NARDI # SAGGI SULL ARISTOTEL ISMO
PADOVANO DAL SECOLO
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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA
CENTRO ARISTOTELICO
BRUNO NARDI
SAGGI
SULL'ARISTOTELISMO PADOVANO
. DAL SEGOLO XIV AL XVI
G. C. SANSONI - EDITORE
FIRENZE
UNIVERSITÀ DEGLI STl^DI DI PADOVA
STUDI SULLA TRADIZIONE ARISTOTELICA
NEL VENETO
Volume I
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA
CENTRO ARISTOTELICO
BRUNO NARD I
SAGGI
SULL'ARISTOTELISMO PADOVANO
DAL SEGOLO XIV AL XVI
G. e. SANSONI - EDITORE
FIRENZE
Questo volume è stato pubblicato a cura e sotto gli auspici del
Centro per lo studio della tradizione aristotelica nel Veneto e del
Comitato per la storia dell' Università di Padova
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
Stampato in Italia
AL LETTORE
Ho aderito di buon animo a che venissero riuniti in questo
volume, per comodo degli studiosi che ne fanno ricerca, quattor-
dici saggi sull'Aristotelismo padovano e particolarmente su
queir interpretazione del pensiero aristotelico che prende il nome
dall'arabo « Averrois che 7 gran commento feo », sparpagliati,
come numerosi altri loro confratelli, in varie riviste ormai non
più facilmente accessibili. Questi saggi abbracciano un periodo
assai lungo di ricerche dal igi2 al ig^ó, e nel loro insieme
offrono un quadro sufficientemente completo, per monografie
che si richiamano fra loro, della filosofìa a Padova dai tempi
di Pietro d'Abano, a principio del Trecento, a quelli di Giacomo
Zabarella e di Francesco Piccolomini, alla fine del Cinquecento ,
quando ormai, a Padova e altrove, V Aristotelismo comincia a
volgere decisamente al tramonto, per il nascere delle nuove scienze
della natura e del nuovo metodo di ricerca scientifica e filosofica.
Fuori della presente raccolta, già abbastanza pingue, son ri-
masti i saggi stille opere inedite del Pomponazzi, meno quello
relativo alla miscredenza di Nicoletto Vernia, perché essi po-
tranno essere riuniti a suo tempo in un volume a parte, ed altresì
quello sulla letteratura e cultura veneziana nel Quattrocento,
apparso nel volume La civiltà veneziana del Quattrocento
della Fondazione Cini, che potrà meglio figurare insieme ad altri,
che vado preparando , sulla filosofia veneziana del Rinascimento.
Nella formazione del presente volume non è stato sempre
rispettato l'ordine cronologico nel quale i saggi qui compresi
sono apparsi, per il bisogno di contemperarlo con la successione
storica degli argomenti trattati. Ad ogni modo, sono stati sempre
indicati in nota la data e il luogo ove ciascuno ha visto la luce
la prima volta. Inoltre, ritengo opportuno avvertire che tutti
sono stati più o meno leggermente ritoccati, e qualcuno in modo
assai notevole.
AL LETTORE
Quello che mi ha guidato in queste non agevoli ricerche, non
è stato, cerne forse taluno potrebbe pensare, il gusto delle notizie
erudite, pur sempre indispensabili alla ricerca storica, sibbene
il bisogno di prospettare le particolari condizioni e circostanze
d'ambiente culturale in cui certi problemi filosofici eran posti,
fra il secolo XIV e il XVI, dagli aristotelici padovani, e lo
sforzo da questi sostenuto per trovarne una soluzione e per eva-
dere da abitudini mentali e pregiudizi che alla soluzione di quei
problemi s'opponevano.
Su alcuni di siffatti problemi discussi e ridiscussi mille volte
nel corso di quasi quattro secoli, era naturale che avessi a fer-
marmi con insistenza e abbondanza di citazioni, perché chi
legge avesse modo di rendersi conto, quasi toccando con mano,
dell' imprecisione e non di rado dell' avventatezza di talune af-
fermazioni da parte di non pochi storici che la storia delle idee
non hanno mai preso sul serio, contenti troppo spesso di luoghi
comuni e vacue generalità: Per oppormi appunto a questo an-
dazzo e per restituire ai pensatori sui quali mi sono fermato
i lineamenti della loro umana fisionomia, m' è parso non fossero
da sdegnare notizie particolari e perfino aneddoti che rasentano
il pettegolezzo, ma intanto rivelano curiosi tratti del loro carattere
morale e aprono uno spiraglio su quell'ambiente scolastico, per
tanti aspetti così diverso di quello d'oggi.
La distinzione poi che s' è preteso di fare tra filosofia e cul-
tura s è rivelata inconsistente, non solo quando s' è tentato
di giustificarla , col definire in termini rigorosamente logici il
concetto di cultura come diverso da quello di filosofia, ma più
ancora quando, in omaggio a quella: pretesa distinzione, nel
tracciare la storia del pensiero d'un epoca, s' è tenuto conto
quasi esclusivamente dei pionieri e si sono disprezzate forme di
pensiero meno avanzate e, diciamo pure, piii umili, come, ad
esempio, per il Rinascimento, le credenze magiche ed astrolo-
giche, condivise da dotti non meno che dal popolino, e le opinioni
intorno al potere delle streghe e al loro commercio col diavolo,
cui davan credito, non meno del volgo, insigni « cherci e letterati
grandi e di gran fama », non che giuristi e teologi i quali s'ar-
gomentavano d' estirparne la mala semenza con gli esorcismi e
col rogo. Così del Rinascimento s' è mostrato solo un aspetto,
mettiamo pure il migliore e più, seducente, ma unilaterale e in-
completo, per aver relegato nell'ombra il « rovescio della meda-
glia », cioè quelle forme di pensiero che persistevano non solo
AL LETTORE VII
nelle masse popolari e incolte, ma altresì nei ceti borghesi di
media cultura, nella nobiltà, nelle corti principesche e nel clero.
Eppure anche siffatte convinzioni rappresentano particolari
maniere di raffigurarsi la vita e il mondo e costituiscono an-
ch'esse modi di pensare la realtà, che, per quanto arretrati, furon
condivisi dall' enorme maggioranza degli uomini nel periodo
che si dice del Rinascimento.
Altrettanto si dica della distinzione fra « ciò che è vivo e ciò
che è morto » del pensiero del passato, quasi che potesse morire
quel che non è mai stato vivo, e che vivere non fosse un correre
alla morte, cioè un continuo rinnovarsi.
Singolarmente penosa appare infine l'ansia che per il con-
cetto, la natura, il metodo, le sorti della storia e per il valore
del giudizio storico dimostrano taluni che, chiusi nella loro
specola teoretica, senza scomodarsi colla ricerca e la critica dei
documenti e delle testimonianze, indispensabili al giudizio sto-
rico, pretenderebbero di dedurre a priori gli eventi della storia
universale. Sì, lo sappiamo, per interpretare il linguaggio dei
documenti e delle testimonianze ci vuol cervello; e per cervello
intendo la « categoria », cioè la capacità a inserire il fatto accer-
tato nella trama logica del pensiero. Ma la « categoria è vuota
senza V intuizione », e la mola del pensiero frulla a vuoto se
dalla tramoggia non cala giù il buon grano falciato nei campi
arsi dal sole, battuto vagliato e seccato sull'aia. Sì che a ragione
pareva al Vico « aver mancato per metà così i filosofi che non
accertarono le loro ragioni con l'autorità de' filologi, come i fi-
lologi che non curarono d'avverare le loro autorità con la ra-
gione dei filosofi ».
B. N.
INDICE
Al Lettore p. v
I. La teoria dell'anima e la generazione delle forme
secondo Pietro d'Abano » i
II. Intorno alle dottrine filosofiche di Pietro d'Abano » 19
I. Le prime accuse e i processi per eresia .... » ig
IL Gli « errata » di P. d'Abano secondo S. Champier » 27
III. Eresia di P. d'Abano, secondo il Ferrari: Dio e
il mondo, Scienza e Fede » 38
IV. La Psicologia di P. d'Abano e gli errori storici del
Ferrari » 59
V. Conclusione. Il pensiero scientifico di Pietro
d'Abano in rapporto alla Teologia » 69
III. Paolo Veneto e l'averroismo padovano » 75
IV. La miscredenza e il carattere morale di Nico-
letto Vernia » 95
V. Ancora qualche notizia e aneddoto su Nicoletto
Vernia » 115
VI. La mistica averroistica e Pico della Mirandola . « 127
VII. Appunti intomo al medico e filosofo padovano
Pietro Trapolin » 147
Vili. I Quolibeta de I nielli gentil s di Alessandro AchiUini » 179
IX. Appunti suU'averroista bolognese Alessandro
AchiUini » 225
X. Un altro sigieriano dei primi del Cinquecento:
Geronimo Taiapietra » 281
XI. Un'importante notizia su scritti di Sigieri a Bo-
logna e a Padova alla fine del sec. XV ... » 313
XII. Marcantonio e Teofilo Zimara: due filosofi Galati-
tinesi del Cinquecento » 321
XIII. Il commento di Simplicio a De anima nelle con-
troversie della fine del secolo XV e del secolo XVI » 365
XIV. La fine dell'Averroismo » 443
Indice onomastico e doxografico » 457
BRUNO NARDI
SAGGI SULL'ARISTOTELISMO PADOVANO
DAL SECOLO XIV AL XVI
I
LA TEORIA DELL'ANIMA
E LA GENERAZIONE DELLE FORME
SECONDO PIETRO D'ABANO *
I. - Il già celebre e oggi invece quasi sconosciuto medico e
filosofo padovano, Pietro d'Abano, vien classificato ordinaria-
mente dai rari storici moderni della filosofia medievale che si
degnano consacrargli qualche linea, fra gli averroisti: da qual-
cuno è, anzi, presentato come fondatore dell'averroismo al-
l'università di Padova. Ma, cosa strana, dell'averroismo
dell' Abanese tacciono affatto gli antichi storici che pur lo
fanno passare come astrologo, mago, eretico, e che a queste
accuse, riguardanti le dottrine di lui, ne aggiungono ben altre
riferentisi al carattere personale, per quanto queste ultime
abbiano l'aspetto di favole se non, spesso, di denigrazioni
evidenti. Scorrendo la monografia che gli consacra S. Ferrari ',
il sospetto che l'averroismo del medico d'Abano non fosse
una pretta leggenda, si accrebbe in me a tal segno che decisi
di consultare per conto mio il Conciliator differentiariini phi-
losophormn et praecipiie medicorum. Sennonché, essendo l'opera
relativamente rara e trovandomi da quattro anni quasi sempre
all'estero, non mi fu così facile procurarmela; quando, nel-
l'essere a Bonn m'abbattei in un'edizione senza data, ma che
porta in testa questa nota manoscritta: impressus.... Me
codex est Venetiis a. 1483 per Jo. Herbart de Selgenstadt,
alemanmmi. Mentre andavo trascrivendo i passi più impor-
tanti dal punto di vista filosofico, quasi quasi non sapevo
credere a me stesso, finché non li ebbi collazionati con altre
* Già apparso nella « Riv. di Filos. Neoscolastica», I\', 1912, pp.
723-37, Solo qualche lieve ritocco.
I / tempi, la vita, le dottrine di Pietro d'Abano. Saggio storico-filo-
sofico di Sante Ferrari, Genova, 1900.
2 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
edizioni e specialmente con quella del 1476, di cui, oltre le copie
possedute a Padova, a Firenze, a Torino ecc., una si trova
con mia grande sorpresa proprio nella Capitolare di Pescia.
Dico che non sapevo credere a me stesso, perché i passi,
a cui il Ferrari rimanda, lungi dal rivelare le preoccupazioni
averroistiche che egli, con critica bizzarra, crede scoprire
ad ogni pie sospinto attraverso le dichiarazioni di Pietro
d'Abano, dimostrano, al contrario, che questi aderiva espHci-
tamente e senza riserve o esitazioni di sorta ad un'altra teoria
intorno all'anima, che era l'antitesi perfetta di quella del
filosofo arabo di Cordova. Quei passi sono così chiari che il
Ferrari stesso si sente imbarazzato e suda due camicie per
interpretarli a rovescio, come fa. Dovrei forse dubitare della
buona fede di lui ? Certo, nell'opera erudita del Ferrari si
rivela qua e là un gusto matto di sorprendere nel filosofo da
lui studiato atteggiamenti e pose d'eretico che agli occhi del-
l'autore lo rendono più simpatico. E quando gli fanno difetto
i documenti e le dichiarazioni esplicite, ricorre a stravaganti
congetture o a insinuazioni ridicole. Ma io ritengo il Ferrari
un perfetto galantuomo, e per dubitare della sua completa
buona fede non ho motivi sufficienti. Penso invece che gli
manchi l'esatta conoscenza del pensiero medievale; in ma-
niera che egli non sa comprendere nel loro giusto significato
certe dottrine, le quali non si possono capire se non in rapporto
ai movimenti d' idee a cui mettono capo. Ora, infatti, sostiene
che Pietro d'Abano fu accusato di materialismo; più tardi,
invocherà la stessa condanna per dimostrare che questi non
era sincero quando dichiarava prava la teoria averroistica
dell'unità dell' intelletto. Ora gongola di gioia perché Pietro,
nel riferire l'opinione del Commentatore, la lascia passare
senza una nota di biasimo; una pagina, dopo, ti verrà a dire
che la nota di biasimo, che l'Abanese quest'altra volta invece
ha affibbiato agli averroisti, va presa per « .... un'ostentazione
a ufficio di scudo » ! E via di questo passo -.
- Op. cit., pp. 340-353. Il Ferrari avrebbe fatto bene, invece di ri-
mandare alle opere di Pietro d'Abano, che il lettore non sa procurarsi
con tanta facilità, di offrire estesamente citazioni più abbondanti e
meno laconiche. Il pubblico poi che si occupa di queste materie sa-
prebbe, credo, fare a meno, e quanto a me molto volentieri, della tra-
duzione che il Ferrari sostituisce ai passi citati, i quali nel loro latino
scolastico sono molto meno oscuri.
LA TEORIA DELL ANIMA 3
Confesso la verità. Arrivato in fondo al capitolo dove il
Ferrari parla della « Psicologia genetica e metafisica », non
sono mai riuscito a raccapezzarmi sulla vera dottrina del
medico-filosofo d'Abano. La quale, pertanto, se si piglia in
mano il Conciliator, è abbastanza chiara, nelle sue linee gene-
rali, ed è ben diversa da quello che il Ferrari va fantasticando.
Ecco qui uno dei passi più importanti e nello stesso tempo
meno ambigui. Alla differentia 48 ^ si discute la questione se
il seme umano sia o no animato. E, a proposito di questo
problema, il medico padovano espone la sua teoria sullo svi-
luppo dell'embrione e sull'origine e natura dell'anima. Egli
dice:
Rector autem huius tain divini operis [cioè dello sviluppo embrio-
nale] virtus est dieta informativa ab anima parentis decisa, per im-
pulsionem coeuntis incitata, quam Galenus de virtutibus nahiralibus,
secundo, ca. 2, appellat summam artem praesidem et intellectivam
sine mente, Aristoteles autem intellectum vocatum sive intel-
lectivam divinam, ceu ei Haly ascripsit. Nominavit autem eam
Aristoteles intellectum vocatum, ad differentiam intellectus po-
tentionalis et agentis pars existentium animae intellectivae, ut
terfio de anima inquit: Dico autem intellectum quo anima opinatur
et sapìt, ad differentiam intellectus quem ponebat Anaxagoras
chaos dieta ex eodem consimilia sequestrantis. Et ideo apparet
hic erroneus intellectus lacobitarum me persequentium tam-
quam posuerim animam intellectivam de potentia educi mate-
riae; differentia 9; cum aliis mihi 54 ascriptis erroribus. A quorum
nianibus gratia dei et apostolica m.ediante me laudabiliter evasi.
Da qua quidem virtute, ló. animalium, Avicenna: ' Virtus infor-
mativa est illa quae dat vitam et est proportionalis virtuti su-
percoelestium '.
Arrestiamoci a precisare il significato di questo passo.
L'Abanese parla qui non dell'anima umana, ma della virtù
i il formativa, la quale più sotto è così descritta sulla scorta
del De animalibtis, XVI, e. i, di Avicenna:
Virtus informativa est illa quae dat vitam et est proportio-
nalis virtuti supercoelestium, et ista virtus facit similia secundum
quid virtutibus supercoelestibus quousque sit possibile illam
recipere vitam, et est dispersa per universam substantiam cor-
poris sive sit humiduin sive siccum: et in spermatis substantia
est potentia potens recipere hanc virtutem et est spiritus primus
deferens calorem coelestem et ipse est causa omnium partium sper-
matis. Estque haec virtus a corpore abstracta, cui etiam ab Arist.
accipiens commentator. j° metaphy. i^Comm. 37]: Arist. dixit
4 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
in libro de animalibus, quod ipsa sit similis intellectui in hoc,
quod non agit per instrumentum corporale et membrum pro-
prium.
La teoria della virtù informativa, qui esposta, è tratta dal
secondo libro del De generatione animaliuni d'Aristotele 3 e
la si ritrova quasi negli stessi termini presso S. Tommaso 4.
Siccome, per altro, i Giacchiti di Parigi credettero che Pietro
intendesse parlare dell'anima umana, per questa ragione,
com'egli dichiara, lo accusarono dell'errore d'Alessandro
d'Afrodisia e di Galeno, l'ultimo dei quali sosteneva che l'anima
fosse la stessa complexio del corpo organizzato \ e il primo
che r intelletto materiale o possibile dovesse farsi consistere
in una certa virtìt. risultante « ex universa illa temperatura vel
constitutione » propria dell'organismo umano ^. Lo accusa-
vano, dunque, dell'errore opposto all'averroismo e contro il
quale il celebre commentatore dello Stagirita aveva aspra-
mente polemizzato a più riprese. A quest'accusa aveva dato
certamente motivo l'appellarsi che Pietro faceva a Galeno
e al di lui fidelissimus interpres, Haly ben Rodoam. Questi
aveva saputo trovare presso Aristotele, non si sa come, la
teoria dell' intellectus vocatus, della cui provenienza aristotelica
il Nostro, con quella sua espressione: « ceu ei Haly ascrip-
sit », sembra tutt'altro che convinto. L' intellectus vocatus è
la traduzione letterale del ó xixXoù\j.tvoc, voui; del De gene-
ratione animalium 7, Basandosi su di essa, Haly sosteneva
che r intelletto separato di Aristotele, distinto dall'anima
individuale e identico al voij? d'Anassagora, fosse la stessa
virtù informativa, ossia l'influenza degli astri la quale per
mezzo del seme paterno presiede allo sviluppo e all'organiz-
3 Cap. 3, 736 b. 29 sgg. : tkxvtwv (xév yùp év tcò oTuéppiaTi ÈvuTrdcpxei
OTTEp TTOiEÌ yóvifxa elvai xà CTTrép[xaTa xò xaXou(i,evov -!>£p(i.óv. xoùxo
8'où TTup, oùSè xotauxY] SuvafjLit; Icttiv, àXkà xò l[jiTrepLXajjt.pavó(XEvov
èv T(p CTTÉpfxaxi, jcai èv xo) à9p(óSEi. TTVEUjj'.a xal rj Èv xw TTVsufAaxt
<pÙCTti; (kvài.oyoq oùaa xo) xcov òcaxpcDV oxoij^eÌco.
4 Summa Theol., I, q. 118, a. I, ad ^.m
5 Thomas Aq., Cantra gentes, II, 63.
^ Vedasi il passo dell' Afrodisio citato da Averroè, De Anima, III,
comm. 5. Cfr.: Thomas Aq., /. e, cap. 62.
7 II, e. 3, 737* 4 sgg.: xò Sé TTiQ yovYjc; acopia èv ó) auMccnépy^erixi
TÒ CTTiéppia xó Triq, ■\[^uy^iy.9iq àp/rj^ xò (xév /coptoxòv ov cy (jiaxo^
OCToic È[jt.7T£ptXa(jt(3àv£xai xò ■8'eìov. xoiouxoi; S'écxìv ò xaXouuevo(;
vouc.
LA TEORIA DELL ANIMA 5
zazione dell'embrione 8. Anche Pietro dice che la virtù infor-
mativa è a corpore abstracta, ma nel senso che essa non è forma
sostanziale del corpo ove agisce {virhts naturalis), e che per
agire non ha bisogno di un organo determinato 9.
Dalla confusione dei termini a cui dava origine il modo di
parlare di Haly e di Galeno (coi quali l'Abanese, come me-
dico, doveva avere speciale famiharità, e che, perciò, era por-
tato a citare di preferenza) presero motivo gli avversari per
accusare il maestro padovano di materialismo.
A torto, però. Poiché egli, come risulta, oltreché dalla sua
formale protesta, anche dai passi che stiamo per citare, aveva
ben chiaramente distinto l'anima razionale dalla virtù ch'c dal
cuor del generante, come pensava anche l'Alighieri 'o.
Siccome quest'ultima è ordinata alla formazione dell'orga-
nismo umano nel seno materno, « dicendum quod virtus
corrumpitur informativa cum embrionem plasmaverit ». Ma
come e quando cessa di aver ragione d'essere, siffatta virtù ?
Ascoltiamo il nostro medico-filosofo:
Quidam vero dixerunt ipsam corrumpi, cum anima introdu-
citur intellectiva, ita ut omnes embrionis operationes sint ipsius
[cioè della virtù informativa'] ; quod conantur ex Aristotele, // de
generai, animai., persuadere. Quod equidem licet falsum appareat
ex praefatis, sententiae videtur ipsius omnifariam repugnare,
cum velit embrionem primitus vita vivere plantae ut vegeta-
tiva; demum animali, puta, sensitiva; deinceps vero intellectiva.
Informativa enim, quod et nomen ostendit, non hoc agit, verum
informationis cum aliis ad hoc suffragantibus actum solum exercet.
Propter quod communiores [ed alla teoria di costoro aderisce il
Nostro] dixerunt quod, existente informativa, iam adest etiam
nutritiva, sicut ostensum ex Aristotele. Qua quidem recedente
et embrione usque ad materiam primam deducto, sensitiva anima
^ Allo stesso modo Averroè, nel commento i8 al dodicesimo libro
della Metafisica, tentava d' interpretare le idee separate di Platone nel
senso dell' influsso che i corpi celesti esercitano suUe cose inferiori per
mezzo de' loro rivolgimenti e della luce.
9 Thomas Aq., S. Th., I, q. ii8, a. i, ad ym: «et ideo non oportet
quod ista vis activa {la virtù iìi formativa) habeat aUquod organum in
actu, sed fundatur in ipso spiritu incluso in semine.... in quo etiam
spirita est quidam calor ex virtute coelestium corporum, quorum etiam
virtute agentia inferiora agunt ad speciem ».
IO Purg., XXV, 59. Le stesse differenze, rilevate da me a proposito
di questa dottrina, fra Dante e Tommaso d'Aquino, si possono osser-
vare anche fra Dante e Pietro d'Abano {Sigieri di Brabante nella Div.
Comni. e le fonti della filosofìa di Dante, Estr. dalla « Riv. di Filos.
Neoscol. », Spianate, 1912, p. 43).
6 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SFXOLO XIV AL XVI
priori supervenit corrupta, virtutem habens vegetandi et nu-
triendi; hac denique ut prior ad materiam deducta primam pro-
pter alterationes ad haec praecedentes anima introducitur, priori
abolita, intellectiva duabus potentiis praedictis et intellectiva
fulcita. Quibus videtur Avicenna, decimo sexto animalium, [e. i],
consentire et tempus denotans, quo immittitur ipsa, inquiens;
' Cum cor et cerebrum inveniuntur, cum eis anima coniungitur
rationalis '. Quod secundum genetalicos quarto existit mense.
Sol enim tunc dominatur embrioni, principatum et animam de-
notans rationis. Et subdit: ' Et separatur ab ipso anima sensibilis
naturalis; quae interdum erit materialis et aliquando non mate-
rialis, verumtamen nondum erit adliuc discreta, immo velut in
ebrio et in epileptico, sed completur ab extrinseco intellectum
conferente. Ceterae autem virtutes complentur corpore et corporeis
rebus ' ".
Per voler capir bene quest'ultima opinione, bisogna metterla
in rapporto con quelle di altre scuole medievali. « Aliqui dixe-
runt », narra Tommaso d'Aquino, « quod operationes vitae,
quae apparent in embryone, non sunt ab anima eius sed ab
anima matris, vel a virtute formativa, quae est in semine,
quorum utrumque falsum est.... Et ideo dicendum est, quod
anima praeexistit in embryone, a principio quidam nutritiva,
postmodum autem sensitiva et tandem intellectiva. Dicunt ergo
quidam, quod supra animam vegetabilem, quae primo inerat,
supervenit alia anima quae est sensitiva, supra illam iterum
alia, quae est intellectiva. Et sic sunt in homine tres animae,
quarum una est in potentia ad aliam, quod supra impro-
batum est. Et ideo alii dicunt, quod illa eadem anima, quae
primo fuit vegetativa tantum, postmodum per actionem
virtutis, quae est in semine, perducitur ad hoc ut ipsa eadem
fiat sensitiva; et tandem ipsa eadem perducitur ad hoc, ut
ipsa eadem fiat intellectiva, non quidem per virtutem activam
seminis, sed per virtutem superioris agentis, scilicet Dei de
foris illustrantis. Et propter hoc dicit Philosophus, quod
intellectus venit ab estrinseco ^^; sed hoc stare non potest....
Et ideo dicendum est, quod, cum generatio unius semper sit
corruptio alterius, necesse est dicere, quod tam in homine,
quam in animalibus aliis, quando perfectior forma advenit.
II Conciliator , differentia 48, pr. 4.
I- Si paragonino le due qui riferite opinioni con altre affini esposte
nel mio: Sigieri di Brabante nella Div. Comm. e le fonti di filosofìa di
Dante, cit., cap. V.
LA TEORIA DELL ANIMA 7
fu corruptio prioris ; ita tamen quod sequens forma hahet quidquid
habehat prima et adhuc amplius. Et sic per multas generationes
et corruptiones pervenitur ad ultimam formam substantialem,
tam in homine quam in aliis animalibus.... Sic igitur dicendum
est, quod anima intellectiva creatur a Deo in fine generationis
humanae, quae simili est et sensitiva et nutritiva, corruptis
formis praeexistentibus » 13.
Pietro d'Abano affronta le obiezioni mosse alla teoria che
egli ha comune con Tommaso, e nel risolverle si mostra tanto
d'accordo con quest'ultimo, che certe risposte del filosofo
padovano si direbbero prese di sana pianta dagli scritti del-
l'Aquinate. Ecco le obiezioni:
Sed circa praedicta dubitare contingit: cur non mox a prin-
cipio introducitur anima intellectiva, ut semita natura procedat
breviori, pluralitatis respuens peccatum ? Adhuc: si embrio re-
ducitur bis, ut datum est, usque ad materiam primam et cor-
rumpitur, corruptionis utique apparet hic modus magis quam
generationis; ac dispositiones, praecedentes introductionem formae
in materiam, videntur ipsum debihtare prius et exterminare,
perducentes eundem ad corruptionem; sicut cum quis morti
iam natus accedit, primo imbecillitatur, deinceps corrumpitur:
quod hic non percipitur, immo vigorari continue perpenditur in
amplius.
Alle quali risponde così (e con ciò fa sua l'opinione sopra-
riferita) :
Dicendum, quod natura semper quod melius est operatur et
per breviora, cum ejus sapientiae non sit finis. Ad horum igitur
primum dicendum, quod natura paulatim et latenter ex imper-
fectis tendit in ea quae sunt perfecta; et quod forma juxta Pla-
tonem non imprimitur nisi secundum dispositiones et meritum
materiae.... Ad aliud dicendum, quod, quia id evenit in instanti,
non percipitur, cum mutatione introducitur et non motu Physi-
corimi. Quod et sentire apparet Aristoteles, volens, de generatione
et corruptione , primo, ipsam fieri, cum hoc totum transmutatur
in hoc totum, quod non esset, nisi ad materiam primam perve-
niretur; ahoquin siquidem non esset generatio, verum potius
alteratio, subiecto permanente. Adhuc: nisi prima corrumpe-
retur forma, altera enti eveniret existenti in actu : quod autem
sic occurrit, est accidens. Similiter et cum esse sit a forma
substantiali, habens quidem plures formas, et plura esse haberet;
ut et nihil hic vere unum existeret '4.
13 Summa TheoL, I, q. 118, a. 2, ad 2m. Cfr. il mio Dante e cultura
medievale, 2^ ed., Bari, Laterza, 1949, pp. 262-276.
^4 Conciliator, l. e.
8 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Per questi due ultimi argomenti, il nostro filosofo aderisce
perfino ad una dottrina tomistica speciale, e cioè alla celebre
teoria dell'unità della forma 15. Cosicché, lungi dal riscontrare
in lui mal represse tendenze averroistiche, siamo dinanzi ad
una teoria chiara ed organica, la quale si oppone nel modo
più radicale al monopsichismo del commentatore arabo d'Ari-
stotele.
Da chi è cagionata l'anima ragionevole la quale, come
abbiamo veduto, sopravviene al termine dello sviluppo em-
brionale, e sostituisce le forme precedenti, ormai corrottesi
perché non bastanti piìi allo scopo ? — Alla differentia yi,
l'Abanese in un lungo passo del quale ci occuperemo in seguito,
tratta della causa producente le forme sostanziali; e a propo-
sito di tale problema dice, riassumendo, così:
Propter quod, sciendum, ut ex his veritas magis habeatur,
quod mixtio concurrit elementaris certa et agens imprimens
extrinsecum ut ea introducitur in susceptivum forma cum suis
virtutibus occultis ex merito bonae complexionis, praeparantis
miscibilia perfecte ad receptionem ipsius,... ita quod, quantum
mixtio fuerit perfectior propter miscibilium bonam contermina-
tionem et contemperatior, tanto nobilior introducetur et vir-
tuosior [forma], adeo quod in mixtione hominis, propter eius
nobilitatem et complexionis temperantiam, forma introducitur
ab extra.
Donavit namque deus homini temperatiorem complexionem
quae in hoc mundo sit possibihs inveniri,... quod et eius
temperatissimus indicat tactus et ejusdem corporis rectitudo^
Elementa namque cum ad mixtionem ejus perveniunt, sunt
magis depurata et a sorde seu labe contrarietatis sequestrata;
sunt, enim, comparatione aliorum mixtionis, vekit aurum ad
alia metalla fornace examinatum.... Et ideo meretur non solum
formam per virtutem coelestem ex elementis suscitatam recipere;
verum etiam ab extra, quoniam solus intellectus venit ab extrin-
seco, de animai, general., 2, et ab agente nobilissimo ut deo
glorioso et supremo. Est etiam aliarum formarum nobilissima,,
divinitate eius participans quamplurime, juxta illud psalmistae:
15 Cfr. : Thomas Ao., Summa Theol., I, q. 76, a. 4. Per la storia della
teoria, vedasi De Wulf, Le tratte de unitate formae de Gilles de-
Lessines, Texte inédit et elude, Louvain 1901 (nella collezione Les Phi-
losophes Belge s). Del resto, del tomismo del nostro Abanese su questo
punto, come anche sulla dottrina del principiuni indivìduationis (il
quale, dice, « sumitur ex materia secundum quod sub determinata
fuerit quantitate », o ancora « sub dimensionibus signatis »), si è accorto
perfino il Ferrari, op. cit., pp. 244-245.
LA TEORIA DELL ANIMA 9
minuisti eum paulo minus ab angelis. Unde Algazel in sermonibus
de anima: Cum cominixtio elementoruni fuerit pulchrioris et
perfectioris aequalitatis qua nihil possit inveniri subtilius et pul-
chrius, sicut est sperma hominis, tunc fiet ad recipiendum a
datore formarum, formam formis pulchriorem, qua anima extat
humana.
Un altro passo importante lo togliamo dalla differentia j.
L'autore vuol render ragione del modo onde da noi si pensa
l'universale:
Dicendum quod universale habet duplex esse: unum quidem in
intellectu iam possibili in actum aliquando deducto; aliud se-
cundum se, prout a multis particularibus est quaedam forma
communis per intellectum abstracta. Haec {sic) enim species et
similitudines rerum abstrahit a particularibus etiam signatis et
reponit in intellectum possibilem; scilicet, congregans unam
quandam naturam communem natam inesse vel dici de pluribus,
iuxta illud Porphirii : « Participatione speciei plures homines sunt
unus homo »; et demum projiciens lumen suum super intellectum
possibilem facit ipsum praedictam naturam intelligere (habet
enim se ad eum sicut lumen ad colores) et sic intellectus con-
surget in actu ; et tandem adeptus seu accommodatus, diffe-
rentia 5J. Cum igitur secundum se natura illa communis vel
species remaneat universalis ab obiecto perfecta poterit de ea
fore scientia. Videtur enim quod intellectualis natura sit in ge-
nere suo sicut sol in genere corporeo. Scimus enim solem fore
unum numero et individuum et lucem quae in ipso dupliciter
consideratam. Si enim consideretur prout est in eo forma solis
est una numero; si vero accipiatur secundum quod ab eo est
manans, sic universaliter est omnium illuminativa diaphanorum
tam perviorum quae facit lucida secundum actum, quam non
perviorunr quae reddit colorata: et sic multa agit et facit. Noster
enim intellectus secundum quod est aliquid naturae animae, dicitur
individuus] tamen prout emittit actiones intelligendi , esse in virtute
notatur universali : et hoc modo universalia sunt in ipso, quoniam
sic est abstractivus et denudativus formarum, sicut lux corpo-
ralis colorum. Licet ergo individuus ponatur secundum quod est
forma hominis, tamen secundum suam potestatem, in quantum
est poientia lucis spiritualis, universalis est; nam etiam univer-
salia sunt in intellectu sicut forma in materia, vel accidens in
subiecto. Ens enim in anima potius est intentio rei quam res.
Et ideo, sicut non individuatur corporaliter per esse quod habet
in luce corporali, ncque etiam specificatur eo quod esse in luce
convenit omni colori secundum quod est in actu color; ita et
intentio rei non specificatur nec individuatur per hoc quod est
in luce incorporea intellectuali, sed manet universalis.
IO l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Tutto ciò è chiaro; né può dubitarsi a questo riguardo della
persuasione dell' Abanese. Il quale non manca di rispondere ad
un'obiezione importante, con parole però, che per quanto
piane ad intendere, prese nel contesto, pure hanno dato nel
naso al Ferrari, il quale ci scuopre sotto i segni mal celati del-
l'eretico che vuol salvarsi dalle unghie dell' inquisizione.
Ecco obiezione e risposta:
Contingit autem circa hoc dubitare: cum nihil agat ultra
suam speciem, intellectus igitur individuus speciem non poterit
universale-m concreare. — Dicendum, quod id prave ponentes uni-
tatem intellectus non sic angit, sed veritatem plurahtatis ipsius
profitentes cum lege. Et ideo dicunt quod intellectus tripliciter
homini counitur: uno, quidem, ut natura dans esse, et ideo indi-
viduus; aliter, ut potentia per quam est operatio intelligendi, et
sic universalis est virtus (Id tamen videtur contra Aristotelem,
3 phys. et 2 meiaph., negantem passionerà nunquam plus subiecto
fore abstractam) ; quod et per se dicam verificati : virtus enim
visiva materialis obiecto suscitata et medii dispositione coexten-
ditur in immensum; tertio modo, ut forma acquisita ex multis
intellectibus. Quia igitur haec diffìcilior est tractatio quam ne-
gocium praesens exquirat, nunc tantum sufficiat dixisse i^.
Si metta questa risposta in rapporto coi passi dianzi citati,
e ci si convincerà facilmente che, se il prave ponentes rivela
l'uomo che parla secondo un credo religioso, l'equivalente
filosofico di quella frase, proprio quale ce lo suggeriscono le
dottrine psicologiche di Pietro d'Abano, dovrà essere un
perperam., un falso o qualcosa del genere. — Riportiamo un
altro non inutile passo relativo alla funzione intellettuale
(che, trattandosi di libri che non vanno per le mani di tutti,
è sempre bene abbondare di citazioni) :
.... speculativa vero est virtus quae informatur a forma uni-
versali nuda a materia. Duplex autem haec extitit: et potentia
et actu. Potentia quoque triplex est. Quaedam enim absolute,
remota non parum ab actu, materialis dieta, velut infantis po-
tentia ad scribendum. Est et alia, minus distans hac ab actu,
potentialis nominata, ceu pueri potentia ad scribendum cum
instrumenta cognoverit scripturae. Tertia vero est adhuc propior
hac actui, perfectionis dieta, cum scriptor non scribit perfectus, ut
tactum [dlff.] 48. Quibus quidem potentiis triplex proportionatur
intellectus, ut materialis, nullam habens formam, sed subiectum
existens omnis ut ipsius potentia prima. Est et alius relatus po-
16 Conc, diff. 3. Cfr. ; Fkrrari, op. e, p. 350, nota i.
LA TEORIA DELL'ANIMA II
tentiae secundae, ut cum in potentia materiali habente de intel-
ligibilibus per se nota, ex quibus acceditur ad intelligibilia se-
cunda ex eis nota (prima namque sunt propositiones priores per
se ad habentem venientes, 4 nietaph., ceu de quolibet esse aut
non esse, ac omne totum majus sua parte); et hic intellectus est
potentialis dictus ut ejus potentia. Tertius quoque est dictus
perfectionis intellectus, qui potest actu cum voluerit intelligere.
Et hic triplex potest ab Aristotele intellectus potentialis dici.
Cum autem is actu intelligit, intelligens se intelligere, intellectus
est appellatus in effectu, et tunc sibi coniungitur et unitur in-
tellectus dictus accommodatus ab extrinseco, A [vicenna], primo de
Anima [e. 5], vel acquisitus ut ab intelligentia quam posuit agentem,
metaph., 9, [e. 3]. Et ideo intellectum non posuit alium agentem ani-
mae partem, sicut neque Plato cum posuerit is per se universalia
subsistere '7. Intellectus autem qui naturam habet actus secundum
Aristotelem, est agens « animae pars existens humanae » se habens
ad potentiaiem ut lumen ad colores. Ipse namque materialibus
immersa et dispositionibus individualibus coniuncta ut species
earum extrahit et reponit in possibilem intellectum et super eundem
projiciens lumen actu reddit intelligibilem. Commentator quo-
que, ieriio de anima, [comm. 36], volens dare modum conjungendi
nos cum separatis ut intelligamus ea, ponit quod intellecta in
nobis sunt duplicia: vel naturaliter ut primae propositiones sive
intellectus in habitu ; aut voluntarie sicut intellecta ex illis primis
propositionibus acquisita. Et prima quidem intellecta facta sunt
ab intellectu agente. Intellecta vero acquisita fiunt in nobis ex
intellectu primarum propositionum et agente. Intellectus hic
consurgens est speculativus factus voluntarie ex intellectu in habittt
et primis propositionibus et agente. Et in hac siquidem actione
ex duobus his intellectibus, intellectus in habitu est sicut materia
vel instrumentum, sed agens ut forma aut effìciens. Cum igitur
intellectus materialis actu intelligit, formatur speculativo et agente,
postremo efficitur intellectus in actu separatus continuatus et
proprie cutn omnia speculativa intellecta in nobis fuerint facta.
Cum autem ita fuerit, intelliget omnia entia. Et homo secundum
hunc modum, inquit Themistius, assimilatur deo in hoc quod est
omnia entia quodammodo. Et o quam mirabilis est iste ordo, et
quam extraneus iste modus essendi ! Et id quidem in « sermonum
^7 II Ferrari traduce, non si sa perché: « Aristotile non pose un intel-
letto agente diverso dal resto dell'anima; come neppure Platone, avendo
questi opinato che si rivelino gli universali sussistenti per sé » {op. cit.,
p. 347). Che significhi un simile pasticcio nella mente del Ferrari, io non
riesco a indovinare. È evidente che in quella proposizione si pari-
di Avicenna, del quale appunto è la teoria dall'intelligenza agente come
principio attivo eterno dell'atto dell' intellezione. Avendo costui messo
fuori dell'anima siffatto principio attivo, come Platone vi aveva messo
gì' intelligibili sussistenti e irradianti la nostra mente, non sentì il bi-
sogno d'ammettere con Aristotele, un intelletto agente che fosse una
potenza dell'anima umana. Mi pare che così il discorso corra molto
meglio. Ma vedi anche sotto, p. 41.
12 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
editione » latius declaravi.... Intellectus in actu vel accomodatus
seu acquisitus principans extat tantum et servitus omnifariam »
\_nientre gli altri gradi d' intellezione , inferiori a questo, gli sono
subordinati'] ^^.
Che cosa precisamente sia l' intellectus accommodatus o
acquisitus è spiegato da Avicenna e da Averroè nei luoghi
citati da Pietro. Tuttavia è certo che, pur prendendo la
nozione dagli arabi e da Temistio, come fa, questi ne
trasforma il significato, come già avevano fatto S. Tom-
maso '9 e altri Scolastici. Parrebbe che dovesse trattarsi di
atto nuovo e più perfetto, il quale sopravviene alla conoscenza
volgare; o, se si vuole, di uno sviluppo ulteriore, di un perfe-
zionamento del conoscere dovuto a un influsso esterno al-
l'uomo, forse alla luce divina, forse alle rationes aeternae ecc.
Checché sia di ciò e dell' intellectus agens che coopera alla
formazione di questo supremo grado del sapere umano, è
certo che la teoria dell'anima secondo Pietro d'Abano con-
corda essenzialmente colla psicologia di Tommaso meglio
che con quella di ogni altro scolastico, ed è, perciò, il rovescio
del così detto monopsichismo averroistico. Essa riposa su
questi cardini:
i) la forma sostanziale del composto umano è unica, ed
essa è l'anima intellettiva di cui l' intelletto possibile ed agente
son parte;
2) l'anima umana è creata da Dio, e non deriva per gene-
razione, né si sviluppa dalla materia;
3) all'atto della sua unione col corpo, le forme anteriori
si corrompono, ed essa le sostituisce essendo dotata di potenza
vegetativa e sensitiva;
4) l'anima umana è individualizzata in quanto forma del
composto umano, mentre è capace di abbracciare l'universale
in quanto possiede la facoltà d' intendere.
2. - Un punto molto significativo per giudicare della filosofia
di Pietro d'Abano, è la teoria della produzione delle forme
sostanziali nei corpi sublunari. La differentia loi si occupa
i8 Conci., diff. ^y.
19 Summa TheoL, 1, q. 79, art. io. Ma v. sotto, il saggio VI.
LA TEORIA DEL.L ANIMA I3
ampiamente della quistione, e vai la pena di citare lo squar-
cio più importante:
Efficiens vero causa duplex: una quidem particularis et est
caliditas spiritualis ex putredine consurgens aliqua [si tratta della
causa della generazione cosiddetta spontanea dei vermi], unde
aphorisrnoriim [particiila] tertia: — Putredo sola non est suf-
ficiens generare animai, sed calore sufficienti indiget. — Et Se-
rapio 20; ' Causa vermium prima est putredo '. Et sanior hoc no-
mine caliditas est ex putredine et proprie calor coelestis: diff. 48.
Altera quoque universalis multipliciter est opinata a multis.
Quia quidam, ut platonici, posuerunt formas dari a secundis
diis, dicentes deum deorum sementem eis generationis, hyle
videlicet, indidisse; unde Thimaei secundo: — Huius universi
generis sementem faciam vobisque tradam; vos cetera exequi
par est, ita immortalenr coelestemque naturam mortali textu
extrinsecus ambiatis iubeatisque nasci cibumque provideatis et
incrementa detis. Ac post dissolutionem id foenus quod credide-
ratis recessione animi et corporis recipiatis. — Ouare 12 Metaph.,
Commentator: — Plato suis verbis obscuris dixit: creator creavit
angelos manu, deinde praecepit eis creare alia niortalia; et remansit
ipse sine labore in quiete. Ouod tamen dixit, non ad litteram
intelligendum -'.
Aristoteles vero voluit fore formas ex sole et orbe declivi,
sicut etiam Themistius testatur. Unde Commentator: — Dicentes
^o Condì., diff. 71: «quidam antiquorum huiusmodi formas specifìcas
cum earum proprietatibus occultis poseurunt ex elementis et eorum
qualitatibus solummodo derivari. Quod etiam fortassis videtur Aristo-
teles Probleinatum priwa [particula], sapere, diff. 60. In hanc quoque
opinionem visus est incidere Johannes Serapio in Antidolario inquiens:
— Similitudo propter quam attrahitur ras non est nisi per qualitatem
quandam complexionis elementorum. His etiam satis consentire vi-
detur Averroes Colliget, 5.... Hanc autem opinionem intantum videtur
Alexander Peripateticus suscitasse qui etiam animam tiumanam posuit
ex mixtione consurgere elementorum.... Adfiuc, rationibus ostendi
potest et signis formas hujusmodi specifìcas et earum virtutes ab alio
praeterquam ab elementorum mixtione causari ».
21 Ibid., diff. 71 : «Et ideo fuerunt alii qui praeter elementorum mixtio-
nem aliud principium posuere extrinsecum, unde formae specifìcae et
suae causentur virtutes. Qui etiam inter se diversitatem receperunt
non parvam. Plato namque posuit substantias separatas, quas ideas
appellavit, liujusmodi formas causare et universaliter omnem naturam
et cognitionem, videns particularia in omnium transmutatione et
fluxu, metaph. I. Haec autem positio sic intellecta in pluribus locorum
annullata ab Aristotele invenitur; licet ipsam Commentator aliqua-
liter expositione, 12 metaph., [comm. 18], satagat sustinere, audiendo per
ideas impressiones a superius factas in haec interiora per motum et
lucem. Ipsa tamen ut sibi imponitur stare non potest ». Si veda a questo
proposito anche la differentia 3. Al t. e. 18 del commento averroistico
Pietro attinge in tutto questo lungo tratto della diffenvtia loi.
14 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
aliquod agens esse et generationem, sunt diversificati. Quidam
namque ipsorum latitationem posuerunt formarum, ut Anaxagoras
cum Empedocle et Democritus reprobatus Celi et mundi quarto [t. e.
42-43]. Alii vero creationem. Nonnulli Inter hos extiterunt medii.
Qui autem latitationem ponunt, quodlibet in quolibet confir-
mant; et quod agens solum res extrahit et ipsas ab invicem di-
stinguit; et quod generatio est exitus rerum ab invicem: quae
intellectum divinum dicunt operari magis omnia segregan-
tem ex chaos quodam quod fingunt confuse. Qui autem ponunt
creationem rerum, dicunt agens creare totum ens de novo ex
nihilo; et quod non eget materia in quam agat, sed totum creat.
Imaginatio enim creationis formarum induxit homines dicere
formas esse et datorem formarum. Et induxit loquentes trium
legum, quae hodie sunt, dicere aliquid fieri ex nihilo. Et cum
nullum tale agens hoc perciperent, dixerunt agens oìnnia entia
producere sine medio; et quod actio unius agentis uno pertransit
instanti in actiones contrarias similes infinitas, ita ut negent
ignem comburere et aquam humectare, dicentes omnia huju-
smodi creatione indigere; unde et communiter dicunt corpus
non creare, neque aliquam inducere dispositionem, adeo quod
homo, cum movet lapidem expellendo, non est movens, sed
agens illud creat motum. Et negaverunt j^ropter hoc potentiam
esse. Et error, ut subdit, horum est manifestus; unde Johannes
Christianus opinatus est quod possibilitas non est nisi in agente. —
Et hoc fortassis est quod scribitur lohannis initio: Omnia per
ipsiim facta sunt, et sine ipso factum est nihil.
Horum autem medii in duas videntur opiniones partiri.
Quarum una in duas sequestratur, ut universe sint quinque.
Omnes tamen hae tres intermediae in hoc conveniunt, quia po-
nunt gnerationem transmutationem fore in substantia, ad diffe-
rentiam Anaxagorae, et quod nihil generetur ex nihilo, videlicet
quod necessarium est in generatione subiectum. esse. Et quod
generatum non fit nisi ab eo quod sui generis in forma.
Una tamen istarum trium sentit, quod agens creat formam
et ponit eam in materiam. Et vult quod hoc agens duobus in-
veniatur modis: abstractum a materia, et interdum coniunctum
velut ignis ignem faciens et homo hominem generans; quod
autem est abstractum generat animalia et plantas non a simili
entes. Et haec sententia extat Themistii et forte Alpharabii,
quamvis dubitet hoc ponere in his quae propagatione generantur.
Fuit et alia opinio, quod agens id non est in materia omnino
et vocat ipsum datorem formarum. Et A[vicenna] fuit de illis
cum Algazele ipsius mimo, apparens nono eius Metaph. Sumens
enim illud secundi de generatione, quod idem manens idem semper
sit natum facere idem. Ait enim magister primus quod a stabili
in quantum stabile non est nisi stabile. Sed primus semper idem
et stabilis permanet, ideo solum unum immediate proveniet ab
ilio, ita ut se ipsum intelligens producat primam intelligentiam
cum celo primo, deinde illa intelligens[se] secundam cum illius celo,
et deinceps, ita ut intelligentia lunae se intelligens producat quan-
LA TEORIA DELL ANIMA
15
dam intelligentiam dictam agentem, gubernantem quae sunt
in activorum et passivorum spera simplicium et compositorum --.
Tertia fuit Aristotelis sententia, cui innitendum est quia se-
cundum Alexandrum minoris est ambiguitatis omnium senten-
tiarum et magis conveniens ut sit vera, cum nihil sine probatione
dicat forti, difjer. 56. Et est, quod agens non facit nisi compo-
situm ex materia et forma. Quod fìt movendo materiam et ipsam
transmutando, donec quae in ipsa extat in potentia egrediatur
forma in actum. Extrahit namque agens quod est in potentia
ad actum, et quasi congregat inter potentiam et actum, idest
inter materiam et formam, secundum quod potentiam extrahit
in actum non destruendo subiectam potentiam recipiens. Et
tunc resultant in composito duo: materia scilicet et forma.
Et haec sententia creationi assimilatur utcumque, scilicet in
quantum id, quod est in potentia, fìt in actu; sed differt a
creatione, quia non venit per formam, sed ex non forma in
actum. Et similiter latitationem similatur aliqualiter formarum
ponenti. Et omnes dicentes creationem, vel latitationem, aut
congregationem et segregationem, ut Empedocles, cui etiam
utcumque assimilatur, hoc quidem intendebant; sed non potuerunt
ad illud pertingere. Est igitur intentio Aristotelis, quod simile
fit a simili, aut ex fere simili, et non quod simile agat per se et
per suam formam sensibilem; sed est dicere quod extrahit si-
mile ex potentia in actum et non agens inducens in materiam
aliquid extrinsecum; et sicut hoc inventum est in substantia,
ita et in accidentibus. Calidum enim non inducit in corpus ca-
lidum calorem extrinsecum, sed facit calidum in potentia esse
calidum in actu. Et sic in qualitate et motu locali, quod non
perveniunt ab extrinseco; sed ex potentia materiae suscitantur
in actum, unde ignis generatur a motu sicut ab igne. Et sic gene-
rans extrahit quod est in potentia materiae gignendae ad actum,
ut sit generatum in actu. Et omne extrahens aliquid ex potentia
in actum, necesse est ut sit in eo aliquo modo id quod extrahitur,
non quod sit omnino ipsum. Virtù tes namque quae sunt in se-
minibus, quae faciunt animata, non sunt animatae in actu sed
in potentia, sicut domus quae est in anima aedificatoris est domus
in potentia et non in actu. Et ideo Aristoteles, secitndo de generai,
animai., has virtutes assimilavit virtutibus artificialibus divinis,
quae dicuntur intelligentiae.
Haec igitur est Aristotelis sententia, sola veritati consona,
cum ad ipsam non sequantur quae ad alias opiniones impossibilia.
Quarum quidem defectus insinuetur per brevia, cum praesentis
non extet speculationis.
Quae namque est Platonis de diis secundis formas imprimen-
tibus, in pluribus locis Metaphisicae sub nomine idearum est
impugnata -3. Similis fere videtur quae Themistii, si est ut sibi
-- Cfr. differentia ji.
-3 Cfr. ihid. e difj. 3.
IO l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Commentator imponit. Quem tamen opinor sanum cum Aristo-
tele habuisse intellectum, sicut etiam sonare possunt eius sermones
a Commentatore recitati. Tenentes similiter latitationem forma-
rum annullati sunt ab Aristotele non parum, cum generationem
salvare non possint, facientes formas ex quodam chaos indistincte
prodire. Unde in primo de generai, et corrupt., [t. e. i], dicit pro-
priam Anaxagoram, huius positionis didascalum, vocem ignorasse,
cum ponens unum subjectum generatione aliud ab alteratione
sentiret esse. Tenentes vero creationem, etsi verissimi lege sint,
in philosophia tamen non sunt admittendi, cum et ipsam levem
faciant omnino, ac primam quasi causam multiplicibus vexant
laboribus, decorem non minus et ordinem et per consequens
perfectionem removentes, secundum peripateticos, ab universo.
— A[vicenna] etiam ordinem tollens, agens fere frustrat parti-
culare principaliter dearticulativum. Sententiam etiam depravans
Aristotelis, cum idem, secundum eundem, sit disponens mate-
riam et formas suscitans ex eadem, ut apparuit ex eo: homo enim
hominem generat et sol, de phybico anditu, 2, [t. e. 26]. Neque
etiam illius valet motivum: quoniam, etsi prima permaneat
eadem realiter causa, rationibus tamen idealibus quibusdam
ponitur non conveniens ipsam modo aliquo permutari; ea tamen
permutationem non suscipiente, sed effectu, ceu tradunt cum phi-
losophis tractantes quae dei.
Tutta questa lunga disquisizione è tolta, ora ampliandola
ora riassumendola, dal commento 18 d'Averroè al XII libro
della Metafìsica aristotelica ^4. Pietro d'Abano dichiara in-
sieme al commentatore arabo di aderire su questo punto alla
teoria d'Aristotele. Questo riferirsi all' interpretazione aver-
roistica della dottrina d'Aristotele sull'origine della forma
sostanziale negli esseri che cangiano, è caratteristico del tempo
del nostro Abanese. Lo pseudo Duns Scoto, suo coetaneo, nel
De rerum principio ^5 riassume ugualmente il pensiero averroi-
stico e lo fa proprio. Anch'egli, come il medico e filosofo di
Padova, rigetta la teoria, attribuita a Giovanni Filopono,
della creazione immediata introdotta per spiegare i fenomeni
naturali. Questa teoria è verissima dal punto di vista religioso
{in lege), in quanto si vuol significare che Dio è creatore e
conservatore dell'universo, e che tutte le cose agiscono in
virtù dell'azione divina la quale influisce su ogni atto delle
cause seconde ; ma ciò è fuor di luogo in philosophia [naturali] ,
-4 Cfr. : AvERROis Metaph., XII, com. 18, nonché VII, comm. 31.
-5 q. 5, art. i, n. i e sgg. L'opera è stata restituita a frate Vitale
du Four.
LA TEORIA DELL ANIMA I7
quando si tratta appunto di mettere in evidenza la causalità
efficiente delle cose create, e non d'appoggiare tutto sulle
spalle di Dio, riducendo a zero l'attività degli esseri mondani ^8.
Ecco qual' è il senso della frase che ha scandolezzato il Ferrari,
In questa rivendicazione della causahtà efficiente degli es-
seri del mondo sublunare, contro la metafisica astrologica
d'Avicenna, dalla quale neppure Tommaso d'Aquino era
riuscito a liberarsi interamente, consiste il merito della filo-
sofia dello Scoto e di Pietro d'Abano -7.
Su che portano allora le accuse d'astrologo e di mago, che
sono le più antiche (e forse le più giustificate) e pesano ancora
sulla fama del maestro padovano ? Avrò forse occasione di
occuparmi fra non molto di questa quistione, come dell'altra
degli errori veri o immaginari di lui. Per ora basti aver ri-
chiamato l'attenzione su due punti importanti delle sue dot-
trine, i quah fraintesi porterebbero a caratterizzare indebi-
tamente r insieme del suo sistema filosofico.
26 Cfr. : DuNS Scoto, Oxon. 2, d. i, q. 4, n. 28. « A deo et" per deum
Constant omnia », proclama l'abanese, e Sante Ferari lo sa (op. vit.,
p. 249). Dice Enrico di Gand in un passo molto significativo della sua
Summa Theo!., art. VII, q. i: « Philosophia considerat unumquodque
ex causis proximis et propriis sibi : ista vero {cioè la teologia) ex causis
primis et maxime ex causa prima omnium, secundum quod dicit Augu-
stinus. De Trinitate, lib. Ili, cap. II, III, IV. Est iste proprius modus
hujus scientiae, scilicet resolvere omnes causas in causam Primam sim-
pliciter. Modus autem proprius Philosophiae est reducere omnes in cau-
sam proxiniam, « et non in causam Primam », nisi mediante causa alia
corporali ».
27 Cfr. il mio Sigieri di Br. nella Div. Comm., pp. 28-9.
II
INTORNO ALLE DOTTRINE FILOSOFICHE
DI PIETRO D'ABANO *
I. — Le prime accuse e i processi per eresia.
I. Primi sospetti d'eresia contro Pietro d'Abano a Parigi. Persecuzioni
da parte dei Giacobiti per 55 errori. Il suo rilascio. — 2. Il secondo
e il terzo processo a Padova. Tommaso di Strasburgo e la sua testi-
monianza. Negò Pietro d'Abano la risurrezione dei morti ? — 3. Ac-
cusa di aver negato l'esistenza dei demoni. Fu egli accusato di ne-
cromanzia e di magia ? — 4. Le altre accuse.
I. - I primi sospetti d'eresia contro Pietro d'Abano, — il
tanto calunniato e incompreso medico e astrologo padovano con-
temporaneo di Dante —, furon sollevati mentr'egli si trovava a
Parigi, prima del 1304, per opera dei frati domenicani del con-
vento di San Giacomo, in mano dei quali era l'inquisizione.
Pietro stesso nel Conciliator fa menzione di cinquantacinque
errori che a lui erano ascritti dai Giacobiti, e ci fa sapere che
per questi errori attribuitigli ebbe a sostenere lunghe molestie
{longis vexavere temporibus). Di che cosa precisamente lo si
accusasse, non sappiamo. Sappiamo, però, che delle accuse
da lui mentovate, una si riferiva al problema dell'origine del-
l'anima umana. Per un equivoco, avendo egli identificato con
Haly ben Rodoam 1' « intellectus vocatus » (ó xaXoufjievot; wuq)
di Aristotele colla « virtù informativa » di Galeno, di Avicenna
e di Averroè, — la quale è dal cuor del generante e presiede
allo sviluppo embrionale —, gl'inquisitori, accesi di zelo, ma
poco intelligenti, credettero che egli, con Galeno e con Ales-
sandro d'Afrodisia, sostenesse « animam e potentia educi
* Apparso già nella Nuova Rivista Storica, IV, 1920, pp. 81-97.
464-481; V, 1921, pp. 300-313.
20 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
materiae » ^. L'altro errore di cui lo si accusava, ed al quale
accenna l'Abanese stesso, non è ben chiaro: non possiamo af-
fermare se lo si accusasse di interpretare troppo liberamente un
passo biblico, oppure di avere ammesso i cicli e i ritorni pe-
riodici di Tolomeo, i quali presuppongono l'eternità del mondo 2.
Sebbene degli altri cinquantatrè capi d'accusa non ci sia
stato detto niente da lui, qualche lume intorno ad alcuni di
essi ce lo potrebbe fornire un documento del tempo, già stu-
diato dallo Hauréau, e che il Ferrari ha avuto il merito di
sfruttare in parte per la biografia di Pietro d'Abano 3 : parlo
della Consolatio Venetorum, attribuita a Raimondo Lullo
e recante, nel manoscritto parigino che ce la conserva, la data
del 1298. Quel tal Pietro Veneto, che si duole a cagione della
sconfitta toccata ai Veneziani da parte dei Genovesi, e piange
sulla sorte del fratello caduto prigioniero, e impreca alla sorte,
è ben Pietro d'Abano, come il Ferrari ha affermato. Ma la
certezza di ciò, più che dalle circostanze ricordate nel dialogo
consolatorio, si ha proprio dal predicozzo che l'autore rivolge
al dolente, e che il Ferrari giudica, con un certo disprezzo, non
disforme dall' indole nota del Lullo scrittore. Quel predicozzo,
in cui il Lullo « mira a provare che la fortuna non esiste, che
le stelle non hanno influenza sulle vicende umane », va di-
ritto al cuore della dottrina astrologica del nostro filosofo
padovano, quale ci è nota dal Conciliator e dal Lucidatoi' '^;
quel predicozzo consolatorio prende occasione da un fatto
che aveva ferito il sentimento patrio e fraterno di Pietro, ma
non si arresta lì e tende a colpire un concetto, una dottrina,
per la quale non è inverosimile che l'Abanese venisse fin d'al-
lora sospettato d'eresia dagl' inquisitori parigini, se più tardi
la stessa censura gli sarà rivolta da Giovanni e dal nipote
Gian Francesco Pico della Mirandola e da Sinforiano Champier.
1 Conciliator controversiarum qiiae inter philosophos et rnedicos ver-
santiir, Petro Abano, Patavino, philosopho ac medico clarissimo, auctore.
Venetiis, apud luntas, M.DLXV. Diff. 48. Cfr. : il precedente saggio, p. 3.
2 Conciliator, diff. 9. Cfr. sotto, p. 48.
3 S. Ferrari, Per la biografica e per gli scritti di P. d'A. Note ed ag-
giunte al volume / tempi, la vita, le dottrine di P. d'A. (Memoria pub-
blicata dalla R. Accad. dei Lincei, Anno CCCXV, 1918, Serie V, voi. XV,
fase. VII), pp. 26-29.
4 Per quest'ultima opera, che esiste manoscritta a Parigi nella Bi-
bliothèque Nationale e a Roma nella Vaticana, cfr. Ferrari, Per la
biografia etc, pp. 68-75, e A. Favaro, in «Atti del R. Ist. Veneto
-di S. L. ed A. », Anno Acc. 1915-16, t. LXXV, p. II, pp. 515-27.
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D ABANO 21
Non risulta da nessun documento che di queste accuse si
mischiassero le autorità universitarie di Parigi, come quando
si portava un giudizio su di una dottrina nuova; ma par ve-
rosimile che esse partissero dagl' inquisitori, i quali d'autorità
ordinaria avevan l' incarico di tener d'occhio, di vigilare e giu-
dicare coloro che fossero sospetti di professare dottrine già
riprovate dalle competenti autorità della Chiesa. Ad ogni modo,
l'accusa non fu provata; e le spiegazioni che Pietro fornì delle
sue dottrine, nonché l' intervento papale, lo fecero uscire
incolume dalle mani dei Giacobiti : « a quorum manibus —
racconta egli stesso — grafia dei et apostolica mediante, me
laudabiUter evasi » 5. E altrove: «In hoc autem me aliqui
protervi nolentes aut potius impotentes audire, gratis longis
vexavere temporibus: a quorum manibus me meaque veritas
laudabiliter eripuit praefata; demum mandato etiam super-
veniente apostolico » 6,
2. - Anche meno sappiamo delle accuse specifiche, che for-
maron la materia del secondo processo per eresia intentatogli
a Padova dopo il suo ritorno da Parigi. Lo Scardeone, che
fìssa questo processo al 1306, afferma solo che l'Abanese
« haereseos et necromantiae a Petro Regiensi medico delatus
est; factus ei inimicus ex aemulatione scientiae et famae » 7.
Ma se sotto il nome d'eresia siano da comprendere dottrine
astrologiche od altro egli non dice per nessuno dei due pro-
cessi dinanzi all' inquisizione di Padova. Del resto, le notizie
dello Scardeone risultano assai poco documentate e vagliate.
Se non che, per quel che si riferisce all'ultimo processo, del
1315, egli accenna ad una testimonianza importante: voglio
dire il racconto dell'agostiniano Tommaso di Strasburgo
dottore e generale del suo ordine, un « religioso di fama », di-
rebbe il Ferrari, « che tenne alte dignità ecclesiastiche, che
seppe di Pietro certi atteggiamenti e che assistè all' innocuo
rogo testimone oculare » 8. Il frate dissertando, in una que-
stione dei suoi Commentaria in quatuor Hbros Sententiarum 9,
5 Conciliator, diff. 48.
6 Conciliator , diff. 9.
7 Bernardini Scardeonis, De antiq. urbis Pai avvi, lib. II, classis IX.
^ Ferrari, Per la biografia, etc, pp. 34-35.
9 Thomae de Argentina, Commentaria in IV Hbros setitentiariim,
Genuae, 1585. Lib. IV, dist. 39, a. 4, f. 171.
22 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL X\^I
intorno alla riserrezione, prende occasione, a parlare della
morte apparente e a riferirci quello che sa o si diceva sul
conto di Pietro d'Abano : « Sicut referunt aliqui valde periti
in arte medicinae, quaedam est infirmitas quae tenet homi-
nem per tres dies.... ita sopitum in omnibus sensibus, quod
cuilibet intuenti videtur esse mortuus.... Et ex hac opinione
quidam haereticus, nomine Petrus de Apono, qui expeditissimus
fuit medicus, accepit occasionem deridendi miracula Christi
et sanctorum, quantum ad suscitationem mortuorum. Dixit
enim quod tales suscitati non erant vere mortui, sed infirmi
praedicta infirmitate. Et si dicebatur sibi de Lazaro qui erat
quatriduanus in monumento.... ipse respondet quod illud
dictum de Lazaro verificabatur per synedochen, ita quod
pars accipiebatur prò toto. Fuerunt enim, ut ipse dixit, solum
tres dies naturales; numerabantur tamen quatuor, quia erat
ibi pars primae diei et pars quartae dici, quae duae partes
aequipollent uni dici.... Sed isti mentita est iniquitas sua,
et recepit mercedem erroris sui. Nam ego fui praesens, quando
in civitate Paduana ossa sua prò his et aliis suis erroribus
fuerunt combusta ».
Che valore ha questa testimonianza ? È evidente che bi-
sogna in essa distinguere due parti: l'una riguarda il fatto del
rogo delle ossa, al quale il nostro teologo dice di essersi tro-
vato presente; nell'altra, si attribuisce a Pietro una dottrina,
non si sa se sull'autorità degl' inquisitori, di cui il frate do-
veva esser buon amico, o di chi altri, non certo sulla diretta
conoscenza degli scritti del maestro padovano. Ora, se noi
siamo propensi a credergli quanto la fatto di cui fu testimone,
abbiamo buone ragioni per fare delle riserve quanto all'attri-
buzione della dottrina. Pietro stesso, infatti, accenna nel
Conciliator 'o alla quistione cui si riferisce Tommaso di Stra-
sburgo : « Quod amplius firmatur per Avicennam dicentem :
Accidit ut homo in apoplexia incurrat, et non sit differentia
Inter ipsum et mortum, et non appareat aliquid anhelitus;
deinde reviviscit et sanatur. Et nos plurimos vidimus tales....
Propter secundum huius sciendum, quod ideo voluit Halyabbas
dilationem actus 72 horarum (etsi quidam librorum prave ac
etiam contra Rasim, in Continente, et Avicennam, 70 habeant),
quoniam 72 horae tres dies constituunt integros.... Et propterea
IO Diff. 182, propter III.
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D ABANO 23
Ioannis illud ii, cum Lazarus fuerit morte quatriduanus ac
etiam foetens, quae nequeunt in apopletico reperir! , miraculo
magis ascrivendum quam naturae ».
L'accusa, dunque, di aver senz'altro deriso i miracoli di
Cristo e dei santi, circa la risurrezione dei morti, quale ci vien
riferita dall'agostiniano in contradizione col passo citato deìCon-
ciliator, ha tutta l'aria di essere una dicerìa derivata da quell'au-
reola di leggenda che comincia a recingere la figura del filosofo
anche prima della morte; una dicerìa che dovette troppo fa-
cilmente trovar credito presso gli zelanti inquisitori già mal
disposti verso di lui. E forse il nostro medico aveva deriso la
facile credulità popolare del suo tempo, comune anche a certi
teologi, nel prestare ascolto ai troppo frequenti racconti di
morti risuscitati, che abbondano nelle vite di santi e nei ser-
moni del medio evo. Una volta formulata l'accusa, il fatto
della morte improvvisa che gli tolse di discolparsi, come aveva
fatto a Parigi, accrebbe certamente l' ardire dei malevoli
avversari, i quali, venuta loro a mancare la preda viva, sfo-
garono il loro zelo contro il cadavere.
Checché sia di ciò, anche la seconda parte della testimo-
nianza di Tommaso da Strasburgo rimane un utile documento
delle accuse che formaron la materia criminosa di questo terzo
processo, imbastito dagl' inquisitori contro Pietro d'Abano.
3. - Fu l'Abanese accusato dagl' inquisitori di Padova
anche di magìa e di necromanzia ? Lo Scardeone, come ab-
biamo visto, l'afferma; e la fama di mago e necromante, che
ben presto avvolse Pietro di un velo di leggenda, potrebbe
farcelo credere; la voce anzi fu accolta perfino dall'autore del-
l'epigrafe che il comune di Padova fece scolpire sopra una delle
quattro porte del palazzo della Ragione nel 1420, quando gli
atti del processo esistevano ancora. Ma Pietro Pomponazzi
e Gian Francesco Pico della Mirandola, che erano in grado di
giudicare direttamente delle dottrine di lui, misero in guardia
contro le dicerie popolari. Anzi il Pico in un passo importante
del De rerum praenotione, sfuggito al Ferrari, scrive: « Circum-
fertur.... de Petro Aponensi, quem Conciliatorem dicunt, quod
daemonibus imperitabat. Ipse autem acta in eum vidi ab
inquisitore haereticae pravitatis formata, cum impietatis
esset accusatus, inter quae opponebatur quod daemones esse
negabat nec ullo pacto in rerum reperire natura credebat .
24 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Respondebat autem, uti in ipsis quaestionibus legebatur,
quo se ab hoc crimine expurgaret, fuisse olim se, dum esset
Constantinopoli, ad foeminam quae hac ipsa necromantia
pollere credebatur, ut de occultis quibusdam sciscitaretur,
duosque discipulos suos citabat testes, subdens consonum
videri se non interrogasse nisi credidisset. Quantum ergo
distat ut necromantes fuerit, qui contrariorum vitiorum habi-
tus sit, et muHerculam etiam de rebus arcanis consuluerit,
superstitionibus ahis deditus. Sane fuit Aponensis, tametsi
necromantiae non vacaverit, ut nobis ostendetur adversus
magiam septimo hbro disputabimus » '^ Sebbene gh ultimi
due periodi del discorso siano alquanto oscuri, come ognun
sente, per la punteggiatura evidentemente sbagliata e forse
per l'omissione tipografica di qualche frase, nel complesso
la testimonianza del Pico è chiara: Pietro d'Abano fu accu-
sato d'empietà agli inquisitori per avere, tra l'altro, negata
l'esistenza dei demoni. Non dovè essere accusato di magia
nera, né di necromanzia, perché il Pico, che afferma di aver
veduti gli atti del processo, col relativo interrogatorio del-
l' imputato, non solo non sa niente di quell'accusa, ma la
esclude positivamente, facendo osservare che a Pietro s' im-
putava giusto l'errore contrario.
Era fondata l'accusa di aver negato l'esistenza di demoni ?
Gian Francesco Pico ci attesta che Pietro se ne difendeva ricor-
dando il fatto di essere una volta ricorso ad una necroman-
tessa, e citando a sua discolpa due suoi discepoli come testi-
moni. Che cosa dovevano provare i due discepoli ? la verità
dell'affermazione riguardante la visita alla necromantessa, a
testimoniare intorno all' insegnamento di lui a Padova ?
Il testo non è molto chiaro, a meno che si supponga un viaggio
recente a Costantinopoli in compagnia dei due allievi. Io
inclino a credere, che questi dovessero piuttosto provare che
r imputato, loro maestro, non aveva mai, nel suo insegna-
mento, professata la dottrina di cui lo si accusava. Ad ogni
modo è certo che nel Conciliator l'esistenza dei demoni è am-
messa esplicitamente, come sa bene anche il Ferrari; né di
una qualunque negazione si ha traccia negli scritti a noi noti.
Come dunque spiegarci l'accusa ? Scrive il Ferrari: « Se il rim-
provero di Gian Francesco Pico ebbe un fondamento, converrà
" De rerum praenotione, lib. IV, cap. g (in Opera, Basileae, 1573).
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D'ABANO 25
credere che Pietro negò il diavolo delle credenze cattoliche,
o lo concepì in modo suo indipendente, quello che gli parca
filosofico » I-. Ora il Pico, anzi tutto, non rimprovera niente,
ma narra: narra, cioè, per sfatare l'accusa di necromante,
che Pietro fu accusato di un errore opposto alla necromanzia.
Con questo, però, non dice che l'accusa fosse vera. Certo
essa dove fondarsi su qualcosa. Ma, senza seguire il Ferrari,
che, secondo il suo costume, dà senz'altro ragione agi' inqui-
sitori, a me sembra che quell'accusa, di aver negato l'esistenza
dei demoni, possa spiegarsi molto ovviamente colle dottrine
e tendenze dell' Abanese, delle quali diremo nelle pagine che
seguono. Questi, senz'essere necromante né mago, è un astro-
logo persuaso e convinto, il quale crede all' influenza degli
astri e delle loro congiunzioni non solo sulle vicende della
natura, ma perfino sugli eventi umani. Molti fenomeni insoliti
o strani che nella letteratura ascetica e religiosa del tempo
venivano attribuiti all'azione del diavolo, egli tenta spie-
garli per mezzo dell' influenza degli astri, o coli' ammettere
l'esistenza di forze naturali a noi finora sconosciute, « unum-
quodque enim individuum a sua constructione materiali....
et a superis habet virtutes et proprietates occultas ad quas
intellectus pervenire non potest humanus » 'ì. Egli perciò
ritiene antiscientifico il vezzo dei teologizzanti, d' introdurre
ad ogni momento il miracoloso e il soprannaturale nello spie-
gare i fenomeni della natura. Così, ad esempio, in un luogo
importante del Conciliator, egli cerca di render ragione del
fascino, escludendo da esso l'intervento demoniaco: « Di-
cendum quod praedicta immissio quam amans in amantem
immittit (collo sguardo), aut odiens in oditum, nihil, ut dictum,
confert visioni, sed quaedam fit immutatio intentionis quae
fortassis impressionem causat in vires phantasticas eius cui
immittitur. Sciendum autem quosdam, interpretantes sermo-
nes sapientum imaginum, dicere ipsas et sibi comparia effì-
caciam habere secundum quod ars movetur a natura, in
quam sicut in superius principium ordinatur. Cum enim quid
boni aut pravi debeat alieni ex astralitate nativitatis suae
12 Ferrari, I tempi, la vita, le dottrine di Pietro d'Abano, p. 132
in nota.
13 Concili atoi-, diff. 182, propter III. Così farà più tardi anche
Pietro Pomponazzi, nel De incantationibus, Basilea, 1556, pp. 2, 115-224,
con espresso riferimento a Pietro d'Abano.
26 l'aristotelismo padovano dal. secolo XIV AL XVI
contingere, hoc incitat artem ad construendum imagines vel
aliquid simile, cuius gratia videtur hoc imperitis evenire.
Sed quia hoc videtur esse a casu respectu artis, et quod nihil
operetur, cum etiam videamus tales imagines indifferenter
ex parte subiecti et temporis impressiones causare, cum
tamen quod natum sit indifferens et ordinatum, unde quis
ab hac secedet positione. Propter quod theologizzantes dixe-
rant, hoc ex vigore magis contingere daemommi, se artibus im-
plicantium talibus. Quare dicunt simphcibus et praecipue
muhercuhs plus quam prudentibus hic effectus consurgere;
has etenim amplius possunt astutioribus decipere. Quia tamen
haec persuasio a spiritibiis sumpta praesentis non est methodi,
dicendum forsitan magis erit quod, materia stellis propor-
tionali » 14 etc.
Analogamente, in un altro luogo della stessa opera, sul
quale ritorneremo ^\ egli rigetta l'opinione di coloro che ogni
fenomeno e avvenimento nel mondo della natura attribuiscono
all' immediata azione creatrice di Dio, d'accordo in questo
con Duns Scoto e Tommaso d'Aquino. E come per quest'ul-
tima opinione non è mancato chi l'accusi (a torto, però, come
vedremo) di aver negato la potenza creatrice divina (non ci
consta se anche di siffatta accusa fosse chiamato a rispondere
dinanzi agi' inquisitori), è verosimile che, dall'essersi egli
burlato della facile credulità di certi teologizzanti, che scor-
gevano il diavolo nascosto dietro ogni cesto di lattuga, si
passasse senz'altro ad attribuirgli di aver negato l'esistenza
stessa dei demoni.
La spiegazione mi sembra naturale e conforme ai costumi
inquisitoriali del tempo, oltre ad accordarsi colle dottrine a
noi note dell'Abanese. Il quale, se fosse vissuto, avrebbe
certamente potuto far tacere i malevoli o zelanti accusatori,
come li aveva messi a posto già ben altre due volte.
4. - Ma se è certo che Pietro d'Abano non fu accusato di
necromanzia e di magìa nera, non è da escludere, a priori,
che, fra gli errori a lui attribuiti, alcuni non riguardassero
l'astrologia e la magìa così detta bianca; la quale, pur senz'es-
sere condannata in teoria, veniva in pratica guardata con
14 Conciliator, diff. 64, propter IV, ad 13. Cfr. sotto, pp. 35-37.
15 Cfr. sotto, pp. 43-46.
LA DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D ABANO 27
sospetto per le applicazioni che se ne facevano e per le super-
stizioni a cui dava luogo. Ciò, anzi, apparirà tanto più vero-
simile, quanto meno si dimentichino i pregiudizi di lui in-
torno alla praecantatio e all'arte notoria ^^.
Se non che è perfettamente inutile abbandonarsi a conget-
ture più o meno fondate e magari ingegnose su questo argo-
mento, quando ci manca perfino l'ombra di una testimonianza
storica. Ci basti osservare per ora che il « prò his et aliis suis
erroribus» di Tommaso da Strasburgo i" e V (finter quae oppo-
nebatur » del passo citato di Gian Francesco Pico ^^, sembrano
lasciarci intravedere che gli errori attribuiti, a Pietro dagl'in-
quisitori non dovevano limitarsi alla derisione delle risur-
rezioni di morti e alla negazione dei diavoli.
Del resto, il non conoscere quali e quante furono le accuse
mossegli, importa fino a un certo punto; visto che anche quelle
che noi conosciamo, hanno l'aria di fraintendimenti o di esa-
gerazioni delle vere dottrine professate dal maestro padovano.
Per portare un giudizio sereno intorno alle quali, dobbiamo
oggi contentarci dell'esame attento dei suoi scritti d' indubbia
autenticità, sforzandoci d' intenderli in relazione alle dottrine
del tempo.
II. — Gli « ERRATA » DI P. d'Abano secondo S. Champier.
I. Giudizio di G. Francesco Pico della Mirandola sulle dottrine di Pietro
d'Abano. — 2. Le cribrationes dello Champier. — 3. Classificazione
delle dottrine censurate dallo Champier, relative alle diverse parti
deVi' Astrologia Iitdiciaria. Dottrine relative aW Introdiictoria. —
4. Dottrine relative all'Astrologia de revolittionibus. — 5- de nativi-
tatibus. — 6. de interrogationibus. — 7. de electionibus. — 8. Censura
speciale della dottrina intorno alla creazione. Valore del giudizio
dello Champier sulle opinioni di Pietro d'Abano.
I. - Degli scritti di Pietro d'Abano due sopratutto, il com-
mento ai Problemi di Aristotele, e l'opera massima, per la
quale andò celebre, il Conciliator, furono oggetto di esame e
di critiche. Un trattato De erroribus Petri Aponi in proble-
matibus Aristotelis fu scritto, nel Cinquecento, da Antonio
Ludovico o Luiz ^ ; ma il contenuto di esso e la natura delle cri-
i^ Cfr. sotto, p. 36.
^7 Cfr. sopra, p. 22.
^8 Cfr. sopra, p. 23.
I Cfr. Ferrari, P. d'A., p. 439.
2» L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
tiche all'opera dell'Abanese son rimasti ignoti tanto a me
che al Ferrari per esser andati a vuoto i tentativi di pro-
curarci l'opera.
Un giudizio importante sulle dottrine del nostro tìlosofo
nel Conciliator è quello di Gian Francesco Pico della Mirandola.
Questi, in un altro luogo dell'opera sua già citata, De rerum
praenotione, dopo aver detto che Pietro fu uomo « plurimae
lectionis minimique iudicii », osserva che « plura reliquit signa
cur superstitiosus crederetur in libro praesertim quem appel-
lavit Conciliatorem. Cuius libri differentia 156, de praecanta-
tionibus multa in utramque partem agens, eis tribuit pluri-
mum, illique absurdissimae et impiae superstitioni favet,
placari Deum astronomica oratione.... Pro experimentis
affert multa, inter quae eucharistiae nostrae verba et divina,
ut inquit, artis notoriae nomina et pleraque magicae artis
cantamina » -.
2. - L'edizione giuntina del Conciliaior, del 1520, e molte
edizioni venete posteriori recano in appendice all'opera un
trattatello di Annotamenta , errata et castigationes in Petri
Aponensis opera, per Simphorianum Champerium, Lugdu-
nensem, Serenissimi ducis Calabrum et Lotharingorum mediciim
primarium 3. Queste crihrationes, come sono anche chiamate,
hanno la pretesa di formare un corpo diviso in tre parti, chia-
mate libri. Ma in realtà si tratta di due scritti mal riuniti
insieme. Il primo libro, che porta in testa una dedica a Ettore
Dalli, si rivela subito non saprei dire se abbozzo o tentativo
di enumerazione incompleta, oppure un riassunto dei prin-
cipali errata del Conciliator, ai quali lo Champier fa seguire
immediatamente le sue castigationes. Gli errata di questo
primo libro si riferiscono alle differenze loi, 113, e 156; e fra
essi sono le superstizioni già segnalate da Gian Francesco
Pico, che lo Champier, nel proemio, ricopia alla lettera. Il
- De rerum praenotione, VII, e. 7. Gian Francesco Pico a torto at-
tribuisce a Pietro d'Abano la pretesa esperienza personale dell'effi-
cacia dell'orazione astronomica. Nel passo a cui si riferisce il Pico, è
citata invece una testimonianza di Albumasar, il quale afferma di aver
fatta quella esperienza. Ma l'errore era già stato commesso dallo zio,
Giovanni Pico, Disp. adv. astrologiam divin., a cura di E. Garin. Fi-
renze, 1946. IV, e. 8, p. 476; cfr. Ferrari, P. d'A., pp. 372-373 è
454)-
3 Cfr. Ferr.^ri, Per la biografìa etc, pp. 42, e 48-49.
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D'ABANO 29
secondo e il terzo libro, che recano in fronte un'altra dedica
al fratello Cristoforo Champier e a Francesco Dalais, formano
invece un'enumerazione assai piìi completa e ordinata degli
errata et somnia dell' Abanese; e nel terzo libro son ripetuti
tutti gli errori già segnalati nel primo, prova evidente che si
tratta di due scritti riuniti, ma non fusi tra loro.
Poiché nessun criterio logico di classificazione ha guidato
lo Champier nella sua rassegna, vediamo di raggruppar noi
le varie dottrine censurate, a fine d' intender meglio queste
e la natura delle censure.
3. - Ed anzitutto bisogna osservare che il tenore e lo spi-
rito di quasi tutte le dottrine di Pietro, censurate dallo Cham-
pier, è sempre lo stesso: tutte si riconnettono ad un concetto
astrologico che cercheremo di chiarire. Per questo a me pare
che la migliore classificazione sistematica degli errori enume-
rati dallo Champier sia quella che possiamo fondare sul con-
cetto medievale dell'astrologia giudiziaria e sulla distribuzione
di questa in diverse parti. Nel nostro tentativo ci può util-
mente servir di guida lo S-peculum astronomiae attribuito ad
Alberto Magno 4. Non so se l'operetta sia autentica: ma,
chiunque ne sia l'autore (è certo che essa fu scritta prima che
venissero tradotti in latino gli ultimi due libri della Meta-
fisica aristotelica), è pur sempre un documento prezioso del-
l'atteggiamento e del pensiero di un teologo di fronte alla
libertà di ricerca reclamata dai fautori della scienza ara-
bica, da una parte, e al soverchio zelo teologico, dall'altra.
Or ecco il concetto che l'autore dello Speculum si è fatto
dell'astrologia giudiziaria dal suo punto di vista teologico:
Secunda magna sapientia, quae astronomia dicitur, est scientia
iudiciorum astrorum, quae est ligamentum naturalis philoso-
phiae et mathematicae ». Siffatta scienza non deroga in niente,
per se stessa, alla sapienza divina, cioè alla teologia; che anzi
essa insegna a ricondurre tutti quanti gli avvenimenti del mondo
inferiore alla causalità dei corpi celesti, i quali sono strumenti
e intermediari della causalità divina nel mondo, e a far cono-
scere l'ordine che governa l'universo, « quam universi ordina-
4 In Opera, Lugduni, 1651, t. V. Ma in alcuni codici lo scritto è
attribuito a Maestro Filippo de Thoriaco, che fu cancelliere dell' Uni-
versità di Parigi dal 1280 al 1284. Cfr. L. Thorndike, A hisiory of Magic
a. exper. science. II, Oxford, 1923, p. 715.
30 I. ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
tionem nulla scientia humana perfecte attingi! sicut scientia
iudiciorum astrorum 5.
Ed ecco com'è divisa: « Dividitur itaque ista scientia in
duas partes, quarum prima est introductoria et versatur circa
principia iudiciorum » 6. I principi onde si traggono i giudizi
astrologici sono accennati nel capitolo che segue immediata-
mente dopo, e consistono nelle proprietà naturali dei segni
celesti. A questa parte introduttiva dell'astrologia giudiziaria
si riferiscono le seguenti dottrine di Pietro d'Abano ritenute
erronee dallo Champier:
« Dicendum, secundum Aristotelem et Commentatorem, quod
Deus nihil potest in haec inferiora absque medio, cum omnis
actio hic mediante motu et transmutatione perficiatur, ita ut
periodus a supernis corporibus in hac inferiori materia inducta
non habeat permutare, cum ad id sequatur quaedam inordi-
natio, ac defectus et mutabilitas in primo, tanquam non sapienter
primitus omnia producenti, denotetur inesse. Quae enim per-
fecta ratione lìrmata sunt, permutati non possunt « 7.
« [Aristoteles] in libro de mundo: Deus, secundum poetam
residet in supremo vertice universi, cuius virtute praecipue fo-
vetur corpus quod prope est, et deinceps quod post illud con-
sequenter usque ad loca nostra prope terram. Et quae super
terra videntur nimium distantia a commodo divino, infirma esse
et piena multi turbinisi non enim effectus virtutem suae causae
continet et repraesentat perfecte; propter quod et varietas pau-
latim occurrit, ut et in toto apparet quod et varietas paulatim
occurrit, ut et in toto apparet ordine universi, a primo per media
infima descendendo. Primus etenim simplex et immobilis mo-
nens, ac incorruptibilis omnino, reliquis autem adsunt compo-
sitio, mobilitas et corruptio » ^.
« Omnis mundanae geniturae conditio ex planetis eorumque
signis tanquam ferrum ex lapide magnetis dependet » 9.
« Corpora superiora non solum motu operantur et lumine,
sed fortunio et infortunio et virtutibus quibusdam specificis
appropriatis, quae sine medio imprimunt immutatione sensibili » 'o.
Il senso metafisico di tutte queste e di altre proposizioni
è chiaro: la causa prima che, come direbbe Dante, « sta d'un
5 Speculum, cap. 2.
^ Ib., cap. 3.
7 Conciliator, diff. 113, propter IV, ad 3 (Champier, III, 5).
8 Ib., ad ult. (Champier, III, 7).
9 Ib., diff. 9, propter III (Champier, II, 5).
'0 Ib., diff. 12, pr. II (Champier, II, io).
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D ABANO 3I
modo », cioè è immutabile, non può esercitare la sua azione
sul mondo delle cose caduche e periture, se non per mezzo
di una serie di cause intermediarie; le quali, siccome possono,
per r indisposizione della materia, restare impedite, produ-
cono solo degli effetti contingenti ". Gli astri colle lor varie
nature e proprietà sono appunto queste cause intermediarie,
prestabilite da Dio, di tutti gli avvenimenti che accadono
nel mondo infralunare. Benché secondo Pietro d'Abano que-
st'ordine gerarchico di cause sia sospeso alla libera volontà
creatrice, pure, come vedremo, è nel pensiero di lui un rima-
suglio del vecchio e ben noto concetto neo-platonico passato,
attraverso gli arabi, nell'occidente latino ^-. Il fatto che si
ritrova anche in Dante è la prova migliore che la dottrina,
per quanto ardita, non aveva agli occhi di molti contempo-
ranei (fatta eccezione di Tommaso d'Aquino) niente di eretico.
Ma su ciò dovremo ritornare.
Il nostro Abanese, dunque, non solo è convinto che le sfere
celesti esercitino un influsso continuo sugli avvenimenti e
sulle vicende del mondo sotto la luna, come pensavano con-
cordemente tutti i più grandi dottori della scolastica, compresi
Tommaso d'Aquino e Bonaventura da Bagnorea; ma inoltre
egli crede, sulla scorta degh astrologi arabi, che ogni fenomeno
mondano sia alla mercè degli astri come il ferro è alla mercè
del magnete che lo attira. E questo influsso celeste non era,
per lui, soltanto generale e indeterminato, ma particolare e
diverso in ogni momento, per ogni singola cosa e per ogni
punto della superficie terrestre, che necessariamente ha un
proprio zenith, come si diceva, diverso dagli altri punti della
terra; cosicché sembrava vero a lui quello che si trova scritto
nei libri ermetici, che ogni più piccolo granello di sabbia del
mare ha il suo astro e va soggetto ad un suo proprio influsso
stellare 13 ; e quello altresì che si legge nel Centiloquio di Tolomeo :
«vultus huius saeculi subiecti sunt vultibus caelestibus» m.
Era appunto questo concetto che giustificava agli occhi dei
medievali l'astrologia giudiziaria. La quale non è né mendace,
né oziosa — esclama Pietro — ma utile, anzi necessaria al
" Cfr. Paradiso, VII, 67-69; XIII, 61-78.
'2 Cfr. sotto, pp. 40-43.
13 Conciliator, diff. 23, pr. Ili (Champier, II, 15); diff. loi, pr. I
(Champier, III, 3).
'4 Conciliator, diff. io, pr. III.
32 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
medico. E, basandosi su quei principi, egli ha la pretesa di
provare, nella Differenza decima del Conciliator e nella prima
del Lucidator, il carattere scientifico e la nobiltà dell' indagine
astrologica, la quale, d'altra parte, non afferma nulla « quod
leges molestet divinas », né si perde in vaneggiamenti dietro
alle superstizioni dell'arte magica e della necromanzia '5.
4. - La seconda parte dell'astrologia giudiziaria, sappiamo
dallo Spectdum 16^ « expletur in exercitio iudicandi. Et haec
iterum divisa est in quatuor partes », che noi chiameremo ca-
pitoli.
Il capitolo primo s' intitola de revolutionibus, e si suddivide
rispettivamente in tre sezioni, «de CXX coniunctionibus pla-
netarum et eorum eclipsibus, de revolutione annorum mundi,
de temporum mutatione»!?, A questo capitolo si riferiscono
in tutto o in parte le dottrine censurate nei seguenti luoghi
dallo Champier: lib. II, i, 3, 4, 11, 12, 13, 15, 16; lib. Ili, i,
3, 4. Fra esse alcune sono maggiormente degne di nota per la
ripercussione che hanno su concetti teologici del tempo di
Pietro d'Abano; ed è su queste che ci soffermeremo un mo-
mento.
Secondo i principi fondamentali della metafisica dell'Aba-
nese, tutti gli avvenimenti che accadono nel mondo infralu-
nare, son preparati e governati, come abbiamo già visto,
dalla causalità che su questo mondo esercitano le sfere celesti
coi loro segni e colle loro rivoluzioni; le quali, secondo la dot-
trina tolemaica derivata dagli stoici, dovrebbero ripetersi in
capo ad ogni 36.000 anni, per dar luogo ad un ritorno periodico
degli avvenimenti già accaduti per l'addietro infinite volte '8.
Né solo i fenomeni del mondo fisico sottostanno all' influenza
dei corpi celesti; ma anche i temperamenti e le disposizioni
fisiologiche (complessioni) e morali, proprie del corpo e del-
l'animo, dipendono dallo speciale influsso dei sette pianeti,
ciascun de' quali governa un'età della vita umana ed ha sotto
la sua protezione un'arte od una professione speciale 19. A
15 Cfr. Ferrari, Per la biografia etc, pp. 74-75.
^6 Speculum, e. 3.
17 Ib., cap. 6.
18 Cfr. Conciliator, diff. 9 e 16; Problematuni expositio, partic. XVII,
probi. 3 (Champier, II, 12).
19 Conciliator , diff. 7 (Champier, II, 2) ; diff. 26, pr. I (Champier,
II. 16).
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D ABANO 33
questa legge non si sottraggono in una certa misura nemmeno
gli avvenimenti miracolosi. Così è detto che « ex coniunctione
Saturni et Io vis in principio Arietis.... totus inferior mundus
commutatur; itaque non solum regna sed et leges et pro-
phetae consurgunt in mundo, significative saltem, seu cau-
saliter in quibusdam » -°. Cristo, nato appunto sotto quella
congiunzione, fu temperatissimo nella costituzione del suo
corpo ottimamente complessionato 21. Invece, « cum Mars
mundum gubernaret, factum est diluvium...; sub ducatu
lunae dispartitae sunt linguae, subversa est Sodoma et Go-
morra, factus est transitus a filiis Israel de Aegypto, et multa
alia apparuerunt iudicia » -2. In un altro luogo del Conciliator,
l'autore sembra accogliere la dottrina di Avicenna, che spiega
per mezzo dell' influsso celeste i poteri sovrumani e le virtù
meravigliose dei profeti ^3.
Che tali applicazioni di principi astrologici alle dottrine
teologiche non implicassero necessariamente, ai tempi del-
l'Abanese, la negazione assoluta di queste, e quindi l'eresia,
si ricava dal fatto che, non solo l'autore dello Speculum le
ammette, ma Dante, in parte almeno, le fa sueM. ^ elio Specu-
lum, -5 si legge che la causalità efficiente degli astri è soggetta
« voluntati.... conditoris qui ab initio providit sic », di modo che
l'ordine da lui stabilito « ab ipso solo averti potest ». Ora
è appunto la causa prima (« natura iubente divina », come dice
espressamente l'Abanese -^ che ha disposto fin da principio,
« formans librum universitatis », i moti e le congiunzioni degli
astri, affinché significassero gli avvenimenti naturali e quelli
miracolosi, scritti a caratteri eterni, anzi il loro accadere, nel
libro della natura. Le riserve « significative saltem » e il
« causaliter in quibusdam » ^7, che abbiamo letti poco sopra,
significano che Pietro l' intendeva appunto così.
20 Conciliator, diff. 9, pr. Ili (Champier, II, 3). Cfr. i miei Saggi
■di filosofia Dantesca. Milano-Genova-Roma-Napoli, 1930, pp. 55-57.
21 Conciliator, diff. 20, pr. Ili; cfr. diff. 18 (Champier, II, 13). Cfr.
Saggi di filos. Dani., p. 56.
22 Conciliator, diff. 9 (Champier, II, 4).
-3 Conciliator, diff. 135, pr. Ili (Champier, III, 8).
-4 Cfr. Farad., XIII, 67-84; Convivio, IV, 5 e 23; B. Nardi, Saggi,
cit., pp. 45-61.
25 Cap. II.
-6 Conciliator, diff. 18.
27 Conciliator, diff. 9. Cfr. sotto, p. 54.
34 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Per essere stati significati, predetti e preparati dalle con-
giunzioni celesti, gli eventi miracolosi non cessavano di esser
tali. Pietro d'Abano, anzi, dichiara che l'astrologia « confert....
scientiae metaphysicae, eo quod docet ex posterioribus eius
finem intentum et subiectum investigare; per corpora namque
coelestia potissime in cognitionem devenimus principii primi:
unde Apostolus, ad Romanos, primo: invisibilia Dei per ea
quae facta sunt, ex creatura mundi intellecta, conspiciuntur))^^.
5. - Strettamente connesso con quello de revolutionibus è
il capitolo che tratta de nativitatibus. « Nativitatum pars —
e' informa l'autore dello Sfecidum -9, — docet in nativitate
eorum quorum significatores nutritionis liberi fuerint, eli-
gere locum hylech ex luminibus et parte fortunae; ex gradu
quoque ascendentis, et ex gradu coniunctionis atque prae-
ventionis quae fuerit ante nativitatem, eligere quoque alcho-
codem ex dominis quatuor dignitatum ipsius loci hylech »
etc. — A questa parte dell'astrologia si possono ricondurre
le dottrine censurate dallo Champier ai numeri 2, 6, 13, 14
e 17 del libro secondo delle Cribraiiones. Della ricerca del-
VHylech e dell' Alchocodem, Pietro parla diffusamente nella
Differenza XXI del Conciliator, trattando della lunghezza
della vita e delle sue cause. Nella differenza X, è formulata
la tesi, spesso ribadita, che « omnis pianeta, secundum diver-
sitatem nativitatis et revolutionis, uni existit fortuna, alii
vero infortuna » 3°. Altrove è detto che perfino due gemelli,
per il differente zenith di ciascun di loro nel grembo materno,
ricevono influssi diversi; onde canta Lucano:
« Stant gemini fratres, fecundae gloria matris,
Quos eadem variis geniierunt viscera fatis ». 3^
Ma anche la scienza de nativitaiibus è ritenuta legittima e
inoffensiva per la fede, dall'autore dello Speculum^'^, purché
non si pretenda che 1' influenza degli astri sopprima il libero
28 Conciliator, diff. io, pr. III.
-9 Cap. 7.
30 Champier, II, 14.
31 Conciliator, diff. 23 (Champier, II, 15; cfr. Lucano, Phavs., Ili,
603 sg.
32 Cap. 12.
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D ABANO 35
arbitrio dell'uomo. Ora per Pietro d'Abano la volontà umana
riman libera, non solo di fronte alla causalità efficiente degli
astri, che determinano solo una certa inclinazione risultante
dalle disposizioni organiche, ma perfino di fronte alla pre-
scienza divina 33.
6. - Le altre dottrine, censurate dallo Champier, possono
agevolmente raggrupparsi intorno agli ultimi due capitoli
dell'astrologia, che s' intitolano rispettivamente de interroga-
tionihus e de electionihus .
Del primo si legge nello Spectiltimì'i: «Pars.... interroga-
tionum docet indicare de re de qua facta fuit interrogatio
cum intentione radicali, utrum scilicet perfìciatur an non;
et si sic, quid sit causa illius et quando erit hoc; et si non,
quid prohibet, si non fìat, et quando apparebit quod fieri
non debeat ». A questa parte dell'astrologia si riferiscono
alcune delle dottrine di Pietro già accennate, e concernono la
ricerca della lunghezza della vita, del sesso, del destino e della
fortuna. La legittimità di siffatte ricerche dipendeva dall' ipo-
tesi generale circa l' influsso dei corpi celesti e delle loro con-
giunzioni sulle vicende del mondo inferiore e sulla « com-
plexio » del corpo umano, nonché dall'avere ammesso che i
fenomeni celesti significassero ed annunziassero quelli terrestri.
E poiché r ipotesi era generalmente ritenuta vera, l'autore
dello Specuhim non dura molta fatica a difendere anche questa
parte pratica dell'astrologia giudiziaria, che, a suo giudizio,
può conciliarsi col libero arbitrio dell'uomo (la quistione del
libero arbitrio, giova osservarlo, è di capitale importanza nella
filosofia medievale), se è vero che questo non sia menomato
dalla provvidenza e dall'onniscienza divina.
y. - Assai più cauto si fa l'autore dello Specitkmiy>, quando
viene a parlare del capitolo de electionihus. Egli intanto di-
stingue la ricerca, invero innocente, dell' « bora laudabilis in-
cipiendi aliquod opus », affinché l'opera da intraprendere
abbia felice risultato, pur senza tentare di modificare il corso
o r influenza del cielo, dai tentativi, per mezzo d' immagini
33 Cfr. Ferrari, P. d'A., pp. 355-356.
34 Cap. 13.
35 Capp. 10 e 14.
36 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
e di scongiuri, di modificare favorevolmente le influenze ce-
lesti per la buona riuscita dell'opera che s' intraprende. Che la
prima ricerca non abbia niente d' illogico, dati i presupposti
astrologici che noi conosciamo, o di temerario dal punto di
vista della dottrina teologica del tempo, è evidente. Perciò
l'autore dello Speculum non solo la ritiene legittima, ma di-
chiara che sia opportuno, come pensa anche Pietro d'Abano,
conoscer l'ora favorevole al concepire, al prender medicine e
alle operazioni chirurgiche 36. Per quel che riguarda invece la
costruzion delle immagini a fine di modificare l' influsso ce-
leste, egli stima necessario far molte riserve: «Parti.... electio-
num dixi supponi imaginum scientiam, non quarumcunque,
sed astronomicarum. Quoniam imagines sunt tribus modis.
Est enim unus modus imaginum abominabilis, qui significa-
tione et invocatione exigit.... Est alius modus aliquantulum
minus incommodus, detestabilis tamen, qui fit per inscrip-
tionem characterum, per quaedam nomina exorcizando....
Tertius autem est modus imaginum astronomicarum, qui eli-
minat istas spernendas suffumigationes et invocationes, et
non habet neque exorcizationes, ncque characterum inscrip-
tiones admittit, sed virtutem nanciscitur solummodo a figura
caelesti ». Posta tale distinzione, mentre egli condanna gli
esorcismi, gì' incatesimi e la necromanzia, pensa di non po-
tersi arrogare il diritto di condannare o di negar l'efficacia
delle immagini astronomiche.
D' immagini astronomiche, ammesse dall'autore dello Spe-
culum, si parla nella già citata differenza X e nella CI del
Conciliator. Ma Pietro d'Abano sembra andar più oltre ed
ammettere anche quel genere di pratiche condannate dall'au-
tore dello Speculum^i. Si tratta per altro d'un equivoco. Egli
crede al fascino, all'arte notoria, alla pvaecantatio e alla magia
(e questo deve, senza dubbio, aver contribuito a crear la sua
fama di mago e di necromante) ; ma intanto spiega i fenomeni
e i resultati ottenuti con queste arti, sforzandosi di traspor-
tarli sul terreno della magia bianca, allora ritenuta lecita dai
teologi.
36 Conciliator, diff. io (Champier, II, 8).
37 Conciliator, diff. 135 e 156. Champier, III, 8, g, io. Intorno alle
interessanti varianti del numero 8 nelle varie edizioni del Conciliator,
cfr. Ferrari, Per la biografia etc, pp. 48-9.
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D'ABANO 37
Così egli ammette l'efficacia del fascino e degl' incante-
simi, come r ammetteva Avicenna e come due secoli dopo
l'ammetterà il Pomponazzi, ma esclude da essi ogni carattere
sovrannaturale e segnatamente l' intervento di demoni 38,
pur senza negar l'esistenza di essi. Per lui, l'anima di certi
uomini è fornita, per uno speciale influsso celeste, di virtù
eccezionali, e si comporta, nel modificare le influenze astrali
sulla terra, come le immagini artificiali costruite dagli antichi
sapienti dell' India 39. — La praecantatio è utile al medico, come
gli è necessaria la fiducia da parte dell' infermo 40. Ma le parole
dell' incantesimo verbale desumono la loro efficacia dalla
virtù celeste, come dalle disposizioni favorevoli delle costel-
lazioni deriva l'efficacia, secondo Albumasar, della preghiera
astronomica 41. L'efficacia, insomma, di tutte queste pratiche
è desunta dall'astrologia: siamo fuori del dominio della magia
nera.
8. - Una censura speciale dello Champier riguarda anche
una dottrina la quale non ha niente che fare con le dottrine
di carattere prettamente astrologico, che abbiamo riferite;
ma che, anzi, sotto un certo aspetto, è opposta a quelle: in-
tendo la dottrina della produzione delle forme nel mondo
infralunare. Essa suona così: « Ponentes.... creationem, etsi
verissimi in lege sint, in philosophia tamen non sunt admit-
tendi, cum ipsam levem faciant omnino, ac primam quasi
causam multiplicibus vexent laboribus; decorem non minus et
ordinem et per consequens perfectionem removentes, secun-
dum Peripateticos, ab universo «42. Lo Champier pretende che,
con siffatta dottrina, l'Abanese venga a contradirsi, « quia
simul stare non possunt, quod lege sint verissimi, et tamen
admictendi non sint in philosophia; quia omne verum conso-
nat ». Dove non sai se egli accusi il filosofo di aver negato la
creazione, o di avere ammessa la dottrina averroistica della
doppia verità. Ma nell'uno come nell'altro caso, ha frainteso
senz'altro il pensiero di Pietro d'Abano, come avremo modo di
dimostrare nel paragrafo che segue.
38 Conciliator, diff. 135.
39 Ibid.
40 Ibid.
4' Conciliator, diff. 156.
42 Conciliator, diff. loi (Champier, III, 2; cfr. I, 3). Cfr. soprap. 14 e 16.
38 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
In realtà, di tutte le dottrine censurate dalla Champier,
tre appena sono tacciate di eresia e segnate di un biasimo spe-
ciale, e cioè: i) quella, ora accennata, intorno alla creazione;
2) l'avere Pietro affermato che Dio non possa operare nel
mondo infralunare se non per mezzo d' intermediari; 3) l'aver
ritenuta efficace la praecantatio. Ora la prima dottrina è stata,
come vedremo, semplicemente fraintesa da lui; la seconda è
esagerata, poiché così come l'Abanese la intende, non suonava
affatto eretica ai tempi di lui; quanto alla terza, egli non si
è accorto come la praecantatio e le altre pratiche affini avessero
perduto in Pietro d'Abano quel loro carattere originario deri-
vante dalla magia nera che le rendeva singolarmente sospette.
Se lo Champier avesse esaminato il Conciliaior coll'animo
scevro dai pregiudizi di una scuola teologica che aveva già
perduto per sempre il senso della libertà nel campo scientifico,
quel senso di libertà che si era così poderosamente affermato
nel secolo XIII ; se egli, dico, avesse studiato l'opera del medico-
filosofo con quel senso di tolleranza che rivela il teologo autore
■dello SpectUum, e non colla grettezza sospettosa degl' inquisi-
tori parigini e padovani, avrebbe potuto forse risparmiarsi
quasi tutte le sue censure e castigationes.
Notevole, per altro, che nemmeno lo Champier, che con
tanto zelo si dette la pena di spulciare l'opera ritenuta peri-
colosa, abbia formulato le accuse ben altrimenti gravi che,
con altro scopo, ha sollevato contro Pietro d'Abano il suo
moderno biografo. Sante Ferrari.
III. — Eresie di P, d'Abano, secondo il Ferrari: Dio
E il mondo, Scienza e Fede.
1. L'averroismo di P. d'A. secondo il Ferrari. — 2. Dottrina della crea-
zione; lo schema neo-platonico; il concetto di creazione mediata. —
3. Eternità della materia ? — 4. Il problema circa l'eternità del
mondo. — 5. La pretesa tendenza al panteismo. — 6. Il miracolo. —
7. La doppia verità.
I. - L'ultimo processo alle dottrine filosofiche di Pietro
d'Abano è quello intentato ad esse nella voluminosa e farragi-
nosa biografia scritta intorno al nostro filosofo da Sante Fer-
rari. Anzi che colla serena comprensione dello storico, si di-
rebbe che questo autore si sia accinto allo studio del pensiero
dell' Abanese colla stessa parziahtà dello Champier e, quasi
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D ABANO 39
direi, colla stessa mentalità degl' inquisitori parigini e pado-
vani: coll'aggravante di una minore disposizione a intenderlo,
derivante dalla scarsa conoscenza, che ha il Ferrari, di una
filosofia così complessa e ricca di motivi come quella medie-
vale K
La scarsa conoscenza del pensiero medievale, che verremo
documentando, si rivela subito, fin dal primo tentativo col
quale il Ferrari vorrebbe caratterizzare la dottrina filosofica
di P. d'Abano, ora asserendo che questi inclina e simpatizza
per l'avverroismo ^, ora sforzandosi d' inquadrarne il pensiero
nel movimento d' idee noto sotto il nome di « averroismo la-
tino » 3.
All'averroismo più o meno latino avrebbe inclinato il maestro
padovano: i) per la negazione della creazione dal punto di
vista filosofico, per avere ammessa la materia eterna, la ne-
cessità d' intermediari tra la causa prima e i fenomeni del
mondo infralunare, e l'eternità del mondo; 2) per una non ben
precisata tendenza al panteismo e per un certo naturalismo
che lo porta a negare la possibilità dei miracoli; 3) per aver
professata la dottrina della doppia verità; 4) e finalmente per
la dottrina dell' intelletto separato.
In questo paragrafo discuteremo il giudizio del Ferrari sui
primi tre punti ; al quarto punto riserveremo il paragrafo che
segue, giacché ne vale la pena.
2. - Alla fine del paragrafo precedente, abbiamo visto
che lo Champier segnala come errore, et horrendus, l'af-
fermazione di Pietro d'Abano, che la dottrina della creazione,
pur essendo vera dal punto di vista teologico, è da rigettarsi
da quello filosofico. L' interpretazione sbagliata che lo Cham-
pier colla sua censura dava di un passo male inteso, diventa
^ Un esempio caratteristico dell' incapacità a comprendere e a giu-
stificare, nel loro genuino significato storico, le idee del passato, è il
capitolo che il Ferrari dedica a P. d'A. astrologo. Egli riassume pur-
chessia le dottrine astrologiche del Nostro, ma non le spiega; anzi,
ad un certo punto non sa far di meglio che uscire in questa goffa escla-
mazione : « Piaccia al nostro lettore che non ci smarriamo in tali labi-
rinti del pensiero umano che mettono avvilimento e pietà» (P. d'A.,
V- 375) !
2 Pietro d'Abano, p. 348 e sgg.
3 Per la Biografia, etc, p. 92-98. L'accusa d'averroismo, per altro,
risale, sebbene non precisata come presso il Ferrari, per lo meno al
Renan e al Tiraboschi.
40 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
addirittura una mostruosità storica sotto la scorrevole penna
del Ferrari.
Udiamo, infatti, qual concetto questi si sia fatto della rela-
zione tra la divinità e il mondo secondo la mente di Pietro:
« Le azioni del mondo superiore sulla terra e su noi vengono
infine da Dio; salvoché le une producendosi per una serie di
mezzi, sono coordinate a questi e ne hanno la misura, la co-
stanza, la prevedibilità, oltre che sono relativamente ad essi
inevitabili; onde le possiamo in certo modo ridurre alle qua-
lità degli elementi, anche se non vediamo precisamente il
come; le altre si esercitano senza movimenti, absque medii
alteratione, o da Dio stesso o dalle stelle imprimenti una spe-
ciale virtù, com' è nel caso del magnete, la cui virtù attrattiva
è collegata, lo attesta l'esperienza, col polo artico. L'opera
divina è del resto palese nell'ordine universale e nella finalità
che governa il cosmo. I platonici (non si dice Platone) 4 ripo-
sero le cause universali in divinità secondarie, specie di mini-
stri alla prima, che danno le forme alle cose, onde Averroè
disse che Platone in un modo alquanto oscuro aveva asserito
che il creatore fé' gli angeli e ordinò poi loro di creare le altre
cose mortali, il che veramente non si dee prendere alla lettera.
Aristotile le forme delle cose terrestri volle, secondo che pa-
reva anche a Temistio, fossero generate dal sole e dal suo giro.
Alcuni ammisero che le forme fossero nella nostra terra la-
tenti, quali Anassagora, Empedocle, Democrito. Altri parla-
rono di creazione. I primi traggono le cose dal caos, i secondi
vogliono invece che Dio le produca dal nulla. E quest'ultima
opinione induxit loquentes trium legum, quae hodie sunt, dicere
aliquid fieri ex nihilo.... adeo quod diciint quod homo cum moveat
lapidem expellendo, non est movens, sed agens illud creai motum....
Di tali sentenze possiamo leggere in Giovanni Filopono....
Ma tra le due opinioni opposte e' è luogo per due intermedie,
anzi per tre, che convengono nell'ammettere due tesi: la ge-
nerazione essere un tramutarsi delle sostanze, e niente pro-
dursi dal niente. Convengon in ciò, ma si discostano poi nel
4 L'osservazione è meravigliosa ! Neanche a farlo a posta, Pietro
cita subito il Timeo, nominando espressamente Platone: « Quare, 12.
Metaph. [comm. 44], Commentor: ' Plato suis obscuris verbis dixit
quod creator creavit angelos manu....'». Cfr. sopra, p. 13. Del resta
alla diff. 71 si legge: «Plato namque posuit substantias separatas,_
quas ideas appellavit ».
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D ABANO 4I
modo di pensare l'agente. L'una pone che l'agente crei la forma
e la dia alla materia, sia poi esso congiunto o no con materia:
opinione di Temistio e lino a un certo punto di Alf arabi. La
seconda nega che l'agente sia affatto legato alla materia e
lo chiama dator delle forme, come pensarono Algazel ed
Averroè 5. La terza è quella di Aristotele, che l'Afrodisio giu-
dicò non ambigua, e alla quale non si può non assentire;
l'agente non fa se non il composto di materia e forma, mo-
vendo la materia finché ne esca in atto la forma che vi giace
in potenza.... La sentenza aristotelica in qualche cosa somi-
glia a quella dei creazionisti e in qualche cosa ne differisce....
ma è la sola vera, perché sol essa non porta a conseguenze im-
possibili, come vi portano le opinioni di Platone e di Anas-
sagora, che furono da Aristotele combattute vittoriosamente.
Coloro che invocano la creazione, etsi verissimi lege sint, in
philosophia tamen non sunt admittendi » ^.
Dopo questa che vorrebbe essere una parafrasi, invero
molto libera, di un importantissimo passo del Conciliator, il
Ferrari scrive ancora: «L'essenza della materia rende inevi-
tabile l'uso di qualche mezzo o strumento, per certe produ-
zioni, a Dio stesso. In altre parole Dio produce e governa i
cieli, gli angeli, le anime, ma nulla poi potrebbe fare nei regni
inferiori delle cose corporee senza il loro mezzo, per la troppa
distanza tra i due termini. Gli è così che per una serie di me-
diazioni, e con armonia meravigliosa discende alle infime
cose terrestri l'azione divina, passandosi per gradi dalle cose
incorruttibili, anzi dall'imo semplice ed immobile agli esseri
composti, variabili corruttibili » i.
Parrebbe, dunque, a sentire il Ferrari, i) che Dio, sorgente
prima di tutte le azioni del mondo celeste su quello terrestre,
avesse di fronte a sé un principio eterno di passività che sa-
rebbe poi la materia; 2) che questa materia fosse eterna al
pari di Dio e non prodotta ^ ; 3) che l'azione divina sul mondo
'^ Leggasi Avicenna, e non Averroè, il quale ha sempre combattuta
la teoria del « dator formarum ». Le edizioni hanno solo un' A., che
ovunque è abbreviazione d'Avicenna. Il Ferrari un'altra volta legge
Aristotele, arruffando tutto il senso di un passo importantissimo della
diff. 57. Cfr. P. d'A., p. 347. V. anche sopra, p. 11.
6 P. d'A., pp. 249-251. Il luogo del Conciliator qui parafrasato è
stato riportato per esteso sopra, p. 16.
7 Ib., p. 251.
8 P. d'A., p. 351.
42 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
corruttibile non potesse in nessun modo esercitarsi se non
attraverso una serie di mezzi, che sono i cieli, gli angeli e le
anime. Se gì' inquisitori parigini e padovani, che se n' inten-
devano, avessero lette queste cose negli scritti del maestro
d'Abano, non avrebbero aspettato ad arrostire un cadavere,
né r imputato sarebbe sfuggito loro dalle mani. Il fatto, in-
vece, è che il pensiero genuino di lui è ben diverso dall'esposi-
zione che ne fa il Ferrari. Vediamo dunque di chiarirlo.
Secondo lo schema neo-platonico di Alfarabi e di Avicenna 9,
riassunto anche dall' Abanese, dalla prima causa, che è mo-
tore immobile e quindi « idem et stabilis permanet », non può
derivare ciò che è molteplice e mutevole ; ma « solum unum
immediate », cioè la prima intelligenza col primo cielo. Da
questa è prodotta la seconda intelligenza col secondo cielo;
e così di seguito, di grado in grado, secondo un ordine di ema-
nazione discendente, fino all' intelligenza lunare, la quale
produce la così detta « intelligenza agente », « gubernantem
quae sunt in activorum et passivorum spaerà simplicium et
compositorum», cioè tutte le forme del mondo infrahmare ^°.
Pietro d'Abano accetta in parte questo schema, ma v' intro-
duce profonde modificazioni.
Egli pone, tra la causa prima e la materia, una serie d' in-
termediari che gli servono a spiegare, come a Dante ", la con-
tingenza nel mondo inferiore; ma in nessun luogo afferma che
la materia sia eterna, come vorrebbe farci credere il Ferrari,
per il quale eterna vuol poi dire non creata. E sebbene dica,
« secundum Aristotelem et Commentatorem, quod Deus nihil
potest in haec [interiora] operari absque medio «i^, è evidente
che egli intende parlare, non di una necessità di natura e
9 Pietro d'Abano come gli scolastici del suo tempo mette con Avi-
cenna anche Algazele. In realtà questi scrisse un'esposizione delle dottrine
di Alfarabi e di Avicenna, alla quale teneva dietro la sua confutazione
fatta dal punto di vista della teologia mussulmana ortodossa. Fino ai
tempi del Nostro solo la prima parte era tradotta in latino; la Destructio
philosophorum si conobbe assai più tardi. Di qui l'abbaglio. Cfr. M. Asin
Palacios, Algazel, Zaragoza, igoi, pp. 141-143. Il Duhem tuttavia
crede che quando Algazele scrisse la prima parte dell'opera, egli accet-
tasse quelle dottrine neo-platoniche che rifiutò poi nella Destructio
(Duhem, Le système du monde etc, Paris, 1914, t. IV).
10 Conciliator, diff. loi. Cfr. sopra, pp. i4-iS-
11 Farad., XIII, 61-78; XVII, 37-38; VII, 67-69. Cfr. il mio saggio
Dante e P. d'A. (nei Saggi di filos. dant., pp. 50-55).
12 Conciliator, diff. 113, pr. IV.
LA DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D'aBANO 43
assoluta, ma di una necessità conseguente a quella a perfecta
ratio )) che è poi la stessa sapienza divina, la quale ha volon-
tariamente stabilito l'ordine mondano; ordine che è sospeso
alla volontà divina la quale è immutabile. Ma se la causa
prima ha fissato l'ordine cosmico, nel quale gli eventi del
mondo infralunare dipendono dal moto e dalle ^'a^iazioni che
accadono nei corpi celesti, intermediari tra i due estremi
dell'atto puro e della pura potenza —, non ne segue logica-
mente che non possa, in quanto è superiore a quest'ordine
da sé stabilito, derogarvi. Anzi troviamo esplicitamente as-
serito il contrario: « Potest.... primus sua mera benignitate,
cum sit agens supernaturale, per voluntatem, absque motu
et transmutatione in haec in inferiora operari, quicquid dicat
peripateticus))i3. Ora se Pietro può pensare ad un intervento
diretto, anche se fuori dell'ordine naturale, della causa prima
sul mondo della generazione e corruzione, vuol dire che la
necessità degl' intermediari, affermata da lui sulla scorta di
Aristotele e del Commentatore, non è la necessità assoluta dei
platonici arabi, per i quali è sempHcemente impossibile, cioè
<:ontradditorio, che dall'uno, immutabile ed eterno possa
derivare immediatamente quello che è molteplice, diverso
e perituro.
3. - In nessun luogo poi delle opere dell' Abanese si trova,
come abbiamo detto, il benché minimo accenno, sia pure
indiretto, alla dottrina dell'eternità della materia come prin-
cipio indipendente ed opposto all'attività della prima causa.
Ma per intender meglio l'assurdo storico che al maestro pa-
dovano attribuisce il Ferrari, è necessario porci più da vicino
il quesito se Pietro neghi davvero senz'altro la creazione, o
se invece non avanzi per avventura un suo concetto o modo
d' intendere la produzione degli esseri da parte di Dio.
Il passo della differenza CI, incriminato dallo Champier e
già da noi riferito, non implica la negazione pura e semplice
della creazione, ma va inteso in relazione al problema, proposto
dal nostro autore, circa la produzione delle forme sostan-
ziali nel mondo della natura corruttibile. D'accordo con lo
spendo Duns Scoto 14 e con Tommaso d' Aquino i\ l'Abanese
13 Ib., diff. 156, p. III.
14 De rerum principio, q. 5, a. i.
^5 Summa theologica, I, q. 45, a. 8; q. 65, a. 4.
44 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AI, XVI
combatte la tesi tipicamente occasionalistica di Giovanni
Filopono e di alcuni filosofi arabi, secondo i quali la causa pri-
ma è quella che produce, alla maniera dei moderni occasiona-
listi, tutti gli esseri nuovi e le loro azioni scambievoli imme-
diatamente {sine medio), «ita ut negent ignem comburere
et aquam humectare, dicent es omnino huiusmodi creatione
indigere. Unde et communiter dicunt corpus non creare, nec
aliquam inducere dispositionem; adeo quod dicunt, quod
homo, cum moveat lapidem expellendo, non est movens, sed
agens illud creat motum. Et negaverunt propter hoc poten-
tiam esse))J6. È contro costoro i quali negano alle sostanze
corporee la facoltà di agire e che mescolano, come dice Tom-
maso, la creazione alle operazioni della natura, che si riferisce
la critica dell'Abanese: « Ponentes.... creationem, etsi veris-
simi in lege sint » — in quanto tutte le operazioni della natura
si riducono, in ultima analisi, all'azione della causa prima —
« in philosophia tamen non sunt admittendi ». In altri termini,
Dio ha stabilito un ordine di cause naturali, attive e passive,
sospeso alla sua perenne azione creatrice. La scienza razionale
umana, la philosophia , a differenza della scienza rivelata di-
vina qual' è la theologia, ha appunto lo scopo di rintracciare que-
st'ordine naturale fra causa ed effetto, ricercando la cagione
prossima o, come si direbbe oggi, l'antecedente immediato
e costante dei fenomeni fisici e non la causa prima se non dopo
aver risalito l'ordine delle cause seconde. Tale è anche il punto
di vista di tutti i più grandi scolastici, in particolare di Tom-
maso d'Aquino 17, di Duns Scoto '8 e di Enrico di Gandi9. In-
trodurre speculazioni teologiche mentre si vuol rintracciare
l'ordine cosmico delle cause, è affatto intempestivo e dan-
noso per la scienza. La quale ha un proprio suo modus o me-
todo di ricerca, diverso da quello della teologia. È dunque
assurdo pretendere di ricavare dal passo riferito, che ha un
senso ben chiaro e limitato, una negazione pura e semplice
della dottrina della creazione.
Senza dire poi che siffatta pretesa è in evidente contrasto
col concetto da Pietro nettamente affermato, che la causa
'6 Conciliator, diff. loi. Cfr. Averr., Metaph., XII, comm. 18, e
qui sopra, p. 14.
^7 Cantra gentiles, II, cap. 4. Cfr. sotto, la Conclusione a questo saggio.
j8 Oxon., II, S. I, q. 4, n. 28.
'9 Summa theol, a. VII, q. i.
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO d'aBANO 45
prima, in quanto è superiore all'ordine naturale, può agire
sul mondo inferiore immediatamente; e coll'affermazione co-
stante della causalità prima della divina natura, da cui di-
pende la causalità degl' intermediari (e questo lo riconosce
anche il Ferrari, per il quale i cieli, gli angeli e le anime son
prodotti immediatamente da Dio), talché l'Abanese potrà
affermare : « a Deo et per Deum Constant omnia » 20.
Fra la causa prima e il mondo di sotto la luna, sta una serie
di cause intermedie, che sono i cieli coi loro motori. In nessun
luogo il nostro medico e filosofo ci dice se questi intermediari
son prodotti tutti immediatamente dalla causa prima, oppure
se derivino l'uno dall'altro secondo il ben noto schema neo-
platonico. Non abbiamo nessun indizio per attribuirgli que-
st'ultima opinione, sebbene fosse appoggiata perfino dall'au-
torità del neo-platonico libretto De causi s, tenuto a quei tempi
in gran conto dai teologi e dai filosofi. Perciò eviteremo di
proporre e discutere ipotesi perfettamente inutili. Quanto
alle cose del mondo infralunare, è evidente che il principio
aristotelico del simile a simili, ossia della generazione univoca o
sinonima, invocato da Pietro d'Abano contro la dottrina avicen-
nistica del «dator formarum»-', conduce, quando sia svolto a fil
di logica, ad ammettere o l'eternità, non solo della materia, ma
di tutte le specie del mondo infralunare, come voleva appunto
Averroè, oppure a proclamare la necessità della creazione
immediata dei primi « agenti univoci », come voleva Tommaso
d'Aquino 22^ almeno quanto agli animali perfettivi. L'Abanese
non si pone mai la quistione dell'origine del mondo inferiore
nel suo complesso; ma il suo pensiero possiamo indovinarlo,
indirettamente, dal modo com'egli si pone il problema del-
l'eternità del mondo.
Ogni volta che egli accenna a questo problema, lo fa sempre
in modo da non pregiudicarlo, e si mostra dubbioso intorno
alla soluzione di esso, non precisamente per dei motivi teolo-
gici, ma dal punto di vista strettamente razionale. Ora questo
atteggiamento sarebbe stato assurdo, se egli avesse negata la
creazione; poiché in tal caso l'eternità del mondo ne sarebbe
•° Problematuni expositio, part. XXX, probi. 4.
21 Conciliator, diff. loi.
22 Summa theoL, I, q. 65, a. 4.
23 Cfr. Problem., X, 13.
46 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
risultata necessariamente dal punto di vista della filosofia^
Invece, in un luogo dei Problemi 24, commentando un noto pas-
saggio pseudo-aristotelico che implica l'eternità del mondo,,
il nostro autore si compiace di ricordare il luogo de Topici, ^5
ov' è detto « quod quaedam sunt probabilia, de quibus utrum
sit ita vel aliter, verisimiles ad utramque partem habemus
rationes, ut utrum mundus sit aeternus vel non ».
4. - Ma per giudicare con quaji metodi sbrigativi il Ferrari
proceda nell'attribuire una dottrina a Pietro d'Abano, giovi
udirlo un momento: «Un analogo giudizio, e con esitanze
minori, dobbiamo recare sull'altra quistione riguardante
ancora un rapporto tra Dio e il mondo, quella se il cosmo
abbia avuto o no principio. Una propensione alla tesi dell'eter-
nità si manifesta nell' interpretazione dei Problemi, quando
da Alcmeone ivi citato si dichiara ammesso un avanti al mondo
solamente nel senso di una anteriorità relativa, come con-
segue dal ripetersi dei cicli nell' ipotesi cosmogonica del Cro-
toniate. E più apertamente si manifesta nel Conciliator, là
dove si agita la questione se la natura umana dall'antichità
ad oggi sia degenerata. Già a un certo punto Pietro esce in
queste espressioni: Et ideo, sive ponatur mundum secundum
veritatem legis nostrae incepisse, seti infinitas circulationes
secundum peripateticos praecessisse, è da ammettere ad ogni
modo che alle decadenze periodiche succedono periodici ri-
sollevamenti. Ma oltre a ciò egli poi argomenta, come se la
natura rimettesse a un certo punto nella specie decaduta il
vigore del risorgimento prima che precipiti a definitiva ro-
vina, e ciò con ritorni senza confine nel passato e nell'avvenire.
Inoltre, nei Problemi di nuovo, quando riporta ed illustra l'opi-
nione aristotelica della eternità del mondo, egli s'avvede bensì
e confessa che questa sentenza veritati orthodoxae /idei adver-
satiir non parimi, ma non dice che sia falsa. Tutt'altro. L' in-
tonazione del trattato, e di quello che segue prossimamente,
fa credere che l'opinione dei peripatetici fosse anche la sua.
Esponendo poco oltre un dissenso tra Avicenna ed Averroè,
de' quali il primo sostenne che anche gli animali superiori
possano generarsi per altra via dall'ordinaria, e che così av-
-4 ib., p. XVII, 3.
25 I, e. II, 104 b 5-10.
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D ABANO 47
venne appunto dopo i diluvi e le catastrofi telluriche, e il
secondo nega la produzione insolita, negando eziandio che
mai vi sia stato tal diluvio che non abbia lasciato sulla terra
un qualche luogo di rifugio, Pietro parla in guisa che appare
che egli parteggi per Averroè, anche se noi dice aperto» -6.
Il lettore che non conosca i testi ai quali il Ferrari rimanda,
chiosandoli a modo suo, senza riportarli, gli crede sulla parola
e passa oltre. Merita tanta fiducia il Ferrari ? Vediamo.
Intanto la famosa « propensione alla tesi dell'eternità » nel
libro dei Problemi, è una pura e semplice fantasia del chiaro
professore. Nel luogo a cui egli si riferisce -i, l'eternità del
mondo era già supposta dal testo preso a commentare, ed era
stata dichiarata dall'Abanese uno dei « probabilia, de quibus
utrum sit ita vel aliter, verisimiles ad utrumque partem habe-
mus rationes ». Si trattava, quindi, di sapere se e come — sup-
posta l'eternità del mondo e la circolarità degli eventi mondani
ripetentisi infinite volte col ritornare degli stessi movimenti
e influssi astrali — possa logicamente parlarsi di un prhis
e di un posterius in questo circolo eterno.
Presupposta è parimente, la tesi dell'eternità del mondo,
nell'altro luogo dei Problemi, al cui commento intende rife-
rirsi il Ferrari -^. Ivi il ben noto principio aristotelico della
generazione univoca, « a simili simile », riposa appunto sul-
l'affermazione che la serie degli « agenti univoci sia infinita,
e che, quindi, come intendeva Averroè, la generazione e il
mondo non avessero un principio nel tempo. L'Abanese anche
qui, non fa altro che esporre e dichiarare con fedeltà il pensiero
del suo autore, soffermandosi un istante a dichiarare che quella
dottrina « veritati orthodoxae fidei adversatur non parum ». —
« Ma non dice che sia falsa », osserva il Ferrari. E falsa, ri-
spondo, dal punto di vista strettamente razionale non si po-
teva dire che fosse. Tommaso d'Aquino l'aveva cantato ben
chiaro ai murmitranles del suo tempo: la tesi che il mondo
abbia avuto un cominciamento nel tempo, è verità di fede,
ma non può dimostrarsi colla ragione, visto che la contra-
dittoria non è assurda 29. Ma forse il Ferrari a queste cose non
26 P. d'A., pp. 252-253.
27 Problem., XVII, 3.
28 Problem., X, 13.
29 De aeternitate mundi cantra murninraìites opusculitm (in Opitsc.
e testi filosofici, scelti e annotati, Bari, Laterza, 191 5, I).
40 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SFXOLO XIV AL XVI
bada, oppure egli, come è stato fin qui d'accordo cogl' inqui-
sitori, è ora buon amico dei « murmurantes ».
Che poi tale supposta « propensione alla tesi dell'eternità »
si manifesti anche più apertamente nel Conciliato^, è un'altra
fandonia del Ferrari. Nella differenza a cui questi si riferisce 30,
è agitato il problema: Utrum natura humana sit debilitata ab
eo quod antiquitus, necne. L'Abanese lo risolve nel senso di una
presente decadenza, e vuol dimostrare la sua tesi « via astro-
nomica et philosophica ». Ma egli si trova di fronte la tesi
peripatetica dell'eternità del mondo; quindi l'obiezione: «Si
natura in generatione semper procederet debilitando, iamdu-
dum.... generatio cessavisset, secundum peripateticos aeter-
nitatem mundi asserentes ». E poiché egli non si è posto il
problema dell'eternità, è logico che tenti di risolvere l'obiezione
osservando che, anche nell' ipotesi dell'eternità (« sive ponatur
mundum.... incepisse, seu infinitas circulationes.... praeces-
sisse»), sono concepibili decadenze e risollevamenti periodici
che si avvicendano. Con questo la quistione dell'eternità resta
impregiudicata. L'autore mira soltanto a sbarazzare il terreno
della discussione da un problema ingombrante.
Il problema è posto invece esplicitamente, a proposito anche
questa volta dei cicli periodici di Tolomeo e della presente
decadenza della stirpe umana, nell'operetta astronomica De
motti octavae spaerae 3^, rimasta fino a poco fa sconosciuta e
rinvenuta da Duhem in un manoscritto della Biblioteca Na-
zionale di Parigi e dal Ferrari in un codice vaticano. Ma anche
questa volta l'autore, dopo aver riferite le diverse opinioni
prò e contro, non risolve il problema e, come ammette lo
stesso Ferrari, finisce col tormentoso (?) interrogativo: « Hec
est itaque dissonantia que circa producendum ac principium
extat universi, in nullo presentem impediens considerationem ;
quomodolibet enim ponatur motus eius et diversitas, tamen
tanta nutu dei existent (?) praefati » 32.
Ora il dubbio stesso, se si vuol chiamarlo così, intorno al-
30 Conciliator, diff. io.
31 Cfr. Ferrari, Per la biogr. etc, p. 89.
32 Così il Cod. Pai. lat. 1171 (Bibl. Yat.), f. 320 ra. Ma il Pai. lat.
1377. f- 5ra legge: «Hec est igitur dissonantia que circa prodiictionem
ac principium extat universi in nullo presentem impediens conside-
rationem; quomodolibet enim ponitur motus eius et diversitas, inde
causa existit prefata ».
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI^PIETRO d'aBANO 49
l'eternità del mondo, dal punto di vista strettamente razionale,
rivela una cosa con certezza: che l'Abanese non si è mai so-
gnato di negare la creazione. Poiché, se è vero, come pensava
Tommaso d'Aquino, che, anche ammessa la creazione, non è
ancora evidente che il mondo debba avere un principio nel
tempo, la reciproca è semplicemente assurda: negata la crea-
zione, il mondo risulta necessariamente eterno.
5. - Ma in nessun altro luogo il Ferrari ha formulato nella
maniera piìi audace e più contradittoria il concetto del rap-
porto tra Dio e mondo, come nei due brani che riportiamo.
« Ogni ordine di finiti — scrive il prof. Ferrari — ci riconduce
all' idea dell' infinito e di Dio. I due termini si adeguano press'a
poco nella mente di Pietro, il quale, considerando il mondo
come spazialmente limitato, tratta l' infinito che ne è la su-
prema causa come divino.... Non volendo egli invescarsi
nelle panie teologiche e distinguendo bene il dominio della
scienza da quello della fede, non discute (?!) l'ammissione del
Dio, ma designa con questo norne la potenza, che tutte le parti-
colari a noi note sostiene e trascende, riguardandolo tutt'al piti
come semplice, eterno, immutabile, in continuo atto, puro in-
telletto, senza parlare d'altri attributi; per la qual cosa gli ba-
stano da un lato il nome e gli argomenti di Aristotile, dal-
l'altro il consenso di tutte le grandi religioni. È manifesto
che nell'animo di Pietro non manca il sentimento religioso;
ma è pur manifesto ch'egli è convinto dell' insufficienza del
nostro pensiero a scrutare l'ultima ragion delle cose, e ch'egli
venera pertanto col nome di Dio l' infinita causa, da cui ri-
pete l'armonia del cosmo e la sua finalità; ma non si domanda
se quella causa sia conscia, o se la finalità sia voluta. La tendenza
del suo pensiero è insomma panteistica meglio che teistica e
cristiana, sebbene egli siasi provato di accomodare le inclina-
zioni sue con le esigenze della fede imperante, un po' per forza
d' imitazione, un po' per l' istinto di conservazione » (!) 33.
E altrove 34 : « Con troppa naturalezza e disinvoltura egli parla
più volte di Dio e di religione; con tanta energia egli ribatte
in più luoghi le sentenze materialistiche dell' Afrodisio, che
si può, si deve, credere sincera l'ammissione della divinità.
Salvoché l' intervento di essa o diretto o indiretto (e in questo
33 P. d'A., pp. 248-249.
34 ib., pp. 351-352.
4
50 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
secondo caso presentato in guisa, che par si tratti dell'opera
di organi, o che le forze distinte siano proprietà dell'ente
sommo) in tutte le produzioni dell'universo, perché l'attuarsi
d'un essere richiede l'esistenza d'un essere superiore, ci mei te
innanzi un panteismo anziché, come parrebbe talvolta dai
nomi, il teismo che il domma imponeva. Fors'anche il filosofo
della natura, che non s'atteggiava a giudice di teologia, omise
di proposito d'addentrarsi in queste ricerche, fin nel segreto
del suo pensiero (?!); certo è però che la tendenza delle sue dot-
trine è chiaramente per il panteismo. L'esigenza di questo, si
può dire, è già data con l'affermazione dell'eternità della
materia «.
C'è da restare sbalorditi: tante sono le contradizioni, le
banah insinuazioni, le affermazioni ora timide ora categoriche
ma sempre senza un'ombra di prova ! Che sia da pensare della
pretesa eternità della materia, sappiamo di già, e non torne-
remo più su questa stramberia del Ferrari. Vediamo piuttosto
quanta coerenza ci sia nelle sue affermazioni. Da una parte^
gli sembra che l' intervento della causa prima, diretto o indi-
retto, ci metta innanzi « un panteismo », e cioè, se non si tratta
di una metafora, la perfetta immanenza della causa divina
nell'attuarsi e nel divenire del mondo; ma dall'altra, egli ci fa
sapere che Dio è la potenza che tutte le altre a noi note sostiene
e trascende e che Pietro d'Abano lo riguarda « come semplice,
eterno, immutabile, in continuo atto, puro intelletto ». Quasi
che questi attributi non si opponessero all' immanenza e non
fossero quelli stessi che al « motore immobile » dell'aristote-
lismo, concetto trascendente quanto quello delle idee plato-
niche, attribuiva la teologia medievale !
Ma Pietro non si domanda — osserva il Ferrari — se la
causa prima sia conscia e personale o se la finalità del mondo
sia voluta da questa.
Non se la domanda — è facile rispondere — per due ragioni.
In primo luogo, perché non era nell' indole delle sue ricerche
approfondire davvantaggio il concetto della natura divina.
Nei commenti di Tommaso d'Aquino al De caelo o alla Physica,
per esempio, non se ne dice di più di quel che ne dica il nostro
medico. In secondo luogo, egli non se lo domanda, perché
lo sa e lo suppone. Ha forse dimenticato il Ferrari il luogo 35
35 Conciliator, diff. 156, pr. III.
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D'ABANO 5I
ov' è detto che Dio niente intende « actualiter extra, sed in-
telligens seipsum intelligit omnia, cum ea reluceant in seipso
ut in causa » ? Non è forse in queste parole la precisa affer-
mazione tomistica della trascendenza e della personalità della
causa prima ? E dovrà dubitarsi se l'ordine mondano e la
finalità di esso sian voluti da Dio, mentre ci è detto che Dio,
« cum sit agens voluntarium, per suum intellectum omnia,
ut ei placet, disponens est»? 36. Dio conosce tutte le cose in
quanto ne è causa: « non enim contemplatur ipsa prout sunt
materialia et villa, verum modo nobiliori et altiori, quo intel-
ligit se talium causam existere » 37. Egli inoltre è provvidenza
che nessuna cosa lascia fuori dell'ordine da sé stabilito;
è previdenza che fin dall'eternità ha dipinto nel suo cospetto
il corso degli eventi mondani ; e « non tamen eius praescientia
seu praevisio rebus necessitatem condonat », come dicono
con Boezio tutti i teologi scolastici; « quia enim ipse omnia
produxit sine motu, et comprehendit sine motu et tempore
indivisibili » 3^,
Si tratta, coni' è facile intendere, di fugaci accenni ad un
concetto complesso della divinità, non esposto con tutta l'am-
piezza analitica propria di un trattato di teologia: ma in
compenso essi son chiari, s' integrano e s' illuminano a vi-
cenda. Dov' è dunque la tendenza al panteismo che il Ferrari
scopre « chiaramente » nelle dottrine di Pietro d'Abano ?
6. - Dio è la causa prima del mondo : da lui derivano tutte le
cose, e tutte a lui tendono come a fine supremo. Come causa
efficiente, esso non le crea tutte immediatamente, ma alcune
ne produce per mezzo di una serie di cause intermedie, che,
come sappiamo, sono i cieli, secondo lo schema neo-platonico
che abbiamo appreso dall'autore del De causis e dal Paradiso
dantesco. L'ordine cosmico è stato stabilito « perfecta ratione »
dalla mente ordinatrice di Dio che tutto dispone con saggezza.
E siccome è proprio del saggio non cambiar consiglio, ne ri-
sulta che l'ordine cosmico è immutabile e necessario, sì, ma
di quella immutabilità che non è cieca e fatale, ma conseguente
all' immutabilità del decreto divino. Tale è il pensiero genuino
di Pietro d'Abano intorno a Dio, checché ne dica il Ferrari.
36 Ib., diff. 113, pr. IV, ad. 3. Cfr. diff. 156.
37 Ib.. difif. 156.
38 Ib., diff. loi, pr. IV.
52 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
È concepibile in siffatta dottrina il miracolo ?
Abiamo veduto 39 che, secondo Tommaso di Strasburgo,
l'Abanese era accusato di aver deriso i miracoli di Cristo e
dei santi, quanto alla resurrezione dei morti. Il Ferrari4o ri-
tiene che la possibilità stessa dei miracoli è messa in forse nel
pensiero di Pietro, anche se questi non lo dice apertamente:
« Se miracoli si danno, gli è nel senso degli avvenimenti in-
soliti, inesplicabili a noi: in verità essi ricadono nell'ordine
universale; che Iddio non opera arbitrariamente né sollecito
della sorte dei singoli individui, ma per atto uguale e continuo
e cioè per leggi eterne e razionali ».
Certo, se il miracolo consistesse nell'operare arbitraria-
mente da parte di Dio, contro l'ordine universale e le leggi
da se stabilite, il Ferrari avrebbe ragioni da vendere. Anche
Tommaso d'Aquino 41, non che Pietro d'Abano, nega il miracolo
così puerilmente concepito. Ma non è in tal modo che va
inteso il miracolo, secondo il pensiero dei migliori fra i teologi
medievali. Esso non è una violazione arbitraria delle leggi
di natura, che implichi mutabilità nei divini decreti, ma
causalità esercitata direttamente dalla causa prima, oltre la
capacità di azione delle cause naturali; non contra, ma praeter
leges naturales; e l'intervento divino stesso è preveduto e
decretato dall'eternità. Messa così la quistione nei suoi ter-
mini storici, si può dire che P. d'Abano ponga in dubbio la
possibilità dei miracoli ?
Se il concetto che Pietro s' è formato della divinità fosse
davvero quello panteistico che gli attribuisce il Ferrari, non ci
sarebbe da esitare un minuto nel rispondere alla quistione:
in tal caso il miracolo apparirebbe senz'altro inconcepibile.
Ma noi sappiamo che quel concetto è stato falsato. Noi sap-
piamo che Pietro, pur diffidando delle pretese risurrezioni di
morti, faceva le sue brave riserve quanto alla risurrezione
di Lazzaro 42, e non abbiamo motivo di sospettare della sua
sincerità, dal momento che quelle riserve si accordano perfet-
tamente col concetto che egli si è fatto dell'ordine mondano
€ della potenza di Dio come « agens supernaturale per volun-
39 Cfr. sopra, pp. 21-23.
4° Cfr. P. d'A., pp. 252-253, 264.
41 Siimma theol., I, q. 105.
42 Cfr. sopra, p. 22.
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO d'ABANO 53
tatem))43. La possibilità del miracolo non solo non è negata,
ma esplicitamente, risolutamente affermata nella dottrina di lui.
Invece è vero che, pur senza escludere la possibilità, rico-
noscendo anzi l'esistenza di alcuni avvenimenti miracolosi,
l'Abanese cerca, dal suo punto di vista scientifico, di stu-
diarli nella connessione cogli altri avvenimenti naturali fra i
quali sono necessariamente incastrati. Ed è precisamente qui
dove egli dà prova di quella audacia e temerità per cui lo
riprese Gian Francesco Pico 44. Il Ferrari, per aver voluto esa-
gerare la reale portata delle dottrine del medico padovano,
ne ha falsato anche questa volta i caratteri e il significato
storico. Vediamo dunque di precisare anche questo punto della
filosofia di lui.
Il sostituirsi del pensiero cristiano alla filosofia greca fu
caratterizzato dall'affermarsi di quella intuizione del divino
operante e immanente nella natura e nella storia, per cui la
natura stessa colle sue leggi parve a S. Agostino un continuo,
ininterrotto miracolo. Dal nuovo punto di vista, tutti gli avve-
nimenti dell'universo venivan considerati in rapporto alla
causa prima, e si saltava spesso, nello spiegarli, la serie delle
cause seconde che costituiscono l'ordine cosmico. La filosofia
e le scienze elaborate con tanto sforzo di riflessione e acume
d' indagine dai greci e dagli arabi rimasero per secoli scono-
sciute o troppo mal note nell'occidente latino prima del se-
colo XII. Col penetrare dell'enciclopedia aristotelica e delle
opere arabiche nel mondo latino, prima e dopo il 1200, ri-
sorgono i problemi filosofici e scientifici che acquistano un
significato nuovo per il contrasto tra le due concezioni del
mondo che venivano a trovarsi di fronte: quella filosofica
o greco-arabica, e quella teologica o cristiana. Il pensiero teo-
logico tradizionale subisce così una crisi profonda, che salta
agli occhi a chiunque confronti gli scritti dei padri con quelli
dei dottori scolastici: a fianco della teologia rinascono la filosofia
e le scienze, nelle quali si cerca la spiegazione razionale dei
fenomeni della natura per via di cause naturali, si afferma
l'esistenza di leggi naturali e si comincia ad esser più cauti, pri-
ma di proclamar miracoloso un fatto che può esser soltanto
straordinario e insolito.
43 Conciliaior, diff. 156, pr. III.
44 De rerum praenotione, VII, e. 7; v. sopra, p. 2^.
54 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Frutto dell' intuizione teologica della natura e della storia
era stata appunto la facile disposizione, diventata comune
nel medio evo, a vedere in ogni fatto insolito l'opera di un
agente sopra o preternaturale. Ora è in relazione alla troppo
corriva credulità popolare e alla pigrizia dei teologi nel tra-
scurare la ricerca delle cause naturali dei fenomeni e nel far
di Dio un « asylum ignorantiae », che va giudicato il pensiero
di Pietro d'Abano intorno ai miracoli, se non vogliamo fal-
sarne il significato storico. Egli non nega — l'abbiamo detto —
né la possibilità né l'esistenza di miracoli. Tuttavia, da uomo
di scienza com' egli è, tenterà arditamente di mettere in
luce la parte che, anche nell'avvenimento miracoloso, spetta
alle leggi naturali, le quali sono, sì, sorpassate, ma non mai
interamente violate. Così egli dirà che « ex coniunctione....
Saturni et lovis in principio Arietis.... totus mundus inferior
commutatur; itaque non solum regna sed et leges et pro-
phetae consurgunt in mundo » 45. Ma con questo non vuol
già dire che quella congiunzione celeste sia causa totale ade-
guata del sorgere della vera religione e dei veri profeti inviati
da Dio; ma solo questo, che Dio fa coincidere l'evento sovran-
naturale coll'ottima disposizione degli elementi di cui le con-
giunzioni celesti son causa e preannuncio. Che questo sia il
suo pensiero, si ricava dall' affrettarsi che egli fa a soggiun-
gere: «Significative saltem » (nel caso di Mosè e di Cristo,
« seu causaliter in quibusdam » (nel caso di Alessandro Magno
e di Maometto). L'ottima disposizione dei segni celesti è causa
di quella « iustitialis complexio » e di quella « temperantia »
perfetta degli elementi corporei, che è soggetta all'azione
divina (« natura iubente divina »!) la quale suscita il profeta.
E questa « temperantia » degli elementi egli riconoscerà anche
in Cristo ; ma logicamente chiamerà « mendaces » i Marabei
e Gentile da Foligno perché costoro avevano osato di spìe-
gare le azioni miracolose di Mosè, di Cristo e d' Elia, unica-
mente per mezzo delle ottime qualità corporee 46. In fondo il
pensiero di Pietro coincide con quello del suo grande contem-
poraneo. Dante, là dove questi fa dipendere i rivolgimenti
sociali dalla fortuna, che non è altro se non 1' « aspectus su-
45 Cfr. sopra, pp. 32-33; Duhem, op. cit:, IV, p. 234, e i miei Saggi
di filos. dant., pp. 55-57.
46 Cfr. Conciliator, diff. 20, pr. III.
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D'ABANO 55
percaelestium » di Pietro d'Abano; e quando lo stesso poeta
vuole che il circolar delle costellazioni fosse cagione dell'ottima
disposizione della terra sotto lo scettro di Roma, come pre-
parazione e avviamento al cristianesimo 47. Allo stesso modo
va intesa la dottrina dell'Abanese quando egli riferisce il
diluvio al governo di Marte, la confusione delle lingue, la
distruzione di Sodoma e Gomorra, il passaggio del Mar Rosso
al governo della Luna 48. Né si vede perché non si debba pren-
dere sul serio la riserva che egli pone alla dottrina di Avi-
cenna, che tentava di spiegarsi soltanto coli' influsso astrale
il potere che ha l'anima dei profeti sulle altre anime e sugli
stessi elementi della natura 49.
7. - Al discorso sui miracoli possiamo ricondurre le consi-
derazioni del Ferrari intorno alla « doppia verità » 5°.
Le nuove traduzioni che si fecero intorno e dopo il 1200
furono, come abbiamo già osservato, la causa del conflitto
tra il pensiero greco-arabico e quello cristiano venuti a tro-
varsi improvvisamente di fronte. Si chiamò teologia la dottrina
cristiana del mondo, basata sulla rivelazione evangelica in-
terpretata per dodici secoli dal pensiero dei padri e dal ma-
gistero della Chiesa. L' insieme, invece, delle dottrine greco-
arabiche derivate principalmente da Aristotele, il philosophns,
il « maestro di color che sanno », e dai suoi commentatori,
si chiamò philosophia. Alla filosofia intesa in questo senso
ristretto (poiché a rigore anche la teologia medievale fu una
filosofia), facevan capo le scienze. E si disse che la filosofia
aveva come criterio e metodo di ricerca il solo lume di ragione,
mentre la teologia desumeva i suoi principi dalla parola ri-
velata. In realtà, si trattava di un conflitto storico che ri-
sorgeva.
La sapienza greca, la vana sapienza mondana, sconfitta
dal cristianesimo quando questo disse al mondo la nuova
parola che Platone e Aristotele non avevan saputo dire al-
l'umanità travagliata, — risollevava ora il capo per far va-
lere i diritti della ricerca scientifica che il pensiero teologico
47 Convivio, IV, 5, 23; Farad., XIII, 67-84. Cfr. il mio Dante e P. d'A.
48 Conciliaior, diff. 9.
49 Ib., diflf. 135, pr. III.
50 P. d'A., p. 392 sgg.
56 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
aveva praticamente disconosciuti. E ai popoli cristiani del-
l'occidente, digiuni di scienza, sfoggiava le sue conoscenze
della natura, la sua matematica, la sua astronomia, la sua me-
dicina, la sua psicologia, e suggeriva i mezzi per sottomettere
le forze naturali e trarne profìtto. Conquista, intanto, e crea-
zione dello spirito umano erano anch'essi i nuovi dommi
cristiani, la nuova concezione della vita e del mondo, cioè la
teologia. Ma un'altra concezione della vita e del mondo
implicava la scienza greco-arabica. Fu così inevitabile e
fatale il conflitto tra le due filosofìe, la nuova filosofìa cri-
stiana e l'antica filosofia greca, la theologia e la philosophia.
A questo conflitto storico si riconnette la così detta « dottrina
della doppia verità», quale si affermò nella coscienza degli
scolastici.
Dei quali, salvo i pochi che si ostinarono a chiuder le porte
al nuovo pensiero greco-arabico, quasi tutti sentirono quel
conflitto. Ma mentre la maggior parte cercò in qualche modo
di risolverlo, subordinando la scienza alla fede, per utilizzare
in vantaggio di questa il prezioso materiale scientifico che
veniva messo innanzi e non poteva più esser ragionevolmente
disconosciuto, — altri, usciti dalla scuola delle arti e che,
per r indole dei loro studi, non si occupavano di teologia,
si ponevano e risolvevano i problemi scientifici e filosofici
nell'ambito e in conformità del pensiero greco-arabico. Con
questo essi non pretendevano, e non potevano logicamente
pretendere, che la loro soluzione di quei problemi fosse asso-
lutamente vera, ma si contentavano di affermare che era vera
nell'ambito del pensiero greco-arabico, e cioè necessaria posti
i principi della « philosophia «. Alle obiezioni dei teologi, essi
rispondevano appunto che il giudizio da loro espresso valeva
«in philosophia»: in fatto di teologia si dichiaravano incom-
petenti. Ma che per loro quella della « philosophia » non fosse
la verità assoluta, è chiaro dal soggiungere che essi facevano,
di ritenere poi il contrario come credenti. Questo, bene in-
tesi, quando costoro erano sinceri. Poiché è noto come, per
alcuni, la distinzione della duplice verità era un pretesto per
salvarsi dalla taccia d'eretici; e la quistione, di logica che era,
divenuta così quistione pratica, di morale.
In conclusione, una vera e propria professione di fede in
due verità contradittorie non ci fu mai, né ci poteva essere,
perché è assurdo che ci fosse. È vero, invece, che alcuni pre-
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D'aSaNO 57
sere partito per la ragione contro la fede; altri svalutarono la
ragione e si salvarono dal dubbio gettandosi in braccio alla
fede; altri infine si limitarono alla trattazione dei problemi
speciali delle scienze e della filosofia coi metodi propri di queste,
e si dichiararono incompetenti di fronte ai problemi teologici.
L'affermazione della duplice verità fu ora tendenza fideistica
e scettica ad abbassare la ragione impotente a raggiungere
verità più alte; ora negazione palliata della fede e della teo-
logia; ora dichiarazione d' incompetenza in materie teologiche,
da parte di specialisti, e rivendicazione di libertà scientifica.
In Pietro d'Abano non fu certo negazione d'eretico. Non
troviamo in lui nessuna dichiarazione come quella attribuita
da Tommaso d'Aquino 5 ^ al suo avversario Sigieri: «Per ra-
tionem concludo de necessitate.... firmiter tamen teneo op-
positum per fidem» ; e nessuna delle proposizioni che il Ferrari 5^
ricorda, delle 219 colpite dal vescovo di Parigi nel 1277, è difesa
dal Nostro. Come medico, astrologo e filosofo della natura, eglisi
limitò a trattare quistioni scientifiche coi metodi e coi criteri del-
la scienza greco-arabica, e cercò di evitare, per quanto gli fosse
possibile, l'urto contro le dottrine teologiche: esempio, l'atteg-
giamento suo di fronte al problema dell'eternità del mondo, di-
nanzi al quale gli averroisti prima di lui non conobbero le sue
esitazioni e titubanze. Tuttavia quando, tra le dottrine teologi-
che e le spiegazioni naturalistiche che egli suggeriva dei fatti
miracolosi, avvertiva qualche contrasto, non asseriva mai che
la tesi filosofica fosse indubbiamente e assolutamente vera,
non sentenziava mai : « per rationem concludo de necessitate » ;
il che sarebbe valso forse a infirmare implicitamente qua-
lunque protesta di adesione alla fede. Egli non nega, come
abbiam visto, il fatto miracoloso, lo limita solo in parte, sfor-
zandosi di determinare quello che in esso spetta alle cause
naturali; non nega la risurrezione miracolosa di Lazzaro,
ma deride la facile credulità di quei che vedono risurrezioni
anche nei casi di morte apparente; non nega l'esistenza né
l'azione dei demoni, ma si fa beffa dei teologizzanti che ricor-
rono al diavolo per ispiegare il fascino e la magia; Cristo,
Elia e i profeti suscitati da Dio sono, sì, strumenti diretti della
"^i Tractatìts de imitate intellectits cantra averroistas, ed. crit. di L. W.
Keeler. Roma, 1936, cap. V, § 123; cfr. la mia traduz. e commento.
Firenze, Sansoni, 1938, p. 187.
52 P. d'A., pp. 396-97.
58 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
causalità divina soprannaturale, ma questi strumenti sono
stati preparati col concorso di cause naturali, e possiedono,
per la privilegiata influenza degli astri su di essi, virtù già
superiori alle comuni, quali si sono rivelate anche in uomini
che, secondo il pensiero teologico, non ebbero niente di mira-
coloso, come Alessandro Magno e Maometto.
Parrebbe tuttavia che la dottrina della duplice verità fosse
esplicita affermata in due passi del Coiiciliator. Il primo è
quello relativo alla creazione, e noi ne conosciamo già il senso
preciso: « ponentes creationem », cioè coloro che in ogni fatto
naturale, vedono un'operazione divina, « etsi verissimi sint
in lege », cioè, per quanto essi abbiano ragione da un punto
di vista teologico (giacché la teologia mira appunto a ricon-
durre tutti i fenomeni naturali all'azione della causa prima),
«non sunt admittendi in philosophia», poiché questa cerca ilmo-
do particolare e proprio di produzione di ciascun fenomeno 53.
Qui non siamo di fronte a due verità di cui una escluda l'altra,
ma che posson benissimo conciliarsi fra loro. L'altro passo,
al quale abbiamo accennato in principio, è meno chiaro, perché
non si sa bene a che cosa la dichiarazione di Pietro si riferisca,
se alla libera interpretazione di un passo biblico poco prima
citato, o all'ipotesi tolemaica dei periodi di decadenza e di
rinascita 54. Ma in nessuno dei due casi 1' autore aveva in-
nanzi una dottrina filosoficamente certa per lui. Nel primo
caso, egli aveva osato fare osservare che il detto del Salmista
a proposito della durata della vita umana, sebbene fosse
vero ai tempi dello scrittore, « non verificatur hodie commu-
niter et usquequaque ». Nel secondo caso, l' ipotesi tolemaica
era resa necessaria, subordinatamente alla supposizione del-
l'avversario che obiettava ponendosi dal punto di vista del-
l'eternità del mondo. Pietro non dice di ritener vera l' ipotesi
dell'avversario, che anzi aveva dichiarato di non volerla di-
scutere, ma l'accetta per ribattere « ad hominem » la sua
obiezione 55. Che fosse così, lo attesta il fatto che egli riuscì a
difendersi dalle accuse dei Giacobiti e ne andò libero anche
per r intervento papale, intervento che diffìcilmente gli sa-
rebbe stato accordato, se l'accusa d'eresia avesse avuto un
solido fondamento.
53 Cfr. sopra, pp. 41 e 44.
54 Conc, diff. 9.
55 Ib.
LA DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D'aBANO 59
IV. — La psicologia di P. d'Abano e gli errori storici
DEL Ferrari.
I. Due sviste del Ferrari. — 2. Unità e origine dell'anima umana. —
3. L'intelletto agente e possibile son potenze dell'anima umana
che è forma del corpo. — 4. Il preteso averroismo di P. d'A. —
5. L'intelletto come forma dell'uomo e come potenza separata. —
6. Immortalità dell'anima umana.
1. - Una propensione particolare all'averroismo avrebbe
dimostrata Pietro d'Abano, secondo l'avviso del Ferrari,
nella dottrina concernente l'anima umana. Di questo punto
mi sono già occupato un'altra volta, ed ho avuto occasione
di mostrare il bel granchio chiappato dal professore genovese ^.
Rileggendo in seguito il capitolo del Ferrari sulla psicologia
del nostro filosofo, mi sono accorto che i granchi presi da lui
son due: non solo Pietro d'Abano non è averroista, ma il
Ferrari inoltre ha capito a rovescio l'averroismo, confonden-
dolo coll'alessandrismo. Mi si permetta, dunque, di ritornare
sull'argomento e di completare quanto ebbi a dire nel breve
cenno intorno alla teoria dell'anima secondo la mente del-
l'Abanese.
2. - Si chiede il Ferrari: «Tutte le funzioni che sogliamo
attribuire all'anima, appartengono a un soggetto immate-
riale ? e qual è e d'onde viene questo soggetto ? » -. Ora ve-
diamo la risposta che egli dà a queste due quistioni così chiare :
« Nella differenza XLVIII, al terzo capo, descritto il formarsi
del feto dal germe, Pietro soggiunge in tono ammirativo:
Rector autem huius tam divini operis virtus est dieta infor-
mativa ab anima parentis decisa in actum per impulsionem
coeuntis incitata, quam Galenus appellat summam artem prae-
sidem et intellectivam sine mente. E procede distinguendo l' in-
telligenza d'un'anima, d'un soggetto razionale, dalla intelli-
genza diacosmica di Anassagora; poi difendendosi dai Giaco-
biti, i quali fra l'altro l'avevano accusato, badisi bene, di trarre
l'anima intellettiva dalla materia; asserendo infine che alla
1 Vedasi in questo voi. il saggio I. Il Ferrari [Per la biogr., p. 14)
dichiara di avere sdegnato di occuparsi della mia precedente critica,
e sembra intanto confermare il suo primo punto di vista.
2 P. d'A.. p. 341.
6o l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
virtù informativa sopraggiunge quella del nutrimento, indi
la sensitiva, e che la informativa, non avendo ancora (?) un
suo organo, è già (?) in qualche modo immateriale e divina.
L'anima, diremo così, vegetale, che plasma gli organi e li
nutre, si esaurisce nel preparare il corpo alla sensibihtà, come
alla sua volta l'anima sensibile cessa di essere, quando la sua
opera è piena, e subentra l'anima intellettiva; non per questo
cessano le funzioni della vita anteriore, che s' imperniano-
nella nuova forza avvivatrice, la quale riassomma in sé le
virtù antecedenti. Non si tratta più di soggetti che persistano
l'uno accanto all'altro, il che farebbe contro l'unità dell' in-
dividuo, ma nemmeno di modi varianti nell'anima primitiva,
altrimenti il senso e la ragione sarebbero nell'uomo non più
che una qualità accidentale. Di qui si ricadrebbe nel mate-
rialismo, di là in quello sbaglio di certi interpreti di Aristotile
che ne falsano il concetto, deducendo dal persistere della virtù
informativa da lui voluto, ch'egli abbia ammesso anche la
pluralità simultanea delle forme e la gradazione loro ... » 3.
Sebbene il Ferrari non abbia capito il concetto di « virtù
informativa », si può dire che nel riassumere la sostanza del
pensiero dell'Albanese sia stato in certo qual modo felice.
Solo vorrei chiedergli: crede che Pietro in questo luogo del
Conciliator esponga davvero un'opinione che è anche sua,
come pare evidente, o che invece chiarisca una dottrina di
altri alla quale egli in cuor suo non crede ? La domanda può
sembrare impertinente, ma è lecita e doverosa, visto che più
tardi il Ferrari solleverà dubbi i quali faranno andare in
fumo tutto quel che ha detto ora.
Parrebbe, dunque, dal modo di parafrasare di lui, risolta
la prima delle due quistioni, e cioè che al termine dello svi-
luppo embrionale, tutte le funzioni (la vegetativa, la sensitiva
e r intellettiva) che sogliamo attribuire all'anima, apparten-
gano ad un unico soggetto immateriale.
Con questo però non è ancora risolta la seconda quistione:
d'onde venga questo soggetto. Ed è proprio ad essa che si
riferiva l'accusa dei Giacobiti. Poiché la virtù vegetativa e
sensitiva son tratte dalla potenza della materia, mercè l' in-
flusso celeste e la virtù informativa (e non, come pretende il
3 Ibid., p. 342.
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO d'aBANO 6i
Ferrari, dal « dator delle forme ») 4, potrebbe nascere il dubbio,
che Pietro dalla potenza della materia traesse anche l'anima
intellettiva. Tanto più che, parlando della virtù informativa,
che è « virtus naturalis » dal cuor del generante, secondo
Galeno, Averroè, Avicenna, Tommaso e Dante, egli l'aveva
denominata, colle espressioni enfatiche di Halyabbas, « intel-
lectus vocatus », « intellectiva divina », in modo da rendere
possibile l'equivoco. I Giacobiti lo accusavano, insomma,
dell'errore opposto all'averroismo, e cioè di materiaUsmo 5.
Avevano ragione gì' inquisitori ? Era fondata l'accusa ?
Il Ferrari nota che Pietro « n'esce colla distinzione, altrove
fatta e qui richiamata all'uopo, tra potenza prima e seconda,
atto primo e secondo » ^. E non s'accorge che quella distin-
zione nasce dalla dottrina aristotelica secondo l' interpreta-
zione di Avicenna e di Tommaso d'Aquino, che l'Abanese fa
sua nel risolvere il problema dell'origine dell'anima umana.
L' intelletto o anima intellettiva sopravviene, alla fine dello
sviluppo embrionale, « ab extrinseco et ab agente nobilissimo
ut deo glorioso et supremo », ed è quello stessissimo intelletto
che succede al corrompersi delle facoltà inferiori che esso
contiene già virtualmente in sé ".
3. - Tutto ciò è chiaro, perspicuo, non certo nella parafrasi
del Ferrari, ma nel testo del Conciliatr. Purtroppo il Ferrari,
arrivato a un certo punto, ingarbuglia talmente le quistioni
diverse e le confonde in modo che finisce per non raccapezzarsi
più.
Parlando dello sviluppo della vita psicologica e di quel
passaggio della mente dalla potenza all'atto che, secondo un
principio generale della metafisica aristotelica, richiede un
doppio principio di moto, attivo e passivo, il Ferrari viene
a spiegarci com' è possibile distinguere un intelletto passivo
ed uno attivo, materiale l'uno, attuale l'altro. E soggiunge:
« Rimane però difficile a rappresentarsi come questo intel-
letto, che trasforma la vita anteriore e ne riassorbe in sé il
4 Ibid., p. 343. La dottrina di Avicenna del «dator formarum »,
secondo la quale le forme del mondo infralunare non son tratte dalla
potenza della materia, ma date dall' intelligenza agente, è ampiamente
combattuta da Pietro (cfr. Conciliator , diff. loi e 71) ; cfr. sopra, pp .14-15 .
5 Cfr. sopra, pp. 4-5.
6 P. d'A., p. 342. Cfr. sotto, p. 63.
7 Conciliator, diff. 48 e 71. V. sopra, p. 8.
6-2 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
principio (al fine dell'unità della coscienza, o della personalità),^
possa contemporaneamente contrapporlesi (???) come agente
a paziente » 8. Parrebbe, dalle parole del Ferrari, che l' intel-
letto che viene « ab extrinseco », si contrapponga alla vita
anteriore, cioè all'anima sensitiva, come agente a paziente;
e che la vita sensitiva, contrapposta a questo intelletto ve-
nuto di fuori, sia essa stessa l' intelletto paziente o possibile,
mentre l' intelletto che le si contrappone, sia l' intelletto
agente 9. In questo caso la difficoltà nell' intendere il genuino
pensiero di Pietro c'è, sì, sfido io! ma non dipende da oscurità
che si annidi in questo punto negli scritti di lui, bensì dal
guazzabuglio, anzi dallo scempio che il Ferrari ne ha fatto
colla sua vandalica chiosa. L' intelletto possibile e l'agente
sono per Pietro d'Abano due potenze dell' anima intellettiva
venuta per creazione dal di fuori i". Colla sua interpretazione
il Ferrari, senza nemmeno accorgersene, ha inteso la dot-
trina di lui, né più né meno degl' inquisitori di Parigi, nel senso
di quella d'Alessandro d'Afrodisia, da Pietro espressamente
e a più riprese combattuta. Altro che averroismo ! L'avventura
non poteva essere più amena.
Continua poi il Ferrari: «Ma quali che siano le obiezioni
possibili, così è certo che concepiva la cosa d'Abanese. E chi
ne volesse un'altra prova ritorni con noi un istante alla dif-
ferenza LVII, a mezzo il capo terzo » ". Perché l'erudizione del
Ferrari non faccia velo all' intelligenza del lettore, riproduco
il testo incriminato nella sua integrità, rifacendomi anzi un
poco più indietro dal punto preso a parafrasare da lui. Dopo
aver detto della virtù vegetativa e sensitiva e delle loro ri-
spettive suddivisioni e sottospecie, Pietro continua:
Si vero absque [cioè, se « circa intentionem seipsam exercet
hanc abstrahendo a forma et appenditiis materiae «], sic [est]
8 P. d'A., pp. 346-347.
9 Cfr. sotto, p. 64.
'° È vero che egli parla anche di un «intellectus passivus» (Problem.,
XIV, 4) che identifica coli' « imaginatio corruptibilis ». Ma questo è
distinto dall' intelletto possibile propriamente detto, e corrisponderebbe,
secondo Averroè e Tommaso d'Aquino, al Tra'&ETixò); voùc; (fQ-(x.pz6i;
De anima aristotelico (III, e. 5, 430» 25), che sarebbe poi la fantasia.
Cfr. la mia introduzione a S. Tommaso d'Ag., Trattato sull'unità del-
l'intelletto. Firenze, Sansoni, 1938, p. 22.
Ji In realtà il passo parafrasato dal Ferrari si trova nel Conciliator,
diffi. 57, pr. I.
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D'aBANO 63
virtus rationalis vel humana quae est perfectio praetacti organici
corporis cum deliberatione vel meditatione, universalia susci-
piens. Et haec [est] duplex: una quidem speculativa et altera
activa quae principium est movens ad actiones cogitationis sin-
gulas ». E dopo aver suddistinto questa « virtus activa ratio-
nalis », ritorna a parlare della prima: « Speculativa vero est virtus
quae informatur a forma universali nuda a materia. Duplex
autem haec existit: et potentia et actu. Potentia quoque triplex
est. Quaedam enim absolute, remota non parum ab actu, nia-
terialis dieta, velut infantis potentia ad scrivendum. Est et alia,
minus distans hac ab actu, potentialis nominata, ceu pueri po-
tentia ad scribendum cum instrumenta cognoverit scripturae.
Tertia vero est adhuc proprior hac actui, perfectionis dieta, cum
scriptor non scribit perfectus.... Quibus quidem potentiis triplex
proportionatur intellectus, ut materialis, nullam habens formam
sed subiectum existens omnis, ut ipsius potentia prima. Est et
alius, relatus potentiae secundae ut cum in potentia materialis
habente de intelligibilibus per se nota, ex quibus acceditur ad
intelligibilia secunda ex eis nota...; et hic intellectus est poten-
tialis dictus, ut eius potentia. Tertius quoque est dictus perfe-
ctionis intellectus, qui potest actu, cum voluerit, intelligere.
Et hic triplex potest ab Aristotele intellectus potentialis dici.
Cum autem is actu intelligit, intelligens se intelligere, intellectus
est appellatus in effectu, et tunc sibi coniungitur et unitur intel-
lectus dictus accommodatus ab extrinseco [Avicenna, I De animai,
vel acquisitus ut ab intelligentia quam posuit [Avicenna] agen-
tem.... 12 Et ideo intellectum non posuit alium agentem animae
partem, sicut neque Plato, cum posuerit is per se universalia
subsistere. Intellectus autem qui naturam habet actus, secundum
Aristotelem, est agens, animae pars existens huìnanae, se habens
ad potentialem ut lumen ad colores. Ipse namque materialibus
iinmersa et dispositionibus individualibus coniuncta, ut species
eorum, extrahit et reponit in possibileni intellectum et super
eundem proiiciens lumen actu reddit intelligibilem.
Dal passo qui riferito risulta nella maniera più limpida:
i) che r intelletto possibile lungi dall'essere la facoltà sensi-
bile, è una potenza compresa sotto la « virtus rationalis spe-
culativa )) ; 2) che perfino 1' intelletto agente (a più forte ragione
dunque il possibile) è parte dell'anima umana, e ciò contro
Avicenna che ammetteva 1' « intelligentia agens separata »,
e contro Platone per il quale gli universali sono per sé sussi-
stenti. Il Ferrari, invece, arrivato alla fine dell'arcibarocca
parafrasi che ha fatto di questo passo così chiaro, sentenzia
colla più accademica flemma che « nella mente » del nostro
" Cfr. sopra, pp. ii-i:
64 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
autore prevale la teoria averroistica ! E che cosa intenda per
averroismo il Ferrari, abbiamo già indovinato. Ma egli ce lo
dirà ora più chiaramente.
4. - Egli si chiede '3 : « La sostanza di cui nell'uomo l' intel-
letto è l'attività, sembra veramente dopo tutto ciò qualche
cosa d' immateriale ?» E risponde: « Pietro d'Abano potrebbe
aver creduto che fosse, ma per fede cristiana o per altro senti-
mento, non per effetto dei suoi commenti ad Aristotile o delle
argomentazioni. La sostanzialità e l' immortalità, dal sin qui
detto, dovrebbero essere ascritte al solo intelletto agente, o
essenzialmente a lui..., il complesso delle altre funzioni che
r intelletto accentra in sé nella formazione della nuova anima,
è tutto di cose caduche. L'anima dei bruti non è una sostanza
immateriale, né imperitura. Or Vumanità dipendendo tutta
à.'aR'intelletto agente, è questo che conta anche per l'essenza '4 »,
Il Ferrari non s'accorge che tutto ciò, se fosse vero, sarebbe
del più puro alessandrismo, che non avrebbe niente che vedere
colla dottrina di Averroè, il quale (sta scritto fin sui boccali
di Montelupo) « fé, disgiunto dall'anima il possibile intelletto ^s».
Del resto, noi sappiamo ormai che, per l'Abanese, anche
r intelletto agente di Aristotele non è affatto separato, come
pretendevano l'Afrodisio ed Avicenna, seguiti da alcuni sco-
lastici, ma « animae pars existens humanae », di quell'anima
intellettiva che, venuta per creazione « ab extrinseco », sì
tosto come l'articolar del cerebro è perfetto, si sostituisce alle
precedenti forme vegetativa e sensitiva, e che è, quindi, tutta
intera atto del corpo.
5. - Ma vi sono altri luoghi del Conciliator dov' è parso al
Ferrari di scorgere una forte tendenza all'averroismo. Il primo
è nella differenza LVIII. Parlando della virtù motrice dell'or-
13 P. d'A., p. 347.
14 Ib.. p. 348. ~
15 Dante, Purg., XXV, 61-66. La controversia averroistica riguardava
r intelletto possibile. E Tommaso d'Aquino, che fu il più strenuo avver-
sario dell'averroismo, osserva che, se gli averroisti si fossero contentati
di concepir separato solo l' intelletto agente, la loro teoria, per quanto
falsa, non sarebbe assurda: «Forte.... de agente hoc dicere, aliquam
rationem haberet, et multi philosophi [anche tra gli scolastici] hoc
posuerunt » {Traci, de unitale intellectus , cantra averroistas, e. IV, § 86,
e la mia nota a questo luogo, e quanto si legge in «Giorn. Crit. d. Filos.
Ital. », XX, 1939, pp. 360-362. Cfr. Quaestio dispuf. de anima, a. 5).
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D'ABANO 65
ganismo vivente, non è affatto vero che Pietro s'aiuti col pa-
ragone degli astri a metter d'accordo il suo concetto del cer-
vello coll'altro del cuore. Esposto il processo circolare onde
r impressione esterna verso i centri interni suscita una rea-
zione motiva di questi verso l'esterno, egli sente il bisogno,
per fare intendere la natura del moto animale, di distinguere
le varie specie di moto, che sono due: il moto naturale e quello
violento. Il moto naturale è attivo o passivo. Attivo, è quello
proprio degli animali; passivo, quello dei leggieri e dei gravi
e delle sfere celesti. Ma ecco il passo originale che, per fortuna,
è ben chiaro:
« Motus etiam multiplex existit. Naturalis quidem, cuius
principium est ab intra, sive passivum sit, ut gravium et levium...;
haec enim non habent, proprie, principium activum intra, verum
magis inditum ab extra; gravibus enim et levibus generans mo-
tum indidit, quod extra permanet...; caelestia etiam moventur
per principium separatum quod est in eis, [Averrois], tractatu
De substantia orbis; ipsum namque est ab eis separatum essen-
tialiter [contro coloro che ammettevano l'animazione dei cieU],
coniunctum tamen secundum virtutem et in eis situatum; per
quem fortassis modum ponitur caelum [ab Aristotele], // caeli
et mundi, animatum fore [animato cioè impropriamente] ; aut
secundum plurimos [Avicenna e coloro che, contro Averroè,
ammettevano un'animazione dei cieli in senso proprio], per eius
animam cui exterior intelligentia virtutem influit suam [per
quem modum arbitratus est Comm.entatoy, substantiam quandam
separatum [1' intelletto possibile !] hominis cogitativam impri-
mere et infliiere) '6 ».
Il cenno fugace, contenuto in questa parentesi, alla dottrina
averroistica fa sussultare il cuore del Ferrari, che osserva su-
bito : « L'opinione del grande commentatore passa senza una
nota di biasimo; potremmo anzi dire che è lodata (?!) per il
solo fatto che la sua citazione serve a rischiare una tesi gra-
dita all'autore » ^7. Quale tesi ? Quella avicennistica dell'ani-
mazione dei cieU ? Ma l'autore non si pronunzia su di essa,
sebbene la dica molto comune a suo tempo. Il vero è che, nel
testo citato, si fa appena un paragone oggettivo tra il modo
di agire dell' intelligenza separata sull'anima della sfera (se-
condo Avicenna), e la dottrina di Averroè circa l'azione del-
*6 Lo scempio che di questo passo ha fatto il Ferrari, riassumendolo,
è indescrivibile.
17 P. d'A., p. 349.
66 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
r intelletto possibile separato sulla virtù fantastica dell' uomo
che dicesi « cogitativa ». È falso che la citazione serva a
rischiare una tesi gradita all'autore.
Ma più comico è quel che vien dopo. Udiamo il Ferrari:
« Le presunzioni crescono » (quali fondate presunzioni abbiamo
visto !) « almeno da questa parte, e più ancora crescono quando
si confronta l'altro luogo riflettente lo stesso tema in principio
quasi dell'opera. Dove Pietro parla della natura della scienza
e dell'universale, si sofferma eziandio a dar ragione dal valore
dei concetti, che sarebbe nullo, se non rispondessero nelle
varie menti. Il concetto, in quanto è vero, è uguale per tutti;
e dunque la facoltà conoscitrice del vero è qualche cosa di
comune, di obiettivo, di universale «i^. H qual discorso vor-
rebbe essere ricavato da un passo che il Ferrari, secondo il
suo costume, parafrasa, e che io invece preferisco riportare
nella sua nitida chiarezza originale: « Noster.... intellectus
secundum quod est aliquid naturae animae, dicitur indivi-
duus; tamen prout emittit actiones intelligendi esse in virtute
notatur universali: et hoc modo universalia sunt in ipso,
quoniam sic est abstractivus et denudativus formarum, sicut
lux corporalis colorum. Licet ergo individuus ponatur secun-
dum quod est forma hominis, tamen secundum suam pote-
statem, in quantum est potentia lucis spiritualis, universalls,
est; nam etiam universalia sunt in intellectu sicut forma in
materia, vel accidens in subiecto))i9. Il concetto qui espresso
non ci è affatto nuovo. Anche su questo punto Pietro d'Abano
fa sua la tesi tomistica contro l'averroismo, e il suo discorso
procede spedito, senza le altalene e le tergiversazioni eclet-
tiche che vi scorge il Ferrari: l' intelletto è individuale in quanto
è parte dell'anima che è forma dell'uomo; ma è universale,
in virtute, per la sua capacità ad elevarsi sopra la materia.
Ma l'Abanese si fa un'obiezione: « Contingit autem circa
hoc dubitare: cum nihil agat ultra speciem, intellectus igitur
individuus speciem non poterit universalem concreare ». Il
tenore dell'obiezione stessa fa supporre che egli avesse accet-
tata la dottrira esposta nei luoghi ora citati. Ma udiamo come
risponde alla difficoltà: « Dicendum quod id prave ponentes
unitatem intellectus non sic angit, sed veritatem pluralitatis
i8 Ibid.
^9 Conciliator, diff. 3.
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO d'aBANO 67
ipsius profitentes cum lege » -o. L'osservazione è verissima;
sono anzi gli averroisti stessi che fanno quell'obiezione alla
dottrina opposta professata dall'Abanese ^i. Qual meraviglia,
che non ne siano imbarazzati ? Pietro, per altro, il quale
finora ha esposta e fatta sua la dottrina dei « veritatem plu-
ralitatis ipsius [intellectus] profitentes cum lege », accenna
anche al modo di eludere l'obiezione averroistica: «Et ideo
dicunt quod intellectus tripliciter homini counitur : uno quidem
modo, ut natura dans esse, et ideo individuus; aliter ut po-
tentia per quam est operatio intelligendi, et sic universalis
est virtus (id tamen videtur contra Aristotelem.... negantem
passionem nunquam plus subiecto fore abstractam) ; quod
et per se dicam verificari: virtus enim visiva materialis obiecto
suscitata et medii dispositione, coextenditur in immensum »
ecc., che è la precisa risposta tomistica alla difficoltà. Tuttavia,
siccome la quistione è trattata qui incidentalmente, e poiché la
trattazione di essa avrebbe portato troppo in lungo la paren-
tisi aperta, l'Abanese conclude: «Quia igitur haec difficilior
est tractatio quam negocium praesens exquirat, nunc tantum
sufiìciat dixisse ».
Giunti a questo punto, siamo in grado, mi pare, di apprez-
zare il giudizio generale del Ferrari sulla teoria esposta, giu-
dizio in cui, non solo è ribadita la confusione tra averroismo
e alessandrismo, ma dove la fantasia di lui si fa pindarica:
« Per più parti egli [Pietro] ritorna adunque a quell'unità
delle intelligenze che insegnarono l'Afrodisio e Temistio, ri-
20 Conciliator, 1. e. — Il Ferrari qui osserva, non si sa perché: «Farmi
che non ci sia mestieri d'altre parole per scorgere ch'ei propendeva per
l'avverroismo ». E in nota rincalza: « Io credo che il prave e il veritatem
non faran velo al giudizio di alcuno, ma saranno presi per una osten-
tazione con ufficio di scudo. Se no, domanderei: ma perché fu dunque
accusato ? » ecc. ecc. (P. d'A., p. 350). O bella ! ma fu accusato, e in-
giustamente, dell'errore opposto all'averroismo. Curioso poi quel Fer-
rari: se l'Abanese ricorda appena di sfuggita una sentenza di Averroè
senza censurarla, è avverroista perché la lascia passare senza una nota
di biasimo; se la biasima e la dichiara prava, la sua è un'ostentazione
con ufficio di scudo!...
21 « Mirum est.... ponere potentiam separatam et substantiam uni-
tam », dice Sigieri di Brabante [De anima intectiva, ed. Mandonnet,
Louvain, 1908, pp. 152-153). Ma su questo argomento son tornato
di poi,, nell'articolo Alberto Magno e S. Tommaso, in « Giorn. Crit. d.
Filos. Ital. », XXII, 1941, pp. 41-43, e nello studio La posizione d'Al^
berto Magno di fronte all'averroimo, in « Riv. di Storia della Filosofìa »^
II, 1947, pp. 210-213.
68 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
ponendone la comune sorgente in Dio, e che press'a poco tutti
i grandi filosofi e i poeti ammisero da Anassagora in poi. Sal-
voché di mezzo c'era stato il realismo grossolano de' Padri
della chiesa latina [per es. S. Agostino !] in psicologia, che
aveano ripreso la quistione calcando sull'antitesi di corpo e
d'anima [e chi più di Averroè aveva opposto tra loro l' intel-
letto e l'organismo umano ? !]. Ei volle uno speciale soggetto
all'attività intellettiva, come lo richiese Averroè per la ra-
gione impersonale !... » -2.
6. - Come abbiamo visto, il Ferrari si era posto anche il
problema dell' immortalità personale ; problema che ora viene
ad avere una soluzione conforme al concetto che egli si è fatto
della natura dell'anima umana 23 : « Nell'anima razionale....
ci troviamo di fronte ai due termini d'una distinzione reale:
di qua, i dati della percettività e della fantasia sensibih, di là
r intelletto agente. Or quelli e la rispettiva facoltà andrebbero
perduti collo spengersi degli organi; così dovrebbe avvenire,
e così Pietro insegna che avviene, aggiungendo a chiare note,
vedemmo, che pur quella parte dell' intelletto corrompesi,
la quale ha una specie di organo interno nella facoltà immagi-
nativa. Resta r immortalità dell' intelletto agente ; ma questo
non ha nulla di personale. Esso non è che la presenza nell'or-
ganismo vivente di quella ragione che illumina e pervade
tutte del pari le anime umane ». E poco prima aveva detto,
riferendosi a un passo dei Problemi : « Se anche l' intelletto
possibile non ha alcun organo corporeo, tuttavia si corrompe
anch'esso e disperde, quando gli vien meno coll'organismo il
substrato dell' immaginativa su cui si erigeva ».
Se il Ferrari non avesse a sua scusa una perfetta ignoranza
della storia della filosofia, dovrei parlare d' impudenza. Il
passo dei Problemi -4 suona così: «Etsi intellectus possibilis....
nullum habeat organum in corpore..., corrupto quodam inte-
riori, ut organo imaginationis, intelligere et considerare emar-
cescunt ». Non 1' intelletto possibile perisce, ma la funzione,
l'atto dell' intendere, in conformità del principio della psico-
22 p. ci' A., p. 350.
23 Ibid., p. 351.
M Partic. XIV, 4. Del resto il concetto, anche nella sua enuncia-
zione verbale, è d'Aristotele, De anima, I, e. 4, 4086 24-29, e se ne può
vedere il commento tomistico, lezione io*.
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO d'aBANO 69
logia aristotelico-tomistica, che non vi è atto d'intendere senza
fantasma. O che non ha letto il Pomponazzi, il padovano Fer-
rari ?
Dopo questo scempio della storia, egli ha ancora il coraggio
di scrivere : « Non si dica perciò che Pietro negasse l' immor-
talità dell'animo autocosciente ! ». Ma come ? ! Sicuro : « Se
questo non era definitivamente sottratto alla morte per ne-
cessità metafisica, potrebbe egli aver pensato che fosse per altre
ragioni» 25.
Così, a forza di dire e disdire, l'equivoco si distende su
questa come sulla quistione conclusiva, se dunque Pietro
d'Abano appaia un materiaHsta ^^. Domanda superflua se
l'Abanese fu un averroista o semplicemente incUnò all'aver-
roismo; legittima, invece, ma facilissima ad esser soddisfatta,
se con Alessandro d'Afrodisia egli distinse l' intelletto pos-
sibile, corruttibile e materiale, da quello agente che è la luce
divina la quale resta estranea alla mente umana e separata per
natura dall'anima. Se non che Pietro d'Abano non fu né
averroista né alessandrista ; egli fu, in psicologia, un aristotelico
al modo di Tommaso d'Aquino.
V. — Conclusione. - Il pensiero scientifico di Pietro
d'Abano in rapporto alla teologia.
Giunto alla fine di questo breve studio, che tendeva a dis-
sipare false o esagerate o tendenziose interpretazioni delle
dottrine filosofiche del grande medico padovano, sento il
dovere, a sgravio di coscienza, di precisar meglio il giudizio
che, a mio parere, s' ha da portare sul pensiero autentico di
lui; giudizio che, forse, il tono polemico dei capitoli precedenti
potrebbe fare apparire non meno esagerato ed ingiusto di
quelli da me discussi. In altre parole, non vorrei che mi toc-
casse di far la figura di quegli avvocati i quali, nel patrocinare
la causa del loro protetto, si accalorano sino a far di questo
un modello di tutte le virtù, qualche cosa come sarebbe a dire
uno stinco di santo.
Non a questo io intendevo. Se a me pare enorme il giudizio
che il Ferrari pronunciò, accogliendo l'opinione di Michelangelo
25 P. d-A., p. 351.
26 Ihid.
70 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Zorzi', — che ve ne fosse d'avanzo, ne' suoi libri men contesta-
bili, per condannar Pietro come eretico, — non per questo riten-
go che il pensiero dell'Abanese sia conforme in tutto allo spirito
delle scuole teologiche dei suoi tempi; e segnatamente mi guar-
derei bene dal farne un tomista, come il Ferrari mi ha rimpro-
verato -, sebbene con Tommaso egli si trovi d'accordo su più
d'una dottrina e in particolare nel modo di concepire l'origine
e la natura dell'anima umana.
Eretico non fu Pietro d'Abano, e d'eresie formali, dal punto
di vista della teologia medievale, nei suoi scritti a noi noti,
non v' è traccia 3. Ma se nessuna delle dottrine, che abbiamo
passate in rassegna, può dirsi formalmente eretica, tale cioè
da meritare la condanna inflitta alle sue ossa, ve ne sono due,
nondimeno, che l'eresia contenevano in germe, un'eresia
latente, che non doveva tardar molto a diventare aperta e
formale.
La prima consiste nell'affermare, che la scienza umana
possiede un proprio metodo e propri principi razionali diversi
da quelli della teologia, e che nella ricerca delle cause dei fe-
nomeni naturali non s' hanno da introdurre concetti teologici
e agenti soprannaturali. La seconda di queste due dottrine
vuole che, anche ciò che teologicamente è detto miracolo,
non accada del tutto fuori dell'ordine naturali, e Dio si giovi,
pur nell'effettuazione del miracolo, del concorso delle cause
naturali e quasi inserisca il fatto meraviglioso nella serie degli
agenti naturali; cosicché anche dei fatti, che la teologia attri-
buisce all'azione diretta di Dio, sia possibile, entro certi li-
miti, una spiegazione scientifica.
Se non che dell'eresia che si annidava in queste due dot-
trine strettamente connesse fra loro, Pietro d'Abano non è.
1 P. d'A., p. 131. Al giudizio del Ferrari s'è ispirato anche il Gen-
tile, La filosofìa italiana (nei Generi letterari del Vallardi), lib. II, cap. I.
Noto invece con piacere, che importanti riserve sull'averroismo di P. d'A.,
ha fatto il Baumgartner nella lo^ ediz. dell' Ueberweg [Grundriss
der Gesch. der Philos., II, Philos. dar patrist. u. scholast. Zeit. (io* ed.
hrgg. von Dr. Matthias Baumgartner), Berlino, 1915, pp. 546-547).
2 In una nota del suo scritto più volte citato. Per la biografia ecc.,
p. 14, ove sdegna nominarmi.
3 E d'altra parte non abbiamo nessun indizio d'un insegnamento
essoterico di Pietro diverso dall'acroamatico, quale Aulo Gelilo e Ci-
•cerone attribuivano ad Aristotele. Sì che il problema che si pone il
Ferrari, P. d'A., p. 438, perché le opere del nostro non furon messe
all' Indice, appare inconsistente.
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D ABANO 7I
in fondo, più colpevole di Tommaso d'Aquino e della maggior
parte dei teologi della seconda metà del secolo XIII.
Parlando della dottrina della duplice verità, abbiamo visto
quale ne fosse l'origine e il signiùcato storico. Dopo che il
pensiero greco-arabico si fu rivelato nell'occidente latino per
mezzo delle traduzioni condotte a termine nei primi decenni
del secolo XIII, si finì, in capo a pochi anni, e a malgrado dei
ripetuti divieti, da parte delle autorità ecclesiastiche, per
accoglierlo, pur con le dovute riserve e cautele. Una volta in
possesso della ricca enciclopedia che poneva innanzi ai cupidi
sguardi dei latini, avidi di sapere, un così ricco materiale
scientifico, fino allora sconosciuto, e che allargava gli oriz-
zonti alla loro conoscenza del mondo della natura, non si
potè fare a meno di ammettere la legittimità della ricerca
scientifica accanto a quella teologica. Nacque così la distin-
zione tra filosofia e teologia: l'una, espressione del pensiero
greco-arabico e fondata sulla ragione umana; l'altra, basata
sulla verità divina della rivelazione cristiana 4. La Phtlo-
sophia humana, dice Tommaso (e cito lui solo per tutti), con-
sidera le cose create in se stesse, secondo la loro propria ed in-
trinseca natura, e le loro proprietà; la teologia, invece, ossia la
doctrina /idei christianae, le riguarda in quanto sono da Dio
e in quanto risulta in esse una qualche somiglianza colla divina
natura e sono ordinate a Dio come a fine ultimo di tutte le
cose ?. Inoltre, le due discipline differiscono, egli dice, perché
(si noti) « per alia et alia principia traduntur » 6; ossia, com' è
ripetuto altrove 7, per il « diversus cognoscendi modus ». Il
filosofo, infatti, « argumentum assumit ex propriis rerum
causis », secondo che le verità filosofiche « sunt cognoscibilia
lumine naturalis rationis»; il teologo, invece, desume il suo
modo di argomentare « ex causa prima », secondo che le verità
teologiche « cognoscuntur lumine divinae revelationis ».
San Tommaso, è vero, dopo aver distinto filosofia e teologia,
ragione e fede, subordina poi il primo termine di ciascuno di
questi binomi al secondo; ma la stessa distinzione dimostra
che egli riconosce la legittimità della ricerca scientifica e dei
metodi propri ed intrinseci di questa. Anche subordinata,
4 Cfr. sopra, pp. 44, 53, 56-58.
5 Cfr. Cantra gentiles, II, e. 4.
6 Ibid.
7 S. iheoL, I, 9, i, a. i, ad 2 um.
72 l'aristotelismo padovano L>AL secolo XIV AL XVI
anche ancilla e jamula della teologia, la filosofia è riconosciuta
indipendente da quella e autonoma entro la propria cerchia
di ricerche naturali. Così, non ostante tutti i tentativi più o^
meno ingegnosi per unificarle, quella filosofia e quella teologia
non rimanevano meno distinte, se non opposte, per i loro
metodi propri di ricerca e per il loro spirito.
In questa distinzione, accettata da tutti i teologi medievali
del tempo di Pietro d'Abano, era il germe latente dell'eresia
di cui a torto si vorrebbero render responsabili solo i veri o
pretesi averroisti. Una volta proclamata la legittimità della
ricerca razionale e filosofica, per mezzo di metodi propri e di-
versi da quelli teologici, quale autorità teologica in terra avrebbe
potuto più mettere un freno a coloro che, intrapreso il cammino
della ricerca scientifica, intendevano percorrerlo fino in
fondo ? ^. E infatti, si era appena riconosciuta quella distin-
zione, che fu subito avvertito il contrasto tra filosofia e teo-
logia, contrasto che venne sentito più o meno da tutti i pensa-
tori scolastici, da Sigieri di Brabante come da Tommaso
d'Aquino, da Pietro d'Abano come da Duns e da Dante Ali-
ghieri; e tutti cercarono di risolverlo con particolari e diversi
atteggiamenti spirituali.
Il contrasto, da prima latente, doveva portare, e portò, al con-
flitto fra i rappresentanti delle due principali facoltà degl'istitu-
ti universitari, quella delle arti e medicina e quella di teologia.
Nella facoltà delle arti si leggevano e si commentavano i libri
d'Aristotele e le trattazioni di Avicenna, d'Averroè, di Galeno,
di Tolomeo e di numerosi altri autori greci ed arabi. E vi ri-
fiorirono così, e si accrebbero, l'antica astrologia, la matema-
tica, la medicina, l'alchimia e la magia, tutte insomma le
scienze create o sviluppate dal genio greco ed arabico. Che
queste scienze fossero infestate da inveterati pregiudizi meta-
fisici, non toglie che il loro sviluppo abbia concorso in larga
misura allo sviluppo del sapere scientifico e al progresso dello
spirito umano. Per mezzo di esse si inaugurò nell'occidente
cristiano il metodo della ricerca filosofica, s' iniziò la libera
indagine delle cause naturali dei fenomeni del mondo ter-
8 E di porre un freno si tentò più volte, ordinando, come a Parigi
nel 1272, agli scolari della facoltà delle arti di astenersi dal determinare
cantra fidem quando avessero da discutere di un problema che /idem
videatur attingere simulque philosophiam. Cfr. Carthularium University
Parisiensis, I, 499.
LE DOTTRINE FILOSOFICHE DI PIETRO D ABANO 73
restre. Al pregiudizio teologico si sostituì, è vero, quello astro-
logico. Ma l'errore di aver riposto le cause dei fenomeni na-
turali in influenze astrologiche, non è poi così grave e imperdo-
nabile, se esso significava anzitutto libera ricerca di cause
naturali, affermazione di leggi ed esclusione dell'arbitrario
dal mondo dell'esperienza. E intanto quell'astrologia, quell'al-
chimia, la vecchia medicina e la stessa magìa venivano racco-
gliendo da ogni parte ed accumulando preziose osservazioni
ed esperienze, che, nella Rinascenza, dovevano portare al supe-
ramento dei vecchi pregiudizi e concetti metafisici, e contri-
buire direttamente al rinnovamento della scienza.
Al quale non si sarebbe mai giunti, senza l' inaugurazione
di quel metodo razionale, la cui legittimità era stata procla-
mata all'unanimità dagli stessi teologi scolastici, non solo in
teoria ma anche in pratica. Vediamo infatti Tommaso d'Aquino
esporre con intera libertà e senza prevenzioni le dottrine di
Aristotele, fino a dichiarare, contro il parere dei vecchi teologi,
che l'eternità del mondo non implica contradizione e che la
tesi della creazione nel tempo non può dimostrarsi colla sola
ragione. E Alberto di Colonia insieme al pensiero aristotelico
esponeva quello degh altri peripatetici, greci ed arabi, pur
notando che non di rado esso cozzasse coi dommi cristiani.
Ora all'esempio di Alberto si richiamavano espressamente
o tacitamente Pietro d'Abano e Sigieri di Brabante, quando
dichiaravano di trattare «de naturalibus naturaliter », senza
farla da teologi 9.
De naturalibus naturaliter: ecco il programma di quegli
ambienti laici, che erano le facoltà delle arti; laici, s' intende,
solo per i metodi dell' indagine scientifica e filosofica in con-
trapposizione con quelli della teologia. Di questi ambienti
laici Pietro d'Abano incarna perfettamente lo spirito. In questo
spirito è la sua vera, la sua unica eresia; un'eresia inconsa-
pevole che s'era già insinuata nella coscienza di tutti coloro
che avevan fatto buon viso al rinascente pensiero aristotelico,
e che era penetrata fino nelle scuole di teologia io. Senza pre-
stargli dottrine eterodosse che negli scritti a noi noti egli ha
9 Cfr. il mio studio La posizione d'Alberto Magno di fronte all'aver-
roismo, cit., pp. 197 sgg.
10 La filosofia, infatti, questa povera ancella della teologia, aveva il
compito di stabilire i praeambida /idei e dichiarare il contenuto delle
formule dommatiche. Le opere teologiche della Scolastica, compresa
74 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
espressamente riprovate, senza attribuirgli quel continuo
sdoppiamento di coscienza che piace a chi, per il gusto di farne
un eretico, ne farebbe volentieri un ipocrita, pronto ad af-
fermare il contrario di quello che in cuor suo pensa, per sal-
vare la pelle dal rogo; — le sue audacie dottrinali, dal punto
di vista della teologia imperante, sono evidenti: maggiore
di tutte quelle intorno ai miracoli e ai fatti meravigliosi.
Pietro d'Abano è lo scienziato forse più caratteristico di
quel periodo di cui Tommaso d'Aquino fu il maggior teologo,
e Dante Alighieri, il sommo poeta. Per la vasta erudizione,
pur senza essere un rinnovatore e un precursore, rappresenta
la scienza della fine del secolo XIII e del principio del XIV,
in tutti i suoi molteplici aspetti, in ogni sua tendenza. L' idea
centrale della scienza di lui è un' idea astrologica. E i creatori
della leggenda popolare di un Pietro mago, sebbene non co-
gliessero i veri caratteri della sua magìa (magìa bianca, ben
differente dalla necromanzia), ci hanno tramandato un' im-
magine dell'uomo, che forse è meno difforme di quel che non
si creda, dalla sua storica personalità.
la grande Summa dell' Aquinate, son impregnate di razionalismo; ra-
zionalismo che si afferma nettamente in Raimondo Lullo. L'ancella
cominciò ben presto a farla da padrona !
Ili
PAOLO VENETO
E L'AVERROISMO PADOVANO *
Se Pietro d'Abano non fu un avverroista nel senso vero e
proprio della parola, avveroista fu invece l'eremitano Paolo
Nicoletti da Udine, detto comunemente Paolo Veneto, il quale
professò a Padova un tipo d'avveroismo guardingo, che forse
«gli vi portò da Oxford e da Parigi, se pure non v'era già
arrivato da Bologna, e che risente della lettura dell'opera di
Sigieri di Brabante, De intellectu ad jratrem Thomam ', op-
pure degli scritti di Tommaso di Wilton impugnati a Bologna,
ottantacinque anni prima, dal francescano Guglielmo di
Alnwick -.
Paolo \'eneto era andato a studiare a Oxford, insieme a
un suo fratello germano, maggiore di lui, fra Paolo Fran-
-cesco, anch'egli eremitano, alla fine d'estate 1390, e v'era
* Dal voi. Sigieri di Brabante nel pensiero del Rinascimento italiano.
Roma, Edizioni Italiane, 1945, pp. 115-132, salvo una modificazione
fino al quinto capoverso.
' Cfr. Sigieri di Brab. ecc., pp. 18-23. Che l'averroismo padovano
abbia origini bolognesi è ipotesi verosimile; ma non si può escludere
un'origine oltremontana. Che poi Averroè fosse tenuto in gran conto
a Padova assai prima di P. Veneto, è provato dagli affreschi di Giusto
de' Menabuoi nella cappella Cortelieri nella chiesa degli Eremitani,
anteriori al 1370, e dei quali ci resta la descrizione di Hermann Schedel
di Norimberga che era studente a Padova dal 1463 in poi. Giunto
aveva raffigurato Averroè insieme agli eremitani maestro Alberto da
Padova e al beato Giovanni da Bologna. Cfr. J. v. Schlosser, Giusto's
Fresken in Padua n. die Vorlàufern der Stanza della Segnatura, in
« Jahrbuch der Kunsthistor. Sammel. des allerhòch. Kaiserhauses »,
Wien, 1896, XVII, pp. 17, 45, 47, 94; S. Bettini, Giusto S. M. e l'arte del
Trecento. Padova, 1944, P- n?- Paolo doveva ben conoscere quegli
affreschi.
2 A. Maier, Wilhelm v. Alnwicks bologneser Quaestionen gegen Aver-
roismus [1323), in « Gregorianum », XXX, 1940, pp. 265-308.
76 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
rimasto almeno un triennio 3. Il soggiorno di Paolo in In-
ghilterra non era rimasto ignoto ad Antonio Cittadini da
Faenza, che a Ferrara, nel 1476, dettò un commento polemico
dei Logica minora dell'eremitano, in principio del quale si
legge:
Ferunt autem quidam non auctoritate indigni, hunc libellum
in Britannia, ubi olim et dialecticae et philosophiae studia flo-
ruerunt, in antiquissimis litteris compertum esse, ut ex illis con-
staret, prius opusculum hoc extructum fuisse quam Paulus Ve-
netus natus esset. Quod eo magis a non nulhs creditur, quod
certuni est Paulum apud Britanos visendorum gymnasiorum
gratia aliquando commoratum esse, ac postea in Italiani rever-
tentem multos libros secum detulisse, quorum auctores Italis
penitus erant incogniti 4.
Più tardi soggiornò anche « in tlorentissima universitate
Parisina », ove fra Paolo espose gli Antepraedicamenta di
Aristotele 5.
Nel 1408, egli era lettore nella facoltà delle Arti a Padova,
e quivi compose quella Summa naturalium nella quale è
esposta la dottrina del libri fisici e della Metafisica d'Aristotele,
con sobrie discussioni dei problemi agitati nelle scuole ^.
Notevole in questa Summa il trattato, diviso in 42 capitoli,
concernente il De anima, perché in esso ritroviamo le tesi fon-
damentali del De intellectu di Sigieri. Ma di questo scritto
aristotelico Paolo Veneto ci ha lasciato un'assai più ampia
esposizione che non saprei dire in quale anno redatta, ma
forse non di molto posteriore alla Summa naturalium 7.
3 Reg. Re. mi Barth. Veneti, nell'Archivio della Curia generalizia
degli Eremitani in Roma Dd. 3, f. 132 v. Cfr. il mio studio sulla Lette-
ratura e cultura veneziana del Quattrocento, nel voi. « La civiltà Vene-
ziana del Quattrocento ». Firenze, Sansoni, 1957, PP- ^^^ ^ i35"36-
4 Cod. Urb. lat. 1381, f. 2 r.
5 Ghiotta notizia, segnalatami dal prof. Giulio F. Pagallo, in una
annotazione al Cod. 452 della Bodleniana di Oxford (cfr. Catal. di
H.O. CoxE, P. Ili, Oxford, 1854, p. 775).
6 La data di composizione della Summa naturalium è fissata al 1408
dal codice marciano che ne contiene solo tre parti. Cfr. G. Valentinelli,
Bibliotheca manuscripta ad S. Marci Veneiiarum, t. IV, Venezia, 1872,
p. 24, Lat., Classe XII, cod. 23.
7 Come non molto posteriore è 1' Expositio super odo libros Physi-
eorum Aristotelis necnon super comento Averois cum dubiis eiusdem,
la quale porta la data del 30 giugno 1409. Cfr. P. Duhem, Le niouvement
absolu et le mouvement relatif. Extrait de la « Revue de philosophie ».
Montligeon (Orne), 1907, p. 143. Le stesse variazioni che il Duhem ri-
PAOLO VENETO E L AVERROISMO PADOVANO 77
Anche in questa seconda opera l' influsso esercitato sull'ere-
mitano dal trattato dell'averroista belga contro San Tommaso,
è decisivo, come possiamo convincerci dalla lettura dei se-
guenti brani che per comodità del lettore riferiamo.
Nell'esposizione del testo 23 del II libro De anima, frate
Paolo Nicoletti si pone, « ad maiorem dictorum evidentiam »,
alcuni « dubia », il secondo dei quali verte sul problema « Utrum
in eodem animali plures possint esse anime totales », che egli
risolve nel modo che segue, non senza aver prima confutate
altre soluzioni ^ :
Circa liane materiam, siint plures modi dicendi. Primus modus
est, quod piante non habent nisi unam animam totalem, scilicet
vegetativam; bruta duas, scilicet vegetativam et sensitivain;
homines vero tres, videlicet vegetativam, sensitivam et intel-
lectivam; non tamen simul generantur, sed successive per tempus,
ita quod primo generatur vegetativa, deinde sensitiva, tertio
leva tra quest'opera e la Summa naturalium, si posson notare anche fra
quest'ultimo scritto e il commento Super libros Aristotelis de anima,
che senza dubbio rivela una maggiore complessità e maturità di pen-
siero. Nel commento al t.c. 11 del III libro, a proposito del quesito se
gli universali « sint in rerum natura », l'autore dichiara d'averne trat-
tato quanto basta « in alio opere et in prologo physicorum ». È pro-
babile che, dopo l'esposizione sommaria delle dottrine fìsiche e meta-
fìsiche dello Stagirita, il Nicoletti si sia accinto a commentare le singole
opere aristoteliche alle quali si riferiva la Summa, cominciando, come
sappiamo, dagli otto libri della Fisica e proseguendo poi col De caelo,
col De generatione et coruptione, coi libri Meteorologici, col De anima
e colla Metafisica. Una vera biografìa filosofica di Paolo Veneto non è
concepibile senza aver tolto in esame tutte queste opere che da parte
del Momigliano sono state piuttosto ricordate che vedute e lette. Tornato
a Padova nel 1428, dopo le peripezie che lo avevano costretto a lasciare
questa città nel 1420 o forse qualche anno prima o dopo, l'eremitano
s'accinse a commentare di nuovo il De anima, come ci attesta fra Matteo
da Ripalta, piacentino, allora studente nello studio padovano. Questi
si procurò nel corso del 1429 una copia dell'esposizione completa del-
l'opera aristotelica, poiché il maestro che con tanto grido era tornato
a leggerla non andò oltre il capitolo « de gustabili » (libro II, t. e. 101-104,
cap. IO del testo greco, 422» 8-422Ò 15), essendo stato colto dalla morte
all'alba del 15 giugno dello stesso anno. Valentinelli, t. IV, p. 57.
8 Pauli Veneti, In libros de anima explanatio cimi textu incluso
singulis locis, maxima qiiidem diligentia a vitijs mendis atque erroribus
quibus hacteniis ex ignavia impressorum scatebat purgata ac pristine in-
tegritati restituta etc. E nel colophon : Scriptum super librimi de anima. . . .
ex proprio originali diligenter emendatum per clarissimum. artium ac
medicine doctorem. D. magistrum Hieronymum Surianum, filium pre-
stantissimi quondam artium ac medicine doctoris, Domini magistri lacobi.
de Surianis de Arimino.... Venezia, Eredi di Ottaviano Scoto, i nov.
1504, libro II comm. al t. e. 23, fol. 46, col. 4-47, col. 2.
78 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
post completarti organizationem membrorum generatur intel-
lectiva 9 Hic modus dicendi est superfluiis....
Secundus modus dicendi est, quod in quolibet vivente est
solum una anima totalis; et quod est ordo in productione anima-
rum, quia fetus primo vivit vita piante, deinde vita animalis;
tamen tales anime simul non manent in eodem, sicut nec due
figure, sed in adventu secunde corrumpitur prima, et in adventu
tertie corrumpitur secunda 1°. Iste modus est impossibilis, quia
tunc aliqua forma per se ageret ad corruptionem sui ipsius...,
Tertius modus dicendi est, quod in nullo nisi in homine sunt
plures forme substantiales seu anime totales, scilicet sensitiva et
intellectiva, quarum prima educitur de potentia materie per
agens naturale, secunda autem creatur a deo, non obstante quod
ita bene inhereat sicut prima, adducendo illud philosophi, 16 de
animalibus: « intellectus venit deforis»". — Sed hec opinio in-
cludit contradictionem, quia si anima intellectiva inheret materie,
ergo educitur de potentia materie et generatur ad generationera
corporis animati et corrumpitur ad corruptionem eiusdem. Item
hec opinio non est naturalis, quia ponit intellectum creari; et
Aristoteles una cum commentatore ponit ipsum perpetuum et
eternum. Deinde, si anima intellectiva inheret materie, ergo in-
tellectio et volitio sunt subiective in materia; quod est centra
philosophum et commentatorem ponentes potentias rationales
esse abstractas a corpore, et consequenter actus illarum.
Quartus modus, quem solum puto rationalem, est iste, quod
pianta habet solum unam animam totalem, scilicet vegetativam,
compositam ex partibus diversarum rationum; et consequenter
animai imperfectum simpliciter, quod non habet aliquem sensum
exteriorem nisi sensum tactus, nec aliquem motuin ad locum,
sed solum motum dilatationis et constrictionis, habet etiam
solum unam animam, scilicet sensitivam, que propter sui imper-
fectionem supplet vices anime vegetative, ita quod in ostrea vel
spongia marina eadem anima est sensitiva et vegetativa. Animai
autem perfectum habet duplicem animam, scilicet partialem
vegetativam, in carne vel osse vel in aliquo proportionali, et
9 Questa teoria è la seconda delle opinioni da me elencate in Giorn.
Crii, della Filos. Ital., XII, 1931, pp. 437-438, ed è ricordata da Dante,
Purg., IV, 1-6, come « quello error che crede ch'un 'anima sovr 'altra in
noi s'accenda ».
10 Questa dottrina, già accolta dal francescano fra Giovanni della
RocheUe, fu difesa, com' è noto, da S. Tommaso. Cfr. lo stesso Giorn.
Crii., pp. 441-442, sesta opinione.
11 Questo «tertius modus», che è una teoria intermedia fra quella
tomistica e quella schiettamente averroistica, non è altro che la nona
delle opinioni da me elencate, professata da Alberto Magno, da Gio-
vanni Peckam e da Dante. Cfr. Giorn. Crii., pp. 445-456; ib., XIII,
1932, pp- 45-56 e 81-102; come pure il mio voi. Dante e la cultura me-
dievale, Bari, Laterza, 1949, pp. 271 sgg. Questa è anche la tesi di En-
rico Bate; cfr. Sigieri, nel pens., p. 177.
PAOLO VENETO E L AVERROISMO PADOVANO 79^
nnam sensitivam totaleni, ut equus vel asinus. Homo autem,
preter partiales animas, habet duas totales: cogitativam sensi-
tivam, generabilem et corruptibilem, inherentem et informantem,
et intellectivam perpetuam et eternam, informantem et non
inherentem '-.
Da siffatta teoria risultano alcune conseguenze a mò di
corollari :
.... Tertio sequitur quod homo non est homo precise per ani-
mam cogitativam, nec precise per animam intellectivam, sed
per ambas simili.... Cogitativa enim denominat hominem esse
animai, et intellectiva denominat hominem esse rationalem;
sed homo est diffinitive et convertibiliter animai rationale; ergo
ambe anime concurrimt ad constitutionem hominis. Quo dato, opor-
tet concedere quod, sicut genus est prius differentia et potentiale
ad illam, sicut universaliter minus perfectum ad maius perfectum,
ita cogitativa est prior intellectiva in homine et potentialis ad
'2 Nella Summa philosophie natura! is o naturalium (Venezia. Eredi
di Ottaviano Scoto, « Anno a salutifera incarnatione tertio et quingen-
tesimo supra millesimum. Idibus Martijs »), V parte. De anima, cap. V,
fol. 68, col. 4: « Tertia conclusio: Necesse est in homine esse plures
animas totales. Probatur: nam sol et homo generant hominem, 2° physi-
corum (t. e. 26); ergo homo generatur; sed terminus generationis est
forma accipiens novum esse, ut colligitur ex sententia philosophi, 5° phi-
sicorum (t. e. 7); ergo aliqua forma hominis generatur; sed non intel-
lectiva, 3° de anima (t. e. 5); ergo sensitiva generatur. — Item, philo-
sophus, primo celi (t. e. 102) : « omme genitum aliquando corrumpetur »;
ergo homo aliquando corrumpetur; sed non intellectiva, 3° de anima
(t. e. 19); ergo sensitiva. Et ita necesse est ponere in homine duas ani-
mas: unam intellectivam, ingenerabilem et incorruptibilem, secundum
philosophum, et aliam sensitivam, generabilem et corruptibilem, quam
Commentator vocat, 3° de anima (t. e. 5), cognitivam (sic, leggi cogi-
tativam). — Quarta conclusio: Impossibile est in aliquo vivente non
intellectivo esse plures animas totales. Patet, quoniam si in plantis
vel in brutis ponerentur plures anime totales, una necessario super-
flueret, quoniam illa que est maioris perfectionis totum actuaret, sicut
illa que est minoris perfectionis, et omnes operationes eius exerceret,
ex quo in ea fundantur omnes potentie inferioris anime. Dicatur ergo
quod in plantis est solum una anima totalis, que est tota in toto et
pars in parte, et hec est vegetativa; in animalibus autem imperfectis
est solum una anima totalis, et illa est sensitiva, supplens vicem anime
vegetative, que etiam extenditur ad extensionem subiecti; et in ani-
malibus perfectis sunt plures vegetative [partiales] et una sensitiva
totaUs, multiplicata ad omnem partem etherogeneam. Sed in homi-
nibus, preter formas partiales vegetativas, sunt due totales, scilicet
sensitiva multiplicata ad partes etherogeneas, et intellectiva non mul-
tiplicata ad aliquam partem illius individui, sed bene ad omnia indi-
vidua speciei humane, eo quod intellectus est unus in omnibus homi-
nibus, iuxta intentionem Aristotelis et determinationem Commenta-
toris, 3" de anima (t. et e. 5) ».
8o l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
illam 13. — Quarto sequitur quod idem individuum est diversarum
specierum essentialium. Patet, quia homo per animam cogita-
tivam sensitivam est alicuius speciei generis animalium, immo
supreme speciei, quia, secluso intellectu, per cogitativam homo
habet discursum quodammodo rationalem, ratione reminiscentie
reperte in eo et non in aho; licet enim memoria reperiatur in
aliis animalibus, non tamen reminiscentia ; neque reminiscentia
competit homini ratione intellectus, sed ratione cogitative vir-
tutis, quia reminiscentia est passio anime sensitive, secundum
Aristotelem, in libro de meìnoria et reminiscentia H. Item, quia
intellectus humanus est pura potentia in genere intelligentiarum,
per commentatorem, tertio huius, et per consequens est primus
gradus illius generis ^5, ideo per intellectum constituit primam
speciem intellectivoruni, sicut per cogitativam constituit ultimam
speciem generis animalium. Nec est inconveniens duos gradus
specificos esse immediatos, quia species sunt sicut numeri, 8 ine-
taphysice (t. e. io). Et si concluditur ex eodem fundamento,
quodlibet mixtum esse diversarum specierum essentialiter, ra-
tione forme mixti et forme elementi, negetur consequentia, quia
forma elementi non se habet respectu forme mixti nisi materialiter
et potentialiter per modum dispositionis prefinientis in ma-
teria formam mixti; ideo non dat mixto nomen specificum nec
diffinitionem essentialem. Sed anima cogitativa non se habet
tanquam dispositio prefiniens animam intellectivam, cum eque
simul inducantur in corpore, nec una potest naturaliter esse sine
alia. Cogitativa tamen dicitur esse prior intellectiva et potentialis
ad illam propter suam imperfectionem ^^.
Come è facile vedere, già in questo luogo dell'esposizione
del libro secondo del De anima, la tesi caratteristica di Sigieri,
13 Anche Sigieri, come sappiamo, affermava che la cogitativa è or-
dinata « in intellectivam », talché « nec potest intellectus informare ma-
teriam non informante cogitativa..., nec potest cogitativa informare
materiam non informante intellectu »; cfr. Sigieri nel pens., p. 18.
14 Cap. 2, 453^ 14 sgg. « Quella parte dove sta memora » chiama
l'anima sensitiva anche Guido Cavalcanti, nella canzone « Donna mi
prega», tutta pervasa di dottrina averroistica ; cfr. il mio voi. Dante
e la cult, medievale,'^ pp. 104-105, 137. Gli averroisti negavano si la me-
moria che la reminiscenza all'intelletto; cfr. il mio voi. Nel mondo
di Dante, Roma, Edizioni di « Storia e Letteratura », 1944, pp. 373-374-
15 Altra tipica tesi di Sigieri che Paolo Veneto svilupperà, come ve-
dremo fra breve.
16 Allo stesso modo anche nella Summa naturalium, 1. e. fol. 69,
col. I : « Ad secundum dicitur, quod anima intellectiva non adv-^enit
enti in actu substantiali, quia eque primo adveniunt corpori sensitiva
et intellectiva. Item, dato quod sensitiva precederet tempore intel-
lectivam, adhuc advenit enti in potentia, quia forma sensitiva hominis
dicitur potentialis ad ulteriorem actum; non autem anima intellectiva.
Hec ergo est differentia inter formam substantialem et accidentalem,
quia forma accidentalis advenit enti in actu ultimato, forma autem
substantialis advenit enti in potentia, licet non in pura potentia ».
PAOLO VENETO E L AV^ERROISMO PADOVANO Ol
che r intelletto, pur essendo in sé una sostanza separata
unica per tutta la specie umana, s'unisce ai singoli con un
vincolo sostanziale, sì da potersi dire forma, atto e perfezione
dell'uomo, è accennata in modo esplicito '7. Ma 1' influsso del
brabantino sull'udinese è ancora più evidente nell'esposizione
del terzo libro, del pari che nei capitoU 35-37 della quinta
parte della Summa naturalium.
In quest'ultimo scritto, frate Paolo tratta anzitutto della
passività o passibilità dell' intelletto umano, formando queste
quattro conclusioni:
Quarum prima est ista: Intellectus humanus nullam habet
de se in actu speciem intelligibilem, sed ad quamlibet talem est
penitus in potentia....
Secunda conclusio: Intellectus non est aliqua una natura
sed solum habet possibilitatem recipiendi omnes formas ma-
teriales....
Pertia conclusio: Intellectus possibilis humanus ante intellectio-
nem nullatenus est actu....
Quarta conclusio : Intellectus humanus est immaterialis et
incorporeus et immixtus.... '8.
Tutte e quattro queste conclusioni ritornano, con una leg-
gera variazione nel loro ordine, in principio dell'esposizione
del terzo libro De anima '9; ma qui alla terza conclusione,
che corrisponde alla seconda della Summa, il maestro pado-
vano ricollega il problema dell'unità dell' intelletto che nella
Summa è discusso a parte nel capitolo 37.
17 Tanto nella Summa naturalium, 1. e, f. 68, col. 4, Secunda conclusio,
quanto nell'esposizione del De anima, 1. e, f. 47, col. 3, combatte
la tesi sostenuta un tempo a Oxford da Roberto Kilwardby e da Tom-
maso di Wilton, e accolta anche da Giovanni di Jandum, che « in aliquo
vivente possit esse multitudo formarum iuxta pluralitatem predicato-
rum essentialium «. Della qual tesi nell'esposizione del De anima egli
dà questo riassunto : « Tenentes pluralitatem formarum in eodem iuxta
multitudinem predicatorum quiditativorum, dicunt quod prima forma
Sortis est illa qua ipse est substantia, et secunda qua est corpus, et
tertia qua est corpus animatum, et quarta qua est animai, et quinta
qua est homo, et sexta qua est Sortes; et ita de individuis aliarum spe-
cierum; et imaginantur isti quod, quantum ad animam sensitivam,
omnia animalia sunt eiusdem rationis substantialis, a qua sumitur hoc
genus « animai »; et secundum formas ulteriores specifìcas, sunt homines,
equi et canes diversarum rationum substantialium; concedentes omnes
tales formas realiter distingui et fundari in materia inhesive, ordine
essentiali, secundum quod taha predicata invicem essentiahter ordi-
nantur. Ista opinio est impossibilis ».
18 Summa naturai., pars V, e. 35, f. 87, col. 2.
19 In libros de anima, III, ad t. e. 1-5, f. 128, col. 3-130, col. 3.
82 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Sul modo di concepire la passività dell' intelletto possi-
bile e il concorso dell' intelletto agente e del fantasma al-
l'atto dell' intendere, l'eremitano riferisce quattro opinioni,,
l'ultima delle quali è quella d'Averroè:
Quarta opinio est Averroys intellectui possibili nihil nisi passi-
bilitates assignantis, fantasmati vero activitatem tanquam par-
ticulari agenti, et intellectui agenti tanquam agenti universali;
ita quod ad primas intellectiones et species intelligibiles concurrit
fantasma tanquam agens particulare, et intellectus agens tanquam
agens vniiversale; ad omnes autem conseguentes se habet intel-
lectus agens sicut causa particularis, fantasma autem sicut causa
sine qua non, intellectus autem possibilis solum recipit et nun-
quam agit -°.
Da questa opinione il nostro dichiara di dissentire, non per
quel che concerne le prime intellezioni, nelle quali l' intelletto
possibile è totalmente in potenza, e quindi del tutto passivo,
sibbene per quel che concerne le intellezioni successive, alle
quali, essendo già attuato dalle prime, è in grado di concor-
rere attivamente, « semper tamen virtute intellectus agentis ».
Di qui la conclusione formulata piti oltre, che cioè:
Intellectus ante actuationem speciei intelligibilis aliter est in
potentia quam post actuationem eius 21.
Dopo aver affermato l'essenziale passività dell' intelletto
possibile, fra Paolo si pone nella Summa naUiralmni il quesito
del rapporto da stabihre tra questo intelletto e il corpo umano,
intorno al quale « tam Inter veteres quam modernos multa
discrepantia fuit » ^-. E prima di tutto ricorda
quod Plato posuit intellectum uniri corpori, non ut formam
materie, sed ut motorem mobili, eo modo quo nauta unitur navi
et intelligentia orbi, non per modum informationis, sed per con-
tactum virtutis (alium) a contactu corporeo.
20 7è., ad t. e. 5, fol. 131, col. 3. Il problema fu a lungo discusso fra le
varie scuole nella scolastica della decadenza, senza che ci si rendesse
ben conto della sua gravità, poiché è problema che investe tutta la
filosofia antica fino a Kant: come salvare l'immanenza dell'atto del
conoscere, se esso ha bisogno d'una causa esterna che la produca nel
soggetto conoscente ?
21 Iv., ad t. e. 8, fol. 133, col. 2.
^2 Summa naturai., V, e. 36.
i
PAOLO VENETO E l'aVERROISMO PADOVANO 83
Quanto ad Averroè, il nostro eremitano ne espone il pen-
siero in questi termini:
Secundo notandum ex intentione Commentatoris, ij de anima
(comm. 5 et 36), quod corporalis natura compatitur secum spiri-
tualem naturam, et non cedit ei organum fantasticum seu imagi-
native virtutis, cum sit quid corporale, intellectus autem quid
spirituale; organum predictum non cedit intellectui, et per con-
sequens illa eadem intentio que informat virtutem imaginativam,
informat intellectum materialem...; et hoc dico quia intellectus
copulatur nobis per formam suam. Copulatur enim nobis per
intentiones imaginatas, que sunt eedem cum intentionibus exi-
stentibus in intellectu possibili; et ita unitur homini per fanta-
smata intellecta in actu. Intentiones enim imaginative, per Com-
mentatorem, ut informant virtutem imaginativam, plurificantur,
quia sunt ibi cum conditionibus materie; sed ut informant in-
tellectum possibilem fiunt una intentio in ipso, quia non recipit
cum conditionibus materie. Et ideo inquit Commentator, quod
copulatur nobis intellectus per continuationem intentionis in-
tellecte, quia eadem est intentio informans intellectum et virtutem
imaginativam 23.
Siffatta interpretazione del pensiero del commentatore di
Cordova anzi che da Sigieri è suggerita invece da Egidio Ro-
mano, al quale il confratello veneto s'appella esplicitamente
nel commento al De anima:
Secunda opinio fuit Averoys dicentis quod intellectus humanus
non unitur corpori ut forma, sed per fantasmata intellecta in
actu. Ad quod declarandum, est notandum primo secundum
eum in hoc tertio, iuxta expositionem Egidij, quod corporalis
natura compatitur secum spiritualem naturam etc. -4.
All'opinione d'Averroè, Paolo aggiunge quella di Giovanni
di Jandun che, a mio parere, egH non ha ben compreso. Ecco
ad ogni modo com'egli la riassume:
Tertia opinio fuit Ioannis de ianduno dicentis quod intellectus,
secundum Commentatorem, unitur corpori humano, non ut forma
dans esse, sed ut motor mobili dans operari, eo modo quo unitur
intelligentia orbi et nauta navi; concedens consequenter quod
datur duplex homo: unus qui componitur ex corpore et anima
cogitativa; et alius qui componitur ex intellectu et toto residuo;
23 Ib.
24 In libros de anima, 1. e. f. 133, col. 4. Cfr. Egidio Romano, Do
intell. pass, cantra Averr., Venezia, 1500, II parte, fol. 92 col. 1-9.
84 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
quibus proportionaliter respondet duplex intelligere, scilicet
universale et particulare ; homo sumptus primo modo, solum
particularia intelligit; et sumptus secundo modo intelligit solum
universalia ^5.
A queste tre opinioni egli oppone la tesi d'Aristotele, se-
condo il quale l' intelletto è vera forma sostanziale dell'uomo,
cui dà essere ed operare ^6.
Ma com'egli intenda il pensiero dello Stagirita su questo
punto, c'è detto nella Summa naturalium '^v.
Tertia conclusio : Anima intellectiva non unitur corpori humano
per inherentiam. Patet tripliciter: primo quia ipsa est ingene-
rabilis et incorruptibilis, iij de anima (t. e. 20) ; modo nulla forma
inheret materie per transmutationem, scilicet materie que non
generatur et corrumpitur, ut colligitur a philosopho, primo de
genevatione, et a Commentore, in libro de substantia orbis (cap. 4).
Secundo, quia intellectus est impassibilis et intransmutabilis,
iij de anima; sed nulla forma inheret materie nisi per transmu-
tationem et passionem. Tertio, quia anima intellectiva est indi-
visibilis et impartibilis per carentiam partium integralium; nam
quelibet forma inherens materie suscipit conditiones intrinsecas
materie secundum quas inheret; cum ergo conditio materie,
secundum quam forma inheret, sit habere partes integrales,
licet non partem extra partem, quia hec est conditio quantita-
tis, etc.
Quarta conclusio: Anima intellectiva unitur homini substan-
tialiter per informationem, ita quod est forma substantialis cor-
poris humani, non solum dans operari, sicut intelligentia orbi,
sed etiam esse specificum et essentiale. Probatur: differentia
specifica constituens aliquam speciem sumitur a forma illius
speciei, sicut apparet ex intentione philosophi, io metaphysice
(t. e. 25), dicentis quod contraria consequentia materiam non
faciunt differentiam in specie, sed contraria consequentia formam;
modo differentia propria hominis est « rationale »; ergo sumitur
a forma humana; sed «rationale » sumitur ab eo quod est intel-
lectivum; ergo intellectus vel anima intellectiva est forma cor-
poris humani. — Item, « rationale » ponitur in diffinitione eius
non tanquam additamentum, sed tanquam differentia eius, ut
ponit Porphyrius et Aristoteles ; ergo " rationale » est de essentia
hominis; sed nihil est per se rationale nisi per aniinam intellecti-
^5 Ib., fol. 134, col. I, cfr. Sigieri, pp. 100-102.
-6 Ib., fol. 134, col. 1-2: «Quarta opinio fuit Aristotelis dicentis in-
tellectum esse veram formam substantialem hominis.... Ideo est di-
cendum cum Aristotele et alijs perypateticis veris, quod intellectus est
iorma substantialis hominis, dans sibi esse et operari ».
^7 Parte V, cap. 36.
PAOLO VENETO E l'aVERROISMO PADOVANO 85
vam; ergo etc. Unde ex diffinitione anime data a phylosopho,
ij de anima, convincitur hanc conclusionem esse de intentione
sua. Arguitur enim sic: Anima intellectiva secundum ipsum est
anima; ergo «est actus primus corporis »; patet consequentia a
dififinito ad diffinitionem ; ergo est forma substantialis; patet
consequentia secundum phylosophum, ij de anima (t. e. 6), eo
quod actus primus est forma substantialis corporis; et nonnisi
corporis humani; ergo etc. — Deinde anima intellectiva est illud
«quo primo intelligimus »; ergo est forma substantialis hominis;
patet consequentia, quia non est alia ratio ad probandum ani-
mam vegetativam esse formam substantialem corporis vege-
tantis, et animam sensitivam esse formam corporis sensitivi;
ergo etc.
L'anima intellettiva dunque è, sì, forma dell'uomo, in
quanto gli dà l'essere e l'operare di uomo, ma non perché sia
inerente al suo corpo alla stessa maniera delle altre forme
naturali. Su questa differenza Paolo Veneto ritorna anche nel
commento al De anima -^:
Intelligenda est differentia inter informare et inherere: quo-
niam informare est dare alteri esse actuale et hoc dicit perfectio-
nem in forma, imperfectionem in materia, quia dare dicit perfectio-
nem; sed inherere est ab alio sustantificari, et hoc dicit perfectio-
nem in materia et imperfectionem in forma, quoniam sustanti-
ficare dicit perfectionem, et sustantificari imperfectionem dicit,
scilicet dependentiam a subiecto. Ex isto notabili..., sequitur
quod anima intellectiva, licet informet corpus humanum, non
tamen inheret illi, quia non dependet ab eo; quocumque enim tali
corpore dato, ante illud fuit et post illud erit anima intellectiva,
cum illud generetur et corrumpatur, anima autem intellectiva
sit eterna.... Ouatuor rationibus arguitur animam intellectivam
non inherere materie; quarum prima est ista: anima intellectiva
non educitur de potentia materie; ergo sibi non inheret.... Se-
cunda ratio: anima intellectiva est prior materia; ergo non inheret
illi.... Tertia ratio: anima intellectiva est impassibilis et intransmu-
tabilis; ergo non inheret materie.... Quarta ratio: anima intellectiva
est indivisibilis et inpartibilis per carentiam partium integralium,
secundum philosophum et commentatorem, in hoc tertio (t. e. 6) ;
ergo non inheret materie.
Anima sensitiva o cogitativa ed anima intellettiva son
dunque, per il maestro padovano, due forme totali che costi-
tuiscono l'uomo nella sua natura di animale ragionevole.
Ma pur essendo due forme distinte, sono unite da un intimo
^^ In libros de anima, III, ad t. e. 6, f. 132, col. 2-3.
86 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
legame talmente stretto, che l'una è fatta per l'altra e l'una
completa l'altra. Per questa ragione il Nifo, più che due
anime le diceva 29 due semianime costituenti, per la lo-
ro sostanziale unione, una sola anima umana; che è an-
che il pensiero di Dante, il quale ad esprimerlo si serve della
immagine del « calor del sole che si fa vino, giunto all'omor
che dalla vite cola » 30. La tesi di fra Paolo è dunque identica
in sostanza alla tesi professata da Sigieri nel trattato in ri-
sposta a quello dell' Aquinate contro gli averroisti ; ma d'ac-
cordo col brabantino il maestro padovano non è nella pretesa
d'attribuire questa tesi al commentatore di Cordova; anzi
egli riconosce che è vero il contrario:
Cominentator tamen diceret intellectum per se subsistere,
et ipsum non uniri materie ut formam; sed non sui ipsius {sic,
leggi: sum ipsius) opinionis 3'.
Ma se il nostro eremitano dissente da Sigieri su questo par-
ticolare, non dissente affatto da lui nel ritenere che, pur es-
sendo forma dell'uomo, l' intelletto possibile è unico per tutti
gli uomini. E nella Summa naturalium 32 ritiene sia questo il
pensiero non soltanto d'Averroè, bensì quello d'Aristotele:
Unde secundum philosophum, primo et tertio de anima, na-
tura nihil facit frustra et non abundat in superfluis, nec deficit
in necessariis; cum igitur natura alicui speciei non dederit nisi
unum individuum, et alteri plura, hoc est ideo, quia una species
in uno individuo potest se perpetuo preservare, et non alia; ut
species angelica que perpetuo preservatur in una intelligentia,
et non species humana; sed ita est quod species anime intellective
potest se preservare perpetuo in uno individuo, quia anima in-
tellectiva est perpetua et eterna sicut aliqua intelligentia celestis,
ergo frustra et preter intentionem nature ponuntur plures anime
intellectuales solo numero differentes. — Item, intellectus venit
de foris, secundum philosophum, xvj libro de animalibus: aut
ergo per creationem, iuxta opinionem fidei; aut per motum a
corporibus celestibus, iuxta opinionem Platonis; aut per introitum
unius corporis, aliud relinquendo, iuxta opinionem Pictagore;
aut per novam actuationem unius corporis humani, aliud
non relinquendo: nullus trium priorum modorum potest assi-
gnari, quia intuenti libros Aristotelis notum est ipsum oppositum
29 Vedi Sigieri... nel pens., pp. 13-20.
30 Purg., XXV, 76-78.
31 In libros de anima, 1. e. fol. 132, col. 3.
32 Parte V, cap. 37, fol. 88, col. 3.
PAOLO VENETO E l'aVERROISMO PADOVANO 87
opinari; ergo est dare quartum modum; et cum in eodem corpore
non possint esse plures anime intellective simul, secundum omnes
opiniones, sequitur quod unicus est intellectus in omnibus homi-
nibus secundum intentionem Aristotelis.
E più oltre:
Quarta conclusio: Intellectus non numeratur numeratione
individuorum, sed est unicus in omnibus hominibus. Probatur:
pluralitas individuorum in eadem specie non est nisi per mate-
riam, per philosophum, j celi (t. e. 92), vij et xij metaphysice
(VII, t. e. 28; XII, t. e. 49), ubi probat quod non possunt esse
plures intelligentie separate solo numero differentes, per hoc
medium : quecunque conveniunt in eadem specie et differunt
numero, habent materiam; sed anima intellectivam non habet
materiam scilicet ex qua, nec in qua per inherentiam; ergo etc.
Unde arguitur sic: anima intellectiva est ingenerabilis et incor-
ruptibilis, iij de anima (t. e. 20), et non contingit dare multitu-
dinem infinitam, j celi (t. e. 68) et iij physicorum (t. e. 40), et
species sunt eterne, j posteriorum (t. e. 56) et vii] physicorum
(t. e. 57); ergo unica est anima intellectiva omnium. Patet con-
sequentia, quia, si anima intellectiva mutatur mutatione indivi-
duorum speciei humane, aut ergo per generationem et corruptio-
nem, ut posuit Alexander, et hoc non, quia repugnat prime parti
antecedentis ; aut per multiplicationem finitam animarum re-
cedentium et advenientium, ut posuit Plato vel Pictagoras, et
hoc iterum non, quia omnes sciunt oppositum scripsisse Aristo-
telem; aut per generationem vel creationem et incorruptibili-
tatem, ut ponit fides, et hoc iterum non, quia repugnat secunde
et tertie parti antecedentis; ergo oportet dare unicum intellectum
in omnibus hominibus, secundum opinionem et intentionem Ari-
stotelis.
La stessa tesi Paolo Veneto sostiene anche nell'esposizione
del De animaci, ma con una piccola variazione: nella Summa, la
teoria dell'unico intelletto in tutti gli uomini è detta sen-
33 In libros de anima. III, ad t.c. 5, fol. 130, col. 3: « Secundo notan-
dum, secundum Commentatorem, eodem commento, quod Illa natura
(intellectus) non est hoc aliquid, nec corpus nec virtus in corpore, quo-
niam, si ita esset, tunc reciperet formas secundum quod sunt diverse
et individuales; et si ita esset, tunc forme existentes in illa essent in-
tellecte in potentia, et sic non distingueret naturam formarum secun-
dum quod sunt forme, sicut est dispositio in formis individualibus,
sive in spiritualibus sive in corporalibus. Intentio commentatoris est,
quod intellectus humanus non sit aliquid singulare vel individuum,
ex quo non est corpus nec virtus in corpore; quoniam materia est ratio
individuationis, a qua separatur intellectus humanus sicut et quelibet
intelligentia celi. Tria ergo inconvenientia adducit, concesso quod
intellectus sit hoc aliquid. Primum inconveniens est, quod intellectus
88 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
z'altro rispondere al pensiero d'Aristotele « iuxta impositionem
Commentatoris » ; nel commento invece è presentata sempli-
cemente come « intentio » e « opinio Commentatoris » : segno
che sul vero pensiero d'Aristotele s'era forse affacciato qualche
dubbio alla mente del maestro padovano.
Un'altra tesi tipica di Sigieri consiste, come sappiamo,
nel ritenere che l' intelletto agente, tanto per Aristotele quanto
per il suo commentatore arabo, sia Dio.
Nella Summa naturalium 34, fra Paolo ritiene:
quod intellectus agens et possibilis non separantur ab anima
intellectiva, sed sunt differentie illius non substantiales..., sed
accidentales.... Intellectus agens est coniunctus anime intellective
per inherentiam et fantasmatibvis per presentiam et indistantiam.
Per altro nella risposta « Ad primum (argumentum) » egli
accenna anche alla tesi di Sigieri, ma senza aderire ad essa:
Commentator autem vult intellectum possibilem esse essen-
tiam anime intellective, et intellectum agentem esse primam cavi-
sam, vitaliter immutantem ipsum intellectum possibilem; sed
hanc opinionem non teneo ad presens.
Invece, quando scriveva l'esposizione al De anima, egli era
ormai convinto che la tesi di Sigieri fosse la sola vera, non
soltanto dal punto di vista della filosofia aristotelica, ma al-
tresì da quello teologico:
Dubitatur, si intellectus agens et possibilis differunt tam inter
se quam ab assentia anime, utrum sint substantie vel accidentia.
In hac materia fuerunt quatuor opiniones. Prima fuit Avi-
cenne et Algacelis, dicentium intellectum agentem et possibilem
esse substantias invicem separatas loco et subiecto, ita quod se-
cundum eum {sic) intellectus possibilis est forma hominis, et
intellectus agens est decima intelligentia appropriata decime
spere, a qua nostra felicitas dependet; sicut ergo iste unus sol
non reciperet nisi formas individuales et secundum quod sunt diverse...
Secundum inconveniens: quod species intelligibiles essent intentiones
intellecte in potentia et non in actu; quod est falsum, cum sint univer-
sales et depurate a conditionibus materialibus.... Tertium inconve-
niens: quod intellectus non poneret differentiam inter formas univer-
sales et singulares, sive ille forme corporales sive spirituales ». E
dopo aver riferite quattro obiezioni « contra commentatorem », comincia
la sua risposta con queste sintomatiche parole: « Responsurus prò
opinione Averroys, dico......
34 Parte V, cap. 38, fol. 89, col. 1-4.
PAOLO VENETO E L AVERROISMO PADOVANO 09
totum universum illuminat, per cuius illuminationem possunt
omnes oculi videre, sic, dicebant illi, est aliqua una substantia
separata irradians super fantasmata omnium hominum, per
cuius irradiationem possunt omnes homines intelligere.
Hec opinio est in parte defectuosa, quia postquam intellectus
factus est in actu nos intelligimus quandocumque volumus,
secundum quod posuit supra Commentator et habetur ad expe-
rientiam; sed talis substantia separata non videtur irradiare
supra fantasmata quandocunque volumus, sicut nec sol illuminat
oculum quandocunque volumus; cum ergo non intelligamus
absque intellectu agente, ergo intellectus agens non est talis
intelligentia separata 35.
Siffatta critica della tesi d'Avicenna, ci fa presentire come
la pensi il nostro su quest'argomento: se invece di identifi-
care r intelletto agente colla decima intelligenza celeste, che
è r infima delle intelligenze separate, Avicenna l'avesse iden-
tificato con Dio, questo certamente irradia della sua luce i
fantasmi « quandocumque volumus ». Il difetto insomma di
questa teoria consiste nell'avere identificato l' intelletto
agente con un intelletto particolare, anzi che con un intel-
letto veramente universale.
Dopo di che, Paolo Veneto espone e critica come seconda
opinione quella d' Egidio, di S. Tommaso e di tutti quegli
antichi scolastici che ritenevano l' intelletto possibile ed agente
facoltà accidentali dell'anima. La terza opinione, da lui ri-
ferita parimente rifiutata, è quella di Giovanni Eucliph,
ossia Giovanni WycHf, il cui ricordo doveva essere ancora
ben vivo a Oxford, quando vi giunse il nostro eremitano 56.
Indi prosegue:
35 In libros de anima, III, ad t. e. 19, fol. 142, col. 4.
36 La terza opinione è così riassunta (fol. 142, col. 4-143, col. i):
« Tertia opinio fuit Ioannis Eucliph dicentis intellectum possibilem et
intellectum agentem esse potentias anime inteUective, non tamen esse
substantias nec accidentia; sicut enim dicunt theologi quod pater,
filius et spiritus sanctus sunt tres persone realiter distincte, non tamen
tres substantie nec tria accidentia, sed una substantia que est deus,
ita intellectus agens et intellectus possibilis et voluntas sunt tres po-
tentie realiter distincte, non tamen tres substantie, nec tria accidentia,
sed una substantia que est anima intellectiva ; et sicut pater non est
filius, nec spiritus sanctus, et tamen est ille idem deus qui est filius et
spiritus sanctus, ita intellectus agens non est intellectus possibilis
nec voluntas, et tamen est intellectus agens illa eadem anima intel-
lectiva numero, que est voluntas et intellectus possibilis. Opinio ista
non est tenenda phylosophice nec theologice » etc.
90 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Quarta opinio, que tenenda est, fuit Aristotelis ponentis in-
tellectum agentem et possibilem esse virtutes et potentias anime
non subtantiales nec accidentales, sed intellectum possibilem
esse accidens proprium et inseparabile anime intellective, quo
recipit omnes formas speculativas, sicut materia prima per suam
accidentalem potentiam recipit omnes forinas naturales. Intel-
lectuin vero agentem voluit esse substantiam primam, coniunctam
intellectui possibili non per modum forme informantis nec inhe-
rentis, sed per modum forme et habitus presentis et indistantis;
nec aliqua intelligentia, preter primam que deus est, potuit esse
intellectus agens, quia, sicut potentialitati prime materie respondet
actus purissimus in quo sunt active omnes forme naturales que
sunt in prima materia passive, ita potentialitati anime intellective
competere (correspondere ?) agens primum, in quo sunt effective
omnes forme speculative, que passive sunt in anima intellectiva,
mediante intellectu possibili 37. Si enim aliqua intelligentia depen-
dens esset intellectus agens, per istam non posset intellectus pos-
sibilis intelligere primam causam, quia intellectus agens abstrahit
intellecta et agit ea, secundum Commentatorem ; modo nulla
intelligentia inferior potest abstrahere causam primam nec in
illam aliquo modo agere, ratione independentie (suedependentie ?)
et imperfectionis. Et hec opinio non solum est physica, sed etiam
a theologis tenetur.
Nel commento al De anima, dunque, ogni riserva è sciolta,
e fra Paolo giudica la dottrina che identifica l' intelletto
agente colla causa prima, cioè con Dio, non soltanto conforme
al pensiero d'Aristotele e d'Averroè, ma senz'altro vera in se
stessa e tenuta dai filosofi, non meno che da non pochi teologi.
La tesi di Sigieri, intorno alla quale aveva avuto dei dubbi,
aveva finito per prendere il sopravevnto nel suo animo.
Altrettanto non possiamo dire d'un'altra tesi del braban-
tino, strettamente connessa con quella che concerne l' intel-
letto agente, la teoria cioè della beatitudine per mezzo del
congiungimento della mente umana coli' intelletto divino.
Su questo punto Sigieri aveva fatta sua l' interpretazione
che il Commentatore di Cordova, nella celebre digressione
inserita nel commento 36 del III libro De anima, dava del
37 Allo stesso modo per Dante, Conv., IV, xxi, 5, l'anima in vita
tratta per virtù celestiale dalla potenza del seme, « incontanente pro-
dutta, riceve da la vertù del motore del cielo lo intelletto possibile;
lo quale potenzialmente in sé adduce tutte le forme universali, secondo
che sono nel suo produttore, e tanto meno quanto più dilungato da la
prima Intelligenza è ». Sul qual passo, cfr. B. Nardi, Dante e la cultura
medievale, pp. 267 sgg., e Giorn. Crit. filos. Hai., XIII, 1933, pp. 54-56.
PAOLO VENETO E l'aVERROISMO PADOVANO QI
pensiero d'Aristotele. Anche l'eremitano sa bene come la
pensasse Averroè :
Commentator autem dicit iij de annna (t. e. 5 et 36), quod,
cum intellectus possibilis fuerit intellectus adeptus, idest actuatus
omnium specierum materialium, intelligit intellectum agentem
per essentiam propriam 38.
Ma neppur questa volta egli è dell'avviso dell'arabo; e
postosi il quesito « Qualiter intellectus noster intelligit sub-
stantias separatas », lo risolve affermando che l' intelletto
umano conosce le sostanze immateriali « non per se et directe,
sed indirecte et reflexe per cognitionem motus celi» 39.
Così nella Summa naturalium. Ma nell'esposizione del De
anima è anche più esplicito, se fosse possibile. Postosi di nuovo
il problema « Utrum intellectus possit intelligentias separatas
cognoscere », fa questa osservazione che è presa alla lettera
dal commento di S. Tommaso:
Istam questionem non solvit hic philosophus, dicens se deter-
minaturum alibi, scilicet in libro metaphysice...; hec questio
tamen non invenitur soluta per ipsum, quia complementum illius
scientie nondum ad nos pervenit, vai quia nondum est totus liber
translatus, vel forte morte preoccupatus librum non complevit 40.
Ciò non di meno egli espone qual fosse il pensiero d'Averroè
e in che differisse da quello degli altri interpreti della dottrina
d'Aristotele. Ma giunto alla fine della discussione, egli ci fa
sapere « quod hec opinio iam non tenetur a theologis vel phi-
losophis », e ripete « quod intelligentie separate cognoscuntur
ab intellectu possibili non per se et directe..., sed indirecte
et reflexe per cognitionem motus celi » 41.
Da quanto precede, mi pare risulti in modo da non lasciar
dubbio, che Paolo Nicoletti, quando nel 1408 insegnava a
Padova, aveva od aveva avuto tra mano per lo meno lo scritto
di Sigieri in risposta al trattato tomistico De unitale intel-
lechis. Questa e verosimilmente altre opere del brabantino
circolavano già fra i maestri dello studio padovano, o fu il
38 Summa naturai. ,Y, e. 41, f. 91, col. 3.
39 76., cap. 42, f. 92, col. i.
40 In libros de anima. III, ad t. e. 36, fol. 152, col. i, Cfr. S. Tom-
maso, De anima, III, lez. 12.
41 Ib., fol. 153, col. I.
92 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
nostro eremitano a portarvele, forse da Oxford o da Parigi ?
Non saprei che dire, perché tanto l'una che l'altra suppo-
sizione, in mancanza di dati sicuri, è ugualmente ammissibile.
Ulteriori ricerche nella letteratura manoscritta concernente i
maestri che professarono a Padova e a Bologna nei secoli XIV
e XV, potranno gettare qualche luce sulle correnti d' idee
che fervevano in quei due centri d'intensa vita intellettuale 4^.
Per il momento, a noi basti di ricordare quel maestro Taddeo
da Parma, il quale insegnava a Bologna intorno al 1320, e
che nel suo commento al De anima accoglieva la tesi difesa
da Sigieri nelle Quaestiones de anima intellectiva'iì. Ma Taddeo,
più che l'opera del brabantino sembra aver letto le Quae-
stiones di Giovanni di Jandun, le quali ebbero in Italia dal
secolo XIV al XVI la più larga diffusione e furono trascritte
e stampate in parecchie edizioni, discusse con vivacità e
qualche volta fraintese. Fraintesa in particolare sembra es-
sere stata da Paolo Veneto, e da altri la dottrina intorno al
modo come l'anima intellettiva è forma del corpo, la quale,
come già sappiamo è in sostanza quella di Sigieri, cui espHci-
tamente accennava. Il bisogno di togliere alla dottrina aver-
roistica quello che essa aveva d'eretico, dopo che il concilio
di Vienne aveva definito esser l' intelletto forma del corpo
umano, dovette invogliare gli averroisti italiani a procurarsi
quegli scritti nei quali Sigieri s'era difeso contro le obiezioni
di S. Tommaso, e nei quali, senza rinunziare alla tesi dell'unico
intelletto avea tentato di dimostrare com'esso s'unisse al-
l'uomo con tale intimo e sostanziale legame, da potersi dire
forma dell' individuo umano cui s'attribuisce l'atto dell' in-
tendere. L' insegnamento di Paolo Nicoletti a Padova è una
inequivocabile testimonianza che gli scritti di Sigieri non
erano ignoti.
Un'altra cosa questo insegnamento ci attesta: che la dot-
trina averroistica poteva esser liberamente discussa ed esposta
a Padova, fin dal primo decennio del secolo XV, senza che chi
se ne faceva sostenitore incorresse nella taccia d'eretico;
tanto vero che frate Paolo non sente neppure il bisogno di
42 Cfr. sotto, il saggio XI.
43 Cfr. Sofia Vanni Rovighi, Le Quaestiones de anima di Taddeo
da Parma. Testo e introduzione. Milano, Soc. Ed. « Vita e pensiero »,
195 I, P- 35 sgg.
l'AOLO VENETO E L'AVERROISMO PADOVANO 93
ripetere la solita formale protesta, che altri averroisti avevano
cura di non omettere, cioè che essi trattavano dallo spinoso
argomento come filosofi e non come teologi. E forse perché
gli averroisti padovani usavano senza parsimonia di questa
libertà, il vescovo Barozzi d'accordo coli' inquisitore locale
proibì « quovis quaesito colore » le dispute intorno all'unità
dell' intelletto. Ma il divieto riguardava la diocesi di Padova,
e non, per esempio, Bologna e Pavia, ove si continuò a dispu-
tare con grande spregiudicatezza.
IV
LA MISCREDENZA
E IL CARATTERE MORALE DI NICOLETTO VERNIA *
Non mi stancherò mai dal ripetere, per coloro che han
l'animo sgombro da pregiudizi, che una vera e propria dot-
trina della « doppia verità » nel medio evo e nel Rinascimento
non fu mai sostenuta da alcuno '. Molti invece furon quelli
che, contro il concordismo tomistico, posero in rilievo l'oppo-
sizione di fatto fra la teologia e la filosofia, ' intendendo per
filosofia la dottrina della natura congegnata in sistema da
Aristotele, detto perciò il « filosofo « per eccellenza, e svilup-
pata dai suoi commentatori greci ed arabi. Il primo a rendersi
conto, in modo chiaro ed esphcito, di questa opposizione, fu
Alberto Magno. Il quale, non solo dichiarava apertamente che
« theologica cum physicis principiis non conveniunt » -, ma
giungeva fino a sostenere, non doversi far caso dei miracoli
che Dio opera oltre il potere della natura, quando si tratta di
conoscere quello che è il corso degli eventi naturali 3. Perciò,
egli che s'era proposto « totam Aristotelis scientiam prò....
viribus explanare », dichiarava di rifuggire dall' interpreta-
zione che del pensiero aristotelico davano i dottori latini:
« quoniam in istarum quaestionum determinatione omnino
* Dal «Giorn. Crit. di Filos. Ital. », XXX, 1951, pp. 103-118.
1 Vedasi quanto ho detto sopra, pp. 55-58, 71-75, e in Dante e la
cultura medievale, 2* ed. Bari, Laterza, 1949, pp. 208-209, nonché quanto
ne ha scritto E. Gilson, Etudes de philos. médiév., Strasbourg, 1921,
PP- 5i'75; id., Dante et la philosophie, Paris, 1939, p. sgg.
2 A. Magno, Metaphys., XI, tr. 3, e. 7.
3 A. Magno, De gener. et corrupt., I, tr. i, cap. 22, ad t. e. 14. Cfr.
la mia nota La posizione di Alberto Magno di fronte all'averroismo, in
« Riv. di Storia d. Filos. », II, 1947, p. 197 sgg.
q6 l'aristotelismo padovano dal SFXOLO XIV AL XVI
abhorremus doctorum latinorum verba » 4 ; fra i quali è sicu-
ramente il suo confratello italiano, frate Tommaso d'Aquino 5.
La pretesa « teoria della doppia verità » non fu dunque
una « teoria « né una « dottrina », ma la semplice constata-
zione del disaccordo o contrasto fra la filosofia aristotelica e il
pensiero cristiano. Ed era perfettamente logico che gli esposi-
tori del pensiero aristotelico diffidassero dei tentativi concor-
distici di Tommaso e d'altri teologi, e preferissero attenersi
neir interpretazione d'Aristotele ai principii fondamentali della
sua metafisica, senza preoccupazioni teologiche, sia che le
conclusioni cui giungevano s'accordassero o no coi dogmi
della fede, avendo per altro cura di dichiarare che quello che
affermavano come filosofi, cioè come interpreti d'Aristotele,
non riguardava né intaccava la verità di fede, cui essi prote-
stavano di credere come fa ogni buon cristiano 6.
Dal punto di vista logico e oggettivo, questo atteggiamento
degli averroisti era perfettamente coerente e non impHcava
in sé niente di contradittorio, e tanto meno costituiva quel-
l'eresia che Tommaso d'Aquino e alcuni altri teologi vi scor-
sero.
Il che compresero bene non pochi altri teologi ai quali il tenta-
tivo tomistico di cristianeggiare la filosofia aristotelica, per an-
corare ad essa il dogma, non parve né di buon gusto né di
4 A. Magno, De anima, III, tr. 2, e. i, ad t. e. 2 ; La posizione d'A. M.,
p. 215. Il Pomponazzi, che rifugge del pari da questo « fratrizzare,
idest miscere diver.-a brodia » [Phys. Vili, t. e. 76, Bibl. Nation. di Pa-
rigi, cod. lat. 6533, f. 568r), loda anche lui Alberto Magno, perché a dif-
ferenza degli altri «fratres omnes», cioè d'Egidio, di Tommaso, di Scoto
e di Gregorio da Rimini, s'è astenuto dal « frateggiare », mescolando
filosofìa e teologia. Sicché « isti fratres truffadini, dominichini, fran-
ceschini vel diabolini habent bene rationem comburendi Albertum,
quia omnes questiones sunt contra fìdem nostram licet dicat in fine,
quod ita dicit quia ut philosophus loquitur, et philosophica non sunt
miscenda cum theologicis; et dicit quod in theologia aliter sentit; et
dicit quod est fatuum miscere eredita cum physicis; me autem vellent
comburere» {Phys., Vili, t. e. 85. Arezzo, Fraternità de' Laici, m. 389,
f. 317»'. Cfr. cod. Parig. cit., f. 584^).
5 Cfr. il mio articolo Alberto Magno e S. Tomìiiaso, in « Giorn. Crit.
d. Filos. Ital. », XXII, 1941, p. 36 sgg., e La posiz. di A. M., pp. 200,
210, 219.
6 Non va confusa con questa tesi la dottrina, svolta più tardi da Gior-
dano Bruno, e anch'essa d'origine averroistica, la quale attribuisce alle
« verità di fede » un valore puramente pratico, che il filosofo accetta
solo come tale. Dell'origine e dello sviluppo di questa teoria ho parlato
n «Giorn. Crit. d. Filos. Ital.», XXX, 1951, p. 363 sgg.
J
MISCREDENZA E CARATTERE DI NICOLETTO VERNIA 97
buon augurio. E in particolare lo compresero gì' inquisitori
che sorvegliavano con occhio sospettoso le manifestazioni
dell'eretica pravità. A questi ultimi importava mediocremente
di sapere come la pensassero Aristotele e Averroè sull'eternità
del mondo o sull'unione dell'intelletto all'uomo: essi invece
volevano essere rassicurati sui sentimenti personali dei com-
mentatori cristiani d'Aristotele intorno a questi argomenti.
E per esserlo, bastaron loro, a quanto pare, le pubbliche di-
chiarazioni che, neir insegnamento e nei loro scritti, gli ari-
stoteli si facevano premura di non dimenticare.
Ciò spiega come l'averroismo e l'alessandrismo abbiano
potuto avere una vita abbastanza florida sino alla fine del
secolo XVI; e com'essi fossero apertamente professati a Pa-
dova, a Bologna ed altrove senza che per questo corresse
sangue, come fantasticava Francesco Orestano 2. Ch' io sappia,
neppure una goccia ne fu versato, a meno che non fosse dal
naso nell'ardor delle dispute.
E nella libera discussione, entro e fuori le aule universi-
tarie, a Padova e a Bologna, e non per editti restrittiva, l'ari-
stotelismo nelle sue varie tendenze esaurì la propria vitalità,
quando si comprese che i problemi da esso posti erano inso-
lubih, per esser mal posti. Ma, intanto, quella che s'usa chia-
mare « dottrina della doppia verità », aveva ottimamente
compiuto la sua funzione storica, di assicurare un'assai ampia
libertà d' indagine e di critica, di cui il pensiero del Rinasci-
mento s' è avvantaggiato ^.
A questo punto nasce per altro un dubbio perfettamente
legittimo e stimolante: erano poi sinceri, averroisti e alessan-
dristi, quando dichiaravano di limitarsi ad esporre quello
che, a loro avviso, era il pensiero d'Aristotele, ossia la « ve-
rità filosofica », senza aderirvi, ma anzi ripudiandola, e di
credere alla verità della fede ? oppure si beffavano in cuor
loro degli inquisitori, mettendosi al riparo, per mezzo di quelle
dichiarazioni, contro le pene canoniche comminate agli eretici ?
Un dubbio siffatto solleva problemi delicati, di difficilissima
7 Riesame della « Beatrice svelata », in « Studi su Dante », IV, Milano,
Hoepli, 1939, p. 24; cfr. il mio voi. Nel mondo di Dante, Roma, 1944,
PP- 355-56.
8 B. Nardi, Sigieri di Brabante nel pensiero del Rinascimento italiano,
pp. 89-90. Si veda anche la voce Averroismo nel II voi. déW' Enciclope-
dia Cattolica.
9» L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
soluzione. Intanto si deve constatare che, in generale, gì' in-
quisitori si mostraron piuttosto propensi a credere alla sin-
cerità di quelle dichiarazioni e a lasciare che, nel foro inte-
riore, ognuno s'aggiustasse con Dio come meglio credeva.
Non tutti, però: che noi sappiamo della citazione di Sigieri,
di maestro Bernieri di Nivelles e di maestro Gosvino de la
Chapelle da parte dell' inquisitore di Francia, il 23 novem-
bre 12769; del processo intentato a Biagio Pelacani, maestro
a Pavia, dal vescovo di questa città, il 16 ottobre 1396 '°;
e dell'editto emanato il 6 maggio 1489 dal vescovo di Padova
e dall' inquisitore del luogo, col quale si vietava ai maestri
e agli scolari ogni pubblica disputa intorno alla dottrina
averroistica dell' intelletto. Quanto al primo caso, sappiamo
tuttavia che Sigieri e i compagni interposero appello alla
curia papale avverso la sentenza dell' inquisitore di Francia,
né risulta che questa fosse confermata. Il processo contro
Biagio Pelacani dev'essere stato motivato da espressioni
veramente ardite « contra fìdem catholicam et sanctam ec-
clesiam », come quelle che s' incontrano nelle Quaestiones
sul De anima conservateci nel Codice Chigiano O. IV. 41, e
discusse nel 1385 quando Biagio insegnava a Padova ". Il
maestro si dichiarò « male contentus » del linguaggio da lui
tenuto, e dopo aver chiesto perdono « de commissis », il ve-
scovo di Pavia « restituit eum ad lecturam et salarium so-
lita » 12.
L'editto invece di Pietro Barozzi, vescovo di Padova, e
dell' inquisitore fra Martino da Lendinara merita più lungo
discorso.
Insegnava allora nello studio padovano, come lettore or-
dinario di filosofia naturale, Nicolò Vernia da Chieti, che per
la sua piccola statura era chiamato ed egli stesso si firmava
Nicoleto, come Pietro Pomponazzi, suo alunno, sarà detto,
per la stessa ragione, il Pereto (Nicoletto e Perette son forme
italianizzate della schietta forma dialettale padovana Nicoleto
e Pereto). Addottorato in filosofia naturale a Padova il 30
maggio 1458, dopo avere studiato la logica a Venezia sotto
9 Cfr. Riv. di Storia d. Filos., 1947, P- 120 sgg.
1° Anneliese Maier, Die Vorlàufer Galiìeis in 14. Jahrhundert,
Roma, 1949, p. 279.
" Ib., pp. 280, 285, 288 sgg.
12 Ih., p. 279.
MISCREDENZA E CARATTERE DI NICOLETTO VERNIA QQ
Paolo dalla Pergola, occamista, e la filosofia nello studio pa-
tavino sotto Gaetano da Thiene, averroista, conseguì da
veccliio anche la laurea in medicina, il 29 dicembre 1496.
Nell'ottobre 1468, quando successe a Gaetano da Thiene
come ordinario di filosofia naturale, doveva trovarsi sulla
quarantina, se nel testamento fatto il 3 agosto 1499, due
mesi prima della morte, accenna alla sua età decrepita.
In questo testamento, pubbUcato da P. Ragnisco ^3, accade
di leggere una dichiarazione, nella quale il testatore, nell' im-
minenza della morte che sentiva avvicinarsi, vuol purgarsi
dell'accusa che pesava su di lui, d'aver fatta sua la dottrina
averroistica dell'unità dell'intelletto:
Ego Magister Nicoletus Vernias Theatinus antedictus, publice
legens in florentissimo Gymnasio Patavino ordinariam philoso-
phiam naturalem sine aliquo concurrente, quam legi per annos
triginta tres elapsos, ac disputavi ac tenui quod opinio unitatis
intellectus Averrois fuerit opinio AristoteHs, et post niultos annos,
duni vidissem et graecos et arabes doctissimos, repperi non solum
dictam opinionem alienam esse a fide nostra et veritate, sed
etiam ab intellectu AristoteHs, prout in quadam mea quaestione
intulata Reverendissimo Dominico Grimani ad plenum declaro;
et hoc feci prò removendo nialas opiniones, qiias /orlasse habnerunt
auditores mei; nani Deum testor quod numquam credidi tali opi-
nioni, et cum sim in aetate decrepita, et considerans quod oinnes
morimur secundum naturalem cursum, et videns incertitudinem
temporis, diei et horae, et deliberans disponere supra rebus meis,
ut possim consequi vitam aeternam in altera vita promissam
bonis iuxta legem nostram, et, prout in supradicta quaestione
declaravi, etiam iuxta opinionem philosophorum hic non potest
esse vita beata, sed tantum misera.... m.
Fra coloro che s'eran formata una cattiva opinione di maestro
Nicoleto, oltre ad alcuni suoi scolari, era certamente anche il
vescovo Pietro Barozzi'S. Fine spirito d'umanista e, come molti
13 Documenti inediti e rari intorno alla vita ed agli scritti di Nicoletto
Vernia e di Elia del Medigo, in « Atti e memorie dell'Accad. di Scienze
Lettere ed Arti in Padova », Anno 292 (1890-1891), N. S., voi. VII,
disp. 3», p. 280.
14 E cosi, a che serviva tutta la sua speculazione filosofica intorno
alla copulatio o continiiatio dell' intelletto possibile con l' intelletto
agente, in cui avrebbe dovuto consistere la felicitas dell' Etica Nico-
machea in questa vita ?
15 Intorno al quale è da vedere 1' introduzione di Franco Gaeta,
Il Vescovo di Padova P. Barozzi e il trattato « De factionibus extinguendis.
Fondazione Cini, Venezia-Roma, 1958.
lOO L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
patrizi veneziani suoi contemporanei, animato di religioso
ardore, il Barozzi fu vescovo di Padova dal 1478 alla sua morte
nel 1507. Pastore di anime e maestro di vita cristiana in una
città dotta, sede d'un rinomato studio al quale affluivano
scolari da tutte le parti d' Italia e d'oltralpe, non potè mo-
strarsi indifferente alle rumorose dispute la cui eco si dif-
fondeva lontano. Quel battagliare intorno al vero pensiero
d'Aristotele, del suo commentatore arabo e degli interpreti
greci, gli pareva che inaridisse le sorgenti della vita e del
pensiero cristiano. Inoltre, l'accanimento che molti dei di-
sputanti mettevano nel sostenere le interpretazioni d'Ari-
stotele più lontane dal comune modo di pensare dei cre-
denti, doveva alimentare in lui il sospetto, suscitato da voci
che correvano, che qualche maestro dello studio patavino,
mentre si dava l'aria di essere un semplice espositore della
dottrina peripatetica, in realtà avesse finito per farla sua
propria fino a negare i premi e le pene nella vita futura.
L'editto episcopale e inquisitoriale, pubblicato nelle scuole
di Padova il 6 maggio 1489, dopo aver citato alcuni passi
scritturali, proseguiva:
Et rursum [memores] eorum que ad Colossenses magis ad rem
de qua in presentiam agimus accomodate scribit [Apostolus],
dicens : ' Videte ne quis vos decipiat per philosophiam et inanem
fallaciam secundum traditionem hominum, secundum elementa
mundi et non secundum Christum '. Et scientes sic Inter disputan-
dum solere animos perturbar!, ut interdum homines quod falsum
esse sciebant, prò vero suscipiant et defendamt.... Volentesque
ut et hi qui philosophiam discunt, sic discant ut christianam
philosophiam, que longe omnium prestantissima est, non dedi-
scant, et hi qui docent, dum se philosoplios esse meminerunt, non
obliviscantur se etiam christianos existere, ac venena disputa-
tionum malarum iuxta epulas philosophice discipline non ponant....
Et postremo existimantes eos qui de unitate intehectus disputant
ob eam potissimum causam disputare quod, sublatis ita tum
premiis virtutum tum vero supphciis vitiorum, existimant se
liberius maxima queque flagitia posse committere: mandamus
ut nullus vestrum, sub pena excomunicationis late sententie
quam si contrafeceritis incurratis, audeat vel presumat de uni-
tatis intehectus quovis quesito colore publice disputare ^^.
Non si trattava, com' è chiaro, della scomunica lanciata
personalmente contro il Vernia, che della dottrina dell'unità
16 Ragnisco, Documenti, pp. 278-279.
MISCREDENZA E CARATTERE DI NICOLETTO VERNIA lOI
dell' intelletto era, in quel momento a Padova, il piìi risoluto
assertore; ma di un provvedimento che riguardava lui ed
altri, e che sopratutto denunciava una pericolosa moda d' in-
sincerità e doppiezza che s'andava affermando ed era nociva
non meno al costume morale che alla pietà religiosa. Può
darsi che, vietando ogni discussione sull'argomento dell'unità
dell' intelletto, il Barozzi e frate Martino abbiano spiegato
uno zelo eccessivo ; ma la mala opinione che gli alunni avevano
concepito di taluni maestri e le voci che sul conto di essi cor-
revano, giustificano almeno in parte il severo ammonimento.
Poiché a questo in fondo si ridusse l'editto episcopale; né
si sa che esso desse luogo a processi, né che alcun maestro
fosse ridotto al silenzio. Anzi è noto, al contrario, che Pietro
Trapolino, alunno di Nicoleto, continuò a professare pubbli-
camente il suo moderato averroismo anche dopo la promul-
gazione dell'editto. E lo stesso fecero altri.
Due soltanto, eh' io sappia, s'affrettarono a cambiare in-
dirizzo ai loro pensieri e a recitare la loro palinodia: Agostino
Nifo da Sessa e Nicoletto Vernia da Chieti, in gara tra loro.
Il Nifo, com'egli stesso e' informa ^7, aveva cominciato
averroista della corrente sigieriana; e, prima di abbandonare
definitivamente questa posizione, deve aver giocato d'astuzia
da quell'uomo scaltrissimo che era. Alla fine del De intelledu
e del commento al De animae heatiUidine , pretende d'aver
portato a termine queste due opere a Padova nel 1492. Ma
io penso che su questa affermazione bisogni fare molta tara:
poiché nella dedica del De inielleciu a Sebastiano Badoèr,
nell'edizione veneta del 1503, che è la più antica che si co-
nosca, il Nifo dice in sostanza d'aver rimaneggiato l'opera,
costituita originariamente da una Quaestio de intellectu, che
gli avversari gli avevano impedito di pubblicare, avendolo
accusato d'eresia. Da questa accusa era riuscito a discolparsi,
a quanto pare, per l' intervento del Barozzi stesso, del Ba-
doèr e di teologi e filosofi amici che ne presero le difese. Nella
redazione del 1503, l'autore non esita a confessare d'essersi
indotto a « pristinam mutare sententiam » ; e questo non sol-
tanto per ciò che concerne la forma primitiva dell'opera,
giacché egli ammette: « placuit quaedam tollere, mutare alia.
17 D» intellectu, Venezia, 1503, I, tr. 2, capp. 8-9.
I02 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
addere plurima » '8, Rabberciato alla meglio il De intellectu e
rifattasi una verginità filosofica, egli tentava, lontano da Pa-
dova, quella fortuna che non manca mai di arridere agli uomini
della sua prolifica specie.
Il Vernia era noto in tutta Italia, attraverso i suoi numerosi
discepoli, come uno dei più decisi averroisti. Per noi è un po'
ditficile oggi ricostruire, nel suo insieme, la sua dottrina in-
torno ai diversi problemi agitati nelle scuole del tempo, perché
non sappiamo dove sono andati a finire i suoi scritti, se dati
alle fiamme da lui stesso prima di morire, oppure se lasciati
insieme alla sua biblioteca al monastero di S. Bartolomeo in
Vicenza, ovvero al figlio adottivo Nicoletto della Scrofa, o
ad altri. Nonché le opere scritte di suo pugno, non ci son
pervenute nemmeno le reportationes degli scolari che pur
non dovettero mancare. Ci restano soltanto, eh' io sappia,
i seguenti scritti a stampa elencati dal Ragnisco: I. la Quaestio
'^ « Dicaveram tibi anno superiori questionem meam de intellectu....
Eamque, ne labores iuventutis mee perditum irent, imprimendam esse
curavissem, nisi emuli affuissent, qui me hereseos accusassent. Ac
malui ad hoc tempus pervenire morando, quam huiuscemodi criminis
culpam subire. lam cessant accusationes: emulorum iniquitas, sic
mea fide postulante, in propatulo est. Ergo suo tribuant commodo, si
quam utilitatem accepere qui me insidiis persequuti sunt, discantque
interea diligentius legere que volunt criminari, ut cautius egisse videan-
tur. Sed valeant isti, satisque mihi sit Petrum Barotium episcopum
patavinum, christianorum nostre etatis decus et splendorem, te cui
non minus in fide quam in philosophia tribuo, et quamplurimos alios
tum theologos tum philosophos iudices ac censores habuisse, qui semper
innocentie mee testes eritis. Tractaveram hanc nobilissimam mate-
riam et de fontibus omnium antiquorum phylosophorum exhaustam,
recenti stilo, quod omnes fere commendare visi sunt, preter paucos,
quorum precipuus fuit Hieronymus Malclavellus, tunc privatus scholaris,
nunc nostre academie diligens ac iustus moderator; qui ut est rectus
ingenio, acer iudicio, splendidus in omnibus atque liber, numquam
ubi de honore ac utilitate amicorum suorum agit, assentari novit.
Hic cohortatus est me, ut universum opus in capitula secarem, asserens
antiqua stilo esse antiquo tractanda. Hac unica huiusce viri ratione
persuasus, licet alias adduxerit quarum illi copia est, pristinam mutavi
sententiam : placuit quedam tollere, mutare alia, addere plurima.
Nihil delevi quod sit contra fidem catholicam; non enim potest destrui
quod factum non invenitur ». Seb. Badoèr morì il 30 giugno 1498 (cfr. i
Diarii di M. Sanudo, I, 1004). La dedica dunque e il rabberciamento
dell'opera sono anteriori a questa data, e probabilmente dello stesso
periodo nel quale il Nifo aveva preparato anche l'edizione dei Col-
lectanea sul De anima, usciti anch'essi nel 1503, presso la stessa officina
veneziana de Quarengiis. Sembra pertanto che l'edizione del De intel-
lectu, ricordata e perfino citata da taluno come uscita a Venezia nel 1495,
non sia mai esistita !
MISCREDENZA E CARATTERE DI NICOLETTO V'ERNIA I03
an ens mobile sii totitis philophiae naturalis suhiectum '9 del 1480;
- 2. il prologo alla Fisica col titolo De divisione philosophiae; - 3.
la Quaestio an medicina nohilior ac praestantior sii iure civili ^°
del febbraio 1482 ; - 4. la Quaestio an caelum sit animatum
del novembre 1491, nell' infelice riportazione di uno scolaro
che forse è Alessandro Sermoneta ^^ ; - 5. Quaestio an deniur
universalia realia --, terminata il 17 febbraio 1492; - 6. la Quae-
19 Stampata a Padova, nel 1480, nel volume di commenti d'Egidio
Romano, di Marsilio di Inghen e d'Alberto di Sassonia al De generatione
et corruptione, ed anche nell'edizione scotina della stessa opera (Venezia,
1521, fol. 129V-131V). Nell'edizione padovana precede la dedica a En-
rico Languardo, vescovo di Acerenza e Matera. Ragnisco, Documenti,
pp. 276-77; Id., Nicoletta Vernia. Studi storici sulla filosofia padovana
della 2» metà del sec. decimoquinto, in « Atti del Reale Istituto Veneto di
Scienze Lettere ed Arti », t. 38°, serie VII, t. II, 1890-1891, p. 625.
^° Questa Quaestio e lo scritto precedente si trovano in principio
del volume: Gualterii Burley, Expositio in libros odo de physico
auditu Aristotelis stagerite, emendata per me nicoletum verniam thea-
tinum puhlice et ordinarie legentem.... Venetiis, 1482, 15 aprile (La
Quaestio è stata ristampata di recente da E. Garin, La disputa delle
Arti nel Quattrocento, voi. IX dell' « Ediz. Naz. dei Classici del Pen-
siero Italiano», Firenze, Vallecchi, 1947, PP- 111-123). Precede la de-
dica a Sebastiano Badoèr, censore di Venezia, il quale, come il Vernia,
era stato discepolo di Paolo dalla Pergola, ed era un convinto scotista,
qual erasi rivelato a Nicoleto, per averlo questi udito argomentare
con vigore in una pubblica disputa in occasione d'un capitolo generale
di Frati Minori tenuto a Venezia. In questa dedica il Vernia accenna
anche ad una amplissima quaestio de inchoatione formarum che avrebbe
dovuto trovarsi nello stesso volume, ma che poi è stata omessa. L'ar-
gomento per altro è ripreso con certa ampiezza nella Quaestio an dentur
universalia realia, di cui sotto.
21 Pubblicata dal Ragnisco, Documenti, pp. 285-291.
^^ In principio del raro volume Urbanits Averoista philosophus sumnius
ex almifico Servoritin Divae Mariae, comentorum omnium Averoys super
librum Aristotelis de physico audita expositor clarissimus. Per probum
virum Bernardinum Tridinensem de Monteferrato. Venetiis, 1492.
Questa importante opera dell'averroista bolognese dell'Ordine dei
Serviti, la quale nel prologo dell'edizione stampata porta la data
del 1334 (ma v. sotto, p. 318), era stata ritrovata, coperta di
polvere e corrosa dalle tarme, nella biblioteca bolognese dell' Ordine,
dal priore generale dei Serviti, frate Antonio Alabanti, che, compresone
il pregio, tanto più che anch'egli si professava averroista, ne scrisse, il
7 maggio 1492, al \'ernia, come quello che aveva sempre difeso le parti
d'Averroè, onde averne il parere per un'eventuale stampa; e all'uopo
gli mandò lo scritto d'Urbano perché l'esaminasse: «Ad te igitur li-
bellus noster confugit: tu eum paterno amplectaris amore; et tandem
tua censura maturoque Consilio examinatum censeas si dignus est ut
in claram lucem professoribus perypatheticis ad doctrinamque Averoys
aspirantibus emergere possit, ad nosque rescribere digneris. Quod si
feceris, ut speramus et oramus, non minus tibi et Urbanus noster,
operis conditor, quam Averoys et qui eius doctrinam sequuntur, inter
I04 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
stio de gravibus et levihus, senza data^s; - 7. Del 1481 è la
Quaestio, rimasta sconosciuta al Ragnisco, An celum sit ex
materia et forma constitutum vel non, che termina: «Et sic est
finis huius questionis compilate per me Nicolettum verniam
theatinum Padue philosophiam publice legentem.... Anno
domini. M.cccc.lxxxj. Ultimo mensis Julii », e che si trova in
principio della rara edizione veneziana, curata dallo stesso
Vernia, del commento d'Averroè alla Fisica, del 1483, ove
occupa ben dodici colonne in-folio.
Tutti questi scritti sono schiettamente averroistici ; e seb-
bene non riguardino alcuno dei problemi scabrosi pei quali
gli averroisti eran tenuti in sospetto, tuttavia non è difficile
qua e là imbattersi in espressioni rivelatrici dello spirito del
loro autore. Si prenda, ad esempio, la prima quaestio ricordata
qui sopra. Dapprima, secondo lo schema familiare al Vernia,
sono addotte le « opiniones ab Aristotele et suo commenta-
tore deviantes », e in primo luogo quella di Tommaso che egli,
nativo di Chieti, si compiace di chiamare suo compatriota,
poiché suddito anche lui dello stato napoletano. Tommaso
appunto aveva sostenuto, in principio del suo commento
alla Fisica, « ens mobile et non corpus mobile, contra Albertum
merito cognomine magnum, esse totius philosophiae naturalis
subiectum ». Poi ricorda le critiche mosse da Egidio Romano
^1(05 ego quoque minimus accedo, ingentem immortalemque semper
gratiam habebimus » (nel voi. cit., secondo foglio non numerato). E il
maestro padovano gli rispondeva il 29 dello stesso mese, dando del-
l'opera e dell'autore questo giudizio : « Vir ille (ut dicam quod sentio)
cum omnibus bis, qui Averoym ad haec usque tempora secuti sunt,
certare mihi visus est et plurimos etiam vincere. Nemini vero (ut mea
quidem fert opinio) cedit. Cum enim Averoys verba sensusque perobscu-
ros aperire illustrareque aggreditur, nihil illius explanatione enoda-
tius, nihil clarius, nihil denique absolutius dici potest. Quaestiones vero
quae in naturali phylosophia et plurimae et gravissimae occurrunt,
nequaquam dissimulat. Sed ut est acri iudicio praeditus, ita acute subti-
literque solvit, ut ad rei perfectionem nihil addi posse videatur » {ih).
E mentre approva il disegno della stampa, informa che a Padova nella
biblioteca di S. Giovanni in Verdara, esisteva un altro codice dell'opera
d' Urbano, attribuito fino allora a Giovanni Marcanova (cfr. sotto,
pp. 317-318), e promette che, per far meglio conoscere il commento del
servita, terrà un corso sulla Fisica. La quaestio del Vernia sugli universali
occupa quattro fogli non numerati, prima del commento di Urbano,
ossia 12 colonne intere e 2 mezze colonne.
23 Nel voi. Acutissime questiones super libros de physica auscultatione
ab Alberto de Saxonia edite, Venezia, 1504, f. 92va-94vb, con dedica
al filosofo e medico Gerardo Bolderio da Verona.
MISCREDENZA E CARATTERE DI NICOLETTO VERNIA I05
alla tesi tomistica, e il giudizio di Giovanni di Jandun sul-
l'Aquinate, ritenuto « melior expositor inter latinos, unde
per excellentiam dicitur expositor, sicut Averrois commen-
tator ». Incappa infine nella tesi degli scotisti Giovanni Ca-
nonico e Antonio Andrès, i quali s'eran permessi di criticare
Aristotele. Contro tanta audacia egli insorge ripetendo il
giudizio, comune a tutti gli averroisti, sullo Stagirita:
Ad illa respondet Ioannes Canoniciis, et similiter Antonius
Andreas, concedendo Aristotelem male dixisse et insufficienter
ipsum philosophiam tradidisse; philosophus enim tanquam sacri-
legus insufficienter et erronee tradidit nt)bis philosophiam natu-
ralem, ut Antonius inquit. Sed minor de istis, quod cum tam
pauca reverentia centra philosophorum principem loquantur;
ncque unquam invenio Albertum Magnum, sanctum Thomam
aut doctorem subtilem talia contra Aristotelem dixisse. Unde
beatus Hieronymus, de eo loquens, scribens ad Eustochium, De
vita nionachonim , ait: ' Absque dubitatione prodigium fuit gran-
deque miraculum in tota natura, cui, ut pergit, pene videtur
infusum quicquid naturaliter capax est genus humanum ' 24.
Cui concordat Averrois, 3. De anima, dicens: ' Ipse fuit regula
in natura et exemplar quod natura invenit ad ostendendum ul-
timam perfectionem possibilem in materiis.
Venendo poi alla soluzione del problema, il filosofo chietinf)
sostiene « de intentione aristotelis et sui commentatoris aver-
rois cordubensis fuisse, quod corpus mobile est subiectum in
scientia naturali ».
Ancora più tipico è il caso della Quaestio aii medicina iio-
bilior ac praestaiitior sii iure civili. È notevole, anzi tutto, che
egli abbia lasciato in pace i canonisti, strettamente imparen-
tati coi teologi, gente, gli uni e gli altri, con la quale è prudente
non aver briga. Per dimostrare, dunque, la tesi affermativa,
che cioè la medicina è da più del diritto civile, il nostro si rifa
-4 Lo stesso passo dell'opera pseudo geronimiana m' è accaduto di
trovar citato nel De pietate Aristotelis erga Deiim et ìioinines di Fortunio
Liceto (Udine, 1645, libro II, cap. 22), amico e collega di Galileo a Pa-
dova. Costui, al pari di Alfonso Tostado, vescovo di Avila, In librum
paradoxorum (Venetiis, 1508, V, cap. 132, fol. 68ra), e di Giovanni
Genesio Sepulveda, da Cordova {Opera, Madrid, 1780, t. Ili, Epist., VII,
lettera al teologo Fedro Serrano, del 10 maggio 1554), pensava, se non
proprio a una canonizzazione, che fosse almeno altamente verosimile
la salvezza eterna di Aristotele. Al quale però il Tostado ,da buon
umanista, unisce le anime di Socrate, di Platone e di siffatti filosofi,
che Cristo avrebbe liberato discendendo al limbo.
I06 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
al concetto, comunemente ammesso, che la medicina nella
sua parte teorica rientra nella « filosofia naturale » ed è scienza
speculativa; il che non può dirsi dal diritto civile. Ora nella
speculazione intorno alla natura Aristotele aveva fatto con-
sistere il fine ultimo e la perfezione suprema dell'uomo, a cui
si giunge soltanto mediante l'apprendimento delle scienze
speculative, coronato dal congiungimento o copulatio con
r intelletto agente.
Ex quo sequitur, hominem equivoce dici de homine rationali
et iurista, cum iurista non sit nisi equivoce, cum inrista ultimo
fine hominis sit privatus. Et hoc est quod Averrois dicit in pro-
logo libri Physicorum, quod homo equivoce dicitur de homine
perfecto per scientias speculativas et de homine ignorante eas,
sicut dicitur equivoce de homine vero et picto ^^
Ci sarebbe da chiedersi se mastro Nicoleto non fosse per
caso in vena di scherzare, per dar la baia ai colleghi della
facoltà di diritto: ma purtroppo egli non fa che ripetere cosa
di cui tutti gli averroisti erano convintissimi; anzi taluni di
essi, come Alessandro Achillini e Tiberio Bacilieri^^^ pensavano
che al raggiungimento della suprema perfezione e della feli-
cità cui l'uomo aspira, bastassero i libri bene interpretati
di Aristotele e d'Averoè, che quelli ritenevano aver conqui-
stato il più alto grado di felicità di cui l'uomo è capace in questa
vita, non ostante i sorrisi ironici degli alunni, e quelli del
Pomponazzi -i. Al cospetto della morte, come abbiamo visto,
-5 Nel citato voi. del Burley sulla Fisica, Venezia, 1482, f. 3vb. Il
passo d'Averroè in principio al prologo della Fisica, al quale accenna
il Vernia, è questo: « Declaratum est in scientia considerante in opera-
tionibus voluntariis, quod esse hominis secundum ultimam perfectionem
ipsius et substantia eius perfecta est ipsum esse perfectum per scien-
tiam speculativam; et ista dispositio est sibi felicitas et sempiterna
vita. Et in hac scientia manifestum est, quod praedicatio nominis
hominis perfecti a scientia speclativa, et non perfecti, sive non ha-
habentis aptidinem quod perfici possit, est aequivova, sicut nomen
hominis quod praedicatur de homine vivo et de homine mortuo, sive
praedicatio hominis de rationali et lapideo ».
26 Cfr. il mio Sigieri nel pens., p. 151.
-7 Accade spesso al mantovano di fare dell'ironia sulla «copulatio»
degli averroisti « qui continuo prandent cum deo et qui habent intel-
lectum adeptum » (comm. al I delle Meteore, del nov. 1522. Parigi,
Bibl. Nat. cod. lat. 6535, f. i2or). E del Bacilieri riferisce: «Ideo Ti-
berius iactatus solum sibi defìcere quatuor digitos, ad hoc ut felicitatem
istam pertingat » (Comm. al XII della Metaph., Arezzo, Frat. Laici,
ms. 389, f. 248r. Cfr. Parigi, e. s., cod. lat. 6537, f. 139V).
MISCREDENZA E CARATTERE DI NICOLETTO VERNIA IO7
([uesta convinzione abbandonava il filosofo chietino, persuaso
ormai, col volger degli anni, che non solo secondo la fede,
ma « etiam iiixta opinionem philosophorum, hic non potest
esse vita beata, sed tantum misera ». Evidentemente nella
sua giovinezza anch'egli, come molti, aveva ignorato la man-
zoniana preghiera allo Spirito divino: «Dona i pensier che il
memore ultimo dì non muta ».
Averroista era il Vernia anche nella soluzione del problema
se il cielo è animato, e di quello «sul moto dei gravi e leggeri «^s.
Anzi, su quest'ultimo argomento, mentre perfino molti aver-
roisti avevano finito per scostarsi dalla dottrina d'Aristotele
e avevano accolta la teoria nominalistica degli impetus, il
Vernia segna un ritorno puro e semplice alla tesi dello Sta-
girita, seguita da Averroè, da Sigieri e da pochi altri 29.
La Quaestio an denhir universalia realia è invece un tenta-
tivo di mostrare l'accordo tra Averroè e Alberto Magno sulla
dottrina, convenientemente interpretata, della « inchoatio
formarum » ; poiché gli universali di cui qui si parla, non sono
le intentiones primae et secundae dei dialettici, ma le idee con-
siderate come cause della realtà, gli universalia physica, come
li chiama il Vernia, ossia le forme delle cose 3°.
28 Nel voi. cit. delle Acutissime questiones di Alberto di Sassonia,
pp. 92 t'a-94 vb.
^9 Cfr. A. Maier, Zwei Grundproblenie der scholastichen Philosophie.
Roma, Ediz. di Storia e Letter., 1959, p. 295.
30 Nel voi. di Urbano Averroista, cit., col. 6: «Ex quo patet error
illorum qui dicunt inchoativum secundum commentatorem et Albertum
esse potentiam subiectivam [materie], cum, ut visum est, sit potentia
formalis distincta a potentia materie, que est in substantia forma
substantialis, imperfecta tamen, cum omnis potentia materie taUs,
quam ponunt, si distincta ab ea et sit accidens Ex quo sequitur dari
universalia realia ad mentem veriorum philosophorum peripatheti-
corum, tum Grecorum, tum Arabum, tum latinorum; cum tales essentie
sint universalia physica et in re, ut visum ». Il primo di tali universali fisici
è per il ^'ernia la « forma corporeitatis » di Avicenna, coeterna alla
materia. In proposito, abbiamo questa informazione nel commento
del Pomponazzi al De substantia orbis di Averroè (Cod. Reg. lat. 1279,
fol. yr). «Credo quod haec responsio fuerit Nicholeti; quia etiam ipse
tenebat ad mentem commentatoris formas corporales de praedica-
mento substantiae materiae primae esse coaeternas. Et tunc glosabat
ipse commentatorem, hic dum dicit quod materia non habet formam
quae reponat eam in esse specifico et ultimo, quia si materia prima
baberet formam ultimam specificam, tunc non posset ipsa materia
aliam formam recipere, quia, cum ultimo non detur ultimum, ipsa
forma esset in actu completo, nam infra formam ultimam specificam
non sunt [ nisi ] individua; et in hoc commentator dissentit ab Avi-
Io8 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Anche in questa Quaestio, terminata il 17 febbraio 1492,
non mancano accenni alla dottrina averroistica dell' intel-
letto ; ma sono accenni più cauti 31. L'editto episcopale era stato
promulgato evidentemente per qualche cosa. Nel settembre
del 1492 a Colze nel vicentino, mastro Nicoleto dovette pen-
sare al modo di dissipare i sospetti d'eresia che gravavano su
di lui, e, sebbene affetto da oftalmia, prese la penna e cominciò
a buttar giù una specie di confutazione dell'averroismo.
Nacquero così le Quaestiones de pluralitate intellectus cantra
falsani et ah omni ventate remotam opinionem Averroys et de
animae felicitate. L' idea di quest'opera gli fu suggerita (« non
iniussa cano ! ») da frequenti esortazioni del doge di Venezia,
Agostino Barbadigo, e dallo stesso Pietro Barozzi, che, se
da una parte lo minacciava di scomunica, dall'altra cercava
di adescarlo con buone promesse. La composizione dello scritto
non dovette procedere molto rapida. Poiché soltanto nel-
l'estate del 1499 l'opera fu presentata ai revisori ecclesiastici
e al vescovo per la stampa r-.
I revisori, frate Antonio Trombetta, Vincenzo Merlino e
Maurizio Ibernico, prodigarono all'autore le più ampie lodi,
e il vescovo Barozzi se ne dichiarò pienamente soddisfatto.
Tuttavia, anche nel dare atto del nuovo atteggiamento assunto,
ricorda le voci che un tempo correvano sul conto di lui, e non
osa dichiararle infondate; anzi lo stesso paragone che egli fa
del chietino con S. Paolo, il quale di persecutore del nome cri-
stiano era divenuto un ardente difensore della fede, sem-
brerebbe insinuare il contrario:
cenna qui ponebat talem formarti specificam ultimam; sed commen-
tator dicit, quod talis corporeitas non est forma specifica completa,
sed est forma generica imperfecta; et sic dicebat ipse [Nicholetus]
quod materia prima habet istam formam genericam sibi coaeternam,
et in ipsa etiam formam elementorum ».
31 Così, per esempio, in principio della 4* colonna: «Et tu nota hoc
prò Averoy, quod anima intellectiva non dat esse corpori humano;
sed hoc quod dicitur est mendatium purum, ut in 3° ' De anima ' de-
clarabo ». E più oltre (a metà della stessa colonna) : « Unde intellectiva
anima apud ipsum non creatur, sed est eterna; et in hoc Albertus,
et bene sicut fidelis christianus, ei adversatur, volens ipsam de novo
fieri per creationem, et hoc secundum Aristotelem ».
32 La quale apparve soltanto postuma nel volume già cit. delle
Acidissime questiones super libros de physica auscuUatione ab Alberto
DE Saxonia edite, Venezia. A. Calcedonio da Pesaro, M. D.iiii.,
ff. 83 y-92 ra.
i
MISCREDENZA E CARATTERE DI NICOLETTO VERNIA IO9
Cum prius et disputando et docendo unum esse in omnibus
intellectum sic explicaveris, ut totam pene Italiani errare feceris,
ut aiunt malivoli tui et minuti philosophi, ut in epistula tua ais,
etsi istud non senseris, fuisti forte causa ut alii hoc sentirent.
Nunc opusculum composuisti, quo sentire te contrarium non
solum dicis verum etiam probas. Quod cum diligentia vidimus
et approbamus.... Quo circa, sive ita senseris sive non, opusculum
istud componere precium fuit, ut error pessimus illius maledicti
Averroys extirparetur.... Nihil hac mihi re gratius, nihil iis qui te
audiverant utilius, nihil tibi, qui apud miiltos ob eam rem infamiam
non mediocreni excitaveras, honorificentius.
Per purgarsi di questa non mediocre infamia e per impedire
che si parlasse di un voltafaccia, mastro Nicoleto insisteva nel
dichiarare che la difesa un tempo da lui assunta dell'averroismo
non muoveva da intima adesione alla dottrina dell'unità del-
l' intelletto, ma era fatta soltanto « disputandi ac acuendi
ingenii gratia » 33.
Era sincero in questa sua protesta, rinnovata con solennità
anche nel suo testamento ? Per il vescovo e per l' inquisitore
questo non aveva importanza: ad essi bastava il fatto che,
comunque l'avesse pensata un tempo, ora il sospettato aveva
fatto lodevole ammenda del passato col suo ultimo scritto
contro l'averroismo.
Ma tra i suoi alunni d'un tempo ve n'era sicuramente qual-
cuno che, assistendo ai funerali e alla tumulazione di lui nella
chiesa di S. Bartolomeo a Vicenza, e ripensando al carattere
del maestro, doveva sorridere di questa commedia e ripensare
in cuor suo alla novella di Ser Ciappelletto.
Nicoleto Vernia non era precisamente quello che si dice
un cuor di leone. Nello stesso suo testamento revoca, come giu-
ridicamente nulla, una donazione de' suoi beni alla moglie,
fatta sotto la minaccia di morte da parte del cognato Pietro
de Salvato.
Nel i486, era stato richiamato all'ordine dal Senato, perché
pare facesse i suoi comodi, leggendo senza concorrente e tra-
scurando di studiare «con grande lagnanza degli scolari» 34.
Il Nifo, già suo alunno, ci narra di lui due episodi che pos-
sono servire a lumeggiarne il carattere. Il primo è meglio
33 Nella dedica al card. Domenico Grimani [ib., f. 83r). Cfr. sopra,
p. 99.
34 Ragnisco, Nic. Vernia, pp. 622-623. Cfr. qui sotto il saggio
successivo.
no L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
riferirlo in latino;
Cum Nicoletus Theatinus, praeceptor noster, sua aetate peri-
pateticus eximius, ludibriis ludificationibusqiie oblectaretur, plu-
rima jecisse multi norunt. Et inter prima, cum Veronam peteremus,
ut baptizaremus puerum cuiusdam communis discipuli, et post
crepusculum ad urbem applicaremus, essetque caupo prohibitus
recipere iudaeos, qui extra urbem hospes erat, nobis hospitium
conferentibus dixit: — Te recipere non possum, quia prohibitus
sum, — demonstrans Nicoletum; — te autem possum — , annuens
me. Interrogantibus quare respondit: — Quia Iudaeos hospitari
prohibitus sum. — At praeceptor subiecit: — Audi, amice, a
secretis. — Et mox penem praeputiumque ostendit. Quem cum
vidisset, hospitatus est nos.
Il Nifo aggiunge che la mattina dopo, sopraggiunti alcuni
della città ad incontrarli e a riverirli, l'oste chiese umilmente
scusa, mentre mastro Nicoleto non si stancava di raccontare
a tutti, uomini e.... donne, il piccante episodio 35.
L'altro aneddoto si può raccontare anche in volgare, seb-
bene sia assai più sconcio del primo, se è vero. Narra dunque
il Nifo che, rimasta vacante a Padova una cattedra di diritto
canonico, per la morte del titolare. Agostino Barbadigo, che
era allora capitanio della città, era sollecitato dagli studenti
a corpirla con un dottore di diritto canonico siciliano. Il Bar-
badigo annunziò che aveva già pronto l'uomo che faceva al
caso, e questi era mastro Nicoleto. — Ma Nicoleto è un filo-
sofo, — osservarono quelli —, e di diritto canonico non se
n'intende — -. Montato su tutte le furie, il magistrato li manda a
farsi impiccare, e chiamato a sé Nicoleto gli propose di legger
diritto canonico al mattino, per 300 ducati d'oro, e di conti-
nuare a legger filosolia nel pomeriggio. Il maestro non si pe-
ritò di accettare, effondendosi in ringraziamenti. Se fin qui la
faccenda era abbastanza sporca, il peggio vien dopo. Gli
studenti malcontenti andarono da Nicoleto a pregarlo di
voler far capire lui stesso al Barbarigo che il diritto canonico
non era il fatto suo. — Che io vada a fare una dichiarazione
del genere ad un uomo che mi giudica sommo in ogni ramo
dello scibile ? — Gli studenti non si scoraggiarono e lo tenta-
rono per un altro verso: si che non molto dopo, « munusculis
35 A. NiPHi, Opuscula moralia et politica cum G. Naudaei de eodem
auctore iudicio, Parigi, 1645, De re aulica, I, e. 87, p. 335.
MISCREDENZA E CARATTERE DI NTCOLETTO VERNIA III
non mediocribus acceptis ab illis studentibus », si presentò
al Barbadigo e con ogni rispetto lo pregò di liberarlo da un
carico che, data l'età, pesava troppo sulle sue spalle [36. Chi
oserebbe insinuare che l' idea di conferire a lui una seconda
cattedra (e un secondo stipendio) fosse ispirata al Barbadigo
dal Vernia stesso ?
Ma non meno interessante, per la religiosità e F indole mo-
rale di lui, è quel che apprendiamo dalle lezioni del Pompo-
nazzi, che, al pari del Nifo, del chietino fu alunno e collega e,
da ultimo, successore sulla cattedra di Padova. Il ricordo del
vecchio maestro padovano e del suo carattere faceto e bizzarro
accompagnò il mantovano per tutta la vita. Così nella lezione
27 del commento al De sensu et sensato 37, tenuta nel febbraio
1525, tre mesi prima della morte, accennando al modo superfi-
ciale col quale Pietro d'Abano aveva trattato un quesito in-
torno ai sapori, dice: « eo modo quo dicebat Nicolettus, prae-
ceptor meus, sicut mus super farinam et gatta super car-
bones ». Un'altra volta, a proposito del noi usato spesso da
Averroè, ricorda: «Dicebat Nicoletus: advertendus est sermo;
loquitur da papa, ponendo numerum pluralem38)). Nelle le-
zioni sul terzo della Fisica, narra che il Vernia aveva spacciata
come sua un'opinione che era invece di Gaetano da Thiene,
come si vide dopo la stampa di questo : « Magister Nicoletus
attribuebat sibi hanc opinionem. Impresso Gaetano, latro
inventus est» 39. Un'altra volta accennando alla a via nomina-
lium », il Pomponazzi aggiunge: «imo merdalium, ut dicebat
Nicholetus) » 40.
In principio del commento al VII della Fisica, del nov. 1517,
accenna a un dissidio tra gli scolari sui libri di quest'opera
che il maestro avrebbe dovuto leggere:
Unde lepidissinms vir nicholetus qui, curti versaretur discordia
inter scolares (sicut modo versatur inter vos), an scilicet primi an
ultimi libri physicorum essent legendi, dixit: Non timeatis, quia
ego unica lectione legam omnes 4or primos 41.
36 ib., p. 336.
37 Bibl. Nation. di Parigi, Cod. lat. 6536, f. sgr.
38 Ib., Cod. lat. 6537, In XII Metaphys., f. 135V.
39 Arezzo, Bibl. della Fraternità de' Laici, Ms. 389, Super j° Physi-
corum, i. 3o6r.
40 Ih., Ms. 389, Super I Phys., f. 28v.
41 Bibl. Nat. Parigi, cod. lat. 6533, f. 284r.
112 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Nello stesso commento, in una lezione del gennaio 1518,
intorno ai sottili accorgimenti di Averroè per salvare Aristo-
tele, narra del suggerimento dato dal Vernia a uno scolaro
ignorante che doveva affrontare un esame:
Credo ergo quod commentator voluit dicere hoc; sed sibi accidit
ut cuidam scholari patavii, qui volens disputare, et nihil sciebat,
fuit ad Niccoletum, qui eum doceret. Volebat enim iste scolaris
ingredi collegium, et non poterat nisi disputaret. Quare magi-
ster Nicoletus dixit: — Dabo tibi unam responsionem ad omne
argumentum; distingue enim et dicas: Tuum argumentum tenet
propter quia, et mea conclusio propter quid.
Et ita vult dicere Averrois.... Tamen possemus dicere ad
omnia illa argumenta.... Oportet enim scaramuzare quandoque 4-.
Sempre nelle lezioni sul VII della Fisica, incontriamo un
altro aneddoto, ove il Vernia è alle prese con Francesco di
Nardo, in una disputa di moda, « de intentione et remissione
formarum », che concerneva la dottrina dei « calculatores »,
particolarmente invisi al Pomponazzi:
Et ubi Aristoteles in hoc loco {Phys., VII, t. e. 32) fuit parcus,
Entisbery in suo tractatu et Calculator fecerunt de hoc magnos
tractatus. Aristoteles enim dimisit hec, quia ille compositiones
et ille truffe spectant ad matematicum; et calculatores latenter
vincunt ph^dosophos; interponunt enim geometricalia. Sed philo-
sophus, ut phylosophus est, non se intromittit ad hec. Et isti
calculatores sophiste appellantur; quare non se debent intro-
mittere in phylosophia, sed in geometria. Unde erat magister
Franciscus neritonius, (erat enim vir doctissimus) , et in uno ca-
pitulo fratrum erat etiam Nicholettus, protesto ignorantissimus,
et arguebat domino francisco neritonio in illa disputatione, et
in calculatione argumentabatur; et dominus franciscus nesciebat
respondere, quia mathematica ignorabat. In hoc enim argumento
erat quater fortassis totum alphabetum. Dominus tamen fran-
ciscus intrepide respondit sibi, quod Nicholetus fecerat ut conti-
gerat in suo capitulo cuidam fratri, cui prior comiserat ut predi-
caret de conceptione virginis. Cum venisset tempus predicandi,
dixit ille bonus vir qui debebat predicare illa die : O domini audi-
tores, ista materia de conceptione est tante difficultatis, quod
non poteritis numquam eam percipere. Itaque, rogo vos, ut loco
istius dimittatis me narrare ystoriam sancti Alexandri, quam
42 Arezzo, ms. 390, f. lygr. Allo stesso episodio il Pomponazzi aveva
accennato anche nelle lezioni In I de anima (nel cod. della Bibl. Na-
zionale di Napoli, Ms. Vili, D. 81 fol. 97v), che sono dell'autunno 1503,
ed ivi fa il nome dello studente somaro, che pare sia un Baldassarre
da Chiusi.
MISCREDENZA E CARATTERE DI NICOLETTO VERNIA II3
promptissime capietis. Sic etiain, dixit dominus franciscus, con-
tigit domino Nicoleto : qui dum in hac materia quam posuimus
disputandam nihil intelligeret, incepit nobis cum suis argumentis
calculatoriis narrare ystoriam beati Alexandri ! 43.
Ben più grave è quanto il Pomponazzi narrava agli scolari,
in una lezione sul secondo libro del De caelo, tenuta a Bologna
il 28 novembre 1519. Stava esponendo il testo 17, e poiché
taluni dicevano che Dio e le intelUgenze celesti « prima in-
tentione agunt propter se «, mentre le cose generabili e cor-
ruttibili « prima intentione faciunt propter alia et secundario
propter se », ha il coraggio di dire apertamente che non è
vero:
Non videtur verum; imo videtur totum oppositum; quia
quicquid homines faciunt, [faciunt] primo propter se, secundario
vero propter alios. Verbi gratia, homines student: prima intentio
eorum est hicrari scientiam et fieri perfecti et eiusmodi; secun-
dario vero ut illustrent domuin suam et patrem etc. Unde Ari-
stoteles numquam somniavit, quod deberet fieri bonum ut iretur
in paradisum, et evitari malum ne iretur in infernum; sed bene
dicit quod debemus exponere vitam prò patria et eiusmodi, et
potius mori quam committere peccatum, ut acquiramus illarn
virtutem, sciHcet fortitudinem. Ergo quicquid homo facit, prima
intentione facit propter se, ut in omnibus discurrere potestis.
Ideo videtur fatuitas philosophorum dicere hoc de genera-
biUbus, scilicet quod primo agant propter alia, et secundario
propter se. Unde Nicoletus, vir lepidus, qui non credebat, ut ita
dicam, dal tecto in su, cum sepissime audiret beatum Bernardinum
de Feltro predicantem et in suis predicis dicentem : ' O tu, attende
tibi; o tu, attende tibi, mulier luxuriosa ' 44, bonus Nicolettus
emebat bonos pullastros, fasianos, et si quis diceret illi: ' Quid
vis tacere, o Nicholette ? ', respondebat: ' Volo attendere mihi '.
Item rapinabat et eiusmodi, et si dicebatur illi: ' Quid vis facere ? ',
dicebat: 'Attendere mihi volo'. Omnia ergo faciebat propter se 45.
Lo stesso ritratto morale del « buon Nicoleto », il Pompo-
nazzi tracciava negh stessi termini agli scolari bolognesi in
una lezione sul primo delle Meteore tenuta il 15 novembre 1522:
43 Arezzo, 1. e, f. i68r.
44 Bernardino da Feltre predicò la quaresima a Padova nel 1492
(cfr. Wadding, Annui., XV, p. 7, XV), e di nuovo vi fu nel 1494. quando
« Patavium.... profectus, in Ecclesia Cathedrali, assumpto ilio trito
suo themate ' Attende tibi ', egregie populum de rebus saluti maxime
necessariis instruxit « [Ib., 66, XIV).
45 Parigi, Bibl. Nat., Cod. lat. 6534, f. 131.
114 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Erat Padue quidam frater sancii Francisci de observantia,
qui dicebatur frater Bernardinus de Feltro, qui predicabat et
in predicatione semper dicebat: ' Attende tibi, attende tibi '.
Unde Nicolettus, qui legebat Padue, emebat perdices, capones
et multa bona. Inde ipse erat malus homo, et prò uno quadrante
perdidisset hominem, et nullum habebat prò amico. Unde, eundo
ad predicam, accepit illud verbum ' attende tibi ' suo modo,
scilicet: attende tibi, idest sguazza et triumpha. Ideo emebat
perdices etc.46.
Tale è il ritratto morale del Vernia quale fu conosciuto dal
Peretto: miscredente, crapulone, rapinatore, che per un quat-
trino avrebbe rovinato un uomo, senza amici. Così giudicava
il Pomponazzi l'autore delle Quaestiones sulla pluralità de-
gl' intelletti e sull' immortalità dell'anima, nel quale ai revi-
sori ecclesiastici deputati dal Barozzi e al Barozzi stesso era
parso di ravvisare il campione stesso dalla fede, che aveva
debellato definitivamente l'averroismo e l'alessandrismo !
Tuttavia non va dimenticato che dall'estate del 1496 al-
l'autunno del 1499 il Peretto era stato assente da Padova,
in seguito a dimissioni dalla cattedra da lui occupata e sulla
quale era stato sostituito dal Nifo 47. Ora è sicuramente in
questi anni che la crisi filosofica e religiosa del Vernia, ini-
ziatasi nel corso del 1492, venne a maturazione, se vera crisi
ci fu in un uomo così lepido e astuto. E la testimonianza
del Pomponazzi non può aver valore per gli anni in cui il man-
tovano lo perse di vista.
Del resto, queste oscillazioni tra una spregiudicatezza quasi
scettica e il bisogno di conformarsi all'ambiente religioso e di
accettarne il formalismo, è tutt'altro che alieno dall' indole,
piena di contradizioni, di un uomo dell'età di papa Borgia»
46 Ib., Cod. lat. 6535, f. jòyc.
47 Cfr. C. Oliva, Note snW insegnamento del Pomponazzi, in «Giorn.
Crit. d. Filos. Ital. », VII, 1926, p. 181.
ANCORA QUALCHE NOTIZIA E ANEDDOTO
SU NICOLETTO VERNIA *
Ritengo che questo ameno e spregiudicato maestro, prima
che a Padova, si recasse adolescente a Venezia, in casa del
Patrizio Sebastiano Badoèr, nei cui « lari era stato educato »
il suo conterraneo e parente Nicolò Manupello da Chieti ',
che, addottorato in artibus a Padova il 22 aprile 1444 -, vi
s'addottorò anche in medicina il 18 settembre 1450 3. Altri-
menti non si spiegherebbe come, nella dedica dell'esposizione
del Burleo alla Fisica d'Aristotele (Venezia, 1482), egli po-
tesse dire d'essersi affezionato al Badoèr « a teneris annis »,
e come mostrasse di conoscere così a fondo la storia leggen-
daria di questa famiglia.
Dal testamento fatto a Padova il lunedì 2 novembre 1478,
e pubblicato da Paolo Sambin, si conosce il nome del padre,
per esser detto « clarissimus artium et medicine doctor dominus
magister Nicolaus filius honorabilis viri ser Antonii de civi-
tate Theatina » 4. E lo stesso si legge nell'atto di donazione
* Dal « Giorn. Crit. d. Filos. Ital. », XXXIV, 1955, pp. 496-503-
La nota su Cristoforo da Recanati è inedita.
I Expositio excel. mi philosophi Giialterij de burley anglici in libros
odo de physico anditn Aristotelis stagirite emendata per me nicoletum
verniam theatinimi publice et ordinarie philosophiam in gimnasio patti-
vino legentem Venetiis. M.cccc. Ixxxii. die quintadecima mensis
aprilis, dedicata a Sebastiano Badoèr, « censore del comune di Venezia »:
Del Manupello si legge appunto nella dedica: « affinis ac conterraneus
meus clarissimus phisicus et mediciis Nicholaus manupellus Thea-
tinus in tuis laribus fuit educatus ».
^ G. Erotto e G. Zonta, Ada graduum academicorum Gynnasii
Patavini, ab anno MCCCCVI ad annum MCCCCL, Padova, 1922,
n. 1825.
3 Ib., 2437.
4 P. Sambin, Intorno a N. V., in Rinascimento, III, 1952, p. 265,
docum. I.
Il6 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
de' suoi libri al monastero di S. Giovanni in Verdara, del
giovedì i6 gennaio 1483 (se il 16 gennaio di quell'anno, e non
piuttosto il 17, fosse caduto in giovedì 5). Dai quali due docu-
menti si rileva che il buon Nicoletto si lasciava passare come
« artium et medicinae doctor », quando dottore di medicina
non era !
Nella stessa dedica al Badoèr si legge : « cum enim sub disci-
plina clarissimi philosophi pauli pergulensis essem, a quo
etiam tu eruditus fuisti, pluries ab eo audivi te summum
philosophum atque theologum evasisse, nullumque esse qui
te in docrina francisci de marronis subtilisque doctoris lohannis
scoti antecelleret ». Orbene: Paolo da Pergola il 19 marzo
1442 era reggente delle scuole annesse in Venezia alla chiesa
di S. Giovanni Elemosinarlo a Rialto, nel quale anno egli era
anche piovano di questa chiesa; e reggente di queste scuole
restò fino alla sua morte nel 1455 ; fu sepolto nella chiesa di cui
era piovano 6, Tanto Sebastiano Badoèr quanto il giovane
Nicoleto, e, suppongo, anche Nicolò Manupello, sono stati
sotto la disciplina di Paolo a Venezia.
Questa scuola merita d'esser meglio conosciuta, sia per
gì' insigni maestri che, dopo il pergolese, vi insegnarono, sia
perché nella seconda metà del Quattrocento e per tutto il
Cinquecento essa fu una specie di succursale dello Studio pa-
tavino, nella quale molti giovani veneziani cominciavano gli
studi di logica e di filosofia, che poi andavano a completare a
Padova, ove s'addottoravano. Così appunto sappiamo aver
fatto anche il giovane chietino, il quale, da Venezia, forse dopo
la morte del pergolese, si recò a Padova, ed ivi, dopo essere
stato qualche tempo sotto la disciplina di Gaetano da Thiene,
conseguì il dottorato in artihus, ma non in medicina, il 30
maggio 1458, primo promotore lo stesso maestro Gaetano 7.
Dopo questa data, non si hanno di lui altre notizie fino al-
l' inizio dell'anno scolastico 1465-1466, quando fu assunto alla
lettura straordinaria di filosofia. Dalla dedica del Vernia
5 Ib., p. 266, docum. III.
6 A. Segarizzi, in Atti dell' Istit. Veneto s. 1. a., LXXV, 1915-1916,
p. 646 sgg. e la breve notizia dello stesso in Nuovo Arch. Veneto, N. S.,
LXV, 1917, p. 232. Cfr. anche il mio studio già cit. Letter. e cultura
veneziana del Quattrocento, pp. 111-118.
7 P. Silvestro da Valsanzibio O. F. M. Cap., Vita e dottrina di Gae-
tano di Thiene, Padova, 1949, pp. 13-14-
I
ANCORA QUALCHE NOTIZIA SU NICOLETTO VERNIA II7
stesso ad Enrico Languardo, arcivescovo di Acerenza e Ma-
tera, del volume di commenti di Egidio Romano, di Marsilio
di Inghen e d'Alberto di Sassonia al De generatione et corruptione,
stampato a Padova nel 1480, veniamo a sapere che dodici
anni prima, quindi nel 1468, era stato chiamato « ad legendum
philosophiam in locum quondam Gaetani Thienei philosophi
celeberrimi » ; carriera abbastanza rapida che mal si spieghe-
rebbe senza l'appoggio di potenti patroni ch'egli aveva a
Venezia.
L' intervento di questi patroni a suo favore si fece palese,
del resto, nel maggio del 1469, con l'edificante episodio che
traggo dagli atti del «Sacro Collegio dei Medici e Filosofi» di
Padova ^, a solazzo dei « laudatores temporis acti », i quali
vanno dicendo che certe soperchierie avvengono soltanto ai
nostri giorni.
Ecco dunque l'episodio. Ma, prima di narrarlo, bisogna sa-
pere che al Sacro Collegio dei Medici e Filosofi, che aveva un
numero limitato di membri, erano aggregati solo medici e filosofi
padovani e veneziani, in numero limitato, dopo aver conseguita
la laurea in artihus e in medicina, e a seconda della disponibilità
dei posti. Da sapersi è altresì che soltanto ai membri del Collegio
spettava di farsi « promotori » dell'ammissione di coloro che
ne fossero degni al « tentativum » e al « privatum examen »
per il conseguimento del titolo di dottore « in artibus » e in
medicina e al primo « promotore » toccava il privilegio di
conferire le insegne del grado al neo-dottore, previo il giura-
mento di rito. Coloro che non fossero cittadini padovani o
veneziani, ma fossero maestri nello Studio di Padova da
molti anni, sì che non avessero più bisogno di essere « ballo-
tati » periodicamente, potevano essere aggregati al Collegio,
in seguito al parere favorevole dei membri di questo e con le
cautele previste dagli statuti.
Ora sentite questa. Un bel giorno, e precisamente il mercoledì
31 maggio 1469, il priore del Sacro Collegio dei Medici e Filo-
sofi di Padova, che era il dottore « in artibus » Maestro Cri-
stoforo da Recanati (de rechaneto) 9, udito il parere dei con-
siglieri, convoca il Collegio in assemblea straordinaria e tiene
* Arch. ant. dell' Univ. di Padova, S. Coli, de' Med. e Filosof., voi. 312.
b. 49r.
9 Su lui, v. Facciolati, Fasti Gymnasii Patavini, parte II, p. 104.
Il8 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
ai convenuti questo discorso:
Famosissimi doctores, causa convocationis excellentiarum ve-
strarum est ista, quia die heri quidam officialis Magnifici domini
pottestatis padue mihi mandavit, ex parte prefati magnifici
domini pottestatis, quatenus hodie convocare facerem collegium
ad instanciam d. M. Nicoleti, et, in executione literarum serenis-
simi ducalis domini] dicto d. M. Nicoleto, assignare debere locum
in collegio cum conditionibus prout in dictis literis continentur,
et quod unusquisque super hoc dicat apparere suum ^°.
L' intervento della Signoria veneziana a favore del filosofo
chietino metteva in serio imbarazzo il Collegio, geloso dei suoi
diritti e privilegi. Forestiero, laureato nelle arti da appena ii
anni, lettore di filosofia a Padova da appena quattro, il Vernia
veniva imposto dall'autorità politica centrale, senza che il
Collegio fosse stato nemmeno interpellato prima, e senza una
ragione di particolari benemerenze che gli dessero la precedenza
su altri. Che modo di procedere era questo ? Vero è che anche
Maestro Cristoforo da Re e anati era entrato a far parte del
Collegio, di cui egli era priore, nel maggio 1464, mentr'era
« legens ordinarie philosophiam naturalem », per l' intervento
e l'imposizione dallo stesso governo veneziano e senza il gra-
dimento del Collegio stesso ".
IO Arch. Ant. dell'Univ. di Padova, voi. 312, f. 4gr.
" Maestro Cristoforo Rappi (secondo C. Benedettucci, Biblioteca
recanatese, Recanati, 1884, p. 124) da Recanati era nato il 4 ottobre
(giugno, sec. il Benedettucci) 1423, ma s'era addottorato in artibus
a Padova, il 3 febbraio 1454 (Arch. della Curia Vescovile di Pa-
dova, Diversovitìu, voi. 28, f. 23 v). Non mi risulta la data esatta
del dottorato in medicina, che sicuramente ebbe luogo pochi anni
dopo. Ma il 25 giugno 1462 ebbe dal Senato veneziano un aumento
di stipendio come professore di filosofìa naturale da molti anni nello
studio patavino, allo scopo di impedire che egli accettasse un invito
fattogli dal vicedomino di Ferrara; « que res universis scolaribus studii
ipsius molestissima est, non sine incomoditate et iactura nostri do-
mini], quia si recederet, omnes qui illum audiunt, eum sequerentur »
(Arch. di St. di Venezia, Senato-terra, Reg. 5, f. 12 r). Di queste buone
disposizioni del Senato a suo riguardo il Recanati non tardò ad ap-
profittare; poiché sotto la data del 18 maggio 1464 si legge {Ib., f. 79 r) :
« In studio nostro paduano, ut notum est, reperitur Clarissimus doctor
magister Christophorus Recanatensis, legens ordinarie philosophiam
naturalem. Qui, ut litere Rectorum nostrorum et rectoris Universitatis
Artistarum padue testantur, neminem in Italia habet parem. Et qui
vehementer optai prò honore suo cooptari in collegio Artistarum et me-
dicorum padue, in locum scilicet primi qui deficiet, et multi prestan-
tiorum doctorum ipsius collegii hoc velie et cupere videantur. Vadit
ANCORA QUALCHE NOTIZIA SU NICOLETTO VERNI A IIQ
Ma sentiamo come l'estensore del verbale continua a rias-
sumere il discorso dell'avveduto priore:
Sed sibi videtur, quod ( durum. est centra stimulum calci-
trare » [Actiis, IX, 5; XXVI, 14]. Et quod ipse non vult in hac re
nisi quod vult totum coUegium, ad quod omnino oportet super hoc
providere: aut quod ipse d. M. Nicolletus acceptetur in dicto colle-
gio iuxta tenorem literarum, aut quod colligantur duo experti qui
sint doctores dicti collegii, et quod ipsi accedant ad Magnifìcos
dominos pretores [sic, 1. rectores] padue et etiam ad Serenissi-
mum dominium, ad deffendendum iura collegi] contra dictum M.
pars, ut dictus magister christophorus, quo, hoc gradu honoris auctus,
animatior et promptior reddatur ad perseverandum in sua lectura,
Auctoritate hiiius consilii cooptetur in dicto Collegio, in locum scilicet
primi qui quoquo modo deficiet. De parte, 88; de non, 12; non sinceri 2 ».
Ritengo che di parere contrario dovesse essere Ser Vitale Landò, dot-
tore e milite, non che « Sapiens terre firme », il quale ammoni « quod
serventur promissiones facte collegio doctorum medicorum et artistarum
padue », evidentemente col rispettarne i privilegi e gli statuti.
Anche allora il Collegio aveva pestato i piedi e masticato amaro,
ma poi aveva finito per rassegnarsi. Simili ingerenze del governo ve-
neziano nelle faccende del Collegio non erano una novità: che anche
quando di Lauro Quirini, veneziano e « doctor artium » da cinque anni,
pose la sua candidatura per essere accolto nel Collegio padovano, ove
i veneziani avean diritto a un certo numero di posti, la decisione si
trascinò per oltre un mese, finché la domanda fu respinta con 9 « ba-
lote » contro 8 (Arch. Ant. dell' Univ. di Padova, Sacro Coli, degli
Artisti, voi. 309, ff. 122 v-r27 V, 15 apr. i maggio -1845).
Dopo la morte di maestro Gaetano da Thiene (18 luglio 1465), Crist.
da Recanati fu chiamato dal Senato veneto con voto unanime del
9 sett. 1465 (Senato-terra, Reg. 5, f. 134 v) a succedergli nella prima
lettura ordinaria di filosofia. Morì il 30 marzo (gennaio, sec. il Bene-
dettucci) 1480 a 56 anni, e fu sepolto nella chiesa delle monache di
S. Francesco dell' Osservanza, « in vico pontis Altinatis », in un'arca
di pietra « cum doctoris effigie dormientis », e un epistaffio che lo rac-
comandava ai posteri come « medico celeberrino et philosophorum
inclyto, quem universae Italiae Gymnasia peripateticae scholae prin-
cipem luxerunt » (lac. Salomonius, Insc. ript. Urbis patav. Padova,
1701, p. 211, n. 20). Io, purtroppo, non conosco se non le Quaestiones
recollectae super Calciilationes sub magistro Chistophoro de Recaneto,
huius artis principe, die sabbati mensis novembris 1469, in festo sanctae
Catharinae ». Ma il Coxe, Catal. Mss. Bibl. Bodl., Ili, Oxonii, 1854,
segnala l'esistenza di un'esposizione Magistri Christofoli de Reganato
super de celo et niundo ad instanciam Magistri.... Yeronimi de Cam-
marino, e forse anche sul De physico auditu (n. 279, col. 644-45), non-
ché di certe pillulae magistri Christophori Rechanatensis (n. 488, 5, col.
810). È un po' poco per giudicare delle lodi che gli tributarono i con-
temporanei. Ad ogni modo, è inesatto quello che scrive il Facciolati,
Fasti Gymnasii Patav., II, p. 104, che egli « primus averroi auctori-
tatem in Gymmasio Patavino conciUasse dicitur, eius commentarla in
philosophando unice secutus ». Prima di lui c'erano stati Paolo Veneto
e Gaetano da Thiene, di cui il recanatese era stato discepolo.
I20 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Nicoletum, et petere quod diete littere revocentur, tanquam
impetrate et concesse contra formam statutorum dicti collegi],,
ipso collegio et iuribus suis inauditis.
Et super hoc factis multis sermonibus et arengationibus,
prefatus dominus prior posuit ad partitum, quod quibus placet
quod acceptetur in collegio d. M. Nicolectus iuxta tenorem lite-
rarum Serenissimi domini], ponat suffragia sua in pisside rubea;
quibus vero placuerit quod defensentur iura collegi] contra dictum
Magistrum Nicoletum [per] expertos dicti collegi], ponat balotam
suam in pisside viridi. Et facto scrutinio cum bussolis et balotis,
invente fuerunt balote quinque in pisside rubea, in favorem dicti
M. Nicoleti, et balote xv] in pisside viride, quod defensentur
iura collegi] contra dictum Magistrum Nicoletum ^~.
Cinque contro sedici costituisce un bello scacco per ser
Nicoletto. Tuttavia è notevole che cinque membri del Collegio
si mostrassero disposti, fin dal primo momento, a incassare il
colpo, non ostante l'affronto al corpo. Lo facevano per sim-
patia verso il filosofo chietino, o perché eran persuasi anch'essi
che « durum est contra stimulum calcitrare » ? Si trattava
ora di eleggere coloro che dovevano assumersi la difesa dei
diritti del Collegio al cospetto dei rettori della città e del go-
verno della Serenissima.
Deinde posuit [prior] ad partitum, de consensu dominorum
consiliariorum, quod quibus placet quod elligantur d. M. Nicolaus
de Sancta Sophia, d. M. Ioannes Michael [de Bredepalea], d. M.
lacobus [f. q. mag. Gratiadei] de Veneti]s et d. M. Ioannes Petrus
de carari]s, qui accedant ad Magnificos pretores [/. rectores]
padue et ad Serenissimum dominium Venetiarum, ad deffen-
dendum iura et statuta dicti collegi] contra d. M. Nicoletum et
literas per ipsum impetratas, ponat balotam suam in pisside
rubra; quibus vero non placet, ponat balotam suam in pisside
viride. Et facto scrutinio invente sunt balote xx] in pisside rubra,
et balote due in pisside viridi negante. Et sic fuerunt ellecti.
In questo verbale v' è un piccolo dettaglio che potrebbe fa-
cilmente sfuggire. Il messo del podestà aveva detto, a nome
di questo, che fosse riunito il Collegio e che ogni membro di-
cesse la sua intorno alla faccenda : « et quod unusquisque
super hoc dicat apparere suum ». E l'estensore del verbale ci
assicura che furono fatti dai convenuti molti « discorsi e ar-
ringhe » in proposito e a sproposito. Gli animi della maggio-
12 Arch. ant. delI'Univ. di Padova, voi. 312, f. 49 v.
I
ANCORA QUALCHE NOTIZIA SU NICOLETTO VERNIA 121
ranza s' infiammarono nel denunciare l'affronto fatto al Sacro
Collegio e ai suoi statuti, e infiammati.... si suggestionavano
a vicenda sino a prendere le decisioni che presero quel merco-
ledì 31 maggio.
Ma tornato a casa, ognuno di quelli che avevano gridato
piti forte contro la soperchieria che si perpetrava da parte
della Serenissima Signoria, si sarà messo a riflettere che anche
le mura della chiesa di S. Urbano, ov'eran raccolti, avevano
orecchie, e probabilmente più d'uno si sarà morsa, un po'
tardi, la lingua.
Fatto sta che il venerdì 2 giugno il Sacro Collegio fu di nuovo
convocato dallo stesso priore, non più nella chiesa di S. Urbano,
ma « in palatio Episcopali, hora xxij ». Il priore si fece eco
delle considerazioni che due giorni di riflessione avevano ma-
turato nell'animo dei suoi magnanimi colleghi, e parlò un lin-
guaggio più circospetto.
Illico et immediate prefatus prior dixit: famosissimi domini
doctores, vos vidistis Mandatum mihi factum nomine collegij
[/. Potestatis], ut accipere debeamus omnino in collegio, in exe-
cutione literarum ducalium, d. M. Nicoletum, prout in literis
ducalibus continetur. Mihi videtur, ne videamur esse inobedientes
et rebelles Hteris Serenissimi domini] Venetiarum, quod bonum
esset ipsum d. M. Nicoletum acceptare in dicto collegio ad ul-
timum locum, cum protestacione quod non intendimus ipsum
acceptare in preiudicium iurium et statutorum nostrorum, et
quod reservamus nobis ius prosequendi iura nostra centra dictum
d. M. Nicoletum et petendi revocationem dictarum literarum
tanqviam indebite, collegio nostro inaudito, concessarum et com-
missarum dicto d. M. Nicoleto. Et ita satisfaciemus Voluntati
Serenissimi dominij impune et absque alio inconvenienti et schan-
dalo dicti collegij.
E COSÌ fu deciso. Un paio di settimane dopo, e precisamente
dal martedì 20 giugno ^3, «Nicoletus» comincia a figurare in
coda alle liste dei membri del Collegio; poi, man mano che
altri membri entrano a farne parte, il suo nome dall'ultimo
posto passa al penultimo, e, su su, in una ventina d'anni di-
venta uno dei primi, e comincia ugualmente a figurare in
quelle dei promotori nei verbali di dottorato. Della protesta
e della riserva cui accennava il priore del Collegio, l'egregio
13 Ib., f. 52 V.
122 l'aristotelismo PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
dottore in artihus Maestro Cristoforo da Recanati, non si
parlò più, ritenendosi che il fatto ricadesse sotto l' impero di
quello che i giuristi pisani chiamavano 1' « ius mengicum seu
gengicum de praescriptione », e che molti filosofi molto filo-
soficamente ritengono un « precipitato storico della giustizia
eterna » !
Nove anni dopo, esattamente il lunedì 2 novembre 1478,
il povero Nicoletto, sano per grazia di nostro Signor Gesù
Cristo « mente et sensu », era tuttavia « corpore languescens »;
e pare si trattasse di malattia piuttosto seria, se in quel giorno
provvide a far testamento, disponendo dei suoi averi a fa-
vore del monastero di S. Giovanni in \'erdara a Padova '4.
Da questo documento confrontato col testamento del 1499,
pubblicato dal Ragnisco ^S appare che nel 1478 egli a Padova
abitava « in contrata burgi Capellorum » e non ancora « in
contrata S. Lucie», come nel 1483, se questa data è esatta ^^,
né ancora «in contrata putei Bonelli», come nel 1499 '7; risulta
parimente che non era ancora cittadino di Vicenza, che non
disponeva dei possessi di Colze, e non si sa se ancora avesse
avuto a che fare con la famiglia vicentina Dalla Scrofa. Questi
rapporti sono strettamente connessi con l'acquisto poco chiaro
della cittadinanza vicentina e della villa di Colze, quando i
suoi guadagni erano aumentati assai. Su tutti questi punti
potrebbero far luce ricerche negli archivi notarili di Padova
e di Vicenza.
Ad ogni modo, parrebbe che le sue fortune cominciassero a
prosperare, scapolato alla morte, dopo il 1481; ed anche al-
lora con l'appoggio di autorevoli patroni. Dal primo dei tre
documenti pubblicati da R. Persiani ^^, si rileva che l'amba-
14 Cfr. P. Sambin, /. e. Sui rapporti del Vernia coi canonici Regolari
Lateransi del monastero di S. Giovanni in Verdara a Padova gette-
ranno luce le ricerche dello stesso Sambin sulla biblioteca di questo
monastero. Uno studio sulla tomba del Vernia e sui rapporti di lui con
gli stessi Canonici Lateranensi del monastero di S. Bartolomeo a Vi-
cenza sta per dare in luce negli Atti dell'Accademia vicentina, il prof.
Antonio della Pozza, direttore della Bertoliana.
15 In «Atti e Memorie» dell'Accad. di Se. Lett. ed Arti di Padova,
Anno 292, 1890-1891, N. S., voi. VII, disp. 3^, p. 280. V. sopra, p. 000.
16 Poiché il 16 genn. 1483, non cadeva in giovedì, come nel docum. Ili
pubblicato dal Sambin, ma in mercoledì. Quindi o è sbagliato l'anno,
oppure il giorno.
17 Ragnisco, /. e, p. 284.
18 In La Riv. Abruzzese di Se, Leti, ed Arti, Vili, 1893, pp. 211-212.
ANCORA QUALCHE NOTIZIA SU NICOLETTO VERNIA I23
sciatore napoletano, Dott. Aniello Arcamona, s'adoprava in
quest'anno presso il Senato veneziano, perché il famoso dot-
tore Maestro Nicoletto da Chieti, che da più anni leggeva a
Padova la filosofia ordinaria « cum maxima elegantia et suf-
ficientia ac contentamento omnium », fosse confermato in
detta lettura « ita ut non subiaceat de cetero ulli ballottationi ».
Era già aggregato al collegio ! La domanda fu accolta con 122
voti favorevoli, e uno solo contrario.
Molto più importante è il secondo documento pubblicato
dallo stesso Persiani, del 13 dicembre 1487. Da esso si rileva
che ser Nicoletto, ottenuta la stabilità a vita, aveva messo su
boria, e «sub pretextu quod non habeat ccncurrentem sibi
parem, obtinuit pridem a dominio nostro litteras, per quas
ei concessum fuit ut legere possit bora extraordinaria, quo
fit quod venit eo modo carere concurrente ».
Quanto al credersi superiore ad ogni altro professore che
fosse a Padova, e magari sotto la cappa del cielo, il Vernia
fu buon maestro ad Agostino da Sessa, che si riteneva « il
primo homo dil mondo », com'ebbe a dichiarare al console
veneziano a Napoli, Lunardo Anselmi '9. In questo sì il maestro
che lo scolaro eran ben lontani dalla modestia del Peretto man-
tovano che preferiva di confessare con Socrate : « Hoc unum
scio, quod nihil scio » -°.
Ed anche questa volta ser Nicoletto era riuscito ad otte-
nere r insolito privilegio con lettera della Signoria veneziana.
Ma egU non aveva fatto i conti con gli studenti, che, per quanto
chiassosi, erano anche allora i migliori giudici della capacità
dei loro professori. E gli studenti appunto protestarono per
r immeritato privilegio e per la flagrante violazione degli
statuti accademici da parte di coloro che avrebbero dovuto
esserne i vigili tutori.
L' istituto della concorrenza a Padova esigeva che per
ogni materia professata i lettori ordinari fossero due, e che
leggessero e commentassero gli stessi testi negli stessi giorni
e alla stessa ora. Gli studenti potevano ascoltare la lezione
dell'uno o dell'altro concorrente, scambiandosi poi gli appunti
e le impressioni, e avviare discussioni, sollevando obiezioni
19 M. Sanuto, Diarii, VII, 678.
20 Giorn. Crii. d. Filos. Hai., XXXIII, 1954, pp. 91-92 e 341-342.
124 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
alla fine della lezione, e continuando le discussioni, avviate
entro l'aula, al circolo dei filosofi, che più tardi ebbe la sede
sotto il portico del podestà, a pochi passi dal Bò. L' intento
perseguito con l' istituto della concorrenza era quello di obbli-
gare i professori a tenersi al corrente ed a studiare : « Et hoc
ut fiant dihgentissimi coactique sint studere, et ex conse-
quenti satisfacere habeant scolaribus audientibus ».
Ora Mastro Nicoletto, ottenuto il privilegio di leggere senza
concorrente, « hora extraordinaria », scelta a suo piacimento,
dice il documento pubblicato dal Persiani, « minime curat
studere, fitque negligens cum magna murmuratione scolarium,
qui, hanc ob causam, relieto studio, venerunt ad presentiam
nostri domimi et indolentes {sic, 1. dolentes) supplicantur ut
forma et continentia ipsorum statutorum superinde loquen-
tium sibi observetur ». Non saprei se fra quei cari studenti
v'era anche il Pomponazzi, il quale si laureò in artihus appena
qualche mese prima che il Senato obbligasse il maestro chie-
tino a rispettare gli statuti sul fatto della concorrenza e a
rinunziare al privilegio abusivamente concessogli (13 dicem-
bre 1487).
Ultimo aneddoto della vita padovana del Vernia è il suo
dottorato in medicina avvenuto un po' alla chetichella il
29 dicembre 1495. L' 8 settembre dello stesso anno, dopo
trent'anni d' insegnamento della filosofia naturale, in ricono-
scimento dei suoi meriti, la Signoria veneziana, con l'appro-
vazione di tutto il Consiglio, gli aveva finalmente concesso
il raro privilegio che un tempo era stato concesso, per le loro
benemerenze, a Gaetano da Thiene e a Maestro Cristoforo da
Recanati, di leggere senza concorrente. Parrebbe che ormai
non dovesse avere altra aspirazione che quella di portare a
compimento le Quaestiones de pluralitate intellectus contra
falsam et ah onini ventate remotam opinionem Averroys, per
riguadagnarsi la stima del vescovo di Padova e per ottem-
perare all' invito del doge Agostino Barbarigo, dimostrando
falsi e calunniosi i sospetti, che si susurravano « in angulis »,
di una sua adesione all'averroismo. Doveva essere sulla set-
tantina. Eppure alla distanza di trentasette anni dal dottorato
in artihus non esitava a sottoporsi agli esami per conseguire
il titolo di dottore in medicina. Promotori furono i suoi col-
leghi Giovanni Aquilano, Lorenzo da Noale e Girolamo da
Verona; testimoni i patrizi veneziani Lorenzo Donato e Vin-
{
ANCORA QUALCHE NOTIZIA SU NICOLETTO VERNIA I25
cenzo Quirini, e i maestri dello Studio Pietro Pomponazzi e
Antonio Francanziano -^
Che cosa l'avrà spinto a procacciarsi il titolo di medico a
quell'età ? e a che cosa poteva giovargli ? La risposta forse
potremo trovarla in questa notizia che si legge nei Diarii
di Marin Sanudo --, « a di 2 zener » [1499].
Vene li miedigi di collegio di questa terra [Venezia], expo-
nendo, conzò sia che a tempo di le vachation maestro Zuan de
l'Aquila, maestro Nicoleto, maestro Hironimo da Verona
et maestro Gabriel Zerbi, medici, legevano a Padoa, venissero a
miedegar in questa terra; per tanto chiedevano, nel tempo ste-
vano dicti medici qui, facessero le angarie come Ihoro, sì da
pagar il medico in armada etc. E li fu concesso, et cussi per la
Signoria, consulente collegio, fo terminato in scriptura.
Ecco a che cosa doveva servire la laurea in medicina: ad
andare « a miedegar » a Venezia durante le vacanze, facendo
concorrenza ai medici del luogo, sia col fatto di essere maestri
di medicina dello Studio patavino, sia perché questi padovani
non facevano « le angarie » che dovevano fare i medici vene-
ziani « sì da pagar il medico in armada ». Lo stipendio di 180
fiorini non pareva abbastanza al filosofo chietino, che, al dire
del Pomponazzi, «prò uno quadrante perdidisset hominem» -3,
e doveva invidiare i guadagni che i colleghi medici traevano,
nel periodo delle vacanze, a Venezia, dall'esercizio della loro
arte.
Due di essi, Giovanni Aquilano e il veronese Girolamo
della Torre, erano stati suoi promotori, ed entrambi godevano
di onorata nominanza a Padova e altrove per la loro perizia
nel « miedegar », sì che la loro opera era molto ricercata. Ma
di gran lunga più celebre era Gabriele Zerbi, anch'esso vero-
nese, anatomista e avversario di Iacopo Berengario da Carpi,
■che gli muove gravissime accuse, forse infondate o almeno
esagerate. Appena sei anni più tardi, nel 1505, morì di morte
•efferata, nel viaggio di ritorno dalla Turchia, ove la sua fama
di medico era giunta, recatavi dai veneziani.
21 Padova, Arch. d. Curia Vesc, Acta graduum, voi. 44, f. 290 r.
V. sotto, p. 162.
" I, 314-
23 V. sopra, pp. 114.
120 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Coiraiuto compiacente di questi e altri colleghi, il 29 di-
cembre 1495, il filosofo chietino ebbe dunque le insegne di
dottore in medicina, conferitegli da Giovanni Aquilano, e
quattro anni dopo lo troviamo a Venezia « a miedegar », in
sieme a Giovanni Aquilano, a Gerolamo da Verona e Ga-
briele Zerbi, ai quali la piacevole compagnia del faceto filo-
sofo non doveva riuscire ingrata.
Ma bel gioco dura poco. Ed il primo ad abbandonare il
quartetto fu proprio maestro Nicoletto, il quale fece appena
in tempo a preparare per la stampa il libro che lo faceva tor-
nare nelle buone grazie del Barozzi. Il 3 agosto 1499, a Vicenza,
dettava le sue ultime volontà, e due mesi dopo trovava pace
nella tomba presso i Canonici Regolari Lateranensi della
stessa città -4.
22 Sotto al bel monumento sepolcrale che ora trovasi nella cap-
pella dell' Ospedale Civile di Vicenza, e già da me riprodotto in « Giorn.
Crit. d. Filos. Ital. », XXXVI, 1955, pp. 496-97, si legge questa iscri-
zione, in cui è fatta speciale menzione della sua ultima opera: « Ni-
co[letus], Phi[losophus] Cla[rissimus], De animi plu[ralitate] ac fel[i-
citate] edito libro, Pat[avina] in Acca[demia] anni[s] XL flor[uit].
Obiit III Nonas Octobris M. CCCC. LXXXXVIIII.
VI
LA MISTICA AVERROISTICA
E PICO DELLA MIRANDOLA =
Comunemente, quando si parla oggi d'averroismo, vien fatto
di pensare alla dottrina dell'unità dell' intelletto possibile per
tutta la specie umana; la quale dottrina vien designata, con
un vocabolo moderno che si direbbe coniato apposta per ac-
crescere la confusione, «pampsichismo». Ma rari sono coloro che
dell'averroismo mettono in evidenza quella tipica dottrina
mistica che fu uno degli argomenti maggiormente discussi,
fra gli averroisti e i loro avversari, dalla fine del secolo XIII
a tutto il XVI. E, ciò che è più strano, ne tacciono sia il Man-
donnet che il Van Steenberghen nelle loro massicce diffuse
monografìe dedicate a Sigieri di Brabante.
Eppure la mistica averroistica era stata fatta oggetto di
ampia discussione da parte di S. Alberto Magno, di S. Tommaso
e di Sigieri. Sebbene non fosse stato ancora tradotto in latino
il trattatello De animae beatitudine, essi conoscevano bene il
commento e l'ampia disgressione d'Averroè sul testo XXXVI
del terzo libro del De anima, assai più importante di quel
piccolo trattato, e per chiarezza e per compiutezza.
In questo testo del De anima, s'accenna al problema, se è
possibile che l' intelletto unito al corpo arrivi a conoscere le
sostanze separate. Ivi Aristotele promette che questo argo-
mento sarà discusso più tardi ' ; a noi per altro non è giunto
alcuno scritto dello Stagirita, nel quale il problema ora ac-
cennato sia risolto. S. Tommaso, dopo aver dubitato che
Aristotele, sorpreso dalla morte, fosse mai pervenuto a trat-
* Dal volume Umanesimo e Machiavellismo dell' « Archivio di Filo-
sofia », Padova, Editoria Liviana, 1949.
I Arist., De Anima, III, t. e. 36, e. 7, 43ib 18-19.
128 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
tare delle sostanze separate -, finì per credere che il problema
fosse risolto dallo Stagirita in un'opera non ancora tradotta
in latino che gli era stata mostrata 3. Anche Alberto Magno,
che a questo problema dedica il suo trattato De intellectu et
intelligibili, ritiene che quest'opera, rimasta sconosciuta a
lui, era ben nota a molti dei discepoli d'Aristotele, i quali si
sarebbero ispirati ad essa in quei numerosi scritti che Alberto
ben conosceva e nei quali credette di trovare il fior fiore del-
l' insegnamento aristotelico 4.
Neil' intento di chiarire il pensiero di Aristotele su questo
punto, commentatori greci come Alessandro d'Afrodisia e
Temistio, o arabi come Alf arabi, Avicenna ed Abu Baker
Avenpace, avevano cercato negli scritti dello Stagirita quale,
a loro avviso, dovesse essere la soluzione di quel problema,
conforme ai principi della filosofia peripatetica. Averroè,
venuto dopo costoro, aveva intrapreso, nel detto commento
al testo XXXVI del terzo del De anima, una vivace critica
delle loro teorie, in parte rigettandole e in parte sforzandosi
di correggerle.
Alessandro d'Afrodisia aveva ritenuto che l'uomo potesse
arrivare alla conoscenza del mondo immateriale mediante la
« copulatio » dell' intelletto potenziale con l' intelletto agente.
L' intelletto potenziale è, per l'Afrodisio, una semplice pre-
parazione o disposizione dell'organismo vivente di vita sen-
sibile. L' intelletto agente invece è la causa prima di tutte le
cose, la quale, irraggiando la luce dell' intelligibilità sulla ma-
teria, la plasma e trae dalla potenzialità di essa tutti gli esseri
del mondo corporeo. Questi imprimono le loro qualità dapprima
sui sensi esterni ; e per mezzo di queste prime impressioni susci-
tano l'attività dei sensi interni e particolarmente dell' imma-
ginativa. L'attività conoscitiva degli animali inferiori al-
l'uomo s'arresta qui. Ma l'organismo umano, sviluppatosi
sotto l'azione dell' intelletto agente, è dotato d'un principio
vitale più perfetto che tende più su.
V è in esso una capacità o disposizione che, per quanto le-
gata all'organismo vivente, lo porta ad aprirsi una veduta sul
2 S. Tommaso, De anima, III, lez. 12 in fine.
3 S. Tommaso. De imitate intellectus cantra averr., ed. L. W. Keeler,
Roma, Pontificia Univ. Gregoriana, 1936, Cap. I, 42, p. 27.
4 Alb. Magno, De intellectu ed intelligibili, I tr. i, e. i.
MISTICA AVERROISTICA E PICO DELLA MIRANDOLA 129
mondo intelligibile. Questa capacità o disposizione è ciò che
Aristotele avrebbe chiamato l' intelletto in potenza. Soltanto
la luce inteUigibile dell' intelletto agente, la quale avvolge
€ vivifica tutta la natura, può trarre all'atto questa pura
potenziaHtà. Ma la luce divina dell' intelletto agente attua
r intelletto potenziale per gradi : prima per mezzo degl' intel-
ligibili astratti dai fantasmi dell' immaginativa ; poi per mezzo
delle scienze speculative ; finalmente, quando l' intelletto
umano è intelletto in atto o in abito, l' intelletto agente, cioè
la luce divina, lo riempie di sé, lo informa e lo rende capace
di contemplare in se stesso il mondo divino dei puri spiriti.
Siccome in questo stato l' intelletto contempla Dio per mezzo
di Dio stesso, esso è detto « intelletto acquisito ».
La teoria d'Alessandro, con la sua graduale ascesa della
mente umana a Dio, che nell'ultimo grado della sua elevazione
finisce per essere deificata, sembra aver sedotto Averroè.
Il quale, per altro, ne scorge acutamente le difficoltà. Se il
punto di partenza di questa ascesa verso il divino è l' intel-
letto in potenza, e se questo è semplice attitudine dell'anima
sensitiva essenzialmente legata all'organismo del quale su-
bisce le vicende, bisognerebbe ammettere che una virtù or-
ganica, generabile e corruttibile, vincolata cioè dalle condi-
zioni dello spazio e del tempo, fosse capace d'elevarsi alla
conoscenza di ciò che è universale, libero cioè dallo spazio e
dal tempo, ossia dalle condizioni della sensibilità o, come
si diceva nel medio evo, della materia. Si può bene intendere,
fino ad un certo punto, che la causa prima operi, come causa
agente, sul mondo materiale e sull'intelletto potenziale;
ma non si riesce a capire in che modo l' intelletto agente possa
farsi forma d'una virtù organica e renderla simile a sé. L' « in-
telletto acquisito» è concetto che non è punto chiaro. In quanto
« acquisito » parrebbe qualcosa di diverso dal soggetto che lo
acquista; ma non si vede come un soggetto corruttibile possa
acquistare e far suo l'eterno.
Per queste ragioni parve ad Averroè che l' intelletto poten-
ziale non dovesse essere « ncque corpus ncque virtus in corpo-
re »; in altri termini, la natura di siffatto intelletto vuol essere
sciolta da ogni intrinseco legame colla materia. Sostanza se-
parata esso stesso, l' intelletto possibile diviene capace di
quella ascesa al mondo delle sostanze separate, mediante la
« copulatio » coir intelletto agente.
9
130 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Anche Abu Nasar Alfarabi s'era fermato a meditare sul
problema posto da Aristotele e sulla soluzione che ne aveva
dato Alessandro. E nella sua opera intorno all' Etica Nico-
machea, avendo accettata la dottrina del commentatore greco
suir intelletto possibile, s'era limitato a considerare l' intel-
letto agente come causa attiva del passaggio di quello dalla
potenza all'atto, e non come forma che s'unisce ad esso. In-
vece, nel trattato De intellectu et intelligibili , Alfarabi ammise
che r intelletto possibile, già pienamente attuato dagl' intel-
ligibili tratti del mondo sensibile, diventa soggetto d'una più
intima unione coli' intelletto agente, dal quale riceve una più
copiosa illuminazione che gli dischiude la vista del mondo
sovrasensibile. In questa unione coli' intelletto agente, cui
serve di preparazione l'acquisto delle scienze speculative, e
che anche Abu Nasar chiama « intelletto acquisito « {intel-
lectus adeptus), consiste la suprema perfezione della mente
umana e la beatitudine finale dell'uomo 5. Ma Averroè e' in-
forma, nel De animae beatitudine ^, che il povero Abu Nasar,
giunto al fine de' suoi giorni con la ferma convinzione di po-
tere arrivare a questo alto grado di perfezione, cui s'era appa-
recchiato procacciandosi tutto il sapere a lui accessibile,
come s'accorse che non c'era arrivato, ebbe a dichiarare im-
possibile e vana l'aspirazione a congiungersi con le sostanze
separate, ritenendo ormai favole da vecchierelle le descri-
zioni puramente immaginarie che taluni facevano dell'uomo
pervenuto a tale sovrumana altezza.
Quest'umile riconoscimento della limitatezza del sapere
umano fatto da Alfarabi, ormai sul passo estremo, non aveva
per altro scoraggiato Abu Baker Avenpace. Il quale, dice
Averroè 7, s'adoperò a lungo a risolvere l'arduo problema,
senza perderlo di vista un batter d'occhio. Oltre che nel suo
commento al De anima, Avenpace tratta di questo argomento
in « molti altri suoi libri », di due dei quali conosciamo i titoli:
5 Alpharabii, De intellectu, nell'edizione di Avicenna, Opera.... per
canonicos emendata. Venezia, eredi di Ottaviano Scoto, 1508, fol. 68,
col. 4. Il trattatello è stato ristampato nella traduzione latina da E.
GiLSON, in Archives d' hist. doctr. et litt. au moyen 8ge, 1929. Cfr. B.
Nardi, introduzione a S. Tommaso d'Aquino, Trattato sull'unità del-
l'intelletto contro gli averroisti, Firenze, Sansoni, 1938, p. 32.
6 Capp. 3-4; cfr. A. Nifo, In Averrois de animae beatitudine, Venezia,
eredi dì O. Scoto, 1520, I, testo 59, e II, t. 11.
7 Avere., De Anima, III, comm. 36, digress., parte II e III.
MISTICA AVERROISTICA E PICO DELLA MIRANDOLA I3I
r Epistula de perfectione 8, e il Tractatus de copulatione. Anche
la teoria di questo pensatore si ricollega strettamente a quella
di Alessandro e d'Alfarabi, per quanto concerne la natura
dell' intelletto potenziale e nel ritenere che alla conoscenza
delle sostanze separate si possa giungere per mezzo del sapere
speculativo, ossia della progressiva attuazione dell' intelletto,
in potenza. L'atto col quale l' intelletto umano dal sapere
scientifico s'eleva alla conoscenza dei puri intelligibili separati,
potrebbe dirsi un atto di superastrazione, col quale dai con-
cetti astratti, ricavati dalla realtà sensibile, si astrae quella
pura essenza intelligibile che è semplice e identica per tutte
le menti: «Et cum philosophus ascenderit alia ascensione,
considerando in intellecto inquantum intellectum, tunc in-
telliget substantiam abstractam » 9. Sembra, per altro, che
Abu Baker si mostrasse alquanto perplesso in merito a questa
suprema ascesa, che dovrebbe coronare gli sforzi di chiunque
è giunto in possesso di tutto lo scibile filosofico; e che egli,
nell'Epistola de perfectione, la ritenesse possibile non tanto
per lo sforzo della natura umana, quanto piuttosto per un
aiuto divino: « intellectio istius intellectus est de possibilitate
divina, non de possibilitate naturae » '".
Ad ogni modo, la maggiore difficoltà, che travaglia anche
la teoria di Alf arabi e d'Avenpace, consiste nel punto di par-
tenza, cioè nell'aver considerato l' intelletto potenziale gene-
rabile e corruttibile, come l'aveva ritenuto Alessandro d'Afro-
disia.
Non così possiamo dire di Temistio. Per questo parafraste
bizantino d'Aristotele, com' è stato inteso da Averroè, l' in-
telletto potenziale è immateriale, uno ed eterno, al pari del-
l' intelletto agente che n' è la forma. Il problema che concerne
Temistio, è un altro. Se l' intelletto potenziale è uno e inge-
nerabile, ed uno e ingenerabile è l'intelletto agente; e se il
primo è tratto dalla potenza all'atto e diventa intelletto spe-
culativo per r informazione del secondo, non si riesce a vedere
come il concorrere di due cause eterne possa dar luogo ad un
effetto generabile e corruttibile, qual' è il mio individuale
atto d' intendere, susseguente, in particolari contingenze di
8 MuNK, Mélanges de philosophie juive et arabe, Parigi, 1859, p. 393 sgg.
9 AvERR., /. e, parte III.
'0 AVERR., ib.
132 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
tempo e d'ambiente, al non intendere, e diverso dall'atto
col quale altri intende quel che non intendo io. Nel pieno con-
giungimento dell' intelletto potenziale con l' intelletto agente
consiste anche per Temistio il più alto grado di perfezione
raggiungibile dall'uomo; ma il bizantino non spiega perché
questo congiungimento avvenga soltanto alla fine e non al
principio dello sviluppo intellettuale dell'uomo; egli cioè non
spiega perché l' intelletto agente, fin dal primo momento della
sua unione all' intelletto possibile, non attua tutta intera
la potenzialità di quest'ultimo, se è vero che gì' intelligibili,
come pensa Temistio con Platone, anzi che tratti dalle imma-
gini sensibili, sono irraggianti dall' intelletto agente su quello
potenziale.
A risolvere le difiìcoltà contro le quali urtava da un lato
la teoria d'Alessandro e dall'altro quella di Temistio, il com-
mentatore di Cordova pose questi fondamenti. Anzi tutto,
l'intelletto che è soggetto del pensare, in quanto questa fun-
zione conoscitiva si differenzia dal sentire, non può essere
<( ncque corpus ncque virtus in corpore », quale è invece,
per lui, la capacità di sentire, essenzialmente legata all'or-
ganismo. Perciò r intelletto possibile, che è appunto questo
soggetto, dovrà essere una sostanza separata, e come tale
unica per tutta la specie umana. Ma a differenza delle altre
sostanze separate che per sé sono sempre in atto, e nelle quali
l' intendere coincide con l'essere, l' intelletto umano, come
aveva detto Aristotele, non ha altra natura che quella d'essere
in potenza ". Mentre le altre intelhgenze separate sono eter-
namente attuate da puri intelligibili che ne costituiscono la
natura, la mente umana è ordinata a intendere la realtà del
mondo sensibile. Ma nella realtà sensibile il suggello ideale è
come oscurato dalla sua unione alla materia, ed ha bisogno
d'esserne liberato per riacquistare la sua intelhgibilità. La
prima funzione dell' intelletto agente è appunto quella di
rendere all' idea immersa nella materia la sua intelligibilità.
Come la luce solare diffondendosi sulle cose ne suscita i
colori, che nell'oscurità erano invisibili, così la luce dell' in-
telletto agente, riflessa dalle immagini della fantasia, le rende
intelhgibili, cioè capaci d'attuare la potenza dell' intelletto
possibile. Nel coadiuvare il processo d'astrazione dell' idea
II Arist., De anima. III, t. e. 5, e. 4, 429 a 21-22.
MISTICA AVERROISTICA E PICO DELLA MIRANDOLA I33
dall' immagine sensibile, l' intelletto agente s'unisce all' in-
telletto potenziale come causa agente. Ma esso coopera al-
tresì all'atto dell' intendere come forma, poiché l' intelligibile
che attua l' intelletto potenziale è reale soltanto nella luce
dell' intelletto agente.
Ciò spiega perché l' intelletto possibile, pur essendo in se
stesso una sostanza immateriale e separata, ha bisogno d'es-
sere eternamente unita a degli organismi umani, che gli for-
niscano le immagini sensibili, senza delle quali esso, come
spesso ripete Aristotele ^-, niente potrebbe intendere.
Dall' immaginativa, dunque, la mente umana trae i suoi
primi intelligibili. Ma la sua potenza è infinita come quella
della materia prima: priva di ogni particolare determinazione,
scevra d'ogni mescolanza, la mente umana è in potenza a
diventare idealmente tutte le cose ^3. A trarre all'atto tutta e
sempre la infinita potenza della mente umana, non sono suf-
ficienti i pochi intelligibili che il singolo può profcacciarsi me-
diante la sua individuale esperienza del mondo sensibile.
Perciò r intelletto potenziale ha bisogno d'essere unito a una
moltitudine infinita di individui che, sparsi su tutta la terra,
gli forniscono incessantemente quelle immagini, senza delle
quali r intelletto nulla può intendere. L'eternità dell' intel-
letto possibile postula, quindi, la eternità della specie umana.
E questa forma un'unità indissolubile in quanto ordinata al
perfezionamento dell' intelletto.
Ma se possiamo dire che in tal mondo, cioè per la coopera-
zione di tutto intero il genere umano, la potenzialità dell' in-
telletto è tutta e sempre in atto, quanto all'acquisto e al pos-
sesso del sapere speculativo e pratico, assai rari sono che
s'elevano fino alla contemplazione delle sostanze separate
nella perfetta unione coli' intelletto agente.
Abbiamo visto che nel passaggio dell' intelletto umano
dalla potenza all'atto dell' intendere un qualsiasi intelhgi-
bile, r intelletto agente prima s'unisce ad esso come causa
agente del processo d'astrazione dell' intelligibile stesso dalla
rappresentazione immaginativa, indi lo stesso intelletto
agente s'unisce all' intelletto possibile come forma, in quanto
12 Arist., De anima, III, t. e. 30, e. 7, 431 a 16; t. e. 32,431 b 2;
t. e. 39, e. 8, 432 a 8.
13 Arist., ib.. Ili, t. e. 4, e. 4, 429 a 18; t. e. 17-18, e. 5, 430 a 10-15^
134 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
per mezzo di quel!' intelligibile attua e determina la poten-
zialità della mente umana. Ma questa unione è soltanto parziale,
perché limitata a quel particolare intelligibile. Quando la
mente umana, per via d'astrazione, si sarà procacciato il
possesso di tutti gì' intelligibili con l'acquisto di tutte le scienze,
allora l' intelletto agente si troverà unito totalmente come
forma all'intelletto in potenza; dalla perfetta unione d'un
intelletto coll'altro risulta quello che già Alessandro, Al-
farabi e Avenpace avevano chiamato « intelletto acquisito »
{intellectus adeptus). E l'uomo che con lo sforzo della medita-
zione è pervenuto a questo segno, ben si può dire che abbia
raggiunta quella somiglianza con Dio, la quale consiste, se-
condo Temistio '4, in questo, « che, al pari della mente divina,
anche la mente umana è in certo modo tutte le cose ».
Ma che cosa sia con precisione, per Averroè, l' intelletto
agente, non è ben chiaro; e fra gli stessi averroisti e' è gran
dissenso su questo punto. Che alcuni lo ritengono un prin-
cipio intrinseco all'anima razionale; altri, al pari di Avicenna,
ne fecero una sostanza separata; altri ancora giudicarono
che, su quest'argomento, Averroè fosse d'accordo con Ales-
sandro d'Afrodisia, il quale, come sappiamo, identificò l' in-
telletto agente con Dio. Naturalmente, secondo che s'accoglie
l'una o l'altra di queste interpretazioni, la mistica averroistica
si colora di riflessi assai diversi, come vedremo. Per il momento
basti osservare, che il carattere essenziale di questa mistica
è di essere una mistica prettamente intellettualistica, poiché
essa è il prodotto di una dottrina speculativa elaborata per
mezzo della ragione ragionante, ed è estranea ad ogni stimolo
affettivo.
Soltanto in Avicenna, e più tardi anche nel filosofo ebreo
Moisè Maimonide, siffatta mistica, pur mantenendo il suo es-
senziale carattere intellettualistico, comincia a compenetrarsi
di elementi religiosi, quali il dono della profezia, nonché il
potere di operare miracoli e di mutare perfino il corso degli
eventi naturali, concessi all'uomo privilegiato la cui mente sia
arrivata a congiungersi col mondo degli spiriti celesti, per
mezzo dell' intelletto agente. Averroè non si spinse tant'oltre,
e guardò sempre con diffidenza a siffatti derivati dell' insegna-
mento d'Apollonio di Tiana.
^4 De anima, ed. Heinze. Berlino, 1899, pp. 24
MISTICA AVERROISTICA E PICO DELLA MIRANDOLA I35
Questa mistica averroistica attirò l'attenzione d'Alberto
Magno, spinto dalla sua acuta brama di sapere a frugare in
ogni pili riposto angolo dello scibile. E mentre Tommaso
d'Aquino condannava le dottrine intorno alla copulatio come
deviazioni dalla retta interpretazione del pensiero d'Aristotele
e come assurde dal punto di vista strettamente filosofico, il
suo confratello e maestro tedesco ne prendeva apertamente la
difesa, anche se queste dottrine, come in molti altri casi, fos-
sero da rigettare come contrarie alla fede, giacché è risaputo
che non di rado « theologica non conveniunt cum physicis
principiis » '5. Anzi, nel commento al De anima, dopo aver di-
chiarato che nell'esposizione delle dottrine che concernono
r intelletto egli intende attenersi alla maniera di pensare dei
peripatetici, e di aborrire da quella dei « dottori latini » '6,
postosi il problema della conoscenza delle sostanze separate
da parte dell' intelletto umano, ripudia dal punto di vista
filosofico la teoria di coloro i quali sostengono, come fa anche
Tommaso, che le sostanze separate si conoscono « per opera,
sicut per effectum venitur in causam per intellectum » '";
e non soltanto è del parere che questi latini « non convenerunt
in positionibus suis et in dictis Peripateticorum, sed diverte-
runt in unam quandam alteram viam et induxerunt alia prin-
cipia et alias positiones » ^^, ma dichiara senza ambagi di tro-
varsi d'accordo quasi in tutto con Averroè e di discordare da
lui soltanto in poche cose.
Una cosa, intorno alla quale Alberto dichiara di dissentire
da Averroé, è questa: per Averroé l'intelletto agente è una
sostanza separata, diversa dalla sostanza dell'anima razionale;
per il domenicano, invece, l' intelletto agente è facoltà e parte
della stessa anima. Ma questa divergenza è di secondaria im-
portanza, poiché r intelletto agente che è parte dell'anima
non è capace di compiere la sua funzione d' intelletto agente,
se non in quanto è perennemente congiunto con la luce della
prima intelligenza agente, che è Dio, e della quale è un ri-
15 Alb. Magno, Metaph., XI, tr. 3, e. 7; cir. Rivista di storia della
filosofia, II, 1947, p. 199-
16 Alb. Magno, De Anima, III, tr. 2, e. i; cfr. Riv. di st. d. filos.,
cit. p. 215.
17 Alb. Magno, De anima, III, tr. 3, e. io; cfr. Giorn. crit. d. filos.
ital., XXII, 1941, p. 41.
18 Ib.
136 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
flesso. A parte questa divergenza, Alberto dichiara esplici-
tamente di far sua la tesi averroistica sulla « copulatio » e
suir « intellectus adeptus » che ne risulta :
Et sic, cum [intellectus possibilis] acceperit omnia intel-
lecta, habet lumen agentis in formam sibi adhaerentem ; et.... tunc
adhaeret intellectus agens possibili sicut forma; et hoc sic com-
positum vocatur a Peripateticis intellectus adeptus et divinus;
et tunc homo perfectus est ad operandum opus illud quod est
est opus suum inquantum homo; et hoc est opus quod operatur
Deus; et hoc est perfecte per seipsum contemplari et intelligere
separata....
Mirabilis autem et optimus est iste status intellectus adepti
sic; per eum enim homo fit similis quodammodo Deo, eo quod
potest operari sic divina et largiri sibi et aliis intellectus divinos-
et accipere omnia intellecta quodammodo ^9.
Ma se per Alberto l' intelletto agente, cui l' intelletto pos-
sibile s'unisce per formare insieme ad esso 1' « intelletto acqui-
sito » o « adeptus », è una parte dell'anima, e non, come per
Averroé, una sostanza superiore a questa, è evidente che il
moto ascensivo della mente umana non può fermarsi all' « in-
tellectus adeptus » e in questo non può consistere la suprema
perfezione dell'uomo. È possibile un'ulteriore ascesa, fino al
congiungimento con le intelligenze che muovono i corpi ce-
lesti e con la prima intelligenza mostrice. Questo supremo
grado di perfezione è costituito da quello che Alberto chiama,^
coi « più antichi fra i filosofi », « intellectus assimilativus ».
Est autem intellectus assimilativus, in quo homo, quantum
possibile sive fas est, proportionaliter surgit ad intellectum di-
vinum, qui est lumen et causa omnium. Fit autem hoc, cum per
omnia in effectu factus intellectus perfecte adeptus est seipsum
et lumen agentis, et ex omnium luminibus et notitia sui extendit
se in luminibus intelligentiarum, ascendens gradatim ad intellec-
tum simplicem divinum; devenit ergo ex lumine sui agentis in lu-
men intelligentiae, et ex ilio extendit se ad intellectum Dei ^°.
Questo « intelletto assimilativo », che rende l'uomo simile
a Dio, è ciò che Avicenna chiama « virtus sancta », la quale è
19 Alb. Magno, /. e, cap. 11; cfr. Giorn. crit., cit., pp. 44-46.
^0 Alb. Magno, De intell. et intellig., II, e. 9; cfr. Riv. d.st. difilos.
cit. p. 218.
MISTICA AVERROISTICA E PICO DELLA MIRANDOLA I37
la più alta fra le virtù dell'anima 2'. Per mezzo di esso, l'uomo
partecipa della divinità:
lungitur igitur illi ultimo et lumini suo et, mixtus illi lumini,
aliquid participat divinitatis; propter quod dicit Avicenna, quod,
aliquando illi lumini vere permixtus, futura praeordinat et prae-
dicit, et quasi Deus quidam esse perhibetur. Iste igitur est in-
tellectus assimilativus....
Qui autem simplici primo et divino intellectui comunctus
est, divinus est et optimus in scientiis et virtutibus, ita quod,
sicut dixit Homerus, non videtur viri mortalis filius esse, sed
Dei. Et ideo dicit Hermes Trismegistus in libro De natura Dei
deorum, quod homo nexus est Dei et mundi, quia per huiusmo-
di intellectum coniungitur Deo -^.
In questo stato, l'uomo acquista un potere sovrumano sugli
altri uomini e sulle cose della natura, e può operare miracoli
e prevedere il corso futuro degli avvenimenti -3. Del che Al-
berto è talmente persuaso, che nel commento al De somno et
vigilia dedica tutto un trattato, ispirato ad Alfarabi, ad Avi-
cenna, ad Averroé, ad Isacco Israelita, e soprattutto a Moisè
Maimonide, per spiegare in che modo e per quali vie, nel
sonno e nella veglia, secondo la dottrina dei « peripatetici »,
l'uomo arriva ad acquistare virtù profetiche; e tutto ciò, ben
inteso, prescindendo dal dono della profezia di cui parlano
i teologi e che è dovuto ad un' ispirazione sovrannaturale.
Pervenuta al congiungimento con Dio, l'anima « stat sub-
stantiata et formata in esse divino, in esse perfecta », così
che non ha più bisogno, per conoscere, dell'amminicolo dei
sensi, ma vede tutto nella luce divina. E questo, proclama
Alberto 24, è il vero fondamento e l'unica prova della sua ca-
pacità a vivere immortale, priva del corpo.
Non mi dilungherò a dimostrare quale influenza questa mi-
stica averroistica e intellettualistica abbia esercitato su En-
rico Bate, autore della Speculum divinorum, e su alcuni do-
menicani tedeschi, come Ulrico di Strasburgo, Teodorico di
Vriberg, Bertoldo di Mosburg e sullo stesso maestro Eccardo
21 Avicenna, De anima, V, e. 6.
-2 Alb. Magno, De ititeli, et intellig., II, e. 9; cfr. Riv. d. st. d. filos.,
cit. p. 219.
23 Alb. Magno, ib., e. 11.
24 Ib., e. 12.
11,8 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
di Hochheim, che pure ha una sua personahtà così spiccata-
mente originale, e come questa influenza si sia prolungata su
certa mistica tedesca posteriore; parlerò invece della dottrina
di Sigieri, che, secondo una assai verisimile notizia trasmes-
saci dal Nifo, fu discepolo d'Alberto.
Nel trattato, oggi perduto, De intellectii, che Sigieri di Bra-
bante scrisse in risposta al De imitate intellectus contra aver-
roistas di Tommaso, il maestro brabantino sviluppava l'ardito
concetto, appena accennato da Averroé nel primo commento
al secondo libro della Metafisica. Se vi sono delle sostanze
separate, e la mente umana non potesse conoscerle, aveva
detto il commentatore di Cordova, la loro esistenza sarebbe
vana, come vana sarebbe la luce del sole, se non esistesse nessun
occhio per contemplarla. Sigieri e molti suoi seguaci, a quanto
ci attesta il Nifo, spiegavano questo laconico argomento come
segue: « Essi presuppongono i a primo luogo, che se l' intelletto
potenziale non può intendere le intelligenze superiori, queste
non possono intendere Dio; poiché una forma che non è atta
ad essere ricevuta da quel soggetto che, in un dato genere, ha
la massima capacità ricettiva, non può esser ricevuta da quel
soggetto che, nello stesso genere, ha una capacità ricettiva
minore. Ora l' intelletto potenziale è ricettivo al massimo grado
fra le sostanze separate. Dunque, se la Prima Intelligenza non
può essere ricevuta nell' intelletto potenziale, non può esserlo
neppure in alcuna delle intelligenze separate. Sicché, se di
fatto r intelletto potenziale non può intendere Dio, ne segue
che nessuna delle intelligenze intermedie lo possa intendere.
Inoltre, Sigieri presuppone che nessuna intelligenza intermedia
possa intendere l'altra, se non può intendere la Prima. Quindi
argomenta così: nessuna intelligenza intermedia che non possa
intendere 1' Intelligenza suprema, può intendere alcuna delle
intelligenze inferiori a questa. Ma, per il primo presupposto,
nessuna intelligenza intermedia può intendere la Prima:
dunque nessuna intelhgenza intermedia può intendere né se
stessa né le altre. Esse quindi resteranno semplicemente ignote
a se stesse, alle altre, e perfino alla Prima intelligenza, poiché
questa niente conosce fuori di sé»-'. Per evitare quest'assurdo,
bisogna dunque ammettere che l' intelletto umano può in-
^i Si veda il nio Sigieri di Brabante nel pensiero del Rinascimento
italiano, Roma, Edizioni Italiane, 1945, pp- 22-24.
MISTICA AVERROISTICA E PICO DELLA MIRANDOLA I39
tendere le sostanze separate e prima di tutte la Prima Intelli-
genza, cioè Dio.
Ma il Nifo ci fa sapere che Sigieri aveva scritto anche un
Lihellus de felicitate, per dimostrare che la beatitudine nella
quale, secondo 1' Etica Nicomachea, consiste il fine della vita,
si ottiene soltanto « per copulationem intellectus agentis cum
intellectu potentiae ». Ma, a differenza di quel che pensava
Alberto Magno, che, come abbiamo visto, riteneva l' intelletto
agente una parte dell'anima razionale, Sigieri lo identifica
con Dio : « intellectus agens est Deus ; felicitas est intellectus
agens: ergo felicitas est Deus»--. L'intelletto umano tende
dunque al congiungimento con Dio; e in questo congiungi-
mento, Dio informa di sé la mente potenziale, e le comunica
la propria beatitudine, sì che l'uomo n' è quasi deificato:
Amplius arguii (Subgerius) fortius : id, quo felicitantur dii
omnes est suprema hominis et omnium felicitas; sed Deus est
quo omnes felicitantur, quoniam omnes intellectus felicitantur
intelligendo Deum; sed intellectio qua Deus intelligitur est ipse
Deus. Ergo Dee omnia felicitantur.... Ergo Deus formaliter est
felicitas. Rursum, quo felicitatur Deus felicitantur alii intelle-
ctus et omnia.... Sed Deus non felicitatur nisi Dee... Ipso ergo
Deo omnia felicitantur 23.
Intellectus hominis essentia Dei felicitatur, quemadmodum
Deus essentia Dei 24.
Inutile ricordare che anche la « felicitas » di cui parla Si-
gieri è la « felicitas » filosofica dell'averroismo, alla quale l'uomo
perviene mediante l'acquisto delle virtìi etiche e dianoetiche,
e che non ha niente che fare con la visione beatifica dei teo-
logi, anche se per avventura fra l'una e l'altra dottrina sono
talvolta avvenuti scambi di elementi concettuali.
Questa mistica averroistica che ho voluto delineare nei suoi
capisaldi essenziali e nelle sue principali tendenze, fu oggetto
di interminabili discussioni, fra gli averroisti e i loro avversari,
a Bologna e a Padova, fino a tutto il secolo XVI. E mentre,
fra gli stessi averroisti, gli uni accettavano la dottrina di
Giovanni di Jandum che riteneva l' intelletto agente parte
dell'anima intellettiva, Alessandro Achillini a Bologna rin-
novava la dottrina sigieriana, che l' intelletto agente dovesse
-2 Iv., p. 25.
23 Ib., p. 24.
24 Ib., p. 25.
140 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
identificarsi con Dio. A queste discussioni prese parte anche
Pico della Mirandola; il quale, tra le XLI Conclusiones se-
cundum Avenroem, ben quattro ne formulò attinenti all'ar-
gomento della « copulatio », e tutte e quattro concepite nella
spirito sigieriano:
I. — Possibilis est prophetia in somnis per illustrationem in-
tellectus agentis super animam nostrani.
3. — Felicitas ultima hominis est, cum continuatur intellectus-
agens possibili, ut forma. Quam continuationem et Latini ali!
quos legi et maxime Ioannes de Gandavo perverse intellexit;
qui, non solum in hoc, sed ferme in omnibus quaesitis philoso-
phiae, doctrinam Avenrois corrupit omnino et depravavit.
17. - Quaelibet intelligentia praeter Primam non intelligit ni-
si Primam.
25. - Exemplum Aristotelis in secundo Metaphysicae, de ni-
cticorace respectu solis, non denotat impossibilitatem sed diffi-
cultatem, alioquin natura aliquid ociose fecisset.
Quest'ultima conclusione si riferisce al primo commento di
Averroé al secondo libro della Metafisica, ove Aristotele af-
ferma che la mente umana dinanzi alle cose che per natura
sono maggiormente intelligibili, quali sono appunto le so-
stanze separate, si trova nelle condizioni del pipistrello che
non può sostenere la luce del sole. Questo paragone, secondo
S. Tommaso, denoterebbe per Aristotele l' impossibilità in
cui versa la mente umana, di conoscere in sé stesse le
intelligenze separate. Per Averroé, invece, esso denoterebbe
soltanto la difficoltà che la mente umana incontra per fissare
lo sguardo in quei sommi intelligibili. Per quale ragione, inoltre,
sarebbe inutile l'esistenza stessa di tali sostanze, se la mente
umana non potesse conoscerle, abbiamo già udito da Sigieri.
Che anche per il Pico l' intelletto agente sia Dio, si rivela
sia dal rimprovero che egli muove a Giovanni di Jandun,
d'aver depravato il pensiero d'Averroé, sia dal confronta
che noi possiamo fare tra la terza conclusione « secundum
Averroem », che abbiamo riferita, e la settima delle XV con-
clusioni «secundum Plotinum », che suona così:
Felicitas hominis ultima est cum particularis intellectus no-
ster totali primoque intellectui piene coniungitur.
Orbene: anche a me sembra che, proprio dalle sue medita-
zioni sulla dottrina averroistica della « copulatio », Pico della
MISTICA AVERROISTICA E PICO DELLA MIRANDOLA I4I
Mirandola sia stato condotto ad elaborare uno dei suoi più
profondi concetti: quello della « dignitas hominis ».
Eugenio Garin, tanto benemerito degli studi pichiani, sì
da potersi ritenere oggi il più acuto e informato fra quanti
hanno tentato di penetrare nel pensiero del mirandolano,
scrive che «la medietà della natura umana [fra gli estremi del-
l'universo] non va, secondo Pico, cercata nel fatto che essa
riunisce i vari elementi, bensì in quanto attua quel che nel
mondo è potenza, riunisce quel che nella realtà è disperso.
La comune concezione, che chiama l'uomo microcosmo,
perché, con analogia più o meno ardita, si può stabilire un
paralleto fra l'uomo e il mondo, gli sembra ingenua in quanto,
fermandosi ad una statica giustapposizione, perde il valore del
vero uomo, dello spirito, che è veramente tutto il mondo in
quanto lo abbraccia nel pensiero» -5. Poi, dopo avere accennato
ad analoghe critiche che Proclo e Moisè Maimonide avevano
rivolto al comune modo d' intendere il concetto del micro-
cosmo, continua: «Con analoghi accenti Pico si allontana da
chi considera l'uomo ' mundi copulam, imo hymenaeum '
in modo del tutto esteriore, e, accogliendo la critica di Mai-
monide, si avvicina, insieme, a certe tendenze averroizzanti,
che nell'uomo vedono il solo mezzo per cui gli intelligibili
si attuano, attuando insieme intelletto agente e materiale
' quod non est alia species quae apprehendat intelligihibiUa
nisi homo '«^ó.
E più oltre, con maggior precisione: «Mentre tutte le cose
sono, hanno una natura limitata, determinata...; l'uomo
non è nulla, ma si fa tutto, in quanto sa tutto; e sa tutto,
in quanto si fa tutto ; mentre in ogni ente ' operari sequitur
esse ', nell'uomo ' esse sequitur operari.... '. Qui è l' infinità
dell'uomo che, ' divino camaleonte ' si fa pianta e sasso, o,
neir insaziabile brama di tutto sapere, s' innalza a Dio....
Chi dubitasse dell' indiamento dello spirito umano nel pen-
siero, non ha che da rileggere la expositio quinta dell' Heptaplus,
dove Pico affannosamente si sforza di porre una distinzione
fra uomo e Dio, senza mai riuscire a determinarla troppo
nettamente » -7.
^5 E. Garin, Giovanni Pico della Mirandola. Vita e dottrina, Firenze,
F. Le Monnier, 1937, P- 200.
26 Ib., p. 201.
27 Ib., pp. 201-202.
142 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Il Garin, che tutto questo ha veduto con grande acume, ha
subodorato anche le « tendenze averroizzanti « alle quali il
mirandolano « si avvicina ». Ma non le ha meglio indivi-
duate; che, se avesse tentato di farlo, egli certamente si sa-
rebbe accorto alla prima, che il Pico, per ciò che concerne le
tesi ora accennate, è averroista puro semplice, anzi averroista
della corrente di Sigieri.
La tesi infatti che l' intelletto umano non ha alcuna natura
determinata, tranne quella di essere in potenza a diventare
tutte le cose, accennata da Aristotele, è una tipica tesi sigie-
riana, che 1' averroista brabantino difende nella terza delle
Quaestiones naiurales di Lisbona e nella nona della Quaestiones
de anima intellediva, e che a tempo del Pico sarà sostenuta da
Alessandro Achillini -8. Sostanza puramente potenziale « in
genere intelligibilium » e quindi, come abbiamo visto, « maxime
receptivum », esso può diventare idealmente o intenzional-
mente, come si esprimono i medievali, tutte le cose, dal sasso
a Dio.
Reduce dalla pubblica disputa tenuta al Capitolo generale
dei domenicani a Ferrara per la Pentecoste del 1494, il Pico
si recò a Bologna in compagnia del Nifo, ove l' Achillini di-
sputò, al Capitolo generale dei francescani, i suoi Quoliheta de
ìntelligentiis (v. sotto, pp. 179 e 319).
Parlando della « felicitas », ossia dello stato in cui la mente
umana si trova congiunta con l' intelletto agente, cioè con
Di( , diceva l' averroista bolognese:
Causa autem finalis [felicitatis] est ut homo et materialia
Dee uniantur: materialia enim, secundum esse eorum reale, non
sunt Dee unibilia; sed secundum esse eorum spirituale, quod est
esse intellectuin speculativum, praepai"ando intellectum possi-
bilem ut Deum recipiat, Dee uniuntur; et sic ad finem suum
redeunt reditione completa.
Ex hoc sequuntur aliqua; primum, quod eadem res, quae
est Deus gloriosus, est causa formalis, qua dominatur homo
felix et causa efficiens dans formam. Patet secundo, quomodo
materialium homo est finis, quia in homine uniuntur materialia
immaterialibus; et sic patet quomodo homo est nexus superio-
rum cum inferioribus, ultra hoc quod forma hominis sit intelli-
gentia.... Et sic patet quam longe relegata est materia a Deo, quia
ipsa, propter potentialitatem suam, non potest informare intel-
28 Cfr. il mio Sigieri... nel pen^^., p. 74.
MISTICA AVERROISTICA E PICO DELLA MIRANDOLA I43
lectum; unitur tamen materia Dee, quia aliqua materia informa-
tur intellectu qui informatur Dee; et successive omnis prima mate-
ria informatur intellectu, apud, Averroim; sed aliae materiae aliis
formis materialium informantur; et sic patet quantum liomini
felici rerum materialium natura debet -9.
Come si vede, dunque, l'accordo del mirandolano con gli
averroisti della corrente sigieriana è completo. Ma se la mi-
stica averroistica sedusse assai per tempo il giovane filosofo,
questi non dovette tardare a rendersi conto che in quel mi-
raggio di felicità, intellettualisticamente concepito, v'era
qualcosa di freddo e di artificioso, che non riusciva a soddi-
sfare le aspirazioni alimentate nell'anima da quindici secoli
di vita cristiana. Gli averroisti, persuasi, come Alberto Magno,
che « theologica non conveniunt cum physicis principiis »,
avevan finito per chiudersi nel loro « aristotelismo », ed osten-
tavano un superbo disdegno verso i teologi da loro derisi.
Il Pico invece, nel suo ardore di tutto sapere, aveva intra-
preso assai di buon'ora studi teologi, e già quando pubblicò
le sue Conclusiones, si sentiva in grado di discutere intorno
a scabrosi argomenti di teologia « secundum opinionem pro-
priam », ciò che gli averroisti si sarebbero guardati bene dal
fare. Ma fu soprattutto nel periodo del suo ritiro sui colli
fiesolani, dopo la peripezia della condanna e dell'arresto,
che egli svolse il suo averroismo in senso platonico e cristiano.
Il frutto migliore delle sue meditazioni ci è stato tramandato
dall' Hepiaplus, cioè « il sette per sette », poiché i sette libri
o « expositiones », corrispondenti ai sette giorni mosaici, sono
alla loro volta divisi in sette capitoli. La settima « expo-
sitio » riguarda appunto la « felicitas », che risponde al riposo
che Dio si concesse dopo sei giorni di operosità. Nel proemio
a questa settima esposizione, il mirandolano distingue due
specie di « felicità »: una naturale, che è quella di cui parlano
i filosofi, e l'altra sovrannaturale, alla quale si può giungere
soltanto colla grazia. Ed è proprio qui che egli s'accorge del
sorriso ironico degli averroisti, e sente il bisogno di rintuz-
zare il loro scherno:
^9 A. AcHiLLiNi, Quolibeta de inielligeniiis, IV, dub. 3; cfr. qui sotto,
pp. 214-2^0 (il passo è citato anche dal Garin, p. 204). Si vedano anche
i Collectanea del Nifo al De anima (III, ad t. e. 36) e il commento dello
stesso suessano al De anime beatitudine, II, comm. 23 e 24.
144 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Verum quoniam mihi videor videre sciolos, dixerim an vap-
pas potius et nebulones, qui se vocant philosophos cum nihil
sint minus, ridentes statim et gratiam et felicitatem supernatu-
ralem, quasi vana haec nomina et aniles fabulae sint, volui bre-
viusculam hac de re cum illis disputationem sicuti proemium
facere septimi libri, rem et seorsum omnibus utilem et neces-
sariam valde operi quod suscepimus, ubi altissimis philsophiae
radicibus nixam et stabilitam stare sententiam theologorum di-
lucide comprobemus 3°.
E più oltre gli accade di ricordare le opinioni dei filosofi
intorno alla « felicitas » :
De homine autem, etsi diversi diversa senserint, omnes ta-
men intra humanae facultatis angustias se tenuerunt, vel in ipsa
tantum veri vestigatione, quod Academici, vel. in adeptione po-
tius per studia philosophiae, quod Alpharabius dixit, felicitatem
hominis determinantes. Dare aliquid plus visi Avicenna, Aver-
rois, Abubacher, Alexander et Platonici, nostrani rationem in
intellectu, qui actu est, aut aliquo superiore, nobis tamen co-
gnato, quasi in suo fine firmantes, sed neque hi hominem ad
suum principium nec ad suum finem adducunt. Quas eorum di
sputationes atque sententias nec reprobo nec aspernor, si de na-
turali se tantum felicitate dicere videantur 31.
Non riprova né disprezza queste dottrine dei filosofi sulla
beatitudine naturale e sul congiungimento della mente umana
con Dio; ma intanto egli dichiara che né gli angeli né l'uomo
possono colle sole loro forze arrivare al perfetto e pieno con-
giungimento con Dio come primo principio e fine ultimo,
perché nessuna cosa è capace di raggiungere da sé quello che
è più alto e più perfetto della natura di quella cosa 3^. Per rag-
giungere Dio, bisogna che Dio stesso si doni. Con ciò quel
nesso fra il mondo materiale e il mondo spirituale, fra l'uni-
verso e Dio, che la mistica averroistica della « copulatio »
pensava d'avere scoperto nell'uomo giunto al termine del suo
sviluppo intellettuale, se non è spezzato, è certo molto rallen-
tato e corre il rischio di dissolversi.
A renderlo veramente indissolubile è balenato all'acuta
mente del signore della Mirandola il concetto cristiano dell' in-
3° G. Pico Mirandola, De hominis dignitate. Heptaplus De ente
et uno e scritti vari a cura di E. Garin, Firenze, Vallecchi, 1942, p. 326.
31 Ib., p. 330.
32 Ib., pp. 330-332.
MISTICA AVERROISTICA E PICO DELLA MIRANDOLA I45
carnazione. Nell'unione ipostatica del Verbo colla natura
umana si raggiunge davvero quella « copulatio » dell'uomo
con Dio, per cui Dio si fa uomo e l'uomo è Dio in senso rigoroso,
senza il « quodam modo » che era stato costretto a metterci
Averroé.
Si può dire che tutti e sette i libri dell' Heptaplus si chiu-
dono con l'esaltazione di Cristo, cui sono dedicati tutti i settimi
capitoli di ogni libro. Cristo è certo il mediatore fra Dio e
l'uomo dopo il peccato ; ma se egli solo poteva redimere l'uomo
peccatore, nel disegno divino Cristo fu, indipendentemente
dal peccato d'Adamo, il « primogenitus omnis creaturae in
quo condita sunt universa ».
Supremus omnium et princeps homo, quo mundi corrupti-
bilis natura pregressa sistit pedem et receptui canit.
Quemadmodum autem inferiorum omnium absoluta con-
summatio ut homo, ita omnium hominum absoluta est consum-
matio Christus; quod si, ut dicunt philosophi, ab eo quod in uno-
quoque genere est perfectissimum ad ceteros eiusdem ordinis
quasi a fonte omnis perfectio derivatur, dubium nemini est a
Christo homine in omnes homines totius bonitatis perfectionem
derivar!; illi sciUcet uni datus Spiritus non ad mensuram, ut de
plenitudine eius omnes acciperemus 33.
Leggendo certe espressioni dell' Heptaplus, vien fatto di
pensare che per il Pico, prima che nell'opera della redenzione.
Cristo debba avere una funzione essenziale in quella della
creazione, come avevano ritenuto Alessandro di Hales, Al-
berto Magno, Duns Scoto e la sua scuola. E in verità fra le
Conclusiones in theologia numero XXIX, secundum opinionem
propriam a communi modo dicendi theologorum satis diversam,
ve n' è una, la quindicesima, che si cela fragrante e pudi-
bonda tra le altre, e non mi pare abbia mai finora attirato
l'attenzione. Essa suona proprio così: « Si non peccasset Adam,
Deus fuisset incarnatus, sed non crucifìxus ». La mistica fran-
cescana correggeva e perfezionava, nella mente del Pico, la
mistica averroistica.
Marsilio Ficino, che per l'averroismo non ebbe mai simpatia,
svolgendo per altro i più riposti motivi religiosi del plato-
nismo, aveva anch'egli scoperto nella natura dell'uomo una
specie d' istinto verso la perfetta unione con Dio come ter-
33 Ib., p. 220.
10
146 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
mine di tutti gli umani desideri, pace e riposo dell'anima,
un bisogno insomma d'indiamento. Ed aveva pure scoperto che
soltanto in Cristo e per Cristo l'uomo si fa veramente divino.
Non mi consta che egli abbia mai sostenuto, in modo esplicito,
la tesi suir incarnazione di Dio, che la « mente eroica » del
mirandolano si proponeva di difendere. Ma nel De Christiana
religione, che completa la Theologia platonica, a dimostrare la
convenienza, e quasi direi la morale necessità, dell' incarna-
zione del Verbo, il Ficino adduce (cap. XVI) argomenti che
prescindono affatto dalla colpa d'Adamo, e che, in sostanza,
son quelli messi innanzi da Alessandro di Hales, da Alberto
Magno e da Duns Scoto a favore della tesi cara al Pico. Per
gli stessi argomenti quella tesi pareva anche a S. Bonaven-
tura « magis consonare iudicio rationis » 34.
Il concetto cristiano dell' Uomo-Dio, mentre dischiudeva
nuovi orizzonti alla filosofìa antica, apriva così la via al pen-
siero moderno.
34 In III Sent., dist. i, a. 2, q. 2.
I
VII
APPUNTI INTORNO AL MEDICO
E FILOSOFO PADOVANO PIETRO TRAPOLIN *
Del medico e filosofo padovano Pietro Trapolin, prima
precettore, poi collega sulla cattedra e amico di Pietro Pom-
ponazzi, dopo quel che ne aveva detto Francesco Fiorentino
nella sua monografia su quest'ultimo (Firenze, 1868), era ac-
caduto anche a me di occuparmi per chiarire la posizione di
lui di fronte all'averroismo. E l'avevo fatto sulla scorta del
codice Marciano, mss. lat. CI. VI, 301, e di quello della Comu-
nale di Perugia, n. 408. Il primo di essi contiene le lezioni
sul De anima, nella riportazione del mantovano Benedetto
del Tiriaca, ma in modo frammentario e lacunoso, per la per-
dita di molti fogli di uno o più fascicoli dei quali sono state
riunite insieme le reliquie a formare l'attuale volume mar-
ciano. Il secondo è invece una riportazione più sobria dello
stesso corso di lezioni tenute nel 1491-1492 {Giorn. Crii. d.
Filos. ItaL, XXIX, 1950, 428-435). L'uno e l'altro sono suf-
ficienti a darci un' idea abbastanza precisa della posizione
tenuta dal Trapolin intorno ad alcune delle controversie su-
scitate dall' interpretazione del pensiero d'Aristotele ; ma sol-
tanto su alcune. Oltre a queste due riportazioni dell'esposi-
zione del De anima, ebbi a segnalare allora anche il fragmento
parigino (Bibl. Nation., ms. lat. 6537, ff. 233r-268v) di un'espo-
zione per quaestiones degli Aphonsmi d' Ippocrate. P. O.
Kristeller {Two unpuhl. Questions on the Soni of P. Pompo-
nazzi, in « Medievalia et Humanistica », fase, octavus, 1955,
p. 78) segnala il ms. Ambr. N. 336 sup., ove sono trascritte
di mano di Tommaso Campeggi da Bologna, figlio delgrande giu-
* Dalla Miscellanea in onore di Roberto Cessi, Roma, Edizioni di
Storia e Letteratura, 1958, voi. II, pp. 21-46, con notevoli aggiunte
e variazioni.
148 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
rista Giovanni Zaccaria, la Quaestio de equali ad pondus e quel-
la De restauratione humidi radicalis, due argomenti di moda che
venivano discussi dai lettori di Theorica, quando commen-
tavano certe parti del Canon di Avicenna (noto di passaggio
che i fogli del codice Ambrosiano sono disordinati). Il Trapolin
discute con una certa ampiezza le opinioni intorno ai due
tempi, senza recare per altro gran che di nuovo. Si parla anche
di una stampa, De restauratione humidi radicalis, che si dice
dedicata al Cardinal Domenico Grimani; ma non sono riu-
scito a trovarla, per quanto ne abbia fatto ricerca. Conosco
invece le quattro questioni, lacunose e incomplete. De morbo
gallico, nella raccolta di vari trattati che portan questo titolo
(Venetiis, apud lord. Zirletum, 1566, t. II, pp. 44-57). D'altri
scritti per ora non ho notizia.
Tuttavia il desiderio di fare un po' di luce nell'ambiente
universitario padovano, negli anni che a Padova studiò e
insegnò il Pomponazzi, m' ha portato a raccogliere alcune no-
tizie di qualche importanza, che qui riunisco per invogliare
qualcuno che ne abbia l'agio, che a me finora è mancato, a
frugare a fondo nei documenti che il dente edace del tempo
non ha ancora distrutto.
La prima volta che s' incontra il nome di Pietro Trapolin
è in un documento dell'Archivio della Curia vescovile di Pa-
dova [Ada graduum, voi. 32, fol. 38r), relativo alle ordinazioni
sacre del 13 marzo 1465. In quel giorno, appunto, i tre fratelli,
Girolamo, Alberto e Pietro, furono ammessi alla prima ton-
sura clericale, richiesta, credo, per ottenere feudi dalla mensa
vescovile. Pietro morto, a quanto pare, lo stesso giorno
(6 giugno 1509) che le milizie dell' imperatore Massimiliano
entrarono in Padova, all'età di 58 anni e 20 giorni, non aveva
ancora compiuto i quattordici anni. Maggiori di lui erano gli
altri due fratelli; maggiore di tutti doveva essere Girolamo,
che il 14 agosto 1472 s'addottorò «in artibus liberalibus... ;
nemine penitus discrepante », ed ebbe le insegne del grado
dal primo promotore. Maestro Sigismondo Polcastro o Por-
castro (Arch. Curia Vesc. di Padova, voi. 36, f. 64r). Girolamo
Trapolin è il destinatario della lettera che Andrea Brenzio
o della Brenta, già professore di retorica a Padova, gì' indirizzò
da Roma, e che trovasi nell'edizione romana del 1482 circa
della traduzione del De natura hominis di Ippocrate, che i
filosofi ritenevan, sì, gran medico, ma ignaro di dialettica.
I
APPUNTI INTORNO A PIETRO TRAPOLIN 149
Alberto, di cui diremo piìi oltre, è detto « profondissimo filo-
sofo » che « teneva alquanto dell'epicureo » dal vicentino Luigi
da Porto ; ma a me non risulta che sia mai ricordato col titolo
di dottore; il che proverebbe, che per esser filosofi e profon-
dissimi non è strettamente necessario il titolo accademico
(non curo qui di sapere se, viceversa, il titolo accademico
contribuisca a creare i profondissimi filosofi).
I tre cherichetti erano figli del nobile cavaliere padovano,
Francesco Trapolin, capo d'una famiglia ragguardevole che
traeva origine, a quanto sembra, dal vicino borgo di Vigodar-
zere. Un Trapolin era stato, nella prima metà di quel secolo
podestà di Este. Uberto Trapolin era professore di diritto a
Padova fra il 1430 e il 1439, e due suoi figli, Lanzarotto e
Pietro, eran dottori «in utroque », come si ricava dagli Ada
graduum pubblicati dal Erotto e dallo Zonta. Avremo inoltre
ad accennare all'avo di Alberto e. Pietro implicato nel tenta-
tivo di Marsilio da Carrara di ricuperare Padova nel 1435.
Le loro case eran nella contrada di S. Leonardo « ab intra »,
come risulta da un rogito del 13 marzo i486 (Padova, Arch.
di Stato, Sez. Arch. Notar., voi 1575, f. 249), segnalatomi
dall'amico Prof. Paolo Sambin, e dall' « Estimo del 1418 »
(voi. 260, presso l'Arch. di Stato di Padova). Nella polizza
n. 29 di questo Estimo, presentata il 16 aprile 1482, « per d.
petrum trapolinum », a nome « de li heredi cum inventario
de misser francesco trapolino », si denuncia al primo posto
« una casa dentro di San lunardo dove habita cula sua famegia » ;
seguono poi altri immobili fuori Padova, ad Altichiero, Campo
S. Piero, Vigodarzere e altrove. Il possesso di una « casa dentro
San Lunardo, dove abita la sua fameia » era stato denunciato
del resto dallo stesso « Spectabilis Miles D. Franciscus trapo-
linus» il 18 giugno 1471 (ib., poi. n.33). Ma la denunzia del 1492,
presentata a nome degli eredi, «per ser Albertum de Trapolinis»,
ci fa sapere che questa casa dov' egli abitava con la famiglia era
« grande » (Ib., poi. n. 34). Nella stessa casa dei Trapolin, aveva
abitato anche Uberto TrapoUn, già ricordato, il quale nell'aprile
1437, dichiarava d'abitare « cum familia.... in contrata Sancti
leonardi ab intra », di avere possessi in Altichiero, Vigodarzere
ecc., e « filios septem quorum quatuor sunt femmine » (ib.,
poi. n. 30). Anzi nella polizza n. 41, del g aprile 1464, dei
« beni stabeli de miss. Liberto Trapolin et de francesco suo
fiollo », è dichiarato: « Item, a uno fiollo che ha sie' fioli maschi
150 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
e femene ». Se non si tratta d'un caso d'omonimia, alquanto
strano, questo Francesco di Uberto, parrebbe il padre di Pietro
e dei suoi fratelli.
In questa grande casa avita, abitava ancora Pietro col
fratello Nicolò il 14 dicembre 1500, quando fecero entrambi
da testimoni nel contratto di nozze del Pomponazzi (Bru-
nacci, P. Pomponatiiis , « Raccolta d'opuscoli » del Calogerà,
XLI, p. 3), e vi continuarono ad abitare la vedova di Pietro
e alcuni figli di lui almeno fino all'ottobre 1515 (Padova, Arch.
Not. Ili, 12-13, not. Alvise Zupon, voi. 2864, f. 6oor, atti
del 13 e ig ottobre 1515). Ma mentre Nicolò del quondam
Magnifico Cavalier Francesco, il 23 giugno 1501 risulta abi-
tare ancora « in contrata S. Leonardi » (Notar. A. Zupon,
ib., voi. 2863, f. iSgr-iQor), un altro fratello dei predetti,
« nobilis dominus Robertus de trapolinis Magnifici et Insignis
equitis domini Francisci », il 12 maggio 1500 era andato ad
abitare « in contrata domi » (Arch. di Stato, sez. Arch. Notar.
Not. Giov. Ant. da Mirano, IV, 139-140, voi. 2687, f. 496r),
Così, più presto o più tardi, possiamo supporre che abbian
fatto anche altri dei cinque fratelli, via via che s'ammoglia-
vano e costituivano una propria famiglia.
Nato alla fine di giugno 1451, Pietro s'addottorò in artihus,
quasi undici anni dopo il fratello Girolamo. L' 8 febbraio 1483,
ottenutane due giorni prima la « grazia » dal Collegio pado-
vano dei medici e filosofi, sostenne il consueto « tentativum »
preliminare nella chiesetta di S. Urbano. Questa chiesetta,
oggi scomparsa insieme all'ospizio che la fiancheggiava, era
una dipendenza dell'abazia benedettina di Fraglia, i cui mo-
naci avevano qui un piede a terra, quando avevano bisogno
di recarsi in città. Essa sorgeva all'altezza di piazza delle Erbe
(o, come si diceva un tempo, del Vino), entro il quadrato
compreso tra la piazza stessa e via S. Martino e Solferino,
e tra le vie Squarcione e dei Fabbri. Entro i cortili delle nuove
case se ne vede ancora qualche resto, che ho potuto ritrovare
grazie alle cortesi e preziose indicazioni del Rev.mo Canonico
dott. Antonio Barzon, solerte ricercatore delle memorie citta-
dine, che l'ala del tempo tende a spazzare via. Questa chie-
setta appunto, che non avea clero beneficiato con cura d'anime,
era stata concessa a sede delle riunioni del Collegio de' medici
e filosofi, e qui si tenevano i « tentativi », cioè le prove e di-
scussioni che precedevano di uno o pochi giorni il dottorato.
i
APPUNTI INTORNO A PIETRO TRAPOLIN I5I
Nella prima metà del Quattrocento, il Collegio soleva tenere
le sue sedute nella chiesa di S. Martino davanti al palazzo
del Podestà; e nella seconda metà del Trecento nella chiesa
di S. Canciano.
Superato questo esame, Pietro si presentò, l'ultimo lunedì
di carnevale ii febbraio, al « privatum examen » nella con-
sueta aula del palazzo vescovile, ove la prova ebbe luogo la
sera « hora XXI », al termine della quale gli furon conferite
le insegne di «doctor artium». (Arch. ant. dell' Univers. di Pa-
dova, Sacro Coli, de' Filosofi, n. 316, ff. 7r-8r). Fra i suoi
promotori erano Pietro Roccabonella, Alessandro Sermoneta»
Giovanni Aquilano, e Nicoletto Vernia da Chieti.
Sarebbe difficile trovare una ragione per spiegare come mai
egli abbia conseguito il titolo di « doctor artium » solo a
trentun anno compiuto da un pezzo, mentre l'età normale
era dai venti ai venticinque. Probabilmente suo padre, il
nobile cavalier Francesco, l'avrà avviato ad altra carriera,
facendogli ritardare gli studi di filosofia e medicina. Prima di
addottorarsi, Pietro doveva già essersi sposato con Maria
Roselli, nipote del celebre giurista aretino Antonio, e forse
gli era nato il primo figlio, nel quale rinnovò il nome del
padre già morto, e che il 20 ottobre 1501 s'addottorò alla sua
volta in artibus. Sappiamo che un altro figlio, Giulio, gli nac-
que nel 1485.
Padovano, egli aveva ormai i requisiti per essere accolto
nel Collegio dei Filosofi patavini. Ma tre anni dopo, il 1° di-
cembre i486, egli venne in possesso anche del titolo di « doctor
medicinae » {Ih., ff. io3r-io4v), promotori Paolo dal Fiume,
Francesco Benzi, Pietro Roccabonella, Giovanni Aquilano e
Lorenzo da Noale. Iscritto pertanto al Sacro Collegio dei
Medici e Filosofi di Padova, troviamo che, il giovedì 15 no-
vembre 1487, egli fu estratto priore del Collegio stesso, e il
sabato iP dicembre insediato {Ih., ff. I39v-i4ir). Ormai la
vita di Pietro Trapolin era legata a quella del Collegio e della
Facoltà delle arti e medicina di Padova, come insegnante e
come promotore al dottorato in filosofia e medicina dei gio-
vani che v'aspirassero.
E fra coloro che v'aspiravano, era Pietro Pomponazzi, un
giovane mantovano, di piccola statura, che stava per compiere
venticinque anni. Lo s' incontra per la prima volta « artium
scholaris » il 12 gennaio 1484, come testimone nel dottorato
152 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
in medicina di Assolone de Sparainis da Cesena (Padova,
Arch. Curia Vescov., Acta grad., voi 42, f. 17V) ; poi il 6 giu-
gno 1485, ancora « artium scholaris », come testimone nel
dottorato in medicina di Federico Romano {Ib., f. 99V). Si
dice che il lunedì 23 aprile 1487 fosse ammesso anch'egli al
tentativo « in artibus », nella chiesa di S. Urbano, a ore 22,
sotto i promotori Pietro Roccabonella, Girolamo Polcastro,
figlio di Sigismondo, già ricordato, Giovanni Aquilano e Pietro
Trapolin e che il 26 dello stesso mese, a ore 20, in chiesa del
Duomo, subisse il « privatum examen », giurasse, e fosse ad-
dottorato nelle arti. Ma siccome non ho potuto vedere i ver-
bali dei relativi atti, lascio la responsabilità di tutto questo
all'Abate Francesco Dorighello, Laureati della Università di
Padova (ms. in quella Bibl. Univers., n. 43, I, f. 32or). Il quale
per altro al f. 3i9r, aveva messo alla stessa data (anno, giorni
e ore) il « tentativo nelle arti » di Gian Pietro da Mantova,
o Gian Pietro Bonevitis da Mantova, che è il padre del celebre
giurista Marco Mantova cui l'Ammannati eresse il grande
mausoleo che si vede nella chiesa degli Eremitani. Ma poi
aveva cancellato con una linea a diagonale. Così anche nel-
l'altra opera, Memorie dei professori e letterati di Padova
(ms. in quella Bibl. Civica, n. 938, p. 37) aveva detto di Gian
Pietro da Mantova le stesse cose che nei Laureati dice del
Pomponazzi; poi anche questa volta aveva cancellato, anno-
tando fra parentesi: « Questi è Pietro Pomponacio da Mantova ».
In base a quali documenti il dotto e diligente abate abbia
eliminato questa confusione non sono in grado di dire; poiché
mii consta che negli atti del Sacro Collegio dei Filosofi, già
cit., n. 316, ff. 118V-119V, i verbali del 23 aprile {tentativum
in artihiis) e del 26 detto {examen in artibus) parlano di Jo.
Petrus de Mantua. Del quale esiste un bel busto attribuito a
G. del Carino, nella Galleria Franchetti, alla Cà d'Oro in Ve-
nezia (cfr. la guida di G. Fogolari, 2^ ediz. Roma, 1950, pp. 9
e 31)-
Checché sia di ciò, è certo tuttavia che il Pomponazzi era
già dottore in artibus il 19 giugno 1487, poiché con questo
titolo è testimone nel dottorato in artibus di Agostino Lunardi
da Ravenna {Acta grad., voi. 44, f. 9r). Il martedì 23 ottobre
1487, egli figura ugualmente come testimone, insieme a Gio-
vanni da Schio, a Onofrio Fontana e a Sebastiano dell'Aquila,
tutti e quattro « artium doctores », nel dottorato che il suo
APPUNTI INTORNO A PIETRO TRAPOLIN I53
condiscepolo ed amico, il generoso patrizio veneziano Do-
menico Grimani, figlio del magnifico Antonio e futuro cardi-
nale, conseguì anch'egli in artibus nel privatum examen so-
stenuto alla presenza del nuovo vescovo di Padova, Pietro
Barozzi, promotori i dottori collegiati Pietro Roccabonella
che gli conferì le insegne del grado, Paolo dal Fiume, Giov.
Aquilano, Lorenzo da Noale, Girolamo della Torre da Verona,
Corradino da Bergamo, Girolamo Polcastro e, ultimo, Nico-
letto Vernia da Chieti. L' indomani, 24 ottobre, appena lau-
reato, il Grimani, insieme ad Antonio Pizamano di Marco,
anch'egli patrizio e dottore, faceva da testimone nel dotto-
rato in iure civili di Girolamo Malchiavelli da Vicenza, figlio
del giurista Francesco, essendo promotore Giason dal Maino
(Arch. d. Curia Vesc, 1. e, voi. 44, f. 42r; Arch. dell'Univ.,
Sacro Coli, de' Filos. e Medici, n. 316, ff. I35v-i37r).
E poiché ho fatto cenno a Maestro Nicoletto come promo-
tore del dottorato in artibus del Trapolin e del Grimani, non
starò a ripetere quanto di lui è stato detto di sopra nei saggi
IV e V. Basterà ricordare, com'egli, con l'appoggio di com-
piacenti amici che aveva nel Senato veneziano, fosse riuscito
a sottrarsi all'obbligo di avere un concorrente e come dallo
stesso Senato veneziano si meritasse un energico rabbuffo
e un severo richiamo al rispetto degli statuti scolastici dello
studio padovano. Così maestro Nicoletto dovette piegare il
capo e accettare la concorrenza di Pietro TrapoHn, dottore in
artibus et medicina, mentre egli, addottorato solo in artibus
ventinove anni prima, con tutta la sua spocchia non aveva
ancora conseguito il titolo di dottore in medicina. Maestri
entrambi di filosofia, rappresentavano nello studio padovano
l'averroismo che aveva già avuto a rappresentanti, dai primi
del Quattrocento in poi. Paolo Veneto, Gaetano da Thiene,
Cristoforo da Recanati e forse altri ancora specialmente fra ì
medici.
L'averroismo, sia a Padova che a Bologna e a Pavia, era
entrato con la diffusione del commento d'Averroè ai libri
fisici e alla Metafisica d'Aristotele; ed era ormai invalsa la
consuetudine, nei tre Studi dell' Italia settentrionale, di leg-
gere, insieme al testo di Aristotele, il commento dell'arabo di
Cordova che lo accompagnava. Compito del lettore era quello
di chiosare il testo aristotelico e di mostrare se Averroé l'aveva
capito, o se, per avventura, non fosse da preferire all'esposizione
154 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
averroistica quella di altri espositori, per esempio, di Alessandro
d'Afrodisia, di S.Tommaso d'Aquino, di Duns Scoto, o d'altri
ancora. Averroisti si dissero coloro i quali, nell' esposizione della
dottrina d'Aristotele, seguivano il commento di Averroè come
quello che pareva meglio calzare col testo. Le dispute fra
costoro e i loro avversari furono certamente aspre e talvolta
clamorose. A renderle tali contribuì il fatto che molti teologi,
da S. Tommaso in poi, perseguivano il proposito concordisti-
co di dimostrare che la fede e la teologia (che non sono precisa-
mente la stessa cosa, se Dio vuole) s'accordano pienamente
con la scienza e la filosofia; e per filosofia intendevano quella
aristotelica. Ora questo intento concordistico era reso impos-
sibile dall' interpretazione che del pensiero d'Aristotele davano
gli averroisti.
Quindi una reciproca accusa. Da un lato, gli avverroisti
accusavano specialmente i tomisti di fraintendere di continuo
la dottrina aristotelica per la bella soddisfazione di mostrare
che essa s'accordava in tutto e per tutto con la fede cristiana,
sì da doversi domandare che bisogno c'era della rivelazione
se, tre secoli prima di Cristo, Aristotele aveva donato all'uma-
nità un sistema così completo di verità sulle cause prime
dell'essere e sui destini umani. Dall'altro lato, i teologi, sì
tomisti che scotisti, accusavano gli avveroisti di depravare il
pensiero d'Aristotele allo scopo di accentuarne il contrasto
con la fede e d' impedirne l'accordo. Anzi, essi suggerivano il
sospetto, che gli averroisti facessero questo, perché condivi-
devano in segreto le dottrine da loro attribuite ad Aristotele,
L'accusa d'eresia risale a S. Tommaso ed è ripetuta dal Pe-
trarca. Per difendersene gli averroisti protestavano che il
loro compito era quello di interpreti d'Aristotele e che sul
terreno della « filosofia », cioè dell' interpretazione del pen-
siero aristotelico, essi intendevano rimanere, reclamando piena
libertà di discussione.
In generale, gì' inquisitori si acquetarono a queste proteste
degli averroisti, tanto più che non pochi teologi da un pezzo
avevano apertamente condannato la pretesa tomistica di «face-
re de Aristotele haeretico omnino catholicum ». Anzi, a dir
vero, i più spinti averroisti bisogna cercarli tra siffatti teologi.
Così io ritengo che nel Rinascimento meritassero a buon
diritto l'appellativo di averroisti Giovanni di Baconthorpe
e Gregorio da Rimini, il primo anzi quello di « princeps aver-
APPUKTI INTORNO A PIETRO TRAPOLIN I55
roistarum », perché sostenevano, spingendosi ben oltre Sigieri
di Brabante e Tommaso di Wilton, che secondo Aristotele
giustamente interpretato da Averroé, le intelligenze e le
sfere celesti non son prodotte dal primo motore come da causa
efficiente.
E sebbene gli averroisti, chiarita la portata del loro inse-
gnamento, fossero in generale lasciati indisturbati, non man-
carono quelli che porgevano attento orecchio alle diatribe,
nel chiuso delle aule scolastiche o nelle pubbliche dispute,
per cogliere frasi o atteggiamenti suscettibili di ravvivare e dar
consistenza ai vaghi sospetti di miscredenza.
Questo appunto accadeva a Padova, nella primavera del
1489, quando il nuovo vescovo, Pietro Barozzi, allarmato dal
clamore delle dispute intorno all'unità dell' intelletto, d'ac-
cordo con r inquisitore fra Martino da Lendinara, vietò ogni
pubblica discussione su quell'argomento, sotto pena di sco-
munica. Nel decreto del 6 maggio di quell'anno è affermato
appunto, che coloro i quali più s'agitavano per l'unità del-
l' intelletto fossero mossi da motivi pratici di libertinaggio :
Et postremo, existiinantes eos qui de unitale intellectus di-
sputant, ob eam potissimuni causam disputare, quod, sublatis
ita tum premiis virtutum tum vero suppliciis vitiorum, existi-
mant se liberius maxima queque flagitia posse committere, man-
damus ut nullus vestrum, sub pena excommunicationis late sen-
tentie quam, si contrafeceritis, incurratis, audeat vel praesumat
de unitale intellectus, quovis quesito colore, publice disputare.
Il vescovo e l' inquisitore sapevano bene che la tesi del-
l'unità dell' intelletto era attribuita dagli averroisti ad Ari-
stotele. Ciò non di meno, essi vietano ogni pubblica discussione
su questo argomento, anche se fosse vero, come pretende
Averroé, che l'unità dell' intelletto fosse dottrina ricavata da
Aristotele. Ma su questo punto il Barozzi e fra Martino am-
moniscono ad esser cauti, perché questo Averroé era uomo
dotto, sì, ma scellerato, « a quo et Avicennam hispalensem,
medicorum prestantissimum, bithinie (ut multi putant) regem,
veneno enectum., et quem ab Avicenna (priusquam moreretur)
interfectum tradunt » (Curia vesc. di Padova, Acta grad.,
voi. 44, f. I24t) ; parole molto ingarbugliate, ma che accennano
ad una nota leggenda della quale parla M. Steinschneider
{Die hebr. Uebersetz. des Miti., pp. 677-78), e che fa non poca
meraviglia trovare ricordata in un documento episcopale.
156 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Comunque il divieto del Barozzi non riguardava le dispute
entro le aule scolastiche, nel corso delle lezioni, bensì le di-
spute pubbliche tenute al circolo dei filosofi o per le chiese^
come soleva usarsi, e in circostanze che rivestivano speciale
solennità, con intervento delle autorità e del pubblico, dispute
queste ultime assai frequenti nel periodo di cui mi vado occu-
pando. Che nelle lezioni scolastiche e nelle riportazioni che ne
possediamo, anche a Padova continuò a discutersi come al-
trove, con grande spregiudicatezza, sia sull'unità dell' intel-
letto e suir immortalità dell'anima, come sull'eternità del
moto e del mondo.
Sebbene l'editto vescovile non accenni a persone, si sa per
altro che particolarmente sospetto al prelato era Nicoletto
Vernia, sulla cui miscredenza come sul carattere bizzarro
forse correvan già aneddoti sul tipo di quelli raccontati dal
Pomponazzi, come fu narrato sopra nel saggio IV. Certo è
che coloro i quali maggiormente si adoprarono a dissipare i
sospetti del Barozzi sono, in gara tra loro, proprio Nicoletto da
Chieti e il suo degno discepolo. Agostino Nifo- da Sessa.
Non Pietro Trapolin, il cui moderato averroismo non dette
ombra di sorta ad alcuno.
Concorrente del Vernia che aveva dovuto piegarsi all'or-
dine del Senato veneziano, non si sa che il Trapolin avesse
urti con lui. Ma egli s' intendeva meglio col giovane maestro
Pietro Pomponazzi, già suo alunno ed ora suo collega ed amico,
come il Vernia invece s' intendeva molto meglio col Nifo, per
certa boria e affinità di carattere. Il Pomponazzi era stato chia-
mato alla lettura straordinaria di filosofia nell'autunno del 1488,
poiché in un decreto del senato veneziano dell' 8 settembre 1495
(Venezia, Arch. di Stato, Sen. terra, Reg. 12, f. loSv-iogr) si tro-
va che a questa data « legit philosophiam annis septem ». Il 26
marzo 1492 egli era ancora straordinario di filosofia, e come
tale figura tra i testimoni del dottorato in medicina di Bernar-
dino Speroni, padre di Sperone e già da dieci anni dottore
in artibus e « publice legens in celeberrimo studio paduano »
(Arch. della Curia vesc. di Padova, Acta grad., voi. 44, f. I93r;
Arch. dell' Univ. di Padova, Sacro Coli, de' Medici e Filos.,"
n. 317, f. 66v sgg.). Ma il 28 settembre 1492, il senato vene-
ziano (Venezia, Arch. di Stato, Senato terra, Reg. 11, f. 124V),
in riconoscimento della buona prova data dal maestro manto-
vano, e con la motivazione che egli era « vir laudatissimus »,
J
APPUNTI INTORNO A PIETRO TRAPOLIN I57
gli aumentava lo stupendio da 50 a 80 fiorini, il che significava
promuoverlo alla lettura ordinaria di filosofia « secundo loco ».
Poco dopo, anche Pietro Trapolin, che percepiva lo sti-
pendio di 137 fiorini, cominciò a lagnarsi che non gli basta-
vano al mantenimento della numerosa famiglia, e un bel
giorno chiese licenza di trasferirsi a Ferrara, ove gli promet-
tevano condizioni migliori. Il 5 febbraio 1492, stile veneto
(quindi 1493), il Senato veneziano, per trattenerlo, « quia
persona dicti doctoris ob eius doctrinam est admodum ne-
cessaria predicto gymnasio nostro paduano », decreta gli
siano corrisposti 200 fiorini annui (Ib., Reg. 11, f. 138 v).
Così il Trapolin restò. Non sempre però la minaccia d'andar-
sene riusciva a commuovere l'avarizia veneziana. E alcuni
che vi ricorsero, come nel 1525 lo spagnolo Giovanni Mon-
tesdoch, furon lasciati andare con Dio.
Quanto alla numerosa famiglia da mantenere, oltre ad al-
cuni fratelli che ancora convivevan con lui, sappiamo che egli
aveva perlomeno quattro figliuoli maschi: Francesco, Giulio,
Alessandro e Antonio, non che una femmina. Alba, ottenuti
dal matrimonio con la nobil donna Maria, figlia del padovano
Francesco Roselli del fu Antonio, il noto giurista sepolto
nella chiesa del Santo. Il maggiore di loro, nel 1493, non do-
veva aver varcato di molto i dodici anni. Cinque figli da sfa-
mare e da vestire, senza contare altri carichi, non sono un
peso indifferente.
Ma con decreto dello stesso senato (Reg. 12, f. 42r) in data
15 febbraio 1493, more veneto (dunque 1494), in seguito alla
morte di maestro Antonio da Rimini, il Trapolin passò alla
lettura ordinaria di medicina pratica, con lo stesso salario
di 200 fiorini; dalla quale, se non v' è un errore di trascrizione
del decreto nel Registro, sarebbe passato alla lettura straor-
dinaria di Teorica della medicina, come si legge nello stesso
Registro 12, f. 109V, alla data del 17 settembre 1595:
Dominus autem petrus trapolinus qui legit extraordinariam
Theoricae medicinae ad secundum locum in concurrentiam D. Ga-
brielis ^erbo, cum summa satisfactione totius studi] patavini,
auctoritate huius Consilij confirmetur ad lecturam predictam
cum salario florenorum 250 dari solito lecturae predictae secundi
loci.
E il 19 settembre fu dato avviso ai Rettori di Padova,
perché fosse provveduto in conformità. L'usanza che, prima
158 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
d' insegnar medicina, un maestro insegnasse la filosofia na-
turale e magari la logica, è tutt'altro che infrequente, ed è
anzi conseguenza dello stretto rapporto che la medicina an-
tica aveva con la filosofia della natura. È risaputo, del resto,
che i tutti i più celebri filosofi arabi erano anche medici. A
Padova, Pietro Roccabonella, che nel 1450 insegnava filosofia,
passò all' insegnamento della medicina nel 1459 ; nel 1464
ritornò a insegnar filosofia e nel 1472 di nuovo medicina.
Cristoforo da Recanati, successo a Gaetano da Thiene nel 1465,
passò a medicina nel 1467. Paolo dal Fiume che leggeva fi-
losofia nel 146 1, fu trasferito a medicina nel 1468. Gabriele
Zerbo cominciò a insegnar medicina nel 1492, dopo avere
insegnato filosofia per un decennio. E potrei continuare per
un pezzo.
Col passaggio di Pietro Trapolin all' insegnamento della
medicina, concorrente del Vernia avrebbe dovuto essere il
Pomponazzi. Sappiamo però che maestro Nicoletto s'ado-
prava, con gli appoggi che aveva a Venezia, per esser liberato
alfine, più che dal peso, dall' incubo addirittura della concor-
renza. E tanto fece che vi riuscì, ottenendo 95 voti favore-
voli, con decreto del senato veneziano in data 8 settembre
1495 (vedi sopra pp. 123-124). Alla proposta erano stati con-
trari ben '3^'] senatori, mentre 9 voti eran risultati nulli.
In questo decreto sono più cose che meritano di fermare la
nostra attenzione. Anzi tutto, è ribadito il concetto che il
privilegio concesso a Maestro Nicoletto da Chieti, d' insegnare
senza concorrente, ha carattere eccezionale, essendo stato
concesso nel passato solo a due insigni maestri come Gaetano
da Thiene e Cristoforo da Recanati. Al Vernia veniva con-
cesso « ob maximam scientiam et doctrinam philosophie », per
avere insegnato questa disciplina nello studio di Padova « per
annos triginta et ultra ».
Inoltre, in questo decreto si stabilisce, che, in luogo del con-
corrente che soleva darsi al Vernia, venga nominato a quella
lettura « Magister Petrus de Mantua, vir doctissimus, qui legit
philosophiam annis septem », coll'annuo salario di cento fiorini.
A concorrente poi di maestro Pietro Pomponazzi è deputato
Agostino Nifo da Sessa, « etiam doctissimus et qui legit philo-
sophiam annis tribus » (dunque dal novembre 1492), col sa-
lario di 80 fiorini all'anno ; in modo che il salario pagato al Pom-
ponazzi e quello pagato al Nifo, sommati insieme, non rag-
APPUNTI INTORNO A PIETRO TRAPOLIN I59
giungono la somma del salario pagato al concorrente di maestro
Nicoletto, cioè al Trapolin, che riscuoteva 200 fiorini.
Fu così che il buon Peretto Mantovano si trovò tra i piedi
il Nifo, che cordialmente detestava per l'aria di gran saccente
che si dava e la non poca arroganza.
Non son riuscito a vedere alcun documento che m' indi-
casse la data esatta del suo dottorato. Ma se egli fu assunto
alla cattedra straordinaria di filosofia nell'autunno del 1492,
si può arguire che si fosse addottorato sui vent'anni fra il
1490 e il 1491, promotore il Vernia, cui era così fortemente
legato e al quale tanto somigliava, più che per lo spirito fa-
ceto, per la prontezza ai raggiri. Come straordinario, potrebbe
darsi che egli fosse stato incaricato di tenere anche un corso
di filosofia morale, se non ne tenne uno privato di propria
iniziativa, come diremo. Con la nomina a concorrente del
Pomponazzi, egli era promosso ordinario « secundo loco ».
Soltanto nell'ottobre del 1496, quando occupò il posto lasciato
vacante dal Peretto, come vedremo, si trovò promosso ordi-
nario « primo loco ».
Di questa singolare figura di lestofante mi sono dovuto oc-
cupare più volte, a dimostrare com'egli abbia mentito con gran
disinvoltura, qual'era solito, quando ha voluto farci credere
che il De intellettu pubblicato per la prima volta nel 1503,
fosse stato composto prima della fine d'agosto del 1492, e che
a questa data debba farsi risalire il suo distacco dall'averroismo
sigeriano da lui un tempo professato, anzi che in questo di-
stacco egli abbia preceduto il Vernia (cfr. sotto, p. 311), mentre
vi sono scritti impressi assai dopo il 1492, come il commento
alla Destntctio destnictionum di Averroé, stampato nel 1497
e dedicato al Card. Grimani, e il commento al XII della Meta-
fisica dedicato ad Antonio Giustinian e stampato nel 1505,
che sono ancora saturi di spirito sigeriano.
Del resto, la più bella smentita gli è data da Girolamo
Avanzo che fece il dottorato in artibus, insieme a Girolamo dal
Muro Nuovo, il 29 luglio 1494, compromotori, per l'Avanzo,
Lorenzo da Noale, Giovanni Aquilano, Girolamo da Verona,
Gabriele Zerbo e Pietro Trapolin, e, per il Muro Nuovo, Gio-
vanni Aquilano, Girolamo da Verona, Girolamo Polcastro,
lo Zerbo e il Trapolin; primo promotore, per ambedue, Mae-
stro Nicoletto da Chieti. Maestro Agostino Nifo da Sessa,
« magister artium doctor, extraordinariam philosophiae le-
l6o l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
gens», era il primo dei sei testimoni (Arch. d. Curia Vesc,
cit., voi. 44, f. 247r). Orbene: l'umanista veronese Girolamo
Avanzo, nella rara stampa In Valer inni Catulhim et in Pria-
peias emendationes: et.... prò Magnifico Francisco aurichalcho
oratio: ac ad divam Cassandrani elegia. Eiusdem de landihus
philosophiae moralis oratio et gratiarum actio ad Marcum
Cazzo ìium et M. Antonium mauroceniim (Ioannes de Cerato
de Tridino. Venetiis. MCCCCXCV), segnalatomi dairamico
Carlo Dionisotti, fa anzi tutto questo elogio dei due giovani
amici e compatrioti. Agostino del Bene e Girolamo Bagolino,
adducendo la testimonianza di Nicoletto Vernia:
Utinam mecum essent Augustinus Beneus ac Hieronymus
Bagolinus, iuvenes mihi urbe studiis moribus aetate pares, apud
quos poetica sapientia et philosophica scientia de principatu
decertant. His nihil amabilius, nihil eruditius invenio. Horum qui
graecas lectiones intelligit, dubitat nempe Veronae an Athenis nati
et eruditi sint. Huius rei locupletissimum est testimonium Nico-
letus Theatinus, qui, dum Arabuni praescripta fastiditus sit,
Augustini ac Hieronymi traductione interpretatione ac narra-
tione absque graecis litteris graecorum omnium philosophorum
dogmata probe tenet ac sapienter in dies edocet (f. a. jj. dedica
ad Agostino Moravo di Olmùtz, in data 6 ott. 1493).
Ov' è chiara l'allusione al nuovo orientamento antiaverroi-
stico del Vernia dopo il decreto del 1489 da parte del vescovo
di Padova, P. Barozzi. Ma- nell' Exordium philosophiae moralis
(f. b.ii) l'Avanzo ritorna a fare l'elogio di Nicoletto e del Nifo:
. Num divinum senem Nicolletum, virbis Theatinae sidus splen-
didissimum, civitatis Vincentinae amorem ac delicias, Patavinae
Achademiae columen eximium, virtutis minime fucatae magi-
strum atque legitimae philosophiae antistitem, uniuscuiusque
divinitatis secretarium emeritum declarassent Veneti patres,
nisi eundem Religionis nostrae acerrimum assertorem perspi-
cerent ?...».
Tale appariva Maestro Nicoletto all'umanista veronese nel
novembre 1494, quando il filosofo chietino attendeva ad am-
mantarsi d'un po' di platonismo di moda e a rifarsi una ver-
ginità filosofica con le sue Quaestiones de plnralitate intel-
lectus contra falsam et ab omni verifate remotam opinionem
Averroys et de animae felicitate. Il Nifo, invece, nell'autunno
del 1494, quando l'Avanzo tenne la sua prolusione al corso
di filosofìa morale nello Studio padovano, alla presenza dei
APPUNTI INTORNO A PIETRO TRAPOI.IN l6l
due rectores veneziani della città, il podestà Marino Gazzoni
e il capitani© M. Antonio Morosini, era ritenuto ancora da lui
un Averroè redivivo:
Num amantissimo convictori meo Angustino de Suessa, iuveni
(qui quattuor supra vigiliti annos nondum viderit) primariam phi-
losophiae lectionem designassent ? Esto dum aptissime disserit,
dum publice Peripatheticorrum praescripta enarrat, passim
acclametur, vel renatum Aristotelem vel magni Averrois animam
ex Pythagorae sententia in hunc migrasse, nisi praeter naturales
scientias, in quibus eminet, Ethicorum quoque volumina (quibus
per biennium me paene foelicem reddidit) sponte profìteretur.
E appunto per purgarsi da questa fama di Averroè redivivo
che lo inseguiva ancora alla fine del 1494, e per la quale taluni
lo avevano accusato d'eresia e gli avevano impedito di pubbli-
care una certa sua Quaestio de intellectu, egli dovette adoprarsi,
negli anni successivi, a dissipare i sospetti su di lui concepiti,
onde riguadagnarsi il favore del Barozzi, rielaborando quella
Quaestio sino a farne l'attuale trattato antiaverroistico De
intellectu, che con disinvoltura datò da Padova « 26 augusti
1492 », ma che, così come l'abbiamo, fu pubblicato solo nel 1503.
L'Avanzo e' informa che egli aveva preso gran gusto anche
ad un corso sull' Etica Nicomachea che il Nifo aveva profes-
sato « sponte » per un biennio. Che cosa significhi propria-
mente quello « sponte » non saprei. Forse si tratta di un corso
privato che il suessano aveva tenuto di sua iniziativa per
attirarsi il favore degli alunni; cosa che non di rado anche altri
maestri facevano, tenendo corsi in ore libere o, come suol
dirsi, rubate, su richiesta degli alunni.
Nel 1495, dunque, quando il Trapolin era passato all' inse-
gnamento della medicina, nelle aule di filosofia discettavano
maestro Nicoletto « sine concurrente », il Peretto mantovano
in concorrenza col Nifo. Ma il Vernia, sebbene ormai vecchio
e all'apice della sua carriera, doveva covare in cuore una se-
greta gelosia per i suoi rivah, che si fregiavano del titolo di
« artium et medicinae doctores » (lo stesso Pomponazzi aveva
conseguito il titolo di dottore in medicina non molto tempo
prima del 9 marzo 1496), mentr'egli, addottorato « in artibus »
fin dal 1458, non aveva ancor pensato ad affrontare la prova
per conseguire il titolo di dottore in medicina. Quell' anno
1495 si chiudeva appunto con lo spettacolo, non comune,
d'un vecchio maestro che insegnava filosofia da oltre tren-
11
l62 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
t'anni e ora chiedeva ai colleghi la « grazia » d'essere ammessa
al « tentativo )> e quindi al « privatum examen » per ottenere
il dottorato in medicina. Ecco il verbale di quest'ultimo atto,,
rimasto ignoto al Ragnisco il quale, confondendo col Vernia
Nicolò Manupello, egli pure da Chieti e parente del Vernia,
riteneva che questi si fosse laureato in filosofìa il 22 aprile 1444
e in medicina forse nel 1458:
A nativitate Domini nostri Jesu Christi 1496 {sic). Indictione 14,
die martis 29 decembris, in loco solito examinum.
Privatum examen et Doctoratus in facilitate Medicinae Cla-
rissimi Artium doctoris Domini Nicoleti Verniatis, theatini,
ordinariam philosophiae legentis absque concurrente, examinati
per Sacrum collegium Artium et Medicinae doctorum, corani ve-
nerabili Domino presbytero Antonio de Malgarinis, cathedralis
ecclesiae paduanae Mansionario, in hac parte Vicario, in assi-
stentia spectabihs domini Leonardi Butironi, Rectoris, appro-
bati unanimiter et concorditer ac nemine penitus discrepante,
sub promotoribus Domino Joanne Aquilano qui de dit insignia
prò se ac Dominis Laurentio de Noali et Hieronymo de Verona.
[Testes]. D. Laurentius Donato, Camerarius.
D. Vicentius Quirino, artium scholaris.
D. M. Petrus de Mantua /
D. M. Antonius T^achantianus \
In questo atto da me veduto (Arch. d. Curia Vesc, voi. 44,
cot., f. 2gor) e gentilmente trascrittomi dal Rev.mo Mons.
A. Barzon, il dottorato in medicina di Maestro Nicoletto è
fissato al martedì 29 die. 1496. Ma che si tratti d'un semplice
lapsus dell'estensore è provato dal fatto che l'atto immedia-
tamente precedente (f. 289V) è del 23 dicembre 1495, e il
f. 29ir porta la data del 2 gennaio 1496. Inoltre, il 29 dicem-
bre 1496, cadeva in giovedì, e non martedì come il 29 dicem-
bre 1495. Infine, il 29 dicembre 1496 il Pomponazzi non pc-
teva fare da testimone, perché nell'ottobre aveva lasciato
Padova, e vi fece ritorno solo dopo la morte del Vernia nel 1490,
Ma forse non si tratta di errore, bensì dell'aver computato
il principio del 1496 « a nativitate Domini », cioè dal 25 di-
cembre.
Notevole nell'atto riferito è poi la presenza, fra i testimoni,
di Lorenzo Donato e di Vincenzo Quirini. Il primo era un pa-
trizio veneziano, e a lui, questore a Padova, il Nifo, alunno
del Vernia, dedicherà, nel 1497, il prologo d'Averroè alla
Fisica, stampato in fine del commento dello stesso Nifo alla
APPUNTI INTORNO A PIETRO TRAPOLIN 163
Destructio destructionum dello stesso Averroè. Del secondo, al
quale il Nifo a Padova e da Salerno ostentava il suo partico-
lare e interessato attaccamento, faremo cenno piìi giti.
Ma potrebbe anche darsi che il motivo che spinse il filosofo
chietino ad addottorarsi in medicina fosse un altro. Leggiamo
infatti nel Sanudo (II, 314) che i medici veneziani il 2 gennaio
1499 si lagnarono in Collegio perché Giovanni Aquilano,
(( maistro Nicoleto », Girolamo da Verona e Gabriele Zerbo,
medici che leggevano a Padova, durante le vacanze andavano
« a miedigar in questa terra », cioè, a Venezia, e non applica-
vano ai clienti le « angarie » di legge che dovevano far pagare
i medici di Venezia, a prò del medico dell'armata (v. sopra,
pp. 125-126). Pare che a quei tempi l'esercizio della medicina
desse guadagni più vistosi della filosofia; e a « maistro Nico-
leto » dovevano far gola.
Ma col 1496 comincia per la filosofia padovana un periodo
di crisi che coincide con la partenza del Peretto. Questi, messo
a dura prova dalla concorrenza del Nifo, dovette sentirsi
spronato ad accogliere un invito che gli era fatto, di andare a
stabilirsi alla corte di Alberto Pio, a Carpi. E nella prima metà
d'ottobre 1496 egli rinunziò alla cattedra e chiese licenza d'an-
darsene, adducendo a motivo i suoi personali interessi. Questo
risulta dal decreto del Senato veneziano, in data 16 di quel
mese (Venezia, Arch. di Stato, Senato terra, Reg. 12, f. ijjr) :
Renuntiavit niiper eximius doctor D. Petrus de mantua lecturae
ordinariae philosophiae gymnasij nostri patavini, cuius retinebat
primum locum; et hoc impulsus privatis suis negotijs.
Sicché i sapienti del Consiglio e della Terra ferma, nella
necessità di provvedere per l'anno scolastico 1496-1497 alla
cattedra rimasta vacante, nominarono a succedergli Ago-
stino Nifo, (( qui erat concurrens ipsius. D. Petri de mantua
secundo loco », promovendolo al primo, col salario di 90 fiorini,
e dandogli come concorrente, « ad secundum locum », il fa-
moso e a tutti gratissimo dottore Antonio Fracanzano, vicen-
tino, « de cuius sufficientia et doctrina litterae Rectorum no-
strorum Paduae dant amplum testimonium », coll'annuo
salario di 80 fiorini.
Ma il Nifo non valeva il Pomponazzi, e d'altra parte risulta
che nel corso dell'anno scolastico 1497-1498, non sappiamo
per quali ragioni, se per motivi di stipendio o per attriti co]
164 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Fracanzano, ad un certo momento tagliò la corda. Sì che il
Senato veneziano, in seguito a rapporto del rettore degli Ar-
tisti di Padova, considerando che maestro Nicoletto « ob suam
ingravescentem etatem continue non potest legere, quamvis
ob eius sufficientiam est valde gratus omnibus scolaribus,
et quoniam illam lectionem alias legebat D. Augustinus de
sessa cum florenis 90 in anno, vir apprime sufficiens et gratus
illis scolaribus, qui libenter veniret ad legendum », decide che
il Nifo sia condotto di nuovo con fiorini 120, ed abbia a con-
corrente lo stesso Fracanzano (Ib., Reg. 13, f. ^yr, ig giugno
1498).
Questi s'era addottorato in artibus nel maggio 1489; nel-
l'autunno del 1492 era stato assunto alla lettura della logica,
e questa cattedra occupava ancora il 21 luglio 1494 (Padova,
Arch. della Curia, Acta grad., voi. 44. f. 246V); nel 1495 aveva
conseguito la laurea in medicina, e quindi assunto alla cat-
tedra straordinaria di filosofia che occupava il 29 dicembre
1495 (Arch. d. Curia, 1. e, f. 290r). L'anno successivo, fu pro-
mosso, come abbiamo visto, alla cattedra ordinaria « secundo
loco ».
Ben poco ci è noto anche del suo indirizzo filosofico. Di
scritti di lui a stampa non conosco che le otto « Quesiiones in
consecutiones Stradi ac de sensu composito et diviso, pubbli-
cate nel volume del faentino Benedetto Vittori, In Tysberum
de sensu composito ac diviso cum eiusdem collectaneis in sup-
positiones Pauli Veneti. Nec non Tractatus Alexandri Sermo-
nete, Bernardini Petri de Landìtciis, Pauli Pergulensis et Baptiste
da Fabriano in eundeni Tysberum. Item qiiestiones Frachan-
ciani Vicentini in consecittiones etc. (Venetiis, impensa heredum
q. Oct. Scoti. 5 dicembre 1517, ff. 56ra-65v), e dedicate ad
Alessandro Sermoneta. Esse appartengono senza dubbio al
periodo nel quale il Fracanzano fu lettore di logica. Di opere
manoscritte ne conosco invece due. Una è nel cod. Ashburn
1048, nella Laurenziana di Firenze, ff. ir-38v con questo
titolo: Excellentissimi Doctoris Domini Antonii fracantiani
Vicentini de casu et fortuna fatoque quaestiones incipiunt (9
capitoli, oltre il proemio). L'altra è nel codice Vat. lat. 10728,
e porta questa intestazione: Tractatus proportionalitatum
Domini antonii fracantiani Vicentini di ff. io. È divisa in tre
trattati ed è scritta di mano d'un allievo, che probabilmente
è Girolamo Accorumboni o Accoramboni da Gubbio. Ecco
APPUNTI INTORNO A PIETRO TRAPOLIN 165
quanto scrive questo alunno : « Finis Tractatus proportionum
Fracantiani, praeceptoris mei, qui legit patavii ordinariam
philosophiae ; obiit mo cccccvi, die 28 aprilis. Ego vero eram
tum bacchalarius ordinarius in studio patavino. Pontifex erat
prope bononiam cum exercitu, ut dominum iohannem expel-
leret ». Niente son riuscito a sapere del commento inedito
In VII Physicorum di cui parlano i Memorabili di Giovanni
da Schio (ms. nella Bibl. Bertoliana di Vicenza, lettera F)
e che era posseduto dal canonico Fulvio Querengo. Interessante
è quanto riferisce Marin Sanuto (II, 485), come il 24 giugno
1499 furon ricevuti a Venezia in Collegio « maestro de Star-
niti » (? !) teatino et maestro Gabriel Zerbo, doctori, lezeno a
Padoa in philosophia et medicina, insieme col retòr di scolari
artista, con commission dil collegio di doctori; et forno alditi
in contraditorio con maestro Antonio Fraganzan, dotor
vicentin, leze in philosophia, qual non voria haver conco-
rente inferior a lui, né vorìa essi doctori esso in nel collegio
di doctori. Or fo gran parole, et scrito ai retòri di Padoa,
dagi Information >>.
Non conosco l'esito di questa bega; ma è certo che l' inse-
gnamento della filosofia a Padova versava in gravi condi-
zioni. Il Nifo se n'era andato, e non farà più ritorno a Padova,
ove non gli mancavano gli appoggi di potenti amici, ma dove
aveva dovuto cozzare altresì contro l'avversione di maestri
e scolari. Il 4 ottobre poi era morto maestro Nicoletto, che il 3
agosto a Vicenza aveva fatto l'ultimo suo testamento, e con lui
spariva dalla scena padovana la figura forse più nota fra gli stu-
denti di filosofia e più popolare per le sue bizzarrie (v. sopra, sag-
gi IV e V) . Nessun maestro di qualche rilievo occupava più le cat-
tedre di filosofia. Di ciò ebbe a preoccuparsi il Senato veneziano
nella seduta del 31 ottobre (Senato terra, Reg. 13, f. 97r).
A succedere al Vernia fu perciò richiamato « Magister Peretus
de Mantua, vir singulari doctrina preditus et studentibus
gratus », per la durata di due anni, con 180 fiorini di salario »;
per concorrente gli fu assegnato il Fracanzano, « vir doctis-
simus, qui iam per annos septem legit » (dunque dall'autunno
del 1492, quando fu nominato lettore di logica) ; e poiché il
vicentino ricusava l'ufficio di concorrente col salario di 80
fiorini, fu deciso di portarlo a 130, onde « possit legere contentus
et facere bonam concurrentiam ». Alla cattedra straordinaria
di filosofia fu accettato il bolognese Tiberio Bacilieri, disce-
l65 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
polo, amico e collega di Alessandro Achillini, del quale portò
a Padova le dottrine. Egli aveva dovuto lasciare la città natale,
in seguito alla sospensione per un quinquennio inflittagli da quel
Collegio dei medici e filosofi (cfr. sotto, pp. 226-27). E forse il
Bacilieri dovette fare da concorrente al Peretto, quando il Fra-
canzano entrò per tre anni al seguito del nuovo cardinale Marco
Corner, che, elevato alla sacra porpora a diciott' anni, aveva an-
cora bisogno d'andare «a Padoa a studia» (M. Sanuto, II, 929).
Ma ritornato sulla sua cattedra il Fracanzano nel 1502, e ri-
preso il suo posto di concorrente del Pomponazzi, il Baci-
lieri l'anno successivo lasciò Padova per Pavia (cfr. il mio
voi. Sig. di Brah. nel pens. del Rinasc. ital., pp. 132-152).
Nella stessa delibera del 31 ottobre 1499 si trova ancora:
Demum legit in dicto Gymnasio iam annos sexdecim [dunque
dall'anno scolastico 1483-1484, quando il Trapolin salì sulla cat-
tedra di filosofia quale straordinario] Magister Petrus trapolino,
qui iam est senex et onustus ingenti numero filiorum, et habet flo-
renos 250 de salario in anno, quod exiguum est respectu laborum
quos sustinet in legende. Ideo captum sit quod dicto magistro
Petro addantur floreni quinquaginta, ita quod habeat de salario
trecentos in anno et ratione anni, attento presertim quod eius
concurrens [che era Gabriele Zerbo] habet fiorenos sexcentos de
salario in anno.
Con questa delibera del Consiglio veneziano che vigilava
sulle sorti dello Studio patavino la crisi della filosofia pado-
vana era avviata a una felice soluzione.
Intanto venivan su ottimi elementi nuovi, alunni dei vecchi
maestri, che, appena addottorati e taluno anche prima, sa-
livano giovanissimi sulla cattedra. Così il 17 agosto 1499,
s'addottorò /;/ artihus Lorenzo dal Molino, da Rovigo, già
alunno del Pomponazzi e del Trapolin che al giovane dottore
conferì le insegne, e nel verbale di dottorato troviamo anno-
tato che egli era già stato deputato « ad lecturam dialecticae »
(Arch. d. Curia Vesc, voi. 46, f. 71). Il 21 maggio 1500, s'era
addottorato in artihus il veronese Gianfrancesco Burana
{Ib., voi. 47, f, 106), e un anno dopo lo troviamo ordinario
di logica {Ib., f. i62r). Il veronese Bernardino Plumazio, già
alunno del Nifo, fu chiamato « ad extraordinariam philoso-
phiae lecturam » {Ib., f. 248r). Anche Francesco Trapohn,
al quale conferì le insegne di dottore in artibus il padre, il
6 ottobre 1501, troviamo che « electus est ad lecturam publicam
APPUNTI INTORNO A PIETRO TRAPOLIN 167
logice » [Ih., f. i68r). L'anno scolastico 1503-1504 fu promosso
straordinario di filosofia naturale. E dopo la laurea in medi-
cina, conseguita il 4 marzo 1506, anche questa volta « promo-
tore.... D. Petro Trapolino genitore suo qui dedit insignia »
(e fra i testimoni era Gaspare Contarini), passò alla seconda
scuola di medicina, collega del padre e, come questo, colle-
giato. Il 14 novembre 1500 s'addottorò in artibns Giacomo
Filippo delle Pelli Negre da Troia in Puglia, promotore Pietro
Trapolin, ed anche egli era già stato eletto « ad moralem philo-
sophiam publice legendam » {Ih., voi. 47, f. 135). Il 1° febbraio
1501 s'addottorò in medicina Girolamo Bagolino, di cui ab-
biamo udito l'elogio fatto da Girolamo Avanzo [Ih., f. 146 v)
e del quale è ben nota la carriera scolastica. Il 6 agosto s'ad-
dottorò in artihus M. A. Zimara, promotore ancora P. Trapolin,
e l'anno seguente cominciò a insegnare prima logica, poi fi-
losofia [Ih., f. i62r). Il 5 nov. 1502 conseguì il dottorato in
artihus Girolamo Fracastoro, anch'egli già « ad lecturam logice
deputatus » {Ih., f. 225r).
Proprio in questi anni, affluiscono a studiar filosofia a Pa-
dova giovani delle più ragguardevoli famiglie patrizie vene-
ziane. Primi fra tutti Vincenzo Quirini, Marco Gradenigo,
Girolamo Taiapietra, Santo Moro, Cristoforo Marcello, Ga-
spare Contarini, Nicolò Tiepolo, Antonio Surian, M. A. Con-
tarini, Lorenzo Venier. Il Quirini, ancora « artium scholaris »,
figura in vari atti di dottorato come testimone fin dal 1495;
ma recatosi a Roma, vi sostenne le « conclusion » nella chiesa
dei Santi Apostoli, il 29 maggio 1502, presenti Pietro Bembo
e l'oratore veneziano Marin Zorzi, e fu addottorato in artihus
da papa Alessandro VI. Il suo esempio seguirono anche il
Taiapietra e il Tiepolo, addottorati essi pure a Roma, dopo
avervi disputato le loro brave « conclusion », il primo nella
primavera del 1506, il secondo nell'estate 1507, da Giulio II
(M. Sanudo, III, 278; VII, 116; P. Bembo, Opp., t. Ili, Ve-
nezia 1729, p. 3i4r). Invece Cristoforo Marcello, che il 17 ot-
tobre 1500 aveva sostenute ai Frari, a Venezia, « alcune con-
clusion » (M. Sanudo, III, 978), s'addottorò in artihus a Pa-
dova, promotore P. Trapolin, il 20 ottobre 1501, e gli fecero
da testimoni M. A. Foscarini, vescovo di Città Nova e ancora
studente di diritto canonico, Girolamo Barbarigo, primicerio
di S. Marco, e Pietro Pomponazzi (Arch. di Curia Vesc, voi. 47,
f. lògr). Del dottorato in artihus di Andrea Mocenigo, discepolo
l68 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
del Pomponazzi, trovo questo verbale {Ib., f. 256):
Anno Nativitatis dominicae 1503, indictione sexta, die Sabati
XII Augusti. Privatum examen in Artibus, in loco solito exami-
num, per Venerandum Collegium Artium et medicinae doctorum,
et comprobatio unanimiter et concorditer ac nemine penitus
discrepante, in assistentia Spectabilis. D. Pauli Zerbo Rectoris,
coram Reverendo d. Ludovico de rugerijs vicario. Et deinde in
medio cathedralis ecclesiae, assistentibus M. cis et CI. imis dominis
Thoma Mocenigo praetore, patruo, et Paulo Trivisano equiti,
praefecto urbis, avunculo, et aliorum praestantissimorum docto-
rum scholarium civium et praelatorum corona, per R.mum D. Epi-
scopum, eius domino Vicario recitante, pronuntiatus fuit Doctor
in Artibus M. cus et doctissimus vir. D. Andreas Mocenigo, natus
M. ci et CI. mi D. Leonardi, fili] olim Serenissimi principis Vene-
tiarum D. Joannis Mocenici, post longas lucubrationes et scho-
lasticos labores et publicas disputationes ac varia virtutis et
doctrinae suae experimenta. Cui tradita fuerunt insignia per
Excell.mum artium et medicinae doctorem, D. Magistrum Pe-
trum trapolinum prò se ac Dominis Magistris Ioanne de Aquila,
Symone Estensi, Hieronymo de foelicibus ac Bernardino Spirono.
Testes: D. Laurentius Venerio, D. Antonius Suriano, D. Gaspar
Contareno, artium scholares.
È notevole che anche qui s'accenni a pubbliche dispute,
tenute verosimilmente a Padova e a Venezia, delle so-
lite « conclusion ». L' 11 settembre dello stesso anno, s'ad-
dottorò in artibus Marco Gradenigo, ed ebbe a testimoni il
Magnifico G. Batt. Memo, suo zio e podestà di Padova {Ib.,
f. 258r). Il 4 luglio 1504, s'addottorò in artibus Sebastiano
Foscarini, promotore Bartoloneo da Montagnana {Ib., f. 287r) ;
un anno dopo, il 14 giugno 1505, fu eletto lettore di filosofia
nelle scuole di Rialto a Venezia, al posto di Antonio Giustinian
nominato ambasciatore, e questa cattedra egli tenne fino alla
sua morte nel 1552 (M. Sanudo, VI, 185). L' 8 agosto dello
stesso 1504 s'addottorò parimente in artibus Lorenzo Venier,
« el Gobeto », del quondam Marino procurator di S. Marco,
e gli furon testimoni Giorgio Corner, padre del Cardinale e
podestà di Padova, Paolo Trevisan, capitanio, Antonio Surian
e Girolamo Polani (Arch. Cur. vesc. cit., f. 29or). Prima del
dottorato a Padova, egli aveva tenuto le sue « conclusion »,
il 12 giugno, ai Frari in Venezia, disputando per più giorni
con Lorenzo Bragadin, lettore di filosofia, con Giovanni Ba-
doèr, dottore e cavaliere, con Marin Zorzi, anch'egli dottore,
e con alcuni frati (M. Sanudo, VI, 31). Il 21 maggio 1505 fu
APPUNTI INTORNO A PIETRO TRAPOLIN 169
la volta di Santo Moro di Marino, che ebbe a testimoni Alvise
Molin, podestà di Padova, Angelo Trevisan, capitanio, i due
celebri scotisti francescani Antonio Trombeta e Maurizio
Ibernico, lettori nelle scuole del Santo, e Pietro Pomponazzi
(Arch. Cur. Vesc, cit., f. 417^). L' 11 maggio anch'egli aveva
tenuto «le conclusion ai Frari, qual'è impresse» (M. Sanudo,
VI, 163). E finalmente Antonio Surian, nipote del patriarca
dello stesso nome, dopo una disputa pubblica di due giorni a
Padova e di un giorno ai Frari a Venezia [Giorn. Crii. d. Filos.
Hai., XXXI, 1950, p. 312), il 9 luglio 1506 ebbe le insegne di
dottore in artibus da Bernardino Speroni, « prò se ac Dominis
Magistris Ioane de Aquila, Benedicto de Odis, Petro Trapolino,
Victore Maripetro, Antonio de Faenza, Francisco ab Equis,
Petro de Mantua, Antonio Carrano et Carolo de lanua com-
promotoribus suis » (Arch. Cur. Vesc, cit., f. 371 v). Dal qual
verbale appare che Pietro Pomponazzi, forestiero, era stato,
dopo quindici anni di soggiorno padovano, aggregato al Col-
legio dei medici e filosofi di Padova,
Dallo stesso Archivio della Curia Vescovile, (voi. cit., f. 38ór)
si rileva che xA.ntonio « D. Petri Trapolini », il 19 dicembre
1506, ricevve la prima tonsura dalle mani del vescovo Pietro
Barozzi, il quale venne a morte di lì a poco, il io gennaio 1507.
Questo figlio del Trapolino fu avviato allo studio del diritto,
e, dopo alcuni anni di vita dissipata, rimessosi sulla buona
strada, professò Decretali e Diritto Civile a Padova fra il
1526 e il 1528. Ma morì giovane il 6 settembre 1529, se sono
esatte le notizie raccolte dal Facciolati {Fasti Gymnasii Pata-
vini, parte III, pp. 106, 109, 128, 130, 131).
Divenuto un fiorente centro di intesa vita intellettuale, lo
studio di Padova attirava, oltre la nobiltà veneziana e stu-
denti di molte parti d' Italia, molti studenti d'oltralpe, spe-
cialmente dalla Germania e dalla Polonia. Fra coloro che vi
sostarono per più anni, è da ricordare Nicolò Copernico, che,
già studente di diritto e quasi certamente anche delle Arti
a Bologna fra il 1496 e il 1500, a Padova fu studente di me-
dicina dall'autunno del 1501 forse sino alla primavera del
1505, e a Padova certo non può aver trascurato lo studio
della matematica e dell'astronomia.
A Padova avevano insegnato queste scienze il Peurbach e il
Regiomontano, ossia Giovanni Muller di Kònigsberg, e dipoi
Francesco Capuano di Manfredonia, i quali avevano discusso
170 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
le osservazioni di Tolomeo e quelle di Albategni in rapporto
ad una revisione, che si rendeva ogni giorno più necessaria,
delle Tavole Alfonsine. Si parla anche della fama di profondo
matematico goduta da Pietro Trapolin, considerato niente-
meno che « il primo matematico del suo tempo », sì che per
questa sua fama accorrevano a Padova, « avidi d'ascoltarlo,
scolari d'ogni nazione » (G. Vedova, Biogr. d. Scrittori Padovani,
II, p. 361). Alunno del Trapolin e del Pomponazzi era stato
il mantovano Benedetto del Tiriaca che s'addottorò in artihus
il 20 dicembre 1494, promotore il Trapolin che gli conferì
le insegne, e testimone il Peretto suo concittadino. Dal 1498
al 1506 egli tenne la cattedra di matematica e astronomia
con tanto plauso che, avendo dato le dimissioni, bandito il
concorso per dargli un successore, quando gli studenti seppero
i nomi degli aspiranti a quella lettura presero ad agitarsi e
chiesero che il Tiriaca fosse richiamato sulla cattedra, come
fu fatto con deliberazione del Senato veneziano in data 7
settembre 1508. È arduo pensare che fra il 1501 e il 1505 il
giovane Copernico, che era tra i ventotto e i trent'uno anni
d'età, non l'abbia avvicinato e si sia disinteressato dell' in-
segnamento del giovane maestro di forse due o tre anni più
anziano.
Un confronto dei ritratti dell'astronomo polacco, e spe-
cialmente dell'autoritratto, col giovane matematico seduto e
intento a tracciare un disegno nel quadro del Giorgione « i tre
filosofi », m' ha indotto a credere che questo giovane sia pro-
prio Copernico, studente a Padova. Volgendo le spalle a To-
lomeo e all'arabo Albategni, egli è rappresentato dal pittore
di Castelfranco Veneto, al centro ideale e prospettico del
quadro, nell'atto di scrutare la natura che ha dinanzi e di
volgere le spalle ad un sapere che stava per tramontare.
Il 20 aprile 1506 Pietro Trapolin era a Venezia, presente alle
solenni esequie fatte a Marco Antonio Sabellico nella chiesa
di S. Stefano. Gian Battista Egnazio fece l'orazione funebre
dell'amico umanista deceduto (M. Sanuto, Vili, 329).
Il Pomponazzi, circondato dalla stima e dall'affetto dei suoi
alunni e dei colleghi, il 15 ottobre 1504, aveva rinnovato l' in-
gaggio « per tres annos de firmo et unum de respectu » ; e in
quell'occasione il Senato gli aveva portato lo stipendio dai
180 ai 250 fiorini, motivando l'aumento con la singolare dot-
trina del filosofo e coi bisogni della numerosa famiglia da
À
APPUNTI INTORNO A PIETRO TRAFOLIN I7I
mantenere (Venezia, Arch. di Stato, Sen. terra, Reg. 15, f. 37r).
Quanto alla numerosa famiglia, sappiamo che sotto Natale
del 1500 egli s' era sposato con Cornelia di Francesco Dondi
dell' Orologio, dalla quale aveva avuto una o forse già due
figliolette. Per parlare di numerosa famiglia, bisogna pensare
che egli avesse a carico altri parenti. Tanto più che lo stesso
motivo del bisogno in cui versava per la famiglia numerosa
sarà addotto dal Peretto per chiedere un nuovo aumento di
lì a tre anni, in occasione del rinnovo dell' ingaggio. Lo sti-
pendio questa volta gli fu portato a 370 fiorini, e il manto-
vano s'impegnò «per annos septem proximos » (Ib., f. 185V).
Le cose dello Studio patavino procedevano dunque a gontie
vele, e quando, nel novembre 1506, ad Alessandro Achillini
costretto a fuggire da Bologna, per la caduta dei Bentivoglio
dei quali era fautore, fu offerta la cattedra di filosofia natu-
rale, « secundo loco », che era stata del Fracanzano, morto,
come abbiamo visto il 28 aprile ; si che il bolognese si trovò ad
essere per un biennio concorrente del Pomponazzi. E in di-
sputa tra loro al circolo dei filosofi, al portico pretorio, fra il
palazzo della ragione e il Bò, li ritrasse ambedue al vivo Paolo
Giovio, il quale nel 1506 era alunno del Peretto, e a Padova
rimase fino alla primavera del 1507, quando fece ritorno a
Pavia.
Ma la serenità che Bologna invidiava a Padova non durò
a lungo e un violento uragano si abbatté su questa, nel 1509,
quando, per il furore « totius fere Europae virium in Rem
Venetam conspirantium », come con bella frase si legge sulla
tomba del doge Loredan nella chiesa di San Zane e Polo,
Venezia corse pericolo mortale e le milizie imperiali occupa-
rono Padova il 6 giugno. Sembra che proprio lo stesso giorno
dell'entrata dei tedeschi in Padova, morisse, non saprei in
quali circostanze, Pietro Trapolin, in età di 58 anni e venti
giorni. E fu certo ventura per lui che, giacendo nella pace del
chiostro di S. Francesco, ov'era la tomba della famiglia Tra-
pohna (nella stessa chiesa riposa il Roccabonella), non ebbe
a vedere lo scempio della città, il saccheggio della sua casa e
la sciagura dei suoi congiunti ed amici. All'avvicinarsi del
nemico, il 5 giugno, i rettori della città e il consiglio cittadino,
formato di 16 deputati, discussero a lungo se arrendersi o
resistere. « Et parlò Alberto Trapolin, che si voleno tenir per
la Signoria, e non si dar al re di romani, si non vedono mazor
172 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAI, SECOLO XIV AL XVI
exercito eh' 1 nostro a preso Padoa, ben non voleno danno,
ni el nostro campo entri in Padoa », dice M. Sanuto. (Vili, 352).
Ma le difese veneziane eran deboli, e Padova cadde. Vi fu
un principio di saccheggio, ma una grida rassicurò i cittadini;
fu formato un governo provvisorio di otto notabili padovani,
e l'ordine fu ristabilito (M. Sanudo, Vili, 366-7). Di questo
governo fece parte anche Alberto Trapolin, Bertuzzi Baga-
roto, lettore di diritto canonico e Lodovico Conte. Qualche
settimana dopo il numero di otto deputati fu portato a sedici.
Insieme ai predetti fece parte di questo nuovo governo prov-
visorio anche un altro dottore padovano, Giacomo da Lion
(M. Sanudo, Ih., 439).
L'ordine relativo che regnava in Padova consentì che i
professori dello Studio continuassero a svolgere i loro corsi
e a fare esami. Così mi risulta che il Pomponazzi il 2 luglio 1509
era promotore nel dottorato di Alvise da Brescia (Arch. ant.
dell' Univ., Sacro Collegio dei medici e filosofi, n. 220, f.
30 v). Ed altri esami si tennero anche nei giorni successivi.
Ma i veneziani mal si rassegnavano alla perdita di Padova,
anche perché sapevano che non pochi padovani non se la pren-
devano poi tanto calda per Venezia, e ricordavano che nel
tentativo di Marsilio da Carrara, del 1435, non pochi l'avevano
favorito, e la Signoria per dare un esempio memorabile, aveva
fatto impiccare nel 1437 una sessantina di persone, fra le
quali l'avo di Alberto e di Pietro Trapolin. Perciò si affret-
tarono a ricuperare la città, affidando l' impresa ad Andrea
Gritti. Entrate in Padova, il 17 luglio, le milizie veneziane si
dettero a saccheggiare, nei giorni seguenti, le case dei fratelli
Trapolin e di altri padovani, compromessi o sospetti, mentre
Alberto, col fratello Roberto e con Ludovico Conte, s'asser-
ragliò nel palazzo del Capitanio, ove fatto prigione fu mandato
a Venezia, coi suoi compagni, per render conto del suo con-
tegno verso la Signoria. È appunto col ritorno dei veneziani
che cominciarono i maggiori guai per Padova. Nell'elenco
delle case saccheggiate che menziona M. Sanudo (Vili, 523,
453), figurano quelle dei fratelli Alberto, Roberto e Nicolò
Trapolin, e quella di Francesco loro nipote, e figlio del u quon- m
dam maistro Pietro, medico ». La stessa casa di maestro Pietro,
ove viveva la vedova Maria, coi figli Giulio, Alessandro ed
Alba, non fu risparmiata, e pare che in questo saccheggio
andassero distrutti per intero le opere manoscritte e i corsi
APPUNTI INTORNO A PIETRO TRAPOLIN I73
di lezioni da lui tenute. M. Sanudo poi e' informa (IX, 52)
che il 14 agosto anche « Julio Trapolin, fo fiol di missier Piero »,
fu fatto prigioniero e dal capitanio di Padova spedito a Ve-
nezia con altri 14 compagni per esser giudicato.
Ma anche ripresa dai Veneziani, Padova rimaneva sotto la
minaccia degli imperiali che ne occupavano i dintorni imme-
diati e alla fine di settembre tentarono di fare di nuovo irru-
zione in città. Soltanto ai primi di ottobre i tedeschi levarnoo
il campo.
Intanto l'università aveva ricevuto un fiero colpo: maestri
e studenti nel mese di luglio ed agosto cominciarono a prendere
il largo, e taluni non vi ritornarono piìi, altri soltanto più
tardi. Fra quelli che non ritornarono, è il Peretto Mantovano,
nonostante l' ingaggio per sette anni preso da lui un anno
prima. A dir il vero, il 3 aprile gli era morta la moglie ed era
rimasto con due bimbette ancora in tenera età. Nel luglio
o nell'agosto, forse dopo essersi in fretta riammogliato con
Ludovica del nobile Pietro da Montagnana, cittadino pado-
vano che ritengo abitasse nella contrada di S. Lucia, lasciò
Padova con la famiglia, forse per riparare a Mantova, portando
con sé il ricordo dello Studio patavino, delle battaglie che
v'aveva combattuto, degli alunni che a lungo gli attestarono
la loro devozione, primi fra tutti Lazzaro Bonamico da Bas-
sano, Gaspare e Marcantonio Contarini, e dei colleghi, e in
particolare di quello che era stato suo maestro e poi caro
amico, Pietro Trapolin. Invece Marcantonio Zimara da S.
Pietro in Galatina già alunno e poi fiero avversario del Pom-
ponazzi, dopo aver girovagato in patria, a Salerno e a Napoli,
vi fece ritorno per tre anni solo nel 1525.
Non è esatto per altro che lo Studio venisse chiuso per otto
anni, fino al 1517, poiché dagli Ada graduimi dell'Archivio
della Curia Vescovile risulta che, per esempio, 1' 8 maggio 15 io
fece il dottorato in artibiis Matteo Binno de' Tomasi figlio
di Maesto Jacopo chirurgo veneziano, ed ebbe le insegne da
Nicolò Genua (voi. 49, f. 4V) ; il 2 dicembre 1511 s'addottorò
ugualmente in artibus Girolamo Oldoino, e fra i testimoni
era Marcantonio Genua figlio del dottore Nicolò (f . 84V) ;
il 13 ottobre 1512 ebbe le insegne di dottore pure in artibus
il Magnifico e generoso Francesco del fu Chiarissimo Ga-
briele Morosini, promotore lo stesso Nicolò Genua, e testi-
moni i Magnifici Giambattista Spinelli partenopeo, dottore.
174 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
cavaliere, conte di Cariato e oratore massimo di Sua Maestà
Cattolica, Pietro Duodo, podestà di Padova, Alvise Emo,
Capitanio, nonché i Reverendi Leonardo Contarini, dottore
in artibus, in teologia e in decreti, e Girolamo Giustinian,
canonico patavino (f. I2ir). Ed altri dottorati ebbero luogo,,
come può vedersi negli stessi Ada della Curia Vescovile e
in quelli più volte ricordati dell'Archivio antico dell' Uni-
versità, per quanto lacunosi. Certo è, per altro, che la at-
tività dello Studio, sia per il minor numero degli alunni,
sia per scarsità di buoni maestri, fu assai ridotta fino alla
ripresa del 1518. Nel quale anno, al io giugno (voi. 52, senza
numero dei fogh), troviamo il dottorato in artibus di Spero-
nello figlio dello Spettabile ed esimio dottore Bernardino
Speroni, nobile padovano, presenti come testimoni i Ma-
gnifici Paolo Donato, podestà, e Marcantonio Loredan, de-
gnissimo capitanio, non che i tre nobili veneziani Almorò
Donato, Pietro Venier, Giacomo Loredan.
Dopo la deportazione a Venezia dei fratelli Alberto e Ro-
berto Trapolin, del loro nipote Giulio, lìglio di Pietro, e degli
altri che s'erano compromessi nei fatti di Padova, « più di 100
per sospetto, oltra li ritenuti» (M. Sanudo, IX, 73), fu fatto
il processo a carico di Alberto Trapolin « fratello di misier
Piero dotor excellentissimo, el qual Alberto era di XVI al
governo di Padoa, homo di gran inzegno, et anche suo avo fo
apicato a Padoa a tempo di la novità di misier Marsilio di
Carrara dil 1437 », di Lodovico Conte, « fato cavalier per
r imperator presente novitev », di Bertuzi Bagaroto, « dotor,
qual lezeva publice in iure canonico a Padova et havia 300
ducati a l'anno di la Signoria, era richo e famoso », e di Gia-
como da Lion « dotor, el qual fé' la oration a l' imperator
(cioè poco dopo il 6 giugno; l'orazione è riportata da M. Sa-
nudo, Vili, 468-469) quando se deteno padoani, ne la qual
dice gran mal de' venitiani ». Il Consiglio dei X con la Zonta
fu implacabile con questi quattro padovani, che vennero im-
piccati il sabato, 1° dicembre 1509. M. Sanudo, IX, 358-359,
che ci dà alcuni particolari della loro impiccagione, e' informa
anche che i loro beni furono confiscati, e aggiunge: « Restane
a spazar li altri padoani »!
Della fine d'Alberto Trapolin e dei suoi compagni parla
anche il vicentino Luigi da Porto, che assistè al supplizio
{Lettere storiche.... dall'anno i^og al 1528.... per cura di B.
APPUNTI INTORNO A PIETRO TRAPOLIN 1 75
Bressan. Firenze, Le Monnier, 1857, lettera ad Antonio Sa-
vorgnan, del 18 dicembre 1509, pp. 147-153). Del Trapolin
dice « che era profondissimo filosofo e teneva alquanto del-
l'epicureo », sì che « pareva che non accettasse con tanta ri-
verenza, né con tanto desìo le cose sante dette da' religiosi
con quanto gli altri facevano; ma taciturno, ovvero dicendo
alcuna fiera parola contro i Viniziani, aspettava l'ora del
fine suo». E dinanzi alle forche, «voltato messer Bertucci al
Trapelino disse: ' Ecco il legno della nostra croce '. ' Ecco
— rispose egli — il luogo dove la nostra innocente vita da
una ingiusta morte sarà terminata ' ».
Pare invece che Roberto e Nicolò, altri fratelli di Pietro,
e il figlio di questo, Giulio, se la cavassero a buon mercato.
Poiché di Nicolò ci vien narrato (Papadopoli, Hist.
gymnasii patav. t. II, 210, n. 85) che andò in Germania al
seguito dell' Imperatore Massimiliano, da cui ebbe onori, e
quindi si mise al servizio di Carlo V, prese parte all'espu-
gnazione di Tunisi, della quale scrisse la storia; infine si ricon-
ciliò, già vecchio, con Venezia, e potè ritornare a Padova,
ove morì a 94 anni nel 1559. Di Roberto Trapolin consta
(Padova, Arch. di Stato, Estimo 1518, voi. 288 (289), Polizze
della Città, Polizza 49, presentata il 29 sett. 1518) che nel
15 18 si trovava ad « bavere 5 fioli, 4 menori, de li quali....
tre fiole da maridare ». e che egli era « confinato in Venetia,
dove sto — egli diceva — cum spesa, né posso veder li fatti
miei et convegno pagar uno fator et ogni cosa me va in ruina ».
Il 31 luglio 1543 egli era già morto poiché, Trapolin de' Tra-
polin suo figlio presenta a nome degli eredi, a questa data,
la prescritta dichiarazione all'ufficio dell'estimo. Di Giulio con-
sta che nell'ottobre 1515, insiem.e al fratello Alessandro, ebbe
procura dalla madre. Maria del fu Francesco de' RoselH, nella
causa che questa aveva intentato per l'eredità paterna. Gli
stessi Giuho e Alessandro compaiono ancora insieme alla
madre nel contratto di nozze, del 7 giugno 1518, della loro
sorella Alba col nobile padovano Gaspare del fu Daniele
Buzacarini, abitante nella contrada di S. Agnese (Padova,
Arch. di Stato, Sez. notar., Not. Alessandro Bragadin, voi 1391,
f. 48ir). Ma Giulio morì a 44 anni nel 1529, cioè l'anno stesso
in cui sarebbe morto l'altro fratello, Antonio, secondo il Fac-
ciolati, e fu sepolto a S. Francesco, insieme al padre, prima
che la tomba di famiglia dei Trapolin divenisse proprietà dei
176 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
nobili De Lazzara, figli di Marina Trapolina, che non è detto
in quali relazioni di parentela fosse col filosofo e i suoi eredi
(lac. Salomonio, Urbis patav. Inscriptiones, Padova, 1701,
p. 343, n. 102). Alessandro invece era ancora vivo nel 1548,
quando, insieme a M. Antonio e Pietro, nipoti del filosofo,
provvide a far trasportare nella chiesa dei Carmini le ossa
del padre e della madre e di altri suoi maggiori, in una tomba
che avesse da accogliere lui e tutti i suoi, come si legge nel-
r iscrizione riportata dagli storici di Padova (PapadopoU,
Hist. gymnasii patav., I, p. 293, n. 30); anzi, dalla già citata
Polizza 49 dell' Estimo del 1518 risulta ancor vivo il 3 mag-
gio 1569.
E Francesco Trapolin, che sull'esempio paterno insegnò a
Padova prima la logica, indi la filosofia naturale, e di poi la
medicina ? I documenti padovani tacciono di lui, dopo il sac-
cheggio della sua casa nel luglio 1509. Può darsi ci sia qualcosa
di vero nella notizia raccolta anche dal Portenari, Della jelic.
di Padova, p. 251, che egli andasse a legger medicina a Firenze.
G. Cesare Scaligero, De subtilitate, CLII, dist. i, pretende di
sapere che « Francesco Trapolin, precettore di Pietro Pom-
ponazzi, che anche un'altra volta lo Scaligero chiama suo
precettore, morì per aver mangiato un intingolo ove la do-
mestica aveva messo della cicuta invece di prezzemolo. Se
non che precettore del Pomponazzi non fu Francesco Trapolin,
ma Pietro, il padre. Lo Scahgero, o meglio Giulio di Benedetto
Bordone, addottorato in artihus a Padova il 22 giugno 1519,
mostra, anche per questa confusione, di riferire dopo molti
anni una voce raccolta per sentito dire. Certo è invece, per
l'attestazione dell'Estimo citato (Polizza 51), che la « nobele
Madonna Maria Trapolina » era, nel settembre 1518, « tu-
trize et gubernatrice de i fioli del q. messer Francesco Tra-
polin, q. m. piero.... )>. A questa data dunque Francesco era
morto. E forse suo figlio, se non di Alessandro o di Giulio,
potrebbe essere quel Pietro Trapolin che figura come nipote
nell'epigrafe sepolcrale dei Carmeni e fa denuncia dei suoi
beni all'ufficio dell' Estimo il 30 marzo 1569 (Polizza 52, f. 7).
Costui è sicuramente l'autore delle 21 lettere originaH scritte
fra il 7 aprile 1556 e il 2 marzo 1574, a Gian Francesco Mus-
sato nel Ms. 619, 2, della Biblioteca del Seminario di Padova.
A questo figliuolo Pietro Trapolin aveva trasmesso, col con-
ferimento delle insegne dottorali in filosofia, e in medicina il
APPUNTI INTORNO A PIETRO TRAPOLIN I77
meglio della sua arte, ed egli avrebbe dovuto custodirne l'ere-
dità spirituale. Invece l'oblio colse il figlio anche prima del
padre. Poiché se di quello resta appena il nome nelle carte
sbiadite della Curia Vescovile e dell'Archivio antico dell' Uni-
versità di Padova, di questo ci son pervenuti almeno i pochi
frammenti menzionati in principio, insieme alla gloria d'es-
sere stato ricordato dal suo grande discepolo ed amico Pietro
Pomponazzi come suo precettore (Prologo al De incantatio-
nihiis) : « Dicisque ulterius te quandam responsionem alias
a Petro Therapolino patavo, nostro communi praeceptore,
audivisse, quam ipse Alberto ascribebat.... ».
Queste parole sono rivolte a Ludovico Panizza, cui il Pe-
retto indirizzava la sua opera; sebbene dalle stampe non ap-
paia, è attestato però dal codice Ambrosiano di essa. Ludo-
vico Panizza, mantovano, era studente a Padova negli ultimi
anni del Quattrocento e nei primi del Cinquecento; e nel
voi. 47, più volte citato, di quella Curia Vescovile (f. 278V), c'è
anche il verbale del dottorato « in artibus et Medicinis D. M.ri
Ludovici panicia Mantuani, filij D. Dominici de panici] s »,
ov' è detto che dell'uno e dell'altro grado accademico « habuit
insignia a D. M.ro Petro trapolino ». Fra i testimoni figura
al primo posto Pietro Pomponazzi, « artium doctor, ordina-
riam philosophiam legens ». Il Paniza è autore di tre opere a
stampa: di una Qnestio de phlebotomiis fiendis (Venetiis, per
Bernardinum Benalium, M. D. XXXII), dedicata al duca
Federico Gonzaga, e di un Commentarium de venae sectione per
sex egregios et praeclaros iudices diindicatum, cui si trova ag-
giunto dello stesso autore il Lihellus de minoratione ex visce-
ribtts.... ad Herndem Gonzagam Principem iustissimum et
Cardinalem amplissinitmi (Venetiis, MDXLV). Quest'ultimo
volume ha in principio un bel ritratto dell'autore e una ta-
vola raffigurante i sei medici e filosofi in atto di giudicare e
approvare la sua opera. Nella Qnestio de phlebotomiis , scritta
contro un chiarissimo medico del quale non è indicato il nome,
accade al Panizza di ricordare l'antico maestro che gli aveva
conferite le insegne dottorali. Accennando ad Avicenna che
fu il migliore seguace d'Aristotele, dal quale discorda solo
«in paucissimis admodum rebus», egli continua (f. e. 4r;
Sectio II, cap. 7):
Ideo Trapolinus, preceptor meiis, sue etatis philosophorum
ac medicorum gloria, autoritate Girardi bolderii Veronensis,
12
lyS l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
hanc dicebat profitentibus arteni: ' Insequimini Avicennam,
primo; insequimini Avicennam, secundo; insequimini Avicen-
nam, tertio ! '.
E un po' più giù (f. g. 2v cap. 24), a proposito d'un'argo-
mentazione « subtilissima et tota.... metaphisicalis », osserva:
Ex quo non mirum si medici ista non intellexere, artifices
sensitivi grossique cum sint; stat enim in abstractis a materia....
Sed ex sententia perspicui speculatoris Petri trapolini, artifices
huius artis res tales e suis expellere mentibus tenentur, cum me-
dicina sit de immersis in materia et quandoque feculenta et turpi.
Ma se il Paniza ricorda il Trapolin come insigne medico,
M. Antonio Genua, figlio di Nicolò che del Trapolin era stato
collega per molti anni, continuò a ricordarlo (sicuramente
l'aveva conosciuto da ragazzo) anche come filosofo di tendenze
moderatamente averroistiche, insieme al Pomponazzi, nel
commento al De anima, stampato postumo (a Venezia nel 1576),
ma composto almeno un ventennio prima.
Altre notizie su questo maestro, amico e collega del Peretto
Mantovano non sono riuscito a rintracciare, ed ho riunite
quelle che ho trovato per chi, come dicevo e come mi auguro,
vorrà intraprendere più ampie ricerche sullo Studio patavino
nel Rinascimento. Intanto son lieto di potere annunziare che
altre notizie e documenti sulla famiglia Trapolin, coinvolta
nelle vicende di Padova al momento della guerra per la lega
di Cambrai, il lettore potrà trovare nella A Criticai Edition
of the « Lettere Storiche » 0/ Litigi da Porto, a cura di Cecil
H. Clough, in corso di stampa presso 1' University Press di
Oxford.
vili
I QU OLI BETA DE INTELLIGENTIIS
DI ALESSANDRO ACHILLINI *
I. - Se a Padova il decreto episcopale del 6 maggio 1489,
vietava di disputare « quovis quaesito colore », sotto qualsiasi
pretesto, della dottrina averroistica dell' intelletto, meno
che per combatterla, e maestro Nicoletto da Chieti e il suo
discepolo Agostino Nifo da Sessa si affrettavano a recitare la
loro palinodia, e la penna a impugnare l'averroismo brandiva
anche lo scotista francescano Antonio Trombetta i, a Bologna,
sotto la liberale signoria dei Bentivoglio, Alessandro Achillini
potè liberamente discutere, al capitolo generale dei francescani
tenuto in questa città, sotto il generalato di Francesco San-
* Dal voi. Sigieri di Brab. nel pens. del Rinasc. Ital., cit., pp. 45-90.
I II francescano frate Antonio Trombetta, ordinario di Metafìsica invia
Scoti a Padova, aveva scritto, prima del Vernia, un Tvactatiis de humana-
ruiìi animarmn plurificatioiie coìitra Averroistas, che sarà poi pubblicato a
Venezia, per Bonetum Locatellum, nel 1498, col quale scendeva in lizza in
difesa della proibizione del vescovo P. Barozzi. Il Wadding, Scriptoves
Ordinis Minornni, Roma, 1906, p. 30, e' informa che taluni, anzi che
col nome volgare di Trombeta o Trombetta, preferivano « cultu quodam
latino » di chiamarlo con quello di Tubefa; e Antonio Tubefa è chiamato
anche nell'epitaffio sepolcrale nella chiesa di S. Antonio a Padova,
che il Wadding riporta. Sul finire delle Questione s de pliiritate etc,
cominciate nel settembre 1492 e pubblicate nel 1499 (v. sopra,
p. 108), il Vernia scriveva (f. 92) : « Si quis vero, per resolutionem
ad immediata et per divisionem ad minima, argumentationes contra
Averroym, in hoc quinto [commento] philosophice discipline depra-
vatorem, videre desiderat, videat, opus contra ipsum reverendi sacre
pagine magistri Antoni] Trombetta, philosophi integerrimi et theologi
excellentissimi, provincie sancti Antoni] Patavini ministri meritissimi.
Nam frustra visum est mihi tangere que ab eo mihi amicissimo sunt
optime declarata ». E il Trombetta, che è il primo dei tre revisori del-
l'opera del \ ernia, rende testimonianza, a sua volta, al sapere del col-
lega e alla fede di lui, si da procacciargli l'approvazione del sospettoso
Barozzi.
l8o l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
sone, il primo giugno 1494, presenti forse il Nifo e Giovanni
Pico della Mirandola, i suoi Quoliheta de intelligentiis ^, in
difesa della sua interpretazione sigieriana della dottrina aver-
roistica, portata alcuni anni più tardi a Padova dal suo « fìdus
Achates », Tiberio Bacilieri, e da lui stesso, e a Padova pro-
fessata da Geronimo Taiapietra e da Lorenzo Venier 3, quando
ormai il Nifo, che n'era stato propugnatore fin dai primi anni
del suo insegnamento padovano -, l'aveva apertamente ri-
pudiata.
In quest'opera l'Achillini è sigieriano da principio alla
fine, sebbene egli, secondo un costume molto diffuso, non
faccia mai il nome dell'averroista brabantino né d'alcun
altro, tranne si tratti di Aristotele o d'Averroè o d'altra auto-
rità pari a queste. E, cosa notevole, le opere di Sigieri cui egli
attinge, sono quelle stesse dalle quali il Nifo prende le citazioni
che ho riferito nel volume su Sigieri di Brahante nel pensiero
del Rinascimento Italiano: il che si presterebbe a varie con-
getture.
Come sappiamo, le tesi difese da Sigieri nel suo trattato De
intellectu, scritto in risposta al De imitate intellectiis di S. Tom-
maso, erano queste:
i) r intelletto possibile è, in sé stesso, l' infima delle so-
stanze separate, ed è unico per tutta la specie umana 4;
2) l'anima intellettiva dell'uomo risulta dall'unione del-
l' intelletto possibile, separato ed eterno, colla «cogitativa» che
2 Alexandri Achillini bononiensis de intelligentiis quolibeta in
quibus quid commenta[for] et Aristoteles senserint et in quo a veritate
deviaverint continetur. Anno domini Mcccclxxxxiiij Kalendis iuniis in
capitulo generali minorum edita et impressa Bononie impensis Bene-
dicti Hectoris [Faelli] Bononiensis, illustrissimo Ioanne secundo Ben-
tivolo reipublice Bononiensis habenas felicitar moderante. La seconda
edizione, fatta presso lo stesso editore Faelli, porta la data del 5 marzo
1506, ed è dedicata al conte Annibale Rangoni, che giovinetto aveva
udito l'Achillini disputare intorno agli argomenti trattati nel libro ed
aveva preso attiva parte alle dispute. Intorno al Rangoni, cfr. G. Ti-
RABOSCHi, Biblioteca Modenese, t. IV, 1783, pp. 252-256.
3 Per il Taiapietra, vedi più oltre il saggio X. Per Lorenzo Venier,
allievo del Bacilieri, è da vedere il volume di Nicolò Bonet, Metaphys.,
naturai. Philos., Praedicam., necnon Theol. natur. Recogn. ... per magnif.
dom. Laurentium Venerium.... Venetiis, Eredi di Ottav. Scoto, 1505,
con lettera del Bacilieri al Venier, e dedica di questo al doge Leonardo
Loredan. Le note marginali del Venier risentono dell' insegnamento
del suo maestro bolognese.
4 Nifo, De intellectu, I, tr. 3, e. 18; tr. 4, e. io; II, II, tr. 2, e. 11;
De anime beatit., I, comm. 53; cfr. Sigieri ìiel pens., pp. 16, 18-19.
I « QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » l8l
è la più alta delle facoltà di cui sia dotata l'anima sensitiva
dei singoli 5 ;
3) in questa unione coi singoli l' intelletto, uno in sé,
acquista un'esistenza individuale e molteplice, pari al numero
dei singoli ^ ;
4) mercé questa unione, l'anima intellettiva può dirsi
forma sostanziale «inerente» all'uomo, e non soltanto forma
«assistente»; sì che da essa l'uomo trae il suo essere specifico di
animale ragionevole 7 ;
5) r intelletto possibile è pura potenza priva di ogni atto
sostanziale; soltanto grazie all'azione dell'intelletto agente
la sua potenza è gradualmente attuata 8;
6) r intelletto agente è Dio ; ma esso può dirsi parte della
anima umana in quanto concorre all'atto dell' intendere
umano e alla fine dello sviluppo intellettuale dell'uomo s'unisce
all'intelletto possibile come forma 9;
7) r intelletto umano può arrivare a conoscere le sostanze
separate e Dio per unione intenzionale colla loro essenza '".
Nel « libello » De felicitate, poi, l'averroista del Brabante
aggiungeva quest'altre tesi:
8) nell'atto intellettuale col quale l' intelletto possibile
intende nella sua essenza V intelletto agente, cioè Dio, con-
siste formalmente la suprema felicità dell'uomo in questa vita" ;
9) al pari dell' intelletto umano, anche le altre intelli-
genze separate conseguono la loro beatitudine nell'atto col
quale intendono l'essenza divina i- ;
5 NiFO, De iutell., I, tr. 3, e. 18; De anima, comm. ad III, t. e. 5;.
cfr. Sigieri, pp. 15-ig.
6 NiFO, De intell., I, 3, e. 18 e 26; De a>iima, comm. ad III, t. e. 5:
cfr. Sigieri, pp. 15-20.
7 NiFO, De ititeli., l, tr. 2, e. 8; tr. 3, e. 18 e 26; De anima, comm.
ad III, t. e. 5; cfr. Sigieri, pp. 15-20.
8 NiFO, De intell., I, tr. 3, e. 18; tr. 4, e. io; De anima, collect.
ad III, t. e. 14; cfr. Sigieri, De anima intell., IX (Mandonnet, Sig.
de Brabant et l'averr. latin, llème partie, Louvain, 1908, p. 171), e la
quarta delle sei Qitaestiones naturales edite dallo Stegmùller, in Rech.
de tìiéol. anc. et méd., III, 1931, pp. 179-180. Cfr. Sigieri, pp. 17, 21, 28.
Vedasi anche Giorn. Crit., XX, 1939, pp. 467-471.
9 NiFO, De intell., I, tr. 4, e. io; II, tr. 2, e. 17; cfr. Sigieri, pp. 24-26.
10 NiFO, De intell., II, tr. 2, e. 11; De anime beatit., I, comm. 53;
V. Sigieri, p. 21.
" NiFO, De intell., II, tr. 2, e. 2; De anime beat., II, comm. 21;
V. Sigieri, pp. 24-27.
12 NiFO, De intell., II, tr. 2, e. 2 e 17; De anime beatit., II, comm. 21;
De anima, collect. ad III, t. e. 14; v. Sigieri, pp. 25-27.
102 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
io) sì per r intelletto umano, sì per le altre intelligenze
separate, «intellectio qua Deus intelligitur est ipse Deus» '3.
Ora tutte queste tesi son difese dall' Achillini nei suoi Qtioli-
heta de intelligentiis; anzi la massima parte di quest'opera del
maestro bolognese è dedicata alla trattazione di questi dieci
punti svolti negli scritti di Sigieri, dei quali il Nifo ci ha ri-
velato l'esistenza; il che m' ha recato, quando ho potuto ren-
dermene conto, non poca sorpresa.
La trattazione dell'Achillini verte intorno a questo problema
fondamentale : « Utrum latitudo intellectuum sit uniformiter
difformis ». Per intendere l'esatto signiiìcato di questo pro-
blema, giova ricordare alcune cose. È noto che Anassagora, a
spiegare l'origine del movimento fisico che separa i semi delle
cose dal \ny\La. nel quale eran tutti confusi, e per dar ragione
dell'ordine che s'osserva nella natura, sentì il bisogno di porre
una mente ordinatrice, «non mista perché dominasse ))i4.
Ma parve a Platone e ad Aristotele che, pur avendo affer-
mato un così operoso principio, Anassagora non ne traesse
tutto il vantaggio che poteva e non gli attribuisse quella
causalità che gli sarebbe spettata nell'ordinamento delle cose.
Perciò, il primo ad ogni specie di cose nel mondo sensibile
fece corrispondere una propria idea nel mondo del pensiero;
ed il secondo pose tante menti separate quanti, a suo modo
di vedere, sono i movimenti celesti. Anzi che un solo intelletto,
abbiamo così per Aristotele una gerarchia d' intelhgenze, com-
prese fra due termini estremi: l'intelletto umano in basso, e
la mente del primo Motore immobile, puro pensiero, al vertice.
Come le idee dei generi e delle specie hanno una maggiore o
minore estensione, così questi intelletti hanno una maggiore
o minore capacità d' intendere, in rapporto alla funzione che
ad essi è riservata come motori; poiché non va mai dimenti-
cato che solo per mezzo del movimento Aristotele, al pari di
Anassagora, era giunto ad affermare l'esistenza d'una prima
Mente motrice dell'universo e di altre menti intermedie fra
quella e il mondo della generazione, aventi l'ufficio di adattare
r impulso che viene dal primo Motore, a particolari fini su-
bordinati al fine supremo. Perciò la prima Mente è intelli-
genza al massimo grado, mentre gli altri intelletti, giù giù
^3 Luoghi cit. nella nota preced.
14 ARisT., De anima, III, e. 4, 429^ 19.
I « QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » 183
di cielo in cielo, fino all' intelletto umano, possiedono una
capacità d' intendere sempre più limitata. Rappresentandosi
r intelligenza a guisa d'una qualità, per esempio, d'un colore,
di cui s' hanno molti gradi d' intensità, da quello piìi cupo a
quello più chiaro, gli scolastici dal secolo XIV al XVI solevano
chiamare latitudo l'estensione compresa fra la cosa che pos-
siede quella data qualità nel minimo grado, e la cosa che la
possiede nel grado più alto e più intenso: perciò la latitudo
dell'intelligenza non è altro, come dice l'Achilliniis, se non la
gerarchia stessa degl' intelletti, avente il grado più basso o più
dimesso nell' intelletto umano, e il grado più alto o più intenso
neir intelletto divino. Chiedersi se la latitudo degl' intelletti
sia « uniformiter difformis », significa per lui domandarsi se
le varie intelligenze differiscon fra loro per gradi uguali op-
pure no 16.
Ma per risolvere siffatto problema, è necessario vedere
qual' è la natura propria dei singoli intelletti compresi nella
15 « Latitudo intellectuum est ipsi intellectus ordinati secundum
quod ex se sunt ordinabiles ». De intelligentiis, quol. I, in Alex. Achil-
LiNi, Bononiensis, philophi celeberrimi. Opera omnia in iDium collecta....
cum annotationibus excell. doctoris Pamphili Montij, Bononiensis,
scholae Patavinae publici professoris. Venetijs, apud Hieronymum
Scotum, MDXLV, fol. i, col. i. A questa edizione mi riferisco anche
nelle citazioni successive, per ragioni di comodità.
16 In un trattatello De latitudinibus formarum, più volta stampato
dal i486 in poi sotto il nome di Nicolò d'Oresme, si leggono in principio
queste definizioni che giova tener presenti : « Latitudo uniformis est
illa que est eiusdem gradus per totum ». « Latitudo difformis est que
non est eiusdem gradus per totum ». Questa si divide come segue:
« Latitudo secundum se totam difformis est cuius nulla pars est uni-
formis »; « latitudo non secundum se totam difformis est illa cuius aliqua
pars est uniformis». La «latitudo uniformiter difformis» è una sotto-
specie della « latitudo secundum se totam difformis », ed è precisamente
quella « cuius est equalis excessus graduum Inter se equaliter distan-
tium » {Tractatus de latidinibus formarum secundum Reverendum dodo-
rem magistrum Nicholaum Horen, Venezia, 1505, [fol. 27]). Sul-
l'autore di questo piccolo trattato, l'eremitano Iacopo di San Martino,
detto anche Iacopo da Napoli, il quale riassunse e schematizzò, non del
tutto fedelmente, un più ampio trattato di Nicolò d'Oresme, come sul
sommento di Biagio Pelicani da Parma che insegnò anche a Padova e
a Bologna, e in generale sul tentativo di costituire verso la metà del
sec. XIV un metodo matematico per il calcolo dell' intensità delle qua-
lità non solo corporee ma anche spirituah, completa luce ha fatto la
Dott. Anneliese Maier, nella sua opera An der Grenze von Scholastik
iind Naturwissenschaft. Roma, Ediz. di Storia e Letter., 1952. pp. 257-384,
che è uno dei più seri e documentati contributi allo studio della filosofia
della natura nel secolo XIV, condotto con rara conoscenza delle fonti
manoscritte, e perfetta intelligenza dei problemi trattati.
184 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
latitudo di quella perfezione o qualità che dicesi intelligenza: e
segnatamente se il primo e più alto intelletto sia intelligenza
infinita. Nel qual caso, è evidente che la latitudo dell' intelli-
genza sarebbe infinita.
Occorre pertanto chiedersi in primo luogo se il primo Mo-
tore, cioè Dio, muova l'universo con vigore o virtù intensiva-
mente infinita, e sia perciò di vigore intensivamente infinito.
Per intendere il significato del qual problema, è necessario
ricordare che l'argomento principale, col quale Aristotele era
salito a Dio, è quello del moto, come abbiamo già osservato:
Dio è essenzialmente il primo Motore immobile dell' universo,
è l'universo è il mosso. Ora l'universo, per Aristotele come
pei Pitagorici, è una sfera di raggio finito, avente per centro
assoluto la terra e per limite esterno il cielo delle stelle fisse.
Finito nella mole, il mondo si muove con moto finito in ve-
locità, e infinito soltanto in durata, poiché l'universo è eterno.
Dall' intensità del moto dell'universo non si può dunque ar-
guire ad un' infinità intensiva della virtù o vigore con cui Dio-
muove il mondo. Ed infatti Averroè dice espressamente in
più luoghi 17, che v' è proporzione tra l' intensità di vigore nel
movente e la velocità del mosso; sì che un'azione d'intensità
infinita e d' infinito vigore non può esser ricevuta in un corpo
di grandezza finita. Se il primo Motore movesse il cielo con
virtù intensivamente infinita, questo dovrebbe muoversi con
velocità infinita in un solo istante. S. Tommaso credette di
potersi sottrarre alla conclusione cui era giunto Averroè, con-
cedendo che tutto ciò è vero dei motori naturali che mettono
nel muovere tutta la forza di cui sono capaci; ma non è vero
dei motori che agiscono con intelletto e libera volontà, qual
è Dio. Il primo Motore dell'universo, per l'Aquinate, appunto
perché dotato d' intelligenza e di libero volere, comunica al
mondo quel tanto di movimento che meglio si conviene, in
rapporto al fine che si propone di raggiungere e alla capacità
limitata del mosso; ma questo non implica che vi sia una
proporzione necessaria tra la quantità di movimento ricevuta
dal mondo e la virtù del primo Motore, l' infinità della quale
può dimostrarsi per altra via i^.
17 AvERR., Phys., Vili, comm. 79; De caelo, II, comm. 38-39, 63, 71 ;
Metaph., XII, 41; De substantia orbis, cap. 3.
18 S. Tommaso, Phys., Vili, lez. 21, ad t. e. 79.
I
I « QUOLIBETA DE INTELLIGEN TIIS » 185
La proposizione 29^ delle 219 condannate a Parigi nel 1277,
suona così:
Quod Deus est infinitae virtutis in duratione, non in actione,
quia talis infinitas non est nisi in corpore finito, si esset.
E di nuovo la proposizione 62^:
Quod Deus est infinitae virtutis, non quia facit aliquid de
nihilo, sed quia continuat motum infinitum '9.
La condanna di queste due proposizioni è sicura prova che,
anche su questo punto, gli averroisti parigini accettavano
r interpretazione che Averroè aveva dato del pensiero d'Ari-
stotele. Era di questo avviso anche Sigieri ? « De ista quae-
stione », — e' informa Giovanni di Jandun -o — « credunt
magni viri in philosophia, Philosophum et maxime Commen-
tatorem veritati catholicae adversari ». Che egli alluda a S.
Tommaso non è possibile, poiché l'Aquinate scagionava Ari-
stotele da quest'accusa d'opporsi alla verità della fede su
quest'argomento. Doveva dunque trattarsi d'averroisti. Ora
« vir magnus in philosophia » è titolo che troviamo dato a
Sigieri. Parrebbe dunque che Sigieri accettasse l' interpreta-
zione averroistica della dottrina aristotelica in proposito.
Il che è confermato anche dall'ultima citazione che del bra-
bantino abbiamo trovato nel De primi Moforis infinitate del
Nifo. A quanto ci fa sapere il suessano, Sigieri e Giovanni di
Baconthorpe « petunt.... primum Motorem esse universi mobilis
celestis formam perficientem et non constitutam » e che esso è
« prima illius perfectio », sì da potere affermare che, almeno
per accidens, si muove insieme al cielo -i.
Siccome la quistione concerneva direttamente l'onnipotenza
di Dio e la sua trascendenza, s'era accesa in proposito un'ap-
passionata e interminabile controversia che si protrasse fin
oltre il secolo XVI, poiché troppo premeva ai teologi aver
dalla loro parte Aristotele. Soltanto quando si comprese che
la filosofìa aristotelica non era tutta la filosofia, l'ardore della
controversia cominciò a venir meno --.
19 Denifle e Chatelain, Chart. univ. Paris., I, 544 sg.
-0 Quaestiones super Averrois sermonem de substantia orbis, q. 12.
-I V. Sigieri, p. 41.
22 Giovanni di Jandun, oltre che nelle Quaestiones sul De substantia or-
bis, discute il problema « utrum primum Principium sit infiniti vigoris »
lS6 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
L'Achillini, da quel buon averroista ch'egli è, ci dà del
problema questa soluzione: « Primum, mens Philosophi fuit
deum esse finiti vigoris. Secundum, ad oppositum est veritas ».
Provata la prima parte della tesi, riferisce le obiezioni « centra
Philosophum », alle quali fa seguire la risposta d'Aristotele.
Ma nel far questo, che è un procedimento generale seguito in
tutti e cinque i Quolibeta, l'Achillini si mette al riparo da ogni
accusa d'eresia con questa tipica dichiarazione, fatta una
volta per sempre : « Ad haec praemitto quod ubi Philosophum
introducam respondentem, non teneo responsionem illam»^!.
Dopo ben cinque fitte colonne di serrate schermaglie dialet-
tiche e di citazioni di testi, sì da darci l' impressione che egli
la pensi proprio come Aristotele e il suo « ottimo commen-
tore », eccolo a dichiararci:
Sed quia haec opiiiio in phiribus errat, ut patet consideranti
ea in quibus introducitur Philosophus respondens, ideo, ea di-
missa, pone secundum dictum principale : Deus est infiniti vigoris
in essendo et operando in tempore et actione. Ex quo sequitur
infinitam esse intellectuum latitudinem 24.
E le prove di questa tesi ? Nessuna, tranne quel patet, che
non è affatto una prova. Seguono invece quattro obiezioni
anche nelle Quaestiones sulla Metafisica (XII, q. 15) e in quelle sulla
Fisica (Vili, q. 22) : e tutte e tre le volte con molta ampiezza. Lo stesso
problema è ventilato da Duns Scoto, Qiiodl., q. 7, da Giov. di Bacon-
thorpe. In I Seni., dist. 44-45, da Gregorio da Rimini, In I Seni., dist. 42,
q. 3, a. I, e più tardi, ma anche con maggior copia, dal Nifo, dall' Achil-
lini, da Tommaso de Vio, detto il Cardinal Gaetano, che nella sua Subti-
lissima quaestio de Dei gloriosi infinitate intensiva, terminata a Pavia,
il IO settembre 1499, credo abbia raggiunto il primato della prolissità
(è stampata in appendice al commento tomistico della Fisica, Ve-
nezia, 1573, pp. 316-335), si da superare lo stesso Elia del Medigo, detto
altresì Helias Cretensis, il quale tratta di quest'argomento nella sua
interminabile De primo Motore acutissima quaestio (in appendice alle
Quaestiones di G. di Jandun sulla Fisica, Venezia, 1552, f. 133, col. 1-4)
e nelle Annotationes in dictis Averrois super libros Physicorum- {ib.,
fol. 153, col. 4,-f. 155, col. 4). Vedasi anche M. A. Zimara, Theoremata,
61, e Fr. Piccolomini, De caelor. motoribus, 33-35. Giordano Bruno,
nel primo dialogo De l'infinito, universo e mondi (in Dialoghi italiani,
Sansoni, Firenze, 1958,, pp. 387-88), accenna all' « importantissimo ar-
gomento, per il quale — dice Elpino — è stato ridutto Aristotele a
negar la divina potenza infinita intensivamente ». La soluzione che del
problema affaccia Filoteo, il quale dall' infinità di Dio ha dedotto
r infinità dell'universo, consiste nel cambiarne i termini, si da mo-
strarlo definitivamente superato.
23 AcHiLLiNi, De intell., ql. I, f. i, col. 2.
24 Ih., f. 2, col. 2-3.
I « QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » 187
contro quest'asserto, alle quali il filosofo bolognese fa del suo
meglio per rispondere in una mezza colonna, osservando,
alla fine, che « rationes philosophorum super dictis ab eis
fundantur; ideo non difficile est eas solvere» =5. Ma intanto
non le risolve.
A questa che è la quaestio principale del primo Quolibetum.
tengon dietro tre duhia, coi quali si tende a precisar meglio
il concetto aristotelico-averroistico di Dio e a porre in evidenza
taluni postulati della soluzione data al problema principale.
Il primo di questi dubbi consiste nel chiedersi « utrum tantum
deum deus intelhgat », cioè se Dio conosca soltanto sé stesso
oppure anche le cose inferiori ad esso e segnatamente quelle
del mondo sublunare. Anche su questo punto l'Achillini è
averroista:
Respondeo per duo dieta. Primuni: opinio Aristotelis est, quod
sic. Secundum: illa opinio non est vera -6.
La prima affermazione è provata con ben sei gruppi di argo-
menti, che in tutto assommano a venticinque. La conclusione
dei quali è la seguente:
Ex his de mente Philosophi habentur quinque; Primum,
deus intelligit se et non aliud. Et si dixeris: verum est recipiendo,
sed aliter non -7; dicam quod non potest aliquid intelligere aliud
a se, nisi recipiendo; ideo non potens recipere, non potest intel-
ligere aliud. Productio autem vilium non infert passionem in
agente; ideo quamvis deus non intelligat vilia, producere tamen
potest. Secundum, aliae intelligentiae in actu intelligunt se et
perfectius se et nihil vilius eis. Tertium, intellectus possibilis
^5 Ib., f. 2, col. 3.
26 Fol. 2, col. 3.
27 Così appunto dicevano i teologi: Dio non intende le altre cose di-
verse da sé, nel senso che la mente divina sia attuata da un qualche
altro intelligibile diverso dalla sua stessa essenza, e dinanzi al quale
esso sia in potenza; Dio conosce le altre cose conoscendo se stesso, e
quindi senza niente ricevere. La condanna che il vescovo di Parigi,
Stefano Tempier, fece nel 1270 di tredici proposizioni averroistiche, e
che è il primo sicuro documento dell' esistenza d'una corrente averroi-
stica a Parigi, colpisce queste due proposizioni: «Quod Deus non co-
gnoscit singularia « e « Quod Deus non cognoscit alia a se >>. Cfr. De-
NiFLE e Chatelain, I, pp. 486-487. Tuttavia, leggendo attentamente
il commento d'Averroè, Metaph., XII, comm. 51, e la Desfriictio de-
structionum, disp. VI, dub. 3-4, nasce il sospetto che il suo pensiero non
sia stato ben compreso. Si veda in proposito, Giov. di Baconthorpe,
In I Sent., dist. 35 e 39; M. A. Zimara, Theoremata, 83.
l88 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
intelligit se viliora et nobiliora. Quartuin, nullus intellectus,
nisi forte possibilis, intelligit aliquid extra se. Quintum, deus
est simpliciter primo notum; sed primum principium complexum,
de quo quarto Metaphysicae, commento octavo, est notissimum
nobis 28.
Ai venticinque argomenti coi quali è provata la tesi averroi-
stica, se ne contrappongono sedici ; ma, mentre i primi restano
insoluti, ai secondi è data una soluzione dal punto di vista
averroistico. Dopo di che l'Achillini s'affretta a concludere:
Sed propter multa falsa, quae sequuntur ad hanc positionem,
eam cum auctoritatibus eius dimittamus. Tenemus igitur quod
Deus cognoscit omnia; ex quo sequitur quod non omnis intellectus
intelligens aliud a se patitur ab eo. Sequitur secundo, quod non
omnis intellectio, qua materialia intelliguntur, est collecta ab
intellectu agente ex singularibus. Ex his duobus fundamentis
solvuntur rationes philosophorum, quia super oppositis corol-
lariorum fundantur 29.
Il secondo diibium concerne la causalità efficiente del primo
Motore. Aristotele 3° aveva detto che la prima Intelligenza
muove le intelligenze preposte al movimento dei singoli cieli,
come bene supremo da esse conosciuto e desiderato, ossia
come fine ultimo cui tutte le cose tendono. Il problema che
pone il maestro bolognese, « utrum prima Forma, quae est
ultimus Finis, sit primus Motor », verte non sull' attrattiva
che Dio esercita sugli esseri in quanto « amor che muove il
sole e le altre stelle », bensì sul movimento rotatorio della
prima sfera mobile. Secondo un' interpretazione del pensiero
d'Aristotele e del suo commentatore di Cordova, Dio muove
i cieli soltanto per mezzo d'un motore appropriato, cioè d'un' in-
telligenza, la quale è mossa dal desiderio di assomigliare al
primo Motore 31. Secondo un'altra interpretazione, invece,
Dio muove il primo cielo mobile immediatamente v- ; e poiché
il primo mobile rapisce col suo impeto tutti gli altri cieli, ne
28 ACHILLINI, fol. 3, col. 2.
29 Fol. 4, CI.
30 Metaph., XII, e. 7, 10720 2-4 (t. e. 37).
31 Giov. DI Jandun, Quaestiones sup. Metaph., XII, q. 17, Quaest.
sup. Phys., Vili, q. 21.
32 Cfr. M. A. ZiMARA, Quaestio de triplici cansalitate intelligentiae
(in appendice alle Quaestiones di G. di Jandun sulla Metafisica, Venezia,
1525, fol. 170, col. 2-4); Theoremata, 61.
I « QUOLIBETA DE IXTELLIGENTIIS » 189
viene che il primo Motore esercita su tutto l'universo una vera
e propria azione di causa efficiente e non soltanto di causa finale.
Sigieri, a quanto sappiamo dall'ultima citazione del Nifo, ri-
teneva che il primo Motore fosse addirittura forma e perfe-
zione del cielo, a tal segno che si muove per accidens insieme
ad esso ; nel che egli non faceva se non ripetere una dottrina
d'Averroè, il quale in più luoghi insiste sul concetto che il
primo Principio è tale in quanto è fine, forma e motore del-
l'universo 33.
L'Achillini risolve il dubbio, dimostrando con quattordici
argomenti che Dio imprime al mondo un movimento effettivo
come primo Motore di esso; né questa volta ha bisogno di
distinguere tra l'opinione di Aristotele e la verità, poiché
« Philosophus in hoc quaesito non recedit a veritate », quanto
all'asserto della causalità efficiente ; ma osserva che si discosta
dal vero in un particolare: « sed bene in circumstantia: quia
dictum est de mente eius, quod Deus est motor immediate et
appropriate movens caelum, et quod nulla alia intelligentia
ab ipso movet primum caelum; sed hoc non est verum etc.))34.
Ed infatti la tesi, che il moto del primo cielo derivi immedia-
tamente da Dio, si basa sul concetto che Dio è forma del
primo cielo. Ora questo concetto è schiettamente averroistico,
ed è uno dei presupposti della teoria che dalla finita grandezza
del moto celeste deduce, come abbiamo visto, il vigore finito
del primo Motore.
Questo necessario reciproco rapporto tra Dio e il mondo si
scorge anche meglio nella discussione del terzo dubbio : « Utrum
Deus libere moveat caelum ». Neil' interpretazione averroi-
stica del pensiero d'Aristotele, se Dio è necessario a spiegare
l'esistenza del moto, e, diciamo pure, l'esistenza del mondo
stesso, è altrettanto vero che, posta l'esistenza del primo Mo-
tore e della prima Causa efficiente, questa e quello agiscon
come natura anzi che come libera volontà creatrice. « Sigieri
non sembra aver concepito la possibilità d'una vera libertà
creatrice, che a lui pare esclusa tanto dall' immutabilità
divina quanto dalla necessità delle specie »3\ Posto Dio come
33 AvERR., Metaph., X, comm. 7; XII, comm. 5-6, 36, 38, 41, 44;
De subst. orbis capp. 1-2.
34 AcHiLLiNi, fol. 4, col. 4.
35 F. Van Steenberghen, Les oetivres et la doctrine de Siger de Bra-
bant, Bruxelles, 1938, p. 128; Sig. de Brab. d'après ses oeuvres inédites,
igo L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
prima Causa motrice del mondo, questo ne risulta necessaria-
mente, come la conseguenza dalle premesse d'un sillogismo.
Aristotele aveva ben fermato la sua attenzione sugli eventi
che si dicon contingenti e fortuiti; ma anzi che dedurre la
contingenza di tutti gli esseri creati dall'essenziale libertà del
pensiero divino, aveva imposto allo stesso pensiero divino e
all'atto creatore la necessità del suo astratto formalismo
logico, e la contingenza e il caso aveva limitato al mondo su-
blunare, spiegando l'una e l'altro per mezzo del concetto delle
'( cause impedibili » e dell' « indisposizione della materia » che
spesso è sorda a rispondere all' intenzione dell'arte. Pur tra-
scendente o « separato », il primo Motore resta così prima forma
e prima perfezione dell'universo, al quale è intimamente unito
non come forma « constituta per subiectum », bensì come
forma « constituens subiectum » 36.
Per dimostrare la tesi, che secondo Aristotele Dio muove il
cielo per sua natura e non liberamente, sì da poter non muo-
verlo o mutarne la velocità e la direzione, l'averroista bolo-
gnase argomenta così: tutto ciò che si muove per un principio
essenziale che è in esso, si muove per sua natura; ma questo
è il caso del cielo; dunque esso è mosso naturalmente 37. Se il
primo Motore potesse non muovere oppure muovere in modo
diverso da quel che fa, il mondo potrebbe esser diverso da
quello che è, e anche non essere. Ma tutte queste conseguenze
sono impossibili per Aristotele, che dall' immutabilità del
primo Motore deduce la necessità e l'eternità dell'universo,
come d'un effetto connaturale e inseparabile dalla sua causa.
Puro atto senza alcuna potenza, Dio causa dall'eternità il
II voi., Louvain, 1942, p. 607. Tale è il pensiero di Siglari in tutti gli
scritti intestati a lui dai codici. Per attribuirgli con qualche fondamento
la tesi opposta, bisogna supporre che siano sue le Quaestiones sulla
Fisica edite dal Delhaye (cfr. Giorn. Crii., XXIV, 1943, pp. 85-90).
Ma per farlo manca ogni serio indizio esterno, e le prove interne sono
troppo deboli.
36 Si veda il passo del Nifo riportato in Sigieri.... p. 41. Su questa
distinzione ricavata da diversi luoghi di Averroè, cfr. dello stesso Nifo
il commento al De anima, III, ad t. e. 5, già riferito in Sigieri, p. 15.
Vedasi anche l'Appendice nello stesso volume, pp. 175-176.
37 AcHiLLiNi, Quol. I. dub. 3, fol. 5, e. i « Omne quod movetur per
principium quod est in eo, movetur per naturam, octavo Physicorum,
t. e. 27. Intelligo in subiecto maioris: per se primo, et non secundum
accidens; et tunc patet propositum ex diffinitione naturae, secundo Phy-
sicorum, t. e. 3. Sed caelum movetur per principium etc, ut vult Com-
mentator Aristotelem declarasse in principio septimi Physicorum, etc. ».
I '( QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » IQI
mondo con ordine e moto necessario. Dal che « sequitur nullam
esse in rebus libertatis contingentiam, ad quas non concurrit
homo » ; poiché la ragione della contingenza dell'umano ar-
bitrio consiste nel modo di conoscere, essenzialmente discor-
sivo, che è proprio dell'uomo; di guisa che la mente umana,
procedendo per composizione e divisione di concetti, « potest
aftìrmativam vel negativam [partem] concludere, et conse-
quenter ad utramque partem possibilis est assensus ». Or
questo non accade né nelle altre intelligenze superiori all'umana,
né, tanto meno, nella prima Intelligenza 38.
Necessario a render ragione della realtà dell'universo, dei
movimenti celesti e di ogni accadere, il primo Motore d'Ari-
stotele non ha altra realtà, per l'averroista, all' infuori di
questa, né altra ragione di essere che questa: senza il mondo
da esso causato e mosso, il primo Motore non sarebbe nulla.
Perciò Dio e mondo formano un binomio indissolubile, come
amore e cuor gentile nella canzone guinizelliana, come il sole
e il suo risplendere:
ch'adesso che fo il sole
sì tosto lo splendore fo lucente,
né fo avanti il sole.
Contro questa dottrina del Filosofo, qual'era intesa ed espo-
sta dal Commentatore di Cordova, l'Achillini riferisce ben
diciotto argomenti, avendo però cura di farci sapere che cosa
gli averroisti rispondevano. Dopo di che conclude, secondo il
suo costume :
His praetermissis, ad veritatem revertamur, et dicamus Deiim
ad extra mere libere et contingenter agere. Concedanius insuper
quod in Deo esse et agere sunt idem, et tamen non, si necesse est
Deum esse, necesse est Deum agere ad extra. Dicamus tertio
quod, licet necessitas sit melior conditio essendi, non tamen est
melior conditio operandi ad extra. Ncque immutabilitas divina
toUit novitatem in effectu, quia ab aeterno determinavit Deus
agere nunc. Ideo contra philosophos dicamus, quod ab antiqua
vohmtate potest aliquid novi poni in esse, sine mutatione operan-
tis, aut remotione impedimenti etc. Addo insuper, licet necesse
sit Deum esse productivum ad extra, non tamen necesse est ipsum
producere ad extra. Concedo etiam nullam rem quae est Deus
esse contingentem ; dimitto naturam assumptam, et tamen de
38 ib., fol. 5, col. 1-2.
ig2 L ARISTOTELISMO PADOV'ANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Dee formabiles sunt propositiones per accidens et contingentes,
propter connotationem extrinseci. Neque propter hoc quod Deus
multa producibilia potest producere, quorum nullum producet,
concedendum est potentiam divinam frustrari, quia reduci potest
et in aliquo illius generis reducta est in actum 39.
Con queste proteste di attaccamento all' insegnamento
teologico, ha termine il primo qiiolibetum che tratta dell' in-
telletto del primo Motore, la cui latitudo è dunque finita com' è
finita la grandezza del mondo e del movimento. L'opposizione
fra la tesi averroistica e quella teologica non è che un aspetto
particolare fra la concezione aristotelica del mondo e l' intui-
zione cristiana. Per Aristotele, come l'espone Averroè, Dio è
principio teleologico e causa prima efficiente della natura;
la natura alla sua volta è effetto necessario ed eterno dell'at-
tualità divina. Dio è principio in quanto dà origine a un prin-
cipiato; esso è l'atto che precede logicamente ogni potenza.
L'ordine cosmico riflette la necessità e l' immutabilità della sua
prima causa. Dio insomma è complemento necessario della
natura ed è esso stesso natura: è la stessa natura intellettua-
lizzata, cioè considerata platonicamente sub specie aeternitatis.
Neil' intuizione cristiana del mondo, invece. Dio è spirito,
cioè libera volontà creatrice, infinita potenza, infinita sapienza,
infinito amore. Il mondo e' è, ma potrebbe non esserci, o esser
diverso; e c'è, per un atto di liberalità divina. La necessità
delle leggi di natura non è assoluta, ma relativa al decreto
della volontà divina che liberamente le ha stabilite e può
mutarne il corso. Così la contingenza è alla radice stessa del-
l'ordine cosmico; il miracolo è affermazione e prova della con-
tingenza della natura e delle leggi fisiche. Con siffatta dottrina
il cristianesimo liberava l'uomo dalla tirannia del fato cui
dovea piegarsi la volontà dello stesso Giove. Al posto degli
inesorabili decreti dell' Ananche si sostituiva la libera e onni-
potente volontà di Dio, che ha dato all'uomo il potere di coo-
perare ai suoi eterni disegni. Libero e artefice del proprio de-
stino, l'uomo si sente così simile a Dio.
Dopo quello che Agostino e lo Pseudo Dionigi e Pier Da-
miani e il Cardinal Cusano avevano speculato intorno alla
natura divina, mentre nel rinnovato platonismo cristiano
del Rinascimento covavano i germi che sarebbero esplosi nei
39 Iv., fol. 5, col. 4-f.6, col. i.
I « QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS )) I93
dialoghi De la causa e De V infinito, la dottrina averroistica su
Dio, anzi che un progresso, dove sembrare la ricaduta in una
delle più anguste forme di naturalismo già da molto tempo
sorpassate. Ad un superamento definitivo occorreva, per altro,
eliminare quella ristretta visione cosmologica alla quale il
concetto di Dio era legato, e che è merito delle nuove scoperte
astronomiche aver per sempre dissipato.
2. - Il secondo qiiolihetum tratta delle intelligenze separate,
intermedie fra 1' Intelligenza divina e l' intelletto possibile,
proprio della specie umana. Queste intelhgenze son sostanze
separate preposte ciascuna al moto d'uno dei cieli inferiori
alla prima sfera, che è mossa immediatamente dal primo
Motore.
L'Achillini comincia coll'affermare che, secondo la dottrina
d'Aristotele, siffatte intelligenze non sono state prodotte, e
per conseguenza sono eterne; ma che, secondo la verità della
fede, è tutto il contrario. La prima parte della tesi è dimostrata
con quattordici argomenti; con altrettanti la seconda; colla
differenza, che gli argomenti in favore della prima parte
non hanno risposta, mentre degli argomenti in contrario
abbiamo la soluzione.
Per quel che concerne la dottrina d'Aristotele, il lettore
poco esercitato potrebbe rilevare una divergenza tra l'averroista
bolognese e Sigieri su questo punto: che, mentre quello dice
le intelligenze celesti non prodotte, questo al contrario le dice
tutte causate immediatamente o mediatamente da Dio che
dà l'essere a tutte le cose 40. In realtà, la divergenza è soltanto
nel modo d'esprimersi e non nel pensiero.
Perché le intelligenze celesti non si posson dire prodotte ?
Perché non sono state tratte dalla potenza all'atto, quasi che
ci fosse una loro potenza ad essere, la quale precedesse, anche
soltanto logicamente, il loro atto di essere. Esse sono natural-
40 Sigieri di Brab., Impossibilia, I (ed. Mandonnet, Sig. de Brab.
et l'averr. latin au XlIIème siede, Ilème Partie, Louvain, 1908, pp. 76-77) ;
De necess. et conting. caus. (Mandonnet, pp. 111-112); Aletaph., II, 8
(ediz. a cura di Cornelio A. Graiff, Sig. de Brab. Questions sur la Me-
taphysiqiie. Texte inédit. Louvain, Édit. de 1' Institut Super, de Phi-
losophie, 1948, pp. 46-51), III, 7-8 {ib., pp. 93-103). Cfr. Van Steen-
BERGHEN, S. d. B. d'après ses oeuvres inédites, voi. II, p. 606.
13
194 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
mente e necessariamente, per il fatto stesso che esiste la prima
Causa che le fa essere, a quel modo che l'esserci il sole fa sì
che ci sia lo splendore. Esse son certamente causate dalla
prima Intelligenza, ma non prodotte alla maniera delle cose
che possono essere e non essere. L'atto non s'aggiunge in esse
alla potenza, né l'essere sopravviene all'essenza: sono puri
atti per loro natura, ed atti eterni, come eterno e necessario
è l'Atto primo che le causa 41.
Strettamente connesso con questo problema è il primo dei
tre duhia: «. Utrum ponenda sit creatio ». Anche a questo quesi-
to il giovane maestro bolognese risponde, essere opinione d'Ari-
stotele che non si dà creazione; ma soggiunge che la tesi dello
stagirita non è vera. Secondo la dottrina aristotelica, la causa
agente ha sempre bisogno d'una materia su cui esercitare la
sua azione, e dalla cui potenza trae quello che essa produce.
Ora la creazione implica una produzione dal nulla, senza pas-
saggio dalla potenza all'atto 4^. Allo stesso modo Sigieri, par-
lando dell'anima intellettiva (e il discorso vale per tutte le
intelligenze e altresì per i corpi celesti), afferma che, sebbene
essa possa dirsi fatta, nel senso che è causata e dipende, al
pari delle intelligenze celesti, dal primo principio d'ogni essere,
tuttavia non può dirsi che è stata fatta dal niente, ma anzi
che essa « de se est semper ens, ab alio tamen », poiché « in
eius ratione seu defìnitione est semper esse, cum careat ma-
teria ». Se non che, pur essendo « de se, seu de sui ratione,
semper ens », non ha questo suo essere « ex se effective, sed
ab alio ». Per questa ragione, essa è certamente causata ed
essenzialmente dipendente da Dio, « sed non est verum eam
esse factam ex nihilo » 43.
41 AcHiLLiNi, Quol. II, f. 2, col. I : « Orane agens extrahit id quod
est in potentia ad actum: sed in intelligentiis non est potentia extrahi-
bilis ad actum (intelligo de potentia distante ab actu, et de actu infor-
mativo eorum aut potentiali, ex quo et alio fiat una intelligentia) :
ergo in eis non est agens. Ratio tota est Commentatoris, 12 Metaph.,
comm. 44. Ex hoc sequitur quod intelligentiae non componuntur ex
esse et essentia, tamquam ex doubus principiis intrinsece componen-
tibus intelligentiam ».
42 AcHiLLiNi, Quol II, dub. I, fol. 7, col. 4.
43 Sigieri, De anima iniellect., V (ed. Mandonnet, pp. 160-161).
AcHiLLiNi, ib., fol. 8, col. 2: « Potentiale non potest esse sine actu. Est
autem deus actus vitalis intelligentiarum et finis, et caeli est forma et
finis, corruptibilibus autem dat esse et conservat movendo. Primo
enim Metheororum : Est autem ex necessitate continuus iste superioribus
I « QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS )) £95
Ancor più evidente è l' influenza della dottrina di Sigieri sulla
soluzione del secondo dubbio che l' Achillini si pone : « Utrum
intelligentiae inferiores intelHgant superiorem ». L'averroista
italiano formula in proposito tre tesi, il significato delle quali
ci è chiarito da un luogo dei CoUectanea del Nilo sul De anima 'i'^,
riferito da me altra volta. Colla prima tesi egli si op-
pone alla teoria di coloro che, al dire del Nifo, il quale sicura-
mente riassume da Sigieri citato un po' più oltre, sostenevano
che « Deus multiplicat lumen quod est quoddam accidens
spirituale existens in mentibus intelligentiarum, per quod
elevantur intellectus illi ad intelligere primum » ; la qual
teoria il Nifo nel commento al De anime beatitudine attri-
buisce a S. Tommaso e la combatte appoggiandosi a Sigieri 45.
La prima tesi dell'Achillini, dunque, suona come segue:
Primum: intelligentia inferior non intelligit superiorem per
aUquod accidens, ut species, actus, vel habitus etc. Probatur
primo, quia in intelligentiis non est aliquod accidens. Patet quo-
libeto 3. — Secando, omne compositum est novum; sed in in-
teUigentiis non est novitas; ergo neque compositio. Maior est
Commentatoris, 12 Metapliysicae, comm. 39, sive sit compositura
substantiale, sive accidentale, sive in intelHgentiis, sive non; ea
enim probat ibi Commentator, quod intellectio non est accidens
in deo; coehim autem, quia subiectum est accidenti, novitatem
habet, sciUcet motum, 8 Pliysicoriim, comm. 15. — Tertio, si sic,
cum secunda intelHgentia intelHgat se per essentiam, 3 De anima,
comm. 13, perfectior esset intellectio secundae de se, quam in-
tellectio secundae de prima, et sic secunda intelligentia esset
felix cognoscendo se, et non primam; vel intelligentia duas intel-
lectiones habens felicitaretur intellectione imperfectiori. — Quarto,
lationibus, ut omnis eius virtus gubernetur inde. Ideo, primo remoto,
omnia destruuntur; ideo duodecimo Metaphysicae, textu et commento
38; Ex tali igitur principio caelum et natura dependet. Et primo Caeli,
commento 100: A primo quidem ente datum est esse et vivere; bis
quidem clarius, bis vero obscurius. Et in libro De substantia orbis,,
versus finem: Ex quo verificatur, quod dator continuationis motus est
dator esse omnibus aliis entibus ». Così anche nelle Qiiestiones sulla
Metaphysica, ed. CTraiff, luoghi citati. Invece l'autore delle Quaestiones
super libros Physicorum , edite dal Delhaye come opera di Sigieri.
sostiene senza alcuna esitazione la tesi « quod necessarium est aliquid
fieri ex nihilo » (I, q. 24, pp. 53-54), sebbene ritenga che alcuni esseri
non sian prodotti da Dio immediatamente. È un altro punto sul quale
il dissenso dagli scritti di sicura appartenenza a Sigieri è troppo evidente.
Per attribuire queste Quaestiones al maestro brabantino occorrerebbe
una qualche testimonianza sicura che non s' ha, fino ad oggi,
44 III. ad t. e. 14; cfr. Sigieri.... nel pens., pp. 27-28,
45 V. Sigieri, pp. 26-27.
196 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
si sic, tunc scientia earuin non esset scitum; consequens est centra
determinata quolibeto primo, et tertio De anima, comm. 14:
« Intellectus in formis abstractis est idem cum intellecto » ; et
incidentaliter 8 Physicorum, comm. 40 : « In abstractis intellectus
et intellectum [idem] sunt. — Quinto, quia tunc intellectio, qua
secunda intelligentia intelligeret primam, et intellectio qua se-
cunda intelligentia intelligeret se, essent alterius generis, quia
una esset substantia et alia accidens 46.
Risulta da questa prima affermazione, che l'atto col quale le
intelligenze inferiori conoscono la prima Intelligenza, cioè
Dio, è un atto sostanziale al pari di quello col quale conoscon
se stesse. Anche in questo l'Achillini è d'accordo con Sigieri,
per il quale l' intendere è perfezione essenziale dell' intelletto
possibile, sì che « ponere.... substantiam esse in actu in genere
intellectualis naturae et non intelligentem in actu, est ponere
contraria et impossibilia vel incompossibilia » 47.
La seconda tesi dell' Achillini consiste nel negare che le
intelligenze inferiori conoscano la prima Intelligenza come
loro causa, in quanto avvertono che la loro natura ha essere
da quella 48. Così appunto pensavano taluni filosofi, come rife-
risce il Nifo:
Dixerunt quod intelligentia interior intelligit superiorem per
essentiam inferioris; essentia enim inferioris est causata ab in-
tellectu superiori, et omne causatum ducit in cognitionem cause;
ergo intellectus interior per essentiam sui intelligit superiorem.
Oportet enim imaginari essentiam inferiorem esse obiectum ade-
quatum sui intellectus; et sic tanquam obiectum adequatum
intelligitur solum a semet. Et quoniam illa essentia est effectus
46 Achillini, Quol. II, dub. 2, fol. 8, col. 3.
47 Sigieri, Quaestiones naturales (ed. F. Stegmùller, Nenaitfgcf.
Quaestionen des Sig. v. Br., in Rech. de Théol. ancienne et médiév., Ili,
1931 pp. 179-180); De anima intell., IX (ed. Mandonnet, p. 171).
Cfr. Giorn. Crii. d. FU. Ital., XX, 1939, pp. 467-471. Un'attività acci-
dentale dell' intelletto è invece l' intendere per l'anonimo autore delle
Questiones in libros Arist. de anima, II, q. 8 (ed. Van Steenberghen,
Sig. d. Br. d'après ses oeurres inédites, I voi., pp. 67-69), III, q. 8
(pp. 135-137); ma quanto più il chiaro editore s'affanna a dimostrare
che l'autore di esse è Sigieri, tanto più evidente appare che non lo è.
Si noti poi che nella terza delle Quaestiones naturales edite dallo Steg-
mùller, il maestro brabantino insegna che l' intelletto possibile ha il
suo atto primo ed essenziale per l'unione all' intelletto agente, e che
questo e quello son due sostanze separate; la qual dottrina ha non poca
importanza per quello che siamo per dire.
48 Achillini, fol. 8, col. 3.
1
I « QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » I97
superioris, etiam continet saltem instrumentaliter essentiam su-
perioris; et sic intellectus ille per essentiam illius secundario
intelligit superiorem.
Il Nifo stesso riferisce quattro dei « molti argomenti » che
Sigieri opponeva a siffatta teoria 49. Gli stessi argomenti quasi
alla lettera oppone alla stessa teoria anche l'Achillini:
Secundum dictum : intelligentia inferior non intelligit superio-
rem per essentiam inferioris. — Probatur primo, quia tunc scientia
non esset scitum. Patet consequentia, quia tunc secunda esset
scientia ipsi secundae de prima etc. — Secundo, nulla res distincta
a perfectiori est sufficienter repraesentativa perfectioris; sed
secunda non est ita perfecta sicut prima; ergo etc. — Tertio, si
sic, tunc non dependeret intelligentia inferior in suo intelligere a
prima; et sic secunda esset actus purus, quia non esset poten-
tialis respectu alicuius perfectivi eius formaliter. — Quarto, quia
tunc intelligentia inferior beatiiìcaretur in seipsa tanquam in
obiecto repraesentativo omnium intelligibilium ab ea, aut felici-
taretur in obiecto secundarie cognito. — Quinto, quia tunc aliqua
cognitio dei dependeret; quia omnis intelligentia inferior dependet;
et omnis intelligentia inferior esset cognitio dei per te. — Sexto,
quia tunc nulla esset compositio in intelligentiis, nisi forte ex
perfectione et defectu eius; de qua non loquor nunc. — Septimo,
quia non salvaretur efììcientia dei super motu proveniente ab
inferioribus intelligentiis 5°.
Anche per quel che concerne la terza tesi, l'Achillini ripete
alla lettera quello che, secondo il Nifo, si leggeva « in quodam
tractatu intelligentiarum et beatitudinis » di Sigieri:
Tertium dictum: intelligentia inferior intelligit superiorem
per essentiam superioris. — Probatur primo a sufficienti divi-
sione. — Secundo, quia in abstractis intellectus et intellectum
sunt idem. — Tertio, quia intelligentiae abstractae perficiuntur
per se invicem; ergo una est alterius forma, et non nisi quia una
est alterius scientia vel amor. Antecedens patet, 12 Metaph.,
commento 44 : « Perfectio uniuscuiusque moventium unumquemque
orbium perficitur per primum motorem omnium »; sed non ef-
fective, ncque materialiter, sed finali perfectione coincidente
cum forma. — Quarto, necesse est in omni intelligentia intelli-
gente aliud esse aliquid simile formae et aliquid simile materica;
et si non, non esset multitudo in formis abstractis, tertio De anima,
commento 5 ; quia, posita multitudine, una est potentialis alteri.
Est autem secunda simile materiae, ideo recipiens, et prima si-
49 Nifo, De anima, Venezia, 1522, III, coUect. ad t. e. 14, f. 171,
col. 3.
50 AcHiLLiNi, /. c; Nifo, /. e; cfr. Sigieri, pp. 27-28.
19^ l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
mile formae, ideo recepta. — Quinto, in intelligentiis est compo-
sitio, et non est alia quani ex intelligente et intellecto, deside-
rante et desiderato; ergo etc. Maior patet, 12 Metaph., com-
mento 51: Quod est minoris compositionis est nobilius in ilio
genere, donec deveniatur ad simplex. Patet minor, 12 Metaph., com-
mento 44: «Tantum illic est causa et causatum», secundum quod
intellectum est causa intelligentis. Sed intellectum non est causa
efEectiva intelligentis, ncque materialis, ncque finalis tantum,
sed formalis et finalis simul, vel formalis tantum. Ideo subdit
Commentator, « non inconvenire unum esse causam plurium,
secundum quod a pluribus intelligitur », perfectius tamen a per-
fectioribus, et imperfectius ab imperfectioribus. Et hoc patet
Commentatore, 3 De anima, commento 5 : « Essentia primae
formae est quidditas eius; aliae autem formae diversantur in
quidditate et essentia, quoquo modo ». Loquitur Commentator
de essentia, ut fecerat 2 De anima, comm. 147: Pomum « est
indivisibile subiecto, et divisibile secundum essentiam diversam
in eo, secundum quod habet colorem, odorem et saporem », licet
in multis sit differentia etc. Ex hoc patet intelligentiarum compo-
sitio, quae cum aliis est, et earum simplicitas, quia non compo-
sitio ex aliis; ideo, 3 De anima, comin. 9: « Res abstractae sunt
simplices, et non compositae. Ex his habetur quod, cum supe-
riores intelligentiae sint in inferioribus, adhuc potest intelligentia
interior intelligere superiorem, non intelligendo tamen aliquid
extra se. Patet etiam quod, cum intelligentia superior sit intel-
lectio inferiori, quod potest superior principiare motum productum
ab inferiori, eo modo quo intellectio est principium operationis
ab intelligentia productae » i'.
Giunto alla fine della discussione, l'Achillini si domanda
se una tale teoria non contradica alla verità teologica; e ri-
sponde di no, anzi dichiara di trovarla in tutto conforme a
quello che la fede insegna in proposito 5% E veramente anche
S. Tommaso è del parere che, nell'atto della visione beatifica,
l'essenza divina non è soltanto oggetto conosciuto, « id quod
intelligitur », ma altresì forma intelligibile per mezzo della
quale la stessa essenza divina è conosciuta, « forma.... qua
intelligitur» 53. Questa forma attua bensì l'intelletto umano
reso capace per grazia, ma l'attua solo idealmente, « in in-
telligendo », non sostanzialmente, poiché l' intelletto umano
ha già un suo atto sostanziale anteriore all'unione beatifica
coll'essenza divina 54. Non così per l'Achillini e per Sigieri*
51 AcHiLLiNi, /. e, col. 3-4; NiFO, /. c, 3-4; cfr. Sigieri, p. 28.
52 ACHILLINI, fol. 9, col. 3.
53 S. Tommaso, S. theol., Suppl., q. 92, a. i.
^'4 Ib.
I « QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » IQQ
Questi non fanno alcuna distinzione fra l'ordine naturale e lo
stato soprannaturale concesso per grazia, fra la conoscenza
che compete alle intelligenze separate per loro natura e la
visione beatifica di cui parlano i teologi. Inoltre, l' intendere
delle intelligenze create, tanto nell'ordine naturale quanto
nell'ordine soprannaturale, è, per l'Aquinate, una operazione
accidentale che s'aggiunge alla loro natura sostanziale già
costituita in atto 55, e il loro stesso intelletto è una potenza
altra dalla loro essenza 56. Per l'Achillini e per Sigieri, invece,
l'essenza stessa di qualsiasi intelletto, sì di quello umano come
di quelli celesti, come vedremo anche meglio in seguito, con-
siste in un atto sostanziale d' intendere, dovuto alla loro
vmione coli' intelletto agente che, per essi, è Dio. Fra l' intel-
letto umano e le intelligenze celesti v' è solo questa differenza,
che r intelletto agente s'unisce al primo per gradi, e comple-
tamente solo al termine del suo sviluppo; alle seconde invece
è eternamente unito come forma che attua tutta insieme la
loro capacità. GÌ' intelletti inferiori a Dio hanno essere sol-
tanto in quanto intendono la prima Intelligenza, che sola
è da sé e per sé. Dio così è il sole del mondo intelhgibile ; le
altre intelligenze ne sono lo splendore. In questo eterno rag-
giare dalla prima Luce intelligibile e in questo eterno riflet-
terla per diversi gradi, consiste l'essere delle menti inferiori
alla prima Mente.
Per questo nell' intelletto non v' è memoria, che è ritorno
del passato. Siffatto ritorno del passato non è concepibile
là dove è solo un eterno presente senza mutamento. I teologi
medievali, compreso S. Tommaso, potevano attribuire agli
angeli la memoria, in quanto attribuivano ad essi un conoscere
puramente naturale e accidentale distinto dal conoscere « in
Verbo » ; non gli averroisti, pei quali le intelligenze conoscono
solo in quanto sono informate dall'essenza divina. Ed è sicu-
ramente sotto r influenza di questa dottrina averroistica che
Dante rimprovera ai teologi di avere attribuito la memoria
agli angeli^?; che è un'altra delle tante tracce dell'influsso
dell'avveroismo sul pensiero del nostro poeta.
55 S. Tommaso, 5. rheol., I, q. 54, art. 1-2.
56 Ib., a. 3.
57 Par., XXIX, 76-81. Si veda in proposito, B. Nardi, Nel mondo
di Dante, Roma, 1944, pp. 372-374.
200 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Il Quolihetum concernente le intelligenze celesti si chiude
con un terzo duhiuni, nel quale l'averroista bolognese si chiede
se le intelligenze intermedie distino dalla prima Intelligenza
con certo ordine, ossia seguendo una qualche proporzione:
«Utrum ordine quodam recedant intelligentiae mediae a prima».
Il problema è risolto da lui coll'affermazione che così è per
Aristotele, non però secondo verità 58.
Anche questo è un problema tipicamente averroistico, e
trae origine da quel passo del commento d'Averroè al dodi-
cesimo della Metafisica, che dice:
Quoniam vero ordinatio istorum moventiiuTi a primo motore
oportet ut sii secundum ordinem stellarum et orbium in loco,
manifestum est etiam; prioritas enim in loco eorum et in magni-
tudine facit eos priores in nobilitate 59.
Qual fosse il pensiero di Sigieri su questo argomento, non
sappiamo. Ma conosciamo quello d'un averroista a lui abba-
stanza vicino e che, come il brabantino, insegnava a Parigi
nella scuola delle Arti; voglio dire Giovanni di Jandun. Questi
discute il problema « Utrum motores corporum celestium sint
ordinati secundum ordinem corporum celestium in magni-
tudine et in loco » nelle Qiiaestiones sulla Metafisica, e lo ri-
solve in senso affermativo ^°.
La soluzione che del problema ci dà il bolognese, è sostan-
zialmente identica a. quella dell'averroista di Jandun: posto
che v' è tra le intelligenze celesti un ordine gerarchico fondato
sul differente grado di perfezione, egli stabilisce una corri-
spondenza fra questo e l'ordine dei cieli, in quanto essi si
differenziano per grandezza e velocità:
Primus est ordo secundum gradum perfectionis essentialis
earum (intelligentiarum) sic quod, quanto una intelligentia est
perfectior alia, tanto est primo propinquior, non tainen secundum
proportionem geometricam; patet quolibeto 5. Hic autem ordo,
qui rationes formales intelligentiarum consequitur, causa est
aliorum ordinum qui sequuntur. — Secundus est ordo caelorum
secundum magnitudinem eorum, secundum quam caelum maius
continet caelum minus. Perfectiore igitur intelligentia caelum
maius regitur et gubernatur. Oportet enim informabile corre-
58 AcHiLLiNi, Quol. II, dub. 3, fol. 9, col. 2.
59 AvERR., Metaph., XII, comm. 44.
60 IoANNis DE Ianduno, Quaestìofies in Metaph., XII, q. 19.
I « OUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » 20I
spendere formae sic, quod altieri caelo altior intelligentia api)ro-
priatur.... — Tertius est ordo velocitatis in motu. Caelum enim
maius velociori motu movetur, distinguendo inter movere et cir-
cuire. Huius sententiae fundamentum ponit Commentator, se-
cando Caeli, commento 58 : super (semper ?) eorum intelligen-
tiarum intellectus est fortior et desiderium est fortius; ideo ab
eis motus est velocior 61.
Se il cielo è il soggetto informabile e l' intelligenza è la sua
forma, e se le intelligenze non hanno altra funzione che quella
di motori dei diversi cieli, ne segue che dal numero dei cieli
e dei moti celesti si debba dedurre, come aveva insegnato
Aristotele (>-, il numero delle intelligenze. Ora cieli in senso
vero e proprio possono dirsi soltanto quelli in cui brillano
una o più stelle. Perciò otto e soltanto otto sono le intelli-
genze motrici. La più alta di esse è Dio, che muove immedia-
tamente il cielo delle stelle fisse, « quod secum rapit alia
corpora caelestian^B. Le altre sette muovono ciascuna uno dei
cieli planetari, nell'ordine stabilito dagli astronomi. L'Achil-
lini, come respinge con Averroè la teoria degli eccentrici e
degli epicicH, così sembra rifiutare il nono cielo, comunemente
ammesso sull'autorità di Tolomeo: « Or bis stellatus est finis
corporum quae sunt intra, quoniam extra ipsum nihil est»;
esso è il primo e più perfetto di tutti gli altri cieli ; « ideo caelum
stellatum deo informatur » 64.
Se non che i moti planetari non sono, per Aristotele, m^oti
semplici; sibbene la risultante di più movimenti che richiedono
più sfere. Così Aristotele, a render ragione del moto di ogni
pianeta, aveva dovuto, sull'esempio di Eudosso, scindere
ogni cielo planetario in un gruppo di più sfere, ciascuna delle
quali aveva un diverso movimento. Dalla composizione dei
loro moti risultava il moto apparente del pianeta. Una sola
intelligenza, secondo l'avviso dell' Achillini, presiede al moto
61 Achillini, Quol. II, dub. 3, fol. 9, col. 2. Il passo d'Averroè nel
luogo citato suona cosi : « Quod igitur magis propinquum fuerit primo
orbi, habebit maius desiderium, quoniam propinquitas in loco illic
est similis propinquitati essentiarum ad invicem, quae est propinquitas
in scientia et in inteUectu rationali; quanto enim. magis intellectus primi
moti erit fortior, tanto magis desiderium erit perfectius; et quanto
magis desiderium erit perfectius, tanto motus eius erit velocior ».
62 Metaph., XII, t. e. 43-48, e. 8, 1073» 37-1074» 16.
63 Achillini, fol. io, col. i.
64 Achillini, fol. 9, col. 3.
202 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
di Ogni pianeta ; ma ognuna delle sfere che formano quel gruppo
planetario è mossa da una sua particolare anima che è causa
efficiente di moto, mentre l' intelligenza che presiede al gruppo
è soltanto causa finale a cui le anime celesti obbediscono 65.
Si hanno così otto intelligenze: la prima è Dio, motore del
cielo stellato e quindi di tutto l'universo: ad essa obbediscono
le sette intelligenze planetarie, più o meno nobili secondo
che sono più o meno vicine al primo Motore. Ciascuna delle
sette intelligenze planetarie presiede a un gruppo d'anime
celesti, quanti sono i moti dei quali il moto di ogni pianeta
è la risultante.
Tutto questo, pensa il filosofo bolognese, si ricava da Ari-
stotele e dal suo commentatore di Cordova: ma secondo la
verità della fede, fra la prima Intelligenza, che è infinita, e le
intelligenze inferiori, non può stabilirsi alcuna proporzione,
poiché queste, per quanto più o meno perfette, sono tutte
ugualmente distanti dall' infinità della Prima. Ciò non di
meno, anche secondo la fede, esiste fra le intelligenze angeliche
un ordine basato sulla loro diversa perfezione. Con questa
osservazione, mentre sta per mettere il piede sulla soglia della
teologia, « in ianuis theologiae », l'Achillini pone fine al se-
condo quolibeto.
Ma mentre il filosofo averroista sentiva il dovere di arre-
starsi sul limitare della teologia, il teologo al contrario non
sentiva ritegno di portare l'abito del ragionamento filosofico
sul terreno della verità rivelata e di contaminare, come spesso
avveniva, i dogmi della fede colle lucubrazioni della filosofia.
Tale è il caso, fra i molti che si verificarono dal secolo XIII
in poi, della speculazione teologica intorno agli angeli.
L'angelologia ebraico-cristiana era solidamente costituita nei
suoi capisaldi teorici, come ne' suoi elementi rappresentativi
e fantastici, assai prima del suo incontro colla filosofia aristo-
telica. Ma poi che, per opera dei filosofi maomettani ed ebrei
l'aristotelismo prese contatto colla rivelazione, e a poco a
poco alla primitiva e rozza cosmologia biblica si soprappose
quella dotta dei greci ^^^ anche l'angelologia subì un'uguale
contaminazione. « Omnes gentes quae concedunt Deum esse,
65 ACHILLINI, fol. IO, col. I.
^^ Cfr. il molto interessante e istruttivo studio di G. Ricciotti, La
cosmologia della Bibbia e la sua trasmissione fino a Dante, Brescia, « Mor-
celliana », 1932.
I « QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » 203
conveniunt in hoc, quod caelum est locus Dei et aliorum spi-
rituum qui vulgariter dicuntur Angeli», osservava Averroè^?;
e come lui pensavano Avicenna, Isacco Israeli e Moisè Maimo-
nide. Il problema da risolvere, per i teologi cristiani, era quello
di trovare nella gerarchia angelica, fissata dallo pseudo Dio-
nigi Areopagita o da S. Gregorio Magno, il posto preciso ove
collocare le intelligenze motrici d'Aristotele e dei suoi commen-
tatori. Così, mentre Tommaso assegna la funzione di intel-
ligenze motrici ad alcuni angeli dell'ordine delle Virtù, il do-
menicano Maestro Teodorico di Vriberg fa delle intelligenze di
cui parlano i filosofi, un ordine a parte che precede l'ordine
costituito dalle anime dei cieli e quello degli angeli ^^. Per
Dante, le intelligenze motrici dei cieli sono quelle stesse « le
quali la volgare gente chiamano Angeli» 69; ma non tutti gli
Angeli, sibbene quelli che, in ciascuna gerarchia ed ordine,
sono stati deputati alla vita attiva, cioè al governo del mondo,
anzi che alla pura vita contemplativa 7°. E secondo la nobiltà
dei diversi cieli essi appartengono a gerarchie e ordini diversi?' ;
sì che il poeta, al pari degli averroisti, può stabilire un rapporto
tra la perfezione dei cieli e quella degli ordini angelici disposti
in nove cerchi concentrici intorno a Dio:
Li cerchi corporai sono ampi ed arti
secondo il più e '1 men della virtute
che si distende per tutte lor parti.
Maggior bontà, vuol far maggior salute;
maggior salute maggior corpo cape,
s'elli ha le parti igualmente compiute.
Dunque costui che tutto quanto rape
l'altro universo seco, corrisponde
al cerchio che più ama e che più sape.
Per che, se tu alla virtù circonde
la tua misura, non alla parvenza,
delle sustanze che t'appaion tonde,
tu vederai mirabil conseguenza
di maggio a più e di minore a meno
in ciascun cielo, a sua intelligenza 7^.
67 De caelo, I, comm. 22. Cfr. C. Baeum ker, Witelo, in Beitr. z. Gesch.
d. Philosophie d. Mittelalters, III, 2, 1908, pp. 537 sgg.
68 E. Krebs, Meister Dietrich, in Beitr. z. Gesch. d. Philos.d. Miti.,
V, 5-6, 1906, pp. 88*-9i*.
69 Dante, Convivio, II, iv, 2.
70 Ib., II, IV, 10-13.
71 Ib., II, v, 13-15.
73 Par., XXVIII, 64-7S.
204 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Così non ragionava certamente Tommaso; così ragionavano
invece Averroè e gli averroisti, pei quali le intelligenze motrici
son forma delle rispettive sfere, come forma del cielo stellato
è Dio stesso.
3. - Il terzo quolibeto tratta dell' intelletto possibile, che
occupa r inlìmo posto tra gì' intelletti e costituisce la « tertia
et ultima pars latitudinis intellectuum ». A proposito di esso
l'Achillini stabilisce questa tesi: « Intellectus possibilis est
intensissimum materialium et remississimum abstractorum »,
ossia è la più intensa delle forme unite alla materia e la meno
attiva delle forme separate 73. Poiché, come vedremo, l' intel-
letto umano, per lui, è una sostanza separata, unica per tutta
la specie umana, e, nello stesso tempo, forma sostanziale
degl' individui ai quali è unito per sua natura.
Intorno a questa tesi, son discussi quattro dubia, il primo
dei quali concerne la teoria d'Alessandro d'Afrodisia, esposta
e combattuta da Averroè 74, secondo la quale l'intelletto pos-
sibile sarebbe una virtù organica tratta dalla potenza della
materia. L'averroista bolognese confuta questa dottrina con
undici argomenti tolti dagli scritti del commentatore arabo.
Ma se r intelletto possibile non è una « virtus materialis »,
al modo delle forme che hanno essere solo per la materia
a cui sono unite e dalla quale sono individuate, se esso ha una
sua propria realtà indipendente dalla materia, ne consegue
che in se stesso sia unico per tutti gli uomini. Questa è ap-
punto la tesi che l'Achillini sostiene d'accordo con Averroè,
discutendo il secondo dubbio : « Utrum [unum] intellectum.
possibilem habeat omnis homo » 75.
Fra gli argomenti a sostegno della tesi averroistica vi sono
questi, desunti dalla natura della conoscenza intellettuale:
Si sic [cioè, si intellectus possibilis esset multiplicatus ad nu-
merum hominum), contingeret ut res intellecta apud te et apud
me sit unum in specie et duo in individuo; ratio patet supra. —
Secundo, si sic, procederetur in infinitum in coiiceptibus; quia
73 AcHiLLiNi, f. IO, col. 1-2.
74 De anima, III, comm. 5, digress. pars. III. Cfr. S. Tommaso, Trat-
tato sull'unità dell'intelletto contro gli averroisti, Firenze, Sansoni, 1938,
pp. 19-20, 40-42.
75 AcHiLLiNi, fol. IO, col. 4-f. II, col. I.
I « QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » 2O5
conceptus essent numero diversi, et ab omni per se intelligibili
numeraliter multiplicato abstrahibilis est conceptus; ideo ab illis
conceptibus essent alii conceptus abstrahibiles ; patet supra. —
Tertio, unus est conceptus essentialis omnium individuorum
eiusdem speciei; ergo unus est intellectus possibilis omnium ho-
minum.
Questi tre argomenti non sono in sostanza che uno solo,
cioè quello di cui già facevano uso gli averroisti, coi quali
polemizza Tommaso nel De unitate intellectus, e a capo dei
quali era Sigieri:
Adhuc autem ad munimentum sui erroris aliam rationem
inducunt. Quaerunt enim utriim intellectum in me et in te sit
unum penitus, aut duo in numero et unum in specie. Si unum
intellectum, tunc erit unus intellectus. Si duo in numero et unum
in specie, sequitur quod « intellecta habebunt rem intellectam « :
quaecumque enim sunt duo in numero et unum in specie, sunt
unum intellectum, quia est una quidditas per quam intelligitur;
et sic procedetur in infinitum, quod est impossibile. Ergo impos-
sibile est quod sint duo intellecta in numero in me et in te; est
ergo unum tantum, et unus intellectus numero tantum in omnibus 1^.
76 S. Tommaso, Traci, de un. intell. cantra averr.,ed. Keeler, Roma,
1936, § 106, pp. 68-69; cfr. il mio commento alla traduzione di questo
opuscolo tomistico, Firenze, Sansoni, 1938, p. 175, nota 2. L'argomento
che deriva da Averroè {De anima, III, comm. 5, digress. pars V, sol. ^ae
quaestionis), è ampliato da Egidio Romano nel suo trattato De plur.
inteìlectus possibilis, Venezia, 1500, parte I, fol. girò, ed è la sesta delle
ragioni colle quali Averroè « positionem suam roborat et vult osten-
dere quod intellectus, qui dicitur possibilis, est unus numero », in questo
modo: «Si potest estendi quod una et eadem species intelligibilis in-
format omnes intellectus, tunc sequitur quod sit unus intellectus in
omnibus numero. Unde licet non sequeretur quod eadem res videretur
ab oculo omnium hominum, si unus esset oculus omnium, bene tamen
valeret quod, si una species informaret oculum cuiuslibet hominis,
quod unus esset oculus cuiuslibet hominis. Ergo a simili: si igitur una
species informat intellectum omnis hominis, omnes homines habent
unum intellectum. Quod autem una species informet intellectum omnis
hominis, patet; nam possibile est quod plures homines intelligant la-
pidem. Tunc ergo quero: aut est per imam ^peciem lapidis, aut per
aliam et aliam. Si per unam, habeo intentum; si per aham et aliam,
tunc ille due species oportet quod differant numero, et communicent
in forma, cum ducant in cognitionem unius naturae. Sed quotiescunque
aliqua dicunt differentiam in numero seu in specie, tunc nullum eorum
habet intellectum in actu, et habet tantum intellectum comm.unem;
ideo nulla illarum specierum est in intellectu in actu, sed habebunt
intellectum communem. Et tunc quero de ilio intellectu comuni, cum
possit intelligi, utrum intelligatur per eandem speciem vel per aliam;
sed non est abire in infinitum; standum est igitur in primis, quod una
species potest informare intellectum plurium hominum et pari ra-
206 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Nel corso della discussione delle obiezioni contro la tesi
dell'unità, l'Achillini inserisce addirittura un brano di Sigieri,
che noi conosciamo attraverso una citazione del Nifo e che
questi dice preso dal trattato De intellectn, « misso Thome in
responsione ad illum Thome» 77. Giova riportarlo, per un con-
fronto con quanto scrive il suessano:
Ad, haec supponamus quod iste terminus « homo » significat
compositum ex corpore et intellectu, et quod « homo » est per se
unum, directe reponibile in praedicatione substantiae, sub « ani-
nali », intrinsece denoininatum intellectione etc. Secundo, non
potest intellectus informare materiam non informante cogitativa
quia non stat materia sino forma constituta in esse per eam; et
non potest intellectus informare sine sua proxima dispositione
et ultima, quae est cogitativa. Et sic patet cogitativam ordinari in
intellectivam, quamvis cogitativa non sit forma generica. Ex quo
patet quare operatio cogitativae et intellectus possibilis se co-
mitantur, ut tangit Commentator, 2 De anima, comm. 15. Ncque
potest cogitativa informare, non informante intellectu, quia,
dato informabili ultimate disposito et informativo, ponitur in-
formatio. Est autem materia informata cogitativa informabile
propinquum et ultimate dispositum ad recipiendum intellectum;
et sic potest una forma substantialis esse dispositio ad aliain,
dummodo illa forma praeparans non sit materiae ratio recipiendi.
Hucusque nihil mali dictum est78. Tertio, praemittendum apud
Averroim quod intelligentiae sunt haec et individuae individua-
tione non repugnante esse universali, quia esse earum in anima
et extra animam est idem, 3 De anima, comm. 9, et 7 Metaphy-
sicae, commento 41: «In abstractis non differt quidditas ab eo
cuius est ». Est autem intellectus possibilis de genere intelligen-
tiarum, ideo non repugnat intellectum dare esse hoc, quamvis
etiam sit universalis. Ideo concedo Sortem habere suum esse
hoc ab intellectu. Sed a materia, divisa informabili cogitativa.
tione omnium; igitur omnes homines habent unum intellectum numero »^
Appare evidente da questo testo d' Egidio e da quello di Tommaso,
come si sia ingannato il Fiorentino, di solito attento e accurato, quando
ha creduto di ravvisare nel terzo argomento dell'Achillini, qui sopra
riportato, « due mutazioni sostanziali » dell'averroismo {Pietro Pom-
ponazzi. Studi storici su la scuola bolognese e padovana nel sec. XVI.
Firenze, 1868, pp. 254-255). Il « conceptus essentialis omnium indivi-
duorum eiusdem speciei » è l' intellectum, cioè il votjtÓv aristotelico,
l'universale che è certamente unico per tutti gì' individui d'una stessa
specie. Dall'unità dell' intellectum Averroè e, con lui, l'Achillini dedu-
cono l'unità dell' intellectus possibilis.
77 Nifo, De intellectu, 1, tv. 3, e. 18; cfr. Sigieri, p. 18.
78 Questa frase che nel riassunto del Nifo manca, è evidentemente
un'osservazione dell'Achihini, e mostra che questi ha un testo dinanzi
a sé.
I « QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » 20/
informante mediante dimensionibus, oritur possibilitas multi-
plicationis individuorum sub eadem specie; quae omnia, secundum
Commentatorem, propter esse universale intellectus, informari
possunt ilio et ab ilio sumere suum esse hoc et unum, et verius
unum quam bruta a sensu, quia mediantibus dimensionibus
unitur sensus materiae, sed non intellectus 79.
Parrebbe dal confronto di questo brano con quanto ci è
fatto sapere dal Nifo, che l'Achillini abbia fatto sua una pa-
gina dello scritto di Sigieri in risposta al De unitale intellectus
dell' Aquinate. Come vedremo più oltre, non è questo l'unico
caso da rilevare.
Dopo aver sostenuta con sedici argomentazioni la tesi
dell'unità dell' intelletto possibile, attribuita ad Aristotele,
ed aver risolto le quattro obiezioni contro di essa, il bolognese
conclude affermando che la tesi d'Aristotele e d'Averroè è
falsa, e, contro il metodo finora seguito, fa vedere che cosa
si può rispondere ai sedici argomenti a prò di essa.
Indi passa a discutere un terzo dubbio, e cioè « Utrum intel-
lactus possibilis sit pure potentialis ». Il problema era stato
posto almeno due volte da Sigieri di Brabante, e tutte e due
le volte risolto allo stesso modo: l'intelletto possibile, prima
dell'atto dell' intendere, non ha alcun atto, né può dirsi so-
stanza se non in potenza. Affermare, come facevano Tommaso
ed altri, che esso sia una sostanza in atto « in genere intellectua-
lis naturae », prima dell'atto d' intendere, « est ponere con-
traria et impossibilia vel incompossibilia»8o; per questa ra-
gione appunto Aristotele aveva detto e quod intellectus ante
intelligere nullam naturam habet nisi istam quod possibilis»^'.
L' intelletto possibile diviene atto e sostanza « in genere
intellectualis naturae », soltanto per l'azione su di esso del-
l' intelletto agente, che è una sostanza separata, la quale,
come ormai sappiamo, per Sigieri è Dio.
Identica è la soluzione che di questo problema dà l'Achil-
lini: r intelletto possibile è sostanza puramente potenziale
« in genere intelligibilium»^'-, e quello che lo trae dalla potenza
79 AcHiLLiNi, fol. II, col. 2-3.
^0 Sigieri, Qiiaestiones naturales, ed. Stegmùller, III, pp. 179-180.
^i Sigieri, De anima intellectiva, ed. Mandonnet, IX, p. 171.
Cfr. Giorn. Crii. d. Filos. Hai., XX, 1939, pp. 467-471.
8i AcHiLLiNi, Quol. Ili, dub. 3, fol. 12, col. i-fol. 13, col. 4.
2o8 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
l'atto è r intelletto agente che, anche per 1' averroista ita-
liano, come vedremo esaminando il quarto quolibeto, è Dio:
Componitur enim intellectus possibilis agenti; tali tamen com-
positione quod remanent dnae substantiae separatae in actu.
Ideo, 3 De anima, comm. 20, istae substantiae sunt duae uno
modo, et unum alio modo. Sunt enim duae per diversitatem actio-
nis; et sunt unum, quia intellectus materialis perficitur per agen-
tem. Et secundo De anima, comm. 74, et 3 De anima, comm. 36,
omnis actio attributa alieni propter aliqua duo existentia in eo,
necesse est ut unum sit materia et aliud forma; sed nos intelli-
gimus per intellectum agentem et possibilem, 3 De anima,
comm. 18; et sic aliquo modo intellectus agens est forma nobis,
ut patet 3 De anima, comm.. 36.
Se r intelletto possibile non è un atto prima d' intendere,
ma semplice potenza, ne segue che l' intellezione che attua
questa potenza, sia essa l'atto sostanziale dell' intelletto,
poiché la pura potenza non è mai soggetto immediato d'ac-
cidenti. Perciò l'atto d' intendere, del pari che l'abito della
scienza, è perfezione essenziale dell' intelletto possibile e
atto che costituisce la sua sostanza quando pensa e ragiona ^3.
Anche in questo egli è perfettamente d'accordo con Sigieri ^4
Unico per tutta la specie umana, l' intelletto possibile è
eternamente congiunto coli' intelletto agente che ne attua la
potenza, e possiede, grazie a questo congiungimento, un atto
di pensiero eterno in cui consiste la sua stessa natura. Di
abiti e di atti accidentali si può parlare non in rapporto
all' intelletto in sé, ma solo in rapporto ai fantasmi sensibili
ai quali l' intelletto possibile s'unisce nei singoli individui
della specie umana. Questo, s' intende, dal punto di vista
averroistico, in quanto s'ammette un unico intelletto per
tutti gli uomini. Ma ciò non è più vero, se si rifiuta come falsa
la tesi dell'unicità dell' intelletto possibile.
L'ultimo dubbio del terzo quolibeto verte sul problema:
« Utrum intellectus possibilis sit forma dans esse hominem ».
Giacomo Zabarella, un secolo più tardi, faceva le sue mera-
viglie perché l'Achillini, dopo aver sostenuto l'unità dell' in-
telletto, non avesse visto la contradizione che e' è ad affer-
mare che lo stesso intelletto, unico per tutta la specie, è forma
ACHILLINI, fol. 13, col. I.
Cfr. Sigieri, nei luoghi cit.
I « QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » 209
informante, e non soltanto assistente, sì da costituire l'uomo
nel suo essere di uomo ^5. Ma il filosofo padovano non sapeva
che anche in questo il bolognese segue da presso il maestro
brabantino. Del quale è appunto la tesi, a quanto e' informa
il Nifo 86, che r intelletto, pur essendo unico in sé stesso, è
« forma costituens hominem et hunc hominem : hominem in
esse specifico, et hunc hominem in esse hoc ». Anzi il Nifo ci
fa sapere che Sigieri, nell'opera della quale il suessano riferisce
alcuni tratti che son riportati alla lettera anche dall'Achillini,
come abbiamo visto a proposito del secondo dubbio di questo
terzo quolibeto, riteneva, al pari del bolognese, dottrina con-
forme alla mente d'Averroè quella che afferma esser l' intel-
letto possibile forma sostanziale dell'uomo. Come Sigieri,
anche l'averroista italiano poneva nell'uomo due forme:
la cogitativa tratta dalla potenza della materia, e l' intelletto.
Ma la prima è ordinata al secondo, e questo è complemento
e perfezione di quella 87 ; sì che la materia già informata dalla
cogitativa è 1' « informabile ultimate dispositum ad recipien-
dum intellectum))88, che ne è la forma ultima. Il Nifo ad espri-
mere questo intimo e sostanziale rapporto fra la cogitativa
e r intelletto possibile, s'era servito del termine di « semianime
o semiforme ». Il termine nell'Achillini non s' incontra, e
non credo s' incontrasse nemmeno nello scritto di Sigieri al
quale il suessano si riferiva: ma il concetto e' è, sì nell'uno che
nell'altro 89.
Forma sostanziale che dà all'uomo il suo specifico essere di
85 Iacobi Zabarellae, Liber de mente hiimana (nel voi. De rebus
naturalibus, Venezia, 1590, pp. 641-684, e nei Commentarii in tres Arist.
libros de anima, Venezia, 1605, dopo il commento al t. 11, del libro II),
cap. 3 e II.
86 De inteUectu, I, tr. 2, e. 8, tr. 3, e. 18; De anima. III, comm. ad t.
e. 5; cfr. Sigieri.... nel pens., pp. 14-20. Anche il Card. Gaetano, nel suo
commento al De anima, stampato a Firenze, lui vivente, nel 15 io, dopo
aver detto che Averroè separò l'anima intellettiva dal corpo, osserva
in margine che questo è « contra alexandrum achiUinum, quolibeto 30,
et subgerium in tractatu ad S. Thomam, qui volunt quod intellectus
uniatur secundum esse, apud averroem, et sit unicus » (III, cap. 2, fol.
59, col. 3).
87 ACHILLINI, fol. 15, col. I.
88 AcHiLLiNi, fol. II, col. 3.
89 In Sigieri anzi il concetto s' incontra fin nelle Quaestiones super
iertio de anima del Merton College, cod. 292; cfr. «Giornale Crit. d.
Filos. Ital. », XXXI, 1950, pp. 317-25. Lo stesso concetto appare anche
nelle Quaestiones de anima intellettiva, ed. Mandonnet, Vili, p. 170.
14
2 IO L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
uomo, r intelletto non è per altro « forma constituta in esse
per materiam », sì da dipendere da questa, come accade per
le forme che son tratte dalla potenza della materia, poiché
ha un proprio essere di forma separata al pari delle intelli-
genze celesti, che pur son forme dei rispettivi cieli 9°. Ed anche
in questo concetto l'accordo dell'Achilhni coll'averroista belga
è perfetto.
Forma e perfezione del primo cielo Dio, forma e perfezione
dei cieli inferiori al primo le intelligenze motrici, forma e
perfezione dell'uomo l' intelletto possibile, che è l' infima delle
intelligenze. Resta ora da vedere come Dio sia forma anche
degl' intelletti e ragione di ogni intelligibilità.
4. - Il quarto quolibeto è dedicato all' intelletto agente.
Se r intelletto possibile è pura potenza, l' intelletto agente
è puro atto senz'ombra di potenza; perciò esso possiede, fra
tutti gì' intelletti, il massimo grado d' intensità nell' intendere.
Esso dunque è Dio. La identità dell' intelletto agente con Dio,
che il Nifo attesta essere stata sostenuta da Sigieri, è dimo-
strata dall' Achillini con questi argomenti:
Primo, omnis felicitas est deus; sed intellectus agens est feli-
citas; ergo etc. Maior et minor in secundo dubio et tertio decla-
rantur. — Secundo, omnis intellectus qui est. omnia facere est
deus; sed intellectus agens est intellectus qui est omnia facere,
3 De anima, textu comm. 18, etc. Patet maior, quia esse omnia
facere est ad omnia receptibilia in intellectu possibili, ad hoc
ut in eo recipiantur, effective concurrere, vel est ad omnia facti-
bilia effective concurrere, vel omnia facere, idest purus actus; et
quomodocumque intelligatur, soli deo competit. — Tertio, illud
cuius substantia est sua operatio omnimode, est deus; sed intel-
lectus agentis substantia est illius operatio omnimode, 3 De anima,
comm. 19: «Et est in sua substantia actio », idest, non est in eo
potentia ad aliquid. — Quarto, omne quod est primum educens
formam de materia, est deus; patet ex quolibeto primo. Sed in-
telligentia agens est primum educens etc, 2 De aniìna, comm. 59.
— Quinto, omne quod animae nostrae infundit intellectum, est
intellectus agens; sed deus animae nostrae infundit intellectum.
Patet maior, quia intellectum speculativum facit intellectus
90 Achillini, fol. 15, col. 2; cfr. Quol. Ili, dub. 3, contra, ad i,
fol. 12, col 3. Nifo, De intell., 1, tr. 2, e. 8; De anima, III, comm.
ad t. 5; V. Sigieri, pp. 14-20.
I « QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » 211
agens esse in intellectu possibili, faciendo de potentia intellectis
actu intellecta. Minor est Aristotelis exemplum, 3 Rhetoy'icorum:
« Intellectui deus lumen accendit in anima ».
Ex hoc patet quare Commentator, 3 De anima, comm. 20,
dixit se differre a Themistio, in modo ponendi intellectum agentera,
et convenire cum Alexandre; quia Themistius voluit intellectum
agentem non esse Deum, quia animae nostrae est pars; sed Alexan-
der voluit intellectum agentem esse deum: patet ex 3 De anima,
comm. 36, ubi Commentator, recitando opinionem Alexandri
dixit: « Intellectu s agens est prima causa agens intellectum ma-
terialem))9i.
Il primo di questi argomenti è preso da Sigieri?-, come ve-
dremo anche meglio fra poco. Il secondo e il terzo son ricavati
dal testo aristotelico del De animai, ov' è detto che è proprio
dell' intelletto agente rendere intelligibili tutte le cose, e che
lo stesso intelletto agente è atto per sua natura, senza alcuna
mescolanza, sì che « non intende ora sì ed ora no », ma intende
sempre, senza intermissione; le quali cose son proprie sol-
tanto di Dio. Importante poi è l'osservazione concernente la
dichiarazione di Averroè, il quale approva Alessandro d'Afro-
disia, per avere identificato l' intelletto agente colla causa
prima che trae dalla potenza all'atto l' intelletto possibile
o hylico.
Dopo di che l'Achillini riporta ben nove obiezioni che so-
levano farsi alla tesi da lui sostenuta; l'ultima delle quali è
questa: « Nono, sequitur deum esse partem animae nostre,
quod non videtur etc», giacché Aristotele 94 aveva detto che
tanto r intelletto agente quanto quello possibile bisogna che
siano due èv t-^ ^u/y^... Sia9opaL Alla quale obiezione il bo-
lognese risponde semplicemente così: «Ad nonum, declaratum
est supra quomodo deus est pars animae nostrae, et quomodo
non )). Ed infatti in un passo del quolibeto III, dub. 3, che
abbiamo già riferito altra volta 95, egli aveva detto che, pur
essendo l' intelletto possibile ed agente due sostanze diverse,
s'uniscono nell'atto dell' intendere di guisa che in qualche
modo « intellectus agens est forma nobis ».
91 AcHiLLiNi, Quol. IV, dub. I, f. 16, col. I. V. sopra, il saggio VI.
92 NiFO, De intell., II, tr. 2, e. 17; cfr. Sigieri, p. 25.
93 II, e. 5, 43oa 15, 18, 22.
94 De anima. III, t. e. 17, e. 5, 4303- j^
95 V. sopra, p. 208.
212 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Ma in che modo Dio s'unisca all' intelletto umano come
forma, è detto più ampiamente nella discussione del secondo
dubiuni del IV quolibeto, ove si pone lo stesso problema che
s'era posto Sigieri nel Libey de felicitate 9^, « Utrum felicitas sit
deus », e lo risolve allo stesso modo del brabantino. Dio è
il fine supremo di ogni intelligenza, nel cui conseguimento
consiste la beatitudine, perché Dio è ciò che è « simpliciter
perfectum quod secundum se est eligibile semper », è « opti-
mum, pulcherrimum, delectabilissimum », è quello che « nullo
indiget » ed è « principium honorum et causa ipsorum ». Sol-
tanto Dio, dunque, « est felicitas sibi aut aliis intelligentiis aut
homini, quia solum ipse est perfectissimum intelligibile et
appetibile propter se », e solo in lui « eminenter reperitur ratio
obiecti intellectus et voluntatis » 97,
Si dirà che la felicità è un atto che è in noi, mentre Dio
non è in noi. L'Achillini risponde che, come nel primo quoli-
beto aveva concesso « deum esse intellectionem intelligentia-
rum, nunc conceditur deum esse intellectionem intellectus
possibilis et hominis » 9^.
Ma s'obietta ancora:
Tertio, nullum obiectum operationis quae est felicitas est illa
operatio quae est circa illud obiectum; patet ex differentia Inter
obiectum operationis et operationem. Sed deus est obiectum
operationis quae est felicitas; patet io Ethicorum, cap. io: « Per-
fecta felicitas est operatio speculativa optimorum ». Ergo etc.
A questa obiezione l'Achillini risponde negando la mag-
giore :
Ad tertium negatur maior, quia sufficit inter operationem et
obiectum distinctio rationis. Dico igitur quod felicitas (non in-
telligo polica[m] quae est usus virtutis, septimo Politicorum,
sed contemplativa [m], quae secundum Philosophum, decimo
Ethicorum, cap. 8, est secundum nobilissimum habitum qui est
sapientia, et secundum eundem, septimo Politicorum, est melior
quam politica) non est actus qualitativus inhaerens intellectui
aut voluntati: quia si sic, tunc non tenderent intellectus et vo-
luntas in félicitatem tamquam in ultimum finem. Secundo, quia
ille actus non est perfectissimum. Tertio, quia oporteret ponere
¥> NiFO, De intell., II, tr. 2, e. 2 e 17; cfr. Sigieri, pp. 24-26.
97 AcHiLLiNi, fol. 16, col. 3-4.
98 ACHILLINI, fol. 16, col. 4.
I « QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » 213
duas felicitates: imam formalem et intrinsecam, et aliam obiecti-
vam et extrinsecam ; et sic Aristotelem et Commentatorem indi-
stincte processisse in aequivoco, cum dixeriint felicitatem esse
ultimum fineni et operationem animae. Quarto, quia ex quolibeto
tertio non datur accidens inhaerens intellectui. Concludo igitur
quod tantum una est felicitas, et quod ea omnia vere felicitabilia
felicitantur; et ista est deus. Hanc sententiam ponit Commen-
tator, IO Etliicoritm, capite 8: in Deo esse felix est in speculatione
sui, in nobis esse felix est in eo in quo est sibi, prout nobis est
possibile 9").
Allo stesso modo Sigieri sosteneva che, come « Deus Deo
per essentiam beatificatur », così l' intelligenza a lui più vi-
cina « essentia Dei ut forma felicitatur », « et consequenter
omnes residui intellectus; adeo quod intellectus hominis
essentia Dei felicitatur, quemadmodum Deus essentia Dei»ioo.
Sebbene distinti nella loro natura, l' intelletto causato non
potrebbe intendere Dio, se Dio non lo informasse di sé, giacché,
tanto per l'Achillini quanto per Sigieri, « intellectio qua Deus
intelligitur est ipse Deus»; l'operazione colla quale Dio è
inteso da parte dell'intelletto causato e l'oggetto inteso
formano, nell'atto dell' intendere, una cosa sola. In quest'atto,
Dio, informando di sé gì' intelletti inferiori, fa ad essi dono
di se stesso. « Ex quo patet — osserva il bolognese — quod
felicitas est optimum deorum donum, quia non est donum
excellentius quam donare seipsum, et praesertim si donatum
sit perfectissimum entium. Hinc apparet quam commode
potuit Aristoteles, 13 De animalibus, substantiam hominis
divinam appellare » '"i.
Principio di siffatta beatitudine è, pertanto, il congiungi-
mento della mente um.ana con Dio nell'atto dell' intendere.
Perciò la felicità consiste formalmente in un atto d' intelli-
genza, poiché solo nell'atto dell' intendere avviene il congiun-
gimento dello spirito causato coli' intelletto primo : la beatitu-
dine è il più alto grado della vita speculativa, come con Ari-
stotele aveva detto Averroè 'o-.
A questo punto giova chiarire qual era il pensiero di Si-
gieri intorno ad una questione dibattura specialmente fra i
99 ACHILLINI, fol. IO, col. 4-fol. 17, col. I.
100 NiFo, /. c; V. Sigieri, p. 25.
loi AcHiLLiNi, fol. 16, col. 4. Cfr. Arist., De part. animai., IV,
e. IO, 686» 27-28.
"•- Eth. Xiconi., X, comm. al e. 8, 11 jS 20 sgg.; De anima, III,comm. 36.
214 I' ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
teologi. Questi solevano chiedersi se l'esser beato si fonda,
come dice Dante ^°3, nell'atto che vede oppure in quel ch'ama;
in altri termini, se la heatitudo risieda formalmente in un atto
di conoscenza del quale è soggetto l' intelletto, ovvero in un
atto d'amore che risiede nella volontà. Ed è noto che, mentre
i teologi del vecchio indirizzo agostiniano e i francescani po-
nevano la beatitudine in un atto di volontà al quale precede
la conoscenza, Tommaso e la sua scuola la facevano consi-
stere essenzialmente in un atto d' intelligenza, d'accordo in
questo cogli averroisti, al quale atto d' intelligenza tien dietro
l'atto d'amore da parte della volontà. Se non che l'una e l'altra
teoria presuppongono una troppo netta distinzione fra l' in-
telhgenza e il volere. Sigieri supera il problema, negando la
distinzione reale fra queste due « facoltà ». Ciò risulta da un
importante luogo del Nifo, che prima m'era sfuggito.
Dopo aver riassunto « que ex libello Subgerii.... excipiun-
tur"4)), intorno al problema dell'identità della beatitudine
con Dio, il Nifo prosegue:
Ut igitur positio huius philosophi intelligatur, oportet accipere
quod sicut unum precise est intellectum et volitum sub diversis
rationibus, intellectum quidem ut perficiens intellectum ipsum
absolute, volitum ut perficiens illum sub indifferentia fuga aut
consensus; ita una numero est intellectio et volitio, sed differunt
quoniam intellectio est intellectum absolute, volitio est intellectum
ut acceptum vel fugitum; sic unamet res est voluntas et intel-
lectus 105 : intellectus quidem, ut perficitur ac formatur ab intel-
ligibili sub ratione forme absolute; voluntas autem ut perficitur
ratione fuge vel prosequele, ut superius diximus. Ergo intellectus
et voluntas sunt unamet res simpliciter absolute, licet sint di-
verse rationes; et inde videmus Aristotelem et Averroem nuUam
facere differentiam inter ea, nec tractatus diversos, nec capitula
diversa, ut in libro De anima visum est.
Ex quo sequitur, quod unamet felicitas est intellectio et vo-
litio, ac unainet essentia est intellectum et volitum; est enim
in abstractis intellectio rei idem quod ipsa res, ac volitio rei idem
etiam cum re volita. Ergo si Deus erit felicitas. Deus erit intel-
lectio et volitio insimul; et etiam simul est volitio quod felicitas,
et intellectio quod volitio et felicitas etc.
Amplius sequitur quod ociosa est questio querens utrum fe-
103 Pa»'., XXVIII, 109-111.
'04 Nifo, De intelL, II, tr. 2, e. 17; cfr. Sigieri, p. 26.
i°5 Così anche I'Achillini, Quol. Ili, dub. 3, fol. 13, col. 4: «Ad
primum, voluntas et intellectus sunt idem re, licet secundum esse vel
rationem differant ».
I « QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » 2I5
licitas principalius sit intellectio quam volitio, an econtra; cum
volitio et intellectio non differant nisi nomine vel ratione; nisi
questio fiat sub ratione respectiva hoc modo, scilicet utrum fe-
licitas sit Deus sub ratione qua intellectio, an Deus sub ratione
qua volitio vel amor ^°(>.
A questa felicità, dichiara l'Achillini, noi tendiamo per na-
tura, né può darsi che il desiderio naturale resti inappagato
in tutta la specie. Perciò, considerato in rapporto alla specie
umana che è eterna, anche l' intelletto umano, come insegna
Averroè, è eternamente felice, perché eternamente congiunto
con Dio e colle intelligenze separate '07. Ma non felici son tutti
gli uomini, singolarmente presi, poiché non tutti arrivano,
in questa vita, a questo segno. Giacché per l'Achillini, come
per Sigieri, si tratta appunto della felicità alla quale è concesso
all'uomo d'arrivare in questa vita, mediante l'acquisto della
scienza: « Felicitatem autem in alia vita, quam non potuerunt
philosophi naturali ratione inquirere, theologis relinquimus
considerandam » ^°^.
Ma può l'uomo arrivare in questa vita a conoscere le so-
stanze separate ? Tale il problema che il nostro bolognese si
pone subito dopo, col terzo dubbio. Nella soluzione di esso
egli fa uso dell'argomento di Sigieri, riferito dal Nifo e da
Francesco de' Silvestri:
Secundo, si impossibile esset intellectum possibilem intelligere
substantias abstractas, ociose egisset natura, quia fecisset, quod
est in se naturaliter intellectum, non intellectum ab aliquo. Ratio
est Averrois, secundo Metaphysucae, comm. primo. Suppono
in hac ratione, quod omnis intellectio conveniens intellectui pos-
sibili convenit homini, sic quod non est possibile quod intellectui
competat, quin homini conveniant: hoc voluit Aristoteles, primo
De anima, textu commenti 64, et hoc proposito negato, clauditur
via Commentatori ad ostendendum caelum intelligere. Ideo, si possi-
bile est substantias separatas intelligi ab intellectu possibili, possi-
bile est substantias separatas intelligi ab homine. Hoc stante,
arguo sic : Ouandocumque est aliqua forma non apta recipi in
maxime receptivo alicuius generis, illa non est receptibilis in
minus reciptivo illius generis; sed intellectus possibilis in genere
intelligentiarum est maxime receptivus; patetexquolibeto tertioio9;
106 Nifo, ib., e. 18.
107 AcHiLLiNi, fol. 17, col. I. Cfr. AvERR., De awf/Ma, III, comm. 36.
1°^ ACHILLINI, ib.
i°9 V. sopra, pp. 207-208.
2l6 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
ergo, si primam formam non est possibile intellectum possibilem
recipere, non est possibile alium intellectum recipere primam.
formam; et sic iam frustrarentur intelligentiae mediae ab hoc fine,
qui est deum gloriosum intelligere. Tunc ultra: quandocumque
intellectus abstractus non potest intelligere interiora, ut quolibeto
primo dictum est esse de mente Averroismo; sed nulla intelli-
gentia media potest primam intelligere, ut ex ratione superiori
sequitur; ergo nulla intelligentia potest intelligentiam mediam
intelligere; sed ncque deus potest intelligentias medias intelligere,
secundum Averroim, ut patet quolibeto primo; neque intellectus
possibilis potest eas intelligere per te; ergo intellectum naturaliter
in se non est intellectum ab aliquo. Patet consequentia de intel-
ligentiis mediis: quia non a Deo, qui est supra; non a seipsis,
ut sequitur; neque ab intellectu possibili, qui est infra, per te
intelliguntur; et non est alius intellectus ab istis. Et sic patet
alia ociositas in natura et maxima; et sic patet quod, quamvis
non sit homo finis intelligentiarum, tamen, si non sunt intelli-
gibiles ab homine, frustrantur a suo fine; et sic ociose sunt in-
telligibiles etc. Ilaec omnia ex modis intelligendi dei, intelli-
gentiarum et intellectus possibilis supra declaratis sunt evidentia'".
Passando ad esporre i fondamenti filosoiìci sui quali si basa
la tesi che attribuisce all' intelletto umano il potere di ele-
varsi a conoscere le sostanze separate, l'averroista bolognese
distingue, come aveva già fatto Giovanni di Jandun "2, la
conoscenza speculativa acquisita per mezzo dello studio delle
discipline filosofiche, dalla conoscenza intuitiva, « qua cogno-
scimus substantias separatas per earum essentias proprias » ;
e in quest'ultima fa consistere la felicità suprema dell'uomo.
Sì che la beatitudine non è raggiunta coll'acquisto delle scienze
speculative, ma dopo il loro apprendimento. L'acquisto per
altro delle scienze è una condizione indispensabile e sufficiente
a rendere la mente umana preparata e disposta al congiungi-
mento coir intelletto agente, che sappiamo ormai esser Dio.
Ma, oltre a ciò, è necessario che alla perfetta conoscenza spe-
culativa tenga dietro la pratica delle virtù morali:
Cum igitur fuerit homo secundum virtutes morales sufficienter
habituatus, sic quod cessaverit discordia inter sensitivum appe-
titum et intellectivum; sic quod rationi regimen tributum erit
11° AcHiLLiNi, Quol. I, dub. I. Questo luogo, nella stampa veneziana,
è evidentemente difettoso.
"I AcHiLLiNi, Quol. IV, dub. 3, fol. 17, col. 1-2; NiFO, De intell.,
II, tr. 2, e. II ; In Averroys de anime beatitudine , I, comm. 53; cfr. Sigieri,
pp. 22-23.
"2 De anima. III, q. 36; Metaph., II, q. 4.
I « QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » 217
sine intrinseco repugnanti; sic quod veruni erit dominium ra-
tionis super viribns sensitivis, tunc continuabitur intellectus
possibilis, secundum quod est felix, homini et denominabit homi-
nem felicem. Ex quo patet quod quia in habituatione hominis
secundum virtutes et scientias magnum tempus vitae hominis
labitur "3.
Unito al corpo umano da un legame intrinseco, l' intelletto
possibile trae dall'esperienza sensibile le forme immerse nella
materia e rese immateriali per un processo d'astrazione.
Quando, attuato da queste forme divenute intelligibili e dal-
l'abito delle scienze filosofiche, l' intelletto umano si trova
congiunto coli' intelletto agente nell'atto della beatitudine,
alla stessa beatitudine parteciperanno in tal modo le cose del
mondo materiale, fatte intelligibili; sì che l'uomo verrà ad
essere anello di congiunzione fra il mondo superiore e il mondo
inferiore, « nexus superiorum cum inferioribus, ultra hoc
quod forma hominis sit intelligentia » "4. Anzi, siccome Dio
nell'atto della beatitudine è forma dell' intelletto beato, e
questo è forma del corpo umano, ne segue che anche la stessa
materia partecipa alla beatitudine; di guisa che attraverso
l'uomo la beatitudine si diffonde su tutto il mondo inferiore "5.
Ma poiché l' intelletto agente è la suprema Intelligenza,
cioè Dio, mentre l' intelletto possibile è l' infima, questo non
può unirsi immediatamente alla prima Intelligenza, sibbene
mediante le intelligenze intermedie. Sì che nell'atto stesso
e, potremmo dire, coll'atto stesso col quale s'unisce all'uomo
r intelletto agente come forma, s'uniscono all' intelletto pos-
sibile anche le altre intelligenze ad esso superiori già informate
dalla prima Intelhgenza:
Cum intellectus agens sit suprema intelligentia, et intellectus
possibilis sit intima, non potest naturaliter uniri intellectus agens
intellectui possibili immediate, quia aliae intelligentiae naturaliter
mediant. Ideo oportet quod aeque cito, sicut incipit intellectus
agens esse forma et intellectio istius hominis, incipiat quaelibet
alia intelligentia media informare hunc hominem. Ex hoc pate-
bunt apud Aristotelem et Commentatorem novem gradus feli-
citatis, sicut novem sunt apud eos intellectus felicitabiles, quorum
113 AcHiLLiNi, fol. 18, col. I.
"4 76.
"5 Ib., fol. 18, col. 2. Per questa teoria della beatitudine, v. sopra
il saggio VI, dedicato alla mistica averroistica.
2 IO L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
prinius et maximus dee convenit, nonus vero et intìmus intellectui
possibili, medij vero medijs intelligenti] s aptantur ordinate etc,
quia intellectus cognoscens deuni per plura media remissius
cognoscit et imperfectius. Ideo prima, quae est sua cognitio per
essentiam, se perfectissime cognoscit. Secunda autem intelli-
gentia recipiendo cognoscit primam, licet immediate eam recipiat.
Tertia vero mediante secunda; et sic gradatim descendendo "6.
In questo senso dice Sigieri, come ci attesta il Nifo, che
r intelletto possibile dell'uomo, « ut habet esse intentionale,
est materia omnium intellectuum separatorum » "7.
Nell'ultimo dubbio di questo quarto quolibeto, l'Achillini
riassume e schematizza quanto ha detto in questo stesso quo-
libeto e nel terzo, circa il congiungimento {copulatio, continuatio)
dell'uomo coli' intelletto. I congiungimenti, a dir vero, son
tre, e non uno solo: il primo è quello dell'intelletto possibile
col corpo umano di cui è forma ; il secondo è quello dell' in-
telletto agente coli' intelletto possibile ; il terzo è il congiungi-
mento dell' intelletto agente coll'uomo.
Il primo congiungimento è duplice. Anzi tutto, l' intelletto
possibile s'unisce all'uomo secundum esse, cioè come forma
sostanziale che dà all'uomo il suo essere specifico di uomo, e
ciò fin dal momento in cui l'uomo comincia ad essere uomo.
Indi s'unisce a lui secundum operationem, quando l'uomo
comincia a far uso dell' intelligenza "8, Questo duplice con-
giungimento era già esplicitamente distinto da Sigieri, secondo
la testimonianza del Nifo "9.
Anche il congiungimento dell' intelletto agente coli' intel-
letto possibile è duplice : dapprima l' intelletto agente s'unisce
all' intelletto possibile come causa agente dell' intendere,
concorrendo all'astrazione del concetto dall' immagine o
fantasma sensibile, e promovendo lo sviluppo intellettuale per
mezzo delle scienze; indi, al termine dello sviluppo intellet-
tuale, s'unisce all' intelletto possibile, acconciamente disposto
e preparato, come forma che ne attua tutta la potenzialità
e gli dà la beatitudine '=o. Siffatta distinzione è d'Averroè '^i.
"6 Ib., fol. i8, col. 2.
"7 Nifo, De intelL, I, tr. 3, e. 18; cfr. Sigieri, p. 19.
"8 AcHiLLiNi, Ib., fol. 19, col. 3.
119 De intelL, 1, tr. 3, e. 26; De anima, III, comm. ad t. 5; cfr. Si-
gieri, pp. 15 e 20.
121 AcHiLLiNi, ib., col. 3-4.
120 AvERR., De anima. III, comm. 36.
I " QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » 219
Ed essa vale anche per il congiungimento dell' intelletto
agente con l'uomo. Giacché dapprima l' intelletto agente,
trovando l' intelletto possibile già unito secundum esse al
corpo di quest'uomo particolare (per esempio, di Socrate),
illumina della sua luce i fantasmi della cogitativa di lui, di-
versi dai fantasmi di altri uomini, e ne trae quelle specie in-
telligibili che sono intese in questo particolare momento da
Socrate. Piìi tardi, quando l' intelletto di Socrate, conve-
nientemente attuato dagl' intelligibili tratti dalla sua parti-
colare cogitativa, si sarà arricchito di una sempre più varia
e complessa esperienza, l' intelletto agente gli dischiuderà,
se n' è degno, il mondo splendente della pura luce che emana
da sé, come da sole d'ogni intelligibilità '-^ Come in Sigieri,
così anche nell'Achillini s'avverte lo sforzo per superare la
difficoltà maggiore dell'averroismo, già avvertita dallo stesso
filosofo di Cordova, consistente nel bisogno di conciliare
l'universalità del conoscere e il valore della personalità umana
individuale. La grande obiezione che S. Tommaso fa, dal
punto di vista strettamente filosofico, alla dottrina d'Averroè,
è appunto questa: posta l'unità dell' intelletto, come può
esser vera la proposizione : « hic homo intelligit » ? "3
Alla fine del diibimn « utrum felicitas -^it deus >>, l'Achillini
si domanda se l'uomo che in questa vita abbia avuto il pri-
vilegio d'arrivare a congiungersi coli' intelletto agente come
a sua forma, può perdere volente o nolente questa sua beati-
tudine. La sua risposta è incerta e imbarazzata, anche perché
concerne uno dei più scottanti problemi che, non molti anni
dopo, sollevò gran clamore di dispute, voglio dire il problema
dell' immortalità personale. Già S. Tommaso avea notato
che, tolta tra gli uomini ogni diversità d' intelletto, ne segue
che, dopo la morte, niente rimanga della coscienza indivi-
duale'=4. L'averroista bolognese, pur ritenendo con Sigieri che
r intelletto possibile è forma del corpo umano, e che nel suo
atto d' intendere è essenzialmente legato ai fantasmi della
cogitativa, pensa che all'eternità dell' intendere e della bea-
titudine non sia necessario un legame col singolo, bastando il
122 ACHILLINI, fol. ig, col. 4.
1^3 Cfr. la mia introduzione a S. Tommaso, Trattato sull'ìtniià dell'in-
telletto, pp. 43-50.
1-4 Tratt. sull'unità dell' intelL, § 2, p. 96.
220 l'aristotelismo PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
legame colla specie, la quale nella successione dei molteplici
individui dura eterna:
Testatur enim Aristoteles, quinto Ethicorum, capite 13: u Multa
enim et natura existentium scientes et operamur et patimur,
quorum nulluni neque voluntariuni neque involuntarium est,
puta senescere vai mori ». Conditio enim suae naturae, quam scit
esse mortalem, non patitur nolle, et quia mors non est finis neque
bonum, 2 Physicotum, textu et commento 23, ideo non vult felix
mortem. Neque desiderio naturali permanentiam sempiternam
appetit in individuo, sed in specie, secundo De anima, comm. 34,
et primo Physicoruni, comm. 81. Et propter hoc in proem.io octavi
Physicorum dixit Commentator, fortunitatem ultimam esse se-
cundum fatuos vitam aeternam. IMulta autem mala felicitas
hominis compatitur, quae felicitati dei aut intelligentiarum re-
pugnant. Est enim, inter veros felicitatis gradus, humanus intì-
mus. Ideo, primo Ethicorum, capite 14: « Sapientem omnes exti-
mamus fortunas decenter terre ». Felicitatem autem in alia vita,
quam non potuerunt philosophi naturali ratione inquirere, theo-
logis relinquimus considerandam 125.
Il Pomponazzi, sebbene abbia dell' intelletto possibile un
concetto così diverso da quello dell'Achillini, sul tema dell' im-
mortalità personale è perfettamente d'accordo con lui: tranne
che per il mantovano solo l' intelletto agente è veramente im-
mortale per essere una sostanza separata, come volevano
anche Temistio e gli averroisti ^'^.
5. - Visti quali sono i diversi gradi d' intelligenza, compresi
fra la mente Prima che è puro atto e l' intelletto possibile
che in sé è pura potenza, l'Achillini affronta il problema che
s'era posto da principio, e cioè « utrum latitudo intellectuum
sit uniformiter difformis ». Un siffatto problema era nato,
come dicevamo, dal tentativo di applicare a misurare i gradi
d' intensità dell' intelligenza il metodo delle calcidaiiones
matematiche, che s'usa per misurare l' intensità delle quahtà
materiali, come la velocità, il colore, la temperatura e via
dicendo. Qualcosa di simile è stato tentato nella psicologia
moderna per misurare l' intensità della sensazione ; e già
1*5 AcHiLLiNi, Quol. IV, dub. 2, fol. 17, col. I.
126 p Pomponazzi, De immortai . animae, cap. io.
I e QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » 221
Nicolò d' Oresme aveva esteso il metodo al calcolo del dolore
e del piacere ^-7.
Appiglio a porsi siffatto problema nei riguardi dell' intelli-
genza dev'essere stato quel che si legge nel Liber de causis,
che è un estratto della Elenientatio theologica di Proclo:
In primis Intelligeiitiis est virtiis magna, quoniam sunt vehe-
mentioris unitatis, quam Intelligentiae secundae universales
inferiores; et in Intelligentiis secundis inferiores sunt virtules
debiles, quoniam sunt minoris unitatis et pluris multiplicitatis.
Quod est quia Intelligentiae quae sunt propinquae Uni puro,
sunt maioris quantitatis et maioris virtutis; et Intelligentiae quae
sunt longinquiores ab ipso, sunt minoris quantitatis et debilioris
virtutis. Et quia Intelligentiae propinquae Uni puro sunt maioris
quantitatis, accidit inde ut formae quae procedunt ex Intelli-
gentiis primis procedant processione universali unita; et nos
quidem abbreviamus et dicimus, quod formae quae veniunt ex
Intelligentiis primis in secundas, sunt debilioris processionis et
vehementioris separationis i-^.
Allo stesso modo Alberto Magno:
Omnes.... formae ab ipsa totius universitatis natura largiuntur;
quo autem magis ab ea elongantur, eo magis nobilitatibus suis
et bonitatibus privantur; et quo minus recedunt eo magis no-
biles sunt et plures habent bonitatum potestates et virtutes 1^9.
Siffatto modo d'esprimersi sembra fatto a posta per invo-
gliare ad applicare il metodo del calcolo matematico all' in-
telligenza. E l'Achillini, dopo essersi chiesto se la latitudo
degli intelletti sia « uniformiter difformis », si pone altresì il
quesito « utrum quarumcunque intelligentiarum perfectio at-
tendatur penes appropinquationem summo ». Esula dall' in-
tento che ci siamo proposti in questa ricerca, il seguirlo nella
critica che egli fa della pretesa di stabihre un rapporto quanti-
tativo fra i vari gradi d' intelligenza, e perciò ci hmitiamo a
segnalare la soluzione negativa che egli dà dei due problemi,
a chi avesse ancora in proposito delle fìsime del genere 13°.
127 A. Maier, An der Grenze, pp. 324-325; cfr. altresì a pp. 258-259.
128 Liber de causis, prop. X; cfr. Proclo, Institutio theologica,
CLXXVII (l'opuscolo era stato tradotto in latino da Guglielmo di
Moerbeke nel 1268, col titolo di Elenientatio theologica).
"9 Alberto Magno, De intellectu et intelligibili, I, tr. i, e. 5.
130 ACHILLINI, Ouol. V, fol. 20, col. I-fol. 21, COl. 2.
222 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Dalle pagine che precedono sembra intanto potersi con-
cludere che solo la prima Intelligenza è fonte di sapere e di
luce intellettuale. S. Tommaso agli averriosti che dall'univer-
salità del conoscere avevano preteso di dedurre l'unità del-
l' intelletto per tutti gli uomini, obiettava che, se mai, se ne
dovrebbe concludere, secondo il loro modo di vedere, « che
debba esservi un solo intelletto non soltanto per tutti gli
uomini, ma in tutto l'universo; sì che il nostro intelletto non
è soltanto una qualsiasi sostanza separata, ma è Dio stesso «'ji.
L'Aquinate aveva ragione. Né Sigieri e l'Achillini gli danno
torto : che per essi Dio è l' intelletto agente che effettua sì
nella mente umana sì nelle intelligenze celesti l'atto dell' in-
tendere e s'unisce all'una e alle altre come forma, a tal segno
da fare in qualche modo una sola sostanza con ciascuna di
quelle. Soggetto assoluto di pensiero e sorgente d'ogni intelli-
gibilità. Dio causa col suo intendere altri intelletti, nei quali
l'atto dell' intender divino si particolarizza per gradi, fino
all' intelletto della specie umana che, informando i vari corpi
dotati di sensibilità, mentre comunica ad essi la sua superiore
individualità spirituale, ne assume l' individualità contin-
gente e caduca, per farla partecipe dell'atto divino del cono-
scere.
Si rileva altresì dalle pagine precedenti, che l' interpreta-
zione sigeriana del pensiero aristotelico doveva apparire al-
l'Achillini un' interpretazione organica, sistematica in tutti
i suoi particolari, e sostanzialmente diversa da quella tomi-
stica ispirata dal bisogno di abbreviare la distanza fra la « filo-
sofia » e la fede, quasi che la fede non avesse in se stessa una
filosofìa che la giustificava appieno. Liberi da questa preoccu-
pazione apologetica, gli averroisti potevano discutere in piena
indipendenza di spirito e con grande spregiudicatezza intorno
a quello che era il genuino pensiero d'Aristotele, s'accordasse
o non s'accordasse colla fede.
Giustamente dice il Laurent, parlando del domenicano
Bartolomeo Spina avversario del Pomponazzi : « Per lui che
non ha subito l' influsso del rinnovamento che 1' Umanesimo
ha introdotto nella teologia, affermare che Aristotele nega
r immortalità dell'anima, equivale ad affermare che tale
131 S. Tommaso, Traci, de unit. intelL, ed. Keeler, § 107; cfr. la mia
traduzione e relative note, Firenze, Sansoni, 1938.
I « QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS » 223
dimostrazione è filosoficamente impossibile. Basta leggere
alcune pagine del suo lavoro per rendersi conto dei principi
che han diretto le sue critiche. Il vecchio binomio: Aristo-
tele = Verità, è il sottinteso, starei per dire, d'ogni riga del
suo volume.... Non bisogna perciò stupirsi delle invettive che
lo Spina rovescia sui suoi avversari: i termini più virulenti
ricorrono sotto la sua penna» n-. E la stessa osservazione il
Laurent ripete a proposito del tomista del cinquecento, Fran-
cesco Silvestri da Ferrara '33,
Trasportiamo questa osservazione all' inizio della polemica
averroistico-tomitica, e sarà finalmente chiarito il significato
della così detta « teoria della duplice verità », della quale
qualche storico della filosofia s' è scandalizzato anche più
di quel che non abbian fatto nel passato gì' inquisitori del-
l'eretica pravità, talora, se non sempre, meno irragionevoli
di certi storici della filosofia '34. Che l'aver rivendicato il diritto
alla libertà della ricerca storica nell' interpretazione del pen-
siero aristotehco, prima che all' influsso dell'umanesimo, si
deve all'averroismo. E anche in questo l'Achillini è buon
discepolo di Sigieri, nel tenere cioè costantemente distinto
il pensiero del Filosofo dalla verità della fede.
La quale, forse, ha subito maggior danno che non van-
taggio dall' impegno che taluni hanno messo a mostrarne la
troppo intima aderenza ad un particolare sistema filosofico.
132 M.-H. Laurent, Le Commentaire de Cajétan sur le « De anima »,
in principio a Thomas De Vio Cardinalis Caietanus, Scripta Philo-
sophica: Comment. in De anima Aristotelis, ed. l. Coquelle, voi. I,
Roma, Angeliciim, 1938, p. XLIII.
133 Ih., p. XLIX.
134 Intorno al significato storico della dottrina della « doppia verità »,
si veda quel che ne ha scritto il Gilson, Études de philosophie medievale,
Strasbourg, 1921, pp. 51-75; Dante et la philosophie, Paris, IQ39, pp. 258
sgg. ; cfr. (:ui sopra, pp. 55-58, ji-j^, 95- )8, e il mio volume Dante e
la cultura medievale, Bari, Laterza, 1949, pp. 207-211, nonché 1' in-
troduzione a S. Tommaso, Trattato sull'unità dell' intelletto, pp. 82-83.
IX
APPUNTI SULL'AVERROISTA BOLOGNESE
ALESSANDRO ACHILLINI *
Quando, un decennio fa, ebbi ad occuparmi dell'avver-
roista bolognese Alessandro Achillini, lo feci unicamente per
i suoi Quoliheta de intelligentiis e per le tracce evidenti in essi
di dottrine sigieriane i. Ma per il momento non mi detti cura
di far ricerche sul curricolo della sua vita, bastandomi la data
del 1494, quando i Quoliheta furono disputati nel capitolo
generale dei frati minori tenuto quell'anno a Bologna e per
l'occasione stampati. Successivamente ho raccolto alcuni dati
biografici che credo utile far conoscere a chi voglia occuparsi
a fondo di questo non comune maestro bolognese, tenuto
ai suoi tempi in altissima considerazione, e degno anc'oggi
d'esser ricordato sotto diversi aspetti.
I. - Secondo le notizie raccolte da Serafino Mazzetti, di
solito accurato e preciso, nel suo Repertorio di tutti i professori
antichi e moderni della famosa università.... di Bologna 2,
A. Achillini, figlio di Claudio che dicesi fosse oriundo di Bar-
berino in Val d' Elsa 3, e coprì più volte cariche pubbliche,
sarebbe nato a Bologna il 20 ottobre 1463. Questa data presa
dal Tractatus astrologicus di Luca Gaurico, non sempre bene
informato, dovrebbe però essere anticipata di due anni se-
* Dal « Giorn. Crit. d. Filos. Ital. », XXXIII, 1954, PP- 67-108.
1 B. Nardi, Sig. di Brab. nel pensiero del Rinascimento italiano,
Roma, 1945, pp. 45-90 (vedi saggio precedente).
2 Bologna, 1848, n. 15, p. 11. •
3 B. Carrati, Genealogie di famiglie nob. bolognesi, Bologna, Ar-
chiginnasio, Ms. B. 699, tav. 2.
15
226 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
condo la cifra degli anni ch'egli aveva quando venne a morte
il 2 agosto 1512, quale si trova nell'elogio che di lui si legge
nel Libro segreto del Collegio delle Arti e di Medicina e che
riferiremo più giù. Ma la cifra di XXXXXI anni è corretta su
rasura e con altro inchiostro. Inoltre il fratello Giovanni Fi-
loteo Achillini, nel suo Viridario 4, compiuto nel 1504, ci assi-
cura che Alessandro, in quell'anno, in cui egli stava scrivendo
il X canto del poema, aveva varcato d'un lustro « il mezzo ca-
min )) della vita. Parrebbe dunque che il Gaurico avesse ragione.
11 Mazzetti inoltre e' informa che fu laureato in filosofìa e
medicina il 7 settembre 1484, e che lo stesso anno cominciò a
insegnar logica a Bologna, nel quale insegnamento durò fino
al 1487. L'anno innanzi, a 23 anni d'età, era stato ritratto
da Francesco Francia ^. Dall'autunno 1487 all'estate del 1494,
insegnò filosofìa; dall'autunno 1494 all'estate del 1497 passò a
medicina; ma dal novembre 1497 all'ottobre 1506 resse en-
trambe le cattedre, cosa non comune, spiegabile solo col fa-
vore di cui godeva presso i colleghi e presso i Bentivoglio dei
quali fu sempre caldo fautore. D'un insegnamento tenuto dal-
l'Achillini a Padova, prima di questo momento, non mi pare
dunque si possa parlare. Il Gaurico accenna anche ad un
soggiorno abbastanza lungo dell' Achillini a Parigi, del quale
purtroppo non abbiamo altra testimonianza, e d'altra parte non
si riesce a trovare un periodo della sua vita nel quale collocarlo.
A Bologna ebbe sicuramente ad alunno il bolognese Tiberio
Bacilieri o de Bazaleriis, il quale fu approvato « in artibus )>
il lunedì 3 luglio 1492 ^ e « in artibus et medicina » il 4 febbraio
1496, « nemine discrepante ». Fra i promotori al dottorato
era l'Achillini che « dedit insignia » al neo dottore 7. Il 9 di-
cembre 1499, il Bacilieri fu aggregato in sopranumero ai col-
4 II Viridario di Gioanne Philotheo secondo figliolo di Claudio
Achillino Bolognese. Impresso in Bologna per Hieronymo di Plato Bo-
lognese, nel M.D.XIII. Sotto la f. m. di N. S. Leone Decimo, 24 di-
cembre. Dedica al Papa. Fol. 184 v sg. I vv. che riguardano Alessandro
son riportati più giii, p. 251.
5 II disegno del Francia è posseduto dagli Uffizi di Firenze. Fotogr.
Alinari, più volte riprodotta. Se l'Ach. era nato nel 1463, il disegno è
del i486; se no, di qualche anno prima.
6 Libro Segreto del Collegio [delle Arti e della Medicina']: dall'anno-
1481 al 1500 (Bologna, Archivio di Stato, busta 217); f. 91 r. Dal libro
dei Partiti. XI, f. 902, 24 die. 1493 (Arch. di Stato), risulta che il Baci-
lieri riscuoteva già 100 lire bolognesi annue «prò stipendio lecture »..
7 Ib.. f. 41 r.
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 227
legi bolognesi delle arti e della medicina ^. Ma non era passato
un anno dalla sua aggregazione, che fu sospeso per un quin-
quennio dall'uno e dall'altro collegio, con decisione del 9
luglio 1500 confermata cinque giorni dopo, « propter nonnulla
demerita et facinora.... facta et commissa ». Fra questi « fa-
cinora » pare fossero anche « parole ignominiose e turpi » nei
riguardi dei suoi colleghi. La punizione fu inflitta con otto
fave bianche contro una nera. Fra i votanti era anche
l'Achillini 9.
Questa la ragione perché il Bacilieri proprio in quest'anno
dovette lasciar Bologna, e recarsi a Padova 'o, e quindi a Pavia
ove rappresentò l'averroismo della corrente sigieriana che
aveva assimilato alla scuola dell' Achillini". Il i» ottobre 1505,
scaduto il quinquennio della sospensione, egli fu riammesso a
far parte dell'uno e dell'altro collegio, per unanime consenso,
senza che ci fosse bisogno di porre ai voti la proposta '-.
I Quolibeta de intelligentiis, preparati per la disputa del
1494, rappresentano dunque il pensiero filosofico dell'Achil-
lini nel primo periodo del suo insegnamento della filosofia
naturale prima che passasse all' insegnamento della medi-
cinateorica. In quest'opera, come ormai sappiamoci, si ritrovano,
inserite negli schemi del metodo calcolatorio, divenuto di
moda anche a Bologna come a Padova, tutte le tesi fonda-
mentali dell'averroismo, concernenti Dio, le altre intelligenze
separate, e in particolare l' intelletto possibile e la copulatio
di questo con 1' intelletto agente; tesi tutte, specialmente quelle
riguardanti l' intelletto umano, desunte dai tre scritti di Si-
gieri, che, secondo l'attestazione del Nifo, si leggevano ancora
alla fine del secolo XV.
Ma qui accade di doverci porre un piccolo problema. Nessun
dubbio sulla data di pubblicazione dei Qnolibeta dell'Achil-
lini, che nel 1494, trentunenne, si esibiva campione della
dottrina sigieriana in una pubblica disputa alla quale erano
intervenuti dotti di varie tendenze. È per caso in questa cir-
costanza che Giovanni Pico e il Nifo si trovarono a far viaggio
8 Ib., f. 54 r-
9 Ib., f. 57r-v; ff. 59 r-62 v.
'o V. sotto, p. 288.
" Cfr. il mio Sigieri, cit., pp. 132-152.
'^ Libro Segreto, cit.; n. 3, dall'anno 1504 a tutto il 1575, f. 4 r.
'3 Cfr. saggio prec.
228 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
insieme, diretti a Bologna, disputando tra loro come l'unità del-
l'intelletto potesse conciliarsi con l' individualità e la sopravvi-
venza dell'anima del singolo '4? Il Nifo ci fa sapere di essere
stato averroista sigieriano prima del 1492, e pretende d'aver
composto nell'estate di quest'anno, poco più che ventunenne,
il Tractatus de intellectu nel quale la dottrina sigieriana è
combattuta. Ho già espresso piìi volte i miei dubbi sulla veri-
dicità del Nifo, il quale aveva troppo interesse ad acconciare
il racconto della sua vita in modo da meritarsi le grazie del
vescovo di Padova, Pietro Barozzi^S. Il piccolo problema che
vorrei porre, e che non sono in grado di risolvere, è questo:
chi portò a Padova o a Bologna gli scritti di Sigieri ricordati
dal Nifo ? Fu Paolo Veneto che certamente dimorò a Oxford
e a Parigi ? Fu Giovanni Pico ? Fu l'Achillini stesso, se mai
fosse vero, come pretende il Gaurico, che anch'egli soggiornò
a Parigi ? Del resto, gli scambi fra le due università italiane
e quella parigina erano frequenti, e, come sappiamo di fran-
cesi che durante il Quattro e il Cinquecento erano venuti a
studiare a Padova e a Bologna, sappiamo del pari che Pietro
e Lorenzo Pasqualigo, patrizi veneziani, erano stati a studio a
Parigi, e il primo anzi nel 1494 vi aveva sostenuto, ventiduenne,
ben due mila conclusioni i^.
2. - Nell'estate del 1498, quando all' insegnamento della
medicina teorica aveva riunito quello della filosofìa naturale,
l'AchilUni fece stampare la sua seconda opera De orhihus in
quattro libri '7. Nel primo libro ritroviamo tutte le grandi
tesi della fisica celeste di Aristotele, nella più rigida interpre-
tazione averroistica, fino al punto che è ritenuta assurda la
teoria tolemaica degli eccentrici e degli epicicli, che aveva
14 A. Nifo, In libriim Destvuctio Destructionum Averrois comment.,
I, dub. 8; cfr. ib., IV, dub. 7; cfr. sotto, pp. 31Q, 376-77 e 451.
15 V. sopra, pp. 101-102 e sotto, p. 311, n. 52.
16 V. sotto, p. 289.
17 « Hoc secundum opus in quatuor libros divido ». Il che esclude
l'esistenza di quel trattato De proportionibiis niotuum, che secondo lo
Hain, n. 71, sarebbe stato stampato a Bologna « per Benedictum Hecto-
ris 1494 ». Questo trattato, composto più tardi, usci postumo, come
diremo più giù, nel 15 15.
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 229
SÌ il grande merito di salvare le apparenze dei moti planetari
assai meglio che non la teoria delle sfere concentriche, ma che
mal si conciliava coi principi della fisica aristotelica. E l'Achil-
lini, come in generale tutti gli averroisti, ci teneva alla fedeltà
ai testi che egli s'era assunto l' impegno di esporre. Nel se-
condo libro di quest'opera si parla invece delle intelligenze
motrici, cioè di Dio, primo motore immobile, e quindi dei
motori preposti al governo di ciascun cielo. A questo punto il
maestro bolognese si chiede se, oltre alle inteUigenze separate,
esistano altresì dei dèmoni. La credenza nei dèmoni e nelle
loro opere prodigiose non era diffusa, alla fine del Quattro-
cento, soltanto nel popolino, ma anche nei ceti colti, presso
i quali la demonologia cristiana era rincalzata da quella neo-
platonica. L'Achillini nel suo rigido averroismo non sa con
esattezza ove collocare siffatte nature ibride, di spiriti imbe-
stiati, e quale funzione propriamente assegnare ad esse. Am-
messa per fede, l'esistenza dei dèmoni è relegata tra le opi-
nioni volgari i8. E quanto ai fatti meravigliosi che ad essi
vengono attribuiti, il bolognese è d'avviso si possano spiegare
con l'arte umana o per mezzo di cause naturaH, a dir vero,
non meno meravigliose, come farà più tardi il Pomponazzi,
e come aveva fatto molto prima Pietro d'Abano.
Dopo questa parentesi, egli torna a parlare dell' immuta-
bilità di Dio, ingenerabile, incorruttibile, inalterabile, non
soggetto a movimento locale né a mutamento di pensiero,
poiché tutto atto senza potenza. Di questa divina immuta-
bihtà partecipano anche le altre intelligenze celesti, sebbene
in queste sia qualche potenzialità, in quanto ogni intelUgenza
di sotto subisce l'azione di quella di sopra, sì che questa è
intelletto agente per rapporto a quella che vien dopo, e quella
che vien dopo può dirsi intelletto possibile per rapporto alla
precedente, come già sapevamo dai Qiioliheia de intelligentiis '9.
Primo intelletto agente che immediatamente o mediatamente
informa di sé tutte le intelligenze inferiori, è Dio. Ma le intel-
Ugenze inferiori sono informate da quelle di sopra senza su-
bire cangiamento nel tempo, bensì con atto eterno, che fa
i8 De orbibus, II, diib. i, fol. 37 rb (secondo l'edizione degli Opera
omnia, curata da Panfilo Monti, Venezia, 1545, alla quale per comodità
mi richiamo) .
'9 Ib., dub. 2, Secundo principaliter, Septimum dictum, fol. 39 va.
Cfr. Qiiol. de intell., V, dub. 3, f. 18 rb; e qui sopra, pp. 197-198 e 217.
230 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
dire talora ad Averroè che esse sono atti puri senza potenza,
cioè puro intendere senza mutamento.
Ultima delle intelligenze è l' intelletto umano che propria-
mente si disse possibile o potenziale, poiché non ha altra na-
tura che quella di essere in potenza. Questo intelletto, unico
per tutta la specie umana e forma che dà all'uomo il suo essere
specifico di uomo, non passa dalla potenza all'atto del cono-
scere se non è coadiuvato dall'esperienza sensibile. In quanto
passa dal non conoscere al conoscere le cose del mondo sen-
sibile, che sono il suo oggetto proprio, esso è soggetto a mu-
tamento o alterazione. Questa alterazione era intesa comu-
nemente come modificazione dell' intelletto stesso ad opera
delle specie intelligibili o rappresentazioni in esso delle cose
conosciute. L'Achillini respinge questa teoria, appoggiandosi
a un famoso testo del VII della Fisica aristotelica -o, che aveva
già richiamato l'attenzione d'Averroè, e coglie l'occasione
per ribadire un concetto già da lui affermato alla fine del
terzo Qttolib. de iìitelligentiis -i. Aristotele aveva detto che
nella parte intellettiva dell'anima non si dà né generazione
né alterazione vera e propria: l'atto conoscitivo non importa
un mutamento qualitativo intrinseco all' intelletto, ma una
semplice variazione del rapporto fra questo e le forme del
mondo sensibile che la mente conosce in sé stesse senza bi-
sogno che una rappresentazione o « specie intelligibile », di-
stinta dalla realtà conosciuta e dal soggetto conoscente, venga
a inserirsi fra l'una e l'altro. Un mutamento qualitativo e
intrinseco subiscono invece le facoltà sensitive e con esse la
cogitativa, cui l' intelletto s'unisce nell'atto d'apprendere le
forme del mondo sensibile. L' intelletto in sé stesso è immu-
tabile, come i principi logici e come le forme a priori di Kant;
senza di che nessun giudizio certo sarebbe possibile; il muta-
mento e l'alterazione sono soltanto nel contenuto del cono-
scere, e soltanto per denominazione estrinseca s' attribuiscono
all' intelletto. Perciò l'Achillini distingue con Sigieri l' intel-
letto dall'anima razionale: quello è unico in sé stesso per tutta
la specie umana; questa invece, risultando dall'unione del-
l' intelletto con la cogitativa, è individuale al pari di quest'ul-
tima e diversa in ogni uomo; e a questa, propriamente, e non
-° T. e. 20, e. 3, 247 b I sgg.
-^ Diib. 3, f. 13 ra: Hic aliquantulum morabimur.
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 23 1
a quello, spetta la funzione raziocinativa e discorsiva, consi-
stente appunto nell'applicazione delle immutabili forme del
pensiero alla mutevole esperienza sensibile. Merito dell' Achil-
lini è appunto questo, che a lui spetta per altro in quanto
ha ripreso un motivo di alcuni pensatori della prima metà
del secolo XIV --, d'aver capito che la dottrina delle specie
intelligibili finisce per offuscare la conoscenza della realtà,
ricacciata al di là della rappresentazione che attua il soggetto
conoscente. L'atto conoscitivo è possibile solo in quanto il
reale conosciuto è presente per se stesso al soggetto che l'ap-
prende.
Vero è che, per l'Achillini, le cose del mondo fisico hanno
un « esse reale » fuori del soggetto che le pensa, e non possono
essere in questo se non per il loro « esse intentionale »; di guisa
che lo sdoppiamento fra realtà in quanto appresa e realtà in
sé risorge e rende plausibili le obiezioni che altri aristotelici
e averroisti ebbero a rivolgere al filosofo bolognese.
E primi fra tutti il Pomponazzi e Marcantonio Zimara.
Il Pomponazzi si dichiarò « contra modernos pedagogos, qui
tenent secundum Averroem quod intellectus possibilis nihil
de novo recipit », fin dal 1500, mentre commentava a Padova
il De anima -3. I «moderni pedagoghi» dai quali dissentiva erano
il Nifo, l'Achillini e il suo fido Achate, Tiberio Bacilieri, che,
per le ragioni accennate più su, era diventato collega del
mantovano nello studio patavino. Questo è confermato da
una nota in margine al codice napoletano che ci ha tramandato
il commento del Peretto: « Nota contra socios Achillinum Tybe-
riumque bononienses » -4. Più tardi, mentre commentava a
Padova la stessa opera aristotelica, nel corso dell'anno scola-
stico 1504-1505, il maestro mantovano dedicò una quaestio
speciale a esporre e combattere « opinionem noviter repertam
quae tenet nullo pacto dari species intelligibiles ». Veramente
questa opinione non era proprio « noviter reperta », come
22 Vedasi il mio libretto Soggetto e oggetto del conoscere nella filosofia
antica e medievale, Roma, Edizioni dell'Ateneo, 1952, pp. 25-55.
23 Bibl. Naz. di Napoli, mss. Vili. D. 81, f. 52 r, e Vili. E 42, f. 195 r.
-4 Ib. La nota nel ms. napoletano Vili. D. 81, f. 52 r parrebbe di
mano di Antonio Surian che trascrisse il testo della riportazione, di
cui forse è autore quel Marco da Otranto che è Marcantonio Zimara,
il quale ne avrebbe fatto copia a Basilio Troiano e questi a Gian Bene-
detto Caravegi da Crema, dal quale l'ebbe il Surian {ib., f. 76 r).
232 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
del resto ben sapeva il Pomponazzi ^s; ma nuova poteva sem-
brare per il modo come la presentavano e per il vigore col
quale la difendevano i due «pedagoghi» bolognesi. Ma nuova
o no, il Peretto non esitava a giudicarla « abominevole, fatua
e bestiale » :
Et dico primo quod opinio ista est abominabilis, fatua et be-
stialis et nihil boni ab ea potest capi. Ego enim nihil intelbgo de
opinione ista. Isti contra se adducunt duo miUia auctoritatum et
totam ecclesiam doctorum, ipsosque glosantes totaliter dilaniant
et lacerant. Vide in scriptis suis ~^.
Che il mantovano non avesse presa per il suo verso e non
avesse capito l'opinione d'Averroè e dell' Achilhni, non è da
stupire, dato l'orientamento del suo pensiero quale doveva
rivelarsi anche meglio in seguito. Così anche nell'esposizione
del VII della Fisica, fatta a Bologna nell'anno scolastico
15 17-15 18, giunto al commento del testo 20, sul quale si fon-
davano gli averroisti della corrente dell'Achillini, torna a
ripetere :
Ista est pars dignissima in qua aut ego erro aut omnes aiii
maxime erraverunt; sed credo quod potius iUi decipiantur quam
ego; sed in hoc constituam vos iudices. In ista ergo parte commen-
tator ponit unum documentum, ex quo traxit Burleus, quod
est de mente commentatoris, cum anima sit unica in omnibus
hominibus, ipsam nihil capere {ins capit) de novo, ncque acquirere
[ms aquirit) scientiam per species de novo advenientes, sed scientia
est substantia animae. Et non possum [non] mirari de istis mo-
dernis, qui faciunt se inventores et autores huius viae, cum vi-
deant Burleum ante se de hoc iam expresse loqui. Imo, ante
Burleum Henricus de Gandavo tenuit hoc idem esse de mente
commentatoris; et etiam Thomas ascribit hoc commentatori,
Hcet propter aham rationem 27.
Non meno aspro, contro l' interpretazione che l'Achillini
aveva sostenuta del pensiero d'Averroè, è il giudizio di Mar- 1
25 Infatti nel ms. napoletano Vili, E. 42, f. 1951, si legge: «Pro
quo, domini, debetis scire quod insurgit nova phylosophia, immo an-
tique; quare Burleum videatis: expresse super textu commenti 2oi
septimi physicorum dicit intellectum speculativum esse eternum et non
dari species intelligibiles commentatoris; hec etiam tenet augustinus
sessa, Alexander Achylinus et multi alii insequentes i tos.... ».
26 Ms. napol. VIII. D. 31, f. 83 r.
27 In VII de phys. auditu, Bibl. Nation. di Parigi, ms. lat. 6533, f. Jj
330 r (ad t. e. 20); cfr. ms. 45 della Biblioteca del Collegio Campana di 9
Osimo, f. 201 V.
i
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 233
c'antonio Zimara da Otranto, in una sua quaestio « Utrum
ad mentem Averroys intellectus possibilis recipiat species
intelligibiles subiective ». Esposta e criticata la dottrina del-
l'Achillini, della quale vorrebbe far rilevare l'assurdità dal
punto di vista aristotelico ed averroistico, egli conclude:
Et in veritate opinio istius hominis adeo est erronea, ut me
pudeat amplius arguere centra ipsvim. Ipse enim ignorat adhuc
quomodo forma materialis generatur. Item habet fateri quod
formae materiales secnndum suum esse formale accipiantur in
sensibus interioribus, quia non est maior ratio quare in intellectu
possibili materiales formae sint secundum esse formale, et non
in ipsa cogitativa et imaginativa. Quantum autem ista sint incon-
venientia, non solum sapientibus, sed etiam yulgaribus sunt
novissima [1. notissima]. Unde licet mihi dicere de isto homine,
quod dixit commentator de Avicenna, in tertio Celi, comm. 67,
quod videlicet parvitas exercitationis ipsius viri in naturalibus
et bona confidentia in proprio ingenio deduxit ipsum ad maximos
errores^S.
A risolvere le obiezioni mosse alla tesi dell'Achillini bisogna
tener costantemente presente la distinzione fra anima razio-
nale e intelletto in sé. L' intelletto possibile, in sé considerato
e in quanto unico per tutta la specie umana, non è modificato
da alcuna rappresentazione che gli venga dal mondo sensibile.
Invece, in quanto unito alla cogitativa individuale di Socrate
e di Calila, con la quale forma l'anima razionale composta di
ciascuno individuo umano, esso è certamente soggetto a mu-
tazione e ad alterazione, non per il mutare di qualcosa in
esso, ma per il mutare dell' immagine sensibile che è nella
cogitativa cui è unito. Che se l'Achillini dice l' intelletto pos-
sibile pura e nuda potenza senz'atto di sorta, prima dell'atto
d' intendere, questo va inteso per rapporto all' intelletto
-8 M. A. Zimara de sancto Petro de Galatinis Terrae Hj^drunti, ar-
tium doctoris, Quaestio qua species intelligibiles ad mentem Averrois
defenduntur ad Magnificum patritium \'enetum Antonium Surianum;
s. 1., a cura di Francesco Storella, pridie idus lanuarii 1554. La stessa
« quaestio » fu pubblicata dal francescano Girolamo Girelli, professore
di teologia nello studio di Padova, in principio del suo Tractatus adversus
quaestionem M. A. Zimarae de speciebus intelligibilibus ad mentem an-
tiqiioritm Averrois praesertim. Venetiis, 1561. Il passo riportato è al
f . 7 V. Il Girelli, che aveva studiato a Padova, ov'era stato alunno del
Pomponazzi, cita l'Achillini (f. 23 r e 26 v), ma si rifa specialmente a
Enrico di Gand e al carmelitano inglese Giovanni di Baconthorpe,
noti avversari delle «species intelligibiles». V. sotto, p. 328.
234 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
agente che è tutto atto senza potenza ed è la scienza in atto,
al cui possesso tende l' intelletto possibile.
Il III libro del De orhihus s'apre col settimo dubbio del-
l'opera: « an intelligentia sit forma dans esse caelo ». Anche
su quest'argomento l'Achillini si sforza di mantenersi fedele
ad Averroè: ogni cielo è composto di materia e di forma; il
corpo sferico di esso è la materia, l' intelligenza motrice è la
sua forma. Per questa unione ciascun cielo è un animale vi-
vente, non di vita vegetativa o sensitiva, come pretendeva
Avicenna, ma di vita intellettuale. Le sfere celesti sono perciò
quegli animali immortali ed eterni di cui parlano Aristotele
nel IV' dei Topici -9 e Porfirio nella sua Isagoge alle Categorie 3°.
Animali viventi di vita intellettuale, l'atto dell' intendere
e del volere si predica dei cieli, di cui le intelligenze son forme
sostanziali, a quel modo che si predica dell'uomo di cui è
forma sostanziale l' intelletto possibile, che è l' infima delle
intelligenze separate.
Sebbene i corpi celesti siano dotati di spazialità e di movi-
mento al pari dei corpi del mondo inferiore, essi son « corpi
spirituali », immuni da composizione di materia e di forma,
poiché il loro essere è costituito dall'unione immediata con la
propria intelligenza. Questo concetto averroistico di una « cor-
poreità spirituale e immateriale», che piacque anche al Ficinosi,
fu oggetto di lunghe controversie fra gli averroisti e le altre
scuole aristoteliche, e fra gli averroisti stessi.
Dio è la prima delle intelligenze separate; e come ognuna di
queste è forma sostanziale del proprio cielo, ch'essa avviva
di vita intellettuale e a cui imprime movimento, così anche
Dioè forma sostanziale del primo cielo mobile al quale, insieme
al primo moto, imprime la propria perfezione intellettuale 3^
Con ciò il bolognese non fa che sviluppare un concetto già
chiaro nella sua precedente opera, Quol. de intelligentiis, I,
dub. 2. L' idea di Dio, quale emerge da siffatto modo di ve-
dere, è r idea di un Dio strettamente legato al mondo finito
^9 Arist., Top., IV, e. 2, i22b 14: tcov ^cóoiv xà jjièv ■8-VY]Tà xà
•^'à-B-àvaTa.
30 Porfirio, Isagoge et in Arist. Categor. comni. ed. A. Busse, nei
Commentaria in Arist. graeca, voi. IV, De differentia, p. io, 11 sgg.
31 Argmn. in Platon. Theol. ad Laurent. Medicen [in Opera, Basilea,
1561, t. I, Epist. lib. II, p. 707).
3- De orbibìts, III, dub. i, f. 47 rb-vb.
i
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 235
di Aristotele, come forma e motore non mosso della prima sfera
celeste, e anima del primo « corpo spirituale » che contiene e
racchiude entro di sé le altre sfere animate e immortali, fino
al cielo lunare, che racchiude nella sua concavità la « sphaera
activorum et passivorum », ossia i quattro elementi e quelle
cose che, sotto r influenza celeste, «di lor si fanno». Forma e
motore di un mondo finito, è evidente che di siffatto Dio non
si può dimostrare l' infinità né l'onnipotenza né la libera azione
creatrice.
Del resto, per ciò che concerne l'animazione dei cieli, v'erano
teologi disposti ad ammetterla. L'Achillini lo sa bene; ma os-
serva che da parte dei teologi esistono difficoltà non facilmente
superabili ad accogliere simile teoria. Per essi, infatti. Dio
creò le intelligenze « in statu merendi et demerendi ; viatrices
enim aliquantulum fuerunt », durante quella « morula » con-
cessa loro da Dio per potere scegliere liberamente il bene o
il male 33. Ora che cosa sarebbe accaduto se l'anima del primo
cielo avesse peccato ? Il primo cielo sarebbe stato dannato.
Eppure esso avrebbe dovuto accogliere i beati, a meno che
Dio non avesse preparato per sé e per i santi un altro luogo
più adatto, o che non avesse predestinato l' intelligenza di
quel cielo alla beatitudine eterna ! Ma il maestro bolognese
taglia corto su questo e altri problemi sottili e imbarazzanti:
per lui, secondo la verità della fede, non può ammettersi che
Dio sia unito come forma ad un cielo; ciò ripugna alla sua
infinità e al potere che ha di trarre le cose dal nulla 34.
Tutto questo, per altro, riguarda i teologi e non la filosofia,
se per filosofia s' ha da intendere, come quasi tutti allora in-
tendevano, il sistema aristotelico della natura, cosa che non
tutti gli storici della filosofia han sempre avvertito.
E problema tutto teologico è quello discusso nel dubbio
ottavo dell'opera, che è il 2° del terzo libro, intorno alla crea-
zione dal niente e al cominciamento o novitas del mondo nel
tempo. In oltre venti fittissime e uniformi colonne in-folio,
interrotte da appena due capoversi, la dottrina teologica della
creazione del mondo nel tempo è sottoposta ad una serrata
e minutissima critica che ne dimostra l' inconciliabilità coi
33 Cfr. Dante, Par., XXIX, 49-51.
34 De orb., f. 47 vb.
236 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
principi più Certi della metafisica aristotelica 35, per termi-
nare, al solito, dopo tanto sforzo, con questa dichiarazione:
« Tenendum est autem deum creasse mundum et non ab
aeterno, et ab aeterno ipsum potuisse creare.... »! 36.
Segue il nono quesito o dubbio, « utrum caelum sit finitae
magnitudinis in actu », intorno al quale l'Achillini, fedele
ad Aristotele e ad Averroè, mostra di non tenere in
alcun conto il tentativo fatto da alcuni teologi del secolo
XIV, di dedurre la possibilità d'un universo infinito dalla
infinità e onnipotenza di Dio; che anzi dalla limitatezza del-
l'universo aristotelico egli è condotto a limitare la potenza
divina. Perciò egli si contenta di osservare : « Quod si theo-
logus concedat deum posse lacere corpus infinitum, oportet
ipsum dicere has difiìnitiones quantitatum non esse diffini-
tiones absolute, sed quantitatum finitarum, quemadmodum
oportet ipsum concedere, quod acquale vel inacquale non
est passio quantitatis, sed est passio propria quantitatis
finitae » 37 ; nel che consentono appieno il Cusano e il Bruno.
Nel decimo quesito col quale si conclude il terzo libro, il
maestro bolognese esclude la possibilità di altri mondi fuori
di quello descritto da Aristotele, che ha per centro la terra
e per limite la convessità della prima sfera di cui è forma so-
stanziale Dio stesso.
Anche nel quarto libro troviamo ribadite le grandi tesi del-
l'aristotelismo averroistico intorno alla natura celeste presa
nel suo complesso. Sferico è il cielo, perché corpo perfettissim.o
cui non può competere se non la perfettissima delle figure
geometriche, qual è appunto la sferica 38. Ed è formato di
natura luminosa che consegue alla luce intellettuale dell' in-
telligenza che l'anima e lo muove, diminuendo d' intensità
giù giù, di grado in grado, fino alla sfera lunare, la cui lumino-
sità propria è appena percettibile nelle ecclissi di luna 39. Ampio
sviluppo maestro Alessandro dà al quesito concernente l'eter-
nità del moto celeste, connesso con quello dell'eternità del
mondo e dibattutissimo insieme a questo, nei commenti al-
35 Ib., f. 5irb: «ad quartum, stando in principiis philosophorum,
rationes militant; sed negatis eorum principiis, tiinc cessai disputatio ».
36 Ib., i. 52ra.
37 Ib., f. 52ra.
38 Ib., IV, dub. I, f. 54ra-vb.
49 Ib., dub. 2, f. 54vb-55rb.
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 237
l'ottavo della Fisica 4°. Circolare ed eterno, il moto delle sfere
celesti riflette l'eterna circolarità del pensiero delle intelli-
genze motrici: « Quia igitur intellectio intelligentiae exit ab
intelligente et revertitur super idem ut intellectum est, ideo
intellectio est principium motus circularis, quoniam in cir-
culo exit corpus ab a, ut a principio, et revertitur in idem a,
ut in terminum, per arcum circuii»! 41.
L'ultimo quesito del De orèzèiis, concerne l' influenza celeste
sul mondo infralunare. In nessun'altra trattazione quanto
in questa dell'Achillini appare evidente come le dottrine
astrologiche sull' influenza dei cieli avevano finito per pren-
dere consistenza metafisica nel sistema aristotelico della na-
tura, nel quale le sfere celesti, coi loro motori intellettuali,
e il mondo elementare, contenuto nel concavo dell'orbe lu-
nare, son solidali e quasi direi complementari fra loro, legati
come sono da un legame di causalità 42. « Si caelum staret,
ignis in stupam non ageret, quia Deus non esset », suonava
una proposizione condannata dal vescovo di Parigi nel 1277 43.
E l'Achillini: se il movimento celeste s'arrestasse, non solo
il fuoco non s'apprenderebbe alla stoppa e allo zolfo, ma addi-
rittura « tunc non essent ignis, stupa aut sulfur»; e ciò per la
ragione « quod in primo instanti quietis caeli resolverentur
omnia inferiora in materiam primam, quia desineret caelum esse
conservans interiora...; aut in nihil omnia redirent. Ideo supra
dictum est, quam repugnat naturae vacuum, aut materiam
esse sine forma, tam repugnat caelum quiescere. Ideo Aver-
roes, 12. Mataphysicae, comm. 41, auctoritate Aristotelis, 9.
Meìaph., [t.J e. 16, [e. 8, io5ob 22 sgg.) : ' Non est timendum
caelum quiescere ' 44. Meno male !
Ma nel trattare della causalità che il mondo celeste esercita
su tutte le cose del mondo inferiore, il bolognese è indotto a
porsi il problema della libertà umana. Sigieri45 e Giovanni di
40 Ib., dub. 3, f. 55rb-57ra.
41 Ib., dub. 4, f. 57ra-vb.
42 Su questo legame fra il cielo e il mondo inferiore, cfr. Averroè,
De caelo, I, comm. 22; Aristotele, Meteor., I, e. i, 338b 22; e. 2, 339*
21 sgg.
43 Denifle e Chatelain, Chart. Univers. Paris., 1, p. 552. Cfr. «Giorn.
Crit. d. Filos. Ital. », XXIX, 1951, p. 379.
44 De orb., IV, dub. 5, f. 59rb.
45 Cfr. F. Van Steenberghen, Sig. de Brab. d'après ses oeuvres
inédites, voi. II, Siger dans l' hist. de l'Aristotélisme, nella collez. Les
philosophes belges, t. XIII, Louvain, 1942, pp. 624 e 663-665.
238 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Jandun 46 se l'eran posto assai prima, e l'avevan risolto allo
stesso modo. L' influenza dei corpi celesti non s'esercita in
modo diretto se non sui corpi infralunari. Sull' intelletto e la
volontà umana questa influenza non s'esercita se non indiretta-
mente, nella misura che lo spirito umano è legato al corpo.
Ma per se stessa quest' influenza non s'esercita sull'atto del
giudicare e del volere, che può resistere ad ogni influenza
indiretta. Ora la nostra libertà trae origine dal giudizio della
ragione, che per sé è immune da ogni diretto influsso celeste.
Al qual proposito l'Achillini coglie l'occasione per chiarire
l'equivoco che nasce dal confondere la libertà umana con la
contingenza, la quale nel linguaggio aristotelico è ben altra
cosa. La libertà è propria del giudizio che non è determinato
dall'oggetto appreso; la contingenza deriva invece da indi-
sposizione della materia « che a risponder molte volte è sorda »;
la prima è propria dell'uomo; la seconda spazia in tutta la
natura sublunare, ove l' impronta del suggello celeste è osta-
colata dalla cera mortale 47,
Ma anche in questo l'Achillini non dice niente di nuovo.
Lo stesso concetto della libertà, più che svolto, è appena ac-
cennato.
3. - Poco dopo la pubblicazione del De orbi bus a mezzo della
stampa, il maestro bolognese preparava l'edizione di alcuni
rari opuscoli pseudo aristotelici insieme ad altre cose non meno
rare, fra le quali egli inserì anche un suo trattatello De univer-
salibus, la cui composizione è probabile risalga agli anni in
cui leggeva logica fra il 1484 e il 1487. Nacque così l'Opus
septisegmentatum stampato nel 1501, a spese dell'editore
46 Phys., vili, q. 6.
47 De orb., 1. e, f. 58vb: « Ex potentiali in genere intelligibilium na-
scitur libertas, sed ex potentiali in genere sensibilium nascitur contin-
gentia. Hoc voluit Philosophus, 6. Metaph., textu comm. 5, in transla-
tione graeca: quare materia erit causa praeterquam ut in pluribus
aliter accidentis.... Quod igitur dixi in primo opere, Quolibeto [de in-
telligeutiis] primo, [dub. 3, nell'ediz. del 1494] : ' Sequitur secundo nul-
lam esse in rebus contingentiam ad quas non concurrit homo ', passum
est ab impressura defectum, non apponendo ' libertatis ' » [prima di
' contingentiam ']. Ma nell'edizione del 1506 e in quella del 1508, l'au-
tore ebbe cura di correggere l'errore.
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 239
bolognese Benedetto d' Ettore Facili. La stampa riuniva in-
sieme queste rarità: Pseudo Aristotele, De secretis secretorum,
De regum regimine, De sanitatis conservatione, De physionomia.
De signis tempestatum, ventorum et aquarum, De mineralibus;
poi il fragmento De intellectu di Alessandro d'Afrodisia nella
traduzione medievale di Gerardo da Cremona, il De animae
beatitudine di Averroè, cui tien dietro l'opuscolo De universa-
lihus dell' Achillini stesso; infine l'epistola d'Alessandro il
Macedone ad Aristotele, De mirahilihus Indiae.
L'anno seguente deve aver curato, presso lo stesso editore
Ijolognese, l'opuscolo De primo et ultimo instanti di Walter
Burley, a spiegazione del quale egli aggiunse una breve nota:
Alex. Achillini Bon. Examinatio huius quadrate figure et ad-
dictio oblunge (f. A 5), cui seguono (f. A 6-B 6) le Proportiones
di Alberto di Sassonia (Bononie.... per Ben. Hectoris, die
XXIII Aug. MCCCCCII. La rara stampa è posseduta dalla
Bibl. Nationale di Parigi, Rés. V. 810).
Nel 1503 curava altresì la stampa del libretto di Agostino
Trionfo da Ancona, agostiniano. De cognitione animae et eitis
'itentiis, cui l' Achillini aggiungeva una Quaestio de sensihilibns
noribus di Maestro Prospero da Reggio, egli pure agosti-
.: .no, « excerpta et sumpta ex quaestionibus ab eo Parisius
J'.putatis supra prologo primi magistri sententiarum » (Bo-
logna, presso Giovanni Antonio de' Benedetti, 31 maggio
1503) ; e poco dopo quella della Destructio in arborem porphy-
rianam dello stesso Trionfo, presso lo stesso stampatore de'
Benedetti (io luglio 1503). Nello stesso anno e presso lo stesso
editore, die in luce la Quaestio de subiecto physionomiae et
chyromantiae, o anche De Chyromantiae principiis et physio-
nomiae, dedicata a Bartolomeo Coclite e premessa all'opera
di questo, Chyromantiae ac physionomiae anastasis cum ap-
probatione magistri Alex. Achillini, uscita a Bologna presso
il de' Benedetti nel 1504 e dedicata ad Alessandro Bentivoglio,
figlio del signore di Bologna, Giovanni IL Due altre quae-
stiones, una De potestate syllogismi, l'altra De subiecto medicinae,
dedicate all'alunno Virgilio Porto da Modena, l' Achillini
stampò a Bologna, presso lo stesso Giovanni Antonio de'
Benedetti, nel 1504.
Questo Virgilio Porto era ancora alunno dell 'Achillini e ne
aveva raccolto le lezioni su quei due argomenti. Nel 1505
si addottorò, e nel nuovo anno scolastico cominciò a leggere
240 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
medicina teorica a Bologna fino al 1525, quando passò a me-
dicina pratica; ma il 6 agosto 1527 venne a morte ancor gio-
vane 48. Ecco la dedica affettuosa del maestro :
Alexander Achillinus Virgilio Porto Mutinensi,
discipulo haud penitendo, foelicitatem.
Nostra quaedam fragmenta (ut moris eorum est), Virgilii mi
amantissime, diligentem eorum collectorem adeunt. Tu enim
urbanitate et virtutibus et doctrina is es, quem inter caeteros
nobis dilectos elegi, apud quem aptissime reponantur; te enim
semper cognovi nostri nominis studiosum. Logicalia quidem
alios docebis; medicinalia vero exacte (ut assoles) contempla-
beris: ex quibus non minus gloriae, Alexandre tuo aurigante,
te iam comparaturum existimo, quam hactenus ex poeticis mu-
neris (/. numeris) adeptus sis. Haec igitur nostris aliis, quae apud
te sunt, adiungas. Vale, et libenter res nostras perlege.
4. - L' II settembre 1505, presso lo stesso de' Benedetti,
uscì il De elementis che si può dire formi, insieme al De intelli-
gentiis e al De orbibiis, la terza parte di un'opera complessiva,
la quale abbraccia tutto il sistema aristotelico-averroistico
della natura, ossia tutta intera la sfera cosmica, avente la
terra per centro e per periferia il cielo delle stelle fisse. Consa-
pevole dell' importanza dell'opera, l'Achillini dedicò il De
elementis «all'invittissimo principe e padre della patria, Gio-
vanni II Bentivoglio », con una lettera che è documento im-
portantissimo per stabilire i legami che univano il filosofo al
signore di Bologna.
Neil' « explicit » di questa e dell'opera precedente l'Achil-
lini, anzi che col nome d'Alessandro, comincia a sottoscri-
versi « il figlio di Claudio Achillini », arieggiando alla lontana
la maniera degli arabi. A rendere piìi solenne l'edizione del
De elementis, il giovane Porto fece scattare il suo estro poetico
e dettò questo epigramma, che si legge sul frontespizio, e in
cui il nome di Claudio Achillini è ricordato nel momento che
per la prima volta, per quanto io sappia, al figlio veniva dato
l'appellativo di nuovo Aristotele:
Cum modo legisset titulum natura libelli
huius, Achillaeo est obvia facta seni,
48 Su di lui, V. TiRABOSCHi, Bibl. Moden., IV, pp. 226-228.
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 24I
atque ait: O nimium foelix hoc pignore, Claudi,
quam melius dici Nicomachus poteras.
Un altro epigramma scrisse per la stessa stampa Ludovico
Boccadiferro, che traduce va il suo cognome in quello meno
plebeo di Siderostomo. Anch'egii era discepolo dell' Achillini,
e più tardi ne continuerà l' insegnamento averroistico a Bologna,
ma con assai minore vigore speculativo.
Il De elementis è diviso in tre libri. Nel primo si parla dei
mutamenti e delle vicissitudini che accadono nel mondo sublu-
nare e della materia che n' è il soggetto. In 28 diibia son di-
scussi tutti i problemi concernenti l'esistenza della materia
prima, la sua natura di soggetto indeterminato e potenziale
del divenire fisico, la sua conoscibilità, i suoi rapporti con la
forma, con le dimensioni, e il concetto di privazione. Niente
di particolarmente notevole, tranne questi tre punti: primo, il
sscondo dubbio «an Sorte non existente, Sortes non sit homo»,
che richiama l'attenzione sulla discussione che fa di questo
problema anche Sigieri di Brabante, nella Quaestio utrum
haec sii vera: 'Homo est animai', nullo homine existente '^^;
secondo, il sesto dubbio, ove si nega la tesi che attribuiva
alla materia una forma sostanziale di corporeità da essa inse-
parabile; terzo, il dodicesimo dubbio, ove si sostiene che la
materia prima è ingenerabile e incorruttibile e perciò eterna,
checché ne pensassero altri con Avicenna.
Il II libro tratta degli elementi e della loro mescolanza. Al
qual proposito il bolognese riprende in esame l'annoso pro-
blema se nei « misti » restino in atto o soltanto in potenza le
forme elementari, ritorna sulla « forma corporeitatis » che
Avicenna voleva inseparabile dalla materia, e fa un fugace
accenno alla famosa « colcodea « dello stesso Avicenna, « quae
est decimus intellectus in descendendo a deo, et est formarum
datrix in concavo lunae assistens ad regulandam activorum
et passivorum sphaeram et ipsam conservandam » 5°. Altro
49 De elementis, I, diib. 2, f. gava. P. Mandonnet, Sig. de Brab.
et l'averr. latin au XI Ile siede, seconda parte: testi inediti. Nella coli.
Les philos. belges, t. VII, Louvain, igo8, pp. 65-70.
50 De eleni., II, art. 2, f. ii2rb. SuU'origine e il significato della pa-
rola « Colcodea », dopo quanto ne aveva scritto Alfonso Nallino, son
ritornato in « Giorn. Crit. d. Filos. It. », XXXIV, 1955, p. 188, per
dimostrare che essa entrò in circolazione coli 'edizione del Conciliator
di Pietro d'Abano (Venezia, 1483).
16
242 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
tema è quello, allora di grande attualità, se e come le forme
sostanziali siano capaci d'accrescimento e di diminuzione, di
maggiore o minore intensità (art. 3"). Più importante, sebbene
non nuovo, è quello che egli dice della generazione degli or-
ganismi viventi, e in particolare dell'uomo (art. 4° e 50). Tutte
le forme degli esseri corporei, da quelle elementari a quelle
animali, son tratte dalla potenza della materia. Ma mentre
le forme elementari permangono nei « misti », attenuate nelle
loro proprietà, come aveva detto Averroè, la «forma mixtionis »
resta soltanto potenzialmente nel vegetale, e come l'anima
vegetativa si corrompe all'apparire dell'anima sensitiva, nella
quale rimane potenzialmente o virtualmente. L'Achillini in
questo non si dilunga molto da S. Tommaso e da Pietro d'Abano.
In certi momenti, anzi, egli sembra accogliere la tipica dot-
trina tomistica dell'unità della forma sostanziale. Con due
strappi però: uno, di minore importanza, concerne la per-
manenza delle forme elementari nei « misti » ; l'altro, assai
maggiore, riguarda l'unione dell' intelletto col singolo.
A rammendare quest'ultimo strappo che compromette
l'unità della coscienza umana, l'AchilHni s'adopra con ogni
accorgimento dialettico, pur mantenendosi fermo sulla tesi
averroistica fondamentale : l'unità dell' intelletto. È interes-
sante seguirlo nel suo tentativo.
Lo sviluppo dell'organismo umano s' inizia con una fase
puramente vegetativa, come aveva detto Aristotele. Principio
delle funzioni vegetative nell'embrione è la così detta « anima
vegetativa », all'apparire della quale la precedente « forma
mixtionis » si corrompe. Così, nella seconda fase dello sviluppo
embrionale, alla forma vegetativa subentra quella sensitiva,
mentre la prima si corrompe. Ma qui l'Achillini si domanda:
— Allora dovremmo dire che prima d'essere animale, l'em-
brione nella prima fase è stato pianta ? — No — egli risponde ;
— perché altro è esser pianta, altro è vivere a mo' di pianta,
come dice appunto Aristotele 51. L'anima vegetativa d'una
pianta è termine della nascita di quella pianta, ed è quindi
forma determinata e perfetta nella sua specie; la forma ve-
getativa nell'animale, invece, è forma indeterminata e imper-
fetta; più che punto d'arrivo, è preparazione e avviamento
51 Ib., art. 4, f. i24vb.
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 243
ad un grado più alto di vita; questa è in via, direbbe Dante 5^,
quella è già a riva.
In questo concetto del passaggio dall' indeterminato al
determinato parrebbe dovesse cercarsi la chiave per intendere
come r intelletto, unico in sé, s'unisce all'anima sensitiva a
costituire l' individuo umano particolare. Ed è concetto ari-
stotelico che mitiga alquanto la crudezza dell'altro concetto,
essere le forme sostanziali come i numeri e come le figure della
geometria, di cui non si dà aqcrescimento o diminuzione
senza cambiamento di specie. Aristotele appunto, nel De ge-
neratione animalium, II, e. 3, aveva detto che nel processo
genetico non nascono insieme l'animale e l'uomo, né l'animale
e il cavallo 53. Dal che parrebbe che l'animale, che precede
l'uomo e il cavallo, dovesse essere non una forma determi-
nata e specifica, ma una forma generica e indeterminata,
la quale tende là a determinarsi in cavallo, qua in uomo.
Venendo a parlare appunto del processo genetico umano
(art. 50), il maestro bolognese si chiede « an in ipso (homine)
animam intellectivam expectet sentitiva » 54. E per risolverlo,
ricorda anzitutto quali, a suo modo di vedere, ne sono i due
presupposti :
Unum, quod intellectus sit forma informans materiam, dans
esse hominem. Aliud, quod prius tempore sit anima sensitiva
in materia, quam intellectus possibilis. Quorum primum in libro
De intelligentiis declaravi 55, et etiam in libro De orbihus, [II,
dub. VI], quaestione de motu intellectus. Ouibus addo, quod
ambo illa asseruntur ab Aristotele, 2. De genevatione animalium,
[cap. 3], dicente: ' Sed quamobrem talem animam prius haberi
necesse sit, ex his quae De anima disseruimus apertum est. Sen-
sualem autem, qua animai est, tempore procedente, recipi et
rationalem, qua homo est, certum est.
Quest' « anima sensitiva » che precede l'apparire dell' intel-
ligenza, è una forma generica e indeterminata che prepara
l'avvento di un'altra forma più determinata, per la quale
l'uomo comincia già a distinguersi dal cavallo e dagli altri
animali; e questa è la cogitativa. La cogitativa è nell'uomo
52 Purg., XXV, 54.
53 Arist., De gen. animai., II, e. 3, 736b 2.
54 De elem., II, art. 5, f. i26ra.
55 Si veda sopra, pp. 208-209.
244 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
quello che negli altri animali si dice estimativa, ed è, insieme
air immaginativa, alla memorativa e al (( sensus communis »,
uno dei così detti sensi interni. Come l'estimativa negli ani-
mali, anche la cogitativa (che talora è chiamata essa pure esti-
mativa) ha la funzione di distinguere e giudicare sensibilmente
le percezioni particolari e quello che v' è nelle cose apprese di
utile e di dannoso. Per questo essa è chiamata anche «ratio
particularis » ; ma è facoltà sensibile, legata all'organismo,
tanto che i medici e anatomisti antichi e medievali le assegna-
vano come organo il « ventricolo medio » del cervello, mentre
all' immaginativa assegnavano quello anteriore, e alla memora-
tiva quello posteriore. Ma oltre alla funzione ora accennata,
la cogitativa umana ne ha un'altra, per la quale si distingue
sostanzialmente dall'estimativa degli altri animali: essa è
ordinata a preparare quelle immagini sensibili, o fantasmi,
quasi riassunto di tutto il mondo dell'esperienza sensibile,
che r intelletto farà oggetto di elaborazione mentale, scien-
tifica, traendo fuori dalle rappresentazioni particolari il con-
cetto universale. Mentre nell'animale inferiore all'uomo l'anima
sensitiva per mezzo dell'estimativa si può dire sia giunta a
riva, ed abbia raggiunta la più alta perfezione di cui è capace,
non così è della cogitativa umana, la quale, per quest'ultima
sua funzione preparatoria all'atto dell' intendere, è ordinata
per sua natura a congiungersi con l' intelletto possibile.
Questo alla sua volta, nella gerarchia delle intelligenze se-
parate, è quello che tiene l' infimo grado, perché, pura potenza
d' intendere, è ordinato, per iniziare il suo passaggio all'atto,
ossia per divenire intelletto in atto, all'apprensione intelligi-
bile delle forme del mondo sensibile, di cui la cogitativa gli
somministra le rappresentazioni particolari.
Perciò non si può dire che la cogitativa sia la vera forma del-
l'uomo, come pure dicevano molti averroisti 56, e che per essa
l'uomo si distingua dagli altri animali. O se vogliamo, essa è
forma, sì, ma incompleta. E questo perché la cogitativa umana
56 Fondandosi su un famoso detto d'Averroè, De anitna, III, comm. 20 :
■« Et per istum intellectum [queni vocat Aristoteles passibilem-, e che
Averroè denomina cogitativa] differt homo ab aliis animalibus ». Al
qual detto gli averroisti sigieriani ne opponevano però un altro, tratto
dal primo commento allo stesso terzo libro del De aniìiia: « Cum per
hanc virtutem [rationalem] difterat homo ab aliis animalibus, ut dictum
est in multis locis ».
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLTNI 243
non è ancora giunta a riva; a riva essa giungerà quando sarà
unita all' intelletto possibile, che, alla sua volta, è ordinato
per sua natura ad essere eternamente unito alla cogitativa
umana, negl' infiniti individui della specie. V è insomma tra
la cogitativa umana e l' intelletto possibile un vincolo sostan-
ziale, per cui l'una è ordinata per natura all'altro, e recipro-
camente, ed entrambi si completano a vicenda. Forma com-
pleta dell'uomo, sia in universale, quanto alla specie, sia in
particolare, quanto ai singoli, è dunque l' intelletto possibile
unito alla cogitativa; e non solo forma assistente, ma vera
forma informante che dà all'uomo l'essere di uomo e ne fa
il soggetto dell' intendere.
A prima vista potrebbe parere, e certe espressioni potrebbero
indiirci a crederlo, che l'anima cogitati^•a, tratta dalla potenza
della materia, e l' intelletto possibile, venuto dal di fuori,
fossero due nature, due quiddità diverse, due forme, anzi due
anime. Ed effettivamente esse stanno nell'uomo a rappresen-
tare due modi di conoscenza che all'Achillini, come ad Ari-
stotele e a Platone, son parse irriducibili:
Duo igitur svint principia cognoscendi in ncibis reperta: unum
universaliter, et est intellectus, et est incorporeus, inorganicus,
incorruptibilis; aliud vero singulariter, et est sensus, et est virtus
in corpore et organica et corruptibilis, et est anima cogitativa 57,
Ma poiché la cogitativa è forma incompleta ed è ordinata
ad unirsi all' intelletto, e questo alla sua volta è complemento
di quella, possiamo ben dire che dalla loro unione risulta
un'anima composta, come aveva detto Sigieri 58, la quale è
tutta intera forma dell'uomo. Tuttavia, poiché la cogitativa
è forma incompleta che riceve il suo ultimo complemento dal-
l'unione con r intelletto, possiamo dire ugualmente che 1' in-
telletto termina il processo della generazione umana, e che
esso ha da ritenersi forma dell'uomo a più forte ragione che
non l'anima cogitativa:
Quamvis in homine duae species colligentur, ibi est tantum
intellectus, qui est ultima forma, qua homo est homo. Cogitativa
igitur forma non est ultima, sed ordinatur in intellectum. Non
tamen est homo unus per simplicem formam, sed per composi-
57 De ehm., II, art. 5, f. lijrb.
S^ Cfr. sopra, p. 206.
246 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
tissimam; nullum enim est mixtiim homine compositius. Habet
igitur homo duo esse: unum est esse inateriale a cogitativa;
reliquum vero est esse divinum ab intellectu possibili 59.
Perciò l'Achillini nei QuoUbeta de intelligentns, ai quali più
volte si riferisce nel secondo libro del De elementis, aveva
detto :
Non potest intellcctus informare materiam, non informante
cogitativa, quia non stat materia sine forma constituta in esse
per eam.... Neque potest cogitativa informare, non informante
intellectu, quia, dato informabili ultimate disposito et informativo,
ponitur informatio. Est autem materia informata cogitativa in-
formabile propinquum et ultimate dispositum ad recipiendum
inteilectum ^°.
Le quali parole, secondo la testimonianza del Nife, son
tolte alla lettera dall'opera di Sigieri, De intellectu ad fratrem
Thomam ^i.
Il terzo ed ultimo libro del De elementis abbraccia dician-
nove quaestiones , intorno alle proprietà degli elementi, e cioè
alla quantità e alle loro qualità, al movimento, alla gravità,
alla figura e al luogo proprio di ciascuno. E poiché le teorie
dello Heytesbury, o Heutisbery, come lo chiamavano, e quelle
del Suisset, o meglio Swineshead, erano venute a scompi-
gliare le idee dei maestri bolognesi non meno che di quelli
padovani, anche l'Achillini s' impegna in una prolissa discus-
sione del problema di moda, se di ogni cosa naturale si dia
un massimo e un minimo 6=, sul quale nel corso delle sue lezioni
e in trattati speciali ebbe a soffermarsi più volte anche il
Pomponazzi, imprecando ai calculatores forestieri e nostrani ^3.
A questo problema tien dietro una non meno prolissa discus-
59 De elem., 1. e, f. i2gra.
^° V. sopra, p. 206.
6^ NiFO, De intellectu et daemonibus, I, tr. 3, e. 18; cfr. il mio Si-
gieri, cit., pp. 17-18.
^2 De elem.. Ili, dub. i, f. 230va sgg.
^3 Pomponazzi, De maxima et minimo ad Laurentium Molinum,
Ms. Ambrosiano R. 96 sup., f. i52r (vecchia numeraz. f. 39r) ; In I
Phys., Parigi, Bibl. Nation., ms. lat. 6533, f. 49 Gr sgg.; Arezzo, Bibl.
Frat. de' Laici, ms. 389, f. 42V sgg. (il Pomponazzi prende di mira par-
ticolarmente il suo concittadino Pietro da Mantova), nonché le due
opere a stampa De reactione e Tractatus penes quid intensio et re-
missio formarum attendatur.
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 247
sione sul quesito « utrum aliquid moveat se ». E sebbene l'au-
tore dichiari di voler trattare di ogni specie di movimento,
celeste o elementare, animato o inanimato, sostanziale o
accidentale, corporale o spirituale, egli s' intrattiene più a
lungo intorno al moto naturale degli elementi e dei «misti» e
specialmente alla gravità e « leggerezza », ritenute con Ari-
stotele e Averroè forme sostanziali dei corpi, all'azione del
cielo, del « luogo naturale », del generante e di ciò che rimuove
r impedimento al cadere o all'elevarsi di un corpo 64. Le stesse
idee averroistiche, che l'Achillini sosteneva a Bologna, aveva
sostenuto a Padova il Pomponazzi, nell'anno 1500, commen-
tando r Vili della Fisica 65. Ad un certo momento il maestro
bolognese accenna anche al moto violento dei proiettili. E
come il Pomponazzi, sostiene egli pure che il proiettile lan-
ciato «movetur a medio» e combatte la tesi dell' « impetus »
difesa dai «parisienses»66^ cioè da Giovanni Buridano, da Ni-
cola d'Oresme, da Alberto di Sassonia, detto Albertuccio o
Alberto il piccolo, per non condonderlo con Alberto Magno,
e altresì da Marsilio di Inghen, e portata a Bologna da maestro
Biagio da Parma che d'Albertuccio era stato alunno a Parigi ^7.
Seguono altri diciassette quesiti intorno ai quattro elementi
e alle loro qualità sostanziali. La soluzione di essi è quella
averroistica. Ma l'ultimo, il diciannovesimo, ha un' impor-
tanza speciale per il tempo in cui è posto : « Dubitatur decimo-
nono, utrum terra sit ubique habitabilis ». Il problema se
l'era già posto Pietro d'Abano prima del 1310, nella diff. LXVII
del suo Conciliator, e l'aveva discusso con ampiezza, ricor-
dando i viaggi di Marco Polo e la relazione di frate Giovanni
cordigliere, cioè del francescano Giovanni del Pian del Car-
64 De eleni., Ili, dub. 2, f. I34ra sgg., e specialmente sulla gravità e
nerezza, f. i36rb.
65 Bibl. Naz. di Napoli, ms. Vili. D. 81, f. 1311: Questio Magistri
Petri Pomponatii.... de motu gravium et leviiim, quam fecit Magister
Petrus dum legeret librum 8. Physicoriun anno domini 1500. Sullo
stesso argomento il mantovano ritornò nel commento all' Vili della
Fisica del 1518, Arezzo, Bibl. Frat. de' Laici, ms. 389, f. 3iiv-3i2r,
ove combatte la « solutio de impulsu que communiter tenetur a pari-
siensibus » (ad t. e. 82).
66 De elem., 1. e, f. I35va « Secunda est opinio Parisiensium.... ».
67 A. Maier, Zz£^ei Grundprobletne der scholastischen Naturphilosophie:
das Problem der intensiven Grosse; die Impetustheorie. 2* ediz. Roma,
1951, pp. 1 13-313, e per Biagio Pelacani da Parma in particolare,
pp. 270-274.
240 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
pine 68. L'Achillini conosce e cita il Conciliator, ma di mala
voglia e senza entusiasmo:
Quod autem sub aequinoctiali continue habeantur ficus, aut
quod aer sit ibi temperatissimae dispositionis, aut quod aninialia
ibi habitantia temperatam habeant complexionem, aut quod pa-
radisus terrestris ibi sit: sunt res quas experientia naturalis nobis
non ostendit ^9.
Il che è ben detto per il paradiso terrestre, ma non per le
altre cose ricordate, delle quali 1' « experientia naturalis » di
arditi viaggiatori e missionari era cominciata da un pezzo.
Il filosofo bolognese, che pur sapeva qualcosa di ciò che co-
storo narravano di aver visto e toccato con mano, senza
avere il coraggio di negarlo, si contenta di dire che è cosa che
non riguarda i filosofi intenti alla ricerca del perché, bensì
gli « storiografi » cui spetta d' indagare se un fatto è o non è :
« Pro malori parte veritas illarum (causarum) ex historia
' quia est ' dante, petenda est ; ideo haec historiographis re-
linquantur, et praesertim de Marco Veneto aut Dominico
Indiano loquentibus » 70. Chi sia questo Domenico Indiano
non saprei dire. Ma coloro che avevan parlato e scritto del-
l' India e delle terre australi eran più d'uno. Negli anni stessi
in cui l'Achillini componeva il De elementis, s'aggirava per
r India e le terre australi Ludovico de Varthema, che pare,,
e non senza buon fondamento, fosse oriundo bolognese.
5. - Il 5 marzo 1506, uscì « per Benedictum Hectoris Biblio-
polam Bononiensem » la seconda edizione dei Quoliheta de
intelligentiis , cui l'autore premise diciotto dubia sollevati dal
conte Annibale Rangoni, al quale l'edizione era dedicata, in-
sieme con le soluzioni di essi. Questi diciotto dubia nelle edi-
zioni successive sono stati rimandati in fine dell'opera.
Tutti questi scritti hanno, in complesso, carattere stretta-
68 Che « cordelarius )) (in francese cordelier) significhi «francescano»
o « cordigliere », è sfuggito a Sante Ferrari, in quel suo volumaccio,
pieno di tanti spropositi, I tempi, la vita, le opere di Pietro d'Abano,
p. 276, del quale ho parlato a lungo sopra, nei primi due saggi, eil
ove « cordelarius » è diventato un cognome, Cordellari !
69 De eleni., Ili, dub. 19, f. i49rb.
70 Ib.
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 249
mente filosofico, se per filosofia s' intende, come s' intendeva
allora, la teoria della natura completata dalla metafisica.
Le stesse questioni De suhiecto physiononiiae et chiromantiae
e De suhiecto medicinae , ben poco hanno che riguardi da vicino
la medicina propriamente detta. Tuttavia dalle Anotomicae
annotationes , pubblicate postume dal fratello Giovanni Fi-
loteo, nel settembre 1520, e delle quali parleremo più oltre,
si può ricavare che maestro Alessandro, il quale dal 1494
reggeva una delle cattedre di Medicina Teorica, fu condotto a
discutere di anatomia e di fisiologia 7". In queste Annotationes
infatti egli accenna più volte ad osservazioni da lui fatte nel
1502 (f. i6v), nel 1503 (ff. 5v, 15V, 16) e nel 1506 (f. 12 v).
Lo studio bolognese, da quando l'Achillini assunse l' insegna-
mento della Medicina Teorica ebbe quasi sempre tre maestri
deputati « ad lecturam Chyrurgiae », che di solito aveva per
testo fondamentale V Anatomia del Mondino, sulla guida del
quale si conducevano le dissezioni dei cadaveri o « anotomie »,
che, alla fine del Quattrocento e nei primi del Cinquecento,
si facevano con speciale messa in scena, pari a quella non meno
solenne per la confezione della Triaca. A queste « anotomie »
assistevano maestri e scolari e per l'occasione si sospendevano
per otto o dieci giorni le lezioni. Siccome l'Achillini non fu
mai deputato « ad lecturam chyrurgiae », è verosimile che
egli, come maestro di Teorica, abbia preso parte a qualcuna
delle abbastanza frequenti « anotomie » tenute negli anni da
lui stesso indicati e in altri ancora ~-.
Nell'anno scolastico 1502-3, fra i maestri deputati a leggere
71 A. Pazzini, La scoperta della membrana timpanica, nella rivista
// Valsalva, IX, 1933, pp. 298, scrive: «L'Achillini lesse anatomia
nell'università di Bologna nel 1497, ma per breve tempo. Nel 1501 ri-
prese la cattedra e la tenne fino al 1508 ». La notizia è inesatta per più
versi. Una cattedra d'anatomia a Bologna allora non esisteva. Di ana-
tomia si occupavano il professore di Teorica, quando faceva lezione
su un testo di anatomia, per es. su talune parti del Canon di Avicenna
o su alcuni trattati di Galeno ecc., e il professore di Chirurgia. L'Achil-
lini fu sempre professore di Teorica dal 1494 al 1506, e dall'ottobre 1508
al 1512.
7* Oltre a queste « anotomie » pubbliche, ve n'erano del resto anche
di private che i maestri facevano per proprio conto, quando ne avevano
la possibilità, a scopo d' indagine scientifica. Cfr. G. Martinotti, L' in-
segnamento dell'anatomia a Bologna prima del sec. XIX, in Studi e me-
morie per la Storia dell'univ. di Bologna, voi. II, Bologna, 191 1, p. 30 sgg.
Ma l'autore non dà esempi per il periodo dell'Achillini, né dice che
fossero frequenti.
250 L ARISIO'IELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Chirurgia, insieme a Domenico della Lana, che già insegnava
da vari anni, e a Biagio de' Mercuri, ucciso il 5 novembre 1505,
compare nello studio bolognese la figura di Jacopo o Beren-
gario da Carpi, detto semplicemente il Carpo. Questo illustre
maestro, che godeva della protezione d'Alberto Pio, signore di
Carpi, commentando il Mondino, ebbe a correggerlo su molti
punti, e dominò la chirurgia bolognese del suo tempo, cui aprì
nuove vie, fino alla sua partenza per Ferrara nel 1527. A pro-
posito della scoperta del martello e dell' incudine nell'orecchio
medio, gli storici della medicina sono incerti se attribuirla
all'Achillini o al Carpo, e sembrano quasi insinuare che vi
fosse rivalità fra i due colleghi bolognesi. Il certo è che l'Achil-
lini nelle Annotationes non ne fa cenno; e d'altra parte il
Carpo, nei Commentaria cum amplissimis additionihus super
Anatomia Mundini, stampato a Bologna, « per Hieronymum
de Benedictis. Pridie Nonas Martii. M.D.XXI », quando il
collega era morto da quasi nove anni, trattando nel comm.
XXXVII (fol. 477r) di questi due ossicini, lungi dall'attri-
buirsene la scoperta, e' informa che « sunt aliqui qui volunt
quod illa ossicula moveant aerem intra stantem et panni-
culum praedictum ». E anche nelle Isagogae hreves et exactis-
simae in anatomiam humani corporis (seconda ediz. del 1530,
s. 1., pp. 230-32), lo stesso Carpo torna a parlare dei «duo
ossicula » e delle varie opinioni per intenderne la funzione.
Se se ne discuteva, ed altri avevano opinioni diverse da quella
di maestro Jacopo, è segno che questi « duo ossicula » erano
stati notati da qualche tempo, forse in qualcuna delle « ano-
tomie » tenute dallo stesso chirurgo, e alle quali un maestro
di Teorica, qual era l'Achillini, non poteva rimanere estraneo 73
Giacché è risaputo come nel corso appunto di queste « ano-
tomie » e nelle discussioni inevitabili a cui davano occasione,
furon notate discordanze, le quali ogni giorno cresce van di
numero, fra l'esperienza e le trattazioni anatomiche di Ga-
leno, di Avicenna, del Mondino o di Ugo da Siena, e si venne
rinnovando la scienza anatomica.
Nel 1506, Alessandro Achillini godeva dunque a Bologna
della più alta considerazione come filosofo e come medico e
73 Del resto l'attribuzione di questa scoperta all'Achillini si fa ri-
salire a ciò che ne dicono Eustachio Rudio e Giulio Casserio piacentino.
Cfr. G. N. Pasquali Alidosi, / dottori bolognesi di teol. filos. medie,
e d'arti liberali dall'anno 1000 per tutto marzo 1623, Bologna, 1623, p. 8.
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 25I
del favore dei Bentivoglio che gareggiavano coi signori di
Ferrara e d' Urbino e coi Medici nel proteggere gli studi, le
arti e i begli ingegni 74, Per Natale del 1504, il fratello Giovanni
Filoteo Achillini portava a termine il suo enfatico e strampa-
lato poema intitolato Viridario, stampato a Bologna, nel 1513,
« per Hieronymo di Plato Bolognese », e dedicato a « Gioanne
de Medici Cardinale, bora Leone sommo Pontifice ». Nel
canto X, Giovanni Filoteo tesse le lodi di Bologna; prima delle
donne e dei gentiluomini illustri, poi degli studi che dan fama
a Felsina. Fra i dotti bolognesi due ne indica in particolare:
l'uno è Giovanni Zaccaria Campeggi, allora giurista di gran
fama, che dopo avere insegnato il diritto a Pavia e a Padova,
s'era fermato definitivamente a Bologna (a meno che Gio-
vanni Filoteo non intenda del figlio di lui, Lorenzo, che, insieme
al padre, teneva la cattedra straordinaria di diritto civile,
egli pure giurista di grido e futuro cardinale, cui saranno
affidate importanti e delicate missioni diplomatiche) ; l'altro
è Alessadro Achillini, che il poeta, suo fratello minore, esalta
con orgoglio e ammirazione (ff. i84v-i85r) :
Dui lumi chiari, ciascaduii divino:
lune il Campeggio, laltro lo Achillino.
Di luna legge e laltra quel Campeggio,
si come e voce e ver, porta corona.
Ne gli altri studii lo .\chillino veggio,
che Theologia sparge in ogni zona.
lalta philosophia laudar non deggio,
che fama, e de laltre arti, il Mondo introna.
Me glorio, godo, e laudo il Creatore
che a questo unico son fratel minore.
Chi legge e intende lopre sue superne,
dove e insudato in la sua gioventute,
gli darà laudi gloriose e eterne.
Hor pensi, pervenendo a senettude,
le lucubration, calami e lucerne
scranno al letto et al lettor salute.
Di un lustro a punto il mezzo camin varca,
sei debito farà Ih orrenda Parca.
Che maestro Alessandro fosse dottissimo in filosofia e nelle
altre arti lo sapevamo ; ma che egli si fosse addentrato anche in
74 Nel bimestre settembre-ottobre 1491, e in quello di novembre-
dicembre 1504, fu anche del consiglio degli Anziani. Catalogus omnium
doctoriini collegiatorum in artibus liberalibus et in facilitate medica, Bo-
logna, 1664, p. 22.
252 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
un campo così diverso come quello degli studi di teologia,
ci sarebbe facilmente sfuggito, se il fratello poeta non avesse
richiamato l'attenzione su questo aspetto della sua cultura.
A dir vero, più volte, leggendo taluni dei suoi scritti, m'era
accaduto d' imbattermi, senza farci troppo caso, in brani che,
ben considerati, attestano nell'autore buona conoscenza
delle cose teologiche, pari certamente a quella di Tiberio
Bacilieri, il quale, averroista alla maniera dell'Achillini, non
esitava a dichiararsi pronto, se il papa l'avesse gradito, a in-
terrompere l'esposizione d'Aristotele e, «relieto lumine na-
turali, propositiones creditas magna cum facilitate et bre-
vitate resolutissimas reddere » 1^.
Il 19 maggio del 1506 l'Achillini avrebbe dovuto essere
presente come compromotore all'esame di dottorato che quel
giorno dovevano subire maestro Guglielmo Spinola da Modena,
che per un biennio era già stato Rettore dello studio « et
optime se habuerat in officio », e maestro Guido da Pesaro.
Dovette invece farsi rappresentare da un collega, perché
« tunc temporis iverat Romam, ut interesset disputationibus
fìendis in capitulo generali fratrum minorum tam observanti-
norum quam conventualium, grafia sui honoris, studiique
nostri ac almae civitatis bononiae » 7^. Nel saggio che segue,
si dirà quanto basta di questa disputa avvenuta il 6 giugno
1506 in casa e sotto la protezione del Cardinale Domenico
Grimani. Il patrizio veneziano Geronimo Taiapietra prota-
gonista di questa disputa, al capitolo generale dei frati
minori tenuto a Roma, giostrava in difesa di quel-
l'averroismo sigieriano che l'Achillini, dodici anni prima,
aveva difeso durante un altro capitolo generale di francescani
a Bologna. L' invito deve essere stato rivolto all'Achillini
75 Nella dedicatoria a Giulio II della Lectura in tres libros de anima
di Tib. Bacilieri, Pavia, 1508. Cfr. il mio Sig. d. Brab. nel pensiero ecc.,
p. 136. A convincerci della buona conoscenza che all'Achillini non do-
veva mancare deUe cose teologiche, oltre ai molti luoghi nei quali egli
mette in rilievo, su vari argomenti, il dissenso irriducibile tra filosofi
e teologi, basta ricordare i brevi accenni alla libertà degli angeli {De orò.,
ITI, dub. I, f. 47rb), alla grazia infusa {ib., dub. 2, f. 5ira), alla duplice
natura in Cristo [De eleni., II, art. 2, f. ii2rb), al peccato originale e
alla giustificazione {ib., art. 5, f. i29rb), alla transustanziazione e al-
l' identità del corpo di Cristo nel sepolcro {ib., i29rb-vb) e simili.
76 Libro segreto del collegio, cit., n. 3, f. 6r. Cfr. L. Mùnster, Aless.
Achillini, in Riv. di Storia delle Scienze Mediche e Naturali, XXIV,
1933. P- 75-
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 253
dal Card. Grimani, per desiderio del Taiapietra stesso, cui
doveva stare a cuore d'avere al suo fianco, nel pubblico ci-
mento, un maestro di tanta autorità, del quale condivideva il
pensiero.
Però fu un peccato che maestro Alessandro fosse assente
da Bologna quel 19 maggio, poiché maestro Geronimo de
Bombaxia, priore per quel trimestre del Collegio di medicina,
annota di suo pugno nel Libro Segreto del Collegio stesso:
« Et eadem die habuimus opulentam colationem a docto-
ratis»; usanza non del tutto infrequente, e fatta oggetto, a
quanto mi consta, anche di speciali norme regolamentari.
6. — Nell'autunno dello stesso anno l'Achillini, che era priore
del Collegio (carica già da lui coperta altre volte), dovette
provvedere alla sua incolumità personale, all'appressarsi delle
milizie papali: « Erat enim tunc temporis universa urbs in
sagis ob terorem summi pontificis, qui magnis et gallorum et
italorum copiis ad eam approperabat, ut urbem suam libe-
ram in liberiorem redigeret; quod sibi sviccessit fuga opti-
matum bentivolorum, qui tunc ei preerant, suscepta ». Come
fautore dei Bentiviglio, egli il 7 novembre era fuggito a Pa-
dova, mentre nella carica di priore gli era successo maestro
Chiaro Francesco de' Genuli 77.
L' II novembre Giulio II faceva il suo ingresso in Bologna,
e i maestri dello studio andavano a rendergli omaggio:
Die xi'^ novembris, Beatissimus sumnius pontifex iullius papa
secundus honorificentissime ingressus est praetorium fori bono-
niensis, tanquam Dominus benemeritissimus; et nostra collegia
iverunt obviani ei pedestres usque ad mansionem prope positam
strale maioris, cum vestibus et biretis rosaceis et banale de variis,
et beatitudinem suam associavimus usque ad sanctum petrum.
Sic enim consue visse alios collegiatos factitare, a Domino Paris
de grassis, Magistro ceremoniarum, accepimus 78.
Fuggito da Bologna, l'Achillini era accolto come maestro
nella seconda cattedra ordinaria di filosofia naturale, a Pa-
dova. Ivi appunto lo troviamo come concorrente del Pompo-
77 Libro segreto, n. 3, f. yr. Cfr. L. Mùnster, p. 16.
78 Libro segreto, ib.
254 I- ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
nazzi che occupava la prima cattedra, come risulta dal titolo
dalla reportatio del corso di lezioni che il Peretto Mantovano
tenne nell'anno scolastico 1506-1507 sul De substantia orbis
di Averroè:
Expositio libelli de substantia orbis ex. mi ac tempestate nostra
naturalis philosophiae luminis Magistri petri pomponacci Man-
tuani. Patavij. M.D.VII. xx mensis Februarij, dum primum
locum ordinariae philosophiae, ad concurentiam ex. mi allexandri
achiUini bononiensis, publice profìteretur 79.
Sebbene il Facciolati pretenda di sapere che maestro Ales-
sandro era stato professore a Padova nel quadriennio 1484-
1488, e che in quest'ultimo anno aveva avuto per antago-
nista il Pomponazzi, la notizia è smentita dai rotuli bolognesi
e dagli altri documenti del Collegio delle Arti e di Medicina
che danno presente a Bologna l'Achillini ininterrottamente
dal 1484 al 1506. Invece è certo che il mantovano, che iniziò
il suo insegnamento padovano solo nel 1489, ebbe a concor-
rente, quando ritornò a Padova nel 1499, l'alunno e socio
dell' Achillini, Tiberio Bacilieri, lino alla partenza di lui per
Pavia, e, partito questo, il Fracanziano. Prima dunque che
con l'Achillini, il Pomponazzi s'era scontrato col di lui « fido
Achate », che del suo Enea non era per altro che una pallida
e sbiadita ombra ^o.
Soltanto dunque nei due anni scolastici 1506-1508 il Pe-
retto si trovò ad avere per concorrente l'Achillini, del quale
già conosceva il pensiero. Ma a giudicarne dal contenuto
dell' Expositio libelli de substantia orbis, i dissensi fra i due,
per quanto senza dubbio notevoli, non paion tali da do-
ver degenerare in risse. Anzi, non ostante i dissensi, vi sono
nell'esposizione pomponaziana molte pagine che il bolo-
gnese avrebbe potuto sottoscrivere a piene mani. Così, per
esempio, quando il mantovano combatte la teoria avicenniana
della « forma corporeitatis » coeterna alla materia (fol. yv sgg.) ;
o quando tratta della dottrina averroistica delle « dimensiones
interminatae » anteriori ad ogni forma corporea (f . I3r) ; o
quando nega con Averroè che le sfere celesti siano animate
da un'anima sensitiva, distinta dall' intelligenza motrice,
come pretendeva ugualmente Avicenna (f. i/r). Anche sul
79 Cod. Vat. Regin. lat. 1279, f. ^r.
80 V. sotto, p. 288.
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 255
grosso problema An caeluni sit compositum ex materia et jorma
(ff. i8r-24r), il Pomponazzi si sforza di mostrare come le varie
opinioni in contrasto si possan difendere e come si possan
risolvere gli argomenti che ad ognuna si obiettano. Il suo ari-
stotelismo e il suo averroismo insomma non hanno la rigidità
intransigente del pensiero dell'Achillini. Col quale il manto-
vano era in sostanza d'accordo anche nel dubitare della di-
pendenza delle intelligenze e dei corpi celesti dalla causalità
efficiente del primo motore (f. 28r-30v), e altresì della infinità
intensiva del vigore col quale questo muove l'universo
(f. 33V-34V).
La vera e profonda differenza fra l'uno e l'altro maestro,
trovatisi di fronte a Padova, è questa. L'Achillini accetta
integralmente l' interpretazione averroistica d'Aristotele, an-
che là dove altri aveva visto discordanze fra il testo e il com-
mento e nel pensiero stesso d'Averroè aveva notato non poche
contradizioni, onde le molte opinioni sul vero pensiero dello
stagirita e le diatribe fra gli stessi averroisti, ciascuno dei
quali aveva in serbo il suo modo di risolvere quelle discor-
danze e contradizioni. Quello del bolognese rappresenta uno
dei sistemi più coerenti d' interpretazione del pensiero d'Ari-
stotele, dal punto di vista rigidamente averroistico. Per mezzo
di sapienti accorgimenti logici, suggeriti dalla più scaltrita
arte dialettica, per via di impensati ravvicinamenti di testi
e di sottili distinzioni, le contradizioni spariscono, i contrasti
sono conciliati, le obiezioni mosse dai dissenzienti risolte, le
dubbiezze dissipate. Di guisa che il sistema aristotelico-
averroistico, costruito con procedimenti deduttivi che mentre
scimmiottano quelli della geometria in realtà si risolvono in
una caricatura del metodo matematico, ostenta una compat-
tezza in tutte le sue parti, sì da dare l' illusione della raggiunta
certezza, in cui l'animo si quieta e non sente più l'acre puntura
del dubbio. In questa superba convinzione di essere ormai
arrivato « al segno che si tien gran miracol di natura », e pros-
simo alla copiilatio con l' intelletto agente, l'Achillini non
aspira orm.ai ad altro che ad assomigliare ad Aristotele, del
quale dice con Averroè : « qui divinus potius quam humanus ;
quoniam a M. D. annis cifra non est inventus error in eius
dictis alicuius momenti; naturae enim consiliarius extitit»! 8',
8i De phys. auditu, f. óyvb.
256 l'aristotelismo tal C vano dal secolo XIV AL XVI
Al Pomponazzi, al contrario, questa balda sicurezza dell' in-
fallibilità d'Aristotele e d'Averroè era venuta meno.
Egli non soltanto afferma « quod Aristoteles non fuit deus
et ipse non novit omnia» 82, ed ugualmente «quod Commen-
tator erravit neque ipse est deus «^3, ma spesso dichiara di
non riuscire a intenderli, che preferirebbe esser discepolo
che non maestro, talvolta anzi non esita a qualificare pazzesche,
dal punto di vista della stessa ragione umana, le loro dottrine.
Ma il più spesso, da quell'uomo faceto che era, più che incapo-
nirsi a dissolvere gli argomenti dei suoi avversari (cosa non
facile senza accettarne taluni presupposti, il che l'avrebbe con-
dotto ad invischiarsi in un perpetuo circolo vizioso, senza via
d'uscita), preferiva motteggiare con essi e svignarsela con
qualche piacevole e magari salace barzelletta. Esempi: nel
febbraio 1520, stava esponendo il secondo libro del De cado,
e precisamente il commento averroistico al testo 34, là dove si
pretende di poter dimostrare con arzigogoli sillogistici che il
mondo « non potuisset esse nec maior nec minor, secundum
philosophos », perché esso ha da esser proporzionato alle di-
mensioni dell'uomo, « cum mundus sit propter hominem ».
Questo modo di argomentare stuzzica la vena umoristica del
Peretto:
Modo, si mundus esset maior, homo non posset vivere; nam
si haberetis thalamum maximum, non possetis vivere, quia ibi
esset nimis frigus. Unde si Sanctus Petronius esset in decuplo
maior, organum, quod nunc habetur, non posset sentiri per totum.
Similiter, si mundus esset maior, sol esset nimis parvus, et sic
non posset calefacere, et sic corrumperetur homo. Similiter,
si esset minor, nimis sol calefaceret, et ita non possent esse plures
celi. Mundus ergo non potest esse maior neque minor; et est sicut
dicebat illa bona mulier, quod virga bene manebat in vulva sua,
et quod virga non oportebat quod fuisset nec maior nec minor,
nec grossior nec subtilior, nec curtior nec longior; ita quod era,
ut dicitur, a punto. Et hoc respondent fatui philosophi ad istam
dubitationem 84.
E perché, mentre il moto violento dei proietti è più intenso
da principio e poi va rallentando, il moto naturale dei gravi e
dei leggieri « est in fine velocior » ? La ragione ve la dà Averroè :
^2 Arezzo, Bibl. Laici, ms. 390, f. 41V; cfr. Parigi, Bibl. Nation.,
ms. lat. 6534, f. I3r.
83 Arezzo, ms. cit., f. 47V; Parigi, ib., ms. lat. 6533, f. 53V.
84 Parigi, ib., ms. lat. 6534, f. 6ov.
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 257
Et ponit conimentator huius rationem: v. gr., grave descen-
dens in fine velocius est quam in principio, quia confortatur ex
desiderio finis et termini; ideo intenditur desiderium, et intento
desiderio intenditur virtus motiva et motus. Exemplum do vobis:
quando vos itis ad amicam et appropinquatis illi, antequam figatis
priapum, vos mandate fuor el seme in sulle cosce. Similiter, quando
aliquis est clericus, non desiderat papatum; sed quando incipit
liabere sacerdotia magna, incipit desiderare episcopatum, postea
cardinalatum, et tunc, quando est cardinalis, magnopere papatum
desiderat, quia illi est propinquus. Et ita dicit commentator....85.
Alla fine di novembre 1522, stava commentando il primo
delle Meteore, e precisamente il capitolo della pioggia, della
rugiada, della grandine, della neve e della brina. Seguendo
passo passo il testo aristotelico e prendendo in esame le varie
opinioni così poco convincenti intorno alle cause del riscalda-
mento e raffreddamento, della siccità e dell'umidità, esce in
queste dichiarazioni:
Ego multos annos consideravi ista, et ex toto mihi non sati-
sfacio, et volo addiscere 2as dubitationes quas nescio solvere, et
solutionem relinquo istis meis sociis qui cenant cum deo et omnia
sciunt.... Domini, ego dico vobis sicut dicebat Petrarca: ' Così ben
io potessi con lingua ' exprimere quaelibet mente concipio....
Domini et filij mei, dicam vobis veruni: certe quo ad nostrum
saeculum, multum laudo fratres sancti Hieronymi, idest li lesuati,
quoniam non student et nihil faciunt nisi dicant ' Pater noster '
et 'Ave Maria'. Et ita contenti vivunt et sine molestia. Et quantum
ad alium saeculum, magis laudo, et mallem habere conditiones
Socratis, qui ad hoc devenit et dixit hoc: 'Unum scio, quod
nihil scio ', quam conditiones Aristotelis, quem credo quod multa
finxerat se scire, quae tamen ipse ignoraret. Dico vobis quod
ista nescio solvere. Solvant qui continuo prandent cum deo qui
habent intellectum adeptum ^6.
I soci che pranzano e cenan con Dio e san tutto, sono evi-
dentemente quegli averroisti che, come l'Achillini e il Baci-
lieri, ritenevano fosse concesso al filosofo di giungere, in questa
vita, al termine dello sviluppo filosofico e al congiungimento
coir Intelletto agente, nel quale consiste il pieno appagamento
del desiderio umano di sapere.
Paolo Giovio si trovava a Padova, sui ventiquattro anni, di-
scepolo del Peretto, quando questi ebbe per concorrente l'Achil-
8? Ib., f. i64r.
**^ Parigi, ib., ms. lat. 6535, f. i2or-v.
I
258 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
lini fuggito da Bologna; sì che quello che egli racconta
dell'uno e dell'altro è testimonianza di quanto ebbe ad osser-
vare. Al grande cacciatore di aneddoti non pareva vero di tra-
mandarci qualche fugace impressione, colta a volo, intorno ai
personaggi del tempo, nei quali s'era imbattuto. Egli infatti
niente ci dice dell'insegnamento dell' Achillini a Bologna. Ce lo
rappresenta a Padova, averroista che gode fama di solido e ben
digesto sapere, mentre il Pomponazzi, astioso rivale ^7, mosso
da ambizione, gli vuota la scuola. Un po' trasandato nel ve-
stire e nel portamento, ma con fronte sempre raggiante, si-
curo di sé, eccolo là al portico pretorio, nel circolo dei dotti,
mentre nel rozzo gergo scolastico affronta l'avversario e cerca
d' irretirlo entro le maglie dei suoi bifronti e cornuti enti-
memi ^^, E talora sembra averlo abbattuto col vigore delle sue
stoccate; ma il più delle volte quello sfugge alla presa delle
armi dialettiche, l' impeto dei colpi vibrati cade nel vuoto,,
stornato da una facezia o da un motto salace, « salsa dicaci-
tate », che suscitava, in chi assisteva a quelle giostre di sillo-
gismi, le più scroscianti risate.
Negli anni del soggiorno padovano l'Achillini attese a riunire
in un sol volume le opere che aveva stampate separatamente a
Bologna e che abbiamo elencate fin qui. La prima edizione degli
Opera omnia fu fatta a Venezia a spese degli eredi di Otta-
viano Scoto, ed apparve il 29 luglio 1508. Essa comprendeva i
Quolibeta de intelligentns, il De orbibus, il De universalibus,.
il De elementis 89 e le questioni De principiis chiromantiae et
phvsionomiae, De potestate syìlogismi e De subiecto medicinae.
87 II Capparoni, Profili bio-bibliografici di medici e naturalisti celebri
italiani dal sec. XV al sec. XVIII. Roma, 1926, p. 12, dice addirittura
che a Padova l'Achillini « ebbe a soffrire l' invidia del Pomponazzi
con il quale sostenne non lievi dispute, avendolo ad avversario poco
cortese e corretto ». Tutto questo mi pare che aggravi un po' troppo il
racconto del Giovio.
88 Paolo Giovio, Elogia virorum literis illustrium. Basilea, 1577,
pp. 71-72 e p. 86. In questa edizione dell'opera del Giovio si trova quel
ritratto dell'Achillini che il Mlinster (1. e, p. 15) riproduce di seconda
mano, dichiarando di non sapere donde provenga. Un ritratto del
filosofo bolognese il Giovio doveva possedere nel suo museo a Como.
Una copia di esso, se non proprio l'originale, si trova ora nel ballatoio
della sala Fagnani presso la Bibl. Ambrosiana di Milano, somigliante
all' immagine degli Elogia. Altro ritratto dell'Achillini è posseduto dal
museo dell' Università di Bologna.
89 La dedica al Bentivoglio naturalmente fu omessa.
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 259
7. - La partenza di questo insigne maestro aveva lasciato
un gran vuoto nello studio bolognese, e le autorità accade-
miche, che non riuscivano a colmarlo, lo sollecitarono a ritor-
nare sulla sua cattedra, minacciandolo dell'ammenda di cin-
quecento ducati d'oro e di pene anche più gravi, ove non
avesse ottemperato all'ordine 9°. Così egli il 14 settembre 150S
fece ritorno in patria, ove riprese la sua attività normale
di dottore dei due collegi delle Arti e di Medicina, e il duphce
insegnamento della filosofia naturale e della medicina teorica;
tanto poco il nuovo regime papale si preoccupava dell'opposi-
zione che avrebbe potuto venirgli dalla filosofia.
Al periodo del ritorno a Bologna appartiene il trattato
De distinctionibus, edito quivi, « per Ioannem Antonium de
Benedictis..., Anno domini 1510. Die 5. Octobris ». L'opera
concerne i concetti trascendentali di ente, uno, vero, buono,
e quelli di essenza, di cosa, di identico e distinto, della distin-
zione reale e della distinzione concettuale, delle formalità
scotistiche, della relazione e dei suoi fondamenti, dell'ana-
logia e dell'uso di questi concetti; di guisa che la trattazione
ci dà, di scorcio, un sommario di tutto il pensiero metafisico
dell'Achillini intento a salvare e a conciliare la dottrina
d'Averroè con quella dei maggiori maestri. Nel 1509, come
90 Da una lettera dei Quaranta riformatori dello Studio bolognese,
in data 11 sett. 1507 (pubblicata da B. Podestà, Di alcuni docum. ined.
riguardanti P. Pomponazzi, in «Atti e Mem.» della R. Deput. di Storia
Patria per le provincie di Romagna, Anno VI, Bologna, 1868, p. 142,
nota), appare che i riformatori avevano già prima fatte le loro rimo-
stranze, perché s'era assentato senza licenza. L'Achillini s'era scusato
« cum dire che ne fu concessa hcentia dal M. co Sr. Confaloniero d' Justi-
tia » e che senza di ciò non sarebbe mai partito. Ma i Quaranta repU-
carono che la licenza non era stata né richiesta né concessa nella forma
valida. Perciò s'affrettasse a far ritorno, se non voleva esser multato
di 500 ducati d'oro o colpito con altre gravissime pene « nelle quali
incorrono li nostri doctori che partono da Bologna senza licentia per
andare a legere fora nelli externi studi ». Tuttavia l'AchiUini non ri-
tornò che un anno dopo. Nel Lib. Partitorutn (Arch. di Stato di Bologna,
voi. 13, f. 136V), al 14 sett. 1508, si trova che con 19 su 19 fave bianche
«I conduxerunt Ex.m Artium et Medicinae Doctorem, D. M.m Alex, de
Achilinis ad legendum in Studio Bononie » col salario di 900 lire bolo-
gnesi, integre e privilegiate, e alla condizione di leggere Teorica ordi-
naria al mattino e Filosofìa ordinaria la sera. La formula « conduxe-
runt » vuol dire che si tratta di un nuovo ingaggio.
26o l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
maestro di Teorica, commentò la prima fen del IV libro del
Canon di Avicenna 91.
Ripreso il corso delle lezioni, egli si dette nel 1511 a esporre
il De physico auditu di Aristotele. Ma l'esposizione fu inter-
rotta dagli eventi bellici di quell'anno. È noto come il grande
capitano Gian Giacomo Trivulzio, al servizio del re di Francia,
il 23 maggio di quell'anno avesse ripreso Bologna al papa e
come avesse riaperte le porte al ritorno dei Bentivoglio. Ma
Giulio II, fatta lega con gli Spagnoli, non tardò a usare dei
servigi di questi per far bombardare la città e ridurla all'ob-
bedienza della Chiesa. Sorpreso dagli avvenimenti, il maestro
continuò a far lezione finché gli alunni, per fuggire all'assedio,
non disertarono lo studio 9^. Il 5 febbraio del 1512, penetrato
di sorpresa in città Gaston de Foix obbligò gli Spagnoli a
sbloccare Bologna. Ma dopo la battagha di Ravenna dell' 11
aprile, perduto l'appoggio francese, i Bentivoglio dovettero
di nuovo prendere il largo.
Com'era suo costume, l'Achillini avrebbe fatto volentieri a
meno di pubblicare questo frammento di esposizione del
De physico auditu. Ed infatti egli non aveva mai pubblicato
nessun commento a scritti d'Aristotele o d'altri, bensì tratta-
zioni originali sebbene ispirate al pensiero d'Aristotele e d'Aver-
roè. Perciò mi sorprende assai quello che Ladislao Miinster
scrive 93 degli Opera omnia nell'edizione del 1508 curata dal-
l'autore stesso: « Si tratta in gran parte di opere d'Aristotele,
di Alessandro Afrodisiaco (! ! !), d'Averroè ecc. provviste di
commenti dell' Achillini ». Ma ch'egli, non che scorsa, non
abbia mai visto in faccia questa edizione, è provato dal fatto
91 Nel cod. latino 14 (io) dell' Università di Bologna si trova, tra
altre cose dell' Achillini, una Expositio supra prima 41 Avicennae, da-
tata 7 settembre 1509. L. Frati, Indice dei codici latini conservati nella
R. Bibl. Univers. di Boi., Firenze, 1909, p. io. V. sotto, p. 269.
92 II Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi, I, p. 51, dice, senza
per altro citare la fonte, come «l'anno 1512, alli 15 Gennaio, tenendosi
una radunanza di Teologi, di Dottori legisti e d'altri Uomini insigni,
per consultare se si dovea ricevere il Legato proposto a Bologna dal
Conciliabolo di Pisa (cioè il Cardinale San Severino, fatto legato di
quella radunanza e Governatore di Bologna), gli aderenti a' Benti-
voglio sostenevano l'affermativa, e fra essi Alessandro Achillini piià
d'ogni altro aringo con grande arte ed impegno per sostenerla. E se
non potè ottenere l' intento, ne venne però, che fu determinato di non
ricevere né questo né quello destinato allora dal Pontefice Giulio II ».
93 0 Riv. di St. delle Se. Med. e Naturah », XXIV, 1933, p. 71.
I
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 201
che fra le opere incluse in questa edizione pone il De physico
auditu, stampato la prima volta nel 1512, e il De niotimm
proportione, di cui diremo più giù.
L'Achillini, dunque, per sua esplicita dichiarazione, non
pensava affatto a dar in luce una nuova esposizione dell'opera
aristotelica, parendogli che bastassero quelle greche, latine
ed arabe che correvan per le mani di tutti. In ciò fu imitato
dal Pomponazzi, che non pensò mai a dare alle stampe alcuno
dei numerosi commenti ad Aristotele, lasciati inediti nelle
riportazioni dei suoi alunni. Quello che decise il bolognese a
desistere dal suo proposito, è quanto egli stesso scrive in
principio del frammento:
Fugeram olim Peripateticorum principis Aristotelis librorum
interpretationes notis mandare, quoniam expositores tum Graeci,
tum Arabes, tum Latini, evolvere ipsos cupientibus textum Ari-
stoteUs piane aperuerunt. Difficultates autem circa sententias
Aristotelis et Averrois contingentes, ex libris a me editis non dif-
ficile erat comprehendere. Sed quia varii auditores varia fragmenta
philosophica, me legente, varie collegerant, et me inscio meo
nomine publicaverant, non passus sum ut, quae nostra non erant,
prò nostris haberentur. Ideo coactus sum haec scripta, tum ap-
ponendo tum variando tum rescindendo, diligentius repurgare,
ut ipsa, manu propria elaborata, proprium auctorem recogno-
scerent v4.
E alla fine dell'opera:
Hucusque (cioè fino al principio del libro II, t. e. i) nos pro-
secuti sunt audientes. Quod si amplius durassent, noster labor
longior fuisset. Et haec nostra recognoscens, fragmenta esse vo-
luissem, sed fractionum fragmenta sunt, quoniam eis commi-
nutiva fractio supervenit, Hispanis Bononiam armis impeten-
tibvis et moenia machinis deicientibus 95.
Per giocondità del lettore aggiungerò che nel II volume
della Storia dell'università di Bologna di Luigi Simeoni (Zani-
chelli, Bologna 1940, p. 51) si legge che Alessandro Achilhni,
94 Alex. Achillini, Expositio primi Physicoriitn. E infine: Expli
ciiint fragmentorum fractiones physicales ab Alex. Ach. Bon. ordinariam
Theorice de mane publice docente. Impresse per Hieron. de Benedictis
civem bonon. Anno Domini M.D.XII, f. iv. Questa avvertenza è stata
omessa nell'edizione degli Opera omnia curata da Panfilo Monti nel 1545.
95 Ib., f. 33rb, e nell'edizione del Monti, f. gorb.
202 l'aristotelismo PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
se non scopritore, fu almeno « il primo descrittore degli ossi-
cini dell'orecchio nel suo De physico auditu ». Con che il Si-
meoni parrebbe credere che in questa opera l'Achillini si
occupi dell'anatomia dell'orecchio ! E questa doveva essere
un'opinione ben radicata in lui, se anche poche pagine dopo
scrive che il bolognese fu « celebre tanto come dialettico..,,
quanto come anatomico e medico », e che « le opere che di lui
possediano.... che trattano tanto De universalibiis come De
physico auditu..., mostrano questo doppio carattere» (p. 57).
Ora nel De physico auditu non si parla affatto di cose atti-
nenti all'anatomia, bensì di quello di cui Aristotele parla in
quest'opera e, fra l'altro, anche degli universah, ma dell'organo
dell'udito proprio no.
Un'altra opera composta dall' Achillini in questi ultimi anni
della sua vita e lasciata inedita è il De proportione motuum.
L'argomento riguarda il rapporto che Aristotele, nel VII della
Fisica9^, aveva stabilito tra la forza, la resistenza e la velocità
del movimento, e il tentativo da parte di Tommaso Bradwar-
dine, di Nicola d'Oresme e degli altri « calculatores » di tra-
durlo in un rapporto matematico. Le dottrine di costoro, por-
tate in Italia da Biagio Pelacani da Parma, « Parisius docto-
ratus », avevano suscitato vive controversie tra coloro che
accettavano la novità delle « calculationes » e gli averroisti
che alle nuove dottrine furono piuttosto ostili. L' Achillini
si mostra pienamente informato dello stato della questione,
allora dibattutissima anche a Padova e a Bologna. Conosce
e cita il commento del Campano alla Geometria di Euclide,
l'Aritmetica di Giordano de Nemore, i trattati calcolatori di
Tommaso Bradwardine, del Swineshead, dello Heytesbury,
di Nicola d'Oresme, d'Albertuccio ossia d'Alberto di Sassonia,
di Paolo Veneto, di Giovanni Marliani « in sua quaestione
subtili de proportionibus », insomma tutta la letteratura del-
l'argomento, che noi oggi ben conosciamo attraverso le dotte
e dihgenti ricerche della Dott. Anneliese Maier97. Intento del
maestro bolognese era quello di salvare le regole delle propor-
zioni formulate da Aristotele e da Averroè nel VII della Fisica
e di accordarle con le teorie calcolatorie, a differenza di quello
96 Cap. 5, 249b 27-25ob 8 (t. e. 35-39)-
97 Die Vorlàufer Galileis im 14. Jahrhundert, Roma, 1949, pp. 79-215;
An der Grenze von Scholastik u. Naturwissenschaft, Roma, 1952, pp.
257-384.
I
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 263
che pensava potesse farsi, pochi anni dopo la morte di lui,
il Pomponazzi 98.
L'opera non potè essere pubblicata dal filosofo bolognese
perché prevenuto dall' improvvisa morte. Lo Hain, n. 71,
registra quest'opera dell' Achillini col titolo De distyibiitionihus
ac proportione motuum, e la dà stampata a Bologna, « per
Benedictum Hectoris », nel 1494. Ma il Gesamtkatalog, I, p. 79,
dichiara l'esistenza di questa edizione « zweifelhaft ». Io la
direi semphcemente inventata. Per due ragioni: primo, perché
nell'opera sono citati il De orbibtis e il De elementis sicura-
mente posteriori al 1494; secondo, perché il fratello Giovanni
Filoteo che nel 15 15 ne curò l'edizione postuma, la dà come
inedita, nella dedica a Leone X: « Itaque Alexandri ipsius
auctoris nomine (quando ipse funere praeventus acerbo non
potuit) ea sanctitati tuae nuncupatim dico » 99.
Ma il 2 agosto 15 12, coli 'animo profondamente amareggiato
per gli avvenimenti che avevano turbato la serenità dello
98 « Aliqui ergo ducti inani gloria voluerunt salvare Aristotelem ;
Inter quos fuit Ioannes Marilianus, qui construxit tractatum in quo
intendebat salvare Aristotelem; et aliqui fecerunt tractatum centra
Marilianum.... Et totus mundus apud me non salvaret Aristotelem,
et Aristoteles sibimet contradicit, et videbitur aperte errasse, et una re-
gula alteri contradicit. Fortassis enim quod decipior; sed iudicabitis
vos per dieta Aristotelis, quod non potest salvari. Aristoteles etiam
fuit homo et decipi potuit, sicut etiam possibile est me decipi » (P.
Pomponazzi, In ynm. Phys., ad t. e. 39, ms. aretino, Bibl. de' Laici,
390, f. 180V sgg.). Giunto alla fine della sua riportazione, l'alunno,
che dal cod. della Kungl. Biblioteket di Stoccolma, Va. 24 (cfr. « Giom.
Crit. Filos. It. », XXXVII, 1958, p. 354) appare essere quel Magister
Hieronymus Bonus o de Bono, da Bologna, laureato in Artibus et
Medicina il 13 ott. 1519 (Libro Segreto del Collegio, cit., f. 32v), annota:
<( Preceptor in destruendo Aristotelem oblocutus est in tantum quod
fere omnibus tedio fuit, tot et tantis modis argumenta ista prolixissime
formaverat, et monstravit quibus modis et quot viis potuit, argumenta
ista apud eum concludere et insolubilia fore. Quapropter multum
excitavit ingenia scholarium in volendo Aristotelem tueri ab istis
argumentationibus. Tu omnia et adhuc meliora accipias ex Bendano,
hic in questione propria, ex quo omnia hec accepit preceptor; et adde
ex tractatu Achillini ». Questa annotazione nel cod. 45 del Collegio
Campana di Osimo (f. 222r) è chiusa entro le sigle H.us.... B.us. Nel
Cod. parigino, Bibl. Nation., ms. lat. 6533, f. 358V, si legge invece:
« Verum magister Benedictus Victorius de Faventia conatus est de-
fendere Aristotelem, et licet legeret medicinam extraordinariam hora
19, tamen defensionem prò Aristotele scolaribus quibusdam in scriptis
dedit, et ego hic scripsi ut patet ». E segue la Defensio Aristotelis in
ultimo capitulo ji Phisicorum (f. 359r-36iv) del maestro faentino.
99 Alex. Achillini Bonon., De proportionibus niotuum, Bologna,
Girol. de' Benedetti, 15 15, agosto, f. 2r.
264 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
studio bolognese, il celebre maestro averroista venne improv-
visamente a morte, mentre l'anno prima era giunto a Bo-
logna il Pomponazzi, a reggere una delle cattedre di lilosofia
naturale, e su di lui, dopo la scomparsa dell' Achillini, comin-
ciarono a convergere gli sguardi degli studenti bolognesi.
La morte di maestro Alessandro fu pianta come il più lut-
tuoso evento cittadino. Il necrologio che di sua mano scrisse,
nel Libro Segreto del Collegio delle Arti e di Medicina, maestro
Federico Gambalunga, che per molti anni gli era stato col-
lega, ci riempie ancora di stupore, perché unico negli annali
dello studio bolognese; di nessun altro maestro si dice quello
che fu detto allora dell' Achilhni, in sì grande concetto lo te-
nevano i contemporanei, quasi fosse un dio "o;
Egregius artium et medicine doctor, D. M.r Alexander Achil-
linus obijt quarto nonas augusti. Heu dies, dies inquani infausta
nimium, non modo Bononie, verum etiam universe genti. Eam
enimvirbs haec litterarijque omnes, quorum ingenia quasi phoebe^o^
ab illius uberrimi fontis splendore lumen accipiebant, iacturam
passi sunt, qualem vix Roma Cesaris vel Ciceronis obitu, vel
maxime ^o^ tunc quum apud Cannas infaeliciter pugnatum est,
vix Graecia ex philosophorum principis, vix Chous ex medicinae
parentis lete pertulit. Talis enim tantusque erat, ut cunctis vi-
vendi esset exemplar. Unde non iniuria omnium oculi in ipsum
coniecti erant. Omnes ipsum intuebantur. Omnes admirabantur.
Omnes denique tanquam deum colebant, venerabanturque :
' Deus, deus inquam nobis ' ^°'i. Nam, ut de moribus taceam, quibus
Laelium superabat, — erat enim beneficus, comis, iucundus,
hylaris amicis, inimicis autem non asper, nemini nocebat, tri-
buebat autem suum unicuique, quod proprium est iustitiae,
utebatur pietate in parentes deosque mirifica, favebat bonis,.
malos autem modeste incusabat, — quid de litteratura, qui quasi
Crisippus in dyalecticis, in physicis Aristoteles, in Methaphysicis
100 Poi. igr. Questo necrologio che L. Thorndike, A ìiistory of magic,
a. experim. science, voi. IV, New York, 1941, p. 39, chiama « very
fulsome » (e non so proprio perché, sebbene « fulsome » voglia dire
tante cose !), non è stato pubblicato da Michele Medici, come afferma
il Thorndike, ma da L. Miinster, l. e, pp. 55-56, con alcuni gravi errori,
come vedremo subito.
i°i II Miinster traduce; «i quali come da Phoebo(!) ricevevano dallo
splendore...... Ma Phoebe, non è Febo, sibbene sua sorella Feba (cfr.
Dante, Mon., I, XI, 5) o Diana, cioè la luna ! Di questo elogio ho dato
la traduzione nel settimanale romano di cultura Idea, V, n. 36, del 6
sett. 1953.
102 II Miinster traduce: «o tutt'al pivi per la malaugurata battaglia».
l'^S Mi parrebbe una reminiscenza virgiliana, BiicoL, V, 64: «Deus,
deus ille, Menalca ».
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 265
Plato, quasi Galenus in medicina ? Ita denique in omni scientiarum
genere valuit, ut esset ex consensu eruditorum omnium extra
omnem ingenii aleam positusio4. Fuit enim in ipso mira vigilantia,
mira solertia, mirum exercitium. jNam die noctuque studebat,
legebat, disputabat dicebatque, et equidem omnia docte copiose
subtiliterque, quasi natura i°5 loqueretur. Ereptus est autem agens
annum xxxxxi 106
Heu, fortuna invida, atrox, inconstans, indignorum fautrix.
Heu, mors crudelis, non potuisti huic uni indulgere, qui, si vixisset,
archana dei mortalibus declarasset, novissetque homines in vitam
revocare ?
Celebratum est autem eius funus tertio nonas augusti maximo
doctorum scolarium ceterorumque comitatu. Astabant circa ca-
daver mulieres maestae. Astabant affines, Egregiorumque docto-
rum nostra collegia. Discipuli ceterique, qui tanquam splendidis-
simum probitatis speculum litterarumque patrem flebant, pul-
lati 107 omnes. Denique tota huius civitatis facies tristem sese prae-
ferebat, quae semper gaudebit talem virum habuisse, dolebitque
sibi fuisse abreptum, donec funditus delebitur.
Constitutum sibi fuit sepulcrum in aede divi Martini bono-
niensis, ubi decantata fuere officia prò eo. Cuius anima requiescat
in pace. Amen.
Il solenne corteo funebre, partendo dalla casa degli Achil-
lini, sita all'angolo di via degli Usberti con via de' Parisi o
di S. Colombano (verosimilmente l'odierno numero 16; cfr.
G. N. Pasquali Alidosi, Nomi delle strade vie borghi et vicoli
che sono nella città di Bologna. Bologna, 1624, pp. 30-31. Via
de' Parisi doveva chiamarsi anche « via delli Achillini », come
parrebbe da uno strumento notarile del i» dicembre 15 18
nell'Arch. di Stato di Boi., S. Martino Magg. 31-3513, n. 37),
raggiunse, attraversando il borgo Galliera, la chiesa di S.
Martino presso il chiostro dei Carmelitani scalzi.
Il sepolcro era sicuramente nella cappella degli Achillini
con altare dedicato un tempo ai SS. Biagio e Cristoforo, poi
a S. Barbara, e in questi ultimi tempi di nuovo a S. Biagio.
La cappella resta ancora, un po' in dietro all'altare maggiore.
104 II Miinster legge: «extra omnes ingeniorii (?) aleas positas »; e
traduce: «da esser posto al di sopra di ogni altro ingegno».
i°5 II Miinster ha letto : « quidnam » ; e perciò traduce : « di qualsiasi
cosa parlasse ».
i"6 Questa cifra è corretta su rasura da qualcuno che riteneva l'Achil-
lini nato nel 1461.
i"7 II Miinster ha letto «pulsati», e ha tradotto «commossi», anzi
che « vestiti a lutto ». Di altre inesattezze di traduzione non tengo conto.
266 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
fra il coro e la sagrestia. In questa tomba di famiglia nel 1640
fu sepolto anche il pronipote Claudio Achillini di manzoniana
memoria e ai suoi tempi celeberrimo. Ma poi la cappella fu
venduta e passò ad altri proprietari. Di tutto questo ha la-
sciato sicura memoria lo scrittore carmelitano Pellegrino An-
tonio Orlandi nei Monumenta di S. Martino Maggiore, del
1723, che si conservano mss. nella Bibl. Comunale dell'Archi-
ginnasio (Ms. B. 964, pp. 116 e 121; Ms. B. 996, pp. 109 e 114).
Nei due esemplari v' è alla fine la mappa della chiesa con numeri
che rimandano a didascalie in margine. Il n. 13 indica con
esattezza l'ubicazione della piccola cappella e permette di ri-
trovarla.
Ma nessuna traccia v' è oggi di tombe o d' iscrizioni sepol-
crali che le ricordino. Né tanto meno v' è traccia dell'epi-
taffìo riferito da alcuni storici, i quali intorno ad esso han
fatto non poca esilarante retorica. Dà la stura Ernesto Renan ^°^.
Parendogli che l' Achillini non rivelasse nei suoi scritti quella
libertà di pensiero che altri averroisti avevano ostentato,
« il se mentre beaucoup plus libre — dice il Renan, — dans
sa hautaine épitaphe à San Martino Maggiore de Bologne»:
Hospes, Achillinum tumulo qui quaeris in isto,
falleris: ille suo iunctus Aristoteli,
Elysium colit, et quas rerum hic discere causas
vix potuit, plenis nunc videt ille oculis.
Tu modo, per campos dum nobilis umbra beatos
errat, die longum perpetuumque vale.
Nel qual giudizio sembra convenire anche Francesco Fio-
rentino 109. Il Miinster si contenta d' informarci che le parole
di codesto epitaffio scolpito sulla tomba in S. Martino, erano
state dettate dall' Achillini "». Invece il Garin i" eil Calcaterra"^
ripigliano il concetto della « hautaine épitaphe ». « Nell'epi-
taffio che dettò per la sua tomba nella Chiesa di San Martino
Maggiore.... suona ardita la sua fede nell'aristotelismo, che
era fede nella scienza, nella indagine chiara e senza legame
i°8 Averroès et l'Averroisme, 3me ed., Paris, 1866, p. 362.
109 P. Pomponazzi, Firenze, 1868, p. 262.
^1° L. e, p. 22.
I" La filosofia (nella Storia dei Gen. Letter. del Dott. Francesco Va
lardi), voi. II, Milano, 1947, pp. 4-5.
"2 Alma Mater Siudiorìim, Bologna, Zanichelli, 1948, p. 163.
APPUNTI SU ALKKSANEFO ACHILLIKI 267
alcuno che l' impacciasse.... Non v' è, in questi distici, traccia
di preghiera» (Garin). «A questo desiderio di razionahtà, in
lui più forte della fede, trasmessagli dai padri, è ispirata la
figurazione, con cui, componendosi l'epitaffio pel sepolcro,
amò contemplarsi di là dalla morte: Hospes, Achillinum....
Anche sulle soglie della morte, dunque, l'Achillini attestava
che l'apice della felicità sarebbe stato per lui poter finalmente
conoscere le ragioni supreme delle cose, che nella vita aveva
appena intraveduto, seguendo le disquisizioni del sommo tra
i filosofi, Aristotele» (Calcaterra).
Ma, benedetta gente, ci voleva proprio tanto ad « accertare
il vero » ? Bastava togliere in mano gli Elogia virorum literis
illustrium di Paolo Giovio, e si sarebbe visto che quello non
era un epitaffio, né fu mai scolpito sul sepolcro del filosofo
in S. Martino, e tanto meno fu dettato dall'Achillini stesso.
Si tratta invece di un epigramma bene indovinato, il nome
del cui autore. Giano Vitale, è fatto dal Giovio, e lo si ritrova
fra i carmi latini di quel poeta nelle Delitiae CC. Italorum
Poetarum di Ranuccio Ghero, o meglio di Giano Gruferò,
Pars altera, 1608, p. 1439 "3.
Un altro epigramma sulla tomba dell' Achillini scrisse anche,
prima del 1525, quel poetastro di mestiere che fu il Cavalier
Casio "4:
Del giovene Alessandro Achillino,
altro Aristotel, l'ossa son coperte,
ma l'opre stan tra Philosophi aperte.
Felsineo fu, anci pur fu divino.
I biografi antichi dell'Achihini riportano anche un altro
epigramma, quasi sonasse elogio del filosofo, senza accorgersi
che vorrebbe annientarlo. Ne è autore quel frate umanista,
non privo di spirito, che fu canonico regolare di S. Agostino
e si firmava Joannes Latomus Berganus, cioè lohan Steenhawer
"3 Intorno a Giano Vitale, cfr. G. Tumminello, G. V. umanista del
sec. XVI, in « Arch. Stor. Sicil. », N. S., Vili, 1883. A Bologna il Vitale
fu sicuramente dal 1552 forse fino alla morte, prima del 1560, insieme
al prolegato Girolamo Sauli, vescovo di Genova. L'epigramma dovette
essergli ispirato da una visita aUa tomba del filosofo averroista in S.
Martino.
"4 Libro intitulato Cronica, ove si tratta di Epitaphii, d'Amore e di
Virtute, composto per il Magnifico Hieronimo Casio de Medici, Cava-
liero Laureato et del Felsineo Studio Reformatore. M.D.XXV, f. 34V.
268 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
di Berg-op-Zoom, ov'era nato nel 1522 o 1524. Per l'edizione
dell'opera del Giovio fatta a Basilea nel 1577, egli scrisse
tanti epigrammi quanti sono i medaglioni delineati dallo sto-
rico di Como. Quello concernente Alessandro Achillini suona
così:
Quisquis Averroem censes habere cerebrum
falleris; haud est me passus habere nieum.
Regula non fallit: propter quod quodlibet unum,
taliter atìectum est, sed magis illud erat.
Se Averroè avesse avuto cervello, non avrebbe impedito
che io avessi il mio. La regola non falla, ed è regola aristotelico-
averroistica : «propter quod unumquodque, et illud magis»!
E difatti l'Achillini non ebbe altra ambizione che quella di
dimostrare che Averroè aveva ben compreso Aristotele, non
quella di risolvere col proprio cervello i problemi che intorno
alla realtà s'era posto il filosofo di Stagira.
8. - Un uomo come l'Achillini, morto nel pieno vigore della
sua attività di filosofo e di teorico della medicina, è ben na-
turale che dovesse lasciare molte opere abbozzate o appena
delineate, schemi di lezioni, appunti, eccetera. Dov' è andato
a finire tutto questo ? L'Alidosi, che nelle sue affermazioni
in generale è assai bene informato, accenna ad « altre sue opere
manoscritte come: Expositio de substantia orbis, De mixtis,
Tractatus super diiodecim (sic, verosimilmente: duodecimum)
Metaphysicae, Rethonca Aristotelis per eum correcta. Et un
trattato dell'anima, scritto di sua mano, eh' è di carte 114» "5.
Il Mùnster segnala l'esistenza nell' Universitaria di Bologna
di cinque « opuscoli » manoscritti di Alessandro Achillini,
«forse autografi, ma certamente dell'epoca»"''. Questi scritti
erano già stati segnalati da L. Frati, ed io ho voluto vederli.
Si tratta di cinque quadernetti riuniti in volume, ciascuno
con copertina propria, con propria numerazione, e con un
titolo sulla copertina di ciascuno, scritto da una stessa mano,
diversa da quella che ha scritto il contenuto di ognuno. Il
"•^ G. N. Pasquali Alidosi, / dottori bolognesi, cit., pp. 8-9; cfr.
P. A. Orlandi, Notizie degli scrittori bolognesi.... Bologna, 1714, p. 43.
"6 L. e, p. 72; cfr. L. Frati, op. cit., p. no.
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 26g
primo di questi fascicoli porta questo titolo sulla copertina:
Expositio Alexandri Achilini super prima 41 Avicene piilchra;
e nel retto della prima carta: y^ septemhris ijog. Prima 4Ì.
Sono brevi appunti con schemi di qitaestiones, che dovevano
servire all'Achillini ritornato da Padova per un corso di le-
zioni sulla prima fen del quarto libro del Canon di Avicenna.
Ma questi appunti non vanno oltre la metà del fol. 5r. Seguono
altri cinque fogli bianchi. Per il contenuto niente di notevole
che distingua il pensiero dell'autore da quello delle scuole di
medicina del suo tempo. Può darsi che questi appunti siano
autografi. — Il secondo fascicoletto porta questa iscrizione
sulla copertina: Tahìtla Alexandri Achilini in medicina. Nel-
r interno il nome dell'Achillini non è fatto. Si tratta dell'enun-
ciato di una serie di quaestiones riguardanti alcuni testi usati
nell'insegnamento della medicina teorica: In afforismonim
prima pariicula (in tutto 40 quaestiones) ; in 2^ particula
(43 qq.) ; in 3^ particula (15 qq.) ; iìi 4^ partictda (20 qq.) ;
in 6^ particida (i sola q.). Seguono poi 48 qq. sulla prima jen
del primo libro del Canon di Avicenna; 19 qq. sulla prima parte
della Tedine di Galeno; 60 sulla 2^ parte; 12 sulla 3^; indi
ancora 13 qq. sulla prima jen del quarto libro del Canon.
La scrittura è un po' più larga di quella del primo fascicolo,
ma non molto dissimile. — Il 30 quadernetto di 6 fogli, di cui
l'ultimo è bianco, ha questo titolo sulla copertina: Qnoddam
consilium in medicina Alexandri Achilini pidchrtim, ma nel-
r interno il nome dell'Achillini manca, e il titolo suona così:
Qnoddam consilium de regimine itinerancium. Esaminando la
scrittura, mi sembra sicuramente del sec. XIV; tanto poco
quel consilium è autografo. Del che s' è accorto anche il Miinster.
— Il 40 fascicolo porta in copertina e all' interno questo ti-
tolo: Auctoritates Galeni collecte per Al. A eh., ed ha questa
annotazione in principio: «Liber de questionibus (o meglio de
complexionibus) antecedit hunc librum». In queste venti pagi-
ne, quasi certamente autografe, il maestro bolognese ha sunteg-
giato i primi cinque libri dell'opera di Galeno, De simpl. me-
dicamentorum temperamentis, che, com' è noto, ne ha 11. —
Il 5° e ultimo quadernetto porta sulla copertina questo ti-
tolo: Multa ex Entishari Sophisla. L'esame del contenuto,
invece, ci attesta trattarsi di annotazioni a questioncelle
in margine all' Expositio di Paolo Veneto in lihros Posterio-
rum Analyticorum . In complesso questi manoscritti bolognesi
270 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
niente ci offrono di notevole per una migliore conoscenza del
pensiero dell'Achillini,
Lynn Thorndike"7, alla sua volta, ci dà i titoli di altri scritti
inediti del bolognese, contenuti nel codice dell'Ambrosiana
di Milano, segnato A. 236 inf., cioè: i. Alcuni trattatelli di
logica, l'ultimo dei quali Aggregator [o meglio Agregatum]
piurium in logica Alex. Achillini; 2. Nonnulla circa prohe-
miuni Aristotelis et Averrois in libris Physicomm; 3. Non-
millae qtiaestiones in philosophia naturali; 4. Utrum ossa
nutriantur medulla; 5. Utrum hyle sit generabile et corruptibile ;
6. Utrum proiectum moveatur a proiiciente post separationem
ab eo; 7. Utrum dementa sini materia prima; 8. Expositio
dictorum Averrois in libris Physicorum; g. De intensione et
remissione formarum.
Tuttavia questi titoli non bastano a darci un' idea esatta
della composizione del volume ambrosiano. Il quale è for-
mato da fascicoli distaccati di manoscritti diversi. Comincia
con 2 quinterni (C, D) e un quaderno (E). Seguono alcuni
duerni (A, B, Bb, C....) e il duerno A porta la numerazoine
f. io5r.... fino al f. I48r-v. Col fol. 149 comincia la numerazione
moderna a matita, di fogli evidentemente d'altra provenienza.
Nel complesso il ms. ambrosiano, in questa prima parte,
cioè sino al f. 178, contiene quaestiones di logica, su Porfirio,
sulle Categorie, sul Perihermeneias; poi di nuovo (ff. 113V-150V)
riassunti della Isagoge porfiriana e di parti delle Sunimulae
di Pietro Ispano; indi (f. I54r-v) frammenti di dottrine
calcolatorie ; seguono alcune pagine sulla dimostrazione e
sulle conseguenze e VAggregatum piurium in logica alexandri
Achilini (ff. I55r-i78). Si tratta di lezioni e di appunti per
lezioni, in gran parte di mano dell'Achillini, con correzioni e
note marginali, appartenenti sicuramente al periodo in cui
r Achillini insegnava logica (1484-1487), Invece tutto il ri-
manente del codice contiene frammenti e note di lezioni sulla
filosofia naturale. Al f. I95r, in alto a destra, v' è questa anno-
tazione: " 1495, Julij 30 ». La quaestio « Utrum ossa nutriantur
medulla» (f. 20or-204r), di mano diversa, non sembra dell'Achil-
lini. Al f. 205r, sotto il titolo «Si anima sit unita» o piuttosto
«unica», v'è un elenco importantissimo, che pare autografo, di
J'7 L. e, p. 49, n. 2Ì
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 27I
quaestiones riguardanti l'unione dell'anima intellettiva al corpo
umano. Al f. 22 ir e 222r, due brevi frammenti di un commento
al De anima del 1507. Gran parte anche di questi frammenti
sulla filosofìa naturale sembra autografa, ma neppur essi
recano alcuna luce per una migliore conoscenza del pensiero
del bolognese.
Inedito, come abbiamo visto, era rimasto anche il De pro-
portione motuum, pubblicato postumo dal fratello Filoteo.
E le famose opere anatomiche di cui tanto si parla da parte
degli storici della medicina ? Secondo Pietro Capparoni "^^
queste opere sarebbero tre: i. De humani corporis anatomia.
Venetiis 1516 in foL; Bononiae, per Hieronymum de Bene-
dictis 1520 in 4°; Venetiis, apud loh. Ant. et Fr. de Sabio 1521;
2. In Mundini anatomiam adnotationes cimi praefat. seu de-
dicai. Io. Philothei Achillini; extat in Fasciculus medicinae Io.
de Ketam. Venetiis, typis Caes. Arrivabeni 1522 in fot., a
carte 47; Bononiae, typis Hier. de Benedictis 1524; 3. Anno-
tationes anaiomicae. Bonon., Hier. de Benedictis 1520. Dal
Capparoni dipende probabilmente il Biographisches Lexicon
der hervorrag. Aertzte dello Kirsch (I, pp. 16-17), che cita per
altro il Mazzuchelli e il Fantuzzi. Ma il Mazzuchelli aveva
parlato di due, e non di tre opere, e contro il parere del Mangeti
e del Mercklin s'era detto convinto che anche queste due in
realtà non fossero che una sola "9. Il Fantuzzi '-0 poi non fa che
ripetere il Mazzuchelli; e né l'uno né l'altro fanno motto del-
l'edizione di Venezia del 15 16 in jol. Il dubbio del resto fu
chiarito in una dotta memoria letta all'Accademia delle Scienze
di Bologna il 7 maggio 1844 da Francesco Mondini e pubbli-
cata postuma neir 8° volume dei Novi Commentarii dell'Acca-
demia (Bologna, 1846, pp. 488-489). Di questa memoria
trasse profìtto Michele Medici, Compendio storico della scuola
anatomica di Bologna (Bologna, 1857, P- 5^)> P^^ ribadire la
scoperta del Mondini, che le altre pretese opere anatomiche
non erano che una sola, pubblicata con titoli diversi nelle
varie edizioni, e per correggere l'errore accolto anche dal
De Renzi, pur così informato. Tuttavia, io non ho voluto
prestar fede neanche al Mondini e al Medici, e ho voluto rer.-
"8 L. e, p. 13.
"9 Mazzuchelli, Gli scrittori d'Italia, t. I, p. 102.
'2*' G. Fantuzzi, op. cii., pp. 54-55.
272 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
dermi conto de visti della curiosa vicenda i-'. Ho potuto così
constatare che la prima edizione è quella che vide la luce a
Bologna il 24 sett. 1520, a cura di Giovanni Filoteo Achillini,
col titolo di Anotomicae annotationes , nella stamperia di Ge-
ronimo de' Benedetti, con dedica a Panfilo Monti, che di
maestro Alessandro era stato alunno, ed ora teneva la cat-
tedra ordinaria di medicina teorica, « Bononiensis Gymnasii
splendor immortalis », nientemeno ! Questa dedica porta la
data del 12 settembre dello stesso anno, ed ha nel frontispizio
la ben nota xilografia, sormontata dal nome « Magnus Alexander
Achillinus » ; sotto il ritratto di lui, tre distici di Annibale
Camillo da Correggio, « Artium et Medicine discipulus ». La
dedica parrebbe escludere che vi fossero edizioni anteriori.
La stessa opera, col titolo De humanis corporis anatomia,
uscì a Venezia nel 1521, per Io. Ant., et fratres de Sabio,
con la stessa dedica di Giovanni Filoteo a Panfilo Monti.
Terza stampa della stessa opera è quella che apparve nel
FascicuUts medicinae di Giovanni de Ketam, ediz. veneziana
« per Caesarem Arrivabenum », del 1522. In questa edizione
l'opera dell' Achilhni forma il trattato X della raccolta, subito
dopo V Anatomia del Mondino, e porta questo titolo: Anno-
tationes anathomie Alex. Achil. honon.; ed anch'essa ha la de-
dica del 1520 a P. Monti. Dell'edizione di Venezia, 1516,
in fol. secondo il Capparoni, in 4° secondo lo Hirsch, nessuna
traccia, sebbene altri la ricordino per sentita dire. Delle edi-
zioni posteriori a quella del 1522 non mi sono occupato. Il
colmo in questo pasticcio pseudo erudito è raggiunto dal
Miinster ^^z^ il quale, dopo aver parlato della prima e della
seconda opera secondo l'ordine del Capparoni e dello Hirsch,
aggiunge di suo che le Annotai, anatomicae del 1520 pare non
siano un nuovo trattato, bensì l'unione delle due precedenti! '23.
I-' Esempio tipico non so se di disinvoltura o d' improntitudine let-
teraria, da parte di troppi scrittori, avvezzi a copiacchiare come scola-
retti e a spacciare per certo quello che hanno appreso soltanto per
sentito dire.
^^^ L. e, p. 72.
1^3 Curioso è il caso di A. Pazzini. Nello studio già segnalato, che è
del 1933, sebbene parli di «scritti anatomici» (p. 298), egU con questa
espressione parrebbe tuttavia intendere le sole Adnotationes anato-
micae che nel Fascicuhis medicinae del Ketam sarebbero state pubbli-
cate, dice lui, col titolo in Mundini Anatomiam adnotationes. Invece
nella Storia della medicina, voi. I, Soc. Editr. Libr., Milano, 1947, p. 614,
J
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 273
Queste Anotomicae annotationes che il maestro bolognese
aveva lasciato tra le sue carte, non costituiscono propria-
mente un'opera di anatomia umana da dare alle stampe, ma
lo schema forse d'un'opera che egli andava preparando e per
la quale raccoglieva osservazioni che gli era accaduto di fare
nel corso di diverse dissezioni anatomiche predisposte da lui
stesso o insieme ad altri colleghi. Queste dissezioni avevano
lo scopo di riconoscere nell'organismo umano quello che
si legge in Galeno o in Avicenna, nel Mondino o in Ugo da
Siena. Nel corso di queste ricognizioni accade talora all'Achil-
lini di notare errori commessi dagli anatomisti precedenti,
e discordanze fra quello che leggeva negli scritti di costoro
e quello che gli rivelava l'esperienza. Spesso egli ha cura di
descriverci il procedimento col quale egli conduceva la dis-
sezione, e di suggerire il modo più adatto per mettere a nudo,
senza lederlo, quell'organo o tessuto che si ha in animo di
studiare. L'opera, come dicevo, è semphcemente abbozzata;
ma anche in questo stato, essa costituisce un notevole docu-
mento di quello che s'andava maturando nelle scuole di chi-
rurgia. Mentre le rumorose dispute intorno al modo d' in-
tendere i testi classici dell'anatomia recavano assai scarsa
luce per una esatta rappresentazione della struttura dell'or-
ganismo umano, gì' impetuosi torrenti di parole s'arrestavano,
le ire si placavano, quando gli occhi dell'anatomista e di coloro
che gli facevan corona nell'anfiteatro, si fissavano su quello
che il coltello metteva a nudo, e la luce dell'esperienza rive-
lava qualcosa di nuovo e d' insospettato. Il che del resto
avvenne, nel secolo XVI, non solo nel campo dell'anatomia,
ma in tutte le ricerche concernenti la natura, e non per in-
flusso dell'umanesimo e del platonismo, ma per un processo
di critica interna, quasi direi di autocombustione, in seno
alle scuole aristoteliche. Galileo stesso vien dall'aristotelismo
in via di dissoluzione. Il Rinascimento è frutto dell'approfon-
dirsi e dell'estendersi dell'esperienza in tutti i campi del sa-
pere naturale.
Com' è noto, Panfilo Monti nel 1545, mentr'era professore
vedo che è ritornato all'errore del Capparoni e dello Hirsch. Se avesse
dato un'occhiata alla memoria del Mondini e all'opera di M. Medici,
oltre alla correzione di questo errore, vi avrebbe trovato forse qualcosa
che poteva giovargli anche per l'argomento da lui trattato, riguar-
dante la scoperta della membrana timpanica.
18
274 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
a Padova, raccolse in un volume gli Opera omnia dell' Achil-
lini, cioè tutte le opere che il maestro bolognese stesso aveva
dato alle stampe, più il De proportione motuuni; e il volume,
edito da Geronimo Scoto a Venezia, fu dedicato al patrizio
veneziano e chiarissimo filosofo Sebastiano Foscarini. Perché
ne lasciò fuori le Anotomicae a?inotationes ? Non certo perché
egli non le ritenesse autentiche; ma verosimilmente perché gh
parvero, come sono, opera frammentaria, piii schema e ma-
teria di opera che opera completamente delineata; o forse
anche perché quelle note gli parvero ormai sorpassate e di
scarso valore, dati i rapidi progressi che l'anatomia in quegli
anni andava facendo.
Sì che agli occhi dell'alunno editore l'opera dell' Achilhni
degna d'essere presa ancora in considerazione e tramandata
e meditata era opera di filosofo. E questa sola egli intese tra-
mandarci con l'edizione da lui curata 1-4. Con le Annoiationes
il Monti trascurò altresì gì' inediti che non dovevano mancare
sia tra le carte del maestro, o dispersi in riportazioni di scolari.
9. - Se ora ci chiediamo quale è stato il giudizio complessivo
degli storici sull'opera globale dell'Achillini, dobbiamo con-
statare, anzitutto, che troppi son coloro che ne hanno parlato
per sentito dire. E questo tanto tra gh storici della filosofia
quanto tra quelli della medicina. Di costoro evidentemente
non è da tener conto. Come non è da tener conto di giudizi
come quello del Munster '^s, il quale da ciò che dell'Achilhni
narra a modo suo il Giovio, è indotto a rappresentarcelo
come « schizzoide >> !
Il primo che ha parlato dell'averroista bolognese dopo
averne scorse le opere, se non tutte, almeno i Qitoliheta de
intelligentiis, fu, tra gli storici della filosofia, Francesco Fio-
rentino nel suo Pomponazzi del 1868, pp. 252-262. E a quel
che ne disse allora l'onesto Fiorentino si rifanno su per giù gli
storici posteriori, trascurando però taluni giudizi di questo
e altri esagerandone fino a renderli irriconoscibili. Che l'Achil-
lini fosse un averroista, tutti a un di presso s'accorsero; ma
1^4 Tuttavia le Anotomicae annotationes non furon mai del tutto di-
menticate e il nome dell'Achillini vien ricordato da anatomisti po-
steriori, anche quando le sue opere filosofiche erano ormai cadute del
tutto in oblio.
125 L. e, p. 59.
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 275
se averroista di più o meno stretta osservanza pareva dubbio.
La tesi che l' intelletto possibile, forma immateriale e incor-
ruttibile, infima delle intelligenze celesti, è unica per tutta la
specie umana, è certamente tesi averroistica. Ma pareva al
Fiorentino che il bolognese si discostasse dallo schietto aver-
roismo, perché questo riteneva 1' intelletto forma assistente
e non informante dell'uomo, l'Achillini invece ammetteva
che r intelletto umano, pur essendo unico per tutta la specie,
è vera forma informante che dà all'uomo il suo essere di uomo.
Se non che lo storico calabrese non pare s'accorgesse che con que-
sta seconda tesi, senza rinnegare la prima, la dottrina averroi-
stica non era affatto parzialmente abbandonata, ma anzi
approfondita; e che, grazie a questo approfondimento, veni-
vano a cadere tutte o gran parte di quelle obiezioni che si
facevano alla tesi averroistica, di spezzare l'unità del soggetto
umano cui s'attribuisce l'atto d' intendere. E già prima, Si-
gieri e Tommaso di Wilton, Paolo Veneto e Giovanni Pico,
coetaneo del bolognese, avevano interpretato il pensiero
d'Averroè alla stessa maniera; e questo non per motivi di
fede, ma per eliminare dalla dottrina aristoteUco-averroistica
un assurdo evidente sul quale speculavano gli avversari del-
l'averroismo; tanto vero che l'anima razionale che yien detta
informare l'uomo, resta in sé unica per tutta la specie umana.
Non è pertanto esatto l'affermare che ogni seguace d'Averroè
riteneva l' intelletto « forma assistente » dell'uomo e non
« forma dans esse ».
Il Fiorentino è stato colpito anche da un passo del De eie-
mentis (II, art. 5, verso la fine), ove si parla dell'unione del-
l' intelletto con l'anima sensitiva dell'uomo, come abbiamo
visto più su, e dove l'Achillini torna ad esporre con nuovi
particolari la sua dottrina sigeriana già esposta nei Quolibeta
de intelligentiis. Ad un certo momento si domanda: « Quo-
modo stat opinio Aristotelis cum fide ?» — giacché tanto l'inter-
pretazione che dà del pensiero dello Stagirita Averroè, quanto
quella che ne dà Alessandro d'Afrodisia, secondo la ragion
naturale, discordan dall' insegnamento della fede. E il nostro
averroista risponde: Il fatto che entrambe discordin dalla
fede, significa che tutte e due son false, e che su questo punto,
come su altri non pochi, bisogna che noi credenti abbando-
niamo il filosofo; ma dovendo scegliere a lume di ragione tra
quelle due interpretazioni, entrambe false, quella che ha
I
276 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
miglior verisimiglianza, sceglieremo quella d'Averroè, perché,
sostenendo questi che l'anima è forma informante che dà
all'uomo l'essere di uomo, viene a dire che l' intelletto, nel-
l'atto di unirsi all'uomo, termina il processo della genera-
zione umana e quindi ha in qualche modo un cominciamento
nel tempo, come appunto insegna la fede.
In tutto questo non vedo né incertezza né spossatezza da
parte dell' Achillini; né tanto meno che egli si senta spinto
«ad accettare l'averroismo dopo averlo dichiarato falso «'^ó.
L'opposizione tra molte tesi difese da Aristotele e la verità
cristiana era comunemente ammessa, da quando Alberto
Magno aveva proclamato che « theologica cum Physicis prin-
cipiis non conveniunt»'-?, e che al filosofo che voglia trattare
delle cose naturali secondo i principi della ragion naturale,
non deve importare dei miracoli della fede '-8. È vero che Tom-
maso, combattendo l' interpretazione averroistica del pen-
siero d'Aristotele, s'era adoprato ad accordar questo col pen-
siero cristiano. Ma questo concordismo tomistico non era
parso né di buon gusto né di buon augurio, non solo ad aver-
roisti come Sigieri, discepolo in questo d'Alberto Magno, ma
nemmeno ad alcuni teologi che s'erano ribellati al tentativo
« de Aristotele haeretico facere omnino catholicum ». E molti,
non solo maestri in artibus, ma anche teologi e commentatori
delle Sentenze di Pietro Lombardo, dalla fine del secolo XIII
al secolo XVI, ritennero perfettamente fondata sul testo
aristotelico e legittima l' interpretazione averroistica, salvo
quando questa discordava da quella di altri commentatori
autorevolissimi, come Alessandro, Filopono od altri special-
mente greci.
Ora ai tempi dell'Achillini e del Pomponazzi, a Bologna
come a Padova, era obbhgo di leggere e discutere il testo ari-
stotelico e il commento d'Averroè. Averroisti si dissero tutti
quelli che, rifiutando il concordismo tomistico, d' ispirazione
avicenniana, mostravano ripugnanza a « miscere diversa
brodia))i29, e, per quello che concerneva il pensiero aristotelico,
s'attenevano al commento averroistico. Il che non implicava
^'^^ Fiorentino, ib., p. 259.
127 Metaphys., XI, tr. 3, e. 7.
1-8 De gen. et corr., I, tr. i, cap. 22, ad t. e. 14. Cfr. «Rivista di
Storia d. Filos. », II, 1947, PP- ^97 ^gg. V. sopra, p. 95.
^29 V. sopra, p. 96.
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 277
affatto che essi dovessero accettare le dottrine d'Aristotele
quali erano esposte da Averroè, come loro proprio pensiero.
Gli averroisti potevano quindi con perfetta coerenza dichia-
rare che la dottrina dell'eternità del mondo e dell'unità del-
l' intelletto era dottrina vera e necessaria nel sistema del pen-
siero aristotelico; ma che questa dottrina era falsa secondo
la fede che s' ispira al \"angelo e non ai libri d'Aristotele.
Il che è perfettamente vero anche per noi.
Questo non hanno ancora compreso taluni storici della filo-
sofia. Uno dei quali '3", dopo aver detto che «enger an dem
averroistischen Aristotehsmus schloss sich Alex. Achilhni an
(aus Bologna, war Professor der Philosophie u. Medizin,
zuerst in Padua (!), seit 1509 (!) in Bologna, wo er um 1518 (!)
starb).... », aggiunge: « So weit Aristoteles von dem christlichen
Glaubensstandpunkt (z. B. hinsichtlich der Schòpfung der
Welt) abweicht, ist er ini Sinne der Kirchlichen Lehre zu kor-
rigieren » (la sottolineazione è mia e.... pour cause). Il qual
giudizio vien trasportato di sana pianta nella massiccia Storia
della filosofia di N. Abbagnano (voi. II, I, U.T.E.T., 1948,
p. 70) : « In realtà la sua preoccupazione [dell' Achillini] co-
stante è quella di correggere la dottrina aristotelica nel senso
dell' insegnamento ecclesiastico » (anche questa sottolineazione
è mia) '31. Ma egli v'aggiunge qualcosa di suo, che aggrava
'30 Ueberweg-Moog, Die Philos. der Neuzeit bis zuyn Ende des X Vili.
Jahrh., Berlin, 1Q24, p. 28. E già prima E. Renan, Averroès et l'averr.,
3* ed., Parigi, 1S66, p. 361: " Tout en reconnaissant que sur ces deux
points (l'unite des àmes et 1' immortalité collective) la doctrine d' Aver-
roès est conforme à Aristote, Achillini rejette expressement ces théories
comme opposées à la foi ». E cita H. Ritter, Gesch. der neneren Philos.,
I parte, p. 383 sgg., citato anche dal Fiorentino.
'3' La stretta aderenza dell'Abbagnano al Moog appare anche da
quel che l'uno e l'altro dicono dello Zimara. Scrive il secondo: « Noch
strenger hielt am Averroismus fort M. Ant. Zimara (aus Neapel....
gestorb. 1532).... In ihnen (Schriften) suchte auch er den Averroismus
mit Kirche zu vereinen. Die Einheit des menschlichen Intellektes wird
von ihm als Einheit der allgemeinen Erkenntnisprinzipien gedeutet ».
E l'Abbagnano: «e lo stesso [di spogliare l'aristotelismo e l'averroismo
dei loro caratteri originari in omaggio ad una preoccupazione dogma-
tica] accade nelle dottrine del napoletano M. A. Zimara [ma se era di
S. Pietro in Galatina presso Otranto, tanto che a Padova lo chiamavano
l'Otranto o l'Otrantino !] (morto nel 1532), anch'egli professore a Pa-
dova, il quale interpretava l'unità dell' intelletto, sostenuta dall'aver-
roismo, come l'unità dei principii universali della conoscenza ». Dello
stesso avviso pare sia anche G. Saitta, // pens. ital. nelV Umanesimo
e nel Rinasc, voi. II, Bologna, 1950, pp. 379-80: « Le sue Contradictiones
\
278 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
assai l'errore dell'autore tedesco: «L'aristotelismo e l'aver-
roismo sono stati qui spogliati dei loro caratteri originari,
in omaggio ad una preoccupazione dogmatica ». Preoccupazione
che l'Achillini, al pari degli altri averroisti, non mostra mai
d'avere, anche quando, constatata l'opposizione fra Aristotele
e il dogma, dice esser dovere del credente, che tale voglia
rimanere, di ripudiare Aristotele, non di correggerlo, che vor-
rebbe dire travisarlo. In questo i nostri vecchi erano onesti
e coerenti.
L'ottimo E. Garin 132 ricorda la breve preghiera che si legge
in principio del De elementis: « Luminum clarissima lux, qua
ac solutiones ex dictis Aristotelis et Averrois parlano dell'unità dell' in-
telletto di tutti gli uomini come l'unità dei principii universali del
conoscere ». Il Moog e l'Abbagnano non citano alcuna fonte della loro
affermazione. Il Saitta invece cita le Contradictiones dello Zimara,
senza però indicare un punto preciso. Ma egli non deve averle lette:
che lo ritengo troppo intelligente, se le avesse lette, da lasciarsi scap-
pare simile afferm_azione. E allora ? Allora il Moog, l'Abbagnano e il
Saitta derivano, direttamente o per via indiretta, il loro giudizio dal
libro del Renan, Averroès et l'averroisme, ove appunto accade di leg-
gere (ed. cit., p. 375): «L'unite de l' intellect est adoptée dans le sens
de l'unite des principes communs de l'esprit, mais ouvertement rejetée
en ce sens qu' il n'y aurait qu'un seul principe substantiel de la raison
humaine ». E il Renan cita le Solutiones contradicionum, Averrois Opera,
t. XI dell'ediz. di Venezia 1560, fol. 177V-188V (più semplice e più
comodo era citare le stesse Solutiones contrad. super III de anima,
contr. XVI). Se il Moog, l'Abbagnano e il Saitta si fossero presa la briga
di andare a vedere questo luogo dello Zimara, avrebbero potuto con-
statare, con non poca sorpresa, che il Renan quel giorno doveva essere
febbricitante o ubriaco o fortemente distratto, giacché l'averroista
otrantino in quel luogo dice esattamente il contrario. Ivi lo Zimara,
che s'era proposto di conciliare un'apparente contradizione fra due
affermazioni d'Averroè, riporta un brano del commento di Temistio
al De anima, ove si legge appunto ; « Unde enim communes illae animi
conceptiones praenotionesque communes omnibus haberentur ? Unde
indigentia illa impressaque omnium mentibus primorum notitia con-
stitisset, natura duce, nulla ratione, nulla doctrina ? Unde postremo
intelligere mutuo et intelligi vicissim possemus, nisi iiniis singularis
intellectus fttisset, quem communem omnes homines haberemus ? ». Pla-
tone, osserva lo Zimara, con un simile ragionamento aveva dimostrato
l'esistenza deUe idee. Temistio ed Averroè lo usano per dimostrare
l'unità dell'intelletto; se no, bisognerebbe ammettere che la scienza
nell'alunno si generasse da quella del maestro a quel modo che, secondo
Aristotele, il fuoco si genera dal fuoco. « Hoc autem sequitur secundum
ponentes pluralitatem inteUectus, ut ipse (Averroès) opinatur.... ».
Niente di più si legge nell'opera dello Zimara, il quale non si chiede
affatto se questa dottrina s'accordi o meno con la fede. A lui basta
chiarire il pensiero d'Aristotele e del suo commentatore, eliminando
le contradizioni. V. anche sotto, pp. 350-351.
132 L. e.
APPUNTI SU ALESSANDRO ACHILLINI 279
omnes aliae veritates illiistrantur, me per umbras materiae
tutum ab errore per Filium hominis ducas in te ipsum ».
E l'accenno a una breve preghiera è anche in principio del
De physico aiiditu: «Deus illuminatio mea sit. Primo dubi-
tatur.... ». L'uso di dar principio ad un'opera, ed anche alla
lezione, nel nome di Dio, era un tempo costume di ogni buon
cristiano non meno che di ogni fedele maomettano. Perciò
non parrà strano di trovare che anche il Pomponazzi al suo
corso di lezioni sul De substantia orhis, cominciato il 20 feb-
braio 1507, premettesse una « oratiuncula accomodata »,
della quale però il raccoglitore delle lezioni non riporta il
tenore 133. Né si creda che questo fosse formaHsmo o ipocrisia.
Nella maggior parte dei casi, non vi sono serie ragioni per du-
bitare della sincerità di chi si protestava buon cristiano,
senza per questo rinunziare alla sua libertà d' interprete del
pensiero aristotelico; libertà che, a mio avviso, non che nuo-
cere ha giovato molto alla fede, non costretta violentemente
negli artificiosi schemi d'un sistema filosofico ormai in via di
dissoluzione.
E così maestro Alessandro, l'averroista Alessandro Achil-
lini, poteva riposare tranquillo nella chiesa di S. Martino, a
Bologna, come tredici anni più tardi il Peretto mantovano
in quella di S. Francesco nella sua città natale, sotto le grandi
ali del perdono di Dio.
133 Cod. Vat. Regin. lat. 1279, f. 3r.
X
UN ALTRO SIGIERIANO
DEI PRIMI DEL CINQUECENTO
GERONIMO TAIAPIETRA *
Di averroisti della corrente di Sigieri di Brabante nel Ri-
nascimento italiano m'era accaduto d' incontrare, alcuni
anni addietro, Giovanni Pico della Mirandola, Alessandro
Achillini, Agostino Nifo negli anni della sua giovinezza, Ti-
berio Bacilieri e Antonio Bernardi della Mirandola '. Ma il grup-
po dei sigieriani doveva essere più numeroso, e ad esso parreb-
be che avesse aderito, in un momento del suo sviluppo intel-
lettuale, anche il Pomponazzi, come mi propongo di dimo-
strare a suo tempo. Ma fu, da parte del Peretto, l'ultimo
tentativo di salvare l'esegesi averroistica d'Aristotele; dopo di
che, s'orientò decisamente verso l'alessandrismo.
Invece un altro convinto sigieriano dei primi anni del Cin-
quecento è il patrizio veneziano Geronimo di Cà Taiapietra
o Taiapiera. Costui, figlio del quondam Quintin di Cà Taia-
pietra, dopo essere stato per otto anni a studiare a Padova,
richiamato in famiglia per dedicarsi alla vita pubblica, come
si conveniva ad un giovane del suo rango sociale, s'accostò
al cardinale Domenico Grimani del titolo di S. Marco e pa-
triarca d'Aquileia, non che munifico protettore degli studi
e degli studiosi -, per averne appoggio. Fu senza dubbio per
suggerimento del Grimani che il giovane Taiapietra si preparò
a un pubblico cimento per coronare col dottorato in filosofia
la carriera di studi intrapresa a Padova e terminata con la
* Dal ((Giorn. Crit. d. Filos. Ital. », XXXI, 1952, pp. 306-330.
' Sigieri di Brabante nel pensiero del Rinascimento italiano, Roma,
Edizioni Italiane 1945.
^ P. Paschini, Domenico Grimani cardinale di S. Marco, Roma,
Edizioni di Storia e Letteratura, 1943.
262 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
licentia docendi, ossia col titolo di magister artium. L'occa-
sione di una pubblica disputa s'offrì con la convocazione,
per la fine della primavera del 1506, del capitolo generale
dell' Ordine dei frati minori, del quale il Grimani era cardinal
protettore. L'uso di siffatte dispute in occasione di capitoli
generali dei vari ordini religiosi era una veneranda usanza,
vecchia d'oltre due secoli.
Sollecitato dunque dal Grimani, il Taiapietra si recò a Roma
per dar saggio del suo sapere. La pubblica discussione ebbe
luogo in una solenne riunione di dotti tenuta nella residenza
abituale del cardinale a Roma, il giorno di sabato 6 giugno
1506 3. L' indomani mattina, domenica della Trinità, il gio-
vane dottorando fu presentato a papa Giulio II, perché si
degnasse conferirgli il titolo di dottore in ariibiis. La ceri-
monia è così ricordata nei suoi diari da Paride Grassi 4, maestro
delle cerimonie del papa. Dopo la messa cantata del cardi-
nale Arboreo e la creazione da parte del papa di un milite
aurato, dice il Grassi:
[f. 2i6v] Creatio doctoris in artibus per papani in capella.
Cum adhuc papa sederet, superveneruiit Cardinalis de Grimanis
et orator venetus qui rogarunt papam, ut dignaretur quendam
dominum magistrum [Hieronymum Taiapietra] doctorem in
artibus creare, qui, ut testificati sunt, bene se gessit in disputa-
tionibus cum fratribus ordinis minorum qui venerant ad capitulum
generale etc. Et sic sua Sanctitas absolute, idest sine cerimoniis,
ipsum genuflexum creavit [f. 2i7r] doctorem hoc modo, videlicet:
papa ante doctorandum genuflexum hec verba dixit, videlicet:
Intelleximus a Cardinali de Grimanis et ab oratore veneto quod
sis in artibus exscellens et doctus, quodque in disputationibus pri-
dianis que apud edes suas habite fuerunt te laudabiHter exhi-
bueris; propterea nos, tam ad predictorum relationem, quam
etiam ad intuitum tue virtutis et meritum, creamus te doctorem
in artibus, dantes tibi omnia privilegia que alii in quibuscumque
studiis et universitatibus habere consueverunt, in nomine patris
et tìlii et spiritus sancti '.
Quo facto ipse doctor osculato pede pape, illi gratias agens,
recessit. Et Cardinalis de Grimanis et orator predicti gratias
etiam pape egerunt.
Il venerdì successivo, 12 giugno, la notizia del fatto era già
arrivata a Venezia, poiché Marin Sanudo "^ la registra sotto
3 Fra i presenti alla disputa era l'Achillini. V. sopra, pp. 252-53.
4 Cod. Vat. lat. 4739, f. 2i6v-2i7r.
5 Diarii, voi. 6, col. 352.
IL SIGIERIANO GERONIMO TAIAPIETRA 283
■questa data con parole che attestano la fedeltà del cronista:
Item, come a dì.... sier Hironinio da dia' Taiapiera, quondam
sier Quintino, tene le conclusion in chaxa dil cardinale Grimani.
Et el cardinal episcopo di Urbin disputò contro una, dicendo
l'era ereticha; il cardinale Grimani la mantenne, et vinse; et così
a dì.... il papa lo dotoroe.
Siccome la notizia giunta da Roma non indicava il giorno
esatto della discussione e quello del conferimento del titolo
dottorale, l'onesto Sanudo lascia i due spazi in bianco. In
compenso ci trasmette due notizie preziose: quella dell'obie-
zione che il cardinale Gabriele Gabrielli, vescovo di Urbino,
ebbe a fare a una tesi sostenuta dal Taiapietra, perché, a suo
parere, « l'era ereticha », e quella dell' intervento del Gri-
mani in favore del suo protetto.
Del resto, prima della fine del mese il neo dottore era già di
ritorno a Venezia; poiché negli stessi Diarii di Marin Sanudo
si legge 6.
A dì 28 [giugno 1556]. Fo gran conscio. Vene uno dotor nuovo,
vestito de scarlato, si ha dotorato a Roma, sier Hironimo da cha'
Taiapiera, quondam sier Ouintin. l'o fato podestà de Verona, et
niun non passò.
Da questo momento egli entra nella carriera amministra-
tiva e poUtica, e non so se si sia più occupato di filosofìa.
Nei Diarii del Sanudo il suo nome ricorre spesso, ma sempre
per le cariche ricoperte in servigio dello stato veneziano.
Ciò potrebbe spiegare perché il nome di Geronimo Taiapietra
sia sfuggito anche al diligentissimo Luigi Ferrari che l'omette
sì nella prima che nella seconda edizione del suo grande Ono-
masticon. Né in fondo avrebbe interessato molto neppur me,
se il suo nome non fosse legato a un suo libro del quale ritengo
valga la pena dire qualcosa.
Questo libro s' intitola: Sunima divinarum ac naturalium
difficilium quaestionum Romae in capitiilo generali fratrum
minorum per Hieronymum Taiapietra, patritium Venetum,
puhlice discussarum. E fu stampato a Venezia « a domino
Pincio Mantuano. Anno Domini M.CCCCC.VI. die VI Aprilis ».
Il libro fu pubblicato dunque il 6 aprile, cioè due mesi prima
^ Ih., col. 260.
2S4 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
della discussione, che evidentemente era stata preparata
per tempo dal cardinal Grimani, cui la Summa è dedicata.
Recandosi a Roma, il Taiapietra portava con sé il volume,
come programma della pubblica discussione che doveva
aver luogo il 6 giugno. Così aveva fatto Giovanni Pico, pubbli-
cando nel i486 le novecento Condusiones per la disputa che
avrebbe dovuto tenersi a Roma nel gennaio 1487; così aveva
fatto anche Vincenzo Querini, altro patrizio veneziano, quando
s'apprestava a discutere, parimenti in Roma, le sue Condu-
siones, « in Ecclesia Sanctorum Apostolorum, die XXIX
Mali » del 1502 7.
L'opera, come dicevo, è dedicata dall'autore al cardinale
Domenico Grimani. Nella dedica il Taiapietra accenna al
distacco forzato dallo studio patavino:
.... quum mihi mine redeunduni esset ad meos, qui me in
patriam ex celebratissimo gymnasio patavino, in quo octo iam
perpetuis annis vitam non minus honestam quam studiosam
duxi, centra propriam ferme voluntatem revocabant.
A Padova dunque aveva dovuto recarsi al principio del-
l'anno scolastico 1497-98, quando v'era ancora Agostino
Nifo da Sessa. Costui, alunno di Nicoletto Vernia, aveva
cominciato a insegnare a Padova appena ventunenne, durante
l'anno accademico 1491-92, nella seconda scuola di filosofìa
straordinaria, ove professava la dottrina averroistica di Si-
gieri di Brabante. Nel 1495 era stato promosso alla seconda
scuola ordinaria come concorrente del Pomponazzi, col quale
debbono essere cominciati fin d'allora i litigi. E quando nel
1496 il mantovano si dimise dall' insegnamento, il Nifo fu
chiamato a succedergli. In questi anni egli, ambiziosissimo
e astuto, mentre si dava da fare per schivare l'accusa d'eresia,
combattendo l'averroismo prima da lui professato 3, per non
7 V. sotto, il saggio XIII, p. 400.
8 Nifo, De intellectu, I, tr. 2, e. 9: « Longo tempore Averroy va-
cavi et, ut dixi, hanc opinionem (di Sigieri) sequebar ad mentem eius»;
In lib. Destr., Ili, dub. 2: « Peccatum meum longo tempore». Dalle
indicazioni cronologiche fornite dal Nifo stesso in quest'ultimo scritto,
Disp. XIV, dub. I, quaestio 3 in fine, e dub. 3, quaestio 5, parrebbe
che ciò vada riferito al periodo prima del 1494. Dalle quali indicazioni
si dovrebbe dedurre che egli fosse nato nel 1470, oppure verso la fine
del 1469, come nelV Arbole de casa Nipho (nel voi. ms. Historia e docu-
menti della famiglia Nifo, posseduto da Benedetto Croce, p. 212).
IL SIGIERIANO GERONIMO TAIAPIETRA 285
inimicarsi il vescovo Pietro Barozzi, anzi per procacciarsene
la benevolenza, come faceva nello stesso tempo quella vecchia
volpe di maestro Nicoletto 9, era riuscito a circuire molti
giovani delle più ragguardevoli famiglie patrizie veneziane
che a Padova venivano per fare i loro studi e procacciarsi il
titolo di « dotor » tenuto in gran conto dal governo della Se-
renissima e quasi direi indispensabile per l'accesso a talune
cariche dello stato. Suoi discepoli erano stati Vincenzo Que-
rini, Geronimo Bernardo e Antonio Giustinian, l'amicizia dei
quali si compiace spesso di ricordare ^°. A Francesco Bra-
gadin, patrizio veneto, dice egli stesso d'aver dedicate certe
sue Quaesiiones de anima " che non mi risulta fossero mai
stampate; a Lorenzo Donato dedica nel 1497 l'edizione da
lui curata del prologo d'Averroè alla Fisica '-; a Sebastiano
9 V. sopra, i saggi IV, V e VII.
I'' Tutti e tre son ricordati nei Collectanea s\x\De auima, III, t. e. 36,
e nel commento alla Desimciio, prol. I, dub. 8, XIV, dub. 3. Da quest'ul-
timo luogo si rileva che tanto Geronimo quanto il padre erano morti
prima del gennaio 1497, quando il commento alla Destritctio fu stampato.
Nel luogo citato dei Collectanea, oltre che ai tre patrizi veneziani ri-
cordati, raccomanda il suo libro anche a Pietro Campesano, medico
e filosofo di Bassano che in quegli anni doveva studiare a Padova.
Egli è il padre del poeta di Bassano Alessandro Campesano (G. B.
Vergi, Notizie intorno alla vita e alle opere degli scritt. d. città di Bass.,
e. I, Venezia, 1775, pp. 16-17).
" Collect., prohemium: «In questionibus meis libri de anima in-
scriptis domino Francisco Bragadeno patricio Veneto)'. Marin Sanuuo,
Diarii, II, col. 579-580, ricorda una disputa avvenuta in Venezia nel-
l'aprile 1499 alla presenza del patriarca intorno ad alcune tesi pericolose,
e fra coloro che intervennero ad essa menziona Giorgio Pisani, Marco
Dandolo, Marin Zorzi, Nicolò Michiel, Piero Pasqualigo, dottori, Pietro
Corner, lacomo Michiel, Francesco Bragadin « doctissimi in philo-
sophia ». Nota invece la mancanza di « sier Antonio Zustinian, dotor,
che leze philosophia ». Su Francesco Bragadin, v. Zeno, « Giorn. di
letter. », t. V, pp. 369, 362-364.
12 Scrive E. Garin a propo ito dei primi scritti del Nifo {Rinasci-
tnento, II, 1951, p. 63): «Innanzi all'edizione della Fisica, che reca la
data del 1495, v' è una lettera di ringraziamento a Lorenzo Donato....
In uno degli esemplari da me esaminati la dedica, del 1495. è sul verso
di una carta che sul recto reca una lettera con cui il Nifo presenta per
l'approvazione il suo commento alla Destructio destritctionum, compi-
lato fra il 1494 e il gennaio '97 ». E più oltre: « Ad ogni modo esce nel '95
l'edizione curata dal Nifo della Fisica col commento d'Averroè » (p. 65).
Dove il Garin abbia trovato che questa edizione della Fisica del 1495
sia stata curata dal Nifo, io non so. So invece che la lettera del Nifo,
anzi del Niffus de Suessa a Maestro Nicolò Grassetto, francescano e
inquisitor dell'eretica pravità (vedetelo divotamente genuflesso ai pie'
della Vergine, a Padova, nella chiesa del Santo, di fronte alla tomba
di Antonio Trombetta), è sicuramente posteriore alla stampa del
206 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Badoèr il De intellectu, sostanzialmente rimaneggiato e pub-
blicato per le stampe nel 1503, quando aveva ormai detto
addio a Padova e prima ancora all'averroismo i?; per Gero-
nimo Bernardo compone il De sensu agente, compiuto il 14
giugno 1495, ma pubblicato nel 1497, quando il Bernardo era
morto, e dedicato a G.B. Spinelli, patrizio partenopeo m;
al Giustinian dedica il commento In XII Metapysicae pubbli-
cato nel 1505, ma composto assai prima su preghiera di Ge-
ronimo Bernardo, il cui nome il Nifo accoppia sempre a quello
del Giustinian; a Santo Moro, altro giovane patrizio che aveva
commento alla Desiriictio, non solo perché si riferisce a questa, ma
perché è stampata nel recto di un mezzo foglio facente parte dell'ul-
timo quinterno di questo volume; l'altra metà contiene due pagine
della Destnictio (quinterno q, fol. I2ir-v). Il verso poi del mezzo foglio,
al cui recto è la lettera al Grassetto, reca il prologo di Averroè alla Fi-
sica e la dedica di questo prologo al pretore Lorenzo Donato, per la
ragione che gli editori del '95 l'avevano omesso. Niente di più.
13 V. sopra, p. 102. Alla fine del trattato stampato si legge: «Et
sic consumatus est liber de intellectu. 26. Augusti, 1492. In Patavino
studio ». Ora che nel 1492 il Nifo abbia scritto una Quaestio de intellectu
(cfr. la dedica del De intellectu a Seb. Badoèr, neU'ediz. del 1503) è
verosimile; ed è verosimile che l'avesse scritta in senso sigieriano, tanto
che gli emuli poterono accusarlo d'eresia, com'egli stesso ci fa sapere.
Ma che questa Quaestio sia identica col trattato pubblicato nel 1503,
è difficile crederlo, dopo quel che egli stesso confessa a Sebastiano
Badoèr : « Placuit quedam tollere, mutare alia, addere plurima » ! Troppo
interesse aveva il Nifo a voler far credere che fin dal suo primo anno
d' insegnamento s'era liberato dall'averroismo inviso al Barozzi. Vuo-
le il Garin un esempio della fede che merita il Nifo ? Eccoghelo.
Nell'edizione dei Collectanea ch'egli aveva pronta il 12 settembre
1498, e che vide la luce per la stampa col titolo In librum de
anima Aristotelis et Averrois commentatio , a Venezia, « per Petrum
de Quarengiis Bergomensem. Studio et impensa domini Alexandri
Calcidonij, Pisaurensis. M.ccccc.iij. Die x. Maij », dedicando l'o-
pera a Baldassar Miliani, patrizio partenopeo, il Nifo vede un segno
particolare d'amicizia neU'essersi il Calcidonio addossate le spese della
stampa del volume: « quod et noster Alexander Calcedonius, communis
amicus, tui et mei amoris omni solertia sumptibusque prò his edere
instituit ». Ebbene, nella ristampa degli stessissimi Collectanea nel 1522
(Suessa, Super libros de anima, Venetiis), in fine della prefazione che vi
appose, questo barabba osa scrivere: «Quantum igitur inique Alex.
Calcidonius Collectanea nostra publicaverit quantumve venenose, ex
bisce patet. Ego enim publicare illa non destinaveram, nisi nono pressis
anno » ! che e frase oraziana adattissima a imbrogliare anche meglio le
carte. Ma V. anche più oltre, p. 370, n. 8.
^4 L'opera fu pubblicata, come « codicilus » al commento della De-
structio, nel 1497. Che al momento della pubblicazione tanto Geronimo
Bernardo che suo padre fossero morti, risulta dalla frase dello stesso
Nifo in fine del commento alla Destructio: «quorum animae in perpe-
tuum gaudeant », confermata dalla dedica del commento In XII Me-
tapysicae al Giustinian.
IL SIGIERIANO GERONIMO TAIAPIETRA 2S7
avuto alunno a Padova negli ultimi anni, dedica il commento
al De beatitudine animae di Averroè, rimaneggiando un vecchio
scartafaccio del periodo averroistico, di mano del suo alunno
veronese Bernardino Plumazioij; al cardinale Domenico Gri-
mani dedica nel 1497 il commento alla Destructio destnictionum ,
servendosi, per insinuarsi nell'animo del cardinale, dell'am.i-
cizia d'un tal prete Prosdocimo familiare del Grimani; più
tardi nel 1504 gli dedicherà anche il trattato De primi motoris
infinitate; e nello stesso anno dedicherà a Vincenzo Querini
il De diehus cniicis.
Ma non ostante tutte queste amicizie e protezioni, non potè
sottrarsi ai « latrati », com'egli più volte si duole, dei suoi
colleghi e avversari. Non saprei se per questa o per altra
ragione, nel 1497, si allontanò da Padova. Il Facciolati '^ per
altro informa che « revocatus est anno MCDXCVIII, stipendio
argenteorum CXX » ; il che lascerebbe supporre che fra le
ragioni del malcontento vi fosse anche quella dello scarso
stipendio. Sappiamo di professori che correvano là dov'erano
megUo pagati, e che spesso la minaccia di andarsene era un
buon mezzo per farsi aumentare lo stipendio. Ma il Facciolati
ci fa sapere che, non ostante questo aumento, il Nifo « anno
vertente rursus abiit », in cerca di miglior fortuna, o sempli-
cemente per sposarsi con Angela Laudi da Sessa. A Padova
non tornò più, sebbene siamo informati che nell'ottobre 1503
e nel gennaio 1504 egli s'adoprava per tornarvi 17.
Vi tornò invece nell'ottobre del 1499, dopo la morte di
Nicoletto Vernia, il Peretto mantovano, cioè il Pomponazzi,
'5 Anche quest'opera porta in fine la dichiarazione: «Compievi
Patavii. M.ccccxcii. xiv Maij ». Santo Moro si addottorò a Padova
nel maggio 1505 (M. Sanudo, Diarii, VI, col. 163). Quando il Nifo
gli dedica l'opera, sa che l'antico scolaro di Padova «nunc... naturae
mundique interpretem gravissimum evasisse ». Io non conosco altre
edizioni anteriori a quella scotina di Venezia del 1524. Di Geronimo
Bernardo dice (I, comm. 56) : « accepi verba haec ut iacent in codice
meo, quem felix illa Hieronymi Bernardi memoria olim mihi misit ».
Vi sono non pochi rimandi al trattato De inteUectii, e non di rado nella
stesura che esso ebbe dopo la revisione !
16 Fasti gymn. patav., 1, parte II, p. 109.
17 M. Sanudo, Diarii, V, col. 171, 766. Anzi sotto la data del 25
marzo 1504 (col. 972) si legge: k Item, ave lettere de l'orator nostro in
corte, che domino Agustino Sexa, qual è li, vengi a lezer a Padoa, et
li ha dimandato. Par contento venirvi, et è facto più docto di quello
era, et ha studiato in grecho ».
26» L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
dopo due anni d'assenza '8, per restarvi ininterrottamente fino
all'assedio della città nel 1509. V'erano poi maestro Pietro
Trapolin, averroista moderato, che dall' insegnamento della
filosofia naturale era passato a medicina teorica, frate Antonio
Trombetta francescano e fra Geronimo da Monopoli dome-
nicano, che insegnavano in concorrenza la metafisica, l'uno
ad mentem Scoti, l'altro ad mentem Thomae. Dal 1500 all'estate
del 1503 era venuto a Padova il bolognese Tiberio Bacilieri,
alunno e poi collega di Alessandro Achillini del quale condi-
videva le idee '9, forse a sostituire Antonio Fracanziano che in
seguito ad una lite fra maestri aveva lasciato lo studio pado-
vano ed aveva seguito a Roma il nuovo cardinale Marco
Corner -0. Ma nell'ottobre del 1503 il Fracanziano torna a
Padova ad occuparvi la seconda cattedra di filosofia ordinaria,
in concorrenza col Pomponazzi, mentre maestro Tiberio,
che diceva mancargli appena quattro dita per arrivare alla
piena e perfetta copulatio con l' intelletto agente -", aveva
accolto r invito di recarsi a Pavia.
Sotto la guida di siffatti maestri il giovane Geronimo Taia-
pietra aveva fatto i suoi studi a Padova; e con lui c'erano
negli stessi anni, su per giù, Andrea Mocenigo, figlio di Leonardo
e nipote del doge Giovanni; Gaspare Contarini,il futuro cardina-
le; Antonio Surian, nipote del patriarca di Venezia dello stesso
nome; Santo Moro, e altri rampolli delle più illustri famiglie pa-
trizie veneziane. Maestri e scolari vivevano uniti da uno stesso
spirito goliardico non scompagnato da febbrile ansia di sapere.
Nel dicembre del 1500, il Peretto, che marciava ormai verso
la quarantina, pensò bene di accasarsi con una gentil donna
padovana figlia di Francesco Dondi dell' Orologio. Ed ecco
i^ Cfr. Facciolati, Fasti, 1. e; C. Oliva, Note suW insegnamento
di P. Pomponazzi, III, in « Giorn. crit. d. Filos. Ital. », VII, 1926,
pp. 181-183.
'9 Facciolati, ib., p. iii. V. sopra, pp. 226-27. Il 6 ag. 1501, era pre-
sente ai dottorati in artibìts di M. Ant. Zimara e di Girol. Oleari, col
titolo di «extraordinarius philosophiae >> (Arch. d. Curia Vesc. di Padova,
Acta grad., voi. 47, f. i62r).
20 Fr. Franceschetti, La famiglia dei conti Fracanzani di Verona,
Vicenza ed Este con notizie dei loro antenati ecc. Bari, presso la Direz.
del Giorn. Araldico, 1896, pp. 30-31.
21 Pomponazzi, In XII Metaphys., ad t. e. 17: «Ideo Tiberius
iactatus solum sibi defìcere quatuor digitos ad hoc ut foelicitatem istam
pertingat » (Arezzo, Bibl. Fraternità de' Laici, Ms. 389, f. 248r; Cod.
Ambros. A. 52 inf., f. 2o8r) .
IL SIGIERIANO GERONIMO TAIAPIETRA 289
Andrea Mocenigo intonare per l'occasione nn epitalamio in
latino, ove tra molte reminiscenze mitologiche si leggono
questi due distici molto confidenziali rivolti, s' intende, allo
sposo 22 ;
Ista dies omnes reliquos divellit amores :
paecipit haec soli perpetuoque vaces.
Substulit ista dies sectari fornice tetra
scorta suburbano, substulit ista dies....
Ma la giocondità della vita studentesca nel rumoroso e gaio
ambiente dello studio patavino non distoglieva questi giovani
patrizi veneziani dallo scopo per cui erano venuti sulle rive
del Bacchigliene tra le « antenoree mura». E Marin Sanudo 23
ci fa sapere che 1' 11 maggio 1505, « zorno di Pasqua di mazzo,
da poi disnar, sier Santo Moro di sier Marin, studia a Padova,
tene le conclusion ai Frari, qual è impresse. Arguì molti, videlicet
domino Laurentio Bragadin, leze in philosophia [a Venezia],
sier Piero Pasqualigo 24, dotor, cavalier, sier Marin Zorzi,
dotor, e altri, et poi andò a Padoa et si dotoroe ». Ugualmente
il Sanudo al 26 marzo 1506 annota che « in questo zorno, in
la chiesia di Frari, fo tenuto le conclusion per sier Antonio
Surian, quondam sier Michiel, nepote del patriarcha nostro,
qual studia a Padoa. Vi fu il reverendissimo patriarcha, e
l'orator di Franza e molti patricii invidati e dotori»-s. Con
-2 Io. Brunatius, Poìììponatius, nella Raccolta di opuscoli scient. e
filos., t. XLI, Venezia, 1749, pp. 34-35.
-3 Diarii, VI, col. 163.
24 Di Piero Pasqualigo riferisce il Sanudo, ib., I, col. 631, sotto il
22 maggio 1497, che a Roma « haveva tenuto conclusion publice et si
aveva facto uno honor grandissimo et hora sta dotorado nomine pon-
tificis dal cardinal di San Zorzi ». E sotto il 19 giugno 1498 {ib., col. 964) :
« Vene da Milan in questa terra Pietro Pasqualigo, dotor, patricio
veneto, stato.... et si trovò a Milan al tempo dil capitolo general di frati
minori dove tene le conclusion publiche. Vi fu el ducha con li oratori,
et fu molto comendato, come si have lettere di Marco Lupomano orator
nostro nel conscio di pregadi. Questo avia studiato a Paris, et è giovane
di età de anni 2.... et è doctissimo ». Il Degli Agostini, Not. storico-
critiche intorno la vita e le opere degli scrittori veneziani, t. II, Venezia,
1754. P- 304. dice che Piero nel 1494 a 22 anni sostenne a Parigi due
mila conclusioni. Anche il fratello Lorenzo Pasqualigo aveva studiato
a Parigi (Sanuco, ib., col. 51).
-5 M. Sanudo, Diarii, VI, col. 324. La cronaca di questa disputatio
è fatta dallo stesso Surian in una pagina del volume in cui ricopiava le
lezioni tenute dal Pomponazzi sul De anima nel 1500 e nel 1504 (Ms.
della Bibl. Naz. di Napoh, Vili. D. 81, f. 76V, già descritto da P. O.
Kristeller, in « Revue intern. de philosophie », V, 1951, 15, pp. 148-
19
290 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
questa pubblica disputa anche il Surian conquistava il titolo
di « dotor », come appare da quanto il Sanudo ricorda sotto la
data del 12 luglio -6. E sarei quasi tentato di credere che, allo
scopo di conseguire il dottorato, anche Vincenzo Querini
affrontasse a Roma la solenne disputa cui accennavo e alla
quale assistè anche Pietro Bembo, egli pure patrizio veneziano,
cavalier ma non « dotor « qual era invece suo padre.
Quello di stampare le Conclusiones per la pubblica disputa
non mi consta che fosse un obbligo; ma si sa che Giovanni
Pico le aveva stampate nel i486, il Querini le aveva stampate,
« impresse » le aveva Santo Moro, e anche il Taiapietra si af-
149), ed è importante perché c'introduce nel bel mezzo dell'ambiente
scolastico padovano: « Que disputatio a me habita fuit Patavii per
biduum 1505, more veneto, die vero 22° marcii. Et prima die argu-
mentatus est dominus Bernardus de Portenarijs, florentinus patritius,
Artistarum rector; 2° loco R. dominus Cristophorus Marcellus, patritius
venetus, prothonotarius apostolicus; 3° magister Antonius Trombeta
ordinarius Metaphysice, Patavii legens; 4" Dominus magister Hie-
ronymus de Monopoli, ordinis Thomistarum, ordinariam Metaphysice
legens [cfr. Quètif-Echard, Scriptores Ord. Praed., II, p. 76]; 5° Do-
minus magister Antonius faventinus ordinariam theorice medicine le-
gens; 6° Dominus magister Franciscus de Caballis, brixiensis, ordi-
nariam practice medicine legens. Et disputatio hec habita fuit in aede
cathedrali, in choro penes altare maius, coram R.mo domino D. Petro
Barocio, episcopo patavino, et magnificis Andrea Griti, pretore, Paulo
Pisani equite, prefecto Padue, R.mo D. Hieronymo Barbadico primi-
I
cerio Sancti Marci. Duravit disputatio usque ad 24 — horam satis fe-
1
liciter die dominico, et fuit dominica quadragesime quarta. 1^ die (et
fuit habita in salis magnis), primo argumentatus est Dominus magi-
ster Mauricius ordinis Minorum hybernicus, preceptor, ordinariam
theologie legens; 2° Dominus magister Gaspar perusinus ordinis Thomi-
starum [cfr. QuÈTiF-EcHARD, 1. c, p. 24], Ordinariam theologie pro-
fessus et profitens; 3° Dominus magister Petrus Trapolinus, patavinus,,
ordinariam theorice medicine legens; 4° Dominus Petrus mantuanus,.
olim preceptor; 5" Dominus Antonius Fracancianus, vicentinus, ordi-
narius philosophie, ambo professi et profìtentes. Et disputatio fuit
mane Venetiis autem die 26 marcij, die Jovis, in aede S. Francisci
Minorum; et interfuit R.mus Patriarca, patruus meus, R.mus D. D. ar-
chiepiscopus spalatensis, D. Bernardus Zane, R.mus Marcus Antonius
Foscarenus, episcopus Emonensis [cioè di Città Nova in Istria], R.mus
D. D. Dominicus episcopus Chisamensis, suffraganeus R.mi D. Pa-
triarche. Argumentatus est in primis Dominus Sebastianus Foscharenus,
doctor, legens lecturam physice Venetiis; 2° loco R.mus D. D. Bernardus
Zane, archiepiscopus Spalatensis; 3° loco Dominus Andreas Mozenigus,
doctor; 4" D. magister Petrus de Cruce ordinis Minorum, regens ibi;
5° Dominus Santes Maurus, doctor etc. Et fuit dies felicissima. Quare
Deo semper honor et gloria ».
26 M. Sanudo, ib., col. 373.
IL SIGIEKIANO GERONIMO TAIAPIETRA 29I
frettò a presentarle stampate. Più tardi, so di Matteo Bin,
le cui « conclusiones », dedicate a Nicolò Michiel, Procurator
di S. Marco, furon discusse a Venezia nel dicembre 1510-7;
e so pure di Giulio Ruggiero, discepolo a Padova di M. An-
tonio Genua, che stampa le sue Positiones , cioè le sue tesi,
dedicandole al cardinale Ercole Gonzaga, per la disputa che
doveva aver luogo a Padova nella chiesa di S. Antonio nel
luglio 1557 ^8 ; e l'esempio suo sarà seguito due anni dopo
da un altro discepolo del Genua, M. Antonio Mocenigo 29,
nipote di Vincenzo Diedo patriarca di Venezia, per la disputa
che doveva aver luogo, come nel caso di Antonio Surian, a
Venezia e a Padova.
Non conosco il contenuto delle tesi o « conclusion » soste-
nute dal Surian e dal Moro; conosco invece quello delle Con-
clusiones del Querini e del Bin, delle Positiones del Rug-
giero e dei Panidoxa theoremataque del Mocenigo. Il Querini,
discepolo del Nifo quando questi aveva già abbandonato
l'averroismo, si dichiara apertamente contro Averroè come
aveva fatto il maestro. Invece averroista è il Bin; e
anche il Ruggiero e il Mocenigo sostengono apertamente
la dottrina averroistica del Genua combinata con quella
di Simplicio. Allo stesso modo il Taiapietra è un risoluto so-
stenitore dell'averroismo della corrente sigieriana, del quale,
dopo la partenza del Nifo da Padova, era stato sostenitore
Tiberio Bacilieri. Ciò apparirà meglio dall'esame del conte-
nuto della sua opera.
Un'aperta professione d'averroismo accade d' incontrare tìn
sulla soglia del libro, cioè nel proemio intitolato anch'esso
al Grimani. Dopo avere accennato ad Aristotele come « regula
*7 La rara stampa veneziana della Casa G. Tacuino, è posseduta
dal British Museum, 1172, h. i (i). All'amico Carlo Dionisotti son
debitore della cortese segnalazione e del microfilm.
^8 Positiones hasce de vero et bono Julius Rugerius ad disceptandum
proposuit. In quibus si quid a religione ac summa veritate dissentire lector
animadvertet , id non ex animi sententia, sed ex Aristotelis ac veterum
Philosophorum placitis pronunciatum sciat. Venetiis mdlvii, f. yor
Finis. Disputabuntur triduo Patavij in tempio D. Antoni], mense
Julij, Die..., Hora.... Nella sezione ottava «de homine quatenus intel-
ligit et speculatur » (fol. 54V sgg.), accade d'incontrare tutte le tesi
dell'averroismo Simpliciano del Genua, coli' idea della « progressio »
dell'unico intelletto « ad secundas vitas » nei diversi corpi umani ecc.
Cfr. sotto, XIII, p. 388 sgg.
29 V. sotto, XIII, p. 3 9 ^gg..
292 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
in natura » secondo il noto concetto d'Averroè 3°, il giovane
filosofo veneziano continua:
Post queni prinius floruit Averroes cordubensis, qui ex graecis
expositoribus velut ex optimis quibusdam fontibus philosophiam
non tam hausisse quam expressisse visus est. Eos enim insequi
et incessere delectatus est apprime, unde is solus est qui condigne
et recte apud omnes commentatoris nomen adeptus fuit; tantum
enim est ex agro fertili messem tacere. Hinc est, ut qui Averroem
exacte legerit, et suis quaeque locis singulatim singula contu-
lerit, eius doctrinam facile percipiet ab optimis manasse aucto-
ribus. Quid enim aliud est commentator Averroes quam Alexander,
Themistius, Simplicius, ac demum ipsemet Aristoteles transpo-
situs ? Ouamobrem et nos divino beneficio confisi, non vana si-
militer gloriae cupiditate impulsi, et absque ulla prorsus invidia,
sed solum utilitatem aliquam studiosis afterre anhelantes, penes
horum virorum sententiam quarumdam diftlcilium quaestionum
summam seu compendium ordinare suscepimus: ea enim beni-
volentia perypatheticos prosequor omnes, et praesertim summum
Aristotelem eiusque magnum commentatorem Averroem, omnium
philosophantium vere duces, ut si quid ex illorum disciplinis de-
prompserim, quod utile, pulchrum lionestumque putem, id quippe
omnibus communicatum esse velim, quo omnes literati una
mecum ipsorum rapiantur amore eosque digna veneratione pro-
sequantur et colant.
Verum nos, divini Platonis De legibus imitati, ut scilicet ne
cuivis liceat, quae aediderit, aut privatim ostendere, aut in usum
publicum concedere, antequam super id publici et idonei con-
stituti iudices ea viderint et probarint (quod maxime observant
venerabiles illi magistri parisienses), opus hoc nostrum in stu-
diosorum communem usum concedere ullo pacto voluimus, ante-
quam gravssima amplissimi Venetiarum prothoflaminis censura et
lima castigetur; cuius quidem titulis et laudibus (nisi defraudetur)
solum ipsemet accedit religiosissimus antistes Antonius Surianus;
simulque nisi prius in clarissimorum virorum conventu et corona
opus hoc manutenerem et tutatus essem.
E il « prothoflamen » di Venezia, cioè il patriarca Antonio
Surian, zio di quell'altro Antonio Surian, che era stato disce-
polo a Padova del Pomponazzi e del Fracanziano, e che del
Peretto ci ha tramandato le lezioni sul De anima del 1500 e
del 1504, contenute nel codice della Bibl. Naz. di Napoli,
Vili. D. 81, studiato dal Kristeller, il buon patriarca di Ve-
nezia, dicevo, dopo aver letta l'opera del Taiapietra, lungi
dallo scandolezzarsi di questa aperta esaltazione d'Averroè,
3° De anima. III, comm. 14.
IL SIGIERIANO GERONIMO TAIAPIKTRA 293
che avrebbe fatto fremere il vescovo di Padova, Pietro Ba-
rozzi, gli scrive questa candida letterina che si legge in fondo
al volume:
Filii [sic) diarissime, praeclarum opus tuum, in quo Aristotelis
peripatheticorum principis et Averrois eius fidi et luculentissimi
commentatoris sensum diligenter et ad unguem examinasti, non
mediocri gaudio voluptateque lectitavi, eo quod te philosophum
praestantissimum noverim, tum et ortodoxae matri ecclesiae
obsequentissimum. Quo fit ut te quam maximis prosequamur
laudibus, magnisque honoribus te decorandum extollendumque
censeamus. Exinde enim persuaves et amenissimos tibi fructus
acquires, nec modicam saeculo utilitatem, patriaeque nostrae
gloriam allaturus es. Vale.
Eppure l'averroismo dell'opera non concerne soltanto una
o due tesi che vi siano difese quasi di passaggio, ma domina
tutto intero il volume, dalla prima all'ultima pagina; salve
sempre, s' intende, le solite proteste d'obbligo, chiaramente
espresse o sottintese, che l'autore cioè non persegue altro
intento che quello di esporre qual è il genuino pensiero d'Ari-
stotele e del suo fedele commentatore, senz'alcun pregiudizio
per la fede e per gì' insegnamenti della Chiesa.
L'opera si divide in due libri : il primo concerne otto problemi
dibattutissimi nelle scuole di filosofìa, alla soluzione dei quali son
dedicati altrettanti trattati, e in ciascuno di essi un capitolo
è consacrato alla esposizione della vera dottrina del Filosofo
e del suo fedelissimo interprete, mentre altri son riservati a
combattere più le obiezioni dei « cacoaverroisti », com'egli
li chiama (lib. II, tr. i, e. 7), che non quelle degli avversari
dell'averroismo. Nel primo trattato si discute il problema se
unico sia il principio di tutte le cose, o possa esser molteplice;
e nel quinto capitolo « philosophi et commentatoris vera
positio inducitur cum suis rationibus et fundamentis ». Nel
secondo trattato, si parla della immaterialità e semplicità
divina; e nel cap. 14 « philosophi et commentatoris vera po-
sitio inducitur ». Nel terzo trattato si dimostra la tipica tesi
averroistica « Deum tantum seipsum, idest essentiam pro-
priam intelligere ac intueri »; e nel cap. 11 « vera positio philo-
sophi et commentatoris in hac materia ponitur ». Nel trattato
quarto si pone il quesito « an primus motus, qui est diurnus,
sit immediate a Deo glorioso », e si critica la tesi dell'aver-
roista Giovanni di Jandun, il quale sosteneva che Dio non può
294 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
muovere il primo mobile se non per mezzo della prima intelli-
genza; nel cap. 6 poi è esposta la vera opinione del filosofo
e del SUO commentatore su questo argomento. Nel trattato
quinto è presa in esame la vexata quaestio, se Dio sia causa
efficiente delle cose eterne, cioè delle intelligenze e dei cieli,
poiché delle cose corruttibili non v' è dubbio che esse non pos-
sono esser prodotte immediatamente da Dio. È noto che il
teologo agostiniano Gregorio da Rimini riteneva che, secondo
Aristotele, Dio è causa finale ultima delle intelligenze e dei
cieli, ma non causa efficiente del loro essere 31. Il Taiapietra,
d'accordo con Sigieri -, è del parere che, pur essendo coe-
terne a Dio, sì le intelligenze motrici che i cieli incorruttibili
son tratti all'esistenza da lui per via di vera causalità effi-
ciente, e in proposito intraprende una lunga disquisizione che
dura per diversi capitoli contro il teologo agostiniano; giacché
è bene si sappia che, per quanto riguarda l' interpretazione
del pensiero d'Aristotele, vi furono teologi che si spinsero
anche più in là di taluni averroisti. Nel cap. 13 è esposta la
vera dottrina del filosofo e del commentatore « cum suis ra-
tionibus et fundamentis », che è poi la dottrina sigieriana.
Nel trattato sesto, è discusso un altro problema oggetto di
lunga contesa, fin dai tempi di Sigieri, se cioè Dio nel muo-
vere il mondo si palesi di virtù intensivamente infinita ossia,
come soleva dirsi, di infinito vigore. Dopo aver combattuto
r interpretazione che d'Aristotele avevan dato S. Tommaso,
Alberto Magno e Duns Scoto e quella di alcuni averroisti che,
a suo giudizio, falsavano il pensiero d'Aristotele e d'Averroè,
l'autore passa ad esporre, nel cap. io, la « vera positio » del-
l'uno e dell'altro, riaffermando la sua fiducia nel commen-
tatore :
Quum inter tot celebres philosophos, nullus adhiic posterio-
rum philosophantium aut priorum, praeter Aristotelem, inventus
sit qui commentatori Averroi in rebus naturalibus aut divinis
exponendis equipolleat, unde merito nomen magni et certe maximi
commentatoris est assequutus, ideo, primae philosophiae princi-
piis innitendo, in hoc quesito ad mentem philosophi et commen-
31 Lectura in II Sent., dist. i, q. i; cfr. Giov. di Baconthorpe,
In II Sent., dist. i, q. i; Giov. di Jandun, Meiaphys., II, q. 5; id.,
■Quaestiones sup. De siibst. orbis, q. 14.
32 Cfr. F. Van Steenberghen, Sig. de Brab. d'après ses oeiivres
inédites, II voi., Louvain, 1942, p. 606. V. sopra, p. 103.
IL SIGIERIANO GERONIMO TAIAPIETRA 295
tatoris dicimus infinitum, ut proposito attinet, alias infiniti di-
stinctiones omittendo, dupliciter intelligi posse: vel secundum
tempus et durationem, vel secundum virtutem et vigorem; quo-
rum unum vocant latini infinitum extensive, et alterum intensive.
Pro quo sciendum quod si primum principium secundum primum
modum infinitum intelligatur, hoc utique ad mentem philosophi
et commentatoris concedendum est, quoniam primus motor
motu locali uno et continuo movet per infinitum tempus; et sic
etiam, secundum eos, quaelibet intelligentia est infinita; quae-
libet enim intelligentia movet, secundum Aristotelem, orbem
proprium motu locali circulari infinito. Potest et secundo modo
intelligi primum principium esse infinitum in qualitate actionis,
scilicet in vigore; et hoc pacto negat philosophus et commen-
tator.
Ma rendendosi conto che un'affermazione sì grave poteva
sonare sgradita alle orecchie dei teologi, il nostro s'affretta
a dichiarare:
Sed quamvis isti, philosophus scilicet et commentator, sic
dicant, nihilominus tamen dico secundum fidem et veritatem,
quod deus, qui est primum principium, est virtutis infinitae,
scilicet in qualitate actionis, ita quod quantum est de se potest
velocitare motum in infinitum, immo movere in instanti, nec est
limitata sua virtus ad actionem determinatam ; et hoc absque
omni ambiguitate verum est, non tamen potest convinci aut
comprehendi ex sensatis; et ideo non est mirum si philosophus
ac caeteri antiquorum naturales, sensata tantum insequentes,
illud minime comprehenderunt. Quum enim deus ipse naturae sit
auctor, potest utique plus facere quam possit natura vel natura-
liter comprehendi, quoniam quemadmodum ipse omnia excedit
in infinitum, sic etiam profecto in agendi potentia. Iccirco iuxta
illud quod primo Esaias et postmodum Paulus dixerunt, propter
ista et alia quae oculus non vidit nec auris audivit, nec in cor
hominis ascendit, sacrosantae ecclesiae sanctissimis doctoribus
sine aliqua haesitatione credendum est, et absque aliqua demon-
stratione aut sensuum experientia etc.
E la stessa dichiarazione ripete, come d'uso, tutte le volte
che gli accade di toccare un problema intorno al quale vi sia
conflitto fra la filosofìa e la teologia.
Nel settimo trattato si chiede se il numero delle intelUgenze
motrici debba dedursi dal numero dei movimenti e delle sfere
celesti, oppure se ve ne siano di non addette al moto dei cieli;
e nel cap. 4 è esposta al solito l'opinione del filosofo e del com-
mentatore, che il Taiapietra ancora una volta toglie a difen-
dere. Inoltre nel cap. 12, è esposta la vera opinione del filosofo
296 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
e del commentatore, che la nobiltà delle intelligenze va posta
in relazione con la maggiore ampiezza e altezza delle sfere
da esse mosse. Nell'ottavo ed ultimo trattato del primo libro,
si dibatte l'annoso problema, se la materia di cui constano i
cieli sia « eiusdem rationis cum materia horum inferiorum » ;
e di nuovo nel cap. 12 viene esposta e difesa come vera la
dottrina d'Averroè, la quale combacia perfettamente con
quella del principe dei filosofi, e vi si dice che la materia dei
cieli non è in potenza a diverse forme, ma soltanto a diverse
posizioni locali.
Il secondo libro si divide in sei trattati. Il primo dei quali
verte sulla natura dell'anima umana e precisamente sul pro-
blema « utrum humana et rationalis anima sit una vel plures,
dans esse homini et immortalis». Fin dal primo capitolo di que-
sto trattato, l'autore ci palesa candidamente qual è il suo inten-
to: anzitutto rigetterà tutte le opinioni che più s'allontanano da
Aristotele e da Averroè; poi riferirà quelle che più si avvici-
nano al loro pensiero : « Demum veram philosophi et commen-
tatoris addemus sententiam ab ea quascunque amovendo
cavillationes, ut eius veritas clarior appareat.... ». Ed egli
non meno candidamente spera che dalla sua fatica verrà non
poco giovamento alla restaurazione della filosofìa, che al co-
mune giudizio degli averroisti pareva in quei tempi non poco
decaduta:
Unde speramus laborem hunc nostrum non modo rem peri-
patheticam, idest Averroycam, adiuvaturum esse, verum etiam
aucturum, quum forte scriptum hoc non tantum erit causa de-
clarandi rem obscuram et latentem multum in philosophia, sed
etiam aliis, hoc est bene dispositis, initium fiet vel occasio Iabo-
randi in doctrina philosophi et commentatoris, et ad communem
utihtatem quamphira scitu nobilissima scribendi. Et sic forte
in Italia reviviscet philosophia, quae temporibus meis, M.D.V.,
cum philosophis pessum ivit, adeo ut hac tempestate pauci
vel nulli reperiantur philosophi; sunt autem in precio triviales,
nebulones et sophistae 33; sperandum est tamen naturam ali-
33 È un lagno che Averroè aveva fatto dei filosofi del suo tempo,
nel famoso prologo alla Fisica; ed è curioso vedere come gli averroisti
della fine del Quattrocento e dei primi del Cinquecento lo ripetano pei
loro tempi. V insiste in particolare il Pomponazzi, parafrasando sia
il prologo al primo libro della Fisica sia quello al terzo (Cod. lat. della
Bibl. Naz. di Parigi, n. 6533, f. 6v e lagr; Arezzo, Fratern. de' Laici,
ms. 3QO, f. (x-jv, e ms. 300, f. igir. Cfr. «Giorn. Crit. d. Filos. Ital. »,
XXX, 1951, pp. 371-372).
IL SIGIERIANO GERONIMO TAIAPIETRA 29/
quando nostri misertam iri, et nobis integram redituram philo-
sophiam et philosophos; natura namque non deficit in necessariis
neque abundat in superfluis. Iccirco laborandum est prò viribus
ut ad nos redeat niater nostra pliilosophia.
Con questa speranza nel cuore, che la filosofia aristotelico-
averroistica minacciata da un lato dal concordismo tomistico
che la svisava, e dall'altro dalla retorica umanistica che la
disprezzava e dileggiava, il nostro giovane averroista si ac-
cinge a difendere quella che era apparsa la più ostica delle
tesi averroistiche, qual' è quella dell'unità dell' intelletto.
Ed anzitutto egli espone e combatte, sulla scorta d'Averroè, la
dottrina di Alessandro d'Afrodisia, intorno alla quale si dif-
fonde per ben sei lunghi capitoli (2-7). Nel cap. 4 accade d' in-
contrare questa allusione all'ambiente filosofico padovano:
« Conantur quidam alexandrei et acutissimi viri prò Alexandro
ad rationes Averroys et auctoritates Aristotelis respondere.... >>.
Giusto un anno prima, nel 1504, il Pomponazzi, che stava com-
mentando a Padova il terzo del De anima, s'era posto il pro-
blema dell' immortalità dell'anima, e pur dichiarandosi an-
cora propenso a ritener possibile una soluzione positiva del
problema secondo la ragione, aveva dimostrato in che modo
la tesi d'Alessandro avrebbe potuto sostenersi. Forse allu-
dendo al Pomponazzi, il Taiapietra nel rintuzzare le ragioni
degli alessandristi osserva : « Etsi Alexandrea opinio lumini
tantum innitendo naturali non minus forte substentabilis
sit 34 iuxta fundamenta sua, quam et averroyca, hoc nihilo-
minus in loco ipsum ad intentionem philosophi minime lo-
quentem fuisse proculdubio ostendemus » (cap. 5). Nel qual
passo è quanto mai significativa la distinzione fra ciò che è
sostenibile « lumini tantum innitendo naturali », e ciò che è
sostenibile «ad intentionem philosophi». A prescindere dai fran-
cescani che di questa distinzione facevano largo uso, essa è
una novità nella storia dell'aristotelismo; Aristotele non ha
visto tutto quanto si può vedere col lume di ragione; la ra-
gione umana può spaziare forse oltre i confini del mondo ari-
34 Come appunto diceva il Pomponazzi, commentando il terzo libro
del De anima nel 1504 (Vedasi P. O. Kristeller, Two impubi. Que-
stions on the Soul of P. Pomponazzi, in « Medievalia et Humanistica »,
Vili, 1955, pp. 87-90, 94), quando il Taiapietra era ancora studente
a Padova.
29o L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
stotelico : è un' idea sulla quale insiste più volte il Pompo-
nazzi e che doveva ferire a morte l'autorità di cui Aristotele,
«maestro e duca de l'umana ragione ))3s, aveva finora goduto.
Dopo la critica della tesi alessandrista, il nostro espone e
confuta la dottrina di Abubacher, « Averroys socius )>, di Aven-
pace, « eius magister «, quasi fossero due persone diverse, di
Avicenna e di Alfarabi (cap. 8) ; e qui eccolo nel cap. 9, in
quo Aristotelis et Averroys vera positio ponitur in hac materia
cum suis motivi s, ad esporci l' interpretazione sigieriana del
pensiero di questi due filosofi:
Clini binas hiicusqne illustrivim peripatheticorum opiniones
ostenderimus, qiias tamqnam impossibiles omnino ad, mentem
philosophi reliquimus, superest videre et de tertia, quae est
Averroys se unicum ad intentionem Aristotelis loqui pollicentis.
Aliorum autem sapientum opiniones hoc in tractatu non inda-
gamur. Item quia intentio nostra in praesentiarum non est de
omnibus loqui, sed tantum manifestare quae fuit opinio commen-
tatoris, et quorundam errorem refellere, qui temporibus nostris
nonnulla monstra in hac materia (ut finxerunt de intentione
Averroys) enixi sunt. Tum etiam, ut sententia est philosophi,
thopicorum primo, capite IX, quolibet proferente contraria opi-
nionibus sapientum sollicitum esse stultum est.
De anima igitur disceptantes quadrifariam circa ipsius in-
coeptionem loqui poterant: primo, quod quandoque producta
fuit in materia, quandoque corrupta: quem modum sequutus
est Alexander aphrodiseus, ut disputavimus in pracedentibus
abunde satis, in quo quidem tamquam demonstratum nobis
palam est, rationalem animam non a corpore incipere, neque in
corpus desinerei illam quoque prò parte insequi visi sunt arabum
sapientes, ut supra piane constat. Secundo, quod novum acceperit
esse, quod nunquam perditura sit: et hic dicendi modus Platonis
est, cui contradicit philosophus et commentator, Divinorum XII,
tex. co. XXXIX; et primo Coeli, tex. co. CXX; alioquin natura
possibilis verteretur in necessariam; nullum enim novum est
perpetuum. Tertio, quod nullum eius fuerit initium, sed dissi-
panda quandoque foret: et is quoque modus impossibilis est;
omne namque aeternum a parte ante est etiam aeternum a parte
post, et econtra, ut sententia est philosophi et commentatoris,
ibidem, primo Coeli et mundi 3^; nec aliquis hominum dudum id
percepit, quod quum perscrutata non sit dignum, absque auctore
35 Dante, Conv., IV, vi, 8.
36 T. e. 104-109 (e. IO, 27gb 32-280=1 31). A questo principio del De
coelo fa appello il card. Bessarione, In calimin. Platonis, III, e. 22, so-
stendo che, per Aristotele, se l'anima è immortale ed eterna a
parte post, deve esserlo anche a parte ante, con tutti gli assurdi che dal
punto di vista aristotelico ne seguirebbero, se l'anima intellettiva fosse
IL SIGIERIANO GEKOXn.O TAIAPIF.TRA 209
dimissum fuit. Quarto, quod, ncque quandoque cadet, nec exor-
dium ulluni aliquando acceperit: si igitur rationalis anima nec
incepit cum corpore, nec in corpus desinet, sed semper fuit et
aniplius semper erit immortalis ac substantia semper existens
simplex et immixta, humano orbi secundum esse unita, non tamen
corruptibilis nec alterabilis secundum eius substantiam, opinio
redditur Aristotelis scilicet et Averroys et multorum tam anti-
quorum quam modernorum peripatheticorum, ut Themistii,
Theophrasti, Pythagorae et caeterorum eiusdem sectae. Id igitur
in quo veriores scilicet peripathetici concurrunt, est rationalem
animam nec incipere cum corpore, nec etiam incipere ab aliquo
corporis, nec desinere in potentiam corporis, nec in corpus ipsum,
sed esse semper qviid immortale divinum et impatibile.
\'erum id in quo discreti et differentes sunt isti viri, hoc porro
loco a me perscrutandum non expectetur: tum quia prò nunc
tantum philosophi et commentatoris opinionem venamur, ex
qua ad caeteras quascumque discrimen colligere poterimus;
tum quia praeter opinionem opus nostrum multum excresceret.
Hanc sententiam comprobant Aristotelis auctoritates mul-
tae; quarimi quae adversus Alexandrum iam adductae sunt
nobis sufficiant. Motiva autem philosophorum sunt multa, et
primum quod ad hoc movit Averroym, fuit ratio fortis quae ex
libro De substantia orbis piane colligitur, quoniam nulla forma
inducta in materia non mediantibus interminatis dimensionibus et
non per dispositiones qualitativas et quantitativas praecedentes,
simul accipit esse cum toto. Sed rationalis anima hominis
huiusmodi est. Ergo etc.
Amplius amne quod est dominus suorum actuum est abstractum
et immortale. Sed anima humana intellectiva talis est. Ergo etc.
Maior utique evidens est ex se: quod enim non habet dominium
suorum actuum, ad unam tantum partem determinatur; que-
madmodum ad delectabile appetitus sensitivus; et talis procul-
dubio est materiae immersus. Minoris autem veritas inductive
declaratur: nam si uni vero philosopho vel religioso offeratur
inoltre moltiplicata col numero degli uomini. Si che il Bessarione ne
aveva concluso: «Igitur alterum de his duobus dicat necesse est: aut
enim unum eundemque intellectum omnibus esse, aut una cum corpore
animam interire ». E se egli poteva ritenere [ib., e. 27) che nessuno
era riuscito finora a dimostrare la falsità della tesi averroistica dell'unità
dell' intelletto, secondo i principi della filosofia aristotelica, il Pompo-
nazzi, che, pur ritenendo perfettamente aristotelica questa dottrina,
la considerava stoltezza {fatuitas), almeno fin dal 1504 (cfr. Kristeller,
1. e, p. 93, e il ms. napol. Vili. E. 42, f. i86r), troncò nell'inverno
1515-1516 le sue precedenti esitazioni, e prese a sostenere con risolu-
tezza la tesi che, pur essendo quello dell' immortalità dell'anima un
« problema neutrum », tutti i principi formulati da Aristotele, e se-
gnatamente quello stabilito in questo luogo del De caelo, sembrano
concludere alla mortalità dell'anima. Pochi mesi dopo scrisse il trattatello
De immortalitate aniniae. Ma sullo sviluppo del pensiero del Perette intor-
no a questo argomento, cfr. «Giorn. Crit.», XXXII, I953. PP- 45 e 175.
300 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
puella, appetitus tunc tendit in fornicationem, quia delecta-
bile; intellectus autein reicit et fugit, quia malum et propter
offensionem dei proximique. Ecce igitur qualiter hominis intel-
lectiva anima domina est suorum actuum, quia scilicet potest
delectabile fugere vel persequi; non sic autem appetitus ipse.
Et haec fuit ratio divini Platonis in Phaedone, ibi inter omnes
efficacior, quam olim ab eo accepit platonicus Plotinus, in tractatu
de immortalitate animae, quam etiam adducit divus Albertus in
libro De origine animae. Et fuit haec ratio apud aliquos tantae
effìcaciae et auctoritatis, ut palam dixerint, quod qui conatur
hanc solvere rationem fatuus est.
Rursum, quod intelligit omnia tam materialia quam imma-
terialia est iinmateriale, et per consequens immortale; haec
enim se consequuntur, ut constat in intelligentiis; sed intellectiva
hominis anima omnia comprehendit, tam scilicet materialia quam
etiam iinmaterialia ; igitur immaterialis est, et ex consequenti
immortalis. ]\Iaioris primam partem innuit philosophus, iii. De
anima, tex. co. iiii, quum dixit, quod omne recipiens debet esse
denudatimi a natura rei receptae. Secunda etiam pars patet;
alioquin rationalis anima esset organica, et sic determinata ad
unum, cuius tamen oppositum in nobismetipsis comprehendimus.
Minorem vero in nobis proculdubio quottidie experimur. Quare
etc. Et confirmatur, nam anima nostra intellectiva universaliter
et abstracte intelligit; ergo et ipsa est abstracta et immortalis;
secus ipsa esset aut aliquis quinque sensuum, aut sextus sensus,
et sic per consequens non iniiversaliter intelligeret ; quod apud
perypatheticos est valde absurdum et manifeste falsum. Adhuc,
si ista rationalis anima non est abstracta et immortalis, tunc
aut est complexio, aut forma superaddita complexioni; sed non
primum, quia tunc esset accidens, quod nullus sanae mentis
fateretur; minus etiam secundum; sequeretur enim ipsam esse
organicam et extensam, et sic fìeret determinata ad unum que-
madmodum et caeteri sensus, cuius tamen oppositum in nobis
manifeste percipimus omnia et universaliter percipientes.
His ita prealibatis, inquiunt veriores perypathetici hunc intel-
lectum materialem esse formam perpetuam ex utroque latere,
loquendo praecipue ad intentionem philosophi et commentatoris,
unicamque omnibus hominibus inesse, ac minime generabilem
aut corruptibilem nec eductam de potentia materiae. Amplius
opinantur ipsam facere per se unum cum homine constituto in
esse per cogitativam; et ponunt quod intellectus ipse non potest
informare materiam non informante cogitativa; non enim stat
materia absque forma constituta in esse per eam ; nec potest
intellectus informare sine sua proxima et ultima dispositione,
quae quidem est cogitativa respectu intellectus; unde, esto quod
cogitativa ipsa non sit forma generica, ordinatur nihilominus in
intellectum propter ipsius essentialem ordinem ad ipsum. Nec
econverso potest cogitativa informare materiam et ipso quoque
non informante intellectu; positis enim informabili ultimate
disposito et ipso informativo, necessario et ipsa insurgit infor-
\
IL SIGIERIANO GERONIMO TAIAPIETRA 3OI
niatio 37. Est autem materia informata cogitativa informabile
propinquum et ultimate dispositum ad humanum recipiendum
intellectum; et sic potest una formia substantialis ad aliam esse
dispositio, dummodo forma illa praeparans non sit materiae ratio
recipiendi.
Adduntque post haec hunc eumdem intellectum primo et ade-
quate informare totum orbem humanum; secundario vero illius
partes, ut scilicet sunt individua hominis. Nec intellectui humano,
quamvis sit unicus et individuus, pluribus dare esse aeque primo
hominibus, utputa Socrati, Fiatoni, Ciceroni et sic de aliis, re-
pugnat; in via namque philosophi et commentatoris constat
intelligentias esse individua, ut xii. Primae Pìiilosophiae et in
libris De coelo; et illa eadem esse cum suismet quidditatibus;
unde intellectus materialis, quum sententia commentatoris, se-
cundo Physice auscultationis , infima sit intelligentiarum, erit et
ipsa individuum et sua quidditas; septimo enim Methaphysicae,
comm. xli, et iii. De anima, comm. ix et x, in abstractis a ma-
teria non differt quidditas ab eo cuius est. Intellectus igitur ma-
terialis individuum erit et singularis; ob id tamen nihil prohibet,
licet intellectus ipse sit etiam quidditas universalis, dare esse
hoc et singulare homini, ut iam dictum est. Et sic apparet quo-
modo esse hominis, in eo quod homo, est ultimo per hunc intel-
lectum, et quomodo difterentia hominis, in eo quod homo, su-
mitur ultimate ab hoc eodem intellectu ; et sic quoque individuum
ipsum humanum, idest constitutum ex cogitativa tanquam ex
materiali, et ex ipso intellectu tanquam ex formali, utputa Sortes
vel Plato, habent esse hoc ad ipso intellectu ultimate. A materia
autem divisa informabili cogitativa dimensionibus mediantibus
informante, nascitur possibilitas multiplicationis individuorum
sub eadem specie; quae omnia propter esse universale ipsius
intellectus, ut supra diximus, informari possunt ab ilio, et ab
eodem sumere esse suum verum hoc et unum.
Et breviter autumant intellectum ipsum primo esse formam
adequatam totius suae sphaerae humanae; secundario vero par-
tium sphaerae, ut particularium hominum, hoc scilicet pacto
quod, inquantum quidditas, partiri possit per materias informatas
dimensionibus et cogitativis, inquantum autem individuum,
est id esse per quod individuum hominis est hoc ultimate.
Dicuntque praeterea opinionem esse Averroys, ut intellectus
uniatur homini non tantum ut ars et motor instrumento et or-
gano, sed etiam secundum operationem et esse. Yocant autem
aliquid alteri vmiri secundum esse, quando illud habet esse et
nomen ab eo; non autem audiunt esse prò operatione, iuxta
illud ' vivere viventibus est esse ', nec prò esse educto de po-
37 Questa tesi si trova alla lettera nei Quolibeta de intelligentiis di
Alessandro Achillini (v. sopra, pp. 206 e 246,), e il NiFO, De intellectu,
I, tr. 3, e. 18, la dice tolta dal trattato De intellectu di Sigieri (cfr. il mio
Sig. di Brab. nel pens. ecc., p. 18 e p. 73).
302 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
tentia niateriae; sed per esse intelligunt informationem quam
corpori tribuit intellectus.
Dicunt etiam quod, quando aliqua forma unitur alicui mate-
riae, duo debemus considerare: primum, prout ipsa forma ma-
teriam constituit in esse, scilicet prout forma materiam informat
eique nomen et difììnitionem concedit simul, prout ipsa forma a
materia sustinetur ac ab ea dependet in esse et conservari secun-
dum suum genus causae, ac etiam ab ea in operari dependet;
secundum autem prout aliqua forma aliquod subiectum sive
materiam in esse constituit, ipsa tamen per subiectum vel ma-
teriam in esse non constituitur, sicut se habet intelligentia et
orbis; et huiusmodi asserunt se habere rationalem animam ad
hominem, sive ad orbem humanum et suas partes, ut iam dictum
est. Dat ante intelligere hanc distinctionem Averroys, Physicorum
primo, comm. Ixiii, ubi ait: ' Et quia coelum caret hoc subiecto,
ideo caret forma quae substentetur per hoc subiectum, et fuit
necesse ut forma eius sit liberata ab hoc subiecto, et non habet
constitutionem per corpus codeste, sed corpus codeste consti-
tuitur per illam, ut scies alibi ' etc. Ex quibus apparet aliquam
esse formam subiectum suum tantum constituens, non autem
per illud constituta, sicut est de forma codi et de anima intel-
lectiva in proposito nostro; alia vero est forma constituens su-
biectum suum in esse, ac per illud ipsa quoque in esse constituta»
Hoc idem dicitur in vili. Physicae auscultationis, ex comm. lii....
Illud idem etiam et in capite ii. De substantia orbis.... Hanc eandem
sententiam possumus sumere a commentatore iii. De anima^
comm. V. et comm. xx, non minus quam a Themistio, ibidem in
Paraphrasi sua de anima. Caeterum quod ista sit opinio commenta-
toris Averroys, ex verbis suis intdligi potest. Ait enim....
Nel cap. IO, il Taiapietra riferisce le obiezioni che a lui
facevano gli altri averroisti, i quali ritenevano che per Averroè
r intelletto è separato dall'uomo, sì che « intentio fuit commen-
tatoris, quod intellectus possibilis, licet sit unicus in omnibus
hominibus, non tamen proprie dat esse, sed operationem, eo
modo quo dicunt aliqui intelligentiam uniti coelo, non dando
ei perfectiones primas, sed tantum secundas, et hoc modo
anima ipsa intellectiva unitur homini, secundum commen-
tatorem, mediantibus scilicet fantasmatibus ». Ed anzi tutto
riferisce cinque obiezioni ricavate dalle opere dei vecchi aver-
roisti. A queste ne aggiunge ben ventisette che gli movevano
i contemporanei, irritati dal vedere la dottrina d' Averroè
interpretata in modo così diverso dal consueto : « ex modernis
autem inveniuntur quos adeo positio nostra in via commen-
tatoris fastidit, quod, ut eam penitus delerent, omne quasi
possibile induci contra illam attulere », Nel riferire questi 27
IL SIGIERIANO GERONIMO TAIATIETRA 303
argomenti, egli usa sempre il plurale « dicunt », « volunt » etc.
Ma giunto alla fine del capitolo, abbandona il plurale e addita
un certo dottore contemporaneo di cui però non fa il nome:
« Ex his potissime vult iste doctor colligere positionem hanc
contradicere fundamentis Averroys expresse, ut supra dictum
est. Et fortius et uberius instetit iste homo in hac materia, quam
aliquis alter quem ego unquam viderim. Et iudicio meo multum
laboravit hic vir, sed frustra.... ». E nel capitolo successivo,
rispondendo a queste obiezioni, torna ad accennare a costui
{ad vigesimum septimum) : «■ Et certe sum admiratus de isto
homine qui aliquas tam frivolas rationes aduxerit ». Quasi
con certezza si può ritenere che questo dottore averroista che
inveiva contro quello che egli riteneva un travisamento del
pensiero d'Averroè, fosse Marcantonio Zimara?^. Ad ogni
modo è indubbio che la controversia non era tra averroisti e
antiaverroisti, ma tra averroisti e averroisti, cioè tra primi
cugini, se non proprio tra fratclh carnali. Ed erano maestri
dello studio patavino: «Sed post hos invenio aliquos qui in
gymnasio publico patavino se magnos philosophos faciunt,
voluntque per urbem digito ostendi ac ab omnibus observari;
sed quo iure non video » (/&.). Alla spocchia di questi « chaco-
averroyci expositores » il Taiapietra oppone la sua superba
"1^ Cfr. sotto, p. 340. Marcantonio Zimara, che nel 1505 de-
dicava ad Andrea Mocenigo, discepolo del Pomponazzi (v. sopra,
p. 289) la Quaestio de principio individuationis , le Annotationes in
Ioannem Gandavenseni super Quaestionibits Metaphysicae e la Quaestio
de triplici causalitate intelligentiae (in appendice alle Ouaesiiones di
Giov. di Jandun sulla Metafisica, Venezia, 1505), era quello che meglio
rappresentava l'averroista combattuto dal Taiapietra (v. sotto, p. 34 )
sgg.). Non è tuttavia da escludere che egli si riferisse direttamente al
Pomponazzi, che, discutendo dell' immortalità dell'anima, nel 1504,
aveva combattuta la dottrina sigieriana in questi termini (cfr. Kri-
steller, 1. e, p. gì) : « Alia est opinio quorundam se averroistas existi-
mantium, qui dicunt quod anima ita se habet ad corpus sicut forma ad
materiam. Vult autem opinio ista quod fuerit de intentione Averrois,
animam intellectivam esse formam dantem esse ipsi corpori. Formarum
autem dantium esse aliquae sunt constitutae in esse per subiectum
et eductae de potentia subiecti et insunt ex mutua dependentia ei;
aliae vero sunt quae nec sunt constitutae in esse per subiectum, nec
sunt eductae de potentia subiecti, nec insunt ei ex mutua dependentia,
tamen dant esse ipsi subiecto. Et talis forma praesupponit corpus
organizatum actu existens, et [non] inducitur absque disposinone
praevia, sed praesupponit omnes conditiones requisitas ». Le stesse
cose nel ms. napol. Vili. E. 42, f. i84r. Cfr. « Giorn. Crit. Filos. Ital. »,.
XXXVII, 1958, p. 346.
304 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
certezza di essere nel vero : « Et haec et tanta dixi, quia hanc
viam ad mentem commentatoris caeteris subtiliorem et pro-
babiliorem esse existimo, ac ab omni contradictione remo-
tiorem » (cap. 11). E più oltre: «Et ista est resoluta doctrina
philosophi, et panis non est tradendus canibus » (ib.).
Nel mio studio sulla diffusione del commento di Simplicio
al De anima e sulle ripercussioni ch'esso ebbe nelle contro-
versie della fine del secolo XV e di quello successivo, ho di-
mostrato che i primi a trarne profìtto furono Giovanni Pico
della Mirandola e il Nifo, e come l'uno e l'altro, ma special-
mente il secondo, avessero trovato in Simplicio una conferma
del loro averroismo di marca sigieriana 39. La quale opinione
è condivisa dal nostro, che nel cap. XII così scrive:
Post haec omnia invenitur una alia opinio quae Simplicio ascri-
bitur, qui ex intellectu et cogitativa aggregai animam rationalem,
quasi ex istis compositam, quae, si recte intelligatur, ad iiostram
opinionem reducitur. Puto enim quod, quum ipse fuerit unus
ex bonis Aristotelis expositoribus (ut omnes graeci latinique
philosophi de ipso testantur), voluerit cogitativam realiter di-
stingui ab intellectu ; verum quoquo modo rationalis anima ex
cogitativa et intellectu componi dicitur, prò quanto cogitativa
omnino habet introitum in essendo animam hominis licet non ulti-
mate, et distinguendo ipsum, ac ipsum in specie non ultimate
reponendo. Et confirmatur hoc, quia quae ad invicem quoquo
modo vel vere componuntur, ad invicem et distinguuntur. NTon
autem credo Simplicium tenere cogitativam et intellectum esse
idem realiter, secundum tamen gradus distinctos, quoniam tunc
realiter essent plures intellectus generabiles et corruptibiles, sicut
de cogitativis evenit. Et hanc sententiam confirmat Averroys,
duodecimo Methaphysicae, comm. xxxviii, ubi ait: ' Et ex hoc
quidem apparet bene quod Aristoteles opinatur, quod forma
hominum, in eo quod sunt homines, non est nisi per continua-
tionem eorum cum intellectu qui declaratur in libro de anima '.
Unde patet quod Averroys vult quod differentia hominis, in-
quantum homo, ultimate sit ab intellectu. Hoc idem sentit Aver-
roys in Libro destruc. desiruc, [disp. i], in solutione dubii xxxiii,
et viii ibidem. Quare etc... Et sic etiam verificatur quod intel-
lectus is non est actus corporis, idest non est forma educta de
potentia materiae ab agente scilicet naturali, ut testatur philo-
sophus; ob id tamen nihil prohibet quod intellectus ipse sit actus
corporis, idest forma informans corpus et dans esse corpori, ut
supra iam diximus.... Et ex his habetur haec Simplicii positio in
via peripatheticorum optime tirmata.
39 Vedansi più oltre i saggi XIII e XIV.
IL SIGIERIANO GERONIMO TAIAPIETRA 305
Indi il giovane maestro, dopo aver fatto vedere in che la
tesi d'Averroè sull' intelletto possibile differisca dalla dottrina
di Temistio e di Plotino (cap. 13), e dopo aver risolte le obie-
zioni degli altri averroisti e degli avversari dell'averroismo
(capp. 14-18), torna ad insistere che la sua maniera d' inten-
dere il pensiero d'Averroè concorda in tutto e per tutto con
quanto asserisce il commentatore di Cordova e, con lui, pen-
sano i migliori averroisti, a capo dei quali è Sigieri (cap. ig) :
Ecce ergo qvio modo vult ipse (Avwroes) intellectum, inquan-
tum quidditas, partiri per materias informatas dimensionibus
et cogitativis; inquantum vero est individuum, esse id per quod
individuum hominis est hoc. Intellectus ergo, ut habet esse reale,
est forma suo orbi; ut autem habet esse intentionale et univer-
sale, est materia omnium intellectuum separatorum. Et ista vi-
detur esse plana sententia Averroys in hoc quaesito, ut de mente
eius tenent praeclarissimi viri et maxime, inter alios, Subgerius,
praecipuvis averroysta. Et iste fuit discipulus Alberti et contem-
poraneus Thomae, et qui, in quodam suo tractatu De intellecttt
adversus Thomam, opinatur, in via Averro^'S et philosophi, in-
tellectum materialem esse formam perpetuam ex utroque latere.
Dal modo come si parla qui di Sigieri, è evidente che il
Taiapietra aveva presente il trattato De intellectu del Nifo
che era stato stampato a Venezia nel 1503. Ma mentre questi
s'era già separato dell'averroismo professato a Padova nei
suoi primi anni d' insegnamento, il giovane filosofo veneziano
è ancora perfettamente averroista, e si direbbe che dalle opere
del Nifo abbia attinto soltanto quel che gli serviva per cono-
scere il pensiero dell'averroista brabantino, del quale si fa-
ceva difensore e propugnatore dinanzi al capitolo generale
dei frati minori a Roma, contro le argomentazioni del Nifo
stesso ch'egli rintuzza.
Il secondo trattato del secondo libro ha per oggetto 1' « ul-
tima prosperitas et beatitudo », ossia 1' £ÙSai!J.ovia aristotelica,
intorno alla quale dissertarono a lungo gli averroisti. Sigieri, a
quanto riferisce il Nifo, ne aveva parlato in un libretto De
felicitate, ed aveva sostenuto in proposito forse le sue più
ardite tesi 40. Per Aristotele il fine supremo dell'uomo, in quanto
uomo, consiste nel pieno appagamento del desiderio che la
40 Nifo, De intellectu, II, tr. 2, e. 17; De beatitudine animae, II, com-
mento 21. Vedasi il mio Sigieri, cit., pp. 22-28, e qui sopra, pp. 215-16.
20
306 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
mente ha di sapere, cioè di conoscere la realtà, non solo nelle
sue manifestazioni contingenti, ma nelle sue cause e ragioni
eterne. Occorre quindi che la mente risalga, al di là del mondo
sensibile e di quel che nasce e muore, all'eterno e immuta-
bile, al mondo metafisico, al cui centro è il principio di ogni
intelligibilità e il fine ultimo cui le cose tutte tendono. Ma può
r intelligenza umana, legata com' è alla sfera della sensibilità,
giungere a conoscere in se stessa la pura realtà ideale di Dio
e delle intelligenze motrici intorno a lui ? Aristotele non dà
una soluzione chiara di questo problema; e perciò i suoi com-
mentatori greci ed arabi l'avevano cercata nel pensiero pla-
tonico e neoplatonico, elaborando quella tipica dottrina della
copiilatio della mente umana con l' intelletto agente, della
quale si fece un necessario complemento dell'etica aristote-
lica. Se r intelletto umano non fosse capace d' innalzarsi
a conoscere in se stesse le sostanze separate, aveva detto
Averroè nel commento i al secondo della Metafisica, il desi-
derio umano di conoscere la verità sarebbe vano, ed inutile
sarebbe l'esistenza di tali sostanze che noi non potremmo
mai arrivare a conoscere nella loro vera natura. È certo in-
teressante veder posto il desiderio umano di conoscere a
fondamento dei nostri giudizi intorno alla realtà. Ma a ciò
non badarono i pensatori medievali. I quali si sforzarono piut-
tosto d' intendere come la conseguenza fosse dedotta dalle
premesse, contro S. Tommaso che negava la legittimità di
questa deduzione 4'. In che modo giustificasse la legittimità
della deduzione Sigieri, è fatto conoscere dal Nifo, al quale
s' ispira anche questa volta il giovane patrizio veneziano nel
riecheggiare che fa la dottrina sigieriana:
Onod si foret hominibus omnino impossibile (conoscere in se
stesse le sostanze separate e Dio)..., tane natura ociose egisset;
fecisset enim id, qnod est in se naturaliter intellectum, non com-
prehensum ab aliquo, et sic esset frustra, quemadmodum si fe-
cisset solem non comprehensum ab aliquo visu. Hanc sequellam
diversi diversimode deducunt; quidam enim eam sic deducere
consueverant. Supposito primo quod omnis intellectio, conve-
niens intellectui possibili, non conveniat quin etiam homini
competat, hoc expresse sensit philosophus, primo De anima,
Lxiiii, quicquid dicant alii; hoc quippe supposito negato, aufertur
omnis via commentatori ad probandum coelum intelligere; quare
41 S. Tommaso, In Metaphys., II, lect. i.
IL SIGIERIANO GERONIMO TAIAPIETRA 307
si possibile est substantias separatas intelligi ab intellectu possibili,
possibile est quoque substantias separatas intelligi ab hoc homine.
Quo stante, tunc arguunt sic. Quandocumque aliqua reperitur
forma apta non recipi in maximo receptivo alicuius generis, illa
eadem non est receptibilis in minus receptivo eivisdem generis.
Sed intellectus possibilis in genere intelligentiarum est maxime
receptivus, ut constat iii. De anima 42. Igitur si primam formam
non est possibile intellectum possibilem recipere, ncque etiam
est possibile alium intellectum primam ipsam recipere formam.
Unde omnes frustrarentur intelligentiae mediae ab hoc scilicet
line, qui est deum gloriosum et sublimem intelligere. \'erum
quandocumque intellectus abstractus non potest intelligere su-
periora, ipse non potest intelligere inferiora; sed nulla intelli-
gentia media potest primam intelligere, ut iam deductum est;
igitur nulla intelligentia media potest et intelligentiam mediam
intelligere ; sed neque deus " potest intelligentias medias intelli-
gere, ut Divinovum xii, de mente Averroys 43 concluditur. Et
neque intellectus noster possibilis, ut fatentur adversarii, eas
intelligere potest. Igitur intellectus possibilis, naturaliter in se
intelligibilis, non est ab aliquo comprehensus; sic patet ociositas
maxima in natura. Ex quo habetur quod, nisi abstracta intelli-
gerentur a nobis, essent utique ociosa. Et haec fuit deductio
Subgerii 44, viri in familia averroyca non obscuri (Lib. II, tr. 2,
e. 3)-
Ma il Taiapietra sa che non tutti gli averroisti convengono
nel modo di argomentare di Sigieri; dal quale dissente in parti-
colare Giovanni di Jandun:
Alii autem, ut Ioannes Gandavensis in Quaestionihus suis de
anima, quaestione trigesima septima 45, aliter deducunt. Et ipsi
accipiunt primo quod substantiae separatae comparantur ad in-
tellectum nostrum ut formae natae intelligi; intellectus vero
noster comparatur eis ut subiectum natum recipere illas comprehen-
sive et spiritu aliter; quod ex verbis Averro3^s multis viis probari
potest. Primo, namque intellectus possibilis ultimus est abstracto-
rum; sed semper infìmus intellectus est materia superioris, infima
enim intelligentia perficitur a superiori sicut materia perficitur
a forma, ut dicunt philosophi. Et confirmatur: quoniam vilius
est potentia respectu nobilis, et nobile est tanquam actus respectu
vilis; igitur, quemadmodum substantiae separatae sunt natae
ntelligi secundum earum naturas, ita noster intellectus est natus
42 Arist., De anima, III, t. e. 5 (e. 4, ^zgz, 21-24) e 14 (429b 30sgg.).
43 Poiché secondo Averroè, Metaphys., XII, comm. 51, Dio conosce
soltanto se stesso e non le cose inferiori a sé.
44 Cfr. NiFO, De intell., II, tr. 2, e. 11; De beat, an., I, comm. 53.
45 O meglio, « trigesima sexta ». Ma anche questa svista è nel Nifo,
De intell., 1. e.
3o8 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
perfici ab eis secundum suani naturain. Amplius, intellectus pos-
sibilis est materia omnium abstractorum et omnium intelligi-
bilium; sed. materia non corruptibilis ab ipsis formis est apta et
potens suscipere omnes formas; intellectus igitur noster potest
recipere omnia intelligibilia. Accipiatur igitur prò constanti,
quod intelligentiae sint potentes intelligi ab intellectu nostro
potentia quidem naturali; et similiter intellectus noster potest
intelligere illas potentia naturali, sicut et ipsa materia potentia
naturali potest omnes suscipere formas. Quo stante, arguit modo
Ioannessic: intellectus possibilis, corpori continuus, est receptivus
et passivus intellectionis abstractarum [intelligentiarum] ; ergo
habet naturalem potentiam recipiendi intellectiones earum, per
earum scilicet essentias; ergo, si aliquando per cognitionem non at-
tinget eas, tunc natura egisset ociose, quoniam fecisset illam poten-
tiam naturalem intellectus nostri ad illas capessendas, quae
tamen in actum nunquam adduceretur. Et quod haec sit Aver-
roys ratio, declarat ibidem Ioannes exemplo eius. Et sic patet
quomodo Ioannes deducit illam sequellam, exponendo totam
potentiam intelligendi ex parte nostri intellectus, et non ex parte
intelligentiarum, ut fecit Subgerius, qui totam intelligendi po-
tentiam ad substantias separatas convertit {ib.).
La stretta dipendenza dell'averroista veneziano dal Nife,
si rivela oltre che dai testi citati, anche da un particolare ca-
ratteristico, là dove s'accenna (cap, 5) a quell'esposizione del
pensiero averroistico che « veriores averroyci.... exceperunt
a filio Averroys in tractatu suo De intellectu » 46.
Ma comunque interpretata, la dottrina averroistica sulla
« copulatio » e sulla « felicitas Averroistarum », di cui era
solito beffarsi il Perette, è evidentemente contraria all' in-
segnamento teologico. Perciò il Taiapietra s'affretta ad ag-
giungere :
Verum quicquid dicatur principiis innitendo naturalibus ad
mentem philosophi et commentatoris, nihilominus secundum
veram theologorum sententiam dicimus nullam generi humano in
hac vita contingere posse foelicitatem et beatitudinem, sed illam
ei servari post mortem in alio statu. Viatori enim non potest
46 NiFO, De intell., I, tr. 4, e. 12: «Amplius, filius Averroys in tractatu
de intellectu»; II, tr. 2, e. 5: « Declaravit has tres demonstrationes
filius Averroys in tractatu de intellectu», cfr. ib., e. ii; a anche nei
Collectanea III, ad t. e. 36: «et hanc domonstrationem dedit Alpheeh
Averroys filius in tractatu quem edidit ad instantiam patris, et eam
multum laudavit »; e più oltre: « et si inspicies librum Alpheeh Averrois
filij »; e ancora più giù: « Et in commentariis, quos scripsi in libro feli-
citatis Averroys et eius filii ».
IL SIGIERIANO GERONIMO TAIAPIETRA 309
inesse foelicitas nisi in patria, nec etiam abstracta ab eo cognosci
possunt cognitione matutina, sed tantum vespertina, ut sacri
nostri recte sentiunt theologi (cap. 5).
Con siffatta dichiarazione, egli ha ottenuto il duplice scopo,
di rassicurare i teologi sulle proprie intenzioni, e di poter di-
scutere con tutta libertà intorno al vero pensiero del filosofo
e del commentatore. E di questa libertà, procacciata a prezzo
di quella dichiarazione, approfitta nel modo piìi ampio, atte-
nendosi al famoso commento 36 del terzo libro del De anima.
Anzi tutto, coll'esporre e criticare la dottrina di Alessandro
intorno al modo come l' intelletto umano giunge ad unirsi
con r intelletto agente, che per l'Afrodisio è Dio (capp. 6-11),
e quella di Avenpace e di Temistio (capp, 12-14); poi con lo
spiegare e difendere la tesi che ad essi oppone Averroè, « qui
inter omnes philosophos post Aristotelem perfectior fuit et
subtilior » (cap. 15). Nei capp. 17 e 18 il Taiapietra combatte
r interpretazione che del pensiero d'Averroè dava Giovanni
di Jandun, il quale « opinatus est quod foelicitas nostra con-
sistat in actu sapientiali, et sit sapientia quae habetur Divi-
normn xii, a textu commenti xxix usque in finem ». Come si
vede la fehcità in siffatta teoria era a portata di mano: per
quanto astrusa, la Metafisica aristotelica non è poi inintelli-
gibile, e sopra tutto abbastanza facile a capire è la parte del
XII libro che parla appunto delle sostanze separate che muo-
vono i cieli, e della pura mente di Dio. Ma il possesso delle
scienze speculative non basta alla suprema felicità dell' in-
telletto umano, occorre l' inerenza formale del primo vero
nella mente umana, la cui potenza resti così tutta attuata.
Il possesso delle scienze speculative è condizione per giungere
a questa beatitudine dell' intelletto, non il fine ultimo cui
aspira la mente umana, che riposa solo nel possesso del vero
eterno « fuor del qual nessun vero si spazia ». Ora a questo
possesso s'arriva soltanto con la coptilatio o continiiatio del-
l' intelletto possibile con l' intelletto agente, sì che la poten-
zialità del primo sia tutta sommersa e assorbita nell'attualità
del secondo :
Ipse (commentator) , commento xxxvi (3ÌÌ De anima) totiens
allegato, inquit quod in adeptione illa nos intelligimus omnia et
sumus sicut dii, et quod ille modus intelligendi non -currit cursu
scientiarum cogitativarum, quae habentur per discursum, sed
3IO l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
est per substantiam intellectus agentis, in quo omnia intuitive
cognoscimus. Convincitur ergo ad intentionem commentatoris,
quod ea in cognitione intuitiva nos utique foelicitamur; non
autem in illa quae in Metaphysica per demonstrationem habetur
{ib., cap. i8).
Del tutto aderente all' interpretazione sigieriana del pen-
siero d'Averroè, quale ci è nota per l'esposizione che ne fa il
Nifo 47 e che concorda con quanto pensava Alessandro Achil-
lini 48, è anche l' interpretazione che della « vera dottrina »
del commentatore ci dà il Taiapietra:
Superest modo circa ambiguitatem hanc magni commenta-
toris afferre sententiam, quam omnes viri sublimes in philosophia
ac in secta averroyca primarii nobiscum integre et perfecte sen-
tiunt. Opinamur enim itaque foelicitatem esse deum. Nam as-
sumpta foelicitatis diffinitione prò maiori, tunc si addatur haec
minor, videlicet: sed deus est ultimus finis, optimus, propter
se eligibilis, ad nullum aliud ordinabilis, cuius gratia omnia eli-
guntur, bonus et perfectus, pulcherrimus, delectabilissimus, per
se sufficiens, honorabilis, principium et causa omnium bonorum;
ex his ergo optime convincitur, quod deus est foelicitas. Foeli-
citas enim, quia rationem totius boni amplectitur, omnem quietat
voluntatem; quia vero rationem totius entis continet, universum
saciat intellectum. Sed in nullo nisi in deo verius reperiuntur
ratio totius boni et totius entis. Ergo etc 49. Et hoc forte, et sine
forte, balbutiendo intellexerunt vetustiores ; nec valet quod
dicunt quidam moderniores, quod bene concluditur deum esse
foelicitatem simpliciter, sed non homini propriam.... Sed profecto
hoc nihil est, ut piane ostendimus in superiori capite: hanc enim
conclusionem habent Averroes et Aristoteles expresse, x. Nicho-
machiae, capite vii, scilicet quod deus est foelicitas sibi et aliis
intelligentiis et etiam homini 5°. Solum enim ipse est perfectis-
siinum intelligibile et appetibile propter se; in eo enim eminenter
reperitur ratio obiecti intellectus et voluntatis, immo solum ipse
est eminenter omnia bona continens. Et confirmatur, quoniam id
quo foelicitantur dii omnes est suprema hominis et omnium foelici-
tas; sed deus est quo omnes foelicitantur; omnes enim intellectus
foelicitantur intelligendo deum; sed intellectio qua ipse deus
intelligitur est ipse deus; igitur omnia deo foelicitantur. Et haec
ratio tota est philosophi, x. Nichomachiae, cap. x. Quare conclu-
ditur quod deus, ipse formaliter est foelicitas. Amplius, quo foe-
47 Cfr. il mio Sigieri, p. 24.
48 V. sopra, pp. 213-215.
49 Alla lettera dal Nifo, De intellectu, II, tr. 2, e. 2.
50 Allude forse al passo àeWEtìi. Nicom., X, e. 7, ii77b 30-32,
forse meglio al cap. 8, ii78b 21-32, e al cap. 9, ii79a 23-32.
IL SIGIERIANO GERONIMO TAIAPIETRA 3II
licitatur deus, foelicitantur et alii omnes intellectus, ut expressa
est sententia philosophi, Divinorum xii, et praecipue commen-
tatoris, ibi, comm. xxxviii. Sed deus non foelicitatur nisi dee,
ut inquit vii. Politicoruni : ' deus foelix quidem est et beatus,
propter nullum autem extrinsecorum bonorum, sed propter
seipsum ipse'51. Deo, ergo, nedum homo, sed omnia foelicitantur.
Sed nihil foelicitatur nisi foelicitate. Deus igitur ipsa est foelicitas.
Et ex hiis verifìcantur omnia verba Aristotelis in toto libro Ethi-
coriim, ubi de foelicitate sermonem habet (cap. ig).
Giunto alla fine del secondo trattato, il giovane filosofo,
rendendosi ben conto che siffatta felicità è irraggiungibile al-
l'uomo in questa vita, torna ad avvertire il lettore che tutto
quello che abbiamo udito da lui su questo argomento, ad altro
non mirava se non a chiarire qual è in proposito il vero pen-
siero d'Aristotele e d'Averroè:
Hoc enim, in explanandis auctoribus, expositoris officium
esse consuevit, ita quod, quid ipse velit auctor, et determinet et
ad verbum interpretetur, etiam si illud falsum sit, ut auctorum
integrae et non manchae, fideles et non depravatae sententiae
circa quaeque apud omnes recipiantur5-. His autem sacri nostri
51 Poi. (ediz. Immisch. Leipzig, Teubner, 1929), VII, e. i, i323b
24 sgg.
52 Così anche il Nifo nella lettera all' inquisitore Nicolò Grassetto,
della quale è stato fatto cenno sopra p. 285, nota 12 : «in exponendis enim
auctoribus, commentatoris officium solet esse, quid ipse auctor velit ac
sentiat, etiam si id interdum minime verum sit, interpretari ». Di questo
che è non solo diritto ma dovere di ogni interprete onesto, si valsero
tutti gli averroisti per esporre con la massima libertà il pensiero d'Ari-
stotele e dei suoi interpreti. Ma il Nifo, per entrare nelle buone grazie
dell'inquisitore, aggiunge: « Itaque ut in illis quae ad philosophiam
pertinebant, philosophi ac interpretis munere functi, ipsum auctorem
exposuimus; ita in his quae fidei catholicae contraria erant, ultra expo-
sitoris terminos evagati (quemadmodum hominem christianum decebat),
ipsi auctori contradicimus eiusque opiniones ac dieta omnia theolo-
gorum nostrorum auxilio confutavimus » (quello che il Taiapietra e in
generale gli averroisti non fanno). Del che l'inquisitore gli dà atto:
« placetque mihi quod in philosophia, christianae fidei non immemor,
in plurimis philosophos redargueris, nihilque in toto opere invenerim
quod castigatione dignum censeam » (in fine del volume che contiene
il commento del Nifo alla Desfritctio e il De sensu agente, nell'ediz. ve-
neziana del 1497). Di questo zelo nel redarguire e confutare le dottrine
dei filosofi ancora di più che nel commento alla Destriictio, il Nifo fa
mostra nel De intellectit, riveduto e corretto per l'edizione del 1503,
ove è evidente il proposito di rifarsi una verginità filosofica antiaver-
roistica, adoprandosi a far credere che il suo distacco dall'averroismo
risalga al 1492 e preceda quello del suo maestro Nicoletto Vernia:
« Hec sunt que preceptor defendit ad mentem Platonis et Aristotelis
312 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
theologi iuxta christianam nostrani religionem multa addunt,
quae nos ex testimonio prophetarum credimus; et ideo ea tantum
asserta esse volumus, non quaerentes ad liaec aliquam rationem,
sed quantum ortodoxa ecclesia praecipit, procul dubio asseveramus.
Itaque, ut philosophum decet ac peripatheticum hoc in tractatu
quae ad philosophiam pertinebant, more phisici interpretis,
declaravimus, ubi non parum boni fecisse arbitramur, quum
multa in naturali philosophia obscura et latentia iuxta senten-
tiam philosophi et eius magni commentatoris Averroys in lucem
ediderimus et ea bene dispositis aperte propalavimus (cap. 21).
A questo secondo trattato ne seguono altri quattro, concer-
nenti rispettivamente quattro argomenti di filosofia naturale
fieramente controversi tra gli aristotelici delle varie tendenze,
e cioè : « Utrum nec ne apud philosophum plures substantiales
formae ad invicem realiter distinctae in substantiali composito
sint ponendae » (tr. Ili) ; « Utrum ad intentionem philosophi
dementa remaneant formaliter in mixto » (tr. IV) ; « Utrum
simplex elementum alterari possit et a se » (tr. V) ; « De quo-
rumcunque simplicium sive mixtorum primo ac proprie dicto
elemento » (tr. VI) ; e su tutti e quattro questi argomenti il
Taiapietra difende con risolutezza ed energia la dottrina
d'Averroè come quella che combacia perfettamente coli' in-
segnamento di « quello glorioso filosofo al quale la natura
più aperse li suoi segreti», come pensava Dante 53. Ma di sif-
fatti argomenti il nostro palato, che ha assaporato Hume e
Kant, non ha più il gusto, che non hanno perduto invece i
neotomisti, ai quali è giusto che queste pagine siano segnalate.
Tale il programma che l'allievo dei maestri padovani aveva
preparato per la solenne disputa romana del 6 giugno 1506.
A parte l'accenno abbastanza vago che Marin Sanudo fa del-
l'obiezione del cardinal Gabrielli ad una delle tesi sostenute
dal dottorando, perché « l'era ereticha », non sappiamo a
quali altri assalti dovette tener testa il giovane averroista
veneziano; sappiamo soltanto che egli giostrò da bravo e che
il giorno appresso « il papa lo dotoroe ». O tempora !
in eo libello quem inscripsit De animorum pluralitate, quem confecit
compluribus annis post nostrum De intellectti librum » (Nifo, De anima,
edizione del 1522, comm. al t. 5 verso la fine). Eppure il Nifo sapeva
bene che il Vernia, nella dedica dell'opera al card. Domenico Grimani,
aveva dichiarato di avere scritto anch'egli il suo trattato nel 1492.
Cfr. sopra, p. 108.
53 Conv., Ili, V. 7.
XI
UN' IMPORTANTE NOTIZIA SU SCRITTI
DI SIGIERI A BOLOGNA E A PADOVA
ALLA FINE DEL SEC. XV *
Nel volume su Sigieri di Brabante nel pensiero del Rinasci-
mento italiano, ebbi a riunire alcune importanti testimonianze
intorno a due e forse tre scritti dell'averroista brabantino, che
si leggevano ancora a Bologna e a Padova alla fine del se-
colo XV. Queste testimonianze si trovano per la massima parte
nel De intellectn et daemonibiis di Agostino Nifo, il quale pre-
tende d'avere scritto quest'opera a Padova nel 1492, quando
già s'era distaccato dall'averroismo sigieriano cui egli aveva
prima aderito. E pare che in quegli anni, se non proprio
nel 1492, prima certo del 1497, egli avesse scritto davvero
una Quaestio de intellectu in senso sigieriano, e che in seguito,
fra il 1496-98, per evitare la taccia di eresia e guai maggiori,
rielaborasse quella Quaestio, sino a farne il trattato De in-
tellectu, stampato per la prima volta nel 1503, e dedicato a
Sebastiano Badoèr morto appunto nel 1498: che di edizioni
anteriori non esistono tracce (cfr. sopra, p. 286). In tal mo-
do il Nifo cercava di far credere che egli aveva preceduto il
suo maestro Nicoletto Vernia nell'abbandono dell'averroismo
(cfr. sopra, p. 311, n. 52).
Nel De intellectu e nel commento al De animae beatitudine
di Averroè, il Nifo si riferiva a due opere di Sigieri o, com'egU
scriveva, « Sugerius », « Suggerius », « Subgerius, vir gravis,
secte Averro3^stice fautor, etate Expositoris [cioè di S. Tom-
maso] , discipulus Alberti », « Subgerius contemporaneus Tho-
me ». Queste due opere sono un « tractatus de intellectu,
* Dal «Giorh. Crit. d. Filos. Ital. », XXXV, 1956, pp. 204-209.
314 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
tertio loco inscriptus, qui fuit missus Thome, prò responsione
ad tractatum suum contra Averroim », e un « liber de feli-
citate » che pare identico col « tractatus intelligentiarum et
beatitudinis », ricordato dallo stesso Nifo nei suoi Colledanea
sul De anima, nell'edizione veneziana del 1503 e in quella
del 1522, nelle quali « Subgerius » è diventato « Subiegius »
(si vedano le citazioni nel mio volume, pp. 18-30). Ma nel suo
trattatello De primi motoris infinitate, portato a termine nel
1504, quando da cinque anni aveva lasciato Padova, il Nifo
sembra attribuire a Sigieri un terzo trattato « de motore primo
et materia celi» (cfr. il mio voi. cit. p. 41).
L'espressione « in tractatu suo de intellectu, tertio loco
inscripto » potrebbe intendersi di un volume di scritti sigie-
riani, ove il « tractatus de intellectu » si trovasse trascritto
al terzo posto fra altre opere dell'averroista belga.
Delle varie dottrine attribuite a questo Sugerius o Subgerius
dal Nifo, due giova qui ricordare: quella che tende a mettere
in evidenza il procedimento deduttivo onde Averroè aveva
concluso che, se l' intelletto umano non potesse intendere le
sostanze separate, queste sarebbero inutili {ociosae. Cfr, sopra,
pp. 215-16) ; e l'altra che afferma che ogni intelligenza in-
feriore « intelligit sviperiorem per essentiam superioris », ossia
in quanto l' intelligenza superiore l' informa di sé intenzio-
nalmente e s'unisce ad essa (v. sopra, pp. 195-198).
Orbene: quanto alla prima di queste due tesi, sappiamo
che il domenicano Francesco Silvestri da Ferrara, nel suo
commento alla somma Contra gentiles (III, cap. 45, n. 5),
l'attribuisce a « Rugerius in tractatu suo de intellectu, misso
Beato Thomae prò responsione ad tractatum suum contra
Averroistas ». In un primo momento, avevo pensato (vedasi
il mio voi. cit., p. 23) che il Silvestri dipendesse dal Nifo e che
« Rugerius » fosse un errore di stampa per « Sugerius ». Però
avevo aggiunto : « ma può darsi che egli citi da un mano-
scritto in cui il nome di Sugerus. era già stato mutato in
Rtigerius.
Qualche luce viene ora a gettare su questa, che non è affatto
una quisquiglia, l' importante notizia nella quale mi sono
imbattuto scorrendo il codice Marciano (Lat., CI. VI, 271 =
2882), che contiene le Annotationes in jo UJjro de anima lectae
in hoc anno qui fuit 1521, die vero iovis quae fuit 2^ mensis
ianuarij, ah excellentissimo ac celeberrimo domifio Ioanne de
SCRITTI DI SIGIERl ALLA FINE DEL SEC. XV 3I5
Mofìtedocha hyspano, unum (sic) trium sui temporis philoso-
phoriim peritissimo, trascritte fra il 1523 e il 1524 dal padovano
Aurelio Tedoldi, dottore nelle arti, « ad laudem dei — dic'egli —
et meae amicae quam maxime amo » (f. 256 v) ! i.
Giovanni Montesdoch, spagnolo, aveva studiato a Bologna,
e nello studio bolognese aveva insegnato filosofia naturale in
concorrenza col Pomponazzi fino all'anno scolastico 1514-15,
e per alcuni anni aveva letto anche la Metafisica. Ma in seguito
a contrasti che ritengo egli avesse col Pomponazzi -, lasciò
Bologna e andò a insegnare a Roma. Da Roma appunto,
per un ingaggio vantaggioso propostogli dall'ambasciatore
veneto Marco Minio, passò a insegnare filosofia naturale a
Padova, verso la fine del 1520, o i primi di gennaio dello stesso
anno 1520 (secondo lo stile veneziano; quindi 1521), iniziando
il corso delle lezioni con la lettura del commento averroistico
al De anima. Nella lez. 43^, sul t. e-. 14 del terzo libro, egli
venne a porsi appunto il dibattuto problema, come un' intel-
ligenza inferiore conosca le intelligenze superiori ad essa.
Dopo aver riferite varie opinioni, egli accennava a quella
« moderna » sostenuta dall'Achillini, che l' intelligenza in-
feriore conosce quella superiore « per essentiam superioris ».
Siffatta tesi, osservava il Montesdoch, può dirsi « moderna »
solo in quanto alcuni moderni, come l'Achillini, se la sono
appropriata. Ma prima di loro e' è stato Ruggiero :
1 Cosi anche nel Marciano lat., CI. VI, 273 = 2884, che contiene
le lezioni dello stesso Montesdoch sul primo e il secondo della Fisica,
del 1523-24, il Tedoldi che le stava trascrivendo nel 1526, interrompe
la 16* lez. sul secondo libro, con questa informazione autobiografica
(f. 365r) : « Et sic sit finis huius lecturae nostrae prò praesenti anno 1522,
quae fuit die mercuri] 8^ mensis augusti et hora ii'^ ad laudem dei et
beatae mariae [atque amicae meae quam maxime amo, quia hodie]
hora 19^ [habui eam in brachiis meis.... 1». Le parole tra parentesi
quadrate son coperte d' inchiostro e solo alcune appena leggibili. Sotto
è un quadrato che doveva contenere un motto o un piccolo disegno. Ma
anch'esso è stato coperto d' inchiostro nero. E alla fine della lezione 66»
sul primo libro del De caelo, commentato dal Montesdoch nel 1522
(Cod. Marciano lat., CI. VI, 272 = 2883), il Tedoldi, che la stava co-
piando nella primavera del 1524, annota (f. 272V) : « Sed quia hora est
nimis tarda, et quia maxime crucior amore meae amicae, ideo valde
fessus cogor non amplius scribere ».
2 Tanto che, lasciata Bologna da un pezzo, il Montesdoch conservava
ancora del Peretto un ricordo disgustoso. Nel commento infatti al
proemio della Fisica (lez. 6*, f. i6r) fa menzione di lui come « nimis
monstruosus », e troppo grossolani ne dichiara i ragionamenti: « dicit
rationes nimis grossas ».
3l6 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Alia positio et opinio est quae est opinio non moderna, dato
quod moderni eam sibi tribuant. Sed ante eos fuit Rogerius;
fuit magnus vir, cuius opera non habentur impressa, nec vidi
ea nisi in bibliotheca sanati dominici de bononia, et ea etiam
vidi romae in sanato Ioanne de viridario. Fuit etiam opinio Ioannis
de ripa; tamen Alexander Achillinus sibi eam tribuit, quomodo 2^
intelligentia intelligat primam (Ms. Maraiano cit., f. 138V) 3.
Che questo « Rogerius » sia il « Sugerius » o « Subgerius »
di cui parla il Nife non v' è dubbio. Ma l' importanza di questa
informazione del Montesdoch consiste nell' averci egli indicato
dove aveva visto le opere di questo « Rogerius » sostenitore
della dottrina che l'Achillini spacciava per sua. Queste opere
non ancora stampate, bensì manoscritte, erano state viste
da lui a Bologna, nella biblioteca del convento domenicano
di S. Domenico, e dipoi a Padova, nella biblioteca del mona-
stero di S. Giovanni in Verdara dei Canonici Lateranensi.
Veramente nel ms. Marciano si legge : « et ea etiam vidi romae
in sancto Ioanne de viridario w ; ma è evidente che al posto di
« romae » deve leggersi « paduae » (supponendo che il nome di
Padova fosse scritto con l' iniziale maiuscola, l'errore di let-
tura si spiega facilmente) ; a meno che non debba leggersi
« romae [et] in sancto Ioanne de viridario ».
Quanto al codice veduto a S. Domenico di Bologna, par-
rebbe trattarsi di quello usato da Francesco Silvestri che,
come abbiamo visto, ne ritenne autore, anch'egli, « Rogerius»,
che si ha ragione di ritenere identico a « Sugerius ». Questo
codice non figura affatto nei cataloghi di S. Domenico pubbli-
cati dal p. M.-H. Laurent [Fabio Vigili et les hibliothèques de
Bologne au début du xvie siede d'après le ms. Barb. latin 3185,
3 E nella lez. 30^ (f. q^v) lo stesso Montesdoch aveva detto: «Una
est opinio Ioannis de ripa, cuius opera sunt bononiae in conventu sancti
lacobi, qui est fratrum Eremitarum. Et ipse bene intellexit opinionem
averrois in hoc loco, sicut aliquis alius.... Omnia autem [ab] Ioanne de
ripa accepit Alexander Achilinus ». Come risulta dall'opera del p.
Laurent, citata più oltre, il commento al primo delle Sentenze, cui qui
si allude, era posseduto non solo dalla biblioteca del convento di S. Gia-
como (p. 132, nn. 77 e 79), ma altresì da quella di S. Domenico (p. 27,
n. 92) e da quella di S. Francesco (p. no, n. 21). In questo scritto
(quaest. 2) non solo Giovanni da Ripatransone si dilunga in ben quattro
articoli sul tema qui accennato, ma ci offre un'ampia esposizione del
suo modo d' intendere la dottrina averroistica sulle intelligenze sepa-
rate e suir intelletto umano, molto vicina e spesso identica a quella
di Sigieri.
SCRITTI DI SIGIERI ALLA FINE DEL SEC. XV 317
in «Studi e Testi», 105. Città del Vaticano, 1943). Dove è an-
dato a finire e come è scomparso ? Siccome esso fu visto dal
Silvestri, che nel 1516, proprio a Bologna nel convento di
S. Domenico, aveva portato a termine il suo commento alla
somma Cantra gentiles, e dal Montesdoch, si può pensare che
esso sia stato fatto sparire come opera d'averroista inviso ai
domenicani, che l'averroismo ritenevano una pericolosa eresia,
a differenza di altri, per esempio degh eremitani e dei carme-
litani, assai meno ligi al tomismo. Tanto più che nel 1494
Alessandro Achillini, come ricorda il Montesdoch, aveva fatte
sue le dottrine dell'averroista brabantino, pur evitando di
nominarlo, nella pubblica disputa tenuta al capitolo generale
dei frati minori, nella primavera avanzata di quell'anno (v.
sopra, pp. 195-98) 4.
Quanto all'esemplare che il Montesdoch dichiara d'aver
visto nella biblioteca di S. Giovanni in Verdara, a Padova,
ho avuto il sospetto che esso potesse essere una copia di quello
di Bologna, ordinata da Giovanni Marcanova, negli anni che
questi insegnava a Bologna, e quindi passata al monastero di
Verdara insieme alla biblioteca di lui. Ma dallo studio di L. Si-
ghinolfi, che della biblioteca del Marcanova ha pubblicato
r inventario (nei « Collectanea variae doctrinae » in onore
di Leone S. Olschki, Monaco di Baviera, 1921, pp. 187-222),
non risulta. Questo per altro non vorrebbe dir molto, perché
spesso r inventario è assai generico e contiene non pochi nu-
meri di opere anonime, fra le quali potevano ben trovarsi
incastrate quelle di Sigieri. Al notaio premeva più di elencare
il numero dei volumi che non il loro effettivo contenuto, con-
tentandosi d'un' ispezione molto superficiale, che spesso
rende difficile riconoscere l'esatta natura di opere appena
accennate con titoli piuttosto vaghi, anche senza contare i
non pochi errori di trascrizione commessi dal Sighinolfi.
Si potrebbe pensare, è vero, che gli scritti di Sigieri fossero
entrati per altra via che non fosse quella del legato testamen-
tario del Marcanova. Ma è sicuro che essi non figurano nel-
l'elenco che il Tomasini redasse dei manoscritti di Verdara
nelle Bibliothecae Patavinae maniiscriptae puhlicae et privatae
4 Ma potrebbe anche darsi che l'opera di Sigieri restasse scono-
sciuta o fosse dimenticata dal Vigili, poiché il suo catalogo è lungi
dall'essere completo.
3l8 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
(Udine, 1639), ^ nemmeno in quello manoscritto della Marciana
(Ital., ci. XI, 323 = 7107); sì che bisogna rassegnarsi a pen-
sare che, già prima del secolo XVII, gli scritti di Sigieri fos-
sero ormai spariti anche dalla biblioteca dei Canonici regolari
Lateranensi di Padova.
In questa biblioteca, ch'era assai ricca, non mancavano com-
menti ad Aristotele e trattazioni concepiti, queste e quelli,
secondo lo spirito averroistico. V'era, fra l'altro, l'ampia
esposizione del servita Urbano Averroista sul commento
d'Averroè alla Fisica, che il Marcano va aveva fatto copiare
a sue spese a Bologna, nel 1456, in due grossi volumi corretti
e postillati di sua mano. Quando, nel 1492, a Venezia, l'opera
d' Urbano fu data alle stampe su un vecchio codice bolognese
per volontà del priore generale dei Serviti, Antonio Alabanti,
dietro suggerimento di Nicoletto Vernia, questi s'accorse e
fece notare che il codice trovato dall 'Alabanti conteneva la
stessa esposizione alla Fisica, che nella copia di S. Giovanni in
Verdara era attribuita al Marcanova (cfr. sopra pp. 103-104).
Ma l'osservazione del Vernia passò inosservata; e anche quan-
do dal monastero padovano il codice passò alla Marciana, nei
cataloghi di questa l'opera d' Urbano restò attribuita al Marca-
nova, sebbene nelV explicit sia detto (Lat., CI. VI, cod. 104,
colloc. 2815, f. 58orv) che il nome dell'autore non si conosce:
« cuius nomen non habetur « 5.
Ed alla stessa biblioteca di S. Giovanni in Verdara e ai Ca-
nonici regolari Lateranensi, che abitavano quel monastero,
era particolarmente affezionato l'averroista maestro Nicoletto
Vernia, il quale, gravemente ammalato, il 2 novembre 1478,
faceva testamento a loro favore e, qualche anno dopo, faceva
ad essi donazione dei suoi libri (vedasi sopra, p. 115).
Per quella volta la negra Parca lo risparmiò, lasciandogli
ancora più d'un ventennio, per il piacere dei suoi colleghi
ed alunni, per le sue filosofiche speculazioni e per diverse
marachelle non precisamente filosofiche. Ma quando sentì
^ A proposito dell'opera d' Urbano, che nel prologo dell'edizione
del 1492 si dice cominciata il primo d'aprile 1334 (cfr. sopra, p. 103),
gioverà avvertire che il p. R. M. Taucci, de' Serviti, / maestri della
fac. teolog. di Bologna, in « Studi stor. sull' Ord. dei Servi di Maria »,
I. 1933. PP- 31-34. osservando che l'unico maestro servita di nome
Urbano fiorì nell'ultimo decennio del sec. XIV e nei primi quattro
decenni del sec. XV, propone di correggere la data 1334 in 1434.
SCRITTI DI SIGIERI ALLA FINE DEL SEC. XV 3I9
che la morte stava ormai per ghermirlo, il 3 agosto 1499 dettava
le sue ultime volontà, in Vicenza, lasciando ancora tutti i
suoi libri, « omnes libros graecos et latinos », ai Canonici re-
golari Lateranensi del monastero di S. Bartolomeo di quella
città, perché fossero posti nella loro biblioteca, e chiedeva
altresì d'esser sepolto nella loro chiesa (v. sopra, pp. 108 e 126).
Nella biblioteca di S. Giovanni in Verdara, a Padova, par-
rebbe dunque che il Nifo, discepolo del Vernia, avesse letto
le tre opere da lui citate e attribuite al « grande averroista »
Sugerius o Subgerius, ov'egli dichiara d'avere attinta la dot-
trina, un tempo da lui seguita, sul modo come l'intelletto
possibile, unico per tutti gli uomini, s'unisce ai singoli e può
dirsi vera forma « dans esse homini » (v. sopra, pp. 208-10).
Lo stesso Nifo, nel commento alla Destructio destructionum,
apparso per la stampa nel gennaio 1497, accenna ad una di-
scussione avuta col conte della Mirandola, mentre « in corbula »
si recavano a Bologna (I, 8 ; v. sotto, p. 376). Ritengo che questo
viaggio avvenisse gli ultimi giorni di maggio 1494. Per la Pente-
coste di quell'anno, in occasione del capitolo generale dei frati
predicatori tenuto a Ferrara, c'era stata una solenne disputa
pubblica alla presenza del duca Ercole I, e il giovane dome-
nicano Tommaso de \'io, venuto apposta da Padova ove inse-
gnava Metafisica, s'era trovato di fronte Giovanni Pico della
Mirandola, il quale gli aveva mosso niente meno che cento
obiezioni (cfr. Mortier, Histoire des Maitres Généraux de l'ordre
des fr. Precheurs. t. V, Paris, 1911, p. 143). Pochi giorni dopo,
verso la fine del mese di maggio, anche i frati minori aduna-
rono a Bologna il loro capitolo generale e, secondo il costume,
diramarono inviti ai maestri e ai dotti delle città vicine che
avessero desiderato partecipare alla disputa pubblica che si
sarebbe tenuta, more solito, in quell'occasione. A Bologna
sarebbe sceso in lizza uno dei maestri dello studio che già
cominciava a far parlare di sé per la sua serrata dialettica e
per certa nuova maniera d' intendere l'averroismo. L' invito
doveva solleticare il battagliero conte della Mirandola e il
Nifo, che verosimilmente era accorso da Padova alla disputa
nella quale era campione un suo collega. E penso che tutti e
due insieme sian partiti da Ferrara per trovarsi alla disputa
che il jo giugno, seconda domenica dopo Pentecoste, l'Achil-
lini avrebbe tenuto a S. Francesco in Bologna.
E quale non dev'essere stata la sua sorpresa nel sentire che
320 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
maestro Alessandro Achillini discettava intorno alle Intelli-
genze, da quella del Primo Motore che è puro atto, giù giù
fino air intelletto possibile umano che è pura potenza, e con
grande risolutezza e abilità dialettica faceva sua la dottrina
averroistica di quel « Sugerius », del quale anch'egli aveva letto
gli scritti che a Padova si conservavano in S. Giovanni di Ver-
dara, ove ritengo li avesse visti e letti anche il Signore della
Mirandola. Questa risolutezza del collega bolognese deve averlo
tanto più meravigliato, che a Padova il decreto vescovile del
1489 aveva assai limitato la libertà di giostrare sull'unità
dell' intelletto umano, ed egli e il Vernia si vedevan costretti
a dissipare i sospetti che si nutrivano su loro come averroisti.
Nel trattato De intellectii, scritto dal Nifo col proposito fin
troppo palese di rifarsi una verginità antiaverroistica, in gara
con maestro Nicoletto, si direbbe ch'egli prendesse di mira i
Quolibeta de inielligentiis, pur senza nominare l'autore di essi,
delle cui dottrine svelava la fonte negli scritti di Sigieri, dal-
l'Achillini taciuta.
XII
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA:
DUE FILOSOFI GALATINESI DEL CINQUECENTO
Il nome di Marcantonio Zimara, largamente diffuso nel se-
colo XVI, è strettamente legato alla storia dell'aristotelismo,
e in particolare di quella corrente che fu l'averroismo, anzi
di uno speciale indirizzo di questo in contrasto con altri indi-
rizzi che si reclamavano ugualmente da Averroè, il Commen-
tatore per eccellenza d'Aristotele, l'arabo Averrois di Cordova
« che il gran commento feo ». Invece il nome del figlio di lui,
Teofilo, è rimasto presso che sconosciuto, fra gli storici della
filosofia italiana. Peggio : uno di questi che di recente ha dedi-
cato al pensiero italiano del Rinascimento tre grossi volumi,
Giuseppe Saitta, essendogli accaduto di metter la mano,
senza volerlo, sul massiccio e diffuso commento di Teofilo
Zimara, « Marci Antonii F. », al De anima, ha attribuito
quest'opera al padre, ignorando l'esistenza del figlio. E fin
qui poco male. Ma egli s' è spinto assai più in là ; che non pare
si sia reso conto che, mentre Marcantonio è un averroista
schietto e tutto d'un pezzo, il figlio al contrario combatte
apertamente l'averroismo e propugna un platonismo cristia-
neggiato, che, divenuto di moda tra gli umanisti dopo Marsilio
Ficino, si proponeva di conciliare Aristotele, liberato dal-
l'esegesi averroistica, con Platone, con Plotino, con Proclo
e con Simplicio. E questo è il male peggiore che poteva capi-
tare a Teofilo, che cioè il grosso volume dedicato al cardinale
Guglielmo Sirleto, e dal quale s'attendeva qualche fama,
non solo gli fosse tolto, ma ne fosse travisato il pensiero, col
ravvicinarlo all'averroismo.
* Già pubblicato negli «Atti del IV Congresso Storico Pugliese».
(«Archivio Storico Pugliese», Vili, 1955). Sono stati apportati alcuni
notevoli ritocchi.
21
322 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Ma anche intorno a Marcantonio Zimara accade di leggere
nei libri di storia della filosofia grossi spropositi, che mi pro-
pongo di correggere, raccogliendo quello che di certo si sa in-
torno a lui e al figlio e intorno alle loro opere. Ben inteso,
non si tratta di richiamare l'attenzione dello storico su due
astri di prima grandezza o, come si direbbe oggi, su due fi-
gure di primo piano nel complesso panorama del nostro Ri-
nascimento: si tratta soltanto di mettere nella giusta luce
due onesti pensatori che, pur senza elevarsi gran che sulla
coltura del loro tempo, meritano di non esser dimenticati,
perché di quella coltura sono eminentemente rappresentativi.
I. - Marcantonio Zimara.
Di lui sappiamo con certezza che il 30 luglio 1501, a
ore 13, sosteneva a Padova la discussione preliminare al
dottorato in artibus, ossia fece il tentativum nella chiesa di
S. Urbano, ove da un cinquantennio soleva riunirsi il « Sacro
Collegio degli Artisti e Medici»; e che una settimana dopo, il
venerdì 6 agosto, a ore 20, nell'aula solita d'esami in Vesco-
vato, sostenne il privatum examen e conseguì il grado di dottore
in artibus. Il filosofo e medico Pietro Trapolin gli conferì le
insegne del grado a nome del Sacro Collegio. Tutto questo è
perfettamente documentato dagli atti del Collegio stesso
(voi. 319), nell'Archivio antico dell' Università di Padova,
e dagli Ada graduum presso l'Archivio di quella Curia vescovile
(voi. 47, f. i62r). Da notare: presenti come testimoni al giu-
ramento e al dottorato erano Pietro Pomponazzi e Tiberio
Bacilieri; il primo ritornato da poco a Padova, ove insegnava
filosofia naturale come ordinario primo loco, il secondo ve-
nuto via da Bologna per contrasti coi colleghi, e straordinario
della stessa materia. In questi atti. Marcantonio è detto figlio
« quondam Nicolai Zimara de Sanctopetro de Galatina terre
Hydrunti ».
Altra cosa certa è ch'egli potè fare gli studi di filosofia a
Padova grazie all'aiuto dello zio materno Pietro Bonuso,
prelato della chiesa di S. Pietro in Galatina, al quale il 1° ot-
tobre 15 13 dedicò l'edizione dei Subtilissima Hervei Natalis
Britonis Quodlibeta undecim cum odo ipsius profundissimis
tradatibus , da lui curata per l'editore veneziano Giorgio Arri-
vabene. Anche nella dedica della Quaestio de primo cognito
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA 323
(Venezia, 1508) a Marcantonio Contarini, figlio di Carlo, ac-
cenna espressamente a questo zio : « Petro Bonusio, pro-
presuli, avunculo, qui me semper eque ac filium carum habuit
fovitque, cuique non minus quam parenti mee animam hanc
debere me libens profiteor ».
Baldassar Papadia i lo dice nato da povera e oscura gente
intorno al 1470: e cita in proposito un' Epistola ms. di Fran-
cesco M. Vernaleone, che esisteva a suo tempo presso i Signori
Caroti. Sulla scorta della Quaestio de regressu E xcellen fissimi
Domini Marci Antonii Zimarea (nell'Ambrosiana di Milano,
Cod. S. Q. +. II. 36, ff. 232V-236V), fui indotto, nella prima
edizione di questo saggio, a supporre un primo soggiorno pa-
dovano, anteriore al 1490, perché l'autore di quella Quaestio
accenna più volte a discussioni avute con Maestro frate Fran-
cesco da Nardo, che insegnava Metafisica a Padova «in via Tho-
mae», mentre frate Antonio Trombeta insegnava la stessa disci-
plina « in via Scoti », e che morì il 17 luglio 1489 (cfr. A. G.
Erotto e G. Zonta, La facoltà teologica di Padova. Padova,
1922, pp. 195-197): «Ad argumenta praeceptoris magistri
Francisci de Nardo, dico...; sed advertatis quod praeceptor
meus antequam ingrederetur ad scolas ad legendum, allo-
cutus fui eum supra hoc, ....et dixit mihi » (f. 135V).
Ma pili tardi, visto il codice della Nazionale di Napoli,
Vili. E. 42, che contiene il commento del Pomponazzi ai primi
due libri del De anima datato 1514, ma certamente dell'anno
scolastico 1508-1509, e il commento dello stesso Peretto al
terzo libro, del 1504, m'accorsi con mia sorpresa che quella
Quaestio, attribuita allo Zimara nel codice Ambrosiano, non
è affatto di questo, sibbene del suo maestro, il mantovano
Pietro Pomponazzi, che più volte ricorda d'essere stato di-
scepolo del tomista di Nardo. Quindi cade l' ipotesi di un sog-
giorno dello Zimara a Padova, prima di quello indicato dal
Papadia, il quale dice che lo zio materno, Pietro Bonuso,
« r inviò adulto a Padova ». Forse intorno al 1495 o poco dopo.
Fra i venticinque e trent'anni, egli poteva dirsi veramente
adulto. E se a Padova giunse quando erano già morti Fran-
cesco da Nardo e Pietro Roccabonella, vi trovò tuttavia
maestri provetti che godevano già di gran fama o giovani che
erano sulla via di procurarsela: il faceto Nicoletto Vernia,
I Memorie storiche della città di Galatina, Napoli 1792, pp. 57-58.
324 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
averroista spregiudicato, finché il vescovo di Padova, Pietro
Barozzi, col decreto del 6 maggio 1489 non l'obbligò a ravve-
dersi, Pietro Trapolin, anch'egli averroista, ma ben più mo-
derato e guardingo, gli scotisti Antonio Trombeta e Mau-
rizio Ibernico, il Peretto Mantovano che già rivelava una
spiccata tendenza a ribellarsi all'averroismo di moda, il vi-
centino Antonio Fracanziano, concorrente del Pomponazzi,
Tiberio Bacilieri che a Padova professava l'averroismo di
marca sigieriana del quale a Bologna era acerrimo propu-
gnatore Alessandro Achillini. Agostino Nifo aveva lasciato
con gran disdegno lo Studio patavino fin dall'estate del 1499,
non sappiamo se malcontento dello stipendio o per dissensi
coi colleghi. E il 4 ottobre dello stesso anno il Vernia moriva,
e la sua cattedra venne appunto coperta col richiamo del
Peretto, cui fu dato a concorrente il Fracanziano.
Di questi maestri, il Trapolin fu primo promotore del dot-
torato in artihus del « Sanpetrinate », come lo Zimara amava
chiamarsi; ma di lui non ho trovato cenno, né in bene né in
male, nelle opere dell'alunno \ Del Pomponazzi invece parla
spesso; sebbene il rispetto per il precettore non gì' impedisca
di combatterlo su varie dottrine, e di pigliarlo di mira più
volte in modo assai vivace nella Tabula dihicidationum in
dictis Aristotelis et Averrois, e particolarmente nella Quaestio
de immortalitate animae. Del Bacilieri combatte la tesi che
identifica l' intelletto agente con Dio, che egli attribuisce,
come fa anche il Pomponazzi, ai « bononienses ». Al Trom-
beta accenna anche alla fine delle Annotiones sul settimo
della Metafìsica di Giovanni di Jandun : « in his omnibus
subtilissime repraehenditur Ioannes a praeceptore meo Ma-
gistro Antonio Trombeta nostre aetatis in metaphysicae
speculationibus viro emeritissimo»; nei Theoremata, iii: « An-
tonius Trombeta excellens in scientia divina et preceptor
meus venerandus » ; e nella Quaestio an gravia et levia etc.
del ms. Magliabechiano, XI, 67, segnalatomi dall'amico Eu-
genio Garin: « quantumcumque, ut dicebat magister meus
Trombeta, Franciscus de Neritono dixerit » (f. 23r). Che egli
poi avesse a maestro anche Maurizio Ibernico è attestato
dal francescano Girolamo Girelli sulla fine del suo trattato
De speciebus intelUgibilibus diretto contro lo Zimara: « Ipse
3 Su di lui, V. sopra, il saggio VII.
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA 325
autem forte erravit propter amorem magistri sui, qui fuit
Mauritius Hibernicus ».
Non sappiamo con certezza quand'egli cominciò a insegnare
come lettore pubblico; poiché le lezioni In primuni Posteriorum
del Cod. Ambros. D. log inf., ff. i7r-29r, potrebbero essere
state tenute privatamente o anche pubblicamente in anni
precedenti al dottorato in filosofia, come mi risulta essere
intervenuto a Padova per il mantovano Benedetto del Triaca
(1494), per Lorenzo dal Molino di Rovigo (1499) e per Fran-
cesco Trapolin, figlio di Piero (1501). In fine della nona le-
zione sul primo libro degli Analitici Posteriori (f. 28r) accade
di leggere questo curioso invito in versi:
Scire volunt onines, niercedem solvere nemo:
hoc dixit noster qui claret in orbe Zimarra.
In catedra manens, dixit prò omnibus una:
solvite, precor, omnes, si vultis doceri.
In domino testor, magnum sumpsisse laborem;
hac prò doctrina, propriam vendidisse casellam.
E in margine : « Quare vobis dico : si librum Posteriorum
vultis ut aperiam, solvite, praecor, omnes ».
Ma non dovette passar molto dalla laurea, che fu assunto
alla « lettura » straordinaria di filosofia naturale. Intanto,
per procacciarsi da vivere e poter continuare gli studi, curò
per gli eredi di Ottaviano Scoto l'edizione delle Quaestiones
in duodecim II. Metaphysicae di Giovanni di Jandum, arric-
chendola di citazioni e note marginali. L' edizione scotina,
licenziata il 1° di febbraio 1505, oltre alle note marginali,
recava in appendice alcune opere originali che possiamo con-
siderare tra le prime del nostro, anteriori a questa data.
La prima è una diffusa Quaestio de principio individua-
tionis ad intentionem Averrois et Aristotelis, di ben venti co-
lonne. Essa è dedicata « Magnifico ac excellenti artium Doctori
domino Andreae Mocionigo Patricio Veneto ».
Questo (( M.cus et Doctissimus vir, D. Andreas Mocenico,
natus M.ci et Cl.mi D. Leonardi, filli olim Serenissimi prin-
cipis Venetiarum D. Jo. Mocenici », era stato proclamato
dottore in artihus, il sabato 12 agosto 1503, nella cattedrale
di Padova, con grande solennità, come s'addiceva al suo alto
rango, « assistentibus M.cis et Cl.mis dominis Thoma Mo-
cenigo praetore, patruo, et Paulo Trivisano equite praefecto
326 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
urbis [Paduae], avunculo, et aliorum praestantissimorum
doctorum, scholarium, civiiim et praelatorum corona, per
Rev.um D. Episcopum [il bellunese Pietro Barozzi], eius
domino Vicario recitante ». E ciò dopo essere stato esaminato
« per Venerandum Collegium artium et medicinae Doctorum »,
e « post longas lucubrationes et scholasticos labores et publicas
disputationes ac varia virtutis et doctrinae suae experimenta ».
Primo promotore del dottorato era stato Pietro Trapolin,
che anche questa volta conferì al neo dottore le insegne del
grado. Nella dedica lo Zimara parla del nodo d' indissolubile
amicizia che lo legava al Mocenigo. In realtà erano stati am-
bedue alunni del Trapolin e del Pomponazzi, insieme al « go-
beto » Lorenzo Venier, ad Antonio Surian e a Gaspare Con-
tarini, « artium scholares », i quali nel verbale del dottorato
del Mocenigo figurano da testimoni (v. sopra, p. i68).
Nella stessa dedica il nostro accenna al turbamento del suo
animo per le notizie che gli giungevano da S. Pietro in Gala-
tina, saccheggiata dal ritorno nel 1504 delle milizie spa-
gnole per cacciarne le francesi: « Pluribus profecto quam pro-
miseram magnifìcientiam vestram speculationibus donassem,
nisi iniqua fortuna patriam meam Sanctum Petrum de Gala-
tinis, hispanis militibus populationi dedisset ».
Alla Quaestio de principio individuationis tengon dietro le
Annotationes in Ioannem Gandavensem super Quaestionihus
Metaphysicae eleganter discussae in via Aristotelis et sui magni
commentatoris Averrois, anch'esse dedicate ad Andream Mo-
cionigum. Su molti punti lo Zimara aveva ripreso con sem-
plici note marginali il modo come Giovanni di Jandun espone
il pensiero d'Averroè. Ma su altri punti le sue riserve esige-
vano maggiore spazio che non fosse quello d'una breve nota;
perciò aggiunse al volume questa seconda appendice, ove
espone con ben maggiore ampiezza le ragioni del suo dissenso
dall'averroista di Jandun, la cui interpretazione della dottrina
averroistica aveva suscitato aspre critiche da parte degli
averroisti padovani e bolognesi, tanto che Giovanni Pico della
Mirandola giudicava che egli, « ferme in omnibus quaesitis
philosophiae, doctrinam Averrois corrupit omnino et depra-
vavit » {Conclus. secundum Avenroem, 3). Intento di queste
Annotationes è dunque quello di stabilire qual è il vero pen-
siero del commentatore di Cordova. Ma nel far ciò, il filosofo
di Galatina si diffonde talora sino a riesaminare a fondo l'ar-
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA 327
gomento discusso e a scrivere un vero e proprio trattato,
come fa a proposito della questione 12^ del terzo libro, in una
disquisizione di ben oltre 26 colonne.
Una terza appendice è formata dalla Quaestio de triplici
causalitate intelligentiae , concernente la natura, la dipendenza
e la finalità delle intelligenze celesti « secundum Aristotelis et
sui Commentatoris Averrois sententiam », problema dibattu-
tissimo dal secolo XIII al XVI, intorno al quale lo Zimara,
come già Sigieri di Brabante, difende la causalità efficiente
di Dio contro quegli averroisti che, come l'eremitano Gre-
gorio da Rimini, la negavano. Una frase in principio: «vidi
plures tempore meo, 1502, philosophantes », parrebbe indi-
care che la Quaestio fu scritta in quest'anno.
Con questo volume, stampato nel 1505 e che si diffuse ra-
pidamente in tutta Europa, Marcantonio Zimara di San
Pietro in Galatina in terra di Otranto si presentava agli stu-
diosi di filosofia come un interprete agguerrito e acuto del pen-
siero d'Aristotele e del suo grande e fedele commentatore
Averroè, in un momento quando il suo maestro e dipoi avver-
sario, il mantovano Pietro Pomponazzi, non aveva ancora
stampato una sola riga. Non tutti accettarono, si capisce,
l'esegesi dell'Otrantino, com'era chiamato a Padova, anzi
molti presero a impugnarla, su questo o quell'argomento;
ma a nessuno era consentito ignorarla.
Nello stesso anno in cui curò l'edizione della Metafisica
dell'averroista di Jandun, ne preparò altresì quella delle Quae-
stiones super Parvis Naturalibus, per lo stesso editore vene-
ziano, dedicandola a Bartolomeo Montagnana, iunior, pro-
fessore di medicina nello Studio patavino e appartenente a
una celebre famiglia di medici padovani. La qual dedica
m' indurrebbe quasi a sospettare, che egli si stesse preparando
al dottorato in medicina, adulando con lodi sperticate, come
era d'uso, un membro del « Sacro Collegio degli Artisti e
Medici », che aveva il diritto di farsi « promotore » della « gra-
zia », del « tentativo » e infine dell' « esame privato », nonché
quello di conferire le insegne dottorali al candidato.
In appendice a questo volume, lo Zimara stampò la Quaestio
de moventis identitate et moti ad intentionem peripateticorum
subtiliter et resolute Patavii discussa, e la dedicò al giovane
« Giovanni Cristoforo Capitani, figlio del chiarissimo medico
Pietro», per riconoscenza dell'appoggio che ne aveva avuto:
328 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
« cui denique quicquid dignitatis in Patavino gymnasio nuper
assecutus sum, uni acceptum refero ».
Dello stesso periodo, perché ricordata nelle Solutiones del
1508 {Super III de anima, 1^ Contr. sul comm. 5) è anche la
Quaestio qua species intelligihiles ad mentem Averrois defen-
duntur ad Magnificum patritium Venetum Anfonium Surianum,
pubblicata s. 1. da Francesco Storcila il 12 gennaio 1554, e
incorporata nel Tractatus adversus quaestionem M. Ant. Zi-
marae de speciehus intelligibilihus (Venezia, 1561) del fran-
cescano Girolamo Girelli che era stato alunno del Pompo-
nazzi. Lo Zimara prende risolutamente posizione contro
l'Achillini, il quale aveva negato le famose « specie intelli-
gibili », d'accordo in ciò col carmelitano inglese Giovanni di
Baconthorpe e con Enrico di Gand. Dell' Achillini dice anzi
quel che Averroè {De caelo, III comm. 67) aveva detto d'Avi-
cenna, « quod videlicet parvitas exercitationis ipsius viri
in naturalibus et bona confidentia in proprio ingenio deduxit
ipsum ad maximos errores ». L'argomento era stato discusso
a Padova nel corso del 1505 dal Pomponazzi, il quale non
si mostrò meno aspro contro l'Achillini; e proprio Antonio
Surian ce ne ha tramandata la quaestio nel codice ms. della
Bibl. Naz. di Napoh, Vili. D. 81 (ff. 83r-84r). Un'altra e
pili ampia riportazione si trova in altro ms. della stessa Bi-
blioteca, Vili. E. 42, ft. I95r-20ir.
Dalle controversie tra i vari interpreti d'Averroè, trassero
vantaggio gli avversari dell'averroismo, per insinuare che il
« gran commento » formicolava di contradizioni, e che neppure
Aristotele ne era immune. Sebbene il Pomponazzi non ri-
fuggisse dal dirsi talora « averroista » o « commentista », nel
senso che egli, seguendo una consuetudine di Padova e di
Bologna, leggeva il testo d'Aristotele e il commento d'Averroè
che lo accompagnava, e sulla parafrasi e discussione dell'uno
e dell'altro conduceva la lezione, non di meno, con tutto il
rispetto per l'uno e per l'altro, non esitava a mettere in evi-
denza le incertezze e le contradizioni del commentatore, al
quale non risparmiava le sue critiche e i suoi sarcasmi. Di-
scepolo del Peretto mantovano, lo Zimara, che per diversi
anni, dal 1500 al 1505, ne aveva seguito le lezioni, si propose
di scolpare tanto Averroè quanto Aristotele dalle contradi-
zioni ad essi attribuite e di mostrare che esse potevano, con
qualche sottile distinzione, risolversi nel modo più plausibile.
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA 329
Nacquero così, fra il 1505 e il 1508 le Solutiones contra-
dictionum in dictis Averrois che nella prima redazione uscirono,
precedute dalla Quaestio de primo cognito, a Venezia, il 1°
luglio 1508, con dedica al patrizio veneziano, « magnifico
Marcoantonio Contareno magnifici domini Caroli filio », al
quale il Pomponazzi dedicherà nel 15 16 la prima stampa del
De immortalitate animae, e che nel 1508 era ancora un « gio-
vane », sebbene versatissimo negli studi della filosofia aristo-
telica. Pochi giorni prima gh aveva dedicato i trattati logici
di Aristotele col commento d'Averroè, da lui curati per gli
eredi di Ottaviano Scoto (Venezia, 1508, 20 giugno).
La Quaestio de primo cognito si riallaccia alle lezioni dello
Zimara sul prologo della Fisica aristotehca (I, t. e. 2-5, e. i,
i84a 16 sgg.). L'autore di essa discute ampiamente e critica
le interpretazioni che del testo aristotelico avevano dato il
Burleo e Gregorio da Rimini, dalla parte dei « nominales »,
poi quelle di Duns Scoto e di S. Tommaso, e infine oppone ad
esse quella che giudica più conforme al commento d'Averroè.
Le Solutiones sono opera composta a tavolino, « succisivis
horis ac tumultuarie ». Ma che lo Zimara prendesse di mira
in particolare il Peretto, del quale si tace il nome, è messo in
evidenza dalla lettera, stampata al f. 46r del volume, coli' in-
testazione « Sylvius Laurentius a portu caballensis clarissimo
artium et medicine doctori Marco Antonio sanctipetrinati et
hidruntino, ere publico in Gymnasio patavino philosophiam
profitenti », la quale porta la data « ex patavio, idibus Junij
a Natali cristiano M. D. VII ». Questo ammiratore e forse
discepolo dell'otrantino ricorda appunto, che « Petrus man-
tuanus noster philosophantium nunc primi fere nominis, pu-
blico auditorio profiteri solet, hoc Averroi esse genuinum, ut,
cum implicita omnibus viribus nervisque explicare contendit
et adnititur, maxime implicat, eoque fertur, diffidente con-
scientia, quo denique ipsum impetus errabunde opinionis
impellit ». Del che egli pensa fossero da incolpare gli ama-
nuensi e gli stampatori del commento averroistico, per incuria
dei quali circolava nelle scuole pieno di errori.
Ma non soltanto al Pomponazzi intendeva opporsi lo Zi-
mara, sì anche a Giovanni di Jandun, a Gregorio da Rimini,
al Burleo, ad Alessandro Achillini e al Bacilieri, che, a suo
avviso, con errate interpretazioni, facevano cadere in con-
tradizione il commentatore arabo.
330 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Il Pomponazzi, che non condivideva con lo Zimara e l'Achil-
lini la fiducia nell' infallibilità d'Averroè, scrollava le spalle
ed osava negare la stessa fiducia perfino ad Aristotele, pur
ritenuto da Dante « maestro e duca de l'umana ragione »,
e dagli averroisti « regula in natura et exemplar quod natura
invenit ad demonstrandum ultimam perfectionem humanam ».
Le contradizioni di Averroè avevano il loro fondamento in
non poche contradizioni del testo aristotelico, che si facevano
sempre più palesi con le nuove traduzioni del periodo uma-
nistico. Perciò intorno al 1530, lo Zimara riprese in mano il
libretto, e ne preparò un'edizione più completa, con l'aggiunta
di nuove contradizioni ch'egli s'adopra a risolvere, associando
nel titolo alle contradizioni del Commentatore quelle del Filo-
sofo: Solutiones contradictionum in dictis Aristotelis et Averrois.
Dalla lettera di Silvio Lorenzo da Porto appare che nel-
l'anno scolastico 1506-1507 Marcantonio Zimara, dottore non
solo in artibus ma anche in medicina (non sono però in grado
di dire in che anno egli sostenesse gli esami in questa materia),
professava pubblicamente filosofia naturale nello studio pa-
tavino, occupando evidentemente una delle due « letture »
straordinarie col modico stipendio di 47 ducati d'argento,
secondo il Facciolati [Fasti gymn. patav., p. II, 274), ed è
naturale che aspirasse ad esser promosso alla « lettura » or-
dinaria. Ora a metà settembre 1508 era rimasta vacante la
« lettura » ordinaria « secundo loco » che per due anni aveva
tenuto Alessandro Achillini, richiamato sulla sua cattedra a
Bologna (v. sopra, p. 259). Se la cattedra vacante fosse stata as-
segnata al « Sanpetrinate », questi sarebbe venuto ad essere il
«concorrente» diretto, cioè l'antagonista, del Pomponazzi, che oc-
cupava la cattedra ordinaria «primo loco», e da due anni, seb-
bene non fosse cittadino padovano, era stato aggregato al
« Sacro Collegio degli Artisti e Medici » della città. Ma per
riuscire ad avere il posto ambito lo Zimara avrebbe dovuto
vincere le ostilità che si era creato colle polemiche ingaggiate
contro il Peretto, il quale godeva di grande stima nello Studio
patavino, e contro l'Achillini, del quale era ben vivo il ricordo.
Provvedere a coprire la cattedra ordinaria rimasta vacante
era compito del Senato veneziano; e gli aspiranti s'eran dati
da fare per procacciarsi autorevoli appoggi fra i membri di
questo, che ne discusse nella riunione del 21 ottobre 1508.
Le proposte fatte furon tre o quattro. Marin Zorzi propose
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA 33 1
Marco Antonio della Torre, « fiol dil quondam missier maistro
Hironimo da Verona, qual à leto e leze in philosophia. Misier
Alvise Pixani, savio a terra ferma, messe di condur missier
Marco da Otranto, che etiam leze in philosophia extraordi-
narie ». Zorzi Emo propose « il Sexa che è a Napoli, o ver il
Toseto », cioè Ludovico Carensio, detto il Toseto, padovano,
ma che da diversi anni insegnava filosofia a Ferrara, e che
nel 15 17 ritornerà in patria a ricoprire una delle cattedre di
medicina.
È interessante vedere che fra gli aspiranti era anche « il
Sexa », cioè Agostino Nifo da Sessa, il quale aveva già coperto
la cattedra ordinaria di filosofia « primo loco » a Padova,
fino al 1499, e n'era partito, a quanto pare, per litigi coi col-
leghi. Ora egli non cessava di brigare per tornarvi, ma preten-
deva uno stipendio che il senato veneziano non era disposto
a pagargli. Leonardo Anselmi, console di Venezia a Napoli,
informava di lì a poco, che il Sexa « voj vegnir a Padova a
lezer im philosophia. El qual dice voi ducati 500 e non mancho,
perché dice è il primo homo dil mondo, e a Napoli leze et
medica; sì che non havendo ditti danari, non voi vegnir»
(M. Sanudo, VII, col. 678). Ma appena qualche giorno dopo si
dichiarava disposto a venire per 400 ducati all'anno, con
ferma di tre anni. Queste manovre del Nifo dovettero esser
note al Pomponazzi, che nel già citato commento al De anima
del 1508-9 prese ad attaccarlo con rinnovata virulenza.
Dopo Zorzi Emo parlò Polo Pisani. Vista la difficoltà di
addivenire a un accordo e di far prevalere il suo candidato,
Alvise Pisani ripiegò sulla proposta « de indusiar », e così
« fu presa la indusia, di 8 ballote » (M. Sanudo, Diarii, VII,
col. 653), e lo Zimara dovette rassegnarsi a rimanere alla
« lettura » straordinaria.
Né mi consta che egli fosse promosso nel quinquennio
immediatamente successivo. La guerra contro la lega di Cam-
bra! ebbe gravi conseguenze per lo studio padovano. Il 6
giugno 1509, le truppe imperiali al comando di Leonardo
Trissino entrarono in città, e lo stesso giorno pare venisse a
morte Pietro Trapolin. Per il momento, cioè per qualche mese,
il turbamento dell'ordine pubblico non fu grande; si tennero
ancora esami, e il Pomponazzi, per esempio, figura ancora
come promotore in un dottorato del 2 luglio.
Il peggio venne dopo, quando i veneziani il 18 luglio rioc-
332 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
cuparono il castello, e cominciarono i saccheggi e le vendette
contro coloro che di buon animo o contro voglia s'eran com-
promessi coi « tedeschi ». Una delle famiglie maggiormente
colpite fu quella dei Trapolin. Alberto e Roberto, fratelli del
filosofo, furon presi prigionieri nella riconquista del castello.
Ma già due giorni prima le loro case e quella di un altro loro
fratello, Nicolò, furono saccheggiate. Ed anche la casa di Pietro,
che era nella contrada di san Leonardo, non lontano dai Car-
mini, non fu risparmiata, i suoi scritti dispersi, e il figlio Giulio
il 14 agosto fatto prigioniero e spedito a Venezia con altri compa-
gni (v. sopra, p. 172). Il governo veneziano fu abbastanza cle-
mente con molti di coloro che s'erano sottomessi al dominio im-
periale su Padova; ma fu implacabile con quattro dei maggiori
responsabili di favoreggiamento, che il sabato i^ dicembre 1509
mandò al capestro: «Primo era Alberto Trapolin, fo fradello
di misser Pietro dotor excellentissimo, el qual Alberto era
di XVI al governo di Padoa, homo di gran inzegno, et anche
suo avo fo apichato a Padoa a tempo di la novità di misier
Marsilio di Carrara dil 1437. Il secondo era Lodovico Conte....
Il terzo Bertuzi Bagaroto, dotor, qual lezeva puhlice in iure
canonico.... Il quarto, Jacomo da Lion, dotor, el quale fé' la
oration a l' imperator, quando se deteno i padoani, ne la qual
dice gran mal de' veneziani» (M. Sanudo, IX, col. 358; v.
sopra, p. 174).
Fu in questo periodo di rappresaglie e specialmente quando
alla fine di settembre le truppe imperiali tornarono ad as-
sediare la città, che molti cittadini si allontanarono da Padova
e insieme ad essi molti maestri dello Studio. Fra questi cer-
tamente anche il Pomponazzi, il quale sulla sua cattedra di
Padova non fece più ritorno.
E Marcantonio Zimara ? Si dice da alcuni che lo Studio
rimanesse chiuso per otto anni, fino al 1517. Ciò non è del
tutto esatto. Dagli Ada graduum presso l'Archivio esistente
della Curia Vescovile di Padova (voi. 49), risulta, per
esempio, in modo indubbio, che 1' 8 maggio 1510 Matteo
Binno de Tomasis, figlio del chirurgo Mastro Giacomo, fece
il dottorato in artihus (f. 4v), che 1' 11 febbraio 1511 fece il
dottorato in iure civili Marco Mantova (f. 45), che il 2 dicembre
dello stesso anno Girolamo Oldoini fece anch'egli il dottorato
in artihus (f. 84V), e che il 13 ottobre 1512 s'addottorò in ar-
tihus il magnifico Francesco del fu Gabriele Morosini (f. I2ir).
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA
333
Sappiamo ugualmente di altri conferimenti di laurea sia
in arti e medicina, come in diritto e in teologia. Lo Studio pa-
tavino, dunque, anche negli anni successivi al 1509 e ai fatti
accennati, continuò a funzionare; ma evidentemente in modo
ridotto, e meno intensa fu la sua vita. Ciò si constata in modo
palpabile esaminando gli stessi Ada gradimm, e più ancora
gli Atti del « Sacro Collegio degli Artisti e Medici » (Arch.
deirUniv. di Padova, presso quel Rettorato, fase. 321), ove
tra il 1509 e il 1512 è un salto. Di Marcantonio Zimara nessuna
traccia in questi Atti, per questi anni, se ho ben veduto.
Parrebbe, dunque, che anche lui se ne fosse andato. Dove ?
L'edizione dei Quodliheta dell'Hervaeus che uscì a Venezia,
«per Georgium Arrivabenum, 1513, die primo octobris », ed
è curata e postillata dallo Zimara, potrebbe far pensare che
questi nel 1512-1513 fosse a Venezia. Ma la lettera con la
quale dedica la sua fatica allo zio Pietro Bonuso mi induce a
dubitarne. Dice infatti in essa che già da otto anni è lontano
dalla patria. E aggiunge: «Ego enim, postquam Patavium,
bonarum artium fontem, applicui, ita impensam die noctuque
philosophie studio operam navavi, ut hinc recesserim nun-
quam.... Anno tamen elapso sarcinulas collegeram, accin-
xeram me itineri ad te advolaturus, quando, preter spem,
accademia nostra ad dignissimam me philosophie lectionem
totis cervicibus succollavit ». Ora se egli si laureò in artibus
nell'agosto 1501, bisognerà pensare che a Padova fosse andato
almeno un quattro anni prima, cioè al più tardi nel 1497.
La lettera dovrebbe quindi essere del 1506. E i conti infatti
tornano: «anno elapso», cioè nel 1505 egli dovette essere
chiamato, « preter spem », alla « lettura » straordinaria di
filosofia naturale. Sebbene dunque l'edizione dei Qiiodlibeta
dell' Hervaeus uscisse alla luce il primo ottobre 1513, essa
era già stata preparata e consegnata all'editore veneziano
fin dal 1506.
Alla guerra contro la lega di Cambrai tenne dietro quella
della lega sacra, e la Lombardia, la Romagna e 1' Emilia furon
corse da milizie francesi, spagnole e papali. Lasciata Padova,
ove aveva nutrito la speranza di farsi strada e di accrescere
lo splendore della sua famiglia, non fu facile al povero filosofo
trovarsi un'altra cattedra a Ferrara o a Bologna, com'era
stato facile al Peretto mantovano. Perciò egli dovette deci-
dersi a ritornare fra i suoi a S. Pietro in Galatina, ove effetti-
334 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
vamente nel 15 14 lo troviamo sindaco e già ammogliato con
una tal Porzia, secondo le notizie raccolte da Alessandro
Tomaso Arcudi 4 e da Baldassar Papadia 5, i quali prendono
queste notizie dalla Cronaca di S. Pietro in Galatina lasciata
manoscritta dal medico filosofo e letterato Silvio Arcudi,
morto a 72 anni nel 1646.
Prima di rimetter piede nella terra natale, o appena vi fu
arrivato, egli dovette pensare a propiziarsi Giovanni Ca-
strioto, duca di Ferrandina, sotto la cui giurisdizione, per
disposizione del governo spagnolo, si trovava S. Pietro in
Galatina. A quest'uopo mise insieme il curioso trattatello dei
Prohlemata e lo dedicò al principe. Non mi consta che lo fa-
cesse stampare; io ne conosco solo l'edizione che ne fu fatta
a Venezia nel 1536 ed altre posteriori. Nella dedica appunto
al duca di Ferrandina egli dice di ammirare in lui sopratutto
(( charitatem qua literatos amplecteris, hac tempestate qua oh
bellorum importunitates pax una cum litteris inferire visa est ».
Siamo dunque negli anni che tengon dietro al 1509. E poiché
Giovanni Castrioto morì il 2 agosto 1514, il libretto è certa-
mente anteriore a questa data.
Sindaco della piccola sua città natale. Marcantonio si tro-
vava a rappresentare quella comunità nella cauta ma energica
difesa delle istituzioni e dei privilegi di essa contro le soper-
chierie di Ferdinando Castrioto, successo a Giovanni. In-
tanto, un anno dopo, nel 15 15, gli nacque il figlio Teofilo,
del quale diremo fra poco. L' Arcudi (p. 186) parla anche d'un
altro figlio avuto prima, Nicolò, il quale fu dottore in leggi
a Roma, ove testò nel 1569. Altri due figli dovettero nascergli
più tardi. Ma le cure familiari e quelle pubbliche non lo di-
stolsero del tutto dagli studi. Fra il 1517 e il 1519, uscirono a
Venezia, curate da lui, per gli eredi di Ottaviano Scoto, le
seguenti opere di Alberto Magno « in via peripathetica philo-
sophi theologique profundissimi » : Naturalia ac supernatu-
ralia (cioè la Fisica, il De generatione et corrupfione, il De
metheoris, il De mineralihus, il De anima, il De intellectu et
intelligibili e la Metafisica), accompagnati da molte annota-
zioni marginali; i Parva Naturalia e gli Opuscula (nella dedica
a Marcantonio Venier del fu Cristoforo, lo Zimara parrebbe
4 Galatina letterata, Genova 1709, pp. 171-S1.
5 Op.. cit.. pp. 57-58.
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA 335
dichiarare che le sue « castigationes et lucubrationes » si li-
mitano al De causis, ma verosimilmente sue sono anche quelle
apposte al De natura locorum); e le Due partes Summe.... de
quatuor coèvis. Nell'edizione di quest'ultima opera, apparsa il
30 settembre 1519, lo Zimara è detto « philosophiam Padue
publice profitentem », espressione che forse va intesa così
« dum philosophiam Padue publice profitebatur ». Poiché
sembra poco probabile che in quegli anni egli fosse tornato
a Padova 6.
Dov'era, dunque ? Quasi certamente a Salerno, chiamatovi
da quel principe Ferdinando Sanseverino che amava circon-
darsi di uomini dotti e dava impulso al rifiorire degli studi
nella sua città. Infatti nella dedica allo stesso Sanseverino
dei Theoremata compiuti e pubblicati a Napoli nei primi mesi
del 1523, egli dice: « Animadverti hoc ipsum superioribus
annis.... dum philosophiam Theoricamque medicinae publice
in tua Salerno profiterer ».
A Salerno aveva insegnato anche il Nifo, dopo ch'ebbe
lasciato Padova. Lo Zimara accenna ad un insegnamento di
più anni in questa città, e ci fa sapere che, oltre alla filosofìa,
vi avea professato anche la medicina teorica. Tuttavia il suo
animo era rivolto a Padova.
Dopo i fatti del 1509, dei quali abbiamo fatto cenno, lo
studio padovano condusse per più anni una vita stentata.
Gli scolari eran molto diminuiti, non essendo attratti da
maestri di grande rinomanza. La città, che dall'affluenza della
popolazione scolastica traeva lustro e vantaggio, reclamava a
gran voce che si provvedesse sollecitamente al bisogno, per il
rifiorire dell'università, perché « sia ritorna il Studio come era
prima» (M. Sanudo, XXIII, 527, 25 gennaio 1517). E agli
oratori padovani che questo chiedevano con insistenza fu
risposto dal Principe (?'&., 562, 7 febbraio 1517): «eramo
contenti, e si pratichi di condur li dotori, perché nostra inten-
6 Però riferisce M. Sanudo (XXVII, col. 575, 23 agosto 1519),
che Marcantonio Loredan, capitanio a Padova, venuto in Collegio a
Venezia, informò come nello studio di Padova erano a quel momento
« 22 dotori che leze artisti e 26 giuristi, e portò una letera per certo
dotor verìa a lezer. Scrive ha fato perteghe 21 mila 800 ». Se per av-
ventura questo « dotor » fosse lo Zimara, bisognerebbe pensare che egli
si fosse sobbarcato nel 15 19 al lungo viaggio a Venezia, sia per sorve-
gliare la stampa di Alberto Magno, sia per condurre in porto le trattative
per la « lettura » a Padova.
336 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
zion è di ritornar il Studio » ; la quale assicurazione fu rinno-
vata il 21 dello stesso mese {Ih., 596). Anzi, narra il Sanudo
(XXIV, 214) che il 7 maggio 1517, « dovendosi comenzar il
Studio a Padoa, fo eletti tre doctori, quali dovessero praticar
condur li doctori a lezer che fusseno excelienti; i quali doctori
sono questi: sier Zorzi Pixani, sier Marin Zorzi, et sier Antonio
Zustinian » (cfr. Ib., 617, 29 agosto 1517, e XXVII, 50 e 55,
14 marzo 1519).
Il 15 settembre 15 17, furon « ballotati » in Collegio i « rotuli »
dei maestri chiamati a leggere sia nella facoltà di legge come
in quella delle arti e medicina (XXIV, 672). Pareva ormai
che le cose si mettessero bene. Per la filosofia « al secondo
loco », era stato chiamato da Ferrara Nicolò Prisciano ed era
stato promosso il veronese Girolamo Bagolino. Ma il duca
estense sollecitava nel marzo del 1520 il Prisciano a tornare
« a lezer a Ferrara » (XXVIII, 333, 9 marzo 1520) ; se non
che il maestro di lì a poco morì, e fu necessario provvedere
alla sua successione.
Il 14 settembre 1520, riferisce il Sanudo, « fo scrito a Roma
a rOrator nostro, come de lì si ritrova el Spagnolo [cioè Gio-
vanni Montesdoch], qual leze l'ordinaria di philosophia, il
qual alias desiderava venir a lezer a Padoa al primo loco:
per tanto, havendo optima fama, vedi si 'il persevera in voler
venir, et concludi con più avantazo el poi etc. « (XXIX, 181).
Questo maestro, ancor poco conosciuto, era stato collega
di Alessandro Achillini e più tardi del Pomponazzi a Bologna,
ma aveva dovuto abbandonare quella città nell'estate del 1515.
Non sapevamo dove fosse andato. Il Sanudo ora ci fa sapere
che era andato lettore di filosofia a Roma, non essendo stato
accolto a Padova.
Mentre si cercava di avviar pratiche per condurre lo Spa-
gnolo, pare si fosse pensato anche al « Mantoan », cioè al Pom-
ponazzi che era a Bologna; e il consigliere Marco Minio sug-
geriva il nome di Branda Porro, che leggeva filosofia a Pavia,
ov'era stato alunno di Tiberio Bacilieri (M. Sanudo, XXIX,
268, 3 ottobre 1520). Ma li studenti, nell'incertezza di avere
valenti maestri, abbandonavano Padova e anche quelli che
s'apparecchiavano al dottorato andavano « a conventar al-
trove », in barba alla legge, quand'erano sudditi della Sere-
nissima [Ih., p. 313, 22 ottobre 1520). Sicché i rettori di Pa-
dova, Marin Zorzi, podestà, e Alvise Contarini, capitanio,
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA 337
il 3 novembre « scriveno il Studio va in mina, per non vi esser
doctori che lezano, e li scolari forestieri vanno via, e li nostri
subditi, non stimando le leze, non voleno più star, non avendo
doctori da i quali possano udir.... » {Ib., 348).
L'allarme indusse i Savi del Consiglio e Terra ferma a pren-
dere una decisione sulla proposta « di condurre a lezer nil
Studio di Padoa.... domino Zuan Montesdocha, Ispano, leze a
Roma, a la lettura dil primo locho di Philosophia, cum sa-
lario fiorini 600 a l'anno.... Et domino Marco Antonio Ziniara,
San Petrinas, di terra di Otranto, leze a Salerno a la ordinaria
di teorica overo praticha di Medicina, con salario fiorini 300
a l'anno » [Ib.).
Presa la decisione, le trattative col Montesdoch furon portate
sollecitamente a termine (76.) ; quelle invece con lo Zimara
andaron per le lunghe. Con l'andata a Padova dello spagnolo,
che godeva di meritata fama, lo Studio parve rifiorire. Il che
fece piacere al governo veneziano, che, il 13 maggio 1521,
s'affrettò ad informare i due rettori di Padova « come li Rifor-
matori dil Studio [che erano allora Zorzi Pisani, Francesco
Bragadin, Antonio Justinian, par habino auto aviso domino
Marco di Otranto è per venir, però a visi li scolari» [Ib.,
XXX, 181).
Se non che, a questo punto, debbo segnalare un' indicazione
che trovo nel già citato cod. Ambros. S. Q. -(-. II. 36, e che
presenta qualche difficoltà per accordarsi con le indicazioni
precedenti. In questo codice, prima della Quaestio de regressu,
attribuita allo Zimara, ma che invece è del Pomponazzi,
come ho detto, v' è anche (f. 229r) una Quaestio de immorta-
litate animae domini Marci Antonii Zimarae Venetiis discussa
corani Duce et Senatoribus, la quale è cosa diversa dalla Quaestio
sullo stesso argomento nel cod. Parigino, Bibl. Nationale,
ms. lat. 6450, di cui dirò più giù. La Quaestio Ambrosiana è
assai più succinta. In essa son ricordati il cardinale di S. Do-
menico, cioè il Gaetano, « et praeceptor meus », che è il Pom-
ponazzi (f. 23ir-v). Alla fine (f. 232r) si legge: « Gratias itaque
ago dominationibus vestris quae dignatae sunt nostrae lectioni
adesse. Haec dieta sufficiant de ista difficillima quaestione,
die ultimo martii 1520, et fuit punctus Pascatis domini nostri
yesu christi. finis ».
Orbene, nel 1520, la Pasqua cadde non il 31 marzo, ma 1' 8
aprile. Invece l'anno successivo 1521 la Pasqua cadde proprio
22
338 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
l'ultimo di marzo. Dunque nel manoscritto Ambrosiano, che
è una copia di mano di fra Zaccaria da Milano, del 1553, v' è
certamente un errore di trascrizione.
Supponendo che per la Pasqua del 152 1 lo Zimara fosse
venuto da Salerno a Venezia, per saggiare il terreno, egli
potrebbe avere avuto abboccamenti coi Riformatori della
Studio, onde conoscere meglio le condizioni che il Consiglio
era disposto a fargh, parendogli pochi 300 fiorini; e quindi,
ripartito per Salerno, in maggio avrebbe fatto sapere di esser
disposto ad accettarle e ad assumere l' insegnamento a Pa-
dova. Tutto questo, ben inteso, presupponendo che la Quaestio
veneziana de immortalitate animae sia davvero dello Zimara,
Ma ormai era tardi, poiché, mentre al primo luogo leggeva
l'ordinaria di filosofìa il Montesdoch, al secondo luogo era
stato chiamato da Pavia Branda Porro. Per il momento lo
Zimara doveva rinunziare a Padova e restarsene a Salerno^
Ma il 16 marzo 1523 lo troviamo lettore di Metafisica nelle
scuole pubbliche di S. Lorenzo a Napoli, Ciò appare dalla
expiicit dei Theoremata usciti a Napoli a questa data, con un
epigramma di Pietro Gravina: «Compievi hoc opus Neapoli,
anno Domini Millesimo quingentesimo vigesimo tertio, dum
scientiam divinam publico stipendio legerem apud sanctum
Laurentium, sub regimine Reverendi patris Fratris Antonini
de Antorosa de Neapoli cui ego plurimum debeo ».
A Napoli forse egli era già l'anno precedente, quando, se-
condo l'Arcudi 7 e il Papadia, il filosofo e il suo conterraneo, il
giurista Pietro Vernaleone, sarebbero stati inviati dalla comu-
nità di Galatina, per protestare presso il vice-re contro i so-
prusi di Fernando Castrioto, e per chiedere che fossero ri-
spettati i suoi antichi privilegi. L'Arcudi anzi riferisce una
lettera dello Zimara « Nobilibus Magnificisque viris Sindico
et Regimini Universitatis S. Petri in Galatina », del 29 set-
tembre 1522, per esortare i suoi concittadini a mantenersi
calmi ed attendere con fiducia.
Ma anche da Napoli il suo pensiero doveva esser rivolto
a Padova; e l'occasione di tornarvi si presentò nell'estate
del 1525, quando il Montesdoch chiese al Senato veneziana
licenza di andarsene, e questo glie l'accordò.
Pietro Bembo in due lettere a Gian Batt. Rannusio, del 17
7 Op. cit., pp. ijb--j-j.
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA 339
•Bgosto e del 6 ottobre 1525 ^ ci fa sapere, non senza amarezza,
come le cose andarono.
Giovanni Montesdoch a Padova era tenuto in grande consi-
derazione ed era riuscito a farsi un nome, secondo la testi-
monianza del Bembo, quale non aveva avuto prima. Ma non
debbono essergli mancate accuse per la sua spregiudicatezza
neir interpretare Aristotele, sì da parte degli averroisti sì da
parte dei teologi, se è vero quanto egli stesso ci fa sapere in
una lezione del 1525 sul terzo del De anima (Parigi, Bibl.
Nation., ms. lat. 6450, pp. 139-40): « Cum isti fratres vident
philosophum, dicunt: haereticus est; ut mihi olim accidit,
dum disputarem in capitulo generali fratrum S. Dominici...;
et quia eos male tractabam, dixerunt 3*^ die, me esse haere-
ticum ».
Non so se per queste ragioni, oppure, come insinua il Bembo,
nella lettera a Gian Batt. Rannusio del 17 agosto di quel-
l'anno, per ottenere l'offerta d'un aumento di stipendio,
senza farne aperta richiesta, il maestro spagnolo chiese li-
cenza d'andarsene altrove. Il Bembo, che pure era informato
dei maneggi per condurre il Montesdoch a Pisa, ove poi ef-
fettivamente andò con lo stipendio di 800 fiorini, sperava
che con l'offerta di « cento ducati d'aumento » lo si potesse
trattenere con vantaggio dello Studio padovano, poiché dopo
la morte del Pomponazzi si prevedeva uno spopolamento dello
Studio bolognese : « Se lo Spagnolo resta, questo anno averemo
qui la maggior parte degli artisti dello studio di Bologna.
E già il Sig. Ercole Gonzaga, fratello del Marchese, che è
stato forse tre anni o più a Bologna per udire il Perette, fa
cercar casa qui, per venir ad udir costui» [Ib.).
Ma le cose non andarono secondo il suggerimento e il desi-
derio del prelato, che arrivava a cose fatte; poiché Marin
Sanudo (voi. XL, col. 34) ci fa sapere che il 16 luglio era già
stato « posto, per li ditti [Savii del Conscio e Savii di terra
ferma], condur a lezer in ditto Studio [di Padoa] in philo-
sophia domino Marco di Otranto, qual ha lecto in molti Studi,
videlicet in la lectione de philosophia, per do anni di fermo
et uno de rispetto in libertà di la Signoria nostra con salario
di fiorini 450 a l'anno ».
La decisione rimasta segreta dovette divulgarsi alla fine
8 opere, \enezia 1729, p. Ili, p. 118.
340 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
di settembre, e il Rannusio non tardò a informarne l'amico.
Il quale gli rispose da Padova il 6 ottobre esprimendogli il
suo disappunto.
Da questa lettera si rileva che responsabili del negato au-
mento al Montesdoch e della chiamata dello Zimara furono
i due patrizi veneziani Marin Zorzi e Francesco Bragadin,
riformatori dello studio di Padova, i quali si avvicendarono per
molti anni in questo ufficio con altri patrizi che avevano fatto
gli studi a Padova e vi avevano conseguito il titolo di « dotor ».
E il risentimento del Bembo si rivolge specialmente contro il
primo dei due riformatori: « M. Marino ha voluto guastar
questo bello ed onorato Studio, di cui egli è guardiano; e gli
è molto ben venuto fatto il pensiero. Se le altre sue imprese
così bene gli succederanno, sarà felicissimo. Non parlo di M.
Francesco, percioché io intendo da ogni lato, che il voler
condur qui codesto Otranto è solo invenzion di M. Marino,
e non di lui. Il quale Otranto è già da ora tanto in odio di
questi scolari tutti dall'un capo all'altro, che se ne ridono con
isdegno. Perciocché dicono che ha dottrina tutta barbara e
confusa, ed è semplice Averroista; il quale autore a questi
dì assai si lascia da parte da i buoni dottori ed attendesi
alle sposizioni de' commenti Greci, ed a far progresso ne' testi.
E costui pare che sia tutto barbaro e pieno di quella feccia di
dottrina, che ora si fugge, come la mala ventura. Siate sicuro,
che questo povero studio quest'anno, quanto alle arti non
avrà quattro scolari oltre quelli del nostro dominio, che ci
staranno mal lor grado, e sarà l'ultimo di tutti gli studi ».
E più giù : « Questi sono i governi e giudicii di M. Marin Gior-
gio, che pare appunto, che porti odio a tutti quelli, che sanno
le belle e buone lettere, o che le vogliano apparare e sapere ».
Anche di Sebastiano Foscarini, che più volte coprì la carica
di riformatore dello Studio padovano e dimostrò « rara dot-
trina » nello esporre a Venezia, nelle scuole di Rialto, « le cose
diffìcili di Aristotile e di Averrois il gran commentatore » 9,
il Bembo pronunzia, in una lettera allo stesso Rannusio,
del 7 luglio 1532 1", un giudizio analogo: «il qual Foscarini
non so come par che sempre abbia avuto in odio tutte le buone
lettere in ogni facoltà ».
' A. ZhNO, in «Giorn. de' Letterati d'Italia», t. V, 1711, pp. 366-69.
t" Opere, III, p. 408.
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA 34I
Bisogna però riconoscere che, l'una e l'altra volta, il Bembo
scriveva con l'animo irritato, per le difficoltà che, tanto lo
Zorzi quanto il Foscarini, opponevano a due suoi raccoman-
dati.
A questo s'aggiunga che il patriziato veneziano era stato
in gran parte educato, per quanto concerne la filosofia, alla
tradizione aristotelico-averroistica, e che a questa si mostrava
assai attaccato, come provano numerosi documenti. Il Bembo,
invece, veniva dalla scuola di retorica ed era insomma un
« umanista », e piuttosto che sobbarcarsi allo studio della
filosofia aristotelico-averroistica, rinunziò al titolo di dottore
i>i artihus, del quale invece s'adornava suo padre, Bernardo,
« dotor e cavalier ». In lui l'avversione per l'aristotelismo e
l'averroismo, ereditata dal Petrarca, era, potremmo dire,
congenita. Come gran parte degli umanisti, egli non ebbe mai
il gusto per i problemi della filosofia e della scienza che appas-
sionavano i maestri e gli scolari della facoltà delle « arti ».
Il suo aspro giudizio su « codesto Otranto » è espressione di un
conflitto più vasto, non ancora risolto, nel pensiero del Rina-
scimento, che vide coabitare tra le mura della stessa città
Pietro Bembo e Marcantonio Zimara.
Titolare della « lettura » ordinaria di filosofia <( primo loco »,
il maestro otrantino aveva per concorrente Marcantonio de'
Passeri o de Janna, detto comunemente il Genua o Zenoa.
Questi era figlio di un altro illustre maestro della stessa fa-
coltà delle Arti e Medicina, Nicolò Genua, morto nel 1522,
e, come il padre, anche Marcantonio, addottorato intorno
al 1512, era membro autorevole fin da quell'anno del « Sacro
Collegio degli Artisti e Medici ». A principio dello stesso anno
scolastico 1525-26, insieme allo Zimara, faceva ritorno a Pa-
dova da Bologna il giovane Sperone Speroni, chiamato ancora
Speronello, ad occuparvi la cattedra straordinaria di filo-
sofia « secundo loco ». Il venticinquenne Speronello era a
Padova il geloso custode della memoria del Pomponazzi, del
quale soleva parlare con affetto ed ammirazione con Lazzaro
Bonamico da Bassano, quando questi venne chiamato a in-
segnar retorica e lettere greche nello Studio padovano.
Ma l'antagonista più terribile era per il nostro il giovane
Genua. I maestri che insegnavano in concorrenza si sorve-
gliavano a vicenda, per mezzo degli appunti che prende-
vano gli alunni, i quali li facevano passare nelle mani dei
342 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
loro compagni e del concorrente. Nascevano così, tra i due
concorrenti, dispute che dalle aule scolastiche, al Bò, si tra-
scinavano al « circolo dei filosofi » al portico del palazzo pre-
torio, ove risiedeva il Podestà (con termine umanistico chia-
mato Praetor), a pochi passi dal Bò, e dove la sera si racco-
glievano maestri e scolari per le loro schermaglie dialettiche.
Nel circolo dei filosofi « ad porticum praetoriam » Paolo Giovio,
studente a Padova, avea visto, fra il novembre 1506 e la pri-
mavera del 1507, alle prese tra loro il Peretto Mantovano e
Alessandro Achillini (v. sopra, pp. 255-58). Al 1525 si riferisce in-
vece la disputa cui s'accenna in questa nota manoscritta, che il
Papadia (p. 59, n. 3) dice d'aver letto in un'opera dello Zimara:
<i Die 3 mensis decembris 15 15. Patavii, in circulis qui fiebant per
sind. (?) magistrum Albertum, Methaphysice professorem, et do-
minum Marcum x\ntonium lanuensem concurrentem eximii
domini Marci Antonii Zimarae S. Petrinatis, philosophi or-
dinarii. Circulus quidem erat de virtute primi motoris ». Ove
la cifra 15 15 va letta sicuramente 1525, poiché solo in quest'anno
il Genua si trovò ad essere concorrente dello Zimara, e Maestro
Alberto Pasquale da Udine non fu professore di Metafisica a
Padova se non dal 1518 al 1531. « Tempore meo Paduae, dum
in circulis disputarem », dice di sé il Nostro, a proposito della
teoria che il sangue si genera dal fegato [Tabula, alla voce
Cor et iecur) .
Al circolo dei filosofi appunto debbono essersi rivelati i
dissensi fra lo Zimara e il suo concorrente. Marcantonio Genua.
Conoscitore del commento averroistico in tutti i particolari,
lo Zimara non solo non tollerava che si accusasse il Commen-
tatore d'essersi spesso contradetto, ma insorgeva contro tutti
i tentativi degli « iuniores » di allontanarsi dalla tradizione
che il pensiero averroistico aveva ormai fissato in alcuni
ben definiti e precisi caposaldi. Ora, a prescindere dalla inter-
pretazione sigieriana della dottrina averroistica, della quale
mi sono più volte occupato, Giovanni Pico della Mirandola,
che aveva studiato a Padova sotto maestri averroisti, aveva
portato nell'esegesi del pensiero averroistico concetti attinti
al commento di Simplicio al De anima, che egli pare fosse il
primo a conoscere e a divulgare con le sue Conclusiones noit-
gentae del i486. Il commento di Simplicio cominciò a circolare,
dapprima nel testo greco, poi anche in una traduzione latina
di cui fece uso sicuramente Agostino Nifo, ora sconosciuta.
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA 343
e ben presto dovette attirare l'attenzione del giovane concor-
rente dello Zimara, Marcantonio Genua (v. saggio XIII).
Quasi mezzo secolo prima, Ermolao Barbaro insinuava che
Averroè non aveva fatto che rubacchiare dai greci. Il Genua,
senza accusare di plagio il commentatore arabo, riteneva di
poterne additare la fonte precipua nel commento greco di
Simplicio al De anima. « Intelletto agente » e « intelletto possi-
bile » sono due momenti della « discesa » di quell'unico intel-
letto che, perfetto in sé, decade dalla sua perfezione, per
unirsi, nell'organismo umano, alle « seconde vite », cioè alla
vita vegetativa e sensitiva. Ma pur disceso nel mondo tene-
broso della sensibilità, questo intelletto porta con sé il ricordo
offuscato del mondo intelhgibile, dal quale, stimolato dalle
immagini sensibili che di quel mondo son pallida ombra, co-
mincia l'ascesa per il ritorno alla contemplazione delle idee
eterne e immutabili. In tal modo l'averroismo veniva inca-
nalato nella grande corrente neoplatonica dell'umanesimo
ficiniano.
Tutto questo, dal punto di vista dell' interpretazione lette-
rale d' Averroè, era eresia; e tale la ritenne senza dubbio il
filosofo di Galatina. Non più averroisti dovevano dirsi il Genua
e i suoi seguaci, ma simpliciani, come infatti cominciarono
ad esser chiamati.
E questi simpliciani cominciarono a parlare un linguaggio
nuox'o, facendo uso di una nuova terminologia, e scrivendo
un latino meno ingrato all'orecchio abituato all'armonia della
retorica umanistica. Anzi, taluno giunse fino a dire che si
potevano ormai mettere in sofiìtta gli scritti d'Averroè, irti
di tanti barbarismi e di tante oscurità, ora che Marcantonio
Genua aveva dimostrato, che tutto quello che si legge nel
barbarico linguaggio delle traduzioni latine d'Averroè, era
già stato detto in modo piìi elegante e con maggiore chiarezza
da Teofrasto, da Temistio e da Simplicio.
Quando il padovano Giovanni Fasolo osava scrivere queste
empietà, lo Zimara era già morto. Ma prima di morire, du-
rante il suo secondo soggiorno a Padova, egli deve aver sentito
profondo disgusto per queste deviazioni degh « iuniores », e
deve averne tratto conferma a quanto aveva scritto nei Pro-
hlemata a Giovanni Castrioto (LXXIX), che forse ai nostri
tempi " natura hominum diminuta et imbecilhs est », come
pareva a Solino e a Pietro d'Abano. Non, beninteso, in tutto
344 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
il mondo, poiché Averroè aveva dimostrato « mundum qua-
libet aetate perfectum esse, nullumque esse momentum, quo-
his, quae ad sui decorem perfectionem atque integritatem
attinent, careat »: ma certamente a Padova e nelle parti
vicine, sì che la vera filosofia era esulata allora in altre parti
della terra abitata a noi sconosciute ; <( non enim totius habi-
tabilis terrae perfectio nobis innotescit ». Ma allora gli era-
balenato anche il dubbio, che fosse un' inclinazione naturale
dell'uomo quella di dir bene del passato e male del suo tempo.
Al qual luogo dei Prohlemata si riferisce espressamente
l'olivetano P. D. Secondo Lancellotti nel suo L'Hoggidì o
vero il mondo non peggiore né piìi calamitoso del passato ",
per presentarci lo Zimara come « il trombettiere » degli « hog-
gidiani », ossia dei « laudatores temporis acti », che, ripetitori
di vecchie dottrine e refrattari ad ogni rinnovamento, deplo-
rano gli ardimenti delle nuove generazioni e, tentennando il
capo, van brontolando che le cose « oggidì » vanno male.
Così egli restava quel barbaro e ostinato averroista, qual
parve a Pietro Bembo nella lettera al Rannusio. Averroisti
erano anche il Genua e i suoi alunni; ma costoro s'erano ado-
prati a modernizzare Averroè e a renderne il linguaggio meno
stridente al timpano degli umanisti. Così farà anche Francesco
Piccolomini da Siena, che a Padova continuò a tenere alta la.
bandiera dell'averroismo dopo la morte del Genua (1563),
sino ai primi anni del secolo successivo, col plauso degli
scolari e del senato veneto.
Invece lo Zimara, compiuto il triennio per il quale era stato
ingaggiato, dovette lasciar Padova, ove il 29 ottobre 1529
era chiamato " ad philosophiam extraordinariam.... in primo
loco » Vincenzo Maggi da Brescia, suo discepolo, addottorato
in artibus appena da un anno, ma uomo di grande acume e
buon conoscitore del greco che, lasciata Padova nel 1542,
illustrò, nell'ultimo ventennio di sua vita, lo Studio di Ferrara
del suo non comune sapere, del quale purtroppo, se ne togli
le poche cose stampate, non ci restano che scarse reliquie
manoscritte. Nel 1531 la cattedra tenuta dallo Zimara era
ancora vacante. Ma l'anno successivo venne assegnata al
Genua, cui fu dato per concorrente il Maggi (Arch. Antico
dell' Univ. di Padova, Raccolta Minato, Rotuh, 242, ff. 4r-7r).
" Venezia 1646, p. 6 sgg.
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA ^45
Al periodo del secondo insegnamento padovano dell' Otran-
tino ritengo appartenga la Quaestio de immorialitate animae
secundum Peripateticos cantra oppositum tenenies, scilicet
Magistrum Petrum Pomponatium, del cod. lat. 6450 della
Bibliothèque Nationale di Parigi, ff. 201V-224V. Nello stesso
codice, pp. 321-332, v' è la stessa Quaestio de immortalitate
animae per M. Ani. Zimaram, scritta d'altra mano. L'una e
l'altra copia hanno aggiunte e note marginali. Il codice, che
contiene anche le lezioni di Giovanni Montesdoch sul terzo
del De anima, tenute a Padova nell'anno scolastico 1524-25,
è stato messo insieme con fascicoli diversi che originariamente
avevano ciascuno propria numerazione, diversa dalla moderna.
Come ho già detto di sopra, questa Quaestio del codice Pa-
rigino è cosa diversa da quella del cod. Ambrosiano S. Q. -[-• H-
36, disputata a Venezia per la Pasqua 1521, se questa è vera-
mente dello Zimara.
Del secondo periodo padovano sono sicuramente le Specu-
lationes sul primo libro del De anima e i Collectanea sui primi
tre testi del secondo libro, nello stesso cod. Ambr. S. Q. -f .
II, 36. Eccone il titolo (f. 237r): Speculationes super primo
de Anima Aristotelis collectae sub excellentissimo et eximio
philosopho Marco Antonio Zimara in Gimnasio Patavino
Philosophiam puhlice profitente. M. D. XXVII. Al 238V è
ricordato «Petrus Pomponatius, praeceptor meus»; e al
f. 242r, « dictum Pomponatii in Dejensorio suo, cap. 5 ».
Fol. 274r: Collectanea in secundum lihrum de Anima Aristotelis
ex lectionibus publicis excell. et eximii philosophi Domini Marci
Antonii Zimarae in Achademia Patavina, M. 5528 (sic !),
die ij Januarii.
Nella Biblioteca Ambrosiana v' è altresì il codice A. 152
inf., ff. ir-ggv, che contiene Marci Antonii Zimarae in primum
Physicorum. È un'esposizione assai diffusa, con numerose
aggiunte e note marginali, del prologo e del commento aver-
roistico a questo libro dell'opera aristotelica. La distinzione
in lezioni dimostra che si tratta d'un lavoro scolastico. Le
note e le aggiunte parrebbero dimostrare che è autografo.
Vi sono varie autocitazioni e rimandi ai Theoremata e alle
Solutiones contradictionum in dictis Averrois. Al f. 18, s' in-
contra questa nota marginale: «Pro hoc vide Zimaram, in
solutione ultimae contradictionis 12. mefaphysicae, scilicet
t. 41, et quae ibi scripsi ». Più volte son ricordati l'Achillini,
346 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
il Bacilieri, il Nife, ma più spesso Simone Porzio, del quale
lo Zimara doveva possedere le lezioni manoscritte sulla Fisica,
o il De rerum naturalium principiis stampato più tardi.
Nel cod. parigino 6450, già ricordato, alla p. 237, corretta
in 236, si ha il principio di una Quaestio de motu gravium et
levium examinata a Marco AntP Zimara, la quale resta inter-
rotta alla fine della pagina stessa, appena l'autore ha accen-
nato all'ordine che avrebbe seguito nella discussione di essa.
Dopo che Eugenio Garin (« Giorn. Crit. d. Filos. Ital. », XXXVI,
1957, p. 534) m'ebbe informato che l' intera Quaestio è con-
tenuta nel ms. Magliab. XI, 67, ho potuto vederla e accer-
tarmi che essa porta la data del 12 maggio 1526. Anche questo
argomento era stato trattato a Padova dal Pomponazzi, in
una quaestio « dum legeret librum 8. Phvsicorum, anno Do-
mini 1500 » (Cod. della Bibl. Naz. di NapoH, Vili. D. 81,
f. I3ir; e Bibl. Laur., cod. Ashburn, 1048, f. 5ir), quando
lo Zimara era suo alunno. E lo svolgimento che questo dà
al tema risente di quello del maestro. Dopo l'esposizione e
la critica di cinque opinioni da lui rifiutate, lo Zimara si di-
chiara per la tesi averroistica (f. 8v sgg.) che egli difende
contro le obiezioni di Gregorio da Rimini e i « bononienses »
(f. lorv). Nello stesso cod. parigino 6450, pp. 301-312, è dello
stesso Zimara anche una Quaestio de quanti tatibus interminatis,
notata da Richard Lemay nei prolegomena alla sua ottima
edizione Petri Pomponatii Mant., Libri quinque de Fato....
(( Thesaurus Mundi », Lugano, 1957, p. xxx.
Altre quattro opere, finora a noi rimaste sconosciute, si
trovan ricordate dal nostro nella Tabula dilucidationum in
dictis Aristotelis et Averrois della quale diremo tra poco. Esse
sono: le Quaestiones miscellaneae concernenti problemi fisici
(son ricordate nella Tabula alle espressioni Elementa conside-
rant'ur e Mathematicae scientiae) ; il trattato De differentiis
naturae et artis, ricordato sotto l'espressione Alchimiae artem
possibilem; un trattato De intelligentiis, sotto l'espressione
Corpus codeste ita se habet, ove accenna a un errore del Pom-
ponazzi nel leggere un luogo del De caelo, u qui ab ipsa tandem
veritate coactus in senio mutavit sententiam » ; e infine un
Liber de intellectu, citato sotto l'espressione Anima aliquid
melius e diretto anch'esso, almeno in parte, contro il Pompo-
nazzi. Una quinta opera ugualmente sconosciuta, la Quaestio
de mixtione, è ricordata nelle Contradictiones del Colliget, II.
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA 347
Di queste cinque opere non conosco alcun manoscritto.
Ma debbo confessare d'esser ben lontano dall'aver condotte
a termine le ricerche che possono farsi per ritrovarle. E vero-
similmente vi saranno altri scritti a me sconosciuti dei quali
l'autore stesso non fa cenno.
Ma dove si recò lo Zimara quand'ebbe lasciato nel 1528
la cattedra di Padova ? Nessuna notizia in proposito. Dovunque
però si recasse, egli attese a preparare una nuova edizione delle
Solutiones contradictionum che dev'essere apparsa poco dopo
il 1530, poiché a quanto si legge « in contradictionibus nuper
editis » o « in concordantiis nuper editis » si rimanda più volte
nella Tabula. Nella nuova edizione, che non saprei dire con
esattezza quando e dove uscì, il numero delle contradizioni
risolte è notevolmente accresciuto su quello dell'edizione del
1508. Inoltre, sono state aggiunte nuove contradizioni notate
in alcuni libri del Colliget di Averroè.
Nello stesso tempo egli attese a comporre la TabtUa diluci-
dationum e a fare alcune aggiunte ai Theoremata. La nuova
edizione dei Theoremata apparve a Venezia nel 1539, presso
Ottaviano Scoto Secondo che la dedica allo stesso principe
di Salerno, Ferdinando Sanseverino, cui era stata dedicata dallo
Zimara stesso l'edizione del 1523, secondo il desiderio espresso
dal figlio che lo Scoto presenta al principe : « Hic est Theo-
philus, Marci Antonii fìlius, a quo ego haec scripta accepi,
iuvenis egregio ingenio praeditus, et in studiis philosophiae
optimi nominis et spei, qui, cum te non minus quam olim
pater suus in praesentia colat atque observet, non indignus est
quin abs te etiam diligatur ».
La Tabula dilucidationum era uscita due anni prima, nel
1537, anch'essa a Venezia, presso lo stesso editore Ottaviano
Scoto, a cura di Agostino Ricco da Lucca, il quale la dedi-
cava a Ercole II d' Este. Nella dedicatoria all' Estense, con
data « Patavii, nonis septembris 1537 », il Ricco parla di que-
st'opera come molto attesa e lasciata inedita dall'autore,
« quae M. Antonius Zimara.... scripta reliquerat », e dell'autore
stesso dice: « dum viveret ». Dunque, questi era morto sicu-
ramente prima del 5 settembre 1537. Da quanto tempo ?
Comunemente si dà come anno della sua morte il 1532. Ma
questa data sembra ricavata unicamente dal fatto che nel
1532 Marcantonio Genua ne occupò la cattedra rimasta va-
cante per alcuni anni. L'Arcudi dichiara di niente sapere
348 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
sull'anno e sul luogo della morte del suo conterraneo. Le sue
fonti tacevano. Tuttavia egli riferisce questo che non saprei
se epitafìo o piuttosto epigramma di Michele Raguseo:
Zimara hoc in tumolo est: scivit veteraque novaque
Omnia, quae scierant nesciverantque viri.
Troppo e troppo poco, per noi. Certo prima del 1532 gli era
morta la moglie Porzia, madre di quattro figlioletti, come si
ricava dal seguente Epitaphium Portiae iixoris Marci Ayitonii
Zimarae philosophi insignis, composto dall'umanista napole-
tano Pietro Gravina [Poematum libri ad Illustrem Ioannem
Franciscum de Capua Palentimn Comitem. Napoli 1532, f. 25V,
e segnalatomi dal caro amico Carlo Dionisotti:
Liquisti assidue lachrymantem cara maritum
Portia, de medio sic mihi rapta sinu.
Utque magis doleam viridi decerpta iuventa,
quatuor orbatis, hei mihi, pignoribus.
Nulla tuum Zimaram faciet sapientia fortem,
nulla dies minuet vulnera, nulla manus.
Saucia mens iusto succumbit vieta dolori,
nec sine te est animi, quae fuit antea, quies.
Una tamen miseros spes est abrumpere fletus
quando una unanimes nos teget urna duos.
La Tabula pertanto fu la sua ultima opera. Il Saitta, accen-
nando ad essa e ai Theoremata, dice che « sono una specie di
glossari, minuziosi e pedanteschi, sebbene assai utili ». Ve-
ramente i glossari io non so immaginarli altro che « minu-
ziosi e pedanteschi», perché siano veramente utili; giacché
essi son come le accademie: si fanno o non si fanno. Ma poi i
Theoremata non sono affatto un glossario, sibbene « memo-
rabilium propositionum limitationes », ossia la dimostrazione
del modo come vanno intese alcune famose tesi d'Aristotele
e d'Averroè, che taluni avevano stravolto a significati che non
hanno. La Tabula, sì, ha l'aspetto d'un glossario a chi la guarda
superficialmente; ma in realtà essa non tende ad altro che a
chiarire i punti oscuri e controversi degli scritti d'Aristotele
e d'Averroè concernenti la filosofia naturale e la Metafisica.
Cosi ne restano esclusi i trattati che compongono l'Organon
e le opere morali. Sebbene l'autore segua l'ordine alfabetico
dei glossari, egli si sofferma e batte sopra tutto su quelle espres-
sioni e concetti che erano oggetto di accese dispute fra gli
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA 349
averroisti e i loro avversari o tra averroisti e averroisti. Indi
le frequenti digressioni ora « centra Thomam », ora « contra
Egidium », «contra Scotum », ecc., ora contro l'Achillini e
« bononienses », ora contro il Pomponazzi, ora contro Giovanni
di Baconthorpe e Gregorio da Rimini, più averroisti di Averroè.
Più che come indice e glossario, la Tabula è importante per
queste digressioni che talora formano dei piccoli e assai
diffusi trattatelli a sé e servono ottimamente a chiarire
molti punti oscuri nella storia dell'aristotelismo e dell'aver-
roismo, e a determinare l'esatta posizione sia dello Zimara
stesso sia di altri averroisti nelle controversie filosofiche alla
fine del medio evo e nel Rinascimento.
Abbiamo già detto che egli vuol essere il fedelissimo inter-
prete della dottrina di Averroè contro ogni sorta di devia-
zionismo. Deviazionisti sono per lui anzi tutto Paolo Veneto,
poi i bolognesi Alessandro Achillini e Tiberio Bacilieri, da lui
conosciuti di persona a Padova, e il veneziano Geronimo
Taiapietra già suo condiscepolo a Padova, i quali tutti pre-
tendevano che l'anima intellettiva « ex mente Averrois »
fosse « forma formaliter perficiens et dans esse homini ». Questi
tre ultimi poi aggravavano il loro errore, asserendo che « ex
mente Averrois » l' intelletto agente è Dio. Su questa devia-
zione dal vero pensiero d' Averroè, lo Zimara aveva cominciato
a battere fin dagli anni del suo primo insegnamento a Padova,
e segnatamente nelle Solutiones contradictiomim del 1508, e
specialmente in quella assai diffusa sul t. e. 38 del XII della
Metafisica (la decimaquarta dell'edizione accresciuta), contro
quei « defensores Averrois » che, incapaci di ribattere altri-
menti gli argomenti di S. Tommaso contro la tesi dell'unità
dell' intelletto umano, « devenerunt ad hoc, ut dicerent animam
intellectivam esse veram formam dantem verum esse sub-
stantiale homini ad intentionem Averrois » (cfr. il mio 5/-
gieri.... nel pens. ecc., pp. 91-92). Lo Zimara si ribella
a questo tentativo dei sigieriani: « Nos autem volumus,
veritatis amore adstricti et christianae religionis vinculo
coacti, ostendere opinionem istam minime fuisse de intentione
Averrois, ut, destructo fundamento super quo isti innituntur,
destruatur positio unitatis intellectus. Licet enim veritas ista
sit, animam intellectivam esse formam substantialem hominis,
dico tamen Averroem istam veritatem non vidisse », come
non l'aveva vista neppure Aristotele (cfr. Tabula, ad v. In-
350 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
telleciiis authoritate Aierrois in disp. prima....). Tutto ciò
è nello stile del più puro averroismo, per chi se n' intende.
Ma, insomma. Marcantonio Zimara ritiene vera o no la
dottrina dell'unità dell' intelletto ? Evidentemente, egli, come
credente, la respinge e la dichiara falsa. Ma questo è fuori di
discussione. V è però un altro punto sul quale giova conoscere
il suo pensiero, in quanto egli, come il Pomponazzi, il Vernia,
il Trapolin, l'Achillini e gli altri suoi colleghi e maestri, era
chiamato a leggere ed esporre le opere naturali di Aristotele.
La dottrina dell'unità dell' intelletto umano, secondo il pen-
siero di Aristotele, è vera e necessaria, come volevano Averroè
e gli averroisti, oppure è falsa e non rispondente affatto al
pensiero dello Stagirita, come, al contrario, pretendevano
Tommaso, Duns Scoto e altri ? La questione va posta, ed ef-
fettivamente era posta, in questi termini. Il non averlo ca-
pito ha dato luogo a gravi incomprensioni da parte degli
storici della filosofia, che farneticano di una inconcepibile
« dottrina » della doppia verità.
Orbene, il Renan, Averroès et V Averro'isme, 3^ ed., Parigi,
1866, p. 375, nella pagina che dedica allo Zimara, scriveva:
« L'unite de l' intellect est adoptée dans le sens de l'unite
des principes communs de l'esprit, mais rejetée en ce sens
qui il n'y aurait qu'un seul principe substantiel de la raison
humaine ». E cita a conferma di questa asserzione le So-
lutiones contradictionum super III de anima, e precisamente
la XVL che egli leggeva nell'edizione degli Opera omnia di
Aristotele col commento d'Averroè, t. XI, Venezia, 1560,
ff. 177V-178V. Neanche a farlo apposta, lo Zimara in quel
luogo dice tutto il contrario. Ecco infatti quel che ivi si legge:
Decimasexta contradictio est in commento 27. Habet Aver-
roès quod scientia in potentia generatur a scientia in actu. Sed
huius oppositum habet 3. de aiiima, comm. 5, in sohitione ter-
tiae quaestionis, ubi habet hoc prò inconvenienti, quia tunc
scientia quae est in magistro esset generans scientiam quae est
in discipulo, sicut ignis generat abum ignem sibi similem.
Debes scire quod Averroes hanc consequentiam et rationem
accepit a Themistio, super 3. de anima, cap. 32 et 33 [secondo la
traduzione di Ermolao Barbaro]. Themistius autem videtur de-
duxisse iUud ex sententia Platonis; inquit enim cap. 32: «quod
si cui extrema opinio incredenda videatur, omnes homines, qui ex
actu et potentia conditi dicimur, ad unicum intellectum agentem
referri, unde consistimus sumusque homines, nihil est quamobrem
aversari absterrerive debeat. Unde enim communes illae animi con-
MARCANTONIO E TF.OFII.O ZIMARA 35I
ceptiones praenotionesque communes omnibus haberentur ? Unde
ingenita illa impressaque omnium mentibus primorum noticia con-
stitisset, natura duce, nulla ratione, nulla doctrina ? Unde postre-
mo intelligere mutuo et intelligi vicissim possemus, nisi unus
singularisque intellectus fuisset, quem communem omnes homines
haberemus? Quocirca verissime illud apud Platonem legitur: « Nisi,
inquit, hominibus coinmunia essent multa, sed proprium quid
aut impromiscuum contineretur in singulis, non esset admodum
facile ostendere et significare alteri voluntatem suam ». Haec ille.
Nos autem alias declaravimus Platonis authoritatem non pro-
cedere de intellectus unitate, cum totum studium Academicorum
sit in plurificatione et immortalitate animarum humanarum;
sed illud dictum Platonis erat propter ideas ponendas; nam nisi
esset una communis idea in qua homines convenirent, non facile
alter alteri suos conceptus posset exprimere. Ista autem ratio
Themistii et Averrois, ut alias deduxi, multas habet instantias;
sed quidquid sit, prò nunc dico secundum ipsum scientiam non
posse generari a scientia sicut ignis generatur ab igne. Hoc autem
sequitur secundum ponentes pluralitatem intellectus, ut ipse
opinatur. Ouod quomodo declaratur, non est praesentis ne-
gotii. Si qua tamen est declaratio, vide quae dicit Themistius;
et isto modo negavit ipse generari scientiam a scientia. Tamen
quod scientia absolute alia via non possit generari quantum ad
individuum, nullibi ipse dixit hoc; immo praesens commentum est
contra illos qui tenent nostrum scire esse reminisci secundum
Averroem. Sed videant, quaeso, commentum secundum primi
Posteriorum, et commentum 48 et 49 primi Metaphysicae, et 7.
Metaphysicae, commento 58, et in fine secundi Posteriorum, et
in commento super libro De sensu et sensato in columna tertia,
et 3. De anima, commento 5 et 20, et 6. Ethicoruyn, capitulo 4, et
tunc videbunt utrum ista fuerit opinio Averrois nec ne. Ista volui-
mus notare, ne verbositas aliquorum mentem Averrois perverteret.
Come Platone dall'unità dei principi del sapere era risalito
alla esistenza dell' idea una ed eterna per ogni specie di esseri,
così Temistio e Averroè ne avevano dedotto l'unità dell' in-
telletto per tutti gli uomini ; che senza dubbio è il motivo pla-
tonico dell'averroismo: tanto è lontano lo Zimara dal ripu-
diare la tesi averroistica dal punto di vista filosofico. Tuttavia
l'affermazione del Renan è stata accolta come oro colato dal
Moog nell'edizione da lui riveduta dello Ueberweg, Die Philos.
der Neuzeit bis zum Ende des XVIII. Jahrh., Berlin, 1924,
p. 28, e dal Saitta, Il pens. ital. nell'Uman. e nel Rinasc,
voi. II, Bologna, 1950, pp. 379-80. Dal Moog copia l'Abba-
gnano, nella sua Storia della filosofia^-. Segno che la «verbo-
12 Torino, Utet, IT, p. 70. ^'edi anche sopra pp. 277-278.
352 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
sitas » cui intendeva opporsi lo Zimara non è ancora passata
di moda.
Certo, questi sapeva bene qual fosse il debole della tesi
averroistica, anche dal punto di vista strettamente aristote-
lico e filosofico ; e gli « inconvenientia « nei quali essa urtava,
erano stati fatti rilevare, a suo parere, da San Tommaso
meglio che da ogni altro. Anzi nella Tabula, a proposito del
detto di Averroè « Unum in numero non invenitur in plu-
ribus » {Metaphys., I, comm. 31), contro l'esistenza delle
idee* platoniche, egli osserva: « Cogita, quia videtur procedere
etiam contra unitatem intellectus ». Che questo sarebbe il
caso della interpretazione sigieriana dell'Achillini, secondo
la quale l' intelletto, uno in sé, sarebbe poi forma che dà
l'essere ai singoli. Perciò, un po' piti giìi, lo stesso Zimara, a
proposito della tesi aristotelico-averroistica : « Unum apud
multa simul non erit » {Met., VII, t. e. 57), osserva del pari:
« Unde elicitur ratio ardua contra unitatem intellectus per^
fidi [era l'aggettivo del quale gli averroisti cristiani grati-
ficavano il Commentatore di Cordova, e significa « infedele «]
Averrois. Aristoteles enim arguit contra ydeas Platonis, et
est valde difficile evadere ab huiusmodi ratione; et qui tenent
in via eius, animam intellectivam esse formam dantem esse
formaliter homini, nullo pacto habent aliquam apparentem
responsionem ad hoc, sicut patet intelligenti ».
Allo Zimara, in conclusione, non importa niente di sapere
se Aristotele e Averroè, il quale altro non è « nisi Aristoteles
transpositus » {Tabula alla v. Speculativarum scientiarum
Theologia), s'accordano o no con la fede. Questo può bene
importare a Tommaso che persegue un intento apologetico
concordistico. Ma non a lui, che è e vuol rimanere puro inter-
prete del pensiero aristotelico.
Così anche per quello che riguarda l' intelletto agente e
r intelletto possibile, secondo Averroè, egli si rifa a Temistio:
e Teneo cum Themistio intellectum possibilem et agentem esse
unum subiecto et ratione sola distingui.... » {Tab., alla v.
Intellectus utriusque pontifìcium) . L'uno e l'altro sono due
aspetti di una stessa intelHgenza separata, l' intelhgenza della
specie umana, che s'unisce ai singoli non come forma inerente
o informante e « dans esse», ma come forma assistente; nel
che lo Zimara era d'accordo col Genua (vedi sotto, pp. 389-93),
contro l'Achillini e i sigieriani, i quali avevan finito col-
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA 353
r identificare l' intelletto agente con Dio, che nella « copu-
latio » diventa forma delle menti inferiori ad esso e (v. sopra,
pp. 210 sgg.).
C'è invece un altro punto sul quale lo Zimara è d'accordo
coi sigieriani contro una specie d'averroismo che, per inten-
derci, chiamerò teologico, del quale mi occuperò in uno studio
a parte. L'argomento cui alludo concerne la dipendenza degli
esseri che formano la compagine del mondo dal primo Motore
immobile.
Secondo alcuni teologi della prima metà del secolo XIV,
non solo l' idea di creazione è esclusivamente cristiana, ma
altresì quella della dipendenza dei corpi celesti e delle intelH-
genze motrici da Dio come da causa efficiente, che, secondo
taluni averroisti, li avrebbe prodotti, non per un atto di li-
bera creazione, ma per necessità di natura o, come si diceva,
« per simplicem emanationem » e « per naturalem resultan-
tiam » o « sequelam ». Com' è noto, S. Tommaso riconosceva
che la creazione nel tempo non può dimostrarsi con la ragione ;
ma con la ragione può ben dimostrarsi che la produzione del
mondo da parte di Dio, anche posta l'eternità del mondo stesso,
è pur sempre il risultato di un atto di libera volontà crea-
trice. Gli averroisti della corrente sigieriana negavano la li-
bera creazione, ma ammettevano la causalità efficiente di
Dio, sia pur naturale e necessaria. I teologi di cui parlo si
spingevano ben più in là nella loro interpretazione averroi-
stica del pensiero di Aristotele. Essi sono i carmelitani Ge-
rardo da Bologna e Giovanni di Baconthorpe, l'agostiniano
Gregorio da Rimini e il teologo inglese Tommaso di Wilton
{cfr. Enciclopedia Filosofica, IV, col. 1264).
Gerardo da Bologna, Giovanni di Baconthorpe e Gregorio
da Rimini negavano puramente e semphcemente, « ex in-
tentione Philosophi et Commentatoris », che le intelHgenze
motrici e i corpi celesti fossero prodotti da Dio come da causa
efficiente. Invece Tommaso di Wilton attenuava un poco
questa tesi. Per lui le intelligenze separate sono coeterne a
Dio, e senza causa efficiente; non così tuttavia i corpi celesti,
che, pur essendo eterni, « sunt a deo efficienter, sicut a causa
totali vel partiali », supponendo che Dio cooperi alla loro
produzione da parte delle intelligenze motrici.
Lo Zimara non accenna a Gerardo e a Tommaso di Wilton,
•dei quali pur conosceva il pensiero per quel che leggeva nel-
23
354 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
l'opera del Baconthorpe, dei cui Quodliheta aveva curato
l'edizione per gli eredi di Ottaviano Scoto (Venezia, 27 set-
tembre 1527); ma ricorda invece con insistenza neW^. Tabula
l'errore del Baconthorpe stesso e di Gregorio da Rimini, « qui
tenent ex mente Aristotelis et Averrois caelum et substantias
aeternas non habere causam aeternam effectricem » {Tah., in
princ). E così un'altra dozzina di volte i nomi del carmelitano
inglese e dell'agostiniano italiano sono associati come quelli
dei piti noti sostenitori di questa interpretazione del pen-
siero aristotelico-averroistico, che egli combatte con riso-
lutezza ed energia, pur sapendo come « ista quaestio in via
Peripateticorum ardua sit et ambigua: Eudemus enim et
Alexander (ut recitat Simplicius in principio Physicae auscul-
tati.onis) tenuerunt Deum, secundum mentem Aristotelis,
non esse causam efficientem, sed finalem tantum et formalem
aeternorum. Ammonius tamen et Simplicius et Io. Gram-
maticus oppositum tenuerunt et multi sapientes. Veruntamen
quicquid sit de Aristotele, unum scio indubitanter, Averroem
tenuisse de mente Philosophi, aeterna esse causata in triplici
genere causae » [Ih.). ,-:-..,^^
Dopo il Baconthorpe e Gregorio da Rimini, l'avversario
pili spesso preso a bersaglio da Marcantonio è il Pomponazzi,
del quale ricorda il De immortalitate , anzi il libello De niQrta-
litate animae, l'Apologia e il Defensorium, ma mostra di co-
noscerne anche le lezioni inedite. Egli combatte la tesi pom-
ponaziana della « mortalità », alla quale oppone quella aver-
roistica; ma l'immortalità dell'intelletto da lui difesa non è
quella, beninteso, della personalità individuale dei tomisti,
sì quella dell' intelletto unico ed eterno della specie umana,
sebbene egli ritenga questa dottrina averroistica, come cre-
dente, una fatuità, al pari del Perette mantovano.
Vi sono altri punti della sua interpretazione dell'averroismo
sui quali converrebbe fermarci; ma quelli che ho toccato, mi
pare che bastino a lumeggiare a sufficienza la sua personalità
filosofica.
Alla fine dell'edizione delle Solutiones contradictionum
del 1508 si legge:
Et sic est finis omnium solutionum ad contradictiones Averrois
super tota philosophia naturali et super tota metaphysica, ad
laudem oninipotentis dei et gloriosissime virginis; in quibus si
quid dictum est, quod a veritate fidei nostre dissonare videtur.
MARCA NTOX IO E TEOFILO ZIMARA ^55
illud ex philosophoruin mente et Averrois, cuius nos interpretes
fuimiis, dictum sit. Ego autem in omnibus romane ecclesie me
submitto prò veritate fidei nostre, prò qua bis patiar mori, prò
qua bis moriar ìibens.
II. - Teofilo Zimara.
A Marcantonio Zimara sopravvissero almeno due figli:
Nicolò, che doveva essere il primogenito e portava il nome del
nonno paterno, morto prima del 6 agosto 1501, e Teofilo, che
il Papadia 13 dice nato nel 1515, «come da hbri battesimaU».
Nicolò fu giurista, come il suo concittadino Pietro Vernaleone,
amico di suo padre, ed anzi avrebbe professato leggi a Roma,
ove, morendo nel 1569, avrebbe fatto testamento a favore
dell'università di Galatina (Arcudi, p. 186). Teofilo invece si
addottorò « in artibus et medicina ». Dove, non saprei dire.
Nel 1539, quando Ottaviano Scoto Secondo lo segnalava al prin-
cipe di Salerno, come giovane fornito d'ingegno, «in studiis phi-
losophiae optimi nominis et spei» (v. sopra, p. 347), non aveva
più di diciannove anni e doveva essere ancora studente. Più tardi
lo troviamo medico a Lecce, dove prese moglie e finì per sta-
bilirsi, e dove, prima del 1565, gli dirigeva le sue lettere l'amico
umanista Q. Mario Corrado di Oria di Brindisi, che umanità
aveva insegnato a Napoli e a Salerno '4. Il Corrado teneva in
gran conto la scienza medica del suo conterraneo e s'era gio-
vato dei suggerimenti di lui. Neil' Ep. 148, gli ricorda il padre
'( qui fuit lumen Italiae » per la sua dottrina e onestà.
Ma la pratica della medicina non gli tolse il gusto delle let-
tere e in particolare della filosofia. Non so se egli conosceva
l'aspro giudizio del Bembo su suo padre. Ma non è improba-
bile, poiché le due lettere al Rannusio erano di pubblica ra-
gione fin dal 1550. E se egli conobbe quel giudizio non bene-
volo, dovette trarne incitamento a far sì che esso non rica-
desse anche su di lui. Nel che egli riuscì così bene, che l' Arcudi
potè dire di lui che «divenne filosofo platonico, siccome il padre
era stato aristotelico ed averroista ». Questo amore per le
lettere e per la filosofia platonica spiega la lunga amicizia che
lo legava al cardinale Guglielmo Sirleto, cui dedicò, il 1° marzo
13 Op. cit., p. 60.
14 Cfr. Q. M. Corradi, Epistolaruììi libri Vili, Venezia 1565, pp.
24, 148, 155, 156.
^^6 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
1584, da Lecce, il suo grande commento al De anima di Ari-
stotele.
Oltre a quest'opera, della quale vedremo ora l' indole,
l'Arcudi fa menzione anche di un'opera di Teoiilo sulla Meta-
fisica, che l'autore aveva ordinato per la stampa; «ma pre-
venuto da matura morte settuagenario in Lecce nel 1589, ri-
mase in mano de' figli che, degenerando dalla virtù del padre
e de l'avo, fecero più stima delle ricchezze che de' scritti ere-
ditati, onde volentieri diedero copia a chi la volle; ed andò
qualche tempo manoscritta per le mani de' dotti» (p. 185).
Altre notizie su di lui non sono riuscito a pescare. Sì che il
nome di Teofilo resta legato, almeno per ora, se qualche for-
tunato ritrovamento non viene a gettar nuova luce su di lui,
ai diffusi commentari In tres Aristotelis libros de Anima (Ve-
netiis, apud Juntas. MDLXXXIIII), di ben 404 fogli, di quat-
tro fitte colonne ciascuno, e preceduti da un proemio di XV
fogli, nel quale egli espone l' intento dell'opera e un sommario
della dottrina dei neoplatonici sull'anima.
Se ora vogliamo dare uno sguardo all' indole di questi com-
mentari, trattandosi del figlio di Marcantonio Zimara, la
prima cosa che vien fatto di chiederci è di conoscere qual è
la posizione di lui di fronte all'averroismo. Ora la dottrina
averroistica intorno all' intelletto umano è compendiata quasi
per intero nella grande digressione inserita nel commento 5
al terzo libro del De anima. Ebbene, se apriamo l'opera di
Teofilo a questo punto (fi. 293 vb G-297vb F), vi troviamo
un'esposizione fedelissima del pensiero del commentatore
arabo. Ma nei ff. 297vb G-298vb F, segue una decisa « impro-
batio Averrois », la quale si conclude con queste parole : « quae
de copulatione intellectorum in actu nobiscum, quae ve de
unitate ac multitudine, aeternitate et mortalitate intellectus
speculativi, atque de unitate intellectus materialis atque
agentis scripsit, falsa esse credimus, et neque Platonis neque
Aristotelis dogmati consentanea; atque totum impium esse
Themistii atque Averrois commentum.... ». Continuando poi
la sua critica degli argomenti in favore della tesi averroistica,
ribadisce : « Commentum huiusmodi Averrois aeque impium
atque ab omni philosophia alienum putandum est ». E ancora
(f. 299ra) : « Quamobrem portentosa haec de unitate intellectus
fiumani opinio ac prorsus impia Themistn atque Averrois
explodenda est atque a tota philosophia arcenda, idque nulli
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA 357
non persiiasum est, quem et religio moveat et leges rectaque
vivendi ratio ».
Un'altra ampia esposizione del pensiero d'Averroè sul fa-
moso testo 36 dello stesso libro, e che concerne la « copulatio »
dell' intelletto possibile coli' intelletto agente, s' incontra nel-
l'opera di Teofilo ai ff. 362ra-365va. E subito dopo tien dietro
una minuziosa critica della teoria averroistica (ff. 365va-
368ra).
Su questo punto dunque nessun dubbio è possibile: la po-
sizione di Teofilo nei riguardi dell'averroismo è diametralmente
opposta a quella di suo padre.
Ma v' è un altro punto intorno al quale la differenza tra
padre e figlio non è meno evidente. Come abbiamo visto,
Marcantonio Zimara non solo scrisse una Quaestio de inimor-
talitate animae cantra P. Pomponatium, ma spesso ritorna su
questo argomento nella Tabula e sullo stesso soggetto tenne
perfino una disputa a Venezia « coram Duce et Senatoribus »,
se dobbiamo prestar fede al codice Ambrosiano che glie l'at-
tribuisce.
Teofilo invece è d'avviso, che invano s'adoprino tutti coloro
che pretendono di ricavare dal De anima d'Aristotele una di-
mostrazione rigorosa dell'immortalità dell'anima umana:
« quo patet quam longe absint a vero sensu Aristotelis inter-
pretes eius loca citantes ex libro De anima ad ostendendum
animam esse immortalem, cum nihil nisi dubitando ac sine
demonstratione in foto ilio commentario dixerit, quasi id
ad primam philosophiam pertineret.... » (fol. 23va G.). Il che
egli estende, con non poca nostra meraviglia, allo stesso Pla-
tone (f. 24vb F) :
Ouibus patet, quam inanis eorum sit contentio, qui opinantur
Aristotelem quaestionem de animae immortahtate in hoc libro
ex professo diffinivisse. Cumque id naturae nostrae viribus inac-
cessibile indicibileque sit, non aliter quam divino mentis instinctu
afflatuque per fìdem asserendum et absque ulla haesitatione verum
esse dedendum. Sane quaecumque ad id probandum inventa
sunt, vim demonstrationis non habent, sed probabilia tantum
sunt, ut suis in locis ostendemus. Eoque divus Plato animae na-
turam iunctam corpori, qualis sit nosci haudquaquam posse
ait, Glaucoque marino eam comparat [Rep.,X. 6ii ci]. Non aliter
Galenus, Platonem imitatus, ingenue fatetur nihil se certi ac
demonstrativa ratione posse de animae essentia asserere. Quum
potius, si evidentia spectes, unde ducenda est demonstratio,
operationesque manifestas animae, cum nulla rationalis sine
358 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
phantasia sit, suspicaberis- potius niaterialem esse eius essentiam.
Quod Aristoteles hic innuere videtur, cum ait, videri omnes
animae affectus cum corpore esse. Atque hoc est in causa, cur
Plato eam corpori iunctam Glauco marino similem dicat, et ex
liis quae affectat potius quam ex actionibus huiusmodi mani-
festis, existimandam putet, nimirum ex amore divinorum atque
aeternitatis.
E di nuovo nel commento al t. 36 del terzo libro (f. 36irb D) :
Diciinus nulla evidenti ratione demonstrari posse intellectum
separata intelligere, sed sine ulla denionstratione eos tantum af-
firmare id posse qui experti sunt. Quamobrem etsi multa proba-
biliter philosophi super ea re scripsere, multaque nobis explicata
sunt ad hoc spectantia ex Academicis Peripateticisque tradi-
tionibus, nil tamen de immortalitate animae nisi ex certa fide ac
religione divinoque instinctu asserimus.
V è poi un'altra ragione, perché tutti gli sforzi per di-
mostrare r immortalità dell'anima umana non possono rag-
giungere una vera certezza: l'anima è venuta all'esistenza per
un atto del volere divino, e perciò anche la sua sopravvivenza
al corpo non può essere che un dono divino (f . I04ra) :
Nos autem in quaestione hac nulla ratione certa explicabili,
divino fidei religionisque nostrae instinctu afflati, dicimus animam
non aliter quam universum rerum ordinem ex nihilo creatum ab
opifice summo, nec tam suopte ingenio quam voluntate divina
indissolubilem ; orta enim omnia suapte natura occidunt, quid-
quid aliter philosophi sentiant, non tam certa demonstratione
subnixi quam probabilibus persuasi rationibus. Nam et divus
Plato ita existimasse videtur, ubi ait coelestes deos natura quidem
sua genitos esse, opificis autem decreto aeternos (cfr. Timeo,
41-A).
Non si può dire che sul tema dell' immortalità vi sia, fra il
padre e il figlio, diametrale opposizione; v' è soltanto una
profonda e insanabile divergenza. Per Marcantonio, l' intelletto
umano è immortale perché esso è una sostanza separata,
unica per tutti gli uomini, ai quali s'unisce per via delle im-
magini sensibili di cui abbisogna, ma in sé non ha avuto co-
minciamento nel tempo né avrà mai fine, al pari delle altre
intelligenze separate. Ora la tesi dell'unità e separazione
dell' intelletto umano è, per Teofilo, la cosa più assurda che
sia mai stata escogitata in filosofia, anche dal punto di vista
strettamente aristotelico. GÌ' intelletti umani sono molti-
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA 359
plicati col numero dei singoli uomini. E appunto per le sin-
gole anime umane si pone il problema dell' immortalità,
per lui, come per il Pomponazzi e per il credente; sopra tutto
per questo. Ebbene, questa immortalità personale di ogni e
singola anima umana la filosofia non ce la garantisce con di-
mostrazioni ineccepibili; tutt'al più ne acuisce in noi il desi-
derio con argomenti probabili, ma apodittici no. E questo
va detto non soltanto della filosofia aristotelica (e già Duns
Scoto, Biagio Pelacani da Parma, il domenicano Tommaso
de Vio e il Peretto Mantovano in modo più risoluto d'ogni
altro l'avevano detto), ma altresì della fiJosofia platonica-
Quest'ultima affermazione è quella che più ci coglie di sor-
presa, anche per l' insistenza con la quale Teofilo la ripete.
Chi ha letto il Fedone, il Fedro, il decimo della Reptibblica,
il Timeo, e la Theologia platonica del Ficino, ne ha riportato
r impressione che l' immortalità dell'anima o 1' ha dimostrata
Platone o bisogna rinunziare ad ogni dimostrazione filoso-
fica. Ora con l'accenno al mito di Glauco e alle parole del
Timeo sembra accreditata la tesi pomponaziana che a Padova
e altrove aveva trovato, nella seconda metà del secolo XVI,
nuovi sostenitori.
Ma vi sono altri punti intorno ai quali il dissenso fra Mar-
cantonio e suo figlio Teofilo è irriducibile. Il primo in generale
ritiene che sia impossibile accordare Aristotele con Platone;
il secondo invece dichiara di essersi proposto proprio questo
accordo, che egli ritiene possibile, per il tramite di Proclo,
di Ammonio, di Simplicio e di altri commentatori greci:
« Nunc quoniam mens nostra est Academica Peripateticis ad
communem usum sodare, ut polhciti sumus, .... id non aliter
praestare possumus, quam si abscuros Prodi, Ammonii,
Simplicii et caeterorum sensus expUcaverimus, etsi prolixior
futura est haec disceptatio.... » (f. Vv); e perciò intraprende
una diffusa esposizione del loro pensiero.
In particolare. Marcantonio ritiene impossibile questo
accordo per quel che concerne la teoria platonica delle idee
e il tema della reminiscenza, e si scaglia contro coloro che
avevano osato sostenere che il dissidio fra Platone e Aristotele
intorno a questi due argomenti si riduce in sostanza a una
discrepanza di parole {Tabula, ad v. Ydeas esse rationes se-
pai'atas, ad v. Plato opinabatur quod disciplina e segg., e an-
cora ad V. Univer salia Platonica si darentur). Invece Teofilo
360 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
è del parere, che non soltanto Aristotele non respinge la dot-
trina platonica delle idee (f. i3ra segg.), ma che anzi si pos-
sano allegare molti luoghi aristotelici in difesa di essa (f. I5ra) ;
« et Ficinus eam ob rem recte ait, quae ab Aristotele in mo-
ralibus adversus Idaeas obiiciuntur, lusus potius esse quam
seria, ubi Platonis dogma de ipso bono oppugnat » (f. I5rb).
Aristotele nega, sì, le idee come le intendono i commentatori
latini e in particolare gli averroisti, cioè come realtà universali
e separate, per sé stanti al di sopra dei singoh, ma non quali
esemplari esistenti « ante rem » nella mente dell'artefice eterno^
com'era appunto il pensiero di Platone rettamente inteso da
Sant'Agostino (ff. I7ira-i73rb, e più volte altrove).
Più audace potrebbe sembrare da parte di Teofilo il tenta-
tivo di ritrovare nella dottrina aristotelica dell' intelletto
agente una consonanza con quella della reminiscenza pla-
tonica, in opposizione alla quale lo Stagirita l'aveva elabo-
rata su un principio della sua Metafisica, se anche questo
tentativo non fosse già stato compiuto da Simplicio, al quale
il medico-filosofo di Lecce espressamente si appella:
Quamobrem ahter [ab lamblico] dicimus cum Simplicio Ari-
stotelem idem fere cum Platone de rationibus animae sensisse;
nam verum est animae insitas esse essentialesque rerum formas,.
quoniam in parte eius superiore, nimirum in intellectu in actu,
ita insunt. Et rursus intellectum inferiorem idest materialem,
tabellae in qua nihil est scriptum comparat, quoniam is in potentia
mera est ad omnia intelligibilia, antequam ad actum promoveatur,
Latere vero in anima dicuntur, quoniam antequam phantasmatis
{sic) rebusque sensibilibus suscitetur intellectus is progrediens
ad intelligendum, non illustratur ab agente, et velut densa cali-
gine illa circumfunduntur; in lucem vero aeduntur promique
dicuntur, ut ab intellectu agente intellectui in potentia insi-
nuantur a rebus externis, sensu et phantasia percito. Repetitum
enim superius nobis saepe est, tres esse animae rationalis facul-
tates sive tres intellectus, dignitate perfectioneque et gradibus
distinctos: nempe intellectum in actu, qui essentialis dicitur,
quod formas essentiales habeat, hoc est in substantia sua, et
quoniam idem in eo est substantia intellectus et intellectio et in-
tellectum, nec quicquam in eo est quod substantia non sit eius;
secundo loco intellectum in habitu a superiore ilio perfectum
formis, quae velut habitus sunt, atque extra eius substantiam ;
tertio intellectum in potentia, qui imperfectus est, aptus tamen ab
intellectu essentiali adornari illustrarique, in prima potentia
puraque existens, nihilque actu habens eorum quae intelligit,
antequam intelligat, de quo putat Simplicius dictum esse, quod
tabellae sit similis, in qua nihil descriptum sit.
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA 361
Porro si de diversis animae facultatibus interpreteris, utrumque
verum est: quod insitae sint intellectui rationes rerum omnium,
et quod velut tabella sit non scripta. Rursus addiscere putat
reminisci esse, quatenus praeeunt in anima rationes rerum intel-
ligibilium; et recens parta disciplina, quoniam nuper in intellectu
materiali rerum intelligibilium species obsignatae sunt. Neque
eadem est pars intellectus cui insitas esse rerum formas asseruit
Plato, atque ea quam Aristoteles nihil esse actu asserit antequam
intelligat. Porro esse aliquam animae partem, quae rerum formas
intelligibiles habeat, Aristoteles docet, asserens in anima esse
aliquid quod omnia facit, coque omnia in actu sit. Quippe intel-
lectus in actu intellectui in potentia formas intelligibiles haudqua-
quam communicaret, si eas in se prius non obtineret (ff. 3i2rb-
3i2va).
Perciò, già prima egli aveva affermato che Aristotele non
può esser capito senza una buona conoscenza della filosofìa
platonica, e che sognano i commentatori arabi e i latini quando
si avventurano nell' interpretazione dei passi più difficili di
Aristotele senza avere inteso il pensiero del suo maestro:
Conspicuum quoque hinc fìt, in parte animae rationali expli-
canda Aristotelem Platonem imitatum, solisque verbis, non sensu,
ab eo discrepasse.... Perspicuum quoque et illud fit, Aristotelis
sensum introspicere cupientem non ignarum veteris Platonicaeque
disciplinae esse oportere; et tum Arabes tum Arabum sectatores
Latinos interpretes saepe eam ob rem in enarrandis obscurissimis
eius verbis hallucinari (f. 305va).
E altrove (f . 338va) :
In quo Platonis mentem tenuisse Aristoteles recte censetur,
nempe quod anima duplici constet essentia: altera circa corpora
partibili, altera impartibili; et illam quidem formis absolutis
ac per se intelligibilibus congruere.... In quo non solum sensum
Platonis comprobat, sed ipsis eius verbis, praeter morem tamen
suum, utitur: nam de verbo saepe contendit.
Se la buon'anima di suo padre che si arrovellava al sentir
dire, « non esse discordiam inter magistrum, scihcet Platonem,
et discipulum Aristotelem, nisi in verbis tantum », e dichia-
rava « maxima admiratione dignum si Aristoteles non discrepat
nisi in verbis tantum in positione ydearum, sed in solis vo-
cibus », avesse sorpreso il figlio mentre scriveva simili eresie,
non avrebbe mancato di chiedergli : « Cur igitur in ipsa logica
eas insectatur ? dicit enim in libro primo Posteriorum : 'gaudeant
362 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
ydeae Platonis; monstra enim sunt ' »; ed ancora avrebbe
esclamato: «O per vitam meam, quomodo praeclara ingenia
allucinantur in re clarissima ! » {Tabula, ad v. Ydeas esse
rationes separaias) .
Né si pensi che manchi a Teofilo una sufficiente conoscenza
del commento averroistico. No, egli lo conosce in tutti i par-
ticolari, e lo tiene costantemente presente, sì che la sua in-
terpretazione del pensiero aristotelico emerge da una inin-
terrotta polemica contro Averroè e quei latini che ne seguono
la traccia. L'avversione ch'egli dimostra per gli « arabi » e
per gli « arabum sectatores latinos », deriva dall'aver con-
statato che costoro ignorano la filosofia di Platone e i ten-
tativi dei commentatori greci per ristabilire l'armonia fra
l'Accademia e il Peripato. Mentre Marcantonio s'era fermato
ad Averroè e a Temistio, Teofilo conosce Platone e Plotino,
Porfirio e Giamblico, Proclo e Prisciano Lido, ma sopra tutto
Simplicio, rimasto sconosciuto al Ficino, non però a Giovanni
Pico e agli averroisti padovani che si dissero Simpliciani
specialmente a Marcantonio Genua. Ma il Genua, concorrente
di Marcantonio Zimara, aveva impresso all'averroismo un
orientamento che sembrava svisarne la vera fisionomia sto-
rica. Il figlio di Marcantonio Zimara resta fedele ali' interpre-
tazione che dell'averroismo aveva dato il padre; e movendo
appunto da questa interpretazione, l'oppone a quella dei
commentatori neoplatonizzanti e specialmente a quella di
Proclo e di Simplicio, ch'egli giudica, sia pur con riserve,
aver meglio degli altri inteso il pensiero d'Aristotele.
Luigi Prato, che promosse l'edizione dei commenti di Teo-
filo al De anima, nella avvertenza al lettore, posta in testa
al volume, dice di averne conosciuto il tenore dalla viva voce
dell'autore (non sappiamo se a Lecce o a Venezia) e d'averlo
molte volte supplicato di mandarli a Venezia, onde l'opera
fosse stampata a vantaggio degli studiosi, tanti erano, a suo
avviso, i pregi di essa. E promette che, se la stampa riuscirà
di gradimento al pubblico, egli si adoprerà « ut in posterum
apte politeque alia Zymarae opera edantur ». Quali siano
queste «altre opere» di Teofilo da dare alla luce, oltre alla Meta-
fisica della quale parla l'Arcudi, è difficile sapere. Certo, la vita
intellettuale di lui, non ostante l'esercizio dell'arte medica,
dev'essere stata molto intensa, come attestano la sua vasta
erudizione e le sue discussioni critiche. Ma l'opera stampata
MARCANTONIO E TEOFILO ZIMARA 363
non dovette avere quel successo che l'editore e l'autore se
ne attendevano; che gli esemplari che si incontrano nelle
pubbliche biblioteche, senza essere rarissimi, non sono nep-
pure così frequenti, come, per esempio, le Solutiones contra-
dictionum e i TheoremoJa di suo Padre; e ancora più rari son
coloro che all'opera di Teofilo accennano o ne discutono.
E di ciò v' è bene una ragione. Oltre alla prolissità del-
l'opera e alle innumerevoli ripetizioni, v'era già sul mercato
librario un'abbastanza copiosa letteratura che perseguiva lo
stesso intento del filosofo di Lecce, di dimostrare l'accordo
fra Aristotele e Platone; anzi, potremmo dire che il tema,
già abbastanza sfruttato, cominciava ormai nel 1584 a pas-
sare di m.oda. Altri problemi s'affacciavano all'orizzonte filo-
sofico e scientifico, e i termini dei vecchi problemi si spo-
stavano. Così l'opera di Teofilo Zimara e il nome di lui rapi-
damente furon sommersi nell'onda letea, mentre le opere di
Marcantonio continuarono ancora per qualche tempo ad essere
discusse dai superstiti aristotelici e dagli ultimi epigoni del-
l'averroismo.
A Galatina, fin verso la metà del secolo XVII, si mostravano
ancora le case degli Zimara passate in proprietà agli Arcudi.
Di esse così parlava nel 1709 Alessandro Tomaso Arcudi, do-
menicano, nella sua Galatina letterata: «Sopra tre porte della
sala eran dipinti tre ritratti, di Aristotele, di Platone e di
Averroè. Su le porte a fronte della porta principale della sala,
dove soleva abitare Marc' Antonio, filosofo peripatetico, era
Aristotele ed Averroè; sopra quella di man sinistra che con-
duce all'appartamento che corrisponde alla piazza, era Pla-
tone, essendo solito abitare Teofilo, filosofo platonico. Queste
immagini conservate fino al 1665, fece cancellare D. Alfonso
Arcudi.... » (p. 186), per ampliare e rimodernare le fabbriche
antiche.
XIII
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL DE ANIMA
NELLE CONTROVERSIE DELLA FINE DEL SECOLO XV
E DEL SECOLO XVI *
I. Traduzioni umanistiche dei commentatori greci del De anima:
Temistio, Aless. d'Afrodisia, Filopono, Simplicio. — 2. Conoscenza
che del commento di Simplicio ebbero Pico della Mirandola e Ago-
stino Nifo. — 3. Simplicio nello studio padovano: M. Antonio Genua
e la sua scuola. Averroisti e simpliciani. — 4. L'umanista G. Fasolo
esorta a mettere in disparte Averroè e ad attenersi a Simplicio. —
5. Discepoli del Genua: M. Antonio Mocenigo e Gian Paolo Per-
numia. — 6. Francesco da Vimercate, Rinaldo Odoni e Simone
Simoni. II card. Bessarione e l'averroismo. — 7. Federico Pendasio,
Giacomo ZabareUa, Flaminio Nobili e Antonio Montecatino. —
8. Francesco Piccolomini e la sua interpretazione di Simplicio. — •
9. Conclusione: il ti^amonto dell'averroismo.
I. - A rinfocolare le controversie che s'erano accese, nella se-
conda metà del secolo XIII, sulla dottrina aristotelica del-
l' intelletto, sopravvenne, verso la fine del secolo XV, la
conoscenza della Parafrasi di Temistio e dei commenti di
Alessandro d'Afrodisia, di Filopono e di Simplicio al De anima.
A dir vero, la Parafrasi che Temistio aveva fatto del trat-
tato psicologico d'Aristotele, tradotta in latino, come ormai
sappiamo, dal domenicano fiammingo Guglielmo di Moerbeke,
nel novembre 1267, a Viterbo, era stata usata da S. Tommaso
nel Tractatus de unitate intellectus cantra averroistas, nel suo
commento al De anima e in altri scritti i. Successivamente la
* Dall'" Archivio di Filosofia ». Voi. di Testi umanistici inediti sul
«De anima». Padova, Editoria Liviana, 1951, pp. 139-206.
^ Cfr. G. Verbeke, Les sources et la chronologie du Commentaire
de S. Thomas d'Aquin au De anima d'Aristote, in « Revue philosophique
de Louvain », t. 55 (nov. 1947), PP- 3i4"338- A cura dello stesso G. Ver-
beke è uscito dipoi Themistius, Commentaire sur le Traile de l'dme
d'Ar-ìstote. Traditction de G. de Moerbeke. Ed. critique et étude sur
l'utilisation. « Corpus Commentariorum in Arist. Graecorum », i. Pu-
blications universit. de Louvain, Paris, 1957.
366 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
troviamo citata nelle Quaestiones de anima intellectiva di
Sigieri, nello Speculum divinorum et quorumdam naturalium
di Enrico Bate da Malines e da altri non pochi autori. Pure
una grande diffusione essa non ebbe mai, e nel periodo uma-
nistico fu presso che dimenticata. Perciò la traduzione latina
che Ermolao o Almorò Barbaro die in luce, nel 148 1, di questa
e delle altre Paraphrases di Temistio, parve un tale avveni-
mento letterario degno delle più sperticate lodi tributate dai
contemporanei al giovane patrizio veneziano. Il volume,
dedicato a papa Sisto, ebbe a Treviso una mediocre edizione.
I procedimenti meccanici della stampa si rivelavano ancora
inferiori all'arte del trascrivere a mano in bella scrittura su
pagine alluminate da vivaci colori e da superbe iniziali in-
trecciate a bizzarri disegni. Come il papa ebbe in mano il
volume, non dovette celare il suo disappunto, e diede ordine
al ben noto amanuense o « librarius » della Biblioteca Apostolica
Vaticana, Salvato da Cagli, di farne una copia manoscritta
degna dell'opera. E questi vi s'adoprò coli' intento dichia-
rato, « ut lucem quam exemplaris impressure vicio pene
amisit, se non amisisse penitus cognoscat ». L'esemplare tratto
per mano di Salvato costituisce oggi il magnifico codice Vat.
lat. 2142. V è chi pensa anc'oggi, forse non senza qualche
fondamento, che la fotografìa, il cinematografo e la radio
abbiano seriamente danneggiato la pittura, il teatro e l'arte
musicale. Allo stesso modo taluni bibliofili della fine del Quat-
trocento non parvero gran che entusiasti dell'arte della stampa.
È doveroso tuttavia riconoscere che, senza questo mezzo
meccanico, la traduzione del Barbaro non avrebbe avuto la
rapida diffusione che ebbe, per merito di questa e delle suc-
cessive edizioni veneziane.
Come sappiamo, Averroè, nel notissimo commento quinto
del terzo libro del De anima, e di nuovo nel commento tren-
tasei, aveva additato come primi sostenitori della dottrina
dell' intelletto separato ed unico per tutta la specie umana,
Teofrasto e Temistio; accogliendo la tesi di Temistio, Averroè
s'era dato cura di modificarla solo parzialmente, per poter
meglio sottrarsi ad alcune obiezioni che parevano altrimenti
insolubili. Ma Tommaso d'Aquino, nel Tradahis de unitaie
intellectus (cap. II, §§ 51-53), appigliandosi ad alcune espres-
sioni del parafraste bizantino, aveva preteso di trarne profitto
contro l'averroismo. Ora l'opera di Temistio stava là, tra-
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA )) 367
dotta in elegante latino, a portata di mano, sì che anche
quegli averroisti e tomisti che non sapevan di greco, erano in
grado di convincersi, se avesse ragione l'Aquinate o il com-
mentatore arabo. E gli averroisti, più dei loro avversari,
trassero profitto dalla fatica di Ermolao Barbaro, che preten-
deva d'avere scoperto nel commentatore arabo quasi un pla-
giario di quello greco.
Se non che, nelle discussioni che seguirono, per quanto la
traduzione del Barbaro fosse elegante, non tutti la trovaron
sempre sufficientemente chiara; sì che fu necessario in molti
casi ricorrere al testo greco. Il confronto della traduzione di
Almorò col testo greco non tardò a sorprendere gì' intendenti.
Uno dei quali fu il conte Ludovico Nogarola da Verona. Egli
aveva imparato il greco a Padova sotto la guida del cretese
Marco Musuro negli anni che precedono la guerra di Venezia
contro la lega di Cambrai. Più tardi egli fu discepolo del Pom-
ponazzi a Bologna. Narra dunque il Nogarola, nella dedica
della nuova traduzione del terzo libro di Temistio cui dovette
accingersi '-, com'egli da giovinetto fosse stato un ammira-
tore entusiasta della traduzione del Barbaro che tutti levavano
alle stelle come cosa stupenda. Ma tosto aggiunge:
Verum. postea quam, progrediente aetatc, Themistium dili-
gentius evolvere atque eins verba graeca cum Hermolai inter-
pretatione conferre mihi licuit, facile perspexi eundem in eo
transferendo, qui etiam admodum corruptus ac depravatus esset,
satis licenter per aetatem lusisse.
Il Barbaro, infatti, aveva condotto a termine la sua fatica
poco più che venticinquenne, e per di più s'era servito d'un
testo difettoso. Egli poi, quasi spregiando la chiarezza cice-
roniana, sembrava dar la caccia alle eleganze dello stile pli-
niano ed apuleiano; sì che il Nogarola una volta è costretto
ad esclamare che nessuno l' intende all' infuori degl' indovini
e degli strolaghi: «Hermolai interpretationem, praeter vates
et ariolos, intelliget nemo !» 3. E fu appunto col proposito di
2 Themistii Euphradae, In tertium de Anima Libriun Paraphyasis
a Ludovico Nogarola, Comite, in Latinum conversa. Quibus (sic !)
nonnulla addita sunt Scìiolia (nel volume delle Paraphvases di Temistio,
tradotte in latino da Ermolao Barbaro, Venezia, apud Hier. Scotum,
1559. P- -14)- Il Nogarola dedica la sua traduzione al Cardinale Giulio
da Montefeltro-Della Rovere, fratello del duca d' Urbino, Guidobaldo II.
3 Schol. ad partic. XXXIV.
368 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
venire incontro alla «gioventù studiosa», ossia a coloro che non
erano in grado di leggere Temistio nel testo greco e di isti-
tuirne il raffronto colla versione del Barbaro, che egli, già
uomo maturo, pose mano alla sua traduzione, corredandola
di opportune osservazioni critiche, per mettere in evidenza
le difficoltà che l' intelligenza del pensiero di Temistio presen-
tava.
Eppure anche il diligente lavoro del Nogarola parve ad
alcuno troppo ciceroniano e troppo lontano dal linguaggio
usato nelle scuole; tanto che Federico Bonaventura da Ur-
bino sentirà ancora il bisogno, nel 1627, di dare in luce una
terza traduzione latina della Paraphrasis in tertitim de anima.
Non minore importanza ebbe la versione latina che il pa-
trizio veneziano Girolamo Donato, amico del Barbaro e di
Pico della Mirandola, pubblicò a Brescia, nel 1495, à&W'Enar-
ratio de anima di Alessandro d'Afrodisia. Della complessa
opera esegetica e filosofica di questo interprete greco d'Ari-
stotele, ricordato talora dai commentatori greci come l'ese-
geta per eccellenza, ebbero ampia conoscenza i peripatetici
arabi e in particolare Averroè, il quale spesso lo cita e ne rias-
sume il pensiero, mostrando per lui il più grande rispetto,
anche quando ne critica la dottrina, come nel commento ai
famosi testi V, XIV e XXXVI del terzo libro del De anima 4.
Attraverso appunto la critica d'Alessandro, Averroè aveva
maturato la sua dottrina dell' intelletto separato ed unico.
Secondo l'esposizione averroistica del pensiero dell' Afrodisio,
r intelletto possibile non è altro che una preparazione o dispo-
sizione dell'organismo umano, già vivo di vita sensitiva, a
ricevere l'azione dell' intelletto agente che, per Alessandro,
è Dio. Virtù essenzialmente organica, l'anima dell'uomo su-
bisce le vicende del corpo, e, come questo, è mortale.
Nella Scolastica cristiana, delle opere d'Alessandro non si
conobbero che pochi estratti. Dei quali il più importante è
quello noto col titolo De intellectu et intellecto 5, abbastanza
diffuso nel medio evo, e stampato due volte nei primi decenni
del secolo XVI 6. Attraverso la conoscenza di questo estratto
4 Cfr. G. Théry, O. P., Alexandre d'Aphrodise. Aperfu sur V in-
fluence de sa noétiqite, « Bibliothèque Thomiste », VII, Le Saulchoir Kain
(Belgique), 1926, pp. 34-67.
5 Théry, pp. 68-104.
6 Théry, pp. 69-83.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA )) 369
■e, più ancora, attraverso la polemica averroistica, l'essenza
del pensiero alessandrista aveva finito per cristallizzarsi in
questi capi: i) l' intelletto possibile dell'uomo è una disposi-
zione organica del corpo umano; 2) l'intelletto agente, che
trae l' intelletto possibile dalla potenza all'atto, è la luce
della Prima Causa; 3) l'anima razionale di ogni uomo è mor-
tale, x^nzi quest'ultima affermazione, conseguenza delle prime
due, bastava da sola, per gli scolastici, a riassumere e a ca-
ratterizzare l'alessandrismo, che taluno non esitò talora a
mettere in un fascio coll'epicureismo.
Contro il comune parere che attribuiva la dottrina della
mortalità all'Afrodisio, si levò Pico della Mirandola; il quale
in capo alle otto « Conclusiones secundum Alexandrum Aphro-
diseum », pone questa: «Anima rationalis est immortahs ».
Non è la prima né la sola affermazione paradossale che accade
d' incontrare tra le novecento Conclusiones che avrebbero
dovuto disputarsi a Roma nel 1487; né è facile intravedere lo
sviluppo che il giovane conte della Mirandola intendeva darle.
Forse egli faceva leva sul commento XVII di Averroè al XII
libro della Metafisica e sulla contradizione che lo stesso Averroè
credeva d'aver sorpreso fra il commento d'Alessandro al De
anima, e la trattazione speciale edita col titolo De anima libri
mantissa, ove 1' « intellectus adeptus » non è l' intelletto
agente puro e semplice, ma l' intelletto agente divenuto forma
dell' intelletto potenziale 7. In questo stato l' intelletto po-
7 AvERR., Metaph., XII, comm. 17: « Dicit Alexander: quaeren-
dum est si aliqua istarum formarum remanet postquam compositum
corrumpitur; deinde narravit unde veniat ad hanc quaestionem. Quo-
niam, quia anima hominis est forma eius, et intellectus est aliqua forma
•et virtus animae, remanet postquam homo corrumpitur, possibile est
ut aliqua forma materialis remaneat, postquam compositum corrum-
pitur, sed non tota anima remanet. Quaedam enim virtutes animae
non habent esse nisi cum materia: ut cibabilis et sensibilis et imagi-
nativa et desiderativa. Ncque etiam iste intellectus qui est virtus animae
et existimatur quod est pars eius, possibile est ut remaneat. Intellectus
enim quem dicit in libro De anima, scilicet quod remanet, scilicet intel-
lectus adeptus, non est intellectus iste, ncque etiam est pars animae,
ncque est etiam forma materialis, ut declaratum est illic. Et dicit
^, forte ", quia demonstratio super hoc non est istius artis, sed libri De
anima. Et hoc quod dicit Alexander, est sua opinio de intellectu, sci-
licet quod nullus intellectus remanet nisi adeptus ». E nel commento al
De anima, III, ad t. 36, Averroè, rilevate le ambiguità di linguaggio che
accade d' incontrare nel commento d'Alessandro al De anima (cfr. l'edi-
zione berlinese del Bruns, Commentaria in Arisi, graeca, voi. II, par-
te I, p. 90, IO sgg., 91, I sgg.) e nel trattato «quem fecit De intellectu
24
370 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
tenziale, attuato in tutta la sua potenzialità, si corrompe
certamente in quanto intelletto potenziale, ma acquista una
più alta maniera d'esistenza nella completa attuazione della
sua capacità, nell'unione perfetta coli' intelletto agente; e
in questo consiste appunto la sua immortalità.
Io non so se al Pico o ad altri alluda il Nifo nel De intel-
lectu (I, tr. I, e. 7), quando accenna a quei « praestantissimi
viri ex latinorum secta, acutissimi ingenii », i quali presero-
a difendere Alessandro dall'accusa, mossagli da Averroè,
d'aver negato l' immortalità dell'anima razionale. Certo è^
ad ogni modo, che lo stesso Nifo nei Collectanea in lihrum de
animai, dopo aver rilevato la contradizione fra i due scritti
d'Alessandro, segnalata da Averroè, pone in rilievo la buona
volontà o « amicitia » di questo per appianarla r
Est ergo amicitia Averrois hec, quod intellectus potentie ante
copulationem non potest intelligere substantias separatas, quid
tunc efficereiur eternus; et hoc pacto intelligit in libro de anima
Alexander. Ipse vero [cioè V intellectus potentie], post copula-
tionem [cum intellectu agente ut forma], intelligit [substantias
separatas] et facit nos intelligere, quoniam tunc est summe ele-
vatus per perfectionem habitam ex scientiis speculativis, adeo ut
quasi abstractus factus est potens uniri illi intellectui [agenti].
secundum opinionen Aristotelis « (ed. Bruns, 1. e, p. 108, 19 sgg., iio„
30 sgg.), cerca di riassumerne il pensiero in questo modo: « Manifestum
est igitur quod intelligit per hunc sermonem, quod quando intellectus
qui est in actu fuerit causa secundum formam intellectus materialis in
actione eius propria (et hoc erit per ascensionem intellectus materialis
apud illam formam), tunc dicetur intellectus adeptus; quoniam in illa
dispositione erimus intelligentes per ipsum, quoniam est forma nobis,
quoniam tunc erit ultima forma nobis. Sustentatio igitur istius opinionis
est, quod intellectus agens est prima causa agens intellectum mate-
rialem et intellectum qui est in habitu; et ideo non copulatur nobiscum
primo; et intelligimus per ipsum ras abstractas. Cum igitur intellectus-
materialis fuerit perfectus, tunc agens lìet forma materialis et copu-
labitur nobiscum, et intelligemus per ipsum alias res abstractas; non
ita quod intellectus qui est in habitu intelligat hunc intellectum, cum
intellectus qui est in habitu est generabilis et corruptibilis, iste autem
non est generabilis ncque corruptibilis «. Nell'atto della copitlatio V in-
telletto potenziale è soggetto informato dall' intelletto agente. L' intel-
lectus adeptiis è lo stesso soggetto di cui l'agente è forma.
S Stampati insieme al commento dello stesso Nifo al De anima
(Venezia, 1522, e dipoi altre volte). Cfr. Ili, coUect. ad t. e. 36, f. 196, 3,
Una prima edizione col titolo Super tres libros de anima era uscita a
Venezia, il io maggio 1503, a spese di Alessandro Calcidonio, e il Nifo
l'aveva dedicata al patrizio partenopeo Baldassare Miliani. Non si sa
quindi a che miri la protesta del Nifo, alla fine della prefazione del 1522,
contro l'edizione calcidoniana. Cfr. sopra, p. 286, n. 16.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL » DE ANIMA » 37I
Così, pensa Averroè, a giudizio del Nifo, l'intelletto potenzia-
le, tratto dal seno della materia, potrebbe dirsi, secondo Alessan-
dro, che sopravviva immortale nel suo congiungimento coli' in-
telletto agente. Se non che, — osserva il commentatore arabo, —
questo non è possibile, nella dottrina di Aristotele, il quale
non concederebbe mai che una cosa generata possa farsi eterna.
Perciò il Nifo osserva che la contradizione fra i due testi del-
l'Afrodisio si eliminerebbe meglio colla teoria di Simplicio,
il quale attribuisce ad Alessandro d'aver pensato a un duplice
intelletto potenziale: l'uno generato e quindi mortale; l'altro,
eterno ed immortale:
Simplicius vero aliter verba Alexandri concordat, per dupli-
cem intellectum materialem, scilicet generabilem, et alterum
eternum; quos Theophrastus in libro de anima dicit, et Plutar-
chus Rhodius et alii. Intellectum enim generabilem ponit non
intelligere agentein; sed bene alterum. Et sic nulla erit diffe-
rentia inter hos, scilicet Alexandrum et Averroem, Themistium
et Simplicium 9.
Il Nifo riferisce anche in che modo taluni tentavano di
difendere il commentatore d'Afrodisia:
Dixerunt quidam viri, quod quemadmodum catholici sentiunt
de anima, ita et Alexander de intellectu. Volunt enim catholici,
quod anima in pura natura non copulatur deo in statu felicitatis
nec ante mortem nec post; sed requiritur quoddam lumen super-
naturale, quo anima elevatur a propria natura et redditur summe
capax felicitatis. Sic Alexander estimat. Dicit quod per intellecta
speculativa elevatur et abstrahitur, adeo ut effìciatur capax
intellectionis eius; et sic ante et post [mortem] intelligit agentem;
nec oportet ut fiat eternus nisi secundum quid. i°
Le discussioni cui abbiamo accennato, dimostrano quanto
grande fosse il bisogno che l'opera d'Alessandro fosse portata
a conoscenza dei filosofi. A questo bisogno venne incontro
dapprima Girolamo Donato con la sua traduzione del trattato
sul De anima, cui s'aggiunse più tardi, nel 1546, la traduzione
della Mantissa (considerata come il secondo libro della stessa
opera), per opera di Angelo Caninio d'Anghiari, mentre nel
1536 era stato stampato a Venezia il testo greco delle due
opere. La conoscenza diretta del testo parve dar ragione a
9 ib.
10 Ib.
37- L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
coloro i quali ritenevano Alessandro deciso sostenitore della
mortalità dell'anima umana. Non mancarono tuttavia i dis-
seftzienti dall'opinione ormai comune. Uno di costoro è Ago-
stino Steuco da Gubbio. Questi nel 1542 sosteneva che la tesi
di Alessandro, secondo la quale l'anima è una crasi, atto e
forma risultante dalla mescolanza degli elementi, riguarda
l'anima corporea che è certamente corruttibile e mortale.
Ma l'Afrodisio pone altresì nell'uomo un'anima simile a quella
degli dèi, venuta in noi dal di fuori e immortale". Nel 1578,
il veneziano Antonio Polo, nella sua Abbreviatio veritatis
animae ratioìialis, lib. Ili, « Disgressio in defensione Alexandri
circa immortalitatem animae»^-, dopo aver ricordato la prima
delle « Conclusiones » di Pico « secundum Alexandrum », si
appiglia ai testi che paiono favorire la tesi dell' immortalità,
e ribatte le ragioni contrarie, spiegando che il corrompersi
dell' intelletto in potenza non è altro che il passare di esso
all'atto, mercé la luce dell' intelletto agente che viene in noi
dal di fuori 13. Ma questi sporadici tentativi non riuscirono a
prevalere sull'opinione ormai divulgata, che per Alessandro
d'Afrodisia l'anima umana perisce col corpo, come pensavano
il Pomponazzi, Simone Porzio, Vincenzo Madio, Giulio Ca-
stellani, Bassiano Landò e Polo Loredan, tutti alessandristi,
ed anche gli averroisti, che, in questo, erano generalmente
d'accordo coi loro avversari.
Un altro nome ricorre di frequente nei commenti del Rinasci-
mento al De anima : quello di Giovanni Filopono, detto anche
Giovanni Grammatico o Giovanni Cristiano. A questo commen-
di AuGUSTiNi Steuchi EUGUBINI, De perenni philosophia libri X,
Basilea, 1542, lib. IX, capp. 21-22.
12 Ant. Poli Veneti, Abbreviatio veritatis animae rationalis. Ve-
netiis, apud Simonem Galignanum de Karera, M.D.LXXVIII, lib. Ili,
pp. 94-102, Disgressio in defensione Alexandri circa immortalitatem
aniinae.
^3 Ib., pp. 96-98. Il Polo, a sostegno della sua tesi, cita questo passo
del De animae beatitudine d'Averroè (cfr. l'edizione veneziana del 1524,
col commento del Nifo, I, t. 38) : « Si intellectus materialis est substantia
aeterna, ut omnes expositores fatentur, nihil prohibet quin possit
intelligere rem aeternam; et si est praeparatio, ut dicit Alexander,
nihil prohibet quin efficiatur aeterna, ut Avenasar fatetur ». Prima dello
Steuco e del Polo, aveva difeso Alessandro d'Afrodisia, dalla taccia di
negatore dell'immortalità dell'anima, Cristoforo Marcello, Universalis
de anima trad-itionis opus. Venezia, 1508, 18 gennaio (stile veneto;
dunque 1509), V, capp. 3-5. L'opera è dedicata a Girolamo Donato,
oratore veneziano alla corte di Giulio II.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL '( DE ANIMA » 373
tatore greco d'Aristotele accenna più volte Averroè ; ma i latini
del medio evo non ne conobbero le opere, tranne un notevole
frammento del commento al terzo libro del De anima (capp. 4-9) ,
nella traduzione latina che Guglielmo di Moerbeke ne fece a Vi-
terbo nel 1268 M. Questo frammento fu largamente usato da
Enrico Bate da Malines, compatriotta ed amico del tradut-
tore, nel suo Specnliim divinorum et quorumdam naturalium ,
e da altri alla fine del secolo XIII e a principio del successivo;
ma esso rimase sconosciuto nel Rinascimento. Poiché il terzo
libro nell'edizione veneta del testo greco del De anima, cu-
rato da Vittore Trincavelli, nel 1535, è cosa assai diversa, ed
è ritenuto opera di Stefano d'Alessandria. Pure su questo
testo, riprodotto anche nei Commentaria in Aristotelem graeca
di Berlino, voi. XV, a cura dello Hayduck, fu condotta la
traduzione latina di Matteo Dalbò (a Bove), pubblicata a
Venezia nel 1544, e quella di Genziano Hervetus stam.pata
nello stesso anno a Lione.
Ma il commento al De anima più discusso nel Cinquecento
fu senza dubbio quello di Sim.plicio, rimasto sconosciuto agli
scolastici e trascurato anche da Averroè, che pure aveva una
larga conoscenza dei commentatori greci. La fortuna del
commento di Simplicio al De anima d'Aristotele nel Rinasci-
mento e r influenza che esso esercitò nelle discussioni prò e
contro l'averroismo ormai prossimo al tramonto, saranno
oggetto delle pagine che seguono.
2. - Il primo che utilizzò il commento di Simplicio al Deanima,
fu, per quel che ne so, Giovanni Pico della Mirandola. Dall' In-
ventarius librorum Io. Pici Mirandulae del codice Vat. lat.
3436, risulta che Pico possedeva un esemplare dell'opera '5 sicu-
^4 Cfr. M. Grabmann, Mittelalt. latein. Uebersetzungen von Schrif-
ten der Aristoteles-Kommentatoren Johannes Philoponos, Alexander
von Aphrodisias und Themistios, nei « Sitzungsber. der Bayer. Akad.
d. Wissensch. », Philos.-philol. u. hist. Abteil., Miinchen, 1928, Heft 5,
pp. 6-48. Id., Guglielmo di Moerbeke O. P. il traduttore delle opere d'Ari-
stotele, nei « Misceli. Historiae Pontificiae », voi. XI, Roma, 1946,
pp. 140-147; M. DE Corte, Le commentaire de Jean Philopon sur le troi-
sième livre du « Traile de l'dme » d'Aristote. Liège-Paris, 1934.
^5 Pearl Kibre, The library of Pico della Mirandola. New York,
Morningside Heights. Columbia University Press. M.CM. XXXVI, p. 170,
n. 447.
374 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
ramente in greco, procuratogli forse da Baldassar Millia vacca,
che il mirandolano sollecita in una sua lettera i^ a procurargli
il commento di Giovanni Grammatico alla Fisica e alla Me-
tafisica, e che commenti d'Alessandro d'Afrodisia aveva pre-
stato a Ermolao Barbaro '7. E dall'opera di Simplicio il signore
della Mirandola traeva ben nove « conclusiones w, per la so-
lenne disputa che avrebbe dovuto tenersi a Roma. Eccone
il testo:
[Conclusiones'] secundum Simplicium IX. - i. - Cognoscere
actum suum non est commune cuihbet sensui exteriori, sed humanis
sensibus est speciale ^^.
2. - Aristoteles in libro tertio de anima non tractat nisi de
parte rationali i9.
3. - Ciim anima in se perfecte redit, lune intellectiis agens
ab intellectu possibili Uberatur 20.
4. - Eadem pars rationalis, ut seipsam exiens, dicitur intel-
lectus possibilis, ut vero est talis ut seipsam, ut possibilis est,
possit perficere, dicitur intellectus agens ^i.
5. - Eadem pars rationalis, ut extra se vadens et procedens,
perfìcitur speciebus quae in ipsa sunt; ut manens est, dicitur
intellectus in habitu --.
6. - Sciri potest ex praecedentibus conclusionibus, quare in-
tellectus agens quandoque arti, quandoque habitui, quandoque
lumini assimiletur -3.
7. - Passio a sensibili facta in organo solo, sensatio in anima
sola recipitur 24.
8. - Sicut lumen colores non facit colores, sed praeexistentes
colores, potentia visibiles, facit actu visibiles, ita intellectus
agens non facit species cum non essent prius, sed actu praeexi-
stentes species, potentia cognoscibiles, facit actu cognoscibiles ^5.
9. - Cum dicit Aristoteles, non recordari nos post mortem,
quia passivus intellectus corrumpitur, per passivum intellectum
possibilem intellectum intelligit -^.
16 In Opera, Venetiis, 1557, p. 251.
^7 Erm. Barbaro, Epistolae Orationes et Carmina. Ed. crit. a cura
di Vittore Branca, Firenze, 1943, voi. II, p. 39, CXXIII.
18 Cfr. Arist., De anima. III, e. 2, 425b 12 sgg. ; Simplicio, In li-
bros Arist. de Anima, ed. M. Hayduck (« Commentaria in Arist. graeca »,
voi. XI), pp. 187-193; S. Tommaso, In III de anima, lectio 2; Nifo,
Collectanea in II de anima (ediz. citata), ad t. e. 136-139.
'9 Simplicio, pp. 172, 4 sgg., 187, 17, e pp. 217-223.
20 Simplicio, pp. 240, 18 sgg., 241, 16 sgg., 247, 33 sgg.
21 Simplicio, pp. 240-248.
" Simplicio, p. 229, 3-35.
23 Simplicio, p. 241, 20 sgg.
-4 Simplicio, pp. 124, 33 sgg., 161-167, 192-194, 196-197.
25 Simplicio, pp. 241, 39 - 243, 6, 331, 18-21.
26 Simplicio, p. 247, 27 sgg.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 375
È noto che Pico, pur accogliendo la tesi avveroistica del-
l'unità dell' intelletto, aveva creduto che questa dottrina
potesse conciliarsi coli' individualità della coscienza umana e
con la sopravvivenza di questa alla morte 27. Unendosi al-
l' individuo, l' intelletto unico trae all'atto quelle capacità
e disposizioni che sono nell'organismo corporeo dotato di vita
sensibile, e crea in esso una realtà spirituale nuova, che prima
dell'unione non esisteva e che, una volta attuata, è capace di
persistere nel proprio essere. A intendere questo processo
d' individualizzazione dell' intelletto unico, il Mirandolano
era aiutato da Plotino, come ho mostrato altra volta -8, e più
particolarmente da Proclo e da Simplicio.
Quest'ultimo, facendo sua la dottrina di Giamblico, cui
espressamente si riferisce -9, gli parlava d'un primo intelletto
non partecipato e quindi d'un intelletto partecipato, dal
quale dipende l'anima o mente razionale. Questa, in quanto
rivolta alla mente superiore di cui è partecipe, ne rispecchia
in sé le idee eterne, che impresse nella mente umana si dicono
«ragioni (Xóyot), e fruisce della stessa eternità e permanenza
nell'essere, propria di quella {vo\jq ó (xévwv). Ma in quanto è
rivolta invece al mondo inferiore della sensibilità e s'unisce
alla vita animalesca e a quella vegetativa {auiJ.KXz-KO[iéwu
Toù Xóyou èv T-^ Tipòi; rò oò>[i.a poTrf) nxXq Seuxépac? yoù acù(jLaTOct.S£CTt
^coaig) 30, è detta uscire fuori di sé {slq tÒ e^co Trpotcóv) 3',
con frase che curiosamente ricorda un'analoga espressione
hegeliana. La mente che permane in se stessa, in un atto con-
templativo che dura eterno, è identificata da Simplicio con
quello che fu detto 1' « intelletto agente » che è atto sostan-
ziale per sua natura e « non intende ora sì ora no », come
s'esprime Aristotele 32; invece la mente in quanto esce fuori
-7 E. Garin, Giovanni Pico della Mirandola. Vita e dottrina. « Pub-
blicazioni della R. Università degli Studi di Firenze. Facoltà di Lettere
e Filosofia». Ili Serie, voi. V; Firenze, 1937, P- 84; B. Nardi, Sigieri
di Brabante nel pensiero del Rinascimento italiano. Roma, Edizioni
Italiane, 1945, pp. 159-160; Id., Individualità e immortalità nell'aver-
roismo e nel tomismo, in « Archivio di Filosofia. Organo dell' Istituto di
Studi Filosofici », voi. dedicato al Probletna dell' immortalità, Roma,
1946, pp. 120-121.
28 Sigieri di Brab., cit., pp. 160-169.
-9 Simplicio, p. 217, 27, 313, 2.
30 Simplicio, p. 218, 33.
31 Simplicio, p. 229, 3.
32 Arist., De anima, III, e. 5, 43oa 22.
376 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
di sé s' identifica con l' intelletto in potenza o intelletto pos-
sibile o passivo. Il conoscere umano comincia dall'esperienza
sensibile, e consiste in una liberazione progressiva dalla pas-
sività e nel ritorno (àvaSpo^xv)) alla pura contemplazione del.
mondo ideale 33.
Questo concetto di un intelletto che permane in se stesso,,
e, uscendo da sé, s'unisce al mondo della sensibilità per ritor-
nare a sé, in un circolo eterno, sedusse il signore della Miran-
dola, intento a risolvere il problema averroistico della « co-
pulatio », ossia del congiungimento dell'unico intelletto col-
r individuo, che era stato il problema di Sigieri, anzi dello
stesso Averroè 34.
Questo problema doveva essere assillante nel suo animo.
Il Nifo narra a questo proposito l'episodio d'un incontro con
lui e di una discussione che dev'essere avvenuta nella prima-
vera 1494. Il giovane Suessano, che professava filosofia a Pa-
dova, aveva avuto dal suo alunno Girolamo Bernardo, di
famiglia patrizia veneziana, un esemplare della Destrttctio
destructionum Algazelis di Averroè, che pochi conoscevano,
e stava preparandone un commento che, iniziato nel 1494,,
fu stampato a Venezia nel 1497. Un passo di Algazele fermò a.
lungo l'attenzione di lui. Diceva il filosofo arabo;
Forte aliquis diceret, quod opinio Platonis est vera, videlicet
quod anima est una et antiqua, et dividitiir divisione corponim,
et in corporea separatione redit ad suam radicem et unitur.
Due cose sono notevoli in questo passo d'Algazele: anzi-
tutto, che la dottrina dell'unità dell' intelletto venga attri-
buita a Platone; indi, che vi s'accenni alla possibilità, intra-
vista da alcuni, di conciliare la tesi dell'unità con quella della
molteplicità numerica e individuale delle anime. Ora il Nifo
racconta com'egli, abbattutosi nel conte della Mirandola, che
insieme a lui era diretto in dihgenza alla volta di Bologna,
ebbe a palesargli i suoi dubbi su quest'argomento. E il Mi-
randolano, che evidentemente la pensava come di Platone
riferisce Algazele, cercò di far capire il suo pensiero al com-
33 Simplicio, p. 240 sgg.
34 B. Nardi, Introduzione a S. Tommaso d'Aquino, Trattato sul-
l'unità dell'intelletto contro gli averroisti. Firenze, Sansoni, 1938,,
PP- 43-50-
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 377
pagno di viaggio con questo curioso paragone. Come per
costruire una volta o un arco fa mestieri di quella impalcatura
di legno che li sostenga e che dicesi centina; ma poi, quando
son costruiti, la volta e l'arco si reggon da sé, senz'armatura;
così una sola idea di tutte le anime sorregge ed aiuta ognuna
di esse a venire all'esistenza, via via che per virtù di genera-
zione si formano i loro corpi; quando poi il corpo vivente è
già formato, rimane in esso un'ombra o vestigio che dicesi
anima. Alla morte del corpo, le anime singole ritornano al
loro « semenzaio », che è quell'unica idea della quale, nella
loro individualità particolare, erano ombra, vestigio e riflesso 35.
Per Platone dunque, quale era inteso da alcuni prima d'Aver-
roè, e quale piaceva al Pico d' intenderlo, tutte le anime
singole sono un'anima sola nella loro «radice»; sono invece
molte, in quanto suoi germogli nei corpi, ossia in quanto l'anima
che è una in sé si comunica e si propaga negl' individui della
specie umana, uscendo, come diceva Simplicio, fuori di sé.
Anche a fare un po' di tara sui particolari' del racconto del
Nifo, la sostanza del racconto sembra conforme allo spirito
della filosofia pichiana, nel momento in cui il Mirandolano,
senza rinnegare il suo averroismo del periodo padovano, s' in-
dustriava di svolgerlo in senso platonico.
Non saprei se dal Pico o da altri il Suessano abbia avuto
notizia del commento di Simplicio al De anima. Certo è che
egli ricorda più volte l' interpretazione simpliciana della dot-
trina aristotelica in opere composte a Padova prima del 1498,
prima di lasciare quello studio. Una di queste sono i Collectanea
super lihros de anima, che il Nifo aveva approntato per la
pubblicazione, nel 1498, e mandato a Baldassare Miliani,
patrizio partenopeo, coli' intento che ne accogliesse la dedica,
e all'abate Roselo Salinatore, suo concittadino, per averne
il giudizio 36. Nel 1503 essi furon pubblicati, con dedica del
Nifo al Mihani, dall'editore veneziano Alessandro Calci-
donio, mentre l'autore, se la sua asserzione merita fede, aveva
35 Nifo, In librum Destructio destructionum Averrois commenta-
ri!, disp. I, dub. 8; cfr. disp. IV, dub. 7. V. sopra, p. 319.
36 Come ho già avvertito, i Collectanea furono stampati dal Nifo
una prima volta nel 1503, e di nuovo nel 1522 insieme al suo nuovo
commento. L'ultimo dei Collectanea, assai prolisso, ma ricco d' impor-
tanti notizie, riguarda il famoso t. 36 del terzo libro del De anima,
e la non meno famosa digressione d'Averroè intorno a questo testo.
378 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
stabilito di non darli alla luce prima che fossero trascorsi i nove
anni oraziani dalla loro composizione 37; sì che si può pensare
che essi siano una delle prime fatiche del suessano poco più
che ventenne.
Ora in principio di questi Collectanea sul terzo libro, il
Nifo accenna alla questione dibattuta fra gli espositori, cui
si riferisce la seconda delle « conclusiones » del Pico « secundum
Simplicium », di quale intelletto Aristotele intenda parlare
in questa terza parte della sua opera:
Verum circa intentionem huius tertii apud expositores fuit
difficultas non parva. Primi enim expositores, quos impugnare
videtur lamblicus, sentire [videntur] intentionem huius esse
de intellectu imparticipabili, qui actu est summus ac vita essen-
tialiter optima et per se ab anima separabihs. Ad quos obiicit
lambHcus et inquit: « Quidnam et qualis separabilis ab anima
intellectus, et quod prima substantia et impartibilis et optima
vita et summus actus et idem intellegibile et intellectio et intel-
lectus et eternitas et perfectio et quies et terminus et causa omnium,
12. Metaphysice dictum est»38. Non ergo et hic de Deo pertractan-
dum. Sed hoc lamblici argumentum pace sua nihil est....
Ideo et aliter lamblicus inquit: « Magis vero nunc qualis quis
a nostra anima participatus intellectus dicendum))39. Sed quid
velit lamblicus, SimpHcius laborat exponere. Ubi debes scire,
quod duplex est intellectus: participatus et imparticipatus. Omnis
enim forma, scilicet quae idea dicitur, indivisibilis est et terminus
seipso; anima autem est divisibilis, ut reflexa ipsius denotat actio:
erit ergo anima hominis vita hominis secundum se partibilis ac
divisibilis. Verum, prout intellectu participat, in impartibilitatem
cadit ac in terminum et indivisionem. Erit ergo anima hominis
vita hominis, cuius intellectus est forma. Anima enim ipsa in-
dividua est in corpore, ut Stoici inquiunt. Ut vero particeps est
intellectus, impartibilis ac indivisibilis redditur partitione et
reditione. Differt vero intellectus participatus ab imparticipato :
ille enim non manet in se, sed alterius anime est forma; impar-
ticipatus autem in se manet, ac per se separatus est et terminus.
Et sic imaginatur aliud esse animam, et aliud intellectum, lam-
blicus; anima enim vita est animalis humani; intellectus vero
forma erit anime.
Sed quoniam lamblicus non videtur differre a Plotino, ideo,
ut melius lamblici opinio clarescat, Plotini sententiam expedit
enarrare.... Erit ergo ordo: deus forma est intellectus; intellectus
37 Ciò è dichiarato dal Nifo alla fine della prefazione premessa al-
l'edizione del 1522 identica a quella del 1503, a quanto ho potuto vedere.
V. sopra, pp. 2'-6, n. 13, 370, n. 8.
38 Cfr. Simplicio, p. 217, 23-27.
39 Simplicio, p. 217, 29.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 379
vero anime; anima rationalis vivi humani. Erit ergo intentio,
apud lamblicum, huius libri de intellectu participato, qui forma
est anime rationalis, que homo est, platonice loquendo....
Alitar et post hunc Simplicius. Intentionem enim huius libri
de anima rationali dicit esse. Imaginatur enim aliud esse vitam
hominis, et aliud rationalem animam, et aliud animam totam
ipsius. Vitam enim appellat ipse cum prioribus intentionem ho-
minis, scilicet animalis humani, que est actus et perfectio speci-
lìcans hominem; rationalis vero anima est actus huius anime,
sicut lumen diaphani; ex quibus duobus resultat tota anima
hominis. Erunt ergo anime humane partes due, scilicet rationalis
anima et vita ipsa, qxie simul totam hominis animam constituunt.
Est autem apud ipsum duplex intellectus, scilicet quo ad divina
copulatur anima, et hic forte agens est intellectus; alter quo ad
materialia, et hic quandoque potestate et imperfectus existit,
non quia in se non intelligit, sed quoniam ab alio scientiam habet,
ut a primo, et respectu hominis quandoque et perfectus est et
completus, et hoc quando perfecte toti homini unitur. Erit ergo
intentio huius [libri] loqui de parte, idest de anima rationali,
qua anima scilicet hominis intelligit et sapit; idest, de rationali
anima, que pars est anime hominis, scrutandum.... 4°.
In questo passo dei Collecianea, a parte l' interpretazione
più o meno esatta che il Nife ci dà del pensiero di Simplicio,
è certo che vi sono frasi prese alla lettera dal commento di
questo. Ora, nel secondo commento che il Suessano recò a
termine nel 15 19, maestro a Pisa, avendo egli modificato il
suo modo d'intendere, ci fa questa confessione:
Animadverte, tamen in Collectaneis nos dixisse, de mente Sim-
plicii, intentionem Aristotelis hic esse de anima rationali que
est pars anime humane, cum in greco eum non viderim tunc.
At postquam eum legi in proprio fonte, reperi eum opinari ut
dictum est, et non ut in Collectaneis dixi 41.
E non di meno il commento di Simplicio è ricordato e di-
scusso parecchie volte negli stessi Collecianea, nel corso del
secondo libro, con espressioni le quali non lasciano dubbio
che l'opera del commentatore greco fosse familiare al Nifo.
Se questi pertanto non la possedeva in greco, vuol dire che la
possedeva tradotta. Questa traduzione, anteriore d'un mezzo
secolo a quella di Giovanni Fasolo, mi è sconosciuta. Essa
40 Nifo, De anima, Venezia, 1522, Collect. ad t. e. i.
41 Nifo, ib., comm. ad t. e. i.
380 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
ad ogni modo doveva essere molto imperfetta, sì da accrescere
le oscurità che sono già nel testo greco. Il Nifo poi dovette
affrontare la lettura di Simplicio con l'animo di trovarvi una
conferma alle proprie idee sigieriane.
Egli stesso confessa di avere per lungo tempo aderito alla
dottrina di Averroè nell' interpretazione che di questa dava
Sigieri nel Tractatus de intellectu scritto in risposta al Tractatus
de unitale intellecUis di S. Tommaso 43. I capisaldi di questa
dottrina, che il Nifo dichiara d'avere attinto al trattato di
Sigieri43, sono i seguenti: i) l'intelletto possibile è unico per
tutta la specie umana; 2) esso, per attuare tutta la sua potenza,
ha bisogno di trovarsi unito in ogni momento a una moltitu-
dine d' individui umani che gli forniscono le specie sensibili,
senza delle quali esso niente può intendere; 3) l'unione tra
r intelletto possibile e la « cogitativa », che è la più alta fa-
coltà dell'anima sensitiva, è un'unione sostanziale, e non sem-
plicemente accidentale, come pensavano altri averroisti, sì
che può dirsi che l'uno e l'altra son parti ond' è costituita
l'anima razionale dell'uomo; 4) l'anima razionale, costituita
dall'unione della cogitativa coli' intelletto, che in sé è unico,
può dirsi veramente « forma informante », e non soltanto
« assistente » dell'uomo, tale cioè che dà a questo il suo essere
di animale ragionevole, contrariamente a quanto asserivano
altri averroisti, i quali sostenevano che l'anima intellettiva
è soltanto forma assistente.
Questa dottrina sigieriana è presentata dal Nifo come
schietta farina del sacco averroistico, senza che sia fatto il
nome di Sigieri né quello di Simplicio, nel commento che il
suessano scrisse a Padova sul dodicesimo della Metafìsica
(ad t. e. 17 e 38) e nell'esposizione della Destructio destructio-
num (disp. I, dub. 23; IV, 7; XIV, i, quaestio 4) pubblicata
nel 1497. Invece nel De intellectu essa è esposta due volte:
nel lib. I, tr. 3, e. 16, è presentata come dottrina di Simplicio;
nel cap. 18, come dottrina di Sigieri tendente a trovare una
via di mezzo « inter latinos et averroycos ». Siccome m' è
già accaduto di richiamare l'attenzione sulla dottrina che il
Nifo attribuisce a Sigieri, non è forse inutile che con essa si
raffronti questo riassunto che nella stessa opera il suessano
43 Cfr. B. Nardi, Sigieri di Brab., cit., p. 14.
43 I luoghi del Nifo sono riuniti nel mio volume ora citato, pp. 13-21.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA )) 381
ci ammannisce, ancora una volta, del pensiero di Simplicio,
prima di averne conosciuto il commento «in proprio fonte»:
Si rationales animae erunt plures et intellectus unus, sic Sim-
plicii erit positio. Imaginatur enim Simplicius, ex intellectu et
omnibus praecedentibus formis, in corpore humano praeviis,
constitui rationalem animam, quae quidam est totum quoddam
constituens in esse hominem. Et quoniam cogitativa seu sensitiva
anima praecedens est multiplicata, procul dubio rationalis anima
est numerata per corpora. Quemadmodum enim materia est una
privatione formarum in se, et tamen per formas partitur et fit
altera alteraque, sicut altera atque altera est forma; sic intellectus
unus potentiae fit alius atque alius, prout alteri atque alteri sen-
sitivae unitur secundum esse; et sic fiunt plures animae ratio-
nales secundum corpora, licet intellectus sit unus.
Et si dicas : — Ergo rationalis anima est corruptibilis, — con-
cedunt rationalem animam esse corruptibilem totam ratione
partis, quae est totum praecedens eam in corpore humano; tamen
intellectus in se incorruptibilis est. Est enim una anima numero
unius hominis: cuius una pars est intellectus incorruptibilis, et
altera pars est totum quod praecedit, scilicet sensitiva et vege-
tativa, quae est unum faciens cum intellectu. Et sic totum id
est corruptibile ratione praecedentis partis; intellectus autem
sempiternus. Et hoc sentire videtur Aristoteles 12. Divmornm
dicens: « In quibusdam enim nihil prohibet; ut si est anima tale;
non omnis », idest tota, « sed intellectus; omnem namque impossi-
bile est f orsan » 44. Ecce quo pacto Aristoteles dicit totam animam
esse corruptibilem, sed intellectus permanet.
Et si dicis: — Quando corrumpitur totum, ubi remanet intel-
lectus ? — dicunt quidam quod remanet in se, sicut materia:
quando enim generatur homo, statim accipit intellectum tanquam
partem animae suae; et quando corrumpitur, perdit animam, licet
intellectus remaneat.
Et apud Simplicium salvatur multitudo rationalium anima-
rum, et quomodo rationalis anima dat esse homini, et salvatur
sempiternitas intellectus....
liane positionem multi credunt esse mentem Platonis, que-
madmodum Algazel. Inquit enim: «Et forte aliquis diceret,
quod opinio Platonis est vera, quod anima est una et antiqua,
et dividitur divisione corporum; et in corporea separatione redit
ad suam radicem et unitur ». Haec ille in libro Destructio destructio-
nuììi, dubio octavo primae disputationis. Ubi Averroes, in so-
lutione illius dubii, inquit: «Et ideo anima Petri et anima Gui-
44 Arist., Metaph., XII, t. e. 17, e. 3, io7oa 25-27. Allo stesso modo
intende questo luogo d'Aristotele il Nifo, In duodecinmm Metaphysices
Arisf. et Aver.... ad Antoniiim lustinianum Patritium Venetiim (Venetiis....
Die 30 lulii 1526; ma la prima edizione a spese di Al. Calcidonio è del
1505), t. e. 17. In quest'opera degli ultimi anni del suo soggiorno pado-
vano, il Nifo è ancora s sieriano, ma non cita Simplicio.
382 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
lelmi quodammodo possunt dici una et eadem, ut puta ex parte
formae, et sunt multae alio modo, videlicet respectu subiecto-
rum ». Et ibidem, in solutione dubii 23. ait: « Omnes communiter
opinati sunt, quod animae innovatio est relativa, scilicet quod
haec innovatio est eius adiunctio cum corporeis possibiliter dictam
adiunctionem recipientibus, eo modo quo praeparationes et po-
testates speculorum recipiunt adiunctionem solis radiorum ».
Ergo ex mente Averrois p^ositio haec videtur esse, et non tantum
Simplicii. Idem etiam sentire videtur Averroes comm. 38. duo-
decimi Divinorum. Inquit enim: «Et ex hoc quidem apparet
bene, quod Aristoteles opinatur quod forma hominum, in eo
quod sunt homines, non est nisi per continuationem eorum cum
intellectu, quod declaratur in libro De anima ». Ecce quo pacto
piane positionem hanc Simplicii sentit Averroes, occasione horum
verborum et multorum aliorum. Aliqui credunt positionem hanc
esse intentionein Averrois, scilicet quod rationalis anima sit
composita ex intellectu potentiae et toto praecedente, scilicet
vegetativo sensitivoque : ex quibus terminatur ac conficitur forma
quaedam simplex, quae actu est vegetativa, sensitiva ac ratio-
nalis; quae forma sit hominis, secundum esse multiplicata per
homines ac numerata, licet intellectus sit unus in se, ut diximus.
Questo il Nife scriveva prima di conoscere il testo greco di
Simplicio; ma anche quando ebbe tra mano l'esposizione
simpliciana del De anima nella lingua originale, e ne trasse
vantaggio per recare a termine nel 1519, insegnante a Pisa,
il suo ultimo commento sull'opera d'Aristotele, stampato
insieme ai Collectanea nel 1522, corresse, sì, molti errori e
inesattezze in cui era incorso nelle opere giovanili, ma per quel
che si riferisce all'interpretazione della dottrina di Simplicio
intorno all'unità dell' intelletto possibile e al modo di unirsi
di questo coll'anima sensitiva, rimase fermo nell'opinione
che la tesi del commentatore greco fosse sostanzialmente
identica con quella d'Averroè45. E sebbene fosse ormai tra-
scorso un ventennio da che aveva lasciato lo studio padovano,
il ricordo di quegli anni lontani, in cui gli pareva d'aver tro-
vato nella dottrina di Sigieri un modo plausibile di risolvere
gli argomenti tomistici, e di Sigieri discuteva con Pico della
Mirandola, sembra ad un tratto ridestarsi, sebbene in modo
molto confuso, nella sua mente:
Simplicius arbitratus est omnium hominum intellectum unum
numero esse; rationales vero (animas) prò hominum numero
45 B. Nardi, Sigieri di Brab., cit., pp. 43-44.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 383
multiplicari. Non desunt qui positionem hanc Avverei tribuant,
ut Rogerius et Suggerius uterque Bacconitanus, Thomaeque
coetanei. Hi enim in eorum libellis, quos adversus Thomam scrip-
serunt prò defensione Averrois, non modo positionem hanc Averroi,
sed omnibus graecis expositoribus attribuerunt 46.
Questo inestricabile garbuglio di nomi e di idee era tutto
quello che il Nifo, divenuto ormai tomista a modo suo e conte
palatino, col privilegio di fregiarsi del titolo di « Medices »,
conferitogli da Leone X nel 1520, ricordava del suo insegna-
mento a Padova; ma era un ricordo che diventava di giorno
in giorno più sbiadito e confuso nel suo spirito abbagliato
dallo sfarzo delle aule principesche e tutto preso dalla brama
di procacciarsi privilegi ed onori, senza celare le tardive fiam-
melle che accendeva nel suo maturo cuore il seducente aspetto
di qualche bella cortigiana.
3. - Anche quando il Nifo ne fu partito, a Padova si con-
tinuò per molto tempo a studiare il commento di Simplicio
al De anima e ad interpretarne il pensiero in senso averroi-
stico. Giulio Castellani da Faenza, che a Ferrara aveva avuto
per maestro il bresciano Vincenzo Maggi o Madio, alessan-
drista, narra47 com'egli avesse trovato il commento di Sim-
plicio oscuro ed involuto nella maniera d'esprimersi, e che
anche dopo la seconda e la terza lettura gli rimanevano pa-
recchi dubbi. Ma avendo avuto occasione di recarsi a Padova,
fra il 1562 e il 1563, trovò in questa città uomini eminenti
nello studio della filosofia e delle buone arti, che gli chiari-
rono appieno le sue dubbiezze : e Ita sane complura Simplicii
tenebricosa dieta illustrarunt claraque et apertissima red-
diderunt ».
Quale idea il Castellani si fosse fatta della dottrina di Sim-
plicio intorno alla mente umana, dopo averne discusso coi
dotti padovani, si può capire da questa esposizione che egli
46 76., p. 44.
47 luLii Castellanii, Faventini, In libvos Aristotelis de humano
intellectii disputationes sive lucidissimi commentarii ex doctrina chri-
stianorum auciorum ac philosophorum antiquoriim descripti. Ad Cosmum
Medicem Florentinorum ac Senensiuni ducem. Venetiis, MDLXVII.
Lib. I, cap. 2, fol. 5v-yr.
384 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
ne fa e che giova conoscere:
Simplicius igitur, atque ii qui illuni praecipue sectantur et
eius sententiam explicant, humanam nientem unani tantum
numero esse dicunt, istamque in intelligentiarum ordinem col-
locant; tametsi eam longe omnium infimam et humano orbi
assistere arbitrantur. Quam etiam liomini nequaquam dare
esse affirmant (ita loquuntur philosophi, et saepe eorum verbis
facilioris doctrinae gratia uti nos oportebit) ; sed aliud statuunt
genus animae, quam Cogitativam vocant, a quo informatur homo :
ex Cogitativa enim et corpore organico, tanquam ex materia
et forma, conflatur liomo; ex mente et homine, tanquam ex nauta
et navi, nobilius quoddam atque divinum compositum oritur,
quippe quod intellectus nobilissimam ac divinam tantum homini
operationem praebet.
Come già il Nifo, dunque, anche questi maestri padovani
del tempo del Castellani, facevano risalire a Simplicio la tesi
averroistica dell'unità dell' intelletto. Ma mentre il suessano
attribuiva a Simplicio la tesi sigieriana, un tempo difesa da
Paolo Veneto e, piìi tardi, da Alessandro Achillini, da Ti-
berio Bacilieri e da Geronimo Taiapietra, secondo la quale
r intelletto unico s'unisce alla « cogitativa » in modo da for-
mare con questa una sola anima individuale e razionale che,
tutta intera, è forma dell'uomo e dà a questo il suo essere
di uomo, i padovani cui accenna il faentino ritenevano, al
contrario, che l' intelletto s'unisce alla « cogitativa » soltanto
come « forma assistente « e non come « forma informante »,
ossia, secondo l'espressione aristotelica, « sicut nauta navi «,
Continua poi il Castellani, sviluppando concetti accennati
anche in alcune delle <( conclusiones », che abbiamo riferito,
dei Pico:
Addunt, praeterea, humanum intellectum formas et rationes
omnium rerum in se ipso possidere, ut etiam aliae intelligentiae
obtinent. Etenim, arbitrantur isti, quaecumque nostrae vel
divinae mentes comprehendunt, ea tantum de causa intelligere,
quod illorum omnium ideas et rationes in se ipsis contemplentur.
Cum vero mens humana sit infima et ignobilissima omnium
intelligentiarum, hoc sortita est (aiunt isti) ut extra se progre-
diatur, recedensque a substantia propria ad humana corpora
labatur: a qua quidem indignitate caeterae omnes remotae sunt.
In eiusmodi autem lapsu, tametsi cum ea formae etiam illae et
rationes progrediuntur, in stultitiam tamen ac ignorationem,
cum sui ipsius cum omnium aliarum rerum, decidit. Siquidem cum
mole corporis opprimatur, omnem amittit perfectionem, et na-
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 385
turam potestatis assumit, fitque tabellae non scriptae consimilis,
Quae nihilominus iterum consequi amissam nobilitatem appetit:
sed eain non recuperai, nisi cum in rationes illas, quae in ipsa
existunt, conversa fuerit et acquisierit habitum, propter quem
mens deinde seu intellectus in habitu vocatur.
Duobus enim modis volunt intellectum nostrum nobiscum
copulari: priori sane, quando in ortu quamprimum cogitativa
introducta fuerit, cum nobis pueris iungitur, et est similis nautae
qui ingressus est navem sed nondum operatur; altero vero modo
nobiscum coniungitur, cum et contemplandi et agendi habitus
consecutus fuerit. Verum hos habitus dum ille assequi et in pri-
stinam reverti perfectionem contendit, indiget phantasmatibus
(phantasmata enim appellant philosophi rerum imagines et
simulacra quae a sensibus imprimuntur in phantasia), non quidem
ut ab ilHs species recipiat illaque intelHgat (absurdum enim putant,
si intellectus aeternus a phantasmate caduco perficiatur), verum
ut ab eis occasionem sumat contemplandi formas quae in ipso
resident unaque cum eo progressae sunt. Atque eiusmodi quidem
ratione intellectus, antequam perfectionem suam adeptus sit,
utitur phantasia; cum autem perfectus fuerit, nulla amplius
ope phantasiae indiget, sed eum ex se ipso intelligentem phan-
tasia insequitur, perinde ac orbis sequitur intelligentiam quae
illum sub ratione finis movet.
Così gli averroisti che si dissero anche « simpliciani » finirono
per accogliere una dottrina del conoscere schiettamente pla-
tonica o, se vogliamo, neoplatonica, che coll'averroismo me-
dievale non ha più nulla che fare. Anche in questo Pico della
Mirandola è stato maestro a questi averroisti padovani.
Da questa dottrina gnoseologica dipende quanto riferisce
ancora il Castellani:
Ad haec asserunt isti intellectum nostrum, quamquam est
unus tantum secundum rem, tria tamen sortiri nomina et ra-
tiones: tres enim in nomine reperiuntur intellectus, non quidem
re, sed tantum ratione differentes.
Primus dicitur potestate intellectus, et ille est qui extra se
progressus est, et a. propria substantia procul abest, nec potest
absque labore et sine occasione phantasmatum intelligere. Se-
cundus est intellectus in habitu, vel intellectus secundum actum,
ut vocat Aristoteles, qui velut sciens homo evasit, et formas
atque rationes, quae in eo sunt, quotiescunque velit, ex se ipso
contemplandi vim habet. Tertium agentem vocant, quem dicunt
esse vim huius intelligentiae praestantiorem, quippe qui extra
non labitur, sed in se ipso manet, et omnes in se rationes ac
ideas retinet, quo, sumpta a phantasmatibus occasione, eas
reponere valeat in intellectum potestate.
Quamobrem addunt isti, cum hic intellectus agens, non solum
25
386 l'aristotelismo padovano dal SF.COLO XIV AL XVI
intelligibiles formas illuminet, sed eas etiam in potestate intellec-
tum recondat, praeterea cum in ilio impetu, qui extra fit, seiiinctus-
quodam modo sit ab eiusmodi formis, simulque iisdem progre-
dientibus colligatus, perbelle eum simul tanquam artem, et rursus-
tanquam habitum ac lumen tacere Aristoteles tradidit. Siquidera
ars ab eis quae efficit separatur; lumen vero abiis quae illustrantur,
et habitus ab iis quae habitum possident, minime seiungi videntur..
Eiusmodi vero intellectus agens est alterius intellectus, qui po-
testate dicitur, habitus et perfectio; etenim, cum huic veluti
forma copulatur, ex utroque fit intelligentia semper actu intel-
ligens, tuncque homo beatitudinem illam et felicitatem adeptus-
est, qua postrema et maxiina frui possit.
Qual era pertanto la posizione dei simpliciani nella contro-
versia suir immortalità dell'anima allora dibattutis^ima, dopo
la comparsa del trattato del Pomponazzi ? Anche di questo
argomento tocca il Castellani:
Tandem isti eo moti fundamento, quo firmatum est, omne
quod ortum habet necessario quoque ad interitum venire, aiunt
hos tres intellectus, de quibus supra locuti sumus, in homine re-
stingui. Humanus quidem intellectus, ea ratione qua intelligentia
est, et secundum substantiam propriam ac simpliciter (ut utar
eorum verbis) incorruptibilis et aeternus est; secundum quid
autem et ea nomina quae iam illi sunt attributa in singularibus
hominibus, destruitur: siquidem intellectus quatenus possibilis,
quatenus habitu, quatenus agens dicitur, interit, quoniam qua-
tenus possibilis, quatenus in habitu, quatenus agens, in nobis
etiam gignitur.
Questa, conclude il faentino, era l'opinione di Simplicio-
e dei suoi seguaci, i quali la ritenevano presso che identica
a quella di Averroè:
Haec est Simplicii et eius sectatorum opinio, cuius capita, faci-
lius et clarius quam fieri potuit, recensuimus, cum saepe ipsiusmet
Simplicii et sectatorum verbis uti nos oportuerit. Hanc etiam
eandem prope esse cum Averrois sententia, inquiunt simpliciani.
I simpliciani di Padova coi quali ebbe a intrattenersi Giulio
Castellani erano senza dubbio gli scolari di Marc'Antonio
Passero o de' Passeri, detto comunemente il Genua (Genoa,
Genova, Zenoa, Janna), se pure egli non fece in tempo a co-
noscere questo maestro venuto a morte più che settantenne,
nel 1563, tra il comune rimpianto di numerosi allievi che ne
ricordavano la singolare perizia nell' interpretare Aristotele
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL ( DE ANIMA » 387
e ne levavano alle stelle, anche in versi, il nome oggi presso che
sconosciuto 48.
Figlio di Nicolò Genua, che, addottorato in artibus a Pa-
dova il 13 nov. 1475, e in medicina il 6 ott. 1500, era stato
collegiato ed aveva pure insegnato arti e dipoi medicina nel
patrio Studio, Marc' Antonio s'addottorò anch'egli in artibus
et medicina fra il 1511-12 e iniziò la sua carriera nel 1517,
reggendo la seconda scuola di filosofia straordinaria. Nel
15 18, passò alla prima cattedra di filosofia straordinaria;
nel 1523, alla seconda cattedra di filosofia ordinaria, e nel 1525
si trovò ad esser concorrente di M. A. Zimara; ma nel 1531
lasciò questa cattedra a Vincenzo Maggi, per salire sulla prima,
che occupò con gran fama e frequenza di alunni fino alla sua
morte 49. Il suo commento In tres libros Aristotelis de anima vide
la luce postumo nel 1576, a cura di Giacomo Fratelli e di Gian-
carlo Saraceno, che usarono del manoscritto posseduto dalla
figlia del filosofo, donna Laura, e dal marito di questa, Gi-
rolamo Dotti, e si giovarono dell'aiuto del canonico Daulo
Dotti fratello di Girolamo S". L'edizione fu dedicata al conte
Giacomo Zabarella, che era stato discepolo del Genua, e in
48 Glottochrysii Petri Fidentii Iunctaei Montagnanensis, Ad M.
Antonium Genuam philosophum Patavinum undeqitaque doctissiinum
Carmen panegyriciini. Venetiis, MDXLVII. Anche l'umanista Paolo Ma-
nuzio {Epistolarum libri XII, Venetiis, MDLXXXVIII, Lib. IV, 5,
p. 182) cosi scrive a Vincenzo Pinelli, allievo del Genua: « In philosophia
quidem, cum operam des M. Antonio Genuae, cui veterum doctri-
narum arcana patent, quo nemo peritior Aristotelis interpres, nemo vir
melior usquam vivit, nihil mediocre neque nos a te expectamus ».
49 G. Vedova, Biografia degli scrittori padovani. Voi. I, Padova,
1832, pp. 451-460.
50 Marci Antonii Passeri, cognomento Genuae, Patavini philoso-
phi sua tempestate facile principis et in Academia Patavina philosophiae
publici professoris, In tres libros Aristotelis de Anima exactissimi com-
mentarii, Jacobi Pratelli, Monteflorensis medici et Joannis Caroli
Saraceni diligentia recogniti et repurgati. Venetiis, apud Damianum
Zenarum et socios, 1576. Gian Carlo Saraceno, nella presentazione del-
l'opera al lettore, nel tessere le lodi del Genua, accenna perfino ad
un'origine leggendaria della famiglia Passeri che si pretendeva traesse
origine, nientemeno, « ex illustri Passerinorum familia, qui Mantuae et
Mutinae ohm imperaverunt, postea eiecti Genuam sese receperunt,
demum Patavium commigraverunt ». Lo stesso Saraceno sbozza del
filosofo questo ritratto: « Ipse formosissimo corpore, procera statura,
venustissima facie et vivacissimis oculis ingenii acumen praeseferen-
tibus naturae benignitate fuit insignitus. Ipse in Aristotele publice
e.xplanando, in Averroe interpretando, in Simplicio dilucidando, postre-
moque in Peripateticorum placitis exponendis, eam gloriam quadra-
388 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
quell'anno copriva la seconda cattedra di filosofia straordi-
naria nello studio padovano. Due redazioni alquanto diverse,
ma sostanzialmente concordi nel pensiero, ho potuto vedere
nei codici Vat. lat. 4704-4707. I primi due numeri contengono
ognuno il commento al primo e al secondo libro del De anima,
riportato da Gian Paolo Pernumia, « legente Excellentissimo
Genua, Aristotelis Aesculapio », senza data dell'anno. Il
numero 4706 è il commento al terzo libro, in 73 lezioni te-
nute nell'anno scolastico 1543-1544. Il numero 4707 è pari-
mente un commento al terzo libro in 104 lezioni, senza indi-
cazione dell'anno in cui furon tenute 51.
Il commento del Genua al De anima è uno dei più notevoli
del Rinascimento, per ricchezza d' informazioni e per l'uso
che vi si fa del commento di Simplicio, nell' intento di mo-
strarne l'accordo sostanziale con la dottrina averroistica.
Va tenuto presente intanto che nel 1527 l'opera di Simplicio
veniva stampata in greco a Venezia in edizione aldina, e che
lo stesso anno usciva, a spese degli eredi di Ottaviano Scoto,
una nuova edizione delle Paraphrases di Temistio, tradotte da
Ermolao Barbaro, coi margini arricchiti di copiose note ap-
poste « ab Excellentissimo quodam philosopho », nelle quali
il pensiero di Temistio intorno al De anima è chiarito con con-
tinui richiami a Filopono e specialmente a Simplicio. Sì che
possiamo considerare l'opera di quest'ultimo, ormai facil-
mente accessibile agli studiosi, di dominio pubblico.
E uno dei primi a procurarsela dovette essere certamente
il Genua. Il quale, polemizzando col Nifo, ne rileva i frequenti
fraintendimenti, fino ad esprimere su di lui questo grave ap-
ginta annorum spatio Patavio obtinuit, quae raro admodum et per-
quam paucis concessa fuit ». M. A. Genua morì a Padova nel 1563, e
fu sepolto nella tomba paterna a S. Giovanni in Verdora che, dopo la
soppressione del monastero, fu trasferita nel secondo chiostro del Santo,
insieme a quelle del Calfurnio, del Robortello e di Lazzaro Bonamico,
le quali hanno la stessa provenienza.
51 L'appellativo di « Esculapio d'Aristotele » è dato al Genua an-
che neir incipit e neìVexplicit dei tre codici Vat. lat. 4704, 4705, 4706. Il
medico e filosofo piemontese Antonio Berga, il quale era stato discepolo
del Genua a Padova, ne stampò in un piccolo libretto la discussione
suir immortalità dell'anima cui aveva assistito, e che nel cod. Vat. lat.
4706 occupa le lezioni LXV (f. 22ir) - LXXIII (f. 224V), mentre nel Vat.
lat. 4707 prende le lezioni XCVII (p. 427)-CIV (p. 488) : Disputatio de
intellectus immani immortalitate ex dissertationibus Marci Antoni! Ge-
NUAE, Patavini peripatetici insignis. In Monte Regali. Excudebat Leo-
nardus Torrentinus. M.D.LXV.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL " DE ANIMA » 389
prezzamento Si : «Doctor iste, in cognoscenda opinione Sim-
plicii, caligai in sole ! ». Il suessano, come sappiamo, attri-
buiva al commentatore neoplatonico la tesi sigieriana, che
l'anima razionale, risultante dall'unione dell' intelletto alla
« cogitativa », è forma informante e costituente dell'uomo.
Per il filosofo padovano, al contrario, « anima intellectiva non
est perfectio corporis ut aliae formae materiales, sed assi-
stens et ut nauta navi...; intellectus humanus assistit homini
ut intelligentia orbi» 53. Non forma dunque informante, ma
assistente, è l' intelletto, il quale s'unisce all'anima cogita-
tiva che sola è la vera forma informante del corpo umano.
Su questo concetto il Genua torna spesso:
Nos vero, tenentes quod intellectus sit actus ut nauta, cum
aliis graecis, notamus intelligentiam humanam ultimam esse
intelligentiarum omnium, eaque ratione omnium imperfectis-
simam, ut Averroes [dicit] ; eaque ratione, qua intelligentia est,
habet suum orbem, qui humana sphaera est; ratione qua imper-
fectissima, habet quinetiam sphaeram illam imperfectissimam,
quae per successionem in esse perpetuo salvatur...; et perinde
in homine est ut intelligentia in orbe, scilicet cuilibet particolae
assistens et intrinsecus existens, non tamen semper actu operans
ut intelligentia 54.
Sententia Averrois fuit, quod intellectus humanus hominibus
assisteret, sive humanae naturae, tanquam sphaerae sibi propriae:
et, cum natura illa in individuis duntaxat reperiatur humanis,
consequenter in illis assistens erit intellectus, ut colligitur in
commento 5. CoroUarie sequitur, quod intelligentia ista a se ipsa.
52 Genua, In tres libros Arisi, de anima, III, ad t. e. 18, f. 155, 3.
Anche altrove il Genua così parla del Nife : « At mea quidem sententia,
doctor iste non intellexit Simphcium » (III, ad t. e. 26, fol. 167, 2);
« Suessanus secundum SimpHciuin introducens, de more ipsum non in-
telligens, inquit.... At bonus iste philosophus non cognovit quae dieta
sint a Simplicio » [Ib., ad t. e. 27, f. 168, 1): « Unde bonus iste doctor
non bene accepit Simplicium » (Ih., ad t. e. 36, f. 176, 2). Parimente
Federico Pendasio, del quale sarà parlato più oltre, interdiceva ai suoi
alunni l'esposizione del Suessano, perché costui, diceva il Pendasio,
« nihil prorsus meo iudicio, intellexit quantum spectat ad intelligendum
Simplicium et veterum sententias » (//; ìibrum jum de anima, cod. della
Biblioteca Universitaria di Padova, n. 1264, lez. VII, p. 272). Più grave
è il giudizio che sul Nifo pronunzia Giulio Castellani, 0. e, i. iv, perché
non riguarda 1' incapacità del Suessano a intender Simplicio, ma investe
tutta intera la sua personalità di pensatore: « Augustinus etiam Sues-
sanus, vir magis sua aetate Celebris quam constans philosophus, longis-
simis verbis nec semel eandem causam egit Cuius quidem viri scripta
ut non contempsi, ita etiam nunquam valde probavi ».
53 Genua, I, ad t. e. 16, f. 25, i.
54 Genua, II, ad t. e. 11, f. 37, 2.
390 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
ut intelligentia est, perfectione aliqua distet, et discatur se
ipsa progrediens, ut Siniplicius et ipse innuit in prologo huius 55.
Fuit sententia Averrois quod intellectus possibilis per assi-
stentiam eo modo uniretur homini, quomodo intelligentia unitur
orbi, unione scilicet naturali; quae quidem in priori natura est
principium intrinsecum assistens 5^.
L' insistenza su questo concetto che l'unione dell' intelletto
all'uomo è analoga a quella dell' intelligenza motrice alla sua
sfera, più intima dell'unione del nocchiero con la nave, deriva
dalla distinzione fatta da Averroè57 e da Sigieri di Brabante5S,
ed accolta anche da Enrico Bate da Malines59, nello Speculuni
divinonim et quorumdam naturalium opera che Pico della Mi-
randola il 6 marzo 1487 otteneva in prestito dalla Biblioteca
Vaticana e ne faceva poi trarre la copia che figura nella sua
biblioteca 60. Vi sono forme, dicevano Averroè e Sigieri, che
costituiscono gli esseri materiali e son costituite dalla materia
nella quale sono immerse, e ve ne sono di quelle che costi-
tuiscono ma in sé non sono costituite. Di questa seconda
specie sono appunto le intelligenze motrici dei cieli e l' intel-
letto umano. A siffatta distinzione si appiglia anche il Genua:
Notanda est distinctio de forma: quaedam dicitur forma quia
dat esse specifìcum; dicitur etiam forma quae assistit formato,
et est in formato intrinsecum principium operationis; et tale
non distinguitur a corpore loco et subiecto.... Vel, secundum
Averroem, dicendum: datur forma constituta in esse per su-
biectum, et datur non constituta, primo cap. De substantia orbis,
octavo Physicorum, 52, primo Physicorum, 63. Intellectiva est
non constituta. Sed dubium est, utrum subiectum constituatur
per ipsam. Dicendum quod non unitur corpori secundum esse
specifìcum, sed illi dat esse nobile ^i.
55 Genua, III, ad t. e. 2, f. 128, 2.
56 Genua, III, ad t. e. 2, f. 132, 4.
57 AvERR., De substantia orbis cuni Joannis Gandavensis exposi-
tione. Venetiis, ap. haeredem Hier. Scoti. MDLXXXVIII. Cap. I,
f. 83, 1-2; cfr. dello stesso Averr., De coelo, II, comm. 3; Phys., I,
comm. 63, Vili, comm. 52.
5^ Cfr. B. Nardi, Sig. di Brab. nel pens. del Rinasc, pp. 15, 41,
100-102.
59 Ib., pp. 175-177.
^° Pearl Kibre, The library of Pico d. Mirandola, cit., p. 200, n. 603;
G. Mercati, Codici latini Pico Grimani Pio. Città del Vaticano, 1938,
P- 53. nota 4; Maria Bertòla, I due primi registri di prestito della Bi-
blioteca Apostolica Vaticana. Codici latini 3964 e 3966. Città del Vaticano,
1942, p. 80, nota 2.
61 Genua, 0. e, III, ad t. e. 2, f. 132, 3.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 391
Sciendum quod ex eo quod Socrates dicitur compositum ex cor-
pore et anima, cogitativa non dicitur formaliter intelligere; sed
ut fit unum ex intellectu et tali composito. Nam intellectus,
ut incorporeus, loco et subiecto a Socrate cogitante distinctus
non est, cum naturaliter inclinetur et moveatur ad similitudiiiem
rei cognoscendae ex speciebus existentibus in anima cogitativa:
et sic est intrinsecum operans et homini appropriatum^^; quare
ubi cogitativa ibi intellectus humanus, et e converso ^3. Non se-
quitur: « itaque per accidens » [che era l'obiezione del Nifo d'ac-
cordo con S. Tommaso]; et quamvis sit extra formam specificam
[che è la cogitativa], habet tamen ad illam a natura essentialem
habitudinem, quam habet et intelligentia ad orbem 64.
Questo intelletto, considerato in se stesso, non può essere
che uno solo per tutta la specie umana, secondo il pensiero
d'Averroè, d'accordo in questo con tutti i commentatori
greci, fatta eccezione d'Alessandro. E con Averroè è d'accordo
anche Simplicio :
Eandem sententiam voluit Simplicius in prologo huius tertii,
cum dicat: « Una enim existit anima nostra rationalis; dico quae
simul manet, et plurificatur in eo quod ad corpus vergit, non pure
manens neque penitus distans, sed partim manens, partim a se
ipsa progressa «65.
Affermata l'unità dell' intelletto, sembra al Genua d'aver
trovato nel concetto neoplatonico della « progressione », sul
quale tante volte Simplicio ritorna, la soluzione del più arduo
problema averroistico, come l' intelletto, unico in sé, s' indi-
vidualizzi nel singolo, senza perdere la sua universalità:
62 Questa tipica frase è di Sigieri, Quaestiones de anima intellectiva,
III (ed. Mandonnet, Siger de Brabant et l'averroisme latin au XlIIe
siede, lime partie. Louvain, 1908, pp. 154-156). Dallo scritto di Sigieri
l'aveva presa e fatta sua Giovanni di Jandun, Super lihros Arist. de
anima, III, q. 5.
63 Anche questo concetto è attribuito dal Nifo, De intellectu, l, tr. 3,
•e. 18, a Sigieri: «Et addit (Subgerius, contemporaneus Thome, in
quodam tractatu misso Thome in responsione ad illum Thome): ,, nec
potest intellectus informare materiam, non informante cogitativa.... Nec
potest cogitativa informare materiam, non informante intellectu " ».
•Cfr. B. Nardi, Sigieri di Brah., cit., p. 18.
64 Genua, III, ad t. e. 5, f. 138, 3.
65 Genua, III, ad t. e. 5, f. 139, 3; cfr. Simplicio, In libros Arist.
de anima, ed. Hayduck, pp. 223, 28-31; Jac. Zabarella, De mente
Jiumana (inserito nel commento dello stesso autore al De anima, Pa-
dova, 1605, lib. II, dopo il t. e. Il), e. IO.
392 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Dicendum itaque secundum divinam Simplicii introductionem,
quod cum intellectus, qui a propria perfectione elapsus est, ad
sensus conversus sit, ncque formas illas intellectuales habet ut ma-
nens, susceptivus tamen illarum esse dicitur; non autem ut potentia
talis; quare per species a sensibus acceptas quodammodo dispo-
situs et habitu redditus talis; nam species tales sunt veluti extrema
vestigia formarum illarum, quae vere sunt intellectuales. Quare
ab istis aliquo modo ascendens, excitatus ad inquisitionem ve-
rarum formarum, ab ea substantia animae quae manet, sive
virtute counitus, perficitur denique per eas quae in ipso manent
formas, atque ab unita sibi intellectione. Hoc autem fìt partim
aliunde, imo ab alteris manentibus; partim a seipso; quoniam
unus quodam modo est ipse, qui manet et progreditur. At per-
fectio quae est in ipso egresso, non est eadem cum ea quae in
ipso manet; sed secundum habitum dicitur; habitus autem est
circa substantiam, non autem substantia est ^6.
Quapropter notandum, ex divina Simplicii expositione, quod
anima quae progreditur ad secundas vitas ^7, non manet penitus
ab illis separata, sed connectitur illis; et sic habitui et lumini
assimilatur ; et prius arti 68.... Comparatur intellectus arti, habitui
et lumini. Sicut ars suas in se virtute formas arte illa factorum
tenet, easdem in materia disposita producit; sic et activus in-
tellectus quas in se tenet ideas, quae formae materiales sunt vir-
tute, in passivum intellectum formaliter cum materia atque
accidentibus illam consequentibus in communi producit, simul
agens cum ideis et progrediendo perfìciens ad has secundas vitas.
Comparatur etiam habitui, quia manens intellectus ille, ideis,
veluti habitui cuidam perfectissimo, similis est; secundum quem
sensum forte nominavit Themistius speculativum intellectum
aeternum. Comparatur et lumini, ut, sicuti lumen colores in
tenebris existentes, eaque ratione invisibiles, actu visibiles reddit,
et visum illustrat ut videat, sic et activus intellectus progressas
ideas, cum intellectu latitantes, illustrat simul et intelligibiles
reddit.... Postremo concludit Simplicius quod similitudo stat
in hoc: ut lux actu existentes colores, potentia tamen visibiles,
reddit actu visibiles, sic et qui actu formas perfìcit, quae passivo
intellectui cognoscibiles sunt, ita ut non dicatur potentia in in-
tellectu formas illas esse, ut nullo modo sint, sed tanquam exi-
stentia quidem, non cognita autem 69.
66 Genua, III, ad t. e. 8, f. 144, 3.
67 AeuTsrpaL ^wai chiama Simplicio fp. 4, 2; 28, 27; 142, 2) la (puTix-f]
e la aìo-9-/]Tixy] ^w/), che chiama pure C^ocl csoyLocuoeiSzTq (p. 218, 34;
243, 17) o anche ^toat àzoipiaTOi (p. 16, 5; 77, 19; 78, 32), in contrap-
posizione coll'anima e la vita razionale (XoyixT] e voepà ^cor)).
68 Simplicio, p. 242, 20 sgg.
69 Genua, III, ad t. e. 18, f. 155, 3; cfr. Simplicio, p. 242, 39
sgg.; 311, 18-21. Si veda, indietro (p. 374), l'ottava delle « concliisiones »
di Pico della Mirandola « secundum Simplicium ».
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 393
In questa irpò? tò acojxa poizTj, r intelletto puro che porta con
sé r immagine del mondo ideale, s' individualizza al contatto
delle « seconde vite corporee «, cioè della vita vegetativa e
sensitiva. Ma in questo individualizzarsi perde gran parte
della sua originaria perfezione, offuscato dalla caligine dei
sensi. Nella sua purità esso è pensiero in atto congiunto colla
« mente al di sopra dell'anima », e il pensare è la sua stessa
sostanza, sì che non pensa « ora sì ora no », ma è pensiero
eterno, come quello della mente di cui partecipa. Al contatto
invece delle « seconde vite corporee », diventa intelletto po-
tenziale o passivo, né può ridestarsi dal torpore in cui è caduto
se non è aiutato dai fantasmi della sensibilità. Quindi il pro-
cesso conoscitivo è un'ascesa che comincia aristotelicamente
dai sensi, ma si compie platonicamente colla liberazione dalla
sensibilità e col ritorno alla contemplazione del mondo
intelligibile. Nel qual ritorno alla conoscenza dei puri intelli-
gibih, separati da ogni rapporto colla materia, senza alcun
bisogno di sensibili immagini, consiste, sì per gli averroisti
come pei platonici, la suprema perfezione e la beatitudine
dell' intelligenza. In tal modo il Genua, come prima di lui il
Pico, ritrovava nell'averroismo i fondamentali motivi del
platonismo, e preparava la risoluzione di quello, ormai vi-
cino al tramonto, in questo che risorgeva esuberante di nuova
vitalità.
Il commento del Genua al terzo libro del De anima si chiude
con una lunga e nutrita discussione intorno a quella che può
ben dirsi la questione filosofica più dibattuta nel secolo XVI,
concernente l' immortalità dell'anima. La storia di questa
grande controversia ci è narrata, quanto alle sue origini e ai
suoi primi sviluppi, da Francesco Fiorentino nel suo libro su
Pietro Pomponazzi, e dal Padre M. H. Laurent nella dotta
introduzione alla ristampa del commento del Cardinal Gae-
tano al De anima d'Aristotele. Ma è una storia incompleta,
poiché ne restano esclusi troppi di coloro che presero parte alla
polemica, la quale in certi momenti assunse toni altamente
patetici. Il Genua, per esempio, rimase totalmente scono-
sciuto al Fiorentino, che, incappato una volta nel nome di
questo filosofo, mostra di non sapere neppure chi fosse.
Ora la discussione che il Genua intraprende dello scabroso
argomento è una delle più animate e sottili. Tanto nella reda-
zione stampata nel 1576, cui precede la stampa isolata che di
394 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
questa disputatio preparò nel 1565 Antonio Berga, quanto
nelle due redazioni manoscritte della Biblioteca Vaticana,
essa è una serrata critica della tesi alessandrista del Pompo-
nazzi, alla quale il Genua oppone la dottrina di Temistio, di
Simplicio e d'Averroè. Secondo questi filosofi i quali preten-
dono di derivare il loro pensiero da Teofrasto, discepolo im-
mediato d'Aristotele, l' intelletto umano è immortale ed eterno
nella propria sostanza, in quanto esso è unico ed eterna-
mente unito alla specie umana che parimente è eterna; esso
si corrompe, invece, e muore accidentalmente nelle sue indi-
vidualizzazioni contingenti, cioè in quanto unito a questo o
a queir individuo particolare. In questo il Genua si è scostato
dalla via battuta da Pico della Mirandola; il quale, nelle
« conclusiones secundum Avenroem », pur ammettendo una
sola anima intellettiva in tutti gli uomini, affermava esser
possibile che l'anima di ciascun individuo sopravviva alla
morte in quello che essa ha d' individuale 7".
4. - Discepolo e ammiratore di Marc'Antonio Genua a
Padova era il padovano Giovanni Pascolo o Fasolo, professore
di umane lettere in quella università dal 1545 al 1571, nel
quale anno venne a morte. L'entusiasmo suscitato in lui dalle
lezioni del Genua, seguite per diversi anni, lo invogliò
a cimentarsi colla traduzione del commento di Simplicio al
De anima, da che non tutti erano in grado di leggerlo corrente-
mente nella lingua originale. La traduzione del Fasolo fu
pubblicata a Venezia nel 1543, ed era dedicata a Cristoforo
da Madruzzo, vescovo principe di Trento 7'.
70 Cfr. quanto abbiamo detto sopra, pp. 376-77.
71 SiMPLicii, Commentarii in libros de aiiinia Aristoielis, quos
IoANNES Faseolus patavinus ex graecis latinos fecit, atque illustrissimo
et optimo Tridenti Episcopo ac Principi Christophoro de Madrucio dica-
vit. Accesserunt autem et tres eiusdem Faseoli epistolae. Quarum
prima imperitos inelegantesque latinos interpretes deserendos admonet.
Altera vero arabes quoque relinquendos probat. At tertia ad bonas
literas probatissimosque authores praeclara ingenia, ornatissimi viri
Ioannis Baptistae Campegii Episcopi Maioricensis exemplo, hortatur.
Venetiis, apud Octavianum Scotum, 1543. Un decennio più tardi usci
la traduzione di Evangelista Longo: Commentarla Simplicii, profun-
dissimi et acutissimi philosophi, in tres libros de anima Aristotelis,
de graeca lingua in latinam nuperrime translata, Evangelista Lungo
AsuLANO interprete. Advertat tamen Lector interpretem multa quae in
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 395
Educato al gusto delle buone lettere, il traduttore di Sim-
plicio non nasconde la sua ripugnanza per il gergo barbarico
degli scotisti, dei tomisti e degli averroisti, dei quali sa d'at-
tirarsi contro le ire:
Aderunt enim iniquo iratoque in me animo et iuniores et se-
niores istorum temporum philosophi, magnaeque in primis ac
pertinaces eorum qui aut Ioannem illum Scotum aut Divum
Thomam sequuntur catervae. Quorum nonnullos, ob imperitos
inelegantesque latinos interpretes eorumque duces a me reprehen-
sos, mihi infensos novi. Alii vero existunt, qui rrieum illud Arabum
deserendorum consilium nulla ratione pati quaeunt. At cum ma-
gnam partem politiorum literarum penitus ignari sint, qua animi
aequitate meas ad bonas Htera§ cohortationes suscepturos pu-
tandum est ? Malunt etenim hi, quod commune semper vitium
fuit, quae callent didicisse, quam, ea dediscendo, alia sibi nunc,
exacta iam aetate, discenda proponere. Infantiamque atque
imperitiam suam ita amant, ut neminem nisi in Illa sua facce
atque infelicitate doctum futurum existiment 7-.
E nella lettera indirizzata « bonarum literarum studiosis »,
che segue subito dopo la dedica, esorta a liberarsi dai commenti
latini d'Aristotele e di ritornare a quelli greci, specialmente
di Simplicio e di Temistio:
Interpretati igitur Aristotelis libros sunt Albertus, Egidius,
Burleus, Suessanus horumque consimiles non pauci. In quorum
interpretationibus, ut cuilibet notum esse potest, illud eorum vi-
detur propositum, ut omnem orationis ornatum atque adeo puram
ac integram latinitatem despiciant, et se rerum solum explana-
tores profiteantur. In quibus tamen ii plerumque sunt, qui adeo
ab illius philosophi mente et intelligentia aberrent, ut alia
omnia noverint, praeter ea quae is declarare voluerit. Quod ibi
locorum praesertim iis accidit, ubi malora, praestantiora ac
diviniora traduntur. De mentis nostrae immortalitate quo-
tusquisque ex his existit qui nostrum Aristotelem non longe secus
ac senserit, sensisse dicat ? Consulamus Simplicium, consulamus
Themistium: quam apud eos omnia certa ac perspicua sunt,
intelligemus. Sed quid unum vobis locum cito ? Sexcenti alii
sunt, in quibus se nullam Aristotelis sensorum cognitionem adeptos
prima translatione bene fuerant versa in linguam latinam, in suam
traduxisse, ut sciant omnes hunc non livore, sed veritatis amore, er-
roribus compluribus authorem expurgasse, id quod omnes aequi boni-
que consulant. Venetiis, apud Hier. Scotum. MDLIII. In sostanza
l'Asolano viene a dire che la sua è una revisione e un emendamento
della traduzione del Fasolo.
7- Dedica al Madruzzo.
396 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
praeseferunt. Quare, si quae omnibus in promptu sunt, tantum
ii assequi videntur, quae vero obscuritatis aliquid habent lumenque
desiderant, hos omnino fugiunt. Graecique contra nihil non rectis-
sime atque verissime explicant. Cur hos neglectos, in illisque
operam nostrani consumptam malumus ?
Un documento di primo ordine è poi la lettera che il Fasolo
pone in testa alla traduzione del secondo libro 73 e che vai la
pena di riferire per intero. Da otto anni egli seguiva le lezioni
del Genua sulla filosofia naturale e per ben tre volte lo aveva
udito esporre i libri De anima, mostrando il perfetto accordo
tra Simplicio e Averroè nell' interpretazione del pensiero dello
Stagirita. Rivolgendosi ora ai suoi condiscepoli i quali, al par
di lui, avevano appreso dalla viva voce del Genua che Averroè
aveva attinto la sua dottrina al commento di Simplicio, faceva
loro notare che, pur riconoscendo l'accordo quanto al pen-
siero, il linguaggio del greco era piano e passabilmente ele-
gante, quello invece dell'arabo era ispido, barbarico e pieno
di dubbiezze. A che prò' allora continuare a logorarsi sugli
scritti di Averroè, se tutto quello che di buono è nel suo com-
mento, si trova con minor fatica e maggior diletto nell'espo-
sizione di Simplicio ?
Ma ecco il testo della lettera:
Studiosioribus praestantissimi philosophi ac peripateticorum
principis M. Antonii Passeri auditoribus Ioannes Faseolus S.P.D.
Secundi huiusce libri initium praeclaram mihi occasionem
praebere videtur, ut quaedam vobiscum, optimi condiscipuli,
agata. De quibus licet separatim cum aliquibus persaepe locutus
sim, attamen, quoniam nunquam antehac huiusmodi oblata
mihi fuit facultas, eam nunc non praetermittam.
Ad octavi namque iam anni finem ventum est, ex quo prae-
stantissimum philosophum ac his temporibus peripateticorum
principem M. Antonium Passerum audiens, naturali scientiae
operam do. Unde et Naturali s auditionis et horuin De anima
librorum expositionem ter ab eo accepi. Quae eam sane ob causam
commeinorare vohii, quo quae de huiusmodi rebus a. me dicentur,
ab eo dici perspicere possitis, qui et quae loquatur noverit, et
quae cognoscat vere narrare possit.
Multi nainque cum sint Aristotelis interpretes, attamen duos
ubique fere locorum a clarissimo Doctore nostro aliis anteponi
animadverti. Quod haud ob id sane ab eo factum fuit quod alieni
73 Fol. 35V.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 397
addictus esset; sed quia, veritati servieiis, hos rectius in Ari-
stotelis obscuris abditisque sententiis sensisse cognorit.
Quorum alter ille est, quem vix ob nonnullorum fastidium
sine praefatione nominare audeo. Arabem autem illum significo,
quem Averroem vocant. Qui licet, si verba spectare velimus,
obscurus, ieiunus, incultus, horridus atque omnino barbarus
dici possit, attamen is persaepe est, sine quo vix ad veram Ari-
stotelicorum sensorum cognitionem pervenire queamus.
Alter vero hic est, quem media in Graecia natum mea nunc
opera latine loqui videtis. De cuius scribendi ratione illud tantum
dicam, quod ut et philosophus et interpres absque ulla dubita-
tione scripsit. Quapropter nihil sane mirum cuiquam videri debet,
si dum res difficillimas, ab hominumque notitia remotas, investigat,
in linguae elegantia atque nitore haud omnino occupatus est.
Licet ncque hunc eam ob causam esse concedam, qui hac in re
ullum subeat reprehensionis genus. Caeterum, si res ipsas rerum-
que notitiam tibi proponas, Dii boni, qui quantusque erit ?
Is namque est, qui vere Aristotelis scripta exponat, qui quae
vir ille acutissimus noverit videat, qui omnem antiquorum vel
Platonicorum vel Pythagoraeorum disciplinam teneat, qui eos
defendere valeat, cuiusque denique opera non pauci Aristotelis
libri, hique in primis, a nobis intelligi possint.
Quare iam illud vobis persuasum esse debet, nullum esse,
qui, praeter hunc, in manibus habendus sit. Alii namque omnes
(Themistio tamen excepto, quem non in interpretum sed in auto-
rum excellentiorum potius numero, propter divinam brevem atque
absolutam illam complectendi rationem, colloco) duobus his,
de quibus mentio facta fuit, cedunt. Verum et Inter hos ita sese
res habet, ut quicquid boni, in his praesertim De anima libris,
Arabs ille dixerit, de hoc sumpserit. Si quid vero rarum atque
novum nec satis cui adhaereatur dignum adduxerit, illud suum sit.
Quam sane ob rem, quo ii pacto, qui ibi tempus conterent,
se praeterea excusandos putent non video; cum iam eum, per
quem ille recte dicit, habeant, et ita habeant ut nihil purum atque
syncerum nisi elegans ac nitidum in eo reperiri possit. Ibi autem
omnia horride atque barbare scripta; nonnullaque haud recte,
cum in philosophia tum in Aristotelicarum sententiarum expo-
sitione, extent inventa.
Huc itaque, optimi mihique carissimi adulescentes, huc
spectate, huc mentem illam vestram atque ingenii acumen di-
rigite; alios omnes negligite; Simplicium unum vobis die noctuque
versandum proponite. Vobis iam dux praestantissimus ipse noster
Doctor M. Antonius exsistit; vobis hunc tradit, vobis commendat,
vobis in caelum laudibus effert. Quicquid Averroi hactenus tri-
buit, eam ob causam fecit, quia vos hoc carere videbat. Quo
namque uti non possis, licet habeas, attamen sine eo esse videris.
At is nunc Faseoli vestri opera latinus factus est, et ita factus
ut perpauci forsan antehac Aristotelis interpretes ita facti
sint. Quare et in hoc vestram omnem operam collocate, et illum
iam de manibus deponite.
398 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Confido enini, si aliquid in hoc stndii posueritis, illud qiiam-
primum eventuruin, ut tum praestantissimae ac maximae in
philosophia res notae fiant, tum ita tractentur, ut priscorum, et
graecorum et latinorum, splendorem referant. Quae huiusmodi
nempe sunt, ut ubi ambo videris, nihil praeterea requiras.
Haec itaque sunt, quae, propter incredibilem quandain meam
erga vos benevolentiam, mihi hoc loco vobiscum commentari
visuin est. Verum, ne longior iam sim, ad rem ipsam accedo.
Vos quo soletis studio bonis literis incumbite meque amate.
Come si vede, questo del Fasolo è un appello, rivolto in
nome del buon gusto, agli studiosi, perché vogliano cessare
di lambiccarsi il cervello sulle irte pagine del commento aver-
roistico, per dedicarsi alla lettura di Simplicio e di Temistio.
Ciò equivaleva a disfarsi d' Averroè per Simplicio ; o più esatta-
mente a liquidare l'averroismo, convogliandolo nel grande
lìume reale del platonismo.
Su questo motivo l'umanista padovano ritorna anche nella
lettera premessa alla sua traduzione del commento al terzo
libro del De anima 74, e indirizzata al bolognese Gian Battista
Campeggi, vescovo di Maiorca, figlio del Cardinale Lorenzo
Campeggi e fratello del Cardinale Alessandro, vescovo di
Bologna. Anche il Campeggi era stato a lungo discepolo del
Genua e condiscepolo del Fasolo. Il 13 dicembre 1545, sarà
lui ad aprire il concilio di Trento con una memorabile allo-
cuzione De tuenda religione. Nella lettera indirizzatagli, il
Fasolo torna a insistere sull' idea che la decadenza degli studi
derivasse dall'aver posto in dimenticanza gli scrittori greci,
e dall'aver preferito ad essi scrittori barbari:
Plus namque apud me valet benevolentia illa qua bonarum li-
terarum studiosos prosequor, quam vel Averrois vel Alberti vel
Egidii vel Burlei vel Suessani vel aliorum non paucorum, de
quibus me nonnunquam mentionem tacere pudet, autoritas.
Da notare che nell'elenco di questi commentatori d'Aristo-
tele, che egli nomina con rossore, non figura il nome dell' Aqui-
nate. Tuttavia non risparmia il suo disprezzo per le « magnae,...
ac pertinaces eorum qui aut Ioannem illuni Scotum aut Di-
vum Thomam sequuntur catervae », come s'esprime nella
74 Fol. 78r.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL ( DE ANIMA » 399
dedica al Madruzzo. Si che non è soltanto contro Averroè
ch'egli si rivolta, ma contro tutte le sopravvivenze della
Scolastica nel Rinascimento.
5. - L'appello del Fascio a mettere disparte Averroè non
valse ad impedire che le opere dell'arabo continuassero an-
cora per oltre un cinquantennio ad essere lette e discusse, ed
anzi tutto stampate e spacciate. Anche coloro che erano
persuasi di quanto era andato dimostrando il Genua, non
ebbero il cuore di staccarsi da Averroè, ma si contentarono di
accoppiarne la lettura con quella di Simplicio. Tale è il caso
di Marc'Antonio Mocenigo, patrizio veneziano, il quale nel
1559 pubblicò un elenco di ben 1334 « paradoxa » e « theo-
remata » tratti dalla filosofia di Aristotele e destinati ad ar-
gomento di pubbliche dispute da tenersi a Venezia e a Pa-
dova 75. Nella dedica allo zio materno, Vincenzo Diedo, pa-
triarca di Venezia, ci fa sapere d'essersi recato a Padova gio-
vinetto e d'avervi trascorsa parte della sua adolescenza, de-
dicandosi con ardore dapprima allo studio delle lettere umane,
dipoi a quello della dialettica, e infine a tutte le parti della
filosofia. Nelle scuole di Padova aveva seguito le lezioni dei
più dotti maestri e lette molte opere, sì che a vent'anni, non
ostante la malferma salute, s'era procacciato quella cultura
filosofica, della quale intendeva dare un saggio, accettando la
pubblica discussione su così numerosi argomenti 76. Anch'egli,
dunque, è stato sicuramente allievo del Genua. Se vi fosse alcun
dubbio basterebbe, a togliercelo, l'esame di questi suoi pa-
radossi e teoremi.
L'opera, a somiglianza delle Conchtsiones di Pico della
Mirandola, o, meglio ancora, a somiglianza delle Conclusiones
che un altro giovane patrizio veneziano, Vincenzo Querini,
75 Marci Antoni: Mocenici, patritii veneti, De eo qiiod est: para-
doxa theoremataque ex Aristotelis philosophia depvotnpta, quae Venetiis
atqiie Patavii publice disputanda proponniititr. Venetiis, apud Cominum
de Tridino, Montisf errati. Anno MDLIX.
76 « Patavium multos abbine annos (fateor equidem) veni; hic
omnem pene meam pueritiam, bic et quandam meae adolescentiae par-
tem consumpsi, bumanioribus primo quidem hteris, postea vero diale-
cticae omnibusque philosopbiae partibus operam dadi. Eruditissimos
bos viros aiidivi, multos libros evolvi, et, quantum in me fuit, semper
elaboravi, quo hominis quidem nomine dignus haberi possem ».
400 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
« tres et viginti annos natus », aveva sostenuto a Roma in
una solenne disputa che ebbe luogo alla fine di maggio del
1502 nella chiesa dei Santi Apostoh 77, presente Pietro Bem-
bo, è formata da enunciati disposti in ordine sistematico
e concernenti la metafisica, la fisica, la psicologia, l'etica, la
logica e l'astrologia 78. La formulazione di ogni teorema non
è puramente schematica, ma fatta in modo da accennare a
un principio di dimostrazione ; sì che nell' insieme l'opera
del Mocenigo presenta l'aspetto di un compendio di tutta la
filosofia aristotelica, disegnato dal punto di vista dell'autore.
Ai fini di questa ricerca, sono sopra tutto i teoremi concer-
nenti l'anima umana che attirano l'attenzione. Anzi tutto il
Mocenigo, come ogni buon averroista, non manca di dichia-
rare, (( quod, cum in iis quae dicturi sumus philosophi a sanctis-
sima nostra lege dissentiant, nos disputandi grafia, non ex
animi sententia, falsas philosophorum opiniones sustinemus))79.
Riferite le varie opinioni intorno al problema se l' intelletto
sia « forma dans esse homini », ne prospetta questa soluzione :
Quae omnes opiniones (iudicio meo) false sunt; rectius igitur
cum Plotino, Themistio atque lamblicho dicendum, intellectum
non simpliciter dare esse, nec simpliciter tantum secundum ope-
rationem nobis uniri; sed medio se habet modo. Dare tamen
esse cum ipsis fateri possumus, formamque esse qua homo actu
sit id quod sit, motorem insuper et agens; hac eadem ratione posse
dici immortalem et sempiternum esse, cum hoc quod homini
det esse, defendam 8°.
Questo intelletto poi, secondo il pensiero dei filosofi e di
Averroè, non può essere che uno solo per tutti gli uomini,
77 Conclusiones Vincenti! Quirini, patritii veneti, Romae dispu-
tandae. Senza note tipografiche. Ma dopo la dedica a papa Alessandro VI
e r indice dei capitoli, si ha questo titolo pivi completo Conci. Vinc.
QuiR., patr. ven., Romae in Ecclesia sanctorum Apostoloriim, die XXIX
Maii, hora XVIII, disputandae. Che ciò fosse accaduto il 29 maggio
1501, avevo pensato nella prima edizione di questo scritto; ma il mio
amico Carlo Dionisotti, espertissimo di cose che riguardano il Bembo,
dubita dell'esattezza di questa data che consiglia di protrarre d'un anno;
cfr. del resto M. Sanudo, IV, col. 293. Il Querini aveva studiato per molti
anni a Padova, ed aveva avuto a maestro il Nifo. Cfr. sopra, pp. 285- 7.
78 Si tratta in complesso di ben 1334 tesi, numero che, se sorpassa
quello delle Conclusiones di Pico della Mirandola, è assai inferiore al
numero delle Conclusiones del Guerini.
79 Mocenigo, II, n. 689.
80 Ib., n. 704.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 40I
e molteplice soltanto per un rispetto molto accidentale che
esso ha coi singoli:
Unus hic numero est, cum multitudo individuorum sub eadem
specie in aeternis reperiri nequeat. Valeant igitur ii qui ad philo-
sophorum mentem sustinere coguntur (conantur ?) ipsum multi-
plicatum esse: non enim secundum numerum individuorum,
aut ratione specierum aut phantasmatum, sicut credit Averroes;
sed simpliciter unus est, et nonnisi respectu quodam nimis acci-
dentali multiplicatus esse potest. Ouae conclusio nullo alio modo,
nisi secundum philosophorum et Averrois fatuitatem, quam
omnino reiicimus et falsam credimus, sustineri potest ^i.
Su questi due capisaldi dell'averroismo, il Mocenigo innesta,
d'accordo col Genua, la teoria di SimpHcio intorno alla mente
che rimane in sé e alla mente che esce fuori di sé per unirsi
alla vita organica. E prima di tutto ricorre a Simplicio per
risolvere il problema delle specie intelHgibili. che tanti ruscelli
d'inchiostro aveva fatto versare (v. sopra, pp. 231-33 e 328).
At nos cum Theophrasto atque Themistio, veris atque legi-
timis Aristotelis interoretibus, qui licet philosophice non tamen
vere loquuntur, dicimus mentem humanam de novo aliquid
non suscipere, sed rerum omnium in se rationes habere, atque
per illas de rebus iudicium tacere, sive quidem illa progressa fue-
rit, quo modo nunc de ea loquimur, vel ut in se manens supre-
maque entia cognoscens. Ouodammodo igitur opinionis Platonis
Aristoteles extat. Dicimus id secundum philosophos dici, cum
in rei veritate falsa sit, neque id credimus ^-.
Quae verissima ut clareat opinio, altius quaedam repetenda
erunt. Scire igitur licet intellectum nostrum, dum ad entia in
duplici serie constituta refertur, duplicem quoque naturam et
nomen sortiri. Cum enim ad materialia refertur progressus dicitur,
cum ad immaterialia in se manens. Progressus appellatur quo-
niam a sua progreditur perfectione, dum obiectum vile oppositum
habet; immanens vero, cum in sua perfectione manet ex intel-
lectione supernarum mentium §3.
Nei testi riferiti il nome di Simplicio non è fatto, ma le pa-
role e il pensiero son bene di lui. E di lui è pure la dottrina,
già accolta dal Genua, che l' intelletto agente d'Aristotele
altro non sia se non l' intelletto che rimane in sé, mentre l' in-
81 Ib..
n.
705-
8* Ib.,
n.
720.
83 Ib.,
n.
721.
26
402 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
telletto possibile è da identificare coli' intelletto progrediente;
e che, infine, intelletto possibile ed agente non siano che aspetti
di uno stesso indivisibile intelletto : « qua in re » (osserva il
Mocenigo, orientato ormai verso il platonismo) « quantum
fuerit allucinatus Averroes.... patebit))84.
Altro discepolo del Genua fu il padovano Gian Paolo Per-
numia, che abbiamo già incontrato come raccoglitore delle
lezioni del maestro sul primo e il secondo libro del De anima..
Professore di filosofia e di medicina nella sua città natale,
egli era morto poco prima del 1564, quando l'editore veneto
Simone Galignano, per soddisfare al desiderio dei discepoli,
pubblicò un volume di Terapeutica che Gian Paolo aveva la-
sciato inedito nelle mani del fratello, il giureconsulto Trifone
Pernumia ^5. Questi, nel permettere la pubblicazione, promet-
teva, se gli otto libri della Terapeutica fossero stati bene ac-
colti, di allestire la stampa di dieci altri libri « quos de modo
philosophandi contra barbaras sectas ad mentem Aristotelis et
graecorum composuit (Gian Paolo), ac totidem diversae
materiae ». Antonio Polo, veneziano ed amico del Pernumia,
ne tesse un elogio sperticato, nel quale l'elogiato è detto addi-
rittura « aetatis nostrae perfectum numen », talché « facile
ab omnibus elegans medicus, optimus philosophus, atque
orthodoxae fidei Christianus sanctissimus et sacrae paginae
84 Ib., nn. 707-714. Il 12 aprile 1561 il Mocenigo sostituì nell'inse-
gnamento della filosofia a Venezia Agostino Valier nipote del Card. Lo-
dovico Navagero. Nei pochi anni che tenne la cattedra egli concepì
il disegno di due grandi opere, il De mari, che pare fosse già prontlo
per la stampa nel 1569, e il De iransitu hoininis ad Deiim, del quale s 00
il primo volume vide la luce a Venezia presso Bologno Zaltieri, i 569
(ma nel 1581 ne fu cambiato il frontispizio in questo: De anima eiusque
in Deum raptu). La salute cagionevole e vari casi della sua vita gì' im-
pedirono di condurre a termine tanto la prima che la seconda opera.
Quest'ultima del resto, a giudicare dalla parte pubblicata, non fa che
svolgere il pensiero dei Paradoxa, convogliando il pensiero averroi-
stico in quello neoplatonico e in una mistica intellettualistica quale
poteva risultare da simile intruglio di averroismo, di platonismo e di
pensiero teologico cristiano. Pare che nel 1584 fosse accusato e pro-
cessato « per intelligenze con Spagna ». Ma l'accusa dev'esser finita
in nulla, se due anni dopo fu eletto vescovo di Ceneda (cfr. Cicosna,
Iscriz. veneziane, VI, p. 622).
85 IoANNis Pauli Pernumia, Patavini philosophi ac medici etc,
Therapeutica sive medendi ratio affectus omnes praeter naturam nuper
in liicem edita. Venetiis, apud Simonem Galignanum de Karera.
MDLXIIII. Il volume è dedicato al filosofo Lodovico Demolins de Roc-
caforte, medico del duca di Savoia. Segue la prefazione dello stesso
Gian Paolo Pernumia, cui tien dietro la dichiarazione del fratello Trifone.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 4O3
altissimus theologus existimari possit»^^, g con tutto ciò egli
era, come filosofo, un convinto averroista alla maniera del
Genua.
Infatti lo stesso editore Simone Galignano nel 1570 stampò
a Padova l'opera dello stesso Gian Paolo Pernumia, Philo-
sophia naturalis, che è un compendio di tutti i « libri natu-
rales » d'Aristotele e delle discussioni che intorno ad essi s'erano
accese 87. Il quarto Ubro tratta dell'anima e delle funzioni di
essa. Nel capitolo VI si parla dell'anima intellettiva in parti-
colare, e vi si sostiene che l' intelletto nell'uomo è una sostanza
e un'essenza realmente distinta dall'anima vegetativa e sen-
sitiva, e non una facoltà dell'anima nel senso dei tomisti ^^,
e che esso non dà all'uomo il suo essere specifico di uomo come
forma informante, ma soltanto come forma assistente, contro
il parere del Nifo, del Pomponazzi e di Scoto ^9. A quest'ul-
timo, che riteneva il solo Averroè sostenitore di siffatta dot-
trina, questo santissimo cristiano e altissimo teologo del
Cinquecento non esita a rispondere che egli s' ingannava:
Quod autem addit Scotus, solum Averroem liane fictionem
imaginatum fuisse, respondendum sane est, in errore fuisse Scotum,
cum Averroes hoc acceperit ab omnibus graecis, Themistio, Sim-
pUcio, Ioanne Philopono, Theophrasto. Qui omnes, Alexandre
excepto, voluerunt animam intellectivam assistere sicuti nautam
in navi 9°.
E col nome di Simplicio riappare la dottrina simpliciana
dell' intelletto che permane in sé e dell' intelletto che esce
fuori di sé, insieme alla tipica dottrina del conoscere, che già
abbiamo incontrato nel Genua e nel Mocenigo:
86 Ib. L'elogio del Pernumia fatto dal Polo segue alla dichiarazione
del fratello.
87 Io. Pauli Pernumia, Patavini, Philosophia naturalis ordine de-
finito tradita, quod a nuUo hactenus factum est, cui adiectus est trac-
tatorum omnium copiosissimus index. Patavii, apud Simonem GaUgna-
num de Karera. MDLXX. Dedica a Giovanni Sambuco, con data da
Padova del i settembre 1569. Questo tentativo del Pernumia di esporre
in modo continuativo tutta la « filosofia naturale » d'Aristotele, seguendo
l'ordine fissato dai libri fisici dello Stagirita, sarà imitato da Giacomo
Zabarella e da Francesco Piccolomini, ed era alla sua volta un' imita-
zione della Stimma naturalium di Paolo Veneto.
88 Ib., fol. ii2r-ii4V.
89 Ib., fol. 115.
90 Ib., fol. 115.
404 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Dictum illud Averrois, 12. commento primi De anima, ubi
ait impossibile esse intellectum intelligere sine phantasia et non
esse superficietenus intelligendum, intelligendum eo modo quo
intelligitur a Simplicio, a quo illud accepit: nempe quod intel-
lectiva anima in primo sui ortu et statu egressa est a se, et quo-
dammodo imperfecta et possibilis, efificitur in actu etc. 91.
Sequitur ut ostendamus, utrum eodem modo intelligat (in-
tellectus) ut est progressus et ut est manens, an vero diverso
modo. Respondendum est cum Aristotele, 26. tertii De anima,
secundum expositionem Simplicii, quod diverso modo operatur
ut est progressa et ut est manens ac mens... Porro dicendum
intellectum possibilem esse eiusdem essentiae cum intellectu
agente, ac nasci solum, ut inquit Simplicius, huiusmodi imper-
fectione ob cadentiam ipsius intellectus in corpus, quia scilicet
extra seipsum vergat 9^.
Quare dicendum cum Simplicio, quod intellectus non perfi-
citur ab bis materialibus et a phantasmatibus, sed occasione ab
eis accepta convertitur ad agentem. Qui agens suo lumina illu-
minat ideam progressam etc. 93.
6. - Né soltanto i discepoli del Genua si adopravano a trarre
dalla loro parte Simplicio, ma anche averroisti d'altre tendenze.
Uno di questi è il milanese Francesco da Vimercate, che nel
1540 Francesco I aveva chiamato a Parigi a professarvi filosofia
e a commentare Aristotele nel testo greco. Nel 1543 il Vimer-
cate pubbhcò a Parigi il commento a una parte del terzo libro
del De anima, seguito dalla De anima rationali peripatetica
disceptatio')'i. Più tardi, forse nel 1561, lasciò la Francia e passò
ad insegnare a Torino, ove cessò di vivere nel 1570.
Nel commento al De anima, Simplicio è citato una ventina
di volte. Qualche volta è criticato, qualche altra è semplice-
mente ricordato; altre volte si dichiara che è stato frainteso
dal Nifo, del quale è perfino denunciata l' impudenza 95.
91 Ib., fol. ii6r.
92 Ib., fol. 118.
93 Ib., fol. I22rb.
94 Commentarii in tertium librnm Aristotelis de anima, Francisco
A VicoMERCATE, Me dlolanensl, Parisiis stipendio Regio philosophiam
graece profìtente, authore. Eiusdem, De anima rationali peripatetica
disceptatio. Parisiis, ex officina Christiani Wecheli etc. 1543. Una se-
conda edizione fu fatta a Venezia, presso l'erede di Girolamo Scoto,
nel 1566. Intorno al Vimercate, cfr. Argelati, Bibl. Script. Medici.,
t. II, parte I, pp. 3658 sgg.
95 Cap. Ili, p. 36a (secondo l'edizione veneziana, cui mi riferisco
anche nelle citazioni che seguono).
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 4O5
Più importante è la Disceptatio, sicuramente posteriore al
commento e dedicata a Pietro du Chastel, vescovo di Tulle.
Nella prima questione, il Vimercate, dopo aver discusso con
Cicerone e col Poliziano sul significato del termine h)-zXt/ziy.
e sulla retta grafia di questa parola, e dopo aver criticato la
tesi di Alessandro d'Afrodisia, di S. Tommaso e dei latini che
ritengono l' intelletto forma informante del corpo umano,
dichiara di accettare la tesi opposta:
Altera (secta) est Themistii, Simplicii, Philoponi et, inter
latinos, Gandavensis, aliorumque quoruradam, qui animae defì-
nitionem ab Aristotele assignatam perpendentes, .... secundum
aliquas partes animarti corporis formani esse, secundum autem
alias moderari tantum et assistere defenderunt. Cum enim tres
animae fiumane facultates praecipuas, vegetatricem, sensitivam et
intellectivam, impartitus fuerit Aristoteles..., duarum primarum,
vegetatricis, inquam, et sensitivae ratione, animam corporis for-
mam esse ; quod vero ad intellectum illum contemplativum spec-
tat, moderatricem, quae toto corpore tamquam organo utatur, ex
Aristotelis sententia asseruerunt. Quorum sane opinioni, ubi dili-
genter omnia quae apud Aristotelem leguntur perpendissem, ve-
ritate cogente subscribere sum coactus....
Est itaque anima intelligens, vel, ut verius loquamur, intel-
lectus, corporis entelechia, hoc est perfectio, non quae esse speci-
ficum eidem tribuat (nam, praeter ea quae dieta dunt, cum corpore
interire oporteret, cuius oppositum ex Aristotelis sententia defen-
demus), sed quae assistat tantum et intellectionem hominibus
impartiatur 9^.
La seconda questione della Disceptatio è dedicata all' im-
mortalità dell'anima, che il Vimercate difende contro Ales-
sandro d'Afrodisia e contro il Pomponazzi, dal suo punto di
vista averroistico, in quanto l' intelletto è in se stesso una so-
stanza separata, indipendente dal corpo, ed è capace d' in-
tendere le sostanze separate:
Sane intellectum nostrum ea quae a materia suapte natura
abiuncta sunt intelligere, in confesso est apud Theophrastum,
Themistium, Simplicium, Philoponum, Commentatore m et alios,
quemadmodum ex eorum dictis luce clarius cognosci potest97.
96 Pag. 4Sb.
97 Pag. 55a. È interessante per altro sapere, che il Vimercate con-
fessa (p. 5ia) d'avere un tempo seguito l' interpretazione d'Alessandro
d'Afrodisia, e d'averla poi abbandonata.
406 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
L' intelletto umano è separabile dal corpo nella sua propria
natura, non perché possa una volta o l'altra separarsi da questo
o quel corpo ; che anzi esso è eternamente unito agi' individui
della specie umana; ma perché non è forma informante, sib-
bene forma semplicemente assistente, e quindi non va soggetto
alle vicissitudini del corpo:
Respondeo ego, cum separabilem intellectum ponimus ex
Aristotelis sententia, non eo modo separabilem intelligere, ut
aliquando per se absque ullo corpore constare possit; sed separa-
bilem, hoc est a natura corporis non pendentem, tametsi ei semper
assistat, nec cum ilio intereuntem, sed aeternum semperque ma-
nentem, quamvis hic vel ille homo intereat 9^.
Il nome di Simplicio torna ad essere unito a quello di coloro
che con Teofrasto insegnarono l'unità dell' intelletto :
Una (secta) est Theophrasti, quem imitati sunt Themistius,
Simplicius, Commentator et qui eius doctrinam profitentur,
quorum omnium sententia fuit, intellectum humanum unicum
esse in omnibus hominibus, qui illis assisteret, perinde ac sol sive
eius lumen toti mundo assistit, illumque illuminans perficit; et ob
eam rem aeternum, qui non tunc incipiat cum homines nascuntur,
sed ab aeternitate praeexistens omnes quotquot oriuntur appre-
hendat et quodammodo complectatur effciatque ut phantasmatibus
in phantasia existentibus queat contemplari, quomodo solis lumen
non tunc gignitur primum, cum homo videre incipit, sed, antea
praeexistens, hominem oculos primum aperientem illuminat,
et quandiu oculos apertos habuerit, ut videre possit facultatem
mpartitur 99.
A capo dell'altra sètta sta Alessandro d'Afrodisia. Per
costui r intelletto possibile è una disposizione dell'organismo,
e perciò molteplice secondo il numero degli individui umani,
insieme ai quali nasce e muore. Anche Algazele, tra gli arabi,
e S. Tommaso, seguito da molti latini, ritengono gì' intelletti
umani molteplici; tranne che costoro, a differenza dell'Afro-
disio, pensano siano immortah.
Esaminate le ragioni in favore dell'una e dell'altra tesi, il
Vimercate trova che quelle in sostegno dell'unità sono piìi
efficaci e più conformi ai principi aristotelici:
98 Pag. 55a-b.
99 Pag. 56b.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 407
Quamobrem, ut Aristotelem in eam partem inclinasse credam,
quasi compellunt; tametsi hanc suam opinionem testimoniis claris
et apertis palam facere noluerit, ob eam forte causam quod et
vulgo vix credi potuisset et multa, quae ad mores vit^mque ci-
vilem spectant, per eam aboleri pertimesceret...!
Tuttavia Aristotele non potè tener celato il suo pensiero
a Teofrasto. Da Teofrasto la dottrina dell'unità dell' intelletto
fu palesata a Temistio:
quem subsecutus est Simplicius; qui, tametsi non adeo per-
spicue ut alii, unum tamen et ipse intellectum asseruit, et illum
quidem aeternum, ex quo cum formis omnibus in corpore humano
praeviis, videlicet cogitatrice et aliis, anima rationalis sit confecta,
mviltiplicata quidem cogitatricis ratione, sed ut intellectu parti-
cipans unica in omnibus existens 1°°.
Il Vimercate a questo punto trae profitto dalla critica che
il Cardinal Bessarione aveva fatto del tentativo di Giorgio
da Trebisonda, di attribuire ad Aristotele la tesi cristiana,
che l'anima intellettiva sia forma sostanziale del corpo umano,
che essa dia a questo il suo essere specifico e con esso si molti-
plichi, e che, pur essendo venuta all'esistenza insieme al
corpo, gli sopravviva ^01. Il Bessarione, che conosceva a fondo
il pensiero d'Aristotele e quello d'Averroè, aveva dimostrato
che la dottrina attribuita allo Stagirita dal Trapesunzio, è,
sì, dottrina particolare della nostra fede, ma non s'accorda
in verun modo coi principi più certi della filosofia peripate-
tica. Ed anzi tutto è impossibile, per Aristotele, che un essere
sia eterno « a parte post « e non lo sia " a parte ante ». Inoltre,
se le anime sono numerate coi corpi di cui son forma, siccome
per Aristotele il mondo è eterno, bisognerebbe ammettere che
un numero infinito di anime, per una durata infinita, è rimasto
senza il proprio corpo, fino al momento che questo non è
venuto all'esistenza; oppure dovremmo pensare che ciascuna
anima s' è unita successivamente a un numero infinito di
corpi, passando da uno all'altro, com.e insegnava Pitagora.
100 Pag. 57a-b.
loi Bessarionis, In cahinmiatoreni Platonis libri IV. Textum grae-
cum addita vetere versione latina primnm edidit L. Mohler. Paderbo-
nae, 1927. Nelle « Ouellen und Forschungen aus dem Gebiete der Ge-
schichte » della Gòrres-Gesellschaft, voi. XXII. Lib. Ili, e. 22, pp.
270 sgg.
408 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Ora tutto ciò è assurdo nella filosofia aristotelica. Ma v' è
di piìi: se l'anima umana è numerata col numero dei corpi e
se al disfacimento del corpo essa sopravvive immortale, siccome,
la specie umana è eterna e infinito è il numero degli uomini
finora apparsi sulla terra, ne segue necessariamente che debba
esservi un numero di spiriti separati infinito in atto: il che
Aristotele ritiene assurdo al pari di S. Tommaso. Dunque,
aveva concluso il Bessarione, uno dei due: o l'intelletto, per
Aristotele, è uno solo per tutti gli uomini, come vuole Averroè,
oppure dobbiamo dire che le anime umane muoiano coi loro
corpi, come pensa Alessandro d'Afrodisia i»-.
Non mi consta che altri, prima del Vimercate, avesse ri-
chiamato l'attenzione su questo vigoroso modo d'argomentare
del Bessarione, il quale in questa sua maniera d' intendere
Aristotele ragiona da perfetto averroista"3. E dal Bessarione il
Vimercate imparava a conoscere anche il pensiero di Tommaso
di Wilton o Tommaso Anglico, un altro averroista del quale
è ancora troppo poco conosciuto il pensiero ^04.
102 ,( igitur alterum de his duobus dicat necesse est: aut enim unum
eundenque intellectum omnibus esse, aut una cum corpore animam
interire. Qua fit, ut nemo ex Aristotelis opinione possit dicere animam
extingui ad corporis extinctionem et eandem post corporis corruptionem
permanere» (pp. 374-375)-
i°3 Attraverso la critica che il Bessarione fa della maniera d'inter-
pretare la dottrina aristotelica sull'anima da parte del Trapesunzio,
non è difficile accorgersi che egli colpisce anche l' interpretazione to-
mistica; ed è una critica accorta, perché sostenuta da ammissioni dello
stesso S. Tommaso, che il Bessarione ha l'avvedutezza di citare.
104 Intorno a Tommaso di Wilton, cfr. C. Michalschi, Le criticisme
et le scepticisme dans la philosophie dii XI Ve siede, in « Bulletin internat.
de l'Academie Polonaise des Sciences et des Lettres », 1923, Classe d' hi-
stoire et de philosophie, pp. 49-52; Id., La lutte pour l'àme à Oxford et
à Paris au XI Ve siede, in « Proceedings of the seventh intern. Congress
of Philosophy ». Oxford, 1931, pp. 508-515; B. Nardi, Sigieri di Brab.
nel pens., pp. 102-105. La dottrina del Wilton sull'intelletto umano ci era
nota, fino a poco tempo addietro, soltanto da una testimonianza di Gio-
vanni di Baconthorpe (In II sent., dist. 19, a. 2), riferita e parafrasata
dal Nifo (De anima, III, comm. ad t. 5) e da altri. Ora si conoscono
di Tommaso Anglico anche alcune quaestiones del Quodlibet parzial-
mente conservato nel Codice Borghesiano latino n. 36. Ma la quaestio
riguardante l'anima intellettiva, insieme ad altre elencate nella tabula,
è mancante. Tuttavia nella quaestio intorno all'eternità del mondo, ri-
spondendo all'obiezione tratta dal numero infinito delle anime, il Wil-
ton risponde (f ol. yóvb) : « Ad aliud de infinitate animarum : non valet
quantum ad intentionem Aristotelis; nam, ut alias probavi, in quaestio-
ne qua quaeritur, utrum probari potest evidenter, quod intellectiva sit
actus corporis, non fuit de mente Philosophi, quod anima incipiat et
cum hoc sit incorruptibilis ex parte post; huius enim contrarium prò-
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 4O9
L'ultimo argomento trattato dal milanese nella sua Di-
sceptatio è quello dell' intelletto agente, intorno al quale gli
stessi paripatetici non sono d'accordo tra loro. Sì che, mentre
l'Afrodisio ritiene che intelletto agente-delie nostre anime sia
Dio, seguito in questo da Alessandro Achillini, che pure si
professava averroista e questa tesi attribuiva al Commen-
tatore di Cordova 105, altri, come Filopono e S. Tommaso,
pensano che l'intelletto agente sia una facoltà o una parte
dell'anima umana. Dagli uni e dagli altri dissentono Teofrasto
e Temistio, i quali ritengono che l' intelletto agente è parte
dell'anima razionale, ma nello stesso tempo è unico in tutti
bat ex intentione, primo Caeli et mundi. Et credo quod opinio sua de
intellectiva sit illa quam Commentator sibi imponit, sicut dixi in illa
quaestione praedicta. Et sic argumentum de infìnitate animarum non
valet centra Philosophum, cuna [/. nisi] vellemus facere Aristotelem om-
nino catholicum, et dicere quod de mente sua sit quod animae numeren-
tur ad numerationem corporum, et cum hoc maneant semper ex parte
post » (debbo alla cortesia della Dott. Anneliese Maier la segnalazione
di questo passo). La quaestio cui allude il Wilton, potrebbe essere quella
contenuta nel Codice n. 63 (fol. 52r-54a) del Balliol College di Oxford,
« An intellectivam esse formam corporis possit ratione necessaria pro-
bari et convinci evidenter », che l'amico prof. Lorenzo Minio - Paluello
ha assunto l'eroica fatica di trascrivermi. Purtroppo questa quaestio,
che doveva essere molto lunga, nel codice di Oxford è incompleta e non
va oltre la parte espositiva del pensiero di Averroè. Ma quale doveva
esserne la conclusione, oltre che dalla testimonianza del Baconthorpe e
dal passo del cod. Borgh. 36, si rileva da questa esplicita citazione del
Bessarione (1. e.) : « Thomas vero Anglicus in ea quaestione, quam de
intellectu scribit: ,, Arbitror, inquit, Aristotelem et Averroem eiusdem
fuisse opinionis et, quod ad primum articulum pertinet, eam sententiam
Aristotelis esse, ut intellectus incorruptibilis quidem sit. Sed cum omne
incorruptibile sit ingenerabile, iudicio eiusdem Philosophi, sequitur ut
aeternus sit tam parte ante quam parte post. Quod autem ad secundum
pertinet, licet nec Aristoteles nec Commentator posuerit individua in ge-
nere substantiae distingui sub eadem specie per quantitatem aut per
aliquid exterius, sed per interius, tamen multitudinem individuorum
speciei eiusdem in corruptibilibus tantum posuerunt, quoniam natura
speciei servari in uno individuo non potest. Quam ob rem, ubi tota
species in uno aliquo servari posse videbatur, frustra poni eiusdem spe-
ciei individua putaverunt, nec adiici oportere conditiones individuales
speciei arbitrati sunt. Itaque in formis carentibus materia nec suo esse
dependentibus ex materia singula individua singulis speciebus posue-
runt, ut duodecimo Metaphysicae [t. e. 49 = e. 8, io74a 23] constat " ».
Una importante serie di Quaestiones di T. di Wilton sul De anima è
nel cod. 91 del BalHol College di Oxford; ma mancano proprio quelle
sul terzo libro. La Dott. A. Maier, Wilhelm von Alnwicks Bologneser
Quaestionen gegen den Averroismus (in Gregorianum, XXX, I949. PP-
265-308), ha recato un notevole contributo alla ricostruzione del pen-
siero wiltoniano.
105 Cfr. sopra, pp. 210 sgg.
4IO l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
gli uomini ed eterno. Dello stesso avviso pensa il Vimercate
fosse anche Simplicio :
Hanc vero opinionem Simplicius quoque sequutus fuisse vide-
tur, qui agentem intellectum nominavit substantialem animae ra-
tionalis intellectum, abiunctum et ab ea participatum, cuius unita-
tem licet nuUibi expresserit, cum tamen participatum eum vocat,
quidpiam quod a multis participetur, unum et idem existens,
indicare se ostendit. Commentator quoque eiusdem sententiae
extitit, quemadmodum a Gandavensi, in suis de (hac) materia
disceptationibus, fuit ostensum confirmatumque.... Huic opinioni
atque sententiae ego quoque subscribo ^°^.
Alla Peripatetica disceptatio del Vimercate ha largamente
attinto, traducendone intere pagine, l'averroista veneziano
Rinaldo Odoni, cognato del celebre umanista Paolo Manuzio
e zio materno di Aldo il giovane i»?. L'Odoni, che, studente a
Perugia, era stato accolto al seguito di Don Flavio Orsini,
a dimostrargli il suo attaccamento e nello stesso tempo per
offrirgli una primizia delle sue fatiche, dedicò al suo protet-
tore, nel 1557, il Discorso per via peripatetica, ove si dimostra
se l'anima, secondo Aristotele, è mortale 0 immortale ^°^ , nella spe-
ranza forse che il plagio d'un'opera stampata a Venezia sarebbe
passato inosservato in Francia. Le citazioni per tanto che di
Simplicio accade di trovare nel Discorso dell' Odoni, come pure
il riferimento al Cardinal Bessarione e a Tommaso Anglico,
sono di seconda mano.
Plagio invece non può dirsi la Peripatetica sententia de
mentis humanae unitale che il lucchese Simone Simoni intro-
duce ne' suoi Antis chegkiana, sebbene sia evidente la sua di-
pendenza dal Vimercate, ritenuto da lui « nostri temporis
philosophorum omnium princeps ». Come il Vimercate, anche
il Simoni si fa forte dell'autorità del Bessarione e di Tommaso
di Wilton; ma al nome di Simplicio aggiunge quello di Pri-
sciano Lido, e a quello dell' inglese i nomi di Marc' Antonio
106 VicoMERCATi, Perip. discept., p. óaa.
107 Em. Ant. Cicogna, Delle iscrizioni veneziane raccolte e ilhistrate,
voi. Ili, Venezia, 1834, pp. 436-437.
108 In Venezia, MDLVII. Edizione Aldina. Nel 1560 ne fu fatta una
riproduzione esattamente uguale. Nel 1558, ne usci a Parigi una tradu-
zione latina ad opera di Giacomo Charpentier, il quale la ricorda nello
scritto Plafonis cum Aristotele in universa philosophia comparafio, Pari-
siis, 1573, Pars posterior, e. 18, p. 45.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL «DE ANIMA» 4II
Genua e di Francesco Piccolomini, del quale ultimo fu disce-
polo a Padova "9:
Unicae huic sphaerae humanae quae menti subiicitur, quamvis
in multos et innumerabiles homines dispartitae, mens una humana
coniungitur ut entelechia (non tamen informans, ut Alexander
voluit) assistitque: coniungitur, inquam, ut organo suo artifex
quo utitur, maiori tamen coniunctione atque efficacitate.... quam
nauta navi coniungatur; ita ut quamvis intelligere nos extime-
mus, quia coniuncti hoc modo sumus menti quae intelligit, non
tamen inde sequatur navim etiam nautae intelligentiae coniunctam
(quod Suessanus obiicit) esse intellecturam. Penetrat enim omnia
vis et substantia incorporea spiritualis, qualis nauta non est.
Finge (ut Themistii exemplo utar) excussorem in aere aut in
ferro esse, non extrinsecus, sed intrinsecus: nonne pervadet pe-
netrabitque materiam universam ? Coniungitur item statim ab
ortu, non tanquam ex aliquo veniens, ut censuit (referente The-
mistio) Theophrastus ; sed ut in suo collata orbe hominibus orien-
tibus illieo adsit, et proportionem quandam sui, absque tamen
uUa diminutione, impartiatur ; non tunc incipiens cum nascuntur
homines, sed ab aeternitate praeexistens, omnes quotquot oriuntur
apprehendens atque complectens. Sic solem dicimus nascentem
omnibus adesse lumenque tribuere illustrandoque singula per-
ficere; quod tamen lumen solis non tunc gignitur primum, cum
videre homo incipit, sed praeexistens homines primum oculos
aperientes illustrat, et, quandiu apertos eos habuerint, facultatem
videndi iisdem impartitur....
Hanc de mente humana sententiam exposuerunt interpretes
Aristotelis celebriores, quamquam, ut obscure ista variis in locis
proponunt, ita etiam non parum in aliquibus ad naturam mentis
pertinentibus inter se dissentire videntur.... Nec solus Averroes
et graeci quidam (ut ait Schegkius) sensum Aristotelis in hunc
modum sunt interpretati, sed omnes uno Alexandro excepto;
109 Simonis Simonii, Lucensis, Medici et Philosophi doctiss. et Pro-
fessoris Lipsiensis, Anfischegkianorum liber untts correctits et ancfus etc.
Basileae, MDLXXI, pp. 123-126. Nella dedica del commento In libros
Aristotelis de sensuum instrumentis et de his quae sub sensum cadunt,
e del De memoria et reminiscentia, Ginevra, 1566, al principe elettore
palatino Federico, il Simoni stesso e' informa d'essersi addottorato
a Padova, dopo avervi studiato per un triennio sotto Francesco Pic-
colomini, del quale diremo più oltre. Quivi egli ci dà altre notizie sulla
sua fuga a Ginevra, ed altre ancora negli Antischegkiana, e segnata-
mente sulla sua andata a Parigi e in Germania e sulle polemiche avute
coi calvinisti e i luterani, la cui intransigenza teologica dovette fargli
rimpiangere la libertà di ciii godevano in Italia gli averroisti anche nei
primi anni della Controriforma. Su di lui, vedasi anche Arturo Pascal,
Da Lucca a Ginevra, in « Riv. Stor. Ital. », LI, 1934, pp. 482-498, e
D. Cantimori, Un italiano contemporaneo di Bruno a Lipsia, in « Studi
Germanici », III, 445-466.
412 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
qui in aliquibus etiam locis quam sibi, quod ad hoc argumentum
attinet, parum constet, neminem esse puto qui non animadver-
terit. Theophrastus idem hac de re docuit quod Averroes....
Philoponus, Themistius, Simplicius, Priscianus Lydus, Plutar-
chus, Avicenna; ex iatinis autem prope innumerabiles, ut Achil-
linus, Ziniara, landunus, Bessarion cardinalis, Thomas Anglus,
Marcus Antonius lanua, Franciscus Carokis Piccolomineus,
Antonius Mirandolanus, Franciscus Vicomercatus in eandem
sententiam discesserunt : atque adeo ut Bessarion, doctrinae peri-
pateticae studiosissimus, postquam valde laborasset, clarissimis
verbis testatus sit, eos qui unicam numero esse hominum animam
statuerunt nondum convinci physicis rationibus potuisse "o; et
Vicomercatus, ipse quoque nostri temporis philosophorum omnium
princeps, dixerit, nihil ex peripateticis principiis afferri posse,
quod ex iisdem principiis facile non dissolvatur. Et in summa,
nulla est res de qua philosophorum doctissimorum hodie sunt
tam definitae sententiae quani de ista controversia videtur esse.
Il commento di Simplicio al De anima che tale e tanta in-
fluenza esercitava sulla scuola padovana, era rimasto invece
sconosciuto ai bolognesi Alessandro Achillini e Tiberio Ba-
cilieri, nonché a Luca Prassicio d'Aversa, il quale nel 1521
era intervenuto, già vecchio, nella polemica fra il Pompo-
nazzi e il Nifo, difendendo senza vigore contro l'uno e l'altro
il più rigido e intransigente averroismo "i. Ed anche Ludo-
vico Boccadiferro (Buccaferreus), che dal 15 17 insegnò filo-
sofia a Bologna, partitone Giovanni di Montesdoch, sino alla
sua morte, nel 1545, salvo tre anni d' interruzione dal 1524
al 1527, e che ci ha lasciato un commento al De anima, stam-
pato, e una Quaestio de immortalitate animae, trattata in ben
undici lezioni manoscritte che ci restano in due redazioni
un po' diverse (Vat. lat., cod. 4701, ff. 86V-133V, cod. 4710,
ff . 204r-255r, e cod. Magliabech., Conv., Soppr., F. 51, ff. 96-147),
mostra di non tenere in alcun conto l'esposizione di Simplicio,
che pur cita qualche volta e discute di sfuggita.
Sicché possiamo concludere, da quanto abbiamo detto,
che la fortuna dell'opera di questo commentatore greco in-
torno al De anima è essenzialmente legata allo studio padovano.
11° Bessar., In calumn. Platonis, III, e. 27, p. 409.
m Quesito de immortalitate aniine intellective secundum mentem, Ari-
stotelis a nemine verius quam, ah averroi interpretati a seculo latitans,
nuperrime vero a Domino Luca Prassicio, Patricio Aversano, in cla-
rissimam lucem ediicta. Napoli, 1521, 15 novembre.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 4I3
7. - Ma se il Genua e la sua scuola accolsero col più grande
favore la dottrina di Simplicio intorno all' intelletto, con la
venuta a Padova di nuovi professori non tardarono a mani-
festarsi i dissensi, e riguardo all'attendibilità dell' interpreta-
zione simpliciana della dottrina aristotelica, e riguardo alla
possibilità di conciliarla con quella averroistica.
Nel gennaio del 156 1 era venuto a Padova da Perugia il
senese Francesco Piccolomini, come professore della prima
scuola di filosofia straordinaria, ove nel 1564 ebbe per concor-
rente il mantovano Federico Pendasio. Nell'ottobre del 1565,
l'uno e l'altro furon dati per successori al Genua nella scuola
di filosofia ordinaria"-. Averroista il Piccolomini, alessandrista
moderato il Pendasio, ben tosto scoppiò fra il senese e il man-
tovano un'astiosa polemica, della quale son documento le
rispettive apologie pervenute manoscritte fino a noi "3.
Pare fosse il Pendasio ad attaccare, accusando averroisti
e simpliciani d'aver falsato Aristotele. Il Piccolomini, che si
ritenne preso di mira dal collega, non mancò di reagire, tac-
ciando gli alessandristi di allucinati e ignoranti. Senza che
uno facesse il nome dell'altro, le allusioni da una parte e dal-
l'altra semibravano abbastanza trasparenti. Ciascuno dei due,
attraverso le informazioni degli alunni e i quaderni d'appunti,
spiava le mosse dell'avversario; finché il Pendasio per primo.
112 Iac. Facciolati, Fasti gymiiasii Patavini, parte III, pp. 275,
279, 281. A Federico Pendasio dedica alcune pagine Francesco Fio-
rentino, Pietro Pomponazzi. Studi storici sulla scuola bolognese e pa-
dovana nel secolo XVI. Firenze, Le Monnier, 1868, pp. 362-383. Notizie
biografiche su di lui, negli Almanacchi di L. C. Volta, presso la Bi-
blioteca Comunale di Mantova, ove si conserva anche un ritratto del
filosofo; negli appunti del conte Carlo d'Arco sulle famiglie mantovane,
presso l'Archivio Gonzaga, nella stessa città (debbo queste notizie alla
cortesia dell'amico prof. Cesare Ferrarini buon'anima, già solerte direttore
di quella Biblioteca Comunale) ; e in G. Fantuzzi, Notizie degli scrittori bo-
lognesi, t. VI, Bologna, 1788, pp. 340-342. Perl' insegnamento del Penda-
sio a Bologna, si veda U. Dallari, I Rotitli dei lettori Legisti e Artisti
dello Studio bolognese dal 1384 al lygg. Bologna, Regia Tipografìa, 1888-
1891, per gli anni 1571-1603, durante i quali fu professore in quell'uni-
versità.
113 Delle due Apologie conosco due manoscritti: quello cartaceo m
folio di S. Andrea della Valle, n. 92, presso la Biblioteca Nazionale
di Roma, Fondi minori, n. 1729, del sec. XVI; e quello parimente car-
taceo in folio, del sec. XVI, della Biblioteca Universitaria di Padova,
n. 663, I.
414 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
sentendosi bersagliato, tolse in mano la penna e vergò le tre-
dici lezioni della sua Apologia, provocando il collega a una
pubblica disputa. Ciò dovette essere sul finire del 1568 o nei
primi mesi del 1569; poiché il Piccolomini, senza raccogliere
la sfida alla pubbfica discussione, pensò di rispondere al suo
rivale alessandrista in una lezione tenuta a Padova il 2 marzo
di quell'anno. Il Pendasio gli replicò con la tredicesima le-
zione della sua Apologia. Il Piccolomini, che credeva d'esser-
sela sbrigata alla svelta, com'ebbe visto il nuovo attacco,
dovette decidersi, il 20 aprile e i giorni successivi, a tenere
alcune lezioni per dargli una risposta meno evasiva. Il man-
tovano, in una specie di riassunto della controversia, volle
dir l'ultima parola, intrattenendo i suoi ascoltatori per due
lezioni, tenute senza dubbio alla fine d'aprile o a principio
di maggio. Non saprei se la polemica avesse ulteriori sviluppi,
come parrebbe suggerire il codice Urbinate latino 1456
(fol. 8ir-85r) che contiene una Quinta pars Apologiae ex.mi
Peniasii. Certo è che i rapporti fra i due maestri dovettero
restare molto tesi, finché nel 1571 il Pendasio accolse l' invito
dello studio bolognese, e a Bologna restò ininterrottamente
fino al dicembre 1603, quando venne a morte.
Di lui ci restano intorno all'argomento dell'anima diverse
opere manoscritte, che risalgono al periodo padovano del suo
insegnamento. Anzi tutto, le Lectiones et quaestiones del co-
dice Urbin. lat. 1480. Le lezioni sul primo e il secondo libro
del Da animz furon tenute a Padova nel 1566. L' inizio delle
lezioni sul terzo libro pjrta la data del 14 novembre dello
stesso anno (fol. 7ir). Colla seconda lezione sul testo IV di
quel libro comincia l'esposizione e la critica del pensiero di
Simplicio, che si protraggono nelle lezioni successive. Più
oltre (fol. i85r), la questione An anima intellectiva sit forma
dans esse; indi (fol. 217V) altra questione de muUiplicitate
animcirum, e di nuovo (fol. 237r) Quaestio ex.mi Pend. an
anima, sit forma informxns vel assisfens. Viene da ultimo il
Tractatus de im^nor talliate anirme Preolarissimi Philosophi
Federici Peniasii Mantuani, con questa precisa data : « XI
calendas lunij M.DLXX ».
Un codice d^lla Biblioteca Nazionale di Roma (Fondi mi-
nori 1728, S. Andrea della Valle, n. 81) contiene ì'Absolutis-
sim.z lectura super primos treieoim textus tertii Libri de Anima
ah Ex.m-) Domino Feierico Peniasio Philosopho Mantua.no,
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL «DE ANIMA» 415
olim in Augustissimo Gimnasio Patavino hahita. Evidentemente
quel treieoim è un errore invece di uniecim. Poiché queste 52
lezioni non vanno più in là del testo undecimo, e dell'esposi-
zione dei primi undici testi fatta a Padova il Pendasio parla
anche neW Apologia.
Il cod. 92 di S. Andrea della Valle, oltre dlV Apologia, con-
tiene anche la questione An anima intellectiva sit forma dans
esse homini (fol. 80) e, privo del titolo, il De animae immorta-
litate (fol. no) .
V è poi il codice dell'Universitaria di Padova 1264, Lectiones
excellentissimi Philosophi Federici Peniasii in lihros de Anima,
già studiato da Francesco Fiorentino, che contiene trenta
lezioni sul primo e secondo libro (pp. 1-224), quindi 75 lezioni
sul terzo libro con questo titolo: Federici Pendasii in Gymnasio
Patavino primo loco philosophiam profitentis in lihrum jum de
Anima lectiones dictatae 1577, <l^<^s ego Aloysius Quirinus
excepi. La data del 1577 dev'essere un errore invece del 1567;
oppure essa deve riferirsi all'anno della trascrizione fattane
dal Qusrini, il quale s'era procurato molte opere manoscritte
del Pendasio, del Mercenario, del Piccolomini, del Petrella,
del Genua, del Cremonini e di Bernardino Tomitano, che,
morendo vecchissima nel 1653, lasciò in legato al monastero
veneziano di S. Giorgio Maggiore "4. Del resto le prime 52 le-
zioni sono identiche con quelle del cod. 91 di S. Andrea della
Valle, che sappiamo tenute a Padova, e in molte parti identiche
nella sostanza a quelle del codice Urbin. lat. 1480. Da ultimo
il codice padovano contiene il De animae immortalitate, nella
forma sostanzialmente identica a qusUa del codice 92 di S.
Andrea della Valle e dell' Urbinate, ove, come abbiamo visto,
porta la data del 22 maggio 1570 .
Federico Pendasio è pensatore coltissimo e spesso assai
acuto. Spregiatore del commento averroistico, gli preferisce,
in generale, quello d'Alessandro d'Afrodisia, tranne sull'argo-
mento dell' immortalità dell'anima, a differenza del piacen-
tino Bassiano Landò che era un alessandrista integrale "S.
^14 Cicogna, Delle iscrizioni veneziane, t. I, p. 163; t. IV, p. 599, n. i.
"5 Bassiani L.\ndi, Piacentini, summi philosophi graecarumque
litterarum peritissimi, in Patavino gymnasio medicinae theoricen ma-
gna cum laude profitentis. In tres Aristotelis libros de anima, iam pridem
ab eodem e graeco conversos, oppido quam elegans ac nova expositio, ver-
4l6 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Buon conoscitore di Platone, di Plotino, di Proclo e degli altri
neoplatonici, il Pendasio non tardò ad accorgersi che l' inter-
pretazione del pensiero Simpliciano da parte del Nifo era un
grossolano fraintendimento; né molto piti attendibile doveva
apparirgli quella del Genua e della sua scuola. Quanto al Nifo,
interdiceva perfino ai suoi scolari di discuterne: « Imo in-
terdico vobis penitus expositionem Suessani: nihil prorsus,
meo iudicio, intellexit quantum spectat ad intelligendum Sim-
plicii et veterum sententias »"6. Nella lezione settima del terzo
libro del De anima egli intraprende un'esposizione compa-
rativa della dottrina del commentatore greco, facendone ve-
dere la piena rispondenza col pensiero di Platone e dei neopla-
tonici; si ferma sul concetto di «intelletto partecipato» e ne
mostra il significato equivoco, sforzandosi di chiarirlo, allo
scopo d' infirmare l' interpretazione di tutti coloro che pre-
tendevano di trovare nella dottrina di Simplicio la tesi aver-
roistica dell'unità dell' intelletto. L'esposizione e la critica
di SimpHcio si protrae per alcune lezioni dopo la settima "7,
borum misteria (sic) Auctorisque sensum miro quodam artificio reserans.
Venetiis, ap. Hier. Scottum [sic], 1569. Di lui ci restano anche altre
opere di medicina. Nel 1544 insegnava a Padova nella seconda scuola
di filosofia straordinaria. L'anno dopo passò alla prima scuola di me-
dicina teorica ordinaria, mentre alla seconda cattedra di filosofia straor-
dinaria veniva chiamato il piemontese Gian Gabriele Alberto, esso pure
alessandrista e avversario di Gian Giacomo Pavesi, col quale ebbe
un'astiosa e rumorosa polemica. Dell'Alberto e del Landò narra An-
tonio Polo [Abbreviano verit. animae rationalis, p. 105): «Recorder,
cum essem Patavii, quemdam Gabrielem Albertum, Pedemontanum,
tribus mensibus quaestionent de immortalitate animae pertractasse,
et in fine omnis resolutionis dixit, ut ignarus et impius: ,, Nisi esset
Plato, tenerem mortalitatem animae ". Simihter quidam Bascianus
[sic) Landus, qui privatim tertium Aristotelis de anima multis nobilibus
scholaribus exponebat ad mentem impii Pomponatii, dicebat: ,, Mihi
displicet vobis legere impietatem; sed Aristotelis littera sic ait, et ipse
sic tenet ". Unde videns ego et considerans has suas expositiones falsas
esse, praesentibus omnibus scholaribus, per viam epilogi, omnia sua
argumenta reassumpsi et reieci, et secundum veritatem Aristotelis,
exposui. Qui nolens respondere, sed tacens, dicebat: ,, Sic ait Aristo-
teles ". Et deinde dedignatus noluit amplius ut ego audirem suas falsas
lectiones. Sed sicut falso veritatem docebant, sic, permittente Deo,
ambo ab incognitis trucidati fuere, et sic poenas suae impietatis sol-
verunt ». Il Landò fu assassinato nell'ottobre 1563. Un altro risoluto
alessandrista è il patrizio veneziano Polo Loredan, autore anch'egli
d'un commento In tres libros Aristotelis de anima. Venetiis, ap. Ro-
bertum Meiettum, MDXCVI.
"6 Ms. della Bibl. Univ. di Padova, n.1264, p. 272.
1^7 Ib., p. 272 sgg.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 4I7
essendo il Pendasio consapevole come la pensassero su questo
argomento gli scolari del Genua.
L a risolutezza messa dal filosofo mantovano nel combattere
le pretese degli averroisti, di tirare al loro mulino l'acqua del
commento di Simplicio, dovette indurre qualche discepolo
del Genua a rivedere le proprie convinzioni. Uno di questi
alunni del Genua fu Giacomo Zabarella, insegnante a Padova
nella prima scuola di logica dal 1564 al 1567, quando passò
alla seconda scuola di filosofia straordinaria. Nel 1577 fu pro-
mosso alla prima scuola straordinaria e nel 1585 alla seconda
scuola di filosofia ordinaria. Morì nel 1589. Egli pure ebbe un
vivace contrasto col Piccolomini per questioni di logica "8.
Sebbene nel 1576 accettasse di buon grado la dedica dell'edi-
zione veneziana del commento del Genua al De anima, egli
era assai più vicino al Pendasio, nel modo d' intendere Ari-
stotele, che non al suo maestro, del quale pur conservava un
grato e affettuoso ricordo.
Anche lo Zabarella, come il Genua e il Nifo, attribuisce a
Simplicio la dottrina dell'unità dell' intelletto. Ma là dove il
Nifo e il Genua danno la cosa per sicura, lo Zabarella intro-
duce l'opinione di Simplicio con un videtnr "9:
Videtur quidem Simplicius in 2. contextu illiiis libri 3. [De
anima'] dicere animam rationalem secundum se unam esse, per
suam autem in corpus progressionem multiplicari, sed hoc aliis
pluribus Simplicii figmentis adnumerandum est; multa enim
dicit, quae simul esse nequeunt et manifestam repugnantiam
habent, veluti animam rationalem totam esse in se manentem
et perfectam, et totam esse lapsam in corpus et imperfectam,
eamque unam numero esse secundum se, in hominibus autem esse
multiplicatam, et alia eiusmodi quae ncque esse, ncque cogitatione
comprehendi a nobis possunt.
Tuttavia quest'anima che, una in sé, si moltiplica nei corpi
umani, s'unisce a questi non soltanto come forma assistente.
118 cfr. Pietro Ragnisco, Giacomo Zabarella: il filosofo. La pole-
mica tra Fr. Piccolomini e G. Z. nella università di Padova, in « Atti
del R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti », serie VI, Venezia,
1886, t. IV, parte II, pp. 217-252.
"9 De mente hnmana e. io. Questo trattato che fa parte del De rebus
naturalibus, pubblicato a Venezia nel 1589-1590, è stato inserito nel
commento al De anima (II, subito dopo il commento al t. 11), insieme
agli altri trattati psicologici, dal figlio Francesco Zabarella che curò
la pubblicazione postuma a Venezia nel 1605.
27
4l8 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
bensì come vera forma informante, proprio alla maniera che
pretendevano il Nifo e l'Achillini, con grande e incompren-
sibile meraviglia, per quest'ultimo, dello Zabarella i^". Il quale
nel suo commento al De anima i^i loda Simplicio per avere otti-
mamente compreso in che senso Aristotele compara l'anima
razionale al nocchiero che guida e regge la nave:
Veram huius loci iiiterpretationem ego puto sumendam esse
ex Simplicio, qui, licet maxime omnium existimaverit animam
nostram rationalem esse a corpore separabilem et immortalem,
tamen verum horum verborum sensum non ignoravit, et optime
exposuit in quo consistat haec comparatio animae cum nauta.
Putavit Simplicius animam rationalem humanam d,uos habere
status: unum quatenus in se manet, alterum ut est pregressa in
corpus; ac in se manens est forma abstracta a corpore, semper
intelligens et beata ; ut pregressa in corpus, dicitur anima homi-
nis, nec semper intelligit, sed cum studio et labore, et est forma
hominis. Non enim negat Simpbcius, animam rationalem humanam
esse formam informantein, etsi putat esse a corpore separabilem
secundum essentiam, licet, quatenus est actus corporis, et anima
possit dici inseparabilis, quia extra hominem non est amplius
anima. Ideo inquit Simplicius, Aristotelem in his libris non con-
siderare nec definire animam rationalem, nisi prout est anima et
est iuncta corpori, cui dat esse. Haec igitur, ita considerata,
habet duos respectus ad corpus: unum, quatenus est eius fonna
et actus primus; alterum vero, quatenus utitur corpore iam infor-
mato ab ipsa, et ipsum regit sicut nauta navim. Itaque non vult
Simplicius, quod dicere animam esse ut nautam in navi, sit ne-
gare eam esse formam informantem; sed vult simul iunctas esse
in anima has duas conditiones: informat enim corpus, et ipsum
informatum gubernat ut nauta navim. Certe optime intellexit
SimpUcius istam Aristotelis comparationem animae cum nauta;
non enim in hoc consistit haec similitudo, quod, sicut nauta est
abstractus a navi nec dat illi esse, ita anima sit forma abstracta
non dans esse corpori, sicut Averroes putat; sed in hoc solum
quod, sicut nauta navim regit, ita anima regit corpus; in reliquis
sunt dissimiles.
120 Dg mente humana, cap. ii: « Nam si anima rationalis est forma
dans esse homini..., necesse est ut sit multiplicata.... Consequentia
autem manifesta est et ab Averroistis concessa.... Solus tamen Achil-
linus hanc consequentiam negare ausus est, in Quolibeto 3, dubio 2 : inquit
enim animam rationalem esse formam vere informantem et esse
unam numero in tota humana specie, non multiplicatam, ecc. ». È la
tesi che il Nifo attesta essere stata sostenuta da Sigieri. Vedi sopra,
pp. 208-210.
131 II, ad t. II.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 4I9
Se Simplicio merita lode per aver ritenuto che l'anima
razionale è forma informante del corpo, pur essendo unica in
se stessa, non si riesce a capire come lo Zabarella possa af-
fermare che l'Achilhni fu il solo a non rendersi conto della
« manifesta ripugnanza » che lo stesso Zabarella, come abbiamo
visto, aveva scoperto nelle due tesi sostenute dal commen-
tatore greco.
Più oltre, in principio del commentoal terzo Libro del De
anima 122, volendo, come il Pendasio, determinare con esat-
tezza che cosa sia quella « particula animae qua et cognoscit
anima et sapitw^s, lo Zabarella si trova ancora dinanzi l'inter-
pretazione che Simplicio aveva dato di questo testo aristo-
teUco 1-4, e per chiarirla sente il bisogno di spiegare al lettore,
una volta per tutte, la teoria, sulla quale il commentatore
greco ritorna di continuo, dei quattro gradi degli esseri, che
sono: l'intelletto divino non partecipato, l'intelletto di cui
partecipano gli esseri intelUgenti inferiori a Dio, l'anima ra-
zionale e la natura. L'anima razionale, che occupa il terzo
gradino in questa scala discendente, può essere considerata
in tre momenti o «stati» differenti: in quanto permane in sé,
nella sua perfezione intellettuale, tutta atto senz'ombra di
potenza, anzi atto sostanziale; in quanto, uscita fuori di sé,
s'unisce al corpo, decadendo dalla sua perfezione contem-
plativa e facendosi pura potenza; in quanto, permanendo in
se stessa, agisce su di sé decaduta e, stimolata dai sensi, si
risolleva dallo stato di pura potenzialità, per ritornare a sé
e riconquistare la sua originaria perfezione. Come intelletto
in sé, dicesi intelletto agente; come intelletto decaduto, di-
cesi intelletto possibile; come intelletto che ritorna a sé, è
detto intelletto in abito. Al di sotto dell' intelletto stanno le
« seconde vite », cioè la vita vegetativa e quella sensitiva,
cui r intelletto, decadendo dalla sua perfezione, s'unisce.
Aristotele chiama « anima » l'aggregato risultante dall' in-
telletto con le « seconde vite ». Di questo aggregato l' intelletto,
che è una natura diversa dall'anima vegetativa e sensitiva,
sarebbe appunto quella « particella che conosce e discerne ».
Dopo questo riassunto della dottrina di Simplicio, nel quale
122 Ad t. e. I.
123 Arist., De aniììia, III, e. 4, 429a io (t. e. i).
124 Ed. Hayduck, p. 217 sgg.
420 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
lo Zabarella oscilla tra l' interpretazione del Genua e quella
del Nife, egli passa a discutere le obiezioni che a questa dot-
trina eran mosse dai suoi contemporanei. Ma già egli, non
meno del Pendasio, l'aveva dichiarata del tutto aliena dal
pensiero d'Aristotele e ispirata piuttosto alle fantasticherie
dei platonici.
Col Pendasio e con lo Zabarella era d'accordo anche il
lucchese Flaminio Nobih, professore di filosofia nell'univer-
sità di Pisa, e dipoi a Roma "5, Nella sua opera De hominis
felicitate, dedicata a Pio IV, ci dà questa interpretazione del
pensiero di Simplicio, la quale risente evidentemente di quella
del Nifo 1-6;
Simplicius vero existimat ex ipsa mente (quam et ipse unicam
in omnibus hominibus ponit, non tamen eandem censet esse quam
mvuìdi animam) et ex reliquis formis, quae prius in corpore humano
existunt, ut anima vegetabilis et sentiens, componi qvioddam totum
quod animam rationis compotem veramque ac postremam hominis
formam vocat. Ita tot animae rationis compotes sunt, quot sunt
humana corpora. Nam quemadmodum materies illa prima est
una numero privatione omnium formarum, partitur tamen postea
per formas et multiplex evadit, ita mens humana, quamvis, si
per se spectetur, unica sit, alteri tamen atque alteri animae sen-
tienti in diversis hominibus coniuncta, quasi in phires partes
tribuitur ac multiplex fit. Ouare anima rationis compos interitui
obnoxia est, non quidem ex parte mentis, quae est aeterna, sed
ex parte caeterarum formarum quae in homine cum mente sunt
copulatae et mortali simt conditione 127. Haec igitur mens in se
manens, a superioribus mentibus formata, illas intelligit. Intel-
125 Nato a Lucca nel 1533, dopo avere studiato filosofìa e medicina
a Pisa, passò nel 1554 a Ferrara, ove ascoltò le lezioni di Vincenzo
Madio o Maggi e strinse amicizia con Antonio Montecatino, col Tasso
e con Annibale Caro. A Ferrara compose il Trattato dell'amore humano,
che più tardi fu stampato a Lucca, nel 1567, e un esemplare del quale
ci è pervenuto postillato in margine dal Tasso; cfr. Il trattato del-
l'amore humano di Flaminio Nobili con le postille autografe di T.
Tasso, pubblicato da P. D. Pasolini in occasione del terzo centenario
dalla morte del Poeta. Roma, E. Loescher e C, 1895. Dal 1560 fu let-
tore di logica e di diritto ecclesiastico a Pisa; più tardi passò a Roma.
Paganini, Flaminio Nobili, studio biografico. Torino, Speirani, 1884.
^26 Fl. Nobilis, Lucensis, Philosophiae in Pisano Gymnasio Doc-
toris, De hominis felicitate libri tres ad Pium Quartìim. De vera et falsa
voluptate libri duo. De honore liber unus ad Franciscum Medicem Flo-
rentinorum et Senensium principem. Lucae, ap. Vinc. Busdracum.
MDLXIII. De hom.. felic, III, e. 28, pp. 243-244.
1-7 II Nobili fin qui riassume il Nifo, De iniellectu, I, tr. 3, e. 16 (che
abbiamo riferito più su).
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL a DE ANIMA » 42 1
ligit etiam inferiora, cum illorum ideae sibi sint a prima mente,
quam. Platonici Dei lìlium et mundum intelligibilem vocant,
impertitae et communicatae. Pregressa autera fato quodam ad
corpus hoc quasi caecatur et fit capax; qua tamen retinet adhuc
non nihil prioris naturae, efficiens vocatur. Phantasmata autem
nihil fere aliud praestant, quam ut mentem quasi consopitani
excitent, ita ut ad se redeat; revertenteque ad sese nostrani tunc
consequimur felicitatem. Quam sententiam si Simplicius habuit, ut
certe videtur habuisse, ncque Tliemistio ncque Averroi concedere
debet, ut maiores nugas dixerint.
Siffatta dottrina, — osserva ancora il Nobili ^-^, — è ritenuta
da alcuni collimare con quella di Platone, mentre altri son
di parere che s'accordi meglio col pensiero neoplatonico di
Plotino, di Calci dio, di Giamblico e di Proclo .
Amico del Nobili e alunno anch'egli di Vincenzo Madio ^^9
era Antonio Montecatino, nobile ferrarese, che il 17 aprile
1568 era stato chiamato a coprire la cattedra di filosofia nello
studio di quella città. Più tardi, segretario d'Alfonso II d' Este,
fu accusato d'aver fatto perdere al Tasso il favore della corte;
ma pare senza ragione. Usato in diverse ambascerie, finì per
cadere in disgrazia, nel 1597, e fu radiato dal ruolo degli sti-
pendiati 130. Ci resta di lui un commento al terzo libro del De
anima, esposto nel 1572 e pubblicato quattro anni dopo su
appunti ed a cura del suo alunno Girolamo Bovio '31. Questi,
in una nota marginale, e' informa che il maestro aveva di-
segnato di scrivere tre opsre intorno alla filosofia aristotelica:
anzitutto, le ParUtiones et resolutiones su tutti i trattati dolle
Stagirita; quindi una Concordia della dottrina d'Aristotele
con quella di Platone e d'altri filosofi; infine, nn' Apologia
128 F. Nobili, 0. e, III, cap. 29, p. 245.
"9 G. Pardi, Lo studio di Ferrara nei secoli XV e XVI. Ferrara,
i9°3. PP- 164-165; Solerti, Vita di T. Tasso. Torino-Roma, Loescher,
1895, I, pp. 242 sgg.
13° TiRABOSCHi, Storia della letteratura italiana, voi. Ili, Milano
1834, p. 474.
131 Antonii Montecatini, Ferrariensis, In eam partem iij libri Ari-
stotelis de anima, quae est de mente humana, leciiira continens partitiones
resolutionesque, exemplum earum quas in omnia eiusdem Aristotelis
opera Aiictor meditabatur. Adiunctis quibusdavn scholiis, quaestionibus
et in digressiones Averrois digressionibus. Omnia a Hieronymo Bovio,
Ferrariensi, collecta et edita. Ad Serenissimum Principem Alfonsiim II,
Ferrar iae Ducem. Ferrariae, ex typis Haeredum Francisci Rubei,
MDLXXVI. Il testo aristotelico è in greco.
422 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
d'Aristotele contro i suoi detrattori 132. Il commento al terzo
del De anima doveva far parte della prima di queste tre opere.
Anche al Montecatino, che professa un moderato averroismo
colorito di riflessi platonici, accade spesso di ricordare il com-
mento di Simplicio al De anima e di discutere alcune interpre-
tazioni che del pensiero e della lettera d'Aristotele vi si leg-
gono; ma lo fa senza impegnarsi a fondo, per il momento,
perché intendeva ritornarvi nella Concordia, alla quale più
volte egli rimanda. Ecco, ad esempio, come parla di lui a
proposito del testo aristotelico ove s'afferma che l' intelletto
è impassibile 133:
Simplicius longe alio modo quam reliqui haec verba interpre-
tatur àTra-S-èi; elvat. Ait Aristotelem (cui verbum Trào/Eiv signi-
ficaverit superiori in textu « suscipere « atque « habere aliunde »
ea quae cognoscuntur) affirmare nunc haud immerito, mentem
progredientem et imperfectam, de qua sit ei instituta disputatio,
esse impatibilem, propterea quod ista mens progrediens imperfecta
nondum habeat suscipiatve, sed possit tantum longo post tempore
suscipere habereque aliunde species substantiarum. Quam rem
ut declaret, addit multa alia de intellectione huius mentis, cui reli-
qua similiter attributa accommodat, quae hoc textu traduntur.
Sed relinquendus ille est cum mentibus suis : quae altior supe-
riorque est quam sit substantia animae, tum quae participari
non potest (àfi.é'&exTov ipse appellat), tum quae est animae parti-
cipata (ipse vocat [i.£Texó[jL£vov), quae animarla seu substantialis
est animae ipsius; et quae manens seu stabilis, et quae progre-
diens ac fluens pars animariae; quae imperfecta progrediens, et
quae perfecta; et quae aliae minus etiam quam istae distant (et
distant istae ratione tantum), sive ad contemplandum pertineant,
sive ad praxim. Nam declarari omnino, quae de his mentibus Sim-
plicius scribit, non possunt sine mysteriis philosophiae Platoni-
corum, a quibus hoc anno supersedendum duximus.
Anche nel commento del testo 21 dello stesso libro del-
l'opera aristotelica, passando in rassegna ben dodici opinioni
degli interpreti sulla natura dell' intelletto agente, s' imbatte
(4^ opinione) nella dottrina di Simplicio che già conosciamo:
Quum.... novissimam ipse quandam mentem et substantiam
separatam, omnium minime perfectam, statuat, eam postea
asserit in confinio materialium materiaeque expertium formarum,
'3' Questo disegno che il Montecatino s'era proposto di recare a
cumpimento, ci è fatto conoscere da Girolamo Bovio nel proemio al-
l'opera del maestro e, di nuovo, in una nota marginale a p. 179.
133 Ad t. 3, p. 37.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 423
in se ipsa manere semper, et tamen, quum maneat, extra quoque
ad, humana corpora progressam ita cum imaginatione copulari,
ut in unoquoque nostrum ex ea et imaginatione una efficiatur
anima rationis compos, quae nostra sit forma. Sane quidem eam
manentem in se simplicem expertemque partium et nihil aliud.
quam mentem, perpetuo cum superiora, iis ipsis formatam, sua
substantia intueri, tum ideas inferiorum impertitas sibi a prima
mente et communicatas contemplari; at vero progressam pene
obrvii corporis involucro obscurarique etc. ^34.
Caratteristico anche in questa esposizione del Montecatino
il dirsi che la mente, che pure è una sostanza separata, s'unisce
all' immaginativa individuale, per costituire, insieme a questa,
una sola anima razionale che è forma di ciascuno. Forma in-
formante, come volevano con Sigieri, l'Achillini e il Nifo, op-
pure soltanto forma assistente, come preferiva il Genua ?
Il ferrarese non ce lo dice, contentantosi di osservare che le
oscurità del pensiero di Simplicio possono essere chiarite solo
alla luce dei principi platonici, dei quali promette di trattare
nella Concordia 135 :
Ecce quomodo Simplicius ultimam omnium substantiarum
separatarum mentem effcientem dicat, eamque.... ne substantia
quidem nedum subsistentia a materiali diversam, sed ratione
duntaxat et habitudine quadam. Quamquam haec fortasse obscu-
riora sunt, non delibatis ante Platonicis principiis, quod in Con-
cordia efificimus.
Non sono riuscito ad appurare se il Montecatino con-
dusse mai a termine questa abbozzata Concordia, preso co-
me fu presto dagl' intrighi della corte ferrarese che lo allon-
tanarono dagli studi. Ma noi sappiamo già, che a stabihre
questa concordia s'era accinto il conte della Mirandola e
Concordia, novant'anni prima con ben altro vigore specu-
lativo che non quello di questo modesto ruminatore di mal
digeste dottrine altrui.
8. - Se il Fasolo non riuscì a persuadere gli averroisti perché
mettessero Averroè in soffitta, ottenne almeno che essi ne
alternassero la lettura coi commenti greci del De anima che,
134 Ad t. 21, p. 272.
135 Ih., p. 273.
424 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
nel testo originale e in traduzioni latine, solerti editori vene-
ziani avevano messo alla portata di tutti; ed ottenne altresì
che, temperato il loro fanatismo per il Commentatore di
Cordova, s'adoprassero a svilupparne i motivi platonici e a
tentarne l'accordo col pensiero degli interpreti greci; ottenne
infine che, smesso il gergo barbarico che rende ingrata e fa-
ticosa anche ai meglio esercitati la lettura del « gran com-
mento », scrivessero un latino più levigato e quasi elegante.
Negli scritti del Genua e del Montecatino, averroisti, non
meno che in quelH del Porzio, del Castellani, del Pendasio e
dello Zabarella, alessandristi, i più importanti commenti
greci sul De anima, da Alessandro a Temistio, da Simplicio
a Filopono, sono ormai tutti allineati alla battaglia prò e
contro l'averroismo, e già comincia a farsi il nome di qualche
altro interprete greco meno noto, come quello di Plutarco
d'Atene, di Marino e di Prisciano Lido.
A quest'ultimo Francesco Piccolomini sospettò dovesse
attribuirsi il commento al De anima che porta in fronte il
nome di Simplicio.
Abbiamo già accennato all'averroista Francesco Piccolo-
mini come a collega ed avversario del Pendasio e dello Za-
barella. La polemica col primo era cessata da che il Pendasio
era passato a Bologna ^i^'. Invece la controversia col secondo
ebbe inizio colla pubblicazione da parte del senese nel 1583
della Universa philosophia de movibus, nella quale il Picco-
lomini fece alcuni rilievi al collega intorno al ragionamento
regressivo '37. A questi rilievi lo Zabarella rispose con l'Apologia
pubblicata nel 1584, cui l'avversario replicò col Comes poli-
ticus, pubblicato un decennio dopo, nel 1594 '3^.
136 E il Piccolomini, come diremo fra poco, poteva ormai accennare
a lui come ad uomo integerrimo e dottissimo.
137 Universa philosophia de movibus a Francisco Piccolomineo, Se-
nense, Philosophiam in Academia Patavina e prima sede interpretante,
nunc primum in decem gradus redacta et explicata. Amplissimo Sere-
nissimoque Senatui veneto dicata. Venetiis. Apud Franciscum de Fran-
ciscis Senensem, MDLXXXIII. Introductio, capp. 17-24. Sull'origine e
lo sviluppo della polemica fra il Piccolomini e lo Zabarella, si veda il
già citato studio di P. Ragnisco, Giac. Zab.: il filosofo ecc.; ma l'ar-
gomento era già stato discusso un secolo prima da Francesco da Nardo,
e dipoi più volte dal Pomponazzi; cfr. « Giorn. Crit. d. Filos. Ital. »,
XXXVII, 1958, p. 341, e qui sopra, p. 323.
138 G. Zabarella, De doctrinae ordine apologia. Venezia, 1584. F.
Piccolomini, Comes politicus prò recta ordinis ratione propugnaior.
Venezia, 1594.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA )) 425
h' Universa philosophia de morihus del Piccolomini è un'opera
veramente notevole per l'ampiezza del disegno e per una certa
solennità dello stile, qual si conveniva all'amplissimo e se-
renissimo Senato veneto cui era dedicata. Pur seguendo lo
schema dell' Etìlica Nicomachea, e restando in sostanza fe-
dele alle dottrine capitali dello Stagirita, il senese discute le
teorie morali del platonismo e, se dissente da coloro che pre-
tendevano d'avere scoperto la perfetta identità di vedute fra
Aristotele e Platone, non condivide neppure l'atteggiamento
di coloro che, presone a guida infallibile uno, ritenevano di poter
fare a meno dell'altro:
Asserere Platonem de omnibus cum Aristotele consentire,
profecto falsum censeo; et qui universum concilium sunt poUiciti,
ut Ioannes Ficus, Simplicius, Boetius et alii viri celebres, potius
indicarunt reverentiam suam erga utrumque humanae sapientiae
lumen, quam rem aptam perfici et principiis eorum congruentem.
Quod opera patefecerunt Simplicius nonnullique recentiorum, qui,
cum id praestare conati sunt, in conspicuos lapsi sunt errores;
frequenter enim sententiam pervertunt Platonis, nonnunquam
eam Aristotelis, saepe utramque '39.
Cum... sermo praecesserit de graecorum sapientibus, Inter quos
Plato et Aristoteles perinde ac duo splendidissima lumina refulse-
runt, iure animus sapientiae amator quaeret, quinam eorum Inter
sapientes re vera sibi principatum vendicaverit. Et iure quaeret,
nam animorum acies, in splendorem sapientiae eorum conversa, ab
exuperanti lumine circumfusa, potius obumbratur et obtunditur,
quam valeat exacte iudicare, quinam alteri praestet et in sapientiae
regia regium sibi locum optet. Non defuere nonnulli, animo ac
iudicio adeo perverse affecti, ut utrumque tanquam nugacem,
mendacem et levem neglexerint. Alii minus insanientes, unum
maximi fecerunt, spreto altero. Qui oppositae fuere conditionis:
nonnulli enim Platonem tantum commendarunt, neglecto Aristo-
tele; alii vice versa neglecto Platone, solum Aristotelem laudibus
extulerunt. At viri omnes acriore iudicio praediti utrumque re
vera humanae sapientiae lumen iudicarunt. Qui deinde ob eximiam
in eos reverentiam, vel eos conciliare vel eorum decreta prò veri
indagatione accurate invicem conferre conati sunt. Et hi postremi
profecto via regia ad sapientiam progrediuntur, et caeteris longe
sunt anteponendo Nam qui Aristotelem cum Platone de rebus
altissimis continenter disputantem interpretantur, nec exacte
quid re vera senserit Plato praenoverunt, non audita parte iudi-
cium proferunt et, tanquam caeci, eorum asseclas in foveas te-
nebrarum detrudunt. Et iure utrumque maximi tacere debemus,
cum ambo fuerint tales, ut distincta quadam via ad culmen sa-
139 Piccolomini, Univ. philos. de moribus, grad. Ili, e. 20, p. 163.
426 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
pientiae progressi, aeque ad illud se extulerunt; nam in utroque
proprium aliquid reperitur, in quo nemini est secundus, talisque
utriusque est absolutio, ut, ab animo recte affecto degustata,
nihil ultra in eo genere desideretur 14°.
E istituito un confronto fra il modo di procedere dei due
filosofi, il Piccolomini conclude:
Constat itaque inter fiumana sapientia fulgentes, Aristotelem
et Platonem sibi principatum optasse; constat utrumque suo
genere esse summum, nobis utilissimum, a nobisque accurate legen-
dum. Quod enim illi suo progrediendi genere non praestiterunt,
alius praebere non valet, et qui ad alterutrum eorum sibi viam
obstruit, uno se mentis oculo privat; quique eos omni ex parte
conciliare nituntur, cum eorum viae sint distinctae, omnia ever-
tunt, confundunt, eis adversantur, et genera duo progrediendi
utilissima et distincta inutiliter permiscendo evertunt. {Ib., 274).
Fra coloro che hanno battuto la via regia, tenendosi ugual-
mente lontani da ogni fanatismo sia per Aristotele che per
Platone, ed hanno tratto profitto dall'uno e dall'altro, senza
confonderne le dottrine, il filosofo padovano si compiace di
ricordare Vincenzo Madio, « vir acri quodam iudicio prae-
ditus », Marc'Antonio Genua, « vir singulari grafia insignis »,
del quale era stato collega nei primi anni del suo insegnamento
a Padova, e Francesco da Vimercate, scomparsi ormai tutti
e tre. Tra i viventi addita, come chiari esempi del buon filo-
sofare, Federico Pendasio che, dopo essergli stato collega a
Padova per un settennio, ora insegnava con lustro a Bologna,
insieme a Nicolò Turchi, uomo anch'egli di grande acume e di
soUda dottrina; poi Gian Bernardino Longo, professore a
Napoli, Girolamo da Ponte e Flaminio Nobili a Roma; Fran-
cesco Verini Secondo e Francesco Buonamico a Pisa; infine,
Antonio Montecatino, « vir sublimi ingenio summaque eru-
ditione », che a Ferrara aveva esposto coi suoi « dottissimi
commenti » il terzo libro del De anima. Né tace di Pietro
Diedo, per le Disputationes de anima, né d'Andrea Diedo per il
trattato De hahitihus mentis. Tutti costoro, a parere del Pic-
colomini, avevano saputo giovarsi della lettura degli scritti di
Platone non meno che di quelli dello Stagirita 141. Di uno solo
HO Ib., grad. V, e. 23, pp. 270-273.
141 Ib.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 427
egli non fa motto: dello Zabarella; e ciò è tanto più signifi-
cativo, in quanto aveva ormai finito per dimenticare l'antica
ruggine col Pendasio.
Abbiamo visto il Piccolomini accusare Simplicio ed alcuni
moderni di avere sovente sovvertito la dottrina di Platone e
quella d'Aristotele, per averle confuse insieme nell' intento
di accordarle. Ma com'egli giudicasse il commento di Simplicio
al De anima, si vedrà meglio dagli altri scritti. Nel 1596,
usciva per le stampe il trattato De humana mente, diviso in
tre libri m^, ove la dottrina del commentatore greco è posta a
raffronto con quella di altri interpreti d'Aristotele. Ed anzi
tutto, per quello che concerne l' intelletto agente, esposta e
criticata la tesi di Alessandro, accolta anche dal Pendasio ms
e dallo Zabarella '44, il senese ricorda un gruppo di opinioni
derivate «ex Academicorum principiis..., vario tamen modo
assumptis, explicatis et approbatis ». Fra i sostenitori di queste
opinioni son menzionati anche Averroè e Simphcio:
Clini enim, ex Academicorum sententia, sub Dee sit mens
non participata, mox mens in anima participata, quae mens ideis
est praedita, tertio succedat anima rationalis in se manens, quarto
anima rationalis pregressa: nonnulli mentem participatam, alii
animam rationalem in se manentem dixere Mentem Agentem,
ut retuli in praecedentibus; et Averroes mentem quamdam parti-
cipatam visus est eam existimasse, Simplicius animam rationalem
in se manentem, Themistius, non secernens mentem ab anima
rationali, modo quodam mediare videtur. Hi omnes consentiunt,
primo, quia Mentem Agentem aiunt praeditam ideis, sive ratio-
nibus; secundo, quia considerant duplex intelligendi genus, unum
per essentiam Agentis, alterum per phantasmata ; tertio, quia
in connexione cum Agente constituunt summum hominis bonum;
quarto, quia in fonte et origine Mentis unitionem reperiri aiunt,
quamvis extrinsecus adsit multitudo et varietas. In attinentibus
autem ad distinctionem Mentis Agentis ab ea potestatis, quidam
magis, alii minus eas distinguunt, ut ex dictis conspicuum est.
At procul dubio plurima horum conspicue pugnant cum prin-
142 Fr. Piccolominei, Senensis, in Academia Patavina philosophi
primi, Librorum ad scientiam de natura attinentiiim pars quinta, in
qua considerantitr pertinentia ad animam. Illustrissimo et Reverendis-
simo Marco Cornelio Patavii episcopo dicata. Venetiis, apud Frane,
de Franciscis Senensem MDXCVI, ff. 59-109.
143 Cod. della bibl. univers. di Padova 1264, In III de anima, lez.
66, pp. 756-763; Cod. Urbin. lat. 1480, f. i8ir sgg.
144 De mente agente (inserito nel commento dello stesso Zabarella
al De anima, III, dopo il comm. al testo XX), capp. 11-14.
428 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
cipiis Aristotelis, et praesertim quod dicunt de ideis, sive insertis
rationibus, de anima in se manente et pregressa, et similibus :
mens enim, cum sit essentia simplex, ubi est, tota estji45.
A parte tutto ciò, anche il Piccolomini, come il Genua e il
Montecatino, è d'accordo con Simplicio nel ritenere che fra
r intelletto agente e quello possibile v' è solo una differenza
di ragione, non di natura:
Sed caeteris praetermissis, lioc solum ostendam: Mentem
Agentem esse partem animae nostrae non distinctam essentia
a Mente potestate '4''.
Colligamus itaque mentem hominis esse particulam humanae
animae, et esse essentiam unain, cui distincta ratione duae diffe-
rentiae competunt, agendi et patiendi, invicem non pugnantes M?.
Più oltre, il Piccolomini si pone il problema, dibattutis-
simo nel Cinquecento non meno che nella Scolastica, « an mens
humana valeat intelligere singularia ». Fra le tesi da lui com-
battute, v' è quella che egli attribuisce a Simplicio, a Plu-
tarco d'Atene e a Prisciano Lido. A parere di costoro, è proprio
della mente che sta sopra l'anima conoscere le idee, dell'anima
razionale le « rationes naturae », i « semina materiae », le
« umbrae formarum ». Ora le idee son causa delle « rationes »,
queste dei « semina », e questi ultimi delle « umbrae ». Ciò
posto, la mente che è sopra l'anima conosce il particolare
neir idea come nella causa prima ; la mente che è propria
dell'anima, in quanto permane in sé congiunta con la mente
superiore, conosce il particolare nelle ragioni insite ad essa,
come nella causa prossima; in quanto invece, uscendo fuori
di sé, inclina al corpo e al mondo dei sensi, conosce il parti-
colare per mezzo delle immagini sensibiU, come effetti delle
ragioni e delle idee. Questa dottrina di Simplicio, nota il Pic-
colomini, anzi che chiarire il pensiero d'Aristotele, lo per-
turba e l'offusca, poiché muove da principi platonici del tutto
diversi: « Simphcius, haec tribuens Aristoteli, evertit, non
explicat sententiam eius»i48. Perciò a siffatta soluzione del
problema egli preferisce quella di Duns Scoto, il quale pensava
che il singolo è per se stesso intelligibile come singolo : opinione
145 Piccolomini, De humana mente, I, e.
146 Ib.
147 Ib., e. 12.
148 Ib., e. 17.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA « 429
che ebbe anche nel Rinascimento non pochi sostenitori, i
quah la difesero contro l'opposta tesi tomistica.
Il secondo libro del De humana mente tratta, in ben sedici
capitoli, dell' immortalità dell'anima « ex sententia Aristo-
telis » contro l' interpretazione alessandrista del Pomponazzi,
del Porzio, del Madio e del Card. Gaetano. Ma vera immortalità
non compete se non alla mente in quanto è una sostanza
separata ed unica per tutta la specie umana, non in quanto è
temporaneamente unita a questo o a quell' individuo parti-
colare. La mente infatti, secondo il pensiero d'Aristotele
esposto e interpretato dal Piccolomini '49, non è forma intrin-
seca del corpo umano e non dà a questo l'essere che ha in
quanto organismo animale, ma è « forma formarum », come
aveva detto Temistio, cioè s'unisce all'organismo umano già
informato dalla forma della vita sensibile e da quella della
vita vegetale, e gli conferisce un più alto grado di perfezione,
la razionalità. E se la mente è una sostanza in sé disgiunta
dall'organismo vivente, dovremo dire che essa non è indivi-
duata dal corpo, e perciò è unica per tutti gli uomini.
Di solito gli averroisti ammettevano che Aristotele non si
fosse mai posto, in modo esplicito, il problema dell' unità
dell'intelletto; ma ritenevano pure che la teoria dell'unità
era stata dedotta con rigore logico dai principi più certi della
sua filosofìa dall'acume di Temistio e d'Averroè, che meglio
d'ogni altro ne intesero la dottrina. Il Piccolomini procede
con maggiore cautela. Anzi tutto, egli riconosce che Aristo-
tele, il cui ingegno era rivolto a scrutare il mondo fisico e i
fenomeni che cadono sotto i sensi, in nessuna sua opera fa
mai cenno della teoria dell'unità o molteplicità delle anime
umane. Ma aggiunge altresì, « progrediendo per principia et
decreta Aristotelis », che questi si mostra più incline alla tesi
dell'unità che non a quella della molteplicità. E a sostegno
di questa interpretazione del pensiero dello Stagirita il senese
adduce quattro argomenti, ricavati da sicure dottrine aristo-
teliche. Con tutto ciò, egh è d'avviso che quella dell'unità
della mente, prima d'Aristotele, fosse già dottrina di Pla-
tone non contradetta dal discepolo ^S».
Al qual proposito, il Piccolomini osserva che il pensiero di
149 Ib., II, e. 18.
150 Ib., II, capp. 19-20.
43 O l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Platone su quest'oscuro argomento è variamente inteso dai
suoi interpreti. Alcuni infatti, indotti da quanto si legge
nel Timeo, e nel decimo della Repubblica, ritennero che dal-
l' idea unica dell'anima derivasse in primo luogo l'anima del
mondo, indi le anime delle sfere e delle stelle; da queste di-
scendono in un certo numero definito le anime umane, che,
trascorso il periodo della vita terrena, ritornano ciascuna
alla propria stella, per reincarnarsi successivamente e tornar
di nuovo alle stelle; e così di seguito senza fine. Altri al con-
trario pensarono che dall' idea dell'anima derivasse soltanto
l'anima del mondo, e che le altre anime non fossero se non
partecipazioni della vita di questa. Ma il Piccolomini trova
che v' è una terza interpretazione del concetto platonico,
più plausibile delle prime due:
Propterea est explicatio tertia, quam caeteris puto praeferen-
dam, et est ea Plotini et Numenii, putantium ideam animae unam
esse, et ex ea prodire, per gradus, omnes participationes ani-
marum, vel proximius vel remotius, adeo ut ea mundi sit prima
participatio, sequantur mox participationes animarum sphaeris
et stellis caeli competentium. Quae participatio ita se habet, ut,
si per imaginationem cuncta corpora abolerentur, universae animae
in unam redirent, tanquam in fontem, veluti de solis luce et
lumine ex ea prodeunte se habere existimandum est. Caeteras
autem animas, sub rationali positas, dicebat esse idola et umbras
animarum prodeuntes per semen et corpus, ex anima rationali....
Colligamus itaque, ex sententia Platonis, quod primo est
Deus, sub Deo mens non participata et in se manens, ad quam
pertinent non participatae ideae; quae mens tanquam sol unica
est, et a nonnullis ponitur non distincta a Deo, ab aliis autem,
ut a Plotino et Numenio, distincta. Ex mente non participata
pendent, ut radii, mentes participatae, quarum participes red-
duntur animae; ideo extrinsecus per animas multiplicantur. In
tertio gradu posita est anima quae, ex parte fontis, nempe ideae
eius, una est; ex parte corporum primo participantium sunt nu-
mero definitae. Prima tamen participatio est ea animae mundi;
ex parte vero participantium mortalium per consecutionem et
conspirationem primorum sunt numero indefinitae.
Sic anima est una ex parte fundamenti, plures ex parte parti-
cipantium; una intrinsecus, plures extrinsecus; una prò absoluto,
plures ratione variorum ad quae refertur.... ^S^.
Onesta, conclude Piccolomini, deve ritenersi fosse l'opinione
di Simplicio; né avevano torto Averroè e Algazele di attri-
151 Ih., e. 19.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 43 1
buirla a Platone:
Hanc quoque puto fuisse opinionem Simplicii; nec perperam
Averroes, in prima disputatione contra Algazelem, una cum
Algazele tribuit Fiatoni, quod existimaverit animam omnium
unam esse; quam sententiam reprobavit Algazel, approbat autem
Averroes.... ^S-.
Una volta tanto, dunque, Simplicio l'avrebbe azzeccata,
anche per il filosofo senese. La tesi dell'unità dell' intelletto
sarebbe una tesi essenzialmente platonica, che Aristotele
non solo non avrebbe combattuta, ma anzi avrebbe accolta,
o, per lo meno, avrebbe provato per essa una spiccata propen-
sione. Si capisce che siffatta dottrina è del tutto contraria al-
l' insegnamento della fede, e perciò da respingere come falsa
e assurda. Ma Platone ed Aristotele non furono illuminati
dalla luce della rivelazione, ed è già molto se riuscirono a
vedere con le sole forze della ragione l'eternità della mente '53.
Nel IÒDI, il Piccolomini lasciava l' insegnamento, per ri-
tirarsi nella città natale, ove di li a tre anni moriva in tarda
età. Due anni prima della morte, dava alla luce VExpositio
in tres libro s de anima, e in appendice pubblicava quei Capita
sententiae Simplicii ex commentariis librorum de anima de-
prompta, nei quali riesaminava a fondo la posizione di Sim-
plicio di fronte ad Aristotele.
Anzi tutto, il Piccolomini solleva ora un problema che nes-
suno degli editori e dei critici di questo commentatore greco
dello Stagirita s' è mai posto. Confrontando il modo di pro-
cedere di Simplicio nei commenti alla Fisica e al De cacio,
ampio e pieno di digressioni, doxografie e discussioni, con
quello, piuttosto stringato e zeppo di ripetizioni, del De anima,
il senese è portato a dubitare dell'autenticità di quest'ultimo
commento :
Consuevit Simplicius in explicandis libris Physicorum et De coelo,
asiaticorum more, satis esse effusus et latus, saepe et late consue-
vit digredi adversus Philoponum, saepenumero consuevit referre
sententiam Alexandri et cum eo disserere. Interpres autem horum
librorum De anima potius est laconicus et nil relatorum servat. '54
152 Ib. Si ricordi quanto s' è detto, nel secondo paragrafo, del giu-
dizio di Pico della Mirandola intorno a questa opinione.
153 Ib., e. 20.
154 Fr. Piccolomini, Expositio in tres libros Arisi, de anima. Ve-
netiis, 1602, f. 2i6r.
432 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Perciò egli sospetta che il vero autore del commento al
De anima, che va sotto il nome di Simplicio, sia piuttosto
Prisciano Lido, che al pari di quello s'era adoprato a metter
d'accordo peripatetici e platonici. Prisciano ci ha lasciato una
metafrasi di un trattatello di Teofrasto De phaniasia et in-
tellectione, la quale era stata tradotta in latino e commentata
da Marsilio Ficino e stampata in greco a Basilea, nel 1541,
in appendice agli scritti superstiti dello stesso Teofrasto.
Il Piccolomini ne mette in rilievo la stretta affinità col com-
mento al De anima attribuito a Simplicio:
Quae Paraphrasis extat, et modus loquendi necnon sententia
simillima est sententiae et modo loquendi horum commenta-
riorum libri De anima. Quod confirmo, quia auctor horum com-
mentariorum, in secundo De anima, contextu 74, loquens de lumine
et coloribus, ait se id explicasse in compendio Theophrasti; et
legitur in eo compendio sive Paraphrasi, cap. 25, 29 et 30. In-
super idem Priscianus, in eo compendio, mentionem facit suorum
commentariorum in libros De anima. Praeterea, ut auctor horum
commentariorum, ita ille Paraphrasis in Theophrastimi sequuntur
lamblicum, ut patet ex initio expositionis horum librorum et ex
primo ac decimotertio capitulo Paraphrasis de phantasia. In-
super, ambo frequentar mentionem faciunt Plutarchi Lydi,
Nestorio geniti ^55.
Del resto, Prisciano Lido era amico di Simplicio; e tutti e
due, insieme a Damaselo e ad altri quattro compagni, dopo la
chiusura della scuola d'Atene, si recarono nel 531 in Persia,
per chiedere la protezione di Cosroe L Sicché il dubbio sul-
l'appartenenza del commento al De anima a Prisciano piut-
tosto che a Simplicio, è di secondaria importanza, dal momento
che entrambi seguivano uno stesso indirizzo che deriva da
Giamblico.
Ciò premesso, il Piccolomini trova che l'universo consta,
per Simplicio o Prisciano che sia, di otto gradi principali di
esseri :
Quorum supremus est Deus; cui succedit mens non partici-
pata; in tertio refulget mens participata; in quarto residet anima
rationis compos; in quinto idola et vestigia animae; in sexto
natura seminibus praedita; in septimo umbrae, imitationes et
participationes idearum; infima omnium est materia ^56.
155 Ib.
156 Ib., f. 2i6v.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 433
Di questi otto gradi, quello che maggiormente e' interessa
è l'anima razionale; e su di essa il senese si ferma più a lungo,
avendo cura di distinguerla dalla « mente participata », che
è al di sopra delle anime umane:
Quarta est anima rationalis, quae vere et proprie anima est.
Haec distinguitur a mente [participata] : nam menti competunt
ideae, animae rationes; mens prorsus est immobilis, praeterquam
ex esse ad agere, anima ex se mobilis; niens est supra generatio-
nem, animae modo quodam generatio competit et constitutio
ex primis principiis, ut constat ex Timaeo. Haec est ea anima
quae ab Aristotele, in tertio Da anima, nuncupatur voij^, hoc est
mens, quae non est Mens absolute, sed animaria et rationalis;
et haec est ea mens, de qua est sermo in tertio De anima, quae
mens dicitur per comparationem cum sensu, et quia Mentis est
particeps, per quam formatur, terminatur et unitur.
Haec animaria mens, ad instar lani, duplici quasi facie prae-
dita, vel consideratur ut conversa ad supera, et cum participata
Mente nectitur, per quam ad superiora elevatur eisque fruitur,
ac ita dicitur in se pure manens et diviniora intuens; vel consi-
deratur ut in se quidem manet, ita tamen ut ad infera conver-
tatur eaque pariat, illustret, formet ac perficiat; tertio consi-
deratur non amplius ut manens, sed ut pregressa, veluti radii
corporis lucidi considerantur in perspicuo, ut progressi a lucido
et non manentes in eo; et quemadmodum radii illi dicuntur
produci a lucido, ita haec mens pregressa, relata ad manentem,
dicitur vita secunda ab ea genita.
Quae mens animaria et rationalis pregressa, vel est imper-
fecta, ut in pueris et rudibus, vel perfecta habituque praedita,
ut in viro sapiente. Dum consideratur ut pure in se manet et
solum ad supera vertitur, non dicitur « particula animae»; dum
secundo consideratur, vel ut in se quidem manet, at non pure,
sed ad infera vertitur eaque format et perfìcit, vel solum ad ea
progreditur, sic redditur « particula animae » et consideratur in
tertio De anima. Ac priore quidem consideratione dicitur « mens
agens » ; posteriore vero « mens potestate », sive imperfecta sive
perfecta sit, et dicitur mens animaria i57.
Visto che cosa è l'anima razionale, resta ora da vedere in
che modo essa s'unisce all'uomo e in particolare se e in che
senso può dirsi forma dell'uomo, e se essa è moltiplicata col
numero dei corpi umani, oppure è unica per tutti gli uomini.
La risposta a questi due quesiti ci dirà fino a che punto Sim-
plicio, secondo l'avviso del Piccolomini, è d'accordo con
Averroè.
157 76., f. aiyr.
28
434 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Quanto al primo problema, l'anima razionale può ben
dirsi essenza dell'uomo, secondo Simplicio, ma non forma in-
formante del corpo:
Haec anima rationalis est verus homo, qui definitur quod sit
«anima rationalis, Mentis particeps, corpore utens » 158 ; nec pro-
prie materiam format, sed posteriores vitas, non tamen sine
corpore, e materia edit, quae materiam formant, et animai ac
corpus vivens constituunt, adeo ut homo sit sola anima ratio-
nalis, animai vero et vivens composita sint i59.
Vere forme dell'organismo vivente sono, dunque, le « se-
conde vite », cioè la vita sensitiva e quella vegetativa. Ma queste
« seconde vite » sono suscitate nella materia, per un processo
emanativo di decadenza, dalla stessa anima razionale, la quale
in se stessa è indipendente dal corpo. Qualcosa di simile si
legge nel commento d'Alberto Magno al De anima, là dove
dice che l'anima intellettiva « in essentia sua et perfectiori
potestate non communicat corpori », e che tuttavia è congiunta
all'organismo corporeo «per alias virtutes suasw'^o che sono la
sua parte vegetativa e sensitiva, tratte dalla potenza della
materia per opera della virtù formativa ; la quale « non edu-
ceret eas hoc modo prout sunt potentiae rationalis et intel-
lectualis formae et substantiae, nisi secundum quod ipsa
formativa movetur informata ab intellectu universaliter mo-
vente in opere generationisw'^i. Ma mentre per Alberto la vita
vegetativa e quella sensitiva, tratte dalla potenza della ma-
teria, sono spinte ad unirsi all' intelletto, per formare con questo
una sola anima che è forma del corpo umano, le « seconde
vite » di Simplicio sono un prodotto deteriore, quasi direi
spurio, dell'anima razionale che, sola, dà all'uomo la sua
natura di uomo, e perciò ne costituisce l'essenza specifica.
Est quidem anima rationalis essentia hominis et id quod est
homo; non autem est forma formans materiam, alioquin male
ab Academicis definitur homo; et decipiuntur illi, qui, ex Acade-
15S Secondo la celebre definizione attribuita a Platone da Nemesio,
De nat. hominis, e. 2.
^59 PiccoLOMiNi, 1. e, f. 217V.
^6o Alberto Magno, De anima, III., tr. 2., e. 12. Cfr. Archivio di
filosofia. Organo dell' Istituto di Studi filosofici, Anno XV, voi. Ili e IV,
1946, p. 116; Rivista di storia della filosofia, II, 1947, pp. 212-214.
^^^ Alberto Magno, De natura et origine animae, I, e. 5. Cfr. Giornale
critico della filosofia italiana, XII, 193 1, pp. 447-456.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 435
micoruin sententia, aiunt animain rationaleni formare hominem.
Hinc anima rationalis solum dicitur « utens corpore ». Sensus
autem dividitur in formantem et utentem: formans est extensus
et dividuus; utens vero individuus et ubique totus. Hinc in tertio
De anima, quinquagesimo octavo, ait Simplicius, eas quae sunt
in materia non vere esse formas; absolute enim et proprie formae
ab eo illae dicuntur quae solutae sunt a corpore, quarum
infima est anima rationalis. Et quamvis in postremo commen-
tario secundi De anima dicat: « humanam formam intelligimus
consistere in vita quae per rationem perficitur, terminatas habente
mensuras secundum tempus » ^^^, non tamen ob id denotat animam
rationalem formare materiam, sed solum eam esse hominis es-
sentiam et conditionem, ut ex variis ab eo relatis conspicue elici
potest 163.
Nel trattato De hiimana mente, come abbiamo visto, il Pic-
colomini riteneva che Simplicio condividesse l'opinione, at-
tribuita a Platone, dell'unità dell'anima razionale; e sappiamo
ormai che questa tesi era attribuita a Simplicio dal Nifo,
dal Genua e da altri. Negli ultimi anni del suo insegnamento,
il senese ebbe a modificare questo suo parere. Egli ha cura
anzi tutto di distinguere la Mente non partecipata, che nella
gerarchia degli esseri occupa il primo grado dopo Dio, dalle
menti partecipate:
Loquendo de Mente non participata, non constat an una vel
plures sint, et de hoc nihil distincte protulit Simplicius. Cum
Plotino magis videtur statuenda una.... Ex ad verso lamblicus
et Proclus, quos praesertim sequitur Simplicius, eas statuunt
plures.... Simplicius, in primo contextu tertii De anima^^4, similiter
plures affirmat, inquiens : « Differt haec participata forma a primis
et non participatis formis, ut quae participetur ». Res itaque est
dubia; et prò resolutione dicendum censeo, mentem non partici-
patam dupliciter considerari: primo, absolute secundum se et
iuncta supremo Uno, ac ita esse unam per participationem;
secundo, ut recedit ab Uno et est terminus supremus participa-
tarum mentium, qua ratione est multiplex.... 165.
Non così è dell'anima razionale, che forma il quarto grado
nella scala discendente degli esseri; ed è proprio qui che il
162 Simplicio, De anima, ed. Hayduck, p. 21S, 20 (ad III, e. 4, 52qa
io; non dunque «in postremo commentario secundi libri», ma «in
primo commentario tertii », secondo la divisione averroistica del testo
aristotelico seguita anche dal Piccolomini e dai traduttori di Simplicio).
163 Piccolomini, ib., f. 217V.
164 Simplicio, De anima, ed. Hayduck, p. 218, 4 sgj.
165 Piccolomini, ib., i. 2i8r.
436 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Piccolomini sembra aver mutato parere nei riguardi di Sim-
plicio :
Animae rationales, ex sententia Simplicii, non una sunt, ut
nonnulli ex Platonicis, et cum eis Averroes, existiniarunt; nec
tot quot fuerunt et futuri sunt homines, ut censent Divus Thomas
et Alexander; sed certo et definito numero sunt praeditae, quae
ab aeterno ex idea Mentis manarunt. Qui numerus nec crescit
unquain nec minuitur, sed animae singulae varias vivunt vitas,
et ex una in aliam vitam, quasi in orbem, revolvuntur; nonnun-
quam enim haerent vehiculo aethereo, in coque edunt facultatem
sensuum..., nonnunquara vehiculo aereo..., acita per varios ascen-
sus in caelum et descensus servant generationem hominum aeter-
nam, ut colligitur ex Simplicio in II De anima, cont. 8 et 23, e
in III De anima, cont. 20 et 21, ut etiam putarunt lamblicus et
Proclus, quos sequitur Simplicius ^^^.
Coir idea platonica del numero determinato delle anime
che, discese ognuna nel proprio corpo, se ne separano per
tornare ad unirsi ad altri corpi, in un ciclo eterno di transmi-
grazioni, taluni pensavano si potesse risolvere la difficoltà,
che gli averroisti facevano a chi riteneva le anime moltipli-
cate col numero dei corpi e immortali. Se infatti il mondo,
per Aristotele, è eterno, ed eterna la specie umana, bisogne-
rebbe ammettere un numero infinito in atto di anime separate
dai loro corpi. Di questa difficoltà s'era fatto forte anche il
Bessarione, come abbiamo visto, per dar ragione ad Averroè
neir interpretazione del pensiero d'Aristotele.
Ma resta un'altra difficoltà. S. Tommaso ed altri avversari
dell'avverroismo pretendevano che, secondo la dottrina aristo-
telica, l'anima intellettiva fosse individuata e moltiplicata
di numero soltanto per la sua unione al corpo; essi anzi pen-
savano che le forme separate non fossero suscettibili di molte-
plicità numerica. Ma se l'anima è individuata dal corpo, non
si riesce a capire come possa mantenere questa individualità
quando n' è separata. Tanto meno si capisce com'essa possa
passare da un corpo all'altro, secondo la dottrina platonica,
senza che ne resti spezzato il particolare legame che essa
ha contratto con un corpo determinato, e senza che la sua in-
dividualità sia cangiata. Questa difficoltà non esiste per Sim-
plicio, come non esiste per Giamblico e per Proclo:
166 Piccolomini, ib., f. 2i8v.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 437
Distinguuntur ab invicem aniinae non per relationeni ad
proprium corpus, nam variis haerere valent: ex quo patet quod
non proprie formant, sed insinuantur et perinde ac nautae assi-
stunt et utuntur. Sed distinguuntur per proprias individuas con-
ditiones, quas ex variis stellis, ex quibus pendent, recipiunt, non
secus ac invicem variarum stellarum radii secernuntur. Plotinus,
in libro De dubiis aniniae primo, cap. sexto ^^7, inquit distinctionem
animarum prodire vel ex corpore, vel ex recessu ab anima uni-
versa, vel ex relatione varia ad Mentem. Mox cap. 15 inquit, difte-
rentes reddi animas vel distinctione corporum quibus insinuantur,
vel ob fortunas et educationes, vel ipsae demum ex se ipsis dif-
ferentias deferunt, etc. Putat enim Plotinus universe eandem
esse animae essentiam. Simplicius vero, una cum lamblico et
Proclo, magis eas distinguit et se ipsis distingui affirmat propriis
quibusdam differentiis individuantibus, procedentibus ex infinito
et terminis animae competentibus, tanquam ex modo materiae
et formae '68_
Su questi « termini » o proprietà intrinseche che rendono
fra loro numericamente differenti le anime, avevano richiamato
l'attenzione Marsilio Ficino e il Nifo, i quah ne avevano no-
tato r identità con le «haecceitates» degli scotisti ^h; ed io ho
avuto occasione di ricordare in proposito il pensiero di Enrico
Bate da Mahnes, traduttore di vari opuscoli di Proclo e pre-
cursore di quasi due secoli del platonismo del Ficino e di Pico
della Mirandola i7'\ Il Piccolomini comprese che siffatta dot-
trina dell' individuazione si opponeva direttamente all'aver-
roismo, e risolveva la difficoltà, che abbiamo segnalata, assai
meglio di quel che non avesse saputo fare S. Tommaso: ogni
coscienza umana costituisce in se stessa una individuahtà
insopprimibile e irriducibile, un modo particolare di rifran-
gere la luce che effonde intorno a sé il sole eterno.
Ma anche nella sua irriducibile individualità, l'anima ra-
zionale è intimamente connessa colla Mente che è sopra di
essa, e da quella attinge le ragioni che la guidano nel giudicare
le cose che scorge sotto di sé, nel modo che abbiamo appreso
dal Genua e dal Castellani. Quell'unità del pensiero, che co-
stituisce il motivo gnoseologico fondamentale dell'averroismo,
nella dottrina di Simplicio è concihata colla plurahtà numerica
dei soggetti pensanti.
1^7 Plotino, Eìui., IV, III, e. 6.
168 Piccolomini, ib., p. 2i8v.
169 Cff. B. Nardi, Sigieri di Brah., cit., pp. 161-163.
17" Ib., p. 179.
438 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Utile ad intendere la settima delle nove conclusioni che
Pico della Mirandola aveva attinto al commento di Simplicio
al De anima, e che noi abbiamo riportato, è quanto il Picco-
lomini scrive a proposito della dottrina di questo commen-
tatore greco intorno alla sensazione:
Descendendo ad sensum, qui ex anima rationali, tanquam
vestigium, idolum et umbra, prodire dicitur, in eo non praecipue
servantur rationes, cum non praecipue sit anima, sed servantur
umbrae et imagines earum. Quae vis sentiens duplici fungitur
officio: nam format instrumentum suum, eoque utitur; hinc divi-
ditur in utentem et formantem. Ut format, magis extenditur et
dividua redditur per corporis divisionem; ut vero utitur, individua
est totaque est in toto.... Haec divisio solum competit animae
rationali quatenus effundit inferiores vitas, formantes corpus,
quibus ea utitur, at non proprie, ut dixi.
Quo pacto facultas sentiens sit principium sentiendi, decla-
ratur a Simplicio in I De anima, cont. 75, in II, 52 et 62, et saepe
alibi. Eius sententia haec. est. Primo sensibile externum agit in
instrumentum sensus, ac ita instrumentum ratione materiae
patitur; quae passio non interitus sed perfectio est. Ratione autem
facultatis formantis agit, quatenus per eam illa sensorii perpessio
redditur spiritualior et purior; quae actio non est iudicium, sed
dispositio ad illud. Mox ea affectio, syncerior reddita, attingit
rationem nectiturque cum ea, ut effectus cum sua causa. Et
tunc facultas utens per rationes consimiles consimilium promit
iudicium, adeo ut per unam albedinis insitam rationem, sive
dulcedinis, iudicium promat singularum albedinum et dulce-
dinum; et id iudicium dicitur actio non formantis sed utentis.
Quae facultas dicitur reddi simihs obiecto, non quia ab eo
aliquid recipiat, sed quia per rationem ei respondentem agit et
iudicat. Sic sentire est agere, praecurrente tamen instrumenti
perpessione. Similitudo autem per quam sentiens redditur simile
obiecto est triplex: prima pertinet ad passionem organi; secunda,
ad actionem formantis; tertia, ad actionem utentis, quae prae-
cipua est; adeo ut anima reddatur similis rei sensibili, non quia
ab ea aliquid suscipiat, sed quia per propriam eius rationem agit.
Insuper, discrimen est inter sensum et mentem, quia sensus
cognoscit per rationes ei insitas, at non cognoscit rationes; mens
autem intelligit nedum per rationes, sed etiam rationes.... ^71.
Ritornando a parlare dell'anima razionale secondo la dot-
trina di Simplicio, il Piccolomini, che innanzi aveva parlato
dei gradi pei quali l'anima, che permane in sé, esce fuori di
sé e discende nel corpo umano, viene ora a trattare dell'ascesa
171 PiccoLOMTNi, ib., f. aigr.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL <' DE ANIMA » 439
ossia del ritorno di essa alla sua originaria perfezione. Se i
sono i gradi di questa ascesa:
Mens.... ut per descensum redditur imperfecta, ita per ascen-
sum perficitur. Nam cum sit pregressa et imperfecta, primo per-
ficitur habitu. Quo ornata, formatur mente agente, hoc est a se
ut in se manet, cum conversione ad infera. Tertio, elevatur ad
gradum in se pure manentis. Per quem gradum quarto ascendit
in Mentem participatam, a qua formatur; et eius rationes cum
ideis participatis nectuntur ab eisque formantur et perficiuntur.
Ex quo gradu quarto elevatur in quintum, nimirum in Mentem
non participatam eiusque ideas, munere quarum extollitur. Sexto
in Deum, caput idearum et mentium; in quem cum pervenerit,
summo fruitur bono, quod adumbrate solum ei competere potest
dum fuerit huic crasso corpori iuncta ^1-.
Con quest'ultima affermazione il Piccolomini tende a sotto-
lineare un altro dissenso fra Simplicio e gli averroisti, su un
punto che al senese stava particolarmente a cuore. È noto
che una delle più ardite tesi dell'averroismo è quella della
« copulatio », ossia del congiungimento dell' intelletto umano
coir intelletto agente identificato con un' intelligenza separata
che per alcuni averroisti è Dio 173. Per tale congiungimento, la
potenza dell' intelletto umano sarebbe totalmente attuata
e l'uomo, fatto capace di conoscere nella loro essenza le in-
telHgenze separate, raggiungerebbe il sommo bene cui la mente
aspira, in una specie di indiamento. Questa mistica ampia-
mente svolta da Alberto Magno nel secondo libro del De in-
tellectu et intelligibili ^74, da Sigieri nel Liher de felicitate e da
Alessandro Achillini nei Qiioliheta de intelligentiis ^75, ma de-
risa dal Pomponazzi, fu abbandonata nel secolo XVI dal
Montecatino e dal Piccolomini. Il primo, arrivato a commen-
tare il famoso testo XXXVI del terzo libro del De anima,
dichiara di respingere la dottrina dei commentatori greci ed
arabi intorno al preteso congiungimento dell' intelletto umano
in questa vita con le sostanze separate:
Ita hanc rem cum latinis Thoma et Scoto, contra graecos et
arabes, quos Albertus sequitur, determinamus. Ridemusque
172 Ib., f. 219V.
173 Cfr. AvERROÈ, De anima. III, comm. 36; B. Nardi, Sigieri
di Brab., cit., pp. 21-29, nonché qui sopra il saggio VI.
174 Cfr. Riv. di storia della filos., II, 1947 21, pp. 215-220.
175 V. sopra, il saggio VIII, § 4.
44C
l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
fictitiam illam mentis nostrae, quandiu cum corpore coniuncta
est, copulationem ex lumine naturali, sine gratia, cum separatis
substantiis; quam inducere arabes student in scholam peripa-
teticam, somniant platonici quidam, non testimonium de se ipsis
dicentes, quod ita sit, non afterentes rationem ullam firmam,
nisi illa est firma, quam Averroes facit in prima commentatione
primi minoris Postnaturalium, sed declarantes tantummodo,
commemoratione exemplorum similitudinumque, qualis ea sit
copulatio; perinde ac si quispiam conaretur estendere qualis
esset Chimaera aut Centaurus 176.
D'accordo col Montecatino, anche il Piccolomini espone la
dottrina averroistica sul modo come la mente umana arriva
a congiungersi con le sostanze separate, e, dopo avere osser-
vato che Averroè su questo punto gli sembra «satis obscurus»!??,
ne ribatte gli argomenti, ritenendo che l'uomo non possa in
questa vita, colle sue forze naturali, pervenire al grado di
beatitudine che gli averroisti pretendevano '"S.
E poiché questi s'adopravano a tirar Simplicio dalla loro
parte, egli ne espone il pensiero in modo da togliere ad essi
anche questa illusione. Il congiungimento della mente umana
con la mente divina, non è possibile se non dopo che l'anima
s' è separata dal peso del corpo ed ha raggiunta l' immortahtà.
Dotata di una sua propria e intrinseca individuaHtà, l'anima
umana, per Simplicio, è capace di ritrarsi dalla vita corporea
e di continuare a pensare e a volere, anche quando la compa-
gine del corpo s' è disciolta '79.
Tale, concludendo, il senese ritiene fosse la dottrina di
Simplicio, checché altri ne pensasse:
Hanc ego puto fuisse sententiam Simplicii in expositione li-
brorum De anima, quam partim elicio ex verbis eius, partim
ex lamblico et Proclo, quos sibi duces statuit; nec propterea me
latet M. Antonium lanuam, lulium Castellanum et alios nonnullos
viros sapientia celebres plurima ad eam attinentia secus retulisse,
in quorum varietate morari nolo. Haec profecto est sententia
praeclarissimorum Academicorum ; Simpiicius autem se medium
constituens, conciliique cupidus, ait hanc quoque fuisse senten-
tiam Aristotelis et in hanc etiam nititur trahere verba et
sententias eius[dem] Aristotelis. Nec desunt viri docti qui ei
176 A. Montecatino, In III de anima, cit., ad t. e. 36, p. 451.
177 Piccolomini, Univ. philos. de moribus, gradus IX, e. 34, p. 517.
178 Ib., capp. 35-38, pp. 518-526.
179 Piccolomini, Capita sententiae Simplicii, f. 219V.
IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL « DE ANIMA » 44!
adhaereant. Ego tamen puto de multis Aristotelem a Platone
dissentire, in quorum explicatione a Simplicio recedendum existi-
marem i8o_
Ed enumera ben ventiquattro punti concernenti il suo dis-
senso dal commentatore greco, sul modo tenuto da questo
di sforzare il testo aristotelico per trarlo in senso platonico ^^K
9. - Le vicende, che abbiamo narrato, del commento di
Simplicio al De anima, nel Rinascimento, durante il periodo
che va da Pico della Mirandola a Francesco Piccolomini, mi
pare dimostrino che la fortuna di questo commento è essen_
zialmente legata alla storia dell'ultimo averroismo. Mentre
alcuni averroisti, chiusi nell'angusto ambito della scuola,
continuavano a parlare un linguaggio ostico, che si faceva di
giorno in giorno sempre piìi incomprensibile, altri, meno
gretti, apersero l'animo fiducioso alla nuova cultura classica
e tentaron di rinnovarsi. I primi, anche se fra essi erano in-
gegni acuti e pensatori audaci come Alessandro Achillini,
furon presto votati all' oblio, senza speranza che una nuova
generazione tentasse piìi tardi di farne rivivere il pensiero.
I secondi, invece, smesso l' irto linguaggio della scuola, osa-
rono, appoggiandosi ai commenti di Temistio e di Simplicio
e seguendo l'esempio del Pico, di svolgere la dottrina d'Averroè,
orientandola verso il platonismo. Come quei due antichi com-
mentatori greci, anche questi averroisti si proposero di ac-
cordare Aristotele con Platone, A quest'uopo impararono
anch'essi il greco, per poter leggere nella lingua originale non
soltanto gli scritti di questi due filosofi, ma altresì quei com-
menti che perseguivano lo stesso proposito di conciliazione.
Grazie ai loro sforzi, l'averroismo potè godere ancora d'un
secolo di vita, sino alla fine del Cinquecento.
Ma alla fine di questo secolo, l'averroismo come scuola
tramonta per sempre. Nella loro fedeltà ad Aristotele, gli
averroisti furono i più ostinati avversari di ogni rinnovamento
scientifico, sì nel campo dell'astronomia come in quelli della
fisica e della medicina. Non che al sistema copernicano, essi
i8o Ibid.
i8i Ib., ff. 219-221V.
442 L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
s'opposero perfino alla dottrina tolemaica degli eccentrici
e degli epicicli ! In un tempo in cui si faceva sempre più strada
r idea della possibilità d'un mondo infinito, essi continuavano
a negare l' infinità intensiva della virtù del primo motore.
Assurdo era per loro tutto quello che non entrasse negli schemi
della Fisica aristotelica, che neanche Dio avrebbe potuto
modificare. Il nascere della nuova fisica matematica e della
nuova filosofia della natura fece crollare « ab imis funda-
mentis » la costruzione aristotelica del mondo, e i primi ad
esser travolti e sepolti sotto le rovine furono gli averroisti,
come quelli che non avevano aspirato ad altra gloria che
d'essere i più intrepidi difensori d'una fortezza ormai sman-
tellata.
Anche la fiducia da essi riposta nel commento di Simplicio
al De anima ebbe a subire una forte scossa, quando il Picco-
lomini dimostrò che l' interpretazione del Genua e della sua
scuola era un continuo fraintendimento della genuina dottrina
di questo commentatore greco. Collega del Piccolomini a
Padova, dopo il 1592, era un altro giovane toscano che a
Pisa aveva acquistato familiarità col commento di Simplicio
alla Fisica e al De caelo. Il nome del commentatore greco
d'Aristotele doveva esser rimasto legato nella sua memoria
ai primi scontri coU'aristotelismo, già nell'ateneo pisano.
A Padova quel nome, così spesso ripetuto nel clamore delle
dispute, dovette certo svegliare nell'animo del giovane maestro
propenso a cogliere, da buon toscano, il lato umoristico delle
cose, un vivo senso di ilarità che, coll'andare del tempo, ec-
citò la sua fantasia a creare la divertente caricatura del dotto
pedante, che nel Dialogo dei massimi sistemi impersona l'ul-
timo borioso e goffo difensore della scienza aristotelica.
XIV
LA FINE DELL'AVERROISMO *
Gli storici del pensiero medievale ci hanno dato dell'aver-
roismo un concetto che forse non è del tutto esatto e che bi-
sognerà sottoporre a una revisione critica.
Dalla vecchia opera d' Ernesto Renan, Averroès et l'aver-
roisme, fino alla grande monografia del p. Mandonnet, Siger de
Brabant et l'averroisme latin aii XlIIe siede, anzi fino alla
più recente monografia di Fernand Van Steenberghen, Sig.
de Brab. d'après ses ceiivres inédites, l'averroismo è presentato
come un'eresia dotta, un movimento eterodosso, un'anticipa-
zione storica del « libero pensiero », o, com' è stato anche
detto, r « Aufklàrung » medievale.
Il maggiore responsabile di questa interpretazione storica
dell'averroismo è stato S. Tommaso d'Aquino, tutto preso
com'era dal bisogno di dimostrare il perfetto accordo fra la
scienza e la fede, tra la filosofia aristotelica, che nel medio evo
era considerata come la filosofia per eccellenza, la filosofia
tout-court, e la teologia cristiana. Secondo lo spirito del con-
cordismo tomistico, Averroè fu, prima di tutto, «non tam
peripateticus quam peripateticae philosophiae depravator » ;
fu quindi il primo sostenitore d'una dottrina, che, filosofica-
mente assurda, doveva giudicarsi eretica dal punto di vista
della rivelazione cristiana e proscriversi come tale.
Ispirate a questo concetto tomistico dell'averroismo sono
quelle figurazioni artistiche che s'ammirano a Firenze nella
Cappella degli Spagnuoli, nella tela del Traini nella chiesa
* Dal voi. Pensée hitmanìste et tradition chrétienne aiix XVe et XV le
siècles, « Publications de la Société d'études italiennes », Parigi, 1948,
pp. 139-151-
444 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
domenicana di S. Caterina a Pisa, nel dipinto di Benozzo
Gozzoli al Louvre e in quello di Filippino Lippi in S. Maria
sopra Minerva a Roma, rappresentanti il trionfo di S. Tom-
maso. In esse, Averroè è raffigurato prostrato nella polvere
ai piedi del dottore d'Aquino, a significare la vittoria della
verità cristiana sull'eresia e sul gentilesimo.
Del resto, l'Aquinate non fu il solo a scorgere nell'averroismo
un pericolo per la fede: le due condanne pronunziate nel 1270
e nel 1277 dal vescovo di Parigi col consenso dei maestri di
teologia dell'università, dimostrano che le autorità eccle-
siastiche, le quali seguivano con occhio vigile le discussioni
in seno all' università parigina, erano seriamente preoccupate
dell'atteggiamento di Sigieri di Brabante, di Bernieri di Ni-
velles, di Gosvino de la Chapelle e di Boezio di Dacia. E i
primi tre, canonici tutti e tre a Liegi e maestri a Parigi, furon
citati nel novembre 1276 dall' inquisitore di Francia a Saint
Quintin, come veementemente sospetti d'eresia.
Eppure, malgrado tutto quello che S. Tommaso aveva
scritto contro l'averroismo, anzi malgrado le condanne da
parte del vescovo di Parigi, l'averroismo continuò ad avere
una vita assai prospera per ben tre secoli. A Parigi stessa,
nella stessa facoltà delle arti, ove aveva insegnato Sigieri,
troviamo, nei primi decenni del secolo XIV, quel Giovanni
di Jandun che senza dubbio fu il più strenuo e il più sistema-
tico difensore dell'averroismo a Parigi. E mentre noi sten-
tiamo a ritrovare oggi qualche brandello della produzione
letteraria del grande Sigieri, « Segerus magnus », com' è chia-
mato in alcuni manoscritti del secolo XIV, noi possediamo
innumerevoli manoscritti e molte edizioni a stampa di quasi
tutti gli scritti di Giovanni di Jandun. Attraverso le prolisse
discussioni di G. di Jandun, e le copiose notizie che egli ci ha
tramandato, è consentito di farci un' idea esatta della vitalità
dell'averroismo parigino, e di trarne la convinzione che le
condanne contro di esso, se non erano del tutto dimenticate,
avevano finito per perdere ogni valore.
A questo risultato avevano contribuito alcuni teologi, i
quali non esitarono a dichiarare apertamente inconcludenti
gli argomenti che S. Tommaso aveva adoperato per combattere
l'averroismo. Questi teologi si chiam.avano Enrico di Harclay,
maestro e cancelhere a Oxford, Gerardo da Bologna, carme-
litano, Pietro d'x\uriole, francescano, Giovanni di Baconthorpe,
LA FINE dell'averroismo 445
altro carmelitano, che gli averroisti padovani della fine del
secolo XV non esitarono a salutare col nome di « princeps
averroistarum ».
L'amico p. B. Xiberta ha buon giuoco quando dimostra che
Giovanni di Baconthorpe non professò mai la dottrina dell'unità
dell'intelletto. Ma io aggiungerò che nemmeno Sigieri, nemmeno
Giovanni di Jandun professarono mai le tesi che si attribui-
rono agli averroisti, poiché essi ebbero sempre l'accorgimento
di dichiarare che parlavano non come cristiani, ma come
filosofi. Ora la filosofia del medio evo, come ha ben compreso
il p. Laurent, non è come per noi moderni sapere assoluto,
cioè spirito critico dell'uomo che organizza la propria espe-
rienza, tutta la propria esperienza, in una visione unitaria
della vita e del mondo. La filosofia dei medievali è una dot-
trina organica della natura e delle cause naturali quale era
stata elaborata da Aristotele, che mussulmani e cristiani
accettarono, perché né il cristianesimo né l' islamismo si
erano curati di dare all'uomo una dottrina dell'ordinamento
cosmico. Nel Vangelo e nel Corano una filosofia della natura
manca. La filosofia aristotelica suppliva a questa mancanza.
Accettandola, tanto i mussulmani quanto i cristiani, senti-
rono che la filosofia aristotelica era cosa ben diversa dalla
rivelazione religiosa sia del Corano che del Vangelo. Ma,
mentre Avicenna tra gli arabi e S. Tommaso tra i pensatori
cristiani del medio evo si sforzarono di accordare la filosofia
aristotelica col pensiero teologico, Averroè al contrario di-
mostrò che per arrivare a questo accordo bisognava falsare i
principi fondamentali della metafisica aristotelica, ed egli
denunciava Avicenna come il maggiore falsificatore del pen-
siero d'Aristotele.
Aveva ragione od aveva torto Averroè ?
Non è possibile affrontare così alla sbrigativa un problema
come questo, che è prima di tutto un problema di ordine er-
meneutico e filologico. E l'averroismo è appunto, anzi essen-
zialmente, un' interpretazione del pensiero d'Aristotele, di-
versa e, su molti punti, opposta a quella di Avicenna e di
S. Tommaso. Quando l'averroista dichiara: — Di necessità
io concludo, che l'anima razionale è unica per tutti gli uomini;
ma per fede penso che le anime sono molteplici ed indi-
viduali — , vuol dire: dati i principi della metafisica aristo-
telica, ne segue necessariamente l'unità dell' intelletto. La
446 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
ragione umana che ha per sua guida Aristotele, non riesce,
senza la luce della fede, a vedere la falsità di quei principi.
Come già dicevo, non soltanto gli averroisti, ma anche i
teologi che ho ricordato, ed ai quali potrei aggiungere Gu-
glielmo di Occam ed altri ancora, giungevano alla stessa con-
clusione : r interpretazione tomistica di Aristotele non è
interpretazione spregiudicata, ma un' interpretazione che
obbedisce ad un proposito deliberatamente concordista e
apologetico, già denunciato da Enrico di Harclay e dal carme-
litano Gerardo da Bologna, e cioè « de Aristotele haeretico
tacere catholicum ».
Un ugual tentativo sarà rinnovato in pieno umanesimo da
Giorgio di Trebisonda, contro il quale si scaglia il Cardinale
Bessarione nell'opera /;: calumniatoyeni Platonis. Come S.
Tommaso, il Trapesunzio sosteneva che, secondo la dottrina
di Aristotele, l'anima intellettiva è forma sostanziale del
corpo umano, al quale dà il suo essere specifico; che essa è
moltiplicata col numero dei corpi; che essa è cominciata col
corpo, ma col corpo non finisce, essendo immortale a parte post.
Il Bessarione, che attraverso il Trapesunzio colpisce lo stesso
Aquinate, osserva che siffatta interpretazione del pensiero
aristotelico si oppone direttamente ai principi più certi della
Metafisica d'Aristotele. Per lo Stagirita non può essere immor-
tale a parte post, quello che non è perpetuo e immortale a
parte ante. Perciò, se l'anima umana è immortale a parte post,
non può avere avuto principio insieme al corpo, ma deve
esistere dall'eternità. Sì che, se fosse vera l' interpretazione
di S. Tommaso e del Trapesunzio, se cioè l'anima razionale
fosse forma sostanziale del corpo e moltiplicata insieme a que-
sto, bisognerebbe ammettere che un numero infinito di anime
dall'eternità attendono il momento di unirsi al corpo di cui
sono forma, restando intanto prive della loro naturale per-
fezione: oppure che un numero finito di anime s'incarni suc-
cessivamente in corpi diversi, in un ciclo eterno d' infinite
reincarnazioni: cose tutte che Aristottle ritiene assurde.
Dunque, conclude il Bessarione, secondo la genuina dottrina
d'Aristotele, o si deve ammettere con Alessandro d'Afrodisia
che l'anima muore col corpo, oppure è necessario concludere
con Averroè, che l'intelletto umano è uno solo per tutti gli
uomini, ed è eterno a parte ante e a parte post. E che in que-
st'ultimo modo vada inteso Aristotele, è confermato dal Bes-
LA FINE dell'averroismo 447
sarione coH'autorità d'un averroista inglese, Tommaso di
Wilton, che verso la metà del secolo XIV aveva insegnato
ad Oxford le stesse dottrine che Sigieri e Giovanni di Jandun
avevano insegnato a Parigi.
Tutto quello che Giorgio di Trebisonda e S. Tommaso spac-
ciano come dottrina di Aristotele, dice ancora il Cardinal
Bessarione, è dottrina particolare della nostra fede e niente
ha che fare coll'aristotelismo. E non mi farebbe meraviglia,
aggiunge il Bessarione, se di questo passo s'arrivasse a trovare
in Aristotele il dogma dell' incarnazione, della passione e della
resurrezione di Cristo, e a profanare in tal modo i più santi
misteri della nostra fede.
Ottant'anni dopo che il grande Bessarione ebbe scritto la
sua opera contro il Trapesunzio, un averroista italiano che qui
a Parigi era stato chiamato da Francesco I a insegnare la
filosofìa sul testo greco d'Aristotele, il milanese Francesco
da Vimercate, alla fine della sua Peripatetica disceptatio>
stampata a Parigi, in « Officina Christiani Wecheli », nel-
l'anno 1543, ispirandosi al Bessarione, osserva molto giusta-
mente, che coloro che hanno bisogno di confermare la loro
fede coH'autorità di Aristotele, non sembrano aver molta
fiducia nella parola di Cristo. E poco più di un ventennio
dopo, esattamente nel 1567, un altro aristotelico italiano,
ma non averroista, bensì alessandrista, Giulio Castellani da
Faenza, diceva che coloro che esitano a prender posizione e a
dichiarare il loro pensiero per ciò che riguarda i problemi
dello spirito umano, per paura di trovarsi in contrasto colla
fede, « profecto huiusmodi homines ignorare videntur, quam
Christiana fìdes et charitas a philosophandi ratione distet,
et quam nullius sint ponderis Aristotelis inventa et argumen-
tationes ad sanctissimae religionis nostrae decreta labe-
factanda ». E conclude con un linguaggio da gran galantuomo,
senza falsi pudori: « Audacter igitur etiam possumus de animi
nostri substantia ac perpetuitate disserere, perpendereque
diligenter quid de eo discernendum voluerit Aristoteles. Si
quideni cum nos philosophamus, ex aliorum sententia loquimur,
semperque, ut christiani, Sacrarum Litterarum preciosissima
monumenta pie colenda et observanda supponimus ».
Ecco dunque a che cosa si riduce la così detta « dottrina
della doppia verità », della quale si sono scandalizzati gli sto-
rici moderni della filosofìa. Non se ne scandalizzarono invece
448 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
gl'inquisitori dell'eretica pravità; ai c]uali interessava medio-
cremente di sapere come la pensasse Aristotele. Ad essi ba-
stava di sapere che sia gli averroisti che gli alessandristi non
ponevano in discussione le verità rivelate, bensì la dottrina
di Aristotele. Che se poi Aristotele non s'accordava alla fede
di Cristo, tanto peggio per lui; e tanto peggio per chi lasciava
Cristo per Aristotele.
S'oda, per esempio, quest'avvertenza che Polo Loredan,
patrizio veneziano, rivolge al lettore nell'atto di congedare
per la stampa il suo commento al De anima condotto secondo
lo spirito alessandrista del Pomponazzi, del Porzio e del Ca-
stellani, e dedicato nel 1596 al serenissimo duca d'Urbino,
Francesco Maria da Montefeltro: «Pie lector, haec mea com-
mentarla pie legito, et tantum mentem Philosophi hic inter-
pretari scito; et me interpretem christianum et Sanctae Ro-
manae Ecclesiae filium esse advertito, et prò Domino nostro
lesu et Ecclesia mori paratum habeto; Aristotelem christia-
num non extitisse notato, nec ipsum Christiane scripsisse
nec Christiane expositum observato. Fidem Christi Dei et
Dei filli tot tantisque miraculis firmatam inspicito, auctori-
tate Aristotelis non indigeto, et si quae veritatem catholicam
turbantia legeris, tamquam falsa et ab Aristotele impio prolata
prò firmo et indubitato habeto tenetoque. Vale ».
Perciò le autorità ecclesiastiche, dai primi anni del se-
colo XIV in poi, avevano finito per acquetarsi a siffatte di-
chiarazioni, e lasciarono sia agli averroisti che agli alessandristi
la più ampia libertà di discussione e di critica. Le difficoltà
che i dantisti trovano ad intendere come Dante possa aver
messo nel suo Paradiso, a fianco di S. Tommaso, un averroista
qual era stato Sigieri di Brabante, e farne l'elogio che Dante
fa pronunciare allo stesso Tommaso d'Aquino, derivano da
due cose: primo, dal non aver capito la particolare natura
della filosofia di Dante; secondo, dal non aver capito che cosa
è stato l'averroismo.
Questi commentatori di Dante, invece di guardare alla
figurazione dantesca in se stessa e in rapporto al pensiero
del poeta che pone « Averrois che '1 gran commento feo »
tra gli spiriti magni del nobile castello, si son lasciati for-
viare dalle raffigurazioni cui accennavo in principio, e nelle
quali Averroè è prostrato nella polvere ai piedi di S. Tom-
maso.
LA FINE DFXL AVERROISMO 449
A queste figurazioni d' ispirazione domenicana e tomistica
parrebbe opporsi invece quella d' ispirazione agostiniana che
Giusto dipinse, poco prima del 1370, nella cappella dei Cor-
telieri annessa alla chiesa degli Eremitani a Padova, ove
aveva insegnato Gregorio da Rimini. Dalle descrizioni che
un secolo dopo ne lasciò Hermann Schedel, in questo affresco
del Menabuoi Averroè era dipinto a fianco di Maestro Alberto
da Padova, teologo eremitano morto nel 1328, e del beato
Giovanni della Lana da Bologna, filosofo e teologo ed an-
ch'esso eremitano, morto, a quanto pare, intorno al 1350.
Questo affresco deve avere impressionato il giovane ere-
mitano Paolo Veneto che pochi decenni dopo, reduce an-
ch'egli, al pari di Gregorio da Rimini, dalle scuole di Oxford
e di Parigi, e salito sulla cattedra di filosofia nelle scuole an-
nesse al convento agostiniano di Padova, ispirò il suo insegna-
mento alla dottrina sigeriana, sforzandosi di dimostrare in
che modo l' intelletto, unico per tutta la specie umana, riesce
ad individualizzarsi nei singoli. lAlla stessa dottrina sige-
riana s' ispirano verso la fine del secolo XV, Pico della Mi-
randola, Alessandro AchiUini, Agostino Nifo, Tiberio Ba-
cilieri e altri.
L'averroismo che ormai pareva avere esaurita la sua vi-
talità a Parigi ed a Oxford, sopraffatto dallo scotismo e dal-
l'occamismo, s'era ridotto ormai nelle sue due ultime fortezze
di Padova e di Bologna. Accade ancora di trovare qualche
altro averroista altrove, come Luca Prassicio a Napoh, che
già vecchio intervenne nel 1521 nella polemica fra il Pompo-
nazzi ed il Nifo. Ma nel suo rigido attaccamento al testo aver-
roistico, egli parlava un linguaggio che si faceva di giorno in
giorno più incomprensibile.
Anche a Bologna, ove l'averroismo sigeriano aveva trovato
alla fine del Quattrocento nell'Achillini un difensore ardito e
destro, non ebbe in Ludovico Boccadiferro un successore
degno di tanto maestro. A Padova invece l'averroismo prese
a rinnovarsi, sotto la spinta del Platonismo.
Nel 1481 era uscita a Treviso la traduzione che Ermolao
Barbaro aveva fatto delle Parafrasi di Temistio. A questo
interprete bizantino e a Teofrasto, Averroè stesso aveva fatto
risalire la dottrina dell'unità dell' intelletto. Non fa quindi
meraviglia che gli averroisti si ponessero a studiare con parti-
colare interesse la parafrasi temistiana del De anima, nella
29
450 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
traduzione del Barbaro, visto che la traduzione medievale di
Guglielmo di Moerbeke era diventata estremamente rara,
e del resto era oltremodo ostica all'orecchio degli umanisti.
Ma assai più della parafrasi di Temistio, contribuì al rinnova-
mento dell'averroismo padovano la conoscenza del commento
di Simplicio al De anima, rimasto sconosciuto ai medievali.
Il primo che, a mio parere, conobbe ed usò il commento
di Simplicio al De anima fu Pico della Mirandola, il quale ne
estrasse ben nove tesi delle 900 preparate nel i486 per k
disputa da tenere a Roma, che poi non ebbe luogo. Il com-
mento di Simplicio dovette attirare l'attenzione del Pico,
perché pareva contenere un elemento che poteva essere pre— ^
zioso a risolvere il problema centrale dell'averroismo e che
è il problema centrale di tutta la filosofia, e cioè: in che modo
r intelletto che è un principio di conoscenza universale e che
nella sua natura trascende l' individuo, si comunica a questo,
puntualizzandosi nello spazio e nel tempo. Come ho dimo-
strato più volte, il significato storico ed il valore filosofico
dell'averroismo consiste appunto nello sforzo di risolvere
questo problema, che, posto dai medievali in termini, se vo-
gliamo, contingenti e per noi inconsueti, è il problema eterno
della filosofia. Il trattato di Sigieri di Brabante, De intellectu,
scritto in risposta al trattato di S. Tommaso contro gli aver-
roisti, questo trattato di Sigieri che si leggeva ancora a Pa-
dova negli ultimi decenni del sec. XV, suggeriva al signore
della Mirandola, studente a Padova ed averroista, una solu-
zione della quale si ha l'accenno in due delle « conclusiones
secundum Avenroem»: da un lato, l'anima intellettiva è
una sola in tutti gli uomini; dall'altro, sembra possibile al
Pico, da un punto di vista strettamente averroistico, che la
mia anima, così particolarmente mia da distinguersi dall'anima
di ogni altro uomo, possa conservare la sua individualità
anche dopo la morte.
L'elemento prezioso che il commento di Simplicio forniva
al Pico, consiste nell' idea, derivata da Proclo e da Giambhco,
di un intelletto che, uno in sé, è capace di parteciparsi, uscendo
fuori di sé, in una discesa progressiva verso le «seconde vite»,
cioè la vita vegetale e quella animale, per poi ritornare in sé,
in un circolo eterno che ricorda, anche nella curiosa coinci-
denza dell'espressione verbale, il processo hegeliano dell' idea
in sé che, uscita fuori di sé, ritorna a sé come spirito.
LA FINE DELL AVERROISMO 45 1
Non è il caso d' indugiarmi piìi oltre ; ma non posso non
ricordare la curiosa immagine che il Pico suggeriva al
Nifo, professore a Padova, durante il viaggio che insieme eb-
bero a fare diretti entrambi a Bologna. L'unità dell' intelletto
umano non è altro che l'unità dell' idea platonica, che si co-
munica ai singoli rimanendo, in se stessa, una, indivisibile e
immoltiplicabile. Ma, nel comunicarsi ai singoli, essa lascia
in questi un' impronta e un vestigio che permane e costituisce
r individuahtà dei singoli. E, per rendere il suo concetto,
il mirandolano ricorreva a questo paragone. Come per co-
struire un arco o una volta è necessaria quell' impalcatura
che chiamano centina; ma quando l'arco o la volta sono co-
struiti, si reggono da sé, senza bisogno di sostegno; così l'anima
individuale è una partecipazione dell'anima universale, la
quale nel corpo di ogni individuo umano' lascia un'impronta
in cui consiste l' individualità di ogni uomo.
In tal modo il mirandolano non ripudiava affatto il suo
averroismo del periodo padovano; ma anzi l'approfondiva e lo
giustificava con un concetto neoplatonico, sì che il problema,
nel quale si dibattevano senza via d'uscita gli averroisti,
pareva avviato alla soluzione.
Agostino Nifo, professore a Padova dal 1492 al 1499, uomo
di vasta erudizione, ma confusionario e pretenzioso, credette
in un primo momento di aver trovato nel commento di Sim-
pUcio la piena conferma alla tesi sigeriana, che egli ci attesta
di aver accolto nella sua prima giovinezza e poi con molta
disinvoltura abbandonato.
La vivacità chiassosa ed arrogante che il Nifo metteva nel
difendere le proprie idee e nel combattere le altrui, contribuì
ad attirare l'attenzione sul commento di Simphcio, del quale
frattanto fu preparata l'edizione in greco che uscì a Venezia
nel 1527, presso i Manuzio. Colui che pur senza condividere
le idee del Nifo, anzi combattendole apertamente, si diede
con ardore a studiare il commento di Simplicio al De anima,
fu Marcantonio de' Passeri, detto il Genua, professore di filo-
sofia nello studio di Padova dal 15 17 all'anno della sua morte
nel 1563. Di costui ci resta un importante commento al De
anima, pubblicato postumo nel 1576, a Venezia, ad opera di
fedeli alhevi che si giovarono dei manoscritti lasciati dal
maestro. Altre due redazioni dello stesso corso, tenuto in anni
diversi, ci restano manoscritte nella Biblioteca Vaticana.
452 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Averroista, il Genua riteneva di poter proclamare il pieno
accordo fra Averroè e « il divino Simplicio », sia sulla tesi del-
l'unità dell' intelletto, sia su quella che vuole, contro la cor-
rente sigeriana del Nifo, l'anima razionale forma assistente e
non inerente o « informante » del corpo umano. Inoltre, egli
constatava l'accordo tra il commentatore greco e quello arabo
anche su altri punti, segnatamente sulla conoscenza. Nel
far ciò, egli si ado prava a sviluppare alcuni motivi platonici
che realmente erano latenti nel pensiero averroistico. Natu-
ralmente il Genua fu uno dei più risoluti avversari dell'ales-
sandrismo, e riprese per proprio conto, come altri averroisti,
la polemica contro il Pomponazzi e il Porzio, i quali, al pari
di Vincenzo Maggi, di Bassiano Landò e di Giulio Castellani,
s'erano dichiarati per Alessandro d'Afrodisia.
L'avvicinamento di Averroè a Simplicio, mentre forniva
nuove armi agli averroisti, sembrò per un momento smus-
sare l'antagonismo tra la filosofìa aristotelica e quella pla-
tonica, la quale aveva avuto nel Ficino un sagace rinnova-
tore. La scuola del Genua pareva anzi aver trovato nel neo-
platonismo la soluzione di quelle difficoltà, che furon lo scoglio
contro il quale l'averroismo doveva naufragare.
L'entusiasmo dei discepoli incoraggiava ed assecondava
l'opera del maestro. Fra questi merita di essere segnalato
Giovanni Fasolo, professore di lettere umane nello studio
padovano. Era da otto anni allievo del Genua e ben tre volte
aveva udito il maestro esporre il De anima, quando condusse
a termine la traduzione in latino del commento di Simplicio
sul trattato aristotelico, stampata a Venezia nel 1543. Nella
lettera indirizzata agli alunni del Genua, e premessa alla
traduzione del secondo libro di Simplicio, il Fasolo, dopo aver
loro ricordato, come il maestro solesse a tutti gli altri commen-
tatori d'Aristotele anteporre Averroè e Simplicio, afferma che
tutto quanto v' è di buono nei libri dell'arabo, questi 1' ha
appreso dal commentatore greco. E sebbene egli riconosca,
che, su alcuni punti, non s'arriverebbe a capire Aristotele
senza il commento averroistico, tuttavia ne mette in rilievo
lo stile, più che disadorno, irto, oscuro, barbarico, mentre
l'esposizione di Simplicio è piana, senza ambiguità, ed ele-
gante. Forte di questa constatazione, e più ancora dell'esempio
del maestro, che non si stancava di lodare la divina esposi-
zione dell' interprete greco, il Fasolo rivolge una calda esor-
LA FINE DELL AVERROISMO 453
tazione ai suoi condiscepoli, perché vogliano, ora che il com-
mento di Simplicio è reso facilmente accessibile a tutti, ces-
sare di logorarsi il cervello sulle pagine scabrose di Averroè,
e s'affidino invece all'espositore greco. Si buttino pur via tutti
gli altri commenti, quelli d'Alberto Magno, d' Egidio Romano,
del Burleo, del Suessano e d'altri insieme a quello d' Averroè,
e si studi invece di giorno e di notte soltanto Simphcio: « alios
negligite; Simplicium unum vobis die noctuque versandum
proponite w.
Questo vivace appello rivolto dall'umanista padovano a
cacciar dalle scuole Averroè, era fatto, a dir vero, più in nome
dell'eleganza e del buon gusto letterario, che non nel nome
della filosofìa; e pochi l'accolsero. Sicché Averroè continuò
ad essere stampato, letto e discusso « in utramque partem »
nelle scuole di filosofia durante tutto il Cinquecento. Ma
quell'appello, ad ogni modo, è significativo del disgusto che
cominciava così apertamente a manifestarsi per l'averroismo
ormai prossimo al tramonto.
Chi credesse che a questo tramonto abbiano contribuito lo
spirito della controriforma e i divieti ecclesiastici, s' inganne-
rebbe. Chiarito ormai quello che era il significato dell'averroismo
come sistema interpretativo del pensiero aristotelico, fu ri-
conosciuta tanto agli averroisti quanto agh alessandristi la
più spregiudicata libertà di discussione delle loro dottrine
« filosofiche ». Se qualche tentativo fu fatto, da parte di qual-
che zelante, di Hmitare siffatta hbertà, si tratta di zelo ec-
cessivo e di eccezioni sporadiche.
L'averroismo volse al tramonto sul finire del secolo XVI e
sul cominciare del secolo successivo, perché al tramonto vol-
geva ormai l'aristotelismo, del quale l'averroismo pretendeva
d'essere la più fedele interpretazione. L'aristotelismo a sua
volta finiva per interna dissoluzione, sotto i colpi della critica
occamistica, la quale, svalutando la conoscenza astrattiva,
metteva in evidenza lo pseudo matematismo dei procedimenti
gnoseologici che sono alla base del sistema aristotelico della
natura, e additava nella conoscenza intuitiva lo strumento
della ricerca scientifica.
La stessa opposizione tra ciò che è vero per fede e quello
che è da pensare secondo la «filosofia», se pur in qualche modo
giovò a rivendicare la Hbertà della critica entro i confini della
filosofia aristotehca, finì per rendere sempre più estraneo al
29 *
454 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
cristianesimo raristotelismo averroistico, il quale si rivelava
incapace di sistemare l'esperienza religiosa che trae impulso
dal Vangelo. 11 platonismo invece era parso al Ficino una specie
di propedeutica al cristianesimo, sì che sembrava agevole
sviluppare in senso cristiano i motivi religiosi che racchiudeva.
S'aggiunga a questo l'asperità di un linguaggio che lacerava
le orecchie abituate dall'umanesimo all'armonia e al numero
della retorica classica.
Ma quello che determinò il crollo definitivo dell'aristoter-
lismo e dell'averroismo, fu il nascere di una nuova filosofia
della natura, fondata su un nuovo metodo di ricerca scienti-
fica: la logica dell'esperienza. Mentre i precursori di Coper-
nico, da Nicola d'Oresme in poi, avevano rimesso in discussione
l'antica ipotesi pitagorica del moto della terra, l'averroista bolo-
gnese Alessandro Achillini alla fine del secolo XV e nel primo de-
cennio del XVI combatteva perfino, come troppo ardita, la dot-
trina tolemaica degli eccentrici e degli epicicli, per ritornare a
quella aristotelica delle sfere concentriche alla terra, considerata
il centro immobile dell'universo. E mentre alcuni scolastici del
sec. XIV avevano dimostrato la possibilità di un universo infinito
creato da Dio, ed avevano preparato la via al Cardinal Cusano
e al Bruno, gli averroisti del Quattrocento e del Cinquecento
continuavano ancora a sostenere che il mondo non si esten-
desse al di là dell'ottava sfera o, tutt'al più, del primo mobile,,
che Dio stesso, nella sua onnipotenza, non potesse creare altri
mondi diversi da questo, e che il moto del primo mobile fosse
un movimento assoluto, come punti di riferimento assoluti
erano, per loro, il centro della terra e la convessità della prima
sfera. Questa angusta concezione dell'universo fisico crollava
come un castello di carte, il giorno in cui, col dialogo della
Cena delle ceneri e con quello Dell'universo infinito e mondi,
il concetto dell' infinito faceva irruzione nella filosofia della
natura e conduceva alla scoperta della relatività di tutte le
determinazioni spaziali e temporali. L'averroismo fu sepolto
sotto le rovine della fisica aristotelica.
Ed anche il tentativo del Pico e del Genua di svolgere ta-
luni motivi del pensiero averroistico in senso platonico, col-
l'aiuto del commento di Temistio e di Simplicio e sopratutto-
col sussidio di Plotino, non valse a salvare 1' averroismo come
sistema. Per ciò che si riferisce al commento di Simplicio, nel
quale avevano riposto le loro speranze il Genua ed i suoi pa-
LA FINE dell'averroismo 455
do vani, non passarono molti anni che Francesco Piccolomini,
il quale dopo la morte del Genua ne occupò la cattedra fino
al suo ritiro nel 1601, potè dimostrare, con un accurato esame
dell'opera del commentatore greco, che la dottrina di Simplicio,
al pari di quella di Proclo, di Giamblico e di Prisciano Lido,
non s'accordava affatto, come avevano preteso il Genua e il
Nifo, colla teoria averroistica dell'unità dell' intelletto. E se
nell'averroismo v'erano effettivamente quei motivi platonici
che ne svolse Pico della Mirandola, ciò che dell'averroismo
sopravisse e, mettiamo pure, sopravive alla dissoluzione del
sistema, ha finito per fondersi col pensiero platonico successivo.
Lo stesso problema del rapporto dell' intelletto coli' indi-
viduo, ossia del valore universale dell' intendere e dell' indi-
vidualità dell'atto che intende, che è il problema centrale del-
l'avveroismo medievale e del Rinascimento, s' è rivelato mal
posto, pei termini nei quali era enunciato, e conveniva mutare
i termini per trovarne la soluzione.
INDICE ONOMASTICO E DOXOGRAFICO
Abano (Pietro d') : 1-74, 75, iii,
229, 241, 242, 247, 248, 343.
Abbagnano N.: 277-78, 351.
Abubacher: 144, 298 (v. Aven-
pace).
Accoramboni G. : 164.
Achillini A.: 106, 139, 142, 143,
166, 171, 179-279, 281, 282, 288,
301, 310, 315, 316, 317, 319,
320, 324, 328, 329, 330, 336,
342, 349, 352, 384. 409. 412,
418, 419, 439, 441, 449, 454.
Achillini C: 225, 240.
Achillini G. F. : 226, 249, 251,
263, 271, 272.
Aeternitni a parte post, aeternum
a parte ante : 298.
Agenti univoci e sinonimi: v.
Cause u. e 5.
Agostino (S.): 17, 53, 68, 192.
Agostino Moravo: 160.
Alabanti A.: 103, 318.
Albategni o Albattani: 170.
Alberto G. G.: 416.
Alberto Magno: 29, 73, 78, 95,
96, 104, 105, 107, 108, 127, 128,
135, 136, 137, 138, 139, 143.
145, 146, 221, 247, 276, 294,
300, 395, 434, 439.
Alberto di Padova: 75, 449.
Alberto di Sassonia, o Albertuccio:
103, 104, 107, 117, 239, 247, 262.
Albumasar: 34.
Alcocodem: 34.
Alessandrismo: 59, 64, 97.
Alessandristi: 413 (v. Averroisti).
Alessandro d'Afrodisia: 4, 13, 14
19, 41, 49, 62, 64, 67, 69, 87
128, 129, 130, 131, 132, 134
144, 154, 204, 211, 236, 239
276, 297, 298, 309, 354, 365
368-72, 374, 391, 405, 406, 408
409, 424, 427, 436, 446, 452.
Alessandro di Hales: 145, 146.
Alf arabi (Alpharabius), Abu Na-
sar) : 14, 41, 42, 128, 130, 131,
134, 137, 144, 298.
Algazel (Al-Gazali) : 9, 14, 41, 42,
88, 376, 381, 406, 430-31.
Alnwich G.: 75.
Alpheeh, Averrois filius: 308.
Alvise da Brescia: 172.
Ammonio: 354.
Anassagora: 3, 4, 14, 16, 40, 59,
68, 182.
Anatomia: 249-50, 271-73.
Angeli: 202-203.
Anima razionale 0 intellettiva (v.
anche Intellectus e Uomo): 3-18,
59-69, 70, 78, 80, 83-85, 87, 108.
109, 180, 181, 208, 218, 233,
242-46, 276, 298-302, 349, 354.
378-79, 381-82, 407, 417-21,
430- 433-35. 439-
Animarum descensus et indivi-
duano: 436, 438-39, 449-51-
Anima umana {Immortai . dell') :
68, 156, 219-20, 297, 298-301,
354, 357-59, 369-72, 381, 393-
94, 408, 429, 446.
Anima delle piante e degli animali:
11, 78, 79, 80.
Anima mundi: 430.
Annibale Camillo da Coreggio: 272.
Anselmi L. : 123, 331.
Antonio Andrès: 105.
Antonio da Faenza, v. Cittadini A.
Antonio da Rimini: 157.
Antorosa (Antonino de) : 338.
Apollonio di Tiana: 134.
Aquila (Sebastiano dell'): 152.
Aquilano (de Aquila) G. : 124-26.
151-53. 159, 162-63, 168-69.
Aquinate, Aquino, v. Tommaso
d'Aq.
Arcamona A.: 123.
458
L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Arcudi A. : 363.
Arcudi S. : 334.
Arcudi T.: 334.347.355.356,302.
Argelati F. : 404.
Aristotele: 3-6, 7, 11, 14-16, 19,
30, 40-43, 55, 60, 63-65, 67, 70,
72, 80, 84-88, 90, 91, 95-97,
99, 104-108, 127-30, 132-33, 135,
140, 182, 184, 186-90, 192, 201,
207, 213-14, 220, 230, 234, 237,
242, 243, 262, 263, 298-300, 357,
374. 405. 407. 408, 429.
Aristotele (Infallibilità d') : 255,
330.
Aristotele (Contradizioni d') :
230.
Aristotele concordato con Plato-
ne: 359-62, 363, 401, 425-26,
440-41.
Aristotele (Pseudo) : 239.
Aristotelismo: 255-57 (v- Averroi-
smo).
Asìn Palacios M. : 42.
Astrologia Giudiziaria: 27, 29-37,
73-
Aulo Gellio: 70.
Avanzo G. : 159-61, 167.
Avenpace (v. anche Abubacher) :
128, 130-31, 134, 298, 309.
Averroè (Averroys, il Commenta-
tore per eccellenza di Arist.) :
V, 2-5, 11-13, 16, 19, 30, 40-47,
61-68, 72, 75, 79, 80, 82-88, 90,
91, 99, 104-108, 127-132, 134-
136, 138, 140, 144, 145, 155,
184, 185, 187-189, 192, 201,
203-207, 211, 213, 214, 218, 230,
232, 233, 237, 242, 244, 254,
292-94, 298, 299, 304, 305, 307,
308, 328, 344, 350-59, 356-57,
366, 368-71, 381-82, 390, 391,
397-98, 399, 403-405. 408, 411-
12, 427, 429, 430-31, 443-44,
452-53-
Averroè (Contradizioni d') : 330.
Averrois filius, v. Alpheeh.
Averroismo: V, 59, 75, 97, 127 sgg.,
153-55. 255-57, 276, 291-94,
343. 349, 413-14. 443-46, 449,
453-54-
Avicenna: 3, 6, 11, 12, 14, 16, 17,
19, 22, 37, 41, 42, 46, 61, 63,65,
72, 88, 89, 128, 130, 134, 136,
137, 144, 148, 156, 177, 178, 203,
223, 234, 241, 250, 254, 273 298,
328, 412, 445.
Bacilieri T., 106, 165, 166, 180,
226-27, 231, 252, 254, 257, 281,
288, 291, 322, 324, 329, 336,
346. 349. 384. 412. 449-
Baconthorpe (Giovanni di): 154,
185, 187, 233, 294, 328, 349,
353-54. 408, 444-45-
Badoèr S. : 101, 102, 103, 115,
116, 285, 286, 313.
Baeumker C. : 203.
Bagaroto B. : 172, 174, 175, 332,
400.
Bagolino Gir.: 160, 167, 336.
Baldassarre da Chiusi: 112.
Barbarigo A.: 108, 110, iii, 124.
Barbarigo G. : 167, 290.
Barbaro E.: 343, 350, 366-68,
374. 388, 449-50.
Barozzi P. : 93, 98-102, 108, 153,
155. 156, 160-61, 169, 179, 228,
285, 290, 324, 326.
Barzon A.: 150, 162.
Basilio Troiano: 231.
Bate E.: 78, 137, 366, 373, 390,
437-
Baumgartner M. : 70.
Beatitudo, v. Copulatio, Felicitas,
Perfectio.
Bembo P. : 167, 338-41. 344. 355-
Benavides, Bonavites, G. P. : 152.
Benavides Marco, detto Marco
Mantova, 152, 332.
Benedetto del Tiriaca o del Triaca :
147, 170, 325.
Benedettucci C. : 118.
Benozzo Gozzoli: 444.
Benzi Fr. : 151.
Bernardi A., Mirandolano: 281,
412.
Bernardino da Feltre: 113-14.
Bernardo Gir.: 285-87, 376.
Bernieri da Nivelles: 98, 444.
Bertela M. : 390.
Bertoldo di Mosburg: 137.
Bessarione: 298-99, 407-10, 412,
436, 446-47-
Betoni Gir.: 263.
Bettini S.: 75.
Biagio Pelacani, v. Pelacani B.
Bin o Binno Jacopo de' Tornasi:
173. 332.
Bin o Binno Matteo de' Tomasi:
173, 291. 332.
Boccadiferro L. : 241, 412, 449.
Boezio: 51, 425.
Boezio di Dacia: 444.
INDICE ONOMASTICO E DOXOGRAFICO
459
Bolderio G. : 104, 177.
Bonamico L. : 173, 341, 388.
Bonaventura (San): 31, 146.
Bonaventura F. : 368.
Bonet N. : 180.
Bonus o de Bono Gir.: 263.
Bonuso P. : 322-23, 333.
Bovio (Dal Bò) Gir.: 421-22.
Bradwardine T. : 262.
Bragadin Fr. : 286, 337, 340.
Bragadin L. : 168, 289.
Branca V.: 374.
Branda Porro: 336, 338.
Brenzio A.: 148.
Bres.san B. : 175.
Brotto G.: 115, 149, 323.
Brunacci G. : 150, 289.
Bruno G. : 96, 186, 192, 454.
Bruns I. : 369-70.
Burana G. F. : 166.
Buridano G. : 247, 263.
Burleo (Burley) Gualt. : 103, 106,
115, 232, 239, 329, 395-
Buzacarini D.: 175.
Buzacarini G. : 175.
Calcaterra C. : 266-67.
Calcidio: 421.
Calcidonio A.: 286, 370, 377, 381.
Calcidationes (v. anche Latitudo
formarum) : 220, 262.
Calculator, v. Suisset.
Calfurnio G. : 388.
Campano G. : 262.
Camillo da Coreggio: 272.
Campeggi A.: 398.
Campeggi G. B. : 394, 398.
Campeggi G. Z.: 148, 251.
Campeggi L. : 251, 398.
Campeggi T. : 147.
Campesano A.: 285.
Campesano P. : 285.
Caninio A. : 371.
Cantimori D.: 411.
Capitani G. C. : 327.
Capitani P. : 327.
Capparoni P. : 258, 271, 272, 273.
Capuano Fr. : 169.
Caravegi G. Ben.: 231.
Carensio L., detto il Toseto Pa-
dovano: 331.
Caro A. : 420.
Carpi (Iacopo Berengario da) : 125,
250.
Carrano A.: 169.
Carrati B. : 225.
Casio Gir. de' Medici: 267.
Casserio G. : 250.
Castellani G.: 372, 383-86, 389,
424, 437, 440, 447, 448, 452.
Castrioto F. : 334, 338.
Castrioto G. : 334, 343.
Causa Prima: 44-45, 49-52. 188-
92, 194-95. 294.
Causalità efficiente e e. finale: 188-
92, 193-94. 294. 327. 353-
Cause intermedie: 45, 188.
Cause univoche esinanirne: 45, 47.
Cavalcanti G. : 80.
Cavalli (de Caballis, ab Equis) Fr. :
169, 290.
Champier Cr. : 29.
Champier Sin.: 27-39.
Charpentier G. : 410.
Chirurgia : 249-50.
Cicerone: 70, 405.
Cicogna E. A.: 410, 415.
Cieli : numero, 201 ; ordine, 200-
204; dipendenza dal primo Mo-
tore, 255; animazione, 235, 254;
sfere celesti, 228-29, 234-36; v.
Motori celesti, Eccentrica ed epi-
cicli, Influenze celesti.
Cielo, se finito o infinito: 236.
Circolazioni cosmiche: 46, 236-37.
Cittadini A. da Faenza: 76, 169,
290.
Clough Cecil H.: 17S.
Coclite B. : 239.
Cogitativa (o Intellectus passivus,
Imaginativa) : 65, 66, 79-80, 83,
8^, 180-81, 206, 209, 230, 243-
46, 300, 380, 384, 391.
Colchodea: 241.
Commentatore, v. Averroè.
Complexio (v. anche Mixtio) : 8,
50, 54-
Concorrenza (Istituto padovano
della): 123-24.
Contarini A. : 336.
Contarini G. : 167, 168, 173, 288,
326.
Contarini L. : 174.
Contarini M. A.: 173, 323, 329.
Conte L. : 172, 174, 332.
Contingenza: 238.
Copernico N. : 169, 170, 454.
Capulatio o Continuatio intellectus
possibilis cum intellectu agente
(v. anche Intellectus adeptus, Fe-
licitas) : 99, 106, 128-29, 132 sgg-,
135. 136, 140. 142-43. 181-82,
460
L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
212-20, 255, 288, 306-11, 357,
370, 371, 439-41-
Corner G. : 168.
Corner M. : 285, 288.
Corradino da Bergamo: 153.
Corrado d'Oria O. M. : 355.
Coxe H. O. : 76, 119.
Creazione: 14, 16, 37-39, 41-45,
49. 193-94. 235-36, 353.
Cristo « primogenitus omnis crea-
turàe »: 123-24.
Cristoforo da Recanati: 115, 117-
19, 122-24, 153. 158.
Croce B. : 284.
Cusano N. : 454.
Dalais F. : 29.
Dalbò M.: 373.
Da Lion G. : 172, 174, 332.
Dallari U.: 413.
Dalla Scrofa, famiglia vicentina;
122.
Dal Molino L. : 166, 325.
Damaselo : 432.
Dandolo M. : 285.
Dante: 5, 19, 30. 3^. 33. 5i. 54.
61, 64, 72, 74, 78, 86, 90, 199,
203, 214, 235, 243, 264, 312,
330, 448.
Da Porto L. : 174.
D'Arco C. : 413.
De caitsis (Liber) : 45, 51.
De Corte M. : 373.
Degli Agostini, G. : 289.
De Ketam G.: 271-72.
Del Bene A.: 160.
Della Pozza A.: 122.
Democrito: 14, 40.
Demolins L., 402.
Demoni: 24, 229.
Denifle H. e Chàtelain Ch. : 185,
187, 237.
De Renzi S. : 271.
De Wulf M.: 8.
Dimensiones interminatae : 254.
Diede A. : 426.
Diedo P. : 426.
Diedo V.: 291, 399.
Dio (v. anche Causa prima o
Motore primo) : causa efficiente
e finale, 49-51. 181-93, 234, 353;
forma del primo cielo, 189, 201,
234; Motore primo, 187-93;
Infinità e onnipotenza di D.,
236, 294; se conosca «alia a
se»: 187-88.
Dionigi Areopagita (Pseudo): 192,
203.
Dionisotti C. : 160, 291, 148, 400.
Domenico Indiano: 248.
Donato A.: 174.
Donato G. : 368, 371, 372.
Donato L. : 124, 162, 285.
Donato P. : 174.
Dondi dall'Orologio C. : 171, 288.
Dondi dall' Orologio Fr. : 171, 288.
Dorighello Fr. : 152.
Dotti D.: 387.
Dotti G.: 387.
Du Chastel P. : 405.
Duhem P. : 42, 48, 54, 76.
Duns Scoto G.: 17, 26, 44,-72,
96, 145, 146, 154, 186, 294, 329,
358. 395, 403, 428, 439-
Duns Scoto G. (Pseudo): 16, 43
(v. Vitale du Four).
Duodo P. : 174.
Eccardo di Hochheim: 137.
Eccentrici ed epicicli: 228, 442,
454 (v. anche Cieli).
Egidio Romano: 83, 89, 96, 103,
104, 117, 206, 395.
Egnazio G. B. : 170.
Elementi (v. anche Complexio e
Mixtio): 241; proprietà, 247.
Elia del Medigo: 186.
Emo A.: 174.
Emo Z.: 331.
Empedocle: 14, 15, 40.
Enrico di Gand: 17, 44, 232, 233,
328.
Enrico di Harclay, 444, 446.
Entisbery (cioè G. di Heytesbury)
112, 246, 262.
Eternità del mondo: 45-48, 156,
353. 436.
Eucliph G., V. Wyclif. G.
Eudemo: 354.
Endosso: 201.
Eustachio Rudio: 250.
Facciolati lac: 117, 119, 169,
175, 287, 288, 330, 413.
Faenza (Antonio da E.), v. Cit-
tadini.
Fantuzzi G. : 260, 271, 413.
Faseolo o Fasolo G. : 343, 379,
394-99, 423, 452.
Favaro A. : 20.
Federico Romano: 152.
Felici (Gir. de'): 168.
INDICE ONOMASTICO E DOXOGRAFICO
461
Felicitas (v. anche CopMlaiio) '.106,
139-40, 142-44, 181, 212-220,
305-311. 371-
Ferrari L. : 383.
Ferrari S.: 1-3, 8, lo-ii, 17, 20-
21, 23-25, 27-28, 32, 35, 36, 38-
43, 45-53. 55-57. 59-70. 248.
Ferrarini C. : 413.
Ficino M.: 145, 146, 234, 321,
360, 362, 432, 437, 452.
Fidentius Petruslunctarius: 387.
Filippo de Thoriaco, 29.
Filopono (Philoponus, Ioannes
Grammaticus) : 40, 44, 276,
354. 372-73. 374. 388, 403,
405. 424-
Filosofia. La F. pei medievali, 445;
F. e teologia, 17, 44, 53, 55-56,
58, 70, 71-74 (v. anche Verità) ;
F. e cultura, VI-VII; F. e Me-
dicina, 158; migrazione della F.,
344; rinnovamento della F. in
Italia: 296.
Filosofo (II) per eccellenza: v.
Aristotele.
Fiorentino Fr. : 147, 206, 266,
274, 275, 276, 277, 393, 413, 415.
Fogolari G. : 152.
Fontana O.: 152.
Forma sostanziale : successione
delle forme, 7-8 ; produzione o
generazione delle forme, 14-18;
« dator formarum », 14-18, 45,
80, 241; «forma corporeitatis »,
241; «forma mixtionis », 242;
« formarum intensio ac remis-
sio », 242-43 (v. anche Calcu-
lationes) ; « forma constuens » e
« forma constituta », 302, 390.
Formativa, v. Informativa.
Foscarini M. A.: 167, 290.
Foscarini Seb. : 168, 274, 290,
340, 341-
Fracanziano o Fracanzano A. :
125, 162, 164-66, 254, 288, 290,
292, 324.
Franceschetti Fr. : 288.
Francesco Securo da Nardo: 112,
323. 324. 424-
Francia Fr. : 226.
Frati L. : 260, 268.
Gabrielli G. : 283, 312.
Gaeta F. : 99.
Gaetano (Card.), v. Tommaso de
Vio.
Gaetano da Thiene: 99, iii, 116,
117, 119, 124, 153, 158.
Galeno (Galenus, Galienus) : 3, 4,
5, 19, 59. 61, 72, 250, 273, 357.
Galil^ei G. : 105, 273, 442.
Gambalunga F. : 264.
Gand, v. Enrico di G.
Gandavo (de), Gandavensis, v.
Jandun (Giov. di).
Garin E.: 28, 103, 141, 142, 143,
266-67, 278, 285-86, 324, 347,
375-
Gaspare da Perugia: 390.
Gaurico L. : 225, 226, 228.
Gazzoni M. : 161.
Generazione [cause della) : 86.
Generazione univoca: v. Cause uni-
voche.
Gentile G. : 70.
Gentile da Foligno: 54.
Genua (De lanua) C.: 169.
Genua (De lanua, de' Passeri) L. :
387.
Genua (De lanua, de' Passeri) N. :
173. 178. 341. 387-
Genua M. A., figlio del preced.:
173, 178, 291, 341, 342, 343,
344. 352. 362, 386-94, 396-97,
398, 399. 401. 403. 411. 412,
413, 416, 417, 420, 424, 426,
428, 435, 437, 440-51, 454-55.
Genuli C. F. : 253.
Gerardo da Bologna: 353, 444,
446.
Gerardo da Cremona: 239.
Gesuati: 257.
Ghero R. : 267.
Giacobiti, V. lacobitae.
Giamblico (lamblicus) : 362, 375,
378, 400, 412, 432, 435, 455.
Gian Michele de Bredepalea: 120.
Gian Pietro de Cararijs: 120.
Giason dal Maino: 153.
Gilson E.: 95, 130, 223.
Giordano B., v. Bruno G.
Giordano de Nemore: 262.
Giorgio da Trebisonda, 407, 446-
47-
Giorgione: 170.
Giovanni Grammatico, v. Filo-
pono.
Giovanni della Lana: 75, 449.
Giovanni del Pian del Carpine:
246.
Giovanni da Ripatransone : 316.
Giovanni da Schio: 152, 165.
462 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Giovio P. : 171, 257-58, 267, 274,
342.
Girelli G.: 233-34, 328.
Girolamo da Monopoli: 2S8, 290.
Girolamo dal Muro Nuovo: 159.
Girolamo (Pseudo S.) : 105.
Girolamo da Verona, v. Torre
(G. della T.).
Giulio II: 253, 260, 282.
Giustinian A.: 159, 285, 286,
336, 337-
Giustinian G. : 174.
Giusto de' Menabuoi: 75, 449.
Gonzaga E.: 339.
Gosvin de la Chapelle: 98, 444.
Grabmann M. : 373.
Gradenigo M. : 167.
Graiff C. A.: 193, 195.
Grassetto N.: 285-86, 311.
Grassi P. : 282.
Gravia et levia: 247.
Gravina P. : 338, 348.
Graziadio da Venezia: 120.
Gregorio Magno (S.) : 203.
Gregorio da Rimini: 96, 154, 186,
294. 327. 329, 346, 349, 353.
354. 449-
Grimani D.: 99, 109, 148, 153,
159, 252, 253, 281-84, 287, 291,
312.
Gritti A. : 390.
Grutero G. : 267.
Guglielmo di Moerbeke, v. Moer-
beke.
Guido da Pesaro: 251.
Guinizelli G. : loi.
Hain Lud. : 228, 263.
Haly ben Rodoam: 3, 4, 5, 19.
Halyabbas: 22, 61.
Hauréau B. : 20.
Hayduck M. : 373, 374, 419, 436.
Helias Cretensis, v. Elia del Me-
digo.
Hervaeus Natalis: 332.
Hervetus G. : 373.
Heytesbury W., v. Entisbery.
Hirsch Aug. : 271, 273.
Homo significai coniposituni ex
corpore et intellectu: 206, 300,
384, 391. Honiinis dignitas: 141 ;
Homo, microcosmus, nexus supe-
rioruni cuni inferioribus : 141-
142.
Horen, v. Oresme (Nic. d').
H vie eh: 34.
lacobitae (Giacobiti) : 3, 5, 19, 21,
58, 59, 60, 61.
Iacopo da S. Martino, o I. da
Napoli: 183.
Iacopo da Venezia: 120.
Ibernico, v. Maurizio I.
Ideae, ideales rationes: 343, 360-
62, 385, 391, 423, 428, 432.
Imaginativa, v. Cogitativa.
Imagines astrologicae: 25-26, 37.
Impetus: 247.
Individiiationis principiitìn: 8, 436-
37-
Informativa [Vis): 3-6, 59, 60.
Intellectus (talora Mens). I. voca-
tiis, 3, 19, 61; /. assimilativus,
136; /. accomodatus, 11, 12, 63;
/. acqitisitus, adeptus (v. Co-
pìtlatio), 91, 106, 129, 130, 134,
136. 369, 370. 384-85; I- pos-
sibilis, potentialis, materialis, 3,
4, IO, II, 62, 63, 64, 66, 68,
80-84, 87-89, 91-99, 100, 109,
128-32, 134, 136, 137, 155-56.
180-82, 187, 204-10, 217, 401-
02; /. possibilis unitas, 87, 155,
204-07, 230, 233-34, 350-52, 356,
358, 375. 380, 382-84, 391, 400-
02, 405, 406, 417, 429, 435-37.
446, 449, 450, 451; /. poss. pura
potentia in genere intelligibilium ,
207, 230, 307; 7. poss. unio ad
corpus, 82-84, 86, 180-81, 208,
210, 243-46, 299-302, 303-305,
343. 349. 380, 384-85. 389-93.
400, 405-06, 418, 420, 423, 433-
36, 438-39. 449; ^- agens, 3, 11,
12, 42, 62-64, 88-91, 129-32,
134-35, 181, 267, 208-11, 217,
234, 243, 351-52, 360-61, 369.
401, 402, 409-10, 427-28, 433;
/. perfectionis, in actu, in habitii,
speculativus, 11, 63, 345; /. pro-
grediens ad secundas vitas, I. de-
scensus, 343, 360, 375-76. 39i-
93. 401. 404. 417-23. 430. 433-
35. 438, 450; /. ascensus, 439;
I. tviplex in homine, 385-86;
/. impartecipabilis, partecipabi-
lis, pariicipatus, 378, 416, 430,
432, 435; /. forma animae, 378;
/. passivus (v. Imaginativa, Co-
gitativa), 62.
Intellectum (Intelligibile, species
intigibilis. Idea) : 205-06, 230-
33- 328.
INDICE ONOMASTICO E DOXOGRAFICO
463
Jntellectiis et voluntas: 214.
Intelligentia prima (v. Dio, Motore
primo immobile) : 234.
Intelligentiae separatae (v. anche
Sustantiae separatae): 91, 127
sgg., 131 sgg., 138, 140, 181,
182, 188, 193-204; Intelligen-
tiariim individuatio, 206, 301,
436; Int. motrici (v. anche
Cieli), 202, 229, 230, 295; In-
telligentia inferior cognoscit su-
periorem per essentiam superio-
ris, 195-199,; Se e come la mente
umana conosca le Int. separate,
216-20, 306-308, 314; Intelli-
gentiae propinquae uni puro et
longique ab ipso, 200-203, 221;
Intelligentiae an dent esse caelo,
234; dipendenza dal Primo mo-
tore, 353-54.
Intentiones imaginatae, phanta-
smata: 83.
Intentiones priinae et seciindae :
107.
Ioannes Canonicus: 105.
Ippocrate: 147-48.
Isacco IsraeHta: 137, 203.
Jandun (Giovani di). Io. de Gan-
davo, Gandavensis: 81, 83, 92,
105, 139, 140, 185-86, 188, 200,
216, 293-94, 307, 309, 324-26,
391, 405. 41^. 444. 445. 447-
Kant I., 82, 230.
Keeler L. W. : 57, 222.
Kibre Pearl: 373, 390.
Krebs E.: 203.
Kristeller P. O.: 147, 289, 292,
297. 299, 303-
Lana (Domenico della) : 250.
Lancellotti (P. D. Secondo) : 344.
Landò B. : 372, 415-16, 452.
Languardo E.: 103, 117.
Latitudo formarum (v. anche For-
niarum intensio et remissio) : 183.
Latituto intellectintiir. 182-83, 186,
192, 220.
Latomus I. Berganus: 267.
Laurent M.-H.: 222-23, 3i6, 393,
393, 445-
Lemay R. : 346.
Leone X: 251, 263, 383.
Libertà e contingenza: 238.
Libertà e necessità: 189-92.
Liceto F. : 105.
Lippi Filippino: 444.
Lodovico o Luiz A.: 27.
Lodovico da Varthema; 248.
Longo E.: 394.
Longo G. B.: 426.
Loredan G. : 174.
Loredan L. : 180.
Loredan M. A.: 174, 335.
Loredan P. : 372, 416, 448.
Lucano, 34.
Luigi da Porto: 149.
Lullo R. : 20, 74.
Luogo naturale: 247.
Lorenzo da Noale: 124, 151, 153,
159, 162.
Madio, v. Maggi.
Madruzzo Cr. : 394-95.
Maggi o Madio V.: 344, 372, 383,
387, 421, 426, 429, 452.
Maier A.: 75, 98, 107, 183, 221,
247, 262, 409.
Malchiavello G. : 102, 153.
Malipiero V.: 169.
Mandonnet P. : 181, 193, 194, 196,
207, 209, 241, 391, 443.
Mantova Marco, v. Benavides.
Manupello N. : 115, 116, 162.
Manuzio Aldo, il giovane, 410.
Manuzio P. : 387, 410.
Marco Polo: 247, 248.
Marino: 424.
Marliani G. : 262-63.
Marsilio da Carrara: 172, 174, 332.
MarsiUo di Inghem: 103, 117, 247.
Martino da Lendinara (Fra) : 98,
loi, 155.
Martinotti G. : 249.
Materia prima: 241, 432.
Matteo da Ripalta: 77.
Maurizio Ibernico (C Fihely,
detto M. I.) : 169, 290, 324, 325.
Mazzetti S.: 225, 226.
Mazzuchelli G. M. : 271.
Medici M. : 264, 271, 273.
Medicinae prae stantia: 105-106.
Memo G. B.: 168.
Memoria e Reminiscenza: 80.
Mente [Mens), v. Intelletto, Ani-
ma intellettiva.
Mente prima (v. anche Dio, Intel-
ligentia prima): 182, 199, 430.
Mercati G. : 390.
Mercuri (Biagio de') : 250.
Merhno V.: 108.
464 l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Michalski C, 408.
Michiel T.: 285.
Michiel N.: 285, 291.
Microcasmus: v. Homo.
Miliani B.: 370, 377.
Miliavacca B.: 374.
Minio M. : 315, 336.
Minio-Palnello L. : 409.
Miracoli: 21-23, 52-54, 70, 134,
229.
Mistica averroistica: 127 sgg., 134,
439-
Mixtio elementaris (v. anche Coni-
plexio): 8, 241.
Mocenigo A.; 167-68, 288-90, 303,
325-
Mocenigo G. : 168, 325.
Mocenigo L. : 168, 325.
Mocenigo M. A. : 291, 399-402, 403.
Mocenigo T. : 168, 325.
Moerbeke (Gugl. di) : 23, 365, 373,
450.
Mohler L. : 407.
Moisò Maimonide: 134, 137, 203.
Molin A.: 169.
Momigliano F. : 77.
Mondi (Impossibilità di pili) : 236.
Mondini Fr. : 271, 273.
Mondino de' Liuzzi: 249, 250, 272,
273-
Mondo intelligibile [Reminiscenza
del): 343. 360.
Monopsichismo, o Panpsichismo:
12, 127.
Montagnana (Bartol. da): 168,
327 (iunior).
Montagnana L. : 173.
Montagnana P. : 173.
Montecatino A.: 420-24, 426, 440.
Montesdoch G. : 137, 315-17, 336-
40, 345, 412.
Monti Panf. : 183, 229, 272-74.
Moog W., V. Ueberweg.
Moro S.: 167, 169, 286-87, 289-
90.
Morosini A. : 161.
Morosini F. : 173, 332.
Morosini G. : 173, 332.
Mortier P. : 319.
Moto naturale: 65, 247.
Moto violento: 247.
Moto celeste (Eternità del) : 236.
Motore immobile (Primo): 182,; se
muova con vigore infinito, 184-
86, 294; forma dell'universo,
188-192, 229.
Aloiori celesti (v. anche Intelli-
genze separate e Cieli): 182,
188, 200, 229; rapporto coli' am-
piezza e la velocità dei cieli:
200-204.
Mùller G., v. Regiomontano.
Miindus qualibet aetate perfectus:
344-
Munk S.: 131.
Mùnster L. : 252, 260, 264-66, 268,
274-
Mussato G. F. : 176.
Musuro M.: 367.
Nallino A.: 241.
Napoli, V. Iacopo da N.
Nardi B. : 5-7, 17, 33, 42, 54, 55,
62, 67, 78, 90, 95, 96, 97, 116,
130, 138, 142, 166, 199, 219,
223, 375. 376.
Natura umana (Decadenza della) :
343-
Necromanzia: 23-26.
Nemesio: 434.
Nicoletto Vernia, v. Vernia N.
Nicolò di S. Sofia: 120.
Nifo (Niphus) A. da Sessa (Sues-
sanus) : 86, loi, 102, 109-11,
114. 123, 130, 138, 139, 143,
149, 160-66, 179-81, 185-86,
189-90, 195, 197, 206-07, 210-
16, 218, 227, 228, 246, 281, 284-
86, 301, 305, 307-08, 310-11,
313-14, 316, 310-20, 324, 331,
345, 342, 370-72, 376-84, 388-
89, 391. 395, 403. 412, 416-18,
420-21, 435, 437, 449, 451.
Nobili F. : 420-21, 426.
Nogarola L. : 367-68.
Numenio: 430.
Occam G. : 446.
Odi o Oddi (Rin. degli): 169.
Odoni R. : 410.
Oldoino G. : 173, 332.
Oleari G. : 288.
Oliva C.: 114, 288.
Omero: 137.
Oratio astronomica: 28, 37.
Oresme (Nicolò d') : 133, 221, 247,
262, 454.
Orestano Fr. : 97.
Orlandi P. A.: 266, 26S.
Pagallo G. F. : 76.
Paganini P. : 420.
INDICE ONOMASTICO E DOXOGRAFICO
465
Panpsichismo, v. Monopsichismo.
Panizza L. : 177-78.
Paolo Apostolo: 188.
Paolo dal Fiume: 151, 153, 158.
Paolo dalla Pergola: 99, 103, ii5.
Paolo Veneto (P. Nicoletti da
Udine): 75-93> HQ, i53. 228,
262, 275, 349, 384, 403, 449.
Paolo Francesco Veneto: 75.
Papadia B.: 323, 334, 335.
Papadopoli N. C. : 176.
Pardi G. : 421.
Particolari (Conoscenza dei) : 428.
Pascal C. : 411.
Pasolini P. D. : 420.
Paschini P. : 281.
Pasquale A. : 342.
Pasquali-Alidosi G. N. : 250, 265,
268.
Pasqualigo L. : 228, 289.
Pasqualigo P. : 228, 285, 289.
Passeri (De'), v. Genua.
Pazzini A., 249, 272.
Peckam (fra G.) : 78.
Pelacani B. : 98, 247, 262, 358.
Pelli Negre (G. F. delle): 167.
Pendasio F. : 413-17, 419, 224,
426, 427.
Peretto, v. Pomponazzi.
Perfecfio: 106, 132 (v. anche
Forma e Copnlatio).
Pernumia G. P. : 388, 402-04.
Pernumia Tr. : 402.
Persiani R.: 122-24.
Peurbach G. : 169.
Philosophus, V. Aristotele.
Piccolomini Fr. : V, 344, 403, 411,
412-15, 417, 424-42, 455.
Pico della Mirandola G. : 20, 28,
140-46, 180, 227-20, 275, 281,
284, 304, 319-20, 326, 342, 362,
368-70, 372-77. 384. 390. 392-
94. 399, 423. 425. 426, 431, 437.
441, 450-51, 454-55-
Pico della Mirandola G. Fr. : 20,
23-25, 27-28, 53.
Pietro de Cruce: 290.
Pietro da Mantova: 246.
Pietro da Reggio: 21.
Pietro Veneto: 30.
Pinelli V.: 387.
Pio A.: 163.
Pisani A.: 331.
Pisani G.: 285, 336, 337.
Pisani P. : 290, 331.
Pitagora: 86, 87, 299.
Pitagorici: 299.
Platone: V, 23, 25, 37, 69, 96,
98, 106-07, 111-14, 123-25, 147,
150-52, 156, 158-59, 161-63,
165-67, 169-73, 176-78, 220, 222,
229, 231-32, 246-47, 254-58, 263-
64, 279, 281, 284, 287-90, 292,
296-97, 308, 315, 322-23, 421.
Tentativi di accordare P. con
Aristotele: 359-63, 377, 381,
425-27, 429-30, 434, 440-41.
Platonici: 13, 40, 144, 422, 436.
Plotino: 140, 300, 305, 362, 375,
378, 400, 421, 430, 435, 437,
454-
Plumazio B.: 166, 287.
Plutarco d'Atene: 371, 412-15,
424, 428.
Podestà B.: 259.
Polcastro G. : 152-53.
Polcastro o Porcastro S.: 148, 152.
Poliziano A.: 405.
Polo A.: 372, 402-03, 416.
Pomponazzi P. da Mantova, detto
il Peretto Mantovano: V, 23,
25, 37, 69, 96, 98, 106-07, III-
14, 123, 124-25, 147, 150-52,
156, 158-59, 161-63, 165-67. 169-
73, 176-78, 220, 222, 229, 231-
32, 246-47, 254-58, 263-64, 279,
281, 284, 287-90, 292, 296-97,
308, 315, 322-24, 327-31- 333.
336-37. 339, 341-42, 345-46,'
350. 354. 358-59. 372, 403, 412.
416, 424, 428, 439, 448-49, 452.
Ponte (Gir. da) : 426.
Porfirio: 9, 84, 294, 362.
Portenari A.: 176.
Portenari B. : 290.
Porto V. : 239-40.
Porzio S.: 372, 424, 429, 448.
Praecantatio: 2.j, 36, 37, 38.
Prassicio L. : 412, 449.
Fratelli G.: 387.
Prisciano N. : 336.
Prisciano Lido: 362, 412, 424, 427,
432, 455- .
Probabilia: 46-47.
Proclo: 14, 221, 362, 375, 421,
435-37, 455-
Profezia: 140.
Prospero da Reggio: 239.
Querengo F. : 165.
Querini A_., 415.
Quétif-Echard: 290.
466
L ARISTOTELISMO PADOVANO DAL SECOLO XIV AL XVI
Quirini L. : 119.
Quirini e Querini V.: 125, 162,
167, 284-87, 291, 399, 400.
Ragnisco P. : 99-100, 102-04, log,
122, 162, 417, 424.
Raguseo M. : 348.
Rangoni A.: 180, 248.
Rannusio G. B. : 338-40.
Rappi Cristoforo, v. Crist. da
Recanati.
Rasis: 22.
Regiomontano (Miiller G. da Kò-
nigsberg) : 169.
Reminiscenza, v. Memoria.
Renan E.: 39, 266, 277-78, 250-
51, 443-
Ricco A.: 347.
Risurrezione dei morti: 22-25.
Ritter H., 277.
Roberto Kilwardby: 81.
Robortello Fr. : 388.
Roccabonella P. : 151-53, 158, 171,
323-
Rochelle (fr. Giov. de la) : 78.
Roselli A.: 151, 157.
Roselli Fr. : 157, 175.
Roselli Trapolin Maria: 151, 157.
Rugerijs (Lod. de): 168.
Rugerius, per Sugerius: 314, 315,
316, 383.
Ruggiero G. : 291.
Sabellico M. A.: 170.
Saitta G.: 277, 321, 348, 351.
Salinatore R. : 377.
Salomonius I. : 119, 176.
Salvato da Cagli: 366.
Sambin P. : 115, 122, 149.
Sanseverino F. : 335.
Sansone F. : 179.
Sanudo o Sanuto M. : 102, 123,
125, 163, 165-68, 170-71, 173-
74, 282-83, 285, 287, 289,312,
331. 335-37. 339, 400.
Saraceno G. C. : 387.
Savorgnan A.: 175.
Scaligero G. C. : 176.
Scardeone B. : 21, 23.
Schedel H.: 75, 429.
Schegkius I.: 411.
Schlosser (J. von) : 75.
Scienza umana: 70-73 (v. anche
Intellectus, Intellectum, Ideae).
Scoto Ottaviano Secondo: 347,
355-
Segarizzi A.: 116.
Securo, v. Francesco da Nardo.
Sepulveda G. Genesio: 105.
Serapione: 13.
Sermoneta A.: 103, 151, 164.
Serrano P. : 105.
Sessa, Suessano, Sexa, v. Nifo.
Sighinolfì L. : 317.
Sigieri di Brabante: 57, 67, 72-
73, 75-76, 80-81, 83- 86, 88, 90,
92, 98, 107, 127, 138-40, 142,
145, 155, 180, 181, 185, 189-
90, 193-98, 200, 205-09, 212-15,
218-19, 222-23, 241, 246, 275,
284, 294, 305-07, 313-20, 327,
380, 382-83, 390-91, 439, 444-
45, 447, 450.
Silvestri (Frane, de' S., detto il
Ferrariensis) : 215, 223, 314,
316-17.
Silvestro (Padre) da Valsansibio:
116.
Simeoni L. : 261-62.
Simone o Simeone d' Este: 168.
Simoni Simone: 410-12.
Simpliciani: 343, 384, 386 ,413.
Simplicio: 304, 342-43, 354, 360,
362, 365, 371, 373-442. 450-55-
Sirleto G. : 321, 355.
Sisto IV: 366.
Socrate: 105, 123.
Solerti A.: 421.
Solino: 343.
Sostanze separate (v. anche Intel-
ligenze sep.): 127 sgg. Se ab-
biano una causa efficiente, 253-
54. Se e come la mente umana
conosce le 5. 5., 138, 181,
215-20, 306-08, 314.
Sparaini (Assalone de') da Ce-
sena: 152.
Species intelligibile s, v. Intelle-
ctum.
Speroni B. : 156, 168, 169, 174.
Speroni Sperone: 156, 341.
Spina B. : 222.
Spinelli G. B. : 173, 286.
Spinola G. : 252.
Starniti (? maestro de'): 165.
Steenhawer J., v. Latomus.
Stefano d'Alessandria: 373.
Stegmùller F. : 181, 196, 207.
Steinschneider M. : 155.
Steuco A. Eugubino: 172.
Storcila Fr. : 328.
Suessano, v. Nifo.
INDICE ONOMASTICO E DOXOGRAFICO
467
Suisset, cioè R. Swineshead, detto
il « Calculator », 112, 246, 262.
Surian A., Patriarca di Venezia:
290, 292-93.
Surian A., nip. del prec: 168-69,
231, 233, 288-91, 326.
Suriano G. : 77.
Suriano I.: 77.
Sylvius Laurentius a Portu Ca-
ballensis: 329.
Swineshead, v. Suisset.
Taddeo da Parma: 92.
Taiapietra G. : 167, 180, 252-53,
281-312, 349, 384.
Taiapietra Q. : 281.
Tasso T. : 420.
Taucci R. M.: 318.
Tavole Alfonsine: 170.
Tedoldi A.: 315.
Teodorico di Vriberg: 137, 203.
Temistio: 11-15, 67, 131-32, 211,
220, 299, 302, 304-05, 309, 343,
350-52, 356, 365-68, 371, 392,
395. 398, 400-01, 403, 405-07,
409, 411, 412, 424, 429, 441,
449, 450, 454.
Teofrasto: 299, 343, 366, 371,
403. 405-07. 409, 411-13. 449-
Teologia, v. Filosofia e Teol. e
Verità {Pretesa dottrina delia-
doppia) .
Terra, se dovunque abitabile: 247.
Théry G. : 368.
Thorndike L. : 29, 264, 270.
Tiepolo N. : 167.
Tiraboschi Gir.: 39, 240, 421.
Tiriaca, v. Benedetto del T.
Tolomeo: 20, 31, 48, 170, 201.
Tomasini G. F. : 317.
Tommaso (S.) d'Aquino: 4-7, 12,
17, 26, 31, 43-45, 47, 49. 50, 5^.
57, 61-62, 64, 70-74, 77-78,
86, 89, 91, 96, 104-05, 127-28,
130, 135. 138, 140, 154. 184,
185, 195, 198-99. 204-07, 214,
219, 222, 232, 242, 294, 306,
329, 352, 365-66, 374, 395, 405,
408, 436, 439, 443-45. 447-48.
Tommaso di Strasburgo: 21-23,
27. 52.
Tommaso de Vio, detto il Cardi-
nal Gaetano: 186, 209, 223,
319, 337, 358, 393. 429-
Tommaso di Wilton: 75, 81, 155,
275. 353. 408-10, 412, 447.
Torre (Gir. dalla T. da Verona) :
124-26, 153, 159, 162-63, 131-
Torre (M. A. dalla): 331.
Tosetto, V. Carensio.
Tostado A.: 105.
Traini Fr. : 443.
Trapolin Alba: 157, 172, 175.
Tropolin Alberto: 148-49, 171-72,
174-75. 332.
Trapolin Aless.: 157, 172, 175-76.
Trapolin Antonio: 157, i6g, 175.
Trapolin Fr., senior: 149-51.
Trapolin Fr., iunior: 157, 166-67,
172, 176, 325.
Trapolin Gir.: 148.
Trapolin Giulio: 157, 172-76, 332.
Trapolin Lanzaroto: 149.
Trapolin Maria: 151, 157, 172,.
175-76.
Trapolin Marina in De Lazzara:
176.
Trapolin M. A.: 176.
Trapolin Nicolò: 150, 172, 175,
332.
Trapolin Pietro, senior: 101, 147-
78, 288, 290, 322, 324, 326, 331,
332, 350.
Trapolin Pietro, iunior: 176.
Trapolin R. : 150, 172, 174-75,
332.
Trapolin Trapolin: 175.
Trapolin Ubaldo: 149.
Trevisan A.: 169.
Trevisan P. : 168, 325.
Trincavelli V.: 373.
Trionfo A.: 239.
Trissino L. : 131.
Trombeta o Tubeta A.: loS, 169,
179, 288, 290, 323, 324.
Tumminelli G. : 267.
Turchi N. : 426.
Ueberweg F. : 70, 351.
Ueberweg F.-Moog W. : 277-78.
Ugo Benzi da Siena: 250, 273.
Ulrico da Strasburgo: 137.
Universale (v. anche Intellectus) :
9, IO, 66, 83-85; universalia
physica, realia: 107.
Universo aristotelico (v. anche
Dio, Causa prima. Motore pri-
mo): 184, 188-92, 454; se finito
o infinito, 236, 454; eternità e
necessità dell'u.: 190-92.
Valentinelli G. : 76, 77.
l'aristotelismo padovano dal secolo XIV AL XVI
Valier A.: 402.
Vanni-Rovighi S. : 92.
Van Steenberghen F. : 127, 189,
193, 196, 237, 294, 443.
Vedova G. : 170, 387.
Venier C. : 334.
Venier L. : 167-68, 180, 326.
Venier M. A.: 334.
Venier P. : 174.
Verbeke G. : 365.
Verci G. B.; 285.
Verini Fr. Secondo: 426^
Verità (Pretesa dottrina della dop-
pia): 55-58, 71-75, 95-98, 143.
223, 275-79, 295, 297, 308-09,
311-12, 349-50, 354-55, 431.
447-48, 453-54-
Vernaleone F. M. : 323.
Vernaleone P. : 338.
Vernia A.: 115.
Vernia Nicoletto da Chieti : V, 95-
14, 115-126, 151, 153, 156, 158-
62, 164-65, 179, 284-85, 287,
311, 313, 318-20, 323-24. 350-
Vimercate (Frane, da): 404-10,
426, 447.
Virgilio: 264.
Virtus sancta (v. Intellectus assi-
milativus): 136.
Visione beatifica: 198, 371.
Vitale dii Four: 16, 43.
Vitale G. : 267.
Vittori B.: 164, 263.
Volta L. C. : 413.
Voluntas et intellectus: 214.
Wadding L. : 113, 179.
Wyclif G.: 89.
Xiberta B. : 445.
Zabarella G. : V, 208-09, 387, 391
403, 417-21, 424, 427.
Zaccaria da Milano: 338.
Zane B. : 290.
Zeno A.: 340.
Zimara M. A.: 167, 173, 186, 187
188, 231, 233, 277-78, 288, 303
321-63, 387, 412.
Zimara Nicolò, padre di M. A.
Z2Z .
Zimara Nicolò, figlio di M. A.
334. 355-
Zimara Porzia: 334, 348.
Zimara Teofilo: 321, 334, 347
355-63-
Zerbo G. : 125, 126, 157-59, 163
166.
Zerbo P. : 168.
Zonta G.: 115, 149, 323-
Zorzi M. : 69-70, 167-68, 285, 289
330. 336. 340. 341-
Finito di stampare
nello Stabilimento Tipografico Soc. p. Az.
già G. Civelli - Firenze
il i8 Settembre igsS
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