Garin e Marzi. S. si trova in aperto contrasto con Croce e
Gentile che ritenevano si dovesse separare il metodo della filosofia da quello
della scienza. Per S., invece, il metodo conoscitivo doveva essere comune in
quanto sia il filosofo che lo scienziato si occupano dello stesso campo
d'indagine. Per questo considera come unico metodo quello rigorosamente
sperimentale di Wilhelm Wundt e quello esperienziale di Brentano. Nello stesso
anno pubblica, nel capoluogo toscano, il saggio: I dati dell'esperienza
psichica. La novità introdotta da De Sarlo è il concetto che i fenomeni fisici
esistono in quanto diventano fenomeni psichici, contenuto della nostra coscienza.
Dunque, l'oggetto di studio della psicologia doveva essere l'esperienza
intenzionale del soggetto. L'unica vera esperienza diretta è quella psichica.
Esperienza interna ed esperienza esterna vanno così a configurarsi come due
aspetti dello stesso fenomeno; non c'è un'esperienza più vera dell'altra poiché
nessuna delle due è indipendente dall'altra. Per De Sarlo è imprescindibile
studiare la coscienza: a suo avviso, gli "oggetti" arrivano
necessariamente alla nostra coscienza attraverso gli organi sensoriali. Essi
vengono ordinati, studiati, usati, catalogati sia dal singolo nella sua
esperienza quotidiana sia dalle varie scienze che ne approfondiscono lo studio.
Siccome tali "oggetti" sono complessi, cioè pieni di proprietà,
attributi etc., S. si chiede come accada che si compongano nella coscienza
dell'individuo e stabilisce che due sono le modalità: o l'oggetto equivale al
contenuto della coscienza oppure che la percezione del soggetto dipende dalla
relazione del soggetto stesso con l'oggetto percepito. Nel primo caso S. parla
di "esperienza con carattere statico", nel secondo di
"esperienza a carattere dinamico". In entrambi i casi non si può
prescindere dal ruolo del soggetto. La differenza tra esperienza psichica ed
esperienza pura è l'aggiunta del significato ai dati primitivi. Per De Sarlo
sono possibili solo due modi di studiare tutto questo: il metodo sperimentale e
il metodo introspettivo. Fonda il periodico La cultura filosofica, che darà
spazio alla discussione di problemi psicologici e presterà attenzione a quanto
avviene in campo psicologico ed epistemologico negli altri paesi.
L'impostazione filosofica di questa rivista fu più volte criticata da Benedetto
Croce e Giovanni Gentile. Tra il 1912 e il 1915 è tra gli autori della rivista
fiorentina Psiche, il cui redattore capo è Roberto Assagioli: altri redattori
sono Agostino Gemelli, E. Bonaventura. Le teorie di S. sono influenzate molto
dalla concezione della conoscenza scientifica e dalle teorie di Brentano. È tra
i firmatari del Manifesto degli intellettuali anti-fascisti redatto da Croce.
Nello stesso anno pubblica, per i tipi Le Monnier, Gentile e Croce. Lettere
filosofiche di un superato. Nel sagio S. prende atto della sconfitta culturale
dell’idealismo italiano, ma al contempo rivendica le ragioni della sua
prospettiva filosofica. L'obbiettivo polemico sono senza dubbio sia Croce che
Gentile, ma a quest'ultimo sono dedicate le pagine più aspre. Infatti S. e
Croce erano legati dal comune sentimento anti-fascista e convinti della necessità
di misurarsi con ricerche concrete, quali quelle di Croce in ambito storico che
S. aveva sempre apprezzato. Non a caso Croce fece passare sotto silenzio questo
testo mentre sul Giornale critico della filosofia italiana, fondato e diretto
da Gentile, apparvero varie recensioni critiche del volume. Opere S., I dati
dell'esperienza psichica, Galletti e Cocci, Firenze, S. e Calò, Principi di
scienza etica, Sandron, Palermo, S., Gentile e Croce. Lettere filosofiche di un
«superato», Firenze, Le Monnier, . F. De Sarlo, Introduzione alla filosofia,
Ed. Dante Alighieri, Milano . F. De Sarlo, Il metodo naturale nella ricerca
scientifica, Ed. Dante Alighieri, Milano 1929. F. De Sarlo, L'uomo nella vita
sociale, Laterza, Bari S., Vita e psiche: saggio di filosofia della biologia,
Le Monnier, Firenze. V. Russo, Filosofia e psicologia nell'attività
psichiatrica di Francesco De Sarlo, Il Mulino, Bologna . Studi per Luigi De
Sarlo, Giuffrè, Milano . L. Albertazzi, G. Cimino, S. Gori-Savellini (ed.),
Francesco De Sarlo e il laboratorio fiorentino di psicologia, Laterza, Bari
1999. G. Sava, Francesco De Sarlo e la psicologia filosofica, «Il Veltro»,
Guarnieri, fupress, Firenze University Press, Firenze S. su Treccani.it –
Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. De Sarlo, Francesco,
in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana S. su
sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata Patrizia Guarnieri, DE SARLO,
Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, . FS., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Modifica su Wikidata
Opere di Francesco De Sarlo, su MLOL, Horizons Unlimited Portale Biografie
Portale Filosofia Portale Psicologia Categorie: Filosofi italiani Psicologi
italiani Nati a San Chirico RaparoMorti a Firenze [altre] Sarlo, nato in un
paesello della Basilicata, San Chirico Raparo, venne alla filosofia dalla
medicina filosofica. E ve Io condusse intima vocazione, oltre, e più, che
esterna vicenda di casi. Già durante gli studi universitari, a Napoli, si
compiace di frequentare, colle lezioni della facoltà cui era iscritto, quelle
di filosofia: ed è, tra l’altro, uditore di SPAVENTA negli ultimi anni del suo
insegnamento. La stessa sua prima pubblicazione — un volumetto di saggi su
Darwin attesta la tendenza di lui a studiare, anche nel campo delle scienze
biologiche, le questioni più generali, quelle che sono poi stimolo e offrono
motivi alla speculazione filosofica. Questa tendenza divenne in lui sempre più
consapevole durante gli anni che passa, come medico, nel manicomio di Reggio
Emilia, dove compì ricerche psichiatriche che, mettendolo a contatto più
diretto con i problemi dell’anima, determinarono il suo passaggio alla
psicologia e alla filosofia. In questo campo non ha maestri. È un autodidatta:
dove cercar da sè, come a tentoni, la sua strada, ed è naturale che la trova
solo attraverso deviazioni, incertezze, ritorni. La sua educazione
naturalistica e l’influenza dell’ambiente culturale del tempo, impregnato di
positivismo, lo portano dapprima a seguire questo indirizzo di filosofia: e in
uno degl’organi della filosofia positivistica, la rivista d’ANGIULLI (vedasi),
SARLO fa le sue prime armi. Ma non tarda ad allontanarsi dal positivismo, a
mano a mano che venne acquistando coscienza delle deficienze di quella dottrina
cosi in ordine all’interpretazione del fatto conoscitivo come in ordine alla
fondazione della moralità e religiosità umana: deficienze, che illustra poi in
quelle Note sul positivismo in Italia, pubblicate in appendice ai saggi sulla
filosofia, una delle critiche più penetranti e conclusive che della gnoseologia
positivistica siano state fatte in Italia. La sua coscienza filosofica si venne
formand. Concorsero a questa formazione lo studio di SERBATI, i rapporti
personali o spirituali con alcuni dei più cospicui rappresentanti italiani
dello spiritualismo e del criticismo, come FERRI (vedasi), MASCI (vedasi), e,
in particolare, BONATELLI (vedasi), e, più specialmente, lo studio diretto
delle correnti più significative della filosofia, alcune delle quali egli per
primo, o tra i primi, fa conoscere in Italia. E di questa sua attività sono
frutto due saggi su SERBATI: La logica di SERBATI e i problemi della logica e
Le basi della psicologia e della biologia secondo SERBATI, considerate in
rapporto ai risultati della scienza, Roma, poi rifusi in altri lavori; volumi
di Saggi filosofici, Torino, Clausen, posteriormente anch’essi rielaborati e
rifusi; studi su filosofi sparsi in varie riviste, alcuni dei quali furono poi,
con altri di epoca posteriore, raccolti nel volume Filosofi, Firenze, La
Cultura Filosofica; saggi di psicologia; il volume Metafisica, Scienza e
Moralità, Roma, Balbi, e il volume già ricordato Studi sulla Filosofia : La
filosofia scientifica, Roma, Loescher. L’esigenza che si rivela come
fondamentale in questi studi di SARLO (vedasi), è quella di mostrare le vie per
le quali le scienze positive, e più particolarmente quelle naturali, sboccano,
per una necessità imposta dalla logica a loro immanente, in una concezione
filosofica nella quale il naturalismo è superato, cosi per il riconoscimento
dei poteri originari e irriducibili dello spirito quale soggetto conoscente e
quale persona morale, come per il coronamento del sapere filosofico in
un’interpretazione teistica della realtà universale; mentre, dall’altro lato,
la filosofia stessa, come sistemazione e critica del sapere, riceve dalle
scienze particolari continuo alimento e stimolo. E la necessità di questo
connubio fecondo, nella loro reciproca azione, della scienza e della filosofia,
è rimasta come uno dei motivi principali della filosofia di SARLO, anche
quando, nel periodo di piena maturità della sua attività di studioso, tratta i
principii del suo filosofare non più dal criticismo, di cui si sente l’influsso
neghi scritti sinora citati, ma dallo sperimentalismo, da Locke a Mill;
dall’intuizionismo, specie per il rilievo costantemente dato agl’assiomi così
gnoseologici come etici, costitutivi dello spirito umano, e apprensibili con
evidenza immediata nell’esperienza e infine dal realismo dell’Herbart e del
Lotze. Conseguita la libera docenza in filosofia a Roma, insegna questa
disciplina nei licei di Benevento, di Torino, di Roma, quando ottenne per
concorso la cattedra di filosofia teoretica a Firenze, cattedra ch’egli ha
tenuto e tiene ancor oggi con l’autorità e l’efficacia di un maestro. Fonda un
gabinetto di psicologia sperimentale, il primo del genere in Italia, e che è
rimasto anche oggi il più ricco di apparecchi. Molte e importanti ricerche vi
sono state compiute sotto la sua direzione, sebbene, in questi ultimi anni, la
potenzialità scientificamente produttiva del gabinetto sia stata assai ridotta
per le condizioni materiali veramente miserevoli nelle quali si è venuto a
trovare. Sarlo diretto la Cultura Filosofica, una Rivista che ebbe un programma
ben definito e, specie nei primi anni, fu vivacemente battagliera cosi contro
il positivismo ormai declinante, come, e più, contro il risorgente idealismo.
La sua operosità di studioso ha dispiegato con assiduità e intensità
instancabile nel campo della psicologia, dell’etica, della filosofia generale,
pubblicando poderosi volumi, ai quali specialmente noi ci riferiremo nella
esposizione e caratterizzazione della sua filosofia. Il valore della sua opera
ha avuto riconoscimento ufficiale nel premio Reale per la filosofia,
conferitogli nel 1920 dall’Accademia dei Lincei, della quale egli è, dal 1921,
socio nazionale. Elenchiamo qui le opere principali del De Sarlo, escluse le
prime già citate che poi sono state rifuse nelle successive: Metafisica Scienza
e Moralità. Studi di Filosofia morale. Roma, Balbi, , 1 voi. di circa 250 pagg.
in 8: [Contiene: Il naturalismo Il telismo L’idealismo e la moralità Il
socialismo come concezione filosofica — Vita morale e vita sociale]. Studi
sulla Filosofia contemporanea. — Prolegomeni : La « Filosofia scientifica ». —
Roma, Loescher. Sarlo d’ordinario è presentato come un teista e uno
spiritualista. Tale egli stesso ha sovente dichiarato esplicitamente [Contiene
: Du Boys-Reymond, Helmholtz, Darwin, Il positivismo contemporaneo in Italia ].
I dati dell’esperienza psichica. Firenze, Pubblicazioni del R. Istituto di
Studi Superiori, 1903, 1. voi. di pagg. 430 in-8. L’attività pratica e la
coscienza morale. Firenze, Seeber, 1907, 1 voi. di pagg. in-16. Principii di
Scienza etica, con un’Appendice su La patologia mentale in rap- perto all’etica
e al diritto. Palermo, Sandron, [1907], 2 voi. di circa pagg. 500 in-16 (in
collaborazione con Q. Calò). II Pensiero Moderno. Palermo, Sandron, [1915], 1
voi. di pagg. 410 in-8. [Contiene: a) Tre studi che possiamo dire introduttivi
: La formazione della coscienza filosofica odierna — Uno sguardo alla
filosofia. I compiti della filosofia. Altri tre studi che costituiscono come la
parte centrale del volume, la più vasta per il contenuto che abbraccia e per
l’estensione che ha: ! problemi gnoseologici nella filosofia contemporanea. Lo
psicologismo nelle sue principali forme. I diritti della metafisica, nel quale
ultimo specialmente sono sottoposti a un rapido e vigoroso esame critico i
principali indirizzi della filosofia. Altri studi su particolari problemi o
correnti filosofiche. Il significato filosofico dell'evoluzione. Filosofia e
scienza dei valori. Stillo spiritualismo. Filosofi. Firenze, La cultura
filosofica. Contiene saggi su Paulsen, Hodgson, Ward, OXONIAN Bradley, Reitike,
Hartmann, Zeller, e BONATELLI – l’uniico italiano. Psicologia e filosofìa.
Studi e ricerche. Firenze, La cultura filosofica. Contiene: Alcuni saggi di
filosofia generale, importantissimi pella comprensione della posizione di SARLO
nel campo filosofico, e della concezione dei rapporti tra filosofia e
psicologia: Psicologia. La psicologia e le scienze normative. L’esperienza
psichica. L’individuo dal punto di vita psicologico. Il soggetto. La causalità
psichica. Sensazione e coscienza. Ampi saggi di psicologia metafisica – o
psicologia filosofica, come la chiama Grice: il concetto dell'anima nella
psicologia. Idee metafisiche intorno all’anima. Saggi contenenti la materia per
un organico trattato sulle funzioni psichiche. La classificazione dei fatti
psichici. L’attività conoscitiva. L’attività immaginativa. Vita affettiva ed
attività pratica, con i quali saggi è strettamente connesso un amplissimq
saggio intorno alle determinazioni formali della vita psichica, e più
particolarmente all'azione dell’esercizio e dell'abitudine su tutte le funzioni
fisiologiche e psichiche. Appartengono a questo gruppo altri saggi. Sulla
teoria somatica delle emozioni. Sullo studio dei sentimenti nella psicologia.
Sulla percezione delle forme. Saggi di psicologia fisiologica e patologica.
Cervello ed attività psichica. L’attività psichica incosciente, Sulla
psicologia della suggestione. Le alterazioni della vita psichica. La psicologia
degl’animali. di essere. E tale, certo, egli si rivela nei suoi scritti, dai
più antichi ai più recenti. Ma, è da aggiungere subito, non è data così la
caratteristica più saliente della sua figura di pensatore: sfugge a quella
designazione gran parte, e forse la più significativa, della sua opera
filosofica; viene, comunque, lasciata cosi nell’ombra quella concezione della
filosofia e del metodo di filosofare che, meglio d’ogni altro elemento, vale a
individuare la sua posizione personale nel movimento filosofico italiano
contemporaneo. Uno dei suoi primi lavori, anzi il primo veramente organico che
l’ulteriore sviluppo del suo pensiero abbia lasciato immune da quelle
rielaborazioni più o meno sostanziali cui, come abbiamo già detto, egli ha
sottoposto altri suoi scritti di quel tempo, voglio dire il volume Metafìsica,
Scienza e Moralità, è tutto una riaffermazione dei princìpi fondamentali della
dottrina teistica cosi contro il naturalismo come contro l’idealismo assoluto.
La concezione di Dio quale Ragione che si esprime continuamente ed eternamente
nel mondo, e non come legge o ordinamento astratto, bensì come soggetto
concreto e vivente, è in quel libro svolta e presentata come la sola concezione
metafisico-religiosa, che, gravitando sulle esigenze morali più profonde della
coscienza umana, sulla considerazione del valore assoluto della persona,
contenga di queste esigenze il riconoscimento e la giustificazione più piena, e
fornisca per ciò stesso il principio di quella sistematica unificazione di
tutta la realtà, a cui la mente umana tende per sua natura, e in cui possono
essere inverate le particolari connessioni di frammenti di realtà che le
scienze della natura stabiliscono mediante le serie causali dei fenomeni. E tra
gli scritti meno antichi, due saggi, dei più elaborati e ricchi d’idee, I
diritti della Metafìsica (nel volume « Pensiero Moderno ») e Idee metafìsiche
intorno all’anima (nel II voi. di « Psicologia e Filosofia »), giungono,
attraverso l’analisi dei concetti di causa e di sostanza, alle medesime conclusioni
teistico-spiritualistiche intorno a Dio e all’anima umana. Dio è la Causa
prima, la causa che non è effetto, postulata qual condizione essenziale della
comprensibilità di qualsiasi fatto particolare in quanto anello di una serie
causale: causa la quale non può esser concepita, se non come analoga alla sola
causa vera a noi nota, che è la nostra stessa volontà in quanto libera, in
quanto costitutiva d’un cominciamento assoluto; non può quindi esser concepita
se non come volere essa stessa, e quindi come causa finale. E Dio è la Sostanza
Assoluta. l’Essere nel quale trova compiuto soddisfacimento l’esigenza del
pensiero a cui risponde il concetto di sostanza: che è il concetto di essere
che non è in altro nè per altro, ma è essere per sè, condizione e presupposto
di ogni altra determinazione, principio e unità reale di ogni molteplicità. E
anche per questo rispetto esso non può venir concepito se non in analogia con
quella che è per noi l’espressione più immediata e genuina della sostanzialità,
ossia la coscienza, che è appunto esistenza per sè, l’io che è immediatamente
percepito come principio unico di una molteplicità di funzioni e di atti, in
cui manifesta la sua realtà. E le sostanze finite possono anche esser
considerate come pensieri di Dio, e quindi come atti di quest’Essere per sè per
eccellenza, purché però l’atto e la funzione di Dio siano intesi come tali che
il termine di essi abbia un essere almeno parzialmente indipendente e sia
fornito della capacità di esistere per sè, di spontaneità e di libertà. Appunto
queste proprietà degli esseri finiti rileva e illustra il De S. nel tentativo
di determinare cosi l’origine come il destino delle anime. L’origine dell’anima
la quale implica, per un lato, la produzione di qualcosa di nuovo e, per l’altro,
la conformità a un ordine di leggi immutabile, può, secondo il De S., esser
posta in rapporto con l’azione divina, purché questa s’intenda appunto come
sostrato reale in cui ha il suo sostegno quell’ordinamento di leggi, per il
quale, in date condizioni, nuovi fatti accadono o nuovi fini e valori vengono
realizzati. E poiché quell’ordinamento è eterno, anche delle anime può dirsi
che esistono ab aeterno, come principi potenziali, i quali aspettano che i
destini si maturino per poter divenire attuali. E una volta divenuti attuali, i
centri reali di vita e di coscienza sono, secondo il De S-, indistruttibili,
appunto in forza del pregio intrinseco che essi posseggono come sostanze: onde
l'affermazione dell’immortalità di tutte le anime. È innegabile, dunque, che
del problema metafisico per eccellenza SARLO presenta costantemente una
soluzione conforme, nei suoi principii fondamentali, al teismo e spiritualismo
tradizionale. Ma bisogna subito aggiungere che nella trattazione di questo
problema della realtà egli è sempre consapevole del carattere meramente
congetturale di quella soluzione, quantunque questa gli sembri meno inadatta
delle altre a dare dei fatti e della realtà conoscibile una certa quale
interpretazione sistematica. Egli non si nasconde mai le oscurità che si
oppongono alla piena intelligibilità dell’Assoluto: non dissimula le antinomie
tra le quali la ragione umana si dibatte ogni volta che pretende di dare della
realtà ultima una definizione esauriente. E’ troppo persuaso dello scarso
valore dimostrativo che possono avere le analogie in base alle quali noi
trasportiamo dal finito all’infinito o estendiamo da una ad altra sfera di
realtà i nostri concetti, perchè si possa credere che egli s’illuda sulla
portata effettiva di quelle ipotesi, anche se l’intimo convincimento suo della
preferibilità di quelle ad altre ipotesi dia talora alla sua trattazione un
tono che può parere alquanto dommatico. Le riserve prudenziali che spesso
interrompono la sua trattazione di tali problemi potrebbero anzi indurre a ritenere
ch’egli sia in fondo un agnostico in fatto di metafisica: ed egli non
disdegnerebbe certo questo epiteto, se per agnosticismo s’intende la
persuasione che il mistero dell’universo è e rimarrà ineluttabilmente un
mistero per la mente umana. Agnosticismo, che ben si concilia in lui con la
fede — questa, si, veramente dommatica nel senso migliore delia parola con la
fede sulla validità assoluta dei princìpi razionali, con l’affermazione che nel
fondo della realtà è la Ragione : si concilia, perchè, data appunto
l’ind'pendenza relativa delle coscienze finite dall’Essere assoluto di Dio,
possono da ognuna di quelle essere colti soltanto frammenti della razionalità
in cui questo si rivela come immanente all'universo. È uno dei caconi della
maniera di filosofare del De S. questo, che l’esigenza dell’unità, la quale è
essenziale alla ragione e si esprime nel suo grado più alto nella posizione del
problema metafisico, non può e non deve essere sodisfatta con l’eliminazione
delle differenze che la realtà presenti e la ragione stessa riconosca come
irriducibili, anche se non riesca poi facile o possibile alla mente umana
stabilire come questa molteplicità irreduttibile possa esser ricondotta o
comunque messa in relazione con quel principio reale di unità assoluta che è
Dio. Cito due esempi caratteristici, relativi al concetto fondamentale di
sostanza. Della sostanza, come s’è visto, noi abbiamo, secondo SARLO., una
conoscenza immediata nell’apprensione del nostro io, in quanto questo è un
essere per sè e si manifesta nei fatti psichici come in atti suoi, senza
esaurirsi in nessuno di essi. Da ciò parrebbe lecito dedurre che il mondo sia
costituito di sostanze omogenee, ossia di esseri che siano per sè come unità di
coscienza, anche se tra le varie sostanze si debba stabilire una differenza di
grado: parrebbe cioè giustificato il monismo spiritualistico. Invece il De S.
dedica due saggi ad una critica stringente di questa soluzione del problema
metafisico, che pur parrebbe la più conforme ai suoi supposti spiritualistici
(// monismo psichico e Sullo spiritualismo odierno, nel volume « Pensiero
Moderno »). È vero, egli dice, che tutto ciò che esiste, per il fatto che
esiste, agisce in una data maniera, e noi non possiamo rappresentarci codesta
attività che facendo uso di nozioni attinte alla nostra esperienza intima, e
che quindi in ultimo siamo sempre spinti a identificare l’esistenza con una
forma, per quanto attenuata, di psichicità. Ma l’analogia non deve far perdere
di vista le profonde differenze esistenti se non altro tra il modo di
comportarsi degli obietti e fatti costituenti la natura esterna e quello degli
esseri e processi psichici. Anzi, per il De S., a rigore non basterebbe opporre
al monismo, sia esso materialistico o immaterialistico, il dualismo : sarebbe
più logico parlare di pluralismo senza aggettivi, esprimente una pluralità di
energie e di attività tanto differenti tra loro,' che a rigore non possono
essere accomunate nè sotto la rubrica spirito né sotto qualsiasi altra rubrica.
Come e perchè esista quel dato numero di principii, cornee perchè esistano
quelli e non altri, non è possibile dire: è un fatto che va constatato, e non
si può e non si deve spiegare; come vanno indagate, constatate e descritte le
varie maniere di agire e reagire reciprocamente di questi vari esseri, ma non
si può presumere di spiegare, nel vero senso della parola, come e perchè si
stabilisca la connessione reciproca di tali esseri che sono esistenti per sè,
sebbene nelle maniere speciali di agire e reagire essi affermino e rivelino la
loro esistenza. Ma vi ha di più: la sostanza vivente e, più in particolare, la
sostanza psichica esiste ed agisce in quanto si sviluppa. Ora uno dei saggi più
penetranti del De S. (Il significato filosofico dell'evoluzione, nel volume Il
Pensiero) è dedicato all’analisi del concetto di evoluzione, ed è uno dei più
significativi per dimostrare come nella concezione metafisica del De S. si
conciliino un temperato razionalismo e un prudente agnosticismo. Il concetto di
evoluzione, lungi dall’essere — come vuole, ad es., l’hegelismo — un principio
esplicativo, e lungi dal dare un’espressione compiuta della realtà ultima, ha
bisogno esso stesso di venir reso intelligibile. E l’analisi critica di tal
concetto rivela la presenza in esso di vere e proprie contradizioni, che non
possono essere eliminate se non considerando lo sviluppo non già come il prius
della realtà, ma come qualcosa di accessorio e di secondario. Il processo
evolutivo, mentre implica necessariamente il tempo, esige l’illusorietà del tempo;
mentre vuol essere creazione, implica già la preesistenza del termine a cui
arriva; si può leggere in esso, almeno post factum, la rispondenza a un ordine
razionale, ma chi dice razionalità, dice estra- temporaneità. Ogni evoluzione
implica dunque qualcosa di assoluto, di perfetto, di stabile, che rappresenta
il principio vero dell’evoluzione. Ecco il risultato, positivo, certo, cui
conduce l’analisi del concetto di evoluzione: ma è una certezza che fa sorgere
nuovi interrogativi: allora, ci si domanda, come e perchè i reali concreti e
finiti sono cosi fatti da dover attuare i fini solo mediante il processo
evolutivo, come e perchè l’ordine si realizza per gradi e attraverso lo
sviluppo? Il che equivale a domandarsi come e perchè esistano esseri finiti che
si trovano con l’assoluto in quegli speciali rapporti. E a questi interrogativi
non è possibile rispondere: ed ecco come, conclude il De S., l’evoluzione è un
aspetto del « my- sterium magnurn » della realtà. Il problema dell’evoluzione
reale conduce al problema del tempo, e come questo resulta dalla connessione
del flusso con la permanenza, della successione con la durata, così
l’evoluzione poggia sul rapporto del divenire o variare con ciò che è
immutabile, permanente e eterno. Compito df;fa filosofia, dunque, di fronte al
problema più propriamente metafisico sembrerebbe essere, per SARLO, quello di
rendere chiare e in un certo senso acuire e dimostrare insuperabili, piuttosto
che superare, le difficoltà che quel problema offre alla mente umana; di illuminare
i limiti di essa, piuttosto che additarle un varco alla conoscenza piena
dell’Assoluto. Ma non è questo, per il De S., l’unico compito della filosofia:
o meglio, per assolvere questo stesso compito, per condurre la mer*e umana
appunto a queste posizioni che sono al margine del mistero, a queste che
possono dirsi frontiere della conoscenza umana, e per dimostrare che sono
frontiere invalicabili, la filosofia deve, secondo il De S., percorrere il
dominio stesso che innanzi alla conoscenza si stende, di qua da quelle
frontiere: ed è il dominio dell’esperieza nel senso più pieno e più ampio di
questa parola. Prima della dialettica trascendentale e quindi prima della
critica della ragion pratica con i suoi postulati, vi è e vi deve essere una «
Estetica » e una «Analitica», per servirci della terminologia usata da Kant, a
designare un atteggiamento di pensiero analogo, per questo rispetto, a quello
criticistico, anche se, come vedremo, muova da supposti e segua un.
procedimento e giunga a risultati profondamente diversi. L’attività filosofica
di SARLO ha avuto sempre, sin dalle sue prime manifestazioni, un’impronta di
positività, disdegnosa di ogni audacia speculativa, derivante così dalla tempra
del suo spirito come dalla sua educazione scientifica, oltre che dal
convincimento del valore nullo di ogni concezione che non sia un portato
necessario della critica della conoscenza positiva e non abbia quindi una larga
base empirica. Ma questo convincimento, si può dire, si è venuto in lui sempre
più radicando col maturarsi del suo pensiero, sino a divenire il motivo
fondamentale sempre più insistente del suo filosofare; sì che con questa
designazione appunto di filosofia dell'esperienza egli ama contrassegnare la
sua dottrina e il suo metodo, in recisa opposizione alla speculazione
idealistica dei neo hegeliani, che si è andata sempre più affermando in Italia.
Si direbbe che il diffondersi di quell’antiempirismo dialettico ch’egli
considera un vero « contagio » delle menti, l’abbia indotto ad accentuare
sempre più la necessità di ricorrere a cautele immunizzatrici, in un contatto
sempre più stretto, e più esclusivo, della filosofia col sapere empirico; di
ricondurre la filosofia, come in rifugio sicuro, in quei confini entro i quali
essa possa mantenere il carattere di scienza, essere, ai pari delle altre
scienze, un prodotto dei processi logici comuni della mente umana, anziché
l’espressione — mistica o lirica che sia, notevole quanto si voglia per novità
e originalità, ma non suscettibile d’una dimostrazione razionale —
l’espressione, dicevo, di una coscienza e quasi d’un temperamento individuale
traverso il quale la realtà si rifranga. E inaugurando, nello scorso ottobre,
l’ultimo Congresso italiano di filosofia a Firenze, giunse alle affermazioni
estreme che le attuali condizioni della cultura filosofica in Italia esigono un
più o meno lungo periodo di astinenza dall’alta speculazione, e che non il
problema filosofico, quello metafisico intorno alla natura della realtà ultima
e assoluta, ina / problemi filosofici particolari, o meglio questi prima e con
più fiducia e anzi con più sicurezza di successo che quello, e come condizione
per la stessa impostazione non che per ogni tentativo di soluzione di quello,
meritano di essere oggetto dell’indagine filosofica. Ma con ciò, si può
osservare, non è stato sacrificato proprio quello che è il carattere distintivo
del sapere filosofico rispetto alle scienze particolari, e che è appunto la
determinazione della relazione dei distinti, il riferimento della molteplicità
delle distinzioni a un principio unitario? SARLO risponde che la filosofia è
aspirazione alla unità dell’Essere, senza che perciò il filosofo debba
trasformarsi in un allucinato dell’unità. La varietà e la inconciliabilità dei
tentativi compiuti nella storia della filosofia per unificare i reali e-le
conoscenze e per dedurre la complessità dei fatti da un unico principio, sta a
dimostrare, secondo lui, che all’unificazione si giunge colmando con
l’immaginazione le lacune della conoscenza certa e dimostrabile. Gli si può
replicare con l’obiezione consueta, che la vanità di quei tentativi risulta
dall’aver cercato la unità nell’oggetto invece che nel soggetto, nella natura
(o in Dio, che è lo stesso) invece che nello Spirito. Ma il De S. ribatte che
anzi appunto attraverso quel riferimento degli oggetti al soggetto conoscente,
appunto attraverso quella unificazione, diremmo, metodologica e gnoseologica,
di tutto il reale nell’io — che è propria del sapere filosofico —, si rivela la
irriducibilità, diremo, ontologica degli oggetti e dei valori. Infatti, per il
De S., se da un lato la filosofia non può non scindersi in una molteplicità di
discipline, fondate su principii irriducibili (essere e valere, p. es.),
dall’altro lato queste hanno caratteri comuni, che valgano a fare di esse
appunto un unico gruppo, quello delle disciplini; filosofiche. E questi
caratteri comuni sono: I) determinazione dei concetti universali, attraverso i
quali la realtà può essere razionalizzata; 2) riferimento di tutta la realtà
allo spirito del soggetto, in cui e per cui l’esperienza in ogni sua forma si
costituisce. Due caratteri, questi, che sono per il De S. strettamente uniti e
come interdipendenti: perchè le idee universali — ossia le nozioni metafisiche
fondamentali — intanto assurgono a quel grado di fecondità per cui
rappresentano i mezzi di razionalizzazione della realtà, in quanto o sono il
risultato della giustii.jata estensione a tutta la realtà di concetti che
abbiamo direttamente appreso nella coscienza (sostanza, fine, causa), ovvero
sono il prodotto della riflessione sui modi in cui la realtà diviene
intelligibile e acquista consistenza nella mente umana. Lo spirito, in quanto
termine comune di riferimento di tutti gli elementi e fatti della realtà, viene
ad occupare una posizione centrale nel mondo, e la psicologia, come scienza
dello spirito, costituisce il terreno di incontro delle diverse discipline
filosofiche. Si è detto, la psicologia come scienza dello spirito : e di questa
determinazione v’è bisogno per non cadere nei facili equivoci cui può dar luogo
la parola psicologia o psicologismo. Già nei 1903, nel suo poderoso volume I
dati dell'esperienza psichica, il De S. insisteva sulla profonda differenza
esistente tra la psicologia come scienza empirica e la psicologia coinè scienza
filosofica. La prima, quale si è venuta costituendo negli ultimi decenni,
studia l’anima umana come un « obietto» tra gli altri obietti della natura, ha
aspetto e procedimento di una scienza naturale e non mira che alla spiegazione
causale dei fenomeni. Per essa la vita psichica è un complesso di « stati » di
coscienza: i quali, sì, implicano tutti una certa coscienza dell’io (in maniera
che per il De S. non è possibile una psicologia « senz’anima », anche se sia
psicologia empirica): ma il soggetto non è còlto, da questa, in funzione, ossia
nella sua attività tendente a determinati scopi. Si tratta di una
considerazione statico di dati, a cui il concetto di atto è necessariamente
estraneo; di una considerazione che tende a fissare i rapporti condizionali dei
vari ordini di stati psichici e a ridurre il complesso al semplice. La
psicologia empirica deve quindi limitarsi all’«analisi morfologica» della
coscienza, escludente qualunque funzionalità e quindi qualunque dinamismo. Ora
« lo spirito — dice Sarlo — non è una cosa tra le altre cose, ma è il mezzo di
rivelazione della realtà. Come tale lo spirito è universale: universalizza sè
stesso nelle sue funzioni ed universalizza per ciò stesso l’obietto a cui è
rivolta la sua attività ». Ecco perchè lo spirito può considerarsi come in una
posizione centrale rispetto a tutte le cose: e la scienza che lo studia, ossia
la psicologia come “ fisiologia „ dello spirito, è necessariamente scienza
filosofica. Nella considerazione funzionale dello spirito s’impone il concetto
di valore e quindi di fine. Le funzioni dello spirito mercè i loro atti
oggettivano i dati e stati soggettivi; perchè sono determinazioni che
qualificano, sì, il soggettò, ma lo qualificano in rapporto all’oggetto, e
danno quindi luogo a ciò che è universalmente valido, a quelli che sono i
valori oggettivi. La verità, il bene, il bello non sono dei dati o dei fatti:
sono degl’ideali, sono appunto valori, distinti da ogni altro valore unicamente
soggettivo per questo carattere, che sono forniti di una speciale necessità che
è la necessitàdi diritto ben diversa dalla necessità di fatto degli stati
psichici. Quest’ultima denota soltanto che uno stato è inevitabilmente
determinato, nella sua insorgenza, da certe condizioni, una volta che queste
siano date, cioè siano determinate da altre condizioni, e così via; denota cioè
che uno stato o un fatto psichico ha sempre la sua ragione d’essere in altro.
Ma è indifferente al valore di quello stesso stato o fatto, se per valore
s’intende ciò che ha la ragion d’essere in sè e non in altro ossia un valore
incondizionato e assoluto, ciò che deve essere anche se le condizioni
dell’essere non sussistano e quindi la realtà non sia ad esso adeguata. La
necessità psicologica abbraccia indifferentemente nella sua spiegazione così il
valore come il disvalore, così il vero, il bello, il bene, come l’errore, il
brutto, il male. Una tale distinzione di valore, come distinzione obiettiva e
universale, non si può avere se non mediante il riferimento alle leggi
costitutive delle funzioni originarie ed essenziali dello spirito, leggi non
meccaniche, superiori anzi al meccanismo psichico, perchè essenzialmente
teleologiche, indicanti cioè la maniera in cui quelle funzioni agiscono ogni
volta che raggiungono il termine che è costitutivo della loro natura
spirituale, leggi rivelanti la loro natura attraverso una forma di evidenza che
è indizio della loro necessità e universalità. Le leggi logiche e gnoseologiche
definiscono la natura del pensiero, le leggi etiche quelle della volontà, le
leggi estetiche quelle della fantasia. Sono principii o assiomi i quali
significano che il pensiero, il volere e la fantasia in tanto meritano
veramente questo nome e in tanto raggiungiamo il termine che ad esse è proprio,
in quanto si esplicano nel senso indicato da quelle leggi piuttosto che in
altro senso. La distinzione tra psicologia empirica, come scienza dell’anima —
morfologica, naturalistica e la psicologia come scienza dello spirito —
funzionale e filosofica, così nettamente affermata dal De S. nell’opera su
citata del 1903, è forse stata successivamente attenuata in altri scritti, nel
senso che, a suo giudizio, la conoscenza del meccanismo psichico risulta utile
alla determinazione dei modi in cui lo spirito si eleve al di sopra di esso r e
reciprocamente la conoscenza dei fini dello spirito è indispensabile per
l’apprensione esatta del meccanismo che serve di mezzo al raggiungimento di
t'°i. Ma l’attenuazione si riferisce ai rapporti tra le due considerazioni
dell’anima e non elimina con ciò la distinzione. E comunque il De S. non ha mai
cessato di differenziare nettamente ed energicamente il suo psicologismo da
quello naturalistico, che considera i valori dello spirito come « o
applicazioni di leggi psicologiche già operative in altre direzioni, ovvero
particolari, originarie manifestazioni dell’attività psichica, le quali però
attingono il loro significato dall’essere effetti necessari di certe cause
psichiche o risultati inevitabili di processi mentali naturali, e non già dal
rispondere a certi fini od esigenze valide anche se non mai realizzate». Si
leggano specialmente, in proposito, i saggi Lo psicologismo nelle sue
principali forme (nel voi. < Pensiero Moderno »), Vecchia e nuova
psicologia, La psicologia e le scienze normative, e La classificazione dei
fatti psichici (nel I voi. di « Psicologia e Filosofia »). Lo psicologismo di
SARLO . non è dunque naturalismo, ma non è neppure immanentismo: offre anzi a
lui il mezzo per affermare e dimostrare, contro ogni forma d’idealismo
immanentistico, il suo realismo gnoseologico. Se nella determinazione di ciò
che è l’essere e, in genere, di ciò che è oggetto di conoscenza, il De S.
ritiene di dovere attenersi ai criteri generali su esposti del suo
psicologismo, non è già perchè egli ritenga che la psiche e i processi psichici
costituiscano la stessa realtà, anzi lo stesso essere, ma è solo in
considerazione delle prerogative che, in ordine alla conoscenza, sono proprie
dell’esperienza psichica di fronte ad ogni altra forma di esperienza. E queste
prerogative sono due: 1) innanzi tutto la così detta esperienza estèrna si
rivela e acquista consistenza sempre attraverso l'interna, perchè ciò che è
direttamente percepito, anche in quelli che sono comunemente detti oggetti
esterni, è sempre il contenuto d’un atto psichico; l’esperienza interna
presenta la nota dell’evidenza (evidenza di fatto) derivante dalla coincidenza
del percepire col percepito; e perciò l’esperienza psichica rappresenta il vero
fondamento per la constatazione di qualunque esistenza reale, e quindi di ogni
sapere empirico. 2) In secondo luogo, l’esperienza psichica è il solo tramite
attraverso il quale tutto ciò che è (reale o pensabile che sia), l’essere in
generale ci si può rivelare. L’io distinguendosi da tutta la realtà traspare a
sè medesimo, e insieme tutta la realtà diviene trasparente attraverso di esso.
Nulla esiste che sia propriamente nell’io, tranne l’io stesso, e insieme, in un
certo senso, nulla di cui si può discorrere esiste al di fuori dell’io, perchè
la cosa, per essere affermata e riconosciuta, deve in qualche maniera esser
presente alla coscienza. In questo consiste ciò che si può chiamare funzione
rappresentativa della mente. Ma proprio da questo carattere essenziale alla
mente il De S. deriva la necessità di affermare la trascendenza dell’oggetto
rispetto alla mente che lo afferma e lo pone. Noi, egli dice, arriviamo, è
vero, al concetto di essere e di obietto solo mediante la riflessione sull’atto
di riconoscimento: ma questo in tanto è tale, in quanto è provocato da qualcosa
di diverso da sè. La mente, non contenendo la realtà come tale, nè
identificandosi con essa, non può giungervi se non attraverso qualcosa che
rappresenti o sostituisca la realtà medesima. Le rappresentazioni mentali
forniscono i segni in base a cui l’intelletto costituisce la realtà. La realtà,
si può anche dire che sia « percipi « e « intelligi », purché con ciò non si
voglia significare che l’essere si esaurisca nel fatto di essere percepito e
inteso, ma solo che non si ha modo di definire quest’essere prescindendo dalle
sue rivelazioni nella coscienza individuale. La conoscenza vale sempre per
altro, si riferisce sempre ad altro. Non che si tratti di una specie di
corrispondenza tra l’obietto trascendente e la rappresentazione mentale — come
grossolanamente si ritiene da molti critici di tale concezione —, quasi fosse
ammissibile un’apprensione dell’oggetto qual’è in sé al di fuori della
coscienza e quindi un confronto tra la Cosa e 1 idea- L affermazione della
trascendenza è imposta dal bisogno di dare un senso alla funzione conoscitiva
qual’è còlta in atto, al fatto conoscitivo nel suo significato e
nell’intendimento che lo anima. Certo, per il De S., non si deve con Jiò
pregiudicare la soluzione del problema metafisico della costituzioile intima
della realtà ultima. La metafisica può anche giungere alla conclusione che la
realtà, divelta da qualsiasi rapporto con la coscienza, è un non senso, che
tutto ciò che esiste, esiste in quanto è connesso con una coscienza. Ma questo
rapporto metafisico non può essere identificato col rapporto gnoseologico tra
obbietto e coscienza in quanto conoscente. La coscienza nel riferimento alla
quale può farsi consistere la realtà di tutto ciò che è, non è certo la
coscienza individuale del soggetto che conosce questa realtà e la conosce
riferendola a sé come altro da sè: anche quando si sia ridotta metafisicamente
la realtà a coscienza, tale coscienza rispetto al soggetto conoscente, a questo
o quel soggetto, è sempre un reale, un oggetto, è sempre appresa da esso come
altro da sè. Il quale ultimo punto non potrebbe essere negato se ì.'in
dimostrando che la distinzione delle singole coscienze è illusoria e che i
rapporti tra gli obietti costituenti l’universo sono identici ai rapporti tra i
fatti psichici di ciascuno. Questa dimostrazione, per il De S., non può essere
data: e ne vedremo il perchè, tra poco, a proposito della natura del soggetto
come reale. E, comunque, allo stesso modo che la soluzione del problema
gnoseologico non deve accogliersi come tale da contenere o assorbire in sè la
soluzione del problema metafisico, cosi questa — che, d’altronde, può essere
solo punto d’arrivo dell’indagine filosofica, e irta, come s’è già detto, di
difficoltà e oscurità d’c^ni sorta —, non può e non deve pregiudicare la soluzione
del problema gnoseologico, sino a eliminare ciò che è costitutivo del fatto
della conoscenza, la dualità di soggetto e oggetto. L’esperienza psichica —
l’abbiamo già detto — è, per il De S., costituita di atti : e perciò anche il
pensiero è atto. Ma chi dice atto, dice qualcosa che accade nel tempo, qualcosa
che sorge e si dilegua in un determinato punto della durata. E allora, secondo
il De S., non si può sfuggire a questo quesito: se tutta l’esperienza psichica
si risolve in un complesso di atti e se in conseguenza tutto ciò che può essere
conosciuto non lo può che attraverso atti, come é possibile arrivare al
concetto di ciò che non è atto, al concetto, poniamo, di una relazione
universale e necessaria tra idee, com'è possibile arrivare al concetto del
mondo della pensabilità, che esclude qualsiasi elemento di efficienza, di
azione reale, e che non è nel tempo? Appunto per rispondere a questo quesito,
occorre negare l’immanenza o l’inclusione dell’oggetto nell’atto psichico
corrispondente. Mentre vi sono contenuti di coscienza i quali si moltiplicano
come si moltiplicano i centri di coscienza, ve ne sono altri che, pur essendo
in speciale rapporto con i primi, rimangono unici e anzi non sono concepibili
che come unici. E anche quando agli obietti in quanto parvenze non è
attribuibile nessuna consistenza reale, non è lecito affermare che essi si
identifichino con gli atti stessi, giacché anche in tali casi è sempre
necessario presupporre ddle condizioni indipendenti atte a provocare
l’esplicazione dell’attività psichica riconosciuta poi come illusoria.
L’esistenza di siffatte condizioni è un presupposto ineliminabile : o
l’attività psichica ch’esse hanno provocata è adeguata alle condizioni
medesime, e allora si è autorizzati a identificarle con obietti reali, aventi
un’esistenza indipendente; o tale esplicazione è inadeguata, e allora s’impone
la necessità di ricercare quale forma di realtà e di esistenza possa essere
attribuita a quelle condizioni. Ma come si può decidere se vi sia o no
adeguazione dell’atto all’oggetto? Qui il De S. insiste sulla distinzione tra i
due ordini di oggetti conoscibili: gli obietti concreti e individuali (con le
loro qualità) da una parte, e gli elementi ideali o intelligibili, dall’altra.
L’esistenza è fornita sempre dall’esperienza: o è dato sensoriale, o è dato
della coscienza, e non può non occupare tempo ; l’intelligibile, invece, è
sempre formulabile per mezzo di un rapporto o di un complesso di rapporti, ed è
estraneo alle vicende del tempo. E il fondamento della cognizione, in rapporto
a questi due ordini di obietti, è da un lato la percezione dei fatti psichici e
di ciò che è relativo ad essi, e dall’altro la conoscenza di certi principii e
assiomi costituenti come l’ossatura della ragione; da un lato, cioè, l’evidenza
di fatto, fornita, come si è già accennato, dalla diretta esperienza che
abbiamo di noi stessi, e, dall’altro, la necessità razionale, qual’è còlta nei
principii logici. Questa distinzipne, però, non è da intendere, secondo il De
S., nel senso che l’apprensione dell’esistente e della sua qualità possa farsi
indipendentemente dal pensiero logico. Il fatto individuale non è
caratterizzabile che mediante nozioni universali; e 1 intelligibile, se può
essere considerato per sè (astratto) solo per opera della mente, è tanto
intimamente connesso (consubstanziale) con resistente, col puro fatto, che
questo non può formare oggetto di conoscenza se non per ciò che contiene di
inttj ligibile. È il pensiero che deve in certo modo investire di sè i
dati'dell’esperienza psichica per og- gettivarli affermandoli, facendone cioè
termini di atti giudicativi, e trasformarli così in reali conosciuti. Più in
particolare, è il pensiero che fa di quella sfera dell’esperienza psichica che
è la sensibilità, il tramite di una realtà trascendente la coscienza, e fa
delle qualità sensoriali non soltanto contenuti psichici — aventi la realtà
stessa di altri contenuti psichici, come sentimenti, volizioni ecc., aventi
cioè resistenza che è propria degli stati o atti di quel prototipo di realtà
individuale che è l’io —, ma fenomeni d’una realtà trascendente. Il pensiero
pone e risolve il problema della realtà di un correlato obiettivo delle q alità
sensoriali, in quanto da un Iato queste non sono meri contenuti di coscienza o
creazione del soggetto — come dimostrano la coerenza e permanenza che presenta
l’esperienza sensibile e le variazioni a cui questa può andar soggetta
indipendentemente da qualsiasi rapporto con la coscienza individuale — ; e
dall’altro lato non sono cose in sè — come dimostra la loro relatività alle
condizioni subiettive, per cui è impossibile dire chiaramente in che cosa
consistano, per sè prese. D’onde risulta che esse hanno una forma di esistenza
speciale che è appunto l’essere proprio dei fenomeni. Ora questo correlato
obiettivo delle qualità sensoriali può essere raggiunto solo per opera del
pensiero e non è determinabile nei suoi tratti essenziali che in base ai
principii razionali. Il pensiero rappresenta, pertanto, il solo mezzo per
distinguere l’apparenza dalla realtà, anzi il solo mezzo per attribuire un
significato a tale distinzione. Le parvenze sensoriali, i puri fenomeni e le
forme intuitive dello spazio e del tempo non possono non essere constatati, e
quindi come pseudo-esistenze, non possono non divenire obietti di conoscenze
immediate, nella forma di giudizi percettivi (pensiero tetico, immediato,
concreto). E quando i dati così affermati si trovino in contrasto col sistema
delle conoscenze organizzate intorno ai principii razionali, il pensiero medesimo
è chiamato a decidere in ultima istanza su ciò che va affermato come reale e
ciò che va riguardato come apparenza, è chiamato a decidere intorno
all’obbiettivo e al subbiettivo. Se già l’esistenza come tale esige, secondo il
De S., l’intervento del pensiero logico, s’intende che anche l’essenza del
reale non possa, e con più forte ragione, esser determinata che dal pensiero.
Essa consiste in relazioni, nelle quali la mente traduce ciò che dapprima è
soltanto sperimentato e vissuto (somiglianza e differenza, nesso di dipendenza,
rapporti quantitativi, rapporti di azione e passione, rapporti spaziali e
temporali atti a fornire le coordinate per l’individuazione). L’intelligibile,
distrigato dal reale per mezzo dei processi intellettivi, finisce per assumere
l’ufficio di segno rispetto a ciò che è posto come indipendente dal soggetto e
come sussistente. E il progressivo sviluppo della conoscenza è determinato dal
bisogno di fissare ciò che nella realtà vi ha di conforme alla ragione e quindi
di assimilabile da essa mediante la traduzione della realtà stessa in rapporti
razionali. La credenza che l’obietto sia sempre risolubile in elementi
intellettuali è il presupposto e anzi l’anima di qualsiasi conoscenza. La
realtà esistente, dunque, non può essere posta che dal pensiero in quanto
giudizio tetico; e non può essere conosciuta nella sua struttura se non nella
misura in cui il pensiero la traduce in un complesso di rapporti intelligibili.
Ma — e con ciò Sarlo riafferma il carattere nettamente realistico del suo razionalismo
— i termini di questi rapporti e il contenuto di quelle « tesi » non sono
risolvibili in pensiero.Vi è sempre distinzione, secondo il De S., tra lo
sperimentare e il pensare, nel senso che quello non è derivabile da questo,
anche se non possa divenire sperimentare «obiettivo », e quindi conoscere, che
per mezzo dell’attività del pensiero; vi è distinzione tra il pensiero come
oggetto di conoscenza, come pensabile o pensato, e il pensiero come attività
d’un soggetto, volta a raggiungere la verità — sia questa un dato di fatto o
un’idea —, come pensiero pensante. È questa la natura dei rapporti, il cui
complesso costituisce la pensabilità del reale: da un lato essi sono il
risultato di atti (riferimento) compiuti dal soggetto, sì che, come tali, parrebbero
immanenti a una mente e quindi il prodotto di un soggetto. Ma dall’altra parte
non sono posti arbitrariamente; sono, più che suggeriti, imposti da esigenze
obiettive. Nè l’inlelligibiiità dei rapporti viene ad essere facilitata dal
riferimento di essi ad una Mente universale. Con ciò i rapporti vengono
consideratifcome creazione arbitraria di tale Mente ? E allora ogni analogia di
questa con la mente umana verrebbe ad essere cancellata, e il ricorso ad essa
diverrebbe inutile allo scopo. Vengono, invece, i rapporti considerati come
espressione di una necessità intrinseca alla natura delle cose? E allora la
Mente universale non è che il nome per esprimere la coerenza logica,
l'intelligibilità nel suo aspetto obiettivo; i»/telligibilità che può condurre
la mente ad ammettere un’Intelligenz.l! assoluta, senza che però questa sia
assunta a principio esplicativo della razionalità: la razionalità vale per sè,
indipendentemente dall’essere insidente in una mente. Quel che noi possiamo
dire, conclude in proposito il De S. t è che i rapporti, quali possono essere
studiati dall’intelletto finito individuale, suppongono obietti (termini) nella
cui proprietà hanno il loro fondamento, e che le relazioni, realizzate in
questa o quella coscienza mediante gli atti di riferimento, sono il riflesso
delle relazioni obiettive. Il problema gnoseologico, s’è visto, non può,
secondo il De S., essere convenientemente trattato se non quando si tenga
presente che il soggetto a cui, nel fatto conoscitiva, vien riferito l’oggetto,
è il soggetto individuale; e la soluzione réalistica ch’egli ha dato al
problema potrebbe essere compromessa esclusivamente nel caso che si fosse
riusciti a dimostrare, in sede metafisica, non solo che la realtà non può esser
resa intelligibile che quando sia considerata come il pensiero di una Mente
Universale, ma anche che la distinzione delle coscienze individuali tra loro e
dalla Mente Universale sia illusoria. La dimostrazione di questo secondo punto
è per il De S. impossibile. Intanto l’aver riconosciuto che l’esperienza
psichica è costituita essenzialmente di atti, non significa per il De S.
affermare che il soggetto dell’esperienza psichica si risolve in null’altro che
in un complesso di atti. È il concetto e l’esperienza stessa di atto che rinvia
per necessità al concetto di soggetto come di un reale distinto da ogni altro
reale e quindi da ogni altro soggetto. Certo, non è possibile determinare la
natura del soggetto (unità reale) senza riferirsi agli atti ch’esso compie: ma
alla variabilità degli atti non corrisponde la variabilità dell’unità del
soggetto. L’individuo non può non aver coscienza di essere in rapporto con
altro da sè per mezzo di atti da sè stesso compiuti; ma se esso non
distinguesse sè (come principio degii atti) dagli atti stessi, e questi dagli
obietti a cui gli atti sono rivolti, non potrebbe parlare di atti suoi
numericamente distinti da quelli degli altri individui. Inoltre il soggetto si
fa, si crea con i suoi atti, ma perchè possa farsi e crearsi, occorre che vi
sia un principio reale, un dato iniziale e quindi qualcosa di già fatto. La
creazione non è ex nihilo; e la stessa potenzialità o capacità è concepibile
soltanto come inerente a qualcosa di attuale, come funzione possibile di un
essere. Non può, dunque, la coscienza essere ridotta al mero complesso degli
atti e fatti psichici. Ma non può neppure, d’altra parte, — sostiene il De S.,
confutando in svariatissime occasioni la tesi idealistica —, non può neppure
essere ridotta a una mera equazione di pensante e pensato, alla pura relazione
formale d’identità tra conoscente e conosciuto. L’idealismo afferma che la
suicoscienza è il grado supremo dell’evoluzione d’un principio ideale, d’una
legge, d’un universale; quello in cui la realtà, che negli stadi inferiori si
presenta come scissa dall’idea, come essere distinto dal pensiero, come oggetto
opposto al soggetto, rivela invece la sua più intima natura, che è appunto
unità e identità di soggettivo e di oggettivo, di pensante e di pensato, di
essere e di pensiero. Quest’affermazione è per il De S. risultato d’una
confusione derivante dal significato equivoco EQUIVOCO GRICE della parola
coscienza. Quando si parla di coscienza e di suicoscienza, egli dice, bisogna
distinguere tra la suicoscienza vera e propria, fondata sulla capacità che ha
l’io di ripiegarsi su se stesso e di percepire il complesso dei fatti psichici
come incentrantisi in un punto; e la coscienza, in senso largo, come
espressione dello speciale rapporto che può esistere tra l’oggetto e l’io come
conoscente. Quanto alla prima, l’equazione di pensiero e di pensato non è che
l’espressione, in termini intellettuali, d’una esperienza vissuta sui generis,
di un fatto che può essere indicato ma non definito, perchè per sè preso
oltrepassa il pensiero, e non può assumere carattere di necessità razionale. E
quanto alla seconda, la identificazione dei due termini del rapporto
conoscitivo non può ottenersi se non sostituendo all’io empirico il cosi detto
io universale o coscienza in generale o io trascendentale. Ma osserva il De S.,
o con ciò s’intende quello che è comune alle menti individuali ; e allora non
si vede come si possa distinguere il soggettivo psicologico dal soggettivo
gnoseologico. 0 s’intende qualcosa che vale indipendentemente da questa o
quella coscienza empirica, che esprime il modo come lo spirito deve operare
perchè sia veramente tale, le esigenze dell’intelligibilità significanti veri e
propri compiti impditi da ciò che è indipendente dal soggetto; e allora non v’è
più ragione di parlare di io, di soggetto, quando la soggettività si è
identificata/con la razionalità, con l’intelligibilità, che è anzi l 'oggetto
della conoscenza e del pensiero pensante. Ma da tale concezione della coscienza
come di categoria delle categorie, questo solo, secondo il De S., si ricava,
che la realtà in tanto può essere conosciuta ed essere compenetrata dal
pensiero, in quanto è concepita essa tessa come implicante pensiero. Il che poi
significa che la realtà è fcosì fatta da imporre certe esigenze alla mente
individuale, ossia che nell’obietto vi è qualcosa atto a provocare il
riconoscimento. Ma il passaggio dalla intelligibilità in quanto esigenza del
riconoscimento da parte del soggetto, alla riduzione della realtà a un processo
di autocoscienza, all’affermazione che nella realtà stessa non si trovi niente
di più di ciò che è in noi stessi quando giungiamo a identificarci e a
riconoscerci, non è affatto giustificato. L’autocoscienza, piuttosto, è già nel
fondo della realtà, indipendentemente da noi: non è dunque l’autocoscienza,
quale si presenta negli individui singoli, l’espressione genuina e compiuta
della realtà. Nè vale ammettere l’autocoscienza come potenzialmente esistente
ab aeterno e attuantesi poi negli individui: si riaffaccia allora quella
suprema difficoltà contro cui, come già si è accennato, urta sempre il pensiero
umano, la difficoltà d’intendereA:ome da ciò che è puramente pensabile, ideale,
estratemporaneo, uno, si passi a ciò che è reale, attuale, temporaneo,
contingente, diverso, mutevole. Non è possibile considerare soggetti molteplici
che sono nel tempo e hanno uno sviluppo e sono direttamente impenetrabili e
incomunicabili, come determinazioni, differenziazioni o sezioni dell’Uno, sol
perchè essi hanno il potere di superarci limiti del tempo idealmente e di elevarsi
al mondo della pura razionalità. E una riprova di questo è l’esistenza
dell’errore logico, etico, estetico che dimostra, come già si è visto, la
possibilità d’una discrepanza fra le funzioni psichiche e le categorie o
principii ideali, di qualunque ordine siano, tra la necessità psicologica e
quella deontologica. Questa distinzione tra la necessità di fatto e la
necessità di diritto, tra ciò che è ed è per opera di un soggetto reale e quel
che dovrebbe essere in virtù di principii razionali, è il presupposto da cui, è
naturale, muove più particolarmente il De S., nelle sue indagini di etica (per
cui v. specialmente VAttività pratica e la coscienza morate e i Principii di
scienza etica). Per lui tutta la vita morale ha il suo fondamento in certi
principii valutativi che si rivelano alla coscienza come forniti d’evidenza
immediata analoga a quella logica: veri e propri assiomi morali, la cui azione
pervade le particolari contingenze della vita pratica. Compiti dell’Etica sono
perciò questi: a) determinare la natura del- Vevidenza pratica (necessità e
universalità) e- il contenuto di queste condizioni essenziali nella vita morale
(e per il De S. tali principii si riducono a quelli della dignità e della
perfezione personale, della giustizia e della benevolenza); — b) porre in luce
lo svolgimento storico di tali principii, in quanto, pur essendo stati sempre
operativi, hanno dispiegato variamente la loro efficacia in relazione con il
variare delle condizioni della civiltà; — c) considerare tutte le istituzioni —
per qualunque via primamente sorte — alla luce degl’ideali etici, come organi
dell’attuazione di essi. II De S., nella trattazione di questi problemi,
afferma l’autonomia dello spirito nel senso che il soggetto è tratto dalla sua
stessa natura a dare l’assentimento a principii superiori al suo io empirico.
Egli quindi ammette una forma di esperienza morale specifica e distinta da ogni
altra forma di esperienza spirituale, scientifica, estetica, religiosa ecc. La
specificità di questa esperienza è la condizione che rende possibile una
scienza etica: della quale egli insiste nel rivendicare l’autonomia e la
priorità rispetto a qualsiasi concezione propriamente metafisica. La Metafisica
ha nell’etica una delle sue basi più solide — e a tal principio è ispirato,
come abbiamo visto, tutto il volume del De Sarlo "Metafisica, Scienza e
Moralità „ — ; ma nessuna teoria morale può, secondo lui, essere costruita alla
luce di una determinata concezione generale dell’universo, piuttosto che sulla
base dell’analisi dell’esperienza morale. Come si vede, di fronte al problema
etico il De S. mantiene fermo quello stesso atteggiamento — che abbiamo più
particolarmente illustrato a proposito del problema gnoseologico — di stretta
aderenza all’esperienza, come tramite traverso il quale soltanto ci si rivela
nella sua efficienza e nella pienezza del suo contenuto ciò è che universale e
razionalmente necessario. A coloro che trovassero troppo modesto il compito
cosi assegnato alla filosofia, il De S opporrebbe volentieri le parole che Kant
scrisse all’indirizzo dei «metafisici» del suo tempo: «Il nostro disegno può
mirare a costruire una torre alta fino al cielo: ma il materiale è appena
sufficiente per una casa, spaziosa tuttavia abbastanza per le occupazioni
nostre sul piano dell’esperienza e alta a sufficienza per abbracciare questa
d’uno sguardo ». E comunque « le alte torri e i grandi metafisici simili ad
esse, intorno a cui (sia le une che gli altri) generalmente spira molto vento,
non sono fatti Der me. Il mio posto è la feconda bassura dell’esperienza. SAGGI
DI FILOSOFIA La Vecchia e la Nuova Frenologia. La nozione di Legge L’origine
delle tendenze immorali. Il senso muscolare. L’ohbietto della Psicologia
fisiologica. La filosofia dell’attività : Paulsen. TORINO CLAUSEN Roma.
Tipografia di G. Balbi Via Mercede. La vecchia e la mura Frenologia Fatto
psichico e fatto fisiologico o fisico sono denoaminazioni esatte, precise e
intelligibili, meglio che le parole spirito e corpo, le quali, come già ebbe a
notare il Renouvier, peccano per la loro indeterminatezza e pre.suppongono già
un’opinione formata sulla natura del sostrato dei fatti psichici e di quelli
fisiologici. La distinzione tra detti fatti porta con sè la ricerca della
relazione esistente tra loro: nè può essere altrimenti, data l’intima
connessione di entrambi. Non deve quindi far meraviglia se da vari punti di
vista, sia stata indagata tale relazione e mentre dapprima sì fissò
l’attenzione sull'azione che lo spirito in genere può esercitare sul ‘corpo
preso nel suo insieme e viceversa questo su quello, negli ultimi tempi in
seguito al progresso delle scienze positive e della critica della conoscenza si
è badato massimamente alla relazione tra singoli fatti psichici e de‘terminati
fatti e processi fisici (1). In ogni modo la relazione esistente tra l’anima e
il corpo può formare oggetto d'indagine da due diversi Chi voglia avere un
esatto, comunque riassuntivo, ragguaglio .delle varie maniere con cui
successivamente è stato considerato dai filosofi, il rapporto tra spirito e
corpo, può consultare il volume del Bain L'esprit et le corps. Paris, Germer et
Bailliére. LA VECCHIA E LA NUOVA FRENOLOGIA punti di vista: i° Si può
considerare il rapporto esistente tra determinati stati di tutto il corpo coi
suoi vari organi e dati fatti psichici, si può in altri termini considerare
l'azione che il fisico esercita sul morale e viceversa il morale sul fisico:
esempi di tale trattazione ci vengono forniti dai classici lavori del Cabanis e
dell’Hack Tuke; 2° si può limitare l’indagiue al rapporto esistente tra il
fatto psichico e la corrispondente variazione dell'organo rivelato
dall'esperienza in precipna connessione colla psiche (sistema nervoso). La
prima indagine non ha interesse. particolare e decisivo per la soluzione del
problema filosofico concernente la natura dello spirito : ed infatti l’azione
reciproca, come si dice, tra fisico e morale non è negata da nessuno in tesi
generale, comunque: possa essere variamente interpretata, ed aggiungeremo che
le descrizioni che di quella possediamo sono pressochè complete e definitive.
Per l'opposto la seconda indagine riguardante il rapporto tra sistema nervoso e
fatti spirituali non solo costituisce un elemento importante per poter
risolvere il problema capitale della psicologia che è quello della natura e del
modo di esplicarsi dell’attività spirituale, ma è causa delle maggiori
discrepanze tra i vari filosofi. È nostro intento di fermarci appunto su questa
seconda indagine per vedere se nello stato attuale della fisiologia e della psicologia
sia possibile venire ad una soluzione definitiva e razionale. Bisogna risalire
al secolo XVII per trovarele prime indagini fatte allo scopo di cogliere il
rapporto esistente tra il cervello e l’anima: e ciò sì comprende dileggieri, se
si pone mente al risveglio delle scienze naturali caratteristico di quel tempo:
già il sistema copernicano aveva portato una trasformazione nelle idee generali
riflettenti l'universo; la meccanica aveva ricevuto da Galilei ‘una base
solida, donde la tendenza a ridurre i fenomeni fisici a fenomeni meccanici; e
Harvey colla scoverta della -circolazione sanguigna aveva presentato il
principale motore della vita, il cuore, come una pompa aspirante e premente.
Non è quindi a far meraviglia se agli occhi di Cartesio, il quale cercò di
formare un sistema completo delle cognizioni naturali del suo tempo, la natura
.sî sia presentata sotto l'aspetto meccanico, il corpo animale come una
macchina naturale e il cervello come un congegno atto a contenere in un dato
punto l’anima -di natura semplice ed inestesa. Non bisogna però credere che
prima del XVII secolo non fosse stata messa in alcun modo in chiaro la
connessione esistente tra il cervello e l’anima: non poteva non fermare
l’attenzione di chiunque il fatto per sé ovvio che animali sd uomini, dopo aver
ricevuto una lesione al cervello, mostrano un mutamento notevole nelle loro
condizioni psichiche, C’è stato chi è arrivato a Democrito, Eraclito, Areteo,
Ippocrate, ecc., i quali avrebbero fissato in astratto che ad ogni manifestazione
e modificazione della natura corrispondesse una pacticolare organizzazione
cerebrale. Aristotele nel :onfrontare la intelligenza deli'uomo con quella
degli animali, vedendo nell’uomo la testa più piccola che negli altri animali,
ne inferì che fra gli uomini la intelligenza è in ragione del minor volume del
capo. Gregorig Nisseno faceva il seguente paragone del cervello umano: È una
città, in cui tante strade di andata e ritorno pegli abitanti non fanno
confusione, perché ciascuna ha il suo punto di partenza e di arrivo determinato
. È un antichissimo accenno alla divisione delle funzioni. Ma le prime ricerche
sperimentali che si conosca essersi fatte sul cervello umano, sono di Galeno,
il quale disse che la forma del cerebro era quale con‘viene, e quale sarebbe
se, prendendo una palla di cera in forma rotonda perfetta, la si premesse
leggermente ai lati per modo che rse-atasse la fronte e la calotta con un po’
di gobba. In conseguenza colui big isdihy SAGGI DI FILOSOFIA. La Vecchia e la
Nuova Frenologia. La nozione di Legge. L’origine delle tendenze immorali. Il
senso muscolare. L’ohbietto della Psicologia fisiologica. La filosofia
dell’attività: Paulsen. TORINO CLAUSEN Roma, Tipogratia di G. Bulbi. Via
Mercede La vecchia e Ta nova Freologa. Fatto psichico e fatto fisiologico o
fisico sono denominazioni esatte, precise e intelligibili, meglio che le parole
spirito e corpo, le quali, come già ebbe a notare il Renouvier, peccano per la
loro indeterminatezza e pre.suppongono già un'opinione formata sulla natura del
sostrato dei fatti psichici e di quelli fisiologici. La distinzione tra detti
fatti porta con sè la ricerca della relazione esistente tra loro: nè può essere
altrimenti, data l'intima connessione di entrambi. Non deve quindi far
meraviglia se da vari punti di vista, sia stata indagata tale relazione e
mentre dapprima sì fissò l’attenzione sull'azione che lo spirito in genere può
esercitare sul corpo preso nel suo insieme e viceversa questo su quello, negli
ultimi tempi in seguito al progresso delle scienze positive e della critica
della conoscenza si è badato massimamente alla relazione tra singoli fatti
psichici e determinati fatti e processi fisici. In ogni modo la relazione
esistente tra l’anima e il -corpo può formare oggetto d'indagine da due diversi
Chi voglia avere un esatto, comunque riassuntivo, ragguaglio delle varie
maniere con cui successivamente è stato considerato dai filosofi, il rapporto
tra spirito e corpo, può consultare il volume del Bain L'esprit et le corps.
Paris, Germer et Baillière essere adempiute con scrupolo nei loro più minuti
particolari. Se nou che tutto questo, a dire il vero, piuttosto che ai tempi
primitivi dell'umanità si riferisce a quelli in cui gli uomini si sono già
organizzati in gruppi più o meno vasti con capi politici e religiosi. Questi
capi sì finsero o si credettero effettivamente ispirati da esseri
sovrannaturali e legiferarono: e le loro leggi furono varie secondo le
condizioni dei popoli e i criteri politici e religiosi, dai quali i detti capi
furono guidati. Riassumendo, nell’inizio, in qualsiasi aggregazione umana non
esiste dritto nè legge nel vero significato della parola’ ma bisogni umani che
possono essere sentiti e riconosciuti di necessaria soddisfazione. Se per
comune volontà la soddistazione di quei bisogni con talune modalità o limiti
riconosciuta legittima, viene conseguita, si hanno allora alcune consuetudini
che non possono a rigore dirsi giuridiche, perchè manca un potere tutelatore,
ma preparano l’apparizione delle forme giuridiche, dei dritti, iniziando la
trasformazione dei rapporti bio-etici in rapporti giuridici. Se poi quelle
consuetudini si formano sotto la direzione di colui che sta a capo
dell'associazione, allora esse meritano il nome dì giaridiche. E posto che il
dritto, subbiettivamente inteso, sia la facoltà di operare in una maniera
determinata, riconosciuta legittima e necessaria dall'autorità sociale,
obbiettivamente sì presenta sotto questi due aspetti: 1° sotto quello della
garentia o protezione che ha vita appunto con le disposizioni legislative, con
leleggi; 2° sotto quello di un insieme di azioni umane, svolgeutisi nei limiti
e con le modalità stabilite da queste leggi. Di guisa che il dritto è il
complesso delle norme generali dell'operare umano necessarie al conseguimento
dei fini sociali ed individuali dell'uomo. Se non che qui giova notare che non
è perfettamente conforme al vero affermare sic et simpliciter che le
consuetudiri sì fissino nelle leggi giuridiche, ma invece occorre dire che dopo
la separazione delle consuetudini propriamente dette dal dritto, quest’ultimo
si vale dei mezzi di obbligazione esterna, mentre le prime adottano i mezzi più
blandi dell’imitazione e del ri. spetto dell'opinione pubblica. Le consuetudini
ed il diritto hanno però per lungo tempo questo di comune che il valore delle
loro norme è fondato tutto sull'uso e sull’abitudine. La /egge (lex)
espressamente ‘formulata e quindi letta e quella scritta (Vorschrift,
prescrizione) sono di origine molto più tardiva ed anche dopo che sono sorte,
abbracciano in modo molto incompleto il diritto che vige nella società: dritto
che si differenzia dalle pure consuetudini per la costrizione fisica di cui
effettivamente si serve. Presso i Romani queste leggi non scritte, da cui però
attingeva la legislazione scritta, queste consuetudini si dissero 120res per
accennare all'assenza in esse di ogni forma di promulgazione esterna reputata
caratteristica della legge vera e propria (lex da legere). Presso di noì
moderni la differenza tra consuetudini e leggi s'è andata sempre più
accentuando per il fatto che le prime sono andate perdendo di valore a misura
che si è lasciato maggior campo alla esplicazione della libertà ed iniziativa
individuale e che in riguardo ad esse è venuto meno ogni mezzo di costrizione.
Per contrario è divenuto molto più sensibile il carattere obbligatorio delle
norme giuridiche basato appunto sui mezzi di costrizione esterna. Come si vede,
nel concetto originario di legge non era incluso per niente il significato che
oggi si dà alle leggi naturali, quali rapporti costanti esistenti tra dati
termini, ma bensi, quello di norme o regole dirigenti l’attività umana. In
questo senso Empedocle considera il divieto di uccidere gli esseri viventi
quale legge applicabile fin dove si estende la luce del sole e lo spazio
infinito e Sofocle fa dire ad Antigone che i comandi divini non scritti, ma
imprescindibili, hanno valore non da ieri o da oggi, ma ab aeferno e nessuno sa
da quando sono stati rivelati. In Eraclito troviamo solo un accenno a concepire
la legge divina quasi come una legge naturale, quando dice, che tutte le leggi
umane tendono ad avvicinarsi a quella divina, in quanto questa è onnipotente e
forte abbastanza per dominare tutte le altre leggi ; qui la legge divina non
solo è considerata come una norma dello svolgimento dell’attività umana, ma
come fattore essenziale dell’ armonia universale chiamata anche da Eraclito col
nome di Dike. Decorse però molto altro tempo prima che la nozione di legge
fosse libera dagli elementi ad essa inerenti nel suo significato originario:
basta pensare che i sofisti riguardavano il Nomos ela Fise, la legge e la
natura delle cose come antitesi inconciliabili, per convincersi che in quel
tempo il concetto di legge (intesa questa quale forma dell'ordinamento
naturale) non poteva in alcun modo prendere consistenza ed acquistar valore ed
anzi va notato che gli autori di quel tempo ponevano ogni cura a differenziare
la legge dalla natura, osservando che la legge era stata data dagli nomini,
mentre la natura di tutte le cose era stata ordinata dagli Dei. E quei filosofi
che riconoscevano le leggi naturali nel senso moderno si guardavano bene dal
chiamarle con tal nome: Democrito, per esempio, chiaramente espresse il
concetto che niente di casuale avviene nel mondo, ma tutto ha la sua ragione
necessaria; se non che egli non parlò mai di leggi naturali, bensi d ella
necessità di ogni evento, anzi fu egli che pose la legge di rincontro alla
natura delle cose. Del pari Platone ed Aristotele parlarono della necessità a
cui sottostanno tutti i fatti della natura, comunque la subordinassero poi all’
attività finale di questa, ma non ci fu caso che essi considerassero tale
necessità quale legge della natura. Questo nome fu da essi conservato
esclusivamente per designare le norme dell’operare umano, distinguendo le leggi
particolari dei singoli stati, suddivise poi alla lor volta in leggi scritte e
non scritte, dalla legge morale universale per cui gli uomini son tratti
istintivamente a giudicare (uivtevovta:) del giusto e dell’ingiusto. Teofrasto
più precisamente disse che per tale via tutti gli uomini, in forza dell'unità
della loro natura, sono spinti a considerarsi come affini o aventi una medesima
origine. Tale legge, diciamo così, naturale però sta a significare soltanto
un'esigenza pratica della natura umana, non una necessità incorabente al modo
di agire delle forze naturali: e se Aristotele una volta si avvicina ad un tale
concetto, non tralascia di osservare che è solamente in senso improprio che si
può parlare di legge naturale (1). Bisogna arrivare a Zenone per trovare
adoperata la (1) V.a tal proposito, Zeller: Philosophie, der Griechen, Vol. I,
pag. 1005 e segg., Vol. II pag.865 e segg.; V. inoltre Zeller: Vortrige u.
Abhandlungen. Dritte Sammlung. Leipzig prima volta la nozione di legge ad
esprimere l' ordinamento della natura, il che parrà logico a chiunque conosce
la struttara del sistema stoico. Dagli stoici infatti fu affermata la necessità
di ogni evento, l'inviolabilità dell’ordine naturale tanto più decisamente in
quanto Epicuro aveva ammesso l’arbitraria declinazione negli atomi e il libero
arbitrio nell'uomo. Se Democrito ed Epicuro rifuggirono dal designare il corso
necessario degli eventi naturali col nome di legge, perchè ciò poteva far
considerare l'ordinamento della natura quale opera di un volere superiore e di
un'intelligenza plasmatrice dell’universo, gli stoici avendo ricondotte tutte
le cose ad una sola causa riguardata non soltanto come sostanza materiale, ma
come Forza creatrice o Ragione, furono spinti a considerare il concatenamento
delle cause naturali e il necessario svolgimento dei fatti come mezzi per cni
la Ragione universale potesse attuare i suol fini. Da tai punto di vista tutto
l’ordinamento dell'universo sì presentò come un prodotto del volere di detta
ragione, in altre parole come la legge che essa aveva dato ; ed anzi essa
stessa fu chiamata legge naturale, e se qualche volta la natura piuttosto che
la ragione figurò come legislatrice, | se sì parlò di leggi della natura a cui
tutto doveva sottostare, compreso l’uomo, ciò avvenne perchè la natura nella
sua intima essenza era fatta coincidere colla ragione universale (divinità)
(1). In tal guisa è giustificato il detto di Zenone che la legge naturale è una
legge divina. Quid enim aliud est natura quam Dcus et divina ratio toti mundo
ct partibus cius inserta ? Seneca, De Benef. La legge universale fu riposta
nella Ragione somma, la quale penetra da per tutto, onde Cleanto nel suo inno,
dopo aver detto che Giove tutto regola in conformità di una legge, chiama le
esigenze morali egualmente leggi. Qui non troviamo differenza notevole tra la
legge naturale e la legge morale. Del resto tutta la dottrina morale stoica è
fondata appunto sul principio di dover vivere in conformità della natura,
principio, il quale non dice altro. che la legge morale è legge naturale
dell'’operare umano. La nozione di legye naturale qui nor appare delimitata in
modo netto da non poter essere confusa per l’origine e per la forma colla
legislazione positiva e per il contenuto colla legge morale, essendo guidato il
volere divino dal fine di procacciare il maggior bene agli esseri ragionevoli.
Sembra adunque che fosse dalla scuola stoica che l'espressione di legge
naturale passasse nell'ordinario linguaggio, tanto più che l’indeterminatezza
del suo significato rimase immutata per il resto dell'evo antico e medio. Le
leggi governanti la natura al pari di quelle obbligatoriamente regolanti le
azioni umane figurarono come comandi divini : e senza badare se tutti gli enti
avessero la capacità propria dell'uomo di dare ascolto ai detti comandi, le
leggi naturali furono presentate quali ordini positivi provenienti
necessariamente da una Volontà superiore. A questo punto giova notare che il
sentimento mitico della natura per cui i fenomeni di questa furono riguardati
espressioni di impulsì e di tendenze interne, trovò il suo appoggio
nell’analogia esistente tra il corso invariabile dei fatti naturali e
l’indirizzo, regolato da norme fisse, degli atti della vita umana; indirizzo
alla sua volta fondamentato almeno in parte sul succedersi ritmico dei bisogni
fisici. Alla costrizione esterna si sostitni l'esigenza interiore emotiva per
cui si fu tratti a conformare il proprio modo di operare all’operare della
natura. Il divino dall’uomo posto nella natura si riverberò sull'uomo stesso
quando gli atti divini (fatti naturali) furono posti come modelli della
condotta umana; cosi l'ordine della natura divenne esemplare dell'ordinato
svolgersi delle consuetudini umane e la nozione di legge che ricevette la sua
prima determinazione nella società umana e che fu trasportata allo studio della
natura in seguito ad una tardiva riflessione, appare derivata nei suoi
fondamenti primitivi ed originarii dalla natura stessa (natura fisica
dell’uomo). Del resto il nesso esistente tra l’ordine naturale e quello delle
consvetudini si rende manifesto nelle intuizioni religiose degl'indiani. Negli
atti simbolici religiosi di questi è espresso il sentimento di regolarità fissa
e immutabile dominante dapertutto nell'universo. In alcuni sacrifici sono
‘simboleggiati i fenomeni celesti svolgentisi con regolarità costante. I
sacrifici fatti ad Agni corrispondono ai fenomeni naturali (dappriina adorati
essi stessi come divinità) in cui per così dire, quel Dio s’incorpora. E i
detti fenomeni son reputati atti religiosi compiuti dalla divinità. Di qui il
rispetto pauroso per la natura che raggiunge il massimo grado presso i Greci,
come provano i miti di Prometeo, di Icaro, di Fetonte, e il riguardo usato agli
animali, i quali rappresentano un elemento dell'ordine e del sistema della
natura. | In tal guisa, dallo stadio mitico primitivo in cui sono confusamente
rappresentati l'ordinamento naturale e morale dell'universo si passa allo
stadio estetico in cuì l’ordinamento esterno delle cose è presentato come
simbolo o manifestazione dell'ordinamento morale interiore, stadio che coincide
colla trasformazione degli dei della natura in potenze morali. La natura è
sempre riguardata come qualche cosa di divino, ma i singoli obbietti naturali cessano
di essere considerati come dèi, simili agli uomini (V. il Timeo di Platone).
Col suddetto stadio coincide l’inizio della conoscenza delle leggi fisiche
dell'universo, in quanto la contemplazione estetica non considera più i fatti
naturali come prodotti puri e semplici del capriccio e dell’arbitrio di esseri
divini simili in tutto all'uomo, ma bensi come segni, accenni a qualcosa
d'elevato, di razionale, di assoluto, di necessario e quindi di permanente che
è degno di essere conosciuto ed indagato, per quanto si celi all’occhio
volgare. Di qui l’inizio e l'avviamento alla comprensione razionale
dell’universo, la quale giunta al suo completo svolgimento menò allo
sconoscimento di ogni valore etico obbiettivo nella natura, sia perchè questa
non fu più contemplata nel suo insieme, data l'esigenza della divisione del
lavoro, sia perchè gli effetti emotivi suscitati dalla detta contemplazione
essendosi rivelati variabili e incostanti, furono riguardati un prodotto del
soggetto, da questo trasportati nella natura. Bisugna arrivare ai secoli XVI e
XVII per trovare delimitato nell’ultimo modo anzidetto il contenuto della
nozione di legge naturale, per la quale s’intese appunto il rapporto costante
di dati termini, la relazione fatalmente necessaria esistente tra condizionato
e condizione. Talchè la nota caratteristica della legge naturale fu allora
riposta nel suo valore assoluto, universale, privo d’eccezioni. E la conoscenza
di essa si rivelò tanto più perfetta quanto più chiara appariva la conoscenza
degli eventi e delle loro condizioni determinanti, raggiungendo il massimo
grado di perfezione colla possibilità di esprimere matematicamente il rapporto
implicato nella legge in modo da poter senza fallo prevedere un dato evento,
una volta note le rispettive condizioni. Che si riuscisse per la via induttiva
o per quella deduttiva a fissare e ad enunciare determinate leggi, ciò che
sopratutto si ebbe di mira fu che la legge avesse ‘n valore assoluto e
incondizionato ; il che poteva avvenire solo - nel caso che tra le circostanze
accompagnanti un dato evento e quest'ultimo fosse riconosciuto un nesso
causale, comunque la conoscenza di una legge naturale potesse essere
indipendente da quella delle cause determinanti il nesso espresso nella legge
stessa. Molte leggi empiriche furono infatti fondate su ipotesi scientifiche.
Il modo di comprendere la causalità in genere esercitò però sempre una grande
azione sulla maniera d'intendere l’assolutezza delle leggi naturali. Fu notato
poi che per poter ammettere la possibilità di strappi alle sudette leggi, per
poter ammettere in alcun modo delle deviazioni dal corso naturale delle cose,
per poter accettare in altri termini i miracoli, occorreva implicitamente od
esplicitamente tornare a considerare le leggi naturali quali leggi positive
derivanti dall'arbitrio di una forza saperiore. Una volta infatti affermato che
intanto si può parlare del corso regolare degli eventi naturali, in quanto
sotto date condizioni sempre si presentano fatti identici non è più possibile
risguardare come naturali eventi, i quali si sottraggono ad ogni spiegazione
naturale. Le leggi naturali interpretate secondo i concetti dominanti nella
scienza in stato di progresso e di svolgimento, appaiono assolutamente
inconciliabili e irriducibili a quelle precettive o normative, in quanto le
prime hanno il carattere precipuo di essere necessarie in sè stesse e prive di
eccezioni, mentre le altre esprimono delle regole, dei precetti a cui si può
sempre derogare. ]ua necessità nell’ultimo caso è sempre relativa ad un dato
scopo da conseguire. Dicemmo di sopra che lo svolgimento della nozione di legge
e la sna formale enunciazione e introduzione nel dominio della scienza andavano
differenziate dal fatto reale ed obbiettivo formulato ed espresso in un periodo
tardivo nella legge stessa. Invero fin da quando fu riconosciuto un rapporto
‘costante e necessario tra due fatti (Matematica e Astronomia), fin da quando
sì cominciò ad enunciare un giudizio universale ed a ricavare da date premesse
date illazioni ordinando il tutto in modo chiaro e preciso, fin da quando fu
riposta la ragione dei vari eventi in un processo matematico-meccanico
svolgentesi in modo incondizionatamente necessario, fin da quando il mondo in
tutte le sue manifestazioni anche le più esigue, fu considerato come wn
organismo governato da un concatenamento di cause, fin da quando pose radici Ia
convinzione che conoscere equivale a determinare e che pertanto conoscere un
oggetto equivale a ricercare in che modo questo nella sua essenza ed esistenza
dipende da un altro, fin da quando adunque la scienza intesa in senso lato ebbe
la sua prima origine, il contenuto .reale della nozione di legge s'imponeva
alla considerazione dello spirito. Dal momento che lo spirito senti il bisogno
di distinguere il permanente e l'essenziale dal contingente e dall’accidentale,
attribuendo al primo maggior valore e significato, dal momento che andò in
traccia dell'unità al disotto della varietà, pose perciò stesso la necessità
della ricerca della legge. Questa ha radice in una necessità del concepire
umano, in quanto nel fondo del nostrointelletto, è insita la tendenza ad andare
in cerca di qualcosa di assoluto, d'immutabile e d'identico : ond'è che dagli
antichi filosofi Ionici, o meglio dagli antichi matematici ed astronomi dell’oriente
fino a noi fu un continuo affaticarsi del pensiero umano per fissare gli
elementi invariabili di tutte le cose e per sostituire alla concezione mitica,
e antropomorfica quella della connessione necessaria e incondizionalmente
regolare dei vari eventi. Ed è cosa degna di nota che parallelamente
all’interpretazione teleologica della natura si conservi con un numero maggiore
o minore di variazioni e di ondeggiamenti la tendenza a ricercare i puri
rapporti causali tra le cose e gli eventi. Chi segue lo svolgimento storico
della scienza in genere constata subito che la corrente che potremmo dire
materialistica decorre parallela a quella idealistica, attraverso tutto il
mondo antico e tutto l’evo medio fino a che nel rinascimento s’iniziò quel
movimento che ebbe per esito l'abbandono di qualsiasi veduta teleologica nel
dominio della scienza vera e propria. Se non che qui si presenta la questione:
Se il fatto reale espresso mediante la legge è antico quanto la scienza, perchè
la nozione di legge vera e propria sorse così tardi ? Al concetto di necessità
naturale che cosa si deve aggiungere perchè si abbia il concetto di legge ?
Finchè la conoscenza umana sì portò, per così dire, in modo diretto ed
immediato verso il suo obbietto che d'ordinario era la natura, senza curarsi di
determinare l'essenza generale, il concetto dei fenomeni, senza ferinare
l’attenzione sulle relazioni stabilite mediante l’intelletto umano, era
impossibile che sorgesse la nozione di legge, la quale è resa possibile
piuttostochè dalla considerazione delle cose per sè stesse, da una veduta
esatta in ordine alla natura della nostra conoscenza. Finchè i principii delle
cose furono riposti nelle cose e non nei concetti, ognun vede che di leggi non
era possibile parlare. Ma tostochè per opera segnatamente della filosofia
stoica, la ragione fu reputata immanente al mondo e fine a sè stessa, e il
mondo nel suo progressivo svolgimento fu reputato la manifestazione di una
logica che sta nella sua stessa essenza, anzi fu reputato la ragione stessa che
si determina, per ciò stesso fu posta la base del principio fondamentale delle
leggi della natura. Queste, infatti, esistono, sono necessarie e sono
intangibili, perchè sono la natura stessa; non possono esser tolte alla natura,
perchè non furono poste alla natura. Se fossero tolte, sarebbe tolta la natura,
il mondo. L'esistenza è la giustificazione di quello che esiste; esiste perchè
non può non esistere. Ora è questa idea la garanzia della scienza, la quale non
può reggersi quando si ammetta la possibilità dell’arbitrio: l’azione di una
volontà esterna al mondo. Senza il concetto o palesamente affermato o
inscientemente ammesso di una logica immanente, il pensiero brancola nel vago e
nel buio e la nozione di legge, che implica ordine, regolarità, e fissità, non
può prendere origine. In conclusione perchè si arrivi a concepire la legge,
all'idea della necessità naturale si deve aggiungere quella della logica
immanente: la nozione della necessità interiore o logica, ecco il presupposto
dell'insorgenza della nozione di legge. Una volta entrata nella mente degli
scienziati la persuasione che pensare è fissare in forme costanti la cangiante
materia delle rappresentazioni, è cercare, come il saggio di Schiller, den
ruhenden Pol in de Erscheinungen Flucht, una volta ammesso che, giusta
l’espressione dell’Helmholtz, das erste Product des denkenden Begreifens ist
das Gesetsliche, è chiaro che i filosofi dovettero essere spinti a penetrare
per vie differenti la natura intima della legge la quale appariva come il risultato
ultimo delle varie forme d'indagine scientifica, come l’espressione pi esatta e
completa del lavoriointellettuale intorno ad un dato contenuto. Noi crediamo
chetutte le idee emesse dai filosofi su tale argomento possano essere
raggruppate in tre principali categorie, contrassegnate coi seguenti tre nomi:
concezione intellettualistica, concezione animistica e concezione dualistica
delle leggi in genere. Se non che qui si potrebbe obbiettare: stando a tale
divisione, parrebbe che le leggi, le quali in sostanza non sono che il
risultato ultimo della conoscenza umana e quindi un prodotto dell’intelligenza,
possano essere inter pretate anche non ricorrendo all’attività intellettuale; a
fianco alla concezione intellettualistica, infatti, si pone quella animistica ;
ora, non racchiude tale affermazione una contradizione? A ciò si risponde che
senz’alcun dubbio la semplice determinazione ed enunciazione di una legge è già
un fatto intellettuale; il quale però può essere valutato e interpretato
diversamente a seconda che esso vien rapportato alle funzioni semplicemente
intellettive e quindi ricondotto sotto il dominio esclusivo dei principii
supremi del pensiero puro (principio d'identità, ecc.), ov| vero viene
considerato come implicante un elemento che non ha a che fare coll’intelligenza
pura e semplice. A. tal proposito giova far distinzione tra la natura propria
delle leggi (il loro significato reale ed obbiettivo) e la conoscenza di esse.
Riguardo a quest’ ultimo punto tutte le leggi a qualunque categoria appartengano
figurano, si, comes trascrizioni in termini intellettuali (in giudizi
universali) di rapporti reali, figurano cioè come il risultato
dell’applicazione dei processi intellettivi agli obbietti reali; ma a seconda
che i detti giudizi universali enuncianti le leggi sono ridotti tutti a giudizi
d'identità o analitici, ovvero (almeno in gran parte) a giudizi di dipendenza o
sintetici, irriducibili ai primi, si avranno due forme fondamentali
d’'interpretazione delle leggi. Riguardo al primo punio a seconda che l'essenza
delle leggi è riposta tutta in un processo di equazione obbiettiva tra ì due
termini della coppia legge, ovvero in una determinazione dell’attività propria
delle cose e nell'azione reciproca delle stesse, si avranno del pari due forme
principali di concezione della legge. Va notato qui che d'ordinario le dette
quattro forme si corrispondono in modo che l’interpretazione, diciamo così,
analitica coincide con quello dell'equazione obbiettiva e la sintetica con
quella dell'attività. Sicchè noi ci siamo creduti autorizzati a partire per
prima in due grandi categorie le concezioni circa la natura delle leggi in
genere, dando loro i nomi di concesione intellettualistica, e di concezione
animistica, nomi che filologicamente considerati non hanno alcun valore e sono
delle semplici denominazioni atte a contrassegnare due forme di concepire le
leggi. Siccome poi si hanno delle concezioni miste in cui le leggi sono
interpetrate, per una parte intellettualisticamente e per un'altra parte
animisticamente, così noi abbiamo creduto di ammettere una terza forma di
concezione detta dualistica. Aggiungiamo infine che in questa terza categoria
vanno compresi quei casi in cui tra le leggi esplicative e quelle normative
viene ammessa, una differenza essenziale e fondamentale. A seconda che è
ammesso adunque il concorso di uno piuttosto che di un altro elemento per la
genesi della nozione di legge, a seconda che il valore di questa si fa o no
dipendere esclusivamente da un fatto di conoscenza e a seconda che la causalità
è riposta semplicente nell'essere, ovvero nell’identità dell'essere e
dell'agire, si avrà un vario modo di concepire l’essenza delle leggi. E la
concezione meriterà il nome di intellettualistica ogni qualvolta le leggi o
sono considerate come legami per così dire estrinseci alle cose (veduta
meccanica), ovvero come enunciazioni di rapporti d’identità. Meriterà invece il
nome di animistica ogni qualvolta le leggi vengono considerate come
determinazioni primitive e originarie dell’attività delle cose, o come
espressioni di ciò che vi ha d’interno in queste ultime. Meriterà infine il
nome di dualistica ogni qualvolta la natura delle leggi viene interpretata per
una parte intellettualisticamente e per un'altra parte animisticamente. Sui
particolari concernenti queste tre concezioni c'intratterremo in seguito,
quando tratteremo partitamente di ciascuna di esse. Secondo la concezione
intellettualistica, o meglio secondo la forma predominante di essa, chi dice
legge dice rapporto, dice, cioè, legame esistente tra due caraiteri generali, i
quali non sono mai staccati l'uno dall'altro in natura e si richiamano, o
tendono a richiamarsi a vicenda; ed anzi si può dire che i due caratteri, dei
quali ora il primo richiama il secondo, ora il secondo richiama il primo, formano
una coppia, che è poi una legge. Pensare, formulare una legge equivale a legare
insieme due idee generali; e formare un giudizio generale, è enunciare
mentalmente una proposizione generale. Ogni pezzo di ferro esposto all'umidità
si arrugginisce : tutti i corpi immersi in un liquido perdono una parte del
loro peso eguale al peso del liquido spostato ; ecco delle leggi, ciascuna
delle quali consiste in una coppia di caratteri generali ed astratti collegati
tra loro: da una parte la proprietà del ferro d’essere esposto all'umidità,
dall’ altra l'origine del composto chimico detto ruggine, da una parte la
quantità del peso perduta dal corpo immerso e dall'altra la quantità eguale del
peso di liquido spostato. Niente di più utile allo spirito umano di questa
struttura delle cose, giacchè una volta scoverta la legge, il primo carattere
appare l’indice del secondo. Prima però di considerare le leggi in sè stesse e
nelle loro applicazioni, giova ricercare la natura di detti caratteri generali
o astratti, sempre secondo i detti intellettualisti. Lungi dall’essere
creazioni della nostra mente, semplici mezzi di classificazione o strumenti di
mnemotecnica, quelli esistono di fatto al difuori dì noi, al di là della
portata dei nostri sensi e delle nostre congetture; sono efficaci, anzi sono
gli agenti più importanti della natura, in quanto ciascuno di essi trae seco
uno o più altri, sono la porzione fissa ed uniforme dell’esistenza per sè
frammentariamente dispersa e successiva, giacchè allo stesso modo che vi sono dei
caratteri comuni la cuì presenza continua collega tra loro i diversi momenti
dell’esistenza individuale, così vi sono dei caratteri comuni la cui presenza
moltiplicata e ripetuta collega tra loro i vari individui della classe. Senza i
caratteri comuni e le idee generali ed astratte che loro corrispondono
nell’intelligenza umana non solo non sarebbe a parlare di scienza (cosa già
notata da Aristotile), ma non esisterebbero nemmeno individui, i quali in
sostanza sono come obbietti particolari che durano, che serbano nel tempo e
nello spazio qualcosa di comune e di permanente, una data forma, cioè a dire un
gruppo di caratteri fissi aventi importanza capitale e costituenti la parte
essenziale. Abbiamo detto che ai caratteri comuni obb'ettivamente esistenti
fanno riscontro nell’intelligenza le idee o i concetti, 1 quali lungi dal
confondersi colle rappresentazioni sensoriali o cogli schemi fantastici o
rappresentazioni generali che sono un fatto semplicemente concomitante, vanno
riguardati come nomi di classe, nomi significativi ed atti ad essere compresi,
in modo che essendu questi uditi, svegliano la rappresentazione sensibile più o
meno chiara e circoscritta d'un individuo della classe e esistendo invece la
rappresentazione sensibile di un individuo della classe, appare subito
sull’orizzonte psichico l'imagine del suono del nome di questa e la tendenza a
pronunziarlo. Talchè i caratteri astratti delle cose sono pensati per mezz di
nomi astratti (idee astratte) che sono specie di sostitutivi dell'esperienza sensibile
che noi non abbiamo, nè possiamo avere del carattere astratto presente in tutti
gli individui simili. Essi lo sostituiscono, adempiendo al medesimo ufficio.
L'origine di tali nomi astratti e generali va ricercata in una forma
particolare di associazione tra un dato suono e la rappresentazione o
l’immagine non solo di individui assolutamente simili, ma anche di individui a
volte differenti in tutto, trannechè in un carattere. Il potere di trovare
analogie tra le cose più o meno disparate, il potere di cogliere dei rapporti è
appunto la caratteristica dell’intelligenza umana e insieme ciò che rende
possibile la formazione di nomi astratti e generali. L'idea nasce col segno, ma
perchè sia adattata in modo completo all'oggetto, perchè risponda al carattere
comune, è necessario che sia rettificata a gradi, giacchè nel linguaggio
ordinario e nella esperienza volgare è incompleta e vaga: è soltanto per mezzo
dell'osservazione attenta, dell'esperienza variata ed estesa e della
comparazione ripetuta, che noi riusciamo, tralasciando tutti i caratteri
inutili e accidentali, a conservare quelli essenziali e permanenti. Non tutte
le idee generali vengono formate con detto processo: vi sono, infatti, quelle
che agiscono come modelli, perchè hanno per obbietto non il reale, ma il
possibile, ed esse piuttostochè adattate all'oggetto, vengono costruitte, E il
carattere comune di tutte le idee che noi costruiamo è che esse si riducono a
schemi, a cornici in cui può venire inquadrata la realtà, comunque esse siano
formate senza tener presenti determinati oggetti reali. La conformità delle
costruzioni mentali colla realtà può e non può aver luogo: in ogni caso essa
non è lo scopo a cui si mira. Lo adattamento non è sempre esatto e vi sono dei
casi in cui è soltanto approssimativo; e ciò perchè il fatto reale è molto
complicato, mentre la costruzione mentale relativamente semplice: sbarazzato
dei suoi suoi elementi accessori e ridotto a quelli principali il primo si
presenta come una copia della seconda e tanto più entrambi coincidono quanto
più o mediante l’astrazione praticata sulla realtà tutto ciò che è accessorio
vien tralasciato, rimanendo conservato ciò che è primitivo ed essenziale,
ovvero mediante il processo contrario, la determinazione, tutto ciò che manca
agli schemi mentali vien loro attribuito dall'immaginazione. Tre condizioni
sono richieste perchè le costruzioni mentali abbiano un certo valore obbiettivo
: 1° bisogna che gl’elementi mentali di esse siano calcati esattamente su
quelli delle cose reali: 2° che gli stessi elementi siano generali e
possibilmente universali: 3° che le combinazioni mentali siano le più semplici
possibili. Tale processo costruttivo si può applicare alle varie classi di
obbietti, giacchè in tutti noi possiamo riscontrare e isolare i caratteri
generali atti ad essere combinati tra loro. Tra i tipi mentali per tale via
costruiti ve ne sono di quelli che c’interessano in modo particolare e aì quali
noi vivamente desideriamo che le cose si conformino, tanto che il bisogno e
l'esigenza di tale conformità diviene stimolo all’azione. Noi costruiamo
l'utile, il bello e il bene e operiamo in modo da far coincidere, per quanto è
possibile, le cose colle nostre costruzioni. Avendo noi scorto ora in uno, ora
in un altro degli individui che vivono in società con noi e con cui noi siamo
in continuo rapporto dei segni esterni che sono l'espressione di qualità
interiori atte a svegliare la nostra attenzione, perchè benefiche all'individuo
o alla specie, quali l'agilità, il vigore, la alute, l’energia ecc., siamo
tratti a mettere insieme i detti segni, affine di potere contemplare un corpo
umano in cui siano appunto manifestati i caratteri da noi giudicati i più
importanti e pregevoli: ond'è che se un artista giunge ad avere la visione
interiore, la immagine viva e intensa dell’insieme di queste note, egli prende
un blocco di marino e v'imprime la forma ideale che la natura non era riuscita
a mostrarci per l’innanzi. Del pari essendo dati i vari motivi del volere
umano, noi constatiamo che l’individuo opera più di frequente in vista del suo
bene personale e quindi per interesse, molte volte per il bene di un individuo
da lui amato e quindi per simpatia e rarissimamente in vista del bene generale
senza altra intenzione che di essere utile alla società presente o futura di
tutti gli esseri forniti di sensibilità e d'intelligenza. Noi isoliamo
quest'ultimo motivo e desideriamo vederlo preponderante in ogni deliberazione
umana, lo lodiamo tanto da raccomandarlo a tutti gli altri e da fare ogni
sforzo per dargli il predominio in noi medesimi. Formatosi così l’ideale del
carattere morale, noi cerchiamo ogni mezzo per adattare a tale modello il
nostro carattere effettivo. Di guisa che le opere d’industria, d’arte e di
virtù sorgono allo scopo di colmare o discemare l'intervallo che separa le cose
dalle nostre concezioni. Vediamo ora in che consistono, sempre stando alla
concezione intellettualistica, i rapporti o i legami esistenti tra due
caratteri comuni (leggi). Notiamo subito che essi sono di varie specie: a volte
i due caratteri collegati insieme sono simultanei e allora due casi si possono
presentare o il primo carattere trae seco il secondo senza che l’ultimo tragga
seco il primo: così ogni animale fornito di mammelle ha vertebre, ma non ogni
vertebrato è fornito di mammelle (legame unilaterale o semplice): ovvero la
presenza del primo carattere trae s eco quella del secondo e alla sua volta la
presenza del secondo trae seco la presenza del primo; in ogni mammifero i denti
incisivi accompagnano sempre un tubo digestivo breve e lo svolgimento di
istinti carnivori e reciprocamente (legame bilaterale e doppio). Altre volte
dei due caratteri collegati, l'uno, chiamato antecedente, precede e l’altro
detto conseguente segue; al primo si dà il nome di causa ed all’altro quello di
effetto. E anche qui due casi si possono presentare o il primo carattere
provoca colla sua presenza l'insorgenza del secondo e alla sua volta il secondo
per prodursi, esige la presenza del primo : ogni mobile al quale s'applicano
due forze divergenti di cui l’una è continna, descriverà una curva; ed ogni
mobile per descrivere una curva richiede l'applicazione di due forze divergenti
di cui l'una è continua (legame bilaterale o doppio): ovvero il primo provoca
colla sua presenza il secon:lo senza che il secondo per prodursi esiga la
presenza del primo le vibrazioni di una certa celerità trasmesse al nervo
acustico provocano la sensazione di suono, ma quest’ultima può prodursì in noi
spontaneamente nei centri sensitivi (legame umilaterale o semplice, nesso di
causa ed effetto) (1) Ma in che consiste il legame esistente tra due caratteri
? Vi è qualche virtù o ragione segreta che risiedendo in uno di essi, trae,
provoca l'altro? Su questo punto i filosofi fautori della concezione
intellettualistica non sono d'accordo, come si dirà in seguito; per ora basterà
notare che per la più parte dei filosofi e scienziati moderni intellettualisti
le parole provocazione, legame, produzione, esigenza non sono che metafore
abbreviative. La sola nozione dice Stuart Mill sulla traccia di Hume, di cui a
tal proposito noi abbiamo bisogno può esserci fornita dall'esperienza, la quale
c’insegna che nella natura regna un ordine di successione invariabile, e che
ogni fatto vi è sempre preceduto da un altro fatto. Noi chiamiamo causa
l’antecedente invariabile, effetto il conseguente invariabile. La causa reale è
la serie delle condizioni, l’inTAINE -- De VPIntelligence. sieme degli
antecedenti, senza i quali l'effetto non può aver luogo. Sicchè la causa è la
somma delle condizioni positive e negative prese insieme, la totalità delle
circostanze e contingenze di ogni specie che una volta date, sono
invariabilmente seguite dal conseguente. E la volontà produce i nostri atti
corporei come il freddo produce il ghiaccio o come una scintilla produce
un'esplosione di polvere da cannone; vi è li del pari un antecedente, la
risoluzione, che è un carattere momentaneo del nostro spirito, e un
conseguente, la contrazione muscolare che è un carattere momentaneo di uno o
più dei nostri organi; l’esperienza collega insieme i due fatti in modo da
render possibile la previsione che la contrazione terrà dietro alla
risoluzione, non altrimenti che l'esplosione della polvere segue il contatto
della scintilla - In modo più preciso si può dire che qualunque siano i due
caratteri, simultanei o successivi, momentanei o permanenti, la forza colla
quale il primo trae, provoca o suppone il secondo come contemporaneo,
conseguente o antecedente, si riduce ad una particolarità del primo considerato
solo e separatamente. S'intende dire con ciò che esso ha per sè la proprietà di
essere accompagnato, seguito o preceduto dall'altro. Del resto niente di
meraviglioso in tale costituzione delle cose, se si riflette che non è più
strano trovare delle concomitanze, dei precedenti e dei conseguenti rispetto ed
un carattere generale di quello che sia il trovarne rispetto ad un individuo
particolare o ad un fatto attuale. Non alrimenti che gl’individui e i fatti
particolari, i caratteri generali sono forme dell’esistenza non ditferenti dai
primi, se non perchè sono più stabili e più diffusi. La difficolta è tutta nel
poter osservare separatamente un tale carattere che si riscontra sempre
frammisto a molti altri c-ratteri. Due metodi ci conducono allo scopo, a
seconda che si tratta di caratteri generali reali o possibili. 1 primi essendo
formati per estrazione vera e propria vengono stabiliti con processo graduale:
e i rapporti intercedenti tra loro sono scoverti per via induttiva e formano
l’obbietto delle scienze sperimentali. I secondi essendo costruiti per
combinazione, sono come a dire delle forme, degli schemi in cui possono essere
inquadrate le cose reali. I rapporti esistenti tra loro sono rintracciati
mediante il processo deduttivo e formano l'oggetto delle cosidette scienze
costruttive. Il metodo induttivo nelle sue varie forme è un processo molto
lungo, perchè suppone la raccolta, la scelta e la comparazione di più casi. Va
notato poi che più una legge è generale e più richiede del tempo per essere
scoverta, presupponendo essa l'acquisto di diverse leggi parziali : come anche
che al di fuori della cerchia ristretta dell’esperienza compiuta, una data
legge ha soltanto un valore di probabi lità. Le proposizioni delle scienze
costruttive, o deduttive invece sono contrassegnate da caratteri di natura
opposta. In ciascuna di queste scienze, infatti, vi sono certe idee primitive
che una volta presenti allo spirito si collegano istantaneamente tra loro e con
un vincolo necessario ed universale. Tali giudizii primitivi, fondamentali,
irreducibili si dicono assiomi,la cui validità può essere dimostrata mediante
un processo lento, approssimativo, sperimentale (induttivo), ma d’ordinario la
è mediante un processo breve, esatto ed analitico (deduttivo). Qnesta seconda
specie di prova è resa possibile per questo, che i cosidetti assiomi sono in
fondo delle proposizioni ANALITICHE – cf. Grice, Method in philosophical
psychology --, in cui il soggetto contiene l'attributo o in modo molto
appariscente, il che rende l’analisi inutile (1), o in modo molto implicito, il
che rende l’analisi pressochè impraticabile. In ogni istante noi sentiamo
l’efficacia di dette proposizioni analitiche (idee latenti regolatrici): cosi
affermiamo che una data persona non ha potuto agire così, ovvero che tale condotta
non mena allo scopo, che tale atto è lodevole o biasimevole, senza che il più
delle volte noi possiamo assegnare la ragione di tuttociò, comunque questa
giaccia nascosta nel fondo del nostro animo. Tali sono per taluni (Mill, Taine
ecc.) i principii d’identità e di contradizione “ Le premier, dice il Taine (De
l’Intelligence, Vol. 2°, Lib. 1V, pag. 336), peut s’exprimer ainsi: si dans un
objet telle donnée est présente, elle y est présente. Le second peut recevoir cette
formule; si dans un objet telle donnée est pr':sente, elle n’en est point
absente: si dans un objet telle donneé est absente, elle n°’y est point
présente. Comme les mots présent et non absent, absent et non présent sont synonymes,
il est clair que dans l’axiome de contradiction aussi bien que dans l’axiome
d’identité, le second membre de la phrase repète une portion du premier; c'est
une redite; on a piétiné en place. De là un troisibme axiome metaphysique,
celui d’alternative moins vide que les précedents, car il faut une courte analyse
pour le prouver; on peut l’enoncer en ces termes: dans tout objet telle donnée
est présente on absente. En effet supposons le contraire, c'est à dire que dans
l’objet la donnèe ne soit ni absente, ni présente. Non absente cela signifie
qu’elle est présente, non présente cela signifie qu'elle est absente: les deux
ensembles signifient donc que dans l’ohjet la donnée est à la fois présente et
absente, ce qui est contraire aux deux branches de l’axiome de contradiction,
l’une par laquelle il est dit que si dans un objet telle donnée est présente
elle n’en est pas absente et l’autre par laquelle il est dit que si dans un
objet telle donne est absente elle n’y est pas présente. Maintenant, reprenons
l’axiome d’alternative et observons l’attitude de l’esprit qui le rencontre
pour la première fois. Il est sousentendu dans une fonle de propositions; c'est
parce qu'on l’admet implicitement qu’on l’admet explicitement. Par cxemple quelqu’un vous dit: Tout triangle
est équilateral ou non; tout vertebré est quadrupede ou non, Sars examiner
aucun triangle ni aucun vertebré vous réconsono tali che il primo racchiude il
secondo, e questo è come parte di quello, noi stabiliamo per ciò stesso la
necessità della loro connessione. EÉ=si non sono che una cosa sola considerata sotto
due aspetti, onde l’ universalità assoluta del loro legame. Le proposizioni che
esprimono quest'ultimo, comunque in fondo ipotetiche in quanto aftermano
soltanto che data l'esistenza della prima idea ne consegue l’esistenza
dell'altra, non sono passibili di dubbi, di limiti, o di restrizioni. E qual'è
l’ essenza delle leggi scientifiche che formano l'oggetto delle scienze
sperimentali? qual'è la ragione dei rapporti esistenti tra le cose e tra le
corrispondenti idee del nostro spirito ? La ragione di ogni legge è riposta in
quel qualcosa che essendo comune ad entrambi i dati (intermediario esplicativo
di Taine), forma il loro legame vero ed essenziale. Tale intermediario o mezzo
termine esplicativo in qualunque modo si presenti, semplice o multiplo composto
alla sua volta d’intermezzi successivi o simultanei, di mezzi termini
differenti o d-llo stesso mezzo termine ripetuto con elementi dissimili, sì
mostra sempre come carattere o insieme di caratteri più generali (e considerati
separatamente) racchiusi nel primo elemento della coppia detta legge. S'intende
che i detti caratteri sono separabili coi nostri processi ordinari di
isolamento e d' estrazione Allo stesso modo che nelle scienze costruttive, ogni
teorema enunciante una legge è una proposizione analitica; e dei due dati
collegati insieme, il secondo è in rapporto col primo in modo oscuro o chiaro,
diretto o indiretto per mezzo di un terzo dato detto ragione, o mezzo termine
esplicativo che contenuto nel primo elemento, contiene esso stesso una serie
d’intermediari racchiusi gli uni negli altri; per modo che se si cerca la
ragione ultima della legge, il perchè ultimo dopo di che la dimostrazione è
completa, si trova che esso si riduce ad un carattere compreso nella
determinazione dei fattori o elementi primitivi, il cuì insieme forma il primo
dato della legge, così in ogni legge sperimentale il primo dato è, come a dire,
un contenente più grande che attraverso una serie di contenenti sempre più
piccoli racchiude come contenuto ultimo il secondo dato. Va notato però che
nella legge sperimentale non basta, come nel teorema matematico, metter la mano
ogni volta sul contenente per trovar ciò che si cerca (intermezzo esplicativo),
ma è necessario uscir fuori dal proprio spirito e andare a ricercare il detto
intermedio nella natura e trarnelo fuori a furia di reiterati esperimenti ed
induzioni. Anche le scienze sperimentali a forza di generalizzare arrivano a
formulare delle leggi fondamentali che fanno riscontro agli assiomi delle
scienze deduttive, ma vi è questa ditferenza che nelle ultime gli assiomi
essendo ottenuti per costruzione, possono, mediante l’ analisi, sempre essere
ridotti a qualcosa di più semplice e di più generale fino ad arrivare al
principio d'identità che è la loro sorgente comune, mentrechè nelle prime,
essendo le luggi fondamentali ottenute per mezzo dell'induzione, non si può
risalire più in alto che col seguire un metodo analogo, fino ad arrivare anche
per questa via ad un assioma ultimo o principio supremo; cosa che potrà
verificarsi solo in un avvenire più o meno lontano. Tanto nelle scienze di
esperienza quanto in quelle di costruzione l' intermediario esplicativo e
dimostrativo è un carattere o un insieme di caratteri differenti o simili
inerenti agli elementi del fatto complesso. Qualunque siano le proprietà di
questo, è sempre sulle particolarità dei suoi fattori.che devono vertere le
nostre osservazioni e congetture. È chiaro pertanto che ogni nostro sforzo deve
tendere a trovare gli elementi generatori di ogni fatto, per poterne considerare
i loro caratteri e dedurre da questi le proprietà di ciò che ne risulta. Ed
anche per risolvere le questioni di origine occorre andare in traccia del mezzo
termine esplicativo e dimostrativo, in quanto la maniera di riunirsi degli
elementi ha anche la sua ragione di essere. Quella non è che un risultato e
trattandosi di un fatto storico, racchiude un elemento dippiù, cioè l'influenza
del momento storico, ovvero delle circostanze e dello stato antecedente.. Si
domanda: Vi è una legge universale e d'ordine superiore che, per così dire,
regola ogni altra legge? Dopo tutto quello che precede, la risposta non può
esser dubbia: essa esiste ed è il principio d'identità che non è un semplice
prodotto della struttura del nostro spirito, ma è valido in sè, avendo il suo
fondamento nelle cose: proseguita l'analisi fino all'estremo limite, si trova
che il composto (effetto) non è che l'insieme dei suoi elementi ultimi disposti
in un dato modo, onde è evidente che ogni efficacia ed attività appartiene ai detti
elementi o alla loro disposizione. Il detto principio può ricevere i nomi di
principio di ragione esplicativa (ragione sufficiente) e di causalità a seconda
che si considera come principio e regolatore supremo della conoscenza ovvero
della realtà. Ammesso (e non si può non ammetterlo, perchè equivarrebbe a
negare il principio d'identità) che la presenza delle condizioni genetiche di
un dato fatto trae seco il fatto stesso, è chiaro che ogni alterazione, nel
fatto presuppone un mutamento nelle condizioni: di qui il principio che ogni
evento ha una causa, la quale è alla sua volta un altro evento. Tale è il modo
di concepire la natura delle leggi in genere da parte di quei filosofi che non
essendo disposti ad accordare alcun potere originario, alcuna spontaneità
all’intelligenza umana, fanno coincidere la realtà coll’intelligenza, l'essere
col pensiero, in modo che il principio d’ identità figura come il principio
supremo della conoscenza e dell'’esistenza. Ora, si domanda: Tale veduta
intellettualistica è atta a soddisfarci in modo completo? Nel caso negativo,
dove è manchevole e per che via si può rimediare al suo difetto?
(l’intellettualisti considerando Je leggi come nessi di caratteri o proprietà
comuni ad oggetti molteplici, ai quali nessi corrispondono poi nello spirito
coppie di idee generali, mostrano di attribuire maggior valore alle astrazioni
che alla realtà concreta : e infatti essì a più riprese ripetono che i
caratteri comuni, e quindi astratti, costituiscono ciò che vi ha di più stabile
e di più solido nelle cose: ciò mostra che essi confondono l’universale coll’
astratto. L'universale è per sna natura obbiettivo in quanto la validità
obbiettiva di un determinato contenuto della coscienza è data dal fatto che
esso si rivela identico a qualsivoglia coscienza simile; ed è per mezzo
dell’evidenza della percezione o del pensiero che l’universale si stabilisce.
L'universale riguarda la forma, non il contenuto delle idee e dei giudizi, il
quale riducendosi ad un complesso di proprietà, esistenti solo nella mente del
soggetto per mezzo delle nozioni corrispondenti, figura effettivamente come
qualcosa d’astratto. Dal che consegue che trovare il carattere ola proprietà
comune ad una serie di oggetti non equivale ad acquistare cognizione perfetta
della natura stesa degli oggetti, come classificare le cose non equivale a
determinare le leggi che le regolano. Se noi in seguito alla comparazione di
molti caratteri e di molte nozioni riusciamo a significare con un'espressione
astratta ciò che essi presentano di comune, non possiano dire di aver formato
con ciò un nuovo concetto nello stretto. senso della parola. Per mezzo della
comparazione delle leggi naturali fra loro e dell’astrazione logica di ciò che
esse offrono di comune, noi non scovriamo nessuna legge naturale nuova, ma
abbiamo semplicemente un nuovo nome generico, un segno mnemonico riassuntivo
delle leggi che noi già per altra via conoscevamo. Pertanto va distinta la
interpretazione induttiva dei fenomeni dalla generalizzazione della
interpretazione stessa; e la definizione data dal Mill e dai suoi seguaci
dell'induzione, che questa si riduca ad un processo per cui sì conchiude da ciò
he è vero di alcuni individui di una classe ciò che è vero di tutta intera la
classe, o da ciò che avviene in un dato tempo ciò che avviene sotto circostanze
eguali in tutti i tempi, non può non rivelarsi assolutamente insufficiente. Il
metodo induttivo nelle sue varie forme si fonda da una parte sul principio di
ragione sufficiente che sarebbe vero ancorchè nella natura non sì presentassero
neanche due casi eguali, e dall’altra sul principio dell’eguaglianza della
causalità o dell’uniformità della natura che, come il primo, da una parte
esprime un'esigenza del nostro pensiero e dall’altra nn dato di fatto fornito
dall'esperienza; dato di fatto che non sarebbe mai stato constatato se la
natura propria del nostro pensiero non avesse per tale via indirizzato il
processo sperimentale. I caratteri comuni e le idee generali corrispondenti non
possono dunque costituire la struttura della realtà, giusta l’atfermazione
‘egli intellettualisti. Già i caratteri o proprietà comuni e le idee generali
vanno profondamente differenziate tra loro; i primi riguardano il contenuto
delle nostre rappresentazioni e sono null'altro che astrazioni del nostro
spirito: le altre non sono che dei giudizi potenziali e quindi implicano in sè
le leggi, anzi sono le leggi espresse e riassunte in un segno o simbolo che è
la parola. Il nome significativo pertanto lungi dall’essere un semplice
prodotto l'associazione tra date rappresentazioni e moti corrispondenti
(associazione che non si saprebbe dire come e perchè nata) è un prodotto della
collettività, i cui membri sono legati tra loro dai vincoli della simpatia e
dell'attività comune. Le prime parole espressero atti compiuti în società, e 1
primi nomi i prodotti di detti atti quali furono percepitt e rappresentati dai
vari individui. Onde consegue che le parole non sono da considerare quali
semplici SEGNI O SEMBOLI d’associazioni di rappresentazioni, ma bensi come
SEGNI O SIMBOLI del modo di prodursi di una data cosa, delle maniere di operare
di una data forma di attività; è chiaro quindi il nesso esistente tra concetto,
legge e parola: il primo è una legge o giudizio potenziale in quanto è il
centro delle relazioni che congiungono una data cosa colle altre che agiscono
su di essa, la seconda è il concetto esplicato in forma di giudizio e la parola
il simbolo esterno del concetto e insieme della legge. E qui giova notare che
al di fuori della mente che concepisce e ragiona non è lecito parlare nè di
proprietà, nè di loro legami: è nel soggetto che hanno la loro radice questi
fatti. Nell’unità della nostra coscienza noi abbiamo il tipo e il presupposto
di ogni unità empirica, sia questa dell'universo nella sua totalità, sia di una
cosa singola. Ogni forma particolare di esperienza, ogni legge dei fenomeni
porta in sè l'impronta della natura sintetica del nostro pensiero. A parlare
propriamente le leggi della natura esistono soltanto per la ragione che pensa
la natura stessa. É la ragione che per prima riduce la stabilità e l'uniformità
dei fenomeni a premesse generali e quindi a leggi da cui conseguono ì tatti
singoli. Parlare di leggi naturali al di fuori. dell’intalletto equivale a
cadere in un antropomorfismo logico che non è meno irrazionale di quello
teleologico. Certamente il concetto dell’universalità delle leggi naturali é
occasionato e rafforzato dall'esperienza in quanto senza il corso regolare dei
fatti constatabile empiricamente non sarebbe stato mai possibile applicare la
nozione di legge alla natura e la ragione sarebbe rimasta una potenza vuota,
ignota a sè stessa; ma d'altra parte la medesima nozione di legge non sarebbe
mai potuta provenire dalla semplice osservazione esterna, giacchè la natura
accanto aì fatti succedentisi regolarmente ne presenta di quelli che in
apparenza non seguono nel loro accadere alcuna regola. La nozione di legge è un
portato del riflettersi del nostro stesso pensiero, applicato di poi alla
natura. Gli antichi infatti chiamavano /ogos della natura ciò che noi diciamo
legge. E per convincersi come la struttura della realtà quale viene presentata
dalla scienza, sia una elaborazione del nostro spirito, basta pensare che a
seconda del predominio che in un'età viene assegnato ad una facoltà psichica
piuttosto che ad un'altra, si ha un concetto diverso del corso naturele dei
fatti e della costituzione intima della realtà. A ciò si aggiunga che noi in
fondo in fondo scovriamo nella natura quelle leggi che in certa guisa vi
abbiamo poste: nelle interpretazioni scientifiche le leggi da principio
assumono la forma di anticipazioni che vengono soltanto appoggiate dai fatti
piuttosto che esserne addirittura derivate o, come si dice, estratte. La
percezione non ci mostra mai casi perfettamente eguali e noi passiamo
dall'esperienza sensibile a quella intellettuale, riducendo eguali i casì col
pensiero e coll’esperimento allo scopo di trovare una conferma ai postulati
logici riflettenti l'universalità delle leggi regolanti il corso dei fatti, e
l'uniformità della natura. Un altro errore della concezione intellettualistica
è quello ‘diaver fatt o delle leggi tante ipostasi. Gl’intellettualisti,
infatti, presentano le leggi come premesse a cui, a guisa di conclusione, sono
subordinati i fatti particolari, dando a quelle più o meno celatamente una
sussistenza, ed una priorità rispetto ai fenomeni che assolutamente non hanno.
Quando si dice che il rapporto di causalità si riduce alla proprietà che ha un
carattere di essere preceduto, accom pagnato o seguito da un altro, in fondo si
atterma appunto che una legge esistente per sè possa dominare e regolare le
cose. L’ espressione differente non deve porre ostacolo alla giusta valutazione
delle cose, giacchè dire che un carattere è fornito della proprietà di essere
in un dato rapporto con un altro carattere equivale a dire che la legge
determina il corso dei fatti. Soggiungiamo che per quel che concerne i rapporti
delle cose, l’azione reciproca che e=se esercitano tra loro (dati di fatto
innegabili), o noi ci contentiamo di constatarli semplicemente, di descriverli
e allora non è lecito parlare d’ interpretazione dei fatti, giacchè in tal caso
l’esigenza propria del pensiero d’indagare il perchè delle cose rimane
insoddisfatta, ovvero si procede alla ricerca delle cause ed allora la semplice
constatazione del modo di operare delle cose si rivela insufficiente ed occorre
trovare un nuovo termine in cui sia riposta la ragione del detto modo d’agire.
E chiaro poi che la concezione intellettualistica presentandoci la realtà come
un mosaico di caratteri e proprietà comuni cuì l'intelligenza sì deve
contentare di riprodurre e di descrivere, è nell'assoluta impossibilità di
spiegare il cangiamento, il divenire, il moto delle cose e l’azione che queste
reciprocamente esercitano fra loro : è vero che parecchi di talì filosofi
negano l'esistenza di questi fatti o li dichiarano prodotti illusori della
mente, errori di prospettiva mentale ; ma chi vorrà appagarsi di simili
affermazioni sfornite come sono di qualsiasi fondamento ? Inoltre tali filosofi
che, come si è visto, dànno un'importanza ed un valore speciale ai caratteri
astratti, non dicono donde verrebbe a questi la proprietà di presentarsi
moltiplicati e ripetuti nei fatti particolari. Se si vuol negare loro qualsiasì
attività, se non si vogliono essi considerare come energie, e ciò facendo, si
ritornerebbe a qualcosa di simile alle idee platoniche, non è giocoforza
confessare che una simile struttura della realtà, non ci spiega la realtà
stessa? Le interpretazioni scientifiche, affinchè siano esatte, devono essere
contrassegnate dalle note dell’universalità e della necessità; ora
l’universale, non l’'astratto, in tanto ci può dar ragione del particolare in
quanto contiene le condizioni genetiche dei reali (es.: l'attività rispetto
agli atti singolì); l’astratto invece può essere un indizio, una manifestazione
dell’universale, ma non mai la stessa cosa di questo. I filosofi
intellettualisti per dar ragione dei rapporti delle cose espressi nelle leggi
non hanno saputo far di meglio che ridurre queste a giudizi analitici o
d'identità più o meno manifesti; in tanto il secondo termine della coppia
legge, essi hanno detto, è connesso col primo, in quanto più o meno
direttamente, più o meno implicitamente vi è contenuto. Allo stesso modo che la
realtà non fa che ripetersi continuamente esplicando in una data forma ciò che
era implicito in una forma antecedente, così le leggi non fanno per cosi dire,
che distendere ciò che era involuto in uno dei caratteri del primo termine della
legge. È ciò ammissibile ? Noi sappiamo che i rapporti fondamentali che possono
intercedere tra i concetti sono due, quello di identità e quello di dipendenza
(spaziale, temporale, condizionale): ora essi sono irriducibili l’uno all’altro
e se a taluni logici è sembrato facile riguardare la dipendenza come
un'espressione diversa dell’identità, ciò è avvenuto perchè in virtù di una
interpretazione speciale data alle formole matematiche e logiche si sono
considerati come equivalenti i rapporti d'identità e di dipendenza: ma è chiaro
che il mutamento di una espressione simbolica quale A F (funzione) B in A f B
non può avere la virtù di rendere identici i concetti di A e B. Nella seconda
formola il simbolo della funzione cela il rapporto di dipendenza. Non è lecito
considerare il rapporto di dipendenza intercedente tra A e B come equivalente
all'affermazione di una identità parziale di A e B, giacchè il simbolo
dell’eguaglianza in tal caso piuttosto che voler significare che una parte di A
coincide con B vuol dire che una parte dei casi in cui A si presenta è uguale
all'insieme dei casi in cui si presenta B. Ciò che noi effettivamente poniamo
come parzialmente eguali non sono A e B, ma i casì del loro apparire. Ed ogni
eguaglianza matematica che pone come identiche due relazioni funzionali è
valida soltanto sotto la condizione di un analoga interpretazione logica. È
solamente l’attività sintetica del nostro pensiero che può generare in noi le
convizione della verità della tesi che gli angoli di un triangolo equilatero
sono eguali e che due grandezze eguali ad una terza sono eguali tra loro: in
tutti questi rapporti noi abbiamo a che fare con dati irriducibili ad identità,
sia questa parziale che totale: l'eguaglianza degli angoli di un triangolo è la
condizione dell’eguaglianza dei lati, ma si può dire che i due fatti siano
identici? Il giudizio condizionale o ipotetico Se À è B è , può indicare una
dipendenza unilaterale, onde può venire espresso in termini di sussunzione –
cf. Grice, reductive/reducctionist -- e d'identità parziale; tutti i casì in
cui À si presenta sono eguali ad alcuni dei casi in cui B sì presenta : come
può indicare nna dipendenza reciproca ed in tal caso il suddetto. giudizio
condizionale può essere trasformato in un giudizio d'identità totale del
seguente tenore: tutti i casì in cui A si presenta sono eguali a tutti i casi
in cui si presenta B : dal che si desume che tutt’ e due le volte non si tratta
dell’ identità propriamente di A e B, ma bensi dell'identità dei casi del loro
presentarsi. Appenachè A e B sitoccano nello spazio, nel tempo o nel nostro
intendimento è lecito affermare che il loro apparire coincide, con che sì
esprime soltanto la dipendenza nella sua forma locale, temporale o
condizionale. La dipendenza lungi dall’essere distrutta, ha assunto un’atra
forma. D'altra parte il giudizio d'identità parziale A è una parte di B si può
trasformare nel giudizio ipotetico Se A è questo è B come quello d’ identità
totale Ax-B nell’ipotetico Se A è, questo è Be se Bè questo è A: in entrambi i
casì l'identità espressa già nel collegamento dei due membri del giudizio di
identità, è passata nel conseguente del giudizio ipotetico, nel quale il
soggetto è sostitituito dal pronome dimostrativo. L'identità parziale diviene
così una semplice sussunzione e quella totale una sussunzione doppia, che è poi
equivalente nel fatto. In ciascuna comparazione di A e di B l'esistenza di
questi è già presupposta e mediante la trasformazione del giudizio d’idenità in
giudizio condizionale ciò che era sottinteso viene messo in evidenza: invero a
fianco ad ogni identità è da ammettere il pensiero implicito di una condizione
come a fianco ad ogni condizionalità un'identità totale o parziale. Nell’un
caso è l’esistenza o la posizione dei concetti sottintesa come condizione del
loro rapporto, mentre nell'altro ad ogni rapporto di condizionalità
-corrisponde la frequenza della coesistenza dei dati condizionantisì, frequenza
che può essere significata soltanto con un giudizio d'identità totale o
parziale Una delle caratteristiche principali della concezione
intellettualistica è data dalla maniera con cui essa dà ragione delle leggi
normative e quindi delle costruzioni ideali che ne sono l’espressione. Noi
conosciamo perfettamente per che via siè giunti a all’enunciazione delle
principali leggi normative logiche, estetiche e morali e in base a ciò possiamo
affermare con tutta sicurezza che come esce non ebbero la loro radice
nell'adattamento dell’intelligenza,del senso estetico e della volontà a
determinati rapporti esteriori, cosi non furono prodotte dalla semplice
combinazione e costruzione di elementi ricavati dal di fuori; tanto è cio vero
che i fatti esterni sono giudicati alla stregua delle dette norme, le quali
quindi devono essere considerate come aventi un’ esistenza propria
indipendente. D'altra parte i principii della Logica, dell’ Estetica e
dell’Etica non sono innati, ma vengono appresi, e richiedono uno sforzo per
esser seguiti e ciò perchè essi non sono l’espressione di leggi naturali dello
spirito, come sarà più am. piamente svolto in seguito, ma di leggi normative. E
lo stesso va detto delle nozioni fondamentali della matematica, la quale ha
questo di comune colle scienze normative, che non ha per oggetto ciò che è, ma
ciò che ha da essere, che quindi può o deve essere: così il concetto della
retta è un prodotto puro dell’attività del nostro pensiero che invece di esser
derivato da molteplici rappresentazioni particolari, serve come norma per
valutare le intuizioni sensibili. Gl'ideali di qualunque genere siano, a
qualsivoglia dominio appartengano, non vanno considerati quali estratti dalla
realtà, giacchè servono all'opposto per misurare, regolare, apprezzare questa.
Per formarsi un chiaro concetto della natura delle leggi normative o
precettive, giova tener presenti i caratteri che contradistinguono le regole
estetiche, in cui salta dippiù agli occhi da una parte la differenza esistente
tra le leggi naturali e le precettive in genere, e dall'altra quella esistente
tra le precettive ricavate da un complesso di fatti (regole dietetiche,
igieniche, ecc.), e le leggi che hanno la loro origine in una determinazione
primitiva della volontà e dell’emotività dell'anima umana. Una regola estetica
ancorchè ricavata, mediante l’astrazione, da tutte le opere artistiche esistenti
non è valida in modo incondizionato : un’opera sola che si mostri felicemente
superiore ai dettami della detta regola può limitare il valore di questa: non è
il numero di date produzioni artistiche, non è la frequenza con cui esse si
presentano che le rende belle : ogni opera artistica porta con sè la regola, la
stregua con cuì deve essere giudicata. Sicchè ogni valutazione estetica
presuppone qualcos'altro che non siano le regole astratte, e questo qualcosa è
il gusto estetico (che corrisponde al senso morale nella valutazione morale).
Se non che non bisogna credere che l'opera d’arte vada giudicata alla stregua
pura e semplice del gusto individuale, il quale per contrario dev'essere basato
sulle norme richieste dalla natura propria di una data produzione artistica,
natura propria che non è in rapporto coll’attività spirituale di questo o
quell'individuo, ma dell’uomo in genere. Il gusto estetico non è la fonte, ma
l'indice della bellezza, la quale emerge dalla concordanza dell’opera d’arte
coll’ideale estetico, che, come tutti gl'ideali, è un prodotto della
collettività e varia al variare delle circostanze. . Der wahre Kunstrichter ,
diceva Lessing, folgert keine Regeln aus seinem Geschmack, sondern hat seinen
Geschmack nach den Regeln gebildet, welche die Natur der Sache fordert . Ogni
creazione artistica, come ogni prodotto spirituale è un fatto originale che va
considerato per sè e che in opposizione all’uniformità del corso della natura
ha motivi e fini propri. Ond'è che essa non può essere valutata in modo giusto
che rapportandosi ai detti motivi e fini. Sicché il giudizio estetico come
quello morale non può limitarsi a considerare semplicemente il prodotto
spirituale opera d'arte o azione morale , ma deve tenere il dovuto conto della
natura propria dello spirito umano, delle sue tendenze ed esigenze. La
valutazione estetica e morale non può essere fondata soltanto sugli effetti
degli atti spirituali, ma segnatamente sulle determinazioni primitive della
volontà e dell'emotività che diedero loro origine. E qui occorre fare un'altra
osservazione della più alta importanza. Se i risultati delle costruzioni
compiute dalle scienze che hanno per obbietto il possibile, possono essere
presentate in forma di giudizi, nel cui soggetto è già implicito il predicato,
si può sempre domandare, a quali esigenze risponda (e con quali norme e
criteri) la formazione originaria di tali costruzioni ideali, quali appaiono
nel soggetto dei sumentovati giudizi. Se il principio d'identità può essere
valido a farci scomporre sussecutivamente e secondariamente ciò che è già
composto, non può mai valere a darci la chiave per intendere la costruzione
degl'ideali, per spiegare i processi sintetici primitivi. Per convincersi della
differenza esistente tra i prodotti della conoscenza e le costruzioni ideali
basta riflettere che mentre ì primi sono veri o falsi, reali o non reali, le
altre sono rispondenti o pur no ad un dato scopo, onde includono un
apprezzamento, possibile soltanto col riferirsi ad un ideale che funge da
pietra di paragone. Si dicono vere o false bensi anche le costruzioni
matematiche, come d'altra parte le costruzioni logiche, ma la verità o falsità
in tal caso non sta a significare la rispondenza di un dato processo mentale a
qualche cosa di già esistente come accade nella conoscenza della realtà, ma
esprime la rispondenza di una data costruzione alle norme generali del
pensiero. La caratteristica della concezione animistica è riposta nella
tendenza a penetrare nel cuore delle cose: mentre la concezione intellettualistica
nella sua forma più diftusa si arrestava alla classificazione degli obbietti,
andando in traccia del carattere generale, astratto e comune a più individui,
mentre essa quindi cercava di presentare delle ‘ormule, degli schemi in cui
potessero essere compresi molteplici fatti concreti, mentre faceva giungere la
sua analisi tanto in alto da arrivare al principio d'identità, senza curarsi
della genesi dei fatti diversificati e particolari, mentre essa poneva
all'origine delle cose l’ universale senza darsi pensiero del principio del
movimento, mentre insomma essa si contentava di catalogare la realtà, la
concezione animistica ha l'intento di esaminare i vari presupposti delle
nozioni tanto adoperate nella scienza, di legge, di rapporto, di necessità,
ecc. ha di mira di non fermarsi alla considerazione della superficie delle
cose, ma dì spingere lo sguardo nella loro interiorità per arrivare alla
conchiusione che le leggi sono niente altro che determinazioni di questa. Nel
linguaggio ordinario, quando si vuol dar ragione di una cosa se ne formula la
legge, mostrando di considerare questa come una potenza, una forza, la quale
posta al di fuori o tra le cose costringa queste ultime a presentarsi in un
dato modo; ora nulla di più falso; come possono le leggi, come può qualsiasi
forma di necessità atta a regolare il corso delle cose, esistere per sè ?
Niente è concepibile al di fuori o tra gli esseri, non una forza costruttrice,
non una potenza ordinatrice antecedente o staccata dalle cose da ordinare. Si
crede di poter dar ragione delle azioni che le cose esercitano tra loro,
considerandole coie effetti di determinate proprietà esprimenti la loro natura,
colla cooperazione di determinate circostanze: ma, se ben si riflette, vi è
ragione a convincersi che vuoi il rapporto reciproco delle cose, vuoi gli
effetti particolari che in ogni singolo caso sì notano in seguito alla
coincidenza di varie cause rimangono misteri inesplicabili senza la
presnpposizione di un potere sostanzialmente unico, il quale in luogo di una
legge o formula (che, si noti, non può non essere inattiva data l’impossibilità
di spiegare la maniera in cui agisce sui fatti ad essa sottoposti e da essa
regolati), colleghi le varie cose in modo che la modificazione di una possa
riflettersi sulle altre. L'attività unica del principio supremo, fondo dell’
universo, svolgentesi in maniere e con tendenze determinate, dà ragione della
corrispondenza e delle molteplici relazioni esistenti tra le cose. L'unità
della vita del Tutto spiega il nesso delle sue varie parti costitutive. I fatti
reali e le leggi che non sono separabili tra loro, essendo la medesima cosa
considerata sotto due punti di vista, non sono chè determinazioni interiori,
momenti dalla vita universale. Non è più a parlare quindi di necessità estrinseca
alle cose, ma bensi di spontaneità interiore, non di leggi costrittive, o di
rapporti o di legami congiungenti le cose, esistenti per sè, ma bensi di modi
di operare o di processi aventi origine nell’interiorità del Tutto. Non si
tratta più di moti o di urti trasmessi dall'esterno, ma d’impulsi, di tendenze
interne, di forme dell’attività interiore. Per formarsi un chiaro concetto
della veduta animistica, giova tener presente che essa non fa distinzione tra
leggi fisichè è leggi precettive o normative, riguardando le prime come
riducibili alle ultime. Allo stesso modo chele leggi regolanti i rapporti
sociali, dicono gli animisti, non vanno considerate come esistenti in modo
indipendente, al di fuori o tra gli uomini, come potenze atte a costringere e a
guidare questi in date maniere, ma cone esistenti solo nella coscienza degl’
individui, come aventi valore e forza solo per mezzo degli atti degli esseri
umani, così le leggi naturali vanno risguardate quali particolari direzioni
della vita interiore dell’universo. In entrambi i casì le leggi sì riducono
all’ indirizzo assunto in modo concorde dall'attività dei vari esseri,
indirizzo che all'osservazione esterna e posteriore appare come effetto di un
potere superiore regolante estrinsecamente i fatti singoli. A convincersi della
necessità di riguardare le leggi in genere quali determinazioni o forme dell’
attività interiore degli esseri, è bene (sempre secondo i fautori della
concezione auimistica) tenere a mente che ogni specie di rapporto in tanto
realmente esiste in quanto ha radice nell'unità della coscienza che l’apprende,
o meglio, che lo stabilisce, formu landolo, la quale coscienza passando appunto
da un termine all’altro li abbraccia insieme entrambi, e li congiunge
intimamente colla sua attività sintetizzatrice : onde consegue che ogni
ordinamento, ogni disposizione, ogni legge che noi poniamo nelle cose
indipendentemente dalla nostra conoscenza, non ha la sua origine e base che
nell’ Unità del Reale, che tutte cose comprende, e che per tale via si presenta
come il vero mezzo termine esplicativo di tutte lc leggi, di tutti i rapporti e
legami esistenti nell'universo. Come nell'anima individuale la relazione
reciproca dei vari stati interni dipende dalla base comune in cui tutti hanno
la loro radice, cosi l’' azione reciproca delle cose è fondata sulla loro
comune natura : ciò che fa e produce ogni singolo elemento non lo fa e produce
in quanto è questo e non altro, in quanto é formato così è non diversamente, in
quanto è fornito di queste note e proprietà e non di altre, ma in quanto è
parvenza, simbolo, espressione dell’ Uno-Tutto. Ogni forza e attitudine ad
agire emerge non da determinate proprietà delle cose che non si sa donde
provengano e su che poggino, ma dal fondo interno che per loro mezzo si manifesta,
1’ intima verità, ragionevolezza e salda struttura del Reale, si esprime nella
concatenazione, nella coerenza e costanza dei fenomeni richiesta dal
significato che la serie fenomenica ha appunto come momento della vita
interiore universale. E molti di quegli assiomi, di quei giudizi universali
reputati per sè evidenti, lungi dall’ essere delle necessità del pensiero,
lungi dall'essere fondati sull'intima organizzazione dello spirito, sono un
prodotto dell’ esperienza, la quale col presentare in modo costante dati
rapporti finisce coll’ ingenerare nella mente la convinzione che si tratti di
rapporti logici: così il principio dell’indistruttibilità della materia sì
crede a torto fondato sulla categoria mentale della permanenza della sostanza.
I dati dell'esperienza però stanno ad indicare le particolari direzioni in
cuil’attività dell’Uno-Tutto tende a svolgersi per rispondere alle esigenze
inerenti alla sua natura. E chi crede di poter stabilire le leggi regolanti il
corso dei fatti naturali, basandosi esclusivamente sull a imperfetta cognizione
del finito, senza considerare questo quale espressione della Realtà universale,
somiglia a colui che volesse formare una teoria dei movimenti delle ombre,
facendo astrazione dal moto dei torpi, da cui quelle son proiettate. Se gli
animisti. pongono l’esseuza della legge in genere nel diverso modo di
determinarsi dell’attività interiore del Tutto nei suoi vari momenti, non è a
oredere che essi intendano di affermare che le leggi singole quali vengono
formulate ed enunciate dalle scienze particolari vadano senz'altro considerate
come espressioni complete, esclusive ed immediate dell’interiorità dell’
Uno-Tutto. È da tenere a mente che le le leggi generali, le classificazioni,
gli schemi della scienza se servono come mezzi di riproduzione e di richiamo
delle cose concrete, non valgono ad esaurire la natura del reale, tanto è ciò
vero che a seconda del vario punto di vista degli scienziati, un medesimo
gruppo di fenomeni può dar origine a leggi ed a classificazioni di ordine
diverso. Nessuna delle forme e delle leggi presentate dalla scienza può essere
considerata come perfettamente corrispondente al reale ordinamento delle cose,
le quali si rivelano come una totalità atta ad essere rappresentata nei modi
più diversi a seconda del punto di vista da cui la si considera. Spetta alla
filosofia di riguardare l'insieme valendosi delle vedute parziali offerte dalle
scienze particolari. (1) Secondo una delle forme della concezione animistica,
le leggi in genere vanno considerate come funzioni dei principii reali ed
insieme come norme, come tipi, come modelli a cui i fenomeni tendono a
conformarsi; beninteso che tali norme non sono al di- fuori, ma immanenti nei
reali stessi. In altri termini ogni cosa deve avere un dato ufficio, deve
rispondere ad una data esigenza nel sistema universale, deve essere in un dato
rapporto col Tutto : ora CITAZIONE IN TEDESCO DA SARLO: DER WANDERER, der einen
Berg umgeht,, nota molto 2a propoSito il Lotze (Microcosmus, dritt. b. 217), “
sieht, wenn er wiederholt vor-und zuciick, auf-und abwirts gcht, eine Anzahl
verschiedener Profile des Berges in voraussagbarer Ordnung wiederkehren. Keines
von ihnen ist die wahre Gestalt des Berges, aber alle sind giltige Projectionen
derselben. Die wahre Gestalt selbst aber wilrde eben so wie alle jene
scheinbaren, in irgend einer Lagerung aller seiner Punkte zu einander bestehen.
Diese eigene Gestalt, der wirkliche innere Zusammenhang der Dinge lisst sich
vielleicht auch finden, und gewiss wirrde man dieses wahre objective Gesetz der
Wirklichkeit allen abgeleiteten und nur giltigen Ausdriicken desselben
vorziehen. .in questo legame dell’elemento singolo del Tutto consiste appunto
la legge, la quale considerata per sè assume la forma di una regola astratta e
quindi di qualcosa di universale, di eterno, d'immutabile, capace d'avere
un'attuazione ed una concretizzazione più o meno complete (1). Di leggi o di
forme se ne possono poi distinguere tre diversi gruppi: 1° quelle che hanno la
loro piena ed Teichmiiller, Philosophie u. Daricinismus, Dopart. Qu sorge
spontaneo un quesito della più alta importanza : le leggi o norme considerate
nella loro universalità hanno la prima origine nell’ intelligenza umana, ovvero
presuprongono un’altra intelligenza d’ordine superiore ? Se le leggi sono un
prodotto dell’ intelligenza umana, non si vede come possano essere considerate
quali norme, tipi, modelli a cui i fatti particolari e concreti tendano a
conformarsi. D'altronde se la legge vien considerata obbiettivamente come una
funzione del reale, non può essere più riguardata come norma o tipo, a meno che
non si vogliano identificare tutti i reali collo spirito umano quale si
presenta in un grado avanzato di svolgimento, quando cioè ha acquistato
l’attitudine ad operare secondo principii o rappresentazioni di leggi. Non si
vede poi come le leggi normative concepite quali funzioni, quali disposizioni
specifiche, possano essere considerate modelli o tipi dei fatti reali. Un fatto
può essere modello rispetto ad un altro fatto, ma non lo può mai una funzione o
un’esigenza che in tanto è reale in quanto è in azione, in quanto riceve la sua
completa esplicazione dal concorso di svariati fattori. Eppoi come si fa a
conciliare l’assolutezza, l’eternità, l’ immobilità delle leggi normative col fatto
che esse vengono riguardate quali modelli atti ad avere un’attuazione più o
meno completa? La concretizzazione di un tipo, la realizzazione di un ideale
racchiude necessariamente un processo reale nel tempo, tanto più se si
considera la norma, il tipo come un’esigenza immanente nella realtà concreta;
diversamente bisognerà ammettere la disgiunzione dell’ idea dal fatto: concetto
codesto che implica una quantità di problemi insolubili: p. es. l’idea come,
dove e perchè esiste disgiunta dall’esistenza concreta ? Il fatto è che le
leggi nel loro significato reale sono funzioni dei reali e come tali non avendo
alcuna esistenza separata da questi, non sono modelli o norme determinanti i
fenomeni: è solamente il pensiero umano che riesce a separarli dall’esistenza e
a riguardarli per sè come elementi intelligibili e quindi nenessari,
universali, eterni (su) specie aeternitatis) della realtà, assoluta attuazione
nei fenomeni (leggi fisiche e chimiche), perchè non sono che funzioni semplici
dei reali; 2° quelle che si presentano solo come regole che non hanno
un'applicazione necessaria (leggi biologiche, etiche, ecc.), in quanto
presuppongono la co-operazione di molteplici reali determinantisi
vicendevolmente in svariate funzioni rispondenti ad uno scopo in rapporto alla
loro dipendenza da un principio unico, centro della sintesi; 3° quelle forme
della realtà che d'ordinario si chiamano accidentali risultanti dalla
cooperazione. di molteplici fattori non sottoposti però ad alcuna regola o
norma. Onde sì hanno forme necessarie, normative ed accidentali. Da tuttociò
consegue che la legge presupponendo l’azione reciproca dei reali, presuppone
per ciò stesso il loro nesso, la loro unità reale che è concepibile soltanto
come sistema, e quindi come coordinazione di elementi diversi in vista del
conseguimento di un fine unico. Accennavamo già disopra al modo di considerare
il rapporto esistente tra leggi naturali e normative da parte degli animisti:
giova ora insistere su ciò, notando che il modo di concepire l'essenza della
legge in genere ha spesso il suo riflesso nella maniera di valutare la
differenza esistente tra ì vari ordini di leggi. La concezione animistica pone
su una stesssa linea le leggi fisiche e quelle morali o precettive dando ad
entrambe uno stesso valore. Il rapporto di causalità (sempre secondo tali
filosofi) è il fondamento delle regole pratiche nella Morale, nel Dritto, come
lo è delle leggi sperimentali: rapporto di causalità che nelle sue modalità sta
ad esprimere la natura propria delle cose. Le leggi non devi rubare; non devi
mentire (leggi morali): ovvero: chi ruba, chi mentisce è punito (leggi
giuridiche) poggiano sul seguente rapporto causale che non differisce in nulla
da qualsiasi legge naturale : il rubare, IL MENTIRE, ecc. RENDONO IMPOSSIBILE
LA CONVIVENZA SOCIALE E CIVILE [argomentazione trascendentale debole]. Si dice
d’ordinario che le leggi precettive o normative a differenza di quelle naturali
esprimono il DOVER [Grice on the dullness of the IS versus the rationalist
interestin of OUGHT] e non l'essere e possono soffrire eccezioni – CAETERIS
PARIBUS -- GRICE. Se non che, rispondono i fautori della concezione animistica,
approfondendo l'analisi delle leggi pratiche o precettive – o MASSIME O
DESIDERATA – GRICE -- , seguendone Jo svolgimento storico, è agevole
persuadersi che il dovere, il precetto è in ultimo fondato sulla cognizione
anteriore di dati rapporti tra le cose, sugli insegnamenti forniti
dall'esperienza in antecedenza compiuta. Infatti, nota Paulsen, si pensi a ciò
che accade nelle regole grammaticali – cf. Austin/Grice, rule, SYMBOLO -- , il
cui carattere normativo attuale si presenta come l’espressione dell'evoluzione
storica del pensiero e della lingua. Il grammatico considera le forme
grammaticali antiquate (le quali un tempo erano anche normative), non in modo
diverso da quello in cui il paleontologo studia le forme fossili. Quanto alle
eccezioni, queste si presentano nelle leggi precettive con una frequenza
maggiore che non nelle fisiche, perchè le prime esprimendo rapporti senza
confronto più complessi, lasciano adito all'intervento di numerose condizioni
pertarbatrici; il che si può constatare anche nelle leggi biologiche, rispetto
a quelle fisiche o chimiche. Non va dimenticato che, anche queste soffrono
degli strappi dovuti a condizioni atte a neutralizzare l’azione di date cause;
si pensi al modo di comportarsi dei corpi più leggieri dell'aria rispetto alla
gravità. La ragione ultima per cui la concezione auimistica non ammette
differenza di sorta tra le leggi esplicative e quelle precettive va ricercata
in ciò che per essa tanto i fatti naturali quanto gli atti umani non
rappresentano che forme dell’attività o spontaneità interiore, e mentre il
fondamento prossimo di entrambe le specie di leggi va riposto nell' esperienza,
quello ultimo risiede nel significato che hanno per lo Spirito universale date
forme di attività. L’imperativo delle leggi precettive è dovuto al fatto che
esse si rapportano in modo immediato e diretto all'attività pratica umana e
solo in quella forma apportano vantaggio allo sviluppo umano, mentre le leggi
dichiarative esprimono dei rapporti estrinseci a noi ed hanno l’obbiettivo di
constatare semplicemente dati di fatto. Le prime insomma considerano gli eventi
dal punto di vista del valore pratico, lasciando nell'ombra le basi di questo;
le altre si fermano sulle premesse, trascurando ciò che ne consegue; le prime
mirano a porre sott'occhio i mezzi senza curarsi dello scopo ultimo, le altre
invece fondate segnatamente sulla conoscenza, esaminano la ragione e la base di
quei mezzi. Trattando della concezione animistica merita una particolare
menzione l'opinione sostenuta dal Trendlenburg Citeremo tra i fautori della
concezione animistica, Lotze, Fechner, Teichmiller Paulsen. La discussione
critica di essa sarà fatta in seguito, trattando della concezione dualistica
che è la più completa e comprensiva, comunque non risponda a tutte le esigenze,
come vedremo. È qui notiamo che non bisogna aspettarsi di trovare in ciascun
autore l’interpretazione della natura dei vari ordini di legge nel modo tipico
e quindi schematico da noi tratteggiato, giacchè è facile comprendere come
ciascun filosofo abbia un modo proprio di considerare e di risolvere i
problemi. Si tratta solo di cogliere il concetto dominante e il principio
direttivo. Trendlenburg, Logische Studien. Leipzig che sia soltanto per via
della nozione di movimento che s’intendono le varie forme di rapporto esistente
tra le cose, l’azione reciproca che queste esercitano tra loro e sopratutto il
nesso dicausalità in cui propriamente è riposta l'essenza della legge. Il
movimento per il filosofo tedesco è per sè stesso attività creatrice, tanto è
ciò vero che da esso provengono lo spazio, il tempo, la figura e il numero :
ora nel rapporto dell'attività produttrice colla grandezza prodotta consiste
appunto il nesso di causalità ; il movimento genera delle forme e in tale
azione si rivela primitivamente causalità. E la necessità del rapporto causale
trae la sua prima origine dalla coscienza dell’ identità e continuità della
nostra attività produttrice. Il nesso causale estendendosi poi fin dove arriva
il movimento, e un certo movimento trovandosi in ogni forma di pensiero, non è
a meravigliarsi che la causalità appaia una legge del pensiero a cui fa
riscontro il moto di generazione e di attività che si lascia constatare nella
realtà esterna. Del resto la Fisica riduce l'essenza della causalità a
movimento, il quale colle sue molteplici trasformazioni può dar ragione delle
più svariate potenze della natura: ed è mediante il movimento che noi
intendiamo la formazione di qualcosa a sè che è considerata come effetto:
questo invero è concepito quale moto arrestato, quale prodotto esistente per sè
e a parte dal flusso dei fenomeni da cui ésso proviene e che d’altro canto ad esso
fa seguito. Riassumendo, per il Trendelenburg l'essenza della legge va
ricercata nel moto del farsi o di prodursi di una cosa, quasi diremmo nel
cammino che percorre l’attività generatrice del reale e per lui la conoscenza
delle leggi in tanto è possibile in quanto l'intelligenza rifà mediante i
giudizi il medesimo movimento, dando origine ad un prodotto intellettuale
esprimente l'essenza o ciò che val lo stesso la legge della cosa: tale prodotto
logico è il concetto vero e proprio o universale concreto. Nulla vi ha di dato
nel mondo, ma tutto si fa, tutto si costruisce in vista di un fine: ond’'è che
tale movimento di costruzione nel cui fondo giace sempre un pensiero, è la
legge obbiettivamente considerata, mentre che il medesimo moto o attività costruttrice
formulata in un giudizio ci dà la legge quale viene enunciata dal soggetto
pensante. E il concetto è un sistema di giudizi mediante i quali lo spirito
pensa fuse e compenetrate tra di loro tutte quelle condizioni che rendono
necessaria l’attuazione del processo. Se una di quelle condizioni si pensa in
sè e come capace ad unirsi con condizioni diverse di gruppi diversi, cioè
capace d'intrecciarsi in altri processi egualmente necessari, si ha, secondo il
Trendelenburg, l'universale della reale condizione. Ciò che non va dimenticato
è che lo spirito non giunge alla vera conoscenza scientifica, al regno della
necessità, prima di esser pervenuto al concetto (legge); stantechè in esso non
solamente egli informa l'essere della sua universalità, ma scorge il processo
necessario per cui questa universalità si pone, si attua e sì svolge. Ond’è che
non basta avere la rappreseniazione, la percezione o anche la nozione astratta
di una cosa qualsiasi per dire che se ne ha una notizia scientifica, ma occorre
averne il concetto, vale a dire occorre conoscerne la legge o l’essenza. Così
io dopo aver percepito la rugiada posso averne la nozione, pensando la rugiada
quale è da sè a prescindere dalle determinazioni accidentali di spazio o di
tempo: in tal caso nel puro pensiero non ci sarà quella data rugiada, ma la
rugiada in generale di cui posso dare una definizione nominale, buona per tutte
le specie di rugiada: ma me ne manca ancora la notizia scientifica, il
concetto: per il che devo ridurre quel fenomeno particolare alla categoria dei
fenomeni affini e che provengono da un disquilibrio di temperatura, conoscere
il limite della quantità di vapore acqueo che può contenersi nell'atmosfera, e
come esso limite vada restringendosi a misura che la temperatura vada abbassandosi;
come dallo intrecciarsi di queste condizioni con l’altra della gravità per la
quale i corpi non sostenuti cadono, riceva il fenomeno della rugiada compiuta
spiegazione. Ciò che vi ha di vero, secondo noi, nell'opinione del
Trendelenburg è che se si vuo] dar ragione del divenire delle cose, del loro
modo di farsi e di generarsi non è possibile astrarre dal fattore
dell'attività, la quale si può estrinsecare in vari modi e tra gli altri per
mezzo del movimento. Questo anzi si può considerare come l’estrinsecazione per
eccellenza, la forina intuitiva dell’attività stessa. Noi però non possiamo per
nessuna via considerare col Trendelenburg il movimento come qual cosa di
primitivo e di originario, giacchè esso non è che una rappresentazione
complessa derivata dai rapporti di spazio e di tempo delle nostre sensazioni,
onde non è lecito invertire i termini at‘tribuendo a ciò che è sussecutivo e
derivato l’ufficio di principio atto a dar ragione di ciò che almeno
relativamente è originario. Per poter considerare il movimento in sè © per sè,
bisognerebbe poterlo osservare o sperimentare, senza ricorrere all’azione dei
sensi, il che è assurdo: ed anzi vi ha dippiù: a seconda delle varie formé di
sensibilità si ha di esso una notizia diversa: p. es. al senso tattile esso si
rivela con proprietà diverse da quelle con cui si rivela al senso della vista.
E ciò che noi percepiamo mediante l’azione di uno, o di un altro senso non è il
modo con cui un oggetto in moto inizia e prosegue il passaggio da un sito
all’altro dello spazio, ma bensi il fatto che l'oggetto stesso è già passato in
un altro posto: percezione codesta che ci vien fornita dalla constatazione dei
nuovi rapporti in cui l'oggetto si trova. In tanto è possibile considerare il
moto come qualcosa di primitivo e di originario in quanto ad esso vengono meta
foricamente e simbolicamente attribuiti i caratteri propri della nostra
attività interiore. I caratteri che contradistinguono la concezione dualistica
sono due: 1° stando ad essa le leggi sono una elaborazione anzi sì potrebbe
dire addirittura una produzione dello spirito sulla base dei dati provenienti
dall'esperienza, dati che son sempre qualcosa di profondamente diverso
dall'attività intellettuale capace di apprenderli, trasformandoli ed
enunciandoli in forma di leggi. E qui va notato che a seconda che si ammette o
pur no affinità o identità tra le forme del pensiero e quelle della realtà si
avranno, come si vedrà più tardi, delle suddivisioni nel seno stesso della
concezione dualistica. Ciò che in ogni caso forma il tratto caratteristico di
detta concezione è che secondo essa il contenuto dell’esperienza, la
costituzione intima del reale essendo inaccessibile all'intelletto, non può per
ciò stesso essere espresso ed intrinsecato nelle leggi, le quali ci danno così
nelle loro enunciazioni la forma del reale, ma non mai la sostanza. Così mentre
per la concezione intellettualistica e per quella animistica le leggi figurano
come dei semplici riflessi di fatti e nessi reali nell’intelligenza umana,
perla concezione dualistica le stesse si presentano come vere costruzioni e
creazioni dello spirito. 2° Stando alla medesima concezione, vi sono due
categorie fondamentali di leggi irriducibili l’una all'altra, le leggi
esplicative (leggi naturali) e le leggi normative (leggi pratiche): le prime
esprimono l'essere, le altre il dovere, e mentre quelle sono delle formule,
degli schemi che ci aiutano a richiamare in mente i casì concreti e a
catalogare la realtà, il cui contenuto è impenetrabile, le ultime indicano le
direzioni, o meglio, le esigenze della nostra attività. É naturale che se il
contenuto obbiettivo delle leggi esplicative rappresenta un'incognita per lo
spirito, non sì può dir lo stesso del contenuto delle leggi normative, le quali
riferendosi alla nostra attività figurano come l’espressione di ciò che è
intimo a noi ed ha la maggiore realtà. Il primo sostenitore della veduta
dualistica, la quale, come si è veduto, implica in fondo il distacco del
dominio dell'intelletto da quello dell'attività e il riconoscimento della
spontaneità interiore che appropriandosi dei dati dell'esperienza, li elabora e
li trasforma in determinate guise, fu E..Kant. Ogni cosa, disse Kant, è
regolata dalle leggi che nell'apprenderla e nel conoscerla vi ha impresse
l'intelletto umano, ma solainente un essere ragionevole opera secondo
rappresentazioni di leggi, ossia secondo principii ed ha quindi un volere. Ora
il volere può essere deterininato d_lla ragione in modo assoluto e
imprescindibile, ovvero no: nel primo caso le azioni riconosciute come
obbiettivamente necessarie, diventano pur tali subbiettivamente, perchè allora
il volere sta nella sola facoltà di eleggere ciò che la ragione riconosce come
buono, nel secondo caso, il quale ha luogo quando il volere può esser mosso da
impulsi soggettivi e quindi non è interamente conforme a ragione, le azioni
sono obbiettivamente necessarie e subbiettivamente contingenti; cioè la legge
obbliga e rivolgendosi al volere di un Essere ragionevole gli prescrive una
determinazione conforme a ragione, ma senza costringervelo. Però i precetti che
la ragione porge al volere e quindi le formole che li esprimono e che vengono
da Kant chiamati Imperativi, possono essere di due maniere. La ragione cioè può
prescrivere un'azione come buona per se s‘essa, e quindi come obbiettivamente
necessaria senza aver riguardo ad alcun fine e allora l'imperativo che formola
questo precetto è un imperativo categorico; oppure la ragione può prescrivere
un'azione come praticamente necessaria ad ottenere un fine reale o possibile e
allora gl'imperativi che ne formulano i precetti si dicono Iporetici; (potetici
problematici, se il fine è possibile, cioè può soltanto avvenire che l’uomo se
lo proponga, ipotetici assertori, se il fine è senz'altro e sempre voluto. È
facile il vedere come, secondo il pensiero di Kant, sebbene non sempre
chiaramente espresso, al solo Imperativo categorico debba propriamente
attribuirsi la facoltà di obbligare, di prescrivere un dovere, mentre gli altri
non ci dànno propriamente che delle regole e dei consigli. Gl’imperativi
ipotetici assertori prescrivono i mezzi ai fini svariatissimi (moralmente buoni
o cattivi) che un Essere ragionevole può proporsi: questi imperativi non sono
propriamente che regole e potrebbero chiamarsi gli imperativi dell’abilità (Geschicklichkeit).
Se non che tale veduta kantiana fu fatta segno ad obbiezioni di varie sorta.
I)a una parte Schleiermacher, Paulsen e in genere i fautori della concezione
animistica, opposero che tra legge naturale e legge normativa non esistono
differenze apprezzabili, ma a ciò fu risposto che l’affermare una tal cosa
equivaleva a confessare di non aver un’idea chiara di ciò che sia nè una legge
naturale, nè una legge precettiva. Una legge naturale infatti esprime solamentu
ciò che sotto date condizioni accade sempre senza che sia possibile il
presentarsi di una eccezione : è naturale che le condizioni divengano complesse
a misura che dalle leggi naturali di ordine generale si scende a' quelle
speciali: ma non vi è caso che un dato fenomeno enunciato in una legge naturale
si presenti immutato o costante se le condizioni corrispondenti o non si
presentano del tutto, ovvero sl presentano in modo variato o imperfetto. Ora è
lecito porre sopra una medesima linea le deviazioni degli obbietti singoli dal
loro tipo generico (ammesso pure che le dette deviazioni possano essere
identificate colle deviazioni dalle leggi naturali, il che non è) e gli strappi
fatti dalla volontà individuale ad una legge precettiva ? O nella nozione
generica s’introduce una forma di valutazione, intendendo per quella l'ideale
verso cui gl'individui di una data specie tendono, date le condizioni
favorevoli, e reputando o gni allontanamento dall’ideale come qualcosa che non
doveva essere, come una imperfezione, e in tal caso si avrà il perfetto
riscontro colle deviazioni della volontà individuale dalla legge normativa, ma
ci si troverà agli antipodi della legge naturale: ovvero si considera il tipo
generico come l’insieme di quelle proprietà che in una pluralità d’individui,
data l’uniformità e la relativa immutabilità delle loro condizioni d’origine e
d'esistenza, sì presentano in modo costante, ed in tal caso le variazioni del
tipo generico prodotte dall'azione di date cause hanno un certo riscontro colle
apparenti modificazioni delle leggi naturali, ma sono agli antipodi delle
deviazioni della volontà della legge precettiva. Per considerare le leggi
naturali come identiche in fondo a quelle morali, bisogna ridurre queste ultime
a pure descrizioni del modo come gli uomini si conducono sotto date condizioni,
ma con ciò il concetto vero del dovere viene ad essere tolto via, giacchè le
azioni umane in tal caso come i fatti naturali vengono ad essere sottratte al
giudizio valutativo vero e proprio. Il difetto della concezione animistica sta
tutto qui: nell’aver creduto di poter cancellare qualsiasi differenza tra le
leggi esplicative e quelle norinative che invece sono controdistinte da
caratteri diversissimi: le prime esprimono le condizioni sotto cui la realtà
diviene pensabile e intelligibile, stanno a significare le peculiari maniere in
cui la ragione umana reagisce di fronte all’apprensione del reale, nulla
dicendo della natura intima e del significato del reale, mentre le altre sono
esigenze proprie dello spirito rivelantisi immediatamente alla coscienza ed
esprimenti la natura propria di quello ; le prime pur accennando
necessariamente a qualcosa d'interno, non l’estrinsecano in alcun modo,
arrestandosi alla considerazione della parte formale della realtà, le altre
invece esprimono le direzioni dell’attività umana: le prime infine possono far
pensare ad una forma di attività che è il riflesso di quella interiore, mentre
le altre sono le determinazioni immediate di tale attività. Confondere le leggi
dichiarative colle precettive è come confondere la causalità esterna
(trasmissione di movimento) con quella interiore (motivazione dell’attività).
Dall'altra parte fu obbiettato a Kant: se la necessità obbiettiva si
differenzia da quella puramente subbiettiva per questo che la prima fondata
com'è sulla natura delle cose, é valida egualmente per tutti gli esseri, mentre
l’altra fondata su particolarità individuali e subbiettive è valida soltanto
per i soggetti che son forniti di queste, come mai può avvenire che tutto ciò
che è necessario per gli esseri forniti di ragione, non è poi più necessario
per una parte di essi? Ciò accade, risponde Kant, perchè l’uomo risulta di varî
elementi per modo che ciò che è necessario per l’uno di questi, può benissimo
essere accidentale per l'altro. È necessario così l'adempimento della legge
morale per l’uomo considerato come essere ragionevole, il quale colla ragione
appunto conosce la necessità della legge stessa ; ma all'opposto non è
necessario per l’uomo considerato solo come essere fornito di volere, perchè come
tale non è spinto all’azione solo dalla ragione, ma anche da altri impulsi. E
la legge morale è appunto una legge della volontà, in quanto pone come
necessario che l’uomo segua col suo volere una determinata direzione.
Riconoscere questa necessità e insieme affermare che la volontà umana non
concorda necessariamente con la legge morale non include nient'affatto
contradizione, se sì pensa che nel primo caso si tratta di una necessità
diversa da quella del secondo caso: donde la distinzione della necessità obbiettiva
della esigenza morale da quella subbiettiva basata sul rapporto della volontà
con la detta esigenza. Se non che tale distinzione, si è notato dagli
oppositori, non regge in quanto la neeessità obbiettiva si riferisce appunto
alla voloutà e quindi abbraccia la necessità subbiettiva. In seguito a ciò,
pure ammettendo che il concetto li legge sia suscettibile di due
interpretazioni diverse a seconda che si tratti di leggi esplicative o
precettive, si è cercato altrove il fondamento della detta distinzione. Si è
cominciato col notare come non soltanto nel campo della morale, rua in tutti i
dominii dell'attività umana, nessuno escluso, accada che gl’individui in casi
numerosissimi non seguono leggi, che pure si presentano col carattere più
accentuato dell’universalità. Così per quanto incondizionatamente valide si
presentino le leggi logiche e matematiche, ciò non impedisce che conclusioni
false ed errori di cali colo abbiano luogo : e lo stesso si può dire delle
leggestetiche, grammaticali, ecc. V'ha dippiù : ciò che si rileva in
opposizione alle leggi normative generali, non solo è possibile e reale, ma è
in un certo senso necessario : come al fisiologo sembra naturale la sanità allo
stesso grado che la malattia, così al psicologo l’errore e il male sembrano
naturali come il vero e il bene. Del resto le leggi precettive non esprimono
tutto ciò che è possibile, ma bensi ciò che è giusto o rispondente ad un dato
scopo. È evidente che la parola neccesità non ha un valore eguale trattando di
leggi esplicative o di leggi normative: nel primo caso la necessità implica che
un dato fenomeno risulta necessariamente dal complesso delle sue cendizioni,
nel secondo caso invece indica ciò che si deve fare perchè l'obbiettivo di una
data forma d'attività, la conoscenza del vero, la produzione del bello o la
pratica del bene, sia raggiunto. Dall’un canto la necessità serve a
contrassegnare il nesso del conseguente colle sue condizioni quale sì presenta
partendo da queste ultime come da ciò che è dato; dall'altro canto la necessità
serve a contrassegnare lo stesso nesso quale si presenta dal punto di vista del
conseguente, partendo cioè come da ciò che è dato dalla rappresentazione
dell’intento da conseguire, per mostrare sotto quali condizioni, con quali
mezzi ciò è reso possibile. Ora mentre colle cause son dati sempre e
necessariamente anche gli effetti, non si può dire che col fine o meglio colla
rappresentazione del fine sia dato sempre e necessariamente l’impiego di dati
mezzi e le modalità dell’impiego stesso, onde consegue che le leggi naturali
hanno un valore universale, mentre quelle pratiche dicono, sì, che
incondizionatamente certi scopi possono essere raggianti solo con un dato
ordine di mezzi, e in tale rapporto, se esse sono giuste, non temono smentita
dai fatti; ma dell'applicazione effettiva dei detti mezzi nulla ci dicono, per
modo che non è esclusa la possibilità che i mezzi non siano applicati e che per
conseguenza lo scopo non sia neanche lontanamente raggiunto. Le leggi
dichiarative dicono: date queste condizioni deve necessariamente conseguire
questo effetto: quelle pratiche invece: se un dato scopo deve essere raggiunto,
bisogna operare in tale maniera e non diver samente. Se poi nei casi
particolari si procederà effettivamente così e se quindi l’obbiettivo
corrispondente sarà aggiunto non è certo appunto perchè ciò dipende dal modo in
cui sì determina l’attività individuale ed è tale incertezza che trasforma la
legge in una forma di esigenza umanae. la necessità che l’esprime in dovere.
Qui si presenta une questione: É giusto mettere tutte in un fascio le leggi
normative o precettive? Noi crediamo di no, in quanto alcune di esse si
presentano come regole dedotte da determinati rapporti offerti dall’esperienza,
mentre altre figurano come l’espressione della natura propria del soggetto e
quindi vanno considerate come funziori di esso : così le leggi precettive
igieniche, dietetiche ecc. in tanto sono valide in quanto sono fondate su
determinati nessi causali constatabili per mezzo dell'esperienza e quindi contingenti,
per contrario le norme logiche e morali sono anteriori a qualsiasi esperienza,
s0no esigenze dell’attività umana e stanno a significare ciò che vi ha di
proprio nella natura del soggetto pensante sia dal punto di vista teoretico che
pratico. Ma di ciò sarà trattato più diffusamente in seguito. Dicemmo di sopra
che Emmanuele Kant va considerato come il vero fondatore della concezione
dualistira, avendo egli ammesso, dopo aver profondamente differenziato le leggi
normative da quelle esplicative, che ì giudizi necessari ed universali intorno
alla realtà occasionati dall’esperienza, in tanto sono possibili, in quanto lo
spirito umano è fornito della capacità di apprendere i fatti concreti per mezzo
di forme a priori o appercettive, le quali servono ad universalizzarli e ad
obbiettivarli. Sono queste nozioni appercettive, o predicati universalissimi o
categorie, o forme a priori, o funzioni dell’intendimento umano che unite,
mediante giudizi di ordine speciale (giudizi sintetici a priori) coi dati percettivi
concreti, rendono possibile .la scienza, cioè a dire la trasformazione del
fatto subbiettivo del sentire in qualche cosa di obbiettivo esistente in modo
ordinato nello spazio e nel tempo e insieme l'enunciazione in formule
universali delle varie sorta di azioni e di relazioni esistenti tra le cose.
Non è nostro intendimento ora fare la storia e la critica delle vedute kantiane
intorno alla possibilità dei giudizi sintetici a priori, in quanto ciò ha
formato oggettò di svariatissime e importantissime ricerche il cui risultato è
stato la trasformazione del primitivo kantismo. I mutamenti che ha subito il
pensiero kantiano, passando attraverso ia mente dei vari Logici moderni sono
stati molteplici e non sempre si fu d'accordo intorno al modo d’interpretare,
di completare e di svolgere il pensiero del maestro: tuttavia non è impossibile
collegare insieme le varie opinioni emesse, considerandole da un punto di vista
superiore. Per quanto numerose e rilevanti siano le discrepanze tra i filosofi
criticisti intorno alla estensione ed al significato dall’a priori kantiano, vi
sono dei dati ammessi da tutti e su cui non cade alcun dubbio o disparere. Così
tutti concordano nell’ammettere il corrispettivo obbiettivo dell'elemento
formale di ogni conoscenza, vale a dire la cooperazione della realtà nella
genesi delle forime appercettive, in modo che questo lungi dall’esser
considerate come semplici funzioni o obbiettiva trai zioni dello spirito umano,
sono ritenute il risultato della cooperazione di due fattori, del fattore
subbiettivo e di quello obbiettivo. D'altra parte si è d'accordo nel riguardare
le forme appercettive (le nozioni di uguaglianza e di differenza, di tutto e
parti, di grandezza, di rapporto causale tra i fatti successivi e di
connessione reciproca tra fatti coesistenti e di fine) come acquisti dello
spirito umano avvenuti sotto la guida di alcuni principî supremi comuni al
pensiero ed all'essere, quali il principio d'identità, quello di contradizione
e quello di ragione, ecc. E qui va notato che non tutti i filosofi son disposti
ad attribuire un egual valore ai suddetti principii, giacchè per taluno, come
per il Riehl, il principio regolatore supremo è quello d'identità, mentre per
altri è quello di contradizione colla cooperazione però più o meno valida degli
altri principii : questione codesta che a noi non compete di esaminare.
Conchiudendo, possiamo dire che il neo-kantismo non considera più le varie
leggi scientifiche quali giudizii sintetici aventi il loro fondamento ultimo
nei giudizii sintetitici a priori, costituenti poi i veri principii delle
scienze, ma come il risultato della trasformazione dei nessi e rapporti
puramente sperimentali in nessi e rapporti logici. Non è dunque riposta
l’essenza della legge nell’applicazione di determinate categorie ai fatti
concreti, ma nella trascrizione dei fatti o processi sperimentali in fatti e
processi aventi organismo e struttura logica. Tra i filosofi criticisti quegli
che più e meglio di tutti ha trattato la quistione della natura e delle forme
della conoscenza scientifica è certamente il Riehl], il quale nella sua
pregevole opera // Criticismo filosofico, ha emesso delle vedute degne di
essere conosciute. Egli comincia coll'’ammettere una profonda differenza tra le
leggi normative e quelle esplicative in quanto le prime esprimono il dovere in
rapporto al conseguimento di un dato scopo, mentre le altre esprimono l’essere;
in base alle prime giudichiamo del valore, dell'importanza di una data cosa,
mentre in base alie altre della realtà o della verità : le prime denotano
tendenze e s’indirizzano all’avvenire, le altre dati di fatto e vertono su ciò
che è ed accade: le prime infine sono una determinazione del gusto, del
sentimento e della volontà umana, mentre le altre sono emanazione della ragione
e dell’attività coroscitiva. Dal che consegue che la scienza, la quale si può
considerare come l'ordinamento razionale delle leggi esplicative, presenta
l’uomo quale un prodotto della natura, quale risultato delle leggi generali di
essa, mentrechè la filosofia pratica riferendosi al possibile e all’ideale,
risguarda l’uomo nella natura come causa, come un essere cioè che in base alla
conoscenza delle leggi natarali può proporsi dei fini e mettere in opera tutta
la sua attività per raggiungerli. Ma se la filosofia pratica può avere il suo
punto di partenza nella conoscenza della natura umana fornita dalla scienza
(Antropologia, Pisicologia, Storia ecc.), rapportandosi poi a ciò che deve
essere, esplica la sua azione, ponendo sempre nuove esigenze al sentimento, al
volere ed alla coscienza umana. Nell’approfondire la natura della conoscenza
scientifica il Riehl nota che la legge esplicativa che è sinonimo di rapporto
necessario, esprime l’azione esercitata sulla ragione dalla stabilità ed
uniformità del corso dei fenomeni. La relazione esistente tra la realtà e il
pensiero costituisce l'esperienza propriamente detta: e le leggi scientifiche
sono il prodotto da una parte della regolarità con cui sotto condizioni eguali
si presentano fenomeni identici, o della stabilità delle proprietà fondamentali
delle cose, e dall’ altra dell’ attività concscitiva del soggetto. Onde la
legge è per l'intelligenza ciò che è il fine per il volere e il bello per il
senso estetico : in tutti e tre i casi i due termini s'implicano a vicenda;
tanto é ciò vero che le cosidette leggi naturali lungi dall'essere in rapporto,
come a dire, accidentale colle leggi del pensiero, sono il risultato, quanto
alla loro forma, di queste ultime. Pertanto l’affermazione che in natura tutto
av. venga in modo meccanico è falsa, se s'intende dire che per tale via si
riesce a comprendere la natura propria, e le qualità intime del processo
naturale; il meccanismo delle cose lungi dal manifestare l'essenza di un
qualsiasi fatto naturale, rappresenta la forma di questo; e la meccanica
ricercando l'equivalente dei cangiamenti svolgentisi nella natura, non svela
nient’affatto la natura propria delle cause dei detti cangiamenti. É per questo
che le leggi esp imenti i rapporti delle cose devono presentare i termini connessi
in modo continuo e immediato nel tempo e in maniera intelligibile per
l'intendimento, vale a dire congiunti secondo il rapporto dell'uguaglianza
quantitativa, riducibile al principio d'identità. E a che ai riducono le leggi
del pensiero, le categorie logiche, che applicate alla realtà, rendono
possibile la formazione delle leggi scientifiche ? Le condizioni logiche
dell'esperienza, dice il Riehl (1), le categorie della Rienc, Der
philosophiscrie Kriticismus. Zw. B. Leipzig. sostanza, della causalità e dell’unità
sistematica della natura, non sono, come insegnò Kant, forme primitive diverse
e irriducibili del nostro intelletto, ma derivano da un unico principio
saperiore, da quello dell'unità e conservazione della coscienza in genere, il
quale dà loro origine quando viene applicato ai rapporti generali presentati
dall'intuizione. L'Io è cosciente della suna unità e della sua identità con sè
stesso, condizione prima di ogni altra conoscenzà, sia che scompone una
molteplicità simultanea di impressioni (la cui forma intuitiva è lo spazio),
sia che connette una serie successiva di impressioni, sia finalmente che
scompone e congiunge insieme, vale a dire che unisce i due atti precedenti,
affinchè emerga il concetto dell’unità sistematica del tutto. Noi possiamo quindi
distinguere tre diverse funzioni pertinenti alla coscienza (una ed identica con
sè stessa), una funzione analitica (che ci dà la categoria di sostanza), una
sintetica (che ci dà la categoria di causalità) ed una sintetica ed analitica
insieme (che ci dà la categoria dell'unità sistematica); mediante la prima è
differenziato il permanente dal mutevole, mediante la seconda è collegato il
cangiamento colla sua causa, mediante la terza finalmente tutto il reale, cose
e processi, viene considerato come un sistema organico composto di varie parti.
È questa l’espressione più completa e più perfetta della concezione dualistica;
e non si può non convenire che essa segna un notevole progresso rispetto agli
altri modi d’interpretare la natura delle leggi; ma possiamo noi dichiararci
soddisfatti appieno ? Notiamo subito che il difetto di tale veduta sta tutto
nel ritenere che la natura propria della legge si riduca all’affermazione di un
rapporto di natura quantitativa; ora la legge oltreché l’espressione di una equivalenza,
è l’espressione dell'attività di una cosa sull'altra. L'ideale verso cui tende
la scienza nel fomulare le sue leggi non è l'affermazione esclusiva dei
rapporti quantitativi, ma l'indagine delle condizioni determinanti dati
fenomeni, condizioni che diventano spesso visibii all'intendimento e vengono
fissate per mezzo dei rapporti quantitativi non altrimenti che in un quadro è
pel colore che diventano visibili le linee, i punti e fino la mancanza perfetta
di linee, il nero, la tenebra. É evidente però che l'essenza della legge non
può essere riposta in un momento subordinato ed ausiliario, per quanto
necessario. Con le sole leggi della meccanica, con le sole ridistribuzioni
della materia e del movimento non s’in'ende come si possano produrre forme così
diver:e della realtà. La concezione meccanica, come quella che è solamente
quantitiva, non soddisfa al bisogno che la conoscenza ha del sistema, non rende
ragione della Zinitazione e direzione delle forze. Con la materia e col
movimento soltanto noi abbiamo una possibilità affatto indeterminata, la
possibilità di mondi innumerevoli diversi: che cosa determina la genesi del
mondo della nostra esperienza ? Ciò posto, come mai si può affermare che la
scienza abbia per compito essenziale d' indagare la costituzione meccanica del
Reale? La scienza tende invece a conoscere la natura propria delle cose quale
sì manifesta per mezzo delle loro azioni o funzioni e per mezzo del numero
maggiore o minore di attinenze (delle quali le quantitative sono una sorta
soltanto) che esse hanno col rimanente della realtà. L'essenziale della
conoscenza scientifica non sta nel delineare semplicemente le variazioni
spaziali e temporali di una cosa, ma nel cercare di studiare le proprietà, le
qualità e le relazioni di essa, tanto è ciò vero che la scienza seria ed esatta
lungi dall’abbandonarsi a ricercare la spiegazione e la ragione di tutti i
fatti nei semplici spostamenti spaziali e temporali, studia ciascuna categoria
di fenomeni separatamente senza lasciarsi fuorviare dalle analogie o
somiglianze astratte e va in traccia sempre delle condizioni peculiari
concorrenti a determinare una data classe di fenomeni. E tutte le ipotesi
scientifiche non hanno la loro ragione di essere nella esigenza imperiosa della
scienza di approfondire la natura propria delle cose, prescindendo dalla
esclusiva considerazione della grandezza e della quantità ? L'errore del Riehl
è di aver identificato ogni forma di cansalità con quella esterna o meccanica
(1), chiudendosi cosi la via di interpretare i fatti di cristallizzazione, di
coesione, ecc. ecc,, buona parte dei fatti chimici e biologici e tutti i fatti
spirituali, ove vige in modo evidentissimo ‘0 principio dell’ aumento dell’
energia ; ora si (1) La causalità fisica è profondamente diversa da quella
psichica, in quanto ciò che è causa nella prima e quindi fa essere una cosa
diviene motivo nella seconda, cioè, giustifica la cosa, ciò che in quella è
azione meccanica proveniente dall’esterno (causa ed effetto son considerati
come l’una fuori dell’altro) ed è quindi accessibile alla osservazione esterna
e alla comparazione quantitativa, nell’altra è azione interiore proveniente,
anzi da ciò che vi ha di più profondo nell'essere ed è accessibile soltanto
all'osservazione interiore. La causa agisce per ciò che è in sè, mentre il
motive per il valore che gli vien dato dall'insieme della vita spirituale,
valore che può variare moltissimo, donde la varietà delle determinazioni
volontarie nei varii individui e le reazioni subbiettive diverse ad un medesimo
fatto, Da tutto ciò consegue che è una conpuò affermare che in tutti questi
casi non è a parlare di leggi, vale a dire di maniere costanti ritmiche di
operare, di rapporti necessari e universali, di funzioni determinate, quindi di
scienza? Aggiungiamo che se il principio di identità fosse l'esclusivo
principio supremo della intelligenza e se quello di ragione non fosse inerente
alla natura propria dell'intelletto, non si vede come e perchè la cosidetta
identità sintetica potrebbe entrare in azione. Secondo il Riehl, infatti, noi
siamo tratti a identificare sempre ciò che è straordinario o inusitato con ciò
che già sappiamo: ora in questo caso l’identificazione non rappresenta che il
messo di poter rispondere all’esigenza di ricercare la ragione di ciò che ci sì
rivela come nuovo e irriducibile al resto. Il fatto prinitivo è sempre il
principio di ragione e l'identificazione non è che un mezzo, nè necessario, nè
universale. Noi potremmo riferire numerosissimi esempi per provare come la
essenza della legge non vada riposta nell’enunciazione di un rapporto
quantitativo. Citeremo qualche fatto soltanto tolto dalla Biologia, Così è noto
che il ricambio materiale se può ra ppresentare una delle condizioni
indispensabili al funzionamento degli organi, non ne è la causa determinante ed
essenziale, la quale deve essere ricercata nell’ organizzazione, tradizione
parlare di leggi naturali della volontà in quanto questa opera, trasformando le
cause in motivi, rendendole cioè un fatto interno. L’operare in seguito a
motivi non rende possibile l’operare secendo leggi, m a l’operare secondo norme
e regole, dal seguire le quali è agevole sottrarsi una volta ammesso che la
forza dei motivi dipende dal valore che vien loro dato dal complesso della vita
psichica, la quale essendo diversa per ciascuno individuo, produrrà diversità
anche nel modo di operare dei motivi e quindi nella maniera di attenersi alle
dette norme, nella morfologia dei tessuti: quand’anche conoscessimo e sapessimo
determinare quantitativamente tutte le innumerevoli reazioni chimiche che si
svolgono nel nostro organismo, ci resterebbe a conoscere come l’ energia che
esse sviluppano si trasformi in funzione, come nei complicati ingranaggi dei
nostri tessuti la stessa possa estrinsecarsi sotto forma di calore, di elettricità,
di moto, di secrezione, di attività nervosa, ecc. Nell’atto chimico si deve
riconoscere la causa dell’energia disponibile, ma la funzione si determina
trasformando quell’energia, plasmandola in mille modi, presentandola sotto
diversissime manifestazioni. E qui giova notare che non selo i risultati delle
reazioni chimiche che avvengono in un organismo, ma anche le condizioni che le
determinano hanno qualche cosa di speciale e di e clusivo agli esseri viventi,
all’organizzazione, cioè ed ai suoi prodotti. Noi possiamo infatti riprodurre
alcuni di quei processi chimici che si svolgono nella trama dei nostri tessuti,
ma per ottenere gli stessi risultati dobbiamo impiegare delle altissime
temperature, delle enormi pressioni, delle correnti elettriche assai potenti o
l’azione di reattivi di tale violenza da distruggere qualunque organismo, Negli
esseri organizzati invece si hanno gli stessi effetti ad una temperatura egnale
o di poco superiore a quella del''ambiente, alla pressione atmosferica ordinaria,
sotto l'influenza di correnti appena dimostrabili ed approfittando di
debolissime affinità. Ora forse dal fatto che la vita non può ridursi al
ricambio materiale puro e semplice, determinabile quantitativamente, deriva
l'impossibilità di pailare di leggi fisiologiche o biologiche ? Tali leggi
saranno indeterminate dal punto di vista quantitativo, ma sono determinatissime
dal punto di vista qualitativo. L'essenziale non è la fissazione quantitativa,
ma quella qualitativa delle condizioni genetiche di un fenomeno. L'opinione di
Kant che si possa parlare di scienza soltanto nei casi in cuì sia applicabile
il calcolo ha ormai fatto il suo tempo, perchè anche i rapporti qualitativi
formando obbietto d'indagine, possono essere formulati in leggi. Le leggi
intese in largo senso non rappresentano soltanto il prodotto della fusione del
fattore subbiettivo dell’ unità ed identità della coscienza (e categorie
logiche che ne derivano) con quello obbiettivo dell’ uniformità e rego larità
dei fatti esterni, ma figurano anche come il rifiesso o meglio l'applicazione
delle varie forme di attività psichica (tra le quali merita particolare
attenzione l'esigenza della ragione e del fondamento delle cose e la tendenza a
rintracciare la loro reciproca dipendenza) all’azione reciproca che presentano
le cose. La scienza naturale, è vero, s'arresta alla valutazione dei rapporti
quantitativi, che sono quelli accessibili alla misura, perchè i suoi obbietti
quali determinazioni spaziali e temporali e quali limitazioni di qualche cosa d’identico
e di continuo sono paragonabili quantitativamente, ma ciò non toglie che una
forma di conoscenza superiore e più completa debba tener conto delle varie
forme di azione esercitate dalle cose tra loro. Ed anche nelle scienze che
hanno per obbietto la natura, le leggi puramente descrittive e basate
esclusivamente su rapporti quantitativi tendono a divenire genetiche e
condizionali, segno che l'esigenza della scienza non è quella di trovare
semplicemente dei rapporti di equivavalenza, ma di mostrare come le cose
sussistenti solo in quanto sono attive, operino nelle varie contingenze. Ciò
che ha il maggior interesse per l’intelletto umano non è la pura fissazione di
rapporti quantita‘ivi, ma la determinazione dei rapporti di condizionalità e di
causalità, rapporti che se sono resi visibili per mezzo delle variazioni
concomitanti quantitative, non implicano nient'affatto l'equivalenza dei
termini dei detti rapporti. D'altra parte le varie funzioni di analisi, di
sintesi, e di analisi e sintesi insieme non s'intende come possano esser
ascritte all'unità della coscienza che è sempre un concetto puramente formale e
quindi vuoto : è necessario la sostituzione di qual cosa che dia ragione della
possibilità di differenziare e diidentificare i vari fatti psichici e insieme
della possibilità di scomporre e successivamente comporre i singoli fatti per
poter fondere in ultimo i due processi in uno. Ora il concetto che risponde a
tali requisiti per noi è quello dell’altività, la quale può divenire sorgente
di atti molteplici; atti che mentre da una parte si differenziano tra loro,
sono però congiunti per questo chehanno un'origine comune. Di guisa che la
funzione analitica della (1) RieuL: Op. cit. Fr. B. Schluss Qui è bene riferire
un passo del medesimo Riehl: “ Es kinnte in der Natur nichts auch nur relativ
Selbstindiges geben wenn es in ihr nicht wahre, sondern immer nur ùbertragene,
mithin scheinbare Thàitigkcit gàbe. Nicht bloss im Moralischen, auch im
Physischen wurzelt die Selbststindigkeit in der Selbsthiitigkeit Obgleich wir
uns die Elemente nicht auf psychische Art wirkend zu denken haben, also nicht
als Monaden vorstellen, so weist doch, “ie FErscheinung der physischen
Thiitigkeit auf eine wahre von den Elemznten ausgehende, nicht blos denselben
4usserlich eingeprigte Action zuriick. Nur was fàhig ist zu wirken ist und heisst wirklich. In d r Empfindung, die nicht blosse
Receptivitàt ist. sondern Reaction gegen den empfangenen Reiz haben wir den
Typus der Wechselwirkung auck in der nicht empfindenden Natur vor uns,
coscienza è resa possibile dall'avvertimento dei molteplici atti emergenti
dall'attività psichica, quella sintetica dall'’avvertimento della loro identità
d'origine e quella sintetico-analitica dalla fusione dei due processi o dal
congiungimento dei due momenti del medesimo fatto. Da tal punto di vista
l'essenza della legge in genere è riposta nel tentativo d’interpretare l'azione
reciproca delle cose presentateci dall'esperienza, basandosi sul modo d'operare
della nostra attività interiore. Del resto ciascun individuo nell'’enunciare
una legge, per quanto non l’esprima, sottintende tale concetto fondamentale
dell'attività. Ed è questo il sulo mode di poter comprendere l’unità delle
cose. Il detto fattore dell’attività non trova espressione adequata, perchè ciò
che è qualitativo e interno non può essere obbiettivato e insieme
universalizzato come i rapporti quantitativi, spaziali e temporali che
rappresentano il contenuto della coscienza intesa in senso universale e non di
quella individuale soltanto. Al di fuori del Criticismo, la concezione
dualistica della legge assunse una forma particolare nel Wundt, la quale merita
di essere mentovata (1). Il filosofo di Lipsia dopo aver messo in sodo che il
concetto di legge in genere originariamente derivò da quello di norma,
riconobbe che esso sì andò sempre più allontanando da questo a misura che i
fatti costituenti l'oggetto delle scienze esplicative non furono più
considerati quali estrinsecazioni d’ impulsi interiori, a misura cioè che
furono presi in considerazione dalla scienza le relazioni formali delle cose e
non Wundt. Etk:k, Stuttgart, Id. Logik. il loro contenuto e significato
obbiettivo. Pertanto la nozione di legge-norma divenne estranea da un pezzo
alle scienze naturali, contrariamente a ciò che accadde nelle scienze
psicologiche e storiche. Il processo delle scienze esplicative, nota il Wundt,
s’intreccia spesso con quello delle scienze normative, per modo che in queste
si hanno delle leggi dichiarative a fianco alle normative e viceversa: ciò che
non va dimenticato è che spesso il punto di vista esplicativo è anteriore e
quindi presupposto da quello normativo, il quale ha soltanto in esso la sua
base. In ogni caso le scienze normative si differenziano profondamente da
quelle dichiarative e descrittive per questo che nelle prime predominando le
leggi-norme, alcuni fatti sono differenziati da altri per mezzo del momento
valutativo, in base al quale i dati sono riguardati come conformi o contrari
alla norma. La contrapposizione del normale all’anormale mena alla
differenziazione del dovere dall'essere. Ora il punto di vista esplicativo
conosce semplicemente l'essere, onde le scienze che hanno per obbietto la
natura considerano ciò che è già dato e se esse accolgono anche la nozione di
norma e di dovere, l'essere in tal caso coincide col dovere per modo che non vi
può essere contradizione tra i due: il so/len diviene mdassen. Col toglier via
adunque ogni forma di valutazione viene ad essere tolta ogni possibilità di
differenziare i fatti in regolari e irregolari, in normali e anormali. Ma la
valutazione in tanto è possibile in quanto gli atti singoli che sono obbietto
della valutazione, sono considerati come un prodotto del volere umano, ond'è
che essi vengono distinti in atti conformi o non conformi alle esigenze
(norme), alle direzioni fondamentali del volere stesso. Ed è su ciò che è
fondata anche la distinzione del dovere dall’ essere. D'altra parte la norma di
fronte alla volontà può assumere la forma di comando, di regola riferentesi non
soltanto alla valutazione di atti già compiuti, ma alla produzione di fatti
avvenire. Però ogni uorma è originariameate una forma d’attività, una
determinazione, una regola del volere, e come tale, una prescrizione; è solo
secondariamente che può divenire una specie di stregua, di misura
indispensabile all’apprezzamento di a'ti già compiuti. Qui va notato che il
carattere normativo non sì rivela identico e costante in tutte le così dette
scienze normative : così di tutte le norme o regole grammaticali, una sola
conserva il suo carattere obbligatorio ed è che le forme grammaticali delle
varie lingue devono esser conformi alle leggi logiche del pensiero. Tutte le
altre regole grammaticali figurano coine il risultato di svariate condizioni
psicologiche e fisiologiche. In modo analogo, mentre la più parte delle norme
giuridiche hanno la loro origine nelle mutevoli e particolari condizioni
storiche della società, alcune soltanto indipendentemente da queste cause
posseggono forza obbligatoria dovuta alla natura morale dell'uomo. Anche nelle
norme estetiche va distinto l'elemento transitorio prodotto dalle influenze
storiche della moda e delle consuetudini da quello permanente, a cui noì siamo
disposti ad attribuire il massimo valore. Dalle molteplici radici del
sentimento estetico emergono le norme estetiche che prendono due direzioni
diverse : da una parte quella riferentesi ai principii della regolarità, della
simmetria, dell'armonia, dell'ordine che sono un prodotto del pensiero logico:
e dall'altra quella relativa alle bela Li et e i e "e _m..{i-_ b-°’’
_ieccosieliani esigenze ed emozioni etiche, per il cui mezzo il bello parla al.
cuore, assumendo le forme più elevate. Logica ed Etica, ecco le due scienze
normative vere e proprie: formando la prima la base normativa delle scienze
teoretiche, la seconda quella delle pratiche (1). Le norme della Logica possono
estendersi a tutto ciò che ci è dato dalla intuizione e dalle nozioni da questa
derivate ; ma nella loro applicazione non involgono un giudizio valutativo
intorno agli oggetti del pensiero logico ; può solo tanto il soggetto
considerato in rapporto alla sua attività cogitativa costituire la base di un
apprezzamento valutativo; le norme dell'Etica si riferiscono immediatamente
agli atti volitivi dei soggetti pensanti ed agli oggetti solo inquanto questi
debbono la loro origine agli stessi atti volitivi: come si vede, in tal caso è
il soggetto agente che nello stesso tempo forma oggetto della nostra
valutazione. Onde è chiaro che il subbietto del pensiero logico in tanto può
essere in qualche modo apprezzato in quanto è insieme obbietto etico : il
pensiero logico infatti come libero atto volontario può essere subordinato
all'attività morale. E la Logica avendo fra gli agli altri compiti anche quello
di trattare e di esaminare i criterî del pensiero vero e il valore dello
stesso, può benissimo essere chiamata Etica del pensiero. Di guisa che il
concetto del dovere non ha un significato eguale nella Logica e nell’ Etica,
giacchè per questa il dovere emerge dall'obbietto stesso della sua considera
(1) Teoretica è la ricerca scientifica vertente sul nesso reale dei dati di
fatto; pratica quella che ha per obbietto le produzioni della volontà umana e
le creazioni dello spirito. zione, mentre che nella Logica il dovere nasce
soltanto quando il processo logico è sottoposto ad un giudizio valutativo, vale
a dire quando è annoverato tra le azioni etiche. In tal guisa per il Wundt la
sorgente ultima della nozione di norma è nella moralità, e la scienza normativa
per eccellenza è l'Etica. Dipoi l’idea di norma prende due direzioni, da una
parte è applicata a quei dominii scientifici che per le loro condizioni
d'origine subbiettiva (atti volontarii) sono più affini ai fatti morali, dall’
altra parte è applicata a tutti gli oggetti dell’esperienza esterna ed interna,
i quali sono apparsi sottoposti ad una costante regolarità riguardo al loro
modo di presentarsi, di svolgersìi ecc. Si comprende agevolmente che la prima
trasformazione ed applicazione dell'idea di norma ha preparata la seconda,
giacchè il pensiero logico, è stato tratto con molta facilità a trasportare il
suo proprio carattere normativo agli obbietti ad esso sottoposti. D'altra parte
il carattere normativo del pensiero logico non avrebbe mai potuto svolgersi
completamente senza la corrispondente costanza e regolarità degli obbietti, la
quale però, giova tenerlo a mente, non sarebbe mai stata appresa senza il
concorso dell'attività del pensiero sottoposta a date norme: sicchè possiamo
ben dire che i due indirizzi presi dall'idea di norma, intrecciandosi, sì sono
aiutati a vicenda nel loro svolgimento, l’azione preponderante pur essendo
esercitata dal carattere normativo del pensiero logico. E qui si potrebbe
osservare che considerando la norna quale regola della volontà, quale
determinazione primitiva di questa, non si spiega come essa possa assumere la
forma di comando, senza implicare costrizione, necessità subbiettiva. Se la
norma rappresenta una determinazione della volontà, perchè si può e uon si può
seguirla? Donde la scissione, lo sdoppiamento del dovere dall'essere,
dell'ideale dal reale ? Ogni difficoltà sul riguardo viene a sparire, se si
tien conto del fattore sociale nella genesi della norma. Questa è, sì, una
determinazione della volontà, una forma d'attività, ma una determinazione della
volontà sociale, una forma dell'attività collettiva, rispetto alla quale la
volonta individuale si può benissimo trovare in antitesi per svariatissime
ragioni. Il carattere normativo ha la sua sorgente nell’intima relazione
esistente tra i varii individui (soggetti pensanti e volenti) componenti una
società, i quali sono come parti organiche di un Tutto d’ordire superiore. È il
volere e la coscienza sociale che si può imporre al volere dei singoli
individui (1). Tutte le norme e regole che hanno un valore obbligatorio sono da
considerare quale prodotto della coscienza e della volontà sociale. Invero le
varie forme di società (1) Recentissimamente taluno ha affermato che i prodotti
della collettività sono inferiori alle opere compiute dagli individui isolati:
riunite insieme, si è detto, i più grandi ingegni, in modo che tutti cooperino
alla produzione di un’opera collettiva, e vedrete che ne verrà fuori qualcosa
d’ imperfetto. Se ciò sia vero o no, non importa discutere qui: ciò che voglia
no mettere in evidenza è che le produzioni collettive naturali non vanno
identificate colle produzioni artificiali, arbitrarie di una qualsiasi riunione
d'’ individui, giacchè in quest’ultimo caso la collettività lungi dal
presentare i caratteri dell'organismo assume l’aspetto di qualcosa di
meccanico. È per questo che le note antagonistiche presentato dai vari
individui invece di essere armonizzate in un’unità superiore, si elidono a
vicenda. umana, costituiscono delle vere e proprie .unità organiche, le quali
hanno delle funzioni determinate, superiori a quelle degl'individui, adempiono
ad uffici più elevati e rispondono ad esigenze, per cui sarebbe inefficace
l’attività individuale. La connessione degli spiriti, l’azione reciproca, la
solidarietà vera, perché fondata su rapporti spirituali, dei varìl membri delle
società è un fatto che ci dà la chiave per spiegare taluni prodotti psichici
complessi, che altrimenti rimarrebbero un mistero. Così il lavorio
intellettuale dei diversi individui componenti la società umana ha avuto per
effetto di fissare lo scopo ultimo, l'ideale della conoscenza, togliendo dalle
direzioni particolari dell’ attività spirituale tutto ciò che vi era dì
accidentale, di subbiettivo, d’incoerente, d’inefficace e determinando una
direzione unica e consistente, atta cioè a connettere insieme i varii momenti
del processo cogitativo e a stabilire il rapporto del pensiero individuale con
quello universale. La volontà e la coscienza sociale hanno universalizzato il
pensiero, fissando l'ideale e quindi le norme a cui si deve conformare il
prodotto psicologico individuale, affinchè possa adempiere al suo vero ufficio.
Tutto ciò che non può essere messo in rapporto col sistema di relazioni
stabilite dalla vita storica e sociale dell'umanità non ha consistenza, e
quindi non è reale nello stretto senso della parola, nè vero: e le norme o le
leggi del pensiero non rappresentano che il modo, la via da tenere per poter
connettere il fatto singolare col sistema universale; sistema che d'altra parte
alla conoscenza riflessa si rivela come generato appunto da quei postulati
della conoscenza. Ciò non toglie che si possa presentare un fatto psichico il
quale, pure essendo un prodotto naturale e quindi fornito di una certa realtà,
non possa però essere messo in connessione col sistema di relazioni fissato
dallo spirito sociale, cnde proviene che esso è rigettato come erroneo, come
falso, come non rispondente all' ideale della realtà e verità. Con questo,
intendiamoci, non sì vuole escludere la parte che la costituzione psichica
individuale ha nel determinar: le norme logiche ; così l’unità e l'identità
della coscienza rispetto alla molteplicità e diversità dei suoi atti e del suo
contenuto, la cos‘anza della sua attività rispetto alle varie direzioni di essa
concorrono a far considerare come norma e legge dell’attività psichica un
determinato modo di operare che sembra sottratto a variazioni arbitrarie e
accidentali. Onde consegue che ammesso il caso che l’unità e l'identità della
coscienza non sia conservata o che il sistema di relazioni tra i varii fatti
psichici, costituente la continuità di tutta la vita mentale non siasi peranco
formato (bambini, stati particolari dello spirito, sogni, ecc.), sì potrà avere
un prodotto psichico naturale si, ma non logico, e quindi una violazione delle
leggi che furono dette costituire l'ossatura del nostro essere spirituale. Ma
la nozione completa di norma coi caratteri che la controdistinguono, tra i
quali primeggia l'obbligatorietà, non si sarebbe potuta avere senza la
cooperazione del fattore sociale. Da qualunque punto di vista si voglia
considerare la natura dello spirito umano, lo si faccia pure identico nella sua
origine all’assoluto e al divino, il certo è che a questo spirito il sapere
costa sforzo e fatica e che sulle cose a noi bisogna pensarci e ripensarci su,
prima di intenderle, La cosa fuori di noi, se reale, diversa essenzialmente da
noi, se ideale sta da una bande, il pensiero nostro sta dall'altra. Questa
opposizione, almeno immediatamente nella esperienza ordinaria, è innegabile,
quando pure si accordi che la speculazione possa perimerla ed annientarla. Ora
in un tal distacco della cosa dal pensiero, a questo non riesce d'’acquistare
tutta la cognizione della cosa per un atto d'intuito o per una deduzione
continua da un intuito primigenio o da una qualunque astrazione ultima. Il
pensiero tenta e ritenta, cerca e ritorna a cercare, prova e riprova. La cosa
sta lì come a dire immobile; il pensiero, come nota un arguto filosofo
contemporaneo, le si agita intorno per ghermirla e farla sua: il che vuol dire
per pensarla tutta e rendersela intima. Il prodotto di questo moto del pensiero
intorno all'oggetto è la scienza. Un fatto si complesso non è a meravigliarsi
che dia origine a problemi diversi. Infatti, si può ricercare : Quali sono i
presupposti psicologici e logici di tale movimento del pensiero ; Che cosa
nell'oggetto occasiona il detto moto del pensiero ; 3° Come il pensiero riesce
a rendersi suo l'oggetto e a pensarlo qual'è; 4° Che cosa è il pensato: che
cosa, cioè a dire, è in sè il prodotto mentale di questo moto del pensiero
intorno all'oggetto. E dalla soluzione di questi problemi che dipende la de
terminazione dell'essenza della legge, Cominciamo dalla discussione del primo.
È evidente che il primo presupposto psicologico della scienza è l’esistenza
dell'intelletto o facoltà di pensare esplicantesi nel riunire o separare
mentalmente i fenomeni secondo certi rapporti (potere di sintesi o di analisi).
Come il senso ci presenta il risultato di operazioni aritmetiche e geometriche
inconsapevoli sui movimenti esterni, così il pensiero, il quale fu detto la
facoltà di confrontare le cose e di vederne i rapporti, con un secondo lavoro
ordina ed elabora le sensazioni; la qual cosa fu espressa metaforicamente
dicendo che il senso fornisce la trama con cni l'intelletto tesse la stoffa del
pensiero. I rapporti stabiliti dall’intelletto sono stati distinti in semplici
e composti: come l’analisi chimica ha mostrato che il numero infinito dei corpi
naturali si riduce a combinazioni di una sessantina di corpi semplici, i quali
potranno forse ancora ridursi ad un numero minore, così l’ analisi psicologica
ha trovato che le nostre idee possono ridursi a poche idee elementari. Talchè
se i rapporti composti sono in numero infinito, quelli semplici sono pochi: si
riducono ai seguenti: rapporto di spazio e tempo (forme dell’intuizione),
rapporti di numero (unità e pluralità), di qualità (identità e differenza, di
sostanza e di causalità. Come si vede, i detti rapporti si riducono in parte
alle categorie. A noi ora non compete di passare a rassegna ì tentativi fatti
dai vari filosofi per ridurre il numero di essi e per dare a ciascuno un valore
determinato in rapporto alla sua genesi; a noi basta di aver messo in sodo che
il pensiero non potrebbe intendere la realtà, se non avesse l’attitudine a
stabilire dei rapporti fonda:nentali tra gli oggetti e ad ordinare e
classificare questi in date maniere. Un secondo presupposto psicologico della
conoscenza scientifica è l’esistenza della ragione propriamente detta,
dell’attitudine cioè del pensiero a riflettere, a ripiegarsi su sè stesso, è
l'esistenza della coscienza di secondo grado per cuì il fatto psichico concreto
viene idealizzato. Mentre gli animali non riescono a distingnere il caldo dalla
sensazione del caldo, l’uo.no distingue la parola dal pensiero e il pensiero
dalla cosa pensata. Ora ognuno comprende che l’astrazione e la generalizzazione
che sono i due principali istrumenti di cui lo spirito umano si serve per
fissare l’essenziale e il permanente in mezzo agli accidenti, in tanto sono
possibili in quanto esiste la coscienza di $econdo grado. Cosi facciamo
un’astrazione quando separiamo mental nente le cose dalle loro qualità : p. es.
pensiamo al tringolo facendo astrazione dal corpo triangolare e pensiamo al
corpo (cioè ed una estensione tangibile), facendo astrazione dalla sua figura e
dalla materia di cui è composto : e facciano una generalizzazione quando
riuniano mentalmente in un'idea sola delle cose che hanno delle somiglianze,
ossia delle qualità comuni: coll'idea di corpo ci rappresentiamo in qualche
modo tutti i corpi nello stesso tempo. Ora è evidente che queste operazioni non
si possono fare sulle cose sensibili, ma bensi sulle idee delle cose, sui
pensieri; per compiere queste operazioni dunque bisogna sapere che pensiamo. Si
aggiunga che è mediante l’astrazione e la generalizzazione che noi possiamo
pensare le cose per via di concetti veri e propri, i quali sono come a dire
delle presentazioni di cose non imaginabili; infatti sì può immaginare un dato
color rosso, ma ciò che pensiamo colla parola colore non è imaginabile, perchè
non è nè bianco, nè nero, nè di alcuno dei colori dello spettro. Un terzo
presupposto di pertinenza della psicologia e insieme della logica è quello riflettente
il criterio dell'evidenza e della verità obbiettiva. Se lo spirito umano non
avesse la capacità di far distinzione tra il pensare obbiettivamente necessario
e quello non necessario mediante la coscienza immediata dell’evidenza, se esso
non potesse differenziare in modo sicuro un giudizio necessariamente ed
universalmente valido da uno subbiettivo ed individuale, se insomma il pensiero
umano non potesse elevarsìi al disopra dell'esperienza e in base alla
permanenza, alla unità e identità della coscienza e in base alle norme che da
queste derivano andare in traccia del concatenamento logico delle varie leggi
regolanti lo svolgersi dei fenomeni dell’universo, la scienza non avrebbe mai
potuto esistere. Ora un tale criterio si trova in ultima analisi nel peculiare
sentimento di evidenza che accompagna un dato modo di pensare, nella necessità
subbiettivamente sperimentata, nella coscienza che noi abbiamo di non poter
pensare diversamente in date circostanze. La fede nella giustezza e nella
validità di una determinata maniera di pensare è la base di ogni certezza, onde
chi non ha una tal fede non può ammettere veruna scienza, ma solamente un
npinare. Sicchè l'universalità del nostro pensiero poggia in ultimo sulla
coscienza della necessità, e non viceversa. È evidente quindi che solo il
pensiero possiede da una parte la capacità di conoscere e dall'altra la regola
per valutare la realtà di ciò che non è prodotto dal soggetto, ma figura come
esistenza extramentale. La validità obbiettiva del contenuto del nostro
pensiero scientifico è l'effetto della concordanza criticamente stabilita tra
le forme del pensiero e quelle della realtà, la quale non è prodotta dall’
attività dello spirito (realtà esterna): da tal punto di vista la verità non
figura come concordanza iniziale, primigenia del pensiero coll'essere,
sopratutto non figura come armonia tra un atto del soggetto ed una qualità
dell’ oggetto, ma bensi come concordanza criticamente giustificata del
contenuto del nostro pensiero, reso subbiettivamente certo, con una realtà che
almeno in parfe oltrepassa l'attività puramente subbiettiva. Non dalla
molteplicità accidentale, dice il Sigwart, del contenuto su cui si affatica il
nostro pensiero, ma dall’attività del pensiero stesso deve emergere il criterio
della verità . Dall'esame critico che il pensiero fa di sè stesso emerge la
convinzione della verità di ciò che è posto necessariamente come reale dal
pensiero, la fede nella verità obbiettiva, e invero quale fatto psichico
particolare potrebbe condurci al concetto della realtà se non il pensiero che
pone sè stesso? L'identità e l’immutabilità delle determinazioni logiche
foudamentali rispondono all'unità della coscienza, la quale unità sparirebbe,
se le funzioni nelle quali sì esplica non si compissero sempre nello stesso
modo. Dopo aver parlato dei presupposti psicologici passiamo a quelli
prettamente logici. Questi son dati da quei postulati, da quei principii
indimostrabili che se possono essere violati di fatto non lo sono mai di dritto
nella coscienza e nella riflessione umana, da quei principii riconosciuti anche
dalla logica veri per una forza intima, per un sentimento. Se rifiutiamo
infatti i detti principii noi rinneghiamo il nostro stesso pensiero, struggiamo
noi stessi come esseri pensanti. Essi fanno la loro comparsa nel pensiero,
allorchè questo di fronte al prodotto delle leggi psicologiche (meccanismo
interiore) s'accorge che l’ultimo è manchevole, incompleto, non quale dovrebbe
essere in rapporto sempre all’ideale dell'attività cogitativa. Ond'è che essi
si mostrano dapprima sotto forma negativa e relativa, ossia come esigenze di
ciò che manca al prodotto psicologico, di ciò che è ne. cessario per renderlo
accettabile. Il processo psicologico, poniaino, ha addotto nel nostro pensiero
una contraddizione ? Noi non possiamo accettarla e in questo rifiuto di
riconoscerla apparisce la legge logica dell'identità. Tra i detti postulati
merita anzitutto menzione quello dell'unità razionale del tutto. Noi nello
svolgere le nostre cognizioni procediamo come se tutti gli oggetti si potessero
e si dovessero ridurre ad una sistematica unità, comunque non sia lecito
asserire dogmaticamente che tutte le cose stiano realmente sotto principii
comuni ed abbiano una ragionevole unità. Questa non è richiesta dagli oggetti come
condizione assolutamente necessaria e determinata, ma vi è solo presupposta da
noi. Però se con un principio trascendentale, come Kant lo chiama, noi non
presupponessimo questa unità sistematica come esistente negli oggetti stessi,
allora questa non sarebbe nemmeno più possibile, o almeno perderebbe ogni
valore anche come principio logico. Nè tale principio trascendentale si può
derivare dall'esperienza, poichè la ricerca di quell’unità è per la ragione una
legge necessaria: e senza di questa non vi sarebbe più ragione, senza ragione
nessuna attività connessiva dell'intelletto, e senza quest'unità niun criterio
sufficiente della stessa verità empirica. Per il che noi dobbiamo rispetto a
questa considerare quell’unità sistematica come obbiettamente valida e come
necessaria. Questa presupposizione dell'unità della natura si trova, notò già
Kant, nascosta in molti principii dei filosofi senza che essi talora se ne
siano accorti. Cosi il principio logico che ci fa ridurre la varietà degli
oggetti a generi determinati, si fonda naturalmente sopra un principio
trascendentale, in forza del quale noi presupponiamo sempre una certa
uniformità nei variì oggetti dell’esperienza, perchè senza di quell’uniformità
non sarebbe possibile nessun concetto e quindi nessuna esperienza. E qui è
necessario accennare al postulato dell’ uniformità della natura, il quale si
può formulare cosi: in circostanze uguali gli stessi antecedenti sono seguiti
dagli stessi conseguenti e reciprocamente. In fondo esso afferma che tutta la
natura è soggetta a leggi. Passiamo ora a dire degli altri principali postulati
della conoscenza, quali quello d'identità, di contradizione, del mezzo escluso
e di ragione sufficiente. La legge d'identità significa in ultima analisi che è
possibile fare dei giudizi, i quali abbiano un significato e siano veri : essa
quindi, nonostante le differenze riscontrabili nel contenuto di un giudizio,
enuncia l’identità o l’unità reale di questo : stabilisce, in altre parole, che
l'affermazione sintesi delle differenze riferita alla realtà, è vera. La legge
d' identità esprime l’ unità della realtà, in quanto ogni affermazione esclude
la discontinuità nel mondo reale, per modo che un giudizio non può essere vero
da un lato e falso dall'altro, ciò che è una volta vero è sempre vero senza
riserva; la quale può però sempre rapportarsi al contenuto del giudizio.
L'affermazione come tale è incondizi onata, cioè non è limitata da condizioni
differenti dalla determinazione del proprio contenuto (in relazione al tempo,
p. es.), il quale se è vero, è vero senza riserva. Non vi è una realtà di cui
una data affermazione sia vera, ed un'’altra di cuì sia falsa. La legge di
contradizione è il complemento di quella d'identità, giacchè essa pone la
realtà come unità consistente, vale a dire come unità che poggia su sè stessa e
le cui parti od elementi si mantengono a vicenda. Ciò che è vero non solo
rimane sempre vero applicato alla realtà, ma ha una sfera d'azione estesa,
giacchè produce effetti attì a limitare cose che sono prima facie al di fuori
della verità enunciata. Inferire dall’affermazione A è B che A non è nox B
equivale a dire che A è determinato da B rispetto a C e D. . La legge del terzo
escluso è il principio essenziale della disgiunzione, la quale implica
l'alternativa assoluta tra due O più membri positivi e significativi. Un dato
giudizio e la sua negazione non solo non possono esserè entrambi veri, ma o
l’uno o l’altro dev'essere vero e quindi significativo; dunque la negazione
implica conseguenze affermative. In tal guisa il principio del medio escluso
afferma che la realtà non solo è unità consistente, ma è un sistema le cui
parti si determinano reciprocamente. Dicendo che una negazione può menare ad
una conseguenza determinata ed esplicitamente positiva, e non soltanto, come
afferma la legge di contradizione, che una verità può trar seco conseguenze
definite negative, la legge del medio escluso presenta la realtà come un tutto
avente la sua ragione in sè stesso. La legge di ragione sufficiente emerge, per
così dire, dal punto di vista da cui è stata considerata la realtà mediante le
sudette leggi negative del pensiero. Essendo, infatti, la realtà un sistema di
parti determinantisi reciprocamente, è chiaro che ogni elemento può essere
considerato come conseguenza, effetto, prodotto di uno o di più altri elementi
e in ultimo del tutto preso nel suo complesso. Ogni fatto, dice la legge di
ragione sufficiente, ha un fondamento o ragione da cuì necessariamente deriva.
La necessità però non significa altro che una volta dato l’antecedente, la
causa, la ragione è perciò stesso dato il conseguente o l’effetto. Qui è bene
notare che l’assoluta necessità è una contradizione în adjecto, perchè ogni
necessità è condizionata ex hypothesi all'esistenza del fatto. La necessità di
cui si vuol parlare qui è quella reale, che ha il suo fondamento ultimo nel
dato di fatto elaborato. dal pensiero, elaborazione che si riduce a porre in
relazione un fatto particolare col tutto. Che cosa nell'oggetto occasiona quel
moto del pensiero che costituisce la scienza? ecco il problema che ci tocca ora
di esaminare dopo aver rapidamente passato a rassegna le varie condizioni
subbiettive. É necessario che noì qui facciamo una distinzione tra le scienze
che hanno per obbietto il reale, e quelle che hanno per obbietto ciò che può
essere o che deve essere, le prime costituendo le scienze esatte o
sperimentali, le altre le scienze normative o costruttive, quali la Logica e la
Matematica, l' Etica e l'Estetica;e ciò perché il suddetto moto del pensiero è
occasionato in modo differente nei due casi : nel primo è in funzione la
variazione successiva in qual cosa di unico, il modo costante e regolare di
operare di determinate cause, il ritorno ritmico di dati fenomeni sotto date
circostanze, nel secondo la constatazione di fatti interiori presentantisi con
una forma di necessità che manca ai dati sperimentali. Come si vede, il fatto
obbiettivo che agisce, quasi diremmo da stimolo del processo scientifico è
diverso a seconda che si tratta di scienze puramente esplicative, ovvero di
scienze normative; nè può essere diversamente se si pensa al profondo divario
esistente tra i due ordinidi sapere. Il primo ha la sua base nella costanza e
regolarità dei fenomeni ed esprime il rapporto di causalità quale si offre
all'osservazione e alla sperimentazione esterna, rapporto giustificabile
unicamente coi fatti e non significante altro che il modo costante con cui i
medesimi fatti avvengono: ed a tal proposito notiamo che anche le cosidette
scienze pratiche in quanto prescrivono i mezzi necessari, perchè un dato scopo
sia raggiunto, hanno la loro base obbiettiva nella costanza e regolarità dei
fatti, giacchè esse in fin dei conti enunciano le regole con cui certi fatti si
debbono compiere, regole fondate sopra un ordine particolare di fatti; tale è
il caso dei precetti dell’ Igiene, della Dietetica, ecc. L'altro ordine di
sapere, che lungi dal rappresentare la semplice generalizzazione. ricavata da
un complesso di fatti empirici, esprime l'ideale verso cui tende la conoscenza
e l’attività umana, deve necessariamente avere il suo punto di partenza
obbiettivo da una parte nelle tendenze, nelle aspirazioni, nelle esigenze
primitive dell'anima umana e dall'altra nell’ esperienza scientifica,
artistica, storica e sociale dell’ uman genere tutto quanto. Cosi, ad esempio,
il carattere proprio dell'obbligazione morale non può esser derivato dalla pura
esperienza, dal fatto p. es., che taluni uomini e siano anche molti, si son
prefissi questo o quello scopo, ma da una necessità interna indipendente da
qualsiasi esperienza e risiedente nella natura propria del soggetto volente, 1n
altri termini va derivato da leggi o funzioni a priori dell'essere umano, la
interpretazione delle quali può essere ricercata dalla psicologia, ma il cui
valore ne dipende così poco come quello delle leggi matematiche o logiche. È
vero che recentemente si è cercato di derivare tutte le determinazioni etiche e
giuridiche dai cosidetti rapporti bio-etici, dai bisogni sociali e quindi
dall'esperienza e non dalla nozione formale della volontà; e non v'ha dubbio
che in realtà ogni determinazione giuridica concreta risponde ad uno scopo
particolare e che ogni forma di dritto piuttesto che esser sorta
originariamente da riflessione filosofica, è sorta dalla necessità di regolare
le azioni di una parte grande o piccola della società umana: ma la
trasformazione di tale necessità in fatto di dritto, il riconoscere come cosa
conforme al dritto e come necessariamente giusto ciò che l’esperienza mostrò
rispondente ad uno scopo, e ciò che l’abitudine, mediante le consuetudini,
fissò, è cosa che può essere compresa soltanto, tenendo presente la natura
morale dell'uomo in genere e non dell'individuo singolo. Il contenuto delle
leggi giuridiche e morali, lo scopo a cui esse servono è determinato dai
bisogni dell'individuo e della società, ma la loro forza obbligatoria può
essere fondata solo sopra una necessità interiore ed universale risiedente
nella costituzione propria dalla ragione umana:ragione umana che non si può
ridurre ad una funzione dell’individuo, ma va considerata come l'espressione
dello spirito umano inteso nella sua universalità, come il riflesso della
connessione intima delle anime umane. Le esigenze morali sono una emanazione di
quell’elemento della nostra natara che c’innalza al disopra della sfera
individuale o subbiettiva. Tale elemento è appunto ciò che chiamiamo spirito,
in quanto con questo nome vogliamo ntendere ciò che ci rende atti a riflettere
sulle cause e natura delle cose, a godere del bello per sè, e a porci davanti
dei fini diversi da quelli riguardanti il nostro benessere individuale. E il
sentimento di obbligatorietà, non può sorgere insino a tanto che il ben operare
non è stimato qualcosa di necessario all'uomo come uomo, qualche cosa di
richiesto dalla sua propria natura e d’implicito in essa, qualcosa che,
trascurato, mette in contraddizione l’uomo con sè stesso, insino a tanto cioè
che non prende origine in qualsivoglia forma la coscienza della necessità
morale. Quello che abbiamo detto delle leggi normative morali può esser
ripetuto, mufatis mutandis di tutte le altre leggi normative (logiche,
estetiche, matematiche, ecc.) : ond' é che crediamo più opportuno passare al
fattore obbiettivo delle leggi esplicative. Queste in quanto causali hanno
principalmente il loro fondamento obbiettivo nell’ azione che una cosa esercita
sull'altra; azione che in principio è ammessa soltanto quando si osserva
continuità spaziale e femporale di movimenti o di altri cangiamenti. La
semplice successione di due fatti non esaurisce il significato del concetto di
azione, il quale implica il passaggio dell'atto, dell'agire da una cosa in
un'altra, producendo in quest'ultima un cangiamento che senza di ciò non si
sarebbe mai prodotto. L’idea primitiva vaga e indeterminata che vi possa essere
qualche cosa come causa, atta cioè a produrre qualcos'altro ha il suo
fondamento in tale concetto dell'agire. Se noi esaminiamo con attenzione le
particolarità dei fatti fra i quali intercede in modo chiaro una reciproca
azione, noi troviamo che la continuità spaziale e temporale dei cangiamenti
svolgentisi nelle cose porge la prima occasione a considerare queste come parti
di un unico fatto o processo. Se la vanga penetrando nella terra rimuove le
parti ad essa vicine, se la scure divide un pezzo di legno, se la mano,
premendo, spinge un corpo innanzi, nol non possiamo rappresentarci l'uno dei
movimenti senza l'altro, giacchè per l'assioma che dice che in uno stesso luogo
non possono trovarsi simultaneamente due cose, ogni movimento di un corpo richiede
lo spostamento dell'altro: e poichè l'impulso e lo spostamento si presentano in
intima connessione, è chiaro che l’imagine complessiva del processo è ciò che
primitivamente si rende evidente Di esso poi vengono separatamente considerati,
in rapporto alla duplicità delle cosein movimento, due fatti, il moto del corpo
che spinge e quello del corpo spostato. Emerge chiara così l'idea che l’atto
del primo corpo va considerato come continuantesi nel cangiamento del secondo
attraverso lo spazio e il tempo insino a che tutto il continuo dei cangiamenti
sì arresti. Nell'’azione va ricercato adunque il fondamento reale delle
connessioni che la nostra coscienza continua nel tempo e comprensiva nello
spazio stabilisce tra due fatti che si congiungono spazialmente e temporalmemente.
E allo stesso modo che rispetto ai cangiamenti delle cose singole, noi troviamo
che la continuità del cangiamento non permette di considerare cessata d'un
tratto l'esistenza di una cosa e iniziatane un'altra, l’avvicendarsi continuo
delle sensazioni presupponendo anzi un fondo unico, così la continuazione
ininterrotta delcangiamento di una cosa in quella di un'altra è indizio
sufficiente che l'atto della prima passa nella seconda, e che quindi in quella
risiede il punto di partenza dell’azione. Oltre l’azione reciproca delle cose,
in seguito alla continuità spaziale e temporale, fanno parte del fondamento
reale ed obbiettivo della legge naturale esplicativa il corso mutevole delle
cose, il presentarsi ritmico di un fenomeno, specialmente se questo, non
potendo essere riferito all'attività interna della cosa che sì muta e si muove
in modo ritmico, deve essere riguardato come prodotto da qualcosa d'esterno ;
il cangiamento insomma nelle sue varie forme e colle sue molteplici
caratteristiche da una parte e la regolarità e costanza dall'altra. Si aggiunga
infine la necessità esistente nella concatenazione dei mutamenti, la quale
nell’ inizio si presenta sotto la forma di costringimento esterno subito
dall'obbietto dell’azione e poi come necessità interiore proveniente dalla
natura propria delle cose. 3° Il terzo problema verte sulla maniera in cui il
pensiero riesce a rendersi suo l’ oggetto e a pensarlo qual’ è.. Se l’uomo
fosse fornito di una coscienza di infimo ordine i cui atti non avessero continuità
psichica nel tempo, ma fossero come chiusi nell'istante nel quale accadono, è
chiaro che il pensiero vero e propriò sarebbe impossibile. L'intelletto in
tanto può impadronirsi dell'oggetto che gli sta davanti in quanto, distaccato
il fatto psichico dalla sua matrice reale, che è poi l’atto del sentire e del
percepire, lo trasporta nel campo dell’idealità, vale a dire lo pensa nella”
sua essenza o possibilità o quiddità: ora come può avvenire ciò? Quale è il
processo per cui un fatto psichico concreto diviene pensabile ? Se l’oggetto è
semplice, irriducibile, esso viene afferrato con un atto elementare, e tutto è
finito ; non si potrà tutt' al più che ripetere un numero di volte quella
medesima percezione; ma se l'oggetto sopra un fondo identico presenta una
molteplicità di aspetti, se le variazioni successive di qualcosa di unico si
presentano in modo ritmico o in guisa da descrivere un ciclo ripetentesi
necessaria- ‘ mente, occorrerà che anche la coscienza né percorra a cosi dire
il contorno e lo segua nei suoi scompartimenti e mutamenti. Questa operazione
che il Trendelenburg, come si vide a suo luogo, figura come un movimento del
pensiero il quale riproduce il movimento generatore dell’ oggetto, rappresenta
appunto il processo con cui il pensiero fa suo l'obbietto : processo che da una
parte suppone l’azione delle leggi fondamentali del pensiero che sono le forme
primitive della coscienza, e dall'altra l'esame dei vari caratteri costituenti
il contenuto dell'obbietto stesso. Sicchè il pensare un oggetto equivale a
fissarne e a connetterne i caratteri per mezzo delle leggi del pensiero, dal
che risulta la determinazione della forma o della legge dell'oggetto stesso,
giacchè la legge non è che la forma considerata come mezzo di riproduzione
della cosa che ha quella data forma. In altri termini, noi per pensare una
cosa, di cui abbiamo avuto una percezione, dobbiamo obbiettivarla,
universalizzarla, tra. sformarla in idea, il che può avvenire soltanto, se noi
la facciamo divenire centro di un sistema di relazioni fisse e determinate,
cioè a dire di relazioni logiche e non puramente empiriche e psicologiche. È
per questo che è stato detto che la conoscenza è data dall’appercepire un dato
contenuto per mezzo di date forme, dette categorie. La conoscenza in tanto è
possibile in quanto una data rappresentazione è messa in rapporto (e di qui la
necessità dell'unità della coscienza) con qualcos’ altro, che vale come misura,
regola, stregua. Così noi volendo pensare un oggetto, cominceremo dello
studiarne i vari caratteri e proprietà, azioni e relazioni, per vedere se
attraverso la varietà delle circostanze, la molteplicità dei mntamenti, ci vien
fatto di cogliere qualcosa di identico, di stabile e di permanente che valga
appunto come misura delle apparenze fenomeniche e che in tal guisa renda
possibile la pensabilità dell'oggetto stesso, giacchè non va dimenticato che
obbietto dell'intelletto è appunto il fissare l'unoe il permanente attraverso
il molteplice e l’ accidentale. Se le cose non presentassero nulla di uniforme,
se il modo di aggrupparsi di dati caratteri non fosse costante, se la maniera
di succedersi di dati eventi giammai si ripetesse, se insomma le funzioni e le
relazioni di ciascuna cosa sì mostrassero dipendenti soltanto da contingenze
empiriche e casuae il permanente attraverso il molteplice e l’ accidentale. Se
le cose non presentassero nulla di uniforme, se il modo di aggrupparsi di dati
caratteri non fosse costante, se la maniera di succedersi di dati eventi
giammai si ripetesse, se insomma le funzioni e le relazioni di ciascuna cosa sì
mostrassero dipendenti soltanto da contingenze empiriche e casua li, non
sarebbe a parlare nè di pensiero nè di scienza. Noi dunque possiamo
rappresentarci il processo con cui il pensiero s' appropria l’ oggetto come un
moto tendente a determinare ciò che vi ha di fisso in un complesso di fenomeni;
per il che i mezzi che devono esser posti in opera saranno quelli di scomporre
o analizzare il complesso fenomenico per differenziare l'essenziale dall’
accidentale, unendo insieme l’identico e il simile e sceverando il diverso. È
chiaro poi che ciò che agisce come nozione appercettrice (che è sempre una
funzione della coscienza variamente eccitata da dati empirici) può divenire in
una ricerca posteriore essa stessa obbietto d'indagine, per cuì avrà bisogno di
una forma appercettiva di ordine superiore, fino ad arrivare alle forme logiche
supreme, oltre le quali il pensiero non può andare. Anche queste però possono
formare oggetto di riflessione, tanto è ciò vero che sono considerate quali
regole o norme logiche e ciò per il ripiegarsi perpetuo che il pensiero fa
sopra di sè medesimo, sicchè al sopravvenise di ogni nuova riflessione pare che
quello che ne forma l’oggetio entri allora per la prima volta nel dominio della
coscienza. È naturalè che a seconda dell’obbietto verso cui l’intelletto si
volge varierà il processo con cui vien conseguito lo scopo che è l’intellezione
delle cose. Cusi mentre nelle cosidette scienze normative lo spirito tenderà ad
isolare, mettendoli in forma di giudizi, gli elementi intelligibili che sono a
così dire incorporati nelle tendenze primitive dell'attività logica, etica ed
estetica, nelle scienze esplicative si cercherà di mettere in evidenza sotto
forma di giudizi universali i rapporti costanti e regolari in cui si trovano
gli oggetti. Nel primo caso si avrà di mira di obbiettivare, di
universalizzare, di idealizzare le direzioni fondamentali dell'attività umana,
il che può avvenire staccando mediante la riflessione dal fatto concreto la rappresentazione
o la forma dell'attività stessa, mentre nel secondo caso si tenderà ad
idealizzare, ad obbiettivare ciò che le cose presentano d’identico e di
permanente (le loro azioni e relazioni), considerando questo come la causa
generatrice dei vari fenomèni appartenenti ad una data categoria. Cone si vede,
nel primo caso si universalizza effettivamente il modo di farsi delle cose,
mentre nel secondo caso solamente il modo di presentarsi a noi delle cose
stesse. Vi è stato chi ha sostenuto che il processo per cui il pensiero può
effettivamente far suoi gli oggetti, segnatamente nelle scienze naturali, sia
da ridurre al processo con cui vengono stabiliti dei rapporti di eguaglianza,
per modo che, stando a tale opinione, allora soltanto si può dire di comprendere
una cosa quando può essere stabilito un rapporto di equazione tra quella cosa e
qualcos'altro di già noto. A noi sembra che non soltanto per mezzo del rapporto
d'identità, ma anche, e sopratutto per mezzo del rapporto di dipendenza si
riesca a riconoscere le forme e ì caratteri che valgono a fissare le leggi di
dati fenomenf, Riassumendo, noi diremo che il processo con cui il pensiero
riesce a far suo un obbietto è quello di andare in traccia delle condizioni
genetiche dell'oggetto stesso, mediante la determinazione delle relazioni
essenziali (logiche) che esso ha cogli altri obbietti. Pensare un oggetto
equivale a considerarne la sua possibilità, la quale è data dalla
rappresentazione od obbiettivazione non didati caratteri o di date funzioni, ma
dall’obbiettivazione del modo costante di presentarsi dei medesimi caratteri,
dall’obbiettivazione della forma regolare permanente che essi presentano. Dal
che consegue che effettivamente ogni conoscenza è puramente formale : solamente
va tenuto presente che la forma della conoscenza non può ridursi a quella
esclusiva dell'equazione. La conoscenza di un obbietto, giova ripeterlo, è data
dalla conservazione ed obbiettivazione, mediante la riflessione di tutti i
rapporti logici fondamentali considerati a sè, a preferenza dei fatti
particolari tra cui intercedono, giusta la determinazione fattane
dall'intelletto. Lo spirito umano iu tanto può compenetrare e far sua la realtà
in quanto fissa gli elementi costanti e regolari (vale a dire ripetentisi in
modo ritmico) in essa contenuti come quelli che valgono a misurare e a valutare
gli elementi variabili e accidentali. Quanto più di costanza e di regolarità si
riscontra in una cosa tanto più vi ha di essenziale e di razionale, onde si è
tratti a considerare l’elemento fisso ed immutabile come ciò che rende
possibile, condiziona, genera la realtà concreta e varia nelle sue
manifestazioni ed estrinsecazioni. Se non che va notato che se l'intelletto
nmano si arrestasse qui non potrebbe dire d’essersi veramente impadronito dell'oggetto,
giacchè mancherebbe ancora la prova della necessità dell'elemento costante
quale generatore della realtà, prova che si può ottenere soltanto ricorrendo
all'esperimento come mezzo appropriato a mettere in evidenza le condizioni
essenziali della produzione di un dato fenomeno. Co:ne sì vede, la mente umana
per conoscere una cosa deve determinare la natura propria di questa mediante le
relazioni d'identità e di condizionalità ; deve dunque cercare nelle cose il
corrispettivo delle relazioni logiche, il che può avvenire soltanto
determinando e fissando le azioni reciproche delle cose in funzione di quei
dati obbiettivi che presentano delle proprietà logiche evidenti, quali lo
spazio, il tempo, la quaatità, ond'è che la scienza enuncia le relazioni delle
cose da essa rintracciate in funzione di spazio, di tempo, di numero che
contengono insieme i due momenti della identità e della differenziazione,
dell’attività continua e degli atti per sè esistenti. S'intende che il suddetto
processo è proprio delle scienze esplicative, giacchè quelle normative non
fanno che estrinsecare, anzi trascrivere in forma di giudizi (massime) le
determinazioni dell’attività ed emotività umana, obbiettivando mediante la
riflessione e la parola ciò che dapprima è soltanto sentito. È naturale che si
possano ricercare i fondamenti e le ragioni delle determinazioni primitive
della volontà ed attività umana e in tale indagine le scienze normative non si
allontanano dalle altre scienze esatte, in quanto non fanno che dedurre conseguenze
da dati di fatto o da principii. Il risultato del moto del pensiero intorno
all’obbietto costituisce la scienza propriamente detta, la quale è un sistema
logico di leggi, ossia di verità generali. La legge, ecco il prodotto del
pensiero riflesso, ecco il mezzo con cui l’uomo pensa e ragiona.Che cosa è la
legge? La legge può essere definita nna forma logica, atta a fare appercepire
nna data categoria di oggetti non da questo o da quell’individuo, ma dalla
coscienza in genere. La legge rappresenta ciò che vi ha d'intelligibile
nell'universo, in quanto si considera la possibilità per sè e nonl'esistenza,
il was e non il dass. Il rapporto del fatto concreto colla sua legge può essere
schematizzato mediante un giudizio il cui soggetto è il fatto concreto e il cui
predicato esprime il sistema di relazioni o di condizioni genetiche atte a
spiegare e a dare ragione del fatto concreto stesso. Una ragione nota poi è
nello stesso tempo una spiegazione ed una premessa, o piuttosto prima una
spiegazione e poi una premessa; trovar per induzione la spiegazione di un fatto
è trovare quella premessa dalla quale si poteva dedurre il fatto, se non
l’avessimo saputo prima. Così la causa del movimento d'un pianeta è nella sua
posizione rispetto al sole; la legge del suo movimento è il modo costante con
cui si muove; la ragione del suo movimento è una legge generale scoperta da
Keplero, mediante la quale (come premessa maggiore) si può argomentare dalla
posizione del pianeta rispetto al sole (come da premessa minore) in che modo
esso si muove, anche se non lo sappiamo dal telescopio. Le leggi formulano i
rapporti esistenti tra le cose, espri mendo le modalità dell'azione di queste e
la maniera di connettersi tra loro. Esse però in tanto hannc valore
(contrariamente a ciò che gli scienziati specialisti e i dilettanti credono) in
quanto simboleggiano, accennano alla natura propria, all'essenza delle cose. Le
leggi insomma hanno bisogno di un fondamento reale che le giustifichi e le
renda valide, e quanto più esse riescono a manifestare in qualche modo e a far
intravedere tale base, che è riposta in fin dei conti nell’interiorità delle
cose, tanto più rispondono alle esigenze dello spirito umano, che tende a
comprendere e a compenetrare la realtà. Le leggi adunque sono nient'altro che mezzi
di espressione dell’intimità dell'essere, ed hanno l’ufficio da una parte di
farci orientare in mezzo al continuo divenire ed alla instabilità delle cose
facendoci classificare, ordinare e prevedere gli eventi, e dall’altra hanno
l’ufficio di rendere possibile la comunicazione e l’intendersi reciproco degli
uomini nella ricerca del vero. E quanto più le leggi figurano come segni delle
determinazioni primitive dell'attività interiore delle cose come nel caso delle
norme logiche, etiche ed estetiche, tanto più esse perdono il carattere di puri
schemi per divenire mezzi acconci a farci penetrare nel fondo della realtà. Le
leggi naturali, infatti, che d'ordinario s'arrestano a formulare i rapporti
esistenti tra le cose senza curarsi dei presupposti di tali rapporti e senza
quindi curarsi di penetrare nell’interiorità di quelle, sì presentano come
qualcosa di estraneo allo spirito, come qualcosa di manchevole e di provvisorio
che esige un completamento. Pertanto le leggi normative appagano il nostro spirito,
perchè fondate in modo diretto sull’intimità dell'essere, mentre che quelle
esplicative non avendo -un legame evidente coll’ interiorità delle cose, ci
lasciano insoddisfatti. Non intendiamo con ciò di scemare il valore o
l’importanza delle leggi naturali, giacchè queste hanno sempre l’afficio di
schematizzare il corso degli eventi, ma vogliamo soltanto affermare che esse
per sè sono insufficienti, onde presuppongono qualcosaltro, un certo concetto
intorno alla natura propria del reale. Affermare che accumular fatti e formular
leggi debbano costituire gli obbiettivi esclusivi dell'attività dello spirito
umano equivale a confessare di non avere un'idea chiara nè della realtà, nè
dello spirito e insieme di non aver mai riflettuto sulla natura della legge in
genere. I giudizi leggi, costituendo i soli punti fissi in mezzo al fluttuare
continuo ed ai cangiamenti molteplici e svariati delle cese, sono i veri legami
per cui è resa possibile la solidarietà intellettuale umana, e sono in intima
relazione non soltanto colla condotta dell’individuo, ma eziandio colla vita
sociale dell'umanità. Per darsi ragione del fascino che le leggi in genere
esercitano sulla mente dell’uomo, ‘nonostante la loro manchevolezza
nell’esaurire e nel manifestare il contenuto del reale, è bene tenere a mente
la profonda analogia e l'intimo legame che esiste tra legge e linguaggio, in
quanto questo serve ad esprimere gli elementi della realtà, mentre quella i
rapporti tra i detti elementi. Le legge è come a dire una formazione (naturale
collettiva, possiamo dire) simbolica, schematica della realtà di second’ordine
che completa il linguaggio, formazione di prim'ordine. A tale uopo giova
ricordare l'ufficio della denominazione e della parola che trovano il più
perfetto riscontro nella determinazione e fissazione delle leggi. La
denominazione invero è il mezzo più acconcio affinchè lo spirito passi dalla
sfera del particolare a quella dell’universale, stantechè quando la cosa è
determinata pel suo nome, essa si colloca per lo spirito nel luogo assegnatole
nel gerarchico conserto degli esseri, cioè si subordina alla categoria in cui è
inchiusa e si rivela per le attinenze che la collegano agli altri esseri, in
una parola apparisce nella sua universalità. Riproduciamo sul proposito le
seguenti parole del Lotze: Anche dopo avere osservato un oggetto e le sua
proprietà sotto tutti gli aspetti, dopo essercene formata dentro di noi una
imagine completa non ci pare ancora di conoscerlo perfettamente, finchè non ne
sappiamo il nome. Il suono di questo, (come il semplice formulare una legge a
proposito di un fatto, soggiungiamo noi) sembra dissipare tutto a un tratto
quell’oscurità E donde mai questa meravigliosa virtù della parola? Non ci basta
che la cosa sia obbietto della nostra percezione, essa esiste a buon diritto
solo quando fa parte di un ordinato sistema di cose, il quale ha un proprio
valore e significato indipendentemente affatto dall’averne noi contezza o no.
Se noi non siamo in grado di determinare effettivamente il posto che un
avvenimento occupa nel tutt’insieme della natura, il nome (come la legge) ci
accheta. Esso è almeno un indizio che l’attenzione di molti altri nomini si è
fermata su quell'oggetto che ora viene a colpire i nostri sguardi. Esso ci
assicura almeno che la intelligenza universale si è occupata di assegnare anche
a questo oggetto il suo luogo determinato in un tutto maggiore. Perciò un nome
imposto da noi a capriccio non è un nome: non basta che la cosa sia stata
denominata da noi comechessia, bisogna che essa sì chiami proprio così. Lotze,
Mikrokosmus. Il linguaggio supplisce in parte all’inevitabile limite
dell'’umana attività, stantechè ci agevola a maneggiare e ad adoperare come
fossero compiuti e perfetti certi prodotti del pensiero ancora incompiuti ed
imperfetti e che non possono giammai uscire da tale incompiutezza e
imperfezione. Avvegnachè gli è certo, nota il Bonatelli, da un canto che noi si
pensa e si ragiona assai volte con perfetta dirittura e sicurezza per mezzo dei
vocaboli senza che ci occorra di svolgere nei loro elementi, ossia di pensare
esplicitamente i concetti che a quelli corrispondono e dall'altro è pure un
fatto innegabile che il più delle volte non son quei con| cetti, per così dire,
se non abbozzati in noi. Il che se è un vantaggio inestimabile per l’uorao,
rendendogli agevole e breve un'operazione che altrimenti tornerebbe lentissima
e penosa, non è men vero che può essere eziandio fonte di superficialità, di
sofismi, di errori e sopratutto di quella vacuità di pensare che è vizio
funesto non meno dei filosotanti che dei saccenti volgari che si atteggiano a
dottori dei popoli. E qui è il luogo di domandare : Che cosa corrisponde nella
realtà alle leggi? In altre parole, le leggi in genere sono un prodotto
esclusivo dello spirito umano, ovvero il riflesso di qualcosa di obbiettivo?
L'universo è realmente razionale, come lo mostra la scienza, ovvero
quest’ultima è da considerare come una fantasmagoria del cervello umano ? È
evidente che se le leggi fossero interamente soggettive, mancherebbe ogni criterio
della loro applicazione all’esperienza e ogni delimitazione del loro dominio ;
non resta dunque che ammettere le leggi quali segni, trascrizioni di: qualcosa
d’obbiettivo. E questo non può consistere che nel nesso essenziale esistente
tra le varie parti costituenti la realtà, la quale va concepita come qualcosa
di organico nel senso che gli elementi costitutivi sono mezzi e fine nello
stesso tempo. Dal che consegue che l’intima ragionevolezza che anima il tutto
non soltanto tiene connesse le varie parti, ma le fa agire in modo determinato,
costante e regolare. Le leggi obbiettivamente considerate si presentano come
funzioni di vari ordini di reali aventi un’ estensione maggiore o minore. Non
altrimenti che accanto allo spirito individuale si ammette lo spirito
collettivo, il quale ultimo senza alcun dubbio determina l'altro, così si
devono ammettere nella realtà tutta quanta diversi ordini di unità collettive
le cui funzioni costituiscono poi il corrispettivo obbiettivo delle varie
leggi, a cominciare da quelle particolari ad andare a quelle universalissime
che contengono in sè tutte le altre come loro casi concreti o momenti di
differenziazione. Le leggi infatti sì mostrano tra loro in ordine logico, per
modo che quando fossero trovate tutte, si potrebbero disporre in tale maniera
che partendo dalle più generali si dimostrerebbero deduttivamente tutte le
altre. É naturale poi che le varie forme di relazione in tanto sono possibili
in quanto in ultimo sono per così dire assorbite in una unità suprema armonica e
insieme comprensiva. A misura che le dette unità collettive crescono in
complessità e che la vita psichica mediante la coscienza e la riflessione
diviene predominante, le dette funzioni perdono i loro caratteri di necessità e
d'immutabilità per acquistare quella spontaneità e quello sdoppiamento
dell’essere e del dovere che caratterizza le forme dell’attività umana. Sicchè
possiamo conchiudere che la legge-essenza ha il corrispettivo obbiettivo nella
funzione; ma si potrebbe domandare : nella funzione di chi ? giacchè la
funzione, come l'atto, l’azione e la qualità suppongono qualcosa a cui
ineriscono o di cui sono una produzione : ebbene, noi rispondiamo che le
essenze delle cose vanno appunto considerate come funzioni, atti di un reale
d'ordine diverso (d’ ordine più elevato) e questo va alla sua volta considerato
come funzione di un reale di ordine ancora più elevato fino a giungere al Reale
che tutto in sè contiene e di cui l'universo è funzione. Obbiettivamente l'
elemento intelligibile è una cosa sola coll’ elemento esistenziale, il was è
inseparabile dal dass, l'ideale è nel reale, sicchè legge e funzione, pensiero
ed azioue (se possiamo cosi dire) coincidono; ma mediante l'intelletto umano
avviene la disgiunzione, onde è resa possibile la formazione delle leggi
esistenti per sè nella mente umana. Dopo aver esaminato i fattori che
concorrono alla formazione della nozione di legge, ci sembra opportuno porre
sott'occhio un tentativo di classificazione delle varie sorta di legge che
nello svolgimento del sapere umano ci si presentano. Noi già per lo innanzi
accennammo alla divisione fondamentale delle cosi dette leggi esplicative o
dichiarative da quelle normative; ora scenderemo a maggiori particolari,
ricercando le principali forme che le suddette categorie alla lor volta possono
assumere. E per prima è necessario chiarire il significato logico delle parole
osservazione ed induzione, giacchè pare che quando sì dice osservazione si dica
esperienza, che tutto quello che è obbietto dell'una sia anche obbietto
dell'altra, dal che deriverebbe l'esistenza di una sola specie di leggi
qualunque fosse l’obbietto della conoscenza umana. Ora ciò non è nient’affatto
esatto, in quanto vi sono delle osservazioni alle quali non è possibile
attribuire la qualità di essere empiriche nel senso in cui questa qualità si
considera come opposta all'essere 4 priori. Empiriche sono senza dubbio tutte
le osservazioni che ci rivelano le proprietà e leggi delle cose esteriori,
empiriche quelle che ci mostrano il nascere lo sviluppo e l'intreccio dei
fenomeni psichici, empiriche quelle dalle quali apprendiamo la realtà dei fatti
storici: epperò la scienza della natura esteriore, la psicologia e la storia
sono scienze a posteriori o empiriche, comunque i metodi di dette scienze
variino in rapporto alle particolarità presentate dagli obbietti e in rapporto
alle difficoltà di esaminare questi ultimi. Ma non sarebbe giusto qualificare
come empiriche quelle scienze delle quali sono oggetto o il pensiero, o
l'intuizione, o la volontà o l’emotività, diremmo così, in azione, La
dimostrazione e l'induzione scientifica in casi siffatti è l'esplicazione della
stessa attività di queste funzioni e le conoscenze particolari coincidono coi
prodotti particolari di queste funzioni. In tali scienze ha certamente luogo
l'osservazione, ma nou si esercita sopra un obbietto estraneo, il quale sia
bell'e fatto indipendentemente dall’ attività del soggetto: ogni osservazione
in esse non è passiva, ma attiva; è una nuova produzione del fatto osservato
che non è diversa dalla dimostrazione e dalla spiegazione scientifica. Ciò
accade in quelle scienze che hanno il pensiero come oggetto, cioè nella logica
e nel calcolo, in quelle che studiano le funzioni dell'intuizione costruttiva,
cioè in quelle che hanno il tempo, le spazio, il movimento come oggetto e in
quelle infine che hanno per oggetto le funzioni etica ed estetica dell'anima
umana, in quanto ogni fatto etico ed estetico può essere studiato in modo
esatto soltanto salendo alla categoria dall'effetto, mediante cioè l’analisi
del fenomeno psicologico in cui quell’ effetto consiste. I fatti estetici ed
etici non sono, come i fenomeni della natura esterna, indipendenti dal
soggetto, ma accadono in esso, sono imaginì obbiettive si, ma passate
attraverso il mezzo della coscienza, della fantasia e del sentimento umano. L'
induzione etica ed estetica deve analizzare prima di tutto il fenomeno
psicologico, perchè esso è il solo criterio sicuro, la sola base positiva per
determinare e definire il concetto, In secondo luogo è bene intendersi sul
significato della parola induzione. L'induzione scientifica è una sola : quella
che da n casi sperimentati conchiude a tutti i casi omogenei possibili, in
virtù del postulato della uniformità delle leggi naturali e del principio di
causa. L' induzione scientifica non può dunque aver luogo se non per leggi
causali, epperò è affatto estranea alla logica, alla atematicam, all’ etica,
all’estetica ecc., le cui leggi non sono punto causali. Resterebbero
l'induzione per semplice enumerazione e l’induzione descrittiva, ma la prima
non ha valore al di là dei casi osservati e quindi è perfettamente inutile
nelle summentovate scienze (matematica, etica, estetica ecc.),0 se è
adoperabile, vale soltanto ad apparecchiare la materia delle costruzioni
scientifiche, può talvolta indicare la via, ma è destituita di qualunque valore
di prova. Per ciò che riguarda l’induzione descrittiva, essa è adoperata nella
geometria elementare, allorchè la somiglianza di due figure si dimostra dalla
loro congruenza; ma in geometria ha un valore diverso da quello della prova
empirica; perchè la dimostrazione dell’ uguaglianza suppone la invariabilità e
la congruenza dello spazio con sè stesso (come del resto i casi d' applicazione
dell’ induzione descrittiva in etica, estetica ecc., suppongono una determinata
natura dell'animo umano e la sua identità con sè stesso) che non potrebbero
essere dimostrate empiricamente A ciò si aggiunga che le verità matematiche,
logiche, etiche, estetiche non sono leggi della natura in quanto sarebbero vere
anche se una natura hon esistesse e la loro certezza è indipendente dal numero
delle esperienze, onde tutti si terrebbero autorizzati a correggere
l’esperienza, se questa paresse in qualche mado loro contraddire. Infine va
ricordato che l'induzione non è ritenuta mai prova sufficiente nelle scienze
normative: così un teorema che si trovi vero praticamente per una serie di
numeri non si ritiene per ciò solo dimostrato e non si estende al di là dei
casi osservati. Non si può, come vuole il Mill, il Taine ecc. spiegare la
certezza assoluta che hanno le verità del calcolo, col carattere ipotetico di
questa scienza; perchè la perfetta eguaglianza delle unità elementi dei numeri
non è un'ipotesi, ma una proprietà della natura puramente logica del numero, la
quale rende possibile di riferirlo ad uua unità di misura che non è quella di
nessuna grandezza reale avente questa o quella qualità, ma l'unità in senso
puramente logico. Sicchè noi in base a ciò che precede siamo autorizzati a
partire per prima le leggi in due grandi classi: Leggi funzionali (Leggi
logiche, matematiche, etiche, estetiche). Leggi causali (Leggi naturali,
psicologiche, storiche ecc.). Per formarsi un concetto chiaro delle differenze
che controdistinguono le sudette due classi di leggi basta comparare le leggi
logiche e matematiche con quelle naturali. L'oggetto della conoscenza, dagli
elementi sensitivi in fuori, è una costruzione della quale le idee di sostanza,
di causa, di numero sono gli artefici e il principio di contraddizione è la
regola e la garenzia di verità: i sudetti principii costituiscono appunto le
leggi logiche fondamentali o le categorie dell’intelletto umano. Diconsi
infatti categorie quei concetti che sono determinazioni dell'essere perchè sono
determinazioni del pensiero, e vieevecsa, che sono impliciti nel pensiero di
qualunque ente reale perchè reale e non perchè è questo o quell’ente, cioè
perchè sono le maniere necessarie di concepire la realtà. Tali forme del
pensiero o categorie sono concetti, da differenziare però da quelli che vengono
studiati dalla logica ordinaria e che hanno il loro corrispettivo nelle leggi
empiriche o causali. Invero gli altimi sono essenzialmente concetti
rappresentativi, mentrechè quelli sono giudicativi; e i concetti rappresentativi
sono formati mediante la comparazione o l’analisi dei dati oggettivi delle
percezioni e mediante l’astrazione, i giudicativi per contrario sono l'elemento
soggettivo della percezione e delle forme così statiche che dinamiche del
pensare. I primi sono concetti di oggetti, di classi di oggetti e di rapporti
indifferentemente, i secondi sono concetti di rapporti intelligibili ; gli uni
hanno un'estensione determinata, gli altri un'estensione indeterminata.
L’universalità e necessità dei concetti rappresentativi è condizionata e
limitata all’esistenza dei loro oggetti: quella delle categorie si estende
quanto si estende l'essere e il pensare; quelli funzionano da soggetti e da
predicati dei giudizi : questi possono funzionare soltanto da predicati. L'originalità
poi delle leggi o funzioni logiche sì appoggia a ragioni logiche, non
psicologiche. Noi conosciamo mediante i concetti, i giudizi e i raziocinii : la
materia è data; ma il concepire, il giudicare, il ragionare sono funzioni. E
queste funzioni debbono pure avere una forma, perchè una funzione senza una
forma determinata è impossibile. Ora quali sono le forme di queste funzioni,
cioè quali sono queste funzioni in loro stesse, prescindendo dalla forma logica
che rivestono ? Evidentemente se pensare è porre una relazione, le funzioni
saranno i pensieri di quelle relazioni, di.natura intelligibile, nelle quali e
mediante le quali il pensiero sa e si muove, cioè le categorie. Ora sono questi
da repntare daccapo concetti empirici? Se sono, qual'è la funzione mediante la
quale sono formati? In breve, se il pensare suppone una materia e una forma,
come si può intendere che la forma sia presa da fuori, cioè sia materia essa
stessa? Non saremmo da cupo nella necessità di supporre una forma per la
funzione di concepirla e così in infinito? Passando alle leggi matematiche,
noteremo anzitutto che l’ idea di numero non sorge, come i concetti generali
per un procedimento conscio e riflesso del pensiero, ma per un procedimento
spontaneo ed inconscio. I teoremi sui numeri ed anche un sistema di numerazione
sono, è vero, prodotti, riflessi, ma l'idea di numero pur nascendo
all’occasione delle sensazioni e percezioni d'ogni maniera e non perdendo mai
il suo significato oggettivo, non esprime mai, neppure per la coscienza più
comune, una classe di oggetti reali, un genere sommo, ovvero una proprietà
delle cose dello stesso genere di quelle che diciamo qualità. Ed è per questo
suo isolarsi dalle cose in virtù di un procedimento non artificiale, bensì
spontaneo, pur conservando un valore oggettivo, che si rende possibile alla
riflessione scientifica di studiare il numero come un' entità a sè non solo
separabile dalle cose, ma completamente indipendente da queste, come un' entità
di tal natura che le sue proprietà e leggi si possono trovare e verificare
indipendentemente da ogni constatazione che non sia quella stessa di pensarle e
di produrre, pensando, tutte quelle analisi e sintesi in cui consistono lo
studio che ne facciamo e la scienza che per essa veniamo ad avere. E qui va
notato che il fondamento del calcolo aritmetico, che è il sistema di
numerazione, ha la sua radice nella funzione sintetica del pensiero formale,
senza contenuto qualitativo. Il primo modo di formazione da esso espresso è una
sintesi successiva indefinita ; il secondo è una sintesi con una certa norma,
per gruppi uguali di unità; ma la norma è puramente arbitraria, perchè non c’è
nell'esperienza niente che determini la composizione di un gruppo, per esempio
la serie binaria o la decimale. Stabilita nel sistema di numerazione la maniera
uniforme di formazione dei numeri, si possono deduttivamente trovare tutti gli
altri. I modi composti sono innumerevoli, ma poichè essi sono combinazioni di
più modi semplici, suse Pra A o ripetizioni dello stesso modo semplice,
l'importante è di determinare questi ultimi. I quali rispetto ad un numero
qualunque x sono riducibili alle forme segnenti : a zta,x- a, cr X_ a, x:x,2,
Vi, 108.2 (alla base a). Difatti un numero è o somma o ditferenza di un altro
numero, quindi le maniere semplici di formazione sono tante quante sono le
maniere del sommare e del differenziare. Tutte le maniere di sommare si
riducono a tre: addizionare numeri diversi (addizione), lo stesso numero un
numero qualunque di volte (moltiplicazione), lo stesso numero un numero
qualunque di volte, ma sempre ad esso uguale (elevazione a potenza). Similmente
tre sono le possibili forme del differenziere: togliere da un numero un altro
numero qualunque (sottrarre), togliere da un numero quel numero di volte che è
possibile lo stesso numero dividere (divisione), togliere da un numero uno
stesso numero un numero di volte a questo uguale e che lo misuri esattamente
(estrazione di radice). Però l'elevazione a potenza e l'estrazione di radice
non sono i soli modi possibili del calcolo delle potenze. Il primo risolve il
problema di trovare la potenza, data la base e l'esponente; il secondo di
trovare la base dato l'esponente e la potenza; resta un terzo problema; date la
base e la potenza, trovare l'esponente (logaritmo), cioè dato il prodotto di un
numero indeterminato di fattori uguali, e dato il loro valore, determinare il
numero dei fattori. È evidente che ognuna di queste operazioni è una funzione e
non un'esperienza. Ai sostenitori della teoria empirica si potrebhe chiedere
con ragione d’indicare la testimonianza o base sensibile delle idee di radice e
di logaritmo. Ma senza dubbio una prova anche più concludente della teoria del
numero-funzione ci è data dalle estensioni dell'idea di numero, alle quali
conducono le operazioni inverse. Giacchè taluni dei problemi che queste ci
propongono si mostrano insolubili col concetto primitivo di numero reale. Cosi,
allorchè il numero delle unità sottratte è eguale al numero delle unità dalle
quali si sottrae, si ha lo zero, e se è maggiore, il numer negativo.
Similmente, nella divisione, il quoziente può essere non un numero intero, ma
corrispondere al concetto di un numero posto tra due numeri contigui. E poichè
questo può non corrispondere nè a un numero intero, nè a un numero frazionario,
nè a un intero unito ad un fratto, cosi rende necessaria un'altra estensione
del concetto di numero, il numero irrazionale, il quale non esprime
propriamente un numeco, ma il rapporto di due operazioni; la radice di 2 non
corrisponde a un numero, ma indica un rapporto di due specie di calcolo, quello
di formazione del numero 2, e quello di estrazione della radice. E questa può
condurre in casì speciali ad una terza estensione del concetto di numero,
perchè se il numero di cui si cerca la radice è negativo, sorge la nozione di
numero imaginario, cioè di un numero che diventa reale mediante l'elevazione a
potenza. Ora come potrebbero i numeri negativi, irrazionali, imaginari derivare
da rappresentazioni empiriche? É chiaro che essi sono funzioni, o più
propriamente rapporti di funzioni e che il loro concetto implica che la
funzione è materia a sè stessa. Sicchè nel: calcolo il pensiero lavora su dati
che sono suoi, come nella logica formale: per modo che il calcolo si potrebbe
ben dire, la logica formale della quantità. Il còmpito del calcolo è di
concepire la quantità, come abbiamo già visto, ma appunto perchè è rivolto
soltanto alla quantità, il calcolo è un pensare estrinseco e meccanico. Hobbes
ebbe dunque torto di ridurre il pensare a nume. rare; ed èillogico attribuire
alle matematiche una illimitata potenza educatrice della mente. Esse servono
soltanto per una parte alla educazione e disciplina della mente, perchè la
quantità è la realtà nella sua parvenza esteriore, non nella sua essenza. Ora se
noi consideriamo le leggi matematiche in rapporto a quelle propriamente
naturali noi troviamo che i due ordini di leggi si presentano intimamente
connessi tra loro; e ciò per parecchie ragioni: 1° perchè essendo la quantità
una proprietà essenziale della realtà e il numero l'espressione logica della
quantità, è naturale che quello che l'intelletto matematico determina col
semplice discorso si trovi vero nella realtà; 2° le leggi indagate dalle
scienze che hanno per obbietto la realtà essendo leggi causali e le stesse
operando secondo leggi matematiche, è chiaro che il calcolo debba essere,
astrattamente parlando, applicabile a tutta la scienza del reale. La
proporzionalità dell'effetto alla causa, un corollario dell'assioma di
causalità, importa che l’effetto è sempre una funzione della quantità della
causa e per la realtà spaziale, anche della sua posizione, ond'è che se
possiamo determinare con precisione gli elementi numerici dei fenomeni, il
calcolo vale come mezzo potentissimo per discendere dalle cause agli effetti o
per risalire da questi a quelle. Esso non solo formula Je leggi naturali, ma le
connette altresi e non solo sintetizza le altre parti della matematica, ma
anche le scienze della natura e non appena si può adoperarlo completamente
cangia il carattere di queste, trasformandole di induttive in deduttive. Se non
che qui va notato che in tale funzione sintetica si trovano due limiti, uno
nella possibilità molto limitata finora di determinare gli elementi numerici
dei fenomenìi; un altro nella piccola potenza sua rispetto alla crescente
complessità dei medesimi. Non basta. Le leggi matematiche non possono essere
identificate con quelle naturali anche per altre ragioni. Le leggi numeriche,
essendo puramente formali, sono le più remote che si possano imaginare da ciò
che diciamo natura ed essenza Per es. le leggi: la forza viva è uguale al
prodotto della massa per la velocità; il momento statico della leva è uguale al
prodotto del peso per la lunghezza del braccio di leva; la grandezza del moto
uniforme è uguale al quoziente dello spazio per il tempo; nel moto accelerato
gli spazi sono come i quadrati dei tempi, ecc., sono leggi di rapporto
geometrico le prime, di rapporto di potenze l’ultima: ma in nessuna di esse la
legge aritmetica vale a dare ragione del fatto, ma soltanto a formularlo nel
modo più esatto. Non basta che il calcolo formuli e connetta le leggi della
natura per dimostrare che la natura ha essenza numerica; la dipendenza che il
calcolo dimostra trala egge di Coulomb sull’attrazione e repulsione
dell'elettricità positiva e negativa, e la legge elettrostatica, secondo cui l’
elettricità nei corpi conduttori come i metalli si raccoglie tutta alla
superficie : la splendida applicazione della teoria delle funzioni ellittiche
nella meccanica e tutta la fisica matematica provano bensi che la natura
obbedisce a leggi numeriche, e che conosciute queste, la scienza della natura
si può cangiare da induttiva in deduttiva, ma non provano punto che le leggi
della natura sono conseguenza delle leggi dei numeri. Se anche fosse realizzato
quell’ideale di conoscenza scientifica che il Du Bois Reymond chiama
astronomica, se cioè tutto quello che è e accade nell’universo fosse
completamente rappresentato da uno sterminato sistema di equazioni differenziali
simultanee, questo sistema sarebbe uno dei sistemi possibili e non avrebbe
altra realtà che la realtà di fatto; sarebbe impossibile dedurlo dalla essenza
numerica della realtà, epperò non ne darebbe la prova. La metafisica numerica
non potrebbe trovare la sua prova sufficiente nella funzione sintetica che il
calcolo esercita o può esercitare in ogni dominio di scienza se non quando il
sistema delle idee numeriche e il sistema della realtà fossero affatto
coincidenti, ovvero quest'eltimo fosse parte di quello e trovasse nel tutto
considerato come sistema di entità numeriche, la ragione del suo essere non
solo cume parte della scienza del calcolo, ma come realtà e natura. Ora è vero
perfettamente il contrario : il calcolo spazia e può spaziare molto più largamente
della natura; questa, ad esempio, non conosce né il sistema di numerazione
dell’ aritmetica elementare, nè gli spazi ad ” dimensioni della geometria
superiore. Verifica bensi sempre delle leggi numeriche, ma la ragione di
verificarle non è nelle stesse leggi dei numeri, ma nelle proprietà e
nell'intreccio delle cause del reale. Neppure una Raqione matematica assoluta
alla quale tutte le proprietà e le leggi dei numeri, tutt il sistema compiuto
delle verità numeriche fosse presente, potrebbe dedurre da questo assoluto
sapere non diciamo il sistema della realtà, ma una sola legge reale. A. ciò si
aggiunga che leipotesi ultime nelle scienze naturali hanno in sè sempre
dell'arbitrario, del non ispiegato e che il carattere scientifico nella
spiegazione dei fenomeni della natura consiste appunto nella riduzione e
limitazione dell’arbitrario e del non ispiegato. Così l'inerzia e l’attrazione,
le due propietà fondamentali della materia nella fisica moderna, sono esse
stesse inesplicabili. Per ispiegarle e in generale per fondare una teoria
fisica su principii che non solo non siano ipotetici, ma reali e necessari,
bisognerebbe ricorrere ai principii e teoremi della logica e matematica ; se
non che dedurre da principii puramente formali, come son questi, una dottrina
fisica sarebbe come se un architetto intendesse innalzare un edificio con le
sue cognizioni di meccanica pratica, senza il materiale occorrente. Di contro
alle leggi logiche e matematiche sono quelle naturali o causali. Queste sono
generalizzazioni esatte, non approssimative. appuntoin quanto hanno il loro
fondamento in un rapporto causale. Fu detto che bisogna distinguere tra la
necessità di una legge causale empirica e la necessità della legge causale in
genere, la prima non essendo mai assoluta come la seconda: ora è vero bensi che
di una legge empirica di casualità si può pensare che avrebbe potuto anche non
essere o essere altra, ma solo in un altro ordinamento della natura. Poichè
questa è intessuta e dominata nel tutto e nelle singole parti della legge di
causa, tutto è in essa dipendente e determinato; onde per pensare che qualche
cosa possa accadere diversamente, bisogna pensare che tutto l'ordine di natura
muti. Se non si pensa questo e nondimeno si pensa come possibile un fatto
contrario ad una legge, non è negata soltanto una legge empirica, ma la stessa
legge causale logica che può essere appunto enunciata anche cosi: che cause
simili producono in condizioni identiche effetti simili. Del resto l’éssenza
della legge naturale viene abbastanza bene lumeggiata dal concetto del caso, il
quale implica la negazione della legge vera e propria e non della causa. Il
concetto della caso, infatti, non è in realtà così opposto al concetto di
causa, come pare a prima vista. Nel pensiero comune pare che sia, perchè
diciamo casuale quello che non possiamo ridurre ad una legge e ad una causa;
nascendo dall’ ignoranza della causa, il caso sembra tutta un’ altra cosa da
essu. Ma se si riflette, si vede che invece di essere una negazione, è una
conferma della funzione necessaria dell’ idea di causa nella conoscenza: il
principio ignoto sì sostituisce al principio noto che manca. In logica poi il
casnale è definito come un fatto di coincidenza di fenomeni, che non si può
elevare a legge. Taluno esce di casa e incontra un amico o gli casca una tegola
sul capo, sono queste coincidenze casuali, perchè non si può dire che cosi
avverrà anche pel futuro La teoria del caso come incidenza delle serie risale
ad À ristotile che primo lo defini a quel modo. È infatti se una sola serie
causale esistesse, il casuale non sarebbe possi bile; ma perchè le serie
causali sono innumerevoli e sì svolgono contemporaneamente, è possibile che ue
coincidano due o più. Così definito, il caso non è in contraddizione con la
causa, perchè non soltanto ciascuna delle serie in: cidenti è determinata in
ogni sua parte, ma è determinata anche la loro coincidenza. Difatti, perchè
coincidano, le loro direzioni debbono formare un angolo, e perchè coincidano
piuttosto in questo che in quel punto debbono formare determinati angoli.
Dunque il casuale é effetto di un doppio rapporto causale, di quello che
determina i fenomeni coincidenti ciascuno nella sua serie e di quello che
determina la loro coincidenza. Questa seconda determinazione causale non è per
lo più una costante e nonè mai una legge, non dipende cioè dalla natura e
qualità delle serie, ma dal loro essere insieme. Adunque il casuale può
definirsi: una coincidenza che non autorizza l’inferenza d'una uniformità che
sia una legge causale . La definizione è dello Stuart Mill, il quale la spiega
e chiarisce cosi. La coincidenza si dice casuale quando i fenomeni che
coincidono non sono effetti l’uno dell'altro, nè effetti della stessa causa, nè
effetti di cause collegate da una legge di coesistenza, (cosi le leggi di
Keplero non sono casuali, perchè dipendono dall’azione combinata della forza
contripeta e della tangenziale necessariamente coesistenti nel sistema solare);
nè effetti di una determinata proporzione delle cause che i logici inglesi
dicono collocazione (p. es. non è casuale la varia velocità dei pianeti per
ciascun punto delle loro orbite, perchè dipende dalla varia collocazione o
rapporto delle forze contripeta e tangenziale). È necessario aggiungere poi che
vi possono essere delle coincidenze uniformi e prevedibili, le quali nondimeno
sono casuali appunto perchè l’uniformità in tal caso non è l’espressione di una
legge causale: es. i fatti umani coincidono l1 4 16 12 12 ©” 10 19 13 7 838 7
141 10 19 5 In ordine alle cause che determinarono la loro chiusura in Casa di
custodia vanno distribuiti nel modo seguente: Per assassinio 1. Per incendio
(10 volte) 1 individuo di 141 anni. Per ferimento 2 (uno involontario), Per
atti contro il buon costume 1. Per furto 30, dei quali uno dell'età di 11 anni,
recidivo per .7 volte. Per ozio e vagabondaggio 16. Per discolaggine 38. Gli 89
giovinetti ricoverati nell’Istituto di Beneficienza vanno distribuiti per età
nel modo che segue: Di anni 10 11 bambini Di ann i15 10 bambini lil 8 16 13 12
14 17 7 13-- 7 18 5 2a 14-12 19 2 Di essi, 34 andavano a scuola e 55 passavano
le ore del giorno in diversi opifici della città per apprendere ciascuno il
mestiere che gli garbava. Per ciò che riguarda i caratteri fisici od
antropologici diremo che quelli raccolti non ci autorizzano a trarre alcuna
conclusione definitiva. C'è stato chi un pò affrettatamente ha negato ogni
valore all'esistenza dei caratteri esteriori; e certamente il limitarsi
all'esame di soli tali caratteri è un difetto, giacchè essi non sono che
l’espressione, l'estrinsecazione delle anomalie interiori. La loro esistenza
rappresenta un éulizio più 0 meno sicuro e non altro, di un disturbo
nell’euritmia morfologica e fisiologica dell’organismo preso nel suo insieme e
la loro mancanza certamente non autorizza ad affermare sane le condizioni
morali e mentali dell'individuo; onde non è lecito destituire d'ogni valore la
ricerca di detti caratteri esterni. Nei 178 giovanetti esaminati non riscontrai
in alcun modo caratteri degenerativi speciali per numero, qualità o grado; non
posso dire, in altr? parole, di aver trovato che la curva dei caratteri
anormali morali e psichici in genere coincidesse perfettamente con quella dei
caratteri fisici anormali, ma posso però asseverare con convinzione che
l’esistenza di questi ultimi caratteri deponeva, accennava quasi sempre a
particolari condizioni ereditarie, siano queste morbose semplicemente (pazzia,
alcoolismo, turbecolosi, ecc.), o anormali dal punto di vista sociale (tendenze
antisociali dei genitori p. es.) e per conseguenza ad una predisposizione
generica allo sviluppo di uno stato psichico anormale. Passando all'esposizione
dei risultati forniti dall'esame psichico diremo che la più parte di tali
giovanetti pur essendo andati per parecchi anni a scuola, a mala pena sapevano
leggere e scrivere. Pochi giungevano a fare una moltiplicazione. L'attività
dell'attenzione era debole in quasi tutti. La debolezza della memoria del tempo
era quella che sì constatava più frequentemente ; pochi, cioè, sapevano
ripetere l'ordine di successione di avvenimenti loro occorsi da poco tempo. Il
pudore difettava nella più parte di essi. Rarissimamente si trovava quel senso
di soggezione che molti bambini bene educati mostrano al truvarsi per la prima
volta dinanzi a persone di età maggiore. La più parte mancavano di volontà
ferma e persistente. Una tendenza molto diffusa era quella di negare ogni cosa:
il no era il monosillabo che più prontamente e più frequentemente veniva da
loro pronunziato. Molti s'emozionavano facilmente, ma passavano con pari
facilità dal pianto al riso come da qualunque emozione alla sua contraria. Il
contegno appariva ordinariamente scomposto, prendevano le pose più strane e nei
movimenti erano per lo più goffi e sgarbati. Erano in genere noncuranti della
persona e della pulizia. Parlavano soventi in modo laido: spesso si lanciavano
a vicenda delle amare invettive e si davano dei sopranomi. C'era una certa
gerarchia fra di loro; ci erano i capi, i potenti e i seguaci, i deboli.
Predominava lo spirito di ribellione a qualunque obbedienza. Il carattere però
che spiccava sopra gli altri era indubbiamente l'egoismo inteso nel senso più
stretto. Pur di fare il loro comodo, pur di fare paghe le loro brame erano
pronti a tutto osare. Per loro l'io era il centro dell’universo: al di fuori
del proprio io nulla poteva destare il loro interesse. Non solo non mostravano
di sentire affetti oltre l'inclinazione al soddisfacimento delle loro basse
voglie, ma rimanevano sordi a qualsiasi lamento, freddi a qualunque
soffererenza degli altri. Avevano quindi ciò che d'ordinario si dice istinto
della malevolenza, godendu dei dolori degli aitri, e mostrando di provare un
intenso piacere a far dispetti ai compagni ed a martirizzare i più innocui.
Appar.va, è vero, in loro, un certo spirito d’associazione, in quanto parecchi
tandevano ad unirsi per forinare combriccole : ma il cemento di tali unioni non
era l’ aftetto reciproco, disinteressato, non lo scambio di idee e di emozioni,
non il sentimento dell'unità di natura su cuì soltanto può essere fondata
qualsiasi forma di vera solidarietà, bensi la tendenza ad appagare le proprie
voglie, il bisogno di dominare, la smania di usare prepotenze. Erano, infatti,
i grandi, i forti che cercavano di circondarsi dei piccoli per poterli fare
loro istrumenti e per potersene servire a loro agio. I piccoli e i deboli
d’altra parte li subivano, perchè non avevano l'energia di reagire e di
ribellarsi e perchè trovavano il loro tornaconto ad essere protetti, ed a
rimanere sotto l'egida dei capi. E tale asserzione vien comprovata dal fatto
significantismo che non fu mai possibile osservare un segno di generosità o di
abnegazione. Erano capacissimi di accusarsi a vicenda presso il Direttore,
sempre però di nascosto e in segreto, il che depone della loro vigliaccheria. E
se si presentava il caso che per un fatto qualunque fosse minacciata di
punizione una classe intera, dato che non si riescisse a conoscere il
colpevole, non accadeva mai che questi si svelasse confessandosi reo, non fosse
altro per non far soffrire i suoi compagni. Era sempre una massima quella che
dominava : ciascuno per sè. Per ciò che riguarda i sentimenti estetici sì può
dire, per quanto le condizioni miserrime in cui tali ragazzi sono
ordinariamente mantenuti autorizzano a dirlo, che questi mentre presentavano
poca attitudine per il disegne, con una certa frequenza mostravano invece
attrattiva per la musica. Giova osservare che lo svegliarsi in essi delle
tendenze estetiche, fossero pure elementarissime, coincideva col miglioramento
del loro carattere morale. Dove si potè avere propriaraente il riflesso della
loro anima fu nelle corrispondenze reciproche, avendo essi una straordinaria
tendenza a scrivere delle lettere, dei biglietti che per mezzi svariati
giungono a destinazione. Circa le caratteristiche della loro scrittura non fu
possibile pronunziarsi in modo positivo, giacchè le ripetizioni, i tremori,
ecc. provenivano da ignoranza. Qualche rara volta poì si notò la somiglianza
della loro scrittura con quella dei vecchi. Si osservaruno molte cancellature,
molti errori dipendenti da disattenzione. Erano rare le asteggiature dritte e
decise, abbondavano le curvature e le paraffe; sopra uno stesso pezzo di carta
spesso si notava la tendenza a scrivere la medesima cosa in diverse guise,
prima in lungo, poi di traverso, prima con una specie di caratteri e poi con
un'altra; e di frequente le parole, specie i nomi propri, erano circondati da
ghirigori e nella scrittura erano imitate le lettere a stampa. Si notò
pronunziata la tendenza a servirsi di simboli più o meno strani per non essere
intesi, come anche di altabeti convenzionali. Qual’era il contenuto di quelle
lettere? L’amore. Si è già di sopra fatto cenno della loro tendenza all’o.
scenità, ma i casi di una degenerazione sessuale vera e propria sono in genere
rari. Si direbbe a prima giunta che l'inversione sessuale formi uno dei
caratteri che contradistingue i corrigendi, ma, per giudicare rettamente,
bisogna tener presenti le condizioni strane, stranissime in cui sì trovano
agglomerati tali giovinetti, proprio negli albori della loro vita sessuale. Se
per un momento pensiamo a ciò che accade non raramente in taluni dei nostri
collegi, ci convinceremo che non si può parlare nel maggior numero dei casi di
una degenerazione sessuale congenita, ma di un vizio acquisito, transitorio,
dipendente dalle condizioni di antigiene sociale in cui quei ragazzi sono
allevati. I grandi vivono coi piccoli, i buoni coi cattivi: che cosa c'è da
aspettarsi? La dilatazione della macchia del vizio. Del resto a questo proposito
è bene notare che sulla natura e caratteri dei così detti vizii od appetiti
congeniti bisogna intendersi bene, giacchè non sì deve credere (toltine i casi
di malattia mentale e di degenerazione vera e propria) che l'individuo nasca
con un determinato vizio : ciò che in realtà si eredita è la predisposizione,
vale a dire il bisogno vago ed indeterminato di procurarsi un dato ordine di
piaceri: ora tutto ciò non implica nulla di fatale e di necessario : fornite Je
condizioni opportune, vale a dire un’educazione morale intesa a spingere
l’individuo coll’esempio, coll’abitudine, colle suggestioni appropriate, a
cercare l’appagamento di quel tale bisogno in modo lecito e voi avrete
trasformato una tendenza al vizio in una tendenza alla virtù o almeno avrete
arrestato lo svolgimento di quel germe che o dall’eredità o da altra influenza
malefica era stato deposto nella psiche di un giovinetto. Citerò un esempio
concreto per essere più chiaro. Un fanciullo, poniamo, perchè discendente da
individui affetti da quel vizio funesto che è l'inversione sessuale, viene al
mondo con una certa tendenza vaga ed indeterminata a compiacersi (nient'altro
che compiacersi) della compagnia di dati individui del suo sesso: se verrà
educato in modo che da una parte i suoi bisogni sessuali trovino la loro
soddisfazione in maniera normale e che dall'altra l’azione del volere sociale
su lui abbia per risultato di farlo rifuggire dal solo pensiero di ciò che è
meno che conveniente in rapporto alla condotta verso i suoi compagni, come
fatto oltremodo abbominevole, cosa accadrà? Che la primitiva attrattiva verso
gl’individui del proprio sesso piuttosto che dar luogo al vizio, si trasformerà
in un sentimento nobile ed elevato qual: quello dell'’abnegazione,
dell'amicizia vera e profonda, della generosità e via di seguito. Lo stesso
dicasi di tutti i vizi, di tutte le abitudini malsane: esse non vengono
ereditate bell'e sviluppate, fisse e rigidamente conformate, ma quali
predisposizioni, quali esigenze, quali tendenze che possono essere dirette al
bene come al male. Come si vede, tutto ciò è da tenere a mente per formarsi un
concetto esatto non solo della genesi dell’immoralità, ma anche della portata
dell'educazione morale nei bambini. Notiamo fin da ora, comunque avremo agio
diritornarvi sopra più tardi, che l'insorgenza e la fissazione delle tendenze
immorali in tantosono possibili in quanto il volere sociale o non agisce o
agisce in modo non appropriato sul volere individuale : il segreto
dell'educazione morale sta tutto qui, nello stabilire la necessaria comunione
dello spirito individuale con quello della società. E naturale poi che i
caratteri psichici antisociuli in genere sì trovino riuniti nei cosi detti
cattivi soggetti (pochi per fortuna, una diecina su 150), nei quali i germi dell’immoralità
sono abbastanza sviluppati. Questi hanno tutti i vizi, son bugiardi, ipocriti,
testardi, prepotenti, irruenti, maneschi, svogliati e formano la disperazione
dei superiori. Uno di questi p. es. ha solamente 10 anni, ma già fin dall’età
di 8 anni ne faceva di tutti i colori; non è buono a imparar nulla; va a scuola
da 2 anni ed a mala pena sa leggere; non ha nozione dell'anno e del mese in cui
siamo; passa da un'officina all'altra senza riescire a trovare un mestiere che
gli garbi. Nè è a pensare che sia sfornito d'intelligenza, chè anzi si rivela
abbastanza svegliato. Le punizioni e gli avvertimenti in qualunque maniera
fatti non hanno presa sul suo animo. Un altro a 10 anni diede mentito nome alle
guardie. Un terzo che presenta un aspetto di una dolcezza serafica ha percosso
varie volte la madre. E mì fermo, perchè non vedo l'utilità di fare
l’'enumerazione di tutte le deficienze morali che si possono riscontrare.
Aggiungerò solo che tali tipi cattivi sì fanno conoscere fin dalla prima età. *#
# * Esporrò ora i risultati ottenuti dall'esame psicologico praticato sugli 89
giovinetti chiusi nell'Istituto di Benificenza. Non mi fermerò molto sulle
somiglianze che l'esame rivelò tra i caratteri psicologici dei corrigendi e
quelli propri degli orfani per fissare l’attenzione massimamente sui caratteri
differenti. Per ciò che riguarda le somiglianze dirò che negli 89 orfani
riscontrai nelle medesime proporzioni e, direi anche, nel medesimo grado, se a
ciò mi autorizzasse la circospezione di cui bisogna circondarsi ne'l'emettere
giudizi circa l’intensità dei fenomeni morali, i caratteri della fisonomia, la
tendenza al riso smodato e senza causa proporzionata, le tendenze all’oscenità,
agli abusi del vino e del fumo, la frequenza nei disordini del l'attenzione e
della memoria, l'indifferenza per la famiglia e la diminuzione
dell’intelligenza. Con frequenza press'a poco eguale riscontrai la rapidità del
passaggio da uno stato emotivo al suo contrario, la mancanza di pudore, la
furberia, l'irascibilità, l'arroganza, la tendenza all’ipocrisia, ed a mostrare
di comprendere più di quello che realmente comprendessero coll'apparire
noncuranti della religione, degl'insegnamenti che venivano forniti dai preti,
ecc. Accanto a questi caratteri simili sì possono porre dei caratteri
differenziali, quali 1 seguenti: 1° il numero maggiore di quelli che coll’ età
sogliono migliorare; molti che fino all’età di 15, 16, 17 anni erano giudicati
cattivi, raggiunta tale età, divennero buoni: 2° la poca frequenza con cui sì
nota il contegno scomposto e la trascuratezza nella pulizia della propria
persona: 3° la mancanza di ogni tendenza alla ribellione, a fare delle
combriccole, ecc.: 4° l’assenza di quell’egoismo ributtante che si notò nei
corrigendi : tanto è ciò vero che non c'è caso di poter strappare una
confidenza, una confessione ad uno di loro, sia pure il più semplice, a danno
degli altri: 5° la tendenza meno pronunziata a cambiar mestiere, a mostrarsi
svogliati ed a rimanere nell’ozio. Ora di questi caratteri dovendo ricercare
l'origine, diremo che alcunì di essi evidentemente dipendono
dall’organizzazione diversa del Ricovero di mendicità, rispetto alla Casa di
custodia che pare costituita a posta per sviluppare le tendenze antisociali
meno accentuate, ma altri dipendono dall’ indole propria dei corrigendi.
Esistono adunque, sì può qui domandare, dei caratteri psicologici originari,
primitivi, i quali controdistinguono il candidato all’immoralità ed alla
delinquenza, facendone un tipo a parte, per modo che chi ha la sventura di
sortire da natura caratteri psichici cosiffatti inesorabilmente, fatalmente è
destinato alla delinquenza ? Per rispondere a tale domanda fa d’uopo tener
presente l’enumerazione dei carat. teri psicologici già fatta, per vedere quali
sono i più costanti, i.più universali ed anche i più importanti dal punto di
vista cell’interesse della società. Ed in tale disamina fa d’uopo scegliere i
caratteri anormali prettamente originari come quelli che sono del più alto
significato : così gli atti di malevolenza per sè, senza tener conto dei motivi
e della loro genesi psicologica non ci autorizzano a fare un tipo a parte
dell’individuo che li compie. *% *% % Se noi ben riflettiamo sulla psicologia
dei candidati, diciamo cosi, al vizio ed alla delinquenza e sulle cause che
determinarono la loro chiusura in Casa di correzione, ci accorgiamo subito che
le note psicologiche veramente caratteristiche si riducono alle seguenti : 1.
Tendenze anormali (tendenza a rubare, a incendiare ecc. ). Deficienza
dell’intelligenza. 2. Tendenza all’ozio. 3. Tendenza alla menzogna. 4.
Deficienza della simpatia quale fondamento dello spisito sociale. | b. Assenza
di spirito sociale. 6. Insubordinazione. Mancanza di disciplina e di rispetto e
quindi impossibilità di apprendere. 7. Assenza di poteri inibitori e quindi
debolezza della volontà. La discussione intorno all'origine di tali caratteri
mostrerà fino a che punto possono essere considerati come congeniti o come
acquisiti sotto condizioni determinate. Prima però di cominciare ad occuparci
partitamente di cia scuno di essi notiamo che nei casi concreti lungi dal
presentarsi isolati appaiono variamente intrecciati e fusì insieme; Non
potendosi ridurre la psiche ad un fascio di facoltà e di attività giustaposte,
non dobbiamo aspettarci di trovare l'alterazione isolata, poniamo, degli
istinti o delle tendenze o dell’emotività e non dell’intendimento : gli stati e
le modificazioni delle varie attitudini intimamente compenetrate tra loro si
devono necessariamente influenzare reciprocamente, producendo soltanto un
risultato complessivo differente a seconda della potenza psichica alterata in
modo più accentuato. È indabitato che parecchi, molto precocemente e molto
insistentemente, nonostante le punizioni loro inflitte, mostrano tendenze
speciali al furto, all'incendio, al suicidio, all’assassinio : non altrimenti
che molti altri mostrano una deficienza notevole nelle facoltà intellettuali.
Individui di tal fatta sono certamente dei psicopatici e la ricerca accurata
dell’ anamnesi individuale ed ereditaria, qui soprattuto necessaria ed
indispensabile, ci darà dei lumi in proposito. Un individuo che all’età di 14
anni è già stato incendiario 10 volte, che interrogato sugli atti da lui
commessi, risponde che ve lo spinse il diavolo, che si mostra impulsivo, dedito
a tutti i vizii, svogliato, è giudicato molto presto uno psicopatico. Se non
che individui siffatti, i quali si potrebbero dire candidati al manicomio, si
presentano di raro: e le tendenze veramente morbose (cleptomania, piromania
ecc.) non sì osservano con molta facilità nei bambini, ond'è che bisogna andare
molto cauti nel pronunziare giudizi di tal fatta, tanto più se si pensa che i
reati che più spesso vengono commessi dai bambini e per cui gran parte son
chiusi in Casa di custodia, sono i furti. Ora, se la cleptomamia è
indubbiamente morbosa e rientra nell’orbita della psichiatria, la tendenza ai
furti ordinari (tra le due vi è un abisso, se si pensa ai caratteri
differenziali esistenti, e basta accennare solo di passaggio all'assenza di qualsiasi
veduta d'interesse nel caso della cleptomania) è in rapporto colla cattiva
educazione e col cattivo esempio avuto nella propria casa e fuori o colla
mancanza di qualsiasi forma di educazione, è in rapporto colla miseria e
cogl’incitamenti a rubare che i bambini ricevono molte volte dai proprii
genitori, dai compagni, ecc. Avendo io ricercato con molta cura le cause dei
furti commessi dai minorenni corrigendi, mi son dovuto convincere che la più
parte di quelli non sono imputabili ai minorenni stessi, ma alle loro famiglie
ed alla società in cui sono nati ed educati. È indubitato che molte
caratteristiche dei corrigendi trovano la loro origine e sono fondate sulla
tendenza all’ozio e al vagabondaggio. Qual'è la base di questa ? Essa è una
delle espressioni, uno dei segni di quella debolezza, di quella incoordinazione
e di quel sussecutivo disgregamento dell’unità della vita psichica che
costituisce il fondo su cui germogliano le varie tendenze immorali. Noi
sappiamo che tutti gli organi normalmente costituiti sì trovano di solito, ma
in modo senza confronto più accentuato prima della funzione, in uno stato di
tensione che figura come l'esponente della forza ir essi accumulata; è chiaro
che quanto maggiore e la energia in essi contenuta, tanto maggiore sarà la
tensione in cui essi si troveranno, tensione che subbiettivamente si rivela
come bisogno di mettere in opera le proprie risorse, come bisogno di lavorare.
E tuttociò appare evidente non solo nel tono dei muscoli, ma eziandio in tutti
gli apparecchi fisiologici e quindi anche nel sistema nervoso. Dato che questo
si trovi in uno stato di debolezza dipendente da cause svariate, p. es. dalla
insufficiente nutrizione, dal poco o inadatto esercizio ecc. : per modo che in
esso sia di molto difficoltato l’accumulo delle forze da una parte e la
possibilità dall'altra di dirigerle e di farle convergere tutte ad un dato
scopo, si comprende agevolmente che in tali condizioni debba manifestarsi la
tendenza all'ozio. La debolezza dell'organismo in gen ere e del sistema nervoso
in ispecie si renderà palese massimamente call’impossibilità a persistere in un
dato lavoro, coll’incapacità a fissare e a mantenere l’attenzione sopra nn dato
obbietto. Gli oziosi sono distratti, svagati, disordinati, incostanti, perchè
presto sì esauriscono. Volgarmente si ritiene che alcuni individui divengono
presto stanchi perchè sono oziosi, ma è vero proprio l'opposto. La tendenza
all’ozio adunque va riferita ad uno stato anormale dei centri nervosi per cai
la loro capacità nutritiva non è tale da permettere l’accumulo di forza di
tensione indispensabile al lavoro persistente e vantaggioso. Si può rimediare
in qualche modo ad un tale stato di debolezza? Certo rafforzando l'organismo e
segnatamente il sistema nervoso, e più di tutto, mettendo in opera i mezzi atti
ad operare come potenti stimoli alla funzionalità intensa e insieme regolata
dei centri nervosi stessi, si potranno ottenere dei vantaggi. Qui l'educazione
bene intesa, l'esercizio, l'esempio, la rimunerazione equa, la messa in gioco
dell’ amor proprio e il rendere le condizioni della vita tali che rendano
possibile la nutrizione e lo sviluppo degli organi, produrranno senza dubbio il
loro frutto. Se non che non bisogna troppo illudersi sui risultati che si
possono ottenere, nè esagerare l’uso e la portata dei mezzi che si mettono in
opera. Agire sui singoli individui puramente e semplicemente non basta: fa
duopo ricorrere a mezzi di natura sociale, atti cioè a modificare l’ambiente
sociale in genere e i rapporti sociali in ispecie, atti quindi ad esercitare
l'influenza su tutti gl’individui componenti la società. Occorre cancellare
dalla mente del comune degli uomini l’idea falsissima che il lavoro sia in sè
un’infelicità o una maledizione e che quindi il minimo di lavoro coincida col
massimo di felicità. Fa duopo per contrario ingenerare nell’anitno la
convinzione che il lavoro è un elemento indispensabile e integrante del
godimento umano e che senza alcun dubbio una vita tutta piaceri ed ozio
renderebbe infelice l’esistenza che la parte più preziosa della vita umana è
data dal lavoro stesso, il quale rende possibile lo svolgimento delle migliori
facoltà umane in quanto ci è di sprone a sormontare gli ostacoli ed a
sacrificarci, iniziandoci così alla vera moralità. Questa invero consiste
appunto nel lavorare coroggiosamente per il bene di tutti, rinunziando, se ciò
è necessario, volentieri e con piacere al proprio benessere e alla propria
parte di felicità. Ma per che via si può ciò ottenere? Prima di tutto
contribuendo coi precetti e coll’esempio a riformare i cattivi costumi
esistenti nella società attuale e cercando soprattuto di colmare l’abisso
artificiale che si è scavata tra le varie classi, donde la necessità di
modificare i metodi educativi; si potrebbero citare una quantità di fatti
validi a dimostrare che la tendenza all’ozio e l’abborrimento per il lavoro
nella più parte dei casi riconoscono la loro origine nel dispregio che la gente
altolocata in genere mostra per tutti i mestieri ed occupazioni ritenute
d’ordine inferiore, circondandosi così di molte persone che potrebbero essere
adibite alla produzione di lavoro più proficuo. Poi, facendo partecipare le
classi lavoratrici alla vita intellettuale delle classi colte, il quale
desiderato forse non rimarrà per sempre lettera morta, come ce ne fornisce
l’esempio l'Inghilterra, dove si è iniziato un movimento tendente a colmare
tale lacuna. Alludiamo al movimento di espansione delle università, allo sforzo
compiuto da queste ultime per mettersi a contatto delle masse operaie, comunicar
loro una parte del proprio patrimonio intellettuale, educarle moralmente e
intellettualmente e spingerle ad acquistare il sentimento della dignità umana.
A tal uopo anzi sono stati messi in opera due mezzi: da una parte vanno ad
abitare dei giovani usciti dall'università nei quartieri operai delle grandi
città manifatturiere, passando una parte del loro tempo in mezzo ai lavoratori
e interessandosi dell’amministrazione e del miglioramento delle condizioni
igieniche dei detti quartieri; dall’altra parte gli stessi professori
d’università consacrano dei corsi speciali o delle lezioni agli operai,
iniziandoli alla comprensione delle que=tioni che possono loro interessare.
Infine ed è forse il mezzo più efficace e più importante mettendo in opera
tutti i mezzi atti a dare all'operaio una cultura tecnica per modo che egli
riesca a comprendere le condizioni generali della vita industriale e si renda
conto della comunità sostanziale d'interessi esistente tra operai e padroni. A
tale esigenza rispondono le associazioui sul tipo delle 7’rades - Unions, nelle
quali il sentimento di solidarietà esistente nei membri dell’associazione,
contribuisce a frenare l'egoismo e a tener desto il sentimento del dovere,
dell'onore e della dignità. Le nostre conchiusioni sì possono ridurre alle
seguenti. La tendenza all’ozio deriva massimamente, non esclusivamente dal poco
valore attribuito al lavoro per sè, onde è necessario che gli sforzi della
società siano intesi ad ovviare a tale inconveniente. A tal uopo sì richiede un
sistema sociale d’educazione destinato a trasformare non soltanto ì padroni, ma
anche gli operai, preparandoli ad una vita novella. Se è necessario combattere
nei primi l’egoismo e lo spirito di dominazione, negli altri occorre fare
scomparire la diffidenza, l'invidia, la cupidigia. A. proposito della menzogna
è bene notare che molti dei caratteri psicologici riscontrati nei corrigendi,
riconosciuti nocivi alla società, non sono loro patrimonio esclusivo. E già su
questo fatto è stata richiamata l'attenzione da altri, specie da Lombroso. La
tendenza alla menzogna p. es. è carattere che si trova con molta frequenze nei
bambini; se non che nei corrigendì non solo raggiunge un grado massimo, ma può
produrre gli effetti più disastrosi, trovandosi in connessione con condizioni
che lungi dall’opporsi, ne favoriscano lo sviluppo, rivolgendola sempre a
produrre del male. La tendenza alla menzogna, che certamente è favorita da
un’educazione difettosa e non rispondente allo scopo e che per sè sola non
costituisce un carattere distintivo del candidato al vizio, va tenuta in conto
quale espressione di un'organizzazione mentale non perfetta. Donde proviene la
tendenza alla menzogna, quale ne è il meccanismo di produzione? Che cosa sta
essa a significare? Un giorno nel fare l’esame psichico di uno dei minorenni
chiusi nella casa di custodia, intelligente abbastanza, invitai costui a
leggere attentamente un periodo facilissimo ad intendersi, affinchè dopo
potesse espormi a memoria ciò che ne aveva compreso. Ed egli pronto a leggere e
dopo svelto a dirmene il senso. Nemmeno un’acca di ciò che effettivamente dice
il libro: il suo discorso era del tutto differente. A domande improvvise
riflettenti il contenuto vero del passo letto, a domande cioè intese a
ricercare se effettivamente aveva compreso nella maniera in cui si esprimeva,
rispose in modo da generàre in me la convinzione che in sostanza aveva
interpetrato a dovere il senso generale, comunque l'esposizione dapprima fatta
fosse totalmente diversa. Questo aneddoto mi pare significantissimo per
l’interpretazione del meccanismo della menzogna, le cui essenza sta appunto
nell'antagonismo, se così posso esprimermi, esistente tra ciò che è percepito e
ciò che s'estrinseca : antagonismo che dipende originariamente dal perchè le
vie e i modi di esprimersi non sono agevoli, data la mancanza di esperienza,
ovvero dal perchè gli elementi mentali non sono ancora disciplinati per una
regolare e coordinata funzione e questo è il caso dei bambini : e dipoi, da
questo che la volontà individuale a ragion veduta, per un dato scopo cioè, fa
da forza inibitrice, realizzando così le condizioni dell'impedita
estrinsecazione di ciò che sé ha dentro. È la mancanza di corrispondenza tra il
di dentro eil di fuori, è la difficoltà di esprimersi ciò che impedisce al
bambino di dire quello che pensa, spingendolo a girare intorno alla verità. Una
volta fatto il primo passo, una volta insorta quella tendenza, l’educazione e i
motivi in genere che spingono a MENTIRE – Grice: “MENTARE, MENTIRE” --, come
sarebbe quello di fuggire le punizioni e le minacce, fanno il resto. È
indubitato però che, data un’organizzazione (sia fisica che psichica) debole,
imperfetta a tal segno che le risorse, per quel che concerne l’estrinsecazione
siano scarse, la tendenza alla menzogna dev'essere accentuata. È per questo che
i degenerati, e i bambini in tesi generale sono oltremodo bugiardì; ed È
TALMENTE FISSATA IN LORO L’ABITUDINE A MENTIRE – ‘cry wolf’ -- che molte volte
è soltanto dopo che hanno detto la menzogna che ne acquistano la coscienza
chiara. La tendenza alla menzogna a volte diviene un automatismo che funziona
indipendentemente ed anche malgrado la volontà. In conclusione io credo che
della tendenza alla menzogna oltremodo pronunciata nei giovanetti vada tenuto
conto come d’un sintoma di debolezza dell'organizzazione mentale, in quanto in
tal caso i fatti [Stando alle recenti indagini sull’origine del linguaggio, la
parola e la rappresentazione, il SEGNO e l’imagine dell’oggetto si svolgono
parallelamente, seguendo leggi proprie. Ia prima è un prodotto in via di
formazione e di svolgimento, mutevole quindi, variabile in rapporto allo stato
dell'animo individuale e sottoposto alla volcnià indivi. vali (‘n potestate
nostra), mentre l'altra apparisce come qualcosa di già costituito e quindi di
stabile e di rigido, È naturale che le due serie, quella delle parole e quella
delle rappresentazioni non coincidano, essendo differenti la loro origine e le
condizioni di loro svolgimento. Si aggiunga che la parola quale SEGNO è una semplice
estrinsecazione dell’attività iteriore, estrinsecazione che si riferisce ad una
sola forma di sensibilità (udito). La percezione sensibile invece rappresenta
il prodotto di svariate forme di sensibilità, donde la sua maggiore stabilita e
permanenza di fronte al flusso dei sunni vocali. V. a tal proposito l'opera di
Noiré Log908 Ursprung und Wesen da Begriffe, Leipzi ig. interni non riescono a
trovar la via per estrinsecarsi in modo giusto e deviano da una parte o
dall’altra, provocando l'attività d’elementi che per condizioni particolari
sono più disposti all’estrinsecazione. La tendenza alla menzogna intanto ha
importanza in quanto accenna ad una coordinazione irregolare, o meglio ad una
forma d’IN-co-ordinazione alla incompleta unità, identità e continuità di tutta
la vita psichica, e quindi ad una forma d'incapacità a governare sè stesso. Non
v'ha dubbio che l'educazione, l'esempio, specie se intesì a rimuovere qualsiasi
forma di duplicità nella vita e i bambini hanno ben di sovente occasione di osservare
due diverse maniere di condursi da parte dei GENITORI – cf. H. P. Grice, “The
Genitorial Programme” -- e degli altri educatori a seconda che questi sono in
famiglia, nel circolo degli amici, ecc., ovvero al di fuori della vita intima,
nella società possono mettere un argine all’invadente tendenza alla menzogna.
Vanno però sempre tenute d'occhio da una parte le condizioni che favoriscono lo
svolgimento dell’energia individuale e del carattere e dall'altra i motivi che
d’'ordinario spingono a mentire. Si è già detto che uno dei caratteri psichici
dei corrigendi è il freddo egoismo, per cui essi non hanno altro di mira che il
proprio utile. Non hanno amici nel vero senso della parola, nè sentono affetto
pei pareuti. Ordinariamente sì dice che individui di tal fatta hanno il
prepotente bisogno di far male agli altri e provano un intenso piacere a
vederli soffrire. Ora per dar ragione di tali fenomeni, alcuni si sono
arrestati all'affermazione che codesti individui sono sforniti del senso
morale, quasichè questo fosse qualche cosa di semplice e d’irriducibile
(press'a poco come qualsiasi senso percettivo, vista, udito, ecc.): ma, prima
di tutto nei bambini in genere non si può parlare di esistenza di senso morale
vero e propriu, ma di teudenze morali, presupponendo quello lo svolgimento
completo della vita psichica sia dal lato della conoscenza che dell'attività, e
poi esso è cosa tanto complessa che, per giustificarne e interpretarne la
presenza o la mancanza, vanno prima considerati gli elementi di cui si compone.
A me pare che le caratteristiche antisociali suesposte riconoscano almeno in
parte la loro origine nella diminuzione della simpatia, intendendo per
quest'ultima la proprietà che ha l’animo di un individuo di riflettere i
sentimenti che sì rivelano nell'espressione del volto delle persone che lo
circondano. Per essa, intesa in senso largo, la vista di un movimento. come
l’assistere ad una sofferenza desta fenomeni analoghi nella psiche dell’
osservatore (1). Questa impressionabilità individuale che ha un fondo organico
e corrispettivo fisiologico consistente nell’attitudine di taluni centri
nervosi ad entrare in funzione anche se agisce da stimolo la percezione di date
espressioni emotive (2), questa simpatia istintiva che (1) Maudsley ed altri
notarono a tal proposito che l’uomo comincia il suo sviluppo colla sinergia
(contagio dei movimenti, imitazione), poi arriva alla simpatia (contagio dei
sentimenti) e infine raggiunge la sintess (comunione delle idee) Si è stabilita
tale connessione intima tra determinate espressioni emotive e le emozioni che
basta la semplice percezione delle prime come i1 altri casi la insorgenza delle
stesse per richiamare le seconde, onde il proce-so nervoso espressivo che
dapprima figura come conseguente o concomitante del processo nervoso
costituente il corrispettivo fisiologico delle emozioni, diviene l’
antecedente. negli esseri forniti della medesima organizzazione provoca il
simile col simile, fondata psicologicamente sull’associazione già stabilitasi
in noi tra le manifestazioni espressive e il corrispondente sentimento altre
volte provato per cui la percezione di quei segni provoca il fantasma del
sentimento, fantasma che contiene già un iniziamento dsl processo reale di cui
è l'immagine, questa disposizione che fa concentrare l'attenzione dei bambini
sull’espressione del volto e perfeziona, come dice il Perez, il dono innato di
leggere nelle fisonomie, è quanto vi ha di congenito, di originario e, diremo
anche, di organico nelle tendenze sociali o antisociali che l'uomo presenta nel
corso della sua vita. Noi possiamo simpatizzare con qualunque essere, il quale
presenti qualche analogia con noi e tanto più quanto maggiore è lu
rassomiglianza; quindi più facilmente e più fortemente cogli altri uomini e tra
questi sopratutto coi parenti, coì connazionali, con quelli della medesima
razza e cosi di seguito: poi via via in grado sempre decrescente cogli animali
più simili all'uomo, scendendo fino a quelli in cui la differenza
dell’organizzazione è tale che le loro manifestazioni ci riescono quasi affatto
inintelligibili e cilasciano indifferenti. - Ora che i bambini in genere
abbiano attitudine a simpatizzare non è a dubitare, come dimostrano i numerosi
esempi riferiti dagli autori che si sono occupati della psicològia infantile e
specialmente dal Galton, il quale ha soggiunto che i bambini sono più disposti
a sentire la simpatia per gli animali che non gli adulti .(1). (1) Riferirò a
tal proposito un esempio riportato dalla signora Mana. ceine, la quale racconta
che mentre nel giardino zoologico di Pietroburgo una folla numerosa stava ad
ammirare la destrezza e i giuochi eseguiti da un elefante e tra le altre cose
una scena nella quale il guardiano si Vediamo qual'è l'origine di questa
proprietà psichica congenita che abbiamo detto simpatia. Molti hanno messo in
rapporto la simpatia collo sviluppo della riflessione individuale, ecc. :
quasichè la simpatia nascesse nell'individuo dal semplice ricordo dei dolori
provati e fosse quindi come il risultato di un calcolo egoistico o di un ragionamento.
La vista di una data sofferenza in tanto desterebbe dolore in quanto
provocherebbe il ricordo di una sofferenza analoga già provata dall’individuo o
susciterebbe la paura di provarla. La simpatia sarebbe cosi un egoismo
mascherato e poggerebbe tutta sulle emozioni già provate o imaginate o in
qualche modo comprese. Ed è così che accade d'imbattersi non di raro in
espressioni come queste: Noi non siamo veramente pietosi se non per le miserie
che possiamo chiaramente comprendere. Le altre non cì ispirano che ribrezzo e
dispregio. Per questo i fanciulli sono generalmente crudeli . Ora tutto ciò non
è esatto; la più parte dei bambini nascono col dono della simpatia e non è
necessario che comprendano in modo chiaro e cosciente i dolori, perchè in essi
si desti la simpatia, e se con uua certa frequenza appaiono crudeli, è in
grazia di un'educazione falsa loro impartita ed anche in grazia delle
condizioni di debolezza in cui si trovano, per cui sono costretti a ricorrere
necessariamente alla crudeltà per difendersi e vincere. Co ciò non s'intende
negare l’azione che lo svolgimento dell'intelligenza e della coricava per terra
e l’clefante si metteva a camminarvi per disopra, una bambina di due anni,
seduta sulle braccia della balia cominciò a piangere tanto forte ed a
protestare coi suoi gesti e col suo irregolare linguaggio infantile contro
quella vista per lei ributtante, che non fu pos+Sibile renderla tranquiila
pruma che il guardiano si levasse in piedi. riflessione può esercitare sulla
simpatia, rendendola più fine, più squisita e più differenziata, ma si vuole
affermare che la simpatia non è a considerare quale prodotto della ragione e
dell'esperienza individuale. Finchè in psicologia dominò la veduta
individualistica, finchè si credette di poter dare ragione di tutti i fatti
spirituali per mezzo delle attitudini della psiche individuale e finchè questa
fu considerata come qualcosa d’indipendente, di completo, di esistente per sè e
di chiuso in sè stesso, non sì potè non considerare la simpatia come un
prodotto sussecutivo e secondario. Da tal punto di vista il centro di ogni vita
psichica essendo l'io individuale, questo non poteva figurare come momento e
parte di una vita psichica superiore, nè la simpatia poteva esser riguardata
come una attitudine originaria, In tale ordine di idee rimasero i psicologi
darwiniani quando cercarono di determinare il tempo in cui la simpatia fa la
sua coinparsa nell'anima umana (età di 5 mesi) e nella serie animale
(/menotteri). Se non che qui è bene notare che gli scienziati su tale argomento
non son punto d’accordo : così Sir John Lubbock ritiene le formiche da lui
osservate sfornite di affezione e di simpatia almeno relativamente allo
svolgimento delle emozioni di natura opposta, mentre altri naturalisti come
Maggridge, Belt asseriscono di aver potuto constatare in talune specie di
formiche un' attitudine particolare alla simpatia. Gli stessi dispareri
s'incontrano a proposito delle api e di altri insetti (1). (1) Cfr. Romane8s,
L'’intelligence des animaux, trad. fr., Paris, Alcan, 1887, Tom. I, pag. 41 e segg. e pag. 145. Cfr. anche
Romanes, L’evolution mentale ches les animaux, trad. fr., Paris, Reinwald,
1884, pag. 352. Il s Il disaccordo esistente tra gli scienziati sta a provare
la mancanza di consistenza del loro punto di partenza, avendo essi prese le
mosse dal presupposto che la simpatia sia qualche cosa di secondario, di
derivato e di accidentale che possa e non possa esistere, e che quindi possa
sorgere in un dato momento piuttosto che in un altro; ora, nulla di più
infondato. L'’attitudine alla simpatia è universale, primitiva, originaria in
tutto il regno animale e sono soltanto le sue Romanes pone la benevolenza tra i
sentimenti posseduti dagli animali, p. es. dal gatto, riferendo i seguenti
esempi: “ Au sujet d’un chat domestique,, dice quest’autore, “ voici ce
qu’écrit M. Oswald Fitch. Il dit que l’on vit ce chat “ prendre des arétes de
poisson et les emporter de la maison an jardin: on le suivit et on le vit les
déposer devant un chat étranger mistrablement maigre et évidemment affamé, qui
les dévora; non satisfait encore, notre chat revint, prit une nouvelle
provision et recommenca son offre charitable qui sembla étre acceptée avec
autant de gratitude. Cet acte de bienveillance accompli, notre chat revint à
l’endroit où il prenait d’habitude ses repas, près de l’évier où se lavent les
assiettes, et mangea le reste des débris de poisson, (Nature, 19 avril 1883,
pag. 580). Un cas presque identique m’a été communqué par le docteur Allen
Thomson, membre de la Société royale de Londre. La seule différence est que le
chat du docteur Thomson attira l’attention de la cuisinière sur un chat
étranger affamé, en la tirant par la robe et en la menant à l’endroit cù se
trouvait le chat. Quand la cuisinière donna è celui-ci quel jue nourriture
l’autre se promena tout autur, tandis que le premier faisait son repas, en
faisant gros dos e ronronnant bruyamment. Un autre exemple de bienveillance
chez le chat suffira. H. A. Macpherson m'écrit qu’en 1876 il avait un vieux matou
et un jeune chat de quelques mois. Le vieux chat qui avait longtemps été un
favori, était jaloux du petit et lui témoignait une aversion notable. Un jour,
on enleva en partie le plancher d’une chambre du sous-s0l pour réparer quelques
tuyaux. Le jour qui suivit celui où le planches avaient été remises en place,
le vieux “ entra dans la cuisine (il vivait presque entièrement è l’étage au
dessus) se frotta contre la cuisinière et miaula sans tréve ni cesse jusqu’à
qu'il eft attiré son attention. Alors courant de ci, de là il la conduisit dans
la chambre où le travail avait été fait. La domestique fut très-intriguée jusqu'’ à ce qu'elle estrinsecazioni,
le sue manifestazioni che variano a seconda delle circostanze e massimamente a
seconda del maggiore o minore grado d’intensità dei sentimenti di natura
opposta, dei sentimenti che potremo dire egoistici, i quali sono del pari
originari e universali. È naturale che lo svolgimento diverso dei sentimenti
dipende dalle differenti condizioni di vita: così s'intende da sè che negli
animali in cuì l'ordine sociale è bene entendît un faible miaulement venant de
sous ses pieds. On enleva une planche et le jeune chat sortit sain et sauf, mais è moitié
mort de faim. Le vieux chat surveilla toute l’opération avec beaucoup d’interét
jusju’à ce que le jeune fàt remis en liberté : mais s’étant assuré que celu-ci
était sauf, il quitta la chambre aussitòt sans manifester la moindre
satisfaction de le revoir. Ultérieurement,
non plus, il ne devint nullement amical pour lui., Se il Rumanes e gli altri
vogliono chiamare gli atti surriferiti atti di benevolenza, padronissimi, a
patto però che tale banevolenza sia considerata come nient’altro che
espressione di un sentimento di simpatia. Tra la benevolenza mostrata dai gatti
e quella umana corre un abisso, giacchè la prima non include la coscienza
dell’obbligatorietà del compimento degli atti di benevolenza, nè presuppone
alcun principio o massima fondamentale come l’altra: gli atti provengono
immediatamente, saremmo tentati di dire automaticamente da una tendenza, da
un’esigenza, da un bisogno dell'organismo fisico-psichico e qui finisce tutto.
Perchè gli atti compiuti dai gatti divengano identificabili coi corrispondenti
compiuti dall'uomo, occorre che la coscienza dia loro le note di necessità e di
universalità, occorre che l’individuo compiendoli sappia di compiere un'azione
che deve essere compiuta, onde vi concorre con tutta la propria energia
individuale. I gatti son tratti ad operare in tale o tale altro modo, mentre
l’uomo opera così, perchè crede che così ss deve operare. L'’essersi i gatti
adoperati a soccorrere i loro simili prima di appagare i loro appetiti lungi
dal poter essere citato come una prova del loro rpirito di sacrificio
s’interpreta benissimo al lume di quella nota legge psicologica, secondo cui i
sentimenti e gli appetiti che si presentano fuori del consueto assumono
un’insolita intensità e vivacità in confronto di quelli usuali, ordinari ed
insorgenti ad intervalli fissi e determinati. Si aggiunga poi che dalla psicologia
moderna gli animali non son più considerati come incapaci di qualsiasi
iniziativa e sforpiti di qualsiasi forma di aitività individuale, organizzato,
poggiando sul principio della cooperazione, i sentimenti di tenerezza e di
affezione reciproca devono giungere ad un grado notevole di sviluppo, come
quelli che stanno a significare l'accordo esistente tra l'interesse
dell'individuo e quello della comunità. Del resto lo stretto e rigoroso
individualismo non è più ammesso nemmeno in biologia, in quanto si è andata
sempre più accentuando una reazione benefica alle vedute prettamente darwiniane
colle ricerche compiute sulle varie forme di associazione presso gli animali.
Basta ricordare qui le accurate indagini dell'Espinas, del Cattaneo e del
Perrier, le quali tutte hanno mirato a porre in sodo che l'associazione,
l'assistenza reciproca, la divisione del lavoro (la cui influenza fu dapprima
in modo cosi evidente posta in luce da H. Milne Edwards) e la solidarietà che
ne risulta hanno esercitato un'azione preponderante sulla formazione, sullo
svolgimento e perfezionamento degli organismi. Se l'esistenza della simpatia
nel regno animale quale fatto primitivo ed universale può formare oggetto di
discussione trai naturalisti psicologi, ogni dibattito cessa di essere
g'ustificato per quel che riguarda l'uomo. Noi conoscia:no questo soltanto come
essere sociale e quindi come determinato nelle sue azioni ad uno stesso tempo
dal suo proprio volere e dal volere della collettività a cui l’individuo
appartiene: la relativa indipendenza e separazione del volere individuale
appare solo come il risultato di uno svolgimento tardivo. Si pensi che il
bambino diviene solo gradatamente cosciente della forza della propria volontà,
mentre da principio a mala pena si distingue dall'ambiente da cui è come a dire
trascinato. Del pari nello stato naturale I n= “© Redi a ee ; e e e i .
@1’oo@-@ a e e il predominio e la preponderanza appartiene al sentire, volere e
pensare collettivo. L’ uomo, per così dire, s' individualizza a poco per volta
emergendo da uno stato d'indifferenza sociale, senza separarsi però mai
completamente dalla sua comunità. Il dire che noi abbiamo bisogno della
riflessione e del calcolo e dell'esperienza per poter agire a favore degli
altri è tanto assurdo come voler dar ragione delle azioni egoistiche,
ricorrendo agli stessi mezzi del calcolo, della riflessione, ecc. : in entrambi
i casì la volontà agisce in modo immediato; ed anzi possiamo aggiungere che
ogni complicazione avrebbe per effetto di paralizzare o di rendere meno pronto
l'operare. Ogni forma di riflessione e di calcolo piuttosto che precedere segue
gli atti. D'altra parte l'affermare che la simpatia nasce dal riflettersi dei
sentimenti altrui nell'anima nostra in rapporto alla loro intensità, e in qualche
maniera alla loro qualità, non . implica nient'affatto l'identità del
sentimento originario e di quello riflesso. Tra la sofferenza o il dolore
originario e la pietà, o la compassione vi è una profonda differenza dal punto
di vista qualitativo : è lecito forse identificare rispettivamente l'angoscia
di colui che sta per annegarsi o la sofferenza dell'operaio disoccupato che
teme la fame coi sentimenti che producono in modo riflesso in chi osserva la
coraggiosa risoluzione di salvare il primo e l 'atto di carità tendente ad
alleviare la miseria del secondo ? Se così stesse la cosa, nota molto a
proposito il Wundt (1), il sentimento riflesso perderebbe appunto quelle (1)
Wundt Ethik, Stuttgart. proprietà che lo rendono un motivo di soccorso attivo.
Insomma l’anima umana è cosiffatta che non rimane indifferente di fronte
all'apprensione dei fatti psichici dei suoi simili, ma in certa guisa se li
appropria, rendendoli parte del contenuto rappresentativo ed emotivo della sua
propria psiche : i fatti psichici altrui però penetrando nella. nostra
coscienza conservano qualcosa di proprio, come a dire un segno della loro
provenienza estrinseca, per cui assumono uno speciale valore emotivo per il
nostro spirito. Di guisa che da una parte i sentimenti altruistici sono originari
allo stesso titolo degli egoistici e dall’altra ciascuna delle due categorie di
sentimenti presenta delle qualità specifiche irriducibili per cui non può non
fallire ogni tentativo di derivare gli uni dagli altri. Allo stesso modo che
non v'è caso altro che nel sogno e in talune forme d'alienazione mentale che
noi scambiamo la nostra propria personalità con quella di un altro, così non è
possibile un'identità originaria dei sentimenti riferentisi a noi stessi e di
quelli relativi ad altri soggetti. Da ciò consegue non solo che il conflitto
degl’inpulsi egoistici con quelli altruistici è una delle forme più frequenti
di contrasto tra i motivi della volontà, ma anche che in tale lotta vincono ora
quelli di una specie, ed ora quelli di un' altra. Del resto se le tendenze
sociali fossero qualcosa di secondario e di derivato non si vede come e perchè
non sarebbero sempre vinte e superate dai sentimenti originari. Nessuna
riflessione e calcolo avrebbe la virtù di produrre un tale effetto. Di maniera
che l’ individualismo psicologico mena dritto all’ egoismo morale. Fortuna che
la forza dei fatti è maggiore di quella delle teorie ! (Wundt). Il fondo
dell’individualismo è una concezione meccanica del mondo morale ; esso isola
l’uomo nel bene come nel male, facendo poggiar tutto sull’individuo e non vede
in ogni associazione umana che un aggruppamento artificiale ed essenzialmente
transitorio. La veduta collettivistica concepisce il mondo come un vero
organismo, alla cui vitalità collabora l'individuo come membro e parte. La
società in quanto produce e consuma non è più considerata come un aggregato
d'atoii isolati, ma come un sistema organico nel quale la produzione e la
distribuzione delle ricchezze rispondono alle funzioni di assimilazione e di
circolazione proprie di ogni essere vivente. Onde la conservazione
dell'organismo apparisce alla coscienza dell'individuo come il dovere più alto
e imperioso, o alineno quest’ultimo dovere prende posto accanto al dovere di
conservazione personale. È evidente che tale concezione dello spirito sociale
racchiude l'idea più alta della moralità, la quale è una produzione della
società di cui segue i progressi e le vicende. Del resto anche nell'individuo
isolato la moralità non consiste soltanto nel verdetto interiore della
coscienza (tanto è ciò vero che le buone intenzioni non bastano a sostituire
una buona azione), bensi nella collaborazione reale all’organizzazione della
natura secondo la ragione, o nella contribuzione al bene generale a cui
l'individuo ha il dovere di sacrificare senza esitazione i suoi interessi ed
anche la sua persona. La disfatta dell’individualismo e dell’egoismo per mezzo
del principio morale, ecco adunque l’ideale: se non che vincere non equivale a
distruggere completamente : l’io è l'io, e rimane tale necessariamente : e si
trova da per tutto, anche, come sì è veduto, nei sentimenti di simpatia e di
pietà che si provano per gli altri. Onde se si vuole che un individuo cooperi
al benessere degli altri bisogna fargli occupare nella società il posto che gli
compete; così egli potrà svolgersi interamente e spiegare liberamente, ma
sempre legittimamente la propria attività. n'e Dopo aver determinato la natura
e i caratteri della simpatia che va considerata come il fondamento organico
dello spirito sociale e quindi della moralità, s'affacciano alla nostra mente
parecchi quesiti: 1° E ammissibile l'assenza completa della simpatia o anche
una deficienza notevolissima di essa, e nel caso affermativo, si possono porre
in opera dei mezzi per accrescerla, o per produrla addirittura? Che significato
ha la deficienza della simpatia e quali sono le cause determinanti di un tal
fatto? In che rapporto si trova la simpatia colla morale vera e propria ? 4° La
tendenza alla malevolenza è spiegabile solamente con l'assenza pura e semplice
della simpatia, ovvero bisogna ammettere auche l'antipatia come determinazione
originaria primitiva e positiva ? 1° Che l’attitudine a simpatizzare possa
mancare del tutto non è ammissibile, almeno fino a tanto che non si esce dai
confini del normale; è soltanto in stati morbosi o semplicemente anormali che
si può riscontrare la preponderanza, e nemmeno allora assoluta, dell’egoismo.
In casi determinati però sì può osservare una notevole diminuzione di detta
attitudine, ed è impossibile negare che l'animo dei bambini alle volte non
appare, giusta le parole di Heine, come lo specchio fedele dei sentimenti che
si producono intorno a lui. Se non che qui occorre osservare che il contagio
dei sentimenti può avvenire tanto nel s:nso buono quanto nel senso cattivo,
onde da tal punto di vista tra i giovani chiusi in una Casa di custodia bisogna
distinguere quelli che avendo attitudine alla simpatia e all’imitazione e che
trovandosi a contatto dei tipi sfornitine completamente son divenuti malvagi anche
loro, rotti al vizio e sordi alla voce di qualunque sentimento sociale, da
coloro che effettivamente nacquero deficienti in fatto di simpatia e di
attitudine ‘all’imitazione. Son questi ultimi i tipi che si potrebbero dire gli
originali dal punto di vista antisociale. Essi non intendono conformarsi a
nessun modello e a nessuna regola, il che non esclude che possano avere del
talento. Sorge spontanea la domanda: Ci son dei caratteri differenziali tra chi
è divenuto antisocievole in seguito all'esempio ed alla suggestione e chi è
nato tale per deficienza di attitudine alla simpatia ? I dati anamnestici
accuratamente raccolti possono fornire dei lumi a tal proposito, ma è l’esame
psicologico fatto ripetute volte e l'osservazione diligente del soggetto fatto
a sua insaputa che potranno fornire il bandolo della matassa. Un bambino che
non ha nessuna tendenza ad imitare ciò che vede fare dinanzi a lui, un bambino
che tende a starsene isolato in un canto e che non sente il bisogno di ripetere
i giuochi e di trastullarsi, un bambino che rimane estraneo a tutti i
sentimenti degli altri e che risponde alle osservazioni fattegli col silenzio o
con frasi prive di senso, con repliche amare e con scuse false, un tale bambino
deve destare sospetto, giacchè le note suesposte depongono per un carattere, il
quale per natura ha poca attitudine alla simpatia. Bambini di questo genere,
specie se in età precoce, nelle ore di allegrezza si gettano su di voi e magari
vi stringono con furore, vi tirano le braccia con tutta la loro forza e vi
tormentano in mille modi e sembrano d’ignorarlo ; se li avvertite si
meravigliano . e se insistete perchè vi lascino in pace, continuano a
molestarvi e nel caso che prolighiate loro delle carezze non sentono il bisogno
di ricambiarvele. Del resto si può dire che il carattere persistentemente
egoistico si riconosce da una quantità di nonnulla, dei quali ognuno preso per
sè val poco, ma messi insieme difficilmente ingannano il pedagogo ed il
psicologo sagace. Aggiungiamo che colui che è fornito del dono della simpatia
naturale si mostra più passibile di miglioramento e di educazione. L'individuo,
infatti, il quale in forza del contagio morale è divenuto cattivo, ma che ha
l’attitudine alla simpatia e che perciò presenta un carattere modificabile può
d'un tratto, date le condizioni opportune, presentare mutata la sua fisonomia
morale, può divenir buono appunto perchè la sua psiche è organizzata in modo da
sentire l’azione della suggestione e dell'esempio, mentrechè l'individuo in cuì
predomina l'egoismo rimane sordo a qualsiasi stimolo, epperò si rivela incapace
di notevole miglioramento, s'intende nelle ordinarie Case di correzione (1),
giacchè la cosa muta sott A lui si possono rivolgere le parole di Mefistofele
(GOtbc, Faust): Du b'st am Enda was du bist Setz dir Perruecken auf von
Millionen Locken Setz deinen auf ellenhohe Locken Du bleibst doch immer, vas du
hist . condizioni diverse, come vedremo in seguito, parlando del rapporto della
simpatia colla moralità. S'intende da sè che di tipi siffatti fortunatamente se
ne riscontrano pochissimi: ed è chiaro del pari che l’uducazione, l'esempio
come tutti i mezzi atti a spiegare la loro azione sull'individuo si dimostrano
inefficaci a produrre o ad accrescere quella disposizione psichica che, come
abbiamo veduto disopra, ha una base organica e fisiologica molto manifesta ;
non altrimenti che chi sorte da natura una qualsiasi deficienza organica, per
quanti storzi faccia, non arriverà mai ad acquistare ciò di cui manca, così chi
è nato manchevole in riguardo, diremmo quasi, del senso so.ciale, deve
rassegnarsi a rimanere tale, senza sperare che in lui avvenga un radicale
mutamento, s'intende sempre dal punto di vista della sensibilità sociale.
Vediamo che significato vada attribuito alla deficienza della simpatia e quali
ne siano le cause. Già Maudsle;- dichiarava che la posterità degli uomini le
cui azioni durante la vita si ispirarono ad uno stretto egoismo manifesta
maggior predisposizione alle malattie mentali che non la discendenza di uomini,
i quali durante la loro vita ebbero degli ideali morali e sociali elevati.
Stando allo psichiatra inglese, l'amore esclusivo del guadagno e per
conseguenza una vita dedicata al conseguimento del proprio vantaggio esclusivo
ha per effetto dapprima che le attidudini nobili ed elevate divengono rare e
dipoi che i fenomeni della degenerazione cominciano a predominare. Ed il
medesimo autore aggiunge che il cammino della degenerazione in certe famiglie
attraversa le seguenti tappe: 1° sviluppo notevole, sotto l'influenza dell'ambiente
sociale, delle passioni egoistiche ; 2° apparizione di qualche forma leggera di
disturbo psichico che però può raggiungere anche il grado di una vera psicosi;
3° ulteriori passi della degenerazione che per lo più sono rapidi e funesti.
Senza stare ora a ricercare la parte di verità contenuta in tale asserzione del
Maudsley, noi ci crediamo autorizzati ad affermare che la deficienza della
simpatia è indizio di un disordine abbastanza profondo dell'attività psichica e
quindi anche del sistema nervoso o di tutto l'organismo addirittura. Essa
rivela un'anomalia ancora più profonda che non le tendenze all’ozio ed alla
menzogna, tanto più se si pensa che l'attitudine alla simpatia ed
all'imitazione è un dono che noi abbiamo comune cogli animali superiori. Si
comprende agevolmente che le cause, le quali hanno prodotto un tale effetto
hanno dovuto essere persistenti ed oltremodo importanti. Per noi sono
determinate condizioni d'esistenza sociale, le quali hanno imposto all’uomo
civile di mettere in opera tutti i mezzi egoistici a sua disposizione per poter
vincere nella lotta per la vita che accompagna l’individualismo. La scuola del
successo non insegna altro che ad appuntare ed affilare le armi dell’egoismo.
Non è in una forma determinata di degenerazione patologica del cervello, ma
nelle condizioni d'’esistenza sociale, specie delle grandi città, che il
delinquente può trovare la più forte, quantunque sempre incompleta, scusa. E le
pene applicate nelle prigioni e nelle case di correzione sono, com'è noto,
completa nente inefficaci a migliorare i colpevoli. E appunto perchè la miseria
è la grande sorgente dell'immoralità e del vizio, la produttrice dei falli e
dei delitti di ogni sorta, s'impone il dovere di combatterla e di farla scemare
quanto più è possibile. La ricchezza, è vero, rende il cuore duro, si
accompagna con l’'avarizia, la cupidigia, la lussuria, l’accidia e la superbia
come d'altra parte la povertà ha le sue virtù proprie e la sua grandezza morale
particolare, ma chi oserebbe negare che l'estrema povertà e la squallida
miseria sono oltremodo favorevoli al rigoglio della delinquenza e che insieme
costituiscono le più potenti cause per cui l'uomo si dà all'ubbriachezza, Ja
donna alla prostituzione, onde il bambino, rimanendo privo d'educazione, d'istruzione,
di assistenza, di buoni esempi, diviene precocemente ipocrita, mendico ed anche
ladro? E chi oserà inoltre porre in dubbio che la cattiva azione compiuta nella
prima generazione sotto l'impero della necessità e del bisogno passa con molta
facilità sotto forma di tendenza nel sangue della seconda generazione, presso
la quale si esplica anche spontaneamente e naturalmente ? E chi negherà infine
che sopratutto nelle grandi città, date le orrende condizioni di abitazione, la
perversità e il vizio entrano come elemento necessario e inevitabile della
esistenza ? Da tutto ciò consegue che una ripartizione più equa della
ricchezza, il miglioramento generale della vita di famiglia e dell’educazione
infantile, l'aumento delle ore di libertà concesse all’ operaio e l'aumento del
suo salario contribuiranno necessariamente a far decrescere il numero dei
criminali e dei predisposti alla delinquenza ed al vizio. 3° Ma, si può qui
domandare, chi non ha attitudine alla simpatia, è perciò stesso condannato alla
immoralità, al vizio, è un candidato alla delinquenza ? A tal uopo prima di
tutto bisogna ricordare quello che noi abbiamo detto di sopra, vale a dire che
l’assoluta mancanza della simpatia è inammissibile, onde deriva che una delle
basi naturali della moralità non viene mai a mancare del tutto e che la sua
deficienza può essere compensata da una cooperazione maggiore degli altri
fattori : poi è necessario intendersi snl significato esatto da dare alla
parola simpatia: se questa è presa in senso lato, vale a dire come l'attitudine
a ricevere qualsiasi influenza proveniente dal di fuori, di qualsivoglia natura
questa sia, se essa è scelta a designare un rapporto qualsiasi, anzi la
possibilità di ogni rapporto intercedente tra l'attività dell’individuo e quella
della collettività in cui egli vive, opera e si muove, allora non vi è dubbio
che il dominio della simpatia coincide perfettamente con quello della moralità,
in quanto spirito sociale (simpatia) e spirito morale sono espressioni che si
equivalgono. Ma la simpatia intesa così non può mai mancare: l’uomo sfornito di
spirito sociale è un'astrazione bell'e buona, giacchè la caratteristica
dell’uomo sta appunto nel suo essere intimamente collegato per natura coi suoi
simili, come la caratteristica vera del folle è nell’essersi liberato dai
vincoli che legano l'individuo alla società. Ed ancorchè lo spirito sociale si
mostri alquanto affievolito, non mancano i mezzi per ratforzarlo, come si vedrà
in seguito. Se invece la simpatia è presa in senzo stretto, vale a dire come
l’attitudine dell'individuo a provare sentimenti analoghi a quelli dei suoi
simili in seguito alla percezione dei segni o rlelle espressioni dei detti
sentimenti, allora la debolezza della simpatia non trae seco l’immoralità : ed
è la simpatia intesa così che se si sorte debole da natura, non può per nessuna
via essere rafforzata con mezzi artificiali di qualunque genere questi siano.
Insomma l’attività od il volere individuale può essere indirizzato al bene o
perchè spintovi dalla percezione delle estrinsecazioni dei sentimenti esistenti
negli altri, i quali per tale via si riflettono nell'anima dell'individuo,
ovvero in virtù dell’azione esercitata sulla vita psichica individuale dal
volere sociale. L'uomo più o meno consciamente, più o meno riflessivamente come
più o meno intensamente si lascia influenzare dall'ideale umano, che
rappresenta il prodotto della società presa nel suo insieme attraverso il corso
della storia, anche quando l'attitudine a simpatizzare è deficiente
nell'individuo. Nè può essere diversamente, se si pensa che ciascun individuo è
legato all'umanità tutta quanta da comunità di natura, di vita, di bisogni, di
tendenze, di principii. L'esistenza dell'individuo è così strettamente
congiunta con quella della società che tuttociò che è favorevole ad essa torna
a vantaggio dell’individuo, mentre soffrendo essa, una parte delle sue
sofferenze ricade necessariamente su quest'ultimo. Interesse generale, maggior
felicità per il più gran numero, bene supremo son tre espressioni diverse d'uno
stesso principio. Ciascuno sente in modo più o meno vivo, più o meno chiaro che
il bene supremo non ha la sua sede nell’individuo, ma al di fuori di lui nelle
grandi opere collettive, nei grandi risultati sociali ai quali l'individuo deve
collaborare, e su cui ha anche il dritto di prelevare la sua parte di benefici.
Se non che il bene supremo non è per il genere umano una proprietà stabile,
fissa e definitiva, un bene acquisito una volta per sempre, ma un ideale non
mai totalmente attuato, che ciascun individuo, anche il più umile deve
sforzarsi di far trionfare. Di qui la grande contradizione, l'eterna antinomia
che, come dice lo Ziegler (1) nessun Dio, nessun miracolo faranno scomparire :
l’antinomia dell'individuo e della collettività, della felicità individuale e
della moralità. Da una parte l'individuo per sua propria natura tende alla
felicità. dritto assoluto per lui e dall’altra il dovere sociale gli prescrive
di sacrificare questa felicità al bene dei suoi simili. Ora ciò che va tenuto
in considerazione è che il volere sociale ha efficacia sugli individui non solo
in quanto havvi tra loro comunità di sentimenti per via della percezione
reciproca delle manifestazioni di questi, ma anche e sopratutto perchè
gl’individui son atti a sentire l’azione dell’ideale sociale per qualsiasi
mezzo ciò intervenga. Da una parte adattare la propria vita individuale alle
esigenze dell'esistenza sociale, compiere il proprio dovere equivale a
salvaguardare nel miglior modo i proprii interessi e dall'altra separarsi dai
suoi simili, voler brutalmente far trionfare la propria personalità a
detrimento di quella degli altri (il che propriamente costituisce l'egoismo e
la malvagità) equivale a non possedere nemmeno la felicità individuale, in
quanto la vita di colui che si sente solo è necessariamente vuota e triste.
Tale è l'ordine delle cose, quale risulta non da una legge esterna e
trascendente, ma dail’essenza (1) Ziegler. La question sociale est une question
morale trad. fr., Paris, stessa dell'uomo e della società umana. Tale è il
fondamento sul quale poggia la fede ottimista nel trionfo del bene; trionfo che
pur non essendo mai definitivo e completo, riceve sempre una conferma dalle
lotte che si sostengono e dagli sforzi che si compiono in suo nome. È qui il
luogo di accennare ai mezzi che devono essere messi in opera affinchè lo
spirito sociale si svolga anche là dove il dono naturale della simpatia si
presenta a mala pena accennato : e ognuno intende che il primo posto a tal
riguardo tocca all’educazione, la quale deve essere tutta intesa a rafforzare i
rapporti tra l'individuo e la società, per modo che questa agisca
incessantemente e in modo preponderante su quello, deve essere intesa, cioè, a
generare nell'animo individuale l’intima convinzione che al disopra del proprio
volere havvi una volontà ed un potere d’ordine superiore a cui è impossibile
sottrarsi, deve dunque mirare ad abituare l’individuo a sentire il proprio
volere modificato e determinato da un altro volere superiore. À. tal uopo va
ricordato che nella prima età è su tante piccole cose, su tante minuzie che si
edifica spesso il carattere morale dell’individuo. Gli atti che si eseguono, le
parole che si pronunciano in presenza dei bambini, tutto ha una importanza
grandissima in un'età, nella quale propriamente avviene l’organizzazione della
vita psichica e lo spirito acquista l'impronta propria (1). Magni interest,
diceva Cicerone, quos quisque audiat quotidie domi, quibuscum loquatur a puero
quemadmodum Bonfigli. Dei /attori sociali della pazzia in rapporto con
l'educazione infantile. Roma 1894. Cicerone, De claris oratoribus. Id. De lege
agraria od popul. VIN patres, paedagogi, matres etiam loquantur. Senza che
l’intelligenza difetti, senza che vi sia la cosidetta anestesia morale,
l'individuo, in virtù dell’ educazione si può rendere per abitudine moralmente
insensibile, perchè nell'infanzia le di lui relazioni coi parenti e con la
società non si son volute accompagnare con sentimenti piacevoli corrispondenti,
nè sono state dirette a svegliare in lui interessamento per tutto ciò che varca
il proprio io. Nei casi di mancanza di affetti, d’anestesia morale spesso
l'organizzazione non ha coloa, ma si deve tutto a circostanze esteriori, delle
quali tocca all’educatore tener conto. Von tngenerantur hominibus, diceva anche
Cicerone, mores tam a stirpe generis et seminis, quam er its rebus, quae ab
ipsa natura loci et a vitae consuetudine suppeditantur. La volontà, come tutte
le funzioni psichiche, può essere coltivata e condotta a maggiore sviluppo
mediante l’esercizio: onde nei bambini hanno un'importanza speciale gli
esercizii di detta facoltà. Il Perez ha scritto pagine importantissime su tale
argomento, insegnando al pedagogista come anche nelle più piccole circostanze
questi possa trovare il modo di esercitare nel bambino questa nobile attività
dello spirito. Noi non terremo dietro al citato autore nell’ indicare i varii
mezzi con cui la volontà può essere ratforzata: diremo solo che egli molto
opportunamente not a che le decisioni e ie convinzioni del bambino sono
/ragilissime, non tanto per la sua inesperienza quanto per la sua impulsività
(data la poca coordinazione, la diversità e il numero relativamente piccolo dei
motivi che spingono all'azione) e per aL ansi rr iz _la debolezza relativa del
cervello e dei muscoli, ond’è bene che gli esercizii della volontà siano fatti
quando essa non è stanca e quando il bambino è fresco e vivace. Ciò sopra tutto
riguarda gli esercizi della cosi detta volontà repressiva, in cuì si concentra
la forza d'inibizione. Il fatto d'inibizione incosciente per cui i gridi di
dolore di un bambino vengono arrestati da un rumore improvviso, c’insegna come
si debba da noi esercitare nel miglior modo questa specie di volontà
repressiva. Così potremo arrestare ì movimenti di collera in un bambino,
producendo in lui un nuovo stato di coscienza, mercè una sgridata; e fra quei
due stati si stabilisce un'associazione che rende più facile l'arresto nell’
avvenire. Nello stesso modo si può esercitare la volontà repressiva, facendo si
che il bambino moderìi l’ istinto della fame e della sete col prestare
attenzione ai preparativi che si stanno facendo pel desinare e così via
dicendo. È cosi dice il Perez che la ‘ volontà comincia a poco a poco e
dolcemente, a trionfare degli istinti più potenti ed a sopportare le punizioni
più penose . Oltrechè con i mezzi che si possono dire derivatici e in certo
modo preliminari, applicabili specialmente ai bambini di minore età, la volontà
viene e rafforzata favorendo certi dati sentimenti, quali l’ amor proprio,
l'amor dei parenti, l'orgoglio di far bene, ecc. e lo svolgimento di
determinate facoltà quali l’attenzione e la riflessione. Il vivere nella
famiglia, il conversare coi parenti e coi compagni, la società intera, le leggi
civili ecc., debbono concorrere coll’esempio, coll’approvazione e
disapprovazione, coi comandi, coi divieti, coi premi, coi castighi a produrre
nel giovine la convinzione che la sua propria volontà è sotto l’azione di
un'altra volontà d’ordine superiore. Importantissimo sotto questo rispetto è
l’influsso della religione: perocchè il rappresentarsi certe azioni come
approvate o disapprovate, prescritte o vietate, premiate o punite dal più alto
e perfetto degli esseri, dal potere e dalla santità suprema, non può a meno
d'imprimere nei sentimenti relativi una forza, una profondità, un carattere
sacro ed inviolabile che senza questa credenza difficilmente a vrebbero. Se poi
sì considera come la prima relazione morale che si presenta tra i genitori e il
fanciullo è quella dell'autorità da un lato, della dipendenza, soggezione
dall'altro, s'intende facilmente che il primo passo nella via di questo
svolgimento è dato dall’obbedienza da parte dei bambini. Per ottenere tale
virtù varî sono stati i metodi posti in opera dai filosofi. e pedagogisti. Così
Locke aveva fiducia nell'amore e nella’ paura, Fénélon nell’ autorità, Rousseau
nell’efficacia degli” ordini e delle proibizioni, fondati entrambi questi sulla
necessità delle cose e sull’effetto morale prodotto dalla conseguenza naturale
degli atti, Spencer parimenti nella teoria disciplinare delle conseguenze, Bain
nella paura temperata dall’ affetto, nell’ autorità che s'impone persuadendo, e
talora anche nella correzione e Perez ed altri nell'azione del piacere e del
dolore adoperati insieme da chi presso il bambino gode di simpatica autorità.
Noi crediamo che nessuno di questi mezzi sia sufficiente se adoperato in modo
esclusivo; tutti devono esser messi in opera nei casì in cui la simpatia
naturale si presenta debole; ma certamente la preferenza tocca a quello
dell’autorità, purchè questa sappia mostrarsi fornita di pregio e di valore
agli occhi del bambino. Il segreto sta tutto qui: nel sapersi imporre al
bambino non con la semplice forza, ma con questa circondata da tutte le doti
atte a suscitare l'ammirazione e l'interesse, ed anche la curiosità di lui.
Sicchè nei casi suaccennati l’educazione morale ha bisogno del soccorso delle
rudimentali tendenze estetiche ed intellettuali del bambino. È naturale che un
individuo sfornito anche di queste non entra più nel dominio normale, ma in
quello prettamente patologico. Chi pone una barriera insormontabile tra un
individuo e l'altro dal punto di vista dello spirito e considera oghi forma di
attività spirituale come esclusivamente legata al corpo dell'individuo ed anzi
ad un punto dello stesso corpo si chiude la via per poter intendere la realtà
dello spirito sopraindividuale che non riconosce la sua base negl'individui
come tali, ma nelle associazioni di questi e insieme si chiude la via per
intendere l’azione che può esercitare lo spirito collettivo nelle sue varie
forme su quello individuale, Eppure è un fatto che dalla vita puramente
organica si è svolta una vita sopra-organica, il cui primo grado è
rappresentato dalla famiglia, composta di individui o membri che sono parti
dello scopo a cui tende quella forma collettiva e insieme mezzi appropriati a
raggiungere lo stesso. E questa associazione spirituale degli uomini non sì
presenta come un‘ aggregato, nel quale l'individuo rimanga immutato nelle sue
proprietà, ma come un sistema per cuì egli acquista caratteri che diversamente
non avrebbe mai ottenuto. Le potenze superiori dello spirito della vecchia
psicologia descrittiva (ragione, volere, ecc.) sono da riguardare appunto è
quali facoltà psichiche acquisite solo per mezzo della vita sociale, a
differenza di quelle inerenti propriamente all’individuo che sono di ordine
inferiore (intendimento, appetito, ecc.). L'uomo pensa il suo istesso pensiero
e lo sottopone a norme universali, come valuta il suo volere rapportandolo alle
leggi morali; e ciò perchè egli ha, per così dire, una doppia vita interiore,
una individuale ed una comune cogli altri uomini, la quale ultima è
sopra-ordinata all'altra. Riassumendo, quando la simpatia (intesa in senso
stretto) è debole, l'educazione morale può essere sempre compiuta a patto che
il bambino venga abituato a sentire la sua propria volontà influenzata da una
volontà d’ordine superiore. A ciò conseguire è necessario che sia lbene fissato
un peculiare rapporto implicante autorità da una parte e soggezione dall'altra
: rapporto che alla sua volta non può divenire stabile e regolare se non sotto
la condizione essenziale che l’autorità, l'energia si circondi di una certa
aureola atta a rispondere alle rudimentali esigenze este tiche ed intellettuali
del bambino. È evidente però che l'educazione non potrebbe mai produrre simili
etfetti, se non esistesse in ogni uomo (a prescindere dall’attitnnine alla
simpatia affettiva) il germe della moralità, vale a dire l'attitudine ad avere
ed a sentire la propria volontà in dipendenza di un'altra volontà : attitudine
che, come si è visto, costituisce l'essenza propria dell’uomo qual’essere
ragionevole e socievole. L'educazione non può creare la moralità allo stesso
modo che l'educazione artistica non potrebbe creare il senso del bello e
l'educazione del palato il senso del gusto in chi da natura ne fosse
sprovvisto. Quello che noi abbiamo T Tr_r*0- T Da quando sì cominciò a
riflettere sui vari poteri dell'anima umana, si notò che almeno due grandi
categorie di attitudini passive o recettive le une, attive o appetitive le
altre bisognava assolutamente distinguere. Nè poteva esser diversamente dato il
fatto che ogni processo psichico realmente presenta due aspetti, quello
recettivo da cui germogliano tutte le funzioni conoscitive e quello attivo da
cui germogliano le varie fore dell’attività pratica. Lo spirito umano d'altra
parte, spinto dalla tendenza a tutto unificare ed armonizzare, a misura che
progredi nella riflessione e nella speculazione, cercò di isolare i caratteri e
le proprietà comuni ad un complesso di fenomeni nella credenza che in questi
prodotti della sua facoltà astrattiva potesse trovare i principii veri delle
cose: nè si curò di vedere se i detti elementi comuni esprimessero altro che
caratteri puramente formali. Onde avvenne che fin nella filosofia greca noì
troviamo itentativi più audaci per porre il principio di tutti i principii in
qualcosa di puramente formale : cosi per Aristotele il fondo dell’universo è il
movimento, mentre per Platone, segnatamente nel Fedone, è il mondo delle idee
concepite come forze, e in tutto il corso della storia della filosofia noi
troviamo sempre ripe (1) Questo Saggio che ora rivede qui la luce con molte
modificazioni ed aggiunte, fu pubblicato la prima volta col titolo “ Il fattore
della motilità nelle dottrine gnoseologiche moderne, nei Rendiconti dell’
Accademia dei Lincei. tute queste due intuizioni in modo più o meno chiaro ed
evidente. L'attività, ecco la formola atta ad esprimere la sostanza
dell'universo. Ognuno vede che l’attività, la forza, il movimento essendo
concetti puramente formali potettero essere applicati agli usi più disparati in
rapporto al vario contenuto ad essi attribuibile. Da tal punto di vista gli
assiomi logici furono considerati impulsi atti a muovere la mente in date
direzioni, impulsi che se ostacolati producono un senso di disagio, il quale
alla sua volta cessa coll'appagamento di quelli. Il pensiero adunque fu ridotto
al tentativo di soddisfare ad un impulso speciale incitante ad una forma di
movimento spirituale diretta a produrre appunto l'appagamento e quindi la
quiete. È evidente che in tal caso le parole tendenza, movimento, impulso,
ecc., hanno un significato differente da quello in cui sono ordinariamente adoperate
per indicare mutamenti nelle relazioni spaziali, ovvero mutamenti nei rapporti
della vita pratica. Ciò che va notato è che noi abbiamo degli impulsi, delle
tendenze di natura differentissima, i quali vengono poi aggruppati in una sola
categoria soltanto per mezzo di un carattere espresso dal nome, il che, è
evidente, non basta per dichiarare identico e neanco affine il contenuto delle
cose che si vogliono significare. Certamente voi potete esprimere il processo
intellettuale per mezzo di una tendenza al movimento, ma in tal caso dovete
ricordare che si tratta di un movimento di ordine speciale ; infatti
l'imperativo logico può assumere la forma di opera così ma l’ opera così
equivale in tal caso a pensa così e il pensa così significa è così >; l'imperativo
pratico opera così invece non mira all'affermazione della realtà, ma solamente
al raggiungimento dello seopo speciale prefissosi a cui è inerente
l'appagamento. Se io non sono soddisfatto dal punto di vista teoretico, se io
cioè non ho operato in conformità delle leggi logiche la cosa non sta in realtà
come mi appare, ma se io non sono soddisfatto dal punto di vista pratico la
stessa conchiusione è evidente che non è ammissibile ; in altri termini
l'insoddisfacimento pratico non implica alcun giudizio sulla realtà, ma
soltanto sul valore di essa. Quando adunque in filosofia si parla di attività,
di forza, di energia, di movimento come di concetti atti a darci la chiave per
risolvere i più ardui problemi, in sostanza non si dice nulla di concreto e di
determinato; vi è sempre luogo a domandare in ogni singolo caso in cui una di
tale parola è adoperata, di che sorta di attività, di che sorta di forza
s'intenda parlare. E forse il fascino che spesso tali espressioni esercitano
sui metafisici dipende appunto dal vago e dal nebuloso che esse contengono,
onde ognuno vi può sottintendere ciò che vuole. In ogni modo l’analisi di dette
nozioni, per quanto vaghe ed indeterminate, meritava di esser fatta; e in
questi ultimi tempi la psicologia esatta, e la teoria della conoscenza hanno
cercato di rispondere tale esigenza, col ricercare la loro origine e gli
elementi concorrenti alla loro formazione. Il concetto che più degli altri ha
attirato l'attenzione dei filosofi è stato quello di forza o di attività, la cui
base psicologica è stata riposta nel cosidetto senso muscolare. Pertanto questo
ha formato oggetto di studi accuratissimi da parte dei psicologi e dei
fisiologi in modo che senza tema di esagerare si può affermare che tale ordine
d’indagini forma una parte interessantissima della psico-fisiologia moderna.
Noi ci proponiamo appunto di ricercare che valore abbia effettivamente il senso
muscolare per sè considerato e in rapporto ai vari uffici che gli si vogliono
attribuire per lo svolgimento della vita psichica in genere. Cominciamo
dall’indagare la natura delle sensazioni muscolari. Le sensazioni muscolari.
Esistono le sensazioni muscolari? Parrà strano, ma pur troppo è così; dopo
tanto discutere sull'ufficio delle sensazioni muscolari nello sviluppo della psiche
umana, ancora c' è bisogno di porre il problema circa l’esistenza di esse. È
già da molto tempo che la questione delle sensazioni muscolari è dibattuta, sia
in fisiologia che in psicologia ; e anche coloro che concordano nell’ammettere
tali sensazioni sì scindono per quel che concerne la natura e la sede di esse:
si ha così la teoria dell'innervazione centrale (Bain, Wundt, Ludwig ecc.) e
quella dell’ innervazione periferica ovvero la teoria efferente o centrifuga e
quella afferente o centripeta : secondo la prima, all'esecuzione del movimento
precederebbe la coscienza dell'impulso dato e dello sforzo fatto per compiere
il movimento stesso: e sostrato di tale coscienza sarebbero i centri e i nervi
motori, la cui funzione precedente all’ esecuzione del movimento non potrebbe
non rivelarsi alla coscienza. In favore di tale opinione parlerebbe
massimamente la coscienza che si ha dello sforzo per muovere vn arto
paralitico. Stando alla seconda opinione, il senso della forza sarebbe dato dai
nervi sensitivi che dai muscoli e dalle placche esistenti tra i nervi e i
muscoli trasmettono ai centri notizia delle varie condizioni in cui i muscoli
si possono trovare prima e dopo la contrazione e dopo una fatica maggione o
minore. In favore di tale opinione starebbero poi le osservazioni (Gley e
Marillier) cliniche e sperimentali, le quali provano che con un arto paralitico
non è possibile valutare nè il peso nè la direzione dei movimenti, nè la
posizione degli arti, semprechè, bene inteso, gli occhi siano bendati. Qui
dobbiamo notare che l'opinione del Wundt si è andata modificando ed ormai egli
non ammette più la coscienza pura e semplice della innervazione centrale, ma
per conciliare in certa maniera le due vedute, egli è d’avviso che il senso
dello sforzo da principio fu di origine prevalentemente periferica, e come tale
trasmesso e registrato nei centri cerebrali; ma poichè si trova connesso
coll’immagine del movimento compiuto, è naturale che riproducendosi
quest’ultima, si debba presentare anche l’imagine mnemonica delle sensazioni
muscolari che l'hanno per l’innanzi accompagnata. In tal guisa sarebbe
spiegabile come il senso dello sforzo e la misura della forza necessaria
precedano l'esecuzione di un dato movimento. Del resto la questione non è
definita in modo decisivo, ed anche oggi si pubblicano dei lavori in appoggio
dell’ una e dell’ altra tesi. Parrebbe, ad esempio, dalle ricerche di Mosso e
di Waller, che il senso della fatica non sia solamente di origine periferica,
tanto più che volendo ridurre quella ad una forma di avvelenamento, è naturale
che quel medesimo veleno, il quale agisce sulle terminazioni periferiche
nervose, possa agire anche sui centri da cui deve partire l'impulso. Il Waller
applica i risultati ottenuti dagli esperimenti fatti sul senso della fatica
allo studio del senso dello sforzo, comunque questo sia una sensazione che
accompagna l’ azione muscolare, mentre la fatica una sensazione chè segue l'
azione muscolare : esse hanno però una causa ed una sede comune. La fatica,
stando ai risultati offerti dal Mosso, si manifesta con segni tanto centrali
che periferici : se l'attività volontaria di un muscolo è protratta fino al suo
limite estremo, l'eccitazione diretta del muscolo può farlo agire ancora, il
che prova che l’esaurimento centrale interviene prima dell’ incapacità ad agire
da parte del muscolo : donde si è dedotto che se la fatica è dovuta ad ogni
esaurimento tanto centrale che periferico, il senso dello sforzo del pari
accompagnerà tanto l'attività centrale quanto quella periferica. Vi sarà un
senso centrale d'innervazione motrice che aiuta e regola i movimenti muscolari.
Al Waller però si è obbiettato che egli ammette come provati tre fatti, i quali
effettivamente non lo sono: 1° i segni obbiettivi dell’esaurimento in un data
parte non depongono sempre per il consumo di energia nella medesima parte: gli
esperimenti del Mosso, infatti, provano che il lavoro intellettuale ol’
attività di alcuni muscoli fa scemare la forza dei muscoli in riposo ; 2° il
senso subbiettivo della fatica non indica un previo sforzo nella stessa parte,
come vien provato dal fatto che il senso di fatica e di peso nelle palpebre non
è niente affatto proporzionato al lavoro che quest'organo ha compiuto, specie
molte volte il mattino, dopo il completo riposo di quei muscoli; 3° i segni
obbiettivi dell’ esaurimento non corrispondono per il sito della loro origine
al senso subbiettivo della fatica, e lo stesso va detto dei segni obbiettivi
dello sforzo rispetto al senso subbiettivo dello sforzo stesso. Il senso di fatica
non accompagna necessariamente l'esaurimento obbiettivo, nè esso è localizzato
dove questo ha luogo : lo stesso va detto del senso dello sforzo, il quale, sia
mentale o fisico, non è localizzato negli organi centrali, ma in vari muscoli
della testa e del corpo. Gli oppositori recisi alla teoria dell’ innervazione
centrale vogliono che le sensazioni muscolari non siano per niente differenti
dalle altre sensazioni speciali; il senso muscolare per loro è un sesto senso
specifico proveniente dai muscoli che dà il sentimento dell’ attività, come
l'’or| gano della vista dà il senso della luce e del colore. Non è ammissibile
quindi che i centri e nervi motori entrino in simile meccanismo, come quelli
che hanno una funzione diversa, ben definita da compiere. Il senso della forza
e dello sforzo come precedente al movimento da eseguire, considerato come
centrale, è un'illusione : è dai muscoli che quando già sta per incominciare il
movimento, partono quelle eccitazioni, le quali danno il senso dello sforzo
(1). Se non che molte obbiezioni sono state rivolte a coloro che hanno ammesso
sen’altro le sensazioni muscolari periferiche. L'argomento che doveva
presentarsi per il primo alla mente degli oppositori doveva essere quello
dell’assen?a di ogni rivelazione della loro esistenza all’introspezione. Al che
i sostenitori dell’esistenza delle dette sensazioni hanno risposto che essi
ammettono solo la cooperazione, il concorso (1) V.atal proposito Bastian, “
L’Attention et la colonté,, Recue philosophique. di elementi muscolari nello
svolgimento dei fatti mentali, in quanto i muscoli in contrazione (contrazione
che accompagna i diversi stati psichici) agiscono come stimoli delle
terminazioni nervose periferiche : la loro esistenza viene perciò mascherata
dai molteplici fatti concomitanti. Allo stesso modo che, secondo James, la
sensazione di rosso non si combina con quella di violetto per produrre il
purpureo, ma i due stimoli agiscono nello stesso tempo in modo da dar luogo ad
un processo cerebrale di una terza specie, il cui fatto concomitante è la
sensazione purpurea, così noi possiamo benissimo avere una gran quantità di
stati mentali, nei cuì processi organici concomitanti entrino degli elementi
muscolari, mentre non possiamo dire di avere stati mentali che contengano sensazioni
muscolari come parte della loro composizione. I processi nervosi derivati dagli
stimoli della contrazione muscolare si uniscono coi processi nervosi
provenienti da altra sorgente per produrre degli stati coscienti che sono
irreducibili, come avviene della sensazione purpurea quando è considerata per
sè. Gli atomi delle sensazioni, sempre secondo James, non possono combinarsi
per produrre delle sensazioni più complesse, non altrimenti che gli atomi della
materia non compogono i corpi fisici: è vero che quando essi sono aggruppati'
in una certa maniera, n0: li chiamiamo questa o quella cosa, ma la cosa
nominata non ha esistenza fuori della nostra mente . Qui si potrebbe obbiettare
che noi possiamo otte. nere sensazioni separate del rosso e del violetto, e
possiamo scovrire anche la somiglianza del purpureo con entrambi ì suol
costituenti : ora come avviene che noi non percepiamo gli elementi muscolari
come sensazioni separate ? Ma a ciò si risponde che uno stato mentale si può
solamente analizzare e scomporre in quegli elementi che sotto condizioni
diverse possono essere sperimentati come fenomeni separati; vi sono molte
ragioni, perchè le sensazioni muscolari non possano essere sperimentate o solo
con grande difficoltà. L' esplorazione colla vista e col tatto, che in altri
casi aiuta e rende necessario il processo di localizzazione, qui appare
impossibile. Noi impariamo, dice 1’ Hellemholtz, a dirigere l’' attenzione
sopra quelle sensazioni separate, le quali servono come mezzi per stringere i
rapporti col mondo esterno. Ora ognuno vede che non presenta alcun interesse
pratico la distinzione delle sensazioni muscolari come tali, mentre è di grande
importanza che le eccitazioni sensoriali provenienti dagli organi interni si
combinino con quelle dei sensi specifici per formare quei processi nervosi
complessi i cui concomitanti coscienti sono i sensi dello sforzo, della
grandezza spaziale, ecc. D’ altra parte in casì speciali le sensazioni
muscolari si rivelano all’introspezione : i crampi, la tensione muscolare
giunta all'estremo, la fatica ecc. sono sensazioni localizzate nei muscoli.
Infine Goldscheider ha mostrato che se lasciando passare per un muscolo
anestesico una corrente elettrica, lo facciamo contrarre, abbiamo una certa
sensazione somigliante a quella ottenuta colla pressione del muscolo, e
localizzata non in tutto l’arto che si muove, ma solo nelle parti più profonde.
Un secondo argomento degli oppositori è questo, che pur ammesso che nervi
sensitivi esistano nei muscoli, questi serviranno solamente a darci notizia del
grado di stanchezza dei muscoli stessi. Ma qui è facile rispondere che il senso
di tensione è molto differente da quello di fatica e che taluni esperimenti
fisiologici mostrano che l'attività muscolare diviene presso che impossibile senza
la regolarizzazione apportata dalle sensazioni muscolari. Un'obbiezione fatta
per prima da A. W. Volkmann dice che il senso muscolare può al più darci
notizia dell’esistenza del movimento, ma difficilmente un’informazione diretta
sulla estensione e direzione di questo. Noi non possiamo sapere se la
contrazione del supinafor longus ha un'estensione maggiore di quella del
supinator brevis ecc. Qui occorre ricordare che gli elementi muscolari essendo
fusi con altre eccitazioni, non possono essere riconosciuti come tali e non
possono essere localizzati nei muscoli, da cui traggono origine, ed è
perfettamente vero che in molti casì è impossibile aver nozione dell'estensione
e direzione del movimento muscolare; associati però con altri elementi
sensoriali rappresentativi, possono essere di aiuto nella determinazione delle
differenze esistenti tra i movimenti di varie parti del corpo. Miller e
Schumann richiamarono l'attenzione sul fatto che ad un certo grado d'intensità
dell’ eccitazione nervosa muscolare non sempre corrisponde una stessa posizione
delle membra. Una stessa pressione sui nervi sensitivi dei muscoli può esistere
nel caso di un grado notevole di contrazione, e di un grado leggero di
tensione, come nel caso di un grado leggero di contrazione con: giunto con un
grado notevole di tensione . A ciò si risponde che noi abbiamo imparato colla
propria esperienza a distinguere esattamente tra una pura tensione muscolare
non accompagnata da movimento ed un’ eccitazione capace di produrre il medesimo
: e ciò perchè in ogni movimento le sensazioni sia mmnscolari, che tattili,
visuali ecc. differiscono a seconda della resistenza incontrata da parte degli
oggetti esterni o dei muscoli antagonisti; e tutte le combinazioni possibili di
estensione, resistenza e rapidità sono associate con complessi di sensazioni
differenti. Nel caso della semplice tensione la resistenza incontrata è minima,
mentre è massima nel caso del movimento attuale: nei due casi le sensazioni
concomitanti a quelle muscoluri devono per necessità essere differenti; e pur
non considerando le sorgenti dei vari elementi sensoriali, l'impressione totale
prodotta dalle loro differenti combinazioni è avvertita e differenziata Se moi
avessimo solamente le sensazioni provenienti dai muscoli in contrazione l’obbiezione
anzidetta reggerebbe, ma il nostro giudizio è sempre aiutato da elementi
provenienti dai muscoli antagonisti e dalle parti connesse : pelle, tendini,
ecc. Si è obbiettato che noi comparando i pesi paragoniamo in generale
solamente la rapidità dei movimenti che ne risultano, e pensiamo che il peso
leggero sia quello che più agevolmente sia stato alzato, come vien provato dal
fatto che se un individuo è stato abituato per qualche tempo a sollevare
alternativamente dei pesi di 600 e di 1200 grammi, solleverà con grande
rapidità il peso di 800 grammi | sostituito a sua insaputa a quello di 1200
grammi, giudicandolo anzi più leggero di quello di 600 grammi. Tale fatto
contraddice, a sentire. taluni, non solo alla teoria dell'innervazione
centrale, ma anche a quella secondo cui le sensazioni muscolari
c’informerebbero della resistenza, giacchè se così fosse, i pesi sollevati con
impulso più energico dovrebbero essere maggiori. Se non che, come si è detto, é
l’insieme delle sensazioni concomitanti che rende possibile la distinzione tra
movimentoe resistenza: è la fissità di quelle associazioni che produce talune
illusioni, quando le condizioni di esperimento non sono le abituali. Nel
riferito esperimento il maggior adattamento all’ impulso può essere rivelato
allo spettatore solamente per via della maggior rapidità che ne risulta, ma per
la persona sottoposta all'esperimento la cosa essenziale non è la maggiore
rapidità, nè l'impulso preparato, ma l’accomodamento maggiore dei muscoli nel
momento di sollevare il peso minore. Si è notato ancora che la sensibilità
muscolare non differisce nel caso che i movimenti siano prodotti attivamente da
quando sono passivi. Bernhardt dapprima e poi Ferrier e Goldscheider
stabilirono degli esperimenti facendo sollevare dei pesi per .mezzo della
stimolazione elettrica dei nervi, e trovarono che la valutazione dei pesi è
esatta ed accurata ogni volta che il movimento è prodotto da stimolazione
elettrica o riflessa. Inoltre fu sperimentalmente provato che nel caso di movimenti
passivi il minimum dell'escursione percettibile difficilmente differisce da
quello dei movimenti attivi. Ma ciò non prova nulla contro la importanza delle
impressioni muscolari nella percezione dei movimenti: pure ammesso che i
movimenti attivi differiscano dai passivi non solo perchè l’immagine di essi
precede e produce direttamente i movimenti, ma anche per molti fatti
concomitanti periferici, in quanto nei movimenti attivi agiscono gruppi più
estesi di muscoli, e vi è un maggior grado di tensione nei muscoli
antagonistici e nei tendini, rimane sempre vero che nei movimenti passivi gli
elementi essenziali per giudicare del grado e della direzione di quelli non
mancano, ond’è che la ditferenza nei due casi non può essere grande. Si è
cercato di spogliare quasi completamente di sensibilità i muscoli,
attribuendola alle parti annesse, pelle, tendini, ecc., e Goldscheider sì è
creduto autorizzato ad emettere formalmente una tale ipotesi, dopo aver
constatato che nei casì di diminuita sensibilità delle parti an nesse la
valutazione tanto dei movimenti attivi quanto di quulli passivi apparisce
minore. Certamente la sensibilità delle parti annesse-è un fattore importante
dell’accurata percezioné del movimento, ma non è il solo; e l’introspezione in
dati casi ci rivela così l’esistenza di sensazioni localizzate puramente nelle
parti annesse come delle sensazioni puramente muscolari. L'intervento delle
impressioni provenienti dalle parti annesse può, secondo Delabarre, esser
necessario per distinguere una pura tensione muscolare da un movimento attuale;
ma taluni fatti provano che le medesime impressioni hanno poco o nulla a che
tare con la valutazione dell’estensione del movimento: di due movimenti p. es.
di eguale estensione è stimato più breve quello nel cui inizio i muscoli sono
più attivamente contratti : ora le impressioni provenienti dalle parti annesse
non possono spiegare questa illusione, giacchè esse non differiscono nei due
casi, che il braccio sia più o meno contratto al principio del movimento. Miller
e Schumann, essendo discesi ai particolari, hanno negato che le sensazioni
muscolari provenienti dall'occhio possano spiegare le localizzazioni delicate
ed. accurate che noi facciamo nel campo della vista. Noi certo non abbiamo
coscienza dei movimenti oculari come tali, ma ciò era da aspettarsi
riflettendo, che una tale notizia essendo di poco interesse per l'individuo non
vale a svegliarne ed a fissarne l’attenzione. Le impressioni muscolari formano
un insieme colle sensazioni della luce ; il che rende debole nella coscienza
non solo la nozione dell'eccitamento di una data parte della retina, e la
nozione della posizione o dei movimento del globo oculare, ma la nozione di una
posizione particolare del punto di fissazione nello spazio a tre dimensioni.
Altri autori finalmente per provare come le sensazioni muscolari non hanno
niente a che fare colla nostra facoltà localizzatrice, riferirono il caso di un
uomo, il quale era stato completamente cieco per sette anni: se a costui si
volgeva la parola dalla parte destra, i suoi occhi si muovevano verso questa
parte senza divergenza, ma se gli si parlava da sinistra, si notavano bensi
degli accenni a movimenti associati in entrambi gli occhi, ma questi finivano
poi col restar fissi nel mezzo delle orbite ; tuttavia il soggetto aveva l’idea
che i suoi movimenti fossero della massima estensione verso sinistra. Ma i
fautori delle sensazioni mascolari hanno interpretato tale fatto, dicendo che
il citato individuo attribuiva il senso di tensione proveniente da altri muscoli
a quelli oculari; cosa che può avvenire con molta facilità. Dopo aver mostrato
per mezzo dell'esposizione e discussione delle principali obbiezioni fatte
all'esistenza delle sensazioni muscolari, la possibilità teorica di ammetterle,
è giusto ricercare se l’Istologia e la Fisiologia sul terreno dei fatti e degli
esperimenti siano nel caso di dare una risposta decisiva, Nel tessuto
connettivo superficiale che involge i muscoli furono scoverte delle fibre
nervose sensitive, le quali terminano nei corpuscoli di Pacini; ma nella
sostanza muscolare contrattile non sono state osservate finora fibre sensitive;
ed ora nessuno crede più alla scoverta del Sachs. Golgi scovri un organo
muscolo-tendineo situato nella zona di passaggio dul muscolo al tendine,
connesso colle fibrille dell’uno e col tessuto dell’altro e fornito di nervi
sensitivi. Il Cattaneo crede che questo sia l'organo della sensibilità
muscolare. Anche le ricerche fisiologiche starebbero a provare l’esistenza di
nervi sensitivi nei muscoli. Sachs afferma che molti dei nervi intramuscolari
possono essere stimolati senza produrre contrazione, e che dopo la sezione dei
tronchi motori solamente una parte dei nervi muscolari degenera. Francesco
Franck avendo ripetuto i medesimi esperimenti, arrivò alla conchiusione che i
muscoli contengono fibre centripete. Altri esperimenti mostrano che sì può aver
paralisi tanto tagliando i nervi sensitivi che finiscono nella regione
muscolare, quanto tagliando i nervi motori stessi ; il che prova che la
sensibilità è indispensabile per regolare i movimenti. Bell, Magendie, ed
ultimamente Exner arrivarono al medesimo risultato. Allo Chauveau però va
attribuito il merito di aver provato in modo luminoso che le impressioni
sensitive necessarie alla motilità provengono dal muscolo stesso ; egli infattì
trovò nel cavallo due muscoli forniti di due branche nervose distinte, l'una
sensitiva e l’altra motrice: A) un muscolo volontario striato, lo sterno
mastoideo ; e B) un muscolo involontario striato, quello dell'esofago: ora la sezione
della branca motrice produce paralisi in entrambe ; la sezione della branca
sensoriale di A) non sospende la reazione agli stimoli volontari, essendo
associata nella sua funzione motrice con altri muscoli forniti dei loro nervi
sensoriali; la sezione delle fibre sensitive di B) produce disturbo delle
funzioni motrici. La stimolazione elettrica delle fibre sensitive di A) e di B)
produce tetanizzazione o contrazione. Da tutto ciò il Chauveau dedusse che i
muscoli sono forniti di nervi motori e sensitivi, e che i filamenti terminali
dei nervi sensitivi probabilmente non hanno relazione diretta cogli elementi
muscolari, ma contribuiscono a formare le anastomosi preterminali o reti dei
nervi motori, dove essi sono direttamente eccitati dalla corrente motrice: si
verrebbe così a formare un completo circuito sensitivo motore necessario
all'azione dei muscoli. Volendo riassumere, diremo che le questioni relative
alle sensazioni muscolari si riducono principalmente a due, se esistano delle
sensazioni muscolari e se esse vadano localizzate nella periferia o nei centri
motori. Ora che esistano delle sensazioni muscolari capaci di farci valutare il
peso, la pressione, la tensione, l'estensione e la direzione dei movimenti,
ormai è fuori dubbio: una quantità di esperimenti lo provano, e d'altra parte è
naturale supporre che la funzione muscolare si riveli in qualche maniera alla
coscienza, come tutte le funzioni degli altri organi corporei in un modo più o
meno vago e indeterminato. Certamente quando si parla di sensazioni muscolari
non bisogna credere che esse provengano esclusivamente dai muscoli ; è più
ragionevole pensare che secondo i casi, con esse si denoti un complesso di
sensazioni provenienti da parti differenti. Già il Lewes notava che la
sensibilità cutanea ha una parte importante nella coordinazione dei movimenti
tanto che un'anestesia provocata nella pianta dei piedi può dar luogo (cosa
notata anche dall'Heydt) a fenomeni d'incoordinazione muscolare. Ma anche senza
seguire il Lewes, il quale ammetteva le sensazioni muscolari come provenienti:
1° dagli impulsi motori; 2° dalle intuizioni motrici; 3° dalle contrazioni
muscolari vere e proprie; 4° dagli effetti di queste contrazioni sulla pelle;
5° dalle coordinazioni muscolari, cioè dalle sensazioni che suggeriscono o
accompagnano i movimeuti ideali non eseguiti e quelli reali, è indubitato che
quando si parla di sensazioni muscolari dobbiamo sempre intendere un insieme di
sensazioni di origine diversa. D'altra parte è possibile ammettere senza alcuna
riserva l'opinione di coloro che vogliono fare del senso della forza, come del
senso della fatica un senso specifico proprio dei nervi centripeti muscolari? È
ciò che vedremo orora passando ad esaminare i vari uffici attribuiti al senso
muscolare. Per mezzo di questo infatti si è voluto dar ragione del senso
peculare di energia interiore, della valutazione dell’intensità, della genesi
psicologica delle rappresentazioni di movimento, di tempo, di spazio, e della
percezione della realtà esterna. Si è tentato adunque per prima di derivare
dalle sensazioni muscolari il senso di energia o la percezione dell'attività
inferiore sotto qualunque forma si presenti. Si è detto: ad ogni sensazione e
percezione segue in modo reflesso un movimento, ossia una contrazione muscolare,
la quale di rimando trasmette al centro le notizie circa le modalità della sua
contrazione, trasmette cioè le sensazioni muscolari afferenti o ceutripete:
queste poi si associano intimamente colle sensazioni provocatrici dei movimenti
conservandosi e registrandosi in appositi centri cerebrali. Da ciò consegue che
al presentarsi di una sensazione o percezione identica o simile alla primitiva,
per associazione si ridestano le immagini dei movimenti compiuti, immagini che,
guidando i movimenti da ripetere, costituiscono l’essenza dello sforzo. Va
notato qui che un tale schema ha subito molte variazioni da parte dei fisiologi
e dei psicologi (1): recentemente, p. es., si è negato financo che nella
corteccia cerebrale esistano dei centri psico-motori, la zona rolandica a cui
era stato per lo innanzi attribuito tale ufficio, conterrebbe solamente i
centri delle sensazioni muscolari. I centri motori, alla cui funzione è stato
negato in modo assoluto (contro l'opinione segnatamente del Bain) la
possibilità di divenire cosciente, sono posti nella base del cervello e Per una
chiara e precisa esposizione dello stato attuale della questione v. Bastian,
L’Attention et la Volonté, Revue philosophique. nel bulbo. C'è però chi
(Ferrier), pur escludendo la coscienza (come tali scienziati dicono) dai centri
motori, ammette nella corteccia l'esistenza di centri motori puri a fianco a
quelli cinestesici. Questi ultimi poi per tutti non si troverebbero solamente
in una determinata regione corticale del cervello ma frammisti ai vari centri
sensoriali (1). Sicchè tali psicofisiologi credono di poter ridurre le funzioni
psichiche fondamentali ai movimenti reflessi, senza punto dar importanza a
taluni fatti che evidentemente contradicono alla loro opinione, come per es.
l'insorgenza di taluni movimenti spontanei, che non si possono in alcun modo
rapportare a stimoli esterni, e l'impossibilità di spiegare per via del puro
meccanismo i movimenti reflessi rispondenti ad uno scopo, in mezzo ad una
molteplicità di stimoli esteriori. A ciò sì aggiunga che voler dare ragione
dell'attività psichica vera e propria, fondandosi sulla fisiologia, è impresa
presso che disperata, giacchè senza l’osservazione interiore, quella sola del
sistema nervoso non ci potrà mostrare che dei mutamenti molecolari, non mai
psichici. Ma anche lasciando da parte tali considerazioni, il senso muscolare
può dar ragione di quella forma di attività interiore che si esercita sul corso
delle nostre idee ? Molti :1) L'origine della forza adoperata a produrre le
contrazioni muscolari appropriate dovrebbe essere cercata, secondo tale teoria,
nell’attività molecolare dei centri sensitivi e cinestesici. Ed in appoggio si
riferisce il caso di persone, che volevano, ma non potevano eseguire con
successo certi movimenti d’elocuzione in seguito alle impressioni visuali
appropriate e tuttavia conservavano la facoltà di produrre questi movimenti in
risposta ad eccitazioni uditive corrispondenti. D'altra parte si racconta di
persone incapaci di effettuare i movimenti della scrittura quando lo stimolo
era uditivo, mentre erano capaci di compiere immediatamente gli stessi
movimenti in risposta alle impressioni visuali. tra i quali il Ribot, il Richet
ed altri, non esitarono a rispondere in modo affermativo, ma altri più
circospetti dovettero concedere che il senso muscolare non è un fattore
costante dell’attività interiore, soggiungendo però che quest'ultima in tanto
si rivela come tale alla coscienza, in quanto mediante la riflessione e la
memoria è messa in rapporto con sensazioni muscolari in antecedenza provate.
Ognuno' però vede l'errore che è in fondo a questa affermazione: la riflessione
e la memoria non possono mutare qualitativamente nessun fatto psichico. Inoltre
le sensazioni muscolari possono solamente essere un indice dell'intensità della
volontà, allo stesso modo che in un atto di scelta la forza dei motivi in
contrasto guida il nostro giudizio sull’intensità della volontà chiamata et
scegliere : ma esse non possono mai dar ragione del caso semplicissimo in cui
una rappresentazione per la prima volta ecciti l’attenzione. Coloro che hanno
riposto l'essenza della volontà come di ogni attività psichica nelle sensazioni
muscolari, non si sono mai domandati, perchè noi consideriamo (il che è un
fatto) un'azione, un movimento, o una contrazione muscolare come voluta, ma non
come parte essenziale della volontà, dal che sì deduce che le sensazioni che
accompagnano la contrazione muscolare non possono essere comprese quali
elementi della volontà : è ciò che precede ad esse che forma il nocciolo
dell’attività. Non basta : Perchè alle rappresentazioni dei movimenti, si può
domandare, non sempre tengono dietro i movimenti effettivi corrispondenti? È
vero che Miinsterberg risponde che in tali casi un impulso più forte impedisce
a quelle di effettuarsì : ma donde e in che consiste questo impulso più forte?
E qui l'opinione del Miinsterberg si confonde con quella dello Spencer e dello
Steinthal, i quali alla lor volta non possono dar ragione del disaccordo che si
nota spesse volte tra la rappresentazione di un movimento e la sua esecuzione,
del perchè anche nell’assenza delle condizioni di arresto, non sempre una
rappresentazione di movimento produce un movimento reale, e del perchè fra
molteplici rappresentazioni di movimento anche non contradicentisi fra loro,
una sola riesca a produrre di preferenza un movimento effettivo. Senza dire poi
che rimane sempre da spiegare in che propriamente consista l'arresto. Il senso
di energia non rivela una qualità particolare del mondo esteriore come, poniamo,
il suono, la luce, ecc., ma è essc stesso una qualità generale, applicabile a
tutto il contenuto della vita psichica. E in ciò proprio, secondo noi, sta la
ragione principale per cui il senso di forza non può avere un organo speciale,
nè può appartenere alla proprietà della nostra mente che si chiama
rappresentativa. Nessuno penserà mai di applicare una sensazione tattile o
luminosa ad una sensazione sonora, ma tutti crederanno di poter applicare la
nozione di forza ai vari elementi psichici: dal che si deduce che una tale
nozione ha la sua base in una proprietà generale di tutta la psiche, la quale
proprietà come la vita, si rivela immediatamente alla coscienza. Coloro che
hanno creduto di poter ricondurre il senso di forza alle sensazioni muscolari,
non hanno in alcun modo provato come queste possano ottenere il privilegio di
divenire regola e misura di tutte le sensazioni. Se esse sono sensazioni come
le altre, se esse hanno i medesimi caratteri, non potranno dare che effetti
affini, vale a dire. una notizia più o meno precisa delle impressioni che si
producono nelle parti periferiche, in cui vanno a finire le terminazioni
nervose. Da ciò al poter salire al grado che occupa nella nostra coscienza e
nel nostro sviluppo psichico il sentimento di energia molto ci corre: non basta
che talune sensazioni variino in una certa maniera ed in minor grado rispetto
ad altre con cui sono in stretta relazione, perchè le une diventino misura
delle altre. Quelli che hanno attribuito alle sensazioni muscolari l'ufficio di
divenire forma di tutto il contenuto psichico non hanno riflettuto che perciò
stesso venivano implicitamente ad ammettere un'attività o spontaneità
interiore, capace di ordinare e disporre in una certa guisa taluni fatti
psichici rispetto agli altri. L'attività interiore non diviene cosciente
solamente in seguito alle sensazioni muscolari, ma anche in seguito a tutti gli
altri fatti psichici, dai più semplici ai più complessi, nei quali la
contrazione muscolare non ha niente a che fare. La vivacità con cui irrompono
nella fantasia di un artista le imagini di cui egli compone l’opera d'arte e le
varie forme d'intensità con cui reagisce lo spirito agli stimoli esterni sono
altrettante modalità con cui si rivela alla coscienza l’attività interiore.
I’altronde la tendenza ormai accentuata a spiegare il senso dell'attività per
mezzo delle sensazioni muscolari ha un fondamento solido, positivo,
sperimentale, o non è piuttosto un'ipotesi comoda per velare la nostra
ignoranza ? Oramai è notorio che taluni psicologi attribuiscono alle sensazioni
muscolari tutto ciò che non è spiegabile per mezzo delle altre sensazioni
periferiche e in ciò sono seguiti dagl'inesperti, i quali non si domandano se
le sensazioni provenienti da organi come i muscoli possano dare tanti effetti
strordinari. L'argumentum crucis di tali scienziati in fin dei conti è che se
un individuo è reso privo della sensibilità nei muscoli di un arto, non’ può
valutare nè il peso, nè l'estensione, nè la direzione dei suoi movimenti e
nemmeno la forza necessaria per compiere questi ultimi. Ma, domandiamo noi, è
lecito da un tal fatto dedurre che il senso della furza e dell'attività è dato
dai muscoli senz'altro ? Un tal ragionamento non somiglia forse a quello per
cui si considera il pensiero una funzione del cervello, sol perchè pensiero e
cervello mostrano di essere in connessione fra loro ? Se ciò fosse esatto, si
dovrebbe dire che l’idea è una funzione o un effetto della parola, sol perchè
l’idea e la parola che l’esprime sono intimamente connesse fra loro. A noi
sembra più positivo affermare che l’attività dello spirito, come la vita, lungi
dall'essere riposte in una parie sola dell'organismo, compenetrano tutto
quest’ultimo ed hanno bisogno di esso per attuarsi, deterininarsi e
concretarsi, come l’idea dell’artista ha bisogno della materia (marmo, colore,
ecc.) per tramutarsi in qualcosa di reale. Noi certo non possiamo dire, come
credette Maine de Biran ed altri, di aver coscienza immediata dell’energia in
quanto motrice, ma semplicemente in quanto mentale, cioè in quanto sforzo di
volontà per produrre un mutamento di stato : sforzo mentale che si accompagna
1° con una scarica cerebrale di cui si ha un sentimento particolare (senso di
sforzo cerebrale); con una corrente centrifuga attraverso l'organismo, della
quale non abbiamo coscienza; 3° con movimenti muscolari che ci sono noti per
via di sensazioni afferenti. E ciò che esiste nella coscienza non è il
movimento come mutamento di relazione nello spazio, ma il principio reale del
movimento, il suo fondo interno, cioè un'azione od una reazione che ha per
conseguenza dei cambiamenti interiori e dei cambiamenti locali. Il movimento
effettuato è una rappresentazione della memoria, la quale ha bisogno di essere
interpetrata. Coloro che credono di poter fare a meno di ammettere una forma di
attività originaria dello spirito, credono di poter spiegare l’azione che ha la
volontà sul corso delle idee mediante le ordinarie leggi dell’associazione.
Essi dicono p. es. : se noi intendiamo di modificare. o di mantenere o di
sviluppare una serie di pensieri determinati, noi non dobbiamo far altro che
richiamare per via di associazione quelle impressioni che ci sembrano utili al
nostro scopo : impressioni di natura differente, se si tratta di cacciar via o
d'interrompere un seguito di ricordi, della stessa natura quando noi
desideriamo di fortificare e di sviluppare le associazioni, alle quali ci siamo
fino allora applicati. Jl sentimento di sforzo per costoro è connesso col
conflitto delle idee e dei motivi, il quale deve produrre la preponderanza di
uno di essì. Tale sentimento di sforzo nou può che essere l’appannaggio
dell'attività dei centri sensoriali e dei loro annessi concorrenti
all'esercizio dei nostri processi intellettuali. Ognuno vede qual'è l'errore di
‘ coloro che ragionano nel modo sudetto ; essi elidono la difficoltà che è
riposta appunto nel dover dar ragione della nostra capacità di richiamare in
soccorso quelle impressioni che ci fanno comodo (1): essi ammettono come
provato quello che era appunto da provare, la possibilità di dire io voglio , e
quindi di interrompere un dato corso di idee e di cominciarne un altro o di
sviluppare quello già esistente. Nel passaggio dallo stato di- distrazione a
quello di attenzione vi è aumento di lavoro, vi è dunque trasformazione di
forza di tensione in forza viva, di energia potenziale in energia attuale : ora
è questo un momento iniziale molto differente dallo sforzo sentito che è un
effetto. Il rapporto del desiderio colla sensazione piacevole o dolorosa
costituisce la reazione della volontà ed in quanto noi riteniamo ciò che è
piacere e respingiamo ciò che è dolore abbiamo un senso di sforzo volontario,
di sforzo mentale che è ben altra cosa dello sforzo ordinariamente sentito.
Tale momento iniziale è precisamente la volizione, la tensione del desiderio
dominante, la vera attenzione : è qui la coscienza dell'attività; mentre il
preteso sforso sentito non è che la sensazione della resistenza degli sforzi
contrari al nostro e differenti da esso. La coscienza della passività o della
resistenza subita risponde alle sensazioni venute dai muscoli. Cosi anche
l’attenzione muscolare non è che quella, la quale, avendo incontrato una
resistenza, è obbligata a riflettersi su sè stessa, divenendo più chiara, più
distinta, come nota il Fouillée (2). Non ogni forma In tanto lo spirito, dice
Emanuele Hermann Fi.:hte, può prenlere un dato in'lirizzo, in quanto può
volgere il sorso dell: sue idse nel senso che maggiormente lo interessa ; ora
l'interesse non è che una tendenza, una direzione dell'attività volitiva che se
si trova in rapporto soltanto col g‘ado di chiarezza cosciente può essere
chiamata attenzione volontaria dipendente dall’intenstà di dati fatti psichiri.
Revue phlosoqhique. d'attività però si può ricondurre alla ripercussione
dell'ostacolo. Non va dimenticato che l’attività di cui abbiamo coscienza in
modo permanente in mezzo a’ tutti i mutamenti può essere rappresentata da noi
solo dopo che è stata apapplicata a produrre determinati effetti, nel qual caso
diviene tale o tal altro sforzo ; e di ciò si comprende la ra | gione:
l’azione, rappresentando il fattore subbiettivo che concorre alla produzione di
un fenomeno, è cosa soggettiva per sua natura e deve quiudi sfuggire alla
rappresentazione propriamente detta. Volersi rappresentare obbiettivamente
l'azione subbiettiva è come voler rappresentarsi l’attività sotto la forma
della passività. Ferrier e Ward dissero già che non è esatto nemmeno affermare
che noi ignoriamo i caratteri dell'attività, giacchè non vi può essere ignoranza
se non di ciò di cui si può acquistare scienza: questo noi possiam dire, che
abbiamo coscienza immediata del subbiettivo, dell’attività. Del resto valenti
filosofi affermarono le mille volte che la critica della conoscenza riconosce
due limiti, ciò che è troppo lontano da noi (Assoluto) e ciò che è troppo
vicino a noi, troppo noi stessi per esser posto dinanzi a noi. Il soggetto è
presente a sè stesso, ma non è rappresentato a sè stesso: noi siamo certi di
esistere e di vivere, ma non possiamo rappresentarci in modo astratto e
generale che cosa è esistere e molto meno che cosa è vivere. È Münsterberg, se
non andiamo errati – Grice: “In fact, the first was Cicero!” -- , il primo ad
emettere l'opinione che l’unico fondamento psichico delle nostre misure d’intensità
è la sensazione mus colare, in quanto ogni misura riflettendo o la estensione,
o la durata o la massa, la stessa non è possibile che sulla base della
sensazione muscolare. Misurare è constatare l’esistenza in maggior quantità nel
tutto, in minor quantità nelle parti di un elemento identico; ora in ogni
percezione la sensazione muscolare è il solo elemento che quando si divide in
parti l'oggetto della percezione stessa, sì ritrova in ciascuna parte, ma in
minor quantità che nel tutto. Ciascun pezzo di carta rossa, p. es., dice il
citato autore, resta tanto rosso quanto tutt’intera la carta, e però il rosso
del tutto non può essere misurato per mezzo del rosso di un pezzo preso come
unità. D'altra parte ogni sensazione provocando una reazione centrifuga
muscolare, al solito s'associa con una sensazione determinata di tensione
muscolare che vale a conferirle un dato grado d’intensità e nello stesso tempo
a renderla misurabile. Solo la sensazione muscolare offre il carattere della
sensazione debole contenuta nella forte, giacchè l’una e l'altra non sono
qualitativamente differenti, ma differiscono solo per la durata ed estensione.
C'è stato chi a tale teoria esclusiva e si può dire anche Minsterberg, Beitrige
zur experimentellen Psychologie H. III.Freiburg. eccessiva del Miinsterberg ha
rivolto delle obbiezioni, notando come anche per altre sensazioni si possa dire
che la debole è contenuta nella forte (es. : gusto, odorato, senso terinico
ecc.), tanto è vero che quando uno tocca l'acqua d'un bagno caldo con la mano
prova una sensazione di calore molto meno forte che quando visi immerge tutto
intero dentro. Inoltre, ed è questa l’obbiezione più seria, se veramente solo
le sensazioni muscolari potessero essere misurate, ne conseguirebbe che le
altre non lo potrebbero in alcun modo, il che non è; è innegabile, infatti, che
vi è l’equivalente di una misura diretta del calore per mezzo del calore, come
si verifiva quando noi paragoniamo diversi gradi di calore a cul ci troviamo
sottoposti. Ora supponendo che nella pratica solamente le sensazioni muscolari
associate alle altre potessero essere misurate, il principio che a ciù ci
autorizzerebbe sarebbe il postulato che le variazioni delle sensazioni
specifiche sono sottomesse alle medesime leggi delle variazioni muscolari a
loro corrispondenti. In tal guisa si presuppone che gli aumenti di calore
progrediscano secondo una legge identica a quella della progressione della
dilatazione: si presuppone non solo la misura diretta delle dilatazioni, ma
anche la misura diretta o la comparazione delle temperature fra loro. E poi, se
i gradi d'intensità sono delle qualità, se le intensità delle sensanzioni
muscolari si riducono a variazioni nella durata, se non vi è posto per le
intensità delle sensazioni particolari, perchè anche nel linguaggio comune sono
distinte nettamente le intensità, le qualità e le durate? Donde viene la
nozione d’intensità e con qual diritto si può più parlare della intensità dello
stimolo ? Si aggiunga che il Munsterberg non distingue sufficientemente
l'intensità della sensanzione muscolare dalla percezione dell’ampiezza del
movimento effettuato. Or tali divergenze non devono essere considerate come
senplici opinioni contradittorie, atte a provare soltanto la difficoltà delle
indagini psicologiche e la impossibilità di giungere a risultati positivi :
esse per contrario di:nostrano come attualmente s’imponga alla mente del
filosofo l'’esigenza di considerare e di valutare i rapporti esistenti tra i
fatti psichici e l'a‘tività originaria dello spirito. Il Miinsterberg ha
ragione fino a tanto che ricerca nella estrinsecazione della spontaneità dello
spirito la misura comune di tutti i fenomeni psichici, i quali effettivamente
in gran parte, com'è stato luminosamente provato dal Berg. son, presentano
delle differenze di qualità più che d'intensità o di quantità. E se noi ci
limitiamo a considerare la mente come una coordinazione di vari elementi
psichici, di varie sensazioni rispondenti agli stimoli esterni, non ve. diamo
realmente la possibilità di arrivare alla nozione del l'intensità di varie
sensazioni appartenenti ad un medesima senso specifico e molto meno vediamo la
possibilità di paragonare le intensità di sensazioni specifiche differenti.
Ond'è che per noi il merito del Miinsterberg è di avere intraveduto due verità
: 1° che la valutazione e la misura dei varî gradi d’intensità di una
sensazione è possibile solamente ammettendo nel fondo un’unità coordinatrice
che renda possibile il riferimento tra cose differenti; 2° che questa unità si
rivela mediante la percezione immediata della propria attività. Ma il suo
errore comineia quando crede di poter ridurre tutta l'attività psichica al
movimento (senso muscolare), il quale non ne è che uno dei fenomeni
concomitanti, ovvero consecutivi. Ciò non esclude però che qualche volta in via
indiretta possa il senso muscolare esserci di valido aiuto nella comparazione
dell'intensità di sensazioni provenienti da sensi diversi. Infatti, delle
sensazioni di luce, di suono, di peso di un dato grado d'intensità sono state
paragonate da una parte coi moviinenti del braccio e dall'altra coi movimenti
degli occhi; e sì è ottenuto il risultato che l'aumento dei movimenti coincide
con quello dell' intensità degli stimoli: vi è rapporto adunque tra
l’accrescimento dell'intensità propriamente detta e quello della reazione
muscolare concomitante. In ogni caso però non si può limitarsi a considerare le
sensazioni muscolari come misura dell'intensità delle altre sensazioni, se non
ponendo ‘ il postulato che ciò che è vero di esse sotto certi rapporti lo è
anche delle altre sensazioni. La valutazione dell'intensità presuppone
un'attività originaria differenziatrice e insieme assimilatrice la quale da una
parte distingue qualitativamente gli effetti prodotti da varî stimoli sugli
organi dei sensi e tutti i fatti psichici aventi come concomitanti fenomeni
organici diversi, e dall'altra stabilisce, intuendoli, quei rapporti dati
dall’identità o somiglianza della forma ed estensione della reazione psichica
agli stimoli esteriori. Noi non potremmo valutare come gradi differenti
d’intensità le sensazioni appartenenti ad un medesimo senso, nè potremmo
stabilire dei rapporti tra le intensità di sensi differenti, se non fossimo in
grado di avere una percezione immediata dell'attività psichica che pur essendo
unica e identica nel fondo, spiega in guise differenti la sua azione a seconda
delle numerose e variabili circostanze. Per la rappresentazione il movimento è
fin da princinio un continuo cangiamento di luogo; quindi l'origine sur deve
ricercarsi nelle sensazioni geometriche, visive e tattili, e specialmente in
quelle che conferiscono ad esse la continuità, l’uniformità e la misura, cioè
nelle sensazionmuscolari. Queste si dicono e sono sensazioni di movi mento; ma
da ciò non si potrebbe conchiudere che il movimento sia una sensazione. Se esso
è un'intuizione coordinata con quelle del tempo e dello spazio, che non sono
sensazioni, se la sensazione muscolare per se stessa è una pura successione
interna, il movimento non può essere il suo con tenuto immediato più di quello
che possa essere il contenuto immediato delle sensazioni uditive, Le sensazioni
muscolari diventano dunque sensazioni di movimento, come diventano sensazioni
di spazio; e poiché esse sono anche il fattore psicologicn più importante delle
percezioni di spazio, si vede come la coordinazione delle intuizioni dello
spazio e del movimento risulti anche dalla loro origine psicologica. La quale,
a volerla studiare più a fondo, si mostra dipendente da varie condizioni.
Anzitutto, perchè ci sia percezione di movimento, occorre che il mobile e lo
spazio (visivo o tattile) restino identici, almeno quanto è necessario, perchè
sia conservato un punto di riferimento, dal quale si possa apprezzare il
cangiamento di luogo. Se tutto mutasse nella stessa direzione, lo spazio e il
mobile, non ci sarebbe percezione di movimento. Inoltre bisogna che il
cangiamento di luogo sia insieme continuo e percettibile. Continuo, perchè se
vedessimo una cosa ora in un luogo, ora in un altro, senza vedere il passaggio,
non potremmo avere percezione di movimento, ma solo argomentarlo qualora
avessimo già idea di quello che è il movimento. Percettibile, perchè se non ci
riuscisse di vedere cangiar luogo, ma solo di vederlo cangiato, non ci potremmo
formare la prima volta l'idea del movimento. Continuo e percettibile insieme,
perchè la continuità senza la percettibilità sarebbe immobilità apparente, e la
percettibilità senza la continuità sarebbe cangiamento di luogo senza
transizione. E non basta, perchè nasca l’idea del movimento, il continuo e
percettibile cangiamento di luogo d'un oggetto su un fondo invariabile; bisogna
ancora che la coscienza ponga unità tra i luoghi, e tra essi e il mobile.
Siccome il movimento è il rapporto di due o più collocazioni che si succedono
con continuità, accade per esso quello che accade pel tempo, che la sua
rappresentazione suppone la funzione unificatrice della coscienza o del
sentimento dell'organismo. Queste sono le condizioni generali dell'origine
della rappresentazione del movimento, ma ce n'è un'altra, costante anch'essa,
ma che può subire piccolissime variazioni da individuo a individuo, ed anche
nello stesso individuo per effetto dell’esercizio, e che possiamo designare col
nome di limite della percettibilità. Cotesto limite dipende dalla misura
individuale del movimento come rapporto del tempo e dello spazio, la quale è
nna grandezza finita, che non può misurare qualunque movimento oggettivo, ma
lascia senza misura, e quindi senza percezione corrispondente, tanto i
movimenti estremamente lenti quanto gli eccessivamente rapidi. Non vediamo
crescere il filo d'erba, nè volare il proiettile; e non avremmo nessuna
percezione di movimento tanto se la nostra misura individuale fosse troppo
grande quanto se fosse troppo piccola ; nel primo caso i tempi geologici ci
parrebbero un istante, nel secondo qualunque successione ci parrebbe infinita.
E poichè per apprezzare una successione, e quindi anche un movimento, è
necessaria una certa continuità nella coscienza, così la nostra misura soggettiva
deve avere una certa grandezza, che non corrisponde a nessuna misura che sia
oggettivamente asso luta, ma che è rispettivamente somma o parte delle
grandezze oggettive minori o maggiori. È facile intendere che quella che è
un'unità di misura indivisibile per la sensibilità, non è tale oggettivamente o
per l'intelligenza. In questa unità l'elettricità p. es., percorre uno spazio
grandissimo, e l'accrescimento di una pianta secolare percorre uno spazio
piccolissimo. Quindi noi giudichiamo che si è svolta nel primo caso una serie
di unità obbiettive che sono parti dell'unità soggettiva, e che nel secondo
caso questa è una frazione di quella. Di qui si vede che il movimento non solo
non è una sensazione, ma non è neppure una conoscenza, una rappresentazione, la
cui origine si possa riportare interamente all'esperienza. Certo la misura
psicologica dipende dall'organismo, ed è impossibile che sia la stessa pel
pachiderma 19ole e rmen = _r___ror _ rr m1r.rr E ::]5h5I:5D anch'esse il
risultato di un processo in cui l'intelligenza e la cultura figurano come
fattori determinanti. É notorio d'altra parte che le rivoluzioni compiute nel
campo della scienza a lungo andare. finiscono per mutare anche il punto di
vista morale e religioso. Il fatto è che in ogni religione va distinto
l'elemento invariabile ed inalterabile da quello caduco e variabile, ma ì detti
due elementi nello svolgimento della vita religiosa sono inseparabili e
s'influenzano a vicenda: è soltanto la nostra facoltà di astrarre che viene a
separarli ed a considerarli isolatamente. Così l'evangelo stesso, è vero, non
involge alcun sistema cusmologico ; ma involge bene un giudizio intorno al
valore della vita e dello spirito umano. L’ amore per il prossimo, lo spirito
di sacrificio non son fondati forse sull’idea dell’eguaglianza degli uomini e
sul concetto che l'io è nulla di fronte al Tutto ? Ora i concetti
dell’eguaglianza degli uomini e della piccolezza dell'io non rappresentano per
una parte un portato della Ragione e non poggiano sopra una base speculativa?
Del pari chi vorrà più sostenere che la filosofia socratica non ha un
fondamento metafisico, quando Socrate stesso ci parla della sua preparazione
speculativa? Sicchè possiamo dire che è bensi vero che la religione ha la sua
radice nel cuore uinano, ma ciò non implica che essa sia un prodotto esclusivo
del sentimento: perchè il cuore abbia e riconosca in sè tracciate le vie da
seguire, occorre bene l’azione dell'intelletto, in quanto quello non fornisce
una specie di rivelazione immediata e prodigiosa, ma anch'esso si forma ed alla
sua determinazione concorrono parecchi fattori, tra i quali l'intelligenza.
Anche nel modo di concepire la finalità il Paulsen appare dominato dal
preconcetto del sistema. Egli, infatti, afferma che la veduta teleologica è un
prodotto del sentimento e della volontà e non dell’intelligenza : ora se egli
intende dire con ciò che la concezione teleologica non è conoscenza nello
stretto senso, ma contemplazione, ha ragione ; ma in tal caso, è necessario
osservare che il bisogno del sistema della razionalità del reale, al quale
risponde appunto la considerazione teleologica, è un bisogno eminentemente
intellettuale, e non un bisugno puramente subbiettivo ed arbitrario. La veduta
teleologica è la sola forma possibile di rappresentarsi il tutto e di superare
l’infinità mostruosa del naturalismo meccanico che nega ogni natura ideale
della realtà. Se l’esperienza ci presenta realmente un ordine di fenomeni che è
un ordine di valori pel pen| siero, non c'è ragione di ritenere che quest'ordine
non sia una cognizione, solo perchè non sappiamo determinatamente come l’ordine
causale, effettuandolo, si subordini ad esso e gli serva. Possiamo noi forse
pensare un'altra maniera di esistenza oltre quella che è soltanto, e quella che
è e _ 8a di essere e vuole, e crea dal suo sapere e volere un mondo superiore a
quello della semplice natura? Edè egli possibile di non scorgere un progresso
dall'una all'altra forma d'esistenza, un progres;o che pone in ordine di valori
razionali una serie di fatti e di forine naturali ? Questo valore
dell'esistenza dipende forse dal modo di sentire di un individuo ? Non è
piuttosto anch'esso un fatto, la cui constatazione (giacchè non è possibile la
determinazione del modo d’operare della finalità) figura già per sè come una
forma di cognizione ? Veramente qui le idee del Paulsen non sono chiare ed anzi
in un certo senso sembrano contradittorie. Da una parte egli dice che la cone
cezione teleologica è un prodotto delsentimento e del volere individuale (del
volere e del sentimento del soggetto umano che si trova di fronte Dopo tutto
quello ‘che precede non abbiamo bisogno di. spendere molte parole per discutere
del rapporto posto dal Paulsen tra la filosofia e la religione, e tra la
filosofia e le scienze particolari. Una volta che lo spirito umano è uno e che
le sue funzioni non sono compiute maiisolatamente, quando si vuole determinare
il compito della filosofia rispetto a quello della religione non basta
affermare che quest'ultiina risponde alle esigenze dell’emotività, mentre la
prima a quelle dell'intellisenza. Nella filosofia vi è il momento
dell’emotività e del volere come nella religione vi è necessariamente il
momento della conoscenza. Si tratta appunto di determinare fino a che punto ed
in che senso il momento della conoscenza interviene nella religione e quello
del sentimento nella filosofia. Ora noì di passaggio notiamo che mentre per la
filosofia il fine ultimo è la conoscenza, ond’essa mira appunto a trascrivere
in termini di conoscenza le esigenze emotive e le aspirazioni del volere,
formando un tutto armonico intelligibile, per la religione lo scopo è di
trovare un appagamento ai bisogni dell'animo per il che si serve della
conoscenza come di mezzo appropriato a raggiungere il suo intento. Ciò che.
all'universo) e dali’ltra crede di poter dare una certa idea del modo di
operare del principio teleologi:0, riferendosi a ciò che ci presenta
l’esperienza interna in quei casi in cui la nostra attività raggiunge un dato
< risultato (fine), senza che esista alcuna rappresentazione dello scopo a
cui inconsciamente essa tende (Zielstrebigkeit). Egli si riferisce ad una tale
esperienza in forza del parallelismo psicofisico e dell’animazione universale
da lui ammessa, Noi osserviamo che una volta ammesso che l’attività opera in
modo cieco, non è possibile parlare di cognizione te leologica vera e propria,
ma di contemplazione nel senso di Kant e di Lotze. in un caso vale come mezzo e
come un momento subordi. nato, nell’altro diviene fine 0 momento essenziale.
Quanto al rapporto poi della filosofia colle scienze particolari osserviamo che
è impossibile confondere il compito della filosofia con quello delle scienze
per due ragioni: 1° Non è vero che le singole scienze si possano e sì debbano
occupare dei presupposti da cui le loro indagini prendono le mosse, che, p.
es., la fisica si debba occupare della natura dello spazio e della materia. La
filosofia bensi ha bisogno di fondarsi sulle leggi e propretà scoverte dalle
scienze, ma elabora i detti risultati a suo modo, ed elaborandoli, li
trasforma. Quel che è certo è, che si può essere . scienziati senza esser
filosofi, ma non si può essere filosofi senza avere una base scientitica. 2° Il
cultore di una scienza particolare non varca quasi mai i limiti della propria
specialità e, se li varca, rimane sempre entro i limiti delle scienze vicine ;
non mira mai a ricercare il nesso, il rapporto che esiste tra i vari ordini di
sapere, sia di quelli che sono affini tra loro che di quelli che sono lontani;
ora ciò fa appunto il filosoio. Ciò che vi ha di esatto nell'opinione del
Paulsen è che il vero in ogni parte del nostro sapere sta in un processo di
approssimazione indefinità ad un ultimo senso, ad un significato delle cose
impossibile a conseguirsi da noi, e che i sistemi metafisici non sono, come
direbbe il Barzellotti, che le cèntine immense su cui i grandi . architetti del
pensiero voltano uno dopo l' altro l’ edificio ideale compiuto dal sapere del
loro tempo. Notiamo infine che una volta ammessa quale parte della filosofia la
metafisica, come si può dire che la biologia, la fisica e la chimica sono anche
parti di quella? Ciò che LA FILOSOFIA DELL'ATTIVITÀ 453 vi ha di filosofico in
dette scienze è preso dalla metafisica. Il compito della filosofia è sciogliere
il problema nella sua totalità. La filosofia pertanto ha un obbietto proprio e
non è più lecito affermare che essa sia una semplice sintesi riassuntiva del
lavoro compiuto dalle altre scienze. Dall'impossibilità di derivare il fenomeno
fisico dal fatto psichico e questo da quello il Paulsen fu tratto ad ammettere
il parallelismo psico-fisico e quindi l’ animazione universale, con cui egli
volle esprimere evidentemente l’unità fondamentale della natura e dello
spirito. Ora si domanda: Vi è una vita psichica superiore, più elevata, più
comprensiva, come ve ne è una di grado inferiore a quella d'ordinario ammessa ?
Il Paulsen risponde di sì ed è questo, a noi pare, uno dei punti importanti, o
almeno caratteristici, della sua metafisica. Per risolvere una tale questione
occorre tener presenti i criteri che noi abbiamo per giudicare della realtà
psichica. Noi sappiamo che tanto più di realtà una cosa ha quanto più di valore
possiede e quanto più di forza, di efficaciaè atta a spiegare: così noi siamo
disposti ad ammettere un volere ed una coscienza collettiva, perchè noi siamo
in grado di constatare gli effetti che essi producono sulla vita degl'individui
e sullo svolgimento della società: per contrario le unità psichiche d'ordine
superiore, quali vengono ammesse dal Paulsen, che effetti psichici producono ?
Per quanto sappiamo noi, nessuno. I fenomeni esterni che noi osserviamo nella
vita degli astri in genere, avranno anch'essi il corrispettivo interiore, ma
questo sarà di natura semplice ed elementare, come sono i fenomeni esterni
(movimenti più o meno complicati) da essi presentati. Quale ragione noi abbiamo
per ammettere una vita psichica differenziata, complicata ed insieme armonica
negli astri? Se per lo svolgimento dello spirito è richiesto un sostegno
esterno così complesso, se in tutta la distesa dell'esperienza la natura è
giunta a maturare in sè il frutto dell’esistenza spirituale quale a noi
attualmente e nel processo storico si presenta, se la vita spirituale ha
bisogno di svariati istrumenti complessi (tra 1 quali basta citare il
linguaggio che rappresenta una delle condizioni di essenziali ogni forma di
esistenza psichica d'ordine elevato), con che dritto attribuiamo noi una vita
psichica superiore agli astri, iquali si presentano cosi monotoni e
indifferenziati nel loro modo di operare ? Notiamo in ultimo che
l'argomentazione a cui è ricorso il Paulsena tal proposito è quella per
analogia; ma ognuno sa che questa in tanto ha valore in quanto i caratteri
riscontrati simili in due serie di fatti sono essenziali; ora tra i fenomeni
presentati dai pianeti e quelli presentati dagli esseri spirituali veri e
propri non si può in alcun modo dire che vi sia corrispondenza essenziale.
Passiamo alla teoria della conoscenza. Si è veduto che la parte essenziale
della (inoseologia del Paulsen è che in un punto solo conoscenza e realtà
coincidono, vale. a dire nella coscienza, giacchè i fatti interni noh possono
essere fenomeni, ma sono la sola e vera realtà. I fatti psichici, infatti, in
tanto esistono in quanto sì rivelano alla coscienza; la loro natura sta tutta
appunto nell' apparire nella coscienza la natura del pensiero è tutt’ una collo
sperimentare e coll’avvertire il pensare, come la natura del sentire è tutt'una
collo sperimentare e coll’ avvertire il sentire. È impossibile, in altri
termini, separare la vita psichica dall’avvertimento della stessa, come è
impossibile separarla da ogni forma d’'interiorità : togliete questa ed avrete
per ciò stesso annullato la vita psichica vera e propria. D'ultra parte per
poter affermare chei fatti psichici suno fenomeni bisogna ben sapere in
rapporto a chi possono essere essi feno meéni; e per tal via non sì viene ad
ammettere come a3sodato ciòche è un problema, vale a dire l’esistenza
dell'anima come sostanza semplice ? Ma da ciò consegue forse che di reale nella
vita psichica non vi siano che i singoli fatti psichici, quali le
rappresentazioni, i sentimenti, come mostra di credere il Paulsen? A noì non
pare: invero, ciascun fatto psichico, esso sia una rappresentazione o un
sentimento o qualsiasi altro elemento, lungi dal rivelarsi qualcosa di
semplice, d’ irriducibile, di primitivo e d'indipeudente, si manifesta come
qualcosa di derivato dalla cooperazione di parecchi fattori, tra i quali
primeggia il soggetto, intendendo per questo ciò che costituisce il punto di
appoggio, il punto di riferimento, e quindi il fondamento e il sostegno di ogni
singolo fatto psichico. L'esistenza del soggetto figura ‘come la condizione
essenziale del prodursi di un fatto psi. chico. Ciò è stato riconosciuto anche
da coloro che negano la realtà del soggetto; ma essi hanno cercato di eludere
la difficoltà, dicendo che il punto di riferimento del nuovo fatto psichico è
dato dall’insieme della vita psichica svoltasi per lo innanzi: se non che va
osservato che si vada indietro quanto si vuole, bisognerà bene arrivare al
punto in cui il primo fatto psichico si presenta: ed in questo caso è evidente
che è presupposta del pari l'esistenza del soggetto, l'esisteuza di qualcosa
d'interno che non può più consistere nell’ insieme dei fatti psichici
antecedentemente svoltisi. Da tuttociò emerge chiaro che non è possibile
considerare i singoli fatti psichici come i soli elementi reali, giacchè
presuppongono necessariamente qualcosaltro che concorra alla loro produzione;
in caso contrario si rimane chiusi in un circolo; per dar ragione dei singoli
fatti psichici si ricorre ail'esistenza di un soggetto, all’ esistenza di un
punto di riferimento, e dall'altra parte per dar ragione di quest'ultimo si
ricorre ai sentimenti, alle rappresentazioni. Aminessa come innegabile la
realtà del soggetto, si può domandare quale concetto dobbiamo noi formarcene :
ora noi crediamo che tale questione non si possa risolvere altrimenti che
ricorrendo a similitudini, ad analogie atte a farci intendere che la realtà del
soggetto non deve essere ri posta in una sostanza semplice, in una
sostanzaatomo, in un'ipostasi insomma, ma in quel qualcosa che rende possibile
l’esistenza delle parti che costituiscono la vita psichica. Noi per denotare
questo qualcosa siamo costretti a ricorrere ad espressioni vaghe ed
indeterminate, come la parola sostanza, le quali sono soltanto valide a celare
la nostra ignoranza. Allo stesso modo che la lingua non è reale come semplice
aggruppamento di suoni e di parole, le quali, anzi, in tanto esistono in quanto
vi è la funzione del linguaggio, ailo stesso modo che un organismo non figura
come il puro risultato dell’ aggruppamento delle sue parti, le quali anzi
presuppongono l’attività del germe da cui si svilappano, così l’anima lungi dal
risultare dall'insieme dei fatti psichici va considerata come ciò che rende
possibile l’esistenza di questi. La realtà vera e piena non appartiene agli
elementi ultimi acuisi perviene mediante l'analisi, ma al tutto, o meglio,
all'universale concreto e individuale, il quale può essere considerato come
funzione di un universale concreto più elevato e questo di un ultro universale
più elevato an‘cora fino a giungere alla Totalità che tutto in sè comprende.
L'anima, si dice, è null'altro che la sintesi delle forze o potenze psichiche,
vale a dire dei fatti psichici possibili; d'accordo: ma chi dice sintesi dice
perciò stesso attività sintetizzatrice, perchè altrimenticome avverrebbe tale
sintesi? E forse da sè stessi, ez /eye che gli elementi dei tatti psichici si
riunirebbervo 2? Non basta : si dice inoltre: L'unità dei fatti psichici
riferentisi l'uno all’ altro, richiamautisi, implicautisi a vicenda, ecco che
cosa è l’anima: ma tuttociò non trae seco la conseguenza che l’anima è più che
un semplice aggruppamnento di tatti psichici ? Perchè un fatto psichico possa
richiamarne un altro, bisogna che vi sia qualcosa che colleghi entrainbi,
bisogna che un'identità tondamentale sia il sostrato di entrambi: e per
convincersi di ciò basta pensare che anche i collegamenti spaziali e temporali
in tanto sono possibili in quanto vi è un soggetto capace di ordinare le
rappresentazioni appunto secondo l’ordine spaziale o temporale. Dall'inerire di
a, 6, c, ad A, domanda il Paulsen, conse gue forse la coscienza delle loro
unità ? Certamente, rispondiamo noi, posto che A abbia la coscienza, comunque
il’ rapporto intercedente tra i fatti psichici e il soggetto non sia nient'
affatto un rapporto d'inerenza. Dire che cosa. è la coscienza è impossibile,
essendo essa un fatto nltimo e irriducibile: dire che è attività, forza,
sintesi, riferimento e distinzione ecc. equivale a metterne in evidenza delle
note, ma non a significare che cosa in realtà sia. Osserviamo infine che il
Paulsen sembra quasi che riconosca il suo errore, quando a proposito dell'anima
esce. in affermazioni come questa: Il tutto precede le parti, l’Anima non è un
Compositum ecc. Ora in tal guisa evidentemente abbiamo due’ concezioni
dell'anima chenon possono per nessuna via concordare insieme : se essa. non è
un aggregato, un compositum , non è lecito affermare che la realtà competa
soltanto ai singoli fatti psichici, quali le rappresentazioni, iî sentimenti,
ecc. Se il tutto precede le parti, come si può negare la realtà del soggetto,
come si può asserire che l’Anima è un' ipostasi a seconda potenza? Per ciò che
concerne l'Etica del Paulsen, cominciamo dall’osservare che il principio
fondamentale di essa si trova. in contraddizione con l'essenza della moralità
quale è in-. tesa dall'Autore, Se, infatti, la morale è una produzione del
volere e del sentimento e non della intelligenza umana, come mai si può
affermare che la valutazione degli atti” si riferisce sempre agli effetti da
questi prodotti ? In tal caso l'essenza della morale è intellettualistica in
quanto la considerazione degli effetti delle azioni è un processo
essenzialmente intellettuale. Nè vale il dire che occorre far distinzione tra
vita morale e scienza della vita morale, giac-chè prima di tutto la base della
valutazione degli atti è un elemento della vita morale nella coscienza umana,
in cui la riflessione, non si disse, agisce sulla volontà ; poi una delle due,
o la considerazione del fondamento obbiettivo dell'imperativo morale, vale a
dire la considerazione del tine ultimo verso cui tende lo sviluppo della
moralità obbiettivamenie considerata, è da riguardare sempre ed in ogni caso
motivo pressochè esclusivo dell'operare morale (nel qual caso è giusto fondare
il giudizio valutativo sui risultati etfettivamente raggiunti mediante le azioni
morali), ed allora non è più lecito parlare dell’ esistenza della vita morale
indipendente dalla conoscenza, chè anzi in tal caso la moralità è fondata sulla
conoscenza e sulla riflessione ; ‘ovvero la vita morale si è in certa guisa
svolta indipendentemente dalla considerazione degli effetti delle azioni,
‘considerazione, la quale si è rivelata soltanto a chi si è posto a riflettere
sull'insieme della vita morale, ovvero cioè gl’ individui hanno cominciato
coll'operare in un dato modo per seguire gl’ impulsi del loro animo, senza aver
di mira ‘alcun risultato obbiettivo che è divenuto evidente solo
posicziornente, e allora ia veduta teleologica non ha nell'Etica un ufficio
differente da quello che ha nella scienza in genere. In questo caso non è
ragionevole fondare la valutazione degli atti morali sugli effetti obbiettivi.
Ed anche qui la considerazione teleologica non è una conoscenza nello stretto
senso della parola, ma è una forma di ‘contemplazione. L'Etica del Paulsen
rimane impigliata nel suddetto dilemma. Il Paulsen ha ragione di respingere il
puro formalismo kantiano, in quanto l'analisi dello spirito umano. mostra che
la volontà non può entrare in azione se non avendo in vista un fine determinato
e concreto, ma ha torto di affermare che la valutazione morale debba essere
fondata soltanto sulla considerazione degli effetti consecutivi all’azione,
senza tener conto della natura propria del volere (ovvero tenendone conto in
modo secondario e subordinato). La volontà non è qualcosa di accessorio alla moralità,
nè questa è fuori della volontà, allo stesso modo che il bello non è al di
fuori dell'anima che lo sente e lo gusta. E mentre il prodotto artistico va
giudicato alla stregua dell’ emotività estetica umana (sensoestetico), il fatto
morale senza cessare di essere tale, non può essere considerato a parte dalla
determinazione del volere che gli diede origine: e ciò perchè l'essenza del
fatto estetico è nell’emozione estetica, mentrechè l'essenza di quello morale è
nel volere. Un fatto staccato dal volere che l’ha determinato non può mai
essere obbietto di un giudizio morale, come un bello che non è sentito non può
essere oggetto di un giudizio estetico. In tanto è lecito parlare di moralità
in quanto è in causa il volere che è quanto di più intimo abbia l'uomo, in
quanto è in causa l’uomo stesso: e la considerazione degli effetti di un'azione
in tanto può entrare nel giudizio valutativo degli atti umani in quanto gli
effetti spesso, ma non sempre, sono: l’espressione del volere, sono il volere
umano obbiettivato. L’Etica non si può limitare ad esaminare semplicemente la
forma del volere e dell’ operare umano, ma deve anche prendere in
considerazione il contenuto di questa, vale a dire il fine da raggiungere
mediante il volere e l’azione. Ora lo scopo dell'attività umana non può essere
determinato che con la guida della necessità morale e non può essere valutato
che in base alle norme morali stesse. Per il che occorre che all'attività umana
venga proposto non un fine qualsiasi, ma uno che sia in armonia colla naiura
propria dell’uomo. Onde è che l’esperienza, il fatto cioè che questo o
quell’individuo in questa o quella circostanza sì è proposto un dato fine e
l’ha raggiunto, non ci autorizza niente atfatto a considerare senz’ altro lo
stesso fine come morale e come degno di essere ricercato; è necessario per
contrario che il detto scopo sia fondato necessariamente sulla natura dello
spirito umano e derivato dalle leggi priori dello stesso. La psicuiogia potrà
fornirci un'interpretazione adeguata della natura di queste leggi, ma nulla
potrà dirci del loro valore e della loro importanza. In sostanza noi possiamo
dire che ogni precetto morale O giuridico contiene ad uno stesso tempo elementi
empirici ed a priori. Il contenuto particolare e determinato non può esser
fornito alle norme etiche che dai bisogni e dalle contingenze in cui l’uomo si
può trovare, mentre i caratteri dell’universalità, della necessità e della
obbligatorietà non possono ad esse venire se non da questo che le varie forme
dell'attività umana vengono considerate come processi e stati aventi la loro
origine e il loro svolgimento in esseri ragionevoli e liberi. Non altrimenti
che noi consideriamo come logicamente necessario solu ciò che, seguendo le
regole del pensiero logico, deriva da dati presupposti, così diciamo moralmente
necessarie quelle maniere di operare che per necessità logica derivano dai
seguenti presupposti: che l’uomo è un essere ragionevole e che la parte
spirituale della sua natura paragonata con quella animale, non solo ha un valore
maggiore, ma ne ha uno incondizionato. Quanto più l'individuo riconosce tale
necessità, tanto più squisito è il suo senso morale e quanto più la condotta di
una persona si lascia guidare dal sentimento della medesima necessità, tanto
più moralmente puro sarà il suo operare. L'adempimento del proprio dovere
produce la pace dell’anima appunto perchè in tal caso la condotta è in accordo
con ciò che all'agente sembra necessario alla conservazione: cd elevazione del
proprio vaiore personale, di guisa che le leggi morali non esprimono chele
condizioni nelle quali la nostra volontà è veramente funzione dello spirito ed
è degna dell’appellativo di volontà ragionevole. È evidente che a misura che si
va svolgendo la nostra vita spirituale e il suo valore ci si rende manifesto,
acquistiamo coscienza delle esigenze che in rapporto a ciò ci si impongono e
quindi acquistiamo chiara cognizione delle leggi morali. Fintanto che in noi
non mette radici la persuasione che il comportarsi in un dato modo è da
considerare come esigenza universale della natura umana, non è lecito parlare
di moralità: onde consegne che l'uomo trae la nozione di ciò che deve fare non
dalla esperienza, ma dalla considerazione di ciò che trova di più nobile ed
elevato nel suo animo e dalle esigenze che una tale considerazione trae seco.
Non si vede poi su che base si potrebbe costituire una norma fis:a ed
universale per giudicare del valore morale di un’ azione, una volta che la
determinazione del volere fosse considerata come unelemento accessorio e subordinato,
tanto più se si pensa che la valutazione degli effetti è pressochè impossibile
ad effettuarsi in modo esatto, tenuto conto delle svariatissime circostanze che
possono concorrere a far variare l’importonza di essi; vero è che si dice che
il giudizio morale ha come punto di riferimento gli effetti .che normalmente
derivano da determinate maniere di operare, ma non si vede che in tal caso sono
le maniere di operare, vale -a dire ledeterminazioni della volontà, che
costituiscono la base vera dei nostri giudizi, mentrechè gli effetti figurano
come una semplice conseguenza, unaspecie di estrinsecazione di quelle? Si
obbietta che il giudizio morale fondato sull’intenzione dell'agente, è
pressochè impossibile, tenuto conto delle insuperabili difficoltà che si
oppongono ad un esatto esame psicologico, ma in tale asserzione vi è molto
dell'esagerato. In ogni caso, una volta che si fa dipendere il giudizio morale
esclusivamente dagli effetti consecutivi alle azioni, bisogna poi dire secondo
quale norma noi valutiamo i detti effetti. Le idee del bene e del male, del
giusto e dell'ingiusto non si sarebbero mai potute formare, se nella natura
propria dell'uomo e segnatamente nella sua ragione, non avesse radice il
bisogno e la capacità di paragonarsi cogli altri uomini, di valutare i loro
stati analogamente ai propri, e di estrarre dalla esperienza propria e da
quella degli altri leggi generali aventi l'ufficio di regolarlo nei vari suoi
atti; se insomma l'attitudine morale non avesse il suo fondamento ultimo nella
ragionevolezza umana. Senza di questa condizione sarebbe stato impossibile
trarre regole universali dai vantaggi o danni derivati da determinate azioni:
ciascuno avrebbe evitato ciò che gli recava nocumento ed apprezzato ciò che gli
giovava. Ancorchè sì voglia ammettereche l'esperienza delle conseguenze di dati
atti abbia dato il primo impulso alla formazione delle idee morali, riman
sempre da spiegare il loro completo svolgimento, giacchè ogni progresso morale
ha come base la ragionevolezza umana. Da ciò deriva che i precetti morali, se
traggono il loro contenuto dall'esperienza, devono la loro forza di
obbligatorietà a leggi universali dello spirito umano indipendenti da qualsiasi
esperienza. Ond’è che la scienza morale o l’etica non può avere altro obbietto
che quello di rintracciare gli elementi della natura unana, dai quali deriva la
tendenza ad anteporre a tutto gl'interessi spirituali e il benessere della
società, nel che propriamente consiste la moralità. Come si vede, ciò che reude
assolutamente difettosa la concezione morale del Paulsen è l'asserzione che
basti l'esperienza per determinare i precetti morali. Infatti, si può
domandare: Perchè ciò che è utile alla società deve essere praticato ? Perchè
lo svolgimento delle varie attività e funzioni dell'individuo e dei suoi simili
costituisce il fine umano? Si risponde: Perchè la coscienza sociale, perchè lo
spirito collettivo così comanda; ma, si può domandare ancora: E perchè lo
spirito collettivo dà di tali comandi ? Perchè esso è fatto cosi? E che dritto
ha esso di dare dei comandi ? E che prove abbiamo della esistenza e della
superiorità ci un tale spirito? E le domande non sono finite ancora: Perchè
esistono quei tali istinti sociali che sono la radice di taluni costumi e
consuetudini ? Da qualunque. lato sì consideri la questione, emerge chiaro che
non è possibile trarre esclusicamente dall'esperienza il contenuto della
moralità senza tener conto delle direzioni primitive ed originarie del volere
umano illuminato e conpenetrato dalla ragione. È curioso che il Paulsen ammette
che il problema della determinazione del fine ultimo della vita non possa esser
risoluto dall’intelletto e quindi dall'esperienza, mentre quello riguardante i
mezzi per raggiungerlo (virtù e doveri) sì. Ora se le virtù e i doveri sono
insieme parti del fine ultimo della vita e mezzi per raggiungerlo, come mai
possono essere determinati con metodo diverso da quello con cui è determinato
lo scopo finale della vita ? L'esperienza non ci può presentare che fatti
concreti collegati insieme, ma non potrà :nai darci la necessità per cui i dati
fatti si collegano, nè il perchè così si collegano, come non’ può darci mai
alcuna norma o regola, che abbia valor necessario ed universale. È innegabile
che per quanto sì osservino fatti e si notomizzino, non sì caverà mai da essi
una norina assoluta ed universale di operare. Convien dunque riconoscere in noi
una facoltà o una disposizione primitiva per la quale, sotto l'impulso di
alcuni fatti, sì. sveglia in noi l’idea del dovere, l'idea di un qualche cosa
che si deve assolutamente fare. Questa coscienza del dovere considerata nella
sua generalità quale coscienza d’un fine obbligatorio, superiore al nostro
benessere individuale è, come abbiamo veduto, il fondamento comune e generale
della natura morale degli uomini: ma a questo fondamento meramente formale si
aggiunge necessariamente, nella coscienza di tutti, una determinazione
materiale, varia secondo i popoli, i tempi e gli individui. Per ciò che
riguarda la superiorità attribuita allo spirito collettivo nelle sue varie
forme rispetto allo spirito individuale, giova notare che non ogni forma di
collettività. è superiore all'individuo, come non in ogni caso l’indivi duo
deve seguire i più. È da questo punto di vista che le idee emesse dal Paulsen
sulla natura del dovere meritano d’essere completate. Le unità collettive che
hanno un valore più elevato sono quelle che condizionano l’individuo, quali la
famiglia e la società presa in senso lato. È evidente che senza la famiglia e
la società non vi sarebbe nè individuo, nè cittadino, il quale dapprima è per
cosi dire una cosa con esse, e se ne distacca soltanto in un tempo posteriore,
quando il volere individuale ha acquistato tanta forza da poter vivere e
svolgersi in modo autonomo. Le dette unità collettive condizionando la vita
individuale, sono universali, nel senso che non vi è uomo, il quale non
appartenga ad una famiglia, o ad una società. È chiaro che le stesse
collettività lungi dall'essere un prodotto . dell'astrazione, sono quanto vi
può essere di concreto, e vivono ed operano negli individui ; è evidente del
pari che iascun individuo sì sente intimamente legato ad esse, ri flette nel
suo animo le loro tendenze ed aspirazioni, e le ri . conosce come qualcosa di
superiore. Una volta che l'individuo ha nella collettività il suo punto
d'origine, il suo fondamento, @ il suo sostegno, non può non attribuire ad essa
un po tere ed una forza stragrande. Non basta. ciascun individuo come elemento
isolato, sente prepo:ente il bisogiio di com. pletarsi, congiungendosi col
Tutto, onde il suo volere quanto. più è compenetrato dalla ragione tanto più è
tratto a compiere quelle azioni che lo fanno sentire uno col Tutto, e che,
togliendo ogni restrizione, contribuiscono ad allargare l'Io. Le forme
particolari ed artificiali di collettività non sempre hanno un valore superiore
e più elevato, in quanto non contengono ciò che vi ha di essenziale
negl'individui. Le unità collettive naturali lungi dall’eliminare le differenze
individuali, le armonizzano e le elevano ad una . potenza maggiore.
Gl'individui possono (ed è bene che avvenga) fare a meno dal seguire i dettami
della collettività quando questi non si riferiscono a ciò che vi ha di
universale nella natura umana È soltanto a questa condizione che l'individuo,
seguendo la collettività, si sente’ più che sè stesso, si sente parte di ciò
che vi ha di meglio nel mondo, in modo da trovare un appagamento calmo e
completo alle più profonde aspirazioni del suo cuore, e. alle intime esigenze
di tutto il suo essere. Prima di finire noterò che chi si fa a considerare
l'insieme delle dottrine morali del Paulsen, s'accorge subito che in esse si ha
come il riflesso della psicologia quale venne trattata dal nostro Autore.
Vedemmo, infatti, che per lui il fatto psichico primitivo ed originario è dato
dall’attività, dall’energia, mentre tutte le altre potenze non rappresentano .
che dei mezzi adatti a far raggiungere all’attività il maggior dispiegamento.
Da tal punto di vista ciò che è pura-mente subbiettivo, quale il sentimento,
figura come il semlice riflesso o come l’intertoriszazione del fatto obbiettivo
dell’operare, che è l'essenziale. Una tale dottrina psicologica fondamentale
trasportata nel campo morale che cosa. doveva darci? La trasposizione della
base della valutazione, diremo così, dall'interno all'esterno. Infatti, una
volta che l'essenziale è l’ attività, e che questa nonsi può misurare che dal
lavoro che compie, dagli effetti che produce, è naturale che il giudizio
valutativo debba . riferirsi agli effetti consecutivi alle azioni, invece che
alle- determinazioni subbiettive del volere e dell’emotività, i - quali
rappresentano qualcosa di accessorio, di sussecutivo . © di incidentalmente
concomitante. L'importante per il nostro Autore non è la genesi subbiettiva dell’atto,
ma . l'attività, per così dire, obbiettivata. Ma non è questa, domandiamo noi,
una maniera di snaturare la moralità ? Non è l'essenza di questa riposta nel
processo per cui l'ideale si attua, per cui ciò che non è ancora tende a
tramutarsi in fatto? Non ha essa la sua nota caratteri. stica nel procedimento
per cuiil mondo veramente uinano siva formando ? Togliete l’ideale dal dominio
morale ed avrete annullato la moraità : ora, non si viene a destituire d'ogni
valore l'ideale, una volta che si pone come obbietto della ‘ valutazione morale
l’effetto che consegue all’azione, cioè a dire quella parte dell'ideale che è
stata già tramutata in fatto? Bisogna ben tenere a mente che l’ideale è un pro.
dotto del soggetto, prodotto che ha valore ed efticacia per sè, a prescindere
dalla sua attuazione, la quale può essere arrestata o di molto diminuita per
cause svariatissime. E la scienza morale si differenzia da tutte le altre
scienze appunto per questo, che essa non sì riferisce a fatti, ma ad ‘idee ed a
sentimenti che tendono a tramutarsi in fatti : in caso contrario la scienza
morale quasi quasi non ha ragione di esistere. La classificazione,
l'ordinamento ed anche la valutazione degli effetti di date azioni sono di
spettanza di altre scienze. Aggiungiamo in ultimo che, ammesso il teleologismo
alla maniera di Paulsen, si viene a destituire d’ogni valore la volontà, la
quale è quasi considerata come una forza, le cui determinazioni per sè possono
essere trascurate, tanto è ciò vero che il giudizio morale principale si
riferisce .agli etfetti consecutivi all’azione, iquali possono essere maggiori
o minori in rapporto a numerose circostanze che non hanno niente a che fare
colla volontà vera ‘@ propria; per contrario le determinazioni primitive di
questa e i loro motivi vengono lasciati da parte come qualcosa di superflno e
quindi d'insignificante. Non si ha cosi una nuova forma di fatalismo, una volta
che più o meno manifestamente viene ad essere ammesso che la volontà presa per
sè non è degna di considerazione ? È degno di nota il fatto che i sistemi
filosofici, ì quali pongono il volere come fondo e sostanza dell’ universo,
sono costretti dalla forza delle cose a negare ogni efficacia al volere vero e
proprio: diciamo al volere vero e proprio, giacchè il volere aminesso dai
filosofi pantelisti è qualcosa di così chimerico e di così inconsistente che
non può esistere, se non nella fantasia di quelli che ne hau fatto il doro Dio.
Chi si fa a considerare tutto il movimento della filosofia contemporanea non
può a meno di notare che le varie direzioni di questa hanno i loro nuclei di
origine nella filosotia kantiana. I germi delle varie forme che ha assunto
l’attività del pensiero filosofico nel secolo nostro si trovano tutti nel
Kantismo, tanto è ciò vero che ciascun filosofo prende come punto di partenza
qualche veduta kantiana, e non fa che trarre da essa tutte le conseguenze
possibili, svolgendola nelle varie sue parti. Nè ciò deve far meraviglia, se si
pensa che Kant piuttosto che darci un sistema filosofico vero e proprio, ci
diede una critica della conoscenza e della metafisica anteriore, ond'egli, qua
e là potette emettere delle vedute forse non perfettamente atte ad esser
coordinate in un tutto armonico non atte cioè a divenire elementi di un sistema
unico, ma atte a divenire punti di riferimento di concezioni posteriori. Non è
nostro intendimento ora di passare a rassegna i vari sistemi filosofici che
presero le . mosse da Kant: notiamo soltanto che tra le varie direzioni del
pensiero speculativo contemporaneo due si possono segnalare in modo spiccato
come germinazioni dirette del Kantismo: alludiamo alla filosofia critica
propriamente detta o al cri. ticismo e alla filosofia dell'attività o
pantelismo nelle sue varie forme. Le dette due direzioni presentano dei caratteri
netti e delle note speciali, per cui non sì può non: considerarle
separatamente: il criticismo, infatti, ha, per cosi dire, il suo centro di
gravità nella teoria della conoscenza. che costituisce per esso l’obbietto
speciale dell'indagine filosofica ; il pantelismo invece è concezione
essenzialmente metatìisica e lungi dal limitare le sue ricerche alle
discussioni gnoseologiche, ha di mira di penetrare la natura intima della
realtà sia fisica che psichica. Entrambe queste direzioni del pensiero filosofico,
dicevamo, si rapportano a Kant; ma mentre il criticismo cerca di dare il più
ampio svolgimento alle vedute d'ordine teoretico, il pantelismo ha l'intento di
accentuare e di esagerare il pensiero fondamentale della filosofia pratica del
grande filosofo di Kénigsberg. É noto che mentre nella critica della ragion
pura Kant, dopo l'esame e l’analisi del potere della conoscenza umana,. affermò
l'impossibilità di oltrepassare il fenomeno, nella critica della ragione
pratica ammise una sola via di penetrare nel regno del Reale e questa per lui
era il volere umano. È del pari noto che si volle trovare un’antitesi tra il
pensiero e il metodo della ragione teoretica e il pensiero e il metodo della
ragione pratica, onde avvenne che alcuni seguirono Kant nella teoria della
conoscenza, mentre altri nella metafisica che poteva esser dedotta dai
presupposti della sua Etica. Avendo il grande filosofo tedesco proclamato il
primato della ragion pratica ed avendo ammesso nel volere umano una specie di
accenno all’Assoluto, era da aspettarsi che i filosofi, i quali non si
appagavano delle semplici discussioni gnoseologiche, dovessero cercare di
costruire una metafisica, dando svolgimento e trasformando pressochè
completamente i postulati della ragion pratica. Tale fu il caso dello
Schopenhauer. Non abbiamo bisogno di esporre la metafisica di questo filosofo
per mostrare come essa abbia una delle sue radici nel pensiero kantiano. È
necessario piuttosto domandarsi a questo punto se il pantelismo abbia in realtà
interpretato e svolto il pensiero . kantiano: fa d'uopo, cioè, ricercare se in
fondo i presupposti della filosofia morale e religiosa di Kant siano proprio
quelli che formano il caposaldo della metafisica pantelistica. Ora a tale
questione non si può che rispondore negativamente : chi ben considera, infatti,
l'insieme della filosofia kantiana nota subito come l’antitesi tra la filosofia
teoretica e pratica in realtà non sussista; giacchè in entrambe domina quella
che si potrebbe dire veduta formaliatica, nel senso che tanto nella conoscenza
quanto nell'attività pratica si distingue l'elemento a priori o formale, che dà
le note essenziali della necessità e dell'universalità dall’ elemento
materiale, il quale è empirico e quindi contingente, vario e relativo. Se non
che Kant, intendendo di costruire un sistema di morale pura ed elevata, volendo
dare alla morale un fondamento assoluto, comprese che bisognava ridurre al
minimum l'azione dell'elemento empirico per riporre ìil carattere normativo
della legge morale in qualcosa di fermo e di stabile; solo cosi il dovere era
fine a sè stesso. In tal guisa fu indotto a porre l'essenza dell’imperativo
categorico in una determinazione primitiva del volere umano, la quale non
poteva non esser formale. Sicchè mentre egli aveva considerato l’ elemento
formale della conoscenza (forme dell’intuizione e categorie), una volta
separato dall'elemento materiale, come vuoto, nella morale, per timore di
contaminare in qualche modo la purissima concezione etica, attribui un valore
assoluto all'elemento formale considerato per sè separatamente da ogni
determinazione derivante dall'esperienza. Da tal punto di vista è innegabile il
divario esistente tra la filosofia teoretica e quella pratica di Kant, ma chi
ben riflette sul principio dell'Etica kantiana s'accorge che il detto principio
formale implica in fondo un contenuto materiale, giacchè l'universalità della
regola nun può contenere per sè forza obbligativa, ma solo perle conseguenze
buone che ne derivano, cioè per l’accordo generale degli animi e per lo
svolgimento dei sentimenti disinteressati. In ogni caso il detto divario
autorizza forse a considerare giusta l'opinione di chi sostiene che il
pantelismo è niente altro che la continuazione e lo svolgimento di ciò che vi
ha di essenziale nella filosofia di Kant? Per risolvere una tale questione fa
d’'uopo ricercare quale sia l'essenza del pantelismo, affinchè dopo si possa
vedere se le vedute kantiane realmente coincidano con essa. Ora il pantelismo
.&fferma che fondo e sostanza dell'universo è il volere, ma, si noti, non
il volere umano, il volere cioè intimamente <compenetrato dall’intelligenza,
bensi il volere-forza, l’azione, l'operare per l’operare: ed afferma inoltre
l’assoluta supre.mazia della attività di fronte all'intelletto. La fanzione
‘conoscitiva, infatti, nelle sue varie forme e gradi non è per esso che
qualcosa di sussecutivo e di secondario, una specie di istrumento creato
dall'attività. É evidente che questa seconda affermazione è una conseguenza
della prima, nella quale propriamente sta il principio fondamentale del
pantelismo. Ciò posto, chi conosce lo spirito della filosofia kantiana non può
far a meno di constatare la profonda differenza esistente tra essa e il
pantelismo, in quanto Kant ammette, si, il primato del volere, ma del volere
che è tutt'uno colla ragione, tanto è ciò vero che egli parla di ragione
pratica, onde non è lecito considerare come propria della filusofia kantiana l’
affermazione della separazione assoluta del volere e del sentimento
dall'attività conoscitiva. Per quanti sforzi si facciano non si riuscirà mai a
togliere all'etica kantiana la caratteristica sua propria che è quella di
essere un'etica trascendente; ora chi dice ‘etica trascendente dice etica che
ha un fondamento speculativo ; il che alla sua volta include l'affermazione
dell’indissolubilità della morale dalla metafisica. Non è giusto adunque
riferirsi a Kant quando si afferma l'indipendenza assoluta dellu morale e della
religione dalla metafisica; in fondo il pensiero kantiano è questo, che la conoscenza
e la ragione per sè isolatamente considerate non bastano a darci il fondamento
assoluto dell’etica e della religione, per il che si richiede la cooperazione
di altre funzioni dello spirito o di altri momenti della vita psichica
(sentimento e volontà). L'etica e la religione però non possono esistere senza
che sia ammesso, sia pure in forma di postulato, un qualche fatto d’ordine
speculativo. Ciò che Kant ha affermato quindi non è la supremazia o anche
l'indipendenza assoluta del volere cieco di fronte alla ragione, ma
l'insufficienza della ragione isolatamente presa a farci penetrare nel regno
dell'assoluto e quindi la necessità della cooperazione del volere. Dire adunque
che il pantelismo è una conseguenza necessaria e legittima della filosofia kantiana
e dire che la concezione etica e religiosa propria del pantelismo è nel fondo
quella kantiana equivale ad affermare cose non perfettamente conformi al vero.
Noi ci siamo alquanto dilungati nell'esporre il rapporto esistente tra il
pantelismo ela filosofia kantiana in quanto le idee del Paulsen, le quali, come
ha potuto vedere chi ci ha seguito nella esposizione analitica fattane, si
riducono ad una forma di pantelismo, non possono essere considerate come una
vera e propria germinazione della filosofia kantiana, ma vanno riguardate
piuttosto come il prodotto della fusione di svariati elementi, ai quali
brevemente accenneremo. Per sintetizzare in brevi termini il nostro pensiero
intorno alla genesi storica delle vedute del Paulsen diremo che i germi deposti
nella sua mente dallo studio delle opere di Kant e di Schopenhauer maturarono e
si svolsero in modo particolare per la cooperazione di molteplici altri
fattori, quali i lavori compiuti dai neocritici, i progressi delle scienze
particolari, specialmente di quelle biologiche, e l'allargamento della cultura
in genere avvenuto negli ultimi anni. Secondo noi, il Paulsen, spirito fornito
di una grande potenza assimilatrice, ha preso da Kant la purezza
dell'intuizione morale, e la profondità del sentiment) religioso, dallo
Schopenhauer il concetto del primato dell’ attività di fronte alla conoscenza e
dalla cultura contemporanea la tendenza a considerare la filosofia come la
sintesi delle scienze particolari. Qui, si può domandare : Ha il Paulsen fuso
questi vari elementi in modo armonico da formare un'opera sotto qualche
rispetto originale ? È riuscito il Paulsen a presentarci una sintesi vera dei
vari tentativi fatti dallo spirito umano per dare una spiegazione dell’enigma
dell’universo ? A noi pare .che l'opera del Paulsen, notevole per larghezza di
vedute € per chiarezza e perspicuità nell'espressione, sia più che una semplice
introduzione o guida al filosofare, ma sia d'altra parte meno che una
concezione filosofica originale e. meno che una sintesi nuova e prcfonda di
sistemi anteriori. Sul modo di filosofare del Paulsen oltrecchè gli elementi
accennati disopra esercitarono una grande azione le speculazioni di Teodoro
Fechner. Questo filosofo (1), il quale è massimamente noto per aver fondato in
compagnia di Weber la Psicofisica, ebbe un modo proprio di considerare e di
Fechner, professore deli0’Università di Lipsia. risolvere i problemi filosofici
che merita di essere conosciuto.. Ed è notevole anzitutto che la Psicofisica
lungi dall'essere qualche cosa di estraneo, come a prima vista si potrebbe
supporre, alle sue idee speculative, non è che una parte integrante di queste:
il che apparirà chiaro dopo che avremo esposto ì punti principali del sistema
fechneriano. Secondoil detto filosofo adunque dal lato interno e psichico,. la
realtà piena e vera si trova nell’Unità suprema della coscienza divina, mentre
dal lato esterno o fisico vanno considerati gli atomi quali elementi ultimi
reali. L'Unita suprema della coscienza che tutte le altre unità di ordine
inferiore contiene in sè, si deve pensare analoga a quella umana; ed allo
stesso modo che vi sono delle unità di coscienza inferiori alla umana, come
quelle degli animali, delle piante, dei cristalli, ecc., così ve ne sono di
ordine superiore, intermedie quindi tra l’umana e la divina. Tali sono quelle
delle stelle, dei pianeti e degli astriin genere. L'Uno-Tutto abbraccia colla
sua coscienza tutte le unità di ordine inferiore, mentre queste non sanno di
essere comprese nell'unità superiore. La nostra vita terminata quaggiù, entra a
far parte di uua vita superiore e più elevata; non altrimenti che nella nostra
psiche una intuizione, quando sparisce come tale, sì conserva, o meglio rinasce
come ricordo in una sfera superiore dell'anima, così tutto il nostro spirito perdura
in un'esistenza spirituale superiore. Nel mondo di là gli spiriti non sono più
collegati mediante determinazioni spaziali, ma sono in un rapporto reciproco
più elevato, più intimo e insieme più libero. D'altra parte l’atomo vero e
proprio non può essere percepito, ma soltanto dedotto od astratto dal complesso
dei fenomeni corporei, e figura come il punto di riferimento di tutti i nostri
calcoli nelle scienze esatte. La prova della realtà degli atomi risiede nella
necessità di farne uso; e noi intanto arriviamo a concepirli, in quanto
l’analisi dei fenomeni corporei, spinta agli ultimi limiti, pone davanti alla
nostra mente questi elementi assolutamente semplici, i quali appaiono
condizioni essenziali dell’ interpretazione e del calcolo dei vari fenomeni
svolgentisi nell'universo. Il Fechner chiamala sua concezione idealistica in
quanto per essa è ammessa l’esistenza di una coscienza universale o totale, la
quale è come la condizione im:nanente dell’esistenza della materia ; la chiama
matertalistica in quanto con essa viene ad essere riconosciuto che non vi è
attività dello spirito, sia umano che divino, che non sia accompagnata da un
fenomeno materiale o di movimento ; la chiama dualistica in quanto per essa
anima e corpo appaiono irriducibili l’una all’altro; la chiama finalmente
concezione dell'identità in quanto per essa spirito e natura sono due modi
differenti d'apparire di uno stesso processo fondamentale. Ciò che vale a
controdistinguere la veduta del Fechner di fronte alle concezioni di altri filosofi
del nostro tempo, quali l'Herbart, il Lotze, è che egli non ammette in alcun
modo l’esistenza di sostanze finite, di reali indipendenti, ovvero anche in
connessione reciproca tra loro, ma aventi valore per sè. Per lui la realtà è
nel processo, nella vita, nell'attività universale ; le sostanze finite, o le
monadi non sono che fatti o processi di un ordine inferiore, i quali devono la
loro esistenza ad un processo simile, ma di ordine superiore. Una volta poi
ammessa così dal Fechner la dottrina dell'animazione universale e quella della
continnità e accrescimento graduale e ininterrotto della vita psichica e una
volta riposta l’essenza di quest'ultima non nella qualità semplice di un reale
o nella reazione di una sostanza inpenetrabile, bensi nello svolgimento del
processo universale attraverso a una quantità di momenti di vario ordine, è
chiaro che s’' imponeva l'esigenza non solo di mostrare la possibilità della
esistenza di una vita psichica latente, ma anche di rappresentarla, diremmo,
graficamente, andando in traccia delle condizioni, per cuì si rendono possibili
quei centri concreti di attività psichica che nella loro ordinaria funzione
ricevono il nome di anime. In altri termini, in base ai suoi concetti
speculativi, il Fechner fu spinto a ricercare una legge, poggiata possibilmente
sul calcolo e sull'esperienza, atta a dar ragione della discontinuità
rivelantesi nella ordinaria vita psichica. A tale esigenza risponde appunto la
legge psicofisica, colla quale viene enunciato il fatto che la sensazione non
comincia con uno stimolo infinitamente piccolo, ma solo con il valore limite
dello stimolo e che l'accrescimento della stessa cessa del tutto quando lo
stimolo ha raggiunto il limite clell’altezza che è il suo limite massimo. E qui
va notato che se si fa crescere l’ intensità dello stimolo, rimanendo fra il
limite minimo e quello massimo, non ad ogni accrescimento di stimolo tien
dietro un accrescimento di sensazione; lo stimolo deve crescere di un certo
grado, cioè del limite della differenza, perchè noi lo avvertiamo. Codesto
limite di differenza però non è una grandezza costante, ma dipende dal grado
d'intensità già raggiunto dallo stimolo e relativamente dalla sensazione, per
il che si può dire che il limite di differenza dello stimolo è proporzionale
all'intensità dello stimolo stesso. L' accrescimento della sensazione rimane
indietro all’ accrescimento dello stimolo, in maniera che l’intensità della
sensazione cresce solamente nel rapporto aritmetico (come 1, 2, 3, 4, ....);
laddove l'intensità dello stimolo cresce nel rapporto geometrico (come 1, 2, 4,
8, 16.....). | È chiaro che l’esistenza del limite inferiore ci guarentisce una
certa insensibilità, e perciò anche una certa indipendenza dai piccoli ed
innumerevoli stimoli, i quali, per così dire, senza posa ci vanno ronzando
attorno e che altrimenti ci sarebbero cagione di continue molestie. Dall’altra
parte il limite di differenza assicura alle sensazioni che entrano nella nostra
coscienza una certa durata, in quanto le preserva dalle variazioni degli
stimoli. L'impressione piacevole che si prova all'udire un pezza di musica si
fonda essenzialmente su questo fatto, che noi non percepiamo le leggiere
deviazioni dei suoni dalla consonanza e dalla partitura, giacchè esse sono al
di sotto del limite di differenza. I valori dei limiti inferiori sono
l’espressione della sensibilità per gli stimoli e per la loro distinzione, e
come tali, mutano non solamente da persona a persona, ma anche da tempo a
tempo, secondo il grado di stanchezza, di esercizio, di eccitamento o di
paralisi. La concezione fechneriana ha un'importanza superiore a quella che
d'ordinario le viene attribuita in quanto rappresenta uno dei più audaci
tentativi fatti in questi ultimi tempi per coordinare i risultati delle scienze
particolari con una costruzione quasi totalmente fantastica della Realtà. Il
Fechner in sostanza dice: il meccanismo da qualunque punto viene considerato,
figura come qualcosa di relativo; tutto ciò che é esterno in tanto ha valore in
quanto appare a qualcos'altro: pertanto l'essenziale va ricercato appunto in
questo qualcos'altro, l’esteriorità essendo semplicemente come un elemento
fenomenico concomitante. Ammesso: il principio che a tutto ciò che è tisico
corrisponde un lato psichico, è agevole pensare che a tutte le varie formazioni
fisiche (astri, pianeti, ecc.) debbano correre parallele delle corrispondenti
formazioni psichiche fino a giungere alla Coscienza universale che tutto in sè
contiene e comprende. Ora si domanda: Il fatto di dover ammettere un lato interno,
corrispondente a tutto ciò che appare meccanico o esterno autorizza a porre
senz'altro l’esistenza di determinate unità di coscienza intermedie tra l’uomo
e Dio? Che dritto abbiamo noi di credere che la coscienza universale diffusa sì
sia, acosì dire, differenziata in tali unità di coscienza particolari, quando
pur sappiamo che la formazione della nostra coscienza richiede condizioni e
processi speciali e di ordine complicato? Noi crediamo che si possa é si debba
accettare uno stato di psichicità o di interiorità diffusa, 0scura, ma non
crediamo che ciò tragga seco la necessità di ammettere dei centri di coscienza
distinti, intermedi tra l'uomo e Dio, giacchè i fenomeni presentati dai vari
sistemi di astri non possono essere risguardati quali manifestazioni di
coscienze determinate. Anzitutto notiamo che qualunque speculazione a tal
riguardo appare priva di valore, sia perchè essa siriduce a un modo soggettivo
e arbitrario di rappresentarsi ciò di cui noi non possiamo avere che conoscenza
astratta e incompleta, e sia perchè la conoscenza dell’interiorità in tanto può
aver significato in quanto giova al conseguimento di fini pratici, agevolando
il rapporto e il nesso reciproco degli esseri e il perfezionamento che ne
consegue. Quando per contrario l’interiorità figura come qualcosa
d’indifferente, come qualcosa di sfornito d'importanza, quando insomma per
poter utilmente agire sulle cose basta la conoscenza esterna fenomenica che di
esse abbiamo, la ricerca dell’interno va posta a livello di qualsiasi altro
gioco della fantasia. Noì in tanto ricerchiamo ed apprezziamo la conoscenza
dell'interno degli altri uomini in quanto da tale conoscenza ci ripromettiamo
dei vantaggi d'ordine teoretico (cognizione della natura dello spirito umano e
delle sue leggi) e d'ordine pratico. È per mezzo di essa che noi possiamo
utilmente agire sui nostri simili e su noi stessi, indirizzandoci a vicenda
verso il fine a cui crediamo che il genere umano tenda. Il Fechner poi crede
che ogni sistema di forze, che ogni determinato aggruppamento di elementi possa
essere considerato espressione di una distinta unità di coscienza; ora ciò
evidentemente non è ammissibile, giacchè occorre far distinzione fra quelle
coordinazioni di elementi che sono indizi o estrinsecazioni di unità di coscienza
realmente esistenti (unità di coscienza tn sé) e quelle coordinazioni di
elementi che hanno il loro fondamento nella coscienza del soggetto che
contempla i detti elementi. Così i vari sistemi in cui la mente umana ha
ordinato l'immensa molteplicità dei fenomeni, non depongono per l’esistenza di
unità di coscienza corrispondenti, ma hanno per presupposto l’esistenza di una
coscienza, diremo cosi, estrinseca, la -quale li ha formati, contemplando i
fenomeni: invece le coordinazioni presentate dagli organismi in genere sono
forme di estrinsecazione di unità di coscienza distinte. Il Fechner, avendo
identificato le due sudette maniere di coordinazione, si è creduto autorizzato
ad ammettere un'’unità di coscienza in ogni sistema. Ma si può qui domandare: Vi
è un criterio per distinguere quei sistemi che hanno per fondamento una unità
di coscienza estrinseca da quelli che ne hanno una intrinseca? Ognuno vede la
grave difficoltà di un tale problema; noi però crediamo di poterlo risolvere,
ponendo il carattere distintivo nella pro| prietà che ha l’unità di coscienza
veramente distinta (obbiettiva e di ordine elevato) di poter non solo produrre
| ed avere vari stati, ma di poter agire su questi. Noi solo allora siamo
autorizzati ad ammettere come espressione di un’ unità di coscienza distinta un
sistema di elementi, . quando abbiamo degli indizi sicuri non solo che in tale
sistema domina un'unità armonica e coordinatrice, ma che questa . produce e
modifica i vari stati in cui il detto sistema sì può ‘trovare. In ogni altro
caso si può parlare di coscienza universale diffusa, ma non di coscienza
distinta e molto meno . di coscienza di ordine superiore. Ciò posto, se noi
esaminiamo i fatti presentati dagli . astri, dai pianeti e da tutti quegli
oggetti che, stando a Fechner, sono manifestazioni di unità di coscienza
intermedie tra l’umana e la divina, noi troviamo che essi non presentano alcun
indizio dell'esistenza di qualcosa di superiore e di elevato capace di agire
sui propri stati; onde non è lecito estendere la coscienza distinta al disopra
dell'uomo che presenta in modo evidentissimo la caratteristica suaccennata. |
Concludiamo coll’osse rvare che la metafisica del Fechner, come quella del
Paulsen, non sfugge al rimprovero che si fa atutte quelle metafisiche che
sforzano la realtà, preten.dendo che l’ordine ideale di questa si realizzi per
una via diversa da quella che l’esatta ricerca scientifica dimostra vera. Tutte
queste metafisiche hanno in comune di esser modi di rappresentazione
dell’incondizionato, onde il meglio è di considerarle come mere ipotesi che nei
loro concetti e nelle loro linee più generali è bene tener presenti senza
lasciarsene dominare, affidandosi al progresso lento, ma sicuro dell’esatta
ricerca scientifica, la quale mentre da una parte insieme con tutta la cultura,
influisce sulla loro formazione, è dall’altra atta a decidere, con la
cooperazione. di altri elementi, del loro valore. La Vecchia e la Nuova
Frenologia La Nozione di “ Legge, L'origine delle tendenze immorali . Il senso
muscolare . L’obbietto della Psicologia fisiologica . La Filosofia
dell’attività F. Paulsen SAGGI FILOSOFIA SAGGI DI FILOSOFIA. LA MORFOLOGIA
DELLA CONOSCENZA IL PROBLEMA ESTETICO. IL PROBLEMA FILOSOFICO SECONDO BRADLEY
TORINO CLAUSEN Chl 4225:2,3) HARVARD COLLEGE LIBRARY OC JACKSON FUND (1,49 2 /
ro Li te nn a A SI, io ae i Pa e - & &__cse-@hctemurrr nd TARA sr AIA
CI I TTI AT E I O A I I ZI I O i = 1° r_r_ it (i 7 E | vB8 AA ANI TE RE IE lr
LA NOZIONE DI LEGGE. La Classificazione delle Leggi o la Morfologia della
conoscenza 0. Si è concordi nell’ammettere distinzione tra la cono‘ scenza in
generale e la scienza, in quanto la prima implica semplice qualificazione della
Realtà, mentre la seconda include qualcosaltro ancora, include cioè la
connessione necessaria degli attributi caratterizzanti il Reale. Se la
conoscenza in generale verte sul particolare e sul concreto, la scienza si
muove nell’ universale, nel necessario, nel. Per ragioni che qui non è
necessario esporre, fui costretto ad anticipare di molti mesi la pubblicazione
del 1° volume di questi Saggi, nel quale è contenuta la Nozione di Legge La
trattazione di questo importante e difficile argomento rimase come strozzata;
difatti l’ultima parte, da pag. 123 a 139, dove si parla di una classificazione
delle Leggi, non è bene coordinata col rimanente e, più che una discussione
ampia sul detto argomento, è l'eco di una serie di note prese per la più parte
dalle Lezioni di Filosofia fatte dal Masci all’ Università di Napoli negli anni
accademici 1890-91-92. Riprendo ora l'argomento interrotto, coll’ intento di
dargli quello svolgimento che a me pare che meriti. permanente, avendo per
obbietto non il dato puro e semplice, ma i concetti elaborati sul dato.
Parrebbe adunque che la conoscenza esprimesse un rapporto o un contatto più
immediato colla realtà, essendo come l’ apprensione diretta di questa,
mentrechè la scienza fosse come una forma di appercezione mediata, compiuta,
cioè, attraverso i concetti della nostra mente; parrebbe di conseguenza che tra
conoscenza e scienza vi fosse una differenza sostanziale in modo da essere
pressochè impossibile rintracciare, diremmo, la morfologia, o la figliazione
dei vari ordini di caratterizzazione della realtà. Ora per veder chiaro in tale
questione a noi pare opportuno determinar bene anzitutto in che propriamente
consista la conoscenza. Questa in tutte le sue forme, a cominciare dalla
semplice percezione a venire al concetto più astratto, lungi dal presentarsi
come un contatto, diremmo, mistico, di due sostanze - il reale e la mente -
poste l'una di fronte all'altra, figura come un processo di appercezione,
mediante il quale ogni elemento nuovo viene come assimilato dagli elementi
affini già esistenti nella psiche, di guisa che la legge della relatività è la
legge psichica fondamentale. Ciò posto, noi vediamo che tra conoscenza pura e
semplice e conoscenza scientifica non vi è differenza sostanziale, essendo due
stadii di un processo fondamentale identico: conoscere equivale appercepire,
assimilare, riferire l’ elemento nuovo ai già preesistenti ; se questi ultimi,
distaccati dal processo psicologico e sottoposti ad un' elaborazione speciale,
vengono considerati come simboli, come segni per riconoscere ogni elemento
affine che sopraggiunge, sì avrà la scienza, in quanto i detti simboli sono
appunto i concetti, gli universali che rendono possibile l’ appercezione del
singolo e del particolare: se per contrario la forma appercettiva è incorporata
nel processo psicologico si avrà la semplice conoscenza. Onde consegue che
qualsiasi forma di conoscenza implica la cooperazione di un elemento universale
(forma appercettiva), di un elemento intelligibile, di qualcosa che trascende
il fatto concreto particolare attualmente in rapporto immediato col soggetto e
insieme che non vi è e non vi può essere una esclusiva conoscenza di fatti
singoli e isolati: questi son sempre appresi attraverso qualcosaltro che in
certo modo li rischiara e li illumina, che, in altre parole, li rende
intelligibili. E che cosa è questo universale attraverso cui noi appercepiamo
qualsiasi fatto singolo? Se la sua funzione è quella di rischiarare, di rendere
intelligibile il dato, idealizzandolo e in certa guisa universalizzandolo, esso
si confonde con ciò che propriamente si chiama legge. Questa infatti, come fu ampiamente
discusso altrove, è ciò che rende intelligibili i fatti singoli e concreti, o,
ciò che torna lo stesso, rappresenta ciò che vi ha d'’intelligibile negli
ultimi, è la loro stessa intelligibilità. Eccoci condotti adunque al risultato
finale che il dominio della legge si estende fin dove si estende quello della
conoscenza e che pertanto una classificazione razionale ed esauriente delle
varie forme di legge in tanto è possibile in quanto le varie specie di
conoscenza sono intimamente connesse tra loro da formare un tutto organico. Nè
sembrerà inutile estendere in tal modo la nozione di legge , se si pensa che in
tal guisa soltanto s' intende la natura vera del processo conoscitivo ed è resa
possibile una vera e propria morfologia della conoscenza. E poichè lo spirito
umano non ha soltanto la funzione conoscitiva, ma ha anche quella emotiva e
volitiva, non è priva d'interesse la ricerca dei rapporti esistenti tra queste
ultime e la funzione conoscitiva, per vedere fin dove estende il suo dominio il
fatto conoscitivo e per ciò stesso la legge. Ora vi sono dei prodotti dello
spirito umano, quali l'Arte, la Morale, la Religione, i quali sono da parecchi
considerati come estranei assolutamente alla conoscenza: l'Arte, la Morale, la
Religione, si dice, sono un prodotto del sentimento e della volontà e non già
dell’intelligenza umana; rella vita estetica, morale e religiosa proviamo delle
emozioni ed operiamo, ma non conosciamo. È vera l’affermazione di caloro che
pressochè escludono il momerto conoscitivo dai succitati prodotti dell'anima
umana? Noi crediamo che pur non essendo riducibili a meri sillogismi i fatti
estetici, morali e religiosi, non cessano però di contenere come lero momento
essenziale quello conoscitivo. Ed invero l'Arte e la Religione, esprimendo e
simboleggiando, ciascuna alla sua maniera, il Reale, che cos’altro fanno se non
qualificare lo stesso Reale? E la vita morale che sì esplica, mirando
all'attuazione di un certo Ideale di perfezione, che cos'altro fa se non
caratterizzare come progressiva e perfettibile la realtà stessa? L'Arte, la
Morale, la Religione non sono certo un prodotto esclusivo del ragionamento
reflesso, come credevano ì razionalisti, ma non sono nemmeno un prodotto
esclusivo del sentimento e della volontà, come vogliono gli avversari della
conoscenza, giacchè per poter significare e simboleggiare il Reale n i i it .$.
+ nm ©" - _ >= .,.>-bisogna aver una certa idea del Reale stesso,
altrimenti l'espressione manca di ogni punto di riferimento e quindi di ogni
significato. Ammesso anche che l’idea artistica, l’idea morale e l’idea
religiosa sia come il portato di date tendenze ed esigenze dell'anima umana,
ciò non esclude che qualsiasi determinazione estetica, religiosa, ecc. sia come
una maniera di conoscere e di sperimentare il Reale, giacchè le dette tendenze
ed esigenze (sentimenti e volizioni) involgono sempre un elemento intellettivo
o appercettivo. L'Arte, la Religione, ecc. sono poi come vari punti di vista,
come varie posizioni di prospettiva per poter ap-. percepire la realtà, per
modo che attraverso le differenti forme che esse assumono noi possiamo
comprendere i singoli fatti riferentisi alle rispettive sfere estetica,
religiosa, morale. D'ordinario si crede che un fatto estetico o religioso sia
qualcosa d’ individuale, di concreto, di singolare, qualcosa di chiuso in sè
stesso; ora ciò mal si concilia colla funzione universalizzatrice,
tipificatrice e idealizzatrice attribuita alla funzione estetica, religiosa e
morale. Lo spirito umano quando crea il bello e foggia il simbolo religioso o
pone l'ideale morale, attua i mezzi attraverso cui può intendere la
molteplicità dei fatti concreti e particolari riferentisi alla sfera dell’arte,
della religione e della morale. Nei casi suddetti adunque la mente umana da una
parte conosce, ha un certo concetto (comunque formatosi) del reale, e
dall'altra porge i mezzi attraverso cuì possono essere appercepiti una quantità
di fatti singoli e concreti che si presentano nella vita ordinaria. Allo stesso
modo che, perchè sia scoverta una legge scientifica occorre il Genio
scientifico, perchè sia scoverto un punto di vista: nuovo da cui appercepire la
realtà in ordine alla morale, alla religione e all'arte - punto di vista che
fissa l'orientamento in ciascuna di queste orbite sì richiede l'influenza del
Genio. In entrambi i casi il processo è sempre quello di appercepire e di fare
appercepire in un dato modo la realtà, di ordinare la molteplicità caotica dei
fatti singoli, il che equivale a dire che lo scopo è sempre quello di
caratterizzare e qualificare la realtà. In fondo ad ogni opera estetica, morale
e religiosa si trova poi un giudizio in cui vengono enunciate le diverse
manifestazioni o differenze di un’ identità fondamentale, un giudizio in cui
vengono esposte le maniere di articolarsi tra loro delle parti componenti un
tutto e in cui infine vengono enunciate le determinazioni possibili o ideali e
non attualmente reali. Si dice che mentre l'ipotesi scientifica è formata per
spiegare i fatti reali che da essa conseguono, le costruzioni ideali dell'Arte,
della Religione e della Morale sono prodotti arbitrari dello spirito, i quali
hanno la loro ragione in sè stessi; ora ciò è vero entro certi limiti per il
fatto che scopo dell’Arte, della Morale e della Religione non è quello di
spiegare il dato, bensì quello di presentare sotto nuova luce il Reale, di
mostrare cioè le varie direzioni entro cui lo stesso è concepibile. Sarebbe
erroneo però supporre che le costruzioni ideali summentovate siano destituite
di qualsiasi fondamento reale: esse poggiano invece sulla natura propria dell’
anima umana; e se non sono costruite in vista degli effetti che da esse
conseguono, stanno però sempre ad indicare le maniere in cui i dati della
realtà possono essere armonizzati tra loro. Anche l'Arte più spontanea e
immediata ha l’ufficio di sistematizzare, di portare un certo ordine nel caos
della realtà empirica. L'Arte produce un godimento più o meno intenso per il
fatto stesso che è espressione armonica di ciò che la vita contiene. La realtà
passata attraverso l’anima dell’artista assume una certa forma , per cui
vengono ad esser tolte le asperità dei dati reali e vengono ad essere come
smussati gli angoli presentati dal decorso delle cose. Non temiamo di metter
fuori un paradosso dicendo che le contradizioni più stridenti dell'universo
espresse dall’artista si trasformano in qualcosa d'armonico e di sistematico.
Sta in ciò il vero incanto dell'Arte, la quale per esprimere le dette
contradizioni, deve per forza renderle in qualche modo intelligibili, trasfigurandole
e facendone intravedere l’unità armonica, Si dice inoltre che la scienza prova
e dimostra, mentre l'Arte, la Morale e la Religione semplicemente costruiscono
: ciò è vero ed ha la sua ragione nel fatto che la scienza vive e si muove nel
mondo delle astrazioni e delle formule, mentrechè le altre produzioni dello
spirito umano si muovono nel mondo dei tipi concreti, delle individualità. Ciò
che è astratto e formale è immutabile e necessario, mentrechè ciò che è
concreto, ciò che vive, sfugge sempre per una parte alla misura ed all'analisi
quantitativa. A tal proposito giova ricordare che ogni forma di prova e di
dimostrazione in fondo è riducibile ad un rapporto di identificazione. Provare,
dimostrare equivale a valutare quantitativamente, equivale a ridurre e ad
identificare tra loro gli elementi formali (le forme) di due cose o eventi. Può
essere identificato solo ciò che presenta una medesima qualità variabile
quantitativamente, non già ciò che presenta qualità differenti e irriducibili.
Riassumendo, noi diciamo che in fondo ad ogni fatto estetico, morale e
religioso, non altrimenti che in fondo ad ogni fatto scientifico, si riscontra
un’idea, un concetto, il quale per essere accompagnato nel primo caso da
sentimento (interesse) non permane quale concetto, ma col calore del sentimento
si tramuta in fantasma, in rappresentazione concreta, e ciò perchè il
sentimento tende al concreto, al rappresentabile e rifugge dall’astratto. Onde
è chiaro che la diversità tra l’appercezione del reale fornita dalla conoscenza
scientifica e quella che ha luogo nel processo estetico, religioso, etico sta
in questo, che la scienza sia che muova dai fatti singoli, o da concetti
(ipotesi) o da principii generali, mira a spingere o a far rientrare il
particolare nel generale, mentre l'Arte, la Morale e la Religione tendono
sempre ad obbiettivare in forma di tipi o di sistemi concreti, i concetti o i
principii generali: tipi e sistemi che operano come ideali, a cui si deve
rapportare la realtà empirica ordinaria. Va notato qui che la vita morale,
estetica e religiosa da una parte e la scienza dall'altra, pur seguendo una via
diversa nel loro modo di procedere, concordano in questo che in fondo tutte
idealizzano l’esperienza o il dato e per tal via simboleggiano il Reale;
l'idealizza la Scienza riducendo i fatti a concetti e l’idealizza l'Arte, la
Religione e la Morale col presentare i concetti non incorporati in una data
rappresentazione singola, ma in una rappresentazione generale, in una
rappresentazione tipo atta a raccogliere ed a sintetizzare in sè molteplici
dati particolari. Giacchè a tal proposito non bisogna dimenticare che l’Arte,
la Religione o la Morale, se da una parte non volgono su concetti, dall'altra
non volgono su dati di fatto (come fa la storia e in generale le cosidette
scienze descrittive come la geografia, la cosmografia, la geologia), ma su
tipi, su ideali, su fatti dunque concreti universalizzati, considerati sub
specie ceternitatis. Per noi insomma la scienza elabora concetti (universali
astratti), le scienze narrative o descrittive riproducono fatti concreti
determinati col maggior numero di particolari possibili in modo da richieder
però sempre un ulteriore complemento, l’Arte, la Religione e la Morale. hanno a
che fare con tipi (universali concreti), con individualità. Possiamo
conchiudere col dire adunque che non vi ha funzione dello spirito umano che non
implichi il momento della conoscenza e che quindi tutte le produzioni dello
spirito- umano ci forniscono qualche maniera di appercepire la realtà nelle sue
svariate e molteplici determinazioni singolari. Alle varie forme di
appercezione corrispondono le varie specie di leggi. Dal fatto che il processo
della conoscenza è fondamentalmente uno e che esso si estende per tutto il
dominio dell’attività dello spirito non consegue che esso non presenti delle
notevoli differenze in modo da giustificare l'esistenza di varie categorie di
leggi. E invero, vi sono delle forme appercettive, le quali agiscono come leggi
nel senso che rendono possibile la comprensione e l'intelligibilità dei dati
singoli concreti, ma non possono essere distaccate dal processo psicologico in
seno a cui operano e quindi non possono assumere la forma di giudizi, come le
leggi vere e proprie, per modo che esse mentre agiscono inconsciamente ed
organicamente nella mente degli individui, non si rendono appariscenti che ad
uno stadio tardivo della riflessione. Di tal fatta sono le forme appercettive
inerenti agli stadii iniziali della vita psichica ed ai prodotti elevati dello
spirito quali l'Arte, la Morale e la Religione. Volendo però presentare una
prima (1) classificazione completa delle forme appercettive o leggi, le
divideremo in quattro grandi categorie, in forme o leggi di riferimento o
assimilative, in forme o leggi rudimentali, in forme o leggi relazionali e in
forme o leggi sistematiche. Queste non possono essere formulate per via di
giudizi, perchè sono anteriori alla formazione delle idee quali segni del
reale, anteriori al linguaggio significativo, anteriori al distacco cosciente e
voluto del significato dal fatto. Parrebbe a prima vista che questa classe di
leggi non avesse ragione di esistere una volta che esse non possono essere
enunciate, ed una volta che l'essenza della legge è stata riposta appunto nel
was, nel significato, nell’ elemento intelligibile distaccato dalla realtà; ma,
se ben si Diciamo prima classificazione, perchè, come vedremo in seguito, sì
può fare una seconda classificazione delle forme appercettive, tenendo conto
delle varie maniere in cui la conoscenza è acquistata. + s- n ®* re i fi n e ca
riflette, nel caso delle leggi assimilative il processo d’idealizzazione esiste
sempre, il was, pur non avendo ancora trovato un'espressione decisa, e pur non
essendo stato staccato dalla matrice psichica, è attivo, è sempre in funzione,
tanto è ciò vero che la conoscenza di nuovi fatti è resa possibile appunto da
tale modo di operare dell’attività psichica. Se per legge si deve intendere ciò
che rende possibile l’appercezione di un nuovo elemento, perchè non dovrebbe
meritare il nome di legge ciò che rende | possibile qualsiasi forma rudimentale
di conoscenza ? Siffatte leggi concrete operano in tanti modi diversi in quanti
si può esplicare l’attività tipificatrice e assimilatrice della psiche. Lo
studio di queste forme è di esclusiva spettanza della Psicologia, la quale dà
ragione del nesso o delle relazioni esistenti tra i vari elementi psichici e
della ricognizione, fondandosi sulla funzione identificatrice della mente. Per
esprimere nel modo più chiaro il nostro concetto in ordine alle dette leggi,
diciamo che esse non sono propriamente leggi, ma funzionano come le leggi. 2.
Leggi rudimentali. Se il dominio della conoscenza coincide con quello della
legge, se cioè ogni forma di conoscenza implica una certa universalizzazione del
dato, è evidente che anche i giudizi enuncianti fatti singoli vadano
considerati come leggi rudidimentali o iniziali universalizzazioni dei fatti
percettivi. Ed invero, per convincersi come qualsiasi giudizio racchiuda come a
dire, in modo rudimentale una verità universale, giova tener presente in che
propriamente consista il giudizio. Molto si è discusso a tal proposito e non
intendiamo far qui la storia critica delle varie teorie emesse : a noi basta
richiamare l’attenzione su questo, che il giudicare non può ridursi
all'affermazione o al riconoscimento di una relazione tra due idee, come non
può ridursi senz’ altro all'affermazione di un dato nesso tra due cose. In
entrambi ì casi viene ad essere sformata la natura vera del giudizio, in
quanto, se ben si riflette, in tali casi le nozioni di verità e di falsità
inerenti alla funzione giudicatrice non ricevono alcuna spiegazione. Il
giudizio nasce dal riferimento di un contenuto ideale alla realtà, contenuto
ideale che può essere o non essere appropriato ad un dato fatto (verità o
falsità di giudizio), per il che il giudizio da una parte si eleva al di sopra
dell’esperienza attuale e dall’altra non è tutto nella sfera delle idee, avendo
un punto di contatto colla realtà. Il giudizio consiste nell’idealizzazione del
dato. Rendere intelligibile il reale, ecco l'ufficio del giudizio. Ora la legge
che altro ufficio ha se non quello di rendere intelligibile l’esperienza,
estendendola e rendendola continua nelle sue varie fasi o stadi? Se non che si
potrebbero fare due osservazioni: 1° non è chiaro come il giudizio che è
costituito di termini ideali, possa riferirsi al reale, al fatto obbiettivo che
è sempre qualcosa posto al di fuori della mente che giudica: 2° se si riesce
perfettamente a capire l’identificazione dello leggi coi giudizii universali e
ipotetici i quali poi sono ì più lontani dalla realtà concreta, in quanto si
riducono a connessioni di attributi o di qualità, d'idee e quindi di astratti ,
non si riesce nient’affatto a capire come i cosidetti giudizii categorici
(giudizii singolari, impersonali, dimostrativi, ecc.) possano essere
considerati come leggi rudimentali, come fatti, diremo così universalizzati,
considerati sud specie aeternitatis. | Esaminiamo le due suesposte obbiezioni.
1° Come mai ogni giudizio, sia percettivo o universale, può essere
schematizzato nel modo'seguente. Il reale è tale che... 0, Il mondo reale è
così qualificato che... +, come mai il giudizio si può ridurre ad un
riferimento al reale, al reale indeterminato in un caso e designato per mezzo
di idee nell’altro? Certamente, se noi consideriamo lo spirito umano come un’
entità a sè posta al di fuori della realtà che gli sta di rincontro, se noi
imaginiamo la psiche e l'universo come due mondi staccati, estranei l’ uno all’
altro, non arriviamo a concepire come possa stabilirsi il contatto dell’io col
reale: ed oltrechè appare incomprensibile la conoscenza quale peculiare
relazione tra due mondi separati, perchè si introduce il concetto di spazialità
e di estensione e di uno fuori dell'altro, dove non vi è ragione d'introdurlo,
si è costretti poi a considerare i fatti spirituali, i processi psicologici
come una reduplicazione del reale. Da tal punto dì vista il mondo ideale della
psiche, pur essendo in corrispondenza col mondo reale, è come qualcosa
d’autonomo, di chiuso e completo in sè, per modo che l'atto giudicativo p. es.,
lungi dal rappresentare la qualificazione del reale, il prodotto del contatto
del reale col subbietto, è un processo del tutto ideale, avente soltanto il suo
corrispettivo nel reale. Ora tale veduta è del tutto erronea: lo spirito non è
posto al di fuori del reale, ma è, vive ed opera in esso: allo stesso modo che
il fiore non è fuori dell'albero, e questo non è fuori dal terreno e
dall'ambiente esterno, da cui anzi riceve nutrimento e tutto ciò che gli è
necessario per la vita, così la psiche non è fuori, anzi è intimamente
collegata col reale, dal quale essa trae la vita vera. Occorre aggiungere però
che la mente, avendo per sua natura l'ufficio di dare un significato, di
obbiettivare il reale, il quale vive nel soggetto, da una parte è contenuta nel
reale e dall'altra lo contiene, in quanto ciascuno costruisce il suo mondo coi
materiali forniti dall'esperienza, diremo così, psicologica, subbiettiva. Da tutto
ciò consegue che il contatto del reale col soggetto non è qualche cosa di
accidentale, e di temporaneo, ma rappresenta la condizione essenziale della
vita di quest’ ultimo. L'individuo sente continuamente tale contatto e per
quanto mostri di allontanarsene col qualificarlo, col determinarlo e
specificarlo in varie guise mediante segni, ipotesi, ecc., che sono sempre in
ultima analisi astrazioni, .con tali processi non ha altro obbiettivo che di
trovare un’cspressione intelligibile e schematica della realtà che vive, agisce
ed opera in lui. Se noi seguiamo il processo graduale con cui si passa dal
soggetto (reale), quale è espresso in modo indeterminato nei giudizi
rudimentali (giudizi impersonali), al soggetto espressu mediante indicazioni,
ma sempre privo di qualificazioni e di specificazioni (giudizi dimostrativi),
per venire al soggetto designato da un'idea (giudizi universali ipotetici), noi
troviamo che lo scopo ultimo a cui sì mira è di illuminare la realtà a cui noi
ci sentiamo legati mediante la nostra stessa vita. Con ciò non si vuol dire che
la realtà consiste esclusivamente nel contatto che noi abbiano con essa nella
percezio..e sensoriale: la realtà si estende in modo continuo oltre tale.
punto; ma vogliamo affermare che il reale così sentito è come il punto di
ritrovo per formare la base di operazione ideale che ha per risultato la
concezione generale o la costruzione dell’universo. Noi possiamo conchiudere
che la realtà, essendo primitivamente la realtà quale è pusseduta da ciascun di
noi, in ogni giudizio è rappresentata da una data percezione o idea atta a
designare il fondo reale, che così viene ad essere in qualche modo determinato.
Se ciò non avvenisse, il reale rimarrebbe qualcosa d'inesprimibile e
d’innominabile. Quando ciascuno di noi formula un qualsiasi giudizio,
certamente non ha coscienza di fare delle distinzioni nel reale per riconoscere
la loro identità fondamentale: quando io dico la neve è bianca , certamente non
penso che il processo logico vero è questo : quella cosa, quel reale che è neve
è bianco , oppure -la realtà è qualificata anche dall’idea complessiva
neve-bianca ; ma ciò avviene, perchè noi fondiamo il reale con quella parte di
esso, che noi in un dato momento riesciamo a distaccare dal fondo totale in
virtù dell’ interesse che la detta parte suscita in noì. Se il nostro potere
appercettivo non fosse limitato, e se il processo mentale non si riducesse in
fondo ad una simultanea sintesi ed analisi, noi non formuleremmo i giudizii nel
modo in cui facciamo. Noi, in sostanza, da un complesso percettivo per ragioni
di varia natura, separiamo una parte e questa qualifichiamo col riferirle un
dato contenuto ideale: ma la parte anzidetta non è un semplice aggettivo,
un'idea qualsiasi, un universale ‘astratto, ma è come il sostitutivo abbreviato
della realtà, è come la realtà contratta in punto, perchè ciò agevola la nostra
operazione. In qualsiasi giudizio adunque ciò che forma il nerbo
dell'operazione logica è l’idea, onde sorge la necessità di determinare in che
consiste l’idea o contenuto ideale, che mediante la funzione giudicatrice vien
riferito alla realtà. La vita psichica fin dall'inizio è controdistinta dalla
tendenza a tipificare. Dal momento che il contenuto della psiche dapprima
indistinto e indeterminato, comincia ad essere differenziato, analizzato e
riconosciuto suscettibile di determinazioni di vario genere, degli elementi
vengono, per così dire, staccati dall'insieme: e son questi elementi astratti
ed universali che rendono possibile l’ apprendimento di nuovi fatti particolari
e concreti, in rapporto all'eguaglianza od all’ identità che taluni elementi di
questi ultimi presentano coi primi. Come si vede, fin dall’inizio l'attività
psichica si esplica universalizzando, fissando, cioè, l'elemento essenziale, e
comune ad una serie di rappresentazioni concrete diverse, ripetentisi un certo
numero di volte, per servirsi di esso come mezzo di intelligibilità di altri
fatti particolari. Non è a credere però che tale elemento universale e identico
sia da considerare come qualcosa di sostanziale, come un fatto avente sede in
un sito della psiche: una tale concezione mitica deve essere assolutamente
bandita: siffatto elemento universale si riduce ad una funzione della mente, ad
una forma di attività più facilmente esercitata, ad una specie di abitudine, ad
una facoltà, ad una potenza viemaggiormente disposta ad ‘entrare in azione in
seguito a dati stimoli ed a particolarizzarsi variamente secondo le condizioni.
Ma finchè l universale contenuto nella mente non si fissa e sì determina in un
segno (nome), e fin che questo colla imagine psichica (rappresentazione
particolare) concomitante, non è risguardato qual simbolo avente un significato
relativo a qualcosa di permanente, per sè esistente al di fuori della mente,
non è a parlare di idea nè di funzione giudicatrice. Per modo che noi possiamo
affermare che, affinchè si abbia l’idea e il giudizio (i quali sono
inseparabili fra loro, giacchè l’idea in tanto è idea in quanto, mediante il
giudizio, viene considerata come segno, come | qualità, come attributo
riferibile al reale, in quanto, cioè, mediante la funzione giudicatrice
l'elemento ideale viene consciamente riconosciuto separabile dal fatto), è
necessario che l' universale, che dapprima operava inconsciamente nella mente,
essendo per così dire incorporato nel fatto o processo psichico concreto, venga
ad essere riflessivamente distaccato da questo e considerato per sè, venga ad
essere riconosciuto mezzo appropriato a rendere intelligibili i fatti concreti.
Tale universale è particolarizzato e concretizzato in un'imagine psichica (nome
e rappresentazione particolare), la quale è riguardata come sostituibile da
qualsiasi altra omogenea e quindi fornita di valore vicariante. Riassumendo,
noi possiamo dire che l'idea si riduce a quell’elemento universale, astratto ed
addiettivo (qualità o relazione) che, particolarizzato in un segno (nome o
imagine psichica sostituibile per mezzo di una qualsiasi altra), vien
considerato come simbolo avente un significato obbiettivo. È evidente che le idee
come idee non possono esistere al di fuori della mente del soggetto: se esse
sono degli astratti universali (aggettivi), non è possibile che esse abbiano
un'esistenza indipendente. Lo spirito umano, non potendo penetrare nel cuore
della Realtà, non potendo ‘vivere la vita del Tutto, sì contenta di analizzare
e di determinare il contenuto di essa mediante qualità e relazioni, le quali se
si riferiscono, se accennano, se simbo leggiano il Reale, non vanno
identificate con questo. Sicché le idee da una parte non sono semplici fatti
psichici e dall'altra non sono realtà, ma sono segni del Reale. Il fatto
psichico concreto diviene idea logica non appena esso è fissato e riferito, il
che può avvenire soltanto mediante la denominazione, denominazione che indica
obbiettivazione, e che è da considerare piuttosto un segno dell'atto
intellettuale (giudizio) che l’atto stesso. Vien data così la forma esplicita
del giudizio a ciò che prima era soltanto un fatto psichico concreto, una
rappresentazione forse persistente, perchè identica in sè stessa attraverso i
mutamenti e le differenze, ma sfornita di qualunque riferimento cosciente a
qualche cosa di obbiettivo. Da tal punto di vista idea e giudizio sono coevi e
proce dono di pari passo, giacchè il secondo lungi dall’essere una combinazione
meccanica di parti esistenti l'una fuori dell'altra (impressioni, idee,
concetti), è l’espressione, forse la sola vera espressione, come dice il
Bosanquet, dell'unità della coscienza ed è il generatore di ogni idea o
concetto. Il giudizio può contenere idee complesse, ma in quanto giudizio,
presenta il contenuto di una sola idea, la quale esiste solo nell’atto del
giudicare. É l’astrazione che separa i due elementi intimamente compenetrati
tra loro. E qui cade in acconcio notare che quando noi abbiamo dei dubbi circa
l’esistenza di un giudizio vero e proprio (negli animali p. es.), il miglior
modo d'assicurarsi è di ricercare se in ciò che sì suppone attività
giudicatrice vi sia qualche cosa che possa essere in modo intelligibile negata
(di cui sia possibile la negazione e la falsità); invero ciò che rende
possibile .il giudizio è il distacco dell'ideale dal reale, del vas dal dass,
si è la formazione dell'idea quale esiste nella nostra mente, idea che è vera
soltanto se effettivamente compete alla realtà. Fino a tanto che noi non
abbiamo ragioni per credere che nell’ intelligenza degli animali esistano delle
imagini aventi un dato significato obbiettivo, dei fatti psichici atti ad
essere riferiti a qualche cosa che trascende l'attualità psichica, noi non
possiamo parlare di attività giudicatrice: niente, infatti, in tali casi. può
essere intelligibilmente negato, non l’esistenza dello idee adoperate nel
giudizio, non l'affermazione del loro significato. | 2° Passiamo ora alla
seconda obbiezione. Come è possibile considerare i giudizi categorici quali
leggi rudimentali? L’obbiezione a prima vista presenta delle difficoltà
insormontabili: da una parte abbiamo i giudizi universali ipotetici, i quali
effettivamente enunciano dei principii, delle verità d’ordine generale e
possono essere considerate delle vere e proprie leggi, e sono quanto di più
lontano si possa immaginare dalla realtà determinata e concreta , dall'altra
abbiamo i giudizi categorici, i quali sono realmente qualificazioni del reale,
ma esprimono verità contingenti, particolari. Per convincersi se e fino a che
punto i giudizi che asseriscono semplici fatti (giudizi categorici) siano da
considerare come leggi rudimentali, è bene anzitutto enumerarli rapidamente,
affinchè possano essere resi evidenti i caratteri che li contraddistinguono.
Qui, prima di andare innanzi cominciamo col notare che non esistono giudizi
enuncianti la semplice esistenza del dato, ma sempre giudizi enuncianti qualche
maniera di presentarsi di esso, enuncianti quindi qualche qualificazione,
qualche attributo o relazione: anche i cosidetti giudizi storici non esprimono
puramente l’esistenza dei fatti, ma, se non altro la relazione dei fatti in
ordine al tempo ed allo spazio, per modo che questi figurano come forme appercettive
atte ad ordinare ed a caratterizzare in qualche modo l'insieme dei fatti
accaduti. Questi ultimi vengono riprodotti in maniera particolare in rapporto
allo spazio ed al tempo, i quali così vengono a dare una rudimentale
universalizzazione ai dati concreti. Occorre notare chie il sapere di una cosa
di fatto è vero nel momento in cui si formula il giudizio: in un altro momento
potrebbe cessare di esser vero, ma in tal caso il sapere che se ze aveva prima
non sarebbe divenuto falso, pevchè esso si riferiva allo stato di cose che
aveva luogo nel primo di quei momenti e rispetto a tale stato di cose il sapere
che se ne aveva e che se ne ha è sempre vero, esprime un nesso, rudimentalmente
quanto si vuole, ma sempre necessario ed universale tra il soggetto e
l’attributo in quel dato punto del tempo e dello spazio. Dicevamo adunque che
non esistono g.udizi puramente esistenziali e ciò si comprende agevolmente se
sì pensa che l’idea della realtà o dell'esistenza, come l’idea del dato, del
questo, non è un'idea come le altre, non è riducibile ad un ordinario contenuto
simbolico, il quale, distaccato da una determinazione attuale del reale, possa
essere adoperato senza tener conto più di questa, ed essere riferito, diremo
così, a qualcosaltro. Le idee d'’ordinario sono per così dire estratte da un
dato fatto o da una serie di fatti e poi possono essere riferite ad un nuovo
fatto (simile, analogo o identico) che sopraggiunga: ora ciò per l’idea del
dato non può avvenire, appunto perchè in tal caso l'idea è inconcepibile per sè
presa: l’idea del dato non può riferirsi che a ciò che è dato: ma, si domanda,
a quale dato? al dato con cui il soggetto si trova attualmente in contatto? ma
questo è un processo ozioso, inutile e insignificante, perchè non vi è alcun bisogno
di asserire che la realtà è reale quando io mì trovo a contatto della realtà:
si può sentir bisogno di qualificare in qualche molo la realtà presente nella
percezione, ma non di affermare che è reale. E, se ben si riflette, tutto le
volte che si ricorre all’ enunciazione grammaticale di un giudizio esistenziale
è sempre per asserire in modo più o meno celato e inconscio qualche attributo o
qualche relazione del dato. È inutile aggiungere che l’idea del dato non può
essere riferita a ciò che non è dato, perchè in tal caso si cadrebbe in
contradizione. Da ciò emerge chiaro che l’idea di esistenza non è mai un vero
predicato. I In altre parole, l’esistenza non è una nota, una qualità, una
determinazione che si possa aggiungere idealmente ad una cosa. La realtà, il
dato, l’esistenza è sostantivo e non aggettivo, vale a dire, non è elemento
astratto ed universale atto ad inerire,. a caratterizzara qualcosaltro. La
nostra niente può - formare anche l’idea della realtà, ma questa è infeconda,
non può estendere nè ampliare il nostro sapere: essa non ha consistenza come
elemento isolato e per sè preso, essendo inseparabile dal fatto da cui la
nostra mente l’ha per un istante disgiunta. Vi sono delle note, delle
determinazioni, degli universali astratti, delle idee che noi possiamo o non
possiamo attribuire ad una cosa, e ve ne sono anche di quelle che non possono
essere negate senza sformare la cosa, ma non ve ne sono di quelle che
qualificano la cosa come cosa, come reale. L'essere cosa (l’esser reule) non è
una nota come un’altra: tolta essa non rimane più nulla, non già che rimanga
qualcosaltro che non sia quella cosa. Essa può essere per un istante
considerata come nota, ma come nota d’un ordiae speciale, come nota sostanza
che trae seco per forza il dato. Reale non può essere che l'aggettivo della
realtà: l'essere una cosa non può essere predicato che di una cosa; mentrechè
una qualsiasi altra idea può essere predicato di questa o di quella cosa.
Nell’enumerazione dei giudizii somme ai semplicì fatti seguiremo lo schema di
BOSANQUET – citato da H. P. Grice, “Prejudices and predilections, which become
the life and opinions of H. P. Grice” -Giudizio qualitativo propriamente detto,
enunciante una qualità sensoriale: es. ‘COME’È CALDO’ -- sott’intendi l’acqua,
la stanza, ecc.; giudizio interiettivo esprimente un'emozione, o meglio, l’idea
di un’emozione, nei quali, dal fatto psichico emotivo è distaccata l’idea come
SEGNO di esso: es. ‘Cattivo!,’ ‘Che dolore!’. Al giudizio propriamente
interiettivo fa d’uopo aggiungere il giudizio o meglio, la proposizione
imperativa, precativa, ammirativa, interrogativa, ottativa, ecc., con le quali
espritiamo un comando, una pres -- Giudizio impersonale. Es. ‘Piove.’ Giudizio
percettivo, enunciante un fatto presente che viene esteso per mezzo di idee,
rappresentazioni, imaginì, ricordi riferentisi a ciò che non è attuale. Es.
quando noi riconosciamo un individuo e lo chiamiamo per nome, not vediamo chi
egli è , abbiamo la percezione di lui, Giudizio dimostrativo, il quale ha per
soggetto questo ora qui . Es. ‘Questo è freddo’, ‘Ora piove’, ‘Quì è buio,’
Tutti questi giudizi presentano a prima vista la caratteristica comune di
riferirsi direttamente al reale, qualificandolo variamente. Il loro soggetto
esprime, in modo indeterminato, senza alcuna specificazione, cioè, per mezzo di
idee, il contatto del reale col soggetto; dal che si sarebbe tratti a
conchiudere che siffatto giudizo è agli antipodi di ciò che ordinariamente si
chiama legge. Questa, infatti, è universale e astratta in quanto esprime la
sintesi di attributi, di due aggettivi e viene formulata per mezzo di un
giudizio ipotetico : il giudizio categorico della specie summentovata è invece
individuale, concreto in quanto caratterizza, qualifica direttamente il dato e
viene ad esser riferito a ciò che esiste per sè. Il giudiziolegge, come
ordinariamente è inteso, non esprime che la ghiera, un sentimento di meraviglia
e così via. Questi giudizi non vanno confusi con le espressioni emotive
corrispondenti, giacchè essi sono resi possibili dal distacco dell'idea dal
fatto psichico concreto. Il fatto psichico è individuale, soggettivo e affatto
incomunicabile (è sentito), mentrechè l’idea formata mediante il giudizio,
mediante il riferimento di una qualità od attributo comune ad un fatto psichico
concreto sentito, è comubicabile, universale, obbiettiva (è intesa).
conseguenza di una data supposizione senza dir nulla circa. la realtà dei suoi
termini; che esista o no nella realtà un triangolo, che esista o no nel fatto
in un dato momento e agisca o no nell'organismo un dato veleno, la legge
matematica riferentesi al triangolo e la legge biologica relativa all’ azione
di un veleno sull'organismo è sempre vera. Lo stesso non si può dire del
giudizio categorico, il quale enuncia, qualificandolo, un fatto quale è
attualmente, non nella sua possibilità, tanto è ciò vero che in esso il
soggetto non può essere negato in modo intelligibile, vogliamo dire che il
soggetto non essendo specificato e determinato in alcuna maniera, non può
subire alcuna alterazione senza cessare di esistere del tutto, e non soltanto
come tale e tale altro. A prima vista adunque si direbbe che tra i giudizi
categorici summentovati e quelli ipotetici o leggi vi sia assolutamente un
abisso: il che poi menerebbe alla conseguenza che mentre i giudizi, diremo
così, rudimentali, esprimerebbero effettivamente delle qualificazioni del
Reale, i giudizi ipotetici universali enuncierebbero soltanto delle relazioni
tra idee. Ora è ciò vero? Prima di tutto richiamiamo alla mente qual’è
l’essenza e l’ufficio della funzione giudicatrice. L'essenza e l’ufficio del
giudizio è, per così dire, di simboleggiare il fatto, di trasformare il solido
fatto (mi si passi la similitudine) nella volatile idea, di sostituire a ciò
che non può essere oggetto di scambio un qualcosa che ha valore in quanto
segno, e che è facilmente comunicabile : ora ognun vede che, affinchè ciò
avvenga, è necessario che il fatto sia universalizzato : e che cos’ altro è mai
la legge se non l’ universalizzazione e il processo ideale (astrazione)
praticato sul fatto? Ciò non basta: noi abbiamo detto che il giudizio si riduce
al riferimento di un contenuto ideale alla realtà, il che vuol dire che il
giudizio non è la semplice espressione di una modificazione soggettiva sopravvenuta
in seguito al contatto della realtà col soggetto, come sarebbe il grido
erompente dalla bocca di chi sì trova in un stato emozionale, ma è un processo
per cuì la modificazione del soggetto a contatto del Reale viene appercepita
per mezzo di qualcosa di universale che mediante l’atto giudicativo stesso
assume una certa configurazione per mezzo della parola, passando dallo stato di
potenza o di funzione virtuale in atto funzionale. Ora l'importante è questo,
che quando l'atto giudicativo più rudimentale si compie, non è a credere che il
fatto rimanga, dopo che ad esso è stata riferita l’idea, sempre fatto
inalterato: un tale modo meccanico di concepire il giudizio non è ammissibile,
perchè non esiste il fatto da una parte e l’idea dall'altra : l’idea esiste in
quanto si riferisce al fatto e questo messo in rapporto con l’idea, non è più
un semplice fatto qualsiasi, ma è come a dire idealizzato, è alterato in
rapporto al contenuto dell’ idea. Alcuni dei molteplici, innumerevoli elementi
costituenti il dato vengono lasciati da parte ed altri vengono ad emergere,
perchè armonici coll’idea. Insomma quando un qualsiasi giudizio si formula, il
contenuto reale reagisce sul dato, trasformandolo in qualcosa di universale e
di astratto, per modo che in ultima analisi si ha sempre una sintesi ideale di
addiettivi. E del resto, se ben si riflette, si vede subito che, tolto al
giudizio il carattere di universalità, esso non ha più ragiono di esistere, in
quanto diviene un atto del tutto soggettivo, individuale e quindi qualcosa
d'inesprimibile, d'incomunicabile e d’inintelligibile. Quando formulo un
giudizio sensoriale qualitativo o interiettivo, quando io dico, ad esempio, ho
dolore al dito , io in sostanza af-_ fermo un qualcosa d’universale, nè può
esser diversamente, giacchè in caso contrario primamente non sarei inteso da
nessuno e poi tale giudizio difficilmente potrebbe essere ripetuto, mentrechè è
innegabile che esso viene enunciato innumerevoli volte nelle condizioni più
diverse. Il mio dolore al dito non è quello di un altro: se ne differenzia per
rapporti di tempo, di spazio e per una molteplicità di circostanze, per modo
che io dall’ insieme della realtà quale mi è presente in un dato punto,
astraggo un elemento per metterlo in rapporto con un'idea (segno). Tale
elemento astratto è indeterminato; non è specificato o qualificato in alcun
modo e quindi non è un’idea, ma d'altra parte non si può dire che sia
senz'altro il fatto, il reale nella sua grande complessità di elementi; è
piuttosto la configurazione della realtà quale è in me in un dato momento. Da
ciò consegue che i cosidetti giudizi rudimentali in quanto sono manier e di
rendere intelligibili i fatti concreti mediante idealizzazione ed astrazione,
sono delle vere e proprie leggi. Con ciò non si vuol dire che il giudizio è
fuori la realtà, giacchè esso anzi è impiantato in questa, ma, poichè al suo
compimento è necessaria la determinazione e la configurazione del reale, esso,
pur avendo le sue radici in questo, cresce, si ramifica, si svolge nell’
atmosfera dell’ ideale. In breve, noi crediamo che i giudizi categorici
rudimentali siano delle leggi iniziali, perchè i loro soggetti pur indicando,
per così dire, i punti in cui la realtà è presente all’individuo, non esprimono
questi nella loro complessità e compiutezza, tanto è ciò vero che io adopero
siftatti soggetti, anzi formulo gli stessi giudizi in condizioni diversissime:
e non basta ; li adopero e li enuncio io come li adoperano e li enunciano gli
altri uomini in circostanze disparatissime: il mio questo , il mio qui , il mio
ora , non è quello di un altro, pur venendo denotati in modo identico. Ma da
ciò si deve forse trarre la conseguenza che i giudizi categorici rudimentali e
gli ipotetici universali siano perfettamente identici tra loro e che pertanto
qualsiasi forma di giudizio sia una vera e propria legge scientifica? No certo:
noì dicemmo che i giudizi concreti categorici sono da considerare come leggi
rucimentali, val quanto dire come germi di leggi e non come leggi addirittura:
ed infatti quando noi in tali giudizi poniamo in relazione un'idea con un
soggetto indeterminato, siamo nell’impossibilità di indicare la natura, le
condizioni e i limiti della sintesi del predicato col soggetto. E il compito
della scienza è appunto quello di analizzare, di determinare e quindi di
idealizzare il soggetto indeterminato, di andare in traccia e porre in evidenza
quegli elementi di esso che formano un tutto indissolubile col contenuto ideale
espresso nel predicato. Con tale processo è evidente che ci veniamo allontanando
dal fatto concreto complesso, giacchè l’analisi, come la dissezione
dell’organismo, mentre ci allontana dalla vita vera e propria, ci fa conoscere
gli elementi dalla cui cooperazione la vita stessa risulta. Noi coi giudizi
categorici di cui ci occupiamo, esprimiamo, si, una sintesi ideale fino ad un
certo punto tra due universali, ma detta sintesi non è necessaria, non è
permanente, non è generale, nè assoluta appunto perchè, essendo indeterminato
il soggetto, questo può presentarsi sotto le forme e le condizioni più
svariate, per modo che un medesimo contenuto ideale, una volta si trova
connesso con un dato soggetto, ed un'alira volta con un soggetto molto
differente. Un dato contenuto ideale una volta sì trova connesso con un questo
, con un qui , con un ora >, ed un’altra volta con un questo , con un qui e
con un ora , il cui contenuto è differente da quello del primo. Conchiusione: i
giudizi qualitativi‘ in generale non sono leggi vere e proprie, non sono cioè
giudizi universali astratti ed ipotetici, ma leggi rudimentali, giudizi
implicitamente universali ipotetici, in quanto non volgono sulla realtà nel suo
insieme, ma su alcuni elementi di essa che non hanno un'esistenza propria per
sè considerati. La legge, come il giudizio, serve a qualificare ed a rendere
intelligibile il reale: ora le leggi ed i giudizi di cui . ci siamo occupati
finora hanno per compito di riferire, di attribuire una qualità al Reale: le
leggi e i giudizi di cui c’ intratterremo al presente hanno l’ufficio di
predicare del Reale una relazione. Una volta che il giudizio è tale un’
operazione logica che ha necessariamente per risultato l’azione reciproca del
soggetto sul predicato e di questo su quello, è evidente che se i giudizi-leggi
categorici sono intimamente connessi con i giudizi o leggi ipotetiche in quanto
entrambe rendono intelligibile il dato, dall’altra si presentano con note
distinte in quanto i primi attribuiscono al reale una qualità e gli altri una
relazione di qualunque genere quest’ultima sia, sia, cioè, una relazione di
quantità, di ragione o di causa. È in questa seconda categoria che vanno
comprese tutte le leggi scientifiche propriamente dette, quelle connessioni
necessarie ed universali che sono come la struttura di tutte le scienze
speciali. | Prima di discorrere partitamente delle varie sottospecie delle
leggi relazionali (leggi causali, leggi razionali e leggi puramente
quantitative), analizziamole in ciò che hanno di comune, ponendole in rapporto
con le leggi che potremmo dire ora qualitative, In queste ultime si attribuisce
una semplice qualità al reale, per il che questo viene ad essere come limitato
in un punto, viene ad assumere la configurazione del campo attuale della
coscienza, del campo su cui è fissata l’attenzione in un dato momento: finchè
noi non abbiamo che qualità da attribuire al reale non sentiamo il bisogno di
fare distinzioni entro il contenuto della coscienza, e di stabilire in modo
cosciente dei rapporti tra i termini distinti. Esso nella complessità ed
indeterminatezza in cui appare al soggetto, è senz’ altro qualificato; e poichè
nessuna distinzione, o determinazione sì è praticata, l'affermazione non può
varcare ì limiti di tempo e di spazio in cui è fatta ed ha carattere
prettamente categorico. Essa si rapporta in modo più diretto all'esistenza,
perchè non compie alcun atto di astrazione su ciò che immediatamente si
presenta al soggetto; il fatto, essendo semplicemente qualificato, non è per
così dire allontanato dalla sua matrice reale, come avviene nel caso che
molteplici operazioni logiche hanno contribuito ad idealizzare il dato,
distaccandolo più o meno completamente dai rapporti di tempo, di spazio e dalle
condizioni svariate che contribuiscono alla concretizzazione. Nelle leggi
relazionali, al reale non è più riferita una qualità, qualcosa di semplice, un
termine isolato, ma una relazione, val quanto dire un nesso di due termini, il
che suppone che il dato sia stato obbietto di determinazioni e di distinzioni e
quindi obbietto di un processo di astrazione ; per il che si è entrati nel
dominio dell’universale, nel dominio di ciò che non si riferisce ad un punto
determinato dello spazio e del tempo, ma ha valore sempre e dappertutto. E
poichè l'attenzione è segnatamente fissata su ciò che ha il maggior interesse
attualmente, vale a dire sulla relazione, sul nesso esistente tra i due termini
in cui è stato distinto il contenuto ideale del dato, è chiaro che la detta
relazione deve essere significata in modo da informare tutto l'atto
giudicativo. Il centro di gravità della funzione giudicatrice si sposta, in
quanto è una data forma di caratterizzazione, è la connessione che viene ad
essere obbietto del giudizio : il dato, avendo perduto la sua concretezza,
entra come nell’ ombra della coscienza, mentrechè il nesso, la relazione viene
ad occupare il primo posto nella visione mentale. Il dato è come presupposto e
la forza del giudizio si esplica nell’ affermazione del nesso, Se la legge
dell’ economia non avesse vigore nelle funzioni spirituali e nelle espressioni
del linguaggio, avremmo nel giudizio l’esplicazione chiara di tutto il processo
nelle varie sue parti; si preferisce invece di tacere, di sottintendere ciò che
non è assolutamente indispensabile di esprimere (il dato) e di significare in
maniera completa il nesso in cui sta propriamente il nerbo del giudizio. Ma
donde e come sorge tale relazione che vien riferita al reale? Perchè il
contenuto ideale viéne analizzato e distinto in termini, tra cui è riscontrata
una determinata relazione ? Il motivo per cui il contenuto ideale viene al
essere analizzato nei suoi elementi o in termini tra cui poi intercede un
rapporto fisso, è la percezione di un mutamento concomitante e coordinato nelle
varie parti componenti il tutto qualitativo o il contenuto ideale. Finchè
questo non presenta alcuna variabilità nei suoi fattori e finchè questi ultimi
non variano in modo coordinato, in modo che la determinazione dell’ uno tragga
seco quella dell’ altro, non ha luogo alcun processo di analisi, di distinzione
di termini, nessuna relazione è riconosciuta e fissata, e quindi nessuna
relazione può essere riferita al reale. In seguito a ciò sì comprende
perfettamente come le leggi relazionali siano dei veri e propri giudizi
ipotetici universali, coi quali si viene ad affermare la connessione del
conseguente con l’ antecedente fondata sopra una qualità riconosciuta inerente
al reale. E qui sorgono parecchie questioni degne di essere attentamente
esaminate. Prima di tutto si nota: Siffatti giudizi ipotetici avendo per
termini degli universali, sono lontani dalla realtà, sono come sospesi în aria
e non asseriscono alcun fatio concreto: da tal punto di vista si sarebbe quasi
tratti a dare il posto d’ onore ai giudizi categorici anche rudimentali, i
quali esprimono il nostro immediato contatto con la realtà. Che i giudizi
ipotetici non enuncino fatti è innegabile, ma da ciò forse consegue che siano
più lontani dalla realtà di quei giudizi che vertono semplicemente su fatti? La
realtà non è costituita da semplici fatti per quanto questi siano complessi e
complicati, come non è costituita da termini isolati, per così dire, da
elementi atomi o da qualità semplici, ma da qualità e da relazioni variamente
intrecciate tra loro. Ogni qualità è riducibile a relazioni, come ogni
relazione è fondata su qualità: dal che consegue che quando noì enunciamo delle
relazioni lungi dal trovarci lontani, ci troviamo più vicini alla realtà in
quantochè ciò che perdiamo in complessità, in concretezza, lo guadagniamo in
estensione, in precisione. Con la determinazione delle relazioni necessarie ed
universali vengono rimossi i particolari privi d'importanza e di significato.
Noi siamo a contatto della realtà tanto se predichiamo di essa qualità, quanto
se ne predichiamo relazioni, col vantaggio in quest'ultimo caso che le
relazioni purgate di tutti gli elementi inutili, hanno un valore assolutò,
perchè esprimono la struttura del reale quale può essere trascritta e delineata
dalla mente umuna. Poi si osserva: i giudizi ipotetici esprimono delle semplici
possibilità, non mai dei fatti reali. Con essi in sostanza si dice: supposto
che una tale con:lizione si verifichi, l’ effetto ne conseguirà
necessariamente, e di qui il carattere della relatività inerente a siffatti
giudizi, ma nulla si dice intorno alla realtà della supposizione. Sono pertanto
delle enunciazioni che non escono dal relativo e dall'arbitrario. Qui occorre
fare due osservazioni. 1° La realtà della supposizione è presa, nor data nel
giudizio ipotetico per questo che il processo di analisi ha sformato il dato,
togliendone tutti gli elementi insignificanti. Con tale operazione la
connessione affermata non viene ad esser più vera in un dato punto dello spazio
e del tempo o in un dato complesso di condizioni, ma viene ad esser vera
dovunque e dappertutto, per modo che la supposizione lungi dall’essera un
prodotto arbitrario della mente, un qualcosa che viene ammesso senza nulla
sapere se esso corrisponda alla realtà, figura quale elemento (si badi, diciamo
elemento e non già fatto) eminentemente reale. Essa non si trova nella realtà come
‘elemento isolato e quindi non si trova in un dato punto dello spazio e del
tempo, ma si trova commista con svariati altri elementi, si trova nei contesti
più disparati a seconda delle circostanze. La supposizione non è una mera
possibilità, ma è, per così dire, una possibilità reale, un elemento che è
stato e che può divenire attuale ogni volta che noi ci mettiamo nelle
condizioni di prospettiva necessarie alla percezione del detto elemento
particolarizzato. Ognun vede del resto che il giudizio ipotetico se non avesse
una base reale, se non esprimesse sub specie aeternitatit un nesso constatato e
constatabile nell’ esperienza ogni volta che si vuole, verrebbe ad essere
destituito di ogni valore. Una supposizione puramente arbitraria non val nulla:
rappresenta un prodotto accidentale dello spirito individuale e null'altro. Il
giudizio ipotetico lungi dall’ esprimere la possibilità come contrapposta alla
realtà sta a significare la capacità, la facoltà che noi abbiamo di constatare
il nesso, la rela zione esistente tra due termini semprechè lo vogliamo in
condizioni determinate. Esso pertanto piuttostochè esprimere un qualchè di
meno, esprime un qualchè di più del ‘reale attuale, un qualchè che è reale non
ora e qui, ma ovunque e sempre. Allo stesso modo che l'idea che simboleggia il
fatto, qualificandolo, non è un prodotto arbitrario e subbiettivo della mente,
ma ha valore reale in quanto si riferisce al dato di cui esprime l’essenza e il
significato, così il giudizio ipotetico è da riguardare come segno di un modo
di essere del dato. L'idea e il nesso ipotetico non hanno valore per sè, ma in
quanto si riferiscono al reale del quale sono simboli nella nostra mente. Il
giudizio universale ipotetico pur non esprimendo alcun fatto particolare nella
sua complessità concreta, è però sempre sostituibile da una molteplicità di
fatti. Possiamo, è vero, fare delle supposizioni illegittime, come possiamo
enunciare dei nessi necessari, ma non reali in quanto il supposto da cui
muovono non è reale, ma i casi in cui ciò si verifica sono relativamente rari e
son ben determinati. | L'antecedente dei giudizi ipotetici poi in tesi generali
si rapporta più o meno direttamente ad un fatto: così una legge fisiologica o
biologica che non enuncia nessun fatto reale esistente, ma semplicemente
possibile, esprime però sempre un nesso constatato e constatabile nell’
esperienza. E mentre 11 giudizio ipotetico pone in vista le condizioni
genetiche del fatto, il giudizio categorico enuncia semplicemente il fatto.
L'enunciazione delle condizioni genetiche suppone già il fatto, anzi una seme
di fatti dalla cui comparazione ed analisi esse sono state estratte.
Riassumendo, diciamo che il nesso enunciato in una legge relazionale non
soltanto esprime un nesso che è stato constatato nell’esperienza (leggi
causali), ma esprime la coscienza della possibilità di constatarlo ogni
qualvolta si vuole; dal che emerge che essa penetra nel cuore della realtà
molto dippiù che la semplice enunciazione di un fatto isolato, 2® La
connessione e relazione affermata per mezzo dei giudizi ipotetici non è, nè può
essere una connessione arbitraria ed accidentale; il che vuol dire che essa
deve avere una ragione, un fondamento: ora la coscienza di questa ragione e
fondamento è necessariamente implicita nell’enunciazione di una legge
razionale? È questo un problema della più alta importanza, ed è stato risoluto
variamente dai filosofi: per non citare che i più recenti, mentre il Bradley
ammette che la qualità del reale che rende possibile una legge di relazione può
rimanere ignota, il Bosanquet è di parere che ogni giudizio ipotetico ha radici
in un sistema, in un fatto, in qualcosa di categorico. Ora, tenendo conto della
maniera in cui le leggi scientifiche sono state scoverte attraverso lo
svolgimento del sapere umano ed insieme del modo come tuttora vengono
rintracciate le condizioni genetiche dei fatti naturali, noi siamo autorizzati
ad affermare | che effettivamente non solo un nesso, una relazione del genere
di quelli enunciati nel giudizio ipotetico devono avere una base, devono cioè
essere due elementi appartenenti ad un unico sistema, devono essere correlativi
nel senso che emergano da un unità fondamentale (e altrimenti perchè sarebbero
in rapporto di dipendenza reciproca? perchè l'uno varierebbe nella misura che
varia l’altro, e perchè infine l'uno agirebbe sull’altro ?), ma tale base deve
essere conosciuta o almeno in qualche modo intraveduta. Se ciò non avviene,le
così dette leggi naturali lungi dall’ enunciare dei rapporti necessari ed
universali, enunciano delle connessioni di fatto che hanno un valore empirico,
provvisorio. Finchè non si arrivi a conoscere il perchè di una legge, finchè
cioè una data relazione non sia considerata come prodotta da una qualità
inerente al reale, per modo che la stessa entri in un dato sistema, essa non
avrà niun valore assoluto. Ogni scienziato quando si pone a sperimentare e va
in traccia di una legge muove sempre da un dato sistema, da un dato ordine
d’idee che avrà un colore diverso a seconda dell’ obbietto di una data scienza -
vi è un mondo chimico, come ve ne è uno fisiologico ecc.; e quando una nuova
connessione constatata non si collega in modo chiaro col detto sistema, si
possono presentare due casi: o il sistema fondato su basi solide e razionali,
resiste e in tal caso la legge non è considerata come un principio universale e
necessario, ma come l’ enunciazione di un fatto empirico che richiede ulteriore
esame, ovvero il sistema cede e d allora è sostituito da un altro sistema
consono alla nuova connessione osservata. Insomma noì crediamo che il punto di
partenza sia sempre qualcosa di categorico, un sistema, un fatto, un dato
ordine d'idee e che le connessioni che si vengono man mano mettendo in chiaro
non siano che ulteriori determinazioni del detto sistema; e nel caso che ciò
non avvenga è giocoforza costruire un nuovo sistema entro cui possano entrare
le nuove connessioni. Dal sistema non possono e non devono essere dedotte a
priori (dialetticamente) le leggi, giacchè esso è come un principio regolativo,
nel senso che non vi può essere una vera e propria legge, la quale non faccia
parte di un sistema. L'ufficio del giudizio ipotetico e della legge relazionale
è appunto quello di mettere in evidenza alcune parti o differenze o
determinazioni del sistema, lasciando da parte la considerazione dell'insieme,
il che non toglie che l'insieme vi sia e operi attivamente attraverso le
differenze; anzi si può aggiungere che se il sistema non esistesse non verrebbe
nemmeno in mente di andare in traccia delle leggi. i ‘Ciò che sopratutto
occorre ricordare è che non vi sono sistemi fissi ed immutabili, bensì
progressivi nella misura in cui progredisce l’insieme delle nostre conoscenze,
e che se da una parte la scoverta e il significato delle leggi di‘pende da
vedute sistematiche, dall’ altra parte le leggi reagiscono sui sistemi,
contribuendo alla formazione di questi e dando anche ad essi un'impronta ed un
colore speciale. Concludendo, diremo che nell’opinione ordinaria le leggi
vengono considerate come maniere di operare di date cause, maniere di operare
che dipendono dalla natura delle stesse cause: ora, che altro è la natura di
una causa, se non la sua posizione in un sistema? Pertanto nui possiamo
affermare che ogni necessità e relatività è fondata in ultima analisi su
qualche cosa di categorico, su qualche dato, sopra un fatto irriducibile.
Aggiungiamo in ultimo che le leggi riguardanti un dato fatto esprimono sempre
il ritmo della variabilità di una data cosa, il ciclo entro cui il fatto, la
cosa, il dato si muove, esprimono, cioè, le parti o le articolazioni di un
sistema. Le leggi appaiono in tal guisa comele funzioni di varie © forme
d’individualità del reale: le leggi di gravità, le leggi di una data sostanza
chimica vanno riguardate come le funzioni, le maniere di operare di quella data
forma d'individualizzazione del reale che è il mondo della gravità, ecc. E le
dette leggi esauriscono, per così dire, la natura, la essenza di una data cosa.
Noi dicemmo che le leggi relazionali hanno l’ ufficio di qualificare il reale
per mezzo di una relazione: ora si può domandare : Di che natura è questa
relazione ? Per risolvere una tale questione è bene passare prima rapidamente a
rassegna le varie forme di relazione che possono caratterizzare la realtà, per
vedere quali sono le note differenziali di ciascuna di esse. La prima forma di
relazione che viene attribuita al reale è quella che risulta dalla comparazione
quantitativa, è quella intercedente tra le differenze, o gradi di una stessa
qualità : noi formulando giudizi come questi: ora è meno chiaro d'allora , qui
è più freddo di lì , questo è più rosso di quello , ovvero questo è più rosso
ora che non fu antecedentemente , questo è più caldo in questa parte che in
quella , questo è più chiaro qui che lì (nei quali ultimi giudizi, come nota il
Bosanquet, i dimostrativi di altra specie assumono l'aspetto di condizioni),
veniamo a qualificare il reale per mezzo del rapporto quantitativo (più o meno)
esistente tra due termini, i quali pertanto si devono implicare a vicenda: dal
momento che una data qualità è distinta nelle sue variazioni, nelle sue
differenze S'intende agevolmente che un dato sistema può essere alla sua volta
analizzato e scomposto in relazioni in modo da rientrare come parte in un
sistema più vasto e comprensivo e così via. Ciò che in un caso figura come
sostantivo può divenire aggettivo di un sostantivo d’ordine più elevato. o
gradi, ciascuno di questi in tanto ha un significato in quanto è connesso con
un altro, Come si vede, il giudizio comparativo qualifica il reale per mezzo della
relazione esistente tra la parte e il tutto, il quale ultimo differisce dalla
parte per mezzo di altre parti omogenee. Notiamo qui che secondo che
l'attenzione è richiamata precipuamente sulla qualità variabile
quantitativamente messa in rapporto coi vari punti dello spazio e del tempo
variabili in modo continuo, ovvero è richiamata sulle variazioni quantitative
delle qualità sensoriali (es. sensazioni muscolari) che determinano le
costruzioni dello spazio è del tempo, il giudizio comparativo coopererà alla
formazione della cosa e di una specie qualsiasi d’individualità, ovvero alla
costituzione delle forme intuitive (spazio e tempo). La comparazione
quantitativa precisata, resa esatta si trasforma in misura, la quale consiste
nel considerare un oggetto come un tutto contenente un certo numero di unità :
unità che viene fissata, riscontrandola identica nei vari aggregati in cui
entra come parte. In tal modo dalle relazioni quantitative concrete si passa a
quelle astratte e perciò stesso aventi significato generale e quando la misura
degli oggetti è praticata, riferendosi ad unità di misura estrinseche ed è
espressa per mezzo di giudizi generali, diviene una vera e propria proporzione
in quanto essa è applicabile a casì in cui i terminì corrispondenti sono
grandezze differenti. La proporzione, infatti, si riduce all'’eguaglianza di
due rapporti. La semplice proporzione diviene poi una vera e propria legge
proporzionale non appena viene introdotta nel soggetto una specificazione, un
attributo (condizione), la cui esistenza sì mostra intimamente connessa con
quella del predicato: es. questo pezzo di un metallo e questo pezzo di un altro
metallo, che hanno lo stesso volume, stanno in rapporto al peso come 5 : 9 .
Con la misura noi siamo entrati nel dominio della quan tità astratta; vediamo
ora da tal punto di vista per via di quali relazioni il Reale è qualificato. In
primo luogo vanno annoverate le relazioni numeriche. Il tutto riguardato dal
punto di vista puramente quantitativo, è caratterizzato da ciò, che può essere
costruito mediante la ripetizione ideale di unità o parti fisse. Tale
ripetizione ideale costituisce l'enumerazione. Nella misura si muove dal tutto
caratterizzato per mezzo delle sue differenze, mentre che nell’enumerazione si
parte da un’ unità distinta, per arrivare a costruire una somma totale, o un
aggregato. Nell’enumerazione il tutto, che è predicato, si presenta come una
forma, diremo così, molto attenuata di quell’ individualità sistematica che
nella misura fu da soggetto. Il tutto dell’ enumerazione poi è un vero
aggregato; e la parte è ridotta al posto che, come unità, può occupare nella
somma. È per questo che in un sistema numerico, la somma delle unità rimane la
stessa, qualunque sia l’ordine in cui queste sono contate; due parti possono
mutar di posto senza che consegua alcuna modificazione da parte del tutto. Va
notato però che in ogni giudizio enumerativo sono impliciti i due elementi
dell'unità e della comune natura o identità che fa da sostrato delle differenze
rappresentate dalle parti enumerate. L'unità deve fornire la regola e insieme
il limite dell'enumerazione, la quale si ridurrebbe ad un processo sfornito di
significato, se fosse senza limite e sarebbe impossibile addirittura, se fosse
senza regola. L'identità fondamentale d'altra parte è indispensabile in quanto,
mancando essa, non si avrebbe uno degli elementi essenziali del giudizio;
l'unità numerica, infatti, è nient'altro che la differenza o part: presa come
distinta dall’identità fondamentale solo mediante un atto del giudizio. Ciò che
noi contiamo nell’ enumerazione sono gli atti del giudizio, come atti di
distinzione e di riferimento in una qualità continua, identica. Se il processo
di enumerazione suppone necessariamente l’esistenza di una natura propria ben
definita e jualitativamonte determinata nell’obbietto del detto processo, è
innegabile d'altra parte che l'atto del contare tende ad assumere indipendenza,
quasi che potesse avere un significato proprio a parte dalla qualità continua e
identica delle unità componenti il tutto. É in forza di tale processo di
astrazione che avviene ogni progresso nel calcolo. Lo svolgimento di questo,
infatti, si compie col costruire totalità numeriche, mediante la sostituzione
di relazioni di unità ideali a unità positivamente concrete; relazioni che
formano un totale numericamente identico, ma generalizzato e ideale. L’unità
quantitativa per sò, o piuttosto l’astrazione unilaterale dell’unità
quantitativa, il solo posto numerico che non è collegato per mezzo di una
qualità identica e continua (unità organica. o sistematica delle parti) cogli
altri posti della serie, non può avere in sè alcun principio od esigenza di
totalità, cioè a dire, non può avere alcuna ragione per finire in un punto più
che in un altro. Vogliamo dire che l’'enumerazione delle unità come tali può
esser continuata a piacere ed un tale processo ci conduce al concetto
dell'infinito numerico. L'infinito numerico, trascurando il fattore della
natura delle unità, omette l'elemento che può arrestare il computo ad un punto
piuttosto che ad un altro. Chi può dunque trattenersi dal considerare
l'infinito numerico come un prodotto soggettivo, a cui nulla di realmente
obbiettivo corrisponde? Le relazioni numeriche e quantitative in genere sono
controdistinte dalle seguenti note: 1° esse sono universali, necessarie o
relative in quanto l'un termine in tanto ha valore in quanto è connesso con
l’altro, per modo che rientrano nella formula del giudizio ipotetico. Se A è B
allora è C ; 2° talì relazioni non sono unilaterali, ma reciproche, il Se A è B
allora è C può divenire Sc 4 è C allora è B ; 3° la ragione di tali connessioni
non si trova nell'esperienza, nel dato, comunque l’esperienza possa presentare
delle applicazioni di tali connessioni: il valore di queste ultime però non
.dipende dalla maggiore o minoreapplicabilità nell'esperienza. Ora tutte queste
noto che cos'altro stanno a significare se non che la relazione attribuita in
tal guisa alla realtà è un nesso o una relazione puramente razionale? Se il
fondamento del nesso non fosse nella ragione, potrebbe il detto rapporto essere
necessario, reciproco e valido indipendentemente dall’esperienza? Se non che
dire che la relazione è puramente razionale, che il fondamento del nesso si
trova nella ragione non è risolvere in modo completo il problema: rimane sempre
da spiegare in che consista un nesso razionale e in che modo la razione possa
essere fondamento di un nesso, Quando noi vediamo che tra due termini esiste un
legame necessario, per modo che uno implica o trae seco l’altro, che cosa
dobbiamo pensare? Qual'è il concetto che noi in tal caso ci dobbiamo formare
della dipendenza o del nesso ecc.? Per rispondere a tali quesiti occorre tener
presente che il nesso necessario, reciproco e indipendente dall'esperienza tra
due elementi, non può esser dato che alternativamente da due condizioni
principali: o dal fatto che i due termini sono perfettamente sostituibili in
quanto | sono equipollenti, in quanto cioè sono espressioni diverse di una
stessa cosa: in tal caso i due termini s' implicano a vicenda perchè sono
termini di un’eguaglianza e di una identità: ovvero dal fatto che i due termini
della connessione sono parti di un tutto organico o di un sistema: in tal caso
gli elementi tra cui ha luogo il nesso non sono identici, ma si completano a
vicenda quali fattori di una identità sistematica. Ora si domanda: il giudizio
ipotetico tipico è espressione della prima specie di nesso, ovvero della
seconda? Finchè non si esce dalla pura identità, da quella che si potrebbe
chiamare identità formale, non è a parlare propriamente di giudizio ipotetico
come non è a parlare propriamente di nesso, il quale involge sempre transizione
da un contenuto ad un altro, rapporto di due. parti integrantisi a vicenda e
non semplice tautologia: anche quando noi affermiamo 50 X 3 = 25 X 6, la
ragione di tale connessione non va ricercata nella identità dei termini, ma
nella costituzione propria del sistema numerico: è il sistema di numerazione
che rende possibile la identificazione di 50 X 3 con 25 X 6: In fondo adunque
ogni nesso razionale implica l'esistenza di un’ identità sistematica, di una
totalità, le cui parti sono organicamente congiunte, perchè ciascuna di esse
figura come differenziazione, come determinazione o come manifestazione
dell’unità fondamentale. Qui però sorge il problema: Come è mai possibile la
esistenza di una totalità le cui parti s’implicano a vicenda? Come è mai
possibile l’esistenza di un sistema organico i cui elementi poi s’ implicano a
vicenda? È evidente che ciò è possibile solo nel caso che il sistema figuri
come un’individualità, come un fatto categorico fornito di un certo grado di
assolutezza, avente quindi la sua ragione in sè stesso. Ora siffatte condizioni
si riscontrano: 1° in quei prodotti dell'attività umana, i quali rispondono ad
un fine cosciente. È in vista di questo che i vari elementi sono armonicamente
coordinati tra loro. L'idea fine agisce come unità regolatrice ed
organizzatrice dei vari elementi componenti il tutto; in tal caso le varie
parti sono intimamente connesse tra loro, perchè si completano a vicenda e
perchè sono funzioni determinantisi reciprocamente; 2° quindi anche in quelle
costruzioni numeriche e geometriche che presentano uno spiccato carattere
d’individualità in ragione della proporzionalità che si riscontra nelle loro
relazioni interiori e in ragione della scelta arbitraria delle condizioni
primitive e fondamentali determinanti poi l'andamento generale delle
costruzioni stesse (1); e 3° in quei casi in cui dopo che è stata scomposta una
totalità aggregato considerata quindi dal semplice punto di vista quantitativo
nei suoi componenti, Vedi a tal proposito quello che noi, sulle tracce del
Masci, scrivemmo intorno alle varie operazioni numeriche: Za mozione di Legge ,
vol. I di questi Saggi. ciascuno di questi si mostra dipendente dagli altri. Da
tuttociò consegue che il nesso razionale qual'è espresso dal giudizio ipotetico
tipico che non trae seco alcun rapporto di tempo, ha la sua base nel fatto che
i due elementi tra cui intercede la relazione di dipendenza reciproca
necessaria sono parti di un unico tutto, che questo sia considerato dal
semplice punto di vista quantitativo, ovvero dal punto di vista sistematico o
organico implicante un processo di differenziazione qualitativa. Ora chi uon
vede che la totalità, il sistema, l’individualità vera, implicante una
relazione necessaria tra le parti, non può essere che un effetto dell’attività
costruttrice umana, giacchè è solamente ciò che è fatto, costruito dal soggetto
umano che può da una parte essere completo in sè stesso e dall'altra avere una
struttura prettamente razionale e quindi avere quel grado di assolutezza e di
apriorità che guarentisce la necessità del nesso intercedente tra gli elementi
contenuti nel sistema? Ma possiamo d’altronde affermare che tutti i caratteri
suaccennati di un nesso razionale e necessario sì riscontrino nei prodotti
umani? Come si vede, il punto essenziale da dilucidare sta qui: se il nesso
razionale implica sistema, totalità e se questa non può aversi che da ciò che proviene
dal soggetto umano, è necessario precisare se tutti e nel caso negativo quali i
prodotti umani racchiudano una relazione necessaria tra i loro elementi o
fattori. A ciò si risponde che una totalità, un sistema implica una relazione
necessaria tra gli elementi solo in quei casi in cui questi elementi figurano
come determinazioni essenziali del sistema o della totalità. I vari fattori o
componenti di un tutto non hanno un valore eguale, in quanto alcuni di essi
sono essenziali, indispensabili quasi si direbbe che in essi sotto varie forme
è la natura stessa del sistema , mentrechè altri sono fino ad un certo punto
indifferenti al sistema stesso: è evidente che tra i primi vi è una relazione
necessaria entro il sistema dato, non già tra gli altri. Non basta. Non tutti i
prodotti o le costruzioni sistematiche del soggetto umano hanno un valore ed un
significato eguale: ve ne sono di quelle che si riferiscono ad una funzione
primitiva, universale e costitutiva dell'anima umana in genere, e ve ne sono di
quelle che si riferiscono a funzioni variabili ed arbitrarie della coscienza:
ora è chiaro che i legami necessari si riscontrano in quei sistemi prodotti
dall’esercizio delle funzioni inerenti propriamente alla natura umana. In
questi ultimi casi il sistema a cuisi devono riferire i nessi necessari è
sempre posto dallo spirito, mentrechè negli altri casi il sistema può e non può
esser posto, può esser posto in un modoe può esser posto in un altro. La base
dei giudizi ipotetici in quest’ultimo caso non viene ad esser fissa, ma
mutevole in rapporto ad una quantità di circostanze. Concludendo, noi possiamo
dire che ogni nesso razionale o necessario è fondato sopra l’esistenza di una
totalità o di un sistema, per modo che i termini del nesso figurano come le
parti o le differenze della totalità e del sistema. Due cose in tanto si
possono implicare a vicenda in quanto sono parti di un tutto. Ora un tutto, una
totalità non è mai data, giacchè tutto ciò che è dato è sempre relativo: il
fatto stesso di esser dato fa sì che agli occhi del soggetto non possa apparire
che come qualcosa che si riferisce a qualcos'altro, e ciò che è dato in tanto
assume a volte l'aspetto di qualcosa d'individuale e di totale, in quanto noi
proiettiamo, o riflettiamo in esso la nostra stessa attività, lo informiamo
della nostra stessa vita. Solo ciò che è fatto, ciò che è costruito da nuvi è
un tutto completo, è un vero sistema, ha la sua ragione in sè stesso. Sicchè il
nesso razionale non si può trovare che tra gli elementi di un tutto, di un sistema
costruito dal soggetto: il giudizio ipotetico tipico in tal guisa non soltanto
ha una base categcrica, ma questa sua base è nell'attività del soggetto umano.
Se non che va notato che non tutti i sistemi e le totalità prodotte
dall'attività umana servono di fondamento a nessi universalmente necessari e
quindi a giudizi ipotetici reciproci, ma soltanto quei sistemi derivati dallo
esercizio delle sue funzioni costitutive. Tali sono i sistemi della quantità o
della grandezza, dei numeri, dello spazio (1) che forniscono la base dei nessi
razionali e dei giudizi ipotetici (leggi) di tutte le cosidette scienze esatte
o formali. La realtà non è soltanto qualificata per mezzo di nessi razionali,
ma è anche qualificata per mezzo dei rapporti causali. Quali sono i termini tra
cui inteircedono siffatti rapporti? Sono qualità od attributi che vengono
astratti dalle complicate relaziouii del reale, perchè sono invariabilmente ed
universalmente congiunti tra loro in qualsiasi contesto o sistema essi si
trovino. Prima di ricercare la natura del nesso causale e le note che lo
controlistinguono dovremmo passare rapidamente in rassegna le varie forme in
cui esso si presenta nei principali, rami del sapere: ma l’enumerare le leggi,
sia Le relazioni del tempo e del movimento sono espresse sempre per mezzo di
grandezze, di relazioni spaziali e numeriche, anche fondamentali di tutte le
scienze sperimentali leggi fisiche, chimiche, biologiche, psicologiche,
storiche, sociologiche e filologiche non ci sembra di alcun vantaggio, in
quanto tutte presentano un’eguale struttura logica. Tutte si riducono a
rapporti di attributi e quindi a legami astratti, a generalizzazioni ricavate
da sistemi di fatti concreti: gli attributi connessi mediante l’indagine fisica
sono incommensurabilmente differenti dagli attributi connessi mediante
l’indagine chimica, e gli attributi connessi mediante l’indagine di siffatti
due processi scientifici sono, lo ripetiamo, incommensurabilmente differenti
dagli attributi connessi mediante le indagini biologiche in genere. Se gli
attributi non fossero in ciascuna serie di scienze qualcosa a sè, qualcosa
d’irriducibile, noi non saremmo propriamente autorizzati a parlare di scienze
differenti, ma di una sola scienza, la quale, per comodo didattico o per
l’esigenza della divisione del lavoro, potrebbe essere divisa, ma in sostanza
le varie scienze non sarebbero che capitoli diversi di una sola scienza. Ora
ciò non è, e chi ha qualche dimestichezza con le scienze speciali lo sa; del
resto è per questo che i metodi delle varie scienze sperimentali, pur avendo
dei caratteri comuni, variano profondamente tra loro. Gli attributi o qualità
adunque connesse nei vari ordini di scienze sono irriducibili le une alle
altre, ma esse per sè prese sono indeterminate e il sapere scientifico va in
cerca di qualcosa di fisso, di stabile, di coerente e di necessario. Gli
attributi son fatti, son dati, ecco tutto: onde è che essi sono materia di
elaborazione scientifica, non sono scienza. Perchè ciò avvenga è necessario che
gli attributi o le qualità ricevano delle determinazioni quantititive
(numeriche), I nessi o le relazioni intercedenti tra le qualità possono essere
fissati e posti in evidenza soltanto per mezzo delle determinazioni spaziali e
temporali, le quali alla lor voita hanno bisogno di essere specificate per
mezzo del numero. Nessi e qualità devono adunque esser prese in funzione,
devono essere schematizzate per mezzo della quantità, e per mezzo dello spazio
e del tempo quantitativamente presi. Come il colore è necessario a delimitare
l'estensione, così il numero, lo spazio e il tempo sono necessari a delimitare
le qualità e le relazioni. È per questo che l'esattezza e la precisione
scientifica dipendono dal grado in cui è applicabile la matematica. Questa
trasforma le scienze empiriche da induttive in deduttive, e quindi in razionali
appunto perchè fa considerare le qualità sotto l'aspetto della quantità. © Da
tutto ciò consegue che tutte le leggi delle scienze sperimentali si riducono a
relazioni di qualità espresse nelle loro variazioni quantitative e spaziali e
temporali le quali due ultime vengono espresse alla lor volta per mezzo della
quantità. Vediamo ora in modo più particolareggiato quali sono i caratteri che
controdistinguono i nessi sperimentali... Anzitutto si nota che essi sono
necessari ed universali e poì che lungi dall'essere forniti dalla ragione
indipendentemente dall'esperienza, sono tratti da quest'ultima, nei cui limiti
sono validi. Ora che i nessì costituenti, diciamo così, la struttura delle
scienze sperimentali debbano essere necessari ed universali, ognuno lo
comprende, pensando all'obbietto proprio del sapere scientifico che è appunto
quello di trasformare le semplici congiunzioni di fatto, per sè sfornite di
qualsiasi valore, in connessioni di dritto, in coerenze fisse, stabili, aventi
cioè un fondamento che le giustifichi: non è egualmente chiaro fino a che punto
i nessi in questione siano un portato dell'esperienza : è oltremodo importante,
infatti, mettere in chiaro entro quali limiti vada ristretta l'azione della
ragione di fronte all’esperienza, se si riflette che la coerenza ela necessità
non possono venire che dalla ragione. Qual'è la differenza essenziale tra i
nessi puramente razionali e quelli sperimentali ? La differenza sta in questo,
che i primi sono fondati sull’ esistenza di sistemi costruiti dall'arbitrio
dell'uomo, e quando diciamo dall’arbitrio dell’uomo non vogliamo dire
dall’arbitrio assoluto, vale a dire sfornito di qualsiasi riferimento a qualche
proprietà o qualità inerente al reale, ma vogliamo dire che l’attività
costruttiva dell’uomo è estremamente preponderante, come avviene nei sistemi
numerici, nelle determinazioni spaziali ecc.; gli altri invece sono fondati su
sistemi che hanno il loro principale punto di appoggio su qualche fatto o dato.
Se si passano a rassegna ì vari ordini di leggi e di sistemi corrispondenti, si
vede che essi vanno a metter capo in ciascuna serie in qualche dato, o fatto
ultimo inesplicato e inesplicabile, il quale non è posto dall’arbitrio
dell'uomo, ma è propriamente subito. Se anche questo sparisce, viene ad esser
rotto ogni legame colla realtà e ci troviamo nel regno della pura forma,
dell'astratto e del razionale. I nessi razionali presentano in tal guisa un
grado di assolutezza, di compiutezza che invano si cerca nei nessi
sperimentali, in cui domina sempre il riferimento a qualcos'altro. Il
fondamento dei nessi sperimentali adunque si trova, sì, nell'esistenza di
sistemi che contengono i termini in connessione, ma i Abbiamo detto che ogni
opera d’arte figura come l’ espressione di due sorta di leggi sistematiche, di
una riferentesi alle determinazioni del mondo estetico in genere (è quella di
cui si è parlato), dell'altra riferentesi ad un dato fatto estetico, ad un dato
prodotto artistico compiuto in un momento determinato. Ogni opera d’arte,
infatti, incarna un'idea, sì presenta come un'individualità, come un sistema
fornito di date parti o differenze: ora prima che essa sia eseguita, nella
mente dell'artista esiste il concetto dell’ opera caratterizzata da date
qualità suscettibili di determinazioni disgiunte o escludentisi a vicenda. Il
processo della elaborazione artistica insomma si compie sempre
particolarizzando, determinando, specificando un contenuto ideale di cui si
hanno nettamente i limiti e il contorno; se ciò non avvenisse l’opera d' arte
non avrebbe unità, nè armonia organica, nè individualità, perchè non avrebbe la
sua ragione in sè stessa. Ciò che abbiamo detto della vita estetica si applica
prefettamente alla vita morale. Ogni azione morale suppone la cooperazione di
due leggi o giudizi sistematici, col primo dei quali il contenuto della vita
psichica viene considerato dal punto di vista della moralità, viene cioè
ordinato in guisa da costituire un tutto organico, un sistema armonico a cui si
dà l’ appellativo di morale: sistema che ha questo di proprio, che per esso
tutti gli clementi e fatti psichici acquistano valore e significato dal modo in
cui contribuiscono al raggiungimento dell’ ideale morale, che è quello della
comunione spirituale di tutti gli uomini. Il Genio morale, il Santo
appercepisce il reale come sistema morale in genere di cui coglie tutte le
differenze o determinazioni e le loro relazioni dì reciproca esclusione.
D'altra parte ogni singola azione morale rappresenta l’espressione di un
concetto etico, di un'idea morale determinata: difatti un'azione morale si
presenta sempre come qualcosa di armonico, di organicamente uno, di
individualizzato, avente la sua ragione in sò stessa : il che suppone
nell'animo dell'agente l’esistenza di un concetto sistematico analizzato nelle
sue determinazioni essenziali in ordine ad una data condotta. Ogni fatto morale
presenta coerenza ed unità d'indirizzo, il che vuol dire che esso emerge dall’
analisi di una concezione sistematica determinata, proprio in quella maniera in
cui le proprietà, i rapporti e le specie dei triangoli derivano dalla natura di
quella particolare limitazione dello spazio che dicesi triangolo, limitazione
dello spazio che è resa possibile dalla natura dello spazio in genere. Vogliamo
dire insomma che come il mondo estetico così il mondo morale hanno come loro
precipuo fattore una costruzione sistematica della realtà, caratterizzata e
delimitata in guisa da presentare determinazioni esclusive e disgiunte. Varia
il principio informatore, l'universaie concreto, la funzione, la forma
appercettiva, ma permane il processo di sistemazione e di determinazione. È per
questo che tanto il mondo estetico quanto quello morale presentano uno spiccato
carattere categorico; le esigenze estetiche ed etiche piuttostochè essere
ricavate dalla realtà, dai fatti, anticipano, regolano quella e questi. Anche
la vita della conoscenza in generale si esplica per mezzo di leggi
sistematiche. Ogni processo conoscitivo è fondato sull’esigenza di fissare, di
qualificare e di determinare il reale per mezzo di simboli o segni variamente
connessi tra loro (idee, giudizi, inferenze), in maniera da risultarne una
forma di coerenza totale o di sistema. Sicchè appare chiaro che la conoscenza
adempie a due uffici, a quello di rendere chiaro per mezzo di simboli la realtà
(di costituire delle formole o degli schemi in relazione reciproca tra loro), e
di connettere tali simboli in modo da formare un sistema. Ora ciò in tanto è
possibile in quanto la mente agisce come potenza universalizzatrice, come
potenza tipificatrice : essa infatti, opera idealizzando il fatto e
l’esperienza (staccando cioè gli attributi e le relazioni dall’esistenza),
andando in traccia del principio informatore di un dato ordine di reali per
mettere poi in evidenza le determinazioni essenziali di questo. Ed ogni
progresso nella conoscenza è contrassegnato dalla maggiore prevalenza della
tendenza alla sistematizzazione : quanto più la mente riesce, cioè, a
individualizzare il reale tanto meglio adempie al suo còmpito. Come si vede, la
forma generale di ogni conoscenza è la forma sistematica e le varie categorie
non sono che momenti, manifestazioni diverse di tale funzione o categoria
fondamentale; la sostanza, infatti, implica l’individualità, la causalità
implica la finalità o l’ ordine, il numero implica la totalità e l’unità: la
finalità e la totalita non sono che espressioni diverse del sistema. D'altra
parte è agevole intendere che in qualsiasi forma speciale di conoscenza è in
azione l’idea sistematica con le sue varie determinazioni; se pensare è porre
in relazione, e se la relazione non è possibile che tra termini, ì quali
abbiano qualcosa di comune, tra parti di un medesimo tutto, tra differenze di
un'identità sistematica fondamentale, è evidente che qualsiasi conoscenza
implica determinazione di un sistema, val quanto dire riduzione dell'ignoto al
noto, riferimento del non spiegato a ciò che è spiegato. Le leggi o giudizi
sistematici formando come l'ossatura della vita estetica, morale e conoscitiva,
operano quasi diremmo celatamente nelle produzioni artistiche e scientifiche, e
nelle azioni morali; le scienze invece che hanno per obbietto appunto di
tradurre in termini puramente intellettivi, di trasformare in concetti,
ordinandoli in modo ‘ sistematico, di rendere insomma intelligibili i fatti
estetici, morali e conoscitivi, mirano a presentare isolate, separate da tutti
gli elementi con cui si trovano miste, le dette leggi o giudizi sistematici.
L’Estetica, l’Etica e la Logica coincidono in questo che tutte e tre tendono a
costruire il mondo estetico, etico e conoscitivo per mezzo di giudizi
disgiuntivi completi. Invero qual'è l'obbietto dell’ Estetica ? È quello di
stabilire, in base allo svolgimento storico dell’arte e della coscienza
estetica e in base all'osservazione psicologica della funzione estetica sia
produttiva che recettiva o contemplativa (genio e gusto), il retto concetto
‘dell’ ideale estetico. Fissando il concetto si viene per ciò stesso a
determinarne le manifestazioni in maniera completa ed adequata. Le leggio norme
estetiche sono le direzioni o le maniere secondo cui l’attività o funzione
estetica dell’ anima umana, in genere, cerca di raggiungere l'ideale estetico.
Ond'è che le norme o leggi estetiche avent i una base categorica nelle
proprietà dello spirito umano (atte quindi ad anticipare ed a regolare l’
esperienza), non vanno confuse con quelle forme di leggi finali empiriche
(aventi cioè il loro fondamento nei dati forniti dall’esperienza) che
rispondono a problemi pratici del tenore seguente: Come ottenere un dato
effetto estetico in una data circostanza ? Come condursi moralmente in una data
situazione della vita? Qual è l’obbietto dell’Etica? È quello di stabilire in
base alla osservazione psicologica della funzione etica, in base allo
svolgimento della cultura e della civiltà, allo svolgimento storico della
coscienza morale e della vita morale il retto concetto della moralità. Ed una
volta fissato e delimitato tale concetto, è chiaro che vengono determinate le manifestazioni
e le estrinsecazioni essenziali del principio informatore della vita etica;
basta a tal uopo rapportarsi alle qualità fondamentali che contradistinguono il
suddetto concetto o principio. In ultimo qual’è l’obbietto della Logica? È
quello di stabilire in base all'osservazione psicologica della funzione
conoscitiva, in base allo svolgimento storico della scienza e della dottrina
della conoscenza il retto concetto della conoscenza stessa. Trovato il
principio informatore di questa e caratterizzato per mezzo di date qualità, è
facile precisarne le determinazioni, le manifestazioni ed i limiti di
variazione. Le norme etiche, logiche ed estetiche stanno ad indicare le diverse
maniere in cui è possibile rispondere alle esigenze etiche, logiche ed estetiche
dello spirito umano; norme che hanno la loro ragione ed origine nell'ideale
rispettivo, il quale alla sua volta non è tratto dall'esperienza, non figura
come un dato, ma è posto da ciò che vi ha di più intimo nell'essere nostro. Sta
in ciò appunto il carattere distintivo delle leggi normative suaccennate. Da
tuttociò consegue che l’ Estetica, la Logica e l’Etica (1) sono fondate su
giudizi sistematici o disgiuntivi tratti dalla vita estetica, logica ed etica
dell'anima umana. Esse mirando a mettere in evidenza la struttura logica o
intelligibile del mondo estetico, conoscitivo ed etico, ci pongono dinanzi agli
occhi le diverse maniere in cui il principio informatore, l’universale concreto
e individuale si presenta in ciascuna delle tre sfere più elevate dello spirito
umano. Nessuno confonderà poi le norme con i giudizi disgiuntivi o sistematici,
giacchè quelle non indicano le parti del sistema articolate tra loro, ma bensì
le vie per cui l’attività umana attua il sistema ideale espresso nelle sue articolazioni
per mezzo della legge sistematica. Le norme si riferiscono all’attuazione, al
modo di procedere nella realizzazione dell'ideale e quindi sono leggi della
volontà umana; le leggi sistematiche invece esplicano nelle loro determinazioni
i sistemi ideali, per il che non escono dal mondo ideale. Stando ad alcuni
(Bradley, Bosanquet), l’ultima e più perfetta fase della conoscenza è
rappresentata dal giudizio disgiuntivo in generale, in quanto per mezzo di
questo il principio informatore di un dato ordine di realtà viene ad essere
proseguito nelle sue determinazioni essenziali o nelle sue manifestazioni, le
quali poi si escludono a vicenda. Nè potrebbe essere diversamente; una volta
che il princi (1) Quello che abbiamo detto dell’ Etica, dell’ Estetica e della
Logica sì potrebbe dire della Matematica. pio informatore, attuandosi, assume
una data forma, viene ad essere esclusa ogni altra forma in cui esso può anche
presentarsi; e poichè tali forme sono definite ed enumerate invirtù della
conoscenza che sì ha di tutto l'ambito del concetto, è chiaro che dal trovarsi
attuata una data forma si deduce la non attuazione delle altre, e dalla non
attuazione delle altre si deduce l’attuazione di quella sola che rimane. Col
giudizio disgiuntivo si vengono ad enumerare tutte le possibilità, ond’esso è
l’espressione di una certa onniscienza da parte dell’uomo, onniscienza fondata
però sempre sulla cognizione di una data qualità o attributo, il quale per
natura sua ngn può ammettere che un numero determinato di variazioni, oltrepassate
le quali, esso stesso viene ad essere annientato. Possono variare le occasioni
immediatamente determinanti la formazione dei giudizi disgiuntivi, ma le loro
caratteristiche non variano. Un giudizio schiettamente disgiuntivo riflette
sempre un contenuto o sistema completo in sè stesso, onde proviene che esso,
come ogni giudizio generico, è quasi categorico. Il giudizio assume la realtà
del soggetto ed enuncia nel predicato le varie forme sotto cui quello in
condizioni diverse si può presentare; forme che esaurendo la natura del tutto
posto come reale, si presentano articolate tra loro mediante giudizi ipotetici
o negativi. Ciò che sopratutto è necessario e indispensabile si è che il
contenuto-soggetto, l’individualità o l’ universale, entri come tutto in
ciascuna delle, forme enumerate, per modo che ogni differenza figurando come
determinazione essenziale dell’ universale viene ad escludere tutte le altre
differenze; è soltanto sotto questa condizione che ogni congiunzione si
trasforma in disgiunzione, La disgiunzione, sempre secondo tali filosofi, è la
sola forma giudicativa che può stare da sè, giacchè ogni connessione è entro un
sistema e si può dire completo solo quel giudizio che enuncia insieme un
sistema e le relazioni o determinazioni contenutevi. Certamente non ogni
disgiunzione è completa, indipendente ed assoluta nello stretto senso della
parola, ma ciascuna presenta sempre un certo grado di assolutezza rispetto al
numero dei giudizi ipotetici che in essa trovano il loro fondamento. Così la
disgiunzione che enuncia la natura e le specie dei triangoli contiene la base
di tutti i giudizi ipotetici esprimenti le proprietà di tale figura. Ciascuno
di detti giudizi, se completato e fatto esplicito, metterebbe capo nella detta
disgiuzione, la quale alla sua volta è compresa nel giudizio fondamentale che
espone la natura e i caratteri dello spazio. | | Ora, possiamo noi ammettere
che la forma disgiuntiva sia la forma giudicativa più completa e quella
meritevole veramente del nome di sistematica per eccellenza? Noi crediamo che
vada fatta una profonda distinzione tra il giudizio effettivamente sistematico,
il quale qualifica il Reale per mezzo di una identità sistematica organicamente
articolata nelle sue varie parti e il giudizio disgiuntivo vero e proprio, il
quale lungi dal presentare un sistema attuato, presenta le forme o le
manifestazioni possibili di un principio. Il giudizio sistematico ci mette
sotto gli occhi un tutto organicamente costituito e reale, mentrechè il
giudizio disgiuntivo ci mette sotto gli occhi le maniere in cui il tutto si può
attuare. Ora da ciò consegue che dal punto di vista ideale, dal punto di vista
dell’elaborazione mentale il giudizio disgiuntivo appare più perfetto, perchè
da una parte ci dice che un dato sistema, se attuato, deve essere determinato
in una data guisa e dall’altra ci fa sapere tutte le maniere in cui può essere
attuato e determinato; dal punto di vista invece della conoscenza come
qualificazione di ciò che è reale è il giudizio sistematico vero e proprio
quello che appare più perfetto e completo; l’ultimo invero ci mette davanti
l'attuazione di un tutto organico contenente in sè delle differenze non
escludentisi, ma implicantisi a vicenda. È desso che costituisce la base di una
parte importante di giudizi ipotetici, i quali enunciano la connessione delle
differenze contenute entro un sistema e il rapporto necessario degli attributi
o parti di un tutto. Lo schema del giudizio sistematico è : S è cosîffatto che
a implica b; quello invece del giudizio disgiuntivo è: S è cosiffatto che si
può attuare 0 determinare in a o in b o in c. È vidente che il giudizio
sistematico e quello disgiuntivo non vanno identificati tra loro; sono due
processi conoscitivi collaterali, i quali adempiono ad uffici differenti ; il
giudizio disgiuntivo allarga e completa idealmente la conoscenza, in quanto
esaurisce le possibilità della realizzazione; quello sistematico invece pone in
evidenza la struttura organica e i rapporti interni di un sistema reale.
Con'ciò non si vuol. negare che vi possano essere e vi siano anche molteplici
interferenze tra i detti due processi e che il giudizio sistematico possa
essere fondato o esser riferito a una disgiunzione resa possibile dalle
variazioni di una qualità essenziale, ma quello che non va dimenticato si è che
la disgiunzione non rappresenta qualcosa di reale, come la struttura
sistematica, che essa è un processo perfettamente ideale e che il tutto o il
sistema che fa da soggetto nei giudizi disgiuntivi è un prodotto
dell’astrazione. Esso non esistendo per sè, non avendo la sua ragione in sè
stesso, non essendo qualcosa di sussistente e di completo, non esce dal dominio
del necessario e del relativo; esso si riferisce necessariamente ad una delle
determinazioni enunciate nel predicato. Il contrario si verifica nei giudizi
prettamente sistematici nei quali il soggetto è qualcosa di categorico, di
completo e d’indipendente. | La verità di ciò che si è detto intorno al
giudizio disgiuntivo viene provata anche da questo, che esso è attivo in tutti
quei processi dello spirito relativi all'attuazione di ideali concepiti dalla
mente umana ; prima questa, per ragioni su cui qui non importa insistere, forma
un concetto e poi dello stesso vengono rintracciate le determinazioni
principali, basandosi sopra una sua nota essenziale; il giudizio disgiuntivo in
tal guisa è attivo soltanto ogni volta che si ha a che fare con costruzioni
ideali, con costruzioni di possibilità fatte da noi (di cui conosciamo le
qualità essenziali e le loro variazioni), mentrechè quello sistematico mette in
luce la struttura organica di un sistema reale per via della vicendevole
dipendenza delle parti di esso. Tuttociò che è organicamente costituito,
tuttociò che, attuato, o risponde effettivamente perchè opera dell’intelligenza
e dell’attività umana o sembra corrispondere (funziona come corrispondente) ad
un fine, può formare oggetto di un giudizio sistematico vero e proprio, o
finale o generico che si voglia dire. Il giudizio disgiuntivo lungi dal rendere
più perfetta la nostra conoscenza della realtà della quale noi conosciamo
soltanto dei frammenti non fa che rendere esplicito ciò che era implicito
perchè nostra fattura , non fa che metterci sott'occhio sotto altra forma ciò
che già sapevamo. Avendo noi costruito il concetto soggetto non possiamo non
trovarvi dentro quello che noi stessi vi abbiamo posto. É soverchio aggiungere
che il giudizio disgiuntivo non può avere alcuna applicazione seria nella
conoscenza del reale, del dato, giacchè noi dei vari ordini di questo non conosciamo
il principio informatore (la natura propria) in modo da poterne indicare tutte
le manifestazioni possibili. Noi finora abbiamo classificato le leggi, tenendo
conto della forma e della natura dei giudizi con cui esse vengono enunciate; è
evidente che possono ancora essere classificate, tenendo conto della loro varia
origine, della maniera cioè con cui vengono rintracciate. Esse invero assumono
caratteri diversi secondo che variano i processi logici messi in opera per
scovrirle. Da tal punto di vista le leggi possono essere classificate in leggi
costrattive, leggi analogiche, leggi induttive è leggi deduttive. Cominciamo
dal ricercare per quale via vengono messe in luce le leggi matematiche, vediamo
cioè qual'è il processo logico che le rende possibili e che quindi le
contradistingue. L'inferenza (1) di cui si fa uso in matematica, è una vera e
propria inferenza sussuntiva? | Ogni calcolo aritmetico, e quindi ogni specie
di calcolo, può essere ridotto ad enumerazione o ad enumerazione di
enumerazioni. Tutto il processo poggia sulla concezione del tutto quale somma
delle sue parti, dell’ universale come risultante da determinazioni e
differenze eguali ed omogenee quantunque distinte e separabili tra loro. È
evidente che in tali casi l’universale non si presenta come un sistema
concreto, per modo che le inferenze da esso emergenti non sì sa se siano da
considerare come correlative dei giudizi, Qui è bene intenderci sul concetto
che ci dobbiamo formare dell’inferenza dipendentemente dal modo come venne
interpretata la natura del giudizio, L'inferenza, come il giudizio, mira a
qualificare la realtà, con questo di proprio che la detta qualificazione non è
immediata, ma mediata nel senso che il contenuto ideale viene riferito alla
realtà in modo indiretto, coll’intermezzo di un altro contenuto immediatamente
qualificativo. Ora com'è mai possibile un tale processo ? Come è mai possibile
il passaggio da un contenuto ideale ad un altro? È possibile, perchè entrambi
questi sono differenzia zioni di un fondo identico, momenti diversi di un unico
universale. E qui va notato che quando sì parla di universale non bisogna
correre con la mente all'universale astratto, alla nota od alla proprietà
comune e ripetentesi in un certo numero di casi, la quale non significa nulla,
ma all’universale concreto, al carattere significativo che, implicando il modo
con cui è connesso con altri caratteri o momenti sì presenta come fattore
generatore della realtà concreta Un esempio dell’universale concepito in modo
siffatto ci vien fornito da talune proprietà delle figure geometriche; dato,
per es. un arco di cerchio, noi abbiamo il raggio, onde possiamo descrivere
tutta la circonferenza; e perchè ciò? Perchè l’arco dato non è semplicemente
ripetuto, ma è continuato secondo la natura propria (universale concreto) della
ovvero come delle inferenze esplicite. Così l'equazione, poichè risulta da una
comparazione di relazioni numeriche astrattamente considerate, pare che
corrisponda al giudizio universale e più specialmente a quello ipotetico : il
che è già sufficiente a porre in evidenza il carattere sintetico o inferenz ale
di essa. Se non che l'equazione non presuppone, non implica nulla, ma distende,
per così dire, in modo completo gli elementi su cui verte l’attività
giudicatrice. Mentre l’ordinario giudizio ipotetico omette o presuppone
l'esistenza di tutte quelle condizioni che o sono ovvie addirittura, o
implicite o completamente inattive, l'equazione, il cui contenuto è omogeneo
appare ipotetica sulla base di detta figura piana, natura propria che regola le
parti e che, quantun que implicata gia nell'arco dato, è nondimeno distinta da
questo. La cosa riuscirà forse più chiara ancora se invece di un cerchio noi
consideriamo un’ellissi, in cui il frammento della curva dato non può essere
soltanto ripetuto senza mutamento nel rimanente della costruzione: vuol dire
che nella curva data vi è qualcosa che può dettare la modalità della
continuazione e completamento di essa. Sicchè noi possiamo definire il giudizio
mediato, o inferenza, come il riferimento alla realtà (entro la sfera di un
dato universale) di determinazioni per l’intermezzo di altre determinazioni
direttamente riferite alla Realtà, ed esprimenti la natura propria
dell’universale; ovvero, come il riferimento di alcune parti alla realtà per
mezzo. di altre parti esprimenti la natura propria di una totalità determinata.
Perchè si abbia l’inferenza è necessario adunque che l’universale si presenti
come un sistema le cui parti siano in necessaria connessione tra loro e che la
semplice unità delle differenze, quale si manifesta nel giudizio, sia
sostituita da una maggiore o minore complessità di determinazioni e da una
congiunzione più o meno articolata di attributi e di relazioni (nelle quali
vanno comprese le relazioni di spazio e di tempo). Cfr. BosanQuET [citato da H.
P. Grice, “Prejudices and prediletions, which become, the life and opinions of
H. P. Grice” --, Logic. un processo intellettuale, o di una sintesi di
differenze esplicite. Noi nel giudizio ipotetico affermiamo la connessione necessaria
esistente tra due termini senza mettere in chiaro la maniera in cui tale
connessione si stabilisca e si generi, senza cioè rondero esplicito nel
processo logico il fondamento o la ragione della connessione: nella equazione
invece o nella combinazione delle equazioni i rapporti tra i varii termini, le
loro proprietà e la loro derivazione vengono tutte messe sott'occhio per modo
che appare evidente il fondamento del loro legame. È per questo che l'equazione
presenta una connessione di ordine inferenziale in modo molto più chiaro che
non l’ordinario giudizio ipotetico. | La combinazione delle equazioni messa in
rapporto con una singola. equazione si presenta poi come la combinazione dei
giudizi messa in rapporto con un singolo giudizio: in entrambi i casì è
pressochè impossibile tirare una linea netta tra l’atto singolo e la
combinazione degli atti. Il ragionamento matematico, stando al Bosanquet, può
assumere varie forme, delle quali le principali sono: quella seriale (per cui è
possibile l’apprensione delle connessioni spaziali e temporali), quella
sostitutiva, quella costitutiva (equazioni costitutive) e quella proporzionale.
Tutte le dette forme hanno questo di comune che non implicano un processo di
vera e propria sussunzione, vale a dire che la conclusione, emergendo da una
relazione quantitativa esistente tra le premesse, ovvero dalle modalità della
funzione costruttrice espressa nelle stesse, non può essere considerata come un
caso particolare compreso nella premessa maggiore, o come un elemento di un’
individualità concreta, ovvero come una determinazione della natura generica
espressa nella detta premessa maggiore. Così nella cosidetta inferenza per
sostituzione Premessa maggiore M = a + br tcr8. Premessa minore S =sMon
Conelusione S =8 at be + cer8 noi abbiamo due connessioni equazionali riferite
ad un identico tutto e quindi atte a dar origine ad un'ulteriore connessione.
Ma M non è, nel caso sucitato, generico, nè S è specifico, nè infine Ja
connessione di S con s (a +bx ecc.) è nota in grazia della connessione o della
subordinazione dello stesso S all’ individualità concreta M. M, non v’ha
dubbio, figura come il centro delle relazioni, come una forma dell’universale
quantitativo che, per così dire, pervade tutta ‘l'equazione, ma da ciò non consegue
punto che .S sia un caso di M piuttosto che M di $S. Insomma la sostituzione è
una conseguenza derivante dall’ identità del tutto con sè stesso nelle sue
varie forme (essendo obbietto del calcolo appunto il ritrovamento di detta
identità), e non un principio di relazione inferenziale. Da tal punto di vista
l’inferenza sostitutiva che merita propriamente il nome di inferenza per
identificazione equazionale, costituisce il fondamento del computo aritmetico e
algebrico. D'altra parte le inferenze esprimenti le connessioni spaziali e
temporali: A è a dritta di B, Bè a drittadi C.-. A è a dritta di C: o A è
anteriore a B nel tempo, B è anteriore a C.*. Aè anteriorea C, sono agli
antipodi della vera sussunzione in quanto esse piuttostochè attribuire ad un fatto,
al reale un contenuto ideale per mezzo della connessione di quest’ultimo con un
altro contenuto ideale direttamente attribuito al reale, esprimono la maniera
in cui si stabiliscono le relazioni spaziali e temporali, esprimono il modo di
procedere della funzione costrpttrice. È se si vuol per forza fare in tal caso
un’inferenza, si deve commettere l’errore di prendere il principio attivo,
l’elemento generatore, o ciò che rende possibili tali inferenze, vale a dire la
funzione mentale che ci dà l’ ordinamento costruttivo spaziale e temporale e
considerarlo come parte del contenuto da cui è tratta la conclusione, nel qual
caso sarebbe da porre come premessa maggiore delle argomentazioni costruttive
un principio suî generis, un principio generale di costruzione che può essere
espresso nel modo seguente: Ciò che è a dritta di una cosa qualsiasi B è a
dritta di ciò, di cui alla sua volta la stessa cosa B è a dritta, e porre poi
come premessa minore tutto il contenuto nell’inferenza suddetta; giacchè lo
costruzioni e le connessioni astratte si riducono a relazioni sistematicamente
necessarie, nelle quali si prescinde pressochè totalmente dalle qualità
caratteristiche dei punti di riferimento assunti come perfettamente noti e
indifferenti (se A è a dritta, ecc. vuol dire che A è un punto o un corpo nello
spazio, altrimenti l’inferenza non avrebbe senso). Le stesse costruzioni
tramutate in inferenze non possono presentare premesse fornite di prerogative
speciali. | Come si vede, in tali casi non vi ha processo d’inferenza, perchè
quella che dovrebbe essere premessa minore è la pura ripetizione, senza alcuna
variazione, di quella che è posta come premessa maggiore; a ciò si aggiunga che
la stessa premessa minore racchiude tutto, per modo che manca la conclusione.
In siffatta inferenza le modificazioni reciproche delle relazioni sono
costruite -nell’atto che si argomenta e non vengono presupposte nella natura
del soggetto reale, a cui si riferisce l’inferenza. In altri termini
l’argomentare non ha per scopo già di rendere esplicito, di distendere ciò che
è già involuto nel soggetto esistente per sè, ma nell'atto stesso che
l’argomentare ha luogo, si costruisce o si forma il soggetto dell’inferenza. I
processi costruttivi spaziali e temporali adunque non sono dei processi
d'argomentazione sussuntiva, ma esprimono in forma ideale il riferimento
reciproco dei vari punti dello spazio e del tempo, riferimento che è basato
sulla identità e continuità dello spazio e del tempo. I processi delle
equazioni costitutive, delle equazioni, cioè, enuncianti i rapporti numerici
esistenti tra le parti componenti determinate totalità presentano due aspetti.
Da una parte figurano come sémplici calcoli o combinazioni di rapporti simili
alle equazioni mediate, o sistemi di equazioni numeriche, le quali non hanno
alcun significato all'infuori di un dato sistema numerico: infatti quando si
stabilisce una proporzione tra due quantità variabili, dando a queste un valore
determinato (coefficiente) per vedere quali modificazioni ne risultino, è evidente
che non vi è premessa maggiore, ma bensì descrizione generalizzata di un
identico tutto in due casi, i quali devono essere attuati rispettivamente con
determinati fattori e l’inferenza consiste nel presentare la costruzione di un
tale tutto appunto rispettivamente sulla base di tali fattori; dall’altra parte
il calcolo, le combinazioni delle equazioni in taluni casi sono ° fatte in base
a certi presupposti, e con regole determinate, onde esse figurano come mezzi
per raggiungere uno scopo definito, il quale poi sì può ridurre alla
determinazione delle proprietà di una data figura nello spazio: così p. es. la
forma spaziale del tipo curvilineo (la curva poi può essere aperto o chiusa,
simmetrica o asimmetrica ecc.) è come il contenuto quasi generico, secondo il
linguaggio del Bosanquet, ovvero l’idea-in base a cui la costruzione di una
particolare figura curva avente proporzioni numeriche, assume proprietà
caratteristiche. L'unità organica o sistematica presentata dalle figure
geometriche, per la quale esistono rapporti definiti tra i vari elementi che le
compongono, è data appunto dal fatto che le dette figure non risultano da un
semplice aggregato di parti, ma dalla coordinazione numericamente proporzionale
di queste. E nell’atto stesso della costruzione di date forme spaziali si
possono venir scovrendo le loro proprietà, ond’esse non figurano come qualcosa
di dato, come un fatto, ma come qualcosa che si vien facendo. In ogni case il
passaggio da una combinazione equazionale numerica alla costruzione (proporzionalmente
corrispondente nelle sue parti) di una data figura fornita di date proprietà
può esser fatto solo in base ad un principio racchiuso nella natura
caratteristica della detta figura quale emerge dalle qualità fondamentali dello
spazio . È chiaro che col fare entrare in campo l'elemento del tempo e quindi
col rappresentare il movimento come una lunghezza e col riguardare le nozioni
astratte di forza e di massa come elementi determinanti in modo correlativo il
movimento, noi abbiamo tutti gli organi del puro meccanismo e della scienza
costruttiva astratta. Fu detto dal Lotze che l’inferenza proporzionale
costituisce l’ultimo limite della conoscenza e che presenta un carattere
perfettamente sussuntivo: ora ciò non è esatto fin tanto che essa non esce dal
campo del calcolo puro e semplice (2:4::3:%.0.x=6), poggiando in tale caso
sopra un rapporto inerente ad un dato sistema numerico. Nè vale a provar.
niente al di fuori di questo. Quando per contrario si applica alla
determinazione di un contenuto concreto, di una individualità definita, allora
essa non ha valore e significato per sè, ma l’acquista dal fine a cui serve o
dall’obbietto a cui si riferisce, o infine dai presupposti su cui si eleva. La
proporzione non definisce, ma mette in maggior evidenza, determina, fissandoli
quantitativamente, misurandoli, i caratteri dell’individualità, le qualità del
sistema o della totalità concreta dopo che ne è nota per altra via la loro
natura, ovvero accenna ad esse perchè la conoscenza ne sia completata con mezzi
più appropriati. Noi possiamo dire che la proporzione acquista tutto il suo
valore dall’eterogeneità dei suoi termini, in quanto questa implica sempre
l’esistenza di un sistema speciale di relazioni e di connessioni. La detta
eterogeneità dei terminidella proporzione può essere di varie sorta, secondochè
i due obbietti comparati sono o no misurabili con un’identica unità, ovvero uno
dei due è misurabile e l’altro no, ovvero infine nessuno dei due è misurabile;
nel quale ultimo caso non è più a parlare di proporzione, ma di analogia o di
sussunzione, mentrechè nei casi antecedenti si hanno varie forme e
combinazioni. di giudizi ipotetici, i quali rappresentano i veri punti di
passaggio dalle forme astratte d’infevenza a quelle concrete (4). Le leggi
costruttive hanno adunque questo di proprio che sono leggi funzionali in quanto
esse non vengono estratte da ciò che esiste, da ciò che è dato, ma indicano le
maniere in cui la mente opera in date circostanze. L'universale concreto in
base a cui avvengono i nessi tra gli attributi espressi nelle leggi è attivo
nella mente e viene attuato mentre si enunciano le dette leggi: non è qualcosa
che esiste per sè di rincontro alla mente. Pertanto in esse vanno comprese
tutte le leggi riguardanti il pensiero, la emotività e la volontà umana in
azione. Le leggi logiche fondamentali, le leggi etiche, estetiche ecc. non
esprimono il modo di comportarsi di cose esistenti al di fuori del soggetto,
non sono ricavate da fatti, ma esprimono le maniere in cui i fatti vengono
disposti, ordinati, appercepiti dal punto di vista logico, estetico ed etico.
Siffatte leggi non possono essere ricavate da principii generali in cui siano
come contenute, perchè questi principii non potrebbero essere che le funzioni
dello spirito umano, le quali, messe in azione, determinano appunto le leggi
logiche, estetiche ed etiche. Le dette funzioni dell'anima umana espresse o
tradotte in termini intellettivi, separate dal fatto e idealizzate (guardate
nella loro intelligibilità o possibilità, nel loro was) costituiscono appunto
le leggi logiche, estetiche ed etiche. Onde consegue che questa prima classe di
leggi leggi funzionali o costruttive da una parte non sono induttive, in quanto
(1) Cfr. BosanQuET [citato da H. P. Grice, “Prejudices and predilections, which
become the life and opinions of H. P. Grice” -- non vengono ricavate da fatti e
dall’esperienza, e dall'altra non sono deduttive i in quanto non vengono
ricavate da principii generali o da individualità, sistemi o totalità date. Ciò
sarà più evidente in seguito quando avremo parlato delle varie forme di
sussunzione. Qui notiamo che va fatta distinzione tra le leggi emergenti da un
dato fatto estetico o da un dato sistema scientifico o da un complesso di fatti
psicologici occupanti un determinato punto deilo spazio e del tempo le quali
possono essere deduttive o induttive secondo che sono state ottenute prendendo
le mosse dall’universale, ovvero dalle determinazioni particolari di questo e
le leggi che indicano per così dire la via tenuta dalla | psiche nelle sue
principali funzioni. Queste leggi sono stabilite ed enunciate nell’ atto stesso
che vengono formati i principii da cui dovrebbero essere ricavate, principii
che sono come l’espressione intellettuale delle PHAGIPLI funzioni dello spirito
umano.Le leggi analogiche che si potrebbero anche chiamare leggi morfologiche o
leggi classificative, sono quelle per mezzo di cui unoggetto o un caso
particolare è reso intelligibile, facendolo rientrare in una data classe e
quindi descrivendolo, caratterizzandolo. Descrivere e classificare sono atti
che. s’'implicano e si completano a vicenda: io in tanto classifico in quanto
descrivo e viceversa in tanto descrivo in quanto classifico, in quanto faccio
rientrare il particolare nell’ universale, in quanto guardo il nuovo, l’ ignoto
attraverso il noto. È vero che d’ordinario si fa distinzione tra i giudizi
propriamente descrittivi (i quali, si dice, hanno per predicato un aggettivo
esprimente una proprietà, un attributo del soggetto) e quelli esplicativi (i
quali, si dice, hanno per predicato un sostantivo più generale, nella cui
estensione è comprese il soggetto), ma in sostanza tale distinzione è soltanto
grammaticale, giacchè nel secondo caso il predicato-sostantivo è adoperato in
un certo senso aggettivamente come nel primo il predicato aggettivo è adoperato
in un certo senso sostantivamente : in entrambi i casi, infatti, il predicato
ha l'ufficio di far appercepire, di rendere intelligibile il soggetto, in
entrambi i casi cioè il predicato è un contenuto ideale atto a qualificare il
reale quale si presenta nel soggetto grammaticale. Del resto fu già notato da
altri che tale processo classificativo del pensiero può presentare parecchi
aspetti, pur conservandosi uno nel fondo: così esso può avere una doppia
direzione, cioè o va dalla nuova (attuale e singolare) alla vecchia
rappresentazione (generica, o schematica o classe) e in tal caso la seconda è
riconosciuta e affermata come un carattere della prima (giudizio analitico);
oppure va dalla vecchia alla nuova, e questa apparirà come una particolarità
novella della prima (giudizio sintetico). Che il giudizio classificativo
(assuma la forma propriamente classificativa o quella descrittiva o quella
storica), sia sempre uno nel fondo viene provato anche da questo che le scienze
così dette classificative sono descrittive e storiche insieme: così la così
detta Storia naturale comprende la Zoologia, la Botanica, la Mineralogia, le
quali sono eminentemente classificative e descrittive: non vogliamo con ciò
affermare che tali scienze non siano anche esplicative, su che ebbe già a
richiamare l’attenzione il Wundt, ma esse sono esplicative, perchè sono insieme
genetiche e morfologiche, perchè, cioè, classificano e descrivono gli obbietti
naturali, ricercandone la evoluzione. Le leggi analogiche adunque sono della
più grande importanza in quanto rendono possibile l’apprensione ordinata delle
cose, in quanto rendono intelligibili gli obbietti, facendoli rientrare in date
classi e in quanto, ciò facendo, mettono in evidenza l'affinità, lo svolgimento
e la genesi dei vari ordini di realtà. Vanno considerate come una categoria a
parte di leggi in quanto uno è il processo di loro formazione processo logico
detto dell’analogia e della verosimiglianza, il quale consiste nel conchiudere
dacchè parecchi oggetti e fatti si somigliano in alcuni punti, che si
somigliano probabilmente anche in altri punti, L’analogia ha questo di proprio’
che la sua conclusione non è fondata sul numero dei casi in cui i suoi termini
(il soggetto e il predicato) si presentano connessi, ma è fondata sull'esame,
sull’analisi e quindi sulla valutazione dei caratteri riscontrati connessi in
un gran numero di casi; analisi e valutazione che è fatta col ricercare ciò che
i detti oggetti e fatti presentano di comune, col ricercare le proprietà e gli
attributi, i quali, qualificando entrambi, valgono a mettere in evidenza la
loro vera natura. Ora se tutti i giudizi potessero essere considerati come
reciproci l'analogia diverrebbe ipso facto un’ inferenza da condizione a condizionato,
come è inferenza da condizionato a condizione: due antecelenti che hanno ùn
medesimo conseguente devono essere intimamente connessi tra loro ecc. è la
formola esprimente l'analogia qual'è realmente, mentrechè la formola due
antecedenti che hanno un merlesimo conseguente devono essere conseguenti di un
medesimo antecedente, per il che devono coincidere , rappresenta l'ideale a cui
tende l’argomentazione, ma che essa per sè è impotente a raggiungere. Se il
fatto di riscontrarsi i medesimi caratteri in A e B non basta a provare che A
sia specie e B genere o viceversa, indica però sempre che tra loro vi deve
essere una correlazione e una corrispondenza ; sicchè se non potremo attribuire
a B il carattere M potremo attribuirgliene un analogo M'; si ha così la
proporzione: A: B= B:M Il carattere M' figura come il prodotto di ciò per cui A
coincide con B (appartenendo ad un medesimo genere) e di ciò per cui ne
differisce. Ha ragione pertanto il Drobisch di considerare l’analogia come il
mezzo con cui vengono messe in evidenza le corrispondenze, le umologie e le
analogie esistenti tra specie congeneri, coordinate quindi tra loro e
subordinate ad un genere superiore comune, come îl mezzo con cui viene posto in
luce il differenziarsi di un'identità fondamentale sistematica, l’unità
morfologica di un dato sistema e l'ordinamento esistente nei vari ordini di
reali, i cui ritmi di attività mentre si corrispondono tra loro, sono d’altra
parte contenuti in un ritmo superiore generale. Così un naturalista che ha scoperto
in una specie animale o vegetale un dato carattere, p. es. un certo organo, non
attribuisce ad un'altra specie congenere alla prima l’identico carattere, ma
piuttosto uno analogo 0, come si dice, omologo, cioè tale che raccolga in sè la
natura del genere e risponda insieme alla particolare natura della specie. Il
valore del ragionamento per analogia dipende da due condizioni: 1° che tra i
caratteri simili e il carattere che si tratta di attribuire ad una delle due
cose comparate esista un rapporto naturale e non una semplice coincidenza
fortuita : 2° che le due cose comparate non differiscano per caratteri tali che
ogni analogia riguardante il carattere che si tratta di attribuire ad una di
esse sia allontanata dal bel principio. Come si vede, la validità dell’analogia
poggia tutta sull’importanza attribuita ai vari caratteri e sul rapporto
esistente tra le note comuni e quelle differenti, sempre in ordine ad
importanza: pertanto il nodo della questione sta tutto qui, sul fondamento e
sui limiti di applicabilità del nostro giudizio apprezzativo circa l’importanza
dei caratteri di dati oggetti. Vi fu chi affermò che il rapporto tra i
caratteri simili e quelli differenti (base della validità dell’analogia) fosse
rapporto puramente numerico : in tal caso l'analogia sarebbe stata più o meno
valida secondochè fosse preponderante la somma dei caratteri comuni, ovvero
quella dei caratteri differenti, tenuto conto della conoscenza totale che noi
abbiamo delle proprietà degli oggetti in questione. Ma ognuno vede che la
validità dell’ analogia non può dipendere dal numero, bensì dalla qualità dei
punti di somiglianza, i quali derivano il loro significato dalla loro relazione
col sistema totale di cui fanno parte. Ed il sistema non può essere ridotto ad
un aggregato di parti indifferenti, giacchè queste, per l'opposto, hanno un
valore differentissimo dipendentemente dai reciproci rapporti in cui si
trovano. Chi è pratico dei processi analogici, i quali rendono possibile la
classificazione morfologica degli obbietti naturali, sa benissimo che essi
poggiano non sulla enumerazione, ma sulla valutazione dei caratteri: già non si
avrebbe un’unità di misura per enumerare i caratteri, e poi che cosa vorrebbe
dire un punto di identità o di somiglianza ? come si farebbe a circoscrivere i
limiti dell'identità e della somiglianza ? | L'analogia non è fondata proprio
sulla identità, ma sulla corrispondenza dei caratteri, e sulla importanza ad
essi attribuita, corrispondenza ed importanza che possono essere scoverte,
basandosi sopra un insieme di considerazioni di ordine diverso, le quali però
mirano sempre a ricercare la connessione in cui si trovano i caratteri in
questione con tutto il sistema degli organi che rendono possibile la vita
dell'individuo, mirano cioè a ricercare l’ ufficio a cui gli stessi caratteri
adempiono e a tracciarne la genesi e lo svolgimento. Chi dice analogia dice
comparazione dei caratteri in owdine alla loro importanza ; e chi dice
comparazione in tal senso dice ricerca del significato che i detti caratteri hanno
per la vita dell'individuo. Dall'altra parte chi dice determinazione della
corrispondenza csistente tra i caratteri di due specie, dice esame del molo di
funzionare e di operare, esame dell’ ufficio degli stessi caratteri e insieme
indagine della loro genesi e sviluppo. spaziale possono essere ridotti a
sillogismi, il cui termine medio (il fine da raggiungere) determina il rapporto
degli estremi. In ordine alle costruzioni meccaniche è stato notato che esse
non acquistano la loro consistenza dall'ufficio a cui servono, giacchè questo è
qualcosa di aggiunto, col che si vuol dire in sostanza che una costruzione
meccanica è qualcosa d' indipendente dalla sua funzione, tanto è ciò vero che
essa può e non può compiere la detta funzione, la può compiere più o meno bene,
e può anche essere incapace di compierla affatto: tuttavia la macchina è sempre
un prodotto necessario delle forze o leggi meccaniche che la rendono possibile
ed esiste come tale in ogni caso. Da ciò conseguirebbe poi che i rapporti dei
vari elementi componenti la macchina sarebbero qualcosa di necessario e di
fatale ed andrebbero formulati per mezzo di leggi costruttive, piuttostochè
sussuntive. Ora noi osserviamo che l'ufficio, la funzione della costruzione
meccanica è tale elemento essenziale alla sua struttura che non può in alcun
modo esser considerato come un epifenomeno : l’individualità, vale a dire la
ragione d'essere della macchina non è riposta tutta nello scopo che essa deve
raggiungere? Le forze o leggi meccaniche per sò prese sono un’astrazione, sono
un prodotto dell'analisi scientifica; nella realtà sono sempre combinate
dall’intelligenza “umana in vista di un fine, il quale non solo contribuisce ad
accrescere la consistenza del fatto meccanico puro e semplice, ma gli dà
realmente valore e significato. Del resto ognuno comprende che tra una
macchina, la quale risponde ad uno scopo che questo poi sia o no raggiunto in
modo completo, poco importa ed una composizione qualsiasi di forze meccaniche
corre un divario essenziale in quanto quella forma un tutto, un sistema che ha
la sua ragione determinante nella funzione, mentrechè la semplice composizione
di forze nei suoi rapporti necessari si rivela completamente inorganica.
Possiamo d'altra parte affermare che tutte le leggi teleologiche vadano confuse
insieme, possiamo cioè dire che il procedimento per cui vengono enumerati i
rapporti esistenti tra i termini di un sistema sia sempre uguale? Noi crediamo
che a tal proposito vada fatta distinzione tra gli scopi e le maniere di
raggiungerli dettati dall’ esperienza e dall’osservazione che col Masci si
potrebbe chiamare passiva, e gli scopi e le maniere di raggiungerli dettati
dalla osservazione attiva. Le prime si potrebbero chiamere leggi finali
empiriche o a posteriori, perchè fondate su rapporti empirici; le altre si
potrebbero chiamare leggi finali a priori, perchè fondate su determinazioni
primitive della nostra attività spirituale. Quelle non implicano nessun grado
di assolutezza nel senso che ì relativi sistemi sono fatti forniti solo dall'esperienza
e quindi aventi un valore contingente: le altre invece sono assolute, perchè si
riferiscono a sistemi inerenti alla natura umana. Le leggi finali empiriche sì
riferiscono a sistemi che vengono costruiti da noi con materiali forniti dell’
esperienza e in virtù di scopi suggeriti del pari dalla pratica della vita: le
leggi finali a priori si riferiscono per contrario a sistemi ideali formati da
noi per rispondere ad esigenze interiori e profonde del nostro essere,
indipendentemente dalla convalidazione dell'esperienza esterna. Tali leggi
finali, anzi, lungi dall’ essere ricavate dall’ esperienza, servono a
regolarla. I rapporti morali, logici, estetici e matematici sono inerenti a
sistemi aventi il loro fondamento e la loro radice nella costituzione, nella
natura propria dello spirito umano e non nell’ esperienza esterna, ond’è che il
fine logico, morale, estetico e matematico non può esser raggiunto che nella
maniera suggerita dalla stessa natura dello spirito, al di fuori della quale
maniera non è più a parlare di funzione conoscitiva, morale ecc. Le suddette
leggi teleologiche mostrano pertanto la loro base categorica a preferenza di
tutte le altre. E a tale proposito giova notare che le costruzioni meccaniche
in tanto appaiono in modo evidente sistematiche in quanto sono come a dire
incorporazioni di leggi matematiche. Le leggi finali empiriche possono essere
ridotte alla formula seguente : Dato un sistema cosiffatto, vi deve essere
questo rapporto determinato tra i suoi elementi: ora in tal caso il sistema
presentato è un dato dell’ esperienza, che potrebbe anche non esseré o essere
differente, perchè non risponde a nessuna necessità intrinseca ; per contrario
la formula delle leggi finali a priori è: L'anima umana è cosiffatta che non
può non produrre il tale sistema (logico, etico, estetico e così via) con
questi rapporti ecc.: è evidente che in questo caso non si ha a che fare con
qualcosa che può e non può essere dato, e che può essere dato indifferentemente
in un modo piuttosto che in un altro, ma si ha a che fare con ciò che è
inerente all’anima umana in generale, tolta la quale non rimane più nulla.
Conclusione: le leggi finali empiriche sono contingenti, perchè fondate su dati
empirici, mentrechè le leggi finali a priori sono assolute, perchè fondate su
funzioni del soggetto. Noi dicemmo che le leggi deduttive o sussuntive sono
quelle derivate dall'analisi di un sistema. Ora è evidente che il cosìdetto
sillogismo disgiuntivo non può non figurare come uno dei processi atti a darci
le suddette leggi, secondo la formula: A è o B o C, A non è B, .-. A è C,
ovvero A è B.'. A non è C. Recentemente però Bradley e Bosanquet hanno
osservato che mentre la disgiunzione è l'espressione più completa e perfetta
del grado di chiarezza e di determinatezza a cui può giungere la conoscenza
umana, in quanto essa esaurisce il contenuto di un sistema, di una totalità,
mostrandone le varie parti e il modo in cui queste si articolano tra loro (e a
tal proposito va notato appunto che ogni congiunzione si può ridurre a
disgiunzione, giacchè una volta che vengono assegnate con esattezza e
precisione la condizioni sotto cui ciascuna determinazione è attribuibile al
soggetto reale, rimane esclusa ogni altra determinazione che non possa essere
compresa nella prima per la contradizione che nol consente), dall'altra parte
la disgiunzione stessa è tutta racchiusa nella premessa maggiore del sillogismo
disgiuntivo quale viene ammesso dalla logica tradizionale: quando, infatti, la
detta premessa disgiuntiva è bene determinata nelle sue varie parti, e nelle
relazioni intercedenti tra gli elementi, essa contiene tutto quello che
verrebbe detto nella premessa minore e nella conclusione, le quali così sono
ripetizioni superflue e quindi inutili. Il sillogismo disgiuntivo della logica
formale è valido soltanto nelle disgiunzioni per ignorantiam o in quelle
relative ad un punto del tempo, nei quali casi la premessa minore vale a
risolvere un dubbio relativo ad un membro di un’alternativa o ad affermare
l’esistenza di questo in un dato momento: ma dette disgiunzioni lungi dal
significare l'organizzazione vera di un sistema, hanno la loro origine in una
condizione accidentale riguardante l’attività conoscitiva di chi parla e
ragiona in un dato . periodo di tempo. In sostanza il concetto del Bosanquet è
questo : la conoscenza umana, specie la conoscenza scieatifica, non verte sui
fatti, ma sui concetti dei fatti: ora che cosa vuol dire ciò? Che l'ideale
della conoscenza è quello di apprendere le possibilità di fatti, val quanto
dire le condizioni in cui gli eventi reali possono aver luogo, tanto è ciò vero
che la legge, la quale enuncia il modo di agireti una data sostanza non afferma
in alcun modo l’azione attuale della detta sostanza sopra un organismo ; e che
cos'altro fa la disgiunzione se non porre, sott'occhio tutte le possibilità,
tutte le determinazioni (con le loro condizioni) che può presentare un
universale concreto? In vista di ciò appunto la disgiunzione rappresenta la
forma più perfetta e completa della conoscenza. Ci sia lecito fare alcune
osservazioni : Anzitutto non vediamo perchè si debba destituire di ogni valore
il sillogismo disgiuntivo, secondo l’intende la logica tradizionale, il quale
adempie ad uffici importanti nella conoscenza umana. La cognizione perfetta, la
cognizione strettamente disgiuntiva rappresenta un ideale a cui l'intelletto
tende ad avvicinarsi senza poterlo mai raggiungere, specie nelle conoscenze
riflettenti la realtà esterna, il dato dell’esperienza; e la vita della
conoscenza reale ed effettiva è riposta appunto in tale processo di
approssimazione indefinita, giacchè ammesso pure che possa l’uomo giungere a
racchiudere tutto in una disgiunzione completa, con ciò verrebbe a scomparire
l’attività conoscitiva. Ma su ciò torneremo or ora: diciamo piuttosto che il
sillogismo disgiuntivo quale viene ammesso dalla logica tradizionale esprime un
momento interessante del processo conoscitivo, giacchè oltre la conoscenza per
concetti vi è quella di fatti (conoscenza storica), in cui la determinazione
del tempo ha un'importanza speciale. Ma il sillogismo disgiuntivo oltrechè
esser valido a definire la realizzazione di un contenuto ideale nel tempo, vale
anche a determinare quale di parecchie anticipazioni fantastiche, di parecchie
possibilità ipoteticamente enunciate trovi il suo riscontro nella realtà. Che
il dominio del possibile sia più vasto del reale nessuno vorrà negare: onde la
necessità di limitare quello per mezzo di quest’ultimo. Nè vale il dire che la
disgiunzione per ignorantiam rappresenta un fatto accidentale, ‘ transitorio,
perchè d'origine subbiettiva, giacchè, non esistendo l’onniscienza, la suddetta
disgiunzione per ignorantiam figura come un processo inerente essenzialmente ed
organicamente alla funzione conoscitiva. Poi, il sillogismo disgiuntivo quale
viene ammesso dai citati filosofi inglesi è ammissibile? Per rispondere a tale
quesito occorre vedere quali siano ì presupposti su cui esso sì fonda; esso
nientemeno presuppone che sia conosciuto il principio informatore con tutte le
sue possibili determinazioni di un dato ordine di reali, presuppone la
conoscenza completa di tutte le differenziazioni possibili di una qualità, il
cui contenuto deve essere completamente esaurito. Ognuno vede che un tal genere
di onniscienza che è la conditio sine qua non della disgiunzione se è
conseguibile nelle conoscenze formali, nei processi razionali (logica, calcolo
ecc.) e in tutti quei fatti che hanno la loro radice nella natura propria del
nostro spirito, in quei fatti che sono prodotti da noi, appare un sogno nelle
conoscenze riferentisi alla realtà empirica. Inoltre le differenziazioni del
dato appaiono come fatti, i quali non possono essere derivati razionalmente
l'uno dall’altro in forza di uno stesso principio, non possono cioè essere
riguardati come variazioni necessarie di una stessa qualità: noi, infatti,
possiamo ben dire che di triangoli non ve ne possono essere che di tre specie,
equilateri, isosceli, e scaleni, ma non possiamo dire che di colori non ve ne
possono essere necessariamente che sette, o cinque o tre. Il fatto è che la
disgiunzione in tanto è applicabile alla conoscenza della realtà, in quanto è
applicabile la matematica. E come questa è valida a formulare i fatti nel modo
più esatto, senza dar la ragione di ciò che avviene, così la disgiunzione
enuncia, illustra i fatti, ma non li spiega: e quand anche nel sillogismo
disgiuntivo vengano espresse tutte le condizioni determinanti i vari termini
dell’alternativa, le stesse condizioni non emergono mai dalla disgiunzione, non
emergono cioè mai dalla necessità inerente al sistema di determinarsi
assolutamente in una di quelle maniere esclusive tra loro. Perchè ciò
avvenisse, bisognerebbe che noi fossimo al caso di dedurre in maniera
razionalmente necessaria da una data qualità empirica le sue varie
determinazioni, bisognerebbe non soltanto che l'universo fosse qualcosa di
eminentemente razionale, ma che noi fossimo come a dire nel centro
dell’universo da essere a parte del suo ritmo e processo evolutivo. Pertanto la
disgiunzione più completa non può servire che a formnlare e ad illustrare in
modo preciso ciò che noi per altra via già conosciamo. E che il processo
disgiuntivo per sè sia insufficiente a darci una definizione reale o radicale,
vien provato da questo che quando esso è praticato mena a definizioni
imaginarie (non riferentisi a obbietti reali). Le divisioni stesse in tal caso
o hanno il loro fondamento in preconcetti che già esistono nella mente di chi
fa la divisione, ovvero appaiono puramente arbitrarie. Riassumendo, in ordine
al sillogismo disgiuutivo pos-. siamo dire che esso quale viene inteso dal
Bradley e dal Bosanquet, vale a dire come contenuto tutto nella premessa
maggiore del sillogismo disgiuntivo della logica tradizionale, trova
un'applicazione giustificata solo in quei casì in cui è il nostro spirito che
dà origine a prodotti razionali compiuti, a costruzioni ideali, delle quali
poniamo noi i principii informatori e noi stessi razionalmente
(indipendentemente dall'esperienza) deduciamo le variazioni di cui i detti
principii sono suscettibili. Bisogna tener fisso in mente che il
giudizio-sillogismo disgiuntivo può essere adoperato solo quando è
completamente nota la natura propria di un essere, di una qualità, per modo che
si sa entro quali limiti la qualità, l'ente deve necessariamente variare,
varcati i quali limiti, non si ha più quell’ ente, quella qualità. E non basta;
occorre che ciascuna determinazione sia tale che, spe ha luogo, non lasci posto
alle altre. Come si vede, siffatte condizioni si possono verificare solo in ciò
che è opera nostra, in ciò che facciamo noi e di cui conosciamo, per così dire,
l'intimo meccanismo. Il mondo della conoscenza in genere, ed un dato sistema di
conoscenze circoscritto nello spazio e nel tempo, il mondo etico e una data
condotta morale, il mondo estetico ed una data opera d’arte, il mondo religioso
ed una data religione, l'ordine politico sociale in genere e un dato
ordinamento politico-sociale, ecco i campi in cui può avere un uso fecondo il
sillogismo-giudizio disgiuntivo: e perchè? Perchè in base alla conoscenza che
abbiamo delle diverse funzioni della coscienza umana possiamo determinare le
diverse maniere in cui ciascuna di esse si può, anzi sì deve estrinsecare e
possiamo anche precisare i modi in cui ciascuna estrinsecazione può alla sua
volta variare. Ma possiamo far ciò anche in modo completo? Il
sillogismo-giudizio disgiuntivo può avere un uso illimitato nel campo dello
spirito? A tale domanda dobbiamo subito rispondere negativamente, giacchè noi
crediamo che la causalità psichica non implicando equivalenza dei termini causa
ed effetto, sia regolata dalla legge generale detta dell’aumento
progressivamente indefinito dall'energia spirituale: onde consegue che è
assolutamente impossibile racchiudere nella formula disgiuntiva tutte le possibili
manifestazioni dell'attività spirituale e tutte le possibili ulteriori
determinazioni di ciascuna di dette manifestazioni. Perchè la coscienza umana
potesse costruire intellettualmente il mondo per mezzo di una disgiunzione,
bisognerebbe che essa fosse, come diceva Lotze, nel cuore della realtà,
bisognerebbe che il dato non fosse dato, vale a dire che non fosse, o che fosse
riducibile a pura forma, ma questo è un sogno: già per poter applicare la
formula disgiuntiva occorre bene che vi sia qualcosa, che vi sia il reale a cui
applicarla: e questo reale, questo qualcosa questo dato non potendo essere
ottenuto mediante la disgiunzione da un sistema d’ ordine superiore, sfugge
alla disgiunzione, per modo che quest’ultima viene a figurare in ultima analisi
come qualcosa di formale che per sè altro non può fare che illustrare,
enunciare ciò che già esiste: ma perchè ciò che esiste possa essere in tal
guisa illustrato occorre che sia contenuto nella sua totalità (anche
virtualmente) nella mente di chi pensa: ora la realtà, per la mente umana
almeno, non è riposta in qualcosa di idealmente finito, di compiuto, ma in un
processo in cui si notino solo dei punti di arresto o di concentramento, dei
nodi di svolgimento che sono via via sempre sorpassati. Che la struttura logica
dell’ universo non metta capo in ultima analisi in un giudizio-sillogismo
disgiuntivo vien provato anche da questo, che non ogni concetto generale consta
degli stessi elementi dei concetti specifici più vicini ai reali concreti e
particolari (di attributi schematicamente rappresentati entro i limiti di loro
variabilità); per contrario le astrazioni più generali si mostrano a volte
sfornite completamente di note che esistono nelle specie subordinate, nel qual
caso le dette astrazioni generali figurano piuttosto come un gruppo di leggi o
di condizioni riferentisi ai fatti concreti, che come note inerenti ai sistemi
od individualità d'ordine più esteso ed elevato. Ciò che sopratutto non va
dimenticato è che va fatta distinzione tra la possibilità o l’idealità estratta
dall’esperienza e la possibilità che si potrebbe chiamare capacità funzionale :
la prima presuppone sempre l’esperienza e non è mai completa in modo da poter
essere racchiusa in una formula disgiuntiva, mentre l’altra che esprime il nostro
potere, la nostra facoltà, è indipendente dall'esperienza, è completa
potenzialmente nelle sue parti e può all'occorrenza essere espressa per mezzo
di una disgiunzione. La prima possibilità è rappresentativa o passiva, l’altra
è facoltativa o attiva: la prima mentre è fondata sull'esperienza non è
realmente attuale; è puramente ideale, proviene dal di stacco del was dal dass
ed esiste nella intelligenza e per opera della stessa; l’altra che ha le sue
radici nella nostra vita interiore e che implica l’ unione del was col dass, è
sentita come capacità, come forza interna che può tramutarsi in atto
dipendentemente dal nostro volere. Che concetto dobbiamo avere della conoscenza
in genere considerata nel suo insieme? ecco il problema fondamentale a cuì sì cercò
di preparare una soluzione per” mezzo dello studio evolutivo nelle varie forme
di conoscenza. Il primitivo problema ne ha fatto subito sorgere degli altri e
prima di tutto questo: È possibile una morfologia della conoscenza, è possibile
cioè determinare l'affinità e lo sviluppo organico delle varie forme di
conoscenza per modo che queste figurino come parti essenziali di un unico
tutto, come vari rami svolgentisi da un unico tronco? L'espressione vita del
pensiero ha soltanto un valore metaforico, o ne ha uno reale? E poi l’altro: In
che si differenzia la morfologia della conoscenza o la unificazione organica
delle sue varie forme dalla genesi psicologica di queste ultime? Ora a
quest’ultima domanda si può rispondere subito coll’osservare che la genesi psicologica
ha il suo fondamento nel corso dei fatti interni quale è determinato da
contingenze subbiettive ed accidentali e quindi variabili da soggetto a
soggetto, mentrechè la morfologia della conoscenza ha la sua base nelle tappe
che attraversa e nel ciclo che descrive il pensiero in genere a contatto dei
vari ordini di realtà, o, diremo meglio, ha la sua radice nelle diverse maniere
in cui la realtà viene determinata non da questo o quel soggetto, ma da tutti i
soggetti ben pensanti, onde è resa possibile la comunicazione reciproca tra gli
uomini e la loro solidarietà intellettuale. La genesi psicologica rappresenta
il mezzo, l’istrumento, la via che tiene l’anima per arrivare allo scopo
finale, che è appunto la qualificazione del reale nelle sue varie modalità,
quali vengono appuntodescritte dalla logica evolutiva o morfologia della
conoscenza. Circa la questione se sia possibile la morfologia della conoscenza
osserviamo che se, tenendo presenti i vari ordini di conoscenza, noi riusciamo
a descrivere il passaggio evolutivo dall'uno all’altro, senza che alcuna
discontinuità appaia, e se nello stesso tempo noi riusciamo a rintracciare un
unico principio evolutivo fondamentale che figuri come il filo conduttore, o
come il leitmotiv atto a guidarci attraverso le molteplici variazioni,
considerate in tal caso quali emergenze di un fondo identico e permanente,
allora non vi ha dubbio che noi siamo autorizzati ad ammettere una vera e pr
opria scienza logica evolutiva. Ora l'escursione, comunque rapidamente fatta di
sopra, attraverso i varii dominii della conoscenza ci ha messo da una parte
nella condizione di osservare che le forme logiche sono intimamente connesse
tra loro, in guisa che a volte riesce sommamente difficile delimitare in modo
netto e preciso ciascuna di esse, e dall'altra ci autorizza a riconoscere ed a
formulare il principio fondamentale che regola lo sviluppo della conoscenza.
Questo invero può essere enunciato come la tendenza ad obbiettivare, ad
esprimere in forme definite e insieme significative (atte, cioè, ad agire in
modo identico ed a suscitare quindi una medesima reazione in tutti i soggetti),
ciò che dapprima è percepito in modo vago ed indistinto, come il bisogno e
l’esigenza adunque di qualificare, di caratterizzare, di definire ciò che a
bella prima si rivela come qualcosa d’ indeterminato. La conoscenza adunque non
è un epifenomeno, non è qualcosa di sopraggiunto o di secondario, ma un
elemento essenziale ed integrale della realtà. Già non si arriva quasi nemmeno
a immaginare che cosa mai diverrebbe la realtà sfornita della conoscenza e
quindi del potere obbiettivante e determinante proprio del pensiero: il
contenuto della vita non venendo in alcun modo fissato in forma stabile sarebbe
come non esistente, perchè svanirebbe continuamente coll’attimo fuggente.
Pertanto la conoscenza quale mezzo di fissazione del reale implica sempre
universalizzazione e insieme determinazione, implica sempre il ritrovamento
dell’essenza, ovvero della legge in genere, giacchè questa fu appunto da noi
altrove definita come La nozione di legge nel 1° volume di questi Saggi.
l'espressione di ciò che vi ha d' intelligibile nell’universo. Dal che sì
deduce che il giudizio vero e proprio equivale alla legge presa in senso
generale e che l’evoluzione della conoscenza deve coincidere con l’evoluzione
della legge . Ed invero qualsiasi giudizio, in quanto giudizio, è necessario ed
universale: ogni giudizio ha l'ufficio di comprendere il particolare
nell’universale e di interpretare quello con questo. Una volta formulato un
giudizio, esso è quello che è, e permane identico attraverso tutti i mutamenti
del contenuto obbiettivo, del tempo ecc. È per mezzo della funzione
giudicatrice che le cose vengono considerate sub specie ceternitatis. Il
giudizio, è bene tenerlo a mente, non rappresenta una copia e forse nemmeno una
semplice trascrizione ‘della realtà in termini ideali, ma un modo di fissare la
realtà o il modo di avere una particolare visione di essa. Come si vede, la
legge in genere non presenta caratteristiche fondamentalmente differenti da
quelle del giudizio; e le note differenziali d’ ordinario ammesse (come
l’immutabilità delle connessioni espresse dalla legge e quindi la prevedibilità
del corso degli eventi) non valgono a caratterizzare la legge in genere, ma una
specie di leggi, quelle che sono state dette leggi naturali, riducibili per la
più parte a giudizi ipotetici. Ora è evidente che non vi è alcuna ragione di
limitare la denominazione di legge alla sola legge naturale; nè d'altronde è
possibile considerare, come si vide a suo luogo, la legge espressa dal giudizio
ipotetico come qualcosa di completo in sè stesso e di per sè stante, giacchè
essa trae sempre seco necessariamente la significazione o almeno l’accenno al
sistema rispetto a cui i termini del giudizio ipotetico figurano come parti di
un unico tutto e quindi in necessaria dipendenza ira loro. Non è lecito adunque
staccare una forma della conoscenza dalle rimanenti, considerarla per sè,
prescindendo dalle intime connessioni che presenta colle altre e dare ad essa
anche un valore ed un significato caratteristicu o sui generis. In ogni caso se
una differenza si vuol mantenere tra legge e giudizio occorre dire che la prima
è il giudizio divenuto complicato nel senso che l'ordine o la sfera di realtà,
avendo perduto la primitiva semplicità e indeterminatezza, può esser
qualificata soltanto con molteplici riserve, per modo che il tutto primitivo è
scomposto e analizzato nelle sue parti di cui vengono messi in evidenza i
necessari rapporti. Non abbiamo bisogno di spendere’ molte parole per
dimostrare ora che l’evoluzione dei giudizi coincide con quella della legge. Le
varie classi di leggi da noi studiate possono essere aggruppate in tre
categorie, leggi quantitative, leggi causali, leggi normative o funzionali; ora
a tali tre categorie corrispondono appunto le forme di giudizii e d’inferenze
dette rispettivamente enumerativa, ipotetica, concreta sistematica o
disgiuntiva. Tutte le leggi in quanto sono la trascrizione in termini
intellettuali del corso degli eventi o della natura e proprietà delle cose e
delle nostre tendenze, presentano una forma comune che è quella di un giudizio
universale ipotetico; per quanto diverso si presenti l’aspetto esteriore e la
connessione verbale nelle varie leggi, queste dal più al meno son tutte
riducibili a giudizi ipotetici. universali; tanto è ciò vero che non è mancato
chi ha respinto qualsiasi differenza tra le così dette leggi esplicative o
dichiarative e quelle normative o precettive. Ora se tuttociò è realmente
giustificato dal fatto che la funzione intellettuale procede in modo uniforme
nel suo esercizio e che non esiste un abisso tra le cosidetta necessità reale e
quella finale (applicata al mondo umano, beninteso), in quanto quest’ultima non
si presenta che come il risultato della fusione di due forme di necessità, di
quella logica intercelente tra il pensiero del fine c quello dei mezzi (chi
vuole il fine deve volere anche i mezzi, il volere un dato scopo rende
necessario il volere i mezzi appropriati) e di quella causale intercedente tra
i mezzi (causa) e il fin: (effetto), tuttociò non può essere sufficiente a
rendere valida l'opinione di chi vorrebbe identificare tra loro le varie specie
di leggi. Queste, infatti, pure emergendo da un tronco comune, figurano come le
principali direzioni in cui la mente umana si può muovere per costruire il
mondo dal punto di vista dell’intelligibilità. E le tre formo fondamentali di
leggi sono determinate dai tre principii che ci servono essenzialmente di guida
e di regola nell’ordinamento e nell’obbiettivazione dei nostri stati psichici,
il principio d'identità, quello di condizionalità nelle due sue forme di
ragione e di causalità e quello di finalità o di organizzazione o di
sistematizzazione. Finchè noi qualifichiamo la realtà esclusivamente dal punto
di vista della quantità e quindi finchè abbiamo di mira di stabilire dei
rapporti di eguaglianza, di equazione o anche di propor. zione, non avremo che
delle leggi quantitative, o numeriche, o di calcolo, o proporzionali; quando
invece tendiamo a rintracciare i rapporti di condizionalità, di connessione
reciproca tra gli elementi della realtà senza occuparci gran fatto della
comparazione quantitativa o coll’occuparcene solo nei termini in cui essa ci
può essere d'aiuto a fissare la natura propria delle cose ed a porre in
evidenza il loro ritmo di attività, avremo le leggi causali, o esplicative o
dichiarative che si vogliano dire; quando infine abbiano di mira di esaurire in
modo completo la determinazione di un dato ordine di realtà, quando noi
vogliamo porre in chiaro il sistema entro cui sono contenuti i rapporti sia di
ordine quantitativo che causale, quando insomma noi oltrechè di descrivere, di
spiegare intendiamo di specificare il valore ed il significato dei fatti, noi
avremo le cosidette leggi normative o categoriche, o, forse meglio,
categorico-disgiuntive. Il fatto che alcune di queste si riferiscono alla
volontà individuale (onde il nome di normative) è secondario rispetto a quello
che esse presentano un grado abbastanza pronunziato di assolutezza, di
compiutezza e d’indipendenza in rapporto alla loro natura sistematica. Di tal
fatta sono le leggi logiche, talune di quelle matematiche, quelle estetiche e
quelle morali, le quali poi tutte sono controdistinte da forme di necessità affini
tra loro. L’ordine morale p. es. come si presenta in un uomo morale che occupa
debitamente il suo posto nella società, la necessità razionale che connette
insieme le premesse e la conclusione di un raziocinio per cui l’ultima esiste
per le prime come queste per essa, la coerenza e razionalità del prodotto
estetico, il quale quantunque non analizzato dal punto di vista discorsivo
(giacchè in quanto esteticamente attivo si rapporta direttamente ad una forma
di sentimento spiritualizzato e non è costruito per via di combinazione di
relazioni astratte, come non è apprezzato per mezzo di una costruzione
intellettuale), implica sempre da entrambi i lati, dal lato dell’obbietto
artistico e dal lato di chi contempla un processo fondamentale razionale e finalmente
la costruzione sistematica di un tutto geometrico per cui l’universale colla
sua pervadente natura determina le parti, hanno tutte la loro base nel
particolare rapporto esistente tra gli elementi e la totalità, rapporto che
trae seco le note dell’unità armonizzatrice, dell’individualità e quindi della
correlazione reciproca delle parti fornite di funzioni ed uffici determinati
per il raggiungimento di un risultato unico. La conoscenza poi, come qualunque
fatto che presenti i caratteri dell'organismo o le note della vita e del
sistema, può formare oggetto di studio da due punti di vista: 1° da un punto di
vista puramente analitico nel caso che, essendo mediante l’ astrazione
separatamente considerati i singoli fattori della totalità, gli stessi vengano
distinti come elementi concorrenti all'unità del complesso, o al raggiungimento
del risultato finale; 2° da un punto di vista genetico, fisiologico o, meglio,
morfologico nel caso che vengano distiptamente considerati gli elementi
soltanto per ravvisarvi la necessità obbiettiva della concorrenza loro al
risultato e insieme per studiare le modalità della loro cooperazione al
conseguimento dello scopo ultimo. Ora se lo studio della conoscenza da noi
fatto altrove (1), fu compiuto dal primo punto di vista, la ricerca in ordine
alla morfologia della conoscenza ne è stato come il complemento eseguito dal
secondo punto di vista, col rintracciare lo sviluppo organico della legge nel
suo insieme e nelle sue varie determinazioni. V. vol. 1° di questi Saggi: La
nozione di legge. Noi siamo tratti ad enunciare la conclusione finale che
l'essenza della conoscenza piuttostochè nell’applicazione di una data forma ad
un corrispondente contenuto va riposta nell’obbiettivazione ed universilazzione
dei fatti psichici; obbiettivazione che implica la fissazione in date forme e
questa alla sua volta la connessione e la coerenza col sistema o colla totalità
delle qualificazioni e caratterizzazioni della realtà. Tale sistema o totalità
costituisce il mondo com’ è da noi conosciuto, vale a dire, il mondo qual'è
nella sua reàltà intelligibile per noi (41). E per formarsi poi un chiaro
concetto dell'origine, della natura e del significato del distacco della mente
dal mondo per cui questi vengono d’ordinario consideratà come due mondi separati,
posti l’ uno di contro all’ altro (onde poi la considerazione meccanica del
processo della conoscenza) è bene richiamare l’attenzione sul fatto che bisogna
arrivare alla filosofia stoica e epicurea per trovare le prime parole che
accennino a tale distacco. La più tipica di tali parole è xoitrptov: furono gli
stoici che per prima furono intenti a fissare il criterio della verità (1),
segno che cominciava a mettere radice la veduta formalistica nella conoscenza.
A misura che si andò innanzi crebbe la terminologia concettualistica quale
espressione della scissione della mente dal mondo, e per mezzo degli scrittori
latini essa passò nella nostra scienza mentale. Si tratta di termini indicanti
per lo più l'atto di prendere, di afferrare l'oggetto e di penetrare in esso
(mpodnt:s, ratdiniis, Evvota, Evvonua, pavtarua, dravora. DioG. LAER.). E
mentre in antededenza si era adoperata la parola forma 0 genere (:dia, std0:,
Yivos) quale designazione dei fatti intesi nel loro ordine sistematico e nella
loro essenza (nella loro legge), in tale giro di tempo cominciò la fioritura
dei vocaboli esprimenti sempre più il La detta parola s'incontra anche in
Platone (Repubd.), ma non per denotare la pietra di paragone della verità,
bensì per indicare la facoltà o le facoltà con cui la verità è appresa.
contrasto tra pensiero e cosa: es. impressione mentale , la comparazione della
mente alla tabula rasa , ecc.; tutte espressioni atte a presentare la
conoscenza come una relazione meccanica. I termini latinizzati, impulso proveniente
dal di fuori, assentire, comprensibile, comprensione, nozioni impresse nella
mente, dichiarazione, o giudizio dichiarativo, declaratio, gr. tvacyeta), che
sono divenuti comuni nella scienza odierna, si trovano riuniti la prima volta
in quel passo di CICERONE, Acad. Post., in cui spiega la teoria stoica della
percezione sensoriale. Ora, se noi ci rappresentiamo le condizioni storiche in
cui la scuola stoica e quella epicurea fiorirono, non possiamo far a meno di
notare che la contrapposizione della mente al mondo coincide colla
contrapposizione dell’ individuo alla società. Quando la solidarietà civica fu
rotta, quando le nuove condizioni politiche e sociali distrussero l’antica
centralizzazione ateniese e quando in conseguenza sparve ogni corrispondenza
tra la ragione interiore e quella esteriore, come tra l’organizzazione sociale
e il volere sociale, l'individuo fu tratto a ripiegarsi su sè stesso e a farsi
da una parte centro dell’ universo e a cercare dall’altra, in una sfera molto
più vasta, nell'umanità, l’appagamento de’ suoi bisogni morali e sociali. Da
ciò che cosa conseguì ? Che l'individuo cominciò a sentir vacillare la sua
antica fede nella ragione e quindi nel bene, e, mentre dapprima il problema
morale aveva avuto questa forma: Quale è il fine da raggiungere in un mondo che
risponde alle esigenze del volere ragionevole? nel tempo in cui si si parla
assunse l’altra forma: In che maniera può l’ individuo vivere in modo
conveniente o felice in un mondo indifferente o anche ostile al volere individuale
? E del pari mentre il problema della conoscenza dapprima volse sulle forme di
conoscenza (più perfetta o meno perfetta, più completa o meno completa, ecc.),
dipoi mirò a rintracciare il valore e il significato della conoscenza
individuale presa nella sua totalità di fronte alla realtà. Fu adunque il
distacco dell'individuo dalla collettività che rese possibile il distacco della
mente individuale dal mondo e l'accentuazione sempre maggiore dell’antitesi
trail mondo quale viene rappre sentato nell'anima individuale e il mondo in sè;
dal che poi provenne la riceca degli elementi o dei fattori subbiettivi e di
quelli obbiettivi, della forma e della materia di ogni conoscenza: ricerca che
mentre rappresenta una necessità per la trattazione analitica, richiede il
complemento di una trattazione morfologica in quanto matoria e forma, fattori
subbiettivi ed obbiettivi sono du? lati di uno stesso processo. È la nostra
facoltà d'astrarre che li separa allo scopo di studiar ed ordinare meglio i
dati; ma essi non esistono gli uni fuori degli altri. Il vederli isolati è
effotto di prospettiva. Allo stesso modo che l' indagine esplicativa isolata va
completata colla ricerca sistematica, così la considerazione dell'elemento
formale trae seco quella dell’elemento materiale della conoscenza BosanQquET –
citato da H. P. Grice, “Prejudices and predilections, which become the life and
opinions of H. P. Grice” -- , History of .Esthetie, London, Swan Sonnenschein.
La Filosofia che ha per obbietto precipuo di trascrivere in termini
intellettuali l'insieme dei fatti della realtà e della coscienza umana, non può
trascurare l'indagine dei fatti estetici, i quali costituiscono appunto dei
tratti essenziali dell'anima umana. Il Bello accanto al Bene ed al Vero coi
sentimenti e le idee che ad essi corrispondono, figurano come i fari che
illuminano la vita umana mentre si trova immersa nella realtà sensibile. Ed
allo stesso modo che la Logica e l’ Etica non vanno considerate come scienze
pratiche, come guide al ben conoscere ed al ben fare, ma bensì come le scienze
dei concetti a cui mette capo l’analisi dei fatti di conoscenza e di quelli
dell’attività umana, così l’Estetica non ha per compito di fornire i precetti
da seguire perchè il sentimento estetico e la produzione artistica divengano
migliori, ma risponde al bisogno di conoscere la natura dei fatti estetici.
Essa come le altre due non è scienza pratica, ma essenzialmente teoretica e
speculativa: è una branca della Filosofia atta a far intendere il processo
estetico e ad illuminare dal punto di vista intellettuale il mondo dell’ Arte.
Da ciò consegue che il filosofo, pur non essendo artista, può benissimo essere
atto ad assegnare un posto ai fatti estetici nel sistema delle sue concezioni e
conoscenze, semprechè, s' intende, non sia assolutamente sfornito di qualsiasi
forma di gusto estetico, nel qual caso egli non avrà poi nemmeno’ alcun
interesse intellettuale per la comprensione del bello. Non avviene lo stesso
per chi si occupa di Logica e di Etica? E*forse necessario che il primo sia uno
scienziato specialista, uno sperimentatore, un conoscitore profondo di ogni
ramo del sapere, e il secondo un santo, un martire del dovere ecc. ? Le scienze
teoretiche non fanno che illuminare mediante la riflessione i fatti dello
spirito umano; e basta la sola presenza di questi perchè l’ interesse
speculativo sia svegliato, ancorchè s' ignori il processo genetico ed evolutivo
dei fatti stessi, o meglio, ancorchè i fatti stessi non siano completamente
vissuti: altro è vivere, altro è trascrivere in termini intellettuali, in
formule, in schemi il vivere stesso, che può essere anche contemplato negli
altri. Ad ogni scienza teoretica corrisponde poi una scienza d’ordine pratico
che si potrebbe chiamare scienza pedagogica o metodologica in quanto ha per
obbietto di rintracciare la via per cui possa essere ottenuto un
perfezionamento in tutte le produzioni ed attributi dell'anima umana. E
siffatte scienze pedagogiche hanno la loro base da una parte nelle conoscenze
in ordine allo spirito umano (psicologia) e dall'altra nella conoscenza di
tutte quelle condizioni che favoriscono la genesi e lo svolgimento dei fatti,
poniamo, etici, estetici e logici: conoscenza che allora soltanto può essere
completa quando i fatti in discorso non sono stati solamente contemplati e
considerati ab extra, ma sono stati per così dire almeno parzialmente vissuti,
e quando si sia rettamente stabilito il concetto dell’ ideale estetico, etico,
logico ecc., e si abbia cognizione perfetta delle condizioni di fatto esistenti
in un dato giro di tempo. È chiaro d'altra parte che l’ Estetica non va confusa
colla Critica, giacchè questa per avere valore e significato deve essere
anzitutto una ricreazione, una riproduzione riflessa e cosciente del fatto
estetico dapprima compiutosi inconsciamente e quasi diremmo, istintivamente, e
poscia deve assegnare al prodotto artistico il posto che gli compete nella
coscienza estetica di un dato periodo di cultura. Talchè la Critica lungi
dall'avere per obbietto l'applicazione delle regole o leggi estetiche ai casi
concreti, ha per compito di ricercare sino a che punto e in che grado un-dato
prodotto estetico è espressione della coscienza estetica di un dato periodo
storico : l’Estetica per contrario determina il posto che la coscienza estetica
in genere occupa nella coscienza umana e il fatto estetico nel sistema totale
delle nostre concezioni e conoscenze. Le due indagini sono assolutamente
indipendenti, in quanto la Critica poggia sopra una triplice base, cultura
artistica, cultura psicologica e cultura storica, mentrechè l’Estetica poggia
sopra una duplice base: da una parte sopra una data concezione filnsofica, una
data intuizione dell'universo e dall'altra sopra l'elaborazione dei dati
forniti dalla critica intesa nel modo anzidetto, dati che vengono messi in
rapporto con la veduta generale intorno al mondo, vengono messi, cioè, in
connessione con un determinato sistema filosofico, L’ Estetica adunque è una
branca della Filosofia allo stesso titolo dell’Etica e della Logica: ma vi ha
dippiù: essa merita di occupare un posto centrale tra le varie discipline
filosofiche: e se finora la più parte dei filosofi non hanno veduto ciò, è
stato perchè essi non hanno esaminato a fondo la natura specifica del problema
estetico. Questo, infatti, ha la sua origine nel bisogno di spiegare come ciò
che alla ragione, all'analisi compiuta mediante i processi logici si rivela
fornito di dati caratteri (unità nella varietà, armonia, simmetria,
individualità, rapporti numerici costanti, proporzione ecc.) all’emotività umana,
all’apprensione immediata e diretta si rivela come rappresentazione concreta
sensibile, accompagnata da un sentimento piacevole disinteressato, da ciò che
si dice emozione estetica. Il problema estetico emerge da questo, che da una
parte non vi ha bellezza al di fuori della percezione e dell’imaginazione, per
modo che anche quando si distingue il bello della natura da quello dell’arte si
viene ad implicare sempre l'esistenza di chi contempla, percepisce e valuta il
bello stesso, la natura e l’arte in tal caso essendo entrambe nella percezione
ed imaginazione umana e differendo tra loro solamente per grado le cose non
sono fornite della proprietà della bellezza indipendentemente dalla percezione
umana, come son fornite della proprietà della gravità, della solidità,e in
generale delle forze, per cui agiscono reciprocamente tra loro ; e dall’altra
parte l'essenziale nel fatto estetico non è il processo percettivo per sè
considerato, ma ciò che la percezione o l’ imaginazione serve a richiamare alla
mente e per cui essa sta, di cui essa è simbolo. Il bello insomma in tanto è
percepito come tale in quanto significa, esprime qualcosa, in quanto è la
manifestazione di tuttociò che la vita contiene: on:l’è che esso può essere
definito come ciò che ha un significato caratteristico per la percezione o
imaginazione umana, dopochè il contenuto ideale da significare ha assunto
quella forma che può solamente essere espressiva attraverso la percezione o
imaginazione. È evidente adunque che il problema estetico consiste nel
ricercare come sia possibile che ciò che si presenta direttamente alla
percezione ed all’ imaginazione sotto condizioni determinate, sia da
considerare come espressione o manifestazione di ciò che si rivela in altro
modo per altra via. Ma non basta: il problema estetico verte non solo sulla
possibilità che un dato contenuto percettivo sorpassi per così dire l’attività
percettiva el accenni a qualcos’ altro che non si manifesta per mezzo della
percezione, ma volge ancora sulla possibilità e sulle condizioni che un dato
contenuto espresso per mezzo della percezione dia luogo ad un sentimento
speciale di godimento, dipendente, secondo alcuni, dal valore espressivo e
significativo del contenuto della percezione. Finalmente il problema estetico
può volgere sulle condizioni e sulla natura della produzione artistica per sè
considerata allo scopo di mettere poi in evidenza i rapporti che essa ha colle
varie formazioni di ordine naturale, siano o no queste capaci di suscitare
l’emozione estetica,Ora il problema estetico sotto qualsiasi forma si presenti,
si connette intimamente coi problemi fondamentali della Filosofia generale:
invero, se esso sorge come ricerca intorno alla possibilità che ciò che
all'analisi intellettiva si rivela con dati caratteri appaia alla percezione
come bello, il problema estetico assume l’aspetto di un problema gnoseologico.
Se invece sorge come indagine intorno ai caratteri propri dell’emozione
estetica che è elemento essenziale del fatto estetico, il problema estetico
figura come problema essenzialmente psicologico. E se infine esso sorge come
ricerca intorno al processo genetico, intorno ai caratteri e alle proprietà e
intorno al valore e significato dell’obbietto estetico per sè considerato,
astrazione fatta dal soggetto che lo contempla, il problema estetico si
presenta come problema essenzialmente metatisico ed ontologico. È evidente
adunque che il problema estetico può essere considerato come il problema
centrale della filosofia e che la soluzione di esso può riflettersi sui vari
campi della filosofia stessa. E qui occorre notare che i rapporti esistenti tra
problema estetico e problemi filosofici sono di un genere particolare, in
quanto la storia dell’Estetica mostra che l’interpretazione del fatto estetico
non è sempre in dipendenza semplice e diretta di una data concezione
filosofica, ma viceversa la soluzione del problema estetico ottenuta | con la
cooperazione di svariati fattori (fenomeni storici, scoverte archeologiche,
filologiche, progressi nella critica ecc.), se non deter- | mina addirittura,
contribuisce alla formazione di un dato sistema filosofico, o almeno vale a
dare a questo un colore ed un tono speciale. Un tal caso si verificò in
Schiller, in Schelling e quindi in Hegel. La storia dell'estetica poi ci mostra
chiaramente che il problema estetico nelle varie età assunse differenti forme a
seconda che fu considerato come problema essenzialmente e prevalentemente, se
non esclusivamente, metafisico, come avvenne presso i Greci, i quali videro
nell'Arte un’imitazione della natura e nel bello riconobbero il solo carattere
formale dell'unità nella varietà, ovvero fu considerato un problema
essenzialmente gnoseologico, come avvenne nella filosofia kantiana e
postkantiana, nella quale si nota molto accentuata la tendenza a presentare il
mondo estetico come espressione della Realtà coordinata alle altre
manifestazioni dell'ordine razionale, di quello morale, ecc. ; ovvero infine fu
considerato un problema essenzialmente psicologico, come è avvenuto presso gli
estetici odierni da Herbart a Stumpf, da Zimmermann a Fechner, da Grant Allen a
Sully, le cui ricerche ebbero per iscopo di risalire dagli effetti psicologici
dei fatti estetici, e quindi dalla natura propria e dalle condizioni
fisiologiche e psichiche del piacere estetico alle proprietà di tutto intero il
processo estetico. E il difetto delle varie teorie estetiche che si sono
succedute attraverso i secoli è appunto quello di non aver tenuto esatto conto
della complessità del problema generale. Ciascuna delle forme sotto cui esso si
può presentare non esaurisce tutto il suo contenuto. La considerazione di una
sua forma non esclude la considerazione delle altre: e solo allora si può dire
di avere approfondita la natura del problema estetico quando ciascuno dei suoi
aspetti viene riguardato in relazione cogli altri, vale a dire quando il
problema estetico viene ad essere trattato come un caso particolare del
problema fondamentale di tutta la filosofia. Consideriamo. ora in molo
particolareggiato le varie forme sotto cui sì può presentare il problema
estetico per vedere sino a che punto sia vera la nostra asserzione che quelle
corrispondono esattamente ai principali problemi della Filosofia generale,
problema gnoseologico, problema psicogico e problema metafisico. E cominciamo
dal vedere come il problema gnoseologico sia implicato in uno degli aspetti del
problema estetico. Per la scienza estetica greca l'essenza del bello è riposta
nell’armonia e nella regolarità: nè ciò deve recare meraviglia se si pensa che
la scienza, la riflessione comincia sempre con ciò che in modo più facile ed
ovvio si presenta all'osservazione. Quantunque l’ arte greca (decorazione
scultura, poesia), contenesse ben altri elementi che non la semplice unità
nella varietà, in modo da poter trovare in essa applicazione e convalidazione
anche la più complicata teoria moderna estetica, tuttavia l’attenzione dei
filosofi greci si fermò sulle qualità espressive più generali ed astratte.
Quando però nel mondo moderno ebbe origine il senso della bellezza romantica,
quando cioè in tutta la natura si videro riflessi i sentimenti più vivi e
profondi dell'animo umano e insieme si sentì il bisogno dell'espressione libera
delle più forti passioni, non fu più possibile consìderare il bello come una
semplice espressione regolare ed armonica o come una semplice espressione
dell'unità nella varietà. A ciò si aggiunga che tanto il sublime quanto il
brutto ed il deforme cominciarono ad essere analizzati e messi in rapporti
cogli altri elementi della coscienza estetica. Per il che il bello fu definito
cume ciò che è individualmente caratteristico, come ciò che costituisce
qualcosa d’indipendente fornito di dati caratteri, attributi o qualità
significative, capaci di essere apprese per mezzo della percezione Ora è
evidente che l'indagine estetica giunta a questo punto doveva dare origine al
problema: Come è possibile che ciò che ha un significato e valore ideale può
essere appreso per mezzo della percezione e del sentimento ? Come la
sensibilità può apprendere cio che è razionale e ideale? E chi non vede che un
tale problema risponde esattissimamente a quello gnosenlogico: Come ciò che è
intelligibile o razionale può essere appreso per mezzo del senso, può rivelarsi
alla coscienza come fatto di sensibilità? Come si possono conciliare tra loro
il mondo sentito e sensibile e quello ideale? Come ciò che è razionale può
agire sul senso e come è possibile la conoscenza, la quale risulta appunto
dalla cooperazione -dei due elementi della intelligibilità e della sensibilità
? | La soluzione del problema presentata dall’ Estetica fu questa, che l'ideale
in tanto si può estrinsecare per mezzo del sensibile in quanto ideale e reale
non sono due mondi staccati, ma elementi di uno stesso processo. Elemento
intelligibile ed elemento sensibile sono intimamente compenetrati tra loro, per
modo che l’uno non esiste senza dell'altro : è solamente mediante l’astrazione
che vengono considerati separatamente. L'obbietto estetico essendo nient'altro
che l'attuazione, la concretizzazione, la particolarizzazione di un'idea, non
può non svegliare un’altra idea nel soggetto che lo percepisce. Se l’ideale
esistesse da una parte e il reale dall'altra, s la ragione e il senso fossero
due facoltà staccate, non si arriverebbe a capire da una parte come l’idea
potesse arrivare a divenire qualcosa di sensibile e dall'altra come la
percezione potesse divenire significativa : ma il fatto è che il Reale è uno,
sostantivo e insieme uggettivo, vita e insieme idealità, fatto e insieme idea,
onde non è a meravigliarsi se l’ileale possa essere significato per mezzo del
sensibile. L'unione intima del reale coll'ideale fu facilmente constatata nel
processo estetico, giacchè quivi si coglie il tramutarsi dell’idea in fatto e
quindi si coglie l'elemento intelligibile od universale contenuto nel fatto
stesso. Nel caso del processo estetico si assiste per così dire alla genesi del
fatto da una parte in chi produce e all'idealizzazione del dato concreto in chi
percepisce. Il punto di partenza della creazione artistica è un'idea, vale a
dire un universale che esiste soltanto nella mente dell'artista : poi
quest’'universale si va concretizzando col diventare centro di numerosissime
relazioni e col fissarsi e determinarsi completamente, prendendo posto in un
dato contesto. L'elemento universale (idea artistica) divenuto qualcosa di
concreto e di particolarizzato, si estrinseca in modo da generare nel soggetto
che contempla un fatto di ordine speciale detto percezione estetica e non può
non essere operativo nella mente dello stesso soggetto che percepisce
l’obbietto estetico. Ed è appunto per l’attività di tale universale che la
percezione e il sentimento divengno espressivi e significativi. Se la
percezione e il sentimento non contenessero il lievito dell’universale non
potrebbero mai avere alcun valore e significato. Comeil germe rende possibile
l’individualità della pianta, così l’universale (ciò che determina la natura
propria di una cosa, ciò che determina la formazione di una totalità) rende
possibile la costituzione del prodotto estetico come qualcosa di compiuto, come
un sistema le cui parti sono reciprocaniente coerenti e si svolgono in ordine
necessario in guisa da formare una totalità. Se non che qui si potrebbero fare
due domande: In che propriamente si differenziano le percezioni estetiche da
quelle non estetiche? Quali sono le particolarità dell'espressione estetica ?
In ordine alla prima domanda diremo che le percezioni estetiche (uditive e
visive) si differenziano dalle altre per questo che presentano qualità
nettamente determinate, che non sono attaccate al fatto subbiettivo del sentire
attuale. Di tutte le sensazioni sono esse che possono essere conservate nella
memoria e che insieme presentano delle determinazioni qualitative molteplici e
nettamente distinte. D'altra parte gli elementi delle percezioni visive ed
uditive possono essere ordinati e aggrup‘ pati variamente dall’ uomo, in modo
che il potere intellettivo che questi può esercitare su di essi è senza
confronto superiore a quello che può esercitare sugli elementi olfattivi e gustativi.
Nella più parte dei casi i godimenti del gusto, dell’odorato e del tatto non
escono fuori di sè stessi e quando sì accompagnano con idee e sentimenti, ciò
accade per mezzo del ricordo di impressioni antecedenti di altra natura. Per
contrario le sensazioni della vista e dell'udito si collegano direttamente e
sponzaneamente con sentimenti e idee. Il carattere particolare degli organi
dell'udito e della vista ha fatto di essi per mezzo della parola e della
scrittura gli ausiliari indispensabili dello svolgimenlo umano e i depositari
dei suoi successivi acquisti. Oltre a ciò vi è un certo numero di sentimenti e
d'idee che appartengono esclusivamente ai così detti sensi estetici e che
perciò si potrebbero chiamare idee e sentimenti estetici. Le nozioni di ordine,
di armonia, di proporzione, di varietà, di unità, sono occasionate da
sensazioni visive ed uditive : e se più tardi queste nozioni più o meno
incoscienti si trasformano in idee capaci di regolare la produzione artistica,
ciò è dovuto al. lavoro d'analisi che trova e distingue mediante l’astrazione ì
detti elementi dalla impressione primitiva complessa. Se tutte le percezioni
poi hanno un significato in quanto implicano qualcos'altro oltre il fatto
psichico attuale della loro esistenza fatti esterni e contenuto della coscienza
con cui esse vengono sempre messe in rapporto , quelle estetiche si riferiscono
a ciò che ha maggior interesse per l’anima umana e traducono rapporti esternì
di natura speciale. Si aggiunga che mentre noi abbiamo fino ad un certo segno
coscienza della natura simbolica, significativa delle percezioni d'ordine
estetico, non sappiamo nulla naturalmente del simbolismo delle ordinarie
percezioni. È solamente dalla riflessione naturale e scientifica che impariamo
a considerarle come segni, accenni a qualcos'altro. Va notato infine che le
percezioni estetiche, oltre ad essere simboliche consciamente e liberamente,
sono espressioni, per così dire, a seconda potenza, implicando già esse il
simbolismo incosciente delle percezioni sensoriali VeRON, Esthetique, Paris.
pure e semplici ed allo stesso sovrapponendo il sinbolismo estetico. In ordine
alla seconda domanda diremo che la percezione di natura estetica ha di proprio
che essa non è un semplice fatto o evento psichico esistente in un dato
momento, ma contiene qualche qualità od attributo atto a universalizzarla,
facendola assurgere al grado di segno o di simbolo del Reale, ed è per tale
qualità od attributo (che viene distaccato dall’esistenza psichica attuale e
che viene portata in un altro contesto) che la percezione estetica diviene
suggestiva, espressiva ed atta a svegliare molteplici associazioni. |
Conchiusione : l’opera d’arte si presenta come una speciale fusione del reale e
dell’ ideale: ora tale fusione in tanto può avere luogo in quanto reale ed
ideale sono elementi costitutivi di qualsiasi fatto. Ed il fatto estetico poi
consiste in ciò che un dato elemento intelligibile diviene qualificazione di
un'esistenza psichica (percezione sensoriale) che non corrisponde esattamente
ad essa, donde il carattere di trascendenza inerente alla percezione estetica.
Se contenuto ideale ed esistenza attuale fossero una stessa cosa, 0 se ciascun
was non fosse mai disgiungibile dal proprio dass, il fatto estetico non avrebbe
luogo. Ciò che è razionale e ideale può divenire oggetto di percezione e di
sentimento estetico solamente perchè la mente umana è cosiffatta che può
operare la separazione di un dato. contenuto intelligibile dalla sua propria
esistenza e poscia operare la congiunzione del medesimo contenuto con una altra
esistenza. L’ ideale, il razionale, l' intelligibile non può agire come tale
direttamente sulla sensibilità umana: perchè ciò avvenga è necessario che l’
intelligibile, l'ideale divenga contenuto di qualcosa di sensibile. Prima d’andare
innanzi però è bene discutere i seguenti quesiti. Come è possibile la
disgiunzione del contenuto ideale dal dato reale? E che cosa è propriamente il
primo distaccato dal secondo? Come è possibile d'altra parte l’incorporazione
di un elemento ideale in una data esistenza particolare? Ed infine come è
possibile il sentimento e la valutazione estetica ? Cominciamo dal primo. La
disgiunzione del was dal dass in tanto è possibile in quanto vi è
l'intelligenza, la quale ha appunto l'ufficio di qualificare, di caratterizzare
la realtà simboleggiandola, traducendola, per così dire, in termini ideali. È
evidente che una tale traduzione in tanto sì può fare in quanto la mente umana
attraverso le differenze delle manifestazioni estrinseche, attraverso le differenze
dei fatti coglie l'identità del contenuto. Per intendere bene il processo si
richiami alla mente ciò che avviene quando noi traduciamo da una lingua in
un’altra: noi allora tendiamo a stabilire l’ identità di significato tra
espressioni differentissime. E come non è possibile tradurre da una lingua in
un’altra se queste non sono entrambe note, così non sarebbe possibile
qualificare la realtà in termini pschici, se mondo e psiche non avessero radici
in un’ unità fondamentale. La mente umana riesce a simboleggiare il reale,
perchè essa è capace di presentare sotto forma subbiettiva ciò che vi ha di
indiscernibilmente identico tra la realtà ed il soggetto. Sicché noi possiamo
conchiudere che la disgiunzione del contenuto ideale dal fatto avviene perchè vi
è la mente, la quale, per così dire, coglie nel reale ciò che è identico a sé
stessa e, sottopostolo ad una specie di elaborazione psicologica, lo presenta
sotto forma di fatto psichico 6 quindi di fatto subbiettivo riferentesi però
sempro a qualcosa di obbiettivo. Ma che cosa è tale contenuto ideale o
significato per sè preso? Rispondere a questa domanda non è facile, giacchè
l’idea separata dal fatto è un’astrazione, è un. aggettivo, come direbbe il
Bradley, non un sostantivo, è un universale astratto e non un individuale
concreto : ond’ è che essa, non potendo stare da sé, è costretta sempre ad
appoggiarsi a qualcos' altro e questo qualcos’ altro per lo più è un'imagine o
rappresentazione psichica particolare. Noi possiamo dire però che il carattere
precipuo per cui il contenuto ideale, il significato, l'elemento puramente
intelligibile si distingue da tutto il rimanente della vita dell'anima, è che
esso ha la proprietà di essere ricordabile. Tuttociò che è ricordabile è
intelligibile e per converso ciò che è intelligibile è ricordabile. È stato
detto che gli attributi o le relazioni in cui la realtà concreta è analizzabile
sono appunto elementi intelligibili: ora gli attributi e le relazioni non sono
che la ricordabilità stessa guardata da un altro punto di vista, guardata cioè
dal punto di vista logico, 0 gnoseologico, o obbiettivo (riferentesi alla”
Realtà), mentrechè la ricordabilità si può considerare come l’ insieme degli
attributi e delle relazioni guardate dal punto di vista psicologico o subbiettivo.
Che cosa è ricordabile? Gli attributi e le relazioni : e che cosa sono gli
attributi e le relazioni? Ciò che è ricordabile; non vi è attributo o relazione
che non sia ricordabile: come non vi è elemento ricordabile che non sia un
attributo, ‘una proprietà o una relazione. Ma onde siamo tratti a scomporre la
realtà in attributi e relazioni ? Dal bisogno di fissare, di determinare la
realtà. Noi viviamo ed operiamo nel reale, ma chi dice vita, attività, dice
flusso continuo di fatti, dice continuo passare per il presente, senza che
nessun punto stabile si possa precisare e senza che nessuna costruzione. ideale
(riferentesi al passato o al futuro) si possa formare. La vita, l’azione per sè
prese sono qualcosa d’ incomunicabile e quindi d'inesprimibile, sono un fatto,
ecco tutto. Appenachè la vita della realtà raggiunge un grado notevole di forza
e di complessità, il sentimento stesso della vita e dell’esistenza si fa più
complesso ed eterogeneo, per modo che sorge il bisogno di specificare, di
determinare, di fissare, di dare una forma alla realtà quale è sentita e
rappresentata: bisogno che può essere soddisfatto solamente astraendo dalla
realtà ciò che in essa vi ha l'ideale, e d’intelligibile, scomponendo quindi Ja
realtà stessa in attributi e relazioni. Onde consegue che gli attributi e le
relazioni non esistono come tali nella realtà (nella quale esistono delle
individualità e delle funzioni), ma sono costruite da noi per simboleggiare,
universalizzandola (considerandola dal punto di vista della coscienza universale
o della coscienza in generale), la realtà quale viene percepita e
rappresentata. Noi di sopra per dare un concetto della disgiunzione del ras dal
dass siamo ricorsi al paragone della traduzione da una lingua in un’altra : ora
è giunto il momento di osservare che quella non è e non può essere più che una
semplice metafora, in quanto tra i due fatti corre un profondo divario. La
traduzione da una lingua in un'altra implica la cognizione refiessa, cosciente
dell'identità di significato esistente tra le espressioni appartenenti alle due
lingue e in tal caso la cosa non può stare diversamente, tenuto conto che è già
avvenuto il distacco del :cas dal duss per opera dell'attività intellettuale di
molto progredita , mentrechè la disgiunzione dell’elemento intelligibile dal
fatto attuale e la consecutiva idealizzazione o significazione della realtà
implicano bensì l'identità di natura e di elementi tra il mondo e lo spirito,
‘ma non la chiara appercezione della stessa identità, e insieme implicano
l’esistenza dell'identità attraverso le differenze, non l’identità delle
differenze. Così gli attributi e le relazioni non esistono come tali nella
realtà, ma sono una differenza di quella stessa identità che nella realtà -
avrà una differenza corrispondente. Il contenuto ideale oltre ad avere la
caratteristica della ricordabilità, ha quella di essere comunicabile,
obbiettivo (riferentesi alla Realtà) ed esprimibile per mezzo del linguaggio.
Ora che vuol dir ciò? Vuol'dire che ciò che è intelligi- Giova notare che quando
si dice che solamente l’intelligibile è esprimibile per mezzo del linguaggio si
vuole intendere csprimibile per mezzo di segni, i quali sono riconosciuti tali,
riferentisi, cioè, ad una realtà obbiettiva. Anche i fatti di volonta e di
sentimento sono esprimibili per mezzo del linguaggio, ma in tanto sono tali in
quanto vengono intellettualizzati; non sono propriamente i sentimenti, e gli
atti volitivi, sono le idee, le rappresentazioni di essi che vengono
significato per mezzo del linguaggio. Le espressioni emotive (interiezioni,
espressioni mimiche e fisiognomiche), i gesti e in generale i moti esterni sono
qualcosa d' istintivo, che se vengono intesi e interpretati è perchè sono
anch'essi intellettualizzati. Chi contempla i segni espressivi li interpreta in
virtù dell'esperienza propria e dei legami associativi. bile non è patrimonio
di questo o di quel soggetto, ma è patrimonio di tutti gli esseri pensanti,
vuol dire che la mente è universale, non individuale. L’uomo, pensando, si
universalizza, si accomuna con tutti gli altri uomini. E la solidarietà
intellettuale umana è possibile, perchè in ordine al pensieru tutti gli uomini
sono identici, sono, cioè, una cosa sola, sono come a dire, un solo essere.
Ogni distinzione, ogni differenza è cancellata : è l'identità degl’
indiscernibili. La comunione delle anime, anzi l’unità, l’identità delle anime
lungi dall'essere qualcosa di incomprensibile appare chiara : ciò che è oscuro
piuttosto è l’anima individuale in ordine al pensiero. Tuttociò che è ideale e
intelligibile adunque è identico in tutti gli uomini: o, a dirla altrimenti,
tutti gli uomini sono una cosa sola in un certo punto, mentre si differenziano
più o meno profondamente in tutto il rimanente. Il razionale, l’intelligibile,
la forma permane identica sia che assuma differenti determinazioni (o che
presenti manifestazioni o estrinsecazioni diverse), sia che appaia alle mente
di singoli individui. È insomma l’unità del Reale, che rende possibile
l'identità di ciò che è intelligibile e quindi la sua comunicabilità. Se tutta
la realtà non formasse un tutto, un sistema, un'identità variamente
differenziantesi, da una parte la mente non sarebbe universale e dall’altra
l'intelligibilità delle cose sarebbe impossibile. Che cosa è invero l’
intelligibilità se non la forma distaccata dalla materia, la coerenza, il
nesso, la relazione per sè presa? Ora la forma, la coerenza, il rapporto
implicano unità e identità nel fondo. Noi quasi diremmo che ciascuna mente non
si appropria che ciò che riconosce come inerente alla mente in generale. Il
dato, come dato, il fatto le è estraneo ; esso è reale, e basta. Ciò che è
intelligibile è uno, identico e quindi comunicabile, e in quanto comunicabile
obbiettivo. Ciò che è subbiettivo (sentimento, azione) non è comunicabile (se
non a patto di essere intellettualizzato), e per ciò stesso non è
intelligibile. i D'altra parte il carattere della comunicabilità inerente a ciò
che è intelligibile ha il suo fondamento ultimo nel fatto che la realtà non
s’identifica e confonde con la vita subbiettiva. Il reale non è il soggettivo,
ma è distinto da esso. Se l'essere o la realtà s’identificasse colla vita
subbiettiva e individuale la cognizione si ridurrebbe al sentire, nel qual caso
il vero starebbe tutto nella relazione col soggetto che sente: reale, non
reale, vero, falso sa.rebbe quello che a ciascun di noi parrebbe tale; misura,
giudice sarebbe ciascun di noi. Nulla fuori di noi sarebbe, o almeno nulla
sarebbe senza di noì. Se non che la cognizione lungi dall'essere riducibile a
sensazione sta agli an tipodi di questa in quanto, riferendosi a ciò che è
obbiettivo, implica giudizio, apprendimento di ciò che non siamo noi, di ciò
che non è la vita nostra, implica affermazione, mediante la qualificazione, di
ciò che è. Dal che consegue poi anche che mentre ciò che è subbiettivo, ciò che
vive, fluisce sempre, muta sempre, si muove sempre, si altera sempre, è
fenomene mero, vario, continuo ; per contrario, ciò che è intelligibile e
comunicabile, è immutabile, inalterabile, fisso e determinato (elemento
astratto). L'ideale o l’intelligibile è universale, astratto, addiettivo; come
può divenire fatto, vale a dire, come può divenire qualcosa di concreto e di
sostanziale? Particolarizzandosi, individualizzandosi, vale a dire
identificandosi con una dello sue differenze, o determinazioni, o
manifestazioni. Allo stesso modo che il tipo si concretizza nel fatto singolo e
che il significato si esprime per mezzo di un simbolo particolare, così
l'attributo o la relazione ideale divengono fatto, incorporandosi in un’
imagine sensibile. La congiunzione di un was con un dass diverso dal proprio è
resa possibile dacchè tanto il contenuto ideale e significativo quanto
l'elemento della presenza attuale tostochè sono separati tra loro cercano di
ricongiungersi n di trovare ciascuno il suo complemento in qualcosa di
corrispondente. L’imagine psichica attuale, il fatto psichico isolatamente
preso è un prodotto dell’astrazione : ciascun elemento psichico acquista valore
dai nessi in cui si trova e dall'azione che su di esso esercita l’esperienza
psichica antecedente. Non è stato le mille volte ripetuto dai psìcologi moderni
che il fatto psichico riceve tutto il suo valore e la sua efficacia dal
contesto in cui si trova, che la vita psichica non è posta nell’elemento
singolo, ma nel corso, nel nesso, nella serie dei detti elementi ? Noi not
abbiamo bisogno di richiamare l’attenzione sui processi di fusione, di
identificazione delle rappresentazioni, i quali rendono possibile qualsiasi
forma elementare di cognizione e di ricognizione (1), perchè si tratta di fatti
ormai comunemente noti. Risulta evidente che la connessione di un was con con
un dass diverso dal proprio è un processo che si verifica attraverso tutta la
distesa della nostra esperienza conoscitiva : dietro ogni fatto psichico si
trova il signi (1) V. Wunpr, Vorlesunyen ib2r Menschen n. Thierscele. Leipzig.
ficato proveniente dal dispiegamento che l’attività psichica ha
antecedentemente avuto: nel fatto estetico il processo non è essenzialmente
differente, comunque appaia senza confronto più complicato. Il was in tal caso
è rappresentato dal concetto artistico che figura come un tutto ideale coerente
e il duss è dato dalla rappresentazione sensibile o simbolica del detto
contenuto ideale. L'espressione rappresentativa o per via d'imagini (per opera
della fantasia) di un contenuto idcale, ecco la migliore definizione dell’opera
d'arte. Una costruzione razionale incorporata in imagini ed una ricostruzione
del pari razionale rifatta in seguito alle suggestioni ricevute dalla
percezione delle immagini, costruzione ce ricostruzione accompagnate da una
forma peculiare di emotività, ecco il meccanismo di produzione e di
contemplazione estetica. L'opera d’arte in tanto è espressiva e suggestiva in
quanto ha la sua radice nella congiunzione di un ws più o meno esteso, più o
meno complesso con un duss estraneo, ma corrispondente, e relativamente
semplice tenuto conto della capacità percettiva dell’an'ma umana , in quanto ha
la sua radice, possiamo anche dire, nell’ estrinsecazione di un sistema ideale
per mezzo di dati sensibili. La proprietà che controdlistingue siffatta
congiunzione od espressione è questa, che oltre al essere volontaria, libera e
selettiva, è eminentemente suggestiva, il che dipende dalla concentrazione
coerente degli elementi ideali avvenuta dictro l'espressione sensibile
simbolica. © Possiamo conchiwlere questa parte col dire che l’uomo è capace di
congiungere un was con un dess estraneo allo stesso modo che è CAPACE di
parlare, vale a dire DI SIGNIFICARE E SIMBOLEGGIARE LA REALTÀ. La lingua
d’ITALIA è una opera d'arte compiuta dalla COSCIENZA COLLETTIVA, mentrechè i
capolavori estetici sono espressione dei genii individuali. Non è senza ragione
che in origine lingua ed arte si trovano confuse tra loro. Passiamo ora a
rispondere brevemente all'ultimo quesito. La valutazione e il sentimento
estetico dipendono dalla funzione espressiva dell’arte. Quanto più in un’opera
si trova espresso ciò che per noi come uomini, ha il maggiore interesse, quanto
più in essa troviamo l'eco di ciò che ha radici più profonde nell'anima nostra,
di ciò che ci attrae come di ciò che cì ripugna, di ciò che ci appassiona come
di ciò che cì turba, quanto più vi troviamo. l'eco di ciò che è veramente
umano, tanto più la valutazione estetica avrà luogo in senso positivo. L'arte
espressiva che è l’arte veramente moderna, è fondata in grandissima parte sulla
simpatia, manifestando in forma artistica l'interesse particolare che l’uomo
prende per l’uomo. Il fine a cui si tende è l'uomo, quale microcosmo, è lo
studio dei suoi sentimenti accidentali e permanenti, delle sue virtù o dei suoi
vizi. É questo che distingue il teatro e il romanzo moderno, riannodando questi
due generi alla più alta branca dell’arte. L’opera d'arte perchè sia debitamente
apprezzata ed eserciti efficacia sugli animi nostri, deve esser valida a
portare il nostro sguardo lontano, deve apparire come punto di concentramento
di molteplici raggi suggestivi, deve essere come il riflesso di ciò che vi ha
di più profondo nella realtà e nella coscienza. L'opera d’arte veramente grande
deve raggiungere i più grandi effetti coi minimi mezzi possibili, facendoci
intravedere ciò cho diversamente non vedlremmo. E l’intuito dell'artista sì
rivela appunto nell’attitudine a scegliere ed a porre in evidenza quei tratti
significativi che hanno la potenza di generare tutto un sistema d'imagini.
Saper mostrare l’universale concreto, la legge, la natura propria, il ritmo
d'attività di un ordine di reali per via di tratti, o li segni, o di imagini
che mentre per sè non possono esaurire il contenuto dell’universale concreto,
son tali da suggerirne con facilità il complemento, ecco in che consiste il
magistero della creazione artistica. Ed ora è tempo di considerare il problema
gnoscologico che risponde alla forma del problema estetico esaminata e discussa
fin qui. Il problema gnoscologico fondamentale è ricercare come ciò che è
pressochè esclusivamente intelligibile possa diventare oggetto delle varie
forme di sensibilità : o tale problema, posto così, appare effettivamente
insolubile: ma esso è fondato sopra il falso presupposto che l'elemento
intelligibile preso per sè possa esistere come un fatto attuale. II processo
per cuì si è giunti a tale concetto è il seguente : una volta bipartita la vita
psichica primitiva, la coscienza complessa e indefinita iniziale nelle due
serie rappresentative dell’io e del non io, è stato notato che le
rappresentazioni, prese come qualcosa d’obbiettivo e d’in.lipendente dal
soggetto, non solo non formavano un tutto coerente e completo in sè stesso, ma
si rivelavano così piene di contradizioni da richiedere necessariamente un
complemento, l’esistenza di qualcosaltro che desse ragione di ciò che al
soggetto appariva come sensazione o come fatto psichico in genere. Di quì la
necessità di andare in traccia dell’ universale, del necessario e del
permanente che costituisse il punto di riferimeuto delle nostre
rappresentazioni subbiettive proiettate all’ esterno e che insieme fusse il
mezzo di stabilire la solidarietà intellettuale e la comunità spirituale degli
uomini, Si andò in traccia così dell’essenza o dell’ elemento intelligibile
delle nostre rappresentazioni, elemento che fu fatto consistere in qualità e
rapporti inerenti ad elementi ult.mi sottratti al dominio diretto
dell'esperienza sensibile, elementi ultimi che alla loro volta dovevano
risultare di qualità e relazioni, procedendo così all’ infinito. Qui accadde
che per evitarne una sula si ricadde in molteplici altre contradizioni, giacchè
di questi elementi ultimi (atomi) bisognava pur dar ragione, determinandone la
natura, bi‘ sognava, cioè, renderli intelligibili. Ora, ciò facendo, era
necessario 0 dire che essi andavano ammessi come un fatto, come un dato ultimo
il che era impossibile, perchè gli atomi sono concepiti dalla scienza come
qualcosa di non percepibile, di non sperimentabile (e del resto se essi devono
dar ragione delle rappresentazioni s :nsibili in genere, non possono essere
appresi mediante la percezione) , nè è a parlare di centri di forza, perchè la
forza per sè presa è un bel nulla, è anch'essa un uggettiro ; ovvero bisognava
ridurre essi stessi a qualità e relazioni: ma le qualità e le relazioni
(elementi intelligibili e quindi anch'essi aggettivi) hanno bisogno di qualcosa
a cui inerire, onde la necessità di porre come postulato l'esistenza di reali
ultimi, sostanze spirituali, le quali poi impiicano le medesime contradizioni
degli atomi materiali. Atomi materiali ed atomi spirituali sono prodotti della
nostra fantasia, ipostasi di concezioni mentali astratte. Gli atomi erano stati
creati per spiegare i rapporti intelligibili determinanti i fenomeni
subbiettivi, i fenomeni sensoriali : ora essi, non potendo essere considerati
come fatti (e ancorchè potessero essere considerati come tali, si sarebbe
daccapo, per chè sarebbero anch'essi fatti percettivi, fatti cioè dell’istessa
. categoria di quelli, per spiegare i quali erano stati imaginati), è
giuocoforza analizzarli in elementi d’ordine intelligibile (qualità e
rapporti), in elementi cioè, per fondamentare i quali essi stessi sono stati
proposti. È naturale che giunti a questo punto doveva sorgere il problema
riguardante la trasformazione dell’ elemento intelligibile in elemento
sensibile, riguardante la possibilità che l’ ideale diventasse obbietto della
sensibilità. Ora è vero che l'elemento intelligibile esiste per sè ? No, perchè
esso, preso a parte dal fatto, dall’ esistenza attuale, è un prodotto
dell’astrazione. L'universale, l’idea non esiste al di fuori della mente.
Sicchè noì vediamo qui che il problema gnoseologico è nato per un processo
analogo a quello che diede origine al problema estetico, per un processo cioè
di disgiunzione dell'elemento intelligibile dall’ elemento fattuale
dell’esistenza. La realtà vera, la vita vera del reale è data dalla
congiunzione ‘dell’ elemento ideale col reale, dall’incorporazione dell'ideale
nel reale: ond’è che attribuire l’esistenza di fatto agli elementi
intelligibili è un processo del tutto falso ed arbitrario. L’intelligibile o
l'universale è un puro aggettivo che ha bisogno del suo sostantivo. E come
sostantivo dovrebbe fungere l'immediatezza della percezione sensoriale, l’
immediatezza del fatto psichico quale si svolge nel soggetto umano, ma i due
elementi, l’ universale e il fatto psichico individuale non sì corrispondono,
non fanno una cosa sola, non sono, diciamo così, l’uno per l’altro. Il fatto
psichico non è qualcosa di obbiettivo, d'ilentico e di comunicabile, ma varia
da soggetto a soggetto; esso non può esser tutta la realtà. È stato a causa
delle molteplici contradizioni, delle insufficienze e manchevolezze rivelantisi
nella vita psichica e subbiettiva che si è ‘dovuto costruire ipoteticamente un
mondo obbiettivo intelligibile di contro a quello subbiettivo. E poichè un tal
ripiego, come si è veduto, non approda a nulla, sorge la necessità di trovare
il complemento esistenziale dell'intelligibile in qualcosa che trascende il
contenuto della coscienza individuale. Tale complemento non può esser trovato
che nella vita del Tutto (Io epistomologico e ontologico o Bewusstseyn
tiberhaupt di Kant) nella Coscienza universale in cui non vi è separazione di
intelligibile e di sensibile (la quale separazione è compiuta dallo spirito
individuale finito), d’ideale e di reale, di contenuto e di fatto, ma vi è
fusione perfetta di entrambi. La questione sta tutta qui: la percezione appare
dato concreto immediato e quindi reale, ma è dato subbiettivo e quindi pieno di
contradizioni: l'intelligibile è obbiettivo nel senso che è inteso in un modo
identico da tutti gli uomini, ma è ipotetico, astratto, non dato, ma posto
dall’intelligenza umana : ciò posto, siffatti due termini si possono
conciliare, si possono unire e formare una cosa sola completa, la realtà viva e
vera ? Ciò non è possibile insino a tanto che non sì esce dalla coscienza
individuale, perchè il reale subbiettivo che non è completo in sè stesso, che è
solo un frammento della totalità, non può avere per contenuto adeguato
l’universale, non può avere per essenza il tutto. Come nel processo estetico
avevamo: 1° disgiunzione dell’intelligibile dal fatto, e poi, 2°,
ricongiunzione dell’elemento intelligibile con un fatto che non gli
corrisponde, e di qui la trascendenza, il significato, l'espressività della
percezione o imaginazione estetica, cosi nel processo gnoseologico abbiamo la
disgiunzione del was dal dass del fatto percettivo e l’ipostasi del was, la
considerazione di questo come un fatto, come un dato. E poichè ciò si rivela
impossibile e contradittorio, si tende a congiungere di nuovo l'elemento
intelligibile universale (il quale per sè preso non è reale nel senso che non è
concreto, non esistente per sè, non immediatamente appreso, bensì effetto di
un’elaborazione psicologica e logica, una semplice concezione dello spirito,
un'ipotesi formata in vista delle conseguenze che da essa, dato che esista,
necessariamente derivano) col dato percettivo della coscienza individuale, il
quale è reale, ma ha una realtà subbiettiva, non obbiettiva, non comune a tutti
gli uomini. Se non che la detta coscienza non è capace di contenere di fatto l’
universale, ma solo virtualmente, cioè come esigenza, come aspirazione, come
idea. Onde la necessità di trascendere incessantemente il fatto psichico
subbiettivo e l'esigenza di una Realtà obbiettiva individuale e insieme
universale, cioè sistematica. Vi ha però una differenza tra processo estetico e
processo gnoseologico ed è, che la disgiunzione e la ricongiunzione
dell'elemento intelligibile col fatto nel primo sono atti arbitrari, sono atti
sottoposti al volere individuale, mentrechè nel secondo sono una conseguenza,
diremo, necessaria delle contradizioni e delle insufficienze che si rivelano
nella percezione sensoriale dei vari individui e nei fenomeni della vita
subbiettiva. Le ricerche dell’Ottica e dell’Acustica fisiologica, della
Psicologia fisiologica furono promosse dall'impossibilità di considerare le
percezioni sensoriali come fatti per sè esistenti all’esterno. Uno degli
aspetti sotto cui il problema estetico si può presentare è il seguente: Qual'è
la natura e le condizioni dell’ emozione estetica? La soluzione di tale quesito
ha formato e forma oggetto di tutta l’Estetica esatta coltivata ai giorni
nostri in Germania ed in Inghilterra. Da tal punto di vista è evidente che il
problema estetico assume un aspetto prevalentemente psicologico: esso, infatti,
vale la domanda: Come e perchè talune percezioni sensoriali producono
sentimenti di natura speciale (emozione estetica)? Il che alla sua volta vale
domandare: In che rapporto stanno le varie forme dell'attività psichica?
Ovvero: Tra le varie manifestazioni della vita psichica vi è una correlazione
intima in modo da poter esse venire considerate come vari lati di uno stesso
processo fondamentale, ovvero sono delle funzioni giustaposte che possono solo
in date circostanze agire l’una sull'altra? Vediamo ora quali sono i risultati
ultimi a cui l'indagine estetica esatta è pervenuta. E qui, prima d'andare
innanzi, ci sembra opportuno notare che il problema estetico psico logicamente
considerato è della più alta importanza in quanto dipende dalla sua soluzione
il determinare per che via il significato può essere congiunto col dato attuale
, (rappresentazione sensibile) con cui non è connaturato, per che via ciò che è
universale ed astratto (l'elemento intelligibile) può concretizzarsi în modo da
divenire obbietto piacevole. I risultati delle ricerche summenzionate furono di
due sorta. Da una parte il sentimento estetico fu intellettualizzato nel senso
che fu fatto dipendere dall’apprensione di determinati rapporti astratti: e
invero, comunque lo spirito, diciamo così, dell'estetica psicologica e del
formalismo vada riposto nella tendenza ad andare in traccia della causa attuale
del piacere estetico, della causa inerente alla percezione sensoriale, tuttavia
nel fatto essa indaga la ragione nella causa: una volta che siamo spinti ad
oltrepassare la percezione sensoriale, noi troviamo l'elemento intelligibile,
la ragione. Del resto se la percezione della bellezza presuppone l’esistenza di
dati rapporti, questi da una parte non figurano che come ragioni , e dall'altra
possono essere, se non sostituti, messi in connessioni con proprietà meno
astratte, più vicine alla realtà che viviamo, e quindi più atte a suscitare il
nostro interesse e la nostra simpatia. La maniera di operare delle relazioni è
invero di natura così generale e così poco caratteristica, che non si vede come
l’effetto estetico possa essere ottenuto, se un altro elemento non vi concorre
(il significato cioè di tali relazioni astratte). Vogliamo dire che i suddetti
rapporti formali non hanno per sè nulla di caratteristico che possa spiegare il
fatto estetico, tanto è ciò vero che si presentano anche dove nessun effetto
estetico si riscontra. D'altra parte l'origine del sentimento estetico fu posta
in una specie di affinità latente (che non ha niente a che fare colla pura
stimolazione sensoriale) esistente tra la semplice forma estetica e l’anima del
soggetto percipiente (conformazione dello spirito individuale). Ed il famoso
principio fechneriano dell’economia della forza quale fonte di piacere (il
quale principio poi fu considerato in rapporto al contenuto delle nostre
rappresentazioni come in rapporto al corso delle stesse) non è che
l’espressione astratta di ciò che implica la detta armonia latente. L'economica
distribuzione della forza considerata dal punto di vista dell’obbietto trae
seco il principio dell’ unità organica e l'assenza di qualsiasi elemento
superfluo: assenza di superfluità che equivale ad esigenza di significato e di
valore, in quanto solo ciò che è insignificante è veramente superfluo.
L'applicazione del principio dell'economia fatta all'attività del soggetto
percipiente implica concentramento non faticoso dell'attenzione, in modo da
riuscire agevole e quindi piacevole il fatto psichico stesso dell’apprensione.
Avviene così che l’appercezione di un contenuto piacevole, perchè organicamente
costituito, diviene essa stessa fonte di piacere. Se si considera che la
rispondenza quanto più è possibile esatta ed adeguata dell’attività
appercettiva al contenuto appercepito non è una accidentalità, ma costituisce
un elemento essenziale della emozione estetica, tanto è vero che tutto ciò che
richiede uno sforzo mentale è antiestetico, non sì può non trovare naturale la
connessione esistente tra le modalità della nostra attenzione e le proprietà
dell'oggetto estetico. Quando uno sforzo speciale è richiesto per
l'appercezione di un contenuto estetico, vuol dire che l’espressione, la
rappresentazione (forma) e l'obbietto significato, l’idea (materia) non sono in
armonia, nel qual caso appunto non è più a parlare di bellezza. È stato notato
poi che il principio dell'economia non è in contradizione con quello dell’
esuberanza, del lussureggiamento ecc., che sono inerenti ad ogni obbietto
estetico e che contribuiscono a imprimergli la nota del disinteresse presa'in
senso largo, giacchè ciò che è superfluo considerato da un certo punto di vista
e in rapporto a dati scopi, a scopi di utilità pratica p. es., non lo è più,
una volta che è riferito ad un dato sistema armonico o ad una data unità
organica che ha valore per sè come esprimente il contenuto della vita nella sua
complessità e la Realtà nelle sue molteplici e svariate determinazioni.
L'origine e il fondamento dell'emozione estetica se non vanno posti adunque
nell'apprensione di rapporti formali ed astratti (ma nel contenuto che gli
stessi contribuiscono ad esprimere, nel loro significato), non vanno posti
neanche nel principio formale e quindi vago ed indeterminato dell'economia
della forza sia questa considerata obbiettivamente che subbiettivamente, il
quale riceve gran parte del suo valore dal fatto che esso depone per
l'esistenza di un'unità organica nell’obbietto estetico: ciò che è con
parsimonia costituito e con facilità appercepito ha evidentemente i caratteri
del sistema, della totalità, dell’individualità organica. Da qualunque punto si
voglia considerare la cosa è chiavo pertanto che l'emozione estetica deriva la
sua caratteristica propria dal contenuto (significato) espresso ed appercepito
dal soggetto. Quando lo spirito appercepisce espresso in modo adeguato ciò che
ha radici più profonde nell'intimo suo essere, quando lo spirito arriva a
trovarsì a contatto con qualche cosa di completo, di individuale e di
sistematico e quando arriva a riconoscere sé stesso, le sue aspirazioni, le sue
esigenze, i suoi sentimenti, nella natura o nell’arte, quando vede raccolti per
opera dei Genti in un punto solo e quindi intensificati tutti i raggi della sua
attività, quando insomma vede rispecchiato in un’opera tutto il fondo della sua
anima e quando si sente una cosa sola colla Realtà universale, non può non
provare una intensa emozione, che è appunto l'emozione estetica. Dopo aver
accennato alla soluzione del problema estetico nella sua forma psicologica,
passiamo a trattare del problema psicologico fondamentale quale si presenta
nella filosofia generale. L’ indagine intorno alle proprietà ed al rapporto
esistente tra le varie funzioni psichiche (funzione rappre sentativa, funzione
emotiva, funzione volitiva) è della più grande importanza e del più alto
significato, in quanto da essa dipende il concetto che ci dobbiamo formare
della vita psichica in genere e della costituzione dell’anima. La funzione
emotiva in che rapporto sta con quella rappresentativa? il sentimento in che
rapporto sta con la rappresentazione? Che cosa è il piacere o il dolore che
accompagna qualsiasi elemento della coscienza ? Ecco il problema generale, a
cui gencricamente si può riferire il problema speciale dell'origine e delle
condizioni dell’emozione estetica, salvo poi a determinare le caratteristiche
proprie del piacere estetico, tenuto conto che non tutti i piaceri sono di
natura estetica. Ora noi vediamo che la Psicologia moderna tende a risolvere il
problema circa la natura del sentimento in conformità della soluzione data
dall’Estetica al problema corrispondente. Nessun psicologo crede più
all'esistenza delle cosidette facoltà dell'anima: tutti concepiscono i fatti
psichici come manifestazioni diverse della vita ad attività psichica prosa nel
suo insieme. Ora questa attività spirituale si esplica in due forme principali
irriducibili tra loro, in quella di modificarsi in modo indistinto in totalità
e in quella di apprendere, di appercepire delle qualità distinte, degli
attributi determinati e delle relazioni. Nella sua prima forma essa si rivela
essenzialmente una, identica (senza che mostri alcuna differenziazione in sè
stessa) ed intimamente connessa con tutto il reale, che essa per così dire,
avverte indistintamente nella sua totalità: nella seconda forma invece essa
appare variamente determinata in sè stessa e nelle maniere di apprendere la
realtà : nella pritma forma è vita emotiva o sentimentale, nell’altra forma è
vita wappresentativa o intellettiva. È un errore pertanto voler intellettualizzare
il sentimento col farlo derivare da un qualsiasi rapporto : noi possiamo, sì,
scomporre il sentimento e tradurlo in rapporti, ma in tal caso noi avremo
trasformato il sentimento vero e proprio in un fatto. intellettuale. Il
sentimento è un modo di essere dell’attività psichica che si origina ogni
qualvolta il contenuto della coscienza è cosiffatto che, non potendo essere
scomposto in qualità c relazioni determinate, figura come qualcosa d'’
indistinto. E qui giova notare che anche quando il sentimento stossos viene
differenziato nelle sue principali determinazioni di piacere e dolore nel caso
che queste vengano nettamente distinte ed appercepite cessa di essere puro
sentimento per divenire un fatto d’oriline intellettivo. Un sentimento
qualificato, caratterizzato e discriminato da tutto il complesso della vita
psichica è la chiara appercezione di una qualità psichica, non un sentimento.
L'appercezione di un piacere, di un dolore suppone l'atto della mente con cui
una qualità viene separata, distinta dal rimanente, suppone quindi una funzione
intellettiva sia anche d’ ordine rudimentale e l'atto o la funzione
discriminatrice si confonde col suo prodotto per molo che ciò che prima non era
un fatto intellettivo riesce ad essere, per così dire, trascritto in termini
intellettivi, e quindi viene ad essere snaturato. Piacere e dolore sono due
qualità sensoriali come il bianco e il nero, come il liscio e lo scabro, come
il grave e l'acuto, come il caldo e il freddo. Che essi siano determinati dalla
forma dello stimolo piuttosto che da proprietà inerenti (contenuto) allo
stimolo come tale, che essi siano determinati dal modo come lo stesso agisce, o
dal modo in cui la sua trasmissione avviene, o dalle condizioni in cuì
l'organismo fisico e psichico si trova mentre ha luogo tale azione, poco o
nulla importa : dal punto di vista psicologico il piacere e il dolore sono
qualità, e come tali, appartengono alla funzione rappresentativa dell'anima
umana. Sosgiungiamo che il piacere e il dolore, come il suono alto e quello
basso e come il caldo e il freddo sono sensazioni relative e variabili
linearmente in quanto presentano. duo sole determinazioni opposte. In altre
parole : il sentimento per sua natura è indistinto, è stuto psichico totale :
non sì tosto in esso vengono delimitate differenze, non sì tosto esso viene
circoscritto e qualificato, non è più a parlare di sentimento vero e proprio :
ma di funzione intellettiva e rappresentativa. Il sentimento in tal caso viene
come ad essere intellettualizzato, viene ad essere compenetvato dall'attività
discriminativa che è inerente all’ intellezione. Quando il sentimento stato
psichico totale vien ad essere analizzato e scomposto in qualità diverse e
quando queste vengono appercepite, il sentimento non esiste più, ma esistono le
qualità sensoriali. La vita psichica non si presenta più come sentimento, ma
come apprensione di qualità, l’attributi e di relazioni. Ma si può dire che il
piacere e il dolore siano qualità del sentimento, come si dice p. es. che il
suono alto e basso sono qualità del suono ? Noi crediamo di no, perchè parlare
di qualità del sentimento è un parlare contradittorio; è come se si dicesse
qualità di ciò che non può avere qualità, ovvero determinazioni di ciò che è
per sua natura indeterminato. Il piacere e il dolore sono qualità che possono
essere pro:lotte in parte dalla totalità della vita psichica, dallo stato in
cui la stessa totalità si può trovare, ma non sono qualità della totalità La
totalità è reale, ma non ha qualità, caratteri distintivi, differenze, le quali
implicando sempre relatività, riferimento, possono essere differenziate entro
la totalità. Uno stato di piacere o di dolore totale non significa nulla: un
piacere o dulore suppone la distinzione, la differenziazione. Il sentimento o
stato psichico totale può contribuire a generare uno stato di piacere o di
dolore, ma non può presentarsi come piacere o come dolore: già un piacere o un
dolore totale, assolutamente totale, non sarebbe nemmeno avvertito, perchè non
potrebbe cs-ere distinto: distinto da che, invero? E il piacere e il dolore
sono considerati d’ordinario come qualità del sentimento appunto perchè esse
sono determinate in parte dalla totalità della vita psichica, Sorge la
questione: Perchè una tinta di piacere o di dolore accompagna qualsiasi fatto
psichico? Perchè ogni singolo fatto psichico è messo in rapporto si noti, è
“messo in rapporto è appercepito quasi attraverso lo stato complessivo in cui
l'organismo fisico e psichico si trova in un dato momento: è da questa
appercezione che è un fatto d'ordine intellettivo è dal suddetto rapporto del
fatto singolo coll’insieme che vengono fuori le due qualità di piacere e di
dolore, le quali vengono a sovrapporsi 0, meglio, a fondersi cogli attributi
propri dei singoli fatti psichici. Ed è avvertita la qualità di piacere ovvero
quella di dolore, secondochè si ha l’appercezione di un rialzamento o di un
abbassamento dell'energia psichica e delle condizioni da cui essa dipende. Come
si vede, il sentimento non va ilentificato con le determinazioni qualitative
del piacere e del dolore : il primo è uno stato totale dell’anima, le altre
sono prodotte dal. l’appercezione (fatto intellettivo) delle differenze
(qualità) osistenti nella detta totalità. E noto che l’apprensione di un dato
contenuto psichico richiede il dispiegamento di una certa quantità di energia
mentale (attenzione), la quale pui non è illimitata, ond’è che quando ha luogo
un consumo di energia psichica superiore a quello di cui sì può disporre sarà
avvertita una sensazione sgradevole, mentrechè quando lo stesso consumo è
proporzionato alle risorse si avrà una sensazione piacevole. È il rapporto, la
proporzione che deve esistere tra attenzione e area della coscienza che ci può
dar la chiave per rendercì conto in gran parte delle determinazioni qualitative
del piacere e del dolore. si Abbiamo detto che il sentimento è la vita psichica
presa nella sua totalità : è evidente che a seconda che la detta totalità è più
o meno ricca di contenuto, a seconda che è di ordine superiore o inferiore, che
è complessa, ovvero semplice e rudimentale, si avrà o no un sentimento nobile
ed elevato. Ma, si può qui domandare, se il sentimento è la stessa vita
psichica presa nella sua totalità, come mai potrà essere avvertito? L°
avvertire implica distinzione e questa riferimento e quindi esistenza di
qualità diverse entro la totalità. A ciò si risponde che il sentimento non è
avvertito come qualità ; il suo ufficio è quello di rendere reale, attuale,
presente, immediato qualsiasi fatto psichico: esso rappresenta il coefficiente
dell’ esistenza psichica. Il problema estetico nella sua forma psicologica e il
problema psicologico fondamentale si: corrispondono, in quanto là soluzione
data ad entrambi è questa, che il sentimento ha la sua origine nella vita
psichica indistinta, nella quale non soltanto vengono ad essere fusi insieme i
vari elementi costitutivi di.essa, ma viene ad essere tolta ogni
contrapposizione del soggetto all’ oggetto. E qui sorge la necessità di andare
in traccia del carattere differenziale per cui il sentimento estetico sì
distingue da qualsiasi altro sentimento. Tale carattere si trova agevolmente,
se si riflette agli attributi dell’obbietto estetico, il quale non solo è un
sistema di parti (unità nella varietà) oltremodo complesso, ma ha un significato
deri vante dal riflettersi in esso di tutte le aspirazioni ed esigenze più
profonde dell'animo umano, per modo che nella contemplazione estctica il
soggetto si trova come in rapporto con la parte migliore di sè stesso. Si
aggiunga che l’unione del soggetto con l'oggetto è molto più intima nel caso
dell'emozione estetica che nel caso di qualsiasi altro sentimento. L'attività
del Reale, la Realtà come vita differenziantesi, spezzantesi e rivelantesi in
modo immediato nelle coscienze individuali, ecco la radice comune delle varie
sorta di sentimenti. Come vi sono varie forme od apparenze di totalità, come vi
sono varii ordini d’incentramenti individuali così vi sono vari ordini di
sentimenti più o meno definiti (ogni definizione proviene dall'elemento
rappresentativo e relativo concomitante), più o meno complessi, più o meno
interessati, perchè più o meno direttamente riferentisi all'attività pratica.
Il carattere d'individualità che controdistingue il sentimento proviene dal
fatto che la totalità è, per così dire, incentrata nella vita del soggetto, in
ciò che differenzia l’io quale determinazione speciale del Reale, avente un
posto proprio nello spazio, nel tempo e nella serie causale. Non ci sembra
inopportuno, poichè servirà a-dilucidare le idee suesposte, richiamare qui,
prima di finire, l’attenzione sul rapporto esistente tra sentimento e volontà,
o meglio, tra sentimento e attività; rapporto che è diverso da quello che
ordinariamente è ammesso. Il sentimento non produce l’azione allo stesso modo che
non è prodotto da essa e che non ne è il riflesso subbiettivo. Un tale rapporto
e A ii cir iii cdi ee n può esistere tra l’attività e le qualità sensoriali del
piacere e del dolore, non gia tra l'attività e il sentimento, Questo come stato
psichico totale è tutta la vita psichica senza alcuna determinazione speciale,
ond’è che mentre da una parte esso contiene, trasformati e fusi insieme tutti
gli elementi psichici, non è in rapporto particolare con nessuno di essi. Tutti
però quando divengono reali, quando appaiono distinti sull'orizzonte psichico,
emergono come dal fondo della vita psichica, che dal punto di vista soggettivo
è appunto il sentimento stesso. Questo pertanto appare come il sostegno, ceme
ciò che dà attività, consistenza ai vari fatti psichici. Al di fuori del
presente, del momento attuale non vi ha sentimento, ma bensì rappresentazione :
e vi ha una rappresentazione riferentesi al passato, come ve ne ha una
riferentesi al futuro : ed è chiaro che è possibile avere una rappresentazione
del sentimento, quando questo, distaccato dalla matrice reale, viene idealmente
costruito e proiettato nel passato per mezzo della memoria e nel futuro per
mezzo della immaginazione. Il sentimento però in tal caso viene snaturato,
trasformandosi in un fatto d'ordine conoscitivo: un sentimento rappresentato è
una rappresentazione e non un sentimento, o meglio, ò una nostra costruzione
ideale che non si riferisce a nulla di reale e di attuale. La forma, diremo
così, metafisica del problema estetico è: Qual'è la natura della proluzione
artistica ? L'arte in che rapporto sta con la natura ? Si deve ritenere con gli
antichi Greci che l'Arte è una imitazione pura e semplice della natura in modo
da dover essere essa collocata al disotto di quest'ultima? Come si vede, un
tale quesito non poteva ricevere un'adeguata risposta se non dopo che la
coscienza estetica del genere umano cbbe raggiunto un grado notevole di
svolgimento, dopo, cioè, che il gusto estetico si fu di molto raffinato c che
la valutazione estetica fu molto progredita. La riflessione filosofica dovette
giungere al punto da sentire il profondo divario esistente tra il mondo
empirico e quello ideale, tra le esigenze del] intendimento e quelle della
Ragione presa in senso stretto, vale a dire presa come la facoltà del
Categorico, dell'Unità e della Totalità. E infatti il problema estetico nella
sua forma metafisica non fu risoluto in maniera adequata prima che Emanuele
Kant ponesse in evidenza l’antitesi esistente tra la relatività inevitabile
della ragione teoretica e la assolutezza dell'imperativo morale implicante
l’esistenza della liberta. Il problema circa la natura della produzione
artistica non s'impose fino a tanto che gl’immensi progressi della Filologia
classica, dell’Archeologia, della Critica non ebbero per effetto di produrre il
rinnovamento di tutta la coscienza estetica e quindi di tutte le vedute
anteriormente dominanti inordine alla valutazione estetica. Fu allora che non
fu più possibile considerare il prodotto estetico come una semplice imitazione
della natura. Vediamo ora come il problema estetico fu risoluto sotto tale
forma metafisica per ricercare poscia le caratteristiche del corrispondente
problema attinente alla filosofia generale, il quale può essere così enunciato
: Che concetto dobbiamo formarci dell’ incessante produttività della natura?
ovvero: Che cosa stanno a rappresentare le infinite * forme in cui l’attività
della natura si esplica? La produzione artistica fu considerata come l’effetto
del libero, ordinato ed armonico esercizio delle facoltà umane: ma si può qui
domandare: di tutte le facoltà umane? No, bensì di quelle facoltà soltanto che
possono dare origine a prodotti che hanno una data forma, intenlendo per quest’
ultima l'insieme delle proprietà per cui una data cosa è valutata, non per il
suo uso, non per lo scopo determinato a cuì l’ oggetto avente quella data forma
risponde, ma per ciò che la forma sta a rappresentare, in quanto in essa si
riflette l’intendimento, il sentimento e la capacità in genere di chi l'ha
concepita ed eseguita. La forma implica adunque l’esistenza dell’ elemento
razionale: ed è lecito parlare di forma ogni volta che nell'oggetto o nel fatto
vien messo in evidenza appunto l'elemento intelligibile. Ogni qualvolta nuvi ci
troviamo di fronte ad un obbietto .che mentre figura come un prodotto
dell’intelligenza dell'attività umana, dall'altra parte non pare serva ad uno
scopo pratico, o a un uso determinato, pur non essendo scevro di significato
noi siamo spinti a giudicare come estetico il detto obbietto. Sicchè l'essenza
della produzione artistica fu posta in ciò, che l’anima umana è così fatta che
sente il bisogno di estrinsecarsi, di esprimersi in fatti, i quali mentre
portano l'impronta delle facoltà che loro diedero origine, non hanno l’ufficio
nè di appagare un desiderio, nè di far raggiungere un fine estrinseco, nè di
procurare un gudimento egoistico e interessato. La creazione artistica ha in sè
stessa il suo scopo, che è quello di completare la realtà sensibile, dando
l’esistenza ad un mondo di forme atte ad appagare le aspirazioni e le esigenze
più profonde e più elevate dell'anima umana. Il bisogno del completo, del
perfetto, dell’ individualità armonica, della totalità sistematica può solo
esser soddisfatto per mezzo dell'Arte, la quale rende possibile la
sovrapposizione di tutto un mondo supra il mondo della esperienza ordinaria. Il
vero artista è quegli che crea per creare, è quegli che spinto dal bisogno di
porre in opera il soprappiù delle sue esuberanti energie, produce
spontaneamente e quasi istintivamente, senza aver dinanzi alla mente uno scopo
estrinseco od interessato da conseguire. Egli crea per dar forma definita a ciò
che gli si agita nel fonito dell'anima. L’opera d'arte è bella quando porta
nettamente l'impronta della personalità dell'artista e quando esprime
l'impressione in lui prodotta dalla vista dell'oggetto o del fatto che egli
traduce. La Natura è bella quando noi in essa riconosciamo nol stessi con ciò
clie abbiamo di veramente umano, come esseri felici e miseri ad un tempo. Ognun
vede che il bello non può essere in alcun modo confuso nè col piacevole, nè col
bene ; il piacevole infatti, risponde ad una esigenza subbiettiva ed
interessata, implicando l’appagamento di un bisogno egoistico, e il bene
involge il concetto di attuazione di un fine chiaro e cosciente, sia questo
estrinseco all’obbietto come nel caso dell'utilità o immanente all’ oggetto
stesso come nel caso della perfezione. L'espressione libera e spontanea in
forme concrete, di un contenuto.ideale e la realizzazione irreflessa di ciò che
vi ha di razionale nella nostra natura, ecco che cosa è invece la produzione
artistica ; un’espressione necessaria el obbiettiva della vita umana nella sua
complessità e dell'unità della natura, ecco che cosa è invece l’arte. Onde consegue
poi che non vi è ragione di limitare la cerchia delle sue manifestazioni, le
quali hanno tutte egual diritto alla nostra consilerazione, a patto che mettano
in evidenza in modo completo un lato della vita umana con tutte le proprietà,
siano pregi o difetti ad essa inerenti. E " x Il problema che in filosofia
generale corrisponde a quello estetico or ora esaminato è il problema
teleologico. Che significato ha l’inesauribile produttività della natura ? Che
valore va attribuito alle svariatissime forme naturali? Ora la risposta lata
dai filosofi almeno da taluni filosofi coincide con quella data dagli estetici
in quanto viene ammessa l’intima razionalità della natura, a cui accennano già
le leggi naturali. Tale razionalità può da una parte non esaurire il contenuto
della natura, giacchè questa oltre ad essere compenetrata dalla ragione 'è
qualcosaltro ancora, e dall’ altro non è tale da far considerare i fatti e gli
obbietti naturali come prodotti da un’Intelligenza cosciente identica
all’umana. In altri termini, la natura è, sì, espressione di qualcosa di
razionale, ma non può essere considerata come il prodotto di un'attività
intelligente che si esplichi come quella dell’ uomo. La natura esclude il
dominio del caso e insieme una veduta antropomorfica qualsiasi. E poichè del
rimanente la produttività della natura presenta i caratteri propri della
produzione artistica (libertà, spontaneità, molteplicità di forme definite,
unità organica delle parti costitutive di ciascuna forma, esuberanza di
energia, apparente assenza di utilità, ecc.), è ragionevole pensare che il
mondo ideale dell’arte e quello reale della natura siano prodotti da
un'attività fondamentalmente identica: la quale però nel secondo caso si
esplica in modo chiaramente incosciente e nel primo in modo, diremmo
semicosciente o cosciente addirittura. In entrambi i casi la ragione è in
azione, ma (ci sia lecito esprimerci così) senza averne Vl aria: in entrambi i
casì l’idea di fine non è costitutiva dei fenomeni, ma puramente regolativa,
giacchè come il fatto estetico non è prodotto, nè sentito in vista del
raggiuugimento di un dato fine, in vista di. un vantaggio da ottenere, o di un
risultato pratico da conseguire, così il fatto naturale non può essere
interpretato o spiegato mediante il concetto di fine. Il fatto estetico e
quello naturale però implicano, ciascuno alla sua mauiera, l’esistenza
dell'elemento intelligibile e razionale atto a dar ragione della loro forma
determinata: tanto l’ uno quanto l’altro pongono l’esigenza dell’unità
sistematica atta a dar ragione delle relazioni esistenti tra le varie parti od
elementi componenti il tutto, unità sistematica che include il concetto di fine
intrinseco ed organizzatore, comunque incosciente. É evidente poi che tra
natura ed arte, tra bello natu: rale e bello artistico non può esistere
antitesi di sorta, ma soltanto differenza di grado, in quanto l’arte non fa che
presentare come raccolti in un punto quei raggi che nella natura vanno dispersi
qua e la, in quanto cioè l’arte concentra e rende continuo ciò che nella natura
si presenta discontinuo, sconnesso e quindi pressochè sfornito di alto
significato. Allo stesso modo che la scienza coordina, correggendo, modificando
(sceverando l’ essenziale e il necessario dall’accidentale), i fatti
dell’osservazione percettiva ordinaria e li presenta sotto nuova luce, così
l’arte ha per intento di mettere in evidenza i tratti caratteristici della
natura e della vita, ordinandoli, fissandoli e organizzandoli in modo che salti
agli occhi di tutti quel sigrificeto che diversamente o non sarebbe avvertito
addirittura, ovvero in modo incompleto e confuso. L'opera del genio si esplica
appunto nell’idealizzare la natura, vale a dire nel rendere appariscente ciò
che senza di Lui all'occhio volgare sarebbe per sempre rimasto nascosto.
L’opera d'arte quale espressione di un contenuto ideale, di un universale
concreto (natura propria di ciò che si vuol rappresentare) ha la sua ragione in
sè stessa: e il suo valore sta tutto nell’ essere essa parvenza perfettamente
distinta dalla realtà. Essa invero è apprezzata per sè; è un sistema,
un'individualità, qualcosa di organico esprimente la Realtà sotto un punto di
vista determinato. Qualsiasi altra cunsilerazione non riferentesi alla
contemplazione di una rappresentazione concreta, compiuta di quella medesima
Realtà, che alla Ragione appare come Vero ed al Volere come Bene, le è
estranea. Onde con
BOSANQUET [citato da H. P. Grice, “Prejudices and predilections, which become
the life and opinions of H. P. Grice” --, Zistory of Esthetic. London. It is
plain that nature in this relation differs from art principally in degree, both
being in the medium of human perception or imagination, but the one consisting
in the transient and ordinary presentation or idea of average ind, the other in
the fixed and heigtened intuitions of the genius which can record and interpret
. segue che l'appercezione estetica si riferisce al modo come è rappresentato,
come è espresso, non come è costituito, nè come agisce il Reale per sè. E evidente che una medesima cosa è giudicata
bella o brutta a seconda che è considerata o pure no espressione completa di un
dato ordine di realtà: espressione che figurerà come completa o come incompleta
secondo che un oggetto è guardato nella sua possibilità e in generale dall’uno
o dall'altro punto di vista. Un esemplare di una specie di animali nota uno
scrittore recente, sarà brutto p. es. se considerato come espressione dell’
animale in generale, perchè in quel dato esemplare (forma) la vita animale
(contenuto) non si rispecchia nella sua pienezza: potrà esser bello se
considerato come espressione tipica di una data specie di animale,. giacchè in
tal caso esso è considerato come espressione o forma di un altro contenuto ,
dass di un altro was. Insomma un oggetto è bello o brutto secondo la categoria
con la quale lo appercopiamo. Nell'arte tutta la realtà naturale ed umana che è
bella o brutta secondo i punti di vista relativi diventa bella, perchè è
appercepita come realtà in generale che si vuol vedere espressa completamente.
Tutti i personaggi, tutte le azioni, tutti gli oggetti, entrando nel mondo
dell’arte perdono (artisticamente parlando) le qualificazioni che sogliono
avere per ragioni. diverse nella vita reale, e son giudicati sclo in quanto
l’arte li ritrae più o meno perfettamente. Taluni dei Cesari sono giudicati
mostri guardati nella vita reale, ma non sono mostri come figure d’arte. PERGEA
PSR i ie ina Pr fa L'uomo nella vita ordinaria accetta il dato come
immediatamente gli si presenta senza che faccia alcun tentativo per armonizzare
tra loro gli elementi discordanti. Possiamo aggiungere che la discordanza non è
neanco avvertita. In tale stadio l’uomo non conosce per conoscere, ma conosce
per operare, per soddisfare cioè nel modo più appropriato i suoj/ istinti o le
sue tendenze; onde avviene che le cognizioni, le quali meglio rispondono alle
esigenze pratiche, appaiono complete, perfette. Se non che un tale stato non è
duraturo; ben presto con lo svolgersi della cultura e della civiltà la funzione
conoscitiva acquista un certo grado d'indipendenza, emancipanilosi dai bisogni
pratici ed acquistando valore e significato per sè. È in tale stadio che
cominciano ad essere avvertite le contradizioni esistenti tra i vari elementi
dell’esperienza ordinaria, dapprima considerati come essenzialmente costitutivi
della vera ed ultima Realtà. È in tale stadio che si formano le scienze, le
quali per dar ragione dei vari fatti sperimentali e per eliminare le
contradizioni dagli stessi presentate ricorrono a concetti d'ordine particolare.
In tal guisa questi sono come il sostrato della realtà, mentrechè i fenomeni
empiricì stanno ad indicare le varie maniere in cui il detto sostrato si può
presentare al soggetto, stanno ad indicare le varie forme che esso può
assumere. Ma siffatti concetti fondamentali delle scienze particolari sono in
realtà qual-. cosa di ultimo e d’irriducibile e (ciò che sopratutto importa)
sono privi assolutamente di elementi contradittori, sono cioè perfettamente
intelligibili? Questo problema che sorpassa evidentemente i limiti di ciascuna
scienza speciale, forma il punto di partenza del filosofare. Ora BRADLEY, il
filosofo oxoniense, nel suo saggio di metafisica intitolato “Appearance and
Reality” – Appearance and reality: a metaphysical essay. London, Swan Sonneschein.
Tale opera di Bradley è accolta con molto favore nel mondo filosofico inglese.
Mackenzie non si perita di affermare nella Rivista Mind che il saggio di
metafisica di Bradley è una delle migliori opere filosofiche. Bradley del resto
è autore di parecchie altre opere pregevolissime, quali i “Principles of Logic”
(London), “Ethical Studies” e svariatissimi articoli per la più parte
d’argomento psicologico pubblicati nella “Mind.” -- muove appunto dal quesito:
La realtà quale ci viene presentata dalle scienze singole è consistente, ovvero
è contradittoria e quindi non realtà vera, ma apparenza? Le scienze per
costruire un mondo intelligibile sono ricorse a vari espe-. dienti o mezzi; che
valore hanno questi? Sottoposti alla critica, esaminati alla luce del principio
di contradizione appaiono consistenti? Ognuno vede che per risolvere tale
problema occorre anzitutto passare a rassegna i materiali che compongono
l’edifizio della scienza per potere di poi ricercare fino a che punto ciascuno
di essi sia coerente con sè stesso e coi rimanenti. Si fa presto ad enumerare
gli organi che renduno possibile alla scienza la costruzione della mechanica
rerum; essi sono: divisione delle qualità sensoriali in primarie e secondarie,
i concetti dì sostrato o sostantivo, di qualità, di relazione, di spazio,
tempo, movimento, cangiamento, causalità, forza, attività. Tutto il mondo per
la scienza è composto di cose , di qualità , di relazioni e, se si vuole, anche
di forze . Le qualità possono essere divise poi in primarie (estensione,
resistenza) e secondarie (colori, suoni ecc.). Dalle varie combinazioni di
qualità e di relazioni di differente ordine risultano lo spazio, il tempo, il
movimento, il cangiamento, la causazione. Possiamo dire che i concetti
propriamente primitivi sì riducono a quelli di sostanza, di qualità, di
relazione e di azione, mentrechè tutti gli altri concetti di cui si fa largo
uso nella scienza, non sono che derivazioni e combinazioni diverse di quelli
primitivi. Si domanda adunque: La Realtà è effettivamente costituita di
sostanze, di qualità, di relazioni? Il Bradley risponde subito di no, perchè
tutti questi elementi, implicando contradizioni, sono apparenza e non realtà.
La sostanza , la cosa non è che l'insieme, l’unità di tutte le qualità che
caratterizzano, 0 como altrimenti si dice, ineriscono ad essa: ma che cosa è
mai questo rapporto d'inerenza? Da una parte la cosa non s'identifica con
nessuna delle qualità per sè prese (così lo zucchero non è identico alla
qualità del bianco, o a quella del dolce per sè presa), e dall'altra parte se
si dice che la cosa rappresenta l’uni ficazione, l'aggruppamento delle varie
qualità non s'intende in che cosa possa consistere questa unificazione od
ordinamento che sia. Chi tiene unite le qualità? Perchè, come, dove queste si
uniscono insieme? Qui sì tira in ballo il concetto di relazione e si dice che
la sostanza, la cosa, è data da particolari rapporti esistenti tra le varie
qualità, ma ciò non serve affatto a chiarire la questione, perchè che cosa mai
vuol dire che una cosa è uguale al rapporto di una qualità: con un’altra
qualità? Così se si dice lo zucchero è eguale ad un dato rapporto del bianco
col dolce non si dice nulla di serio e di significante, non si sa che cosa
voglia dire una qualità in rapporto con un'altra: la prima qualità non è
identica alla seconda, e non è nemmeno identica alla relazione con la seconda .
Come si vede, al problema concernente la sostanza, la cosa, sì connette
intimamente quello riguardante la natura della qualità e della relazione, problema
che esaminato a fondo, dice il Bradley, dà luogo ad un cumulo di contradizioni.
Ed invero qualità e relazione anzitutto si presuppongono a vicenda in quanto
con ogni qualità si connette intimamente un processo di distinzione, di
differenziazione e quindi un rapporto (ogni qualità in tanto esiste in quanto
emerge, distaccandosene, da un dato fondo), processo e rapporto che sono parti
essenziali della qualità come tale e non qualcosa di sopraggiunto: chi dice
qualità dice molteplicità e chi dice molteplicità dice con ciò stesso rapporto;
e in quanto ogni rapportu d'altra parte implica la esistenza di termini e
quindi di qualità tra cui esso intercede ; poi non c'è verso di poter intendere
come qualità e relazione agiscano o si comportino reciprocamente. Noi,
ricordiamolo bene, siamo a questo: la relazione è nulla senza la qualità e
viceversa la qualità è nulla senza la relazione: da un canto sembra che la
qualità consti di relazioni, e dall'altro che queste non siano che forme di
qualità. Si direbbe che in ciascuna qualità siano da distinguere due elementi,
uno che rende possibile una qualsiasi relazione e l’altro che risulta dalla
relazione stessa, elementi che appartenendo ad una stessa cosa (qualità),
bisogna che siano in relazione tra loro per modo che a’ proposito di ciascuno
di essi si renda necessario il medesimo processo di distinzione dell'elemento
che rende possibile la relazione da quello che ne risulta. Il che, come è
chiaro, I mena ad un processo ad infinitum. Il fatto è che il Bradley non vede
come la relazione salti fuori dalla qualità, nè come la qualità possa saltar
fuori dalla relazione lasciata così sospesa per aria. Da una parte la relazione
pare che non si distingua dalla qualità, e dall’altra la presuppone: e
viceversa da una parte la qualità pare che s'identifichi con la relazione, e
dall'altra ne derivi. | Come mai si può affermare adunque che la realtà è fatta
di sostanze, di qualità e di relazioni, se tali tre elementi implicano
contradizioni e sono affatto incomprensibili? Presi separatamente o in unione
essi appaiono sempre impenetrabili all’intelligenza. La relazione non può
essere considerata un addiettivo, una proprietà della qualità, giacchè
viceversa questa appare qualcosa di inerente alla relazione. Oltrechè il
rapporto di inerenza è quanto di più oscuro si possa immaginare, la relazione e
la qualità non possono essere sostantivi ed addiettivi nello stesso tempo. Se
non s'intende come le qualità possano unirsi per dare la cosa , non s'intende
del pari come i rapporti siano proprietà, siano come a dire inerenti alle
qualità. Si ode dire che la tale cosa ha la proprietà di essere in rapporto con
la tale altra cosa, ma una tale espressione implica una quantità di
controsensi. Che cosa è il rapporto per sè preso? Non sì può identificare con
la cosa e d’altra parte per sè è nulla. Il nodo della questione è tutto qui: la
relazione non essendo una cosa nè una qualità, non sì arriva a comprendere che
cosa mai possa essere, giacchè essa infatti nell’ uso ordinario e scientifico è
adoperata ora come sostantivo a cui ineriscono le qualità vere o proprie ed ora
come addiettivo, come un derivato delle qualità stesse. Se non c'è modo di
intendere l’unità delle qualità e degli attributi costituenti la cosa non c’è
modo neanche d'intendere l’unione delle relazioni con le qualità. Da un canto
il rapporto deve essere qualcosa per sè, qualcosa di distinto dalla qualità e
dall’altra fuori la qualità esso appare nulla. Una volta dichiarati
iniutelligibili perchè contradittori i concetti di sostanza, di qualità, di
relazione, non potevano non apparire del pari incomprensibili lo spazio, il
tempo, il movimento, l’attività, il cangiamento, la causazione, ecc. Tutti
questi concetti invero non risultano che di qualità e di relazioni variamente
combinate tra loro. In ciascuno di questi casi riappare l'impossibilità di
considerare la relazione come qualcosa di esistente per sè in quanto essa
presuppone delle qualità e insieme l’impossibilità di considerare le qualità
come cause produttrici delle relazioni, perché le qualità si risolvono alla
loro volta in relazioni. Da un canto le qualità sembrano constare di relazioni
e queste di quelle e dall'altro non s'intende come in ogni caso le une possano
emergere dalle altre. Ognuno vede quale sia la conclusione a cui perviene la
critica del Bradley : i concetti fondamentali delle scienze particolari non
sono che mere apparenze. Ora è giusta una tale affermazione, in base,
s'intende, all'analisi da lui fatta delle qualità e relazioni in genere e poi
del mutamento dello spazio, del tempo, della causazione, del cangiamento, ecc.
? In sostanza Bradley ragiona così: Poichè la sostanza o la cosa da una parte
non può essere identica a ciascuna o anche a tutte le qualità per sè prese e
dall'altra non può essere considerata come il sito d’unificazione, come l’
unità di tutti gli attributi, poichè in altre parole è incomprensibile il
rapporto d'inerenza o il nesso del sostantivo con l'aggettivo bisogna dire che
questi ultimi concetti non costituiscono la realtà. Poichè è inconcepibile la
natura della qualità e della relazione come della loro unione, bisogna
affermare che anche siffatti concetti non sono che apparenze, errori di
prospettiva mentale, i quali vengono ad essere eliminati in un’ esperienza più
elevata. Il filosofo inglese, come si vede, prende i concetti di sostanza, di
qualità e di relazione come se fossero qualcosa di esistente per sè, come se
fossero degli elementi indipendenti, delle vere e proprie entità: ora ciò è un
errore. Non è lecito considerare la sostanza, la qualità e la relazione
separatamente dal fattore della coscienza in generale (Bewusstsein iiberhaupt,
direbbe Kant) che ne è il vero sostegno e fondamento. La sostanza, la qualità e
la relazione in tanto appaiono concetti contradittori in quanto sono stati
distaccati dalla loro matrice, da ciò per cui sono e a cui devono per
conseguenza esser riferiti, la coscienza, il soggetto in genere. Considerati
come obbietti non reggono alla critica sicuramente, ma considerati come fatti
esistenti per un soggetto in generale e non per questo o quel soggetto
particolare divengono comprensibilissimi. Ed invero l’ unificazione delle
qualità costituenti la cosa non è un atto compiuto in un sito al di fuori del
soggetto, ma ha la sua radice nell'unità della coscienza. Non esistono delle
qualità per sè prese che poi in un bel momento si uniscano tra loro per formare
la cosa , ma esistono degli elementi astratti (che dal punto di vista
obbiettivo sono funzioni), i quali si concretizzano, completandosi a vicenda,
per opera della soggettività in genere. La cosa, la sostanza insomma è ciò che
è per la coscienza in genere. La cosa la sostanza adunque è una funzione del
soggetto. Ricordiamo che una funzione è sempre una ancorchè gli atti di cui
essa si compone siano molteplici. La cosa o la sostanza non è la semplice unità
delle sue qualità, ma è questa unità più il soggetto : nè è a dire che la
sostanza sia identica ad una sola qualità (come parrebbe quando si dice, ad
esempio, che lo zucchero è dolce o al rapporto esistente tra le varie qualità :
queste in tanto appaiono costitutive della cosa, in tanto possono essere
attribuite separatamente o complessivamente alla cosa stessa in quanto sono
presenti ad una coscienza. Il rapporto d'inerenza in tal guisa cessa di essere
qualcosa d’impenetrabile e di misterioso, riducendosi ad una funzione della
coscienza o della soggettività in genere per cui le varie modificazioni vengono
ad essere riguardate come elementi di un unico processo. Parimenti la qualità e
la relazione, come la sostanza, non sono delle entità, ma vivono, agiscono e si
muovono nella e per la coscienza in generale: tolta la quale, non s'intende
sicuramente nè la qualità, nè la relazione, nè la loro unione. La qualità non
esiste che come determinazione, differenziazione della coscienza o soggettività
in genere, e questa stessa mentre è attiva dà luogo a relazioni di vario
ordine. Qualità e relazione adunque non sono due fatti distaccati, o meglio,
l'uno di essi non è qualcosa di aggiunto all’altro: la relazione presa per sè,
come la qualità presa per sè non esistono, ma vengono per così dire, generate
ad uno stesso tempo dalla coscienza, la quale nell'atto che dà luogo alla
qualità dà luogo anche alla relazione, per modo che qualità e relazione da una
parte si appoggiano a vicenda e dall'altra hanno entrambe il loro fondamento
ultimo nell'unità e attività della soggettività; tanto è vero che ciò che da un
punto di vista figura come qualità, può presentarsi da un altro punto di vista
come relazione e viceversa Se si fissa l’attenzione sull'atto o processo con
cui la coscienza genera e costìtuisce la qualità si ha la relazione: se invece
l'attenzione è fissata sulla modificazione generata nella coscienza dall'atto
si ha la qualità. La relazione pertanto non è un addiettivo della qualità come
questa non è un prodotto della relazione, ma sono due lati di uno stesso
processo fondamentale compiuto dalla soggettività in generale. E si comprende
‘agevolmente come la relazione distaccata dalla -sua matrice che è la coscienza
in generale presa quindi per sè, presupponga i termini o le qualità e viceversa
queste considerate per sè traggano seco l’altro lato del processo, implichino
cioè la relazione: esprimendo la qualità e la relazione due punti di vista
differenti di uno stesso fatto, l'uno implica l’altro: ciascuno è
vicendevolmente risultato e condizione, secondochè si muove per primo dall'atto
della coscienza (relazione) con cui si produce una modificazione di essa
qualità, ovvero da questa modificazione. I concetti di sostanza, di qualità e
di relazione adunque in tanto implicano un cumulo di contradizioni in quanto
vengono considerati separatamente dal fattore della coscienza, della
soggettività in generale in cui hanno la loro radice e ragione di essere. Una
qualità che non si riferisce ad un soggetto è nulla come una relazione che non
esprime un’ azione di un soggetto è parimenti nulla. La scienza fa uso dei
concetti di sostanza, di qualità, di relazione senza andare in traccia di ciò
che siffatti concetti implicano: la filosofia per contrario trova che essi si
riferiscono alla coscienza in generale con le sue note di unità, di attività e
di modificabilità. La sostanza, la qualità, la relazione sono elementi
costitutivi della realtà non nel senso che esistano per sè, ma nel senso che
sono una produzione, anzi, meglio diremo, sono elementi costitutivi della
coscienza o della soggettività in generale che è quanto di più reale possa
esistere. E la sostanza, la qualità e la relazione in tanto s’implicano a
vicenda in quanto come funzioni integrantisi a vicenda formano la struttura
organica della coscienza. La sostanza non è identica ad un complesso di qualità
o di rapporti tra qualità come la relazione non è un prodotto della qualità,
come la qualità non risulta dalla relazione, e come infine la relazione non è
un attributo della qualità e viceversa, ma sono tre differenti funzioni della
coscienza, tre vie che la coscienza tiene nell'adempimento del suo ufficio che
è quello di costruire l’esperienza intesa in senso largo. Per Bradley giudicare
equivale semplicemente ad identificare stabilire un'identità formale ed
astratta tra i termini del giudizio, facendo astrazione dal fattore della
coscienza necessariamente supposto dall'atto giudicativo. Ora il giudizio non è
la pura identità di due teriini, ma è l'identità più l’azione del soggetto che
rende possibile e in cui si compie il riferimento espresso nel giudizio.
Sicuramente l’un termine del giudizio non è identico sic et simpliciter
all'altro, ma è identico a questo più il fattore del soggetto. Si è veduto come
la difficoltà d’intenlere la natura propria delle qualità e delle relazioni
derivi dal considerarle come dati invece che come funzioni della coscienza o
del soggetto in genere, ond’ è che esse non figurano come attributi della
realtà, ma bensì come atti della coscienza : qualità e relazioni avendo la loro
ragione di essere nella e per la coscienza è chiaro che non sì tosto esse
vengono distaccate da tale fonlo appaiono concetti contradittori. Del resto lu
realtà presa nel suo insieme non è veramente tale che per una coscienza : tolta
questa, la realtà stessa scompare. Una realtà posta al di fuori di qualsiasi
forma di coscienza per noì è inconcepibile n almeno è come se non esistesse, è
nulla. Ora la realtà riferita ad una coscienza è costituita di vari ordini di
qualità e di relazioni, che rappresentano per così dire i materiali .con cui il
soggetto fa o costituisce la realtà. Lungi dal poter essere le stesse
considerate come apparenze costituiscono la realtà vera. Ciò posto, ognuno vede
che le contradizioni riscontrate dal Bradley nello spazio, nel tempo, nel
movimento, nel cangiamento, nell'attività, nella causazione che in fin dei
conti rappresentano delle differenti combinazioni di qualità e di relazioni,
scompaiono appenachè esse non vengono più considerate come dati, ma funzioni
della coscienza in generale. Le contradizioni esposte dal Bradley poggiano per
la più parte sulla difficoltà o impossibilità di intendere il continuo, il
quale sotto differenti forme si presenta nello. spazio, nel tempo, nel
movimento, nel cangiamento, nella causazione ecc. Ora il con/înuo
effettivamente non è concepibile che armettendo una coscienza o soggettività
che in certo qual modo sia come la forma permanente della Realtà, rispetto alla
quale cioè la realtà venga costituita e uni‘ficata. Il continuo dello spazio,
del tempo, del movimento, del cangiamento, è come a dire, il riflesso della
continuità, della permanenza, e della identità dell'attività della coscienza,
e, si badi, della continuità della coscienza in generale e non di quella
individuale. A tal proposito giova ricordare che la conoscenza, la costruzione
della realtà e l’esperienza in genere in tanto sono possibili in quanto la
funzione o l’attività della coscienza individuale s' identifica con la funzione
della coscienza in genere. Ma si può domandare: Che concetto dobbiamo e
possiamo formarci di tale coscienza in generale ? 0 meglio,. che esperienza ne
abbiamo noi? Siffatta coscienza in generale è quell'elemento subbiettivo che
viene sottinteso in ogni esperienza e quindi in ogni realtà. L'esperienza
divenga obbiettiva finchè si. vuole, si attenui fin che si A proposito del
movimento rimandiamo il lettore a ciò che ne dicemmo sulle tracce del Masci nel
I° volume di questi Saggi. vuole il fattore subbiettivo, non si riuscirà mai ad
annullare, come già si fece notare disopra, il riferimento ad una coscienza
qualsiasi: tolto il quale riferimento è annullata per ciò stesso l’esperienza e
la realtà. Noi in tanto possiamo parlare di fatti obbiettivi in quanto ad una
determinata coscienza individuale sostituiamo una forma differente di coscienza
senza riuscire mai a far senza di una qualsiasi: così si parla dei fatti di
movimento come di fatti essenzialmente obbiettivi: ora i detti fatti di
movimento non sono fenomeni riferentisi ad una coscienza? L'uomo come essere
pensante è cosiffatto che non può in nessuna maniera, semprechè non voglia
annullare sè stesso, fare astrazione da una qualsiasi forma di coscienza. Ed è
in ciò posta appunto la realtà dell’ io non già nel vario contenuto della
coscienza individuale, il quale è qualcosa di mutevole e di accidentale. Il
Bradley per mostrare come anche l'io sia apparenza e non realtà passò in
rassegna i vari significati in cui l’ io può essere preso per dedurne che
nessuno di tali significati è scevro di contradizioni; nessuno ci dà la realtà:
ma egli non accenna al significato dell’ io quale condizione prima di ogni
esperienza e quindi di ogni realtà : ora è appunto in tal senso che l'io è ciò
che vi ha di veramente reale. Non è l'io empirico, l’io individuale per sè
preso che ci dà il reale, ma è quell’elemento dell’ io individuale per cui
questo identificandosi coll’io, e la coscienza in genere si presenta come
elemento costitutivo e quindi come condizione di ogni realtà ed esperienza.
Aggiungiamo infine che una volta che lo spazio, il tempo, il movimento, il
cangiamento ecc. non vengono presentati come dati, ma come funzioni della
coscienza in generale è chiaro che nelle loro parti costitutive appaiono come qualità
o come relazioni a seconda che varia il punto di vista da cui vengono
considerate: appaiono relazioni guardate dal punto di vista dell'atto
costruttivo, mentrechè appalono qualità dal punto di vista delle modificazioni
nell'atto stesso prodottesi sempre nella coscienza in generale. L'analisi del
Bradley mena adunque a questo risultato, che i concetti fondamentali delle
scienze particolari, involgendo contradizioni, non possono essere elementi
costitutivi della realtà, ond’è che essi vanno considerati quali mere
apparenze. Come si vede, il criterio per distinguere la realtà dall’apparenza è
il principio di contradizione. Regola generale: ciò che si contradice non è
reale, o, ciò che val lo stesso, la realtà ultima non può essere
contradittoria. Tale criterio è assoluto e supremo, perchè tutti gli altri ne
dipendono e perchè anche negandolo o dubitandone, se ne ammette tacitamente la
validità. Il principio di contradizione però non va considerato come un
criterio puramente formale in quanto chi pone l’ inconsistenza tra gl’ indizii
della non realtà viene ad affermare la consistenza quale segno del reale : se
ciò che Stimiamo opportuno riprodu-re, italianizzandole, le parole inglesi
consistency e inconsistency per donotare l’ identità e la contradizione, in quanto
esse esprimono bene i concetti della presenza 0 della mancanza dell’appoggio
reciproco delle varie parti di un tutto, si rivela inconsistente e
contraditturio non è reale, la Realtà dev'essere per forza consistente. Ma, si
può qui domandare, se i concetti fondamentali di cui si fa uso nell’esperienza
racchiudono contradizioni e se ciò che è contradittorio non è reale, tuttociò
che ci circonda e noi stessi siamo come a dire al di fuori di ogni realtà,
siamo non enti? No, risponde il Bradley, noì e tutto il resto siamo, e come
tali siamo apparenze, vale a dire che abbiamo un certo grado di realtà. Il
carattere fondamentale del reale è dato da ciò, che esso possiede ogni specie
di apparenza, ma in forma armonica. Sicchè la Realtà è una nel senso che esclude
qualsiasi contradizione e comprende tutte le svariate apparenze fino a tanto
che non si contradicono. Per conseguenza il Reale non può essere che
individuale e tale da abbracciare tutte le differenze in un’ armonia secondo
che questo è o no reale. La consistency significa in modo chiaro il fatto che
ciascun elemento esige la presenza degli altri per modo che è reale quel
termine che si connette, che è in relazione con tutto il resto. Qui si può
porre la questione: Ma i principii d'identità e di contradizione per sè
considerati implicano la connessione reciproca delle varie parti di un tutto?
Dal fatto che due termini non sono in contradizione è possibile dedurre che
sono in relazione reciproca e che sì appoggiano a vicenda? L'assenza di
contradizione può essere indizio di una connessione, di una relazione, ma
perchè questa sia ammessa effettivamente, si richiede qualcos’ altro ; sì
richiede una determinazicne positiva, la quale non ci può essere fornita che
dalla esperienza. Ritorneremo su questo punto quando parleremo del rapporto
esistente tra realtà e possibilità, tra l’esistenza e l’intelligibilità. Quì
vogliamo solo notare che non va confusa la funzione dei principii supremi della
ragione (identità ecc.) quali criteri per giudicare della realta e della verita
col loro ufficio quali postulati, esigenze, norme della conoscenza. comprensiva
d'ordine superiore. È a questo Uno-Tutto, a questo Sistema, a questa Unità che
supera le differenze, che vien dato il nome di Assoluto. Prima di determinare
la natura e i caratteri positivi e le manifestazioni dell’Assoluto è bene
soffermarci un momento per indagare da quali ragioni sia stato indotto il
Bradley ad ammetterne l’esistenza : ricerca della più alta importanza codesta
in quanto per tale via noi penetreremo nel cuore della filosofia del nostro
autore. Tuttociò che in qualche maniera racchiude contradizione non è reale, è
apparenza che può divenire reale solo allontanando da sè l'elemento
contradittorio, vale a dire cessando di essere determinatu in un dato modo e
trasformandosi in qualcos'altro : onde consegue che la realtà dev'essere
caratterizzata dall'assenza di contradizioni, dalla consistenza con sè stessa,
il che può avvenire solo nel caso che essa sia unità individua e sistematica.
Tuttociò però non implica che la Realtà effettivamente esista, ma soltanto che,
se esiste, non può esistere che in tale maniera, sotto questa condizione, che
sia una e consistente: condizione che determina la possibilità, non
l'attualità. Ciò che è possibile è forse reale? Una possibilità asserita,
risponde, ha sempre un significato e finchè non sia contradetta o non appaia
contradittoria, qualifica il Reale, presentandosi sempre accompagnata con
qualche idea attuale: quando voi non avete che un'idea e di essa non potete
razionalmente dubitare, siete nell’obbligo di affermarla, giacchè, è bene
tenerlo a mente, qualsiasi cosa serve a qualificare il Reale e finchè una idea
non appare inconsistente seco stessa isolatamente considerata, o presa colle
altre cose, è da riguardare vera e reale. A ciò sì aggiunga che la possibilità
è sempre relativa e implica sempre un inizio di attualità, giacchè la
possibilità assoluta o incondizionale equivale all’inconcepibilità o
impossibilità. Essa è data appunto da ciò che contradice alla conoscenza
positiva piuttosto che da ciò che appare insufficientemente connesso con la
Realtà. Come si vede, occorre determinare bene il rapporto esistente tra
pensiero e realtà, e insieme fissar bene il concetto che bisogna formarsi della
realtà e verità in genere. Ora al Bradley sembra assolutamente inconcepibile un
pensiero, per così dire, sospeso in aria, che non sia connesso con una
qualsiasi forma del Reale, con uno de suoi aspetti o con una delle sue sfere.
Per quanto ciò possa sembrare un paradosso, è inammissibile che la realtà sia
circoscritta a ciò che esiste nello spazio e nel tempo: questa non è che una
delle tante forme, delle tante manifestazioni od apparenze della realtà; tanto
è vero che ciò che è reale da un dato punto di vista, non lo è da un punto di
vista differente. Vi sono tanti mondi, tante realtà quante possono essere le
prospettive da cui può essere guardato il tutto, 0 meglio, ciascuno dei suoi
frammenti. Così vi è il mondo dell’arte, come vi è il mondo della religione,
della moralità e via di seguito, e tutti questi mondi sono differenti tra loro
per modo che ciò che è vero e reale in uno di essi non lo è del pari in un
altro ed ogni idea appartenente a questi singoli mondi qualifica in qualche
modo il Reale preso nel suo insieme. Il fatto immaginario qualifica la Realtà
alla propria maniera. Ciascun elemento occupa un posto nel sistema totale.
L'importante è determinare il vero posto che gli compete, L'oggetto del nostro
desiderio certo non esiste attualmente, ma è sempre però riferito alla realtà
ed è anzi tale riferimento che rende l’impedimento al soddisfacimento del
desiderio incresciosissimo: ciò che io desidero non esiste per me attualmente,
ma io sento vagamente che è in qualche parte, in una regione, per dir così,
lontana, per il che il suo non attuarsi in un dato momento produge una tensione
oltremodo spiacevole. Va notato però che se quilsiasi idea può essere riferita
alla realtà, d'altra parte perchè ciò avvenga, è necessario che la stessa idea
sia più o meno alterata (1), della necessità, del grado delle quali operazioni
noi siamo d’ ordinario completamente all’ oscuro. In conseguenza di ciò il
Bradley fu tratto a discutere della validità della celebre prova ontologica. Se
s’identifica la realtà coll’esistenza spaziale e temporale è evidente che dal
fatto che una cosa si presenta, per così dire, solo nella nostra testa non
consegue che essa esista realmente; ma lo stesso non si può dire quando si
ammette che qualsiasi idea qualifica in qualche modo la realtà; in questo EVERY
IDEA CAN BE MADE THE TRUE ADJECTIVE OF REALITY, BUT ON THE OTHER HAND, AS WE
HAVE SEEN, EVERY IDEA MUST BE ALTERED. MORE OR LESS THEY ALL REQUIRE A SUPPLEMENTATION AND
RE-ARRANGEMENT. BUT OF THIS NECESSITY AND OF THE AMOUNT OF IT WE MAY BE TOTALLY
UNAWARE. WE COMMONLY USE IDEAS WITH NO CLEAR NOTION AS TO HOW FAR THEY ARE
CONDITIONAL, AND ARE INCAPABLE OF BEING PREDICATED DOWN RIGHT OF REALITY. TO
THE SUPPOSITION IMPLIED IN OUR STATEMENTS WE USUALLY ARE BLIND, OR THE PRECISE
EXTENT OF THEM IS, AT ALL EVENTS, NOT DISTINCTLY REALISED. TO THINK IS ALWAYS
IN EFFECT TO JUDGE, AND ALL JUDGEMENTS WE HAVE FOUND TO BE MORE OR LESS TRUE,
AND IN DIFFERENT DEGREES TO DEPART FROM, AND TO REALISE, THE STANDARD
HARMONIOUSNESS SELF-CONSISTENTY, INCLUSIVENESS AND HARMONY. caso anche ciò che
si presenta soltanto nella mia testa deve avere qualche punto di contatto col
Reale. Giova ricordare a tal
proposito che una pura idea separata da tutto il mondo reale è un’ astrazione,
anzi vi ha dippiù: un'idea non riferita in qualche modo alla Realtà è una
contradizione. Si tratta di vedere adunque in che maniera l’idea dell’assoluto possa
esser riferita alla realtà. Perchè un’idea qualsiasi figuri come qualificazione
della realtà occorre che essa sia armonica, completa, organicamente connessa
col sistema totale, per il che deve essere priva di qualsiasi elemento
contradittorio. Ora l’idea dell’assoluto che è l’idea dell’unità, della
totalità, della coerenza del sistema, da una parte è inerente alla natura
propria del pensiero, tanto che si può dire che ne costituisca l’essenza e
dall’ altra è contradittoria solo nel caso che essa si consideri come non
avente niente a che fare con la realtà ; invero aver l’idea dell’ unità, del
sistema assoluto e non riferirla alla Realtà quando si è detto che il grado di
realtà si misura dal grado di armonia, di comprensività ecc. è assolutamente
contradittorio. Se chi dice pensiero dice sistematizzazione, e se d'altro canto
il pensiero quale elemento integrante la realtà, è tanto più vero e reale
quanto più è sistematico, armonico, completo, non si può non affermare che il
pensiero o l’idea del sistema totale (Assoluto) è il più reale di tutti. In
questo caso l’idea è cosiffatta che essa è spinta, per così dire, a completarsi
nella esistenza : in caso contrario si rivela contradittoria. L'idea dell’
assoluto, dell’ unità ecc. non è un prodotto accidentale, arbitrario dello
spirito subbiettivo, ma è qual. cosa di essenziale allo spirito come spirito,
per il che sempre che non si voglia annullare il pensiero (e quindi in ultima
analisi la realtà stessa), non si può non renderla consistente. In sostanza
negare l’esistenza all'idea dello assoluto equivale a dire che il criterio per
giudicare del grafo di verità e realtà che è quello appunto dell'armonia e
della coerenza non è reale; o, in altre parole, negare la realtà dell’ assoluto
equivale a dire che il pensiero non è reale, che esso brancola nel vuoto
addirittura, non riferendosi e non completandosi nella realtà. Pensiero e
realtà essendo parti di un tutto, si completano a vicenda per modo che partendo
da un lata si è costretti a muoversi per forza verso il lato complementare, Da
tal punta di vista la prova ontologica va considerata come l'inverso di quella
cosmologica. Una volta che il Reale è per natura qualificato dal pensiero esso
deve per qualche via possedere ciò che implica l'essenza propria del pensiero.
Il principio della prova ontologica allora si rivela erroneo quando si crede di
poter con esso dimostrare che a qualsiasi idea formantesi nello spirito
individuale debba corrispondere senz’ altro un contenuto reale obbiettivo;
nulla di più falso e inesatto; qualsiasi idea caratterizza la realtà a patto
che essa venga profondamente mo lificata cou particolari processi (addition,
qualification, rearrangement, supplementation ecc.). L'idea dell’Assoluto che
isolatamente considerata è inconsistente, è tratta a completarsi per mezzo
dell’ esistenza L'esistenza non è la realtà, conchiude il Bradley, comunque la
realtà deve esistere ; l’esistenza è una delle forme di apparenza del reale.
Raccogliendo le fila, noi possiamo dire che per il Bradley l'Assoluto in tanto
è ammissibile in quanto è riconosciuto come possibile (giacchè la possibilità
implica inizio di attualità) e insieme come pensabile. Ciò che è conforme alla natura
propria del pensiero (armonia, comprensività) è sempre in qualche modo reale.
Sicchè il criterio della realtà è in ultima analisi posto nel pensiero. Nulla è
assolutamente erroneo o falso, ma si distinguono numerosi gradi di realtà e
verità in rapporto alla maggiore o minore armonia e comprensività del contenuto
ubbiettivo. Come si vede, la questione ora si riduce alla ricerca del rapporto
esistente tra pensiero e realtà. Ogni pensiero, anzi ogni fatto psichico
(imaginazione, desiderio ecc.) caratterizza in qualche modo la realtà vera e
propria? Stando al Bradley stesso, il pensiero ha la sua radice nella
disgiunzione del what o contenuto intel ligibile (predicato) dal that o
esistenza, reale immediatezza sensoriale (soggetto), epperò nasce da un disperdimento
dell’unità reale concreta, per raggiungere la quale il pensiero deve annullare
sè stesso; dal che consegue che ogni predicato o contenu‘o intelligibile, ogni
idealità, ogni what implica sempre una realtà, un that da cui è stato
distaccato; e l'errore, la falsità sta solo in questo, nel congiungere un what
ed un that che non si corrispondono. Nel Tutto, nell'Assoluto ogni what
trovando il suo that cessa ogni possibilità di errare e tutto appare
giustificato perfettamente. Non vi è caso duuque che un pensiero per quanto
strano si riveli considerato da un dato punto di vista o in rapporto ad una
data regione del Reale, non abbia un punto di contatto colla realtà una volta
che, dopo opportune modificazioni e trasformazioni, è introdotto nel regno
dell’ Assoluto. Solo ciò che è contradittorio è falso, tutto il resto è in
qualche modo e in qualche grado reale. I cardini della concezione bradleyana in
ordine alla natura della realtà sono: 1° qualsiasi idea qualifica il reale; 2°
l’idea dell’assoluto quale sistema armonico, quale indivi dualità è cosiffatta
che deve completarsi nell'esistenza. Ora tali affermazioni sono state rese
inoppugnabili dall'autore? Qualsiasi idea e quindi qualsiasi giudizio noi
facciamo, nota l’autore, deve avere un punto di riferimento nella realtà: e ciò
perchè un pensiero che non serva a caratterizzare in qualche modo il reale è
una contradizione; il pensiero in tanto è pensiero in quanto si rapporta alla
realtà: dal che però non bisogna trarre la conseguenza che ogni singola idea si
riferisca ad un corrispondente obbietto; l'idea bisogna che sia prima
sottoposta a processi d'ordine speciale atti a trasformarla in modo da essere
essa armonica col sistema totale. Si può dire pertanto che ogni idea contenga
una parte di verità e di realtà, parte di verità e di realtà che sarà tanto
maggiore quanto minore sarà la trasformazione a cui dovrà essere sottoposta |
perchè armonizzi coll’insieme. Sorge spontanea pertanto qui la domanda: Quali
sono e in che propriamente consistono ì processi atti a dare un contenuto
obbiettivo a qualsiasi pensiero? Bradley si contenta di enumerarli,
denominandoli; sono processi di rearrangement, di addition, di supplementation
ecc.: il che certamente non equivale a risolvere la questione concernente
l’obbiettività del pensiero. Ammesso che l’obbiettività non si possa ridurre
all'esperienza ordinaria e immediata sorge la necessità di determinare entro
quali limiti e fino a che punto possa essere ascritta l’obbiettività ad un
qualsiasi contenuto psichico o ideale e tale necessità non è davvero tolta via
dalla formola del Bradley. Kant In tal guisa si idealizza l’esperienza in modo
da congiungere in una sola realtà il presente e il passato e da assegnare, per
così esprimerci, alla detta esperienza un posto nell'ordine temporale fisso.
Una volta che l’anima non è oggetto di esperienza, nè un dato (essendo
costruita e consistendo nella trascendenza di ciò che è attuale e presente), ed
una volta che il suo contenuto non è uno col suo essere, è evidente che non può
venire considerata come qualcosa di reale, ma come una specie di astrazione e
quindi come una forma dì apparenza. In altri termini la posizione del Bradley
rispetto all'anima è la seguente. Egli muove dal principio che la Realtà vera e
quindi l'Assoluto è controdistinto da questo che in esso e solo in esso
l'ideale coincide coll’esistente, l’intelligibile col dato. Il mondo invece si
presenta come il risultato della formazione di centri finiti di sentimento, per
mezzo dei quali è resa possibile la scissione e la contrapposizione dell’
elemento intelligibile alla corrispondente esistenza, nel che propriamente
consiste ogni apparenza. Idea e fatto non possono formare una cosa sola finchè
non scompare ogni finitezza ; chi dice finitezza infatti, dice dipendenza e chi
dice dipendenza dice possibilità che una data coscienza venga turbata da
qualcosa d'estraneo, vale a dire possibilità che ad una esistenza si congiunga
un contenuto diverso da essa. Finchè si rimane quindi nel dominio del relativo
e del finito il processo di idealizzazione non può che crescere e svolgersi.
Esso però si completa con delle costruzioni, le quali lungi dall’essere qual
cosa di reale, figurano come le maniere di disporre o di aggruppare i fatti
psichici o gli elementi ideali in cui propriamente consiste la vita psichica.
Non esiste adunque l'anima o lo spirito, ma bensì fatti, anzi, meglio, fenomeni
psichici i quali hanno la loro radice nel processo di idealizzazione, di
distacco dell’idea dal fatto, al che si riduce tutto l'accadere nel tempo. I
detti fatti psichici non sono la realtà, ma la sua apparenza. Agli occhi del
Bradley non è a parlare di una vita dell'anima, e ciò che ordinariamente si
battezza per tale è la legge di distinzione e di aggruppamento, sotto il cui
dominio stanno gli elementi ideali. La vita del tutto si svolge attraverso le
apparenze, vale a dire attraverso la disgiunzione dell'idea dal fatto operata
da quei centri finiti di esperienza psichica, i quali appunto in forza della
loro finitezza sono spinti a trascendere la loro esistenza attuale,
appropriandosi un contenuto estraneo. Ora tale operazione non può durare
indefinitamente, giacchè in tal caso sarebbe sfornita di ogni valore e
mancherebbe di un punto di appoggio per la serie intera: pertanto cosa succede?
che lo svolgimento della serie dei contenuti intelligibili viene arrestato ad
un certo punto e con essi viene costruito un qualcosa che è designato come la
causa da cui proviene tutta la serie. È evidente che tale costruzione è
puramente ileale, tanto è ciò vero che le proprietà di continuità ed identità
ad essa assegnate non soi0 che puramente prodotti del pensiero riflesso, idee
quindi e non fatti. Delle due l'una; o l’anima va considerata come un fatto ed
allora deve avere un posto nella serie del tempo, deve essere un obbietto tra
gli altri obbietti e poichè, sempre secondo Bradley, il tempo e le cose in esso
svolgentisì non sono che apparenze, anche l’anima è un fenomeno; ovvero l’anima
è posta fuori della serie temporale ed allora si rivela sfornita di qualsiasi contenuto
e quindi si riduce al nulla, Per formarsi poi un concetto per quanto è
possibile chiaro della detta costruzione ideale forse è bene rappresentare la
cosa con un esempio: si pensi un po’ a ciò che avviene nei sogni: il punto di
partenza, poniamo, è un sentimento con tono piacevole o dispiacevole
preponderante (a cui fa riscontro nella questione presente il sentimento
fondamentale): è intorno a questo nucleo primìtivo che la fantasia dispone una
quantità di rappresentazioni che finiscono col costituire una cosa o un evento
atto a dar ragione appunto del sentimento primitivo. Il processo con cui viene
costruito il corpo non differisce sostanzialmente da quello che ci dà l’anima:
la differenza sta tutta qui, che nel primo caso la costruzione ideale è fatta
con elementi più astratti, nei quali si prescinde da qualsiasi interiorità e
che sono posti l’uno fuori dell'altro. Non bisogna dimenticare che la
connessione, la sintesi dei fatti psichici in tanto è possibile in quanto è
riconosciuta la loro identità interiore: essi cioè possono essere collegati in
modo da formare un insieme, perchè sono identici, mentre la congiunzione di ciò
che è corporeo e materiale è resa possibile dall'intervento di un universale
estrinseco che sono le leggi naturali, le quali però sì applicano ai casi
identici e simili. Anche qui adunque interviene il principio di identità, pur
avendo un valore subordinato a quello delle leggi. E di qui l'impossibilità di
penetrare l'essenza della natura. Anima e corpo sono entrambi fenomeni, entrambi
modì di apparire della Realtà, colla differenza che la prima presenta un grado
maggiore di verità che non l’altro. Entrambi sono (ci si passi l’espressione)
eiezioni del foco centrale del Reale; ma la prima è più significativa, perchè
più vicina al Reale stesso. Al Bradley non poteva sfuggire l’obbiezione che si
può fare al suo modo di concepire l’anima e il corpo: la prima, infatti, è
considerata come il risultato di una costruzione ideale; ma questa non
presuppone alla sua volta l’anima? Allo stesso modo il corpo è considerato come
un prodotto della natura, ma questa viceversa non può avere consistenza senza
la cooperazione del corpo. Ora il nostro filosofo risponde che siffatti circoli
viziosi che si presentano ad ogni pie’ sospinto alla mente del pensatore, sono
appunto la miglior prova che siamo nel dominio delle apparenze e non della
realtà. Dicemmo disopra che la vita del Reale si svolge attraverso le
apparenze, le quali hanno in fondo la loro radice nell'esistenza di molteplici
centri finiti di esperienza psichica: ora nulla di più legittimo che domandare
il come e il perchè dell'apparenza in genere. A tali quesiti il Bradley
confessa di non saper rispondere. E allora si possono fare altre domande: 41°
se la Realtà è un sistema individuale comprendente tutto in sè, che concetto
dobbiamo - formarci del questo (this) e del mio (mine)? 2° Da che cosa siamo
autorizzati a trascendere il proprio io, il proprio centro di sentimento e
ammettere quindi una realtà universale in cui il mio sia contenuto? | 1° Il
questo qui e il mio esprimono il carattere immediato del sentimento che sî
sente e non di quello che si può studiare idealizzandolo, separandolo, cioè,
dalla sua esistenza attuale, e insieme esprimono il modo di presentarsi della
immediatezza in un centro finito. Ammesso che nella realtà significato ed
esistenza coincidono, il questo, possedendo lo stesso carattere, va considerato
come un centro di realtà immediata. Senonchè qui va notato che l'immediatezza
della Realtà totale non va identificata con quella del questo, giacchè nel
primo caso l'immediatezza comprende in sè ed è superiore alla mediazione, in
quanto sviluppa ed unifica le distinzioni e le relazioni già formate, mentrechè
nel questo l'immediatezza nasce dacchè le distinzioni non sì sono ancora
prodotte. Nel sentimento fondamentale i vari elementi sono congiunti, e non
connessi, onde il suo contenuto si presenta instabile e tendente essenzialmente
alla scomposizione (disruption), tendente quindi per propria natura a
trascendere l’esistenza attuale. Ogni singolo centro però mostra una parte
impenetrabile, un fondo individuale incomunicabile e indecomponibile per cui
passando dal mondo ideale a quello del senso, si prova un non so che di vivo e
di fresco. Il che prova ancora una volta che la Realtà non è un puro sistema
intellettuale, un organismo di idee, ma bensì una individualità concreta Non è
a credere che l’opposizione delle varie individualità, dei vari this e mine sia
insuperabile, giacchè niente vieta che vari sentimenti possano fondersi in una
cosa sola nell’Assoluto. E se la Realtà ultima non può consistere solo in un
aggregato di qualità (predicato), d'altra parte è innegabile che Essa non
presenta alcun aspetto che non possa essere in qualche modo distinto dal resto
e qualificato o idealizzato. 2° Accanto al carattere di immediatezza si
riscontra in ogni singolo centro di sentimento la tendenza a trascendere 216 IL
PROBLEMA FILOSOFICO la propria esistenza, e ciò perchè, essendo cesso finitu e
trovandosi in relazione con qualcosa di esterno, possiede contenuti che non
sono consistenti col dato e che pertanto si riferiscono, accennauo ad altro. È
la natura interiore del this che lo spinge a sorpassare sè stesso, estendendosi
verso ‘una totalità più elevata e comprensiva. Il suo carattere di esclusività
poi implica il riferimento a qualcosa di estrinseco ed è una prova del
necessario assorbimento nell’Assoluto. E appenachè cominciano a delinearsi
delle distinzioni nel sentimento è evidente che la sua assolutezza e
immediatezza scompare. La caratteristica vera delle vedute del Bradley si
riscontra indubbiamente nel valove da lui attribuito al Vero, al Bello, al
Buono. La Realtà suprema è l'Assoluto, il quale vive, opera e si muove nelle
apparenze; queste che costituiscono l'Universo vero e proprio, hanno la loro
origine nella separazione dell'idea dal fatto: separazione che si può seguire
attraverso le varic sfere e province del Reale. Ed è a seconda che l'unione
dell’elemento intelligibile col dato, a seconda che l'assunzione dell'apparenza
al dominio della Realtà richiede una trasformazione maggiore o minore, perchè
possa dar luogo ad un sistema armonico e CITAZIONE DA S. DI BRADLEY IN INGLESE:
I DENY THAT THE FELT REALITY IS SHUT UP AND CONFINED WITHIN MY FEELING. FOR THE LATTER MAY, BY ADDITION,
BE EXTENDED BEYOND ITS OWN PROPER LIMITS. IT MAY REMAIN POSITIVELY ITSELF AND
YET BE ABSORBED IN WHAT IS LARGER. THE
MINE – Harrsison, I, me, mine -- DOES NOT EXCLUDE INCLUSION IN A FULLER
TOTALITY. comprensivo insieme, che si è autorizzati a parlare di un grado
maggiore o minore di realtà contenuta nelle apparenze. Son questi i canoni
fondamentali della concezione bradleyana: è da aspettarsi che alla stregua di
essi siano valutati il Vero, il Bello e il Buono. Che cosa è la verità? La
verità è pura apparenza, risponde il nostro Autor:: essa implicando la
conoscenza, e questa la funzione giudicatrice, e l’ultima alla sua volta
necessariamente la disgiunzione del what (predicato) dal that (soggetto), è
chiaro che non può non essere apparenza: tanto è ciò vero che raggiunta (col
riunire l'elemento intelligibile coll’esistenza) la vera e propria realtà,
raggiunta, per così dire, la vita del Reale, è più lecito parlare di verità, ha
più senso tale espressione? L'inconsistenza essenziale della verità può essere
stabilita così: fin tanto che vi è differenza tra il dato e il significato o
contenuto ideale, la verità non è realizzata in medo chiaro e completo: e
tostochè la detta differenza scompare, la verità ha per ciò stesso cessato di
esistere. Ma qui si può osservare: Si è riletto innanzi a proposito della
realtà dell’Assoluto che a tale affermazione si è per intima necessità condotti
dalla idea che noi abbiamo dell’Assoluto stesso, dalla conoscenza assoluta che
in certo modo condiziona e rende possi. bile ogni altra forma di conoscenza e
di verità finita quest'ultima sempre ipotetica e condiziona‘a rispetto a
qualcosa di relativamente ignoto , ora, come è possìbile accordare insieme
l'affermazione dell’esistenza della conoscenza assoluta con l’altra che la verità
e. quindi la conoscenza è apparenza, perchè essenzialmente inconsistente e
contradittoria? Il Bradley risponde che quando si parla di conoscenza assoluta
non bisogna correre col pensiero ad una forma di conoscenza in cui si abbia la
perfetta e completa compenetrazione del reale, l’ identificazione della verità
colla realtà, ma bensì ad una forma di conoscenza vaga, indeterminata,
potenziale o virtuale intorno al Tutto, che vale come incitamento alla
conoscenza particolareggiata. Nella conoscenza del Reale preso nel suo insieme
permane la differenza tra il predicato (verità o conoscenza) e il soggetto
(Realtà), per modo che quello figura sempre come condizionato da quel qualcosa
di più, che è nel soggetto e non nel predicato, Il tipo e l'essenza in altri
termini non possono giammai raggiungere ed esaurire la realtà, giacchè
l'essenza realizzata è troppo per essere semplice verità o conoscenza e
l'essenza non realizzata o astratta è troppo poco per essere reale. Sicchò
anche l’assoluta verità in fin dei conti da un certo punto di vista può essere
considerata come erronea. Va notato però qui che la verità assoluta intesa nel
modo anzidetto non è intellettualmente correggibile, giacchè essa può esser
corretta e svolta soltanto trascendendo l’intelletto, nessuna alterazione di
questo potendoci dare la realtà ultima. Può essere modificata solo tenendo
conto di tutti gli altri aspetti dell'esperienza, con che la natura propria
della verità viene a scomparire. La verità finita per contrario è sempre
modificabile intellettualmente, potendo sempre essere estesa, armonizzata e
completata mediante l’attività del pensiero; la verità finita insomma si può
presentare come condizionata da un'altra verità d'ordine superiore. Anche il
Bello va considerato a senso del Bradley come apparenza, in quanto esso
racchiude del pari contradizione e quindi separazione od opposizione
addirittura tra l’idea e l’esistenza, tra il what e il that . Considerando il
bello per sè indipendentemente dalla relazione che esso necessariamente implica
con un soggetto che lo contempla” noi troviamo che esso racchiude contradizione
per questo, che mentre da una parte esige la piena concordanza e l'unificazione
del contenuto col dato, dall’altra parte ciò riesce impossibile, trattandosi di
un oggetto finito in cui i due aspetti del criterio della realtà l’armonia e
l’estensione o la comprensività sempre divergono almeno parzialmente. Invero
nel bello o l’espressione è imperfetta e inadequata, ovvero il contenuto
espresso è troppo ristretto, troppo meschino; in entrambi i casi vi è
differenza di armonizzazione o di comprensività, vi è discrepanza interiore e
quindi un grado minore di realtà. Il contenuto del bello che già in quanto
determinato da ciò che è al di fuori, non ha la sua ragione di essere in sè da
un canto tende a trascendere la sua estrinsicazione attuale e dall’altro in
questa stessa nel maggior numero dei casi non può non rivelarsi di molto
inferiore alla Realtà. Ma il bello non può essere considerato indipendentemente
dal soggetto che lo contempla, onde si può dire che è determinato da una
qualità subbiettiva e quindi estrinseca ad esso. Dovendo essere rappresentata e
dovendo insieme produrre un sentimento nel subbietto, la bellezza viene al
essere caratterizzata internamente da ciò che è posto al di fuori. Ciò posto,
come non parlare di apparenza quando la vita del bello implica una relazione
estrinseca ? Vero è che la relazione può sparire col parziale o totale
assorbimento dell’io senziente e percipiente, ma per codesta via la bellezza come
tale viene a svanire. Passiamo al Buono È anche questo un'apparenza? Il Bradley
non esita a rispondere di sì; anch'esso, infatti, come la verità, implica
disgiunzione e quindi sforzo per unificare l’esistenza con l’idea ; con questa
differenza che nella verità noi partiamo dall’esistenza per completarla
idealmente, rendendola intelligibite, mentrechè nel buono noi cominciamo
dall'avere un'idea di ciò che è bene e dipoi ci sforziamo di attuarla o di
trovarle attuata nell'esistenza. Pertanto il buono come il vero implicano
separazione del what dal that e un processo nel tempo. Le contradizioni
presentate dal buono in genere e dalla moralità in ispecie sono numerose. Tra
le altre meritano di essere ricordate le seguenti: 1° l'essenza del buono è
riposta nella disgiunzione dell'idea dal fatto, disgiunzione che nel corso del
tempo non scompare che per riapparire di nuovo; ed anzi giova notare che
scomparendo essa definitivamente, non si avrebbe più il buono nel vero senso
della parola. 2° Da una parte il buono appare atto a qualificare ciò che non è
sè stesso, in quanto la bellezza, la verità, il piacere, le sensazioni possono
tutte essere considerate come cose buone, ma dall'altra parte il buono non è
tale da esaurire la natura della totalità delle cose, ciascuna delle. quali
contiene qualcosa di proprio ; onde consegue che il buono non è nel Tutto e che
il Tutto come tale non è buono. 3° Inteso il buono come la realizzazione della
perfezione, e riposta quest’ultima nell’attuazione dell'armonia e insieme della
comprensività di un sistema, sì presenta la questione se tra perfezionamento
dell’individuo o affermazione dell'io e perfezionamento della Collettività o
sacrificio dell'individuo che rappresenta solo una parte del Tutto non vi sia
mai contradizione, nel qual caso è necessario determinare se il buono sia
riposto nell’affermazione dell'individuo o nel suo sacrificio. 4° Tanto i fini
puramente egoistici quanto quelli altruistici suno inconseguibili ; giacchè
l'individuo per sè non può divenire centro di un sistema armonico e
l’attuazione dell'ideale sociale non può avvenire in modo completo fin tanto
che persiste l'affermazione del proprio io; e nel caso che l'individuo venga
assorbito nel Tutto, non è lecito più parlare di Buono. | La moralità stessa
considerata come l’identificazione del volere individuale coll’idea formatasi
dall’individuo della propria pertezione implica contradizione; il volere
individuale infatti è sempre determinato da qualcosa di estrinseco, è spesso
relativo a contingenze naturali e dipendenti da fatti che non sono sotto il
dominio dell'attività conoscitiva individuale; dal che cousegue che la moralità
stessa è spinta a trascendere sè stessa in qualcos'altro che non è più
moralità; questo qualcos'altro è la religione, per la quale tutto è espressione
di una volontà suprema e per la quale quindi tutte le cose sono buone. Se non
che dal punto di vista religioso l’io finito deve perfezionarsi, deve cioè
conformare il volere individuale al Bene supremo; in caso contrario il male
permane ed è qui riposta la contradizione della religione, ord’essa si rivela
anche apparenza e non realtà. Il punto centrale della religione infatti, è la
fede non meramente teoretica, ma pratica; per il che essa da una parte implica
il credere puro e semplice e dall'altra l’operare come se non si credesse. La
sua massima è: Esser certi della vittoria finale del Bene e nondimeno operare
come se tale certezza non esistesse. Tale discrepanza interiore pervade tutto
il campo della religione. Giacchè la religione è anche apparenza si può sperare
salvezza nella Filosofia ? Se la religione fosse nient’ altro che una forma di
conoscenza, la risposta non potrebbe ese sere che affermativa e per quel tanto
che la religione contiene di conoscenza essa passa e in certo modo si'completa,
consumandosi, nella filosofia, ma l'essenza delta religione non è riposta nella
conoscenza come d’altra parte non è riposta nel puro sentimento, ma piuttosto
nel tentativo di esprimere la realtà del Bene per mezzo deile varie forme del
nostro essere. Da tal punto di vista I religione è qualcosa di diverso e di più
elevato della filosofia. Del resto la filosofia avendo per obbietto le verità
ultime, e la verità in qualsiasi forma essendo apparenza, essa non può non
essere risguardata anche come apparenza, La sua debolezza è posta in ciò, che
essendo un prodotto dell’attività intellettuale, non può non presentarsi quale
manifestazione unilaterale e quindi inconsistente dell’Assoluto. La Realtà deve
necessariamente soddisfare tutto il nostro essere; le nostre esigenze
fondamentali in ordine alla conoscenza ed alla vita, in ordine al bello ed al
buono devono in essa trovare il loro completo appagamento. Il che non può
accadere che per via di una esperienza immediata e concreta nella quale tutti
gli elementi dell'universo, sensazione, tono emozionale, pensiero e volere
siano fusi in un sentimento comprensivo. E qui va notato che per gli esseri
finiti è certamente impossibile sperimentare l'Assoluto : in altri termini è
impossibile costruire la vita dell'’Assoluto nei suoi particolari, avere
un'esperienza specifica della sua costituzione: ciò non esclude però che si
possa avere una certa idea astratta e incompleta della sua natura. E le
sorgenti di tale conoscenza sono: 1° Il sentimento in cui noi sperimentiamo un
tutto complessivo che da una parte accenna a differenziamenti, mentrechè
dall’altra non presenta relazioni e qualità nettamente distinte. É questa
esperienza primitiva che per quanto imperfetta, è sempre valida a suggerirci
l'idea generale di un'esperienza. totale e complessiva in cui pensiero, volere
e sentimento siano fusi insieme da formare una cosa sola. 2. Le
differenziazioni e le relazioni di qualunque specie siano, una volta sorte
nella coscienza, mostrano la loro tendenza accentuata ad essere assorbite
nell’Unità, nel Sistema. 3. Le idee del buoro, del bello ecc., menano per vie
differenti al medesimo risultato, in quanto più o meno chiaramente implicano
l’esperienza di un Tutto che trascenda le relazioni e le differenziazìioni. Con
questi mezzi noi possiamo formarci l’idea cenerale di una intuizione assoluta
în cui, eliminate le distinzioni fenomenali, il tutto si presenta in molo
immediato e cenerale. In conclusione, Ja conoscenza reale e positiva
dell’Assoluto è fondata tutta sull'esperienza psichica, una volta che questa
venga estesa, armonizzata e completata. CITAZIONE DA SARLO IN INGLESE: “MY WAY OF CONTACT WITH
REALITY IS THROUGH A LIMITED APERTURE, FOR I CANNOT GET AT IT DIRECTLY EXCEPT
THROUGH THE FELT THIS, AND OUR IMMEDIATE INTERCHANGE AND TRANFLUENCE TAKES
PLACE THROUGH ONE SMALL OPENING. EVERYTHING BEYOND, THOUGH NOT LESS REAL, IS AN
EXPANSION OF THE COMMON ESSENCE WHICH WE FEEL BURNINGLY IN THIS ONE FOCUS. AND
SO, IN THE END, TO KNOW THE UNIVERSE, WE MUST FALL BACK UPON OUR PERSONA EXPERIENCE
AND SENSATION. – GRICE, -- BRADLEY, citato da Grice – Studies in the way of
words --. Tali sono le ilee
fondamentali emesse dal Bradley circa la Realtà e l'Assoluto, idee che sono ben
lontane dal formare un vero sistema. Nel sottoporle ad un rapido esame critico
nvi non scenderemo ad. analisi minuto e partico-, lareggiate, ma mireremo a determinare
il valore e il significato dei punti salienti della dottrina, volgendo uno
sguardo sintetico all'insieme, Cominciamo dal fissare quale è il punto di vista
e quale il procedimento del filosofare del Bradley. Il filosofo inglese non ha
preso le mosse nè dall'esperienza volgare, nè da quella propriamente
scientifica, non è partito, cioè, da alcun ordine di fatti, ma sì è, per così
dire, chiuso nel suo pensiero ed alla stregua delle leggi di questo ha
giudicato delle idee fondamentali, ordinariamente ammesse dagli scienziati e
dai filosofi. Egli non fa che passare a rassegna e sottoporre ad esame i punti
di arrivo e di fermata dei suoi predecessori e dovunque riscontra
contradizione, pronuncia la sentenza : Tuttociò è apparenza, non realtà.
Parrebbe che egli prima di tutto dovesse approfondire la nozione di apparenza e
quella di realtà, una volta che egli pone come base del suo filosofare la
distinzione appunto dell'apparenza dalla realtà. Che cosa è l'apparenza? Qual'è
la sua origine? Quali i suoi presupposti ? sono questioni che non possono
essere trascurate da chi voglia filosofare sul serio. Dire semplicemente :
tuttociò che non ‘è consistente o non si mantiene identico con sè stesso,
tuttociò che si rivela contradittorio è apparenza, è dire pressochè nulla. Che
tuttociò che racchiude contradizione non sia reale, non v'è chi possa metterlo
in dubbio: ma da dir ciò ad affermare che il contradittorio implichi apparenza
molto vi corre. Egli, è vero, ha affermato che l'apparenza è controdistinta da
questo carattere, che la contradizione in essa esistente può essere risoluta in
un ordine superiore e più elevato di esperienza, ma ognuno comprende che finchè
non sì aggiunge altro, non vi è ragione di dichiararsi soddisfatti. Si può ad
esempio domandare: È lecito parlare di apparenza quando non si ammette un
soggetto a cui la Realtà appare e quando l’unica via per cui la Realtà stessa
appare centro di sentimento, esperienza psichica ecc. è pur essa apparenza ? Il
movimento, il cangiamento, lo spazio, il tempo, l'attività, l'io, la cosa ecc.,
si dice sono apparenze: ma qual'è la loro origine? Perchè ci appaiono con tali
e tali altre proprietà ? Ognuno intende che finchè non si sarà dato ragione di
ciò, nulla di positivo e di determinato è lecito affermare. E qui è bene notare
che la più parte delle contradizioni riscontrate dal Bradley hanno la loro
origine nel fatto che egli sostantiva i processi e le attività, nel fatto che
reputa una cosa fissa rigida, ciò che, essendo continuo, incessante scorre. Ora
ciò che è continuo non può essere misurato completamente che mediante il
calcolo infinitesimale, e l' infinitesimo non essendo una quantità finita, non
è possibile cogliere l'istante in cui le condizioni del presentarsi della
contradizione veramente si verifichino, in cui cioè la dimostrazione per
contradictionem sia sul serio applicabile. Così il movimento tra due punti
dello spazio infinitamente prossimi avviene sempre nell’intervallo tra due
momenti infinitamente prossimi, cioè mai il mobile è in due luoghi nello stesso
tempo, mai in due tempi nello stesso Bradley presenta la Realtà come un sistema
o inoltre pone come criterio per decidere del grado di realtà l’armonia, la comprensività,
la consistenza reciproca delle parti componenti un tutto. È evidente che chi
dice sistema, armonia, consistenza ecc. dice organismo e chi dice organismo
dice relazione, interdipendenza degli elementi; ora l'Autore avendo affermato
che la relazione è qualcosa d'inintelligibile, come mai può porre la stessa
relazione quale criterio della realtà e intelligibilità e insieme presentare la
realtà stessa come costituita da un insieme di relazioni? Le relazioni
certamente implicano l’esistenza di un sistema: ma da ciò non si può dedurre
che esse in genere siano qualcosa d’inintelligibilie. Il fatto è che il Bradley
considerando a parte ed isolatamente ciascun concetto fondamentale (qualità,
relazione ecc.), fa presto a riscontrarvi degli elementi contradittori. Tale
procedimento è erroneo; i vari concetti vanno messi in connessione tra loro in
modo da integrarsi a vicenda. Che cosa è la Realtà ? È l’esperienza, risponde
il filosofo inglese. Di qui la necessità di domandare: E che cosa é luogo, ma
sempre la serie dei punti e dei momenti si svolge con perfetta corrisponlenza
nella continuità del movimento, Masci, Un metafisica anti-evoluzionista.
Napoli. Lo stesso ragionamento può esser valido a dimostrare la falsità
dell’affermazione che la causazione non esiste per questo che non è ammissibile
nè un azione causale continua nè una discontinua, data la divisibilità infinita
del tempo. E la difficoltà che l'Autore prova ad ammettere il continuo dipende
dacchè non pone come punto di riferimento la coscienza in generale, Di ciò fu
discusso disopra. l'esperienza ? Dall’insieme dell’opera del Bradley pare si
possa ricavare che per lui l’esperienza è data dal complesso, dalla totalità
della nostra vita psichica, prima che in questa sia sopravvenuta alcuna distinzione
e differenziazione. Noi sentiamo di esistere, sentiamo di vivere; è in questo
sentimento primitivo che è riposta l’esperienza immediata, la quale poi è
l’unica via per cui noi possiamo penetrare nel Reale. Prima di ricercare quale
concetto dobbiamo formarci di tale sentimento notiamo una contradizione in cui
è caduto l’autore; mentre egli afferma recisamente che la Realtà si riduce
all’esperienza psichica, alla sentience , non meno recisamente e ripetutamente
afferma che tutti i fatti psichici non sono che apparenze, perchè tutti
involgono separazione del what dal that, tutti tendono a trascendere sè stessi.
Non dice egli che la Realtà si riduce all’unificazione e fusione dei vari fatti
psichici, unità e fusione che noi non conosciamo e non possiamo neanche
imaginare, data la trasformazione che subiscono i vari elementi mediante
l'unificazione? Ora, come si può ad un tempo dire che la Realtà è l’esperienza
? (1) Se l’io empirico che è poi Ja medesima cosa dell'esperienza psichica
presa nel suo insieme non è reale, come mai si può affermare che la Realtà è
l’esperienza psichica ? Inoltre come sì può mettere d’accordo l’asserzione che
il contenuto della Realtà è la sentient experience (sentimento) con l’altra che
la Realtà risulti dalle attinenze, dalle relazioni che una cosa ha con le altre
in modo che quanto maggiori son queste tanto maggiore è il grado di realtà
attribuibile alla cosa stessa, chè in sostanza il criterio della realtà posto
nell'armonia e nella comprensività (inclusivness, harmony), non dice altro? Il
sentimento poi inteso come l’insieme della vita psichica in cuì nessuna
distinzione sia comparsa di io © non io, di soggetto ed oggetto si presenta
come qualcosa di così vago ed indeterminato di subbiettivo e di individuale ,
che non si riesce a comprendere come possa valere a fornirci una certa idea di
ciò che sia la Realtà ultima, la Realtà, diremmo, ontologica. Esso già implica
sempre il rapporto del soggetto con qualcosaltro, rapporto che è condizione
essenziale della sua origine, comunque siffatto rapporto non sia avvertito come
tale e insieme implica l’ esistenza di rappresentazioni, di imagini poste di
rincontro o almeno distinte dal soggetto. Inteso quale cenestesi, vale a dire
qualche risultato finale di una quantità di sensazioni organiche provenienti
dai vari organi, ovvero infine come il grado infimo di psichicità, come
sensazione e impulso iniziale ed elementare, non può mai essere presentato
quale oggetto di esperienza atta ad esprimere la Realtà. A volte si direbbe che
il Bradley prenda il sentimento come quel qualcosa che rende attuale un
determinato contenuto psichico, ma, come tale, essendo qualcosa di
eminentemente Notiamo qui come per il nostro Rosmini il sentimento proviene dal
rapporto del principio senziente (che può essere considerato dal punto di vista
del Bradley una sostanzializzazione del that ), col termine esteso che alla sua
volta può essere considerato una sostanzializzazione del what . Per il Rosmini,
si noti bene, il principio senziente e il termine esteso per sè considerati,
separati l'uno dall'altro, erano astrazioni non altrimenti che il what e Îl
that. Vedi. DE SaRLO : Le basi della Piscoloyia secondo Rosmini, Roma.
subbiettivo ed individuale (individuum ineffabile) e avendo un contenuto
particolare non può essere considerato quale simbolo di quella unità totale in
cui il what coincide col that e in cui consiste la Realtà ultima ed obbiettiva.
Da tal punto di vista il sentimento presenta tutte le contradizioni
dell’esperienza sensibile. Non vi è via d'uscita: se si vuol considerare la
Realtà come null'altro che la sentience, occorre considerare come reale l'io
empirico quale si rivela per via del sentimento; occorre però sempre
determinare e precisare la natura del sentimento. Notiamo qui che
l’indeterminatezza del significato, la variabilità e contradittorietà del
valore attribuito all’ io dipese sempre da ciò che si confuse l'io empirico
fenomenico con la coscienza in generale (Io nonmenico, se così piace), e dacchè
si credette di poter riporre la natura dell'io nell’ una o nell'altra funzione
psichica, considerando le altre come secondarie e derivate; ora nulla di più
erroneo e falso. Passiamo ora a discutere della natura della conoscenza a senso
del Bradley. La conoscenza per lui non ha altro obbietto che quello di
qualificare la Realtà (soggetto), il che si può soltanto conseguire,
idealizzando la Realtà stessa, disgiungendo il what (predicato) dal that .
L'ideale verso cui tende la conoscenza è di far coincidere l' idea col fatto:
tale ideale però non viene mai attuato in modo completo : e se ciò avvenisse,
non vi sarebbe più ragione di parlare nè di conoscenza nè di verità: avvenuta
l’unificazione del what col that si avrebbe la vita vera e reale dell’Assoluto.
La verità e la conoscenza in conseguenza di ciò non può essere che apparenza
come tutto quello che involge separazione dell’ idea dall’ esistenza. E tutto
lo svolgimento della conoscenza e della vita psichica sì compie partendo
dall'unità imperfetta e incompleta del sentimento, procedendo per via delle distinzioni
e differenziazioni del contenuto psichico che implicano una quantità di
relazioni e tendendo infine alla scomparsa e trasformazione di queste ultime in
un sistema organico ed armonico che tutto comprende in sè, tendendo ad una
forma di intuizione e di vita universale di cui noi a mala pena possiamo
formarci un'idea generale’ ed astratta. Da tal punto di vista gl’individui sono
forme della vita universale che in essi si divide e insieme si concentra ner
modo che non solamente possono apprendere a conoscere sè stessi, ma anche
l’Universale e il Tutto che in essi vive, opera è si muove. E la funzione
conoscitiva e cogitativa consiste nel qualificare, nel caratterizzare, nell’
analizzare il detto universale che si presenta nei centri del sentimento individuale.
Ora, anzitutto non si riesce a comprendere in che cosa possa consistere lo
stadio finale della conoscenza detto intuitivo, lo stadio in cui la conoscenza
vera e propria sì annulla in qualcosa di superiore e di più elevato ; in ogni
caso se ciò si verificasse, si avrebbe un regresso e non un progresso: il
pensare discorsivo (il giudicare) lungi dal rappresentare un’imperfezione
rappresenta la via, l’unica via per cui la Realtà acquista valore, consistenza
e significato. L'unione del what col that non è che un prodotto della fantasia
individuale. Oltre la conoscenza vera e propria non è possibile quindi
ammettere uno stato superiore e più clevato. Si dovrà forse ammettere una
doppia vita nel reale, la vita quale sì esplica nei centri di sentimento (vita
del pensiero) ed un’altra vita d'ordine superiore? Ed una tale opinione come si
concilia con l’altra che il Reale non è nulla al di fuori delle apparenze ?
Poi, è assolutamente contrario al vero affermare che il progresso e lo
svolgimento della conoscenza sia in rapporto diretto colla trasformazione del
processo discorsivo e successivo in processo intuitivo ed - estratemporaneo.
L'intuizione stessa infatti allora solo acquista l’ evidenza necessaria quando
interviene l’attività del pensiero, per così dire, a scorrere dall'uno
all’altro elemento della rappresentazione totale per compararli, misurandoli.
L'essenza del pensiero e della conoscenza è riposta nella proprietà di
stabilire rapporti tra le cose: tolti i rapporti non si avrà conoscenza, c
nemmeno vita psichica, giacchè la psiculogia moderna ha messo in sodo che la
legge della relatività è legge psichica fondamentale. E l'intuizione è soltanto
la causa occasionale dell’ evidenza immediata, mentreché il vero fondamento di
questa si trova nella natura collegatrice e comparativa del pensiero. Si
direbbe che per il Bradley la conoscenza cominci coll’ analisi, collo scumporre
il dato che vive in ciascun centro di esperienza individuale, ma è ammissibile
ciò ? L'esistenza di questo dato non deve essere considerata già come un primo
stadio di conoscenza ? Se si vuol rimanere sul terreno dei fatti che ci vengono
suggeriti dalle accurate analisi psicologiche e gnoseologiche non vi ha dubbio
alcuno che la conoscenza debba essere considerata come una specie di successiva
sostituzione di una forma di coscienza ad un’altra forma di coscienza, di un
contenuto psichico ad un altro contenuto psichico, di una forma di relazione
tra soggetto ed oggetto ad un’altra forma: sostituzione che ha lo scopo di
porre in luogo del subbiettivo, dell’individuale e del contradittorio,
l’obbiettivo, l’universale, il coerente. La conoscenza in tanto è possibile in
quanto il Reale assume una particolare esistenza nel soggetto individuale e da
tal punto di vista è veramente lecito affermare che ogni conoscenza implica la
separazione di un dato contenuto dalla propria esistenza: la sensazione,
l’imagine, la rappresentazione ed anche l’idea o il concetto sono fatti
psichici che non vanno identificati col fatto. D'altronle tutta la conoscenza non
va forse riguardata come una costruzione fatta coi detti materiali o elementi
psichici (sensazione, rappresentazione, concetto) ? La realtà in quanto
conosciuta è successivamente e sempre più perfettamente sensazione, percezione,
imagine, concetto, o per dirla altrimenti, qualità sensibile, cosa, essenza.
L'elemento della conoscenza scientifica è il concetto : sapere scientificamente
vale sapere per concetti: ma il concetto obbiettivo, il concetto reale e
concreto è la verità della sensazione e percezione, e non vi è senza di queste.
E ciò che dal nostro punto dì vista importa massimamente di ricordare è che la
funzione relativista o di riferimento che compone i singoli elementi della
serie non è diversa da quella che li connette poi nelle formazioni e processi
logici e finalmente nei sistemi più vasti che sono le scienze: per modo che la
conoscenza risulta omogenea nelle parti e nel tutto. Chiamare la conoscenza
un'apparenza è per lo meno assurdo : se tale espressione può avere un senso,
questo è che la conoscenza falsifichi in qualche modo la realtà; ma per poter
affermare ciò prima di tutto bisognerebbe aver potuto apprendere per altra via
la natura vera della realtà e di tale apprensione immediata non parlò mai
Bradley, e poi conoscere l'apparenza come apparenza equivale a conoscere la
verità; un'apparenza conosciuta come tale non è più apparenza. E una conoscenza
che apprende la realtà può essere più chiamata ragionevolmente apparenza ? E
come mai è concepibile una realtà sfornita di quella relazione essenzialissima
che è la conoscenza, che è poi il riferimento ad una coscienza o ad un soggetto
in genere ? Anzi come maisi può affermare una tale realtà? Separare
assolutamente il vivere dal sapere di vivere è impossibile. La vita, la realtà
implica una forma qualsiasi di interiorità e questa alla sua volta una forma di
unificazione del molteplice che è la caratteristica ultima della conoscenza
(processo di analisi e sintesi insieme). E che altro è questo se non il primo
germe dell’ indissolubile legame che tien uniti la realtà, l’attività,
l’interiorità e la conoscenza? In conclusione diremo che affermare che la
conoscenza è semplice apparenza e che come tutte le apparenze, è manchevole,
imperfetta, insufficiente, equivale a scindere Cfr. a tale proposito Masci,
Lezioni di Filosofia teoretica fatte nella R. Università di Napoli.
arbitrariamente la realtà in due parti ed a rendere incerta la conoscenza
stessa dell’apparenza. Tutte le apparenze che formano come a dire la struttura
dell’ universo, sono spiegate dal Bradley per mezzo del processo di
disgiunzione dell'idea dal fatto, del what dal that corrispondente. Una volta
che l'Assoluto si è scisso in una quantità di centri finiti di sentimento, il
processo di disgiunzione si è andato sempre più estendendo e complicando fino a
dare le forme di apparenze più svariate e notevoli, quali il Buono, il Vero, e
il Bello Prima di vedere se il modo di concepire questi ultimi sia giusto,
vediamo se il processo di disgiunzione del contenuto intelligibile dall’esistenza
possa essere ammesso quale processo diremmo quasi, cosmico, giacchè la
scissione stessa dello Assoluto nei detti centri di sentimento deve essere
considerata come espressione dell’ inconsistenza iniziatasi in seno al Tutto.
Il processo di distinzione e di differenziazione implica sempre questo, che il
dato non coincide coll’idea. Se ciò non fosse, perchè la vita universale
dovrebbe spezzarsi in forme individuali ? Il Bradley veramente non dà alcuna
dilucidazione in ordine a tale questione, che pure è importantissima dal suo
punto di vista. Il processo di idealizzazione o di disgiunzione del what dal
that in tanto è concepibile in quanto sì compie in un centro finito di
sentimento; come mai può dunque esso venir riguardato quale processo universale
ed obbiettivo? È vero che l'Autore ammette un Pensiero, una Volontà, un
Sentimento obbiet - tivo, elementi della Realtà ultima da differenziare
profondamente dalle corrispondenti funzioni spirituali subbiettive quali
appaiono nel tempo e nella serie dei fatti psichici, ma noi non possiamo
formarci alcun concetto positivo di una Ragione vbbiettiva assoluta per sè
presa è posta di. rincontro a noi; l’idea dello spirito obbiettivo e del suo
svolgimento storico è giusta, ma ha valore scientifico solo rel caso che è intesa
nel senso di esistenza e di processo storico, di processo civè che si compia
nel tempo e nello spazio per mezzo dello spirito subbiettivo e individuale. Una
delle contradizioni di Bradley è questa, che egli mentre considera la
conoscenza come pura apparenza e toglie ogni realtà al soggetto, risguarda i
fatti più importanti dell’esperienza psichica, quali è senso di spontaneità
nelle sue varie forme, come qualcosa di derivato, come un prodotto della nostra
riflessione. La nozione di attività, secondo Bradley, implica l’idea dell’ Io
che riesce a produrre un cingiamento, previa la rappresentazione del detto
mutamento ; il che poi non è possibile se non coll’ interpretare in modo largo
molteplici esperienze passate. Sicchè non si può attribuire al senso d’energia
maggior realtà che al senso del nutrimento nel caso in cui si provi sollievo,
mediante l'opportuno cibo, dai dolori della fame (1). L’ori (1) Notiamo qui che
la realtà non compete al senso di nutrimento, ma al senso della fame, come la
realta primitiva o l'immediatezza non compete a ciò che consegue
all’espansività, che è poi in fondo nient'altro che un’espressione
dell’attività, ma al senso di espansività. In ogni caso il senso di sollievo
prodotto dal nutrimento figura come indice dell’appagamento di un bisogno, di
una tendenza, di una forma di attività che è quindi qualcosa di primitivo e di
fondamentale. gine, infatti, del senso dell'attività è posta dall’Autore nel
senso di espansione, di allargamento, per così dire, dell’ Io, il quale formato
com'è di un gruppo di elementi intimamente connessi tra loro, tende ad
estendere i suoi legami ad altri elementi. Non bisogna però credere che
l’espansione sia identica alla coscienza dell’attività, giacchè è solamente
dopo che l’anima ha raggiunto un grado notevole di sviluppo che si può avere
tale coscienza, mentre l'espansione è primitiva. Quando dopo ripetute
esperienze | siamo venuti a cognizione che a taluni modi del nostro Io
conseguono dei mutamenti, noi allora cominciamo ad acquistare Ja nozione dell'attività
o del volere. Insomma noi diciamo di essere attivi ogni qual volta il Non-Io
(consistente in sensazioni esterne o interne, in percezioni o idee) subisce dei
mutamenti in seguito all'idea ed al desiderio formato dall’Io. Tale espansione
della nostra area, come dice il Bradley, comincia dal darci un certo senso
interpretato come qualcosa che dall’ Io passi al NonIo; è ih questo qualcosa
che propriamente consiste l’energia, la forza, la volontà, ecc. Il Bradley
prosegue ancora l’analisi dicendo che quando il gruppo dell’ Io è come a dire
contratto dal Non-Io, mentre dall’altra parte un’ idea piacevole di espansione
è suggerita, si prova un senso di oppressione ; e quando ì limiti di resistenza
ordinaria son mossi e l'espansione ideale, progredendo sempre, è attuata solo
in parte con varie oscillazioni si prova quel senso speciale detto di tensione
e di sforzo. È naturale che da tal punto di vista l’attenzione nelle varie sue
forme non possa essere più considerata né come una facoltà speciale, nè come funzione
particolare della mente avente sede in un dato organo cerebrale ; l’attenzione
al pari della memoria e dell'intensità viene ad essere riguardata come una
qualità generale appartenente in vario grado a tutti gli elementi psichici:
anzi si può dire che l’attenzione e l'intensità vengano pressochè a formare una
cosa sola. Date certe condizioni che facilitino il predominio di un fatto
psichico nella coscienza (in ciò sta il carattere essenziale dell'attenzione),
deve avvenire che taluni elementi sensorali o ideali divengano prominenti ed
emergenti rispetto al resto, e per ciò stesso appaia indebolita l’ intensità
degli altri. Il Bradley poi non attribuisce un valore essenziale al fattore
muscolare, prima perchè in molti casi in cui ha luogo l’attenzione quello è
escluso, poi perchè anche quando è chiamata in esercizio l’attività muscolare o
direttamente sopra un organo percipiente, ovvero indirettamente col movimento
di tutto il corpo, la prima causa dell’azione muscolare va cercata in un’ idea
o in un sentimento precedente. È l’idea, e più di tutto l'idea dell’ interesse
che si può avere per un dato fatto psichico, che ci dà la chiave per intendere
il meccanismo dell'attenzione dalla forma più semplice alla più complicata. E
la coscienza dell’energia interiore è perfettamente riducibile al predominio
nella coscienza dell'idea dell’ Io che attendè ad una data cosa. Che giudizio
si può portare su tale veduta del Bradley? Certamente essa ha grande valore in
quanto prova a sufficienza che l’attività psichica non va intesa come
correlativo, per così dire, necessario dell’ attività motrice. Il Bain, il
Miinsterberg ed altri avevano asserito che senza le sensazioni muscolari o
almeno senza le sensazioni d’innervazione motrice lo spirito è incapace di
sentirsi in alcun modo attivo ; per loro quindi la forza, l'energia psichica,
base dell'individualità, non poteva avere che una sola origine, il movimento;
il fatto interiore dell’attività era considerato come un semplice reflesso di
un fenomeno esterno, quale è la mozione. Ora da tal punto di vista l’analisi
psicologica del Bradley è stata utile, perchè ha mostrato che tutti i processi
intellettuali sono per sè attivi, e, date certe condizioni, tutti
indistintamente sono in grado di svolgere energia sotto le forme più differenti.
Non soltanto nella forma in cui si rivela attivo alla coscienza, ma in
molteplici altre forme lo spirito è causa agente. Cade così l’ ipotesi di un
organo speciale dell’attenzione, o dell'attività psichica in genere: allo
stesso modo che non vi è un organo particolare della vita, così non vi può
essere un organo particolare dell'attività nelle varie sue modalità (sforzo,
attenzione, volontà ecc.). L'attività psichica a dati stimoli e in determinate
condizioni reagisce in vari modi e secondo che la percezione immediata di talo
reazione si fonde con uno o coll’altro degli effetti che vengono prodotti
nell'organismo (sensazione muscolare, p. cs.), assumerà un colore particolare.
L'errore degli analizzatori superficiali fu quello di credere che i fatti
organici, i quali servono in certo modo a fissare, a determinare e a dare un
nome alle formé dell’attività psichica, costituissero il fatto essenziale ed
ultimo. Il Bradley infatti mostrò che l’attenzione può assumere varie forme, da
quella in cui si ha coscienza di un dispiegamento notevole di attività a quella
in cui non se. ne ha alcuna coscienza; eppure l’attività psichica esiste
sempre, ed è imprescindibile in tutte le funzioni mentali. Se non che due sono,
secondo noi, i difetti dell’analisi del Bradley. Da una parte egli parla di
idee e di rappresentazioni che possono avere il predominio nella coscienza,
parla dell'interesse che si può avere per un dato obbietto o per una data
operazione, parla della tendenza espansiva, ecc., senza porsi mai il problema
se e fino a che punto tutto ciò sia compatibile col non ammettere la realtà del
soggetto : egli infatti parla dell’ Io come di un composto, di un aggregato di
elementi psichici; ora un tale concetto contradice necessariamente al concetto
dell’ espansività come fondamento del sentimento : giacchè in forza di che ed a
quale scopo quel gruppo di elementi psichici formanti l'Io tende ad espandersi
? E l’attività delle idee e delle rappresentazioni per cui esse emergono nella
coscienza donde vien loro? E senza l’unità del soggetto come è spiegabile
l'interesse che pure forma il caposaldo della teoria del Bradley? E qual'è il
fondamento del legame esistente tra i vari fatti psichici? Non suppone forse
agni nesso ed ogni rapporto un'unità ed identità fondamentale? Non basta
ancora: egli ammette che si possa avere l’idea di un'idea in quanto l’idea pura
e semplice di una cosa riguarda il suo contenuto logico, mentre l’idea d'una
idea consiste in uno stato psichico che include un'altra esìstenza psichica
attuale. Ora come mai sarebbe possibile un tal fenemeno senza la realtà ed
attività od efficacia del soggetto capace di riflettere sul!e stesse sue
operazioni e capace di rimanere identico a sè stesso attraverso: } cangiamenti
Dall'altra parte il Bradley cade in errore quando tenta di ridurre l’origine
del senso di attività ad un fatto meramente derivativo prodotto per mezzo dell’
interpretazione di esperienze passate, presentando così il senso di energia
come un’appercezione del tutto illusoria. Niente di più falso. La percezione
interna per cui noi giungiamo a cognizione di ciò che accade dentro di noi può
avere un doppio senso, a seconda che noi vogliamo intendere con essa
l’esperienza immediata, ovvero la riflessione su ciò che è offerto da quella.
Dobbiamo distinguere per così dire il vivere dal sapere di vivere. L'esperienza
immediata è la vera sorgente di tutti i dati di fatto, mentre la riflessione
rappresenta il mezzo di generalizzare, riconoscendole, le no stre esperienze; e
supponendo che nel corso dello sviluppo mentale siano state formate nozioni e
parole per i singoli stati interni, la percezione interna intesa nel secondo
modo, cioè come riflessione, consisterà nella sussunzione di un determinato
fatto psichico sotto la nozione ad esso spettante; sussunzione che può
esplicarsi in un giudizio vero e proprio, ma per lo più si riduce ad una
semplice denominazione. La riflessione in ogni caso non può mutare il dato di
fatto dell’esistenza di un fenomeno. Donde consegue che quando noi, mediante la
riflessione, diamo un nome od anche giudichiamo un fatto immediato della
coscienza, il quale offre dei caratteri distintivi da non poter essere confuso
con altre sensazioni o sentimenti, noi non possiamo aggiungere nulla di nuovo.
Il riflettere insomma non può creare nulla e quindi non può darci un sentimento
quale fatto immediato della coscienza, ma solo può dare un nome e mettere in
forma di proposizione ciò che già esisteva. nel co Ed in ciò sta la differenza
tra l’esperienza immediata d e l’analisi, giacchè la prima ci mette in contatto
con la realtà, mentre la seconda verte sulla scomposizione del fatto reale nei
suoi vari elementi. Alla genesi del senso di i attività, concorrono, è vero,
parecchi elementi, ma questi sE producono un qualcosa che si rivela alla coscienza
in modo I semplice, immediato ed irreducibile; e, ciò che più imi porta, non è
la ricognizione dei detti elementi quella che Ì ci fa provare il senso di
attività: la riflessione o ricogni a zione è posteriore all’ insorgenza del
fatto immediato della coscienza. Del resto si comprende agevolmente che tutte
le interpretazioni, tutti i ragionamenti e tutte le riflessioni fatte sopra i
dati psichici non potrebbero mai dare origine a nuovi dati. Pensare sopra le
modalità dell’attività presuppone già la percezione immediata dell’attività
stessa. Del resto il Bradley stesso, pur servendosi di altri nomi, non solo
parla della coscienza e dell’io come di un'’attività, ma anche di un'attività
che si propone dei fini e sceglie i mezzi per giungervi, di un'attività che può
trovarsi in lotta con altre forze psichiche e resistervi e farle anzi
concorrere al proprio intento. Nè poteva essere diversamente: la recettività e
la reattività nella psiche non sono due fatti distinti, i quali possano venire
studiati l'uno in disparte dall’altro, giacchè essi concorrono ad una sola
operazione, per modo che l'uno rende valido l'altro, il quale da sè sarebbe
nullo. Non si può concepire una forma qualsiasi di Attività, e sia anche
l’espansività bradleyana, che non implichi un grado di coscienza: è parimenti
la coscienza riesce impensabile separata dall'attività. Va notato infine che la
percezione immediata si distingue dalla pura rappresentazione, da quella che
potrebbe esser chiamata percezione mediata, derivata, reflessa per questo che
la prima è più che semplice rappresentazione, è sopratutto sentimento derivante
dalla cooperazione di tutto l'essere fisico e psichico: ora chi può negare che
la percezione dell'attività lungi dal presentarsi coi caratteri di una semplice
ilea o rappresentazione, di un contenuto distaccato dalla matrice reale, è
invece in modo precipuo sentimento ? Dicemmo già disopra che il Vero, il Buono
ed il Bello per il Bradley non sono che apparenze, le quali se accennano alla
Realtà, non sono la Realtà. A noi sembra che tutto il ragionamento dell'autore
poggi su presupposti falsi. Così egli muove dal principio che l'ideale verso
cui tende la conoscenza è l’identificazione e l’uniticazione del pensiero con
l'essere, ideale che, se raggiunto, mena dritto all'annientamento della
conoscenza e quindi della verità stessa, giacchè in tal caso si avrà la Vita,
il Reale, non più la scienza della Vita e del Reale, in altri termini sì vivrà
il Reale e null'altro. In tal guisa la conoscenza è essenzialmente
contradittoria : da una parte essa non è possibile che sotto la condizione che
vi sia distinzione e differenziazione nella realtà (pensiero ed' essere) e
dall’altra parte il suo svolgimento e la sua perfezione è riposta tutta nel
togliere via qualsiasi distinzione e differenziazione, è riposta, cioè, nel suo
annientamento. Ora è evidente che l’errore del Bradley è nell’aver creduto che
la conoscenza miri all’ identificazione ed all’ unificazione completa del
pensiero con l’ essere, mentre essa ha per intento di trasformare il contenuto
subbiettivo e individuale della coscienza in contenuto obbiettivo ed
universale; intento che può essere ottenuto non già annullando il fat-. tore
della coscienza come dovrebbe avvenire se, giusta le idee del Bradley, l’ideale
ultimo della conoscenza fosse l'identificazione e l'unificazione completa del
pensiero con: l'essere, ma sostituendo, anzi aggiungendo al semplice ed
esclusivo punto di vista della coscienza individuale il punto di vista della
coscienza in genere. In tal guisa il fattore della coscienza persiste sempre,
tanto è ciò vero che a misura che la conoscenza progredisce l’ individuo
acquista coscienza della propria cooperazione all'edificio della verità.
L'ideale verso cui tende la conoscenza adunque non è l'assorbimento di uno dei
termini nell'altro, ma, diremo così, la maggior visione dell'uno per mezzo del
predominio dell'altro. Il fatto è che io acquisto più coscienza di me stesso
come essere finito, subbiettivo, individuale, quanto più mi pongo a considerare
le cose dal punto di vista obbiettivo ed universale. La coscienza individuale
quando guarda con l’occhio della coscienza universale non cessa di essere
individuale, non si annulla nella coscienza universale. D'altronde la stessa
coscienza universale non è fuori la coscienza individuale, ma concresce con
questa non altrimenti che la vita generale di un qualsiasi essere organico
cresce col crescere delle singole funzioni del medesimo essere. Il processo
della conoscenza, a noi sembra, si compie proprio in senso inverso a quello
indicato DAL FILOSOFO INGLESE – Grice: ‘inglese? I’d say, “dal filosofo
oxoniense!” --: il punto di partenza infatti è il contenuto rappresentativo o
percettivo primitivo in cui l’imagine psichica è identificata con l'oggetto,
anzi è presa per la sola realtà, in cui insomma non vi ha distinzione fra
oggetto e rappresentazione subbiettiva e si procede ponendo sempre più la
realtà universale ed obbiettiva di fronte alla vita psichica subbiettiva ed
individuale: ed a misura che l’edificio della realtà vien completato diviene
più viva la coscienza dell'attività individuale. Ed invero chi, se non
l’intelligenza dei singoli soggetti rende possibile la detta costruzione? È
sempre l’individuo che opera anche universalizzandosi. E la mente umana lungi
dal tendere a confondere insieme i due processi, il subbiettivo l’obbiettivo,
l' indi. viduale e l’universale, tiene a tenerli distinti e distaccati: La
conoscenza certamente implica una parziale identità del pensiero e dell'essere
(del subbietto e dell’obbietto), ma insieme una parziale distinzione; nò ciò è
in alcun modo contradittorio, giacchè l’ identità e la differenza sono
condizioni della possibilità della conoscenza; non già condizioni
contradittorie una della possibilità, l’altra dell'impossibilità. Se si bada che
la conoscenza non s'intende per nulla se si prende come una mera rivelazione
estrinseca, come una relazione meccanica (ed è questo l’errore principale, a
noi pare, della filosofia del Lotze, il quale subordinò la relazione della
conoscenza al rapporto causale) sì acquista la convinzione che la rivelazione
della realtà alla coscienza, per essere soggettiva ed interna, non è meno
oggettiva e vera. Dal fatto che la conoscenza implica due termini non deriva
nient’affatto adunque che essa sia apparenza: tutt'altro: piuttosto la Realtà
una, identica, immutabile che, secondo l’autore, dovrebbe assorbire tutte le
apparenze, trasformandole, si presenta quale creazione della fantasia senza
alcuna consistenza. Lo svolgimento e il progresso della conoscenza nun è nient'affatto
in rapporto diretto della riduzione di uno dei fattori della conoscenza
all’altro, essendo entrambi indispensabili, irriducibili o aventi uffici
differenti. Nè si può imaginare o concepire cosa mai risulterebbe dall’
unificazione e identità totale dei due termini della conoscenza: il Bradley
crede che ne risulterebbe la Realtà ultima: potrà essere: ma in tal caso
bisogna dire che questa non solo è assolutamente inconoscibile, ma
inconcepibile. Con che diritto adunque parla egli dell’Assoluto? La Realtà
ultima si presenta come un grado inferiore di realtà, come qualchecosa sfornita
per sè di valore e significato che le può venire solo da ciò che viceversa
viene considerato come apparenza. Passiamo al Buono: anche questo, stando al
Bradley, è apparenza e per ragioni affini a quelle per cui sono tali la verità
e la conoscenza. Il Buono da una parte è condizionato dal distacco dell’ilea
(che in tal caso riceve il nome d' ideale) dal reale, dal fatto, da ciò che
esiste, e dall’altra ha l'obbiettivo di attuare l'ideale, di tramutare l’idea
in fatto, vale a dire di annientare sè stesso. Ma oltre di questa il Buono
implica una quantità di altre contradizioni dipendenti dalle sue varie
determinazioni: così per quanti sforzi si facciano, il perfezionamento individuale
non può sempre coincidere col bene della collettività, come d'altra parte il
maggior perfezionamento dell'ordinamento sociale trarrà sempre seco degli
svantaggi per l'individuo: la divisione del lavoro, per citarne uno, produce lo
svolgimento parziale ed unilaterale delle facoltà umane: e via di seguito. Qui
faremo due osservazioni: Bradley è spinto a considerare il buono come apparenza
dal presupposto che la realtà sia solo da riporre nell'attuazione completa
dell'ideale, attuazione che figura come l'annullamento del buono: ora ciò è
falso, giacchè la realtà consiste iuvece nel processo continuo che tende
all'attuazione di un ideale, senza che questo sia mai attuato completamente per
la ragione che esso non essendo qualcosa di fisso, di s'abile e di permanente,
assume sempre nuove forme, si eleva e si complica sempre dippiù. A misura che
l’uomo s'avvicina ad un dato ideale, questo, trasformandosi e perfezionandosi,
s' allontana ancora. E la realtà lungi dall'essere posta nell’attuazione
completa dell'ideale che è irraggiungibile, risiede in tutto il processo : in
caso contrario bisognerebbe confessare che la realtà è come se non esistesse.
La vita è nel movimento, nel processo e non nell’equilibrio stabile che invece
è la morte. La religione e anche l’arte cercano di dare una forma e di
personificare l’illeale, ma tuttociò non entra nella considerazione del Buono
dal punto di vista metafisico. Bradley considera il buuno preso per sè,
astraendo dal fattore della coscienza in cui e per cui esiste. E certamente il
Buono risguardato come una cosa invece che come un processo inerente all'anima
umana cume tale, non può non apparire contradittorio. Non è il buono che tende
all'annullemento li sè stesso, ma è lo spirito umano che ha tra le altre
funzioni quella (che sostantivata costituisce il Buono) di proporsi
incessantemente dei fini alla cui attuazione esso si adopera, è lo spirito
umano che ha delle tendenze ed esigenze al cui soddisfacimento si affatica. E
nessuno vorrà sostenere che nell’operare in tal guisa l’anima umana si
contradica, ovvero tenda ad annullare sè stessa. È naturale invece che essa
aspiri ad annullare, mediante l’appagamento, i suoi bisogni, che sono indizio
di imperfezione e di manchevolezza. Se i detti bisogni rinascono sempresotto novelle
forme, ciò avviene perchè la realtà vera non è in qualcosa di dato, ma nel
farsi. Per quel che concerne l’ apparente contradizione e l'impossibilità
apparente di derivare il bene individuale dal bene sociale e questo da quello,
noteremo che tra le specie di cause c'è anche la causa reciproca, la quale è
ammissibile purchè sia ben definita. La detta causa (che si riscontra in
tuttociò che è organicamente costituito) non consiste in due cause di cui una
produce l’altra ad ogni istante, ma di cui ciascuna ad ogni istante produce un
effetto della specie della prima e così via. Così un perfezionamento nel
sistema circolatorio può produrne uno in quello della respirazione e viceversa.
Tra società e individuo esiste appunto un rapporto causale reciproco in quanto
il perfezionamento individuale è condizionato da quello sociale e viceversa: i
due si limitano, sì determinano a vicenda senza che a nessuno di essi possa
essere attribuito un valore non diciamo assoluto, ma neanche preponderante. E
lo sbaglio del Bradley è quello di aver pensato che potesse considerare un
elemento facendo astrazione dall’ altro, dal che conseguì che egli trovò
contradizioni dappertutto. La moralità poi presenta una natura contradittoria
precipuamente per questo che essa è condizionata da qualcosa che non può
csistere: tale è appunto la determinazione interna della volontà. Questa
separata da qualunque elemento estrinseco è una pura astrazione : di qui la
necessità nella moralità di trascendere sè stessa, passando in qualcos'altro
che non è più moralità: questo qualcos'altro è per il Bradley la Religione, ove
domina la fede che tutto sia ed accada come deve essere ed accadere. Ci
asteniamo dal discutere se questi passaggi da una sfera di apparenze in
un'altra siano comprensibili e se abbiano alcun significato, essendo passaggi
verbali anzichè reali. Il nostro filosofo vede un complemento della moralità
vera e propria nientemeno che nella rassegnazione fatalistica, la quale implica
la separazione del volere dalla natura e l'affermazione che il volere stesso
non può esercitare alcuna azione e produrre alcun effetto. Ognuno vede che in
tal guisa il volere umano viene ad essere completamente snaturato, perchè viene
ad esser distaccato dall'ordinamento sistematico delle cose. Ora non abbiamo bisogno
di spendere molte parole per provare l'assurdità di una tale opinione e per
mostrare le tristissime conseguenze che ne derivano: non solo non è lecito
parlare in tal caso di progresso, di sviluppo e di perfezionamento, ma la
storia stessa diviene un non senso. Tutta l’esperienza contradice ad una tale
veduta. Dal fatto che il liberum arbitrium indifferentie è inammissibile non
consegue l'annullamento dell’attività umana e di quell’energia personale che è
un potente fattore di vita e di movimento nel mondo umano. La contradizione che
Bradley trova nell'intima natura della religione si può eliminare con molta
facilità ‘se si pensa che l'aver fede nel trionfo del bene non trae seco come
logica conseguenza la paralisi della propria volontà, di ogni iniziativa
individuale, l’annientamento di quella spontaneità che è la radice della
personalità. Il trionfo finale del bene non è una quantità definita, fissa che,
una volta ammessa, non è suscettibile di aumento, ma è invece una variabile che
può sempre comportare l’azione di un nuovo fattore. Il trionfo del bene può
essere assicurato per mezzo della cooperazione degli altri uomini; ma ciò forse
trae seco l’inutilità della mia cooperazione? La coscienza della mia dignità
non mi spingerà a concorrere al risultato finale? Perchè l'individuo dovrebbe
forzare la volontà all’inazione e quindi all’annientamento? Anche qui il
difetto appare nell’aver distaccato il volere dalla natura e nell’averlo
riconosciuto incapace di produrre effetti. Quanto al Bello va notato che l'oggetto
estetico considerato per sè indubbiamente è un'apparenza in quanto la sua
essenza è riposta nella rappresentazione concreta e determinata di un’idea, ma
un’apparenza che è avvertita, I, per ciò stesso l’apprensione della realtà?
Considerato però l'oggetto bello sentita e riconosciuta come tale non inclu ed
il soggetto senziente come parti di un tutto, come elementi di un unico
processo, il fatto estetico non è più un’ apparenza, ma qualcosa di reale e di
altamente reale. La realtà dell’arte e della bellezza così considerata va
riposta appunto nel processo suggestivo o significativo che si voglia dire, per
cui una data percezione o rappresentazione è il punto di partenza dello
svolgimento di un corso di fatti psichici atti a riempire ed a rapire l'animo
di chi contempla. La sproporzione tra l’' espressione e il suo contenuto lungi
dall’essere un difetto da cui il Bello aspiri a liberarsi, forma la sua
sostanza. Il Bello ha raggiunto il grado completo e perfetto di realtà quando
una data espressione (parvenza), suggerendo un certo contenuto ideale, agisce
in modo particolare sull’animo umano: onde consegue che non vi può essere
tendenza a fare sparire o a trasformare in maniera più o meno completa quei
rapporti e quei termini che costituiscono l’essenza del bello considerato come
un tutto 0 come un processo sottoposto a parecchie condizioni variabili entro
certi limiti di grado, ma non di natura o di qualità. Come non esiste un Vero e
un Bene obbiettivo, così non è a parlare di un Bello obbiettivo: ed anzi
possiamo aggiungere che tali espressioni non hanno nemmeno senso, L'errore del
Bra:lley sta tutto nell’aver creduto di poter considerare per sè,
sostantivandoli, il vero, il buono e il bello separatamente dal soggetto: quale
meraviglia quindi se dopo aver ridotto le astrazioni ad ipostasi, s'è accorto
che queste contengono numerose contradizioni? Sicuro; il Vero, il Buono, il
Bello come sono costruiti dal filosofo inglese sono null'altro che apparenze,
perchè sono astrazioni. Ed egli in fin dei conti non sa trarsi d’impaccio se
non dicendo che le dette apparenze tendono a trascendere sè stesse,
trasformandosi, completandosi, perfezionandosi e passando in qualcosaltro che è
la Realtà ultima. Se non che questa non soltanto è un prodotto della fantasia,
è una chimera, ma è essenzialmente contradittoria : infatti una. Realtà da cui
viene esclusa la conoscenza, la tendenza a. porsi sempre dinanzi un ideale da
raggiungere e la proprietà di sentirsi riempita l’anima da una rappresentazione
concreta, atta a suggerire un processo ideale, una Realtà da cui è escluso ogni
moto ed ogni vita, ogni esigenza di qualcosaltro, una Realtà che è pura
immobilità e invariabilità, lungi dall’apparite allo spirito umano come la più
alta e quindi come la Realtà ultima, si presenta come un grado infimo di
realtà, se per giudicare di questa occorre fondarsi sul valore e sull’azione
che è atta ad esercitare. Quello che ha valore è l’esistenza spirituale e il
mondo che essa crea. Un mondo senza coscienza è come se non vi fosse (Lotze).
La Realtà caratterizzata da ciò che dal comune degli uomini è riguardato come
meno reale : ecco l’ultima espressione della filosofia del Bradley, il cui
obbiettivo doveva esser quello di rimuovere le contradizioni di cui formicola
il mondo delle apparenze. La Filosofia bradleyana in sostanza ha comune col
naturalismo l’errore di considerare la vita dello spirito subbiettivo quale si
presenta nella storia e nell’ esperienza umana, come un fenomeno secondario e
passeggero. Così noi vediamo che la filosofia del Bradley, il quale finisce la
sua opera con le seguenti parole: Outside of spirit there îs not, and there
cannot be, any reality, and, the more that anything îs spiritual, so much the
more is veritably real, portata alle sue ultime conseguenze e interpretata in
modo completo mena alla negazione del soggetto e quindi dello spirito, dello
spirito umano almeno che è quello chie noi conosciamo e che possiamo
apprezzare. E la Realtà che doveva essere one experience, selfperviding and
superior to mere relations, si mostra come trascendente ogni esperienza e
quindi come una costruzione arbitraria e puramente fantastica. Una Metafisica
che come questa del Bradley presenta molteplici elementi fusi insieme pone
necessariamente l'e». sigenza della ricerca delle fonti. Notiamo anzitutto che
le idee del filosofo inglese non si connettono con quelle della filosofia
inglese tradizionale, la quale nelle sue indagini psicologiche e gnoseologiche
segue un metodo prevalentemente empirico. La filosofia di Bradley è una emanazione
diretta della speculazione tedesca svoltasi segnatamente nella prima metà di
questo secolo. Se noi volessimo fare un'analisi minuta e. particolareggiata
delle vedute bradleyane in rapporto alla loro origine potremmo agevolmente
mostrare come lo studio di ciascun filosofo tedesco abbia lasciato delle tracce
nella mente del nostro autore: così il suo concetto di riporre il fondamento e
la caratteristica delle apparenze nella disgiunzione del what dal that ricorda
evidentemente il corrispondente concetto dell’Hartmann per cui il distacco
dell'idea dalla volontà segna l’ origine della fenomenologia dell’ Incosciente
e insieme la condizione dello svolgimento della Coscienza ; il modo di
considerare la realtà della natura ricorda evidentemente la concezione del
Lotze per cui la conoscenza o la rappresentazione dell'universo non è
un'aggiunta accessoria all'esistenza indipendente di esso, onde la luce e il
suono lungi dall'essere copie delle ondulazioni e delle vibrazioni da cui
derivano o dall’ essere pure parvenze o inganni o qualcosa di secondario e di
sopraggiunto sono il fine che la natura si è proposta di conseguire coi
movimenti e che non può conseguire da sola, ma mediante l’azione sua sopra
esseri sensibili. Da tal punto di vista la magnificenza e la bellezza dei
colori e dei suoni, la molteplicità e l’intensità delle emozioni suscitate
dalla natura nell’ anima di chi la contempla sono il fine della sensibilità nel
mondo. Racimolando qua e là potrei moltiplicare gli esempi atti a provare che
lo spirito del Bradley si è, per così dire, modellato tutto sui grandi maestri
della Metafisica alemanna: ma il mio compito è quello di ricercare piuttosto
quali siano le fonti primarie e dirette del sistema, se così vogliamo
chiamarlo, del nostro autore. Ora queste a me pare si riducano alle due
correnti della filosofia dell’identità e della filosofia herbartiana : ho detto
della filosofia dell’ identità e non dell'hegelismo, come a prima vista si
potrebbe esser tratti a credere, giacchè egli pur avendo tratto molto del suo
nutrimento vitale dal sistema dell’Assoluto hegeliano, ha cercato di porre
insieme, se non di combinare e fondere in un tutto armonico, le vedute di
Fichte, di Schelling e di Hegel, in quanto la Realtà per lui non è solamente
pensiero, ma l’ unità del pensiero e dell’ altro (the Olher) l'identità del
soggetto e dell'oggetto, del sapere e del volere (Fichte), della coscienza e
dell’ inconscio, dello spirito e della natura (Schelling). Noi ci crediamo
quindi autcrizzati ad affermare che le idee del Bradley sono state attinte
dalla filosofia dell’identità in ordine ai seguenti punti: il passaggio o la
trascendenza di un'idea in un'altra, di un grado di realtà in un grado più
elevato fino a giungere alla Realtà assoluta, la cui vita armonica e comprensiva
è considerata come una specie di esperienza intuitiva, di cui a mala pena
possiamo formarci un'idea astratta e indeterminata; 2° la credenza nella più
perfetta razionalità delle cose e quindi nell’ottimismo più completo per cui
tutte le contradizioni che si presentano nel mondo delle apparenze quali 1’
esistenza del male, del brutto, dell'errore, dell’accidente vengono considerati
come momenti transitori della Realtà, anzi, diremo meglio, come illusioni, le
quali in un grado più elevato di esperienza scompaiono, perchè vengono
radicalmente armonizzate col sistema totale ; il concetto che tutto, anche ciò
che sembra più falso ed erroneo, possa avere un certo grado di realtà, che
insomma tuttociò che è' possibile sia fino ad un certo punto reale; la concezione
dello svolgimento della vita psichica come di una successiva posizione di
limiti da parte dell'io, di una successiva e inin. terrotta trasformazione
dell'io in non-io ; 5° il disperdimento della vita universale in una quantità
di centri di esperienza | psichica limitati spazialmente e temporalmente per
cui è resa possibile l’esistenza psichica subbiettiva o cosciente. Ma abbiamo
detto che la filosofia del Bradley non è una derivazione pura e semplice della
filosofia dell’ identità, ma bensì della fusione di questa colla filosofia
herbartiana. Infatti se si pensa che il motivo del filosofare per l’Herbart è
l'eliminazione delle contradizioni presentate dal pensare comune e che per lui
il compito della filosofia sta nel passare dall’apparire all'essere e nell’intendere
le ragioni ‘così della differenza come della relazione che passa tra l'uno e
l’altro, nel ritrovar l'essere nello apparire e nel vedere perchè apparisca in
quel modo; se si pensa che a senso del medesimo filosofo tedesco, la guida, la
base e la norma essenziale per poter filosofare con vantaggio è fornita dal
principio di contradizione, e che le apparenze contradittorie, le quali più
richiamarono l’attenzione dell’ Herbart furono appunto lo spazio e il tempo,
l'inerenza o la cosa e le sue proprietà, la causalità e il cangiamento, l'io e
la relazione; se si pensa che per lo stesso filosofo il reale va risoluto in
relazioni fisse, riducendosi l’accadere apparente ad effetto di prospettiva,
non sì può non convenire che il sistema herbartiano non meno della filosofia
dell'identità hanno determinato le concezioni metafisiche del filosofo inglese
da noi studiato. Questi prese da Herbart il criterio per giudicare della realtà
(principio di contradizione) e il concetto dell’immutabilità e inalterabilità dell’essere,
mentre dall’'idealismo. assoluto prese il concetto dell'unità armonica e
comprensiva, il concetto del sistema totale delle cose. Herbart, infatti,
mirava a intendere ed a spiegare il singolare, l’in- dividuo e di qui il suo
pluralismo delle sostanze, mentre l’'idealismo assoluto aveva per intento
sopratutto d' intendere l’unità, il sistema, la finalità. Ora si domanda: La
fusione compiuta dal Bradley in che modo propriamente avvenne? Perchè avvenne
così e non diversamente ? É una fusione razionale ? Egli, appropriatosi il
metodo dell’Herbart, non potè non giungere alla conclusione che l’ essere
doveva essere inalterabile ed immutabile, ma d’ altra parte i concetti della
zufallige Ansicht, il metodo delle relazioni, la ‘ perturbazione e la conservazione
degli enti, il loro essere insieme, le loro mutevoli relazioni, il loro luogo
nello spazio intelligibile rivelandoglisi idee oscure, inintelligibili e spesso
contradittorie, lo spinsero verso l’Universale. Una delle analisi più accurate
del Bradley fu infatti quella concer-. nente la qualità e la relazione per
mostrare che esse si implicano a vicenda, ciascuna intendendosi soltanta per .
mezzo dell’ altra. Respinti così come mere apparenze il pluralismo delle
sostanze, le qualità semplici, il metodo delle relazioni, ecc., pose la realtà
in un sistema individuale, in una specie di unità che tutte le apparenze
comprende, ar- monizzandole e coordinandole tra loro. Una volta che le
relazioni non sono delle essenze intermedie, nò vedute accidentali, riferimenti
ausiliari che non importino punto alla natura della cosa, bisogna pensarle come
stati delle cose stesse ed ogni cangiamento di relazioni come cangiamento di
stati interni, ma perchè ciò sia possibile occorre che le cose siano concepite
come modi o parti di un’unica essenza, di una sostanza ‘infinita; giacchè così
ogni causalità non è causalità in altro, ma in sè stesso (Lotze). Il pensiero
del Bradley determinatosi per così dire in contrapposizione al concetto
dell'evoluzione ed alla ten- denza propria della scienza contemporanea a voler
tutto ridurre a divenire senza fermare in alcun modo l’atten- zione su ciò che
diviene e perchè diviene, e modellatosi d'altra parte sulle obbiezioni volte
dalla critica herbartiana al concetto del mutamento e all’ assoluto predominio
della categoria della causalità, non potè non considerare l'essere quale
immutabile e inalterabile ed escludente quindi qualsiasi forma di divenire. Ma
d’altra parte le obbiezioni rivolte da quegli stessi che originariamente
appartennero alla scuola herbartiana (dal Lotze, p. es.) ai concetti fon-
damentali del maestro, le analisi critiche fatte dai filosofi contemporanei in
genere e segnatamente dai criticisti, delle nozioni di sostanza, di rapporto,
di qualità, non pote- rono non influire sul nostro filosofo in modo da fargli
respin- gere la pluralità delle sostanze e quel carattere disgregativo ed
atomistico del realismo herbartiano per cui questo non riesce a dar ragione
dell’unità e del sistema. E la difficoltà sta tutta nella 'possibilità di porre
insieme, non diciamo di fondere, la concezione dell’immu- tabilità dell’ essere
con quella dell’ unità armonica del sistema totale che tutto comprende in sè,
del sistema orga- nico che sì fa e non può non farsi, giacchè il sistema, l’
unità armonica non è un dato. Il germe non si può dire che sia la pianta come
non si può dire che sia la pianta questa stessa presa in uno stadio
determinato. La realtà della pianta è posta nell’uniîtà e continuità del
processo che la rende possibile. Ora come si fa a conciliare l’unità e la
continuità del processo con l’immutabilità, l’immobilità e l’ inalterabilità
dell’ essere? È evidente che questi sono concetti della nostra mente. Perchè le
apparenze che come tali contengono già in sè un certo grado di realtà, possano
assurgere al grado di realtà ultima, bisogna che trascendendo sè stesse, si
trasformino in qualcosaltro: ora tuttociò non implica processo, non implica una
forma di divenire? Nè vale il dire che detta trasformazione, detto processo è
pura apparenza, è processo per quel centro finito di esperienza psichica che si
trova in una data serie, ma non per l'insieme che è permanente, immutabile,
inalterabile. Se l'Assoluto, come ripetutamente afferma il Bradley, non è fuori
le apparenze, ma è le apparenze, se l'Assoluto è l'esperienza psichica interna,
come mai può essere detto immutabile, inalterabile? In seguito a ciò è lecito
affermare che nell’Assoluto non si compie alcun processo? Anzi pare che occorra
dire che se ne compiono molteplici, infiniti for- s'anche. Che l’immutabilità
riguardi le parti e non il tutto è un’altra questione; si varii, si muti pure
una particella sola, ciò basta perchè vi sia processo e divenire vero, reale e
non semplicemente apparente o effetto di prospettiva. É soltanto a chi contempla
dal di fuori, a chi consi- dera, a chi medita sul Tutto, che questo preso nel
suo insieme e quindi coi compensi reciproci che possono venire tra le varie
parti, può apparire come qualcosa di immu- tabile: ma la realtà che vive, opera
e si muove non può dichiararsi estranea al processo. L’immutabilità, la per-
manenza sono concetti astratti, formati dalla mente, non fatti reali. L'uno e
l'essere immutabile in tanto possono stare insieme in quanto sono considerati
quali concetti logici astratti (a mo’ della scuola eleatica), ma nel fatto
concreto l’ Unità sistematica comprendendo le differenze, non può non involgere
processo, cangiamento e in conse- guenza moto e vita nelle parti. Delle due
l'una; osi ferma l’' attenzione sull’ individuale e si avrà l’immutabi- lità,
ma non si darà ragione del sistema e dell'unità totale, ovvero si ferma
l’attenzione sull’ universale ed allora per poter dar ragione della
differenziazione, dalla specificazione bisogna ricorrere al mutamento, al
divenire, al processo. Aggiugiamo qui poi anche che posta la divisione della
vita universale in particolari centri di sentimento o di esperienza, non è
possibile non ammettere un modo qual- siasi in cui i letti centri siano
ordinati e disposti: e non potrebbe consistere in questo appunto il
corrispettivo reale ed obbiettivo della forma spaziale? Non s'impone così la
esigenza dello spazio intelligibile? S Prima di finire, qualche osservazione
ancora intorno all'azione esercitata sul pensiero del Bradley dai recenti .
progressi della psicologia esatta, intesa questa come descri- zione ed analisi
dei fatti interni. Il lettore che ha seguito con attenzione la nostra
esposizione critica si sarà accorto che nei punti in cui si è allontanato dalla
speculazione tedesca, presentando delle vedute originali, sì è mostrato appunto
psicologo sagace e sopra tutto scevro di pregiu- dizi. Nelle pagine in cuì egli
discute la questione se si possa ridurre la Realtà ultima e la sostanza
dell’universo all'una od all'altra delle funzioni psichiche quali l’ intel-
letto, la volontà ecc., egli dimostra a meraviglia che dai metafisici le dette
funzioni psichiche vengono snaturate. Ed è in questa parte che si trova la sua
originalità. Ora tutto ciò che è verissimo — al nostro autore è stato senza
dubbio suggerito dalle analisi psicologiche accura- tamente fatte, ma possiamo
noi dire che tali concetti concordano coll’ insieme delle dottrine da lui
professate? Possiamo noi dire che la Realtà quale viene intesa da lui (Unità
del pensiero, del volere, del sentimento estetico ecc., obbiettivamente
considerati) concordi coi risultati della psicologia esatta? E la teoria della
conoscenza fondata sui dati della stessa Psicologia può andar congiunta con la
Metafisica bradleyana? (4) Forse non è inutile richiamare qui l’attenzione
sopra una forma di Metafisica contemporanea che nacque anche come questa del
Bradley in contrapposizione al movimento scientifico contemporaneo, inten-
diamo parlare della Metafisica del Teichmiille», la quale se ha qualche punto
di contatto con quella del Bradley, se ne differenzia essenzial- mente per il
fatto che essa poggia sulla realtà del soggetto individuale Io sostanza. Non
dobbiamo intrattenerci sulle ragioni di tale differenza : diremo soltanto che
tra queste possono essere al diversa cultura psicologica dei due autori e
l’azione che l'ambiente speculativo del proprio paese ha esercitato su ciascuno
dei due metafisici. De Sarlo. Keywords: implicatura, Bradley, citato da Sarlo e
Grice. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sarlo”.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sarno:
la ragione conversazionale del sentire – scuola napoletana -- filosofia
campanese – la scuola di Napoli – filosofia naoletana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Napoli). Filosofo
napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Interprete
di BRUNO e CAMPANELLA. Collabora al “Giornale critico della filosofia italiana”
con saggi su BRUNO, CAMPANELLA, e VICO. Medita sulla violenza. Si suicida con
un colpo di rivoltella. Si interessa a BRUNO e CAMPANELLA. Il suo punto di
partenza è l’opposizione tra un sentimento sempre identico a se stesso,
essenzialmente interiore -- sensus sui -- ed un sentire esteriore, che si
tramuta nelle cose di cui ha esperienza, che si presta e si dona tutt’intero
alle cose, affinché esse vivano in lui. Atre saggi: Pensiero e poesia (Laterza,
Bari); Filosofia poetica (Laterza, Bari); Filosofia del sentire (Pescara,
Tracce); Sulla violenza (Bari, Laterza); M. Perniola, “L’enigma” (Costa, Genova); A. Marroni, Filosofo del farsi altro.
Angelo, L'estetica italiana” (Laterza, Bari); Marroni, La passione per il
presente in “Filosofie dell'intensità. un maestro occulto della filosofia
italiana” (Mimesis, Milano); Marroni, "I carmina in foliis volitantia"
in Agalma, Giornale Critico di Filosofia Italiana. Antonio Sarno. Sarno.
Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sarno” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Sarpi: la ragione conversazionale della meta-fisica del fenice,
o l’arte del bien conversar – filosofia veneta – la scuola di Venezia –
filosofia veneziana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Venezia). Filosofo veneziano.
Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Very important Italian
philosopher. Definito d’Acquapendente come oracolo, autore
della celebre Istoria del Concilio tridentino, subito messa all'indice. Fermo
oppositore del centralismo monarchico di Roma, difendendo le prerogative della
repubblica veneziana, colpita dall'interdetto emanato da Paolo V. Rifiuta di
presentarsi di fronte all'inquisizione romana che intende processarlo e sube un
grave attentato che si sospetta sta organizzato dalla curia romana,
"agnosco stilum Curiae romanae", che nega tuttavia ogni
responsabilità. L'infanzia e una ritiratezza in sé medesimo, un sembiante
sempre penseroso, e più tosto malinconico che serio, un silenzio quasi
continuato anco co' coetanei, una quiete totale, senza alcun di quei giuochi,
a' quali pare che la natura stessa ineschi i fanciulli, acciò che col moto
corroborino la complessione: cosa notabile che mai fosse veduto in alcuno. Poi,
così serve in tutta la sua vita, et all'occasioni dice non poter capir il gusto
e trattenimento di chi giuoca, se non fosse affetto d'avarizia. Un'alienazione
da ogni gusto, nissuna avidità de' cibi, de' quali si nutre così poco, che
restava meraviglia come stasse vivo. Nell'anno in cui proseguivano le sedute
del Concilio di Trento, Carlo V e in guerra con i prìncipi protestanti tedeschi
e il Parlamento inglese adotta un Libro di preghiere d'ispirazione luterana.
Figlio di Francesco di Pietro S., di famiglia di lontane origini friulane --
precisamente di San Vito al Tagliamento -- e mercante a Venezia eppure, scrive
Micanzio, per la sua indole violenta più dedito all'armi ch'alla mercatura. La
madre, veneziana, d'aspetto umile e mite e Isabella Morelli. Rimasta vedova, fu
accolta con il suo figlio e l'altra figlia Elisabetta nella casa del fratello
A. Morelli, prete della collegiata di Sant'Ermagora. Con lo zio, uomo d'antica
severità di costumi, molto erudito nelle lettere d'umanità addottrinando nella
grammatica e retorica molti fanciulli della nobiltà, fa i primi studi,
imparando presto e con facilità. A dodici anni, nell’anno dell'istituzione,
dopo la chiusura del Concilio, dell'Indice dei libri proibititra i tanti, vi
finirono il Talmud e il Corano, il De Monarchia di Dante e le opere di
Rabelais, Folengo, TELESIO, MACHIAVELLI, ed Erasmo, passa alla scuola di
Capella, dell'Ordine dei Servi di Maria, seguace delle dottrine di Scoto.
Capella gli insegna logica, filosofia e teologia, finché il ragazzo fece così
rapidi progressi che il maestro istesso confessa non aver più che insegnargli.
Con altri maestri veneziani apprese la matematica, la lingua greca e l'ebraica.
Con la familiarità e co' studii entra Panco in desiderio di ricevere l'abito
de' servi, o perché gli paresse vita conforme alla sua inclinazione ritirata e
contemplativa, o perché vi fosse allettato dal suo maestro, malgrado
l'opposizione della madre e dello zio che lo voleva prete nella sua chiesa,
entra nel monastero veneziano dei servi di Maria. Continua ancora a studiare
con il Capella, rimanendo alieno dalle distrazioni proprie della sua età finché
in occasione della riunione a Mantova del capitolo generale dell'Ordine
servita, mandato in quella città «ad onorar il congresso e far vedere che
gl'ordini non sono oziosi, ma spendono il tempo in sante e lodevoli operazioni,
difendendo 318 delle più difficili proposizioni della filosofia naturale. Il
qual carico con che felicità lo sostenesse e con che giubilo e stupore di
quella venerabile corona, si può dall'evento argomentare. Essersi così distinto
agli valse la nomina a teologo da parte del duca di Mantova. Prencipe di
grandissimo ingegno, così profondamente erudito nello scienze, che difficilmente
si discerne qual fosse maggiore, o la prudenza di governare, o l'erudizione di
tutte le scienze et arti, sino nella musica, mentre il Boldrino gli affida la
cattedra. Stabilito nel convento di San Barnaba, perfeziona la conoscenza della
lingua ebraica e inizia, col puntiglio consueto, ad applicarsi agli studi
storici. E certo a motivo di quest'interesse che a Mantova frequenta Olivo, già
segretario di Gonzaga, cardinale e legato pontificio nelle ultime sessioni del
concilio di Trento, la cui caduta in disgrazia presso Pio IV coinvolse anche
l'Olivo che fu dagl’inquisitori molto travagliato, col tenerlo longamente in
carcere dopo la morte del cardinale suo signore, ma che ora, dopo la morte del
pontefice, vive privatamente in Mantova. Il gusto principale che riceva in
conversare con lui e perché lo trovava d'una moderazione singolare, erudito, e
che, per esser stato col cardinale a Trento, ha gran maneggio in quelle azioni
e sa tutte le particolarità de' negozii più secreti, et ha anco molte memorie,
nell'intendere le quali riceve molto piacere. Sono gli anni in cui in Italia
continua con vigore la repressione inquisitoriale di Pio V. P. CARNESECCHI
venne decapitato. Gl’ebrei sono espulsi dallo stato pontificio tranne che da
Roma e da Ancona, nei ghetti delle quali vennero costretti a risiederee. E
impiccato l'umanista A. Paleario. Il papa scomunica Elisabetta d'Inghilterra,
oorganizzò la Lega contro i turchi, ottenendo la vittoria navale di Lepanto e a
Parigi, a migliaia di ugonotti sono massacrati. Fa la sua professione, entrando
ufficialmente nell'Ordine servita. Anche di lui l'Inquisizione si occupa
seguito della denuncia di un confratello che lo accusa di sostenere che dal
primo capitolo del Genesi non si può ricavare l'articolo di fede della trinità.
Ma, poiché effettivamente di trinità divina non vi è traccia nel vecchio
testamento, l'inquisizione gli diede ragione, archiviando il caso. Dopo aver
ricevuto nel convento mantovano il titolo di baccelliere, e invitato a Milano
da Borromeo il quale, dopo aver ottenuto dalle autorità contro la volontà del
Senato, il riconoscimento del tribunale e della polizia diocesana, avvia un
processo di riforma del clero. Ottenne di essere trasferito nel convento
dell'Ordine servita di Venezia, dove e incaricato dell'insegnamento della
FILOSOFIA e continua i suoi studi scientifici. Nella grande epidemia di peste,
che imperversa a Venezia, facendo 50.000 vittime tra le quali Tiziano frimase
immune dal contagio. Dopo essersi addottorato a Padova, e nominato reggente del
convento di Venezia e priore della provincia veneta. Durante il Capitolo a
Parma, nel quale venne rieletto priore G. Tavanti, tenne una dissertazione di
fronte ai cardinali protettori dell'Ordine, Farnese e Santori. Uno dei tre
saggi, insieme con Franco e Giani, incaricati di preparare una riforma della
regola. Il carico suo speziale e d'accommodare quella parte che tocca i sacri
canoni, le riforme del concilio di Trento, allora nuove, e la forma de'
giudizii quella parte tutta ove si tratta de' giudizii accommodatamente allo
stato claustrale. Lascia in questo carico in Roma fama di gran sapere e di
molta prudenza, non solo nelle corti de' due cardinali suddetti, co' quali, per
ordine contenuto in un breve apostolico di Gregorio XIII, conviene conferire
ogni legge che si fa, ma anco e necessario molte volte trattar col pontefice
medesimo. Sbrigato da quale peso ritorna al suo governo. Si tenne a Bologna il
nuovo Capitolo dell'Ordine servita e viene eletto procuratore generale, la
suprema dignità di quell'ordine dopo il generale il carico porta seco di
difender in Roma tutte le liti e controversie che vengono promosse in tutta la
religione. Dove pertanto trasferirsi a Roma dove conobbe e prende strettissima
familiarità col padre Bellarmino poi cardinale, e dura l'amicizia sin al fine
della vita, grazie al quale forse puo prendere visione di diversa
documentazione relativa alle istruzioni date ai legati pontifici durante il
Concilio di Trento. Conosce anche il dottor Navarro, teologo difensore
dell'arcivescovo di Toledo, B. Carranza, accusato di eresia, il gesuita
Bobadilla e il cardinale Castagna, poi Urbano VII. Ha occasione di passare a
Napoli per presiedere Capitoli e conversare con quel famoso ingegno Porta, il
quale, anco nelle sue opere mandate in luce, fa onorata menzione del padre
Paolo come di non ordinario personaggio. Scaduto il periodo di carica a
procuratore generale dell'Ordine servita, ritorna a Venezia, frequentandovi i
circoli intellettuali che si riunivano nella bottega di Sechini e nella casa del
nobile veneziano A. Morosini, dove conobbe anche BRUNO. A Padova frequenta la
casa di Pinelli, il ricetto delle muse e l'academia di tutte le virtù in quei
tempi, dove iincontrare Galileo e Bruno, il quale s'intrattenne a Padova più di
tre mesi, poco prima di essere arrestato a Venezia. Si dove scegliere il
generale dell'Ordine servita, e fra i due principali candidati, Baglioni e
Dardano, si espresse a favore del primo. Il rancore spinse Dardano a
denunciarlo al Sant'Uffizio, accusandolo di negare efficacia allo Spirito
Santo, di avere rapporti sospetti con ebrei e allegando una lettera che fgli
scrive da Roma, nella quale sono contenute alcune parole in discredito della
corte, come che in quella si viene alle dignità con male arti, e di tenerne
esso poco conto, anzi abominarla. Senza nemmeno essere chiamato a Roma per
discolparsi, e subito prosciolto da ogni accusa. Ma il cardinale di Santa
Severina, G. Santori, protettore dell'Ordine e capo del S. Uffizio, mostrò però
implacabile indignazione autilizzando tutta la sua autorità per escludere gli
amici dalli gradi et onori con maniere così strane e fini così bassi, ch'io non
ardisco poner i casi che mi sono stati dati in nota, perché troppo gran
scandalo arrecherebbono al mondo. Continua i suoi studi mentre non cessano le
rivalità nell'Ordine servita, del quale venne eletto priore, Montorsoli, che
morì tre anni dopo, succedendogli così, Dardano, accanito avversario del S..
Questi, deciso a uscire dall'Ordine per sottrarsi all'inimicizia dalla quale si
sentiva circondato, cerca di ottenere un vescovato, prima a Caorle e poi a
Nona, in Dalmazia, che però gli vengono rifiutati a causa delle negative
informazioni che di lui il Dardano e Gagliardi, preposito della casa veneziana
dei gesuiti, diedero al papa. Esse ssente mormorare alle volte che egli con
alcuni facci una scoletta piena d'errori. Non solo: nel Capitolo, Dardano
l’accusa di portare una berretta in capo contra una forma che sino sotto
Gregorio XIV disse esser proscritta; che portasse le pianelle incavate alla
francese, allegando falsamente esserci decreto contrario, con privazioni
divote; che nel fine della messa non recita lo Salve Regina. E assolto anche da
queste accuse. La Repubblica veneziana, stretta a nord dall'Impero, in Italia
dalla prevalenza spagnola e papale, in Oriente dalla potenza turca, e ormai
avviata a quel lungo declino politico ed economico che a la sua sanzione. Alla
prudente politica dei patrizi, rasseglla compromissione con l'Impero e il
papato, si sostituì quella degli innovatori, i cosiddetti «Giovani», decisi a
sottrarre la Serenissima all'invadenza ecclesiastica nell'interno e a
rilanciarne le fortune commerciali nell'Adriatico, compromesse dal controllo
dei porti esercitato dallo Stato pontificio e dalle azioni degli Uscocchi, i
pirati cristiani croati appoggiati dall'Impero. Iil Senato veneziano proibì la
fondazione di ospedali gestiti da ecclesiastici, di monasteri, chiese e altri
luoghi di culto senza autorizzazione preventiva della Signoria. Un'altra legge
proibiva l'alienazione di beni immobili dai laici agli ecclesiastici, già
proprietari, pur essendo solo un centesimo della popolazione, di quasi la metà
dei beni fondiari della Repubblica, e limita le competenze del foro
ecclesiastico, prevedendo il deferimento ai tribunali civili degli
ecclesiastici responsabili di reati di particolare gravità. Avvenne che il
canonico vicentino S. Saraceno, colpevole di molestie a una nobile parente, e
l'aristocratico abate di Nervesa, Brandolini, reo di omicidi e di stupri, sono
incarcerati. Paolo V emana due brevi richiedenti l'abrogazione delle due leggi
e la consegna al nunzio pontificio dei due ecclesiastici, affinché secondo il
diritto canonico fossero giudicati da un tribunale ecclesiastico. Il nuovo doge
Donà fece esaminare i due brevi da giuristi e teologi, fra i quali S., affinché
trovassero modo di controbattere alle richieste della Santa Sede. Venne
nominato teologo canonista proprio S. e lo stesso giorno il suo scritto:
Consiglio in difesa di due ordinazioni della Serenissima Repubblica, venne
inviato al Papa. Difese le ragioni della Repubblica con numerosi saggi. Sono di
questi mesi la scrittura sopra la forza e validità delle scomuniche, il
consiglio sul giudicar le colpe di persone ecclesiastiche, la scrittura intorno
all'appellazione al concilio, la scrittura sull'alienazione dei beni laici agli
ecclesiastici e altri ancora, poi raccolti nella sua successiva “Istoria
dell'interdetto”. In quell saggio è contenuta anche un saggio sulla validità
della scomunica, attaccato da BELLARMINO, al quale rispose allora con
l'Apologia per le opposizioni do Bellarmino. Mentre Micanziosuo inizia a
collaborare dopo che Paolo V scomunica il consiglio veneziano e fulminato con
l'interdetto lo Ssato veneto, pubblica il protesto del monitorio del pontefice,
nel quale il breve papale Superioribus mensibus è definito nullo e di nessun
valore, mentre impede la pubblicazione della bolla pontificia. Obbedendo alle
disposizioni del papa, i gesuiti rifiutano di celebrare le messe a Venezia e la
Repubblica reage espellendoli insieme con cappuccini e teatini. Parteno la sera
alle doi di notte, ciascuno con un Cristo al collo, per mostrare che Cristo
parte con loro. Concorse moltitudine di populo e quando il preposto, che ultimo
entra in barca, dimanda la benedizione al vicario patriarcale si leva una voce
in tutto il populo, che in lingua veneziana grida loro dicendo "Andé in
malora!". A Roma si spera che l'interdetto provocasse una sollevazione
contro i governanti veneziani ma i gesuiti scacciati, li cappuccini e teatini
licenziati, nissun altro ordine parteno, li divini uffizi sono celebrati
secondo il consueto il senato e unitissimo nelle deliberazioni e le città e
populi si conservano quietissimi nell'obbedienza. Venezia era alleata, in
funzione anti-spagnola, con la Francia, ed era in buoni rapporti con
l'Inghilterra e con la Turchia. Fingendosi veneziani, soldati spagnoli, per
provocare la rottura delle relazioni turco-veneziane, sbarcano Durazzo,
saccheggiandola, ma la provocazione e facilmente scoperta e i turchi offreno a
Venezia l'appoggio della loro flotta contro il papa. L'Inquisizione l’intima di
presentarsi a Roma per giustificare le molte cose temerarie, calunniose,
scandalose, sediziose, scismatiche, erronee ed eretiche contenute nei suoi
saggi ma naturalmente si rifiuta. Invano il papa che scomunica Sarpi e
Micanziosi dichiara favorevole a portare guerra a Venezia. La sua unica
alleata, la Spagna, minacciata da Francia, Inghilterra e Turchia, non puo
sostenerla in quest'impresa e si giunse così alle trattative diplomatiche,
favorite dalla mediazione del cardinale Joyeuse. Venezia rilascia i due
ecclesiastici incarcerati e ritira il suo protesto al papa in cambio della
revoca dell'interdetto, mentre le leggi promulgate dal Senato veneziano
restarono in vigore e i gesuiti non possono rientrare nella Repubblica. Riceve
Schoppe, molto intimo dei segreti affari della curia romana, il quale gli
confide che il papa, come gran prencipe, ha longhe le mani, e che per tenersi
da lui gravemente offeso non puo succedergli se non male, e che se sino a
quell'ora avesse voluto farlo ammazzare, non gli mancavano mezzi. Ma che il
pensiero del papa e averlo vivo nelle mani e farlo levare sin a Venezia e
condurlo a Roma, offerendosi egli, quando volesse, di trattare la sua
riconciliazione, e con qual onore avesse saputo desiderare. Asserendo d'aver in
carico anco molte trattazioni co' prencipi alemanni protestanti e la loro
conversione». Schoppe, ambiguo provocatore, intende convincerlo a mettersi
nelle mani dell'inquisizione come miglior partito che puo prendere, tanto
parvero strane le due proposte di far ammazzare o prender vivo il padre. I
disegni omicidi sono reali. Circa le 23 ore, ritornando al suo convento di San
Marco a Santa Fosca, nel calare la parte del ponte verso le fondamenta, e
assaltato da V assassini, parte facendo scorta e parte l'essecuzione, e resta
l'innocente ferito di tre stilettate, due nel collo et una nella faccia,
ch'entrava all'orecchia destra et usciva per apunto a quella vallicella ch'è
tra il naso e la destra guancia, non avendo potuto l'assassino cavar fuori lo
stillo per aver passato l'osso, il quale restò piantato e molto storto. I
sicari, fuggendo, trovano rifugio nella casa del nunzio pontificio e la sera
s'imbarcano per Ravenna, da dove proseguirono per Ancona e di qui raggiunsero
Roma. Si conoscono i loro nomi: l'esecutore materiale dell'attentato e Poma,
già mercante veneziano, poi trasferitosi a Napoli e di qui a Roma, dove divenne
intimo del cardinale segretario di Stato S. Caffarelli-Borghese e dello stesso
Paolo V. E co-adiuvato da tre uomini d'arme, tali A. Parrasio, Giovanni da
Firenze e Bitonto, mentre «a spia, o guida e Viti, solito offiziare in S.
Trinità di Venezia, che non lascia dubitare quanti mesi precedessero questo bel
effetto prima che fosse mandato alla luce. Poi che Viti la quadragesima
antecedente, sotto specie d'aver gusto delle predicazioni del padre maestro
Fulgenzio, anda ogni mattina in convento de' servi alla porta del pulpito, che
risponde alla parte di dentro, e cortesemente tratta con lui, ricercandolo anco
di qualche dubbio di coscienza. E continua di poi sempre a salutarlo et anco
andar in convento a visitarlo, parlandogli sempre di cose spettanti all'anima.
Il pugnale non ha tuttavia leso organi vitali e riusce a sopravvivere. Il
chirurgo Acquapendente, che l'opera, dice di non aver mai medicato una ferita
più strana, rispondendo allora con la famosa espressione. Eppure il mondo vuole
che sia data stilo Romanae Curiae. Le conseguenze furono la rottura della mascella
e vistose cicatrici nel volto. Il Senato, dichiarandolo persona di prestante
dottrina, di gran valore e virtù gli concede una casa in piazza San Marco ove
possa risiedere con il Micanzio e altri frati, e una sovvenzione affinché possa
acquistare una barca e provvedere alla sua sicurezza personale. Rifiuta la casa
ma si servì da allora di una barca che gli evita si pericolosi tragitti a piedi
per le calli veneziane. Poco più di un anno dopo, e sventato un secondo
attentato, ordito, sembra su mandato di Margotti, d’Antonio da Viterbo, i
quali, fatta una copia della chiave della sua camera vuoleno secretamente
introdurre nel monasterio due o più sicarii e la notte trucidare l'innocente.
Inizia a corrispondere con personalità soprattutto di fede calvinista o
gallicana. Fra questi ultimi, Leschassier e Gillot, che pubblica gli Actes du
concile de Trente, dimostrando le pressioni papali sui vescovi riuniti a
concilio, e fra gli altri l'italiano Castrino, i francesi Villiers, Casaubon,
Thou, Mornay, i tedeschi Achatius e Dohna. Attraverso il dialogo diretto con
gli intellettuali acquiesce quella straordinaria ampiezza di orizzonti e di
interessi, quella solida conoscenza dei problemi dello stato che gli permite di
arricchire la sua cultura storica, giuridica e scientifica e lo conduce a
incidere sulla sua posizione filosofica, ad approfondirne la crisi,
risolvendola poi con l'accoglimento di nuove prospettive e di nuove idealità;
spalancandogli un mondo nuovo, che gli fac sentire più soffocante, più viziata,
la vita italiana. Incontra a Venezia Bedell, che rifere di lui e del Micanzio
come essi sono completamente dalla nostra parte nella sostanza della religione
e, Dohna inviato da Cristiano I di Anhalt-Bernburg, e Diodati, per valutare la
possibilità di introdurre a Venezia la Riforma. La traduzione in lingua
italiana del nuovo testamento, viene diffusa a Venezia proprio in questo
periodo. Altre polemiche suscitano, le prediche quaresimali di Micanzio che
vengono interpretate a Roma come un attacco alla fede cattolica. -- è anche
preoccupato per la tregua stipulata tra la Spagna e i Paesi Bassi, perché vede
in essa un indebolimento di questi ultimi che, o prima o dopo, resteranno
sopraffatti dalle arti spagnole, mentre gli spagnoli ne potrebbero trarre
beneficio anche in vista del loro dominio in Italia. Spera in un'alleanza
generale di Francia, Inghilterra, principi protestanti, Paesi Bassi, Savoia e
Venezia che portasse alla guerra contro l'Impero cattolico ispano-tedesco e
cancellasse il dominio papale e spagnolo in Italia. Se sarà guerra in Italia,
va bene per la religione; e questo Roma teme. L’inquisizione cessa e
l'Evangelio ha corso. E ha bene anche per le libertà civili di Venezia: qui,
anche se il giogo ecclesiastico è assai più mite che nel rimanente d'Italia, in
quella parte nondimeno che tocca la stampa è l'istesso appunto che negli altri
luoghi. Nessuna cosa si può stampare se non veduta e approvata
dall'Inquisizione. Dove si ragiona di alcun papa, non permettono che si dica
alcuna di disonore, se bene vera e notoria. Non permettono che alcuno separato
dalla Chiesa romana sia lodato di qualsivoglia virtù, né nominato se non con
vituperio. Secondo la versione ufficiale, sebbene sfinito, volle alzarsi per il
mattutino, come al solito, e celebrare la Messa. Fatto chiamare il priore del
convento, lo prega che lo raccomandasse alle preghiere dei confratelli e che
gli portasse il Viatico. Gli consegna tutte le cose concesse a suo uso. Si fa
vestire, si confessa e passò il resto del mattino facendosi leggere da fra
Fulgenzio e da Fra Marco i Salmi e la Passione di Cristo narrata dagli
Evangelisti. Gli e quindi amministrato dal priore, alla presenza della
Comunità, il Viatico. E visitato dal medico che gli dice che ha poche ore di
vita. Sorridendo, rispose: Sia benedetto Dio. A me piace ciò che a Lui piace.
Col suo aiuto faremo bene anche quest'ultima azione -- quella di morire. E
udito ripetere più volte, con soddisfazione: Orsù, andiamo dove Dio ci chiama.
Secondo alcuni le sue ultime parole sarebbero state. Esto perpetua, riferendosi
a Venezia (v. Bianchi-Giovini, Esistono tuttavia altre versioni della sua morte
che lo fanno apparire più vicino al culto protestante. Figura assai complessa
di filosofo, occupa indubbiamente un posto di primo piano nella storia della
filosofia italiana. Fu uno dei più grandi filosofi. La sua prosa è una delle
più maschie ed efficaci di tutta la filosofia nostra, che non conosce lenocini
né fronzoli, che scolpisce le figure con raro risalto, che ha un magnifico
potere ri-evocatore allorché descrive dispute e contrasti, ch'è impareggiabile
nel sarcasmo, tutto contenuto in un'unica espressione, tre o quattro parole. G.
Papini, parlando della Istoria del Concilio di Trento, la define un modello di
lucidità narrative e di prosa semplice, esatta e rapida. Lascia orme indelebili
nella filosofia, nella matematica, nell'ottica, nell'astronomia, nella medicina
ecc. Galilei e suo grande amico, e non disdegna di appellarlo: Mio Maestro.
Dinanzi al primo avvertimento a Galilei, lui, che non visse abbastanza a lungo
per assistere alla condanna scrive. Verrà il giorno, e ne sono quasi certo, che
gl’uomini, da studi resi migliori, deploreranno la disgrazia di Galileo e
l'ingiustizia resa a sì grande uomo. Scopre la dilatabilità della pupilla sotto
l'azione della luce e le valvole delle vene. I suoi biografi parlano anche di
scoperte nel campo dell'anatomia, dell'ottica, ecc. L'invenzione del telescopio
dice Bianchi-Giovini il Galilei la dovette per certo ai lumi somministratigli
da lui, se pure questi non ne fu il primo inventore, come pensano alcuni. Sopra
la sua sapienza matematica si cita l'autorevole giudizio di Galilei. Galilei
non esita a dire della ‘fenice’: del quale posso senza iperbole alcuna
affermare che niuno l'avanza in Italia in cognizione di queste scienze
matematiche contro alle calunnie ed imposture diCapra, in ediz. naz., Firenze,
La teoria di GALILEI delle maree, successivamente dimostratasi erronea,
riprende le sue idee, esposte nei Pensieri naturali, metafisici e matematici.
Porta, dopo aver dichiarato di avere appreso alcune cose da lui, lo proclama
splendore ed ornamento non solo della città di Venezia e dell'Italia, ma di
tutto il mondo. (Magia naturalis). Passionei gli define dottissimo oltre ogni
espressione. In uno studio il cui intento era quello di misurare il Q.I. di 300
personaggi famosi. si posiziona al quinto posto, al pari del più noto
matematico Pascal. Alla grande intelligenza unì anchecome riconosciutagli da
tuttiun'esemplare integrità di vita. Jemolo, dopo essersi rivolto varie domande
intorno alla sua ortodossia, da questa risposta. Gli elementi ci mancano per
una risposta perentoria: noi non possiamo dissipare l'alone di mistero che lo
circonda. Questo non c'impedisce di ammirare l'uomo e l'opera. Fondamentalmente
lo scontro con la Curia romana e legato ad un progetto politico volto a
contenere il potere di Roma in ambito esclusivamente spirituale e a pro-muovere
un'alleanza tra Venezia e la Francia in un'ottica anti-imperiale. Per questo
intrattenne contatti con i riformati. Inoltre la sua visione di Roma e un vago
ritorno verso la chiesa primitive. Egli quindi e indotto a condannare il potere
temporale, il processo di mondanizzazione del clero, la superiorità del papa
sul Concilio. Stringe amicizia con Dominis, arcivescovo di Spalato, che tende
all'apostasia. La sua Istoria del Concilio Tridentino costituisce il suo
capolavoro storico ed offre la prima imponente ricostruzione del Concilio di
Trento. L’opera e ondannata dalla Congregazione dell'Indice e quindi posta all'Indice
dei libri proibiti. Sono intercettate dal nunzio pontificio a Parigi Ubaldini
compromettenti carteggi di lui con l'ambasciatore veneziano Foscarini e con
l'ugonotto Castrino; carteggi ben presto inviati a Roma per essere messi a
disposizione del Sant'Uffizio, ma anche da utilizzare per far ammettere una
buona volta al governo veneziano quanto da tempo da Roma si viene denunciando,
che lui che si proclamava più cattolico del Papa e come tale difeso
ufficialmente dai responsabili politici veneziani. Altri non era che un
protestante, al servizio delle forze ereticali europee. Dunque infedele e
ipocrita. Una taccia di ipocrisia che non da tregua alla sua figura lungo i
secoli, come stanno a provare innumerevoli esempi, da Aleandro, che ricevuta da
Peiresc la sua Istoria dell'Interdetto appena edita risponde all'illustre
erudito francese con fare perentorio che lui e nero ministro del diavolo che si
dice esser padre delle menzogna, se ben egli veramente non credeva né nel
diavolo né in Dio, al prelato friulano G. Fontanini con la sua velenosa Storia
arcana della sua vita a Passionei, che crede di avere le carte per dimostrare
che l'idea del furfante e di introdurre il calvinismo in Venezia, come ancora
ricorda A. Mercati. Un parere analogo si trova anche nella recente Storia della
Chiesa di Hertling e Bulla, dove viene definite un ipocrita che fino all'ultimo
fa la parte del religioso, sebbene nel suo intimo si fosse da tempo allontanato
dalla Chiesa. Saggi: “Trattato dell'interdetto di Paolo V nel quale si dimostra
che non è legittimamente pubblicato”; “Apologia per le opposizioni fatte da
Bellarmino ai trattati et risolutioni di G. Gersone sopra la validità delle
scomuniche; Considerationi sopra le censure della santità di Paolo V contra la
Serenissima Repubblica di Venezia, Istoria del Concilio Tridentino, Il trattato
dell'immunità delle chiese (De iure asylorum), Discorso dell'origine, forma,
leggi ed uso dell'Uffizio dell'Inquisizione nella città e dominio di Venezia,
Trattato delle materie beneficiarie, Opinione di Servita, come debba governarsi
la Repubblica Veneziana per havere il perpetuo dominio, Venezia, La
storiografia recente attribuisce lo scritto al patriziato veneziano medesimo.
Scritti giurisdizionalistici, Istoria del Concilio Tridentino (Geneua, Aubert);
Pagnoni Editore, Milano, Gambarin, Scrittori d'Italia, Bari, Laterza, G.
Gambarin, IScrittori d'Italia, Bari, Laterza, Gambarin, Scrittori d'Italia
Bari, Laterza, Istoria del Concilio Tridentino, testo critico di Giovanni
Gambarin, introduzione di Pecchioli, Collana Biblioteca, Sansoni, Firenze,
Lettere a Simone Contarini ambasciatore veneto in Roma, pubblicate dagli
autografi, Monumenti storici pubblicati dalla R. Deputazione veneta di storia
patria. Miscellanea, Venezia, Fratelli Visentini, Pagine scelte, Arturo Carlo
Jemolo, Vallecchi, Firenze, Lettere ai protestanti, Scrittori d'Italia, 1,
Bari, Laterza, Lettere ai protestanti, Scrittori d'Italia, Bari, Laterza,
Antologia degli scritti politici e storici. Roffarè, MILANI, Padova, “Istoria dell'Interdetto
e altri scritti editi e inedita” (Scrittori d'Italia Bari, Laterza); Amerio,
“Scritti filosofici e teologici” (Scrittori d'Italia, Bari, Laterza); “Pensieri
naturali, metafisici e matematici. anoscritto dell'iride e del calore; Arte di
ben pensare, Pensieri medico-morali, Pensieri sulla religione, Fabula e Massime
e altri scritti. Edizione integrale commentate, L. Sosio, Ricciardi,
Milano-Napoli, Scritti giurisdizionalistici” (Scrittori d'Italia, Bari,
Laterza); “Lettere ai Gallicani, B/ Ulianich, Wiesbaden, F. Steiner, La
Repubblica di Venezia la casa d'Austria e gli Uscocchi, Bari, Laterza, Scritti
scelti: Istoria dell'Interdetto, Consulti, Lettere, Pozzo, Collezione di
Classici Italiani, POMBA, Torino); Storici, Politici, e Moralisti, G. Cozzi,
Collana La Letteratura Italiana. Storia e Testi, Milano-Napoli, Ricciardi,
Istoria del Concilio Tridentino seguita dalla Vita, Corrado Vivanti, Collana
NUE Einaudi, Torino, Collana Piccola Biblioteca. Einaudi, Torino, “Pensieri”
Gaetano e Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Torino, “Considerazioni sopra le
censure di Paolo V contro la Repubblica di Venezia e altri scritti
sull'Interdetto”, G. Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Einaudi, Torino,
“Lettere a Gallicani e Protestanti, Relazione dello Stato della Relazione,
Trattato delle Materie Beneficiarie. Cozzi, Collana Classici Ricciardi,
Einaudi, Torino, Gli ultimi consulti. G. Cozzi, Collana Classici Ricciardi,
Einaudi, Torino, Dai Consulti, il carteggio con l'ambasciatore inglese
Carleston. Cozzi, Collana Classici Ricciardi, Einaudi, Torino, Dal Trattato di
pace et accomodamento e altri scritti sulla pace d'Italia. Cozzi, Collana
Classici Ricciardi, Einaudi, Torino, Consulti, Corrado Pin, Pisa, Poligrafici,
Letteratura e vita civile. Collana I Classici del Pensiero Italiano; Della
potestà de' prencipi; Collana I Giorni, Marsilio, Venezia, Scritti filosofici
inedita, tratti da un manoscritto della Marciana”; Papini, Collana Cultura
dell'anima, R. Carabba, Lanciano, Manoscritti Consulti: in Milano, Biblioteca
Nazionale Braidense, Fondo manoscritti, Ceretti, Cinque pugnali non bastano a
troncare la sua parola, in Historia, Touring club italiano, F. Micanzio, Vita,
in «Istoria del Concilio tridentino, Torino F. Micanzio. Scrive tra l'altro
nella lettera. E che volete ch'io speri in Roma, ove li soli ruffiani, cenedi
et altri ministri di piaceri o di guadagni hanno ventura? I cenedi sono
gl’uomini che si prostituiscono. Micanzio, cit. G, Cozzi, Sarpi, F. Micanzio,
Istoria dell'interdetto e altri scritti editi e inediti, F. Micanzio, dove
stilo può significare sia stile che stiletto Ivi Cozzi, Lettere a Groslot de
l'Isle, in «Lettere ai protestanti», Lettera a Francesco Castrino, Lettere ai
protestanti, Citato in C. Rizza, Peiresc e l'Italia, Torino, Giappichelli, Pin,
Senza maschera: l'avvio della lotta politica dopo l'Interdetto; L. Hertling e
A. Bulla, Storia della seconda Roma La penetrazione dello spazio umano ad opera
del cristianesimo” (Città Nuova, Borgna Romain, Lucien, Micanzio, Vita,
dell'ordine de' Servi e theologo della serenissima republ. di Venetia, Leida,
in “Istoria del Concilio tridentino” (Torino, Einaudi); Griselini, “Memorie
anedote spettanti alla vita ed agli studj del sommo filosofo e giureconsulto”
(Losanna, Bousquet); Griselini, “Del suo genio in ogni facolta scientifica e
nelle dottrine ortodosse tendenti alla difesa dell'originario diritto de'
sovrani né loro rispettivi dominj ad intento che colle leggi dell'ordine vi
rifiorisca la pubblica prosperita” (Venezia, Basaglia); Zerletti, “Storia
arcana della vita servita da Fontanini in partibus e documenti relative
(Venezia); “Cassani, Le scienze matematiche naturali” (Venezia;
Bianchi-Giovini, Basilea, Morghen, Getto, Firenze, Olschki; Gliozzi Relazioni
scientifiche con Porta, Cozzi, Tra Venezia e l'Europa” (Collana Piccola
Biblioteca, Torino, Einaudi); Frajese, “Scettico. Stato e Chiesa a Venezia,
Bologna, Il Mulino); Cacciavillani, I consulti sulla Vangadizza, Padova,
MILANI, Cacciavillani, Venezia, Fiore, Cacciavillani, S.. La guerre delle scritture
de la nascita della nuova Europa, Venezia, Fiore, Cacciavillani, S. giurista,
Padova, Pin, Ri-pensando S., Venezia, Ateneo veneto, Concilio di Trento,
Micanzio. Dizionario di storia, Dizionario biografico degl’italiani. OPERE
VARIE DEL MOLTO REVERENDO S. DELL’ORDINE DE’SERVI DI MARIA CONSULTORE DELLA
SERENISSIMA REPUBBLICA DI VENEZIA. 1 HELMSTAT Per Jacopo' Mulleri. Trattato
delle Materie Benefiziarie cx)lle annotazioni del Signor D. Amelot, tradotte
dalla lingua Francefe. De jure Afylorum. Storia degli Ufcocchi, Allegazione del
Frangipane. Dominio del Mare Adriatica della Sereniflima Repubblica di Venezia.
Dominio del Mare Adiiaticp, e fue ragioni pel Jus belli. Indice dei Libri
proibiti dell’anno ijpd. Il Concordato. TRATTATO DELLE MATERIE BENEFICIARIE nel
quale fi narra, col fondamento delle Storie come fi difpenfajfero le limofme
de' Fedeli nella primitiva Chicfa. reddito il fervor antico della caritk, che
non folo moveva i Principi, e a donar alle Chiefe copiofamentc ricmporali, ma
ancora fnduceva i Mini(ìartici a difpenfarle faniamente in cam è-maraviglia, fc
al prefente pare mancati i fedeli difpcnlatori, c fucluogo loro altri diligenti
folo in ritcac almeno a tollerabile moderazione. I difetti che ci par di vedere
al giorno d i oggi non fono entraci nell’ Ordine Chcricale tutti infieme, nè
cos^ eccellivi in un ifteflb tratto di tempo ; ma da una fomma, anzi divina
perfezione per gradi fono diIcefi air imperfezione che ora è manifcfta a tutti
y c confeflara dagli fteffi Ecclefiaffici, e da alcuni tenuta per
irremediabile. Con tutto ciò, piacendo a Dio N. Signore di donar a’ Fedeli fuoi
tanta grazia,, quanta donò a’noftri Maggiori, non dobbiamo perdere lafperanza
di vedetele medefime maraviglie anche ne’ noftrifecoli: è bennecef làrio che,
ficcomepergradifiamopcrvenutiaqucftaprolbnditkdimifcria, Tomo . A cos^ coc\ per
gli ilefì ci «ndumo ahEando | prr ritornare ve^o quella ioiQ' mit^ di
perfezione nella quale fu la Chiefa Santa t- Il che non potendofi fare, fé non
conofccndo qual folTe dapprincipio V amminiftrazione delle cofc temporali ; e
come fia mancato quel buon governo ; a parte a parte è neceffario, innanzi ogni
altra cola, dire come la Chiefa di tempo in tempo ha acquiftate le ricchezze
temporali ; e come in ciafeuna mutazione deputaHc i Minidri per difpenfarle, o
pofledcrie : il che ci Icoprirh gl’ impedimenti che in quelli tempi
attraverfano una buona riformazione ; ^ moftrerli le maniere di lupefarli; c
quello è il mio proponimento nel prefciue dilcorf^ delia ma-» teria Benefiziale
tanto ampia. a I» Tu il printipio de beni Ecclelìallic! mentre ancora
converfava in quello Mondo N. Signore Gesù Grillo ; ed il fondo loro non era
altro, che le obblazioni delle perfone pie, c divote, le quali eranoconfervale
da un Minillro, e diflribuite in due opere lolamente : Una per le nccelHth di
N. Signore, c degli Appoftoii Predicatori del Vangelo; c l’altra per far
limofina a poveri, Tutto ciò fi vede chiaro in San Giovanni, dove dice il
Vangelilla, che Giuda era quello che portava la tafea, o borfa, (rf) dove erano
ripolli i danari prclcntati al Signore; c che il medelìnio andava fpendendo, c
comprando le cofe nccelTarie a loro, ovvero dillribucndo a’ poveri, (b)
conforme a quanto il Signore alla giornata comandava Confiderà S. AgoUinoche,
avendo Grillo il miniflero degli Angeli che lo fervivano, non era in nccelTith
di confcrvar danari; con tutto ciò volle aver borfa, per dar ( ^efa di q uello
ch’ella doveva fare; e per ciò Icmprc intefe la Cnicik fofle ìllituita la forma
del danaro Ecclefìallìco dovclTe cavare, c in che cofa fi dovclic fpendere. È
fc nc^em^roAri non veggiamo oflcrvato qucAo fanto iilituto, dobbiamo
conlìdcrare che, per noftro ammaeAramemo, c per noHra conioiazione', racconta
la Scrittura divina che all' ora anche Giuda era un ladro, (c) c ufurpava per
sò i beni comuni al Collegio ApfpAoUco; e venne a tanto colmo d’avarizia, che,
non parendogli aÙai quelle thè rubbava, per far maggior lomma di danari, pal^
li e elTcr comune della Chiefa, e de’ poveri, pafTì cosf innanzi, che venda
anche, per far danari, le cole facre, c le grazie fpirituali, non dovremo
riferir ciò a particolar mUeria dc’noAri,o d’ alcuni tempi y ma afcriverlo a
pcrrailTione divina, per efcrcizio de’ buoni Loculo hibent, a qu« miuebintur
por. ubit. cip. >>• LÌkuIo lubcbtc )o«ias, qnoJ auiflét ci jefus : Eme
cu, opui &nt nohts sJ aiem Icllum, U( c^cnii ui tliqtiUi direi. (ip, ij.
quM de egeo» pertinebut ad cum, cip. II. ftT(hi tr U funtìmi dtl fut m'mi
Loculot > ti th fi tbismt Sftdsli il In0go -dovi (! rra«r dS d»’ (f> Fur
erat. »p. u. ciuto. Digitized by GoogU MATER. BENEFIC. 3 buoni; ^nfìderando che
il principio della Chiefa nafccnte fu fogget10 alle mcdefime imperfezioni: ben
dovr^ ciafcuna fecondo il grado, e la vocazione Tua, proccurar il rimedio chi
non può altrimenti, colle orazioni; e chi può impedire il male, con ovviare, e
opporfi agli abuft ; confiderando che, febben Giuda non fu umanamente punito,
pcrchò erano complici dcTuoi delitti quelli che dovevano,galligarlo; modrò
nondimeno la divina Provvidenza qual pena meritalTe; c dil^le ch’egli ftelTo
fofle Tefecutorc in sèmedefimo, per documento di quello che dovcflcro fare
quelli che la Macftìi fua avrebbe netempi Icgucnti dati per tutori, c difenfori
della fua Chiela. Dappoiché Crifto N. Signore Cili al Ciclo, i Santi Apposoli
Icguirono nella Chiefa di Gerufalemme lo HelTo ìnituto, d'aver il daiuro
Ecciefìaflico per Itdue effetti fopraddetti, cioè, perii bifogno deMiniftri del
Vangelo, c per le limoline de’ poveri.- e il fondo di quello danaro era
fìmilmente le obblazioni de’ Fedeli, i quali anche, mettendo ogni loro avere in
comune, vendevano le loro polTelfioni, per far danari a quell’ effetto; ficchè
non era dipinto il comune della Chiefa dai particolare di ciafeun fedele, {a)
come fi ulà ancora in alcune Religioni che fervano i primi iHituci. Erano molto
pronti i CriHiani in quei primi tempi a fpogliariì de’beni temporali, per
impiegarli in limoGne, perche afpettavano prolTimo il fine del Mondo; avendoli
Crillo N. Signor lafciati incerti.- e quantunque f(^c per durare quanto fi
volcflc, non 1 ’ avevano per confiderabilc più, chefe fofle all’ora per finire;
tenendo per fermo che la figura di quello mondo, cioè, lo fiato della vita
prcfentc trapalfa; (c) per lo che ancora le obblazioni fempre più $’
aumentavano. Il cofiume però di non aver cofa alcuna di proprio, ma »l «utt© ùi
comune, fioche non vi folfe alcuno povero, o ricco, ma tutti ugualmente
vivefiero, non ufei fuori di Gerufalemme; anzi nelle altre Chiefe che i Santi
Appofioli edificarono non fu ifiituico; nè in Gerufalemme durò molto
lungamente: imperocché zò. anni dopo la morte di Crillo fi legge che il
pubblico era didimo dal privato, conolcendo ciafeun il fuo, ra elTendovi anche
il danaro fondato nelle obblazioni, le quali, polle in comune, fcrvivapo per li
foli Minifiri, e perii poveri; nè era lecito viver di quel della Cliiefa a chi
aveva del Tuo: laonde S. Paolo ordina che le vedove, le quali hanno parenti,
fieno fpefate da’ loro proprj, acciocché i beni Ecclcfiafiici posano badar a
quelle che fono veramente Vedove, c povere. ( ), III. La cura di quelli beni
che N. Signore, mentre fu in vita mortale, diede a Giuda, dopo V Afeenfìone gli
Apposoli per pochiiTimo tempo r ammtnìArarono eglino IfelTi; ma poi vedendo
che, per la diAribuzione, nalccvano tra i fedeli mormorii, c fedizioni, ( ^ )
parendo ad alcuni di non participare quanto avrebbono voluto del comune, e
credendo che altri avelTero più del dovere ; ficcome il male è comune in tutti
i tempi nella diipenta de’ beni della Chiefa, conobbero gli Apposoli che non
potevano attendere a quello perfettamente, ed inficme alla predicazione delta
parola di Dio ; c determinarono di ritener ( c ) per se il minillero di
predicare, e infegnare; ( ) ordinando per quelV uffizio di tener cura delle
cofe temporali un altra Torta di Miniffri j ( ^ ) tutto al contrario di quello
che veggiamo fare nc’ tempi noftri, quando al governo delle cofe temporali
attendono i principali Prelati della Chiela; e l’uffizio del predicare, e
infegnare la parola di pio, eia dottrina del Vangelo, è lafciato a Frati, o. ad
alcuni poveri Preti iniimi nella Chiefa. Maque nuovi Miniffri che i fanti
Appoffoli iffituirono per governo delle cofe temporali, fi chiamarono Diaconi;
c cosi da tutto il corpo de Fedeli fu fatta elezione di d. a quell’ effetto, i
quali gli Appoffoli ordinarono a tal minifferio; e dovunque effi fondarono
Chiela, ordinarono anche Diaconi nellifteffa maniera, come anche ordinavano i
Vcicovi, e Preti, e altri Miniffri Eccleliallici; cioè, precedendo digiuni, e
orazioni, fulfeguendo f elezione comune de’ Fedeli; () fcrvando inviolabilmente
quell’ ordine, di non deputare m al wiiwi -carica- Fxclcllallico perlAna, la
quale prima non fofTe eletta dall’ univerlaie della Chiela, cioè, da tutti i
Fedeli infteme. Quell' ufo continuò nella Chida in tal maniera circa zoo. anni,
foftentandofi co’ beni pubblici i Miniffri Ecclcfiaftici, ci poveri ancora; nè
eflendovi altro fondo, falvo che le ubbUztoni eh erano fatte da’ Fedeli nella
Chiela, le quali però erano abbondantiflìme, perchè ciafeuno, per fervore di
caritìi, offeriva tutto quello che poteva fecondo il proprio avere; ficchè,
quando le facoltìi de’ Fedeli d’ una Cittk erano abbondanti per lupplire a
bilogni della propria Chiela, fi facevano collette anche per 1’ altre Chicle
povere : per lo che anche S. Jacopo, S. Pietro, e S. Giovanni, quando
riconobbero per conforti e compagni nel Vangelo S. Paolo, e S. Barnaba,
raccomandarono loro quell’ opera, di raccogliere qualche limofìna per la povera
Cliiela di Gerufalemme, per la quale (g) anche narra $. Paolo aver fatte («)
Per untm Sibòati, étt, unuf^utrqa \cltruni apiui (e fepuaAl, n«np4enf quoi ci
bene plottiem. i.Cor. cap. ultimo. ( i ) faAum rft umrmur ijrccutuin adverfui
Hehrjtoi, co cne s’ingannò quel Principe, credendo che i tefori folTero
ammalTati, c confcrvati ; perche quel fanto Diacono, acconofi della rapacità
del Tiranno, e prevedpndo la perfccuzione imminente, difpensò il tutto in ima
volta, com’erano teliti di fare, foprafiando fimili pericoli. e la maggior
parte delle perfecuzioni fatte alla Chiefa dopo la morte di C^ modo furono per
quefia caufa, cioè, perchè i Principi, o i Prefetti, ritrovandofi in firettezza
di danari, per quella via volevano impadronirfi di quelli della Chiefa
Crìfiiana Dappoiché le Chiefe furono fatte ricche, anche i Cherici cominciarono
a vivere con maggiori comodità; e alcuni, non contentandofi di quel vito comune
della Chiefa quotidiano, vollero viver feparatamente nella propria caia, e
dalla Chiefa aver la loro porzione feparatamente in danari ogni giorno, 0 per
un mefe continuo, c ancora per un lunpo tempo : cola, che, febben declinava
dalla prima perfezione, nondimeno era tollerata da’ Padri - Non fi fermò però
in qucfto fiato il difordine;; ma incominciarono i Vefeovi a mancare delle
folite Jimofine a poveri, c a ritener per se quello che doveva clTcr
diftribuito,• e co’ beni della Chiefa comuni fatti ricchi, facendo anche delle
ul'ure, per accrefcerli; e lafciando la cura dell’ infegnare la dottrina di
Crifio, tatti fi occupavàno nell’ avarizia le quali cofe S. Cipriano (à) piange
che nel fuo tempo folTero ufitate ; e conchiude che, per purgare la Tua . («1
rrnhitrrunr MAceJonia. Se Achij coll». iMMlcm sliqvtm licere in puiperei
S^ndorum, qttt fuM m Jerufilem .... Cuoi confainnuvcrot Se iUtgiuvcm ei« fruótun
hune, protit ikar in Roin. if. (A) De o(iauoiùs quxiluoCc nundinu sBcapari de
Lapfis. U fua Chielii da qucfti errori, Dio permettefle quella gran
pcrfccuzionc che fu fotto 1’ Imperio di Decio, perchè fempre la Maclli divina
ha riformata la fua Chiefa, o foavemente col mezzo de' legittimi Magiftrati; o,
quando gli eccefli fono paflaci troppo oltre, collo ftrumento delle
pctfecuzioni. Ma febben la Chielà polTedeva tante ricchezze, non ebbe però in
quelli tempi beni (labili ; prima, perchè non fe nc curavano per la ragione
luddetta, che (limavano il fine prolCmo, e tutte le cofe mondane efler
tranfìtorie, e di grave pefo a chi tende al Ciclo : poi ancora perche a neflun
Collegio, o Comunità, (^) o corpo, fecondo le leggi Romane, poteva cfTcr
donato, o lafciato per tedamenro ; nè quello per qualfìvoglia caufa poteva
polfeder beni immobili, le non era approvato dal Senato, o dal Principe : nc
ciò ft può metter in dubbio, febben vanno attorno alcune Pillole fotte nome di
Papi vecchi, che rendono ragione perche gli Appodoli vendelTcro le pofTellioni
in Giudea, c ìCridiani leguenti le conIcrvalTero, con dire che ciò fu, perchè
prevedevano gli Appoftoli che la Chiefa Cridiana non doveva rimaner in Giudea,
ma bensì fra le Genti; quafi che nel Vangelo la caufa del vendere non Qa
mollrata efprdl'amentc, quando Grido dide alla fua Chiefa : Nom temete, 9
piccioU compagnia : vendete quello che pojfedere, e fatte limojìna’^ (è) e
quafichè, febben Gerufalemme fu diltructa, alla fua riedificazione non avede
una quantità di Cridiani, e anche non fieno date didrutte delle Città dove le
Chicle fra Gentili avevano pofledìoni. Ma c fuperfluo travagliarfi a modrarc
queda falfìtà, elTendo cofa certa che quelle Pidole iono fuppode ^ c date
formate circa 1’ Soo. da quelli che aniepofcro, come fi fa anche al prefeme, le
ricchezze, e le pompe alla moderazione Appodoiica, idiruita, e comandata da
Grido: ma nella confiifionc che fu nell’ Imperio molto continuata dopo la
prigionia di V ulw l wu poc o in olTervanza le leggi > madimc in Affrica, in
Francia, c in Italia^ alcuni lafciarono, ovverodonarono anche degli Stabili
alle Chiefe, i quali 1’ anno 302. furono tutti confifeati da Diocleziano, e
MalTimiano; febbene in Francia, per la bontà di Codanzo Cloro Ccfarc che la
governava, il decreto degl’ Impcradori non fi efegui ma avendo quedi Principi
rinunziato Y Impcrb, Madenzio otto anni dopo reditul tutte le ponfedioni alla
Chiefa Romana ; e poco dopo CoiUmino, (r) e Licinio, conceda la libertà di
Religione a Cridiani, e approvati i CoUegj Ecclefìadici, che con voce Greca
chiamavano Chicle, concelTe generalmente per tutto 1’ Imperio che potedero
acquidare beni (labili, cos'i per donazione, come per tcdamenco, efentando
ancora i Chcrici dalie fazioni' perfonali pubbliche, acciò poteiTero attendere
più comodamente al lervizio della Religione. V. Cnl}e{iuni, fì nullo fpeciali
pnviregio fiiboiKum (ìt, tùredirarciu capere non pofle dubiuai non ed. Lt.C.dc
hzretiib. infiu leivlit. i bili r«, iu4, slh Chitfìi m.t farMi fiuti miglithi
omnino nutneribuscxeurentur, ne iàerìle. tivtffe iiuutt mtnn ìmftrurhì ttglm»
prt'r» Ro vigere efef, pr acmus boa non folum coritn Dco, feU etum corjm
botninibuf. Ctr. i. c pnpillamm ilmuoi non aileiat, feti publicif ezeemunentar
jadicm, ti coi i1>neemin. vel propinqui pirtimint deleren tot. Cenfèinu etùm
ur mraiorari nthil ii« e|ui maliem, cui fe privituo l’ub prxtexru reJiRÌonu
aJjunxcrinc, Uberxlince «ucuinque. vel cxircino judicio potlint adipiici leant
aliquid vel donaiione, vel teAamento percipere. t. io. C. Thtid. de Seti. C 4 )
Ifli dite ehi ihEctlefixfiiti del fiulrm fi c«r«](Ì4t'4a a i ItUxmtrhi M«4Xir
«i44« fattuali i a l'xtiéJI’axMna ìfia M artfmtxriara V «n«4Jerint inJigere
prartìJio, erigunrur in fuperbinn i tn, t» «» I dalle fma lettere. ( 4 ) Ipli
tanrum przdioratn riiaram redimi ronrequantr de quibua féi-vandi, abalienandi,
dnaandt. dillrahendi, relinquendi, vcl quead fupereil. rei, cuin in ^ta
conce.Ìit, 0e libera ei voluntat eft, inre^ Itt petelUt. Nihil de monilibuc, òc
fiip«llev)ili i nihil de auro, argento, czietifque dare dotoui infignibui fab
reJigiontt defciiHone contutrur ( fed anivtrra integra in libftòt, prazìnm, vel
in quoteumque allo arbinii liii cziftiimrione mnfcrilMt. Ac et quando diem
objerii. nullam Eeddìam, auU lun Cierkttm, nullum pauperem knbat hzredea. l- a-
Cad. Thtad, Àmm. ( f ) TvCTid. in vita Au^A. taf. aq. Dìgitized by Google
MATER. BENEFIC. 9 anche rifiuti delle ereditai lafcìate alla Chiefa Aia,
dicendo apertamente che ’l miniAero Ecclcfiaflico non ifUva in diftribuire
molto, ma in diilfibuire bene. Anzi riprendeva un nuovo modo d acquiftare alle
Chicle trovato in que tempi AelTi; e queAo fu comperando (labili coll' avan 20
che fi faceva dell' entrate: il qual modo da quel Santo fu fcmpre abborrito ;
nè mai egli io volle permettere nella fua Chiefa . anzi diceva nelle pubbliche
prediche, eh' egli avrebbe piuttoflo voluto vivere delle obblazioni, e
collette, come (i foleva lare ne’ primitempi della Chiefa, che aver cura di
poflèlfioni il che gli era grave, e gl’ impediva 1 attendere interamente al
carico principale del Vefeovo; cioè, delle cofe fpirituali; aggiungendo eh’ era
preurato a rinunziare le poircffioni, purché a’ Servi di Dìo, e a' Miniftii
folTe provveduto il vivere, come nel vecchio Teftamento, (a) per via di decime,
o di altre obblazioni, fenza che dovelTero e(Ter foggecii alla didrazione che
portava (eco 1' aver cura di cofe terrene. Ma con tutti i freni podi da fanti
Padri colle buone efortazioni, e da’Principi colle buone leggi, non fi potè
però fare che i beniEccledadici non crefccflero fopra il dovere redava pur il
modo del governarli, e difpenfarli antico, il quale durò fino al 420. fenza
notabile alterazione: ancora tutte le obblazioni, e altre entrate
Ecclefiailiche fi cavavano da' Diaconi ; e in ajuco loro da’ Suddiaconi, e aU
tri Economi ; ed erano didhbuite per mantenimento de' Minidri £cclefiadici, e
de’ poveri: il Collegio de Preti, c il Vclcovo principalmente erano
fopraintendenci ; e fi faceva in fomma ulta entrata, e una fpefa di tutto :
ficchè il Vefeovo difponeva d' ogni cofa, i Diaconi efeguivano, e tutti
iCherici vivevano di quel della Chiela, lebbene non tutti amminidravano. Fa
menzione S. Gian Grifodomo che la Chiefa d’ Antiochia in que’ tempi a fpefe
pubbliche nodriva più di 3000. perfonc t £an rk' i dtir MHH ftke fmt0’ mf$ n
ititmtt ttmf» ^rim» éi hit. (^Lxtuer lutrm, tun de rtiiitu, qium de obtarione
fideliom prout ruiuslibet Ercfelis ficoltiiei tdmotit, fin» diklBin
»tioAaUliter cA decretum, ronvrmr fieri ponienes > quarum fii u . I. Cd.TW.
d4 Mftt. ZuUJhsmm 9 Ué. Tarn SanfthuietB, quitn dudure in«r ruHle pcriiibetnim,
et voa, et mancìpu vcllra nallut novia cotratioi^bus robiigavic, Ad Mrénone
faiadebiài. pTJtiete neq«e horpitea pierii: de fialiqui de vobit alimoAÌc cauià
natidaein cM»et ««luot, tmauRiMate pticiv tur. S. Ctrtlmme jrtd» ttntr»
ffivtìttf, Negodatorem Ctenewn, dite, de ex innpe tflvi. tem, ex tgnobilt
glorinfum, quali qmmdunpc iUm fiige Cui nundinxr, fiìt plicent, de plarex, ac
Medicorans ubeteix. a. d (• )Vidt tre de’ Vcfcovi vicitii col confenfo di cflo,
c degli altri alTenti : e dappoiché molte Provincie, per miglior forma di
governo, furono po(le lotto un Primate, nell’ Ordinazione fu ricercato anche ti
conlcnfo di quello. I Preti poi, c i Diaconi, c gli altri Cherici erano
prclcntati dal popolo, e ordinati dal Velcovo ; ovvero nominati dal Vefeovo, e
col confenfo della plebe ordinati da lui. Un incognU to mai non era ricevuto ;
nc il Vefeovo mai ordinava chi non era approvato, e lodato, anzi propoOo dal
popolo : e tanto era giudicato neceiTario il confenfo, c la prclcnz» ( »» ) del
pispolo, che San Leone I., Pontefice, alla lunga tratta, non poter effcr
valida, nè legittima 1’ ordinazione d‘ «« Velcovo che dal popolo non fofle
richieflo, e approva il che anche dicono tutti i Santi di que’ tempi; e S.
Gregorio riputò che non potclTc clTcr confccrato Velcovo di Milano Collanzo
eletto da’ Cherici, (e non confentivano i Cittadini, i quali, fuggiti per le
incurfioni, s’ erano ritirati a Genova ; e operò che fi mandaffe prima ad
intender la loro volontà : cola degna da elTer notata per li tempi noftri,
quando fi predica per illcgitima, e nulla quella elezione dove il popolo
volelTc la parte fua : cosi le cole fono mutate, che lono palTatc in ufanza al
tutto contraria , chiamandofi legittimo quello che all’ ora fi diceva empio; e
iniquo quello che allora era riputato lanto. Alcune volte il Vefeovo, fatto
vecchio, fi nominava egli il luccclfi>re : cosi S. Agofiino nominò Eradio :
ma quella nominazione non era approvata dal popolo : le quali cofe tutte è
neceiTario tener in memoria, per confrontarle co’ modi che,fi vedranno ulati nc
tempi fulTegucnti. vili. Ora è neceirarlo lar tm pneo digjclTionc per una nuova
caufa, la qual ha apportato aumento grandilfimo a’ beni Ecciefìaflici, e nacque
in quelli fieflì tempi circa il 500. e quella fu un’altra Torta di Collegi
Religiofi, chiamati Monalleri. 11 Monacato nacque inEgitto circa l'anno 300. fu
formato nella maniera che ancora continua in que’ paefi. Ma in Italia circa il
350. fu portato a Roma da Atanafio, dove ebbe poco feguito, e appiaulo in
quella Citt^, c neTomo II. B 2 luo ( « ) Cnm de Smnmi SeccrJwi» elezione
treÀibimr, ille enmibut prxpnnitur quem Clerici, plcbildfle coafen&it
roncoiditer poilulene, tu ut, (1 in eliam forte perfonam ur. tium divifonnc,
Metropolitani fodicio it «iteti ptxforatur quim convenent, cui non licuent
hati«re quem voluit. Ifjf oachorum namine ceniérenmr, qui ficut a beaTX
meoiorùt Evangclilla Marco, quiprìmoa Ale nupdrìnx Urbi Pontife» prxtuie,
nontvm foltepere «ivcndi, Atc M. a. dt mfiitMt. Cai- ^ c«p. ). N« nu Etclelia
Olle mter ii’l' Fvenr.cUipnatipi! B. Marrum, B. Petti Apoiloli diinpulum. in
omnibua ouque doftoris lui magitten» coivfontmem KiUm fondatoretn, o-c. Lt
MégAAt tf. fT> f‘ 4- V- Mfiji- IO- d Viemn. fAf. 0. S. Anttni» « tl ftim eln
fitt vivtrf i Uà»Ati in CcmnniiÀ s fnvs tht In Ctimfimiti Htn difirmffj In
ftlituÀinei cmm t» di mcfitA d d' OffÀt A mn AiiAtt dt' Fé gliAAti, Vb
Ktl^itft, die' igli, (ht inttrvitnt a’ inAttntini, ti Agli Altri n^t-firdiAAti,
td imfiigA il TimAiuntt dii gitrim ndlt findu, t in Anslthr AltfA tmtfiA
tttufAXi»A4, ) ftlUAtu «nxe. t'iftu Dtftrt» ì d CéNvento. Ql A»t$tht, tkìAmAnd«
d Cenwnre Cxnobium, t i luch'», hAnn» fAita tbiAtAimAft vtdrrt tht m U fUMìs
C«flMiii4rie. iz juoghi vicini fino al tempo ^1 500. quando S. Equizio, e S.
Be« nedeitó gli diedero forma {labile, e lo diffufcro; {ebbene rillituzione di
Sf Equizio poco fi flefe, e preflo mancò; e quella di S. Bencdctto fi allargò
per tutta T Italia ^ e pafsò anche oltra i monti. 1 Monaci in que’ tempi, e per
lungo fpazio dopo, non erano Cherici, ma fecolari, t ne’ Monaileh (i) che
avevano fuori della Citili vivevano delle loro proprie fatiche d’ agricoltura,
c di altri ariifizj, e inficme di alcune obbiazioni fatte loro da’Fedeli; il
che tutto era governato dall’Abbate. ma nelle Citt^ vivevano delle loro opere;
e oltra di ciò, di quello che loro era coilituito a fpefe pubbliche dalla
Chicfa t Quelli ritennero la difciplina antica molto più lungamente.' i
Cherici, dopo divifi i beni della Chiefa, percUttcro afiài duella divozione del
Popolo; onde erano pochi che donalTero, o lafciafT«rd più beni a loro; 0 perciò
farebbe fiato il fine degli acquifii della Chiefa; ma i Monaci, continuando il
viver in comune, e le opere pie, furono caula che non fi efiinfe nel popolo la
liberalità; ma, lafciati i Cherici, fi voltò Verfo di loro, i quali furono
firumento grande di accrefcer le ricchezze Ecciefìafiiche ; e in progrelTo di
tempo crebbero grandemente iri poflefiioni, e in entrate donate loro, e lafciate
per tefiamento; effendo ben fpele all' ora da elfi in mantenimento di molto
numero di Monaci, in ofpitalitH, in educazione, in Icuole di giovani, c inalcre
opere pie^ Fa conto T Abbate Tritemio che i Monafteri de’ Monaci Benedettini
erano fino al numero di 15000. oltra le Frepofiture, c i Conventi minori. I
Monaci ftefli fi eleggevano 1 ’ Abbate, che gli governava fpiritualmente, e che
reggeva anche i'beni, cosi gli offerti dalla carità de’ Fedeli, come anche
quelli che fi guadagnavano colle opere, e coeI anifiizj dc’Monaci; c in
progreflTo quelli ancora tho fi cavavano dagli fiabili. Ma i Vefeovi ne tempi
che feguirono nel 500. clTendo fatti aflbluti difpcnfatori della quarta parte
de beni della Chiefa, cominciarono anche a penlar un poco più alle cofe temporali,
e a farli feguiio nelle Città; onde le elezioni fi trattavano non piùjcon fine
di fervizio divino, ma con pratiche; paflando bene fpefib dalle pratiche alle
violenze pubbliche : perlochè i Principi ^ che fino a quell’ ora non avevano
avuto molto penfiero intorno a chi folTe eletto a quel Minifiero,
incominciarono a penfarvi; effendo avvertiti da’ fanti uomini di quei tempi che
IDDIO aveva commefià alla protezione loro la Chiefa, e però etano (l> jtltni
tffn MtMsea, die» Mitra a^tra Cbtrua. Aiu Monacbonim eft cm(ì» ilii CTcnfonim.
Carrieàfana fMjtari, ad Jda»ri fatta la pteara. Ctencip«&unt tivesi Ego
paftor; rp. ad Hdiod. Ms « vie» idttamJheM faft •fatta deferratt dalia fiata
SttUfiafika, alla ara fari mn grada fra faina al Claaruàta. Sk vìve, dir’igti
ad «n Ùamaea, ut Cleritaj effe ire>t i»vtv dl frimnft, t‘
ffnffMmtmUMHalttterm di Déig»^rt9Ti(itit» ntlU mtd$fimts vie» di S. Drfidtn» tn
enmiitii Juit» Civium peiitimem nortran» quoiju« concor nomine perfimiiir, Se
Pontificali benKiifiinne fublimstu, peonobir, 8e prouniveritsOr«linibusBccleGx
Jebeat exorare, ftaccepiabilesDeoholliM fiudeat otferre a. »d Brumule.Ui, f.
tf. Il-, tom. I. Centi. GaU. ef. %r. md llttederit. (J. Tbtedtitrt, lei. 7 '•
i>4 t« I, CAtil. CaII. ef. st. (« ) Siene iriiu me Pater, Se Ego mitco VOt.
JtAA. IO, r>:.,;i; >ùz) che ras toccò loro niente, ma rutto iii divifo
tra il Vefcovo, e i Cherici : anzi ancora dove la divifione fu fatta con dehtta
proporzione, reflando tuttavia in mano d^li EcclefiaSici 1' ammioillrazione
della fabbrica, e della parte de’ poveri, a poco a poco quelle fi diminuivano,
accrelcendofi le altre due : e di quello ne lì fede il vedere che in pochiflìmi
luoghi la fabbrica ha proprie entrate; e per li poveri non rollano, fe non gli
Spedali; i quali però tutti fono di non antica illituzione. La parte de’
Cherici nel principio non fu tra loro divifa; anzi il Vefeovo aveva cura di
tratiare ciafeuno fecondo i meriti: ma poi i Cherici alTunfero il carico di
dividere, efclufo il Vefeovo : e poichò ebbero la loco parte, dove nò il
Vefeovo, nè altri aveva che fare, cfli ancora fi divilèro fra loro, ficchè ogni
particolare incominciò a conofeer il fuo, e fi lafciò di vivere in comune. Ma
febbene le rendite erano cosi divile, rellavano però i fondi tutti in un corpo
governati da’ Diaconi, e Suddiaconi, e le rendite rifcolTe da quelli, e
confegnate al Vefeovo, e a ciafeuno de’ Cherici fecondo la pteporzione delie
loro parti ; e in quelli tempi in Italia le polfelTioni delle Chiefe erano
chiamate patrimonj.' il che ho voluto rammemorare qui, acciò nelTuno penG che
quefto nome GgniGchi qualche dominio lupremo, o qualche giuriIdizione della
Chiefa Romana, o del PonteGce. Le polfelTioni di qualunque famiglia, che
venivano da’ loro Maggiori ne’ tempi de’ quali parliamo, fi chiamavano il
patrimonio di quella ; e chiamavaG anche patrimonio del Principe A fondo eh’
egli pofledeva in proprieA; e per dillinguerlo da’ patrimonj de’ privati, G
nominawa SarriM» Pturimoniiim, come in mtdte leggi del Itbro u- del Codjc» fi
.lqg' ge; fi diede poi per le illefli ragioni il aeme di lèffioni di ciafeuna
Chiefa : Gveggono nelle pilMe di S- Gregorio nominati noB foln i parrimcuii
ChtcU n.uui.uia, ma anebe il patrimonio della Chiefa di Rimini, il patrimonio
della Chiefa >dir Milano, il patrimonio della Chiefa di Ravenna. Alle Chiefe
poGe in Citik di abitatori di fortune mediocri non erano lalcute pgfléirtqpi
fuori del loro diflreiio; ma a quelle delle CitA Imperiali, ctmreRoma, Ravenna,
Milano, dove abitavano Senatori, e altre fetloM.jir lullri, erano lafciaie in
diverfe parti del Mondo. pa meniorc S. Gregorio del patrimoni» della Chiela di
Ravenna in Sicilia, n d’,HP aluo patrimonio ùi Sicilia della Chiela di Milano.'
la.jC|gì|fe:jf^|g%na avea patrimoni in più pani del^ando: fifa menaione^ì
'patri, monio, di Francia, d’ Affrica, di Sicilia^ delle AlpiCozie, e dimoiti
altri luoghi : anzi in tempo dell' iftelTo S. Gregorip vi fu littitialui, e il
Velavo di Ravenna perii patrimonj di amendqe le CMAèjiphe C accomodò anche per
tranlazione. Per far anche rifpettare le poffcGioni della Chiefa maggiormente,
folcvano dar loro il nome del Santo che quella Chiefa aveva in ifpcciale
venerazione : coiì UChicfa di Kàvenoa nominava le poITcGloni fue di
SantoApollinare; i^quella di Milano di Santo Ambrogio ; e la Romana diceva il
patrimònio di San Pietro in Abruzzo ; il patrimonio di San Pietro di Sicilia,
&c. al modo che a Venezia le pubbliche entrate G chiamano di S. Marco. Ne'
patrimoni del Principe ( quando non erano alTcgnati a’ foldati) era pofto un
Governatore (i) con giurifdizione nelle caufe che a queU la profe{Tione
fpertavano. Alcuni Ecclefiailici della Chiefa Romana tentarono d’ nfurpare
rimili ragioni ne’ patrimoni quella Chiefa, volendo far ragione da sè ftefii, e
non ricorrere al pubblico giudizio; la qual introduzione S. Gregorio riprefe, e
condannò, e proibì fotto pena di fcomunica che non fi faceife. Pagavano le
poirelTioni Ecclefiafliche tributi a! Principe, come manifeltamente appare dal
Canone 5# tribnt$tm, (#)ch’è di S. Ambrogio; ed è chiaro che Coflanlino, il
barbuto, nel 6 %i. conceHè efenzione da' tributi che laChieia Romana pagava wl
patrimonio di Sicilia, e Calabria ; e Giuflinìano il giovane (a) nel ^87.
rimifc il tributo che pagavano i patrimonj di Abruzzo, e della Baniicata. Non
riceveva la ChiefaRomana tanto grandi entrate da’ patrimoni Tuoi quanto alcuno
crede ^ imperocché, narrando le Storie che Leone Ifaurico nel 732. confifcò i
patrimoni di Calabria, e di Sicilia, fanno menzione che rendevano d’ entrata
tra tutti tre talenti d’ argento, e mezzo d' oro, che fanno in nollra moneta,
per non far m imito conto fopra la verith delle opinioni quanto precifameme
rifponda ad un talento, fomma non maggiore di 1500. feudi; e il patrimonio di
Sicilia molto ampio non pagava più di 2100. feudi. X Non è fuori del foggetto
di cut parliamo faper quefli particolari che occorfero, mentre le poflefriont
della Cht^a recarono tutte in un corpo, e fotto un governo fteflb, febbenc le
rendite erano divife .il che non potè durare lungamente, per le contefe che nafeevanc
tra quelli a’ quali appar teneva i’amminiftrazione, c gK altri che ftavanoalla
loro difcrezione UmiCj; iì^duìon^., cìiftwi Minidro incominciò a ritener per sè
le obblazioni eh' erano fatte nei fuo Tempio, le quali gtk fi folovano portar
al Vefeovo, acciò le dividelTe; ma, per ricogniuone della fuperiortt^
Epifcopale, ciafeuno dava la terza parte al Vefeovo, e qualcne cofa di più per
onore, che fu poi chiamato il Cattedratico (^), perchè era dato per riverenza
della Cattedra Epifcopale. Divifero anche i fondi, e alfegnarono a ciafeunò la
fua porzione. Quelle mutazioni però non furono fatte in tutti i luoghi infieme,
nè con un pubblico decreto; ma, come avviene a tutti gli ufi, che principiano
in qualche luogo, e fi comunicano fuccelTivamente agli altri, mafllmc i
cattivi, che hanno corfo più veloce, e meno impedito. In que’ tempi, quando le
cofe Eedefiafiiche furono ridotte a que ^ fio S tÌNtamMVM Cornei munì _MivÉnmm,
ptt dihmmrtU dal Cornei Sucri Pimcnonii. Si fari di ammdmt A friwm Ut dt
Ctditf. «de! frimt att fitti JJ. (iti fttfd »i titoU |r («) Si iribotum pem
Impcritor, non ne(;imH., a^ri Eccktu( (olvant tributsmt $i egm« ilelìderit
Imperator, poretUreoi hiMi Ten. t. if. (O traGi^^lm^aH, t»d[lmU 4 C^aafiH il
iariat. ) Cathedratirumeriimnon i«ipIioi, quim venAi mr>tit effi conAitcrit
^ ab loci Pteibytcro norerit exigendum. Ctlafimi FaliaaMfiTtéf ama 4fii.Caa,
i.f. Camfa lo.lUoJ te voUimurmodiianiùUiicuiiadirc^e^i EpiicofonitnSicilis de
|»arochiis ad te pertinentibosno(Bìm Cathedratici aoiplius, quam duoi folidotj
prvfunant accipere. aaa fto. Cam.i, Caafé I». Ud flato, erano dilribuiti Ja’
Principi agli uomini militari i fondi pubblici, con carico a chi di cuflodire i
confini ; a chi di fcrvire il Principe ne’ governi civili ; a chi di feguirlo
«dia milizia ; a chi di cullodire le Ci cù, o Fortezze; e quelli, che con
vocabolo Franco, e Longobardo, fi chiamavano Feudi, nella lingua Latina, che
ancora non era totalmente eilinta, fi chiamavano Beneficia, come donati per
beneficenza dal Principe : ( 1 ) pel qual rifpetto anco alle porzioni de' fondi
Ecclefiaftici, ovvero al ]us di poflèderli, fu dato il nome di benefizj >
perchè erano donati dal Principe, come i Vefeovati; o dal Vefeoro di fuo
comenlo, e concefiione, come gli altri ; e anche perchè i Cherici Ibno Soldati
fpirituali,e fanno guardie, ed efcrciuno milizie facrc. Le Badie di Ik da’
monti erano ormai fatte molto ampi», e ricche ; per lo che i Maefiri di Palazzo
alTunfero in sè T autorità di fare l’Abbate; e ciò con ragione affai apparente;
perchè i Monaci all ora, come fi è detto, erano laici, lenza alcun ordine
Ecclefiaflico Vero è che non Tempre lo davano elfi, ma anche alle volte
concedevano per grazia a' Monaci che le lo elegelTero. Ma in Italia, non
elTendovi Monafieri molto riguardevoii in ricchezze fino al fuddetto tempo del
750. i Re Goti, poi gl’lmperadori, ei Re Longobardi non ne fecero gran conto;
onde la elezione refiò a Monaci colla fola fopraintendenza del Vefeovo. Ma i
Vefeovi alle volte, intenti ad aggrandirfi, erano troppo molefii a Monafieri;
perlochè gli Abbati, e i Monaci, dcfideroli di libejarfi da quella foggezione,
trovarono il modo, ricorrendo al Pontefice Koiiiano, che li piglialTe fotto la
fua immediata protezione, e gliefentalTe dair autorità de’ Vefeovi. Fu ciò
lacilmente confemito da’ Papi ; fervendo loro, e per avere nelle Cittk d’ altri
perfone immediatamente dipendenti da loro, e per amplificare la podeili loro
fopra i Vefeovi ; importando molto che un membro cos^ notabile, come i Monaci,
che in quei tempi quali foli attendevano alle lettere, dipendefiè toulmence
dalia Sede Romana. XL Dato principio a quella efenzione, in brevilfimo tempo
tutti i Monaficri reilarono congiunti colla Sede Romana, e feparati da’ loro Ve
Icovi. ( 1 ) Timo IL cirearam, vel undenim. «pie ad prz#. ^rhfHtt Im f'ttnjtm
di S. Pittri m mmunrm .tkt Mu ifrr» fiù fi mlUSMMtm Sidt. iit etm fii rwndMMM m
vmutmffi» driU Certi di Ktmm, mtttf rie feeli rie •trrugtmi frivileif tmnu
imurtjfedidiffudert F mmtirifm diihilitiu€idr. Ml il Pmf» mdff) Viirutieri mllm
Urt fufflJtu, S- Btrnmrd, dettjfmud uevitm, fttt «edere fmfm Eufrm» HI. tb’ trm
uu irmudeiiuu' Aibmti riemfmff d' ulhiim mi fmm Vtfavt, • Viftrvi mi fu»
Mttrtfihtmn : rie tm Ciò m M«l^«iie devrvm rtiilmifi fui mmdilU detU
trtemfmmti, dm ma' Au^tl tua bm mmi detti: Io C In Fran non voglio eflcrealdi
ibeto deir Arcangelo. rè# mvreH mmi detti ifmifi trmm Smnt», fi ftfft vijfmti
in mltmu d Settli fufijmtnii ì S. Birmmr. d», dice mvvtjmmril Meumei, e Ztlmm
ej^«e ftr tm fmntm Stde, trmdmmmmvm mltmunutt ^ufJF iftHtitmi i M^«rri>
ifturmri %U AUmti dmllm {lurifditient di' l^tftevi rie tefm ir», duevm iflt, fi
meli emmmmdmrUri Im rìMliauì £ mm erm mmm difermiti A mifiiHtfm mi i»rf dilla
Cbtifm r umirt mimdimtmimimti «« CafitiU, t mmm Mmdim mllm fmmtm Sedi, litm uil
re^ «mm. m» l’MJiire mmdit mllm ttfim f Beli i hntefftrvmrt difmjfm^i ibi
^mijlm ifemùem ffiritmmU entri ftr Im fertm dell' tfim.iini dm'dirttu ttmfirmlì
eHti. dmtm Itr» dm' mtdtfmi Vefetvi. Titnc cibi liciiuna cenlcat lùit Ecelefiat
nmiilare raembrit. confundeK ordinem, perturbare termmoi, quoa poAieninc Pacm
niif Monftrum £icii, G, manui (ùbmovendigitum, (uii pendere de cwite,
fiiperiorem naaai, bciduo coilaKralcm.Taleed» fiiaChri,8 In Francia ì Vcfcovi
fatti dal Re, c molto più i fatti da' Mac(Iri di Palazzo, iminuita ('autorità
Regia, fì diedero tutti ade cole temporali; il che anche fecero gli Abbati, che
coniributvAnu Suidati al Re, e andavano in periona alla guerra, non come
Religiofi, per quivi far uHhzj di Minjllri di Grillo, ma armati, combattendo anche
colle loro mani; perlochè(i) anche non furono contenti deU la quarta pane de’
beni, ma li tirarono timi a loro; onde i poveri Preti, che nelle Chicle
amminiftravano a’Popoli la parola di Dio, e i Sacramenti, recavano lenza aver
di che vivere; perlochè i popoli per loro divozione contribuivano loro parte
dell’ aver proprio: il che facendoli in alcuni luoghi più largamente, in altri
più parcamente, ne nafeevano alle volte querimonie; perlochè, irattandofì
Ipeilo quanto folTc quello che fi dovellc dare al fuo Piovano, palsò in comune
opinione, clTcr conveniente, ad efempio della legge divina nel vecchio
tefiamento, il dare la decima ; la qual efiendo comandata da Dio a quel popolo,
fu facil cola rappreientare (tf) come debita ancora folto il Vangelo di Grillo;
febbene da efib N. Signore, c da San Paolo altro non è {b) detto, le non che al
Mipifiro fi dee dal popolo il fofientamento (c) necclTario; che il MiniUro, o
operajo, e degno della fua mercede; c chi ferve aU'Altare deve vivere deif
Altare, (d) fenza prcfcriverc la quantità determinata; perchè in alcun calo la
decima farebbe poco ; e in altro calo la cemefima bafterebbe ma perchè quella è
cola chiara, e di lotto avremo bilogno di trattarla più diffufamente, non dirò
altro per ora, le non che in quel tempo, e per qualche fecoio Icguentc, i
Icrmoni che erano fatti nella Chiefa, iaiciate le materie della fede, non
verlavano in altro, che in pruovc, cd elortazioni a pagare le decime: cola
ch'erano sforzati i Gurati a fare, c pel bilogno, c per T utilità; c nell’
amplificare oratoriamente, come occorre, fpelTo palTavano tanto innanzi, che
paicfa mtta.lu, perfezione nel paga re le decime (a); delle quali anche non
contenti, nè parendo aliai le prediali, cominciarono a portare per necefiarie
anche le pcrlonali, cioè, di quello che l’uomo guadagna colla lua fatica, e
indullria, della faccia, di ogni artifizio, e anche dello lìipcndio militare.
Di que C^l «luri delfrviuflt, cnm sicari fxriuù pane .... DotTM'iii tainivit
iù, qui Evanj^rlium «onuncisnc, 4e Evsngelta vime i. Ctrmih. y. Vedi V drtttete
(») U» PrtdMétfre mi f.mfe di Ctrl» fredù tst’St (bt mm fiUmmtt «r nueffMne d$
f-i.ir le Drtim «’ ^rrfi, m» njjiadi dt ftrtsr’.e ufft Un O». Nec e:ic «ptasre
k Clerici «111 decun» vobu rtquusnt, leJ dtriti tbt prtdtcàiM ttif. siitfp,
ttmtrs il fmlt Aln dentiiaruin elabori qu'S novetit tniina ApolUitrc pietaus
lade nucneiwit efl, donec trtiiat, convalelcar, t roboretar ad Kceptionem
lUltdi cibi. (^iii im. ponemlum eli fugum cervkibnt idiorrem, quod n«c|cie noi,
nei]uc fratrea Uullri lufre-rr {vnuelune ? £^iyf. i.éfud ìdAlilleif tim. 4. Ai
torpore membra sliter torta, cjutm ciirpoiuit fplc Sicuc Sc'tfhire, 0 c
Cberubim, tc c^eri quiepe ufquead Annloj, et A’rhtngctoordinanrur lub uoo
capite Deoi lu hic quoque fob uno fummo Pont ibee prinìatei, rei Parriirr hx,
Arrhiepircopi, Epiicnpi, prabyicri, velAiibaici, et re'iipii in bone modum Quod
lì dicat tp Cupui.'NQloellélubArrhiepircopui tur Abbtsi Nolo obedire Epifccqo,
hoc de Cxlo 000 eAj ailìcurone Angciorum quempum dicenrem audiHi? Nell fui
Artk»irt“ jf, ^. dt Ctnfid, hi. }. iini lUtum taluberriffiii fiaerK. a mcisbrM
Ecdeitz ooini tempore (èpareior. Cnm. f. m fin». (o, (]), « fmrldT
froftuurnnut, ajjnjara, tfdtftfHt, ) ttnfflMHldt». ilz veilrz falubrt debeamu
dirpoGtionc fÌKcitrme t de ideo leiundiire deSdenum vefirum, fratrem, 8c
Coepitropiun oodnim euju! Eceleiìa eli ab noAiaui occupata, Cardinelnn «eftrz
Ecclcltz, ficutperiftia, lonAituimui Sacerdorena» quitenua vot de propitio, At
ordinando, de vigilando (óllìeitc Audrai gubcrnarc. cui dedimuiinmandatif,
nemu{U3m ordinationet przfuinac Uticiua. Uitr. Dinrnm Smmm. I^unif. tir. II.
cp. 1 (c) Hzc vox, diti Ontpto Ptnifint mtUm fniattrprttdJtr dt' mnmu
IrrltS^nfiti, (vrquent ed in tegiliro D. Otrgoni, et Epiftoiis PontiScum R'munoruin,
et decrrtalUMU, qutbutÌ! Cardinali! dicitUT Preibyter, vel Oiaconua, qui certz
aliciri Ecciti, vel Diaeoeuz propria!, de adcMrtiaJicujau tituli,Ave Eccieliz
miniAeriunordinatu», inferiot, atuiexui, de, ut iplc loqaitur, meardtnatm cA.
Naia S. Gregorio idem eA Cardìnalcm conAituere in allquorituio, vel ficclcAa,
quod incardinare alleai Ec(Idìz, vel io altqua Ecckita cardinare. Idem rriam
drEpilcopit dirà, quod de tua EecleAa ad alìani. ncccATratii caufa, tramUtni^
EpitcopeM etoidem ficcieiàc fijz, iUius vero ad quana uaatUùlìuiri zo tu, eh
erano le principali, più ricclie, e con più carichi, e rainifteri, ricorrendo
per lo più cjuelli eh’ erano fcacciati da’ propr) luoghi ; e quelle Chiefe,
come più ricche, e abbondati, ricevevano più di quefti foreftieri, e però
avevano più Cardinali: il che anche era ricevuto dalle fuddette Chide, perche
con quella via acquiUavano da ogni luogo i più infigni uomini; ficcome al tempo
preicnce fifa, e però poche volte ordinavano de’ loro, ma [penilTimo
incardinavano foreftieri’, onde in quelle due Chicle rcllò che tutti fi
chiamalfero Cardinali. In quella di Roma dura ancora il nome , in quella di
Ravenna durò fino al 1543. quando Paolo III. con una lua Bolla annullò il nome
de’ Cardinali nella Chiclà di Ravenna : cos'ì il nome di Cardinali, che
moflrava infermiti, mutata fignificazione, è fatto nome di maggior digniù, e
viene detto che fieno Cardinali, cioè, Cardines Orbis tcrtaTum\ Ti) e quello
che non fu nc grado, nè ordine della Chiefa, ma indotto per accidente, è ialito
alla grandezza, e dignità nella quale oggi fi trova. Ma chi guarderà i Concili
fatti in Roma, dove fono intervenuti Vclcovi Italiani, e Preti Cardinali
Romani, vedrù che Tempre i Cardinali hanno fottoicritto dopo i Vefeovi , nc
alcun Vefeovo era fatto Prete Cardinale anche ne’ tempi polleriori. I primi
Vefeovi fatti Cardinali furono alcuni principali fcacciati dalle loro Chicle,
come Corrado Magontino, (cacciato per ribello da Federigo I. Imperadore, fu
abbracciato da Aleflandro III., c fatto Cardinale Sabinenfe. Non avevano
nemmeno i Cardinali Romani alcun abito, o infegna dìfiinta fino ad Innocenzio
IV., che nel 1244. la Vigilia di Natale diede loro il Capello ( 2 ) rolTo, a
cui Paolo 1 1. aggiunfe anche la Berretta rofla, (3) eccettuati i Regolari ma Gregorio
XIV. nel noftro tempo la conche ancora loro. £’ fiata necefiaria quefia poca
narrazione, poiché verrà Ji§nir\ che al prelcnic è primaria nella Chic fa, e
alla quale pare non trovarfi titoli fufricicntf. (4) Il Pontefice prefente,
Urbano Vili, ha per Bolla propria conceduta loro 1 ' Eminenza. (3) XIII. Suenlotes, Uve
Pamificct Cardinal«y vac» t t»44. Iug^uni,.in Concitio gm«ra!i la. Csr i«v‘ )
fin ft' incarJifure aliqocm S. dioslibui virii ctcelIeneinÌRn^ cr n»ìi. Sft frtmv.du pur lìium, li opu efliet, prò
I-ccJeiuilira libertà. ifU, i CHTMti dt Rimi riiJvtffiri dt freadiriit te
tuenda, gladio ofiène deberej et prxfettint tinti di Cirdunii, fif I mm co
rempore quo Romana Etdctu a federilo H. tkt «ttfMi d'iffm i fi" vHimi
mtmijhi atfifi, Imperaeore vcheioenter oppugnabumr, « ÀI firtieifitt dtU Jm»
iUimhiì tJtUitmm' fanvM. fifta i ijmali gita tattiilgl- ta d'efftn agginan alii
nijtn aaniritiiai, par cnu ! due lagiait ly. ita Tapcr hot Sede Apo- grmmditi
ni Un muta, fi lUnarima dalia Un jloliea, touuf Ecclefur oftium, quiciùl, Ac
iiu. dipraienia. ilencatur, (J) ^tjh "Itimi panie feaa finn ageimn (a) Hic
in vigilia lutai» Domini anno aiP OtfiaaU Jialiaai, a da' Cifijh, • dagli Dal
principio fino poco innanzi il 500. come li è detto, ogni Chierico era ordinato
a qualche uffizio, c viveva a fpcfc comuni; dopo fatti i Benefizi, l'idefla
cofa era ordinarlo, e alTegnargli Tuffizio da efcrcitarc, e il benefìzio dove
cavar il vivere; nè lenza Benefizio fi ordinava alcuno ; ma in progrcflb di
tempo, comparendo qualche foggetto atto al Chcricato, febbcnc non vi era luogo,
c benefizio vacuo, per non perdere quella pcrlòna, i Vefeovi T ordinavano fenza
certo uffizio, 0 titolo; c però anche fenza benefizio, per afpettare che alcuno
nc vacafle; « quelli ordinati fenza titolo aiutavano i Benefiziar), da quali
loro era dato trattenimento : ma in progrefTo di tempo crebbe a cosi ecceffivo
numero quella fona di Cherict ordinati lenza titolo, 0 benefizio, e fi diminuì
tanto la cariik ne’ Benefiziar) a dar loro foftentamento, che, naicendone
infinite indecenze, e Icandali, bilognò provvedervi con legge, c coftringere i
Vefeovi, che ordinavano fenza titolo, a fomminillrar il vitto agli Ordinandi ;
( V» ) c quelle provvifioni nel principio che furono Itatuice fopirono alquanto
il difordine; il quale però non flette molto a riforgcrc ; e più volte
repreflb, è fempre ritornato : al che due cote hanno data caufa infieme : Tuna,
il defiJerio di molti di farli £cclefiaflici, per goder Tefenzioni, e liberarfi
dalla foggezione de’ Principi : T altra, T ambizione de’ Prelati, di aver
loggctti molti a’ quali poter comandare ; nè ancora è provveduto bene a quello
dilordine, ficchè per tal caufa non fuccedano in diverfi Regni molte indecenze,
che fono cagioni dì far perder al popolo il rilpetto della Religione. Nemmeno è
fiato efentc da quello inconveniente T Ordine Epifeopalc, ficchc non fieno
fiati ordinati Vefeovi chiamati titolari, 0 con voce deriforia : Nulla tenenti
: ( i ) non fono però così volgarmente trattati, come gli altri Cherici non
benefiziati; imperocché, febbene fi ordinano Preti, Diaconi, e altri Minifiri
inferiori fenza carico, nè in fatti, nc in nome, non fi è però collumato fino
al prelcntc d’ordinar i fraintrtimfjlt h.t9H0 frtf» Hit' 0itatst.i9iit fatta
nrl maf^iat ftr maa tamtianaueat dttnjft; tatfatttthì F.e.ttU framtrt» iHnaat.1
V tfaltauMl al di U^ ^«>1# Vili Epiifoput, fi alivnec { nifi lalit oraioamt
de Tua paterna hzreditste, Val alta, boncitsMi caufa, fubruliutn polite habete.
CauMt i dtl C»ntiii lattraHtHjì fm» AÌt^amdn III., t fi trava ntl taf. 4. tg.
tra ir fréhtnda. (i> yJaVrft^' ntICmfilt dìTrta ta difia, ehf ti Vtftavata
rtetrra una Diattfi, a tk ti Vifeava, a la Ckitfa fatta rarrtlattvt, tth wta il
hiariia, a ta hlagiu ia maniera, tha f una Mb fu» fiat ftnta Faltra’. tbr dì
^ntfiaarà:nazJam man fi vedeva fata un vafiigia in tmitn F Antitiiktìk, in rati
i Vtftavi, tha aiiandanavama i lata nftavatt, a (he n'arana frnau, ntn arana
fià témfiderati ftr (alt i in fatila {aifa affante, thè Ma \Jemaa, al faale fia
eeeana la JUtfir, fià ii tn viem rm fidarata »er Uarira, Refltti nn Vtftava
Italiana, thè i Weftavi' titelari, avende félamtntt la fedtfia dtU'Ordine, uan
era nettfiaTia che mvefitfa ana Chìtfa t ebe fa una valta nen fi erdméva altun
Vefeapa, fanza afftinar{lirat nnai rA derivava, ferrhi ntm fi ardmavana ne'
Preti, ne' Diatam fenta tuaia: thè feftia era fiata rieantfuuta ^tr t^aumfati
ante al fervitia di Itia, thè vi fafitTa Preti fenta titeia, ed in tenfremenza
Vtftavi fiuta Dtattfi. Fra Paaia hh.t. del CentUea di Trentat Ftdi FArtitala
la. zx dinar Vefcovo fenza Dioccfi dalla quale (ì denomini ; perlochè fé gli
aflegna una Ci[t^ poflcduta al nrdènte dagl' Infedeli, dalla quale prenda il
nome; dove non cHcndo alcun Criftiano, TOrdinato refta col folo nome, fcnza
popolo; e vive fervendo qualche Vclcovo grande, il quale non polla, o reputi
cofa inferior a sè, 1' efercitarc per se Hcdò le funzioni Epifcopali. Di tali
Vefeovi titolari ve n' era gran numero innanzi il Concilio di Trento ; ma al
prclente è molto riflretto. Ma perche adeflb i Padri Gefuiti propongono
queffioni, fc il Papa poflfa ordinar Vclcovi fenza titolo alcuno, nè vero, nè
finto, Jìccome fi ordinano Preti, e Diaconi, e decidono che pofia; piaccia a
Dio che quella potenza non fi riduca in atto, e fia perduta la riverenza anche
a quell’ Ordine, la quale gi^ era grande vcrlb tutti ^li Ordini Ecclefiafiici,
quando non era ordinato, Ì^e non chi era iniìeme defiinato ad un’Uffizio, come
lì è detto. per la qual cagione tutti riledevano al loro carico, perchè non fi
poteva latciar vacuo; c non vi era chi potefle fupplirc, clTendo tutti occupati
nel proprio, onde era incognito il difordine di non rifedere . fimilmcmc era
incognita la difiinzione di benefìzio che ricerca rcfidenza, e che non la
ricerca, e, o ricco, o povero che fofle il benefizio; o di molto, o di legger
carico, conveniva che il poirclTore fcrvifle perfonalmente : ma dappoiché s’
.incominciò ad ordinare feoza titolo, avendo i Titolari chi mettere in luogo
loro, lalciavano il carico ad uno, che attendeva con qualche poca provvifione,
ed elfi attendevano ad altro. Così i Vefeovi in Francia Icrvivano alla Corte %
come pure i Parrochi, fofiituito qualche povero Prete. S’incominciò a provveder
al dilordine, non con legge, o con collituzioni, ma con gafiighi di cenfure, e
privazioni in maniera, che ne’ tempi de’ quali parliamo, cioè, ne’ prolfimi
innanzi P 800. con quelli gallighi erano tenuti in freno: ma co^ >>
a>MÌfìr>ge dc’bcnefizj, come anche rordinazionc di non titolari, e le
provvifioni per la rclìdenza, non pafiavano fcnza qualche diverfit^ da un luogo
all’ altro, c anche nella ficlTa Chiela non paflavano fcnza qualche variazione,
caufata sì per li diverfi pcnfieri de’ Vefeovi che lucccdcvano, come anche per
lo divcrfe provvifioni fatte di tempo in tempo da’Principi, per ovviare a
dilòrdini cagionati dal troppo volere di qualche Ecclefiaflico, o dall’
impazienza di qualche popolare, che non fi poteva veder efclufo totalmente
dalle cofe Ecclefialliehe, XV, Molta variazione pafsò fino a Carlo Magno, il
quale, ridotta fotte la fua ubbidienza l’Italia, la Francia, e la Germania,
riformò anche le cofe Ecclefialliche, riducendolc ad uniformità, le quali in
diverfi luoghi erano divcrfamcntc illituite; rinnovando molti de’ vecchi Canoni
Concitiarj andati in difluctudine, facendo egli divcrfe leggi Ecclefialliche
per la dìRribuzionc de’ benefizj fecondo rdìgenze dt quei tempi : reftituì in
parte a’ Parrochi le poflclfioni che i Vefeovi, come fi è detto, avevano tirate
a sè, ordinando ad ogni Prete Curato ne fofle aflegnata una della quantità che
in quel tempo chiamava. x3 mavafi Mcnfa. (i) Pafsò allora in Italia il coflume
di dare la decima alla Ghiera Parrocchiale, che gili molto innanzi era
introdotto in Francia. Aggiunlc però Carlo di nuovo, che il Vclcovo, come
Sopraincendente, e Pallore generale, potefle dare quell' ordine lopra la
didribuzione delle decime, (a) che parefle a lui; pcrlochè i Vcl'covi, dove
erano molte, c graffe, ne dil^lero in diverte maniere: ne attribuirono parte a
sè llcffi, parte a’Preti della loro Cattedrale; c ne aOegnarono anche qualche
parte a’Monafteri, con carico che cfli mctteOcro un Vicario alla cura, dandogli
la porzione conveniente: c, oltre airaffegnazione del Vefeovo, alle volte le
Chiefe non Parrocchiali fc ne appropriavano qualche parte, che in progreffo dì
tempo poi difendevano colla preferizione. I Princìpi ancora ne applicarono alle
Chicle verfo le quali avevano maggior divozione. Rcllitui Carlo la libertà a’
Popoli di eleggere i Velcovi, concedendo che il Clero, e il popolo doveffe
elegger uno della propria Diocefi, il quale folte prefentato al Principe; e
quando da quello foffe approvato, e invertito, dandogli il Partorale> e
TAncUo, doveffe efler conlccrato da’Vcfeovi vicini. Kcrtitui anche a’ Monaci la
facoltà di elegger l’Abbate del loro proprio Monartero : {if) rtaiuì ancora che
i Vefeovi doveffero ordinar Preti quelli che foffero prefentati da’ Popoli
delle Parrocchie, Stabili anche Carlo 1' elezione del Pontefice Romano in fimil
ma niera, ficcome era anche irtituita, quando gl’ Imperadori Orientali
dominavano Roma; cioè, che foffe il Papa eletto dal Clero e dal Popolo, e il
decreto della elezione foffe mandato all’ Imperadore, il quale fe approvaflc
(c) l’Eletto, foffe conlccrato. Vero è che, motto Carlo, quando gl’ Imperadori
della Tua porterità fono ffati deboli di forze, o di cervello, i Papi eletti
dal popolo fi fono fatti confccrare fenza afpettar il decreto dell' Imperadore
: cosà fece Pafqualc con Lodovico, figliuolo di Carlo; febbene manJà poi a
Icufarfi con elfo lui, che non era ciò proceduto per Tua volontà, ma per forza
del popolo, che cosà aveva voluto. Sono ben alcuni i quali dicono Lodovico aver
rinunziata la facoltà di confermar il Papa ; e perciò allegano il C. Ego
Ludovicui^ ( ) quale altri uomini di molta 0) fwL ri) HUfffMrié ftrvivtrt, t»mt
ntr 5 .Cr^iav# nell» vit» dt S.Ltfstié dArili. Ouncc omnn «l> iffo eflènt
redempri co tTgento mo AaterriW ejui Conici Eccirlìa Menfa rcin^ucnt. HitU
nMrrw ftmdaU mn c| firviMm» munr» dtll» farti» Urnf». ( .« ) Uc Derimz in
pcreJkste Epiftopi Hnt, qiuiibét a PresEycerìi dilpcnientur. t»f.i4i.lti. 1.
CsfirmUr. (i; Monichorum (ìipiiiiein caufam, Deo ojmuUiite, « pane
liilporueninui. Ac cuomodo ex (é ipfu libi eligendi Uccntiam deaeritcui, Ac
qualiter cjuiete vivere, propolitunique indetefli cutVdire valerent
ordinaxenmui, in •lu libcdula diligenter idnotari feamuit At ut Bpud
Suceellorei nofkr» ratum fbret, Ac invioUbiliter coniervarctur, conErmavimui.
tf, ltiii. t- CtfitmUr. (r) i U fimrmtiir» tir fm dal Clrrt, « dad fafaU XMMa»
frràata « il traigli», •d a Lttaru fu» fi'UmtU 1’ »n»» «14. Proemno ego Uk per
Deuni t^nmipotenreir, Ac per iUa qusruor Evangelia, Ac per bone Cnicem Domini
aoliri Jrfu Chndi, Ac per corpus BearilTìmi Petti, prinuj'ii ApoAolonim, quoo
ab hoc die in lidtlu ere Dorainis nollr» Imperato dot tri ribus, Hludovico,Ac
Hloario, dicbui vitjrnie«, }usr4 vim, Ac imelleòum meum, fine fi^ude, atqae
malo ingemo. Ulva fide, quam rrprninifi Domino Apo^iicoi Ac quod non conlentiam
ut alitcr in hsc Sede Romana fisi elegie Pontili(is, nifi ciaonue, Se julle,
fctundum virci, Se intclledum meum, Ac iile qui elechii fiierh, me conUatiente,
conlécvirui Poimiex non fiar, priurqu.''in tale làrtan>er.tuni U^iar in
prskmia milG Doaùnici Smperaions, Ac populi rum paramento, quale Dominus
Eagcoiui Papa Ip nte, prò coniérvaiione «^nnitun, Uftutri bibet per firiptum:
nmai. CafiimUr. fag. «47 yid» Tb»gaa. ad aaaam tiy. ferduravit hxc confiietudo,
dir Onifri», ufque ad BenediAum II., cujui fanfìiraie petmorus ConUmcmus Iniperator,
Heradii pronepm, et'.i&o tuo julTit ut deincepc, quem ui, pnpululque
Rotnanua Pontificcm aekgiQent, », nulla ampliui Imperatom confitnucmrtc
expéò-.ia, more vcmiiifiimo, Aatim ab Epilirop» orduuretur Aa»»t. ad mam frlaga
Jf. l) D Jtiaff. éj. Vidr Tltrmm dr rltHitnitMi i» fm tfrram Agttardt. taf. 6,
fag. i{t., rAi Balnuam. tdt ttiam Tbtran. ad oao.liO., et 17. f i I Z4 dottrina
mf più ragioni meflrano fatfo, e 6nto : (i) nel che è fuper6uo aflaticarfì,
perchè certo è che Lotario, Figliuolo di Lodovico, c Lodovico iecondo, tuo
Nipote, confermarono tutti i Papi elctti nelle loro etli. In quelli tempi, ne
precedenti, e fulTeguenti, quando, per afpctlare la confermazione del Principe
affenre, alcune volte paOava qualche mele innanzi che l’Eletto foife confermato,
e poi coniccraio, egli innanzi la conlecrazione non il portava da Papa, nè
amminiilrava, lalvo che qualche cofa particolare, a cui urgente necclTit^
collringefle di provvedere fui fatto; nè vi fbflc altri che vi attcnddfe; come
avvenne a San Gregorio; nè fi chiamava Epifeopus, ma EltBus, Anzi nemmeno
teneva il primo luogo, ma lo teneva 1 Arciprete ; il quale anche fi dava quello
titolo, cioè : Servaas locnm Seda Apojìol'tc^: ma dappoiché i Principi furono
elcliifi, come al fuo luogo fi dir^, pafiava Icmpre poco tempo dall’ elezione
alla confecrazione, nè per quello fi diceva che 1' elezione fola deffe il
Papato, ma la conlecrazione : perlochc, le alcun Eletto moriva innanzi d’effere
conkerato, non era pollo nel catalogo, e numero dePontefici, come avvenne ad un
Stefano eletto dopo la morte di Zaccheria nel 752. che non fu conlccrato; c
però non fu pollo nel catalogo. Papa Niccolò II., (nufei fTriru'-, Hi"C ob
ri(creiu, quoi ab hti vi too^ui rflet ^Aiifioutn irunitt nbì'e. Acirpu bsc
tàmfaéionf, Lalovicui ‘«'pò i.Ui Clero, Irta)u;uRi ipiìini», St pitia M«v8ne
drinrrp ouieftiTnR laelc eni : tu xitu fuf.bulit miti»- ^U4nt» gli Auttri fbt
b^mm ftriitt rbt Lut^i, il btn^u», uxtfit rmmuti dtrittt di rtufiruurt t
t'ti»9t dt fuftfiuii rr’trr tbt uufft ftrft dli' uxtf ttufuft (bt Hutiu»
Ttftnftt util» mtitfimu vii«| tbt il H bli0tHuru Aatfiugi», itti, il CuuctHurt
drHm feere Wr, rutttmt» tb taduvii» dttdt M fuifiMU f tturr» fdtfià d' titfgm i
|V fini, a f •« Ptmifi-tm ft^ului fiatim eriafiit, fNi tmia dir Ptaiiftatmi fm,
dumrtt dtmtjhcas diffcnttt uttifit, mtrb» àfifitxt» rrrrrfiut tnttrmt.. ^5 Papa
riceva tutta V autorità : e perciò i Scrittori mi fmt mi ntlU fmm Cnmìcm
Jt’PMfi. F ftiammn mtmxMm Ji ni in itrmm. Ante qnein tioxn Siephtnut qui«U
fdf»^ fidi» Sttfdm Ili. f» V dltr» ftfu fidi» fdfd iftttiv», I rietmfrtiu» t ìi
rkt damjh» tln dUr» tfftr Elcàuf n»m trm ifiir Epilcopui, « fdfivd drvtntdr
F.pili« nel fm Ltxitm, in Cenfitrohoiubiu Imperatorits, enniverlétiam
pearitatiooem, colUuòaetii, de prcAeaooem fi ! i nefizj molto ricchi, fi
creavano Vclcovi i principali della Cone, c della Cittì, a quali il Principe
ancora commetteva molta parte del governo politico, prima llraordinariamente;
cpoi, vendcndofi che riuIciva bene, anche ordinariainenie; non perh in tutte le
Cittì a!!'iflef|b modo, ma lecondo le occorrenze del luogo, e il valore, o la
boctì del Vefeovo; e anche Iccondo la poca attitudine del Conte alle volte, al
quale fi luppiiva col rimetter ai Velcovo. il che fu caufa che poi, degenerando
la poflcritì di Carlo, che bnalmente fi affogò nel prctondo dell’ignoranza, i
Vefeovi penlarono cITer meglio per loro non rl.‘him (redo bsc oppertunif(ce
Htdriinum. tjuod CftTOius, {quejh tr» C«rI it rnffirì Iinpcraeor, sb ImIU cum
«nrcitu diicMtiu, in Noroujinot rebeliintn moverat. Stiu vftM d' AdrUn» U. dtl
mrdtfimtt PUi$ms fi 4 i R»mMÌ, ftr mtier »» P»nt>firMt9 ftmx,' sffttfri l
(»nftrmst.iem dilT féiU, >r« etti i vttifimiU tb AdrUtu IH, mìU i'tftUdtrt P
ìmftrmd» r4 dtl P»f» (4) Vidi PVitKhmd fég. tt. mtam. to. Omnia, dtrr ii d‘
Agmtfy»»», &unini deben ror PantiKibiu, 8c non C'boi^ilcopir, nula f»rt»
Cbtltiahrta rmane Ckmi, quod lum failTc. cum )Un eo devemJtent Ecriclialìici,
«tuh> (ine perratonis t^ualtlet dMtunùc.rc tem- ut, non cnadi. ut aniea, Icd
ffKjnte, ^ laigi. pori de Erciedx rmuiBcraAonr pofTederint cum
nonibuarootifiiium nmnutobuent Rea (>ef '^aucioriuie Klonotìtlimi Ptincipia
nollti, in |ui finii «xempli, cum pndea ('ere (einper ferrata bare propnctarium
praeCciiptione tempotit non vncen. conliictud» (il, ut a^priorum Pontifimin
fe.p(en. tur, dummodo pateac Ercidix rem fuifTe; Nevi, tea aut infrinf^erent,
aut omnino inlleenr. R#. deaiuiu eiiam Eprfiupi admimaraitonu prtjlizx,
Manal.rra éStcfsMaVl. rii thi Sttfan vav«ut precatortaa, cuni «rdinici funi,
faceredcbotC fAtia a tarmafa. Steptuni PonitHch Jerreta, Ae le, aut diu lentit
Ecclefie ficultaTei prnpristati «tU ibtim tmprobat. abro^acque. dire iV R«rin«
fux polle tr»nfuiderat buie «tati ut hotninum indullru in rnitnonc inutilaiui
turpuer, alupundia vitam Ju. quovU cenere vittutia (oafeodlertc, nuliii calca
zie, cum ob inhoitelia vulnera i frababilmeata libui aunibim, quibu» hmuinuiu
ingeniaad lau' ftr tfitr^ii fiata tafliata il nafa, a la erieibu ) dein
eiuiirentur. piodire in puliblitum mibcKcrct. Plaiina in (JStimphaDUtVI.dirr il
Flaiina malia fna vi. vita, ta, tanto odio pcrfecuttis cd Formoli Homcn, ut
anni Giovanni XL ch’era figliuolo (4) baluardo d’ un altro Papa (h) morto 18.
anni prima’, e tanti inconvenienti nacquero in quelli anni, che gli Scrittori
dicono in qiie’ tempi non cflervi flati Pontefici, ma Mollri. 11 Cardinal (c)
Baronio, non fapendo Icufar alcuno di que’dilordini, dice che la Chiefa allora
per Io più (lette lenza Pontefice, non però lenza capo; rellando il fuo capo
Ipiricuale Grillo in Cielo, che non T abbandona: ed ò ben cola certa che Grillo
non ha mai ialciato, nè lalcierh mai la Chiela Tua, ne può mancare alla Tua
divina promelfa, eh’ egli lar^ con lei fino al fine del Mondo: (d) e in quello
ogni Crilliano dee ientire, e credere quello che il Baronio dice, penfando
anche che quello, che all’ora avvenne, fia avvenuto altre volte; c ficcorac in
que’ tempi la fola alTiflenza di Grillo confervò la Chiefa, cosi l’ha
confervata, e la conferverh in tutti i fimili accidenti in quel medefimo modo, con
tutto che non vi folTe minillero di Papa, (i) Può ciafeuno da sè fleffo
giudicare come folTero trattate le altre Ghiefe d’Italia, confiderando qual’ è
lo flato di tutte le membra nelle gravi indilpofizioni del capo. («) Non
flavano però meglio fuori d' Italia, dove i Grandi davano i Vefeovati a’ioro
foldati, e ancora a’ fanciulli in età fanciullefca. Eriberto, Conte, Zio di Ugo
Capeto, fece il fuo Figliuolo di etk di anni 5. Arcivefeovo ( a ) di Rems ;
Papa Giovanni X. confermò quella elezione. In que’ tempi nefTuno riccorreva a
Roma per divozione; ma Tempre chi di&gnava alcuna cofa contra i Canoni, e
ufi Ecclefiaflict, fe non trovava nel fuo paefe chi 1 ’ approvaife, ricorreva
(m) ^ejl fini ) riftrif i» mtl lArè frutto mi t»p» i J. Onofrio ?mmvitto itti
tbt Ìfio Psfn moH n» di Pof Srrgto IH. tomo mfierms PUtiM. (^) Di Sorgio III.,
c di Unroxj, figìiuolA dtlis Mtrfttitt ToodorA, Ia tfmAle profiimivA U f"
’. Joinnei XI. dir pAmvimi. S^gii l'apx. Se aIsickix notuUilimr inter Rmiunof
fiéminx {tlU n vtdovA di 0»ido ÀtArrbfft d T^trtnA"^ filius, vutri, qux
cune in urbepoteouirima erat, uiàoriuc?, et ttudio rucceflìt.;.. poli Leuneni
VI. 9c Steptunum VII. Pltuiti» U tbìAms CiovMMMiXll. patria Romanui, pane
Sergio Ponriike &c. (r) Wi fMin ifS tpAmt, «fìea PlacÌBa nelii vita di
BeneJetio IV. tAfrivir ttfit EìcUSa Dti, vttfir tfM! cnitorAtu a ftutritAt d
lAftivurm, ffprrit Atiu tAutA lirtHtiA fttcAAdi btportt»tA, A ATAiniitn, et
UtguioAt, fAitOiJimA P^ $ri ftdti nrnfAtA tfi forimi. feffrffA. Bm~ voiu rbiAAtA
imefii PAfi ftdu AfofioUt mvAfnri, itom AfofiAitoi, frd Af^Atirot, a 4 Aaitmm
pot. Jta Pool (a muA pmdttjoffiiimA imior Ito 0I dtftrditu dtll'ttrtnmi ai ami
itmfo. Sitfpu, dx' gli ìm kha dtlft fu Itttrrt, u h» irnAto Arfomtnfo fori it
provi tbt Ia fioTÌA dtllÀ PofiffA CttVAAAA fA VTr«i tott iitmPHn bo ttovAto
TàifioAi AblofiAntA hmont tbt n mtfiuAo Ia fAÌfitÀi tilde, pr pArUr
fiaertAmtmtt, io fmdt a trmnlA ftr fAljA, pia non pi ftr firAVAtAntt i poirkh
i» fMaa«i X.)ulutptitiin, in execnplmn cito rtanfiic aliorum, ut cumplures
hujus Ixculi Princt. fibi tinguine con^nftm adolclcencutos ia
unaaC-aUicdraituravaim ^nvinovendos ad aem. paf. a Roma, dove fi davano
difpenfe d'ogni cofa e Fambìzione, o F avarizia fi copriva con dilpenlazione
Appdlolica. 1 Papi, eifcndo quali abbiamo detto di lopra, non Facevano
didinzione di quello che poteffero; iiimando aumento delia lorp grandezza ogni
cola che folTe ibftenuca da qualche potente : quelli, per loro iinerefle,
difendevano quello che impetravano. Il popolo, parte per la lua lemplicitk,
parte pel terrore de’ potenti, approvava quello che non poteva impedire; onde
fi fiabill un’opinione, che di qualunque cofa, lubito che aveflc la
confermazione da Roma, ogni errore paflato folle coperto. XX, Alcuno crederebbe
che la poca cura che aveva V ordine Ecclcfial^ico delle cofe Ipirituali avclTe
fatto rafl'reddar il fervore de’lecolari a donar alle Chiefe, ed avelTc pollo
line agli acquilU nuovi degli EcclefiaAici; nondimeno non fu cos'i, imperocché,
quanto era diminuita ne’ Prelati la cura Fpirituale, tanto più erano intenti a
confervare j beni temporali, e avevano convertite le armi Ipirituali della
Icomunica, che fi ufava folo per la correzione de'peccarori, a difela delle
poflelTioni temporali, e per ricuperarle anche, Fe per calo la poca cura de’
PreccF(bri le avelfe lalciate perdere. e nel popolo tanto era il terrore delle
cenfure, che nefluna colà, metteva maggior (pavento; e colà mirabile era, che i
foldati, e i Capitani, fenza alcun timor di Dio, che ufurpavano quello del prolTimo
Fenza alcun riguardo d’ offendere S. D.M., gutrdavano con gran rilpetio, per
timor delle cenfure, le cofe della Chiefa: da quello molB molti di poco potere,
dclìderofi d'afltcurar il filo dalle violenze, ne facevano donazione alla Chtdà
con condizione che ella ^lielo^ delTe in feudo con una leggiera ricognizione.
Quello afHeurava i beni, che da Potenti non erano toccati, come quelli, il
dominio diretto de’ quali era della Chiela. Mancando poi la luccefllone
mafcolina de Feudarar)-, ctTmc- per iè Frequenti guerre, e fedizioni popolari,
i beni cadevano nella ChieU. Poiché (ino al prefente abbiamo detto in qual
maniera fieno fiati acqiiifiati i beni Ecclcfiafiici fiabili, c la ragione di
decimare quelli de’ Laici, quello luogo perfuadc che fi tratti, c rifolva,
prima chcpalfar innanzi, la quifiione trattata ne' nofiri tempi, cioè, le i
beni £cclefiafiici fieno pofleduti urc divino^ o humano'^ echi ne abbia il
dominio. la comune opinione difiingue le poireifioni lafciatc alle Chiefe per
teftamento, o per donazione dc'Fedeli, o in altra maniera da elTe acquifiate,
dallc{ decime, primizie, e alire obblazioni. £ quanto alle polFefiioni, tutti
concordano che fi debbano chiamare beni temporali, e che fono polTcduti dalla
Chiefa jura kumano : imperocché cena cofa è, come di Ibpra fi è narrato, che,
elfendo proibito a qualfivoglia Collegio r acquifiare ft.ibili, la Chiefa,
prima con permiflìonc degl’ Imperadori ebbe facoltà d’ acquiftarc, e apprefib
vi c il Canone : j«r^. d.S., do . 31 d. 8., dove fi afferma che col folo
Fondamento delle leggi umane fi dice: quella poffeflìone èrnia: quello Fervo è
mio: c che, levate Je leggi de’ Principi, nè la ChieFa,nè altri potrebbe dire
che cola alcuna Foffe lua. ( 4 ) Neffuno può dubitare che la divifione delle
ponTcffioni non fia per legge civile, e parimente i modi di trasferire i dominj
dall'uno allaltro, la donazione, il teflamento, e tutti i contratti, e tutte le
diFpofizìonì non fieno leggi umane. Sono flati nel mondo Repubbuche, e Regni,
dove il tellamento era incognito. Jure Romano al iolo Cittadino Romano era
conccflb di far teflamento: non c pofiibile che il modo di acquiflare fia per
ragione umana, e la continuazione dcU’acquiflo fia per divina.’ quando alcuna
cofa è donata, o legata alla Chiela, effendovi difficoltà, fc quei titolo fia
valido, fi giudica con leggi umane, c tenendo legittima ragione, fi mette al
poffeffo fecondo quelle. adunque anche in virtò di quelle, e non altrimenti,
continua nel dominio, e nella poffeffione : ma poiché in quello ogn'uno
concorda, non pafferò piò innanzi: lolo aggiungerò, come per corollario, che da
quello fi rifolvc chiaramente, e fenza difficoltà, fe T elenzioni, che hanno le
poffeffioni Ecclefiailiche, fono de jwc diviHo, ovvero bumano , poiché il
poffedere, ed il modo di poffedere, vengono femprc daU’ifleffa legge, e i
Giureconfulti dicono che dall’ illeffa viene la fervitù, o libertà de’ fondi,
daquali anche viene il dominio. Sarebbe gran contraddizione dire che la Chiefa
aveffe una poffeffione jure Veneto, la qual aveffe una libertà alio jure. Ma
quanto alle decime, fono due opinioni: una de Canonifli, 1altra de’ Teologi, e
Canonifli, che flndiano infieme la facra Scrittura, e la legge. Dicono i
Canoailli che le decime fono miv divino, () perchè nel Teflamento vecchio Dio
diede a’ Levili la decima, come {b) la Scrittura divina racconta. e non è
maraviglia che dicano cos), perchè non fono vcrlati nelle lezioni de’ Libri
facri, non effendo la loro profcillone d’intendere i nìifieri della Religione
Crifliana, cioè, che Dio per Mosè diede al popolo Ebreo la legge, la quale,
quanto alle oofe cerimoniali, t giudiziali, fofse propria di quella nazione
fino alla venuta di Criflo, il qual’ era per levarle la virtù obbligatoria.-
(r) ficchè la legge delle decime è ben legge divina Mofaica, ma non legge
divina naturale, nè Crifliana, ed obbligava quel popolo folo di allora, adeffo
non obbliga alcuno. Può bene chi regge una Repubblica far leggi fimill a quelle
, ma non obbligheranno come divine, nè fi dovranno chiamare uli, ma bens'i
leggi civili del Principe che le coflicuifce. Fu una legge divina Mofaieache il
beflemmiatore fofse uccifo. quella adeffo non ci obbliga; nè chi non l’uccide
pecca; e potrebbe il Principe imporre per la ^flemmia pena capiule; e farebbe
giuda, e fi dovrebbe fervale; non però fi direbbe legge divina. («) Jure Kumano
dkitar i h»c vilU mea cft: hcc dofnus mea - bit fervut renu eà. )ura au«m
hunana, jura Imperatoram (uDt. Tolte )ura Imperatorum, 9t quii aud« dicere :
mea eft ì0a Tiili, auc mnu eli itie fervui, aut dounii h«c IRM cft} ) Ctv»rmvi»
»a» J d» ftmimtnt». Vt il il it, iti Itkn frtmt variarum refolutioeuin. H )
Filiii Lavi dedi omnes devimas Kraelii in pofleftìoneTn t>ro ininlfteTio quo
ftrviunt mihi in tabamaculo nderis.... Decimarum nblatiem contenti, qiaas in uiùi
eonim, de nereftàna Tnnilato Saoerdotio, necefle eft ut et le. il rranilatio
fiat. Reprobano fit prxcedentif manB(i proptet iofinnitaccm c;iti, et
inuniitatoui. Htèr.7. vina, febben Dio gi^ la dicale al popolo Ebreo , (rf) ma
legge del Principe politico. In quelle, c in molte altre occorrenze, dove
allegano quelli uomini la Scrittura vecchia a loro interciTi, e loggiungono ch\
è de jure divino^ bilògna diflinguer loro l’equivocazione, che quei eh è de
jure divini) naturale, o Cnltiano, d obliga; ma quello eh’ è de jure divino
Molaico non ci obbliga; e fc chi ha un governo fa uno flaiuto fìmile a quello,
egli è de jure bttmano. Non poflb relìar di dire che non, per ignoranza, cosi
trattano qucfla materia; mt per ingannare gl’incauti, c per convalidare le cole
loro col nome dinr divma, e mctterfi in credito: ma fi potranno convincere qui,
e far tacere. In quell’ iltefib tefio della Scrittura Dio comanda eziandio che
non pollano pofl’cder terreno, e fi contentino delle decime.- (^) fé per quello
precetto il popolo è de jmre divino obbligato a dar loro le decime, efii
laranno obbligati a non aver polTclIioni. Ma apprelTo : Dio comandò le decime
foio de frutti della terra, (r) e le leggi canoniche dicono che fi paghino
ancora della milizia, della caccia, e di qualunque opera umana per la quale fi
guadagni. Se Dio comandò ai popolo Ebreo le loia decima prediale, lono sforzati
a dire che la pcrlonale non fia comandata, le non per legge umana. 1 Teologi,
de’ quali io non nomino alcuno in particolare, perchè ndfuno è cldufo ; e molti
Canonilli con loro dicono concordemente, clTer precetto della legge divina
naturale, che il minifiro della Religione viva del fuo uffizio che prefia,
fervendo .al popolo nelle cofe divine; ed elTere Ipeaiai precetto di Grillo N.
Sigli, nel Vangelo, che al mìnillro, il qual lerve al popolo nella predicazione
della parola di Dio, e nel minillero Ecclefiatli-o, ila lomminillrato il
vivere: in che quantità non è determinato, perchè lecondo il numero delle
perlone, la condizione dc’luoghi» c dc'tempi quei eh era molto una volta
farebbe poco un’airra; ficch.' il far parte al Minutro dt Cri^0 è de Jure
divino Che quella parte fia una decima, o una ventèlima, o una maggiore, o
c_llatutiro per legge moana « o per confuctudinc; che vagliono rilttflb. E quando
fi legge in ai^unc Dep-ciah che Dio ha illituita la decima, o j^e U decima è de
jure divi^ no^ $' intende (ff) la parte determinata per una indeterminata,
intendendo decima, cioè, quella pane che è debita, c neceflaria, ovvero che
i)io ha iitituiu la decima nel Vecchio Teftamemo, ca lua fimilitudine la Ugge
ha i^ituiio lo (leflb nel nuovo. Pcrlochc generalmente poffiamo dire che i beni
Ecclefullici, di qualunque Iona fieno, lono lotto il dominio di chi nè padrone,
e poflèduti per leggi umane. Nè alcuno muova dubbio fopra quella parte
indeterminata che è debita per legge divina naturale^ e Vangelica; perchè, come
ben narrano i Leg gittij (;) Ortinem meJutlani atei, viui, frame I I iiln
ileJi, '•fe Die d Ar$ tn uni>erÉi hu^utn imrUf ()iih EK'' ^ Dunituo
deportintur, cedcni ii\ aAit iuta. (dy (ilitt Levi, étti T)i, deiì aman drcimn
f€o uiiolUerio quo femiuit milu m uberoetulo IcJeri. Nnm. >1. («) Dominili
ordiittvtt iù qui gfiofcliun tonuncumt de Eviitgelw vivere, i. Or. i, elt^
lipoe e^ritelii vettra iDerimu»? Uni beoe |n«iuoi VrotiyteTi duplici honore
difini hsbeinnir, m». jMice qui loborant in verbo. Ac d''i£iiiu «U «periTMf
mercede Tua- i-T-fUi.I. PI ler cuni |v>pu!ui univeut, de iJ liliov Ifnel
loqueru ; Hntu», qui blalphemaiem D'imen !>>• mini, OMrte nii>riAtari
UptUibui e^lprmiet cuui mrme muliHud'', Zrwr. a,. Dixit O’unjnu. sd Aaron: in
te rt eorum mhi! p>(T> c' itii, iKc habebuis piriem inier co: fi sltnst
r$ar dt Nihil «l'ud pnili.!ebtini, dcrtouium ^!«none (unteixi. A'ana.il.
Nontubebuni Saeerd.ne», et Levirit psreem. de h«re ertem eem rrliqno Itraci,
quia bcrifiria D'xtunt, et oblatuinet eMi corpc-’^nr. V uim! aliud aeri, pieat
de pofldliooe Irinumliiorum. Unii. ra. il. gilli, altro i che una cofa Ca
debita; altro i che fé ne abbia dominio : la cola di cui li ha dominio C pud
dimandare drittamente in giudizio, come fi dice, Mont rei wneleesmnh ; ni fi
foddisfa con dargli r equivalente ; ma il creditore pud folo per azione
perlonale dimandar il debiiOt efièndo il debitore obbligato a dargli tanto, ma
non pid quello, chequello. Da quella rifoluzione rella anche con faciliti
decito, le i benefizi lono ite m Rivinti, e Je ere pofit 'mù ; imperocchi,
elfendo i (labili, e le decime poflèduti ite ere èemme, anche i benefizj
fondati (opra quelli avranno la forza deirilteiTa ragione: olirà che dalle cole
iuddette fi potrb pid agevolmente certificarfi di ciò; perchè, fe la Chiela è
(lata tanti anni con beni (labili goduti in comune, e non divili in benefizj,
come di fopn è fiato narrato, chiara cola è che i benefici tono (lati creati
dagli uomini in progrelTo; e perciò in quello tutti concordano- Non mi
ellenderd pid in lungo.- folo dirò che, Icbbcn quelle conlìderazioni pajono
aliai lottili, tono però neccOarie, come le cole feguenti mofircranno. Dalla
rifoluzione della prima quifiione farebbe facile rifponder alla fr' conda, cbi
abbia il dominio de' beni Ecclefiaftici ; ( degli (labili fi parla, poiché
de'Irutti fati il fuo luogo nel quarto quefiio) (l) imperocché, fe tono
polTeduti per legge umana, non iella le non vedere a chi la legge gli abbia
conceSl. Alcuni dicono che quelli beni fono di Dio; e lenza dubbio dicono il
vero; perché la Scrittura divina apertamente dice che della Maellh fua divina é
tutta laterta, («) e qualunque colà é foilentata da quella: ma in quella
maniera ogni cola é di Dio-, e non pid quelli beni, che tutti gli altri: una
fona di dominio univerlàle é il divino un' altro dominio ha ogni Principe
fupreno nel filo Stato, il quale, fecondo Seneca, fi può chiamare dominio
d'imperio, (é^ ovvero, fecondo 1 dottrina de'Gìureconfiilii, dominio dì
protezione, e di giurìfdizione : (r) Un'altro n'ha ciatcun privato, che é il
dominio di proprietà, dei quale parliamo, e del quale cerchiamo adeflb: né fi
pud dire che Dio abbia l'unìverlàle dominio di tutto, ma che abbia infieme la
proprietà di que'beni come il Re ha l'univcrlale in ratto il Regno, e nondimeno
poQiede in privato, e ha la proprietà di quella porzione che é di caufz fua.
Imperciocché al dominio univcriàle del Principe fi pud far aggiunu col
partfoolare della proprietà, per la quale crefoe, e fi aumenta; ma il divino di
Dio ha una univeriàlità cosi eccellente, e infinita, cin non pud ricever
aggiunta, e alb quale ripugna I’ «fière particolarizzat^ ficcome anche ripugna
che £a comunicata a qualfivoglia creatura; p^oà^ neffuno pud dire, efCendo Dio
padrone di quem beni, io, che ho J'iAalE> tribunale, T ifieffi) confifloto,
e rifieflà Corte con lui, fon io ancun fi^lrone. Egllé non meno fervo di
qualfivoglia Uomo minimo. Teme li. E Peid l«t mprkm. fMb r. Cbìm eli, ttm9, U
^aiA^oiaefl omflÌMif «un&nt ita t m 4- Domiu cft wm, picaitado oÀù (cncnun,
li unià-edi qui htbiwBC ta co. ffttim, ( noi» iwMa funi f;ti». vi mini.
poflc^Torii, i. %. 100. «rr. 1. rrff, «U UiS.7‘ tr) rtpv rwo fed ciilV«nrater
p«iun.« ■' pt doiiiinus, feiJi. fpeaCitwr, (èquitui quod de p!e ipiii ed
dominai quìa don^iortM a«ii «litnant. trvmfetur^ >»ra loft tu rapunf .aut
Pr^.(v«n, fc.i i« Zccielìim Kctnananij ve 1 ialem. (tvj r ttitadio tttf «a 4 r
1 f sdraiti, t ftmnfrmt luu d far Ur Is frnsrrtm Ncc pum, il, ^ojnetaa quod IV
Pi hibec plnuiudmcm pdtcftnl? Ecctettimcx,Db bóc podlt de SottuZiLldis
dtipi^eic^ fMt pqoelk Érclelia; quoiM.ini ‘pleniiudo p|itelUlii EiMletitltit
mcciligttur in fptriuiahbos Onmnt. a 4. y «rr. 4 J.. # unsCtafrÀteraits in
i’mtgJ», d\ tmtt ir Cta^sitrait fi (iusmsm dra«l«. \.i)L'A»trt dutdt'Frsn, tk'i
li uem ft» (ai S (ìtuum» .olare, o universale, a favore di cui la donazione, o
il legato fu fatto. Perlochè dovrebbe anche ogni Rettore di Chiela veder con diligenza
le obbligazioni lafciaregli, per eleguirle; e fe altritnenti fi fa, biiogna
imputare all impertezione umana : nè può alcuno perluaderfì che, per la
lunghezza del tempo, pofla clTervi prclcriziunc; imperocché quella lup-pone la
buona fede, la quale non è mai m alcuno; lapcndo ognuno in lua colcienza che
quei beni non lono Aati Jakiati, acciò li faceta quello che fi fa. Ma chi avrk
il dominio di quei beni Ecclefiallici de' quali non fi fa rillituzionc? la
legge naturale, c civile è, che in qucfli a’quali è mancato totalmente li
padrone privato lucccda la Comunità: adunque di quelli rcllerìi padrona la
Chiela. In modo cKc in poche parole i Bc-' nefiztarj lono dii penlatori de beni
dei betttftzio, ma padrone ne è quello a favore di cui è Hata fatta la donazione^
ovvero il tefiamento t quando non fi lappia, relìa padrona la Ghiefa» Non olla
a quello che vi fieno leggi de’ Principi, ed Ecclefiaftichc, che proibilciino
Valienazione; imperocché il pupillo è vero padrone del fuo, c pur non può
alienare : il dominio è un jus di fare della cola quello che fi vuole, quando
la legge permette; la qual legge obbliga alcune Ione di perlonc che baono
bilogno di governo alieno : tafè 1Univcrfitk, o Comuniii. Non fi dovr^
maravigliare alcuno, fe tanti moderni Scrittori in fimili quiltioni, come in
quella, che fa il Pontefice padrone alToluto di Tomo IJ, £ 1 tutti i Btnefìzj,
nini i beni EcclcGaRìci, difendendo opinioni contrarie ali’ Antichiù, c a
quelle ittkuzioni che ebbero origine eia’ medcGmi Af>polioli, e uamku Appoltolici,
perche, come con gran fentimento n doleva S. Opriano, è una dette umane
imperfezioni che, dove i colHimi fi dovrebbono conformare alle buone dourine,
eleggi, per lo contrario le dottrine degli uomini intereffati s' accomodano a’
cofiumi; e fi potrb offervare io tutto il corlo di tanti fecolt, non eflcrfi
introdotte novith, eziandio concernenti alla Religione, che immediatamente non
abbiano incontrati difcnlori, Che maraviglia fark che ciò avvenga in quelle
noviù, e introduzioni che icrvono a ricchezze, comodi, e umani incerefiì
a'quali molti poiTano afpirare? La confufione che fu ui Italia nelle cofe
politiche, per tanti che furono in quei tempi fatti Ré, c Imperadon, cagionò
anche nelle altre Cictà^ efiremo dilordme nelle cole Eccicfiafiichc; elTendo i
Vefeovi, egli Abbati ora fatti da' Principi, ora imrufi dalla potenza propria;
e gii altri Miniliri Ecclefialtici fìmilmente fatti, ora da quelli che
dominavano nelle Citù, e ora da'Veicovi; e alcune votte i benefizj anche
occupati da chi aveva- potenza, o favor popolare. Nell' anno p&i- venne in
Italia Ottone di Safibnia coll’ armi, () e fc ne impadronì ; e per dar forma al
governo, congregato un pio ck)l Concilio di Veicovi, privò Papa Giovanni XII.,
febben della maggior Nobiiù Romana, e di gran icguito in quella Citù, il quale,
fatto Papa in ctk minore di anni diecioito^ viveva nel Pontificato con
eicrcicar adulteri, Ipergiuri, e altre maniere poco rcligiofc : fi fece
rimmatar Ottone: dal popolo, (a) e da Papa Leone Vili, creato da lui in luogo di
Giovanni, ramonù di creare il Papa, (^) e gli altri Wfeovii in Italia^; la
quale ritenne efib, c il Figliuolo, e il Nipote fuo, dello fiefib nonir, fino
ai looi. per gd. anni; c del numero di dodeù Papi che furono in quei rompo, due
ne furono creati dal Principe quietamente, gH «W ùk.£edizioni periochè anche li
primo. Ottone(i) TìC menò uno prigione in Germania; e Ottone III. ne menò
un’altro.' uno fu lUangolato ( 2 ) da quello che volle effer fatto in luogo
fuo; uno fuggì, (r) rubbaio il telerò degli ornamenti della Chiefa; e un’altro
fi rmiò a voionurio cliiia; (d) di modo che anche in quefii an ni in StfnjH
tr^Omnr,, jSgUtuJv litiP ftpfrtMMmo i ÙcctUmcrt. flmrin inlutf dì XÌI. XÒmMMit-
AloWK» pai^u f^atì aufuiB occu^tti ho» An« onsubus {tfoom, u turpnuOifM conMiintuti
«cfritionibus maj.f, C (rapo ' 19 a Itàndiniliw ruprt-iv noni a mUm»» dtft i P
tli^McutUuia lU. n ciritKfu. Con .1 ina inJitit, fid Cjt^. I •. D mt J mt» V.
•ìfttt ft d in Mf ttm n H d»lU jùoat, d»l fMTMt»d» aOi^i««rXl( Cuiu li».
peraor. du il fUun», haAc clcàioMin omui. IWam prol’tKt. UoBtA'x compulit,
putto BrneJiixo, vel diiàum ipluni duiit, qui oon iptilto poi) dolore animi
«pud HamUirgum rooricur, um (elcgitm e»t. rtdi ImitfrMndt II. (OJMVfiitrrrr. •
fi» ttfit, ferendo Stntdffii y. f»i(bì fmtlU di »«mt, tkt f» tfrtt» dulU jAtJmt
di Cnvuniii Xtll. rra A»:ijMf. p thttt Tivrodr Irm» Vili. Itfittimémtne lìttté.
UcMciiifhic Vi- diti il fUtin», a CiJinoltooiaoocive pra-pote(M «aptiH. in
Omfti iKon inctuditur, eoOaiuque in loco noo niuUo polt Araneulacur. (f>
oonffeiui vii- diri UyUtim», rcUnqueie «rbem coodut. pwiolìiCnu qujcque e
Balìlira Tetri (ubtrahent. ConAaRonopolitn ronfucic. ubi landw fubihm, quuad,
diveoditu qu« ucriteio abitulerae. imgnain viin pecunùmim cooparallet. l'ontite
Romanus Ijcrorum Picer, 9cKcx, Ocra iplii hirto abftuliti et qui vindicari
Acrilegij deWerat, taiiu OtriUg)! fiOus eA au>%or. liAui, dit» ilPìnùn ntU
fm» vite, Joaiinì Aiehipreihytero S. Vanim ad po i^m Laimam, qui polle»
Gregoriui VI- appeitaius eli, Ponuficium irnnai, ut quidam a.lìrmant, vendiditi
td nl(M »4 Tgt dtfn; Dunt »nnn «lecexn per infciraU» Sedein l'etn occu^'allet,
tandem moritur. Nec vataflé rum fedet dici poteft, curoPootificafum vendiderit.
(f) Vide Otbun Frifing. ad ann. 1040. lib. 6. C.3». (f) Hu ob rei, diet t Plmin
ntU vitn di CriftritVl. Henrteo li. ni ranca difli Attmnwmi i fama III.
nitrimtntt dnt» JitnVa il Nrrt, in lialtam tum magno exercim vemei», habii#
Synodo, eum bencdidum IX. Silvrfimtn IIJ. Gregorium Vi tinquam tria ier«TÌin»
monftra abd» Papa' (a) c fece c^li tre Papi fuccefTivamcnte, tutti Tedefchi di
nazianc ; i quali, eletti, dall Impcradore afTunfero Tlnlegne, e l'abito
Pontificale fenza altro : il terzo, che fu Brunonc, Vdcovo di Tul, avendo
afTumo per la deputazione deli Imperadore l’abito in Frcefingen, (i) e fatto
con quello viaggio fino a Ctugn’l, Ildebrando Monaco, allievo della Chiefa di
San Pietro di Roma, uomo di fingolar accortezza, voile con arte reftituire
reiezione a’ Romani, c configli^ Brunonc, che, vefiito d’abito Pontificale, fi
chamava LconIX. a vcflirfi da pellegrino, centrar in Roma (^) cosi, che farebbe
fiato piu grato al popolo Romano. Acconfenti Leone, cd entrò in Roma vefiito da
Pellegrino, c dal Popolo, a fuggefiione d'ildcbrando, fu acclamato Pontefice
Romano. ma quell’ arie non impedì che, morto Leone, Tlmpcrador in Magonza non
cleggelTe Geberardo Elchfiat, che immediatementc mife l’abito, e fi chiamò
Vettor II. (c) L’ Imperador allora non folo donava i benefizj, ma fece anche
Cofiituzioni contra quelli che gli ottenevano perfimonia; perdonando gli errori
commcflTi fino a quel tempo; ma imponendo pene per l’avvenire. XXIII. Mori
Enrico, il Nero, ( 2 ) lafciato P Imperio al figliuolo Enrico IV,, che gli
fuccefle in ctb puerile; durando la minoriiii del quale, febbene i Papi erano
creati col conIcJìfo de’ Tutori dell’ Imperadore, c i Vc rtre Se maglAiaiu
Ascgliìtt, SviJegenmi, Eim- >i»m fcfti, jifrfttafere ttt, Jtpolìro
l^ontificsli orbr^«nrefi) fpifcopum, a due. ùu luii, Puotificcm trtat. rem
Hcnnrum nuUatn (reandi pontifieu ootelU m amtrUVI. U ùtnt fntmf lem • Deu
habere, fei ad acnim. populuinque Itfnitm, dktnd» thè wtH ft$ ilett», fe ut»
ra4}iur. Al vero Ronuauì denat, futdenacHil. r« def» «wr fc»ttt»to Si'tf^reTn..
SiìmmW. auuiidruu IkunneiH in Pcuuàhrem eligir, itr» Tifitmn iiPuirefifMftx
dite, probo- co hbenttua, «)us7 oinucfu aunuritaceia eltgendo rutn hommeni
precibuf, fteerdtiitrum fuvrum jw- rum l’i ;uiAevin ab lmpara(jte ad CicTUin
traa. rtcedcniibu^, aiaartui fiiAcébut cA Josnim Grecia- tUcliflec. flatiM i« \>its.
jiui, An.hipre»bjrccr S.Joanni ami poiiam Lati- (r) Vjòor II. -iut Qmtfri» mila
faa Crtmua barn, Grrgortut VI. \o ab Imp. Hentko IH. tele- Calbeniii. Epifcop.
EicAatculU. Henrici III. lai. cacai fiicrat, nioftuui eA. Amttti ad vir4« Or».
ucratom Confilianns pcop liiquu, creami ab j(«rH Vi. t fi [futa amara ftm
rkiaramtatt mtla HemicoIII. Mogumlc, coronami Komx idib. fma Cramta dt'Pafì.
Culti fponieabdicalTet, dèe' Aprii, loid. ajb farlanda dt BtmdttiaVlU.
ehiaokUaìX. dal (») llPtatmadìet th'tta fiati tletiePfèftradtrt tlafiea, in
ejui Jocum fa Vcccor 11 Ma Zana IV. m» fueieta Cutà dtl J4rrjiio»jH» di 4-
htirt m Trft i- avtva lafìsaid'ifiir tinti da lidtiraada, ftrfmt114, ab
Imp.Hcorcco 111. toogregjtn, abdicavit ttdtrt alVlmftm, d ^»al ita aUtra rrrd«r4rà»
: anno 1046. et ad MoaaAeriuDi ClUDÌare»rc relè- Cxfam. diti tìtUafit m rtft.
fr» Imfent, t. 1 . gatui, ibidéoi Mulo poli obiit, et lepulcus ciì. ulque sJ
Heniitum V. legitinia fucteAluRe Im jr É«, fruna di aemaart Citmrmt U. P
imferadtr E» jutiu Imperarorit id faccrv cogeremur. PUtiaaim na li. ftr dnaanta
Cinte di Bamitrta, Orco. vita Clrmmtu il. HI. fobrina», hxreditario fibi Jure
impenttm ( I ) Città di Baxitra fitti l' Artiytftnate di deberi coatta
Coloncenlèin lonwndeta. Lamfad. Saltabiars. Jltif. Rtmam. Ctrinaaua p4rr.|.r.4.
Z frr altri, (i) Cui Ronum Pontificio habitu petenti, Ab- « attaccarifì anche
ad una parte de’ Tutori, che vennero, per loro, a diflerenza, e fecero fa«.
zioni . onde Niccolò 1 1. fece una Cofhtuzione intorno ali’ elezione del Papa,
ordinando che pairafTe prima per li Vefeovi Cardinali; in fecondo luogo per i
Cardinali Chcrici ; in terzo luogo pel Clero, c Popolo, c in quarto luogo fi
ricercalTe il confenfo dell’ Imperadorc : nel qual modo (4) eflendo fiato
eletto Aleflantlro II., fuo Siicceflbrc, ITmperadore non volle confermarlo, nè
accertare la feufa che i Cardinali mandarono a fare coirambafceria di uno di
loro, dicendo che ciò foffe fatto, per fuggire un afpra diflenfionc civile , e
il tutto con gran rifpctto deir Imperadorc, clTcndo TEletto fuo amico, ed
clefle ITmperadorc per Papali Vclcovo di Parma (i) ad ifianza di Gerardo di (2)
Parma, fuo Cancelliere. Ma tre anni dopo, mutate le cofe nella Corte Imperiale,
c depofio Gerardo Cancelliere, fu infieme depofio il Vefeovo di Parma dal
Papato, e accettato Alefiandro, (j) il quale nel 1071. eflendo fiata fatta in
Germania congiura da’Bavari, e SalToni centra Tlmpcradore, fi congiunle con
loro, e entrò nella lega; e P anno fèguente citò rimperadore a Roma, come
imputato di nmonia, (^) per aver conferiri Vefeovati per danari. Fu fazione
Pontificia molto maravigliola, non eflendo mai alcun Pontefice paflato taiit’
oltre; ma prefio andò in filenzio, per la morte del Papa, dopo il quale
pervenne al Pontificato Gregorio VII., Scnefe, Monaco, che fu Ildebrando (4) di
fopra nominato dall’lmperadore.' ma nel 107^. eflendo fiato 3. anni nel
Pontificato, ritrovandofi f Imperadorc ancora giovine, e con molti moti in
Germania, deliberò di voler efcluderlo in tutto dalf elezioni de’Vefcovi, e degli
Abbati, e gli fece un monitorio, che non dovefle per favvenire ingerìrfene. (5)
Fece gran refifienza l lRiperadore; onde il Papa Io fcomunicò, aflblfc i
Ridditi dal giuramento di fcdclù, (r) c lo fo Jmferédrt, aufioriticc
J.ecariooif, rsmt diti U, fluii ti Pmft mrdtfimo »viVé fédtfiài Muu rtlniaii él
ff tiifmdn JaUs timftrmjitUBI étir In^eradirt J ( « ) Occeruioiut, arque
H^tuìnH» ur, obeuote blinda Rornaiu; Bcclelìjr Poniificc, in f nmii Car.
dinalea J^itcopi .limul iIcclecuoaerraCuiHet, mox ChniÙ Clerìcn Carelì,
crtcr.iqtae Roaoiillii uiagfli cincndaiusee purgaiMìt, tiipcr qciibui Rotbc
erat delstui. Krama, bili. Sixon. pg. lod. Ac Abbai Ur(a di Siaaa, fkeuia Citta
di Tiftaaa fHta ì' Aietvi(•tiatt.di Sitma. regta Comi. uUu Pitiluiu. deSossK.
Mon^chm tc prioreiua CluiuaccntU- la Chn-a.V»f. Rum. tc ) il ì'iatiaa Axt tht
(irifarw gU pretvt fai, menti di veaairt i i'iftivati, i i itàffiu ftn fama
della tmari kfiiijlajhilit, aiUa mila diliii gmi VII. (a) li Platina tifTftt la
farmiAala fommnir» d'£mrifo IV..MI tjurjh marni. R«aie Petre, Apoiluloram
Priiuiq>'', «mIjiu, atam itiaa, tc me lèrruni tuuiu callidi. n in te fde
odetunt. Se peiiccuti funt. fateer ego imbt graiu, Aoa mertiit mcii. populi
Cbriftuaicuram dnioodamn eCc. «oflceBiinque ligandi. Ac blvendi pocdUteni. Hac
itaque fiducu Imi», omnipotentu Dei nomme. Pairii, l-iltit&Sptrttus Sanai,
Hcnrìcua Rc|cm, Henna quoùdam Inpeutorii lilium, qui atiiaUei nimium et uinera
Io rofpefe dairamminHlrazione del Regno d’Italia, t di Germania: fcomimicò anche
i Velcovi Cuoi Mininh, fi coUegò co'fiioi ribeiU % concitò U Madre pcopria
deirimperapre centra il Figliuolo, e nel tempo in cui pafsò fino al 1085.,
quando il Papa mori efuJe in Salerno, komunicò Tlmperadoic 4. volte, e fece un
decreto generale, clic, ie alcun Cherico riceverà Vefeovato, o Badia da mano
laica, non fia tenuto per ClierJco da alcuno, e fia privato dall'entrar in
Chicla, c il fimile a chi riceverà altri bendìzj: alb qual pena foggiaccia
anche T Imperadorc, Re, Duca, Marchelc, c Conte, c ogni Podcft^i, o perfona
fccolare, che ardiri di dare invelliture di benefizj. (^) Solienne la fua
catifa V Imperadore colf armi centra i Collegati col Pontefice e fu ff^uito
dalla isaggior parte de’ Vefeovì; onde il Pontefice fu in grevifUmo pericolo:
ma egli, che gi^ aveva fcomunicati i Normanni come ufurpatorì de’ Regni dì
Sicilia, e Puglia, fi voltò allajuto loro; lor confenti tutto quello per cui li
perfeguìtava; e gli affoUe dalU fiuimunica. e fe per quella caufa Roberto (i)
Re di Napoli, e di Sicilia; che per innanzi era perlècutore del Papa, non fi
fofic voltato a Tua dtfeia, per far contrappelo aU Imperadore, egli avrebbe
iofientata la Tua caula con intera vittoria. (a) ma per gli ajuti di Roberto,
il Pontefice, febben efiile, fi fomentò; e morto quello, porgli ajuti ifiellì.
e di tre Rugìerì dell’ ifiefla famiglia, continuò l’ tficna contefa anche co’
due Succ^Ibri di Gregorio, amendue Monaci deli’ ifieffo Ordine: f ultimo de’
quali, che fu Urbano II., in premio de’ fervizj prdUti da’ Normanni, diede ad un
di loro la Bolla della Monarchia di Sicilia, (3) concedendogli in iatco maggior
maneggio nelle cofe Ecclefiaftiche di quello che voleva levar alf Imperadore .
perlochò, olcf» le &omuniche che più volte replicò colf Imperadore, e le
ribel rie m EccIrGam eaun «nsiius igjecit, tmperàiorié Kegitwe manim|'«rio fi ì
jm m jn iiii n a n illi •VMiamu ftdeot vexii R^ibut prsftarc confueverunt. AMm
ritti nut, tb t»» tfutjf» fttmmiMM i fdfi bsMit ttmautmlt ftmutrt it gm« dtii'
imfirstUri, 4t’ fiuti tTAtn PsfftiUn t ti tb'i fi», md mfumtrt il diritti di
tmar U Crru tfuillt tbi fttafrt tnHtm U féiifià di dtptrU, ftumd» àtlF
timtiriià fntiifi th. ( 4 ) A«Aorita« omnipotenrii Dei decernttntu ut «ii«
m’ùn, t m’l»n Hmpfr%'. nofinuhì i! din cb, fertbi i nftim tngmi no biìfimpaPimh,
tbifpttPtmgmt^iuÀtni ffirittnh full Im rnti4, ! p#rr«M no mlli im diti, per
mipiMn ilt b»Hi eimtrirti mirriminié tilÌ4 lin ebufm, porr ibt i iri»(ipi
xigiimmi mgtttrfi di d»n U p^mi,MffiritMAltcii« »« b4n»4, > m»m
mftrfrtt»t.ii9i fifPira, tkitmfmdiil firn’ pirati dal biaifitii, imdi il
friatifi ba la diffifi arimi, eeim frani Prifrittérii, irifgnfmUanti la fuftma
tir ffaH, reW» f funmatt, ib^_mim ì riavmti, fi Mia rWi’iH^i^MNr dilli mam di
tiliri ibi tenfaeraac iVtfrivi. C«eorroaMe, fbt firiih imititi, I dtrfirii, fi
l’imvejhtma dii fri»tifi naftrtfi P aaiiriià ffimmale. ^0 X>«e Caifrhard,
ttii, l'ahiti, Cij MittbiivtUi all libri arrove drU faa Stmia di Ftrtmai diti
rht dalli eiattfi di guifii tmievadiri n'Pafiaaffairi U fatiimi diCmtlp, •
drCbibtUiaii i pròni di’ f mah temrvami il Pierri' ti dii Fifa, ifli altri
faitU diU’ ìmf traditi. ijì ibi il dtrkiarava Ligati dell» Saura Sedi, I nmt
tali, U ttpitaiva Gimiin dilli Ca^i Etilifiajlubi- Awigmaihi amtla nmet^imi fia
afitrifa, t al riodrti'v dieltxjimim dmìafitti JaU fa, il Rt di Sfagma prH. f i
Cali Jdàayf ri ia Sicitia mi» laftiami di primalirfimi tim rmrti W rigiri, fimi
a (iimamifan i Prati, i Frati, gli Abbiti, i Viftimi,td taiaaàu i CardinaUtbi
rifiadiai mi JUgmi, t ad attribmirfi il tifili di Samtifiim Padri. Kiiramai
USb. ilCùmtglii distati di Sieilia, il fmalt frrmdi altrui ia fmahtà di Saffi
Ciihgii, fabbliti mm libri imiitAati la Me. fiatrhia, ftr aimritjtan
fmifiafnraaìrÀ ^ritmale. Il Cardimat Sarimii vi ma firitti tmira mili’ mnduiimi
lami de fan Ammali : ma rami i hmtam tb'igli firn rimftiti «» ri) rbt
frttimdema, tbt amrj i Vfit pi diKafili, i di Sieilia, i il Omarmalm di ttifami
prri^rma fari Filmimi, mm af tiliandi imai i limt^ti ibi il Càrdmali mi fin eia
Itti tre al Re d: Sft^am, Fìliffi IH y Digitized by Google f MATER. BENEFIC. 41
ribellioni che gli eccitò centra, gli fece anche ribellare il fiio Primogenito
,j(x) e col mezzo di quello efclufe T Imperadore quali d Italia: ma morto
quello, il Pontefice che fuccelTe, (2) replicate le feomuniche concra
l'imperadore, e fufeitate molte ribelliont, fece anche ribellare T altro
Figliuolo , co! quale venuto il Padre a guerra, una volta vinto, e l'altra
victoriofo, finalmente venne a condizioni d’accordo, nelle quali fu ingannato,
e ridotto in vita privata, lafciato V Imperio al Figlio, che pur Enrico fi
chiamava. (3) Morto Enrico IV., Palquale, che così fi chiamava il Pontefice (4)
quarto era quelli che, incominciando da Gregorio VII., combatterono con
Icomnniche, c armi fpirituali, per levare T invefiiturc de Vefeovati, e delle
Badie all’ Imperadore •, fece Concilio in Guadalla, () e poi a Trojà di
Francia, e rinnovò in ambiduc i Concilj i decreti di Gregorio VII., e di Urbano
II., che neflun Laico fi potelTe ingerire nelle collazioni de benefìzj. (5) In
Francia non fu accertato il decreto dal Re; anzi egli continuò fecondo il
cofiume; e anche Tlmperador Enrico V. fi oppofe; il quale finalmente nei ino.
venne in Italia armato per la Corona dell’ Imperio : al che elTcndofi il Papa
oppofio per le controverfie vertenti tra loro, convennero che Enrico andalTe a
Roma per la Corona, meffa in filenzio la coniroverfia delle invefiiturc, delle
quali nè l'una, nè Taltra parte dovelTe prlare. Andò Enrico a Roma, dove il
Pontefice Palquale, parendogli elfer fuperiore di forze, non fiando fermo alle
condizioni, voleva che rinunziafie le invefiiturc; e Enrico, confidato nelle
forze Aie, ardi, in contraccambio, di proporre che il Papa rivocafie il
decreto; dicendo di non voler efiér inferiore a Carlo Magno, Lodovico il pio, e
ad altri Impcradori, che quietamente, e pacificamente avevano date le
invefiiturc: () onde, crelcendo le contefe, l’ Imperadore fece prigione il
Papa, e la maggior parte de’Cardinali; e con loro fi allontanò dalla Citt^ : fi
trattò l’accordo; e finalmente convenne al Papa incoronarlo, lafciargli la
collazione dc’bencfizj, (tf) e non ifcomunìcarlo; c perciò fu giurata
roflcrvazione dell’accordo : Tomo 11. f il Pon ti) Ctffti. tht frtft il tU$lt
di Rj d ItMlim, t fi fttt €»Mp^r»rt indi ^ììa fyhi» Is d$ R«am titin Kpifcopii,
Caruvabo. Et do veram pscem Caiifto. Cinftx Komaax £cclelìar. 0c ocnnibui (|ui
in parte iptìuifiint, vet Eierunti flcini^ibas banfta Romana Enletla aaiiliam
poftulavcrit tidclKer juiabo. Ur^ffnìi imCirM, «Jrna 1 1 ss. iium, elcAU.
maelKmtatn virgx, Se annali cwnterati pni) invellitionem vero, canonice
conferranonrm iccipianr ab Epifropo ad quem pertmuerii. ifremi is CirMÌia ».
iiu. aifmt yrffrim~ fit f»im mmn». (a) ConErmaito parit inter ApoRotinim, et
tmperarorem, dum in eelcbratiotie mittx iradem ei Corpus de Sanguinem D. N.
lefii ChriDi: Domine Impentor, hoc Corpus Domini natum ex Maria Vitgine, paflum
in truce, damus tih) in cuiibrmacionens vere pacit inter me Jx ce. Stgebertiu
in Chron.anno cit. Vide Juret. in nodi si ep. %ì6. Yvonts Carnm. pag. ipf. ( '
) §l""»i V limftrMÌTi fi lamini dilla i#muinita fulminata ràdi i
Cmalta: al iti larù» ltevarniican thi^meila fumumitatra ma fattidtlla fiifa
t'af^mali, pttrM Ta^vva tenfermatm teìta tivaatitni dilli imfitnihi itati fu
ttndini ih gli 4r> Heiiritu», Dei grana dovrebbe tener per invalido i[
confenfo predato dall' Imperadore, per timore di tante fcomuniche, e anatemi,
di tante ribellioni, e macchinazioni. Perchè caula è (bctopodo a redituzione
quello eh’ è facto per timore di prigionia, e non quello eh’ è fatto per timore
d’anatemi, e per paura di veder tutto il (uo Suto, e popolo in confufione, e
guerra civile? Ufavano alcuni in Concilio alla prdenza di Paf lenendo il Re la
fua autorità, e difendendo l’Arcivelcovo coU'(2 ) a;uto del Papa la fua
oppofizione. Credette il Re di poter perfuadere quello che riputava giudo al
Papa; e gli mandò perciò un’ Ambafeiadore, il qual ebbe dal Pontefice cosi dure
riipode, e minacce, che, per rintuzzarle, r AmbalcUdore fu necediiaco a «Urglì
che il Re non voleva cedere la fua autoriili, fe avefle dovuto perdere il Regno
.• al che arditamente replicò il Papa, che non lo voleva permettere, fc dovefle
perdere il capo. (^) Stette il Re collante, e ad Anlèlmo convenne Tomo IL Fi..
1 parti» Abbt, UrpergctiJit in Chron. ftnioiii&. ( I ) Is ìtfft
JrvmmHMtmralt fi 0 tf f» Ìmm, ti immutmMt, t tttMitis eftmmtntt metffarit sii»
frrtti, jttsnis S. i irmsndsrmnti iìDit MItgsm sfl»xsmtHtti il rirt ss» smMo i
etmsnismttti itil» Chirfs, i, nem »rii»»it rffr sffolutstmntt ttterff’sru sii»
fàlttU, fsffitm» s\tri ^nsltbt imfi. titimst» tht difftsji islV ^trosrlt. ()
VHe OolTnxl Vindocin. rrift. 1. et 4. 4} Vide Ivoo. Ornot. ep. 60 \ Endcm anno
( oij. ^ Aaiétma Cintuayieofii Epirco,‘a- hibcre le rewuni opjKimmum, Epircopomm
libi min L^alaiu, tu PsUiio Regu. prfluicnic Ar> relUtui invcAinirti, quw ib
ejuCicm prcdecefloie chiipifirepo AuiÙmo, cui innuit Rei Hetukus» Inip.Hciuico
per qvuiìdoi libom RmiuiuEccU6t lUiuit u{ ab co (emport mtciiqnum nunquam iU
vnulicant. Exjpave&entibut Ratnanh Rcgii poper donationcBt bànlipuAoralia,
vclaAsali, quiC nnnani, munim k oppniùit Abbai fanflui. Auquam de Epil'copMu,
vel Abbaiia per Rcgem, dadei CQlm rclìiteni Regi, verbaoi oulignum mivel
qutmlibcf Ijicam manuBi inTefliretur in An. ra libertace redarguii, min
auftoruate cotnpercuii: glia, concedente Archieptkopo ut nullui ad pr«. iitil
fuA vù» é» Aìm», Vtfen» d' A m» lattonem eteCiiu, prò nutntgiu «)ttad Regi
lare- Ktrm, tMf.it. rei, conkcratMne lukrpti huootu privaretur .Afa (c) Mtltdù,
din Tacito, ftr fuM rifmriirtt il Mtttfi» t il fttfn»- Am. y m$9t n«M »rs, cbt
dirr>wj; im- (d) E0ij adbucvìfliaviresi ambiguta, fijelibera ftfteM
làifrtlMMmMggié t diftMdtÀMt- nati aerei, (ì delperifleiu; vidoriiiu conEliu,
de Im ftrffMM mìU ^»mU k prroi msiU vii» di tf- latione pcrEci. uìfi.i. iiffM
AMt»ft». () Abbai Urlpergcniìt, anno usi. ( I ^ ri auslt, ftt»d OM^rta, f»
ftiMit ml (a) Zn 9itg»U» »»n dar» ftiamtat» fiaa mlU jierna mtdifmiM i» i>
f» rrana lamoteMtJi IJ, tuauMmi iti Satctfftrt, m» fa ti'ifli »Sh» fri# ttam U
fidi» fiut »»•, a nava mtfi. J». fiali W ainrnaaana di ftitU» »l Xa, td mìAi»
aeBMitmtM f» ilitt» d» >r) colla privazione del Re, e colla conceflione del
Regno ad Alberto Imperadore, fe l’avcfTe acquillato, fu pollo in gran pericolo,
(i) Nel principio, quando s’affenti da quelli a’quali tornò conto in
conceflione Appollolica di confervarfi quello ch’era proprio del Principe, non
fu ben penfato che i Pontefici pretendono poi di poter rivocare i privilegi
concefli da’ Predeceffori, anche fenza caufa •, febben mai non mancano
pretelli, Kr finger caule', e chiunque poflcde per titolo proprio, e fi
contenta di riconofcere per grazia altrui, è come chi, lalciando il proprio
fondo, va a làbbricare nell’alieno. Ma all’ incontro, quando alcun Principe,
rotta la pazienza, conferiva qualche benefizio principale; il che i Re
d'Inghilterra, e di Sicilia facevano Ipefle fiate; i Papi, per non attaccare
contefe, non dicevano altro al Principe : ma, per non lafciarfi pregiudicare,
colle pratiche per mezzo de’ Monaci operavano che 1 ’ Eletto rinunzialfe in
mano del Papa ; (i) promettendogli che farebbe dal Papa invellito, e cosi
avrebbe quietamente quello a cui, fe non fi fofle contentato, il Papa fi
farebbe oppollo, e gli avrebbe meflb tutto in difficoltìi. Di quella pratica
ufata all' ora frequentemente da’ Pontefici ne fanno lunga menzione Florenzio
Wingerinenfe, e Ivone Camotenfe, Scrittori di que’tempi, () come di cofa
ordinariamente fatta in Germania, e in Francia con quella forma di parole, che
i Pontefici con una mano pigliavano, e coll'altra rendevano. Quello partito era
facilmente accettato, come quello che faceva ufeire di travaglio; e il medefimo
Re, fc lo veniva a rifapere dopo, lo tollerava, come cofa ehe non faceva
mutazione in effetto, fenza confiderare quello che importalfe per l’avvenire:
del qual modo fi vogliono anche adeffo contro i Vefeovi Cattolici di Germania
che non ubbidifeono alle loro rifervazioni, come a fuo luogo fi dirh. (') In
Spagna la natura quieta, e prudente della Nazione infieme col buon governo di
quei Re furono caufa che in un moto cosi univerfitle efli («) Miflb io FnncilR
Ar(bi 4 ixoAoNirbonen(ì, Philippum «me ( Booibciui ) qaid Ha( Tatiooe, atque
ordine PoniificatDs Ca. (tiedruD feandere coadùa, qntdem, flc emn otuiu hzfitatione
confralic, propter eontcntiostaa iUam qux «rae inter Regnum, Se SacerJerìum
’»care, Ebiqite vindicare plus zquo imebacur Impetialit auMritas. Rur^t autcoi
vciebatur, flon iìne Diriaicatii Doeu, jun terno (ibi auteni Epiicopatum,
«oinque, (i tertio repudiarci, pofle in ipfem competere ilU (cmentiam; Noluit
bencdi&ooeni, Se elongabitur ab eo. (mcr hai igicQC aagultiis poiims, qued
«iwm bluure eiilUinabat, ad SaudjtSe Apo(iolic« fedU auzilium eoit&ig«re
decrevit. In ipro igitur Artieulo, adhuc in Aula Imperatoriieflet, wmm
tmKmptvit DriRr#, mo. fuam ft im nifi tanfim. titntt, ^ ftflmlmnl Etdtfin f»n,
Faniiieh Uxi»imétni, {^ftnftffari, ^ invtjUturnm enft^mi wnTtrttmr. Ananym. io
viuS. Ottoo» anoo 1 ioa. (•> EpiRipo. ipt. Sca»}. t'»nni%'-\7- inno fìstmurn
eli Rome i Dumino Papi, Ce frnribu, CiTdinilibcs, qui vigittnter flit letnp
'ralla prò. corant commoda, 9c emnluinen», slie.ia non ramei, ut qatlibet. qui
la Abhaiem exem['4UiQ ex tUBc cligereiar, RgnuMmCurt'.in adirei coivSruundut,
et bcneZiceudiu. in HmritiiM. TA dirpofizionc Epifcopak. Rcflava tl Pontificato
Romano, che, efdulo il Principe, pareva doveffe ritornar alla libera eiezione
del popolo: ma nel ii45> venuto Innocenzio li. a dilferenza co' Romani, ed
dTeDdo da loro tcacciato dalla Citili, egli, in contraccambio, privò lorodella
podeltk d'eleggere il Papa, (a) Nelle turbolenze che lucceltero, per le caule
fuddeiie, molte Ciiik lollevate da'Velcovi confederati col Papa fi ribellarono
dairimperadore, e i Vefcovi le ne fecero capi, onde ottennero anche le
pubbliche entrate, e le ragioni Regie: e quando le differenze fi compolero, (i)
avevano prefo cosi fermo- poflefiTo, che fu necefiìcato il Principe a concedere
loro in feudo quello che di fatto avevano ulurpato, (z^ onde anche acquifiarono
i titoli di Duchi, Marchefi, Conti, come molti ne lono in Germania, che reltano
anche tali, e in nome, e in fatti, e in Italia di nome I0I0. il che fece
EcclefiaRici gran quantitli di ^nifecoiari; e fu aumento molto notabile, non
folo nelle turbolenze delie quali abbiamo parlato, ma in quelle ancora che
feguirono folto gflmperadori Svevi. XXVI. I Monaci in queRo tempo s' erano
imromefli grandemente a favorire rimprete de' Pontefici contra i Prìncipi; (3)
perlochè anche perderono affai della riputazione di fantiù anzi fi perdette
anche ia vehth molto della dilciplìna, e ofiervanza regolare ne' Monafieri,
poiché s’tntromifiero ne’negoz) di Stato, e di guerra; onde anche celarono
gliacquifii loro, le non in alcune picciole Congregazioni ifiituiie
nuovamenmcnte in Tolcana, le quali non s' intromilero in quelli moti, e coiv
fcrvarono la dilciplina ; (4) e però, continuando la divozione del popolo verlo
loro, furono Itrumcnti per acquifiare nuovi beni, ma non molti parò, eflendo
eifi pochi. XXVII. Ma un'altra occafione pafsò, la quale fece fare grandi
acquifii ne’ fecoli de'quali fi è parlato, e fu la milizia di Terra lama. Fu
allora cosi intenfo il fervore d'andar, c contribuire a quell' acquillo, che le
pcrlo («) l»nMns.ì» tl.iUtOtufnt, quiptcfm, ^nìZì } eh U Karnma^ v$ltv» UutttT
ii (Uff di’Prni, $ rifiékUiT$ f mu itvtrnt In qutbui rant'ovcr. fin po^lat
Ronunot, quod pontifici rebelli tC (et, aimheinaie nttrinit, tunc primuni a
rnntifitm comxiii onmjno ezclufineii, dca .1 (nIoaCarZiniles poaiilkn eleOio
putlatim. Cleri etbm primoribua ooinine eac’utu, revlaUs. P’itrur porro, fine
olio popoli inteircnru, Papa creanti eli. inutiuo Innoceniioll. Czlctlinui ( 1.
A»n$t. aiwtém l»e. Tn€it» dUt tk'ì 1 ftlt» d^it mf»TfstwTÌ t MH lmai§, td
tnpufi» fir mm ritWe ùgutumi Regi! Apioni>t|trr mialcrani. diiitjnic{ue
luentia. Se mforia. ujli jore. ft Jc«fao nitebancur. en. 14. Gre». I '■«»« meu
d ffrtfrutffi >»&» ir r» tht Ut ttr»» hn. A régUa dì futdi, melti
Vtfervi, 0 AlfT"0>i»f, 0 FfSHfri, 07000 0t4hf0l f 0 rt»rfi a» mUm 0 U 0
ft 0. --Ve) Utxjray di(0 tbì, in rtc«i«»iN'4 d'ftrvìgi nel tempa dtUt ceaeV
d0ll» fdnt» StJf etgf lr»ftrsd0TÌ, 1 f»f> Mer4.fiM f^i Akhati friniifaìi
dtfb frnnmiali Efift 0 faU, (mÌ, dilln Uut». dIU ThuH», dignmnu, dt'SnndnUt 0
fH dt! f»fl 0 TmU ! nella nta Zi tiiippo Au.utló. (4) t- fa0l0 Ud» tMiismné
POrdint mt'Str~ vi, U tni 0Ùit0 f0rrsvMi imffT0hqìulinrxli par tuum
(e-ixerat.Quod ia laudibui D.Vir^inn raatandU adìdue occuparentur. .. . a vulgo
tunc Stnd B. Mmti0 vocati, onde ad ooa fuccclTorea domen. perfonc, non tenendo
conto delle robe, delle Mogli, e de Figliuoli, fi mettevano in nen>
coueiUin«i>, et domot. et ftmiliaa, sti^ue orniti» bnn» enrunt 10 b. I^ri,
Oh Romaix firdclic (ìroMOtOBC. lìcu( Ormino noAro Pipi Urb«no tUtuiutn hiit,
tufitpimu. Ijuiiumque rrgo ciaulrahcfei veiigterre, qjeitidiu in vu ili»
mor.-.rinir, prae&mplc. nnc, eKooMitunKiuoni» uluone pieitannir. Ctir.
Csìixi» tl. 't»i. cxf. n. yrJt 11 fitand C«ai«« dtl di ChisrsxMtttt, t U
4$0iutsi.uMi del JjjMr di, ) 4 r (0, Ivemt di Chtrtra. ntlU fi. 4 'y. xÌMfMm»
Artivtft» ve dt Tir# ntl Ore pum» e»p. «f (irnslulau di Sen^MfS nl IH.}.
Knitfr» Utvvtdr» aìU Urtn fArti mill'Mnx» Oiiem di Fiijiagim di itfu Ffiàtrtri
fep.Jf. IU pi fi»U \97. d' ÌHHoteatM III- »tl lil >4 15. S»0, pmfsmd», tht
i'Auivtfttv» di Tir» dirt ebt mtlfi GtBliliiemuu fitte ftùmentt il Mitigi di
Tter» $4040, per effAtéra dml ptfsre i Ite dtiii al th fi rifteifee U leils IX.
Si S t vero pioStitrtiuiuai liluc, du' ^'VJVJR« 4 fna tipi d'smlMrfi {
rirfmev4Bt il fiiprtm» » •fmtgU « i.iiiri wM dt'lM i t fi TtvdlX4. 44 I» tm»
mule i Spatri di imiti iCrteimin 4»m fpjamtme ptrihi m'tfiirvAB» uUiduntA, rm
ptriht h premdrvmmt felte Im lrt prtitKxhr fi»4 I Ur» eiier»:lt f»»ìi ttft era»
ie»at Ittieri di Star, fbt jifptmdnan» pmalfifia tfumxttue tivtle, 4 tnmnaU.
Nell» tiu ..i I tiippo Augulio. (^> TempUrionim tmlitbm Ordo inftiiutus anM
Mi. Jernlblnmt ab Hugne de Pagana, Ac Gaafredo de S. Aldeniaro :
n>irunim>e a.1 làlutein pe'cgtmoram contea Ucrnnufa et incurlàntiuni
iRlidut prò viribuicoiktervarciu. Cumautem n >eot annit peli corum
tniliiuitoneni in habiiu fuiflcnt lèculan, ini oncilio Trccenli data (iuit eia
regub, Ac habitut alTignicus albut, vtdeliret, de mandato Hononi l'ipat. Ac
Stcphani jctorulùiiita' m PatruTchx: poilmixiuin tetu fub Eugenio Pa. pa crucci
de panno rubeo, ut intct ccieroi eflent noiabiliùrei, zlTuereccEperui't,
tamEquiies, cjiunt eorum fiaim infcnotcì,,um militei, quacn al(er:iii
condiiionit, ut in ea, relinu parcrtibut, Ac p-opriii patrimnfliii, regularicer
tivereat .ncitavit, actraait. Ac illene I i;uorum qui.iiia Holpiuloiii, (ìvc
{ratrei battere contra i Saraceni ; la qual cola, fcbbcn nuova ^ che folTero
irtituite Religioni, per fpargcr fanguc, fu però ricevuta con tanto fervore,
che in brevUTimo tempo acquiftarono ricchezze grandi : tutte quelle maniere
portarono grande aumento alle ricchezze EcdefiaAiche. XXVIII. Fu anche un modo
di dar accrcfcimento affai notabile a’ beni Ecclefiaffici il riveder bene la
materia delle decime; c dove non erano pagate procedere con cenfure, che fi
pagaffero non folo le prediali de frutti della terra, ma le mifte ancora, cioè,
de’ frutti degli animali, e ancora le pcrfonali deirinduftria, c fatica umana.
Alle decime aggiuofero le primizie ancora, le quali furono primieramente
iftitnite da Aleffandro II.; iraiwndo in ciò là legge Mofaka, nella quale
furono comandate a quel popolo. la quanriih di clic da Mosè non fu Aabilita, ma
lafciata in arbitro deli’offerente: ì Rabbini pofeia, come S. Gerolamo
teAifica, determinarono la quantità, che non folsc minore della fcfsagefima, nc
maggiore della quarantèiima; il che fu ben imitato da'noilri nel piò
profittevole modo, avendo Aatuito la quarantefima, che ne’tcmpi noAri fi chiama
il quartefe. Determinò Alcllàndro III. circa il 1170. che fi procedefse con Icomuniche,
per far pagar interamente le decime de’Mulini, Pefchicrc, fieno, lana, (i) e
delle api ; cchc(2) la decima foffe d'ogni cola pagata prima che fofsero
detratte le fpele fatte nel raccogliere i fruttile (?) CclcAinoIII. nel 1275.
Aatu'tchc fi proccilefse con Icomuniche, per far pagar le decime non folo del
Vino, dc’Grani, Frutti degli Alberi, Pecore, Orti, e Mercanzie, ma ancora dello
Aipendio de’ l'oldati, della caccia, (4)6 ancora demulini a vento: (5) tutte
qucAe cofe fono elprclw nelle E)ecrctali de Pontefici Romani: ma i CanoniAi
fono ben pafsati più oltre, dicendo che il povero è obbligato a pagar decima di
quello che trova per Umofìna, mendicando alle Porte; e che la meretrice è
tenuta a pagar decima del guadagno meretricio; e altrettali cofe, che il mondo
non ha mai potuto ricever in ufo. Le decime erano pagate a'Curati pel fervizio
che preAavano al 'popolo nell’ infegnare la parola di Dio, amminiArare i
Sacramenti, e fare le altre funzioni EcclefiaAicbe, onde per queAi miniAeh non
fi paT om 9 IJ, G gava ItafpitAlU S.Ja3Anii ahi, frarrci nulitic templi^ «In,
fratte» HoIpiiahfSar^ IttjrixTeutonicotam IO lerufUem nuntupoomr. Jm 0Ì dt
Ktrist» tsf. l'Ordmt d'TtfMt»r'i, i Uro hmi fmrono doti ifU SptdsUtri : il tho
) ntritt diffitUmetni di CfUtUmolOTi Vrfftrjtnfii it. ( I ) Miniimus
eaiitperte]JÌ. Volumut ergo, flcdiilrifte prxcipirnui.quatenu» dccimatEcclelìii
CUOI iiKegntate ddbita pctiblvatti. tini. t. ta. (f ) Quia fidelii homo de
ornnibui, quv Ikiie poieA ficquircre, dceimis erogare cenetur i MaivdamuN.
(Maeenm H miJitem ad tblutionem decimaium de hit. qux de inokndiiio ad ventutn
provemunt. (ine diminurioDcaliqua. comptUatii. UfJ.f.i. 5Q I ^ava cofa alcuna:
qualche perfona pia, e ricca donava, fe le piaceva^ per la lepulrura de’luoi, o
nei ricever i Sacramenti, qualche cofa, c palsò COSI innanr.i l’ulo, che la
cortefia fu convertita in debito, e simrodufTc anche in conluctudine il quanto
fi doveffe pagare, c fi venne alle controverfie, negando i S'ccolari di voler
pagare cola alcuna pel miniftero de’ Sagramenti, pcr#hè per ciò pagavano le
decime, c gli EcdcfiafUci negando di voler far le funzioni, le non fì dava loro
qiieh 10 eh’ era in uiànza. Rimediò a quello dilordinc Innocenzio III. circa 11
1200. proibendo veramente a' Chetici di pattuire cola alcuna pel imnidero; e di
negarlo a chi non voleva pagarli; c comandò che lenza altro faceflero le
funzioni ma dopo quelle -lòflero i Secolari con cenlure sforzati a fcrvarc la
lodevole conluctudine (così dice il Papa) di pagar quello eh era (olito; (i )
mettendo molta ditierenza tra lo sforzare innanzi per patto, e sforzare dopo
con cenlure; approvando que« fto per cola legimraap proibendo quello come
fimoniaco. (2) XXIX, Ifn altra novità ancora fo introdotta centra 1 Canoni
vecchi, la quale fece molto per 1 ’ acquido : era proibito per i Canoni di
ricever alcuna cofa per donazione, o per tedamemo, da diverlc forte di pubblici
peccatorf; da fagrileghi ; da chi redava in diicordia col proprio Fratello;
dalle meretrìci, e altrettali perfone: (4) furono levati affatto quedi
rilpetti, c ricevuto indifferentemente da tutti. anzi appunto i maggiori, c piò
frequenti legati, c donativi fono di meretrici, c diperlone, (3) che, per
difgudi co lor parenti, lafciano, o donano alla Chtefà. Così i Pontefici Romani
ufavano gran diligenza, per ajurare gli acquifti, quanto anche per confcrvarc
la podeM di didribuire gf acquilli ; la quale, come fi c detto, era con tanta
opera, e tanto fanguc cavata di mano de’Principi, c ridotta nel Clero. A ciò,
per proprio intereffe, tutto r ordine Scctefìadìi» «Ma £olo acconfentì, ma fi
ajutò colle predica fanftjin EtcleOun iDiroduàam niiumor idringere. Qut propter
pr«vu «uàionn 6en prohibeniuj, de pis« confuetudinn pweipimut obfervvi,
enefiziarfì nel loro Regno, iiebbcn erano beirignamehte ricevute, ed eleguite
da’Vdcovi, i quali, attenti loio ad clciiidcre i Principi f non penlavano mai
che altri, col privar clH, potelìe al trronim, ft pIftNinqftediKmttMi, ac
benefirù it. tabiluarc perionit cuniciuaiiir iMWcutit.ft iran probdm, ia oifiicin
b«ti«C(Jii uon fedìent i ticque aultui ftbi roauiuili nonaRooteuM. IjnRutm
altquaod» a»» iaicfliauetr qmn tiimw. taiatram cura ncglcóa, \eiat mmaaarii»^
htxmiMiio TcmpoMla locra. Praevu Prarinancr Saad. p»g. $a. l’aaarm. av%»atk't
tt altana, fi ìatatatm altra\ di qatfPéktlft. Effer, dù'aiti, vsidc boatHum, ft
Intcauwrum, ut qoiT. qoc in Puria fua ben«fium me feci. Lon|;e-eft iflud a te.
Nam par iniqòitsran filionm boAitDam, qaonuin ia t«c«npen tUa fu taamilata dal
fua PmIm Mjar a f fLaimauéa di fmmaftrt, Oatutmtaaa, dd rfi b mitrati tkitm»t»
1 Caapilasiaa. di I vecchi Collettori dcCanoni, Graziano parricolarmcncc,
raccolfe tutto quello che (limò proprio alla grandezza Pontifìcia^ eziandio non
fenza mutazioni, alterazioni, e anche falfifìcazioni de'luoghi onde cavava le
lentenze; (i) e credette d’aver innalzata qucirautoruh al fommo dove po tefTc
afccndcre; e per quei tempi non s’ingannò.- ma, mutate le cole, quella
compilazione non fu a propofito, ma al Tuo chiamato Decreto (uccefle quella
Decretale, che poi anche non ha lodJisfatro : ma, fecondo che di tempo in tempo
i Pontefici fi lono andati avanzando in autorità, fono (late formate nuove
regole; onde nella materia benefiziale particolarmente non hanno più luogo, nè
il Decreto, nè la Decretale, nè il Sedo, (3) ma altre regole, come fi dirk.
XXXII. I! modo grande di beneficare della Corte Romana col donare tanti
benefizi tirava Ih ogni lotta diChcrici; quelli che non avevano benefizi, per
acquillarnc; quelli che' ne avevano, per afpirar a maggiori, o migliori; onde,
oltre alle caule vecchie, s’ag^iiinfc anche quella a fare che molti non
rilcdelTcro. La Corre non potè dilTimularlo, perchè ogni Diocefi fi doleva che
le Chiefe fodero fenza governo ; c del male ne dava la caufa a chi veramente
l’aveva. perlochè fu rifoluco di farvi qualche provvifionc. Non parve però
a’Pontcfici di quelli fecoli che fofle bene procedere, come il dilordine era
troppo comune; come anche perchè quello era un modo di mandare fuori di Roma
tutti : il che quando fodc dato fatto, la Corte redava vota; c ogn’uno avrebbe
atteib ad acquillare i benefizi dal fuo Vefeovo predo al quale perlonalmente
fode dato, più todo che mandare ioidi, c medi a Roma, per acquidare alpcitativc
: fi trovò per tanto un temperamento, che fu, far leggi che comandadero la
refìdenza a quella lorta di Beneficiati che poco potevano afpcttare dalla
Corte, non parlando niente degli altri: (4) cosi Alcdandro III. nel 1 i7p.
coman^lò la rcrulenza a tutti i Benefiziati che avevano cura d’anime: () furono
poi aggiunti anche tutti quelli che avevano dignith, amminidrazione, 0
Canonicato: d'altri Benefiziati inferiori non m mai detto che non fodero
obbligati a rcfidcnza; non fu però nè meno comandato loro che riiededero;
perlochè a poco a poco fi riputarono non obbligaci in modo, che anche nacque
una didinzione di benefìzi che ricercano refideiua, e d’altri lemplici, che non
obbli do. £’ thisimitM, Extra, m téfìtBt tk'tU l» i imi Dttrot tmnfilttù
iaUrBttMB-, t leattcvtieaa, ftrrhi trntrrm4 Uiri tfrffi Am Aifiu$:Ti\idtx,
Judiciarti, Cleriu, Spon. en : Harc tik>i ddìgnant quid quinqnc volumina
li^nam. £llm md tffirt in nfr Bt ixji. Grti»i 0 IX. trm nifut d'InmmrwiiMUl. td
nmtndmt deHm fmmijii» d'Cmnti, arffdì «n-t dtUt ifMmttn fbt ftrimn il nttlt di
Uarooi Romani. ( I ) U» GìMTttmafnìtm Trmnttft diti (ht il IVttttg, it OttrtimU
fuftt compiUtiOACt, ac larraginn tatn bunanini,, rum privarum r«'uni,
incnitdite a‘trtt», tmmt mffrrv» tUrtÙ it PUtmm Mrl medrfim Imm^m liU > mn
Mrm rari fhumfm, ftrfbi ftrva di fMffirmratt m’ nm^ut libri dtUt tìttritmii. Fm
pmbblKAtm dm BmnifmtMWill. layH. de i deamminmtc Codrx BonilMiinitt. (4)
iiUnttm, diublii.e cumplcinnir. ài ftmp U di RriiHàiu, jfmttrt iti itrtm» fm»U,
mt! taf» mK. ItirafrimpàttlM (»• rstttlt» C$re r»r dciU Vetrmt —f f_ diti tbt n»n
fmrpn »réiM»te, fi m kiU'akm loyi. Anno Di>mtni lopf. Urhanut Pa|M,tn OalliK
venieaa, Gregom l^px d«crm rcnovat, ti confInnK. .. . Claromoa'c, in Arveraia
Con cilium te^elnat, meofe Novembri hoc anno (écjaenu, in qno Ihmtum cil, ut
Horx Beate Mane c^yotiilic Jicantur, otfitiumque eiut, diebui Sabbali fiat. Jm
Ckrmui, taftt. tr. (ONt'^rinNeMipi, dieeF.Poolo, i ^radULnUfisfitti »étt iTMH»
dignità, «e’Mvri, timi futa d uniti fettfi, m» tstubt, t mntfhn, tbt S. ì'nalt
ehmtnn tftri, t fmntitai, i tìifi Grifi» Oftrni. Opus fac EvangelilUr.
minillenuni tuuin imple. a. Tinvx, 4. Si (|uit bmU auinopus dtlìdctat. i. t.
Wma quulem multa, operarli tuiem )«auei. Man- 9. et Luc.ie.> im m^niertbt
U»rM »piiv pTomorcntut. il Parroco è impedito kgittimamente, egli può deputar
un Vicario che lèrva per lui, dandogli conveniente mercede: fi ritrovò che
fipotefle, coll'autorità del Papa però, crear un Vicario perpetuo, ( i )
alTegnatagU una porzione badante, e lafciando il rimanente al Rettore;
obbligando quel Vicario alla refidenza, febben il Rettore tira la maggior parte
deir entrate, redando libero; della porzione del quale è fatto un. Benefizio,
come femplice, e quella del Vicario feda per la provvifionc del Curato. £
ficcome fu incognito alla Chiefa antica che alcun Benefìzio fode dato, falvo
che per luffìzio, e affinchè ciafeuno fode obbligato a fervire nel Tuo carico
perfonalmcnte; cos^ non fu mai deputato uno a due carichi, non folo per efler
impodìbile, quando s’hanno da cfercitare in diverfi luoghi; ma anche perchè
reputavano quei fanti uomini che non folTe poco il fame uno bene; e vi fono
molti Canoni, dove fi riferifeono le idiruzioni antiche, che uno non pofla
clTcr ordinato a titoli, nc fcrvirc in dueChiefe. (4) XXXIII. In quedt tempi,
quando fi didtnfero i Benefìzj in quelli che hanno annefla la refidenza, ed in
quelli che non l’hanno, confeguentemente fi pafsò a dire che di quelli, dove
non era neceflarìo in perfona propria fervire, fi poteva averne ph't d’uno; ()
e nacque la didinzione de' Benefìzi compatibili, e incompatibili: quelli che
vogliono refidenza fono tra loro incompatibili; non potendo l’uomo dividerfì in
due luoghi; ma quedi cogli altri, e clTi tra loro, poiché non è neceflarìo
fervire perfonalmcnte, fono compatibili. Nel principio però fu proceduto in
queda materia con gran rìfpctto, e non fi paCÀ piò oltre, che a dire folamente,
quando un Benefizio non fofle fufficicncq, per far vivere il Cherico, le ne
potefle aver un'altro compatibile; ma non ardirono di paflàr al terzo mai; nè
meno al fecondo, fc il primo foflc dato badarne. Al Vclcovo non fu dela mai
rautoriù più oltre, ma al Papa fu aggiunto che avefle autorità di concederne
anche più di due, quando i uuc non badaflero per vivere; e queda fufficienza
per vivere da’ Canonidi è tagliata molTom» . H to lar ( I ) Ttimp n dtilji
SttrUdì tt9 fjìrù, th Vmft di tjmrJH nesristi etmMcii dir iKfbUnrré p tfmnUht
ttmfo frtmM dtl CtmedU LétttMMmf» f»it» jiltffMKdr» III. Ptrni i trtfti-, Extra
de Officio Victrii, ft»o tmdiritiéti •'Vtfrnid'h^ftUttrrA. Vedi ritlwuadcip. I.
bxira, de Odìcio Vicirii « Ttmméfi VvAlfiit^ 17^. in ilio titolo perfeTereat «
d quem confetnii funt, ifìiut nulinm de altetiiu tmxlo I>rabiteniin, aot
Diaconatn, &(ciperc przfliout. CotKil. Csichuicoié. ann.7>7. cjp, «.
Coor. Retuenle aon.li}. up. te. Conr. Mctenfe, ann.sn. On.|. Cui. 1. peni;, t.
difìiod. 10. ex Ceacilio Utbaiii li. (ubilo riicentijc finw lopf. 8c C&n.
1. CauE XI, qn. t. ex f, Syiiodo, cxp. if. ano. fi7> Prtffi m'titMhli »ntfA
i Pnti trMa ti mUm Tj!dn$tA. QuorJsiB exilix, dk Srntt4 «juofdxm (xcerdotix uno
loco tcnetu. Oc irxnouiUiute vite. Virus eft libi quis, iitt ma Itr» Gamtilt,
xd firraunennun tempii Nepnini ruent ahigitos «fi;; £idui di CKerdfosNeptuAÌ:
opottc. bit enito ipfiun infÓMnbiIen elTeCicerdoieni.'Ar. ttmidor. Iib.f. de tomnionim
evcatibui, Ibmnio t. Vide Ulpianom in 1^. x. if de in jus recxndoi &tcg.
pea.ir.de Vicit.dc excude. Muaer. ( ) Vide Caput, dudum. 54. exerx de eie.
Alone, Se ibi glolT. et Girciam de Benef. pene underinu tip. (. p«rag.x. et y
(O L’Autore coù rarcontt Torigine delle piurtlità de Benefizi nel libro fecondo
delle fux Storia del Concilio di Tremo. Sktatm, dir' egli, aatv» gli ttniithi
Cexani, t»(i u Citrita VM fatava ^rt dmt titaii, »> im ttafi[uant.» dtta
Bttuft.)'. raminàmnda « iùeMiiMr-. fi la rtadiit, a ftr U firagi dtlU gmarra, a
ftr linandatkaiti, fi taaftrivm »» BamfixJa tjasltUt Cherka il amala ma
fafftdtva già mma, fmrtUì tifii atraadtrt ad amamdtta ; il tUt fi fraaki
faf(ia, ma» già im favara dal Stn^Uàaia, «4 da!U Ckiafa, m^mtb^, ma» fattida fremdtrt
m» iiimifira farikalara, far mamtant.» d'm»a raadù ta Jmffiaknta aumttmttla,
alla m» laftuaffa d‘ afera firait» : ma tal fraifia, tha w inafiztm to larga,
() perchè nc’femplìci Preti dicono «he comprenda il vivere non lolo del
Benefiziato, ma per la iua famiglia, de’ Parenti, e per tre Servitori, e un
Cavallo, ed anche per ricever fordlicri; (i) ma quando il benefiziato folTc
nobile, o letterato, («) olcra quello, tanto più, che fi uguaglialTe alla lua
nobiltà. Per un Vclcovo poi è maraviglia 3 ueIlo che dicono; (a) che de’
Cardinali () baili il detto comune ella Corte: JEquiparantur Regibtts. (3) Ma
tutto quello procedendo co’ termini ordinar), e per dilpenla, ogni Canonilla
tiene che il Papa polU conceder ad uno di tener Benefizj fino a che numero gli
piace ; e in fatti le difpenle della pluralità de'Bencfìzj paflarono tanto
oltre, che circa il 1310. le rivocò tutte, rillringendo le diipenlc a due ioli
benefizj: {b) il che elTcndo fatto con rilcrvare a sè la dilpofizione degli
altri, (come, parlando delle rilcrvc, () fi diri) non fu creduto allora che
folle fatto, per levare l’abufo; ma pel guadagno, mafiimamente perchè quel
Pontefice fu lottil inventore de’ modi, per accrelccr l’erario : e ne fece fede
il tempo; imperocché fi tornò non lòlo alla pluraliti di prima, ma ancora a
maggiore; e fino a’ tempi nofiri abbiamo veduto, e veggiamo dilpenfe lenza
mifura Concordano tutti i Canonilli, e Cafifii, che tali dilpcnle debbano efier
anche date per caulà legittima; e che pecchi il Papa, fc lenza quella le
conceda ma fe chi fi vale della dilpenla lenza legittima caufa concefia fia
feuiato, non fono d'accordo: () altri dicono che quella lulfraghi innanzi agli
uomini; altri, che ferva, per fuggire le pene delle leggi Canoniche, e che in
cofeienza, e prefib a Dio non vaglia punto. Quello parere ^ feguito dalle
perlone pie. (r) li primo è più grato alla Corte, alla " quale nt» ftr, th
nìum^ {Mrftm li t»TU0, fi fftfi il fsrtitQ di d^tnt nwti sd H» ftU, SMitrthì
ti0 ara fnnta MnfSdrié fti ftrvmm dtiU Cbt^u 0 « f0 fafiaaa tffe re malti fia
tara, e tagli altri. ()Cloflà td On. Ctericat. l. CmC ii. qu. I. (O i»
tftimmavaaa in ^mefia rmada Ir taft, t»i fariHaaa al • d’mi fim freti, tbt Laùi
; td i ^imafi 0 fartilaaa, fa maa $ Caudatari dtfafi. Tatti ì Camaaifii frri Barn
fiat dt qarjla fiwiimata. Vide Oomei de expe^t. num. 1&7. llioùn. I‘am de rdtgn. beneC lib.5.
qu. 4. num. lj>. Asor. p. 1. Iil> 4. »p. le. qu. I. {fc PvMenoch. de Arbitrar, iìb.
». cafu N^rarr. Mi kellen. 61. de Orif. dt ClotH »d cap. 5. citi» de petulio
Clericonim. (a) Vide cap. de molta al. ia fine, extra de prxbcadii. t a) fatila
tha aaaQurmeatt farfrtndi ì il vrdart il fata eaaaa rha la Carta di Kaaaa fa
da't'ifeavi italiaai dalla Stata Zalrfiajhtt, i ^ati nam falaaaaata fiamma ia
fiadi alla frafaata da' Cardiaaii, aia aatara aaa fiiaaaaa difaaara il fatvirli
a tavaUi (aait il Vaftava di Ciafaa Cbiaa, Atrafimfiiadart dalT iaftradara al
Ciatilia di Trtmta, la rirpfrantra al Vefiava di Mirti ia piana Ca^r» faziaaa :
fra Paolii, lib. tf. della Tua Sicria del Contili». Oleta di fki, i lata
Viftavaii fama tairmnit taiuki dt ftnfiaai, tht fi npmtartbbaaafaliti^mì, fa il
Papa valafia raaetder tara il rapar ‘ere, aha i Caatnifii afi^mana a'ampiuà
Prati. () Vide Nicol, de
Clemangit de comipteEc» cleux Uaiu cip.it. dt Pet. «ieAlliico de reliorni. tapiti», ieu ilatus I^palù,
de lue Rooi. Cutis, dt Cardioalium. ( } ) Damdr atnthimiana, dìc’ egli ibidem,
rbt aajfmaa ramdita i frappa grandi pir tara, fa naa ì faprahhaadamta ptr gli
fit$ Rii 1 ptrtA il Papa ha tenetdata lata il frivilapia d' axar aa apemm ad
omnia beneficiai dai, ìù pater gadtrt apti fatta di irnafiz), a fataUrt, a
rtgaUri. (^4) fai>,parhfia dalla Diaetfe di Caari tnFriifl. tia. figitaala
d'ma pevere Ciahattina. ih) Noi omnn, et lìngulu difpenlatiofld litper
receptione, aut reteitnoAC plurium digniutvui, aut beneficierum, dee. quinis
cura animaruna Ut annexa .... cuieuntpte perlóaz concellas, (Cardinaiibui ramen
cxcepm J duiimuitahtcf moderando, qood per nttMeraioefl .noiìruin clinnatam
nliuni beneficioruni nmltnudinem re. Irertemui. Siatuipiu itaque quod obuncntn
piu raliMtnn hujurmodi beneficiorum unum tantum ex bencfliiii, quibui cura
unmmcc animarucn, aim beneficio Itnecura, quod haberenuhiennc, polTint licite
rcttaere. Zxtrav- tit. da prahtndU, tap. Emarrahtlit, () Fedi r attirala 37. a
ramattazieaa terza. Vide OloQiun a.1 capii. pi' CÌoTanni di Verdun 1
Bencdinino, Franccfe. dille molto di?erÌBiDeiRe il (ùo parere. Ki leggi umnt,
difiegli, fnt ft’Srtt U dif^nf, rafien dtir ìmnirfttMi del Ltfitlntirt, il mmU
nin fui frevidm tutti i tufi frtitlrt t£ dimundn» mnìietn.ini ; m deve Oia 1 i7
Leiitlntin, tjlH ^ fent. eteiniimit ferrh tuffnnn tfs hm ftui» Im nnftmdrrfì.
Chi difnenf n»m fu mi dtfUti(ri U firfin th'i eUligt, uà UftUr »Uligt» »ll
foalt i ingiuUmunt l dtffenf : à un rrnr fefiinrt tl rrtdtri th il difftnfnr fi
fnrt nn» gruu, pàthi U iiffmf i un tt di pmjliti» diJhUmtiv», ft tu n fu
limmmeli feer thi nn U d IU ftrfini nlU quali ì dtvut. L» Cbi^u um ì un Jtrv,
ni il Puf i il fmtPudran. Tet l Pf, ilqu‘ U nt» à, rii ri firvidtrt di thi th»
frtfijl» sii» Tumigli Crifiiun», U drt tiufthtdun l» f» fr»fri mffur, eiii,
quella th gh ì devut. Quem confliruirDoininiu &per familiam fitam, ut det
illia in lempcte tritici mnifuram. Lnczia. L àfffeufm M tigliezza umana,
volendo dare due Benefizj incompatibili ad una perlòna, unirne uno all’altro,
durante la vita di quella ( i ) in maniera, che, dandole il principale, era
dato in conleguenza anche Tunito; di modo che fi Ulva va benifiimo la legge di
non aver pjù, che un Benefizio in apparenza; ma in efifienza non era, fe non
oflcrvanza delle S arole con iralgrcnione del fenio; la chiamano i
Giureconfulti fraudo ella legge, (a) Quello fervi ancora per poter dare un
Benefizio Curato ad un fanciullo; o ad altra perlona fenza lettere, e lenza
obbligo di ricevere gli Ordini facri : unendo il Benefizio Curato ad un
lemplice, durante la vita; e coHlerendo il iemplice in titolo, rellava il
Benefiziario padrone anche di quello Curato; e le parole della legge erano
bcnilTimo olTcrvate. Ma il poter unire Benenzj ad vitam non fu mai concelTo
a'Velcovi per caufa alcuna, anzi rilervaco ai folo Pontefice Romano. Alcuni
Leggilti la chiamano unione in nome, ma in fatti è rilalfazione della legge; e
l'hanno per dannabile: (3) perlochè anche in qualche Regno è Itata proibita.
Fi; lungamente utata dalla Corte Romana. adelìb non è più in ulo ; (4) come nè
anche molte altre cautele^ per non le chiamar fraudi, come quelle, che parlano
troppo le? galmemc, per le caule che fi diranno, venendo a'noitri tempi. Anche
la Commenda ebbe una buona ifiltuzione antica ; imperocché, vacando un
Benefizio elettivo, un Velcovato, una Badia, ovvero un Benefizio che fofic
julpatronato, al quale l’Ordinario per qualche rifpctto non poiclTe provvedere
immediatcmente, la cura di quello era raccomandara «M- nnal r.hg losectto
degno, () fintantoché la provyifionc fi facefle, il quale peri non ivéVa
racoiift' dl valcrfi dell’ entrate, ma foto di governarle, c a quello fi
pigliava perfona eccellente, e perciò d'ordinario era un Benefiziato, al quale
la Cura commendata era di pelo, perchè |>ilognava che la prendefle per lolo
lervizio delia Chiela. Quelli non fi poteva dir avere il Benefizio
commendatogli, le non molto impropriamente; c perciò in realtà non aveva due
benefizj: («) con tutto ciò, per non far diificolt^ di parlare, nacque una
maflìma tra’Canonìlli, che uno poteva avere due Benefizj, uno in titolo,
l’altro in commenda ()• Non durava la Commen etra ptionltt defit «noli. Yfl
lUqaid deCt cq Ctrtt. Quid da aniooibaf bcflcficioniiii,4 tìcub t» fslioru.
Immt.Wl. tf- fa. mk. a. unmi, tf, nt, dilicct, obAct iDa bent» fttxunfrm.
fifiontm pleralitsa ad obnnenda lacompstìbilU d ftmf» dtfrmmdmt», fHthi
ilCtmm9»dmtmti» isvi. (cm CommcDdim, ut przmtmtur, ntc (ifhinde tm n» trm
diftrnut im vrrm» reati dmlTùmlmrt: cbrjBmt ultn femeAm temporit fpscium non
da- tijlimnié mt Jm fa^a fmmmU dlU Mit dtUm rsrei lUtuenrct «juiccjaid iecui de
Cotnmcadu Ec. Ctt mum dm i Curim mofMAern. tc tegicnen, de deiìanim
{Mrceciilium adiun Aieht eiTe irrirum «dminillritìoDent libi m rpirtcualibus,
de retnpoip(b jar«. CaÌA Ctmatrmis. Ma i fApt, fAttwiefi fuptrttri aUa U^ t,
pr$luaiATAt%t i tirmiu itllt CAAvuatit, • AAmetdttrtr Mmtf it' frutti 0^1,
ArnuumprAttrii ÌAÌi fAg Attua fini a itnurt — i it ia vi4 ttm tutti It lari
rtuitlt | étp di tbt muturiut uUrtJÌ It Jlilt dtilt Un MU, iumdf ti
rvconuiiduaio «yuclU Cbielà, uKachi tu poiTi (ulleanre ii tuo iUio ) DtlU
FauuiIia Fiifeki, it’ Cauti ii LaVàfnA, liuti ««Ì114J ikiAmAti il pAifl
uimifii. (i) Circe idein tempm milìc dommtu aovut Iepe quemdpRi nomm in Angliam
pecunie eetorlotem. Megittrum, videlieec. Meninuin aaten. tkum pipale
delìrteniem. de habentem poteiUtcìn eecommunicendi, fialpeBdeadi, de
multipliciter vu. lunati fii2 refiilenrn punieadi. Idem. £' do ifferVAtfi, tké
i Aoi priuàmua uum A grAuii autpriiA r«r «fbilrrrro i» virtù à'uu uutua diruti
fiuuAti JulU d«e4e.i4«e di Cifiumiiui, par ttd tutti l’«lr, par nutUt tkt
pritiuiavAut, uppurtiuavAui uliu Ckufu JUaioAo. Ad precei meu illoUn Regi Angloram
Henneo II. cooeellit, da dedite Haarianui)Hiberniun fare bicrediterio poC
(idendain. Nem omne» infiilx, de jgrc anoipw, tx dooecKine Confbnrini, qui eun
bindevM • d( dotavit, dicuntur ad Rotneaun EcclefUm pettinere. Joaaods
Surobcticniii |ib. 4. MetèlB|ici, ta del Re, cioè, doooo. marche. Propofe (i)
il Re di ciò querele nel Concilio di Lione, lamentandofi de' fuddetti aggravj.
al che rifpofe il Papa, che ij Concilio non era congregato per ciò, e non era
tempo di attendervi. Nella flelTa Cirù di Lione, al tempo del Concilio, il Papa
volle dar alcune prebende di quelle Chiefe a’iuoi Parenti; di, che fu moto
grande nella Citt^, e fu il Papa avvertito che fareb^ro flati gettaci nel
Rodano; (a) perlochè il Pontefice li fece occultamente partire. Non reftò per
quello la Corte dalle fuc imprefe; () anzi nel 1153riftefib Papa comandò a
Roberto Vefeovo Lincolienfe, uomo in quei tempi celebre in dottrina, e bonù,
che confcriflc certo Benefìzio ad un Genovefe contra i Canoni.' il che parendo
al Vefeovo inconveniente, c ingiuHo, rifpofe al Papa, che onorava i
comandamenti AppolloUci, conforme alla dottrina Appoftolica; ma che quel
abftam'tbu% era un diluvio d' incollanza, un mancamento di fede, una
perturbazione della tranquilliti del Crifiianefimo, ch’era grave peccato
defraudare le pecore del loro pafcolo, che la Sede AppoHolica aveva ogni
podelli in edificazione, nelTuna in dillruzione. Ricevuta quella rifpolla, il
Papa fi fdegnò grandemente.- (c) ma il Cardinal Egidio, Spagnuolo, uomo
prudente, ten (i ) Il mdtfimt Sttrir» diti tfn Ì0 rtmdìtM dt' aràqiftMi UmUmì
fi»ktlitt in dm» fii di 70. imt» manh d'rgtntii t tht tv. »vn» fi» imfmrrita l»
Ckitf» di Jh$, dt tht »vtv »4 jfattp tufri $ V»fi d» S.fittn. Epifcoout Kobenus
Liflcolnienl» ficit A io'u Clertcis ailigemer cooipumi Alienoram pmeann in
An^lù, Bc invennim rft. Se vert caniibua qao£lam alicfugenas ronfàoguineoa, vel
affìnea fiiM, inconEiho Capitulo, iocrudere, re. fiitcrunt « in brie Canonici
Lagdunenfès. coot' ffitaaiiTcì, Se eum juramentoobteltintei, qood, iì tiki ipud
LugduBucn apparerenr, non pòilét eoi velArchiepilcopuf, vel Canonici,
pro(c|;^re, Mat. Vvtfiaaaafiar. Oroflet «ft. (S) Mandatu ApoAolicit, du'aili
valla fa» tifpafla al Fapa, aSedioue filiali devou Se reveren. ter oMio : hit
qno^ qiaae nuodatia ApoAoìiria adrcrtiintur, paternum xclani honorem, adverìor
Scobftoi ad Drmmque enitn teneorei dirtnomn. dato.,» Non «là igitor Itterz
renor Afoftolica fimAitati cxmibniu, r«l abionua pluràmutn Se di» icort.
Priioo, luparbo animo aitr Quia eft ifte fenex delirua, furdua, St ablurdua,
qui fii^ mudar, imo tetnerariua judiear} Chi atai di ^aafii daa vaatfriav», il
Papa, akt walava i Caaaai, a Lineala, rlta li. difandtvaì Cki di ^aafii daa tra
fardat tÀaaala, r« «». dava Jt iaat la vaca dal Sigaara, a laaartatia aUa aam
vaiava aftaltar gatlla d'm» Variata Appa^aìtta, tkt rl'^agnava il far davart ì
Per Petratti, Se PauTuma yi. giarava par Saa Piatta, a Saa Parla marre
Listtain, tha gli fatava aliar» l» settdafim» eaTrtt.iaaa tha Sa» Patir avtva
fatta a Saa Pittra, quia repreniibilii erat, Se non fede itnbulabn ad \erttatem
Evangeliii Galat.x. la xsatt i' imitata le» PUtra, il qaala prtfiul sii grufi»
earrttàaati nKì moveret noa innata ingenuitaa, iplàim in lanrain conliilìancm
przcipitir«m, ut coti munds bbula loret Se exemplum. Ihtdtm. t«, tentò di
mitigarlo, moflrandoglt che il procedere contri un uomo cosi riputato, per
fiuia tanto abborrita dal mondo, non poteva partorir buon effetto. (4) Ma
mentre il Papa penfava al modo di rilcmirn, s'ammalò Roberto; e in fine della
vita tenne gli ftefli ragionamene ti: (^) Mori con opinione di fanritli, e fu
fama che facelTe miracoli. Il Papa, udirà la morte, fece formar un proceffo al
Re, che il morto fodè difotterrato , ma la notte feguente ebbe il Papa in
vifione, o in fogno, Rcberto veflito in Pontificale, che lo ripreie della
pcrlecuzione alla memoria fiia, e lo percolTe in un fianco col calcio dei
pafiorale ; (c) fi dcflò il Papa con ccccflivo dolore in quel luogo che lo
colpi fino alla mone; la quale {d) fcgul indi a pochi mefi nel 1^58. Alcffandro
IV. fuo fucceifore, () fcomunicò TArcivefcovo di Jorck per una caulà fimilc; il
quale, perfcverando nella fua deliberazione, fopportò la pcrlècuzionc con molta
pazienza; () c avvicinato alla morte, IcrifTc • al Pa tti) Nt^n ctpcdim,
Donrin, ut altqaid daruin contri i|>tum epifc(i«in ^'ini«rctna>{ utenim
vera fateainur, vera Ciat cmx duit • noo poC fnntui cum condemam. CaiholKUi
eft, nno Ik (mdiCriotiii, eol>U religiufìor, nobù (indlior, eice{Ìenùor, de
ecccHeRnorti ritz ita, ut non credatur inter oenno l'rckioj inajorem, imo noe
parem habert. NoTÌt bnc GiUicaiu, Se Anglicana CUn Univerlìiaij noan nou
przvalem coniradiAio. Hojuftnodi epillslx vtritas, quzjam torte muUis innocuità
muicoi centra no poterit cominovere. Kzc difcrunt Dominut iEgi-Uut • Hifpanut
Cardinalif, dr atu. coniUium diucei Div mino Pape, ut oninu hzc conaivearibui
oculit fub dilTimulatton ttontire pcrmitieret, ne fuper hoc tamuiiuf eiritamur.
Ui^- ^t« « ir mtdtjimt Psris, tra m» fran ptrftaafs»' carCD. iu' t^U, coluntRa
in Curia Komartn veriutn Se iuftiar. et muneTum aTperaaiar, qux ngernii
«quirarh fleAere uL w r.T,! .. PrivilMia (kadonim pomibcuBi Romane. rum
prxdKcIwum fuorum Pipa impudenter in. nulisrc per hoc rrpagulum, m« tSfiaatt,
noo •rubefeit: qaod non b( line corum przudKÌe, et incuria rmniielia k cniru
reprobat, et dirute quod unti) St tot (anAi xdificarunt. Nonne di. cu Papa de
fu» plerilque PratJerclToribu, iìU, vai tUt fu rttirdaritai PraJtttftr ntfitr,
tc fzp«: adhartam fanUi ^Tadtttfftrn aaht vtftuiis, Sei. (^are ergo, quz
lecenint, duuant iundamenta qui lequuniur Nonne pluiti, divina grata klirati,
majotet funt uno fi>lo adhuc perieli. tanK? Uode ergo hre injuriok
lemeritss, prmlegia laiiquorum Sartftorum multcrrum in irrituni levonre ? Ciaè
i il Pafa aaa ta rtfftri di aafart, a d’aaaaUar cmm Nonobtlance la Ce»atfiami,
a {U atti dt'fmai fanti Aattctffari, fiata tta^trar il sarta, a‘l difaaara
rlt'tfli fa alla lira mimaria. gaitaada a urta tutta tl lata tdtfetta
fairianaU. jhj^amda ài Pafa farla nalla ftta Balla d' aitami ddjiai
Aatrttffar$, ma dita il nolìro Aniccelotc N. di Dia memotia? volen do (egujr le
TeftigM del oofiro Ciaio AnteccTortf Pttik!dma^naaaiuart i faadamemti fat dagl'
altri ì ideili Pafi, i gmah, ftr la Dia gratta, fama arrivati ftUtamanta u»
Mrre, nam iuamamaggiar tradita, t^a ama fata, il gnal ì mmtara im ftrirala dt
far naafragiaì Damda maftt dmagaa tka Jmaatantia vaala tan una uaaaritd
ftifmaliufa raimavart i friviltgi aamtadmti da tanti Saati Pamttfui Bamant t
Paria nella BKdefima TÌri. (c) Hoc anno (ttf4-) D'tniinut Papa, dum, imut fnpra
modum, vellrt oQa Epi£:ofH Lincotaicniis exua Ecclelìam mojkere..... Juint
taleni litenm fcribi Domino Regi Angliz tranfinirrendam; fcieni quod ipr# Rex
libentcr dcCrvirei in ipfucDtMiprracri&è, fir fatila tbiditi il aalra
Starila fai, a futi fagina immamti, ila^rre tra Do. mini Papi, de Rzgii
redargutor nuaifellui.)Seil no^ léqucnii appiruit CI idem Epilcoput LtiiroU
nieotU, pontiScaitbua redimiti» i ac voce icrri. bili tpÉim Papam in ledo fìoe
quiete quiekecu rem aggredUur, Se aAiiurt pungenv iplum in lateff iUu impetuofo
cufpide bacuLi fi» palloialit: Et «liait et: Simbnldo, Papa miièrriiM,
propoTui. iUoe oda mea extra E. mneni, 8c molclUin. J^d. (e) Ftrfa il fina
diU'anna iaj4> awdrjCew Matita Pari nfcrua tha lanatiatia, travaadafi uà
fama di marie, « vrdtada fugatri i faai f èrtati g iar Jiffa t Quid piangiti!,
milen I Nonne voe otnnea divitrv relinquol quid ampliiia exigitia t id eli:
faribf mai fiagaitt, a ftmfluiì ia vi taftia talli rtecbij tht vaia a di fitti
( ) J^l‘ ara di Cafa Canti, tama Xatatiatia III-, Urigaria IX () Anno ix{p.
aggravxvic manum luam Dominus Papa in ArchicoikopQm Eboraccniètn, pif. fitqoc
eum ijnoiriinioie nimii in tota Anglu exronunurucari. Ipk lauwn Archiep.
excmplo B. TiMuz Durtim, nec non B. RoIkiu Epilc. Lin. colnienlis, fidelitata
«rudkua, ^ lolatio csdcaa mirtendo minime dclpeiDvit, oennem ppalem ryrannideiB
piuenier lullinendo: t atta fagut dtfai Remili genuaSeUere Baal, et indignis
berbarii opima beneficia Eccidìc lux, quafi margaritai por. eia, imo rpurcia^
diHribueie. IbuUn, iero dichiararfì affoluti Padroni in tutte le collazioni de'
benefìzj per tutto il mondo ; e levarG dal bifogno di trovar Tempre modi, e
arti, per tirare le collazioni a Roma; e fece una Bolla la quale non conchiude
altro, l'alvo che la .rifcrvazionc de’ vacanti in Curia; dicendo che le
collazione di quelli per antica confuetudine è rìfervaca al Papa; e però
ch'egli approva quella confuetudìitc, e vuole che Aa olTcrvata : ma, per
conchiudere folo quello, intanto fa un proemio ipotetico, dicendo: benché la
plenaria dilpoAzione di tutti i BeneAz) appartenga al PontcAce Romano, Acchè
non folo può conferirli quando vacano; ma anche può, innanzi la vacanza,
conceder ragione per acquillarli ; nondimeno lantica confuetudine più
fpezialmenie ha rifervati i vacanti in Curia: perlochè noi approviamo tal
confuetudine. (^) Se il Papa avelTe fatto un editto conchiudente che la
difpoAzione di tutti i BeneAzj toccava a lui, il mondo A làrebbe melTo in moto;
e, cosi gli Ecdenaflici, cornei Principi, e gli altri Patroni Laici avrebbero
detto le loro ragioni ma quella propoAzione meffa in una condizionale, fenza
conchiufìone, pafsò facilmente lenza che foflè avvertito quanto imporiaCTe.
Anzi due anni dopo, cioè nel iz6$, fenza aver alcun rifpctto a quella Bolla,
S.Lodovico. Re di Francia, vedendo che le provvifioni fatte dalla Regina fua
Madre Reggente, mentre durò la fua minoriili, c TalTcnza in Terra (anta, non
giovavano, per levar le confuAoni introdotte nella materia bencAziale, fece la
fua celebre prammaticha, () dove comandò che ieChiefe CatteTomo Ih I dralt tri,
0 tinijMt P0tÌ0 dtf0t N« «enfi» prartereon. dum qaod B. Hdmandus, Le^r in
TheologuOXODiali, t ^ Arrhrrfr»V0 i C»Mttrifty, et direre roofticeK i O Servale»
fWjfd rr H rum di Artrvtfttx^ di erlc, nuttr ab hoc Ixotio tnnlinterabU| kao»
vel làltem gravibut, St inCàperabilibut in muodo tribnietionibiu impemits, He
trucidami. ì^itm »d et tifi. (4) In anurt(sdi.e amiu« fctipùtl'apz, esem. I
loRobeni Liocolnientif Epiùopi pntvo.uua» do!M ioconlbUixliter quott
camraauifirmicertplum fttigarat, co quod iacxpcrioi de ltngu« AaglKanx igxan»
renate accepure» nane tulbentieoda, nane tb iiedetìa eliminando, nuoc Craeem
aakrendn, dee. U pnii't 0I ftu frtm> Umùfi’ ntttr dt f 0 rt 4 rgU ù Crtrt
po. teli de ^re mnrerre» Tcnim eium juj in ipTrt tnbuere vacatami colUrionem
carnea Bccldia. tum» dignittnim» de beneficiontni «pud Sedem ApotlolKim
vartunuin ^cialiin cxterii antiqua oon^uctudo Ronunii Poatititìbui rdervavu.
itaque laudabilcm reputante hojuftnoii cojkòetadiiieiii, de eam auclònuie
apoUolica approbanrei» ac niltilominiu volentet ipkin innolabiter obkr. vari,
ead^ auAoritare ftaruimus ut beneficia qux apod Sedem iptàm dcinccpi vacare
conrigrnt ali. quia» OTxter Romanutn Pcimifi^m, coninre aliOli. icu afiquibai,
non prefunut. Sarti Owrar. m.j. tu. dt praitBdit. taf. a, () Si dmku» tmité tbt
^utta framxtatitx ffa di Sa» Ltd0vtt0, ma» m farUmda im eamta vtfitMt gli
Sfrittari r«reiM#r«»n : altra di tha »t» fi vaia tkt il Pafa, il ^xalt Tignava
alt», ra, aUia avuta altn» dtffartrt ea» fati Ut ; il tbt fariUi ttrtaaaatt»
attadmta, fa da la» fafa vernata una tal ardatatiaat. diBamr itìlUt tht la
rigHta «al ttxafa dt tadbanr# jdrali aveflero reiezioni libere, e i Monaderi
fìmilmente, e che gli altri Ber neiizj tutti folTcro dati lecondo la
dilpolizione della legge, c non potelTc eflèr levata alcuna impofìzione dalla
Corte Romana Topra i Benefìzi fenr za confenfo fuo, e della Chiefa del Tuo
Regno, (a) L’andata del Tanto Re in Affrica contea i Mori; la Tua morte, che
TucceTTe nel iZ7o’, il biTogno che la CaTa d’ Angiò ebbe del lavare Pontifìcio,
per idabilire il Tuo Regno in Napoli, e ricuperare quello di Sicilia, e la
Tacoltb che il Papa concelTe al Re d' impor decime Torto pretedo della guerra
di Terra Tanta, fecero che i Francefi facilmente lafciarono racquidare alla
Corte 1 ' idefla autorità', onde nel 1398. Bonifazio Vili. poTe la Codituzione
di Clemente nelle Decretali, e fece che quello ch’era ipotetico, e
incidentemente detto, folle il principale: e, per darle maggior autorità, la
poTe fotta nome di Clemente, lafciando in ambiguo. Te follé il quarto, o il
terzo", onde adedb in alcuni cTemplari fi legge in altri quario-, ()
perlochè all’ora fu dato principio a creder queda prowjfizione, cioè, che la
plenaria diTpofizione di tutti i Benefizi Ecdefiadici ap particne al Papa
", il che pretendefi intendere in TenTo non affatto perverto, cioè, che il
Papa abbia piena podedb, ma regolata perb dalle leggi, p della ragione, (f)
Clemente V. indi a poco fece ceflàre ogni buona intelligenza, con dire che 11
Papa abbia non fola piena podedb, ma anche libera Topra tutti i benefizi S W 1
^ liberà ì intende da’ Canonidi piente da ogni legge e ragione: ficchè egli
può, non odante la ragione, o l’interelfe di qual fi voglia ChieTa, o
particolar perlona, eziandio Padrone Laico, farne tutto quello che gii piace.
Queda propofizione con ogni occafione fi pone nelle Bolle", e non è
Canonida che non la palli per cliiara, anzi per articolo di fede, dicendo che
il Papa nella collazione di qualfivoglia Benefìzio può concorrere
coirOrdinario, e anche prevenirlo ", e, piacendagli cosi, dar anche
autoritli a chi gli piace di poter fimilmente concorrere coll’Ordinario, e
prevenirlo, ficcome hanno poi data queda facoltà a' Legati con una Codituzione
generale, NelTu te» »» Uhth iutìieUt» t Dc&n(brium CoiKortlAtoruffi iiucr
Seitm ApoflolKun, et R«^ni tnncùr Ludovicum XI, tht Àu» th'^ di S. LnUviee, it
ni psrli i» ttrmÌMi t Quod BUtsm etdem afcrioinir fecill« pragnurKAio, |«r
qutiR quuiun juAi&cafe nituatur PraKiTuttcim per Scicaifi. Principem
Ctroiiua Rc{[cni (VII.) donÌAi aoflri Lttduvici genKorem «ditam, Ot per
«(undcin dominum naliruin Liidovkuin «• tboike aiiscr •bro^tMoi, nlhìl
prtxietit cis, tie« qui prodenè fi tttendAnnir fingaU verbi ejufdeni benfli iùb
tenore bnjas aferipue libi Prtgpunea bcani, et uoicuique faa jurildidio
lérvetur .... Item prouMiioAca, MiUiionei, proTÌfiono, jlcdifpofìtionea
prxlaturaxujB, digaitatam, St alioruin ouoraowiUDque bencficiontoi « et
OtlUiorum fec(Wiaftk.aTuu Regni ootlri, (écutidum ddpofitiooetn, orduucioneis,
Oc determinadtiacm juria (ooifuUAu, Sactorum Conci lionim ficclelùe Dei, ttqae
infittutonia anitquorum Sarklnnitn rarruot, fieri ToJuatui, et ordinanu». Iretn
eu^onct,& onera gravillìnu pccumarum per Cunam Roauoam Ecdefiat regni
noflri impollta, tei impofirato quibu eiitcrabiltcer regnutn ooltrum
depauperarum enitk; lìveeuam un^toneiub», vel inipocven. da, ievtfi. ast
rolligi iwIIìucrui votiimut, nifi dumtucac prò rationabili, pia,
&ura[e.’uiflìma cau li, il quale è con proibire ogni torta d’alienazione,
cole per diame« tro contraria a quello che la primitiva Chiela olfervava.
Imperocché, febben le Chiefe, quando fu lecito per le leggi de’Principi
lacquiilare (labili, ritenevano quelli eh’ erano donati, o lalciati, era però
in liber del Velcovo non lolo di valerfì dell’ entrate, ma di vendere anche i
fondi fle(H, per fare le fpele necclTarie nel mantenere i Minillri, e i poveri,
() c anche di donare, (ccondo l'efìgenza , e T autoritli di difpenfatore
concelTa al Velcovo non fi llendcva lolo (opra i frutai, come adelTo, ma anche
(opra i fondi llcin, e altri capitoli.' il che da principio era amminillrato
con fìncertt^, lìcchè però non ne nafeevano inconvenienti, e durò anche
lungamente nelle Chiefe povere, dove, per elTervi pochi beni, e i Vdcovt di non
grande autoiritV ) non yi era materia di traigrellione : ma nelle Chicle
ricche, e grandi, dove la riputazione dava ardire a Velcovi di tentare quello
che ad ogn’uno non larebbe (lato permeflb; e l’abbondanza dava materia di poter
vaicrfi di qualche parte ad arbitrio, i Velcovi cominciarono ad eccedere i
termini della modedia, dal difpcnlarc pafTando al didìpare; onde fu neceffario
provvedervi; nè la provviGonc venne dagli Écclefìadici, ma da’ Secolari, in
pregiudizio de’ quali era : imperocché, diminuenJoG i beni pubblici della
Chiela, non pativano t Cherìci, eh' erano i primi a cavare il loro vitto, ma i
poveri, che fella vano nell’ ultimo luogo. () Nelle principalilTimc Chiefe,
ch’erano Roma, e CoflantinopoU, la provviGonc fu anche primieramente ncceGaria;
perloc he Leone Imperadore con una fua legge del 470. (i) proibì
ogni-aliehazione alla Chiela di Codantinopoli e nel 4S31. PrAfetto Pretorio del
Re Odoa ere in Ronta, (2) vacante la Sede di Simplicio, con un Decreto fatto
nella Chiefa ordinò che non poteffero elTcr alienati i beni della Chiela
llomana; il che da tre PonteGci Icguenti non fu trovato Urano: (3) nel 502.
Simmaco Papa, effendo gili morto Odoacre, e Gnita ogni fua potenza, congregò
(4) un Concilio di tutta Italia, dove propolc, come per grande ilravaganza, che
un Laico avelTc fatte Colticuzioni nella Chiefa; e con affento del Concilio le
dichiarò nulle: ma, per non parer che ciò facelTe per vbler feguire nel dilordine,
fu nel Concilio fatto decreto, che il Ponte Gce Romano, e gli altri MiniGrì di
quella Chiefa non potelTero alienare; (5) Ipccifi cando che il decreto non
obbligalTe altra Chiefa, che la Romana lolamenre. 1 tempi feguenti moGrarono
che vi era bifogno della GcHa legge in ^utee le Chiefe; perlochè AtutGagio Gele
la legge di Leone a tutte le Chiefe (•) ViJe C»n- 1 }. ac I®. C4jt »• () Vidi
Ititi r. $ 9. IO Sl»tfi i U Ufi 14. Co 4 Sact«CiD{^. £(Ueil»> tk'ì di Lttf,
• di (») dio; iJ MuchÙTcHi. tmfmdrtnifé fi dtll' hmffTM, dtft mtmr mmm»tXJU0
Ortfi, t imff» in j"i» AngmJhU, fm, Ufti» il pH i'Jmftrsdtrt, fi fnt
tbimpur JU di Ktau, Urna tamtiafft tù^, tMH Hb ». dtlU fnm Sttfi di Timtt. ( }
) F flirt IL ftrtndp altri III. Qtlafit I. « Jlnafiélit IL (4} ^ Jtivrm. O)
Qmtdt CiiHtmt > riftritt dMGriMBCsMf. t ». f w. ». Cm. ut» M. Chiefe
foggette al Patriarca Coilantinopolitano, (i) alle quali tutte proibì il poter
alienare. Ma Giuftiniano Imperadore nel 535. fece una Coftituzione generale a
tutte le Chicle di Oriente, di Occidente, c di Affrica, c anche a rutti ì
luoghi pii, con proibizione che non pote(Tero alienare ; eccettuato Colo per
nutrir poveri in cafo di fame RraordU naria, e di rifeattar (2) prigioni, gli
concelfe ralienazione, confórme air antico coRume del quale S.Ambrogio fa
menzione, che non lolo le polTenioni, ma anche i vaA fi vendevano per quelle
caufe. (4) La legge di GiuRiniano fu olfervata ne tempi feguenti
nell’Occidente, (3) lino che Roma rellò fotto l'Imperio Orientale; e vi fono
molte pillole dì S. Gregorio che fanno menzione de' beni alienati per rifeatto
degli Schiavi, Anzi da’tempi di Pdagio II. fino ad Adriano I. (4) per an ^ ni
200. fu incredibile la fpefa che faceva la Chiefa Romana, per ricomperarfi da’
longobardi, così acciò levalTero gli alfedj, come acciò non molefiafTero il
Contado : e S. Gregorio ne rende buon tefiimonio del fuo tempo. Non aveva
credito all’ora la dottrina che corre al prefente, che da’birogni comuni (5)
fieno efenii ì beni Ecdefiafiici ; anzi tutto il contrario, quelli erano ì
primi ad elTere fpefi, innanzi che fi venifle a porre contribuzioni fopra le
cofe private. Nè meno farebbe venuto in penfiero di porre in controverfia
lautorìt^ de’Principi nel fare le leggi, perchè, oltra la perpetua olfervanza,
vi era il lodo fondamento, che quelli erano beni delle Chiefe, cioè, del
comune, e della congregazione de' Fedeli; (d) onde toccava al Principe
procurarne la confervazione • Dappoiché fu fiabilito l’ Imperio in Carlo Magno,
reflando le leggi Romane fenza autorità, tornò l’abufo; onde furono fatte
diverfe proibizioni da diverfi Concilj, (7) in Francia malfime, dove la
dilfipazione era maggiore. (8) dappoiché ì Pontehei Romani aflunfcro piò parte
nel governo dell’ altre Chiefe, vedendo che la proibizione untveriale faceva poco
efiètto, non mancando preteRi a’ Prelati, per eccettuare 17. Cod. de
Sacro&oftù Ecclcfiu. (t) la Unitila 7 .eaf.l. tir. l. telLi, Pro
redemptione Capeirumui. Jut S.Ttat’ maft, Se aliis n«ceirir«cibus ptuperam,
vaTa cuU nii divino dieau duinhunrai', it AinWoiìu» dieie >• l. itf. mrr.7.
m rtff. a 4 J. Vtde Tur. itet iìGatiami JMn», r « Ramat CardriMU Rcgibut
zquipirantuT ) duiimu taliter modenndit, qood per cnodenmen noftmm eftrcnatain
riUum beseiictoniia muintudmem refreneoMis, ipdque impeiramet tru^ dif^nrationutnhuiulinodi
toulittr non AuArentur. btatuiv.uu itaqueqaod obtinencet nunc ei di^nUtione
leginma plurali tatem huiul'inodi beaeheionim unum tantum ex bencEcna, quibui
cara imininet antnurum, culli dinirite, vei beacEcìo line cura, quod hbere
nuluerint. poflìac licite rvtiurre: t mna (i«a dtf. Qac omnia ScEngula beneEcia
vacamra. rei diiruUi, noArc, 3t Sedi Apoft. dirpofinom reCervaimu: inhibenen ne
quia, prcrer Ram. l>ontifieem, de hu^finodi benefciii difponere, vel circa
illa per viam permiiutionit. vel alias. innovare quoquomodo praduoiat.
ZjcrraMg. tit. dt frtk. tf. ZxtttMhHt, (t'i a fHsU immidiMtsmmtf gli fnettff])
Speculiter fiurdcgaleniem Erclefuni. 8c Moniilrrm— Cni.i> Buidegalentìi,
C>di. eie UnCìi Henedidi Et generaliur Patria^ ctulea. Archi^'^.tcopalei
Epilcopale^ Ecclefias. MonaAeria, Priurttui nec non Cinonicicat, Przbendai.
EcrIetUs nia cura, velgna cura. Se aUa quziibet beoetìcia BcrleSalìica, qu«
apud Sedea ApoAolicim vacare a itoiaiur ad prz^cu. et que toto aoliri
potniEranu tempore vacare conticerK in Eirurum, pravitiofii, collationi, li
difpofitio. ni nollrR, 8c Sedia c)urjem, lue vice aucioriate Apollolica
relèrviimui. Extrsvtg. CummiB. 3. rùdf f^éttmdit, mp 3 C 4 ) Adeo rcboi oorìi
fluduit. ditt U ?Uth M tuli» fu» wtm, ut Se timpticea Epitcnpami bi« iàruin
diTitèric, ac dtvìfoi in unum rcdcgcrti. et Abbaiiw in Epikowruv, 8t Epifeopami
inAbbaciai vinflim mnihilenc. Novat quoque digoitatet, nova collegii in Eededìt
cooiluuit, &c. tgU dìvtf gmtlU d$ T»Uf» i» rnifiw. rrgtmjUU M Artivtferauté,
t duuJpgli ftr l§ ^»ttr$ Cirri eh’tgU fmtmh»v» dll» fu» ’>w»U»9f»mSu»,
L»vu»r, fUtug, Ltmii». Gli uSrgiù aai-tadie Eumett.. tkt BmifuMà» Vili. uvtv»
mtft f»tt» NArhtnu, di euìAUt, «S fwird$-Tt">itrt divtmutr» fuffAtunù
et» mw "utvu ttezitut. Stmmifi Cuftrtt i»l nfetvtt» d'AUi^ S»i»tf»»r d»lU
Cbir nrts U ^rnspiitm dtlU ms, uuutftkt rht ptrtUtmtltilpàttfsisrt il v— ufism
dtlls mdfint n) nrts ts msmitrs, ftrtki M dttrrtUt fi mtm mtl fmt itlV enne. K
Paole nel iib.t. del uo CoocUio di Trcnte. na; e tanto più per grave, quanto
quella opera è congiunta con fpeic di Bolle, difpenl'c, c prefenti precedenti;
che tutte levano il danaro, eh’ è il nervo delle forze, il quale non torna mai,
come fa per via dell’altre mercanzie. Quando quella novicù fu introdotta dal
Pontefice, le perfone ordinarie non feppero vedere che differenza fofle tra
quello pagamento, e quello che fu cosi biafimato ne’ tempi in cui i Principi
davano i BeHzj. Ma gli uomini letterati in que’ primi renapi univerlalmente la
dannavano come cofa fimoniaca. ( o ) In progreflb di tempo alcuni iludiarono
modi di giuili6carla in maniera, che lì divifero ; altri riprendendola come
cofa illegittima, fimoniaca, e proibita dalle leggi divine, e umane ; altri
lodandola come cofa lecita, anzi necclTaria, e debiu al PontcBce Romano;
pollando quelli innanzi lino al difendere che il Papa, non fulo polla dimandar
un’annata, ma anche più, come quegli che c aflbluto padrone eziandio di tutti 1
frutti, Bon che d’ una parte . e dicono che per qualunque contratto che il Papa
faccia nella collazione de Benenzj, non può commettere limonia ; e certamente,
(^) fe egli folTe padrone, come dicono, la confeguenza rollerebbe chiara ;
perchè ogni perfona può contrattar il filo in quella maniera che più le piace,
fenza far torto ad alcuno : ma nè Dio, nò il mondo pare che vi acconfentano.
Quello Pontefice fU cosi intento a cavar danari (fogni cofa, che in 20. anni di
Pontiiicato congregò incredibile teforo . certo è che nello fpendcrc, c donare
non fu più riftretto, che i fuoi PrcdecelTori ; e pule lafciò alla Tua morte
25. milioni. Racconta Giovanni Villano che ad un fuo Fratello dal Collegio
de’Cardinali dopo la morte del Papa fu dato carico d’inventariar il danaro, e
che trovò iS. milioni in monca coniata, e 7. milioni in vali, e verghe da lui
pefati. (1^ L'annata nella fua illituzione da Papa Giovanni XXII. non fi Refe,
falvo che a’ Benefìzi che fì conferivano, e pagavalt nella fpedizione (ielle
Bolle : cofa, che continuò Ano a quel tempo ; ma pòfeia fu anche impoRo obbliga
di pagar 1 annata ogni quindici Tomo Ut IC a pnj C«} Separ qiurlltum eft, diti
md frs» tiufulté, ui iure poffit eirip, Ac l»c Icre Tiiralogarum eft opiiuo,
Junlque lQncilicM Coatilca. THm, Roimnum Poniiticcin irge (imonitet bitiu, ut
c«(erm Epiliopof, tencr^ fi prò Sicrit mimàeriis {KCriaum accipiat. Not. la »p.
1. de Simon. Nam, pnrter ònon«t. tbf U frimrifmU i iAtm fm mri. tpmt mfitna t
Tmmtff MtU'Mrunl» iht ha diati. A jMrftm riftfimi ma MfimfMiri Mrrro m» Mitra,
U ^umI i, tht l» Chitfa CslUtMMM mam ì miai fiata firn MfnMvatM, «> fiù ifif
mi""” dtritri tire» la iU’kintfit.1, fmanta da'fafi Traati^ fii t nt
famta tifiimmiMin.a h talli di CltMunte IV. Ciemtnra V. a Giavanni XXII.
rifirita dallAmtara, a eit iitvarajf dui dì Cltmnta VII. ?«• fa d’AvknMM. Sm
paffaaa, dk'cgH nella vita di Carle Vi. ratimtarfi fnta fdifaa tutta t rfati«'
ni, a la vMimia tht fi tamattuavana [afra ilctara, J trantafn CardinaU
d’Aìainmt nana tanti TirMiuat • Sfalla avtvana fer tutta Vraumratati eam natia
ii abitativa, tha raffmxaaa tutti i hm^tU fi Claufirali, la Caumniide; ri
ftuavana i mifliari far ù mtdtfimi, a vndavana gh altri, 0 gli mfatmvana.
Cltmmta firfa, altre tha %'imfadranìva daile f^lu di tutu i V^eavi, a di tutti
gli Attuti età luanvana, e fttndn.M iim' annata dalla nudità da' tanafit) ad
agni wu. tMtjaui di Titalare, a futftdife ftr varauta, far nfegna, a far
ftrmuta, .malmnava la Chiifa CalUtama tan Urna guantità iufmua d' tfinfiani, a
di tanfi (traariinaria. t«) l'rofiTcrea quod bcaeficia Onira Iiujufnmdi
«itipliue vacare noi» fpenretur, 6c eainde CauKra, et Oscilla Sedit Apoil.
«lenuneAfum non modicum MieteiKur. () Vam il taf, 4. « $. de Aonam in de(rcrtl.
(I ) Virfa 1470. (a) Jata^ fmaia, Mmata deirOrdima dfirrtienfa, uatiiia dalla
iÙatifi àt Pamirt, in Linamadata. tUtta utU’anna 1334. addì la Ditemfn. (i)
Genmiu in n'illrit dendenh, ut tlebni'us, ejand per QQl\ra diligentix iludium
ad cjui un>iide klpnadenoTuin r^innna. alu beneficia eccleiuàira viri
sllumantur ubmei. AoruiD, d( thclàurcriorum. .. . nane vacauiia, et in antea
vacanira, nbicumquediSoiLcptot, vclNuo. riot, leu leclom, aui cheiàurariae,
antec^uten ad Rncn.CuHam redierint« leu venenoc, rebus eiimi contipr’'i( ab
hamanu. Nec non ouoriialibet prò quibuiiuincpic negorìit aJ Rom. Curiim
veuientiom, léa cTiam rcteJentìun ab cadcm.fi in locii a dida Curia ultra d»as
durus legulei non di&antibui, cio^ in InagUi tha uam fitaa piiir diina
tuanagmaatalantam da Rane. jam |ir>i&n obierint. vel eu in antea tramite
icuitigcrtr de hac lu.c ... Nec non enim Bituzione, che incomincia . Paftoralis
^ la quale al prefente non fi trova, ma di elTa fanno menzione motti celebri
Canonici : e l’iBelTo è avvenuto di unte altre, per le quali farebbono palefi
gli abuiì, e le ufurpazioni, come anche dalle etolfe fu levato nulo CIÒ che non
favoriva la Corte : ma peggio rooftrano gl Indici fpurgatori ( 3 ) fatti
daDotcorì, per accomowU agrimereOt di Roma, prima ai lafctarli iilcire alla
Campa. Tom» II. acionua coliuorum, a toBfamdomm inp» Acram, Mine « flc in aneti
vteamra, àiffofnom, provilìosi noftrs, dnaec aiiferatinan dtvìMt dcatntia noe
nnimiali Eeckfic TtgMÙni prsAatre emeeSatir, nfinvanus, acc. émnt$ > irf
mtfi di CesMje dtlFMUt (0) Qes fnvh, atijae tneoleranda, féd imccC Cui
arrooniin eicu&ca, criam in pace nuBiere, étti T»eit« fitf. a. ria! :
Vifttim «rane ftmfmtt Mm» tiffima; e i benefiz; {b) fi vendevano alla libera, e
A levavano di mano degli Ordinar; quanto A poteva. Sino a queAo tempo non A era
fcopcrta la Corte Romana apertamente, che non fi miralfe ad altro, che al foldo
: di tutte le cole che A facevano A rendeva la canfa eoa qualche apparenza, o
di provvedere alle Chiefe meglio che gli'-Ordinar; non facevano; ovvero di
provveder di Benefizio qualche perlona meritevole, (e) Ma Urbano VI. A
dichiarò, perchè s’ incromcctcflc nc' benefìzj, ordinando che non valeife r
impetrazione, le non era fatta menzione del valore del benefi lào . £ i 4
coTTÌgendum occurrit, pagi donati,, au( addili), cmendari poHc \ideaiur, fd
Corredueei tancndum curent> lilii Biinut, oninina deIciciir. Df ttrriài»
Mtvfmm, fr mrt nrt Mi «Mttinua egli, ftutttt, ft ffh it jiÀ ftt AMiM fiUmt», t
p», e da 70. ««nirj» fit«t Jt Sertttri Mn fi trivt r tuaM^ Jaitrum f»vrn»l
Mmtafitm rsU, rèi l’b» Icvmt i (t fi trtvrtb jia vart>U >rr TfLtthfi^itA,
rkrt' 0 n t 0 Tf^fis$ td i» f$mm» papmma ijir ttrH di «m fvtr itira sUwté
fimttfa. M Mi dam «. ti k pnftfftS' f tmirlinwltfWTyèma^ mmauà, 0 U iimifd$tjm0
; 0 elf fi AratnSUfà ;«# tkt «•;ar »4 f 0 Ìttt tirsMte», fi 0 lfi 4 mmt 0
thtrmmtM itiiualnu Rnrtfn di SUU0. Expurgiod (iiat propoiltiones quxUnc,
deluntur. Sm %»0fi0 {0idMmimt0 miti 0 triMcifi wM tiraami, imfi'arcLì, ftr T 0
~ hgiéfi ibf firma, tmrri bm a 4 |(éa« «1 r 4 fai rou dH> 0 at di Stait ««»
vi fmrtb Ì0 fnr MB0 rht f0t0fi0 mamtamarfi i' fimat Ì0iitin dittiti. Onda F. fa0Ì0
ka tutta la raii0U0 di dira ut ma Imait dtl libra ftfia dii [ma Cmtiiia dt
Tftnta, ibi U Carta di Ramm niu uàwmaimm ftinta ftr imiafiardirt, a futt ti,Ì0
ftr far Jivntmr brfitt ilt \J animi, tamtt amila di »fiV 4 rii dilla (ffBittama
tba lata imifiaria ftr dtjtadtrfi dalia fut mfmrfa t Mm, Cbt fmtiadarÀ dmn^me,
fa i mafin kUnfirati tt^muana a (affriri tha fu ZccìaJUfim fraibJtttfU i bmami
Mrit il Drttata, ibi £a mafia U imi dii CameiUa di Trama da F- FaaU mal Catubga
rde'Zi^ri perdi Mtl ibif, Ì 4 fira svmta «a li^ x««i ma i ri mvwdmti dii tk^ma
di frMttié hamaa detta ebeit fma tala maa ara fitamda la frmata } t tba m»
BibliatHétta davrtbbt mamlta tatandarfi i» matana di flint a malli
amaaraduanaebt, frrfianda mm iman farvigia alla Cyte di Hama, ma ha fnfiéta «■
faffima a rjmtlla a» C) PViif Nauticr. in Cfiroiricn, voi. %, gener. 46,61 Albert.
Knukta. in Hin^.Suon. Ub-iu. cap. 4. et ia Hill. Viiidal. lib. p. caf.6.& Gigum. li». f. capti,
ilt CamUVl. (4> riverì ia Romano Pootifirani alter. cit|o mali» itKotiimefs
Ap>!t!ic« debtri Komini cnniendunt. Ctaium. fed.g. eaf.i- la Caratavi- Vide
Nie- de C^uMngis de comipto bcclclìe flnu, ctunÌ3n otTereniìbu. «la. tentur.
^k^uc|er. ia Cliron. voLu gener.4p.anu. IjSp. {t) Elli, diti Ctaaeata V. in
temporaliiun di. Ifolitionc bonorupi hsbcaJa fit diIrreiicHi» cauteu, precipue
ut ea digne, 5 c iuuiabiliter dirponantuti in btclclUftivli tunen rebus
BiuUofornu» iovigthre iiotìra debet intamio, ut peHboirum conditionei de Aami,
ad (ìm dequibes his fiisntpro>ifum, T«J coAcefliim, aut minittucn providerì,
vct«s anaaitt valor» per mare» argenn, aut iter» lingonini, vel libra
taroncniìam parvocuin, (m flonnoa «urf, ant ducara» vcl anicat aan, leu iliam
monetam, fimindum communem arlbmad^ oem exprinacor, nifi porfoos przdidc beneficia,
qiuB luoc obtinueriat i aut in tjaibur» vel adquc fui eii compeiit» juita
ip&rum ohligarioiiei, aur tbaa diniitrere teneanrur : atioqmn entir
prs4itìjt film ullz. Jtfrfflt d UrS«»a > di mm» CanttlUris, tdi !» dtU l»
nifi» itUa Ca'ttl{nta fadUttutt d Imnoteniit V- Vulc RebuL ail Rubric. de
Aonatii in ‘ConcsrJam, Se feitn. ad caper Ad amnt S. no. 4. barn de Refiriptii.
(t) Ci) fifa tanpMiUi fer aiilìgar tbt 'MW rhanna fmdtrt dtUt frtvvi^ firn»
firn tan dtilt ffènm, frr apeararfi ad ttméfiM tatfttrat». Ch dirM diMfw ag^i
jutlSaikt» Vtfnv» di Tamr 'aai, il tfaaìa, tbitdtad» ad u» fa» amin dtl danat»,
ftt taaiftrart dtl fmatia, a$a di tafrir la fa» Qkitfa, ali fcrivrva is amajft
uraUa I Rogamuf, Se peiimus, ui alit^id de bcaevoiU, ac benefica liberaliate vellra
Dgbsinnc tiiU, quo plumbuin euumur, nonRomanutn» litd AdcUcuiii i quoniani
Anglico pluu^ teguntur Ecclefìz, mJimur Romano. Ztrjkan. Twmattafit ad
Valdtmxfam, ( ) le tatti i frnuipi Crifiiaai avtjfrra fatta U fitffa, ftata
iadart a dumjlrart fartialitm far ama dilli farti, ^mifta frifam, tha dm^
ria^attatamai, nan avfMa a»aj fatata darart tiaaaaata frttitaaa ; im f mik tU
fw fafi mtm tfartÙaaa afiiaati a Wrr £t\wiadm favata »> atiU, lù aaan.
Ciàfrhtdaaa pt u kttfn tfett» tht kaan» fradatta la liittfa di fttfPkU^ tht il
Ri di ka faHluatt t mnt HuMCCBtiiu Papa Legarnm fiiamEnCcopum CalnitfMn prò
(ùoGdio Camerz.» Scaedir CI poiellacMi^tMMoCmdi cam ClerìcU ad beneficia ninti,
vai Bnerura, ad dignitiiet, aot elTtcM» qux tniRut tanonicehaberenc» aur fuifliant
aJq^i, cum fructibua inde perrept». Enne ibi ciitm Saltarne, et Bm'izDu ci,
vocavjtque Io. pertror Icgatum, Se au Adde Paralipdincna rentoi nemoè^ liuffl
CtatoBìi Mylii an. ti7f. Se Chxoaictui Gmv ( naiu Mtttu ao. 1 3S0. gualche
parte alla Camera : ma dovendo per tal caufa ufeire molto danaro di Germania,
Carlo IV. Imperadore H oppole, e proibì letiraF zione, dicendo che bilo^nava
riformare i coflnmi del Clero, non le borie. Tutte queièe confufìoni crebbero
maggiormente quando fi aggiunte il terzo Papa nel I407. al quale tebbene ì
Trancefì aderiTono, e rendettero ubbidienza, nondimeno tennero fermo un editto
del Re (t) fatto Tre anni innanzi, () con cui proibivano le rìfervazioni, e
altre dazioni della Corte, Hnchò da un Concilio Generale legittimo foITe provveduto.
Non era il Re molto capace del governo, ma Lodovico Uuca d’ Orleans, che lo
governava, era autore di tutti gli editti : perlochè, occiio quello, (3) fu
facile a Papa Giovanni XXIII. racquiflar l’autoritìi di conferire i Benebzj in
Francia, dando nominazione al Re, e alla Regina, e al Delfino, (4) e alla Cala
di Borgogna per tutti i loro Servitori ; valendoli poi egli del rimanente. il
che U Corte conlervò fino alla mone dì quel Re; imperocché Carlo VII. Tuo
Figliuolo, che gli fuccedecte, rinnovò gli editti, (j) In Italia ancora furono
fatte varie provvifioni da diverfi Stati diverlamcme, le quali tutte tendevano
a levare gii abufi. Teftifica BaU do, che fino i fiolognefi fecero provvifioni
benefiziali ; e in particolare ordinarono che non folTcro conferite, lalvo che
a’ nativi di quella Città, e fuo Contado; nè i Papi erano molto Rimati all'
ora; anzi, clfcndo Giovanni XXIlI. in Firenze colla iua Corte, nacque certo
uilordine nella collazione di un Benefizio, perlochè quella Repubblica lo privò
della podellk di conferir Benefizj nello Stato per cinque an» ni. (i) In quelli
tempi s' inventarono claufule ineflricabili da metter nelle Bolle, come
mettendo difTerenja tra le fupplichc lottukiriiie per cmcejfnm, e quelle che
fono lottofcritte ptr fita; ( 5 ) tra le (pCf (lite con cla^fot. Mmh proprio «
e le altre con cLnilula tmrtftrri, ( 6 ) Ù 1 1 ^ V. tUnt 4» C 0 rÌi»Mfi, Cru
tmrt dtp'éUri dmtt (• «ir» JtlU ftttrmuw tht U CrMrt>» di hi» irdim mÌ
ffrmfit di tr» fi»t» fmttM I» TrMmti». lt> ÌlQ»rdm»t dtTmr), JkeM«nrtreI«,
a«v re roAtemporine i, S Ètrri a 4 enfili», rUnivttfitk, rt» ftrmttttfftf»
Jllrjf»»dr 0, d4 fftrr frt m»ff !$rt tf»j»»i f»il» Ckirf» TtéiKiff, I U fmpflK»
»« lU f» ftrtii dtir VbìvìtÌi» éili'tPfMtrr# fT tmtt» l» dittsClHtl», •Utr»ttT0
M»' Mut» in » iti fierue d«'i}. Afd» 14- ». ed i ryVft# nella CeafeTmta delie
ardtaatetmi lei. I. tu. f. pert. ». fataf.i. (il rtorc.inni, proDter uairiun
akifitm • Ps ft loatmillBin in ronwrerkio unirp Abb:nun &• um iB eoninr
ditione, privavcrunt loannem ZXIIL Wpun, in «orun civitaie tuoi dn;Mtati. pur«.
fiate rAn^erervdi beiveficia io enrom dnioM fit» ulque ad oumquennium. fdeUaeui
i» aatii adSét maiat teaf»ltmm r«fa mette fiat ut peiimr, ì, eàt fatila
teatrdam fempre fualdet fratta, e feae feetefttitte dt marna prep'ta del Papa
cella prima Uttera dtl fa» aaata di iatttfim» fra la fauhca, e le tlamfale i
taddeve l'aitre ma» fame fettefeture, tkt dal metaiha dtl Coocefiufi r«« fatfia
fermata • CooceiTun ue petitur in pecientia Damini noRri nap« taUa prima
lettera dei fae aame, e del fna eefmeema fra la fapplua, e le Àmafale ^ e
CuAuffitn a late della tlaafmU talir dae lettere raatiali ile' fmat aam • Vedi
la rtfeia }- di CeaeilUria, 16 ) ratte furfie rndrjri# rNW»ri«r#w fette II
Pentifitatr de Rea tfatte IX. Rapa di Amm, e fetta faellt di Stmtdut XtU. Pa*»
d' Avìfmaat. Pe«c che (i migliore la condizione; dalle quali invènzioni nafceva
ch^ più Bolle erano impetrate fopra T ìflefTo Benefìzio, e oltre alle maggiori
annate pagate, nalccvano anche liti, che bifognava poi trattare a Roma con
benefìzio della Corte. Si aggiunfe il cofHtuir un’altro licigantC) fe uno
moriva, acciò col Tuo 6ne non foffe il fine della lite; ma dalla morte di
quello fi cavava un'altra annata, e la continuazione della lite, la qual anche
moltiplicando, furono trovate le claufuIe:S'fiiteri : Si neutri : Si nulli ;
per le quali fi dava anche il Benefìzio ad un terzo, durante pure la lite tra i
due primi : il che coftrinfe i Principi, per levare le confufìoni, il
difordine, e le liti tra i loro fudditi, a ripigliare nel foro fecolare la
cognizione del poflcflorio de* Benefizi.- cola, che, (ebbene legittima, era
fiata per connivenza de’Principi levata da'Magifirati Secolari, e alTunta dal
Foro Ecclefiafiico. (i) Dalle provvifioni eh’ erano fatte da qualche Principe,
per ritener il corfo delle introduzioni nuove nella materia benefiziale ne’
loro Stati, pigliava la Corte occafione di trovarne dell'aftre, xosi per fare
gli fief(i eliciti lotto altri preiefii, come per moltiplicare modi dove
potevano; e con quelli lupplire a quanto non fi poteva lare, dove era gilt
provveduto. XL. « In qucfti tempi fi trovarono le rifegnaziont, non le buone, e
lodevoli, che quefte fono antichiflìme; ma cene altre, delle quali il Mondo al
prefente non fi loda. Non fu mai lecito a chi era pofio in U14 carico
Ecclefiafiico di lafciarlo di propria autorith; ed era ben conveniente che chi
s’era dedicato ad un lervizio, e ne aveva ricevuta la mercede, ch’era il
Benefizio, pcrlevcrafic fervendo: nondimeno, (2) perche qualche legittima caufa
poteva occorrere, per la quale foffe ncceffàrio, o almeno utiliih pubblica, o
privata, che alcuno fe ne fpogliaflc, fu introdotto per cofiume, che fi pocchc
con autorith del Superiore, (3) per qualche caufa legittima, rinunziare.* e le
caufe cheli praticavano erano, fe per infermirh di mente, o di corpo, o
vecchiezza, foffe fatto inabile; (4) fe, per inimicizia d’uomini potenti nel
luogo, non poteflè fenza pericolo fare la refidenza. Quando la rinunzia era
ricevuu dal Vefeovo, il Benefizio era tenuto per vacante. XIII. ditt Csrlt M
Htlim ntUt fui «»»»• fmU'HUtl» fmtn l’émm» 1 40*. r»ntrm zmm* MIm fil.a. Se (1
) I f0rlMmt»t» difmrigi, tr»infari tt di Ctnfigliart Gnriei, malto mlU
dimutmxjom* drlf aHtortti Àt'Qiuàui £rrfr^Jfjrt. Icem Junldidio tecnporali» per
rpirimalem non debet impediti 1 &, u contralìat, Curiaprcìtni coDfuevit
compellrre fpirìtaslem ad reatovendum impedinicnn talia per captionem Ttue
temporaliram. Ita dinnm luit per Arteilum Co« ri« in l’irlantento anni i|tf.
contra Epifcopuoi Khemenlnii prò Capiralo di^EccleCs. Cup.apw pMuitl. filli
Cane farlsm. ( a ) Cari, fì nui vero ■ (l'an. li quii preibfter. Se Cau.
E^ihrt>pani f. an. 1, Ctn. Cleticut ai.qo.i.Can.Sannonun^o. dift. Et YvoUe. «or. ep. i I. (}) Vide rap. 4.
estri de renannsrione. ( 4 ) Vide cap. io. extra de rcauntutioac. So «€, (é) c 4 Collatore a cui apparteneva, Io
conferiva cogli ftcIG modi, come fc fofle vacato per morte, S'imrodufTc in
quefti tempi il riounziare, non per alcuna caufa urgente, ma folo ad effetto
che il Benefìzio fofle ccnferico ad uno nominato dal Rinunziante: (ò) e come a
cofa nuova convenne anche dar nome nuovo, e chiamarla : Rejignatio ad favorente
imperocché è fatta fòlo per favorir il Rifegnatario, acciocché abbia il
Benefizio : c bcns'i in liberà del Superiore ricever, 0 no, la rinunzia ma non
la può ricevere, fc non dando il Benefizio al nominato. Quello,‘ febben fu un
modo d’introdur fucceflìone ereditaria ne’Bcncfizj, c perciò dannolo alfOrdine
Ecclefiallico, riufci utile alla Corte, in quanto più frequentemente fi
conferiva il Benefizio, e ella ne riceveva maggiori annate. L’avarizia, e gli
altri affetti mondani infegnarono anche a molti d'impetrare, e ricevere
Benefiz;, non con animo di perfeverar in quelli, ma con penfiero di goderli
finché nc orrcneffero di migliori, ovvero finche mettcflcro a fegno qualche
dilegno di matrimonio, o d'altro genere di vita: o pur finché qualche fanciullo
pcrvenilfe all'etk, al quale ppi potcfTcro rinunziare :coia, che dagli uomini
pii non fu mai Icuiata; e fi tiene per comune opinione, che chiunque riceve un
Benefizio con diiegno di rinunziarlo, non pofla con buona cofeienza ricevere i
frutti : il che alcuni di più larga cofeienza non vogliono dire cos^
ecneralmenie di tutt^, ma di quelli foli che lo fanno con diiegno d'abbandonare
l'Ordine Chericate. Per le rinunzie ad fawrem riulccndonc emolumenti a chi le
riceve, la Corte, acciò il frutto fofle tutto Igo, proibì a’Vefeovi di ricevere
tali rinunzie, e riferfiò che il lolp Pontefice BLpmano le poieffe fare (l). £
perché molti Benefiziarii, quando fi fentivano vicini a morte, per tal via
rifacevano un lucceflore, fu ordinato per regola di Cancellerìa, che non
vaiefle la rinunzia fatta dal Beneficiato infermo a favore d’uno, le il
ripunziante non fopraviveva venti giorni dopo preflato il conlenlo. (r) XLI, In
quelli tempi pareva feemato il fonte delle obblazioni de’ Fedeli : pa mentre
durò U guerra in Terra Santa, e durò per qualche anno, mentre Zignooi, «cl
quu> ie indignua rehttamio judjcsVII, conatur altendcre, hoc fraterniraa nir
re^udeo, quia jullum eXl ui in judicio, quod de K judietvit, permaneat, 0c
fpoaUm quam rrpudiavit, rivcnie iratre qui ei leeitime ipcardittaiia eli,
adultemc nonprztumu. YvoCarnot.ep.iri. .Vide cap. ). ettr. de renuntiat. (t)
Bmlftmotu fulCamtmt jb, Apf*Mi, diti thf avtnd» W*« «»• Vtftrvt amu* nftfnart
il fmt l'rfttvat» ad ma fmt amira, V di’ Vtftavi »am valli aamuiiri la ma
rifiraa, ^7 pafft nadiifi i» latim», U^maU(itama jUtafim diri iffm di malia
tanfidrratiami. Tu autem dìcquod, etiamfi non ad Uun (i«oatum Eptfeopuj
Epitcopanlm traormilèrii, iéd ad aiteuum, idcmCTÌT • F.piicopM enitnaSyRodii
fiendecreium eft. Et ideo ctiom vita fun^i lile urhia Phihppi Me. iropoUtanui
itujiùtuu ^ lìiz Metropoli iiib bar cop diiiotic renoRtians, fi cju Occenoainin
nrtniPkilippi Metropolitaouin prò ie ipio iiiafta SyaodM comthiuerct, non
edeiaudinui Mtiadiiiquod, fi rciquai polì cleàMnrin ea Ecelefi* «edinbiM
acqeàrtt, non potrAdare, vel ed quo» volt tnnlinutere, inulto m^uEpilVopanun. VideCan. ja. Cotte.
Caribag.Se aj. Antioih.di Can. i,. Cwt.y.qn.) ( I ) ìteamda é Camamih, am
ifitadavi aditi, ehi il Vafa, tha fifa efimtari dalla fimimia ■ Ve' di la Ulàfa
ai taf. 4. racra de pa^i, verbo iUt 8c poAea inlra vinnti din, a die per iptun
reUfnamcm {n^vdandi (onknlut cocnpoiandoa, de tptii infima laie dcceflcTji, ac
ipium beneficrain coolìrrarur per relìgoertoneiB fic fadam, coILmio hapifinodi
nulla fil, iplumque brnrficiuni per obiiujn vacare ceofirrtur. Vidi Malia, ad hmnt tei. aa.h^ mentre vi fu fperanza,
per quella caufa mole' oro perveniva all’Ordine Ecclefiaftico; ma, perduta ogni
fperanza, fi fermarono le obblazioni ■' fu nondimeno prclo efempio da quell’
opera, e fu introdotto il dar rindulgcnze, remilHoni, e conceflioni a chi
porgelTe, e conrribuillè per qualche opera pia; c cotidianamente s’ idituivano
nuove opere per ciafeuna Citch, per le quali era data Indulgenza da Roma;
partorendo quello molto frutto all’Ordine Chericale, e alla Corte, che ne
partecipava ; e ciò tanto innanzi pafsò, che nel 1517- nacque in Germania la
novith che ciafeuno fa. ( 1 ) Papa Pio V. all’etli noflra provvide con una
codituzione, con cui annullò tutte l’ Indulgenze concede colla claufula delle
mani adjutrici, (a) cioè, con obbligo d’ofierir danari ; cola che non ha ancora
fermato il corfo di queda raccolu- Imperocché, febbene le Indulgenze ora fi
danno fenaa quella condizione, indimene nelle Chiefe fono mefie fuori le
cadette, e il popolo crede di non ottener il perdono, fe non offerifee. XLII.
Ma tornando a quedi anni della feifma, per quanto tocca all’acquiftar di nuovo
entrate, e beni dabili alle Chiefe, pareva che fède affatto perduta la
fperanza. Giò i Monaci non avevano più credito di fantith ; il fervore della
milizia facra era non folo intiepidito, ma edinto; i Frati mendicanti, che
tutti furono idituiti dopo il 1200. perciò avevano credito, perche s’erano
Ipogliati adatto della podeflò d’;acquidar dabili, e avevano fatto voto di
vivere di fole oblazioni, e limofine ; onde pareva che qui dovcilc icrmarfi
l’aumento de’ bòli dabili : Iti però trovata una buona via, la quale fu il
concedere per privilegio della Sede Appodolica a' Frati mendicanti il poter
acquidare dabili; il che per voto, e idituzione loto era proibito. Molte
perfone loro devote erano prontidime ad arricchirli; nè redava fe non il modo ;
quello trovato, lubiio i Conventi de’ Mendicanti furono in Italia, in Spagna, e
in altri Regni, fatti in breve tempo affai comodi di dabili : lolo i Francefi
s’oppolero alla novità, dicendo che Cccome erano entrati nel Regno con quelle
idituzioni di povertà, conveniva che con quelle perfeveralfero : nè mai lino al
prelénte hanno voluto permettere che at^uidino; ( 3 ) dove in alcuni altri
luoghi gli acquilli loro fono dati affai notabili, madime ne’ tempi dello
Icifma; quando tutto il rimandate dell’ Ordine Chericale era in poco credito.
Tomt II. L Fu le iì") Li frifmd ZMtm. (») Omne* fc Tinnlai induT^ntiu,
«tiamrer ftniM qu>HranufM Ko«um« Pootibc noAm, *c «um mm, fiib cHBMde
tenoribui, tc Satmis, ac cum cUuiuIii, tt decrtfU, ac ex ^mbaTm mia or.
{cnnOimia canfii, ctiaiR caufa radoi^ionis capti, xerem, 0c alùa qimnoiiolibct
coaceflaai prò qui. bai coofaqutadit laac purrigendu sdfmtri. ttt. Oc quu
quftuadi facatrarem qunmode libet coatiftcm.... auAarktit apoAoIka, teoert pr».
fauiium, ptrpcao rwocaimu, eairooos, irUTsinas, 6c aanulbuRM, ae vtribaa
facaàRHH. VII. Dtrtrif. tf. C|) fsrummtt di Parigi, Ì 4 ÌU fma St0ri* dei
Ctntilié dì Tmu », um previTM il dterH0 eh* jtrmttit MgCOrdini mnUh. tmati di
f*S*dwr h*m fmhtU, diend* eh *, tftmdpmi futi il netymti 1» Trsnei* t*m
mm'ikime» etmrmtit, wu trm etfm gimfl* iln** ^trU »l*rim*»t*i * td« ^mlU trm
mnmntfitii U Ctrl» di Btmm, per tirmrt m li i hni dt’fm» Urti im pi r t e ehì
fmtilm Ctrtt Imftim primtrmmiemtt mt^Mìfimr trtdu» «'frati raa fura vtit f**^t
di ftvrrtà, ^ li fà tnfdtrmr* emme ftrftni ebt Ma hm»m» «iru* ÌMttrtS», fmMmt
tmit» per rudi t fri, fa wd * fi ftwt ftmhiUii n etmtttt, tUm li mifimfm imi
Itrt vttt, per dtr Urt U mt~ dt d'mrrieet^fi. Vedi U Cmifernim deil* trdtnit^
Miti W. t. tif.j. pmrt.t. pmrmg.f. 8xFu levato lo fcifma nel Coacilio di
Coflanza, avendo uno de* Papi rinunziato, (i) ed eifendo (lati gli altri due
(a) privati; e nel 1417fu eletto in Concilio Martino V. (j) Speravano tutti che
dal Concilio, e dal Papa fofle polla regola a tanti difordini della materia
benehziale ; e di fatto il Concilio propofe al Papa gli articoli da riformar le
riferve, annate, grazie, afpetrative, commende, e collazioni : ma ddìderando il
nuovo Papa, e la Corte (4) di tornar a cala; ed eifendo anche rutti i Padri del
Concilio Aanchi, per la lungha a 0 enza dalle cafe loro, fu facilmente rimelTo
il trattar materia cosi ardua, e che ricercava tanto tempo, al futuro Concilio,
ch’era intimato per celebrarfi in Pavia cinque anni dopo : il che molfe i Francefi
a non voler alpettare nuovo Concilio; onde fu per arredo del Parlamento
ordinato che non fi predaife ubbidienza al Papa, fe prima non fofle intimato, e
accettato da lui Teditto regio, (5) che Jevava le riicrvazioni, e ledrazioni
de* danari perlochc, avendo Martino mandato Nunzio, per dar conto al Re della
lua elezione, rilpole il Re che l’avrebbe accettato con condizione che i
Beneflzj elettivi fofsero conferiti per elezione, e le riferve, e afpertative
levate. Il Papa fi contentò per all’ora; ma nel 1422», acquidati alcuni
deirUniverfitlt a fuo favore, tentò di far ricevere le rilervazioni con tutto
ciò non potè ottener rintcnto; anzi fu proceduto contra i luoi fautori con
prigione, (d) 11 Pontehee mite l’ interdetto in LionC, e il Parlamento ordinò
che noti folse Icrvato; (7) e durò la contela fino al 1424- quando il Re fi
compofe col Papa, che Sua Samii^ avelTe per legittime le collazioni fatte fino
all'ora, e per l’avvenire foflfero accettati tutti i iuoi comandamenti: ma il
Proccuratore, e Avvocato Generale con molti Signori fi oppofero airefecuzione;
e rapprelentato al Re il danno dei Regno, fecero andar in fumo l’accordo fatto
col Re In quedo mentre fi fece il Concilio di Pavia, (8) il quale, appena
principiato, fu trasferito a Siena, (p) e fpedito con gran celerità ; (10) non
eifendo data in elfo trattata cofa di momento, ma iolo data jperanza che nel
Concilio da celebrarfi indi a fette anni in Bafilea lì farebbe riformato il
tutto : nel line de'quali lette anni mori Martino, e lègul nel Pontificato Eugenio
IV. (11) lotto il quale nel Concilio ^filenfe J431. fu (12) fatta la
provvifìone tanto neceflaria, e tanto defìderau a* difordini della materia
benefiziale : furono CittMUiì XXIII. Jgf* tjfrr fili*, $ def* ijfrtii fi*t»
ftttmiuta fjT (») Crum* Xll> • Btntd*tt*^f^h l}) 0r«M CéUmm^ ert*t* éUS.M**’
tm*i • tntii fftf* fm*l a«mi ( 4 ) t'I * l» f"* CM* tfit é lm n t* t*tk» M
Ctluilt* f' m awif t 0 ft, m*m Itiftgrtii im* dimuHAia»» U. Il fm tkimf* *idi
la. Afttlt dtlV *•• w l4i>. 4 wr àmtM* irt sm* * miM.9*. O) D*l ttrmà d*Uj.
Wfdi UC*m ftnkt* étti* OrdiMSM**mi j (« ) JUrtr* dtU’ V»rvrrJj4t, 4)1. rono
proibite le rifervazioni, eccetto de' vacanti in Curia*, furono anche proibite
iafpettaiive, le annate, e tutte l'altre efaziont della Corte. 11 Pontefice, vedendo
che gli fi riUringevano la podell^, e le ricchezze, non potè fopportarc; fi
oppoiè al Concilio. Tentò prima di trasferirlo altrove, in luogo dove potefTc
maneggiare i Prelati: (i) il che, ripugnando e(Ti, non gli potò riufeire, e
palTarono molte contefe tra il Papa, c il Concilio; alle quali alla giornata
gli uomini pii, inrerponendofi, trovarono temperamento: finalmente cITcndo il
O)ncilio rilòluto di provvedere airellcrfioni de’ danari, e il Papa di
confervarc Tautoriik, e comoditi fua, vennero a rottura irreconciliabile. Il
Papa ( 2 ) annullò il Concilio; e il Concilio privò il Papa, e n* elelTe
un’altro*, (3) onde nacque feifma nella Chiefa. Fu accettato quel Concilio in
Francia, e in Germania*, e nel 143^. fu pubblicata in Francia la prammatica tanto
famofa, (4) per cui fi refiituirono reiezioni a’ Capitoli, e le collazioni agli
Ordinar) *, e fi proibirono le rifervaziont come nel Concilio Baftlienfe. XLIV,
In Italia quel Concilio non fu ricevuto, e tutti aderirono al Papa., onde le
rifervazioni prefero piede : anzi ciafeun Pontefice le rinnova lenza
difficoltk, e introduce ancora nuovi aggravj nella collazione benefiziale*,
nefiun de’ quali mai fi modera, fe non quando fi trova modo di fare lo (le 0 b
effetto per via piò facile. IntrodulTero Giulio II., e Leon X. le rifervazioni
mentali, che cos\ le chiamavano, e con un altro nome, rifervazioni in pecore *,
( 5 ) le quali non fi pubblicavano come le altre., nè fi facevano : fe non che,
vacando un Benefizio, fe T Ordinario lo conferiva, o alcuno andava per
impetrarlo, rifpondeva il Datario che il Papa l’aveva in fua mente rtfervato :
modo, che { 6 ) durò qualche anno, ma poi fi difusò, (7) perchè tornava
incomodo anche alla medefima Corre di Roma. ( 8 J Gli altri modi pa(Tar«no
tutti in eccenb *, imperocché circa le rilegnaziont in favorem gik introdotte,
e praticate, s* aggiunfe il rifegnare folo il titolo del Benefìzio, rifervando
a sé tuctTomo li. La i frutti Ut» vi fu m»i, dice MeiCrjy, tM ftrfttf fr» imi,
! i fmdu di putita SmntAjtmèUMi imftrmtrki, ft d*i Un tmmtt i fmdti ftttr$
ftmferr» tét vltvsm» f*r frtm* stU fmmmtmtà, fthntmd$ hrnmtMtt pttirémtttm Is,
tht 1 C*mciUt e ti { tfU ^rimtmtt Ritmai*, ftr farfi Frtmua, td abbamdn^ fmtt
il fm» trema, ftr tffer f»f* • f" aitila mill'aan» 1 43^ « ruamaftimra
dalia framtia, dall' Aitmaarma a dalia jiMQwr farle deli'Oftidemii fi»» aita
maiitd’£mSiate ( dafa la ifmale efemdeS nvaiti i friatìfi dalla farle di SuiaU
V., fm aUligat» fané tea frirkiere, fané tan mimane ad attaafemiiri mila
rtmmtaae della Cbiefa, tiamaajaad» al Pamtifiiaief li tht feti nel 1447. nel
Centiii» tb' ili tf^tjfameaie iratferita da BaSlaa alamfama aag'i Svttjari,
IXifa da ibe i Padri lanfermaraa» l'eiaAtMf di HiteaU fatta dma anni utaamii a
Rea» da'Cardtaali dal fartit* iT Smseait Amedea, eh» aveva fref» il marne di
Feiin V. f4) Mexerty U cbiaau tl rifar» dalla Cbiefa Gallitama. (O Ciri ternate
i* futa. (tf) Giavaaai Smarei., Veftava di Cambra ha fartiallt, fartamd» mel
Camelli» di Tremi» mtaraa alla rifirve mentali, U tbiamb fmrn \ a dift tba
fattUe fiata mnlta lafnart al Fafa U eaJlatiana di tatti i btaifiti, ì» vaeedi
faffartart eb'ishdiffe fatta ad mm ftmfirr» mtm rammairala, maa faiHirai», a
fatava fimfiaamte eredarfi aaa ejfrr veanta al Taf a, fa aa» defa la fmetefa
vmeaata. faaU fiar. dtl Carne, iti. t. tri La riferva fkrtat frtibit» dal
CtaeiUt di Trtat». Caf.t^ Itila Rifatma. feff'.%4, . {t) La faale davava
faffartart egmttlara» eaairarietà, U effafiaitm dalla farle ae’CalUtari erdiaai
). ì frutti d’efTo; il che in eHIicnza non era altro, fé non reflar padrone del
Benefizio appunto come prima che folTe rinunziato, ma colìituen' dofi loio un
lucceiFore, il quale folTe ben in nome di titolare innanzi la morte del
riminziante, ma in fatti non avdfe ragione alcun^.- c ao ciò il nuovo liiolare,
volendo raccoglier egli i frutti, e aflfegnarli al Kinunziantc, non fi potdfe
far padrone di qualche colà, fu aggiunto anche che a! Rinunziante non iole
foTero niervati tutti i frutti, ma ancora egli porelTc efìgerli con propria
autorità. Non reOava al Rilegnante altro che lo facelTe diHcrcnte dal total
padrone, le non che, le il Titolare folTc morto prima di lui, egli beni! relbva
con tutti i frutti del Benefizio, ma non poteva più crearli un fuccclTorc; c il
titolo poteva elTer dal Collatore dato a chi piaceva a lui che dopo la morte
del Rinunziante folfc liicceduto. Non mancò alla Corte ottimo rimedio anche per
quello, il quale fu il regreflb. (i) XLV» Ne’ tempi primi della Chiefa era un
fanto, e lodevol ufo, che chi era ordinato ad una Chicla, mai in lua vita non
iat eiava il carico, per aver Benefizio di maggior rendita, o di maggior {a)
onore : pareva a cialcuno aOai fare T uffizio fuo al meglio .* per ncccfUt^
alle volte il Superiore, che non aveva periona atta a qualche gran carico, ne
pigliava una occupata in altro minore, (*) e per ubbidienza U trasferiva al
maggiore: cola che poi fu per maggior comodo, ovvero utile, ricercata da
alcuni; onde la traslazione (a) inufitata fi fece ufitatijfima: e tanta era la
follecitudine di ciaicuno di crelcer in grado, che IpefTe volte, lafciato il
pofleduto, e impetratone un altro, riufccn .. do r impetrazione viziola, rdlava
privato d'ambidue ; il che cflèndo in conveniente, l’ufo ottenne che, fc
rimpctrazioue del fecondo luogo non poteva aver ritornafl'c lenza altro al
primo; (») c quello fi chiamava regrefio. À TTriUTitudlnc d1ci6tu inventato di
conceder al Rifegname una facoltà, che qualunque volta il Riiegnatario morilTe,
o rinunziaflè il titolo, egli poieffe lenza altro riiornar al benefizio
rilegnato, e con propria automi prender di nuovo la pofTcffione, e farlo luo,
come le mai favcirc rinunziato : e quando anche non avefic ricevuta la
pofTcffione priiiia deda rinunzia, (nei qual calo il regrcHo non può aver luogo
) potefle per accclTo, c ingrelTo ( 3 ) prender la poflcllionc fimilmeiuc di
propria autorità, lenza altro mini llero H) Intclkitmut, C.Caaonioo retereiK*,
ouoj tuoi tpiè L n (MilTeDt Eccldùiltta bcncEcù pernuj» r, ut taoieo
lii»p>icniti ve.tu tnbiunif, mandanuii a uaiciiu) coaUueiu prxiavium O.
uUier ‘uilfe eicf^unit amotu a prtebeiula Tua crtnLingUineo ipliua L. vei
qoijlibet alto illicito deientore, e-in ledicui &CUU1 eiticin. Cip. >.
ulta de tctiun perimit. (j) Cit^, eiur allei a. IcJ oicbie et propria^ ut ncc
iJp-ò che, quando fi faceffe che il Coadiutore anche fuccedeffc, ne nalccrebbc
maggior bene: prima egli farebbe più diligente, maneggiando cola che doveva
cfTcr fua; gli altri ramerebbero, e riputerebbero più come proprio, che come
alieno; onde fi fece il Coadiutore con futura fucceffione : cofa eh’ ebbe
difenfori, c oppugnatori. Si oppugnava con dire che ogni fuccelfione nel
Benefìzio Écclefiallico è dannabile; porge occafione di proccurar, o defìderar
la morte altrui. Si difendeva col celebre efempio di S. Agoflino, che da Valerio,
fuo antecefsore, fu fatto Coadiutore con futura fucceffione: il qual efempio
non ferve troppo bene, perchè S. Agoliino flefso poi lo biafimò, e non volle
imitarlo; e non fi vergognò di dire che da lui, e dall’Antecefsorc ciò fu fatto
per ignoranza. (^) Ma i tempi, de’ quali parliamo, non folo davano i Coadiutori
con futura fucceffione a’ Prelati, z altri che tengono amminiflrazionc; ma
ancora ne’ Benefizi fempHci, dove non vi è a chi ajutarfi, in maniera che il
Coadiutore reila col puro nome, e non vi e di reale, fe non la futura
fucceffione; ch'è la cola cosi abborrira da’ Canoni. ( Dsl Cémntit, C*uf.T- U
> H rjfw Vtf{» r fi tirdt tki CÀtdiMttfi m*M *r*i*«, ft ptrfém* fiiftndiMtt,
ttucr Ac Coc(4fro||'ut Joinnei. ab hoc, nt oectflkrù cumpeccaii «lirponeiuc
IÌKÌinJuufuut ..... vien«iue prclenti vobtt juiTioflc prsi ipimut Uf, lervsn
priuxi in loco KpttVopo mcBiutato revoren», quieti w» convenit inculpibilucr
cobi, bere, prbext» obcJientum ConlLtufo coDipccentnn, in nullo
dif)«fitionti)ui ejua rpiritu conninuci rrfulianteii immo commenti vq;ihtiti«
veihr (luJio c(uie prò EcclclMllifa utilitste gerencU Conflitumt- otonueric
adimplenin i ut, hit iia dirprrntia, At etmttttm vt^ìJ JfiftudÌA minifirtnimr.
Ac qujtcuinque in pixfaccfectdùe patruuonio, vel Si ufa de rebus ad cani
perrinenrtbut repeten.:» tunc necelTari* conipleaniur. i fermtifiMJM quMleht
vtllq s' Vtfltvt. di dlflt»»ri fHtfli C*»tmiér* ftt Ut» fqutfftriì t.
ntlPHlMìtt flA ^tAXiA n* AfutTA TértfitmA, Vidi tl \T. O.Ce».?. I. S.Vé»Un» dkt
Ut ttrmini ftrptaVt, firn fon» di C*Ad)mt»ris rr» aSat firandinat»* i Noa
auiein, da t»!i, ranmiu line icribitnm gratdbndvm, quod Epircnpatiim Augudinut
acceper», (èJ qiod Kanc Dei turato uirruerìt AfricaiiT rrcleuc, ut verbe
teleilu AiguRjni ore perciperenc, qui ad wiJortQi Ocunìniei muiient gramin ntvt
mtrt pro«ftu*, ita ronfecracos eJ>, uc non futeedem in Cacbeiri Ei'ilc'ipo^
léd actéderrc. Nam incolumi Valerio Hipponedit Ecrtefìr Coepitcoput Auguìhnus
cA.ep.s7. num. a. Ae Cin. t so. r. Si tifava in quelli tempi da qualunque
Benefiziano, che voleva farfi un fuccelTore indifferentemente, fecondo il
divcrfo gullo, o fare un Coadiutore con futura (ucccifione, o rilegnar in
favore di quello, rifervandoli i frutti, e con regreffo : ma peri quello era
rifervato al foto Pontefice, e per neffuna maniera conceffo ad altri Collatori.
In Germania il Concilio di Bafilea fu da alcun ricevuto, e da altri no; e per
ciò diverfamente erano intefe le caule benefiziali. Per provvedere alle
diverlitk, e diffenfioni, nel 1448. fu concordato tra Niccolò V. e Federigo
Imperadore in quella guila : (i) che i benefizj vacanti in Curia foffero
rilervati al Papa, e nel rimanente degli elettivi fi procedeffe per elezione
quanto a gli altri i vacanti, in lei mefi foffero del Papa, negli altri lei
foffero dillribuiti dagli ordinar] Collatori; aggiunto anche, che, fe il Papa
non aveffe in termine di tre inefi conferiti gli fpettanti a sè, ne cadeffe(z)
la collazione negli Ordinar]. Non fu per tutta Germania ricevuto il concordato;
e alcune Diocefi fino dal 1518. fervano il Concilio Balìlienfe, che annulla
tutte le riferve. Ma in prc^reffo di tempo anche chi ricevette il concordato
nel principio, reltò poi d'offervarlo, e G difendeva, dicendo che il concordato
non fu ricevuto generalmente, ed ha perduto il vigore per la diffuetudine in
maniera, che (non trattiamo di quelle Citth dove i Velcovi, e i Capitoli fi
fono divifi dalla Chiefa Romana) anche nelle Chicle, che rellano l'otto
l’ubbidienza, poco, o niente era olTervato. Clemente VII. nel 1534- fece una leverà
Bolla,- ma ebbe poco effetto : un’altra ne fece Gregorio Vili, nel fenza
miglior fuc ceffo. E»m» y»,ffj afart, farai d» gt.'efi* tr»r, fiver» jta
aaert,,n iaefki d,fi*au feiameif' dm puaate àt tammiae, e\i f^ij?dtti»i»lala re
mette f at» f.^e ti huge delia tén étdì^^^ tauame f t fartmm* tatii i Seiufiai
firmari, • gelati, thè ufedatfamte^temf» delia Irte f rum ae ifmelii ebt tem
ftema^ alte dignità ta I narrali, Artiefìfti^U, ed £fiftofali et» varan fi,
> tilt vae^rénat per i* 4 Vtr»*er«. Utile ciiefe ìdetr^alitaat, e CattrdraU,
aia feetette èm me diat umn it alla Sede Appidthea, i Mftdeaahri ebt vi f»»a
imnt.haiameate fe^tut, i' eUtitai fi faranae Uitrameste, e fai feraitanpet'
tate alla dell» sede, eUe Uiea^iemer», fe fataant i»itaicit. £ et' àù^jteri
tif,ie» fine lev»» diatameaie faggettì, ed altri Benifia.] ngrUri, ftt h guai*
nam fi fati! ruarrtre alla faataSede, gli Utili aa» branma aUligati avtmra a
Raau perita lrra.tamftrmat.iana, a prev9tfiame\ aUrp ditpigiiii' fii lentjin
ma» laderanni futa tafptuatne, nè» hinfit.f dilla Uanaebe mam efeati fati* l»
difpafium ma éa» Umfm « Qgaata arti ahrilantfit.) feealari, arnatarinaa
eamprefi niile uftrve effriffi di fefra, ma* imptdirtau eh* hitramemii aaa nt
fi» Caliatati ardinarl, fmaada vailùraiiHa ae'mtfi a» febbrai», ^rile, Gimgae,
Agafia, Qet^rt, at>ttimbri, t m*(i di Gaamapa, Mara.», idaeei», Lm» gtu,
btiitmbii, e Nnembre, faraana rifttbaii al fapa ; ma fe fmteedarà tba i aim^ai,
eba vatbm raaa» f» ^mefii mefi, man fiea» fiati tamfenti dal Vapa mi‘i**m*fi,
eamiaeiaada dal giama della va^ r«u« fepma atl larga del itaefitua, U
CallaKÌaai niaraarà, a ad igni altra al fma le fprttird la difpt'fieiomt. Ma
awd» gaefia ahima lameifìaitt aperta Fadna a malte Ini tbe aafervama di giara»
im gura» fra fatili elee UVapa avena ueirntdiuiimaaaet tl termnae ffirata di
tre mefi, e ameilitbeav»’ vaa» alienata la tallagdaae dagUOrdiaarf, ipimU
teaftrivaaa i bi»rjfz.t dal gura» im tm fpiravaaa 1 tre uefi, per ^r«vritir«
leprattvifieaitìeeelP*' pa pattfie aver fatte verfa 1 fiat del termaan Or^
garie X(ll. fiee ama fiali» m data del prema di Ha vtm br* ij6. tea tm iuftiarì
eie ìd Camtefieme di Papa Pftttal» V. aaa dava altmm Imàgf Oreiear), «> agli
altri Cellatari di difparrt forati i tre mefi de' beaefiat ama vetta teweprep
fette fmefià brttifa teneijiami ( m» attriti thè fn V awtnaire gutUì, tbe il
Papa avrà prevnednti di tfnrfit benefi».}, faranm» ttnmti a a fifaifitatelm
lira impetranene a'CelLiteri atti» fpazia di tre mefi, fimianaada dal riama
dtllav*eamKa fepnt» nr! h"« dtl lr-'f%ìT, o n p^nil.ttrln im fuiiffi
cefib. Nella Dieta di Ratisbona de! 1 ^ 94. il Cardinal Madruedo, fi) Legato di
Papa Clemente Vili, fece gran querimonie per nome del Papa fopra di quello; nè
apparve frutto. Al prefentc rella ridcfsa varietà 9 e confuftone. La Corte
Romana non ba^ le non due rimedj .uno per mezzo delie ConfelTioni de’Gefuiti, i
quali operano per termine di cofeienza che i Benefiziar) provveduti da gli
Ordinar) lì contentino di pigliare le Bolle da Roma; e alcuni lo fanno: l'altro
rimedio ufato dalla; Corte, ma ne’Benefiz) importanti, e con perfone in parte
dipendenti da loro, è, che, fatta una eiezione, o collazione centra il
concordato, la Corte l’ annulla, ma conferifee poi elìà il Benefizio alla
llcfia perfona : rimedio in altre occalioni ancora gi^ molto ulato; non perchè
giovi neiriHelTo tempo; ma perchè, fervando quelle Scritture, le ne vagliene
poi a’tempi feguenti, per mollrare che avelTcro ubbidienza, come tante altre
Decretali, che non ebbero effetto: lono però ne’ Libri Decfetali per lo ftelTo
difegno. XLVII. In Francia la prammatica > ebbe rigidi combatrimgpti da Pio
IL, (2) acquali s’oppolero collantemente il Clero Francele, c rUnivcrfii^ di
Parigi ; perlochè il Papa fi voltò al Re Luigi XI,, e gli mollrò comò era dildicevole
a lui che nel Tuo Regno fi lervalfero i Decreti del Concilio Bafilienie, contra
il quale egli, eflendo primogenito regio, (*) c partito dal Padre per dilgulli,
andò con arme, ricevuti danari da Papa Eugenio IV. per dillurbar il Concilio:
alle quali ragioni il Re Luigi nel 14Ò1. cefie, e rivocò la prammatica: (3) ma
feguendo oppofizioni deinjniverfitk, e rimollranze del Parlamento, le quali
ancora fi ritrovano, nelle quali rapprclcntavano al Re gli aggravj del Regno, c
deir Ordine Ecclellallico con conto fatto minutamente, che in tre anni erano
andati (4) per caule benefiziali a Roma 4. milioni dopo tre anni la prammatica
fu daU’illcilo Re rellituita. Se le oppofc poi Siilo IV- c fece un concordato
per diftruggcrla, il quale fi ritrova ancora; ma quello non fu ricevuto, e la
prammatica reftò. Innoccnzio Vili. Aicflindro VI., c. Giulio II. fecero ogni
sforzo, per levarlafg) nè mai poterono ottenerlo,. fi» nt mtdfm Imfé di i di
ihin*ndo mmlU, t di nimns frZM, t VMÌ*rt tuttt t* àifftjiùeni, • frvvifiiti
fsit dn'fnddetii CfUdttn dif» t»l fmUlitntjdnt ; t fej^ndtndn U t«U*t»nt di
tmtu i, ed mjftf s ftuii iCeildferi rht Mrdirdnned’infrsngere t* fi»*
duki*rdti»ni fin (he ne Minae thitfie ftrdene *11* f*at* Sede, ^tufi* téli* di
GrtftrU XIII. iimtjh* tbt $ taf* ertJenó femfrt di fétte annutUre j Ceneerd*U,
e [li Mitéimdamenti (he fanne te' trintifi. fer non f**mdé le frtttmfitni dell»
Carte di Atm*, (he fer fre^tSene, e ftt mm rertt temfe, fin (he féff*»*
ferviefi del lare diritta ta» intia it rym. (t > Zadewa, Nifete di
Crifitfera Madrnfria, C*rìn*lt yiftava di Trtnta, a fma fnettfiera tm
Viftevata. (!) Etti [Tidmv* gmirr*, gntrr*, iil({ue ad «• filloa. xLvm. (*)
toQuif**-’ 9 p«rtl(o dal Psdn per di%s. fti; it tha né* f* niente mt frefefite.
L'nmma 1461. »« [matta narft dat fma iUima. (4> ?a»Ulì. U [H*U fmtttfit *Ha,
mandi al ta Gìavanmi Gwfftdi ^ CmràirnaU, V^eave dAldi, fer fatili vtr^ara la
riveeauamt dilla prmnmatka. Ha faffatm [mefia ri^aaitna nelCaklUtta, [nefia
CardiaaU travi nel Parlamenta Giàvanni di S.Rammna, frattutatar lemaraU, thè vi
fece e^fitàaae-, e ntermata a tafa, PVmnerfità,tha pi nnifiti U fna affaUmmiana
al futura oÌM, t fai mudi m farla regihari maiCafitUeum Vtdi t'aediMag,tme di
Ladevka XI. dtl parmii^itf Srtttmdre >464. mtUa Cemfemza dilla OadpeanJnmi
bh.i. tit.f.far.i.farng.i. (S*) Imfiratfhi avevmma mm pamdigllmi limmei (belli
altri Prtarifi Criiiami, ad delia Stantia, mm femfafftra m far fttm ali,'
amteritd Pafata tam fimli frammatuht. Viir. Fiiulmente Leon X fece un
concordato col Re Francefco I. per cui fu annullata la prammatica, e fu lUtuito
che a’ Capitoli delle Chiefe Cattedrali, e Conventuali fofle affatto levau la
podeflk d'elegger il Vefcovo, e l’Abbate; ma, vacando ì Vefcovati, e le Badie,
il Re nominalTe perfona idonea, alla quale fofle dal Papa conferito il
Benefizio. Che il Pontefice Romano non potefle dar alpettative, nè far riferve
generali, o fpeziali ; ma che i Bcnefizj vacanti in quattro meli deU’anno
foflero conferiti dagli Ordinar] a' Graduaci delle Univerfirìi; e i vacami negli
altri otto mefi foflero da efli Ordinar] conferiti liberamente ; che folamence
ogni Papa nella Tua vita potefle aggravar qualunque Collatore de’Benefiz], fe
ne avefle a conferire tra io. e 50. a conferirne uno fecondo la dirpofizione di
fua S^tith e fe ne avefle 50. o più, a conferirne due : ( i ) e febbene
neU'accettare il concordato vi furono molte diffìcolth, e TUniverfith appellò
al futuro Concilio legittimo, vinfc nondimeno Tautorità, e utiliih del Re
Francefco; e il concordato fu pubblicato in Francia, e pollo in efecuzione. (a)
In maniera che, dappoiché canti Pontefici dal 107^. fino al 1150. combatterono
con fcomuniche d'infinite perfone, morte d’ innuraerabili, (3) per levar a’
Principi il conferire i Vefcovati, e dare reiezione a’ Capitoli ; per lo
contrario Pio IL, e cinque de'fuoi Succeflbri (4) hanno combattuto, per levar
a’CapitoU di Francia l'elezione, e darla al Re; e finalmente Leon X. l'ha
ottenuto: cosi la mutazione degrinterefll porta feco mutazione, e contrarietà
di dottrina. Hanno llimato gli Specolativi la ragione di ciò eflere, perchè
l'efempio che il Vefeovo, e'I Clero conferilca, tiene viva la pratica, e
dottrina univerfaliflìma della Chiefa, contraria alla moderna : altri perchè
fia più facile levarla ancora d^e niMii d’ua Re, che fofle o di fpirito debole,
0 in bifogno del Pontefice, che da’Vefeovi, e dal Ocro. Il Re Francefco fece
molte leggi ancora, per regolare il poflèlTorio de Benefiz]; e il concordato fu
fervato da lui: ma dal Figliuolo Enrico IL quando fu in guerra con Papa Giulio
III. per caufa di Parma, fu interrotta l’cfecuzionc per qualche anno; (5)
imperocché nel i55 etere di Freéné, dice il medrlìmo ia un «Uro lu(^, le
Umverfiie, i Pérlememet, e tétte ie ptreme dsHtee vi fi tfpefi'e tem iémté tif
rèm^ééte, pretifietiemi, éffellét.'eéi el futmte Ceétilie. Tmttévié i« téfe e
ime eent fm éK^érèe di tedtre siFéMerìti mfeimte, e di telifitéte 4 tenteedàte
mel Fertééiemre. 1)1 Dm armerie VII. fime mi IheeeeniJe I V. ttei, rnelie
fimeee di deigmte mméi feme flèti fette tmfermderi feemmmùmti, tiei,
FétueW.Eérke V. Fedente I. FUiffe 1. Otteme IV. Fedetifell. e Cerrmde f, (4)
P4«I*II. SiJhlV. léMettMàJe Vili. AJ^mmdreVl. e Gmliell, il Dme* di Fmréem ere
ftifimee fette U frettfeeme deUm Ftétteim, fer fetet itfknierfi temtrm Fhmptrmdere,
fme fmettre, 4 fémlt Vetevm imfédremttfi di fwi Dmtete, teme mvev* fette il
Viettéà», Il fepm eite 4 Dmei e Reme, e fei l» dukimri riFnle, per mem tftrvifi
prtfenimte. Lléepermdert, U f»«« 4vrtr« nfveelìet» le fé, prife i» lè le fmmfm
rPii4, e'I EediTtméfirn fmèllé del Dite tentrm 4 Pepe, e F Impptpdere. 1550. il
Re proibì che fi riccvcffe alcuna provvifione de’ Benefizi pjpa; e comandò che
tutti folTero conferiti dagli Ordinar},• ma, fatta la pace, il tutto lì
compofe, e tornò Tofiervanza del concordato. Ma nel 14Ò0. furono tenuti gli
Stati in Orleans nella minoriti di Carlo IX. dove furono regolate le collazioni
de' Benefizi, e levate molte delle cofe contenute nel Concordato. (2)
Succeffero le gran confufiom, e guerre nel Regno; e fu mandato il Cardinal di
Ferrara (3) Legato in Francia, il quale ottenne che fi foprafedefie nelle
Ordinazioni d’Orlc.ins, ( 4 ) con promeffa, che il Papa avrebbe provveduto efib
a gli abufi, per li quali le ordinazioni erano fatte : del che poi non fi fece
altro; onde al prefente il concordato refla : cosi fono paiTate le cofe in
Germania, ed m Francia. XLIX. Ma lo fiato d’Italia, che ultimamente abbiamo
deferitto, fi è mutato in gran parte, per la celebrazione del Concilio di
Trento, il quale fece molti decreti in quefia materia, per provvedere a gli
abufi fopraddetti che dominavano e febbene dal Tuo principio, che fu nel 1547.
incominciò ad attendere a quelle correzioni, e fece molti decreti, non furono
però polli in efecuzione, falvo che dopo il fine, che fu nel 15^3. perloche fi
può dire che tutte le provvifioni fi riferifeano a quello tempo. Fu intenzione
di quel Concilio rimediare a tre cofe : prima alla pluralità de'Benefizj;
Iccondo alla liicceflìone ereditaria; terzo all’ aflenza de’Benefiziati : c,
per proibire ogni pluralità, ordinò che uno, eziandio che fofle Cardinale, non
potelTe aver piò d'un Benefizio: e fe quello fofsc cosi tenue, che non ballafse
per le Ipefe del Benefiziato, potefse averne anche un altro, che folsc però
fenza cura d' anime.* (5) proibì le commende de'Benefizj di Curati advifam^ per
efser un.i coperta di farne aver due : (rf) ordinò ancora che i Monafieri per
l’avvenire non Tomo li. M folsc (i> dirns »*i fm$ eéifr», tktM*» fi» thr l*
ftmminiftrrnfft dmnmr» si ftr fsrmt l» gmtTTM m'frtsetfi; eh» enfrf,Mt». t*
fruhivM sjftlMtsme»» di f»rr»r »r», m* srM R»im», 9 m saslfifi» altr» lu»g« eh»
fifi» fini» l'mdhiduatm d*l P.tfs, ftf dtfpenf», • altre grai.it, fette pna di
t»mif{ai.ttni^ agL £ ) « ^aefit Stati il deputate del Cl»r» dìfie, eh' era fiat»
èfitmat», eh» ' Eeefia di Lmter» era mata meli» fitf» ann» dii Ceuterdat». ig)
tpfelii» fEfit della tafa de' Daehi di Ferrara, Ntpeet di Papa ^trfandreVl, (4)
una delle guati prtthva di pagare le Aanate, e di mandare danare altane a Rema
per htnefiny, e per difptnf». (f) Quoouin muUi «,r-chiilct ( rr eii.ts
obtiitenc, tog:^n(ur ott-oinu, quibuftuitique frimnibut, c t>uin Icx u^nlium
aimitrcre, A( line o.ltnlenuitic», ac in t)«iibu|ue iterfjnja, ct^oi C
d'àiKai-tu^ Inm-i'e rulKentiuu>. Invitm h.leit ^ ]n 04 Ì)«.‘«>^iilqaoque
eum futura,i‘W^ 14 *. rd frimi thè ritmmriareH» m r^veghart gii feriti la
yreffitt fureae tÌMi D«mrr.iV4«i ifaruitali, BarulemmeeCaraKia, e Drmnue Sete,
i ijttali frexarema feritmcai» eia l'all.' g» dt rtf diit è ór jure d vino. Ofi>iieHe
tha il C.rediaal(jaetane, fariunate DemmUaHe, aravi ftfirnuia aleam mani frinai
la ^nalt fi dna eh' egh mHie ^uande fi Vifteve, aeagieat thè a*» fi fa>t»
atai a! fue f'.fravate. Nel teli" li'tro della (iia Storia del Con. tilni
egli dite (he i L>‘ati Jeif'e lig-rre in mas lieagregatieee eea.rAle uà»
fritte, aea fui i !*•dri tran» fregali a riCfeudtre teli* fila f*fela ptirtt, q
phter, fi fi éerfirarafe la rf^ldtmjt,a de jiite ditiiia4 e fh'iffiade Jtarr
raeedte U rati, 6(. f arena di pia ex, de aea phtct. ij. di plj«jii' ii». llro,
c >7, di non pia et, iw.t p .us ccAt-ito SD.N. j' g.''n >7
dif’cr.ie-redt!. iT.ftr ^hA It ibe Ji’unr, ^avJH I* ai'L.i-atue'tt ce jjre
devntef laJde-.t le i-, uja la l'.rvjw >a turte, me w Hirettiari^-tai, ft il
T,ifa fi ei-'teiiuva, £ ex-vfg-iaial ‘jae.e d:!hax>eai •atrè afin
metafifi'hr, le 1,t e le >j.nea lafiiava»* di ferieggiar egii.ilrmeate bear
il Pafa. (6) l'soto Giov.c», diceoto il (uo pi-ere nel C««ipcFjff, »•»•« velia
u, evale, teli « tVrew rr*e.’-J :'«• vrei-'eae nJ-ferata teme mae ffmd- temtra
il fafa, quandi eie avrffe tinti a fti>vta, ftr rei,att leale delle lera
atieai, e della ̻re D.tiriaa, emme aveva fatta ma Arrivefiev* dii plana eeatra
l'aele HI. th'tgh temeva aeelie thè aitaat Vefeard aea xe'.iffiit tei favere
del )U» Divinuni fetttarfi dall' mhbtdientA del l'afa, da teu daiadevm Viemiaat
della Chtefa, ma thè velevm aeae dir lare (he ^mefie fartiit ma tfamf'V thè
dareidiina 4*C*rat!, fer fitmelrre ilgieg* l^iftefait 4 feribl, ejftade
ì'ajlpri uamtdiatì, freUmdertLlmaa, thè U late greggia fftUafie fih ad rfì, ehi
al lere Veftevei endt fai la Oer4ri.« atila i.htfa ira^nmerelrhe ta Aaattkia.
Stcìia «.et ConciUo tmbe le parti foflenuta lopinione con grande ardire.
Lacofapafsò alle pratiche; onde dopa 14. mefi fi comandò bensì la refidcnza, ma
non fi dichiarò però quo jure il Curato folTc obbligato : folo furono aggiunte
pene a* non refidenti; (i) nel rimanente furono le cote lafciate nello flato di
prima. Quelli però che fi trovarono nel Concilio, e hanno lafciate opere
fpezialmence di Teologia, hanno foficntata la refidcnza de jure Divlno^y
pafiando tant’olrre, che raffermar il contrario l'hanno Rimato un deludere la
facra Scrittura, e la ragione Refia naturale, (a) c tutta r Antichitk.’ ma, per
non irritarli la Corte centra, hanno ritrovate delle eccezioni, per le quali il
Papa polTa farvi delle difpenfe. Delle rifervazioni, punto principaliffimo, le
quali erano crefeiu te fopra modo, il Concilio non parlò, perchè toccavano la
pnmria perfona del Papa; perlochè anche rcRarono, anzi furono poi accrefeiure.
(*) L. Pareva che con aver levate le unioni, e commende etdvìtamy ì regrefiì, e
le Coadjutorie, folfe in gran parte provveduto, fe non al tutto, almeno a gran
parte. 'Fu però trovato dubito un rimedio, che non folo fece lo RelTo, anzi ne
fece un maggiore de’ quattro fuddetti ; e queRo fu la penfione. E’olTervazione
delle perfone pie, che in queRi tempi mai la Corte non fi lalciafie indurre che
venifie annullato, e corretto un abufo lucrolo, che non ne aveflc preparato un
maggiore, e più utile ; ma in queRo è ben certo effere cosi : è però da fapere
che non è cola folo di queRi noRri tempi il metter penfione fopra i Benefiz);
folo è nuovo il modo, e la frequenza c propria de'noRri tempi. Quando i Beni
EcclefiaRici erano in comune, il nome fu inaudito; dopo fatti in Benefizj,- la
Regola, o il Canone praticato da tutti era, che i Benefizj fofTero interamente,
e fenza diminuzione conferiti. Dappoiché i Chetici diedero principio a
litigare, quando U caufa era dubbiofa, cedendo una parte fe ragioni (ue, le le
concedeva una parte deir entrate con nome di penfione: ( *) ancora di due
Benefizj quando l’entrace non erano uguali, fi rifarciva quello che lafciava il
più ricco con una penfione* (T) Apprefib ancora, quando alcuno hlegnava IJ* M 2
con rut a (KroCinàx Sywlt meoee ahmo* trahancur. .. . Jalarat làcTolanàa
SynoJua aannei Patrurchatibni, PrinwiaUbua, Meirofoliunii. ac Catheinlibua
Bcdcfì» che lenza caufa alcuna il Papa può dare pendone lopra qualfivoglia
benefizio a qualunque perfona che gli pare*, e colui che riceve eziandio fenza
caufa veruna, ma !per fola volontà del Papa, in cofeienza è ficuro. Una volta
fi teneva due benefìz) Curati*, uno in titolo, l’altro in Commenda*, ovvero fi
univano ad vitam*, e il Benefiziato era co(fretto a ftipendiare chi ferviva in
uno d' elh : al prefente il Benefiziato fa dare a quello il titolo, e a sè la
pendone ch'egli ne cava*, la qual cofa è di maggior fuo vantaggiò*, perchè una
volta era (oggetto a dar conto degli errori che il fuo Softituto faceva, e
aveva pur qualche ncceftìtb di penfarci *, clic cosi niente ripofa fopra lui, e
l'utilith è fifteffa. Similrnente chi faceva un Coadiutore, 0 rinunziava con
regrelTo, doveva aver qualche penderò del bcncdzio di cui aveva parte*, e
poteva tornare tutto fuo*, ma rinunziando, rifervaiafi una pendone, refta
libero d’ogni cura, d'ogni penderò*, e fe il Rjfegnatario muore, o cede, a lui
non importa, U quale la fua pendone Ubera, c lenza faftidio. Ancora è molto piu
utile aver pendone, che benefizio. Prima molti Benefizi ricercano TOrdinc
(acro, e l'ctb di poterlo ricevere; per la pendone bafta la prima tonlura, e
Teth di fette anni. Anzi le pendoni fi danno a’ Laici* come per Tordìnario a’
Cavalieri di S. Pietro, iftituiti da Leone X. c a quelli di S. Paolo iftìtuiti
da Paolo in. a’CavaUeri Pii, iftituiti da Pio IV. e a quelli di Loreto,
iftituiti da Sifto V., i quali podono avere, chi 150., chi zoo. feudi di
penfione; e a tutti quelli a’quaU vuoi darle il Pontefice. De’ Benefizi, anche
ne’ tempi che fe ne teneva più d’uno, vi era fempre che dire : era necelTaria
la difpenfa, che pur faceva fpcndere : con tutto ciò i Dottori mettevano in
dubbio, ;le chi 1 * aveva ottenuta era ficuro in cofeienza. Delle pcnfioni fc
ne poflbno avere fenza fcrupolo in ogni numero; e non vi è penfione
incompatibile. Si può dare la pendone con autorità di trasferirla in un’altro a
proprio beneplacito; cofa che non fi può fare ne’ Benefizi fenza paftare per li
termini, e per le cerimonie delle rinunzie; c le rinunzie non vagliono, fc non
fopravvive il Rifegnatario zo. giorni: la pendone fi può trasferire anche in
punto di morte. Quello (•) vide C«p. ex parte it. ex»*, de ofCcio )udkit
ileSeg. et ibi FcJio. oiim. i.Felin. ad Cip. »d audiemiam. num. i. extra de
refenpe». (^) Vide RcbuC traó. de paciticu oudi. mo. DuareD. de Bene&c.
Itb. 6. top. 4. Coni (acerd. paraph. i. cap.,. num. la. et Joau. Davean de
penltooib. beuefic. psg. SI. Cap. per tu»i, «irra, de doiuitonibux. (* ) Cap.
ce multa, in fine. extra, de prsbeodu. DÙveun de renfiunib. p.l^. Digitized by Google MATER.
BENEFIC. 93 Quello che foprattuto importa è, che
la penlione fi può ellingucre ; il che in Italiano vuol dire farne pecunia
numerata; e ogni contratto fatto nel Benefizio fi reputa fimoniaco. Eftinguere
la penfione non vuol dir altro, che ricever una quantità di danari, per lilxrar
il Benefiziarlo dal pagarla; la qual quantità fi tafla per accordo, fecondo la
maggiore, o minor età del Penfionario. Non vi era gfa innanzi 1 * età nolira
modo di fare d’ un Benefizio danari con un ti ; ciò farebbe fiato con affefa
infinita di Dio, e degli uomini: adelTo fi fa lecitamente, lo ho un Benefizia
di aoo. feudi; lo rinunzio ad Antonio, rilervandomi una penfione di loo. la
quale, immediate ricevuu, con 700. feudi io efiinguo', ciò è la rinunzia', e
così ho del mio Benefizio fatti doo. feudi contanti lenza peccato. Sono alcuni
poco penetranti, a' quali pare che quefto circuito non fia rifieflb, come fe
vendefli il mio Benefizio per 700. feudi ma mofirano ben d’ avere groHb giudizio.
Malte altre cole fono nelle quali i molto piò comoda la penfione, come fi ulà
adefib nelle unioni. Commende, Coadjutorie, e regreflì. Alcuni, magnificando la
comodità di far danari che il Papa ha per li bifogni della Sede Appofiolica,
dicano che, fe aprifle i regreflì, caverebbe quanto voleflc; e mofirano di non
intendere la materia benefiziale. Non avrebbe per quefto quattrino.- i molto
piò utile, e comoda la penfione perciò fu facile efeguir il Concilio, perchi
tornò anche comodo ; ma il levare le Commende da'Monafierj, (2) che parimente
il Concilio comandò, non è fiato pollo in efecuzione fino al prelente ', (3)
anzi molti, che erano in titolo, fono fiati di nuovo commendati', non elTendofi
trovato modo di farlo con comodo. La penfione non può efser impofta da alcuno,
falvo che dal Papa ; cofa di grande emolumento alla Corte Romana. Quella
mutazione ha fatto in Italia il Concilia di Trento-, il quale, non avendo
trattato delle nfeivazioni, ed eflendo quelle anche crefeiute', e ogni giorno
crefeendo, reftano bene cinque felli de’ Benefizj d’ Italia alla dilpofizione
del Papa, con buona fperanza che il fedo che rimane fia per compire l’intero.
Per le regole di Cancelleria fono rifervati al Papa tutti i Benefizj che fi
rifervarono (*) Giovanni XXII. e Benedetto XII.; e in appreflò fono rifervati
tutti gli ottenuti da qualunque perfona, efsendo Minifiro di Corte, febben dopo
folte ulcito dell' Uffizio. Sono ancora rifervati tutti i Patriarchati,
Arcivelcovati, Vefeovati, e Monafieri di uomini, eh’ eccedono il valore di
dugento fiorini d’oro-, (») e ancora tutti i Benefizi che fpettano alla
collazione di chi fi fia, e vacano per la ceflione, privazione, o morte del
Collatore, finché il Succeflore avrà pigliato pacifico poflelTo .- ancora le
dignità maggiori dopo le Pontificali nelle Chiefe Canedrali -, e le dignità
principali nelle Chiefe Collegiate-, (ò) i Prio (I ) In^trtffliì gufili, i jmì
gli «frrrri^Mw, rt i» C*mmmd», fétrwuu tffrrxi BM t >t* fDtrtiitmt ftTMÌrt,
M Imfttsti. Or» i* pi» à» ttnt' »m»i i dt'ytftivt, t dt’ i ftpTMttmttt im
«vrvM* mtfi ì»tii j BtmtjUf iw i dm it FstUmiMt di t»rigi h* ftw^é C»mmtad»,
tth im tln «m impidit§ di ricrvrrti, »veff*rt «vari lid dmt, « tf» CtmmmdjttMr)
i td (t) Ntt r»p.tt. d*lU rifttm* dt'Rr*»ÌMfÌ d*lU i» tpuft^unt* fi trmtv»
€b'tr»»» XXV. fitétt »tlU MMttMfdnu dtU'srtuti* fritti »d tfftrt ta Ctamiad ».
aattitdtiitt. (’*) Vidi l» R^ri» di,C»a€tUtria d’IaimtwaJà ( 3 ) Jmftréttti la
Ciati di Rama, fiacri f*ltù Riitla i. le i» difiiaùaaì, di dhi^hinfa ibi fa ro;
o perchè fieno partiti; o perchè il Cardinale fia morto: ancora tutti i BeneBzj
de’ Collettori, e Sottocollettori; tutti i Benefìzj de’ Cortigiani Romani che
muojono in viaggio, quando la Corte cammina; lutti i Benefizi dc’Camerieri,
Curfori .* (a) olirà tatti quelli Benefìzj, che comprendono tutti i principali,
e una gran parte degli altri, It riferva il Pontefice tutti i Benefìzj di
qualunque lotta che vacano in otto meli (h) dclfanno, lafciandone a gli altri
quattro raefi folamente; e ciò quanto a gli altri Benefìzj non nominati di
fopra * Oltre a quelli ancora lòno rilérvati per Collituzione di Papa Pio V.
tutti i Benefizi vacanti per caufa d’erefia (i), o per confidenza ; (2) c tutti
quelli che non faranno conferiti fecondo il decreto del Concilio di (3) Trento.
Chi metterà infieme tutte quelle rifervazioni, [ritroverà che almeno cinque
felli fono del Papa, e un fello di tutti gli altri Collalori inlìeme. Per
render le lodi a chi fono debite, non è da tralafciarc la diligenza ufata da’
Pontefici Romani, per non lafciare che i Vefeovi, e altri Collatori
de’fienefìzj, delfero luogo ad alcun abufo. Mai non hanno permeflò loro il
poter unire Benefìzj aà vham\ nè parimente il commendarne ad vitam : non hanno
permelTo che potefièro difpenfare fopra la pluralità degl’incompatibili; nè
concedere regrelli, o Coadjutoric con futura luccelfìone : e ufando l’ ideffa
diligenza adelTo, non concedono che pollano imporre penfione, eziandio minima,
fopra il Benefìzio : medefimamente non ammettono che poflano ricevere le
ril'egnazioni ad favorem : anzi ancho nel ricevere le rifegnazioni aflblute,
che (ono date antichildmamence nella Chiefa ufate. Papa Pio V. nel 1508. (a)
Rigti» ••‘t».. (*) 9. (t)Omma Se iln^U beneiUia Eecl«(uftici. rum (Ora, et due
tura, recularit, te qunnimvit Or(Ìmum, ctiam S. J niiraln ma)ore$, rulia,
prioratus, pi», potininr, prcpofiunti, dignitites, euam ronvennMJo, vef oiHcia
eciam ciaullralia. ac hafpttaha, le pr jcceptorLc, ordiiuuioni
ScdilpeaiàuoQiAOllrjr, At lèdU Apoftui. bac perpetuo valicari(on0ituttone.
audontaie apojtolica. tennre prarientium, reierramut s Dcclsranrei emnet Ac
quafeamque impeCTitior.et de beneikiii, quomodocumque quabiic&m, in iumrutn
iàcieudas Ac obnneiidat, beneli(ia buiufinodi, propier iurreiltn vacaniia, At
in fufurtim vatitura. non eomprcheodere, niiì fpeeiaii. ter vacuionu mndui
propter crmxn hsrelìt exprciTui fueric. Oteretul. iet,?. rir.ii. )U
Ctfittut**»* ) dii mtft di (a> Ad siires noftru perventt ut nonnuliiaon
vereanrur. .. . beneficia CècuUria, Ac regularia in cMijUrnMD». qaam
liinonuciin pravitaccm fapere ignorant. accepure. Ac retinere. Nm ne •
burnì,,vel potila deiiAum tupiftnodt ukenui pr ny Jiawi, ceUrì mneJio pfoviJere
ro!eafrt $ ptooinunnn omnium cognkioi>nn oubiii Ai SueccfToribu» nnAra Rom.
Pontificibut refervaDtef, omnn Ac iijiguJa r««>tdrfirijr«M bafulKiodìcauùs.
per no» (ùmmarie. limplkiter. Ac de plano ad«tiendat. toguofcendis, decidendai.
Ac totaiiter eaequendas, ad noi avocamuii decifìoniqucAc termifutinni per boi
ftipcr illts fiactendx lUndum, accjutei'cendum, Ac odidÌdo porenduen et
obedientium tbre. lUtuiinui, Ac otaiinamii. DKfit.7-tit. IO. cap.io. rj) Noe,
ad quorum nonriara pervenir, noonnJlof ex venrr. Irarribui aoilrii,
ArchiepiCcopis. Al F-pircoptt. oceurrenre racatione paroebialUuta Ectletianim. «s
ouljo, aut djiaui rite (ervato. cxtmine, prcl'eniui lUÓ qood per coacurfoin
fieri debet, CI OmciJio Trideitrifto. veUuam riceter^ veto, neribnii ininui
dicnii. camilititis. aut ahum liuirunx palTìonif a^*'tuni. non rationiiiu.
deciunt fequente», cuniitUAct volcntei bujurmodi^ flc rtiam iunuii periculU
octurrere. auOoritate apofiolita, tenore orgifcniium. emnet Ac fingulai
collaxtonct, proviuonct, inlliiunonei. Ac quafva dirpofitioneti parochieliam
Ecclefiaram ab eirdem Epifcupii, Ac Archtcptlcopis, acquibufirìseliKCoU
iuurilma, prarter, Àc contra iurnum ab eodem Concilio Tndemino ptjrkriptsm,
iaOai, aat infiiturum fiictcnilaa, Bullai. irnrM, ac nulliua robori» {ore. Ac
ei)«, dcternimut. Se detUramui. ealqiie crRines fix cecantn nortri;, Se Sedia
Apc^ flohee dilpo^inni rctcrvaiuua. ì^idm re.a 15^8. proibì fotto gnviflìme
pene a tutti gli Ordinar;, che, ricevuta la rilegua d*uu Benefizio, non
potefTero conferirlo ad alcun confanguineo, alfine, o familiare del Rilegnanre*
avvertendo che nè con parole, nè con cenni, o altri fegni folle loro dimoArata
altra perfona a cui il Rifcgname defideralTe che foffe fatta la collazione del
Benefìzio. LI. Si afferma coftantementc da tutti i Canon irti, c Cafifli, che
ogni patto in materia benefiziaic è firooniaco, rjuando fu fatto fenza
participazione del Papa; ma con Tuo conlenfo ogni cola lìa legittima; avendo
per coffame quella univcrlale propufizione, cioè: il Papa in materia
benefiziale non può commettere fimonia*, la quale non ai troppo buona
edificazione al mondo*, Icbbene i più modelli Canonìffi la limitano,
diffinguendo effere alcuna Iona di Emonia proibirà per legge divina, c altra
per legge umana*, aggiungendo che il Pontefice è elente folo dal commettere la
fimonia proibita per legge umana ( 2 ) ma con tutto ciò inciampano nelle
medcfime difficoltà*, perchè quello che non è male di lua natura, nè proibito
da Dio, non merita quello nome*, ed è fuperduo far una legge umana, per non
offervarU*, e chi mirerà Tinterno, c non fi farà prcielio colle parole, vedrà
che tutto è proibito da Dio.* c certamente non fi può dire che in quella parte,
di tenere gli altri Vefeovi in Uffizio, il Pontefice abbia mancato*, cd è (lata
grazia divina molto grande fatta a'Pontefici, che abbiano potuto tener fincero
da fimonia il rimanente UeiU Chiela ^ Icbhcnc nofv hanno potuto Rendere quello
bene a sè meciefimi, nè alU loro Corte: c le un giorno, come vi è Ipcranza, (
3) entrerà penfiero in alcun buon Pontefice di riformare la Corte, larà cola
facilillima il farlo, col Iole ricevere anche per sè quelle leggi che fono date
agli altri Velicovi*, c potremmo afpettare in breve una coA utile nformazionc,
quando f adii, azione non la tencP'e lontana, col metter innanzi a’PonccDci,
che, effeado eglino in pofleffo, almeno in lulia, c in altri pochi luoghi, di
non dar loggetti a regola alcuna, non è bene che le ne privino, e facciano
quello pregiudìzio alla Sede AppoRolica; eh* è il contrario appun (O Cav«»nr
tpire>'{ii, ìtecmjue o«tin« tffSam, PrxreiiMìgrci. Oc Ì*jirr CKiin.t, ne
ip!ì bpfcoi'i, aut aUiCollatoce», de bcscfiuis, Se o;1iui« te^fnanJiv, sut
fui», aurjdmtnentium enpUn^ineu, eilìmbat, vel fiUDÌlianbu», etùm per lillà. em
riminum inuliiphrata» rum in eztrsneof cullatifìnum, auCcnt providete
..i(iijne, camdiu.fiili'cnfi remaiteant, dvMX *e*tii(liofle:n K(Hn.roDtittrit»U
ì tn'dMim dii 4' itfriUlfòt, ( ») ) Is dtìUCUf» ptlrMfi rum p-idem 4. vetb»,
llltcns, e*»ni de pacrt, U i figiit* d.t tulli gi$ orr4XfM««i.Kt d$ F«ia.3(l
eap.ea patte t». lum. 1. extra, de oC fino jaditi» dckg'ti. mini mn, td n fami
marra ni Stimdi t Mibi Mufkiu» CruLilìzu» cA, MjiiJo, Gm Ut. m't. 14)
tmfrriffht Im Carli di Kimm kt 0JÌiHt» ptr faad.imrmtmU, iln il mm i il hdriu,
na fjUmtmie il Drffitmiii dt'.l'uHlirih tÀ Pnt-,ftm’i, ! lU im
tinfi;"t’>t.i mam fmì, •Ittiimminti, me vilidmmmte ttdirmi ftr ^mmlf^
TUgiimt virmm diruti. àppunto d^Ia dottrina profdTata dagli antichi Santi
Pontefici, e Dottori. Ma dalie cofe di lopra dette è molto ben chiaro, fé il
Pontefice Romano abbia pieniflima autorìtk fopra i beni, e fìeneifizj
EcclefiaUici^ ficchè non fu (oggetto ad alcuna regola nel maneggiarli;
imperocché, procedendo con ragione, fe la Chiefa di ciafcun luogo è padrona
debeni che poiTede, perchè il dominio è fiato trasferito in lei da chi nera
padrone, prima colla permifllone del Principe, il quale colla legge le ha
concedo T acquifiare; refia che i beni medefimt debbano edere nel governo, e
nella aiuminifirazione di quelli che lono deputati a tal carico, prima fecondo
la difpofìzione della legge; poi lecondo le condizioni che hanno preferitto il
Donatore, e Tefiatore, anteriore padrone; e finalmente lecondo che la Chiela,
latta padrona, ha concedo; non però contrariando alla difpofìzione di quelli
da* quali ella ha cauia .* e quefio è tanto chiaro, ed evidente, che non può
edere medb in dubbio, fe non da chi o non ha lenlo comune; ovvero nel trattare,
e parlare, non fegua quello che interiormente fente. I Cherici fono fatti
amminifiraiori di quefii beni per leggi che hanno concedo a'CoHegj Criftiani il
poter acquifiare fiabili; e per lì tefiamenri, e per le donazioni di quelli che
hanno lafciati i beni loro ; e per 1’ autorità che la Chiefa ha data ad efli
Cherici ne* Canoni: adunque cfli fono .obbligati a governare, e dilpenlare
que*beni fecondo le leggi, dilpofìzioni, donazioni, e dìlpofìzioni
tefiamentarie, e fecondo i Canoni; e quello, che in contrario fofle fatto, non
fi può chiamare, le non ingiufiizia, ingiuria, e ufurpazione. Dicono i
Canonifit, che il Papa fopra i beni, e Benefizi Ecclefiafiici ha pienifiima
autorità, ficchè può congiungerli, fminuirli, iltituime de' nuovi, darli ad
ttutum^ conferirli innanzi che vachino, impor loro « fervitù, gravezza, e
penfioni; (i) e univerfalmente che nelle cofe be nefiziati la volontà del Papa
è in luogo di ragione. Non balla quefio, ma* aggiungono che il Papa può
permutare in altre opere Ì ( 2 ) legati ài pitts Càufes ’ e *pnC) *kcorBr« le
dtfpofizioni de' Tc datori, applicando ad altro quello eh’ elfi avranno
ordinato ad un o(>era pia : e non (i può negare cW quefia fia la pratica che
ha mutato tutto il governo, c tutti grifiituti vecchi: ma refia lempre in
dubbio chi faccia male, e (e errino gli Antichi, o i Moderni, le pure vi cade
dubbio. Martino Navarro con alcuni de'Canonifii piò moderati limita quefia
propofizione, che il Papa po0*a commutare T ultime volontà, rifirìngen dolo,
«•« tìft, $ 4»l t ft mtr*»t Jitt iW « Tfli iti* tht il Tuf* «»■ i, tk* il {fi*
natmraU ) ibi dà ttt» \»Urt. fi ri» fruKtfU tifftitfélirf, 1 rè* U tiMiim ì mmm
r*m th* ftr uffmm» fU vi diu»»* MfféimtAMnn rutmfiM *t difftifsrtrt ^ bc- ÌMa»*
AVtf$ mt»» d' f«tikìn*» cletuliK''rum bonoruoì, dit'nli, fjrÌMnd» dr y*- vt b»,
fe »»» U \ emaft il rni, fr* i ^mslt ttmfmdt tl \mfm mtdefmt, dm ifutfiA Itfgt,
^tund» e%h aUia mwolw dt f*r» iuQt dir['cnÌs(Oiei. tei prof unrores.. .. aJ té.
O^a, ftttnd» S Pé»l«, i Xliaifiri di (Jtii Cr S» fatnreni autem rcuuifkur bona
iù'e,.. .. «m hsmM aUia AmmnAifiTAx»«i*4, f* mtm ^mAl ite. ATt 7 Or4 lA Umiià,
f ad DUtuni. *«« Qfitfruru, Àit» tà ftf. qu In Ec clcfinnun mm. 44. Eim de
ConiUcuctnmb. nipecht benc6cioriuii (U poteftu Pipar, mn reljpeftu bonoram
ip6ruin ficdefiinun tecni. Unire non PO smttrs fìi èà$$, 4* €Ui k* uittt im,
fhi mm nvr«M« «A tuaA tmnt tu mìl* lei», « fr'mn. u, ft Rj fU ftgtu tmfrriti r
DitUtmrmmimé ì'h» U#*» tk* mmi ni dtlU t^im* tk(f.z ni Ji fmitim tkt hm
mUmmémmrm, fff d*Bt»t,Ìx.ii * fht f'» fh mkn m$ uff. dt U4t ds Im si CtUsnu m
mm ^cu» dt fkfktff». i,t ( 4 % l.Csmn^, mm ttmttmti di dmrt e pmfm •t*s ftfr»
tutti fUUmmm, t'ìmn ^ M* sfU Amitit. Vtdi Ftitmt u quell’ autorith, qual’è la
cagione per cui i fuoi Antcccflori di mille, e piò anni, non l'hanno mai
efcrcitata; nè alcun antico Dottore, nè Concilio, nè Storico, nè Padre, nè
Canone, ne ha pur fàtta menzione? Non fi può attribuir ciò all’ elfervi più
bifogno adelTo, che in quei tempi, imperocché ne’fecoli che pacarono dall’Soo-
fino al Iioo. per 30a anni i difordini furono cosi grandi per tutta Europa,
che, in comparazione di quelli, i prcfenti Ibno tollerabili; e pure neffun
Pontefice dintromife m^am daU’altre Chiefe, eli quali avevano tanto bifogno d’
rifere governati. E ancora dappoicHt i n cuml i icim ii w i Papi ad
intrometterfi in qualche parte, ncfluno prcfe mai, fino a Clemente IV., cosi
ampia,' e alToluta podefili anzi lo fielTo Clemente non ha direttamente pubblicata
tanta podefiì; ma trattando altro, e quaC incidentemente.- (*) modo, che non
fuole far intera pruova, poiché le cofe incidentemente dette in un modo,
diretumente confiderate, ed efaminate, bene ipelTo fono in altra maniera
efpreffe. Nè meno fi può dire che ^uefi’ autoritk ferva a bene; imperocché per
quello pare che fieno fiati introdotti quali mtti gli abul!. Di qua fono venute
le Commende, le penfioni, i regrelfi, le unioni, le rifegnazioni, le
afpettative, le riferya I* tb* bmmtt9 imfitmt tutti iS*MÌ. Ma^eftì dù‘ tflt,
ittàQritw Hfipa. (]utfn S*nA»nun. ftr vuétn (•fru fin «fmtd*t» Im prttmfitintht
iu.it fufut éiijiltt UPudmt» ài tuttu • terr», l*fiir*UC«mm$ittMrmà'Ìm u ef m
*M IV. ftfrm il Cuf t. kitn de voto, devoti rodempt.iM umtjl» ftttnfimt i ii mfi
tm fmfmtmt» du Ftfmuuiu K»« futi libai. Cdotromf. iUHA.ctp.hi. « àuGfttJ» tut
}. d$i fu» Mire iibcrum. («) Tibi date, dira O'aii- Cnjfc a S, Fittr», tUves
regni csloruni i Et quodcunvjtie ligaveni tHper cctnsi, ern liganiai et in
c«lu. Maer.ié. ($•1*. Quorum rcmlfentu peccata « ramituiiiar all et quonitn
minuerina, menta lóm. Jaamd ao. ^tr U citavi dtt Eejor dt'CitIfa imtiadtrt a $
^trrrr, eia mn gh dà fl mammut pmnfduàam ffiritmala, attafa ria il fa* Wagaa i
C amamtt ffirttmak. Regnum memn non «A d« Mniido. Juan. 1 1. ti tata luipta MWi
è MtitpCH ralc. C*) ArtiraUta. gmaft.ì. (*) Vedi Partitala jf. r taDHratata di
tt malta ammatautai. lifervazioni, le annate, i quindennj, e altri modi, che
nelTuno difende, fe non il'cufàndolì colla corruttela generale de’ tempi. Reità
ancora una terza dubitazione non meno confìderabile in quC' ita materia, ed è,
che di quella autorità cosi aifoluca, dappoiché i Pontefici hanno principiato a
valcrfene, i Regni CriHiani Tempre ft Tono doluti, e loro hanno fatta qualche oppofizione,
come nella Storia di Topra fì è narrato; ficchè i Pontefici lono (lati
necelTitati a moderarli. £ la moderazione non è fiata condeTcendendo elll a
laTciare d’eTcrcitare l'autorità prctelà, ma per modo di tranlazione, ufaro
nelle raVioni non chiare; concordando co’ Regni, e per forma di contratto rk
ìolvendo fino a che termine la podeflli loro fi flendeire : cola che non s
aVrebbe potuta fare in pregiudizio de’Succeflbri, quando foflfe nel Pontificato
oueU’aurorit^ cosi lil^ra. Papa Leone X., per levare la prammatica,» il
concordato*, e cos'l egli fleiro Io chiama nella Bolla. Non concorda chi (i) ha
una pienilTima autorità, ma tratta co’Sudditi come Superiore, e per modo di
conceflìone. Non To forza fulla voce, ma Topra tutta la cola ftelTa. Non Iblo
Leone la dimanda Concordia y (a) ma dice ancora ; Iliant veri contraHuSy
Ù" obligaeìonis inter Nos, et Seder» Apojiolicam pradidant ex unoy Ò"
prefatam Regem ex altera partibus legirime initi- Dimanderà alcuno che ciò fia
dichiarato; Eflendo il Pontificato Romano in differenza col Regno di Francia,
pretendendo il Pontefice d’avere affoluta autorità Topra i Benefizj, per
rifcrvarfcgli &c., e pretendendo il Regno, che l'autorità ila de’ loro
Prelati, foraiano due parti litiganti; e per impor fine alla controverfia,
fanno un contratto legittimo di obbligazione, con cui dichiarano qual debba
efTere 1’ autorità dell' una, e quale dell’ altra: come potrà dir alcuno che la
pretenfione del Pontefice fia legittima, e chiara? Non pofTo dire di Taper
riipondere ad alcuna di quelle difficoltà; e rimetto al giudizio de’Savj, fe vi
fia qualche riljpofia: dirò bens^ che, lervando quello che per più di mille
anni è flato lervato, che i beni Ecclefiallici fieno amminiflrati in ciateuna
Diocefi da’Mintflri proprj, fi fugge ogni difficoltà; e Te gli elempj ci
debbono iflruire, laranno meglio, e più fruttuoTamentc diTpenlaci, che ora non
Tono. Nelle tre QuiTlioni (*) prime fi è trattato de' fondi, e beni ftabili
Ecclcfiaftici : ora rcfla la quarta, dove fegue il trattare de’ frutti, o delle
rendite, ed entrate di quelli. 1 Santi Padri, che hanno Icritto innanzi la
divifione de’ beni in quattro parti, tutti concordemente hanno detto, ì beni
Ecclcfiaftici efler beni de’ poveri; c il Miniftro Ecclefiaftico non aver altro
potere in quelli, falvo che di governarli, c diTpenlarli fecondo i biiogni di
quelli; dichiarando non Tolo per ladri, ma anche per lagrileghi quei Miniftri
che fc ne vaìeirero per altri ufi, fuori della loro iilituzione. Non
maneggiavano tutti gli Ecclefiallici i beT omo II- N z ni ; c (t> > ftfft
M guita la divifione, S. Gregorio, che fu poco piu di 100. anni dopo, e S.
Bernardo, che fu quali mille anni dopo, efclamano gravilTimamente centra quelli
che fpcndono in mali ufi l’entrate de’ Benefìzi, come con. tra perfone
ufurpatrict de'beni comuni, e uccifori de'poveri,i quali dovrebbero eflcr
follcntati da quelli, {a) Cosi fcriflero tutti i Dottori fino al 1250., quando
s'incominciarono a trattare le cofe piò fotcilmente: e tenendo per cofa ferma,
come da tutti i Vecchi era fiato detto, ch’era peccato IpendcTC malamente
quello che fopra vanza al moderato bifogno del Chcrico, fu ricercato fe i
Benefiziaci, non fpendendo negli ufi debiti quello che fopra il bifogno loro
avanza, pecchino folapiente come chi fpcnde male il fuo, o pure fe anche, oltra
il peccato, fieno obbligati alla refiituzione, come chi malamente confuma quel
d’altri: le efii fono padroni de'frutti de’Benefìzj, o, come le leggi dicono,
ulufruttuarj, quantunque pecchino mal amminifirando, però non fanno ingiufiizia
contra alcuno, nè fono tenuti a rifarcirc alcuno, poiché non hanno mal
governato quel d’altri, ma il loro propria ma fe elfi fono dilpeufatori con
fola podefik di ricevere i loro bìiogni, che la legge chiama ufuarj, (^) quando
non «U^mioao.rettamente, refiano con ' obbli. ( I ) ijfraia U Ctitf* iivntut»
riee» ìm CafitsUi ut fffradB i t i Vtfttvi dijtraiti ialU r«r4 dtlSt ttft f»
•rimato dal CaBùlia Caittdantnft, ih* i Vtfttvi ifiitmjtr» a2t*nam», faniò tura
dtllt rndiit dtUt laro Ckieft. Quomiin, diet in noBouli» Bccleiiii Eplfcopi
abfque Occonora» tnéUfiT rn EtddladKU, pltcuit ooinctn Ecc(«Jìitn Epiftopum
habeotem «x propjio CJero Of. conomum qut!eo ret cius liilfipemur. Se ptubruin,
ac dedetuf Cucrdotio iniiramr: fi ameni hoc non fecerit, eom diviob niam
Cononibua fiibiict. VideCan.ii*CnnctU Nit^ni u GU £ù traat thiamati
VicediMnini, tono* fi vtdf dat Caaoiù Volonuii a. et Diaconum J. difi. *9. i
^uali ftnt tavati da $. Grtftria. KircdxMMi dt'nftovi, duo la V*rromiama, fi
thiamavaaa tmt Stgmari è ituali tra»» Vftar) it'Vtfttvt ntUa ttmftraluà àPlara
V^tavan, M Sknari dtll» ttrra. l*; Vide Nooiocan. rhotti, tit. la cap. i. 8t
ibi fialzamon. (a) 0» thiama^afi il CWijò if'Prrti, r do' Dlatami. Tatti
iFafari p fartavaao a f» C*f>' Uri», affiuilt} fU ijAmmaHf, t fei m jaeifit
la [ma Ttlavtnt allaÌ,»afTr^aiMa* giatraU, tUì, a tutta la dt'Ftdtli. ( 4 )
Cuoi BOSf diti S.Gr»i»ri» A4, j. dtUa faa fafi. amm. aa. neced'arU
indif^niib”'intnillraiMut, luailUireddiimu, jui'(jirqucp«iiitdd>itum, quatu
miièriciRdÙE opta, implemot. Cm^ 94-:.^* mai dtaaté il ntdrimtnt» afmri, nei
rrmdiam.* Ura tà dt Uro, i facriama fia tifi» ma' tptra di pmfiitia, fhr ma
aftra di «i^r«riÌ4 ■ Perciò dietro Cantore dice rbc i Stmefiuau a*» [anma lata
Uatefima, frfiamda lor» afifimta, arttfótbi rii ehi donamo »«a > di Itr», ma
di Gita Crifi», il rmi fstrimamta aoamiffian» im 9 « 4 netur Epifcopui duan
nuanai ad miniu diftrìbaere ia pau[ unomembro. fciijcer, Clero, a uli
coaununiq^, quia jaai tubet propnas pr» bendat loro fux poninnii, reminem bona
epifio« palla cooimunta reliquia trtbua tu, quod p;itiperitma remaneat debita
quaru portio, de Eecldùeitbricc fimiliier lua quatta pórttn. Camamat. a. a. }«.
ilf. art, 7. ia raff. ad qaafitanam l. Sì aurem, aU'tgii mila ttf^a alla
fttanda faifi. redirua Epifeopi untureti, ut rationabilitcr amareat quod non
quali prebenda fibi refpondetr, led quia pater di paupenim, iRÌnit ranta bona
lux funi fi. dei romnimt, ut diflribuenda ..... ita quod £pi« (icopui taiU male
dirpenfaiu, de illi od quot hxe perveniunt, teivei^tur ad reilituuonem orni
urnil. In^m f)ti« puuicnbut, vcl Ectlefij* dcbemur.R*. tiotubiie lUtem videtur
quud, fi abuitdanter redi, tut ex eccl«nafiici( dRÌm», aut poflcfitonibuiroR.
ftant, «ommilla line Erilcopii, ut pitribut pauperum.... PofleSìoaei aurem
lepre, aatdonatx Ec. clcfix caibedfìtU in ranu abundanria, proculoubio
tTcdendum eli quoti ut patri piupermn Epifcopo treditx fiiDcideo enim Epilcop»
datx funr, quia occutara fide perlpjciebiiiif eoi effit pitres uupe. (*)
Neepum, dit’tfli, propterea quod Papa ha. bet picnitudincm oorellatit
Ecclefiaftir*, ^boe poflit de bonia Ecclefix dirpqnerej quoniam plenitudo
potcHatit Ecciefiailica; intelliKìmr in ^frinii, libi» uiitum .... Unde ita
tcnentur ad reniiutio. nem qui a Papa bona Ectlefix fra lihita fafa ha.
buerunt, ut ditcotur, exaltennir, de magnifircn. cur, Cià tarea fUramaatt il
Iftfatifmta, ataadaama faraaalaatata la Dattriaa dt'Qaaanifii, i ^mati dira» uà
eha il Fafa fai dart i Bemfit) ad nurum, « a. fu. a. dUa tba papa p«c. rat monaliter,
fi vult rei Eeclefialticas confiimere in turpe* ufiu, vel dare Contàniuineii,
ut eoa dìvttes prz aliit vel ut ipfi con&nuoc p Io erodo che lenza una
Cottile difputazione fi poITano risolvere tutti I dubbj occorrenti in quclU
materia: e primieramente, per parlar a parte di quell’ entrate che per li
teflamenti, o altre loro originarie iHituzioni lòno dedicate, e ordinate a
qualche opera pia, io credo che fieno cosi obbligate a quella, che lo
appropriarle a sè, o ad altri ufi mondani, po0a efier chiamato liberamente
ufurpazione di quel di altri : e Ce alcuno de'Bcncfiziati Ecclefiallici refia
di efeguire le ifiituzioni delle quali ha cura, applicando a sè, o ad altri
quell’entrare, non credo che pofTa Cotto pretelle " t,• di non elTcr in
pari grado ad a se quello eh’ è laCciato dal il quale non ingannerà sè Ilei
altro canto il debito vuole, che chi è Cervito paghi la mercede all’opcraio, il
quale polla fame quello che a lui piace : nè può efler dubbio, che il Cantore,
l' Organica, e altri uli che fervono la Chiefa» non fieno padroni della mercede
che perciò hanno. Non è incovenientc dire che anche i Preti, c altri Chcrici,
per li fcrvizj che preflano alla ChieCa, debbano avere la loro mercede, della
quale fieno padroni: e quando un Benefizio e ifiiruito con un particolar
obbligo di lervirc in determinata coCa alla ChieCa, come fono molti Canonicati,
manfionarie, ( 4 ) Prebende Teologali, e altri tali Benefiz;, non è
inconveniente dire che fia mercede di quell’ opera. Sono cos^ antichi i
Benefiz), ch’è perduta la memoria della loro ifiituzione; e però non fi fa, Ce
aveitero obbligo alcuno, ovvero no: ma anche l’uomo di coCcienza Car^ ben
certificato, quando confiderei^ la quantità dell’ entrate, e il fcrvizio
ch’egli prefta alla ChieCa; perchè, le quelli due fi bilanciano, può credere
che il Benefizio fia un luo faJ.irio; ma Ce l’entrate avanzano di molto, non
potrà mai in sè ftcITo fingerfi cosi lemplice, che creda tante entrate cllergli
fiate Ufc late per fame quello che vuole; c non Cappia clCer nccclfario che riftituzione
portalfe Veco qoftlche obbligo; non elTcndo veriCimile che per lui lolo tanto
folTe aflcgnaio. (è) La conirovcrfla tra ì Donori; ch’è difficile, dilputando
in univerfale, da riColvcrc; è faciliflìma, e Cenza difficoltà, dilcendendo a
particolari; c la coCcienza, a chi non l’ha per propria malizia foffogata, (i)
fui panicolare rilolvc facilmente tutte le difficoltà ; (e) imperocché Dio non
ha lafciato incertezza ad alcuno che voglia camminare fecondo i luoÌ
conundamcnci. (d) ì di quaiiivogua icuia, o colia, ictiiam ogni elecutore di
tefiamento che applica Tefiatore ad altri : e reputo che ogn uno, [fo. avrà per
collante quella verità. Dall LUI. (f ) Minfjonjnu», Ourfrit HtlU fus
imttr}t*t*u*m* it'nmn titiffimpin, difilli tft orti». * (onterraior acdium
EccUfiiftkanim, te»pl^ inni, «c »lf«riuin. l«»n. et domeftì tu» • mtnfinne.
Hodi* in nmltii Etflcnis Mwnt. curitnquf pÉilmodi*, fi «luriuBi hsbene OmJil
r»fi*m$[liM m»ii» *1. ) Iniqua, iùt il cHn In decima nm in novo TdUuicRto, fi
ultra hooorabilc fiipcndiiun MiniArorum Dei, fuica lenun aEAaeflón uni
depueirerur cam ditnno rotiiu populi. aifiae patri poupcnim CMMwu.a.a. «mr. M
uff. »d ». (* ) Ck' > (!• tkt S. rirtmfft l vrnra nrrtMjmjfiun, ventoiem Dei
in injulUiin detinent. X*». i (e) Intcllcfiai ben» ocnnibui fi^ientibui eum.
Pu.tio. (d> Deui «nim iUit nuniieiUTÌc IUin.i. LUI. Quanto a gli acquifti
nuovi, ogni perfona prudente avrebbe penfa. io che foflero al fine, ovvero
almeno che poco più, e aflai lentamente fi potelic acquiftare. I Cherici, i Monaci,
e le Milizie non hanno più petfona che porti loro divozione: i Mendicanti, che
gii hanno avuta facoltli di acquiftare, non poflbno fperare d'efeguirla dove
non 1 ’ hanno potato fare fin ora; e dove hanno acquiftato, fe infieme non
hanno perduta la divozione, poflbno fMrar ancora qualche aumento, ma molto
leggiero : quegli altri, che fi fono fatti deludere dal privilegio che il
Concilio di Trento ha conceffo a tutti, dell’acquiftare, come 1 Cappuccini,
coniérvano la buona opinione per caufa della loro povertà: laonde, fubito che
mutaflèro in minima parte il loro iftituto, non acquifterebbeto ftabili, e
perderebbero le limole. Adunque pare ebe non redi modo d’andar più innanzi. Chi
vorrà iftimir Ordine con facoìtb di acquiftare, non avri credito: chi lo fari
con vera mendicità, non può fperar acquifto, durante quella; nè 'credito, fe la
muterà. Ma con tutto ciò non è mancato anche modo proprio, e fingolare al
noftro fecolo, c non inferiore a tutti i paflàti; e quefto è fiato l'Iftitutp
de’ Gefuiti, il quale, profeflando una miftura di poverrà, e di abbondanza,
colla poverrà acquUla il credito, e la divozione ; .,e ha 1 altra mano capace
di pofledere, la quale riceve quello che la Compagnia acquifta. Hanno iftituite
le Cafe Profefle (l) con proibizione di poter poffedere ftabili; ma i Collegi
con facoltà di acquiftare, e pofledere. (z) Dicono, e bene, che neflun governo
femplice nel mondo è perfetto, ma che la miftura è utile ad ogni cofa: che lo
flato di poverrà Evangelica pigliato da' Mendicanti ha quello mancamento, che
npn fi pof-. fimo reggere con quello, fe non i giù incamminati il numero ' de
quali non può effer grande : ma effi ne’ Collegi ricevono, e iftruiicono la
Gioventù, e la rendono atta, dopo 1’ acquifto delle virtù, a vivere nella
poverrà Vangelica ; pcrlochè U poverrà è bene lo (copo, e il fine loro
effenziale, ma accidentalmente ricevono le pofleflloni : con tutto ciò è meglio
fermare la credulitì fopra quello che Q ve. de in effetto, che iopra quanto lì
predica in parole. Sino al prefente fcrivono elfi d’ aver Cafe Profefle zi. c
Collegi zpj. dalla proporzione del qual numero ogn' uno potrb conchiudere,
quello che ila loro effenziale, e accidentale. Certo è che gli acquifti fatti
da loro fono grandilfimi, e che camminano ancora verfb l'aumento. Siccome il
temporale tutto’, che la Chiefa poflede, viene da limofiae, e obblazioni de’
Fedeli, cosi parimente la fàbbrica dell’antico San• tuaiìo ( I ) NtlU fmali U
Cm» JUmit. ttm éiktv* uG*mtrMlL*ì»*t. (s) Ifmdt fim$i ÌmàM% f«t «MMfwr* wutti
fmdmm. l'htM tgtrvm fw MttUtmtélmtntt, tStt. tJuU ùdiév» mkt» i Gtfmùi, * e*mt
imt» Vtmftrmtk'i un ftn» «Mi jf«ri »m*ti Vmnxi»t $ (tm ft (In il Urt IHttut,,
fi» autmfmtkiìt etti MUMM. t f» MM itìU firn ftrti r»timù ìIh »U*ii il Ehi* 0
#M« mI C*ritM»l Jì Git)^0j il yiMr fMteitsv» il Ur» r 'utrm» um «M ttetfiv»
frtmmrs mtir»m»* 1607. « (à eh* U b* fti ffirit*, « dtfitfni. mtMt di tkt fi
\»»U I» mm G«v#pm, vt tute* fs tmief!, *d etti imftrt» per etrt» editai di
Stmto, eii* i Ireti, i twtuif i ftfUi tuario nel vecchio Tellainento fu fatta
di UmoGne, e di obblazioni. All'ora quando fu offerto dal popolo quanto
ballava, e tuttavia le obblazioni continuavano, i Ibpraflanti alla fabbrica
ebbero ricorfo a Mosè, dicendo : il popolo porta troppo per raperà che il
Signore ha comandato.- e Mosd fece un bando, che neffuno faccffe pià offerta al
Santuario, perchè era flato offerta quanto ballava, e di piùtonde (d) fi vede
che Iddio non vuole il fuperduo nel fuo Tempio; e fe nel Tellamenco vecchio,
ch'era mondano, non volle tutto per li fuoi Minillri, meno lo vuole nel nuovo.
Ma dove hanno da terminare quelli acquilli’ Quando s'ha da dire tra noi; il
popolo ha offerto più di quello che balla è Alf ora che i Minillri del Tempio
erano la 13. pane del popolo avevano la decima, e non era lecito di paffare 1
(r) adefe lo, che non fono la centefima, hanno forfè più della quarta pane. Non
è conveniente che Taumento de' beni Eccfefiallici fia inlìiiito, e lìa ridotto
tutto il Mopdo ad effere afiìttuaie. Le leggi umane tra'Crillia. ni non hanno
determinata la quantità de'beni ad alcuna, perchè chi oggi acquilla, dimani
aliena : £' molto Cngolare uno flato perpetuo di perfone che fempre polfono
acquillare fenza mai poter alienare. ( i ) A'Leviti nel Vecchio Tellamento
erano date le decime, perchè erano l'eredità di Dio; (d) e per ciò era proibito
loro aver altra parte; (e) cofa, che conviene a chi vuol valerli de' privilegi
loto, pigliandoli tutti, e non quel fo|o che conviene al proprio profitto, (a)
LIV. I E' flato abbondantemente detto come fieno flati aoquillati i beni
Ecclefiallici a chi foffe commeffa là loro cura; e come foffero difpenfati. Non
fi è parlato niente di quello che £ faceffe, quando alla morte del Benefiziano
fi ritrovano alcuni de' frutti non ancora difpoili, fe egli per tellamenco ne
difponeva, 0 fe «è inttfttn pafiàvano in altre -. petto. $ 4vvitif(tn» vhs
lUtntiét, t BiW f rsmtM. (») Obt^tfnint meme prnffip*tffnu «qtte devota
firimitÌA» Domino, ad facie^idum ofui ial>er. fàacuh ««ftimaiiit t ^ntcquel
«id raltom neteditttim «rat «tri cun nialieribiif pr»buctrMa M mifmrs eh* il
Ckr* fm\ KtddCsni fui Traicaco della Politica di Trao» eia. id) Ariff, dir* Di*
ad Arem, da hù tfuar ànttiàuumir, ét oblau iunt Dotruno .... Ooioia obiniio, et
ehi, dk'e^li, m mtdtjumt f*mt U trntft r utm, • U tmm nZlirÀ. It>l. emmf.tm.
fw.i. con fiJcnuQ, lènza che vi folTe alcun ordine, o legge che ci&
concedcfTe ; ma fempic con qualche mormorio, cosi degli eredi del Prete morto,
come anche delle altre perfone, per le lèvere eftorTioni che ^cevano i Collettori,
e $otiocollettori, i quali mettevano in conio di fpo^tie eziandio gli ornamenti
delle Cbiefe, c davano molta molellia a gli eredi, anche fopra i beni
acquillati con induftria, ocavati dal patrimonio; tentando di farli apparire
come cavati da’ Bene6 zj; e io dubbio di qual qualità foflcro, fentenziando che
apparteneffero alla Camera; e travagliando chi loro fi o^oneva con Icomuniche,
e cenfure. In Francia l’ulb aveva introdotto che le fpoglie de’Vefcovi, e degli
Abbati lì applicalTero al Papa : ma nell’ anno 1385. (*) Carlo VI. Iq proibì,
ordinando che gli eredi fuccedcflèro, cosi in eflè, come ne’ beni patrimoniali
> ( i J In molte Regioni fa l’ ufo introdotto, e continuato lino a quello
lècolo ; quando per 1 ’ eUorfìoni de’ Collettori crebbe cosi la querimonia di
molti, che alcuni ebbero ardire di opporfi apertamente, e negate che le fpoglie
de’ Chetici morti toccaflèro alla Camera del Papa : Perlochi nel 1341. Paolo
III. fu il ^rìmo che fopra quella maceria fece qpa Bolla, dicendo che alcum curìoli,
( a ) per ufurparfi 1 ; ragioni della Camera Appollolica, e defraudarla,
mettevano in dubbio fe i beni de’ Prelati, e di alme perfone Ecclelìadiche,
chiamati, Sfoglie, appartengano alla Camera, per non eRèrvi alcuna Coflituzione
Appollolica che glieli applichi : febben dall’ aver mandati Collettori in
diverli luoghi apparifee chiaramente cOcro fiata mente della Sede Appollolica
di rìfervarli, e appropriarli alla fua Camera : per tanto dichiara, e ordina, e
collituilce, che alla Camera Pontincia ( 3 ^ appartengano le 1 ^ glie é.
Otltitt.. Ó.) OrJùisuétu > riftriis »IU iifiaf fart. ). luI.farlun'.TH. ar.
tdm fittifm tlU t «»• fkMms, ft't ih^riu fmtln «• Jl éU4 Jtll* iJltrSni, $
d*lf4 tfif^fertsàUì rW TMifutmtt. ^od iptcwnabik, et irrauopabilc exiftit, Ikci
deiure.ufa, Accoofuetu.dine, Ac rommunt obrervantia notorie obferritii.
£piln>pÌ5 re^i noftri teftari iicest, Ae in IbU reftamentu ft^utore»
ordinarv i qnt prediAi ex*cutorv*> kìtrm ipforuen EpidujB (afiu ereniunt,
per iudicei i Ac ntEriarioi noilroe cocBpelluBiur, A( cocnpelli conl^aeruat. Et
cam ita Est, zdiÉc», le poJTclKonea didonim adiEcieoim Epiftopaliiun in Qain
non dcloniu pennanebuat onni ruins carvnen. Anatm. bboc> ^un Bpifeopum in
recno noltro ab lufc migrare contingir, Cotleaaroi, sut ^bet^ledoret uumni
Pontiiina tn provinciù, quibui iub&Qt hujnfiaodi Epiiropt, ipuiu fiimmt
Ponriiitie auAonute, bona moWia, tnmobtlit, «x ^ceiTu talium ^iftoponun relìAa,
ctiain illaoiij«r fuiot induQrum quaiìeraK • que aoipliiu ipfbnim EpiEopo un
ncquecanfeanir, iéd ad (boa bereder, aiu comcn «aecutota rpcàaói, capiunt.
Notum i|itur kcimut, Acc. Km i ^rfi titt» emrùfitm, *mmuU fi Lt « fart fM
frntnpmi trttfivaf Carta di Sjms à* prattft tamta taft, rie fimsimtnta ì fimta
tmtfisna dma»darU U rrrU. X# imtrapTifa da* «pi kmmffaffa ftfimui trimaipi «
pmdar Taratj, r %U UanNor datti m fmndat la ptaaa, far liufiifitart l'armi.
Cuoi a aonnuUir nimìum curìofìs, qui |u*•- OmiiiM Apafiilw uiiarpara, ac
Caineium pr«fiuam illta detraudare vdleni, in dubiom reniga, tur, an rei. Ac bona,
nur-ntpata. Prelatorum, catcraronqoe perióoarum Erclefiadica’ucu, iècuIariiLm,
Ac rcgularìum, Mmpore obhua iptò-, rum rananentia, ex to quod Rom. Pontifici,
Ac Camere prsteu rciervaii fore, aliqoa gencraJi i^ftolica cooftituriooc fbrfin
non caveatur, a4 Camcnin predi Aam jure Iwititno tMftare Aeperlinerc debétne.
Noi, età wu evidcatcr conibrc Ac appareat, prsdetsBonun noftronim Romao,
ponnneum, Ac nollram indubiaro intentionem Ac voljtuatem faaper fuifle, ut
haidaKiiti aa diebun Camerarn CpeAnreocAc ^rrinereiK, Acquod prò eadem Camera
eiigcrcntur, Ac mqperaikm cur, mai Pnrrdeeenbm pnciiii divcrCa difiortim
fpolioruu, ut ad Csmerapt rpcAanrìum Ac pertincimuin, Coltedom, Ac Exa&orci
in variu pròvincili Ac loctt depataverint Ac rooiiituerinc, Ae noe depatavertmut
Ac conlbnierinuis t ac (ftnper de tlUs diài PrndeceiTotei per picrai'que
liter», lantnam de rebua adCanMram pemneoribut, dc^ naoM, vel
craoilgendodifMAieriu, Ac noe di^ofaerioiga..,. dubrua huiolinodi enucleare, ac
ia pt« que qatlitat», de ejaamitam exiftentu, aciaqnibufrii regionibui, de
regnii, ae doenìniù, uni citta, quain oltra montei, de maria coadQeotia^ per
quotTÙ Clericet, tam (ècatarei, qoatn tega, larei, dee. ex negonaiioae
tlticita, aut aliai contra (icrot caooaei quomodoiibetacquifìta, ad eamdem
CaiDcram, de non aliot, etom 10 quiboC vis CathedraJibiu, etiam Metropolicanif,
de Collegiitit, ac aliii EetleGit, Monaftcriii, holpitaliboi, itvìIkì», dee.
racceflbret fpeAare, ac fób no. mine rpeliorum veaire, ii!sqae oti ff^s ad
Cameram pertinentia, perpetuo eolligi potuiffè, poC (tf oc debarc. tft vtm.
1560. iM. taf. mltim. o8 do, e pagato quanto fi h convenuto, ogguno dice che
del rimanente fia aflbluto, e lo poflà lecitamente tener come fuo, perchè il
Papa è, come fi è detto, o padrone, o amminiflratore univeifale e quello
chiamano compo^ colla Camera Appoilolica : il che viene anche llefo molto
ampiamente, ficchè quelli che o fanno in cofcienza, o dubittno almeno di avere
cofa che loro non appartenga, onon fanno a chi reftituirb, fanno la compofizione
i DE JURE ASYLORUM LIBER SINGULARIS RETRI SARPI J. c. AUGERIUS FRIKELBURGIUS I-
G. GERARDO MALDECHEMIO S. D. I NcidIt tiuper iti manus neas Itali cnjufiam
traSatus De Jure Ajylorum, quo cuuSa qua hoc de re in memem wnirt pojfum non
perpenduntur, «Ir examinantur nodo ; fed et definiuntur ex legum prefcripto
clara profe3o -, doSaque^ (y perfacili methodo. Oper^ me pretium faSurum
exijlimavi, fi, utcunque pojfem, Latine facercm qua nagnus vir Italice
confivipfit, tum ut ekgontijjimum opus ab iis etiom, qui Italico nefciunt,
legi, dr intelligi pojjit ; tum etiam ut tu ipfi, mi Gerarde, tuique fimiles,
pietate aliquanto plus quam aMSit cogmfiere pi^ tis quid Itali-, nationum
omnium religiofijfim -, hoc de re fentiant-, dum Ecclefiarum quidem immunitatem
non filum tuentur., atque fartam teSam conjervant; fed au&am, &•
ampl'ficatam quam maxime volunt. JuJUtian vero qua delilla pleSuntur, ó"
publica quies-, eb* tranquillitas maxime fufinetur-, tantum abeft ut opprimani,
ut etiam ubique adniniftrari, atque exerceri decernant. Quo egregio umperamento
non Ecclefia minus, quam Forum, dy Tribunalia, fitum jus retinere ptffint.
Vale. INSTITUTUM OPERIS ET SUMMA. Criptorum in Jurifprudentia gregcs, atque
adeo rem quamlibet facilem 8c cxpcdìtam obruunu et abfcondunt, ut per mihi
mirum videri non poU iìt, fi EcdeGanim, quam vocanc, immunius,tot Poniificum
dccrctis* ftatuiifquc legibus clara, Dodorum adverfis opinionibus acqua
fcntcntils mirum quantum di(ba£la, ac dilaniata, vix fpeciem reterai fui;
fitque fxpius in esula, ut intcr Eccle^ fiaUicos, dcLaicos Magiftratus, muli*
et mago*, immo vero inexplicabiles coatcntìoncs oriamur. Quam ob rem frequenter
in mcntem venit quam re£le, et ex ufu publico faccret is qui rem tanti ponderis
ac momenti, dilputationibus qu« vcritatem bue Uluc trahcrc lolcnc omiflìs, fine
fpe, Scambitionc, gravitcr, et accurate traftarct. Sed quo niagis id optabam-
fieri, eo quoque impenfius a fcriptione abhorrebac animus. Modo vero, cum mas
accepi licteras, Prsful fan{lUIime, quibus me diu repugnantem, et inviium ad
fcribendum hac de re lumma qua poUes au^orliate compellis potius, quam invitas,
et aU lids; tuo quidem imperio, prout maxime dccet, obtempcrarc decrevi; fcd
brevi, ccrtaque methodo, ut 1. Quid leges Principum, Quid EcclcfislHo» iuca. Aatuant
primo videamus: 3. Rationes deinde, e quibus tot Scriptorum opiniones incer fe
repugnames originem traxerunt, afieramus in medium ; ut deroum 3. Quid in
judiciis, 5 c praxi oiimìno Hatuendum fic a quolibet cognofei polTic; nec
valeant in pofterum nonnulli e dupondio Turifconfulti, aut verius, numeris
omnibus abloluti aHentatores, tam preclare imponere, et fucum facere
judicantibus» CAP. r. De Princl^ ìegìbas^ EcdeJiaJÌkif(jue eonJlU iutìonihus, T
Otis quingentis annis poti Chriilum Jefum natum, nujlus cft Ecclefialticus
Canon qui de hac iromunitate decemat. Imperatorumi tantummodo legibus Gatuitur;
quarum fex a JulUniano in Juris Civilis corpus rciat* mnt. Harum primam
Arcadius et Honorius, Augufti, anno poli Chriftum natura CCGXCVII. ftatucninc,
qui reatu de Ut, qui ad Eccitf. . Ili no» diqm), vel ieihù fotigéti, fimdant fe
CImJHau legi vtHt nojMgi, M, ai Ecclefua (mfiàgientn, evitate fojftnt crimma
^vel paniera iebitanm, aneti debire; nec ante fafcipi, quam ieiita varuttfa
reiiiieritit^ vel fnerint, innecentia iemoaftrata, purgati. Poli hanc iMem idem
Honorius cum Theodofio anno CDXIV. generatiin fanxiCy Netnini licere ai
facrefaaSas Ecciejias confugientas abin. cere, ea condjtìone ^ ut ^ Ji quifquam
cantra barn legem venire tentajfet ^ fchet fe Majtjiatis ctirnine effe
retinenium. At anno CDXXXII. Tbeodofius ipfe una cum Vaientiniano leg«m tuUt,
ut ( A ) fermi, fi in Ecclefiatn, altariave armatut trruarit, exinia prMinns
abfirabatur, vel caniinuo Damine iniicetur, eUtmque max abflraien. ài capia nan
negetnr ; imrao vero, fi armerunt fiducia refifienii anhuum canceperit,
abripienJi, extraeniique quibut ii parafi efficert viribut, atqua pugnanda
impune accidendi, Eadem lege Domino fàcultatem facic. Marlianus vero Imperator
anno COLI, edita tege, {c) feditianet amnes, canctamarianei, tumultum, et
impetum in facrafanSii Ecclefiit, et aliisvenerabitibus lacis, in quibut vara
campetit celebrati, omnino vetuii ; ultmù fupplicii poena propoliu. Et anno
CDLXVI. Leo Imperator (d) lege decrevit per amnia laca valitura, excepta urbe
Regia, in qua degem ipfe, quatiet ufiu exigeret, preUntanea eanftituta
prafiaret ; nullas penitut de facrafandis Ecclefiit expelli, aut trabi,
vel,panabi canfigat, nec pra bis Epifcapas exigi qua ab ipfis debeantur- iis,
qui bec maìiri at^s juerint, capitali, et ultimi fupplicii animadverjtane
pleStendis : fed, ipju Jervata lacis reverentia, vadati paffint^ r^uga, (5*
Judicum, quibut fuojacent, feneentiit maneri, atque earum arbitria, fiate per
fe, five infiruRa felemniter pracuratare, in ejus judicis, cujus pulfatur
fententiit, examine refpandere ■. Multis conftitutis tuiflionibus, ut
credilores folvi pofTint a debitoribus ad Ecclefiam confugicncibus : Servar
autem, 0* Calanas, ftmiliaret, five libertas, 0* alias amtefiicat perfanes, vel
canditiani fubditas, fi ad faerafanSa fe laca contulerint, uhi remijfiane,
venia, et ftcramenti interventiane fecuri fine, ad lacum fiatumque praprium
reverri aebere. ^ Juftinianus deniijue ipfe anno DXXXVI. vcluti non minus
jullam et reélam, quam ufu receptam, fanaionem refert, et conftituit; (e)
Nequa, bamicidis, ncque adulteris, ncque Virginum raptaribus delmquentibui
terminaram caueelam cufiadiendam; imma extrabandas, et fupplicium tis in.
ferendumt Cum templarum cautela, nan nacentibus, fed detur 4 lege'. ir nata fa
pajfibile, utrumque neri cautela facrmum lacarum et 1^tem, et lafum. Fiuta fune
notabilia, qua: ex hifee legibus manifefte conlUnt.' L Ecclefiallicos Prsefules
iis tempo^fana ne cogitaffe quidem ad ofiicium iuum pertinere ut leges, aut
conllitutioaes conderent de Eccle. Carum immunitate; immo vero, cum certo
Isiceot Principis eflè id (latore, ab eo leges accepilTe. Huc accedit quod
aiuto CCX^XCIX. Concilium, ut vocant, generate Africanum mifit &ugonium,
i(. Viocen^m, Epifeopos, ad Honoriust Csdàsem, qui i^^liciter petetent ut m qui
ad Ecclelias AIricanas confiigecent, licer deli^ pcrpettaOént ab iis non
extraberentur. IL De ( a ) Sai. I. rUclH. { b ) Ead. t. Si fcrvut. (c) Eoi. I.
Dauaàamai. (.a) Ead. LVrt^l. ( e ) .autx Ite nuui frinc. tal,, De hac
Ecclefìarum immunitatc ne vcrbum quidem faflum fuiffC) non modo dum Romani
Imperatorcs Idolorum culrores fuerunt; fed ctiam centum annos poflquam fibi
Chriftianam religionem ìnduerunc, nuUam omnino ejufdem immunitatis mentionem
effe fa6lam; cum nulla hac de re lex repcriatur ConlUntini, aut alionim
Imperatorum, ufque ad Arcadmm. Hujus autem rei ccrtilTima caufTa haud longe
quzrenda eli. Etcnim, fi Chrifli fideles ea temperare, prouc omnibus confpicuum
ed) nulla ratione in Ecclefiis admictebant eos qui cujulvis generis deli ab
Ecclejie 'Atriit, vel Pomo Epifcopi reos abfirahcre omnmo non liceat; JeUna
alteri coalgnare, nifi, ad Evangelia datis facramentis, de morte, p-
tlcvilitate, O- Omni panaram genere fint fecari: ita tamcn »f ri, coi «*
f"niinlfttS fiterit, da fatitfaHione conveniat : Servas etiim qai ad
Ecriejiam confugerit prò qualibet culpa, fi a B m im. odtnifia colpa
facramentim Mcepertt,fiatim ad fervitiam Domini fai rcdirt cogatae. ' Hifce in
Conftituiionibus mulu funt animadverCone dignillima." Primo non effe in
iuris Canonici corpus redaflas, temporis habita ratinw VTearum primam effe
llerdcnfis Concil.i, Anno DVII. ouam Hifpaniz a Romano Imperio le fubtraxerant
: qw faaum eft ut Episcopi il, qui certo fciebant quantum lua fe extenderet
auilorius, EccleCallicis tantum viris imperarent; citeris non iiem; ut ex
iploitiet Canone clariflimum, et cuique obvium eft. (g) Sed cenwm annis ut
Laicos etiam includerent, Reges rogarunt, ut ad EcclefiM confuEientes, ob lacrt
loci revercntiam. Regi* lolum committerentur : tandemque anno DCLXXM. in ea
Conftitutione qu« decima eff ex iis qu* fupta adduil* fuetunt, omnibus commune
dwretum fanxemnt; fcd Regis coiffenlu ^hibito : qu^ in tpt Conulu libris
particularitet expreffum eft hu ipfit verbtsr Confenttcnie glortofijfi. no
Domino Nofiro Eringio Rege, hoc fanaam Ceuciliam defintwt ;^ce( (1.) yr.Eod. Co
mctuentei. ( b ) ^. Eoi C- ifxar. ( c ) WA C. miUui. (d) JX. £-iit,C.fi
(e^X.Sod.CoiÌefir.m]to ({) Xo'o £od. Co ccrfiitmmuf o (g) meeo6.caf.tio in
corporc Concilionim fcriptum fit folummodo, DcJfjiww C»»«e ut, fcilicet, reo
avulfo ab Ecclefia, fit Ulico qui eum dirà devotus, et Chrirti-fidclium
commumone privatus. Sed lunt OMnes. ut vocant, ferendo e«eW; ut, poftquam reus
exiraaus fiieAt (ùbeat Prxlatus monete; et nifi fuerit reftitutus, aut,ufta
det.nendi caufa aliata, lune demum polfit ad cnemnmnicatmm fententiam le rendam
accedere. .,,. i Quatto confiderandum eft, Epiftolam Auguftmi nomine aUatam,
ep.ldero cene non effe; ficut etiam 15. alix qux Sanai Ulius nomine feruntnr ad
Bonifacium Comitem conlctiptx, «c Bonifacii ad Auguftmum, eujulvis potius, quam
eorum, effe poflunt. Id vero cum ipfa rauo latis fuperque demonfttat; tum multo
magis verbo illa, SpeH.»fil et Magnifici, honoris caufa Corniti tributa, abepis
tempeftatis confuetudine ionge remota, n« ab ipfomet Auguftmo uni^uam adhibita
iis in literis quas ad eumdem Comitem ipfe Mrfctipfit ; m quibus etum
quammaxima Divus ille vir agit cum modeftia, non autem fuperbe, et arroganter,
atque imperiofe, prout Sycophanta, quifquis ille, fcribere voluti. Quod vero
multo magis earura falfitatem yel coeco demonftrat, Bonifacius Comes nunquam
Hipponam incoiali Divi Augiiftini V«*>» Ji- ^ (a)lii.i.tjifl.S. civitaiem;
ut fieri omnino nor luti fucfiiJi;, tìullibct eorum, prout fibi, atquc
fcgionibiis fuis conduccrc vìtuin Canones confijtuit. Cum iiaquc varias rcgion«
diverfas ctiaui Icgcs itquirercot, prout homìncs plus, minufve ad dclffla
propenfì crant,^ uftufquifque proprias leger ad regionis lux nores adaptavit.
Hi vero Canones omnesante annum a Crìilo nato MCC> promuU. gati funf;^
deinceps vero Romanorum Pontificuin Decretales, quas vocant, rc. uregorim
autem, ejufdem norninis {b) Nonus, Pontifex, declaravìt Ecclejia y in qua
divina myjìeria celebrantuTy licet adéuc non extiterit con^ ftcraMy nullo jure
priviiegium immxnhatis adhnii ' Idcmque addiditf cum nonnulliy tmpunitatem
fuerum exceffman per deEccleU obtinerè f perente^ y bomtcidiay tT mutilationet
menu Trm-m fpjU Etcfejih y vai amum atme^eriìs. coipmiteere non veremtm f quey
njji fer Ecclcjìamy ad quam refugfunty crederent fe defendi y^ nutìtu tenui
fuerent commiffufy rales non debere gaudere privilegio quo faehuie fe indfgnos»
^ \ Hifce' Joannes, 'ejus norninis XXII., Pontifex Romanus, adjunxit etiam, (d)
Hereticos fefe Ecclejiis tueri non poffe,. Nec alic in medium afierri poflunc
ieges quibus Ecclefiarum kÉmunitas inniratur. Hz vero omnes adco clarz lunt,
adcoque faciles, ut., fi in judiciis, aique Eraxi fincere, et prout verba
exprimunt, adhibe ^enfur,^^' nihii oranino difficulratis fupereircr. At cum
Jurikonfultorum òpinionU)US, et interpretationibus ad diverfa protrahantur, de
his etiam, capOrque unde tot Scriptonim fententiz originem duxere,
fingillatiiii diccndum eli. CAP. hnmmìtatm. Exnavag.De variis Scripeertm epiniomika
órca Eniefimm mmunitafem^ Ó" tanm caujk, .Tanta profeto eft fententiamm
vxrietas intet Jurìrperitos qui de Ecclefìarum immunitate hai^cnus fcriprenuit,
iildemque Ugìbus innituntur, ut line dubio lAirmarì poHlt nullam omnino hac de
re quz(tk>ncm proponi, aut Cafum accidere, in quibus in utramque partem res
terminari non valeat, atque adeo Doélorem aliquem tefiem, et aufìorem laudare.
Ex iis tamen non pauci funt qui non modo fxcufationem promereri, fed
commiferationera etiam tommovere debent librifque vulgatis, non Auftoribus,
nota quzlibct inurcnda. Etenim ficuti 'in rebus aHis quz Ecdefiafticam, aut
fccuiarcm juriididionem attingunt, fic etiam in hac ipla, nov^ims imprefliones
cum antiquis non convenHint* led quscnnque Principum jus, et audoriutera
{M'onxv verent, ablata fuerunt; et fzpius negativa particula, ut Grammatici lo^
qnuntur, addita, ve! delcta, mifcellos libros, vd invitos, et centra Seriptoris
mentetn, prò ConTflem arbitrio loqui cocgcrunt. Id vero non modo ex librorum
ipforum variis impreflxonibus invicem collarìs manifcfto deprehenditur; fed
Wcifair folummodo £x>argarorw infpedis, quibus facile fingala quz immutau
funt uno afpedu v:deri po^funt. Qiiate, ut in re tam dubia rc£lam, tutamque
viam amplefli iiceac, Ilatuendum eft ante omnia, quafnam rcjicere
dcbeamus,,quarve icqui Dodorum interpretationes, Id vero fàcillime cognoTci
poteri^, li vcratn illam, 3c germaham caufam, ex qua opinionucn varietas exona
c(^, animadvcrtcrimos. Hac vero eft, quia noluerunt Doélorcs intra iegum ipfarum,
3t canonum verba luas opiniones, et dida contincre; immo vero
amplifìcationibus, 8n exceptianibus, quas fslkHtiat dicunt, eas adaptarunr,
prom aquitati convenire exiftimaverunt. Qua de caufa in nuU lam debent
reppehenlioném incurrere.* omnes enim nihil anciquius habuerunt, qu.im ut
communem iUam, aique difpatatìonibus cundis neceftariam, Reguiam jurk
fervatene, qua ftatuitur.* fi juris ipfm difpofitio bene finum alferius^
prsmiumve refpiaat, fififue favorMis^ l^um verba y lì. cet prejfa, atque Jìr
't^a, ampl'tjìejntda, atqut entcndenda ejje } fi vero ptznaruTrty atque rìaerU
rationem babet y fitque invidio fa y quam odioam appef hm y voces eafdcm
quanhìis latmty Ò" uberius loquanfuty prejfe ta mtn y firi^imquey
quatet^us jus patituty expiicattdas effe». • Qj 2 certe regala nanira maxime
conlona. coovenienfque apparet.Et enim, ficut rerum hitmanarum fapientes
coofìderant,, adiones omnes flint fìngulares; nec ulla ratione fieri poteft ut
due qualibet ex parte fine inter fe fimilcs, atque omnino pares.* quo fit ut
fingufis propria indiecant regola: lex vero, quz mi segula quxdam univerfalis
omoino conftituenda eft, necelario ob id ipfutn, quod untverialis eft» manca
quodainmodo fint, et imperfeda, aut comprehendens quas excipere, auc CTcipiens
quz comprehendere deberec. Qnamobrem neceflàrìa omnino videcur benigna quzdam
interpreutb, quz legem.dirigat, et ad zqui. tatem reducar. Hinc vero
prolìcifciiv ut, fi zquius amplior. videtur, quam legis verba, hzc debeanc
amplificari quamum «quicas ipTa po ftulat. Digitizad by Google Ii8 D E
y>U R E Enlat. Ae fi lex eadem verbis extra «quluris fines, 8c limites
egredia» tur, aequunt maxime eA ut interprecationibus intra eos coerceatur: Ut
n lege lata pana impofita fueric iis qui Dei optimi maxiroi nomea yanfiiflìmum
maledif^is, probrifque prolcindant, cum res ìpfa de qua decernitur, pietas,
fcilicec, in Deum, maxime favorabilis exìAat; juAa intcrpretatione a nomen
etiam facratiiTima! Virginis, epis matris, at« que SanBorum omnium extendicur»
Quod fi lex altera excipiat, qui motu quodam animi violento percitus, atque ira
prsceps furens, verba promleric igoominiolà in^eum ipfum; hoc invidiolum eA,
nec de quavis ira intelligendum fed juAa interprctafione ad eam tantummodo
rcdigendura qua celeri, atque inevitabili impetu fenur, mentifque et ratiunis
uium ita impcdit, ut quid homo Abi velit, quidve dicat» aut fadat, omnino
nefcire poRit« Quod vero IpeBat ad EccleAarum immunitatem, NonnulIi,cum
animadverterent eam non alia ratione conAitutam effe, quam ob revereiv riam in
locum Deo facrum, et ex co ad ipfius Dei maximi honorem, et cultum pertinere;
bu)us przcipue rationem babueruni; idque veluii zquitatis regulam lìatuentes,
cui legum verba adaptari debeani, estera cunBa fulque, deque daxerunt. Cumque
nullus omnino reperiri poffic honor quo multo major Deo tribui non debcai,
interpretati lunt eamdem pariter rcvcrentiam tribuendam efle non folum Deo
l'acris lock,*fed omnibus etiam qus iis adhsreant; iifque cunBif habendam efte
quantam maximam animus capere poieA, vel jultiùa ipla Aias fibi res habete
juAa; atque, ut ajimt, quibulcumque pravorum hominum oppreflionibas tokraiis,
ut iramunitatts honos iis omnibus tocis religiole concedatur qus Ecclefiarum
fpecicm aliquam quomodolibet referre poHìnc. Hifce vero, quafi fundamemis,
pofìtis, leges, et Canones omnes de Ecclefiis decememes, ad ea cunBa protulemnt
qus Coemccefia, MonaAeria, Oratoria, Sacella, Holpitalia vocam, feu quovis alio
nomine cenfeamur, ea in quibus pictatis opus gliquod peragi videatur« Ubi vero
leges i|^x, le Canones Ecclefiis immuniiatcm concdTerunc iis tantum in rebus
qus vel comimfenMìoaem movere, ve! ^Aa defendi exculatione poAint; idque
honeAis, ac tolerabilibus conditionibus ; Urdem amplìAcarc, atque dilatare rem
totam ita voluerunt, ut cnormia quae. que, et graviffima facinora
comprehenderent quod A, ragione coaBi, aliquid exccperini, jnlHiis tamen, atque
judicibus ipAs eas impoluerunc condiriones, ut, iis obiervatis, Aeri nuaquam
omnino poAìc ut debifum juAitia Anem obtinere, vixque nomen Atum, aut ne vix
quidem rctincre poAit : quodque caput eA, non modo perpetrata facinora, atque
4Bi^, EeeltAaruffl immunitate inulta, impunitaque remanerenr ; Icd novis etiam,
iifdemque enormibus criminibus aditus tuiìAimus ape» ritur; ut qui jam
oommiAlTcnt, fecuri in utramvis aurem dormire £a» Cile podent; 3t qui admitterc
vellent, facilitate aìleBi, et lecurirace in» vitati, nihil prorlus tutum, aut
a crimine vacuum relinquerent, Id enini imcr estera DoBores aflìrmarc auA funt,
Principes ncque fententia da» fonare, ncque habere ^tisAionem poAecontra eos
qui ad EcclcAam con» fugeruAt, ncque dum tnibi pcrmaneanc, nec poAquam ab ca
difeefle» hot quodque rifum nagis, 8c Aomachum moveat, flatoerunt Ecclc» fiam
i^m teneri ad alimenta feeleAis homimbus prcAanda, dum ad eam cònfagientes ibi
reAdent. Alii Do£lores contri ei^inurunt iuflitum, atque deIi£lonitn pcelum,
publicarque tnnquulitatis confcrvationem magis cITc Dea maxima graiam, quam
EccIcGarum immunitatem : idque velati zquitatis fundamentum inrpicientes, legum
verbis, ut iplà rem quamquc nount, aeceptù, non petmittunt ut leges, et canone:
ad alia loca pcrtrahantur przter ea quorum rigillatim mentio fa^ fuerity
EcclePus, fcilicet, ipfas, quz reapfe, non autem nomine tantum, Ecclefiz funt.
His enim temporibus tanta eli ubique locorum frequentia quz piotati alicui
mancipata vìdentur, ut, C omnia comprehenderentur, jam quzcumque incolimus
Ecclefiallicz immuniutis privilegio donau eflent. Et quoniam gravium deli£lorum
exceptio, in quibus nulb conceditur imminitas, fpectare jullitiam videtur quam
zquitatis regulam llatuenint, exceptiones illas aut ufdcm rationibus, aut etiam
firmioribus, k validioribus ad alia facinorum genera extenderunt quz a legibus,
Se canonibus minime nominantur: idque tam ampie, ut nihil immunitas meri polGt,
nifi ea quz mifcricordiam merentur, prout etiam antiquorum fuilTe videtur
fitntentia. FaSlum eli etiam ut Doflores aliqui, cum, velati juris. Se
zquitatis regulam, modo hanc, modo illam ex iis quz diximus fumpfilTent, varie
loquuti fint, atque a femetipfis non femel del'civerint; alii vero, nelcientes
cuinam precipue ex iiliem regiilis adhzreicere debeant, adeo confule. Se
obicure pcrfcrlprcrini, ut nihil omnino ex eorum fcriptis elici poflit ; alii
vero do^rinam fibimet repugnanicm habere viC fuerint, ex eo quod ii qui eorum
libros, prout ipfis conducere vifum eli, interpolarunr, non mutaverint omnia :
quamobrem alibi Cncerz, atque germanz Scriptorum opùiionis vcftigia permanent ;
alibi vero eorum verba, Se fenientiz dumtaxat apparent qui Auflomm mentem
detorquere prave voluerunt ; ut Dollores fzpius fibimetipfis contrarii. Se
inconflantes, atqde volubilcs aliorum culpa exillimentur. Igitur qui velie ex
Do£lorum leflione fruSlum colligere, facileque ftatuere quid ipfe judicare
debeat, atque adeo in praxi executioni mandare, nccefie eli ut ante omnia certo
fcìat quznam ex iis duabus regulis norma effe debeat, qua opinione: examinare,
Se afliones inllimere, ac dirigere valeat. Id vero cum tanti ponderi:, atque
momenti exillat, quanti unulijuifque facillime cognolcere pote|l, operz prcr
tium eli ut exafle de ipfo trailemus. C A P. III. ^asnam tqmtatis norma in
juJicìù, tf prJxi equendn J!t, XTOmines cunflos ad honorem. Se gloriam Dei
Optimi Maximi non orane: modo, fed etiam languinem, Se vium profundere debere,
adeo notum, naturzquc legibus in omnium animi: infcriptum eli, ut nihil magis;
nobis autem Chrillifidelibus ipb quoque fide, ac Religione certiflìmum; ficuti
paritcr clarum eli nobii, ac minime anibigmim, duo effe honorum genera quz Deo
tribuuntur : Alterum eadem ipfii ratione aibuitur quam Deus ipfe nobis
conllituit, quam qu« a Digitized by Google I^o DE J U R E que a nobis fé
cxìgere dedaravit : Airerum ^vero ea forma qua nos Ipfi honorem habendum
exiftimamus. Scatuit igitur facrofanéla Ecclefìa linumquemque utrifque teneri ;
fed primis, Àvinis, fcUicec, praxeptis, multo magis : quod fi aliquando
evenirec, prout rerum humanarum conditi© fcrt, ut non poflemus utraque fimul
integre praeftare, iis exa6le parere dcbemus quae Deus manda vit, omiiTis iis
quz pendent a nofira voiuntate, fi impedimento fint quominus divina prxcepta
exequi poflìmus. Cum enim divinura przceptum foret Mofaica lege fìrmatum,
Parentibus opem ferendam; cumque ex hominum pietate fponte induAum fuiflet,
Tempio maxima dona elargiri y Chrifius jefus y Deus nofler, reprehcndit
acerrime Fharifxos qui tempio munera olferre, quam Genitoribus auxilium ferre,
atque fubvenire, impenfius laudabant : eamque divino ilio, atque fanétilTimo
ore caufam adduxit, quod, fcilicet, hoc divinum, illud vero humanum przceptum
elTet ; luofque docuit fideles nulla efic ratione laudanda munera quz tempio
tribuuntur, fi impedimento fint quominus Parentibus auxiliari pofiìmus, prout
Deus ipfe przcepit. Id vero ad ea quz
nunc agimus mirum in modum conducere, atque accommodari pofle manifefio
confiat. Exploratum fiquidem efi jufiitiam diferte, atque exprefie a Deo
przcipi, eaque Deum fummum honorem fibi haberi declarafle: quz fi jufiitia
defit, Principibus ipfis, ob id, atque Regibus regna, et imperia auferenda,
atque in alios transferenda docce : cujus doflrinz innumeros polTem facrarum
litterarum locos tefies laudare. Cercum pariter efi Ecclefiarum immunitatem ob
innocentium fecuritatem, et eorum qui jufiam aliquam erroris excufationem
afierre poflent, infiìtutam fuiiTe Principum legibus, et Ecclefiafiicis
confiitutionibus fancitam, ob reverentiam qua profequi decet locum illum Deo
lacnim ', non ut Ecclefiz ex orarionis domihusy fcclerum omnium rcceptacula, et
Utronum fpclunca fierent. Ex his omnibus confequens efi neceflario ut jufiitiz
habenda ratio, eaque veluti norma, et regula fpeflanda fit, qua legum omnium de
Écclefiafiica immunitate fententiz, et verba tanquam tratii»» ponderanda fint;
legefque omnes, et conftitutiones ita interpretentur, ut nulla ratìone Jufiitiz
obdTc, aut impedimento quomodolibec effe pofiint. Quoniam jufiitia, ut diximus,
honor efi in Deum, ab ipfo Deo nobis przcepius, et procul dubio femper optimus
; Ecclefiarum vero immunitas honor efi quem homines Iponte, ac fine ulla divina
przeeptione, Deo tribuunt ; quique, nifi, prout maxime decet adhibeacur,
Ecclefiam ipfam non honore, (ed ignominia quam maxima afficit, la$ronumfuc
fpcìuncam reddit, et feeleftorum homimim infiune Alylum. Hzc vero cun£U clarius
oftendit quod ait jeremias Propheta, dum populura reprehcndit, qui externis
hifee revcrentiz fignificatìonibus erga Dei templum plus zqu« fidebat ; eumque
monet, ne hac fiducia niteretur, fed in Deo fpem poneret, qui in genus hominum
quodlibec jufiitiam exercc•rct. Quam ob rem rationi maxime confentaneum, tutum,
atque optimis innixum fundamentis efi eorum confilium, atque fentenria, qui
lacrorum Jocorum immunitatem tuentur quidem, fed intra ccrtos limites, ne
jufiitia pereat, adeo necefiaria ad publicam tranquillitatem confervandam,
tolleifdafque injurìas, et dethmenu quz prìvatis infih ntntur. M. i«« ninnr. X(
in quotilxt -«vtiini jiMcrk fanc ««i» fivi,* &ChrttùuHM j» dex, fr
ccntrarias jaiit-^nfaliorani a^ioiM* 'àri^crit, M la frót iacMadnm ftaiiien
quod Eccldlanim ihioMninwlavnt, n tanna ntione, B« jaftiiiam ap[irimn. • • J
Quilitiet auKcn, t]u( aenm actem inwpdeK t ^ la arit, dare cogndcet hanc éfle
rationem qua cunda tolii poICnt oftenfiones, 8c mala qtn riginem craxeruM aa
ipia vilrittaia aon opniònant’ laaxn, gnem privatarum rationum. ut qaivis
bcitios po8w ' palpicene y aiTeram quid hac in Te Jtirta..€oiaài(i ftatubadan
cenloerinc, qaodqua kì opiiniz juTta, atque neceflanlB titilioncm ‘atiqaan
»hrte pofiìa* Ubi^veia ciitiÀi in eamden opiaionem non cdavemcac, AuAarum
noauaav qoi lentcntiam ^uioMni’ paobaverìnt « adfcnbam ; 'ta i am qae
tantaamuàia rocncìanem. t'aciam qui jhxioria, Bc cclebriarir fait aMoina, fc
exiAV marionù : Seplua ' SpH'capuan Covaiùviaai M(le«a kiidaba, nim quia Pnrfbl
Hil'pahua eft, qui ThdencàtatCaacilio i an a ^ ; tuia eAam- quia dodrina,
probiure, 8i pietaK minime datus ab omnibua, fi ctadpicuut habctur : Sapinc
Prolpemm Faaaaciiaai, qili diu Rena *nit, Advoeatus prima, max Audiioris .untai
m aaiw, ft'Fifoi deniquc PatnHit», etiam iiib hoc ipfo Patito V. Pontifiet. Ad
atam-wero cairanaiB Itbri, Bt Doh Viri Traufetlpini tnlciìt, loca ad n a t a hr
i, ur, fiqaia oGÓnliliariis tuis, 6c Jurii-CatiUiltis inWe^A^are cupiat,
Àcilidi cuaVa &i». venire, Se imdtigere pqffit. -Otania autem hac
dilqailìtio facilliiaa ad cria capita ledigi potorie : m,. Primum ; Qnzmun fiat
ea (acni lata qua ad fr aonfugiema Meatitur. . • j Seenndum': Qinenaai
pcf(ó«aMai toaditia, tt qaodnaoi deliéKi gcnus loco facro pr»tegi,^aut ma
paoxegi pOSit. ', .1 Teraium ; Quanaan ratioae a (acria locis eatrahi dafaeaat
ii qui eiliiA tagi idvctios jullitiam non poflìiat,..,'u. ^.i t .r .. Ul ..1 I
- .1 { ftet* Ik 4 td'fi amfiipmm ntmuwr. ’ -comprehendi; Ecclcfiamj-
fcilieótiQmdEcdefix adhkrent, leu folum fuarit adificiia omnibus vacuum, Mi
domibus tedhtm; ^ Xlwpafiiium Ipatibm, fi Ecdeha MetropoliiaBa fiicrit ; XXX.
vero, fi co tinllo iiifignita Mn fit; Et Epifeopi domum. Nfee alind eli de quo
raen-tio iis in legibut, A Canonibtts ftfia fit. Ecclefix nomine Haiuunt
unanimea Dodores omnes Oranriu non coraprehendi ^ quanv^m in où aliquando rct
(aera fiat ; aut ea qnc in privatomm doatibos, et in GoU^iìs hicorum, quas
vulgo confntcniitates vocant, zdilicantur, quafque domini diruere, atque mutare
prò votnntatii arÙtrio fàcile pofTunt. Ncque omini debet, immo attenta cura
animadverti, quod EpiTcopus Covaruvias hac de re diflerit, (a) Hifce,
videlicet, temporibus occurrendum maxime effe eorum temcriuti qui, Ecdefiarum
immunitate confili, quodeunqua ddiflum perpetrare Tom» il. Q audent. fovaiwiar
. i. var. r. io. i I1LA .D ;r joU' H ?E WI(Ì 4 M« coin «M! wwtowi» M W f w i h
B i itnaiftmum Buciwriaia itcrMMacMi lubcnt. Ubi umen Prxiutcs hac juiU
modowioM "ooii Ec ci«(ì«r«M iMfnin* «Mtemir ^«uKuii^e ùim «erto, ac
pxe|x:f«w divino «litui dÌMMC-A nen lintiv n. uiPt dM sui «dbatet Eukfia Xt>
(tu XXXi pi£>un fp*tio« ajuUnn àmaanitatrm Ecairrisàii 91M1. (dnt Mua
Ctviiaiia, vd^Catorun-moeOlia., iwuil convwirai^actifiiciaa Has enin 4
c.ie-.Ca«on ex frede-ftamia, D a ft a r ar oanianitcMH nec .atla pottft ho mi
èaUaatio; iauMi aero noa daiuiu i)ui id oiaat cuoi Urboi oouiim Mteoi» CIMI
diaMK.eàtl«Mdi^jus ni sudtiiani ulu obtiiuUfe, ^ dine amlucBidinv, ik^u» fuac,
danagaiuiD dk. Cauta me, cur neiMiiaierconclitdaM'dnMM ipMMn iUiid niiUana.
pradua habere immiuiMiam^ilicH al>rMaM«aM iaafoa- aautem, cum «lio Canone
Muntimi il qui tacMÀ hao paecat, eum laatj’-cujaajibeci laca immufocaia
dafopfore ie J«nd pafla,-ridM|. et XI^ fadaun tpatuM focnin afot, ifov-iàciatn
aliqnad in co ^mpetrarant, éideai ouliifei, ab EcclaEarna». {requantiaoi, Jcl»
imaH«MaiaMcn pi^r. Sad ^ ea «unqiie fuerit canfa, parvi rrfert, cune illud
cxpfomuini omniao fic in Cdfoan'ihaif et Calw buUmh anpina hujniceMÉdi. ffatiii
immuoitaKin concedi, i-Htac- etiaai cafoUftiur, qwid Manfoi)iiiir aadde»,
An.-fohcat liflorej polTmt cura qui ad Ba:OViPtm, dura de Ecclefiarara
traaiiiniuie apiau-, foe àia ^c||À« tfoinm tvmo cft qux extra Civicirà, et
Caltronn* m#. ma poCuit inHOUilitatcìii _adj^ pafUmm ipatium portiguiit^ . Quod
qfro atcinet.ad.E^ra^i im>m, non canveniust iatfrtiDodfoe«s{ rasici pamqqt.
ex aaroni uimmo animadvcrcuni alia Caaont Un^iu»>aflà.fo Bpfoopm doraaira
hum .£c«lefic ( e > proeimatn, de adhxremem hibcat. Quare neceforio intra XC
pafitwai t)uiium efltt k .jfto certo «ondiiuuoi Kpdcafo ’domnra, fi loogius ab
E«laAi dtjcc, rauiiam qsiniuq iqimumtiiteni obtiaeM. Cura ncro EL. [foruum fo
càviiaubua, et qaftria qqn babeat kicura, conlaqindls ed ut Jfifdcapi domila
raiUóra panici Munamcaiera babera potEm. ---c - iV* ... -V De eie-, '.ìu*' -
•••'• ‘ tajAx. fi) (pr»f ia. a,*.™’ ^Ux*rat\,ilr. f*. TW a i«. . ria K to.' iy#
•- *>. ihyCmhmHr.ir.ttem de ìmm- a^e. (c) 0 i.r 4 rf.«*|C yy. Clnf.e. CUnf.
jo. DC(Uk. lìb, 6. e.zy. 5. 14- Farfn. .jS. fetw. yauUue,ioit:»s» De
coemeteriis vero, Hofpiulibus, 8c ConcUvibut, ubi Fiatres doimiun[,-ae verbum
quidem lex ulla fedi. Canoniitz taniummodo, qu« ignoramia f»pe, aut ambitio
tranfverlbs rapir, Ecclefiarum nomcn amplificare, acque ad hJK eiiam pcrtrahcre
voluerunt; plurimis tan-.en condiiionibus, iifdemque adeo variis, ac itucr fe
repagnaniibus, ut vix duo conventant. Ex corum auiem lenccntiis confuetudo
diverfa induda eft, prone iUi plus, minufve audoritatis habuerunt, et
hujuicemodi locorum,iaal etiam deliftorum numerus exigere videbatur. Quo fit
ut, ficuti ddiit locis nihil omnmo legibus làncitum eft, led conliietudine
tanium, atque interpretationc eorum immunitas inirodufla, ita ubi contraria eft
confuetudo, eadem a quocumque judice fervati debeat, citta uUam ertandi
formidinem. Perfbnarum condì fio ^ et quodnam deìi9i genus loco jnero frotegi,
mt non • pniregi po£it. E st omnium certilCma fententia, qui in loco facro
deliquerit, («) licei leve delidum, nec atrox fadnus fuerit, eum tamen facro
eodem loco non defendi; iitimo vero et ibidem, et quocumque alio fatto loco
fifti a lifloribus, k in carcerem trudi polfe Cum aquum nullo modo fit ut
Ecclefia eos tueatur qui, in ea peccames, injurias eidem intnlcrant; (i) nec
Ecclefia: ca:tera! defendant ejufmodi teum, cum omnes unum, ideraque fint, ob
earum in Chrilluro. Jefum conjunflionem. Quod ita clarum, atque certum eft, ut
fupetvacaneum omnino iiierit pluribus confirmare. Hinc etiam illud confequitur,
ut eadem Ecclefiarum immunitas nullo modo protegat eum qui verità legibus arma
in Ecclefiam detulerit,ea naroque deferre peccatum eft quique ca in Ecclefiam
defert, in Ecclefia peccar: quo fit ut in ea a lifloribus vinciti poflit, 8c in
quolibet alio facro loco. Quod ob publicam tranquiilitatem judicarunt Doaores
fingillatim monendum, et animadvertendum effe. Fnres etiam, qui aut in Ecclefia
furtum fecerint, aut cum re ablata in ipfam confugerint, ex eo quod in Ecclefia
peccant, ab eadem divelli queunt. . Poffunt. itidem ii a facris locis abftrahi
qui in Ecclefia crimina traaare audent, quz fponfionum vocant, aut quodvis
aliud negotii genus legibus prohibitum, ex eo quod in ipfa delinquunt. De
fponfionibus vero przeipue adeft etiam Xyfti V. Pont. Max. dcclaracio, buie
rationi, veluti fundamento, innixa. Nec differt an deliflum totum in Ecclefia perpetratum
fit, an quod extra Ecclefiam initium babuerit, in ipfa finem, vel etiam contra.
Pariter namque Ecclefia nec eum tegit qui, Hans in acro loco, aut extra cum,
bominem in Ecclefia exiftentem interficit.- nec eum qui. Tomo II. Q. * CUOI (a)
C.imnuaUotem. De trnmmiìtate. (b) Olìltnf.c.fm. de Inm. Eecì. .Aldus ìbitU
TeUf. dec.^is. Faróueap.iS. Jitait. 66. Cler. ept.jo.Coceriev. Fsr.Ub. i.
cap.io. p. iS. Iunior. Deciso, i. 6. e. x6. 0.1. HÒflieo.infum. Jo- de Fìf
ct.de m.p.6s. Coofer. Con.io.FoUer. prioe.e.mUe iut.jO. feuuc.e.iS. ««. 154.
Cox’ar. Fsr.l.tA.io.f.tS.1X4 D E J U R E nim Ct ipfe in EccIcRa, auc bellico
tomenta, aut fagitta, aut miflilìbus aliis alienim inceriicic qui extra lacrum
locum fuerit. Hac igitur certa, atque clariflim^t enunciaiione, abllrahendi a
qua vis Ecclciia, et iacro loco cu|u(vis generis reos, quamplurimse
dubitaciones e medio ablacx videmur. Etenim qui diligentìus attendere voluerit,
cogoofeet &• carios omnes, qui ad Ecclefias confugiunc, arma fecum ferre,
atque hahere, legibus etiam vetita, ut adverl'us juOitiam iplàm, fi ras ita ferat,
fefe tucri podìnt. Quare ii omnes EccIeCarum immuniute uà nequeunt, et in
quolibet facro loco prachendi pofTunt, lieet alia ratioAes non concurrercnt in
id ipfutn. Statutum etiam exprellìs verbis Canonis
ed, eot immunitatis privilegio protegi minime pofle (a) qui delizia commiferint
ca fpe, atque confilio, ut facro le loco tueantur. Siquidem Ecclcliarum auxilio
uri debemus, ut peccatorum veniam confequamur qua jam admifimus; non ut nova
facinora perpetrare turo valeamus: quod etiam nullam habet omnino difficultatem.
Verum enim vero, cum hominum mentes, atque co nfilia fint ab oculis omnium
remota, atque penitus abdiu, non polTumus, nifi conieéharis decernere, an reus
deliflum admiferit (i) fpe excitatus ad Ecclefiam confugiendi. Doflores vero
dicunt, qui, llatim ut làcinus perpetravit, ad Ècclefiam fugit, eumdem eo
confilio perpetrallé, ut co confugeret, datuendum elle. Et certe qui jam
datutum, atque decretum habet ut facinus committat, necelfario ftatuendum
videtur, eumdem etiam cogitalfe, non folum quanam ratione ìllud polfit
admittere; fed multo magis, quonam fugete debeat, ut lefe tueatur : Skut etiam
qui de improvifo in errorem incidii, ficut nunquam antea de fàcinore cogitavit,
ita quoque alfirmandum ed ne de refugio quidem cogitalfe. Quare, quotiefciimque
confilium, atque deliberatio deliSum preverterit, et reus ad Ecclelìam
confugerit, id coniulto iàdlum; ideoque loci lacri immuniate defendi non pulfe
certiflimi juris ed. At quoniam de conjedluris agitur, uirum impeto quodxm, fc
perrarbaiiiMie; an potiusconfulto, et cogiato perpetratum delidium fuerit,
Judicem ipfum pnidenter, atque ex animi fententia cognofccre oportebit. Hac
autem immuniatis exceptio, qua reum cxcludit, cogitato, et confulto ad
Ecclelìas et facra loca confugientem, quodeumque delidit genus ampledlitur
gencratim. Quod vero dngillatim ad homicidia pertinet, frequ entius deliAi
geBUS, eum non tegi ab Ecclelìa qui alfadinium, ut vocant, commifit, ceniflimi
juris ed; nec Scriptor ed qui didèntiat. Etenim juda Canonis leveriate in (r)
Lugduncnfi generali Concilio idiplum fuit diferte decretum. Veritas tamen eli
ance CCCLXXVI. circiter annos, cura Canon ille latus fuit, aflaflìnos extitilfe
quoldam Mahomecana perluaIkmis populos qui fìcarios le ptolicebantur; atque
eorum caufa Canoa datutus fuit. Podca vero, cum Dodlorum omnium
interpretatioBe, tura etiam ufu, atque adeo communi omnium locorum praxi,
AlfafGnorum nomine delignaacuT hodie quicunque, padlo pretio et mercede, (a
> C. ÌMminiifate. lìe ìmm. EctUf. (b) .rlWar.prrff. B. i6. Meno. pra. IO..
iC. jliictf‘Ponf.Ocf.;4.Cltr.4H.io.far.c.r8.f.ti.C>' t. Far, f.io. J.
i.j.(c)0*j'.f'inr.s4. l.i.CjJfM. TrrcI'Salde Jrclì.c.f. de inju$ y ìgncv.$
TiÀoj. Bc«Mlii.'fgHardb>>J«« dclicluia-inpiiàa elfet, aquuBl viikn «•«
pottA W £celeCa cat lanMuf qui toM, iSc batta) >Raipuhlic»f cum nulla
omniMLilea OivUib, mila •Canonica, Ucaaniin im>ima MBaluaiuM itafcaiH
^uui-^iom laatoKia cUmnavii; led eiK 'iamuBHiraio 9U«ii%julli«a iata|intaur|
antc^ttn- Icntemum fwci Eaal :)« jam.ilaaMaoB «A, Jn-.d«ÌMa opeta, a«]ue nulki4c'i>i>)
v*uiae éuesringradùiKainaMa, praaar ìAcuìib catffa «aiI» mnlftatm eli, gr i mH
cóam ddifliia hunnari vero ad uiraaMi, C.- dh p wn tt.mqBcanapaaber pdeAacum
iamnnicatt defendi, atque ledcam ad. .paaMmpianna ab e« qua. diaiOMa, «aaatfaai
4 >bhmu lb(riat;riS«abru vera non damnans qiudem, •Acd.aoi aaatummodc^ii^
«MliMa itàtem» laiiidum damnati faB, «aecàipofliH «ci«B>A||iwldlmMHà'
ad,iaanAra pape («dilicia.-làraiacdMbdMutilPadcgibuci, aiyi'tcìinnBibus
(id'aiui ad Ecclcfiam confugicnies non polTunc Domini imperiiim
excuier«;.Al.di>tuna-' ibMnanKateni a lu piaa a aijuttaa, vitate ladùic.'ad
iocviiio,. fau ci admodom bac de ae-BuflorcK^-diribuot, cmi id cara,. de «te
eiifi nantiiai) in Civitatibuc, qua L&uinicai amiare tgteK, 'accidat.-;«a
vara (Muadfime liint. m al i tewiua Gramaui naa ialam’ m ca tioni conteain in
mediura attect; (mL Miim ali ufii caed^tuai y dbdege^in Luiitania làacitiim,
qood.aaaoi prafaat Vinccaduc f'Multa cctub qiua lìngillatiin baqtMnicr. ialeai
accidere, utaB -Juga. neratim colligi pottii laacoraa fa facorura r~r~iif)
cardcfàBdte osa putte qui quzvìt alia gravia tc enonaia deliba comai^mf drente,
aut iildem, aut mcfarfaiis oiiam dtv eaulis, quu liipra leeenfainiu»,
quodeunque alind gnve.delttea cotapfafbaitur. Hac autam coaclidip in univerlite
prolataraaura, (cilieaf, cupifais atroeis facinacic, A èd facra loca
oonfugerit, ULproicgi haud potte| ima» a fattitia liaeMBipli violatione extrahi
fas «dày probatia a Jacate Ravamts-^ Cyte Piftonenic, Petra Bellapeitica, ) n
am « Igneo, Antonio a Buariai,.|facro Ancarano, Alphonlb Aivarea,
Petta.Cetgorio Tofatano, Tibatefi^tcit' ■» ...lu *■-. néy Ab ( b ) Cam, dcf.^6,
Fratr. ctefai jo. OUra, (c) ytw..i.r.* O^.' « mr.c.U ver* Dt Imm. f. iS.
yintàr. codem. ^Izdre^ I» thef, t.i j. «. jo. Syittaj. l. j j, c.\ x. DerÌ4E..
nut mOud omnino EcoMiam Rofliz hu ai» imouinma;* ied .pudica ip4n tÌMuiora rat»
a ^iW»« Ecclefi» vi «Mtiahi ) nh cw p ywd a iW tiic«>Manmo perantaenr, ae
jalMiia’ priauniwr iJ>«snim diòtac ncUTamiai jndicaluf. fa^-Quacc Pnip«r
Faritiacnifran« ulìaa ftcBia recepcuai, afirmat Bcoiofearim ipa uma ii in oai,
cun ftaiufa inen» ab ddiSs qua' aalto coa61ào,,fcd impaa» quodim fiant. Siti
rdugam» milòranim, non dcbei» KccleCas latnauw tpolaaca& c^cK, et «ornai
ricapnculaa qui aooaia facàtera pcrpsir«\ c>iac ; aieaqnO talk,’ tap^rqua
efloy iì Judkies miinoria >bibl«llii, qui Itvidia 4elii^ juilkant eam '
obloroeiu led OM^roi jndicni in aarooocibai ;ba non lencri; prave oiiam Veneti
1 k» logr contUtueiam ilL Noa.> Aprili» Md>CX. Mii. . '•io»l. .W.Ì Qnanam
vero dtliAa aeibcianm luxnÌM otnfeaanr, peatar ùlqaeil ipfum delifli gcnui
prafefert, k ic^bn». impafita fack «dtipi poteA; dnbet JtiMck tiomemia oagnoKly
baiiiu aaiioBe flatus, comlkioniique, BM «jus qui inpriam iirfiae, lam «jua
ctiam qui cam paflia fuity aVaMniBi ^i^ oanla, ccrapork, qua, fciUctt, de
caufa, «by et quando, onaamifluaa fueric delkluni ; roran etiam qua ob id
evenarunt, perflirbaeionisi, kfleniionisy tt aliafwn, qas ém majos angeni
pctpeinoim làciau», iacmnique ut mugn, inagil^t in odio kabeaur ab oauMbnt. •« ’uU leu i ribus de eaufis,
qa« iingni* fluir pon eflent, in enormu atqueatrocia facHioca evadunt. Cun»
ver» iannnlaaabiies rmt.aalas qui flepius accidoIV |Mnva» vas aliquot opiniones
habeant, baptiffiiatis tamen chara^ere infigniti, Chrifium Jclum aliqua faltem
ratione venerantur, quem infideics averfantur, atque execrantur. Teme . R CAP. STORIA DEGL’USCOCCHI SCRITTA DA MINUCIO
MINUCCI, ARCIVESCOVO DI ZAKA, Co' progreJi di qoelU gty»o, rnirìiauta fino alt
anno MDcxri. DA P. M. DE’SERVI» della Serenijpma Rept$bbiica Vènn^a, JON mi
pongo a fcriverc la Stona degli Ufcocchi per far celebre il nome di gente tale
preiTo a quelli ebe la leggeranno; nemmeno per foddisfar l'emplicemcnce alla
curiofìt^ di chi fi perfuaderli forfè di aver a vedere in quelli fcritti varj
accidenti feguiti in molti anni nelle fcorreric di terra, edi mare, colle quali
quella razza di ladroni ha fpo' gliati ì mercanti innocenti, e dilettate le
Provincie, turbato il commercio, e cimentati in pericolofe guerre i maggiori
-Principi dei Mondo con dubbio di maggior turbolenza nella Cridianitk, fe
raltrui prudenza, e autoritlt non avelTe fempre attefo a divertirle. Non è
quello il mio fine, nè per quello vorrei io perdere il tempo, che polfo, e fono
obbligato a fpendere in pili giovevoli eferciz) fecondo lo dato, e la
condizione nella qual verfo, con obbligo piuttodo di operare, che di fcrìvere.*
ma penfo che fta fervizio di Sua Divina Maed^, e utile a’ Principi Cridiani,
che fi fappia onde fieno derivate le ragioni, *che in fettanta anni non fi fia
mai, potuto rimediare alle rubberie degli Ufcocehi; e come fi fia ritrovato il
modo di farlo in quedi ultimi tempi, quando Tinfolenza loro era arrivata a
tale, che non erapih pofiibile il folferìrla; ma dinecelTitk fi aveva a
reprimerla, o ad adpettare un'aperta guerra fuor di tempo, colla Cafa dAudria,
e la Repubblica di Venezia. Il difeoprimemo di quede faccende cred* io che
tanto pofia fervìre a* buoni Principi, per tener T occhio alla mano, e
agrinterefii de* maTomo II, S li Mi ; li Mipiflri in qaefta, o in altre limili
occorrenze^ biffine di non UfciarG ingannare in pregiudizio della fama, e dello
llato proprio, quan fogliano tener celau la verità altrui, preferendo
ringiufliOìnio guadagno alla riputazione, e al buon fervizio de’ loro Padroni;
ficcome anche una tal notizia far^ atta a far conofcere al Mphdo (he, quan^p i
Principi dicqno,' e fennò daddovero, e fi fervono di flrumChto fecale, c
valoròG), non pnffono. aver tempo i ladroni che inquietano, e danneggiano i vicini;
e fono fpeiTo cagione di pericolofìflìme guerre. Quefli lono adunque tutti gli
(limoli che mi han tevano agli fpetracoli luUe Forche, cominciarono per
vendetta, o per rapacità, ad ammazzare, depredare, e ipogliare anche i
Valcelli, le Ville, c le Terre, e i fudditi Veneti; onde Gnalmente fu coflfetta
la Repubblica anche di perfeguitarli non folo lui mare, come aveva fatto per
innanzi, ma anche nelle Terre, Caflella, c Città ove fi ricoveravano, fenza
mirare a’ padroni de' quali erano; e lenza altro riipecto, che di levar dal
mondo gli affailini, che ogni giorno diventavano più fieri, più barbari, c più
ianguinarj : il che minacciava una manifeila guerra tra’Principi Cnfliani, le
Papa Clemente Vili,, vedendo il pericolo, non vi aveffe a tempo incerpolla la
lua autorità con graviflìmi configli, acciò, mentre fi guerreggiava in Unghcru
contra il Turco con tante difficoltà, quelli nuovi femi di comefe non
rocrceGero i Crifliani in maggior rilchio .* onde ne feguà in fine il
defidcrato accomodamento, che farà anche il termine al quale ha da arrivare con
l’ajuio di Dio quefla delchzione per l’ordine divifaio. GLI USCOCCHI SONO GENTE
Diltnatinà, dallo Stato di iln Principe, o. per delitti commeni, o per
impazienza del giogo tirannico, fuggiti ai Dominj di Principe vicino; e ciò fi
dimoftra dall' ilielTa voce fioco, che in latino fi direbbe transfuga. Quello
nome, lenza titolo però d’infamia, cominciò ad acquillar grido, non fono ancora
cento anni, in quel tempo in cui l’arme Turchelche, eflendofi dillefe per 1 ’ Ungheria,
e per la Grecia, nella Bulghcria, nella Servia, e nella Rafcia, travagliavano i
confini della Croazia, e delta Dalmazia; perchè all' ora molti Uomini valorofi,
non potendo viver fotto la tirannide Turchefea, ricordandoli di elTer nati
nella vera Fede dei Vangelo, partendo dal paefe gib foggiogato da’ nemici, fi
ritiravano a qualche luogo forte de’ Criiliani ; e di Ib, flimolati dal dolore
delle cofe perdute, e della patria foggiogau, con molta ferocia ajuuta dalla
notizia de i palli, e dalle legrete intelligenze de’ parenti, e degli amici,
corfeggiavano ogni gbmo, e portavano a’ Turchi molti danni. La prima, e piò
faraofa piazza che fi cl^gelTero gli Ufcocclii, come piò opportuna a quelli
loro furtivi alulti, fu quella di Clilfa, Fortezza polla fopra Spalatro, poco
difcolla dalle antiche rovine di Salona, in fito fortillimo, ove fi apre un
fenticro flretto, e pel quale foto fi cala dalle vicine montagne della Morlacca
verfo il mare ; ove portandoli diverfe mercanzie, chi è padrone del luogo ne cava
anche dazio importante. Era all’ora Signor di Clilfa Pietro Crofichio, come
feudatario della Corona di Ungheria, il quale, fidandoli nella qualitb del
fito, che pareva inefpugnabile, dava volentieri nccrto agli Ufcocchi,
giudicando incautamente di poter colf opra loro render piò ficure le cole
proprie, e forfè dilatare i confini, e arricchire di fpoglie. Ma gli fucccCfe
tutto il contrario; perchè, prov9cati i Turchi da’ continui danni, voltarono il
penfiero alla efpugnazione di Clilfa nell’anno 1537. al che forfè non avrebbero
afpirato mai per la difficoltb dell’ imprefa, fe il Crofichio fi folfe
contentato di mantenere le cofe fue lenza fluzzicare il verpajo, come fi dice :
il efie può fervire di avvenimento ad altri piccloU Signori, di non provocar
l’ira del maggiore, confidandofi, 0 in forze, o in appt^gio ^ altri Potentati;
per^è Umili fperanze rìelbono per ordinario fallui. Vedendo adunque il
Crofichio la rovina che gli veniva addoflb, fu af tempo d’invocare, c ricevere
gli ajuti di Papa Paolo 111. e di Ferdinando Imperadore, co’ quali elfendofi
pollo a dillruggere due forti che fi fabbricavano da’nemici, a fine di
llrignere Clilfa con alfedio lungo, fu con improvrifo affalto rotto da’Turchi,
e uccifo; onde, mollrando la fua tella a’Clilfani, mifero unto Ipavcnto, che
tollo rilolfero di arrenderfi, diffidandoli di poterli piò mantenere. Nell’
alfedio di Clilfa, che durò piò di un anno, occorfe un fatto memorabile, del
quale non cifendo (lata fatta menzione da altri, non mi è paruto fuor di
propofito il riferirlo in quello luogo : pafiò egli dunque in quella maniera.
Nel campo di fuori fi trovava un Turco nominato Bagora, di natura grande, e di
forze tremende, il quale, come un nuovo Golia, sfidava ogni giorno quei di
dentro a fingolar batuglia, rimproverando loro la viltb, e la chiufura della
muraglia : arroflivano i CrilliaTomo !!• S z ni di 140 ’ STORIA fii di
vergogna; nu ritenuti forfè dalla prudenza del Capitano, e for« fé anche da
ragionevol timore, non ulcivano da* ripari : quando un giovinetto, nominato
Miloflb, il quale ferviva al Crofìchio di paggio, (t fece innanzi al padrone,
diman^ndo il combattimento contra Bagora : ma riprefo come troppo audace, e
dilugaule à tanto nemico, f^giunle ch’egli confidava in Dio di doverlo
vincere.- c (c pur rimancfle perditore, farebbe poco danno, c poco dilonore
de’Criftiani, che un Turco di tanto creato foire recato fupcriore ad un garzone
: in fomma queOo era (laro detto da Dio, come un nuovo David contra Golia, a-
domare la luperbU orgogliola di Bagora. Ufei egli adunque accompagnato da
divote orazioni dc’Fedeti CrifUani, c con un colpo di feimitarra, che fu forlc
il primo, tagliò netta una gamba al nemico; il quale, f^ermatofi nondimeno
falla colcia manca, tutto rabbiofo fi andava girando con tanta furia, che l’ardito
giovane, febben gli laltellava intorno, per venire a fine della vittoria, non
poteva però avvidnarfegli per far alcun colpo; ma aveva che fare alTai a
fchifar quelli dellinfuriato nimico, il quale nemmeno con tanto empito, che,
Icaniando 10 il CrilUano coll’ agilità della perfona, non potè il Turco
reggerfx luila gamba tronca, o lulla lana, ma cadde boccone, c nel medeGmo
tempo gli cadde di mano la feimitarra; febben altri riferifeono che U gittò via
fpontaneameme, con dire a MilolTo, che lo feriva di lontano con-fain, che non
lo volciTè uccider come cane, ma come Uomo di guerra; o ooù colf arma propria
gli fu troncata la tefla, la quale fu portata con allegre grida dentro a
ClifTa; ma eirendoll ei 11 poco dappoi perdura*, non potè eifer lunga Taltegrczza
di cosi nobil fatto. Venuta* Cliilà> ia mano de' Turchi, rellò loro libero
il pafTo, per fare feorrerk in tutta la Dalmazia, e Croazia, lenza impedimento;
e lì ajirirono il primo adito nel Contado di Zara, dfendofi loro io quei
medefìmi gioni renduto anclic per tradimento Nadino, Camello importanre, poAo
nel bellico del medefimo territorio di Zara: ma gli Ufcocchi a^'anzati alla
infelice battaglia lì ricovenron» tu Segna, Citch polla in un'intimo rcccflb
del icno Flanonico, oggi detto corrotumente QuarnaTo, o Carnaro, da’ monti di
Gamia che l’inquietano con tempere continue, di rincontro allTlola di Veglia;
giudicandola opportuna a’ difegni loro, per; la fortezza del fìto naturale,
ajutaio anche aìTai con'arteiperchè per la via di terra, rilpetto a’bolchi, c
monti, non vi fi poteva accoftarc cfcrcito, ne condurvi la cavalleria, non che
le vettovaglie, o i arriglieria; e per mare non vi era porto capace, nè anche
di poca Armata; c il tenerfi fu quel canale era perìcolofo eziandio in mezzo
alla State, pel vento di ^rea che vi lòffia fpelliflìmo, c che, per comune
opinione, (febben par favola il dirlo) li può concitare a voglia Perciò gli
Ufcocchi tanto piò volentieri fi ridulTcro in quel ricetto, condotti anche con
onorati liipendj militari dalfimperadore, perchè, eflendo ellt uomini feroci, e
ufi non folo a camminare, ma anche a correre con piedi faldi per bofehi, e per
balze, pensò, mediante l’opera loro, di tener lontani t Turchi da tutti quei
confini, c far difabicare la Lica, e la Corbavia, dalle quali Provincie
foprallavano 1 piu vicini pericoli. Nè gli riufe^ all'ora male il difegno,
mentre gli Ulcocchì attefero con gagliadi ftratageromi, e con repentine lòrtite
a battere il nimico: ma tolto cominciarono a convertire le onorare imprefe
militari in latrocini, e rubbamenti de'Criltiani, onde fi rendettero odiofi a
tutti i vicini. Li medefìmo MilolTo, che fottoClilTa nell' ammazzamento di
Bagora aveva acquifiato tanto onore, corrotto in Segna col mal’ ufo delle
ingiufle depredazioni, dappoiché era diventato Uomo di maravigliofa fortezza di
corpo, contaminò la lua fama, e fìnt poi la vita in Zara con un capefiro. Gli
altri, valcndofi della comoditi del Mare, e de'recefll fallaci, ne’ quali
difficilmente potevano elTer feguiri, avevano introdotto rcfercizio di alcune
Barche vclociffime, colle quali coiteggiavano le marine, e afficuravano le
prede che facevano in terra da qualunque improvvifa furia de’Turchi; coftumando
di nafconderlc ne’cefpugli, c anche di fommergerlc fotto l’acqua, per cavarle
poi negli urgenti bifogni. Colle medefime barche affairavano anche! Vaiceli!
de’Mercanti, o dentro i poni, o in altri luoghi opportuni con infidie notturne
; profelfando però dapprincipio di non voler toccare nè le robe, nè le pcrlonc
dc’Crilliani, ma Iblo de’ Giudei, e de’Turchi; Icbben fpeflb trattavano tutti
ugualmente. Onde la navigazione veniva impedita, e il commercio interrotto; c
in Coftantinopoli fi facevano lamentazioni, c minacce contra i Veneziani, come
quelli, a’quali, per le condizioni^ della pace, toccava di tenere netto il
golfo Adriatico, e libera la navigazione per i Mercanti, e Sudditi Turchefehi,*
onde Solimano fi la-' feiava intendere liberamente di voler mandar l’Armata
propria alla eftirpazione degli Ufcocchi, e afficurazione del Golfo; cfib nei
capellri, e nelle catene. In quelli tempi l’Ilole di Veglia, d’Arbc, di Pago,
cogli Scogli di ^ara patirono tanti danni, che ne fegui poco meno che la
defolazione : molte Ville fi abbandonarono, i greggi, c gli armenti, che erano
numerofi, fi dilpcricro; c le genri, per difperazione, ftavano per abbandonar
il paeie : quelli che erano atti alle arme, e alle fatiche, corfero tanto più
prontamente ad alcrivcrfi fu le barche lunghe, che fino al numero di trenta
s'andavano armando dalia Repubblica, come piò atte d’ogni altro Valceilo a
Icguitar i ladroni per li ftretti canali, e per le Ipiaggie di poco fondo,
colle quali ft veniva anche a metter gli Ufcocchi in maggior, dilperazione, a’
quali in Segna non fi pagavano gli ilipend) dalla Corte Cefarca; anzi di Ib proccuravaoo
di addolTar qualche carico all’ Arciduca di Grata, per eflTcr Segna Frontiera
particolare de’ fuoi Stati, lébben apparteneza del Regno d’Ungheria : e dall’
altro canto il pacle non dava comodità alcuna di agricoltura, o di altra
induftria; le Icorrcrie di terra rilucivano di molto pericolo, c di poco
frutto; c quelle di ntare, per le caule accennate, conducevano ben fpeffo alla
forca, e non fempre alla preda: onde di pura rabbia gli Ulcocchi, non potendo
faziar la fame col cibo, la sfogavano col languc, e colle uccifionì piene di
crudeltà. J)a tutte quelle infolenze degli Ufcocchi, oltra il danno che
ricevev.ano i fudditi della ScrcnilTima Repubblica, e le continue lamentazioni
che portavano a Venezia elli, e 1 Mercanti che fpcflb erano fvaligiati,
venivano ad irriiarfi maggiormente (come fi è giU detto) i Turchi- onde il gran
Signore, c i Batà ne facevano in Collantinopoli continui rifentimcnii con
protellazioni che, non provvedendovi la Repubblica, «fiì vi. provvederebbono da
sè llcfli. I Veneziani all’ incontro, procèdendo colla iblita loro propria
^denza, olt^ la iòllecitudine che ufavano fempre maggiore di pcricguitar i
ladri, e gafiigarli, facevano anche continui uffizj colf Imperadore', che non
tolleraffe né' fuoi Stati una uni tana ingiufiizia; nè permctteOè contri quello
che apparteneva alla dignità fui, e alla perpetua fama dell’ integrità della
Cafa d'Auftria, che ne gli Stati fuoi fi deOe ricetto ad Uomini
fcelleratilfimi, e a pubblici corfari congiungevano gli ufhzj a quello medefimo
fine i Papi, moOi parte dal pubblico fcrvizio della Crifiianità, e dal peticolo
di qualche guerra tra’ Principi fedeli ; vedendofi bene che a lungo andare non
avrebbono potuta i Veneziani dar faldi a tanta ingiuria ; parte anche fpintì
da' proprii intetelC loro, perchè nè anche fi portava rifpetto a' Mercanti d’
Ancona, e di altre Città della Marca, e della Romagna ; e veniva ad impedirli
il commerzio, e il traffico con danno delle gabelle, e con rovina de’ Sudditi,
Le quali tagioni movevano anche i Re di Spagna a concorrere nel medeCmo
defiderio, e nelle medefime illanze per quello che pativano gli abiranti del
Regno di Napoli, foliti a portar vini, grani, mandole, e altre preziofe merci a
Venezia ; le quali medefimamente erano mal licure dalla rapacità di quella
canaglia : oltra che il Re Rimava fua vergogna grande, che il mondo vedeffe
elTer ricettati, e alTicurati nelli Suti di Cafa d'Audria i pubblj^ ci ladroni,
oramai infami per le loro infolenze in tuta Europa, ? luori d’ Europa. Ma
un’altro detrimento confiderabile moveva il Papa, come il Re Cattolico, a
defiderare che foflc melTo freno a tante rubberie,* perchè, impiegandoli le
Galee Veneziane nella perfecuzione di quelli ribaldi, non potevano elle a'tempi
debiti ( come erano folite) feorrere U marine Pontificie, e Regie, per
aflicurarle da’Cotfari, i quali, fatti perciò più arditi, volavano ciafeun anno
di Barbaria, e di Grecia nella llagione delle Fiere, e ne riportavano fempre
ricchiffime prede con numera grande di Schiavi, quafi a mano falva, non potcndofi
tener netti quei mari con altri Vafcclli, parte per non elTere frequentati i
porti ; parte anche per antico Dominio fempre lafciato libero a’ Veneziani di
tutto il Golfo ; fotto il qual nome fi comptende quello fpazio di mare che fi
rinchiude tra Otranto, e la Vallona, feorrendo verfo Ponente fino a Venezia.
Tutte (quelle conliderazioni, e inierelli rapprefentati a Cefare con anta
autorità della Sede AppoRolica, e della Corona di Spagna, non facevano altro
effetto, che di Ipeziofe promeffe, e apparente indignazione, dichiarandofi di
volervi provvedere in ogni modo; ma nel fegreto li vedeva che a’ Minillri
corrotti piaceva il diflurbo che fi dava a’ Veneziani ; e forfè più la parte
che loro perveniva -• delle prede. Si mandarono però alcune volte a quello
effetto Comnicffarj a Segna con ordine di regolare quella milizia, o mafnada di
ladroni ; fe n’ impiccò ul vola qualch’ uno, forfè de’ meno colpevoli ; fi
reflituirono alcuni Vafcelli, e alcune merci di minor prezzo ; fi diedero
ordini divulgati al Capitano di Segna, di non lafciar ufeire gli Ufeocchi per
mare, e di non ricettarli dopo le lubberie : dopo i quali rimedj fi procedeva
per alcuni mefi con qualche maggior modellia.- ma indi a poco, come ave llerò a
rifarC del tempo perduto, fi faceva peggio, che prima. E febben, arrivando i
malandoni con qualche groffii preda, il Capitano, per mofirarfi efecutore degli
ordini, tal volta usò di chiuder loro le porte in facTomo II, T eia, e eia, e
di fparar anche loro ianiglieria contra, (ma fenza danno per&) molìrando di
non ammetterli, acciocché di tal Tua rifoluzione natidafle ravvilo all’ Ifole
Venete, e da quelle poi all’ armata, e a Venezia ; nondimeno di notte s'
[introducevano gl' Uomini, e le prede la maggior parte delle quali era del
Capitano > c i predatori ne riportavano lode, e ciò che badava a trionfare
colie loro famiglie per alcuni pochi giorni ; dopo i quali conveniva trionfare
alla buIca, o morire di fame ; perché tanto contribuivano i mefehini in faziare
l’ ingordigia del loro Capitano, e di qualche altro che co» mandava al Capitano
; c in mantcnerfi i favori d' alcuni Miniftri nella Corte Celarca, c dell’
Arciduca di Gratz, (che dovevano effer di quelli i quali, per mancamento di
fede, fi curavano poco delta Bolla in Cccna Domini, o d’ altre cenfure ) che
picciola parte ne rimaneva loro, come fi può argomentar facilmente dalia
povertà, e milcria colla quale fono fempre vifTuti ; né mai fi è intcTo che
alcuno fia divenuto ricco. anzi fi è fentito dir di un Ulcocco vecchio,
fìorpiato, che, dando lèmpre a giacere in Ietto dedituto ^ ogni ajuto,
confedava di efrerft ritrovato ne* fuoi d'i a tante preac, che le porzioni
toccate a lui per certi conti tenuti cos'i di grof*. fo pafiavano ottanta mila
ducaci; nondimeno era miferabilc, e mendico, cosi permettendo la divina
eiudizia. £ fu detto piu volte, che alcuni mercanti fvaligiati, efifendo
ricorfi alle Corti Audriache, per lamcncarfi, c per ottenere qualche
reintegrazione de’ loro danni, avevano riconolciute intorno alle mogli de’
principali Minidri i giojelli, c altre cole prcziolé tolte loro. Cosi i
Principi ottimi, e d’ imegriii, e giudizia incomparabile, vengono fpelTo
ingannaci da’ mali configli, abulando della bontk, c clemenza loro, con
denigrazione della* fama • c nel mondo fi celebra per gran gloria della Cafa d’
AudrU, che, dominando gìH 300. c più anni, cost lungo Impero, c cosi potenti
Regni, abbia però rariffime volte, o non mai gadigato per qualunque fallo
minidro alcuno, o nella vita, o nella roba mal acquidata : ma forfè meritano
maggior nome di prudenza quelli che, ficcome fono liberali nel premialo i
meritevoli, cosi gadigano .con feverii^ i mancatori : nè farò alcuno che polTa
biafimar Rodolfo Imperadore della ientenza che fece contra Giorgio Popel, per
nobiliò, c ricchezza tra' principali Cavalieri di Boemia, fc furono vere le
colpe fiie, privandolo della libertò, e della facoltò : piò todo fi poteva
dedderare che al mcdefimo rigore arrivane la giudizia contra altri due minidri
che ultimamente fi fcacciarono di Corte, i quali forfè predo alla Maedù Cefarea
furono autori di piu dannofi configli.' non fi è però anco ra pubblicato, fe
edì fieno veramente dati anche fomentatori derubbimcnti degli Ulcocchi.* ma fc
un giorno fi pubblicheranno i procedi che s* intende eder fiati fatti da’
Generali Veneti, cavando da diverfi cofiituti di rei condannati a morte t nomi
de’ loro particolari fautori ; e con quali, e con quanti prclenti le li
lenedcro amici ; forfè fi feopriranBo cofe che daranno cagione di arroflire a
molli ; e apriranno maggior lume a’ Principi di conolcere le fraudi colle quali
è fiata per tanti anni tradita. la fama, e il fervizio loro. Con qncfti mezzi
fi foftenevino adunque gli Ufcocchi ; e reftando fruftatori tutti gl’ufliz; che
fi facevano, per reprimere le loro infolenze, foddisfacendofi folo agl’
intereflati in parte con certe apparenti dimoftrazioni nel redo fi adducevano
per ilcole l’ordinaria natura de’ confini, che produce lempre uomini di mal’
affare; e che in quello di Segna, tanto importante, che difendeva lunghe frontiere
contra il Turco, non fi potevano cos'l vedere tutte le cole per minuto, nè
gaftigar con rigor di giuftizia ogni misfatto, per non diftruggere gli Uommi
forti, Lceffari a quella difefa: fi allegava l’efempio de’Cofachi, i quali,
abitando alcune ifole forti, e inacceflibili del Borillene; effendo effi
collegati de’Pollachi, e Mofcoviti, e de’ Tartari, danneggiano per mare, e ìtr
terra fpezialmente le Citt'a, e i Vafcelli de Turchi; ne bafta dili«nza alcuna
ad eftirparli: e lebben efft dipendono particolarmente da Pollachi, e da quel
Re fono loliti di ricevere il Capitano al quale ubbidifcono, nondimeno, quando
da Coftantinopoli, o dalla T«taria Precopenfe vengono querele delle
depredazioni, e degli incendjloro, che fanno affai fpeffo verfo Moncaftro, e
l’altre marittime terre della Moldavia che fi tengono con prefidj dal gran
Signore, e fono mercati celebri’ il Re di Pollonia luole Tempre Icufarfi, che
non è in lua mano di raffrenarli, dando nel rello buone fperanze, e parole. I
Colachi, per aggiungere quello, (poiché fiamo venuti in propcnto delle
condizioni loro) abitano, come abbiamo detto di fopra, I itole del Boriitene,
che, febben’è fiume ncchiffimo d acqua, non fi naviga però per effer
rapidifiimo, e pieno di Icogli, e di falfi eminenti; ma i Cofachi lo paffano
parte con picciole barchette, o d’un fol legno durilfimo Icavato, o di cuojo
cotto, acciò, urtando impetuolamente negli fcogli, non fi Ipezzino; pane
s’ajutano co ’l nuoto; neaqueUi, che non fono ben pratici, è ficuro accollarfi
alle loro tane, dove provvilli che fono di vettovaglie, non temono furia, o
potenza di qualunque nemico- neirilole cullodilcono le mogli, e i figliuoli in
mal compolle capanne- e quando elfi efeono, lafciano lempre alla guardia
qualche pane della milizia. Sogliono effere intorno a 5000. combattenti in
eredito di tanta virtù militare, e di tanta giullizia nella dillribuzione delle
prede che alcuni nobili Pollacchi hanno quella per buona Icuola, ove n’allevino
i figliuoli loro nelle arti della militar difciplina. quelli daMi Scrittori
Pollacchi fono chiamati Niforj; perchè il Borillene, che da’vicini popoli è
chiamato Nieper, da efli è detto Nis ; e Niforj fi nominano, come abitatori del
Borirtene, effendo il nome de’ Cofachi m Pollonia più generale, col quale
intendono la cavalleria leggiera. Ora i Cofachi o Nilotj, in tempo di guerra
crelcono maravigliolamente di numero, 'perchè molti s’accollano volentieri alle
b^e loro, o per la fama del loro valore militare, o per la fperanza della
preda; onde fi unifeono anche de’medefimi Sudditi Turchelchi, non lolo Moldavi,
e Vallachi, ma anche Tartari; delU qual nazione lono in gran parte gli
abitatori delle circonvicine riviere del mar maggiore, fpezialmente di Orzunia,
e di Balograd.. Ma tornando al nollro propofito, Cccome gl Impenah moftravano
coll’efempio de’ Cofachi che ne’ luoghi de’ confini era neceflario tollerare
anche le genti rapaci, e predatrici ; e che efli coll opera degli Ufcocchi
difendevano queUe importantilfime frontiere, arte qu^, per Tom. II. T a
lafprez-, lUfprezza de’ monti, niun’ altra Torta di gente farebbe ftau
egualmente jitta ; così promettevano nondimeno di azi ordine tale al Capitano
di &gna, che ptpibifle, e gaftigaflc quelli che danneggiaflTero >
confini Veneti, o in alerà modo deflero molelHa a’ Cridiani .* ma U Capitano (ì
fculava poi di non poterlo fare, per la tardanza, e pel mancamento de gli
fUpendj, fenza i quali era impolfibile trattener quei prefìdj, nequali
ordinariamente fi fpendevano venti mila Ducati all'anno; e niuno rilblfe di
metter qualche fermo aflegnamento per quella poca fomma, onde cenfalfero le
querele, e le feufe: anzi quando l'Arciduca Carlo rìfiedeva in Gratz, e poi
l’Arciduca Ferdinando, Tuo figliuolo, moffi, o dagli interein de'loro Sudditi,
o dall'onor della cafa d'Aullria, o dalla propria cofeienza, (come fono itati
quei Principi dotati dì una ingoiar virtù, e zelo) facevano iflaoza alla Corte
Cefarea che non fi tplieraflero i latrocin) infami, e che fi mandafiero a tempo
le paghe, per levar quella feufa a' ladroni, e per metter loro il freno; fi
nlpondeva che elfi, come più vicini, pìglUfTero la cura di pagar detti ihpendj,
e poi regolalTero le cofe a modo loro.* ma gli Arciduchi fi Iculavano, che
Seg-na non era dello Stato loro, ma appartenenza del Regno d'Ungheria; e che a
quella Corona toccava la cura,* die elTi però non potevano addofiarfi quella
fpefa di più, avendo da guardar tante altre Piazze centra il comun nemico. Con
quelli trattaci, e con quelli fviamenii s’andava prolungando il rimedio, che
con onore non fi poteva negare; ma, per altri rirpétti, non li penfava di
applicare. Sopportavano nondimeno i Veneziani con una prudente pazienza tanti
aggravi, e tanti pregiudizi, rifoluti di tentare ogni cola primacchè venire ad
una manilefla guerra, la quale abborrivano per tre cagioni.prima perchè
vedevano che la rovina cafchercbbc Ibpra grinnoccnti Sudditi degli Arciduchi,
alla maggior parte de’quali lapevano fermamente difpiacerc le fcelleraggini
degli Ulcocchi, ormai abl^miuaii da tutto il mondo ; nè fi poteva andar contra
Segna, che ì primi a fentire le miferie della guerra non folTcro i vicini
Fiumani, quelli di Lovrana, e di Novi, e altri non principali nella colpa. La
lècoada caul'a, e più importante, era, che, movendofì i Veneziani per mare
contra di Segna, i Turchi fi offerivano di movcrfi liibito per terra; nè clTi
volevano in quel modo aprire la porta a’ Turchi da penetrare nelle viteere
d'Italia, per non effer rei dinanzi a Dio, e nel colpetto degli Uomini, di aver
voluto vendicare le private ingiurie con damo uiiiverfale di tutta la
Crillianitk. Moveva gli Uomini prudentilTimi una terza ragione piti profonda,
fondata nel loro panicolar lervizio; perchè, elTendo loro rimafie in Dalmazia,
dopo l’ultima guerra de’ Turchi, le fole Citta marittime colle gengive di
pochilfimi territori, dubitavano che i Turchi, gih invaghiti della bellezza e
fertilità del paele, non s’ annidalTcro con villaggi, e palazzi fin fugU occhi
delle lor Cittì»; con che i Sudditi farebbono fiati elclufì da tutto
l’efercizio dell’ agricoltura, e le Cittù (àrebbono fiate fogeettc a continue
infidie della gente di quella regione barbara, prelTo alfa quale non viene
fiimata ragione alcuna di pace, di patti, o di leggi. Quefie furono adunque le
confiderazioni, c le ragioni, per le quali s’andò portando innanzi il negozio,
e proccurando il rimedio con pazienza, fenza prorompere in una aperta guerra;
perchè in fomroa fi defiderava di vedere moderate le feorrerie degli Ulcocchi,
ma non di vedere t buoni eftinti ; e fì aveva riguardo di non facilitare la
firada alle maggiori rovine d’ Italia, e della Criflianit^ ; nè It veniva
volentieri a partito di far patir a gl’ innocenti la pena de’ falli altrui .*
onde da’ Sommi Pontefici, che Capevano U fegreto, fu grandemente lodata la
pieù, e la prudenza del Senato Veneto, colla quale veniva anche moderato
l’ardir di quelli che avevano Tarme in mano, e reggevano Tarmata; i qu^li',
fecondo la loro natura militare, i più impazienti non potevano lòpportar tanti
oltraggi. Ma era necelTario che tanti peccati di gente ribalda, tanti faccheggiamenti,
e ammazzamenti di poveri, tante lagrime di miferi affUcd movelTero Tira delT
eterno Dio, acciò, fé in terra andavano impuniti si gran delitti, ne moflrafTe
vendetta il Cielo.* onde venne in penfieroad AfOm Bafsh della Bellina, regno
che confina colla Dalmazia, di npprefentare alla Porta le molefiie, i danni, e
le rovine continue che pativano i Sudditi del Gran Signore da quello poco
numero di ladroni; e che con grandifilma indegnità d’un si grande Imperio, e di
una tal potenza era il tollerarlo : che egli, fé gli foflfe data autorità,
colle forze del fuo governo avrebbe non folo dillrutti gli Ufcocchi, ma
allargati i confini per le reliquie del r^no diCrovazia, e de’ vicini Stati
Aullrìaci fino a Segna, e piò innanzi folto i felici aufpicj Ottomani. Era
Affan per vigore di corpo, e prudenza d’animo affai inclinato alTarte della
guerra; nè contento degli onori, a’ quali da debole principio cosi olirà il
corfo di mondana profperic^ era arrivato, che afpirava di farli flrada celle
fatiche militari a primi gradi di quel barbaro Imperio: però difcorlè del
negozio in maniera, che eli fu facile il periuaderlo alla Porta, ove fi
defiderava grandemente di galligare la temerità degli Ufcocchi, ed erano
inalpriti gli animi dalle continue lamentazioni de' Sudditi, i quali
deferivevano in modo la crudeltà dc’iadroni, ei flrazj che pativano i fchiavi i
quali capitavano in mano loro, che ormai fino in Cbllantinopoli, e nelle vicine
provincie Europee, quando fi voleva pregare ad alcuno che non cadeffe in cllrema
mileria, fe gli diceva cosi.* Dìo ti guardi dalle mani de’Segnani. Però furono
volentieri afcoltaci dai gran Signore, e da i Bafsh i configli, e le proferte
di Afian; onde gli fu data commilfione, che rómpelTe la guerra, la quale per
tal caufa cominciofii Tanno 15572. e durò fino a quello del 1602, con variati
luccelTi, ne’quali hanno avute continue occafioni i Crifiiani di riconofeere la
particolare protezione dell’onnipotente Dìo, il quale, febben mollrò
dapprincipio di volerli gallìgare, non ha però permeiTo che fin ora fieno
affatto caipcflaii da’ nemici del fuo tanto Nome. £ quantunque ad Affan
vcniiì'cro profperi i principj della guerra, poiché lenza molta difiicoltH
s’impadronì di Sifacn, eBichiach, quefio fui fiume Una, e l'altro sò la Cupa,
come oggidì lo nominano i paeiani; ambi luoghi opportuni a’fuoi difegni, a’
quali fi credea poterli dilficilmenre far conveniente refiflcnza colle forze
dell’Ungheria, che s’ erano debilitate, per eflerfi colla fperanza della lunga
guerra che avevano avuta i Turchi in Perfia diimelTo nel regno Tufo dell' arme
; ed erano annichilati i prelidj di cavalleria, e di Isteria, che per djfela
delle frontiere fi folevano ne’ confini mamene;*e nuracrofiinmì colle
contribuzioni dclT Imperio; le quali, parendo che gih ceiralfero ì pericoli, fi
coovertivano in alui ufi. Ma quando cominciò la guerra, fi accofTcro tutti
quanto farebbe Ilato utUe l’aver in tal occafione alla mano un corpo di milizia
tale, ve^ terana, ed cfercitata; c fi vedeva che lalpctcar foccorfo da’Principi
dellImperio, o da altri Potentati più lontani, era colà lontana, e incerta;
ORoc fi temeva ragionevolmente che non andafie la Crovazia, e TUnghcrìa tutta
in poter del nimico t però fi maledicevano UÌcocchi,e fi (kfiinavano loro gli
ultimi lupplizj, come ad Uomini icelleraiiffimi, c autori di tutte le rovine.
Ma ne’ maggiori mancamenti di forze, c di configli, volle la divina
miiericordia loccorere i Crifiiani in modo, che tutti conofeefiero efler
ugualmente facile a lei il vincer con pochi, o con molti: perchè, circndofi
l'anno leguente condotto Afian collcfcrcito vittoriofo, c invigorito da i
profperi luccefiì, vcrioSifach, c paffata la Cupa con dilegno di calate poi
verfo il fiume,^e per quella via farli la lirada alia prcla di Segna, c
all’ertirpazione degli Ulcoccht, e ad altri più valli progrefii, fu Icopcrto da
alcune compagnie di cavaili, che*^ fi erano meflc infiemc de’ vicini prefidj
Audriaci, con fine d’offervare gli andamenti del nemico, c di fargli alcun
contrado in qualche anguilia dc’paffi, o d' impedirgli le vettovaglie, più
tofto che di far teda, e di combattere a bandiere fpiegate in tanta
dtiugiiaglianza di numero, efiendo i Turchi più dÌ40ooo., e iCrilliani intorno
4000. ma edendo quelli tnafpettatamciue avvicinati alla Cupa, e avuto l’avvilo
che il nemico giù cominciava a paiTare, fi leniirono infiammare da un’inlolito
ardore, che fi vide poi cnere miracolofo dono del Cielo; perchè, ove alla prima
nuova della vicinanza deli’cfcrcito Turchefeo, tutti gli animi fi vedevano
volti alla fuga con dubbio che nè anche quella fervide allo Icampo; ad una loia
parola pronunziata dal Capitano, che meglio era combattere con quella parte che
era giù pacata il ponte, e che le ne poteva Ipcrare qualche gloriofa vittoria,
il gridar di tutti, che fi vciiilfe alla battaglia, e il marciare in dretea
ordinanza arditamente contra il nemico. Tu tutto uno; ove T affalto improvvilo
miie a’ Turchi tanto tpavenco, che, lenza far un colpo di lancia, o
d’archibufo, fi mifero m una dilperata fuga : c perchè giù erano padati quali
tutti per un pome non molto largo, (edendo il fiume crclciuto d'acque, che non
fi lalciava gu^zare ) pei medelimo ponte conveniva ritomariene; il qual non era
capace dì più di due cavalli al paro; e perniile Dio, per maggior dragc de’
nemici del Tuo l'auto Nome, che nel mezzo del ponte cadellè un cavallo ferito,
che chiule il padb a gli altri; nè riirovandofi in tanta fretta chi fi
pigliad'e cura di farlo rilevare, o di farlo cader nel fiume, fu cagione della
morte di molti.perchè inanimiti dalla jnalpetraia fdicitù, attendevano co
archibufi, e colle Ipade a farne drage; onde i Turchi fi i>ittavano
prccipirofamente nel fiume. Le rive erano alte; l’acqua groda; il tumulto
grande; la mano di Dio Idegnata; onde di tanto numero pochidlmi fi lalvarono;
poohì morirono di ferite rìlpctto a quelli che fi annegarono; fi penderono ìt
bagaglio tutte, e i cavalli; rimale morto, tra gli altri, Adùn con un fuo
Iraicllo; c i Cridiani, allegri d* una si memorabile vittoria fcAza pur una
minima perdita, carichi di preda, ricuperarono indi a poco Silach, c
cominciarono fperar meglio di tutta la guerra, la quale ha portato in quedo
fpazio di dieci anni varj avvenimenti certo, mù nondimeno uli, che ciafeuno è
tenuto di confelftre, edeili «iTer(I manifeftamente fcoperti fegni evidenti
della protezione deironoipolente Dio verfo i Crìdiani, perchè fono date
efpugnatc le Cità xeaii, rotti gli efercìti formati, meifo in fuga il proprio
gran Signore : nò fi può che nella prelà di Cliffa confifleffe la diffruzione
de’Turchi; nè credevano altro, fé non che il Papa foffe per pigliarla per sè, e
per quella via mandar efercitt Crifliant nella Boffina, e far follevare tutte
le Provincie con fperanza di liberti: ma i difegni del Papa erano quelli che
fono llaii accenn.ui di fopra; nè fi giudicava conveniente fcoprìrli per fola
Cliffa; nè meno il manìfeflare a gente mal cauta la caufa della tardanza .però
s’andavano trattenendo, con induUria afcoltando in tanto le pretenfioni
eforbicanti colle quali ogni giorno fi facevano innanzi e l'Arcidiacono di
Spalatro, fratello di Giovanni Alberti, diceva che la nazione Schiavona non
voleva mettere mano in quella faccenda, fe non fi faceva un Cardinale della lua
lingua ; e penfava che doveffe toccar a lui, o ad un Aio fratello Dottore. Era
anche venuto per quello effetto Gaudenzio Canonico; ma più importuno de gli
altri era il Cavalier Bertucci, uomo arrogante, e di pochiffima levatura, il
quale dimandava il governo perpetuo di Cliffa con groffi Hìpendj; e già fi
faceva padrone lolo del negozio; parendogli di meritar molto, (ebbene ne aveva
pochiflima parte, perchè nè a lui, nè a gli altri fi rivelava il fegretò; ma le
generalità del trattato erano in bocca, per la poca avvertenza di coloro, di
tutti i Dalmatini che fi trovavano in Roma; onde pareva impQfiìbile che non ne
arrivaffe il fentore a'Turchi; e che non faceffero le debite provvifioni per
afllcurar la Piazza. Tutta quella gente negoziava col Segretario Minuzio; il
quale, mentre afpetrava la maturità degli altri più importanti difegni, loffriva
quelle impertinenze al meglio che poteva.* ma infallidito dalie contìnue
moIcllie del Cavalier Bertucci, come egli era tenuto per natura, per la
moltitudine delle occupazioni, e per la poca laniià, collerico, e impaziente,
fe lo levò dinanzi, accufandolo di prefuniuofo, e dicendogli che forte il
governo di Cliffa fi darebbe ad uomo di più merito di uii ., c che non
conveniva innanzi tempo pattuire della pelle deU’Orfo non ancor prefo. Il
Bertucci, il cui camino s’empiva di fumo con poco fuoco, fi voltò fubito verfo
il Barone diNorad, all’ora Ambafciadorc dellImperadore in Roma, e gli efpofe
tutto l’ordine della trattazione, motirando che ella era già matura; ma che il
Minuzio, come fuddito della Repubblica di Venezia, la impediva co’fuoi
configli. L'Ambafciadore fenz altro predò fede a quello gli fi diceva ; matfime
che, per altre cagioni, era fofpetta a gli Imperiali la perfona del Minuzio,
cosà per effer egli nato fuddito de’ Veneziani, come per effer dipendente da'
Duchi ai Baviera, tra i quali, e la Cafa d'Auflria correvano all' ora alcuni
difpareri ; onde egli abbracciò il negozio, e fubito fupplicò il Papa, che fi
conccntaffe di lafciar andar il Bertucci alla Corte Cefarea, e che 1' imprelà
di ClUIà fi tentaffe a nome di fua Tome if. V Maeflà:, .* il che non fii
diflidle da ottenere, eifendo ormai infìilìidict fua, Beatitudine della
prefunzione del Bertucci, e delle impertinenze di altri partecipi di quel
maneggio., Il Segretario Minuzio, quando vide dalla pazzia d un'Uomo impedirfi
U pubblico fervizio, e i concerti ben ordinati, cercò di divertire il mal
configiio; e trattandone con Tua Santità^ fi sforzò di perfuadere che fi defie
il Bertucci al Commendator Pucci, Generale delle galee Pontificie, il quale
all'ora fi trovava in Roma, acciò lo cufiodifie lopra la ^alea, ove non potefie
metter lòtto fopra materia di tanta importanza : tutto fu indarno, perchè,
follecitando TÀmbafciadore da una banda, e il Bertucci daH’altra, egli fu
Tpediio fegretanaence in fretu verfo la Corte ; nè fi perde tempo, che indi a
poco fu forprela Clifia in nome di Cefare, fenza aver prima penfato al modo di
provvederla di vecovaglie, e di munirla contrale forze Turchefche. Vi entrò
dentro Giovanni Alberti, fecon Qiiello fucceflb di Clifia elaccrbò gli animi de
gli Aullriaci, e de’lo ro Miniliri contra j Veneziani, verlò i qualli non
parevano nè anche ben difpolli, parte per grinierclfi de’ confini, e per lunghi
contraili frù dt loro; parte ancora per la mala inclinazione naturale che,
portano i Principi alle Repubbliche ; ora pareva loro che i Veneziani avrebbono
potuto provvedere CUllà di vettovaglie, o chiuder gli occhi, mentre i ludditi
loro, affezionati alla cauta, le provvedevano; ma chi fi trovava fuor
d'interelfe, ben vedeva, fc era pofiibile farlo: oltracchè, la vicinanza degli
Ufcocchi farebbe fiata loro incomparibilmcme più molefia, e pià travagliofa di
quella de’Turchi, co quali in tempo di pace fi vivequietamente con libero
commerzio. Nel medefimo tempo, per la ifteffa cauta, crebbe anche la rabbia*, e
il numero degli Ulcocchi : la rabbia, per la tagliata ricevuta folto ClifTa, e
per non eficre fiati favoriti, come forte pareva loro di meritare, da’
Veneziani : il numero, perchè i fudditi Turchetchi che avevano avuto mano nel
trattato, alcuni de’ quali erano propriamente di Clifla, altri di Polizza,
temendo di gaftigo, fc ne fuggirono a Segna: il che fecero ancora non pochi
fudditi della Repubblica, che imprudentemente fi erano ingeriti in quel
negozio, e dubitavano però de’ cafi loro. Le quali faccende la Veneta prudenza
non giudicò però doverfi andar più Ibttilmentc inveftigando, per non
moltiplicar diffidenza, e difpcrazioni, e non aumentar di vantaggio il feguito
agli Ufcocchi, i quali, dopo quefii avvenimenti, parte per isfogar Tedio
conceputo, parte per certa opinione di far cofa grata a’ loro Superiori, da’
quali forfè anche venivano infiigati, fenza alcun riguardo fi diedero a
danneggiare i fudditi Veneziani, Ivaligiando i Vafcelli de’proprj Dalmatinì,
ove non poteva effer pretefto dei Turchi, o dei Giudei; levando dall’ Itole gli
ammali, i vini, e ciò che vi era, e ammazzando anche gli uomini per qualunque
minima refifienza, per caprìccio: onde fi vedeva che avrebiMno in breve
dilolata la Dalmazia rutta, fe fi differivano le neceffaric provvitioni, la
cura delle quali fu comn^effa in Venezia ad Ermolao Ticpolo con titolo di
provveditor Generale, e con libera podefi^. Il Tiepolo fino da fanciullo sera
efercitato fui mare, e aveva in diverfi carichi fatte cote maravigtìote contra
Cortari, ed era grandemente temuto dagli Ufcocchi, perche era folito di fame
irremiffibilmente impiccare quanti gli nc capitavano in mano; onde fi giudicava
che fofle ora per far molto peggio. Si tapeva in oltre che era di parere che fi
dovelfcro aflalire con aperta guerra i nidi de’ malandrini, e difiruggerli con
ferro, e fuoco, c ne aveva dato principio, battendo Scriffa, terriccivola che
gli Auftrfaci chiamavano Carlo Iwgo, porta fui canale della Morlaca, dirimpetto
all’ Itola di Pago, la quale poiché ebbe prefa a furia di artiglieria, fece lubito
impiccare quanti nè trovò dentro, cominciando dal Capitano, e Luogotenente con
venti altri di quella ftirpe; e moftrava di dover feguitar nell’ ifteffa
maniera in tutti i ricetti de’mafnadieri, fe dalla Repubblica non folfcro fiate
temperate le ritoluzloni fue troppo ardenti, la qual era moda, dalle ragioni
toccate di fopra a non correre ancora, tirata dalla neceffitli, in una
manifejla guerra: ma ora aveva una confiderazione di più, che, effendo gi^
acccla la guerra tt\ T Imperadorc, e il Turco, non pareva convc^ nire alla
pietk, e prudenza della Repubblica, fe aveffe nel medefimo tempo moffe le armi
contra la cafa d’Aufiria; la quale fe in tanto foffe fiata afirecta da altri
rifpetti, come grandemente fi temeva, di conchiuder la pace co’Turchi, eziandio
con patti difavvantaggiofì, la colpa ne farebbe fiata rovefeiata tutta fopra i
Veneziani ; onde efll prudentifiimamente fi aftenevano dalTapcrta guerra,
febbene le fpcte, e le forze erano tali, che avrebbono potuto bafiare a farla,
mentre i più prudenti volevano Tonu , V 2 pur por vedere fe la dilìruzione dt
Scrifla pofefta ballare a metter pende' fo kd altri d’ovviare a maggiori
pericoli; al che adoperava Papa Clemente tutta T autorità de' Tuoi configli; c
vi s'impiegava anche il Rè Cattolico per zelo di giulhzia, e per riputazione
della Tua cafa. Ma mentre che i Minillri di Tua Samitk cosi prafifo a Celare
> come prelTo agli Arciduchi accufavano le rapine, ed i misfatti degli
Ufccochi, efTì, per difcotparfi in qualche parte, avevano mandato a Roma il Padre
Cipriano Guidi, Lucchefe, deU'Ordine di S. Domenico, uomo di qualche dottrina,
ma di più audacia, di molle ciancie, e di gran vaniti, il quale e in voce, e
con lunghe fcritture pretendeva di giudificar nel Mondo le azioni degli
Ulcocchi, efaltandoli come tanti Maccabei, e actrì.buendo loro la falute
d'Italia, è la difefa di quei conhni .* diceva che le depredazioni dc’Vafcelli
di Levante erano idituite per zelo della fede, Up meme in «iw.fan»di ladaa
fawodo upuione, efapata» vano aaiaanafi l'im falò», ni aliai potevano avanzare
alcim di b>M. qnelb ara la fada na’p n bW ir i maneggi, c Belle
aaminillcaaiaat del pafa biKO danaro.- ad ok» owlbaRino tempre ebe pili
ia^rafie laro l’uiil» dei^ Patria, che le paiefte comodià; e tàiltir vera la
doiniaa di IVh cidide, efie era magli» efiàr poveao Cictadiae in rioca
Repubblica, eh» rioco Ctnadino i» paàeca Rcpubblica^Médema» gnelli mediocri
làaa)tb, baftami però a fafiamaM onoramaeme le Ifato cndkario da gU Antca»ei e
cen «jnelle vivevano modaniamete, fanza aadar con ^ aafiatb ocrcaad» quegli
avanzamenti di factuaa che ia qaeftì u lt i mi Ma» pi hanno rnarinnitn pah n
dafiderarfi in Venezia, per eflére erdeàna pib il lafln', e la pampa aaaoa i
lodevolil&iiii coftarai de gli Antiche. Oia non patendo, per altre
ocanaaaiatil, sbrigaifi à «aA» li da Vnnezia,-ad cftD^ d ai m a n di Bembo
dalte-fae iadi%ofaiaai a totaarvi fubiaa, fa per deetea» .dal 9bnaa» eommAà ia
ttam tuo* 1» cute dèi nagazio ad Anma i o Gii iftin iaaa, Cavaliere, Capita a o
dalMfo, che, dopo eflèrC pebaatfo di iepa anni eootiau» eletcicaia oaaa».
lamcat» in diverfi «pNcfci maaMmi falle Galea, fa aa taraava allBP»tra eoa
gialia Iptt ml aa di maggiati aneti. U ^ftiaiajro era gbviaa^ e nvMNio vaduie
fn dbaa le pih canuta talk fona agella faerigMìCaao nagaaio degli Ufooaahà,
pcoo atl av a .eaa aaolm ai r aalp ea ioae, ma aon ima inifafa- ddigenaa»
latpmlagli letvt pai coahere fapta l' Itoli di Ikav» niM*,'pregtnlifa«atc dd
bada,, iaeiaat al numero di t^, pofia ia hmgo pabhiioa, diadan gmm daime
iMtiaceU a gli oocbi. di gidlli ebe taaaivana ogai giafaoir t*a vidi delle
nefande opemzieai di qalblU mala gente nd iè ri 1 11 É mm tTavarna vedute in
thrt tempi mma in una \ml(»r‘ onde ibtmata ‘dal Ghifiiniano veniva ia Venenia
alnaw fa|>ta le IbcHe; e parmra abdfa Ibn Wioiib poteflè pnrmr anche gunkbe
iMg^ bene, pafcbb‘b>ga4 gfarni a' era aperta la (bada a% nranaaiooe
d’aaaomodanmmo di tuoa il negotio. Perebi, avendo i’Aicivtfoovo di Zara
ptapofti ab Papa dhreti! modi di Ttrminaelov ^ Santnb.gli c o m m dt chce’abaceaflà
oel VdcBvadbSa. gna ' che faa loro vedifaio dt i nri ma pn are H mgnaioa
qnalcha via di«oiSellane, per poterla praporte a gTfamc eff aii aa« nRipn
fandaaiadco. n Vcleovo di Segaa àMitai» daU'Areivetehvo pw n Zatay 1 fii fora
fi maaciD dirwle coafarnuc per plbigforni, la gadfLdI maao in maao fi
eomumeavano al fopeaddetto Gin fii aiana. Per nadir la facili* della fa» faba
y- M fiaa 4 delibati eba II IMòafa anddfc afa Ora di 4fcua, «‘ dì'dPtaga, per
panar di fa gaalahe «onuneCaM famm iella rtffai xieac di'partiti, fafamma
de’-gadi tra» che ipMHa amltitadiat # aaafan rapaai non fi dfafadfe tataa-mMa
in fiagna, aia fa maggia»-]*». « fi omiddaefie a gaaidia.fa mrnf e
-^aal».pacevaaa afiàe pifi alili *1. U fifiefa de’ coafiai, a amna atfa afle
eabbama fi an fama da emgofa XbtI. par bene de’tlbagulei, i oaif il gnale
ricusH 4’andarvi, # fg privato deibilttpcudio: per kicbe lùarrtò a Segua, ove
viveva luetavb, «a meidiiinos e carico di. iigliualà, fcnia credito, e mezzo
fcenip. di ccVvella, Ma tornando ah ptopofiio noAio, à Vaibovo di Sogna,
arrivato aGratz, tiDvò in quella Com agni cofa beo ddpoAa, e unedbecra
incUnazione all' acoooodamenro,' perchè il Priocipe, ottinio, t gioMfimo, era
modo aon lob dalla -diminnzioac delb proprie gabelb, a dal pctimemo de'ludditi,
w gl'interrotti con f erai, e per rimpedna vettovagUa; ma moim più palla
prapiia caicicnta, e dall' intcìelb datb ripotaziasie della Cala d'Au. liru,
che, onorata nel mondo per «ami imperadori, e tanti Re, veni va ora htad'xtia
di fi>mentare nc'&ioi Stati pubblici Itdroat, crudalUiaw, miai imbranati
di langtie Criiinno : ma perghi aon dipendeva raccomodamento daU' AicidiKa, il
Vebovo 111 canfigliaio da lui di trasferirli olla Corte Celareai c lìi
aecoorpagna» a quaU'sBciio con lettere a ' peopolito. Ma in Praga la dtfiicolih
ota'era all'ora di veder la bccia delllmporadofc, eoo che di negoziare Icco, c
il mal animo d'alcuni principali Minifiri, i quali godevano di vedere cos'l
travagliala la Repubblica di Venezia, o' perchè avevano altra canb di bvorir le
rapine degli Ulcocchi, fece perdere il tempo al Vcliavo, chi noe ne e^rh, le
non buone parale, c dilcoifi di rmieiici tutta lo biKenda. oli' Arcidnea. In
tanto era nllr‘"T'‘‘ Venezia il Genezal Uooato, e datb una occhiala al
pacb y coniidefamfa i ptlTi per. h quali gli Ulcocchi potevano ufeire dal-Caneb
di Segnlbforrerc pop I» IMmatia, riloile con pruden;ifli«no «anfiglÌÉ di
cisiuderne con Foni oppartnni, e muniii dt geme, e di oriiglierin,
l'tmqnell'Udla «NVeglb el canafeiefelb MorUgea, ove è I «panguAa hoese,.per la
quale erano tolih-gli Ufeooahi di patfaroìèrequcMe benu. Qnelli Rccoam erano t
più coowdi pofli a chi voleva ulcira, ed eaiatie.&nmmcnce,-«aai erano piu
Acili a temi* per l'anguOia del fieove fehhene rimanevano o'hdrooi alcune altre
pocboutcMc kherc, nopdimtno, quandafi davo fero b caccio nei ritomoy
grantliflinio rifchio : però fi vide daircffetco che quel pmdentiflimo con.
figlio mife i ribaldi in efirema difpcrazionc, malTimc che col primo forte di
S. Marco s’impedì a’Segnani il commerzio di Fiume, donde erano fo. liti cavare
le vettovaglie, e provvederfi de gli altri bifogni : con che fi può dire che fi
toglicirero loro gli alimenti; però fi riduflero tofio all’e. flrcma necediih
di tut^c le cote.* e come un'impecuofo torrente, a cui fia pollo innanzi un
gagliardo riparo, è forza che sbocchi colla fua furia in altra parte; così
cofioro, (limolati dalla fame, ne potendo più ufeire per mare fenza manifeilo
jsericolo; vedendo che quanti di loro venivano alle mani a' Veneziani ( c ne
venivano molti ) tutti s’ impiccavano verfo i confini de' Turchi; (dfendo giìt,
come fi è detto, dilettata la Licca, e Ja Corbavia) non rcllando loro ipcranza,
fc non di mii'eric, e diffìciiilTime prede, fi voltarono temerariamente, e
rabbiofillìmameme (non mirando quanto importava tirar una nuova guerra addoflb
alla Caia d’Auilria, come ?rano fiati foli autori deli’ altra co’Turchi ) fopra
rifiria, e con terrore dì manifefia guerra, non che di rubberic, e laccomani,
entrarono ne'iuoghi murati, e anifièro fiendardi imperiali; iaccheggiarono le
terre, c le Caftclla, c fecero fino de’ prigioni ; onde fu ammirata la
difcrczione, c fapien za Veneta, di iaper divorar oltraggi tali, e non venire,
per le cagioni narrate di fopra, a manifefia rottura., Provvide ella bensì con
fubtti foccorfi alla ficurezza de'fuoi fuddici, inviando quel numero di
cavalli, e fanti che pareva necclTario al bifogno.il governo della qual gente,
e di tutto il maneggio deli'imprefa fu dato a Francefeo Cornare, Gentiluomo
giovine, ma che nel carico di Provveditor della Cavalleria di Dalmazia aveva
dati legni chiari di maturo giudizio, e di una incorrotta fede nel negozio de'
danari pubblici*, le quali virtù l’avevano fenduto maravigliofamcnce grato al
General Donato, il quale lo predicava con continue lodi, ovunque occorreva : c
inficmc colia commelfionc di provvedere alla ficurezza delie terre dell’
Ififia, e di quei, popoli, gli fu dato il comando di non afialtar però i luoghi
dcU’Arciduca iu s^uei confine, ma di gafitgar i malfattori, di vendicar ringiiirie,
c di rifarcire i danni, 0 pubblici, o privati a mifura colma: Il che egli andò
efeguendo con tanta vigilanza, c con sì accorta maniera, che, feJgU Ulcocchi
trionfavano di qualche preda, tofio ne piangevano i fudditi Arciducali, c
maledicevano chi n’era caufa*, accorgendofi dì dover in breve (fe non fi
accelerava il rimedio) rimaner tutti diftrutti; perchè non indovinavano che
Tarmi Venete s'aveflcro fempre ad adoperare con quella rilcrva, e quella
dilcrczione la quale negli fieUì lagrimofi danni veniva lodata, c ammirata da
chi non s’internava neli’iiìternc caule d’im tal procedere. Quelle faccende fi
maneggiavano in Ifiria col configlioj e coir autoriih del Capitano di Ralpo,
ch’era ^rnardo Contarini, Sonator gravifilroo d’anni, e di prudenza, folendofi
dar quel carico, benché di luogo piccolo, ad uomini tali, e benemeriti della
Repubblica, alfine di rilàrcirli delle fpefe fatte in fervizto della Patria
coll' utile importante che fe ne cava*, onde s’ era trovato nei medefimo
Magiftraro il Ticpolo, quando egli fu creato Generale contra gli Ufcocchi: ma
il Contarmi, alla fomma degli affari,^ e delle fatiche mon potendo refificre
Perù fua, che palTava giù 80. anni, chiamò Giulio, luo figliuolo, che ne lo
follevalfe in qualche parte; il quale, elTcndo d’ ottimo giudizio, e molto
rifoluto ne gl’ importantidìmi negozj, Tpjw* il X a c con i 64 storia f
congiunrifTiino in amore col Cornaro, ebbe la mira Tempre a portar (juella
nuova, e infolita forma di guerra a quei fini che lono flati deIcritti con maniera
molto accorra, e lodata. Ora mentre che in Iflria cos^ s'andavano bilanciando
le cofe, c fì temeva che non riufcilTcro finalmente in una manifcfla guerra, il
Donato aveva gili fatto Taccheggiar da' Tuoi l'oldati la Terriciuola di
Lourana, non lontana da Fiume, con maniera tale, che ben fi vedeva effer lua
intenzione, piuttollo di pizzicare, che di ferire, a finche altri fi
rilvcgliaflcro al rimedio, c dopo aver con diligenza finiti i due forti
fuddetti, e dopo averli provveduti cos^ di milizia, come d’ogni altra cofa
necelTaria, e vedendo andar a lungo raccomodamento, il quale tuttavia fi
trattava, aveva in animo di palTar ^ qualche maggiore progreffo. Nondimeno il
Papa, il quale aveva per quello accomodamento già molti mefi 'contuinui in
Corte CeTarca Flaminio Delfino, che non cavava rifoluzione alcuna, bens'i
Tempre fperanze buone, e promefTe, fui fondamento di quelle continuava a
pregare i Veneziani a procedere co’ foliii riguardi, lenza venire a guerra
aperta, con rutto che parelTe loro grave la fpda, c ormai foflcro infafliditi
dalle lunghe, c vane fpcranze; poiché efTì confumavano teforo tale, che avrebbe
potuto ballare per una giufta guerra, ove almeno avrebbono potuto pretendere
non folo di render danno per danno, ma di ridorarfi con qualche acquido dc’gravi
patimenti. Ma elTendofi in qiieda congiuntura accampato l’cfercito Ottomano
guidato da Abram Bals^, Cognato del gran Signore, fotto CanilTa, Piazza non
lontana dalle Frontiere della Crovazia, e dellIdria, parve piucchè mai
necelTaria la pazienza, acciocché, fuccedendo qualche finidro accidente, il
Mondo non nc dede la colpa alla Repubblica, che avede in tempo d’un tanto
bifogno tenute occupate altrove le forze Aullriache; onde non farebbe mancato
chi 1' avede calunniata d’hueiligenza co’ Turchi. Per quedo il Donato attefe a
regolar le milizie, ordinandole in modo, che un numero minore potedè predar il
medefimo fervizio, e cosi fi diminuiffero Icfpcfc. Erano neH'armata diftribuite
parte lopra le Galee, parte fopra le barche lunghe quattro divcrle nazioni,
unte valorole, c acccfc di una onorata emulazione di virtù, Italiani, Cord,
Dalmatini, e Albancfi, co’quali era opinione dì molti Capitani pratici, che
s’avrebbe potuto tentare, c condurre a fine ogni ardua imprcià; madimc
comandando loro il Donato, che era mirabilmente ubbidito da tutti, perchè,
oltracchè li pagava a’tempi debiti di moneta con vantaggio, ufava di trattenere
i Capitani di tutte le dette nazioni, coridlemente ammettendoli di continuo
alla fua tavola, nella quale, febbene non voleva il ludo, biafimato in quelle
d’altri, fi vedeva però un’ordinaria fplendidczza; c Tcbbene nel volto, e nelle
parole lue fi feorgeva natura inclinata anzi a fcvcric^, che a piacevolcza,
nondimeno fapeva temperarla in modo, che riufeiva grato z tutti.* ma principalmente
i popoli di Dalmazia lo benedivano, per l’incorotta fua giulìitia; c i
Magillraii inferiori lo temevano, per Topinione d' inviolabile integriti.
Dilpoflc adunque le cofe nel modo che fi è detto di fopra, il Donato con buona
licenza del Senato fe ne tornò alla Patria, edendofi in fuo luogo (con un
giudizio univcrìale, non di Venezia loia, che lo elede, ma deU’armata inficme,
c di tutte le Cittì» marittime, che molto pri ro prima Io prcdifTcro) commclTa
la fafHdiofa cura degli Ufcocchi a Filippo Pafqualigp, ch'era all'ora
Provveditore dell’ armata, ed era palTato, fi può dire, per tutti i carichi che
comandano fui mare, nel quale aveva menata la maggior parte della Tua vita fìno
dal tempo in cui dall' armata CriOiana fu rotta la Turchefca a Curzolari ; ed
era flato riputato Capitano valorofo, vigilante, e rifoluto, mafTÌBie contra i
Corfari, de' quali fi faceva conto, cha avea prefo fìno a quell’ ora gran
numero di Vafcelli armati; onde tutti andavano indovinando che per mano lua
dovefTero anche reflare domati finalmente gli Ufcocchi, contrai quali egli,
conforme all' ordine ricevuto, fe n'andò colla Tua Galea vecchia, e veloce: ove
fi vide toflo ch’era per camminar dietro a gli antichi configli, col
perfeguitar i ladri, e impiccarli ovunque gli avefse colti; e con rifarfì de’
danni de’fuddìti fopra chi gli inferivano, fofscro chi fì voleffero: nella qual
imprefa entrò, oltra gli ordini pubblici, con gagliarda rifoluzione propria,
con si fatto fpa vento de’ malfattori, e con tanta fperanza dc’popoli afflitti,
che la Dalmazia, e Tlflria cominciò fubito a credere che fofTero toflo per
finire i loro lunghi travagli. Tenne egli bene cufloditi ì luoghi fortificati
dal Donato, e ordinò le guardie a gli altri paffì di mc^o, che ogni ufeita
fo(Te agli UIcocchi pericolofa; e perchè il porto di S. Pietro di Nembo
neH’llola dOflcro era ordinario ricetto di molti vafcelli, t quali o dalle
oppofle rive d’Italia paffavano in Dalmazia, o di Dalmazia navigando verfo
quelle parti, o verfo Venezia, quivi fì fermavano, per afpettare tempo
opportuno al loro paflaggio, onde gli Ufcocchi erano ficuri di trovarvi lempre
occafìone di preda, quando potevano tirarfi fin 1^; Ì1 che facevano tal volta
cacciati dalla fame, e dalla difperazione ne’ tempi piò fortunevoli di borea,
quando nè le galee, nè le barche armate potevano reggerfi alla furia del
ventosi! Pafqualigo, per toglier a’Iadri quella comoditi, e per aflìcurare a
naviganti quella danza, fì fervi prima d’ una Chiefa vecchia, e derelitta, per
collocarvi dentro a quello fine un prefidio di foldati; c poi vi fabbricò un
forte in fito opportuno, con comoditi anche d’alloggio per qualche pafTcggiero
che vi capitafle ; c ridorò la Chidà, provedendola delle cole necelTarie, con
ordine che vi rifiedenc fempre un Cappellano, acciò a quei foldati nè anche
mancaffero le confolazioni fpirituali : il che tutto l’efpericnza fin qui modra
clTerfi latto con prudcntifllmo configlio. Con quede diligenze redò, (i può
dir, aflicurata tutta la Dalmazia; e i ladri, fuor di qualche ben repentina fortita
fopra Tllola di Arbè, e di Pago, ove depredavano qualche animale, poco ardivano
di folcare piò i canali di Dalmazia; e per ogni poco danno che facevano a'
fudditi Veneti, ne pagavano U ho, o cfli, o altri fudditi Arciducali con ufura;
perchè il Pafqualigo faccheggiò primieramente Ledenici, poi Mofehenizze, c
Terzato, c Belai, tutte Cadella del Contado di àgna : fpogliò altri vicini
luoghi di animali, e di abitatori di maniera, che ogni cofa era piena di
pianto, e di fpavento, nè alcuno fi teneva ficuro, fe non ben lontano dalle
marine, 0 in fortiflìmi ricetti: gfinnocenti maledicevano i malfattori, che
erano cagione della rovina loro; e i colpevoli reflavano confufì, confiderando
a quanto incendio avelTero elfi data occafione In quello mentre co’medefimi
paffi camminavano le cofe d’iflria, ove i ladroni, vedendofi ormai chiufe le
firade in Dalmazia, cercavano di rimediare alle loro neceflitìi : ma il Cornar©
vigilamiffimo, ficcome roetteva cura di non clTer il primo all’ ingiurie, e a i
danni, cosi non era pigro di vendicare ogni minima ini'olenza; e gi^ aveva
empiute \ timo quelle frontiere* di terrore, c arricchiti i loldati colle
prede, colle quali s' erano anche rUiorati molti danni de’ poveri ludditi, e
quelli di Marc'Anionio Canale, che, mandando le lue bagaglie a Zara, ove era
desinato Conte, ne era Oato ipogliato da’ maledetti Uicocchi nel cammino: Onde
i ludditi Arciducali di quei contorni, afflitti da si fatti danni, e temendo
lempre di peggio, dopo il primo ricorfo che fecero all’Arciduca Ferdinando, che
gli liberafle da tante oppreflioni, c provvedelTe che gli Uicocchi nqn fon'cro
cauia delta dillruzionc di tutto il paefe; nel qual tempo era flato loro
rilpoflo con termini generali, che non fi prometteva fc nop tardo rimedio, c
incerto; ma fi confortava alla pazienza ; rinnovarono poi Tinflanza con
concetti piti veementi, moflrando che non era pu'i pofllbilc fofferir tante
rovine per colpa di pochi Matpadìeri; e che elfi làrebbpno sforzati a metter
alle cofe loro altro compenfo, fc fi differiva la provvifione: c pareva
veramente che, andando le faccende più in lungo, fc ne potefle temere qualche
rivolta; però, eflendofi già per le molnpiiqate iflanze del Papa, c per le
replicate propofte dell' Ambafciadorc, deliberato in Corre Celarea di commettere
con un'affoluta autorità tutto il negozio all'Arciduca, fpediti furono
finalmente i difpacci, dappoiché Celare s'aveva levati d’ attorno quelli che
erano creduti ^iflu^hatori di buon configlio. L’Arciduca, fenza perdervi più
tempo, avendo fempre dcfidcrato di liberar la lua Cala da un tanto obbrobrio,
volle fra tutti i Miniflri fnoi Giufeppe Kabatta fuo Configliere, e Vicedomino
nel Ducato di Camicia, di cui fi fece menzione di Ibpra; c centra l'iflituto
della Cafa d’Auftria, lo deputò folo, c unico Commeflario, con libera podeflH
all’ accomodamento degl’ invecchiati contraili « ai gafligo degli aflaflìnì;
con ordine di dar ioddisfazione tale alla Repubblica di Venezia, che z' ormai
fi ccflafl'c da’danni, cos\ nciriflria, come nella Dalmazia; fi le ' vaffero
gli affedj delle Citt'a marittime, e fi rcfliiuiflc il commerzio a’ fudditi con
fìciira navigazione. S* induflc f Arciduca a preferir quello foggetto a gli
altri, conofccndolo Cavaliere d’ottima fede verlo Dio, e verlò il Principe,
come l’aveva efpcrimcntato nell’ eflirpazione dell’ erefie per la C.arniola;
nel qual negozio aveva Ipcffo moltrato di flimar poco i pericoli della vita,
putehe adempifle compitamente i’iiflìzio fùo: cos'i fi ipcrava ch'egli folle
per far anche in quello, il quale importava alla buona fama de’ Principi, alla
lalure de* ludditi, e alla gloria di Dio, in cui ditonore facevano uomini
Icclteraiiffimi patir tanti poveri innocenti, e perir tante povere anime. Il
Kabatta era di languc Italiano, e i progenitori lùoi con carichi di guerra
erano di Tofeana veruni al lervizio dell Imperador Carlo V-, lotto il quale
colla virtù acquiflarono onori, e ricchezze.* nè egli degenerava punto dal
valore de ’luoi Maggiori: però, volendo corritpondere all'opinione
dell’Arciduca, c al giudizio che fi faceva della pcrtona lua, fi mife con tutto
lo fpirito al maneggio impoflogli; e prima dogai altra cola deliberò dì
abboccarfl col Cornar©; c per allicurar di poter anche levar da quei confini
alcuni foldaii, c che in tanto non fi avclfc a proceder in quella parte con
termi icrmùù d'oAilitì, ove il Coriuro mollrò che, purché non iolTm cUnneggiati
i luddiii della Repubblica, egli Aon fi moverebbe di ui pelio, eflèlido tali
gli ordini fiioi, e avendo caiqoiioWb fin eli’ ore -con qiiella diicmione che i
Minifiri Auftriaci dovevano lodare: poiohi, Éebbenc aveva forze confiderabili
foliemue con molu ^la, colle queU avrebbe potuto far infiniti mali in pacié
poco (am, e poco prowifto, nundlnneno non s'era mofirato nemico; k neo ^ade
l’infialeBxn degli Ulcocchi, e la difela, o follevameiuo de’propr) fàddiii l’
avevano indotta! perb provvedeflc pur U Rabatia ^e dal canto fuo non fi
rinnovaifero l'ingiurie, che egli, tenendo le vecchie per ben veadican,
a'alicrrebbe v^eniien da ogni altra oStfa. Il Rabana redi conteonfiinKi della
riletta deldCniMio; e fi aaarayi|li& di vedeee un giovine coti valorolo
peli' armi, ooai pendente ae’ configli, e caci accorto nelle rifpo{le; nè
dubitò che potowc elTergli maBcato da ijaeila parte, vedendo che fi ptycedeva
finceraoMOte : potò, avendo abbaftanaa prawifto che con nuove rubberie non
fodero provocate quell' acme, levò ficuramente la gente di quella perù «he
parve neccllària a' Cuoi fini, e coadfii, e con altra raccolta' in altre pani,
fé ne venne verib Segna armato in modo di jntet ilbrzar afi'ubbidieoza quelli
che voloncariamence non vi c' inehinailero. Giunto adunque il Commeirano nella
tetta di Fiume con ul apparecchio; e fapaado che, per le molte pnwve, i
Veneziani. hvrebbono potalo afpetiare poco ^ttO| della fua commedieoe ; poiché
tutti glà.altri venuti in altri tcn^d cbn .fimil calicò avevano avuto poco
penfiero di medicale il male della radice, ma s' erano oonteneati di dame
un'apparente loddbfazione, non accomodamanio ; non coaando che poco dopo la
partenza loro le facceuda risadpITaaa :oef^adoCau dilbrdioi; elferiio nwluta 4
é-drizar la paaunn.alU.via d’un reale, e fodoaecomodamento, il quale conycoiva
alMl. dignità db' fiioi Principi, e alla ficurezza de'fuddfti, pensò eder
necedàrid di levar primieramenM fot»bw, e i fofpetti, che potedeio aver,
contrarii, e poco iinceri dilegni i Veneziani ; onde procciwò con lenere
coufidenia predo at Generale PaIqualigo; che, per piti facilitare la
trattazione, fi era trasferito con paiv re dcH'aamaia lopn Pifida di Veglia,,
ove db da -Calici- Mufebào mira con p04n anicrvallo le .-vicine riviere de gli
Auflriacia i Qpivi dunque fi portò il Vèicnvfli di Segna per oediae del
CommUfario al Generale, per alficuraria-che fi faceva da davero; e par precario
a cornfjpoodere dal canto fuo olla buona vnloacb degli Autteqtci,dove il
Vclcovo riferi che i punti dé^ corameflione erano veramciur di galligare i
ladroni fecondo i merici;>(a non tutti, almaio i capi ; difcacciar di Segna,
e da tacco quel cragta> IduUjpi Veu^i sbandici, fuggitivi, e fallili, dalle
Galee con perpetua peoihnMa di ano ricettarli per r avvenire; e, quplU che piò
importa, dà levar gli ilfigocchà da Segna, e da' vicini luoghi marittimi,
tralporunduli mdi.ulcuni .CallvUi fn terra, non raeim oppornini ajla difela de'
confiìfi^ -eha .-dtaie àcsunudati alle rapine del mare;, e in fine. di proibire
a quelli che nmt.nefiÌHo in o in altri luoghi mnrireimi, -ogni ule di
bauahat-aa onare (VàevaMo l'autofitli anche aà Capitnnla.di Segna di far limili
Ipediniiaàp imi • voiwo rirolvu-e; * f>rii bene, poiché fiams vewKi ia
pnipofld), che qui li ne difeorra bravcoienlc la caràne. ’MoAcaThno i MùùAri
Imperiali d'aver gran geloCa delia &ctena di Segna, • KrI'uadcvano i
Principi, che, levando gli Ulcocchi da quel pnlidio, (quafi che altri non
olièra atti alla difcla) o i Turchi l’occuperebbene, q t Veneziani, che gik
podèdevano tutte l'liòle, e le parti marittime della Daloizain, fi iatebbono
tetto padroni anche di quel pone, e che alla digiiitè della Cala d'Auttria, c
della Corona d' Ungheria, impoKaea rnelto conlcrvaz quelle picciole reliquie di
dominio marittimo, si per dipender da quelle la conlcrvazione d'altri Suti,
come mobe percÀè mi giomo avrehbono potuto eflèr oppoRimc alla ricupe-nuimte
deU'altre coe preiqfè; poicÙ cop eA Ièlle fi imaeerrebbe l ' mo della
navigaziom per (didnatiao .. Qwttì, erano gli argementi apparenti co'quali fi
andava divenmdo ogni innmmiione ne gli affitti di Segna, c per coniegnenza
lotteuendo’ l’ io^natih da’ delitti i^li Ulcocchi: imehè in iàtio non latebbe
mancata altra nazione molto pih atta aUa dileià di quella Piazza, la quale in
mano- de' ladroni era anzi maUfiimo ficum, 'panc .per la loro inlèdelih, e per
elTere la maggior par. te amefii a'iiimiti de'Tnrebi, e qmlla cittadinanza
lenza alcun riguardo; cade facilmeatt avrebbono potuto entrarvi de' traditori ;
pane per. che fpeSe volte FaaKir della prùda, e delle rapine aceva iaiciac vota
attimo la Piazza, ulcendo tutti, or per terra, or par mare, alla bnicaf Bai
qual calò rìmaneTa la Eiaaaa cpotta a i repeatini allkiti, e all'ii^die
de'aemici.' eitre a che, le mbberic continue degli Ufcocchi anzi acctclcevano i
pqticoli, irrimado caci i Turchi, come i Venaai»ni a tcacaiarli filari .di qaa^
iofimii nidi.- onde più volte avevano i Turchi ièna iftaaea a'VeBeziani, O'cke
etti •’ impadioiiilièro di Segna, e permeitclièio kno di venir coU’ armata per
mate, e pon> eli mii i di «cin aU'cfiirpiuioBc de gli allèilHii, comuni Bo a
n ci. Ma i Ycaevaot, coafideianrio ^ pmiòadamcBte t’ùàaarfaBaa'di tal neg eai b
^ avevaao (emprc aolla toro pradona dtvartM iHilt B*ni|^, taiaa pammiifi, bob
fido alta Cafa d’Aufirià, ma n taro itieiiefimi,.c a tutta Italia ‘liifiema; aè
per sè ttcttb potrebbe crcdeie alcun iwmo bivio eh’ alpirattèn mai i Veneziani
al daininio di Sopra, jxrchè con etto t'addottèrebboaa una grotta Ipeta, -c ua
centhuiO rame di contraili enza guadagno, o utile otauao, o cantbdiih Verona di
roomeato per tempi di guerra, o di pace t nè è venfimilc che Minittri Aullnaci
non fofe» affiti bea note tutte la rag ioni a ma con quei fimi lòlpatii
coprivano altre loco imerac pattanr, le qnali in alcuni pochi derivavano da un
vii intgrefi le detta pamnpaatataa delle prede; e in miti da ua comune mal-MHa
vcrlo il Baine VÒSiano, geneedio dalie amiche guerre, nelle qiuuoaàcrano in oumo
dc'Vcaeziani molte colè che pfi altri pracemkaaiio ttièr di loro ragiaae ; d
ita Mei naturali ttimuli che rcndoiw fenipre adiidè le fteanbUiclatini^ £aó
tetti da un iolo, e loipcRi i Principi Manarebi a' fa^Fcaai-dr tnplùtudiaè ; fé
pure di quelle avverta inclinoaiou non vàgleBaro ^ ta alla divetfitb deUe
naaioai, eba, doennfMiaaafiMM èowana, lotto ioliaa a aoo miraifi con basm
ocebéa, ara m». lan fcmpae i còKibbì dillihna^d'qgttb. mipànoatovnimno piglia
baabta. o« lag ta naw tai, «prtMÉtéMaU cfitatrtalim^ aiaii, ed attiaaa la
voimnb; M che fivpofièbboao adthace tabetai efempj, cos'i dc’noftri, come di
altri tempi.* ma non facendo più che tanto apropofìto, li tralafcieremo. Il
Kabatta a quelle ragioni ne aggiungeva un'altra piena di malvagità, e di
fellonia, la quale nondimeno egli teneva per la più reale, dicendo che i
Miniftri eretici, Ipezialmente di Grata, impedivano lo accomodamento cogli
Ulcocchi, pcnlandò che per quella via avefle il Principe loro ad intrigarfì in
guerra anche co’ Veneziani; e che, immerfo in tante occupazioni, avclTc
finalmente a defUIere dalla riforina della religione, nella quale con vero zelo
di Principe Crìiliano, e Cattolico egli procedeva, non olUnte i pericoli della
guerra Turchefea. Veggafi di qua quanto importi valerfi di Miniilri di mala
fede verfo Dio, i quali fono anche per ordinario infedeli verfo i loro
Principi. Ma torniamo ormai alla Storia nodra, per dire come finalmente i
Princip i, adretti dalle accennate ncccHitH, e follecitati da’continui uffizj
del Papa, c inficme del Re Cattolico, non oiando i Configlieri cattivi
contrapporfi alle neceffarie riloliizioni, deliberarono di rimediare
leveramente alla malvagità degl' Ulcocchi, e di dar ordine il Commilfario
Rabatta, che dopo il gadtgo de' capi riformane gli altri alle Cadclla fraterra,
nè UrcialTe alle marine, fé non quelli da'qujli p')ceire promeiterf» più
moderate azioni j c a’ mcdefimi impedifle ogni elcrcizio di corto, acciò tutto
il dellderio, che avdfcro di preda, andadè asfogarfi fopra 1 Turchi. Col
ledimonio di quede commedioni avendo il Commeffario data fperanza al Generai
Veneto che le cofe centra la prima credenza fodero per palfar felicemente, e
che egli per la pane fua rincamminerebbe con t^ni finceriih, ottenne
all'incontro ficurezza, che in tanto nè in Idria, nè in Dalmazia l’arme Venete
ofiènderebbero i fudditi Audriaci, e che a lui, alle genti fue, e alle
munizioni, e vettovaglie, che d condiiceflcro in Segna, farebbero liberi i
partì lenza alcuna molcdia: e con queda Ambalciata ritornò il Vefeovo di Segna
a Fiume, dove tiittavra lì tratteneva il Commeflàrio, actenJijndo anecertarl
apparecchi, e a prender quelle nccelfarie informazioni elio pòlevano ertcrgli
di bitogno nel progrelTo del negozio; follecitamio iopra tutto copia di
vettovaglie, delle quali fapeva dfer in Segna grandifftma penuria; la qitale fi
farebbe accrclciura colla gente d'arnie che fi doveva introdurvi, c-di gi^
aveva cominciato ad entrarvi: c con quefto mezzo fece anche fegretamente
trattato 'con fua Eccellenza, che volefi fc con qualche deliro uffizio
provvedere che gli Ulcocchi, che fuggiffero dagli Stati Arciducali per timor
de’ iupplizj, non avclTero ricetto prelTo a'I'urchi; parendo che così
convcnifse, non tolo acciò non fiiggilsero il meritato galtigo, ma anche acciò
i medefimi rifuggili in quella occafione non fcrvificro poi colla pratica de’
fui, c colla notizia tic’ parti a’ medefimi Turchi nella guerra contra i
Cridiani.* il qual uffizio confermò maggior opinione che il Commiflario forte
per camminare di buon parto. Del qual animo fi videro indi a pochi giorni fegni
più certi; perchè non folo a richicrta del Generale fece rertituir un grippo di
Licfina che, carico di lardelle, era fiato prefo poco prima da’ ladri, e
condotto a Terlato; ma avendo il medcftmo Generale fatta ifianza che fc gli
dcfl'ero in mano alcuni luddui Veneti, fuggiti' per misfatti, c annidati in
Segna; egli, vedendo efler nuovo rclempio, c inlolito tra’Principi, e die a
tanto non arrivavano forfè le fuecommirtioni, prefe parcitodi fcrivcrc al
General di Tomo il. Y Crovazia, mo(\rando che fcnza cjueflo farebbe come
imponìbile Taccomoiiamcnto ; c che perciò egli andava penlando di dar a’
Veneziani una tale foddisfazionC) poiché in ogni modo pareva miglior condglio
il darla coTudditi loro, riiparmiando quanto piu potelfe t proprj. Di queAa
lettera mandò anche copia alla Corte di Gratz con penfiero che il filenzio gli
icrvilTe per licenza, per cosi elèguire; lapendo bene che, chiedendola, mai non
l'avrebbe ottenuta; e fu partito di accortilTimo minillro : e quando mafìàme
s’ha da far con Principe di carda riioluzione perchè cosi dalla tacitumitk fi
prefuppone conlènfo, nè fi mette in difputa quello che maggiormente importa
alla conchiufione depili iunportanci negozj. Dopo quelle preparazioni, il
Commeflario rilolle di trasferirli in Segna, dove aveva già fatto intimare che
tutti gli uomini della Città, c delle milizie dovclTcro ritrovarfi prclcnti
alla fua venuta fotto gravi pene; i quali, ricordandoli che gli altri
Commillarj ancora avevano dato principio a* loro uliìzj con certa apparenza di
terrore, e con molta vetnicnza; credendo che quefta volta dovclTe fucccdcre il
mcJcfimo, e fidandofi de’buoni amici che avevano nelle Corti, non cominciavano
ancora a dubitare de* cafi proprj ; e pare che peniafTero che fi avelie ad
impiccarne alcuno in («^disfazione degli altri.* onde i meno fccllerati fi
confòlavano colla fperanza, che fi dovelTe cominciare da’ più ribaldi: e
quelli, avendo coi più grofll bottini avuta comodità di farfi maggiori amici, e
di acquiUare più credito, credevano pur di poter fuggire in qualche modo il
laccio, almeno colla fedirione, c col tumulto: pcrlochc ordivano trame di lìar
tutti uniti alla comune difefa, e di tenerfi in piedi colle minacce, o
d’abbandonar i conhni, o di tradirli: colè che in fimili cafi aveva loro altre
volte giovato a feanfar pene capitali: con tutto ciò fcntcndofi avvicinare il
tempo della venuta del CommclTario, e rilèrcndo quelli che avevano trattato
feco in Fiume, c altrove, ch’egli era Cavaliere molto rtloluto, c fevcro, alcuni
Himavano miglior partito TeiTcr uccelli di bolco, che di gabbia, e fi
aflentarono fino a do. fpcrando di potere, palTate le prime furie, feufar poi
in qualche modo la dilubbidienza.* fu creduto che Daniello Barbo, Capitano di
Segna, fautor degli Ulcocchi, e poco affezionato al Rabatta, li configliaire ad
«feire; almeno è chiara cofa, che, avendo potuto, e dovuto proibir la loro
partenza, non Io fece: onde fi cavò certo argomento, come poi fc n’ebbero de’
più chiari, della ina mala volontà.- lebben in quello egli venne a facilitar i
difegni del Commiffario. Quelli, elfcndo indi a poco entrato in Segna con 1500,
archibuficri, trovò che la partenza di pochi aveva impauriti gli altri, che non
erano più di 300.; i quali maggiormente fi sbigottirono, quando videro perduta
ogni fperanza di fuggire dalla Città, per la cudodia llrcttiflima delle porte;
e udirono i rigorofi bandi che commettevano, lutto pena della vita, che
ciafeuno deponefie Tarmi, nè fi laicialTc trovar con eflé nè di giorno, né di
notte: che quando alcuno folfe chiamato al Caflello, dovdfc pretcntarfi fubito:
che in termine di due giorni doveflero tutti unirfì a darfi in nota dinanzi al
Commiffario, fc volevano fedelmente, e modeflamente fcrvjre alla Cafa
d’Auflria: e che quelli, che fi ritrovavano confape voli di gravi delitti,
veniifero fpoouncameme a chiedere pentono de’loro falli, per efperimentar la
clemenza, la quale non fi IhKbbc negata a chi con opdre valorofe avefle prima
prellaco, o foflo dHpollo di predare nell’ avvenire ntil» fervizio alla Patria:
ma chiunque arj^aAé che la giuftizia gli metteflè la mino, indarno griderebbe
poi mifericotdia, perchè fi procederebbe concia tutti coneilremo rigore. Quefte
cosi gagliarde determinazioni attcrirono gK animi affatto; nè cofa alcuna
pareva più «rana, che il depor l’arme, non effendofi quello mai più veduto in
Segna. M f-'*pùano della Cictù, che di gih fccmrfva più chiaramente idifegni
del Commifiiario, cominciò a' diflUaderlo dall'imprefa con apparenza di gravi
pericoli, e di mille fpaventi dicendo che rederebbono abbandonati i confini ; e
che quella gente ardita, e pratica del paefe fi potrebbe unir co’Turchi, e
apportar a’ Principi qualche nocabH danno: onde egli non foto biafimava il
configlio, ma protedava di non volerne parte in modo aienno. II Commillìirio,
come quello chd conofeeva 1’ umore interno, non fi mode però punto dal luo
propofito; anzi veduto un’Ufcocco in Chiefa con nna accetta in mano, gli fece
una gran paura di tagliarlo fubiio -in pezzi, fé non foli: dato il rifpetto del
luogo' facro, onde tutti rimafero sbigottiti, e facevano idanza, che fi
liominìdrero i delinquenti dedinati al gadigo, acciò gli altri poteflcro ufeir
di tema, e viver ficuri. ' Ma dfcndofi quel me^imo giorno cominciato a fiir la
deferizione, e dar in nota quelli che fi 4trivano di viver modedamence, e di
fervir fedelmente alla Cafa d’Audria; pel qual effetto comparivano in Cadello
difarnlati, e umili; il Commiffario fece ritener prigioni Martino Conce di
Poflidaria, che sera' latto capo de gli afiàffini, per l’aviditi delle prede,
centra quello che richiedeva la nobiltk dei fuo lingue, e la virtù de'fuoi
Maggiori; e iniìeme Marco Marchetich, che era Vaivo. da, o Capitano di
Ledenizze, Cadello delle appartenenze di Segna: aveva dUegnato d'imprigionare
nel medelimo tempo anche Giorgio Maliarda, Ragufeo, più Icellerato, e
facinorofo de gli altri: ma egli nel delcriverfi era pallàto con nome fuppodo;
nÒ il Commdfario lo riconofeeva di faccia: ma quando feppe la ftaude, mandò a
chiamarlo, effondo gik intorno a due ore dt notte, oèe egli, che fi l'entiva
reo di mille inauditi misfatti ; fpezialmente d' avere dopo lo iValigiamento
della fregata colle fuppellettili delCanale, Conte diZara, confinati i macinai
lotto le coperte, e alzando la vela, fpinta la barca in mare lenza governo, e,
fenza cudodia, a difcrezione dell’onde, e deVenti» latto veramente barbaro, e
orribile a raccontare; s'apparecchiava colla feimitarra alla refidenza: ma fu
prevenuto da Odoardo Locatello, Capitano delle' milizie di Gorizia, ohe gli
cacciò uno docco ne’ fianchi col quale lo pafsò da banda' a banda, lafciando
poi che i fuoi foldatt lo faceffero in pezzi. Era il Maslarda fra i capi
de’ladroni uno de’più Rimati e di maggior fegnito: nè la fua mone farebbe per
avventura dala lenza qualche tumulto del popolo, fe gii non fi foffero trùvau
gli animi ingombrati da draordinario fpavento. ° Il che intendendo
prudentemente il Commiffario, per acerefeer terrore fopra terrore, fece la
medefima notte appiccar alle mura del Odello il Puffidaria, e il Marchetich; il
qual fpetiacolo la mattina fini d’atterrire la Citti retta; nè alcuno fi teneva
più ficuro della vita, herebè ninno era Twio . Y a che 17 ?- ‘S ’T O .^R I A I
che in propri*, cofùcozz non. Q conotccIT^ reo di loone ; k porte Aavano
chiufe, k (Inde goard 4 te d* miìi»k ibrelUcre, oy* niuno aveva ardire d( ufcii
di cau, ni di dormir ia notte netta propria ftaqea r però il CommilTario, per
lakiar ad alcuni quaUlK fpecanza di, vita., fece loro intendere cbq, quando gli
fòdero dati in mano alcuni capi, e reRituito tutto il bottino che s en
ultimamente fatto in alcuni va6cUi dello Stato Eccleftajlico; di che il Papa
faceva grandURmo romoit,' atta fi farebbe a tutti chiufa la ftrada del perdono.
Con tal artifiaio ebbe in mano il Moretto, (araolò*(iapo di ladri, con un fuo
compagne,- che furono con inganno prefi' da gl» altri, « prefenuii con certa
l'peranza che 1( tcRe loco poteficro Xalyar -da vita a atolli.' nondimeno co'
medefimi che fi^o f impala fu tifato con tqolu (evecià, lafciaadoH piò toRo t'n
dubbio della morte, che ficari della viu; con tanto rigpre fi procedeva al
uRigo,. de’ ribaldi, Aveva il Commìflàrio al Rio piiaio arrivo a S^na ricercato
il Cenerai Veneto a mandar qualche perfonaggki che rifiedefle preflò iR .iui,
conte teRlmonio-, e Ipfttaiore di cjò $he fi faceva fincerameme, e
rilbluiamente, per. àcconodamento RablWv-q reale del, negozio ; .e acciò
proppnede ancora ili mano in mano quello che gli par efle opportuno a tal fine.
II. Generale deputi a quello .carico Veitor Barbaro, fno Segretario, come ben
pratico di tali afiàiri, è cosi pet natura, come per elperienza prudente, e
atrifiìmo a fimili maneggi.' ma fu in ^i giorni, come Ipcflb interveniva in
quei canali, dS S^an furia di Becca, che il Segrcurio non. potò accoRarfi cosi
predo, come defiderava: onde arrivò quando appunto i era dato cosi notabil
principio alla faccenda, e nel medefimo tempo in co», fi conducevano -alU forca
il.'Mnrettq, e Niccolò. ivo compagno;.! quali furano gratillimo fpeuacolo a gli
Albonefi, che- avevano condotta, colle loro Mtche armare il SegRtario; nò
poterono contcnerfi, c)^ verio la fera non troncalTero k loro tede ; parte per
faziar l'odio particolare della nazione; parte anche per portarle con dio loro,
affine di JcndCr ad altri tedimonio reale di tal effetto. U Barbato s'abboccò
la prima volta col CommilTario alla prefenza del -Vcrcovo di Segna, che aveva
in quei giorni appunto pigliata il poflefTo della fuz Chielà, e col cui
configlio s'indirizzavana tutte k co, fa, per efler Furiato ebe nelle Scuok
-de' Padri della Compagnia di G*. sò aveva acquidaic feienze profónde, che,
accompagnate còli' rio delk cefe del mondo, T avevano reoduio grato a'
-Principi Audriaci, e al medefimo Rabatut; ficcome,, per elTer della Fam^ia de
Oominis, nobile d'Arbò; ma piò p» euerfi modrato bene affetto al negozio, ed
cfférC per ben pubblico, e della patria fua molta affaticato intorno; e per
cOer anche confidente dc'Vcoeziaoi, In quel primo colloquio il Erbato, paflati
i Coliti termini di cortefia, feuiau In la fortuna del mare la tarda venuta,
rapprefentò la fpcranza che ^ en conceputa dai Generai Pafqualigo, c da. altri,
di veder ormai gadigate k fceltcratezze degli VHcoccha, poiebf s' en dato cosi
buon principio; e, oomiticiando a dire gli afTaffinamenii, k trucidazioni d*
uomini innocenri, le crudeltà di fiir. drazio de'corpi morti, « rii fiere il
liuigue, di icorricarli, per far dringhe deUe,priH, li dnpri,. k rapine di
.donzelle, e k infinite rubberk colle. quadi.t' era turfiata la quiete del
mare, e della terra, modrò con malta eloquenza^ ed efficacia, eh' era -bidono
di rimedia • celere. cckfe, e gagliarcki; e eonchiufe, che Tperava di vederlo
appiicito oppertQnameate da mano cosi perita, e valorola. Il Commiflarìo andh
nella rilnlb' fcufando in parte gli eccedi aecennati t come aggranditi dalia
paffione de gli uontini, o c^ionati dall armata Veneta, che, quando anche non
fi ofièndevano I fini fiid£ti, ara foiia di cercar gb Uicoahi a morte, e di
tiior loro le prede finte nella giiifta guerra conira i Turchi; « finalmente commelB
da altri, e poiqutribuiii a gb Ulcocchi; à quali confiifaiva però degni di
graviamo gal^, coma turbatori dalia pubblica pace; e che peiciò egli ne aveva
'gib- tolti di via cinque de' principali, che aveva potuto aver nelle nani;
lenderido in tanto le rea a gli altri, che ('erano polti alle Iclwi, 0 davano
nafcodi nella Citth : nel che aveva fatto chiaramenK-conoKerc la fua diligenza.
£ qmndi, come Cavaliere'di natura libera', e apena, incominciò ad aprir 'il
foglio delle Commiffioni; e de' difegai fnoi; dicendo che teneva ordine
primieramente di edertninar aflàtto i .capi de'ladri, e i priocipaU mafitadieri
avvezzi a corfeggiar nel mare ; foeondariamente difcacciar di Segna tutti t
Dalmatini o altri fiiddiii della Repubblica, chiudendo loro per fempre le
fperanze di ricovrarfi in quel alido : poi 'di lafciar Iblo in Segha cento di
queib nazione de' pih quieti, condiicendo tutti gli ahji piò addentro fra terra
in altre Piazze di frontieia per difela de' confini; e uliiiqamentc di
ridringer r nlb delie barche armate, che non poflàno ufeire lènza clpredà
licenza del General di Crdvazia-. Il precario, al quale erano piaciuti gli
altri pttnti, còme quelb da i quaU veramente dipendeva ogni Ccurezza del
defidemo componimento, ripigliando pih di propofiio l'ultimo delle barche
armate, difse che iperava che l’uto loro firirebbe dato proibito affatto,
poiché la Repubblica non era por confentim in modo alcuno che con l^nza del
Generale di.Crovazia, né feaaa, tranriafsero limili valcelli ndte appartenenze
della bre incera, e invaiata giurifdizione. Il CommilTario replicò che quedo
'era incerelse non folo del Regno d'Ungheria, e di Crovazia, ma anche della
Sede Appofiolica, e del Re di Spagna; però che a lui fob non- toccava di
decidere controrcrfia cosi imponame, né di za pubblici larrocin;, e
abboipinevoli aflà0ÌMamenti, era hfoluco dì continiiare dctenninatameare il
rimedio, i-.. .. Per quello il Barbaro, quaniQ più vcdci^ infervorato il
CommiflTario, unto più Io ifqportuqava, nè ^ mai moflrava di conrenurft di quello
che fi faccvai aè di vederlo liooiikorcere come fatto in eompiacimento della.
Repubblica, ma come a lervizio di necelfaria giuiUzia, e gallico 4e‘ privati
delitti; dicendo ^e il Moslarda era fiato facto morire, per opwfto coll'arme a
.chi.lp chiamava; il Pofiidaria per concetti fedixiofi iparfi da lui, quando fi
ricercava T opera della milita, per ritrovare i colpevoli nalcofii frale cafe^
e il Marchetick perchè aveva abbandonato Ledcmzze, dove egli era Capitano, c
aveva data oecafiooe che il luogo foflfè laccheggiato dal General Pafqualigo:
ficcome ellèndogli fiati confcgnaii nove Iùdditi Veneti, di molti, e molti che
erano dimandati, parte nominatamente, c pane con termini Onerali di mrti i
Iùdditi, fi doleva che fe gli defiero Iblapienre poveri artigiani, e che a'
maUatcori fi laicialse Ipazio di fuggire: febea in vero il Commcirario alava
ogni diligenza per poterli avere tutti in mano; ma elfi ic PC Ila vano alla
montagna, provviftì fcgrctamcnte da’ parenti, amici, e da quei medefimi, che fi
mandavano a pcrfeguiiarli, delle cole ncceiTarie; nè era poffibile a rimediare
a quello difordine, le non fi voleva difirug-« fiere tutta quella milizia: il
che certo farebbe fiato cantra il pubblico lervizio della Cafa d' Auftria, anzi
di juiia la Crifiianiti. Dolevafi però il Commefiario di non poter loJdisfare
con tutta la fua lollccitudine; e fi rararharicava principalmente che erano
fuggiti dalla^ Citik cinque Dalmatini, de più crifti, c de’ più defiderati dal
Generale; onde teneva che refiafle forpetta la fua fioceriib; c fu per far
appiccar due Capitani, alla neglkenza, e edeienza da’ quali s' imputava quella
foga: nè avreb^ lafciato aefiguirjo, fc i parenti non gii aveflcro promcITo di
portargli ovivo, o morto 9 kuno di quelli che fiavano alla montagna; come fobiio
fo facto: perchè un fratello d’ uno di quei Capitani, ufeito con altri alla
caccia, prefe up famòib de’ richiefii dal PafqtMligo, e lo condulTe in Segna
ferito d' archjbugiata nel capo,d 9 vefu fobico impiccato lemivivo, egli fu
data la teila; come indi a poco gli forqno conlègnati vivi quattro altri, acciò
vedefle pure che fi faceva, daddovero. In Venezia quelle operazioni erano
intelé con. grandilTmio gufio; e molti Senatori, nc paalavaqo con dolcezza col
Rofii Segretario refidepte in queli^ Cictb ^pcr la Maefi^ Cefarea, dando lodi
al Commefiario, e grazie a’Prmciu, che finalmente avevano leriamente rilolto di
gafiigar i ladroni., II Commefiario avvifato dì ciò dal Rofl» lo riferì al
Barbaro, Umenìandofi che tutti gli altri mofiraflero d’ efler contemì ideile
operazioni fue, fuor che egli folo; pregandolo a confidcrare la importanza delU
difelà di quei confiti anche per particoiar intcrefie deila Repubblica di
Venezia; onde non conveniva annichilare «mua quella milizia, la quale, ridotta
orp^i a difperazione, avrebbe potuto prendere qualche danoofo configlio^
Giudicando i medefimi>Segiij|iii che per gli ufiìzj del Segretar io
crefccfie il rigore dèi Rabatta,, A' almeno aìmpedìfie il miiigamento fpcrato,
riTolfcro di placarlo con uafcamune ambalcerìa, facendo capo il Vcfcovo
medefimOf il quale accomp^nato da* più vecchi entrò nelle fìanze di cHo
Segretario, recando gii altri lu la piazza; e quivi con molta umiltà, e lolpiri
lo pregarono a contenrarH del fangue fparib, e di tanti condotti alle galee, e
d’intercedere per un pcidono generale, riduceodogli alia memoria i Icrvizj che
nelle paHatc guerre avevano i medefimi Ulcocchi latti alla Repubblica, e
offerendo in altre occafioni di fpendere per T ifleffa cauta le vite che ora fì
confcrvaflcro loro: in fine del qual ragionamento gli offerirono in dono due
tappeti fini, non teffuii gi^ in Segna, nè comperati. 11 Segretario con brevi
parole mofirò che egli, come lemplice minifiro, non poteva preterire i termini
della fua commellione : nondimeno che averebbe giovato loro in quello che
aveffe potuto: fiimò che foife mezzo afironto r obblazione de' tappeti ; nè al
Velcovo fu di lode T efiere fiato ilfromento; febbene Icusò l'ufo del paefe,
che non tollera acceffo dell’ inferiore al fupcriore fenza prelènte: cofiuine appunto
da barbari, e che fra’ Turchi rare volte A tralalcia, ma che agli Ufcocchi era
forfè fiato inlcgnato altrove. IDopo ciò il Segretario rifolfe però di
procedere con qualche più di foaviti, anche perchè in quei tempi fu avvertito
da Venezia di dover COSI fare: onde piacevano molto gli andamenti del
Commiffario; e fi giudicava che non mettelTe conto tanto aflbitigliamento, per
non metcerfi a rifehio di romperla; e che egli anzi, procedendo cos^
chetamente, meritaffe corrifpondenza di uguale finccrìtli: dall’ altro canto
tornavano gli Ulcocchi a liipplicare il Rabatta che li levatfe di fpavento, e
fi dichiarane, fc altri di loro erano defiinati alla morte; o lo in fine
avevano da rimaner tutti efiinci; perchè il vivere con tale angolcia era
peggio, che la morte fieffa. Quelli uffizj, e i continui pianti delle donne,
molTero a compafiione il CommilTario ; onde rallencandofi dall'alero canto, per
le caufe accennare, l'ardore del Segretario Veneto, ne fece proclamar venti de’
più colpevoli, lafciando cos'i fperanza di perdono a gli altri, e afiègnando a
quelli un 'breve termine; dopo il quale cadeffero in bando capitale con taglia,
e con grazia di poterli aiutare l’uno colla tefia dell’ altro. Poi, per venire
al rimedio più fodo, più ficuro, e più atto ad impedire i corfeggtamenti, e i
lacrocinj di mare, deliberò il CommilTarìo, di tutta quella milizia non
lafciare in Segna più di cento fiipendiati, e con loro cento molchettieri
Alemanni, e di trasferire il rimanente ad altre Piazze più fra terra, volendo a
quefio fine che ufeiflero non foJo gli fiipendiati, ma anche dei proprj
Cittadini tutti quelli che foffero conofeiuti aderenti nelle prede, e
volonterofi di continuarle: pel Icro oafcere ma che avrebbe ben egli colla Tua
autorità dato ordine che n iaiciaifero pafTarc liberamente tutte le barche non
armate, fen21 pih rìconolcerle, o cercar dove andalTero, nè d’onde vcniflero, 0
cib che portaikro: e ciò doveva ballare alia lil^nU della navigazione, e del
commerzto amichevole tra 1 luddici dell' una, c dell' altra parte; tra' quali,
e ara'Principi raedefimi pareva che doveffe Correre ndiawenire migliore
intelligenza, perchè V accomodamento epa piaciuto unto ^ a’ Veneziani, quanto
agli Arciduchi : di che può addurli quello cerco argomento, che, dopo ravvilo
che n'ebbero i Principi AuHriaci; quantunque lìa trerifimile che il Barbo
avefle rapprcfencaiò gli avvenimenti lecondo la Tua propria palTtone; nondimeno
fu al CommiiTario rinnovata laucoriik.; ^giungendoli alTolucanientc il
Capicaniaro di Segna, del quale era gih fpogliato il Barbo, acciò tanto piò
comodamente egli potefte perfezionare il negozio, e levar affatto l' infamia di
cosh nefandi latrocinj dadi Stati della Olla d'AuHria. Onde fu chiaro l’error
di quelli che ardivaho d-impucar a Principi così religiofi, gialli, e benigni,
il confeqtimtnto di sì fatte iceileracezze, le quali li dovevano piucuillo
atfribuire a gli inganni de’ mali roinilln Eretici, che nò temevano Dio, nè
miravano aU’ooor de’padroni, o all'onor prozio; i quali co’loro artiBzj davano
ad ìmendere che foflè ùnpolhbile rimediare a quef diJbrdìni ; e li dipingevano
dinanzi a’Prìncipi come trafgrefioniordinarie, e neccBarìcde’conbni. Ma ficcome
quelli tali rimafero cqpfufi nella loro malizia, e privi degl’ ingiulli
emolumenti che ne folevano cavare i così arfero maggiormente di Idegno^ «
invidia contra la virtù del Rabatu, vedendolo in difpregio loro colmo di
gloria, e di premj da ogni parte: perchè anche i Veneziani, conforme
all’ordinario loro collume di corteCa, io avevano facto regalare d una grolla
catena dì cinque, o fei miladucìiti; i quali egli però non volle accettare
fenza dame prima conto a’ Padroni, con offerta d’ impiegarla in pubblico
fervizio, come aveva fatto di fonitna maggiore de’ fuot proprj danari nella
tardanza delle prowifìoni, feufabile, per le più gravi urgenze delia guerra
Turchelca: oltra di ciò li fabbricava in Venezia una barca di piacere, e da
viaggio, per donarla al medefimo Rabatu, fornica di dtverfe comoditi, che a lui
nel governo di Segna farebbe Hata di molto (èrvizio nell’andare innanzi, e
indietro per quei canali, e per le vicine IfoIc. Tutte quelle cortefio, benché
Ic^icrc, c difuguah a’ meriti di sì buon. Cavaliere, tervivano di materia a gU
emoli ftx>i, per lacerarlo, c aecterlo in dtlgrazia de’ Principi: perchè li
Bvtp, irovando nella Corte dìGratz accefi i cuori di molti Miniltri,
fpexialmcnk Eretici, illrumenii reali del Demonio, c Rimici della pubblica
quiete, cominciò ad acculare l'opero del Eabatta, affermando che egli, corrotto
da’Veaeaani, non aveva avuto altro fine, che di lóddisfàrU in pregiudizio di
Ctfkte, della Corona d' Ungheria, e della Cala d'Auflria; onde a fola riebiefta
loro avevai^'fttio a iccare uomini valorofi, c benemeriti, dandone altri contra
ogni onotJtu ime de' Principi in mano loro; e raettendoU in neceffith di
volaaifi a fervile- negli «ferciti Turchefehi, con manifello pericnio che,
perla notizia che elh avevano paele, e delle Piazze, av^ a cader ratto quel
confine in mano de' nemici. k n Di i,ueft II- Z intcn Digìtized by Google 173 s.
’tT or n': T A. ’ intenzione, vero imitatore della vinti di Carlo fuo Padre, c
Ferdioando Impcradorc ììk) Avo, crede del nome; ma, per Tei^, non ancora
cipaxto deile fraudi cortigiaoelche, c degl' intcrefìì de’ mali Miniftri,
febbeo per Datura, e per religione, nemicillìmo de gJi Eretici. Movevafi
ffdunqur con tali artifìzj inganneroli Tanitno del Principe, ma più queU io
dfif ArciduchelTa Tua madre, la quale più veniva combattuta da quelli che
lapevano come elTa poco prima era rimafla difguflaia, per aver egli cercato d’
impedire il maritaggio dell' Arciduca colla Figliuola del Duca, di baviera, la
quale era nipote delia medeOma ArciducheOa; pel quale .iinpcdimcnto fì dice che
il Rabatta divulgalTc m Venezia che la luddetia Spola fofle macchiata di lebbra;
il che lì trovò poi falfo, c Icguirono le nozze; nè al Rabatta fu facile a
purgarfi dell’ imputazione; c gli convenne adoprarvi molti intcrce0bri; lopra
la qual cicatrice' ieppefo beo dimenar 1* unghie i luci cnuilt : ónde gli
accefero contra i'aniiTib della Madre, e del, Figliuolo in male maniere^
appoggiando tutte le loro macchine alle maligne relazioni del Barbo. Fu il
Commtflario avviìato da gli amici di rezze fi raccordafìfero delle
lamentazioni, e de' gemiti dc'Ioro poveri ludditi deinUria, e della Libnrvia; i
quali, per le colpe di pochi ladroni, venivano Taccheggiati, e rovinati, ed
erano (lati a termine, per pura difperazione, di vacillar nella Fede, perchè i
Veneziani avevano gik prefa una riloluta forma intorno a quelle feorrerie,
ch’era, di non rompere in mamfella guerra, per non iirarfi addolTo la malà fama
nel Mondo d’aver molli) le armi centra i Principi CriJUani, mentre
gucrreggiavano contra i Turchi; ma rifarfi d’ogni oltraggio, o danno che
rlccvelTero i loro fudditi fopra i ludditi della Cala d’ Aulirla a buona mìfura
: onde il fomentar le rapine de' ribaldi non era altro, che dillruggcr, c
dìfabitarc le proprie terre delle loro Altezze, e neccflltar i Varialli a
pigliar altri partiti : che cosi s’ intefe il negozio, quando a lui ne fu data
commiflionc; c ch’egli, nell’ averla fapiita efegutre in quella maniera,
pretendeva anzi merito, e mercede: che non bilognava dar orecchie a gli
Eretici, i quali, vedendo procederfi contra con si gagliarde, c pie
rifoluzioni, c che i bilo^ni della guerra Turchefea non badavano ad impedir
Panimo zelante del Principe per rellcrminazioiic loro, volevano anche vederlo
intrigato di più in nuova guerra colla Repubblica di Venezia, acciò folTe
necelTìtato ad abbandonare V imprcla contra di loro; c ch'era ormai conolciuta
per tutta ‘Alcmagna, e per tutta Europa la malizia fcellerata de’fettarj, i
quali, per mantenerli nelle falfe opinioni, non fi guardavano di tradire i
proprj Principi, e la Patria; e che di qua era forfè derivata la perdita di
Giavarino, c poi di Canilfa .* che le loro Altezze foiTero certe, o che
bìTognava reprimere la rapacità degli Ufcocchi per la via cominciata, ovvero
didruggere, e dcrolare tutti i luoghi di marina, e gli altri de’ confini;
perchè egli aveva affai bene penetrato che i Veneziani erano rifoluti di
vendicar in quel modo le ingiurie degli Ufcocchi ; ovvero, fc in fine
bifognaffe, pigliar con effo lóro un aperta guerra: \ la qual cofa in niun
tempo poteva metter conto alle cofe delle loro Altezze; ma ora meno che mai,
per li travagli maggiori ne’ quali (ì trovavano col Turco.* che a quedo fine i
Veneziani avevano giudificata la caula preffo al Papa, e predò agli altri
Principi Crilllani, aquali tutti pareva drano che fi voleffero fomentare
nc'proprj Stati pub- blici, c infami Corfari a danno de’ vicini.* che in
cau> tale non s'a- vrebbe da far fondamento negli ajuti del Re di Spagna, il
quale, ol- irà i’effcr occupato in tante altre parti, e altre molte difficolà
di pò- ter mandar armata in quelle bande, dimerebbe fua vergogna, per la pict^,
e giudizi! fua, il favorire caufa tale .'il che fi poteva anche ar- gomentare
dairefiio deir uffìzio che a fuggedione del mcdefimo Rabat- ta fece in Venezia
Don Inico di Mendozza, Ambafeiador Cattolico, mi- nacciando le arme del Tuo Re,
fe non fi liberava dallo drccto affedio Tricde, c Fiume.- di che fi dimò
affrontato il Re; e per fame chia- ra la Repubblica, e il Mondo, levò todo il
Mendozza da quell’ Am- bafecria .* che quanto a t pericoli che gli Eretici
malignamente met- levano innanzi di perderfi Segna, foffero certe le loro
Altezze che Temo II. Z % meglio era afiìcurata quella con poche genti quiete, e
fedeli, che col numero maggiore di ladri; i quali, olrra il continuo
irraiamenIO de’ncmki, erano loHii rpcffiHimo di abbandonar la Cicih, per atten-
der alle rubbcric; onde non vi rimanevano per molti giorni, fé non le donne, e
le genti inutili; co’ quali mancamenti s’ èrano a’ Veneziani aperte mille
occafioni di lorprcndcrla, le v’ alpiraflcro : ma cfler cofa iroppo notoria tri
gli uomini prudenti, che i Veneziani Jafeieranno Icmpre volentieri a fpefe, e
carico di altri la difefa di quelle frontiere, eh' en medeìmi, confinando con
loro paciBcamente, ajuterebbono Tempre, pel proprio intcrelTe, almeno fotte
mano a difenderle. Onde non potendo i Turchi per terra avvicinarli a Segna, ne
condurre artiglie ria; nè clTendo mai i Veneziani per conl'cntire ch’ivi s’
accodino per mare, fi poteva tener fenz' altro la Piazza per ficura, purché gli
U- fcocchi colle loro rapine non ncccfiiraTcro i Veneziani ad accorJarfi per la
dillruzione di quel nido co’ Turchi, che oe avevano più volte promoisa la
pnitica; o elfi llcffi non la tradiTcro in mano de’ Turchi, de' quali lòno per
la maggior parte fudditi,e molti hanno fotto di loro i padri, le madri, i
fratelli, le foreile, e altri parenti: che in quefto confillcva il pericolo di
qualche gran perdita, non nelle vane inven- zioni de gli Eretici. Aggiunte il
Kabatia, che, per maggiormente affi- curare quei confini, e per la ipcranza di
poterli allargare a danno de' Turchi, larcbbe lato utilifTimo il compartimento
latto da lui di quelle milizie a i luoghi (oprannominaii di Otiolfaz, Brigne,
Profor, e Bortog, mediante i quali fi metterebbero in ficuro fpazio di terreni
fruttiferi, onde la gente potrebbe con giufie fatiche iofientar la vita lenza
illecite rapine; conchiudendo, ch'egli avrebbe poi mofirato il mo- do di
ridurre ì detti quattro luoghi in lìcura difcla lenza che fé n'ag- gravaflTero
le Oincrc di Sua Maefi^ Cefarea, o delle loro Altezze. Furono alcoltate quelle
ragioni, portate con molta eloquenza, e grand’efficacia, attcntiffimameme; e
tolo fi accoriero i Principi che fuor d’ ogni Tuo merito veniva loro mefso in
diicredito un tanto Mini- erò, pieno di prudenza, e di fede; onde lo
reintegrarono collo nella prilina grazia: e per darne fegno in faccia di quelli
emuli fuoi, eief- ièro luì medefimo con amplilfinia autoritli che andalse a
ricevere a'con- fini Gian Francefeo Aldobrandinì, Nipote di Papa Clemente, che
in quei giorni doveva sbarcare alle marine di Tricitc, e di Fiume con dicci
mila fanti Italiani pagati da fua Santitli, e D. Gian de’ Medici, che ne
conduceva due mila, pagati dal Gran Duca, iuo fratello, in fervizio della
guerra contra il Turco; la qual gente della marina doveva guidarli a Zagabria,
defiinara per Piazza della mofira, donde poi per acqua aveva a trasferirfi,
come fece felicemente, airafscdio di Onilsa. Amminiflrò quel carico il Rabatta
con intera loddisfazione, e de’ Principi, e de' Capi della gente Italiana; e
sbrigatofi di III, non vide l’ora di tornar a Segna, per dar compimento a
quelle faccende; nelle quali non pareva che rimanelse più difikoltìi alcuna ;
poiché daPrincipi Aullriaci erano fiate approvate tutte le fue azioni, e tutti
i partiti prefi per rimedio del male; e pareva che f autorità Tolse accrcIciuta
tanto, ch’egli dovcfsc lofio elscr elaltato a più lublimi carichi,
defiinandotegU gib il Generalato di Crovazia. Ma dopo la lua partenza, la
malizia diabolica de gli Eretici s' afsor ligliò figliò ranto più a* Janni di
Ini, e fi sfoderarono nuove calunnie, le quali, fe pure non erano afcohate da*
Principi, almeno non erano ribuitate con quella fermezza che pareva convenirfi
a’ meriti di un tal Cavaliere. Le cole arrivarono ad un tale lUco, che giù fi
mormorava per le Corti che fi formerebbero procefli contro di lui, fpezialmente
per dimandargli conto della morte del Conte di Poflidaria nella quale $*
interefiiavano forte con poco onor loro alcuni principali, mofirandofi parziali
d' un pubblico alsalUno, indegno d' elsere ufeito di quella nobile famiglia.
Sentivano quelle voci, e quelli grandi roraori gli Ulcocchi, che per cauta loro
veriavano nelle Corti; ne mancava chi loro feminalfe nell' orecchie che il
Rabatta era in difgrazia de'Priiicipi, a* quali non era piaciuto il fangue di tanti
foldatt valorofi ipario da lui furiolamente a compiacenza di altri. Qitdli
ragionamenti fi rapportavano poi in Segna, c fervivano a dimmuir l’ ubbidenza
al Commifsario; il quale, rrovandofi fearfo di danari, era anche llato sforzato
a fpogliarfi di quei prefidj che I* avevano fino all’ ora renduto tremendo in
Segna. Accadde in quei giorni che da’ Principi ebbe il comando di mandar al
campo fotto Oinitsa quel maggior numero di gente che potefse ; colla qual
occafionc pensò anche di Icvarfi dinanzi il retlo de* più inquieti, e più
ingordi, per lalciar poi gli afl’ari di Segna meglio regolati rac llrema cura
le Galee, e le barche armate, lenza impedir però il corto delle vettovaglie a
Segna, per non metter la geme in maggior difperazionc ma vedendo per alcuni
mefi che niuno fi moveva, c che fi olTervavano i patti, e che piU in Segna fi
rendeva agli Aufiriaci la folita ubbidienza, e che i Principi erano rifoluti di
mantenere gli accordi, e d’impedir l' ingioile rapine, ottenuu la licenza dal
Principe, fe, ne ritornò a Venezist, gloriofo, per aver mcllk T ultima mano a
così collol'o travaglio coll’ autorità, e colla prudenza fua; e tutto il Mondo
s’avvide che in mano de’Principi Aufiriaci flava il raffrenar quei la- droni,
con tutto che i mali MiniUri gli aveffero per tanti anni dato a credere
altrimenti: onde non pareva verifimile che doveflero acconicntire mai più ad
una tale infamia ; malTime avendo anche imparato i Veneziani il modo di far ad
altri celiar caro il danno che fi dii alloro fudditi. Cqn tutto ciò molti
uomini pratici dubitavano che, llando gli UfcocqIiì in quel luogo fenza altro
follentamento, folTe quali impofiìbtle che fi follentalTero fenza danno
de’vicini; malTimc cficodo gli llipendj leggieri, e difiicilmcnte pagati; nè
participando di elTi tutta la gente. Per li quali rifpetti fu prudentemente
confidcrato che T unico rimedio confilleirc nella traslazione di quella gente
a’ luoghi dilcofii dalle naarine, come Ibno i foprannominati, opportuni alle
tcorreric comra i Turchi, e capaci di qualche agricoltura; ne' quali ancora fi
dice elTcre alcune veo# di ferro, nelle quali potrebbono efcrcitarfi, e nodrire
le loro famiglie con utile induima quelli che eleggedero di preferire
un'onello, e legittimo modo di vivere alle maledette, e Icomunicate rapite,
calle forche, nelle quali, o prefio, o tardi, inciampavano poi tutti. Ma perchè
di fopra fi fece menzione d’ un partito propello dal Rabatta all''Arciduca, fU
fortificare alcuni luoghi di Frontiera fenza dìfpendio delle camera Ai'Ctducali
; e perchè nel punto della traslazione delle milizie Segnine a’Cafielli fra
terra, e in quello che fi accenna, gli uomini vertati nel negozio hanno creduto
(cnipre che coniìfietTe la certa fperanza di reprimere i latrocin; degli
Uicocchi, e ovviare a’ pericoli che ^ l^tteUi venivano minacciati, (àrX bene,
prima di metter fine a quefU. anche quella materia fi dichiari qui co iiioi
o^amentf. .j. ^ •1*" ^ da fapere che il Vefeovo ^ Segna, Prelato ornato di
pro« 'dotjrma, pratico del paele, e pmidenre, propofe che fi facefle unappalto
co’ Veneziani d’alcuni bokhi vicini a Segna, abbondami tanto di per arbori, e
antenne di qualunque genere di VafcelU, quanto anebe di faggi, del qual folo
legno fi fanno i remi per le galee; e cbn proccuraflc di avere da loro
un’anticipato sborlb di 50000. ducati, i quali fervirebbono abbafianza al
difegno di fortificar i luoghi dc^ confini nominati di fopra. Il configlio era
molto opportuno, perche i boTchi veramente abbondano di materia attifllma a’
bilogni luddctii,e fono cos'i vicini al mare, che con poca fatica, o fpefa, per
fenticri declivi, ufati anche in altri tempi, fi poflbno condurre all’ imbarco;
la qual copia, e comoditi efagerandofi un giorno in Segna dal Commiflàrio col
Segretario Barbaro, e dicendo egli che quello era veramente un teforo, l’altro
rifpole cos\ eOcr in effetto; ma teloro di metallo, o di moneu tale, che non
avrebbe mai fpaccio altrove, che in Venezia; la qual prudente rifpofta fe foffe
Hata ben confiderata da gli Auftriaci, non fi farebbono frappoffe nella conchiufione
di un utililfimo partito tante difficoltà; ma mentre l’Arciduca fu collretto di
darne parte alllmperadore, primieramente fi dubitò che quel taglio poteffe
agevolar la (Irada a’ Turchi d’ infeffare i confini: ma chiamato alla Corte
Cefàrea, per queffo effetto, il Vefeovo di Segna, con ordine di portar feco
ddegni reali di tutto il paefe, egli colla Ina prefeaza, e con vive ragioni
levò quel dubbio; onde gl'imperiali cominciarono poi a pretendere piò grofla
fomma, e dimandavano sborfo anticipato di joo. mila feum, lenza penfiero forfè
di fpendeme parte alcuna in fortiheaziune di quel conGne; non ponderando effi
che i Veneziani, febbene poffono ricever qualche comoditìt da que’ legnami, non
hanno però piò che tanta neceffitò, perchi non mancano loro felve che
fomminiflrano materia fufficiente per le loro ordinarie, e flraordinarie
armate. £’ vero che la condotta de' remi, che ft ugliano principalmente
ne’bofchi d’Alpago, e di Cancerio, fi fa con dil^ndio, e con gravezza
de’fudditi, a' quali li aifparmierebbe volentieri quel travaglio; nel retto la
materia i inefaufla, tanto per remi, quanto per ogni altro bifogno di piò
numerofe armate: è però verifimile che anche per folo rilpetio della
fortificazione de’ luoghi tante volte nominati i Veneziani farebbono condefcefi
allo sborfo di qualche mediocre lumma a coojp di detti legnami, per interefle
proprio di veder ordinato in que'jconfini piò mimeroft, e gagliardi ritegni
contea i Barbari che penlaffitro mai per quella Brada d’infettar 1’ Italia,
come hanno fatto in altri tempi. \Ma il maggiore, e piò certo lérvizip, che fi
farebbe cavato da quell’ accordo, conullcva nell’ occupare la gente di quel
paefe nei taglio, e nella condotta ; che cosò ella fi lardffie avvezzata a
vivere delle lue fatiche, nè avrebbe avuta feufa, ohe la fame, e la neceffitò
fpingelfe in torlo • perchè que'bolèbi avrebbono data póftetua materia, non
folo di foltentarfi, ma anche di arricchirli; perchè, oltra i legnami opportuni
per le armate, fe ne làidlbBno tagliati infiniti per ogni altro bifogno di
fàbbriche; la comoditti portar le travi, e le tavole per mare verfo Venezia, o
agli oppolti lidi della Romagna, e della Marca, ove fono cariffirae, avrebbe
iltituito un traffico di molta ricchezza; ove ora i bofehi Hanno inutili, e la
gente oziolà ; elfendofi, perle caule accennate, dilmeffa già la pratica; ed
effendo infieme, come fi diffe di Copra, ritornati gli Ufcocchi alla vecchia
tana di Segna. In quelli due punti gli uomini prudenti, e pratici giudicavano
c& confilleffe la llabilità de gli accordi, e del ripofo. Però è molto da
temere che in breve tempo non fi rinnovino le miferie (febben farà Tempre in p
oter de’ Principi il rimediarvi) a 'maggior danno della Criflianità ; perchè
febben anche gli Ufcocchi s’ alleneffero per Tempre di non toccare le terre, i
Vafcelli, o i fudditi de’ Veneziani, nondimeno le continue fortite che fanno
verfo Obruazzo, Teme II, Aa ove •V pvt tcrmin* il canale della Morlapa, far^
fina lmente aprir gli occhi a’ Turchi, ^rr provvedere a’ fatti loro con un
cpnfiglio non diflkile da cfeguire, che ritornerà in notabii {iregiudizio, e
della Cafa d'Aullria, e d’altri; il quale non infegnerò gih io in quella parte,
ma egli era ben intcfo dal Rabatta ; che pereti fi mollrava rifoluto di
proibite che quel canale con barche armate non fi navigale pib oltre, che da
Se^a a Scrillà, accib l’ingordigia di picciola preda di pochi animali, o pochi
fchiavi, non Tenifié una vola a pagarli con amare lagrime, e colla perdita d’
infinite anime Crifiiane ; il che piaccia a Dio che non fegua, e che i Principi
CtiUiani cohofeano a tempo, e attendano a divertite i pericoli, acci^ ad altri
non relli campo di fcriveie pih dolorofe, e lagrimevoli Storie; dove qnella
finifee con un’ incera fperanaa di non ^ fondaa quicw; la quale piaccia a Sua Divina
Maeltk di rendere (labile colla Aia lana grazia, p terpreuzionc a cola che li
polTa ricever per buona; e fon licuro che, -leggendo quelli fncceffi, ogn'uno
fi c#tificheri che nei diiordini civili, noQ aliripemi che nei morbi naturali,
i rimqdj lenitivi, lcb|iÀ pare che di pRfen^ giovino, ènafpidlcono nondimepo il
male, e lo' rendano a 1 remp feguetlti più fiero, è atroce; e che, quando
coH'nfeldc'iwidi e appropriati rimedj, il male è guarito, conviene per lungo
tempo aver loipttto di recidiva, e governare il cor^, non meno il civile, che
il naturale f non colle regole de’lani, ma con quelle degl'infermi; e
Ibprattuito appa^rù chiaro, che' il buon'ordine in maceria fluttuante non può
elTcr incedono, le avA ì£ cura di proaurarlo thi dal dilofdinc cava profitto, E
per bene incamAinare la narrazione, mi i neccirarioriferiFe tutti infieme
gl'ntaieoli (iabilici tra il Rabat», -e il Palqnaligo, che'dall’Arcivclcoto
furono commemorati Iporlamcncc, acciò fi vegga in che, e guanto Intono
oRervaii, o inìmrediti; d'onde ebbero origine le qaeAte feguite. Conteneva
quell' accori»to lei capitoli, »• Che gli Ufcocchi non poteflcro' navigare, fe
non nel canale dell» Morlaca, tra Segna, e Serdfa, con altro nome detta
Carlobago. Che non poteflono accoftatfi all' Ifole della Repubblica, nè sbarcar
fopra i territori di quella, Che a gl’ altri luddiii Aollriaci folTe Ubera la
navigazione con VafelU difarmati, e il commerzio per tutto aperto, come per
l’innanzi. Che non foficro riconofciuii, paflàndo innanzi il Forte di San Marer
cuardia, col fcguitarli, 'ioapodivano loro f efecoaióné de'dilegni, avevano
però trovato un lociit modo di fatvar sé fteflì, e le barche .proprie, ion aver
far&> nel fbruio-'di ÉÌaicu^ un forame, il quale 'renevanotucato eoa una
grap fpina; e,vedth leo le pcffiÉie, indi, po0ato il pericolo, ricuperavano le
barche» Il Denaro, che im quei tempi fu rimandato in Dalmazia Generale per
diveric prowifioni, vedendo ripullulare i troncati inconvenienti, fece tracrar
col Capitano di Segna, e fargli apertamente intendere che, ficcoerte concedeva
molto cortefemente il libero t&mfito alle barche per vtage mercanzie, cos\
non era per confemire che gli Ulcocchi [tranfiralfcro armari, come pareva che
s’aveflcro arrogala facoltà dì fare nc*cgh emergenti che nacquero da quefte
occorrenze, e come ebbero fine, non fa hilogno dirne di più; non avendo altra
conncflTione colle cofe degli Ulcocchi, fc non che efiì allora, come Cavalli
lenza freno, corlcro come per gradì et maggiori latrocini, eofi'cfb; fi diedero
prima a fvaligiare le Caravane de’Morlachi, che conducevano vettovaglie, t
mercanzie alle Città della Repubblica. Per miglior Comodo, fi ridncevano colle
barche ne i porti delia Repubblica, opportuni per Icvarfi di là, e andar al
bditino ip Narerfta, Obroazzo, c altri luoghi de’ Turchi : irw troduflero di
corleft'iar anche nel Canale di Cattare; cofa da loro non più tenrara,
fervendoli* altresì per forza dcllè barche de’ luddici Veneri per caricar
^l’animali, -e gli khkvi predati nel parie de’Tuixhi fi fermavano nelle Ilole
Venete a partir le prede, c a dar rifeatto a’ prigioni con tanta libertà, e
ardire, come le le operazioni loro foflcro di Icrvizio alla Repubblica, c di
benefizio a’iuddiii di lei, c ne ntcritaflero commendazione. Aggianfero a 'ciò
il levar le mercanzie, c t dinari agli Ebrei, e à’Turchi naviganti per Venezia,
e far prigioni anche le j«crlunc; nè fedivano d’inferir qualche danno ancora
lopra le Ilole di Pago, c d' Arbi.’ c acciò non rìmanelTc alcuno de capitoli
accordati al quale non contravvcnillero, ricettarono nel loro conlorzio i
banditi Dalmatini, e i fuggitivi di Galea ; onde il numero degli Ufcoccht
crebbe grandemente; e i nuovi aggiunti, o per dcGderio di vendetta, a per
modrarfi non meno fcellerati, lervivano a gl' altri d'incitamento a moltiplicar
le olTele. Non racconterò in particolare le rapine, e violenze in quefto tempo
occorfe, cosi per effer troppo in eran numero, come per non infallidire chi
leggeri colla fimilitudine degl’ accidenti ; il che oflerverò anche all'
avvenire, fc non quand o qualche fingolare qualità mi collringerh a farne
particolar menzione ; e febben io fo thè le leggi della Storia ricercherebbono
che folTero tralafciati molti de i particolari che fono per narrare, e che i
narrati anche folTero più fuccintamente riferiti, per non caufare fazieth, e
tedio; con tutto ciò fcrivendo io non per la poderitù, ma principalmente per
notizia di quei che al prefente defiderano minuta cognizione ancora per altri
riIpetti, che pel frutto che fi cava dalla lezione ;delle Storie, ho giudicato
di dover trapanare i termini dello Storico, e più rodo allargarmi a far T
uffizio di chi informa in controverfia giudiziale, affinchè ila pronunziata
lineerà, e giuda fentenza. Le tante temerità, e cos'i ingiuriofe, codrinfero
Andrea Gabrielli, all'ora Provveditor Generale in Dalmazia, a rimandare
fuificiente cudodia in quelle acque, per levar a'malandrini il comodo di
corfeggiarc, con feguitarli dovunque s’ incamminavano, e impedire T alfaltar
barche in Mare, e lo sbarcar in qual fi voglia luogo in terra: cofa che all’
ora a i ladri non fu difeara, valendolene per pretedo di prevenire predo l'
loro Principi, figurando loro di non effer dati i primi ad’ offendere ; e
qiierelandofi che folTero a corco perfeguicati, e mal trattati, mentre andavano
per li fatti loro fenza far danno ad' altri, che a’ Turchi; e alcrivendo a
necelTaria difefa, ovvero a giuda vendetta gli fpogli, e le altre tngiurie
inferite a i naviganti, e fudditi della Repubblica in mare, e in terra. E per
le confeffioni d' alcuni di loro, che pofeia capitarono in mano de' Veneziani;
fi ebbe per cofa ceru, che defidetavano, e proccuravano di edere non folo
impediti, e feguitaii, ma ancora provocati con qualche afsalto, per poter con
più gindificato colore impetrarne da i loro Principi licenza, e darli
liberamente a faziare le ingordifiime voglie in qualunque modo. Nè è da
tralafciar di dire che alcuni Pugliefi colla iiberth del tranlito incrcdulsero
di andar a Segna per comperare la cole predace, c a quedi vendevano i Morlachi,
e le Morlache Cridiane, predati nel paefe de'Turchi, accertandoli che non erano
battezzatti, de' quali era facu pubblica mercanzia, come fe fofsero dati
infedeli. Al principio di quede predazioni non è certo che il Capitana predafse
conlenfo efprefso; ma bensù, dappoiché Giovanni Vularco, famofo capo degli
Ulcocchi, ritornato da una gro^ preda infieme con Pietro Rofantich, gli
donarono 1500. Tolleri, e un Cavallo di prezzo, fornito, fi moltiò aperto
protettore del corfo. Mandò in qualunque ufeita generale un fuo famigliare
infieme con loro alla preda, al ritorno participando la fua porzione del
bottino: e pafsò tanto innanzi, che fi mife egli defso capo nella compagnia
loto: la qual cofa anche un giorno gli ebbe a fucceder male; perchè, avendo
congregati non folo gli Ulcocchi di Segna, ma tutti quelli del Vinadoli, e aven
Digilized by Google I9^ S’ TORI A e avendoli fatti fcorrete nella I.icca, non
foto reflò defraudato del difegno, ma gli convenne anche fuggire con qualche
pericolo,- perchè i Turchi, avvifati, lo perfeguitarono; altri coriero ad
alTaltar Segna, la(ciata lenza guardia fuflìcienre, che con difficolih fi
difefe. Di tante ingiurie, e inlolenze a’ tempi opportuni furono dall’
AmbaIciadore della Repubblica fatti lamenti alla Cone Imperiale, e furono
riportale fempre gran dimollrazioni dall' Imperadore, e da quei MiniUri, di
léntirne difpiacere, e promelse di rimedj.- ma efsendo occorfa nel idoj. la
prefa di una Fregata della Brezza nel Porto Cigalz, fopra la quale erano
diverfi Mercanti con alcuni groppi di Zecchini, e altra buona quantità nelle
borie, e flati Ivaligiati tutti con mal trattamen- gralirt fmontati alfaltarono
Scardona, Città de' Turchi, c riulci loro lenza alcuna difficoltli I’ imprefa,
avendovi trovata quella gente lenza nefiuna guardia; e uccifi quelli che,
eccitati, fi oppolero, depredarono la terra, fecero grolTo bottino di merci, e
robe, e prefero 300. Ichiavi, e accelo il fuoco nelle cafe da piò parti,
partirono, e all'aurora predo arrivarono al Canale,- e quello jiatTaro colle
barche proprie, e con quelle dc’Sebcnzani, ( le quali poi adoperate forarono, e
milero a fondo) inviati per terra quelli che non capivano nelle barche molto
caricate, gli altri per mare fe ne ritornarono colla preda. I Turchi imputarono
i Sebenzatii per complici, e fecero querele a Collantinopoli; perlochè fu anche
mandato un CiTiaus, e con molte difficoltà la cola fi pofe in negozio; c con
maggior opera, e fatica, e fon lunghezza di tempo fu fatto conolcere che gli
b'cardonefi, per la loro negligenza in guardarfi, furono principaliOima caufa
del danno; « che i Sel^Dzani non ebbero alcuna parte. Gl'Ufcocchi, e i Minidri
Audriaci difendono queda forte di azioni con dire che i Turchi fono nemici
della religione Cridiana, e de’ loro Principi, e giudamente polTono offenderli,
nè con ragione da altri poffono effere impediti; e fi lamentano che fieno
impediti da' Veneziani. Ma elfi dall’altra parte rifpondono, che non appartiene
in alcun conto loro attendere, o doleifi, le i Turchi fono danneggiati da'
nemici loro: e ficcome non attendono a quello che facciano i Perfiani, ovvero
gli Ungheri centra i Turchi, cos'i non attenderebbono a quello che gli Ufcocchi
tentaffero dove co' Turchi confinano : ma quello che loro tocca, e che loro
importa, è il tranfito pff^li loro territori, o pct le loro acque; non tanto
perchè cos'i vieiM jioiata la giurildizione, quanto perchè i Turchi pretendono
di elfer rifatti, come queda volta ; ovvero pij;liano di fatto il rifacimento
fopra i Ridditi Veneti, come in altri tempi è avvenuto; imputando loro che
tengano mano, 0 fieno complici, o almeno che fieno tenuti ad ovviare, e nonlo
facciano. Se vi e tanto zelo di religione, c di perfeguitar i nemici della
fede, vadano per li loro confini, che fono larghi, e fpazioC, e là efercitino
il loro zelo, e va ore. Che, per offendere i nemici della fede, entrar
violentemente in cala dell'amico, violarla, e metter le cole di quello in
pericolo, e in danno, non è uffizio, ma pretcflo di religione, contrario g i
fanti precetti di queda. Il Ba Digitized by Google di Pifino per li»
lìcdrciaii, promife con lue lettere al Genera! iRTo che avtehbe ifancenuca la
fua roldaéelca in difciplifia, fìcdKc ncfIbno avrebbe occafibne di querelarli.
Diedè -principifi ili’ informazlonè per mandar alla CArce, e delle cofe predate
ricijperb tre mila 'zecchini dc'gropii, perchè quelli erano capitali in ftunò
de' priocipali' ^r qdellh 'dhe Tbccava la robe',* ficcoma per li tempi palTati
11' mandaf per informazione ilon pdrrorl Inai ahrd efrecn>,~fe non
tfllazione', accioccU il rubbaro poteffe eflTer trafugato con comoAj; e TIldfi,
per non fSV la rHRtiizione, ne facelTero parte a chi poteflé'prdl^crli; cds’i
nelTocc*finne preftnte refe la ricoperzzSsne impoflibile. Imped'i il Baronè
agli Ufebethi Pufeir allS peda; e ^1 tempó'di fei raefi, che dimorò in Segòa,
le cofe panarono afiài Quiete Parti all’ improwflb pr Spagna, per la ’lffórte
di un fuo -fratello, e lalc^ le trfè in cdhMone; e de 1 tre mila ‘zecchini
de’groppì Hcòperari non li lepp mai che cofa ivvenilTe. Von Mterono i
pdroni'Vitrame parte alcuna, quantunque, ajutati dagli nmaj de’Minilirr della
RepaWiea, JafèlRro continuate iHanze in Se^af e aXìratt pef rtlHtuzfShe jdeW Ih
line, ftanchi, non tornardfr piò loro il cifnlò di profeguire, ihbandonarom 1è
loro ragioni. Fu un’ arcano ufato in tutti i tefpi da chi comanda agli
Ufcoccnl^ di deibdere gli uffizj de" Minillri * della Repubblica, e If
private iltanze', llancaido gf in tereffati colle diUèfimi, e nhtrehdo 1
pubblici MiniDri di fpranze d*^tera rèWruzIonc dei tolto, e galligo de’ifelinquenti,
fili tanl tq che, fitccedehdo uh altro rubbamento, e dopo Quello un’altro, il
parlare de’liiècelli frefcfii faccia porre prima in lilenzto, e poi in
obblivione i primi. e fi può ftire generalmente che fempre hanno pollo in
fiknzio, e coperto ogni 'fiìblnmenro con un'altro nuovo. Per la partenza del
Barone, gli Ufcocchi, reflati liberi, fi avanzarono nelle iniblenze con dtqni
di ‘tutti i generi di fopi^ raccontati ; e intraprefero -di più tih tentativo
chO ne'feguenti tempi ogn’anno tentarono di metter ih effciro. E’ pollo in ufo
che da "Venezia parte una Ga. le,!, che chiamano della mercanzia, per
Dalmazia, donde leva le merci che fono portate aquella fotta.’ Gii Ufixcbhi
penfanno che, venendo loro iicto di poterla una volta fpoglldfe, foiebbe (lato
un' grofiìlfimo boKìno per loro, c gran fervizio a’Ioto Governatori, fe quel
commerziO' foffe ftatn'- imcirotto ; però ile’ tempi dell'andata, e del 'iitomq
maraviglia è quante. infidie*s'ingegnarono''di porle; ma non hanno mai potuto
colòrir il difegnb, perche h Galea, per fila ficureiza, fempre i fiata da
Galee, o barche armate accompagnata ; ma quantunque la mi andaflè fallace, ^on
rdlavano di (jdiptrè in altro, Icbben non di tanto fratto, perdiè,- mentre fi
attendeva alla cullòdia ’ della Calcai, conveniva in qualche luogo rallentare
l^'guardie; e reftava qualche parte del mare non cullodita, e loto aperto il
luogo datwtcr far de'mali pari a i loprannominati.- A queili Igginnferu
apprefliptn nuovo, e lirano ufo di violenza dove era ^nalche figliuola da marito
di buon parentado neU’Ifole, 0 Terre marittime (tf -Dalmazia; andati
improwifamente,‘o di notte, o in ^Itfi tempi più opportuni, con inforzar
lecafe,Ia rapivano in matrimonio di alcuno di loro; e poi co’congiuuti .(che al
male palfato non potevano rimediar^’) iratiando {bee, e feofando il fatloj
pròecuravano d’ indurli a ficonoftérli per. parenti, e favorire le cofe Tomo
li. Bb z loto loro eoa intelligenze, zvyifi, e zltri zjaii- Pochi ne poteyzno
periiiadcrc, |>er le gran pene cb'cleguiva la giullizia contri chi era
trovato aver parte con lofi; ma citi contra qoclli che liculàvano oftilmentc
procedendo, valendoli di preteOo della dote della moglie, tenevano in continua
venazione le perlbne, c gli averi loro fin tanto che lioflcco eoodotii a mileria
efttcma. Alle violenze, arrapine ovviava,Giam • Battifia Conntii^, Generale
Veneto, guanto «jr’foflibile a chi non voleva ulare i mezzi proprj di alidar a
i nidi dp’iadroni, per non difpiacer a' Principi confinanti; ma Iblo* difendere
le cole proprie: il che riufeiva difficile, avendo a guaruna Riviera di joo.
miglia con unte Itole, e fcogli, cooira gente ardita, veloce, e temeraria, che,
fingendo andare in un luogo, paflàva ad nn altro, e con ellrema preftezza fi
Ipcdiva da quello, c ririravaC in licuro. Occorfe nel (idod. che, ritrovandoli
.nel porto di Veftria, rreCò a Rovigno in Ifiria, una Fregata Catearina, la
quale portava Icttere del Principe, c. lei mila ducati di danari pubblici, e
altra fomma ge' privati di circa quatira mila, con mercanzie, e robe di valore,
te barche di quelli fccilcraii raffidtarono, e In lQ|p>gÌiorona di tutte le
robe, e de' danari j, e, quello che peggio di luitoifu, afponate k pubhliche
Iettare, e partendo di li, con maggior crudeltà Ihccheggiarano altri navilj
ritrovati in altri porti della Rcpubhbca, levando a' ^danti,,o a' Marinai ic
camicie, e le fearpe; e 1 capi, dopo aver prefo per sd (Icifi una grofià
porzione della preda, il rimanente del botiino divife, IO in i$o., che tanto
era il numero. 11 Coniarini, che fin allora fi era contentato di ftar loia alla
difela, ed impedire ilenuiivi, cqnofcendo che per tal via era impolfibile
conseguirne il fine, vedendo giornalmen. te crefccrc gl’ inconvenienti,
coofidcniado il danno per la preti della Fregata, e, quc|ia che più filmava, il
pubblico altronio per le lettere interceite, giudicò neceifario lerrar i palli
a Fiume, Bttcari, e Segna, e impedire rufdca, e andata di ogni t>ru di
valceUb a quei luoghi, acciò quegli abitanti folfero cofiretti a defiftere dal
ricettare, e fitvoriK i predoni, ovvero trovar modo di conrenerli m uffizio. la
fola perle, dizione de'ladroni nel mzre non può aver rimerò cilctto di
reprimerli; imperocché, riduceqtlofi elfi, per dividere le prede, fono là
monta, gna della Morlaca, fito fortifiimo, e molto comodo, per la moUipUciib
dclté valli, e. de' porci, e per la proffimiib dcircmiiunae, d'onde colle
^ardie fcuoprono da lontano, ktuvano la maggior parte de' pericolì. Per tanto i
Veneziani, ammaeftrati dall' efpcrìenza, hanno fiabilica una mafiima, che fia di
poco frutto, cosi il pcrfeguitarli, come impedir loro l'ufcua; ma folo giovi l'
impedire il ricetto che hanno |nellc terre, fon gafligarle, levando loro il
commerzio. I^r quella caiÀ il Generale pybhlicò un leverò bandAv ohe nefiqno de
j fumiti poteffic avere commerzio con quelle terre; e neffun Vafcello di
qualunque luogo vi fi potelTe aaA^are; e per aggiunger la forza a' precetti,
accreboc il numero delle bapchp frmaie ; a&ldaia molta gente Albancfe,
chiamò altre Galee, e fece cosi potente annata, ^che fuor della fua inlenzione
diede gelofia agli Arciducali di aver animo di efpugnar le Fortezze, Per quello
timore Gian Jacopo de Leo, Vice-capitano (che il Capù rane Francol era allèntc)
per, nome proprio, e della Citth, fi purgò con lettere predò al Ceotarini,
mollrando dirpiacere di quello che alcuni pochi ribaldi centra il voler fuo, e
della Ciiih, avevano operato; o&rendo foddisfazinne.- e il Baron di Khisii,
Gcncnl di Crovazia, calò a Segna in diligenza, per rimedinte : fubito fece
imprigionar quattro, i ^ calpevoli, e con léveri bandi et diede a ricuperar
quanto poteva del bottino, fiteendo intendere al Contarini di aver ricuperata
gran parte de' danari, e delle robe; e che attenderebbe alla ricuperazione del
rimanente ; che darebbe il gaftigo a' colpevoli ; reftituireìdie i danari
pubblici a ehi folTe mandato per riceverli; e i privati a' padroni che
andalTcro con iuficienii giultificaziooi : léce ìmjMCcare un Albanefe, e uno di
Segna, i due più colpevoli de' quattro prigioni. Al Segretario del General
Veneto, che a tal efictto fu mandato a Segna, rellitu'i 7500. ducati, e la
porzione di robe allora ricuperate, oiTerendoli di ricuperare il rimanente; che
quanto a' danari non arrivava a 3000. ducati; rellando però ancora buona
quantità di roba ; il che per eSèttuare', fece intendete a 150. che s' erano
ritirati, che perdonerebbe loro, tellicuendo cufcuoo compitainente la parte
toccata toro ; avvertendoli che lenza quello non av^bbono trovato perdono ’, e
f ece pubblicar un fevero bando da tutti gli Sud di S. M., e di S. A. in pena
della vita, e con taglia contea lèi aifentad de' molto colpevoli, ordtnando
cheli differilTe a procedere contea gl’ altri, fe però refiituHTero, Ciò fatto,
il Baron ricercò per corrifpondenza la rilaflàzione delle barche trattenute, la
livoeazionc de’bAidi pubblicati, e la liberazione del commerzio. Il Contarini,
quantunque teneflè per impoflibile, più tolto che diAcile, che dopo 1' aOédio
levato lì dovcBe parlar più di ricuperar il rimanente, reputò nondimeno di
dover contenmrfi della promeflà; foggiuogendo che ferebbe reltato laddisbcto,
quando gli foBno coiifesnati i due prigioni intervennti nel mitfatto, che orano
ludditi Ve. neti banditi; e folientava la fua dimanda, per efler loro flato
dato ri. certo contea i Capimli eoncordad col Rabatta. II Baron non-poteva
fentir a parlare di quello. Diceva che il ferlo era cola da sbirro ; ohe
pretendeva r accordo in quella parte nullo ; riprendeva il Rabatta, che in ciò
non fi foflè portato da Cfavalicie : e replicando le iflanze il Contarmi, ed
egli le teufe, i Cittadini, anfiofi per aver il commerzio Kliero, fecero
iflanze cflìcaciflime, acciocchò per due fcellerati canti aferi noti patilTero
; e quei di Bucati, e di Fiume, intendendo la difficoltà, mandarono i
principali de’ loro ad unire le preghiere cogl’ altri. Il Barone, prclQ un
partito, di fare la giufliaia, e infieme di loddistàre sè fleflò, clevar il
modo al Contarini di far maggiori iflanze, una 'mattina, nella quale fi
afpeitava il Segretario Veneto, innanzi la fua venuta fece atuccar amendne ad
una forca. Non piacque al Contarini rdfer defraudato della fila iflanza, la
quale repuuva giufta, e neccITaria, -per contener i fuoi in uffizio; tuttavia,
non eflendo alcun rimedio a colà làia, mollrò di contentarli. Fu dì nuovo confermalo
da ambe le parti che farebbono fermati i Capitoli concordati dol Rabatta ; c
promife il Barone che innanzi la fua panenza avrebbe lafciaii ali comandamenti,
e ordini dì procedere col rigor della giuAizia, che più non fi feniirebhono
inconvenienti. Quello fuocefib lUede maggior Iperanza di vederi nerpetuau la
quipte, che l’opOTto dal Rabatta; perchè, edendo queffli flato uccdiP, pareva
che gli oiduti da lui polli reflaflero fenza protettore, e che quell' el'empio
dovclTa ipaventar ognuno mandato per p{ov vedere. Ma rcflando m vita, e nel
carioo lòtto la. fede ad abboccarli eoa loro, conduccndo leco i prigioni; dove,
avendo loro dato rilcaiio per quello che poterono avere, fiabilirono una
fer«ni0ima amicizia co* Torchi, avendo mangiato, e bevuto con loro, e fatte
aliegreize, e fefle lolcnniUime per la riconciliazipneé-il Il Radich alla Corte
Cclarea avendo inoltrato, elfcr’ impoffibtle che gli Uioocc|ii^reflairero in
Segna lenza le prede, quando loro non' folTc dato ahro.modo di vivere, e
mameneiTi; e avendo ritrovato ncllTinpcradore, non maniunientodi volontà^ ma di
forza per poter far aflcgnamenio pervie paghe, fu|^licò che gli folTero
cence^Ko k eonthbuuoni che da molti Yiikiggi de MorUchi di quel pack tnaù
rifeo^ dal Gecerale 41 Crovam; modrando non eire(e neod&ria la
fopraimqntkRza di querGéoem fcv. le, che con quegli alfcgnamenti li faceva
ricchiHìnio fenza predar alcun lervizio a Sua Maefth ; ma che quelle con )wca
cofa apprcITo làrcbbono badate per pagare la Guarnigione dì Segna, e per
mantener un Capitano (opra tutto il paefe : al che fu predato orecchio dal
Configlio Cefareo, e trovato buono di alTegnare le contribuzioni al pagamento
della milizia : dì che il Radich fu molto contento, fperando di cavare dagli
affegnamenti tanto utile, che fi potelTe fodentar il prefidio. E oiienute
diverfe efenzioni per tutto quello che portadèro fuori, o dentro della regione,
parti molto foddisfatto, con deliberazione di far ogni sforza, per racquidare
la grazia della Repubblica; avendolo per cofa facile, quando fode adìcurata di
non fentire moledìc da quella gente; difegnando, tralafciato il corfo, e
accomodate le didcrenze, far ben i fatti Tuoi con mercanzie di legnami, Quedo
era certamente un ottimo, e perfetto penderò per benefizia di tutti quegli
abitanti, molto più riufctbìle, che l' introdurre negozio di quella mercanzia
tra’ Principi ; al quale, per li rifpetti, e fofpetti, è impedibile trovare
forma che non abbia infiniti contrarj; che tra privati l'introdurlo non
averebbe difficolti alcuna; s’incamminerebbe a poco a poco ; e da sè dedb per
le vie che gl’ accidenti giornalmente fomniinidralfero ; non vi farebbe bifogno
di Ipedizione di CommilTarj, n^ di altre lunghezze, e fpefe fuperdue ma il mal
codume di tjuegli abitanti, e la maggior dolcezza che porta il viver di quello
d’ altri più todo, che delle fatiche proprie, non lafciava loro metter in
efecuzione un canto buon penderò. Partito codui dalla Corte, e rifaputafi la
deliberazione Imperiale a Gratz, dal Generale di Crovazia fu podo impedimento
all’ eiccuzione del deliberato, perchè veniva levato un grand’ emolumento al
carico di quel Generalato, che fi dava per rimeritare un l'erviiorc di Sua
Altezza; nè gli Ufeocchi di ciò fecero rifentimento, attefo che, dfendo
interrotta la trattazione delle tregue co’Turchi, per aver clli dato titolo
Regio a Valentino Umonaj in Ungheria; e per confeguenza cedata la cauli della
proibizione di predare, gli Uicocchi (tanto può la mala inclinazione aggiunta
ad una coniuetudìne pcrverfa ) ebbero più cara la liberti de i foliti ladronecci,
che 1’ alTegnamcnto delle paghe; onde ritornati all’ infame corfo, e ad infedar
la navigazione, e le Ilble, codrinfero i Veneziani a prefeguitarli in mare, e a
metter impedimenti all’ufcita loro. Dalle quali provvifioni febben era
prevenuta gran parte del male che lenza que’ rimedj (irebbe fucceduta, non
erano però luffi.' cienci di fare che i ladroni non pizzicalTero le Ifole, e
che qualche Vafcello non capitaffe loro in mano. Il Generale Veneto, per
ovviare interamente al male, fi voltò a inidi, dove fi falvavano colla preda, e
proibì il commerzio a tutte le terre Audriache dove fi ricoveravano ; onde,
riufeendo maggiore il danno de gl’altri abitanti, che de i medefimi Uicocchi,
concorrevano perciò continuamente in Gratz le querele, e le efclamazioni de’
Citadini contro di loro, eleidanze, che finalmente una volta folle daddovero
rimediato in modo, che non patilfcro ogn’ anno un’ affedio : e mentre a quella
Corte moltipicarono i lamenti dei fudditi, quei Minidri opportunamente ebbero
indizio, che i principali Ùfcocchì, 0 difgudati per la proibizione di non ufeir
alla preda, ovvero intimoriti che non folfe rinnovata, rifpetto al trattata di
tregua, eh’ erg LOO ch’era rimenb in negozio; o per loro maligna, t inquieta
natura, avevano contratta qualche i'egreca intelligenza coi Turchi, e
iemintvano pernizion, e fcdizioG concetti negli Ufcocchi minuti: per le quali
cau« le unite inficmc fu deliberato in quel Configlio di mandare CommUTarj di
tutta la Crovazia Lodovico Baron Diatriliain, e Giorgio Andrea Khazian; i
quali, fatta inquifizione de’ colpevoli, c ritrovato vero più Jore di quattro
mila ducati, fi ritirarono in Campagna prelTo a Segna, dove divifero la preda;
e le loro donne, ufeite di Segna, come per an» «Ur a veder i mariti, e parenti,
la portarono in quella Città. Quei di Segna, per timore che il commerzio non
folte loro levato, mandarono a far lamenti di quello fatto con Gian* Jacopo
Zane, Generale, che poco innanzi era luccelTo al Contarini, e a mofirar d'
cirer in quello lenza colpa; poic^^ t malfattori erano banditi, e ribelli.
Dallaltra par» te Rimavano i Veneziani quelli tutti artifici; anzi avevano
qualche dubbio che i bamii tufferò finti; poiché permettevano che le donne
abitaflero io Segna, e i Fuorukiti praiicaficro vicino alla Città, ^ forte
anche dciiiro occultamente; e fe non davano ricetto a’ Predatori, lo davano
nondimeno alle prede : però giudicò il Generale che l’aver ricevuto le donne
colla preda folse cai^ fuBìciente per rilentirfi centra di loro. Foie l’armata
in guardia alle bocche di Segna, che dava loro grand'incomodità; dal che
nafeendo mancamento di vettovaglie, gridarono centra gl’ Ulcocchi, e vennero
anche alle mani i Cittadini co' glUtcocchi; e tra' SegnaniJ, e Fiumani nacquero
grandiilime difeorde, perché que(K pativano effi ancora, e dicevaao «iiifr de’
Segnani. Il bilbgno fece ulcir furiivamenit in una barca ad. Ufcocchi, i t^uali
temen£> il Capitano di Segna che col far nuovi danni foITcro caufa di far
rillringere maggiamente la Cittb ; e avendo avute comandamento di guardare che
non fofféro fatti danni a i Turchi, acciò non foHe dato impedimenm alla tregua,
eh’ era tornata in trattazione ; fece Caper alle barche de’ Veneziani che fi
guardafleco ; onde gl’Ulcocchi furono perfeguitati, e combattuti, e ne
refiarono i(. morti, prigio-' ni, e 3. falvati. Di ciò gli Ufcocchi entrarono
in gran contefa col Capitano, il quale fi feusò con dire di aveva avuto ordine
dalla Corte di coc\ fare ; e che qualunque volta ufeiranno lenza Ina licenza,
lo farh intendere o con avvilì, o con tiro d'aniglieria, ficchè non faranno
ficuri. Il che fe fofle fiato olTervato, era una via di fnidare i malvagi, 0
contenerli nei debiti termini.- non feguì più efempio tale, o perchè i
comandamenti foflero mandati per apparenza; o perchè a i Minifiri bafiaife
mofirare di dar loro efecuzione con ofiervarÙ una volta, 0 quanto meno folTe
poffibilc ; ' I Segnani, per liberarfi totalmente dagl’ incomodi che
fofienet-ario per l’impedito commeizio, vennero in riloluzione di congregar
quello che poterono avere del bottino, e far andar a Segna Girolamo Barbo,
Cittadino di Fola, per convenire con lui della rellituzione. Il General Veneto
fece rifolnzione di fiat a vedere fe quelle dimoftrazioni erano reali, o pur
de’foliti artifizj, per addormentare; e l’evento dimolirò che tali erano;
perchè al Barbo non fu renduta fe non una poca pane di quello ch’era fiato
tolto di fua ragione; quanto al rimanente ricercavano tante ginftificazioni,
che fi vedeva chiaro che non volevano far- altro .- il che fece anche dubitare
fe aveflero qualche intelligenza con GiurilTa, fe ben bandito, la 1 1 1. ' Ma
fe'i bandi fodero veri, o finti, non fi può affermare.- certo è bene, che
innanzi il fine di fei mefi dalla pubblicazione d’eflì, Giuriffa', e Vulatee
con tutta la compagnia furono ricevuti in grazia dal GetKrale di Crovazia, e
rimefli le colpe, ritornarono in Segna ; e Giilrilla fu anche nel medefimo
grado di comando. Ma non fi venne gih ad alcun’effetto della rellituzione.-
anzi a quei di Fola, alcuno delqoali andò per ricuperar il fuo, rifpondevano di
voler relhtuire a perfona pubblica ; fe il Generale diceva di mandare per
ricevere, rifpondevano effere neccITarie le giufiificazioni de’ privati;
anrochè i poveri Polani, fianchi, celfarono dalle ifianze. . -u Stettero quieti
gl’ Ufcocchi alcuni pochi mefi, edendo conchiufe le tregue co’ Turchi, c
pubblicate in Segna infierire con una proibizione in r na della vita, che
nedu'no andade a’ioro danni, nè ufeide per qual voglia caufa in corfo per Mare,
con ammonizione di contentarfi delle paghe; e a chi non paredero badanti, o non
bafiade l’animo di vivere fenza predare, fode libertk di portirfi. Non fu
alcuno di loro che reftade contento ; perchè, aOiiefetti a vivere con
abbondanza di bottini, fi conofeevano inabili a poterli foAenure, malfime non
feorrendj le paghe; ma, attefa la liberth conceda di partire, utM parte di loto
diede orecchie a perfona capitau a Segna, che trattava di condurli al fcrvizio
del Gran Duca di Tofeana. Un’altra parte, ch’era de’ foldati vecchi, a i qbali
non piaceva mutar paefe, e ufeire di D.ilmazia, Temo . Cc tratta ^o^ tniMrono
di condurfi ^ liprvizÌ9 delU Repubblic*. Mandi rano per ciì Viaccnzo Sp^derich
o trattarne per nome loro col Generale, oiièrendolì di fervile o nelle barche,
0 nell? tene, o tutti tenuti, odiviC, come (’ Principi lòde piaciitto ; ed
cflcndo ftau oppolU loro la profeffione del corfo tanto odiato dalla
Repubblica, ritpofero cbiaraiDcnte |ch' erano andati in corfo (piando chi loro
comandava voleva che così £icedèro; e ch'emendo in fervizio d’altro Signote che
loro comandaliè il vivere quieto, e ftare ne’ loro termini, ubbidirebbeno
puntualmente. Si offerivano che, quando ben abitaflèro divilì, avrebbono fatta
licurtb 1’ uno per l'altro, e tutti per cialcuno di qualunque male follé flato
commeffot I-e parole certo erano molto belle, e meriuvano che foffero loro
aperte le orecchie,- ma le operazioni di chi le urtava le chiudevano aJffatto ;
e farebbe flato moltq femplicc chi avelfe creduto che uomini, vifTuti Tempre
fcellerati, in un momento potefleio farfi buoni,- però il Generale non diede
loro fperanza alcuna nò meno li lafciò in difperazione, che non poteffero
ai'pettare colla mutazione delle operazioni qualche grazia, La condotta dal
gran Duca fu maneggiata quali un’anno, della quale qual foffe la conchiufione
al fuo luogo fi diÀ afflìtti i fudditi della Repubblica per U frequenza
de’danni, c intimoriti per rafpcttazione de’ peggiori, indufTero Marc’ Antonio
Veniero, Generale Veneto, ch’era lucceflo al Zane, a farne querimonia col Capitano,
che contra le promefTc tante volte replicate, agii Ulcocchi foflc permeiTo il
dannificarc i vicini ; c che i proprj Governatori delle terre, in luogo di
mortificare l’ardire loro, lo fomentaiTero con permetter loro di fabbricar
barche contra la promelTa, c l'ordinazione dì Sua Macfl^. Qiìefli lamenti non
riufeendo di alcun giovamento, perchè il Capitano foddisfaceva Tempre colla
medefima rilpolla, che non iifcivano con lua laputa, ma contra gl’ ordini di
Tua Altezza.* ehegli non aveva forze per far loro impedimento, ma bensì che
a(ipetriva 500. Alemanni per regolare quella milizia, la quale confcUava ch'era
trafcorla troppo, e pih che mai che per lo paflaco. 11 Generale, certificato
che tutte erano parole, c lufinghc, ricorfe al folito rimedio dì otturare le
bocche di Segna, e di altri luoghi Audriaci. Un calo avvenne, che codrinlc gl’
Arciducali a porgere rimedio; perchè VuUteo, ufeito di Segna con grofia mano d’
Ulcocchi, alTaltò un Galeoncino partito d’Ancona, per pafTar a Raglili, carico
di panni di feta, e lana, di valore dì 15. mila feudi; la maggior parte roba di
Crtdiani; la qual tutta depredarono, fatti prigioni quattro Turchi, e quattro
Ebrei che erano (opra il Valcetlo; al rittiedio della qual cofa, pel f rave
lamento del Nunzio di Gracz, da quella Corte furono fpediti raimo Dìatridain, e
Feliciano Rogato Commiffar;; i quali, giunti, prefero informazione delle qualiù
di cialcuno de capi, e delle male operazioni commenb da alcuni anni fino
allora, e ritolfcro di tornar a Graiz, per dar conto del tutto, e trasferirii
di nusvo a Segna con forzc, per poter clcguire quello che giudicavano
neccllàrio; avendo ordinato al Capitano che fino al loro ritorno non latciafTe
ufeir alcun Ufcoccho di Segna. Fecero anche ridurre inficme tutte le barche da
corfo, per mandarle a Fiume; affinchè foffero in quella terra abbruciate. E’
fama, che all’ arrivo di quedi Signori in Segna foHc loro prclcntato in dono
una porzione della preda, c che da effi foiìc riculata con mormorio dc’ladri,
che l’alcrivcvano al voler coftringerli, quando ritornati fofTcro, a farne loro
parte maggiore; aggiimgcndo effer co%\ avvenuto ne tempi pafTati ; e qualche
volta aver convenuto donare tutto il bottino. Non cosi predo furono i
Commiflarj partiti, che gli Ufcocchi, eccitata fedizione, contra la voiontk dei
Capitano ( che dopo l’ aver tenuto le porte tre giorni ferrate, fu codretto,
temendo della Tua vita, o fingendo di temere, ad aprirle) ulcirono di Segna, e
andati a Fiume, levate violentemente le barche ch’erano ridotte in terra, per
c0cr abbruciate, c occupatene molte altre dc’Dalmatinì, che fi trovarono in
quel porto, fi pofero in mare ; c lenza alcuna didinzione de luoghi depredarono
nell’ldria il Territorio di Barbana ; c poi rivolti veiv lo le Ifole, e fatti
molti danni, in Bue diedero anche fupra il paefe dc’Turchi : non riufeirono
però loro profpcramcntc tutti i tentativi, ficchc poceflcro gloriarli d’ aver
piò avanzato, che perduto. Incontrarono a cafo tre delle loro barche ben armate
il Capitano di Golfo, dal quale lèguiti, furono codretti a combattere, e morti
buon numero di loro^ gl’ altri, dati in terra, fi ùtvarono, abbandonare le
barche turche, che furono abbnitiate; e liberati quindici Vafcelli, che da loro
erano flati arredati nelle acque di Premoniore: un'altra bacca fu incontrata
dagli Albanefì, c combattuta, dalla quale fu rkuperan buona preda fatta fopra
una Fregata de'Padrovicchi, Il ritorno de' Commiffar; fi differì quafi un' anno
; durante l' affenza de'quali, erano frequenti le ufeite degli Ufcocchi alla
preda, e in groffo numero, fino di 400. Con molte barche faceva dimodrazionc il
Capitano, quando era nella Ciitb, 0 il Tuo Vicecapitano, quando egli era fuori,
di refidcre : ma non i cola facile da perluadcre che refidclfcro daddovcro
all'ufcita di quelli che al ritorno ammettevano nella Cittb fcnxa difficolth
alcuna : che le avedéro avuti per contumaci quelli che lontra il loro volere
ufeivano, con facilicb avrebbono potuto tenerli fuori al ritorno; o almeno
punirli nelle cafe, e nelle robe che lafciavano nella Citib; ovvero far avvUare
le guardie Veneziane, e in quella maniera vendicare gli fprezzatori dell'ordine
del Principe, e dell' autoritli loro. In molte ulcitc di quel tempo non fecero
prede di gran momento, per gl' impedimenti che l'armata della Repubblica loro attraveriàva,'
nè occorfero cafi memorandi, falvo che uno ridicolofo, e due elemplari. Il
primo fu, phe, avendo prefb un valccUo da Lanciano carica per Venezia, penfando
d'aver fatto graa bottino, fi ritirarono predo 4 Segna, per dividerlo; e
trovarono il carica tutto di mele con molto numero di Icattole di manna, della
quale, parte per fdegno di eifer ingannati dalla Iperanza, e parte per
appetito, credendo che folfe confezione, ne dtvurarunu quantitli grande : il
che inte fo dal loro Medico in Segna, ebbe opinione di doverli avete tutti
ammalati di fluflo : redò nondimeno l'arte dclufa, e ncOun di loto ebbe pur
minimo moto di ventre. Ma degli accidenti confiderabiii uno fu, che, avendo
prefa una Fregata, ed effeudo dati lopraggiunti da tre Galee Veneziane, fi
diedero alla fuga, e li ritirarono verlo Buccari, terra del Conte di Sdrino,
dove dalla Fortezza fn tirato un pezzo di ficurczza alle Galee; di che quelle
fidandofi, fmoniati, e gli Ufcocchi fuggendo, le Galee ancora pofero foldati in
terra; e non mefcolandofi m conto alcuno quei 'della fortezza, redando
folamente alla guardia delle fue mura, furono combattuli, e uccifi parte
de'ladri; il redo fi falvb con difordinata fuga ne'bolchi; c dalle Galeefu
condotta via la Fregata, e la barca de' ladri col bottino, che però non
eccedeva il valore di 400. ducati, e fu venduto a' padroni. Se dalia Cittb di
Segna, e dalle altre terre dove gli Ufcocchi fono dati ricevuti, e lai vati,
foffe dato ulaio quello jnedcfimo debito, per edirjMakine de' ladronecci, che
fu quella volta uiato da quei (li Buccari, u male non avrebbe fatto pragreflb,
ma farebbe da^ rimedialo nella fu» origine. L'altro accidente fu, che, fatta
un' ufciia generale, avendo penetrato nella Licca, per rubbare, furono adaiiti
da'Turchi, c Morlachi in gran numero; e rimanendo uccifi molti di loro de' pih
principali, e pili arditi, e numera maggiere feriti, rellarono gl'aliri aldini
molto, e con gran penfiero di vendicarfi wr la morte de' compagni. Sarebbono
lueceffi molti mali edetti, fc u ritorno de'Commilfarj non avelie coftretti i
Malandrini di peulare ad altro : i quali Commeflàrj, giunti in Segna, avendo
fan» impiccare ad un merlo del Caltello Purilfa, uno de’ Capi molto infolonte,
pofero tanto leriore, che molti fi ritirarono fuori colle bmiglie, pane nelle
altre terre del Vinadol, c i più colpevoli alla monugna> Alcuni di cffi
entrarono nel Callell o di Malvicino, non guardato, con penfiero di fortificarn
dentro, e tenerfi finché paflallé 1' impeto della giullizia; né lo poterono
elèguire, perchè in quell' illeflo tempo pallando di Ci la Galea Morofina, gli
alEtltò colla miliaia polla in terra; e da mare eoa l'aniglicria, e li
cofirioTe a ritirarfi alla montagna, efiendo rellati morti alcuni di loro.
Mandarono i Conamifiari oidinii, e bandi per tutte le terre, che ao. nominaci
da loto foliero prefi vivi, o morti. Quelli principi diedero fperanza di
qualche buona provvifione : ma durò poco, e non ebbe efietti dillimili dagli
occoifi altre volte. Imperocché i Commelsarj, lalciaci feverì ordini, e proibiaùni
del coriéggiare, e predare, e latta una compofizione per l e paghe decorfe, con
promefsa che in breve làrebbono fiati mandaci i danari, e che per l' avvenire
le paghe làrebbono fiate a' loro tempi sborùte, partirono. Ma lenza riTpecto di
quelle provvifioni, indi a poco tutti gli Urcoechi tornarono in Segna, e a
vivere lecondo rufato; c di paghe decorfe, o correnti non fi parlò più ; ma al
coriéggiare fi actefe, coma fe mai non fofse fiata ratta proibizione; non Colo
non vietandolo- il Capitano di Segna, ma dando anche molti légni che vi
acconfentifse : anzi la terra di Fiume col Capitano Tuo non prefiava loro
minori favo, ri, che Segna, ricettando le prede, e fmaitendole di là per
diverfi luoghi ; e pareva appunto che la provvifione foibe lana momentanea di
concerto; poiché, paniti i Commifsar;, le cofe peggiorarono con danni maggiori
del folicq a' naviganti, e agli abitatori delle Ifole. MoU tiplicando le
ingiurie, non falò 1' armata Veneta accrebbe [la diligenza, per impedir quanto
fi poteva i ladri, c perfeguitarli, quando funivameme ulcivano ', ma il Veniero
ancora ebbe in confidenzio. oc che, conforme a quanto da’fiioi Ancecebori era
fiato più volte fatto in fimili occafioni, era necefsario levare il vivere a t
luoghi dove fi ritrovavano, e che li fomentavano : per lo che pubblicò nn
bando, che neiruno de’ fudditi avellé ardire di portar robe, vettovaglie, o
merci, né di avere commerzio, trafiìco, o pratica colle terre Arciducali, dw
fono da Fianoaa nell' Ifliia fino incontro allo filetto di Gliuba fafa il
Canale della Moriaca; e ordinò che faflé ritenuto ogni Vafcello che partilTe da
quelle rive, o che cranfitaffe da luogo a luogo, ovvero d' alcrondc folTe
inviato a quelle terre. Per quelle prowifiom reilavano impediti i ladroni dal
fare tutto il male che in animo avevano; ma non era che alcuno de i tentativi
non riulcillé loro; imperocché il Maro è come un Bofeo, impofilbile ad elTer
cufiodito rotto, mafiime in quella tenone abbondate di ante Ifole,. e feogU; né
le bocche fono coti angufie, come I difegni le Ggumno. L’ ofcuriià della notte
ancora, e i tempi cattivi, c bnrrafcofi, prefiano comodo di fcanlàre le
guardie, aaaflime a chi Ila attenta, come gUUfizicchi, ad afpettarli con
pazioaza: nu bei) al certo ne fegui che a molti nuli fu ovviato; c quei, che
non fi poterono impedire, furono vendicati, quanto le occafioni comporurono: e
chi leggerò, che tante volte fieno fiati i ladri peifeguiuti, e fia fiata loro
impedita l'ufcita, e il commerzio alle terre proibite, e infieme vedrà narrato
che, con tutto ciò, fàcefléro grandi, c freqoroti danni, pòn dovrò credere che
fia eoa lepagnaiiza nda nar mio zoS SI T O R I A razk>ne, ma che la
condizione di quei tempi, e luoghi pm-taflc che queflir rimcdj baftaflero per
fminuire, non per oftirpare gi’ inoovenienti. Fra gl' incontri in quefto tempo
avvenuti uno dee efler narrato, per aver data caula a molti inconvenienti
feguiti poi, che al loro tempo faranno narrati. Le barche Albaneh raggtunfero
due degli Ufcocchi, e fi azzufTarono infieme; nè potendo gli Ufcocchi Ibflenere
il valore, e maggior numero degli Albanefi, di^ero io terra, e abbandonarono le
barche, e reftò in queffa zuffa prigione Giorgio Miianficich, Capicanio del
Caffeilo di Brigne, uomo fagace, e di teguito; uno de i pih vecehi, e meglio
apparentati Ufcocchi di Segna; il quale, febtm, per gli innumerabili misfatti
commeOì nel corJo, e per le molte ingiurie inferite, era meritevole di mille
morti, nondimeno per molti degni rifpetti fu rifervato in vita, e lotto
cullodia. Da quello uomo fopratcucto dcfiderolò di liberti, e comoditi, ch'era
confapevole di tutte le cofe più fcgrcte, s’ebbero informazioni molto
importanti per dilucidazione de’ dilegni e palTati, e futuri; e la prigionia
lùa fu a glt Ufcocchi ora freno, ora ipronc al far male; imperocché, quando
fperavano di poter con trattazione ricuperarla perfbna fua, in buona parte lì
contenet^no in uffìzio, e sì allenevano dalle ingiurie; e quando la fperanza fi
feemava, facevano alla peggio, acceft allo (degno, e alla vendeKa. Ne* quattro
anni precedenti non fu parlato degli Ufcocchi alla Corte Cclarea, per caufa
delle diffìcoitb che fi maneggiavano tra i Principi della Cala di Aulirla, che
non lafciavano dilccrnere con chi convenille trattare; delle quali non è
ncceflario al prelente propofito far relazione, poiché non evvt perfona che
tanto poco ne fappia, alla quale non fìa notiflìmo che T importanza di quelle
non permetteva che colla Maeltà Imperiale, o con alcuno de gl' Arciduchi fi
pronaovefle altro negozio : nè merto entrato l’anno del idii. fi aprì
congiuntura* di farlo: anzi’ che al contrario, elTendo nel principio d’eflb
hiccefib il tranfito a miglior vita deirimperador Rodolfo, per caufa del qoale
quei priacipi reliaioao molto più occupari nelle occoivcnao che quella
Corce^porfh in cOnleguenza ; vi era poca probabilità che per* più mefi avofiero
potuto prcliar orecchie ad altro negozio : perciò i Veneziani, non el^dovi
Ipcranza di rimedio per via di trattazione, tanto prik giudicarono Dcceisaria
quella dell' operazione. £ per la ilelsa caufa prelero anche animo ^KUfcocchi
di far H peggio, non temendo che potofsero, lecondo il lolito, andar Gommefrar)
ad impedir loro le ulcitc, ovvero ad alportar loro, come aitrt volte era
luccelso,' la maggior parte della preda : e per ordinarfi a far imprefa, e fuperare
gl' impedimenti oppolli da’ Veneziani, follecitmnente preparavano materia in
Fiume per la firuttura di molte barche; e diedero principio alla fabbrica di
una di grandezza inufitata, divulgando che Sua Altezza era fiata concci»
licenza di fabbricarne fei, (btm ^hrt pretefii afsai lontani dalla
verifimilitudine. Comunicato il oohfiglio infieme da quelli dr€egna ad altri di
Novi, Ledenizxe, e Brì^e, e prefi in compagnia alcuni fiKlditi Turchi, chiamati
Garpoti, ovolo Carpochéani, che, nuovamente partiti colle famiglie dal loro
paefe, invican dalla dolcécfea del vivere di latrocinj, Crino pafsatt ad abimr
in quella ^>Marinf; iiomhù allevati dalla fanciuUetza duramente, atti a i
fopportare ogni diiagio ; facili ad efporfi a qualiìvoglia manifeiìo pericolo,
e gran Iprezzatori della vita; fecero divcrfe uicìte. Nè le provvilìoni del
Generale Veneziano furono badami ad impedir loro in tutto» perchè, eflendo
molti ì pa(& da guardare, e t tempi molto contrarj al pocervifi fermar in
guardia, e elTi in coù groITo numero, che potevano tentar in un tempo AelTo
diverfi palTt, e con riioluzione, maflìme deGarpoci, di efporfi ad ogni
'pericolo; quello che un giorno loro non riufeiva, fuccedeva T altro; e T
impedimento che rifeontravano in im luogo, non lo trovavano nell' altro. Si
riducevano ora in uno, ora in un'altro de i porci Veneti, che trovavano non
eulloditi, come in quelle Ifole ve ne fono molti (dlirarj; di Ik partendofi a
far li bottini, paf-fando ora per lo drettodi Novegradi, ora per li territori
della Dalmazia cos'i all* im|>rovviro, che non potevano eflère prevenuti:
inferirono molti danni a -1 Turchi, e fudditi loro CriOiani, con rapir loro gli
animali; e, aiceli 1’ odinaztone che li conduceva, avrebbono fatte gran cole,
fe le nevi, che furono quell'anno altiflime, e gl’ impetuofìfnmi» e continui
venti boreali non avelTero combattuto centra di loro. Certa cofa è, che nella
feconda ufcica, quantunque fieno corpi atti, e afluefacti al patire. Tei di
loro redarono morti per li dilagi; e nel ritorno quaranta furono condotti cosi
dal freddo maltratuti, che poca fperanza avevano di ric^perarfi. Il maggior
bottino fu nell* apertura de* tem« pi, quando, fmomati in terra nella
giuhldizione di Selenico, od internatili in quella de' Turchi, depredarono la
terra di Gracevaz, uccid dieci Turchi, fktti molti prigioni, e carichi di robe,
conducendo ancora 400. animali grolTi, e aooo. minuti, parte per terra, e parte
pel Canale della Morlaca, ritomarono a Segna» Alle rapine aggìunfero in quedo
tempo un* altra offefa, che per tutti i luoghi dello Stato Veneto, dove
tranhtarono, c dovunque in quei de* Turchi fecero preda, lafciarono infieme
fama d* aver intelligenza co* Minidri Veneziani a* danni de* Turchi; facendo
correr voce che con loro confenfo, anzi convenzione contratta, erano ufeiti a
predare: e fomentando, e confermando la voce, modravano patenti falle col nome
loro con fìnti fìgillt, 0 fotiofcrizioni. Il che da* Turchi fu facilmente
creduto, cavandone argomento, per edere alcuni mefì prima, come fuol’ avvenire
tra’ confinanti, luccefle divcrfe prede, c rifacimenti fra le parti a quei
confini, per li quali anche s’ inlanguinarono gl* uni contra graltri, fenza
però che i pubblici Minidri de i Principi ne aveffero dato conlènfo; i quali,
febb^n fecero ogni sforzo, per reprimere ciafeuno de' fudditi loro, e
riconciliarli; non rinlcl però fenza diflicoltk, e col rimanere gl’ animi
alterati, e pronti ad eccitarfì per ogni minimo foljpetto. £ non tanto t
Turchi, quanto anche il numero maggiore degl’ Ulcocchi lo credeva, ingannati da
t capi, i quali, congregati nella pubblica Piazza di Segna in numero di circa
mille, affermando loro di avere parola da* Veneziani di andar liberamente a*
danni de* Turchi per Mare, cforundoli a corrifpondere verfo loro in corcefia; e
portato in quel luogo un Crocifìflb, fecero loro predar un folenne giuramento,
di non offender in parte alcuna i luoghi, e i fudditi Veneziani; nè meno in
Mare i Turchi, e gli Ebrei che fopra vafcellì Veneti tranfitaffero con
mercanzie ; e di perfeguitar i contrafìacicori, quantunque foffem congiunti di
parentado, e con ogni altro vincolo. £ ^ tutto ciò fecero A Dd iludio Z IO
liudioramcntc andar la nuova per la Licca, e per le altre regioni vici ne in
modo, che anche il Baisi di quei confini ne prefe Ibfpetto, e ne fece acerbe
querele col Generale Veneto con elprcffionc di concetti molto rifentiti; e ne
diede conto alla Porta in Collantinopoli. Per le congiunture di quei tempi,
quando era incerto dove fofiero per voltarfi quell'anno le arme de'Turchi, a i
Veneziani pareva di dover tenere grandilTimo conto di quelli tentativi ;
(limando la fama diffeminata, le falle patenti, e il finto giuramento, elfer
inviati tutti ad un medefimo fine di provocare farmi dei Turchi contra la
Repubblica; e fi perfuadevano che gli Ufcocchi, nè foli, nè principali follerò
autori di quei configli, perchè il giuramento pubblico in Piazza, la fabbrica
delle barche a Fiume, patrimonio di Sua Altezza, facevano palefe che il primo
moto proveniva da chi aveva il governo in mano ; maflime per la fama fparfa,
che tra gl' arcani de’ configli de' Miiiillri Aullriaci una maflima folle
(labilità, di far ogni cofa, per inviluppare la Repubblica in guerra co’Turchi,
per quei fini che ad ogn’ uno poflono clser molto ben noti. Ma gli Ufcocchi,
fidatili che quelle apparenze ingannafsero i' Dalmaiini, e che da loro non
dovefsero aver alcun impedimento, anzi diverlì favori, fecero come una ferma
dazione ne i contorni d' Almilfa, di l!i frequentemente palfando a’ danni dei
Turchi. Quelli avendo mandato prima a protcllarc a gli Almilfani vendetta, e
danni fopra le vigne, terreni, cale, e anime loro, non tralafciando la prima
occafione che fi porfe loro innanzi, prefero per ragione di rapprelàglia nella
terra loro di Macarfea do. fudditi Veneti, andati fa per negozj della Brazza,
Lefina, Almilfa, e Pago; laonde in fine avvenne .quello che più volte anche era
accaduto nei palTati tempi, che il danno lellò, non a gf infedeli inferito, ma
(òpra i Cridiani caduto. Partorì nondimeno quello di buono, che, giunti i
comandamenti venuti da Codantinopoli, fi compofero interamente le differenze
tra' confinanti : e gli Ufcocchi, Vedendo di non poter più peniate che i
fudditi Veneti li unilfero con loro, nè fi rompelfe la guerra tra la
Repubblica, e i Turchi, depofero la jnafchera; e, non odante il folenne
giuramento, corfeggiando intorno all' nòie, Ipogliarono una barca che da
Venezia conduceva mercanzia per la fiera di Cherfo, e un Grippo Ragufeo carico
per Venezia di merci di ragione d' alcuni Armeni Cridiani ; a parte de^quali tagliarono
la teda, e fecero altri prigioni; e ridotiifi con 14. barche all'Ifola di Onia,
prima che Agodino Canale, luccelfo Generale in luogo del Veniero, avvifato,
potelTe mandare per ifcacciarli, fpogliarono tutte le barche de’ viandanti,
eziandio quelle dove non era da fare preda, fef non di vedimemi, e drumenti da
navigare, non perdonando a'pefcatori, e Uomini dell'Ifole, che per loro affari
tranfitavano. Scacciati di lù, e ora in uno, ora in un’altro luogo ritirati,
non celfavano dalle moledie', le quali lungo, c tediolb larebbe raccontare:
ficcomc, per la deffa caufa, è bene tralafciar di dire come, feguiti, più volte
furoiv) codretli ad abbandonar la preda, e le barche, e falvarfi ne’ bofehi con
difficoltli', e altri ribaldi ancora fono nome loro non mancavano di comjnetter
ogni fona di fcelleraggine. Un certo Giovanni Uibich, nativo di Gliuba, commife
in quei giorni in territorio della Repubblica un’importante, e violentinijna
latrocinio con diverfe male qualità*,: peclocbè il I&OVVC Provveditor Generale
giudici neccBario di averlo in mano; e intendendo ch'era nelia viila di Artina,
appartenente a Gliuba, mandi a quella il Govemator Paolo Gbini con loo.
Aibanefi per prenderlo, come gli fuccefle. Ma mentre perfeguitava quello,
vedendo un altro fuggire, giudicando qualche male di lui, lo fece feguire, e
fermare. Quelli notifici al Governatore d' eflcre Uicocco, e che con lui erano
nella terra llefsa cinque altri Ufcocchi. Il Governatore, avendoli per
complici, deliberi di pigliarli; ma elTi, ritiratifi in certe cafe, in iito
avvantaggiofo, lì prepararono a combattere. Il Governatore, che poteva o col
fuoco farli ufeire, o alTaltandoli con numero unto maggiore, eollringerli,
perdonando ailc abitazioni, e al fangue loro, o per qual fi voglia altra cauta,
gli accetti con quella condizione, che non riceverehbono offelà; e fe il
Provveditore non avefse approvata la fua promefsa, gli avrebbe ritornati nel
luogo ficfso, e nello llefso flato, per combatterli. Il Provveditore fece
efeguir quello ch’era di giullizia contra il Libieh. Quanto a i cinque
Ulcocchi, nè approvi, ni riprovi la promefsa del Governatore, ma diifer'i la
Tifpolla'^ e ordinò che frattanto fufsero cu-, floditi. Per quello ac'id.itiv
.citarono quel tU multo efacerbati e feb ben da loro erano fiati ufati per lo
innanzi tutti gli artilizj, c fatte promefse, per liberar il Milanficich, e
riporuta tempre o poca fperanza, o la negativa; aggiungendo quello alla prefe
de’ cinque, mandarono a far ifianza per la rilalsazione di tutti fei,* e mifero
in opera il Vicecapitano di Leo, e i Giudici della Cittb per Intercefsori,
a’qtiali non fu nè data, nè levata la f^ranza ; fu folo uu intenzione di
dovervi far confiderazione, e gratificare dove fofse fiato conveniente. Ma gli
Ufcocchi, non definendo per tanto dalle rapine, e da i latrocinj, fe erano
impediti loro i grolTi bottini, non s'allenevano da i leggieri, e dal
moltiplicare Pofiefe, che, non porundo loro militi confidcrabile, caufava. no
fofpctti di difegni piò dd folico pemiziofi. Quelli movevano il Canale a continuare
con piò diligenza ne’rimedj, conducendo numero maggiore di foldati, e
accrefeendo l’ armata de' Vafcelii con rinforzo di gente ; onde le terre,
elsendo ferrate gii piò raefi, fenza commerzio, e con ftrettezza di vivere,
allora maggiormente riftrerte, refiarono quali private totalmente. Mandarono
perciò aH’Arciduca a rapprefentare i loro patimenti, a far cl'clamazioni,
amplificandoli piò del vero, e richie. dendo protezione, e follevamento. Era in
quello tempo felicemente fucceduta la nuova elezione di Re de' Romani; onde
l’Arciduca, follevato da quel grave penlìero, porfe orecchie ai lamenti de’fuoi
piò volte replicati. Pensò prima dimandarcome altre volte, Commifsarj a Segna,
che facefsero qualche dimofirazione, e ponefsero qualche freno, tenendo che,
ficcomc per lo pafsato, allora fimilmente da’Veneziani gli farebbe corrifpofio.
Ma da’ fuoì fu fconfigliato, acciò non parefse che, cofiretto, per timor delle
forze loro, facefse la provvifione ; laonde prefe partito di mandar a Venezia
Stefano della Rovere, Capitano di Fiume; il quale fpedito, mentre faceva il fuo
viaggio, quantunque fofse di mezza fiate, una tempellofa, e grave fortuna apri
l’adito agli Ufcocchi di ufeire con i6, barche, e con rifoluzione di cfporfi ad
ogni pericolo, non folo per bottinare tanTima li. Dd I to, che ila tP, che fi
rifaccfsero del perduto per grirapedimenti pafsati; ma anco, ra per prendere
qualche perfona infigne, col rifeatto della quale pocef. fero aver alcuno de’
prigioni. Loro fu dato in ifpia che Girolamo Mo. lino in una Fregata ritornava
da Cataro, dove era fiato Rettore di quella Citth. Furono allegri lòprammodo,
cosi per l’occafione del bottino delle robe, come per la perfona, penfaudo di
dovere certamente riavere il Milanficicb, e tutti gl’ altri uol cambio di un
Magifirato Veneto, Volarono per la via dove furono indrizzati; rifeontrarono la
Fregata, e l’afialirono, Non vi trovarono altro, che le robe, elfendo il
Provveditore per buona fortuna prima fraonuto in terra, NelTuna cofa affligge
più l’animo, che il vederfi defraudata d’una fperanza tenuta per certa, Quei
ribaldi tanto certamente credevano di dover far prigione quel perfonaggio, che,
non avendola travato, pareva loro che piit torto folTe lor fuggito, che non
dato loro in mano, E tanto fu l’aidore d’ aver nelle mani un pubblica Minifiro
Veneziano, che eccitatili l’un l’altro come a furore, immediate voltati,
palTarono verfo Rovigno ;iell’Iftria, per far prigione il Podefth di quella
terra; il quale non po. tendo avere, perchè fi falvè, alTalirono i Valcelli che
nel porto fiavano afptitando vento per Venezia, e li fpogliarono, uccifi i
Mercanti, C i Marina] che Inm .wOa, rifpetto ad alcu no, nè a grandi, nè a
piccoli.- e più infervorati, perchè anche il fecondo tentativo f©nè loro
riulcìto vano, ritornati con celerità, palTarono fopra l’Ilola di Veglia, dove
ritrovandofi Girolamo Marcello, Prov. veditore ^ell’lfola iq vifita di Befca,
terra deU’Ilola medefima, lo fecero prigione infieme co’fuoi miniftri, e
l'ervidoti, e lo conduflcro eoa vilipendio, e indigniti grande in certe grotte
vicino a Segna, tramutandolo fpelTo da una all’ altra, Nè è da tralafciar
quella particolare, che la barca, colla qual fu condotto prigione il
Provveditore, fu quella fabbricata in Fiume, della quale è fiata fatta
menzione, Infieme coll’awifo di quello misfatto il Capitano di Fiume arrivi wì
Venezia. Non poteva giunger in peggioe congiuntura, attefo che le ot. fole
degli incocchi mai non furono cosi frequenti, come in quell’ an. no-, né meno
cosi rilevanti, e malTime l’ultima-, la qual, intefa dal Capitano, poi giunto,
lo fece reftare molto prerpleffo, fe doveva dar immediate principio alla
negoziazione, ovvero alpettare fe da Grata, pel nuovo accidente, gli foflero
mutate le iftruzioni; e fe doveva fama menzione eflb, o tralafciare di
parlarne. In line, prefa rifoluzione, diede principio coll’afliftenza dell’
Àmbafciadorc della Maefià Cattolica al fuQ negoziato, incominciando dalla buona
mente del Sercnillimo Arciduca, dall’ottima difpofizionc fua verlò i Principi
confinanti, e la Repubblica malfime ; loggiungendo che perciò 1’ aveva mandata
con ampliflima autorità, per pigliare fpedientp di foddisfazione di ciafeuno, e
tranquillità de’ludditi; e aggiunta un’ affettuofa condoglienza del fucceffo di
Veglia, con afiicurare che nè l’Arciduca, nè alcuno de'luoi Mipiftri, nè
maggiori, nè inferiori, vi avelTero conlenfo, e participazione ; ma forte fiato
motivo di quei di Segna difubbidienti a Sua Altezza,- dilcefe al fuo negozio, e
per nome dell’Arciduca fi dolfe di tre particolari ; Che certi Mercanti, andati
alla fiera in Albona fotto la pubblica fede, fortero fiati fpogliati delle
merci da loro portate.- Che pofeia fatto in Segna da tutti gli Ufcocchi un
giuramento tanto folennf di non offender I* cofe della Repubblica, cinque di
loro, fudditidiSui Aueaza, fodero (lati preG, e tenuti prigioni contra la fede
loro data : Che un Frate foffe flato porto prigione, e gli foflè flato tolto
l’abito per pagamento delle fpefe; c con lunghe ampliflcazioni aeeravati quefli
tre accidenti, ne richiefe foddisfazione. Quella forma di trattare da alcuni fu
tenuta prudente perchi, quantunque dall’atra parte vi folTero da contrapporre
non tre querele, ma trecento, nelTuno però è in obbligo di dire, falvo che le
ragioni proprie. Ad altri pareva che quello non avefle luogo, fe non quando le
ragioni di ambe le parti folTero del pari ma in quella occorrenza pareva,
attefe le molte male operazioni degli Ufeocebi, che lo flato delle cofe -
comportalTe più d’ufare feufa per lo paffato, e promelTa di rimedio per 1 avvenire,
paflando poi a richieda di corrifpondenza ne’parncolari deliderati, Ma
lafciando di ciò il giudizio a gli uomini lavi, per intera cognizione di quella
che fi trattava, è necelurio narrare i particolari di Albona, e del Frate, che
non fono flati raccontati a’ loro tem- pi, come non appartenenti agli Ufcocchi,
e in foftanza leggieri. 11 latto in Albona pa6ò in quello modo. Dovendofi fare
la fiera in quella terra il penultimo di Giugno, fecondo il confueto, i
Mercanti di j I o j ni'’ P'"'“tvi le loro mercanzie licore, ottennero
patenn dal Podelti del luogo,- portate le merci in fiera, i Dazieri preiefero
contrabbando, non per ragione deUe perfone de i Meicanti, ma peri» qua ta delle
merci, e vi pofero mano fopra. Il Segretario Celareo in ' ®’'Vifato, ne fece
querimonia, dimandando la reftimzioiic ; ed ebbe rdpolla, che s avrebl^ fcritto
p«, e fatto quello, ncercafle il giullo. Cosi fu efeguito immediate, con aver
dato ordino di più, che le mercanzie li confervaflero tutte interamente; e di
tanta, Segretario per all'ora, afpettando giullizia, venuu cho foffe r
informazione ; nè aluimenti fi doveva procedere in negozio cho non fu tentativo
di oflèfa, ma pretenlìone d’ordine dì mercanzìa e folito tra’ confinanti
avvenire giornalmente fenza turbazione della 'buona intelligenza; effendo
frequentiljime, e cotidiane le differenze fra’ Dazieri, e mercanti non folo
foggetti a diverfi Principi, ma ancora quando ambe le parti fono del medefimo
Suto, c anche delU medelima Cicti. Il Segretario avrebbe voluto che, prima di
replicare alcuna cofaia quello negozio, fi aveffe afpettato che ferviffe il
tempo di venire lari, fpolla.- nondimeno al Capitano, o perchè avelie quello
particolare in commiflione, o per proporre maggior numero di querele, o per
altra caufa, parve di non afpettare. L’evento mofltò buono il parer del
Segretario, perchè al fuo tempo la informazione tichiefla venne, e il ne, gozio
ebbe fine con intera rertituzione delle mercanzie. Il cafo del Frate fu in
quella maniera. Fra Antonio da Fiume, dellOrdine de i Minori Offervanti, fi
pofe fopra una barca d i làrina caricata in quella terra per Segna.: quella fq
feoperta dal Forte chiamato di San Marco, c arredata, in efecuzione de i bandi
del Generale di fopra racomaii. Il Frate diffe la farina effer fua, e portarla
al Convento di Ipitir Ordine in Segna ma i Barcaruoli parlarono dlveriàmente •
nominarono il Mercante di cui la farina era, e che il Frate era imbarcato per
paffar in paefe de’ Turchi. In quel tempo s’era feoperta certa macchinazione di
quelle alle quali viene preflato orecchie folto pretcfto di pieiV, (he
terminano in fine calla morte dc’poveri Criftiani che fi lafciano follevare :
perlochè il Frate, non rendendo buon conto del iuo viaggio, trovato in varie
contraddizioni, fu filmato fpia, e trattenuto in quel Caftello, dove mentre
dimorò, leggendo con quei foldati ne i libri fciolti che elfi fono foliti a
fiudiare, vi lafciò qualche danaro, ed alcune robiccivole che aveva. Non fi
trovarono fermi rifeontri per convincerlo, o per la fua fagaciii, o perchè non
fofle fpia: fu rifafeiato, e condotto da una Fregata in Venezia, yeftito da
frate; e cocomparve innanzi al Principe, richiedendo refiituzione del perduto
nella Fortezza; allegando che. come Religiofo, non fe gli poteva guadagnate. Fu
rimefib ad attender alla fua profelfione, e altro non fuccene in quello cafo,
». . La querimonia de i prigioni fu ftudiofamente dagli Aufiriact pubblicata
per tutto, e la foflentavano con quelle ragioni : Che quelli erano fudditi di
Sua Altezza, e fotto la protezione fua; ebe non poteva con fua riputazione
abbandonare la loro dlfefa: eh’ erano fiati ritenuti contra la fede, fiante la
quale, fi dovevano lafciare liberi; e fe quel Go. vernatore la diede, non
avendo facoltà, eflervi obbligo, fecondo la ragione delle genti, di mettere lui
in mano di Sua Altezza. Per lo contrario fi difeorreva, che gii tra il Rabatta,
e il Pafqualigo fi era convenuto che gli U fiocchi ufiiti in corfo non folfero
licuri, nè protetti: che Matteo Tomiz, fervitorc di Giurifla, nativo di Zara
vecchia, uno de' cinque, fu bandito l'anno innanzi da tutto il dominio per
omicidio commeflb nella perfona di Tommafii Malfiifich; però nè come bandito,'
tiè come fuddito fuggitivo ooteva capitare nello Stato : che gli altri due
èrano di nuovo venuti dal paefe de’ Turchi ad abiur in Segna; gl’altri t>cn
nativi di quella Cittì, ma eSi ancora Ufcocchi, ufati al corfo : E quando,
neffuna di quelle cofe fofiè, che la fede non fu loro data, fe non di
ritornarli neinfielfo luogo, e fiato, e combatterli, fe il Generale non avefic
voluto lafciarli liberi.- adunque non fi poteva per quella ragione pretendere
che folfero rilafeùti allblutamente, ma ritornati, e combattuti.' E chi può
dubitare che, ritornati con t oo. Albanefi attorno, non folfero refiati motti,
anche fenza alcun danno degli alTalitori coll’ufo del fuoco; e non elfcre però
alfolutamente, e univerfalmente vero, che il Principe fia protettore di tutti i
luci fudditi che fi ritrovano nel paefe del vicino, ma filo di quelli che vanno
in cafa dell’ amico per negozj, o per altro bene; non gii per far male, o per
accompagnar banditi, o dare fofpetto: che in quelli cafi, per ragione de’
delitti, fono foggetti alla giuftizia del luogo; altrimenti per la ragione loro
i Magillrati Arciducali non potrebbono mai giudicar alcun faddito Veneto
colpevole, o indiziato di delitto, fe quelli colpevoli, e indiziati non erano
foggetti alla giufiizia Veneta. Altri fi maravigliavano della nuova forma di
trattare, poiché gii molto tempo era divulgato che negli uffiz) fatti a i tempi
palfati, per la refiituzione del commerzio levato alle terre percaufa degli
Ufcocchi, i Principi, e i Miniftri Aullriaci erano foliti a colorire la
richiefia con dire che, fe la Repubblica era oftefa da quella gente, la facelfe
perfeguitare in mare, la prendelfc, e la impiccalfe; ma non delfe molefiia alle
terre per loro calila' il che pareva molto repugnantc a querelarli all’ora,
perchè fof. feto prefi nelle 'erre deUa Repubblica, Ma ri Mi ritonundo alla
ferie delle cofc, T Arciduca, immediate imefa U prigionia del Provveditore di
Veglia, mandò Gian Jacopo Ccfglin Commidàrio EipreiTo a' Segnani, il quale con
un leverò editto, pubblicato in quella Citth, comandò che il Provveditore folTc
condotto innanzi, a lui; al quale ubbidirono gli Ufcocchi; c levatolo dalle
Grotte, lo condulicro in Segna al CommiTario; ed egli, ricevutolo co
rtefemente, lo liberò immediate, dicendogli che il Scrcniffimo Arciduca, intclà
la fua pattivitli, aveva Ipedito immediate lui in pulU lolo per metterlo in
libertb, e che larebbe feguitaio da altri CommilTarj, che venivano per punire i
colpevoli. La preflezza, c prontezza di Sua Altezza a rimediar immediate alla
tralgrclTione de* Tuoi; la diligenza, e rifoluzlone del Commiirario nell’
elecuzione; c l* ubbidienza pronta preiUra da gli Ufcocchi, eziandio ritirati
nelle Caverne delle montagne, ad uno che fenza arme, e fenza alcuna forza andò
a Segna col folo nome di ComlniffariQ Arciducale, ficcomc fono indizio della
buona mente di quel principe, e che Sua Alrezza ha Minidri che, fe vogliono,
fanno efeguirla; c che gli Ulcocchi, Icbbcn nodriti in tutte le fccllcratczze,
non fono però ribelli, c cotumaci alloro Principe, quando cificaccmenle vuole
circr ubbidito, o non modra contcntarfi d* effer difubbidito; cosi dimodrano
che colia medcfima faciUù con cui fu provveduto a quel difordine, fi potrebbe,
e ft avrebbe potuto provvedere a qualunque altro, quando gli interedì non
avcflcro pr eponderato, c preponderadcro tuttavia al debito Cridiano, di
lafciar ad ognuno il fuo, cd effere buon vicino. Nò da alcun’avvenimento più,
che da quedo, fi può meglio penetrare nel fondo del negozio, c veder al chiaro
le caufc de i mali padati; e conqfccrc con fondamento quale fu il vero, c
proprio rimedio di queda pede Dopo la prigionia del Provveditore, i Minidri
Veneti non fì contennero, come prima, nella fola difefa delle cofe della
Repubblica, e nelcudodia de f paiTi; ma cercarono per ogni via, e modo il
rifacimento : ma (eguita la liberazione, fi farebbono contentati di dare fu le
loro guardie, come prima facevano, fe le cofc fuccede, mentre quella durò, non
avedero tirato dietro altri accidenti; accadendo in quede occorrenze come
avviene nel moto delle bilance, che, levate dall’ equilitrio, trapadano pivi
volte dall’uno, c dall’ altro canto, prima che pof{ano ritornarvi. Elfendo
ancora il Provveditore ritenuto nelle Grotte, alcuni foldati Veneti Imontarono
otto miglia vicino a Segna, e diedero il fuoco a certi Mulini di ufo di quella
Cittù, per fare danno fpe^ialmenie a Giorgio Danicich, padrone di parte di elTi,
che fu principale nell’infulto di Veglia, e cuilodiva il Provveditore nelle
grotte» Dall’altro canto gli Ulcocchi, non potendo vcndicarft, e far male iti 2
uei contorni, per le grandi, e diligenti guardie, padaco con viaggio i terra il
Monte maggiore, ed entrati in Idria nelle Ville di Bergodai, e Lanilchie,
abbruciarono gran numero di Calali con fieni, e imjnenti, conducendo via molta
preda di robe, animali grodì, e minuti: dal qual accidente eccitate, e irritate
le milizie Venete, che in Idria erano, deliberarono di non camminare più per
via di ripetizione, tenendo che dalla fperienza di tanti anni fode abbadanza
dichiarata fuperdua; ma fecero rapprefaglie nel Cadello di Bugliou, e in altri
luoghi del Contado di Pidno; e dUendevanQ la loro azione, perché in quedo occor
zi6 STORIA occorrenze la ripetizione caufa pemizie colla interpofizione del
tempo, aicefochè, fe poi, quando l'ofTclo fì vede delulo colla lunghezza
delnegozio, viene al rifarcimcnto di rapprel'aglia, valendoli gli offenditori
di ogni vantaggio, e come le Toifela folTc dimenticata dal tempo interpollo,
danno al tifacimento nome di provocazione: la onde, atteft quelli rifpetti, era
commendata la celeriA nel rifarcitri, per evitare le moleItie di dovere, oltra
il danno, far anche una ditela. Ma giunto a Venezia ravvilo della liberazione
del Provveditore, come le con quella loderò emendati tutti i lalli degli
Ulcocchi, e loderò cedate tutte le caule de i padati dilpareri, e i rilpetti di
dare lulle guardie, il Capitano di Fiume colla medelima adiuenza
dell’AmbaIciadore Cattolico, magnificata, come meritava, l’azione di Sua
Altezza nel liberarlo, lece illanza che le lode corrilpodo colla liberazione de
gli Ulcocchi prigioni, e coll’apertura del commerzio; cosi meritando la buona
volontfi dell’Arciduca, e le azioni latte gi^ tanti anni in foddislazione della
Repubblica. D’Albona, e del Fiate più non parlò. IMon è da tralalciare la
narrazione de i concetti ulati da quedo Minidro per tre meli che dimorò in
Venezia, potendo da quelli prenderli grande idruzione de i penfieri che
nodrilcono quelli che hanno il governo degli Ulcocchi, e delle mallime colle
quali li reggono. Egli diceva di richiedere i prigioni, e la redituzione del
commerzio lolo per riputazione del luo Signore, figurandolo defiderolo di
rimediare alle male operazioni degli Ulcocchi; ma impedito dal larlo, per non
modrare di elferne codretto per la prigionia de i luoi, e pel commerzio levato
alle terre; colla rediluzione dc’quali gli larebbe aperta la via, ptomettendo
per nome di Sua Altezza, che all’ora fi rimedierebbe si fattamente, che mai più
non fi femirebbe moledia alcuna. D^Ii Ulcocchi diceva, che fono gente fiera, e
indomita; che non fi podono gadigate ; che, non fi polTono aver in mano, perchè
fi ritirano a i Monti; onde ellere di bil^no con dolcezza mitigarli più, che
reggerli con leveritll : chs colla rilaOazione de i compagni, e r^tuaione del
commerzio, fi lareb-bono addolciti ; dove colle durezze fi larcbbono renduti
più contumaci.- eh’ erano zooo. in numero, nati, allevati, e fortificati in
qnei fili; che a sforzarli vi larebbe bilogno di ze. mila foldati; che non
larebbe decoro di Sua Altezza, per leggiera caufa, far cos'i gran moto; nè me-i
no poterlo fare, non effendo Segna lua, ma del! Imperadore : e quan-^ do folle
fui, r avrebbe fpianata, non cllendole le non di Ipela col mandare fpello
Commiflarj, che le codavano dooo. feudi alla volta; e tan-i te volte, che con
quel danaro Segna farebbe due volte comperata ; che farebbe la provvifione
conveniente aU'autoritk che teneva di Governatore.- ma volendo un rimedio
totale, e durevole, fi doveva trattare C09 fua Maedù, eh’ era lupremo Signore.
Che non però fi poteva cogli Vfcocchi tutto quello die fi voleva; nè conveniva
metterli in difperaz ione, ellendo buoni Cridiani, e difendendo quella Citth, e
quel paele da’ Turchi: che vi era bilogno di tempo, e opportunith; e conveniva
fopportar qualche difetto, e alpettar quella provvifione che Sua Altezza
farebbe, tubilo redimiti i prigioni, e il commerzio; e poi negoziar il di più
con Sua Maedìi. Colle quali forme di parole dava ceru fperanza d’ intera
provvifione ; prometteva gran cofe ; ma infieme inferiva che non ^rebbono
cdctcuatc, mettendo al pari la caule, che fitrebbono ulate P" per prerelti
ad ifcufarc il ttuncamento delle promeflè : pareva ehe diinandane un puariglio,
e tuttavia dimand-ava quello ch’era il tutto nel negozio, cioè il commerzio;
perchè col folo impedimento di quello era pollo qualche freno alle operazioni
nefande. Ma, olita il modo di trattare luhrico, e in sè delio difeordante, la
perfona ancora di quedo Minidro non era ad alcuni molto accetta, per edere cob
certa che gran parte de' bottini li fmaltivano in Fiume, andando quei della
Terra a pigliarli in Segna, per non lafciare che gli Ufcocchi medefimi vi
eompatilTero; e il meglio fi riponeva in Cadello, dove il rafo, e’I damafeo era
pagato mezzo tallero il braccio. Ed era anche fama, febben non tanto certa,
quanto quedo, che i panni alti, de' quali la cab fua era fornita, fodero deUo
Ipoglio fatto alb Fregata gb tre anni nel porto di Torcola, del quale s’ c
parbto a fuo luogo. Ma avendo quedo Minidro prefo per ragione di feufare la
tolleranza, per non dir approvazione, di tanto male, il numero grande, e le
forze degl’ Ufcocchi, e il pericolo di perdere Segna, privandola delb loro
cudodia; argomento ubto altre volte con maggior amplificazione, fino ad
adermare che. fono un propugnacolo della CrilUanith ; e che altra milizb non
brebbe atta a difendete quei confini, e quella regione da’ Turchi; predicandoli
per buoni, e veri Cridiani, partiti dalU loggezione degl’ infedeli folo per
blvare 1’ anima, e per educare b Poderità neUa l^ta religione,* che non è giudo
fcaccbrli contra la lede data, con pericolo che rinneghino, c altretuli
fciocchezze; quedo luogo ricerca che da narrata il numero, la qualitli, e k
imprefe loro in queda etli; non potendofi trarne cognirione dalla notizia dello
dato loro nelle eb (uperiori, edèndo geme che, per b mobiliti, cosi dell’
animo, come del corpo, è foggetta a |varie mutazioni,* nè Colltnte in altro,
che in non voler guadagnar il vivere colb fatica, ma col l'angue; e da quedo
apparirà chiaro che nè per numero, nè per valore fimo da brfi temere^ nè la
cofeienza loro meritevole di dfere favorita, ovvero dimata Cridiana; nè il loro
fervuto utile alb oonferyaziooe di quelle marine,. : Sono tre forte d' Ufcocchi
in Segna, cos'i didimi, e nominati nelb Corte Arciducale.' Stipcndbti,
Cafalini, e Venturieri. Caiàlini fon» ? ueUi che, nativi, o gik abituati nella
Citb, hanno da pih. fucceSioiu èrmo domicilio in quella; i quali anche fi
chiamano Ckadini, e fon» al numero di loo. Altri zoo. fono con titolo, e narae
pih rodo, che in realb, di dipendiati, divill in quattro compagnie, a yx per
cbfcuna, con quattro Capitani, da loro chbmati Vaivodi. Ma olm quelli quattro
(vi fono altri Capi di Ufcocchi, col qual nome tòno chiamati tutti quelli che
hanno ii modo di armar barche, per andar in corfo. A quedi aderifeono, e fono
compartiti, come in comitive,! vagabondi, c quelli che, nuovamente partiti di
Turchb, o banditi, di Dalmazb, 0 di Fuglb, non hanno fermo domicilio in ^na; e
tutti li Chiamano Venturieri, e danno all’ ubbidieaza di quei Capi mentre fon»
applicati alle barche codeqaali vanno, oca in poco, oca in maggior numero,
rubbando, e predando fopra i vicini. Ix oidiuarie bacche degli Ufcoeahi bno
capaci di 30. per una- Alb volte ne hanno bbbricata alcuna maggiore, capace
lino 50. come quell’anno in Fiume. Fanno più fiate aie anno, fe non fono
impediti, ulciu generab,* ma due Tomo II. E e bno fono piCt ordinarie.- per
PaTqua, e per Natale, aggregandoli loro anche ^eUi che fono fparh nelle terre
di Vinadol; e all' ora quei di Segna votano cosi la Gitth, che reità culladita
d>' pochilTimi vecchi, infermi, dalle donne, e da’ fanciulli. Per le fpefe
delle fpedizioni generali contribuifcono i Vaivodi, i foldati ricchi, anzi
le'donnc ricche ancora, le V edove, e i Preti, e Frati, facendo la loro parte
delle fpefe, c participando parimente la parte de' bottini. £' cofa notoria,
che in quelli ultimi anni le loro ufcite fono Hate con 15. in 10. barche al
pih, in modo che il numero, il quale ora è maggiore, ora è minore, fecondo che
i Venturieri più, e meno concorrono ; più; quando il Mare i aperto; meno quando
è chiufo, e ferrato, è di doo. in 700. uomini da fazione : ma volendo metter in
conto i vecchi, fanciulli, e donne, fi potrìi dire che afcendano a aooo. Il
numero crebbe quando lì congiunfero con loro i Carampotani, altra gente ufcita
di Turchia. Crelcerebbono fenza dubbio giornalmente, fe il corfo non fofle loro
contefo, e impedite; perchè molti Morlachi, allcttati dalla dolcezza del vivere
di quello ed gli altri, fi adunerebbono con loro; e può, ben ciafcuno penlare,
fe, accrefciuti di numero, farebbono darmi maggiori. I Veneziani fono flati
coliretti a perfcguitarli, non tanto per li grandi, e frequenti danni inferiti
da loro, cosi a'naviganti in mare, come a'fudditi loro in terra; quanto per li
maggiori imminenti che avrebbono inferito, quando, tollerata quella licenza,
folTero crefciuti a numero fpavcnievole, come farebbono: c non v’ha dubbio,
che, quando la R^bblica non avclTe rimedia-' to giornalmente, come ha fatto,
rillringendoli, e incomodandoli, le forze loro fi farebbono fatte filmabili; i
Turchi; farebbono fiati cofiretti a rimediarvi da dovere, e per femore, come
fogliono fare quando rifolvono : e fccome i ladronecci, eie incurfioni, che
quella fona di gente ofava giù 80. anni, abitando in maggior numero nella Licca
lotta il Conte Pietro Cmfiob vecchio, firono caofa che la Licca, e la Corbavia
follerò occupate da’ Turchi; e quella medeCma caufa fece perdere Clifia al
Conte Pietro Crufich giovine; cosi a quell' iflelTa fine farebbono ormai giunti
i Contadi di Segna, Vinadol, e Fiumeancora, fe la Repubblica non fi folte colle
forze oppofta al libero corfo degl’ Ulcocchi. 11 che febben da lei è fiato
fatto per difefa delle cote proprie, è nondimeno feguka da quello la
confervazione di quei Contadi alla Cala d’ Auftria, che da' Turchi fenza dubbio
farebbono fiati occupati. Sa ognuno, che per caula degli Ufcocchi fu mollà da’
Turchi la guerra nel 1593. che durò 14, anni, nella quale, oltre alla perdita
d' innumerabili foldati Crilliani, la CrillianiA con tanto detrimento refiò
privata d’Agria con gran pane dell’Ungheria fuperìon, e di Canifla coi meglio
della Grovazia ; e quelli tono i bàiefizj che dagli Ufcocchi riceve. Hanno
aflài leggiera cognizione di quel paefe, e di quella gente, quelli che dicono
eOere vadorola, c tener a freno i Turchi, e cufiodire quelle marine, che fenza
loro fi perderebbono ; non elìéndo veto che mai dopo il 1540. abbiano tentato
di fiu- ineurfione nel paefe Turco, nè depredare le loro Terre, ovvero
combattere con loro a i confini del Contado di Segna, dove i Turchi fi
guardano; ma contra di loro fono fempte andati paflàndo funivamente per mare, e
per li tetritoi) Veneti, a i confini de' quali non compottandofi Icorrerie nè
dall’una. runa, nè daU’altra parte, gli abitanti fbmno per rordinario non
cnllodici. Se hanno cosi gran defiderio, che fieno predati, e pròvocati i
Turchi, hanno comodo di farlo aMoro proprj confini, e non debbono palare pel
paefe del vicino con pericolo, e danno dell' amico contra ogni legge divina, e
umana, fervendofi del territorio di quello con detrimento di lui, avendo il
proprio, e i proprii confini, per dove più da vicino polTono fare lo fteflb. Ma
gli U. fcocchi non fono buoni di far imprefa fenza foperchiaria, nè per aU tro
fine, che per alTaiTinare; e i Minifiri Arciducali non riceverebbono benefizio
alcuno, fe combatteflcro a’ loro confini, dove trove« rebbono la refiftenza, e
non comodo di rubbare. 11 valore degli Ufcocchi è infidiare i deboli; uccidere,
e fpogitare chi non fi d^ fende. Non fi potr^ mofirar mai un* azione fatta in
campagna da loro; nè che mai abbiano difefo un luogo afialito: ognun la con qual
vigliaccheria voltarono le fpalle neirafialco di Petrina; e qual danno causò
neirefercico Crifiiano la lor infame fuga. Non potrh alcun dire che abbiano mai
fatto una fcaramuccia ; non fanno che cola fia fcaramucciare ; fe fono molto
fiiperiori, danno la caccia; o fe non fuperano di molto, la ricevono : mai non
hanno impedita una tncurfione de'Turchi: anzi è cofa meritevole da efiere
laputa,' che molt e volte i Turchi hanno fatte delle feorrerie fino a Segna, e
fatti de’ prigioni a villa della Cittb; e fempre in tempo, che gli Ufcocchi
erano fuori alle prede, avendo i Turchi a bello fiu. dio elette fempre tali
occafionì, che avrebbono dovuto indurre i Govematori di quella Citth a ritenere
la guardia dentro, c levare r opportunità a* Turchi di feorrere fenza rifpetto,
quando loro fofic fiata più cara la difefadel paefe, che la porzione delle
nibberìe. Mai loro protettori, quando trattano con perfone non informate,
dicono che gl’ Ufcocchi di Segna fono un propugnacolo della Crillia» nit^; che
difende la Caxintia, ITllxia, e Vltalia ancora da’Turchi; febben la verith è
incontrario, non facendo elfi fe non tirare i Turchi in quelle regioni .* i
quali molte volte fono corfi fino a Gorbonich; nè pofiboo eflèr impediti che
non corrano anche nella Cla« na, e Piuca, e più oltre ancora, fenza che da
Segna pofla efiér loro Jimpedito. reftano i Turchi per li pericoU nel ritirarfi
^ eflendo aflaliti dall’unione che in quelle occafioni fznoo le genti dì
Carlillot, e altri Crovacini del paefe; da’ quali alle volte fono flati rotti
con grande uccifione: nè gli Ufcocchi fi fono mai trovati a quelU latti,
occupati foto nelle rapine, in modo, che fenza gli Ufcocchi il paefe è ben
cullodito : e da loro non fi^ha altro, che provocazioni. Ciò è raccontato
affine di moflrare che, per difendere quei luoghi a fervizio della Crillianith,
non vi è bifogno di loro; anzi dii^ ficulcano efiì la difefa; febbene i fautori
loro, come feci racconta A fero favole d’india, dicono ch’efli difertano per
fei giornate di paefe Turco; che da quegl’ infedeli non può efler abitato; che,
quando effi non fodero, i Turchi abiterebbono quei terreni; e, fatti più
vicini, fi darebbono alle incurfioni : però il mendacio non è facile da
follenure in cofe permanenti, e vicine, che fi pofibno ogni giorno vedere. La
Licca, e la Corbavla, regioni de’ Turchi a quei confini, fono pienC) e
abiiaciffime. DaOttoiàz, ultima terra apTttno IL £e 2 parte lio parteiiente al
Regno d’Ungheria, e lunghi 40. miglia da Segna, ad entrar in Corbavia
ncU'abitato da’Turchi fono io. miglia; c quelle poche miglia lòno delle
appartenenze d'Ottofaz; e non gl’Ufcocchi le rendono inabitabili a’Turchi, ma i
Turchi a' Criftianj, a’ confini de’ quali appartengono; che il proprio
de’Turchi è tutto abitato', e pur mai gli Ufcocchi non hanno ardito d’ entrare
da quella parte in quello de^Turchi, ovvero far abitare il proprio confine, non
che far a’ Turchi danno, falvo che paflando pel territorio Veneto, che non
vogliono urtare, le non i dilarraati. Viene rapprefentata per cofa prelente
quella che una volta avvenne innanzi il 1 540. nel tempo in cui gli Ufcocchi
profelTavano la milizia, non i ladronecci, quando per tre anni diedero molta
raoleftia a’Turchi confinanti; ma convertita la virtù in vizio, hanno pofeia
foftenuto,e foflengono al prelente gli ftefii incomodi da’Turchi eh’ elTt
inferivano loro, quando profelTavano di eflcre foldati, e non ladroni. Il corfo
da loro è fiato efercitato con qualche profpcritù, non per valore, ma per la
comoditi di tante Ifole, Icogli, e porti folitarj, de’ quali abbonda quel mare,
opportuni a tender infidie; nel che foUmente gli Ulcocchi vagliono. E il folo
confiderare le armi che portano, farà certezza che non fono foldati, nè abili
per combattere. NefTuno di loro porta fona alcuna di armi difcnfivc non mortone,
0 celata, non arme in alla: portano folamente lin Archibufo a ruou, ben
picciolo, debole, e leggiero, come bifogna a chi confida più ne' piedi, ehe
nelle mani; c una picciola manna^. Alcuni di loro hanno di più uno fiiletto,
tutte armi, ficcome proprie per la profelTione del rubbare, cos'i inette alla
milizia, e per difendere nc'prcfidj, e per otfendere in campagna. Quelli
particolari fono fiati efplicati cosi diffufamente, per levare la malchera a
quelli che feufano colla impoflibilirà del remedio quel male eh' elfi
fpontaheamente fomentano a proprio profitto. Se 1 ’ eferopio del Rabatta non
fofle recente, folto gl' occhi di tutti fi potrebbe fingere, e palliare la
verità; ma egli fenza ventimila jwrfone con una guardia di Tedcfchi, fece
morire alquanti Capi di loro' diede in mano a i Miniftri Veneti i banditi dal
loro dominio; fcacciò molti indifciplinabili ; trafportò ad Ottofaz due terzi
de i rimanenti* ed era per mettere fine al tutto. Non fu uccifo quando molti
Ufcocchi erano in Segna, ma quando erano ridotti al fuddetto poco numero; e le
quei non folfero fiati fomentati da chi non poteva vederfi privato dell’utile,
con molta lode del Sereniffimo Arciduca fiabiliva quel negozio in modo, che con
quiete de’fudditi la buona intelligenza tra’ Principi non farebbe mai fiata
feemata. Ma poiché fono anche lodati gl’ Ufcocchi di buoni Crifiùni, C ha da
dire la verità. Non fono Luterani ; nè in Segna vi fono altre Chiefe, che della
Cattolica religione; ne fi può dire ch’efii fieno miferedenti in alcuno di
quegli articoli che fono controverfi co’ Protefianti. Però la purità della
nofira Religione non comporta che fi pollano chiamare buoni Crifiiani quelli
che non credono il furto, le rapine, i latrocini elfcre peccati ; nè fi ha da
dire che lo credano quelli che, non per fragilità, non per ignoranza, non per
qualche tempo, ma per tutta la vita loro, e come per profclTionc, c di padre in
figliuolo, e con pubblico cortame di tutta h nazione, perle verano nel corfo, e
latrocinio, non rertandone alcuno elclufo; poiché quelli, che non vanno in
mare, vedove, vecchi, c Religiofi, come s’ è detto, fono alla parte; c le
maritate fono d* incitamento a gli uomini di provvedere le cafe di quello
d’altri a concorrenza: e, quello cb’c notabile, ciò fi efercita piò
ordinariamente al tempo delia Fafqua, e del Natale, per diroortrare ben chiaro,
ch'efìfL tengono i iatrocinj, e le rapine nel luogo che i Criftiani tengono le
opere di penitenza. Nè fi polTono dir gPUfcocchi più buoni Crirtiani, che i
Zingani, che profertano il furto: fe non che gl’Ufcocchi in tanto fono
peggiori, che paffano alle rapine, c alle uccifioni, dalle quali i Zingani
s’artengono. Ma tornando all’ordine della Storia, da cui il tertimonio della
verità mi ha divertito, il Configlio di Gratz, vedendo che col negozio di
Venezia non fi poteva ottenere la refiituzìone del commerzio, fe non fatta
prima una provvifione durevole, che IcvalTe per fempre le molertic; la quale, o
non potevano fare, per mancamento de’danari da pagare la milizia; o non
volevano, per le private comoditìi, e forfè anche per mantenere la prctenfionc
di poter corfeggiarc per l’ Adriatico; deliberò di voliarfi alla Corre Cefarea,
e indurre quella Maertk a congiungerfi allo rtclTo fine. Perciò mandarono a
Vienna a far querela degli aH^cidenti in Ifiria occorfi, e di fopra narrati,
come fc i luoghi di fua Altezza fofiero fiati non folo i primi, ma anche foli
afialiti; c foli aveffero fortenuto danno; eccitando fua Maefib ad afiirterli,
così pel rifacimento, come per liberare i luoghi tuoi patrimoniali, e gli
appartenenti alla Corona d’Ungheria, tenuti rirtretti, c privati del commerzio
con indigniti di fua Altezza, e di fua Macllk, che n’è fupremo Signore. Ma
dall’ altra parte efiènJo fiata fua Maefiì i-iforv mata dell’intiero; ed
eflcndolc fiato mofirato Toriginc del male cflcrc provenuta dalla pertinacia
del prefidio fuo di Segna, ofiinato a volerli arricchire colle facoliò de’
Mercanti, e popoli; c dalle terre così dcIP Ungheria, come patrimoniali
d’Aufiria, c da' Governatori di effe, che fono fiati a parte della colpa; e che
la Repubblica, non avendo altre modo d’ovviare a i danni de’fudditi fuoi,
operava a necciraria difefa; che la cufiodia tenuta in quelle acque non era per
pregiudicare alla dignitìi di lua Macftò, ne di fua Altezza, ma per proteggere
le cofe proprie; c quanto alle cofe ultimamente feguite in Ifiria, che gl’
UIcocchi, non potendo ulcirc per mare a far danni, erano prima pafiati in
quella Provincia, e avevano abbruciati, faccheggiati, e dclolati molti Calali;
onde i foldati Veneti^, dopo i danni ricevuti, erano fiad cofirctti,pcr
kidcnniù dc’popoli, a rifarcirli con rapprelaglie; Sua MaefPa refiò con
loddisfazione, e fn molto bene conolciuto a quella Corte che non era poflìbile
far cefiare il moto, fe non fermando la prima caufa d’eflb: e fu rifoluio in
quel Configlio, che fi trovafiè rimedio per via di trattazione; c che Cefare
pigltafie in sè i’aiTunto di fare le convenienti provvifioni; c che non fi
doveva incominciar a parlare della reiUtuzione delcommerzio, ma folo fare che
fi cefiaflc dalle ofiilitk da ambe le parti, defifiendo da nuovi danni.
Deliberò Tlmperadore di mandar a Segna il Traumefiorf, perfonaggio di valore e
riputazione, con danari, per rimediare fui fatto. Quefta deliberazione^ che
farebl^ (tata un* ottimo principio, non fi mife in effetto^ perchè, eOendo ciò
fìgnificato all* Arciduca, per farlo dì fuo confenfo, non vi alTenti ; ma fi
offerì elfo di provvedere di perfona di comando, pra« tica dei paefe, e del
governo degli Ufcocchi, che farebbe ogni necefiaria provvifione.* il che fu
appunto il contrario di quello che il buon cfito del negozio ricercava, cioè,
che gli Ulcocchi foffero per Tavvenire governati, non lecondo le pratiche, e i
modi fino alfora ulati.ma ben fece chiaro in poded^ di chi foffe il rimedio;
poiché immediate dopo la rifpol^a dì lua Altezza, la rifoluzione dì quelb
quantunque pubblicata, e lodata, non ebbe luogo; anzi fi raffreddò anche
l'ardore col quale il Configlio Celareo prele penOero di rcmedia^ re; e non fu
più parlato che flmperadore affumeffe a sè il carico, ma che l’Arciduca deffe
principio all’ora per mezzo di perfona mandau efpreiramente; e l’ultima mano
s’avrebbe applicau, quando fu» Altezza foffe andata alla Corte. Fu in
un’iffcffo tempo pubblicato neU'armata Veneta, per comandamento del Prìncipe,
che, reffando i Vafcelli alle loro guardie, fenza punto rallentarle,
s’affeneffero da metter in terra, e fare danno ia luogo alcuno.* e nelle terre
Auffriache per nome dcU’Arciduca fu comandato che da'fuoi non folle inferito
alcun danno a’fudditi della Repubblica. Deputò anche Tua Altezza due Commidarj,
come per lo più nelle occorrenze paflate s’ era fatto. Non affermerò gii, a
quello fine; ma dirò bene, cho dal numero di effi ne feguiva che Tefecuzione,
per la varietà delle opinioni, era divertirà, o almeno allungata tanto, che
idannificatì, Ranchi, deffiReffero dalle iRanze. Si fpedirono anche i
Commiffarj lentamente pure, fecondo l'ufo ordinario, dal quale era fempre
leguica una pretenfione di tralafciare il mal paffato, come troppo vecchio, e
che mcrìtalfe effere poAo-in obblivìone. Ma ne* tre mefi che feorfero,
pubblicata la fofpenfione delle offefe,’ fino al line dell' anno, eziandio
dappoiché i Commiflarj di fua Altezza giunfero in paefe, non ceffarono
grUfcocchi, per quanto poterono, fcanfate le guardie, d’ ufeire di Segna in
picciol numero a far danni, riportata fempre la preda nella Citiù; poi
paffarono con più groffe incurfioni fopra l’ilola di Pago^ ; e dappoiché fu
provveduto col ritirar ne i luoghi fìcuri le robe, e gli animali, ritor narono
all’ Ifola d' Arbe, Veglia, molcllando, e rubbando in più volte in divcrfi
luoghi quantità d' animali, e di vini. Nel Mare ancora preffo a Zara vecchia
facheggiarono una Marciliana; e nel Canale della Morlaca fpogliarono un Grippo,
e una Fregata con robe, e danari, levando loro anche gli finimenti nautici.
£cofa degna di fpezial relazione, che, ritornando col bottino dt una barca
Chiozzou, e feguitati da una Galea, effendofi falvati nel porto della Cittù,
non furono ricevuti dentro per la porta del mare, per dove era il folito
entrare; ma., lafciate le barche in porto, c circuita la Cittù, entrarono per
la porta oppoRa di terra, e poi partita la Galea, con comodo ricevettero b
preda bfeiata nelle barche, e b porurono nelb Citti, In tante rubberle ebbero
fortuna di non incontrar, (alvo che due volte, nelle guardie, che li
conRrinfero a lafciare la preda e le barche, e falvarlì né’bofchi: e forfè
maggiori incontri avrebono avuti, fe, caiifa della infermitìi, e morte del
General Canale, non foffe Hata rallentata r riatta diligenza da lui ufata. I
Commilfarj Arciducali, giunti, fi fermarono in Fiume lungamente^ dove attelero
a far procefli, per verificare la quantità de’danni da'fudditi Aullriaci patiti
in Kiria i quali, fecondo il loro conto, facevano afcendere a loo. mila feudi.
Non farebbe alcuno che non fi molirafle creditore di molto, quando non mettefle
in bilancio i debiti fuoi. Se i danni di quelli pochi anni inferiti dagli
Ufcocchi, e non rifarciti, foffero contrappolli, fi troverebbono afcendere al
decuplo di quella fommat ma i Comminàrj aggrandirono i danni ricevuti, e degli
inferiti ne lafciarono la cura ad altri. Quello fatto, chiamarono a sì il Ca^
tono di Segna, i Vaivodi degli Ufcocchi, e altri principali di quella Città;
intimarono loro comandamenti di fua Maellà, e di fua Altezza, che non doveflèro
ufeire a' danni della Repubblica, fono pena della vita, con grandi, e feveri
minacciamenti : levarono il Capitano dal carico, per aver avuta parte nelle
turbazioni; quelle parole appunto tifarono. ferivendo a Venezia al Capitano di
Fiume, e dandogli conto dell'operato, conchiudenda che i capi degf Ufcocchi, e
i primi Cittadini avevano promelTo religiofamente di ollervare quei
comandamenti; e ch'elTi Gommiflàrj avrebbono ufau ogni cura, che folTero ubbiditi
; aggiungendo che lellava fola il galtìgare feveramente i malfattori per li
delitti pallàti; ma lo differivano a quando folfero compolle le differenze
colla Repubblica,- che cosi fua Altezza aveva loro comandato; e parimente
farebbe flato all’ora punita il Capitano; che avevano mandato a richiedere
danari per pagar il preudio; e le cofe eflere tanto ben ordinate, che fenza
dubbio gli Ufcocchi non farebbono pih danni. Perì la dilazione ad efeguire
quelle deliberazioni fu cosi lunga, che mai fe ne vide effetto e poIcia fu
rifaputo che il Capitano fu levato non fenza fuo confenfo, e pollo ad altro
carico. II Capitano di Fiume, fatta quella relazione in Venezia, e ottehuto che
Ibfle dato in commiflìone a Filippo Pafqualigo, che doveva andar Generale in Dalmazia,
che, quando avelfe veduto chiaramente provvifioni che ballalfero per renderla
ficuro di non poter ricevere danno, potelfe rallentare le flrettezze
delcommerzio, o auolutamente, o quanto gli parefle potere con ficurezza; e
vedendo ch'era irimeflb a Vienna il dar perfezione al negozio, fi parti ; e
giunto in Fiume, riferì a i Commiliarj eflcrgli flato detto in Venezia nel
licenziarli, che la mente delia Repubblica era, e farebbe fempre, d' eflér
buona vicina di fua Altezza, mentre folfe rimediato a gl' inconvenienti degli
Ufcocchi ; cafo che no, avrebbe anche fuperata quells difficoltà, come aveva
(atto d'altre maggiori. Ma il Pafqualigo, giunto al fuo carico, pratico del
modo, come doveva procedete in ul’aSue, volendo ular tutti i termini
convenienti, in una lettera, ferita a i Commiflàr] a Fiume, fece intera
narrazione di tatti i danai inferiti cantra la parola daa alla Corte Cefitrea,
e in Venezia; e fece efficace ìllanza di provvifione per mantenimento dell»
ripuazione loro. Rifpolero cortefemente i Commiflàr;, aver intele con
difpiacarc le male operazioni degl’ Ufcocchi, non fapu te da ft»4 ' te ^ Jbrp
finp > quel tempo ; p che fr» quattro giorni farébbono mdati ;> Segna,
pee gaftigue i colpevoli, e (arrendere le cole depredate; inaOlme ie andalTerip
neU’illeflp luogo grinterelTati per dar piiV chiara, e minuta informazione. Ma
lenza andar a Segna, il Baron Aufpergct; principal GomraeKario, ritornb alla
Corte, dato compimento a quello, perchè era venuto, cioè, di prender
informazione de' danni inicciti, e in luogo fuo fi) mandato Daniello Gallo, il
quale colf altro Commeilàtio Ghetlin andarono a Segna accompagnati da t50.
(bldati; d’onde alla fama della loro andau erano gdi partiti Viccnzo
Cragliaoovich, e Giorgio Danifich con circa altri 40. Fecero i Commel^j
pubblicar un bando, che i Fugliefì, Dalmatini, e altri foreSierì, che avevano
prelb domicilio in. Segna, dovefero partire in termine di otto giorni colle
mogli, c famiglie; e crearono Capitano della Terra Niccoli Frangipane, Conte di
Terlàtz, chiamato dagli Vfeocchi Micleo; Terfatzi, Orppierc diijba Altezza. La
mutazione de’Capitani per li tempi addietro non causi fe non peggiori efietii;
non avendo portato i nuovi minare difpofizione, che I rimuiS, a pariicipare de’
latrocini di quella gente ; ma bensì. fempre entrati in governo meno (limati
dc’preceflbri, e pii avidi di arricchire,' con tutto cii di quella vi fu quiebe
buona Ipetanza, clTendo giovane ben nato, c Signore di Novi, Caftello poco da
Segna difcofto, che come inierclTato nella giurifdiziooe, faceva credere che
dovefle regoUte il tutto bene; maflìme intendendofi che aveva penfìcri di far
bene il fatto iuo con alcuni bofehi; quantunque refler naturale del paefe, e la
maniera iua molto limile a quella degl’ altri Ulcucchi, rendelTe il giudizio
iorpelo, £ egli )cr la prima fua azione, congregati tutti nella' Piazza, lue un
pubblico ragionamento, preferivendo i modi del governo che voleva ulare;
particolarmente afi'ermando di non dover permettere .l’andar a bottinare, nè
far colà diverfa dall’ obbligo di buoni, Crilliani; giurando di voler ehim
ubbidienza, quando ben credefle d’ aver perciò a perdere la tclla; promettendo
che all’avvenire farebbono pagati ; olfereudufi, che, le non trevalTc danari da
follentarli, fi lamemallero folo di |ui. In efecuzione del bando de’CommiUàrj
mandò fiuiri di Segna too. Ufeocchi Venturieri colle mogli, e co’ figliuoli, i
quali fi riduficro nelle marine di Selze, e Cerquinizza, tra Buccari,e Nuovi;
che fu un cavar Colonie di ladroni dalla Metropoli de’ predatori, e di ua nido
fame molti, c dar maggior comodo al mal operare. Poi egli infieme col Gallo,
partito gih il Cheslin, congregati tutti gl’Uloocchi ftipendiati nella Piazza a
luono di tamburo, fecero in loro pretensi pubblicare un lungo editto, o più
tofto una diceria, con molli capitali, che in lolianza proibivano le prede
contra i Crifiiani, e comra i 'Turchi, Efclamarono all’ora tumultuariamente,
dolendoli come avrebbonn potuto colla poca paga, che loro era data, vivere; eh’
«ano coàilaiti colla facoltà di poterli procacciare ; t che quella fofle loco
mantenuta, ovvero la paga accrefeiuta ad onefta qnantiih, Acquicuto alquanto il
tumulto; rifpofe il Capitano, ehe la paga farebbe badante, c d’avvamaggio,
quando s’aSenelIm dal. giuoco, e dall’imbriapirfi: che Totcndo l&e in
Segna, conveniva che fi contentafleio; e chi pon fentiva di poterlo fare, £
n’andaOè, che la porta era aperta. Il tumulto fi fece maggiore, dicendo eh’
erano creditori di molte pagbe, che i^he volte corrono; e anche quelle poche
fono defraudate, e diminuite; raccordarono che anche nel idod. fu fatto £mil
editto, che non fi andalTe alla preda, con proroeflà, e giuramento di dar loro
le paghe intere', nè però t'era mai elèguito. Bifognò, per la gran conhjfione,
dar 6ne a queU’azione, acciò non terminaffe in qualche finidro; e quella
difciolta, i tumulmanti furono facilmente acquetaci da iCapi, principalmente da
Giorgio Danilìch più volte di fopra nominato, il qual inCeme co’ compagni
effendo ritornato in S^na, ottenuto generai, perdono di tutti i falli commeflì,
a' adoperò più degl’ altri nel dar loro buona fperanza. Compolle le cofe in
quelli termini, parfi anche il Commillàrio Gallo, lafciata fama che altri
Commilur) farebbono venuti per raa^iori provvilioni; nè della rellituzione, nè
del galligo de i colpevoli ptomeflo in lettere al Pafqualigo fu detta altra
colà. Quello fu il fucceffo della cosi lungamente preparata, e canto bramerà
venuta de' Commifl'arj in Segna ; elTendoli tutta l’ opera loro rilblia in
proibizioni, e minacce di gaftigo, e cSétti £ perdono ; non avendo efeguito una
minima pena centra alcuno ( che pur molti furono, e manifelli )
de’.Concrafacicorì a i loro tanto Teveri bandi; ma folo, col tenere le porte
della Ciiib ferrate tre giorni, tentata d’ aver prigione Andrea Ferletich,
famofo Capo, e molto fceleraco, in maniera, che rellò quali chiaro che aveffe
avuto lo fcampo da chi ordinò la cattura. Quelle cole lafciarono nell' animo
delle perfone prudenti dubbio di vedere ridotto nell’ avvenire il negozio in
peggion termini, come per li tempi pollàci fecero le altre azioni «’Commillàrj,
offendo il collume de’ malfattori, che innanzi le proibizioni, e prima de'
tentativi inefficaci di galligarìi, per timor di quelli, non làpendo i modi,
come efentarfi traila giullizia, camminano cautamente, e riienutamente nel mal
fare; ma dopo avere fpecimentato_che la giullizia non può, o non vuole
raffrenarli da dovere, rimoffo ogni rifpetto, e certi dell’ impuniti, ardifeono
quello a cui prima non avrebbono penfato; è tanto più confidentemente, quanto
più volte la giullizia tenta fimulaiamente di proibirli, o galligarìi. In
quello fiato di cofe nel principio dell’anno idi;, arrivò il Sereniffimo
Arciduca Ferdinando in Vienna alla Corte, accompagnato dal Capitano di Fiume,
daU’Echemberg, e da altri luoi C^nli^eri, rifoluti ttb loro di non raffare più
innanzi, che quanto fin all’ora era fiato fatto da i Commiuàri in Segna, per
dovere poi lafciargli avere quel corfo che altre volte ebbe, quando fu ridotto
nel termine fteffo; a quello effetto vennero con due propofizioni non più-
ptemeffe nelle trattazioni di quell’affare; l’una, CM i danni fatti dalle
milizie Venete in Ifiria alle tene Arciducali foffeto pagati, e che
degl’inferiti a i territor) della Repubblica non fi pariafiè; I’ altra, che
a’fudditi loro folle concellà libera la navigazione. Quella feconda era
ballante, per portare la tratazione, non folo in lunghezza, ma anche in
diuturnità; poiché era pretenfione ritrovata dall’Impcradore Ferdinando, e a
fua richiella trattau, e fatta conolcere poco fondata | e poi rinnovata dall’
Arciduca Carlo, e maneggiata alla Corte di Maffimigliano, e di Rodolfo collo
fieffo fucceflò, Quanto alla priTanw i. Ff ma, ax(5 .ognuno avrebbe per
inverifimile che foffe (tata fatta propofla -di hf^imemo per ima parte, elTcndovi
parùK di ragioni da amcndue; però non è da tacere qual foiìe la differenza che
pretendevano. Dicevano i danni dati a ludditi della Repubblica effere venuti da
private pcribne contri la pubblica volontà; ma gl’ inferiti da loro agl’Ar.
cidiicali, eflcrc con confcnlo de’ pubblici Miniffri; però qucfti dover effère
rifarci dal Pubblico immediate ; c (opra quelli dovcrfi prima intendere le
ragioni dcgl’interelTaii, Ma nel Confìglio Imperiale, mafflme negli aTunti a
quel carico da fua Maeffk, non era riffeflo pcnOero; anzi una gran dilpofìzione
dia(lopcrarG per compito affetramento; perchè, conbderando quante querelè erano
(bee portate a fua Macff^, dappoiché a lua contemplazione fu pubblicato da ambe
le pani che fi fofpendeffero le offde, e gli Ufcocchi mai non ceffarono dalle
rapine, e da i latrocinj, facendofi fentire moleffiffimi, e infolentiinmi ogni
giorno; e raccordandofi quante ne udirono gflroperadori, Padre, e Fratello
fuoì, giudicavano effere bene libcrarla in tutto delle moleffie con un compito
affettamento. In quello principio s'applicò fua Macffk, e il £uo Confìglicx per
alcurii giorni ad intendere le ragioni di Sua Altezza, querelandufi i Tuoi
Configlicri degl’ Ufcocchi ritenuti nella villa d’Arctina, che, pretendendo
offela dagli Ufcocchi, aveffero penfato i Veneziani di rilarcirfì Ibpra altri
fudditi fiioi particolari, e aveffero invafi gli Stati proprj d’efla, non
appancnemi alla luogotenenza fuprema di Crovati, alla qual ^gna appartiene; che
per danni fatti da private peribne folTero tenute afi'ediatc le terre.
I^olcvanfi anche molto, che, avendo mandato a Venezia il Capitano di Fiume, non
aveffe ricevuta foJdiffazione alcuna, con tutto che fua Altezza molte ne aveffe
date ^ e tenendo perciò J' onore d’efla intereflàto, conchiudevano non poter
fare di più, fe la riputazione fua non folTe reintegrata, e perciò richiedevano
prima quattro cofe: che foffero riialciati i prigioni t che foflc liberato il
comracrzio alle terre; che a’ luoi ludditi fbffc lafciaia libera la navigazione
: che foffero rifarciti de’ danni ; le quali cole elcquire; Sua Altezza avrebbe
compito quello che rimaneva per rimedio totale. Veramente è degna di maraviglia
Y aflbluta promeffa di total rimedio, lenza parlar più, che foffe bifogno della
regia autorità dell’ Imperadore; nè che alcuna parte del rimedio Ibfle
rifervata alla Maeft^ fua, come Principe lupremo di Segna; il che tutto l’anno
innanzi era flato jl colore, col quale il Capitano di Fiume dtpinfc le
provvifioni fatte da’Commcffarj tutto quello che fua Altezza poteffe fare,
effendo rilervato il foprappiù alla Maelb Cclarea, Dopo lunghe confultazioni,
fua Maeffù fece intendere aU’AmbafctadorVeneto la buona volonb iua, che tutte
le dilBcolb foffero accomodate, e la prontezza d'imerporG come mediatore, e
amichevole compoGtore, e metter Gne a tutte le differenze: che le erano flati
elpoffi tutti gli aggravj, e le richiede di fua Altezza; però defiderava
d'intendere anche la volontà della Repubblica. L’ Ambalciadore non voile fare
alcuna particolare querela di cofe paflaic, forfè perche, avendole per
manifede, la giudicalTe fuperdua; ma G riffrinfe alle richiede. Della
navigazione diffe, che quello cran^ozio altre volte trattato, del quale la
Repubblica non avrebbe rkufato di trattare di nuovo; ma non avendo alcuna 5 connefTione
cogli Ufcocchi, non era giuHo confondere infìeme materie diverfc ; del
rifacimento rifpofe che conveniva fofle reciproco; fi conofce0e chi aveva
participato nei danni, e a refHtuire incominciaffe chi prima aveva inferito
danno. Dimandò egli in fofianza che di Segna folTero fcacciati affatto tutti i
ladri, e la mala gente, che inquietavano i vicini; e gli fcacciati non foffero
più ricevuti, nè foffe dato ricapito a' banditi dalla Repubblica, e a* ribaldi;
che in Segna folTe pollo prefidio d'altra nazione, e pagato ordinariamente; che
fofle provveduta per Governatore di perfona d’onore, e difintereflàta; che
foffero abbruciate tutte le barche dacorfo, e airavvcnire nè in Segna nè
altrove in quei contorni ne foflero fabbricate, poiché non poflbno averne
bifogno perdifefa, non avendo moleflia alcuna in mare; e non fono più utù li,
anzi molto meno delle comuni, per portar vettovaglie, e mercanzie. Dopo diverfe
conferenze colf una, e coll’altra parte, lafciati i particolari che non era
opportuno di trattare, parve alla Maelfù Cefarea che le difficoltà poieflero
eflere compofie nella forma in cut di fotta fi dirh; e mandò il Vicecancelliere
a darne conto all’ Ambafeiadore con dirgli, che r Arciduca aveva accecuci quafi
tutti i Capitoli da lui propofli, « aveva data parola a fua Maeflh Cefarea, che
la Repubblica non avrebbe più dtflurbo immaginabile, e che Tlmperadore era
rifolutiflimo che ciò reflafle efeguÀo; il quale dava parola che rutto
paflarebbe con quiete.* che mai non il era parlato cosi chiaramente; e che
poteva ilare ficuro che il negozio farebbe ben accomodato; foggiungendo che
anche dal canto della Repubblica conveniva corrifpondere con rimovere TafTedio,
e con rendere i prigioni. Gli efib^ il Vicecancelliere una fcrittura, che
conteneva le promefle di fua M. e di fua Altezza flela in lingua Italiana, la
forma della quale è qui polla in copia. L'IlUflr. Sig. Vicecancelliere ha
detto, per ordine di fua Maeflh Cefarea, che il Sereniflìmo Arciduca Ferdinando
si ha dichiarato fopra i punti che cflb Illuflrils. Sig. Vicecancelliere
fcrifle nel Configlio di Stato; che fua Altezza promette a fua Maeflà, che il
mare reflerh netto, e libero da’ Pirati di Segna, e altri luoghi fotto il fuo
coinando; e che non nfeiranno di Segna, nè di quei contorni perfone per
danneggiare la navigazione, ne i vicini fotto pena dellaviu. I ribaldi faranno
aflblutamente fcacciati di Segna. II Governatore gib è mutato, cd è perfona di
valore, e difintereflata .* che avendo fua Altezza dato principio a rimettere
in Segna prefidio Tedefeo aflbldato, ovvero pagato, continuerb anche ad
ampliarlo; e che non lo fa ora puntualmente, perchè non vuole moflrare di
efleme affretta. Ma fua Maefli Cefarea procurerb aflblutamente che ciò fegua, e
che tutte le fopraddette cofe fieno interamente efeguite, quando la Serenifllma
Repubblica rilafcierb i prigioni, e leverb 1' aflraio da lei meffo, dovendo
reflare la navigazione de’ commerci nel folito termine, e mantenuta la buona
vicinanza. Quanto alla libera navigazione del mare, fua Altezza non meno, che
TAmbafeiadore l'ha rimefle ad altra trattazione. La ccnchiufione prefa in
Vienna fu fenza alcuna difficoltb ricevuta in Venezia, e attendendo Toitìma
volomh di fua Maeflh Cefarea, e la buona rifbluzione alia provvifione, per
corrifponder a lei, e al Sereniflimo Arciduca, e dimoflrare la (lima verfo
laCafad’Auflria, fu ordinato al Fafqualigo di ritirare le guardie da Segna, e
da Fiume, e altri luoghi, Tèmo II. Ff a c la e lafcìar il conmerzio libero
a’fuddici Aufbiaci, come era. innanzi gli accidenti occorfi; e di far
coniegnare a chi Tua Maeilh comanderebbe i prigioni: fu anche commeflb
airAinbafciadore, di darne conto del autto alla Maeflk Imperiale. Arrivò
l’ordine al Pafqualigo il fecondo di Marzo, e quell’ iiìelTo giorno fu
ei'eguito con molta allegrezza defuddiri Arciducali, e rilcontrò, per buon
accidente > che il medefimo fu fatta Tambafciara alia MaeA^ Cefarea; alla
quale rìufc^ tanto più grata, qtiando alla Corte non fi fpctava che doveflero
le condizioni cilere accettate per iutheienci in Venezia, elTcndo in altre
occafioni pm volte Hate oflerte, nè mai vi era (lato acconfemito. Della grati’
rudine ne fece fua MacfUi dimodrazione non folamente con lodare la
deliberazione, e i’elècuzionc immediate data, ma con alTicurare fopra la parola
Celarea che da quella parte non si avrebbe avuto per l'avvenire difgiido
immaginabile. Fece del tutto dare avvifo a fua Altezza, ch’era già partita di
Vienna, con una buona eforcazione all’ ofkrvanza delie cole promelTe. Comandò
anche la Maefl^ fua al Conte di Sdrin, (otto pena di perdere il feudo, che
ne’luoghi fuoì del Vina« dol non folle dato ricetto a’Piratì, o ladroni, e all'
Ambaiciàdore fece dire che intorno a’ prigioni s’era fcritto a Gratz, e che sì
avrebbe prefo ordine come riceverli, quando fofle venuta la rilpoda In
confeguenza di ciò il Segretario Cefareo in Venezia per ordine efprelìb dell'
Arciduca diede conto delle provvifìoni gih fatte ^ e degl’ ordini dati in
Segna, per rimediare a’ mali palTaii; e della rifoluzione fua deliberata a dare
perfezione al rimanente per. intera oifervazione delie cole promelTe in Vienna;
e dell' ottima volontk fua a perfervcrarc in buona vicinanza; c del piacere,
che fentiva, per clTcrc le palTatc differenze accomodate. Non farebbe facile
diilinguere, fe i popoli di Dalmazia, gl’lfolani malTime di quella regione, o
pure t fudditi Auflrìacì confinanti fentiffero maggior piacere di
un’accomodamento così facilmente fucceifo dopo le molte diflìculTa, dalle quali
furono ambe le parti per tanti anni travagliate, k non che dagli Aullriaci il
frutto era goduto in realt^, i quali con l’apertura del commerzio recarono
liberati delle ìncomoditk che lentivano ma i fudditi Veneti non godevano fc non
la loia fperanza di quiete, la quale nè men ardivano di ben abbracciare, e
tenere per ferm a, afpertando di vedere prima qualche principio di efecuzione
che la confcrmalTe, o colTabbruciamento delle barche da corfo; o collo
(cacciare gli Ulcocchi Venturieri non folo fuori di Selozione di non voler
abbandonare il corfo. In poco tempo ancora vide pian piano ritornare i
fuggitivi a Segna, ed elTere ricevuti in modo, che in termine di un mele furono
ritornati tutti.- del che non intendendo la vera caufa, ni penetrando, fe fofle
con ordine di fua Altezza per adunarli, e fervirfì di loro in altro luogo,
rimafe in molta ambiguità dove il negozio dovefle terminare t ma predo redò
chiaro a tutti che l' accomodamento -fatto non poteva fortir fine migliore
degli altri in altri tempi conchiufi. Imperocché, avendo gli Ulcocchi la
fettimana Tanta fatta deliberazione di far un ufcita generale, e avendo,
Iccondo il lolita, contribuito anche i vecchi, le vedove, e i religiofi, a
metter infieme una munizione di polvere, e viveri, e danari per comperarne,
quando quella mancafle- ufeirono il di de' fette Aprile, giorno della Santidìma
Refurrezione di nodro Signore, in numero di quattrocento in dieci barche; e
avendo navigata per ito. miglia, fmontarono a Crepano, giurifdizione di
Sebenico, e per quel territorio padarono nel paefe deTurchi, facendo preda di
uomini, animali, e robe;c ritornati pel medefimo ter. ritorio, nelle marine di
quello imbarcarono la preda, e la ridulfero in Segna; avendo lafciata fparfa
voce, ch’erano accordati co’Veneziani di poter andar a' danni de’Turchi pel
territorio Veneto, mentre non oifendedero le perfone, e i luoghi per li quali
palfadcro, e ne’ giorni feguenti, palTando piu innanzi, all’ improvvifo fecero
molti danni in Macarfea, e Narenta ; e internatili piò oltre per le terre
de'Ragufei, depredarono la Villa di Trebigne, la migliore, e piò ricca che fia
ne’ contorni di Gadel Nuovo, con grodo bottino d’ animali, e prigionia di
uomini ; e nelle molto andate, e ritorni, fi ricoveravano ora in una, ora in un
altra delle Ifole Venete dove intendevano non effervi armata; cosi per
ripofare, come per provvedere i viveri; i quali ora pigliavano con violenza,
ora pagavano. Durò per alquanti giorni quella imprefa, che tiufcf loro
felicemente; perchè la fama All’accordo llabìlìto, e la credenza certa di non
avere piò moledie dagli Ufcocchi, fecero redar i Turchi lènza guardarli, c quei
dell’ Ifole Venete fenza la diligenza eh’ erano foliti ufare ne’ tempi de'
pericoli. Ma i Turchi, podit in arme, e fatta calare moltitudine grande in
ajuto, minacciavano di vendicarfi centra le terre del Dominio Veneto confinanti
; e mandarono a protedare a’ Rettori delle terre della Repubblica; e il Bafslt
di Bodina, nuovamente venuto a quel governo, ne fece rifentimento gagliardo col
Generale, ufando quedo concetto alla Turchefea, che la complicità non fi poteva
negare, valendofi gli Ufcocchi della cafa della Repubblica, come della propria
; minacciando di avvifar la Porca in Codantinopoli ; e che farebbe mandata
armata; per guardare quelle marine. Nel principio di quelli mfulci il Generale,
non con fperanza di provvifione, ma affine che i Minidri Audriaci non poteUcro
negare di averla faputo, mandò a Segna a dolerfi che centra la parola daa, non
elfendo ancora afeiutto finchiodro del decreto Cefareo, e delle promilfioDi
Arciducali, fi contravveailT* cosi manifedamente alle promede tanto confermate,
violando le giurifdizioni col tranCto di gente tnnau; provocando con quede
azioni, e con falfe didènunazioni, la flndctta de’Turchi fopra i fudditi
innocenti. A quedi lamenti Gioan Deleo, Vicecapitano di Segna, rifpofe, fentire
Tal»» . Gg gran 154STORIA graiì difpiacerc di cos'i finlftri avvcnìmemi, c che
il vale era provenuto da perfone bandite da quella Cittk, alle quali egli non
poteva comandare. Si fdegnò grandemente il Generale della rifpoda, come che
foffe riputato tanto femplice, che fi potefTe fargli credere, quattrocento
banditi eflèr entrati in una Cittlt; e valendoli delle barche proprie di
quella, elTcr ufeiti dal porto, e ritornati colla preda più volte ; clTere
i^aii Tempre ricevuti, e il tutto contra il volere di chi governa* Più fi
riputava offelo per le vettovaglie pagate nelVlfolc, che per le rubbate,
tenendo che foife cos"! latto, per metterlo alle mani co'Turchi* £ lebbcne
in quella occorrenza era più urgente bifogno jl guardarfi di non ricevere danno
da'Turchi, che r ovviare all’infolenze degli Ufcocchi, deliberò nondimeno di
attendere all’uno, e alfaltroy e a quciìo effetto ordinò che dodici barche
Albancfi fotto il Governatore Giovanni Dobracuich bene rinforzate di uomini
trafeorreflero per tutto, con ordine erpreflb di non offendere i luoghi, nè
meno i fudditi Aaffriaci che foffero ritrovati in barche da viaggio, o
difarmate* irà folo ovviare alle rubberie degli Ufcocchi, e perfcguitarli,
ritrovandoli ne’ mari, o altri diff retti della Repubblica. Ma gli Ufcocchi,
che avevano fatti grpffiffimi bottini, tnaffime di fchiavi, fra i quali vi
erano anche perfone ricche, e di conto, per cavare il frutto, levarono bandiera
di rifeatto in Sabioncello, territorio de‘Ragufet,> dove andando i Turchi
per contrattare con loro, effi ancora fpeffe volte tranfitavano trh Segna, e
Sabioncello per le occorrenze che quella negoziazione portava, Avvenne che la
lèra del giorno degli otto Maggio ritrovandofi con dodici barche armate da
corfo, incontrarono a S, Giorgio, a capo di Tielina,'ialtrettante barche di
Albanefi, e combatterono ferocemente inficme, attaccata una fanguinofa fazione,
die durò Cnp alla notte, la quale li divife; e in quel combattimento reffarono
prete due barche dt Ufcocchi con morte di feflanta perfone; e trh queffi
Niccolò Craglianovich, capo principale di loro, t dal canto degli Albanefi
reffarono uccifi otto loldati ‘con dicianovc feriti, tra* quali il figliuolo
del Governatore le altre dicci barche prefero la fuga, falvandofi a Segna.
Queffo conflitto fu dagli Ufcocchi, e dagl' Albanefi divetfamenic riferito.
Quelli differo di efferc fiati aflìcuraiì dagli Albanefi di poter entrar in
porto; e dopo entrata due barche, queU le efferc fiate affalitc, che le altre
non potevano focorrerJe, e però fi ritirarono * Quelli affermarono di aver
combattuto con tutte le dodici barche da buoni loldati, e di averne a buona
guerra prefe due, adduccndo, per confermazione, che fc dodici barche di loro
con cinquecento uomini eh’ erano, aveffero affali to a tradimento due fole, non
larebbe refiaro morto, c ferito tanto numero di loro, Ma comunque quello fi
foffe, certo è bene che il conflitto non fucceffe in porto, ma nel mare aperto
tr^ ITlola diLiefcna, eia terra ferma* Gli Ufcocchi fuggiti per la vergogna, e
per li compagni perduti, refiarono pieni di rabbia, e di appetito di
vendicarli; e più di tutti Vincenzo, fi-atello di Niccolò Craglianovich, uccifo
nella fazione. La mala ventura s'accoi^ò colla rabbiofa maligniti loro a far
fuccedcrc un altro accidente di peffima confeguenza. In quel tempo fitffo parfi
d’Ififia, per andar all’ubbidienza del Generale, la Galea di Cristoforo
Veniero, ilquile, non avendo alcuna notizia del fucceflb occorfo a San Giorgio,
lenza alcun Ibrpetto facendo il fuo viaggio, cri giorni dopo quel conflitto,
capitò la fera nelportodi Mandre dell’Ifola di Pago. Gli Ufcocchi, avutone
l’avvifo da una fpia,in gran numero fmontarono in terra, e fipofero
occultamente fopra il monte che circonda il porto, in aguato,- e la mattina fet
barche d' elli, entrate in quello, aflaltarono la Galea, e quelli eh' erano in
terra, in molto numero con archibufate, e fafli uccidendo, e ferendo dalla
parte fuperiore, levarono il modo di pocerfi metter in difefa, fene
impadronirono; e preti ifoldati, e grUlBziali della Galea, ad unò ad uno,
facendoli palfar alla fcaletta, gli accopparono crudelmente, e gettarono i
corpi in mare. Fucofadi gran compaflione, chea fangue freddo folTero cosi
barbaramente uccife quaranta perfone innocenti ; fecero vogare la Galea pel
Canale verfo Segna, e nel viaggio cagliarono la teda colle mannaje a Lugrezio
Gravile, Cavaliere, gentiluomo di Capo d’Idria, e al fratello, e nipote,
ch’erano fo. pra la Galea per paflTaggio ; e fpogliarono delle perle, monili,
anelli, e vedi Paola Stralbldo, moglie del Cavaliere, colle fue donne, ch’erano
in compagnia del marito. Servarono vivo il Veniero folamente- Si conduflero
lotto la Morlaca, pocolonunoda Segna, e quivi difcefi in terra, per flgillo
della barbarie, fecero fmontare lui ancora, e gli troncarono il capo colla
mannaia, c fpogliato il corpo. Io gettarono in mare, e apparecchiato il
deCnare, poterò il capo deir infelice Ibpra la menfa, dove dette mentre durò il
convito. Quede cofe tutte furono vedute dalle donne, e da'Galeotti redati fopra
il Vaf. cello; alcuni de quali afiermarono ancora che dimandò con molta pieth
la confelUone, e gli fu negata. Altri diOero che gli mangialfero il cuore;
altri che folotingeflero il pane nel fangue, per certa fuperdizionetrìi
lororadicau, che il gudar inficme del fangue del nemico Ga un'arcano, e una
Gretta obbligazione di non abbandonarG mai, e correre la medefima fortuna.
Finito il delinars, condulTcro la Galea a Segna, dove divifero le robe, e le
munizioni di quella; rilafciarono i Galeotti con minaccia, e obbligazione di
non ritornare nello Stato della Repubblica; e didefero l’artiglierìa fopra
lemura della Cittk. Andati gli avvifi di cosi atroci fatti a Gratz, da’ fautori
degli Ufcocchi fu perl'uafo l'Arciduca che tutto fatto dalarofofle con ragione;
e alla provvifione fatta da’ Minidri della Repubblica fu data Anidra
interpretazione, incitando fua Altezza alla rottum, e guerra; cofa da loro glh
molto tempo defiderata, per una vecchia Iperanza di facilitò conceputa, che fua
Altezza acquidezebbe, e aggrandirebbe, sò, e loro con quel mezzo : il che fu
anche caufa, che fcrilTelua Altezza a tutte le terre fue diconGne, che delTero
fopra le guardie, e A fortìAcadcro, dal qual comandamento nacque che a Segna
con gran follecitudine portarono terra, e prepararono legname, per munire
laFortezza. Il Capitano di Fiume ancora fece fpianare gli orti, le vigne, e gli
uliri attorno le mura di quella terra, e in tutte le terre a’ conAni eziandio
in iflria A dava qualche fegno di preparazioni militari, il che diede gran
fofpetto a’ Veneziani che iblfe un’ apertura di guerra ; perchè, non parenw
loro di vedere che, pel conflitto di S. Giorgio, caufato e riufeito in qual
modo A iblle, i Miniftri Arciducali avefléro caufa alcuna di dolerA, non
putendo, nè dovendo loro importare, fei violatori della giurìAUzione Veneta, e
contumaci del Principe loro proprio, che centra la volonth, di quella erano
andati in corfo, folfero flati ucciA fuori della fua giurifdizione in qual A Aa
modo, tenevano d aver ragione di credere che quei preparamenti folfero, non
peraflieurarfL, non cflendo preceduta occaGone da generar fofpetto, ma
perdilegnodi mettetele cole loro in Acuro, e aflalure Io Stato della
Repubblica. Toma 11. Gg ^ Ricevettero un gran difgafto, avendo intefo per la
confeDìone d’ un Ufcoeco prefo vivo nel combattimenioa capo S. Giorgio, e di
quattro altri prefi dopo in Arbe, chel’urcita fu con partecipazione del
Vicecapitano, il quale centribui anche la fua parte; mcfirando chiaro
l'evidenza del fatto che non potevano elTere ufciti alla preda in tanto numero
fenza Caputa de'Minillri Aullriaci ; e i’alfalto, eia crudeltà commeflà contra
la Galea, febben poteva eflère fatu fenza confenfo loro, per rabbia e vendetta
propria di que' ìcelerati, nondimeno non fu fenza precedente caula, dau dalla
pubbHca Autorità, col permettere l’ufcita al predare contra la promelTa del fuo
Principe, tanto recente, e con fuccedente approvazione, dimollrata nell'avere
ricettati i malfattori, Se gli Ufcocchi, per vendicare la morte de’ compagni,
hanno ufata la crudeltà contra i foldati, e padrone della Galea, quando bene
ciò valeffe per feufa loro, non farebbe buono per ifeufar il governo di Segna
dal conceder loro la facoltà di predare; dal riceverli colla Galea; dal portare
le robe, e munizioni nella Città; dal difiendere le artiglierie Culle muraglie.
Quelle opere non pofTono aver il primo mo. to dagli Ufcocchi, ma da chi governa
Segna; i quali, oltradi ciò, anche nella prela della Galea, e morte de’foldati,
e del ^praccomito, non fi polTono feufare, di non aver parte, almeno in quanto
hanno alficurato, e partecipato con chi hà commelTe le fceleratezze. Ma Niccolò
Frangipane, Capitano di Segna, ch'era allora alla Corte, per aver danari da
pagare i foldati, pafsò immediate a Novi, fua terra, e raccolti cinquanta buoni
uomini, con quelli accompagnato andò a Segna. Chiamò a fé in Cafiello Cotto la
fede i principali intervenuti alla prefit della Galea c da loro pigliò
informazione del (ucceffo, e ne formò procelTo, il quale mandò alla Corte di
Gratz in diligenza. Vifitò anche l'artiglieria polla Còpra le muraglie, non
facendo dimofirazione alcuna di approvare, o non approvare il fau to. Il
Generale Veneto, per bene certificarli le il Colo Vicecapitano Dcleo trà i
Miniftri Coffe in colpa, udito l’arrivo del Frangipane, mandò in Segna perfona
efpreffa con lettere lue, dimandando la refiituzione della Galea, e delle robe,
e CfKcialmente delle artiglierie, anela la buona intelligenza, e amicizia
tràiFrincipi,eraccordoultimamentcfeguito. Dal Capitano|fii rilpollo pel
medefimo Meffo con lettere, le quali fono ancora in effere, dolcndofi del male
fucceffo con molte parole di cortefia; e quanto alla refiituzione della Galea
rifpondendo che già l’Arciduca fuo Padrone aveva ordinato che la Galea Coffe
tenuta cosi; però egli non poteva far altra dilix>fizione;maavrebbeavvifaio
fua Altezza della riebiefia fattagli, per efeguire ciò che da quella gli
foffefiato comandato. Dopo molti giorni il Capitano, per qual caufa fi Coffe,
mandò al Generale una caffetta colla tefiadel Venicro inclufa; egli feriffedi
mandarla, per mofirare di non cffergli nemico; einfiemefoggiunfe che in materia
dalla Galea nonaveva avuta riipofia alcuna; ma però mandò uno de'pczzi dell’
artiglieriadella Galea a Novi, Fortezza propria lua ; dalle quali azioni fi
certificò il Pafqualigodell’animo fermoanonrefiituire; e giunto quello indizio
alle frequenti ufcite,e a’paffaggi degli Ufcocchi pel Canale della Morlaca con
maggior numero di barche fornite, di fuochiartifiziati,eaItri apprefiamenti, e
provvifioni non piò da loro ufate, ebbe dubbio che vi poteffe effere qualche
penfiero di fare un’occulu guerra alla Repubblica Cotto nome degli Ufcocchi.-
laonde giudicò neceffario aflieurarfidi non ricevere qualche affronto maggiore;
congregò le fue forze, per ferrar i palli, je impedirei foccorfi di munizioni,
e vettovaglie a Segna, afienendofi però di sbarcare,o d'inferire alcun danno
alla terra ifolo proibii ad ogni Corta di Vafcelli,chenon ufeiffero, ni
entrafTero;e a'fudditi ogni fona di commerzio con Segna, ealtre Terre di quel
Capitanato. La provvifisnenon fu di quel efficacia, come altre volte era
rìufcia ; percbi, eirendò Fiume Ubero, di IV andava per terra vettovaglia,
febben v’interveniva pib fpefa. Ma il Generale Veneto non giudicò condecente
operaralcuna cofacontra Fiume, perché dopo raccordato di Vienna non l'aveva
trovato in alcuna complicitV cogÙ Ufcocchi. Arrivò il Generale di Crovazia a
Fiume, e raunò deToldati in quella Terra con difegno di paflàr a Segna, diceva
egli, per dare rimedio a quegl' inconvenienti febbene poi non relegut, Mr la
urettezza del vivere cbe in quella CittV era, la quale non comportava ette
accrefcelTe numerodi gente; mV Tdegnatopel commerzio impedito, che la teneva in
Urettezza, fece correr voce per tutto il paefe che Sua Altezza aveva deliberato
di non accommodarle differenze co'Veneziani, fe non avendo libera la
navigazione del Golfo, per andar a danni de’ Turchi: cofa della quale gli
Ufcocchi furono molto contenti, e pieni di fperanza di dover vivere in
felicitU. Da quello moflb il Ferletich, andò a Fiume, per divilare fopra il
modo d'idiluire un corfo formato per l'Adriatico. Ma dopo diverfe trattazioni
fu dal Capitano di Fiume, o di legreto ordine del Generale, o di proprio moto,
pollo prigione. Corfe Tubilo la moglie del carcerato a Fiume ; portò in dono al
Generale due pezze di panno d’oro, e un padiglione di prezzo ; donò anche a
Volfango Frangipane, fratello del Capitano di Segna, una littiera di valore; i
quali prefenti, uniti allalperanza d’averne de'maggiori, ebbero forza di
conciliar l'animo del Generale in tal maniera, cbe tentava diverfe vie per
levarlo di prigione.- al che non conlentendo il Capitano, oper zelo di
giuflizia, o perchè gli pareffe Urano che il Generale godclTc il frutto dell’
opera Tua, palfarono uh loro gravi parole, e in 6ne il Capitano condannò il
prigione a morte, e il Generale lofpele la fentenza. Scrilfero ambidue alla
Corte, e venne rifpolla che foOc giudicato fecondo le leggidi Ungheria onde
nefeguiva,chc non fi poteva far il giudizio in Fiume, non appartenente a quel
Regno; e per non tornar a parlar piò né del prigione, né del Generale, dirò
folamente che, elfcndo quelli dimorato in Fiume fino alla partenza dalla Corte
Cefarea de'Commilfarj, de’ quali fi dirò a Tuo luogo, fenza far altro di piò,
che udir piò volte la moglie del prigione, fe ne parti, menandolo leco in
Crovazia. Mh nel mcdefimo tempo alla Corte Cclarea, fecondo chei difordini
luccef(èro, furono rapprefentati a Sua Maellh dall’Ambafciadore Veneto con
illanza di provvifione ; e fi dolle Cefare degl’ inconvenienti occorfi, e
maflìme della morte crudele de’lóldati, eSopraccomiio della Galea con tanta
atrocith epromife di dare fodddUfazione, e rimediare daddovero. Fece dire per
nome fuo all’Ambafciadore da principale Minillro, che la Repubblica era in
illatodi ragione e cbe Sua Maellh aveva inclinazione a levar quella gente dalle
marine nel tempo delle palfate differenze ; ma incontrò divede opinioni
de’Minillri, che non la lafciaronofpuntare: cheDioaveva permeflbpolcia
queigrandifeandali, per porvi quell’ ultima mano cheli doveva porre all'ora.
Alle illanze dell’ Ambafeiador Veneto s’aggiunfero quelle del Nunzio
Pontificio,Mrché il P gior amplifìcaztonelc querele contri il commerzio
interdetto a Segna, conrap. prefentarlo come una dimunizione di riputazione, e di
ofiefa della dignità Im« penale, e di tutta la Cafa d’Aullria, acciò l'uà MaelU
fi dichiarane congiunta ne« gl'intereni loro : ealcunide’ConfìglieriCerarei, da
quelle propodc molli, entraTono in alcuni pareri marziali, per compiacere ai
defìderio degli Arciducali. altri di loro ebbero per inverifimile che il
Generale Veneto avelTe conceduta licenza agli Ulcocchi di ufeire contri
iTurchi, acciò elll aveflèrole prede, ei fudditi le rovine; e pareva gran
llravaganza, chegliaveire fatti combattere per quelloche gli avclTe ali ora
conceduto. Ma quei di loro, che fi raccordavano che per ottanta anni continui i
Veneziani s’ erano dichiarati di ricevere ugual danno, e offefa, quando gli
Ufcocchi paflavano a predar altri per li diUrctci della Repubblica, come quando
bottinavano i fudditi loro proprj; Tebberoper un’invenzione molto fctocca; e
non pareva loro conveniente nè alla dignità, nèalla religione di tanto
Principe, che movefle una guerra, per mantenimento di ladri infami. S. M., alla
rapprefentazione del commerzio levato a Segna, H commoffe alquanto, come che
foflc airediata una.fua Terra; ma, certiheato che non iì pretendeva di far
offefa alla Citt^, ma folo di afncurarfi che nonfoflcro inferiti nuovidanni,
comegrufcocchi giornalmente tentavano, reilòquieta; eavendo colla prudenza fua
penetrato il vero, preflo conobbe che tutto il male era nato per rinolTcrvanza
delle cofe prom effe ; e nel ConHglto fu conchìufo di mandare
CommifTarlpernomediCefarechc con fuprema autoritli metceflero la
mano,eapplicaflcro il rimedio proporzionato al bifogoo corrente ; e furono
nominati il Conte Altani,il Baron Bech, e il Sig. fiuonomo, a’quali furono date
commiifioni molto ampie, e chiare, di levare da Segna gli Ufcocchi, e mettervi
prefìdioTedefeo, egafligare pofeia i colpevoli degli ecceflì commeflì. Il Sig.
Buonomo fu fpedho immediate a Gratz, per conferire la rifoluzione prefa, e
ricevere iflruzione anche da fua Altezza. Ma avvenne quello che piò volte
eraoccorfo, c regnante ITmp. Rodolfo, che nel Confìglio Cefareo fu prefa rifoluzione,
per rimediare al male, la quale in Gratz fu convertita fempre in quella forta
di medicina che lo fa peggiorare : cosi occorfe nell’occafìone prefente, che
gli Arciducali diflero eflfere cofa giuda il gadigare, e rimediare; ma, per
farlo in modo che metta fine, efrerneceflarìocheiCommiirarjs'informaffero,
cractafleroco’Minidri Veneti, e riferifTero a’ Serenifs. Imperadore, e Arciduca
; e non efeguiffero, fe prima da fua Maed^ eda fua Altez. non foffe deliberato
quello che fi dovede mettere in effetto. In Venezia comeladeliberazionedegr
Imperiali fu commendata di giudizia e finceriik, cos'i fu immediate intefo dove
mir^e f aggiunta degl’ Arciducali, cioè, che, non potendo trovare pretedo di
difobbligarfi dall’accordato di Vienna con allegare eccezione alcuna contra di
quello, penlalTero difobbligarfi con idi mire una nuova tratuzione,nella quale
obbliquamente fodero introdotte le medcfime cofe, e con qualche maniera, o
hdrette, o glofate, fìcchè rimanedero fenza effetto: imperocché in altra
maniera non vedevano pretedo, per dipartirfi dalle cole promeffc; poiché
dall’altra parte era efeguito quello che le toccava, e in quelbche re^ dava far
loro non potevano pretendere aggravio; non eflendo cola piò giuda, quanto
proibirci! corfo, e nelle guarnigioni tenere mfidio pagato ; ch’era la fodanza
delia promefTa;né avendo probabilità,perinodrare d'edere dati in pane alcuna
gabbati; poiché lafcritturafufonnata,e defa non, come è folito, da ambo le
parti, ma dallaloro folamente, fenza che v'imervcnilfero i Veneziani, da' quali
poi fu accettato. Non fi venne in Senato a deliberazione di mandare perlona
alcuna a trattare con quei Comminar], 0 per la ragione fopraddeita, o perchè
era noto che il motivo non veniva dagl' Imperiali, ma da'medefimi Arciducali; o
forfè anche perchè volellero alpettare di vedere le prime operazioni
de'Commifiarj in efecuzioae delle cole promclTe, per regolarfi poi come quelle
aveffero infegnato« Mentre i Commiflar) erano in viaggio, occorfe all’
Arciduca, per li Tuoi negozj, vifitare la Maefi^ Imperiale in Lintz, dove,
conforme a quanto prima da Gratz era fiato fcritto, furono replicate le
feufazioni degli Ulcocclii, e rinnovate le querele pel commerzio,levato alla
Giuli; e propofio il progreflb che potrebbono fare le armi Imperiali in Ita^a
colla fponda deirefercito che fi trovava ammafiàto in Milano; e furono anche
fatti diverfi ulBzj, acciocché non foife difarmaco prima che fi vedelTc l’efito
delle cole di Segna. Ma 1 CommilTarj, giunti a Fiume, chiamarono a sè i Capi
degli Ufcocchi da Segna, i quali ricufarono di andarvi fenza falvocondotto.
Furono i Commiflar] cofiretei a concederlo, parendo loro ciò minore Indignitk,
che fe i chiamati foflero refiati contumaci. Col falvocondouo andarono a
Terfau, e di 111 mandarono a richiederne un piò ampio, diffidando del primo; e
ottenutolo, andarono a Fiume, dove furono ricevuti con termini amorevoli, e
correli. I Comfniflàri prefero da loro informazione del conflitto cogli
Albanefi a Liefina, 6 della prelà della Galea, e delle altre cole occorfe dopo
il concordato, e fubito li licenziarono, per ritornar a cafa ; o perchè da loro
altro non volelTero, o perchè, fiance il faivocondotto, non potelfera efeguire
altro difegno. Dopo alcuni giorni mandarono il Segretario loro a Segna a
comandare che folfero confcgnaii i Turchi fatti prigioni in Trebigne; e il
Segretario non folo non fu ubbidito, ma git convenne partire fenza veder
efletio alcuno degli ordini de' Commiflar]: e quantunque ufafie minacce di
feveriffimo gafiigo contra i contumaci, nè meno gli fu data rifpofia per
riportare a' Padroni.* le quali cofe dimofirarono in fatti quanto ditferente
foflè la filma che da quei ribaldi era fatta de Minifiri di Celare fupremo
Signore, dal rifpetto, e dalla ubbidienza che fu da' medefimt prefiata un' anno
prima al Cheslin Commiffario Arciducale; e diedero materia agli fpecolativi di
credere che, quando alcuna cofa da quei di Gratz èrimefla a quella Maefià, come
eccedente la podefià concefTa, ciò fia per forma di apparenza, e coperta di
Icufa Mentre che furono i Commiflar] in quel luogo, altro non fucceffe di
conftderabile, fe non che i Kagufei Ipedirono Achille Pozza a richiedere loro
rimedio, per li danni degli Ulcocchi, e per li perìcoli Turchefobi, ne' quali
li gettavano, il quale non ottenne provvifione alcuna. Avvenne anche che la
Galea, o per fortuna, o per malizia, andò a traverfo, efidifllpò in tal
maniera, che fe ne vedevano le parti nuotare per la riviera; e finalmente il
corpo fi ruppe Cotto la torre Saba : c quello eh' è di maggior confiderazione,
fu gli occhi de medefimi Commiflar] fette barche di Ufcocchi ufeirono di Segna,
camminando dietro terra lotto la Morlaca, e pizzicandt» le Ifole quanto
poterono ; il che fu poco, per la fquifita guardia Ttmù IL Gg g, eh x3« STORIA
ch’era in quelle, rirtirono i Commiflari nn dopo l' altro, mandata a Grata l’
informazione fenea aver fatta altra cofa che ibfle veduta, o faputa; non
mancando gli Arciducali in Fiume di luggerire, e imprimere, eflère paflàto con
loro dilbnorc che non fóllè ttato mandato a trattare foco ; e aggravando, con
dire che altre volte fi era mandato a trattare cogli Commiliari Arciducali
tanto inferiori degl'imperiali. Della dimora, e opera infruttuofa di tre
perfone infigni fpiccate dalla Corte Imperiale era attribuitala colpa
diverfamente. Altri l'afcrivcvano a mancamento del Senato Veneto, che non
aveflc mandato alcuno per fu» nome, allegando che, quamfe fi tratta caufa
comune, come fono tutte quelle di (Ubilire una buona vicinanza, conviene che
fia per Miniftri da ambe le parte maneggiata, acciò riefea con reciproca
fodditfazione: che i Cefarei non avellerò fatto colà alcuna, per elTere
mandati, non ad operare foli, ma uniumente co' Veneziani : e quando bene
avelièro veduto foli applicare qualche rimedio, non avrebbero potuto lark>,
per eflèr incerti fe quello folTe poi piaciuto a'Veneziani, e gli aveflè
renduti contenti; e però che con ragione dovevano eflèie feufati gli Aoftriaci
di ogni inconveniente che fol^ potuto fuccedere. Altri dicevano che alfora fi
tratta per comuni Minillri, quando vi ò bifogno di concordare diffèrenze; ma
per efeguire le cofe concordate, ognuno dee fare la fua parte da fe fteBb: che
quando il Generale Veneto refiàtul il comerzk), lo fece da sò, lènza alTiflenza
di altri; che i prigioni erano fiati liberamente offèrti a chi fua Mael&
avelTe comandato fenza tratare del modo di darli: che, quelle cofe fatte, i
Veneziani non avevano altro che fare, fe non afpettare corrifpondenza
coll'oirervanza delle cofe pròmeffe ; che il mandare la Repubblica Commiflàri,
per trattare accomodamemo, non farebbe fiato altro, che rinunziare l'accordato
di Vienna, nel quale, poiché la parte Arciducale era fiata tanto avvantaggiata,
ed era efeevito interamente tutto il vantaggio di quella, nel nuovo congrelfo
non n poteva propone, ni rilbivcre fe non qualche cofa di più per gl’Arv
ciducali, e qualche maggiore difavvantagio per la Repubblica.- lenza, che fi
poteva con cenezza prevedere che, non avendo avuto luogo qoello che fi era
fermato colla Maeftà Imperiale, e coll’Altezza dell’ Arciduca, molto meno fi
avrebbe potuto fperare della trattazione de’ Minillri, i quali fe erano andati
per efeguire le cofe concordate, neflìin impedimento fi può diré che aveflèro
ritrovato, il quale colla prefenza de’ Veneti poteficro fupetare.- ma fe con
altro dife^ gno, che daU’alTenza de’ Veneti, folTe fiato difiurbato, non poteva
quello eflère fe non pregiudiziale alla Repubblica. Gl’intendenti delle cofe di
governo dicevano di più, che occorre fpeflb trà i Principi mandare Minillri per
negoziare, ni mai quella fi fii altramente, che avendo prima rifoluto l’uno, e
l’altro, che il bifogno vi fia, e concerrato quello che s’abbia a trattare, il
luogo, e bene fpefia anche il modo a tenere. Ma che uno fpedifea Minillri dove,
e con quelle commiflìoni che a lui piace, e fenz’altro dire, afpetri che l’
altro mandi a tratura con quelli, ficcome i cofa non mai ufata, cosi, quando
avveniflè, più rollo avrebbe ragràoe di dolerli rinvinro lenza precedente
concerto, che l’ invitante a cui non folTe corrifpofio.' non poterfi però
aferivere a mancamento di fapienta, e prudenza in Cefare, che non fu autore di
ut configlio, ma di chi T inventò, e aggiunfe in Gratz oltra le commiflìoni
Imperiali. Partiti i Commiflkn, refta^oBo i kdfi alTicurati deli'impuiiiik per
le cole facte^ e inanimiti a tenere ritafiTa (lile alPavvenire. Non racconterò
le pertico lari prede di barche, o re(celli, e le incurfioni fatte l'opra le
Ifole con una, ò due barche, perchè moh te furono; e futbbetedio,
perl'uniibrmitb, commemorarle tutte.* narretò folo una generai ufeita fatta
mentre il rigor del vento doofteinfe rallentar le guardie, nella quale prefero
quante barche incontmroRò alle riviere d’illria; e in Dalmazia i due grippi con
mercanzie, e da» nari; e alii fcogli di Zara tré marciliane cariche di pannina,
renft, c fpczicric; e una Nave che poruva drappi di feta, lana, zuccheri, e
altre merci di valore v Paflkrono dopo quelli Ipogii ad offefe non più da loro
ternate. Si ritrova in faccia di Zara uno Scoglio, nominato di San Michiele,
con un CalUllctto nella lòmmith, dove ne i tempi de’fofpetti 0 tengono guardie,
e lentinelle, per ilcoprir il mare; ne i tempi tranquilli reità il luogo, come
di leggier momento, lenza guardia 4 Quelli uomini, con molto ardire ivi
montaci, e munito il luogo per quello che poterono repentinamente, pofero
dentro guardia della loro gente, per ben ifcoprire il mare, e non folo ìnGdiare
la navigazione, dando legni accompagni de* Valcelli di viaggio, ma ancora per
awifarli di ichivar Tarmata chetrandea per guardia di quelle riviere; e ciò
fatto, con incredibile audacia fi mifefo ìoGeme in forma digtulla guerra, e in
numero dÌ 40 o.con lèi iiilègnc sbarcarono a Ro» iiaoze, vaia della
medefìmaCitth, e predato in qirella quanto vi 0 ri» trovò, pailatt innanzi ad
Islan, luogode’Turchi, preferoanimali, donne, e nnciudt; ritornali per la via
Aefla, portarono tutto a Segna, linfbrzata prima la guardia, e la munizione di
S. Michele ;donde per dilcac’ciarli, eflèndo lo fcoglio forte di Geo, fu
bifogno di congregare la foldate» ica, e adunare molta gente, per paflare nello
fcoglio, e alTaltarii : di che elfi avvedutifi, la notte fuggirono. A tanti
inconvenienti avendo con0dcrazione, il Generale Veneziano riputò neceflàrio
ufare più potente ri» medio, che T impedimento del commerzio a Segna, per
confolazione dc’fudditi, che, ritrovandofi danneggiati e afflitti, erano vicini
alla difperazione, e a gettarfi lotto la volontà degTUfcocchi. Era debole il
rimedio ufato contra Segna folamente, poiché quella gente, con ar« rifchìarh ad
ogni pericolo, luperava parte delle difficoltà; e col riee» vere per via di
terra fbccorfo da altri luoghi Arciducali, rendeva io» fruttuola Topera
impiegata nell’ incomodarli. Sino a qucRo tempo i’ era alìenuto di levar il
commerzio all’ altre terre, per non diipiacere a fua MaeOà, c a fua Altezza:
all' ora, vinto dalla ncccffità, pensò che quei (Principi colla prudenza
avrebbono bene conofeimo che, quando fi foflè riientico con tutte le terre loro
polle a quella marina pel favore preparo a cosà fceleraci ladri, non doveva cflère
hcevuco per ofièfa da chi fi difendeva da cosà gravi olt^gi, mà da chi lì
cotnmetteva fono T ombra loro; e perciò proibì ad ogni fona di perfone di poter
andare cofi vafcelli, .0 barche di mercanzie, vettovaglie, e di ogn’ altra
Ibrta diprovvifìoni a qualunque terra polla fopra il Quar. ner, c fopra il
Canale della Morfaca dì Bcfezfino a ScriUà. Ancorché 0no al tempo prefente non
fia mai (lato applicato rimedio proprio, che abbia potuto ovviare pienamente
alle fcorreriedegrufcoccni, que00 nondimeno é Rato in tutti i tempi il più
efficace ; perché, oltre al x 38 storia al levar a' ladri la comoditi di Ilare
rutti uniti in uni uogo, pel mancamento delle vettovaglie, gli altri ludditi
Audriaci, che per cauli loro pativano, fi Iòno concitati centra i ladri, ed
efclamando alle orecchie della Corte Arciducale, hanno collretti quei Miniftri
a fare qualche provvifione, per cllcre liberati dall’ incomodo per all’ora.
Cosi in quella occafionc le querele, e i lamenti de’fudditi andati a Grata,
giunti cogli lifliz) dall’ altro canto fatti da i Miniflri della Repubblica
alla Corte Cclarea, indulTero gl’ Imperiali apenlàr di levare quella molellia a
lua Maellb con rimedio perpetuo; e gli Arciducali a peniate di portar il tempo
innanzi, con dare qualche apparente, 0 almeno leggiera loddisfazione : e
communicati i configli infieme, rimilèro a trattarne unitamente al leguente
Agollo, pei qual tempo avevano i Principi di Cala d’ Aulirla intimato un
congrelTo dì tutti loro, e de’ deputati delle Provincie foggette in Lintz, dove
l’Imperadore fi ritrovava, per rilolvere negoz) importanti de’ loro Principati.
E per dar ingreflb a quella trattazione, fecero gl’Aullriaci per nome di lua
Altezza querela coll’ Ambalciadore della Repubblica, Refidentc prcITo a lua
Maellb, che il Generale in Dalmazia avelTe pubblicato un bando, proibendo il
commercio alle terre, c a’ ludditi tuoi di quelle riviere; e con effetti avelie
trattenuto diverfi valcelli che navigavano a quei luoghi, per fomminillrar
vettovaglie ; e ne avelie anche gettati a fondo parte di elfi ; e che ciò folle
non tanto con fua offefa, e danno dc’fudditi, quanto ( il che piò loto
importava ) a pregiudizio della libera navigazione che pretendeva nel Mare.- al
ch'era flato giullo, e neceflario rimediare; che gib in Vienna fi erano ptomoHe
parole di quell’ ìflellà materia, e concordemente era fiata rimeflz ad altra
trattazione: che quello era il tempo, e luogo opportuniflimo di trattarla, che
facilmente non fi prelenterebbe una congiuntura ule, quando foffero prefenti in
una raunanza tanto frequente tutti i Principi di Cala d’Aullria, e anche i
Deputati degli Stati loro; deU’inicrelle de’quali tutti fi trattava: e che,
decifo quello capo, infieme fi avrebbe trovato rimedio alle cofe degli
Ulcocchi. A quella propofizione fu dall’ Ambafciadorc rifpollo in follanza.-
che in quella materia dì navigazione non era fncceduta novitk alcuna; ma era
fiata femjrfe libera ad ogni torta di perlonc lotto le leggi della Repubblica,
che fono neccllaric per conlervarla; e tale cllece la men-, te di lei che fia
mantenuta tempre. Elfere flato proibito nuovamente^ il commerzio alle terre,
dove gli Ulcocchi erano ricettati, foccorfi, e favoriti, appunto per ovviare
alle infellazioni loro maritime principalmento, e mantenere libera la
navigazione, e a’ danni, e alle ollefe che inferifeono in terra.- che mentre
gli Ulcocchi avellerò ricetto in quelle terre, nè elfi potrebbono allenerli da’
ladronecci, nè la Repubblica lafciare di perfeguitarli, e ribattere le offelc.
Raccordò le promelfe fatte in Vienna con parola di fua Maellk, c di fua Altezza
in ifcritto, e replicate molte volte in voce, che il Mare rollerebbe netto, e
liberato da’Pirati di Segna; e che nè di la, nè da quei contorni ufeirebbono
perfone a danneggiare la navigazione, nè i vicini: e recitate tutte le
molcllie, e offelc dagli Ulcocchi inferite dopo il tratuto di Vienna fino a
quel tempo, loggiunfe che per religione, ginftizia, e riputazione de i
Principi, erano obbligati ad efeguire le pro melfe; melTe, con che anche per
corrifpondenz» farebbe retiduto il commerzio alle terre, ficcome fu renduio
l'anno innanzi per rifpetco, e offervanza verfo fua Maedb finceramcnte, fenza
aver altra fìcurezza, che la fola fua promcfsa, quantunque le ingiurie ricevute
dagli Ufcocchi fin’ all’ ora folTero da non fcordarfi facilmente; e che gli
at;ticoU da fua Maeflli, e da fua Altezza promefli all’ara non conteheiTero, il
total rimedio, e folTero flati conglciuti per molte fpertenze paflàte
infufficienti ; laonde, per debita corrjfpondenza, fe la ragione, l’oneflb, e
roITervanza della fede debbano aver luogo, fi dovrebbe ormai vedere Teffetto
delle promelTe: ch’egli afpettava che da quella raunanza, fecondo la intenzione
datagli, da Configlieli di Cefarc folfc pollo fine a tjucllo fpinolb negozio. E
perciò riulcirgli cofa molto inafpettata l'udire in luogo di qnello, che fi
trattafie d’ implicarvi altri negozj di lunga digeflione, che non potevano
fervire ad altro, che a portar in lungo Tefecuzione delle cole promelTe; che il
negozio degli Ufcocchi gik era in piedi, e fi ritrovava in tale flato, che non
fi vedeva adito, nè apertura di ravvilupparlo con pretenfione di libera
navigazione, ovvero con alcun’ altra fomigliante; ma bensì, terminato quella,
che non aveva bifogno di trattazione, ma di efecuzione della parola, e fede
data, la Republica non farebbe fiata aliena di trattare ogni altra difficoltb :
anzi il metter fine alle moleflie degl’ Ufcocchi farebbe flato un facilitare la
tratuzione di navigazione; che la Republica aveva fempre ricevute, e incontrate
tutte le occafioni, per metter fine a qualunque differenza colla Cala
d’Aullria,- e che in Vienna erano fiate conofeiute le urgenti ragioni, per le
quali non fi poteva trattare, nè di libera navigazione, nè d’altro negozio
prima che a quello degl’ Ufcocchi folTe rimediato; e perciò di comune confenlo
era Hata rimelTa ad altra occafione: e rellando le caule le medefime, conveniva
tener per decifo, che nelTuna opportunità di trattar altro poteva venire, (e
non era levato di mezzo quello impedimento, che non concedeva T unire altra
cola con lui. I Configlieri di Gratz per quello non fi molTero dalla loro
rifoluzione; ma fi fermarono collantemente in quello, che non occorreva parlare
degli Ufcocchi, fe infieme non fi parlava di quell’ altro punto; il quale tanto
premeva a fua Altezza, che fenza quello non avrebbe potuto afcoltare
ragionamento di altro; febben gl’imperiali non fecero fopra illanza alcuna.
Quelli che fludiano, per indagare i fini delle deliberazioni, credettero lo
feopo degli Arciducali non eflcre flato altro, che di fcanfare il parlare degli
Ufcocchi; cofa molto abborrita da loro in ogni tempo; e la mira de’Celarei
elTere fiata di vedere prima rifoluto un altro punto, che fu propollo, e rellò
iniecifo nella raunanza, cioè, fe fi doveva attender alla guerra, o alla pace
co’ Turchi, forfè a fine di cavar alcuna fomma di danari, quando fofle llau la
guerra rifoluta, con negoziare qualche cola d; Segna. Quello che in ciò fólTe
di vero non fi può affermare. Ma poiché il negozio della libera navigazione Tanno
precedente in Vienna fu difgiumo da quello degli Ufcocchi, e rimelTo ad altra
trattazione, e a quello tempo in Lintz fu promollb dagli Auflriaci, per
riunirlo a quello degli Ufcocchi, e non fu trattato, avendo i Veneziani
perfeverato m tenerlo difgiunto; quello luogo ricerca un poco di digreflione,
per efplicarc che cofa fi pretendeva colla richief^a dì libera navigazione, e
in che tempo ebbe origine la pretenfione; e qua^ li ragioni aironi ^fTero ufate
da ambe le parti. Dopo una lunghiflìma pace trli i progenitori di Mafllmigliano
I. Imperadore, e la {Repubblica dì Venezia nel 1508. ebbero principio leggiere
perturbazioni, le quali fecero progrclTo a notabili, e memorande guerre ; e fu
la Repubblica per zz. anni feguenti con quel Prin« cipe, c colla pofteriib lua
per varj rifpetriora in guerra, ora in pace, e ora in tregua; nel fine de
quali, l'anno 1528. furono compolle tut“ te le differenze, e conchiufa in
Bologna una pace, la quale durò oltra tutto quel fecolo con Carlo V.
Imperadore, infìeme con Ferdinando fuo fratello, Rè d’ Ungheria > e Arciduca
d’AuRria, Perchè nella divìlìonc tra loro fratelli lette anni hmanzi fatta,
tutte le Terre AuRriache conhnanti co' Veneziani erano toccate al Rè
Ferdinando; \ confini delle quali colle Terre della Repubblica erano molto
intrigati ; perlochè molte difHcolt^ erano da decidere, parte per le ragioni
pubbliche de' Principi, e parte per quelle de’fudditi privati, che non
poterono, per la moltiplicitb, e per la lunghezza della cognizione che
ricercavano, elTere terminate in quel trattato di pace. Fu aU'ora il tut« to
pollo in quiete con un capitolo, che dovefle elfer iRituito un tri. banale
arbitrario, per deciderle. II tribunale fu eretto in Tremo, dal quale fu la
Icntenza pronunziata nel 1535*) c tutte le differenze ( eh' eccedevano il
numero centenario ) difHnitivamente furono terminate. Qui però non ebbero fine
le diihcoltky imperocché, neU'eleguìre la Temenza, altre si attraverfarono, e
col progrclTo di tempo ebbero origine da ambe le parti nuove querele; pretendendo
ciafeuna che dalTaltra folTcro fatte varie innovazioni. Laonde, per metter fine
a tutte le differenze, fu da Ferdinando, fuccelfo all’ Imperio per la cefllone
del fratello, e della Repubblica dì concerto comune iRituiu in Friuli nel 1503.
una raunanza di cinque Commìflàri, un Proccuratorc, c tre Avvocati per parte, i
quali trattalTcro le dilhcoltli, cosi antiche, come nuove; e da’ Commilfarj
folle poRo fine lotto la ratiheazione de’ Principi. QucRo cosi gran numero di
giudici fu dall’ Imperadorè richieflo, per loddisfare a’fudditi fuoi di varie
Provincie intcreffati in quelle caule. Per la parte Imperiale i Commillàrj
furono, Andrea Pcghcl, Barone in AiiRria, MalTimigliano Dorimbergli, EIcngero
da Gorizia, Stefano Sourz, Antonio Statemberg ; Procuratore Jacopo Campana
Cancellier di Gorizia.* Dottori, Andrea Rapizio, Qervafìo Alberti, Gian-Maria
Grazia-Dei « Per la Veneta CommiRàrj furono SebaRian Veniero, Marino
de'Cavalli, Pietro Sanudo, Gian BattiRa Centanni, AgoRio Barbarigo: Procuratore
Gian Antonio Novellò Segretario.* Dottori, Marquardo Sufanna, Francefeo
Graziano, Jacopo Chizzola. Nella Radunanza furono da ambe le parti efprefle
IcrichieRe; e dopo aver difputato, e parte compoRo, parte decifo le altre
differenze pubbliche, fu prefa in mano una richicRa del Procurator AuRriaco in
qucRa forma .* Ejufdem ÌIajejlatis nomine re^uiritur ut poft bac illm fubditisy
atque ei'tis in Jìnu Adriatico tuth navigare ^ ac negotiari liceat» Jtem ut
damna Tergejìitth Mcrcatoribus, atque aliis illata rejlituantw\ c accompagnò il
Rapizio Avvocato la dimanda con dire che quella non era caufa da trattare
fotttlmente : effer cofa notininia, che la navigazione doveva efler libera: con
tutto ciò i Navilj de'fudditi di Tua Maefìò erano alle volte fatti andar a
Venezia, a pagar dazj; che di queAo fua MaeA^ A doleva, e faceva idanza, che vi
fì rimediafle. A ciò rifpofe il Chizzola, Avvocato della Repubblica, elTer coÌk
chiara che la navigazione dee eflfer libera; ma a queAa libertà non eflere
ripugnante quello di cui fi dolevano; poiché ne i paefi liberìflU mi chi domina
rifcuote dazj, e ordina per qual via debbano tranfitare le mercanzie; e nelTuno
fi può dolere, Tela Repubblica per li fuoi rifpetti ufa quoAa facoltà nel Mare
Adriatico, eh’ è fotto il fuo Dominio: e foggiunfe che, fe intendevano di
difputar la loro richieda, gli avvertiva che non poteva elfer introdotta tal
caufa in quel giudizio, idituito folo per elecuzione delle cofe fentenziate;
elTendo cofa notidima che la Repubblica, come Signora del Mare Adriatico,
efercitava appunto c^uel dominio che da immemorabile tempo aveva fenza neffuna
interruzione el'erciuto, cos^ nel rilcuoter dazj, come neU’adegnar luogo per la
efazione.* e che la protenfione propoda era nuova, e mai piò da nedun
antecefsore delflmperadore, nè come Rè d Ungheria, nè come Arciduca d'Audria,e
delle Provincie adiacenti, nè da fua Maedà in tanti anni mai per innanzi
permefsa. Interrogò ì Cefarei che diceffcro quando mai piò era data pretefa tal
cofa.* che non fu pretefa innanzi la pace di Bologna, perchè la differenza
farebbe data terminata all' era, ovvero nmefsa al giudizio arbitrario: che in
Trento furono traratte piò di izo. controverfie, e di queda non fu fatta
menzione: adunque fino a quel tempo non fu in piedi una tale pretenGone.* Mà
s’era nata all’ora per innovazione fuccefsa dopo la fentenza di Trento,
diceffero quale, e quando ebbe principio; perchè egli era pronto a modrare ogni
cofa efsere di aniichidimo ufo, fenza una minima novità: però non doveva elser
udito chi veniva con dimando non originate, o dalla fentenza, o dall*
innovazione. A ciò il Rapizio rifpofe che non intendeva far il fuo principale
fondamento fopra quello che a rutti è notiflìmo, cioè, che il Mare è comune, e
libero; e che però a nefsuno poteva proibirfi il navigare per qualunque luogo
gli parelse, e febbene alcuni Dottori dicono che la Repubblica hà preferitto il
Dominio dell’ Adriatico col lungo pofsefso, però non Io provano; e a* Dottori
che affermano una cofa di fatto non fì crede lenza pruova ; e perciò non voleva
dimorar in quedo, ma venir al principale, cioè, che, quando anche la Repubblica
folse padrona del Mare, i fudditi Imperiali potevano navigare Uberamente per le
capitolazioni che trà i Principi tono dabilìre; e però cfser appartenente a
quella Radunanza la richieda proMda; alla quale, poiché cosi era da' Veneti
richiedo, aggiungeva per fondamento: ^ra libera navigaM mmris Adriatici cum
Majejìatis fu€ Cefarex, tur» fttbditorum damno^ Ò" incommodo ab
Jllujhijpmi Dominii Veneti triremimn PrxfeBis impedita ftmit cantra capttula
Vorma^ tixy Bononix^ Andeeaviy et Venetiis inita, £ qui portò U pafso della
capitolazione dì ^logna, la quale cosi dice: comune% fuhdito tiberey tutOy et
featre pojjjint in utriuftpue StatibuSy et Domi niis, tam terra, tjuam mari
moran, negotimi non bonis fuh ; be neqke (T umamter tradenìur y ac Ji cjjcnt
imoUy tT fnbditi iUius Prit^ Tomo li. Hh r^ù, X Domlali, mui fratrias et imùaia
rJihuu; pnvUexur^ ni va, auf alitfua iajuria ulta de caufa iis inferatur >
celeriterque fvt adannijintar, Recitò anche i capitoli delle tregue d‘
Afigiers, e de Vomies, e della pace di Venezia, che fu regidrata a’fuoi tetnpi,
benché non folTe bifogno, per elTere dello fteflb tenore. Ponderò la parola
libere, confìderando che libere è aggiunto al verbo navigare ; perlochè fi dee
intendere fecondo la legge comune, per cui ognuno può navigar liberamente: e
non farebbe libero chi follie corretto andar a Venezia. Aggiunfe di più che la
parola libere conveniva che non folfe fuperflua, ma bifognava che operalfe
alcuna cola di più, che le due parole iati, et fecare ; nè altro poteva
importare, falvo che, fenza impedimento, o molellia, o pagamento di dazio : a
ciò aggiunfe che vi erano più di 400. ijucrele de’fudditi con vafcelli fatti
andar a Venezia, e fatti pagar dazj, per elTere capiuti ne i Porti per fortuna,
o per altro. Leflc una fentenza d’un Rettore di LieCna, che liberò una Nave
capitata a quell' Ifola per fortuna; e narrò che alcune barche di fale erano
Rate lafciate andare dall’armata Veneu al loto viaggio fenza mandarle a
Venezia. Conchiufe che la fua richicRa fi Rendeva a quelli tre ponti.- Che i
Ridditi AuRriaci poteflero navigare per tutto dove loro piaceva.- Che per
andare ne i Porti della Repubblica per tranCto non pagaRero; E andando per
mercantare in quelli non pagaflcro più, che i ludditi del Dominio. Replicò il
Chizzola promettendo di rifolvere chiaramente le obbjezioni dall'altro
introdotte, ficchè non rcRcrebbe luogo a replica; e di moRrare con ragioni
vere, ed elhcaci, che quanto veniva operato da’MiniRri della Repubblica nel
Golfo era fatto con legittima autorith. £ rifervandoR a parlare dei Dominio del
mare dopo, ma prcfupponendolo, nel prmcipio incommeiò dalle Capitolazioni, e
difse prima che la parola libere non Rava appoggiata, come il Rapizio diceva, al
verbo Navigare; ma a' verbi .- marari, tS" negaeiari tàm terra, qudm mari
; e però conveniva intendere libere come la legge comune intende, quando fi
dimora, o negozia in cala d'altri; ch'è olfervando le leggi, e pagando i
diritti del paefe. So^iunfe poi che quelle capitolazioni trh la Cafa d’AuRria e
la Repub^ca erano ugualmente reciproche, e che non vi ora convenzione più a
favore degli AuRriaci nello Stato di Venezia, che de’ Veneziani nello Stato
degli AuRriac^ nè cRer paniita maggiore liherth nel mare, che nella terra; ed
edere chiare le parole colle quali fi dice che i Ridditi di ciafeuna delle due
parti poRano (limo, rare, negoziare e mercantare negli Stati dell’ altro, cosi
in terra, come in mare, e fieno ben trattati. In modo che i Ridditi Veneti non
hanno d’avere minore liberih nelle terre AuRriache, che i Ridditi AuRriaci ne’
mari di Venezia; e per virtù di quelle parole, quello che Sua MaelHi vuole
avere nello Stato della Repubblica, conviene che lo conceda a lei nel Rio.- e
fe Sua MaeRù Cefarea nello Sato Rio di terra non concede a’fudditi della
Repubblica fare la Rrada che loro piace, ma li coRringe paRare per quei luoghi
dove fono pagati i dazj, non può dimandare che i fuoi poflàno andare pel mare
della Repubblica per tutto dove l»r» piace, ma ded contentarli ohe vadano dovei
rifpetti diRuelU che ne bù il dominio comportano. Se Sua Maeft^ fa pagar dazj
nella Aia terra, la Repubblica faccia pagar nel Tuo mare. Gl'interrogò, fe pel
capitolo volevano che foC» ie levata, 0 riAretta la facoltà all’ Imperadore di
efigere dazj? le nò, perchè volevano che folTe levata, 0 rìAretta alla
Repubblica per un capitolo che parla di ambi i Potentati colle Aefle parole?
MoArò con narrazione particolare, che dalla pace Veneta del 1523. fino allora V
Imperaaore aveva crefeiuto dazio con aggravio de’ ludditi Veneti alle
vettovaglie, e mercanzie che palTano dall’ uno all* altro Stato in maniera, che
ciò che pagava uno era aumentato in alcune a 16. in altre a 20. In particolare
narrò che il ferro già a quel tempo aveva libero tranfito,| e non pagava cofa
alcuna: che di nuovo Sua Mae Ah aveva impoAo per dazio lire 18. per miglia)o, e
aveva ordinati i luoghi per dove fi paAalTc a pagarlo; fuori de’quali foAe
contrabr bando, dove prima il mercante poteva fare che Arada gli piaceva; che
fi pagava un carantano per manzo che fi conduceva per Venezia e l’aveva
accrclciuto ad un ducato con danno delli Beccati di quella Città: e fe Sua
Maellà Aima lecito nello Stato Tuo fare quello che le piace, fenza repugnar
alle convenzioni, non può penfare che la Repubblica, facendo quello che le
torna bene nel proprio, le contravvenga: aggiunfe che in ogni pace Aabilita trà
due Principi dopo una guerra, h conviene che i fudditi poflano dimorare, e
negoziare liberamente, non ad efclufione de’daz), ma bensì sì efcludono le
violenze le oAiliià, e impedimenti ch’erano ulatt prima, durante la guerra, e
non fi leva, o rìAringe l’autorità, nè dall’uno nè daU’altro Principe, nè in
terra, ne in mare. Alla clùarezza, e forza di queAo dilcorld rcAarono così
lotpefi gli AuAriaci mirandofi Tun Taltro, che il Chìzzola giudicando non
elsere ncccfsario fermarfi più in ciò, pafsò alla pruova del capo prefuppofio
che la Repubblica abbia il dominio del mare, e dìise; Efsere veriffima la
propofizione che il mare è comune, e libero, ma non altrimenti di quello che fi
dice ie vie pubbliche elsere comuni, e libere: il che s’intende, che non
polsono etscr ufurpate da alcuni privati per loro proprio fervizio, ma rcAino
alfulo di cialcuno;non però libere sì, che flon fieno lòtto la protezione, e l’
imperio del Principe; che ognuno pofià far in quelle liberamente tutto quello
che gli piace, a dritto, e a torto; che tal licenza, e anarchia è abborrita da
Dio, c dalla Natura, così in Mare, come in terra: che la vera libertà del Mare
non el'clude la protezione, c fupcriorità di chi lo nunticne in libertà; nè la
foggezione alle leggi di chi ne ha l’imperio; anzi ncccAariamenic le include;
che tanto U Mare, quato la terra è foggetto ad elser divifo trà gl' uomini, e
appropriato alle Città, a’ Potentati ; il che, già ordinato da Dio nel
principio del genere umano come cola naturale, fu anche molto ben conofciuio da
AriAotile quando diAc che alle Città marittime il mare è territorio, perchè da
quello cavano l' alimento, e la difcla: cofa che non potrebbe elTere, fe non
fofle loro appropriata parte di effo, non altrimcnte che al modo, come fi
appropria la terra, la quale è divila trà le Città, non in partì uguali, nè
proporzionate alla loro grandezza, ma quanto hanno potuto dominare, e guardare.
Berna non è la maggior Città deU’Elvczia, e pure hà tanto territorio, quanto le
altre dodici inficme, c la Città di Norimberga, molto grande, appena efee col
territorio fuori delle mura. La Città di Venezia molti anni è vifiìuta lènza
punto dipofiènìone in T0mo II, Hh 2 terra ferma. In mane parimente alcune Citt^
di molta fona, e vitti hanno occupato molto mare; altre di poche forze fi fono
contentate delle proflime acque; nè Inno mancate di quelle che, (ebben
marittime, avendo alle fpalle terra fertile, fi lono contentate di quella,
fenza ulcir in mare; altre che, impedite da pii potenti, fono fiate coftrette
ad afienerlene,- per le quali due caule una Cittì, febben marittima, può Aare
fenza poOédcr mare. Aggiunfe che Dio ha ifiituiti i Principati per mantenere la
giufiizia ad militi del genere umano : che quelli fono nccelfarj cosi in terra,
come in mare. Che San Paolo dille per quella cauta eflère debite a’Principi le
gabellee contribuzioni.- che larebbc una gran firavat ganza lodare le terre guardate,
regolate, e difefe, e biafimaie ciò nei mari. Che fe qualche mare ^r la fua
ampiezza, ed ellrema lontananza dalla terra, non può eflere protetto, e
governato, quella è pena del genere umano, Cccome è anche, che vi fieno difetti
cosi grandi in terra, che neflimo pollà proteggerli, come nei fabbioni di
Affrica, e in molti luoghi immenfi dell' Atlante. E ficcome è dono di Dio che
una terra fia colle leggi, e colla forza pubblica retu, protetta, e governata,
cosi il medefimo avviene in mare ; che furono ingannati danna grolla
equivocazione quelli che diisero, la terra per la fua llabilià poter elser
dominata, ma non il mare, per efser elemento inconllante, ficcome nè anche
l’aria; imperocché, fe pel mare, e per l’aria intendono tutte le parti di quegli
elementi fluidi, certa cofa è che non polsooo eÈere dominate, perxJtè, mentre
fi fervono gli uomini di una parte, l’altra fcorre.- ma quello avviene anche
a’Fiumi, che non poflono elsere ritenuti. Quando fi dice dominar il mare, overo
il fiume, non s'intende l'elemento, ma il fito dove quelli fono polli. Scorre
ben l’acqua dell’Adriatico, e non può efsere ritenuta tutta,- ma il mare è
l’illefso, ficcome il fiume; e quello è quello che flhfoggetto alla proiezione
de' Principi. Interrogò gli Aullriaci, fc la pretenlione loro era che il mare
fot fe lafciaio fenza protezione, ficchè ognuno potelse lare in elso, e bene, e
male, corteggiarlo, depredarlo, e renderlo innavigabile? quello efser tanto
firavagante, ch’egli voleva per loro rifpondere che nò.- adunque conchiufe che
per necefsaria confeguenza la Maellh fua voleva che fofse guardato, protetto, e
'governato da quelli a’ quali toccava per dilpofizione divina: ma le cosi era,
ricercò, fc loro pareva ginfta cofa che quelli tali lo facelsero con fola loro
fatica, loro fangue, e loro fpefe; o pure che vi coniribuifsero quelli che ne
godevano frutto? A quello anche rifpofe per loro, eh’ è troppo chiara la
dottrina di San Paolo, per non alleare la Gmrifprudcnza, che tutti i governali,
e protetti fono obbligati alle contribuzioni, e gabelle. Adunque conchiufe che,
fe la Repubblica è quel Principe a cui appartenga dominare, e prot^ere
l’Adriatico, fegue neccefsariamcnie che chi le navin debba Ilare foggetto alle
fuc leggi, non altrimenti che a quelle «Ila rcgioiie ttrrellre chi tranCta per
quella. Pafsò allora a moflrare che quefio dominio da immemorabil tempo era
della Repubblica, e fece leggete da una raccolta i luoghi di trenta
Giureconfàlti, che dal ijoo. fino all’eth fua parlarono del dominio della
Repubblica fopia U mare, tome di cofa notilIima,e imme morabile ne' loro tempi,
difcendendo alcuni fino a dire che la Repubblica hb dominio di eflb non meno
che della Citth di Venezia; dicendo altri che l’Adriatico i il territorio, d il
diftretto di quella Cittb, facendo menzione della legittima podeltti fua di
lUtuire leggi alla navigazione, e d’imporre dazj a’ naviganti; e foggiunlè
ch'egli non fi raccordava di aver veduta alcuno che diceflè in contrario; e
rivoltoG al Rapizio, dilTe che, s’egli non voleva credere a quegli Scrittori i
quali attcllavano, che il mare foOé de' Veneziani, poffeduto da immemorabile
tempo, precedente la loro eth, perche non lo provavano, non però poteva negare
di riceverli per telUmonj di quello che nel loro tempo vedevano; e averli per
fuperiori ad ogni eccezione, efièndo uomini famofi, e che, da tanto tempo
morti, non fono interelTati nelle cofe prefenti, e per 150. e più anni corrono
dal più vecchio degli allegati all'ultimo, teda per l’attellazione. loro
provato che giù più di unti anni la Repubblica hh dominato il mare, e per ciò
non poterli negare l’immemorabile poflelTo al prefente. Indi rivolto a’
Giudici, li pregù che fopra le autorith allegate afcoltalTera una fua breve
coqfiderazione, la quale lafcierebbe Toro compiutamente impreflà la verith.
Ponderò prima, che febbene alcuni de’ recluti luoghi parlano con parole
generali, dicendo, il mare de’ Veneziani, non efprimendo quale, e quanto quello
fia, altri però lo Ijpecificano, ufando il nome di Golfo, e altri con termine
più erpreluvo, dicendo l’Adriatico, che fpecifica non loia il fito, ma anche la
quantità del mare poffeduto; e con quelli che parlano più cfprellàmente modrò
doverfi dichiarare quelli che in termini più generali fcrivono, conforme al
comune precetto, che co’luoghi chiari conviene illuminare gli ambigui.
Confiderò apprefib che il varùi parlare di quei Dottori, facendo derivare il
dominio della Repubblica in mare, chi da preferizione, altri da fervitù
indotta, e alcuni da privilegio, è nato, perchè, ficcome erano inrormaiiRlmi
del poOeflb, ed efercizio di quello che vedevano, e udivano ellèrc dato
l’ideflb da tempo immemorabile; cosi, fcrivendo in quella materia, non ad
idanza d’ alcuno, ma di proprio moto, e per forma di dottrina, ciafeuno giudicò
erprimcre meglio il titolo, chi con un termine, chi coll’altro, fenza curarli
di ufare il foln, vero, e proprio, come avrebbono fatto, dove fofl’ero dati
condotti a fcrivcre per interede di alcuno; nel qual cafo i Confultori fono
fempre conformi, ricevendo daU’intereffato la medefima idruzione. Soggiunfc che
però quella varictb non diminuifee punto la fede, anzi faccrefee, come
Sant’Agodino dice, parlando della diverfitli che trù i Santi Vangelidi
s’odcrva; perchè dal modo diverfo, ufato da que’ Scrittori, può redare ognuno
certificato che nefliino di elfi ha fcritto nè pagato, nè pregato; ne’ quali
cafi non lì farebbono partiti dall’tinico modo, dall’ interede loro
preferitto.- anzi da chi ben efitmina, vcderfi tiù quei Dottori una mirabile
concordia in queda unica, e lineerà veritù; e che dopo la declinazione dell’
Imperio Codaniinopolitano, ritrovandoli 1 ’ Adriatico per più anni abbandonato
( come anche molte Ifole, e Cittù di quello Stato ) in modo, che redava non
cudodito, c lenza protezione, e governo di Principe alcuno, c fodit la
giurifdizione di neduno, fu dalla Repubblica, per ricevere il fuo vitto da
quello, codretta a mantenerla netto, prelò fotta fua protezione, acquiilatone
governo, e dominio nel modo in cui per diritto naturale, e delle genti le
terre, i mari, e le altre cole che non fono lotto il dominio di alcuno,
diventano di quello che prima le occupa; colla qual ragione furono fondati i
primi Imperj, COSI in terra, come in mare; e alla giornata le ne formano
de’nuovi, quando alcuno, per la vecchiezza, e per li vizj, indebolito, manca di
forze, e cade. £ in quella cudodia, e in quel governo del mare cos'i acquidato,
la Repubblica s"è andata avanzando con potenti e fempre maggiori armate;
con fpefa di molti teforì, e con profufìone di molto languc de’ tuoi Cittadini,
e fudditi, continuando lenza interruzione in colpetto di tutto il Mondo
rincominciato domìnio, e cudodia, e fuperando, e rimovendo tutti gl'
impedimenti che in prògrelTo, o da Pirati, o da Potentati, cos\ d’Italia, come
dalfoproda riviera, le furono in diverfi tempi eccitati. Soggiunfc che ì
Profcflbri del parlare con erquifui termini di gìurifprudcnza non codumano dire
acquidato per conluetudine, falvo che il poter valerfi di quello che de jtrrc
civili è pubblico ad alcun ufo privato, fenza impedimento dcirunivcrlàle, come
di pefcarc nel fiume fenza impedire la navigazione; con tuttociò nem
impropriamente fi dar^ anche titolo di confiietudine, dove lark acquidato, e
continuamente tenuto in protezione e dominio, un didretto, o terredre, o
marittimo, abbandonato, c da neduno pofleduto, come Bartolo, Baldo, Cadrò, e
altri alTegnano. Ma bensì per virtù di prclcrizionc non poterfi dire
propriamente pofTcduto, fé non quello di cui colf ufo fia dato un’altro
IpogUato; il qua) titolo non cade in quedo luogo, poiché la Repubblica non hù
ipogliato alcun poflcflbre del mare, ma l’ha acquidato, ritrovandolo
abbandonato, e lenza Padrone, o podeffore; poterfi però dire in certo modo
prefcrizionc, come fe un Falcone, abbandonato dal Padrone, e inlelvatichito,
poi da un'altro prefo, fofle addomedicato, e per lungo tempo nodrito; lebbene
non propriaaittnce, però non inconvenicntemente d*rebbc codui d’ averlo
prelcritto. Similmente la proprietà di parlare non ammettere Tufo della voce,
Servitù, fe non quando al proprio territorio è acquidato alcun particolar ufo
in quello del vicino, il quale però redi Padrone del fuo: in quedo fenfo U
Repubblica non ha indotta fervitù nel mare alla lua Cittù, perche non vi ha
acquidato foio un ufo l'peztale, redando il dominio ad altro Padrone; ma vi ha
aflunto l’intero, c totale dominio di quello ch’era abbandonato, nè da alcuno
governato, o dominato.* poterfi nondimeno, per certa projxirzionc, chiamare
lervitù, in quanto la Repubblica è data codrctta ad adlimcrc quel totale
dominio, e governo per fervizio della fua Citr\, che nè aveva bifogno. Qiianio
a privilegio, ceru cofa edere che qui non può avere luogo alcuno, poiché non vi
era all’ ora chi lo potefTe concedere. L’imperador Occidentale in nedun tempo
mai vi ha avuta podedk, nè autorità alcuna; nè i Principi in Occidente vi hanno
avuta alcuna giurildizionc, o lupcriorith, tanto meno potevano darla ad altri.
In Oriente queirimperadorc, per non avere forze da tenerlo, gii l’aveva
abbandonato, e perciò fpogliatofi di ogni forta di podedi, c di quella
podèdìone, che avvede potuto ritenere coir animo, ne fece cedione nelle paci,
etranfazioni fuccede pofeia tri queir Imperio', c la Repubblica. Con tutto ciò
i Giureconfulti Italia oi, come profeflbrì del jus CefareO) e giurati nelle
parok di qudloi dcvotiflìmi della Maedà Imperiale^ come fc ancora regnafle
Augudo) overo Antonino, G fono sforzati con ogni eftorGonc di verificar
neUImperador Occidentale quel detto.* Imperata tft Dimtinm Mtindi^ il quale
fino in quel tempo, quando Ga pronunziato, non era vero in, una centefima parte
del Mondo, e al prefente non è in alcuna confiderabile proporzione e mentre
vogliono far onore alflmpecidore, e dargli con parole quello che nè bk, nè può
avere, non fi guardano dalla firavaganza di parlare: e ficcome diflero che
neflun Rè pofiede Stato alcuno legittimamente, fé non per concefiione
Imperiale, diflero ancora che la Repubblica pofledeva il mare per privilegio
deirimperadore. Mli ben apparifee in che fcnlb fu da loro detto, poiché nefluno
di elfi vuole che vi fia intervenuta mai conceflìone; ma chi lo figura
privilegio prefunto dalla immemorabile pofleflìone; chi interpretativo dalla
feienza, e pazienza deiflmperadore, che vuol dire tanto, che fe diceflero che i
Rè Crifiiani pofleggono i loro Regni, e la Repubblica poQ'ede TAdriatico cosi
legittimamente pel titolo del loro acquifio, come fe que' Regni, e quel mare
foflero fiati deirimperadore, e da lui a quei Principi, c ad efla Repubblica
conceduto. Cosi fi dilatò il Chizzola rpaziofamence in parlare de'Giureconfulti,
per eflèrc campo di Tua proteflione; e conchiufe poter ognuno refiar
certificato, che cosi in fatto, come in ragione) coll' autorità di quei Dottori
erano pofii fodi fondamenti alia caufa che difendeva. Indi al tefiimonio
de’Giureconfulti aggiunte gli Storici, i quali nar« rano che la Repubblica già
più di 300. anni rifcuoceva dazj da’ naviganti, e teneva barche armate in
guardia con ordine di far andar i NavUj a Venezia; tefiificando che
continuamente dopo fino al tempo loro fi fcrvò i’ificflb; ma fopra le loro
attefiazioni non fi fermò molto, dicendo che ficcome fono buoni tefiimonj de i
fucceflì occorrenti, cosi, quando fi tratta di provare le ragioni de'Principi,
o de’privatt, convien valerfi di fcritture autentiche, e ufar gli Storici con
gran diicrezione; eflendone alcuni mofli, chi da amore, chi da odio, e da
fperanze ancora, che li cofiringono ad ufare adulazione, ovvero iperMi, fopra
le quali non fi può fare fodo fondamento. Portò ancora l’atto del Concilio
generale di Lione nel 1274. dove l’Abbate di Nervefa, delegato dal Pontefice in
una pretenfione degli Anconiuni, d« avere libera navigazione, fencenziò che la
dimanda fofle rigettata, e che i Veneziani non foflèro molefiati nella difefa,
e protezione dellAdriatico da’ Saraceni, e Pirati, ne foflero turbati nella
pofleflìone loro d’efigere i diritti delle gabelle, e de’noli. Aggiunfe il
Chizzola, non eflervi memoria quando primieramente fbfle fiata creato in
Venezia un Capiuno di Golfo, perchè nel 1230. fi abbruciò la Cancellerìa colle
memorie di tali elezioni: mà da quel temp o fino al fuo fi poteva mofirare
da’regifiri pubblici la continua fucceflìone degl’ eletti fenza alcuna
interruzione. Similmente aggiunfe ancou che refiano i regifiri da quel tempo
fino all’ora delle licenze di tranfitare pel mare con legni armati, o con
perfone, o con robe per loro ufo, da diverfi Principi poflelfi}ri di riviere
fopra l’Adriatico xichieftc, da Pontefici Romani, Legati, Vicari, e
Governatori, c Comunità delie terre di Romagna, e della Marca, da’ Rè di Napoli
per la Ph 2.48 STORIA ti Puglia; delle quali molte furono concefle, alcune
negate, e alcune anche in parte folamente concedute; mk elTere fuperfluo
allegare i fatti di quelli, i fuccefibri de'quali non promuovono dillìcoltk.
Difcenderebbe allo ipeziale folo de’ PrecelTori di Sua Maeftk, come de’ Rè d’
Ungheria, e dell’Arciduca d’Auftria. Recitò un breve di Papa Urbano Sello
diretto al Doge Antonio Veniero folto la data in Lucca 14. Giugno I j88. in cui
gli rende grazie che colle fue Galee deputate alla cuRodia del Golfo fia Rata
liberata Maria Regina d’Ungeria, ritenuta in prigione a CaRel nuovo; e due
altri congratulatorj; uno alla Regina fuddctta ; l'altrp al Rè Sigifmondo, che
poi fu Imperadore, marito di quella, rallegrandofi parimente con loro deiriRcffa
liberazione fatta per opera del Capiuno, c delle Galee Veneziane deputate alla
cuRodia del Golfo. Indi fece leggere un falvo condotto conceflb a richicRa di
Rodolfo Conte di Sala per nome di Ladislao Rè di Napoli, e di Guglielmo d’
AuRria del iì 99 - ta. Dicembre, che la forella del predetta Rè, fpofata al
foprannominato Arciduca, fi poteflc condurre per Mare dalla Puglia alle riviere
dello Spofo con Galee, e altri legni in tutto in numero circa di dodici, con
condizione che, fopra quelli non folfe ricevuto alcan bandito da Venezia, o che
avelfe operato contra il dominio cofa per la quale meritalfe la mone ; del qual
làlvocon^otto fi valfcro gli AuRriaci, che a TrieRe s’imbarcarono per Puglia a
quel fine COSI nell'andare, come nel ritorno. Non fu però la Spofa condotta,
perchè avendo il Rè differito alquanto tempo la partenza della forella, in quel
mentre ella s’infermò, e pafsò all’altra vita. Ancora portò due lettere dell’
Imperador Federigo al Doge Giovanni Mocenigo, la prima in dau di Gratz l’anno
1478. 24. Settembre, la feconda nel 147?. a. Aprile dal medefime luogo, nelle
quali narra d’aver ordinato che fia portato di Puglia, e Abruzzo a’ fuoi
CaRelli del Carfo, e dell’lRr», «srta quantitk di frumento, e richiedendo
permiflione che fia portata liberamente; chegli fark unpiacere il quale
riconofeerk colle maggiori grazie. Soggiunfe una lettera di Beatrice Regina
d’Ungheria a Giovanni Mocenigo Doge nel 1.^1. ultimo Gennajo, dove narrato il
fuo defiderio d’avere per ufo proprio diverfe cole da’ luoghi d’Italia; le
quali non potendoli portare fenza permiflione della Repubblica, dimanda che per
li^ralitk, e amicizia le fia conceflb, che loriceverk percola grau, e
corrifponderk. E un altra del Rè Mattia d’ Ungheria alTiReflb Doge nel 1482.
atf. Febbrajo, in cui dopo aver narrato che la Repubblica era folita a
concedere licenza ogn’anno a’Conti Frangipanni, padroni di Segna, c altri
luoghi marittimi, di portare dalla Puglia, c dalla Marca una quantitk di
vettovaglia, e dappoiché erano paflàti quei luoghi in mano fua, s’era
tralalciaio il farlo; pregava che folfe conceflb l’iReflb a lui, e fofsero
fpedite le lettere fopra di ciò, e date alla perfona mandata efprefsamente per
riceverle, che lo riconolccrcbbe in grazia e corrifponderebbe. E un’altra del
medefimo Rè ad AgoRino Barbarigo Doge 1487. 18. Ottobre, nella quale, dopo aver
narrato di avere bifogno di legname, per riftaurar una Fortezza nella bocca di
Narenu; prega di poterlo condurre da Segna per mare, e che gli fieno fatte le
lettere patenti, ofierendofi a gratificarne anche incofe maggiore. Aggiunfe
aquefie una lettera di Anna, Regina d'Ungheria, nel 1502 30. Agofto, nella
quale narrata la fterilith del paefe di Segna, pregat dipoter farcondurre
inquella Citth cerca vettovaglia di Puglia, e della Marca, dando al portatore
mandato erpreOamente la lettera della licenza, offerendo di riceverlo in gran
piacere. Per ultimo portò una lettera del 1504. 3. Settembre, di Giovanni da
Dura, Capitano di Pifino, Minilfro deU’Imperador Maflìmigliano, il quale ferivo
al Doge Leonardo Lotedano, che Jacopo Croato, fiiddito di SuaMaefih, partito da
Fianona, entrò, nel mare il qual i fàttopollo al dominio della Repubblica, per
andar a Segna, e fu aflalito da una barca armata di violatori del Mare in
vilipendio della Signoria; e fupplica che fia fatta qualche provvifione., Sopra
tutti quelli particolari ponderò quello che meritava di elfere confidcraco,
rifpetto a i tempi, alle pecione, e qnalich de’Principi: e per maggior
confermazione deU’aflcnfo loro, raccordò, l’anniverlària cerimonia di fpofare
il Mare in prefenza degli Ambafeiadori, e particolarmente di quello di fua
Maeflh, e de’ tuoi Antecefibri, coile parale tifate : Dcfpmfamia te Mere in
Jigman veri, et perpetui àominii. La qual cerimonia febben dagli Serheori è
detto che avefle principia alfendo Alelfandro III. in Venezia; dagli llefli
nondimeno ò aggiunto che folfe illituita in legno del dominio acquillato
innanzi jme te! li. Alle 400. querele, e alla fentenza di Liefìna rìfpofe,
ringraziando come di cofe portate a favor fuo, perché le querele prefiippongono
la proibizione; e le fentenze, o condennatorie, o alfolutorie, provano la
giurifdizione : e intorno alle barche di tale diffe che non furono fatte andar
a Venezia, come non fi fa mai andar alcuna, per elfere proibito ch’entri in
quella CitA l'ale forclliero; e fe non lu gettata in Mare, fu cortefìa, che non
dee effer imputata a pregiudizio. Conchiufe di avere dato il vero fenfo alle
capitolazioni, eprovata la poffelfione immemorabile dell'Adriatico; che avrebbe
potuto dire più cole; ma gli pareva fuperlluo, rollando chiaro per quelli due
punti che la pretenfione era nuova, e la richiella non poteva aver luogo. I
Cefarei, dopo aver trattato infieme, vennero in rifoluzione di non. perfeverare
nella dimanda per giullizia; e il Barone del Suora apertamente differo la
Repubblica elfere Padrona del Golfo, e potere metter i dac) che le piace; • che
cos'i fentivano in loro cofeienza: ma infieme aa 'be erano di opinione che, per
l’onellh, e per l’amicizia della Cala H' Aulirla, dovefle farlo col minor
incomode de’fudditi di quella che fjf. ;ogibile. DilTero gli altri tre, che non
era tempo di approvare, nc «il contrailare il dominio del mare, ma bensì di
ritrovare per curtefia qualche temperamento: che la Repubblica riceveflé i fuoi
diritti da'UiJditi Aullriaci naviganti, e folfero levate quelle condizioni che
lOno d’ iiieomodo loro, e di nelfun utile a lei. Furono efaminari diverfi
partili, e fi conchiufe di riferire a’ Principi, ficcome convenivjTf^erire ogni
altra cof.v determinata; eflendo lacommilCone fotta
)aratilicaziomdiefli,elaraunanza ebbe fine. Ma la relazione arrivò in tempo T
om, It ‘ li che rherimperadore,pcr gi«veinfennid,nonpoMviati«a animali, e
grofli, e minuti. Quefto accidente difpiacque molto a fua Altezaa, per le
circoftanze di efler occorfo nello Stato proprio, ej contra la fede daa da’fuoi
Miniftri; e con indizio anche molto violenta di complicithcosl attefo il lungo
viaggio fetto dagli Ufcocchi per la giurifdizione Arciducale feima elTer mai
fiati impediti, n- divertiti; come anche attefa la refiituzione btu per ordine
de’Magifttatia’fudditi.loro folaiqente, reftando tutto il danno agli altri. 1
Miniftri della Repubblica riputarono che per li danni inferiti non baftafle
rifentirfi cantra gli Ufcocchi fojamente ; ma convenire appref lo in tal
accidente, per debito delia protezione dovuu a’fuoditi, che si adoperalfeto per
zilàrcirli con appreiaglie : opera, che fu fata da una, Galei che sbarcò veriò
Fianona,emcoòvia, febben non uguale numero di animali, quanti gli Ufcocchi
avevano predato, quei perù che fi poterono aver ne i luoghi vicini, i quali
furono ìmmediate diftrihuiti a proporzione a dannificati per rifacimento. Per
quefto fetto gli Ardwali rimaUi alla Corte. Ceferea, dopo la jarienza del lor»
padrone, fecero grave lamento, che fua Altezza foT(e fiata provocata da’Veneti
nelle terre fue patrimoniali lenza nelTuna olTela precedente dal canto fuo e
de’fuoi fudditi; e rifpondendo a chi loro opponeva la prenarrala, che non era
con violazione della giurifdizione Veneta; che toccava a liiaAlteaza rifentirlì
come di malecommellb nello Stato Tuo proprio ; e che prima del partir fuo da
Lintz aveva rifolnto di volerlo fare ; quefia rirpolla fece maravigliare
ciafcun intendente delle leggi, e del diritto delle rapprefaglie, che appunto
fi concedono,, perche quegli, cui tocca fare riTeniimento contra i malfattori
colla giuflizia ordinaria, non lo là. Ma la Maefh Cefarea, acciò, moltiplicando
le offeCe^ non nafceflè qualche grave fcandalo, fcrifle lettere all’ Aroiduca,
cfonandolo efficacemente a mettere la mano, e provvedere. Mentre a Gtatz fi
configlia come foddisfare alla volonà della Maeflk fua, accollatofi il verno,
quando alle guardie riefce dannofo lo Ilare lungamente in mare, fecero gli
Ufcoahi diverfe furtive,] e improwife ufcite. Diedero fopra l'Ifoh d'Ofléro con
generale preda delle due Ville di Luffin, fpogliatt delle proprie vedi fino i
fanciulli, e le donne ; baflonati, e feriti quelli che fi dolevano, e pregavano
di mifericordia ; e fopra Pago fvaligiarono la Villa di 0>lune, e poi lo
Scoglio di Proveechio appartinente all’ Ifola di Veglia. In mare non
perdonarono a Valbello di qualGvoglia fora, non fo!u rubbando ; ma ritenendo i
marinai più principali, e dando loro rl'-rtco. Tanti inconvenienti, e le lettere
della Maellh Cefarea m..ro.o finalmente il Seteniffimo Arciduca a mandar a
Segna il Signor Ha’:, Baron di Echembeig, General di Crovazia, accompagnato i!
a buon numero di faldati, parte Tedefchi, parte del Contado di Gorizia, acciò
potelTe sforzare i contumaci, e regolare quella Cittb. Qucito Signore, giunto
in Segna, con fcvero comandamento fece adunare il bottino^ delle teire di
Luffin, e altre del dominio Veneto ultimamente fatto, e fece pagar lire
quaranta per tclla a cinquanutrè Ufcocchi che intervennero a quella preda, pel
mancamento che fi poicffe trovar in efla • Fece un bando, che io termine di
quindici giorni tutti i Venturieri fi prefentaflero a lui, altrimenti
reflaflero banditi colle loro famiglie; de’ quali una parte ubbidì, e un altra
fi ritirò alle montagne. Dopo aver fata più volte la moflra, e rafiegna di
tutti, improwifamentc ne imprigionò noi CalleUo trenunove, nel qual numero
furono i C^pi tutti, e alcuni anche di baffa lega, e degl’ infimi ; a’ quali
tutti fece immediate fvaligiare le cafe da’ Tedefchi condotti ficco ; e per sé
pigliò l'oro gli argenti, le fete, e altre cofe di prezzo ; immediate fece
tagliare il capo a quattro Ufcocchi, ladri, ma uomini lenza feguito, di baffa
condizione e de’ più miicrabili. Fu anche Autore che in Bucati foffero
imprigionati da quel Governatore due Ufcocchi fuggitivi da Segna ; e ne| giorni
feguenti imprigionò, e fvaligiò la cafà ad alquanti altri ad uno ad uno ; fece
correr voce di volere lafciar in Segna pez guarnigione cento Tedefchi, e cento
nativi di quella Citih lolamentc, e trafponar* gli altri in Ottofàz ; ma indi a
pochi giorni gl' intTom, II. ' li I prt prigioiuti, eh’ erano al numero di
trentarei, avendo dalle lorofacohì, e dagli amici, trovato modo di
ricompetarfi, pagando tutto quello che poterono, furono liberati T Non ardf
peri egli di liberare apertamente Vincenzo Carlinovicli, capo, e autore
d'innumcrabili mali, particolarmente del barbaro trucidamento di tutti i
faldati, e pafleggicrì della Galea, e dell’atroce, e hera uccifìone del Sapraccomito,
febben donò grolTamentc per cjuefla caula; ma lolo gli diede modo di fi'^ire.
Fatte queue elecuzioni, mandò il Conte Cefana a parlare col Generale Veneto, e
dargli parte delle caufe della fua miflìone, e richiedere che foITcro aperti i
palli,- folTe reflituito il commerzio, offerendogli, quando dcfiderafle alcuna
foddisfazione particolare, far tutto il poflìbile, acciò la ricevelTc. A quell'
uffizio il Generale corrifpofe, nar. rande la mente della Repubblica elfer
tutta volta alla quiete, nò altro efla defiderare, fe non l'cfecuzinne delie
promelfe fattele.- che i Venturieri toffero tutti fcacciati; non folfe dato
ricetta a’banditi; e foOero levati i ribaldi dal nido dove ricevono comodo di
offender il vicino: che, quelle cole fatte, egli troverebbe in tutti iMiniflri
della Repubblica una perfetta corrifpondenza di buona vicinanza.- mi non fapeva
gik come perfuaderfi di vedere melfo in opera quello debito, men. tre le
reliquie della Galea erano nel porto di Segna, c Icartigliericfopra le
muraglie, e gl' imprigionati gittflamente per quello, e per altri midatti,
liberati, ^uell’ uflizio non ponò in confeguenza alcun buon'effetto; anzi i
Capi gl'; tmtti di prigione Aitoiio onorati, e favoriti, particolarmente
Vincenzo Carlinovich Ji fopra nominato; il quale, dopo effer fuggito, gli donò,
oltra le cole dette, un prigion Turco, a cut era fiata impolia una taglia di
quattro mila ducati. Non loto egli fu richiamato in Segna, ma gli fu dato uno
de' quattro Capitanati, e fu pigliato tn protezione di- fua Altezza Fu. pgfta m
-filenzio la traslazione in Òttolaz ; i rifuggiti alla a poco prefero annuo di
ritornare e il Generale, dopo tfere idtlBoylftin quella Cittk circa cinquanta-
giorni, parti ioicp ^ conto a fua Altezza delie cofe fatte, e ricever ordme
mnllielle che doveva fare, lafciata parte dei prefidio de’ Tedcldtt che feco
aveva condotto, e Iparla fama, che Ira due mefi farebbe ritornato. Pigliò in
compaoM fua Vincenzo Carlinovich, per condarlo alla Corte, e fargli comennare
il Capitanato. Candulfe feco dodici cavalli da foma, due carichi tra danari, e
argenti,- dicci carichi dipanni; e altri lavori di leta, tappeti prcziolì, e
cùmbelioti cavati, parte da’ prigioni che liberò, e ^rte dagl’altri cbe.^
«menda il medefuno, prevennero la mata .ortuna, avendo .reBdutaiquclla gente
piò avida alle prede coll'inpoveiirla, aggtula impalilo di chi, ellratto dalle
giumente tutto il latte, le manda. a PUtdo altrui, acc^ fi riempiano delle
foflumze di altri'. S' ceno che in danari portò via cento cinqoanta mila
fiorini: di quanto prezzo iblfcro le altre cofe afporiate li parlò variamente;
c, quello eh' c notabile, appropriò anche a sè quello che,, raccolto aveva
de’boitini fatti ultimamente a Lufiìn, e a Collane. ( Immediate dopo la fua
partenza ritornò in Segna il rimanente di quelli «h’ èrano fuggiti alla.
montagna, e iodi a pochi giorni parti la Campagoiade’Teddchi, da lui lafciata^
per mancamento di viveri ; fe però ciò non fu piuttonopretefto, cheveritli; e
quello fu il fine limile in tutto a quello che le altre milfioni Je’ CommilTar
j hanno cotifeguito; fe non che quello eccede, avendo non participato, come gl’
altri, ma prefo il tutto, e lafciati gli Ufcocchi dirguflatilTimi, che fi
querelavano al Cielo dell’ ellorlioni fatte all’aperta, e fenza alcun riguardo;
e a bocca aperta dicevano ch’egli aveva potuto operare con confidenza tutto
quello che gli tornava meglio, confidato nella potenza del fratello, uno de’
piò favoriti Minillri di fua Altezza. Il medefiliao Capitano Frangipane rellò
tanto difgullato, che rinunziò il Capitanato, e fi ritirò alla fua terra di
Novi, feben la rinunzia alla Corte non fu accettata. Ma i Minillrà Ifeaeti,
dopo il facco generale delle terre di LulTin, di Collane, c di Porpecchio, gih
preparati al rifacimento de’ danni de’ fudditi, intefo l’ordine dato da fua’
Maefiò, e poi la rllbluzione di fua Altezza coll’attuale milfione
deU’Echemberg, giudicarono bene fopralTedere, e afpeturo le provvilioni che
folTero da lui fatte: e quando intefero ch’era raccolta quella preda per ordine
fuo, tanto piò lì confermarono che convenifle veder feCto. Ma udita la fua
partenza da Segna nel modo deferitto, irritati, maICme dall’ aver applicato a
sò il bottino fatto io quelle terre, vennero in rifoluzione di rilarcire ì
fudditi colle rapprefaglie, cosi per conlolazione loro, che, veduti i finillri
andamenti, s’alìliggevano, difperati di poter vedere folievamento ; come ancora
per gaitigo, e per metter freno a’ misfatti; e il Ca S itano del Golfo, pollato
nella riviera di Valofca, e Lovrana, depreò quelle urre. Ritrovò tra le altre
cofe alcuni maggazzini con molta quamitò di frumento, biada, e farina, che
raccolta dal Contado di Pifino, era ivi polla in rilerva, per ellòre condotta a
Segna; della quale riputaudo necelTario privarne quella terra, ricatto de' ladri,
nè potendo afportarla, ordinò che felTe abbruciata; e palsò l’ incendio oltra
quello che fu creduta, parte per la vicinanza degli edifizj, e parte per gli
eccein de’lolJati, in modo che rellarono molte cale abbrociate; e fu maggiore
il danno del fuoco, che delle robe tolte,* le quali elfendodillribuite a'
danneggiati, non ballarono per rifarcirti iKlIa meth. Non rellò oifefo alcuno
nella perfona, e leChiefc rellarano intatte per efpreflo comandamento del
Capitano; e quantunque la principale li rìtrovalfe piena di frumento, quello
rimale lalvo per rìverenaa del luogo. Un’altro accidente fuccelTe nella
fortezza di ScrilTa, con altra nome chiamato Carlobago, eh' è uno dc'fcUi degli
Ufcocchi dirin^petto, e tre miglia Iblamente lontana da Bagof Ctuata in luogo
eminente della Morlaca, che domina tutta quell' Ifoia, la quale dagli Ufcocchi
di quel prcfidio viene dannificata, non come gli altri luoghi, alle volte, c
con intervallo, ma perpetuamente; avendo quelli della Fortnza comoditb, come da
luogo* fuperiore, di veder dove li facciano le adunanze dì animali, andando
appoftatamente a' luoghi, e fenza fallóe. Gli Ufcocchi che guardavano quella
Fortezza, ben confapevoli deV^difperazione degl' iTblani, e quanto fitrrebbono
Rati pronti ad attentaW|,ogm cola, per lìberarfi, penfando di ulare la miferia
e femplicitò dt poveri uomini per mezzo di acquilbr premj da i loro Padroni,
ouMuoaiono un trattata doppio. Negoziarono Con ogni for ta Digilized by Google
Z54 STORIA u di apparai u di rcaltii, e promirero al Conte di Pago, che ad ua
legno ravrcbbono introdotta nel Callello. Dall'altro canto mandarono a Segna ad
avvilàre il trattato, donde fu immediate fpedito fegretamente Paolo Dianifi
vich con 30. Ufcocchi. Al giorno deilinato il Conte, prefa una parte di una
Compagnia di foldati, ch’era alla guardia ordinaria dell'Ifola, e buon numero
d’ifolani, al fegno dato andò; ed elTendogii aperte le porte, lenza ufare le
canzioni debite, e folite in fimili occorrenze, molto fcmplicemente entrò il
primo, e fu feguito da tutu la gente con molta confufione: furono immediate
colle archibulate alTaliti dagli Ufcocchi, che ulcirono dalle infidie, onde
renarono morti il Conte, e il Capitano de' foldati, e alquanti de' primi; e
degl' altri parte fuggirono, e altri circondati furono tagliati in pezzi, e
reliarono morti quaranta foldati, e altrettanti uomini dellIlola, perduta la
bandiera cosi degl’lfolani, come della compagnia de' faldati, le quali dagli
Autori del doppio trattato furano portate prima a Gratz alla Corte Arciducale,
e poi anche aH'Imperiale, per ricevere premio. Quello fecondo accidente fu
fentito in Segna con piacere; nè è maraviglia, poiché fu operazione degli
Ul.occhi; ma è ben maraviglia che fentUfera con gudo il fatto di Lovrana,
quantunque folTero reftati privi della vettovaglia, (perando che per quello
foffe loro concefla aperta liberà di Icorrerie dal loro Principe, 1 Miniftri di
fua Altezza fecero gran lamento alla Corte CeOirea per tutti due quelli
fuccelD, ehtgerando il primo per l'importanza del unno, e il fecondo pel
rilpetto della Fonezza; e aggravando, che, per elTere terra della Corona di
Ungheria, era flato tentato un’atta odile contra la Maelà Cefarea
principalmente. Ma quanto al fatto di ScrilTa tre cofe dicevano i Veneziani.-
Prima, per quello, che tocca gli Autori del doppio trattato, che le infidie
tele a quei poveri innocenti furono effetto della perfida di quella gente, che
tempre da nell' inventare modi di feminare dilcordie tra i Principi, per
confervarfi nella licenza del far male : poi per quello che appartiene al
Conte, e a gl'lfolani di Pago, che il loro hne di liberarli dalle molcdie degli
Ufcocchi m qualunque modo fu buono, elfendo per necctfaria di^; ma il difetto
di prudenza, in non faper dtfeernere un trattato finto, fu alfai pagato da loto
colla vita. Ma per quanto tocca i Principi; che il tentativo, quando fofTe
anche riulcito, non avrebbe avuto fine con ofiela della Maedi Celarea : e per
fede di qtu-do, nartavano che nel I5pz, avendo gli Ulcocchi di Scnlfa fatti
danni notabili in Pago, il General Veneto aflaitò la Fortezza, e la prefe; e
pochi giorni dopo mandò a lignificare a’Commcflài; Celarci, che allora erano in
Segna, non aver avuto altro fine, che di gailigare gli Ufcocchi con ogni
rilpetto allaMaedli deU’Imperadore ; però mandafléro altri Soldati, che
Ulcocchi, per guardarla, che l’avrebbe confegnata: il che quando non aveffero
fatto, egli però non intendeva di tenerla, ma l'avrebbe fpianata, acciò i
Turchi non fc ne impadroniffero,I CommelTarj mandarono nn Capitano Tedclco che
con loro era, al quale fu coniegnaca immediate ; ficchè l’Imperadore non udì
prima la piefa, che la confegnazione, e cosi fua Maellk, come 1 ' Arciduca
Ernello, che allora governava per la minor eih di Ferdinanda, iniele le caute
dd fuccelTo,nan riputarono che loffe coatta la buona intelligenza. Ma tm,
cucilo che m yiieuQ» er* coavci^ito : e w u ui i»»** m fe cob impofllbile^' e
«he le «ofe opecue ae',mfnifto Veneti so» Mfero i>er neceflitìi di
fjcurexza, o per ^ullo riiarcu^to de duni dp fudditi, ccene predicaveng poifhe
non era proceduto al,cim dannolgro dagli Ufcocchi, ma eia uea pigvof^iaM, e
dUwne di oneUcw intacco della riputaaiooe di fua AIuim^ la |luaU> quando non
joDe reintegrata colla relUtuzione, e con laftiare libero il naceva effer
falvan, fe non colla guerra; non manundo chi loltenelle la parte de’ Veneziani,
rifpondendo, non eflere biu^lp> di dilcono, ma d’infpezioae g dimollrare, fe
Taccordaito fofc (lato adempiuto, vedeodofi tutti gli Ufcoecbi ritorngti in ^
nazioni, e incurlioni non pib per intervalli di Wpu, continua ferie di oSéfe;
non i Qipi, ma alcuni miferi, S'“' lÙzìati per fola apparenza, eflere de’meno
colpevoli ; che niente eia dato operato dai Miniftti Veneti, fe no"
8^*" prvocazione : u ìucccflo delle barche ptefe efler originato dalle
prede, e da altre mgiuM precedentemente latte : quello di tovrana elfete dato
una giuda corrifpendenza per li gravi danni di Lufm^ C Collane; eia dilazione
^r a(pettare, le TCctiemberg avefle provveduto, non dover pregiudic^.; ft il
tempo ÙKcrpofto ildanno, e'J riiarcimento, che non amvòa tje meli, poteva date
nome d’ illazione d’inporia a quello che tu ^ bcimento differito; mentre vi ea
mgione d’afpettar® 1 *• • andava pubblicamente lettera del Vedovo m
"S"*» fu-itm ad un'altro Prelato alla CorteCeiàrea, la quale
attribuiva all Eehembere la caufa di ogn’ iuconvcnience,. • i. la Maedh Cebrea,
eccitata dalle moltiplicate querimonie ^ ambe k P*^ti, oosi precedenti b
mildone deU'Echemberg, come fmeguenti la partenza dì gnello, deMftnla di metter
fine a cmi moleuo oMOaio comandà m fuo Gonfiglio c!« vi applicaffe 1' apirao
con maggior ac^ratczza- e fu tifiJuto di tenere una confiiltazione, nella qi^
veniflè ancora l’Ambafcbdor Veneta, accib con difculjone di ambe If parti più
beilmente foffe trovato lo fpediente. Furònoanclie rn^rnu in ConfinUo l’
Ambafciador Cattolico, e il Fiorentino, Minidti di Prìncipi cerumente colmi di
bonth, e giudizb, c cosi «ingiunti cm SereiiiBimo Arciduca Ferdinando, che per
fangue, e ^nith, umpoifeno effer più prollimi. Non è certo fc foffero inv.tar^
per «Viatori non parendo che nè delluna, nè dell’altra gualuh Vi toffe bilb to.
In^lU Raunaiua, dopo tango dihaKimento di tag^, fio», fu conchiulbche,
affermando una Wtte di condii, e negando 1’ altra, hifognava vederne U venb ; e
perù cho l’impcradorc fpeditehbe immediate Comminino a Segna, P« •j?’’ cuziow
aUe cofe concordate, quando nttovaffe ™ efeeuita msiù fi eSèttuerebbe in
termine di un mef; Che la EepabWica pm irebbe manèbr Miniftti ivi, non per
trattare, maperap^e >.f afficutarfi cha in acfiun conto fofte .mancato;
nmeirouJo P*” mandar, u non ^uUlfcre, come' meglio le foITe parato ; e fn tanto
da ambe le pari? fi fofpendcflero le oflefe. Fecero iftanea gli ArciducaU. che
folfe dichiarato dovcrfi imendcrc lotto nome di fofpendeofTcfe, il celTare di
tenere le terre rifirctte ; inretelTando qtiiden^ tn f-tmpenidqre con dire, non
elTere dignità di Celare operare cola U'Rnubblica teneva la Ipada in mano
minacciando, tóme fe per foni .'\^i^e. cnftringete foa Maefià ; e tanto
maggior, mente, quanto elm ipcótnIiilMfva a far fatti colla milTione di
CommilTario. Ma daU'ahta ^He era confiderato non potcrfi fperare che 'la
Repubblica condifcendelTe ad allargar comodo a' ladri di faredam ni ma^iori,
avendo tante volte veduto che mainon erano flati aperti i pam fenza quella
confegnenza; e che larebbe difficile farla venir a fatto cosi importante, non
dando in cambio altro che. parole: imperoccl)^ la miluone innanzi che il
Commiflàrio aveffie eleguito con-, fiflcva in parole, e non i fatti; e che non
teneva la Repubblica le arme in mano per minacciar Principe alcuno, non che fua
Maeflh, fcmpre olTervata, come metiu tanu dignità ; ma folo per difendere lì
flelTa, e i luoi fudditi.- che le continuate dimoflrazioni diperpetua
olTervanza della Repubblica verfo quella Maeflà non lalcierebtono entrare Cmili
conce tti ; e la virtù dell’ Imperadore renderebbe certo ognuno che farebbe
molto folo dal fuo religiolo animo, e per puro zelo di giuflizia:
anzi,pinttoflo che potelse el'ser alcritto a timore di quello ch'era per debito
di religione, e di promelsa, potrebbe dar a molti maraviglia la dilazione
neU’eleguirlo - I Celarci con^ chiufero che alla Repubblica fofsc rimelso il
levare, o non levare le guardie ; e folo ballar loro che operalse in tal
maniera, che il Commilsario potelse ftar in quelle terre con dignità di Sua
Maeflà. Di quella riloluzione fu data parte all’ Arciduca con lettere Impe.
riali; c lua Maeflà ordinù al luo Segretario refidente in Venezia, il quale
accompagnò con fua fpezial lettera credenziale per quello particolare, d’
efporre, come anche, dopo aver prclentata Inietterà, efpofe,cbe Sua Maeflà
aveva rifoluto di mandare Commilsario a Segna, per vedere, intender, e regolare
tutto quel negozio, e fare quanto conviene alla buona vicinanza: che pregava
Sua Serenità a dare que. gli ordini le parefsero concernenti pel .buon
fuccefso, ed effetto, di quella fptdizione- A quello uffizio, degno della
religione, e giuflizia di tanto Principe, iu corrifpofto con lignificare al
Segreurio quanto fof.fe grata la comunicazione di mandare Commilsario a Segna;
e con quanto maggior contento si avrebbono intefi gli effetti; aggiungendo,
obblazionc di non tralalciarc cofa alcuna, per foddUlàre Sua Maeflà, e per far
ogni dichiarazione co’ fatti dell’animo fempre diipoflo. a continuare in buona
vicinanza: e con lettera di fpeziale creanza peri’ Ambafeiadore le fece dire lo
fleflb- Fu gratiflìina a’Veneziani quella deliberazione dell' Imperadore, cosi
per defiderio di veder il fine delle moleftie; come per efsere chiaro teftimonio
che Sua Maeflà medcfima non feiuiva efsere flato mancato ad alcun debito di
csnvenicnzaquaqdo non fu maudato alcuno a trattar col Conte Aluni, e coi
CoUeghi a Fiume. Diedero immediate ordine al Generale di Dabnazia che fofse
fatto ogni onore, edita ogni comodità a quello che per nome di Sua
Maeflàandafse aSegna, einqualunquealtro luogo di quelle marine. Deliberò Su*
Maeft^ mandare per CommiBario Giovanni Prainer, Governator di Giavarino,
pcrfonaggio di gran qualità, reputato giu(lo, di valore, e con riroluzione; il
quale lebben fi ritrovava allora in Ternavia per negoziazione importante (opra
le cofe diTranfilvania, lo fece andar alla. Corte, e lo fpedi con iftruaione,
dcU* if capo principale fu di vedere fe il trattato di V^nn* *t* eieguito; c
fare quello che fofle neceflarip per total efie^uaione; con ordine che andaflc
prima a Gratz, conferifle l’iftruzione coll’ Arciduca, e immediate paflàlTe a
Segna per l’ cfecuzione ; tenendo per fermo che avelTe Sua Altezza lo lleflb
fine, e defiderio di una buona provvifiione ; e folfe per coadiuvare ;
aggiungendo alle iftruzioni imperiali le fue maggiori faciliti, e la lua
fermezza. Andò il Prainer a Gratz, e dall’ Arciduca non gli fu ^rmeflò il
palTare piò oltre; ma rifpedito indietro nel fine di Luglio con rifpolla in
ifcritto alle cofe da Sua Maefti ordinate; la (oftanza della quale fu ; che non
poteva aifentire al levate gli Ufcocchi, e fare le altre cofe ricercate dalla
Repubblica, mentre quella (lava armata, per non dare fegno che lo facefie fer
forza, e violentato; ma, levate le armi, (irebbe pronto a far il tutto: anzi
che gii aveva incamminate le cofe ad ottima difpofizione, avendo ridotto quel
prefidio, che richiedeva due cento mila fiorini per le paghe (corfe, fe doveva
partire, a cento mila, con ifp«anM di ridurlo a molto meno : onde, levato lo
fcrupolo di apparir violentato, metterebbe mano all' opera - Siccome il veder
partire dalla. Corte Celar ea cjucl perfonaggio con tanta rifoluzione di
Ccfare, del ConCglio. Imperiale, e fua propria, di metter fine all’ imprefa,
fece tenere quello travggliofo negozio, per ridotto a buon yalTo; cosi la
canfa, perchè fu rimandato indietro, diede gran maraviglia; poiché avendo
confideratamente rifoluto la Maefti Celare*, Principe fupremo, e Padrone della
regione, che la miffione d’ un CommiOàrio fuo non derogava alla fua dignità
Imperiale, non pareva eOervi coperta di pretendere che derogane alla
riputazione Arciducale. Non mancava chi artribuilfe il male a’Miniftri, che,
non volendo il rimedio, nè per termine di buona vicinanza, nè di amicizia, nè
di colcienza, nè in qualunque altro modo, non potendo addutrefcule apparenti,
nonaveftèro rifpetto di dare nelle ftravaganti, purché in qualche modo
impedilfero l’effetto. Il ritorno del Prainer non fu di gufto alla Corte Ccfarea,
parendo che folfe con poca dignità di quella Maeftà, che una riloiuzione prefa
da lei confideratamente, con aflìftenza, e approvazione ancora di Ambalciadori
di altri Principi, e di uno 'cosi grande, come il Re Cattolico, c fignificata
anche elprcltamente a Venezia, folfe attraverfata fenza ufar almeno qualohe
colore di riverenza; e con chi ne parlava con loro non fapevano fcufarla, fe
non con riftringere le fpalle, o divertire il ragionamento.- e ficcome a
Venezia riufcl molefta, privando della fperanza conceputa, cosi certificò che,
quando i Miniftri Arciducali rimettono qualche cola all‘ Impcradore, ‘lo fanno
per futterfugio, ma tutto proviene da loro. In quello mentre gli Ufcocchi, che
fono temerarj in ogni imprefa, e inconfiderati del fine che ne polla feguire,
fecero molti Tom.'JJ Kk tenta x 58 storia tentativi; che, per la grande
oppofizione, non poterono mandar ad effetto, le non in cofe leggiere, che non
meritano di edere memorate particolarmente; ma ben occorlc quello che luole
partorire la lunghezza de i negozj, quando ogni minima preparazione di arme fìa
in edere; imperocché le lòfpezioni che nalcono, e la inquietudine defoldati, le
minacce che alle volte imprudentemente cleono di bocca, aumentano le diffidenze
; e il lungo negoziare caula motivi di ofiefe,, e le nuove offde aUungano il
negozio. Avvenne che Niccolò Frangipane, gih nominato per Capitano di Segna, e
Signor di Novi, adunò in queffa lua terra, quindici miglia lontana da Segna,
molte vettovaglie, e altre provvidoni; condulTe quivi le armi, e le munizioni,
e tre pezzi di Artiglieria della Galea Veniera; e li fece mettere fopra le
muraglie; e vi condufle numero maggiore di Uicocchì, che diede veemente
lolpetto al Generale Veneto che avelfe in trattato qualche importante imprela;
e fì accrebbe Ve fbfpezione, perché, dopo efler (iato rimandato il Prainer da
Gratz, e pubblicato che fua Altezza non alTeniiva all' accomodamento, andò a
Segna Groffredo Stodler, al quale davano titolo di Prendente, con numero di
foldati, e aveva in compagnia il Frangipane. Quefh mandò a vedere la Fortezza
di Scriffa; icorfe a Fiume, e a Buccari, trartenendofi in quelle regioni
quindici giorni; ne ì quali furono molte andate, e ritorni di Ulcocchi da
Segna, così verfo Scrifla, come anche a Novi, che milèro in gran timore
glilolani di Veglia, {limando effì ciò cfTere fatto, o per qualche imprefa
iopra di loro;o perfermarvi dentro per ordinario una cosi numeroLa guarnigione
di Ufcocchijchefc^effata unacontimiadiftruzione deU'UoU. Ne fecero gran lamenti
col Generale, pregandolo di liberarli da quel pericolo. A quello fi aggiunfe
che 1* armata Veneziana, la quale (pedo tranntava di là, vedendoli quell'
artiglieria dinanzi agli occhi, fi commofle talmente a fdegno, a vendetta, c a
defidcrio di racquìflarla, che i Opitani, confìderata la facilità della
ricuperazione, lo efqftarono all’ imprefa. Egli, per prevenire i mali desìi
nolani, non fenza cauià temuti*, e per rilarcimento della pubblica dignità, le
cui armi erano tenute come trofei degli Ulcocchi, venne in rifoluzione di
alTaltar quella terra, e Imantellarla *, e diede gli ordini necelTarj, non loto
per effettuare 1* imprela con ficurez21, ma ancora per farlo fenza danno degli
abitanti Fu la terra, che é iìtuata lopra il mare, affaiita una mattina con
pettardo, e Icalata così ordinatamente, che non morirono in quell* adalto di
quei dentro le non venti che fecero olìinacamente refillcnza colle arme in mano
; rellarono intatte le Chicle, e 1’ onore delle donne *, fu ricuperata
rartiglicria, e abbattuto il Torrione ; e le mura furono in divede parti aperte
: ciò facto, il luogo fu abbandonato, e iafeiato in podelVà degli abitanti • La
fama del lucceffo, come fpeffo avviene, paffò a Gratz amplificata, effendovi
flato aggiunto, che foffe fiata ulata crudeltà contragli abitanti,
conculcazione di reliquie, incendj, e diffruzione di Qiiele : rumore che predo
Ivaì\\, cflinto dalla verità ; poiché fi videro reflatc le Chicle cogli
ornamenti loro nell’ effer iftcflb ; c nella terra non vi fu veftigio di
abbruciamento alcuno, Ma da quella Corte, immediate doporavvifo, fu fpedito un
Corriera all'Imperadore, aggravando il fucceflb; e furono aggiunte alle
querele, per qucDo accidente, altre ancora, per un'ordine dato antecedentemente
dal Generale Veneto, col proibire il commerzio anche per terra; e una fama
dagli Ufcocchi liudiofamente dilfeminata, che Segna dovelTe eOere aOaliu.
Ulàrono ogni arte, affine di perfuadera che la demolizione di Novi folTe una
rottura di aperta guerra. Alla Cone Cefarea non la tennero per tale ; piuttolio
ebbero opinione che a Venezia, veduta la milTione del Frainer con ampie
commillioni di rimediare, e come a mezzo viaggio era (lato rimandato indietro,
fofle (lato giudicato necefsario fare qualche motivo, non per rompere, ma per
eccitar al rimedio che (i andava procra(linando; non parendo che l'aver aperta
la Fortezza, e 1' averla ab-, bandonata, mentre ft avrebbe potuto ritenere
fenza timore che fofse ricuperau, folfe indizia di volere pafsare pid oltre.-
anzi dicevano i Veneziani quello efsere chiaro indizio che lei mcC prima il
Conte di Pago non ebbe penliero d' occupare Scrifsa, ma di levare folo a quella
il poter offendere la fua Ifola. Ma lo Stodler, e il Frangipani, quelli,
peldanno della fua terra, e ambedue forfè perchi folte prevenuto qualche loro difegno,
fecero uffizi cos'i efficaci, che fu da Grata daa libera licenza agli Ufeocchi
di far tutto quel male che potefsero; e a loro data facoltà di levare parte
della milizia di Crovazia, per fare rifentimento : per lo che immediate in
Segna rilarcirooo, e armarono tutte le b arche al numero di venticinque;
unirono tutti gli Ufcocchi fparfi per I» altre terre della regione fecero
diverte ù^e, ora in. molto, ora in poco numero.- non perb riulcl loro di poter
metter in efietto dìfegno alcaao, perchi i Veneziani ancora erano beo
preparaci, e avevano accrefeiute le lOTOforze; e quandonon potevano impedire
gli incocchi daH'ufcire; ufeici. Li perlcguitavano fenza lafciarli fermar in
luogo alcuno., Di tempo in tempo cha gli avvili degl' accidenti giunfero zGrat^
furono anche di Ut fpedite IlaRctte, per dar coniu all' Imperadore de'fucceffi,
con interpretazione che fofscro oifele priucipalmence inferite a fua Maella; e
che a lei coccalse mentirli colle armi; portando diverfe perfuafioni, per
indurla alla guerra. Con tutto ciò a quella Corte non fi defilleva dal trattare
negozio di accomodamento; • tutta la differenza era da qual capo cominciare;
iltando i Celare!, conforme alla volonih dell'Àrciduca, che s' mcomincialse
dall' apertura de'paffi; e i Veneziani dal levar gli Uliocchi dalle marine:
quelli, comendando le opere fatte dall' Imperadore me la concordia, che farebbe
(eguiu ; fe da altri non foire fiata impedita ; e la buona volontà di far il di
piò che fi poiefse con lua dignità ; efortavano a corrifpondergli con quella
dimoflrazione di onore ; confidando oeUa fua parola, acciò potelse proleguir
innanzi, fenza far credete al Mondo che lo tacelie sforzato ; e dall' altra
pane a' Veneziani pareva «(tc nefsuno fi potcfse dolete e di quello ch’era
(lato fatto per difela, ei;blicarc il bando contra 41 Peuzzo co’medefimi
termini da lui ulàti. Ma mentre era olirà il Itorrente della RoCanda, confine
tra i territorj Arciducale di TricRe, e Veneto di Muglia, in dalle genti di
quei luoghi avvertito «he in quelle marine erano certe faline del Pcuzzo fabbi
icate, e che alla bocca della Rofanda erano fiate da chi fi fofie riedificate
alcune, uhc già circa quarant’ anni di nuovo erette, furono in quel medeCnoi
tempo tUfirutie come quelle che fpingevano il torentc lopra «onfiui del vicino
con gravilfimo danno. Per quelle caule il Prov.veditort, non -parendogli avere
iàttoalfai per reintegrazione dell’onorefuo cqiKra. if Petazzo ; e per levar le
novità fitte a’ danni di quei «onfioi, deliberò di andare alla devafiazionc : e
mentre chiamava in •jnio una Galea,, e congregava le barche che per l'opera
erano necedàrie; difcele in quelle parti b geme che col Terlatz,e col Franco!
veniva alla quale s’erano aggiunti altri ancora per viaggio, moffi dalb
fperanza di rubbare : Andò il Frovvediiote con buon numeio di padani, per far
l’opera, e co’foldaci, per guardarli, e difenderli. Il Petazzo s'aflaiieò per
far loro impedimento,- ma non gli riufcl. Mentre però quelli fi trattenevano
nelb difiruzione degli argini, b gente di ’Tcrfatz venne in loccorfo del Pcuzzo
in numero di 3000. dalb -quale allaltato il Provveditore nel ritornarfi,
eflèndo fopr^tto il numero tanto maggiore, non eOendo -con lui fe non 800.
perfo' ne tra a piedi, e a cavallo, dopo aver combattuto, e fatto rcnUen. za a
(juella milizia, gli convenne cedere alla forza maggiore, e ritirarfi in
Muglia. Durò il conflitto due ore, nel quale intervenne la morte di 12». de’
tuoi con alcuni feriti, e dalla contraria con perdiu di alquanti mentre il
combattimento durò dal qual lucceflb inanimiti gli Arciducali, eflendo loro
anche fopraggiunto qualche numero maggiore di Cavalleria di Crovazia, fcorfero
tutta l'illria ; mettendo ogni cofa a fèrro, e fuoco, e depredando, e
fvaligiando tutto il paefe. Reitarono tutte abbruciate le Ville di Ofpo',
Abrovizza, Bettovizza, e Lonchi; e in quella, ch’era aflai ben abitata,
fpogliarono le Chiefe, guallarono le Immagini de’Santi, gettarono in terra il
Santilfimo Sagramento, per afportare la pillide d’argento. Fecero l’illcfl'o
ancora nella terra di Marceniglia, e ne’territor; di Barbane, e San Vicenzo ;
Poche delle Ville non murate rellarono eienti dall’ incurfione di quella gente,
c maflime dagli Ufcocchi, che ufarono ogn’ immanità contra le perfone, e ogni
rapacità comra le cofe divine, e umane: il che loro fu ^cile, effondo la
Provincia tutta aperta, ed efpolla alle fcorrerie. Per dodici giorni durarono
gl’incendj, ne’ quali rellarono abbruciate, oltre alle terre nominate di fopra,
Xafe, Grimalda, Rofarolo, Figarolo, Recatovi, Valmorola, Craficchia, Sacemo,Cerncza,
e Barato, le Ville del territorio di Dignano, c molte di quello di Rovigno; e
pareva quafi che tutto folle fatto affine di devaftare tutta la regione, acciò,
combattuti poi i luoghi alquanto minuti, fblTe loro facile occuparli, e
fortificali dentro. Tenurono a quello effetto l’oppugnazione del GaQello di Dra
f uch, donde furono ributtati, e colli etti a ritirarfi, abbruciato il orgoj.
Avvenne l’IlelTo alCaflello diColmo. Indi in maggior numero, con maggior ordine
a bandiere fpiegate affaltarcno Ducallelli, come luogo- di confeguenza, dove
diedero fcalata,e con tutte le forze tentarono l’oppugnazione; la quale durò
quattro ore con. morte di molti degli aflaliiori, i quali in fine, coflretti a
ritirarfi, polero fuoco in tutte le Ville del contorno per dove palfarano: Ma
etTendo giunta milizia di Corfi, e AibaneG, fpediti immediate che capitò
l’avvito delle prime devallazioni, furono coflretti gli Arciducali ad
abbandonar l’imprefa difegnata di occupar l’I Uria; la quale i Veneziani, ai
efa 1’ univerfale devaflazione del paefe tutto, e gli affalti de' luoghi forti,
tennero per principio di guerra formale; e fi coiw fermarono poi per quello che
legul pofeia immediate : imperocchi i Capi Aiiflriaci, perduta la Iperanza d’
impradronirfi d’ alcun luogo munito, lafciati in quella Provincia i Villani di
PiCno, e ZiminofoDto Aianagij Callioti da Sogliaco, e alquanti Ufcocchi, e
Tedefchi per dilcia delie cofe proprie, col rimanente della gente paflàrono le
montagm del Carlo; epe! vallone di Vermigliano entrati nel territorio di
.Monfalcone, che folo i nel Dominio della Repubblica oltre al Ulonzo, tra quel
Fiume, e le radici del Carlo, e fvaligiace nuove Ville; e a fette di quelle
dato il fuoco, colla llellà impieth verfo le chiefe, non perdonando alle donne,
a’ fanciulli, e alle altre perfone innocenti; alTaltarono la Rocca per
impadronirfene, e fermarfi quivi; fecero ogni sforzo per occuparla: il che
veduto non effero STORIA riufcibile, e fopravvenuti foldati dì Palma per
foccorfo, fi ritirarono nel Cario. Quelli motivi, non più di rubberie degli
Ufcocchi, ma di eccelli militari dc'Capitani, e foldati Arciducali, collrinfcro
i Minillri della RepubbUca, per ficurezza de i confini loro, fare camminar a
Faima le milizie del paefe, c quei numero di altri foldati che fi potè
raccogliere all' improvvifo quando ogni altra colà era afpettata, falvo che
fentirc guerra in iftria, e molto meno in Friuli. Ma capitato l'awifo a Grata,
eccitò maggior allegrezza della foUta in quella Corte; la quale qualunque volta
ne’ tempi palTati ha udito avvifo che gl’ Ufcocchi avelTcro ufato qualche
notabil infolenza, danno, o ingiuria, non fi è allenuta con parole, e con altri
modi di moltrarne la giocondità interna, cosi pel benefizio che le veniva in
parte ; come per l' invidia verfo il nome Veneto ; e pel defiderio di veder che
fuccedeflero mali maggiori ; eccitando ì loro Principi a’medefimi aifetti, e a
tutto quello che potelTe caufar rottura. Ma nella prefente occorrenza, parendo
loro avere ottenuto colà da tanto tempo defiderata, l’allegrezza fu fomma,
divifàndofi vana- ‘ mente vittorie, e aumento di Stato, e ricchezze immenfe.
Rivolti però a’ configli della guerra, fu dato ordine alle genti del Contado di
Gorizia, e della giurisdizione di Gradifca, che fi mettelTero in arme nelle
cale proprie: Al Conce di Terfatz, e al Francol, che paflaifero ad alloggiar in
quelle parti: Alle milizie paefane di Carintia, e di Stiria, che difeendefiero
ne i luoghi medefimi. Conlìgliarono ancora di levar fei mila Aiduchi, che fono
Villani Ungheri, con una paga fola, che non farebbe coflau -più di dicci milla
fiorini; e pel Contado di Gorizia, e territorio di Aquilefa fpingerli in
Friuli, nel paefe della Repubblica, e farli vivere in quello; penfando far
anche cofa grata aH’Imperadore, al quale la partenza di Ungheria di quella geme
fenza dtfciplina avrebbe fervito a levare gl’ impedimenti, per metter in
efecuzione le cole convenute co’Turchi; e liberarlo da molti pericoli di
fedizione; e a Sua Altezza farebbe flato di mollo utile, facendo la guerra fenza
fpefa. Furono Icritte lettere all’ Imperadore con difcollarfi maggiormente dal
modo del componimento trattato, e con avvifo eh era feguiio conflitto tra ambe
le parti; nel quale ■ fuoi erano reflati fuperiori; amplificando molto il
valore della fua milizia, e pregando S. M. di prendere la difefa di S. A. colle
armi; mollnndo facilità di aver una preda, e intera vittoria. Ma a’Capitani, e
Minillri della Repubblica ridotti in Palma, per prendere configlio fopra la
difefa dc'fuoi confini, era data molta materia di conlultazione, e difficile,
avuta la debita confiderazione fopra il tentativo delle genti Arciducali di
foriificarfi in Monfalcone; e avvertiti del numero di milizia di Cariniia che
già era giunto a Tolmino; che il Conte di Terfatz, alloggiato a Profeto colle
fuq genti di Crovazia, e 'cogli Ulcocchi, fi ordinava per palfar innanzi; e
intendendo che quei di Gorizia offerivano laro contribuzione con condizione che
pafTaReco il Lifonzo; e che l’Arciduca aveva fpedite patenti per far joo.
Cavalli in Audriay e ne i confini di quella Provincia fi congregavano di
foldati a piedi i vagabondi', eponderato an- cora ancon il difegne di levare ì
lei mila Aiduchi^ molto facile da efTertuare, e molto pericolofo, pofto in
opera; e attefi i molti configli di guerra tenuti in Grata, e che il Conte di
Sdrin s'era offerto di condurre Coliuhi, Cavalleria Unghera, lolita pure alle
incurfìoni, c per queOo erano ordinate preparazioni di alloggiamenti nel
Contado di Pifino; e che in Gorizia fi erano ridotti i Capitani Imperiali a
configlio, correndo da più parti voci, che, quando foffero accrcfciuti du^nto
Cavalli Valloni, ùtti dal Ferino in Vienna, e alcuni fanti raccolti a Gratz,
che tutti erano in viaggio, larebbono palfati nel Friuli; e che eli abitami nel
contado di Gorizia fi preparavano, per coadjjuvare; b videro in necelTith di
prevenire tanti pericoli, e tanto certamente} imminenti
perlocbè,coDchiudendodienereiniHato di necefìTaria difeia da una imminente, e
certa incurfione, che, pereifereil Friuli paelc piano, c aperto, farebbe liau
dannofìflVma; perù deliberarono di farfì innanzi ad occupare i podi Gtuati
ne’confìni di quel Contado ac» ciò qualunque geme venifTe fode codrecta a
femurfi in quello, e non potede far incurfìone nel Friuli; e il d\ xp. Dicembre
fpinte le geiK ti raccolte a Palma, che fino alfora erano date tenute folo per
foccorrere, e proibire le feorrerie dell' altra parte, furono occupati Medea,
Sagra, Cervignan, Cormon&, Merian, Porpeto, ed altri luoghi aperti lenza
violenza, nè ingiuria di perfona alcuna, mandati paciRcameme ad abitare in
altri luoghi que foli che fii modravano mal contenti di quella mutazione; c
furono quei luoghi trincerati, e vi fu pollo (dentro, prefidio fufiìciente per
difenderli, e man^ tenerli. Alcuni giorni dopo eflendo partita quella poca
guardia Arciducale ch'era in Maranuto, gli uomini della terra andarono
fpontaneamcntei a darli ; e i^j^uìleja col terrkoiio. ^o fi diede, da lè
ali’ubbìdìenza ien*^ za contraddizione di alcuno.. La Corte di Gratz, avuto
avvifo che le miliziè della Repubblica la arano alloggiate nel Contado di
Gorizia, prete di qui occafionc dà dichiarare la guerra elTer aperta; e di ciò
darne conto^ a tutti i fudditi Aullhaci, e a* Principi di Germania amici, cosi
Ecclefiallici, ce» me fecolari, con lettere contenenti in foRania, che avendo
la Repub» blica. di Venezia inferìte diverfe ingiurie, a danni- alle terre, e
lud» diti della Cafa d'AuHria fotto colore di rifarcirfi de danni dati dagl»
Dlcoccht, quantunque gli efagerafiè oltre al dovere, fua Altezza, per levar
ogni occafìone di difparere, aveva tempre ofata intera diligono za, per dar
ogni IbdJisfazione, cosi galtiganck) i colpevoli, come meftendo buoni ordini,
per impedire nuovi danni; ma che i Veneziana non crauo fiati di alcuna cola
concenti.* anzi, proleguendo nelle offeie, uliMiainente avevano invaio il
Contado- di Gorizia, e gliene ave» vano occupata pane lenza alcun fondamento di
ragione; ma con dk fegno, e dcRderio di ulurpare Palmiì, com'era tuo ordinano
cotlu» me, e icacciare la Caia d’Aufirja d'Italia; onde tua Altezza era ilata
coltretu a pigliare Tarmi per confervazione del luo Stato e della riputazione
propria.* Ricercava però da cialcuno alTillcnza, e ajuto, per onore della
nazione, e favore della Giultizia. 1 Miniftrì prelcntatori delle lettere
a^iunlero il loro uffizio, e{ponendo in panicoiare tutte le miffioni w
Commifluj a Segna, e a Tom^ II LI Fuk 1 Fiume òz alquanti anni in qtia ;
narrando fpezialmeote ì gaflighi, e gii ordini poAi da loro moUrando che da'
Veneziani dovevano ciTer nimati baiUnti, perchè lenza quelli avrebbono gli
Uifeocchi fatti danni maggiori, pretendendo di elTere provocati da loro.*
maebequei Si J mori non fi erano contentati degli onelU rioicdj, infillendo in
quel olo, che tutti gli Ulcocchi foflero levati da Segna; rimedio inumano,
imponibile, e contrario al bene della Criftianith ; propplto non peraltro, a
hne di trovar apparente preteso, per ect^iur una guerra contra la Cala
d’Auflria; gii Stati, e le giurildizioni della. quale han no leinpre proccurato
d’intaccare, com’ è manifedo per tante Citth» e Terre che tengono, levate a
quella Sereniflìma Caia, Qhe Ugitti-, inamente le poiTedeva prima: e
quantunque, per confervare la buona vicinanza, deno date dabilite da cento anni
in qua diverfe capitolazioni in BrulTeUcs,in Vonnes, in Venezia, in Bologna, c
in Trento, non fono mai date da’Veneziani olTervate ; e Xpezialmente, iebbene
da ambe le parti fu promcITo che i fudditi dovdTero avere per terra, e per
cotnmerzio libero, come le fodero di un’tdedo dominio, edi avevano aggravati i
luddiii della C^la d'Àudria che negoziavano nel loro Stato con ogni iorta di
novìth, con inufiuti da^ z): avevano impedito loro Tulo dei mare conira
quel)’autoriilt che pretendeva iua Altezza di avere, che i iuddixi
Audriacipoiedero navigare, contrattare, e corleggiare per TAdriacico con ogni
li^rik, lenza che alcuno potede loro contraddire; e che i Veneziani non
potedero adìcurare lopra i loro valceUi, nè in loro cau, Turchi, Giudei, e Mori
dalle forze di fua Altezza, per li diritti, e ragioni che aveva in quel mare. £
in terra ancora, violando le convenzioni, avevaBo con falle pratiche, e aduzie
ridotto lotto il loro dominio la For^ uzza di Marano*, e dnalmence edificata la
Fortezza di Palma nel Territorio altrui centra le protedazioni del le|ittimo
Signore dH Territorio t Fu anche mandato Gian Criftkao Smidlino Amhafctadore
agli Sviz« zeri, per dar loro conto della guerra co* Veneziani aperta*, e
richiedere a quella viaorola nazione il non permettere che alcuno fì conducede
al lervizio della Repubblica : dal quale Ambalciadorc fu prefentaca in ileritto
un'elpofizione, che per tutto fu pubblicata colle querele, e precenfioni di
lopra narrate. E per pubblicar, e imprimere ì concetti delfi anche nelle menti
de i )K>poU, fu dampata in lingua Tedefca una relazione contenente U mededme
fcule de'Principi Audriaci, querele, e imputazioni nuo« ve, e vecchie contra la
Repubblica, con difefa delle azioni degli Ulcocchi*, con particolare narrativa
di divcrfi accidenti occorfi, accomodata però a’medenmi lenG con molta
amplificazione. £ polcia ancora m lingua Spagnuola fu da pedona nominata con
pubblica participazione di quel Governo mandata in luce una arttfìziola
narrazione dclieiitcde cole, e ragioni co’medcdmi concetti del dominio del
mare, della facoltà di corleggiarlo, della fabbrica di Palma, e in difela degli
Ulcocchi. Ma i Minidri Veneziani, uditi grufiìz) eh’ erano fatti contra i lo ro
Signori, elG ancora informarono i Principi prelTo a’ quali rifìdevano, e altri
amei delia loro Repubblica, di quei lolo che alle co fc l DEQLI USCOCCHI z6^ fe
allora profenti apparteneva*, giudicando che pienamente rcItafTe giuftificata
la lua caula, quando folTe dimollrato ch'ella avefle prefe le armi per
neceffaria ^fefà. Erpofero in foftanza che gli Ufcocchi hanno per un corfo di
molte decine di anni diliurbato il commerzio, inquietata la navigazione,
depredate le terre de’ vicini con cftrema inlolenza, e con ofTefa delle
pcrione, fenza rifpetto diqualfivoglia qualità, fcnza rifguardoa’piibblici
Rapprefentanti, e alle pubbliche lettere: Che oltra le ingiurie pubbliche, e i
danni inferiti a’fudditi col palTareper li Territor) della Rpubblica a
bottinare, hanno molTi i Turchi a rifarfi centra i Sudditi di quella, e le
hanno eccitate diverfe difficolth alla Porta di Collantinopoli : die da’
Miniltri Aulliaci fono flati ricettati, confentendo loro dividere le cofe
rubbate, e venderle, e donarle a' loro Fautori.- che non fi i veduto contra i
colpevoli dimoflrazione alcuna, nè provvilione effettiva, per ovviare a nuove
offele, quantunque piii volte l’uno, e l’altro rimedio fieno flati richiefli, e
promeffi già dagflmperadari defunti, e ultimamente nel trattato di Vienna ;
anzi tutte le miffioy de’ Commiffarj aver partorito contrario effetto, avendo
coll’ efempio alGcurati i ladri, che mai i bottini non farebbono reflituiti, nè
i depredatori gafligati,- anzi avendoli fpogliati, e refili piCi bifognofi, e
avidi alle prede: ch’è colà indegna, contra ogni ragione divina, e umana, il
foftentare gente cosà perverfa, e nimica della pace, e quiete: che da alquanti
anni è flata fatta alla Repubblica una occulta guerra col mezzo di quei ladri
nelle fue acque, Ifole, e marine del Quamer, e della Dalmazia; nelb quale,
oltral’effere fiata difertau la regione, e diflurbati i commerzj, il Pubblico
ha fpefo ogni anno non meno di quello che fi farebbe fitto in una manifefla
guerra.- e che finalmente, veduu la rifoluzione deUa Repubblica a volerfene
liberare, U guerra occulta fi è convertita in una iQoffa di arme manifefla con
molte provocazioni, e oflilith inferite prima nell’Iflrb, e poi nel Friuli: per
le quali, e per rifpetto delle molte prowiConi di arme ridotte in quei confini,
i fuoi Capi di guerra fono flati coftretii, per ficurezza dello Stato, e per
difefa dalle rubberie, e ìncurConi che loro erano minaccbte, e preparate,
fpingerfi innanzi, e alloggiarfi in polli Ccuri pih prefló al Lifonzo. Non aver
avuto la Repubblica in tutte le azioni fiie paflà^ te altra intenzione, fe non
che le promeffe le faffero olfervatc; e k foffe finalmente corrlfpofto nell’
offervare una buona vicinanza co'fatti, e non con iole parole, per tanti anni
efperimentate lenza effetti; e le cofe fue reltaffero alficurate: il che quando
foffe efà fettuato in modo, che poteffe avere certezza di buona vicinanza,
corrifponderebbe interamente, ritornando le cofe nello flato di prima con ogni
fincerità. Fu anche divulgala una fcritimra in forma di manif» fio con fuccinta
relazione delle frequenti rubberie', ingiurie, e crudeità degli Ufcocchi, e del
conlcnlo., anzi della participazione de’ Mìnillrl Arciducali, e del mancamenia
de’ Principi a porgere i debiti, e ptomeffi rimed); e gli artifizj co’ quali
tòno fiate delufe, anzi derife le querimonie delU Repubblica e fu traitenuia
dal provvedere all' indenti^ fua colb forza. Per quelli mezzi reflarone
divulgati per r Europa iffi folo i motivi di guerra, ma lecaufe loro ancora
colle ragioni, e prcmtCpai delle pani; onde cufeono fecondo ' b pror Ttm. Ù. LI
a pria pcrfuiftoné, è inclinazione afpetrava Tcfito, c difcorreva dell^ èiuftìzia,
' >. A favore d’Auftrra, poiché gli Ufcocchi nòh potevano cITcr ftufati, le
cólpe loro erano alleggerite con dire, che clTetido in padc ftcrilc, e fenza
paghe, non potevano altrimenti vivere, che dclìotuni; non peri di quello poteva
efler attribuito colpa a fua Altezza, che Icmpre gli ave^ va proibiti centra
’Criftuni; e che non poteva fare di piu, quando non tveflè voluto tentare di
fcacciarli tutti colle mogli, c co’figUuoli, e vec-, chi ; che (arebbe (fato
cola inumana: oltra che farebbe (lata impoifibile mandare ad eflèito, clTendo
quella gente fiera, c indomita, c in pae(e di accélTo difficile: e quando bene
folTc riufeito lo fcacciarli, farebbe (lato con difervigio della Crillianit^,
alla quale era utile che fi conlcrvafTe queirantemurale contra gl’infedeli. Che
a* Governato*, ri, o Capitani di Segna non potevano effer imputate a colpa le
ufeite pcrmclTc loro nel mare, pferchè un capo della commilfione che fua
Altezza dava ad ognun Capitano era formato con oueffe precife parole: Non
pèrmetrfraì che JM fatto alcun pregiudezio alia ^iurtfdÌT^iohe nojha nelin
naitigaifone ai quel tnare. E poiché altri non cranq che poteflero mantenere
quella giurifdiziorie, fc non gli Ufcocchi, fi poteva dire elTere in facoltà
del Capitano proibir Tulcita.* fe jpox ttfeendòv facevano dei (naie, la colpa
era della rtiala confuctudi«e loro, non di chi fe ne valeva a bene : cosi
avvenire in ogni luodóve i foldati dannificaho i popoli; nè però aferiverfi a
colpa del Plihcipc, o del Capirano, collretti a valerfi dell* opera loro. Ma
^chè parevano tjuéfle giuflificazioni aver bifogno di c(Ter appoggia «d altre
di maggior apparènza 1 acciò folTcro portate s’i, enepoteffero ^effer
approvate, le accompagnavano per loftcniatnento colle prc\enfiohi vcctÀic delle
convenzioni non fcrvate, de* (udditi aggravati contra i mpatti, della
navigazione libera non concelfa, delle tette póflèdute dalla Re^bbUca^. ite
erano d’Aultria, nominan do parte del Contado di *^Gorizia’,* C *Màftino,
uliimamchte dopo le convenzioni (òttoihd!^, e Palma nel diltreito Auffriaco
edificata ;còi\ Quelle fortificando le proprie nella caula degli Ufcocchi, e
che (ola fi trattava, ' Ma per dìfefa de’ Veneziani difcorreva, che nel
panicolate degli yicocchi ti poteva dire Iquanto ognuno voleva per iteufa
dc’Govcrtetori, c di altri, che fìnalm ente rutto fi rilolveva con urta fola
paòhe la caufa era di ladroni abbominevoli a Dio, e agl* nomi*%ii; ^He flon
folo il proteggerli, ma anche il fopportarli, c il parlar % faVófe Cosi di
loro, come di chi li fomentava, è tollerava, era \co(a it^egna ; e che la vcriA
fi poteva tene palliare con àp|Ktrenza di parole -, ina in lóffanza fi vedeva
ben chiaro la differenza elTcre, che unà parie dimandava di viver in pace,
Taltra voleva foffentare ladroni a fpefe altrui. Che al rimediare alle
(celleraggini loro coti levagli da quelle ma'rine non fi poteva dare titolo
d’inumaflirti, eflèndo ufhanità grande verfb, ì miferi vicini, e i navigami,
Kht da lóro 'erano (pogliati, uccifi, e coh ogni barbara fierezza trarrti. Che
il levar lóro la comodici, e l’occifiohe di rubbarc eralervizio divino, c
benefizio loro, cóftiii|gertdoti ad iftenerfi dall’ offende^ lua divina Maeffb:
bendt^ «fipckhb de’ loro figliuoli, togliendo^ |()rq il comodo di allevarli
nella itieddima {imfelinotie efccrandt; ^ levandogli dallo (lato di dannazione
in cui fi Mantenevano effi, i 8, gli, e le mogli, e ogni altro abitante di
quella regione. Che non fi poteva lenza ingiuria della verità dire che le
donne, 0 glcuno dt loro foirero fenza colpa, poiché quelle hon fapevanti che
cofa fbTe ago, o conocchia, ed ergqo incitamento a' mariti di fornire cafa col
fangue alimi. Che gl’iftefli Religiofi nelle pubbiiche prediche efertavanq alle
mbberie ; che del rubbatq le Chiel'e ricevevano la decima. Che in Segna, e iq
rutta quella regione le pib onorate famiglie erano quelle che da pid difcoda eù
traevamo Argine dg una continuata dircenden-; za d’impiccati, ovvero uccifi
nell’eferciziq del ladroneccio. Che alti-' tolo d’ impoRìbilith era nuovamente
inventato, e troppo' apparentemen-. te alieno dalle cole vedute; perchè, fe
iólse impolfibile,' non farebbe flato tante volte promelTo. da due Tmperadori
defunti ultimamen-, te .• perchè nella fcrittura del trattato di Vienna' non fi
feusè Ina Altezza, della dilazione di rimoverli tutti per impqflìbiHth, nè
tampoco per. difficoltà, ma diSè per non parere di farlo, coll retto. Chela pot
fibilith, e fàcilith, t r utilità anche fu, mofhata dal Habatta; il che elTendo
(lato da lui feoperto contra rintereffe di chi voleva mollrare impoffibilith,
gli coflò la vita. Se il levarli di Ih folTe di danno al Crillianefimo, badava
dire che, per cauta loro, veniva ogni giono minacciato da’Turchi di fare cofa
che avrebbe meda in pericolo., non foto la Dalmazia, ma la Puglia, la Romagna,
e tutta l'Italia. Che il confervare le pretenfioni del proprio Principato non
era cbfa riprenfibile, quando non fofliiro volontarie, avelièro, qualche
aj^taiea^ za di giudizia; ma il volerne acquidarè, e mantenere le inmagiim. rie
a fpefe, e con danno del vicino amico, era cofa di chi reputava i propr;
appetiti regola della ragione, e della Giudizia. Che del male fatto da^oldaci
a'proprj, liidditi il Principe aveva da rendere conto a Dio folo; ma di quello
ch’era dato a’iudditi del vicino, era in debito di renderne conto al
danoificato; che poteva anche, feconlo il diritto delle gemi, rifare con
rapprefaglie. Che l’attribuire a diicem di cacciare la Cala d’Audria d’Italia
le azioni della Repùbblica, Smte per Uberarfi dalle inginrie, e moledie di quei
ladri renduti incorrigibili, e intollerabili, era contrario a tutto quello che
aveva vedalo il Mondo da'fucceflt di più centinaja d’anni, in qua; neflano de’
quali aveva modrato nella Repubblica avidità di dominare; ma bea rdbluto animo
di mantenere quello che Dio le aveva donato. Non mancavano ancora di quelli che
difendevano le azioni de’- Veneziani ne’ tempi palTati, fodentando che mai la
Repi^lica non aveva mofla guerra ad alcun Principe Auftriaco, ma' folo.
provocata prima, era data codretta a difenderli. Che farebbe molto difficile da
mantenere. che il Contado di Gorizia, apperfcnentelalla Repùbblica per 1» motte
dell’ ultimo di quella Cala, non fofre dato occupato lenza bu». na ragione. Che
Marano particolarmente, foprail quale facevano, rame parole, era dato dal Re
Francefeo Primo di Fnncia con ragione g>uda guerra occupato, e per più anni
difelò. comra le forae di Culo Imperadcd^, e di Ferdinardo Re de'Romani unite,
nnici anche i favori della Hh^nbUma. Ma quando l' elpugnazione parve
impoffibile, e fucceflè pcrìedftelie cadeflc in mano di Principe, la cui
vicinatnn in Digilized by Google DEGLI USCOCCHI gazione h reciproca, e debbono
eflér trattati gli Aunriaci nello Stato di Venezia come i fudditi Veneti negli
Stati Auftriaci; ma ben vedcrìì in quelli tempi in fatto, per non andare troppo
lontano, che nel fola dillretto di Trieile fono aggravati i Negozianti Veneti
pib de'fudditi AuHriaci incomparabilmente; poiché quelli per alcune merci 15.
volte più, e per altre fino a ì 6. volte tanto come quelli pagano, cosi nell’
afportarle, come nell' introdurle nel paefe. Ma eh’ era ul'cir del cafo, e
confelTare mancamento di ragione nella caufa degli Ufcocchi, il paflàr in altre
materie; e tanto più, quanto in quelle non fi poteva dimandar efecuzionc di
cofa decila, dove quella degli incocchi era ponchiula con accordato, e
promilTioni. Ili quelle conirarietV di gSltri, e di dilcorfi a me non conviene
il dare fentenza, né da qual parte abbiano origine i motivi di guera, ni quale
d> effe fomenti caufa giulla; ovvero nelle antiche occorrenze fi fia portata
con mancamento, ma bensì, come aggiunto, e lupplito alla Storia dell’
Arcivelcovo di Zara, affine di lomminiftrare materia, per ibrmaro (ano giudizio
-fopra gl’ accidentu moderni, oiiginaii dagli Ufcocchi; cosi mi .vedrei
invitato dall’oppartanith, anzi dalla neceOìtì dèi mio Atie coftreito a-telTerc
una: bitve, e vera relazione delle guerre, e convenzioni, oflervanze, ed
inolservanze delle capitolazioni per li tempi palsati occorfe tra quelli
duePotentati; e in quella occafione rammemorarle, e rawiluppatle a colle
prefenii, fe la Iperanza di vedere ben prello rinnovata la pace, c miona
intelligenza tra i Principi, e la uanquilliih de'fudditi, non pii fàceite
credere che làrebbe opera fuperflua, e importuna. ALLEGAZIONE, OVVERO,
CONSIGLIO l'N IURE di Gl. Corndio Frangipane J. C. ftr la 'uiueria navale
contro Federigo J. Im^adire, eJ Alto di Papa Alejfatidro III. PROPOSTA DA
aRILLO MICHELE per Dominio i^Ia„Screniflìma Repub» blica di Venèzia fopra il
fuo GOLFO, CONTEA ALCUNE SCRFITURE DE'NAPOUIANI. 1 TNtcnzion deirAutore di
difender l’attcftazione che della StoX ria di Papa Alcflandro fa la Sedia
Appoltolica nella Sala Regia, e la Repubblica in quella del maggior Coafiglio.
2 Autoritli che hanno gl’inferiori di buon zelo neirerror de’ Mag giori • 3
Dilcordia degli Storici circa la venuta di Papa Alcflandro a Ve nezia in che
confìfla. 4 Modi Averli di provar una Storia I. ISCRIZIONE DE’ MARMI. 5
Stilografla deferive le Vittorie nelle colonne, e in altri marmi pubblici.
Efempio di quelle di Augufto, di Irajano, ejdi Antonino, num.17. 4 Vittoria
navale de Veneziani contra Federigodeferitta in un marino antico pubblico dove
è intravenuta. Opere pubbliche fondano le Storie. 7 Colonne, c pietre pubbliche
fanno fede certa di quel che è fcritro in elle. 8 Ifcrizioni pubbliche inducono
il notorio, non eflendo contraddet te, num. 25. 5) Ifcrizioni pubbliche
contraddette, num. i6. rp Pratica di contraddir alle memorie pubbliche
pregiudiziali imparata da’Greci. ti llcrizioni nc’fepolcri non s’intendono pubbliche^
ma private nè fono affine di memoria pubblica y quando vi fono denuo 1
cadaveri. 12 Ifcrizioni deTepolai, fe non fanno prova certa, fono adminicolo di
pruova*. (3 Maraviglia vana del Sabellico, perchè nel fepolcro del Doge Ziani
non fia fatta menzione delia vittoria navale contra Federigo. Ragioni che
ne’fepolcri de’ Principi, e Capitani non lì fuol far, menzione delle lor
vittorie. Sepolcro del Doge Andrea Dandolo fenza narrazion delle fue imprefe.
14 Ulo de Dogi antichi, di non aver iferizione ne’lor fepolcri « 15 Sepolcro
del Doge Andrea Contarini lènza menzion delle fue imprele, cos^ di fuo ordine.
16 Mctid.'icio di Giorgio Merula neU'Epitaflo del Doge Ziam a S. Giorgio
maggiore. H. PITTURE. 17 Stilografla che fa fede pubblica delle vittorie è anche
la pittixra. Vittorie degli Antichi ordinariamente defcriite in pittura. 18
Pittura è orazion che tace, ed è di maggior efficacia nel ri cordar, che la
orazione. Tomo il. Mm 19 Pit 1 \ 2-74 ip Pitture pubbliche della Storia di Papa
Aleflandro in Venezia, in Siena, in Germania, in Roma nclLatcrano, nella Sala
Regia del Vaticano di quanu efficace fede fieno da per loro. (P^'Ilcrizione
(otto la pittura del Vaticano. IO Congrcgazion de' Cardinali ifiiinita da Pio
IV, per canonizzar la veriib di detta Storia avanti che fì dipingeflc nella
Sala Regia da Giiileppe Salviati, at A’ Principi liberi fi dee creder, ne’
quali non cade mendacio, aa Dio non lalcia, che la Chiefa s'inganni per le male
confeguenze, che luccedercbbono. a3 Repubblica di Venezia, che dica falfith
affermano i Giureconfulti, che fia bellcmmia a peniate, non che a dire. Z4
Conluetudine di creder alle fcritture della Repubblica dove fi tratta anche del
luo comodo, Autorità del Cardinal Tofco. 2 $ Pitture non contraddette dagl'
intereffati inducono il notorio. a 5 Contraddizione di Federigo alle pitture
fatte far da Innoc. II. nel Laterano. 27 Intelligenza del verfo d' Orazio fopra
la licenza de' Pittori. 28 Effetto mirabile che operano le pitture a’
lifguardanti, autorità del Conc. Nic. II. ‘ III. C R O N I e H 2p Croniche
fanno fede di quel che narrano quando è folito, che lor fi pretta fede. 30
Croniche che narrano la Storia di Papa AlelTandro conformi al le fuddette
ttilografie. Cronica Delfina, e Sanuta. Cronica del Doge Dandolo allegata dal Cardinal
Baronio. Cronica Alexandri/ fuo Sommario a S. Ciriaco^ in Ancona, ed a Parenzo,
Cronica amica ritrovara nel Monatterio delle Vergini, num. 33. de' Ginonici di
San Salvator, num. 75. Generale dell' ordine de’ Canonici Regolari, num. 32. 3
1 Epittola del Vefeovo Capitenfe fcritta al Doge Giovanni Delfino già anni 300.
in circa, che fa '1 tranfunto di detta Storia da un libr 100 Libri fenza nome
d’ Autore non ancora ricevuti fi chiamano apocrifi, e non fi debbono leggere.
101 Libro fenza titolo è come uno Strumento, lenza nome del Noe tajo, che lo ha
fcritto, però non ha credito. tea Autor quando non vuol fodentar le cole, che
dice nel libro lafciato fenza titolo, non può un altro fondarli sò detto libra
per foficntarle efib. 103 Vangeli co’l nome d’ alcuni difcepoli, che furono
prefenti agli atti di Grido rigettati come Apocrifi. 104 Libro di Romualdo
prodotto dall’ Avyerfario ha molte, e gravi oppofizioni. 105 Stnanenti
imperfetti non hanno nome di Strumenti, e non fi rilevano in pubblica forma.
lei Volumi del Cardinal Baronio quando fodero imperfetti non fi potrebbono
legger per le cofe, che dipoi tante volte muta, e rimuta. 107 Romualdo Autor
allegato dall’ Avverfario facendo menaion d’ ecclide del Sole nel legno della
Vergine, che accadede ai tempo della pace con Federigo prende grave errore, che
lo dóno Ara poderior al Belluacenfc. log Regola legale per accordar gli Storici
quando difeordano in un atto iterabile. Autorith, e precetto di Sant’Agodino
fopra i Vangelj quando pajo. no dilcordi. lep Storie che parlano della venuta
di Papa AleOTandro a Venezia incognito fcrivono, che ciò folfe avanti la
vittoria fuccellà nel ii7d. Storici che fcrivono della venuta di Papa Aledandro
trionfante, per quanto allega lo deflb Avvcrlario, dicono, che folfe nel 1177.
L’ Avverfario per la regola legale aveva obbligo credendo a’ fuoi Storici di
dire, che due fodero date le venute di Papa Aleffandro. Regola legale fopra gli
atti iterabili in altre controverfie Pontificie gl. in cap. fi Petrus 8. q. i.
1. j. C. de fum. Trin. Card. Bellarm. 2-79 ^Ilarm. de Romano Pontifice lib. a.
c. 6, verf. non (amen ral. dij. XIII. VERISIMILEI. fio. Argomento dal
verilimile della venuta di Papa Aleflàndro a Venezia per rifugio. Ili Luoghi
diverfi ricercati dal Papa per falvarfi. Ili Venezia fatta da Dio Cittì di
rifugia per ialvezza dell’Italia ' contri ’l furor de' Barbari. 1 1 3 Venezia
Paradifo di delizie dove i Papi ed altri Principi rifug' giti non hanno piii
defìderato ni il Principato perduto, nè 4 Patria. 114 Auioritì de’Giureconfulti
fonllieri. Autoritì del Petrarca, e d’altri. ilj Veneziani difendono Papa
Gregorio II. e la venerazion delle facre Immagini contri Leon Imperador
Iconomaco. 116 Cardinal Baronio in lode de’ Veneziani per la difefa del Papa, '
e delle Immagini, e per la lor religione. 117 Chiefa di San Marco carica di
fante Immagini come trionfante contri rimperadore. 118 Certezza della Storia di
Papa Gregario fa argomento verifmile di quella di Papa Aleffandro. VERISIMILE E
SEGNO IL, lip Papa Onorio onora i Veneziani con titolo di Repnbblica
CriftianilTima per difender la Religione, per la qual fempre crebbe. Trionfo
della Chiefa per opera de’ Veneziani fopra Federigo la vigilia di San Jacopo a’
24. Luglio 1177. Dall' ora in poi i Veneziani nel mefe di Luglio ebbero da Dio
fingolari grazie. 111 Mele di Luglio per avanti infaulio a’ Romani, ed
all’Italia per diverfi infortuni ^be occorrevano. Circuito d’armonia di
Platone, che in certi tempi altera le Repubbliche come ne’ giorni decretar], ed
anni climaterici i cotw pi umani. Ili Romani rotti due volte nel di XVII., di
Luglio; nel XIX. due volte Roma abbruciata; oflervazione di Cornelio Tacito.
113 Due volte il Tempio di Getulalemme abbruciato nello ftelTo giorno di
Luglio, che ora cade nel d’i di San Jacopo; ofler-, vazione de'facri Canoni, e
di Giufeppe, 114 Chiefa di San Jacopo prima fondazion di Venezia per occafion
di voto per cflinguer un’incendio. 113 Allegrezze, e felici avvenimenti alla
Repubblica dal 11-7. in qui nel mefe di Luglio, nei quale indi ad anni 24. ella
fece il primo acquifio di Coliantinopoli. (id Argomento della vendetta della
morte di Crifio dal tempo mcdefimo, che intravenne f eccidio di Gerufalemme
dopo anni quaranta, ed altri efempj. 117 Primo di Luglio celebrato da’
Veneziani per la fella di San Marziale, nel qual ebbero diverfe vittorie. 128
Fella della Maddalena per Tacquiflo fatto nel concluder la Capitolazione di
pace co’ Genovefì ; della qual Angelo Aretino nel conf. 2Sp. I2p Fano d'arme
del Taro adi 6. di Luglio, nei qual fi ccuninciÀ a ricuperar T Italia dalla man
de'Francefi, e la preda che da efla gloriofi portavano via. 130 Prefa di
Colfantinopoli la prima volta adì XVII. Luglio nel giorno di Santa Marina. 131
Feda di Santa Marina celebrata, nel qiul giorno la Repubblica acquidò due volte
Padova, e diè principio ad acquidar il redo dello Stato occupatole dalla Lega
di Gambrai. Parole della parte di celebrar detta fedivith. Prefa di Cadiglione,
e Lodi dopo Tettava di Santa Marina, che cade nella vigilia di San Jacopo. 133
Capitolazion tra Collegati dove fi conferrnano gli Stati diTcrra ferma alla
Repubblica fatta adi 2p. Luglio 1523. 234 La Serenidima Signoria vifita
folennemente la Chiefa del Redentor la III. Domenica di Luglio, nella qual la
Citt^ fu lù berata da una orribile, ed inaudita pede. Repubblica riceve
vittorie, cd altre allegrezze da Dio nel mefé di Luglio in fegno di
remunerazione d^l fetvizio predato a fanta Chiefa in detto mele. 1^6 Domenico
Memmo, Procurator di S. Marcp, uno de’Capitani di galea che combattè nella
giornata contra Federigo. 137 Filippo Memmo, Dottor, guidò Otton prefo nella
giornata navale al Padre, che lo fè venir 3 Venezia ad umiliarfi la vigilia di
San Jacopo, 138 Dio non ceda di dar premj a’difcendcnti difeendendo in edi S er
ragion ereditaria la virrii, e meriti de’Maggiori. Sercnldimo M. Anronìo Mommo
rapprcfcntantc,i fuoi Maggiori col merito, e colle virtù cfercitate ne’ fupremi
carichi della Repubblica. 140 Creato Principe la vigilia di San Jacopo
miracoloramente, nella quale per opera de’ fuoi maggiori Papa Aleffandro pofe
il piè fui collo di Federigo. 141 Portato fuora il dì feguente dal luogo dove
Papa AlefTandra fece il detto atto trionfante a Ipargcr oro e argento con
/ingoiar applaufo di tutti gli ordini della Cittk. 142 Dio ha voluto dar fegno
di raccordarfi del merito pel fervigio di Santa Chiefa. Efempio che di quanto
ben fi opera fi crafmecta il merito an-^ che 3 i poderi ben lontani. // del
Sommario^ PER LA storia DI PAPA ALESSANDRO IIL Pubblica nella Sala Regia a
Roma, e nel maggior Configlio a Venezia, ALLEGAZIONE DI CL. CORNELIO FRANGIPANE
J. C. Contrd h narraj^one contenuta nel Duodecimo Tomo degli Annali
Ecclejiaftici. Deus aferiat labia mea ad veritateìi. Leu NI penfano fottrarre
alla Sereni/Tima Rcpubblica di Venezia il fondamento delle Tue prerogative ) fé
impugnano la veritk delia Storia di Papa Aleflandro III. venuto qui profu*. go
dalla perfecuzion di Federigo I. Imperatore, rimeflTo in Sedia, dopp la
vittoria navale centra quello ottenuta dal Doge Ziani. Nel che quanto
s*ingannino ognun potrb veder, c coaolcer dalla noiira Allegazione del Mar
Ubero fcritta centra il Valquio, e Ugon Grotto, Autore del libro intitolato :
Mare liherum * e centra altri : tanto ancora s'ingannano, negando quella
Storia, dove, in vece dì acutezza d’ingegno, cortezza, e ^arlitb ne mollrano •
Alcuni con femplicc narrazione diverfa, altri con alTai poco penetrar di penna,
ma a guila di Scorpione, la pungono; altri fcrivendo, non mano, ma calcio par
che adoprino, cosV l^n calpedano. Aperto morte la impugna 1* Autor degli Annali
Ecclefìadici, collantemente, intrepidamente tanto, che egli, come foldato
gloriolb, avanti che combatta, Tuona la tromba, vantandoli di doverla far
conofeer una impodura ; quafì, per ingannar il mondo, Te l’abbia fìnta; e dice
di proporre una pietra Lidia da paragone, per conoicer la veritb dal mendacio.
Ma fe fìa tale, o elitropia del mugnone, efamineremo nella prelente
Allegazione. Non redo però di compianger PAutor in molte parti de’ Tuoi volumi,
che, ùtrovatafi una teda come di acciajo a tanta fatica di Icrittura, Opera già
grandemente defìderata ( come riferifee il Cario ) da’ Padri nel (acro Concilio
di Trento; dovendofi impiega^v re in avvivar' le memorie di fanu Chiela, e de'
Tuoi Fedeli, e Tomo IL Nn devoti, col raccontarle cofcfucccfle, come è oggetto
de gli Scrit» tori delle Storie; fi è affaticato in alcune fcriver contra il co
appiglia alla narrazione di due Autori uovati da nuovo, contemporanei ( com'
egli dice ) del fucceflb ; 'uno i lenza nome, che [crive i fatti di Papa Aleflàndro
; l'altro i un Romnaldo Arcivefcovo di Salerno, che fcrive le Cconicke del
Mondo; i quali Autori dice anche elfer Dati prefenti.- parò gli elàlta come
tedimonj maggiori di ogni eccezione, che lor non G pofla dir in contrario; da’
quali cava che Federigo I. Impeindore l’anno precedente, che fu del tipd.,
vinto con gran (Irage da’Milanefi, non Papa Alelfandro, ma eUQ era che fuggiva
; e ili quel che mandò a dimandar pace al Papa in Anania; e che il Papa,
aifcntendo, non profugo, .ma trionfante venifle a Venezia accompagnato da
tredici galee dd Rè di Sicilia, che lo conduBcro pel mar Adriatico in lllria, e
poi a San Niccolò del Udo, dove il Doge Ziani io andò a le-, ^ar, e io condulTe
dentro a Venezia: indi che andalfe a Ferrara, e poi tornalTe, q che trattalTe
coi Minillri Imperiali la pace ; vi venifle l’ Imperadore, e che la vigilia di
San Jacopo andafle alla Chiefa di San Marco a baciar il piede al Papa; il quale
il di feguente a richieda dell’ Imperadore cantalfe la Meda, e fermoneggiade in
un pulpito ; e le parole che Latine diceva, acciò, r imperadore le intendede,
un Prelato gli replicava in Tedefeo ; e vi narra di mofebe, e zanzare, e di
altri liroili particolari accaduti, e la dimora, e la partita de’ detti
Principi. Quedi due libri vuol che fieno una pietra Lidia da conofeer la verich
dal mendacio delle cofe che narrano le Storie Veneziane. Ma quelle per
principale, e in fodanza, dicono.- che Papa Alcdan-. dro fuggidc incognito per
fua compiuta ficurth a Venezia che per lui, divotamente ricevuto, la Repubblica
mandade AmMfeiadori all’ Imperadore per uffizio di Pace : che non folo non la
conccdcde, ma che m andade un’ armata verfo Venezia, perchè gli fi dede nelle
mani il Papa ■* che la Repubblica armalTc, c gli mandade il Poge Ziani contra :
che combattede, che vincede, c che menade cattiva l’armata con Otton Figliuolo
dell' Imperadore, che ne era Capitano, prigion a Venezia : e che egli, mandata
con compagnia di Senatori al Padre, fodc mezzo di coochiuder la Pace : che 1’
Imperador venide a Venezia a geitarfi a’ piedi del Pontefice, il quale gli
mettede il piede fui collo, dicendo le parole del Salmo Super afpidem &c.
che l’impeiadore gli Tomo II, Nn z rifpon. f irppndefTe che ’l Papa gli
replicafle, per la qual azione folTe iHituita la folennick di Spofar ogn’anno
il Mare. Narrano anche la conccITtoD delie infegne che in cerimonia la
Sereninima Signoria porta, e delle Indulgenze: ma il lodo che vorrebbono
elpugnar è la vittoria ottenuta centra l’Imperadore; chelaltre circoHanze poco
rilevano, fe non in quanto che Ibno adminicolo della prova principale. 4 £
perché a provar le vittorie li fbgliono allegar opere pubbliche de’marmi, o
delle pitture, dove, lucccfle, dcfcriverfi fogliono, o Croniche, o Storie, o
felle pubbliche, ofatna, che, correndo, e Tuonando, a guila di fiume, nella
poHerith fi diffonde, e ne perpetua la fede, e la memoria loro; benché una di
quelle at*. tellazioni ci ballerebbe, le addurremo tutte; così ben e fondata la
verità di quello iucceiro; e mollreremo che gli Autori i quali pare che
ferivano fin in contrario, ne prellano il confenfo, dato anche che fufTcro
legali, e degni di tffer creduti. 5 La prima pruova fi chiamava iStilograha,
che é, quando, fuccelfa la vittoria, fi delcrive in colonna, o altra pietra che
fi mette in pubblico. Quello titolo predò a'Settanu Interpreti ha •1 quinto
decimo Salmo, dove Teodoreto dice: Columna Vincen „ TiBUS quoque nigitur ceeUta
Uttem nefcìentibus, viCiorism^ indi-,, ctmtibus • Come anche ordinò Augullo,
che le fue imprefe fece fcriver in colonne di mecalb avanti il Tuo Sacrario. Se
ne veg^ gono anche di altri Impcradori, e Re per tutto il mondo. La vittoria
contra Federigo l'abbiamo dcfcriira in una pietra a Salbore affida alla Chiefa
avanti la quale fucceffe la giornata: le lettere fono antiche ; e quando fu
polla, 1 ’ Iflria era nel temporale fotto il Patriarca d' Aquile)a .* in ella i
feguenti verfì leggono: Hbus, porut. 1, celebrate locum cìuem Tertius olim Factor alexander
donis coelbstibus auxit. Hoc
ETENIM PELAGO VENRTAE VICTORIA CLASSI DbSUPER ELUXIT, CECIDITQUB SVPBRBIA MACNf
Indvpbratoris Federici, rbddita sanctab ECCLESIAB pax; TVMQVB FVIT IAM TEMPORA
MILLE Septvaginta dabat centvii, sbptemqve supernvs Pacifbr advbniens ab
origine carms amictab, Quella pietra, a ragion di Scoglio, l’Autor degli Annali
ha fuggito di toccare, perchè certo, le ci avede ben penfato fopra, non farebbe
andato ramo oltre a fcriver come h^ prclunto; perché quello folo ballerebbe per
piena fede, c tcflimonio, quando anche altro non ci fode: al che tutti gli
uomini ragionevoli, e legali fon tenuti a prcfiir compita fede, perché quelle
fono vere pietre Lidie da far conofeer laverith dal mendacio, fenza le quali è
ncceflaiia alcuna Storia ^ per atiellarci la verità, fecondo „ Ciuleppe ad
Apirne, che dice. Eo quod ab initio non fuerat jìud'tum apud Gr^cos publicas de
bis qua femper agunttsr proferre con-,, fcriptioneSy bec etenim praeiput (T
erroremy poteflatem merendi ^y pojìsris vetus aliquod volentibus fcfiptitare
cencefpt\ però dicono le „ Glofe, c ì Dottori.* Sì in aliquo Lapide, vel
columna inveniatu „fcripn. Jqriptyra ejì éàbihenéa, in c. fané in vcrb. dijiich
24^ q, 2, et in c, cum cavjja de probat. et ibi omnes Scribenres» Speatl. de
prober. •ùidendumy num.
12. taf. in l. fané, num. 26, ff. fi cert. petat. Aret, infi. de eHion, §.
psneles^ num. 2. H/ppol^r. in l. prenatn, §, in rationibus. C. de felfisy
Ù" de probar. num. 191. Hier. de Monte de finib. cap. 61. per totum.
Mefeard. de pròbar. conci. 105. pofieaquam, nu. IO. Ù" conci. ^99. confineSy num. 5. et allegata
per Cagnol. in I. 2. num. 6y. ff. de orig. jur. Ò*pcr Potjfdorum Ripam
obfervar. 6%, Craver.de antiq. tempor.par, l. verf. oB/rva daruTy man. 13.
traB. ro, vj. fol. 141. ) dove dicono U 8 ragion dcllcfficacia di tal prova.
Talis fcriprura in Lapidibus^ aut ^y cofumnis publice apparet y (T inducit
nororium: ob id impuratfdum yy viderur et de cujut jnajudicio agiruTy cùr non
contradixerir y come . fece lo ReiTo Fedengo, il qual contraddìlTe alla memoria,
e iferi 9 zione che fì trovava nel palazzo Laterancnlè ; tenendo egli, roa
centra ragione, che foffe pregiudiziale alllmperio.* di che lì ragionerà più ^
^Hb; e come è il cafo che narra il Coppola. ( de fervir. urb. prted. c. 70. nu.
9. ) Quella pratica forfè fh apio prefa da' Greci, come da quelli da^ quali fì
hanno, imparate le altre leggi; (A a. ^ de orig. /ur. T. Uvius dee. \. lib. 3.
Dio. Halicarnas. lib. io. } perciocché i Mantinei, avendo fatta giornata con i
Tegeati preifo Laodicea convittoria incerta; ìTegeari, a che chi leggeva le
ifcrìziont de'fepolcri pcrdefse la memoria.* di che ne artefta Cicerone: ( de
feneBurv in princip. ) „ fepulcbra legens vereoTy quod ajunty ne perdam
memoriam: onde di certa forta di memorie ne'lalfi vicn detto ap prdfo Digilized
by Google ^86 ALLEGAZIONE preflb Tacito* prò fcpulcèrh fpcmuntur ( lìb. 4. )
Con tutto ciò non fono tanto prive di fede, che non diano adminicoio di pruova;
come, per provar il buon fucceflb del fano di arme delTaro, dei qual fi parlerà
infra al num. jip, il Guicciardini addace la infcrizione del fepolcro di
Melchiqr Trivifano qui nella Chicfa de’Frati Minori: per i’acquillo di Ceneda
facto dalla Repub" blica, oltra altre pruove, fi adduce i’epicafìo nella
fcpoìcura de! Doge Tommafo Mocenigo t S.S. Giovanni e Paolo. ( Mafcard, (ie
probat. con. conpnes aum.n. Guicciard. bijì. lib. z. Onde, fe non li cava fe
non tal qual pruova delle cofe dalle ifcrizioni de’lepolcri, non doveva il
Sabellico, contrario a sé llcf^ fo di quanto ha ferite* nella Storia Veneziana,
nella univerfai che fcrive ( lib. 5. Eneadc p. ) maravigliarn che nel fepolcro
del Doge Ziani non li facefle alcuna menzione dì tal vittoria; perché
loimlTione in fimilì luoghi può venir da diverfe caule; o da umiltà, o da
grandezza, che balli a dir il nome del perlonaggio che fì rinchiude, come quel
che, dettoli nome, dice carera norunr Ù" Tagus, et Cnages, Scrive il
Guicciardini che Gian Jacopo Triulzio, tanto celebre Capitano, non avelTe altro
Icritto nel fuo fepolcro, le non, in quello eflb ripofTarfì chi innanzi non
s’era mai ripofato. (lib. pag.^po.) Può ancora avvenir una tal ommilTione per
non render ingrati i fepolcri a’vinti, ed efporli alla loro ingiuria, col
commemorar le vittorie oi'« tenute: perlochè Ciro, Rè de'Per/l, nel fuo
(epolcro, dove loit „ narrate le fue gtandezze, vi fe in 6n aggionger : Jra^uc
ne miI, hi ob hoc monurnentum invideas rogo. A quello fin nel fepolero del Doge
Andrea Dandolo, che è nella cappella del BattiHerk> di S. Marco, fu
tralafciato l'Elogio fattogli dal Petrarca, che £ l^ge nella pillola 25.
foritia al Bcnimendi, Canccllier grande, che ne lo aveva richiello dove
commemorandoli le fue im' prefe di Candia, del Tirolo, dciridrìa, di Zara,
della rotta data a'Gcnovclì a Sardegna, fu tralalciato, e poHovi quel che al
prefente fi legge, dove non fì Hi menzione veruna di quelle im14 prefe.
Oltreachò, è flato ufo de Dogi antichi ne’ lor fepolcri non metter nè ornamento
Ducale, nè anche il nome proprio, come neirillefsa cappella fì vede quel del
Dcge Soranzo. Il Doge Andrea Concarini fepolto a San Stefano nel claullro non
vi aveva ornamento Ducale, nè veruna lettera; e pur fu quello che liberò la
Patria daÌi’alTedÌQ con vittoria cost fìneolaro, e al tutto "^ifognofa
centra i GenovefìaChioggia. Scritte da me le fuddetee cofe, mi è venuto a mano
il Libro della Repubblica del Cardinal Contarini, il quale nel Libro primo in
quello propofìto cosi fcrive: „ Mk gli Antichi nollri tutti di uno in uno
confenti-,, rono dì aggrandire la Repubblica fenza aver rifpetto dell' utilità
pri-,, vata, e deironore. Da quello cialcun può far conghiettura, che,,
nclTuna, o molto poche memorie di Antichi fono a Venezia, di „ uomini per altro
chiarilTimi in cafa, e fuori: dirò un’efempio fo„ lo, tra molli, di Andrea
Contarini Doge, mio parente, Al lem-,, pQ della guerra Genovefe,
importantilfìma, e pericolofìfìima di „ tutte, con incredibU fapienza, e
(ingoiar grandezza di animo, „ lalvò. z 87,) falvò la Repubblica; e data loro
un^ grandifllma rotta, fracafsò yy i nemici gii vitioriofi, tutti, o ammazzati,
o fatti prigioni. Confervata la Patria, ordinò nel Tuo tcllamenio che alla
IcpoU yy tura fua, la qual ancora al «fi d* oggi fi vede a San Stefano, yy non
fi mctteffero alcune infegne, nè armi della famiglia noUra; yy ma che pur ivi
non vedrai fcritto il nome di $j gran Doge. Il nome, e adornamento, che ora fi
vede, è per opera di Jacopo Contarmi, Senator di riverente memoria ^ il qual,
tutte le buone arti, e ogni virtù amando, ravvivarle fi affaticava : Egli fù il
promotor, coadjmor, e mantenitor del Bardi, che le la raccolta della Storia di
Papa Aleffandro, alla qual però TAvverfajdrio non fi ha fapuio acquetare. Qu'i
non debbo ommettere lo sfacciato mendacio che contra le predette cale dice
Giorgio Menila ( Uh, 6, Ccograpb, Jivc anriq. Vicheom. ) che nell’ Epitafio del
Doge Ziani, dopo aver numerate le vittorie ottenute da altri, di queffo fatto
di Papa Aleffandro. non dica altro, fe non : kinos conjunxir gladios : fc
quello folle vero, forfè avrebbe qualche ragion effo., e il Sabellico di
dubitare. Ma la Icrittura è molto diverfa; la qual, avanti che fi. perdeffe
nella nuova falbrica della Chiefa di S. Gregorio Maggiore, il Sanfovino, tanto
benemerito di quella Citt^, nel dar conto delle fuc preclare cole memorande,
l’ha regifirata nel libro quinto della fua Venezia; non mi difpiacerb, qui
fcrivendola, farla legger, per convincer di tanto mendacio l’Autore, qualunque
i verfi fiano, f/ic Dhx egregiwr, fapicnSy dives cenerefeity Vivir cum CbnJÌOy
Mundo. fua famrn_ nhefeity Sebafìianus vochatus in orbe ZianuSy Cum Papay
PrincepSy CleruSy ^tebs Jbunc rccolebaty JnJìut^ purusy cajìusy mìfisy cutque
placcbap. Confitto poilcns, bona planrans, et mala tollens, Robur amicorumy
patria luxy fpei mìferorum Et flos cun^orumy Duk eteClus Venetorum ', Binos
eon/unxìt gtadioSy O' more rcfulfty Etoquìum fenfus, bonitas. degnila cenfus,
liti parebanty nulla •virtute cartbat. Dove le parole : mundo fua fama nitefeh,
cum Papa Prineeps Jbunc rccokbat \ bona planrans y et mala tollens, robur
amteorum, fpes miferàrumy binos conjunxit gladios y non venendo a nomi
particolari, per li rifpetti gi^ detti, ma applicate al fatto tanto notorio,
come era allora, ed è al preleme, pur troppo ballano : maflime che fotte di Ini
non vi è da raccontar altre vittorie, nè fatti notabili, come afferifee i!
Merula.. II. Seconda fiilografia è la pittura roeffa ne’ luoghi pubblici, dove
17 fi deferivono le vittorie ottenute ; come quelle marittime di Agrippa, che
le fè dipinger nel portico di Nettuno ; quella di Gracco nel tempio della
Concordia .• ne’ pubblici, trionfi ancora fi poruvano .• di quella di Meffala,
di L. Scipion, di Ollilio Mancino Ch menzion Plinio ( lib. 30. cap. 4. ) :
quelle di Tramano, e di Antonino, lono defericte nelle loro colonne a Roina, ma
con figure di mezzo rilievo in marmo, che ancora fi V veggo x vedono : quefla
fk fede, come le lettere feoipire neTaHì, non efl^do altro la pittura, che
orazion che tace, c Torazion pittura che parla* onde i Greci, non facendo
differenza da Pittura a Scrittura, come confìdera il Cardinal Paleotto, ambe le
chiamano yp^m : anzi per memoria ^ piu efficace la Pittura, che la narrazione
in iferitto, come fi vede nell' uio della memoria sSartifiziale, che per via
d’immagini lì fupplilce alla naturale .fopra che dice Qiiintilliano : ( Uh. ii.
cap, 3. ) pidura taccns,, aÙus y Ù" babhui femper cofdem Jic ìntemos
penarat affehius, uf „ ipjam vim dicendi nonnunquam fuperare videatur : „ dove
i Padri nel Concilio Niceno fecondo differo : „ major tft intano, quam „ orario
; atque hoc providentia Dei conttgu propter idiotas bomiftes, perche fervono
per lettere degli ignoranti. ( j^dion. 5. Concilior, rom, 3. foi, 501. c.
ptriatum de confecr. dijì. 3. D. Tbom. %. a. q. P4. arr. 1. primum. CapcHa
Tbolofan. q. 303. Ct* allegata per
Cardinalem Paleottum de Jacris imaginihusy et profan. lHt*l. cap.^» Frane.
Curt. de feud. par, j. in princ. num. i6. (T per Cepollpm de fero. urh. prsd, c. in f. ( 5 *
per Dod. in c, l. in prin. ae pace Ijtenend. ) Dove l’Alvarotto, volendo addur
teffimon; della verith di detta Storia, dopo aver allegate fopra ciò le
croniche, e gli annali de' Pontefici, allega le pitture che la deferivono in
Venezia, e in Siena.* „ Ut de prxdidis pa/ee in aula folemni Civitatit,,
Venetiarunìy uhi bac bifiorta mirabÙiter pida ejl. Fraterea dieta,, bijioria
fatU diffufa in aula Civitatis Senarum, ex eo quoà àidut „ Papa jilexander fuit
nationc Senenfis. Così anche altri, come teffimonio degno di fede, allegano
dette pitture; Ermano Schedel nella cronica ffampata in Norimberga, Giovanni
Stella nelle vite de'Pontebci fotto AlefTandro; Erancefeo Modello nel libro z.
della fua Venezia di Pietro McfTia nella vita di Federigo ; Remigio Pofliilator
di Giovanni Villani, per fuppiir quel che ivi manca { Uh. 5. c. 3. ): ma
Francefeo Sanfovino nella Ina Venezia vi aggiunge quelle di Roma coq le fue
inlcrizioni : dice eh; ve ne era una nel Palazzo Laterancnfe con alcuni verfi ;
gli ultimi de’qnali dicevano: Naw pRorucus Latet in VenetJs tandem manifejlus
Regi Romano pacifeatus abit. La ifcrizione fotto la pittura del Vaticano nella
Sala Regia così dice: „ Alexander Papa III. Federici I. Imp. iram, bt,, IMPBTUM
FUGIENS, ABDIDIT SE VeNETIAS J COGNITOM, BT A,, SENATO I’ERHONORIFICE
SUSCEPTUM, OtHONE ImP. Fìtto NA-,, VALI PROBLIO A VeNBTIS VICTO, CAPTOti.
FeOERICUS PACB „ FACTA SUPPLEX ADORAT, FlDfeM,ET 0BE9IENTIAM POLLICITUS. 5, ITA
Pontifici sua dignitas Venet* Reip. beneficio re„ STITUTA. MCLXXVII. ■2.0 B
perchè non fi creda che ciò Ila flato capriccio del Pittore, come vuol inferir
T Autor degli Annali, è da laper, prima che detta Storia foffe dipinta, c col
predetto Elogio fottofcritia, fu da Pio IV. ordinata una congregazione di
Cardinali, tr^ i quali entrava 1 ' Illuflriflìmo Cardinal Sirletio di veneranda
xnemotia .di che me ne diede conto Marc’ Antonio Gadaldino, luo fapula m, c
Digitized by Google DEL FRANGIPANE. z8p re, e gentil* uomo letteratiflimo :
quefli fecero dìIigentUTimo proceffo degli Scrittori, e delle fcritture, come
de’tcHimonj degni di fede, in guifa che fi dovefle far una canonizzacione, e in
quella maniera che Dio non lafci fallar la Chiela nelle liie.aP ferzioni :
pervenuto il Pontefice in fondatiilima cognizione di verità, ordinò la pittura
a Giufeppe Salviati, Maeflro celebre, e ringoiare, che da Venezia fb chiamato,
e di tal lavoro mi dilTe aver avuto mille ducati, che non fi fpendono cosi in
meri caprieej de’ pittori* £ .perchè la pittura cosi ordinata dee far pniova, e
piena fede; Aleffandro VI. fè dipingere in una loggia dì Cafiel Santo Angiolo
rofTequio, e la riverenza di Carlo VIU. fervente alla fua Meflà Pontificale,
acciò tal cerimonia fi confervafle nella memoria de'pofleri. ( Guicciard. lib.
i. car. 35» ) 21 Quelli fono lenimenti pubblici rogati db Principi iit^ri, e
che non co(^ofcono fuperiore; che la lor gloria, e grandezza è la liberti/ ne’
quali quando cadeffe mendacio, imbrattar il lo ro fplendore; perchè è qualitb
quidditativa di chi è libero non dir, fe non verità; come è qualità fervile dir
il mendacio. 12 Però dicono t facri Canoni che Pio non lafci mentir la Chiefa
Romana, (e.srcHm, gi. m Z4. 1.) alla qual anche fi convien quel che fi dice
delle perfone pefate, e. gravi; Nm éiirJ il fsljo effetti il fntdtntt. Qui
corre la fleffà ragione che cade, fe occorrefTe feoprir un mendace nelle làcre
Icttercj delle quali dice Sant’ Agollino {inEpifl, MdHi lamente, non fuggitivo,
non è da tralalciarc il tdlimonio di Pietro dalle Vigne, il quale 6or'i in que’
tempi,, nè maneggi, c negozi dell’Impcradore con Sanca Chidà ; nel principio
delle Tue piitolc, dove intieramente è regiArato il c. ad apojìoiico de te jud.
in 4. dice!,, fece ( Federico ) uri altro Papa ^ e pìife altri „ Vejcovi nelle
Chieje dell Imperio^ ma alla fine andh a ({inedia y ove,, il diritto Papa era
FuciTO, e li fece fuo comandamento : “ la qual autorità (i può -aggiunger a
quello che di quello dice di aver villo il Bardi; cioè, nella vita
deU’Imperador che fcrive, fa menzion della prefa di Ottone. Con quella AclTa
regola rela^'tum cenfttur in referente fi poObno legger i Commentatori di
Dante, luoi fcolari, che furono gih trecento anni, nel commento del I^ndino al
canto i8. del purgatorio, i quali egli afferma aver veduti, c ad unguem ferivo
la detta Storia come i Venc. ziani la narrano e dipingono ; parte de' quali
regìAra il Bardi con molto numero di altri Storici che in conformità fcrivono ;
^ al quale aggiungerò i feguenti da lui tralalciati colle confidera2Ìoni fopra
alcuni che egli fimplicemente nomina : quanto agli ^paltri, che egli allega,
intendo, per corroborazione della verità, che qui lì abbiano per rcpetiti. Benvenuto
de’ Rambaldi, Autor di trecento anni, nel iuo AuguAal, che irà le opere latine
del Petrarca fi legge lotto Federigo, Icgue detta Storia / e in fine dice: „
Alexandram Papam perfecutuSy apud Veneros vitlusy “ (?*r. 40 che è (guanto piò
difiiiiamente fcrive il beato Antonino nella ivia 'Storia; ( p. 2. tit, 17. c.
i. io. in fi, fot, 214. ) „ Cum Friyy deritut Imper, veniret ad Urbemy
Alexander y timens ejus potentiamy „ Fernet ias refugity ut manut e/us evaderet
: fuper quo indignatus Jm~ „ perator y armavit cantra Venetot claffem, cui
prafeùt Otbenem fi»,, iium fuum ; 0 “ ad repofeendum AlexandrurH Pontifkem
mijit. Fe~ rum Otbo fUius Imper. primo concurfu navali prodio fuper atw J yy
Clajfc Fenetorum, qui juvabant partem E(cUf$te .SanSìx, Ù" Aleyy xanàri,
captus, duéius ejì Fenetias. Anno autem fcqueuti, procurante Otbone filio Imp.
qui captus erat, ablata e(l dijjeafto inter yy Papam, Imperatorem ; et faHa afì
pax, indeque magnus ■ bonor,, et gloria fecuta funt Fenetos, quibus ad
ptrpatuam tei memoriam „ Pomifex Jummus quadam injignia perpetuò ferendo
donavd, Miror „ autem quhd nec Fincentìus in fpeculo bijìorialiy nec Joannes de
Co. yy li faciane mentionem. “ Dove è da notar che fcrive la fuga di Papa
Alclìàndro a Venezia; la vittoria avuta contra l'imperadore; e la prefa di
Ottone fuo figliuolo. Si attenda ancora che la battaglia fu un’anno avanti la
pace fatta ; e che in quello luogo non vi metta il calcar del piede del Papa
fui collo dell’ Impcradorc; il che riferilcc poi in altra fcritiura, come diremo
ai luo luogo, ai num. 55. Oltra ciò, la maraviglia che fa, che Vincenzo, nè
Giovanni di Coli, non abbiano tocca queAa Storia. Confidcrafi poi la gravità
dello Storico, che è Teologo, e verfati 01 ino in tutte le Storie, avendole
fcrìtte dal principio del Mondo fino a i fuói tempi. 41 Nello fiefib tempo
Laonico Calcondila, Areniefe, nella fiia Storia Greca al lib. 4. fcrive dello
fiefiò fatto, come i Veneziani hanno meno in Sedia Papa Alefiandro dopo la
vittoria ottenuta centra Federigo, il quale chiama Re barbaro, infinuando il
fuo cognome di BarbaroUa. 42 £ perchè gli Scrittori delle Storie dicono : lUud
veritash „ bijìoria Jifftum eertum effe y fi de iifdem tebus wmes confentiant :
„ ( Jofepk. cMtTM Apptenem lib. j. ) emnes fcilicer y ^ued a pluribus yy
dignieribus ( gl. in eap, de quibus. difiin. 20. r. in eanonicis. ^ fui dem de
conjecr. difi. 1. Barbai, cmjtl. 12. illum num. 21. W. 4.) Reciterò alcuni,
olirà i predetti, che feguono la detta Storia forelheri, e alfai interefiati
per l'altra parte, che, non elTendo vera, dovrebbono piò lofio contraddire; e
fono di tal graviti, che il Mondo lor crMer fuole ; anzi alcuni dì efll come
tali fovente fono allegati dall’ Avveriario. Raffaello Volaterrano in due
luoghi ne fcrive, ( Urbanor. •commentar, lib, ^ et 27, ) il quale è da
attender, come quel che aveva alle mani, e verlava i libri della libreria
Vaticana, come egli attefia nel lib. 3. nè fi è ptinto moflb dagli firaccioni
de* libri, come ha fatto rAvverfario, fe pur vi eianoi al luo tempo : ha
dedicata l’opera a Papa Giulio li. in faccia del quale, e di tutto il Mondo
nell’ arringo di Roma fcrive detta Storia eOer fuccefia come la narrano i
nofiri 43 Scrittori : così fono lo fieffo Giulio II. ha fatto Giovanni Stella
nelle vite di 230. Pontefici che fcrive. ]acopo Spigellio, Tedefeo, parlando di
Ottone dice : „ fttem cateri Scripteres y et e»*,, temi y ò" nofiri, ■
vi&um navali praiio a Venetis ajunt in caafit „ fuijfe fuibd fiater ex
diutina difeordia in Alexandri Papa gratiam „ redierit. ^ ( >« Scbolm ad Gumermm
lib. 1. de gefiU Fnderici ) Ertemano Schedel) Tedefeo, nel fuo volume De
biflortis atatum mtmdi fol,t%i. Rampato in Norimberga, fcrive parimente la
prefa di Ottone, e la pace feguita per opera de’ Veneziani. Alberto Cranzio,
Autor diligemiffimo delle cole idi Germania, che Icrive, fpefib allegato dall’
Avverfario, fegue la detta Storia, e dice ( Metrop, Saxon. lib, 6. cap, 37. „
Annui erat feptuagefimus fe„ ptimnSy Ò" Eufebii contìnuator tradir,
oSavus, ut AH nonni pofl „ mille eentumy cum- Imperaror y capto Otbone fiUo,
quem rlajfi prg*. yy fecity Veneta classe intercefto, Vbnbtias, ubi erat fummus
yy Pontifex Alexander y ebeoucto, de pace, Ò" reeonciliatione tffira*,,
citer cogitavit. Il Contìnuator di Eufebio dice lo fieffo tutto di diretto contra
quanto vuol affermar rAvverlario; come Martin Cromero nella Storia di Pollonia,
( lib, ii, p, 2. ) e gli al44legati dal Genebrardo nella Cronolt^ia. ( lib» 4.
foL dii. ) Vi fi aggiungono altri forefiieri, Giovacchimo Becichemo, Scodrenfe,
nel fuo panegirico; Gregorio Oldovino, Cremonefe, nella fua Venezia al lib. 3.
Orlando Malavolta nella Storia di Siena p. i, lib. 3. car. 34. tien quefia
narrazione per maggior verirh. Modernamente Giofeppe Bonfiglio, Cofianzo,
Cavalier Meffinefe, nella Storia Siciliana p. i. lib. d. e p. 3. lib. 2. e per
ultimo i Padri Digiti. by Googlc DEL FRANGIPANE. Padri Gefniti, nel cui feno
ora unico refugio hanno tutte le fcienze, dottrine, e buone arti ( minalecito,
quando allego uno di cflt che Icriva, allegarlo così in plurale; poiché i loro
Icritti non cleono, le non purgati, ed approvati dagli altri) dicono per cola
chiara, lenza veruna dubbierà, parlaiido de* Veneziani : „ licere Fi-,, itum F
edntci Aembarbi Otbonem^ captumque ohulere AUx. Ul.Pon„ tifici^ ijui Vertetias
Profug&rat. “ Marrmus del Rio diftfuijitio. Ultimo, lalciando altri
moderni, non lafeierò di allegar anche i noltri Giureconfulti, i quali léguono
la detta Storia, effendo Autori di profcHione, dove fi tratta di roba, e di
vita, che gli uomini pih cauti, ed accurati; e Mrò degni di efler leguiti in
quel che Icguono. Pietro Ancarano, IX}Cror antico, nelle lue letture canoniche
{in c.i, nu.io. de conjìit.) facendo mcnzion di Papa AlelTandro, dice tanto,
quanto balla per confcrmazion della Storia : „ prò quo Vr.NBTi arma fumpfere,,
contro Imperatorem Federirum y Ò" ohinuerunt in beilo. ^ M. Antonio
Pellegrini de ;wre fijci nel tib.Z. ai titolo de mari num. i8. fìt la iìefla
narrazione. Camillo Borello nel volume fuo de RegisCa tboltci praftentiay al
cap. ^6. num. a^4. allega, e iiegue Angelo Mattiaccio de vta jurisy nel lib. i.
cap. ^6. e gli allegati dal Dottor Marta, i quali fìegue parimente (ri» Jlar.de
/urifdiBione p.t. cap. i8. num. 21. ) : i Dottori Francefi parimente la feguono
: Stefano Forcatulo J. C. { deCalUr.Jmper, fib. pag.q.ij.) yy Planb ^ Duch
{Venetiarwn) ematus didici non parum aMÌàilfe Alexandrum „ III. Pontificem
renmutrantem fcilicee Venetos y quiy SebapianoZia» „ noy Federkum AemAarbum
Imp. navali pralio profiigarunt. Guglielmo Sodino nel luogo contra il quale
fcriveremo infra al num. 67- fegue la detta Storia, come egli dice : „ qua
omnibus,, omnium feri biftoricorum fctiptis eonsinetur : e da alcune paro le
ivi molila di non creder sì facilmente certe cole ; e pur crede queOa.
Crifioforo Sturcio, Dottor di legge, Tcdcico, nel luo libro de Imperio
Gtrmanorum cap. 4p. num. 17. inerendo alla detta Storia, conferma la rotta
dell' armata* di Federigo da' Veneziani; e giuda la dottrina legale di accordar
la dilcordia de* tedimonj in quel che dicono alcuni, che non Ottone, ma Arrigo,
phmogeniio di Federico, folle Capitano ; alTcrendo altri che Ottone non avelTc
et^ abile a quel carico, egli Icnve che vi 45folTcio due hgliudi. Ma io non mi
contento di quello accordo, perché non c é bilogno ; che punto non olla Tardilo
argomento del Sigonio centra la detta Storia, il qual ha tralatuaca di narrare
.* die* egli che Arrigo dei 117^. aveva anni undici ; onde Otton terzo fratello
allora non poteva aver ec^ abile a trattar negoz;, pruova che Arrigo m quell*
anno avvflc anni undici, perché di lopra ha riferito che ave/Tc anni cinque,
quando fh fatto Ré di Germania, che fb del 1170. le lue parole così dicono .* (
de Oicident. Imper. lib.ì^ fub anno iiyó. fol. ^43.) „ Hcnricus fuit Rex
Germania y ut fupra diximus y qui cum annis zi. „ ejfet natusy fatili quam
atatem agere Federicus, Ù" Otbo pofì eum,, nati pofuerint, ìdefì, quam
minhnè rebus agendis idoneam, „ vidersnt li, qui Otbonem ante bac tempora
pralio navali eum Tom IL Pp,, Fade ipS ALLEGAZIONE „ Faderatìs nnflixijfe
fmpfcrmt, con quii pruova poi di fopn abbia detto che Arrigo avelTe cinque anni
quando fu latto Re, Dio ve lo dica; perchè egli non dice altro, che cosi. „
Henricum fi„ /ivi» Minmim gu'mquc punm Refem Ccrrnmit legi, tvmdem^uc „ per
PhUippum CoUmieaJem jtrehiepifcepim Aqws currnit, “ Quello e quanto il libro
del Battefmo adduce, per provar la fua etìiy con che intende aver a fcriver
contri quella Storia contri le atte4$ dazioni di Roma, e di Venezia, e tante
altre. £’ da notar ancora, che egli non vuol che Otton, il qual, elTendo
terzogenito, poteva aver otto, o nove anni, ( al fuo conto ) non potefle effer
Capitano, ma fh che Arrigo di cinque anni Ca dato fatto Re : al che non fi può
rifponder altro, che un Regno può aver un fanciullino per Rè, e poi elTer
governato da fapienti perfonaggi : perchè adunque un' elèrcito non può aver un
fanciullo per Capitano per infegna, per dover poi efler retto col confìglio dei
Veterani ; Mrlochè Caligola confidava ( come aveva in mente di fare ) di crear
Confolo un fuo cavallo prediletta, ( Suet. in Calig. pag. ioa. Die. Ut, 6p.
ptg, 830. ) Pofeia chè anche egli cosi era dato condotto nell' elercito Romano
; cosi anche i Rè di francia fono dati portati bambini. Non odan te la eth
tenera di Corradino, i Guelfi di Tofeana non mancarono di far idanza per via di
Ambafeiaduri in Alemagna di farlo venir contri Manfredo fuo Zio, che gli
occupava il Regno di Sicilia, e di Paglia .■ al che non acconfentendo la madre,
forfè impauriu dal cafo di Ottone, fi fecero dar un fuo mantellino, e lo
portarono a’ Tuoi, che gran feda ne fecero; follmente ^ aver pegno, ed infegna
da moQrar contri i nemici ; acciò fapelTero che fotto l' ombra dell' imperio
combattevano ; venuto poi Corradino a maggior eth, ma pur ancora fanciullo, non
redò d'andar contri Carlo. (PsuJns AemUius tifi. Sut. Edutrrdo.Jo, Pii. luna!
Ut. 6. cup.8ì. ' M.p. eup.%ì. ) C «1 Otton non farò dato „ il primo, ut quem
vet imperare jujjilìis., is Jiti Imperuterem etium „ queret, fimut eliqutm i
pepulo meniterem effitii fui; SaJluJi. de teliJugureb. pag. no. } jdclla qual
colà i nodri Giureconfulti dicono: htfant petejl effe miteif Ò" Rex, (Bar.
ini, l. in prine. C.de muner.&bener.fii.io.O' allegat.per Hippet.de
MarJU.in l. infans. nu.p.ff.ad l.Cem, de Jicar.iT S/lvan. de feudi
recegnieienem q. jd. ma». 7. ) Ma che Ottone non poflà elTer dato abue a quel
carico, fe cosi poca età avelfe di otto, o nove anni, l'argomento è da
retorquer con• tra '1 Sigonio, che, eflendo dato Capitano in quella fazione,
foflc dato di età abile; da ehe fi potrebbe argomentare che Arrigo avelfe molto
piò anni, dopa che fi vuol argomentar la età di un fratello all'altro,' maflime
di Arrigo fi potrebbe, non avendo altra pruova, che quella di fopra, la qual
oltra che è leggeriffima, ha congettura che mollra certezza in contrario ;
perchè nella Cronica ai Otton Frigingenfe, (lit.j.cap.fi.) ed in altri autori
fi trova, che ad Arrigo nell'anno 1170. quando fìl coro47 nato il Padre, diede
moglie Codanza, figliuola del Rè di Sicilia, di modo che in quellàmto, elfendo
uomo da moglie, non poteva aver anni cinque. £fe il Sigonio fi feufa d’aver
ieguito Gottifreddo Viterbienfe, ilqual ferivo che tal matrimonio foguifTe del
tiSò. fi rilponde colle lue proprie parole ( lib, 15. de reg. haiyy f to meno
lo doveva fare, quanto che il numero di quegli anni con corrilponde
aU'indizione che vi mette i hcchè ragionevolmente li può fofpettar effeme
errore ; però del tempo di detto matrimonio non h fidando il Nauclero, per la
varietà degli Scrittoti, dice ; yy Vides bic qubd Scriptotts fantpji non folum
diverfa, fed adverfa ferh yy pferunt. Utruu verius s(t Qbus novit. Qlcra ciò,
fi lu un48 altro argomento contra ilSigonio, che Arrigo in quell’anno tiy6folfe
molto maggior di età ; perciocché vi Hende l' illrumento della pace (atta da
Federigo col Pap a, e della triegua col Ke di Sicilia, e co’ Lombardi/ dove il
Padre, e Arrigo Tuo figliuolo giurano la manutenzion di dettò frumento: fe
Arrigo adunque del 1176, • folfe (lato minor in quella maniera di undici anni,
non avrebbe potuto giurar dante i capitoli dei Lombardi tranfunti ne’facri
Canoni, e feguiti dalla Chicla, e oflèrvati ne’ comuni giudicj; (r, vuli. e,
pu^i* 22. ^.5. S. Thomas, 2.2. 8p. arhc. 10. in, corpotc, (T allegata per
AffitH. in cap> i. §• hem facramenta* mtnu 7, 8. de pace ptranu firmand.
Socin, conjil, j 3. vtfis copJUiis, num, 3. voium, I. ) perchè fpccialmente i
Lombardi non avrebbero accettato il Sagramento di un fanciullo di undici anni,
fe fecero querimonia contra la legge promulgata da elfo Federigo, che i minori
codituiti in pubertà di anni quattordici potedero giurar, per validar i
contratti ; per la qual querin^nia Arrigo era rifoluto rivocarla; e non io
avendo fatrq, ( percioochè 1^ da morte foprapprefo) molte Città di Lombardia le
hanno derogato efpreflamente ne'lor Statuti, come le predette cofe attedano. ( Jifjlt8us in d, §. jin, nu,
8. Àtber. Fuìgof Paul, relat. per Igneum tn autben» Sjtcram. pub. C. fi adver. ven* d'u* Qumer. ltb.%, de
uftisFridersci fot. 127. ) Avendo adunque i Lombardi accettato u giurameni» di
Arrigo, è conghicttura fondata, che egli non avelTe quella età di undici anni;
ma per aver fottoferitto, e giurato, fi dee creder, e tener che folfe molto
maggiore di quattordici anni. ( per glo. in c. prttfentia de probat, allegat.
per Alciat. de prxfumpt, reg. 2. prsfumpt. 14. nunu d. traS^. som* 4. foL 313.
et per Mcnach. ^^prtefumpt. 50. nitnu 22. Uh. 2, ) Onde il Sigonio, fondandoli
in cofa si dubbia, non folo non prova quel che intendeva di provare, ma
s’incende aver provato tutto il contrario per r^ion legale, che dice : „ Dubia
prchatio facn cantra prodttcentem. „ ( f. in prafemia de probat. Ò* ibi Card,
col, 2. Abb. num. 34. „ Bero. nu. 138. Mafcard. concluf. ^71. Dubia res- num.
2. Sytag*com.,, mu». opin, Cod, fit, eod, num. et sìlegat. per Vincent,
Annibat.,, m nddit. ad Albam confil. 244. dedu^um in fi. et per Cardin„ Ti^.
pnabL conclufi in verbo probatio dubia conctuf. 766. num. 8. voi. 6, fai' 5P4.
) Però, tornando ad Ottone, e recorqueodo, come dicemmo, l’argomento,
cheOccone, cflendo dato Capitano deirarmaia^ave> va età abile a qoel carico:
quedo fi conferma, perchè egli reggeva Tomo II. Pp 2 la Borgogna, e tutto
quello Stato, fuccelTovi per eredik mater-i na, del qual fcrive Guntero, Autor
che feguiva la Corte di Fedcrigo. ( lih* I. de gcfìis Friderici /. ) „ Òubium
puer incfyte dici,, Resene y Come/ne veln\ vererum nant Rcgné PoTBNTER,,
AUobregutn materna R e G I s, regntque decore „ Dignns ab encelfo nomen deducit
Otbone, 51 Dice, dnbittm, &c. perchè fi legge eh? il Ducato di Borgot gna
per avanti folTc Regno, ma de’popoli fieri: ebbe Re piu di cento trenta anni
fin a Rodolfo ; il qual, non potendo pih lopportar le continue fedizioni di
qucTudditi, rinanziò il Regno a Corrado Impcradorc, che fh ridotto in
Provincia, come era di prima • ora è Ducato, ma con potenza, e prerogativa
regia. ^ r* vùìumvs. li. l* cap, cum Captila de privil. Cencil. Tridente cap.
II. fejf. 24. de reformar. Abb. conf. 62, in controverjia p. 2. Cbejfan in
princ. Juper confuet. Burgand, Ò" in catalog. p. l. conJider. 44.
Sigibert. in cbronico fub anno 1032. lare Frane. Gnì/ìman. de reb. Heluet.^ lib.
2. c. 8, (Sr 13, Jac. de Ardi?^n. l. f. i. quibus mod. feud. amir. Petrus. Caiefat. de equeflr. dignitar, mmu 120. rraH.
tom. 18. fot. 31. ) Ma il Sigonio dice che Ottone non aveva ek abile a
maneggiar negozio tale di combatter coVeneziani; e ciò dice, come gli Storici
diceflero, che fi abbia portato bene, e vinto ; c poteva penfare che quefia
fofle fiata fa caufa, che egli non avendo eth di fperienza forte rotto, c prefo
quafi dalla mek meno di numero di galee; fcrivendo Obon Ravennate : pars
Otbonem increpare, qui inesplorato es IJÌriee ora foìvtjfer. Or lafciamo
d’inveir piu oltre, come fi potrebbe, centra quell’ uomo in altro cosV
benemerito delle buone lettere. 5iManco crror è quefto del Sigonio, che la
sfacciataggine di Gior* gio Menila; il qual, icrivendo d# ansiquieare
Viceeomitum al lib. ò. per tirar ancor erto che la concilìazion con Papa
Alelfandro fia fiata per U vittoria de’ Milancfi, nega la vittoria navale de’
Veneziani, c la preCa di Ottone ; procura diverfi argomenti vaniffimi, c
frivolìflimi; fpccialmente nega che Federigo averte alcun figliuolo nomato
Ottone; e dice non aver letto che ne averte i'e non due, Arrigo, e Filippo :
adunque le la Storia non è vera per lui, che non ha letto che averte altri, che
i predetti due figliuoli ; farà vera per gli altri che avranno letto, c tutuvia
leggono, che ne averte cinque, tra’quali il terzo genito era Ottone, come
abbiam veduto di fopra jper Guntero, Corti^ano dì Federigo. L'Abbate
Urlpergcnfc, viciniflSmo a quc'tempi, e for-, fe contemporaneo, nella lua
Cronica fotte l’anno nytf.dice : „ Jm„ pcrator quinque jam gcnucrar filioSy
Enricum^ videlicet y quem defu „ ^avir fieri Jmperatorem y Friderkum y quem
effecir Ducem Sitevo^,, rum, ér Otbonem, qui poji modum babuir terram matris
fine : “ poi tratta di Corrado, e Filippo : qui fi leggano tutti i l’edeIchi,
la Cronica di Suevia, la fpofizion, la Cofmografia della Germania, il Teforo
delle GeneaU^ie. Il Nauclero generat. 40. fot. 2^6. ) oltre ciò nega che
pqtcrtc aver annata, perche non aveva erre marittime ; fopra di che
dilcorreremo nella fecondi^ parte di quefb allegazione : il Bardi fopra ciò
dice tanto che ba vi è quello connunaerato, che dice. „ Ante prin„ Cipem portam
templi y inter angiporti ojìiay lapis ma^nus rubeus qua„ dratus tjìy in quo
aris quadrata itidem lamina infixa foliis vefiitOy „ in qua Alexander IH.
Federici Imperatoris Collo pedem imponi „ /wr; ubi propterea litterx incifas
leguntur : Super Aspidem &c.I ( Itinerarium Ital. p. i. pag, 34. F.
Sanfovinus in deferìptione Venet. lib. 1. pag. 34. Jofepb Bonfìl'tus
Conjìantius in bijìoria SicuU p. I. lib. 6. pag. 241. ) Egidio Bellamera,
Prefule di Avignone, vicino molto a quei tempi {in c. faerk de bis y qua vi
metufque) dice:,, Alexander Papa y ponens pedem fuum fuper Cervi CEM j,
Imperatori, ipfum cenando (iixie : Super ofpìdejn, Ò“ Bajilifeum 0'c. 11
Cardinal Giacobazio nel fuo libro de Concilio ( lib. i. art. 18. fol. ì6. col.
I. ) „ Alexander III. pojìquam apud Claramontem ( Federicitm ) Imperatorem
damnaverat, et Venetik ante fores S. Mor ii 3o^ ALLEGAZIONE ^ S, Marci
frQjhatttm collo caUover^, QucfH fono PrcUti gn^i^ e Canoiiifli dotcilTimi, e
por lo credono, e rifcrifcono, come fanno gli allegati dal Dottor Marta ( frsB,
de /»« fifàid. p. a. e, antichi Qommentacori di Dance» che fi leggono rifioriti
dal X^ndino, nel iS. canto dei Purgato» rio, per quel che dicemmo fopra al num.
jS. riferifcono Io ftcRb atto. Lo riferifce Giovan Villani» tutti quelli vicini
aquetempi, ( hb» i* bifi* ^»p* 3^ ) Gennadio, Patriarca di Collanti' nopoli (
de primatu Petri cap, i. fe 3. 6. ) COs!i dice.,» Romano^ »» rum Jmpcrator
Aioxandrc Papa inclinata cerwe coUum ejus pedi „ fubmijit^ arm dteeret'. SupiR
afpidem ^ tT bajilifeum, &€. et ille j» re/pondif : non (ibi fed peno
obediemiam exbibeo : (Sr Pontifen : ^ Cjr mibi, et peno, “ Il B, Giovan
Gerfone, fehben non loda quello atto, non rella però di crederlo.- de ponft,
pcclejiaft. p.U conjiderat.^f» ) Il B. Antonino nell* orazion a Pio II. (
bi/ì.par,^, fif. 11. cap, 17. §. I. col, 4. foL 185. ) dice: „ Alexander III, „
ut juhar emicuit^ fridericum J, Imperatorem ut afpidcm ^ 0 ! baJUh, „ feum
perfecuforem Ecclefie proprio pedo concjtlcam» “ Quello è lànto, e iettcratilQmo
Teologo, e CanoniUa, e ciò riferilce per 5d trionfo della Chiefa, tanto è
lontano che fi fcandalezzì, corno fa TAvverlario. Non fi fcandalezza manco
l’Abbate Tritemio diligentifiimo io tutto quel che fcrive : dice che Chiliano,
Arcicancellier di Federigo, ilqual dalla Storia di Obon, e da altri è mentovato
eOer fiato prefente, abbia icricta un opera che intitola : Friderici Imper.
gejia^ 0 vita ^ riferifce ( de feriptor. Ecclejié^. fub anflo xiòo- fol, p, ),,
Alexander Papa IIL fedir in „ Cattedra Peni annis uno, et viginti .• multas
in/urias d Friderieo », Imperatore fuftinuh ; ipfunufue Imperatorem tandem
fuperans, in „ SiGNUM suBtECT(ON(s e/US COLLUM pcde eonculcovìf, dieens : I,
fcriptum eft » Suptr a^idem, 0 e, Non fi fcandaleziano manca i Greci, i quali,
aderendo a quanto è fiato conchiufo nel Concilio Fiorentino, che 1 Primato di
Pietro continui ne’ Romani ^7 Pontefici che di tempo in tempo fuccedono, nella
cenfura Orienule recitano la detta Storia per le parole che difle Federigo al
Pontefice : non tibiyfed Petroy efiendogli mefib il piede fui collo ; unendo
quelle a quelle di Cofiantino dette a S. Silvefiro : ( Cenfura Orientai, cap.
13. pag. 334. ) Però i Moderni che Icrivono le Vite de i Pontefici recitano la
detta Storia in quella di Papa AlelTaodro^ ( Alpbonfus Ciaeonius fol, 470. } Lo
recita medefimamente Lodovico DomenicKi nella Storia de’detti, e fatti de’
Principi. ( lib, 6, ear. 287. ) Non lo ha manco faputo negar Giorgio Menila,
dove nega il refio della veritb di quella Stona; ( de antiq, Vkeeom,) il qual
atto febben non è efpreflb cosi ben dagli Autori, che dice rÀvverfario efier
fiati prefenti, non va la confeguenza, che non fia fiato vero : come non va la
confeguenza di fopra al num. 48. il B. Antonino ^non lo riferilce, adunque non io
ha faputo, nè creduto ; perchè lo riferifce por ( come abbiam mefirato ) in
un’altro libro : ma i detti Au» 5Stori rlferifcono la umiltazion dell’
Inperadore con certe circoAaoze che non danno a creder che non fia vero il
redo. L’Avverfarto riferifce che Romualdo Icriva: „ Cumque ad Papam apn y
traBus divino fphiiu y D E U w in Akxandro vcne~ „ ransy Imperiali dignitate
poftpojua ^ rejeBo pallio y ad pedes Papa,, rotum fe extenfo torpore
iaclinavir. “ ( fol, 450. ) Recita parimente che l'Aucor degli atti d’Aleifandro
dica : yy Depofito da-,, m/dcy proflrmjàt fe in terram y et deofculasis
PontificiSy Tamquam „ Principis Apostolorum, pedibus'y *•*" che è ^uei che
gli altri Storici raccontano elTer dato detto dall’ Imperadore : Hon eibi, fed
Petto y di modo che quelle parole, tamquam, verranno ad eder dell’Impcrador, e
non dello Storico. Provata con tanti te5pflimonj quell’azione, fi prova la
vittoria antecedente; perchè metter il piè fui collo, 0 il giogo a i nemici, è
ngiUo, e confermazion delle vittorie : onde i Grammatici dicono dare yy CoLLUM
ejl BELLO viCTUM effe “ ( ejp Propertio ),• come fecero i Milanefì, che, vinti
da Federigo, fi gettarono a’ Tuoi piedi co* coltelli al collo. ( Abbas
Urfpergenjis in Chronieo fol, ipp. ) Scrivono di Marzian Imperadore, per modrar
che vinfe i fuoi nemici,, omninmque inimicorum fuorum colla Domini virtute yy
CALCANS, fex annis y me^e y regnans y in pace quievit, “ ( /ornandes de
Re^torum fuctejpone fd, 78. ) perchè il vinto, jnre belli redando di ragion del
vincitore con quell’atto fe ne toglieva il poflelTo; giuda quel che è fcritto
nell’xi. del Deuteronomio :,, quem calcaverit Pet vqfter, erit : dal qual
calcar de yy piedi è propriamente detta pjfejfioy quafi pedum pofirio,yy ( /.
r. et ibi ff. ff, de acqtùr, fo^ef, Ù" Axp* nnm, Pad, de Caftr, nunu 5.
Jaf. nwn. z, AffitB, decif. zpq, Rex nnm, 7. Facon, de^ dar. lib, 2. cap.^ 6.
poft medium. Tbolofanus in Jj/ntag. /uris Itb.Xy cap. i3« num. q. ) In
contrario di quede pruove 1 * Avverfario dice che Papa Aieflandro non puè aver
fatto qued’ atto, edendo vergognofo, arrogante, e totalmente infoUto : cosi
appunto egli dice. „ Magie indeeorumy qno ajferitury Factum iliud arrocans,,,
Cr FENiTUs iNSUETUM, quhd bumiliatmn ad pedes Pontificit caput,, Imperatorie
pedo ipfe prefferity acque infultaverit verbis ilìit e Super,, afpidem Ù'c.
Come arrogane tT injuetum ?" Si legge nelle lacre di lettere che Giol'uè
fì lece condur avanti i cinque Rè amili, e tremanti, i quali, rotto il lor
elercico, fi aveano nafeodi in una fpelonca; ed ordinò a’fuoi Capitani: „ ItOy
et ponite Pedes „ SUPER colla Rbguu ijlorwn, " ( Jofue io. ) Virgilio
induce Turno a far qued* atto fopra Eumede vinto a mone. ( Aeneid. lib.io.) yy
Semìanimie lapjoque fupervenity Pedb Collo iMtR&ESO£* da creder qued' ulo
eder continuato, e fe non fe ne fa menzion nelle Storie tal volta, fia per
efler dato tanto ordinario, che, fenza dirlo, s’intenda; perchè fi legge a’
tempi piò moderni queda dd& cerimonia col verfo del Salmo ; Super afpidem (
ferivo .Otcon Friimingeilfe, il qual dicono edèr dato Nipote di Federigo ) che
fede mta da Giudiniano, ilqual, preib Tiberio Apfimaro, avendofi concia lui
fatto Imperadore infieme con Leonzio, dice : „ Trberinm, Cr Leomium captat y ae
in cateni^ „ pfuos pojttos per platees trabìy (JT pofiy univcrfo pepalo
adamante y Suyy PER ASPiD^M et hejiiifcum y Ù'c. Ò*Pedibus COLLA corum CaLCANS.
( Cbronic* tib» 5. cop. 174 ) La ftefla cerimonia ferivo Zonara di Diogene
Imperadore, quando fu prefo in battaglia da A(Tan Soldano, condotto alia fua
prefenza: „ Sdtanusy nomine Axan y gayy vifus efi y ut natura fere, neque tamen
fuperbia elatus y de cupu yy moderetione y Ù" jujìitia multa memorantury
addudus ( Diogene! ) „ ad pedet fiens fe projìravif* Tum ( Ananas ) quafi
numine j> ^ exiìtìt\ (T de MORE bumi jacentem calcavit : „ deinde erexity
atque amplexus ejl eum bujufmodi verbis: Noli maeyy rerCy hnperator'y ita enirn
fune res bumantr. Ego verh te y non ut yy captivumy fed ut hnperatoremy
traSabo, Et Jtarhn ei tabernacula,, Imperatoria, menfafque adbibitum Juxta fe
collocar y captivi! quot~ yy quot redditi!, ^ Qui è da notar che il metter il
piè fui collo del vinto, per umile che fi apprefenti y è de more, Jtem che
quefto è atto di poflefTo debito, non di Àiperbia ; perchè dice, ncque fuperbia
elatus, Jtem che Alhm y avendo l’animo moderato, e volendo trattar Diogene da
Imperadore, non reflò di calcarlo. Item che ciò fece come tnfpiraco da Dio, che
dice : quafi numine affata!, da Lo fieno fecero i Romani, perchè T. Quinzio
Cincinnato, volendo rilafciar gli Equicoli da lui vinti, volle però che
fottometteffero il collo al giogo.*,, ut exprimatur tandem confe/fio fub^ „
oHam domìtamque gentem fub jugum abituro! ) come fecero anche I Sanniti a’
Romani : quoniam vidi, et y forrunam fate^ yy ri feirent. " ( T. Uvius
lib, 3. Cf Itb. p, dee, i, ) In vece di piè, con che dovevan calcar il collo a*
vinti, era il giogo dirizzato con tre afte in forma del Fi Greco, che forca,
come ora, djfi chiamava. Era fatta quefta cerimonia, acciò non fi mettefle in
contefa, cerne fpeflb fi fa, la vittoria ; dicendo Ennio ( ex Prifehmo hbro 4.
) vkit non eft viUory nifi vtdus fatetur, Dionifio AUcarnaffeo nel libro io. vi
aggiunge che quefta era meda in cerimonia dì religione, dove, cosi pafl'andovi
i nemici, toccando l’afta, di fopra, chiamata tigillo, era far confeffione,
come di fopra, e reftavano Uberi, ed aflbiri; forì'e fu ombra di quel che,
venuta la luce, fi vede nella Chiefa adoperato; come tante altre cofe fimiU fi
veggono. Nè manco quella è fpiegata fempre dagli Scrittori, quando fanno
menzion della confelTion devinti. Efleodo vinte le navi diAntioco avanti il
porto di Efefo, non iferivono, fe non „ pofieaquam conftjjionem vidh fatti
expref, yy ferum, “ f T. Livius dee. 4. lib. 6. inf, ) Vifto adunque che quell’
atto è ordinario, che il vincitor, per modello che fia, fuol ufar,. togliendo
il poirelTo del vinto, ne vk confeguenza^ che fia preceda vittoria contra
Federigo ; che non può elfer fiata, come fi dirV a baflb al nom. y 6,, fe non
la Navale de’ Veneziani, dove fii prefo Ottone fuo figliuolo, Duca, anzi Rè' di
d4 Borgogna. Ora veggiamo fe era lecito a Papa AleflTandro di pre. icrmctterlo
: troveremo che no, dicendo i Giureconfulri : „ ij „ quod confuetum eft fitti
non dicitur aréitrariumy fed neeeffarium, ( Bai Bill* if 9 /« qutatm^ue netnh,
4* Everard, in Topica /vrh y loco facit gl, in c, ad yipojìolicie in vcrò.
fadtfoHionemy de re /ttd.iné, vide Novar. in terminis in c, inter verba, un.
47. 11. g. opewum ìom,u fol,io. Late Cenehardus Cronaleg, lib,^, fot, 50^.) Ma
PaAieflandro bilognavache lo facelTe in efecuzion del precetto di Dio, per quel
che è icritto nel 33. del Deuteronomio i „ Nega^ bunt te mimiri tui, (27* tu
eorum Colla calcasis : ^ a nei Sai'1 roo 17. Cadent fubtus pedes meos, conforme
al vedo che egli difTe : Juper ajp 'idem, dove dice Eufebio : „ Dig^atem
propbetiyy ci fpirhus contemplare, qua pronùjjionem ArosTOLiS Salvator fe»,,
citi Ecce^ da vobis porejlatem oalCaNdi fuper ferpentes > et fior»,, piones
y (y [uper omnem virtuten» inimici, ( Catena Barbati fuperPfal.ty,) Ónde anche
A può conghietturar che forfè per pre» 66 rogativi di quelU promiOione i piedi
del Pontefìce fi dicono beati. Non far^ fuor della mia profelfion legale dir
quello/ perchè i nofirì Dottori prendono argomento, come lor torna bene, non
(blo dalle voci delta lingua Ebrea, e Greca, ma anche dalla Caldea v gl. in
rubr. ff, fol, matrhn, Efièndo adunque quello un trionfo preordinato, •
pronunaiato da Dio agli Apposoli, e alia dignità loro, Papa Aleflandro non lo
doveva pretermeeeere lotto pretello di modefiia, per mio parere ; perchè
avrebbe mancato, come Saul, il ^ual credè far meglio laJvar le pruniaie della
preda pel lacrìfizio, e non le uccider, come Dio aveva comandato, (i.ileg. 15.
r. fiiendumZ.q. i.) Gli Atcniefi, daquali i Romani, come dicemmo, hanno
imparate le leggi, par che anche eifi decidano quello punto come riferifee
Tucidide. y, Gli uomini, dice egli, dalla naturai ncceflìth fon modi a figno„
reggiare, ciafeun a colui il qual è fiato vinto da eflb. ^ Però Papa
Alelfandro, trovandoli in quello fiato, gli conveniva dir, e ollcrvarquel
chefegue: „ itane autem hgem ncs ncque tuUmusy „ nequCy ea latay primi ufi
fumm\ fed jam reeeptam à Matoribui oc„ cepimus y O" ufarpemus, perpetuarti
funtram reliHuri. ( T bweyd^ Itb.é, inf ) Onde fi v^ qual ragione abbia il
Cerione nella fua Cronica, il Bodino, e altri, benché Cattolici, a dannar
quello atto; tra’ quali danno maraviglia ilGerfon, quello Autor degli annali, e
Francefeo Duareno ; {de beneficih lib. i. cap, 3.) uomini di caiua letteratura,
a‘ quali lono da rii'ponder anche le coie (critte da Giuiep)>e Stevano,
leguace anche egli di quefia Storia: (deAdoration. pedum Roman. Pont, cap. 5.
col. 3« tr^^. tom, 1 3. p. 2. fot, 53.) „ Alcitandri III, fa&umy quoé
tantopsrCy ut tjvannicum ^ elevat Fran„ cifius Duarenus, commendare pottfì cum
jure, meritoque in religia„ nisy Ù’ Ezclejue infenfiffimum bofìem Federicum
Barbarujfam, non „ ut in falem infatuatum^ quem jubet Cbriftus pedibus
protereri, fed „ potius in borrendam belbtam calcibus infultaverit, ^ Però Papa
Alcffandro non doveva mancar (h eiercitar il luo )u^, per la vittoria
conceifagli da Dio colle felici arme di quella SerenilTima Repubblica; col qual
atto ora ne vien a far foie al mondo a confufion de’luoi contraddittori. VI.
L*Avvelario col Tuo argomento ci dk materia di far un'altra dppruova di detta
Storia. Se il calcar del piede è atto unto infoTomo II. Qq lente) come egli
dice „ uf gàb^ tanto hherc inàu^um Imperatortm y yy- Jttfifiim to modo
exnfperfitum faHis y et di^is iwtrban 'n tnnJU „ taùsy dkrisy efptrisy ptr
Pontificcm enacerbatum y cum a panìtentiee yy tempio procul abfgcm. “ ( eod,
fol. 456. ) Se adunque, facendo detto atto, flmperador fe ne farebbe tornato
addietro, e ritrat^ tata la penitenza di che era compunto, come egli fuppone,
conflando chiaro per tanti tefUmon) che Papa Aleflandro lo fece ;ed avendolo
tollerato i’imperadpre luperbiHìmo, bifogna che la cau(a fta prima, perché il
Pontefice efercitava quel che gli competeva jure belli; fecondo, per ricuperar
il figliuolo, il qual, non feguendo la pace, (lava ne’ patti di refiar
prigione. Cos\ allegano i Dottori. „ ImperatOT FtdericMsBarbatubeay ut
Kecupbraret ejus „ jìitumy pajjus cjì Paptm Aiexandmm JIJ, calcajfe ptdìbus
ejui ca„ fmt, ‘‘ ( allegata per DoU, Martam d. C4p.l8. nu.2l,) Nè fi per7ofuada
rAvveriario, come facciamo ancor noi, che ri' umiliazione deU’Imperador folle
atto di vera interna penitenza, perciocché non lo inoltrano tale le parole
dette al Pontefice: „ non tibiyfedPe„ tro ; Itantechc petnitemU cogit pcecatorem
omnia libenter fufferre ; yy in tarde ejus conttitio, in ore ejus confejffo, in
o^ere tota bwmlu „ “ ( r. perfeiia dìft, de panie. ) comC: ne (ù 1 efempio il
Van gelo nella Cananea, che, più che era fprezzata, ed ingiuriata, più
s’accendeva a dimandar la grazia della fanii^ per la figliuola a Crifto. (
Mattè» 15. ) Si accorda ancora che non vi folle 7icontrizion nella lettera rhe
poco avanti i’imperador fcrilTe al Papa-, piena di accufe, e di iir^properj,
fenza ninna confcfnon del iuo peaato ; della qual lettera, trovata a Roma nella
Badia di S. Gregorio, ne regiftra parte U Bardi a car. 151. dove tra le altre
dice.* yy Et quod manimwn eji y novijfme Vbnetos, 0“ Veneti a„ RUM ’Dmqs.vl
adverfui nos dhrexijìi quorum ope y (T auxilio terre„ firn, Ù" maritimas
noflfài copias in unum conera Mauros congregayy tot y Uffa cum F I LIO. /^fito.
y qmm vi y Ù" dolo Coepf.runt, „ difperdere volutjìiy \. 55. Candinus in
traila. moUf. fub ruèr^ qualiter Jit jidett, tortur, Ò" at^ togat, per lo.
Baptifi, Bo/ard, in addition. ad Clar. ji, 64» nu, pi. Ó" per Tiraq. in Jnrtef.
icgis Ji mnquam. C. de revoc. donat, nu, 7. Ò' fequen, Bernaràm Scardonius. de
motejiiis conjugatorum. lib. 4. eap. 14. ubi.,, ^ippe nulla re parentet
afficiuntur atrociui, „ qudm ntàloy et incommodis jilionmy ut qui /ape etiam
ftviffimosfui „ corporU cruciatui neglexerinty eorum tormenta nequiverint iene:
re„ pertìque Junt quiy ut feryarent viram filiisy fe ipfos perdiderunty vh „ ta
ìaHura ìltis fuccunere non verentes. ) I
Canoni Ai, da i caA feguentt confermando.* Che Bater diligit ma^s filiumy qudm
feipfumy recitano un cafo imravenuto in Puglia fotto Carlo li. d’ un omicidio,
dove il Padre, dopo efler Aato coAamiflimo ne* tormenti, trattandoA di liberare
il figliuolo, confefsò aver egli commefib il delitto, e cos^ ne andò all'ultimo
fupplizio • ( Aod. Barbat, i" c. atm in prefentia nu. 8l. de probat. alias
eafus vide apud Dh.bifi. tìb. 15. de Àqudio fioro pag. 88d. Valer. Maxim, li.
5. cap. 7. Kavijiui Textor in officina, p.i. tit. amor parentum) Appreuo gli
efemp) che add&cono i predetti Autori A da aggiunger queAo di Federigo, al
qual non avendo potuto ammollir la ferocia dciraniroo tlpfut ricuperar il
figliùolo, abbia ceffo, e A abbia umiliato a ricever gl* infoiti ordinar) che
fanno i vincitori a i vinti, ma ordinati da Dio a i fommi Pontifici. Vili. Si
dice per argomento^ legale :• La ciofa limitata produce effetto limitato; on^
da tal efietto A conofee la caufa, dr è con 77 verjo da tal caufa, l’ effetto.
( Bai. in rubr. ff, fi eert. pet. ver/Cr dÌBo de caufa,. Card, in 'c. cvm
dilcBi verf. et nota argumentum de accifat, Thatml. trBat. ctjfante caufa §.
z.nu. 147. et alleg. per Affi, in confit. fi quìs ahquem q. 5. in fi. allég. Card. Tufebum praB, concluf.
in verb. effcBus regulatur conci. 47. et per Menoc. confi ^16. hi eadem. nvm.
6. Capo, confi. 133. multa, nu. 31* ) Se la
rotta data da*MilaneA a Federigo aveffe caufaca la 78 pace, e la umiliazione
a’piedi del Pontefice, ciò avrebbe caufato prima a’MilaneA.* e fe cAi ebbero
appena fei annidi triegua, bifognava che il Papa aveffe triegua di
altrcttantitonde, effendoque ' Ai effetti diverfi, bifogna che nonfia una la
caufa, ma dìverfa.Oltra di ciò, non può Aar che chi ha vinto acquiAi manco
beneficio di quel 77 che ha acqulAato chi non ha vinto; nafeerebbe una
Aravaganza, dicendo i Giureconfolti:,,^! vicit ahum tnneit propter ficy non
propter,, aliumy ( jBtf/d. in l, fi d^un^us nu. 4. C. de fiuis Ò* le^thn. liP^- • '
••vvr „ Atfr. et in A y? ^uis vtt Jt que, »«.i, C. Tertul, Cam. conf, vjx „ ie
ha nnltjiom m. 5. iW. 4. ) Altra
era la conterà de’Milane.. fi, conte aUtiam deno, che era, per liberarli dal
giogo de'niioifiri imperiali; altra era quella di Papa Alcflandro, che era, di
eflér me&> in Sedia, erduii gli Antipapi ; però, combattendo i
hdilanefi,pcr fe dovevano vincer, ed ottenere il fine per cui combattevano; non
erano come i Veneziani, che combatterono, c vinfero, per metter in Sedia Papa
AlelTandro. Però fe i Milanefi per la detta rotta aveflèro aftretto
l’imperadore alla pace, ed alla umiliazione a' piedi del Pontefice, e a
conceder la triegua di anni quindici ai Rè di Sicilia, avrebbono vinto per
altri, e non per fe, che non ebbero, fe non i fei anni di triegua : blfognava
ben dir loro ; per altri, e non per voi, avete arato, o buoi.Onde bea fi adagia
la rotta che dietro con la triegua che ottennero, e la rou dell’armata, e prela
del figliuola con la umiliazione, e pace col Pontefice. E fe fi vorrS trovar
caufa, perchè, gonel trattar la pace con Papa Alcflandro, fi trattaflè la
triegua co'Milanefi, e col Rè di Sicilia, fi trove^ che il Papa, favorendo i
Milanclì, e le altre Citth confederate, e, vice verfa, cflè favorendo il Papa,
ma non per ragion di Lega, non doveva coneluder pace fenza la ficurth di elfi:
il che è arto proprio della Chiefa Romana, come ne fcrive Papa Innocenzio ( in
diSo c, jfpi^nlicn, n». 3. Cr Hi Jom, Monah. nu. 3. de re jude. in d.) „ Nera
fdeluetem Ecclefu Remmie, numjatm voluit hn-,, bere faem^ na pais /raèfanrm,
niji prius exprimeret de pae ytfi „ ndhnreniium, 6 " de perpetue
feenritate emtm. “ Oltra di ciò, fe i Veneziani, invigilando alla follevazione,
e liberazione dcllltalia fecero far efli la Lega delle Citth di Lombardia, per
liberarle dalla mala amminiflrazion de’minillri Imperiali, ma con patto, che
oflervarfero la fede data aH’Imperadore; '( Blend. dee. 1. Hi. i. Siun.de Regna
Itel. Lii. 13. ftd. 518. 6" JIJ. Bare», d. rem. iz, [tX. anno 1104. Jb/.
jt^. ) è ben da creder che, trattandoli di pace in Venezia coll'lmperadore, non
abbandonaflero la caufa di quelli che per opera loro erano fiati mclfi in
guerra ; profelTando la Repubblica di non aver mai mancato di fede ad alcuno;
come fegnalatamente narrano le Storie, ( Saiell. dee. i. li. i. c. 58.
Gniceierd, li. 3. c. pp. ) IX. La pruova della detta vittoria la fella che
s’incomincia a lòlennizzar la vigilia dell' Afeenzione colla Indulgenza nella
Chiefa di San Marco, e colla cerimonia di fpofar il mare il di feguente, pel
trionfo che in effa Chiefa celebrò, il Papa per detta vittoria; fopra che
dicono i facri Canoni:,, ( trnnkxrferie recordetio „ repreefentet ^qnod elim
foRum. efi^ et Jte not fait moveri^ tom^m „ ’tèdeamus, “ ) e. femel. difi.^ 2.
de confecr. ) Per lo fieflb effetto di memoria de’ felici fuccelfi anche le
genti infiituivano folennità di felle.- nel qual propolito fcrive Amobio net
lib. 5.,, Acne illem „ ( bifìoriem ) vis tempority Ó" vetejlatis
obfolejeeret ìongitudoy per. „ petuitais honore mandafìis: perocché quella
folennith di fpofar il mare che fi faceflè col concorlb di tutti i popoli
circonvicini, gih tKcento anni ne la fede il Petrarca ( Senilium lii. 4. epi/le
^ 4. ) A quV tempi, ne’ quali ancora il fatto era recente, ancor feguiva a
giubbilarne I* Italia ridotta in liberti l'uor del dorainio de' Barbari per tal
imprela, perchè per le vittorie acquillate è flato coflume de’ Popoli, ed è
meflb in obbligo dalle leggi, idituir un giorno fedivo, (che ferve come
Stilografia deirallegrez» za pubblica, e ferve per riconofeer il Sign. Dioche
l'ha donata. ( L I. C. ae pubiic. lath. tib. xa. CT ibi And* de Band, man* a. Jo. de Platea in princip*
lofepb. Moniard. verf nane tjuibttSy nnm. • 2. )
dove fcrivono: „ oh viHeriam^ quam Jibi gloriofam imp. confc',, curut fnijf^ì
fa/li dtes celebrari confuevcrune ^ Jiqtt gentes fe iniùjìb „ faOuToSy Ji Diis
dies In perpetuum opthd rei gejìay Ò" nmneris „ memoriam non dedicabunt:
però conchiudono che della pace, che fegu'i a S.Chiefa, ed a tutta la
Lombardia, nominata la pace di Codanza, che fu parto, e frutto della detu
vittoria, le ne doveva far allegrezza pubblica folenne. ( allegat* per lo* de
Platea ibi Refiaurus q. Ji. Cajlald, traHat* de Imp^at. ) Conforme a quelli
dice il Card. Earonio, per la pace feguita.* ( tom* eod. fol. 4^5. B ) quis
bac,, tanta nondejiciae admtrando Imgua^verb viBorialem „ occinat bj'mnum
Cbrijìo FiHeri, etti Ù" erigat Jtmut de fuperatis bo‘ „ /iibuSj
infuperabilibus inhnicis, tropbtea perpetM permanfura. Il che non fi vede
fatto, fe non a Venezia, perchè ivi è fuccefià la vittoria, e la pace, effeodo
fcritto neU’ApocalilTe. 2. Vincenti dabo calculum candidum: dove dicono i
Teologi: y^conjlat apud Ve»,, teres VlCTORlARUM DIES publieit fajiorum talfulis
infcriptos confuc" 51 candido lapillo pranotari, a quo elarius a caterif
diebus difeef „ neretta', pofuit autem^ hoc loco calculum candidum^ quod ir
nottts ef? yy Jet bity qui in tbeatrisy oc Jìadih certabanty et Vincentibus
tra» „ debatur* ( Sixtus in bibliotbeca p. 1* Ìd>. 2. in •verb. calculus y
faeie glc. in l. i. in yerb. errorem, C.de error. calcidi*)SQ adunque fi
debbono celebrar le fede, fi debbono celebrar dal vincitore, perchè cos\ è
confuetudinc; cd il tedo dice .*,, Vincenti dabo,, calculum candidum.^*- Ma
della vittoria con tra Federigo, onde fe ? ;u'i la pace alla Chiefa ed a tutta
la Lombardia, non fi celebra eda altrove, che a Venezia, viene la confeguenza
certa, che i Veneziani abbiano ottenuta la vittoria, e non ^Itri: cos'i quelli
che combattono, debbono aver la corona, non quelli che danno 82 a vedere. Se
muove qualche fcrupolo perchè la commemorazion del trionfo intravvenuto 1 nella
vigilia dì San Jacopo fi fia ridotta all' Afeenzìone, fi può dir con buona
ragione, che ciò fia, acciocché in quel giorno nel giubbilo che la Chiefa colla
mefn.oria deU'afcender di Cbrido in Cielo, efprimefTc anche quella del Trionfo
che ebbe fopr» la perfona del iuo perfccuiore ; perciocché in quel giorno nella
colletta de’ divini uffizj fi legge nelle lczioni(:.*„, bumilia refpicit,
Ò" alta a longe cognifcit : ilìa utex„ tollaty bete ut deprimati le quali
parole fanno memoria di. quel „ che l’imperador rifpofe aH'orazion del Papa,
come riferifee il Ba„ ronio: ( to. 12. fub anno 1177. 45 ^ faHum efi qubd yy
*^^^y 0 *** bumilia refpicit y et alta a longe cognofeity patientiant no^ „
Jlram, ( 5 " adverfte partii bumilitatem confiàeram, more fuo potem de ^
fede depofuity et bumiles exalavit* Oltre a ciò nella pidola alla mcl Digitized
by Google DEL, FRANGIPANE. 51 r meATa, e ne" refpoiiforj fi legge,jifccn 4
ens in ahttm ceptiv*mi!u83x1/ captivitatcm ^ ch*é del Salmo ^7. nel qual avanci
per canto tempo dallo Spirito fanco h ^A^ta dclcritia rninutamcme qucAa
vittoria, come dime Areremo in altra carta; qui baAandoci dire che, ficcome il
verfetto.* AfcewUf io altunty Icritto da David per una uittoria, che [doveva
luecedcr, è ridotto dall'ApoAolo; e dalla Cbiefa airAfccnfìon dì CriAo, cosi al
giorno di eAa c ridotta la celebrazion di detta vintala colla Aefla colletta^
che ferve aU’ur^a, ed k ali’ altra X. Perchè tutto l’ argomento dell’
Avverfario verfa fopra queAo, 84che gli Autori da cito trovati dicono che Papa
AlelTandro fia venuto a Venezia accopipagnato da tredici galee mandategli dal
Rè di Sicilia; che par Aa totalmente contrario a quei che noi alTcrimmo, che
veniAc incognito in abito di Cuoco, e A accomodaffe nel MonaAero della Caritk;
par di averci convinti di falfo in tutto; avendo per coAantc che qucAo Aa
fallo: però ci reAa un’ altra pruoya, ch’è la indulgenza della Caritk, dove
ogni anno concorre tutto il popolo a riceverla con queAo concetto ^ che Papa
AleAandro la lafciaAe, per quando fconolciuto ivi capitò per refugio, come ne
fa memoria e fede la Cronica di que'Padri memorata di fopra. Il Popolo concorre
parimente alla porta della Chiefa di San Salvatore, dove. ha. per coAante, che
il detto Papa, giunto la prima notte a Venenfa, vi dontniAe fotto la coppola
che vi era.’ la qual memoria è regiArata in una Cronica di que’Padri, A trova
copiata nella Cronica Sanuta, che cqsV dice: Alexanàcr III. Pontifex^ „ dum
morem trsèerer tl^tnifiisy confecra„ vh AtMTf S. SAvaioris, prasjentc Federico Imptfatote,
fuper cjftod „ etiam Mijfam ceUbravit anno 1177. die 2p. Augujìi, Ù"
Ecclejiam „ dedicavit ù" multas indulgenttes conCeJJit i Ù“ in fc/ìo
Transfigura^ „ tionisy 0“ omnibus tranfeuntibus per porticaU^ fub quo ipfe
dotmierat „ prima noQcy quando Vcncnas applìcuit erat Prior D. Vivìanus^ qA „
pojìea anno 1180. menfe Martii fui$ eonfecratus Epi/copof Em«s» 8 5 QucAa
continuata amica memoria di un Popolo A tiene per pruova di verità infallibile;
fopra di che, come teAimonio ordinato da Dio lenza altr^ fcrittura, è fermo nel
Salmo 77.,, ^anra mandavit paìribus nojìris noia facere eafiliis fuis^ ue
cognofeas s^ene„ ratio Aia, Filii qui nafccntuTy 0 exurgenty 0 narrabunt filiis
Juis, Per qcAa via i Principi mandavano i raccordi importanti a’ loro PaAori, come
faceva Antigono;, qui pracepijje fiJis diceretury ut 0 „ ipji meminijfcnty 0
ita pofieris prederant,^ ( T. Livius dcc. 3. /zèlo p, 505. ) Però dicono i
Giureconlulti: Longa^ 0 tenax Po-’ » putì, Jeu Republicae memoria prò vernate]
bAetur „ ( BAd, conf, „ 48. ses. probibita, num. 2. vol.i.frquitur Ttraquel de
prK pri, ma parte nu. 2 treB, tom. 17, fA 141. ) perchè dicono:,. Raro fi fAfum
invenitur quod Universi dkunt\ però danno il precetto di Catone, che doveva
cAcr oHcrvato dall’ Avverlario .* yy Judicium /•opULl nunquam contempferis
unus. ( Alex, confi, 53. profpcHis num, IO. vA. 4. Barbato, in c, tertio loco
num. 3Ò. de probat, AfjiiH. de pace tenend, quarto notabili num, 22. ) 11 che
ferve per U il redo detto di fopra^eflTendo anche di quella tenace, e
continuata memoria appreflo tutto il Popolo. 3 C 1. Seguendo ancor io l'antica
memoria della Repubblica, e di Sd tutto il Popolo, ricevuta ancora da quelli
che non fcrìvono punto della vittoria centra Tlmperadore; i quali dicono che
Papa AlelTandro concede le infegne le quali porta la SerenifUma Signoria in
cerimonia; dico eder ringoiar argomento di quanto i Venezianì hanno operato per
lui, e per la Sedia Apodolica; perchè quelle infegne fono le itede che
portavano gli Inmeradori Orientali, come fi può veder nel Curopalata, ( de
official'thus Palatii Cenft. ] come altrove pienamente abbiamo dimodrato. Quedo
dichiara che la Repubblica predaiTe l’uffizio d’Imperadore nel difender Santa
Chiefa; che è proprio di chi ottien l* Imperio di effer fuo Avvocato, c difenfore.
f c. vmerahileM^, tm. é, fot. }ó 6. ) onde dicono mem» nudifar i Ttgulis.
j»TÌS,, Qiuncp all'ofinion di Giovan Andrea, sii che gli altri (i fondano,
l’addizipna. l’Abba^ nel. detto capitolo aun inflmtis, e dice „ Std ofonte, io,
jladrets femit oppa/imm, dnm dkit Regem „ frtmit ex frivilfgia jifeflolm mw»
pojfe McemnmKrori 4 borni„ »e, mn à cmooxe^^ Scrivono di pib i Dottori Francefi
efleie ftato pi^, dichiarato, che ta\ pivilegio li elienda ancor uli Uflìziali,
five Magiftrari delKegno; perchè il privilegio cancello al Padrone comprende
anche la ina famiglia.- ( r. ecdtfìa i%. p. a. glof. in c, etniconun 1 1. tf.
I. re/»», lo, Rerctd. de /'«r. Cf prèvi/, Reg. Frane, m. p. Cero!. Degroffal.
Regalium Francia d. verf. marna /»» §. hmc ejiy et fcemdo (T allegata per
Prohan in addit. ad lo. Monacò, in c._ ne aiiqm de pnvil. in 6. ) \e quali cofe
s'intendono qui introdotte remiffive con tutte le loro oppolizioni, eccezioni,
c intelletti^ ^ «flèndo Hata bm una tal concdCone fuori delle tegole (di
ragione, fi cavi argomento y efler giandillitno il merito ^Ua Kepnbhlica/ che
vicino a ^ue' tempi fu combatter, e vincer in difela della Sede AppollqIjEa. Mi
refian certi altri argomenti, i quali lin fin del prefente difeorfo^ pe-r
finiilo in ricreazione, ho deliberaro riferbare; e dirò le (eguenti cofe,
traponcndole come intercalari. Abbiamo vide tante pruove tratte da memorie
pubbliche di marmi, di pitture, da Croniche, da Storie fcritte dagli Autori di
quei tempo, e da’ vicini, e da tanti altri poderi, che han lor creduto.- oltra
di ciò, da tanti altri argomenti neceUàrf, ficchè a Roma, nella fala Regia fc
ne è filtra pubblica atteftazione. Non è però da prender maraviglia, che vi
fieno così arditi, che la vogliono impugnare,' perche iìnahè vi farh Sannaflb
al mondo, vi faranno miriti di 'contraddizione, che a vele piene urteranno, ed
opporrano alla vcrià, come le tenebre s'agitano alla luce. Chi a P7CÌÒ
guardafle, non leggerebbe mai Storia, fe non a ragion di Romanzi. Volendo il
mondo anche neHe azioni palfiite de'miferl mortali aver mano con innalzarle,
abbaflarle,ed a fuo arbitrio anche annoiarle, e come alle cofe future, non
lafciarvi verith determinata. „ aidee mìnima ( dice Tacito IH, j. ) „ tfanfue
amiigaa funt, dam ali/ quoque, ntode audiea pre corrtpertis baione/ ali/ vera,,
«I! eentrarium vertunt, et gUfeit utnmque pmfieritaee. Cicerone nel Bruto
imbrutta tutte le Storie Romane, dove dice.',, multa ferij, pta funt in eh
quafaSa non funt ; fatji triumpbi plures confulatus,, genera ttìam falf‘y Arar
beinngegnoj vpol moArar Dion Grildftomo, che Troia non lìa lUta iprela, contra
la fama impennata da tahtt Scrittori, e anche dalle noAre leggi: {Lverbum in
fi, ff, deverb,fign,Bórbat,m t rubr.deptobat.»u,29,) yoXgzxvttA'^cìst il
detto'dì Paufania, e di > Licofìone, che Penelope non fìa fiata pudica': -1
• • I i che ferfe non fi pub leggere, dicendo di quelli libri i facri Canoni.-
„JùigfJari ctuelt intRtr „ mau Enlejia «m Icguntiir, emm qi$i firiffirttìouitiA
PeNiTua IcNoaANTUa.^ c, fanH» ^ item gefla fanHorum diji, 15. ) dove la gioia,
e l’Arcidiacono dichiarano, che apocrifo fia quei libro nt/M mmen >gnm»r*r,
I libti che non hanno il titolo del .nome loi dell’ Autore non hanno credito,
perchè pub avvenire che l'ABtòre lo abbia lafciato, per non aver obbligo di
difender )• cofe che vi narra ; cosi fcrive S. Girolamo in una fua pillola ( t4
Evopnm 1x1, j, fui, jg. cosi fcrivono i Canonilli ( /e. jiaJr. ia Diut. Iti. 6.
max, a}, vaf, qumui quando id agii, ) Titolo, fecondo i Grammatici, vien detto
a tiùndc; onde un libro lenza titolo viene a dir lenza difelà, che ne abbia a
far l’Autore, tolto il traslato da’foldati, che fi chiamano Thuiiy quafi nndi,
quad fatriam auartntur: ( Feflus, et Bhmdus mumfbanth Rema Hi. 6, a* Ulpiam {
ait ) da militari teftamtn. ) ed è pallàto in comun parlare, che, riptovandofi
un libro, febben fi sh l'autore, non ne avendo il nome, fi dice, che è fenza
titolo, e cosi fenza autorità. ( Aueraet Hi, 4, phffic, nmm, 15. Baccachu in
quarta ditta Decameranis in princ. ^ allegra in liiro nofiro; da aiuSoritattf
Ò" Judic'tB paitorum tit, da liiris legati!. ) Dove un’Autore non volendo
loilentar le cofe ch’egli nana, cab non pub lare un’altro; loacome quando uno
rinunzia ad una lite occorla ibpra la fede di fuo illrumento, il qual fi
prefume che abbia confellàto che poflà eflèr fallo, non può egli, nè altri mai
ularlo: ( t. peftaquam liti C, da pad, (T t. }. C. da fide injhrum, Barèat.
eanf iz. illud ififtram nu. g. voi. 4. ) di modo che, fe l’ Autor non ha voluto
metter il nome, per non aver obbligo a foUentare le cofe che dice de i fatti di
Papa Aleflàndro, per la incertezza che ne ha di effe, manco lo può far
l’Avverlàrio. Le Oeffe oppofizioni ha Romualdo, perchè, ora ufeendo in luce,
non ha ufo di effergli creduto; e non ha opera pubblica, come a’ è detto, che
(t gli confórmi; nè farh che fe gli creda, febben dica effer flato prefente;
perche chi finge un mendacio di un libro, finge anche il nome di Autore che fia
flato prefente; lo conferma lo fleffoAvvertarìo in altra materia; Falieas oanas
fiarent „ impofloret, fi e* falfo tantum fuper pafite titula quad cupereut fra„
batum iaberent { tam. iz. fui anna ligi. fai. 535. ) Però non fi 103 legge il
Vangelo di Nicodemo, nè gli altri con nome di quelli che fono flati prefenti,
di Taddeo, Tommafo, Barnaba, &utolommeo, Andrea; perchè, non fi avendo
certezza che fieno flati feticci da elfi, come apocrifi, non hanno acquiflato
fede; anzi fon rigettati da fama Chiefà. ( O. jbgufiin. da confenfu Evangelifl.
Ili. t. cap, I. et d. cap. Romana. §, item Cbranicam. Candì. Trident. feff. 4.
in prineip. cum cancardantis iU. Cardia. Bateaius tam, I, fui anno 44. fai,
Z34. ) E fe il libro è di Romualdo, dove è fede che fedelmente Ila flato
copiato; che non vi fia fla104 to aggiunto, o diverfificatoè Ma come fminuito
fia, lo ftefio Avverfario il conferma; che di due copie, una trovau, dice,
nella Libreria Vaticana, l’ altra a Salerno, ( fai. 444. nwr. iz, ) » in. Cadi
3i8 allegazione Ctniice LMgobarào Sakmhano ^ ubi àtfinit,, Impbrfectb, ftcut ^
tùem idem S. Pem-codex eft Imperfectus : cd altrove ( eod, » fol. 7^0. )
collarus cum codice S* Peni in Vaticano Haud inteGRÒ, SBD FiKE CARENTE* Abbiamo
in jure che le cofe imperfette fi hanno per nulle/ ( /. cum Sillejanum, C. de
iis quibus pt indign, per Canones concordantes ibi, Cravet. de antiqu. tem~
'fot, p. 3* wr[, vidimuf. num.Ji. troBat, ìom.i'p, fol. iqp. Menocb, confai,
/uris num. 13.) pcrlochè concludono. „ Imperia autem,, infirwnenta
inflrumentorum nomen non retinent ob id in publicam,, Jormam bevati ^ Ù"
redigi non poffunt ! onde fe quello libro era 1053! tempo del Volaterano nella
Ebrerìa Vaticana da lui, come afferma, maneggiata, meritamente, e fanamente ha
fatto a non hCr tener alcun conto, avendo ferino in altra forma, come lo
abbiamo allegato fopra, al numero 42. Non ne hanno manco tenuto conio i
Cardinali della Congregazione lotto Pio IV. che non abbiano perfaafo il Papa a
far la iferizione di tale Storia nella Sala Regia; còme non hanno tenuto conto
del libro degli Atti di Papa AlefTandro. loò Sb bene il Cardinal Baronio come
riufeirebbono i Tuoi volumi de gli Annali, fe vi mancadè il fine di alcuni
tomi, dove tante volte con appendici muta, e rimuta, aggiunge, e ridice quanto
per avanti aveva detto, ed ingenuamente confeflTa Terrore. „ A priore fententìa
recedere^ ^ et qm firmiter pabiliijfe vi„ debaty re&aHare minimi diffidam.
£ pih oltre.,, Re autem vi» gdantiffimo fiudio exaBius pervefiigatay atque
attentius difqui/tta a „ priore fententia volensj tibenfque difeendens ^ in eam
potius vento, „ quam verteas perfnadet. ^ (Annoi, tom.j. fol. Sé.) Se il libro
non ioffe Siterò, e vi mancafle quella pane, e quella delle appendici, fi
direbbe che T Autore aveflc una opùiiono, k qual avendola retrattata, non ebbe
per vera. 107 Nel margine che vi è meffó al teAo di Romualdo citato
da-llAvverkrìo ( fol. 444. ) fi dice „ incìpiendo ab illh verbis’. in hoc,,
eapitulo Fodericus Jmporator^ ò'c. ufque ad illa verbo; Eccl/fationes „ Solit.
f. in figao Virginisì ^ le quali parole però fi è Icordato di porm; o che fi è
Icordato di levar dal margine; non avendole polle nel tallo / forfè per non
levar la fede all’ Autore, il qual pare attefii che fia in quel tempo fucceduto
Eccliffi del Sole nel legno della Vergine; il che è fallo; perchè per quanto fi
ha dal Calcola Allronomico non fon fuccefii tali Ecclifli, nè fucceder
potevano, non fervendo alcun dei nodi a quel fogno. Secondo i Compuùlli del 1
177. furono due Ecclifiì della Luna ^ il primo fu nel di 2Ò. d’ Aprile, T altro
a’ tp. d’ Ottobre : Ecclifli del Sole non fu fe non del iiSo. a’aS. di Gennajo,
c del 1181. a1 3.' di Loglio ; nel qual tempo il Sol non poteva elTer in
Vergine : di che TAvverfario, forfè avvifato, non ha polle le parole del teflo
promefle nel margine. £* vero che fcritte le fuddecte cole, mi è occorfo veder
d'un EcclifG accaduto in quellanno 1177* nel di 8. Settembre, prdfo Vincenzo
Belvacenfe nello Speculo lllorkie lib. 2p. cap. ar* ma quello appunto ci pone
il fofpetto, che il detto Autor Romualdo, feguendo l'error del Belva Selvtcenfc
in queftn Tua Cranici, fìa autor |»fteriore al 1144. Ca dove ó:rifle il
Bcivacenfe, e non prefente al fucceOb del 1177. come vuoi r Avverlario, Della
^ual falfià di Ecclillì non avendo veduto il tello di Romualdo, le non quanto
fcrive l’ Avverbrio nel margine non fò alKduiamente fondamento fino che non lo
vegga. Ora quelli Autori dicoaa che Papa Aleflàndra venilTe trionfante con
tredici galee mandategli dal Rè di Sicilia, cosi negano che avefle bifogno
dell'.ajuto de' Veneziani, per vincer Federigo, che gih era vinto, e ne
ricluedefié la pace ; e vogliono far . mentir gli altri, che venilTo. profugo,
e di nafcoHo; che fcoperto poi, la Repubblica toglieflè la Tua difefa, e ne
feguiflero le cofe prenarrate. Qui laicio di confideiar le flat^ite, che dicono
in numero aflai dove, dato che detti Autori fodero ftnza quelle mende che li
modrano mendaci, e fenza credito, è in obbligo chi vuol por loro penderò, e
tener conto d’adopnr le regole leloSgali, che infegnano quello G ha a bre,
quando vi' fono tefti. monj difeordi, per fuggir la bIGth di efli, per
rifolverd come G abbi a credere. Se trattano di atti iterabili, la contrarietà
fa che ft abbia a prefumere eder lùccedi più d' una volta.- ( ri t»» ( 14. de ttflH, et lèi
glaf. 0 ~ omnes ScrHe4U(i et m cap. m prafen(ia de proiat. Bar. (rriit, de ta/tii,
coi, 1. jirtr, m fi 4»ima in p, Ittliu. dt efl». Ancbm. cm[, J35. /iree primt,
imm. t, Frane, Care. tir. eod. p. 7. nam. 1^6. varf. ftcmi& rtdncrauar.
Fot, Ant. pietra de fideicammifi. 4. ta. Nkelatts Lejènt, de ttjì 'ti, verf.
eenfequttuer traS. rem.4. fol. Z37. dove G dico in torminis : Conetr. datar
ficnt Bvangelifta, juiM quei dkitnr difihtgue ttntptra, et rencardaiis
Scrtpttlras^ ite tttagii ahfervandttt» tttea dherfitatem Hifiericomm
Ctrtmograpiemm. Quella Dottrina Circa gl' Evangelìdi
infegnb Sant'Agodino molto avanti, de Certfenfu EvartgeUftarttm IH. a. cap. 50.
oper. Toiei. 4. fot. 153. Sk nii fintile invenittr fatìttm a Dwnioe, qnaà in
aliqne alteri Evongellfia ita eepttgrtare videtmr, ttt emnhii pdvi tiett
pefftty triiil alind intelligittir, quam utrttmqtte faÉhm ejftj et alittd ab
alio eonotterrteratttrH ^e. Cosi G dee far degl' altri Storici ; cosi doveva
far l'Avverfario nel cafo di Papa AlelTandn) : il che non avendo egli fatto, lo
faranno gl' altri, dando loro ampia materia, e teftìmonio i proprj Avvefarj.
lop I Nollri affermano che Papa Alelfandro. venilTe incognito a Venezia avanti
la Vittoria, la qual fia fuccedà del ityó. e Tanno feguente feguide la pace ;
cosi lo atteftano anche i Foreflieri Beat. Anton. Hiftorico par. 2. eie. 17.
Cap. i. §. io. Polater. IH. az. /e/. 234. Coritts par.i. fot. 51. La venuta
poi, dicono, colle Galee del Rè di Sicilia fu del 1177. cioè nell'anno che fi
fece h pacecosi per li fuoi Autori Tanefta T Avverfario l. D. Tiem. 12. pH anno
1177. Jot. 430. Gli Storici dunque, parlando di due anni dillinti, danno all'
Avverbrio obbligo di dire che due Geno fiate le venate del Pontefice; una
quando venne incognito, dove dimoraffe finché la Vittoria Giccelfe contro
Federigo, ed il trattamento, e la conclufion delb Pace lo aflìcuralfe cb
potefie andar libe lamente ninente dove pI 2 ì gli piacefle, poi dovendo venir
Federigo ad umtliarA a’ Tuoi piedi a Venezia, il Papa venire la feconda volu
trionfante con tredici Galee del Rè di Sicilia.* non oftante dunGue r improperio,
e la oppofizione che hanno gli Storici addotti dall' Avverfario, concedendo
ancora che integri fieno, punto non contraddirebbero alli nodri, quando
l’Avverlìario ha un obbligo di credere, e dire, cóme infegna Sant'AgoiUno,
Ihrumqut faHum ffffy Cr aytud alio omijfum. Stante le quali cofe, febbene
allora per opera de' Veneziani fu levato quel fcifma, e conoiciuto il vece
Pontefice, ed ottenuta la pace, ben farebbe conveniente ^n• cera che da qui
folle levato Io fcifma trb gli Storici, e fermata concordia trb e0i; fofle
conofeiuta la veritb certa di quanto apprclTo la Sede Appoftolica nella Sala
Regia, e nella Regia del Maggior Conlìglio in Venezia è confermato. Alle
predette cofe s'aggiunge per argomento più rìfervato, che fi cava dal
veribmile, prova efficace, cera, econcludentene'Giudizj con che f( fanno le
X^^i> e fi dlfinilcono i Litìgj, come fi ten« ga per vero quel che e
verifimile. jfUcgtt. per lìipolit, im tvè. dt pnéét» num* lo8. et fea, Tiraq,
in ptxfat, /. fi unquam «m. 37* et ftqq. C. de revoc» aonats 0 “ Mafcard, de
pnbar, eencl. 1402. verijimiiie$tdù in prinàp, 0 nu^ 22. 0 feq, Parfan, de
probat. lib, I, Cép. 8. 20. 0 fca*
Mandof. in - regul. Camelb, in prafat» per $ 9 fum lat^ Card, Tufil, pad.
Cenci, in verb, verifimHe quid fit 9 M. 0 feq. tom^ 8. fel, 375. Chi dià che un Vafcello travagliato da grave tempefia
di Mare, o da perfecuzion de'Corlàrì, non fi fia ridotto in Porto ficuIO, che
gli fia vicino ogn* altra pendice, minacciando cattivici, e storte? £ dove Papa
Aleflaodro, per afficurarfi andò? prima raccontano: Pimijffe Lateranenji
Pélatio^ ad tutor domet ìb^ngipanas ad Ciftemam Neronis, m qua latuit Nna
fi*giem Rotnanos infequentes metu ab Urbe fugam, medhantem Cuglielmui Rea fuis
Trf temibuky e Terracina in Franciam deduxit^ poftea Francia y 0 Anglia Regum
Conjtlio Remam. Ex, Ottene Fringenfi
de rebus geflis F rider, lib. X. cap, 66. Tbom, Favelli de rebus Skulis dee. 2.
Uh. 7. fot. 410. 0 ex olieg. per Baren, D. Tbom. li. fd. 342. Di modo che è verifimile, e coti fi dee tener por
vero quel che ferive Obon Ravennate.- Defperaiis rebus Vtltelmiy ad tamos
Friderki Exercitus vires imbccillas fuadebanty ne illi falutem fuam facile
erederefy PrefeBionem in Cahiam ut rnanimumy 0 qui prater fuga di^ verrkulumy
nibil ei adverfus Friderkum praft intra effe damnabaty Venetam Chitatem liberam
y 0 oh id minimi fufpeBam, quam ifem amicam potius, 0 fuarum partiunt fuifse
cognoverat maxuni ad eumdum probabat. Chi può dunque in quella difperazidn di
cofe non credere ehegli fi lift ridotto a Venezia, la qual Iddio, in vece delle
Ciith di rifugio concefib al fuo popolo, ha fatta riforger per falvezza
l'Italia contra il furor de’Barbari? Per lo che Leon IX. fuo PredecelTore, vi
fi trasferì perfeguitato da* Greci, e da' Normanni, dove fono cacciati tanti
altri Principi da' loro fiati iòccorfi, e ne hanno ricevuta tanta confoUiiooe
nelle efireme loro miferte, che han Digilized by Google DEL FRANGIPANE. 311
tanno confelTaro non aver più defìderio nè della Pairia, nè del perduto
Principiato SM. dee. 3. li. i. pag. 152. ne fuona la Tromba per tutto il Mondo.
I nodri Giurc-Confulti, benché efteri, di lei dicono ; Urie prtelariffima,
deevs. fplnidm eeiius Italia, v'trntihts, divitiis, ac Religione ornata,
Paradifus delitiarum'. Bald. conf. 41 1. qu'tdam man. 2. voi. 4. Carnati, conf.
72. de fare Col. }. Menoei. conf. 75. tac /am dici nam. yS. Jaf in l. fi
Infalam nam. y. ff. de veri, oiligat. Gomef. li. ft faerat tnjlit. de aHion.
Kevii^n. Iti. 5. nam. jy, Catelian. Crfia Memorai, in Veri. Fenetis. Tomai
Deplovat. in Mditio ad Cepoltam de fervit. raflic. prad, e. 16. Mandof reg. 1
3. qu. 6. in fine Pietro Antonio Petra de Principe Cap. 3. qa. 4. nam. 34, Ai
quali fi aggiunge Pietro Bellino Configlicr del Serenilfimo Emanuello Duca di
Savoja nel fuo trattato de re milit. lit. 5. i» princ. traCl. tom. tS. fol.
335. Il quale cosi dice, Urne Uriem Novam Romam dixie Falgofas, et Commanem
Patriam vocat Cama, eamque, et noi non immeriii calme n, et decui Italia
dieemas, ehm fola, nel exorieni conira Bariaricaa Gemei, et rapin.ti, er
vifiationei tatiffimam praiuerit llalii refitgium, folaqae tedia halicam
liiereatem, tr dignhatem confervet, et taeaiar. Il Petrarca che godeva lo
ftefeo rifugio. Seniliam, hi. 4. Epiti. 4. Aagaflilfitma Fenelianim (Iris, qaa
ana todie liiettatii, ac pacii, et tifiiHa Domai e fi, anam ioaorum refugiam,
ama Portai, qaem IM vivere capientiam, tjirannitii andiqaeiellicii tempefiaiiim
ipuafia rate: pelane, Urli, aari divei, fed ditior pradentia, poiens opiiai,
fid vinate poteniior; folidii fandata marmor Hai, fed filidiori eiiam
fand.imento Civili! concordia fiaiilita, falfit einSa fiaàiiat, fed falfioriita
tata Confila! tee. Onde Sabba Calliglionc ne’fuoi ricordi num. 114. dice,
Fenexia bonor, repataxion, ed ornamento dell afflitta, e fconfolata IiÀia : per
la Cai confcrvaxione ogni iaon Italiano dovreiie pregar noftro Signor Iddio. E
certo a me pare mirabile b continua conlervazione della prima liberti fino
a’prefenti tempi, e per Mar, e per Terra, in Levante, e Ponente, col Senno, e
colle Mani valorofamente confervata, mantenuta, e direfa, cosi poITiamo fperare
in Dio che fi confervi per l’avvenire di bene in meglio per la vera Giu.
flizia, per la Religione, pel cattolico Culto di Dio, e per le opere pie, e
fante, ch’in queUa abbondano ad onor e fervizio di noftro Signor GESIT CRISTO;
Onde in modo di profezia è introdotto a parlar l’Angelo neU'Italia ìibettu da
Gin; Giorgio Trifin. Hi. y. Mira qaetla Cini, ci' a mexpep alt acque Sorge
tri'l Sde, t Adige, e la Brenta I^uella è Fenexia gloria del Terrena Italico, e
Rifagio delle genti Dalla Sevi-gia' Barbara percoffe. $mfla Regina è di late'
il Mare Specchio di liberti. Madre di fede. Albergo di Giuflixia, e di qaiere.
Le cui virtìt fempre faranno eccelfe. Ed ampie in ogni fan futura etade. Però
la fama che con fimili Trombe fuona poteva invitar Papa Aleffandro ad aver quel
ricorfo, coU'cfcmpio de’ fuoi Predcceffori, cb’ Tomo II. Ss ebbero foccorfo, e
difesa coatra i Perfeemorì loro, e di Santa Chìcla Lo dovea fpcztalmente
inanimar il cafo di CregorÌ0 //. qoaB fìmiquando JUcn Impttudort^ eiTendofi
meflTo aD’imprcfa di diflruggef« tucte k Santi Immagini della CriHianit^ far
ciò oOinatamente ne lo richiele; qual villo che il Papa non volle, come non
poteva ubbidirlo, richiefe il PuceOrfo, cd i| Popolo di Venezia, o a dargli in
man il Pontefìce, 0 che Tainmazzairero; arditamente gli rifpolero quel che è
regiurato da Bernardo Giudiniano nella Tua Storia al Libro X. Refponftan iis
magno animo advertero po$utJfc quanto femper fiudio^ et bonort omnU bus
ttmporibui Imptraroriam enolZcrcMa/eJlatem : maximb ramtn nowjjima Ravenna
Urbis retfptione ^ non verim in corum gratiam Regem amiÒ" ficderatitm
belìo ìacefeere : efse tamen ita a Majoribns injìitur rum, Ht ubi de
facrofanbia agatnr Religiotte Romanee Ecclejùe /aiuti y Cr bonari mtllo modo
dejint, rum omnipottnti DeOy porìus quam tdli mortaliwn fit partndum, Jraqtte
Romanum Pontificem non daferturos» Ma farh meglio feguitar il fatto con quel
che regi&ra, e diceda fe per meraviglia il Cardinal Baroinio. Sub amo 7 ad.
num. 37. tom, p. fol, 18. perrmti Venetiarum Esttreitus jujjioni Impcratorit re
Jiituerunt \ Ijla ingenti prsjìantique animo Veneti Tkef terra y marique
protrimi ejsenf Imperatori, a quo deieri timere ponti ffettt, fi adbuc viribus
y adeò fortes prò Ponti/ce certamen èrme adveìfia ipfum atiquo modo
prafumerenty fed ubi de Religione feient effe certamen y eun 3 a ei pojì
babenda nterith cen/uerunt. Indi ne ebbero tal gloria che contrariando^
airimpieib deU’Imperadere, ne riportarono trionfo, ch*ad onta fua hanno fabbricata
la Chiefa di San Marco carica di Santi Immagini didentro, e di fuori ùi
(cultura di Marmo, d’oro, e d’ Argento, di Bronzo, di Molaico, nel letto, nelle
Pareti, nelle Colonne (ino nel Pavimento, ma pròpor7Ìonatamefite collocandone.
£d ivi contro la Pazza erefta deH'lmperador Iconomaco, che alTeriva ciò effèr
Idolatria, fcrifle in Molaici verfo la Canonica. Nam Deus efi quod Imago docety
non Deus ipfaHanc videaSy fed mente calasyquod cernii in ipfa. Chi è quello
dunque, che avvuta un ardentilTtroa, e mortale febbre, fie tic rìlànato per
opera d’un fuo valorolo Medico amorevole, cd affezionato, che trovandofi con
gli flefli fegni, e parofilmi, non torni allo deflb Medico come certo di
liberarfi. Però la Chiefa cd il Papa liberato dalla pcrlecntion d'un empio
Imperadore per opera deVeneziani; chi dir^, che tornatagli li lleflì travagli
non Ha ricorfo alli HelTi, 0 incognito per llar Ccuro; o feoperto per efler
difefo? Certo il vcrillìmilc, c la prelunzione è per raffermativa ; perche
dalle cofe pallate, ft conofeono le prefenti, C. mandata C.Scriban, de prO'
fumpt, Menocb. eod. lib, i. prafump. 24. ir». 8. La Storta dt Papa Gregorio
certamente vera lo fcrive il Bibliotecario allegato, e feguito dal Cardinal
Baronio è regillrata nel Pontibcal Tom. i.conf. 410. è Icritta parimenti da
Paolo Diacono nella Storia de’ Longobardi nel Libro 6. Cap. 4p. Se quella di
Papa AIclTandro non foffe fiata vera, nè la Sede Apollolica 1 avrebbe fatta
dipingere, nè i Veneziani lafciando quella ^ Gregorio vera, e^ tanta gloria;
Ufquequb gravi cordcy ut quid iiligitis vanitatemy et quaritis mendaciumì
Pfalm. 4. perchè giufla il proverbio, ]!le matici in favor di Papa Onorio,
dice, cbe acquiilarono dal Papa titolo di Repubblica. CrilHaninima, e di
Dominio ampio per Terra, e per Mare, perchè Nallum kommt mtpouneratum Tom, 5.
fub tmM 6^0, n, 17. fol. 6i%, to, p. fub an. yi6, ». 37. fui. 58, quedo fi vede
conlcguito fobico dopo la vittoria conF^erigo, e meìlb in fedia Papa
Ai^lTandro, perchè oiiracolofamente la Repubblica collegata co’Francefi, fece
l'acquida dell'Imperio d’Oriente, che di fopra al numer. 78. abbiamo narrato, e
poi fempre piò crebbe. i Il trionfo, e fine quando il Papa milè il piè fui
collo di Federi' go, e figillò la pace, fu adì 24. Luglio la ;VigiLia di San
Jacopo come dicemmo del 1177. dall’ ora in poi il Signor Iddio G è compiaciuto
di donare diverfe grazie, ed allegrezze immenfe alla Repubblica fino ad oggi
giorno nel detto Mefe, che ben d^ fegno in rìcompenia di quanto merito 6a. Per
avanti il Mefe di Luglio era infaudo a’ Romani, ed aH’Italia per li sfortunati
avvenimenti, cbe loro intervenivano, e par che ave^e principio da peccato di
Religione; per lo che alcuni Politici, e Qiure^Ionfulti, pcrGufi della Dottrina
di Platone ofTervato che certi cafi G trovavano iterati quafi all'idefib tempo,
differo, che era un Orcuito di proportion armonica cbe girava, e giunto alle
corde dello deflb numero iterade lo deffo tener di cole, come nel Corpo umano,
quando è infermo per lo perìodo degli umori fi fanno le crifi nelli giorni
decretor), e l’altre alterazioni negli anni climaterici, allegar, per Valentin.
Forjlerum de hifi, /ut, civiUs, ì. i. in prin^ cip, frati, tom. 1 fol. 25. AUi
II. di Luglio i Romani ebbero due rotte d’Eferciti in diverfi tempi cioè f
Alienfcy c la Gremercnfey però quel di fu chiamato ni j^uJÌOy ni infauflo Corm
Tacir. tib, 18. Tir, Uvitn dee. r. Uh, 6, Macrob. Satttrnal. l, I. c, 16. alti
II. Nacque Giulio Cefare che diè nome al Mefe prodigiofamente ufeito a guifà
diferpe, tagliato il ventre della Madre, e ne fegui con tanta uccifione
ledinzion della liberti della Patria, della qual ben dide il Voicì. ^ Socerque
y Gener, que perdidijii omnia. Succederò poi a dominarla i Tiberjy i Cajy i
Nereaiy e tanti altri ferpi. AUi ip» cominciò Tincendio in Roma, comandato come
alcuni vogliono da Nerone che tutta Tarfe.’ nel qual giorno per avanti da Calli
Senoni fu prefa, et abbruciata. Tacitò Tib. 15, AUi X. Tito, non valfe ad
impedire che a fuo difpetto i fuoi Soldati non abbruciadero il Tempio di
GeruQUcoime, abbruciato la prìma volta da Nabucodonofor nelb dedb giorno, che
fu il decimo del Mele quinto, che appredb i Latini è il LugUo, però detto tilcy
ma comandofi perKaIende,che retrocedendo, principiano a'feoici, fi chiama
Agodo, il qual giorno per^edi incend) Giufeppo chiama Tomo il. Ss 2 fa 3^4
ALLEGAZIONE &ulc, e cadetcbbc a'i5> Coà lì Calva quel che dice San
Girolamo Copra Zaccheria S. Tt/mfumpùvi i» r. jciimmm àifi. Jcfcpbo Je itilo
Juào'uo Hi. 7> e. e dove in. tal giorno per meilizia era inftiruto U diurno.
In contrario qu^ lì celebta la feda di San JacopO in Rialto, quella Chiefa la
qual la Cùtìi volle che foflc prima Pietra, e fondameto della dia
foodazionequando ottenne grazia Cubito Catto voto, che li eflingueflè rincendio
appiccato, che di giìi abbruciate 14, Cale era per abbruciaala tutta; così
avendo colle Cue Celici armi ottenuto che d edinguelCe l' incendio di tanta
guerra con Federigo che affligeva la Chiefa, e cenCumava tutta l’Italia. Quel
MeCe dall’ora in quh Dio condituì che folTe tempo di dar la paga a' tuoi
Soldati benemeriti, perchi in elfo Ce che la RepubUica conùnciaOc a far il
predetto aoquido, prima col romper l’armata dell’ fmptsadore nello AelTo Areno
di Collaniinopoli, e dopo affediata, e prcià la Citth, fugato il Tiranno
AlelTio, col rimetter in ie^ liàccio, ed AleOio, fuo h^Iiuolo, i quali Cubito
uccili da Marcilo occupò, la feconda volta V Imperio, dico la Città, e l'
Impcrio ; non ancora partito 1’ Efercito nè 1’ armata dalle mura, uccifo
Marcirò, a lui rimafe la Grecia; del qual primo acquiflo, fcrive Niceta.
Aniwlium Lii. 3. Col. i a. fri, 177. ABom toc tfi Menfe JuHo onno lyii. che
rifponde all’anno del Signore izol. cioè anni 24. dopo la detta imprela; l’anno
feguente fu poi il total acquiAo : la qual’imprefa ora^i man di Jacopo Palma
rendè fplendida la fua arte colla Pittura nella Sàia del maggior Configlio a
dirimpetto deH'imprefa fatta per Papa Alefiandro, quafi due partite de’ libri
de Conti aU’incontro di dare, e d’avere. Dalla Morte di CriAo lino aU’imprefa,
e diAruzione di Gerufalemme, che fcgu'i per vendetta, pallarono anni quaranta,
e qui 24. Coli, volendo il Signor eAer affai piò preAo alla rimunerazione, eh’
alla pena, dove Eufebio In Cronico confiderando il tempo della PaCqua, nel
quale per quella imprefa fei cento mila Ebrei furono uocifi, ne cava argomento
che ciò Iblfe per divina vendetta dal fegno del tempo, come intendiamo ora di
far ancora noi, e dice, Oportliif onim iifilcm ditha Pojcbtt coi mterfei in
quihn Solvotorem crutifxcnmt. Però nel Mefedi Luglio la Città feAeggia per
diverfi altri feliciffiini avvenimenti, come per avanti forfè per altre fimili
caufe leinteivenivano il dì di San Pietro. Nel primo celebra la feAa di San
Marziale per tre Vittorie da lei in diverfi tempi in detto giorno ottenute; Al
che fi aggiunge che nello Aeffo giorno il Doge Andrea Contarini fi refe a
Chiozza trionfiinte per la vittoria contra Genovefi narrata di fopra al num.
15. Contra gli Aefli alli 22. fi conclufe la Capitolazione, e pace con tanto
onore, ed acquiAo della Repubblica, che ancor fi celebra per memoria di
allegrezza pubblica la fella di Santa Maria Maddalena. Alli 6. fucceffe il
fatto d'arme al Taro, nel quale il Rèdi Francia ricevè così buon accordo, che
fuggito per voto, come riferifee il Guicciardini Hi. z. cor. jg. e sbigottito
da queir angofeia, gli feappò la voglia di fapct dove piò fbAe l'Italia,
intento all'ora folamente al Digitized by Google DEL FRANGIPANE. 32^ ai pafTàr
avanti nonvolendo^mtender più pratica alcuna, con celeritk fegultanda il Tuo
cammino, levandofi aguifa di vinto fcnzafaonar la Tromba* Gmcciard. lib, 3.
car^ 5p. e 6 p. ed ivi queirifteflb giorno cominciò a ceder forzatamente i
luoghi che teneva confederati della Repubblica richiel^ill dalli Provediiori
Veneti nella rifpofU data al fuo Araldo quando richiefe U paiTo, Bentbus Hb. 2.
cor. 44. j 4 lexanà, in diario ejuuUm belli y Jov/uilib» 2. car. 8^ per chè
all’ ora angoTciato a difender la propria perfona più colla ferocia del fuo
Cavallo, e colle orazioni,che da* fuoi eHèndo. anche eflì occupati nel difender
la Tua,, cosi che io avevano abbandonato, non potè mandar come doveva la gente
fui Genovefe,. però ufcita Tarmata di Genova,, prefo fenza difllcoltk il Borgo
di Rapallo col prefidio de* Francelì che lo teneva, e prefa l'Armata loro che
ritirata in quel Golfo di li a poco il Rè Ferdinando ricuperò il Regno di
Napoli, ed il Duca di Milano Novara : pel qual fine la Repubblica s’armò e
combattè, ed avendolo ottenuto da Dio, ne vicn aver avuta la vittoria all’ora
felice per T Italia, colla ricuperazione della ricca, e gro 0 a preda, che
dalla mifera Italia, fpoglìata in Francia gloriofi riportavano. Allt 17. che fi
fece appunto U primo acquilo di CofianttnopoU y come di fopra al num. I20. fi
fcfieggia la memoria di Sanu Marina, perchè in quel giorno fcrive il Bembo, fi
fece Tacquifio diPadova due volte, ma la feconda Dio fece, che ficcome era d^
di Santa Marina foflc luce di Stella Marina per ralTèrenar le tenebre della
Repubblica, in mezzo della fiera tempefia della Lega di Cambra;, fopra che dice
la Parte prefa nel Sereninimo Senato per folennizzare detta Fella 1712. Die XXK
Junij fide prhtcipiam Uberationis a eonventu maiignanìium y CT a fmcibus
inimìcontm nojlrcrmn y Civi^ fas Padiue non bumana opv, aut ConJUtOy fed^
Divino auxilio fiiir cuperatay t per dame qualche argomento, e fcgnodicc, In
cuyasetimt T'empio tppcnfn ClavesÒ" Sigillo Civitatit fitb feptdcro
Serenifs. Dtteis D.Miibaei ’hSfeno in monwmntum prim^ %pfiu% acquifmonis,
Quello giorno fu principio tale, che da indila Repubblica ricuperò tutto il fuo
Stato, cho aveva perduto, c ciò con tanta gloria., che il Guicciardini dice
/i^.4r. 327. Con ejini Icp^ieriy e poco dwrabili fi terminarono i movirnertm ti
dell armi fen- 3 ^ utilità y ma non ferrea ignominia del nome di Cefore, e con
accrtfeimento della riputatone de' yenezi^*** 9 ^be a ff aitati dagli Eferciti
di CefarCy e del Rè di Francia mantenejjero alla fine le medefimt forze, ed il
medefimo Dominio, Indi alTottava, che è la Vigilia di San Jacopo. Renzg da Ceri
ufcico da Crema prefe Cafiiglione, e menò prigione Ì 1 Capitano, che Io teneva,
e iubito prete Lodiy c confegnollo a’ Collegati. Aleman. Tinus in Hifi,
Erement, lib, 8. AlU 2p. di Luglio del 1523. fu fatta la Capitolazione della
pace, colla confermazione di quanto pofledeva la Repubblica in Terra ferma • La
Signoria vifìta folennemente la Chiefa del Redentore la ter2a Domenica di
Luglio, nella qual fu liberau la Citta da una gran pelle. Cof^ il Mefe,
temperai per avanci degli Infortunj, è divenuto (Ragion Digilized by Google 3zo
Raven. fih. 8. Bard^ cor. 24. FiJi(q>o Memo Dottor andò ad accompagnar
Ottone, che fu prefo all’ Imperator Tuo Padre, Crontcs Samtìa M. S, fai. 84. ed
ambi ebbero in tal fatto merito, uno per la Vittoria, l’altro per la con»
clufion della pace col ridur T Impecadore a* piedi del Pontefice nel
jnunesazione io quel giorno, e celcbrandofi 1* annuale dell’Afcenfione ravvivar
la gloria della Repubblica con ravvivar la memo^ ria del trionfo, confeguito
contra i Perfecutori di Sama Chiefa, c fpiegaic elempio a’prcfentt) ebe abbino
a perfeverare, e non effere, degeneri a* luoi Progenitori, dovendo per le
proprie confeguirne premio Gngolare in perpetuo, e trafmettere il merito anche
a’ pofleri, per lo che ogn’uno dee defiderare, e pregare con devoto Inno di
Policromo, che il Signor Iddio faccia perpetua quella bnta, gloriola, ed a lui
gradita REPUBBLICA, che fia cuBodita flagl’ Angioli^ Grazia-. DOMINIO DEL MAR
ADRIATICO DELLA SERENISSIMA REPUBBLICA DI VENEZIA SERENISSIMO PRINCIPE. t L
Dommio della Serenedima Repubblica fopra il Mar Adriatico i cos» celebre, e
famofo, che forfè non fi troverà akan’ altro, del quale dopo la declinazione
dell’Imperio Romana più Storici, eGiureconfulii abbiano fatta menzione, ed
approvato di comune confcntimento per le. gicimo, e giuflii&mo; nel che
elTendo tutti con ^ cordi,fifone però trovati differenti neiraflegnar vi
l'origine, e varj'nell’allegar il tellimonio, fondandolo, chi lopra privilegio
conceffo dal Papa, chi fopra privilegio, e conceflione dellimpcradore, ed
alcuni fopra la prucrizione, altri ancora fopra antica confuetudine.
L’opinione, e ragioni de’ quali avendo io confrontato con le Puh. blice
Scritture, che per comandamento di 'Voftra Serenità mi fono Ihte mollrate per
dover metter infieme un'iniera relazione, ed informazione delle ragioni di
quella antichiffima, e nobililfima giurifdizione, confiderato il tutto
accuratamente, ho creduto che quella materia poffa effer ben dducidata,
ponendola in cinque confidcrazioni. La prima tratterà il vero tellimonio, e
poffeflione, de’quali quello Dominio colla, mollrandolo non acquillato, ma
anche infieme con la Repubblica confervato, ed aumentato con la virtù dell’
armi, e fiabiìito con la conluetudine eh’ eccede ogni memoria. La feconda larà
in mollrare non effer vero, ni utile il dire, che la fercniffima Repubblica
abbia il Dominio del Marc per privilegio del Papa, o dell’ Impcradore, ni meno
per preferizione. La terza confiderazione farà vedere fe il Dominio del Mare
comprenda i Seni, Porti, et altri ridotti, ed inclufi i Lidi ancora, e le
quella giurifdizione s'^llenda a llatuire, ed imponer Leggi a’ Naviganti,
facendo quell'otbuùzioni, che ricerca la pubblica utilità, ed a pe Digilized b,
- ìoogle 3z8 DOMNIO del a punire i delitti commeflì in Mare ^ e ^ imporre
gravezze a quelli, che fi vaglino dell’ ufo di elfo.. quarta far^ in efplicare,
e rifolverc ropinioni d’ alcuni che vengono fatte in contrario. ^ Nella quinta
metterò infleme le ragioni particolari, c proprie della Sava di Goro^ ed in
quelle ^coofid^zioni non mi vaierò fe non di cofe » chq fi poffono moftrare per
le Scritture pubbliche, ed "autentiche di Voffra Sereniti, ovvero per
tefiimonj, ma degli Storici, c Giurcconfulti approvati^ Il vero Tefiimonio, pel
quale la Serenifiima Repubblica ha il Dominio del Mare è quell’ ifieflO) pel
quale ella ha la fua liberti, fi che al piiqcipio del fuo nafeimento per una
IWfia caufa ella nacque libera^ ed ebbe rimpcrio maritimo, e quella caufa fu
reffer edificata, e cofirutt^ in Mare, il quale all’ora non era fono il Dominio
d’aìcuno. E’ termine indubitato appreffo i Giurcconfulti effcrc de ]ttre Gett^
ri»m, che ognìCiti^fia libera s’ è fondau nel fuo, ficcome le Cincin luogo
dominato fono dal fuo nascimento Soggette al Dominante; quelle, che naicendo in
Terra non foggetea ad altri, nafeono libere per quella ragione, che fono libere
per la Slcflà fono Padrone della Terra dove hanno il loro principio. Co$‘(
quella inclita Citt b nata nel Mare, del quale non eia alcun Padrone, è nata
libera, e per rifielTa r:tgione Padrona dell’acqua dove ebbe il fuo principio;
per Io che tanto è il ricercare rimpcrio Maritimo di Venezia, quanto ricercare
roriginc della liberti fua, ovvero la fua fondazione. A quello non olla, che
ne* tempi precedenti la Repubblica Ro^ roana abbia fignoreggiato rillefib Mare;
ùpperocchè non fi ricerca per l’edificazione ad una libera Cittì, che il luogo
mai in alcun tempo fia ftato dominato da altri, elTendo che per ifiabiliiì
dello cofe mondane, non v’è ragione,che non fia fiata loggetta ad innumerabiii
mutazioni, ma bens'i ricerca, che nel tempo deiredilicazione il luogo non fblTc
fo^getto ad alcuno. L’Imperio di tutto rAdriaiico per molti fecoli innanzi il
nafeiinento di Venezia, fu deirimperio Romano, ma nè Dominj de'Popoli avviene
quello ftcITo che net Privati; cioè che cìafcheduno per tanto tempo è Padrone
della fiia cifa per quanto la tiene in proprietì Sua, nel qual tempo non gli
può eflcre legata lenza ing^llizia; ma s* egli l’abbandona, o non ne tiene il
polTeflb, o irait ne può piò tener conto, quella difoccupata può elTere privilegiata
per propria dì qual fi voglia, che primo le mettcrii la mano fopra. Così le
Cittì, che foggette ad un Principe, non poflbno eflérgii levate fenza
IngiulHzia, ma s’egli abbandonerà la loro cuftodia, c non la govcrnerì, o
perchè non voglia, o perche le forze glie fieno tanto mancate, che non poffa,
faranno di quello, che prima ne piglierà il governo, c protezione ; c per legge
divina, ed umana dovranno fiare fotto di quello, mentre egli cominueA a
reggerle. Anzi il Dominio così acquifiato anderì prendendo fcropre maggiori
radici, e confermandofi per quanto nuggior tempo durerà, in mo do Digitized by
Coogic MAR ADRIATICO, szg do che avendo continualo in cosi lungo Tpazio d’anni,
che non vi fu memoria d'uomini in contrario, fata perfcMamente llabilito,e&
poirh dire acquillaio per confuetudine. Certa cola i, ehe innanzi l'anno 400.
dalla Nafcita di nodro gnore, gl'imperatori pollédevano Tacque del Mar
Adriatico, partW colarmente le Lagune dove quella inclita Citth i fondata, ma
ef. fendo dedicata la forza dell'Imperio in Occidente per Toccupazione di gran
pane dell'Iialia da' Barbari, quelle acque furono dagl’Imperadori abbauJcnate;
onde redando fenza Dominante, per legge Divina, ed umana, poterono i Popoli,
che fi ritirarono per l’inonda. alone de’ Barbari, indituire in qued'acque una
Repubblica libera, e per virtù della fila Nativith Padrona del luogo,
abbandonato da chi prima lo dominava era all' ora fenza Padrone, e difoccupato.
Ma mentre dico, che il Dominio del Mare fia naturale a quella Repubblica, e
nato infieme con lei, non voglio intendere, che tutto in un tempo abbia
ac^nidata la padronanza di tutto TAdrfatico, perchè le forzo nel principio non
erano tante di poterlo cudodire, e guardare tutto; ma nel fuo principio ebbe
Dominio di quel tanto, che con la virtù delle lue forze poteva cudodire, e
proteggere, che fu il tratto contenuto trk Ravenna, ed Acquileja; redando il
rimanente fenza Padrone come abbandonato dalTImperadore, e non dominato da’
Barbari, che s'impadronirono d’Italia lenza forze maritime, fintato che
Giudiniano mandò per la ricuperazione d’Italia Efercito terredre, ed Armata di
Marc, e fcacciati i Barbari, ripigliò il Dominio, e cadodia dell'Adriatico,*
nel che avendo avuti favorevoli i Popoli di Venezia, non toccò, ma lalciò nella
fua liberti la parte, che è da Ravenna in qiù, come polTeduta legitimamcme
dalla Screnilfima Repubblica, contentandoli di quell'altea parte ch’ò oltre
Ravenna : ficchi ilSerenifilmo Dominio della Repubblica in Mare fn di quella
fola parte di edb, che è prollima a queda inclita Citch. Ma in progreflo di
tempo fatti gTImperalori un’altea volta debo'lì, ceflaronu di mandare Arma» in
Ravenna, ed abbandonala quella parte, che è dal fiume di Tronto in quh fi
ritirarono nella Puglia, il che mife in ncceflìtii queda Repubblica, la quale
era crefciuia anche di forze a pigliar cudodia piò ampia del Mare, e tenerlo
netto da'Cotlari per mantener Scura la navigazione, incominciando dalla Riviera
della Marca Anconitana, e dal Quarner fino a Venezia: il che lecoftava ogn’anno
moltoifangue dc'fuoi Cittadini, e molto tefoio. Seguile le cole per alcun tempo
in queda maniera, fu moda guerra da’.Normani aU'imperadorCodaatinopolicano
nella Puglia, il quale non elTcndo badante a difenderfi per fe IlelTo in quella
regione ricercò Tajuto della Serenifiiina Repubblica, il che fu uccafioneche
ella palTafle con le file armi anche nella Riviera di Puglia. Molte fazioni
Icguirono, nelle quali avendo AleOio Comneno Imperadoco fodenuta la gueira piò
con Tajuto Veneto, che con le forze proprio per tré anni in circa, il quarto
abbandonò Timprela, ne mai piò mandò Tarmata neU'Adtiatico - per lo che redò la
Puglia occupata da' Normani, i quali elTcndo fcaz'arme maritime, il Golfo da
quella parte fino a capo d'Octanto, abbandonato deUTmperadore, non poteva
elTer, protetto, e cudodito, falvo che dalla ScreoiOima Tomo IL T t
Repubblica.; oiide per neceflitìt di. render Scura la navigazione aTuoi
Sudditi^ eOi. che gib. aveva con la forza acquiftato, quel Mare, con• tìnuò. a
cudodirlo, e difenderlo da’ Corfari, e da altri turbatori, e oc acquiSb. il
Dominio come di cofa abbandonata, e non poCTeduta da alcuno. Per lo. che
ficcome s'i detto, ch'il Dominio del Mare d: naturale alla Repubblica,
principiato inficmc con lei nelle parti proflimeaquell’inclitaCittk,cosV anche
infìeme fi dee dire, chefiaamplificato fuqceflivamente neiraltre parti di elfo
Mare, che fono ab- bandonate da quelli, che le pofledevano. prima, e prefe in
protezione, c cuSodia dalla Repubblica fin tanto ch’ella s’è fatta Padrona. di
tutto il Golfo, e perchè cib eccede fei centinaja d’anni, fupera, e di giìi,
molta ha fuperato ogni memoria, ficchc è confermato con la confuetudine
immemorabile. Di tal confuetudine convien fare ogni capitale, perchd la legge
la ptefuppone tempre buona, ragionevole, e lodevole, e che fia intervenuto
tutto, quello, ch’era neecITario a làr cofa legitima, che fia equivalemeadogni
contratto, e convenzione. Per dottrina de’Giurtconlulti a (labilir una
giurifdizione per conluctudine irrevocabile fi ricercano, che fieno fiati fatti
atti giurildizionali continuamente da tempo. che non vi fia memoria in
contrario, e che altri non abbiano elercitato. atto alcuno, fe non con licenza
del Polfellbre : c che da. quello, fe alcuno, ha tentato, di farlo, gli fia
fiato proibito, tutto ciò non occultamente, ma con faputa, e tolleranza di
quelli, che avrebbero potuto pretendere altramente, le quali cole tutte fono
intervenute nella continuata; polTel&one di quello Mare, Da tempo che non
vi ò memoria in contrario è fiato eletto continuamente un Capitano di Golfo,
fono fiate tenute Galee, ed altri Legni armati per cafiodia ordinaria,
continuamente è fiato proibito efiicacemente, o con tutta tratuzione, o con
forze a qualunque altroPotentato il tenervi Legni armati; ed i Pontefici,
Imp'cradori, ed altri Principi hanno aflcnciio a quella giurifdizione, o col
confeffarla in parole, ovvero per effetti, ricorrendo, implorando l’a)uto,e
quando hanno voluto trafportar|Vettovaglie, od altre cofe pel Mare ricercando
licenza, ricevendo le Patenti della conceflione ; e alle volte anche fono le
licenze fiate negate, ovvero concedute limitatamen* te, e non quanto la loro
dimanda richiedeva. A’ Naviganti fono fempre fiate date le Leggi fopra la
navigazione, coti quanoo al luogo, dove dovevano far la Icala, come alla
qualità delle merci; Li Conaabbandi fono fiati confilcati, e fono fiate impofte
dazioni de’ Dazj, azioni tutte di giurifdizioni, e fupreme Dominio. Non v’ò
memoria quando avelTe principio l’elezione d’un Capita, no di Golfo, ma ben nel
ijp;. fi vede una lettera dell’Eccellentifiimo Senato ferina al Capitano dì
quel tempo con precetto, che feorefle la Riviera della Marca Anconitana, e la
Puglia fino b Capo d’ Otranto, e dal tcnor di quella lettera appare che il
carico di Capitano non comincialTc all’ora. E' notoria la cufiodia tenuta
continuamente con Galee, e Vafcelli armati per difenderlo da’ Corfari, e Ladri
maritimi, «dopporfi a quelli, che voleficro impadronirfene;efisbinficme quante
civefeovo di Magonza Vicario imperiale in Italia con la Sercnil&ma
Repubblica nel 1174. che Ancona fodeadaltata con l’Armi Imperiali per Terra, e
con quelle della Repubblica per Mare, ficcome fu anche pugnau, ed elpugnati.
Fu-.ancora un’cfprcflb confenfo del Papa, e dell'Imperadore Federigo infieme l’anno
1177. imperocché avendo il Pontefice Alcflàndro Terzo implorate le pie Armi
della Repubblica per difefa Tua, t della Sede Appodolica dalllmperadorc
Combattuta, ed avendo Tlmpcradore dopo la rotta della Tua Armata acconfentito
di venir a Venezia, Tuno, e l’altro confeflarooo in quede lue azioni legicimo
il di lei Dominio Maritimo; e fé bene alcuni pochi Storici non fanno menzione
di battaglia, e vittoria marìtl ma, attedano non di meno che il Principe Ziani
incontrò prima il Papa, e poi Tlroperadore con potentidlma Armata, con TideHa
li condude nella Marca Anconita. na, ed. aggiungono, che fu eletta la Citù di
Venezia da ambe le parti, come quella che non foggetti ad alcuno aveva forze
d’impedire, che dall’uno non foffe fatta violenza all’altro di quei Principi
Valendofidel Dominio maritimo della Repubblica, come loconfeifarono. A qufda
s’aggiunge, che il medefimo Federigo Imperadore quando' i’anno xi88. fi mife in
viaggio per Terra £inta, Icrìvendo una lettera comminatoria al Palatino, e
magificando le forze del Cridia. nefimo, oberano in fuo ajuto, mife frh le
principali aver in lega, e compagnia la Repubblica di Venezia, encrau a fua
difefa ad indanza,, e preghiere del Pontefice Romano, lafciato ben gorvenato, e
cudodito il Mare.* il che tutto modra non folo ralTenfo di elfi Pontefici, ma
anche quanto fofle loro grato per fervizio pubblico della Cridianith, che la
Repubblica av^e forze non foto da protegere il Mare Adriatico, ma da mandare
anche in Paefe lontano. Celebri furono ira le altre le fpedizioni £ute ad
indanza d'Urba. no Secondo, e nei 1111. a preghiere diCalido Secondo; ma
foprartutto è notabile la fpedizionc fatta h Coftantinopoli l’anno 1202. con il
potente Arnuu, che inlìene con la Nobiltà Fraticefe, che vi era lopra fu
fufficiente di reftituire in Coftantinopoli l'Impeiadore I fcacciato il
Tiranno, e dopo la morte di elfo Imperadore acquilare il Dominio della Citth, e
delflmperio, lafciando peri tanta Armata in Golfo, che fu fufficiente a
guardarlo, ed a ricuperar Zara, che all’ora fi ribellò fenza muover le forze
ch’erano in Coliantinopoli. Forfè la più notabil memoria ò, che nel ia7}.
avendo congiurata quali tutta la Riviera della Romagna, e Marca Anconitana per
ufurparC il Dominio di quei Mari, turbando la poireffione della Serenilfima
Repubblica, fu nundata potentiifima Armau per reprimerli; e dopo alcune
Batuglie, fu fatu pace con quei di Romagna, de’ quali erano Capi i Bolognefi 4
convenuto, che la SerenilEma Repubblica continuaflè nella poflefCone fua
dicufiodire, e dominar quel Mare; Per lo che quelli della Marca, refiati foli,
non potendo far rcfiflenza, fecero ricorfo al Pontefice Romano Gregorio Decimo,
il quale tentò di far comandamento al Duce di quel tempo di defifiere, al che
avendo egli rifpofio, che il Dominio del Mare era della Repubblica, e che
voleva in ogni modo difenderlo, e proibire a tutti il tener Legni, e Galee
armate, e trattar da nemici quelli, che avelfero pretefo di tenerli, il negozio
fu poitato dallo flelTo Pontefice nel Concilio Generale di Lione, dove fu
commeflà la caufa degli Anconitani all’Abate Naverfa, il quale udite le loro
ragioni folamcme perchè la Serenillìnia Repubblica non confenfi di mettere in
litigio quello, che da tanto tempo poffedeva, conobbe il Giudice, che gli
Anconitani non avevano fondamento alcuno; onde furono coftretti d’ acquietarli,
e cedere. Fece parimente guerra la Serenilfima Repubblica col Rè d’Ungheria,
tth le altre caule, anche pel Dominio del Mare dirimpetto alla Dalmazia, ed in
fine fi fece la pace in Tarino nel ijSt. dove fu convenuto, che la
giurifdizione di quell' acque rellalfe alla Repubblica. Di quella ulnma guerra,
e pace fono le Scritture pubbliche in Segreteria; le altre cote narrate di
fopra fono tratte dagli Storici, eDendo cofe fuccelfé innanzi l’anno izji.
quando furono abbruciate tutte le Scritture pubbliche. ‘ Più efficace prova
ancora fi cava da’ricorfi fatti -da diverfe Citth, e Principi polli fopra il
Mare Adriatico, i quali avendo ricevute irt‘ giurie nel Mare da’Corlàri, ovvero
altri Ladri maritimi, fono ricorfi a quella Principe, dimandando ragione, e
giulliziz. Per le Scritture pubbliche appare, che nel 1377. gli Anconitani
prefero ardire di far diverfe novitb in Mare contro i Mercanti di Fermo,
eÌAfcoli. (^elli di Fermo fecero ricorfo a Venezia, e dal Principe fu mandato
in Ancona a ricercarli della Conveniente emen. da, ed a dolerli delle novit b
da loro fatte in Mare, la cui guardia era acquifiata con tanto fangue: al che
avendo elfi finillramente rifpollo, e non celfando di velare il Mare, fu perciò
mandata una potente Armata per reprimérli; nel che volendo interponerfi il
Pontefice Papa Gregorio Undccimo, al qual-efiètto mandò un’Amhafeiadore a
Venezia, gli ih rifpoflo eoo aperte parole, non elTervi altra maniera
d’accomodamento, fe non celfimdo gli Anconitani di molcllare i Naviganti,
perchè la cullodia del Mare en llau dalla Repubblica icquillata con fuodori, e
fangue da tanto tempo, cht non vi è memoria in contrario, come i ben noto; e
perciò facevano intendere a Sua Santità, e cosi erano per dire a tutto il Mondo,
che volevano foli culfodire il Mare, e proibir^ ad ogn'uno l’offendere in elfo
chi fi fia. Furono coftretii in fine gli Anconitani a deri(lere,ed a
ftxldisfare ancora a danni dati nel Mare a quelli di Fermo, e di Afcoli, Ebbero
ancora ricorfo quelli di Spoleti airEccellentiflime Senato nel iì 9 ì- per
elTcre ftau prefa una loro Barca fopra la Spiaggia di Rccanaii, onde fu
comincio al Proveditore d'andare in Ancona, o sforzare gli Anconitani alla
rcllituzione come di cofa prefa indebitamente nel Golfo di giurifdizione della
Repubblica ac^uiftau eoa indori, fangue, e fpefa. £ nel 1408. corteggiando
intorno alla punta d'Italia alcuni GenovcC con una Nave, una Caravella, ad una
FuRa facendo danni particolarmente a Sudditi dal Principe di Taranto, egli fcrifle
una lettera al Duce, avvilando i danni ricevuti, c ft^iuitgendo, che la forze
fue farebbero Baie baflanti per rifarcirli de’ danni de'fuoi Sudditi; con tutto
ciò aveva voluto prima darne notizia a Sua Serenitb, fperando, che vi
rimedicrli, ficchò non fatò nOceflario per altra via provedere all' immunità
de’fuoi Sudditi. L'illeflb anno eflendo fuggite due Galee al Rò Ferdinando di
Sicilia di quà dal Faro, ed entrante net Golfo Adriatico, quel Rò non giudicò
gli fo 0 c lecito il léguitarle, ma mandò a pregare il Sereniflimo Dominio, eh’
effendo enitate nel Mar fuo, voìeflie perfeguà. farle, e prenderle. In quegli
(lem tempi del nti, eflendo fatte diverfe novità, e prede da' Golfari nelle
acque della Marca, ficchè anche il viaggio alla divozione della Madonna di
Loreto era impedito, quei della Ri. vieia mandarono a Cgnilìcarlo al Principe,
avvifandioio della violazione della giurifdizione del fuo Mare, e che le prede
fatte in quello erano con danno, e vergogna fna, pregandolo a prevedere con la
fua potenza, e giulliaia, maflitee per heureeza di quelli, che dovevano andare
alla Madonna di Loreto. L'illeflia illasza fu fatta nel 141(4. dall'
Ambafeiadore dello Beflò Ri Feidinando per le Riviere della Puglia. Nel 1483.
eflendo Baie predate da un Corfaro alcune robe del Ri d'Ungheria, i fnoi
Miniflri ebbero ricorfo al Principe Cgoificandoli, che le offefe erano fatte a
lui eflendo occorlé nel fuo Marc, c dimandando provinone, acciò la Navigazione
fofle libera. E quello che i di maggior momento nel i48d. avendo i Turchi fatta
una incurliene ikIU Marca Anconitana, predando uomini,e robe, Rapa Innoccnzio
Ottavo con un fuo Breve, che ancora G ve. da, ordinò al fuo Nunzio AppoQolioo
di fare doglianze con l'EccellentiiGiao Senato, e GgniGcarli, che all'onor fuo
conveniva, che il Mar Adriatico faflc tenuto libera' da' Coefari, t far anche
efficaci inflanze acciò raflrenafl'e l'ardire di quei l'urchi, che
corleggiavano il Mare con vergogna, e fprczzo della Sereniflima Repubblica,
aggiungendo, che cosi facendo farebbero opera gloriofa, e gratiffima alla Sede
AppoRolica. In quelli ultimi tempi attenta nel 1577. Papa Gregaria DecimoWnio
fece pregare rEcc^llentiflimo Senato di liberare il Golfo dall’ infedazione di
una Galea del Marchefe di Vico, dicendo, che alla SerenilEaia K,cpubb.lica
fpettava la coliodia d'elTo Golfo. Non i da tralalciare una lòtta
d'ai^ellazione de'Pontefici Romani, che ii Dominio di quello. Mare fpetti alla
Repubblica, alla quale hanno fatto alcuni d’elTi nel conceder le Pecime
particolarmeule per le fpeGc della guardia del Qolfo^.Viè un Breve d’Adriano
Sello noi un'altro di clemente Settimo nel ijzd. uno di Paolo Terzo nel ijjS,
ed uno di Pio Qaaito nel 1504. che ciò dicono erpreOàniente, e forfè chi
ricercaOc piò minuumente ne’ tempi innanzi, e dopo ne troverebbe degl’ altri
dello flelTo tenore. Similmente manifeliilTimo confenfo degl’Imperadori fono le
Sei Bolle Imperiali d’Enrico Quarto, Lotario Secondo, Federigo Primo, Enrico
Sedo, Ottone Quarto, e Federigo Secondo, refemplare de' quali ò nella Segreteria,
dove ciafeheduno d’efli pattuifee, che i Sudditi Veneti pol&no liberamante
tranfiiare per le Terre, e Fiumi deli' Imperio, ed i Sudditi Imperiali pel
Mare, e Fiumi di Venezia. Non fi dee tralalciare trb le dichiarazioni Imperiali
la pace con Carlo Quinto, ed Ferdinando Secondo nel i5Zp. nella quale vi ò un
Capitola, dovei! contiene, che i Sudditi polTano negoziare in Terra, ed in
Mare, che è ben una chiara canfclTione, che la Repubblica ha il Dominio del
Mare. Ma che quedo Mate fi debba intendere tutto l’Adriatico, Io moflra
un’altro Capitolo dove dice, che la SeTcnilEma Repubblica continui a
poircdere,come in quel tempo podedeva Terre, Fiumi, Laghi, ed Acque; il che non
fi può intendere fe non dell’ acque del Mare, avendo prima detto Fiumi, Laghi,
ed Acque; ma all’ora polTedcva tutto l’Adriatico, (wrehè ella in qud tempo y’
aveva l’armau dentro: Adunque quei Principi acconfentirono ìa poiTcuione dell
Adriatico. La cerimonia ancora di fpofiir il Mare, che annualmente fi fa in
prefenza degli Ambafeiadori, e Miniftri del Papa, e dell’ Imperadore, che non è
data mai interrotta,è un’indizio deU’attedazione di quei Principi. Modrano
ancora il confenfo di molti Principi, e Potentati le licenze chiede da loro per
tranfirare con vettovaglie nel Mare. Ve ne fono innumcrabili concedè ai
Marchefi di Ferrara, alla Cittì di Cefena, ai Signori di Ravenna, ai Malateda
Signori di Rimini, ai Rè d’Ungheria, ai Ragufei, ai Rè di Napoli, ed all’
Imperadore deifoj ed al Pontefice ancora, che farebbe troppo lungo riferirle
tutte. Io ne ho da’ Libri pubblici raccolte trenta nave, e fono certo, che ve
ne fono dell' altre. ' Fra quelli fono notabili per la grandezza de’ Principi,
Che le han. no richiede le concedioni fatte a petizione ;del Pontefice, e de’
fuoi Minidri, come nel ladp. all’Arcivefcavo di Spalatro Governatore della
Marca, e Patriarca Antiocheno Governatore della Romagna di poter condur grano
dalla Marca, e nel 1477. il Pontefice Sido Quarto per un luo Breve ricercò di
poter trasferire grano dalla Marca in Cefena, e nel 1505. Giulio II. per un fuo
Breve chiefe licenza di portar {rumenta dalla Marca a Roma. Si 33 che nel 1
3pp. efRtndo contratto matrimonio erb Guglielmo Arciduca d’Auflria, e la
Sorella di Ladislao di Napoli, la quale volendo il Fratteilo, ed il Marito condur
per Marc di l^glìa alla Riviera di Dalmazia con la. Vafeelli, tré Galee, e
Navigli, dimandarono falvocondottp per li legni, c per le |>crfone^ ed il
lalvocondotto fu concelfo a compiacenza di que’ Principi, a tutte le perlone,
eccetto quelle, che fofTero bandU te da Venezia per delitto di Maeflh ofTelà, o
per omicidio; col qual falvo condotto la Spola palsò con tutta la fua
Compagnia; pniova noubiliinma della luperiorith del Mare; poiché i Banditi da
Venezia tono banditi dall’Adriatico, come da Territorio fuo, e non è loro
permeflb il femplice paffaggio, tranficando di Terre aliene in Terra aliena, ed
in compagnia di gran Principi, Aggiungerò con qued’occafìone, non efler
leggiera pniova di giuriidizioac in tutto il Mare il colhime antichidimo di
bandir da’ Navigli armati, e dilarmati, che fi vede efegmto caiandy) ne*
Navigli d’altri Principi, come neiroccafioni narrate* ^ f Dell’ aver ftatuite
leggi, ed ordinazioni fopra fa navigatone, e deU’efazione de'Dazj, urh il luogo
dì dilccNTcre à|l particolare nella terza Scrittura, ficcome anche il ledknonio
de’Gìdreconlulti (i riferidi nella feconda, come in luogo proprio. Per
compimento di queùo teda folo raccogliere con bwiÀme parola tutte infìemo le
con« chiiìoni propode,^ o per dir meglio provate Ogni Dominio conda di titolo,
e pofleflb « 11 titolo del Dominio dalla Sereniifima Repubblka fopra il Golfo
contiene quattro condì» zbni edenzialt^ La prima, che non é in modo alcuno
acquidato, ma nato ìnfìeme colla Repubblica, a colla liberti fua in acque
libeiQ, non foggette allora a ;giuriidnions d' alcuno.* la feconda che fi é-
aumentato, c dUaiak» per occafioni fopra le acque/ dappoiché furono abbandonate
da chi le podedeva, e redavano fenza Padrone, che vi avelie giurildizione ; la
terza, eh.' è conlervato colla forza deir armi, con fpargimenta di langue,
profufione di cefori, o. tutto a cagione di rendere più ficura la navigazione;
la quarta^ eh’ è- confermato pec una lunghidlma confuecudine, il principio
della quale fupera ogni memoria Ma oltre quede quattro condizioni intrìnfeche,
ed eifenziali, s‘ agghusgono altre tre, che febbene noa apponano ragione,
lervono a maggior decoro, c manifedazione della veriii, e lono quedeLa prima,
raflènlo di molti Pcincipi coli’ implorar gli ajuti marìtimi, o chieder licenza
di) iralportare robe o con pace, o convenzione; la feconda il tedimonio degli
Storici; la terza 1 ' attedazione, ed approvazione de'Giureconluici, la
poflelTionc continuata attuale, e veduta in tutti i tempi, e fi vode ancora al
prelenre da tutti per quattro .continuati, e non mai intcrxotti cfercizj di
Dominio. Il primo per la continuata elezbne de’ Magidrati, ch’elercUana il
Governo panicolaie pel Capitano di Golfo. Il fecondo per b cuRodia armata
continuamente tenuta, con proi. birc ad ogn'uno if entrarvi armato, j 11 terzo
per le leggi ogni tempo Ratuite fopra la navigazione, ed efeguite con pena
centra i trafgrefsori. Il quarto per refazìoni impoRe, c rifeofle in c^ni
tempo; le quali cofe eflèndo tutte notorie, non può queRo Dominio eÓcr dedotto
in controvetlia, nè dilputato; ma reRa falò il continuar la polléflione
cott’efercizio de'medefimi atti giurisdizionali, opponendo la forza a
tentativi, che foflero fatti in contrario; perchè ficceme le ragioni, ed i
titoli de’ privati fono cadaveri fenz’ anima, quando non fieno vivificati dalla
forza della legge e del giudizio, che danno il vigore; cosi la ragione, ed il
titolo del Principe fono cadaveri, quando non fieno animati dalla forza, ed ufo
di quella, dalla quale ricevono la vita. 1 I Principi tengono vive coll'
efercizio, e coll’efecuzione le proprie ragioni, per uno di queRi tré rifpetii,
o perchè portino dignità, e utile; o; per efler necefiàrie alla converfazione
del Governo. Si vede con quanta accuratezza i Regni di Francia, c di SpagAa.
IbReptano le loro pretenfioni dì precedenza, dove non vi è pun. to d’utilit'a,
fenz’aver rifguardo a' difguRi, che perciò fi danno 1' uno all’altro; ed
agrìmpedìmenti, che portano alle negoziazioni; E queRo folaroentc per
confcrvare l' onorcvolezza. Delle ragioni, che portano utile non occorre parlar
più innanzi, elfendo certo che gli Stati non fi mantengono fenza fpefe, e la
fpefa non fi fa comodamente fe non fi cava l’ utilità : dove la ncceflith
interviene, ella ha ranta forza, che non permetre dubbio, nè lungo configlìo;
ma fpigne immediaramente all’efeCDzione. . . Ma la giurìfdizione di queRa
Repubblica fopra il Mare ha le due prime qualii'a, la dignità; eflendo un
titolo molto fpeziofo, ed onorevaie l’elfcr chiamato Signore di tutto
l'Adriatico. Che fe i Rè dì Portogallo ebbero per titolo d’onorevoiczza il
chianurfi Padroni d’ un Commerzio dclflndie Orientali, che s'intitolavano nelle
loro pubbliche lettere ; molto maggior dignità fi dee fare 1’ elfer detti Si'I
gnori non del Commerzio raaritimo, ma del Mare fldfo., L’ utilità è manifeRa;
poiché oltre il benefizio de’Dazj, riduce il Commerzb in Venezia, accrefee il
negozio della Citti, e. quella fi fa più ricca, ed abbondante; dacché il
Principe può cavare maggior frutto pubblico; ma all'utilità, e dignlth
s’aggiugne la ncccRiih ancora; poiché la vita di quell' inclita Citth Rànci
Mare, efuoCommerzio, con quel fole è ridotta a queRa grandezza ; fe quello è
diminuito, bifogna ancora, che queRa indebolifca, onde per confcrvarla é
neceflario mantenerlo, e s'è diminuito, teRituirlo come prima; e dove fono
congiunte tutte qucRe tré ragioni infieme, non fi può aggiugnere eccitamento
maggiore. £ qucR’é quello, che ho giudicato rapprcfentarc a V. S. per
cfplicazìone del vero titolo, e poflcRione tua fopra il Golfo; il che apparirà
maggiormente neceRàrio, quando nell'altra Scrittura tratterò gl’ inconvenienti,
che feguirebbono, valendofi d'altro titolo. Avendo, efplicato. nella prima
Scrittura,, eh» il titolo di V. S. fopra il Dominio, del Golfo non t in. alcan
Modo, acquiftato, ma nato, colla liberti deiJa Repubblica, aumentato c
confervata colla Tirtbi delibarmi, e fpefe di lefort, e confetvaio. per
immemocabils confuetudin* conleguita neceffiinameme^ che preferizìone, o
privilegia Boa vi abbiano, luogo - ne (irebbe bilogno conftderara gtlncovenienù
di quelli ckoli, quando riifarli non blTe di pregiudizio. Non b Iblo opinione
tuia, che fia cofa pregiudiziale allegar privi, legi in quella matetn, ma
alcuni ancora de’ ane ediGcare un’ediGaio fopra fuolo alieno. AppreGb di ciò è
cofa cena, che ninne può concedere Dominio ad adtri di cofa, che non Ga fua; ed
infieme è ceno, che nè il Papa, nè rimperadore da Carlo Magno in qui, dal quale
viene l’origine di queG’Imperio, nui hanno avuto Dominio, ne cuGodia di quefto
Mare; nè. mai hanno tenuta Amata in cGb ; adunque non ^nno mai poiuth
concederlo ad altri; laonde fe V. S. che tiene quello Dominio da fc GeGà,
diceffe d' averlo avuto dal PontcGce^ o* dall’ Imperadore, G priverebbe di
quello, ch’è fuo; e darebbe loro quello, che non hanno, nè mai hanno avuto. A
quello G aggiugne, che chiunque afferifee di poGédere per privilegio alcuna
cola, oltre l'obbligo di confeflare, che il Concedente fia legitimo Padrone, e
fuo Superiore quanto a quella, è tenuto anche a moftraic la conceflione, fe fu
fatta in tempo, del quale vi Ga memoria; il che non è neceGàrio, fe è da tempo
immemorabile; noi qual cafo bada la fama, ed opinion com^ che il privilegio vi
Ga, e hafta allegarlo; ma oltre di ciò è ohhligato chi l’allega a rifpmdere a
quelli, che voleffero provare che non Ga vero; E gli EccleGaGici fi fono
dichiarati di voler eombattcre la verith della .Srorii |d’ Aieffanòro terzo,
quanto fpetta alla vittoria avuta dal Principe Ziani conera il Gglìoolo
dcH’Impetadore; e potò hanno fatto lérivcre al Bironio un lungo difeortd nel
Tomo fecondo in contrario, dove G sforza con molti arteGz^ e con grande
aflètiaaione di molfrare, che allora il Papa era al di fopra, e che non ebbe
infogna d’ajuto nè v’imervennero le forze della Repubblica ; e naolte cofe
dice, abbaffando anche, e vilipendendo quanto può il Governo, e la potenza
della GeGà Repubblica in quel tempo; il qaal difcorfo, fe ben è impreGb da lui
con proicGa di vetith, e Gncerith,' non afconde però affatto G vero Gne Romano,
ch’è di GabUire due pretenGont lorouna, che il Mare debba effere riconofeiut»
da Roma; l'altra, ch’i per pura, e mera grazia, e non ricompenfa d'ajuti
pieGati. Lo icopo di tolta l'Onta del Baronio non è altro, le non moGrare, che
tutti i Principati hanno dipendenaa dal Papa, ed ora tocca queGo, ora quello.
Nell’ XI. Tomo fcrive centra' U Monarchia di Sicilia, Gccome nel XII. concia la
Storia d’Aleffandro; ed il SereniGimo Rè Cattolico, con tutto che parrebbe, che
la fua potenza lo doveffe nodere illefo da tutte le macchinazioni, che poteffero
effer fatte, con Sciitiute, t libri, nondimeno vi ha fatta riGeffione fopra,,
Temo II. V u a e l’ha ( rii9 Annatx coTi dx non fprczzare, ed i venuti quella
Macflì in riiblpzione,. non folo di proibir quella parte d'opera del detto
Caidioale io tutti t fuoi Stati con pene graviilime a chi la ponalTe, a
htenelle appreCTo di fé- ma ancora con fuo Editto pubblico per tutti i liiaii
Stati pronanziò una fcvcriiriuia Centura cantra il Cardinale, il qual eferepio
mollra, che' quett'altro- tentativo del Baronio circa la Storia d'Aleflàndro
Terzo inerita, che dalla Sereniti Voiln vi fia avuta (opra la debita
confìderazione, acciò in progtelTo di tempo non partorilca qualche Icandalo ;
ma perchè quaG tutti i Ciureconlulti atteilano quello Dominio del Mare, e rattribuifcono
a privilegio,, alcuni pochi dicono del Papa, altri in gran numero dicono
dciriinpcradore,èneccirario fcoprire la cagione del loro errore, per aver che
rilpondere a chi rallegaflè. Quelli, che l'attribuiJcono a privilegio Papale
fono i Fautori delle prccenfioni Romane, che hanno tentato di fottopone con
varie invenzioni tutti gUStati ai Ponieiici piòvecchi, innanzi che le forze
maritime della Repubblica Ci Gendelfero a' luoghi lontani ; >' arredano però
per noa aver vcrifimilitudine; ma Teircr fatta in Venezia con tanta iblennith
la pace trli Papa Alellàndro, e l’Imperador Federigo preda loro probabiliih,
come fe folTe dato per allegrezza del buon lucceflo, come volgarmente li dice
per buona mano. La falli' tb fi convince, elfendo quafi cent'anni innanzi
liiccellé tante fpedizioni in Terra Santa, che fecero fentire a tutto il Mondo
le forze, che la Repubblica contibul, oltre le altre guerre latte in Dalmazia,
ed in Puglia; e dall'altra parte non avendo mai quel Pontefice avito in Mare un
Legno armato, e nella Riviera di Romagna, non avendo come nella Marca fe non
qualche ben generale ricognizione ; onde fecondo quafi, che non aveva niente a
che fare in Ma.re, lo concede a chi prima lo polfedeva. Credo bene, che alcuni
abbiano equivocato, e preio lo Ipofare del Mare in luogo di dominarlo, e
cuftodirlo. Che io fpofare veniffe da Aledandro Terzo,efe tie fa menzione in
alcuni libri antichi, de' quali v'j copia nella Segretaria, perché le Icritture
di que' tempi s'abbruciarono dopo. In quella Copia fi fa menzione, che al
ritorno del Duce, dopo ottenuta la vittoria, il Pontefice le falutò Dominator
del Mare ; per tanto gli concede fpofare il Mare, ficcome il Marito fpofa la
Moglie nelle dita- Non v'é parola alcuna, che concedede Dominio d' autorità,'
cofa che non farebbe data taciuta, come più importante dà chi fece menzione
della Cerimonia ; la quale chi conudereiù, avvertendo quanto rEcclefialtico
v'iniervenga, e quanto fia ringoiale e fenza efempio,fi tenderh facile a
credete che poteva eflére inflituità dal Papa. Primieramente il nome di fpofare
é quell' idedo, che fi ufa nel parlare del Sagramertto del Matrimonio ; v'
interviene benedizione; tutte cofe, che niun Principe temporale avrebbe ardito
d'indituire da fe medelimo, ma dime in que'tempi, quando i Principi, e
Monarèlti dipendevano tutti da'femplici cenni del Papa, If quali ben
confiderate fervono a levar l'equivocazione, e modratc, donde ha avuta origine
queda falla fama. Più abbiamo da penlare a que’Giurecoafulti Legidi, i quali
fodengono, che qualunque Fomentato podeda Mare de /aS» l'abbia per concdliane
Cefaru ; ma aocorach! non po!Ta «Ocre itgicimzmenie da alcimo' tenuto fe non
per privilegio deU'Impeiadore, e fono-molu e £unoll, che diTcendcndo. a. tal
particolare ancora dicono, che ^ privil^io. Imperiale la ScceoilTiaria
Repubblica tiene il Mare Ad^ tico, ed ogni altro li»' Dominio,, e la liberti
fua medefima; edAt bcrico da Rofates antico Giurecónfulto attelU d’ aver veduto
fteflb il privilegio Imperiale autentico boUato con bolli d'oro ed i Dottori
feguentt, fccoiKlo ch'è loro coRumedi citarfi Tun l’altro {anno menzione del
fuo tcRiraonio occulto, e lo feguono; anzi il Dottor Marta configlia la
Repubblica, à guardarli dal dine di dominare il Mare per altro titolo, che per
privilegio Imperiale, perché ogni altro farebbe ufurpativo, e tanto peggiore,
quanto più antico. Ifoodamenti loto tono, che il Mare I del Principe, e del
Popolo Romano, perchè da niuno può eiretepoireduto,nè occupato, nè ufurpato;
onde fé alcuno lo poDede, conviene, che ciò abbia avuu origine da conccOione
Imperiale, della quale le la memoria non refla, C deprefuporre, che per
l’antichiii fia perduta, perchè altrimente il principio larebbe viziolà Ma
queRi Eccellcntiflimi Dottori foliti a Rudiare nelle antiche leggi Romane, e
quando con veriti -que'Principi fi chiamavano Padroni del Mare Mediterraneo, e
de’Golfi di quello, e fpellb anche IV droni del Mondo, intendendo però del
Mondo praticato da' Romani, hanno penfato, che ficcome gl’Inaperadori di quelli
Secoli fuccedoBO a quelli in nome, cosi fuccedono in ragione, ed in podeRà, e
che tutto fia di queRi quello, che fu di quelli; ed ancora in que. Ri temj» vi
fono de'LegiRi che fcrivon», che 1' Impeiadore è Padrone di Francia, e di
Spagna de jm fe bene me de feSe. Ma rimperadore è Rato Padrone del Mondo
Romano, menireha avute fora* terreRri da dominarlo, e del Mare, mentre ha avute
forzo maricime per difenderlo, e cuRodirlo; e quando non ha avute forze con che
tenere, e guardate il Mare, quello è leflato fenzPadrone, e paflàto poi nel Dominio
di chi. avendo forze ha prefo a cuRodirlo, e, proteggerlo.. E' veriflimo, che
le cole pubbliche dej Principe non pslfono eOère appetiate da alcuno; ma.
s'intende con due limitazioni; runa da niun privato; perchè da m‘un. altro.-
Principe poObno eflér vinte con guerra, e l’altra limiuzione è, che s’inteiw de
mentr’ elio le cuR^ce, e protegge; perchè fe le abbandona affatto reRano di chi
prima colla fua protezione le occupa ; onde le leggi, le quali dicono, che il
Mare è del Popolo Romano,' o dell’Iinperadore, s'intendono, mentre il[Popolo
Romano lo cuRodiva; e prote«eva colla fua Armata, e non pel tem^. presente,
quando non retta deila Repubblica Romana altro, che il nome. E quando dicono,
che la confueiudine immemorabile preRippone privilegio, conviene intendere cosi
quando fi tratta del fupremo Principe al fuo fitddito, il quale pt^eda alcuna
giurisdizione che fpet. ' alfe gà pet l' addietro al Principe, fi dee
prefuporre privilegio, perchè per nelTùn altro titolo la giurisdizione può
paffar dal Principe al privato, liilvo che per concelCone; ma quando fi trata
tA due Principi fupreini, ed uno tiene da tempo immemorabile Territorio, o
ginritdizione,chel'altrQ aveffe prima, non fi bada pitfupporre privilegio;
imperocché non cade tri i fupremi: ma kens^una dcU'altrc ragioni, coUe quali
iDominj paflano da Principe a Principe, che fono ragioni di guerra,
convenzioni, patti, ovvero mancamenti di forze; onde avendo la Sereniflima
Repubblica da tempo immemorabile il Dominio del Mare, che gii fu del Popolo Romano,
fc per le Storie non fi fapeflc, come fia {Htlfats in lei, fi dovrebbe
prelupporre uno de'fuddeiti titoli; il che non occorre trattare alternatamente;
effendo certo, che v’intervcnifle la debolezza di quello a poterlo pih tenere,
e le forze della Repubblica a cuRodirIp; e fe palsb qualche Scrittura, che
quella folfe una confelliozic di legitimo titolo gii acquifiato.Ed in fatti è
cosi ; perché nella fegreta di V. S. vi fono lettere di lei Imperadori Enrico
Quinto, Lotario Secondo. Federigo Primo, Enrico Sedo. OttoneQuarto,
FedcrigoSecondo, che durarono pili di cent' anni, incominciando dal un. fino ai
izio. nelle quali fimo defcritic le convenzioni, ed i patti loro colla
Sereniflima Repubblica, ed é fpecificatamente convenuto, che fia amicizia trh i
popoli fudditi dell'Imperio in Italia, cd i fuddiii delta ftelfa Repubblica, e
fatta nominatamente menzione di quelli, e di quelli; fòggiugnendo,che i fudditi
di Venezia poffano andare per le terre, e Fiumi deU'impetio, ed i fudditi dell’
Imperio, poOano andare pel Mare, e Fiumi di Venezia ; dalle quali convenzioni
fi veggono tre cofs chiaie. L' una che rimperadore non aveva Dominio d' alcun
Mare. L’altra che la Repubblica aveva Mare dominato da lei, e non concelTole da
loto. La terza, che fi convenne del pari tra la Repubblica, e 1’ Imperadore,
che i fudditi dcU’uno fieno ficuri per li luoghi dell' altro. Al prefente le
convenzioni tea' Principi fi fanno per un Infirumento, che poi è ratificato da
loro. In que’tempi la grandezza dclF Imperio non cofiumava di fare IiUlmmenro;
ma le contrattazioni fi fpedivano folamentc per Bolla Imperiale; appunto come
collu. mano di fare al prefente i Turchi nel trattare con Principi Criftiani.
Ma di quelle. Bolle Imperiali o alcuna non farh fiata veduta da Alberico, o
egli pel troppo aSetto, che i LegiRi in paeticolaro por. uvano ail’antoriih
Impeciale, che perniò fii anche in poca grazia della Corte Romana, e fegui
Lodovico Imperadorc comra PapaGiovanni XXII., c per onorar piò rimperadore
'avrò voluto chiamarla ptiviIegio.,ovvcTO avrò veduta la Bolla col figlilo in
oro, c letto il nome dcU'Imperadore, e non pafihnd» più oltre, avrò per
conghiet. pire imefo. il ioggetto, ed avtù dato quel nome, che larh Rato ca.
sione dell'errore degli altri, che lenza efóminace piò oltre hanno lerotto il
fuo tcRimonio. ° Seno altri Giureconfulti, che aRérifeon» il Dominio del Mare
alla Repubblica per titolo di prelchzioae, il quale non fi può, réfi dee in
iciodo alcuno ufare; principalmente perchè non è vera; poi ancora, perché mette
in campò molte diHìcolth. : Si dice acquiRata per ptelcrizionc quella cola, la
quale effendo veramente id'un altro, tifando per lungo tempo |con buona fède
come propria, per virtò del lungo ufo muea Padrone, e palla dal pri. i ma di
rao di chi ai ai fiKoodo," che l’ha ufaik ia modo che pce ciwiodj
prefciizionc non li pofledonio fe non cofe d'altri. La natura della ptdctiztone
d qucliav che linfa accompagnaiodalk bnona fede' lena la cagione, e ’l titola,.
che un altro ha, e trasferì, fce il. Dominio, in chi ha poflèdiua
ultitoamente.k cola. . Hifittifcona i Dottori, che dilborrona dà giuriadiuone,
che il Marc fi>nè. delllmr pnadotc di Geonania, • che: la Repobhto ufandplo
per lup^ilE. mo tempo, del principio del quale i»n v Memoria, fenaa.ch’ efc
Impcradote' fi Isa appofl», ne ha acquillato il Domàiio. A quella dottrina
divcrfe oppofizioni fi fanno, una che il Ma-, re Adriatico non fa mai
dell’ImperadaK Germanico, lìcchà pglkeffere preferino cantio di luii, raltra,
che k pKfcriziooe i ooia odiohy pigliando a Ho, e legitimo. Quelli fono
Alberico di Roface, Bartolo, Baldo, Angelo Bonarb,. Bartolonmieo Saliceto,
Selino Sardco, Paolo da Ca Uro, Angelo Are-, tino, Gialone, Bartolormmco
Cepolk, Lorenzo Colca, Gtoranoi da Imola. Carlo..... E^o Balco, Giulio Folcilo,
Giovanni Beitachrno. Benvenuto Inaccia, Martin Laudeirfe, Fiaocefco Balbo,
Nicolò Triftavio, Angelo MuÀ)', Gio.- Jacopo Marta, e'I Collegio d’Ingolllad,
de’ quali fi pone k fola conclufione, che la RcpubUàca di Venezia ha il Dominio
deirAdriaeico, lenza (Blcendcre ad cfpUcare il titolo ; otto r alcrivoro a
privilegio, quattro a prefcrizione. Ma i più celebri, che fono èrtolo. Baldo,
Saliceto, Paolo da Cadrò, c Franccteo Balbo, tengono il fondamento, ch'è k
fokpofi feffionc peramichitliditeinpe,'eiunghiffimaconfùetudine immemorabile;
al quale io aggiunga, anzi mando innanzi quello d’ rifer nato inficine colla
Repubblica, aumcniaKi, e mantenuta con virtù fempre con fangue, e f^k; e vi
aggiunga pofeia il confenló degli al. tri 344 DOMINIO DEL tn Pilitcipi, il
tefbmonio degli Storici, e 1 ' apptavaziaoe de' Giureconfulfi, quantunque non
debbano elTcre ricevuti quelli, che G vagliono'di privilegio, o confuetudinc
recita, ovvero efprefla, o prefunu; nè quelli, che G ibndano in preferiaione-
Quanto a quella ragione, dove fanno il fondamento, dobbiaina -però valerci
della loro autoriilt, in quanto tengono il Dominio della Repubblica fopra il
Mare per giuGo, e legitimo, ed in quanto rendono chiaro teìlimonio,'cbe gìk
300. anni a tutta l'Italia em noto, che il Mare Gpoffedeva gii canto tempo, che
allora non vi em memoria del principio. ' r E (è alcuna diceflìc, che -non è
lecito di valcrG di. parte nel detto d'un Teftimonio, fe non ricevendolo ‘
tutto, rifponderemo ciè effer vero- nelle cofe dt fa(h, che il TeGimonio dice
di propria icicnza ma non di quello’, ch’egli conghiettura fopra, ovv«o
difeorre effer de falUy. - - •. i:, QueGo Hi de fede, che nè tempi de ij.
GiureconGtlti fopraddetti era notorio il Dominio della Serenifllma Repubblica
(apra il Mare, e che del principio d'cfTo allora non v’era memoria; maqual ioGe
il titolo di qucGo Dominio, non apparteneva ad alcuno il dirlo per
conghiettura; ma folo a chi iblTero Rate moGratc le ragioni pubbliche: onde con
buone ragioni G riceve il loro lefiimoniodi quello^ che hanno per licenza in
fedo, e C riprovano le loro conghietture in Jure, Dal che G avn come rifponderc
a quelli, che hanno introdotti falQ titoli di privilegio, o prclcrizione, o
fecondo il mio riverente patere, il quale rimetto al giudizio di VV. ££. G
ufer^il vero, e’I p*Dprio tante volte replicato. Grazia. •' .1 SCRITTURA TERZA.
i O Ltre hi conCderazionfe: del Dominio del Mare in generale rcAa il terzo capo
propello, cioè particolarmencc parlare de* Porti, Ridotti, e Seni, lion per
que’ luoghi, dove lo (leflb Principe è Padrone del Mare, e deitaiTerra, come in
Idria, e Dalmazia, ma rìfpetto a quelli, dove il Mare è lòtto la giuriidtzione
d’un altro, eia Terra lotto quella d' un’altro, come occorre in Puglia,
Rom;^na,cd altre pani deirAdriatico: la qual diveifit^ di Dominj può far
naicexe difputa, (è le acqtie vicine a ter/a debbano feguire le condizioni
dellaltro Mare, cd effere fono la giurildizionc della Signoria d' eflb, ovvero
quella del Continente, llando foggette al Signore della Terra; c vi e
apparenza, che non G dovelTe aver riguardo al Mare; perchè Tacque de'feni tono
cosi poco profoflde, che piuttoHo G polTono dimandar Terre; appreflb ciò G può
allegare Tautoritb di molti Dottori, i quali dicono, che ogni CitiX è Padrona
del Mare vicino a fe; e maggiormente de* Porti, i quali alcune Cittk hanno
edificati di nuova, ferrandoli con Moli, o con altri EdiGzj, che farebbe grande
inconveniente volerli fottoporre ad altri. Ma in contrario è l'opinione
univ^rfaJe de’Gìurcconfulci, che deSeni, e de’Poni ( degli aperti parlando, che
deTerrati G diri a Tuo Uiogo ) abbia il Dominio quello Geflb, ch’è Padrone del
Mare, e nofninacamente delTAdriatico. Que’ Dottori, che attcGano il Domi nio
Digilized by Google MAR ADRIATICO. 345 DÌO della SerenUStna Repubblica,
cfplicando, ch'eflèndo a' Seni, e Ridoni, eh’ e&t chbmaao ftaaioni, ed a’
Foca, adducono per ragiooc, che quelle acque che fono continuale a quelle del
Mare, fi che frh loro non fi pub metter termne, che le divida; iti fi pub
trovare un confine, dove l'uoe fòmilca, e l’altio principj, non ^ tendo, eflére
fctio il governo di due, ledano alla confiderazione del Mare^ del quale fono i
Porci, non mettendo difTerenza tra acqua profonda, e non proionda,' poiché può
anche elTere in qualche luogo vicino a terra maggior profondià, che in un altro
molto lontano. Ma la, formai ragione, per la quale tutte le acque marine
debbono cITerc fottopode a chi fignoreggia il Mare, i pcrchò il Dominb del Mare
fi dice protezione, e cudodia per ficurezza de'Naviganti, ed i Seni, Ridotti, e
Porti hanno maggior bifogno di queda prò. lezione e difefa, come luoghi, dove i
0>tfari, e Ladroni marittimi hanno maggior comodo di fax ruberie/ adunque
lupra quedi il Signore del Mare ha da efercitare la Tua cudodia, e protezione,
come nell'alto Mare ò più eflèndo. il bifogno maggiore: S’aggiunge, che vana
farebbe la difeia dell'alto Mare, quando i Violatori di quello fof&ro bivi
ne’Seni, e Porti, potendo edi dopo aver fatta la preda loro) aver dove
ritirare, fenza timore d'alcun, il che riufeirebbe anche a danno delle CittV
vicine, le quali non hanno forze marittime da reprimerli, fe non foOero
raflrcnati da chi domina il Mare, fiuebbero le prede fenz’alcim impedimento:
per la qual 'ragione la giurifdizione del Marre fi dende anche a’ Lidi, che
hanno bifogno della defla cudodia, e protezione : e buona parte
de'Giureconfulti ateedano. nominatamente, che b Setenidìma Repubblica abbb
anche la giurifdizione ne' lidi ; e fi può provare con una legge, la quale
dice, che ilPadrone delMareha infieme Dominio di tutte le cofe, che il Mare non
lafcia altri tifi, come il fuo. fondo, che col dufo,e rifludb ordinarìaihente
copre, e difcopre,fu eoa molta, o poca acqua, e quella poca arena appena, che
copre nelle fue eferefeenze, fe ben d’ordinario non ò coiidianamente coperta.
E’ ben necedario metter didcRoia tih i Seni, Ridotti, e Porti aperti a' Porri
ferrati, perrifblvere queU’inconveniente, che feguircbbe,fit. le Citth non
fodera Padrone de’ Porti edificaci irò bro. I ferrali, Irecome fono cudoditi da
Terra, cosi appartengono ad ed'a, e non al Mare, e fono folto la giurìfdizbne
dd Padrone della Terra/ perla che il Dominator dd Mare non ne ha ragione, dove
non i Signore anche della Terra; ma gli ^rti, non elTendo cudoditi da Ter» ra,
ma folo da Mare, e colle forze- marittime, fanno un'deda giuritdizione
coll’alto Mare. Il detto d’alcuni Giureconfulti, che ogni Citth marittima
podeda la pane del Mare vicina a fe non. conclude, che il folo Mar alto fia
fono il Dominio dd Principe, ed il prodimo a Tetra, appartenga alb Cint, fc
farù iniefo il beo veto fenfo il qual è, che il Dominb univcrbie del Prmeipe
fopra tutto, il Territorio fb infieme con un altro fpcziair, che cufeun privato
ha fopra una parte d’ eflb b qual poflede, e non s'oppugna l’un l’altro., anzi
per b contrario uno fenza l'altro ceda impenetlo.. £ dove il Principe ha la
giurifdizione, c più d’una Citth viòuo, Tomi X X terzo Dominio, intermedie, che
cUrcheduna Citth ha fopra il fuo' Tenitor», il quale è fuperiore a quello' del
privato, ed inferiore a quetlo- del Principe. Quefto lì llende lopra certe cofe
comuni, le quali benché ad ufo' fieno di ciafcliedun privato'/ da ninno però
polfono effete appropriate, ed ufupaie perfefolo,^ ma reflano in comune della
Citth. Il Mare: non puh cadere in Dominio dei privato; perchè non potendo per
la fua inflabilitìi efler divifo,non può parimente il privato occupare in
parte,,e circondarla,, e cullodirla per fé foto; eccetto che dove folTe qualche
recedo che potelTe edcr ferrato co’ pali, e cosV fatto proprio. Ma perchè il
Mare profiimo alla Terra può ben edere ulaio continuamente dagli Uomini della
Città ora da uno, ora da un altro per tranfitarc con barche, ovvero per
padarvi; per tanto vi è oltre il Dominio del Principe fopra il Mare, anche
quella che ciafeheduna Città ha fopra la parte contigua a fé. Cercano i
Giureconfulti quanta parte del Mare appartenga a ciafcheduna Città r ed alcuni
d'edì hanno detto cento miglia; ma parlando propriamente ella è tanto grande,
quanto può ad operare a fuo ufo, lenza ingiuria de'vicini; perchè una grande, e
popolata Città fui Mare, la quale abbondi di lìti terrcllri, dove cavi il
fuovit10, avrà pochi, che vogliano fare il melliere di Pefeatore, e fi valeià
di poco Mare, dove una picciola Città con un poco di comodità in Terra
attenderà a cavare iivittodalMare, e li vaierà di gran Mrte d'edb; e non
altrimente hanno voluta intendete i Giurcconfolti de'cento miglia/ ponendo un
numero determinato per un incerto; cioè le Città fono Padrone di tanta parte di
Mare, di quanta hanno bifogno di valerli fenza ingiuria d’altri, fe folfero ben
cento miglia. Quelli forra di Dominio, che le Città hanno nelle parti vicine a
loro, non ripugna a quello, che ha fopra fe flelTo un Padrone di tutto il Mare;
imperocché non fi Rendono alle medefime ragioni. Quello del Principe llà nella
cuRodia, difela, protezione, e giurifdizione ; e quello dePaCittà è nel valerfi
dell’ acque a benefizio comune de’popoli. V’è dilferenza, fe quelli fieno
Sudditi deiriReifo Principe, opure d’uà altro; ma ficcome del Dominio, che ha
la Sereni&ma Repabblica in tutto il Mare, ne hanno la parte forale Città di
IRria e di Dalmazia fuddiie, così anche he hanno leCittà diRomagna, e della
Marca non fuddite; ma nè queRe, nè quelle per poter culladire la detta parte
coll'armi, mafolamente per poter valertene a’ loro ufi. ElTendo rifoluio, che
il Dominio del Mare fi Renda anche a tutte le pani di quello, rcRa a vedere con
che fotta d'azione s’efcrcita quello nel Mare Adriatico, e nel Territorio di
Venezia, dove ha quella RelTa podcRà, che ciafehedun Principe ha nel Ino
Territorio; per lo che ha da efeteitare in Mare quelle azioni, che fono
elèrcitale. da’Principi nelle terre di loro foggezione. 11 Signor del
Territorio per rirtò della fua giurifdizione ha podeRà di dar legge a tutti gli
Uomini, che fi ritrovano in quello, di punirei delitti fatti contrale leggi,
ed’imporre contribuzioni, e gravezze per foRenete i pefi, e lefpele di chi ha
della fua cuRodia, e protezione bifogno; adunque per la ragione della
giurifidiaione, e ciModia del Mare, la Sereniilìma Repubblica può metter leggi
a' Navigami, gaRigare i delitti commelli in Mate, ed efigere Daz), ed altri
diritti. Che poITi far leggi a’ Naviganti, fecondo che giudica nece fili che II
poflà Mettere in diffieolth, è coCa decifa per univetfal latrina di. tnate ie.«enii,
cmfiennata anche per la Dottrina di S. Fa^ nella PiOola. f Kenuni; e quella i,
.che Dio ha polii i Prin, cipi, e Potentati per proteaioira i’buoni, e gaftigo
de’caitivi, e per, che fon» Miniftri di DI» in quello; per tanto ipiotetci fono
inobhligo di pagare i irihutà, e le gabelle, lìcoame al .Principe., che ha
cultodia, f guardia I della Xcira, per conlervazieoe della ppbblica
iranqqilhtlit quelli, che ne godono, debbono contribuirà alle tpele, cbc; fi
.fiiinnn,. e non folo- i luddhi, ma anche gli alieni, (he tran, filando per la
Regione godono la ficurezza del cammino, fono ob, bjigati a pagar paflàggi, e
pedagi; cosi tutti quelli, che,tranfiuno pel Marci a Mrtanto godono la
ficurezza daCorfati, e Ladri cagio, nata dalk Ctwiditt arraata- dei Betnìnante,
la 'quale non fi può tenere fenzz difpendio, fono obbligati e per ricognizione
di quella pròMaioBe, e per oontrjbnire altafpelà, a pagar l'impoCaione,
eziandio, a ohe noti toccafiero Terre del Padrone del Mate per cagione di
quella enfiodia,, che li rende ficuri. 5 tanto d da dubitare, fe ;i Naviganti
fieno obbligati a contribuire per la igufiodia dd Mate, quanta i da dubitare,
fe nel tranfilo terreflre chi pafla per lo llrade d’un Dominio fenza toccar le
Citth lia obbligato a pagar dizip. Di quello nefiitno debita ma cgnfelTa, che
dee Wonolcere quello, ehe gli tiene la riva ficura’, cosi nell’alto Mare per la
llelli ragione ha da riconofeere, chi glielo tiene fieuro : e quella v«rith i
fiata praticata pir li tempi paffati nel Mare Adriatico ; onde refia memoria
nelle Storie, che nel laag. il Duce Tiepolo meltelTe un Dazio a qualunque
Navigante pel Mare ; la qual impofiaione però non fi dee credere, che foOè la
prima, ma che fofiefempre in tfib pel tempo innanzi, dappoiebi fu prefa la
protezione, e cu. Ilodia del Colfo. A quella impofizione hanno accotuemiio i
Principi ppfielfori del Continente intorno al Golfo, i quali volendo tiafporur
robe per Mare da un luogo all'altro, eziandio efiendo ambedue fatto illoto
.Dominio, hanno xiohitfta lictnza, il,. Rè di Napoli, Pottmati, « Commiflarj
della Marca d’Ancuna, e 4* Rodjagna, Duchi di Ferrara, «d altri Potentati, che
r»IUmleglttraK ne' libri pubblici „,oqde, ho latta 'ntenaicae |neùa firiina
Scotiura. .l'i I 1 i Dc’Oatj impolU dalla SereniSina Repubblica 'particoUrnieate
fora le Mcrci^ de' Ma vif^Mui: per l'Adriatico tratcano. i Giuieceniiilci pa me
veduti Baldo, Angelo da Perugia, ^tolomneo Saliceto, Ciò: 4’Anania, figndommoo
CepoUa, Martino LaudchTe,. Giulio FofecCo, Gio: ficctachino, Egidio BalTo, c tutti
approvano tal fotta d' ùnporiaipni nome legiiime, ed alcuni d'elB dicono che
tanto la SerenilBma Repubblica ha auaorilb d'imporre Qaaj nel Mare, e conhfeare
i ooncrabbandi, .quanto nella medeCnia Ciltb iii Veneaia. -1 le gravezze,
quando, lóno. antiche, ed ulàte .pare che non Geno da'.po^li. malp^volmente
Capponate quando di nuovo s'impongono; • dilulàte,làac: rinnovate, yengono
riputate gravami: e Gccooie la Sereniilima Repubblica è- ftata coofueta per h
tenapi pallàti a rnett lere irapoGzioni’ lepra. i Naviganti, q coRringeili a
làr fcala in Ve. zia; così potrebbe in avvenire tornar la. Acfla ixceflitb, fe
roGèrvanaa fari Hata neglena, e i'efazwnn dìGtfata; il Nmetcerla farli una
dificnUb, e..maU fodditCwione; il iche. avendo però legge antica, ed eiegaita,
fark con giulUzia > ed vtiliik prefente e futura il continuare colla GcGa
equitk, e modetaziune .nfléryata coti neU'mdituzipoe) come neU'cfecuziofii
p^zie. f n Quelli, che per lo paflato hanno, voluto metter >. dilScoltk al
ginfto, e leghimo Dominio della Seteni/Snu: Repubblica (òpra il Ma, perchè il
Mare di tua natura e libero, e comune; la feconda, perchè la SereniiGma
Repubblica ha convenzioni con diverfi Principi, che la navigazione del Mare
rdlaGè libera a' loro. Aiddiù; la terza è una Capwplaato, ne,, che dicono. eGèr
contratta con Papa Giulio. U,. j-n Per la prima ragione diconq, che nelle Leggi
fpeQb G ritrova, che il Mare non è d’ alcuno, ch'è comune di Iva natura, ch’è
pubblico per ragione delle genti, che non pub edèr occupato, perchè non può cG
:e la SereniSima Repubblica, e per col», leguènza anche olliiitb verfo i
Sudditi, ed impèdimeuoal tranlitar, e negoziar ne’paefi dell’ uno, e dell’
altro cosi, per terra, come m mare; e nella pace levandofi l’ollilitb tib
Prìncipi, per un capa ^eziale, conforme all’ufo degli altri PaeC, è datala
Geurezza lÙ tran, filare, e negoziare per tctra^ è per mare. Sintenderà dunqub
ti navigar ficuro, e liberamcRia nel Golfi» Adriatico, fervate le òrdìna; znni
di quella .navigazione.: ' Potar fare imaioofa noa Uberdi, e Scurezza non vaol
dire arbh trarìamente, e fecondo rappetllo irragionevole dì tialicheduno; ma
vuol dire Gcuramente, e libcraOlcnte, fervate però le leggi.. Quando fi dice,
che cìafcheduno può liberamente fiù' tetUniento, non a’ intende però', che k>
polla fare inuifizi oro, ed impertinente; ma che dee fervar le leggi
tcllametarie ; e chi può far viaggiò Uberamente, e ficuramenie non può
navigare, le non fervale le leggi di chi domina il Mare, che fona di far fcala
a’iuoghi determinati, no» portar cole proibite, pagare i Dazj, c diritti
llatuiti. £ che cosi fi debba intendete lo dichiarano le medeCme parole, le
quali dicono, che i Sudditi deH’altro Prìncipe pollano tranfitory c mercantare
cosi per terra, come per mare rwC, et iétri-, ma le per terra non poiibna
mctcahure, falvo, che fervale (eleggi, e pagati i Dazj; dunque nè pure per Mare
Io pollano fare, le non cònlucic le iuddctie condizioni. Ciò fi Confatma,
perchè non è di ragione, che i Sudditi del Principe amico Ceno maggiormente
privilegiati, che i propri; dunque (e i proprj fono fimgetti alle proìbi-.
ziooi, ed a’ Dazj; debbono eflcre cosi anche gli flranieri. Oltre di ciò
dimofirano lo lleflb chiaramente le parole del medefimo Capìtolo, il quale dopo
aver detto, che pollano negoziare per terra, e per mare, tati, neralmentc a
fare ogni altra opportuna operazione circa le predette cole. Gli Ambafeiadori
andati a Roma negoziarono; ma per (labilire il Negoziato il Pontefice non
contento della Proccura, ne ricercò un’altra più ampia. Per lo che lotto il
giorno degli 1 1. Decembre fulTeguente fu fatto un altro Mandato di ^Ueflo
tenore .* che volendo il Papa trattare alcune cofe cogli Ambafeiadori, fe bene
perciò fu fatto loro Mandato anaptillìmo fotto il giorno de’ 31. Luglio,
nondimeno di nuovo conlUtuifcono gli (lem fei Nobili Proccuratori della
Repubblica a trattar, e conchiuder col Papa, o co‘Depurati di lui qualunque
cofa, quantunque fodè di quelle, che ricercano Mandato fpeziale, unto come
fodero efpreflc iliigolarmente, promettendo dr T0tùy &c. La Negoziazione
fegu'i lino al Febbralofudeguentejedovendoncoochiudere, il Papa non lì contentò
de’due Mandati ; ma colla fevcverii^ dei tuo animo avendo (labilito il giorno
de’ 14. di quel Mefe, ch’era la feconda Domenica di Quatefima per giorno di
trionfare a dare pubblicamente ralfoluzione, fermò una modula, o minuta
dell'Idrumento, che voleva, che fode fatto in quell'azione, contenente i
Capitoli, che ricercava gli fodero accordati.* volle, chela Serenidìma
Repubblica iacefse un'altra Proccura, inferendo di parola in parola quella
Minuta. La proccura fu fatta fono il giorno de15. Febbrajo, e vi fu inferca la
Modula dciridrumenio, che il Papa voleva dabilire, e data autorità agli
Ambafeiadori di convenire con que’ Capìtoli. Qiied’Idrucnento è quello, che fi
produce, ed a nome di Capitolazione, fatta eoo Papa Giulio li. Se abbiamo
qued’lUrumento autenticato, o nò, io non lo sò; ma dato, che fofsc in forma
approvante bada Iblo per modrarc, che per quello è data autoritli agli
Ambafeiadori, ma non appare, ch’eifi Tabbiano efeguica. Oltre quello Mandato fi
ricerca necessariamente che gl’ambafeiadori innanzi il Nocajo in Roma
modrafsero queda loro Proccura prenarrau, e pregafsero il notajo a fare un
Indrumenro, com'edi per autorità data loro dalla Repubblica promettevano le
tali, e tali cole al Proccuratore del Papa, o ad alcuft fuo MiniRro, o ad eflb
Notajo, che riceveva la Pniccura, di che era pregato da ambe le parti a fare
ridnimento. Queda farebbe la dipulazione, la quale fe fofse fatta io non lo sò;
ma veggo certamente, che i Romani non la poftono produrre; ed in luc^o di
quella producono il Proccuracorìo coliamo i 3 nU fteUsat che non ferve; perché
come s'ì detto, ft ben la furrauU vi é dentro inferta, altra cofa però é il
Mandato Procuratorio, altro é la Convenzione ftipulata. 11 Proccuratorio da
podelllt di convenire, ma non fa che Ua convenuto; né mai prova, che la cofa
fia fatta. Innumerabili volle occorre, che làrh data autorità ad un
Froccuratore di contrattare una cofa, che non viene poi contratutaper qiulche
rifpetto ; anzi quello, che piò importa, fi trovano Mandati autentici, ed
Inllmmcmi (leifi,ma non flipulati per qualche oc cafione nata pofcia full'
elécuzione. Ebbero i Proccaratori autorità della Sereniflìma Repubblica di
convenir col Pontefice in que' Capitoli folto il giorno de’ij. Febbrajo in nove
giorni, che paflàrono fino pi giorno de'24. che fu quello dell' allbluzione, in
tempo che tutta riulia era in armi. Infinite cofe poffono elTere occorfe, che
abbiano fatto aggiuenere, fminiiire, od alterar i Capitoli. Bifogna però
mollrare non quello, che folle commetTo di fare, ma quello che fia fiato fatto,
e fiipulato; il che cfli non mofirano né autentico, né non autentico.
A’Proccuratori fidò autoriib di contrattare, ed cK fui fatto veggono quello,
che occorre; non poflbnotmpaflàre il Mandato, ma cercar d’cSieguirlo
totalmente, ovvero ufarlolimitamente a favore del loco Principale. Chi vuol
fapere, che dalla Serenifltma Repubblica non folle data linfiruzionc agli
Ambafeiadori di confeniire a que’Capiioli, fe non con qualche condizione dal
canto del Papa, la quale non cgnfentita da lui gli Ambafeiadori follerò refiati
di concludere la Capitolazione nella formula data’ Infomtua Mandalo di
capitolare non é d'aver per capitolato.- e fe la Repubblica veduta la Modula
mandata da Rtyna folle fiau rifoluia, t che fi avelie per conclulb in quella
forma, poteva fare rifinimento del filo Confenfo qui in Venezia, c non dare
autorìtò, che folle fatto a Roma; tanto che non é buona confeguenza dal vedere
l'autoritli di capitolare, dire dunque fi é capitolato. Quando penfavano i
Romani di valerfi di quello Proccuratorio in luogo di Capitolazione fiipulato
con Launlio Nocajo ilella Camera, fi aegiunié una nota fotio,allefendo, che la
Capitolazione fu fatta, ed i Proccuratori promifero, e giurarono i Capitoli; e
quella natta fu fatta dopo la morte di Giulio; il che apparifee; perché in ella
é chiamalo piò volte falicii moritaiimh^ titolo, che fi dà a' Papi morti. Non
ha il Noiajo pollo il tempo quando l'ba notata; ina fi congh lettura, che folle
15. ed anche 20. anni dopo. In quella fórma Papa Gregorio XIII. diede l'ailetta
Capitolazione agli Ambafciadpri del 157?. adì 17. Settembre. Di quella nota non
é da tener conto alcuno, poiché le Scritture di Notajo non fanno fede, le non
fatte per decreto del Giudice, (e non Giudiziali ; e le fono contratti, fimi in
prefeoza de' Tefiimon), e delle parli con rogito d'elle. £ qui un Notajo molti
anni dopo 1 ’ allerte pani fcrille quello, che fuccellc, e con parole anche
piene d'ambiguità; perché chiama quella fua Scrittura Trtnjimta, e dice
d’averla collazionata coll'Otigmale lenza dire che Originale fia quello, e da
chi fatto. Quelli difetti furono fuperati da'Confultori di V. $. il che venne a
notizia della Corte Romana, onde nel lioé. per occalione dc’meti pailati
ftamparono 1 ' afierta Capitolazione colla fede dello ildla 1-anti I^urilio; m«
corretta non iniitolaniÌQ pib Giulio di felice memoria, e mettendovi il teqapo
fieOo dellafToIuzione 14. Febbraja ij 2^. Ma non avendo ardire di dire, che
foflè rogata dagli Ambafeiadori, fotiofcrillè non come Noujo, che facea
Inftrumento trh le Parti contrae enti ; ma come quello, che icriveva un Decreto
giudiziale, dicendo Jc Mmdut ftiferiffi ^ onde fuggendo un inconyeni^te (tanno
dato ia un ina^^te, ( Ma vi i chw liacamciua, che queU'aano 105;, Laurilio
nonem Notajo di Camera; perchè nell'alTeTta Capitolazione fono nominaci tutti i
Notai di Camera per nome proprio, e quello non i in^el numero. Tra diverle
pretenfioni Romane apparifeono molte alTordith ; ma nelTuna ha tante
oppofiaioni, come quella, delia quale quando in avvenire venilfe parlato dagli
Eccleliallici il mio riverente parere è che,fe ralleghetanno folamente,(ia loro
rifpollo, che da pochi anni in quk s’è dato principio a nominarla; nè però mai
è nato veduto nè l’autentico, nè l'efemplare di quella Capitolazione; perchè
cosi veramente è. £ fe produrranno quella, che dal Papa Gregorio fu dau, ovvero
la Rampata, fia riljiollo, che quella è un Mandato Proccuratorio per
Capitolare. ReRa, che moftrino, che la ftipulazione fia fatta, e fe voranno
venire con argomento, dicendo, che trovandoli il Procctiratorio,.C dee
prefupporre la flipulazione. Ila replicato, che tutto è contrario per le
molte,, ragioni efplicaie dì fopra. Dalle cofe moRrate in quella Scrittura
apparifee chiara, che le difiicolth promoRé fopra il Dominio di V.S. nel Golfo
hanno vera, e facile nfoluzìone, ch'è quanto col mìa riverentiflìmo Zelo ho
làpuw ritrovare, rimettendolo perb come mio umilinimo parere alla prudenza di V.
V. EE. GRAZIA. » O M I DOMINIO DEL MARE ADRIATICO E SUE RAGIONI PEL JUS BELLI
DELLA serenissima repubblica DI VENEZIA Drfcrino da S., Suo Confultore d’ordine
pubblico. v»:r • n 1 ^1 —w», SERENISSIMO PRINCIPE. Orna molto, a propoGto nelle
Oufe forenG, com« uifegD^ i IXattori, ualafciar le diTpute fopi^ le ragioni
GeirAvverTario quando fono tanto forti, e gagliarde, che non G poGbno didru^e-.
k; però G Gioie parlar fuor di propoGto tirando fa Cauta fuor del fuo alveo,
per tirare il Giudice fuor di buon (lato, che non attenda alle buone ragioni, e
(accia fentenza in-, giufta. QueG’ artiGzio viene uiàto da alcuni Dottori melG
sii non da alt», che da diaboGco fpirito a far novità per turbazione della
pubblica quiete, con far venir Vafcelli foreGieri in queGo Golfo, in futura
petnizie del comun commerzio, e della Gcurezza delle Città marittime, contra
l’antiche, a legali ragioni, che ne ha quella SereniIGma Repubblica inveterate,
appio, vate, ed acconfentite da tutto il Mondo, da’Grandi, e da’ piccioli, da’ Principi
e da tutti gli Ordini Gno agli ultimi plcbbei, con prc. fcrizione di Secoli,
che vi aveva poGo Glenzio,- Operazione percer10 diabolica per mettere alle mani
i Principi, che non abbiano a goder la pace, la quale il Signor noGro in
miniGero,e tutela ha loro laiciata- Segno di queGo è, che nel priucìpio
cominciano a fcrivera contri rautorii'i del Papa, ch't il primo alTalto
de’NovaCori, i quali il Diavolo mette in battaglia per rovinare il Mondo, e
come aque. fta difgufla fi titano, fingono che i Signori Veneziani fondino le
loro ragioni fopra privilegj di Papa Aleflando, e deU’Imperadore; e per
diltruggerli fuori di propofito li mutano contri lauiorith loro, e li mefchiano
come fodero le Carte dei Tarocchi, che al fine fono pazaie, bagattelle, e
giuochi di mano, trattando materia di tanta importanza con forme non degne nè
del nome di Dottore, nè di Crifliano ; cosi infamano le fteffi, ed in certo
modo i Miniftri de' Principi, come a bella polla vadano ad incontrar briga, per
effére adoperati, e mettere di le medeCmi neceffitb a'Principi loro in ali
maneggi malHmamente nel Regno di Napoli, dov'è fama, che le contenzioni fono
fiate maggiormente nutricate per confentimento de'Rè. ( Gicc. I. ). Cari. iji.
) Non è vero altrimenti, che i Veneziani, fondino le loro ragioni del Dominio
del Golfo fopra privilegio di Papa, o d'Iroperadore; che fé ciò foffe, forfè
per certe ragioni non tornerebbe conto aprir bocca, però quelli Dottori fondano
la loro difputa sò cosi sfacciato e vano mendacio, fanno alle pugna, danno dei
calci a lovefcio, e cambationo lenza incontro, come i Tori, che hanno perdita
la Vacca, dicendo, che nè pur fono fognate dalla Repubblica di Venezia, ed
anifìziofamente lafoiano quelle, che pubblicamente fi leggono fcritte da
Marc’Antonio Pellegrini nel libro ottavo de Jote Fifii, da Angelo Macacio nel
libro primo da Giambatiila Leoni nel libro delle Confidenzioni del
Guicciardini, da Augullo Treo nel fuo Panegirico, da Jacopo Chizzuola nel fuo
Confìglio, ed allegazione pubblicata nel fupplemento della Storia degli
Dirocchi, e da Prorperu Urbani nella nife-. Ca fatta centra Emanuello.
Tertoviglia Spagnuoto. Gli Amichi Ginreconfulti, non avendo trovato chi abbia
fcritto, o detto in contrario del Dominio, che ha V. SereniiU lopra il Golfo,
dìfsero, che aveva prefcrizione immemorabile, volendo dire non efservi bifogno
di mollrare altro titolo, facendo quelVeffotto la prefcrizione tanto antica,
che fi abbia a credere il maggiore, e'I piò laido, e forte, che poflà mantenere
tal polfelTo; conira i quali non conviene llraparlare, dicendo, che fono
ignoranti delle Storie, benché abbiano acquiftato come di prudenti, e da loro
fi governi il Mondo. Quelli, che forivono per la Repubblica gli allegano, e fe
ne fervono come diteflimonj, elTcndoflati in tempo della preterizione non mai
imerrota a’ loro tempi. A quelli gli Avverlar} oppongono tellimonj di Storici,
che riferilcono diverfi Rè in divelli tempi elfer venuti in Golfo con Legni
armati; e però aver interotta fa preferizione ; nel qual calo fecondo i termini
legali, bifognerebbe, che cercaflero d’ accordar tali tellimon j, come
facilmente fi propone, quando fi dèce, che que'Rè fieno venuti con aver
ottenuta licenza dalla Seteniflima Repubblica; perchè i fuoi Confultori
Marc’Antonio Pellegrini, e Jacopo Chizzuola nella dilpua fatta, prefenti i
Commelhirj Imperiali, adducono Principi, che vi fono venuti, ed hanno dimandata
la licenza ; dove biiogna dire ^md folinmeji fieri, frefuminr feSum. Quel ch'è
folito a farli, fi prelume fatto ;edè benefpiegato ed ellegete dìCora.
Conl.z87.num.i i. voi.p.fapradi cheiContraddittori fi riducono adire che
bifognerebbe mollraie, che almeno due volte ne avelTo lata refifienzaj Temo li,
^ Zz ma dille cefe fegocnti lo intenderemo^ oltre molte altre rifpoflc legali)
che ù pofsono dare a tale inllanza; ma perchè centra G grati legge della
prdcrizione fi ardil'ce di parlare) cos^ fi dee renderconto dì titolo di COSI
amico pofTefib per ovviar per via di ragione,fe fi può) a quel malC) che
potrebbe nafeere per mala ed ingannevole perfuafiooe di cofioro» Se ne parivi
altrove) ma per oi^nitk. Ora quefii tra gli altri fìngono di parlare fopra il
]us belli ^ che ha la Signoria Screniffiiaa ) il qual titolo toccano, come
parlano appunto. Non fanno, ma faper dovrebbono, quandola guerra ègiuila queir
eflere il piò faldo titolo che pofla aver una Repubblica, e qualunque altro
Pnneipe deVuoi Stati; perchè quello vince il Jusna^ furJcy e mette fervirtù,
dove la Natura, non che il Jut genrium ha melTa liberti, e comunione; onde fi
vede quanto ridicolo riefee il di(pmare,cbeneirun Potentato EcclcGallico, o
Secolare polsa farleggì, dar termini, o conceder cola in pregiudizio della
legge naturale, t con quello gli altri inicG, vogliono, che riefeano
bagattelle. Vuole il belli y o Jus gemhtmy che vinto il Nemico, tutto quel)o«
ch’egli pofiede s'intenda del Vincitore. Il primo premio, che zia, dove Baldo
dice, effe re come dar della teda nel Muro/ inquedo. oKiza. bifogna mantenere
il poflellb a chi lo tiene. Al Cecondo fi. ciCponde, che quando la Repubblica
fbndaffè le fue ragioni. fbpra..puMlogj le baderebbe la faìna dèfTi;CosÌ
conclude Mariaoo Cpccina nc Cuoi Conigli ; come fa la Sede Appodoiica trattando
la ^a^ooc de'iuoi Stati, che non L’è necciTario naodrare alcun lodcuoiemo
JeTcoiacquidi. Sarebbe error grave tnodrairli per farli leggere, diffidando
della fàma. £ quando la Repubblica aveflìr a moArareglIdxiuscnù ripofU. nella
Segreta,ic le prederebbe pienifCma fede ? A quedo proposto, dicono i
Giureconfulti non elTcr lecUodire, ne menopenfàre, che laiRepubblicadicelTe una
fallici, benché delfuocomodofitratci; cost aliega'ilCardinalTofco ne'Cuoi
Volumi delle Capitolaziom praticabili. Àltcrzofìrirponde; cheCe il Papa aveCse
conccCso tal privilegio, fenza la libci^ ve^ontV, quando ritornò in Roma lo
avrebbe rivocato, come fece PalqualIL de'privilegj concedi ad Enrico IV.
Imperadore, quando esa nelle lue mani/ il queir fcibko giunto a Roma in
pubblico Concifloro li rivocò, come editti in dato, dove non era indio potere
di negare; e fé durano i titoli privilegiane* Rè di Napoli con-celila Guifeardo
da Leon IX.. quandolofecero prigione eo’Cardinali nella guerra di Benevento y
perchè non li rivocò* quando tornò a Roma, mcglia avrebbe a durar quedo fàttO'
da Papa,, che non fu mai prigione in Venezia,ie fe avelie voUmo U Repubblica
edorquere tal privilegio, ed altri titoli,, gllavrebbc avuti mdto prima dallo
llefroLeoo IX. quando venne a Venezia., del qual anche la Repubblica aveva
prefa la dif'ela. Al quarto fi rllponde, che Papa Àledandro, quando dille
HocMawl ipfum Mare ha* detto di qbedo Golfo, il quale comincia da queda parte,
ed intero, (enea mutar nome, fi donde fino a Corfb; nè manco più oltre
vogliamo, che ptflì « òsi fi ha intefo da tanto tempoinquà, che non v’è memoria
in contrario, chefinal prefente ft chiamatGolfcr di Venezia. Ben> ir
DottopìNapoliiani aivevano imparato nciUdifputa tra’ Francefi,. eSpagnuoU per
caufa de’ Confini dei Capitaniato, le fodé deif Abruzzo,, o della Puglia*, dove
fio tenuta concilifione pergliSpagnuoli, che nella difierenab de nomi, e de*
Confini délIcProvincic, fi debba^attenden fempre alfulo prefenter. Fu
confemiaca qucda> ragione colie armi contra> i Francefi; pCTÒ nemcnte
quando fi À il mireflb d'nn podere, balla una gleba d'effo; cosi per hoc Mare
lì e intefo tatto T Adriatico, dove fi ebbe la vittòria, ch'era avanti gli
occhiti ut: n Ma quclladifpau i friulratoria, o perdimento di tentpoi, che la
Repubblica non dice d’elTerPadrona del Mare, perehè il Papa le abbia còticeflb
privilegia, nè il Pape in quella parte fa conceflìone; ma dichiara^ • aiODe, e
coDcefrione, ebe làRepubblica fiaSignora del Marò Jkre talli, ebe qucHoTha de
Jurt gaathm; e di tal dkniaràaione fe n’è compiaciuta la Repubblica, ad
imitazione di Nollro Signore, le cui azioni fono inftruziòni noftre ; ilquale
ficompiacque della confellìoiw, chePieuo fece qualtncme era Figliuolo di Dio;
quando non fi voglia, che il Papa, d qual è nel pofiéflo prenatrato anche di
maggior autorità, non abbini fiuta tal dichiarazione; queflo non leva alla
Repubblica il Domintojm talli acquillaio, per aver vinti non foiamente i Rè di
Sicilia, ma i Saraceni, ed altri Infedeli, e perfecutori di Santa Chiefa; nel
quat cefo dicorm i Giurcconfulti, che lènza- altra dichiarazione, oConcefiCoite
Pontificia fi acquifia piena ragione negli Stati conquillati di mano d’efii. Ne
daimo efempio de’ Rè di Spagna Aeiracquifto di qtie’Hegni filori delle mani di
uli nemici, c pètA ivi nen riconolce fuperiore flmpefadore, inquanto gli abbia
a comdtidare ; Con- i eludendo lopra quelli quattro capi anche a modo degli
avverfarp ; che il Papa non abbia dette quelle parole, e fe dette le ha, non
abbia avuta aumriib di dirle / confidcrino bÓMy e vedranno con qual azione aveb
potuto dirle il Papa. - A chi vince i Nemici in Mare, ebe occilpavaiio, fi dee
J tare talli flmperio del Mare; LaRepubblicadi Venezia havifiti ìNemiciinMa-'
re, che occupavano; adunque a' Veneziani fi dee ima talli l'Imperio del Mare.
Si provala maggiore per li Giurcconfulti, i quali dicono^ che la Vittoria db in
mano del Vincitore tutte le cofe, e di quello, che alcuno ha prefo in guerra ne
ha il Dominio : ed aliti Dottori dicono, che finite le guerre i popoli
vincitori, tutte le terre, dalle quali hannofcacciati i Vincitori
pubblicamente, ed atiiverTalmentc dicono loro Territorio •,SicFtac.daCa»iit.Agt.
frf. Bap. ^jnn.ila Allimianitut Cap.iy. m. 9, /iè. II. E ne’tcTffliai dcIMain,
che fi faccia Territorio, e polIcflione di chi vittoriofamenfe vi ha
combattuti, e vinti i Nemici diremo, come allega ancoraGioiFrancefco da Ponte
dnadeDottoriav. vetfarj nel fuo lib. de PattHata Prafrii eap.ìj^ Uti Re» fama
conertojiam a»mE*areia», iti efiTcrrhartum Ragia, et aala Ttrritariam diainr a
potaftata tanamis, ÌT Jiaua dkitwr Cataefis prima; Spiritu Domini faratarna
fiapat aquas, Jia famr fapar Mate paaaftaa éatanris JnrifdiSianam. Cioè dove
ilRè va con efercito contea iNemici, ivi è il Territorio del Rè, perchè
Territorio è detto dalla ^ellb del tenere, ficcarne fi dice nel primo del
Gencfi ; Lo Mrito del Signore fi trasferiva fopra Tacque, cosi fi trasferifee la
Ginrifdizione Ibpaa il Mare a chi n'è reliato Padhme. Perloabè t Romani lotto
Scipiane, vinti i Cartagineli, dice Polibio nel lib. yuikviSK iaflitm Impari»
Maria fojiai fiata ; ciò! vinti iCartagmefi, tolat.le loro Navi, emefli i
rollrtnellelororeftò flmperio del Mare a'Rommilip iMtadaa.i, lib. 4.
Satalt.diS.^lit.^. Gli Atenieft potimun tc dopo la- vktoria di Salamina contra
i Fani confeguirono, dice Lcuda, rimperio del Mare. Qui anche fa a pròpoCto il
cafQ allegato da^i Avverfar), che Ferrando figliuolo del Rà Ferrante con 53.
Galee paisà tutto rAdriatico, e fugò la numeroia Ar« mata de'Veneziani fino a
villa del lor Generale Marcello ; didrufle la Dalmazia con tanto terrore
de"Veneziani,die dice il Sabeliico diél. 4. Iib« 2, Eififtinunttt flHum effe
àe Imperio Marit\ perchè da quello ficavaparimente, che chi fuga e vince
Tarmate nemiche nelMare,togliendoad altri riiien per fé Tlmperio del Mare
divenuto Tuo Territorio dai tener fuorii Nemici, di modo che TAdciatico
farebbealiora divenuto tutto Tehttorìo deRè di Napoli ) ma v| lalciano il piu
bello da narrare. Del vincer, e del perdere nella guerra fifa contoin fine ;
difopra abbiamo Bellis bakitis dove quello avviene, conte negli altri giuochi;
chechinel principiovince, alfine dirperataraence perde/xomeavvenneaPompeonellagucrra
centra Cerare; nel principiogloriaodoC di certa vittoria, come appunto ora fan
no gli Avverlar); non fanno fcrivere di ceno poco dtfordine accidentale; onde
perchè la narrazione di quel fatto abbia a galligare i Milantatori de*primi lucceiTi
nelle guerre, e perchè torna a propofuo per provare la fuddetra nollra minor
propofizione flendcremo il luogo del Sabeliico, che Io narra. Federigo
ArrigodiFerdinandofigliuotopiagiovanecon43. Galee,
eFufUencròneIportodi.M,,Diedequelloaflàia temere al Sonato; edera veriAmile,
che il Nemico ivifermandofipotelTc contcnderea Venezia il Mare. Tutta U Citik
aveva gli occhi rivolti al Marcello, cadauno a lui, ed alla fua Armata guardava
) credutoaver perduta SignoriadelMare, quando non fofle cacciato a forza il
Nemico di quel luogo, il che era mantfcAo non poterfì fare fenza grave
confiùto, Stava adunque laCitthin afpettazione, che Marcello, ilqualera a
Geldra, o ardefle TArmaca, che aveva nel Porto Anconitano, fopravvenendovi
alTimprovUb, ovvero la conducete olfattod'armi, elalcaccialfedi 1^;
mafrateanto, ch’^lifupplifce a'bifipgni delle Navi condotte dal Pò, mentre fi
apparecchia la vettovaglia, ed ogni altra cola bilogne vale, il Nemico non fi
tenendo Acuto io quel luogo, fatta vela, fi part'i d’Ancona, prima, che vi
venineTArmata Veneziana. Panar» tal cola grand* odio centra il Marcello
fpezialraente del Volgo, ù quale mifura il tuuodalT avvenimento; e giudicò, che
non fofTc (iato ardito d'andare contrai! Nemico venuto in alto Marc per
mofirare dinon efiere venuto in vano, alTaltando alTimproviloLUlairela della
Dalmazia., qiiafi tutta con ferro, e fuoco la difertò. Cosi
parlailTefiimonioallegato dagli Avverfarj, dov’è prima da notare, cheTArmaia
Aragonefenonfugò lanofira. Secondo, non vi enarrato il tanto tremore de*
Veneziani. Terzo fi vede, che non i Veneziani, ma l’Armata di Napoli era
alquanto tremante; imperocché dice, che il Nemico, non fi tenendo ftcuro in
quel luogo, fece vela, ma vediamo piò oltre, chi ebbe il tanto tremore, perchè
1 Autore di quella Scrittura non ha inietto il Sabeliico. Si vede dall’ eiroie,
che prende circa il nome di Fernando BgliuoIodiFcrranteconM.Galee, in vece di
Federigo figliuo. lodi Ferdinando COD43. Galee, eFuAe, ^ice ilSabeltico;
adunquequeAi dopo aver meffa LiÀà a ferro, ed a fuoco andò ad aflalire Corfò,
Pietro GiuAinian, e Niccolò Bigan, dicono Curzola, dove da principio furono fi
terribili gii alfalti, che ad un tempo vi pofero le Scale alle mura, ondo
avevano fpaventaii i Terrazzani, Giorgio Viaro ivi Capitano, diffidane dodel
poco numero de’ fuot, hfpettoaquc! de'Nemici, per intimorirli fece fparger voce
per la Terra > che rArmata Veneziana lo veniva a foc correre, efecerUrealIc
Campane per tutto, e levar dalle mura un lieto grido, che gàvenilTe l’Armata. I
Nemici dalla paura del pcridsio agitati, perduti circa aoo. fi ritirarono
inMare comeOmbre, e Ipiriti tenebrofi di procelle, anzicomeComacchie, che
fuggono il (uono delle Campane de' Campanili, dove fi aggirano.
Vibannoanchelaiciatodidire, cherArmataVenezianaandò a prendere a forza
Gallipoli in Regno, dove li llende la Colonna in confine dell’ Adriatico, e
Ionio; e che Trento Terra de’Tolemini, Rudis, ed
altrevicineTerreim^ientidelcal'adiGallipali,fi arrenderono, oltre di ciò hanno
lalciato, cneFerdinando vedendo fi grave rotta in cafa fua, pensòalla pace,
^guerra fu la sfortuna di tutti i Principi d'Italia congiurati cantra i
Venezianiper caufadella guerradiFertara, dellaquale (crivc il Giovio nel
principio delle Storie, ed il Guicciardini nclLibro ottavo nel principio,
dovelìlegge, cornei Veneziantconfe^uirono la pace onorevolmente per fe, e
vittuperofamente pel rello d’Italia, che con fenlimentotantogrande, e nel tempo
che fioriva di ricchezze, d'armi, e virtù s'era unita tutta contra. Per
concluderla vi fu lafciato tutto il Polefene di Rovigo, ed i Rè di Napoli per
la fuga, fe pur avellerò avuta qualche ragione nel Marc Adriatico ravret^apo
perduta. Vi farebbe anche per provar la minore la fuga dell’armata di Federigo
II. ImperadoreRèdiSicilia, e Napoli recitata da PandolfoCoUeruvio nel libro 4.
delle Storie di Napoli, oltre di ciò la rotta data da Ruggiero Rè diSicilia,
ilquale infeftando l’ImperioGreco aveva prefoCorlò, dove fatto un Arfcnale,
dominava tutto il Mare. La Repubblica, che aveva giulfamentela protezione di
quell’ Imperio, fe gli mollè centra conArmata, loincontrò, c ruppe dice
Tommafo.Gazzilio Siciliano ScrittoredellaStoriaSiciliana Ub.p.dec. z. Commijfo
prttio ex fuisTriremiha, undevìpnli amijps, fxinUTfifqut yRugeriui vilha rwn
Juueis dijjìpttiiSicilimi profughi et pojit» bello fe fuitraxh. Cioè lucceSà
una fanguinofa battaglia Ruggiero perdette, e fommerfeip. delle fue Galee, con
poche, e diifipate vinto fe ne fuggi in Sicilia, e poi Rette ritirato
fuorde'travaglidellagufrra. Parliamo adunque, ficcome abbiamo deliberato centra
Federigo Imperadore, come quello, che abbiamo detto elfer chiamalo
DeminmA&odi, ed è quello, che i Dottori dicono, che il Mare fi pofla far
proprio, quello concederfi, e fe egli vinto ha ceffo al Vincitore il luogo,
fiamo nella regola Finro vineentem. La Repubblica ne aveva il Dominio exiiujhii
ad omnes, quella dunque farò per finita pruova della minore.. Edin
rifpoRadelquintoArgomento degli Avverfarj, col quale parlano, come dicemmo a
propofito, ma vanamente in riguardo allaveritò dellaStoria, come a quello
invigilano tutti i Regnicoli eccetto il Collanzo autore, e tellimonio
degli.Awerfarj, l’Auior degliAnnali Ecclefiallici parte per emenda, c parte per
rifacimento di guanto ha fetitto contea la Monarchia di Sicilia, li è melfo a
quell’ unprcfa, ci ha prodotto per apparenza di tellimonio uno Straccia fcritto
da penna d un altro Regnicolo, ed un'altro Apocrifo fenza nome, trovati
folamenie a quello tempo tutti due a bufi leggere difuccelC di
quattrocent’anni, vogliono anteporli a' Scrittori pubblici di quel tempo, a
tante memorie antiche di Marmi, e pitture antiche non mai contraddette. Se
Romoaldo Arcivefeovo di Salerno, del quale dicono elfer uno degli Stracci
prodotti, non fa menzione di quella vittoria, ec. torit, non va la confcguenza,
che pon fiafuccefla; poflbno enervi mille caofe d* una tal ommUTione, o per
invidia, o per fcoprire U mancamento, e Timpotenu del Kè di Sicilia fuo
Signore, o per non confeirare il Dominio di Volita Sereniti, o che non ha
Icritto, • che gli è (lato levato, e fìmili. Si adducono anche altri, che non
ne parlano punto; aniche, e Pitture palefano. 11 Padre }acopo Cordano Gefuita
in una fua Cronologia fcrìtta in quei Ila materia feguita per fuo Autore il
Compoficor degli Annali, ma non nega quella vittoria, ed i PadrìGefuiti,
chehanno mandato fuori in Colonia un libro intitolato Dtfenfiones Ànnatium
Ectlejiaftkorum. non la negano ; però per pruova della minore, e per rirpolla
del 2.. c. 63. dove introduce il Cardinal di Monopoli a dire al medefìmo Pontifìce
dell^ltalia, come la liia liberti, e grandezza rìfiede nelle Lagune del Mar
Adriatico; e come fi deb. bono bilanciare t fervig; della Repubblica antica, e
moderna fatti a Santa CKiefa, ed a tutta la CrìAÌMÙt^ parimente; (ìccomc
ampiamente fi leggono in molte Scorie i validi ajuti dati per 1 * acquifio di
Terra Santa, e le vittorie ottenute centra Infedeli, f ubbidienza verlo la
Santa Sede, ed i Tuoi Sommi Pontefici ne* più urgenti bifogni; ficcome ad
AlelfaRctro III. fugato, e fcacciato dall’ Imperadore Federigo Fnobarbo, per la
cui li^rt^, ed onore prodigo fu il Principe Ziani, e quel Senato delle
facolcli, e della vita tu acquiilare quella famofa vittoria in Ifiria al Capo
di Salbore con cattiviti d’Ottone figliuolo dell’ Imperadore, e non effendo mcn
liberale ne* tempi di Leon X., ed altri Pontefici ec. Onde gli Avverfarj non
offendono la Repubblica, ma i loro Principi, mentre vogliono indurre i Miniflri
non folo a far guerra, ma a commettere infame latrocinio, dicendo S. Agoflino
nel lib*4.c.4. e ò. deCivitate Dei. Remora Juftitia quid fum Regna, nifi magna
latrocinia ? e piu oltre muover guerra a’ vicini, e procedere ad altre
confeguenze, e per cupidità di Regno affliggere, c foperchiare i popoli, che
non danno impaccio, che altro fi dee chiamare, che gran latrocinio? Penfo
d’aver adem^ piuto a ciò, che per tal materia brevemente fi abbia potuto dire,
GRAZIA I N- I N P E 5^ LIBRORUM PROHIBITORUM, Pum R?§uii^ pqpftfli* p^r P^trcs
a Tridentina Synodo dclcAos. AWCTORITATE PII IV, PRIM^M EDITUS. 1 -i. f»Jìe*
vtra ^ S/nt» ofiiu jht Et KUNS p«MVMS.p. n, CLEMENTIS ^ P A P ^ Vni, Jitffu
rtu^iùtia, ^ paUictun. INSTRUCTIONE adiecta, {V mjuniét fnhUmmh, itfiù Jbictri
tmeniaitdi, CLEMEN5 PAPA VIIE Ad perpetuam rei memorfam. tacaosaNCTUN acho. Uem
Mii éqNfinMii fise ^ PcopUccRi Mtctertìitfì iàUiKin confc^tu nemini Ikxt >
ut Ciivua in Ecclefla Dei perpetuò eoo(tfvaresur » p^rifque iovioUrutn crade
aercitanm, ut haoc fideà catbo^ìca; dpr firnwfM ioGigrkttem t (»Unm » incorna
pcam^'ie òi Mcidila Dei reciaarent, ApoAokci animi magnitudine» prò muro domuv
Ifraei, advcrAis einrdeni fidei hoAes»^ fciproa oppooentei, ne iAoram doHi, 8c
infidiia imprudenter> &limplickaiit vctcres ex infcm excitanecr ficn
riiu: Noi. ranl eandcm Pjì pndeceiToris Tri^ntitu Synodba» pefVileijceiB
ooxicv- Conllitu^eoem» &]iiclicen>y acReguias« TUO libroTuo copivm, qoc
plbs. nitpio ^uonim q^iam. tenorer haberi voiutous cxercventr coerceiet auferre
èu> cxpiemh ^uam hxc ip^ p'iens prìnram quìdem dò^iflìmos alì- ta> prour
ìnKrms dcfcrìpt# Aific oronui quoc vnosnfetl^iei qu^de
d^T||hgila»i|in^oi^araAp^ft^fi^^ tenore ^norceti^,;fc,der^r 4 ^tt''.*’ pcrmota»
ad ipfxm Apoftblicam l^deni» gurarìbui peribnis ubiqiie loconmr exiuucgram rem
défertndara Aan]tc»-Itaqpe Itentibua» Aib ufdem p in did^aPìì fel. ree, Pius.
Papa qitamìs przdeceflbr, ConnjtDCrone COTcentis» obiérvari prveinoAcr, qat
hcofcTw xpbrrpacV J de; (fiadamut^rQ^ «ovai faci fa fedebat, Przbcis
qui&atàam doé^rina» Itas negqtuim» cùm prombìrionìSf rum et
prudentiaprxlUntibusy^adbibirxar.^DK^exputjacioais, de imprcfConia libromm
dìeem librorum prohibitofun) » À Re^* pcragamr» eas omnci £acalcate mein. Fias
firevi^, proinulgavic ì de c/ufmodi noxìo- Qiintus. MagiAro facriPalatii primum
rum Itbronmrdetrimcncisdicpcitcnn^» op- dcipdeGrcgoriin dccimas rcrtius > 9c
Stxfortunè- pfOTìdìt, CarteruTn, Ticct illa tur qumtusi
CardinaTibosCongregarionir prò rempfìrtii raiionc prudenter ruqrinc predi^z
concelRrtinc « quornm tcnores rune conAiruca j rameó'^ -Icum Sarimiz me
vofaraus haberi proexprefliSi conArafhuia» in bujufniodi librorum edhione
mamus* Se qiucenus opmeA innovamus. finva ili dfi^t mala ( nam.polV in- bis
ornniros, qu;r addiùi in bne In ìUlhI tempi» afit erùm libri pcrnicioA dice»
noti adverfantur, volumurqric propartim cqnfcripri, atqiie «dici. parcim>
prcreai ac dccemimus > ut fi q;;x inpoqui fcriplfì e^aKc» de antèa
JcTicùerthti' Atrum dubìtaironet aùttóntfoverfix circa in medium prodiere i ic
mem. Sixtns Papa Quinta» przdccef- aliomio» qut prò tempore fiiper Iiunce òr
noftcr,|mildt ilIaArari«« acque àd hu;iifa)odi deputati fherinv» rd'eraneur i
l’cgoUi a^iMs neceflàrif» rebus » liianda* et ex fencemia eonindeih*
Cardinalium y vie » nr nonuutli alii ejufdear generis (i- nobisi aur
fuccefioribus noAris > fi rei bri V eidem* Indici ad^ereptiu;. Vei^m
gravita» id poAulaverit» conrultis>declacuro: idem Sixeus I rè minimé
abfoluca » ^ rencur» et decidantur, quorum audorìhumani* ezcefcrìtJ Noe la fw
fqi»» fai^ fuem » cuir pennittcndtt » tum prohiti quantuiTP CQQT Doniìoò'
poiAnnez con- bendii ex{àirgandis » 6c 'imprimeniis 4ìfiilcntes»
quodjampridentiiuliccrarpcoior brit, airifqoe ad eam rem pcrcìncnribos 9c a
mulcis- dia defideratunr cratr hoc expiicandìs» volaouis efie przeipuam,
artempore oronino perficiendum » atqw in ^ èra mandaimts ab oomibiis venerabilocem
edcnditm duxtaui-- Venerabiliigi- libus Aatribos noArisPatriarchis, Arcbietur
fratrr noAro Marco Amooio Epìl^ pifcopii» EpKcopis» aliifque locorumOrpo
PreneAino de Colamela dilt^is dinariist «uroque gradò»» ordini»» aoc diruti»»
Oc Marie Angelorairr intbensi»^ Borro* cam EccìefiaAicis rccnlatibas» vcl
regumeo, Fratinlco SanOcMaric Tran^n* laribu»» quiro laici», quocunanebonore,
tiuc Tcd'eto r titulorum Presbyteris» nec*^ ve! digicitare prediti»,
ioviolabicerobAi» non Afeanio SaoOe Narie in CoAixdio vari. Non obAamibos
ApoAoIùis» acin de Columoa diacooo» Cardinalibu»r fu- tmivcHaUbo»,
Provinctalibm» et Synodar per hnjufmodi Indice per no» depinari», fibus
Concilii», editi» generalibu» » vd aliifque pit»« ficcruditis» viri» in
colIfi•^ fpecialihusConAitationibut» drordiiurioliom adhibici», ca omoia, ac
fingala» nibo»/ ac qnibufri» Aatml», 2c coornetitqoe a Suro quinto» oc fupra
dixtistt»» dioìbus» etuni fitramento confirmatione ìnAicuta ennt, diligcmer
exiroimnda» ApoAoKca» vcl quavi» firmitace alia ro«ommilinm»» que cum magno
Audio vÌp> bomis privilegi» qooqoc indcllds» fieli ter» PROHIBITORUM. 371
teris Apoftolìclst rubquìbiircunque tenoribusj &- formis in cor^crarium
pnrmifforura conccflif t confirnoarh, approbacis, et innovatisi Qjtibus otnnibus.
Oc fìngiilì etiamfì prò ìTlonun fufficienci dtrogatfone fpeciaUs, rpecìflca» Oc
ad verbum in(«rta mcntio kabenda cCkci tenores hujulmodi przfenribns prò
expreilis habentes, hac vice dnnraxat, rpecialicer» &exprcriè derogamus *.
czccriiqne conrrariis quibufcunqiK. ^cemenccs camndcm przfentium cxemplis,
cciafn imprefljs, Notarli publicì manu fubfcriptis» Oc figìtlo Trslati a!icu/us
Bccldtafticì obfìgnatis» car^m haberi fidem > qux hibcrerur ipHs
prxfentibus, iì forenr exhibitSi vd oiicnfx. Dar. if’urculi, fnb Atmulo
Pifratoris. Die decimafeptìnia OOobris, MiHenmo quingenrefìmo
nonageiìrao^ninto, Pontilìcarus Noftri, Anno Q^no M, f^ìus Bibrianusy PIUS PAPA
Ad perpetuam r?i meraor jam. OMINICI ^egis cuftodix Domino dil^nente» pr^pofìci
) vigilili n>ore paftorisnon dciìAimusx ipAgrcgi ab
immineniibuspcricuh's,quanta maxima pofsomus cura, et diligencia rrcavcrc, ne
propter negiigenclam noum peream ovcs, qnz prction/Cmo Domini Noftri Jcfn
Chrifti fanguine, fune rcdcmpcx* Eifì autem, qua adAdeì vesitacem parefacicndain,
et ad horum temporum hareics confutandas pcrtinebant, in orcuraenico, Oc
generali^ concK Ho Tridentino, SanÀi Spiritus aflìfteiK ce gratta, nupcr adeò
enucleata, ac definka fueriint, ut facile jam fit tmÌcui-que fanaro
catholicamque dodrinam, a falia, adulterataque intemoTcere ; ta-. men cam
libronim abharericis ediroram iefiio, non modo Cmpliciores hnminet corrumpere
folent, verura fcpd etiamdoùoi, cruditorque in variot crrorcs, Oc a veritate
Adci cathoticx alienas opinionet inductre, buie quoque rei effe diximus
providenduno Cum auietn aptiiBmum et inalo remedium c0e feirerDus, A
componeretnr, atque ederceur Index, Ave catalogus librorum, qui vel hzretici
fìnt, vel deb?tciica gravitate fufpcfli, vel ctr» xè ptoribua, Oc pktaù
ooccanc; idnego» Tvm ìk tfum ad facram Tridentinam SjrnodBna rejeceramus. Ea
vero ex tanta Epifeop». rum, Oc aliorum dodiflimorum virortim copia delegit, ad
eum conAcicndum in*» diccm, multos cum doéVrma, tum judiciò in/ìgnes Pralatos,
ex omnibus fere nacionibus, qui quidem non Anc maai'mo hbore, phirimifqua
vigilits euro ii>^ diccm tandem, Deojuvante, perfccenmt» adhibitis etiaro in
conAlium Ic^iflimiquibufdain Teologis. Prraé^lo aatcroCondlio, cum ex iplìus
Synodi decreto, is Index nobis oblacus fuifict, nt ne anrc ederetur, quam a
nobis approbaius fuitfee, nos doAiffìmis quibuldam, probacìfAmifquePralatis
eunaccurati0ìnrk Icgendum, examinandumque tradidimus, et ipit edam Cumigkur cmn
ma gno Audio, acri judicio, diuturna cura confefhim. Oc praterca
commodiflimèdigeAum e(W cognovertmus,* Nos falutianimarumconfnlcre, camqueob
caufampro*. videre cupicntes, nc libri, et fcripcacu^ iufeunque generis, qua in
cd-*improbai>tur, fìve ut harccìca. Ave ut de hzretifa pravicate fufpcffa,
Ave ut pietati, acmorum hoocAatt inutilia» aut aliqua corre» fHone faltem
Indigeniia, poAhac a Chri« Ai Adelibus tegamur : mfum ittdiccm, nnacuro Rcgulis
et prarppfitis, anAorirate^ ApoQoItea tenore prafenrìum approbamus impriroique
ac divulgar!, et ab omnibus UnivcrArafibus cathoNcis, ac quibufeun^ qne aliit,
ubique. fufeìpi, eafque Regulas obfervari mandamus, atque dcccmimiis;
Inhibcntes omnibus, Oc Anguh's, ram EccleAaAicis pcrronis,SarcnIaribDS, fir
Re*, gularibus, cu/ufeunque gradui, ordinis,& dìgniiaiis 6nt, quim Laicis,
quocimque honorc,ac digniiate praditistne qiits centra earum Regularum
pr^rcriptum, au( ipAus prohibicionem Indicis, fibros uUos legere, babenve
audaas. $i quù autena adverfus eas Regulas, prohibirionemque Acerit, isquidem,
qui hxrericorum libros, vel cujnfvis auaorisfcripta propter hzrcAm, vel falA
dogmatis lufpicioncm damnata, atque prohibitalegerir, habueritve, ipfo ;ure in.
excommunìcationis pGcnam incìdac, eamque ob canfam in eum, tamquam de harefì
rurpcdiiin inquiri, Oc procedi liceaa.' przter aliaspor. nas fuper hoc, ab
ApoAolica Sede, f»crifque canonìbtis conAitmas- Quiautem Hbros a|Ì4 de cau/a
prohibitos Icgerit, habucritve, prxter peccati morcalìs reaturo, Epifeoporum
arbitrio feverd fé noverte punienduflD, non obAanrfbus conAinitionibus, Oc
ordinarionibus ApoAoli(is contrariis quibufeunque, aut A quÌ-« Aaa i bus.INDEX
LIBRORUM I)Ri comfTiunirer, vel dìvirim, ab eadcm tadm
faumlMMipt^dìmunanT'Jcllbe-, /ic Sede indulcum, nc cxeoinirxinicari raiiowmt
wncruRi, ut jiulUartnt nUùi ir: ‘;7pf>(Tìnt; per Iitera$ ‘Apo^olicas, non
fa- us fitti poffe% tfttàm fi F^itutniu ÌUe cientes pcrnam»& expre(ram>
ac de ver* forum ^.'^rruriati Index, aò tn^uifitorìouf ^ a^yerbum,de indulto
.hiijurinodi menr tM pofiremò nnfediuf ^pa^lelftanllm dttr.pùs, (ipnem. Ut h«c
aucem ad omnium nO; «ifae erùm addiiìst Teùneretur s ^nippe neve quìs
excufaritv cum ma^r.a mAturitate 2 mulfis virif doÙU pe ignorationis uti pofGc»
voItiiDUS> et cempofiiuj, piurlmot compre(:endat au8oft$, mandamuijUt hz
licere per aliquos Cu- «if«e /a erdinem fatU commdum diiefifu tfri» noflr*
Curforef in Balilica Vatica- fe ^idcatur. rii PiÌBcipis ApoAoiorunij et io
Ecclelia Laterancnil cune, aitn in eis popului» ucrmirarnmfolcmnibus
inccrni> congregari folce» palam» et cUra voce reci« lemuri et poflquam
recitate fuerint ad valvas earutn Ecclefìarum » itcìnque Cancdl 4 ri»
Apoftolic» » et in loco folito Campi Flore afligancur: ibique ut Icgi» et
omnibus innotefeere poflìnr» aliquarv tifper rclinquamur* Cuin autem inde
amovebuntur» earurn excmpla in iiidem tocis affixa remancant. Nos enim per
rccicationcm hanc» publicationcm » &a£Bxionen)» omnes» et lingutos » qui
bis liccris comprehen^tur» poft tres menfes» a die pubiicationis» A affixionis
earum» numcrandos» volumus perinde aAri£Ios» 9c obiiqatos effe» ac ù ipAfmcc
ille edite» Ic^equc fuiflent. Tranfumptis quoque carum, que manu alicujus
publici Notarli fcripta» fabfcriptavc » A figlilo» ac rubfcripcione alicu/iis
pcrfonz in dignitate Ecclefiaftica conftùute » munirà hKrint» fidem fine ulla
dubitationc habcri inandamus» acque deràmimus. Dar. Rome apud S. Pctrum fub
Annulo Tifearoris, die xxiiii. Marcii». Pontifica cm Noftri Anno Qjiinco.
»^Rimus FioTeìfelUt LaxellìnutConfe£Iuin a deputatione Tridentine Synodi R. P.
F. Francifei Forsrii » OriL Fratrum Pred. S. T. Profcflbris. A cjufdcm Depucationis
Sccrcurii UM SanSd ttamunuA TfldeutU «4 Sytf»dMt ÙV roimììfus Addita #.t g4j
fjfcc « fecnuU fefioaU De creio Jub BeajlUimo Tio Qjfario Toni. Max. txplicatj
Ju», c«ifmffet » «r Tarrer Ali^uct » ex ctmibui feri nstlonihuf deU8i$ de
Ubrorum etnfurif ^uld Mutuendum tfjet » di/ij;e>ttcr coptaiiatus, in j^oniaw
vero ìiuelli^ebAnt t propiere* In alì^Uibui 'PrttLìiuus, oc loels haSenus eum
fndìcem rteeptum non tffe^ i^«odÌ» eo ifuldam ìlbri prol/ibereatur t quorum
leOione viri da~ Bi pTivari ^magnoincommodo afficerniur » Atque animo
advtrttntts etMin» in eo effe nonmUa forum expticati pafitUf qua interpreiO'
tlone indl^eretìt j re, multum diuque delibera' tionibur abitata, ac vÌtìs
etiam ex ornai notiene, Tixoitt^ica facuìtatls fcìentifjimìs, in coafilium
adinbUìf » fuhieQoi Ryguiat componcndas ;ndir4rmr» ut quoad tjus fieri pofjtt,
dìBorum homlnum eommodht &" Jìudiii faii'4 vtrhaie, oc reli^icne,
frojpUeretur. Jllud i^itur in prtmìe aà fervore oporiet, utumquamque peni
aipiìobeti literam, tret hobtre ciajjet, Ja primA non tam libri, quòm Ubrorum
fcripiorct, eoiuaientier, qui aut haraici, aut nota Ifartfit fnJpeBi fuerunt ;
horum enim Ca~ toìof^um fieri i^riuìt., m omw ìmeUi^ant, eorum fcripta, non
edita folum, fed tdenda etìoM, Orohibìta effe. Sed iitni etum aifimadverrendna^»
quod lieet muliì pratcrtA fini, qui jufiiffmìs de cortfis in Imuic ilaffem
refern pourani, Tairibus temoi non is fult animui, aut ad cerum pertÌKcbat
ii|^ii«rj 0 ii » ut eot ad unum ferquirCm nnt, fed Ut pene contenti fuere, qui
in mano Catalt^o dtftripti funi, de aliìf veri ejufdem green'/ auBoribus, idem
ab trènorìU, et biquifitoribuf fiaiuendum effe exiflimarmt. Ih fecundam Clafjm
ron auBortt, fed libri futa r fiati, qui propier doBrinam quòm tontlnent, non
fanam, aut fufpeBatu, aut qua tffenfionem etltm in morìbut untum fideiimit
aficrre potefi, re/ieiuttur, etiam fi auBorts, a quìbut prodiere ^ ab Eetìefia
Tjaiquam defeherunt Tenia vero et ultima claffis, eot llbrot compleBìiur, qui
fine fertpiopt nomine exìeruttt la vulpts, et tam doBrlnam emtlnent, quam
H^ntana £eelefia tzmquam eathoUea fidel, aut morum IntexTÌtail contrariam,
rtfi^ tanibm ae repci/endraii effe defrrrtif. >(on enlni om^es llbrot, qui
Komen auBorjt nonpraferunt, damnandot putarunt : quandoquldem fapè virot doBot,
ae SanBos noviniii » M Cbrlfiìana quldem Ppfp, ex eorum vigiliir lìiiU etpent »
^ ivr^ ìnstiem rUm fvìiarau, ùkru ofnimoi /ine nemne edi^ àlffe, ftd tos taravm
» ftu ent lujiiìdo prtvtm 1 «•w diibUm fidel doSTtnamy /Ìi« BMnA*a fcruienfém
ecniìnpu • vero /mf hujnfmodl, aiit tales omnino prohibeneur, AUorum. autem.
bxreticorttni libri » qui de religione quidem ex profeflb trapani » omnino
damnancur. Qui vero de religione non crafUnr » a Thedogii catholicis, iulTu
Epircopomm|_ et Inquifitorum exairinati» U approbari » permitrunrur. Libri
eriam cathoUcé confcripti» cani •b ini*» qui Qoftea in hxrcfìm lapH Ainr» quaiD
ab illis» qui poti lapfum ad Eccleuz gremium rediere» approbari a faculca-. tc
Theoiogica allcujus UniverfiratU cacholics» vel ab. Inquinrione generali» per«. mirti poterunc. V
Erfìone* fcriptonim.^iam EcdeHa-. Ricorum. quz haf^nui edita fune a damiutis
Au^Voribu*, modo nihil conrra fanare do^rina cootineant » permiccunmr. Librornm
autem vetcris teRamenri verr fìonet» viri tantum doOis » Se pii* Sudicio
Epifeopi concedi poterunc; modo hu» jui^mondi vcrilonibu* tamquam elucidatici
nibtt* vulgatx cdicionis» ad intelligcndam facram Scripturam» non autem tamquam
(acro texcUf utanmr. Verfiones vero novi ceRamcnci, ab auOoribu* prime cladis
huju* Indici* faneraini coneeJantur » quia utilitàti* parum»periculi vero
pluritnum leftoribn* ex earum lefUone manate folet. Si qui vero annorationcs
cum huiufroodii^ qua permictunnir vernonibus» vet cum vulgata editione
circumferunrur» ex pun^is loci* fafpcftì* a facultatc Theoiogica alicujus
Univerfitacis catMicc» auc Inquiruione generali tpcrmicti eifdempoterunt »
quih^ Se vcrnones. Qu^ibu* conditionibus tocum volumen Bi« bliorum, quod vulgo
fiiblia Vatabli dicitur, auc parte eju*» concedi viri* piis»& do£li*
poterunc. Ex Bibfii* vero Ifidori Clarii Brixiant prologus et prologomeru
przcidanrur eju* vero cexrum» nemo tex. vulgata edi-« ^ionis ciTc exiRimet. C
Um expcrimcnto maniféRnm fìr» (t Sacra Bibtia vulgari lingua, palÉm (ine
diferimine pcrmittaniur» plut inde, ob hominum temerirarem» detrimenti qiiam
ucilitatis otiri» hicin parte jndicio Epifeopi » aut Inquifuoris Recur » tic
cum conltlio Parochi vel Confedarii » fiibliorutn, acatbolicis AuOonbus
verforum» leAionem in vulgari lìngua ci* concedere poRìnt} quo* inccllexerinr»
ex hu. jufmodi lefiione non damnum» fed (idei, acque pieracis argumentum capere
pofTe; quain facnirarem in fcripti* habeant» Qui amem» abfque cali facultate ea
legete » fen habere przrampferit» nifi priaBiblii* Ordinario redditi* »
peccatorum abfolutionem pcrcìpere non pofEc. Bibliopola veròqui prxdidam
faculcarem non habenc » Bìblia idiomgte volgari confcripra vendidèrint» vel
alio quovi* modo concerserint» librorum pretium» in
uTupiosabEpifcopoconvcrtcndum, amitrant; aliifqoe perni) prodeliAi qualicace
eiurdem Epifeopi arbitrio fubìaccant. Rcgulare* vero » non nifi facuirate 1
Prelaris fui habica» ea iegere» aut eroe(e pcdCnc. RE L ibri il!i} qui
hcrcciconun Auélonim opera, Imcrdum prodeuac, in quibus nulla j lut pauca de
Tuo appoiiunc» icdaliorum di£iacolligunc>cu/uraK)diruiic Lcxica >
Concordancix, Apophiegmara i Si-railifudincit Indice», Se hujuftnodi, fi quz ne
admixea, quzexpui^atione geam illi», Epifeopi, et Inquifitoris,una curo
Theologorum caibolicorum confilio ^bJacii» eaMndaci», perraùrantur, L ibri vulgati
idiomare de conrrover» fiiss inier carholicos, Se bareticos noAri tempori»,
difiercmcf, non palGm i^rmìttancur, fed idem de iis ferveotur, quod de Bibliis
vu^ari lingua Jcrjptis, flatutam eft, Qui vero de ratione bend vivondi,
comemplandi, confitendt, ac fimìlibus argumemis volgare r«m»onc confcripti
iiiiu, fi fanam do^rinam coiuiiieanc, non cA cur prohibcantur, ficuc nec
lìcrmone» populares, volgari lingua babiti. Quod d ha£lemi», inaliquo regno,
vel provincia, aliqnt libri funt prohibiri, 2 'iiod ivooQuUa coiuùterentiqua
fine dcle;u ab omnibo» legi non expediat, fico, fum aufloret cacKolici fum
poAquam cmm Chiromantix, Necromantir, five in quibus concia, nentur fonikgia,
veneficia, at^ria » auTpicia, incantariooe» arti» magicz, prorfus rejiciantur. Epifeopi
vero, diligcnccr provideant, nc AArologix /udkiaric libri, trapani», indice»
Icgantur, vel habeantur, qui de futuri» concingencibus, fucceffibus,
fortuicifve cafibus, aut iis afiionibus quz ab humaiu vohintate pendenc, cerco
aliquid evcnn irum affirmare audene. Permiiruorur auccm judicia Se naturaks
obrervationes, quz navigationes, agricolturz, five medicz artis juvandz gracia,
confcripea fune. I N libronim, aliammve fcripnirarum, imprefilo nefervetur,
quod in Coucìlio Lateranenfi fub Leone X. feffione decima Ratutum eft, Qgasè fi
in alma urbe Roma, liber aliqui» fic imprimcndm » per Vicarium Sununi Pont, de
{acri Paiatti Magifiruin, vel perfonas a SerenifiCmo Dominio NoAro deputaiula»,
prius cxamincntuF. In alii» vero locis ad Epifeopum, vel aliiim habentem
fcicntiam libri, vel feriprurz impriinendz, ab eodem Epifeopo depucartdum, ac
Inquifiiorem hzrcticz pravitati», e;us civitatis,veldÌGrccfis, ioqua iinpreflìo
fiet,e)usapprobacio, Se examen pertineat, Se per eorum manum propria
rubfcriptione gratis, et fine dilatione imponendam, fub perni», Se cenfuris in
eodem decreto contenti», approbecur, hac lege, de conditiorte addita, ut
exempluas libri iraprimersdi autheniicuai, de manu autori» mbfcripaim, apud
Examìnatorem rcmaocat. Hot vcrò, qui libellos.manDfcrìptos volgane, nifi ante
axaminati,probaiiquc fuerint, jirdemp^nitfubiicidebcrc )udicarunt Patres
depurati, quibus iniprclTorcs, et qui co» habuerinc, de Icgcrint, nifi aurore»
prodidcrint, prò aufloribus habeantur. Ipfa vero huiufinodi librorum ptobarlo
in fcriptis detur lA in fronte libri vcl feripei, xel impreffi authcnticc
appareat, probatioque de examen, ac czteragratis nanr, pQt Pmirct, in fiiagatis
cfVitatibaB > le Ckteniin nomìtUt ctzm Hbronim « ^ur 4i«cefi&(tt4
doonuyvet toei>,«bi an im* t Pasnbus «lepucac» porgati funt, tura pretfotiL
termnir » 8c bìMìothcat 1ibr» maiur defcripca» San£UiEmi Domiiu Noie hcreeiÈfc
praricacis» oc nihM commi ftri. ìaiTa. tmdidit.. quK pfoiUbaxur» ant
imprioiacuri auc. Ad c xa t ma re verò- oranibot fidbMmwdttnr» aòl hdieamr..
prccipinir» ne qaìv aodeac eoocra hanim Oranea ««t6. librarìi » fle qucunqne 1
n> Rcgnlamaó pm(crìptu{D« luchiijui Indie» bcoQim. ecadéco res ^hab^c io
6iis bibiiou pn&biuoocm a. libro» aliqoos legem » ibedi» ifidkxaadibaMnm
mp^um» aufbabere.. habenc» cum Tnbiccipcìone di^bruen per- - H qni> - libro»
kat«rieofumv v# Ibnarum, » aJip»viiproaL habeant » auc oipiìvìi Au^r» feripea
> ob h«rentai''>cl vendanoli ib? qujCBAqole adbnecridaoci ob £alfi A»mii»
rufpietonem damnaca» line lieencia corundem depucandoram » i^ue prohiDiéa,
Inerir, live habucric»iU miniRri publici ejtlT'loci»i predifì» peifonis
fignsfieenr » libro» 4 ^e addu£b».. - « ^. Nono veto aadear • iifarara » qo^
jpft, «aitati» io cÌTÙateiB mtrodoxie» alwai lefeodutt tradem » mi aliqna fa» tiona
atnaare » «ar commolam » nifi o» Aenfo pnnt libro » bi bab^ Ueaocia a hane
ìmpnfBonem » et edìtioneni de nòvo pec&fiis depucandi» » ant -oifr nocoeid.
trlbui ^culcaiem Epireopis» veMnquifito«oofiei »> librasi jam c& otuùbux
per- ribu»» toc Regutarium Sc^rìoribu^i con tini ia caconunicacionis Iracenciam
iiw tiiKrac. ’ - Qui verò libro» > alio Domine intetdi£lo»Wgecic » aut
haboerìt, pretcr peccati morrai» rea tura quo aftcituri /ndicio Epifcoponim
fcvcrd puuiantr. Ckra qmtrtam - 1. A NImadVertendtim eft «Irta fapraraw
pcamqdattain r^hiiD Indici» felic.^ recòrd/ Pii Pape XV. nulfam per mefiurn •
ideici qooqne (ervetur » sd Ksrediba» ». le eicèquiicoribui oldmaniin
vt^uwaioro» m libro* a defooftì» rolidh»» firo corub iodicea>»ìllia peiWi»
dqpgcanditoéGmnc • et ab ii» lieeMiam obcìneaoc » prìorqnaa ei» ucasuur » aot
in alias perfonat qu^ cuDqoe rariooe eos traufiecaor. cedendi nbenciam emendi »
iegendi t àul retinendr fiibliavulgari lingua mira «cura ha£lenot mandato, le
nfu Sanf^e Romane le univerfali» loqui/ìcionis fublaca ei» fiierìc fiicaicas
oeocedendìluilDfmódilicentias l^endi» vcl rctinendi fiibìlia vtilgaria» auc
aliai (acre Scriptnrc cara i^vi qndm veteri» tcRamcnti parte» qoaviaVdl Jn hi»
a^fo oranibui» le fiagul»» pf- ^ri lingua edia»; ac infopcr ruraraaifa sa
ftaraaror» vel amiffianù Ubr^iBiVei le compendia eciam hiAoriea coruodcra alia.
arbirrìA corudera £pi£ooponira» vd Bibliorum^ feu librortuo (Kie fcripcnrci
Inquifitoram» proqoalitatq «oocnniaels». quocuoque vulvari idiocoace conlcripu
c vel dclidi-. * quod quidem inviolati (ervandam eA. Circa verd libros» qooi
^tma deputa» -ti. aut examraanmr. aui expo^runc » Crrni. «nmm auc eirptireando»
cradideriioc « ant cerei» _ condittonwoi.ocntrfa» excudueneirtcofi- ^^Trci
Rmdam ìx. aiddem Xndicti » ccfi*e^t» mìdcpiid ilio» Aatmiiflé confti- 1.
abEpifropt», IclaquificoribusChricerit y cara bibliopolc » quim. esteri ob^
fiifi^le» fedulò adinonendi fune » £rrveiit. quòd in legente»* auc rerineote»
concra Liberum taraen fic Epiicopii* aot tiv r^Iam banc» libros huiufooodi
Aftroloquifitoribus generalìbu» » fecnidum &cui- gis |odiciarÌs
divinarionum le fortìfegio. tatem quam hatency eosecUm libroiyqut rum»
rercmiqtte aliaramin eadem Reguia hi» Regulis perroitti videiirur » prt^ibcre»
«xprefiaruaiy procedi poteft, non raodò fi hoc in fui» tvffi» aut proviociit»
vcl per ìpfos EptTcopoiy A Ordinariosi fed dioNcfibus expeiure iròicaverine.
eciam per Inquificores loconim ex conAi tutioM feU ree* |jxti Pap» C^mn contea
.exercentes A(bplogÌx judicùrùe artem et alia qocnwtpic «livuutioattm genera »
UbroCque de cn kgences t ac ceoent«s» protnulgaeat Tub Damai Roniz aptid
&an£^un Pcfmm I anno. locamationixDo^ ininicz M. D.JkXXXV^ Noni». Jannarii
» Pc«(ilkatu« (lù aDi¥> primo t Px Ttéhi^ k et lìkth Uthémm, Q Uimvìs in
tenia c1a0é lodkiia p*v» di^i Pii ffapz IV. Itfb licera Thabmid Hcbwocuia »
epiTigue gioite k anoocatiojies i iacarpMUtioacs » £c cxpofiiiooes. onmes
pmlubnitmr i ^ quòd Q abTque ooaiiiie Thilaisd g et ne iDjuriis, Oc calumniis
in Religiooem ChriftiaDam abquaodo prodiiiTena * lOkxareiuur: quia tamen
Saa£Uil$iniu Domi90S NolUr Domiqp*^ Clemens FapaVlIL Mr Tuam eoaRitutìoneio
concra inapia uripea et libro» Hebrroram » fub Datum Rorpe * 0 ^ Sartfbiux
Paniai anno Incarsacioais Doffiiniac prbtie Kal. Marcii Pontificar, fui, anno
lecunlicioQÌb«s. pcnaicegp» auc co^randi i fed ^ialicer et exprefie Aacqic Oc
vuki u; ^/uf^niodi impti ThaUnpdici, CabalilUci,, aliiqpe ne4im. Hcbrsonim
libri omnino Canati Aeprobibiti manche et ^nfcaocnr f ^tqoe foper eis > de.
ali/T librii hujufiooìU > pr»4iAa cooAicutia perpetua j Oc iqTÌpUbi:^ U(ce
Qbfcrvcrar. lUfn A d bee (citnt Epifeopit OrdiBOni». et lj>qwiricore»
locorom 1 libmna Magazor HebraeormB t qui eoocU net pariem oUcioram, fic
ocrimoniamm. ipforum t 6c ^ynag^z * Luficaoica > Hiipanica t Gallica »
Germanica > Italica ». auc quavù alia rulgari lingua i praterquam Hebraca »
edimm * iamdiii ex fpe(iali decreto, racionabilirer, prohibìtum c(Te. Idcirco
provideanc illuni nuMarenns pennitri auc tederari debesEL > oiR Hqbraica
lingua pr«U{^a. De iihrìs Jeewy/ 3edùu. C Um in Appendice » fecundz clafEl iub
lirera L dicami ( Joaqoit Bo(lini Andegavenfit DcmocKimania omnino prohibeenr»
liber ueiò de Repoblica » Oc Methodus ad £icikm HiRoria ram cognttiooem tamdib
prohibói fintqaotdque ab AufVore expurgata » com approMtione Magifiri (acri
Palaiii prò^riot • X Id widem per eirocem forcaffe librani fauum credicnr r nam
liber de RepuUica einfdena JoacnÌB Bodini • primùm die xv. Mentii
Odcb*M.DJfCII« detnde liber Demonomanùt dio priioo Menfit Septembris. M> D.
XCIV* eodem Sao£lUSmo Domino onftroPapa firn^iciter damnati funcf ac proiode
ueerque daiimanu Oc probihitai aideodm cft INSTRUCTIO, Eomm» qui librii turo
prohibeodùi com expurgandis> turo eciaro iropriroendisa diligcntiam» ac
fidcleiQ ( ut par eft 2. operam fune daturi« A P fHà CéiMkit canfenmomm t nm
fmtt « fai MMM ex jm ectJtit !/•% Ont dxmau USìtaU iu t n ( fited Jadite, per
Patttr a fOicMii T^Uemàu Sponde dUeSot^ fréuìpai Jrnrìnm (fl tufi iiiui etiém
raveuur • M vai iiém deene poiiidair IHrrì't vd fm^ olii emetxmt t et pn^mtir •
mù iaeuutMt fideiium^mmtes «ante vateca u^cÙBtet • iiifiu, ét «erica dcMorùiee
dejxi/iidwaiaxt _i (A ^rfm, fuìemtpie pefi hit fìu vetem, fot naeù Uhi edmur »
MÒm m*xlmi furi « ^ MB À «r pta «( pdmi, ^oaai qoa ad 9 um ftrUmt hemumìaaii
extfioMt i foad efiva ma i wnm Ubnrim imndì^ouem • ad 40/ fmùtu aèoieuio/t um
ab Epifeapùi ^ jifiq^tMciio/ i fodoi a camli » «nenon ad ti tu MaeUfia pei
fiudum miere % ^ enfiarito/ perdi ; preperr e« fna TVidexlMenoie ‘PornoM ^oùr
jMpraMSù * decreta fmt ) ftiUUa miluM exigat, (ofuJbits i^/ra fcfh di t
dUìgeutim jbwùor » tifdemw JtamtW t M «Miiae io «nf ak Ufidem /rtftV » et
lu^tfitcìribtu, aliìf^ i o» pM)trNot f tu loaienww. ii&rorna»
ÌN/exdifi>eoe » et éboÙtme • tm a CcnrefieriW c InJev weric publicants )
eocum juriCiifìionì (ubjef ad ipfoi defcripca Angillatim dc&renc noaiuia
librorum omnium iTugulumm > spui (c in codcm Indice prokibitos» qniique
rcperiet« Ad hujuimodi vero libros fic lignificandos » infri certujn cempus ab
Epifco» pOi vcllnquifìtoreprxrcribcndunii omnes cuiiifcunque gradua»
&condicionìs exciterinc > fub gravi porua » corun) arbtcrant inAIgenda»
tcneancnr. Homx vero hac omnia certo a &• piopoficis edi4tii »
prafcriberulo tempore » przilari curabic Sacri Palaci i MagiAer^ S I qui crune
qui libnun unum aut plorer » ex prohibids!» qui ad prxfenpeum Regulanim pennini
poAunc » certa aJiqua ex cau£a poteAatem Abì retincndii aur legendi &ri»
anc& expurgationem defiJereoc t concedendz faojutis extra Urbem » cric
pcndr Epifeopam » atic Inquifiiorena# Romei penés ^cri Paiaca. Qju quidem
gratis eam » et foripco naaiw liu lubAgnaco uibuent » de triennio in triennìum
renovaniatsi ea in primis adhibicaconrideratioae» ut noonifi viris dignìs» tc
piccare » 8t do£Vrina confpicuis » cuna dele£iu ( ejufmodi licenriam largiantur
» iii aiKom in primis, quorum Audia, militaci pubUcx» &(anéW Cackolicx
EcclcA* ufuè cAe, compercura hahuerins. Q^i inrer l^ndum > quaecvnqne
repererinc ani>rcdvcr(;one digna, nocads capiiibi:, Afbliis, AgniAcare
Epifeopo, vel InquiAtori tencanrur. IL IH I LIud etiam Catholirx fidet
confervanJz neceflìcas extra Italiani, maximè cùm ab Epifeopts, et
Inquintoribus, cùm a publicisUniverAtaribus, Omni do£Vrinx laude
AorentibuspoAulat» uceorutn librorum Indicem connei, et publicari curcnt; qui
percorum regna, acque provincias » harctica labe, ac bonis motibui concrarii
vaganiur » Ave ÌIU J iroprta nacionit» Ave aliena lingua concripti fuerinr.
Utque ab corum leflione, feu rerentione » ceciis poenis » ab eifdeni EpifcOpi$,
dt InqtùAioribus propoAds » eorundem regnoruia » gc provindaruoi homi» nca,
arceanc. Tom ik Ad qttod exequendum, ApoAolicc Sedif Niinriì » et Legati extra
Italtam » cordem Epifeopos » Inquìtìcores, he UnW verArates» feduJò excitare
debebnnc. 1 IV» 1 Idem ApoAoIici extra ItaliamNuncii Ave Legali » ncc non in
Italia Epifeopi, he InquiAcores, cani curatn furcipientaic Angulisannis,
cacalogum diligencer colle£lum librorum in iuis partibus impreAbnim, qui aur
prohibici Am!, aut expurgatione indigeant, ad fao^m Sedere ApoAolicam, vcl
Congregatìonem iDdicii, ab illa depucatam» cnn^ictaoc s. V. E Pifeopi, he
Inquiiicores, feu ab iifdem fubdelegaci » he depuucj, tam io Italia, quitti
extra, pends fé habeaut AnguJarum nationure Indices,ut librorum, qui ap^ tUas
damnati, ac pròhibiti fune • ct^nitioncra babcnces, raci« litts profpiccre
poflìnt, an cciaoi, a Aiz >utildi£liuQÌ& terris « eofdere recognitos,
arcere, vel retincre debeanc S. VI. 1 M UDiverfuiD aurerede tnalis,
&pernicioAs librts id declararur, acque Atrairur, uc qui certa aliqita
lingua initio edili, ac deinde prohibici, ac damnati a Sede ApoAohea fune i
eofdem quoque, io. quarecunque poAea txrtamur linguam» ccnieri, ab cadere Sede,
ubigeaeium, fub. eifcleoi poenis interdi-, he damoatos DE CORRECTIDNE LIBRORUM.
S- L H Abeant Epiicopt, et InquiAcores con;unLlim facultatem quofeunque libros,
;uxta przfcrìpcum hujus Indicts, expurgandi, eciam in Jocis cxenipcis, de
nullius, ubi vero. nuUi fune InquiAcores, Epifeopi foli*. Librorum verò
expurgatio, nonniA viris eruditione, he piente inAeiiibus committacur, iìque
Ant tres, niA forté conAderaro. genere libri, aut eruditione corum, qui ad‘ id
dfligcncur, plurcs, vel pauciores ksdicentur cxpedtrc. Ubi emendacio conferà
cric, notacis capicibns, paragraphis, he foli», manu illìus, vel illoruru, qui
expuigaverinc, fubfcripca, reddatur, eifdem Epifet^is, et loquìAtoribus, ut
przfertur t qui A etnendacionem af^robaverioc, cune iibet pertniccacur. fbb
s-n.. s- u. Q ui ncgotiitm. fiifeeperit corrigendi ac. ^ moia », flcaicemé. norare
deber» non Colum» que in curfu opcris» manifeftd k otferunr » Ted » Ci qtuc in
IchoIiLs ». in rtrnnnitii4 », in (nar^inidut >Jn indicibiu librorufn » in
prdacioQibus» aut.epHlolisdedicatoriis» unquim in inftdm».dcliterctinr.. ~
aurem correflione » aroue txpur^ gacìonc indigene. » ferd hxc fune, qux
iequunrar^ PropoHrionef hxreticx». erronex-» hxre« firn, fapiences » fcandaloTx
», pianim aurium odénfìvx».rerDerarix» et rchifmaci» tliciorx» biafpheinx^ Qtó
centra Sacramcncoruni ritus, et cxrcmòniaf » coorrac^uc recepnim ufiim » flb
cofiruecudinem Tan^be Komanz Ecdelix».novitatem aiiqnam indnettnt. Profattx
eciam novitates vocum abhx-. rccicis exeogitatx j, ic ad falicndum in», uoduflz
Verba dubia et ambigua » gux legcntiiim animo$».a rc£Io» eatholicoque feniu>»
ad nciarias opinioncs adducerc poiTunt*. Verba Sacrx Scripturx, non fùfelirer
proiara » vcl d pravisrizretieoruinvcrrionibus. deprompta » nifi forte
aflcrcnmr » ad eofdem hxrccicos irnpiigiundot, de proprtis. celia, jugulandos»
de convincendoti Expungi etiam oporrcc vcrba.Scnpturx Sacrx, quxeunque ad
profannm ufum ienpiè accormnoiantur »’ rum qux ad fcnfnn) detor-. queneur
abhorrenrem a CathoUcorum Pa» trutn» atquc Dofioruin nnaninii fenccn-. tia ..
Ircmquc epithera Konorìfìca» Si omnìx in laudcm hxrcticorum » dcleatitur. Ad
hxc re/iciuntar omnia» qux fupcrflU tioncf * fortiicgia ». aedìvinatiooes
Capiunt. Item quxeunque faco^» auc fallacibus lìgntv»- auc echn l'ex fonuRx,
haitiani acbicrii libertatem fub/iciunr» oblirercnnir.. Ea quoque aboleamur » qux
paganifmum redoJcnc •' itemqux famx proxiiQonim, et przfertim eccleiiaAtconim»
de Prìncipum detrahunt > booifqiic morjhps de ChriAianx difciplinz fune
contraria » expui^cmur Expurgandx funt etiam prop^icioncf » qux lune ccmtra
libercacem » immunitatem» de jurildiflionem Hcclcfìafticam. Irem qux ex
gemiiium placitis » moribus » cxcmpli» t}Tain)icam policiam foveoc» de quam
falco vocanr rationemftatui > ab Evangelica »- et Chriiliana Icge
abhorrcntem inducunr» delcancur» Explodantur exempta » qux Bccleiia fìicos
rìtus». religiofomm ordines » ftarum » digniutem » ac perfonai ixdunc Se
violane.. Facccix etiam, auc difteria in pernictem»auc f^xiudicium famx, de
exifti. macionis .aliorum ja£Uca» repudientur. DcniqtK lafciva» quxbnnot
raorescorrumpere poHant > ddcaniur.. Et fi qux obfccna imarinc», pf.vii^is
libri expurgandit iniprcfTx» auc extenc » eciam in liceris grandi • quas inirio
lìbrorum, vclcapicum imprimi morii. efii hujus geoeris oiania pcni« tuf
obliterentur^ S. in. r i libris autem catholtconim recentio. rum» quodpoftannum
Cheifiianz Ca« lutii. M. D.. XV..ooiilcrip s- ly I N libris autem catholicomm,
vetertmi mhii mutare fas fic» nifi» ubi auc - fraude bxreticorum » auc
typographt in caria» laanifeftus errar irreplcrii. Si quid autem majoris
momenti» Se animadverfiooc dignum occurrcrit» liceac in novis cditionibus ».
vcl ad margincs» vei in fcholiis adnocare; ea m primis adhibica. dili^entia» an
ex do^Irjru» lo» ciique collaris» ejufdein aufloris rcntcntìa difficilior
illufirari» ac mens ejus planiut. expticari 'pofièt .. 5.V.. P pfiquam codex
expurgatorius con» «fefrus erit, ac mandacoEpifcopi.de Inquificoris imprclTus ;
qui libros cxpurgandoihabcbunc» potcrtinr de corundem Itcencia juxta formain in
codice cradiraiD eos corrigere» ac purgare. DE IMPRESSIONE lìbrorum. 5- L N
t.Mlus libcr in pofiemm excudarur» qu) noninfronten»nomcn»cr^nomen, Se pacriam
prxferac Auéìoris. Qiiòd fi de aufìore non confiec» aut jufiam aliquam ob
caufam » tacito e;us nomine» Epifeopo» Se Inquifirori Uber edi pofTe viJcacur» nomea
iliius ononino defenbatur » qui libnim exaroinaveric » arque approbaveric. In
hit verò generibus librorum» qui ex vacionim frriptorum di£Iis » aut e»
zcmplis» auc vocibus » compilali folcnc» is ^ui laborem coHigendl» et
compilaQdi rufceperic» pra auf^ore habcatur*. R EguIvc^t preter Epilcopj, ^ Irv
qui/ìtoris licentiamCde quaregula (Kcinu dìàum cft ) meiniaerinc» ceneri k
(acri Conciliì Tridencini decretoopcris in Incem eiendì faculcaccoi * aPra^lato
cui fubiacent, obrinere. Utramque ^em concefiCooem > que appareac* ad
principiqui operiti Etcianc • S III. C Urent^pifeopi* et Inqui(3tores* p3nis
etiam propoHci^* ne impreiTo riam arrem excrceiu«s*obrccnas iro^gioet, tarperve
* etiam in grandìufcuUs literii imprimiconfuetat * in librorutodcìnctpf
impreiCone apponanr. Ad libros vero» qui de rebus eccledafticis I auc
(pìriciulibus couferipei fune* ne charaderibus grandioribus utafimr « in quibcu
exprei^ appareat aUaijut rei pròphans, nedara rurpis obfcena fpecies. Qui etiam
invigilabunt furafflofarp.ut ^ (inguldenm impreffione librorum > no9 K 0
lmprc(Toris* locui icnprefConia* 6c annui* quo liber imptelTus e(^* in
principio e)a$ * acque in iìne anno retar. s. IV, Q ui opcris alicu^ edicioftem
inccfmm eins exemplar cxbibeac Epilmpo» vel Inquincori; id ubi feoo(novtrioc,probavcrintqoepcoes
fe tesineaai i qnod Roma qaidem in Archivio Magiftri (Icti Palatii* extra Urbem
vero in mo idoneo* quem Epiicc^uts mk In» quifìtor ciprie* referveatar.
Poftqnim aiwem liber impr^ns eci»non liceat cuiqtiani veoakro in vulgua, proponete
* auc quoquomodo publicareanrequàm is* ad qnem hcccura pertinec» illuni cum
manurcripto apud fe rereneo » diligciucrcontuleric* Ucencìamqne ctveivt di»
publicarique poffit* concelferir. Idque rum demum fiaciendum* cum expIorMMu
habebicur* sppoeraphum (ideliMr fe in fuo manece geiSnè « ncque ab exemphrì
manoTcripco » vel minimum difcciSée « Qpi contrafacere toTus (uerit, graviccr
et feverd puniacur. 5. V. C UrentEpifeopi* atInqmncores«QUOrum munerit cric
faculcatem libros imprifiiendi » concedere* ut eis. cxaminandts*
fpe^Uaeptecatis* et do^iqc viros adhibeanc* de quorumfide« et inteXmw Ik
grirarci (ibi polliccri ^anr; nihi! eos gracia daruros* oihii ouio* fed omni
humano afTe^ poUhabito * Dei dumraxac gloriam fpeAatuto&i ic fideU
popuIiaiiUurem. Talmm antem vironim approbacio » una cum iicentia Epifctqpi, et
Jnquifitorìs» ance initium opcris* imprimatur, s. VI. T Ypogtaphi, 6c
BibKojioln » coram Hpifcopo* auc Inqui (icore* 6c Iloma, coram Magi(tro Sacri
Palarii jurc/urando fpondeanc* fc munus fnum cachohcè, (Incerè * ac fidclicer
cxequururoS| hu)ufq(ie Indicis» decrecis* ac regulis* Epifeoporumque*
ficlnquifìtorum edi£lis, quatenus corum artei attingunt, obtemperaruros, ncque
ad fita anis minifterium quemquam l'ciemer adiniduros» qui barerica laM fìt inquinacus.
Quodd inter illos* inTignes, ae^ eroditi nonnulli repertantur, 6dem etiam
cachotlicam, ;xta fbrmam a Pio IV. fcl. ree. praferipeam* corundem Superioruoi
arbitrio > pro(iccri tcneancur .. S- VIL L iber an£loHs damnati, qui ad
praferU peum Regularnm expiiigari permiccicur* poftquam accurate rec^nirus» de
puigams, legitiméque perroiflus literit» u denuo ftt imprimendus, praferat
rinilo inreripturonoroenau^ris* ^um nota dampationis * ut qnamvis, quoad ahqoa
liber rteipi * audlor tamen repudiar! intelligarur. Inejufdcm quoque libri
principio, rum veteris prohibitionis * tum recencis emenditÌocHX*acperminionis
mencio (ut *exempii gratia, Bibiiotheca a Courado Gefnero Tigurino, damnato
au^re, dim edita* ac prolubita* nunc jnlfii Supcriorum expurgaca* et permida
.INDEX AUCTORUM ET LIBRORUM PROHIBITORUM AUCTORES PRIMIS CLASSIS A A Bydentts
Corallus* alias Huldricut Huttenm, AcJuUes Pyrminius Gadarus. Bbb i Adolphns Clarembach.
Aibercut Bran CaroIoAadius.'’ Andreas Cratauder. ^ Andréas Dieihcrus.Andreas
Fabritios» Chemniccnits.Andrcas Fricius, Modrevius. Andreas Hyperius. Andreas
Knopen. Andreas Miifailits. Andreas Ofiander. Andreas Poach • Angelus Odonns.’
Anronias Alieust vcl Halieus. Antohùis Anglus • au^or libri tU orìgine Antonius
Bruccfolus Antonius Corvini». ' Antonius Otho. Arccit» Felinus, et Marttnus
Buceni^ Antoldus Montami. Arfatius Schoflcr. Amints Briranmis.. Auguftinus
Mainardus Pedemonfanus. appendix. r:.v| r*.v fi t icj-. A Bdias Libcrinus * vel
Liberinus.' ' Ahdias L • ^. Abdiav Pratoritrt.*’-'*^ " Abrahamus a
Munsholt, Aniucrpienfis? Abrahatmts Mufculus. . ^ Achatius Brandeburgenfìs.
Adansus Hoppitis’; ~ Adamus Fafìoris.'- • ‘ Adaiuus Schmìdt. vcl Schuberts.
AdaTfuis Sjbcnjs:-”'""~' ' Aciiiiliujn .portw, FMncjffi filius.Albertus
Htrdtfjt»bcyius.‘'‘ A Al^rtus I.yttichius. AJceus Antij^iusX) T D Ij ì.
Alexander Novcllus. Alcian4« iFcOfa^. t -r T Apòftata iCTipm bnno '^'^41.
Alexius Alcxa^tf l-ipfcofi?». Alphonfus Còffaditis; vei Conradi»; Ainbrofiys
Uhvu^i&r., Ambrofìus féiidcljins. Ainbtofìus VvolfiuSj Vcl Vvolfius.
Andreas Cclichigs,,, AAdrcas Corvimis. ’ /^ Andreas Crithis, Polomjt. Andteas
Ell^cri». Andreas Freyhnb.Andreas Fulda. Andreas de Gorlitz» ProfelTor
LiprenfìsAndreas Gomitius. • Andreas Hondorffius. Andreas Jacobi Gojjingenlt. Andreas Krcuch.
Andreas Lang. Andreas Muncems. Andreas Oiho, Hcrtzbergenfìs • Andreas
Pancracius. Andreas Petrhis. Andreas Poucheraias. Andreas ScofRus, vcl Scoppius
Andreas Volanns. ^ Andreas SKcvvc. ^ Antonius Ccvalterins» Antonius Cooke.
Ancmiius Corramis. Anttwius Fayus Antonius Gelbiu»* Linconicn/ìi.' Antonius Herfortus. ' Antonius
Mocherus. Antonius Pafquius. Antonius Probus. Antonius Sadecl. Antoniin Schoms»
Anglos. Antonius Palcarius. Augnftinus Marloratnr Cetcrorum AuftorunXr-'^ Libri
prohibtiii ' * ) Auguftinl de Roma Naaarc.. ) ni Epifeopi, traiUtui de ) -
facramenco Divinitau* Jc-i) fu Chrifti, 3c Ecclcfir; ) Donce’; item rraflatus'
dc Chrifto ) cxpufge»^ 'capire» et c^usùulico priiH > tur cipatu : ) ''Itern
tradlanis de charitatè Chifti» circa elcfìos,- ) ‘ A de e)us infinito amore. )
-, 1 I>fiartiBar)andi; libcr fcteéUsTJnJ dam Bpiftotas EraTmi Rotcrodat
concinciu. Alberti Artfcntinenfii ) Cronichon,edkioBaJiieeiu ) (is. ) Alberti
Krantii Hareborgen» ) Nifioorrì/i* ) gantur. HiAori», Au Cbroni» ) edicz Franconfurci.
) Alphonft ErtAt^d», xlcfenfio|>ro Erafmo 1 conrra Eduardum Lzum,
&contra Uniref’fitatem Parifrenfcm. f Amati Liifìtani Centurixi donec
e«{»u|gentuf. Ambrofii Carharinì Politi > quxArotìeduz, deverbis,
quibusChriftusfanOKfimum Eochariftiz Sacnmenrumeonfécit. Afvlrcz Corri, libcr
de Chyromantia. Andrcz Mafìì, Comcntaria, fupcr Jofuc, □fqtie emendentur.
Annali gcnth Silcfiz, )oachimo Curco aurore « AnnotatiorK^ fupcr Inftir.
Joannis SchcncKdfvuini,nift cmciuientur Antiochi Tiberttj libcr de Chyromantia.
Anronii Bonhmi, Commentarla de pudin; A Cca Noribergz ., vìddicec» OHaiv.
drifmu». Ada Synodi ìkmenAv. Adionc» dtix Sccrctarii Ponrificu. Admonitio
MiniArorutn verbi ArgeminenCdiD • ' i Aenuitatis difeuf^o, fupcr (^onAlìo
delcdorum Cardinalium. Alchimia Purgatorii. .--r Alchoranu» Francifeanorum. .
Alchoranus Mahomcti, Bafiléz. imprcL Acnilcs cum ScholiiS} et impiit
Annotacionibu», et Pncfatinntbui. Item
in vulgati lingua, non nifi ex conecAìone Inquilìrorum haberi polBr. Alphaberum
ChriAianum. Amica, &hnmilis, &: devota admonitio. Anatomia cxcuAa
Marpurgi, per Eucharium Ccrvicofnum • Anatomia della McAa. Annotaiione» in Ada
CoitciliiTridenrini. Annoratione» inChronica Abbati» Urfpcrgenfis. Anonymi
cniufdam, Libcr de Repugnantia Dodrinz ChriAianz. Apologia ConleAioni»
AugnAanz. Apologia de Dodrini Vvaldenfimn. Apologia contra Henricuin Ducem.
Apologia Grzeorum, de Igne Purgatorii, &c. Argyrc^hylaci», fen Thefaurarii
EpìAbli. Artiaili AnabatiAaruin Moravix. Arciculi AnabatiAarum Saxoniz.
Articuli» a facuiratc Thcologica Parifienfi dcterininait, fupcr matcrii» Fide)
noArz hodie controver fi», cnm Antidoto, Alidore ut ereditar, Calvino. Articuli
novorum Vvonnatiz EvangcIiAarum. Articuli quadraginta feptem » plebi»
Francfofdicnfi». AagufianzConfcAìonis Ecclèfiarum caufz, qiure ampicxz fine» et
rctinendam ducane fuam Dodrinaró A Cadeniiarum Lipfenfis, A Vvirebergenfi»,
rcpctido Ofthodoxz Conf^cAioitt». j Ada, et Scripta Tbébfóem Vrirebt^ gcflfium
A ParViaiWif'iCoftA'anrinr^h cani, D. Hieremiz, Aci quz de Angunina
Confeflìoivùuerfemifcrunt i.Grzcd, A: Latine ab eifdem Thcologis edita»
Adiones, A monumenta Martyrum corum, quia VViclcAb, et HuA. ad^ii Aram
hanczcatcmrn Germania, G;d!lil, Britannia. et i^dcmumHilpania, vericacem
Evitn^rfeam, fanguìnc foo conAanter obfignaveotht. Agenda, feu forrbula;
Officia Hx. rcticorum; quacunquC tiogiia confcriptaAnalyfi» rcfolucio
Dialcdica, quaiuor Li. bronim InAitutionum IibpcriaUum. Annatz
TaxationeiEcclefiarum, et MonaAcriomm, per imiverfum Orbcm, ab Hzreticis depravatz.,
;nris, quòd In approbandi» Pontificìbits Imperatori» habenc. Apologia
Anglicana, feu Ecclefiz Anglicanz, five Apologia Anglorum Apologia Catholica »
advcrfi^s IribelK^ » declaration'S) &cOQruUatiof>e minus Fratcì unicus
Regìa » vixa fui^ fhta eft 1 per E. D. L. L C. Parifica > 4pud Jacobiim
Peciichov. i5S 9 c PatrecK nia diverforuni Au^orum » intcr quoa cR unus
Philippus Melanchthoo. B àlcbalar Hiebnaa)er« BalthaCir Pacìrpootami). Laptifta
Lardcrmiut. Bartholonazua Bernardi. Ba^tholomxus Conformi i^aribolonifut
Roiinua, ÈartholQmzui Vvcfthcroerus. Baltliat Groeningenlia aliai Vvcffelut,
Balìlips Joannes Heroiet Acropoiica^ Bciiedi^us MorgenRcrn Bcnedi£Iu$
Schurmeginus » Bcrengariiu Diaconua Andegnavenns. Bemardinus Ochinus t vcl
Onichipm, ScncnHiv Bcrn^rdos Rotmanua Rernardus Zieglerus. Bertholdus HaUerua^
Bilibaldua Pirkaymerua. EUkaQi» TheobaldiKv Blaurcfu» An^rofuu.. Bocerus
Martiom Bullingerus Uenricua. Bu^genhagiua Porucranna y feti Joanock
BH^n£|cuvius. Bemandus Loquam Baquimn Pernii. Brentiniu» vei Proncia». Bruno
Qpinos Builingaiims Anglus«. Certorum Auftorum Libri prohibiti, B Aptiftx
CreroenGs opeca omfiU t quatndip emcQdata« non prodierinc^ Banholomxi Janoeit
de Advencu AntichriRi. Beati Rhenani Scolia in Tertnllianuin. Benonis Liber» de
Vita Hildebrandi. Bctcrami Liberi qui inicribitur dq Corpore, A Santino
Chrifti.. Boccacii Decade! five Novella c«niiDquamdiu expuigatx non prodierinc.
fininonis Heidclii QMrBtrdràfìs $ Pocnaacum Libri fepceio,. appendi».. B
Artbolomxi Canfxi opera omnia. Barcholomxi Caran», MirandetK dti Catheehifmui.
Bartholoroxi Coclitis Anaftadt * Chyromamixi et Phyfiooomix. Bar(holomci
FerraricodSi de Chrifto Je, fu abrcoodiio « Libri fcx quoofqoe ex-pureeocar.
Beati Bhetunì Epiftola t de Primaca Pecri ubicunouereperiauir» five feorfum»
five libro decimo Opcris ad Fridericum, Naufearo Bcmamin Cantabri*
kinerartumBcrhardi Lotii Hadanurii * feu Cerardi Lorichii AJamarii • Col!c£Iio
trium Li^ bronim RaceourìonumBrnnonis Scillif de Mi(Ta publica prorogtnda. Bcrrurdini Telelìi i. de Na. )
cura retum^ ) Itcm de fomno. ) Donecept. item quod animai Univer- ) purgennir.
film ab iTpica animx fub- ) Aantia gubcrnarur. ) Bemardini Tomicani t Bxpofitio
in Martlurum .. Bononia, five de Lìbris facris coover^p^ di* 1 in Vcmaculam
Linguatn » Ubij. duo 1 Aii^^orc Friderico Furio Cariolane Valentino. Inqcrtorum
Au^ìorum. Libri pnhibiti. Elial» five de Confolacione Peccalorum. Beneficmm
CbriAi.' Ber Bemcn/t5. DiTpuratio*. Bcmenfii.Keformacio conrra Minam.. Brevji, Se compendiosa lollruAio de Religione
ChriAiana. Brevis, TraOatus ad omnes in ChriAianam libercaeera. malevolo!.. \
Brevi! PaAonim. Jfagogz. B^.(ilien(iam MiniAroruro refponTio.t. scontra Millam.
Biblia Hzrecicoram, opera ). impreifa, vel eomnÌJcro ) Annotationibus * Argu. )
mentis» SummariÌs,Scho- ) liis» et Indicibus referta» ) omnino prohibenrur. )
Bibliocheca ConAancinopoH-, ) tana. ) Biblioibeca Sanflorum Pa- ) trum.
Farifiisedita» Se per ). Margarinum de la Bignè in ) Donec exunum coUcfla. )
purgentur. Biblioiheca Srudii Thoolo- ChriAophorus Hoflmano. ChriAophorus
Mclhoverus. ChriApphorus Rheiter ChriAophonis Trafibulus. Claudiu! Scnarclamus.
Claudius Taurinenfìs» ^ fettffa de ìum» ginìbur. Clemens Maror Conradus
Claiiferm. Conradus Cordarus. Conradus Dafypodiin. CcMiradus Gemems. Conradus C
(bel us > vel Crebellit» Tigurinus. Conradus Lagus. Conradus Lycofthenes.
Conradus Pcllicanus# Conradus Perca • Conradus SchrecK. ^ Conradns Somius.
Conradus Trewe de Fridesleren.. Comelius Agrippa Craco Miiius. Cyprianus
Lcovicius. gici»expperibu5SS.Hiero- ) nymi » AuguAini, A re- > r
liquorumconA£Iai vel Sub >., alio.Ticulo* ) Bibliocheca Studii Theologi- )
ci,ex p.lerirqjDo£ioruinPri- ) fei fzcuU monumemis col- ) leOaiapud
JoaanemCrifpi- ) num» Au alibi impreifa. ) Bnicum Fulmen Papz XìAì Quinci,
adverfus Henricum, Rcgem Navarrz, et Henricum Bortenium » Principem Condenfem »
una cum proceAatiooe ronlciplicis nuUicatis C \ElÌus Horatius Curio. Cztius Secundus Curio. Calvinos.
Capito Vuolphanghus Fabcicius*. CaroloAadtus*. Carolus Molinzus. Cafpar Cniciger.
Calpar Pcucerus» BudilGnos.. Caiparus Taubcrus. Caflatsde.' Brugeniis. Carieus
Cc^dìus*. .ChriAianus Bcycr.
ChriAianus Locichins Hdfus. ChriRophorus Clarius. ChriAophorus Cornems ex
Fagit*. ChriAophoru!
Frofcovenis. ChriAophorus Hegendorphinas C Arlus ChriAo{^K>rus Be/erus.
Carohis Joovileus. Carolus Vvrenhovius. Cafiiodorut Kein\ius. ChriAianus
Granimdr. ChrìRianus Hcfiìandcr. ChriAophorus Fifcher* vel FifehemsChriAophorus
Godmannus. Chriilophoms Imlerus. ChriAophorus Ireyns Paifavienlls. ChriAophorus
LalTus. ChriAophorus MarAallcr. ChriAophorus MoIhufenAs. ChriAophorus
Obenhemus. ChriAophorus Ohenhin, Ochingenlìs. ChriAophorus PezcUus.
ChriAophorus Ricardus. ChriAophorus, Spamgenbergius • ChiiAophonis Scolberg.
ChriAophorus Stymmelius Churrcrus Cpnradus Clemens Schuberui. Ciementius
Gulhielmus» Conradus Badius. Conradus Churrcrus. Conradus Brcberus. Conradus
Hcrsbachjus*. Cooradui Laurcnbacl^» vel Lutenbac. Conradus MerchKalinus.
Conradus Neander BergenAs. Conradus Porca. Cooradus Ulmerus. Cooradus VVolA. Piacz. Conflancinus de la
Fuontc» Hif|ianus^ Copics Balrha£ar. Coranos Antoniiis Cyriacus Spanigcnbergius
Ccrtorum Auftorum, Libri prohibiù. C Aptìccì del Bonajo, Joannit Bapti-, 1^
Gclliii qiurodia emendatus noQ prodicrit» C^aucDani Hliafpachii, de Tabemh
Montanis» Chronologia, ex Sacris Litcris. Cyri Theodori Padfomij. Epigrimnjacav
Claudi! EImiiczI) Commen- ) taria, « cbHtinenria, 6c ) Nifi corriin Epiftolam
ad Timm. ) gantur. Cicmenris Scuberrì» Liber ) de Scn*puli$Chronologorum»)
Commcncaria Rabbi Salomoni?, A Chi» rni) et Rabbini Hierololyniitani) A
nmiiium, fupcr Vecuj TcfUnjencum, tara fcrrpta Hcbraicè » qodtn Latiné
translata, per Conradum, et Paulun) Fagiuin Hcreticos. Confilium Abbaiis Panorraitani proConcilto
Bafileenfr. Con De Subtiliute, ). De ConTolatione* ) Nifi corri-» Coromchtaria
in Quadripar- ) gantur» citura Ptolonutijde Cenim*) ri»,& reliqua omnia,
qua de Medicina non tramane. ) CafGani Cotiftancinopolirani, de Libero arbitrio
CollacioilU, quz Agano^im^prelTa eft» per Joanoero Sicerum 15x8. Gbriftophori a
Caoitc Fonciotoj LibrÀde oeceflaria correzione, Tbeologic ScholaQics.. ).
Omnloa D$ Mìffs GhriRi ordine^ ) prohiben^ fi riru. ) tur*. Epitomar nov^ Illuftratio-
nis Chrii^ianff Fidei Reliqua vero ipCus opera icem pvohLbemur doncc
cxpurgcncur. Chronica T u re ica collega a ). Phi'i'rpo Lonicero, cni cft
)Nificmcnadjcitnni opiu quoddam ) dentur». Joaniris AvemmiHerecici, Ó in quo
dcclaramur caufs ) mifcriarqm» Ac. ) ContinoatioTemporum Ger- ) mani aipildam»
ab Anno ) Salucisijij. ufqucadAn- ) num 1 y 49. Qu* folce addi ) Chroflico
Enfcbii» ab eo >Ninefnciv. loco nbì incipit, Nova ) denrur». Temporiim
concimuiio, &c. Chionologit Gerard! Merca- ) coFÌs, qu« a Sleidano, et )
daranatis AuOorlbus fum-pta cR • ) Claudi! Baduclis, Liber de ration( Vice
ftudioTx, et Ùterata in Maerknonio collocandz. expurKntur. Coropxdia, fivc de
Moribus, et Vita VireinumSacrarum, Gafpare SryWino AuZore •. Iixcertorum
Auftorum Ijbri ptohibirì. C Apice Fidei Chriflianx centra Papam, fi Porcas
Infcrorum. Capo Finto. Caronria, A Mercurii Dìalogi. Catalogus Pap*, et Moyfft.
Cacalogttt ceRium
veritaiis, ex Sandis Patribus. Catechefis Pueroturo in Fide, Litcris » et
Moribus. Carechifmin Ecclefìat Ai^nroratenfiiCauchiùnus, prò Ecclcfta
VVitebcrgcnfi. Cathcb Ocus, ani Titnluscft, Cathechifrrus Major, A Minor. Cathechirmus, cui Titulus. Qjial manie, ca. Ac.
CaihechifnfK), ciod Formulario, per iClniire, ed ammaeflrare i Fanciulli nella
Religione GhrtRiana, farro a modo di Dialogo. Cathcchifmus, five cxplicatio
Symboli Apoflolict.. Cethcchirmas parvus, prò Pii»r« m Scholis, nopcr au£lus.
Cathechiftuus fupcr Evangelium Marci. Cathechifmus, Óve Symboli cxpofitio.’
Cathcchifmus Tubicenfis. Cauf*, quarcSynedum indiftam aRoma. no Pont. Paulo
III. rccufarint PrincipeStatus, ACivitates Lnperii» profitentes puram,
ACarholicam doitrinam. Centum gravamitu, Ac. Cantoni, A C^atuordecim Sententi*
Ptrum, de Officio vcroftim Reélorum Eccidio Chnflhna inft 1 turia. Chriftianz
juveocurìs crcpunJìa*. Chriftùna R«fponfio MtniArorum Evan gelii Bafilc*: cur
MifTani &c., ^^]AIvinianus Candor^ ChriAiar» Scholx, Epfgrammaram, Lì>
C. Cantica felef^a vcrerìs, Ije novi re bri duo, variis Poecis, excepii.
Civiraris Madcburgcnfìsipublicario Literarum ad omnes CbriAi Adc]es,annat;;p«
Clavicula Salomonis» Collacio Oivinorura» et Papalium canoDum t. CoJleflanea
demonArationum ex Propheiii, AooAotis, fleDoAoribus Eccle» fìz, quòd Spiricos
Sanfhis a foto Patte procedit • Colloquium Coelei « Ac Lutheri • Coiloquium
Marpurgenfe. Colloquium VVorinatiz inAiracm», av no 1540. Comedix fuper
qaicAione » qnz cA major confoUtio moriendis Acc. Comedix, ^ Tragedie aliqtiot
ex Veteri Teftamento,colIeAore Toanne Oporino. Conuneorarias de Angelo Melanchchonis
Commencaria germanica» in Coroelium Tacirarn. Coromentarius In pcioirm Thìmotzi
epiAÓlàa viro fumniz pietaris confcrrpeus Concilium Pifanura, quòd ver.iut
Con^iliabulum dicendtipi cA. Cc^iliabolumTh^ogicorutn» adverfus bonarum
literarum Autliolbs » Acc. Coociones dedecemlprzceptnDominicii. Concordancix
Principum,*nationti vel Curtiranorum. Confeffio Ecclefìz Tigurinz. ConÀAio
fidei AognAanz. ConfelCo Adei Baronum» Ac Nobilinm» Bohemi*. ConAAio Saxnnica^
Confrflio VVitebergenfi*. Coufuuuo dctenninacionis DofVorum Pafircnfium.confra
Martinnm L’trherwm. ConAicurio u;uiv> V vj'’irci Propol^tio nu:n> de
diii'prenru. Legis»Ac Evangelii. ^ Congregar io, Ave coUe£iio ioAgnium co^
cordintiarum B*btix. CoaAglio d.'ajcuni Vefeovi, congr^aù in Bologna. Contra Regulam VCnoritaruro, Ac
ijntverfas peMitionis fedas. Conta San£h>s Zcylleyften. Conventos
AuguftenAs. Copia 4 'unalectera fcrittaalli ^.diGei^' nare M. D. t. Coptis
Chriftianui,. Cordigerx navU conflagratio DiaIogu$ « Cyntbalum Mundi*, rene JU
Aamenti,cum hymni«,&colle^ts» feu orationibuspurioribiis, qux iti
orthodoxa, atqiieeatholica EcdeAa cantari foienr, addica dirpoAtione, Ac
tàmihari expe^tione Chriftophori Comeri. Carmina» Acepìftol* de coniugio
adl>lvidem Chycrxum hzrericum. Carmina amicorum in honorem nuprìanim. R. et
viriute, dofirinaque Aancis viriSrephani Ifaaci, verbi divini apud
Hcyibcrgenies minìAri. Cache^cAs do^rinxChriiUatl*, innfum fcbolarum Pomeranix.
CatheebeAs religionii ChriAi^n* » qux tra bri duo. ) Circnlut chariratif dtvmx,
) Ave (ubatio rìtulo, circu.)NiAexparhi$ divìnitati»., - ) geatur CoiieAio
Agnrarumomnium ) facrx Scripturx. Colloquium Altembuigeofe.. Colloqjiium
Badenlè. Colloquium Bcrnenfe. Colloquium Clerici» A: Mititisv 1 Colloquinm
Htrphordienfe. ' Colloquium lefuiticum. Colloquium Lypfenlè. Cplloqumm
Marpnrgenfe*. Colloquium Parificnfc. Colloqtiium PnlB.'Cum. Colloquium
Schmaldicum. Colloquium -Witcrbergen/c. Comedia Tragica SiUarmx, quandoque cuir
nominc,qtiandoq;etiam Anc nomine Au£)ons prodiir, urraque prohibetuf ^ Comedix,
Se Tragedix» ex novo, le veteri Teftamento, imprcAx BaAlex 1 ^40. per Nicolaum
BryUiogenim. C cc Comitia Spirac» et Vvormati*.. Comencacium Biblioram.
Commencanus captar Urbis dué^ore Borbonioadexqui/iium niodum Con^jendiupì )
five Breviariam cextus « A: gloffaematon > in otenes vccerh Inftrumet^
libros.. Compcndiutn oradoanm. imprcfTum Veneti >$), per jun£Varo, et alios,
docce czpargattun iuen’c.. Concordia pia r et unanimi confearu»repecita comeiCo
fìdei» 9 e doAriuz eleQorum Prìncipum, &or«Ìimim Imperli, atque eerundem
Thcologomm, Qui Augufianam confciSoocm compie«unrur. ConfclSo Anglicana
Confeflìo Antiierpieoiìs ConfeCào Argentineniìs. ConfclBo do^Vrinx Saxonicartim
Ecclcfiarum» Synodo Trid. oblata« amto Domini 1551 ConicniìoBdei, de EuebariAis
Sacramento, per Miiiìftros Ecclelìx Saxotucx. Confc&o fvdei Minifirorum
VVitebergeiifium. Confeflìo Miniftronim lefu
CbriHiConft;ffiopizdOu>rinx,qi7Z nomincChriflophori Dncis VVirebergenfo,
&Tcccniis Comitis &:c. fuit propoHia.per legato» eius, die 14. Menfls
laauarii, anno ly/a. coogrc^auoni Conc* Trid. Cpnfcnio rcligionis» feu fidei
ChriAianar facratiffimo Im()eratori Carolo Qpinco » Cxfari AuguAoiin Comttiis
Auguflar anno Domini ijfo. per iegatoteiviracum Argeiuoratt » ConAancix,
I^nmogx - et Lìodagùt >^ib ift».TonumCathechefis^ Ave pnma mflicutio, aut
rudimenia religioni». ChriAianx, KciTraicè, grxcd, latind explicata, Li^duni
Batavoium., ex nflìctna Plantinia^ na, apud Francifciim RachclengiumD Avid
Geotgius ex Delphis*. David Fettcrus Liptìui, vclPfcffinger. David SchcAcr
Dydimus Faventinus^ui eA Melanihchon Dicthclmus Cellarius. DionyHus Melander.
Dommicus Caraminiut. Dominicus Melguitius D Aniel Bodembergius Daniel Hofmanus
Daniel Toffaniis David Chytrzus David Parzus. David Stangius David Thoner.
David VVetterus. David VVithedus. David VVoitus Doiuttts Gotuirus. Durandus de
Baldach Ccrtorum Au£\onim litm prohibìti*. Ami» Monarchia-.. Davidi»
Chytrxl,!iberdeiu«orj-. tate* ccrtitudinc ChriAian* Dtv firinx, ac rationc
dilccndi Thcolt^iam. Dendetii ErafmiRorcrodamì, Colloquio rum liber. Moria»
Lingua, ChriA^ni Matrimooii inAinuio.dc intcrditto «fu carnium » ejufdcm
ParaphrsAs in Matthxum, *1**® a Bernardino Toniitano in Italicam lii^uaro
convcA Cecera vero Opera ipAus, in quibu» de Religione naftat .tandiu prohibiw
fine, quandi u a facultatc Thcologica Panficn. fis ve! LovanicnA» cxpurgaca non
nierinr. Adagia vero ex cditionc, quam molitur Faulus Manuciu», permittenrur.
Interim vcrò,qu®;ainedita funt,cxpuntìi» loci»(ufpeftis,iudicio alicuiu»
facultatisTheologic* Univerfitati» catholic®, vel InquiAtionis alicuju»
Generalipermiicantur ., Davìd de Porais Hibrci, de M^ dico Hxbrco enarrarlo
Apolt^tica»quamdiucmédaca non prodierie. Defideriì Erafmì Rotcrodaim adagia
iampridem edita a Paulo Manutio» pcrmittumur Dialogm Petri Mochii de cmciatu »
exilioque cupidinis. Dialogus Fontani Charon • Pldaci Steli* Commentarla in
Evang^ lium Lue*, m'A fuerint fx ìmprelm ab Anno ij8i Puareni, Liber de S*
EcclcA» min^ms pcrmittitur, Atamcncotrcftus fucrii. Libellm vep6 ei^m adian^us»
ab co for finus £atìu?, cui citulus cft, Pro libcrtatc Ecclclix
Gallicanxadvcrfu» Ro« maium auUm, dclainoPadneons Curi^t Lodovico Xl.CaJlorurn
Regi»quotvt daiDoblaUi oimuno prohibetur « Auflorum incerti nqminis, libri
prohibiti, D BcIaiatoria Jtibihci. Dcececurn Noribci^ctgeUe » odieuro anno
ifajt)cfÌEu\fìo prò Zvinglio. Peienfìo adverius axioma catholicum 1 ideft
criminatiopem Roberti Episcopi Abriacon/컫 Piatc^ adverius loiortecn Edo'um. Dialogì de Mercurio, et
Charonte. Dialogtts de I>o£lrioa CHriRiana. Dialogus Karftans, et
Rcgeilians. Dialogm de mone julii II. Pape, fìve JoJìuh D ialogm Mumarus
Leviathan. Dialo^s obreueonim virorum > ia ^uo rics colloquuntur Tbcologi.
Diali^s Orar. Pooeificis Rornam^Rr illius, qui cRFontiiki a confaflÌDiubus. Diali^s
paradozDs, quo Romani PoocU^ iicisOratort una coq) eo qui cft » flte. Difeorfi fbpra lì fioretti di S. Fraqceico. Digrado
Badenfis. Di^caxio. ^emenfis. BilputacioCrociiccn. eum diiabuiepiftolii.
Bifpucacio inter clericum » Se milicem, Aiper poceftate PoiUcis Eccleftc atqtie
Principibus ternrum corpmjflà • alida fomnium viridatii Dirputacio Lypfica-
inter MoKÙinO). » di Hitroaymum Em(etuiD^ Diìordine della Chieia. Diurnale
Romanum > ìmpreffiim Eogduni > in edibus Filibcni RoUeti » de Bartholomau
Frtat. Do£lrÌna verilStaDa fumpea » a cap. ^ epift- ad Komaoost ut coufolentur
ah fti£)a conl'ricntix*. Doéìrina vctui, de nova-. Dragale locorum communiunh
Due difpuuc. Herfiordiana: Langi » de Nauclerii • Due letrere d’im Cortigiano,
nelle quali fi dimoftra, che la me, ec*.. D e au£^oritace » officio, de
potefta. te Paftorum Écclefiafticocum • Declaratio i nifi corrigatui^làmo V, De
dirciplinit poeronin » re^^ue for. mandts eorum ftudiis, Se morlbus, ac fimul ^
um parencura, quiro pnece^ prorum in eot'dCm, offiao doflomr^ virorum libelli
vccò aurei. De Scripeura CinÀe przftancia, dignitate ». au£Voritacc, &c. De
Chriftianiftimi Regts periculia, de aocaa qoadam, ad Sfiindrare, Pontifici»
Romani licera» monicorùle», Frincofiirci, apudMarcinum LechJeruro DialeOica
Legali», edam ctua nomino Au£lod». Dialogi lucri, fine nomine i^^orì», qui
camen film Sebaftiani Caftalionishérecici ^ Diljpatatio de fcfto Corpori»
CbriiU^ Di^catio de peccato origini», pilpucado de poeni». Difpueatio de
i^iniOerio verbi Dolina /efiiiranim precipua capirà, a do£li» quibuTdam.
Thcole^s retexta folidisrarionibus, ceftitDonùiqoe Ikcrarurn Scriptuearuiq, de
doé^orum vereri» Ecclcfia confiitata. Tomi tre». AU cera editio priore
emendatior, co diapio major, de fub. ci (dem vel parum diverfi» tirnlis, doghine
^fuicica, && Tomu» priiDus, Tomus ^undo», ter J^4 ia /( WfU ù. Eraùsu»
Sarecrius. Erafmu» Snepfiu». Eurititts Corda». Eutycbiua Mion, qui de
Mofculii». Ccc a A P E Admiindu» Hilen Hordevolgiusj vel Nordovolcgius. • •
Edmundas Gdl Anglus. l;dmut>dut Criiidìitts Anglus. EJmundus BunnìQs.
iUgidtus Huntiius. Eichanon Pragenfts. Elias Palmgenim. Enochus Sar^cenos
Gencvcnfis. Efartmis A!bcnn • Erafttis Thomas. ErhardiK Schnepfnn. Kmefhis
Vogciin. Efaias HcinJfihich. Eufcbcus C!eU;rin. Ccrtprum. Auifìorum, Libri
prohibiti Lereenta magica Petri de Abano. Enchiridioo doCtrinrChri- ) • Ibnx
ConciiiiColoitieniis.) Enchirrdion loilitis Chriilianxi) aiiflore Ioanne lufto
Lanfper>) purgengioifcu Hne nomine auflorìs,) tur. iinpre/bm Comphiu. )
Epitome omniutn opcrnm D. Aurclii I AugulUni • per loannem Pifeatortm » jllx
(|iie itnpreft« fune per loannem Crirpmunti. »i Euicbii Candidi, ptaefus
Lu£kiflcx mortis. Examen ordinandorum lounnis Feri » . oili Ht ex impreffis ab.
anno. Auftorum incerti nomlnis, libri prohibiti.. Lcmenra Chrìiliana, ad
inAititcndos pucros. Enarraiiones Epiflo!arufn)& Evangcliormn • Enchiridion
CriAianirmi. Enchiridion piarum prccaeìoitaro. * y Epigrammatum ChriArana (e^x
» (ibii duo^x varìisChriAianis Poecis dccci^nrff EpìAola Apoloccrica ad
ftneerioresChriAiaiu'rmi k^atores,pcr PhrjAam 0 riencaicm, &c. EpiAola
ChriAiaru» de Cona Domini. EpiAoIa dircela ad Paupcrem, Se Mendicam Ecclenam
Lucheranam. ' EpìAola de non A^«oAoloci» qiiorundam moribus, qui in ApoAoloruin
fe, Sic, Spinola de XlagiAris Lovanienilbus. EpiAo?^ MinìAri cu)ufdam Verbi
Dei»ds EcclcAx clavibuS} SacrametKÌs, vcraque MiniArorum Spirims clc£Iiooe.
Epiftelz piz> et ChriAianz. EpiltoUi et Przfatio in Decalogura. EpìAola
SanOo Ulrico adferipea in EpiAolam ad Thimothzuin Commentaria. Epitome Belli
PapiAarum contraGermoniam, atquc Patriam ipfam» Czfare Carolo Qiiimo Duce.
Epitome Dccem Przcepromm, pront qitcmqucChriAianumcognoicere decec. Epitome
EcclcAz rcnovarz. Epitome RefponAonis ad Martinum Lorhcnim. Efdrz lamcntariones
Petri. Eipofìzìone dell'Orazione del Signore in volgare » compoAa per un Pa^ s
non nominato. Evangciicz Conciones. Evangelium ztcrnum Evangclium Pafalli.
Exameron Dei opus^ Expofìtio Sympoli ApoAolorum t Orationis Dominicz, et
Przeeptorum» E Legìz aliquocs de morte Conjugis, Si libcrorum» quz fune
loahnisPiAorii Hzretici. Eqchiridion Man gale s Romz exciiAum » apud Thomam
Membronium ( ut qui• dem apparet in Fixmtifpitio ) tic vero in calce legirnry
Trccis» nbì cimi libnrm excuoerat Francifciis TrumcAii. Enchiridion parvi
Catcchifmi, Ioannis Brentii in Colloquia rcda£Iuin. Enchiridion aliiid} piarum
przeationum, cum Kalendario, et Paflìonali ( ut vocattir ) VVircrbcrgz, apud
loannem LuA. anno trip. Eyichiridion Principis, A MagiAratus ChriAtanì, quod
referrur ad Pctrum Egidium» Sl Comelium Scribonìum. Epigrammatum Flores, nifi
corrigantur. EipiAoIa confolaroria ad Reverc'ndos Se graviffitnos Thcologos.
EpiAola LiKÌfcri ad malos Principe», CbHAianns, > • BpiAokc cpnfolatoriz,
collcfìz per Cyrlacum Spangcnbetgium. EpiAolz Obfcurorom Virornm. Epitome
Chronicorum,. et HiAoriarum Mundi, Velftt Index primz, et fecimdz impreflìonis,
in quo fimt impref• fz, atque figiìratz Imperatorun^ Ìm«gincs. Epitome
Figvrarum Sacrz Scripmrz. Epiiomatz HiAoriz de Bello Religionis Epitome Hiilorànim
Sacrarum, et lo* Frìderìcus a Than. corum communium. Fridolinus Broiubach* t
Ethiex ChriAianx Libri cres > .in ^ui- Fridolinus Lindovems. biis &c.
Evangelium Lzcum, Regni Nundum» Excerpta quzdam capita ex Scrrpturis) omnibus
lidelibus neccffaria. Exempla Virmeum. Vicionim. Excmplarium Sanf^x Fidxi
Cacholicx» quocunque idiomare> impTetTum. Excmplonim variortnn liber»
dcApoAoiis, et Marryribus» Hve feorrum » fìve conjundtus catalogo. S. Hieroayim
de EcclefiafticM ^riptoribta • Bxcrciratìo Vitx Spirhualis .) Explicacio
Symboii pcrDia* Ic^os. ) Explicatio Primi.Tcrtii.Qoar- tii j^Q^iinti cap.A^.
Aj-oft. ) Sine noExpofìtio SccunJx EpiilolXy) mine au*D. Ferri» 5c ludz. ),
£^oram»&: Expo/ìiio nominUIefatiinta) quocummentem Hcbrzornm,Caba>) quc
ìdioli(Urum»Grzcorumi ChaU) mare inadzorum, Perfarum, et La-) prcffatinorum ^
). Expo/ìtio fuper Cantica Can- ) ticoruin ^lomonis. ), tm •Expofitio in
Epifìolas» Paoli ad RomaDOS, et ad Galatas» cujus Przfatioirl Epiftolani
adRomanoi incipit; Variai narrationei » 6(C. Et in expoikiooe prU mi Cap. ad
Rocnanos» cuhM inicium cft. Qnum ficatus ApoRoles Romanis fcm>crc
inAituiffet» Sic. 4aoT^>- ' i F .Abricius Opiro VVOIf^ngus: 'Fabritius
Montanus. Felle lanus de Civitclla. Felix Mallcolus Tigurinus. Felix Manfius. Firmianus Clorus,
qxi et Viretiis.» Francifeus Betttts. ' XJ Francircus Burgardi. Francifeus
Cotta. LembiBgiBs*^ Francilcus Enzinas. • T Fraiicilcus Kolbius. f - i-qlw
Fiancifcus Lambertus» Francifeus Lamperti • Francifeus Lifmaniniis. : -O - %
Francìieps Niger Baitanenfis. FrancHl^ Portiis Grxclti» ' Francifcib Stancarus.
Fridcricus^a^irtheim. Fridericus Fridericus Mycoiriw» F AuAtn Souinust Filli
Pal}or io AuAria. Fiiis PaAor HtlberAadknAs» vet HalberAatcnfis. Forrunanis
Creliius* 1 Francifei Zabarcllz. Liber de SchiTmate ) ai^» cjmtd^ P»£auQoei» '
Aigennrnrdfripvefie.'donecexpurgeaciir. Friderici FruoAì tra£Vatns de Orattooc,
de juAincacione, de Fide, Se Openbtu* Se prefatioin EpiAolao) S&oiOi Paiiii
adRomanos,qui umen falsò creditur adferiptu». 1 Friderici Furi! CcriuUni Valentia! &>nonia;
ftve de libris facris» in verna*k Tcniam Unguam convcrccndis. a 1 ... 1
..L-ysril. J rA« r . /Ótiv''- '••r' 1 xÌìjM F Abricii» Liber o^aoBs
£piftolftiBmad Fridericom Naufeam» qui cA Roberti a MofliaWv t Farrago
Poemacum, LeodegariiaQuercu. Fiorei IQRoriarum» per Ma^•0 monia mondi t et
Problema- ) ta Sacrar Scrìptiuar « Fr^ncifei Gicciardini, Hiftorta ) larinè
recita per Coeliìim ) dooec iècundum Curiooero* > expar Franciki Irenici*
Endingiacen- ) gcntufCs Gcmnanjar. Exqgereos* vo*lamina duodecim. ) Francifei
Polvngrani aftrtio. ) nes quonujurs Ecdrlìae dog- matum. X francifei Patritii
Nova de Vniverfi» phi* ]o(bphia*nifì fueric ab Au^Iore correÙXt 9t Rema cum
approbaciòne R« Sacri PaUcii Auftoium incerti nominis, Libri ptohibiti F ^mgo
C^cordantiamm inngbiaiQ;. (o^iut. Biblia • Faìctcttlt» RerufD.expetcndaniiQ*^^
iugiendamm-. Forma delle Orazioni Ecclefoftiche .. ed il traodo di
ammiiiiflrare i Sacrameocic di celebrare il Santo MatrimonioÀu£Ior credkuz efle
Calvinm. Francilci No^nu. apparicio» Fandamóncuni malòruiBi de booomm o>.
pcrum. F .KrcìaiUw Mirra, Ccnevx imprei^. fu». Pidei.l^l^ftianz c^icF*
conerapa^ F^S» i^rvi fubiiw inKyefr ren^ponfo, una curo crroruin et
eahtmniaruin .. Flore» epigramma-) turo* Flore» Romani ) Flores San£bocum..).ubieanq>*&
^aacwnÉkVe» VinunvD. ) qne lingua imprelG» Foni Vit*. > donec coKigantur.
Formala MifTx Unitebergenfis. Formule Precaro *. feo agenda * aat Of. fteia
Hanecieomm* Olona » ^uacanqitc ; lingua confcripea .G Alalitts Zwmglit * defenfor
» vcl Nicolaos Galalìus * Olivini defenfor. Gafpar Brurchias Egranua Carpar
Charreras. Gafpar Cruciger. Galjpar Grctteris Galrar Hedio Galpar Heldelinus.
Gaf^r Kubertinus. Gafpar Megander TigurillDS^ Gafpar Rodulphìus. Gafpar
Swcacfcldius « Geòrgia» £milius MansfeIdeoNotgreiui»v Gorcìniamit Gregoan»
Brnck Gregorìu» Cafelius*. Gregofius Giraldo»* 2{an ìilc Ptrrsntff^ ^ dlcìUIT
LÌfÌHS. Grinsn» Sinv^. Gualieriu» Tignino» Gulieloui» AurifcxGuliclmo» Guaphxu»
Hagien-, Gulìelmu» Pofttllu»»Barenrorio$-. Giilic'mu» Sartori». Guliclmu»
Tayloii», Angla»., Gu'Krou» Tin^lus. Aa G Afpir Adeler.. Ga^r Braummilkr-.
Gal^r Elogia». Ga^r Eurioacbea *. vel Eurymschnra^. Garoar Faber. Olroir
Gooderoan.^ Garoar Canea. Gi^r Gómbe^ias. Galpar M^cer* vel Micras.. GalMi
MetUlnder. Gawt Morthvru» SemansildenB» ^ Oal^K Olevianu». Gafpar Peucerus
Budifiìniu. Gafpar Scolihagios Gafpar Taoberu» Gcorgtus Autumnu». Gcorgius
Blaruirara* vel Blao^acrajGeorgius Brin fìve Novipiagijs ^ Germanus Peyer.
Gothardus, qui et Cpnradtv Gregorius Paoli. Cr^orms Pcrlidus LubcqepTis»
Gregorius Voerier. Gulicimus Barloupe. 1 Guliclmus Bidembachius., Gulielmus
Charcus.. Cutielmus Cpius Gulielmus Fuhureìus» vef Paquerius • Gulielmus
Fulcus. Guliclmus Htcron. Guliclmus BÒdigiius yaiTw* -Guliclmus Sarccrius» Gulielmus
Turacrus. t Gulielmus Tumerus*, ^ Gulielmus Vdalus Gulielmus VvitakeAs. ^ 4
Culiclnius Vvidephus Gulielmus Vvirte» Gidielmui YvictinganDua.. Gulicltous
Kilandcr. . •. t..,. ..H, :.Certorum Auflorum, Libri prohibici. G Aufridi de
Monte cicalo, Ti*Oa« rus fupea materia Coocilii Balilcenf)s« Georgi CafTandri»
Hymni EccIefialUci. Gracia Dei de Monte Satino, Epiilolc pix, Se Chrillian*. Gripbit
Pr^cationes Dominici. Gutielmi Occhamit^snonagintadierum. Icem Dial(^i • et
Icripia omnia, coocra Joannem Vigcftmum iecundum. G Afparis Caballini Tra é\atuscommercioniro, )
&ufuraru I reddituum- ) que pecunia conftiimomm, j Se monetarum. E;ofdcm
traftatus deeoqoad ) nifi ctnciiintereft. Etdedividuo» Se ) decur. individuo ;
qua onenes font ) ' Caroli Molinai morato ) tantum aufìoris nomipe. ), {
Gaijparii Scibitni Corqpadia. •• i, i Caudentii Mrrulc, MemorabiUm» lij^s nifi emeodetur# ^ Georgi!
Nicrini Concioocs. j Georgii Viaorii Poemau. Gulieìmi Grattarolc opeaa 1
quasidiu mendaca non prodierint. . i l't Auftorum incerti nominis, Libri
prohibiti. G Eographia UmVef/àlii. Gerreanicae Nationii Lamenti^tù^ fws,
Giuditio (opra le Lettere di tredici Uo, mini ftampate il qual fi cooofee eficr
del Vergerio G Hnefis cum Catholica expofitiooe . Ecclefiafiica. Geofnaneic
libri omnes • Gefta Komanorum. GloiTa Ordinaria Genevenfis « Gioite ordìnariz
rpccirneo.. Craiianus Anrijefoita, ìdefi cai^num ei feripeis Au£lorum
Theologonun, a Gradano in ilfod volumcn ( quod Docrenim af^llatur) collcflorum,
&doftrin* /cmitiec ex .vadis.. iftius nuper fefì* MaKologdmiQ fcriptii
-fxo^ pw * collacie I 4 quodato vericatii ;tEofo inftituta, Se ounc priiman m
l^eip edita Trancifci Gcoi^ii Vcacti,Har- monia oiundti et Probicma- ) ta Sacre
Scriptarx. Francifei Gicciardint, Hiftorìa htinè réddita per Coelium ) dooec
fecundum Cortonem. > expar } gcntuf(n Germantz, Ex^efeos* vo-) hiiDÌna
duodecim» ) Franeifci PoJvngrani afRrrdo» ) oe$ macum. Francifei Patritii Nova de Vniverfi»phi' lorophia,
nifi fueric ab Auflore corredi, Se Rems cum approbacione R« Magiari Sacri
Palatii imprefla. Auftorum incerti nominis, Ubii pfghibin Arrago OM^dantiamm
inng&iaiB; todus. Bibliz. Fakic^iK Reru{D eKpetcndanmi>a( fugiendanim..
Forma delle Orazioni RceUfoRiehe ..ed il modo di ammjniftrare i Sacramentie; di
celebrare il Santo Matrimoi^'o *, Àu^Ior creditus eflè Calvioos. Franci/ci
Noibima tpparitio. Fondamencure maloruis* et bonoEum o«. pcrum. ’ A.PPENDIX.
Afcieuliia Mirre, Gene^ imprtft. fus. Fidei/^^Uanz capita-, coovaPa F^dSit
fervi fubdito infidcli mnfpónÉó una CIMO erronun &calumDÌar«Dnjuaaundam
examine, cjuz conrinentur. in feptera libris, de vifìbiti EccleTix Monarchia,
a. Nicolio> Sandero conferìpta>«. Flore» Epigramma-) tnm. ) Flores Romani
) Flores San£kotucn. }-ubi donco corrìgantur. Fonnyla Miflie Unhebergcnfis.
FormulK Precnm %. fen agenda, aat («» ^ dicitur tUiusCnnxu» Simot}. Guaherius
Tigminus» Culielnuis Aurifex. Gultelmos Ouaphea» HagienGolielmus
PoftelUis,Bareotoria»^ Galic^mus Sartori». Gulichno» Taylous, Anglus.. Goliemu» Tinoalus G .Afpar
Adeler. Ga^r Braammiller*. Galpar Elogio». Gaipar EuriouclKa i. vcl
Euryoachxra... Ga(^ Faber. Gal^r GondelBaa^. Ga^r Ganez. Ga^r GòmbtrgittsGalpar
Màccr, vcl Macrus.. Gafpac Melilander. Gamac MottKzru» ScmaJkaldenfi» ^ Gal^c
Olevianus. Gafpar Peucerus Budi/Bnus. Gafpar Siolshagius Gafpar Taoberos
Gcorgfus Aurumnus. Gcorgiin Blandran, ve! BJaotUtrai. Gcorgìiu Brinderus.
Gcorgius Bochanani^s Scotus Ctorgitis Ca(fander Bru§enn$f fìve Veranius UodeAus
Pacitnomaout. Gcorgius Codonigs. Gcorgiuf CooftantÌDUs Aoglus. Gcorgius David.
Gcorgius Dieterichus. Gcorgius EboufT Gcorgius Eckarc. Georgius Edclmai\n
Gcorgius Fladorius. Qcofgius Grynaut Bo 4 icetius Gcorgius Hanfcldt. Gcorgius
Hcnninges. Gcorgius Toye ^diòrdicons Gcorgius Kupelich. Gcorgius Lyàeoiua
Gcorgius Mcckart, Gcorgius Mylius. Gcorgius Niger. Gcorgius Nigrtnus Gcorgius
Princeps Aiultioos. Gcorgius Raudat • Gcorgius Schmàlczing « Gcorgius Scholrz.
Gcorgius Shoo. Gcorgius Silbcrfchalg. Gcorgius Sohnius. Gcorgius Spintleru).
Gcorgius Tilenus. Gcorgius Vvatihenu. Gcrardus Ncomagus « live NovimagHt s
Gcrroanus Peyer. Gothardust qui et Cptiradoi. Gregorius Pauli. Cx^oritts
PcrUrius LubeqciiBsGregorius Voerfer. Culicimns Barloupe. Gulicloius
Bidcmbachius Guliclmus Charcus. Culielpius CqIus. Guliclmus Fuhurcius» vcl'
FuqueriuiGuliclmus fukus.. j Guliclmus Hìcron. ^ ' Guliclmus Bódiigmts |lafini.
Guliclmus Sarccrins. Guiielmus Turaems. T T Gulieitnm Tumerus GiiUclmus Vdalus.
Gulicloius VvùakcAs. ^. -! Guiielmus Vvidephus Guliclmus Vvitre. Gidieimm
Vvirringamus» Gulielmtis Kilandcr. ' t . I. '.’H. Certorum Auflorum, Libri
prohibiti. G Aufridi de Monte cleflo t TnlOacus fupsi saarcria Concilii
BafiIccnHc • Georgi CaiTandri, Hymni Eccleftaftici. Gratia Dei de Monte San£ko,
EpiftolpiaCt ^ Chrillianx. Gripbii Prfcationes Dominica Gulielmi Occhimi 8c
(cripta omnia, coiKra Joannem Vigeiimum Cccuodum G Afparis Caballini Tractatus
commerciomm, &ufurarù, reddituum- ) que pecunia conftieuionun, et
monctarum. ) BiuTdem traf^atus deeoqnod > niii ciixih incercA. Etdedividuo,
et ) dotar • individuo i qua orsnes Àiot } Caroli Molinzi mutato ) tantum
au£lorisnon)io«. J { Gafpatis Stiblini Coropaedia. 1. ! Caudeniii Mcfultr»
McmorabilioiD lihó>s nifi emenderur.. ^
Ceorgii Nigrini Conciqnea, ..a Georgii Vi^orii Poeinata. Gulielmi Grattarolc
opeaa quamdiu emendaca non prodierinc- ;; -t .0:,' ‘d Au£Vorum incerti nominis,
Libri prohjbiti. ' Eographia Univetralis. Germanicx Nacionii Lamentaciqs ncs •
., Giuditio (opra le Lettere di tredici Uor mini Aampace l’anno M- D. L. V. il
qual fi conofee cfTcr del Vergerio G Enefis cnm Catholica eapofitiooc .
EcclcfiaAica. Geopiantia libri omnes GcAa Romanorum. GloiTa Ordinaria
Geneyenfis. ^ Gioita ordinaria (pccimea. Cratianus AnriJeliiica, tdefi canonum
ei Ccriptis Au^orum Thcologorum, a Graciano in illud volumcn (quodD^cretuffl
appcllatur) co1lc£k)rum, et dottrina Jelmtica ex .vaxiis/ iAius nuper fe£ù
Ma^logòmm rcripciifKc^ pta, coUatio, a quodam veritatft^. «boto inAituta et muw
pnimiin Tb bice^ edita. H H Adrumu Junius. Harrminnas Beyer >. ^ HarcmAimas
PaUcinus h C. Hebcrns. Hedio Cafpar. Heitas» vel Helin* Eobanas Heflns., Helìas
Pandochcus» Henricin Lapulu». Henricus Pancatcon. Henricus Scoms. Henricns
Srollit». Henricus Surphanus. Henricus Vvelf^ii» Lingcn«, Henricus Uringenis. Hermanus Bodiiit. Herroanus
Bonnus. Hermamu Burchiut Pa^hilm*^ Hermanus Heflùs Hermanus Itali». Hermanus
Kìdvuch. Hcrmama Luiciis. ^ Hetxenis. Hicrooymus Baflanns. Gicroi\^^s Cam
PHaurio)*, Kieronyraus Galatharus ., Hieionymus'Kiuf(hcrv ' Hieronymus Mar*u»:
Hleron^jus Maiurius* % Hicronymus de Praga, i\ J Hicronymos Sabir de $ai\flo
Gallp,, Hieronymu} Savonen. Hieronjmius Schiurptf. ‘ Hitronjmius Vicellerms
Friburgeii.. Hieronymus Viiolphigs» Hiob Gaft. ' A Hippinus. Hortenfis
Tranquiftos, aliis Hicremias^. aliis Landus.,, Hugo Latimcrus. Hudricus
Bnchau/lius. HulJrici» Htmenoi, five de Uttcn.. ' Hnldricns Mutins
Hiiguraldus.. Huldricus Zvvingiltis Toggius H Mlerus Barcholdiis. Hamefus
Godoffredos. Harrmannus Scopenis, Novofefenfis. ^pricus. Hclias Ho^en9 Helias
Palingcnius Helìas Scadzus. Hetningius NicohttS4 Henricus Boethios Henricus
Brinkelous » ^ eiUtt fiorar Ab nmiiu BfldtrUi Morfii» Henricus Ètfbrhen» vcl
ESordenHenricus Enberg. Henrù;us Harcopcnt. Henricus Hufanus. Henricus Mylius.^
Henricus Modec Henricus Mollerov, Henricus Nicolata, five ìibri mrat n-
fitfutlHenricus Petreus^ Henricus Rhodut, vel Rodnu Henricus Senenlìs. Henricus
Stbenius Mimderpi Henricus Scephanos. Henricus Tbylo. Henricus Tbolofanus ..
Menricus VVolphins. Hermanus Pigofus Hemunns Hamehnannus,. Hermanus Pacilkus. •
Hieremias BaiUi^ius. Uierooymus Hambol^us, vel Hauboldus Ratisbonenfis.
Ijieronyinus Hennit^s*^ Hieronymus Maocelius. Hieronymus Panchus. Hieronymus
PcrUhrìss. Hieronymus Pumekius. Hieronymus Valler. Hicronymu» Vchus Hieronymus
Vuatenis. Hieronymus VuihlcmbergiusAurimÓtanDs, Hieronymus Zanchius vel
Pancus.. Himmanucl TremcMus. Hovardps. Hugo Hugaldus. Hugo Sureaov cognomine
Rodere.. Ccrtorum Auftorum, Libn ptobibiti. H Enrìci Bebcblii JuRiagen/ts,
Facc« liz, ioRicucìo pucrorum, (cium« phus Vcncris. Hlcronymi Gebiulcri,
liberdefacrilcgio4 item exhortacio ad lacram Comma» nionem. * ' Hicrooymi Melfi
Pifcn r fi i s, Proverbia^ et Prognoliica. ’ Hicronymi Savonarola Fcrraricnih
Sermones, qui olim in Romano Indice prohibiti mere, noo leganmr* donec iuitu
;uxra cenTuraf Tacrum Dcpiicacorum cmencUri prcJcanr, et funr hi. In cxodum
fermo primuj tncipicns Dornine (]uid mu1tip(icati, &c. Ircm S •u’s
Chriftìani. Ha-iriau' l>am nacGandavcnl^s liber iftfcripms Imnerii ac
Sacerdoeii ornacus. DiverCaram itemgentiuin peculiaris veftitus, cure
Commcncarìolo Cocfanim, Pontifìcum, ac Sacerdotum. Henrici Decimarons
Gifiìiomenns, fylva voeabuforum, A phralìum, cum folucx, rum ligai« oracionis,
dee. t)i rum, permittìcur. Henrici Harphii Theologia millica, nifi repurcata
fuerìc ad exemplar illius, quz mie impretfa Romx anno Domini Hieronymi Serrz
Lutheranorum Se£lz in fcrvumarbirrium liber, nifi prius, corrigacur, 1 Hiftoriz
Magdeburgicz '^ab lllyrico, et complicibus coaccrvatz. Hifiona de Schifmare
Theodorici Nemienfis. Huldarìco Epifeopo Anguftano epifiola adfirripta,
adverfu^ Nicolaum Papam. Hyporypofeon Martini Martinet Canupecrenfis liber,
nifi fucrint ex impreffis Auflorum, incetti nominis, Libri prohibiti. Enfici
Quarti Ofaris vitaHifioriade Germanoniro orìgine. Hilloriadc iis quzjnanni HuÌT.in in Conftanricnii
Concilio everte ntnt. HiAoria demone Joannis Daaii Hifpani » quem fratcr ejus
germanus incer;ccic H iEbrea,Chaldzai 8c Latina i-'terprecario Bibliornm, cum
Indice Robenì Stephaui « Hetvecìz graculatioad Gal'iam, dcHenricohujui noiDÌnis
Orario Galluruaa, et Navarrz Rege. Hcidelbergeiifis jTheologia, de Cotoa Domìni
• Hilloriarum, 8c Chroniconim Epitome, velut ludex ufque ad annum {4.
Hilloriarum > et Chronìcorum cocius, mundi, Epitome, imprelT. Bafilcz.
HìAoria Belgica HiAoria Cermaniz, Fran- I cofurti edita. ) donec ex Hilloria
Graciz, nuper odi- ) purgeoturta. ) HIAoria Scotorum, nuper ) edita. ) Hiftoria
HulCtarum. ) HiAoria vera, de rebus Martini Buceri, PauH Fagli A Chatcrinz
Vermilyz, Petti Mar(iri>Uxorì$, vcl rubaliotitulo Hidoria de vira, obicu, et
icpulrura, &c. Martini Buceri, A Paul! Fagli, qua intra annos duodccim tn
Angliz Regno accidie. Ddd Hortulus aniipi, ni/i corrigamr. Hortnhis Pa/Eonii in
ara Aitarti fiori dus. loanncs Coman«fcr» Ioanncs Colmius. Hjrdroniinti* artis.
Opera omnia J Acoou! Bcdrotuj, Pludcntinusla^bui a Burgundia, Hit Acropolica
loanncs Hcrvagius. loanncs HefFus. loanncs Homburgius. loanncs Hopcrus, Anghis.
loanncs Holpinianas, Sceinamis loanncs Hofl. loanncs Huichinus. loanncs HulT.
loanncs Huflcrus. loanncs HuccìcHìuSé loanncs de Indagine» 7^"« ioannes
ZuicKius. ' lobGeft. 3 : Joannes Avicioi lodocbot Coch, fivc Cocusj mi et /«k J
vel Co» CUI. luftus MenioS} Kènacen» Acobus Acoocius. lacobus Anetius» vel
Aenetios. lacobus Andre». lacobus Andreas ShihìdellinoS} vel lacobus
Shmìddiinuse lacobus Arrifonlacobus* Brocardus. lacobus BninicenCs. lacobus
Cornerns. lacobus Eifcmbcrglacobus Frindaogus. lacobus Grynsus. lacobus
Heerbrandus. lacobus lufti. lacobus Kiincndociusolacobus Koich. lacobus Linfìor.
lacobus LachKem. - lacobus Palieologiis. lacobus Pcregrinus. lacobus Ruogius. .
lacobus Scoppenis. j lacobus Sobius. lercmias Piflorius. lercmias Horabergcrlui
I loanncs Acrocianus. ” Ioannes Avenarius, vel Habermarm. i Ioannes Avicinius^
loduchus, yvUlichiut. lonai, qui. ^/Jpdochu^Coojs^ lonat Philologtti. Tm» li
Ioannes Belizìus • Ioannes Bocenis, Li^ccnfìs. Ioannes BortAyus. loaooes
Bradibrdui. Digitized by Google 39 Ulajcnis. loanncs Crifpinus. loanncs
Cronerus, vd Crumerm^ loanncs Cimo. loanncs Darriiis. * loanncs DauTus, vd
Douiar Ioannes Fcidc. Ioannes Fcrinarius^ loanncs Filpotus. loanncs Gallits «•
loanncs Garczus.^ Joanucs Gamcrìus» loanncs Gcorgius CodelmaniA •• loanncs
Griffin. loanncs Gtilicimus Soickiosf Tigutinus.loanncs Harrungus. loanncs Hctlcricus.
loanncs Hedierus. loanncs Hcidcnreich. Ioannes Hcrzbcrg., loanncs Hugo. loanncs
lac^us Gryn«|U. Ioannes lederusi Scaphufiinus# loanncs Irenxus. ioannes Index.
Ioannes Ivellust Angltis^ Joannes Kenerus tamdiu prohibira iìnr » quamdiu ab
alicuius Untvxrfìcatis catholtoE facaltatc Theolc^ìca» vel ju infetìptas
Imperatonim • tc CTfantm vita, cum imaginibus ad vivam effigìem exprefn$y donec
corrigatur. Ioannis Fabriciì Montani» Pocmacom ber» Ioannis Cerrophìi >
Recriminacio adverfus Eduardum Lzum Ai)gium. ^ Ioannis Lubicenits » de
Antichrifti adventu » et de Media lud^onrm. - ^ Ioannis Pici Carthadenfìs >
Para|dirafes » et Annotatioocs in Pfalmos» Ioannis Reuchlini» rpeculum oculare
» de verbo mirifico» ars Cabalidica» Ioannis Soccri liber » iive epigrammata »
ex variis auAoribus collcaa v Ioannis Surei » de rerribili excidio
Hierofolyrnirarum. Ioannis Vnnfchelbui^enl>s > de fìgnis et miracttlis
falfìs » et de fupcrftionibus. lalianiCoIen» de cercirodine grati» Dei» et
làlucis Dodr» craélaius» J Acobi a Burgnndia > Apologia ad Carolum Cxiarem.
lacobi Scbecii liber» de una perfona^ Se duabus naenris in Chrifto • lannoccius
de Mannectis Florencinos d^ digoicace, et cxcellencia hominis, doneC emendemr.
Ioachimus fuper citulum iT. de ;are;urande. Ioannis Baptid» Folengii CommencarU
fuper Epidolas Canonicas San£fi Pem> Se San^i lacobi, Se fuper primaiq
Epiftolam Sanali Ioannis. Ioannis Bodini Andegavenfìs » Demonomauia omnit»
prohibetur, Liber vero de Uvfntblica, A: Methodus ad fecileni liiftoriarum
cc^nirionern, randiu prohibita finr, qnoufiijuc ab Anafore exporgata, cum
appiobatione Magiflri Sacri Palatii piodicn'nt. Ioannis Cafì Splixra Civita- )
tis, hoc elt Rctpubltc» ) rciVc T ac pie fccundu-u ) Icgcs adminidntnd» ratio-
) Ioannis Corafìi 'liber, de ) donec emennniverfa brardotum ma- ) dentar,
teria. ; i--. ) Ioannis Drudi opera. ) Ioannis Feri opera omnia. ) Excipittnmr
tancn, cjufileii) Feri, Annotationes » Se Coromentaria in S. Macih»i, Se S*
Ioannis Evaiuclia, ac in ejufdem S. Ioannis Epimlain primam, Rom» recognica, et
iropreda. loanni Fifeherìo liber (liso adferiptus, de fiducia I Se mifericorJia
Dei. Ioannis Forfleri, Difiiona-) rmm hxbraìcum. ) Ioannis Lalamancii Medici,)
exrerarum fere omoiom, ) Se przeipuarnm gcntinm») nifi corrianni rario, de cum
Ro* > gantur. mano collatio. Ioannis Mahufii Aldemadenn.) Epitome
annocationam E- ) rafmi in novum teflamen- ) cum. ) Ioannis Mattkci Tofeani »
Pfalmi Davidis. Ioannis Mevìxatit Afteofìs. I. C* Silva nuptialis, donec
emendecur, Ioannis Pauli Donati libeOus de refervacione cafuum. Ioannis
Peregrini Pcrroreilani, liber convivilium iennonum ., Ioannis de Roa, de Avila,
Apologia de iuribas principalibus, defendeous, et raoderandis jnhè. Ioannis
Rutbeni, r^l» lo-) coronsioomiinimum utriuf^i) leflanenti. } Ioannis ScapuI» »
Lexicon ) nifi corriGrxcolatinum. ) gantor. Ioannis Scbenekdevuini fuper)
Inftit* Commentaria, feu) annotationes. ) Ioannis Wierii Medici, libri qutnque
de przfiigiìs damonuro, incancationibus, Se vencficiis. lulii Cafaris Scaligeri
>Coin- ) mentarii in Theophrafhim,) donec e--' et Poemaca. > roendétur.
lofeph Scaligeri liber de e-) mendatiooe cemporuro. ) luliani Tabaocii de
quadrimlici Monarchia. Inlii Ccifiì (Xrj/iV) vera» Chrifiùmaque Philofophia
comprobatoris » a^oe emuli, quinq; Antichrìfii do^rinamfe^uirar per
contenrionena, compari, uocemqoe deferiptio. Incer Librorum Incertomm Auftorum,
Ubri prohibiu I Mperatorumi 8c CxtaruiQ- vit». Jndru^io vi/ìutiofiis Sayonicz.
Intcrpreurio oomiuam Cbaldxomm. lorrodu^io pucrorum, lulii» Dùlogus, aliis AqU.
Jnc?rtorum Auflorum, ^^brl prohibiù. K Alcndaria omnia ab hxreticìs. con»
fleéU, io quibus aomioa hxrctico^ rum poountur. I Magitiet CDortis > cum
roedkìM ini« IT)X. Index biblicMom imprefi» Colonie, icv edibcu Qgenteliaais «
Index re rum omnium» qnz in novp« ac veccri ccftarDcnco habetunr
locupleti!fimus» no» cum hebrxorum» duldeo turni, ac loUDoruizi nominom
incerprclatiottCì &c. Vencuis ad figoom fpei. Index utriufque ceftamenti *
penè fimilis Indici Bibiiomm Roberti Scephani. InAinici.ones Graromatke > et
aliarono Artium, niil repu^nens » Infticncio Principù. loAiturio religionis
ChriRiancj impreilà Vvitebergz» an. InAruflio, qua vitam zcemaHi obeinebU mu|.
Introducilo admirabilium antiqua > 9c moderna • feu Apologia iicla prò
Herodotoi anno ludicium t et Cenfura Eedefianun pti»rum » de dogmatc » in
quibuldam Provjneiis Septentrionalibus» coopta taodam. Trinitaictu..
Pomeranus*. Leo ludai Leooandus Culman Leonardus Fuchfius. Leonardus lacobuti
Norchu!iaout Leonardo» Srrobin. Leopoldo» Dickius» Lolla rdus. Luca» Lofllu»
Luca» Chrotek » feu Schrotcyfen * Rtibeaqueniì». Lucim HaCIeneusi vel Hedcctus
Lucius Pifxus. Ludovico»» ab EbcrAain*; t Ludovico» HcAzer « Lutheru».
Lyfmaninus. L Ambertu» Daoxus% Laooicu» AnxiAurmiu» oeck. a Sturine Laurentius
Codmann Laurentius Ludovico» > LeobocgcAn$ Leonardus PelUcanus» RubeaqutnA$A
Leonardus Schveiglinus.. Leonardus Stockclius. LcfOnardus VVannundus»,
Leonardus Werner Lucas BackmeiAents LuneburgeunsLuca» Mainus Luca» Ofiander
Lucas Steenbcr^i;) Moraws*. Ludo I Ludovicm BcrqQtnQS. Ludovicus Evans.
Ludovictis Helmboldus. Ludovicus LevachcniS} vd LavatcriusLudovicus Kabus.
Ludovicus Villebois. Certcum Au£lorum, Libri prohibiti. Aorcntii Vili* in
fcilCi Jolutione Conftantmì. Itcm de libero arbitrio. Ircm de voluptate Lclil
Capilupì, Cento ex Virgilio non nifi cKpur 4 »aiit$ Icgutur Lue* flcctinì libcr
infcripttis, Oracolo della rcnovationc della CUiefa. Luciani Mantuani >
annotationes in Cor^ menrum. 1>. Joannis Chryfoftomi in Epillolam ad
Romanos. Luciani Samolatcnfis, Dialogì, videlicct, mors Peregrini* et
Philopatris. •Ludovici* feu Z.aonici Cbalcondylc Aihenien.de origine* et rebus
geflis Turcarum, libri dccem » Conrado Cl^nerio interprece, cum annorarionibus.
Lodovici Pultii, Focmaca, ncmpc,Od*, Sonetti, Canzoni. L Anrentii Vali*,
annotatione» in novum Tefiamcnium * òc Ubcr de pcrfoiu centra fioechium, nfTì
corrigantur Laus Matrimonii, et congcftìo bonarum mulienim ex diverfis
biftoriis, M. Perri Lefvandcrt. Lclii Capilupi Ccntoncs ex Virgilio, Roinz anno
Domini 1590. iropreif*, |)crmittuntur. Levinii Lemnii Medici Zi- ) rizei *
occulta nacur* mi* ) donec exraciila. ) purgentur. Lexicon S monis Schardii. )
Ludovici fiorbonii, Priocipis Condxi liter Ludovici Carvajalì. Dulcora- } tio
amarulcntiarnm Eraf- > nifi prius mie* refponfionw, ad A- ) repurgeapologiam
ejafdem Ludo- ) tur. vici Carvajali. Ludovici Caftelvecrii » ope- ) ra omnia. )
Ludovici Impetacoris nomine liber fi£ìu$» contra facras imagines. Ludovici Vivo
Valcmini, annmationct in $. Augufiinum, nifi expurgentur. ineertorum Auflorum,
Libri prohibiti. Amentationes Petti, aufiorcs Efdra. Lamentatio* A quarimonìa
MifT. Libcr inl'criptus, de au£ioritatc, Officio > et potcllate PartorutD
Ecclefiafiicorum. Libcr inicriptus > Anguftini, A Hicronymi Theologia Libcr
infcripius, alcuni importanti luoghi, tradotti fuori dcM' Epifiole latine di M.
Francefeo Petrarca, Ac. con tre Sonetti funi, A xviii. ftanze dd Bernia avanti
il xx. canto* Ac. LibcHus aurcus quod fdola. Ac. Libcr infcriptu» Baniccnfis
Ecclcfi* cur MilTam » Ac. Liber infcripms. Bulla diaboli • A£. Libcr
infcripnis, capo finro. Libcr infcriptus» de corna Dominica. Libcr infcriptus,
confilium de emendai^ da Ecclcna. Libcr infcriptus* confilium PauSi III. datum
Imperatori in ficlgis cum Eufebii Pamphili pia expUcarione • Lilier infcriptus
delle commìflioni, A facoltd che Papa Giulio 111. ha dato a M. Fatilo
Odcfchalco. Liber infen^us * de difciplìna puerqrum, rcetdque formandis eorum
Audiis, A monbus. Liber infcriptus. Dottrina vcriffima tolta dal Capitolo
quarto, a’ Romani, per confolare l’affiitte cónfcicuic Libcr infcriptus, Cur
Ecclefia qbanior Evangelia acceptavir. Libcr infcriptus, de emendatione, A corrc£h‘onc Aartis
ChriAiani. Libcr infcriptus, de genuino EuchariAiz negotii inccllc£Iu, A ufu »
ex vetuAiflìmis orthodoxorum Patrum libris, Ac. ^ Liber infcripnis, de falfa
religione. Liber infcriptm, de fatis Monarchi* Romanz, fomnium, vacicinium
Efdr*, Ac. Liber infcriptus, la Forma delle prehiere EcclefiaAichc, con la
maniera ’ammìniArar* i Sacramenti, A celebrare il matrimonio. Liber infcrìpeus,
de Gratia A libero ejus, vclociquc curfu. Libri Hcrmetii Magi ad AriAntelem
Libcr infcriptus, llluAriffimi A potcnliffimi Senarus populique Angli*
fencencia, de co confilio. Libcr quod Paulus Epifeopus Romantis, Ac.Liber infcrìptut.
Miliraiuis, Occ. Liber micripcu» » Nicodcmus de paflìone Chridi, Liber
in(cripiu$ 1 opus IHuflriffimi $c ExcclJtnfiffimi, icii fpcftjbilis vy-i Caroli
Magni > &c. coocra lynodum, in partibus Grzcix 1 prò adoranvis
in'>agmibus Aoliddj five atroganter gefta cA. Xibcr inlcriptus j in,
orationem Dominio cam, &c. 4 lbcr infcriptiu » in orarioncs Dominio cas
faluberrimx » et lanf^inìrox medi» tariones « ex 1 U>. oacholieorum Fatrurn,
&'c Liber infcriprus « Lettera di N. ad uno Ambafeiatore di Papa Giulio HI.
Liber infcriptus, Fauli IV. Papx Ronaani ) EpiAoIa confolatoria 1 et horcato.
ria ad fuos dilcflos filios. Liber
inicriptus» Poiirificii oratoris legatio I in coflvencu Noribergeniì. Liber
infcriptus, de providentia Dei. Liber ioferipm, de facerdociot Icgibtrt, et
^crificiis PapXf &c. Liber infcriptus t delle Aatuc 1 et itnagU ni I
&c. Liber infcriptus » in Aaruì > et digniraci ^clcliafticoruto t m;igis
conducati aiflaictere rynodum Nationalern * piam « flcliberam» quamdecemere
bello, &c. Liber infcriptus» de vera dìAèrentia regie poteftatii, 9 c
EcclelTaAicx • Liber iaferipnK » de vita juvencutis inAiruenda » reoribus, Se
Audiis corrigendis, Liber inicrìpeu « de unitale Ecclefiaftica. Licanix
Cermanorom. Loci coreiDunes, de boAli operibus, et de potcAare EccleAaAica.
Loca inlìgnia. Loci infigniores. Loci omnium ferd capiruro Evangeliorum « Loci
utriufque teftameari. LnÀi ChriAiana. Ludus PyramiduiQ» appendi X. Lexicorv
Grxcum novnm » GenevimprciTum. Ljbellus A. P. C. trai^ans rudiincnr.t Kcligkmis.
Liber qui infcribicur.afla Conctlii Tridentini anno i5'4^. celebrati .una cum
annorarinnibuspiis» et lcC>u digniilimis. Liber Anonymt cuiufdam, de
repugnantia do^lrinx ChriALmx. Liber Infcriptus, Annatx, caxatlones
Eeclefiarum, et Monafteriormn per uni-, verfum orbem, ab hxrcticis adverfut
Anniras confcriprus. Liber contincns articulos reprobatos a faailrarc Parilìenn, conrra do^rinam
S.I Tbomx. Libri duo, de laira, Se vera unius Dei
Patria, et Fitti, et Spirimi San^i cognitione, au£IorÌbus ininiAri Ecclenarum
confcnticittium in Sanuacia»& Tranfìlvania. Libelius de Concordia Ecdelix.
Liber de Convento Haganoen. Liber infcriptus, Crux ChriAiani, cuoi qtiibufdam
annocationibus, in fandium Hilarium. Libri dece CD annuloram » quaruor
fpe^lorum, ihiaginum Thobix, imagioum Ptolomxi vitgìnalis clavicola Salomonis.
Liber infcriptus, Dìalogi fieri. Libri infcripti, comra diccam Imperialem
Ratisbonen. Libclluf infcriptus, dedrgna prxparatione ad Sacramcnniin
EuchariAix. Liber infcriptus, de divinis Se Apoftolicis tradttiontbus. Liber
infcriptus, Genefìs, cum catholid expofirione EcclcfìaAica, idcA, ex U.
niverfìs probatis Theologìs, quos Dominut futs Eccleriit dedic • excerpta l
quodam verbi Dei ininiAro, diu, mulnimque inThcoIt^ia verfatos, live Bi«
bliothecicxpoI'tioniiraGencfeos, ìdcA, expolìtio, ex probacis Thcologis,
quocquot io Genefim aliquid fcriplcrunt. collcfla, et in unum corpus Angulan
artifìcio confata, Ac. Libelius intitularus de Jefu ChrìAo Poolifìce Maximo, A
Re» fìdelium fummo, regenre in Ecclcfìa fanflorum. Liber qui infcribirur,
IlluAriffimi Prìncipis, ac DD. Joannis Friderici feamdi Ducis Saxonix, Ac. fuo
> ac Frtrum D. Joan. VVilhclioi» A D. Joan. Friderici nani junioris» nomine,
lolida confutatio, A condemnatio pnrapuarnm corruprelarum, fe£Iariim» A erro,
rum, hoc tempore ad inAaurationem, Ae. Liber qui infcribinjr, Interim, anno
edirus. Liber qui infcribiiur, Libelius ApoAolo. rum nationis Gallicanx cum
conAicutione lacri Conctlii Baniecnfìs. Liber contincns doftrinam
adminìAraeionem Sacramentouim, rirus Eccle/saAicos, formam ordinactonis
conflAorii, viAtacionis fcholarum, in ditione Principutn, A Dominorum D.
Joannis Alberti, ft n. Hulderici Fratnim 1 Ducum» &:c cimr in dieCorpori»
Chriftì. Liber iorcriprwS» Ordo baptizandì iuxta rirum fin^z Renunz Eccicliz»
Venetiis Apud Joaniwm Guirifcuiii » et A>cios» ; nHì corTÌ|atur. Liber
infcriprcH » de officio pii » et pablicc cranqailliraiii verè amarnis viri, in
hoc religionit diffidiot fine auAo. hs nomine» Se alias ab eo» quero fob Mdem
infcripeione compoTuic loannes Hefielz DoQor Lovaruenfis. Liber iafcriptus>
de petfecutione Barbarorum. Liber infcrìptus, prò libertattf Ecclefiz»
Callicanz» adverfus Romanam auUm defenfio farifienfis curiz, Ludovico XL
Gallorum Regi quondam chiara » qui circumicrrur cum rra^am Duarr ni de S.
Ecclefizminiftcriis; ab eolatinus Liber infcriprus» de protrabenda vim ultra
vigintiquinqiie annos. Liber Pfalmorun) Davidis, cum catholicaexpofirione
EcclcfiaAica» iinprcfii^ per Hcnricum Srephanum» annoi^as. Liwr inlcriptus» que
regìa potefias» quo debent aii-f^ore folemnes Ecclefiz Conventus indici»
cogique, &c. Liber inlcriptus, de Regno,Civitare. Se domo !>j, ac Domini
lefn Chrifti. Liber in quod fit homiiii moricnci Buxio)um foUiium.TbuK) lU M M
Arcellus Palìngenins» Srellatus. Marcus Anconius Calvinus. Marcus
AnroniasCorvinos. Marcus CordeJius» Torgeofis. Marcus Ephefinus. Marcus
Tilemann. Heshufius. Marfilius de Padua. Martinus Ko» vel Martiniko. Martimis
Borrhaus» Stugardian. Martinus Bucerus. Martinus Freflhus. Martinus Lurherus. Maninus
Meglio. Martinus Oftermineherus. Ma. tinus VVolphius Mitthzof Albems» vel
Albertus; Matchzus Judex. Matthzui Phylaigyras. Macthzus, qui Se Afiarcius
Scofier. Maithzus Zelius*, Keifefpergenfis » vel Kiferpergen. Matthzus Zifer.
Matthias Fhccus, lliyricas» vel Flavios. Maturìnus Corderìiis. Maximilianus
Maurus. Melanchton. Melchior Ambachius Mekhior Clinch» vel Mlinch. Melchior
Hoftnanaus. Memnon Symwi. Meoardu^ Molchcms. '' Michael Celarios. Michael de
Cxfena. Michael Kothingius. Michael SchuJ(hejs « Michael ScIIarius. Michael
Servccus. Michael Toxica. Milo Coverdale» Eboracenfis. Morlinus. Munccrjs,
Murnerus. Munfteros. Mufeuttts. Myconius OTvaldiis; fF Agdalena Aymairus. I^Y I
Manfon Anglus Marcus Andreas Falkehenbergerus. Marats Blcumlerus» Tigurinns. M.
Marcus Mennigos. Martinus Agricola Martinns Crufius. Martinus Faber Eeé Mar
Martious HcMingus. Mafluccìi Salernitani > Novell*. Martinus Hofmann. .
Martinm Kemnìcius», vei Chemnìtius. Marcinua Lochandrus» Gorliceniìs» Sile
>Iartiniia Mollems».,. Martinu» Morlin Martinus Salbach.. Martìnuv
Schalincius ». Farens .. Matihaus Bcroaldos. ' Matthaus Chcmnicius Matthanis
Colfebui^ias Mattharm * fca Matthias, fireflènis^ Matcharus Huttenus Macrhsus
Ludtke. Matthzus Veghel. Matthzi» VVeflenWccìus., Matthias Bcrgius,
Brunrvicenl!s «. Matthias Ebcrhart. Matthias ErbiuSi aor ErbeBUs» «cl Hfibeous
Matthias Ludccus Matthias Ritter.u Matthias Schneider*. Matthiav Tinflorius
Matthias Vebus. Melchior Bifcoft'. Melchior Ncofarius.. Melchior Socket.
Melchior VVildiuaM. Mento.. Mcrterus. Mentrius adverfm BalearÌMm, Epìfccotm
Mercdirn Hanmerus. Michael Aichlerus ». vet EychlerUs.. Michael Czliits..
Michael Dilerus. Michael DincUus. Mtcbael Hagenx». Michael Hampclus. M. Michael
Hcnnig». DreUenfis». Michaet HcrmaoBus.. Michael HimmeU Michael Mclllinus.
Michael Neaoder». Soravienns. Michael Rennems, Michael Rcnn^crus, Anelus.
Michael Scrmiua» Danii^anus.. Michael ITraniui. Mintts Cclfus. Moyfes
Pclacheras Ccrtorum Auflorum, Libri Prohibiti. M Arci Pagani Carminum 1 iber»cuius
tituluv cR Tiionfo Angelico. Et airer qui dictrar. Sonetti diverfi di Marco
Pagano. Merlini Angli liber» tobreurarum predifUonuxt] M Accaronicortira opus »
Merlini Coccaci» Poet* Manruani» nifi reporgatum fuerir. Mahomcris Saraccnorum
Principis» c/ufque fucccnòrum virar, icem Alchoran» cum. przfatione Martini
Lutberi. Martini Eifengrenii Traflarus A;h>Ic^.. ticus, de certifudine
grati*, prò canone xiii,. fcfT. 6, Concilii Tridentini. Martini Martinez
Cantapcrrenfis » HypocjmoTcon* liber, ruTÌ fueric ex ìtiprefiis, ab anno i;Sa«.
Melchior Klingius, in praxipuos iccundi libri Dccrctaliom Tir. 8c in ìnRU
tmiones Juris Civilis. Michaelis Carranzz, annotano macinalis, ad D.
lldcfonfum» Au(ftorum incerti nominis. Libri prohibiti. M ^nicra di tenere ad
infegnare i figliuoli Crifiianii Margarita Thcologica. MacrimoniodelliPreti»
&. (ielle Monache» Medieina anitn » Meditaciones in Orarionem Domìnicarn.
Meditationes, Se prccationes pi*, aJmomodum uciics, Se ncceffari*, prò
formandis» rum confcicniiis* cum moribuftcleOonim. Mccaphrafcs Epifiolarum SaOi
Palili » ad communein Eccicnarum concordia. Mcchodi facr* fcripturz » Thoini
duo. Mcthodns» in przcipuos fcripturz divinz locos. Microfynodus,
Noribergenfis. MiniRrorum Verbi Argeotmennum admonitio, ad miruftroi Heivcticos.
Modo di tenere ncll'infcgnarc, e nel predicare al principio della Religione
ChrlRiafea. Modo, e via breve di confotire quelli, che Ranno in pericolo di
morve. Modus folemnis, Se authenticus ad in^uirendum, &c. AP. appendi X;
appendix M “ArpaTÌtji Paftonim. Mcdfciiu aniiDZt prò fantu fi ‘ mul et zgrotis
indaote morrt^ Medicina anitoa adjunfia ima^inibm nK>njs ^ Medicina animai
cam hi» ^uam ()tti adverfa corporis valetudine prillici fune» |n moru a^ne, et
extremis bis periculonffimù cempocibusa roaxmè nece&ria quÌ-« bus Dominica
paffioois myftcìiuni ex^. plicatur. Methodica Juris uinur^ firadi(io. Minbllis
Libec^ MiiT.t Hvangeh’ca. MifTa Latina, qua olim ance Romanam circitcr annnm
700. crac, Modiu confitcTidi » et ipodiii oraodi, prout impreffie Polccus*. Modus
orandi. 6 c conficendi. Monumenta (^iorum Patrum » ortho. doxograpba, hoc eft «
croTan£te, aciincerìorìs Mei Dc 2 h>res, numero circiter ofloginta qiiinque
Ecdelia lumina, au£^ores partim Oraci, patim Latini, BaTicIa 1 jtfp. nifi
enKAdencur. Multi integn loci facra Do£hioa, vetq- ris, 6 t novi teftameoti, ex
Hebraa, et Graca lingua, inLatimuo, &Germanurn lermone crauslati* N Atalis
Torneerai. Nathan Chythraui, Natbanacl Nc&kius, ideft Theo- donis Beai.
Nicolaus Bioccitis Ludima^ftei 1 denits. Nicolaus Bocerus, Brugenfis. Nicolaus
Cancerinos. Nicolaus Qoeltanitis. Nicolaua Collado. Nicolaus Erbenius. Nicolaus
Florus. Nicolans Griroaldus Nicolaus HemmiMim, v«l RewngiM.». Nicolaus
Jagenteu^. Nicolaus Leflerus. Nicolaus Opton Nicolaus Rndingenis».. Nicolaus
Sfkcpi^tts. y» A Cer forum Auflorum, Libri prohibiti. N 'colli Clemingi». opera
illa oik rum modo permicti pocenmt,qua .uxtt cenfnras Patrum deputatorum,
emendata excudentur. Nicolai, Franci (Jacmina. conua Pecnim Arecinum. Nicolai
Rodingi cahonitio ad Ccrmat niam. Itera Pradicationes carmineconfcripta.
Nicolai VVinmanni Colymbcfcs, fivp de alte naundi, Dialogus. N icolaus
Amldorfius Nicolans Balingius. > MicotausBorbootus,Vandoferanus» Nicolaus
Bryl'ng. NicoUus de Cilibria. Nicolaus Caltilim. Nicolaus Galeats^ Nicolaus
GaVus., Nicolaus Gcrbellifii. Nicolaus Herforde» Anglus Nicolaus Krompach.
Nicolaus Macchiavcllns. Nicolaus de Pclhrtimorv.. Nicolaus Qitodus. NicoUus
Rhadivil, Palatimis VVilncfii Nicolaus Ridlaus. Nicolaus ^eubellius. Nicolans
belnccccrusi vcl Sclneckerps •. Nicolaus Scorckios. Ni^laus Udall, Angkiv. N
Vtalis Bedc, liber confeffionìs. Nibulus ThclTalonicenlìs, contri PP. Aliis
Illirico lupponcos. Incertorum Aui^orum, Libri prohibiti. N Omendator infìgnium
fcriptorum. Notoria anis» opera omnia ^ Nera vera Ecd»a. appendix. N \rtatio*
eornm, qua conrigcrnoc io> Patria inferiori, anno Nccromanrìa opera, et
fenpta omnia. Nova gioita ordinaria, doncc metiora Dominus, &c. fivc io
Evangclium, fecundum Matrhaum » Marcum, et Ecc ^ Jàm Ik Lucam. Commeruariij
obicun^ue ixu. prtfli ferine ^oy* prccationc) I. ex optimis, quibuTqu?
Tcriptis» przcìpaorum noftri fzcu» 1 1 Thedogpruro. ., O O EcoIompailius
joannnes.^ Onholphus Marolc, Frànnis, Olìandcr Andreas.^ Ofualdus Myconius Orbo
BrunsfclHiis Oiho Cerbems Pabergen Otho H?nricus Otho Vfncriw Otho,
Vvcrdmiiferus pthoncllu Vida O Siande Lucas Oiiuldus Betus Otho
Gryphius.Gparinas Cattin Otho Wiflcnburgìusjfivc Luroburgenpa Otho Zander.
Q/cnus CuntCTUs. Certorum Auftorum Libri prohibiti, O Gerii Dani Fabulz In
OVIDIO (vedasi) Mctitnorphofiros Jibrosi commcncaria, fivc cnarrationcs al.
Icgoricx» veJ tropologieO Limpì* Fulvi* Morate, Dialogi, Epiilolx, et Carmina k
Prima ratio conponendxreligiocuii I quz fict ' Opas magni
lapidispcrLocidariam^^ Orario I^minica,. cum aliis quibofdam Precatiunculis
grxcc ctim latiua verHoae, è regione polita, quibus adiun^um cft Alphabetum
Grzeum. Orario Ecelenarum Germanie, ac BeU. gix fub, &c. Orationet
Furtebres, et Epiccdia, per Tomos diftinOum opus» Orationes Fimcbres. de hxrccicis
habire^ ccrtis romis imprdre«i^ Ofdo Ecclcfiafticus, circa' do£lrinam,
Sacramenta, et Ceremonias, in Duca ru IjluftriffimiDucisBavarie Frideridorus«
Pcirus CUrke. Petrus Dathenus • Petrus Dilleras. Petrus Dc^inus. Petrus
Qcdulcig, (ea Pati'em« Petrus GU(fet^ Petrus Hafiùius. Petrus LandsbergiuSf vel
Liodemburgìus « Pccruv Palladiusii. Perros Pateshul. t » Petrus. Panlas,
Nochtefterus. Pernii Ramus Petrus Kinavvs Petrus Scatorius« Petrus Trevver,
Petrus Vvaremborg, ab Alcenkircfiea. Pcims Vvartei, vel Vattcs, Pctrm VVirth
Philippus Deibrunerus. Philippui Dirixfon « qui fuot ^tukaptlfm fmut ferlìiit
lìuTÌs « T« i>. Philippus FcKìqìus Philippus Gcrrarde. Philippus
Neibronnerus^ Philippus Kcifer. Philippus Lontcerut4 Philippus Marbachius.
Philippus ie Marnix> Domlnut de 5* Hd~ degMia, Philippus Merziliust
Philippus Momrus, PlelTeui. Philippus NycoU Phili^TpQs Rufticns. Philippus
VVagncnis, Pilkioionios Preudoepifeopus, Dunilmenfis. Prinius Tuberus
Carmqlanus Procopius Lupacius. Certorum Auflorum, labri prohibiti P AuU Dolfcit
pralrerium» Grzeo catmine ver{uiD» cum prxiacione Philippi Melanchthonis. Pccri
Aretini, opera onmia Petri Lignzi, Parabola. Tetri Mofcllani, Protegend,
Pedalogia in puerorum ufutn confcripea. Petri de Virea,
PercgriaatioHicnifalemPhilipp] Catti, liber adverfus Heaticum Bninrviiceni'em
Pogii Fiorentini, Facetiz Polydori Virgilii, de invcnioribus rerum liber, qui
ab hzrcùcis au£lus, et de. pravatus eli. Rotopzii Barbz, liber
deSccrectsNaturz, P AnopIia omnium il!iberalium, Me. chanicarum, auc
Sedentariarum artium,cucn imaginibiis «sudore Harcaman Scoppcro»
NovofofCD/ì,Norico, Fran((qjti adMxnum ijdS. donec ex. purgetue, Papyrii
Madbnii, libri fex, de vitisEpi. feoporum Urbis Rotnx, nifi hicrit ex corrc^is,
abaudore, cum approbationc Maeiftri Sacri Palacii. Taraphraus Cornclii
Chaidaica, ìa facta Biblia. Tauli Diaconi hiAoria, impreca Badler nifi delcarur
epifiola, qux habetur in ejus principio, quz clè, no^ probati Auaoris, Petri de
Abano, opet^CeomaDtix, &e)or. dcmdcQinnì genere divirutionÌso}>era.
Pccri Fcrmandca de Villegas, Archidiaconi Burgenlìs, Flofculus Sandorum. Petri
Gunchcri, Rhetorica, nifi expurgecur. Petrus Pomponatius, de Incantacioitibus.
Petri Romani, Circulus Diviniiacis. Ferri de Vineis, Querimonia Friderici
Cecundi Imperatpris« Polydori Virgilii,, de invenroribus rerirni liber,
RoinzjulfuGreg.XIII. lyy^.ex. puigarus, 6c excufl'us, permittiturPofiillz
Draconitis, per annum^ Pradica Mufica, Hcrmanni Finehii. Przfaclo
JacobiHarcelii, in quìncjtuginra Comicorurn rententiasGrzcolacinas. PCUmi
aliquoc Davidici, per Hcnriaim Stephannm, et quofdam alios, Grzeo carmine
rradudi « Pfalcerium Hebrai ant Apoftolic* Sedi quoniodoc'jnque dctrabatur.
falquilliB prpfcriptua a cibo. Pafqitil'n Scmirocta. PalquiUoruin. Toroi djiOc
Pàiquim> ti Matphofii Hyninui in PaiW IniD III. Paffio Martini UthetJ,
fccundinn Mar-, celluin Phalarifmu» c ' rhralca {acri Scriprai». quandiu
eapn»-. gara non hictint atqtie ab Inquilìto-. ribuJ Gencr.ilibui racojnlw.
Pii, St Chriftiani Epiltoli ciiiuldam fervi Jefij ChriiU, de file, operibui, !c
charitate. Pracationum aliquof, tc piaruin Meduaciomim t Enchiridion ^
Pfccationit Biblici. Precationer Chriftiani, ad miitationet» Pfalmorum. ^
Precationcs Dominici, Griphn. Precaiionn Pfalmomm, per )oanncni Hombutgiuin latinirate
donati. PrteedenK all' Apologia della Cooteffione VVittcmbcrgenlc. Pioceirns
ConfiAorialia, Martini Joann.s Huls. pliltcriam ttanrlationia veteris, cum no.
vq Pnfatione Maitiai Luthcri P Aralipomeno* .ómniam i^in meinorabiliuin a
Fridenco Secmido, ufquc ad CirolutnQuintnm, HiKotii Ahbatis UfpergcnIIa, per
qncndara fiudiolutn. Annexum Patquilb «latici, feu nuper icoalorcverfi,
JctebttS patrim fopena, partim inrer homin». in Chriftiana Rel.gione paffim
hodie controvetlis, cnm Matphorio Colloquinm. pjqnilll iDinufcriptl, Santìwt
aucSicrannciKJS» autCatholicEcclefiz 1 et fjui caltui » aut
Apoftolicquoraoèxunqac de Todygncoo.. Ricardus VVick. Ról^rcus Anglas. Robenus Bonnes. Robertus
Baus. Robcrtus a Moshaim • Robertus Stephanus. Rod NajaI Rodulphus GualceniSf
Tigurinos. R Einerius Rcìneccius, Sceinchenms • RcinhoMus Marcaaus, VVcftpbav
Ricardus Coxus » Ricardus Fcums. Ricardus VVyfe. Robcnfonus Bangareufis.
Robertus Crovuicyus. Robertus Hornus. Robertus Recordus. Robertus VVakefelde.
Robertus VVarfwius. Rodulphus Hofpiniatms. Rodulphus Lemanus. Rodulphus
Ladolif. Rodulphus Sncllius. Certorum Auflorum, Libri prohibitì. Rayymundi de
Sabaude, prologus in Thedogiam naturalem. R leardi Dìnothi, de re- )
doneccorbus, ic faftìs inemo- ) rigannir. rahibbus, loci com- ) munes
Hiftorici. ) Et eiuiilcm Adverfaria Hiftorica. Roffcnll falfo adferiptus, liber
de fiducia j et mircricoriia Dai. Inccrtorum Auflorutn, Libri prohibiti. R Aeio
bcevìs, facrarum tramandanim Cancionum. Ratio, CUT • qui coafeflìoneiD At^iUnam
proficenrar» &c. Ratio, Jc Methodus coniblandi perielilosd decumbences,
&c. Receptacio omnium figurarum focrx Scrìprnrsr. Reformacio Ecclefia;
Coionienfis, Regis, et Senarus Anglici fententia de Concilio, quod Paulits
Epifeopus Ro. roanus Mantuz fiiturum fimulavit. Reftitucionum doftrtnar,
&vit*Chriftian* libcr, per Monafterienfes Anabapriftls edicus. R Acìo } et
forma pt^lice onndi Deum, acque adminiftrandi Sacramenta in Anglofum Ecclcfia,
qus Ceneya coHigirar. Rccanrario de inferno Rerum ìnGalUa ob religionemgefUru^n^
libri cres. S S \pidus Poeta. Sclaperus. Schnepplus, vel SehekiasScbaldus
Hanrencius Sebaldus Hcyden SebaUianus CalUlion Sebaftianus Francus. Sebafiianus
Frofchelius. SebaBianus Lcpufculus. Scbaflianus Meyer. Scbailianus MunAcrus.
Servetus Hifpanus Simon Grytmis Simon Heilus. Simon Mufzus. Simon Saltzenis.
Stephanus Dolecus. Syven Kfeidius S \daeIIns Antonius Samuel Fifcher. Samuel
Hebelus Samuel Ncvuheiircr. Samuel Radrrpinner. Siwìct VVigormicnlis,
PfeaJotpifcopu». Scamblcnis Pctroburgtniis, Pfeudoepifeo. pus. SebaAiaoat
Figuhis. Sebafhanus Henriepetri. Sebafttamis Lupulus Sebaftianqs Sperber. Seba
t Sebafliinus Spradler^ Sjc^irìdtii Saccus. Sigirnundus Suevui^ Sinicn
Cn»iliccvus^ 5iincn Mej'er SiiroQ Pauii» v(l Panhis STcrineofisi Shnon Sidenis Slmnu
Simoniiu. Simon Snc^derus. S»ni!> Wi. òatniciiK.« Sicpoanu-» Gerbchtuv
Srrphtf-iut de Malefcot,. Srr; hanui Rcich». Stephaons Szcgcdimis. |tc^’i-unus
VVacker4 Ccrtorum Au^orum, Libri prohibiti. S Tgibcrtì libcr, centra Papam
Gregorium t et centra Epiftolamr Pafchalii Papx. Scraphini Firmaiu Apologia»
prò BaptiAa «ie Cremai (tephani VVindonieoAs Epifcopl > l lionec rcpuigaca
fuerìc.Scephani Lindii EpiAoU ». de Magù Arata» et MifTa Svidar Hiftoria »
nuper Bafitec imprcHa ». ^uaiodiu annotarionci oMiginalcs » et indicci»
emendeatur Incertorum Auflorum, Libii prohibiti. S Cholìa in EpiAohim Paoli
111. Pon> tiftcì* Maximi. Script! quxdam Papx, &Monarcha« rum > de
Concilio Trideotiao &c. Sentenrix piieriles. Sernaones Convivalea. Sermoaes ite proviJcntia Dei.
Similitudinnin, et DiAìtnilicudinum libcr. Simplex» &' foccinOm oranJi
modus. SimplicifISnu» et brcviiTima Cathechi(mi expofitio. Simulacri, Iftorie,
e Fignrc della Mone. Somnium, et Vaticinium Efdrx, de £ati& Monarchix
Romat:.x. Spcculum exeorum, ad cognicionem Evangclic* vcriiatis Swermenica
Doflrina Somna totius Scriptur Sammarinm Scrìpturx» 8umro| in Smaragdum >
Aipcr Erange. lia » &: EpiAolai totius ann>. ram Ceparatim» quiin nna »
cuna ipfo Au£lo> re impreifa. Snpplicacio quonmdam, apud Helvcrios
EvangelìAarum » ad Epifeopum Coo» Aanticnfcm. Supplica loerortazione, di nuovo
mandata ali'tfìvittiffimo CeCarc, Carlo Qpinco Suppucatìo aonorain Mundi.
Syncrama clariflrmoruin virorum, cuginale pcccarum dcpuigentes» Ac. Stateri
PruJtmuiti • grracagcmaca Satbanx. Summa piuioris doflrinx »pcr M3 fes»
adCallicarn EcclenatiuntiVa, ^c. Synodus Sait^ioruni Patrum c«>nvocara ad
cognofccndam, et dljodicandam controverAam » multos jam annoi £ccleAam ChiiAì
gravilGmc cxercemcm» de majcAate Corporis ChriAi T HeobaldmCerrachius»
BillicanuiTheodorus Biblìander. Tbonui Blaurems Thomas Cramner Thomas ab Hofen.
homas Munccrns. Thomas Nec^eorgius^ Thmnas Plaitcnis^ Thomas Vcnatorios, Thomas
VVolphius. Titetmanus Heshu^us Timotbeus NeocorusT Halounnos Beaedi6his. Thcodoricns
Scheneppius. Thendoms Bcza^ VcxcUnS\ Thcodorus Ncc^eofgus. Thcoioras Sneppius.
Thcodorus Zuvingerus Theophilus Bfidanus Theophilus Frcurelìus TheopbraAus
Paracclfus Thobias brmon Thomas Bcconus. Thomas Carcuvzightas ^ Thomas
Copperos. Thomas CprbcM Thomas E^nta. Thomas Eraftui. Thomas Gotctsf»nhi»«,
Thomas Gybfooas p Thoous Leverus. Thomas Pavjpell Thomas Scndbachiu» veL
Seltbachliii é T homas Swinercon Thomas Thanhoinmi Thotms VViJfoflui, Thomas
VViftadias. Thirootheus Kfrclmerus, TriAramus* RevcU^ Ccrtorum Aué^orum libii
^rohibitt T Argpm, hoc Paraphnfis C^-. oeTii Chaldaica* in facra Bibita ^
ùuc^cete». Paulo Eagio. Tbeacnim vitaebumanx» prlmunta Cou« ra^ LicoAhena:
Ru^aqoepfi inchoa» deinda a. Theodoro Zvringero aUolucum» cuitifcnaqae fit
iroprtìfioais» nifi corrigarur. Thcodorici Nemicnfisi vel' a Niemen Hiftoria de
Cchiiinaie, The^nna lioeua Grece» ) Henricì Srej^ani. ) Thelaun» Lingue
Hebraice > ) San£h Pagnini » aufVtts opera omnia « Incertorum Auftorum,
Libri probibiti. T Halmud Hebreorym» eiulquc gl fumma sotius
icripturevetcris,Se novi TcAamcod > altera vero de dccem Preoapiis^
Theologorum VVitebergenAum vera» 8 c folida rcfuaauo» duorum libellonim
lefuiramm • Threnodia Ecclcfie Catholiee» ad Chrìftam ^ponfiimv fwim ^ Triumphi
Aoonmmcw»^ Ir jfde GhrtAi» in cotlum afeendentta coilado. Turco grecic libri
ofio,Bafilee impre{« fi 1584. donec corriganrur. • Turingtcoiiim exolun)
rdponfio. Xotini Belgica > Urbium» Abbaciarum» CoUegk>rufu. divifio» ad
opprimendum per novos Epiicopos Evan^iium» 8 k^ fine nomine Ao£mNs ccafiurc »
impref> ipris». Se loci..V Adianus )oachimtts Valerìus Anfelmus Ry 4
Valerius Philarcas. Vareroimdit» Loitholdus. Velcurio Vergerius^ Fffi Vi Vi£loE
di Bonkaaxi ve[ de Bordcns.. Vi^ormus. Strigqlius. Vincentiut Obibp«t»«
Virctus. Petras. Y i r i I iog4>Sjfìye Brenti us>. yito$, T^codorus.. .,
Virt» Vvif«pin$v i ^ Vlricus, Scuderius,, Yltictt* VeknuSf Minhomenft., ^
Virila* 4c Vvitera Vrbamn Rhegitti.. YVendelinusi ab Kdbach., VVcnriclaaJ
Linck. YVefelus» live Balilias CroeningenCs., VVcfphalus Ipa^imus VVig^us
óro^er* Wilhidmus Hefenos WlIhieliròs Ibadcnlis Wolphapgus FabrUius, Capito
Wolphangos Mater Wolphangus Meufd Volphatigtts MuCcuIub Wolphangus Uuce#/
WolpIungus Rupercus Wolphangus WaUaenn^ yVoIphan^ VvtlTcn^burgiis Valcntinos Eryihwus.
VaknKinuv Frottdorfiuiv Vaicntimis. Cìreflérns^. a Valentinus HeiLind^ r.
Valcntijius Hefenenu Valeatinos MecckcK* Valcmious Schacbtiut^ Valentinus
Shinidclenis Valentinus Tro^cdorSus VakQtiiHUk VaJenrintts VwinfchOTUsv
Valarius Fildl^rus\i'>--' Vcnis C^at^amls Veitranos Pinfcrus^. i
Vinc^n.tios, Cmnchor^ Vinitos^ J. T • Vjcui Bfcfchvucrtibach> Vùus MoUcfus-,
Vhiaricu» RuppincoTtiK Vlricus. J.vuinglius.. Volradsis, Conjcs, Mansfcldcplii^
Vvahiclmits BiJcrtìbachius^ Vvilheilnjus, Clcbitius Vvilhichnus. Nolderus^
Vvilhielmus Sarcerius^ Y^ilichius Fikhcrus Wolphangus AmliJi| •. ^ f Wolphangus
Ammonms Wolphaogus AmpelaAdatP\ Wolphangus Audingus Wolphangus Bisbachius.
Vuolphangus Cam!inm« Vvolphangus Finckclnaus^ Vvolphangus Maler Vvolphangus
Martius Tvolphangus Ochelìus. V voi phangus FeriRerus x Vvolphangus
Frisbach^u»^ I \volphius. Certorum AuftoruniJ libri protlibiti^ i V iti
Amcibichii., A"tipari de Officio pii viri traOatut» Vinccntii Ciconi*
Vcfoni^nns, Enarra-. tiones in pralmos, nifi còrrigantur^. Vldarict ad Paptm
Nicolaum EpiRola; VIdarict Zafii, opera omniai donec C0C\ rigantur«, i
IncQttotum Au£lorumi (.ibri prohibiti^ V Valdenfium conleffio x, et Apologia
fìdei, ad Uladislaum Kcgcm Un^ gari Varia dotìorum, piorumquc virorum* de
corrupto Ecclefia; Aacu > Poemata* Yindarii* ^mbdìuio » de EotelUtePapcj^
de. Principum facitiartuniv Vificacio Saxpnica Yitai et gefta Hildebrandi^ Vi»
Patrum,, cum przfatipae Maftirii Lutberi VitK Pont. Rom. VViteberg* iroprelt*Un
breve modo,, ^ual deve tener ciafcun Padre Unia diffidentium. Tripartita*.
Vniverfitaiis VViiebcrKnfis, feria aflio», apud Principem FrldcricuQi Wa
Juyennitis cum anoocationibosx \f feti aildittonibus ?hilippi Me* ^ lanchthonis
x Vvitcbergica afta SynoJaUa> a quodatn • COl-v collega et per Vvttcbei^icost
Jlieokv go» probara» concra ]Hyricanos« Vvormatienfes Arciculì. Urfuis
Mnnfterlcrgenfìt Docidie defenfia* no licenza, dall’ ondiuarioi poRo in. una
calTa iìcura nella CanccU ovvero dali'In^uificore di pocerh tenere», laria
Ducale per (ervirTene» qnarJo fa- Se li Stampatori foranno ri bifogno, nella
oaa! calta fi tenghi, rifiamj'« 4 e li (addetti Libri (pipefi.» Ala- un
Inventario de* Libri, che 1! riponeraniro infianza per U correzione» si cor-
ranno: e ciò s’ incendi folamcnre de’iiregeranno efpeditaroence in Venezia» e
bri novi, ed ancor de* Libri rofpcfi, che nell’ altre Citti del Sraro Teoia
ODandaili. fi corrtgeranao» e riftamf^ranno. Nelle a Roma avendo fufiicieBcc
facolti per Cicti j>oi del Stato gU originali predecii il novo Indice gli
Vefeovi infietoe con li fi conlegncranno al Cancelliero del ClaInquifirafi» e
rifiampandofi corretti» fi riOìmo Capitanio, acciò li tenghi net* vmdcranno
liberamente a tutti. modo predetto» q. fi confegnino focecfiiUferanno diligenza
gliScam* earocnre con .l' Inventario da Canceliiepatori per confervaie oqi
migliar moda» ro 4 Gancelliero* nmezfc Pff a Nel ftampar Libri 9 ^ terefticrl».
0 con &Ifc % t finte licenza impriina a tergo del prinio tV^lio la Ih
Qampati * e rariflìme volrc fi dari il «enza folita deli Magifirato» nella
quale calo» nc fi fiiri fenza giullifliroa caufai fiaoa cfprcflj li nomi di
quelli » che a*n e con parcictpazione dei Santo Officio, vranno rtvifio,cd
approvato detti Libri», ed incervemo di CiactiSmi Signori Af(ome è dilpoita per
le L^gi.. - fifiemi rantoin Vcneziicome aelloStato. Aveniranno li Stampatori»,
La regola dgl giuramento da che r>e‘ Libri novi, che fiamperanno«"ò,
darfi a* Librari, e Stampatori npn.s’cf*. oc’ Vecchi che riftaropanero. non.
tifino tguìfea in quello Sercnils. Dominiò s figure » che ripprefeniino acci
difonefiiv. Tutti gli eredi doveranno dar ooit efjendo però prohibitcle figure
pros nota al Padre Inquifitorc de' Libri profane. che non comenefsero
dishoniftè- ibìti » e fi>rpefi » che ritrovarsero nell* SESTO*. Lt Librari
dovecanno far T* erediti / e ouelU eredi » che non fufInvcntario di- tutti li
Libri > cift, fi fero abili a aifcemérli > doveranno lo trovano per
cfpurgari; in quello princi>. ro, o Tuoi Cantori chiamar perfone mpio le
Librarie da‘‘ Libri cfprefiamenre teliigenri che vifiiino tutta la Libraria
proibiti nel novo Indice » e prefenrar» per cavarne nota delli proibiti, c
iòflo al Padre Inquifitorc, e quello s’in-, pefi) et prefencarla come dì fopra
in tenda per una volta folamenre v termine dì mefi tré dopo ebe V avran-,
Intorno la liberti » che ho, avuti irt fuo potere c fri tarn / vtcn conceda,
all i Vefeovi, ed* Inquìfico- co non pofsano ufare. ni in qualitnque i ri di
poter proibire altri Libri non cf- modo alienare i Libri proibiti, o rof ^
^refi rMiriiWice~» fi didilira. che t'ìn-. pefi « c ciò fono |e pene • e
aenfurq tendi de.‘ Libri contrarj aM^ Religione,, (latuiie^ Feo fede» e
corroborazione di tutto» ciò. li fuddetti Illuftrifljmi Cardina*, le
Patriarca». 3c Nunzio^ Infieme co' 1 Reverenda Padre Inquifitore di Venezia
fottofcrivqranno le prclqnti. c le affermeranno eoa proprj loro Sigi(li
coniinci|coda.|er Vautor/ih alatale *d» fua Beatitudine che inviolaWiécnte
debbano «flervare le predette. dichiarazioni tanto in Venezia» quanto in tutte
le altre Cittb » e Luoghi fudditi ai detta ScrcoilD'mò. lJominio; D aniello
Barbo Capitano di Segna Faiitor degli ÙlcoccKi. 174 Daniello Francol
Ifricilitip facce, de 4I KabattA nel Capit^niaeo. di ìk Decime (e l^no de fure
divino. Decime prediali che eofa fieno. 18 Diaconi infitruùi dagli AppoftoK per
governo delle cole tcinpor^i. a pifeorfo del Chiazola in propofito del Dominio
4 el Mare della Reptibbllci. pnpenfa é tm mso di giallitìa ^^ributiva > c
pecca chi apn ht * perfone» alle quaK è dovuta» Doge Ticpolo mette un dazio a
quaUmque Navigante p& TAdriatico. ^48 Pottori Napolitani ; loro opinion^
circa ilPrmcipaco di tutto il Mgodo» E MerìroGtierri vuole piutrofb abbandonare
il filo ArciveKOvaro, ebev^ der la fua ChieCa mclTa 4 Cacce da ln;iocenzto IV.
Pontefice» ^rìberto Conte Zio d'Ugo Caperò fii fuo Figtioolo in eti d'ansi 7.
Arciv^feovo di Remi» c Papa Giovanni X. ne eoo. ferma reiezione. api Rtmolao
Tiepolo ProveJitor in Dalma, zia con iibera podeiti • temuto dagli Ufeocchi^
t}x F Anioni de'Gnelfi» e Ghib^niquan». do oacqueto*. 40 Ferdinando Vefpio» fua
opinione in. tomo al Mate.. 74> Filippo Pafqualigo Provedìtor Generale in
4^1m«iaconm gliUfcocchi. igf Francdco'Allegreiti Kc 4 >ilc Ragufeo Ca>
pirano dHina Calca P-ootificia. 17^ frati Mc^can^ quando ìdOìomiì. 8| G Fftiin»
loro infeirato. 107 Giovanni XI. fatto Papa d’anni xo* figliuolo naturale di
Sergio III. » e di Marozia figliuola della meretrice Tcodor^ * 4 quale
proftituiva le fuc figlinole a’ Papi x xp Giovanni ^ (oti intento a cavar
danari d’ogni cofa> che lalciòalla fua inorte x^. milioni. 77 Giovanni
Alberti dccapicaMda'Turchi in Gli A. 174. Giovanni Bembo Provediior in Dalmazia
centra gli Ufeocehi. Gio: BattiAa ConraeÌDÌ Proveditov in Dal. mazia contri gli
Ufcocchi. 19S Gio:Criftiano SmidHDoAmbafciador Ce> fareo agli Svizzeri per
dar loro conto deh la guerra aperta co* Veneziani. Gio: Taeopo pelco
Vice.CapicaMxdi Segna, ipd OicK Jacopo Zane Proveditor in Dalmazia contri gli
Ufcocchi. xoo Ck>: Jacopo Cafglin Ipedito a Segna dall* Afcidsca per
liberare dalle mani degli Ufcocchi il Proveditor di VecHa Marcello. X17
Ciroiaono MarcctIO’Provedùore di Veglia fatto prigione dagli Ufcocchi. x 1 a
Governo di Santa Chiefa nel fua principio ebbe fivioa Democratica. Giuda aveva
la boria dd’daaati prefencati a) Signore. a Giuramento de) Clero > e del
popolo Ro. mtao ferro all’ loperadore incocuo air •fezione del Papa. X4
CiuriCdiaione EccleliaRica quando abbia avuto principio. x 179. fatto
Comnffciferro daH’Arciduca contragli Ufcocchi. i 4 d. trucidato dagli Ufcocchi
• i8a CiuAinfeno ricuperando I’ Italia da' Barbari lafciò il Dominio intatto
delia Repubblica fai .Marc da Raveniu in qua. 7x9. fiu legge circa aUenaie ni
EcclefiaAici. Gradi EcclefiaAici ne’ primi tempi noo erano nd dignird» nè
onori. come fono da molli Secoli » ma cariche « e miniAerJ. 7$ Guido Bacon di
KùK General in Cr» vaila fpedito dall’lmperator a Segna per informarfi de’
mii^i d^Dicoc-J Acopo Coreana Gefufta in unA foz Cronol(^ia confdlà victoria
della Repubblica nell,’ Adriatico « 1^9 Imperio dell' Adriatico innanzi il
nal’cU mento, di Venezia bx dell’ Imperio Romano^ 5x8 Indulgenze quando
incrodocce« 81 Inico di Mendozza Ambafeiador di Spagna a Venezia levato dall'
Ambafceria con ftx) poco onore. i|$» Innocenzio IV. muore da nna percoflà datagli
in fogno col calcio del PaAoralc da Roberto Vefeovo di Lineo! Uomo celebre in
dottrina» e bontà. ^4 L Orenzo Diacono ritenuto da Pedo per levargli i, Telori
Ecdefiafti ci., 5 M M Anfionario» che cofa na e quando introdotta pz Pietra
Croltcchio Signor di Cliflà. ijp fia II. vuole armare dne FuRe in An. coni, e
gli vien proibito dalla Repubblica* SP Pontelice » che non era confermare ujlP
Jmpcradorr "o» ^ «hltjtuvì Zfìjc^uf, ma dtfftu'. Z4, Pontefice dee pafeere
non tofare le pecore pontefici pretendono che gli atti Concili non fieno
validi, fé noa in virtù della confermazione Papale. 41. proibifeono l’aver
benefizio maffime di Curata a chi non imetide la lingua del pc^lo. 5ji Povero
obbligato fecondo i CanoniAi a pagar la decima di quello» che trova per iimofina
», mendicando alle portc*, Preferizionc che cofa fia* ^41 Pragmatica pubblicata
in Francia. 85 Principi chiedona licenza alla RepubbliI ca di pattare pel Golfo
Proibizione fatta da' Veneziani a quelli di Riminì» Ancona» Fermo, cdAfcoU »
che non navighino in Schiavonia. 547 R Egalia è un ;us del Ré di conferire
tutti X ^ncfìzjlcmpUci vacanti dopo, la morte de'Vefcovi Rn. eh’ è acato il
SuccdTore. KccreCro che cola fìa* 84 Reudenza tenuta da molti, che fi trovavano
nel Concilio di Trento de Jare divino, 91 Rifervazioni, annate, afpetracive, c
tutte le altre etazicmi della Corte Romana iDsna t proibite dal Concìlio
Balilen* fc. S S Vnro» SantiiBmo, beato, beaciUìmo •lami t che convenirano una
volqi a tutti i fedeli j che afpiravano. al* Sanciti j ora particolari fmo del
Son>* mo Po«if:6cc. »7 Scrittura dclP Imperadore s c deirArci-i dura io
favore dcU^ Repubblica, ^on* tra gli UlcoccKi. Segna Citti de’ Conti Frangipani
. 1 49 Signor di Lenovicb Genqral di Crovaaia . 1J4 Spoglie» che cofa fitop.
10; Stefano eletto Papa dopo la mprrc di * Zuccheri^ > perché non fii
conlàgrato, non fu'pofto nel Catalogo de* Papi che non Ù lafcit^ mai vedere in
pubblico i fatto Pap^ la Teodora faraoTa Meretriae Roooa^ na • Stefano della
Rovere Qapiuno (H Fiu* me ^Apita in Veneaia per trattar^ in propolìco degli
VTCtxtbi a V U Scocchi di che paefe fieno. loro violerà?, e rapine I C E, no di
tre forte > ftipendìati » CafalU ni e Venturieri 1x7. loro delcrizione» 11®
Veneaia fi fa Padrona di tutto il Col- fio . 510* proibi fee a nxt| dì tener
le* f ni armati nel Golfo» jt** non fon- a le file ragioni del Dominio del Ma*
re fopra privilegi dì Papa* o d'Impe* radere . {^7. Signorn dell* Adriattep
>irre feiìi. jdf Véfeovo anricamente era chetio dal Po polo» le. quando era
morto fi por* Cava U fno anello » e ’l fuo Pafiorale all’Imperadore >
affinché lo conferiite ad un altro. $7 Veicovi titolari i gran numero vt n’era
innanzi il Concilio di Trento» al pre* lente é molto ri^retco. a a Vefeovi
Italiani dello Stfto Ecdefiafii* co non folamente fiam>o in piedi al* la
prefenaa de' Cardinali { nu ancora noa Aiisano difboore fervirli a tavola. 5®
Vefeovi delle Chiefe ricche > e gr;:n- di fono pafTati dal dirpenQire al
diffiparc • Fu provedgto a dd d..' 5^ coleri. Vector Barbaro Segretario fpedico
dal General Pafq04li|o al Coinmetririo Rabatn per 1* iniereflè d^li .Ufeoe*
chi, ' 57^ , A.A. F. Paolo Sarpi. Paolo Sarpi. Sarpi. Keywords: l’arte del bien
pensar, Locke, impression, reflection, metaphysics, Bibioteca Marciana,
pensieri, pensiero, logica, bien pensare, galilei, hobbes, metodo, sensismo, il
fenice di Venezia, scritti filosofici inedita. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Sarpi” – peri il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice,
Liguria, Italia. Sarpi.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sasso:
la ragione conversazionale da Crotone a Velia – la potenza e il atto in Gentile
– Gentile megarico -- Lucrezio e Machiavelli – allegoria e simbolo in Vico – la
scuola di Roma -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo
italiano. Studia a Roma. Si laurea sotto
ANTONI e CHABOD con Machiavelli. Studia con CARABELLESE, RUGGIERO, SCARAVELLI,
NARDI, PETTAZZONI, SAPEGNO, GABETTI, PERROTTA, E SANCTIS. Insegna ad Urbino e
Roma. Studia l’idealismo italiano (CROCE) e MACHIAVELLI. Si occupa di
ontologia, ALIGHERI, Platone, Polibio, LUCREZIO, GUICCIARDINI, Shakespeare e
Mann. Presidente della "Fondazione GENTILE", Lincei. Altri saggi: “Machiavelli
e Borgia. Storia di un giudizio” (Roma, Ateneo); “Machiavelli” (Napoli,
Morano); “La storia della filosofia” (Bari, Laterza); “La ricerca della dialettica”
(Napoli, Morano); “Lucrezio: progresso e morte” (Bologna, Mulino); “L'illusione
della dialettica” (Roma, Ateneo); “Guicciardini” (Istituto Storico Italiano per
il Medio Evo, Roma); “Essere e negazione, Napoli, Morano); “Machiavelli e gl’antichi”
(Milano, Ricciardi); “Tramonto di un mito: l'idea di progresso” (Bologna,
Mulino); Per invigilare me stesso. I Taccuini di lavoro di Croce, Bologna,
Mulino); “L'essere e le differenze nel "Sofista” (Bologna, Il Mulino); “Variazioni
sulla storia di una rivista italiana: "La Cultura"; Mulino); “Machiavelli,
Bologna, Il Mulino, Comprende: Il pensiero politico, Napoli, IISS, Bologna,
Mulino, Premio Viareggio di Saggistica, La storiografia. La fedeltà e
l'esperimento, Scarpelli, Trincia e Visentin interrogano S. (Bologna, Mulino); Filosofia
e idealismo, Napoli, Bibliopolis, Comprende: Croce, Gentile, Ruggiero,
Calogero, Scaravelli, Paralipomeni, Secondi paralipomeni, Ultimi paralipomeni, Tempo,
evento, divenire” (Bologna, Il Mulino); “Gentile: La potenza e l'atto” (Firenze,
La Nuova Italia); Le due Italie di Gentile, Bologna, Il Mulino); “La verità,
l'opinione, Bologna, Il Mulino, Martino fra religione e filosofia, Napoli, Bibliopolis);
Il guardiano della storiografia. Profilo di Chabod (Bologna, Il Mulino [Napoli,
Guida, del Profilo di Chabod, Bari, Laterza); Dante. L'imperatore e Aristotele,
Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo); Fondamento e giudizio. Un
duplice tramonto?, Napoli, Bibliopolis); Il principio, le cose, Torino, Aragno,
Delio Cantimori. Filosofia e
storiografia, Pisa, Edizioni della Scuola Normale Superiore); “Dante, Guido e
Francesca, Roma, Viella); “Le autobiografie di Dante, Napoli, Bibliopolis, Discorsi
di Palazzo Filomarino, raccolti da Herling, premessa di Irti, Napoli, IISS, Il
logo, la morte, Napoli, Bibliopolis); “Ulisse e il desiderio. Il canto XXVI
dell'Inferno, Roma, Viella); “La voce dei ricordi, Napoli, Bibliopolis); “Decadenza”
(Roma, Viella); “Machiavelli: I corrotti e gli inetti” (Milano, Bompiani);
“Allegoria e simbolo” (Torino, Aragno); “La lingua, la Bibbia, la storia. Su
"De vulgari eloquentia" (Roma, Viella); Su Machiavelli. Ultimi
scritti, Roma, Carocci, Croce. “Storia d'Italia” Napoli, Bibliopolis, La 'Storia d'Italia' di Croce. Napoli, Bibliopolis. "Forti cose a pensar
mettere in versi". Studi su Dante, Torino, Aragno, Purgatorio e Anti-purgatorio.
Un'indagine dantesca, Roma, Viella,. Croce e le letterature, Napoli,
Bibliopolis, Biografia e storia. Saggi e variazioni, Roma, Viella,. Mulino Riviste
La Cultura, su mulino. Premio letterario Viareggio-Rèpaci, Croce. Dibattito, Il
Cannocchiale, Arnaldi, Calabrò, Jannazzo, S., Stella, F. Valentini, Visentin. Arnaldi,
S.: uno specialista di più specialità, in Id., Conoscenza storica e mestiere di
storico, il Mulino, IISS-Napoli, A. Bellocci, Verità e doxa: la questione dello
sguardo e della relazione ne Il logo, la morte; Bellocci, Laicismo della
verità, della doxa e tolleranza; Leussein, Bellocci, L'impossibilità della
differenza e i paradossi dell'identità; Archivio di filosofia, Bellocci, Il
problema della 'non' relazione ne Il principio, le cose, Giornale critico della
filosofia italiana, Bellocci, La verità, l'opinione. Lo ''specchio'' della
verità e l'eterna opinione metafisica, Filosofia italiana, R. Berutti, Annotazioni critiche sull’essere ovvero
sul non essere essere del discorso che lo concerne. Il problema dell'ontologia,,
Pólemos, Capati, Paragone. Letteratura, Cardenas,
L'auto-noema. Il giudizio tra attualismo e neo-eleatismo, Filosofia italiana, Cesa, “S. interprete di Gentile”, Archivio di
storia della cultura, Vicentiis, Storiografia e pensiero politico nelle
"Istorie fiorentine" di Machiavelli: Bullettino dell'Istituto Storico
Italiano per il Medio Evo, F. Fronterotta, L'essere e le differenze. In margine
al Sofista, Novecento, Herling Reale, Storia, filosofia e letteratura. Studi in
onore Bibliopolis, Napoli, G. Inglese,
Machiavelli: una storia del suo pensiero politico, Bullettino dell'Istituto
Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano, Enciclopedia
machiavelliana, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, Enciclopedia
filosofica (a cura del Centro Studi Filosofici di Gallarate), Milano, Maschietti,
Dire l'incontrovertibile. Intorno all'analisi filosofica, Giornale di
filosofia, Mignini, Essere e negazione. Giornale critico della filosofia
italiana, Crisi e critica" dello storicismo. Filosofia e storiografia, Novecento,
Filosofia e storia della filosofia, Filosofia italiana, Parise, Sulla
relazione. Critica della metafisica, L. Passerino Editore, Gaeta. Parise,
Figure della scissione. A proposito di Allegoria e simbolo, filosofia, Parise, L’aporia del nulla, Filosofia
italiana, Perazzoli, Il concetto di laicità. in G. Perazzoli, Miligi, Laicità e
filosofia, Mimesis, Milano Udine, Pietroforte, Problema del nulla e principio
di non contraddizione. Intorno a "Essere e negazione" Novecento, Salina, Neoparmenidismo e teorie della verità,
Filosofia italiana, F. Scarpelli, Nulla, anamnesi, riflessivita (Il Cannocchiale,
Tessitore, interprete di Croce, in Id., La ricerca dello storicismo. Mulino, IISS-Napoli,
Vander, Critica della filosofia italiana
contemporanea. Dialettica e ontologia: i termini di una contrapposizione,
Marietti, Genova; Visentin, Tempo e giudizio. La Cultura, Visentin,
Sull'identità e sull'essenza del laicismo italiano. A proposito del "Le
due Italie di Gentile", Giornale critico della filosofia italiana, Visentin,
Il parmenidismo (VELIA). Considerazioni intorno alla verità, l'opinione', in
Id., Il neo-parmenidismo italiano. Dal neoidealismo al neoparmenidismo, Bibliopolis,
Napoli, Visentin, Aletheia e doxa oltre
Parmenide, in Id., Onto-Logica: sull'essere e il senso della verità, Bibliopolis,
Napoi, Zanetti, Critiche al divenire. Filosofia italiana, X S. Zurletti, Lo specchio
di Perseo, Chaos Kosmos, Vico e il simbolo», «Atti dell’Accademia Nazionale dei
Lincei. Memorie della Classe di Scienze morali, storiche e filologiche», costituzione
mista, Croce, Dante, Discorsi sopra la prima deca di Livio, eternità del mondo,
Sanctis, Lucrezio in Machiavelli, in Enciclopedia machiavelliana, S., Istituto
dell'Enciclopedia Italiana Treccani, Roma Dalla concordia discors alla
polemica: filosofia e psicologia di una vicenda, Ripensando la Storia d'Europa,
Ripensando la Storia d'Italia, in Croce e Gentile, la cultura italiana e
europea, Ciliberto. LE RAGIONI DI UN
DISSENSO. La polemica Croce-Gentile
Intervista a Gennaro S. 1 di
Gianluca Miligi Nelle vicende della
cultura italiana della prima metà del Novecento
assume una particolare rilevanza la polemica tra Benedetto Croce e
Giovanni Gentile. Tra i due grandi
filosofi e intellettuali, i quali avevano collaborato assiduamente nella rivista “La Critica”,
matura nel 1913 un contrasto teoretico,
che si manifesta su “La Voce” diretta da Giuseppe Prezzolini. Più tardi, alla fine del 1924, si assiste invece
alla drammatica rottura dal punto di
vista politico-ideologico.
Professor S., come si presentavano le figure di Croce e Gentile, e quali erano le loro rispettive
posizioni? Innanzi tutto credo che si
debba forse risalire a un periodo precedente. La polemica del 1913 fu provocata da Croce.
Croce scrisse una lettera aperta a
Gentile e ai suoi allievi palermitani - Gentile era allora professore di
Storia della Filosofia dell’università
di Palermo -, pubblicata non su “La Critica” ma
su “La Voce” di Prezzolini in modo che l’eventuale polemica potesse
avere luogo su un territorio neutro.
Ricevette poi da Gentile, all’inizio del 1914, la replica, sempre su “La Voce”, ma la polemica
fra loro era già sostanzialmente in atto
da tempo, una polemica, in questo periodo, sempre amichevole. Direi comunque che fin dall’inizio, fin da quando
Gentile entra in contatto con Croce
(Gentile era ancora studente all’università, alla Scuola Normale di Pisa), fra i due si verificò un
contrasto di opinioni o perlomeno emerse
una differenza che di volta in volta fu superata, integrata, risolta ma che era destinata a risorgere per una ragione
che occorrerà definire in termini
generali una volta per tutte.
Gentile era un discepolo diretto della scuola di Spaventa; naturalmente non aveva potuto conoscere
quest’ultimo, che era morto quando
Gentile cominciò gli studi filosofici, ma era stato allievo di un
allievo di Bertrando Spaventa, Donato
Jaja, professore di Filosofia teoretica
all’università di Pisa. Quindi aveva in un certo senso assorbito fin
dall’inizio quel particolare modo di
intendere la filosofia moderna che trovava nei filosofi dell’idealismo tedesco il suo punto di
riferimento principale, e poi di riflesso
L’intervista, riveduta e corretta, è stata realizzata per RAI
EDUCATIONAL, “Enciclopedia Multimediale
delle Scienze Filosofiche” (2001) e pubblicata sul sito Caffeeuropa altro punto
di riferimento nella filosofia di Rosmini e Gioberti, due importanti pensatori dell’Ottocento italiano che,
secondo lo schema spaventiano della
“circolazione della filosofia europea”, ripetevano nelle forme culturali
in cui essi si erano definiti, l’uno,
Rosmini, il pensiero di Kant e, l’altro, Gioberti, il pensiero di Hegel. La formazione di Gentile è perciò una
formazione filosofica in senso stretto,
spaventiana in senso filosofico e storico. E da questo punto di vista quando Gentile si presenta a Croce, gli appare
con un volto molto ben definito, laddove
il volto di Croce era, allora, quello di uno studioso giovane anche lui, sebbene di otto, nove anni più vecchio di
Gentile, dagli interessi molteplici non
ancora perfettamente chiusi in un sistema o anche in una circolazione
coerente di idee: da una parte, infatti,
c’era l’erudito, lo storico, e dall’altra, ancora, il critico del marxismo. Gentile colse nella
figura di Croce non soltanto, come è
ovvio, la grande intelligenza, la libertà di opinioni, la
spregiudicatezza critica, ma, in
particolare, il modo in cui Croce, attraverso la critica che rivolgeva al marxismo, veniva elaborando – sul campo si
direbbe oggi, e non più in laboratorio –
una serie di criteri filosofici particolarmente interessanti anche se discutibili dal punto di vista di Gentile:
essi stimolavano fortemente questo
giovane studioso all’elaborazione del suo stesso pensiero. Quali sono gli esordi della polemica tra
Croce e Gentile e su cosa verteva
precisamente? La prima polemica riguardo
al marxismo fu una polemica non indifferente
perché riguardò questo punto: se il marxismo fosse, come riteneva
Gentile, una filosofia della storia e
quindi da interpretarsi filosoficamente, anche se in modo critico, oppure se fosse, come pensava Croce,
non una filosofia della storia – sotto
quel punto di vista lì non aveva molto rilievo e molta importanza – ma piuttosto un canone empirico per la
comprensione della società del capitalismo
moderno, quindi uno strumento di lavoro particolarmente utile da usarsi secondo lo spirito realistico che a suo
giudizio era effettivamente l’anima del
marxismo. Su questo punto avvenne la prima polemica, la quale sostanzialmente non si chiuse né a favore
dell’uno né a favore dell’altro, perché
entrambi rimasero con la loro idea. Con questa differenza: la presenza
di Marx fu molto profonda in Croce fino
a un certo periodo e forse sempre, sotto alcuni
aspetti; in Gentile molto meno, tanto che Marx ritornò a un certo punto,
come all’improvviso, nel suo pensiero:
quando Gentile rimise insieme i suoi
vecchi studi sul materialismo storico e li unì ad altri che intanto
aveva composto sulla dottrina dello
Stato etico, e poi a quell’altra sua piccola opera che si chiama I fondamenti della filosofia
del diritto. La seconda polemica si svolse sempre nel chiuso della loro
corrispondenza privata quindi senza che
il pubblico ne sapesse niente e senza che “La Critica”, che, dal 1903 fondata da Croce, aveva in
Gentile il principale collaboratore,
registrasse questa polemica. Questa seconda polemica si svolse sul tema
della storia della filosofia, cioè se ci
fosse un nesso, un circolo, come Gentile
riteneva, tra la filosofia e la storia della filosofia oppure se questo
circolo, come riteneva invece Croce, non
si desse. Anche quella fu una polemica piuttosto rilevante che toccò punti profondi e che mise
in luce il diverso temperamento
intellettuale dei due studiosi: quello più sistematicamente filosofico
di Gentile, più legato anche ai modi
dell’hegelismo napoletano – che a lui erano mediati da Bertrando Spaventa come ispiratore, ma da
Donato Jaja e da Sebastiano Maturi, il
suo grande amico professore di un liceo di Napoli, come elementi “minori” di questa costellazione – e quello
di Croce, che si muoveva in modo molto
più libero nel riferimento alle fonti e traeva la sua ispirazione più che
da Spaventa, che, tra l’altro, era suo
zio, da Francesco De Sanctis, il filosofo o il
critico letterario al quale egli di preferenza si rivolgeva. Professor S., vediamo più in dettaglio la
cruciale polemica. La polemica è una
polemica che nasce proprio nel momento in
cui la filosofia dello spirito di Croce era giunta alla sua compiutezza,
nel senso che Croce aveva scritto anche
il quarto volume inizialmente non previsto della “Filosofia dello spirito” ossia la Teoria e
storia della storiografia, pubblicata
prima in Germania e poi in Italia. Quindi il sistema crociano era assolutamente definito quando egli aprì la
polemica con Gentile. Che cosa era
accaduto? Era accaduto che Gentile aveva pubblicato nell’“Annuario
della Biblioteca Filosofica” di Palermo
una serie di scritti, in modo particolare il
famoso L’atto del pensare come atto puro che è del 1911, e poi gli
altri, Il metodo dell’immanenza e La
riforma della dialettica hegeliana che si
legavano al primo volume del Sommario di pedagogia: anche lui, quindi, mentre Croce concludeva il sistema della
filosofia dello spirito, aveva prodotto
una serie di scritti che davano fondamenti molto forti al sistema che inevitabilmente di lì in poi sarebbe stato
scritto. Croce si accorse sùbito che il
vecchio conflitto che lo divideva da Gentile
ormai aveva preso delle forme assai più nette, si era come solidificato
in articoli, scritti o volumi eccetera.
Pensò quindi che fosse giunto il momento di
prendere le distanze dal suo principale collaboratore, non perché
volesse arrivare a una rottura ma perché
era necessario chiarire che tra la sua filosofia, che era fondamentalmente una filosofia della
distinzione-unità, e la filosofia di
Gentile, che a parere suo era una filosofia dell’unità senza
distinzione, non c’era possibilità di
accordo sul quel punto specifico. Questo anche perché le conseguenze che derivavano
dai due modi di intendere la realtà erano
profondamente diverse, quella di Croce essendo una concezione della
realtà articolata e storicamente
determinata dalle forme che la costituiscono, quella di Gentile essendo una concezione della
realtà interamente culminante nell’atto
del pensiero senza possibilità di distinzione e quindi senza possibilità di riconoscere ‘autonomia’ alle forme dello
spirito, autonomia alla quale Croce,
invece, attribuiva grande importanza. Quindi la polemica ha questo fondamento; lo ha anche nella dichiarazione
esplicita di Croce che per questa
ragione disse di “essere sceso in campo”. La polemica fu comunque dirompente nella
esperienza dei due, soprattutto in
quella di Gentile che accolse malissimo il fatto che Croce avesse messo in pubblico il loro dissenso. La
rottura rischiò di avvenire non per quello
che nell’articolo di Croce si diceva, ma perché l’articolo era stato
reso noto anche a lettori diversi da
lui, Gentile: qui interveniva anche quella sua natura siciliana un po’ sospettosa, un po’ gelosa
della privatezza. Ma in ogni caso la
polemica fu dirompente perché i due personaggi, che ai più erano
sembrati sostanzialmente “una sola persona”–
all’interno di “La Critica” avevano
lavorato insieme, si erano divisi il campo, gli oggetti polemici erano
gli stessi, la tonalità fondamentale
della polemica era la medesima –, improvvisamente invece si presentavano come due persone
diverse, in un certo senso l’una armata
contro l’altra, cosicché il “fronte unico dell’idealismo”, come allora si diceva, parve di colpo spezzato. Professor S.,
cosa si deve dire in generale riguardo alla “sostanza” strettamente filosofica della polemica tra
Croce e Gentile? A tale riguardo ho
un’idea che forse non è né ortodossa né in linea con l’autoconsapevolezza che i due autori della
polemica ebbero. Croce non aveva il
minimo dubbio che quella di Gentile fosse una filosofia dell’unità senza distinzione, Gentile da parte sua non aveva
il minimo dubbio che quella di Croce
fosse una filosofia della distinzione che non riusciva a conseguire
l’unità, e questo era il tema esplicito
del loro dissenso. Croce controbatteva che non era per niente vero che la sua filosofia fosse
una filosofia della distinzione senza
unità; Gentile controbatteva che anche lui aveva un’idea della
distinzione, sebbene diversa da quella
di Croce: ma sostanzialmente erano d’accordo nel riconoscersi in queste due caratterizzazioni
del loro pensiero. Perché dico che sono
d’accordo fino a un certo punto con l’uno e con l’altro in quanto si rappresentassero, autorappresentassero così?
Perché io non ritengo che la filosofia
di Croce – potrà sembrare un paradosso – sia in re, cioè “nella cosa stessa”, non dico nelle intenzioni del suo
autore, veramente una filosofia della
distinzione, e non credo che quella di Gentile sia soltanto una
filosofia dell’identità o
dell’unità. La distinzione si presenta
nella filosofia di Croce come una distinzione
assoluta. La conseguenza è che non ci può essere differenza o distinzione
fra ciò che è stato distinto, perché ciò
che è stato distinto è stato identicamente
distinto, e l’identità appartenendo a entrambi i distinti, questi non
riescono più a esser tali, in quanto
sono, in realtà, identici. Ciò lo si vede se si considera che tutti i distinti crociani sono “sintesi a
priori”. Ora, come si fa a distinguere una
sintesi a priori da una sintesi a priori? La si potrà distinguere in
base a elementi empirici, cioè in base
ad elementi che rispetto alla sintesi siano stati scissi dalla sintesi stessa e considerati di
per sé; ma se gli elementi sono,
viceversa, considerati nella fusione sintetica in cui sono
effettivamente reali, non c’è nessuna possibilità
di distinguere distinto da distinto. Per
quanto riguarda Gentile, la questione si presenta per un aspetto identica per un altro diversa da come si
presenta in Croce, soprattutto se la
filosofia di Gentile venga considerata non come appariva nel 1913 quando
la polemica avvenne, ma come si presenta
oggi a noi che possiamo considerarla in
tutto l’arco del suo svolgimento, quindi, direi, essenzialmente
valutandola nel primo e nel secondo
volume del Sistema di logica, e poi anche
nella Filosofia dell’arte, che in un certo senso conclude il sistema dell’attualismo. Per un aspetto la filosofia di Gentile,
l’atto puro gentiliano, su cui così
violentemente i due polemizzarono, se si guarda dentro la sua struttura,
lo si trova costruito in modo analogo,
ma io mi spingerei fino a dire identico, a
come è costruito il distinto crociano: anche l’atto è una sintesi! Di
che cosa? Nel linguaggio gentiliano –
mediato dalla filosofia di Fichte, probabilmente, e anche dai modi seguiti da Spaventa nell’interpretare
la filosofia di Hegel – l’atto puro è Io
sintetico di Io e di non-Io. Di che cosa è sintesi il distinto crociano? È sintesi, per esempio,
del bello che opponendosi al brutto,
viene sintetizzato dal bello. Se noi consideriamo questa struttura, che
è triadica, sia nell’ambito del distinto
crociano sia nell’ambito dell’atto
gentiliano, vediamo che la struttura della filosofia dello spirito di
Croce e della filosofia dell’atto di
Gentile è la stessa. Professor S.,
quanto e come incide nella polemica tra Croce e Gentile il fattore politico-ideologico che subentra
in primo piano, in particolare, a
partire dal 1924? Abbiamo visto
che la questione del confronto tra Gentile e Croce, tra Croce e Gentile, si presenta molto più complessa di
quanto i due pensatori non ritenessero
che fosse, o diversa da come essi ritenessero che fosse, nel corso della loro
polemica. Ad aggravarla poi – Lei ha ricordato il 1924 – naturalmente era intervenuta la Prima guerra
mondiale, era intervenuto il fascismo. La
distanza dei due personaggi sia sulla Prima guerra mondiale sia, soprattutto, sul fascismo si fece sempre più
netta. L’iniziativa fu presa da Croce,
che scrive a Gentile una lettera che non
era in realtà di rottura ma di constatazione di un allontanamento definitivo delle loro
posizioni sul terreno delle scelte etico politiche. Gentile rispose con una
lettera “accorata” ma di fatto i due non si
incontrarono più: erano destinati a non parlarsi più. C’erano poi
intorno a loro i gentiliani da una parte,
i crociani dall’altra. In particolare gli allievi gentiliani di Gentile ebbero anche, direi, una
responsabilità piuttosto pesante nel
determinare una serie di equivoci e di ulteriori tensioni tra i due. Il
risultato fu che dopo vari tentativi di
riconciliazione, operati soprattutto da Adolfo
Omodeo, falliti miseramente, nel 1928, in Storia d’Italia dal 1871 al
1915¸ precisamente nel capitolo in cui
Croce parla di “La Critica” e quindi anche
dell’opera di Gentile, su quest’ultimo pronunziò una parola
durissima, terribile: disse che
l’attualismo era un “cattivo consigliere pratico”. E a questo punto, naturalmente, la rottura fu
irreparabilmente segnata, sebbene poi negli
ultimi anni ogni tanto ci fossero delle aperture, soprattutto da parte
di Gentile: che nascessero dalla
malinconia dell’amicizia perduta o da altro, è molto difficile determinarlo. Croce in ogni caso
respinse sempre, fino all’ultimo
momento, ogni possibilità che con Gentile si potesse riavere, non dico
un accordo, ma comunque anche
semplicemente un contatto. Non so – è
una curiosità che nessuno mi ha saputo togliere – se quando si incontravano in Senato si rivolgessero un
cenno di saluto o si evitassero
completamente, ma pare che Croce ignorasse sempre Gentile, cioè non
gli rivolgesse assolutamente più né lo
sguardo né la parola ogni volta che gli
capitava di incontrarlo.Gennaro Sasso. Sasso. Keywords: Potenza ed atto
in Gentile – Lucrezio in Macchiavelli, Lucrezio, simbolo ed allegoria in Vico,
la scuola di Velia, veliati, veliani, parmenide, scuola di Crotone. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Sasso” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Saturnino: la ragione conversazionale del probabile
– Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo Italiano. Seguace di Sesto Empirico,
della scesi pirroniana e medico, non si ricordano sue dottrine particolari, ma
si può supporre che accettasse quelle fondamentali del maestro che, negando la
possibilità di una scienza razionale che pretendesse di cogliere le cause
nascoste delle cose, ammette la legittimità d’arti -- prima fra esse la
medicina -- che si limitano a constatare empiricamente coincidenze e
successioni di fenomeni per fondare così previsioni probabili per il
futuro. Diogene Laerzio dice che è soprannominato Kuthenas o Cythenas. La
parola è incomprensibile, ma forse indica un’origine greca. Given that Sesto teaches at
Rome, we may assume Cythenas, albeit his esoteric name, is a Roman! Luigi Speranza, “Grice e Saturnino,” per il
gruppo di gioco di H. P. Grice, The Swmming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza -- Grice e Saufeio: la ragione converesazionale dell’orto
romano -- Roma – la scuola di Praeneste -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Praeneste). Filosofo italiano. Praeneste, Palestrina, Roma,
Lazio. He comes from a rich and
privileged family. He is a close friend of Tito
POMPONIO (si veda) detto l’Attico, who intervenes to save his property
from confiscation. S. us elsewhere at the time, idly studying the doctrines of
the Garden. Lucio Saufeio. Luigi
Speranza, “Grice e Saufeio,” per il grupo di gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sava:
FILOSOFIA SICILIANA, NON ITALIANA -- all’isola: la ragione conversazionale del dovere
e dei doveri – la scuola di Belpasso -- filosofia siciliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Belpasso). Filosofo siciliano. Filosofo italiano.
Belpasso, Catania, Sicilia. Enciclopedia Popolare Italiana. Saggi:“Sui pregi”, “Doveri
dei medici”, A. Prezzavento. /t'iti SUI PREGI E DOVERI DEI. MONOGRAFIA I
STRUTTI VA,: ED^NTER. ESSANTE l'tlt «CM i:i.,lssli : Ilf.-.^OLIi: MlllSOHE
'IIP, UttSCHLTTI L FliftKKtll /s: xss SUI PREGI E DOVERI DEI MEDICO. SOCIO
DELLE ACCADEMIE DELLA SICILIA, ! E D'iTl LI A, DI «DELLE DI FILADELFIA E
NUOVA-TOUR, hehbho DEPUTATO AL conc-resso degli scienziati italiani riKLLA
SESTA LORO JIIUMOHE 13 MILANO PER l'aCADEMIA SUJIICO-UUIHL'KGICA DI NAPOLI E
DEGLI ASPMA3T1 BATUHALISTI MILANO Pbesso gli EniToni-Linmj Maxtucelli e C.
Conimi del Lioto, H. i3^i Non sempre la censura di Seneca, in ima sua epistola
espressa con quella sentenza — ut omnium rerum } sic litterarum quoque, in
temperanti a laboramus — scoraggiar deve ogni scrittore che al pubblico il
bibulo di sue veglie presenta, avvegnaché non bisogna imitare lo svanissimo
pensamento di Lemonnier, il botanico di Luigi XF^i il quale, allorquando veniva
richiesto perchè non s' induceva mai a scrivere qualche sua opera, era solito
rispondere, come attesta Cuvier, che il tempo impiegato ad instruire gli altri
è perduto per la disciplina di sè stesso; appoggiandosi allo stolto paradossale
so~ fisma che, tutto è stato jdtto, tutto è stato detto, e si viene troppo
tardi per aggiugnerc una sola parola. Con simile sutterjugio, all'uomo timido,
naturalmente infingardo e presuntuoso, che travaglia e si ammaestra poco, e
crede saper tutto e saper meglio degli altri, la ignavia, tanto 'a lui
connaturale, arresterebbe, al menomo ostacolo, le ricerche, le osservazioni, ì
risultamenti, fornendogli sempremai delle risorse per trarsi d'impaccio. Io ho
indugiato a rendere di pubblica ragione questo lavoro, ma alla fine mi vi sono
determinato. In esso soltanto, meno avido della brama di creare, come in altre
mie opere, che di quella d'esser nule, e simile all'ape che dal sugo di tutti i
fiori il suo mele compone, ho raccolto ciò che mi è sembrato potersi esibire
con utilità, e al mio oggetto meglio servire; perciocché nel troppo die
s'ignora, il poco che si sa, si. sappia bene almeno. Che se.talvolia le mìe
proprie idee presento,. egli è con la più scrupolosa accortezza, e per
richiamare un utile principio, manifestare un grave errore, o dimostrare una
sconosciuta lacuna. Ma, in generale, . io mi sono . appalesato il. meno che mi
è statò possibile. No adottato la massima, di Bayle: Une bornie pensee, de quelque endroit
quelle parte, vaudr'a toujours mieux qu'une soLLÌse de son crù n'en deplaise a
ceux qui se va lite ut detrouver tout chez eux, et ne rieO lenir de persoli ne.
Per nitro, un libro redatto con
accorgimento, è quasi sempre l'epilogò de' lumi dell'epoca sua ; è una pietra
migliare posta dalia mano del talento nella strada dell'esperienza e del
sapere. Io mi sono limitato a scegliere, nelle opere le più conosciute e
applaudite, le opinioni che più sagge mi sono sembrate, ed ho avuto impegno
citare quegli uomini dotati di Jbrte ragione, di sagacità poco ordinaria, e
d'infaticabile ardore per lo studio e per la meditazione ; lungi però dalla
sciocchezza quasi universale, che volentieri crede la verità sotto la barba
canuta de' vecchi secoli, e sotto un nome d'antica e pomposa rinomanza. In
riguardo alle quali opinioni qui addotte, ne ho indicato costantemente le
origini; e nel riprodurre le attinte citazioni, rimossa bensì la servile
pedanteria, ne ho in gran parte verificata la esattezza, dichiarando tuttavìa
con Montaigne: Tel allegne Platon et Homère, qui ne les void onques; et riìoy,
ay prins des lieux assez, ailleurs qu'en leur sotirce. Questa sorge/ite di'
erudizione e faconda dottrina, al chiarissimo Monfalcon, qui principalmente si
debbe. Egli ne è il modello, la guida, l'originale ; come Luciano e Vi. Lo
studente dee viver fra te IlevoI mente co*suoì condiscepoli ; ei deve scegliere
fra loro un Mentore, richiederlo di consigli, pregarlo dirìgerlo, mancando
talvolta questa guida tra 1 professo ri; avvegnaché l'alunno che studia senza
consiglio e senza norma, lentamente e disordinatamente si avvia nella sua
camera, profitta poco di sue letture e di sue osservazioni. Ma allorquando, più
inoltrato, è idoneo a rendere ad altri principianti i huoni avvisi che ha
ricevuto, non debba egli mostrarsene avaro o restìo, e tanto meno, poiché
insegnando ad altri, accrescesi maggiormente la propria istruzione. Se egli
vuole impiegar bene il suo tempo, sfuggir deve tutù quei fra' suoi condiscepoli
che passano i più bei giorni di loro giovinezza nella infingardaggine, nel
gioco, nello stravizzo, nel libertinaggio, net perditempo. L'ignoranza, la
presunzione, la necessità di palliare Iti appresso coll'intrigo il difetto di
sapere, la perdita della salute e dei costumi, sono i funesti risultamenti
delle associazioni sotto auspicii diversi da quelli della positiva diligenza
agli studi e dell'ardore per la scienza. Ricercate voi alunni quello tra'
vostri compagni, che a preferenza si mostra animato di verace filantropia,
disgraziatamente assai rara, che, felicitandosi de' suoi progressi, si anima
all'idea de'servigi ch'ei potrà prestare un giorno in sollievo de' suoi simili.
Penetratevi di questi nobili sentimenti, onde abbia a potersi dire di voi; Egli
è uno del picciol numero fra coloro che onorano una professione, tutti i membri
della quale onoratissimi esser dovrebbero. Ma se non sentite questo nobile
amore dell'umanità, che eleva l'uomo sopra sè stesso, non lo simulate almeno;
siate probo soltanto, e non ostentate una virtù a voi estranea. I professori
hanno dritto al rispetto degli alunni, le loro lezioni ascoltar si devono in
silenzio, gli applausi e i segni d'iinp roba z ione sono del pari biasimevoli.
Il discepolo giudizioso applaude al professore dotto e benemerito
coll'assiduità : alle lezioni di lui, da libera scelta esclusivamente spintovi
; e, pur troppo! Io biasima, dimenticandosene: privare gli allievi di questa
libertà, equivale togliere a' professori la più dolce ricompensa del loro
sapere, del loro talento e zelo. Giovani e stranieri ad ogni vergognoso
interesse, gli alunni giammai si ingannino nella scelta del corso che seguir devono,
proferendo essi ognora se non il professore più eloquente e più dotto, il più
insinuante almeno e chiaro, nelle lezioni del quale maggior profitto
ritraggano, Finalmente sostenuti gli esami, disviluppata la tesi, ed il
candidalo pervenuto al grado di dottore, gli è necessario dedicarsi a riuscir
medico. Egli va ad entrare nel mondo, bisogna quindi additargliene la condotta,
di che abbisogna il giovane che è passato dal collegio all'anfiteatro, e da
questo agli ospedali. Colui che ha più lavorato è quegli che maggiormente
trovasi imbarazzato in tale incontro ; colui che si è indonnato della società
correndo dietro «'piaceri, sente appena la transizione; avvegnaché, familiare
alle sociali abitudini, avendo intrigato pe 'capricci, gli è facile intrigare per
la fortuna: lo scopo solo è cambiato, ovvero modificato, il mezzo rimane sempre
lo stesso. Questa norma è degna d'ogni attenzione. Il giovane dottore ritorna
da suo padre, e riceve da lui una disposta clientela: inatruito o ignorante,
egli eredita la paterna rinomanza, e questa eredità non è al certo la meno
curiosa di quant'altre in società si acquistano; ovvero gode de* beni di
famiglia, dimentica i suoi libri, non vìsita ammalati, sol vagheggiando una
ricca ereditiera di cui lusingasi essere sposo; oppure ostenta un'opulenza
iittiz.ìa; ed il maggior numero si agita per ottenere un posto, da valere qual
patrimonio di talenti. Le circostanze però aiutano talvolta lo istruito e
modesto, e la fortuna è allora giustificata de'favori che spesso largisce al
ciarlatanismo ed all'ignoranza. Additare dunque all'inesperto medico il
sentiero onde trionfare degli ostacoli che incontratisi ad ogni passo nella
società; fargli conoscere la dignità del suo ministero, ed i doveri che adempir
deve socialmente in generale, ed in particolare verso i suoi ammalati:
giustificare i medici e dilènderli dalle calunniose persecuzioni; e, quali sono
precisamente, dimostrarli: ecco il sommario di questa monografia. Veggasi
all'uopo il Dictionnaire abrégé de médecine; ed anche De Renzi, Sullo stato
della medicina nell'Italia meridionale e sui mezzi di migliorarlo. Un medico ha
trascorso gran numero d'anni nelle scuole, ha frequentato con zelo gli
ospedali, con assiduità le biblioteche; nessuna parte della teorica gli è ormai
straniera: dopo avere consumato il tempo più bello di sua vita nello studio
tanto lungo e laborioso dell' arte di guarire, egli viene a chiedere al
pubblico quella fiducia di cui per il suo sapere si crede degno. Ma la nuova
carriera the gli si apre dinanzi, non è meno laboriosa di quella che ha già
percorsa. Aspri scogli l'attorniano da tutte le parti: la teoria cosi bella,
attraente e facile ne'libri, è una guida insufficiente o infedele presso
gl'infermi: tutto è generalizzato negli scrittori, tutto è particolareggiato
nella clinica. Egli cerca indarno sovente que' segni che gli si è detto
caratterizzare le affezioni morbose : quelle malattie organiche, che facili a
conoscere ei supponeale, lo avviluppano con sìntomi ingannatori o larvati ;
quelle febbri essenziali, descritte a lungo dagli autori, che frequentissime
ideavasi osservarsi, giammai al suo esame si presentano. Ei vede con sorpresa
l'esperienza smentire le magnifiche promesse della terapeutica. Facilissima
giudicava la esecuzione dei processi operatori! sul cadavere, ma sul vivente
ripetuti ostacoli lo imbarazzano. Incertezza e pericoli dappertutto egli trova.
Niente di positivo apprendesi nelle scuole, è stato detto altra volta da alcuno
; e negh' ospedali, il grande numero degli ammalati, la brevità delle cliniche
lezioni, l'ignoranza de'veri motivi che determinano il trattamento curativo,
una lunga serie di enigmi da indovinare allo studioso allievo ordinariamente
presentano. Comunque inslruito esser possa un giovine medico, osserva
Vicq-d'Azyr (Eloges hisloriques), egli teme sempre l'istante di agire per la
prima volta, allorquando, dopo avere ascoltato e letto, bisogna giudicare e
scegliere. Scrupoloso osservatore delle regole dell'arte, e temendo ingannarsi
nella loro applicazione, egli esamina con accurata diligenza, e pauroso
delìbera. Gli si appresentano incessantemente allo sguardo gli ostacoli che
nascono dalla complicazione degli accidenti, e le obbligazioni che il suo
dovere g l'impone. Ei consiglia pochi rimedii per dubitanza, come il pratico sperimentato
avvedutamente pochissimi ne prescrive. L'uno indaga la natura ed agisce di rado
per 26 chè non si crede troppo illuminato su 'bisogni dì essa ; l'altro conosce
i suoi sforzi, ed a secondarne i movimenti si limila, e perchè teme
perturbarli, di rado anch'egli agisce. Entrambi hanno una grande riservatezza,
perchè hanno i medesimi principii, e tendono al medesimo scopo. L'ignorante al
contrario comincia con arditezza, e finisce con audacia. Ed in generale i
giovani medici i più istruiti, sono i meno intrepidi ed animosi nella loro
pratica; sempre diffidano di sé stessi, e dopo molle esitazioni acquistano
finalmente quella sicurezza che al vero sapere tanto bene compete: eppure
quando indefessi prolungati studj li abbinilo resi pratici cons unitissimi,
diffidano rullavi» di non aver fallo troppo. Qual contrasto questi uomini
laboriosi fanno col volgo de' medici! Un giovane, al primo sortir d'un liceo, e
forse senza precedente educazione, vuol divenir medico: la sorte è gettala:
eccolo recarsi in una facoltà di medicina. Ma i parenti suoi, poco fortunati,
bastar non possono alle considerevoli spese necessarie per il trascelto stato,
se non coll'imporsi le più crudeli ed oppressive privazioni : come fare allora?
il tempo pressa; egli si affretta, ei s' industria per affrancarsi di esami
nientemai rigorosi; saperne alquanto per sostenerli è tutto ciò ch'egli
ambisce, e, appena scorsi già sono i termini prescritti, ghigne in fatto a
liberarsene: adunque non più corso, nè clinica, nè libri. Qual cosa egli ignora
ond'essere profondo medico? La cupidigia si sveglia: non meno eccessiva
dell'ignoranza e della impudenza del novello Esculapio, essa pone tutto in uso
per imporre al pubblico, e vi riesce sovente; mentre in opposto il modesto
sapere, senza fautori, vegeta nell'obbho. La Bruyère ha molto bene osservato
die gli uomini sono troppo occupati di loro, per aver agio di penetrare o
caratterizzare gli altri. Da ciò deriva che con merito grande e con più grande
modestia, si può languire lungo tempo nella dimenticanza. Non vi è nel mondo
tanto penoso mestiere, che farsi un gran, nome. La vita finisce, quando
quest'opera si è appena abbozzata. Un giovine medico che entra nel mondo,
desidera con impazienza l'epoca quando potrà godere mia generale
considerazione. Incerto del destino che l'attende, ei s'inquieta, ei s'agita,
si lagna della sua situazione: allorquando frequentava le scuole, riguardava
qual istante di sua felicità quello in. cui non avrebbe ormai bisogno delle
lezioni de'suoi maestri; adesso che è libero di questo peso, e che il titolo di
dottore gli permette esercitarne le funzioni, vorrebbe che gli anni maturato
avessero la sua hsonomia, perchè la gioventù sembragli ostacolo insormontabile
ai suoi successi. Egli anela il momento quando la fiducia de'suoi concittadini
lo ricompenserà di tanti anni da lui consacrati allo studio dell'arte sua. Un
pratico, che numerosa clientela priva di tutti i piaceri, compiange quel tempo,
"allorché, più felice, abbandonar potevasi alle sue propensioni, e godere
principalmente di sua libertà: con dolce soddisfazione rammenta l'epoca de'suoi
studj; paragona con amarezza l'indipendenza e la felicità di sua gioventù alla
dura servilità nella quale ridncelo il suo ministero, e se talvolta sorride
allo spettacolo del benessere clic lunghi e penosi travagli bannogli acqui
stato, la canizie de'suoi capelli avvelena bentosto la gioia sua. Laonde l'uomo
mai non è contento della sua sorte ! Da' primi successi o da'primi rovesci del
medico nella sua pratica, in gran parte dipende l'opinione degli uomini sul di
lui merito. Quanto è delicata, quanto difficile la posizione del medico
all'ingresso iu società! Quanto interessasi egli de'primi suoi malati che le di
lui c ure reclamano! con quale attenzione analizza tutti i sintomi morbosi ! e,
nell' impiego de'mezzi terapeutici, quanta riserba tczza egli usa!! Se
l'ammalato guarisce, essendo stato semplice il caso e del numero di quelli che
del solo regime abbisognano, mille voci celebreranno il profondo sapere del
giovane dottore, la rinomanza si spargerli da tutte le parti, magnificando lo
strepito de'suoi successi; la fiducia nascerà al grido ripetuto della
riconoscenza, ed il tranquillo spettatore degli sforzi della natura, sarà agli
occhi di tutti un genio che comanda alla morte. Ma che una fleminasia grave e
rapida nel suo corso, gli spenga in pochi giorni un infermo nel fior degli
auni, che sintomi consecutivi conducano alla tomba quello sventurato
chirurgicamente operato, o quel calcoloso liberato dalla pietra, l'ingiustizia
e la mala fede si uniranno contro di lui : si accusano le sue cure, si incolpa
la sua giovinezza, gli si contendono le sue cognizioni, e dappertutto incontra
la più cieca prevenzione e le più calunniose imputazioni; e talvolta egli è
costretto recarsi altrove ad iucon. tra re casi meno disgraziati e maggiore
equità. Tuttavia compiagnere, un giovane medico, che nel princìpio di sua
carriera non imbattesi in malattie di 29 felice risultamonto, contro te quali
la natura e l'arte uniscali loro possanza, non è un motivo ad impegnarlo
prestar le sue cure per le sole affezioni morbose, di cui è probabile la
guarigione. La religione e l'umanità gl'impongono una legge ili visitare col
medesimo zelo o colia stessa assiduità 1 infelice che un'organica affezione
conduce alla tomba, o quel malato ebe i soccorsi dell'arie richiameranno
infallibilmente alla vita. Uomo pubblico, egli appartiene a tutti coloro che
invocano il suo ministero, quindi non può negarlo ad alcuno. Nò l'incertezza
del successo, nè il pericolo di rovesciare una riputazione tuttora mal ferma,
non sono ragioni sufficienti perchè un medico sia pigro o sordo a' preghi degli
sventurati, che hanno riposta in lui l'ultima loro speranza. Del pari un
chirurgo non deve negarsi giammai ad una operazione d'esito incerto ma bene
indicata. Condannevole pur troppo è la pretesa politica di alcuni individui
dell'arte, i quali, temendo di compromettersi, hanno sommo impegno ad evitare
le pericolose curagioni. L'ingiustizia frequentissima de'giuchzj del pubblico
può mai scolparli di un fallo le di cui conseguenze sono tanto gravi? Quanti
malati sono quindi vittima di questa falsa prudenza! Quanto la fiducia può
esser corrotta da vani interessi dell'amor proprio! Le qualità essenziali al
medico, per riuscire nel mondo, non sono un merito trascendente, un grande
impegno per lo studio ed un profondo giudizio, ma sibbene esorbitante ammasso
di ciarlataneria, instancabile cicalamento, ed un'audacia che niente può
sconcertare giammai. Perche tacerlo or vi a? gli uomini hanno un pendio naturale
per i ciarlatani: conoscerli bene, ecco il cardine per chi aspira a grandi
successi nell'esercizio della medicina. Una vernice di sanere basta per
illudere il rozzo volgo. Egli è vero che la grand'arte di ammassare danari non
è meta per il medico che conosce la digitila di sua professione; non men vero è
altresì che gli uomini illustri, che si sono creati dei diritti alla
venerazione della posterità pe'loro rari talenti, non hanno credulo onde
giug-icrvi bastare uno stodio sufficiente e porre in opera ogni astuzia ed ogni
raggiro, il cui insieme compone il saper fare. Ma che importa ? quei che
scorgono nella pratica medica un eccellente mezzo di fortuna, non fissano alcun
significato al risonante = amor della gloria, amor dell'umanità = ed inutile
giudicano la scienza, poiché non è indispensabile ad essi per l'acquisto di
vistosa opulenza. Eppure i medici hanno ragione di lagnarsi
spessodell'ingiustizia degli uomini, Qual forza d'animo non abbisogna loro per
sormontare i disgusti ila cui sono sopraffatti? Voi non sapete, diceva Lorry
alla gente, quanto ci costa per esservi utili! Un medico amante dello studio ha
languito quindici anni nelle scuole e negli anfiteatri fisici ed. anatomici, ha
trascorso poscia gli anni più belli della sua vita nell'aria infetta degli
ospedali, il pallore del suo colorito e la emaciazione del suo viso attestano
la moltipheilà delle sue veglie e delle fatiche sue. Con qual premio sono
indennizzati tanti lavori? Qui, l'uomo del mondo declama contro la certezza
della più nobile delle umane scienze, e confonde senza pudore la medicina ed il
ciarlatanismo; là, qoeglino stessi a' quali le di lui cure hanno reso la vita,
negano il ricevuto benefizio, onde dispensarsi della riconoscenza: altrove,
qualunque sia l'estensione e la base di sue cognizioni e gì' incredibili suoi
studi per aumentarle, il dotto filantropo medico stentatamente può formarsi una
mediocre clientela, mentre al contrario nn ignorante non ha, dovuto die
presentarsi in società per occupare tutlo il grido della rinomanza. Se gli
uomini non ricevono dalla, medicina tutti i benelicii che sperar ne possono, ne
debbono incolpare sè stesi. Essi, che all'intrigo ed alla ciarlataneria tanto
facilmente accordano fidanza, solo dovuta al vero sapere; che favoriscono così
spesso l ignoranza senza discernimento alcuno, e disconoscono il inerito verace
; che non aprendo mai gli occhi sopra i mezzi adoperati a sedurli, non sanno
che nulla può supplire all'applicazione ed allo studio, che l' esperienza non
istruirà giammai colui che non sia in istato di profittarne, e che il maneggio
è quasi sempre la sorgente de'più funesti emiri. I giovani medici generalmente
sono buoni, umani, compassionevoli, pronti a credere le promesse colle quali
vengono lusingati; amano i loro infermi; nessuno ostacolo a' loro occhi mai non
si fa incontro: la carriera che s'apre loro dinanzi sembra sparsa di fiori; e
la loro immaginazione sedotta li persuade che per riuscire nel mondo è
sufficiente servire gli uomini ed amarli. Illusioni amabili, voi sedurrete pòco!
II paradosso del trionfo dell'ignoranza non tarderà a stancare bentosto ed
opprimere il loro amor proprio ; la dimenticanza, l'ingiustizia, la parzialità,
il raggiro squar ceranno a brani il troppo sensibile loro cuore ; e
l'ingratitudine sarà il colmo del disinganno. Veggansi a questo proposito le
seguenti opere: Plàtius, De medico audace; Heister, De medico nimìs timido;
Sonnet, Satire contre les cliarlatans et les pseudo-médecins empiriques;
Coquelet, Criiique de la charlahmerie; Dolàeus, De juvenis medici idea errante
philosophico-medica; MimcHmr, La scuola del giovane' medico. Una' diffusa'
celebrili) talvolta è meno l' elogio di un medicoj'cbe la satira del pubblico.
V, : ' Si consultino le opere seguenti: Licetusv De optiiuo ^medico: Chiappa,
Ippocrate, modello de' medici. La medicina non è una scienza incompatibile
coli' uso de' sociali trattenimenti, nè esclude colui che l'esercita dalla
politezza, dall'amenità, dalle grazie, clic formano il socievole diletto. Si
può esser medico ed uomo di società medesimamente; e se alcuni malinconici
dottori declamano contro lo sludio dell'arte di piacere, in ciò hanno essi meno
riguardo alla dignità di loro professione, che all' impossibilità di correggere
la pedanteria del loro carattere, ed il ridicolo delle loro maniere. Quella
imperturbabile gravità che portano in società, come al letto de'malati, è un
velo sotto il quale occultano sovente una crassa -ignoranza; e quegli inetti
sarcasmi che lanciano contro que' loro colleghi che aggiungono al sapere uno
spirito penetrante ed amabili forme, altro non sono che la confessione della
secreta loro gelosìa. V arte di piacere e quella di guarire hanno fra loro
strette connessioni. Se nn medico, troppo tardi apparso net mondo, 0 di
carattere molto serio e grave, non può acquistar quella giocondità e quelle
grazie naturali che costituiscono l'uomo amabile, egli deve mostrarsi tale,
qual egli i; ma non sostenere un posto in cui sarebbe fuor di luogo. Chi dalla
natura non riceve la piacevolezza, indarno vorrà simularla; colui che non è
dotato d'un facile umore, affetta invano l'amenità: ì suoi tratti, le sue
maniere, i suoi discorsi, tutto in lui è stentalo; ei diviene ridicolo per la
ricercatezza di voler piacere. Pochi medici hanno goduto pieni successi di
amena società come il famoso Procopio. Egli era amicissimo di molti uomini
celebri del secolo dee imo Ita vo, ed il suo nome si trova spesso ripetuto ne'
loro scrìtti. Piccolo di statura, brutto e gibboso, non fu perciò men ricercato
nella società. Si hanno di lui alcuni brani di versi piacevolissimi, una
commedia dimenticata, e cattive opere di medicina. Per riuscire nel mondo,
bisogna formarsi necessariamente una maniera di essere fittizia, giungendo a
possedere quella riserva abituale che reprime tutti 1 movimenti spontanei,
quella pieghevole compiacenza che a tutto si adatta, ed una attenzione sempre
vigile nel ccrcarè in ogni oggetto una occasione di piacere. Il medico più d'
ogn' altro ha bisogno di un carattere flessibile e dì uno spirito insinuante:
chi meglio di lui conosce quanto le passioni siano i motori degli uomini?
Alcuni, giovani medici, troppo cruciati dello studio, vivono co' libri e nella
lettura, e si. sottraggono alla società, per dedicarsi alle. (lolle loro
ricerche, Questa occupazione postante ; dà. loro un;. aspetto imbarazzate», ed
un timido coufteguo, di cui mai non possono correggersi, e che nuocono talvolta
ai successi, a'quali la mqltiplicità e la profondità delle loro cognizioni li
appellano. Ogni uomo pubblico. non deve dimenticare sulla di ciò che può
assicurare la sua rinomanza. Ogni medico deve portare molta, cura ad .
acquistarc i ciò che può mancargli sotto il rapporto delie .apparenti qualità,
come eziandio a per fon io u are quelle del suo ingegno. I medici poi sono
dispensati il' assoggettarsi interamente alle leggi dell' etichetta, .come una
dì loro prerogative.,., >, I 1 >, >.• i.'-i-i i'. Raccomandare al
medico 1' uso della società., non importa volerne fare un. zerbino, uu £iceto,
uu bell'umore di sollazzevole compagnia ; dissuadergli il pcdautismo od una
esagerata gravila, non tende, a prei scrivergli di abbandonarsi senza ritegno a
divertimenti innocenti in sè s lessi e piacevolissimi, ma poco compatibili
colla dignità del. suo carattere. Un dottore non deroga punto, coltivando,
j^rti- amen q, q prestandosi talvolta a'giuoclu. di. Tersicore.,,; in .un
convegno di scelti, anaci : uia il ridicolo è prossimo all'abuso, e la
professione di quello è : molto grave f onde porre molta. riserbate,zza in tali
l'utili passatempi. La vera urbanità sceglie e, conferma i'modi esteriori con
le condizióni. È: tale la. severità del pubblico, che pensa male di un medico
troppo abile nelle arti 4t ci nette - scienze, -'ohe -non,1 tanno rapporto
dilètto colla sua professione essenziale e p ri mitri' aJ Gohii; chs vedesi
sempre! ih iriiezzo alte feste ed a'tripudii) séni, braló^pqcd-bccup'àto oi
tròppo aliedo idaH'arle sua. Rmunziare-idunque a' suoi gusti più diletti; eia»
u^ahriegàzÌQne di sé stesso, ecco! il saccifiaioinlposU a medici. Essi
appartengono alla /società, ;.!e: jquestì chiede da loro stretto conto di tutti
i loro istanti, e sorveglia i loro piaceri; Un medico non; può gustare in
riposo alcon sollazzo':. di giorno, non. può egli promettersi clie poche. ore
di quiete; nella notte, il sonno 'suo dura sino a tanto che gli altri non r
librino . bisogno di turbarlo con le ordinarkriiótturHe'niòieatie :( Ficq,
ifìdfyrfr, ., .,„j,./.,{ ..)'.,(, B Kf'ì'il» ; Sotto Luigi XIV, i medici
affettavano una pravi là eccessiva, . Molière; IsìibeSb di ! loro: i mpedantì
dispaiv vero; ma i cicisbei sono venuti; e questo ridicolo È -forse più
insopportabile dei pruno. Oh airip fori racconta l' aneddoto seguente sopra!
uno di qile' dottori alla moda. D'Alembert trovatasi: presso madama J)u
.Deuaiit,'ove erano il 'i presidente HenuùH :ed- il.'ia»gnor iPont-de-Vesle:
sovraggiugne un medico nominato Fournidi^ il: quale, eulraiide; :dice- a
màdaiha Ueffant: Madama, io . vi presento il mìa umilissimo iritìptUtOt al
presidente Hénault: Signore, io li ò l'onore di salutarvi; al signor
Pont-de-Velsè : iSignore, io sono il vostro iiuiilìssimo servitore; e rivoltosi
a D'Alembert: Buon 'giorno, signor abate. Evvl più ridicola peUegoleria.'d*,
questa vana e falsa pretensione ad osservare le sociali convenienze ì Questo
stesso -.Fouinier è l'originale del Medico del Circolo, commedia di Poiusinet,
dedotto da quella di Palissot col medesimo titolo. A qnal punto ormai può un
medico liberamente coltivare le arti dilettevoli! La soluzione del quesito è di
già presentita. Qualunque sìa il di lui gusto per esse, sacrificar lo deve al
pregiudizio del pubblico, o secondarlo con estrema circospezione. Senza dubbio,
il flauto a Boerhaave niente scemava a'di lai rari talenti; laonde coloro che
godranno di uguale sorprendente celebrità, potranno allora, ad esempio di
quello, mostrar senza pericolo il loro trasporto per la musica; ma fintantoché
analoga reputazione acquistar si dovranno, prudenza esige, far bene
astenersene. Ed avvegnaché, oltre l'opinione conosciuta del pubblico sulla
incompatibilità della coltura della medicina e delle arti, bisogna ritenere
ancora quante seducenti attrattive sono in queste, che dallo studio cosi arido
e penoso delle mediche scienze possono facilmente distogliere. Colui che al
sapere unisce la civiltà, un carattere piacevole affettuoso ed ameno, e la
compagnevole leggiadria, è più opportuno d'ogn'altro a bene esercitare la
medicina: egli onora la sua professione, ei la fa amare. Alcuni medici
vivamente sensibili, o per dir meglio di poco spirito, si irritano contro la
società declainatrice contro l'arte loro, e contro i filosofi che, come
Montaigne, Molière, Rousseau, non credono alla certezza di essa. Qnal bizzarro
capriccio) Veggansi le opere: Le Fhàhcois, Réflexions crìtìques sur la
médecine. Odwyer., Querela medica. Pljitz, De oedantismo medico. Il ginevrino
Odier, in nna Memoria letta all' In stituto Nozionale di Francia, ha provato
con evidente dimostrazione i vantaggi, che trarrebbe la medica scienza nel suo
paese, da una fondazione a perpetuità, destinata al sostegno di alcuni medici
nelle università straniere. Una tale istituzione sembra dover essere la più
utile. Questo progetto è stato gik concepito ed eseguito in Inghilterra dal
dottor Radctiffe, che ha legato i suoi beni ad un al nobile uso. "Volle
questo medico che due studenti, dell'università di Oxford, godessero per sei
anni d'un* annua rendita di seicento lire sterline, a condizione di passare
almeno cinque anni fuori della Gran Brettagna. La poca cura posta nella scelta
de' soggetti, la coi nomina ad alcuni signori appartiene; ¥ assoluto difetto di
regolamenti per esìgere da loro un discarico dell'impiego del loro tempo, hanno
paralizzata una istituzione, clip sembrava 'promettere, dice Oilier,
grandissimi vantaggiosi risii! lamenti. Ma, secondo Valentin, i candidati ora
ottengono queste missioni a concorso, nella gran sala dell'Università, in
presenza del suo cancelliere e degli nffiziali della Corona. Allorquando un
uomo d'alto merito si annunzia in alcun luogOj la rinomanza proclama bentosto
il suo nome da tutte le parti; il suo genio esercita sommo potere sulle nazioni
straniere, e le contrade le piti remote gli inviano discepoli ed. ammiratori.
Chi ignora l'inconcepibile affluenza degli allievi d' ogni paese alle lezioni
di Boerhaave, di Morgagni, di Unnici-, di G. P. Franck, di Scarpa, di
Sementini? La scienza deve molto a questi omaggi resi alla celebrila. Quanti
abili chirurghi, anche fra gli stranieri, non ha
for.fl*i^J'UlM*re;ne9aMtì.Moltìic^eriìWri-.disliiUi;jiiit:ii•mpltèi diivano il
vanto essere stati allievi di ini; le,»iie. leziqjli ed i suoi esempi inibivano
più de' miglio ri libri nello ammaestramento : e- quei che pec goderne
oltrepassavano .immense distanze, 'iie trovavano la ricompensa .nell'entusiasmo
di cui egli li accendeva per la phiiiurgia, e nel rapido incremento del loro
sapere. . r .; Superfluo ; sarebbe provare ulteriormente l'utilità dti' viaggi
iinedici : essi estendono la sfera delle cognizioni del medico, gì' 1 insegnano
a comparare le opinioni, tid .apprezza re i sistemi') ma il maggior vantaggio
che. gli' procurano è dì metterlo iti relazione .cogli: uomini più celebri
d'ogni contrada, e fargli Ot;te.ne(e. dalla .loro; beilevoleftza' conoscenze,e
.rapporti . del, .maggiore interesse. j., „ '-. ii l. !.. cniutou Qual, differenza.
..jj-a il leggere là descrizione, di un . processo operatorio in un'opera
periodica, e vederlo praticare 'dliì suo inventore sul vivente ! -Quanto i«na'
prezióse le Osservazioni cliniche filliteial letto- degli ammalati; o nella,
intimità del congresso de" dotti -'ohe primeggiano nell'arte di guarire!
Un mcdieo illumi-; nato che visita gli stranieri 1, studia con cura ti! lorte
metodi' d' insegnamento e di terapeutica ; > osserva i grandi medici nella
Iqrd predica pat'ticdlarej si ini pai-, dronisce sul luogo del carattere delle
endemìe, osserva le gradazioni die esibiscono secondo lemslat^' lie epidemiche
e sporàdiche, e secondo le rpgicmi; nota con esattezza tutto ciò che- e
raltttivo alla pò*, lizia degli ospedali, visita le collezioni, di storia
natoraic e di anatomia, patologica, e fissa principalmente' l'attenzione sulle
innovazioni introdotte nel dominio; della materia medicai' 1 'i*f ' ' h
>i'»"l '">i liti Mn un medico non può trarre vantaggio del suo
soggiorno nelle straniere focóltà, s'ei non adempie le' seguenti condizioni:
i.° È indispensabile possedere la lingua 'del paese : coma potrebbe egli, se
l'ignora,' seguire le lezioni de' professori, leggere Je opere no-, vel!e, ed
assistere alle mediche conferenze?' un^int^r-' prete, è fastidiosa ed
insufficiente risorsa. à"-Se'iè>cognizioni tìi lui non siano di già
molto éste'seì, gli sarà impossibile ben ponderare le teoriche ed i
fottirecenti che gli; saranno' partecipati, e comparare ciò che preventivamente
ei sa. Per questa ragione i vjag^i' mèglio ammaestrano gli uomini instruiti:
costoro sa mio difendersi dalla seduzione a cui sospinge naturalmente tutto ciò
che è nuovo; essi soli sanno ««servare, di*- . scutere e giudicare. 3° Di tutte
le qualità morali; la più preziosa per il . medico viaggiatore è un sano
giudizio, col quale indaga e distingue ciò che è buono essenzialmente, da ciò
che è vizioso o indifferenti;; né ritiene come scoverte preziose le bizzarre
innovazioni, ed apprezza di più i fatti pratici, e gli oggetti di utilità
dimostrata, che non lo vane teorìe o le brillanti speculazioni. Alcuni medici o
chirurghi di chiara rinomanza, animali d'ardente zelo per i progressi deli'
arte di guarire, hanno intrapreso, in epoche diverse, parecchi viaggi presso le
nazioni più illuminate e dotte d'Europa, onde conoscere da loro stessi i gradi
di perfezionamento della scienza. In effetto allorquando sparsesi in Francia la
fama che Cheselden onerava col massimo successo un nuovo processo operatorio
per eslrarre i calcoli dalla vescica, Morand propone all'Accademia delle
Scienze d'andarvi in persona ad esaminare ciò localmente: egli vi fu spedito,
ed ottenne dal celebre operatore di Londra le istruzioni ohe desiderava con
tanto ardore. Simili nobilissimi motivi condussero Chopart, Valentin e Roux in
Inghilterra, e G. Franck a Parigi: merito più laudevole in questi sommi dotti
che nulla aveano da invidiare agli stranieri ! ' t Il più illustre de'medici
viaggiatori è stato il gran vecchio di Coo. Ippocrate, ad esempio de'filosofi
del suo tempo, andò a cercar lumi in remote contrade: egli percorse la Grecia,
l'Asia e l'Europa, le isole dell'Arcipelago e delle coste del Settentrione, e
le contrade che avvicinatisi agli Sciti nomadi ; in Tracia poi ed in Tessaglia
egli si fermò assai lungo tempo. Riconoscendo nei viaggi fatti tra le indicate
condizioni, vantaggi certi ed evidenti, creder pero non debbo n si d'estrema o
precisa necessità. Avvegnaché qual è il loro scopo! conoscere i progressi
dell'arte di guarire presso gli esteri: ma tutte le utili scoverte, tutt' i
fatti degni di rilievo, i nuovi interessanti processi cperatorii, sono
pubblicati da'loro autori, o da quelli ebe li avvicinano, quindi conosciuti pur
sono da tutta la gente dotta europea. Morand non era pervenuto ancora in
Londra, nel 1736, che Garengeot e Perebet aveano scoperto ciò che egli cola
andava rintracciando. Lo aver troppo vagato nel mondo è anche meno un titolo di
raccomandazione. Quanti medici, per lungo tempo cosmopoliti, che vengono
finalmente a stabilirsi fra noi, non hanno guadagnato nelle loro corse
moltiplicate fuorché alcuni errori dippiùl Aggiungasi a queste considerazioni
che un medico, arrivato in una capitale straniera, può difficilmente giudicare
convenientemente gli uomini co'quali è in rapporto, e gli accade sovente considerare
e spacciare, colla miglior fidanza possibile, per grandi medici o abili
operatori, individui troppo mediocri, mentre si tace di dotti valentissimi, di
cui ignora vasi l'intrinseco merito. Veggasi Bartholihks, De peregratione
medica. pX»^um^J^;l ! r; ^ Delle Società di Medioimt. ['' ili : perfezionamento
dell'arte di guarire; è Io .scopo delle • Società ili medicina: esse esaminano
lo acquistàle> cognizioni, ripetono gli sperimenti ed i ..saggi), li
ritrovati, le scoverte che interessano la salute degli nomini, coltivano tutte
le scienze mediche e le scienze fisiche ne 1 lóro rapporti colla medicina,
chiamano nel, loro seno tutti coloro che si addicono con ardore e : successo al
loro studio, si valgono de' lumi di tutti i dotti dell' Europa, mantenendo con
essi una attiva corrispondenza, raccolgono gli sparsi fatti, e pubblicano le
nuove invenzioni e scoperte, propagando delle questioni di cui la soluzione c
propria a favorire lo sviluppo delle mediche venia teoriche o pratiche; e
finalmente nessuno de'mezzi trascurano che liberar possano l'arte di guarire da
vani sistemi, e stabilire principii generali fondati sull'osservazione della
natura. Molte di esse hanno instituito vari regolamenti onde soccorrere
l'indigenza di gratuite consultazioni : queste cliniche sono vantaggiose, e per
l'onore che la loro esistenza fa diffondere sulla medicina, e per gl'importanti
servigi che gli sventurati ne riscuotono : e sottraggono inoltre non poche
vittime al ciarlatali ismo. Nelle pubbliche tornate di queste dotte adunanze,
uno de'membri rende conto de* lavori della società: altri membri l'anno omaggio
a' loro concittadini dei risultameuti delle loro ricerche e delle loro
meditazioni sopra i punti diversi delle mediche scienze che hanno occupato la
loro attenzione. Non si farà qui la superflua e troppo lunga enumerazione de'
benefizi, che la società deve allo stabilimento delle Academie di medicina; nè
insisterassi sugli immensi progressi che hanno concorso a migliorare l'arte di
guarire; nè qui vuoisi presentare lo storico ragguaglio de'fasti loro, che
hanno cotanto illustrato la medicina e la chirurgia. Pubblicando le loro
Memorie eia raccolta de'premj per quelle diggià coronate, le società mediche
molto contribuiscono al perfezionamento della scienza di cui si occupano. Ed i
giornali ch'esse rendono eziandio di pubblica ragione, riguardar si debbono
qual deposito de' loro lavori, e generalmente come quello di tutte le mediche
cognizioni. Compongousi questi di osservazioni, di memorie, di analisi di opere
nuove, sotto i quali rapporti utile interesse presentano. È loro scopo far
conoscere tutte le scoperte, diffonderle dappertutto, e valutarle: l'esteso
dominio della medicina loro appartiene, il quadro statistico presentar ne
deggiono, e seguire passo a passo ì progressi delle diverse scienze clic vi si
riferiscono, paragonare la dottrina degli antichi a quella de'modemi, ed
apprestare sufficiente idea della letteratura medica straniera. Un pratico
occupatissimo non ha il tempo di leggere molti libri: un buon giornale gli
offre il sommario delle mediche novità; e per i medici di provincia è
specialmente utilissimo, che di rado le novità conoscono, ed in gran parte le
ignorano. I giornali di medicina offrono utili materiali allo storico dell'
arte, di guarire; agli oltramontani conoscer fanno lo stalo della scienza; e
presentando in fine un momentaneo interesse, che formane il pregio, possono
perfettamente conciliarsi col merito più solido dell' istruzione. Un
giornalista di queste materie apportar deve, nello adempimento dell'impegno
suo, uno spirito emancipato d'ogni sistema, d'ogni pregiudizio; mostrar
l'errore con accorgimelo } ma perseguitare il ciarlatanismo con intrepido
coraggio ed inalterabile costanza. Le analisi delle novità mediche non potranno
esser utili, che allorquando avranno una estensione proporzionata
all'importanza dell' opera, e la critica o la polemica siensi compenetrate
evidentemente nelle idee dell'autore. E debbesi ornai desiderare che non
avvengano più a' dì nostri quegli attacchi indecenti e vergognosi, che
offuscano la reputazione d'uomini, meritevoli di slima reciproca e del civile
rispetto di ognuno. Nò tale e il linguaggio che i dotti usar devono: i giornali
di medicina sono fatti per arricchirsi de' loro lumi, non per servir loro a
campo di guerra. È però vero clic all' aggressori; il torto :ippartieiie, ma
uno spirito superiore nioslra maggior grandezza d' animo nello sdegnare una
ingiuria die nel vendicarsene ; dirigendo egli a' suoi nemici, a'suoi vili
detrattori (che, forse inabili in tutto, vanamente si sforzano atterrare
l'altrui rinomanza, alla (.pitale pervenir non polendo sì vendicano col dime
male) le severe derisioni del ferneyano filosofo, ilfjle, mais rampe; o
imitando l'austero disprezzo di Fontanelle, un silenzio cioè imperturbabile e
costante, dedotto dall'avviso dantesco: Boa rujjiouar,|i „, a guarda e passa;
omettendo anche spesso di guardar mezzo facce, bifronti o protei mostri. Un
giornalista imparziale, nel render conto di un'opera, manifesta gli errori e le
inesattezze, ma rispelta sempre l'autore; nè mai permettesi lanciargli contro
verun epigramma. Gli amari sarcasmi ristuccano, senza persuadere giammai. Egli
deve accuratamente astenersi e dalla preoccupazione dell' odio, e ' dalla
prevenzione dell'amicizia o delia stims; questa ' accieca talvolta i nostri
aristarchi; laonde si desidera almeno che non profondano con eccesso i loro
elogi a coloro non del tutto sforniti di merito, ma che in realtà non sono
quali voglionsi magnificare. Le lodi {Dici, fjhilosophitj-) recano nocumento a
chi le dà, senza giovare a chi le riceve. Taluno de' nostri medici è
qualificato come eccellente scrittore, e frattanto nello sue opere sembra che
ignori le regole primordiali dell'arte di scrivere. Queste perpetue ed
esagerale adulazioni, che ricevono ne' giornali alcuni individui titolali, non
daranno peso alla posterità: bisogna anche una misura negli encomi che si
dedicano a' sommi talenti. Gliénier ha esposto perfettamente le qualità che un
buon critico posseder debbe. L'ignorante, egli dice, non vede la beltà, il
detrattore non vuole vederla, il critico la vede e la mette in evidenza. Parla
egli de' grandi scrittori che furono, con rispetto se ne occupa, ma non già con
idolatria. Il critico, giusto verso i trapassati, è giusto e benevolo verso i
viventi: ei non si limita all'ammirazione de' capi d'opera, ma paga un tributo
di stima agli utili lavori. La critica è la scienza del gusto, illuminata dalla
giustizia. Scoprire e mostrare gli errori in una medica novità, rilevarne le
inesattezze, dimostrare 1 vizi del piano, estrarre e volgere in ridicolo alcuni
brani difettosi, non è impegno troppo difficile; un giornalista però opera
meglio nel far conoscere il buono d'una produzione, che fermandosi sui difetti
di quella. I sarcasmi costano meno d' una giudiziosa riflessione, imperciocché
— Crìtiquer est aisé, juger est difficile. — D'ordinario gli errori di un'opera
non attirano tante critiche all' autore, guanto le bel Istruire è lo scopo
della critica : per adempirlo, un giornalista deve possedere profonde e
svariate cognizioni, onde ben giudicare delle relazioni riferibili alle mediche
scienze. Una vasta erudizione non lo dispensa dall'arte di scrivere, e
principalmente dal gusto, senza il quale le sue critiche ributterebbero il
leggitore. E nel render conto di un libro novello. eviterà egli ogni sorta di
digressione, seguirà ii cammino dell'autore, e produrrà le di lui principali
idee, sia per approvarle, o per confrontarle con altre analoghe, emesse da
contemporanei o dagli antichi ; cercando ancora per sostener l'attenzione di
variare il suo stile secondo il tema. La natura delle materie sottoposte alla
sua critica, non lo esclude di scrivere colla bramata eleganza. Queste
riflessioni generali sulle società dì medicina saranno scusabili certamente,
avendosi avuto l' intendimento di seguire il medico in tutte le situazioni, ove
la sua professione potrebbe ridurlo, cioè di accademico, giornalista, ed
autore. Il medico più abile è colui che alla vecchiezza riunisce un vero
sapere: gli anni nulla hanno tolto alle suo cognizioni: l'età anzi lia maturalo
di più il suo giudizio. Non meno istruito del giovane medico, più franco
nell'arte d'osservare, ed a costui superiore, egli possiede inoltre il prezioso
vantaggio d'una lunga esperienza. È vecchio medico colui che è saggio ne'
consigli, intrepido ne' pericoli, accorto a preveder l'avvenire, di molte
risorse, e di grande dottrina. 11 sapere invecchia un giovane, l'ignoranza fa
d'un vecchio un alunno; ciò che manca all'eLà, lo compensa il talento : Quid
numeras annos ? vixi 'maturior annis, Ada semin facilini, haer, numeranda fili.
Ma non per lo scoprire una calva testa o adorna di capelli bianchi, può un
pratico manifestare d'aver del merito, chè dimostrasi bensì in una
professionale conferenza, principalmente al lcllo dell'ammalato. Gli antichi
statuari! non depilavano la testa venerabile di Esculapio; nè la calvizie fu
mai una prora del genio. Un giovane può essere gran medico; e difficile cbe un
vecchio sia gran chirurgo d'esercizio. Celso vuole che il chirurgo sia giovane,
almeno poco inceppalo dagli anni: allora soltanto egli unisce il fuoco dell'
immaginazione alla destrezza ed alla fermezza della mano. Un vecchio operatore
non intraprender?! giammai quanto un giovane; l'età gli comunica Una invincibile
timidezza, che spesso col nome di circospezione si onora. Il positivo ingegno,
non il corso degli anni, fa 1' elà del medico. Un giovane dotato di criterio
medico, può essere precocemente un buon medico; ed un pratico di sessantanni,
tuttoché egli ave&c veduto centomila infera», non sarà medico giammai, se
trovasi sfornito d'i questo prezioso dono della È un pregiudizio adunque il
riguardare qnal miglior medico colui, che ha veduto il massimo numero possibile
di ammalati. Tale è pur tuttavia Io errore del popolo; egli non domanda, dice
Zimmermann, se i'l tal medico sia istruito, penetrante, di genio, ma se abbia
canuti i capelli: per lui un uomo maturo è necessariamente più abile di un
giovane, e conchìude che avend' egli più veduto, debba anche più rettamente
pensare. Epperciò c comune Co^a negarsi dal volgo la (tua fiducia ad alcuni
medici di segnalalo merito, a'quali non sa perdonare la loro gioventù;
mentrecbè senza misura inconsideratamente l'accorda a vecchi medici, indegni di
qualunque stima. Esperienza e vecchiaia, sono due espressioni ch'egli crede
inseparabili: e la deduzione di ciò emerge naturalmente, imperciocché ei non
distingue la vera esperienza dal semplice vedere ed esercizio superficiale. I
vecchi, anche più istrutti, secondano estesamente l' opinione del volgo. Un
giovane del più grande talento, è a'ioro occhi mi giovane soltanto; e giammai
possono sospettare probabile alcuna parila fra loro provetti. Ed ìntimamente
convinti del proprio grado superiore, mai lasciali essi sfuggire occasione veruna
onde far ciò valere, sia ne' consulti o negli scrini loro: eglino li videro
nascere, hanno diretto i loro primi passi nella medica imitici':], comi?
agguagliar li potrebbero? Indarno sarebbesi quegli dedicato tutto intero allo
studio- della medicina, e negli ospedali sotto i migliori maestri, in quella
età felice quando l'immaginazione è vivissima, e la memoria tanto vasta e
tenace: invano sarebbe egli debitore alla costanza de' suoi lavori, favorita da
propizie naturali disposizioni, e da brillanti ripetuti successi }
cionuonoslanle sarà egli sempre pei vecchi un giovane senza esperienza, che
promette solo qualche cosa per l'avvenire. Sessant'anni di pratica è una
prerogativa, alla quale riunisconsi tutte quelle qualità, il cui insieme forma
un gran medico! Però meno si vanaglorierebbero dì loro esperienza, se
ricordassero il saggio dettato di Galeno: Medicos qui solam experientìam
scquiuitur non admitlimas 3 quonìam ipsi siati Ulìotae jacittnl, quae vident
inspicieru.es, et rerum quidem eventata cohtuentes, causam autem ignorantes. Un
poco d' invidia forse nemmeno manca ne'giudi zi resi da' piatici anziani
pe'loro giovani colleghi : tulli mettono al confronto l'annosa esperienza, di
cui tanto premurosamente si prevalgono, conlro la non curva gioventù, che
sembra loro difetto grandissimo per un medico. 11 che non a' vecchi medici in
generale si dirige, ina a' pratici di mestieri esclusiva mente. Allorquando un
medico arriva ad avanzala età, dopo lunga e felice pratica; allorquando un
sapere estesamente riconosciulo gli ha acquistato una meritala considerazione,
onorato nel mondo, veneralo da' giovani di cui è il Mentore, termina egli
infine gloriosamente una carriera percorsa con distinzione. Chi non ha provato
un vivo sentimento di ammirazione e di rispetto, avvicinando questi illustri
vegliardi, la cui testa oltraggiata dagli anni, conservando bensi il fuoco di
giovinezza, richiama l'immagine degli antichi grand' uomini ? Chi non ha
sentilo una religiosa emozione, ascoltando la loro voce tremante e fioca in
quegli anfiteatri che per sì lungo tempo hanno eccheggiato delle loro dotte
lezioni ì Non havvi spettacolo cosi imponente nè più rispettabile della
vecchiaia di un medico, che ha passatola vita sua nell'esercizio de' doveri del
suo slato, nè altra stima esiste più legittima di quella profondamente sentita,
che egli inspira. Ma concedere una cieca insensata considerazione ad un
pratico, unicamente perchè il tempo ha increspato la sua fronte ed incanutito
la capelliera, e 58 negare Farle di osservare e l'esperienza . a' giovani
perchè non sono ancora vecchi, non' è qucslo un ridicolo pregiudizio, contro il
quale la ragione e l'interesse dell'umanità non reclama abbastanza? E mentre la
vecchiaia indebolisce le intellettive facoltà degli uomini, un medico ignorante
goderà forse egli solo l'esclusivo privilegio di ricever per essa f esperienza
il giudizio e l' ingegno, di cui è Stalo privo per tutta sua vita? Firtiitem
non prima negatit, non ultima domini Tempora. Quali prerogative in favor"
loro invocano i vecchi medici? I giovani, essi dicono, hanno poca pazienza,
nessuna assiduità, nessuna circospezione; la loro impetuosità li trasporta; noi
soli interrogar sappiamo la natura, noi giudicare maturamente, perseverare con
costanza nelle nostre risoluzioni, e finalmente osservar bene V andamento delle
malattie; un lungo esercizio ci ha illuminati sulle loro complicazioni, e loro
varietà: fami gli a ri zza ti con esse, al primo colpo d'occhio discernere noi
sappiamo il loro vero genuino carattere, malgrado l'oscurità del diagnostico;
instruiti dalla pratica, noi soli conosciamo bene l'azione de' medicamenti, e
la scelta che di questi far convienili; alla conoscenza squisita del genio
delle malattie aggiungiamo inoltre nuovo vantaggio, non meno prezioso, quello
di un metodo sicuro, invariabile, e che venne da una lunga sperienza
consacrato, 17 età, replicano i giovani, sminuisce i lievi tab ilmente 1?
energia delle facoltà in Ielle ttuali. Orazio lia detto : Multa senati
circumt'enìunt incommoda; e Virgilio : Tarda renectut Debilitai viret animi,
mutatque vigorem. "Sii puossi più disputare sul vantaggio d' una felice
memoria. Questa dà la scienza, e, secondo Galeno, la scienza è l'esperienza; ed
a' vecchi, pur si conosce che la memoria manca: . Prima lunguescit semini
Memoria lorigb lassa sublabens fimi. Gli oggetti esercitano Sopra di noi una
impressione più viva; noi siamo più atti ad osservare e ad agire, più fecondi
in risorse, più indipendenti d'ogni sistema, più intrepidi ne'pericoli.
Eaglivi, morto a trenlanove anni, fu il restauratore della medicina. Prospero
Alpino^ prima del trigesimo suo anno, disposti avea i materiali della sua
grand'opera l'Egitto. Bi chat, morto di trentun anni, e Scliwilgné e Boisseau,
rapiti nel fiore dell'età, sono nel rango di coloro che hanno grandemente
illustrato l'arte di guarire. Chiunque, a treni' anni, non è buon medico, non
lo sarà giammai: non per gli anni, pel sapere bensì, debbe un medico essere
stimato. Utilissima a'giovani sarebbe la loro unione con i pratici, che per lungo
esercizio di loro professione limino acquisiate) molta esperienza; desiderevole
sarebbe ancora che solto di questi dimostrassero il primo eaggio di loro
idoneità: laonde, guidati per avveduti consigli, eviterebbero quegli errori che
le più estese teoriche cognizioni non bastano far loro prevedere. Questa sorta
di patronato era prima più comune d'oggidì: di rado veggonsi altrove come nella
capitale, de' giovani dottorelli seguir tuttavia la pratica degli spedali, o
collegarsi a que'clie li hanno preceduti nella carriera. Pregevolissimi saranno
sempre gli avvisi d' uno sperimentalo clinico, gl 1 insegnamenti, ed ì suoi
discorsi. H seguire per parecchi anni la pratica di un buon medico, offre
ancora ai giovani un altro vantaggio: essi si avviano nell' acquisto della
fiducia degli ammalati, e cominciano a farsi conoscere. Spesso il rispettabile
professore che li dirige, lor cede ed assegna interessanti casi ed
osservazioni, compiacendosi egli ognora d'agevolare la loro gloria ed i loro
trionfi. Partecipando al frutto della clientela di lui e della sua esperienza,
quella propria più sollecitamente sì formano; al che riuscir non potrebbero, se
di sè stessi fossero in balia. Nè solamente il loro Mentore conducali alla via
dell'istruzione, ma eziandio li guida a quella della fortuna. Colui che avrà la
sorte di trovare sin da principio un abile pratico, che voglia scortarlo in
società, e formarlo nell'arte di osservare, dovrà retribuire beneficj tanto
segnalati colla più viva riconoscenza; Glie egli ascolti con rispetto le
lezioni dell'età matura: che si proibisca quella presunzione cosi familiare
a'giovani, e tanto contraria Y progressi della scienza; e si accostumi ben
presto anteporre i precetti dell'esperienza alie brillanti teorie delle scuole.
Conservino sempre i giovani medici, si ripete, la. più fervida gratitudine per
colui che li ha iniziati ne' misteri dell'arte di guarire, ed abbiano per lui
un profondo rispetto ed invariabile attaccamento; quindi amarlo è uno de' loro
primi doveri. Onorare i suoi maestri, importa onorare sè stesso. Se il
discepolo venera il professore, si gloria costui de'progressi del suo allievo,
i dì lui successi formano il di lui gaudio; egli identifica la sua riputazione
alla propria rinomanza, ed un medesimo vincolo di stima e di amicizia li
affratella ed unisce. Mancano le espressioni onde potersi degnamente lodare
quell'uomo illustre, da cui tanti giovani medici hanno ricevuto cosiffatti
benefizj, vedendolo interamente impegnato ad aiutare il merito nascente, ed a
sostenere colla sua prolezione e co' suoi mezzi tutte le intraprese dirette al
perfezionamento della scienza. Veggansi le opere di Stebler, Optima seu non
annorum sed virtutum numero computata medici aetas deducla; Stahl, Disertano da
practicorum veteranvrum praestantìa; Ioncker, Diss, inaugar. medica qua esemplo
plethorae demostratur quod bonus theoreu'cus bonus quoque sit praticus.
Giovan-Giacomo Treyling ha sostenuto nell'università d'Ingoiataci, nel 1736,
una tesi, nella quale sono discusse queste due quistioni ; Un medico debb'egli
menar moglie? Qual donna gli conviene mai? Eppure costui non ha tratto forse
dal suo tenia Lutto il partito eh' ei presenta. Tréyling declama troppo contro
lo slato del maritaggio, confessando medesimamente che il volgo accorda con
minor facilità la sua fiducia a' medici celibi che a quelli avvinti da'nodi
d'imeneo:' osservazione evidentissima questa, e di gran peso. Egli passa in
rivista successivamente lutti i disgusti e gli affanni che fa provare al marito
la moglie opulenta, o quella che per natali dislinguesi, ovvero se alla classe
plebea appartiene; e piacegii citare tutti i passaggi e dettati de'filosofi
diretti contro il maritaggio, insistendo finalmente su certo pericolo che si
indica L'i j i Dy Co qui appresso con le testuali parole del dottore di Baviera
: Jccidit et hoc viro praesertim medico, quod si juvenculam sibi junxerit,
fiancque fbrmosani, Imbeat quod metuat ìllud Epicteti dicentis: Qui formosam
duxerit, habebit communem. Cura enim medicus densa praxì obrutus, nec domus nec
uxoris custos esse valeal, quid? si haec interim hospitalis alt, et Dianam
aemulata cornifica metamorphosi marilum cervina superbum corona in Acieonem
transformat, kaeredesque ipsi afferai, non nisi adamitico cum ipso sanr guine
conjunctos? Ita ut non sernel saltem tacite secum murmurare querelas debeat:
hauti ego mi uxorem duxi, tulit alter amorem: sic vos non vob'is. ( J. J. Treyung, An et qualern
medicus debet uxorem ducere, Orai. ìnaugur.). Questo scrittore più serie obbiezioni avrebbe dovuto
proporre contro i legami del maritaggio: le declamazioni sono sempre false, e
fanno vedere un lato solo degli oggetti. A'ridicoli pericolameli ti che fa
temere il tedesco dottore, ben si possono opporre j vuutaggi grandissimi, di
cui l'imeneo fa godere il medico. Altri dimostreranno i gravi perigliosi
inconvenienti del celibato, e faran conoscere il benessere di una scelta
unione, benedetta dal cielo; io mi limiterò ad indicare molti efficaci motivi,
che impegnar devono principalmente i medici ad associarsi di buon'ora una compagna
degnissima. Il maritaggio dà al giovane medico maggior consistenza, più solida
maturila, gli fa scusare folli sua; gli acquista la fidanza di vari mariti e di
capi di famiglia, i quali, s'ei non fosse ammoglialo, rifiuterebbero forse le
di lui cure. 04 Pensa HiifFmann clic un mediai affrettar non dobhest al mairi
moiuo, mrnochè non Irosi mi vantaggiosissimo stabilimento; perchè, die' egli,
una moglie e l' imbarazzo, il disordine, il viluppo della domestici ei-niwmia,
assorbiscono la moti del tempo che n>ige lo studio. Questa riflessione è
fonduta sino ad un eerto punto, ma non deroga quella precedentemente emessa. Un
medico assai dedito a' lavori ilei gabinetto, rifugge le delizie dell'imeneo;
per lo che fra' dotti, molti celibi si numerano; ma tuttavia una moglie e figli
possono perfettamente conciliarsi coU l' a more dello studio. Bacine era
maritato, ed occupavasi egualmente di sua famìglia e de'suoi studi, e le
domestiche cure non gli menomarono hè i suoi lavori, ne la sua gloria. Montaigne
eralo pure. Cicerone, Plutarco, quasi tutti i filosofi e gli antichi letterati
di Grecia e di Boma, erano virtuosi mariti ed ottimi padri. Tale fu Ippocrate.
Il grand'Haller trovò la felicità con una sposa diletta, e fu uno degli autori
piò fecondi del tempo suo. Morgagni era maritato. Sabatier contrasse un secondo
maritaggio in età anche sconveniente. Frank, Pi nel, Broussab, ed allrì
chiarissimi luminari, non sono vissuti nel celibato. L'uomo non è fatto per
viver solo, dicono le sacre carte, ed è ripetuto con entusiasmo dallo scrittore
dell'Emilio. E Socrate richiesto, se fosse miglior partito prendere o no
moglie, rispose: Qual dei due si faccia, dovrassene* sempre aver pentimento.
Dell" Esteriore del Medico. Molière ha vendicato l'affettata gravità ed il
pedantismo de'medici del secolo di Luigi XIV. I Diafoirus ed i Purgon sono rari
adesso: trovansi tuttavia nel mondo taluni degli originali, di cui egli ha così
bene dipinto i ridicoli portamenti, di que'dottori cioè nutriti d'antiche
teorie, che in medicina nulla scorgono difficile o inesatto, che prestati fede
a'ioro sistemi come a dimostrazioni di matematica, e che se mai si osasse
sottoporli a discussione, qaal reato il terrebbero. Ad udirli, l'eleganza, la
socievolezza, le urbane maniere, risultano incompatibili con la professione del
medico; essi fuggon le grazie, e le grazie rifuggono costoro. Stranieri a'
progressi dell'arte ed alle scoperte del genio, distribuiscono senza
discernimento qualunque rimedio, uccidono ì loro ammalati nel modo più coscienzioso;
ed in ciò agiscono, come il Piirgon, di Molière, qual farebbero ali' uopo
pe'loro figli o amici loro. Malouin, a que'tempi medico della regina, era di si
fatto carattere: egli prescrisse molti farmaci ad un celebre letterato, che li
usò con diligente esattezza, e guarì. Rapito di tanta docilità, il dottore gli
disse abbracciandolo: Yoi siete veramente degno d'essere ammalato. Un medico
deve attentamente evitare nel suo linguaggio la precipitazione, ed il parlare
con esagerata gravità: il barbugliamento del dottor Bahis, non è meno ridicolo
della pedantesca lentezza del dottor Macrotoo. Le sue maniere, il suo
linguaggio, tutto il suo esteriore dev'essere in armonia con la dignità del suo
ministero. ' Un medico ciarlone è un accrescimento di mali per l'ammalato) Se
l'esteriore del medico è naturalmente imponente, gli sarà più facile ottenere
la fiducia e gli omaggi del volgo. Però un talento grande, è un mezzo più
sicuro per ottenere la stima degli uomini. Lìeutaud, di una costituzione
debole, di un carattere indifferente e freddo, privo d'ogni esteriore vantaggio
e dalla natura ancbe malconcio, non pervenne meno al primo posto dello stato
suo. Alcuni moralisti, e lo stesso Ippocrate ( Dè decente habitu a ut decoro),
vogliono che all'esteriore di un medico pompeggiasse la salute; e sono d'
avviso inoltre essere ridicolo visitare infermi con una gracile complessione ed
un pallido viso: tali considera zìo iti però sono futili interamente. Certi
indivìdui godono integra salute, malgrado tutti gli esterni segni di
pervertimento delle vitali funzioni. Non per la pinguedine, l'altezza della
statura, la barba, od il colorito del viso, bisogna giudicare giammai del
sapere di un medico. Fare alcune osservazioni sugli abili del medico, non è un
occuparsi di frivoli oggetti, poco degni al tema di questo lavoro. Ippocrate,
non poche ma replicate volte, è disceso a dettagli di questo genere. Ma si
potrebbero omettere dacché direttamente influiscono sul giudizio degli uomini?
Chi ignora che l'esteriore è tutto o quasi tutto per essiì Clic sol
dall'eslerìor giudica il Biondo. Un medico presuntuoso e ridicolo si adorna di
una cravatta, annodata con l'ultima eleganza, e di un abito di colore e di
forme alla moda: tutto nel suo vestire, anche sino al bastone, è di modesco
gusto: egli escogita, come un galante zerbino, il modo di farsi abbigliare sin
da un giorno prima pel di prefisso. Un medico filosofo lasciasi vestire dal suo
sarto; e tanta debolezza vi è nel fuggir la moda r quanta a ricercarla.
Allorquando la carenala della seta rendeva le stoffe seriche preziose come oro,
i medici ed i chirurghi sì distinguevano per questo genere di lusso: gli abiti
di seta erari loro rimasti in consuetudine. Montaigne rimprovera tal
magnificenza. Al tempo di G. Patin, i chirurghi vestivano a nero, con rosse
calze: i medici prendevano la toga nelle pubbliche solennità, e 68 la ornavano
d'una cappa di scarlatto, oltre agli speroni d' oro: e godevano sin dalla più
remota antichità particolari prerogative, attinenti al loro costume, di cui
erano gelosissimi. A' giorni nostri siffatte disùnzioni nemmeno si rimembrano.
Sarebbe curioso ed ameno soggetto di ricerche per un erudito, la storia della
toga e del cappello de'medici. Egli potrebbe seguire, nel corso delle età, le
variazioni delle mutate forme, con le considerazioni principalmente sulle
qualità a questo imponente esteriore dal volgo assegnate. Ed in vero il tale
dottore doveva al suo vestire la metà di sua rinomanza; per cui i medici
scagliaronsi con furore contro alcuni temeravii chirurghi, che osarono ambire
all'onore della veste lunga; nè ignorasi che in tale importante ostinata
mischia, quantità cV inchiostro fu versata a ribocco da' due partiti; ed i
medici più volte pervennero a scorciare gli abiti ed i cappelli de' loro
avversari, quantunque alla fine costoro trionfarono, ed ottennero di
partecipare a tutti i privilegi degli emuli invidiosi. Un medico che gode
grande rinomanza, può impunemente cedere al suo gusto per la semplicità; la
negligenza del suo esteriore serve pure ad accrescere la sua riputazione: ma un
giovane pratico farà bene nel seguire un opposto metodo : il volgo attribuir
potrebbe la modestia del suo esteriore al ristretto numero de' suoi clienti. Si
compiacciono alcuni uomini bizzarri coprirsi d'abiti i più grossolani, sebbene
non costrettivi dallo stato di loro fortuna, nè curano nemmeno il governo e la
nettezza della persona. A creder loro, un dotto pone severamente in non cale il
suo esteriore, e l'occuparsene sarebbe per lui fattissima cura, chiamando
filosofia questo ridicolo dispregio. Ma le sociali convenienze prescrivono al
medico d'evitare ne'suoi vestimenti ogni pretensione alla singolarità. Gonviene
f anzi interessa al chirurgo, dice Percy, il vestire comodamente. Ippocrate {De
arte), gliene fa un dovere; e l'interesse degli infermi, affidati alle sue
cure, e quello della sua riputazione e della sua propria salute, imperiosamente
glielo impongono. La negligenza ed il lusso degli abiti, come si disse, sono
due estremi da evitare. Bisogna che l'esteriore di un medico annunziar debba
esser egli di troppo superiore all'indigenza. Nettezza, decenza, comodità,
eleganza senza pretensione, sono le qualità che al sor cìale costarne di lui
debbono presiedere e sempre accompagnarsi. Il dottor G. N. Stock (De temperar!
da madicorum), oltre all'avere dato saggi precetti sugli abiti de'medici, si
occupa anche d'altri argomenti relativi al loro esteriore; egli vieta d' essere
ornata la loro capigliatura, interdice il tabacco, il di cui uso, a dir di lui,
li priva delle grazie dell'amabilità, e può altronde ferire la delicatezza di
certe persone. Triller ha scritto una lunga dissertazione intitolata De odore
medico, nella quale egli commenta, ripetendoli, i precetti del padre della
medicina sopra l'uso degli odori. Ippocrate avverte il medico di non profumarsi
giammai di odorose essenze, dispiacevoli o nocive al malato. Costante
circostanza ella è che certi principii odoriferi attivissimi, eccitar
potrebbero violenti spasimi sopra donne isteriche, od eminentemente nervose. (Stahl, De frequentiti mar
horum in carpare kumano prue brutìs. — Tissot, Des maladies des gens da monde).
Più severo del vecchio di Coo, che
almeno permette al medico i grati odori, avvertendo che dilettano ancora gli
ammalati, Dieterich annunzia pure la sua opinione sul loro uso : Vitare omnino
medica* vestimento odorìfera; optine olet medicus quam nìhil olet. Septal e
Roderigo da Castro invitano il medico a non usar degli odori, se non che con
estrema parsimonia. Il medico circospetto e conseguente a sè stesso, che
ambisce il pubblico rispetto, deve adunque esser semplice ne'suoi abiti, grave
con gli uomini, rispettoso verso le donne, senza bassezza co'grandi e cogli
opulenti, serio coi membri del sacerdozio, affabile cogli inferiori, coi
poveri. Il colto lettore potrà vedere all'uopo le seguenti opere: Dìctionn. des
sàences médicales;V^aih, Galateo de' medici; Di-Filippi, Nuovo Galateo pei
medici. La coltura delle lettere non fa parte essenziale degli studj del medico
: ma può egli essere abilissimo, ed almeno mediocremente versato nella
letteratura j essendoché, occupando un posto nella società, e non comparendovi
come dotto ed erudito, -quale idea darebbe di se, qualora fosse costretto a
mantenere un vergognoso silenzio sopra tutti gli oggetti stranieri al rapporto
diretto con la medicina, o, peggio assai, se la di lui ignoranza strappassegli
ad ogni istante delle scipite inezie sopra materie comunissime a chiunque
possiede le istruzioni elementari? Alcuni dottori declamano contro la sollecita
accuratezza de' loro colleghi, Dell' ornare il loro spirito di svariate
cognizioni. Senza gusto e senza giudizio, essi denigrano tutto ciò che non
sanno acquistare. Il più degno passatempo per un medico è la coltura delle
lettere ; e se in convenienti limili egli la rislrigne, gli sarà utile
infinitamente. La storia, la critica, l'arte drammatica diletteranno gli
istanti di suo riposo. Nelle opere de" filosofi si avvezzerà egli a
pensare, a conoscere il cuore umano in quelle dei moralisli, ed a scriver bene
in quelle de' più forbiti eloquenti scrittori. I suoi progressi lo
sorprenderanno bentosto: la di lui memoria, arricchita de' più bei tratti di
poeti e di oratori, renderà il suo conversare molto piacevole; il suo spirito,
nutrito e adorno de' lavori degli antichi e de' moderni, acquisterà nuova forza
e maggiore attività. La sciocchezza sola può sorprendersi di veder un medico a
ragionare saggiamente di letteratura, e la gelosa ignoranza può soltanto
proibirgli di occuparsene per alcuni momenti. Quanti medici chiarissimi e celebri
pratici di prim'ordine, appassionati per le belle lettere, hanno acquistata una
meritata rinomanza colla varietà delle loro letterarie cognizioni! Non è
questo, è vero, il genere di gloria che un medico debba ambire; ma per l'unico
scopo di istruirsi e di formare il suo gusto, le occupazioni letterarie gii
convengono, avvegnaché niente d'incompatibile presentano coli' esercizio della
medicina. Bensì non inutilizzi egli mai iti accessorii studi uri tempo
prezioso, di cui la società gli chiede conto: faccia egli delle belle lettere
un divertimento, non già la sua occupazione esclusiva, ed allora degno sarà di
lode, cercando ornare l'ingegno con la coltura di quelle. Laonde chi consacra
tutto il suo tempo agii studi medici, f u cosa degna; ma colui che dedicando
visi col medesimo ardore, sa impiegare altresì alcuni istanti alla utile
letteratura, fa assai meglio. Una educazione eccellente e scelte letture,
maturano singolarmente il giudizio, infondono forza maggiore allo spirito, e,
perfezionando il criterio, regolano l' immaginazione. Le belle lettere
producono allo spirito ciò che produce al corpo un ottimo cibo; e chiunque è
insensibile a' loro incantevoli o seducenti diletti, ha senza dubbio una
organizzazione in felice. Tutti coloro che per loro professione sono ammessi in
ogni classe della società, devono giovarsi del loro soccorso. Un medico che non
conosce i capi d'opera de' sommi scrittori almeno del suo paese, disonora il
titolo eh' ei porta : nessuna scusa per la sua vergognosa ignoranza s' incontra.
Ma fortunatamente pochi meritano questo rimprovero; e non vi è professione in
cui le cognizioni d' ogni genere siano più comuni, quanto in quella del medico.
Alcuni medici sono comparsi con tutto splendore nella repubblica delle lettere,
come Guido Patin, uno dei più dotti del suo tempo, che ha lasciato una raccolta
di lettere, spesso ristampale, sopra vari soggetti di medicina, di biografia e
di storia. Lo spìrito mordace e caustico di questo medico, e l'incanto della
sua conversazione, aveangli acquistato una riputazione così grande, che i
signori ed i principi a gara contendevansi per averlo a desinare od a cena. Ma
chi fu più dotto, chi più celebre di Rabelais? Prima francescano, poscia
benedettino, poi medico, indi curato di Meudon, ecc., quest'uomo sorprendente
possedeva una prodigiosa erudizione, e parlava quasi tutte le antiche e moderne
lingue. Tacesi qui il tema della sua bizzarra opera, ma trasandar non si dee
come l'individuo stesso che narra le strane avventure di Gargantue e di
Bantagruello, ci ha dato una edizione assai corretta degli Aforismi d'
Ippocrate, di cui il nome dell'editore forma il merito principale.
Presentemente il gusto delle scienze naturali è tanto generalmente sparso, che
a' medici non è più permesso ignorarle. Ad essi socievolmente suppongono estese
cognizioni in botanica ed in zoologia, e spesso lor si dirigono delle questioni
sopra queste scienze. Un individuo qualunque avrebbe svantaggiosa idea d'un
medico, che ignorasse del tutto la storia de' vegetabili e degli animali. Non è
possibile, ò vero, che un medico sappia la botanica come un, Jussieu, Mirbel, o
Richard ; la chimica come Va'uquèlin, Thénard, e Bouillon-Lagrange ; la fìsica
come Biot e Gay-Lnssac; la mineralogia come Haùy, Brongniart, o Beudant; la
storia naturale come Cuvier e Duméril: ma il conoscere gli elementi di queste
scienze è assolutamente per esso indispensabile. E tuttoché immenso sia il
dominio della sola medicina, egli può benissimo, se il vuole, trovare il tempo
di far qualche sortita in estraneo campo di scienze, lettere ed arli. Si
esigono pure in un medico esatte cognizioni di storia generale e particolare,
di geografia fìsica e politica, e sul sistema del mondo. La storia ci mette
sott' occhio le vicissitudini degli imperii, onde noi possiamo conoscere la via
che conduce alla pubblica felicità. La nautica insegna ove sienvi secche, ove
scogli, e mediante la bussola, ci guida al porto cui agogniamo pervenire: ora
la storia è la nautica morale. La geografia, se abbiasi rispetto alla sola
etimologia e descrizione della terra, un siffatto lavoro affatto nudo, sarebbe
troppo sterile: ma i geografi sogliono dare maggiore eslensione alla loro
disciplina; essi alla descrizione delle varie regioni della terra aggiungono la
cognizione de' prodotti della natura e dell'industria, le vicissitudini degl'
imperii, lo stato delle scienze e delle arti. Quindi la geografia non
appartiene più ad una sola ragione di studii, ma a molti. Essere al medico
politico necessario lo studio della storia e della geografia, ciascuno
immediatamente sei vede. Le leggi e le costumanze de' popoli sono in istretta
relazione con infiniti avvenimenti che no vengono dalla storia descritti. Basta
l'ardimento d'un sol uomo per indurre (a necessità di temperare, od anche
mutare le leggi. Altri oggetti, che riferisconsi alla legislazione de' popoli,
spettano evidentemente alla geografia : tali sono l' influsso della varia
latitudine e de' climi secondari. Esigonsi eziandio principalmente nel medico,
una precisa logica, uno studio profondo dell'ideologia, una filosofia pratica,
fondata sull'accordo della morale e della religione. Queste cognizioni si
posseggono tuttavia da non pochi medici; per cui, son eglino senza dubbio la
più erudita classe della società; ed alla dottrina che lì distingue, agginngonsi
le urbane garbatezze e la virtù, associate alle grazie del loro ingegno.
Veggansi le opere : Hennhanius, De eloquenUa medici} Vicq d'Aztr, Eloges
historìques; Le Francois, Riflexians criliques sur la módecrrte; De Beza^ok,
Les médccins à la censure; Martini, Manuale di palma medica. Alcuni medici
hanno coltivato la poesia con successo. Il nume della medicina era nella favola
anche quello de* versi. Apollo dice in Ovidio: Inventarti medicina meum est ;
opiferque per orbem Dicor, et herbanim subjecla potentìa nobìi. Girolamo
Fracastoro f stimatissimo qual medico e come poeta, si è reso immortale per il
suo poema latino sulla SijiUde: i suoi versi sono degni dell' antica Roma e
della Corte di Augusto. La riputazione di lui crebbe tanto, che Yerona sua patria,
sei anni dopo la sua morte, gli eresse una statua. Se ingegno poetico
sufficiente bastato fosse per ottenere questo supremo onore, Claudio Quillet
pretender vi poteva : la sua Calìipedìa contiene grande numero di eccellenti
versi. Questi due scrittori hanno posseduto in grado eminente, l'arte
difficilissima a' moderni di parlar bene la favella di Lucrezio; nè uguagliati
sono da Quinto Sereno Sammonico, quantunque non affatto privo di merito. Gli
Inglesi si gloriano di Samuele Garth, poeta s medico ordinario del re Giorgio
I. Sotto il nome di Dispensary } Gartli ha fondato uno stabilimento destinato a
dare a' poveri gratuite consultazioni e medicinali a discreto prezzo, ed ha
pubblicato col nome stesso un burlesco poema in sei canti, del quale è soggetto
una gara ed una lotta fra' medici e gli speziali. Voltaire, che ne tradusse
l'esordio in bellissimi versi, lo antepone di molto al Lutrìn. Questo strano
parere d'uomo sommo in poesia, si spiega solo con rammentare l'epoca del
promulgato avviso, e l'estrema iracondia del di lui carattere. Pretesi
ammiratori di Eoilean servivansi del chiaro suo nome per vilipendere il grand'
uomo di Ferney: l'abate Batteux avea pubblicato il suo paralello del Lutrìn e
della Enrìade: Voltaire, profondamente ferito, estese il suo risentimento anche
sopra Boileau. Ma tutta la rinomanza de' medici poeti si prostra ed abbassa
innanzi quella dello illustre Haller. Questo genio, onore immortale della
Svizzera, fu uno de' poeti più distinti del suo secolo. Erudito, fisiologìsta,
ed in tutto alto maestro, Haller ha in sè riunito ogni genere di gloria. Le
Muse furono compagne di lui, ed ora scendevano a trattare con esso il ferro
anatomico, ora il traevano sulla cima delle Alpi a cantarne le maraviglie iti
dolcissimi versi, che l'aspetto sublime di quelle inspiravagli, resi mirabili
in molle lingue. Le Muse 79 versarono sul Redi il nettare di Montepulciano e di
Chianti, e lungi dallo squallore degli ospedali l'introdussero nelle orgie
delle Baccanti. (Monti, Necessità dell 'eloquenza). Troppo severo parrà forse
il mio pensiero, ma 10 non posso approvare che un medico ambisca un genere di
gloria, per lui poco dicevole. Che egli faccia de' versi destinati ad essere
letti dagli amici, nulla di meglio in ciò; un tal passatempo niente ha in sè
stesso di reprensibile : ma pubblicarli, ma, ascoltando un amor proprio pur
troppo male inteso, affrontare 11 ridicolo che umilia i cattivi poeti, e
compromettere in tal modo la dignità della medicina, ciò, a mio avviso, è la
più evidente palpabile inconseguenza. Qual vano merito per un medico è quello
d'una poetica rinomanza! Archidamo rimproverò Pena udrò, che lasciava la gloria
di ottimo medico per acquistare quella di cattivo poeta: Basti al nocchiero
ragionar de' venti, Al bifolco de' tori; e le sul* piaghe Conti 'I guerrier,
coati '1 paetor gli armenti. Nutrita de ventis, de tauris narrai arator,
Enumerai miles vulnera, pastor oves. Avvegnaché devesi pur ricordare la
sentenza, Qua potè quisque in ea conterai diem. la quell'arte ciascun, cui atto
il fece Natura, i giorni e l'opra ivi egli spenda. Più importanti cure esigono
le veglie del medico: se egli ha la smania di poetare, non abbia almeno quella
di promulgar colla stampa le sue bassezze e nullità. Qual è il suo scopo
pubblicando cattivi versi? die pretende egli ? — un poco di fumo, alcuni
effimeri elogi. Uscendo meschinamente dalla sua professione, si espone a tutto
il rigore della critica e del dileggìo; e senza un talento preclaro, altro
premio non può ricevere dalla inconsiderata sua intrapresa, die l'indelebile
scherno della berlina. ( Bartholikus, De medicìs poetisi. La struttura de'n
ostri organi è tale, che l'osservatore, colpito dal ridicolo degl’errori del
materialismo, ricouosce ed ammira l'essere supremo – IL GENITORE DI H. P. GRICE
-- clic ha creato tante maraviglie. Lo scalpello dell'anatomico fornisce
adunque un mezzo di prova principale della esistenza d'un celeste Superno
Moderatore. Tutte le virtù sono riunite nell'esercizio delta medicina, la quale
estoltesi alle più alte combinazioni; dal che emerge essere ogni medico
necessariamente cultore della filosofìa. Con questa non si Ìndica già quella
marna, che fa porre nel rango de' pregiudizi tutto ciò che gli nomini d'unanime
accordo riguardano e rispettano come base della morale; mania funesta, che
umilia l'anima e corrompe il cuore, di cui però i medici sono meno suscettìbili
degli altri uomini ; ma si addita quella filosofia che mostra all'uomo tutti i
mali ebe l'ateismo ha cagionato al mondo, facendogli vedere la felicità nella
virtù, la virtù nella religione ; che lo rende padrone delle sue passioni, gli
illumina lo "spirito, e' ne matura il giudizio; ed ha in fine per oggetto
primordiale, il fargli conoscere di amare e adempire i suoi doveri. Tale fu
sempre la filosofia, d'Jppocrate: i di lui scritti mostrano ovunque la più
saggia morale, e dipingono la bell'anima del loro autore. Molti filosoli, e
Montesquieu fra' primi, hanno attinto grandi verità dal vecchio di Coo. Ciò
ch'ei disse della possente influenza che esercitano i climi sul corpo
dell'uomo, e delle modificazioni che questa influenza fa provare alle sociali
istituzioni, è stata adottata e sviluppata dall'autore dello Spirito delle
Leggi, ed egregiamente modificata dal chiarissimo scrittore della Scienza della
Legislazione. Ippocratc trasportò, come egli stesso lo dice (De prisca
medicina), LA FILOSOFIA NELLA MEDICINA, e la medicina nella filosofia. Scorgesi
nelle opere degli antichi la osservazione d'una corrispondenza tra certi stati
fisici, certi caratteri delle facoltà intellettuali e certe passioni; cioè che
a tale abitudine del corpo, a tal proporzione delle membra, tal colore della
pelle, -tale disposizione de' vasi sanguigni e delle parti molli,
corrispondevano una data tendenza ed ùu determinato nesso di idee. Motti' fra
que'savi, nella organizzazione dell'uomo comparata a'fenomeni della vita,
trovarono la ragione de' fenomeni e la soluzione de' problemi morali i più
importanti. La superstizione proibendo loro di licer - 83 care la verità nel
.corpo, umano,- obbligava a rintracciarla ne' cadaveri, degli ammali. Diversi
.medici hanno scritto opere pregiate sopra argomenti di filosofia. Antonio
Van-Dale, medico dello spedale di Harlcm, erudito «omino, è l'autore d'una
disseriazione siigli Oracoli, che parve troppo ardita iìlFepoca ili sua
pubblicazione, di cui Fontanelle si e poscia servito a redigere, la sua Storia
degli Oracoli. Si legge tuttora e. si cita con, considerazione il libro
de'Caratteri delle Passioni di Marino Cureau de la Chambre, membro dell'
Academia Francese, medico ordinario' del -Re. Ma pochi libri agguagliar possono
l'alta filosofia dell'aureo Trattato de* rapporti del fisico e del morale
dell'uomo. Cabanis ha istradato a grandi progressi la medicina filosofica.
Eloquenza trascendente, pompa di stile, forza dì giudizio, elevazione di' idee,
ardire saggio, tali sono le brillanti qualità che hanno generato il durevole
successo dell'opera sua. Egli ha sviluppato con rara sagacita i rapporti dello
studio dell'uomo fisico con quello de' progressi delT umana intelligenza, e
quei dello sviluppo sistematico de'suoi organi con lo sviluppo o la sede delle
sue sensazioni e -delle sue passioni. Egli ha illustrato - alcuni punti oscuri
della fisiologia de'nervi ; Iva stabilito la importante distinzione tra i movimenti
che dipendono dai nervi, organi della sensibilità, ed i movimenti iuvo:d b, HI
Ohimè! per quale porta sortiremo noi? Perla porta d'onde si paga, rispose
l'intrepido professore. All'istante, seguito dal suo collega, attraversa
fieramente 1' anticamera, e va a reclamare il suo onorario. Vi sono de' medici
che hanno un raro talento per raccogliere dalle loro cure ricchissimi
guiderdoni. Alcune in eminente grado lo possedeva: ramato per un'ammenda di due
milioni, alla quale condannato avealo l'imperatore Claudio, seppe egli in pochi
anni ristabilir Lene la sua fortuna. Quest'arte studiasi accuratamente dagli
uomini che preferiscono V oro alla gloria, e consiste nel far valere lievi
cure, ad incitare una straordinaria riconoscenza, od a mascherarsi d'un affettato
disinteresse per ottenere dallo imbarazzo di un convalescente, che teme di
comparire ingrato, più vistose ricompense di quelle che richieste si sarebbero.
La penna ormai rifugge e si nega a questi vili dettagli, pur troppo comuni in
società. Si preferisce, come dice Gravina {Praefat. ad cupìd. ìeg. juvenC), uno
gloria facile ad acquistarsi^ a quella che è il prezzo delle fatiche; ed un
precoce qualsiasi guadagno ad un guadagno più onesto; Facilem enim gloriata
laboriosae praefcrimits et premattina» lucrimi plemmque anteponìmus konestiorì.
Ma non mirare nell'arte di guarire che un mezzo di fortuna, e sacrificare la
dignità della più onorevole fra le professioni alla insaziabile sete delle
ricchezze, è nfl vituperevole obbrobrio, di 'cui non si lorderà giammai quel
medico che appieno conosce la nobiltà e la santità del .suo ministero. (
Mosehus, De honoribus et divitih medicìnae). I grandi talenti non sono la più
sicura e pronta via per acquistare rinomanza. Un uomo di genio limitato, dice
La Bruyère, agogna avanzarsi ; laonde tutto sorpassa, e dal mattino alia sera
non pensa, non mira che ad un solo oggetto, lo avanzarsi. Egli ha cominciato di
buon' ora a mettersi nel cammino della fortuna: ma se una barriera, che chiude
di fronte il suo passo, egli trova, subito ei sbieca, rigira, temporeggia
placidamente, e va a destra ed a sinistra, secondo che adito od apparenza di
passaggio rincontravi ; e se nuovi ostacoli l' arrestano, bentosto rientra nel
sentiero che avea lasciato. La natura delle ti i Incolta lo determina ora a
sormontarle, ora ad evitarle, od a prendere altre misure; quindi il suo
interesse soltanto, l'uso, le congiunture, Io dirìgono. l'i j io:d e.
Difficilissimo è ad Un giovane medico farsi' conoscere in grande e spaziosa
città. Ivi si accumulano una prodigiosa quantità di dottori d'ogni genere :
ufficiali di salute, chirurghi d'armata, chirurghi condotti* ostetricanli,
medici titolati, medici senza titoli e senza nome, levatrici, eccetera, Colà
pullulano i ciarlatani di tutte le specie, dall' erborista, dati' omiopatico,
dal chirurgo ortopedico, sino all' operatore erniario ed al guaritore delle'
malattie -veneree: i farmacisti medesimi, colla sciringa o il pestello in-
mano, mutilando le foratole, danno consulti. Quante pene adunque, quanti travagli,
qual accorgimento bisognano per ritrarsi dalia folla! Come potrà il modesto
nledico elevar solo l'edilizio di sua rinomanza? Quanto tempo, onde giugnervi,
gli sarà necessario} Ecco ora la. indicazione di alcuni mezzi, proprj a far
Ottenere al medico una sufficiente clientela; senza' pretermettere tuttavia
essere assai più regolare, dignitoso ed onorevole non adoperarne alcuno. Il
pubblico- sarebbe meno spesso ingannato, se non chiudesse gli occhi sugli
artifìcj che impieganti pér sedurlo; se persuaso egli fosse che niente può
supplire al difetto di stùdio e di esperienza, e se più avveduto ei si
mostrasse nella scelta delle persone, alle quali accorda pienamente la sua
fiducia. Epperò dispostò pep naturai indole ad accogliere coloro che
l'abbagliano con brillanti promesse, indifferente per il merito che sdegna la
briga e le vie tenebrose o l'artifizio, ei costringe talvolta il sapere a
nascondersi sotto la superficie del ciarlatanismo. Uomini di nome distinto, o
grandi personaggi, si degnano in qualche incontro introdurre in società 1 un
medico nascente. Spesso, fra costoro, è scopo l'in- 7 l'i 4 te resse della
scienza, ed i! produrre l' avvilito merito occulto; ma i più proteggono per
vanita. Poco circospelli o poco idonei nella loro scelta, accolgono essi
l'intrigo ed il raggiro, lasciano languire il sapere moderato e verecondo, e
prodigano all' ignoranza ed al maneggio ciò che all' jslxozione ed al talento
accordar dovrebbero, . Ma ordinaria, cosa è vedere il genio perseguii ato,
mentre l'ignoranza trova formidabili protettori. Oh ] quanto è da compiangere
un medico che sente la dignità di sua professione, e frattanto si avvede
essergli indispensabile il favore di un opulento o di un magistrato! A qual
prezzo compra questa umiliante protezione, di cui gli si fa sentire tanto
duramente il peso ! I I protettori naturali di un giovane mèdico sono i di lui
maestri, o que'pratici che, per lungo e felice esercizio dell' arte di guarire,
hanno acquistato grande celebrità : la stima generale di cui godono, permette
Edilmente istradare la riputazione di quello; e le lezioni ed i datigli esempi
guidano i di lui primi passi nel pratico esercizio. • y, Ogni medico desideroso
che il pubblico si occupi di lui, deve incessantemente agire, e procurare
ognora di prodursi. Molta attività, una delicatezza che facilmente combina
colle circostanze, ed un certo fondo di ragionevol ciarlatanismo, ècco il
principio, delle grandi riputazióni e delle grandi fortune. Di rado il talento
solo, nemico dell' artifìcio,, conduce alla celebrità. II saper-fare d'un
medico può avere per oggetto la gloria o la fortuna. Pochi verso il primo scopo
s’indirizzano, la folla si precipita verso il secondo. È troppo difficile,
anche con molto intrigo, crearsi una fama letteraria; ma sicuri e pronti mezzi
di ridursi opulento, largamente si offrono ad nomo abile ed audace, che ha
preparato i suoi successi con sovvertire ogni sentimento di pudore e di urbana
delicatezza. Richiamare e. fissar su di sè la pubblica attenzione, è unica
bisogna. Molte strade n questa meta possono condurre, sebbene non siano tutte
onorevolij ed in alcune di esse giammai incamminar non si dee un medico degno
di sentito onore. Alcuni medici, giunti presso un infermo, a cui vogliono dare
alta idea del loro sapere, l' ascoltano con molta gravita, affettano un
profondo raccogli mento, pronunziano poche parole col tono più magistrale, e si
affienano congedarsi. Ovvero alcun di loro opprime di interrogazioni il malato
e quei che lo circondano, non per chiarirsi sopra oscuri punti del diagnostico*
ma per dare un'alta idea di sua esattezza ed abilità nella difficile arte di
osservare. Oppure un altro, ilistrutto preventivamente della ctiologia, sintomi
e natura: della malattia, da un famigliare, da un amico o dal medico ordinario
del paziente, traccia a costui, prima di interrogarlo, la; storia fedele; de'.
suoi patimenti j e tutti gli astanti, ed il malato: stesso, sorpresi ed
estatici della mirabile saga cita di lui, -interamente si soddisfano. Se il.
medico perviene ad ottenere una clamorosa cu ragiono, o ad aprirsi l'entrata
d'una gran casa, ed a fissare sopra di sè il pubblico sguardo, la fama non
tarderà a bandire d'ogni parte il suo nome. Quasi tulli gli nomini rassomigli a
no a'inonloui del Panurgo, od alle pecorelle dell' italiano poetai Dacché un
ciarlatano si è procacciato un entusiasta, potrà star sicuro che in breve tempo
mille altri gliene guadagnerà l'esempio. gamento dello scroto. Nel mattino
seguente, io assicurai a one' curanti ed a tutta le gente, averlo io
felicemente guarito: il che mi acquisto grandissimo onore e somma rinomanza. I
felici successi nella pratica giovano massimamente a formare la riputazione di
un medico. Il principale mezzo d'ottenerne è il circoscriversi in una ragionata
aspettazione, e prescrivere, ne' casi in cui la medicina attiva non 0
evidentemente indicata, sostanze poco capaci dì suscitare notabili cambiamenti
nell'animale economia. Nel trattamento, del maggior mimerò delle interne
malattìe, il regime ed i mezzi igienici bastano costantemente a ritornare la
salute al suo tipo normale. È dimostrato che, in questi casi, le medicazioni
consigliate dagli autori, esasperano gli accidenti, e suscitano spesso delle
complicazioni. Va medico giudizioso deve quindi ritenere qual regola
fondamentale di pratica, il bisogno di lasciar spesse volte agire la natura.
Scorgonsi sovente alcuni medici cominciare il loro pratico esercizio:
prodigando agl'indigenti disinteressati soccorsi; visite, consulti, operazioni,
assistenze, medicamenti a vii prezzo o gratuiti : tali sono i mezzi chf
impiegano, onde eccitare l'attenzione del pubblico. 11 più urgente loro bisogno
è d'esser conosciuti: tutto si pone ip opera, niente costa loro per gìugneryiì
Dacché poi cominciano a cogliere i, frutti di loro simulata beneficenza, la maschera
cade, ed appare manifestamente T uomo cupido ed interessato. Base del
saper-fare è lo giudicar, bene del rapporto delle cose e de' mezzi idonei che
vi concorrono. L' opinione pubblica, che è un mostro, un m proteo, offre
altresì un fondo mobile, sui quale talora è facile edificare. Laonde mettere a
profitto le circostanze locali, farle scaturire se tardano a presentarsi ;
eludere le difficoltà, od a forza di perseveranza vincerle; e, principalmente,
saper attendere, sono le condizioni da adempirsi dal medico che aspira a
brillante rinomanza. Alcuni dottoroni hanno sempre, qu al principio .del
Saper-fare, l'aspetto stranamente preoccupato: il loro contegno è quello di un
uomo immerso in profónda meditazione; negletto è- il lóro esteriore, come quello
d'un filosofo tutto dedito allo studio di importanti scienze; gravi ne' loro
discorsi, solo si esprimono con laconici aforismi; nelle strade, nelle
pubbliche piazze, ne' luoghi più frequentati, dappertutto in fine ove la
moltitudine può vederli, affettano esai la distrazione ed il raccoglimento; uè
mancano di quelli dal naso adunco, dagli occhi aggrottali, dal viso scarno,
ulivigno, pallido e tetro per ispida barba, che baloccandosi per le. vie vanno
leggendo alcuna fanfaluca per far credere essere occupatissimi, nè perdere
nemmeno quel tempo ad istruirsi. Ma il loro occulto argomento,, simulando non
conoscere gli usi della società, ovvero non attendere alle convenienze, che le
dicono bagattelle, è quello di far sembiante d'essere esclusivamente occupati
di libri e di malattie, ed ambiscono essere additati come prova del trito
volgare assioma, che sempre un poco di capriccio o di follia al merito
trascendente è congiunto. Presso un malato, ascoltano attentamente la storia
de' suoi malori, dicono poche parole con misurata gravità, ripigliano il
bastone, e scompariscono. Il ciarlatanismo di questi medici Iraluce in mezzo
all' affettata lor maestrevole gravità, come V orgoglio d'Antistene attraverso
i forami del lacero mantello che lo copriva. Si possono vedere le seguenti
opere: Hilscher, De slralagetnaL medicis; Cobchwiz, DUsert. de requisilis
medico ad praxin felicem stanate necessari^; Brisbane, Dissert. de us quae a
medico ad artem bene cxei'cendam abesse deberti; Gregory, Lcciures on duties
and qualificalions of a phjràcìan; Uden, Mcdicinìsche politìk; Frank, Senno
academicus de civis medici in rcpubUca candidane atque officiis ex lege
praacipvg eta-is; Bath, Essay ont the medicai character; Ploucquet, Der arzl;
Bohn, Dasert, de officio medici; Tuessink, Oralio de eo quod medicns in arie
/adendo impriutis agat ; Hufelikd, Die VerhàlLiìsse des arzles; Schinko, SjsU
officiar, medici conspecuts. ; "Wagber, De medicoiwn jurìbus atque
officiis. Il medico sarebbe indarno debitore alla mi tura d'un grave esteriore,
e dello studio di molte teoriche cognizioni, se egli non acquistasse giammai
una estesa clientela, ignorando l'arte d'ottenere la fiducia de'snoi malati ;
senza la quale il più vasto talento perde la maggior parte dei suo pregio ;
mentre con essa tutto riesce possibile alla mediocrità. Conosca dunque il
medico per tempo quanto importi lo inspirarla. Ora pronta a nascere, essa è
cieca, irriflessiva; è un sentimento involontario, di cui gli ammalati non
sanno rendersi conto, ma li soggioga potentemente. Ora debole nella sua
origine, si accresce con lentezza, ed intera, forte ed assoluta dopo replicate
prove diviene, essendone diretta da) successo. Giudice infedele de' talenti,
spesso all' ignoranza profondasi, ed al sapere si nega. Ma le ingiustizie della
moltitudine sono tanto fugaci, quanto sconsiderati sono Ì motivi che le
determinano ; ed il sapere, prima ignoto o non calcolato, non tarderà ad
ottenere quella fiducia, di cui è ben degno. Un giovane medico non deve mai
confondere la confidenza, frutto d'una stima ragionatamente sentita, con le
effusioni di colui che varia con indifferenza ogni giorno il suo gusto e le sue
idee, ed il caprìccio, l'azzardo o la voglia di novità solo consulta nella
scelta di quegli, al quale ampiamente rimette la cura di sua salute. Una
signora vi fa richiedere, voi subito accorrete. Questa languida beltà,
negligentemente sdraiata sopra un canapè, apre un occhio moribondo, e con fioca
lamentevole voce, comincia il tremendo racconto d'una pervigilia, che per tutta
la notte F ha tormentata : ovvero traccia: l'allarmante dipintura
dell'agitazione de' suoi nervi, dotati d'estrema irritabilità, coni' ella dice.
Eppure la freschezza di sua pingue carnagione non dimostra che la più integra
salute. Dietro il vostro attento esame frattanto, e dopo le risposte eziandio
della pretesa inférma, voi avete già conchiuso essere immaginari i mali di
lek... Oli! malaccorto dot. torci! Come, non: vedete voi che si vuol essere
qual egrotante? Guardatevi di cosi fatta incauta imprudenza, che vi rovinerebbe
peC certo.. Ma ascoltate Col più vivo interesse la prolissa storia de crudeli
dolori ch'ella dice soffrire, diffondete i: più affettuosi consigli ed i più
gradevoli rimedi, compiangetela di quella eccessiva suscettibilità, che a
continue angosce ed a ripetuti trambasciamenti assoggetta tante attrai 425
tivc, e declamate contro la natura, che, accordando alle donne tutte le
seducenti beltà, tutte le grazie e l'arte di piacere, ha menomato il pregio di
tante prerogative j dando loro troppo delicata organizzazione, punendole
d'essere belle col formarle sensibilissime. Ove non giunge la fiducia d' un
malato pel suo medico? Vedete quell'infelice, con occhio estinto, depresse le
forze, assiderato e macilento il corpo: un medico insinuante ed abile s'impossessa
della costui fiducia; all'istante la speranza rinasce nell'animo di quello, il
Bangue circola con maggiore rapidità, risvegliasi il perduto coraggio, e la
natura e l'arte riconducono la salute. Quanto è esteso adunque l' impero della
fiducia! Quanto è possente la sua influenzai Quanto immensa è la stima che
eccitai Indarno una fallace speciosa lettera accusa il medico Filippo d'un
orribile progetto; Alessandro con una mano gliela presenta, con l'altra porla'
alla sua bocca la sospetta coppa. L'arte di persuadere è il principale mezzo di
ottenere la fiduciadegli ammalali: questo è un dono che manca talvolta al
genio. Non urtate giammai di fronte le opinioni ed i pregiudizi di colui che
invoca le vostre cure, ma lusingate le sue idee; nè dimenticate mai che per
condurlo alle vostre, vi bisogna prestarvi alle sue. Siate quindi compiacente
senza debolezza, e fermo senza rigida austerità: che le più consolanti parole
siano profferite da voi, ed un tenero interesse animi sempre il vostro aspetto.
Interrogate con destrezza, rispondete con riserva : spiegate talvolta al vostro
malato la Causa de'mali ch'ei soffre, e dichiarategli sopra quali motivi la
vostra tan speranza riposa; poiché queste confidenze inspirano sincera stima, e
rianimano il coraggio. Guardatevi mai sempre di annunziare un prossimo
ristabilimento, ma oscurate tuttavia l'avvenire con densi nugoli: i soccorsi
dell'arte sono spesso tanto incerti e deboli, che troppo pericoloso sarebbe
appoggiarsi all'efficace loro forza; ed il medico, sollecito di sua fama, deve
annunziare più ordinariamente un esito funesto della malattia o grandi
pericoli, anziché favorevole terminazione e pronta convalescenza. I talenti del
medico, per quanto trascendenti e sublimi siano, allorché vanno scevri di
successi, non conservano T ottenuta fiducia; ed un piccol numero di avvenimenti
disgraziati, possono facilmente atterrare la più solida e stabilita
riputazione. Il pubblico, in generale, è portato ad attribuire a' medici l'
insufficienza della medicina. Per ottenere la fiducia del pubblico, dice
Vicqd'Azyr, si tratta meno di piacergli che di fissare la sua attenzione; e
colui che aspramente lo pratica o con rigore lo maneggia, non sempre è chi ne
riceve più scarse carezze. Ogni tempra di spirito ha i suoi bisogni: alcuni
vogliono trovare nella figura, nel contegno, nel carattere del loro mèdico la
dolcezza e la consolazione; altri amano che sia un uomo rigido, severo,
minaccevole; se ei fi garrisce per gli errori commessi nel regime, essi gli
sanno grado di tali rimproveri e della durezza ancora j che sembrangli effetto
dell'interesse preso alla loro conservazione: altri finalmente, riguardando la
medicina come una specie di magistratura, desiderano che il loro giudice sia un
uomo freddo, imparziale, austero. Allorquando un malato domanda al suo medico
qual sia l'indole del male di cui è aggredito, sì guardi bene costui
rispondere' ignorarlo, avvegnaché eoa questa spropositata dichiarazione
ruinerebbesi infallibilmente da sè medesimo; però abbia pronta sempre una
spiegazione qualunque, né importa qual sia. Se lo ammalato sarà dì goffo
ingegno, materiale e rozzo, alcune grandiloquenti parolone, alcuni vaghi
enfatici discorsi basteranno: ma non bisogna appagare così la curiosità di un
uomo di lettere, d' uno perspicace e dotto; fa d'uopo con essi di molta
destrezza e di non pochi raggiri; bisogna rispondere che la medicina è una
scienza di osse rvazi ohe, che il loro stato morboso non è ben caratterizzato
ancora, che il tempo farà conoscere il diagnostico smascherandolo ad evidenza,
o altro di simil tenore. Lusingando il malato d'una sicura e prossima
convalescenza, il medico s' impossessa della di lui immaginazione, e con
vantaggio serresi della energica influenza che esercita sul fisico. La speranza
di guarire è un valido mezzo di guarigione. Felice colui che sa farla nascere o
la sa alimentare ! Quanti : rimedi agiscono soltanto per l'idea che nutrono gli
animalati circa le loro proprietà! Quel farmaco prescritto col volgare suo
nome, non sarà produttivo d'effetto veruno, ma decorato di fastosa
nomenclatura, opera portentosi ri sultani enti. Darà quindi il medico soverchia
importanza alla sollecitudine di infondere a'suoi malati la speme d'una pronta
convalescenza, e li terrà a bada adducendo altri esempi di fortunate
guarigioni, tacendo loro i pericoli dello stato in cui ritrovatisi, nutrendoli
sino all' ultimo istante di loro mìsera esistenza, se l'arie npn può salvarli,
di quelle illusioni da essi chieste ed accarezzate; del che sono tanto comuni i
vantaggiosi effetti, quanto funesti pur sono quelli d'una verace, ma crudele
franchezza. Si è adunque indicato per quali mezzi il medico fissar potrebbe su
di lui l'attenzione pubblica, e crearsi numerosa clientela. Non ci si faccia
tuttavia il rimprovero d'essersi preteso erigere come precetti lè vie
clandestine dell'intrigo, o consacrar l' artificio, il manéggio, la mala fede.
Se però individui di raro merito, e nella professione applauditi, avranno
creduto dover affrettare la generale fiducia con un destro ciarlatanismo, io
sono ben lungi di proporre qua! modello una condotta che solo certe locali
circostanze hanno potuto esclusivamente permettere. Ma il medico penetrato
della nobiltà di sua professione, aspetterò sempre dal tempo la giustizia
dovuta al suo merito, e di rado V attenderà invano. Sdegnerò egli di affettare
la singolarità : il vero dotto, come il vero saggio, non combatte gli usi della
società; ei non disprezza nemmeno i capricci della moda. Cile se vi si conforma
senza esserne Io schiavo, i di lui successi saranno le sue prodezze, nè si vfr
drà mendicare l'umiliante protezione dell'opulenza o del potere. 11 medico
dev'essere indipendente, ed altro vincolo conoscer non deve fuorché i doveri
del suó stato. L'uomo di questo carattere aspetterà forse per lungo tempo i
favori della fortuna, ma allorquando numerosi ammalati chiederanno l'assistenza
e la cura di lui, potrà egli, senza arrossire, dare uno sguardo sul passato, e
con nobile amor-proprio dire a sè stesso : Je ne dois qu'à ìnoi seni loule ma
renorttmée. Veggansi le seguenti opere : Amatus Lusitanus, Da introito medici
ad aegrotantem ; Hilscherius, De medicorum ingressa ad infirmos perquam
necessarios; Rais, De officio medici in itinere principis; Fischer, De medici
circa moralia et physica in curandis morbis prudetitia; Chiappa, Del£ eloquenza
del medico. Boerhaave non vedeva giammai un malato, nel comincìamento della sua
pratica, senza registrare tutte le circostanze e tutti i segni della malattia
nell' ordine che si presentavano ; . e, questo metodo, egli afferma, essergli
stato di grande utilità. Ogni medico, ad esempio di questo grand' uomo, deve
tracciarsi un piano invariabile, per combinare con la pratica gli studi del
gabinetto. Se egli non rendesi un esatto ragguaglio di ciò che vede, i suoi
falli ed i suoi .successi saranno perduti per lui; e ciò, non dalla esperienza
ma dall'uso, verrà ad acquistar cogli anni. Sin dalla prima visita fatta
all'ammalato, il medico scriverà ciò che avrà conosciuto, quel che ha raccolto
dai racconti altrui, tutte le circostanze in une da lui osservate. Gli oggetti
separatamente considerar sì debbono e con riflessione: i sintomi studiar si
dovranno isolatamente. Dietro tali elementi, cercherà egli caratterizzar la
malattia, avendo cura bensì di non cadere in precipitato giudizio. Bisogna
lungo tempo ponderare ogni circostanza, isolarla, riunirla, 'compararla, prima
di pronunziare. Tracciala la parte isterica della malattia, noterà egli nel suo
giornale le indicazioni curative da lui stabilite, ed i prescritti medicamenti.
La prima visita è d'una estruma importanza; essa ordinariamente decide del
trattamento cmativo. Se il malato sarà esaminato in modo superici ni e, il
medico giudicherà male del di lui slato; ci si inganna, e dì rado dal suo
errore si emenda : ina se nulla ha egli negletto per fissare la diagnosi, il
risultato confermerà, nel maggior numero de' casi', le prime di lui idee. Alia
seconda -visita, ricercherà egli quali cambiamenti avranno prodotto gli
impiegali medicinali, quali, modificazioni provato i sintomi della malattia, lo
stalo di tutte le funzioni, degli organi digestivi, degli organi secrelorj, di
quelli della locomozione, del polso, della respirazione, della circolazione,
did calore della pelle, delle facoltà intellettuali ; le diverse giaciture del
corpo, ed i tratti del viso, utili deduzioni talvolta esibiscono. Van-Swieten
consigliava di visitare gli ammalati, in certi tempi, dieci e quindici volte
per giorno, e ad ogni ora tanto di fiorilo che di notte. Ma questo precetto
di,flicihiieuie potrebbesi mettere in uso nella pratica particolare. Per ben
conoscere una malattia acuta, bisogna Spesso decomporla: sovente ancora, onde
possedere la intera storia d'una morbosa affezione, il medico deve tener conto
dell'influenza che possono esercitare sopra dj, essa la natura del clima, la
-varietà delle stagioni, il regime, le passioni ed altre cose. Importa assai
notar con esaltezza l'ora delle esacerbazionì o parosismi, e la natura degli
epifenomeni che esister potrebbero. Senza di questo metodo, è impossibile
seguire la malattia ne* suoi diversi gradi di sviluppo, di ben conoscere i suoi
periodi ed il suo cammino, e finalmente di giudicare del suo stalo di genuina
primitiva semplicità, o di complicazione. Tutli i sintomi caratteristici
debbonsi tracciare ogni giorno, come pure i cambiamenti diversi ebe provar
possono nella durata della malattia in disamina. Le impressioni fatte sopra i
sensi richiedono sole un'attenzione speciale, perchè dietro un insieme di segni
esterni non equivoci, e loro analogia con i risultamenti dell'esperienza, il
medico deve condurre il suo giudizio. Ed ei continuerà regolarmente questo
lavoro sino alla guarigione, o alla morte dell' infermo} senza dimenticare la
circostanza del modo e l'epoca di terminazione della malattia. Le apposite
riflessioni sulle cause del successo ottenuto, o del disastro sofferto,
contribuiranno moltissimo a formare la di lui esperienza, e gli additeranno se
egli abbia bene o male agito. Ma non affidi alla memoria gli osservati
caratteri, li deponga bensì sulla carta, e dopo la morte del malato, o del
ritorno a salute, redìga egli la storia della malattia, sopprimendo tutte le
circostanze meno essenziali. Coloro che ignorano l'arte di osservare, sdegnano
gli scritti di Ippocrale. I soli uomini di genio possono apprezzarne il merito,
e far calcolo di molte particolarità che. sfuggono agli sguardi poco
esercitati. Nicomaco diceva ad uno spettatore che niente di bello vedeva in un
quadro d'Apelle: Prendi adunque i miei occhi e guarda. Il medico avrà già
considerato attentamente tutti i fenomeni che possono guidarlo a caratterizzare
la malattia, senza della quale precisa determinazione nessuna certezza induce
alle terapeutiche indicazioni ; eppure non ha tutto adempito per meglio basare
il suo diagnostico : interroghi egli gli autori originali e loro chieda lumi,
confronti ciò che ha osservato con fatti analoghi consegnati negli scritti di
attenti pratici, e faccia accurata comparazione della sua idoneità con la
dottrina di quelli. Deve inoltre affezionarsi co'lihri de'grandi maestri dell'arte,
che hanno seguilo la natura sulla via dell'osservazione. Il primo ed il terzo
libro delle Epidemie di Ippocrate, i suoi Aforismi ed -i Pronostici, il suo
Trattato dell' aria delle acque e de'luoghi; Galeno, de' luoghi affetti;
Sydeftham, e gli - altri classici ; molte ottime semeiotiche, e nosografie ;
ecco le opere principali su cui incessantemente deve meditare, e che, bene
studiate, lo dispenseranno della prodigiosa, moltitudine di volumi che
disutilmente ingombrano le biblioteche polverose: e poco scelte. Un medico
principiante, instatilo quanto si voglia, qualunque sia la sua prudenza, non
può giammai promettersi di non commettere errori nella sua pratica; e la più
scelta erudizione, il giudizio il più profondo, non saprebbero dispensarlo di
siffatto tributo che paga l 1 inesperienza. Prima di possedere quel tatto che
caratterizza 1' abile pratico, sarà egli costretto per lungo tempo tasteggiare
ed oscillare) indi, poco a poco, il suo occhio si perfezionerà a vedere
clinicamente, e viemeglio famiglia rizzarsi colle varie fisionomie delle
malattie. Un anno di pràtica forma assai più un medico che dieci anni di
lettura o di lezioni. Quantunque i principi! della medicina sieiio costanti,
spesso è difficile farne l'applicazione a casi particolari. La verità non ai
presenta mai subito. Per cogliere l'indole d'una malattia, bisogna cercare
scovrirla col ragionamento, eseguire ora una cosa, ora tentarne un'altra, nulla
trasandare, niente precipitare, regolarsi a norma delle circostanze, ed almeno
mai nuocere all'ammalato, se non puossi aju tarlo. Talvolta è utile deviare
dalle strade conosciute, e deferire qualche cosa all'accidente. I metodi
rigorosi presentano pochi vantaggi, e molti inconveiiienLi arrecano. Giammai un
cieco operato non condurrà a rìsuUamehtì tanto soddisfacenti, quanto un
empirismo diretto dalla ragione e riunito al talento dell'osservatore.
Qualunque sia il carattere d'una malattia, le funzioni del medico sempre
riduconsi a dirigere o eccitare gli sforzi della natura, ed a lasciarli operare.
Veder molti malati non è il mezzo migliore onde apprendere a bene osservare.
Una pratica poco estesa istruisce meglio il medico studioso. Colui che esercita
la medicina negli spedali, vede,molto, e non vede troppo : la rapidità, con cui
trascorre i moltiplicati oggetti, non gli permette fissarli. Come esaminare
profondamente, ini due ore, tutte le circostanze relative alla storia delle
malattie di cento a dugéutó individui? Come variare i metodi curativi secondo
le indicazioni? Come, in tempo cosi breve, puossi riflettere m sopra ciò die si
è veduto, rimontare da' fenomeni alla loro etiologia, e approfondir tutto? Vi
abbisogna vasto talento, bisogna anzi genio per sottrarsi dal basso mestiere,
praticando in grande spedale. È stato delto che un medico, il quale dì c notte
corre da un malato all'altro, è simile al prete die va attorno ognora co'
Sacramenti ; tulli due veggono a modo stesso molti ammalali, ed entrambi hanno
della medicina la medesima esperienza. Laonde tra' medici di pari ingegno o di
pari goffaggine, sono incontrastabilmente più malsicuri quelli che ad un colpo
deggiono visitare un mondo dì malati. La meiite non è così veloce come le gambe
di questi medici. Un medico sommamente occupato, quanti più vede ammalali,
tanto manco vi pensa. La rapidità con cui gli scorrono gli obbietti, come
dissesi, non gli permette osservarli, perchè gli sfuggono con la slessa
prestezza, e nella sua testa non gliene rimane che an confuso barlume. Quindi
non può egli penetrare le circostanze precise d'un malato e d'una maialila, nè
a norma della loro differenza variare i suoi metodi e i suoi rimedi, ma prende
tutto all'ingrosso. Io conosco, dice lo Zimmcrmann nel Trattato sull'esperienza
in. medicina, tra la folla di medici, il più stupido di loro, secondo la moda
dì oggidì, passare pel migliore. Questo Esculapio ba ogni mattina nella sua
anticamera da cinquanta a sessanta maiali: egli ascolta le magagne di tulli,
indi ordinariamente li schiera in quattro file; alla prima ordina un salasso,
un purgante alla seconda, un crislero alla terza, ed alla quarta un cambiamento
d'aria. . Un medico non può azzardare un farmaco,, senza essere impegnato ad
amministrarlo colle leggi della più esatta analogìa. Per bene osservare,
bisogna interrogare la natura con pazienza, e considerar, tutto il corso d'una
malattia con profonda attenzione. La riunione di. queste condizioni dà sola la
vera esperienza, che si è definita « l'abilità a garantire il corpo umano dalle
malattie alle quali sta esposto, ed a guarire queste malattie allorquando . si
sono sviluppate: Un medico, che non è dotato della felice organizzazione
suscettiva e dello spirito attento e scrutatore che richiede l'arte di
osservare, può veder molti ammalati e mancare interamente d'esperienza. Questi
generali riflessi sulla pratica dell' arte dì guarire negli ospedali, si
applicano a' medici delle grandi città estremamente occupati. Continue assenze,
numero eccessivo di malati, intoppi incessantemente rinascenti, permettono loro
assai poco di raccogliere esatte osservazioni; ed eglino non ne hanno il tempo
nè la premura. Le grandi pittà sono il punto di unione de'medici e de'
medicastri d' ogni genere, né * rifluiscono nelle campagne che allorquando,
imperiose circostanze ve li astringono. Per riuscire in qualche città capitale,
bisogna tempo, gran pazienza, e molto sapere. E diffìcile impegno il fissare la
pubblica attenzione, e vi si giunge trovando da percorrere piuttosto ignote
strade nella folla che si urta e si sforza onde pervenire [alla meta stessa.
Nelle piccole città, al con-i trano, se- il medico non può sperare tanta
opulenza, che sarebbeglì possibile acquistare altrove, ha il vantaggio almeno
di possedere più sollecitamente la fiducia e la stima pubblica; ed ivi ricavar
può egli tanta esperienza come nelle popolose città. Ippocrate ha esercitato in
ristretti paesi o in borghi, nessuno de' quali era sufficiente a mantenervi un
sol medico. 11 maggior numero delle sue osservazioni fu raccolto in Tessaglia e
nella Tracia, di cui rammenta Lnrissa, Cranone, Acno, Oeniade, Jera, Eliso,
Perinlo, Taso, Abdera ed Olinto, tutti allora piccoli villaggi. Galeno dice che
in un solo quartiere di Roma eravi più gente che nella più estesa contrada dove
Ippocrate si esercitava. La grandezza di un medico adunque non vuol esser dedotta
dalle farraggine degli ammalati, bensì dal talento di saper trarre d'ogni caso
particolare tutti i possibili vantaggi. Un antico regolamento in Francia
prescriveva ai medici che destinavansi alla pratica nelle grandi citta, di
esercitarsi prima molti anni nelle campagne vicine. ( Knipliof, Novo medico
praxln non esse concedendam). Sembra ch'essi avessero il tacilo permesso di
scozzonarsi a rischio della parte più sana e più utile dello Stato, osserva
giudiziosamente Vieq-d'Azyr, e che la medicina abbia bisogno di simili
espedienti ond'essere praticata, i quali sono tanto vituperosi per essa, quanto
insultanti per l'avvilita umanità. Ingannetebbesi pur troppo un medico se
credesse arrivare facilmente all'auge di fortuna, apprestando le sue cure a titolali
infermi, e consacrando esclusivamente il suo tempo alle classi superiori della
società; avvegnaché la classe agiata del popolo gli presenta una via più sicura
alla sua pratica. Presso di ucsta, meno avviluppato nel!' esercizio della
professione, divincolato e libero Dell'impiegare i mezzi terapeutici che
giudica convenienti, di rado responsa bilo dell'avvenire, egli vi trova ancora
una riconoscenza più liberale: e men negligente della vantata munificenza de'
grandi. e,.,' w. .Nella estese citta eziandio, ed ovunque altrove, la chirurgia
offre mezzi di sussistenza meno moltiplicali di quei della medicina. Hanno
alcuni i esclusiva reputazione per la pratica delle operazioni. Costoro sono
sempre quelli che 1' accidente i ha posto ;il governo degli spedali. Quindi i
chirurghi lèi gli ufiiuiali di salute, dappertutto più numerosi, assai
de'iuedici, non possono mantenere le loro famiglie che esercitando
indistintamente, ed' alla meglio, le due: partii dell'urte di guarire. Senza
vero sapere medico, ma con sufficiente giudizio per lasciare agire la natura,
un inedie^ può usurpare facilmente una estèsa celebrità. Per un chirurgo è
tutt'altio: i di lui errori si scorgono .in pieno giorno,, se la Sua mano è
inabile,, e lutto il . superfare possibile non può 'salvarlo d'essere
-designato bentosto qu al cattivo operatore. . questo, nessuna certezza in
medicina. Egli . è difficile veder molti malati, e difendersi dalla tendenza
del ceco medicare che inspira all'uomo la naturale infingardaggine del suo
spirito; per lo che negli spedali massimamente i medici ru lini eri si
rinvengono, .. Costoro, con un sol colpo d'occhio, riconoscono uua malattia; la
quale,ipìù oscuro diagnòstico presenta, più facilmente da loro vien già
caratterizzata: nel che, niente imbarazzali. Dietro brevi interrogazioni fatto
all'infermo per sola forma, prescrivono macchinalmente un Ordinativo, che lo
allievo, incaricato del lòglio di visito, scrive per esteso dopo avere udita la
indicativa parola. Tale è tutta l'arte loro; tale è la loro condotta, costantemente
la stessa. Ma questi pratici, il cui numero fortunatamente è poco
considerevole, le sole facce de' loro ammalati conoscono appena., Alcuni medici
divengono macchine coli* in vece h iare ; leti non permette ad .essi di seguire
i progressi della scienza, o assoggettarsi a nuovi sludi : ostinatamente
fissati alle antiche loro dottrine, non vogliono variarvi alcuna cosa: tutto.
ciò che è nuovo li disgusta e li sdegna, quindi più non leggono. Dopo
cinquantanni di medico esercizio, è impossibile per loro adottare altri
principii, diversi degli acquistati, che per sì lungo tempo sono abituati
seguire. Hokbtjus, Manudìictìo ad medfqinani. 2. f. - , Btìiti Presunzione. 1,
Non chiedete a quel dottore ciò eh' ei su, si bene ciò che ighpraL Egli ha
letto tutto, ha veduto tuUo: i più difficili casi non lo sorprendono; le
operazioni chirurgiche più delicate sono per lui un passatempo: niente lo con
l'onde; il suo genio tutto, prevede, .tutto intraprende. Di.' sè egli parla in
termini magnifici: e- terrebbe a disdoro il sembrar d'ignorare cosa veruna.
Quali malattie non ha egli guarito mai? H c anero e l'.'ìdrofobià confermata,
nelle sue mani,' hanno cessato d' essere incuràbili ; egli 'crede possedere,
senza accorgersi della tròppa arroganza, tutto il sapere che puossi avere, che
giammai potrà egli acquistare: ii primo! aforismo d'Ippocrate non. ha
significato alcuno per lui; e finalmente crede aver egli in .sè -infusa 'il
genio ed il potete d'Esculapio: stesso. Pochi medici hanno spinto cos'i lungi
il ridicolo della vanità, quanto Menecrale, nè s' ignora quali lezioni da
Filippo-, egli abbia ricevuto; ovvero Come Paracelso. Ethullerus, De medico
mendace. Talun medico ha grandi talenti e profondo vastissimo sapere, frattanto
ei non fa numero, e giammai verun posto occuperà egli nella gerarchia di sua
professione ; e eoa le' più estese cognizioni, egli ha l'aspetto dell'
ignoranza. Interrogatelo: le sue risposte sono le più confuse ed inette. I casi
i più semplici lo sgomentano; detesta sempre di agire, e con paura ne determina
la esecuzione. Invano la natura annuncia un esito salutare; tremante ognora,
non osa secondarla. Giammai non ha sentito egli quelle subitanee improvvise
inspirazioni che rivelano ad na uomo di genio il carattere di una malattia
complicata nel suo andamento e nel diagnostico, e fuor delle vie comuni gli
fanno trovar i mezzi di trionfare della violenza e della sua pertinace
resistenza. Conseguentemente nel deliberare ei perde la favorevole occasione ed
il momento di rischiare con vantaggio. Un tal medico non uccìde i suoi malati,
ma egli li lascia morire. Heister, De medico nimis timido; Steìnmxtzkjs, De juxta
media timiditate. Alcuni medici si
inorgogliscono pompeggiando non credere alla loro scienza. Svincolati d'ogni
pregiudizio, trattano di vane ciance i precetti dèli' oracolo di Coo.
Irremovibili nelle loro opinioni, riguardano come Favole i fatti più autentici;
e l' arte di conoscere e di trattare le malattie è a' loro sguardi un
ciarlatanismo, fondato sull' ignoranza e sulla credulità del volgo. Ma come non
lasciarsi imporre da individui, iniziati in tutti i secreti delja medicina?
Come sospettarli di malafede, allorquando in verità fanno il sacrifizio di
tanti anni di studi e di lavori còsipenosi ? In siffatta guisa argomentano
alcune persone volgari. Tuttavia l'uomo imparziale scopre bentosto' in questi
pirronisti, que* medicastri, che, disgustati d'una pratica disgraziata,
accusano senza pudore la medicina degli errori esclusivamente imputabili alla
loro ignoranza. Alcuni pretesi dottori, senza istruzione, .senza talento, e
sforniti non meno di scienza che di principii elementari, coloro in 6ne il di
cui giudìzio è essenzialmente falso, che, per comparire spiriti forti nella
professione, denigrano ciò che ignorano, condannano tutto quel che sono
incapaci di comprendere, e rendonsi segno del pubblico dispregio, osando
esercitare un ministero che giudicano inutile alla società. Altri medici niente
scorgono di oscuro nella scienza dell'uomo. La natura non ha segreto -veruno,
che non discoprano; nessun velo occulta a' loro sguardi penetranti i misteri
della nostra organizzazione. Non vi sono malattie che non possano perfettamente
spiegare e guarire. Questi pratici si uniformano ciecamente a tutte le
osservazioni che i libri contengono; e tutti gli assiomi d'Ippocrate sembran
loro immutabili verità. Inutilmente l'esperienza accuserebbe la loro dottrina;
il maestro l'ha detto, èssi in discolpa rispondono, egli non ha potuto
ingannarsi giammai. Laonde, per loro di nessun valore risultano le scoperte novelle
della scienza, che nemmeno vere le supporrebbero. Tutti i fenomeni, tutti i
cambiamenti che presenta una malattia, durante il suo corso, dipendono, agli
occhi loro, non dagli sforzi della natura, ma bensì da' farmaci diggià
somministrati, quantunque inattivi altronde ed inutili siano stati. E nell'alta
idea che hanno della forza della medicina, si immaginano che nessuno de'mali,
che affliggono la specie umana, non possa loro resistere; e spreca tori, senza
discernimento, di tonici, di salassi, di emetico, e de'più attivi medicamenti,
pensano sempre che agir si debbe, ed agire con tutta energia, i .Vi sono
de'fanatici in medicina: con questo nome indicatisi i partigiani esaltati di
tale o tal altra dottrina. Guardisi bene ognuno di osar censurare il loro idolo
venerato: se avrassi tanta temerità, le ingiurie vomitate dalla loro bocca
sarebbero in tanto cumulo, come eran le parole che Omero, in pubblica conclone,
fa dire al vecchio Nestore, oh' ei paragona alle onde di neve, impetuosamente
in copia cadenti. Costoro di esclusiva ammirazione si preoccupano, disprezzando
tutto ciò che ad altrui partito giudizioso concorre. Gagnok, De la recerefte de la
vénti dans la médecine. Le querele
e le doglianze del malato e la storia ch'ei narra de'mali suoi, sono le basi
sullo quali il medico appoggia la sua diagnosi, e gli forniscono la
determinazione alle principali indicazioni terapeutiche- Senza questo soccorso
non può egli formare evidenti distinzioni, ma appena sole congetture. Le
interrogazioni senza metodo, gli schiarimenti mal diretti, stancano l'infermo
senza illuminare il medico. Girolamo Ca podi va ce a ha sentito bene quant'era
necessario stabilirle metodicamente, ed ha lasciato su questi elementi
essenziali di pratica, i più utili avveduti precetti. (Capivacius, De modo
interrogarteli aegros; opera omnia). Alcuni ammalati esprimer non possono le
loro idee. Indarno si sforzano manifestare le proprie angosce, tutto è confuso
ne'loro discorsi. Inutilmente si domanda loro un esatto ragguaglio delle cause
e de 1 fé nome ni della malattia ebe li tormenta; nella risposta, si spaziano
in prolisse digressioni, si fissano sopra indifferenti circostanze, ed i più
disparati oggetti sciopera Latuco te con fondono. Con tali cervelli dovrà il
medico tuttavia istituire i suoi quesiti. 11 metodo ù la fiaccola, che Io
guiderà in mezzo alle dense tenebre clie lo circondano; per esso distinguerli
il medico le peculiari circostanza clie li, inno preceduto la malattia, da
tntl'altri fenomeni clic lo colpiscono 3 ed i riflessi indifferenti ed estranei
alla patologica sua relazione, da quelli che soli caratterizzar la possono.
Finito il racconto che un malato lia fatto di ciò eli' ei soffre, non deve il
medico interrogarlo seirzu ordine sopra tutti gli clementi de' inali di lui, o sopra
i segni die vi scorge, ma deve informarsi piuttosto del princìpio d'ogni
passato avvenimento, avanti esaminare lo stato utluale delle organiche
funzioni. Spesso alcune circostanze in apparen/.a futili, sulle quali è
ricondotto il paziente, spargono una viva luce per la diagnosi della malattia
in esame. Conosciute le cause d'una malattia, e stabilito consegue n temente il
trattamento curativo. Accora la mente istrutto del corso de' primi sintomi e
dell'ordine col quale sono apparsi, il medico medita sui fenomeni che già
osserva; ed ingegnasi quindi unificare ciò che realmente scorge coi ricevuti
schiarimenti. Vi sono alquante espressioni, famigliari agii ammalati, il di cui
significato non deve esser per il medico quello da essi apposto\L Alcuni individui
sono portati naturata e nte"ad esagerare i loro dolori; ma il medico su
questo eccesso di doglianze dovrà diffidare con discernimento. Le espressioni
del dolore non sono sempre sincere. Ascoltando un malato, nella narrazione de'
suoi patimenti, cercherà il medico carpire il soggetto dello allarme di lui,
vero o esagerato; e porrà ogni attenta cura ad esplorare quel cuore, e
penetrare in quel pensiero, onde squarciare il velo ad ogni occulta imagiuata
chimera. Altri ammalati fanno al loro medico insidiose dimande, non già per
conoscere il di lui avviso sullo stato in cui trovansì, ma per giustificare
l'opinione da loro concepita; e cercano ne' discorsi di un uomo della
professione un alimento a' timori, di cui la loro immaginazione è cupamente
ingombra ed oppressa. Tale è lo scopo de' malinconici, de' tisici, e di alcuni
tabidi, nelle interrogazioni numerose che dirigono a chi prende cura di loro
salute. Un medico che sagacemente ha cólto la causa delle loro sollecitudini,
deve subito dare una diversione al loro spirito angosciato, simulando un
pericolo differente di quello che li allarma. Non è diffidi cosa scorgere una
donna tentar d'ingannare il suo medicò, narrandogli malori che affatto non
soffre; è simular malattie nervose con la più esatta naturalezza. I segni
morbosi' che appartengono a funzioni dipendenti dal dominio encefalico, non
possono giammai essere simulati, e sono i soli a cui il medico accorderà
assoluta fiducia. Quasi tutte le storie di malattie- nervose straordinarie,
hanno abili donne per eroine; ed e accaduto sovente che la estrema loro
destrezza nel sostenere la propria furberia, ha deluso la prudenza di qualche
medico illuminato ed accorto. Interrogando un malato, è utile talvolta
distrarlo dal tema principale delle richieste che gli si fanno: allora quegli
si tiene meno in guardia, e più facilmente avviene d'ottenere la verità nelle
sue confessioni. Il medico -avrà cura di addolcire le inflessioni della sua
voce, scegliere le espressioni che infondono la più anì'ttiuis;» benevolenza, onde
padroneggiare sul cuore dell' infermo, facendogli mauiffito in suo bene un
vivissimo interesse. Le austere laconiche interrogazioni, ritengono le
effusioni del dolore sui labbri dell'infelice, che ne soffre Io strazio: ma le
dimande fatte con dolcezza e con pietosa commiserazione, provocano ogni
larghezza di fidanza, e quella espansiva loquacità che le angosce desiati
mitiga diggià, e solleva. Ed al contegno grave ma aperto del medico, un dolce
sorriso sul labbro di lui, fa nascere o ravviva la speranza, e dissipa molti:
timori spesse volte ai misero inférmo funesti. Ma se ad elevato rango il malato
appartenga, non dimenticherà il medico che un servile abbietto portamento
degrada, né inspira fiducia alcuna; come un'aria di superiorità verso un
infelice plebeo, è vile e crudele. Si deve alla dottrina di Doublé un
eccellente capitolo sul modo d' interrogare e di esaminar gli ammalati.
Dividesij die' egli, in due parti naturalmente distintissime: la prima
abbraccia la conoscenza di ciò che ha preceduto la malattia ; la seconda
comprende la conoscenza delle circostanze alla stessa malattia appartenenti; e
deve il medico informarsi J52 inoltre di tutto ciò che si riferisce
all'influenza degli esterni modi fica tori, c conoscere la temperatura e la
topografia medica del luogo ov'egli pratica. 1 Laonde esaminerà egli primamente
1' età, il sesso, ];i professione; le passioni, le abitudini, il genere di vita
dell'ammalato; l'esercizio generale delle sue funzioni nello stato di salute;
richiederà del corso di questa salute anteriore alla invasione della malattia
attuale, d'altra forse antecedentemente sofferta, degli effetti generali de'me
dica menti sulla sua costituzione, delle malattie di famiglia o de' genitori. È
utile sapersi con precisione l' ora fìssa dell' ingresso del morbo, e la
determinazione del suo periodo, e se per ripetuti accessi, per prima invasione
O altamente. Se tali notizie potesse il medico ottenerle dai circostanti,
risparmierebbesi al paziente cosiffatta noiosa fatica. Ottenuti i preliminari ragguagli,
si procede ad una serie di interrogazioni direttamente relative alla regione,
sede del patimento del dolore e dello scompiglio delle funzioni, di cui lagnasi
specialmente l'individuo. Indi si chiederà esatto conto di tutte le altre parti
del corpo, procedendo metodicamente dietro l'ordine naturale e la successione
delle funzioni. Cosi, pe' fanciulli, bisogna richiedere della dentizione, del
sonno e dell'appetito. Chè se le malattie de'bambini sono spesso difficili a
trattarsi, ciò in gran, parte, deriva perchè esprimer non possono que'poverini
i mali che risentono, ed il medico non può trarre alcun lume sull'indole, de'
loro patimenti; essi rispondono male alle di luì inchieste, soffrono e si
tacciono. F. pei* ima donna, della mestruazione, e delta supposizione di
gravidanza: se trattasi di alcuna nubile, si è in dovere parecchie Tolte
informarsi, iu modo dubitativo, de' suoi rapporti col sesso più forte. Fer un
vecchio, ond'esser qui breve, cliè biugo sarebbe per sìngolo enumerare ogni
quesito da proporsi, bisogna investigare lo stalo delle f.icolià imelleitualì,
delle forze muscolari, dello stomaco, della imitazione, defecazione, sonno,
cec. Utilissimo riuscir potrebbe esplorare assolutamente ogni regione ed ogni
parte della persona degli unimalati, ma il pudore vero o simulalo delle donne e
la convenienza abituale, impediscono frequentemente di fare queste indagini
colta esaltezza desiderabile. Nò bisogna tacere che fino a questi ultimi tempi,
Utnita vanii 1 mediei all'esame del l'aspetto, della lingua, del polso, delle
orine, degli escrementi, delle materie vomitale, o del detratto sangue. E meno
attenti degli umidii, die almeno esploravano sempre gU ipocondri, i medici
dell'ultimo secolo non palpavano le regioni del corpo de'loro ammalati, se non
erano di ciò richiesi!. Ma Corvisart, rimodernando i lavori di Avcnbnigger,
richiamò l'attenzione agli esploramene del torace - e lìiunssais ha dimostrato
quanto sia vantaggióso il palpamento dell'addome sopra tutti i punti della sua
superficie. L'esplorazione clinica ha fatto sufficienti progressi in questi
ultimi tempi: ciò che segue a tale soggetto, emerge dal piano traccialo per
Morejon, sommariamente esposto ne'dizionarj di medicina. La vista ci fa
riconoscere una colorazione insolita, il cangiamento di forma, di volume e di
rapporto, o le soluzioni di continuità delle parti situate alla siipeplicie, o
. accidentalmente poste a nudo.. Per essa ci rendiamo esatto conto dell'aspetto
della cute capelluta, della faccia, della Locca, della pelle, e di tutte le materie
evacuate naturalmente o artificialmente. L'odorato ci appresta la conoscenza
dello olezzo generico che emana dal corpo del inalato, di quello elle esala
dalla bocca di lui, dalle fosse nasali, da tutt'altra parte esteriore, o
finalmente da materie evacuate o estratte. Il gusto è di poco uso, avvegnaché
lungi di esplorare queste sostanze, volentieri si ammette ciò che l'ammalato
stesso ne accusa. L'udito ci fa riconoscere lo strepito che risulta, dalla
locomozione naturale o provocata delle parti contenenti o contenute,
naturalmente o casualmente poste in movimento. La succussione raccomandata da
Ippocrate, la percussione da Avenbrugger, la stetoscopia da Laènnec, la, plessi
me t ria da Piorry, la pressione in diversi sensi, dan luogo a rumoreggia menti,
che l'orecchia, nuda o armata di strumenti, raccoglie, su' quali riposa talora
la diagnosi di malattie oscurissime senza questo mezzo di esplorazione. Il
tatto è di grande importanza, poiché ci istruisce dello slato della cute, del
suo tessuto cellulare, dei muscoli, del cuore, de' visceri addominali, delle
parti genitali della donna, ecc. Laonde per l'applicazione de'cinque 1 sensi ad
ogni organo, raccolgo nsi per quanto è possibile gli elementi razionali ed
esatti sullo stato delle parli dell'organismo, sopra le quali possono agire
maggiormente. Non basta però esercitarsi a far questa esplorazione con ogni
metodo e complessivamente; è necessario altresì che il raziocinio concorra ad
unificare tutti i dati esibiti per l'uso de'sensi, li disponga nell'ordine di
loro naturale concatenazione, e distingua quelli che hanno maggiore importanza
nella ricerca dell'indole e della sede del male. Bisogna che la sagace
avvedutezza del medico ponga a confronto lo ammalato attuale con malati
analoghi, già da lui osservati, e con quelli di cui ha letto la storia
patologica negli scritti di buoni osservatori, o di nosografi di prima classe;
nel qual paralello, rafforzerà lo scontro ed il concorso delle cognizioni
anatomiche e fisiologiche che rapportar si possono al caso presente. La vita è
assai variata, gli organi sono troppo numerosi, le azioni organiche molto
diverse e ripetute, e le malattie oscurissime in varf casi, onde esser
possibile decidere sempre, sin dal. primo giorno, della loro natura e della
sede loro. Come condursi sino a che tale incertezza in tutto od in parte sia
dissipala? Lo illustre Stoll ci fornisce la. migliore regola: lndicatione
incerta, maneas in generalibus .- la quale però è poco utile per esser troppo
generica. Ovvero presumere con Pinel ed i naturismi che bisogna restare in
aspettazione, è quasi un dire nulla.' La sola regola in simil caso, e
frequentissimo è un tal riucontro, sia quella di dirigere e moderare l'azione
de* modifica tori dì ciascun organo, e rimovere ancora tutti quelli che suscettibili
pur sono di sopreccitare l'azione organica in ognuno di essi. Questa è la sola
aspettazione razionale, che spesso allontana efficacemente lutto ciò che
impedjr potrebbe il ritorno al tipo normale di vita, e la guarigione ha effetto
senza dover ricorrere a mezzi ulteriori. L' indole e la sede della malattia
trovatisi forse manifeste, intenso il morbo, importante l'organo affetto?
bisogna di conseguenza ricorrere sollecitamente al trattamento più diretto ed
energico, nella indicazione terapeutica che seguir si debbe. Nelle malattie
croniche, è necessario ora indugiare, quando incerta siane l'indicazione; or
adoperare tutto il medico potere, tostochè la diagnosi in modo non equivoco SÌ
presenta. Il medico che si occupa del suo malato solamente allorquando gli
siede accanto, tradisce la di lui fiducia, ne la merita per quell'istante.
Terminando di visitarlo, dev'egli riflettere eziandio a quanto ha diggià
osservato, a quel che ha prescritto, e riassumere 1' idea generale che ritenere
egli deve sulla clinica osservazione da lui fatta; nè in ciò bisogna che la sua
attenzione sia assorbita e distolta dal calcolo degli onorari che gli
competono. La frequenza delle visite dev'essere in ragione della gravezza del
male, o dell'espresso desiderio dell'infermo o della sua famiglia. Gli ammalati
visitar si debbono per lo più ogni giorno ad ore diverse, ma nei parossismi a
preferenza. Spesso è indispensabile per due volte al giorno eseguirsi la visita
clinica, talvolta anche di notte; ed in pressanti incontri il medico non potrà
abbandonare ìl malato. Util cosa è frattanto non accondiscendere sempre alla
-richiesta di un infermo, che per pusillanimità esige ognora presso di sè
l'assistenza del curante, avvegnaché si giudica male sovente di colai che
spesso non involasi nè facciasi cleside. are. Ma 1' esperi SUu a è l'arbitra
delta moderazione. Eppure quanto precede non è tulto sul modo di interrogar gli
ammalati. Ed in generale, gl' individui i di cui malori sono l'effetto dui
libertinaggio, • quali il dolore, giunto, ad insoffribile grado, strappa
involontariamente delle imprecazioni 1 contro colui che è costretto
assoggettarli a crudeli manòvre. L'eccesso de'Wo tormenti rende perdonabili i
loro oltraggi.. Dippiù; tal ammalate non vuol prendere che farmaci gustosi ; laonde
rifiuta tutti quelli, di cui l'odore, la forma o il sapore gli dispiacciono;
persiste ostinato nelle sue risoluzioni, c per questa condotta irnigionevole
riduce il suo medico nell'impossibilità di agire. Tal altro non ba questa
mania, ma curioso all'eccesso, ei vuol saper tutto: bisogna rendergli ragione
dell'azione de' medicinali, istruirlo dei fenomeni delle funzioni vitali, e
spiegargli le menome particolarità de' mali eli' ci prova. Spesse volte vi sono
ammalati, che fanno disperare il medico per la loro .indocilità. Dietro aver ad
essi profuso tutte le possibili cure, dopo avere sofferto vivissimo
inquietudini sulla sorte loro, sarà pervenuto egli alla fine a condurli ad
insperata convaIescenza ; lieto del successo degli sforzi suoi, promette loro
una guarigione sicura, se per altro breve corso di tempo sottoporsi vorranno ad
una indispensabile dieta: inutili precauzioni, superfluo avviso! in dispregio
degli indicati saggi consigli, ogni disordine _ nel regime essi commettono, e
ricadono nell'abisso de' mali, d'onde erano stati tanto penosamente sottratti.
Molte e varie circostanze richiamare io potrei, per le quali le passioni e
disposizioni di spirito de’malati esercitano la pazienza del medico: perlochè
facile mi sarebbe additare l'inconseguenza, la' leggerezza, la meschinità di
cosiffatti ammalati, i quali, dopo avere manifestata intera fiducia al loro
medico, ad un tratto, sènza ragione veruna, si intiepidiscono à di lui
riguardo, e gli manifestano una ingiuriosa diffidenza: o potrei indicare coloro
che esigon troppo, sempre malcontenti, i quali vogliono che lutto ciò die li
attornia sia vittima de' loro capricci; e se fossero assecondati, erigerebbero
ancora una diuturna indefessa assistenza del loro medico, che dovrebbe
dimenticar per essi tutti gli altri suoi ammalati. E dir potrei di quegli
esseri spietatamente ingrati, che dovendo l' esistenza, di cui sono indegni,
alle sollecite cure di un abile professore, stancano la di lui delicatezza con
vani pretesti, con affettati indugi, e talora non trovano altro mezzo onde
sdebitarsi dell'obbligo doveroso della ri conoscenza,, che dirigendo contro di
lui i dardi più acuti della calunnia, o lo strazio più accanito della
malevolenza ! ! Ma' io non pretendo esaurir la materia : ed à questa succinta
sposizione limito la enumerazione delle principali cagioni che possono
cimentare la pazienza del medico. Ed il principiante, al suo ingresso in
società, deve opporre un fondo inesauribile di pazienza all' .indifferenza,
talvolta contumeliosa, del pubblico. Se egli pratica in una vasta città, lungo
tempo negletto, sarà sposso testimonio de' trionfi di medicastri
spregevolissimi: ma l'oro prezioso ed il fango putente non saranno sempre
confusi, e verrà il tempo in cui ne saranno separati. In tutti gli incontri, in
ogni passo di loro carriera, i medici hanno un bisogno estremo di pazienza ; e
per essi principalmente dir si può: ^a pazienza è il genio! Necessario in ógni
istante è al medico, nell'esercizi» di sue funzioni, il soccorso della
prudenza. Nè di quella conveniente alla scelta de' farmaci, o alla
determinazione delle terapeutiche indicazioni, qui si ragiona; benvero di
quella che dee guidare la morale condotta del seguace d' Ippocrate. Conservare
V integrità della propria riputazione, è un impegno che esige da lui attenzione
perenne. La tendenza degli uomini, propensa ad accusarlo dell'impotenza della
natura, è tale, che, in tutte le malattie gravi, la' prudenza inculca al
curante richiedere avviso d'altri medici, onde mettersi in salvo dagli attacchi
della malvagità e dell' invidia, e per ajutare l' infermo, se mai potrassi, con
più efficaci sussidi. In alcuni casi adunque, ia difficoltà della diagnosi
d'una malattia, l'imminenza del' pericolo in cui trovasi l' ammalato, la
necessità di ricorrere u mezzi estremi, impegnano il medico prudente a
sollecitare il convegno d’uno o iti parecchi suoi colleglli, più o meno
rinomali, per conferire sullo slato di chi trovasi affidato alle di lui cure, a
chiedere cioè una coiisidtnzione. Ovvero, l' aspettazione del medico ordinario
delusa per la durata, per i temibili progredimenti del male, o per altri motivi
più o meno fondati; o il solo desiderio dì procurare all'infermo, come si
disse, tutti gli aiuti della scienza disponibili, inducono i parenti del malato
a riunire attorno al suo letto parecchi uomini dell' arte, nella speranza di
vedere scaturire nel loro concorso lumi novelli in di lui vantaggio. Stabilito
il progetto del desiderato consulto, il numero e la scelta de 1 medici clic
devono formarlo, sarà premura degli interessati, che sì invitino i più idonei;
o si determinerà ciò dal medico curante stesso, che na. c stalo fatto
l'arbitro. Nell'ora del giorno fra loro convenuta, o fissata ordinariamente dal
più anziano, eglino riunirannosi presso l'infermo. Prima di entrare nella
camera di costui, il medico curante farà l'esposizione della malattìa, de'
mezzi adoperali e degli effetti di ri sul lamento. Indi gli aggiunti e
consultori si recano dall' infermo, lo esaminano, esauriscono tutte lé ricerche
e le domande necessarie a stabilire opportunamente la diaguosi ed il pronostico
dell'affezione; ed in tal modo, si accertano essi sulla veracità della
narrazione già preceduta, o modificano le loro idee dietro ciò che inesatto o
incompleto avranno dedotto. Di ritorno nella sala di riunione, ciascuno di
loro, prendendo la parola in ordine inverso alla maggioranza di età, esporrà la
sua opinione sulla analizzati malattia, e sul trattamento curativo die adottar
si «rede. Finite la discussione, i consultori si riconducono presso l'infermo.
Allora il più anziano accenna, secondo le circostanze, in tutto od in parte
soltanto, il ri sult amento della discussa deliberazione, e le speranze da loro
fondale sulla di lui guarigione. Uno de'mediei redige la consultazione o la
prescrizione,, da tutti poscia firmata. Ma Ordinariamente qnes té mediche
radunanze non si adempiono con tanta solenne pompa: un solo aggiunto basla da
consultore, ad invitò del medico curante od a richiesta dell'ammalato ; e, non
osservando di tutte le descritte convenienze cbe le necessarie, imposte dalle
peculiari circostanze, si accordano di subito intorno al trattamento più
cordacente al caso. Eppure ai 1 è supposta finora una unanimità di opinioni,
cbe non si osserva quasi giammai. Qual sarà la condotta del medico ordinario,
tostochè il suo di vis amento sarà opposto a quello de' col leghi intervenuti?
Nel caso in cui l'uguaglianza dell'avviso deb maggior numero, supponendolo poco
saggio, non possa cagionare notabile pregiudizio all'infermo, prudenza richiede
poter visi uniformare, con la restrizione di arrestare lo adempimento
dell'adottata terapeutica, se l'esperienza farà riconoscerne inconvenienti;
ovverò se, dopo sufficiente tempo, non avrà prodotto il bramato risultamento,
impedendo in tal guisa l'adoperare di più utili rimedj. Ma quando trattasi di
quei mezzi estremi, che erroneamente appli 470 cali comprometterebbero la vita
del paziente, o Io esporrebbero all'inutile sacrifizio di un membro di sè
stesso, come in alcune chirurgiche operazioni, il medico curante ponderar dee
allora l'autorevole credito di coloro dalla cui opinione egli dissente. Ed
accederà a questo divisamente, se nella costoro riconosciuta abilità e
consumata esperienza potrà dedurre inconcusse ragioni da quietare la sua
titubanza. Laonde, senza mancare ai giusti riguardi dovuti a'
professoricolleglli, dichiarerà egli la sua opposizione in divergenza di
avvisi, e chiederà un nuovo congresso, composto per intero od in parte d'altri
aggiunti consultori. Le considerazioni medesime di onore e di probità
dirigeranno la condotta del medico consultore. Se, per delicatezza, dovrà
questi ognora astenersi dal disapprovare apertamente ciò che è stato eseguito,
il dovere gli impone eziandio di opporsi energicamente ad ogni metodo di
trattaménto curativo che sembrassegli pernicioso. L'utilità di queste
consultazioni non puossi contraddire giammai, specialmente se risultano dal
convegno di medici, che per attestato anche de' colleghi hanno diritto alla
pubblica fiducia. Tuttavia la difficoltà dì adunarne un cerio numero con la
garanzia di tali requisiti, particolarmente nelle città poco popolate, ove
sovente regna fra' medici una scandalosa detestabile rivalità, ha fatto
considerare le consultazioni medico-cliniche più funeste che vantaggiose agli
infermi. Talvolta li an dato luogo a dissensioni puerili e ridicole, che hanno
fornito a'detrattori della medicina l'occasione di lanciare satirici strali
contro l'utilitè di questa scienza. Ma siffatti sarcasmi avranno colpito
soltanto qne'medioi, che la vana loro presunzione o le passioni loro vilissime
rendono in ogni tempo spregevoli ed odiosi. La prudenza inculca al medico
curante" di avvertire chi è interessato per l'infermo sul pericolo del
male, su bit oc li è dichiarasi, od anche appena comincia a sospettarne il
pencolo. Chiamato a trattar malattie, di cui l'avverata esistenza recar
potrebbe il disordine in alcuna famiglia, il medico prenderà le più accorte
precauzioni, onde non compromettere la sua riputazione ed i segreti che gli si
affidano. Si troppa importanza per lui è il non errare, uè accusare una donna,
un marito senza colpa, o una fanciulla d'intatti costumi, di qualunque malattia
che l'opinione pubblica come vergognosa dichiara. Ledi lui funzioni spesso lo
iniziano- in reconditi misteri, sia per loro importanza sia per singolarità.
Depositario de'secreti delle famiglie e degli individui, egli conosce le loro
pene, le loro passioni, le speranze loro più intime; confidente dello sposo e
della sposa, de'consanguinei e degli affini, de' genitori e dei figliuoli,
de'fràtelli e delle sorelle, del superiore e dell'inferiore, egli deve
dimenticare con l'uno ciò che sa dell'altro, e non avvilirsi giammai a tradire
la fiducia de'suoi clienti: i segreti che gli si affidano più abbietti, turpi o
criminosi, maggiormente occultar li deve col silenzio più scrupoloso. A tal
riguardo, il ministero di lui è più delicato di quello dell'avvocato e del
confessore. Ma quale scrupolosa decenza, quale attenta ritenutézza non deve
egli serbare nelle cure ch'ei presta alle cenobite, alle ragazze, alle donne!
(Doublé, Séméiolog. -generale). Esigerà egli la presenza della madre, o di una
prossima parente, nelle delicate frequentissime circostanze, allorquando
costretti!, sottoporre ad indispensabile perscrutatone ogni più occulta parte,
una timida verginella, ritrosa, confusa, vergognando, depone nelle di lui mani
l'ultimo velo del pudore. Se una donna dehbasi sottoporre all'esame accennalo,
richiederà la presenza del marito. Se la inspezione per una claustrale si
richiede, si farà assistere da una delle vecchie suòre. Per una legge de'
Visigoti, era espressamente proibito al medico e al chirurgo di salassare una
donna, senza che fosse presente il padre o la madre, un fratello, un figlio o
lo zio di lei. (Iìodemcus A Castro, Med. polit). Nel trattamento delle donne
luciate, vi sono poi regole di decenza, dalle quali in ver un caso non può
l'ostetrico dipartirsi giammai. Alcune affezioni patologiche, mascherate con
estrema . astuzia da chi le soffre, nè mai rivelate, esigono che il medico le
tratti convenientemente, occultando altresì la natura degli adoperati
medicinali Non vi sono elogi che alla prudenza non siano dovuti: ha detto
Rochefoucauld. Per quanto estesa, cauta ch'ella sia, non può star sicura del
menomo avvenimento, perchè si esercita sull'uomo, il più mutabile soggetto
dell'universo. Laonde, malgrado tutta la immaginabile attenzione ed i lumi
esercitati più accorti ed omnigeni, un medico manca talvolta alle leggi della
prudenza. Le migliori intenzioni hanno sovente le più funeste conseguenze,
quando regolate non sono, dalla prudenza: « Saepe honestas rerum causas, in
jiujiciuin adhibeas, perniciosi exìttts conseqiiunlur « . (Tàcit., Uh. 1,
Hist), Il medico portar deve inoltre la più riservata prudenza ne'suoi
pronostici: si persuada giugnervi diffidando del suo giudizio, ed osservando
lungo tempo i fatti, prima di volerli spiegare: e con saggia lentezza, le sue
decisioni esser debbono dirette. Se alcuni medici sono debitori di loro
rinomanza per i pronostici confermati dal successo, quanti P hanno perduta per
la precipitazione inconsiderata nel giudicare ! Alcuni casi particolari
impongono al medico molta prudenza ne'suoi discorsile non sa dissimulare rio
che vede, gravi pericoli Io minacciano insieme al suo ammalato. Morgagni curava
un uomo robusto d'una febbre, la cui terminazione era tanto prossima da ridursi
a convalescenza, permettendo lasciare il letto dopo la refezione, composta di
tenue panata. Costui, ad un tratto, fu assalito da vomito violentissimo e
continuo, - dietro un pasto di simil natura; perlochè si andò di fretta a
chiamare Morgagni: il quale, giudicando il caso poco grave, senza recarsi a
lui, si limitò prescrivere alcuni medicamenti. Frattanto l'oppio stesso
inoperoso ed inutile riuscendo, si determinò di egli visitare l'infermo; or
cammin facendo, e meditando sullo strano avvenimento, interrogava il domestico
del malato che lo seguiva, se questi commesso avesse alcun disordine nel
regime. Nessuno ; Tisposegli; il mio padrone h stato servito d' una panata, leggiera,
sulla quale K. M. ha sparso la polvere da voi prescritta. Morgagni sicuro non
avere ordinato per tal uso veruna polvere, conoscendo al iti tronde l'uinore di
quel tuie che impolverato avea la pappu, comprese subito e ciò che doveà fare e
quel che bisognava evitare. Giunto adunque presso il richiedente, al quale
cessato era il vomito, ma era sottentrato il singhiozzo e lo sfinimento di
forze, con difficile respirazione e polso piccolo frequentissimo: Coraggio, gli
disse il grand' uomo, voi avete molti umori cattivi, ed in breve sarete
totalmente ristabilito. Morgagni apprestò bentosto gli opportuni rìmedj ed
antidoti, e felicemente in tal guisa prevenne e dissipò la lugubre catastrofe
che gli effetti del veneficio seguir dovea. Fodere -{MéUec. legai.), da cui è
tratto questo aneddoto, fu testimonio di una scena orribile del pari ; ma la
vittima spirò sotto gli attoniti suoi sguardi, per tardo o inefficace soccorso.
L'incontro più difficoltoso, esigente la maggiore indispensabile prudenza del
medico, è il caso molto frequente, allorché da lui dipendono la vita e l'onore
di un individuo imputato d'alcun reato. Richiesto sopra fatti di procedimento
penale, nell'interesse della giustizia punitrice, con una inconsiderata parola
può egli sterminare l'innocente o salvare il colpevole. L'ignoranza, la
precipitazione di giudizio, la prevenzione, hanno spesso cagionalo funesti
iri-e-' paratili errori. Laonde, chiamato innanzi a' tribunali come esperto per
esporre il suo medico avviso intorno alcun fatto relativo alla sua professione,
o per deporre sopra fatti di cui è stato testimonio in occasione del proprio
suo esercizio, o per guidare il potere legislativo od esecutivo sopra qualunque
qmst'ione non determinabile senza concorso del di lui pavere, il medico dovrà
saggiamente ricordarsi di quanta importanza risulta la sua deposizione verbale
o scritta; non rispondere alle dimande che colla massima circospezionej
trincerarsi spesse volle fra' baluardi del dubbio; non oltrepassare le sue
attribuzioni di medico, nè perorare con entusiasmo o con forza itllbrmativa
clic ne' casi propizi da poter salvare felicemente un innocente oppresso,
contro il quale incritinniscono false apparenze, ebe, per attento esame
fisiologico, o sperimento fisico o chimico, non constalo e svaniscono. Veggansi
in proposito le seguenti opere: Usler, De eventu in morbis praecognosccndo;
Hdcheu, De prognosi malica; Horstius, De siguìs prognosticis; IIehedia, De
prognosi fallacia; StockiiaxiseNj Dissert. da praesageiulis morbis; Juucker,
Dissert. circa progtiosim rito instìtuendam; Idem, De canta prognosi a cauto
medico instituenda; Pleutsch, Dissert. fàntes praedictionum in morbis;
Kaltschmied, Dissert. de prognosi status morb. rite formattila; Tomaiàsijji,
Sul pronostico nelle malattìe, discorso; Falcoburgo-\eoMAticBicus, De prudentia
medicomm; HoFFMA&r, Medictts poliliais .... opera omnia, traduz. pei-
BauiiiEn, De la politit/ue de mh/ecins; Fischer, De medici circa morali et
phjsìca in enrandis morbis pnulcntia ; Pero a m, Nuovo saggio di procedura
medica; Sava, Manuale per il pratico esercizio della medicina legale. t •
ossalo. Immensum nobis aperii medicina campnm ad. exercendma in proacimos
amorem » ha detto Pichler. Questo volgatissimo assioma è di grande
irrefragabile, verità. Un cuore generoso e sensibile fa brillare l'ingegnoso
intelletto d'un nuovo splendoce, e nessuna virtù non onora cosi (fattameli te
il medico, quanto la beneficenza. Molti attributi lo vincolano agli
sventurati., i quali in lui solo sperano e da lui attendono il sollievo ai
propri patimenti: primo bisogno in essi è «li versare il lor cuore nel suo, e
di espanderne j sentimenti: il di lai primo dovere è di porgere attento
orecchio alle doglianze loro, e rianimarne il coni gg in illanguidito
dall'indigenza e dal dolore. Ma il consolarli non ò tatto : bisogna ancora
soccorrerli. L'umanità, l'interesse di sue funzioni, tutto gli prescrìve
ascoltare la voce supplichevole del misero. Esiste inai più ineffabile
compiacenza dì quel]» che si sublima nel tergere le lagrime degli sfortunati ì
Vi è felicità più estesa ed intera del raccogliere attorno a sè i tributi di
venerazione e di amore, superiori ad ogni più viva gratitudine? La beneficenza
porta seco il suo guiderdone. Un medico, dotato di questa virtù, diffonde da
tutte le parti le consolazioni, la speme e iu t'elice tranquillità dell' animo.
I dì lui talenti, il suo tempo, la sua fortuna ei lutto prodiga per calmare le
grida dilaniali ti della miseria. Colui, eli' egli ha già richiamato alla vita,
è per lui oggetto di attenta c benefica amicizia; sembragli poco avergli
impartito tutti i soccorsi dell' arte, chè tuttora ei veglia al rimanente de'
pressanti bisogni. Vicq-d'Azyr, con l'energia dell'ordinaria sua eloquenza,
raccomanda la beneficenza a' medici: « Se lodevoli e belle sono le funzioni del
medico, egli dice, 10 sono meno però ne' palagi e tra le grandezze, ove i
molivi apparenti 0 reali dell'iute resse, non lasciano adito alcuno a quei
dell'umanità che nell'angusto, squallido e malsano abituro del povero. Ivi,
nessun protettore si incontra, nessuna cupidigia ; la rinomanza non si accosta
a questi asili: lutto vi tace, fuorché 11 dolore, che li fa spesso echeggiare
de* suoi singhiozzi. Le vittime della miseria, quelle delle malattie e della
morte, ammassate e confuse, vi offrono un quadro straziante e terribile. Ivi
puù ìl bene largirsi, colà puù l'uomo soccorrere l'uomo senza soccorsi ed anche
senza chi il veda; e ben vi si allogano la generosità, la verace beneficenza,
la tenera pietà; uè ivi si dubita trovar lagrime da prosciugare e averiturati
da compiangere ed aiutare. Dicasi talmente in lode de' medici, qual altro
ordine di cittadini adempie mai tali doveri con altrettanto zelo e coraggio?
Queste fatiche, queste compiacenze competono quasi a tutti i ministri
sacratissiini dell'arte salutare: e»lino soli possono trovare le primo lezioni
dell'esperienza nella class» più indigente del popolo, scambiandole con quelle
di benefica virtù ... Le cure disinteressale accordate agli infelici, di rado
rimangono prive di ricompensa; ed il medico trova quasi sempre nella sua
beneficenza il principio della propria fama. Allorquando salii egli giunto a
chiara e grande celebrità, non dimentichi coloro a cui dove la sua istruzione e
la sorgente di sua fortuna. Questa ingratitudine, ordinaria in quelli che hanno
simulalo beneficenza per attirarsi la pubblica considerazione, non troverà
luogo giammai nel cuore dell' uomo onesto e virtuoso senza ostentazione.
L'essere ricco, sarà per lui causa d'esercitare più liberamente la sua favorita
proclività alla filantropia, quindi non allontana l'indigente che implora le
buone grazie di lui, anzi lo previene soccorrendolo. E losiochè riceve doni
dalla fortuna, ne consacra una parte a sminuire i bisogni degli infelici; c por
questa generosa condotta rendesi degno del titolo onorevolissimo di medico,'
che nobilmente lo fa lieto e prospero. Si possono vedere in proposito le
seguenti opere; Sonni, De medico «ehementer laudari (Ugnai Do,Auettiue,
Caractère des médecins. La probità più rigorosa e la più severa temperanza,
sono virtù indispensabili al medico: esse fanno parte de' doveri di lui, come
d'ogni uomo onesto. Depositario, come si disse, de secreti delle famiglie,
padrone talora della riputazione di coloro che liannogli accordata intera
fiducia, a quale ignominia noti si esporrebbe egli, se per debolezza o per
volubilità, svelasse recondite cose, che nascoste esser debbono a qualsiasi
sguardo? Ora una disgraziata giovane, vittima della seduzione, implora da lui
aiuto e silenzio: ora un padre, un marito gli appalesa le funeste conseguenze
d'una gioventù in balia all'impeto irrepiimibile delle passioni. Ma qualunque
si fosse la confidenza o la rivelazione, che l'esercizio della sua nobil arte
gli permette ricevere, l'onore gli im Ì80 pone ìt sacro dovere di tacersi
serapremaì, anche con pericolo di sua libertà o della sua vita. u Quae vero
inter curandum aut edam medicinam mìnime faciens, in communi hominum vita, vel
videro^ vel audiero, quae minime in vulgus effèri oporteatj ea arcana esse
ratus } silebo ». (Hipp. Jusiua. Foés). Veggansi all'uopo i seguenti autori:
Albertus, De confessione aegri erga medicum; Reis, De officio medici in itinere
principe Stock, De temperaniia mediconan. Nessuna professione esige
costumatezza d'irreprensìbile condotta morale quanto quella del medico. Questa
purità di costumi, questa castità particolare, virtù che la filosofia ha
trasandato annoverare fra quelle che onorano l'umanità, è necessariamente
indispensabile al medico, richiesto di prestar l'opera sua presso una donna inferma.
Confidente intimo di un sesso, dì cui egli è l'appoggio ; onnipossente sullo
spirito de' suoi malati, quanta sarebbe colpa in lui, se della sua posizione
osasse abusare? No, un medico non adoprerk giammai il suo ascendente per
sedurre l'innocenza, che ripone il suo destino nelle di lui mani; ovvero
scoraggiare la volontà di un moribondo, a cui ha aspirato una tanta fiducia. La
sua voce non farà udire mai alle donne, che l'avranno scelto per consolatore e
per amico, corruttori discorsi. Colui che Ja'suoi vizii avvolger si lascia e
trascinare nel baratro della dissolutezza, non tarda molto, ad essere perduto
nel connetto degli uomini, .ed i più grandi talenti non -potranno guarentirlo
dal dispregio e generalo abbandono. Quindi il medico sovente è diviso fra'suoi
doveri ed il vizio. Lo stalo suo l'espone ogni giorno a sacrificare l'onore
all'interesse; eppure quanto più frequenti sono le occasioni di secondare senza
pericolo le sue passioni, tanto più gloriosa virtù è il vincerle. Pel bene
della società egli deve impiegare l'efficace influenza di cui l'investe il suo
ministero. Gli uomini che gli affidano ciecamente ciò che hanno di più caro,
l'onore delle loro mogli e delle figliuole, hanno diritto esiger da lui un
cuore puro ed illibati costumi. E dicasi pure in lode de'medicì : essi hanno
dato e donano incessantemente l'esempio delle più elevate virtù. Generosi
sacrifizj, grandezza d'animo, magnanimità, beneficenza, sono attributi che
brillano in una moltitudine di sublimi azióni, che la storia conserva ne'suoi
fasti, e di cui i inedici furono gli eroi. Gli Stati di Àrtaserse re di Persia
erano distrutti dalla peste. Il inonàrca, occupato nel volersi vendicare
de'Greci, scorgèudo con dolore la spaventósa malattia portar dappertutto la
morte nel suo Impero, credè che il solo Ippocrate poteva opporre qualche argine
a tanta strage. Inviò adunque al figlio d'Eraclide una deputazione, incaricata
esibirgli i doni più ricchi^cogli onori più lusinghieri, s'egli determinar
voleusi a combattere in Persia quel torri bil flagello che la desolava. Dite al
vostro signore, rispose Ippocrate agli Inviati del gran re, che io sono troppo
ricco, e che l'onore mi proibisce accettare i doni di lui, di passare in Asia,
e soccorrere i Persiani, nemici de'Greci. Quante volte i medici si sono
immolati per la salute de'loro concittadini! Quante volte hanno essi sprezzato
quelle epidemiche malattie che spargono iti ogni luogo un soffio avvelenalo I
Con qual coraggio si sono eglino sepolti vivi nel baratro della morte I Molti
di questi uomini virtuosi non potè ano contare sugli elogi della posterità, i
loro oscuri nomi non potevano lor sopravvivere, ma l'amore dell'umanità era per
essi un sfinimento non meno violento di quello della gloria. Più ammirabili del
guerriero, che nel combattimento sì e te mi zza con la morte, essi corcar non
potevano, sacrificando la vita, che tergere amare lagrime, e soccorrere alcuni
infelici. Qnal eroismo nel sacrifizio di Bertrand e Deidier durante la famosa
peste di Marsiglia ! Quanto stupenda fu la loro condottai Questi uomini
generosi, in pochi mesi, affrontarono più spesso la morte che non il più
intrepido combattente nel corso di molte battaglie. Potrebbesi omettere
d'associare alla loro gloria l'illustre professore barone Dcsgcnettes? Ei non
oppose pusillanimi precauzioni alla peste che minacciava Y armata francese in
Oriente, nè mostrò inquieti timori; la sfidò bensì col più eroico coraggio.
Spaventato dal nome solo del funesto disastro che ingigantiva, il soldato erano
interamente vinto. Desgencttes osò egli solo avvicinare, in pubblico, e toccare
gli appestali, ed inocularsi quel virus. Giammai altro medico non fu più colmo
d'onore quanto quest'uno immortale, nè altro nomo ebbe un earattare più franco
di lui, più leale, più intrepido, più nobile. Così potrà liberamente lodarsi
ogni iaitro, ebe non essendo insensibile alla critica, e- pareggiar lo possa,
non lo sarà agli elogi; avvegnaché il dettato 'virpfobus dicentti peritus,
esclusivamente applicar gli si deve. Tostocbè una epidemica malattia si dichiara,
lungi di fuggire Ì luoghi ch'essa devasta, un saggio medico dovrà sacrificare i
propri giorni alla salvezza de'suoL desolali concittadini. Il teatro della
morte, ecco il suo posto. Sin dalla invasione del contagio, ne avviserà il
magistrato competente incaricalo della pubblica salute, dimostrando i mezzi più
idonei a limitarlo. Non pochi medici sono stali vittime di spcrienze sopra sé
stessi tentate. Animati d' un forte amore per l'umanità, e d'uno zelo vivissimo
per i progressi dell'arte di guarire, cercando la gloria, hanno invece trovato
la morte. Gli archiatri ed i primi chirurgi de'monarchi hanno mostrato sovente
alla Corte virtù e coraggio, poco comuni presso i grandi, ed hanno usato il
favore di cui il regnante onoravali, col fargli udire la voce della verità.
Alcuni storici narrano interessanti ragguagli sulla stima, anzi sull'amicizia,
che alcuni medici hanno inspirato a'sovrani, che affidata aveano la loro salute
al sapere di essi. Ambrogio Pareo, per l'amenità del suo spirito e per lo splendore
di sua celebrità, aveva addolcito il carattere feroce dì Carlo DÌ.. A
dimostrare il favore di questo gran chirurgo presso il suo re, Sally scrisse
nelle sue Memorie, che il re Carlo, avendo narralo una sera i massacri,
eseguiti in quel giorno stesso, de' vecchi, donne e fanciulli, affermò averne
orrore, e ne discorse come se tali crudeltà, a Tessergli fatto raccapriccio e
generato male al cuore, o grave turbamento nell'animo; talmente che avendo
tratto in disparte il suo primo chirurgo, infinitamente stimato e
famigliarissimo, gli disse: Ambrogio, non so ciò che avvenuto mi sia da due o
tre giorni in poi, ma ;io mi trovo lo spirito e la persona eccessivamente
commossi, nel modo stesso come se avessi la febbre, sembrandomi ad ogni
istante, sì vegliando cbe dormendo, quei cadaveri a me appressarsi colle facce
brutte cosparse di sangue,; io vorrei non vi fossero almeno compresi i vecchi e
i fanciulli. E dietro ciò che Pareo ebbe l'intrepidezza di manifestargli,
proibì il re con tutta severità di non massacrare più la tradita gente.
Innanzi. Luigi XIV, il più assoluto fra'monarchì, Muréclial solo, di cuore e di
animo retto, non ebbe timore combattere tutta la Corte, disarmare l'ira del re,
e sviare la ingiusta condanna del duca d'Orleans. Come ancora, Fagon e Féìix,
1' uno primo medicoj, l'altro primo chirurgo dello stesso re, soli ardirono
porgergli suppliche in favore dell'illustre arcivescovo di Cambiai,
disgraziato. La molliplicilà delle cognizioni necessarie al medico, i suoi
doveri, l'esercizio di sua professione, i rapporti colla società, la gelosa
conservazione della riputazione, tutto gli vieta di prender partito fra gli
scioperali turbini sovvertitori degl'imperi. Deve egli astenersi, per riguardo
a sè stesso, di pubblicare o diffondere veruna politica opinione, allorquando
ei vive in epoca sconvolta da civili discordie. Non è impresa d'uomo eaggio
entrare senza esservi chiamato nelle querele de'sovrani: Un medico, amico della
pace, e benefattore, per sua professione a tutti appartiene. Unifichi egli quindi
le sue veglie allo studio lungo, penoso e difficile dell'arte sua, e diffonda a
larga mano le sue cure senza distinzione a tutti coloro che ne abbisognano;
perchè altri, in vece di lui, veglieranno a'destini del mondo. Essere straniero
a tutte la dissensioni che seno il flagello della società, esser lontano da
tutto ciò- che potrebbe distrarlo dai doveri del suo nobile esercizio, ecco il
carattere di un- vero medico filosofo. Uomini poco considerati ed oscuri che
hanno preso parte nelle rivoluzioni, di rado non ne sono rimasti vittime.
Leatocq, chirurgo* abilissimo, irta dotato eminentemente del genio funesto de'
co spira tori, molto contribuì a porre Elisabetta sul trono di Russia; ma
l'imperatrice, che tutto dovcagli, nulla fece in bene di lui. Nelle violenti
convulsioni che hanno lacerato la Francia e l'Italia, parecchi medici hanno
sofferto pene crudeli, e ritardato 0 perduto il frutto di loro fortuna con la
temerità de'loro incauti discorsi e della loro sconsigliata condotta. Altri
hanno pagato, con la perdita della salute o della vita, la deplorabile mania di
volere occupare un posto nelle cospirazioni e nelle sommosso, che hanno tante
volte sfigurato l'aspetto di classici regni. Abbandonare il servizio de'malatì
per aver parte ne'furori de'sediziosi, ciò deriva dal conoscere male l'intima
unione dell'arte di guarire con la morale. Si può conciliar facilmente l' amore
di patria col dovuto rispetto per ogiii governo stabilito; ma per una
inconseguenza, di cui il ridicolo agguaglia il pericolo, non andrò mai un
medico ad immolare con cuor giulivo la sua fortuna, la sua tranquillità e la
cura della sua rinomanza per interessi a lui non competenti. Non potrà senza
dubbio sfuggire d'i sentir vivamente le disgrazie del suo paese, ed indignarsi
contro tutto ciò che ne compromette l'onore; ma non vada egli più lungi:
soffrire e tacere d'ordinario basta. La società attende da lui non una opinione
politica dichiarata, ma la scienza associata a zelo grandissimo per
l'adempimento dei doveri del suo stato. Ubbidire, e religiosamente sommettersi
alle leggi del proprio paese, è una massima che ogni medico, più d'ogni altro
cittadino, debbe ritenere impressa indelebilmente nel suo docile cuore.
Veggansi in proposito le seguenti opere: Albertus» De voto caslitatis medica ;
Bienvbmu, Des qualités murales da médecin; Castellus, De visita/ione
aegroutntiian; Stàhzbnbbb.g, De voto obedientiae medico ; Desgenettes, Histoire
medicale de l'armèe d'orient; Luther, De solititdinis militate medica ; Idem,
De sale medico; Hoffmàhn, Medicus politìcus; Rodericus a Castro, Medicus
politìcus; Strobelbekger, Gallica?, politica medica descriplio ; Miiuchini,
Doveri e qualità del medico. Celso (De re medica) vuole che il chirurgo sia
giovane, o almeno poco inoltrato negli anni; esige dippiù che abbia la mano
ferma, snella, nè mai tremante; che sia ambidestro con uguale abilità; di vista
chiara, distinta, permanente, acuta; d'animo intrepido ed inesorabile se Vuol
guarire chi affidasi alle sue cure, nè affretti o risparmi! la recisione delle
parti che il caso richiede, ma compisca la sua Operazione come se le grida del
paziente nessuna impressione facessero sopra di lui. I giovani medici e
chirurghi, dice Vicq-d'Azyr, trovano a preferenza utili insegnamenti negli
ospizi, ove ima saggia amministrazione diffonde ogni soccorso alla umanità
povera ed inferma. Ivi fra' moribondi ammalati, o fra i convalescenti, si
istruiscono essi a conoscere le diverse gradazioni della vita, e gli orrori
anche della morte: colà senza ostacolo alcuno si ricercano ne'varj organi lo
cagioni delle malattie, e la mano incerta dell'allievo può ben esercitarsi
sopra corpi inanimati : là il chirurgo si abitua a menomare una. parte di
quella sensibilità, che, se intera esistesse, Iremante e timido renderebbelo, o
se distrutta fosse, in uomo duro e crudele lo trasformerebbe: ivi finalmente
acquistasi l'esercizio di scorgere negli occhi, ne'lineamentì del viso, ne'
gesti, nel contegno tutto degli ammalati, que'scgni che l'osservatore
percepisce e distingue senza poterli ben descrivere, che indarno si cercano
ne'libri, c su' quali è troppo importante non ingannarsi. Un sangue freddo
imperturbabile, fra le richieste qualità, importa maggiormente al chirurgo di
possedere. Un lungo esercizio può- dirigere una mano da principio mal adatta,
ma nessun surrogato dà la fermezza d'animo a colui che non l'ha ricevuta dalla
natura. Haller ne era privo: giammai questo grand'uomo, tanto profondo nelle
teorie, osò praticare nessuna operazione sul vivente. L'esercizio dà solo al
chirurgo quella intrepida fidanza, che gb fa sostenere le più difficili
operazioni d' alta chirurgia ; e quella sicura calma gl'infonde, che s'eleva
sopra tutti gli ostacoli ed i pericoli. Forse più favorevolmente bisognerà
giudicarsi colui, che, operando per la prima volta, sarà profondamente commosso
dalla scena di quel tetro spettacolo, stomacato dal peculiare odore del sangue,
ed oppresso dalle grida del dolore, in confronto a quell'altro, che, straniero
alle impressioni della i pietà, conduce con lentezza nelle carni palpitanti il
tagliente strumento, con la calma medesima come se incitasse i frodili
inanimati organi di un cadavere. I più abili chirurghi hanno durato fatica a
sottrarsi da turbamento siffatto, e da quell'interno tremito, acci gnendosi ad
una complicata ed ardua operazione. Dono della natura, la destrezza della mano
è frutto talvolta dell'abitudine; senza di ciò, l'operatore trovasi in difetto:
I i - Quanto è penoso per gli assistenti; e quanto è disonorevole per il
chirurgo, una mano inabile, che spinge a caso il tagliente scalpello ne' luoghi
affetti, stranamente eseguisce i più semplici processi', erra ad ogni istante
attorno grosse arterie, e tormenta l'infermo con moltiplicate dolorose manovre!
Quante volte il coltello de' litotomisti, poco esercitati o imperili, si è
smarrito ue'còn torni della vescica! Quei, che le circostanze hanno situato
alla testa della chirurgia operatoria negli ospedali, devono familiarizzare di
buon'ora la loro mano all'esercizio delle grandi operazioni. •; Alcuni operatori,
che hanno mostrato aver per precetto', sat bene, sìt sat cito, sì distinguono
per l'estrema abilita di operare; tali furono Sharp, Gheselden e Shankius.
Taluni cisto toni isti si vantano dì operare un calcoloso in meno di un minuto.
Lécat operava con mirabile celerità, malgrado la complicazione dei processi da
lui usali. Questa gloriola però ha costato la vita di parecchi pietranti:
quantunque quelli- che si operano bene, lo sono assai presto. Freudesberg, De
abusis et impostura medicantium tibetius. Se il medico sarà attivo, ma non
spinto da simulato interesse per la salute de'suoì ammalati, il di lui contegno
nobile e franco, la sua favella dolce ed affabile, l' animo suo
compassionevole, rinascer faranno il coraggio nel cuore dell'infelice, benché
prossimo ad esalare l'estremo soffio di vita. Pochi medici conoscono il modo di
governare negli infelicissimi infermi le ore fatali di agonìa. Non devon essi
abbandonare i pazienti } che allorquando avranno raccolto tutti i segni
dimostrativi della vicina morte; uè dovranno volger le spalle a' moribondi,
finche rima ngon costoro nella possibilità di avvertire l'abbandono di colui,
nel. quale hanno riposta l'ultima loro speranza. Il rispetto ad essi dovuto e
le leggi di umanità impongono al medico il dovere di rianimare la estinta loro
speme, occultare ed inorpellare il colpo tremendo che va a percuoterli,
nutrendoli di lusinghiere illusioni sino all' ultimo termine di loro esistenza;
avvegnaché in questo emergente, come in altri incontri, l'uomo esìge tacitamente
essere ingannato, ond' esser meno infelice. D'altronde gravi inconvenienti
emergerebbero dal sollecito inconsiderato dubitar del medico sulle risorse
della natura: il precipitato di lui pronostico accrescerebbe la riputazione di
chi succèder gli possa, scemando di gran lunga la sua. Con volto sempre placido
e tranquillo, avvicinatevi o dipartitevi d'un infermo in pericolo. Non è più
ormai in potere dell'arte renderlo a vita? Sarebbe proprio di un cuor feroce ed
inumano, parlar di lui in sua presenza come di uno già spedilo o aggiudicato a
capital condanna. 11 primo dovere del medico presso colui che è destinato
vittima di morte, è lo allontanare, por quanto sia possibile, gli orrori
compagni necessariamente di questo momento gravissimo. E non sonosi forse veduti
più infermi, in disperato stalo, essere richiamati a vita? Chi assicura dunque
che una incauta parola chiuder non possa la pietra sepolcrale sopra colui che
sfuggiva alla tomba? Tostoche l'ora tremenda per l'ammalato è pronta a suonare,
prevenuti quietamente i di lui congiunti, la religione impone al medico una
severa legge dì prepararlo ad adempire i grandi doveri ch'essa comanda. Momento
penoso e delicato! Quanta prudenza, quanta destrezza, quanta circospezione
abbisognano per eludere uno sfortunato che riguarda qtial' sentenza di morie la
presenza dell' Ecclesiastico ! Le consolazioni sublimi del cristianesimo, e la
calma resa ad un'agitata coscienza, hanno scemato senza dubbio più d'una volta
il peso esorbitante de' mali, di cui il corpo era oppresso; ma una rivoluzione
funesta nel fisico e nel morale dell'infermo, sono slati altresì qualche volta
i terribili effetti dell' imprudenza, con cui egli è stalo invitato ad
occuparsi di ascetiche meditazioni, e delle importune sollecitazioni colle
quali una poco illuminata pietà l'ha tormentato. Si possono vedere all' uopo le
seguenti opere: Bichter, De medico morientìs adspeclum magis tjuam mortuì
Jugienle; Frank, Polizia medica, traduz. Udì.; IIufelànd, L'art da prolungar la vie de
l'homme, (rad. de l'allem., ou la Macrobiotiqite. LA MEDICINA DELLO SPIRITO O LA CONOSCENZA DEL MORALE
DELL’UOMO importa assaissimo al medico. Non sono sempre i farmaci che
guariscono un malato j i saggi consigli, i discorsi che illuminano la ragione,
le dimostrazioni d'amicizia, che il cuore commovonò, sono pure mezzi
efficacissimi per ricondurre un infermo alla speranza ed alla vita. Chi ben
conosce i caratteri delle passioni, ne modera l'impulso, ed i movimenti a sua
voglia dirige; e, sminuendo la molesta loro influenza, strappa alla morte
quelle vittime acerbamente dispostevi. Ma chi appoggia la sua sapienza alla
gretta abitudine di poche forinole, vede perire sotto gli occhi proprii, d'un
male di cui ignora la natura, tanti sventurati, i quali soccombono occultando
incautamente la piaga che li consuma, alimentata con improvvida costanza. Si sa
quanto importi nelle malattie dello spìrito, dice Zimmerraann (Fon der
Erfahrung ui der Jineikunst), avere un medico che non badi di sacrificare il
suo riposo ed i suoi piaceri, onde prestarsi ognora in sollievo de'miseri
ammalati; che si faccia un essenziale dovere di entrare a parte de'loro
affanni; che penetri nell'umor del malato, e sia tratta* hile per mostrarsi con
lui secondo le circostanze esigono, e per soffrirne la sua miseria e la sua
pusillanimità; che sappia tacere quando è vano il parlare, cattivarsi il suo
animo con la piacevolezza quando è inutile ogni altro tentativo, e toccargli il
cuore con delicati e nobili sentimenti, tu ti a volta che il di lui seno si
apre ad essi, come la terra . isquallidila dal lungo orrore dell'inverno,
rhigiovinisce e risorge al rinnovellarsi della fiorita primavera. L'arte di
leggere e perscrutare nel cuore degli uomini è adunque indispensabile al
medico; e spesso questa è l'unica che gli rimane ad usare. Faccia quindi uno
studio profondo delle loro passioni, si eserciti a sorprendere i più occulti
loro pensieri, sappia discernere, malgrado costanti abnegazioni od accorta
dissimulazione, la verità nelle risposte di un infermo, il quale maschera e sa
nascondere spesso la natura dell'insidioso vcleuo che a larghi sorsi ha bevuto.
Senza una grande abilità ili quest'arte, necessariamente importantissima, non
potrà mai il medico governare un misantropo, trargli dal cuore gli annidati
secreti, vinicere l'estrema sua diffidenza, e renderò la calma all'agitata sua
immaginazione. Senza una estesa cagni 496 zione de' disordini dello spirito
umano, vani soccorsi opporrà egli a numeroso stuolo di malattie nervose che
infestano la società. Le passioni hanno troppa influenza sull'uomo fisico:
laonde come rimediare ai frequenti disordini che nella sua organizzazione
cagionano, se i caratteri se ne ignorano nè rintracciare si sappiano? La
debolezza dello spirito umano non permette soventi volte potervisi cancellare
quelle idee di cui è impressionato, fuorché d'altre solamente preoccupandolo.
Celso consiglia a'medici ciò che da altri è stato più volte ripetuto,
correggere cioè una passione con un' altra. Per signoreggiare sulla fiducia di
un malato, non bisogna urtare le sue tendenze, ma lusingarle, blandirle; egli
rivoltasi contro la ragione, se a lui si appresenta con severa fronte, ed ei
chiude il suo cuore a chi non sa compatire i suoi trascorsi e le sue debolezze.
Non si può allontanare il nostalgico da'suoi cupi lugubri pensieri fuorché
ragionando del suo paese, uè i sospiri di un amante disavventurato scemar si
possono se non seco parlando dell' oggetto de' suoi voti. Erasislrato, per le
circostanze di quel celebre scoprimento di affetti che Stratonica inspirava, apri
l'adito ad Ippocrale onde riconoscere l' amore di Perdicca per Filla, ed a
Galeno quello di una romana per il danzatore Pìlade; senza dir oltre di
consimili particolari che di frequente accadono, ma ignorati dalla storia
pubblica de'fasti medici. L'importanza de'morali . soccorsi nella terapeutica è
tanto estesa ed energica, che gli antichi riguardavano la morale, la filosofia
e l'eloquenza come utilissimi medicinali. Ed in effetto la impressione che
eseroi tano sull'anima, salutari mutamenti fisici spesso cagionar deve. Quanto
è superiore al medico limitato all'arte di forraolarej colui fra'suoi colleglli
che ad un vasto sapere unisce una elegante locuzione, un fondo inesausto di
principii dettati dalla ragione, uno spirito in gegnoso perfezionato dalla
coltura delle lettere, ed una eloquenza cui nulla non può- resisterei Per
Fintini a unione con la morale, la medicina si estolle al rango eminente che
occupa fra le umane scienze; e chi la facesse consistere esclusivamente nella
cognizione delle proprietà de' medica menti, non sarebbe degno di coltivarla.
Si possono vedere in proposito le seguenti opere: Hipfocratis Opera, De prisca
medicina; Ljcetus, De optimo medico; Albertus, De medici officio circa animam
in causa sanilatis ; Idem, De convenienza medicinae cum theologia pratica;
CueitschiuSj De me~ dico nalurae magiaro; Bohemerus, De medicorum animae et
corporis in sanandis aegris conjunctione ; Fischer, De medici circa moralia et
phjsica in curandis morbis prudentia ; Hennmanius, De eloquentia medici; Petit
M. A., Médecìne du coeur; Cabakis, Bapport du phfsique et du maral de l'homme;
Alibert, Phjsio~ logie des passions. Il medico di eslesa pratica deve possedere
quella sensibilità, quella dolcezza, quella facilità d' umore senza di cui lo
spirito, 1' ingegno, il talento è quasi sempre pericoloso per colui che se ne
serve, ed inopportuno per quelli che ne abbisognano. La di lui amena ilarità
dipinta e trasfusa nelle sue maniere e ne'-suoi discorsi, sia il primo di tutti
i mezzi da -esso impiegati, onde il misero languente informo trovar possa in
lui non un uomo duro, ma un amico ingegnoso a fargli credere la possibilità
della speranza e del benessere, ed abile a guarirlo de' mali che lo tormentano.
Felice quel medico dalla natura formato umano, amabile, compassionevole! Felice
colui, che per comparire sensibile, non ha bisogno simulare il gesto, moderare
gli scoppii immoderati, rudi o imperiosi della sua voce, reprimere un carattere
violento ed altiero, ovvero occultare, sotto affettuose apparenze, un cuore
freddo, indifferente e morto alle dolci impressioni della pietà! Si proibisca
attentamente il medico a Rè stesso la freddezza e la taciturnità, ordinarie a
coloro che non hanno mai saputo o voluto domare il cagnesco loro umore, e che
indarno scusar vorrebbero con la seria profonda attenzione voluta dalla
investigazione delle malattie. Nessuna cosa può dispensarlo della piacevole
urbanità, per la quale la scienza si adorna ed abbella: nulla esclude, nella
sua professione, l'arte importantissima di soggiogare il pubblico con quella
forza che si modifica secondo il bisogno e la tempra ta n to.di versa dello
spirito umano. Qual decreto di Esculapio proibisce forse al medico di onorare
le Grazie? Un medico, che giungendo presso un malato, si limitasse ad esaminarlo,
dettare una forinola, e prender commiato, non potrà ottenere molta celebrità.
Il medico, dice Hoffmanno, non dee recarsi dall'ammalato per farsi unicamente
vedere, bisogna pure ch'ei parli. Che giova un muto sapere? Un medico taciturno
presenta alla società un essere inferiore al mediocre. Varj dottori hanno
dovuto una clientela numerosissima, unicamente al diletto de'loro ragionari. Da
noi medici si attende troppo nella società: ci suppongono, a ragione, una
educazione eccellente e svariate cognizioni; ma se noi resteremo mutoli, il
nostro tacere, il nostro silenzio si riterrà qual dichiarazione espressa di
nostra ignoranza. Tale è la società, né i medici hanno il potere di riformarla;
anzi a'pregiudizii moderatamente conformar si degano giono, avvegnaché il capo
d'opera dell'uomo è saper vivere a proposito (Montaigne): vive ut in publico!
Ma un mezzo termine esiste tra il cicalamento ed ii silenzio: ogni medico di
sguardo penetrante, conosce questo limite, e sa intrattenére piacevolmente i
suoi inalati senza stancarli con ridicola ciarlatanesca loquacità. È
impossibile, dice il riputalo Vicq-d'Azyr, che ignorato possa restare per lungo
tempo il carattere degli uomini pubblici. Osservati incessantemente da persone
interessale a ben perscrutarli, indarno vorrebbero essi occultarsi o mentire.
Un medico occupatissimo particolarmente non può sottrarsi alla vigile
penetrazione de'suoi malati, i quali si avvedono bentosto se generoso egli sia,
dolce, compassionevole, ovvero duro, ostinato, severo. Da questa cognizione il
pubblico deduce se gli fosse mestieri impallidire o rassicurarsi, parlare o
tacersi in presenza di colui che si è fatto l'arbitro de'giorni dell'afflitto
valetudinario; starglisi giulivamente s'egli è amabile, od a prevenire il suo
umore, se sventuratamente sarà di que' malaugurati individui, che, aggiungendo
la paura, il più grande di tutti i mali, alle infermila di cui la specie umana
è assalita, sembrano ignorare che lo spaventare un moribondo, è fra le inumane
azioni la più vile, crudele ed ingiusta. Ma il medico puù meglio che altri far
mostra del suo carattere d'uomo probo per eccellenza, imparziale, integro,
inaccessibile alle passioni od al clamore del pubblico; anima energica senza
esaltazione, cuore buono e sensibile senza debolezza, costumi puri e dolci,
franchezza inalterabile, discernimento diritto, giudizio squisita, sapienza l
erudizione, manifeste esser deggiono sue doti Or ecco il medico al colpetto
dell'infermo: l'agitazioni? che la presenza sua cagiona, accelera in molti ammalati
il movimento del polso; laonde di quinto fenomeno bisogna tener conto nidi'
esplorare la circola/ioni; ; « Cum ftrìmum medivus vcia't, ha detto Celso,
solitc'Uudo acgii d/diìtaittis ijuomodo dli se /tubero vidcatiir arterìas
inovct, oh quam caiisam periti medici est non pmtinus ut venit, apprehendere
ma/ut brachium; sed primuin residere hìlari vultu .... tft" 1 deìnde ejus
carpo immuni adiiioverc. Le donne, a cui la natura ha dato de' nervi dotati di
singolare mobilità, ed una organizz azione molle, debole, tutta di sensazioni;
le donne, naturalmente soggette a moltiplicate dolorose malattie, in preda alle
angosce le più crudeli, spesso esposte a grandi pericoli durante il travaglio
de' loro parti, sono interessale a preferenza di trovare nel medico, che hanno
scelto, un carattere garbato, dolce, cortese, uno spirito llessibile,
avvincente, un cuore affettuoso e sensibile. Nè egli perverrà mai a piacer
loro, se indifferente o stoico pur sia; nè otterrà la loro benevolenza ed
amicizia, se imperioso, duro, inaccessibile si mostri. Pulitezza, amabilità,
condiscendenza, pazienza a tutLa prova, attenzioni adorne di seducente
delicatezza, sono il maggior novero delle qualità che esse esigono in colai che
hanno investito della cura della loro salute. E tostochè rassicurate si credono
per le provale maniere, colme di riguardi, sedotte dal linguaggio che provoca
ed induce ogni intimità, esse ripongono ben tosto nel medico la confidenza
de'mali d'una languida e debole struttura, lo fanno depositario di mille
minuziosi secreti che hanno bisogno manifestargli, ma per nasconderli in seno,
alla fedele amicizia; esse gli affidano ciò clie ritengono di più caro, la vita
cioè dei loro figli, clie eziandio dalla mano di lui per sè medesime fa
ricevono. Allorquando finalmente hanno giudicato l'animo suo ed ì suoi talenti
in rapporto confacente al loro carattere, egli allora è il loro consolatore, un
angelo tutelare, un sostegno necessario alla loro felicità. Se alcuni doveri in
vantaggio degli ammalati il medico non può mai infrangere, altri doveri i
malati adempir debbono verso il medico. Essi saranno sempremai costanti nella
scelta che di lui hanno fatta, onde non diffondere inconsideratamente a questo
ed a quello le confidenze loro. Adempiranno fedelmente tutto ciò ch'ei prescrive
in sollievo della loro salute, perchè a tanto impegno egli è stato prescelto ;
nò trasgredir dovranno in qualunque circostanza le additate prescrizioni e gli
ordini imposti. E finalmente devono guiderdonare le cure di lui colla dovuta
gratitudine e riconoscenza. La scelta delle persone per assistere gli ammalati
non è indifferente. Una fi so nomi a piacevole, una pazienza conosciuti ss ima,
una inalterabile- dolcezza, un. cuore compassionevole, sono le qualità
principali delle donne da prescegliersi al nobile ma penoso incarco di servire
gl'infermi. Ed in ciò gli uomini non possono pareggiarle giammai. Esse sole
sanno dare' agli infelici, consumati da patimenti crudeli, ogni minuto soccorso
che il deplorabile loro stato richiede, sollevar con leggerezza i loro membri
addolorati, e con attedia e carezzevole mano destramente supplire a quella
languente inazione. I più circospetti premurosi servigi, i più teneri riguardi,
tutto profondono agli infermi affidati alla loro vigilanza: né i portamenti in
apparenza capricciosi di uno sventurato, sovente reso ingiusto ed esigente per
lo eccesso de' mali suoi, nè le fatiche, nè i disgusti, nè i pericoli, menomar
possono o indebolire il loro zelo, esaltato talvolta sino all'eroismo, che
niente mutasi al letto del dolore. Ricavando Ì particolari sullo stato del
vostro infermo, abbiate cura di nulla dire che possa spargere il turbamento o
la paura nel di lui animo: nè fate alcun moto, alcun gesto, che possa
interpretarsi in modo sinistro da una mente ingegnosa a rivolgere tutto in
proprio svantaggio. E già vedetelo cercar la sua sorte nella espressione della
vostra voce, nel vostro contegno, nel vostro silenzio. Gli avidi suoi sguardi
chiedono agli assistenti la fatale sentenza, ch'egli teme qual ultima: nessuna
cosa è per lui indifferente ; ei tutto indaga, egli è tutto occhi, tutto
orecchie. E quando bisogna rassicurare la esaltala imaginazione di un infermo,
i migliori ragionamenti non valgono quanto una idea falsa, che, non preveduta e
bruscamente espressa, si tro. vassé in opposizione totale coll'oggetto de'suoi
timori 11 chiarissimo Petit ha fatto sentire vivamente l'interesse del
precetto, che non bisogna giammai .parlare de'funesti avvenimenti d'una
malattia innanzi di colui che potrebbe temerne le conseguenze. Non parlate-mai
di morte coi vecchi e coi tnori bendi. Se dovrete eseguire una grave
operazione, evitate dichiararla; ma imprimete un'idea di speranza e di buon
esito per tal temuto istante, servendovi pressappoco d'alcuna ingegnosa
perifrasi, come: il momento allorquando io vi libererò; ovvero: quando
cesseranno i vostri mali ec. Su di ciò nessuno ha pensato meglio del citato
Petit; nò con maggior finezza o più eloquenti maniere si è giammai espresso.
Astenetevi presso un infermo pericolante da un turbato contegno, o da
tumultuosi movimenti. Accorrete forse contro una pericolosa emorragia? non
dimenticate che il vostro primo impegno debb'esserc di signoreggiare
immantinente sul morale dell'individuo. Se incerto, agitato vi vedesse, ei
perderebbe ogni fiducia e si crederebbe perduto. Sottraetegli destramente lo
spettacolo degli stranienti di cui vi servite, e più di tutto lo spargimento
del proprio sangue. Qual funesta impressione non farebbe su giovane donna,
nervosa, esaurita per uterina emorragia, l'aspetto d'uno ostetrico, il quale,
con le maniche ripiegale sino al gomito, le mani, le braccia, il viso, gli
abiti bruttati di sangue, la tormentasse con le più aspre manovre, e, dopo
averle fatto soffrire un lungo e doloroso supplìzio, facesse mostra di esitare,
e le lasciasse travedere la scoraggiante impotenza dell' arte! Allontanale da
un malato che state per sottoporre a qualche importante operazione, tutto ciò
che sbigottir potrebbe il suo cuore e portare lo spavento nel suo spirito,
diggia pel timor del dolore agitalissimo. L'uomo più coraggioso ed intrepido
non vede giungere senza fremere rabbonito momento. In quali angosce suppor si
debbe colui che, debole e pusillanime, si è pur deciso sottoporsi a' crudeli
soccorsi dell'arte, dopo lunghe esitazioni e penosi contrasti! Guardatevi di
oltraggiarlo o ferirlo colle più insignificanti facezie, le quali tanto più
crudeli sarebbero quanto maggiormente inopportune. Imponete a' vostri aiutanti
ed agli astanti un silenzio assoluto. In siffatti terribili istanti, tutto ciò
che vi attornia deve respirare la calma più tranquilla e perfetta. Alcuni
infermi prossimi alla tomba, sospettando il loro stato, supplicano il medico a
dichiarar loro in qual .situazione siano ridotti. Istanze pressanti, commoventi
preghiere, nulla tralasciano per vincere la ripugnanza di lui: lo illudono
interessandolo sulla necessità di metter ordine ad importanti affari} gli
vantano il loro coraggio, simulano una perfetta rassegnazione alla sorte loro:
diffidi il medico di tali fìnti motivi. Parecchi infermi, che si vantano mirar
la morte senza timore, conservano tuttavia una forte secreta speranza d'essere
ricondotti alla perduta salute, nè udir possono quella tremenda verità senza
darsi in preda ad orribile disperazione. Alcuni di questi sventurati hanno
punito l'incauto medico di sua imprudente condiscendenza con darsi spontanea
morte. Bisogna morire, egli è incontrastabile, quando batte 1' ora di morie; ma
è fatale il volersi intuonare la requie, quando il coraggio e la intrepidezza
potrebbero trionfare ancora sovra la lunga notte del sepolcro. Si possono
consultare in proposito le seguenti opere: LutheEj De praecipuis cautelis
praxin adeimti juxta clinicos probe aUendenlis; W. Wedelius, De officio
aegrotanlium; Bienve.w, Des qualitis morales du m£decin, et de la condotte
qu'il dtsit tenir auprès des malades; Detebgie, Àrlic. Consultatìons, dans le
Dici, de Mèd. et Chir. praliq.; Vavasseur, Manuel de patJiolog. génèr.; Angeli,
// medico giovane al leUo dell ammalato. Lieto il medico d'essere stato utile
al suo ammalato, il premio delle sollecite penose sue cure dovrà giustamente
attendere. Eppure bisogna assuefarai alla sconoscenza de' clienti, ed abituarsi
a sollecitare un compenso, più spesso ritardato dal ricco, meno esalto d'ogni
altro. Desideraci cosa sarebbe il gratuito esercizio della medicina: ma in qual
classe della società trovare individui animati d' ardentissima filantropia, per
consacrarsi a' disgusti e pericoli di questa professione, senza altro
guiderdone fuorché la virtù? Di qual pane vivrà il medico e la di lui famiglia?
Cessi ornai la società di calunniare i medici, poicbè dal suo seno sono
prodotti; uè essendo una specie d'uomini eccezionali, son eglino, come tutti
gli altri, ciò che la natura e le civili istituzioni ebbero a formarli. Ogni
fortuna suppone in sua origine un salario, un lucro otl una rapina. Questa
sorgente è accresciuta per successioni. Ma se il negoziante che si arricchisce
calcolando i bisogni delle derrate, se V artigiano che appigiona ii suo braccio
o vende il frutto del suo lavoro, se il nobile che pone al soldo la sua spada,
niente operano che si possa loro biasimare senza fare la satira dello stato
sociale, chi oserebbe vituperare e riprendere il medico che accetta o richiede
qualche onorario per cura ed assistenza ad un malato prestata? Per esser capace
di opera cosiffatta, ha consumato egli una parte della sua vita, ha erogato
porzione delle sostanze sue O della sua famiglia, ha sequestrato la sua
gioventù in severe discipline lungi d' ogni diletto, finalmente egli ha
travagliato per la società, e questa mostar gli si deve riconoscente. Se gli
individui che esercitano l' arte di guarire avessero parte a' primi onori dello
Stato, vedrebbesi precipitare nella loro coorte tutti quelli che la fortuna ha
colmato de' doni suoi. Allora la medicina esser potrebbe gratuita, pagando la
società in onorificenze ciò che in costosi servigi riceve. Ma l'esercizio della
medicina attualmente procura appena qualche considerazione; un medico gode
alcun credito, occupa talora un posto, tos toch è abbandona la sua professione,
ovvero allorquando, giunto a sufficiente fortuna, riposa tranquillo gli stanchi
suoi giorni. La vista d’un medico ha qualche cosa di apprensivo, perchè ridesta
ciò che ogni uomo maggiormente teme e detesta dopo la indigenza o la morte, la
malattia. £ qual mezzo si adopera oryle risolversi ad onorare colui che tanto
giova all'umanità? Iticupe rata la sanità da chicchessia, cominciasi a
dimenticare il male già terminato, ed insieme in ente dileguasi la ricordanza
del medico, e la riconoscenza ccu tunicatamente a lui riprotestata. Questa
condotta degli ammalati disgusta ed indegna il medico principiante, quantunque
animato d'ogni nobile sentimento, che i progressi poi dell'età estinguono in
ogni cuore. Perchè egli desiderava amicizia gli si nega la stima, anzi si
opprime di sarcasmi, fors'anco di villanie, finché una nuova malattia riproduce
l' umile preghiera c la vile e bassa adulazione, suggerite dal timor della
morte. Ingannato nelle sue fantastiche speranze, dà egli uno sguardo beranza
gl'infelici loro clienti, occultando l'avida loro cupidigia sotto la capziosa
maschera dello zelo. Crcderebbesi egli mai che agli ammalati ed ; agli
assistenti l'impostore l'assembra uomo filantropo ed abile, mentrechè il circospetto
vien supposto ignorante e disattento! E ciò avviene perchè i movimenti delle
gambe, dèlie braccia, e della lingua principalmente, sono valutabili soltanto
dall'ammalato, ossia da giudici incompetenti. Ma ognuno dee far sacrificii
nell'interesse della società: ciascuu le deve un tributo, ed il medico più che
ogn' altro; egli, i cui doveri sono consacrati all'umanità, ne darà il buon
esempio, ricavando costantemente per l'esercizio del suo ministero la
soddisfazione' di avere agito secondo coscienza e possibilità. Laonde se le
mediche funzioni espongono tutto giorno chi le adempie allo sdegno
dell'ignoranza), all'obblio dell'ingrato, agli oltraggi del calunniatore: se
troppo disgraziato sentesi. il medico, :-, perchè la sua 1 riputazione,
acquistata penosamente opn. veglie, privazioni e stenti, da' capricci della
moltitudine totalmente; dipende : ise, : per'.' bene adompirc i penosi doveri!
che gli si impongono, rinunciar gli bisogna tutti i godimenti della vita c la
domestica sua libertà, -egli trova, però nell'esercizio stesso della
professione qualche compenso, che da così numerosi ed ines ideabili contrasti
in parte lo risarcisce. La stima del poco numero di uomini assennati Io
consola, c gli f;i dimenticare la gelosa invidia degli emuli, e la fredda indifferenza
ingratissima di coloro che maggiormente obbligali gli sono egli deggiono
riconoscenza. L'intimo convincimento e la verace persuasione che i suoi malati
hanno ricevuto tutte le cure che lo stato loro esigeva e da lui apprestar si
potevano, lo sottraggono agl'insulti dell'affannoso rimorso, ed invulnerabile
Io rendono all' avvelenato strale delia smaniali Le invida malignità,
allorquando un avvenimento funesto non si è potuto prevenire da' soccorsi
dell'arte nò per gli sforzi della natura. Una coscienza calma e tranquilla,
assicurando a La buona compagnia che l'onta francheggia n Sotto l'usbergo del
sentirsi pura, è già la ricompensa del medico, che esercita con probità ed
onore i suoi doveri, Il guiderdone cT una buona azione, è di averla fatta : Recte
farti, fecìsse merces est; diceva Seneca (epist.); Le frali iTun b'tenfait,
d'est le bienjuil lui-méme, Egli è contento e pago del bene da luì fatto, e
molto può farne. Lo infelice a preferenza l'implora, ed ei seco conduce la
speranza e la consolazione nell'asilo della miseria : e le benedizioni degli
sventurati, sono il compenso di cosiffatte beneficenze, premiate da calde
lagrime di immutabile riconoscenza. Tostochè un medico giugne a ridonare un ma
2(3 lato dati' orlo della tomba alla vita : allorquando ei conduce ad
assicurata convalescenza un disgraziato, già sottoposto a chirurgica pericolosa
operazione; questi fausti risultameli d'ogni sua cura largamente lo
indennizzano. Colui che è stato salvato, diviene suo amico e fratello. Il
vederlo, gli procura la più singolare e deliziosa compiacenza j ed il mutamento
più vantaggioso di sua fortuna non gli apporterebbe una pari così grata gioia.
Al contento di togliere una de- signata vittima alla morte, niente è che
agguaglia. Un infermo ch'egli ha liberato da gravissimi peri- coli, lo consola
d'essere stato meno felice in altri in- contri. ' ! . i . ; i i i i ' Il medico
adunque, tolte alcune eccezioni, ndn acqui- sta generalmente vistosa e grande
fortuna : ma il frutto de'tooi lavori non è esposto mai a repentini
sconvolgimenti, che spesso rovesciano il commer- ciante dall'estrema dovizia
nell'estrema miseria. Egli gode d'una sorte piacevole e tranquilla; egU.c posto
in quella buona e sicura mediocrità, ohe,, fra .tutte ic condizioni della vita,
è la più compatibile con la felicità. Accollo, gradito, festeggiato nella
società; stimato dalla gente di lettere, desiderato dal ricco e dal pitocco, il
medico, sino alla più tarda età, vive amato, onorato, richiesto da ognuno.
Montuus, De stìpendìis medicorum. In questa Monografia sono stati i medici
Spesse Tolte da me lodati con ingenua franchezza, an- tGoradhó sia- del lóro
numero anch'io. Mi sono iit- igegnato ìàre il loro elogio senza prevenzióne, né
-ho dissimulato i loro difetti. Ho esposto i,loro doveri, ed ho curato
mostrarli quali realmente pur 'son^ij^r^ii&repj^ritato/iliii^mproyece di
parzialità,? ÌS,ox io crédo averlo. heoe evitalo.! n tiniw$ rthtv '.( M. Vr^.tVstV <-v,-v
.w.s^l*U ifliifc. Roberto Sava.
Sava. Keywords. Refs.: dovere, i doveri – pregi. Luigi Speranza, “Grice e Sava”
– The Swimming-Pool Library.


No comments:
Post a Comment