lli'k^ àrtaiì ■■■■■lì*.
rflltllli hK
i -'p
^-0
DOTT. FRANCESCO LO PAECCy
^
AULO GIANO PARRASIO
</
STUDIO BIOGRAFICO - CRITICO
• ■ t a ■• -
Da codici e documenti inediti
rintenuti in Napoli
tUUe Bibtioieche Nazionale^ Draticacciana e dei PP, Gerolamini
e neW Archivio di Stato
1
1 •
;:■•■'.
X, . ■ ■ . -
VASTO
Tipografia. Ebitbiob L. Ankixi
1899.
\
I
I-
>. - * - *
» • I ■ -
■««■■^
■I* 1
•»
y
W <K s V^
Proprietà Letteraria
' '^ "^a ■ • •*-m~^ m lkias«a»h^4kaa^- ■!»•■- T.- • - - l« ■_ rf
>*J
^.
INTRODUZIONE
\
^ Ili
■*^i**^-»- ^««««a
•••aaa^ki^Mi^kirtH
• •*
, ■
Concludo qucmC appendice con un voto. Bemékè ìm
Jfibliotcca parroMÌana sia stata, or per atarisia fra-
tesca, or per incuria dei custodi, deplorabilmente
assottigliata, pure di codici e di edizioni annotate
avanza tanto da potersene fare uno studio accurato...,^
Che non ci abbia da essere niutw dei nostri guh
vani filologi a cui non nasca questo desiderio f (1)
Cosi scriveva il compianto professor Francesco
Fiorentino, qnan;]So, tratteggiando da par sao il
sorgere ed il progressivo sviluppo della gloriosa
Accademia cosentina, rimaneva ammirato dinanzi al-
Tulta figura del suo fondatore, Aulo Giano Parrasio.
Dovendo, tre anni or sono, scegliere un argomento
por la tesi di laurea, molto opportuna ci parve P in-
dicazione del Fiorentino ; sicché, per quanto fin da
principio ci accorgessimo della difficoltà dell'impresa,
alla quale ci accingevamo, fiduciosi ci mettemmo
alFopera, non colla presunzione di adempiere il voto
del dotto filosofo, ma per mostrare che, dopo più di
un ventennio, vi era chi accoglieva il suo invito,
Prancbsco Piorvntino>— Bernardino Tclesio. ^ Voi. !!« Firenze
Siieo. Le Monnler, 1874«
Il II I II I ■ * I
*m w l ,mtm
>.1< -<« >. .....
*m ■■>■
VITI
INTRODUZIONE
por dar prova, so non altro, elio la polvere ola tignuola
non meltono poi tanto spavento, da faro presto presto
strizzare Poceliio ed arricciare il naso scliifiltoso.
Ora ò appunto quel lavoro, benevolmente giudi-
cato prima dalla Commissione esaminatrice della
Pacoltà letteraria di Napoli, e poi dalla Eacolfii
del R. Istituto superiore di Firenze, che, riveduto
e ritoccato nello sue parti, sottoponiamo al giudizio
del benevole lettore.
Oli scrittori contemporanei del Parrnsìo si mo-
strano addirittura entusiasti di luì, non gli rispar-
miano le \ìì\i alto lodi, e no magnificano con x>arolo
altisonanti il valore e la grande erudizione; ma a
ben poco si riduco tutto quo! rumore, cbo menano
intorno : suppergiù non trovi che notizie inesatte,
cbe gli uni copiano dagli altri, e che ripetono sino
alla noia, inni, ditirambi, epigrammi, tirate reto-
riche e che so altro ; ma la critica manca comple-
tamente, o appena si azzarda a far capolino.
Degna però di nota ò la monografia che pub-
blicava lo Jaunelli, nel 1S44, sulla vita e sugli
scritti del Parrasio (1).
(1) De vita et scriptìs Auli Jani Parrhasii conscntini^ phiiologi saeeulo
XVI celeberrimi, commeutarius a Cataldo JaimeUio, regio bibliotecario^
acadeènìico herculanensi et conscntino^ cluciihratus ; ab Antonio Jamiellio^
ratris filio^ conseutinae Acadetniae pariter socio, cditiis, praefation$ et
tuxis auctui, — NeapoU, tipis Alo^'sii Banzolii, mdccc^cliv.
«.^
INTKODUZIONB IX
Con tutto il rispotto dovuto al dotto e yalente
archeologo, ci dispiace di dovere fìn da ora asserire
che il nostro giudizio sulPopera sua non sarà molto
lusinghiero.
La vita da lui scritta è un magro e nudo racconto,
che si riduce alhi semplice esposizione dei fatti, alle
sole citazioni, senza che nulla si agiti intorno al x>ro«
tagonista e v'imprima un po' di varietà e movimento:
Il Parrasio x)rofessò a Napoli, a lloma, a Milano,
a Vicenza, a Padova, a Venezia, ebbe molti nemici,
solivi molte x)ersccuzioni, l\i torturato dalla gotta
e morì a Oosenza.
E può mai questa chiamarsi biografia?
Dov' ò l' uomo, che ti si presenta innanzi coi suoi
aifanni e colle suo miserie, colle sue x)assioni e coi
suoi disinganni, senza grave sforzo del lettore? Il
Parrasio corre errabondo di cittA in città, trova
nemici acerrimi ed ostinati, che gli si gettano addosso
a guisa di cani mordenti ; ebbene, perchè tutto
questo ì Xe è forse egli meritevole per l' indole sua,
X>er l'incompatibilità del suo carattere, opx)nre quelle
lotte, quelle persecuzioni sono il portato legittimo
dei tempi in cui visse, di quel secolo d' interminabili
litigi, il secolo dell' Umanesimo t
Non lo dice lo Jannelli : egli pare che faccia
poco conto di quel x>i'ecetto, che il valore esatto di
un uomo non si ha se non quando un tale uomo,
come l>enis8Ìmo osservava il Graf (1), si considera
(l) Attraverso il -Ciwjucceuto^ pag. 107. — Looschor, Torino, 1888.
««^ìA. «.— «•■^f» • ..• ^»»- >-*«
V^'
-I
t
I
i
•
INTBODUZIOIVB
nelP ambiente sao, in mezzo alla vita. varia e com-
plessa di cui egli è| al tempo stesso, organo e pro-
dazione.
Per la qnal cosa, dopo aver letto il commentario
dello Jannelli, quaP è V idea che il lettore si è fatta
del Parrasiof
Oiò che si è detto di Gaio può dirsi di Tizio,
non vi è nulla che caratterizzi 1' uomo, non appare
Tessere vivo di Dante, l'individuo tutto intero, tutto
d' un pezzo, la persona libera e consapevole del
De Sanctis.
Oltre a ciò non ci dice lo Jannelli se ò giusti-
ficato quel lugubre lamento, cbe emana da tutte le
opere del Parrasio, specie dalle orazioni inedite ; se
ò vero quello straziante singulto, cbe erompo da
quel mesto componimento, V elegia Ad Luciam {!),
in cui si sente lo sconforto di un' anima abbattuta,
un phato9, cbe ti aggbiaccia, un taedium vilae, che
ti stringe il cuore. Su tutto questo tace il biografo :
Innanzi alle innumerevoli miserie, cbe affliggono
il suo protagonista, egli non si commuove punto,
le narra senza commenti, senza riflessioni, trascu-
rando così completamente il lato artistico, cbe non
consiste nella semplice forma; ma richiede anche il
concetto, consistente in quelP elemento subiettivo,
in quella speciale maniera di saper spiegare e rior-
(1) V. nostro lavoro : L'elegia e Ad Litciam » di Aulo Giano Par^
rasio e il Bruto mitiare di Giacomo Leopardi, — Ariano, Stali, tip. Ap-
paio Irpino, ISOO.
. — ♦
' ♦. *' '
IKTKODUZIOlfB XI
I
I
dinare i fatti, facendoli tutti dipendere da un' idea
unica, cbo abbracci in mirabile sintesi tntta la vita
di un individuo.
Le copiose notìzie, con tanta pazienza raccolte,
sono gettate lì, senza essere state prima elaborate,
non v' è sintesi, ma lunga e pesante analisi ; sicchò
manca completamente la riproduzione artistica delle
notizie trovate, che f^ apparire coi suoi pregi e eoi
suoi difetti la persona presa a tratteggiare.
Bisogna però convenire che, rispetto al Parrasio,
non ò cosi facile riuscire neir impresa : perchè si
possa avere una completa conoscenza di lui, non
bastano le notizie, spesso inesatte, che ci danno gli
scrittori contemporanei ; è necessario che il biografo
sapx)ia ficcare lo viso infondo ai preziosi manoscritti
inediti dell' insigne filologo, e studii ed analizzi
soprattutto Pampio codice (1), che contiene le ora*
zionl tenute dallo stesso, al principio dei corsi, nelle
diverse città, dove fu chiamato ad insegnare.
In questo codice V infelice umanista ci dà piena
contezza dei suoi mali, dei suoi nemici implacabili.
(l) MSS. R. BibUoteca Nazionale di NapoU — Cod. V. D. .15 —
Cari. aut. del sec. XVI, min. 317 per 223, di e. 164 non numerate, uè
tutte interamente scritte, oltre due o più bianche, già guardie di esso;
ò legato di pelle. — Incipit € Epithalamium », esplicit € Oratio ad. di-
scìpulos. » — Come tutti gli altri manoscritti parrasiani, questo, codice
divenne prima proprietà di Antonio Scripando, come dalla seguente di-
dascalia finale : € Antonii Scrìpandi ex Jani Parrhasii testamento », e poi
passò alla Biblioteca di S. Giovanni a Carbonara, di dove nel 1799. alla
R. Biblioteca borbonica, ora -Nazionale.
■MMkaMiMi
■«^M
■■«M * » «» «■*» ° , »-m >^ «v .^«-c > I
■ ■_^— •••■•••;» >.^--y - ir^^'» —"-*•■*«■• ^*^
"<l
• )
UfTBODUZIONB
dello persecuzioni patito; sicché, dopo un accurato
studio, appare dinanzi, nella sua piena realtà, la fi-
gura di quest* uomo, d' ingegno potente, dalla fibra
gagliarda, dal carattere fiero ed irremovibile, elio,
in mezzo alle tante calamità delP avversa fortuna,
resta sempre uguale a so stesso, codcìn valla proiìo-
sitoqae (1), rivelandosi cosi vero figlio del!a forte
e generosa Galabrìa.
Kon deve credersi che lo Jannelli abbia trascu-
rato del tutto Pesame dei manoscritti : egli mostra
di averne consultati alcuni ; ma molto scarsamente
e senza per nulla uniformarsi alle norme dettate
dalla paleografia.
Non ascriviamo tra i suoi piti gravi errori la
mancanza completa delle indicazioni necessarie, ri-
spetto ai diversi codici, se questi cioè siano mem-
branacei o cartacei, autografi o apografi, so mutili,
acefali, adespoti; ae abbiano didascalie, chiose,* po-
stille, moniti o segni sulla legatura o sullo guar-
die; ciò che non possiamo perdonare allo Jannelli
si è la dimenticanza delP ubicazione dei codici e
finanche della biblioteca nella quale si trovano,
poiché quella magra indicazione < MSS. Beg.
BibL Borb. » ò dovuta al nipote Antonio, che,
pubblicando il lavoro dello zio, cercò di ovviare
in parte ai gravi errori di lui, citando le opere ed i
luoghi, da cui erano state tratte le notizie.
(1) AuLi Jani Parrhasii. — Quaesita per epfstolam^ pag. 245. —
Naapoli, SimoniiB fratibus, mdcclxxi.
. I
\
X »
m* ^^ta^ I ^* *«
*.-
* . «V -*r ^ «.
I2fTBODUZIONB
XIU
Oiò rispetto alla prima parte del lavoro dolio
Jannclli ; quanto poi alla sfcouda, por mostrarne il
merito, ci serviamo dello parole stesse del Pioren-
tinO| il qualo scriveva :
Il commentario dello Jannelli non contiene altro
elio V inventario di ciò che rimane, e solo qua e là
accenna alcune correzioni (1).
Vogliamo credere die non sia tacciato di troppa
severità il nostro giudizio sulPopera dello Jannelli,
che certo io essa si ò mostrato di molto inferiore
ai suoi meriti veri ed indiscutibili.
Il nostro biografo paro che abbia messa maggior
cura ad avvolgere in classico ammanto la figura
del Parrasio, che a far risaltare il carattere ed il
valore letterario di lui, non sappiamo ben dire so
incoosciamente,' o per il desiderio di riuscire magni-
loquente e versato nella lingua del Lazio non meno
deirautore preso in esame.
Ma lo studio della paroletta classica, della frase
ciceroniana, tratta e non sempre acconciamente da
questa o quelPopera del grande stilista, fa si che
V intero commentario risenta di una certa ricerca-
tezza lo stilo diventi gonfio e rimbombante; è
il caso di ricordare il motto oraziano : profesmM
grandia turget.
(l) Op., 1. cit.
^*^'™— ^''*^~^'^"^~" - r - r - r — — - - '-- I > I r - i
IB» — •••■■MV -4. »^,»-.tf — \trmm, Jh.»^» '^.^r -«.•.•«>• ..^ .>i . ...^«f M- • •-•
»•<■
-V I T -A.
DI
AULO GIANO PAMASIO
• — ■- - . ^
■ » - •! ;■•»■* \'
. i>. h t-M 4>»t. ^ «^ ^ *ì »^i I
CAPITOLO I-
Patria — Famiglia — Maestri.
Nella CaUibria Citeriore, in fonilo a quel granilo ellis-
soide, eh' è la valle del Crati, formata dalla catena degli
Appennini, che ai contini della Ba^^ilicata si dirama in due
opposti bracci, V uno lungo il golfo di Taranto o l'altro
lungo il mar Tirreno, sul fiume Crati e Busento, sorge la (Vii-
sentia di Strabone e di Appiano Alessandrino, la metropoli
dei Bruzii, come la chiamano Tito Livio, Plinio, Antonio,
Pomponio Mela.
Bella e famosa città, dal territorio ubertosissimo, dove,
facciamo nostra. Pespressione di uno dei più fervidi apologisti
di essa, il Sambiase (1), « stan gareggiando insieme Cerere
e Bacco, Pallade e Silvano, e Pomona con Flora i.
Occupa una bella pagina nei fasti civili e militari d' I-
talia ; ma merita soprattutto un posto importantissimo nella
storia dell' umano pensiero.
Basta dare un semplice sguardo alle opere del Barrìo (2),
deUo Spiriti (3), deUo Zavarroni (4), dell' Ughelli (5), del
d'Amato (G} e di tutti quegli altri scrittori calabresi, che,
(1) Ragguaglio di Cosenza, Napoli 16^.
(2) De Siiu et antiq. CalaMae, Roma 1737.
(3) Memorie degli scritton coseèuini, Napoli 1750.
(4) Biblioi. Calabra. Napoli 1753.
(5) Italia Sacra*
\jSi) Pantapologia calibra, Napoli 1725.
\
^Um
""" ■ -
VITA DI A. GIANO PAKUASIO
diuanzi alle gloriose mciuorie ili Cosenza, entusiasmati, hanno
sciolta la loro lingua alle più alte lodi, per comprendere
quanti forti e baldi ingegni abbia nei diversi t-empi dati alla
luce : Antonio Telesio, Galeazzo di Tarsia, Coriolano e Ber-
nardino Martirano e soprattutto la fenice dei moderni ingegni,
Bernardino Telesio, potrebbero illustrare, nonché una città,
una nazione intera.
Ed Aulo Giano Parrasio non è anche lui nativo di Cosenza!
Sebbene tutti i suoi biografi lo credano tale, e non sorga
a negarlo che il solo Aceti, il quale con scarse ragioni,
gonfiate da un esagerato spirito di campanile, sostiene che
il P. sia nativo di Figline (1), villaggio presso Cosenza,
puro noi, per varii motin, dubitiamo che egli sia cosentino
nel vero senso della parola.
Anzitutto perchè troviamo ritenuti per cosentini parecchi
valenti nomini di quei tempi, come Rutilio Bonincasa, Tom-
maso Cornelio, Sestilio Mazzucchio, che sono nativi di qnei
diversi villaggi, detti volgarmente casali, che circondano
Cosenza e sono ritenuti come tanti sobborghi di essa.
Poi perchè il P. nelle sne opere, sebbene .ne abbia tante
volte l'occasione, non ricorda mai Cosenza come sua patria,
a differenza di tutti . gli altri scrittori di questa città, nei
qnali, come notava il Fiorentino, si vede una certa ostenta-
zione nel determinare la loro patria, e nell'apx)orre al proprio
nome l'epiteto di cosentino.
In una lettera a Vincenzo Tarsia si congratula del
risveglio letterario della Calabria e specialmente di Cosen-
za (2) : in un'altra, diretta ad Andrea Pngliano (3), parla dei
* (l) Animadcersiones in Barrium — De Situ et antiq. Calabriae^ ed.
cit. € Vir iste inter omnet acvi sui erudi tissimus facile prìnceps, ad
« Fillooum, tire Felinum pertinet, patriam tuam ac meam. »
l2) De Rebus per EpisL quaesit.^ ediz. cit., 1. cit;
(3) I?U
VITA DI A. GIANO PARBASIO
I -
in
r 1
cosentini^ mostra che non dimentica mai Cosenza, che anzi
Pama teneramente; ma non dice mai nnlla, da cui si possa
dedurre che egli stesso sia cosentino.
Ne basta : nell'orazione inedita, tenuta e Ad Patrieios
Xeapolitanos > (1), il ?.♦ per ben predisporre gli animi verso
di lui, fa noto che, sebbene ancora giovane, ha già inse-
rì guato parecchi anni nella nativa regione dei Bruzii : e prìus
I : aliquot annos frequenti auditorio in Brutiis, unde nos ortum
dncimus, interpretandis auctoribns impendimus i.
Ora perchè qui ricorda i Bruzii e non Cosenza, dove
realmente insegnò prima di andare a Napoli 1
* Non crediamo parimenti trascurabile Fultra prova, che ci
fornisce un codice inedito di Bernardino Mnrtirano, cosentino,*
discepolo del Parrasio, da noi rinvenuto nella Biblioteca
Brancacciaua di Napoli.
In questo codice iutitolato e De Famiiiis cousentinis i (3),
il Martirano non fa menzione della famiglia del maestro, e
ciò non sembra fatto per semplice dimenticanza, poiché in
un sonetto dello stesso scrittore, sulle famiglie di Cosenza,
riportato dal Sambiase (3) e riprodotto dal Fiorentino (4), si'
nota la medesima omissione.
E in ultimo è ravvalorata sempre più la nostra tesi da
una lettera contenuta in im altro codice inedito del P., che
si conserva nella biblioteca dei PP. Gerolamini (5).
V,
(1) Cod. cit. V. D. 15.
(2) MSS. Bibl. Brancacciami di Mapoli. Cod. 3. A. 16. e De FamiliU
coaseatinit CommentarìuB. >
Ai cultori di memorìe cosentine indichiamo i due codici inediti, che
ti trovano nella stessa Biblioteca: € Rclacion de la Ciudad de Coson-
zia — 5. 0. 1. — De Syla Consentiae. ex historìcis — 2. C. S. »
(?) • d) op. cit.
(5) A/S5. Bibl. dell'Orai, dei PP. Gerolamini di Napoli. Cod. Pil. XI.2
Cari. mise, apogr., del secolo XYl, mm. 219 per 158, leg. di pelle.
È dello stesso formato dei codici della Bibl. Nazionale^ e proviene.
0t0immjmtmi' I afti^fci
y**
VITA DI A. GIANO PARRASIO
In quella il P. roccoinaucla caldamente a Tommaso Fedro
Inghirami, bibliotecario della Vaticana^ il caro amico Antonio
Cesareo, che egli chiama suo e conterraneus »•
Non pare che il P. gli avrebbe dato l'epiteto di e civis i,
se anche lui, come quello (I), fosse stato cosentino t
Tenuto conto di tutte questo ragioni e delle notizie
enfaticamente forniteci dall'Aceti, il quale fa menzione di un
altare gentilizio dei Parisio (3), di una lapide commemorativa
del Cardinale P. Paolo, esistenti in Figline, come pure
di altri documenti tratti e ex librìs Baptizatorum », ci
sentiamo indotti a erodere che il P. fosse realmente nativo
di Figline. •
Ma Cosenza fu per lui la vera patria di adozione, l'amò
sempre del più tenero amore, fino a quando fluì in essa i suoi
giorni, e sebbene non si sia mai dato l'epiteto di cosentino,
pare che non gli sia dispiaciuto d'essere st«ato creduto tale.
Anche noi x)erciò, pur sapendo di tradire in parte la
verità storica, continueremo a chiamarlo cosentino.
I biografi non sono d'uccordo circa le origini della fa-
miglia del P. : alcuni affacciano delle ij)otesi, altri fanno
delle gratuite asserzioni, fra queste degne di nota quelle del
come Morobfa, dalla stessa Biblioteca di S. Giovanni a Carbonara, di dove
pare sia venuto in proprietà di Giuseppe La Valletta e da questo ai
PP. Gerolamlni. — Cont. « Campanarum Epist. Antonii Panhormitae », di
e. 56 scrìtte, più 6 bianche, già guardie. Incip. « Ad Nicolaum . Buezo-
tom > ; expl. € et genus humanum ».
Seguono : € BpistoUe Jan! Parrhasii » di e. 30; incip. e T. Phaedro,
romanae Aeademiae », expl. e epistola Bernardino Minoritaiio ».
(1) CiiioccARELij — De iUusiribtis scn'ptoribiis ecc. Ncapoli, mdcclxxx,
pag. 223.
(2) Come vedremo Parrasio ò alterazione di Parisio.
.^
i»
.V.
>
VITA DI ▲. GIANO PABBASIO
Gonzaga (1)| cho, fra lo altro cose, chiama il marchese
Giuseppe Parisi di Napoli, l'ultimo rappresentante del ramo
calabrese della famiglia Parisio ; mentrOi da notizie da noi
assunte', ò risultato che V ultimo rampollo di essa e Ernesto
Parisio,. marchese di Panicocoli, dimorante ora a Benevento.
Questi, con gentilezz«'> degna della nobiltà ed eccellenza
della sua famiglia, ci forniva le seguenti notizie, tratte da
diplomi e privilegi :
Guglielmo, nativo di Parigi, portatosi in Italia alPepoca
del re Carlo I, lasciò il primitivo cognome di Lancia e prese
quello di Parisio. Da Ruggiero, suo figlio, nacque Matteo ed
Andrea, che, uniti al padre, militarono con grande onoro
sotto lo stendardo di Ferrante I d*Ai*agona, come apparo
dal privilegio d' immunità e franchigie, confermate poi da
Carlo V (2). Avendo il suddetto 5ratt.eo operati molti e
prestanti servigi al suo re, ebbe in premio il feudo Aconaste
di Alipraiido, confermato dal re Alfonso (3).
Illustri discendenti di Andrea e ^latteo furono Guglielmo
e Gualtiero, i quali da Ferdinando il Cattolico ebbero in dono
il castello di Kalamo, nella terra di £se, come appare dal
breve di donazione, da noi osservato in Benevento presso il
marchese Parisio.
Da Ruggiero poi nacque una delle maggiori glorie della
famiglia, .P. Paolo, valentissimo giureconsulto, che tenne
cattedra a Bologna ed in altre città d' Italia, e giunse all' o-
nore della porpora, nel 1539.
Ora t^ma qui opportuno osservare che la famiglia
Parisio si diramò poi in Messina, Oastrogio vanni, Mineo,
(1) Conte Berardo Candida Conzaga. — Memorie delle famiglie
nobili delle province meridionali d'Italia. — Voi. 6, pag. 136, Napoli 1883,
(2) Archivio di S, Agostino alla Zecca, — Documento XI, fol. 62,
in quinter. Vili, fol. 200.
(3) Archivio di S, Agostino alla Zecca, — Privilegio registrato in
Privil. XI in quinter. XI, foL 436.
8 VITA DI A. GIANO PARBÀSIO
Lcntini, Napoli, Bologna e Reggio; ma il ramo principale
fa quello di Calabria, il quale a sua volta si diramò nei
Parisio e ex Bugerio », da cui discese il Gardinale, e nei
Parìsio € De Thomasio »•
Da quest'ultimo ramo, da Tommaso, consigliere di
S.» Chiara, e da Pellegrina Poerio, il 28 dicembre 1470 (1),
nacque Giovan Paolo Pàrisio, che poi prese il nome di Aulo
Giano Parrasio.
Discendeva questi dunque da illustre ed antica famiglia,
in cui pare siano stati ereditari Pcccellenza dell' ingegno e
Pamore alle >nrtn ed alle alto ed onorifiche imprese.
Gli scrittori del tempo sono concordi nel tessere gli elogi
dei genitori del P. , lodano la coltura e 1' alto sentire di
Tommaso, non che la nobiltà d' animo di Pellegrina, che fu
rapita prematuramente aU'affetto dei suoi (2).
Non tardò molto a palesarsi nel P. quella grande ten-
denza ed attitudine allo studio, e quella grande tenacità di
mente, che fin dai primi anni fece presagire nel giovanetto
uno splendido avvenire.
n primo suo maestro fta Giovanni Grasso Podacio (3),
detto cosi dalla patria, Serra Pedacia (4) : molti scrittori no
lofiano la dottrina e la bontà del cuore, sicché sotto la guida
di lui il P. fece rapidi progressi, dando presto chiare prove
che il discepolo avrebbe superato il maestro.
Gi rimane una lettera, indirizzata al Pedacio, in cui
l'antico alunno scioglie alcune difficoltà letterarie, che quésti
gli aveva proi>oste ; ciò che in altri avrebbe generato un
(1) Loca Gaurico — Traci. IV Da Nat., T. II. Op., pag. Id36.
Jamtislli — Op. cit., pag. 1.
(2) Parrasio. — De Rebiu ecc. — Orai, in epist. Cic. ad Alt., pag. 242,
ediz. Mattltaei, Neapoli, mdcclxxi : e In optimam matrem mcam primo
desaevit (Fortuna) integra adhue aetata. '»
(3) De Rebus ecc., pag. 121.
(•^ Zavarroni. — Op. cit., pag. 63. *
fnXk'^<^VU^ntiii»St^tù- I^.Tlrt.ìWììj'^*-*.
mf ^w •• *% •<*«• Xi > lAk^Ài
■•- -•»»T»*<*
v-
i HP f . ^ ri»» i* < 0f^if - M»iM^^ «i^-
VITA DI A. GIANO PARBASIO
9
certo senso di orgoglio , risveglia potente in lui il sentimento
della riconoscenza, e con gentile pensiero, che tutto rivela
la nobiltà del suo animO| cosi scrive al caro maestro:
e Sit hoc iyziTzeAAoyiiVj ut enim cicouiae parentibus, aetate
confectis, alimenta, sic ego tibi parem stndiornm gratiam
prò virili parte referam ; tametsi nulla satis referri potest,
ut inquit Plato » (1).
Dopo che il giovanetto ebbe gustate le prime bellezze
della lingua latina, si dedicò subito allo studio della lingua
greca, avendo compreso ciò che non fu da molti, anche
fra' più grandi umanisti, che 1' una non può andare disgiunta
dall' altrtf, se si vuol toccare una nobile meta.
n primo avviamento allo studio del greco l'ebbe a Lecce
dal valente grecista Sergio Stizo, quando il padre fu chia-
mato a governare questa provincia (2), parrebbe intomo al
1483 e non nel 1485, come ritiene lo Januelli (3), che in*
terpreta nel senso prettamente classico quell' € admodum
praetextatus > , che si legge nella cosi detta Apologia di Vallo.
Passato un cei*to tempo dalla sua venuta a Lecce,
il P., come vedremo, incorse nell'ira paterna per essersi
mostrato poco disposto allo studio del diritto. Essendosi
però il padre piegato a più miti consigli, egb", allettato
dal bel nome, che godeva a Gorfù Giovanni Mosco, spar-
tano, al quale accorrevano da Veneziike da ogni parte d'Italia,
non che dalla stessa Grecia, tutti quelli che desideravano pe-
{ì) De Rebus ecc,^ ediz. cit., pag. 121.
(2) Apologia del Vallo. — V. Comm. del P. al e D^ Raptu Proserp.
Claudiani > — 1505, Milano : € Multa tamen in Graecia antea ilidioe-
rat, admodum praetextatus, in Japygla, quam regia potestata Tamìsiui,
pater eius, obtinebat, usua praeceptore Sergio Stizo, cui nihii ad sum-
mam defuit erudi tionem, praeter quam maiua nostrarum litterarum sin-
dium. >
(3) Jannblli — Op. cit., pag. 4. . .
^to«Mi«^hMiA«Mta
1 .
«■^«I
*v
y-
* v L^ ? ;.
TT^
10
VITA DI A. GIANO PARRASIO
I
notrare nello intimo bellezze del greco (l), volle recarsi colà| e
pare che vi si trattenesse poco più di un biennio (2).
Non possiamo dire con procisiono quando egli si portasse
dal nuovo maestro, se nel 1488 o nel 1489, pare però eerto
che ritornasse a Cosenza intorno al 1491, come ci aiTerma
un passo del suo Oommentario al De Baptn Proserpinae di
Claudiano, pubblicato la prima volta nel 1501.
Ivi il P.) parlando della Delia Oliva di Catullo, ricorda
che per fonte e non per albero aveva interpretato quell' O-
Uva, dieci anni prima, quando a Cosenza aveva avuto a
maestro Tideo Acciarino (3).
Tornato a Cosenza, riprese quindi il P. lo studio del
latino sotto la guida di quest' ultimo , tanto lodato dal
Poliziano (4), e ben presto rivelò i frutti del savio ed
ordinato insegnamento del dotto maestro, riportando a Cal-
limaco quel carme, che ha per titolo e ri ahtx », o inter-
pretando per la fonte che esisteva nella Beozia, e non per
albero, la Delia Oliva di Catullo (5).
(1) Liuo Gregorio Giraloi. — De Poctis sui temporis. Dial. II.
TiRABOSCUi. — Storia della letier. iud. — T. VII., P. II, pag. 437.
Roma 1784.
Anoelo Spera. — De nobil. profess. gramm, 1. IV, pag. 288.
(2) Apologia del Vailo. — e lode Corcyram profeotus, operam Mosche
dedlit 000. >
(3) Parrasio. — Commentario al € De Raptu Proserpinae » — y« 188,
lib. II : < Ad hanc Olivam fontcm Catulli carmen osse referendum, de-
cimo abbine anno omnium primi indicavimus, quum celeri Strabonom
eum poeta committerent. Neque mentirì me sinet Tydeus Actianut, vir
et doctus et integerrimus, quo tum praeceptore in litterìs utebamur >•
(4) Poliziano. — Epistolae, — lib. VII.
(5) Parrasio. — Commentario al € De Raptu Proserpinae », lib. III^
T. 288.
»aA.i
CAPITOLO U. .
Il Parrasio a Cosenza ed a Napoli — Relazioni
cogli AragonesL
Non bisogna però tacerò che anche il P., corno tanti
altri umanisti (1). trovò nel paciro un fiero oppositore ai
suoi studi prediletti (2).
Era ornai divenuta tradizionale nella famiglia Parisio la
tendenza alla carriera giuridica (3), sicché Tommaso si mo-
strò dispiaciuto verso il figliuolo, che preferiva lo studio dei
classici a quello del digesto e delle pandette.
A quale perìodo della vita del P. deve però riportarsi
questo fatto!
Lo Jannclli, esagerando anche lo sdegno del padre verso
il figliuolo, aiTerma che bisogna riportarlo a quel tempo in
cui quest' ultimo apri pubblica scuola a Cosenza (4).
(1) V. nostra monografia: Un Accademico pmitaniano del secoli XYi^
precursore dell'Ariosto e del Pnrini^ pag. 13. — Ariano — Stab. tip. Ap-
piilo-Irpino — 1898.
i2) De Uchus per cpisloìam ecc., eiliz. cìt., pag. 242 : e Neque vero
comineinoralH), quod ut hune quantuluincuinque litterarum profectum '
iiiorarctur« indulgciuU alioqui in me patria animum'depravavit (Fortuna),
no sumptuA ai ooìa Musarum auppcditaret, taroquam relieta a malori-
bus trita semita degeneri, quod, ut illi, leges ediscere neglexerìra ».
(3> Morelli — De Patricia consentina nofnlitaie,
(4) De vita et scriptis ecc., pag. 10.
I
^
12 VITA DI A. qia:«o paukasio
Ciò non ò prosaniibile, poiché Tommaso Parisio, da uo-
mo accorto ed intelligente quaPerai non avrà certo atteso che
il giovane avesse raggiunta l'età di 21 anno, per costringerlo
a battere la e tritam semitam gentis suae i. Più logico in-
vece ci sembra che egli cercasse di piegarlo ai suoi volerli
prima che del tutto < mansuetiorum JMusarum delinimeuta avo-
cassent a molestissimo legum studio i (1), quando cioè, intorno
al 1485| dopo le cognizioni apprese dal Pedacio e dallo Stizo,
credè opportuno che potesse entrare, non illotis pcdibm, nel
campo giuridico.
Errava similmente lo Jannelliy quando asseriva che Tom-
masO| monendo, hortando, increpando [2]^ non riusci a vin-
cerla sul figlio, poiché abbiamo le pia chiare p]*ove che
questi, benché certo a malincuore,, fini coli' appagare il de- -.
siderio paterno, come risulta non solo dal brano succitato (3)
e dalla lettera al Pellegrino (4), ma anche da un manoscritto
inedito, intitolato e Vocabularium legale i (5), redatto, come
pare, sotto la guida del padre, che gli fu certo maestro in
quella disciplina, in cui era tanto versato (G)«
In questo codice, dove sono disposti per online alfabetico
(1) MSS. Biblioteca NaùonàU di Napoli. — Cod. V. P. 9. —
Cari, aut., mm. 315 per 215, leg. come i precedenti e della medesima
derivaxione — Inc. < Galeatio Thyenaeo », expl. € horis consti UieUatur »•
Questo codice contiene la maggior parte dei € Quacsitapor episto- '
lam », già editi, più alcune lettere ancora inetlite, fra cui quella al di-
scepolo Pellegrino, che esorta a non lasciarsi troppo allei taro dalle Muse,
polche potrebbero distoglierlo dallo studio del diritto.
(2) Op. cit., pag. 10.
(3) De Relmi ecc., pag. 242.
(4) Cod. cit. V. F.-9.
(5) MSS. Biblioteca Nazionale di Xapoli — Cod. XUI. B. 25. — *
Cari, aut., di e. 155, senza le guardie, di mm. 214 per 152, leg. di
pelle — Inc. « Eburneam bibliothecam », expl. e aliam hano appcilant ».
(6) Obiolu. — Orig. dello Studio di Napoli. — T. 1, 1. IV, pag. 250.
NapoU 1753.
■■-j<«^'*-« f ■■■ ' ■«■< W i m '■ ' ii \ . ^H«Mfc>uwa^««»««^N<>!w'
VITA DI A. GIANO PARRASIO 13
luuuincrcroli quesiti di diritto, tratti dalle opere dei pia
valenti giurecbusulti, corno Ulpiano, Paolo, Modestinoi Pa-
piuiiiDO ecc., bisogna notare il lavoro paziente del giova- *
netto, reso ancora più manifesto dai non pochi errori grafici,
in esso ibcorsi, ed eliminati evidentemente da una futura
correzione.
Pare però che in Tommaso Parisio abbia finito col trion-
fare la generosità del suo animo; sicché, specialmente quando
vide l'altro, figlio Pirro battere la strada dei suoi antenati,
dovette certo venire a più miti consigli verso Giovan Paolo,
e permettergli di seguire la naturale tendenza del sud ingegno*
Xon crediamo punto di errare asserendo quindi che egli
stesso lo consigliasse a lasciare Cosenza, dove presto la scuola
di luL.cra salita in grande onore, ed a recarsi a Napoli,
dove già egli occupava la carica di regio consigliere di
. S.« Chiai-a (1\
Però inclineremmo a credere che il P. non si recasso
allora a Napoli per la prinia volta, poiché uelP Oraiio ttd
ratritios ncapoliUiìtos dice che, essendo venuto colà per sa-
- lutare gli amici, da questi, che già per prova dovevano
conoscere il suo valore letterario, venne invitato, anzi forzato,
a tenere uù corso /li lezioni sulle Sclì:e di Stazio (2).
Non crediamo qui necessario trattenerci a discorrere
del Pontano e della sua Accademia, dopo il cenno che ne
abbiamo fatto in altro nostro lavoro (3} ; solo ci piace osser-'
vare che sebbene il P., ancora cosi giovane, si assumedse il
(1) Toppi. — Dj Orig. Tribun. — P. II, 1. IV, cap. I, pag. 239.
(2) MSS. Bibl. XoiionaU di NapoU. ^ Cod. V. D. 15. — € Ai io
praesontiaruui/ Viri patritli, quum ofiilii causa, ut amicos inviseremas,
A'I vostram rempublicaiu ornatisshnain aodique vorsum me contulissem,
ab eìndem post aliquot dies inissIoDem impetrare haudqaaquam potala
quod dicerent nostrae consuetudinis iucundltate teoeri eoe. >
(3) Un Accadeinico poHtaH'ano d€l secolo X Vi, precursore ddV Ariosto
e del Perini, pag. 21 e seg. — Ariano, Sub. tip. Appulo-Irpino, 1888.
.-• ■
\
»-:j
^tei*«*MÌB
iimtaa^^
lm <u
— ^ 'TX" ■ ; '; ) ■
^ . -...#■•
U
VITA DI A. GIANO PABRASIO
difficile compito di professare in nna città e totias Italiae
celeberriinai ubi omnium bonarum artium studia poUebant,
in tanto praesertim doctissiinorum hominum coetu i (1),
pure riusci molto bene nella prova, da meritare il plauso
generale.
L'orazione tenuta^ dal P. ai Patrizii napolitani, nel codice
succitato, appare divisa in due parti, il che fece credere allo
Jannelli che si trattasse di due orazioni diverse.
L'oratore esordisce bellamente con una lode alla costi-
tuzione della Repubblica romana, in cui, egli dico, e nihil
occurrit quod non summo iugenio excogitatum, maiori'studio
expolitum, maxime Consilio ac prudentia gcstum iudicetur i.
. Bicorda poi la lunga e paziente preparazione dei Romani
prima di uscire in campo npeiiK) contro i nemici, e da questo
prendo le mosse per accennare ai suoi maestri ed all' inse-
gnamento altrove esercitato.
Dopo aver parlato delle lunghe ed insistenti premure
dogli amici e della sua titubanza prima di accettare e arduam
et difficilem provinciam i, si trattiene a discorrere della gloria,
e ad implendos totius operìs numeros adiumeutum, i e degli
sforzi inauditi a cui si sobbarcano gli nomini per conseguirla
lasciare appo i posteri un nome onorato (2).
Dopo aver riportato vari esempi, per sempre meglio
comprovare il suo asserto, cita quello del Fontano (3), il quale
(1) MSS. Dibl, Nazionale di 2iapoli — e Oratio ad Patrìtios neapo-
lit&Dot » in Cod. V. D. 15.
(2) AfSS. nibLJf azionale di Aapoh — Orai, cit., in Cod. V. D. 15. —
€ Quotu8quìs<|ue, ut ad rem lettcrariam adveniam, tain róaximos studilt
labores impendisset, nisi nomen et gloriain inde adsequeretur ? »
(3) MSS. Bibl. Nazionale di Napoli — Orat. cit. in Cod. V. D. 15. —
< Sed quid externis utor excuiplit 1 Jovianus Pontanus, vir discrtissimus,
qui Cam illis vctustissimis acque contendit, Dii boni, qtiae nuper sui
Uborit monumenta dodit? Rem profecto ad hoc usque tempus intactam :
^ttt^^n^mtm^mmmam. «IraMiabawkM^*^
VITA Bl A. GIAHO FABBA8IO IT
noi sembra che fl Parrasio, volendo unire al prenome ed al nome
di fonie latina il cognome di fonte greca, forse per denotare
la soa conoscenza profonda nell'una e nell'altra lingua, abbia
scelto il nome o del pittore omonimo, o quello del figlio di
Jjicaone, o quello dell'abitante di Parrkasia, la fiorente città
dell'Arcadia, nomi tutti che avevano una certa assonanza
col suo vero cognome, Parisio.
Parecchi biografi, quali lo Zavarroni (1), il D'Amato (2),
Castiglione 3Iorelli (3), parlano di una speciale predilezione,
che Ferdinando II d'Aragona avrebbe avuta pel P., a causa
di scrvitia ingenita (4), da quest' ultimo operati a beneficio
di lui.
Nessuno però dei succitati scrittori ci fornisce dei par-
ticolari rispetto a questo punto oscuro della vita del P«, e
lo Jaunelli, più che gettarvi un po' di luce, accozzando no-
tizie, e coordinando i fatti senza alcun discernimento critico,
tradisce completamente la verità storica, presentandoci il
suo protagonista sotto una forma tanto diversa dal vero.
Siamo lieti di essere riusciti anche questa volta a veder
chiaro nella quistione, coli' aiuto di una preziosa lettera
inedita {6\ - ' '
In questa lettera non si accenna chiaramente aUa persona,
alla quale viene indirizzata; ma si trovano dei dati sufficienti
per fiurcela identificare.
(1) BMioieea ealabra. — Napoli 1753.
(2> Pantapdogia ealabra, — Napoli 1725.
(3) De Patricia consentina nobilitate. — Venezia 1713.
(4) Castiglione Morelli. — Op. cit. e Ferdinando II regi admodum
carut, cuius ingenita servitia laadantur »;
i5) MSS. Bibl. Nazionale di Napolil — La lettera in doppia trascri-
zione, si trova nel codice già descritto. — V. P. 9.
\
Il "- ■ —
K*«b
■M«MkMd«M*^wv«*k#«J)A« j
*V^»^tlm,
■■» ■■■
* *«
■<— « ■ ■»»■
18
TITÀ DI A. ai4NO FÀBBA8IO
n P., interrogato intomo olle attrìbazioni dol dio egi-
ziano, Serapidoi cosi gentilmente risponde:
e Qnod a me de Serapi qnaeris, illustris ae omatissime
PrìncepSi atinam sic ad te reduoendum prosit io avitum pa^
temumquo soliami qno nulla tua culpa cares >•
Dopo avere a lungo discorso della divinità cgizianai il
P. cosi pone termine alla sua lettera:
e Qui (Fortunae) si nonduin omncs ad unum bonos libuit
excindore, si nomon Aragouium propitìa rospicit, te, lapsis
tuomm rebus, incolumen servabit, discot abs te clcmcntiam,
mitissimoque Principi mitis aliquando fiet. Tu rnrsus maio-
res tuos intueri debes, ascitos coelo, operamquo dare ut, nude
per iniuriam doiectus cs, industria virtusque te rcponant >•
Come ognun vede, questo Priucipo aragonese per iniu-
riam scacciato dal trono, non ò altro che Ferdinando II, il
quale dopo la battaglia di S. Oermano e l' insurrezione degli
Abruzzi, non avendo potuto mettere un argine ali* invadente
piena, che si era rovesciata nel suo regno, lasciò Napoli per
fuggire alla volta di Ischia.
Merita similmente di essere riportato il seguente brano
della lettera in esame :
e Audio (1) te esse egregiae iudolis adolescentnlum,
animo alucrem, iugenio pótentem, frugalitatis et contincntiae
in istis ani^is admirandae, patientem laboris, a voluptatibus
àlienum, firmiterque laturum quicquid inaedificare, quicquid
tibi fortuna voluerit imponere >•
Dai passi succitati, specie da quest'ultimo, in cui è
descritto minutamente il carattere di Ferdinando, chiara-
mente si vede come tra il Principe ed il giovane filologo sia
esistita, pia che una semplice relazione, una vera e cordiale
amicizia, che crediamo abbia avuto origine fin da quando il P.
(1) Audio è qui adoperato noi significalo di conoscere ; Cfr. Cicerone:
4 Audit igitur mena divina de s^ngalla ».
^^ -■ - . ■ _. .. .A--, -1- a . lait. "-Tfc'- i r» t - ■ ■■' ■^■■* m» . « i^ ^i i H m» » . -<^^ ■< «yiÉi i nV .ir^'i» ' ' ^^'^^i » ^*" ■■ — ;j ^ ■'**' '? *? . '* *V
VITA DI A. GIANO PARBASIO 19
^— ^F«^"W«-^F*i^-^
Telino a Napoli, e diodo oosi bella prova di sè| tenendo un
oorso di lezioni sulle Selve di Stazio.
n principe Ferdinando contava allora ventitré anni,
l'età in cui sogliono frullare per la mente sogni dorati di
gloria letteraria, sicché, conosciuto il valore del giovane mae-
stro, l'avrà invitato ad impartirgli delle lezioni.
Oiò premesso, chiaramente appare che il gran Barrhasio,
per mano del quale Phcbo die la dotta lira in dono alVAra»
gonio principe Ferrando (1) non é altro, secondo intuiva,
ma non dimostrava, il prof. Pércopo (2), che Aulo Giano
Parrasio (3).
Da un importante documento inedito, trovato noli' Ar-
chivio di Stato (4), apprendiamo che il Principe non tardò
a mostrare la sua benevolenza verso il giovane calabrese,
fhcendolo nominare e magister Gamerao et magister actorum
penes Justiciarios sen Gapitanoos terrae Tabemae > ; e fo-
ccndogli affidare V ufficio di e Oavaleris penes Oapitaneos
terrarum Montaneae et Civiteducalis, x>otcstatc substituendi,
cum gagiis et emolumentis, lucrìs et obvcntionibus solitis
et consuetis et debitis >.
^on ripetiamo tutti gli elogi proiligati nel documento in
parola ; ci limitiamo a riportare solo il seguente brano, in cui
chiaramente si vede l'alta stima, che il re Alfonso ed il
principe Ferdinando avevano del P. : '
e Nos autem habentes respectum ad merita sincerae
(1) Chàritio. — Endimione. ^ Canxooe Vili.
(2) Le rime di BenedeUo Gareih, detio il Chariteo. — Napoli
MDCCCXCII — V. I, pag. XLIV.
(3) Erroneamente il Tafuri crédette di identificare nel Barrhasie dtà
Chariteo, Giovanni Marrasio ; come pure a* ingannarono coloro i quali
supposero che fosse Francesco Barrasio, « regio consigliere et presidente
di Camera >.
(4) Archivio di Stato di Napoli. — Collaterale prìviL Aragon., V. VII,
14M-95« C 7S.
.* ■ «
20 VITA DI A. GIANO PARRA8IO
clovotionis ot fide! praefati Pauli, ac considerantcs sorvitia per
oum Majostati nostrae praostita et impensa iis et aliis
considerationibas et causis digne moti, praefato Paulo ad eius
vitae decarsum iain dieta officia. ..;• haberi volumus prò in-
sertis et expressis et declaratis. >
Pare però che il P. non abbia occupato a lungo questa
carica, che, se gli procurava danaro ed onori, non doveva
certo concedergli il tempo necessario per dedicarsi ai suoi
studi prediletti.
Ecco perchè nel 1405 lo troviamo a Lecce (1) in DeeU"
iiam 8cribarum^ carica molto onorifica, alla quale non poteva
aspirare e nisi honesto loco natus, et fide ot industria co-
gnita 1 (2). . -
Di queste due cariche sostenute a Taverna ed a LeccCi
si rammenta poi il P. con rincrescimento e disgusto quando^
svaniti i sogni dorati della giovinezza^ si dedicò di nuovo e
con pia lena allo studio delle Jettere : e lam vero piget
neminisse quod ab ingenuis ai-tibus ad calamum militiamque
me tradaxit (Fortuna) i (3):
n P. né in questo, né in altiì luoghi ci dice quando
impugnò le armi ; non crediamo però di errare, sostenendo
che ciò sia avvenuto nella lotta degli Aragonesi contro
Carlo Vili e non dopo la caduta di questi, e ut consuleret
sibi patrique i, come crede lo Jannelli (4)«
Come i suoi illustri antenati, nei quali rifulge inteme-
rato il sentimento della fedeltà e della gratitudine, il P. corse
subito a prestare Peperà sua in difesa del suo signore, e se
dopo, come abbiamo visto, egli si penti di ciò, bisogna rl-
(1) Apologia del Vallo, 1. cit. — € Ipse Janus in eam provinoiam
(Japjgiam), quam pater rexit, adolescens Scripturam fecit. >
(2) Ivi.
(?) Ouaesùa per epi%i. — Orai, ante pralect. in epist. Cie. ad Att.
(4) Op. cit., pag. 26.
h
~'^ -*~'^ "' - r - I I i*' i ' 1 ^ 1 là i M "j
• • . ,. .. .■■.
i \ Mr '^ •"•" ''
VITA DI A. GIANO PABRASIO
21
cercamo la causa nel suo giusto risentimento, quando vide
la sua devozione ed il suo zelo indegnamente ricompeasati
da re Federico.
Oi parrebbe quindi verosimile che il P. seguisse il prin-
cipe Ferdinando, quando con un corpo d'esercito fu mandato
da re Alfonso nelle Bomagne, e che prendesse parte a tutte
le vicende di quella poca fausta spedizione contro l'Aubigny,
ed alla stessa battaglia di S. Germano.
Ciò non risulta chiaramente da alcun documento, ma
siamo indotti a crederlo da quello speciale interesse, che il
P. mostra di aver preso alla causa aragonese, e da quel
continuo accenno alle armi, a cui, altrimenti, non sapremmo
dire in quale altro periodo della sua vita egli si sarebbe
rivolto (1).
(1) Torna utile riporUro i seguenti versi di un epigramma del P.
contro il Nauta, suo fiero nemico (Apologia di Vallo):
Si fortuna levis de Consule Rhetora fecit.
Et ferulam gerirous qua prius arma manu.
Nonne eoe...
La parola co9isìU ci farebbe credere che il P. fosse giunto a qualche
alto grado nell* esercito aragonese.
\
■ W ■■ I !■
i«A>^i— •'^bA* ^a^^>*^»>
>'•» »iy~- '««Jwti w>i>»i' » .a ■■* IW »^f *m' ^rtèmtmr'nmmm
.•••,• • • ...
CAPITOLO in.
Il Parrasio in disgrazia di re Federico.
Integrità e fermezza del suo carattere — Dimora a Roma.
n P. conchiade la sua lettera a Ferdinando d'Aragona
col voto di poterlo rivedere, prima di morire, sul trono degli
antenati : e onte meos obitus sit, precor, ista dies >•
n giorno desiato non tardò molto a spuntare : dopo
quattro mesi, il 7 Luglio 1495, Ferdinando rientrò in Napoli,
festeggiato dal popolo, e cosi il voto del fedele P. fu piena-
mente adempiuto.
Allora questi fu reintegrato, insieme col padre, nell'ufficio
perduto dopo la conquista di Carlo Vili, e ritornato a Lecce,
si dedicò con ogni cura all'emendazione del testo di Solino: (1)
e Si quis alter in emaculando Solino laboravit, in iis ego
nomen proftteor meum : Ncapoli, Lupiis, in Japygia Apulia,
nactus antiquoe reverendaeque vetustatis exemplaria..... »
Ma Ferdinando II godette ben poco del possesso del
trono ricuperato, poiché dopo un anno appena morì, la-
sciando la corona allo zio Federico, che, inetto a regnare,
diede V ultimo crollo alla dominazione aragonese.
(1) AtSS. DibL Nazionale di Napoli, — Da una lettera contenuta nel
Cod. cit. V. F. 9, diretta non sapremmo ben dire se a Oiovan Battista
Pio Bolognese o ad Aldo Pio romano. — Inc. € Atqul tua cum bona
venia fallit te ratio, mi Pie, »
\
MiJII *!■< *
— r"~^^TTiry -iiii *' 1^-1 1 . fu.
|i%'*Mli I
34
VITA DI A. DIANO PABRASIO
Soccedato sul trono di Francia Luigi XII, fin dal suo
avveniinento rivelò il disogno di riconquistare il regno di
Napelli e per riuscire pia facilmente nel!' impresa, si collegò
con Ferdinando il CattolicO| stipulando con lui a Granata
quel trattato segreto, in cui fu stabilita la partizione del
reame. Le mire dei due potentati rimasero occultCì finche le
milizie spaguuole, col falso pretesto di difesa, non s'istallarono
nelle Calabrie, sotto il comando di Gonsalvo da Cordova.
Quando Federico si accorse dell' inganno, di cui era stato
vittima, era già troppo tardi per poter reagire ; oltre a ciò,
lasciatosi raggirare dai suoi favoriti, Vito PisancUi e Leonardo
Prato, si mostrò severo verso quei sudditi, che credette, o
gli fecero credere, suoi nemici, accelerando in questo modo
la sua rovina.
Purtroppo in ogni tempo i tristi non hanno mai potuto
sopportare la presenza dei buoni, sicché i due ministri di
Federico cercarono ben presto di sbarazzarsi di tutti quelli che
eolla loro attitudine avrebbero p'^^uto intralciare i loro disegni.
Fra i primi ad essere colpiti diillé loro male arti furono i
fedeli Parisi, che, senza aver commessa alcuna colpa, cad-
dero in disgrazia del re e furono quindi rimossi dalla carica,
che occupavano (1).
Sebbene non sia detto in alcun luogo, è però certo che
l'accusa indettagli fu quella di aver parteggiato pei Francesi.
Quanto sia stato grande il dolore del P. per questo cosi
indegno trattamento, appare da parecchi luoghi delle sue opere.
Egli si era de<licato con tutto il suo ardore giovanile al
servizio degli Aragonesi, rimanendo loro fedele nella buona
(1) Comm. del P. al De Raplu Proserpinae^' 1. II. v. 414 : < Ao
aliunde ikclum puUs, ut Vitut ille PisAnelIus, homo saevissirous et
qualem pudet fateri, Lupiensque Leonardus Pratus, ex inlquissimo sacer-
dote pirata taovisiiimas, qui novo exemplo summum ecelut cum tumma
stttltitia coniunxit, ex amioitia regia..... ad summas opes penreneriot f >.
"-* Vii r J rrn ' " r '~ - V t f'^-'f^J'^^^''^
VITA DI A. GIAlfO PABBA8I0 26
come nelPavvei^a fortunai oltre che per l'amore, che ad essi
lo legaya, por la speranza e honestioris gradus, maionunqae
commodorum > (1); ebbene ora, invece del premio dovuto,
di quel posto onorato, di quegli agi sognati, gli si gettava
in faccia l'accusa di traditore.
Il giovane letterato aveva forse sperato di poter col
tempo raggiungere l'alto grado del Beccadelli e del Fontano;
ma dinanzi alla dura realtà quei sogni dorati erano svaniti,
gettandolo nel più grande sconforto.
Ecco come dolorosamente egli esclama contro la maligna
sua sorte: %
€ O calliditatis inauditum genus ut (Fortuna) iuvando
noceret, ad opes me evexit et dignationem I Verum simulao
animadvertit eius aura, simulatoque favore de pristina vitae
ratione nihU in me mutatum, passimque meas omnes acces-
siones industriae magis et probitati, quam sibi acceptas
referri, vehementer oiTensa, confestim passis alis evolavit,
ne virtuUs comes esse cogeretur > (2).
Oh come questo brano tutto rivela lo strazio di quel
cuore addolorato I e quale triste verità nelle ultime parole,
che accennano allo spietato abbandono in cui tanto spesso
la fortuna suole lasciare il virtuoso I
Ma l'abbattimento morale, in cui era caduto il F., fli
puramente passeggiero : fornito di quella lealtà incarnata nella
virtù e di quella gagliardia di propositi, che reca in sé una
potenza a cui nulla resiste, dopo la penosa impressione del
momento, si senti subito forte per vincere le diflBcoltà e
sopportare la sventura.
Anzi questa, ben per tempo, rivelò in lui ciò che Q
Settembrini ben definì corona e gloria della vUa, cioè un nobile
(1) Parrasio. — Orai, ante praelect. epist. Ciò. ad AtL, Matthaai. —
Neapoli, MDCCIAXI« pag. 244.
(2) W. ,
\
'■ - ■■■'•- ■ -- - -'^- i . iì_ I -r^ ■ ii - i --"- -'- ' ' ■ • ■ ■ ■ ■ - r^'ir s
26 VITA DI A. GIANO PARRÀSIO
6 grande carattere : al giovano inesperto successe V uomo
dalla fibra gagliarda, il quale, come vedremo, nelle lunghe
peripezie della sua vita, anche quando tutto gli venne meno,
ebbe ancora un terreno sul quale restò invincibile, il coraggio
e l'integrità.
Ecco come egli nobilmente si esprime :
€ Ego nihilominus, ut meum nunquam ratus, in qnod
incostantia Fortunae ius haberet, quod alieni foret arbitrii,
quod auferrì, quod crìpi, quod amitti posset, in eodem vultu
prqposìtoque permansi, Quumque vicem meam dolerent omnes,
(quod indicat incolumi statu qualem me gessissem*) solus ego
furienti Fortunae laqucum mandabam » (1).
Fiere parole, in cui tutta rifulge questa splendida figura
di calabrese, che nelle calamità della \ita resta saldo a guisa
della torre dantesca, e assicurato dalla buona compagnia che
V uom franclicggia, eleva baldanzoso la testa e con aria fiera
e calma volge ai suoi calunuir.tori uno sguardo, in cui si
compcnctra generosa compassioue ed odioso disdegno per la
viltà, che striscia ai suoi piedi.
Ben diverso però è il P., che ci presenta lo Jannelli:
freddo ed insensibile dinanzi a quelle pagine palpitanti di vita
reale, in cui si sente tutta l'ambascia di chi si vede colpito
in ciò che aveva di pia caro : Ponore, il nostro biografo ci &
del suo protagonista! un girella della peggiore risma, che, ve-
dendo e inane Aragoniorum imperium fatali casu in dies ruere >)
diviene, insieme col padre, aperto fautore dei Francesi (2).
Cataldo Jannelli, a sostegno della sua asserzione, non
adduce altra prova che qualche parola di lode, che il P. a-
vrebbe rivolta, molto posteriormente, ai Francesi, durante la
sua dimora a. Milano (3}; il nipote Antonio poi crede di
(1) Orai, cit., ed. cit., pag. %iA e seg.
(2) De vita et icriptis ecc. ed. cit., pag. dO e seg.
(3) Op. cit., pag. 30.
> ii^i'/" »■ iir.— . r>^.iin^ii -i.JMé ■ !■ m'imI mk^ i' V*««>i>hi^iii<«j»l>lW [j^WjiWiiM; M>iM»W li» IfiI^ l'^l 11 ^«yy Q \»t ' ' 1 ' *> 'l ^^ l| tf »^rfi>>ii»WiW ■ T i K i * *< i ^i l'rf M'^
VITA DI A. GIANO PABRASIO 27
ravvalorare la tesi dello zio col seguente brano : e memini
ex iis (Aragoueis) qaeindam, cui tono ego iuiquis, ut patery
fatis aiUlictus eram » (!)•
Più che un'esplicita confessione a noi pare ch^ queste
parole suonino un amaro rimprovero all' avverso fato, che
l'aveva voluto, col padre, al servizio degli Aragonesi.
L' innocenza del P. fu ben presto riòonosciuta, e basta
a provarla la lettera, che il re Federico gì' inviò a Boma,
colla quale, dopo averlo chiamato Segretario fedeUi lo invi-
tava a ritornare a Napoli (2).
Egli però oppose un fiero rifiuto : più che placare il suo
giusto rancore, la resipiscenza del re pare che sia valsa a
maggiormente inasprirlo, poiché, ogni volta che fu x)OÌ co-
stretto a xiarlare di lui, non gli risparmiò giammai l'ei>iteto
di tiranno (3}«
• •
Lasciata Napoli, verso La fine del 1497, non poteva fl
P. essere più felice nella scelta della citta, destinata quale
agone dei suoi studi : in Roma infatti l'Accademia, fondata
(1) Jani Parrh. — Epìstola ad Michaelciu Ricciura, ante Sedolii et
Prudcntii cariuìna. <— Mediolani, Kal. Oct. ìMDI.
(2) Vai.i.0 — Apologia^ l. cit. — € Rex autem Friderìcas, coius im-
potentem domi nato in Janus non tulit, ita irtterìs, quibus ab Urbe eum
re%'ocab.it, hunc titulum fecit : Magnifico viro Jano Pa^'rhasio Consiliari^
et ^Secretano nostro fideU\
MSS. R. Bibl. Naz. eli Sap. — Cod. V. D. 15. — Oratio IH in Alexaa-
drum Miniitianum : « Audistis, Patres optimii audistis, ut Frìderìcus, qui
ttim rerum Neapoli potiebatur, per cpistolam nos in patriam revocai ? »
(3; MSS. R. Bibl. ^a: di Napoli. — Cod. V. D. 15. — Oratio HI io
Minutianum : «... odio tyrannidis patria cessi, tyrannìdis inquam.... quod
ipsiuA lyrannì litterae tes'antur ».
Epistola ad Riccium^ 1. cit. ~~ « Nam tyrannorum (Aragoniorum)
munera, non secus ac ipsi, bonis omnibus sordeant necesse est ».
"••■**wi^'*— ^— M^»i4h«M^èMM ut là « fc !■■■ ■ irit>i«iw*i ^i«i^i*ii>
>--- — -■ ■ ■■■ ■ • ■ «'
28 VITA DI A. GIANO FABBA8IO
da Pomponio Leto, aveva raggiunta altissima fama, chia-
mando colà molti fra' più dotti letterati del tempo, quali
Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, il grammatico Sulpizio
Venilano, il valente grecist-a Augusto Baldo e, per non parlare
di altri, Tommaso Fedro Inghirami, giustamente detto dftl P.
e fiicilis, expeditns, plenus humanitatis » (!}•
Fin dai primi giorni in cui il P. conobbe quest' ultimo si
senti legato a lui della più salda amicizia, che, per mutar di
eventi, fu sempre viva e sincera (3). L' Inghirami, all'alto
sapere congiungendo una non comune bontà d'animo, fu uno
dei pochi veri amici, che abbia avuto V infelice P., ed in
molti casi, come vedremo, fu per lui la vera ancora di sal-
vezza.
Libero omai dalle fantasticherie giovanili, e spinto da
quel tiranno signore dei miseri mortali: il bisogno, l'umanista
calabrese si dedicò agli studii con più amore ed alacrità che
non avesse fatto x)er lo innanzi (3), riuscendo, dopo non molto
tempo, a completare la correzione del testo di Solino e di
quello di Ammiano Marcellino (4).
Ben presto occupò un degno posto tra' più illustri let-
terati, che allora professavano a Boma, e diede subito chiara
(1) Orat. ante praelec. epist. Cic. ad Att., ed. dt., pag. 240.
(2) Orat. cit., pag. 247 € ut me, quo priroum die Romae \idit, aro-
tissime complexus est; ut auctoritate, gratia, testimonio suo prolixe
iuvit, ot in omni fortuna semper idem fult »•
(d)MSS. R. Bibl. Naz. di Napoli. — Cod. V. D. 15. — Orat. ad Sen.
Medici. € Immo paupertas iampridem virtulis et doctrìnae contubernalis
est..... ; quippe qui dum integris opibus et incolumi patrimonio floreha*
mus, litteranim studia remissius assectabamur ; ubi vero-communis illa
tyrannorum procella no», ut bonos omnes, involvit, ardenter adeo man-
suetloribus Musis operam dedimus ».
(4) MSS. R. Bibl. Sai. di Napoli. — Cod. V. F. 9. — € Ammlani
Marcellini Rerum gestarum libri penes me sunt omnes quot extant, ex
antiquissimo codice Romae exserìpti ».
• **- •- •-"
x*:.
VITA DI A. GIANO PABRA8I0
29
prova del suo sapere, specie nella disputa avuta con Antonio.
Amiternino. Questi, quasi del tutto igniaro della lingua greca,
aveva messe fuori delle vuote e cervellotiche interpretazioni,
che voleva gabellare per irrefutabili. Il P. in sulle prime
cercò di fargli comprendere amichevolmente gli errori in cui
era caduto ; ma quando vide che si ostinava nella sua opi-
nione, anzi aveva osato finanche minacciarlo di morte, non
ebbe più alcun ritegno di rendere di pubblica ragione la poca
valentia del protervo grammatico (1).
Essendosi cosi acquistata alta e meritata fama, gli fti
assegnata nell'Accademia la cattedra di oratoria, mandato
molto onorifico, che egli seppe disimpegnare con zelo e dot-
trina (2;.
Appunto in quel tempo fu scelto a maestro di Ber-
nardino Gaetani, figlio di Niccolò, duca di Sermoneta, a
di Silio Sabello, giovanetti di assai belle speranze (3). Parva
che un'era di pace e di tranquillità fosse sorta per V infe-
lice P. ; ma purtroppo allora Boma gemeva sotto il giogo
di Alessandro VI, lo scellerato pontefice, di cui, come ben
disse il MacchiaveUi, tre ancelle seguirono le sante pedate :
lussuria, simonia e crudeltà.
Forse molti dei delitti di casa Borgia saranno stati inven-
tati dall'accesa fantasia dei romanzieri ; ma non si può certo
sconvenire che fu sparso innocentemente il sangue -di nume-
rose vittime, per sola sfrenata smania di potere. Tra questa
bisogna ascrivere i due cari ed amati discepoli del P., Silio
e Bernardino, barbaramente trucidati dagli emissari pontifici,
ri) Quaesita per epist.^ ed. di. pag. 155-168.
(2) MSS. R. BM. yaz. di SapoU. — Cod. V. D. 15 — Orai, ad
Seti. Mediol.: € operain dedìmas, ut et nos hactenus non poeniteat, et aK
aliia idonei esistimati »imas, qui Romae, io arce totios orbis terraram,
oratoriam publice profiteremur ». * •
(3) Vallo. — Apologia; Orat. praelec. epist. Cic. ad Att.« edix.
ciu, pag. 247.
A
--"-*-^^ ..i^^^j*-:— ^:.-»-^>.--^^ - 1'- - 'l^-l^r '.111 I ■■-■■
IWH
_m ■ ■ M ■ 1
30
VITA DI A. GIAMO PARaASIO
solo perchè le loro famiglie non si erano forse mostrate lige
ai nefandi voleri del Pontefice, che pur di fondare pel figliuolo
Cesare uno stato, che comprendesse tutta l' Italia centrale,
non la risparmiava ad ogni sorta d' immani scelleratezze.
Poco mancò che il P. stesso non fosse coinvolto nella
disgrazia dei suoi alunni e, se ri usci a salvarsi, lo dovette solo
all' intercessione, ai consigli ed agli aiuti dell' amico Inghi-
rami (1).
Allora, al x)rincipio del 1499, il P. si recò a Milano (2),
dove gli erano riserbati infiniti altri dolori.
(1; Oratio ante praelec. epist. Ciò. ad Alt., ed. cit., pag. 247: € quam
Bollicite euravit Phaedrus, Alcxandri VI pootificatu, ne me Bernardini
.Caietani, neo Silii Sabelli tempestaa involveret ».
(2) Vallo. — Apologia : € inde quoque disoessit, ususque Consilio lu-
venalia, in Galliam citeriorem migravit »• * >
Orat. cit., pag. 247: € audivit in Gallia citeriore portolo iam me
tenere^ Mediolanique publice conductum profiteri ».
- \
é« -]
. i
. «•• •• .-. f
CAPITOLO IV.
U Parrasio a Aliano.
Importanza storico-letteraria di questo
Lotta col Ferrari e col Nauta.
Luigi XII, oltre le vecchie pretese sul regno di Napoli,
a causa del matrimonio di Valentina Visconti, figlia del duca
Gian Galeazzo, col suo avolo Luigi di Turaine, affacciò queUe
sul ducato di Milano, e, vedendosi favorito nei suoi disegni
dalle gelosie e dalle discoi*die dei x)rincix)i italiani, si affrettò
a mettere in opera il suo disegno.
Assicuratasi l'amicizia di Alessandro VI e della repub-
blica di Venezia, mandò in Lombardia un esercito, ohe in
breve tempo costrinse Lodovico il Moro a lasciare il ducato
ed a riparare nel Tirolo, il 2 settembre 1499.
Ma ben presto i Francesi con le loro soperchierie fecero
rimpiangere il governo del Moro: questi pensò di trame profitto,
e, disceso rapidamente con un forte nucleo di mercenari
Svizzeri, fu accolto festosamente dai Milanesi.
Il suo trionfo fu però breve ed illusorio, poiché venuto
a battaglia, presso Novara, con l'esercito francese comandato
dal Trivulzio, i Buoi Svizzeri si rifiutarono di combattere
coaitro i loro compatriota del campo francese, e cosi la sua
rovina fu bella e decisa.
\
I»!^"***
Mm iM ■—
■1 ■ M ' i » * *^ h »S»>»mmi^*mm^^^i0mi
>m*^m
■^t*a
■tfhrfi*»* ^■'h- -««wAhAi**
':**
33
VITA DI A. OIAIfO PABBA8IO
. /
Fallitogli il tentativo di fnga, il Moro fa preso e man-
dato a finire i suoi giorni nella torre di Locheé ; cosi il
ducato di Milano ricadde sotto la dominazione francese.
Laigi XII propose al governo di esso il cardinale Giorgio
d'Amboise, il quale, fedele ministro del sao re, vi riscosse
ben trecento mila ducati per le spese di guerra, inasprendo
coUe sue angherie sempre più l'animo dei Milanesi.
Forse per coonestare in certo modo questa sua condotta,
il cardinale si adoperò a che fosse continuata in Milano la
nobile tradizione degli studi umanistici, ohe ivi avevano a-
vuto valenti cultori e pptenti mecenati.
Si sorbava ancora colà memorili della munificenza dei
Visconti, degli onori tributati al Petrarca dall'arcivescovo
Giovanni, e degli aiuti largiti da Gian Galeazzo, Giammaria
e Filippo Maria agli umanisti del tempo : Uberto e Pier
Oandido Decembrio, Antonio Loschi, Gasparino Barzizza,
Francesco Filelfo e tanti altri ; come pure era vivissimo il
ricordo della protezione accordata ai letterati dagli Sforza,
soprattutto da Lodovico il Moro, che aveva fatto della ca-
pitale lombarda uno dei principali centri di coltura d'Italia (1).
L'Amboise protesse anche lui i buoni studii e fti largo
di aiuto agli umanisti, ohe allora professavano a Milano:
Giovan Battista Pio Bolognese (2), Giulio Bmflio Ferrari (3),
e, per non parlare di altri, il celebre grecista Demetrio Oid-
oondila (4).
(1) TiRABoecBi. — op. eit., T. VI, pag. 19.
Rosmini. — Storta diUUoM, T. HI, 1. XV, pag. 274, Milano 1820.
^) Sax. — Eiti. Lùter. Typogr. Mediai., pag. 431.
Aboslati. ~ BM. Script. Mediai., T. I, P. Il, col. 871, 893.'
TiRABOSCHi: — op. eit, T. VII, P. Ili, pag. 272.
(3) AxoKLATi. ~ op. eit, T. \\, P. 11, eoi. 2111.
Sax. — op. oli., pag. 38, 44, 332, eoe.
(4) Aboslati. ~ op. cit., T. II, P. II, eoL 871, 808.
. Sax. — op. oit., pag. 39, 43, 279, 420
""•*•■' "^ *"'.' •»■*» '" • * ' Vii" - ^ I • | --" i '-' iiii r i r i rnij i nriV •"• - ii " lì rfcÉTliiiniiit\
VITA DI A. GIANO PASBA8IO 33
Fiorivano allora anche valenti poeti : Oiovan Mario
Cattaneo (1), Lancino Curzio (2), Stefano Dulcino (3), Gio-
vanni Biffo (4), Pietro Leone (5), tutta una flora di eletti in-
gegni| in mezzo ai quali venne a brillare Aulo Giano Parrasio.
Como dicemmo altrove, questi giunse a Milano nel prin-
cipio del 1490, come ci attestano chiaramente oltre la sua
lettera dedicatoria del De Raiìtn Proserpinat all'amico Ca-
tulliano Cotta, pubblicata anno maturius dalla eua venuta in
questa città (VII Kalendas januarias MD) (6), la prima lettera
inviata da Vicenza a Gian Giorgio Trissino (ex aedibus tnis
pridie Jdus decem. 1506) (7), e l'asserzione di essere rimasto
a professare e octoqne per annos in Gallia Citeriore » (8).
il tempo che il P. dimorò a Milano a ragione può dirsi
il periodo più burrascoso della sua vita, a causa delle lottOi
deUe persecuzioni interminali, e di quella sterile guerra d'in-
trighi e di basse calunnie, di cui egli fu vittima.
Quel periodo però fu anche il più produttivo del grande
filologo calabrese, il quale appunto allora a noi paro che
(1) Sax. — op. ctt., pug. 524, 526« eee.
Tirar. — op. c'Um T. VII, V. LI, pag. 201.
(2) Aroxlati. — op. cit., T. I, P. II eoi. 531.
Sax. — op. cit , pag. 42, 359, eoo.
Giovio. — Elogia Vir. Uu. iUustr.^ pag. 74.
L uo Creo. Girai/ 'I. — De poetit sui temperisi Dial. I.
Rosmini. — Vita ilei Maresciallo TrivuUio. Voi. 1, pag. 020.
(3) Bakoell. — Novell. LVIII, T. IL — Sax, pag. 307, .314.
(4) Sax. — op. cit., pag. 39, 139, 310, 353, eoe.
Mazzuchklu. ^ Scriu. d' ItaJUa; Rosmiki. — Vàa dai Hear.
Triwd.. pag. 020. ^ •
(5) Sax. — op. cit., pag. 401, 403.
<0) Janneli.1. — op. cit., pag. 35 e seg., a. 5.
(7) RoscoB. ~ Vita e Pontificato di Leone X., ina. di Luigi Rossi,
Milano, SoQzogno 1817, y. X, pag. 145.
(8) MSS. R. Bibl. J^az. di Napoli. Cod V. D. 15. — € Oratio II
ad Muoicipium Vincenti num ». • , *
\
^1^— <M»M*>**yM<*'a*— * ^ ' ; ■<>!' . ' . ■ * '<•<■■■■»»**»**— **
I Ji « ■■ «.«Mta
34 ' VITA DI A. GIAXO FARRA8IO
costituisse la più salda base, a quel metodo scientifico degli
studi letterari! e forse anche giuridici, cbe, presentito dal
Salutati e trascurato per quasi mezzo secolo a causa della
deliziosa e geniale indipendenza del Poggio, della grossolana
filologia del Guarino e degli sterili sdilinquimenti di troppi
altri (1), solo verso il 1450 accennò di avviarsi a sicuro
trionfo mercè l'efficacia, che ebbe sulle soi-ti della filologia
uno degl' ingegni più acuti e spietatamente critici, che l'Italia
abbia creato, Lorenzo Valla (2).
Non ci occuperemo qui del metodo tenuto dal P. (3), nò
delle sue geniali correzioni dei classici, doMite soprattutto
allo studio indefesso dei manoscritti, coi quali giunse tante
volte a reintegrare ed a restituire un' opera al suo vero au-
tore, a migliorare il testo di scritture, che si leggevano
mutile errate (4); ciò sarà oggetto di ampia trattazione
nel secondo volume del nostro studio, sicché ora continue-
remo il nostro racconto biografico.
(1) Vittorio Rossi. — Il Qìutttrocento. — 3 e 4 fase, della Storta
letteraria d' Italia^ pag. 62. — Francesco Vallardi, Milano.
(2) Op. cit., fase, cit., pag. 53.
(3) MSS. R. DM. Sai. di Napoli. — Cod. V. D. 15. — Pra^fatio in
L. Florum et Val. Flaccum : € Omnia a receptissimis auctorìbos mutua-
bimur, adhibituri talein tempcramentum, ut a notiorìbus pedem referamas
et in reniotìs obscurisque largius imnioraremur. Digrediar interdum, sed
rarenter et paroe ».
(4) MSS. R, Bibl. Naz. di Napoli. ~ Cod. V. F. 9. — Epist. cit. ad
Pittm (?) : € Neapolì, Lupiìs.... Roniaeqne nactas antiquae, reverendaeque
vetusta* is exemplaria (Solini), quibus adhibitis et excussis, castigatis-
simum inihi codicem reddidi ».
Nello stesso codice — De Lutatio : « Et haec ÌA causa fuerunt ut
Lutatium potius quam Lactantium nominarem, quum plus apud omnes
sane mentis hoinincs valere debeat antiquorum codicum . fides, quorum
magna inibì copia Neapoli Romacque contigit, quam particula vulgatis
inserta codicibus ab iis qui testimonium inscrìptionis ab se perversai sibi
ipsi confinxerunt ». . •
^Lv«
TITA DI A. GIAXO PABSA8IO 3S
Quella iMirie della monografia dello JannelK, cke ri
della vicende del P. a Milano, sebbene troppo difl aoaien te^
è condotta con maggior cura delle altre, grazie aDa t»-
lerole cooperazione dell'erudito Pietro Mazzochelli, fl qoale,
come attesta in dirersi luoghi lo stesso biografo (l), gii
forni non poche notizie, raccolte neUe biblioteche milanesL
Xon prire d'interesse sono poi le belle ossenrazioDi,
che foceva Mario Mandalari, quando in una sua nota sol P.,
a lumeggiare questo oscuro periodo della vita di lui, traeTa
in mea^zo alcuni versi latini di Lancino Curzio (2).
Il Mandalari, pur avendo il merito di aver richiamato
r attenzione degli studiosi suUe opere del poeta milanese^
pare non abbia fotte le opportune ricerche, pct accertarsi se
realmente il Fiorentino e lo Janaelli non seppero mai f «fi-
Mtenza degli epigrammi del Curzio; polche non gli sarebbe
certo sfuggito che nella monografia dello JanneUi, insieme
con altri di maggior importanza, ne figurano due (3), da lui
stesso rii>ortatì (L - IV) (4).
Noi però più che ai versi di Lancino Curzio, Cesare Sacco,
Gerolamo Plegafota, Stefano Dulciuo, Giovanni Biffo, quando
non avremo assoluto bisogno della loro testimonianza, ci at-
terremo aUe orazioni inedite del Cod. V. D. 15, pronunziate
dal P. a Milano.
Sono circa una ventina, di cui alcune hanno interesse
puramente letterario (5), altre ci forniscono xireziose notizie
biografiche.
(1) Op. cH., pagg. 19, 37, 38« 57 ecc.'
(2) Anecdoti Hi gloria^ bibliografia e antica, pag. 12-18. —- Catania,
Tip. Francesca Galati, 1395.
(3) Praefat., pag. XIX ; Op. 37, 38, 62, ecc.
(4) € Ad Jan'uin Parrhaa. neapol. — In nuptiis J. P. et Tbeodorae
Calcondylae », pag. 14-18.
(5) Bpitalamla 11 — De Justitia — De Jore — ^ Praelectio — Praefatio
in.Lucium Florum ot Valerium Flaccum — lu Lucium Florum — Praefatio
in Liviuin— Praefatio in orationes Ciceronis^rraefatio in Achilleldtm ecc.
\
àmktw,titi ihi^t^ »•■■
^■«■haaa-^^i— • ^
36 TR4 M A« Gl^aO PAKBASIO
Queste, che pobblieliereaio ute^ralaieate is appevUee^
crediamo che debbano disporn ia questo nodo^ per ordìao
di tempo: e Orationes II io lliootianaa. — Oratio ad Seaa-
tom Hediolaaenseoi. — Oratio ia Minattannm — la Loeiom
Floram* — PmeCitio ia Femoai. — Praelatio ia Thebaida ».
Di capitale importanza, per le ootizie che a foraiseoaa
8a<i:li ultimi tempi della dimora del P. a Milano, sono le
e Orationes II ad llnnicipium Yincentinwn ».
Il P. appena s;innse a Milano, privo di amid e di mezzi
di sussistenza, per sua disgrazia, chiese aiuto e protezione
ad un certo Alessandro Minuziano, pu^^ese, nomo astuto e
Tcnale, corrotto da tutte le nefandezze del trivio (I), un
fMid tra fl retore ed fl tii>ografo, che coli' uno e coli' altro
wu9iicre si era formata una certa fortuna.
Questi non si lasciò certo sfoggire l'occasione di sfruttare
a suo vantaggio fl giovane filologo, già abbastanza noto nel
mondo letterario, lo accolse volontieri presso di si, e gli asse»
gnò, oltre V insegnamento, fl grave e diflScfle incarico della
correzione dei codici (2), che egli poi pubblicava per suo conto.
n P. curò allora l' edizione di parecchie opere latine,
fra cui fl Cirii (3), erroneamente attribuito a Virgilio, e la
(1) Vallo. — > Apologia^ ediz. di.: € habetqua (Mioatiaaut) pe-
eoBÌAe samniani sludiani ; dignlutcs afleeUl noe ad omamentoa Titat,
ted ad quaestum, qao nttri omnia...... diligit ex animo nemioem. Caias
aiaieaa ae aimalat, io hooe loddiaa priaom aoetit »•
(2) XiSS. R. BtlfL Nas. di NapoU. Cod. V. D. 15. — Oralio 10 ia
kiontiaooa : € Meom foit iUod in to benefidom, ai noaela, mona al
la domi, fona, in ro privata, in ro publica, in atodlia invi, anaUnni,
ioyì ; podet lateri qui na vicarìaa, qol diadpaloa amdiebam aohia» oC
amen da n ^ provindaa aoatinabaa »•
(3) PABaASio. — Canim. D§ Raptu Pro$€r. L HI: e varsna tz
Ciri ma n doaoa, ot aillaUa olla vaoilUntiboa, in boa radaginina nnoMioa^
IpdqDO Mlnntiano dadhaoa Imprlmaodoa ^«
VITA DI A. GIANO PABllASIO 37
Vita di quest' ultìmo, cho attribuì a Tiberio Donato (1) e
non a Servio, come molti ritenevano ai tempi suoi (2).
Ne soltanto colla propria attività il P. mostrò ol Minn-
ziano la propria gratitudine:
Questi più che dall' amore per le lettere, spinto dalla
smania del guadagno, aveva da poco pubblicate le opere di
Cicerone, in cui, con grande presunzione, aveva messo fuori
tali e tante cervellotiche correzioni, si vuote ed errate in-
tei-pretazioni, da suscitare giustamente contro di se lo sdegno
dell' irritabile genus, specie del grammatico Emilio Ferrari,
valente cultore del grande stilista latino (3).
Si schierò poco dopo contro di lui anche un tal Damiano
, Nauta, corso di origine, insieme con molti altri, i quali tutti
gli si scagliarono addosso, mettendo in mostra gì' infiniti
errori, di cui erano rinfarcite le opere pubblicate.
Il Minuziano, di natura temerario ed aggressivo, cercò
di lottare contro i suoi avversari e di difendere il suo la-
voro ; ma le sue argomentazioni furono abbattute dal Fer-
rari, il quale pubblicamente, manifestissimii argumentii omr-
niumque coìiseMH, lo chiamò reum lanciìuiti, praecerpti fNr^r-
siqtte Ciceroni$' (4t).
(1) Anche il P., come molti altri dotti, attiibuì a Tib. Claudio Do-
nato la Vila di Virgilio, che altri poi, corno parrebbe realmente, attribui-
rono ad Elio Donato, il quale avrebbe attinte non poche notixie dalla bio-
grafia di Virgilio contenuta neiropera di Sve'onio € De vlris illustribus »•'
Il Valaraggi, che Ri occupò poi della qui^tione (Rivista di fil. class.
▼• XIV, luglio-agosto 1885, pag. 104) ritenne che la biografia appartenesse
ad un anonimo commento alle Ducolicì^e, fra le cui fonti bisognerebbe
ascrivere il commento di Elio Donato e forse quello di Servio.
(2) Parrasio. — Comm. De Raptu Proserp. 1. I., v. 2. € Tiberìos
inquam Donatus, non Servi us, ut vulgo fere creditur. Sed Donati iam
titulo nostra castigatione Minutianus impressit ».
(3) ÀRGSLATi. — Dibl. Script. Mediai.^ T. II, P. 1, pag. 611, 613, 615 ecc.
(4) MSS. R. Bibl. Nai. di XapoU. Cod. V. D. 15. — Orai. IH in
Minutianum.
\
* ' —**'''** ''^^'■*"*' "**'"*• ''-^-■^—' ì n n f^_ 1 i ~ r - i " ìl i --- - — * -' -* • ^ "-
■r^tr
38 VITA DI A. GIANO' FABRA8I0
Fu allora che il P.y vistolo in quel serio imbarazzo, per
quanto convinto e dolente nel tempo stesso di dover soste-
nere un' ingiusta causa, pure fece parlare al suo cuore la voce
della riconoscenza, e prese a difendere il suo ospite (1) e o-
biecto Minervae clipeo » (2).
Essendo il Minuziano poco caro alle Muse, e non sapendo
maneggiare quell'arma perfezionata del tempo: l'epigramma,
il P. si senti cosbretto a scrivere dei versi, che quegli
mandava ai suoi avvei*sari, gabellandoli per proprii (3).
Questi però non toi'darono a scoprire il vero autore, ed
a scagliai'si di conseguenza contro di lui, costringendolo cosi
a venire in campo aperto.
Xon si sgomentò puuto il P., con epigrammi vibrati e
pungenti rintuzzò la petulanza d^l Nauta, che l'aveva at-
(l) MSS. R. Btbl. Xaz. di ^apolt\ Cod. V.'D/IS. Orat. IH in Mi-
nutianum : € Ego qucm tu ingratum vocas (piget hercule iiiciDinissa)
suscepi tuas partcs, et quidem iniquissiinas^ quantumque in. me fuit, io-
deftfusum non reliqui, tucrìque conatus sum, cum sammo capitis mei
pcriculo, ut vestrum plcrosque meminisse confido ».
(2* Vatlo. — Apologia.
(3) Crediamo cbe appunto allora Lancino Curzio, fiero nemico del
Minuziano, che egli per prima forse denominò Appura Musca, (Sax.
Hiat. Liti. Typograph. col. 401-403) scrivesse queircpigramroa (pag. 32,
1. Ili Epigram., Milano. 1521) finemente ironico : Ad Fabium ParrhasiuM
Calvum Neapolitanum ^ sul quale il Mandalari richiamava raUcnzione del
futuro biografo del grande umar^is'a (op. cit., pag. 17) :
DocU Parrhasii delltlae, FaU,
Vates nec modicus Pieridum in graft ;
Ex quo pr«csos opem dot, facit et rabl
Ut sis
Doctis docta refer, die : studlis vaco.
Vulgi turbae, age, die : Vale ; abl Caeo.
A queirepoca il P. non poteva aver figli, non avendo sposatela Calcon-
dila cbe intorno al 1504, né ebbe mai fratello o parente di nome Fabio,
sicché, tenuto conto di quanto abbiamo detto, riteniamo che il Curzio nel-
Tepigramma citato abbia voluto sferzare il coroo pugliese^ che si faceva
bello delle penne del giovane pavone.
^>:
•* ■ -■ . . - - ^ - II — I - - - ■ ■*■■■' * ' "~" •' ■ ■■ '• ^ "" ■ ■ ■■
•
e
TUA DI A. GUHO PABBASIO- 31^
tAceato più fieramente e fece oomprendere al fiero eorso che
quella mano, che maneggiava la bacchetta del pedagogo^
aveva ben saputo in altri tempi brandire nna spada:
S fòrtana kris de coosale rbetora fecH,
Et lierohuai garìnms qua prìns arma mano.
Nonne eee..... (1).
Ed a mostrare che alle parole sapeva far seguire i Catti,
non ebbe alcun ritegno di penetrare nella scuola del Ferrari-
e di prendere pubblicamente le difese del Minnziano (2).
AUora gli odii si rinfocolarono e segui tra il P. ed i due
retori uno scambio di fieri epigrammi e di virulente invet-
tive (3), fino a che la .partenza del Ferrari (15<M)) non pose
fine alla controversia.
Essendosi i Francesi impadroniti definitivamente di ìBr
lanoy il Ferrari, che aveva parteggiato per il Moro, conobbe
che quivi non spirava più buon vento per lui, e si recò perciò
ad Arena, sul lago Maggiore (4>, dopo avere però ancora
uua volta sfogata la sua bile contro il Minnziano ed i tristi
tempi, che lo costringevano a lasciare quella città.
n P. però non si lasciò sfuggire l'occasione di mettere
in piena luce il motivo della partenza di lui e di dare l'ul-
tima scudisciata al suo avversario:
Noo te, crede mìhi, iactae quae tempora pelliint.
Aurea lalciferi qualia ficta Dei :
Sed radia ioaulsae petulans audacia lioguae,
Luxua, et omento piaguis aqualicolus ^.
(1) Vallo. — Apologia.
{Z) Op. di.
(3) Lo Jannelli ha diligentemente raccolti tutti gli epigrammi del P.
In Aemiliam — In Nautam », op. cit., pagg. 188-104.
(4) Aroslati. — op. cit., T. II, P. II, col. 2111.
^) Comm. De Baptu Proserp., P. I, pag. 42.
Jakiuoxi. — op. cit., pag. 188.
\
"■^1 ^''l" ''"' ."'■'l I " "'**•' " ■•.. ^^ ' >■... . . ■- - », m i -, I I y 11 ì ^^-^.- ^ . . . ■ ..^ yr .
40 VITA DI ▲. GIANO PABBA8I0
n Minuziano, data la bassezza dol suo carattere, a la
poca stima della propria dignità, e quam post unibram la-
celli semper habuit » (l), non comprese, né potè apprezzare
il sacrifizio che il P. aveva fatto per Ini.
Appena messi a tacere i suoi nemici, egli si dedicò con
pin ardore di prima e qaaestuariis artibus » (2), e poco o nulla
riconoscente verso il suo valente difensore, lo invitò a ritor-
nare all'antico e faticoso ufficio, per contribuire cosi, disinte-
ressatamente, ad appagare la sua ardente sete di guadagno.
Non poteva certo il P. rassegnarsi più a lungo a quel
tenore di vita, che logorava le sue forze, senza nemmeno
procurargli una comoila e tranquilla esistenza ; sicché, ade-
rendo al consiglio di quelli che apprezzavano i suoi meriti,
abbandonò la casa del ^Unuziano, ed apri scuola a so in casa
del carissimo e bravo discepolo Catulliano Cotta (3), che
generosamente gli aveva offerto ospit>alità, per strapparlo dalle
unghie deU'avaro pugliese (4).
Questi finse di non dispiacersi di questa risoluzione del
P«, e gli concesse volentieri il permesso di eseguirla; ma in
cuor suo giurò di vendicarsi, e si apparecchiò a quella lotta
vile ed abominevole, in cui spiegò tutte le sue male arti
per rovinarlo (5).
(1) ìiSS. R. BM. AVu. di yupoli. Cod. V. D. 15. — Oratio I io
Miootianimi.
(2) MSS. R. BM. N(u. di NapoU. Cod. V. D. ISi — Oratio III in
MinaUaiiiiiD »•
(3) Parrasio. — Epistola ante Comm, De Raptu Proserp., Milano 1501.
e Qttom lualtos oronis onlinis aetatisque diacipulot habeam, monim gratta
earìssimos, noster in te amor praecipuus est et sìngularis »,
(4) Comm. De Rapiu Proserp., 1. IH, v. I. — € tu nos invidiae
lelit eiectos opibus et otBciis cumulatissime iuveris ».
(5) Vallo. — Apologia, — # Habeas confessum reum (Janum) ab
Alexandre vel unum discipulum abduxisse, praeter Catullianum Cottam,
euiua ospitio Janus est usus Alexandri permissu, nisi simulata fuit eius
ormtio ».
I - ■*-**tr--'» i j > I I.'' nia'i ni> ih^l I» rliy-'a^iif Tf rtal^ J*
•l-fiiri.É" irnS "f'"\' i^ — [*--ì"fT1 — — .-J*»^-^^pp««^^iit*=a
<••
CAPITOLO V.
Lotta col Minuziano.
Relazione col- Poncherìo e col Cardinale d* Amboise.
La Cattedra di oratoria. — Plauso e onori.
Le yicende della lotta col Minuziano sono ampiamente
narrate da tre orazioni inedite, pronunziate dal P. contro il
suo avversario ; bisogna però invertire la disposizione di essa^
se si vuole conoscere il naturale procedimento dei fatti (!}•
La scuola del P. fu ben presto frequentata da numerosi
discepoli, delle principali famiglie della citta ; fra questi è
degno di nota il figlio di Demetrio Oancondila, Teofllo, gio*
vanetto di assai belle speranze (2).
Come pare, fin d'allora (1501) il Parrasio contrasse eoi-
l' illustre ateniese quella sincera e forte amicizia, che doveva
poi condurlo al matrimonio colla figliuola di lui. Ciò contri-
buì non poco ad accreditare sempre più la scuola del giovane
maestro, destando però grande invidia nel Minuziano, ohe non
poteva certo rimanere indifferente dinanzi all' improvvisa for-
tuna di colui, che poco tempo prima dipendeva dai suoi cenni.
(1) E oecessarìo qui avvertire, che le Oraziooi del Cod. V. D. 15
noo seguono punto un ordine cronologico, essendo state raccolte e
legate promiscuamente, senza alcun discernimento. Cosi delle tre In Afi^
nudanum la terza deve figurare al posto della prima, e questa dopo la
seconda e dopo V Gratto ad Senatum Medùjlanewem.
(2) PiRRASio. — Comm. De Raptu Proserp., 1« III.
\
43 VITA DI À. GIANO PASRASIO
Egli grido al tradimento ed inizio la lotta, accusando
U P. di aver attirati nella propria scuola i suoi alunni (1).
Non potendo più ricavar profitto dalla coltura del giovane
filologo, credè bene negargliela del tutto, senza però rinun-
ziare a qualche ultimo beneficio, come^ a dire gabellare per
proprio (2) quel magnifico quadi*o generale dei diversi generi
letterari, che il magistellus aveva tracciato nella classica
e Praefatio in L. Florum et Yalerium Flaccum > (3).
n P. in sulle prime -non diede gran peso aUe tristi insi-
nuazioni del grammatico, e si limitò soltanto a proporre agli
alunni il medesimo esperimento del flautista tebano, Ismeneo,
ohe invitava i suoi discepoli ad ascoltare altri suonatori, per
Cftr loro meglio comprendere ed apprezzare recceUeuza dei-
Parte sua (4).
Incoraggiato dal plauso generale, il P. si dedicò con
maggior lena ai suoi studi e riusci a pubblicare dopo non
molto tempo il suo commentario al De Paptu Proserpinae di
daudiano, dedicandolo, quale attestato della sua gratitudine,
a Catulliano Gotta (6).
• n lavoro del P., di cui ora non daremo alcun giudizio,
non poteva ottenere miglior successo : il Curzio, il Mariano, il
(1) Vallo. — Apóìo^.
(2) MS3. R. DM. No», di Napoli. Cod. V. D. 15. - Orai. I in Mi-
noiianum: € poetaram genera nostrìs tantum non verbis enumeraret,
qoaaque nos anno superiore ex auctoribns graecìs aceepta, vobiscum
oomanicavimua, eadem nuper ille quasi sua, quasi nova, inagno verbo-
ram strepitu blateraret ».
(3) MSS. R. BM. Noi. di Napoli. Cod. V. D. 15.
(4) MSS. R. Bibl. Noi. di NapoU. Cod. V. D. 15. * Orat. I in Mi-
natianom: € Id nos exemplum, quod maxime probaremus, in usum revocare
tentavimus, an aliunde factum putatis, ut illam pecudem vos auditum
miserlmos, quam ut recenti periculo cognoscatis quid inter Apollinis et
Marsiae cantom differat ».
(^) CI. Claud. 2)é R£^u Proserp.^ com Comm. A. Janl Parrhasii,.!
MedioL 15». /
« •
l^^lfirrfìiilfei >jfÀiàlÌit'^Ìij.>i»;|ii.i'i| <y^ ;*«%.- 4<.< wimV h ^WVw « « ii '*" i 1 i» tf' i iV- i ti' i -S^Ìtfi * n < »^'9i^l m Um > m »> 9i , 'r\ir ,tm, ^
VITA DI A. GIANO PABBÌ8IO 48
Cattaneo, il Motta, Tommaso Fedro Inghirami scrìssero dogU
epigrammi, in cui ne magnificarono le lodi ed elevarono al
cielo i pregi peregrini (1).
In mezzo a qncsto bel coro si fece sentire la stridula voce
del Minuziano e di pochi altri suoi pari, che, non potendo
criticare il Commento, fecero dilToDdcre la insulsa x)anzana
che il P. aveva raffazzonato e spacciato per proprio un
codice di Domizio Calderine, morto pochi anni innanzi, di'
cui era venuto in possesso (2).
Non s'accorgevano i ribaldi che in questo modo ricono-
scevano e sancivano essi stessi il merito indiscutibile - del
PaiTasio.
Questa pubblicazione e le altre due : De viris illustribuè,
opera da lui attribuita a Coinelio Kepote (3) ed il Carmen
Paschale di Sedulio cogli scritti di Pioidenzio (4), dedicati con
bellissima lettera all'amico Michele Riccio (5), gli procaccia-'
reno maggiore stima presso i buoni, e soprattutto la be-
nevolenza e la protezione di Stefano Poncherio. coltissimo
(1) Coroni, al De Ra^du; Valix) - Apolotjia; Jannelli — pag. 45 e seg.
(2) RoLANOiNi Panati — livectivae in.Jaiiiim ParrhHsiuro. — Di questo
rarmiiuo incunabulo 8i conserva una copia nelli Biblioteca Ambrosiana
di Milano. . .
(3; CoRNELius Nkpos — Ds viris tUuslrihM, ab A. Jane Parrhasio
et Catulliano Cotta, qui editionem curavit, ix probatissimis codidbos
emendatus. — Medici. 1500.
Nella seconda parte del nostro studio esarainercrao le ragioni addotta
dal P. a sostegno della sua tesi (Cod. V. D. 15 — De viris illustrìbos
cuius sit), che, per quanto ardita e ben sostenuta, non può reggere ai*
colpi della critica moderna.
Cfr. AuGUSTUS Reiffbrscueid « C. Sretoìfiii Tranquilli praeler
Caesarnm libros reliquiae, — Lipsia,^ Teubner, 1800.
(4) Seoulii Cannen Paschale et Prudentius. — Mediol. 1501.
(5) Tirar. -;- Storia della Lett.^ T. VI , P. II, pag. 259 ; Argblati —
op. cit., T. li, T. I, pag. 1503; Tafuri ^ Scrittori del Regno di Napoli,
T. m, P. I, pag. 64. . ^
\
• • -
.. «•■•* ..■•■■» •••^» • K .. -•. • «-* •• •% ■
V
■^ ^ — — .^j Éj.*.^e^'.A>-i^ :^ *^ ^^^^W |rt^j_«.-p^^ j ^j^
• H* ■• "
44
TITÀ DI a. GIANO PASRÀ8IO
vescovo parigino e presidente del Senato milanese, venuto
in qualità di Gran cancelliere insieme col cardinale d'Amboise.
Grazie ai buoni ufBci del Poncherìo, il P. potè ottenere
che per quattro anni non fossero né stampate, uè vendute
le suddette opere, a danno delPautore, e in tote Mediolanensi
dominio sub poena aurei uuius prò singulis volumi-
nibufl > (1).
n P. cercò di rendersi sempre più degno della stima
accordatagli dal Poncherìo (2), il quale, avendo conosciuto da
vicino i meriti di lui, gli fu sempre largo di beneficii e onori,
sino ad invitarlo spesso alla propria mensa (3).
n Minuziano, che non aveva potuto, o meglio aveva
temuto di avvicinarsi al dotto prelato, temendo, come la not-
tola, la luce del sole, nonché il e controllo > di quella giusta
bilancia (4), senti macerarsi maggiormente dall' invidia ed
acuire il suo sdegno contro il Parrasio.
Nel secolo dell' umanesimo la calunnia era Parma a cui
solevano spesso ricorrere i e gladiatori > della penna, in queUe
loro interminabili contese, destate per lo più dalla loro am-
bizione sconfinata, e da quello spirito insofferente di giogo,
(1) Mediolani, die primo Julii 1501, et Regni nostri quarto — Per
Regem ducem Mediolani — Ad Relacìontm Gonsilii.
Dal diploma originale, riportato dallo Jannelli, op. cit., pag. 48 e teg.
(2) MSS. R. BM. Naz. di Napoli. Cod. V. D. 15. — Orat. I in Mi-
not. : € In praeeentia diligenter seduloque caTebimus ne patria am-
plissimi Stephani Poncherii, Senatus principis, ac saerosancti nostri regis
Archigrammatici fallare iodicium videamur, quippe quum nos, qui sumrous
bonor est, sais annumeret, ac, ut est in bonos omnes munificns, maio-
ribns in dies anctet praemiis ».
(3) Vallo — Apologia: « Amplissimus Stephanus Ponoherius.....
hnmanarum divinaramque rerum perìtissimns, Jane oonviotore deleotatar ».
(4) MSS. R. Biffi. Na$. di Sapoli. Cod. V. D. 15. — Orat. I in Mi-
nut: € cur ad salutandam (Poncherium) nondum venitf Nempe quia
Dootna solem fugit, neo audet Uli tmtinae se committere »•
ìckMMttMUépiaéUMaHiMfiaà
TITA DI A. OIAHO TABRàSiO 45 '
cbe, faecimno nostre le parole del Voigi (1), portò 1a Tite ed
il faoco nel campo sereso dcirarie, il malconiento e P in-
trigo nel campo dei letterali.
Nelle invettiTe si prendevano a narrare fin dall' infanria
le vicende dell'avversario, mescolando al vero menzogne,
fingendo casi ed azioni infamanti, accamnlando le più atroci
calunnie, senza peritarsi di inzaccherare persino i pia sacri
affetti familiari (2).
L'animo basso del Minnziano, nato per avvoltolarsi in
simili bruttare (3), non rifaggi daUe pia atroci accaso, dalle
pia sozze calunnie per rovinare il Parrasio.
Quasi non bastasse il discredito, che cercava gettare nel
pubblico, ardi finanche d' irrompere nella scuola stessa del
suo avversario e di vomitare contro di lui, al cospetto dei
discepoli, ogni sorta di contumelie (4).
Lo chiamò ingrato dei henefidi ricevuti, lo tacciò d' im-
moralità e di tradimento, e, per colmo di spodoratezza, lo
accusò di aver commesso a Napoli un omicidio, causa della
sua precipitosa fuga da questa città (5).
In questo genere di lotte infamanti, dopo i successi ot-
tenuti, il Minuziano doveva ornai stimarsi invincibfle: altre
ne aveva già sostenute contro Giulio Emilio Ferrari, Baffiaele
(1) OiOROio VoioT. — // RisargimerUo delCantichiià dassiea^ YoL 1,
pag. 327. Fireoza, Sansone, 1390.
(2) ViTTomio Rossi. — Il QuaUrocenio. Ed. cit., fase 7-8, pag. W.
(3) ÌISS. R. DM. Naz. di NapoU. Cod. V. D. 15. — Orai. I in
Minot. : « netnini parcit, oblatrat omnibus, omnium dicfa factaque probrit
insectatur, ac ut imroundus sus cum quibus volutali qoaeiit ».
(4) MSS. R. Bibl Noi. di Napoli. Cod. V. D. ìb. — Orat. Il ia
. Minut. : « Adests tantum frequentes, Konestissimi iuTenes, inteUigetis
profecto quantum profuerit vanissimo nebuloni innoccntissimom hominaia
tot immanibus calumniis provocassi ».
(5) MSS. R. Bibl. Naz. di NapoU. Cod. V. D. 15. — Orat. m in
Minut. : « Ego si nescis, versntissime veterator, non patrata caedo, qood
ipss fingis, sed odio tyrannidis patria cessi ».
\
,• mti f ìtai'iMH» k0mim:^mmmmmmtm^mUmam^mmmmmm,tmfmimmé»*^mÉ li !■■>
titt^^m*tì Miii jiiifc^t^fcfci
^M^^^M l«IM I I ■« I
-.■«••
^ •••»•«■ *>««« •-•!
«-•« ■» » Wl II II f
■■JM^Jbl^— .*^ |> »■>> I
46
VITA DI À. aiAKO PASBASIO
BegiO| Gioyan Battista Pio (1), Talenti letterati, costretti
dalla tristezza dei tempi a venire alle prese con on ribaldo
della peggior risma, ed a cedere forse dinanzi a lai, per non
scapitare troppo nella propria dignità.
Però avversari più fieri incontrò il Miunziano in Pietro
Leone e soprattutto in Lancino Curzio, il quale, come pare,
per primo gli affibbiò il felice nomignolo di mosca pugliese (2) :
Ut vidi, mord&x visus et nimis Appulus, atqae
Dixi : Asini in tergo est Appola Musca trueit.
n Parrasio parimenti tenne fronte al rabula petulantis- j
simus, però volle aspettare, come disse ai discepoli, il tempo I
ed il luògo propizio per scagionarsi delle accuse, che gli
•erano state inflitte (3;.
Oome pare, appunto allora il Poncherio volle dargli la più
alta prova della sua stima, ed offrirgli il mezzo per trionfare
altamente sul pedante avversario.
Per la fuga del Ferrari vacava a Milano la cattedra di
oratoria; dietro proposta del degno prelato, il Cardinale
(1) MSS. R. BibU Noi. di Sapoìi. Cod. V. D. S5. — Orat. HI in
Minot: « Sic in Julium Novarionsem, sic in l^aphaelem Regium, 8ic in
Baptistam Pium, perhumanos illos quidem, et, ut a multis audio, bene
doctos, quasi furore quodam percitus, olim debacchatum esse ».
(2) Lakcimo Curzio. — Epìgrammaton libri XX^ Mediolani, apud
Rocchum et Ambrogium fratres do Valle impressorcs : Pbilippus Poyot
fisdebat, 1521 in folio.
Di quest'opera, importante per quanto rara, si conserva nella Biblio»
teca di Brera una delle poche copie che rimangono.
(3) MSS. R. Bibl, ^az. di Napoli. Cod. V. D. 15. — Orat. II in
Minut. : € Non veni responsurus, ut suKpicamini, maledictis jurgationibus
et conviciis, quibos hesterna die nequissimus ille bipedum, non tam ma.
In qaem illa minime cadunt, quam sanctissimas aures vestras oneravi!.
Aliad certe tempus, alium locum illa sibi poscit oratio, quod ubi consti-
tatnm mibi faerit, efficiam ut sciatis ». *
•
VITA DI A. GIANO PABBA8IO 47
d' Amboise, con bellissimo diploma, invitava il P.' a oo-
capar (1). •
Solo dopo il discorso inaugurale, questi, dinanzi ni Senato
milanese, pronunziò la terza orazione contro il lilinuziano (2),
bella per vigoria e colorito d' immagini, per efficacia d,'e^
spressioni, e soprattutto per la sicurezza e la serenità dei
giudizii, dettati da una coscienza forte e tranquilla, sotto
Voshergo del sentirai pura.
Degna poi di speciale menzione è P orazione inaugu-
rale tenuta anche dinanzi al Senato milanese : se in essa
trionfa, come generalmente nelPeloquenza dimostrativa del
secolo, la rettorica parolaia, ed abbondano le digressioni|
immaginate a sfoggio di erudizione, non mancano dei pen-
sieri nobili od elevati sulla vera missione dell' insegnante^ ^
e dei precetti pedagogici, che ricordano alcuno massime di
quei due insigni educatori umanistici : Guarino veronese e
Vittorino da Feltro (3).
(1) Chioccarblli. — De illusi, script. ^ pag. 232; Jaknblu. — op. di.,
pag. 49, n. 1: « Georgius de Ambasia, tituli S. Sixti, praesbyter Cardinalis,
Archiepiscopus Rothomagcnsis, Comes Sartiranae, Regius Ultramontes,
Locumtenens Generalis Christianissiuii Regia etc, vacante loco publico
lecturae lectionis artis Oratoriae in inclyta urbe Mediolani, per absenUam
inagìatrì Julii Novarìensis, egregius Janus Parrhasius Neapolitanus pelili
8ibi de ilio loco provideri. Quare nos freti doctrina, moribus et ititeffritaU
eiusdem Jani, illi annuimus, et magistrum Janum constituimua ad pu-
blicam professionem ipsius artis Oratoriae in dieta urbe Mediolani, ad
placitum Christianissimi Regia nostri, cum solito salario (Vallo, Apol. ;
centenis quinquagenis aureis) — Datum in arce Portae Jovis, Mediol.,
die 14 augusti, 1501 ».
(2) Questa orazione figura prima nel codice, e tale fu creduta dallo
Jannelli, il quale perciò non potette delineare esattamente la vicenda
della lotta. '
(3) MSS. R. Bibl. Naz. di Napoli. Cod. V. D. 15. — Oratio ad Se-
natum Mediolancnsem : « Non enim parum refert quam quia initio di-
sciplinam sortiatur, nam quae .teneri percipiraus altius animis insidunt,
ac ita penitus radices agunt, ut nunquam vel certe difficulter evelli queant »•
»
•» .
\
■■-•" im '[ I " ' «J*! ! ». » l > ^»> J l<i r II II ■ l* m B Miti «IW I I» » . 1 . K i^ . »l I ■»>■■■ § .1*1 .I»!»* tl^ I Milli* " I W ■■■
48 VITA DI ▲. GIANO PABRA8IO
L'oratore, dopo aver parlato dell'efficacia singolare che
un buon indirizzo educativo suole avere sull'animo dei gio-
vanetti, sino a decidere del loro avvenire, rivolge belle ed
acconce parole di ringraziamento al Senato od al Cardinale
d'Amboise, per la carica conferitagli, non senza però accen-
nare, con bel garbo e fine arguzia, alle molteplici prove alle
quali l'avevano prima sottoposto, certo in grazia alle calunnie
del Minuziano (1).
A differenza degli altri umanisti, i quali tutti, ad esempio
del Filelfo, con audacia più o meno boriosa, si credevano ed
amavano fiEU*8Ì credere dispensatori di gloria (2), il P. rifugge
dalla consapevole ciarlataneria adulatrice, come pure non
sembra affatto dominato da quell'orgoglio e da quella grande
vanita letteraria, riprovevole nel Filelfo, nel Poggio, nel Valla
ed in tanti altri.
Ed ecco perchè egli, con una modestia ammirevole per
e
quanto rara, prega i suoi uditori di non voler ricercare in lui
altri beni all' infuori di quelli, che gli procacciò il bisogno (3).
n P. non poteva meglio corrispondere all'aspettazione
dei Milanesi ed alla promessa fatta di adoperarsi in dieg
magie magisque, per non sembrare indegno della fiducia riposta
in lui.
Gli scrittori del tempo, quali il Curzio (4), il Giovio (S),
(1) MSS. R. Bm. Nas. di N<q>oU. Cod. Y. D. 15. — Or. oit. € H^beo
Tobit gratias et quidem maximat. Viri claiiasimi, ac ai facaltaa daretor
etiam referrem, qui de nostrìs stodiis adeo aolliciti estis, ni me, licei
illuatris amplissimiqae Cardinalis Rhotomagensis, qui Chrìstianiariaii regia
peraonam auatinet, iodieio comprobatom, non tamen prius admiaeritis ad
endiendam Mediolanenaem iuventutem, quam Tigilantisaimia veatrìa ocalia
exliibitom aliquod perìcolam faeere apecUTeritia »•
(2) Vittorio Roesi. — op. cit«, faac. 3-4, pag. 34.
(3) Orat. di., Cod. eit. •
(4) Op. eli., 1. di.
9) Bugia Vir. Uu. iOusir., pag. 74.
VITA DI k. GIANO PABBASIO 49
il Giraldi (1), Q Bosmini (2), Q Tiraboschi (3), n Plegafeta (4),
e tanti altri ci attestano concordemente il plauso * riscosso :
non riporteremo qui integralmente le tirate rettoriche e le
lodi entusiastiche contenate nei loro pomposi epigrammi| ci
limiteremo soltanto a citare alcuni versi di Cesare Sacco (6),
che nella loro forma enfatica ci rivelano, più che tanti altri,
quel vero entusiasmo che il P. riusci a destare anche nella
più eletta cittadinanza milanese:
Dam legit et Janot concenlibas aera compiei,
Doleis et in nottras perstrepit aure eonue.
Qoae Veneree homini dictant modulamina vocis f
Hunc gratum innumerae, non Charia una facit.
Huiua in ore sedet trìplez Acheloia prole».
Canina et Astrorum porrìgit ipse manum.
Ingenita eei illi mira quam vìtIì et arie
Actio. Goncinnum quid magia esae poieetf
Adde quod hanc ditat longisaima copia rerum :
Fertile doctrinae quod gerii ingenlum !
B in verirà il P«, oltre la grande erudizione, possedeva
tutti quei dati esteriori, che tanto contribuiscono a procao»
dare all'oratore la benevolenza del pubblico : il suo occhio
vivo e penetrante, la fironte ampia e serena, che anche nel-
l'effigie ti rivela l' ingegno potente e scrutatore, il gesto di-
gnitoso e la rara bontà di eloquio rapivano ed ammaliavano
le moltitudini (6).'
(1) DmZ. i De Poetii sui t&mparii»
(2) Viia da MarudàjOù Triwdtw.
(3) Op. eli., 1. di.
(4) AxfoxLo Oabriillo da S. Maku'. — BM. degli Senti. Vicendm,
T. lY., pag. XY e aeg.
(^ Yallo. — Apologia.
(6) PiSRio Yalxbiano. ^De infeUcitate Utterai.^ L I, pag. 2U
OiOTio. — Slogia Vir. iOusir.^ pag. 806.
\
60 VITA DI A. GIANO PABRASIO
Ed ecco perchè dappertatto, anche da lontani paesi (1)|
accorrcTano a lui giovani e vecchi, valenti letterati e per-
sone mezzanamente istruite.
Fra' più assidui uditori merita d'essere ricoi'dato Gian
Giacomo Trìvulzio, che carico di anni e di allori militari,
traeva grande diletto daUe lezioni del giovane retore (2).
Questo pieno, incontrastato trionfo impose silenzio al
maligno Minuziano, il quale, dopo qualche tempo, si senti
spinto, forse costretto, a fare una completa ritrattazione (3).
AUora, verso il 1503, sia per suggerimento di Stefano
Poncherio, sia per non dare agli alunni il poco lodevole e-
sempio di una lotta indecorosa, il P. non -si mostrò alieno
dal pacificarsi col Minuziano (4).
Con questo nobile atto egli volle prendere sul suo avver-
sario la migliore delle vendette : il perdono, e mostrargli cosi
chiaramente, come disse poi ai discepoli, che e multo speciosius
est iniurias dementia vincere, quam mutui odii pertinacia > (6).
(1) Vallo. — Apologia : « Diesque me deficiet, si commemorare sin-
gilUtim pergaui quot e finitimis et longìnquis etiam re^onibufi Jani
traxerit eruditio, qui ceteros ante eum rhetores indignabantur ».
(2) Spbra. — De nobilit, profess.^ 1. IV, pag. 451 ; Spiriti. — Uo-
morie degli Sf-rittori cosentini, pag. 24 e 8eg. ; Zayarroni. — Biblioteca
eaHabra, pag. 64 ; Tapuri. — Scrittori del Regno di Napoli^ T. IV, pag.
236; Barrio. — De Sita et antiq, Ca'ab.^ 1. II, pag. 90; Baylx. —
DicUonnaire liistor. et crit,^ T. Ili, pag. .598.
(3) MSS. R. Bibl. ^az. di Napoli. Cod. V. D. 15. — Praefatio in Per-
dum : € Quapropter omnia praotcrìta malcdicta, quae non voluntate, non
iudicio (qood ipse non negavi t), sed irapercitus, in noe effudit, familiari-
tati, qua mihi coniunctus olim fuit, et amicorum precibus condonavi ».
(4) MSS. R. BiH. Saz. di Napoli. Cod. V. D. 15. — Fraefatio in Per^
sium : € Minutianus Alexander, ut acitis, annis abbine duobas, an tertios
agitar, ex hospite factus.hostis, utrius culpa dicere supcrscdeo, quando fere
iustum quisque afiectum indicai, quem agnoscit, amicis auctoribus in gra-
tiam mecum rediit, et eam (quod est in me) mansuram semper Quum
praesertim' intelligerem satis in eo Pontifico meo (Stefano Poncherio) factu-
rum,' ne morum facilitatem, ad quam ipse natus est, in me desideraret ».
^. .• • •■■., ■ ^■.■^- .^ >■-, , . ^ ^^ ^ rll ' ^r ii '[|t ii r -Tm i TìiS'iihi'ti ll 'i ai Vr'ì 1 li É n i n ì ti -unr /- f-*^*'^- f--''>^'- -m **
CAPITOLO VI.
Coltura ed attività prodigiosa dd Parrasio.
La seconda età della Rinascenza.
Grande autorità del Retore in Milano e fuori.
La Colta Giurisprudenza.
«
La soddisfazione morale provat<a por la cattedra conferita-'
gli e la calma subentrata nel suo animo, dopo la paco col Mina-
zianOy influirono moltissimo sull'attività Ictten^ria del Parrasio.
In questo periodo egli apparo più che mai invaso dalla
«
febbre del sapore, ritorna e con più ardore allo studio dei
classici e con mano maestra ne ricorca le intime bellezze.
■
La sua coltura di>ieno sempre più vasta, le sue osserva- .
zioni sempre pia acute, i suoi commonti sempre pia profondi. .
Allora egli compose in parte, o arricchì, quei pazienti *
ed accurati lavori di compilazione, che denominò excerpta. \
In primo luogo meritano di essere ricordati gli e Excerpta
mitologica ex Pindaro > (1), che ci attestano chiaiamente
quale fosse la sua erudizione in fatto di mitologia, nelle cui
CavoIo egli fra' primi trovò un' esatta corrispondenza eoi fe-
nomeni naturali (2).
(2) MSS. R. Dibl. Noi. di NapoU. Cod. Xlll. D. 10. ^ C&rt. Mi.,,
di e. 119 non nom., oltre le guardie, mm. 291 per 175; è legato di pelle e
attesta la medesima provenienza degli altri codici : € Antonii Serìpandi ex
Jani Parrhasii testamento ». Inc. € Ex Qlympionicis Pindari », expl. eoa
un rimedio contro la podagra € et conforterà lo membro debole ».
(2) Parrasio. — Gomm. al De Ra^u Proserp., 1. 1, v. 109 : € qaod
non Cjolopea tela ». \ , .
\
J-^^m
62 VITA DI A. GIANO PABBASIO
È parimente un lavoro di compilazione fl codice (1) ohe
contiene le sentenze tratte dagli scrittori antichi, di cni egli
si servii per qnanto non sempre opportunamente, in tntte
le sue opere.
Da simile intento il P. appare guidato nella raccolta degli
e Excerpta ex Polisno et Polybio > (2) e negli e Excerpta
historica, grammaticalia et geographica > (3), come pure nella
compilazione del e Dictionarium geographicum > (4)| lavoro
di grandissima mole, che rivela uno studio lunghissimo ed
una pazienza sbalorditoia, per disporre alfabeticamente nomi
di regioni, citta, monti, fiumi, mari ecc., tratti come egli
dice € ex Strabene, Pomponio Mela, Tacito, Pansania, Am-
miano Marcellino, Historia tripartita, Eusebio, Apollonio
Bhodio, Hermolao Barbaro, Appiano Alessandrino, Nicandri
interprete, Dione Gocciano etc... >r
Meritano similmente d'esser ricordati altri due codici (6),
contenenti notizie di vario argomento, ricavate da diversi
(1) MSS. R. DtbL Nat. di Napoli. Cod. Xlll. B. 24. * Cari. aot. di
e* 21 interftmente scrìtta e non num., mm. 288 per 203; — Antonii
Serìp. etc. Ino. € si possent homiaes »; ezpl. « plenus unguenti pa*
tere videtor ».
(2) MSS. R. BiU. Nas. di NapoU. Cod. XIlI. B. 18. — Cart. aut. di
e. 70 non num., compresa le guardia e la e. bianche in principio in
ia mazzo ad alla fine, mm. 299 par 210. — Antonii Sarìp, atc. — Ex-
cerpta ex Poli»no inoip.: € Antoninus et Severus imperatorei ezeroitnm
dnxerunt in Parthos ». — Excerpta ex Polybio incip. : e postaaquam
oonsulas » ; ezpl. : € inde opima retnlit spolia ».
<3) MSS. R. Bihl. Naz. di NapoU. Cod. XIII, B. 35. — Cart. aut. di
e. 24 non num., mm. 213 per 145. — Antoni! Serìp. etc. — Inc. e Gcero
ad Brutum », expl. e Arìsba, oppidum in Abidenorum regione, Polyb. in V».
(4) MSS. R. Bibl. Nas. di NapoU. Cod. XIU, B. 11. — Cart. aut. di
e. 270 non num., mm. 335 per 228. — Antonii Serìp. ete. — Ine.
€ Absonus insula »; expl. e Zigopolis - Hermol. 100 ; Strab. 173 ».
(5) MSS. R. Bibl. Noi. di NapoU. Cod. XUI, B. 21 0). — Cart aut.
di mm. 280 per 207 ; è legato eome i precedenti e poru la solita di-
dascalia Anale : € Antonii Serìp. ete. ». Cont* Adnotationes multipUois
j 1 i ^r--- - ^ , -,j^-j -w^ ^^; L, ,,, , r--; V^^"<- T ■- ' '^ ^«■^« --^ ■■^i" .^ v. é J ft* ^ln i^^.^->^
YIIÀ DI ▲• GIANO PABBA8IO SS
autori, ed in ultimo un Tolaminosissimo e Nomenclator > (l),
di parecchie centinaia di pagine.
In questo modo il P. poto acquistarsi una coltura dar-
vero straordinaria, da non rendere poi di troppo esagerata
la lode che gli tributaya Matteo Toscano (2) :
llle sul Janus sftecli Varrò, ille vetarnam
Torpentem excussit^ torba magistra. Ubi,
E non altro che lui, colla sua erudizione e col suo se-
vero metodo scentifico, poteva rinfocolare negli animi l'amore
per i buoni studi, e indirizzarli a più alta e più nobile meta:
Tra il 1458 ed il 1466 erano morti Alfonso d' Aragona,
Cosimo dei Medici, Pio n, Francesco Sforza, tutti potenti
mecenati ; come tra il 1457 e il 1463 erano morti Lorenzo
Valla, il Poggio, il Guarino, Flavio Biondo.
Nel 1465 si era poi compiuto un assai importante av-
venimento, si era cioè impiantata la prima officina tipografica
noi monastero di Subiaco, por opera dei due tedeschi, Oor»
rado Schweinhcim e Arnolfo Pannartz.
Notevole riscontro di date, dice il Bossi (S), che par
segnare il tramonto di quel periodo della Binasoenza, che
fu di preparazione e di fermento della materia letteraria.
Grazie alle insigni scoperte fatte dagli umanisti, la miglior
parte della letteratura antica, che era sfuggita all'
Tariique argomenti ex plurìbus auctorìbus digettae » : — Ine. € Persona
Theodorìci », expl. € neo Xanthos uterqae »•
MSS. R. Bibl. Naz. di Napoli. Cod. XIII, B. 22 (*;. — Cari. aut. di
mm. 278 per 199 — Anionii Serìp. eie. — Inc. € Indice Galeoti et Me-
rulae de homine » ; expl. € Indice Hermolai ».
(1) léSS, R. BM. Naz. di Napoli. Cod. V, D. 3. — Cari. ani. mm. 325
per 227 — Antonii Serip. etc. — Inc. e Atticas et Marcus Bratos »;
expl. € ex Eusebio, de temp. 41 »• .
(2) Peplum ludiae^ pag. 63.
(3) Vittorio Rossi. — il Quattrocento, ed. oli., fase. 11*12, pag. 215w
\
1 .
64 VITA DI ▲• GIANO PÀHBASIO
dei tempi, si oiTriva allo stadio dei dotti ; non restava quindi
che saper (are buon uso di quei metodi, meglio appropriati
all'interpretazione e alla critica.
A qnest' ultima quindi spettava, come afTerma il Bossi (1),
di trarre dalle conquiste dei grandi eruditi trapassati tutto
il frutto possìbile, di affinare col savio uso i loro metodi, di
attuarli rivedendo, correggeudo, commentando la suppellet-
tile classica.
Questo difficile comx)ito si assunse e disimpegnò nel più
alto modo Aulo Giano Parrasio, col quale si delinea netta-
mente la seconda età della Binascenza, in cui la critica e
l'arte raggiungono la loro maturità.
La stampa ben presto si era propagata in Italia, e a
•non lunghi intervaUi di tempo Eoma, Venezia, Milano, Ve-
rona, Foligno, Firenze, Napoli avevano avuto la loro officina
tipografica.
Non sempre però accadeva che nella revisione e corre-
zione dei classici vigilasse la mente esperta degli accorgi-
menti critici di un Giannantonio Gaiupano, o di un Gian-'
nandrea Bussi, di un Lascari, di un Erasmo (2) ; spesso le
edizioni erano curate da avari ed inesperti tipografi, che,
spinti dal solo desiderio di guadagno, al pari del Minuziano,
stampavano e diffondevano nel pubblico le opere degli scrit-
tori antichi, riboccanti di errori (3).
Contro questi veri profanatori dell' arte antica si sca-
gliò fieramente il P., e con tutte le sue forze si dedico
alla correzione dei testi, che nel triste stato in cui erano
ridotti dai tipografi, come egli disse, non sarebbero stati ;
(1) Op. cit., pag. 216.
(2) Maittairb. — Annal. Typogr,^ ▼, I, pag. 122.
(3) MSS. R. Bibl. Na:. di Xap. Cod. \\ D. 15. — Orai. Ili in Mi-
not* : € Et la unquaio poteri t illum quaestom facere, quem non ex offi-
cina, sed laniena libromm, quam maùmam iadtf ». .
.•^ , ■ I* ■*'
T _ ' "l" - "
VITA DI A. GIANO rAERASTO
65
pia riconosciuti dai loro stessi autori, se fossero ritornati in
vita (1\
Fedele al suo programma, il P., dopo la pubblicazione
dello splendido commento al De Baptn Proserpiuae e degli
altri lavori, di cui abbiamo tenuto parola, nel 1503 mise fuori,
dedicandolo a Stefano Ponchorio, De Regionibus urbii Samae
lihellus aureu» del psoudo Publio Vittore (2), che, coUe ag-
giunte già apportatevi da Pomponio Leto, divenne la più iiiH
portante guida topografica di Boma. Un anno dopo vide poi
la luce V opera dal titolo : Probi instituta artium et aliorum
grammaticorum fragmenia (3), che dedicò a M. Antonio Cu-
sano, giovanetto che alla nobiltà del casato 'congiungéva
mente eletta e sentimenti generosi (4).
Intanto il P. con anlore incredibile emendava i classici,
apportando dovunque la sua opera di critico profondo ed illu-
minato. A questo periodo di lavoro intenso e geniale dobbiamo
i seguenti importanti commenti, sfuggiti all' avarizia fraieeea
(1) MSS, R. Bibl. Nat. di .VopoZt. Cod. V, F. 9. » De UtIÌ indice:
e De latinis vero quo me Vertam nescìo, ita mendose ecrìbuntar et to-
neunt. Utin&m non nostri temporis haec iustior easet querela ! certe ego
non plus in alienis erroribua confutandia, quam in exponendia aoUquorum
acriptia inaudarem. Sed affirraare iuratiia et aancte poaanm, aio omnea ab
Impressoribua inversoa esse codices, ut si auctorea a postliminio mortìa
in lucem revocentur, eoe agnituri non aint ».
(2) Il vero titolo deiropera del pseudo Vittóre è: Notitia regionum
Urbis Romane.
(3) Aldo Manuzio. * Instit, grammai,^ 1. IV; Akoxlo Spera. —
De Nobil, profess., 1. IV, pag. 451 ; Bayli. — Dictionnaire histor^ et
crit.^ pag. 599, n. D. ecc.
(4) Parrasio. — Epistola ad M. Ant. Cusanum^ ante Probi Inst. ete.
\
^'•^- -^TUM- l'-j'^ "■Hlf ^'ì^'-^-'- tjf -—- - •^- «■■^.-i^-^. .*^^«.— »■-
T&ani<aiAi'>a»i'iii— 4>^Mfc»» n i>i ft n i ■ fM Éi i -jfi 11 -'-v*-- ! '
66
TITÀ DI À. GIANO PABIUSIO
e all' incuria dei eustodi (1): e Valerii Maximi Prisoorum exeui-
plorum libri II (i) ; Kotulae in I Od. Q. Horatii Flacci (ii) ;
In lOnvi Valerii Flaeei (iii) ; Commi'ntarii in Horatii Poeti-
Cam (iv) ; AdnotatUmei in Caesarie Commentarios (v) ; Adno-
tationes in Epistolae Ciceronii ad Atticum (yi) ; N'otae. in Statii
Silvas (yn); Adnotationes in Tibullum (vili); In Ciceronii
Paradoxa adnotationes 7— Commentarii in Livii libroe: De
bello Macedonico, et in Lucium Florum (ix) >•
Parecchie altre opere, che sono andate perdate, furono
composte durante la dimora del P. a Milano ; fra queste
degnissima d'essere ricordata quella dal titolo : Quaeeitii per
epietolam, di^ cui non ci resta che un libro solo dei venti-
cinque da lui compilati (2}. Quest'opera da se sola baste-
rebbe a. darci un' idea precisa della profonda coltura del P.
e dell'alta fama raggiunta. Da ogni parte d'Italia si ri-
Ci) MSS. R. DM. Naz. di Nap. — (i) Cod. cart. aat. XIII, B. 14 ;
(11) Cod. cart. &at. XIII, B. 15 ; (ni) Cod. cart. aut. XIII, B. 20 ; (it) Cod.
earU aut. XIII, B. 23 ; (v) Cod. cart. ant. V, D. 3 ; ^ti) Cod. cart. aot. V,
D. 13; (tu) Cod cart. aut. Y, D. U; (viii) Cod. cart. aut. V, D. 22;
(ix) Cod. cart aot. V, D. 12. .
A proposito di quest* ultimo codice non sarà foor di luogo ricordare
il seguente brano della Frac fatto in Livium (Cod. V, D. 15) : e L. Flomm
praelegi, qui carptim compendioqae popoli romani scrìbit historias. In eo
castigando simol enarrandoqoe quantom Tigìlianim, quantom laborie
exhaoserim, testes mihi sunt omnes qoi tum nobis operam dabant. Qoorom
nonnollos non tam mea, quae mediocris est, eroditio trahebat ad aodien-
dom, qoam qoaedam, ni fallor, expectatio, qoa ratione curarem tot rol»
nera, vel, ot verios dicam, carnìficinam, qoam librarios (il Minoziano) in
Floro sic exercuerat (Id. Janoar. 1502), ut novae cicatrici locus non esset».
(2) OiOTANNi Pier Cimino. — Episi, nuncup. ad CorioL Mariyr.
Inst. Oramm. CharisU: e Brat enim ad editionem iamprìdem paratom,
librisqoe constabat cireiter quinqoe et viginU ».
Enrico Stefano. -^ Epist. ad Lud. Casuilvetr.^ ed. De Rebus 1540 ;
NicoDBMi. — Addizioni alla Dibl. Nap. del Toppi, pag. 87 ; Marafioti. —
Cron. ed amie, di Calab., pag. 264; Tiraboschi. - Storia ecc., T. VII, P. III«
pag. 330; Oinournì.— iTótotiv Uu. d'Italie., V. VII, pag. 214, ParU 1810.
♦ . - ' . a
VITA DI A. GIAMO PABRASIO 57
volgevano a lui per aver schiariineuti di questo o quel
dubbio, per V interpretazione di questo o quel passo con-
troverso ; ed egli con una modestia, non meno rara della
sua affabile liberalità, non negava a nessuno il suo giu-
dizio, che, come canta il Salemi, era venerato al pari del
responso deli' oracolo di Delfo o di quello di Dodona (1):
.... credas Delp&is oracula Phoebum
Aut Dodonaeas ornos, quercum|ue locutat.
Da ciò appare che il P. negli studi di erudizione teneva
incontrastabilmente il primato, da non temere punto di schie-
rarsi, alPoccasione, contro i più rinomati umanisti del tempo,
fosse anche un Poliziano (2).
Certo, facciamo nostra la giusta osservazione del Fio-
rentino (3), il contendere la palma all'eruditissimo Poliziano
e il biasimarne i giudizii richiedeva non piccola autorità,
quando non fosse stata audacia e sfrontataggine senza pari.
Da quanto abbiamo detto chiaramente appare che un simile
rimprovero non poteva toccare al Parrasio.
• • •
A questo punto crediamo opportuno far rilevare un altro
grande servigio arrecato dal P. alla scienza, durante la sua
(1) Salerni. — Sylvae*' In Jani obùu Epieedion^ pag. 110 e Mg.
ed. Neap. 1596.
(2) MSS. R. BibL Kos. di Napoli Cod. Y. F. 9. — Lettera a persona
ignota : « Non vìdeo cur ad me acribas a Politiano Domltii sententiam
non probari in illad ex prima Papinii Sylvula : RKenus et atUmiH vidù '
domus ardita Dati. Nisi forte vis ut Politiano sabtcribam, vel a calamuia
Doroifium defendam »•
Quaesiux per episL^ ed. Matthaei, pag. 1Ó : € Lia est mihi cum Po-
litiano sinuosa (a proposito di un passo di Virgilio) »•
Op. cit., ed. cit., pag. 225 e seg^: € Et audet PoHtianns asserere
Trapezuntium multa fecisse rerum vocabuìa ex imitatone veteram » eoe...
(?) BiBXARDiKO TsLKsio. — V. I.« Flrenso, sncc. Le Mounier, 1872.
\
^m N » ^ ■■ ^f^»
i»i ni » »i^»v ■ M ■■ ti^Mli 'H awi mw*4 ' ** "
i^M^»J>»'>»l 1 ■ ■ ^ij ■ 1^ »1» ji«»« i»l !*>«■■ «I II I H * I I I t
58
VITA DI A. OIAKO PARRA8IO
dimora a Milano, quello cioè di aver contribuito non poco
al sorgere della Colia Oiurisprudenza, di cui fu caposcuola
il suo discepolo, Andrea Alciati.
Senza punto occuparci dei primi due periodi della col-
tura del diritto romano, la Glossa e lo Scolasticismo, ci
limitiamo a ricordare che si deve esclusivamente agli uma-
nisti quel mo\imento reattivo all' indirizzo precedente, in
cui avevano avuto grande predominio le peripatetiche spe-
culazioni, il vuoto formalismo e l'arte delle infinite distin-
zioni suddistinzioni, che avevano ridotta la dottrina del
diritto romano ad un convenzionalismo dogmatico.
La lotta contro i giuristi, cominciata dal Valla con la
famosa lettera contro l'opuscolo di Bartolo da Sassoferrato,
De insigniii et armi$, trovò plauso negli altri umanisti, soprat-
tutto nel Poliziano; e se suscitò al principio un grave scan-
dalo, valse a rimettere in onore lo studio negletto delle
fonti ed a far conoscere la grande importanza del metodo
storico-filologico. Questo rinnovamento, iniziato dai lette-
rati, fu poi recato completamente in atto dai giuristi e,
primo fra tutti, da Andrea Alciati (1).
Questi, mettendo a profitto il suo sagace discernimento
e la sua vasta erudizione, coll'aiuto di codici da lui dissep-
pelliti nelle biblioteche, riusci a restituire alla loro esatta
lezione molti passi di Erodoto, di Polibio, di Appiano;
altri emendò in Plauto, in Terenzio, in Tito Livio e special-
''^
(1) Gravina. — De ertu et progressu iurù civilis. € lurìspnidentiA
Alciati manu ex humo sublata, oculos ad primordia sua reflectens, vetera
ornamenta nativamque digoitatein a priscis ropetiit auctoribus ; cumque
Alciati discipuli ex Gallia et Italia universa conspirarent, eorum praesidio
iurisprudentia se in prìmaeva eruditìone atque elegantia cpllocavit* quaeque
in Imeni, Accursii et Bartoli scholis viret exsenierat, retonta rubigine,
cultu eruditoruni et industria littcrarum elegantiarum, exuit barbarìem
el nativam explicuit venustatem ». y •
!■ ■ rm^
nix DI ▲« GIAHO PARRA8IO 69
mente in Tacito, determinò l'indole dello stile dei migliori
giureconsulti, per cogliere il senso dei loro consigli nelle
Pandette, descrisse «Uligentemente le variazioni del diritto
pubblico romano, i>er conoscere lo spirito delle leggi in ogni
età, e colla sua profonda critica gettò la luce sui passi pia
difficili e controversi (!)•
Ora domandiamo : l'Alciati a chi va debitore di questo
critico indirizzo, a cui deve la sua famaf
Se qualcuno, neiracnme e ncireleganza di dettato del-
VAntore deWclegantc giHritpruiìemza, riconobbe i lieti frutti
deir insegnamento del Parrasio (2), la cui scuola egli firc^-
quentò dal 1504 al 1506, compiendovi, ancora giovanissimo,
gli studi d' umanità (3), nessuno, per quel che sappiamo,
ha aucora bene osservato che il metodo tenuto dal grande
giurista ncir emendare i testi degli antichi giureconsulti
è quello ^stesso tenuto dal P» nella correzione dei clas-
sici, e che da qucst' ultimo, molto probabilmente, apprese
anche i primi elementi della dottrina del giure. B e' indu-
cono in questa opinione due altre preziose orazioni inedite :
« De iustitia, De iure >, le quali ci attestano che il P. a
Milano, dietro invito del Canlinale d' Amboise, fece parte
(1) Giuseppe Prima. — Andrea Alciati. -* Orazione inaugurale
letta neir Univ. di Pavia. — Milano, Stamp. reale MDCGCXI.
(2) RoBBRTELLO. — A»not. ad Var. toc., 1. II : Tibi vero gratulòr,
Alciate, quod Jannm Parrìtasium^ virum doctissiiBuin, a puerìlia nactos
fuoris praeceptorein. Nunquam enim tua scrìpla lego, quin mihi illiua
recordatio viri oecurrat, adeo diligentis et perspicacia in veterum locit
emendandis, atque expUnandìs Homines qui ignorant talem prae-
ceptorcm tibi a pueritia contigiese admirantur postoa quantum eUam in
hoc ttudiorum genere valeaa. Ego, qui id iMsio, nec miror et laetor »•
k3) Claudio Minois. — Vita Alciati ante Emhlemata ; Quoio. -»
Epiii, Clar, et doct, Vir., pag. 81 e^eg. ; Tiraboschi. — Op. cit., T. VII,
P. II, pag. 106 e t^g.
\
jaiiiBiiiiii
i*^**»«m«i<^
mfm 0k^*\ i J> i> < ù'nf fc iTtJMtirf ■»rfC.» **■
60
VITA DI A. GIANO PABllASIO
del collegio dei giudici (1), e impartì anche pubbliche lezioni
di diritto (2), rifacendo e ampliando quel Vocabularium Io-
gale, di cui già abbiamo fatto menzione in questo lavoro (3).
L'Alciati, superbo e ambizioso per natura, si mostrò poco
riconoscente, per non dire ingrato, verso il suo grande
maestro, e non lo nominò che rare volte nelle sue opere,
. mettendone in dubbio quella vasta e profonda coltura, che gli
aveva dischiusi i tesori della sapienza giuridica dei Bomani (4).
Ma la storia, che ben fu chiamata da Cicerone luce della
verità, ripara questo torto, salutando nelP umanista calabrese
uno dei fondatori della scuola della Colta giurisprudenza.
(1) MSS. R. BM. Naz. di Napoli. Cod. V. D. 15. — Do JusUUa:
€ Ut non iniurU veteri proverbio ìactetur: virtutcs omDOS in una
iattiUa conti Qorl. Cuiot ministri tamen dcnique. Viri boni, omnium
consensu nominamur, quum nos ncque grafia praovenit, neque miseri-
cordia flectlt..... »•
(2) MSS. R. Diti. Naz. di Napoli. Cod. V. D. 15. — Do Jure:
€ At quomodo non iniustissimus ossem, ianrtisnmoè-um legis peritorum
Collegio minime cooptandus, si tot ornamenta, quibus me bonestatit,
hodie silentio praeterirem f Quae, qualia, quantaque tint, Patres amplia-
timi, tametsi non ut vos in iis Rtudiis (giuridici; tot annot summa edm
laude versati, prò meo tamen captu satis intelligo ».
(3) Y. pag. 12 e seg. ~ Del Vocabularium e delle due orazioni
succitate , d occuperemo in un* altra monografia , che intitoleremo :
€ Andrea Alciatl e la Colta Giurisprudenza ». *
(4) è noto che V Alciati soleva dire che il P. citava gli autori,
senza averli punto né letti, né conosciuti.
i >
,>A<* fc*-.**^,>^-"» >*■■*•
• - «•
• - - - r ^ #•_ .^ -^--
I
,/
/
CAPITOLO VII.
Attinenze del P. con Demetrio Calcondila.
1
Sue condizioni. — Nuove lotte.
A:cuse infamL — Partenza da Milano.
Il P., nulgrailo lo tristi vicende toccategli/ senti sempre
per Milano U pia grande attrattiva, a segno da preferirlai
dopo Napoli, % tutte le altre città d' Italia, come con belle
parole dichian ai suoi discepoli (1).
A rendetli cosi piacevole quel soggiorno' contribuì,
senza dubbio.prima V amicizia e poi la parentela contratta
col valente gecista, Demetrio Oalcondila. Questi, chiamato
a Milano daLodovico il Moro nel 1491, dopo aver inse-
gnato, per t^ti anni e con molto plauso, a Padova o poi
a Firenze dda cattedra resa celebre dall' Argiropulo, vi
ebbe le più liete accoglienze, venendo egli a soddisfiure
quel vivo Uiogno sentito dalle menti, dopo la meta del
secolo XV, dponoscere cioè ed apprezzare le opere immor-
taU dei Gì
(1) MS8. R.m. Naz. di Napoli. Cod. V. D. 15. — PrtefAtio ia
Thebaida : « Egouom prìmum appuli in hanc inclytam civitatem 6t
latÌ8HÌmo dignamiperìo, eìut amplitudine captua, hanc animo meo
proprìam sedem U Nam post illam felicissimam Campaniaa oram
in tota Italia nullii usquam secessum solo virisque meliorem, qaiqiie
mihi M«diolano mls arrìdeat, invenl ».
\ •
i»)itj,„'Éartiì,L
■toMUÉMMÙ*
•tuli I wii
.•-(.•"'• -
62
VITA DI A. GIANO PABUASIO
n P., appena giunto a Milano, cercò di avvicinarsi al-
l' illnstre ateniese, per potere ancora niegfio apprezzare i
tesori del mondo ellenico, e trovò in lui uia guida sagena
e illuminata e affetto veramente paterno. . l
Frequentando la casa del Oalcoudila, ej^li ebbe agio di
ammirare la coltura o le belle qualità mora! della figliuola
di lui, Teodora: sebbene questa non potes» vantare né
grande bellezza, nò forte dote, se no invaghi\ la foce sua
sposa (1), intorno al 1504, come si desume daunepigramma
scritto in quelP occasione dall' amico Lancino Cil^io (2).
D'allora in poi il. P. abitò in casa del suocera, dove potè
conoscere molti valenti letterati, venuti a ^lilant per appren-
dervi il greco, fra' quali Giaugiorgio Trissino (1|0G), il quale
pare abbia fatto dimora presso lo stesso Calondila,. come «
e' inducono a credere una lettera di quest' ulmio «liretta a
lui e sei altre del P*, da cui traspare la pinjgrande fami-
liarità e domestichezza (3).
Cominciò cosi un periodo di tregua nelUvita del P.,
ma nou fu molto duraturo, poiché vennero ditinovo a tor*
montarlo le strettezze finanziarie e i suoi nmici, che gli
piombarono addosso ancora più rabbiosi di praa.*
I Milanesi, se gli furono larghi di applauso onori, non
(1) MSS. R. DM. Noi. di Xapoli. Cod. V. D. 15. A Praefatio in
Thebaida: « placoit in spcm prolit ot rei faìnili» Thcodoram,
Demetrìi filiam, mihi adiungerc, in qua non forma, quan ea inediocria
est, ut appellat Ennius, non oiTertam dotein, quae ma «ine morìbus
ex|>etitur, animuroque ineum non facile capit, scd ingfiat artes, intè-
gritatein vitae, et super omnia |>atri8 eius affinitatem Retavi ». ^
(2) Op. cit., ediz. cit., pag. 80 ; Jannelm. — optt., pag. n2« -
(3) KoscoB. ~ Vita é PctUi ficaio di Leone X, trad./ Luigi JBossi. —
Milano, Sonzogno, 1817, V* X pag, 143 e aegg.
11 traduttore ri u venne queste lettere nella corrisddenza epistolare
del poeta vicentino, conservata dai Trìssino dal Yeld*Ofo.
V •
VITA DI A. GIANO PABBASIO 63
lo furono altrettanto nel ricompensare le sue fatiche (1). Di
ciò abbiamo chiara prova in un'altra orazione inedita, in coi
il P. candidamente fa nota ai discepoli la sua triste condì*
zionci ricordando loro, con aniarezza, il detto di Aristotele
che cioè il povero difficilmente e raramente giunge all'ac-
quisto della scienza (2). Quanto diverso era stato il suo giu-
dizio sulla povertà nclVOratio ad SetMlum McdioUinensem t
Non deve recar punto meraviglia che questa ed altre
volte la miseria abbia bussato alla porta del P. • In quél
secolo, ben chiamato dal Graf il secolo dei ciarlatani, chi
non si tirava innanzi, chi non gridava e magnificava la sua
merce, chi non prometteva più di quanto potesse attenere,
correva rischio di morir di fame (3).
^ Bifuggendo il P. da ogni bassezza e dalle quae$tuarU$
artibìii dei letterati del tempo, era naturale che non guaz*
zasse mai nell'abbondanza/
Il Poncherio, conosciute le condizioni poco floride in cui
egli si trovava, non mancò di venire in soccorso di lui, affi-
dandogli il proficuo incarico dell'educazione e dell' istruzione
del nipote Francesco (4). Ma ciò, se valse a sollevare il bi-
(1) MSS. R. Bihl. Naz. di Napoli. Cod. Y. D. 15. — In L. Flomm :
€ Nam quid aliud, ornatissimi ìuveoet, in tanta rerum difficultate, quid
a1ittd« inquam, facerem, quum publica stipendia non procederent, et al
qnae privatim consequor emolumenta, vix emendis olusculit satis essentf »
^ MSS. R. Bibl. Naz. di Napoli. Cod. V. D. 15. — In L. Flomm :
« Quippe ai viatica desint, ut vocat Aristoteles, omnia ad acientiam eo-
nattts irrìtus est et inania, et quantocumque labore diligentiaque, mille-
simus quisque vix evadei ».
(3) AUraverio il Cinquecento^ pag. 110 e aeg.
(4) MSS. R Bibl. Kaz. di Napoli. Cod. V. D. 15. — In L: Florum :
« Nunc autem quum pater amplissirous Stephanus Poncheriua quo,
quasi sacro atque inspoHato quodam fano« boni omnes utuntur, non ho-
nesta solum mihi praemia constituerit, sed, quod magous honor est,
nepotis ex fratre sui curam'milii delegaverit »•
\ •
— i -^-- ■ ■ -•■*■- --> ! I I ■ ■ > ' 0""'t_-' 1 -_t^' a I - 'c I ■ *• » r »j ' Il M libili iiit — i j j I r II l ii — ^ - 1 "
64 VITA DI A. GIANO PARRA8IO
lancio domestico del povero retore, noD potè ridargli la
tranquillità dello' spirito, turbata ancora una volta dagli
antichi nemici.
Primo ad uscire dal suo agguato fu il perfido Minuziano,
il quale, avendo corrotto un ribaldo sacerdote, discepolo del
P., fece sottrarre a quest' ultimo il commento al De bello
Macedonico di Livio, frutto di tre anni di assiduo lavoro,
pubblicandolo spudoratamente col proprio nome (1), e dedi-
candolo per giunta ai successore del Poncherio, Carlo GoiTredo.
Questo fatto indignò fortemente il P., che memore degli
altri torti ricevuti, senza alcun indugio, rese di pubblica
ragione V impudente plagio. H Minnziano, vedendosi brutto
e spennacchiato, al pari della cornacchia esopiana, per ven-
dicarsi, non rifuggi da un' ultima vigliaccheria, dal collegarsi'
cioè col Ferrari, che era ritornato a Milano, e col Nauta,
contro i quali aveva lottato insieme col suo antico ospite (2).
A questi si uni un vero lanzichenecco della penna, fac-
ciamo nostra un'altra espressione del Graf, un tal Rolandino
Panato, che indettato e coadiuvato dai suoi amici, scrisse
contro il P. delle scandalose Inveetivae (3), che per oscenità
non hanno nulla da invidiare a quelle scritte dal Panormita, •
da Poggio, dal Valla e dal Trapezunzio.
(1) Vallo. — Apologia : « Impudentior autem praeceptor ille tuut,
iropressorum postrerout, qui Jaai castigationes in bellum Ltvil Mac«do-
nicum, grandi pretio redemptaa, ab avarìssimo quodam sacerdote (palam
rea est) intervertìt, emendatumquo Jani labore Livium suo titulo pabli-
cavit (1506) ». •
(2) Vallo. — Apologia : « Neque erubuit homo com iis in Jannui
conspirare, adversus quos certo capitis perìculo se, nomen, doctrinani,
ceteraque omnia sua tutatos fuerat Parrhasius ».
(3) RoLANDiKi Panati. — Inveclivae et Nautae Carmina. — Questa
pubblicazione, sebbene non porti indicazione né di anno, né di luogo, pure,
come notAva il Mazzucbelli, è certo che fu fatta a Milano, al principio
del 1506.
.mm^Smi^^mt^l^lCt
TRA m A. 6IAXO TkWMAWm CS
Laudo contro fl P. o^ torto £ coBioBieliey ^
o^ sorto di ribalderie, lo duamò msiumm mremdiemmt, Jmmm
/o€di$$immm Mcarmhcuwi, tmprmrimm, Ibtommw» jMrtjtfi
Don eitore altri Tilissini epiteti, che layia^o ndte
1/ infkaie rabula criticò i larori di Ini, ne^ loro o^ V'^fl^
letterario e li denomiiiò amwumtmriolm.
do Irrìdo di protesto eruppe daD'aniaio dei baoai per la
basse ingiarìe lanciato all' nomo dotto e morigerato : GioTanni
Biffo, Tanzio Cornìgero, Antonio Peloto, Pio Bolognese^ Bratt-
gelisto Biadano ed altri molti alzarono la roee contro i tìK
diiEunatori, e scrissero contro di loro de^ epigrammi di foooo,
che non riportiamo, per non intralciare fl nostro racconto (!)•
n P. neppure questo rolto si diede per Tinto, e riden»
dosi delle nuoTe insidie dei suoi aTTcrsari, si ain^arecdiiò a
schiacciarli con pochi colpi, come scriTOTa all'amico Bolo-
gnese (2). B non disse dò per millantoria, polche rinsd
complctomento nel suo intonto colla pubblicazione della dtato
Apologia di Vallo (3), la quale d ha fornito tanto e ri im-
portontl notizie.
Nessuno dei biografi del P., compreso lo*Jannelli, ha
ossenrato che il Vallo, se ebbe in essa la sua parto, non fli
certo la prìndpale: la grande erudizione, lo stfle, le dta-
zioni, comuni ad altri lavori del P., rivelano la mano del
provetto maestro più che quella del «liscepolo.
Questa volto, dobbiamo pur dirlo, il P. fu costretto a
combattere i suoi nemici colle loro medesime armi, oppose
(1) Y. Jaio«blli. — Op. cit., pagg. 58, 71 e segg.
(2) Jannblli. — Op. cit., appendic«, pag. 109: « Risi de Jolio «t
Musoa Appula, perque gratum fuit audire quid de utroque seotiret -
8ed, ut spero, noo agam Aesopi calvum,,nec expectabo Eiemis adrontùm :
paucis ictibus conteram ».
(3) Furius Vallus Echinatus in Rolandinum, pistrìni yernam illauda-
tnxn, 1505 ante sec. ed. Comm. De Raptu eto. .
\
mmm
r*^iM
i> " I <*w
I »■ »ll ^ « t i W «III
66
VITA DI A. GIANO PABRASIO
iosolonza od insoleoza, ingiurìa ad ingiurìa, e ritorcendo
abilmente contro di loro le accuse inflittegli, li ridusse al
silenzio. Ma neppure allora egli potette godere un po' di pace,
poiché poco dopo (1506) sorse contro di lui un nemico molto
più folate dei precedenti, Carlo Goffredo, e di (i*onte ad un
tale avversario fu giocoforza soccombere.
Il successore del Poncherio, goffiis et frtgidus (1), come
satiricamente lo chiamò il P., non sappiamo per quale motivo,
avendo preso ad odiare cortìialmente l' illustre giureconsulto
napolitano. Michele Biccio, mal sopportò che il P. lo avesse
lodato nella lettera dedicatoria dei Carmi di Sedulio e Pru-
denzio e nella lettera-prefazione all'opera del Biccio stesso :
De Regiìnis llUpaniae, Hierusalem etc.^ Historia (2). Crebbe
poi a dismisura lo sdegno del Goffredo, quando il P. giu-
stamente si rifiuto, di espellere dalla propria casa alcuni
giovanetti milanesi, per collocarvi i conterranei di lui (3).
Allora cominciarono i dispetti influiti, e quella lotta vile
ed esecrabile, che crediamo abbia pochi esempi nella storia
dell' umanesimo.
n Goffredo accordò subito la sua protezione ad un oscuro
e invidioso grammatico, di nome Minutolo, il quale gli fece
credere che il P. notava, per poi pubblicarli nella sua opera,
(1) MSS. R. Bibl. Naz. di Napoli. Cod. Y. D. 15. — Orai. I ad Mu-
nicipium Vincentinum. ,
(2) MSS. R. mi. Naz. di f^apoli. Cod. V. D. 15. — Orai. I ad
Mun. Vinc. : € In me vero praecipue d^acchatur et fqrit impotontisaime,
quod uoa alteravo epistola Ritium laudavi ». . ^
(S) MSS. R/Bibl. Noi. di Napoli. Cod. V. D. 15. — Orai. I ad
MuQ. Vinc. : € Illnd vero nullo paolo forre potuit me sua causa noluisse
quorundam Mediolanonslum liboros a nostrìs aedibus ex turbare, quo va-
cuus apud me contubernio locqs Allobrogibus ossei suls »•
^ _
■ 1
■ ifliN U BiliMil*»!»!^»^» — »< 1
i«fl^«A4»«u«*;t»<*M|p««
VITA DI A. OIANO PABBASIO
67
De Rebus ete., dei fatti poco lodevoli della vita di lai (1).
n perfido uomo allora, per vendicarsi, non rifoggi dal de-
litto: mentre il P. una sera ritornava dalla casa di -an
senatore, dove era stato invitato a cena, da un ribaldo fa
ferito gravemente alla testa con un colpo di pietra (2).
Saputo poi il ribaldo che la ferita non era mortale, con grandi
promesse, cercò finanche di corrompere il medico, perchè
avvelenasse V infermo (3).
Impotente a lottare contro un tal nemico, il P. stimò
miglior partito esser quello di abbandonare Milano ; ma il
Poncherio, che si trovava ancora colà e ramava sempre
teneramente, lo fece desistere dalla presa risoluzione (4).
Oiò dovette sembrare al Goffredo come una nuova sfida
lanciatagli, e crediamo che allora appunto egli ricorresse a
quella nera e sozza calunnia, ricordata dai biografi, ultimo e
troppo amaro guiderdone concesso a Milano al filologo insigne^
che per ben otto anni, in quella città, aveva dedicato tutto
se stesso all'educazione della gioventù e al trionfo dell'arte.
(1) MSS. R. Bihl. Naz. di NapoU. Cod. V. D. 15. — Orat. I ad
Mun. Yinc. : € ac incidit in illam quoque susplciooem, quam garrìent
ad aurem Minutulus (^;, de quo iam dixi, delator augehat, a me sua
notari tempora, vitaeque sordes eo opere, cui titulum feci De rebus eie »•
(') Lo Jannelli lesse Mioutianum e perciò ritenne erroceamectt
(pag. 75) che Carlo Goffredo si uni agli antichi nemici del P. « dirae
societati »•
(2) MSS. R. BM. Nag. di Napoli. Cod. Y. D. 15. — Orat I ad
Man. Vino. : € Quare non ita multo post a caena cuiusdam rodient 86-
natoris ad prìmam facem, ex ictu lapidis in capite vulnus accepi ».
(3) MSS. R. Dibl. N(u. di Napoli. Cod. V. D. 15. — Orat. I ad
Mun. Yinc. : « ingentis spe praemii sollieitatum Micaelem chirurgum,
qui me curabat, ut malum venenum medicamcntis infunderet ».
(4) MSS. R. Bibl. Nat. di NapoU. Cod. Y. D. 15. — Orat. I ad
Mun. Yinc. : « ab amplissimo patre Stephano Poncherio Lutetiaé
Parìsiorum pontifico, cuius imraerito vicem gerit, a decedendi Consilio
revocatum »•
\
■' i.r f *• **" m • - 'ir"iMJ
,«.>•
• .- • •
«•^Ki^'
• "fc^i^i>B ap"'litT-< ■■j~>r"i
68
VITA DI A. GIANO PARBA8I0
Una delle colpe attribuite al secolo dell' nmanesimo ta
qnel vizio abbominevole, per designare il quale si e tolto
a prestito il nome dai Greci.
Fra le ignominie che gli umanisti, a ragione o a torto,
si gettavano in faccia vicendevolmente havvi sempre in primo
luogo la pederastia. H Bcccadelli rinfaccia questa colpa al
grammatico sanese Matteo Lupi, il Filelfo al Porcello, Poggio
al Valla, il Valla a Poggio e cosi via.
Non dove sembrare quindi strano che quest^accusa tanto
comune si lanciasse anche contro il P. dal corrotto cinque-
cento, che ereditò, anzi rese più morboso questo vizio del
secolo precedente.
Infatti tutti gli strati sociali, come dice il Oraf (1), ne
erano infetti, a comijiciare da Leone X, se vogliamo prestar
fede alle parole del Giovio ; Antonio Vignoli e il Bibbiena
ne accusano preti e frati ; il Firenzuola lo chiama manza di
maggior riputazioAe, e gli prodigsftio lodi Giovanni della Gasa,
Lodovico Dolce, Andrea Lori, Curzio da Marignolli ed altri
dieci altri cinquanta, aggiunge il Graf. B che dire dell' ac-
cusa che grava su Francesco Bemi e sulla figura pia eletto
del secolo, Michclangiolo Buonarroti Y
Siamo lieti di notare che tutti, concordemente, assolvano
il P. del fallo imputatogli, prima di tutti lo stesso Giovio,
che non la perdona a Leone X (2). Ove non potessimo ad-
durre delle prove tanto convincenti, basterebbe per poco .
riflettere sulle sante massime dettate ai discHpoli nelle ora-
zioni inedite (3), osaaiinarc l'elegia in morte di Antonio
(1) Attraverso il Cinquecento^ |)ag.. 125-130.
(2) Oiovio. — Ehgia ViV. Un. t7/ii5fr., p&g. 208; Spiriti, r- ifemorM
degli sct-iitori Cosentini^ piig. 25; Qinqukns. — Histoire litt, d'Italie, Y. VII,
pag. 214; Morcri. — Grand Dictionn, histor., pag. 828« ccc
(3) MSS. R. BiU. Nnz. di Napoli. Cod. V. D. 15. — PraefaUo in
Achillcidem, Cratio ad di«cipulos, Oratio ad Scoatam Mediolanensem,
Ad Mumclplum Vlncentloum tic
t'amili' ■ ma» w ^ ,n>»mt ^ t'-^
n 1 iT_ I liw ■! j I ■l'if^N» iw*iift*>ff ■ ."^ *■. ■■■'v'^' ii»mifjtmv%'<v»m^titttStméttt$im\^f'^i\i»
VITA DI A. GIANO PARRA8I0
69
Babrono, spirante candore e purezza, e soprattutto l'elegia
e Ad Luciani » (1), V ultimo sospiro ardente di un cuore ad-
dolorato, che fin negli ultimi anni della vita serba tutta l'alta
idealità dell'amore, per convincersi che il P., anche patologi-
camente parlando, non poteva essere infetto di mal costume.
Purtroppo però l'accusa lanciata da un nomo potente quale
era Carlo Goffredo, diffusa e ravvalorata dai suoi emissariy
produsse l'effetto sperato. Il credulo volgo, come pare, presto
fede al turpe mendacio, sicché il povero P., ferito moral-
mente, col cuore straziato dalle più orribili angoscio, si vide
costretto a lasciare quella citta, che egli aveva tanto amata,
e che era stata il principal teatro della sua fama (2).
(1) Y, nostro layoro : € L* Elegia ad Luciam di Aalo Giano Parratlo
e il Bruto rumore di Qiacouo Leopardi ». Ariano, Si. appulo-irpino 1890.
(2) Crediamo che il P. aia partito da Milano al principio del 1507,
poiché nella lettera che invia al Trissino a Vicenza, « ex aedibns Demetrìi
(Calcondilae), Xlll octobrit 1506 » (Rotcoe, op. cit., 1. cit.), gli chiede ia
prestito tre lecchini, che promette di restituire, appenaetatt» io fUpendi».
•
r. ■
\
s
I
l
t
,■-«- • --J
,^..V»4m. «< ^^-••'S*— '•———•/• -----—^^^
r
f
- V
t
1
V
'*
• % f •
CAPITOLO VIU.
n Parrasio a Vicenza. — La Lega di CambraL
Vita randagia a Padova, Abano» Venezia.
La vita di molti umanisti potrebbe ben definirsi uno
squallido itinerario, poiohè passarono ripetutamente da una
in aititi cittii, da un borgo all' altro, ora incalzati dal bi-
sogno, dall' irrequietezza innata., dall' assiduo desiderio del
meglio, ora costretti da guerre, pestilenze, carestie, angustie
dei comuni o dei principi (1\ Però se molti trascinarono una
triste esistenza e alcuni, come Cosimo Raimondi e Sassuolo
da Prato, finirono* col suiciilio i loro giorni, crediamo che
ben pochi abbiano menato una vita infelice e randagia come
quella del P. e siano stati vittima, al par di lui, di lotte
indecorose e d' implacabili persecuzioni.
Carlo Goffredo, non contento di averlo perfidamente
infamato e costretto quindi a partire da Milano, adoperò
poi tutte le sue male arti, perchè non gli fosse concessa la
cattedra d'oratoria a Venezia (2); e sarebbe eertamente
• *
(1) Rossi. — - op. cit.« fase. S-4« pag. 30.
(2) MSS. R, Btbl. Xaz. di Napolt. Cod. V. D. 15. -* Oratio I ad
Mun. Vincent.: € Ostentare impotentiam suam voluit AUobroz, quam
me Venetiis evocaturo fictis excogitatisque crlminibus excepit, itaqae pro-
pudiose laceraTit, ut nihil reliquum fecerit iniuriae ».
.«
. \
»»<mm^ìÌ0tt^riméÈia^m^t^
72 VITA DI A. GIANO PARRA8IO
riuscito a farlo respingere anche da Vicenzai senza la valida
protezione del fedele amico Giangiorgio Trissino (1).
Quivi| malgrado lu assicurazioni di quest' ultimo, il P.,,
prima di ottenere la cattedra desiderata! dovette esporsi a
doppia prova davanti ai Municipali della citta; ma se ciò
ferì l' amor proprio dell' insigne filologo, come appare da
una lettera al Trissino, valse a procurargli la stima delle
persone colte e a dissipare quei dubbi sorti sul suo conto,
per le maligne insinuazioni del Goi&edo (2).
Per fortuna ci sono pervenute le due orazioni pronun-
ziate allora dal P. (3), degne entrambe di grande attenzione,
come quelle che ci rivelano ancora meglio il nobile carat-
tere dell' umanista calabrese. . .
Merita soprattutto di essere ricordato il principio della
prima orazione, in cui palpita un cuore altamente italiano,
che dinanzi alle miserie della patria, non resta indiiTerente,
ma freme di nobile sdegno e impreca alla tirannide straniera :
e Veni, Patros optimi, tandom veni, serius exspeotatione
vestra meaque voluntate^ quod immanium barbarorura grave
diutumum iugum non facile fuit ab attrìtis excutere cervi-
cibus, quippe qui nec opinata Victoria extulerunt animos,
•
tantumque sibi permittunt in omnes Italos (O miseram tem-
porum conditionem ! quis hic ita non ingemiscat et frontem
(1) De Rebus eie. . • • ed. 1771, pag, 103: € Idque me aceeptum
Ubi referre, quod optimi cives tui, te referente, ducentenis anniiis insti-
tueodae iuvenliiti suae me condaxeruat »•
(2) Roftcoe — op. cit., ed. eit., pag. 145, epiet. Ili: «Nam Palaemo-
nlbus, Oronibonis, Biuariis, Naeriis, Portensibas, Gaietanis, Luseis, Leo-
nicenisque tuia imp<>8ai, Tisusqae sum orator Quid igitur aateal
dubilabant ne conduxisseut Thucididem Bntannicom, vel Ranam 'Sobri-
phiam? Sed utramque suspicìonem disonstl ».
Questa lettera e le seguenti sono dirette al Trissino, che allora
si trovava a Milano ad apprendere il greco, presso Demetrio Calcondila*
(3) MSS. R. Bibl. Nas. di NapoU. Coà. V. D. 15.
• " III wm^mf*
»Jfc^>»*M>W^ I ^ I 11 >WII^«
/ '
• •
VITA DI A. aiANO PARRASIO
73
fonati) quantum vix olira Gares in Leloges, Arcades in Pe-
lasgos, Laoed(cinono3 in Ilotost »•
Fiere e generose parole che mostrano ancora una volta
quanto fosse esagerata i' accusa di coloro che negarono com-
pletamente agli scrittori del secolo XVI la coscienza morale
della nazione italiana (1).
B che realmente il P. avesse fede nel!' avvenire, d è
mostrato anche dalla seconda orazione, dove se si notano i
medesimi difetti delle altre, e soprattutto la prolissità e una
troppo sìidata erudizione, si ammirano similmente gli alti pre-
cetti pedagogici e didattici, e le sane norme dettate ai gio-
vani e ai padri di famiglia, circa i beneficii di una buona
educazione (2).
Gonosciutosi in tal modo il valoro e la nobiltà d'animo
dell' uomo bassamente calunniato, dietro l' esempio deUa
famiglia Trissino, presso la quale egli aveva trovata, nei
primi tempi, la più calda e sincera ospitalità, cominciò una
vera gara tra le più nobili famiglie vipentine, per sempre
più dégnamente onorarlo e cattivarseni) la benevolenza (3).
Nonostante tali prove di affètto e di stima, il P. non
visse a Vicenza in quella perfetta tranquillità, come credette
lo Jannelli (4), per aver ignorate le importanti lettere al
• (l) Nencioni. — Nuova Antologia, 1884, 3. bimestre.
2; MSS. R. Bibl. Naz. di NapoU. Cod. V. D. 15. — Orai. II ad
Mun. Vincent : « In quo nonnulli parontet, ut hic ordiamur, obiargatione
digni sunt, qui spcs quoque suas ambitioni donant et precibus amicorom,
non minus insulse quam si gravi morbo quia Implidtus, ut amici grar
tiam colligat, oinisso perito salutiferoque medico, se committai ignaroii
cuius inscitia fonasse peidatnr ».
(3) Roseci, op. cit.,. 1. eit. : € Qni (Trissiol) nihil ad oroaodam tei-
lendumque me domi forisque omisenint, exemploqoe coeteris, nt Idem
faeerent, oxtitere. Nam cerUnt inter se Thiend, Palelli, Portensea et
Cberigati quinam de me magia promereantnr »•
(4) Op. cit., pag. 84. • ^ . ^ .
\
immmà^J^amm^t0>m^' ^*« ^ , j. j i>^ 1 1 ^,n ^».w ».^,^»*.«i»i<»Im^ »i>» . »! I »«■ *■■■■ a «» «ii ' i^iai^ ■ T i ri i ^ ■■. ì .i -. - ««-ìLm
74 TITA DI A. aiÀifO PARBASIO
Trìssino: prima la podagra (l), che aveva cominciato ad af-
fliggerlo fln da quando si trovava a Milano, e poi gì' invi-
diosi e ignoranti grammatici gli turbarono, come ftl solito,
la pace dello spirito.
n P. , irritato per i tranelli tesigli da un tal Antonio da
Trento e da un perfido sacerdote, di cui ignoriamo il nome (2),
accolto nella sua scuola in qualità d'hypodidascalos, aveva già
deciso di lasciare Vicenza, quando, per la opportuna ed elBcace
intercessione del Trìssino, non solo recedette dalla presa riso-
luzione, ma concesse anche il perdono all'infame sacerdote (3).
Malgrado i continui fastidii e le non lievi cure dell' in-
segnamento, il P. non tralasciò i suoi studii prediletti, che
continuò a coltivare con amore e profitto, pubblicando, a
breve intervallo, i seguenti importanti e pregevoli lavori:
Claunulae Ciceronu ex epistolin familiaribus (4); Breviarium
Rhctoriec9 ex aptimU quibunque Oraccis et Txitinis atictoribuM
depromptum (5); Probiliistituta artium et Catholica (2*ediz.) (6);
Conieliìis Franto — De nominum verborumqM differentiU et
Fhoca grammaiiou$ — De /laudi nota, atqne de aspirationè
libelluè (7) ».
Questa ricca produzione letteraria ci fa argomentare che
(1) RoscoB. — op. cit., 1. cit. : € torqueor incredibili po-
dagrac dolore : quicquid est mediconim, quicqutd phannacopolarain din
noci uq uè conti ncnter exerceo >•
(2) L* indegno prete era Irato contro il P., mal sopportando che que-
Mlo avesse chiamato nella sua scuola e prediligesse il cosentino Ant4)nio
Cesario, uno dei pochi veri e costanti amici delPinfelice umanista,
'3) RoscoB. — op. cit., l. cit, : « Sacerdos tuas est apud me laUs
honcsta condì tione (12 ag. 1508) ».
(4) Veicetiab, MDVHI, per Henrìcam librarìam Veicet et Jo. Ma-
rlam oius flllum, in 4.
(5) Kal. Jan., MDIX, per Henricnm «te.
(6) MDIK, per Henricum ete
(7) VUI Id. Febr., MDIX etc..... ^
i/j » n i ì I II » * !■■■ / ■ ■ »
m jÈJì iV ■■*'nM>-|f mk Iri i> i liikJ^'-
• ■• ■ ••• .. .
m i0i ii\ Vii i^i<fti> ■!> ri tf i
- •• - ♦
VITA BI A. GIANO PARRA8IO
75
il P. negli aitimi tempi della sua dimora a Vicenza, se visse
in poco floride condizioni economiche, da essere costretto a
ricorrere talvolta al Trissino per qualche xirestito (1), non
dovette però essere più molestato, come per lo innanzi, da
nemici maligni e invidiosi. Allettato quindi da quella tran-
quillità relativa, succeduta alle lotte interminabili, forse egli
non sarebbe cosi presto partito da Vicenza, se non fosse
sopraggiunto il pericolo della lega di Cambrai.
Appena salito sul trono di S. Pietro, Giulio II mostrò
il suo fermo proponimento di ricomporre lo stato della Ohiesa,
che era andato in frantumi, non per favorire il miserando
nepotismo, come avevano .fatto i suoi predecessori, ma per
fondare una monarchia pontificia, che potesse dare al papato
il necessai*io prestigio. A tal uopo, appena si liberò di Cesare
Borgia, rivolse le sue mire contro Venezia, che si era im-
possessata di alcune terre della Ohiesa.
La Serenissima, scossa nel suo commercio per la sco-
perta della nuova via, che conduceva alle Indie, e per la
crescente dominazione dei Turchi, aveva rivolta la sua at-
tività a formarsi uno stato in terraferma. Bra riuscita a mera-
viglia nel suo intento, ma si era procurato Podio del Papi^
e l'invidia dei principi italiani e dei potentati stranieri, che^
il 10 dicembre 1508, conchiusero a Cambrai una formidabile
le^a e per ispegnere, come incendio comune, l'insaziabile capl-
digia dei Veneziani e la loro sete d'ingiusta dominazione (2) »«
(1) RoscoB. — op. cit., epist. V. : < Summa pecunìae difficultat ia
causa fui% ut boa sex aureolos ad diero non acceperìs; ecce cuoi pri-
mum licuit ad te dedi. (pridie Jd. Aug. 1508) ».
(2) Dal manifesto dell* imperatore Massimiliano emanato il 5 gen-
naio 1509.
■. •
\
•
76
TITA DI A. aiANO PARBÀ8IO
Non narriamo le vicende di quella lotta, solo ci limi-
tiamo a ricordare che dopo la triste giornata di Agnadello,
14 maggio 1509, la repubblica di 3. Marco si trovò addi-
rittura sull' orlo dell' estrema rovina. In breve tempo Lui-
gi XII s' impadroni di Brescia, Grenia, Bergamo, Peschiera,
Gremona; Ferdinando il Cattolico delle città marittime del-
PAdriatico; il Papa delle Romagne; e Massimiliano d'Au-
stria, per mezzo dei suoi messi, di Belluno, Trieste, Fiume,
Verona, Vicenza, Padova,
n P. non fu spettatore della resa di Vicenza (2 giu-
gno 1^09), poiché, come si rileva dal codice, da noi rinve-
nuto nella Biblioteca dei PP. Gerolamini (1), egli si era già
rifugiato a Venezia, qualche tempo prima che i Vicentini
aprissero le loro porte al messo imperiale, il vescovo di
Trento. Nel suddetto codice, che -contiene V importante epi-
stolario postumo del P. (2) , appare che la prima let-
tera indirizzata a Tommaso Fedro Inghirami , per racco-
(1) MSS. Bihl. dtlV Orai. d£Ì PP. Gerolamini di Kapoìi. — Cod.
Pll. XI. 2. — Questo codice apografo, già descritto a pag. 5 e S4*g.,
o. 5 di quello lavoro, sia per la provenienza (l)ibl. S. Oiov. a Carbo-
nara), sia per la grafia incerta, senza le solite sigle, sia per le visibili
correzioni, crediamo sia stato scritto da qualche discepolo del P., allor-
ché la gotta ridusse «1 povero maestro « herinae similliinuA, quippe cui
nec manus, nec pedes ad officium dati ^Cpist. X.) ». E di ciò
indirettamente ci rende certi il P. stesso, quando scrive al Cesario:
€ ai^ me pessime morbus articularis haberet, qui fuit in causa, ut baae
ùXiena numu ad te.serìberem, cum dextra parum commode otamnr. (B-
pist. XVIU) ».
Più che air epistolario stampato, guasto da non pochi errori, ci at-
terremo al suddetto codice per le opportune citazioni, che indicheremo
colla semplice parola Epistola e il numero d'ordine da essa occupato.
(2; Epistolae Pharrhasii — Neapoli, in aedibus Jean. Pasq. per Do-
minlcum Pasquetum Neapolitanuni.propo divam Annunciatam accuratis-
sime (!) impressae, anno domini 1523.
X -
1 %
vn^rnm. m.
•:pBSS& QfL 71^ 4L F:
Itbmmudsvk. « «15^1.11 i""i
T««V2^ £ Su
^;^ Efif^^ h IVw-^tor €Sf^'
(ti (Pf. <rt,* f%. ». m. 3
Coa. V. D. IS. — P1M&6» m
--^ .T. t . -^ . •- • ^
■. , '-'* ^ J
TS VITA DI JL. aiAKO FIKRASIO
Allora il P. si recò a Padova, pia che per tenervi an
eoTBO di lezioni, a cai in qnel tempo gli animi dovevano
eeriamente essere poco disposti, per trovare un sollievo ai
saoi mali ai rinomati bagni della vicina Abano. Inclinerem-
mo anzi a credere che si recasse colà i>oco dopo II discorso
inaogurale (1), lasciando al téAele Cesario, che non aveva
voluto abbandonarlo in qnella circostanza (2), la cara del-
l' insegnamento, al quale aveva dovuto assolatamente ricor-
rere per poter sbarcare il Innario (3).
n P., ritornato a Padova al principio dell' agosto, collo
spirito rinfrancato per il miglioramento ottenuto ai suoi mali
alle acque di Abano (4), riprese con nuova lena IMnsegna-
meuto, lasciando cosi libero il Cesario di tentare a Roma
la sua fortuna (5).
La Mumma anetoritas deUa storica cittì, in cui per prima
(X) MSS. R. BibL Sai. 4i Napoli. Cod. V. D. 15. — Praefalio 'm
Horatil odM : « Si qois aliuii, ornatUsioii iiivenes, ex eo loco quem net
iKKiettlstimàin Romao Madiolanique et dcmum Vcìcetiae lonuìmas, ad
hanc iniquitaUm tamporum radactos ataat, ut privai im doc«ret, ilio qai-
dom fato eooTieiain faeoret tiquidem summa buius urbis
auctoriiat, celeborrimum Fatarii nomon, ubique gentiunn venerabile, com-
peniat omao salarli dotrimootoni ».
(2) Lo Jannelli, noo avendo ieooto alcun conto della lettera del P,
%1 Cesario € ex Aponi baliceia », ritenne che quest* oltiiro € excessli
Viooentia (Romani) XI!! vel Xll Kal. Jonii ( op. cit., pag. 86, o. 3 ) ».
(3) Sputala JJ, ex Apani balinais, e. d.: « interea vale et cara
disdpuloe eraditioni fideiqne nostrae commlsaoe ».
(^ Epistola II, ex Apani balineis : « Salve, Caetari, profuemnt alU
qvaatlsper Aponi Iwlinea Bqoidem me cupio ad vot recipera
klo enln me taediam eepit remm onnlom ».
(5) li Cesario non fa accontentato nei suoi desiderii, poiché nell^
lettera inviatagli da Venesia, io data del 13 settembre 1511, Il P. %|
rallegra con Ini « quod incolurois in complexu suorum vivat accoptos
(Bpist. IH) ». Da ciò argomentiamo che la maggior parte delle Iutiere
del P. gli furono Inviate a Cosensa.
■ « « ■■ 1 1» jiil y «
» ■mtl^Mm nm^mi ■■■■«■^■i^ n i* m,tmt, ^ mi
Mllb*^i^hUBk«la
ì
iw«MHk«!fAi«^MiaMUHMUÀli^4b*iS
YITA BI A. GIANO PABRA8IO
'^T».
oon Albertino Mussato emno fioriti^ gli studi! umanistioi, e
il nomali celeberrimum da essa acquistato, por ^ aver accolto
nelle sue mura tanti illustri letterati| quali Giovanni da .Ba-
venna, Pier Paolo Vergerio, Secco PolentonCi Gasparioo da
Barzizza, Vittorino da Feltro e, per non parlare di altri,
Demetrio Galcondila, allettarono subito il P., sino a fargli
dimenticare omne salarii detrimentum. Però i tristi aweiii-
menti sopmvvenuti lo costrinsero a lasciare Padova*
L' imperatore Massimiliano, essendosi finalmei|te scosso
dalla sua inerzia a causa dei continui progressi dei Vene-
ziani, nel tempo stesso che Bodolfo di Anhalt si recavi^
nel Friuli, per occupare la tcpra di Gadore, e il duca di
Brunswick tentava di espugnare Gividale e Udine, in per-
sona per le montagne di Vicenza era sceso nel contada
di Padova. Però e non essendo ancora maggiori le forze
sue, si occupava in piccole imprese con -poca di-
gnità del nome Gesario (1) » : saccheggi orribili, eoddi
spietati furono eseguiti dai feroci invasori, la cui indescri-
vibile licenza fece ricordare quella delle orde barbariche»
Il P., visto scoppiare un cosi furioso turbine di guerra,
prima che Massimiliano cingesse d'assedio la città coi suoi
100,000 uomini, verso la n^età di agosto riparò di nuovo a Ve-
nezia, dove fu accolto amorevolmente, come forse anche nella
sua prima venuta, da Lodovico Michele, che era stato suo
discepolo a Vicenza (2).
(1) Guicciardini. — 7f<. d'Italia, 1. Vili, cap. Ili, pag. 144, Mi-
lano 1838.
(2) Appreodiaioo questa notisia da un monito, che si legge m /VonCf
del codice descritto (pag. 51 n. 1) Vili. D. 10: « Jaoas Parrbasiiu lia«e
Venetiis excerpebat aeger ex podagra, mense Sextili 1500, apnd magoill-
oum venetumque patricium dominum Ludovicum Michaéleu« Peni f^
lium ». La mole del codice, di e. 1 10, V esiguità del tempo e la diTsrsa
grafia oi dicono però cbiarameate ohe il lavoro dei suddetti Eaocerpia e»
Pindaro, era stato già cominciato a Milano.
\
f
^«MMhaF«a«tak«MlMfMlMalMto
tt 4»t ■ ' ■*
«VM-<*'
• 7 ^ " • ■* ■
80
VITA Dì A. GIANO PABBASIO
Dei gravi pericoli corsi e delle perdite subite in questo
viaggio il P.y con lettera in data del 13 settembre 1610 (1),
dà poi contezza al Gesario, mostrando ancora tatto il suo
raccapriccio a quelIMngrato ricordo (2). Nella medesima let-
tera fa poi noto all' amico V invito avuto dai Vicentini e dai
Lucchesi e la sua risoluzione di non voler restare a lungo a
Venezia, a causa delle tristi condizioni di salute ; non gli tace
parimenti che non è punto disposto a ritornare in patria (3).
Ma il desiderio di rivedere il natio loooj pare che poi
a mano a mano si sia fatto strada nell'animo del P.| poiché
al principio del febbraio 1611 (4), ammalato e povero, egli
lascia Venezia per recarsi nella bruzia terra, da cui, circa
venticinque anni prima, era partito baldo e vigoroso, col-
V animo pieno d'elle più splendide chimere.
(1) 1^ lettera porta (fuesta semplice indicazione : « Venetiis, idibus
Septembrìs »; noi però argomentiamo che sia stata scritta nel 1510 da
queste parole della lettera in esame: € meorum scriptonim nihil adboo
odidl, tum quod hiemem fere tciam deculmi »•
(2) Epistola III: € Exantlatis qoibasdam aeramnis, quasi per
ignet et hostile ferrum Venetias ^'erveni, angue verno spoliatior, praetar
aliquid ex illa supellectili librorom, Commentarìos a me Incubratoe
habeboque dom vivam Deo optimo maximo gratiam, quod me ex ord
faucibos eripalt »•
' (3) Epistola III : € A Veicetinis iror ut eo petam, Lucenses ioTitant
honestissimis conditionibus \ Venetiis articulari morbo Texaios
in animo morari non est, multoque minus in patrìam redlre »•
(4) Ricaviamo questa data òèlVEpistoia IV^ la quale, sebbene porti
la semplicii indicazione: € Neapoli, Idibus Februarli », tenuto conto della
lettera 4>recedente (Venezia, 13 settembre 1510), appare chiaro che sia
sUU seritU nel 1511. *
.A
* » '^^'< I « Mi «»<ii^" 'ì ■■■■>i ^i<>y« ■>i V >»i»Bwr ■—>■'«*»»*-»*'»'» " * ■ ■»— i I 1*1 la» 1 ^ » '^imr ■ !<%*-■ — i — Vm i m^iO ' H- ii i l ■ 'irftf ' W-l ti^ i i^fci' * «Jlto^MfcAjLjL
CAPITOLO DL
Ritomo del P. a Napoli e a Cosenza.
Disgrazie domestiche. — Teodora Calcondiku
Prima di ritornare in Calabria, il P. soni» il bisogno di
rivedere illam felicissimam Campaniae oram (1), a eoi era
legato da tanti lieti e tristi ricordi. A tal uopo egli si fermò
a Napelli prima ancora del 13 febbraio 1511 (3)| e tì si
trattenne nn pò di tempo, per ammirare ancora ona volta
le bellezze della citta, e per rinfrescare le antiche amicizie.
Dovette certo non poco attirare l' insigne umanista quella
colt:i società napolitana del^ primo Cinquecento (3), che ha
dato alla storia generale della nostra letteratura i nomi di
Antonio Epicuro, di Angelo di Costanzo, di Luigi Tansillo
e di Berardino Bota, e ad una storia letteraria pia spe-
ciale quelli di Dragonetto Bonifacio, Pomponio Gàurico, Pie-
tro Gravina, Scipione Capece, Pietro Summonte, Gerolamo
(1) MSS. R. BiU. JVojr. di NapoU. Cod. V. D. 15. — PraefaUo la
Thebaida.
(2) EpUtola IV: € ... . nihil adhae habeo consUtutam quam dio
Neapoli 8im fntunis Neapoli, Jdibus Febmarii (1511) ».
Da quanto sopra abbiamo detto, appare chiaro V errore dello Jaa-
oelli, che riportava (op. cit., pag. 89) al 1510 la venuta del P. a Napoli.
(3) E. PzRCOPO. — Rauegna critica détta leti, itid., a. Ili, fase 3-4.
K
\
"■'-•■r^rrT*4»iin I ù ^^r>l^^ 1 1 III *"r"r- I tr ^ — - \' .''"^ '*^ -■ — . «^--if— >•— «^TV - .* •- -C- • ^- ••
82 VITA DI A. GIANO PABBA8IO
Garbono, i fratelli Anisio, i fratelli Seripando, Gerolamo An-
geriano e parecchi altri {ly, Col pia vivo piacere il P. fre-
quentò i geniali convegni «lei letterati napolitani e fu accolto
dovunque colle più sincero manifestazioni di ossequio.
Non mancarono, come al solito, i versi apologetici, fra'
quali citiamo quelli del prolifico epigrammista napolitano.
Giano A Disio, nella cui mente il P. destò il ricordo degli
antichi soci della gloriosa Accademia pontaniana:
Qui8 non his tabulis dubia dipingitur umbra
Commeritas, qais non byali ridenta colore.
Insigni virtute vir, et spectatus amicus?
Tene ego praeteream, cui Musae tempora cireum
Jusserunt hederaa, et amicaa serpere lauros (2). ■ . •
Il P. allora forse rinde Gjovan Tommaso Filocalo da
Troja, Gerolamo Garbone, Francesco Puccio da Firenze, alle
cui lezioni aveva assistito durante la sua prima dimora a
Napoli, ricavandone non poco profitto. Allora similmente
rese sempre più saldi i vincoli d'amicizia, che lo legavano^
al dotto e munifico Antonio Seripando (3). Pare che egli
conoscesse quest' ultimo alla scuola del Puccio (4>, tra il 1492
(1) So questi scrittori, quasi tutti poco noti, rìcbiaroava testé V at-
tenzione degli studiosi 11 chia.mo prof. Flamini, cbe additava In essi « no
territorio da esplorare della gloriosa nostra letteratura umanistica »•
Rassegna Bibl. della ìeU. ital.^ VI.
(2) Janl Anysii, Varia poemata et Satirae ad Poropejum Colomnam
cardlnalem, Neapoll, Suitzbach, lib. IV, pag. 66.
(3) Giano Anisio. — Op. cit., 1. Ili, pag. 66; Bernardino Martlrano.
Bplst. ad Card, de AccoUIs Ante Comment. In Uoratii Artm Poeiie.
Parrbasll, Neapoll 1531.
(4) Che realmente 11 Seripando sia stato alunno del Puccio lo rile-
viamo dair iscrìsione da lui fatta apporre nella cappella gentilizia di Si.
Giovanni a Carbonara : € Francisco Puccio quod bonarum artlum sibl
maglster foisset ».
Mabill. Museum 2ud. T. I pag. 108; Jannelli, òp. cit., pag. LO. .
<>■— *i— i^i^Wi^^^— fci^^ii^^ <^ -01 ^hna^Ji^iM^^dh
TRA m A. OASO FAKKAS»
e fl 1483« e cIm fa d'allora avesse orì«:ÌBe qaell* aaiieiziay
^e, sebbeae ww d sia aUcsiala da vaa comspwaàeniM epi-
slolare, cerhimeale saiarrìla* pare possiano asserire elie 8»
stala qoaalo Bai calda e siseerm.
B ar^oai^iliaaM ciò^ idtre cIm da qnaleke fupiee ae-
cenno (IX da qad nobile atto del P., Ae alla soa moria
lasdara all'amico fedele qaanio OTera di pia caro al mondo:
la soa biblioteca e i fintli del sao hin^ e paziente lavoro (2).
Prezioso dono che fl Serìpando seppe degnamente apprezzare,
accorrendo a Cosenza a slrappario da mani rapaci (3), e cn-
stodendolo ^losamente a Kapcdi (4); dove, morto lai, passò
in potere del Cardinale GerolaaM, sno fratello, 3 quale in-
(1) Pabbasio. — Dt Rekms tàe. OnJL ante prmdccl. cpìst. Cie. ad
Altiel, ed. eit., ptig. 251 : « Qood eqsidaii um f^àaaem^ wmà ìat ircB ii 'mnt
Antooins Scripandiis^ ia ilU doctì»i«A aostia Ntepoli suìmo loeo oaUn,
alomouaque Masanoiia, d« aobb optiaM meritai »•
(2) ApprendUmo ciò dal folilo laooite cke si trova io tatti I eo&i
• i libri dd P. : « Aatooii Seripaadi ex Jaai Parriiasii tcstameote »
V. pure Giano Aoisio. — Yarim poem^ L VII, pag. 97 : « opes beata*
Parrhasii quoque miasas amico, ex asse legatas Seripaado ».
(3) BzaNAmoiHO MAmTimA!«o. — EpisicU ctt. ante Cémmt^nfL In Art.
poet. Hondii Parrhaài : € omncs pene Parrhasii vi^iKas, vix eo defnncto,
rapacissimia unguibos oocupanint . •• • Actum profeeto de iis aerìptia
fuisset, fanditosqoe occidissent, ni Antonine Serìpandns, vir non minos
probitate, qaam hnmanitate clama, hnic obriam pesti prodiisset » •
Giano Ani»o, op. cit., L V, pag. 03 :
Haeredem nnsnimem Ubromm bie scripcit amlenoi.
Te, Seripande: menu cnn lacts Insl^nt anro
Phrìxeo, ad doonm accestì Lncanta In
(4; I seguenti versi di Gerolamo Carbone, tratU dallo Jannelli da
un* elegia adhue inedita^ (op. cit., pag. IX, 90) ci farebbero credere che
il Serìpando illustrasse le opere del P. in hortis Carboniatdi :
iDTisit {nune) cqiCos Serlpandus sodalas bortos
logcoii repetcDt tot moaomenU sul,
Doctaqu* ParrhaMl scripu et memoranda per aernm.
O Adam fltuctaa pectns amidtlae I
\
84 TITA. DI A.. OUirO TÀXRÀSIO
sieme eoi sooi libri n« arricchì poi la Biblioteca di 8. Ofo-
Taani a Oarbonara (1).
HoD sapremmo beo precisare quanto tempo il P. si for^
masse a Napoli ; sembra però ohe la eoa dimora In questa
citti non oltrepassasse i dae mesi, poìobè II suo arrìro a
OasalnnoTO (2) non dovette essere dì molto posteriore al 31
mu^o, giorno in cui egli annonziava da Hapoli la sna proa-
sima venata a Cosenza (3).
D 10 giogno lo troviamo a Castrovillarl preoccupato per
l'improvvisa malattia, da oul era stato colpito fi flgUnolo (4),
I* onico che ancora gli avesse risparmiato I* inesorabile fbr-
tona (6). Pare ohe allora la malattìa del bnciollo non do-
rasse a lungo, poiché il F., prima tanto indeciso se, per cararto,
dovesse restare a GastrovUlori, o recarsi a Policaatro {i), •
(1) M»biH. — iter flot, iwg. 110, Lnut. Pirii 1687; MMtbM. -
BibUoih. Bibliotlue. T. I, pag, 231 . Oiustlo. — Utmifr. tlor. eHt, d^Ui K.
Bibl. Borb., ptg. 50.: Andrea. — Atucd. Grate, tt Lai. Proòt. ptf. XXX ;
Jamnblu. — op. clL, Vili, 161; Pibus di Nouac,— la BMMiifUé
éé Fulvio Ortini, PuU 1887, ptg. 196 • Mf.
(2) CtMlnaoTO eradUno oh* mU l'odiwaa VinapUas. atlU prvvlMU
di COMOU.
(3) Sputata 7, ex CaMoU mk«, s. d. i « 81 niAu» tlU «Mrt a n«
liUarM, qou prìdia Kl. Aprìlli «d u HnpoH d«d«rMa. U* 4Mim npt^
un ftdT«Dtuin meum Adibo Csalnia rilUri», M»U rMU
(*) EpùMa VI, CaUnviOari, iO lunU: « Adbu U tiy— t«lWM
samni, at quiden ub dnbla, ob alUrins aJvMwn ÌIMI rilTlifffttw
qui, mUta morbi t) correptoi, d«eamb«r« nvBslstar ». '
(5) Di J^<^w *(«. - Or»t. uu ptMUM. Is •piM.'cU. U Ali,, H.
dU. pag. 245: ■ Quanqu* m* ctniMl iofma Sfplrila PM«m MMt.
«Unum nndam farori tuo pwtiu offarrv. Mfttl qaUas mm mmmM U
pMDAia, libero, .utom meliorM mbdU m„^ « (,0^^ <«mI«m ■«««*.
tur fnrellcM, «t cito morlttirl) de dm ««« rMMs ,.,',»
(6j Sputala T/: ..,.,,.,» a^ ^^ ^ l,'tol,'s«V«fc«,(,^^
«at MMfoUm moeraw ».
^ii< itiiw K ti irt i;!! I ,«■111* ■«■rtwih II » a t iii WM M
mtmi0m ' u At ^ mihM ^ ■ I mr w i ■»•»■ — »«^iibi^*A>a*^ifc»*«^*i< m'i* i * i ^ i
<. •
^ •
.^-d
VITA DI A. aiANO PABRA8IO
87
bene, da lui aveva forse attinto coraggio e rassegnazione
nelle continue avversità toccategli dopo la sua partenza da
Milano -•'..•• I ebbene ora anche qnest' ultimo conforto gli
era negato per sempre. DerelittOi affranto sotto il peso di
tante sventure, crudelmente tormentato da mali fisici e morali,
V infelice letterato sente intorno a sé quello spaventevole
vuotO| che fa divenire la vita un insopportabile fardello. Ncfl
parossismo del dolore, a guisa del naufrago che cerca di affer-
rarsi a una tavola salvatrice, egli rivolge il pensiero alili
moglie Teodora, invocandone pietosametite il. soccorso con
quella mesta e profopda elegia, che tutto rivela lo strazio
del suo onore (1):
Lticiis lace magia misaro dìleota, m^squ«
Te uno ìam eaecìs unica lux ocalic.
Quid maestam aine luce domum, Irìstique gravatam
Nube, quid ehu ! miserum deaerìs ia tenebrìa f
Se abbiamo modificato il nostro giudizio, espresso in un
primo lavoretto scolastico (2), circa i pregi di questa elegia,
il tempo in cui sarebbe stata scritta, e ì raffronti istituiti,
riteniamo ancora fermamente che essa sia stata diretta a
Teoilora Calcondila; poiché altrimenti, tenuto conto deUe
coalizioni d'animo e dell'età del P., non sapremmo dire a qoale
altra donna avrebbe egli potuto rivolgere questi versi (3),
ohe ci sembrano dettati dal cuore e non per semplice eser-
citazione retorica:
Tu potea buoo animum insti caligine meranm
Protinua, excuaaia nubibaa, erìgere.
Erìgere hnnc animum pulaat qui limSna mertia.
Pectore iam vacuo ai quid ioeat animi.
(1^ V.^ noatro lavoro. L' Elegia € ad Lmeiam > di Aulo Giano Par»
raaio ecc.. Ariano, Stab. tip. Appulo-irplno, 1890.
(^ Op. cit.
(3) Piccante V ossenraxione dello Jannelli a questo punto (op. eh.
pa|t. 94; : « Quantumvis perditorum morum illum fuisse fiugamoa, indo-
cere ne sani iu animum possumus tam seno tantia votia meretrìMA
procul abaentem ad ae arcessere Parrhasium potoiasef ».
Iu«
88
YIIJL DI A. aiANO PABRÀSIO
Per mancanza di dati, non possiamo ben dire se per pun-
tiglio di offésa vanità femminile^ o per non allontanarsi dai
saoi vecchi genitori, la Calcondila non segui il marito quando da
MilanOi si recò a Vicenza (1). Dalla lettera al cognato Basilio
apprendiamo solamente che, malgrado le continue insistenzci
il P. non potè riunirsi con la moglie (2), se non quando gli
fu assegnato a Boma la cattedra d' eloquenza (3).
Quali che siano i motivi che abbiano spinta la Oalcon-
dila ad agire in tal modO| noi non possiamo non biasimarla
sia come sposa, sih come madre: come sposa perche resta
impassibile alle preghiere dell'infelice marito, che, per quanto
colpevole, chiamandola a sé ripetutamente, le aveva data la
più ampia soddisfazione ; come madre perche mostra di non
sentire alcun affètto per l'unica sua creatura, che, priva
delle carezze e delle cure materne, a guisa di tenero fiore,
a poco a poco intristiva e periva miseramente.
(1) Nella seconda lettera al Trìssino ( Roscoe, op. cit. ) il P., dopo
avergli detto facetamente che dispone con piena libertà delle sostanze di
Ini, eoque forUusé plus, quia sunt uberiares, gli dà notisia dei compa-
gni di greppia^ senza fare alcun cenno della moglie : € Amanuensis
item graecus ex Creta Nicolaus, quem Trissineo Lisiae designave-
ras Accessit ^ Lario quoque lacu Simon Age nuno et lopos
bospita »•
W OuDio. — op. cit., epist, XLVIII, pag. 137: € Sed in primis a
me salutem optimae socrui et uxori. Quum litteras ad eam dabis, de onios
Toluntate nihil ad hanc diem ex tuis literis intellexi, reditura ne sit in
gratiam contuberniumque meum, vel quid aliud in animum agitet. Ego
enlm statui vel secom vivere, vel aliud vitae genus hoc longe (Cosentiae)
quietius instituere ». .
(3) Dopo la morte di Demetrio Calcondila, avvenuta nel 1511, Teo-
dora colla madre e col superstite fratello Basilio (Teofilo era stato ucciso
a Pavia e Seleuco era morto in tenera età) aveva stabilita la sua di-
mora a Roma. ' .
-l -_ - 1 || _-- -ì| — l'i i fc ^ " ' ~ •" • >■ ■ ■ I !■ É« ■ .
Jt f '', HfcaUfciifc^M 1< • 'frt' 111»
CAPITOLO X.
Un triennio in Calabria trascorso a Cosenza,
AjellOv Taverna, Pietramala, Paola.
Di capitale importanza nella vita del P. è qael periodo
di tre anni (1511-1514), che egli passò in Calabria, prima di
essere chiamato a Roma a occnpare la cattedra di eloquenza.
Esso merita di essere studiato attentamente, soprattutto per
determinare Pepoca della fondazione della gloriosa Accademia
Cosentina, avvenuta per opera del nostro insigne umanista.
Per quanto possediamo un ricco epistolario , che si
riferisce appunto a questo periodo, pure non ci riesce cosi
facile precisare dove e quando si siano svolti i diversi av-
venimenti, perchè il ?• nelle sue lettere, tranne la prima, si
limita ad indicare soltanto il luogo, il mese e il giorno, senza
dire che omette talvolta anche queste indicazioni. Pccorre
quindi uno studio accurato per poter scorgere il nesso e la
durata dei diversi fatti, e non cadere quindi nelle erronee
asserzioni dello Jannelli (1).
Appena si diffuse in Calabria la notizia della venuta
del P., gli vennero inviti da ogni dove: egli però, per
quanto già si fosse mostrato propenso ad accettare l'incarico
d' istruire i figliuoli del conte Antonino Siscari in Ajello, per
le disgrazie accadutegli, e per regolare gli affari della fa-
miglia del morto fratello, fu costretto a rimanere ancora per
un certo tempo a Cosenza, dove apri pubblica scuola.
(l; Op. di., pag. 91-99.
,•
J
i
90
VITA DI ▲• GIANO PABBASIO
B rileviamo ciò da ima lettera, nella qaale il P. invita
il Oesario a Cosenza, e lo prega caldamente di condurre
seco nn tal Gerolamo, al quale promette ricompensa adeguata
alle proprie fatiche (1). Ohi non vede che richiedeva dai
detti amici la loro opera d'hypodidascali, più che un semplice
soccorso morale nelle disgrazie, che Pavevano colpito! (2).
Fu appunto allora che frequentarono la scuola del P.
Carlo Giardino, Olario Leonardo Schipanio, Pierio Giminio
e, per non parlare di altri, Bernardino Martirano (3), il quale,
oltre a divenire nn valente letterato, percorse con molto
onore la carriera politica (4).
a.
. • •
(1) Epistola JX, CosetUiaey s. d.i € utiaam per occupationes tuat
lioeret, ut hio adess^es, aut ope aut Consilio me adiuvares, sì tecum prae-
sertim duceres Hieronymum, qui vel amori erga se meo, vel affinitati
hoc tribuere deberet. Usurus euim videor cius opera, oon dira suum
commodum atque emolumentum ».
(2) Lo Jannelli scivola su questo fatto importantissimo, perchè con-
trario alla sua tesi, circa V epoca della fondazione dell* Accademia Co-
sentina, • ritiene (op. cit., pag. 143) che non allora, ma al ritorno da
Roma (1521) il P. aprisse scuola a Cosenza. A prescindere dal fatto che
il P. non sopravvisse che pochissimo tempo alla sua venuta in questa città
(Pier. Valer. — De infel. Zàl., 1. I, pag. 24), non rifletteva lo Jannelli
che Bermtrdino Martirano, il più bravo degli alunni che il P. ebbe a
Cosenza, era già consigliere di Carlo Y nelP esercito imperiale, quando
egli, nel 1521, lo fa pendere intento e cheto diffla bocca del suo mentore*.
(3) Epùttola nuncup, ad Card, de Accoltis ante Parrhasil In Art.
Poé'tie. Horat, Comm. Neapoli, 1531 : € A Parrhasio ita semper et eru-
ditus et dilectus sum, ut uni patri concederet soli Sed tanta fuit
ipsius magnitudo in me merìtorum, ut mihi ipsi nunquam satisfaciam ».
(4; Bernardino Martirano, autore del pregevoli poemetti VAretùsa^ il
PoUfemo ecc., fu a NapoP il mecenate della letteratura ufficiale sotto
Carlo V, di cui fa consigliere neiresercito imperiale dal 1521 al 1520.
Occupò poi r ufficio di segretario del conestabile di Borbone, del viceré
Lanoya e dell* Orange, quello di segretario regio nel 1529 e del Regno
dal 1532 al 1535, sotto il vicereame del Toledo. V. Francesco Pometti. —
/ Martirano, — Romi^ Tip. d. r. Acc. dei Lincei, 1^; E. Pèrcopo. —
Uauegna critica^ a. HI, £uc 3-4.
i#«
• ^■ ■
t.iihiw T fca xn p» i < i liti tàm^ t^ Èà Hh t tfi ti ìt
IVMitàdÉjJ^h
idWri^fw^l».
(1) Epistola X, (AgelU^ circ. Jun. Ì5i2)i €....% bermaa timil-
limus, quippe coi neo manus nec pedes ad officium dati, sed ut ineredibili
dolore cracientur, utcumque vivamus, immo quotidie morìamor, Amieit
qoibus ita visum, tibique gratiaa ago maxi mas, qui Parrhasii reliquia*
tam constanter amas ».
(2) Epistola Xl^ ex balineù Lyìtaniae^ pridie Kal. Sepiembrò. -».
Lisania è V odierna Nicastro ; ma, come osserva il Fiorentino, (op. <^t«.
Voi. H app. pag. 317) qui ni tratterebbe propriamente dei bagni termali
della vicina Sambiase.
(3) Allora il Cesario rimase a Cosenza a dirigere la scuola fondata
dal Parrasio.
VITA DI A. OIAlfO PAJEtRASIO
91
Oerchiamo ora di determinare quanto tempo il P. si
trattenne a Cosenza:
Dopò VEpistoln IX{b. d.), che per gli accenni alla lettera
precedente, in data del 21 settembre 1611, non deve essere
a questa di molto posterìore, appare una lunga interruzione
nella corrispondenza col Cesario. Infatti la prima lettera,
(s. d.),' che il P. gl'iiÌTiavada Àjello, enumerandogli tutte
le sue sofiferenze (1), non può essere che di un mese, o poco
più, anteriore a quella che poi gli scrirevail 31 agosto del
seguente anno 1512, dai bagni di Sambiase, dove era an-
dato a sperimentare la virtù di quelle acque term&li (2).
Da ciò chiaramente si desume che P interruzione episto-
lare fu causata dalla presenza del Cesario a Cosenza, e che
il P. non potè recarsi ad Ajello prima del maggio del 1512,
dopo aver cioè dimorato a Cosenza per lo spazio di più di
nove mesi (3).
n conte Siscari, orgoglioso e felice di potere affidare
V educazione dei figli ad un tanto maestro, accolse il P. ooUà
più cordiale ospitalità e col rispetto dovuto all' alta e meri«-
tata fama di lui. Inoltre, dotto e munifico quaPera, il Siscari
ricolmò di doni V illustre suo ospite e si adoperò perchè fosse
conosciuto, onorato e circondato nel tempo stesso da nn'eletta
* I
• ■ ' * • .
92
YITA DI ▲. OIÀlfO PABBA8I0
cerchia di ammiratori. A tal uopo egli invitava nella propria
casa le più spiccate personalità, che allora si trovassero in
qaella regionOi come quel Ludovico Montalto, sicilianoi noto
per la sua svariata coltura letteraria e giurìdica, non meno
che per i suoi importanti servigi militari (I).
Questi, dopo aver occupate alte cariche in Sicilia e a
Napoli, affidategli dalla fiducia e dalla benevolenza di Fer-
dinando il Cattolico, era stato destinato in Calabria, e ad
ordinandam provinciam, compescendaque perditorum quorun-
dam latrocinia » (2}. Conobbe subito il forte ingegno e la
vasta coltura del P., e non tardò a dargli chiara prova della
sua stima, ricorrendo a lui per continui schiarimenti sugli
scrittori e sulle antichità classiche.
Il P., sia per V alto grado occupato dal Montalto, sia
per un certo sentimento di gratitudine che nutriva verso il
valoroso soldato, che era riuscito a liberare la sua amata
Calabria dai ladroni che V infestavano (3), gli forniva vo-
lentieri le notizie richieste; anzi cercava di accontentarlo nel
più breve tempo possibile, come quando, in una sola notte,
(1) SuMMOim. — Istoria di Napoli^ 1. I; Toppi. — De origine Tri-
buH,, pag. 145 • Mg. ; Monoit. — Bibl. Sicula, T. II ; Jannblli. — Op.
cit.« pag. 9Z.
(2) MSS. lU Bibl. Noi. di Napoli. Cod. XIII. B. 16. — Cari. aut.
mm. 295 p«r 198, di o. 40, non num., compresa le guardie e 13 o. bian-
che interpolate in diversi punti del codice. La grafia è più bella e pre-
cisa di tutti gli altri codici parrasiani; è legato di pelle e porta 11 solito
monito : € Antonii Serìp. ex Jan! Parrhasii testamento ». Cont. : € De
Sybarì, Crathi ac Thurio; De mensuris ac ponderibus; Epistola ad Ludo-
Ticum Montaltum ». Incip. € Nunquam dubitavi »; expl. € ipsa facit »•
{?) MSS. R. Bibl. NoM. di Napoli. Cod. XIII. B. 16. — Epistola
ad Lud. Montaltum: € . . . . antiquorum ponderum mensurarumque mo*
dos et appellaliones indignum putavl negare tibi, per quem parla publica
securltas, otioque tranquillo froi licei »•
^^'^' .-^-.^^ . r-,...^ .t^ . t,F .-^ t.
VITA DI ▲.GIANO PABRA8IO 9S
*
scrisse per lui queUa langa ed aconrata trattazione sui pesi
e sulle misure antiche (!)•
Menando una vita regolare e tranquilla, tutto dedito ai
suoi studii e all' educazione dei figli del Siscari e dei nipoti|
condotti seco da Cosenza, il P. sentiva ornai alquanto sol-
levato il suo spirito, allorché la gotta venne di nuovo a tor-
mentarlo più atrocemente che mai ; e questa volta P avrebbe
certamente spinto alla tomba, senza le assidue e fraterne
cure del buon conte Siscari (2).
Il Cesario, come sempre, buono e affezionato, non mancò
di accorrere presso il diletto amico, quando questo, dovendo
recarsi ai bagni di Sambiase, ebbe bisogno di lui. Appreor
diamo ciò dalla lettera che il P. gli scriveva dai bagni sud-
detti, in data del 31 agosto 1512, nella quale, dopo aver
'accennato al miglioramento della sua salute e al suo pros-
simo ritorno, gli raccomanda caldamente i figliuoli del conte
e i nipoti (3). Ad AJcUo il P. si trattenne poi sino alla fine
del 1512, epoca in cui egli ritornò a Cosenza, dove venne
a visitarlo P affettuoso cognato Basilio (4).
Questa volta però il P. non vi si trattenne a lungo.
(1) MSS. R. Bibl. Naz. di Napoli. Cod. XIII. B. 16. — De meo-
8urÌ8 &c ponderìbus: € Haec habeo quae^de ponderìbus et mensaris, opere
tumultuano, nec amplius quam lucubratione unius noctis ad te, sicat
iussisti, Bcrìberem; ea, quaeso, boni consule, nìhil enim potest esse lèsti*
natum et ad unguem factum. Nam si diutius in fermento fuissent, eiti-
ditissimas aures tuas aut implevissent, aut certe non offeodisseot,
(2) Epistola X: € Ego vero, Caesarì, nibil babeo, cur adeo de for>
tuna querar, quam quod ex illa mortis imperturba tissima quiete me nir>
sue ad aerumnas vitao revocavit; abibara laetus ex bac inutili corporis
sarcina, si per faeroem (Antonino Siscari; cui Servio licuisset. Is enim sani*
mis opibus effecit, ut ego diutius articularis morbi carnific}nam perpetlar »•
(3) Epistola XI, ex balineis Lisaniae, pridie Kal. Septembris : € Bar
linea visa sunt »liquid opis actulisse Ego propediem revertar,
ioterea tu cura pueros beriles ac meos, ut tui moris est »• -
(4} QuDio. — Op. oit., epist. XLVIII, pag. 137, ed cit
94 YITA J>I ▲• OlANO PAKIUSIO
•
poiché si recò a Taverna, parC| tra l'aprile e il iiia^r^o
dol 1513 (1), vi tenue un breve cor^b di lezioni* di cui
oi ò giuut4i solUiutH) V orazione. inauguralo intorno ali* impor-
t>anza o all' utilità della grauimatioa, che trascurata e quas^i
disprezzata! dai più, secondo V oratore« e la sola disoiplina
che possa far acquisUiro un vero e foudat-o sapere (1).
Questui spontanea relegazione del P. negli estremi conilni
della Calabria dovett<e destaro non poca meraviglia e susci-
tare non pochi commenti presso i letterati dol tempo; siccliò
uon crediamo di errare, asserendo ohe quel carme inviato
da Giano Anisio nella Sila, tra gli alti pini, perche vi tro-
vasse quel celebre Parrasio proprio lui !.. sia uno
dei t4iuti inviti degli amici, perchè rit-ornasse a brillare ia
più degni agoni (2) :
Fiirrhiuiìum ad SyUm Oenotrìaipio arva colanteia
Proccrat Inter picela pinus«pie, P*P>'i^
1 moA, oonvcnÌM, coiupolla uonilae oUro
Piirrbasiuin ne illum pratvUrl noìulnUY ìllum
l|t«uui iot^uam
Kd era lui davvero, osserva il Fiorentino (3), il maestvro
di scuola di Taverna, che eni pure il miglior critico che
avesse allora V It-alia, si ricca di filologi.
Durant-e la sua dimora in questo villaggio, il P. rivelò
up' altra bella dote del suo ingegno multiforme, cioè la sua
• ♦
(1) A/SS. R. DM. Siu. di ^^opoU\ CoiK V. D. 15. — Oralio ad
TabornMtt : « Qao uullurn uialut pignua an>uHs erga se nioi TaWrnatea
hfbere queant, <)uaiu quod ego qul^ ìuvenia^ iil parva conloumeliam^ quae
prius dUcuQtur studia nunc, annia ia aealum vergeniìbua, eoruui
oauea, veluf (a puerUiain relabor, ut adoleecoatìum utìlitati con«ulam ».
(2) Op. eìU 1. Ili, pag. 66 e eegg.
(3) Op. olt., V. ÌÙ *PP*
^^^^^^^^^g,^gf^,.^g^^^J^,i^^lt,mm»m * t*ii<k l *J«»i W i » «
t«a Ti I I i >ai 'T « r"*' '■" IT ""* ' «4
VITA DI k. GIANO PARKABIO 95
grauile perizia negli studi! atvheologici* Tare cli« nemiuMio
A Tavoriia nìaiica.<soro quoi soliti IctU^rati ila 8trapa7./.Qy ohe
fomiti di una barocca o disoixlinaUi coltura let-toraria, ero-
dovano di poter imporra a.s;li aìtri la propria opiniono (1).
Fra questi ricordiamo un tal Crasso (2),» che, per un esagerato
spirito di campanile, aveva s,>sato calvgoricamento alTormaro
che bisognava riconoscere presso Taverna Tubica/iono doIPau*
ticaSibari(3}* 11 P., non potendo sopportare una ìmxÌA arro-r
gan3uì« scrisse contro T ignorante mtttihit'HuH una dottai ed ela-
boratali dissert-a/ione, nella quale, basandosi sulle testimoniaiuo
di Aristotile, Mela, Strabone, Tolouìco, IMìnio e parecchi altri,
oltre a determinare che V antica citt«à sorgeva tra^ flumi
(1) .V^\ A\ DibL Sai. di SapiìU. Ceni. XUI. H. Itì — De SyUri,
Oratili AC Tliurìo :€.... sUm^ proivus in à\ho Upidd lincao, nihìl
oiunìno sìgnanK ìisipio shuiliMit ipii iH>r tonobran aiubulaiit^ apprehcMiduni
(^uìo^uid ad maims oooiirrìt. IH qui bonis et iuali« auotoribuH suflar-
rinati, tcstimoniis utuntur, aut miniale necc»$arìi8« aiit contra oausam
certa suam »,
(2) .Vv<5. A\ RìM. Siu. iii XitpoU. Cod. XIII- B. 16, — l>« Sybari
Crathi ao Thurìo : « Ao ut agnoi^oant omnes ea quae tantum Crassus (1)
olfecisrìt ox inversi» Aristotelit rerbis e»s« nobis esplicata*».
il) Quoto Crasso non è punto GiOTffn&l Crasso da IVdaco, coma poco ao-
cortamentd cjr>Nlo(ta lo JanntlU «op. cit. |ui^. 8^), Anche ainmettondo che e^U noi
IMS fo»5e ancor vivo, si op porrebbe a una tale assorclone quella nobile lettera
del P. ( /V Kfbtis rtc.« pa^. ìi{ ; pr. laY., pa^. 9 ), al >uo caro maestro, dalla
quale appare che questi, più che schierarsi contro 11 suo antico discepolo, ricor-
reva a lui |>er schiariinenU e constigli.
(3> .Vò\^. /?. lUbL -Vai. di Sapoti. Cod. XUI, B, 15. — De Sybari
Crathi ao Tburìo : « Quantum fidei sit habeadum crassae minervaa ma-
gistellis, audentìbua atBrmare Sybarim adhuc oxtara iuxta Tabemaa, Jt
appallante oppidum, vel ex lioo iatelligi datur ».
> ■i"r'%ii I ,1 ».
•TT'.'>«»^^««^faat*4t^^i*#«>aM«MM»«s%v>«ab«M^M>»^<i
• « • «
96
VITA DI ▲• GIANO PABRASIO
Orati e Sibari, sostenne eoe valide ragioni che Tnrio sorse
più tardi sulle rovine deUa stessa Sibari (1).
Non mancò similmente, essendoglisi oiTerta V occasione,
di ricordare e di stabilire V ubicazione di parecchie altre
città del 8inu4t TarentinM (2).
Da Taverna il P. passò a Pietramala (3), dove lo tro-
viamo il 27 settembre 1514, come ci attesta nna sna lettera
a Tommaso Mercatore, di Taverna, suo hypodidascalos (4). Si
trovava colà appena da poco tempo, quando gli pervenne
la lettera (5), che il cognato Basilio gli ave vit inviata da
(1) MSS. R. Bibl Nas. di Napoli. Cod. XIII. B. 16. — De Sybwi,
Crathi ae Thurio : € Ecc« Plinius, Hìstor. natur. Ili — Secuadus, inquit,
Earopae sinus incipit a Laeinio proniontorìo, a quo abest LXXV milibaa
paasuuin oppidum Croto, aioDis Neaeth'us, opplduin Thurium inter duot
amnes, Grathia et SybariVn, ubi fult urbs eodem oomioe. Similiter est
Inter Sirìn et Acirio Heraclea, aliquando Siria vocitata. —
Quid apertiuaf Esse Sybarim cum Thurio eandem negare non poa-
sunt, camque a Slrabonc, Mellaque Pomponio et Plinio reddi in aina
Tarentino, Sirìtìdi et Heracleae proxìroam« cum quae nune ab iia asse-
rìtur Sybaris extra Tarentinum sinum certe sit, et adeo durum habent os, ut
opinioni quamquam perversae, quamquam damnatae pertinaciter haereant».
(2) Di questa importante dissertazione, notevole non solo per i ri-
soltati a cui giunge il P., ma anche per la conoscenza delle condizioni
della critica in quei tempi, ci occuperemo ampiamente nel secondo volu-
me, mettendola a raffronlo coi recenti dottissimi studii sulla Magna Grecia.
(3f Pietramala è 1* odierna Cleto, nella provincia* di Cosenza.
(4, Epistola XXXir, Petramalae, V Kal. OctóMs Ì5i4.
Le quattro lettere del P. € eruditissimo iuveni Tamisio Mercatorìo arai-
corum optimo» e un'altra € Bernardino Minorìtano, sacerdoti ac theologo
facundissimo » si trovano in fine del cod'ce e dell* epistolario stampato,
sebbene per ordine di tempo dovessero occupare altro posto nella raccolta.
t5; Epistola XXX III, Petramnlae^ i. d, (Tamisio Mercatorio": € Roma
perlatas ad me litteras ex Basilio uxoria mae fratre, Ioaoneque Laschari,
Ilio Qraecorum omnium nostri temporìs eruditissimo, qui gratia aucto-
ritate plurimum valet apud Pontificem, Phaedroque et CItrario, quibus
accersor ad urbanam profectionem ; nec videor in Brutila diutius fore,
quam quod coniirmer et vlaticum parem ». ,
- -- I ■" < "J i -Ll ì ,1 ^ - t .'-I' - J^-'— ..-.iJ^-.-. Z .^^^^Mm^^ .m — »^.^; j^^^.j^^j.L^j:a.iA^fc.^hA:J3ML^j
VITA DI ▲• OIANO PAEBA8IO 97
Boma, fin dal 31 agosto, per aonanziargli la nomina alla
cattedra di retorica nel Ginnasio romano (1).
Da nna lettera • all' amico Bernardino Minorìtano ap-
prendiamo che il P. il 2 ottobre si trovava ancora a Pie-
tramala (2) ; ma non dovette trattenersi a lungo colà, poiché
il 5 novembre era già a Cosenza, dove gli ginnse il Breve
pontificio, che si affrettò a comunicare al Cesario (3.\ rimasto
forse a Pietramala per attenuare la penosa impressione de-
stata negli animi dalla improvvisa partenza dell'amico (4).
Ma, come al solito, questa gioia fu amareggiata da gra-
vissimi dispiaceri : la cognata Vincenza, dòpo aver per tre anni
imitata la casta Penelope, innamoratasi di un tal Paolo Capati,
era passata a seconde nozze, e espilata poeuitus parvornm
liberorum prioris tori ereditate »; oltre a ciò una nipote, non
aveva saputo resistere alle lusinghe del vedovo cognato (5)«
(l; GuDio. — op. clt., epìst. XLIX (prid. Kal. SapU 1514): € Ibi
(in Rotulo) tu in primis adscriptus es cura salario diicontorum* aureo-
rum. Aliud insupcr excogitavimus, ut maiorì cum gloria et honore Ko-
mam peteres ».
(2) Epùtola XrXVI, Petramalae, VI Non. Octobrii Ì5i4.
(3) Epistola XII2, Cosentioe^ Non. Novembrù Ì5i4z € Non dabito
quia acceperìa a Pontlfice mihi redditat litteras hoc ezemplo:
Dilccto Allo Jano Parrbasio Leo PP. X
Dilecte fili salutem et apostolicam benedictionem. Cupientes ut Ro-
maaum Gymnasium optimis doctoribus abundet, quo ii qui se bonis
artibus dedidcrunt ea ex re percipcre fructus uberiores'^possint, de tua
io studiia mitioribus doctrìna certiores facti, ad ea doceoda, profiten-
daque Romae publice te elegimus. atatuimunque ut singulis annis da-
centos aureos baberes. Quamobrero hortaimir te, ut ad Urbem quam
primum te conferas, libenti enim et paterno animo te videbimus. Datum
Romae apud S.Pelrum, sub anulo piscatorìs. — Die XXVIII Septem-
bris. — P. Bembus« ~ V. Bembo. — Epist, lat.; Chioccarxlu, op. eit*
pag, 232; Spiriti, op. cit., pag. 25; Zatarroni, op. cit., pag. 65 eco...
(4) Dair Epistola XXXIII^ diretta al Mercatore, appare infatti che
il Cesario gli aveva fatta una visita a Pietramala: € Caesarìus bodie
mecum cenat • • • »•
(5) GuDio — op. cit.9 ^pist. XLVIII.
^ mJ -(-.>-■—«> .« ■• -^' • '
98
VITA DI ▲• GIANO PABRAdlO
L* animo sensibile del P. restò fieramente colpito da si
brutto fiittOy che aveva macchiata V onorabilità della saa
famiglia; sicché, volendo honesto nomine cancellare l'onta
del nefandum cHmen, pregò caldamente il cognato Basilio di .
voler interessare, presso il Pontefice, il Lascari e V Inghi-^
rami, a fine di ottenere la bolla di dispensa per qnesto
matrimonio (1).
Durante la sospirata attesa il P., per allontanarsi forse
da un luogo per lui o<lioso, da Cosenza si recò a Paola, di
dove scrive al Cesario in data del 26 novembre (2). Quivi
pare che si sia trattenuto un certo tempo, finche tornato
a Cosenza, dopo aver assistito al poco fausto imeneo, verso
la metà di febbraio, si diresse alla volta di Boma (3)*
^
(1) OuDio. — op. cit., epist. XLVIII.
(2) Epistola XVI, ex oppido Paulue^ VI Kal. Decembris 1514.
(3) Desumianio questa d&U approssimativa dalla prima lettera,
(XXVIU) che il P. da Roma inviava al Cesario, e pridie Kal. Murtias ».
.y... V.^.-^-j -, ,j .- , - v^^- ^-->. «j--^ ,-.^'.'-. •^;.^'^, ■fWtiai.iliM.i^lÉY.^lÉr.f.lfarflAjBiiftVWi-JJ
• •
y .
CAPITOLO XI.
■
n P. nel Ginnado romano.
Ritomo a Cosenza. — Sua morte. — L'Accademia Cosentina*
Se nel secolo XV farono ben poche le corti che accor-
darono ai letterati una vera e propria protezione, nel secolo
seguente esse si moltiplicarono, gareggiando fra loro nel di-
stribuire onori e ricompense. Non solo le reggie e le corti
dei principi potenti divennero centri di coltura e convegni
di letterati; ma le più piccole corti, i principi più oscuri,, i
cardinali e finanche i ricchi borghesi vollero circondarsi .di
letterati e artisti, che accrescessero pompa al loro nome;
di improvvisatori, novellatori, buffoni,' che li divertissero.
n principale centro di coltura nel Cinquecento fti però
Boma, dove nella corte di Leone X convennero da ogni
.dove uomini sommi e mediocri, attirati colà dalle pensioni,
dai donativi, dagl' impieghi, dai beneficii e dalle dignità eccle-
siastiche, che come manna benefica piovevano sul loro capo (1).
Educato nella splendida corte di suo padre Lorenzo il
Magnifico, Leone X, al x>ar di questo, fu prodigo e munift-
(1) Per farsi un* idea del gran numero dei lelterati, che allo, a in
Roma godevano della protezione di Leone, X, basta leggere il poemetto
di Francesco Arsilli^ Depoetù Urbanis^ gli Elogia Virar, litt, iUustrium,
4i Paolo Hiovo e il De infelicitate litteratorum di Pierio Valeriano. Im-
portante per conoscere la vita romana di quei tempi è, fra* tanU studila
r articolo del Gian» — Gioviang. ( Oiom. stor. XVil, 277 e segg. ).
.■.-«•^^««-^» • <■ », .- .
V- ■ «
100
TITA DI A. GIANO PAREA8I0
conte, e sobbone moconate non sompre avvednto, compendio
nel suo nome quanto di più segnalato ebbe nel secolo l'amore
delle lettere, facondo di Boma un vero santuario dell' arte.
Per opera di zelanti collettori arricchì la Biblioteca vaticana
di preziosi manoscritti| con larghe ricompense fece ricercare,
esaminare e commentare tutto ciò che apparteneva a Boma
imperiale, e quel che più riordinò e sollevò ben presto a
grande onore il Ginnasio romano, invitandovi a professare
uomini valentissimi, qnali Cristofaro Aretino per la medicina,
Gerolamo Botticelle per la giurisprudenza, Agostino Nife per
la filosofia, Basilio Oalcondila per la lingua greca, e Aulo
Giano Parrasio per la latina (1).
Quest' ultimo, come abbiamo accennato, dovette soprat-
tutto la sua nomina ai. buoni uffici di Giano Lascari, valen-
tissimo nelle lingue antiche, e di ^Tommaso Fedro Inghirami,
bibliotecario della vaticana, entrambi potenti presso la Curia
e molto stimati dal Pontefice. Ne la scolta poteva essere
più felice e accetta nel tempo stesso, considerando che dalla
cattedra destinata al P. aveva qualche *iempo prima insegnato
quel Marcantonio Flaminio, che, in un secolo in cui molti
credettero di aver raggiunta la perfezione degli scrittori an-
tichi, fu uno dei pochi che a questa si avvicinò maggiormente.
Come si rileva dalla lettera di Basilio Calcondila, la no-
mina del P. fu accolta a Boma colle più sincere manifesta-'
zioni di compiacimento, suscitando in tutti vivo desiderio di
ascoltare il retore insigne, che ritornava a Boma, dopo aver
empito del suo nome V Italia tutta (2).
(1| Muzio PsnzA. — Libreria Vaticana^ Roma 1500, pag. 28.
(2) GuDio. — op. cit., epist. XLIX : € Nihil iam restat, confecto omni
aegoiio, nisi ut tu venias, ot tui expectationem, quae magna est, m-
moremque iam disseminatum per Urbem de tua doctrina atque eloquentin
reipsa noo solum confirmes, aed et augeat • • • • Abrùmpendae tibl sunt
omoes trìoae.....lDgenfl est tui expectatio, fama, ac denlque deslderìam »•
^^^^Wi i ^ K > iW.*<i«i»«> W P
1jJ_i_«Ii iMi'uTiMiii •ir^i''*''' **■'■ I ■ * i»i^j«a>*-^
■■f *t'--.-^.. .'^„»,^jì:^
VITA DI A. GIAMO PABBASIO
101
. Malgrado ana tanta aspettazione e lo continue insistenze,
il P., oome abbiamo visto, non potè recarsi a Boma che
verso la metà di febbraio del 1514; sicohèy tenuto conto
della lettera innata al Cesario, in data del 28 febbraio,
non prima dei venti di detto mese egli potè iniziare il sao
corso sulle Selve di Stazio.
Neil* orazione inaugurale, pervenuta sino a noi, il Jf.
mise a profitto tutti i suoi mezzi di retore raffinato, non
escluso quell'artifizio di parere nel suo esonlio perplesso e
titubante, per procacciarsi la benevolenza del pubblico, giusta
V ammaestramento di Oicerone. Dopo un accenno alla gran-
dezza del popolo romano, rivolge un cortliale saluto al La-
scari e alP Inghirami, protestando loro pubblicamente tutta
la sua profonda gratitudine (1). Non mancò naturalmente
in tale circostanza di far cadere destramente il discorso
su Leone X e di tributare le più calde lodi al munifico
Pontefice (2).
Oome concordemente ci attestano gli scrittori contem-
poranei, il P. destò a Boma il più schietto e generale en-
tusiasmo (3). Sebbene allora la città riboccasse di letterati,
alcuni dei quali di meriti indiscutibili, come il Cattaneo» il
(1) MSS. R. BibL Nai. di Napoli. Cod. V. D. 15. — Praefatio la
Sylvas Statii : € Nibil it&que dcsperandum Jano «luce et auspice Phaedro,
in quorum blando obtutu, tranquillo vultu, bilaribua oculia acquiesoo*
Quibus ingentes ago gratias, habeboque dum vivam» quod me gravissimis
apud Pontificein sententiis ornaverunt^ ubi vel nominarì aunimus honor est.
(2) MSS. R. Bibl. Nas. ut Napoli. Cod. V. D. 15. ^ PraefaUo la
Sylvat Statiì :€.... per quos ulrumque inibì contigli indulgentia
sacrosanctì Pontificis, divique Leonia X, qui maxime rerum usu, incom-
parabili prudentia, suprema gloria, incredibili felicitate, admirabili elo-
quentia, proroptissimo ingenio, castissima eruditione polle! ».
(3) Giovio — Elogia etc, pag. 208; Onofrio Panvinio. — Proém.
Deci. 1 2Xf applausu erudii. ; Filippo Briezio — Annales mundi, T VU,
pag. 130 ; SalemI — SylvlUae^ Parrhasii Epicediatt^ pag. 140 eco. • . •*•
. ^ -o-^ '' i»'<ay^ - ' Kv <*»» i-v
k«..
102
DI ▲• GIANO PAERÀSIO
Lascarì, l' Iniarhirami, il Kavac^ero e por non parlano (ti altri
i duo sogrotarii di Leono X, il BembD o il Sadolot3y pure
il P., colla sua facondia e colla sna speciale maniera di por-
gerOy seppe attiraro a se P attenzione delle persone colte,
che a schiere correvano ad ascoltarlo (1). Furono composti
in lode di lui apologie, versi od epigrammi, che se non sono
per noi dei giudìzi autorevoli e inappellabili, data la ciarla-
taneria del secolo, in complesso valgono però a mostrarci
che il P. a Boma, come altrove, fu apprezzato e stimato
fra' primi (2).
Da ciò non bisogna però dedurre che egli trascorresse
in qnesta città tranquillamente i suoi giorni : come scriveva
al Oesario (3), ben presto si ripetettero anche colà le solite
basse guerricciuole, mal sopportando gP invidiosi coUoghi
che egli godesse la benevolenza di Leone X e percepisse
(I) Piero Valeriaao. — De in felicitate eie, 1. I, pag. 24 : « Professas
est otiam apud nos ( Romae ) Janus Parrhasius, ad cuiu5 iucundam Tocem
undìque concorrebatur ». . *
V. Luca GAurico — Tractatus asirologiais, T II Op., pag. 1635 :
€ Janus Parrhasius tempero felicissimo Leonia X in scholis public«
profitebatur cum eleganti facundia Sylvas Statii, ad quem eonfluebat
maxima auditorum caterva ».
(2> Fra* tanti stimiamo degni di nota i seguenti versi dettati allora
da Antonio Telesio, V elegante e terso poeta cosentino :
Tlbrifl et obstupnit doctae modnlamtae tocIs,
Assonult riTifl haee quoque Tlbrl tnls.
Fsf flus et buie uni es Teteres cestisse Quirites ;
Tarn Latiis sonat hic dulce magis LaUum.
Attice et Actaes msgis Urbe loquutus et Ipsa est»
Hospes divino dlctus ab eloquio.
(3) Affesionato come era ali* amico carissimo, il P. si adoperò a tnt-
t* uomo per procurargli a Roma conttitionem et ìocum ; ma il Cesario,
malgrado le continuo insistenze di lui, (Epist. XX-XXIX^ non si mosse
da Cownza. Forse era rimasto poco bene impressionato alla notizia obe
gli forniva il P. stesso ( Epist. XX ) : e In Urbe singulae regione» sin-
gulos babent praeceptores ex aerario conductos, et qui nibilominus t
prìvatls certam exigunt mercedem ». Troppa bollai
rfMUitflri
^>rfki««<iMto
■T /«Kilìii
iMi*
HtaiAi*i^Hi*>»«i''*Mh^
VITA DI A. GIANO PAERA8IO
103
uno stipciKlio «li jxran lunga sui>oriorc a quello di tutti loro (1).
Ma il P. questa volta, reso ornai abbastanza pnitico ilolla
vita, lasciò i>ure olio i cani riu^irliiosi abbaiassero alla luna,
li umiliò con un dignitoso silenzio, che gli valse lo<li e
ricompense da parte del Pontefice (2).
Incoraggiato dal plauso dei buoni e dalla palese protezio-
ne di Leone X, nei primi due anni della sua dimora a Roma
il P. fu di una produttività veramente ammirevole. Dopo il
corso sulle Si*lcc di Stazio, si occupò delle KpiHtolae ad Attkum,
dell' Orator e dei VanuUwa di Cicerone ; commontò poi VArte
poetica di Orazio, VKiicUle e le Bucoliche di Vergilio, V Argo-
nautica di Valerio Fiacco, l' Ibi» di Ovidio e altro opere, di
cui si era già occupato durante la sua dimora a Milano.
Di attività fenomenale e zelante nelP eseguire il proprio
dovere, il P. non si stimava mai soddisfatto delPopera sua,
sino a lamentarsi coi discepoli che le cure domestiche e
la malferma salute gì' impedissero di fare per loro ancora
di più (3;.
(1) Epistola XVrir, pridie Kal. Martias (ioi4): € sed
in eo te falli nolim, quod cxistìmare vidoris (cxaiiiaio eoim tuo metirU
alios) ine litcratis omnibus acccptum ; nani, praetcr Phaedrum pau-.
cos<iue eius .iKsectatorcs, ardet invidia, quo<l ego solum habcain plus
annui «alarii, ^uam colIegAruin fere decem ».
(2) MSS. R. Bibl. Xaz. di Napoli Cod. V. D. 15 — Praefatio in
Oraiorem : « Nemincm vcstrum l.itet, anlitorts ornatìssimi, quantas Ifi-
vidiac procellas anno superiore sola paticnlia porfregerìm ; quodque lenti
maleque de ino acntlcMìtis opinijneui subire uialucrim quam quod Cicero
turpissiinum vocat contcntiosi sonis : huius mcae lenitatis uberrimo
fruotu porcepto sacrosancti au^uslissimiquo Lconis X iudicio, quo nuUura
uìaius hoinini coulingcre polest ».
(3; MSS. R. Dibl. Xaz, di yapoli. Cod. V. D. lo — Praefatio in
Flaccum : « si por occupationcs et domestica negotia liceret,
equidera non unum et altennn vobis auctorem, sed decem quotannis
enarrarcm Quiu vero ad omnia sinml praestanda tcmpus viresque
non suppetunt ».
\
"(•»»p.<«
*-•■*■ * , •
104
VITA DI A. aiANO PABBA8IO
Intanto 1' awersA fortuna, com' egli elice, nemica della
pace di Ini, nello stesso anno 1516, gli strappava i due esseri,
che aveva sempre amati con tutta 1' effusione dell' anima sua:
il cognato Basilio e 1' amico Inghirami. Indicibile fu il suo
dolore per questa irreparabile perdita, che lo gettò nel più
penoso abbattimento (1), e fu forse causa non ultima di
quella gravissima malattia che lo colpi poco dopo (2).
Ancora sofferente per un ascesso al piede, venuto a
completare degnamente, i dolori di lui ; il P. vei*so la fine del
1516 riprese le lezioni (3) ; ma pare che questa volta mal
riuscisse a superare corporis infirmitaUm animi virtute (4), se
(1) De Rebus eie. — Oratio cit., ediz. cìt., pag. 249 : € male vivacem
aanectutem ineam! Qao nuoc me vertam minor! ad quem confugiamlf cuius
iudicio posthac ut&r ? cui pectorìs intima committam f quando non modo
T. Phaedrum, cuius humanitate, prudentia, amore, fide recreabar; sed
etiam (proh scelus) uxoris meae fr^ troni Basilium mora, Portunae sa-
tellet, erìpuit k
(2) MSS. R. Bìbl. Nat. di A/ po2t. Cod. V. D. 15 •- Praefatio
In Epistolas ad Atticum : € Duum enini carissiraorum desiderio funestam
domum, diuturna coniugìs insuper et mea valetudine ooncussit, et qua
( dii boni ! ) valetudine, caelitus invecta: quìppe quam adversis siderìbus
conflatam Gauricus, astrologorum nostri temporis eminentissimus, certa
matheseos ratione doprehendit, Lunae enim deliquium perniciem nobis
•rat allaturum, nisi salutarìs stella Jovis intercessisset ».
Interessante questo passo che ci rivela nel P. la sua piena credenza
nei misteri dell* astrologia e il suo illimitato rispetto verso il celebre
astrologo e ciarlarne Luca Gàurico, che nel suo TracUUus astrologicus^
(T. II Op., p. 1635) registrava scrupolosamente T oroscopo comuni-
cato al P. : « A natalicio Servatoris 1516, octobri mense, laboravit in
extremis ( Parrhasius ), uti colligebatur ex Lunae deliquio sub nona
Leonia parte ».
(3) MSS. R. fìibl. Noi. di Napoli. Cod. V. D. 15— Praefatio in Episto-
las ad Atticum : € in summo pede enatus abscessus ..... Ego nihilominus
ulcere etiam nunc manante, redamantibus ad unum medicis, quam pri-
mum figere gressnm licnit, huo exiloi »•
(4) MSS. R. DM. Naz. di NapoU. Cod. V. D. 15 — Praefatio in
Epistola* ad Atticum.
/
VITA DI A. aiANO PABSA8IO
106
per mezzo di Michele Silvio, un ciotto portoghese, diyennto
poi cardinale, si decise a pregare il Pontefice di volerlo,
nel faturo anno, esonerare dall'insegnamento.
Come era da aspettarsi, Leone X non si mostrò punto
propenso a privare il Ginnasio romano di chi ne formav»
il principale omanento ; sicché il P., per non dispiaoergliy
fa costretto ad insegnarvi ancora i^er tutto 1' anno 1617 (1).
Trascorso questo però, grazie alla efficace intercessione dello
stesso Michele Silvio, egli potè abbandonare l' insegnamento
pubblico (3), ricevendo da Leone X un assegno di venti
ducati d' oro il mese, meta del quale sarebbe poi destinato
alla moglie Teodora, se gli fosse sopravvissuta (3).
(1) MSS. R. Bibl Sai. di Napoli. — Cod. V. D. 15 — Praaleetio
in Epistolas ad Atticum : € Sed quia s&crosancto Pontiflci Maximo, caiiu
in manu sunt omnia, placuit hunc item annum ( 1517) laborìbus nostrìs
accedere, parondum duximus eìus imperio ».
Per la stessa ragione altrove notata ( pag. 41 ), questa Praetedw
in Efiistùlas pronunciata dal P. per richiamare alla mente dei giovani
quanto kuI medesimo soggetto aveva dotto nell* anno antecedente, nel
Codice si trova prima della Praefatio in Epistolas^
(2) Ove si ponga mente alla data della malattìa sofferta dal P.,
neir ottobre del 1516, come ci attesta il Oàurico ( 1. e. ), appare mani-
festo che errava lo Jannelli, quando riportava al 1519 V ultimo anno
deir insegnamento di lui (op. cit. pag. 112).
(3) Gaetano Marini — Lettera sul I Ruolo dei Profess. del Ginnasio
Romano^ l^. XXIU, Roma 1797, pag. 114; Jannelli, op. cit., pag. 113:
€ Leo PP. X. — Motu propria etc. Dilecto filio Jano Parrhasio .... Virtot
tua et utriusque linguae eximia scientia, fidesque sincera, quam ad not
et sedem apostolicam geris, tuaque incurabilis valetudo nos inducnnt,
ut te spec'.alibus gratiis et favoribus prosequamur Idcirco tibl
provisionem viginti Ducat. auri de Camera de pecuniis ad
vitam tuam singulis quibusque meiisibus persolvendam, et, te defuneto,
dilectae in Christo fìliae Theodorae Chalcondyli, Demetrii Chalcondylis
Aliae, uxori tuae decem Ducat. similium ad vitam utriusque vestrnm
quolibet mense persolvendam motu simili concedimus et elargimur »
%
106 yiTA DI ▲• GIANO PABRASIO
Come apprendiamo da una lettera diretta ad un amico,
di cui ignoriamo il nome, il P. fu contentissimo di questo
munifico atto del Pontefice (1) ; sicché, per mostrargli la sua
gratitudine, nel 1518 gli dedicò il suo commento suU' Epi-
ètolae ad Atticum, frutto di lungo e accurato studio (2).
Leone X gradi moltissimo il lavoro e il gentil pensiero del
P«, e, per dimostrargli ancora una volta la propria benevo-
lenza, lo ascrisse tra' suoi familiari e tra' commensali della
corte pontificia (3).
Cosi, grazie a quest' ultima prova della munificenza di
Leone X, e all'assegno mensile anteriormente ottenuto, il
P., insieme colla moglie Teodora, colla quale, se non 1' ab-
biamo detto ancora, erasi riunito appena venuto a Roma,
in otto litterarutn, potè trascorrere i giorni, se non nell' agia-
tezza, certo nemmeno nell' estrema miseria, come vorrebbe
(1) Dtf Rebus eie. ediz. cit.« pag. 142 : « Audivere dii maa
vota, audivere dii (Horat. ), ìdeiit ilio rerum omnium opifex
Leo X et utrìusque divinitatìs partK'ops heros noster Michael Sylvius
in tanta negoUorum mole mo respiceret aetate, diroque morbo iam con-
fectum, vitaeque commoda mihi tandem decerneret in otium litterarum
taceasuro ».
I (2) Salsrni — Syloulae, Epie. pag. 140 :
Quo doctat leffiior, quo yìwìi la ore Tiromm
AtUcut, et numeris obscnrìui Ipse Platonit,
Glarìus Boll radiit Hyperìonlt uqus
Effeclt nnper« functnsque labore, Leoni
Auspiciit cttioi tntceperat ante, dieatlt
(3) Chioccarblli. — De illusi, script, neap., T. I, pag. 232 e seg.,
Jannelli, op. cit., pag. 1 10 e seg. : € Dilecto filio Jano Parrhasio fami-
liari Nostro. — Dilecte fili talutem et apostolicam bonedictionem
Verum ut prò doctrina qua libéralissime praeditus es et ingenio quo
mirifice praestas et aliud a nobis erga te paternae Nostrae caritatit et
benevolentiae indicium extet, idoneusque prò tuae virtutis et dignitate
et praestantia honos habeatur, te in Nostrum familiarem,* continuum
commensalem harum serie recipimus, et aliorum commensalium numero
adgregamnt. Datum die 29 Aprìlie 1518 »•
«iMbAwM4ÙlM«*»iì*iW
VITA DI A. GUNO PABRA8IO
107
far crederò il Valeriane, che, avendo trovato il vero tii>o di
letterato infelice per la sua nota opera, volle caricare un
po' troppo le tinte (!;•
Conoscendo poi la speciale protezione, di cui godeva
il P«, non è da credersi che gli fosse diminuito V assegna-
mento, o per lo meno ne fosse nt4irdata di molto la ri-
scossione, come vorrebbe insinuare lo Jannelli, il quale,
temendo che al suo x>rotagonista dovesse mancare il tempo
per fondare V Accademia Cosentina, mostra gran premura
di rimandarlo in Calabria. InfaUi, adducendo a motivo la
miseria di lui, la morte del cognato Basilio e degli antichi
protettori, Fedro Inghirami e il Cartlinale d' Aragona, e in
ultimo la partenza del Canlinale Adriano, altro caldo am-
miratore del nostro umanista, alTerma che questo lasciò Roma
ineunte anno 1521 (2).
Non occorrono molti argomenti per combattere questa
gratuita asserzione, in sostegno della quale lo Jannelli non
sa addurre alcuna prova. Basta infatti riflettere per poco
su ciò che il P. scriveva a <in amico circa le x)ubblicazioni,
alle quali intendeva dedicr.rsi (3), per conoscere che egli,
più che ritornare a Cosenza, era disposto a rimanere a Roma,
dove poteva trarre gran profitto dagli antichi e preziosi co-
dici della ricca Biblioteca vaticana. Bisogna quindi riportare
(1) De ili felicitate litteratomm^ 1. !« |Mig. 24 : « ut p«r
annos aliquot nil praeter linguam hi universo corpore haberet incoiarne:
siderato propemodum utroque crure, ut iiullis peduin officiis uti posset,
lacerlistiue prae dolore et contraetionc redditìs inutilibus, magna insuper
inopia atque egestate oppressus, rerum ouinium de8|>eratìooe ductnt....»
(2) Op. cit., pag. 115.
(3) De Rebus etc. ediz. cit., pag. 143: « Certe 8i quid ingenii, si
«|uid eruditionis in me, si dicendi commodi'aa est, id omne effundaa
prodendis iis, quae tot anoonira varia Icctionc compcrta, conquìsita, col-
lectaque luihi sunt in usum studiosac iuvcntutis ut siquidem fructum
lostcritas inde percipiet, acceptum rcfcrat Pontifici prìmum Maximo,
deinde Sylvie nostro, per quem conciliata mibi Pontìficis voluntas est ».
••. . »■• » ■ i >»'«'•..'# ^ t • • » -te ■
108 VITA DI A. GIANO PABRA8IO
detta partenza un anno pia tanli, quando cioè per la morte
di Leone X, avvenuta il 1 dicembre 1521, essendosi seccata
la fonte delle largizioni, e non potendo, per la malferma
salute, procacciarsi da se il necessario sostentamento, il P.,
come tanti altri letterati, lasciò Boma e si recò a Cosenza.
Quivi non visse a lungo, poiché, come ci attcsta il suo
contemporaneo Pierio Yaleriano, fu subito colpito da febbre
mortale, che, dopo penose sofferenze, lo trasse alla tomba (1).
Nessuno dei biografi contemporanei del P. ci ha tra-
mandata la notizia circa 1' anno della morte di lui ; sicché
i biografi posterìori (2), ignorando gli avvenimenti ora ri-
cordati, solo perchè il Salemi nel 153G aveva pubblicato
tra le sue Sylvulae anche V JUpicedion, scritto parecchi anni
prima in lode del P., credettero di avere una prova irrefra-
gabile per ritenere che questi mori tra il 1534 e il 1535.
Senza punto trattenerci intorno a questa asserzione, che
cade da sé, quando si rifletta che i componimenti poetici
raccolti e pubblicati dal Salerni appaiono composti in tempi
diversi (3), crediamo opportuno prendere in giusta considera-
(1) De infeliciUUe ZiM.» pag. 24 : € ... . relìcta Roma, in Cala-
briam cum secessisset, in febrim subito inciditi <|Qa diu vexatus, mise-
rabiliqae eo cruciata superatus, expiravit ».
(2) Spiriti — Memorie degli ScHu. eosent,^ pag. 26; Saverio Mat-
TKi — Vita Parrhasiip edix. De Rebus eie, Nap. 1771. Tiraboschi — «Storia
eco T. VII., P. in, pag. 336 ; Oinguenè — Istoire litter. d* Italie, V.
VII, pag. 342 ; Biografia Universale — V. XLIl, pag. 464 (Venet. 1^;
PiORBNTiNO, Bernardino Telesio, V. I (si corresse nel V. II) eoe.
(3> Nicolai Salerai consentinl Sylvuìae Epicedicae, Encomiastieae,
Satyricae ac Paraeneiicae — Variariimque aliamm rerum descripiiones
fortasse non inutxles — Neapoli, SulUbach, MDXXXVI.
i<*•p••■»••*p|^M**•*l^Mi^l*^^^>••^•■*•^*!^*•*^p"**'**^*''^T^^^.. ! ' .. tf^.*.. .^•» '«■ -«•■•*.»>.«
m„-*'mì^'%u',*.
VITA DI A. GIANO PABRA8IO 109
zione le testimonianze del cosentino Antonino Ponto (1) e
(li Giano Anisio (2), suggeriteci dallo Jannelli (3).
Tanto il primo che il secondo scrittore, parlando di
Adriano VI, eletto Pontefice il 9 gennaio 1522, ricordano
con rammarico la morte recente del Parrasio. Ora, conside-
rando che questo ricorilo di una delle più grandi illustrazioni
del Ginnasio romano non può riferirsi che ai primi tempi
del pontificato di Adriano VI, quando cioè non ancora era
nota la sua avvei*sione ai buoni studìi e quell' orrore per
le cose pagane, che gli procacciò 1' odio dei letterati e i poco
lusinghieri epiteti di e furibondo nemico delle muse, della
eloquenza e di ogni arte bella >, riteniamo che il P., ritor-
nato a Cosenza, verso la fine del dicembre del 1521, se-
guisse ben presto nella tomba il suo protettore, Leone X (4),
nel seguente gennaio 1522 (5).
Dopo quanto abbiamo detto, non crediamo sia più il
caso di affacciare alcun dubbio circa V epoca della fondazione
(1) Romiiypion — P. li, Roi io 1524 : < Vide Philippum Gullum^
Crassum quo4]ue, et doctorum Plìoc.'cem Farrhasiuin coaevo8« Dee vivo...
per florida rura et lauri nemus melico^, hymnos concìnere ».
(2) Poemata varia etc, ediz. cil. :
Ilaec tua maxima cura
Tandem lltdriane, prima tua maxima cura
sii Caesar
Mortem obUt Phoel>i Interpres, carusqno sacerdoi
Parrhaslus, quem clara femat monumenta per orbem
(3) Op. cit., pag. 1 15 e seg.
(4) Salbrni — op. cit. :
Leo PaMor ovllit
Romani aethereos tandem niii;ravit In arcea,
Unile suum ius8lt propere ad meliora Tenira
Praemia Parrhasium
v5) Lo Jannelli, sebbene non traesse dalle prove addotte una con-
vincente deduzione, non si scosu di molto dalla nostra tesi, ritenendo
che il P. morisse € desinente ipso anno 1521, vel ineunte 1522 ».
\
• •* • * % • ^ '
•
/
^
. » ■
J ...
• -
110 VITA DI A. GIANO PARKASIO
dcU' Accademia Cosentina, attribnita al nostro umanista (1).
Scy come crediamo di aver dimostrato, e^li non visse che
poco tempo dopo il suo arrivo a Cosenza, è chiaro che
questo notevole avvenimento non potè compiersi se non nel
primo ritorno in questa città, e specialmente in quel periodo
di circa nove mesi, che va dall'agosto 1511 all'aprile 1512 (2),
Sebbene non precisasse alcuna data (3), il Fiorentino,
nel primo volume del suo Teìcsio, pubblicato nel 1872, si
mostrò di questo stesso parere, combattendo V asserzione
del Lombardi, che aveva riportata la fondazione dell' Ac-
cademia al secondo ritorno del Parrasio (-1). Due anni dopo
però il Fiorentino, avendo letto il commentario dello Jaunelli,
mutò avviso e stimò jiiù probabile che detta fondazione
avvenisse nell' ultimo ritorno (5).
A quanto x>are, il dotto filosofo volle prestare troppa
fede allo Jannelli ^5), il quale, come abbiamo visto, oltre a
mostrarsi non molto esatto nel xirccisare dove e come il
P. passò in Calabria il triennio 1511 - 1514, non seppe teucre
(1) Spiriti — Memorie degli Senti coseni. Pref,^ pag. 0; Mattei —
Vila Patrìknsii^ odix. Dì Rebus ^ pag. XV e sog. : Tirahosthi —
Sloria ecc., T VJI, pag. l^; Signorei.u — Vicende della Coltura ecc.,
T. IV, pag. ^0 ; Biografia Unicers, T. XLII, peg. 464 ; Nuovo Dizion.
Ist. T. XX, pag. 174.
(2) V. pag. 91.
(3) Ignorando 1* anno preciso della prima venuta del l*. a Cosenza,
il Fiorentino opinò* € che 1* Accademia cosentina fosse cominciata fra
gli anni 1500 • 1514 ».
(4) Andrea Lombardi -* Discorsi accademici ed altri opuscoli, terza
edix., Cosenza — Pei tipi di Giuseppe Migliaccio, 1840.
Fra* non pochi errori commessi dal Lombardi nel Saggio storico
sull'Accademia cosentina, che P. S. Sai fi volle chiamare € quadro preciso
e fedele della sua origine e delle sue vicende » nella troppo benevola
prefazione, notiamo quello circa V anno della morte del P., secondo lui
avvenuta nel 1534.
(5) V. Op. oit., Appendice al Voi. II, Firenze, Succ. Le Monnier 1874.
- - -- I II - 1 I - r - Il I '■■ ■■ «■ M^ ^
•
' . - -- .
• «
VITA DI A. GIAMO PABBA8I0 111
giasto conto delle prove di scrittori autorevoli, attestanti
tatti concordemente che il P. morì poco dopo il suo iirrìvo
a Cosenza.
L' Accademia cominciò quindi ad aver vita tra la fine
del 1511 e il principio del 1512, quando appunto si trova-
vano a Cosenza Antonio Telesio, Francesco Franchini, Niccolò
Salemi e, come pare, Galeazzo di Tarsia, il gentile autore
di quelle tenere poesie, che destavano nel Settembrìni il
desiderio di altre.
Mai come allora Cosenza si era trovata in condizioni pia
favorevoli per un vero risveglio lettei-ario. Caduta la Calabria
sotto il dominio spagnuolo, dopo l' iniqua divisione del regno
aragonese, essa, a prcrcrenza delle altre città, era stata fatta
sogno a speciale protezione. Vi erano state raccolte le sa-
preme cariche, riconfermati gli antichi privilegi e creata
quasi un' altra capitale del regno (1). Fu allora che venne
su tutta una flora di giovani baldi e volenterosi, che, spronati
da vivo desiderio d' imparare, si affollarono intomo al maestro
insigne, che capitava tanto opportunamente tra loro (2).
Prive della pompa e dell' ostentazione moderna, allora
le Accmlemie, nei loro primordi, non erano altro che amiche-
voli convegni, in cui pochi amici dotti e di buona volontà
discutevano su questo o quel passo di scrittore classico,
oppure davano lettura di qualche componimento letterario.
Quest' umile principio ebbe anche V Accademia Cosentina,
la quale pare che per un certo tempo non fosse neppure
denominata in questo modo : come ben diceva il Fiorentino,
ci ora il fatto e mancava il nome (3).
(1) Fiorentino — op. cit., edit. cit., V. I. ^
(2^ Fra ì tanti ricordiamo i Martirano, Pierio Ciminio, CUrio Leo-
nardo Schipanio, Giovan Hattista Morelli', Andrea Pagliano, Carlo Giar-
dino eoe
(3) Op. cit., V. 1.
•*
'>»^. >■ I "jl ■■ ^^1
» — «-^ '—'« «I ■
.i«-«-^«'
112
VITA DI A. GIANO PARRÀ 8IO
n P. contribui all' incremeuto di questa istitaziono anche
qaando si allontanò da Cosenza, poiché, come ci attcstano
le lettere inviate al Cesario (1), ad Andrea Puf^liano (2),
a Giovan Battista Morelli (3) e a<l altri cosentini (4), egli si
mostrò sempre pronto a fornir loro schiarimenti circa l' in-
terpretazione di passi diincili e a sciogliere quei dubbi, che
non erano forse risoluti nei loro convegni letterari.
Con quanto garbo e piacere egli facesse ciò, si scorge
chiaramente, pia che in altri luoghi, in quella lettera gen-
tilissima che inviava al cosentino Vincenzo Tai-sia, forse
durante la sua dimora a Roma. In essa si mostra lieto di
dare all' amico le notizie chiestegli intorno ai Bruzii, e si
compiace moltissimo del risveglio letterario di Cosenza, mes-
sasi in grado di poter gareggiare per coltura con qualunque
altra città d'Italia (5J. Chi non* sente in queste parole la
schietta e spontanea soddisfazione del P. nel vedere cosi
felicemente coronata 1' opera sua T
L' Accademia Cosentina al principio ebbe un indirizzo
puramente critico-classico, che si cambiò in fllosoflco, quando
venne a darle nuova vita e splendore Bernardino TeIesiO|
P aquila bruzia, che con tanta ala d' ingegno si librò nelle
pia alte regioni del pensiero, e, suscitando una viva op-
(}) De Rebus eic.^ edix. oit., pag. 117.
(2) Op. cit., edix. cit., pag. 119.
(^) Op. cit., ediz. cit., pag. 125.
(4t Si ricordi, come abbiamo detto altrove, 'pag. 56) che V opera
De Rebus per e/tùtolani quaesìiis era composta di 24 libri e che di questi
uno solo è giunto sino a noi, e da ciò si argomenti quante altre lettere
il P. avrà inviate ai suoi amati Cosentini prima e dopo il ano ritorno
a Cosensa.
(5 De Rebus ete, ediz. cit., pag. 110: € Remitteret allquid de iudi-
cio 800 Lucius, et qui Lucio subscripsit. Cicero, si viverent bac aetate,
luventutemqoe Cosentinam bonarum artium studiis cum quavit Italiae
civitate oertantem viderent »•
VITA DI A. GIAKO PAB&A8IO 113
posizione alle dottrine aristoteliche, diede all' Europa quel
nuovo sistema, che t-anta influenza doveva esercitare sulla
filosofia e sulle scienze naturali.
Cosi mentre l' Italia, in generale serva dello straniero
e ingolfata nelle lotte religiose, penleva ogni amore per gli
studii umanistici, mentre il fiore del Binascimento, come con
frase felice si esprime il Geiger (1), si chiudeva dinanzi all'im-
perversare della forza brutale dei lanzichenecchi, un flore
fresco e rigoglioso sbocciava nella forte Calabria, dove
avevalo piantato qualche tempo prima 1' UUimo degli urna-
nUti, Aulo Giano Parrasio.
fi) Rinascimento e Utnanesinto io Italia e in Germania — Stort«
Oniv, illustrata di Guglielmo Oncken. — Milano 1891, pag. 410.
ita0iM te I fu ai ,'wif • ru i>i>itiM'< rft •jn-ji > ■
1
4.
1 •
« Or non parrebbe che cote»ti scrifU«
( ParrasUnl > del quali pochiwlml sono
siiti impressi, valessero li predio della
stampa, più che non tanto Insulsaggini
tramandate con tanta curai »
P. PiORKNTiNO. ~ Bernard, Telesk^ T. 1.
APPENDICE
^ « • w — «
^. ■ -^-^.^^,- ..- ■ r ■■■ I •■ 1 fi-rfaal
i j nr- -W • - ■"' I - *"■'-. ""'" '^^' '*'■ '■*"'
AULI JANI PARRHASn
m
m
PRIMUS
AD VITAM EIUS NARRANDAM
EX R. BIBL. NAT. NEAPOL. CODICIBUS
EXCERPSIT
ET TEMPORUM ORDINE
DIGESSIT
B
FRANCISCUS LO PARCO
^^M^V -k- — • ■ ' » .
^ >iin«">»»i
OHAIIO AO PATHITIOS NEAPOLIIANOS
Ciro. 1493 s,2) (Cod. Y. D. 15)
0)
Ponsitanti sacpo mociim, viri pntritii, oruditissimi iavones,
iuj;:cuiiiqiio adolcsccutuli et coatcmplnnti qnam proeclarara pri-
sci illi Romani publieae aclministrationis formam/in postcrum
rem populi susccpturì, per maous tradideruut, uihil occurrit
quod non summo in*renio exeogitatum, maiori studio expo-
litum, maximo Consilio ac prudentia gestum indicotnr: ut
niilìi quidem undecunique eorum non modo bella, sed etìam
paces per historìas exploranti, quam apud omnes obtinent,
o)nnìone diguissìmi videantur. Sed illud praecipue militane
disciplinae institutum, quo adolesceutes ad palum intra val-
ium prius impense exercerì, quam serìae dimicationi interesse
iubentur, usque adeo me delectàt, ut, in re lioet diversa,
ab iuenntibus annis hactenus observarim.
Haud enim quodpiam vulgo unquam commisimus, prin-
squam per doctissimos utriusque linguae grammaticos, prò meo
ingenioli captu, eruditus in ludis litterariis satis superqne
delituisse visus sum. Et, ne ab id genus similitudine disoe-
damusy quem ad modum tirones ad palum punctim caesimqoe
(1) V. hoius op. Gap. Il, pag. 13 et aeqq.
(2) In omnibus orationibus et cpistulis annum et iascrìptionem
Parrhasius non apposuit.
^ ■ ^M »■■■■■
>1> HT i» rfi > nf m • ■ i r ^.i li. ■ ■ k, •- ■ ,> . , , f^ - -^ -„ , ^^^ ^ ^J-t;-. . , - •- '. . , ■ '_ '^.„^.,;^ , .;^
120
A. JANI PARRHASU
ferirò discobantur a vetoranis, ac ex ilio commentitio pugnae
Biinulaoro quod in vera dimicatione magno mox usui foret
imbibebant, ita et nos primo, quoad fiori potuit, haud tamen
8cio an supra omnes nostri coeli ao aetatis homines, non citra
bonae valetudinis dispendium, sed eruditissimis viris non
modo nostratibns litteris, vorum etiam graeeanicis operam de-
dimuSy nty si quid in communem rei litterariae utilitatem
excudere libuisset, perinde ao in penuria cellam haberemus
in promptu. Ao ne sio quidem, tametsi pares huie oneri
complnribns videbamnr, a<l enarrandi munus accessi, nisi
prius aliquot annos, frequenti auditorio, in Brutiis, nude
nos ortum ducimus, interpretandis auctoribus impendissemus.
At in praesentinrum, viri patritii, cum offltii causa,
ut amieos inviseremus, ad vestram rempublioara ornatissimam
undique versum me contulissem, ab eisdem post aliquot dies
missionem impetrare haudquaquam potui, quod dicerent no-
strae consuetudinis incunditate teneri, neo unquara a me
contendere desierunt quousque, ' ssiduis eorum vocibus exi>u-
^natus, P. Papinii Statii, poetiu*um oppido quam doctissimi,
quem urbs haeo florentissima universo terrarum orbi, quo-
cumque latini nominis fama percrebuit, non iniuria queat
imputare, Silvarum opus haud omnibus obvium, singulis
lectionibus, enodaturum promiserìm.
Scio profecto, neo me fugit quam arduam quamque
difflcilem provinoiam sim aggressus, quamque implicitos ao
inextrioabiles paone nodos absolvendos assumpserim , et
vestrum fortasse plerosque nostros hos conatus ut audaculi,
ne dicam impudentis, reprebensuros, quod huius aetatis ado-
lescens in totius Italiae celeberrima urbe, ubi omnium bo-
narum artium studia poUent, in tanto praesertim doctissimo-
rum hominum conventa subgestum hoc ascendere non eru-
buerim. Insta sane et non improbanda incusatio, si aut meo
consilioi aut sponte, non dicam ultro, hoc munus obiverim.
Verum hoc erga amieos nimiae indulgentiae trìbuendum potius
I.'
OKATIONK8 BT EPI8TCLAX 121
erity quibus dura in oinnibii9, iikmIo honesti spociom prae se
fcranty obsecumlo, iu aiudaciae crimon incarri. Sed quaeso
vos per tlcos iinmortales, viri pntritii, boui consulite, proqae
Ycstra 8olit4i hiimanit-ate statuite.
Quuiu saepe niecum parcutis omniura naturae exactum
umlique opus inspicio, uihil oecurrit, viri patritii, quod non
magna cum sapieutia productum, maxiaiaqne diligcntia di-
spositum sit; scd illud imprimis ad hoiniuum coetus non
solura tuendosy veruni ctiaiu decorandos non par>i momenti
visual est, quod omnibus auimantibus gloriae ao laudis af-
fectum iudidorit, praccipuum, ut arbitror, ad implondos totins
opcris numoros adiumentum. Nam quid utilius, quid fnigins,
quid couducibilius affectu hoc queat invonirì T Quippe cai,
si quid cxcultum, si quid politius immo utile excogttatum
est, iure ac merito referamus acceptum. Inde sunt etenim
tot ao tant;irum rerum iuveutioues, inde tot saeculis artes
incoguitae prodierunt, inde, indico, semper aliquid inventis
adiicitur, inde tot \irorum din noctuque elaborata monumenta.
Kam si couditis usque saeculis inventa altius repetamuSi
omnia ab hoc affectu profecta inveniemns.
Missum facio Promethca, quem quid alimi, ut in fabnlis
est, ad snbtrahendum Superis ignora compulit, nisi ut inventi
gloriam reportarotf Omitto Liberum ao Cererera, quorum
uterque hac eadem causa a ferino ilio victu homines revooaviti
quippe quum alter, ut aiunt, >inura repcrerit, altera vemm
frumcntum excogitarit. Nonne litterarum notae ao dementai
sive Cmlmus, sive alter invenerit, inde ortnm habueret
Quotusqnisque, ut ad rem litterariam adveniam, tam
maximos studiis labores impendisset, nisi uomen ao gloriam
inde adsequeretur T Eudoxus Gnidius complures sub montibns
annos egisse traditur, ut mathematica disciplina, anni ratio-
nera solisqne meatus perciperet. Sed haeo ut remotiora
fortasse praetereo. Hac nostra tempestate viri et ingenio et
doctrina praecipui multa- et nova et utilissima excudnut:
\
■■.'. ^ ■.-.■>■■—*■> ■ ^ ' ^A . .. •. ■■tifc... .-'1? — ^ i "^--^-irÉ un I >i' Tt t Kurw HI. ■ »u t:X, i L.l.
122 A. JANI PARRHASII
patrum nostroriim memoria cnleliographia, qnam Latini vocaut
improssionom, a Germanis excogit>at>a est non tam lucri quara
gloriao cupiilitate, nam eorum plerosqno huiu<«cemocli rei
ru<limcnti8 logimns decoxisse.
Scd quid extemid utor excmplis f Jovianus Poutauus,
vir discrtissiiuuSy qui cum illis votustissimis aeque contenditi
dii boni, quao nupor sui laboris monumenta dedit ! Rem
profecto ad hoc usque tempus 1nt>act>am : De Fortitudine he-
roiva luculentissimum opu?, de quo seor$um praeter eum
nomo scripsit. rrincipvm vero ab iucunabulis ito instituit,
ut felicia rogna futura 8int quibuscumque, qualem ipso in-
formata princops obvenerit, Ohedientia^ vero partes it4i dis-
sorit, ut ad hanc onines virtut^es referantur. Quid eius Cha-
ronte gravius, quid rurs«us festivius aut elegantina T Quid
Antonio doctius, in quo illud prnecipuum duco duos totius
romani eloquii principe!*, Ciceronem ao Vergilium, sic ira-
proborum caìumniis absolutos* ^i u*ostrigilatores maiori qnam
ipsi Maronora ac Tnllium licer' 'i momorderit. Tacco Serto-
riunij quo piane uuusquisque fat-etur veterem illam scribendi
felicitatcm revocat*am. Unde vero vir doctissimus inter tot
ao tanta^ occupationes din noctuque bis studiis incubueritf
Nulla alia re, quid enim sibi ad humanam felicit>atem, Bege
tam praesenti^ deesse pot-erat, nisi ut gloriam sibi apnd
posteros compararet.
Atque sic habetoto nnllos satis improbos esse ad vir-
tutem conatus. Quis enim Lucanum accnset quod huius aet4iti8|
aut paululum, supra, PharsaHa^ bella detonuitf Nemo est
profecto qui Valerium Gatullum, Propertium Naut*am, Albinm
TibuUum^ Oaium d'enique Balbum non admodum laudet, quod
omnium ore cant>anda adolescenies edidernnt. Quotusquisqne
invenitur qui mactum virtut^e esse non iubcat, si poetam
Oylicem Oppiauuui scripsisse compererit admotlum praetexta-
tunii quao etiam doctissimi soncs studiosissimo legantt Qnod
si aut illi quos diximusi aut oeteri, quos brevitatis causa
t ■
rtM«*«Mk«teMii*«i«MÌNarfai*«»««MMMk
I^M^^aBM>Wfc»<MM«H^lifc^iiMM '^^■■Wait wh li ' i V I »! I Li ti i WÌri^i»i^JS
ORATIOKS8 ET EPISTUULX 13S
siibtnceo, ad rem littornrinm non insto tompestivins accc98ig-
seut, uiliil horclo haberemus* qnod oonim nos admoncroi ofe
postoris ntilit4itom afTorrot. lt4iquo tot ao tantalo in bonorum
artium etudii» vi^nHao immatnra morto int'0recpt4ie, non por-
Ycnisseut ad frngem.
lloriim 0^0 diictus oxemplo, ct<8i nec t-antum mihi tri-
biiam noe assumam, nt iUis mo comparom, oam do nio ^pem
vobis poUiceor, nt mo noe incopti poonitoat, noe vos mio-
loscont43m audivisso pi^nerit. SihI por Jovom inoptissimns
sum qui haoo ad oos dicam qnos oi*a pacata atqne etiam
sereni insuper vultus hnmanissimos pro<liuit : tanto sileutio
verbis paone singulis inhiatis, nt non reformidaverim longius
ovagarì.
It>aque orationi modnm 8t^tuam, si illnd nnum piias
admonuorim. Si quid in his qnao dixero ofTondet, omnibus
enim piacere csset immensnra, roeminisse debebitis nihil es86
in humanis quod nndecnmqne possit esse perfectum, vota-
stissimosque granimaticos ante oculos penero qui etiam in
plurimis lapsi dopronduntur (ueque omnibus esse Pont4Uì08,
Aurolios, AltilioSy Actios ^^anazaros ao denique Dionisios
Superi coucessere, immo siugulis virtutes 6ÌnguIaS| ut est
apud optimum maximumque «^oetam}, et priscos illos, quomm
adhuc auct-oritas vigot^ mulUi scisse non omnia.
\
■**— I ^ « ■ i M *ilW>« • t ^ V »^> I
■ I lg»i I ««, I M^»^li, ,,^,, „^ , , » ■•■ .*'W^^.^ .^ «
n
PRIVILEGIDM «
(In R. Archivo Ncapol. — CoUat. Prìrileg. Aragonensium
Voi. VII. 1494-1495. — fol.. 75).
J. PAULI DB PABISIO
Alfonsos et cetera, uniTersis et cetera, licet adioctione
et oetera, sane prò parte nobilis et egregi! viri J. Paali de
Parisio de Gusenda, familiaris nostri fldelis, dilecti, fait
Maiestati nostre roverenter expositam et amiliter sapplica-
tam qaod Panlus ipse ex concessione sibi facta ad eius Ti-
tani per Serenissimum Ferdinandum, patrem et dominam
nostmm colendissimam memorie recolonde, habuit, tonnit et
possidet, 6ÌTe exercet oiBciam magistn Oamere et magistri
actomm penes Justiciarios, sen Gapitaneos torre Tabomei
nec non officiom Gavàleris penes Gapitaneos terrarum mon-
tanee et Givite dncalis cam potestate sabstituendi, cam gagiis
et emolumentis, lacris et obveutionibas solitis et consaetis
et debitis, proat in qnibasdam prìTilegiis per dictnm genito-
rem nostmm sibi propterea concessis hoc et alia clarins
(1^ Cum hoc unum monumeotom nobis in R. NeapoliUno Ta-
bulario invenire contigisset, facile animum indaximat, ut hoe loco
ederemns, codicis scrìptura diligenter servata. — V. huiat op. Gap. li,
pag. 19 et seq.
aatm n m »>t» .<^i m
■ ^■•■■i ■Wlll l M IIM^MI <Wl<fc B^J^Mi^fc / ■> >id i ><Ì M Tb ìim I I ■ ì »M» lV l<t T » ^V wilÌMi»iifcMM« lfly'Ù'' i S^ h >tr il
.J
PBIYILBOIUX 135
aDQotantor. Dignaremur sibi ad eius vitam dieta officia iaxte
tonorem dictonira privilegiorum de speciali gratia benignins
coufirmare. Nos autem habeutes respeetum ad merita sincera
devotionis et fldei prefati Paali, ao considerantes servitia
por euin Maiestati nostre prestita et impensai qneque pre-
stat adpresens, et ipsnm de bone semper in melius conti-
uuatione laudabili prestiturum speramns, propter queqne in
iis et longe maioribus a nobis exauditionis gratiam ratìona-
biliter promeretur, iis et aliis considerationibns et caosis
digne moti, prefato Paulo ad eius Tito decursum iam dieta
ofilcia actorum magistri et magistri Camere penes Insticiarios
seu Gapitaneos diete terre Tabeme et officium Oavalerii penes
Gapitaneos terrarum montanee et civite ducalis cnm potestate
in eisdem oIBciis substitnendi. De quorum substituendoram
culpis et defectibus Paulus ipse nostre Ourie principaliter
tcncatur cum gagiis et emolumentis, lucris et obventionibus
solitisy consuetis et. debitis, iuzta formam dictomm preno-
minatorum privilegiorum. Ipsaque privilegia cum omnibus
et singulis in eisdem contentisi oxpressis et narratis, qua
licot presentibns non inserì 'itur, haberi tamen volnmus prò
insertis et expressis et dcclaratis, si et pront hactenus in
possessione sou quasi fuit cl in presentiarum existit. Tenore
prosentium nostra ex certa scientia specialique gratia oon-
firmamus, acceptamus, approbamus, ratiflcamus atque lan-
damus, nostreque confirmationis, ratificationis, acceptationis
et approbationis muniraine et suffragio validamus et robo-
ramus, volentes et decernentes expresse quod presens nostra
confirmatio sit eidem Paulo semper et omni futuro tempore
firma, stabilis, realié, utilis et fi*uctnosa ; nullumque in
iudiciis vel extra, seu alias quovis modo sentiat diminutionia
iucommodum , aut impugnationis obieotum sive obstaon-
lum, vel noxe alterius detrimentum, sed in sua firmitatCì
robore et officio pcrsistat. Illustrissirao propterea et caris-
simo filio primogenito Ferdinando de Aragonia, duci Gala-
•^•('«^<Ma*^a^i«ia«r«ri[|»»«^*i^i«akga<<^»«^>*MtoiV4
126
PRIYILBaiTTX
briO| vicario nostro goncrali, nostram super iis doclaranios
iotontnin Mamlamus magno huius regni Camerario ciusque
locumtenenti j presentibus et rationalibus Camere nostre
Summarìe^ Jasticiario seu Capitaneo terre Tabeme , et
tcrrarum montanee et Oivite ducalis, Universitatibusque et
hominibus ipsaram terrarum, aliisquo univcrsis et singulis
ofTìcialibos et siibditis nostris maiorìbus et rainoribus quo>ns
officio auctoritate et dignitate fungentibus nomineque nun-
cupatis ad quos sea qucm prescntes per\*enerint| et sxiecta-
verint seu fuerint quoraodolibet presentate. Qnatenns forma
presontium per eos et unumquemque eorum diligenter actenta
X)refatum Panlum, seu eins substitutos ad dieta officia exer-
cenda recipiant et admittant, retincaut atque tractent de-
center et favorabiliter prout expedit in eisdem deque gagiis
et emolumentis, lucris et obveutionibns solitis consuetis sibi
respondeant et per quos decet responderi faciaut atque
mandeut integre et indiminute prout hactenus extitit con-
suetum. Kt contrarium non faciant prò quanto dictus Illn-
strissimus Dux filius noster nobis morem gerore cupit, Getcri
vero offlciales et subditi nostri gratiam nostram caram ha-
bent et xienam ducatorum mille cupiunt evitare, in quorum
testimoniorum etc*
Datum in felicibus Oastris apud Sulmonem per magni-
ficum virum Antonium de Alt^xandro locumtcnentem etc.
Die Villi Julii MCCCCLXXXXIIII Regnonim nostro-
rum anno primo Bex Alfonsus — Dominus rex mandavit
mibi,
P. Gablon Jo. Pontakub
Pasoasiub
r
MM^MaMHkaA^aadVAMaaataa iM^kMBaw «MF*«# I
.^M^*^^«— i— ^i^»— <»■ *■■ >' tm-*mdtt0mé^m^mmm>tk^tmm^^'^JmÌ^i^,^A^^^t^
^
«
I
UI
EPISTULA AD FEHDINANDUM II ARAGOIilUM ^'^
Neapoli 1495 (COD. V. F. 0)
Quod a me de Sarapi quaeris, illustris ac omaiissiine
PrìncepSy utinara sic ad te reducendura prosit in avitam
perditumqne (?oIiuin, quo nulla tua culpa caresi ut olim
Ptolomaeo, Lagi filio, ad constituendas Aeg^'pti opes. Ilnic
cnim recens comlitam Alexandriam mocnibns sacris et no-
vis religionibus excoleuti, per quietem dicitur obversatos
augustior humana forma iuvenis, atque monuisse ut i>er
cortes homines eius eflìgiem acciret e Ponto ; id antein fe-
lix fanstumque et amplitudini sibi gentiqne suae foro; enn-
demque iuvenom plurimo igni rutilantem cum dicto simnl in
sublime raptum evanuisse. Quo miraculo Ptolomaeus e somno
excussuSy adhibitis Aegypti sacerdotibus, imaginem nootumam
visumque narravit. . Hisque extemorum ignariS| remqne ex-
pedire nescientibus, quidam nomine Sosibius, qui vagis er-
(1) ExsUt in codice 'duplex huiut epistuUe exemplar. Manifeste ap*
paret eara ad Perdinandum II Parrhasiuin misisse, cum ille Neapoli in Aena->
rìam insulam confugerat (IX Kal. Mari. 1495). Quod mìnime mirarì debe-
mu8, cum perpendaroas, ut Era smus Percopo. in opere, quod inscrlbitor
Benedetto Gareth^ luculente demonstravit, infelicem regem semper, etiam
in roaximis advenis rebuK, ad animum tttum erìgendum, in bona studia
incubuisse. — V. huiut op. Cap. 11, pag. 17 et seqq.
\
^>*. *< ^ • ■■■! > ^«^ fa ■ m ^ m^»0>m.mi^mam à ■■ t»U » w i
■"■»* ■" ■■^— i« <> ■» ■■ ■»< — 1^ iw» i ^^i ■> ■ ii w ii » m m ^, fa ■ ■ >t<»^Mfci— M^A^Mi^a l M m ihi fc i
138 A. JANI PASSHASn
rorìbos orbem fere teiramm peragravenit, in medium pro-
cessiti et qoa specie regi apparuisset, a se colossum S^nsope
sx)ectataro, quae Ponti civitas est in Scjthia, retulit.
Itaqae Ptolomaeus, Sotele Dionysioque legatis,- in Pon-
tura mandat, ut imperata Dei faciant. Triplex inde fama :
nonnulli post multa prodigia, coelitusque illatas contumacibus
barbaris clailes, Alexandrinos a rege missos acccpisse deum.
volunt a Scydrothemide, qui tunc in Ponto rerum potiebatur.
Alii cum Plutarcho tradunt ab ipsis oratoribns esse furto
subrex)tum. Quidam miracula quoque comminiscuntur : ap-
pulsas litori naves nitro Sarapim conscendisse et idoneam
navigandi tcmpestatem seeundosqne ventos in Aegyptum
rocurrentibus immisisse, celorius opinione, Alexaudriam. Per-
vetus rumor est^ Eleusinum Timotheum e genere Eumol-
pidarum, rerum divinarum peritissìmum, itenique Manethonem
Sebeniten a Ptolomaeo consultos quinam deus is esset, re-
spondisse Plutonem Ai<lerì, tricipitis argumento canis, quem
Gerberum suspicari, assistentisque puellae, in qua Proser-
pinam liceat intelligi. Alii coniectaut x\esculax)ium, quod
apud eum susceptis votis aegroti convalesoant ; nonnulli
Osirim ; plerique Jovem, rerum omnium potcntcm, quod
oraculi sors ab Apolline delphico quibus dixi legatis edita
facile probnt: irent simulacrumque patris sui rcvehorent;
sororis relinquerent. Ipsius item de se dei profcssio suffra-
gatur, qui rogatus a Xycocreonte, 0;>'priorum tymnno, quis
haberi deorum vellet, ad hanc senteutiam graece respondit:
Siiin Deus ipse, tibt qualein me cannine pandam :
Regìa celsa poli caput est mihU caerula venter
Unda roarìs, calccsque pedum tellurìs in imo
Cespite nituntur, mea tempoia lucidus aether
Arobit, et accendant oculos mihi lumina Pboebl.
Dioilorus autem Siculus, in Bibliotbecis, Osirim, Sa-
rapim, Liborum, Ditem patrom, Ammonom Jovem, Pana,
eundom dcum esse existìmat. Aristippus, Arcadicorum primo,
■if -- • ì ■*- T — — ^ Il 'i ^ — ■^-r'i'—ii^ f-^tir- ir-fitfirif i^^Tn- >»f^il«ii->- IT — — "^^^^r^-^Ti-'—tààìimi- lìkimàéÀJi
ORATI02fS8 ET EPI8TUXJLS 129
refert Apim, Argivorum rcgom, Mempbim in Aegypto sodém
sibi ooudidissOy qiiem postoa Sarapim transnominatum Ari-
stcos Argivus autumat ot huno ab Aegyptis attonita sapereti-
tiono coli. Xymphodorus Amphipolitanos auctor est in bis
quae de logibus xVsiao composuit, Apis tanri, cum decessisseti
salo duratum cadaver iu arca, quara Graeoi acpÓ¥ voeant ,
esso comlitum, ex coque duplicato nomino Soro-apim demnnique
Sarapim, nnucupatum.
Porphyrius autem philosophus Sarapim cum Plutone con*
fundity ut ca soli vis, unde proveniunt opes, Orcus et Pln-
ton et Dis pater appellotur, quatenus autem vitium terra
sentit ad Sarapim pertineat; abstrusique intra terram ignis
inditium purpurea Dei vestis, infemae vero potestatis basta
trunca, atque cuspis deorsum conversa sit.
In Aegyptura translato Sarapi, templum prò magnitudine
urbis extruetum^ loco cui nomen Rhacotis antea Aiisset. Apnd
Tacitum iogimus : eius templi hostium anni certo tempore
patefaciebant ipsi sacordotes, admotis ad rem divinam aqna
et igni, quo4l baco dementa maxime praestent.
Dominatu Julii Caesaris incendio consumptum recitafc
Busebius. Illud addimus ex Plutarcbo Alexandriae primum
indigitari coeptum Sarapim, Aegyptiorum lingua Plutonem
significante vocabulo. Is fingebatur hunc in modum : prae-
stanti forma atque aetatis iutegrae iuvenis, qui subieeto ca-
pite vetusti operis quasillum gestet. In quo Macrobins, is
qui deos omnes ad unum solem confort, ipsius sideris alti-
tudinem siguificari contendit, et vim rerum omnium terrena-
rum capacem, quas immissis radiis ail se rapiat. .
Imago vero tricipitis animantis adiuncta simulacrO| quid
aliud quam tripartitum tempus ostendit, in id quod est,
quod fuit, quod futurum estt In leonis ergo capite qnod 6
tribus medium se altius erexerit, tempus instans exprimitori
inter praeteritum futurumque tam breve, ut quibusdam nxù^
lum videatur; iu cui*sd enim semper est, it et praecipitafe,
\
m - T. . - -^— ■ 1. T ri- ' I H j » i»»w*i r_'ìf 1 ' III ■ I n. i^i > 'ti ni IT | - l-i i i ' i *^ -A.^-^ ^ •«■ • -làr:.. ^.- .^^ . ^. ^_. ^ ut i m ^iin
130 A. JANI PARRHASU
ante desinit esse qaam vonit. Est onim leo natura fervens
ac in agendo quod iinminet validus. Teinporis vero praeteriti
cervix lupi rapacis a sinistra parte oriens argumentum ore-
ditur, eo quod por id animai rerum transactarum memoria au-
fertur. Oeterum canis caput a dextra adulantis specie renidenS|
futuri temporis eventum declarat, de quo nobis spes licet
incerta blanditur. Quis enim non suas cogitationes in lon-
gum porrigit! Maxima porro xìtae iactura dilatio est; illa
prinium quemque extrahit diem, illa eripuit praesentia, dum
ulteriora promittit; perdimus hmlicrnum, quod in manu for-
tunae positum, disponimus, quod in nostra dimittimus.
Olamat ecce poetarum maximus, velut divino ore in-
structns:
Maxima quaeque dios aevi prìuia fugit*
Quid cunctarisy inquit, quid cessasi nisi occupas, fngit;
cum occnpaverìs tamen fugiot. Itaque cum celeritate tem-
poris utcndi velocitate ccrtandum est, et velut ex torrente
rapido nec semper cnrsuro, cito hauriendum.
Audio te esse egregiae indolis adolcscentulum, animo
alaorem, ingenio potentem, frugalitatis et continontiae in
istis annis admirandae, patientcm laboris, a volnptatìbus
alienum, fìrmiterque laturum quicquid inaediflcare, quicquid
tibi fortuna voluerit imponere. Cui si nondum omnos ad
unum bonos libuit excindere, si nomen Aragonium propitia
respicit, te, lapsis tuorum rebus, incolumem servabit, discet
abs te clementiam mitissimoque principi mitis aliquando fiet.
Tu rursus maiores tuos intueri debes ascitos coelo, ope-
ramque dare ut nude per iniuriam deiectus es, industria vir^
tusque te reponat. Ante meos obitus sit, precor, ista dies.
Deditus ac devotns
JAMU8 PASBHASIUB
»■■*■
•t^^tmmmii^mtmtmm^-im
té^maif^tmnmrt i ii '■'■^^■dfcn*
i^-»-
tm Cm^^ m iiJfcéi^MiMiiiÒfai
IV
OHATIO I IN ALEXANDRUM MHiUTIARUM
Mediolani 1501 (Cod. V. D. 15)
0)
Ismcnias ilio Thcbanus, sammus oetate sua libiceli,
quos in arto discipulos habobat, iis auctor erat ut alios eiaa-
dom studii profossores ot quidem malos adiront. Quod ita
foro putabat, ut ot illi quid in canondo soqaondum aut fa-
giendum essot ab alionis erratis erudirontur, ot oius alioqniii
non iniucundao modulationi, oomparationo peioris, gratiae plus
aoooderot.
Id nos oxomplum, quod maximo probaromus, in usnm re-
vocano tentavimus: an aliunde factum putatis, ut iUam pocudom
(Minutianum) vos audituin misorim^ quam ut roconti perìculo
cognoscatis quid intor Apollinis ot Marsyao cantnm differatt
Non dubito, qnae vostra sagacitus ost, qnin onmes in-
tolligatis illum noo ingonio, noe oruditione valore, qui per
se nihil unquam parit, ab aliis omnia suppilat, ao ut igni^
vissima volucris relictis cadaveribus saturatur, ot, quo nihQ
impudentius, oiusotiam, quom tortio quoque verbo crudelissime
lacerat, quo se potiorom iactat, inventa recitare -pro som
non oruboscit.
(1) V. huius op. Gap, li, pag. 40 et aeqq.
\
ì< ^~^~^*'- ■ --r ^-^ — rlfMii-^rr-r-B t— *-— ^HTTj rn- n ■-,, — . — — ■ , , i i ^riairy T i - « f i i i ~i — nr .^ ^ ti iTV fr — r '-" r r - ' i «■^ ■». <- *^< » ■ i >■
132 A. JANl PARBHA8II
Audistis, arbitror, audistis, ornatisf^imi mveues, cum, nu-
dins quartns an quintus abbino est, poctarara genera nostrìs
tantum non verbis enumeraret, quaeque nos anno superiore
ex auctoribus graecis accepta, vobiscnm oommunicavimus j
eadem nuper ille quasi sua, quasi nova, magno verbornm
strepitn blatteraret.
Et audety proh Superi, se nobis ilio eomponere ! qui
negligentiae nomon suae praetendit inseioiae, qui turpe non
dueit oeoupationibns excnsare, quod haotonus magistri per-
sonam non sustinuisset et satis buio inelytao ei>itati factum
putat, si prò tot annorum iactura recipiat in posterum foro
diligentem. Quae cum dioit homo parum consideratus non
yidet alterutrum necessario sequi : aut ante adventum meum
ab ilio Tos esse despectos, ad quos illotis, ut aiunt, pedibns
et imparattts acoederet, ut, si quid in litteris curae posthao
adhibuerit, eius omnino mihi gratia deboatur, cuius opera
sit effectum ne vos, ut antea, scopas solutas existimaret; aut
certe illud se non amore disciplinarum, quas arrogantissime
Sibi vendicat, non virtntis, a cuius itinere iampridem longius
aberraret, non suae denique existimationis, quam post um-
bram lucelli semper habuit, ad hoc adductum, sed spemer-
cedis, quam desertus erat a vobis amissurns.
Et Ì8 unqnam poterit illum quaestum, quem non ex of-
ficina sed laniena librorura quam maximum facit, vestris ra-
tionibus non anteponeref non hercle magis quam pisois in
Bieco TÌTere«
Nam ubi cupido diTitiarnm invasit, ncque disciplina,
neqne artes bonae, ncque ingenium ullum pellet, ut non
minus vere quam graviter ait Sallustius. Sed fac eum maxi-
me velie: quid tandem praestabitf an alius nuno est quam
olim ftiit, cum per libellos a Senatn toties efiBagitatus ut ab
aede Musarum raucus hic anser exploderetur T nempe ille
ipse est et aliqnando tot annorum cessatione deteriora
Sed quid hoc refert, si discipuli non facilitate sermonis,
■ i^ ii . ■■«. »m n mwtt* fi *»m,mii i ,Ama d j T b ^\''mì k 'ì è Ì%tV m0 m imi tì mktmmwt h mut m m^m T »éb'^^mmmmÌèmiJÈm
ORATIOXES ET SPISTULAB 13S
non rerum memoria, quod par esset, seti oviclianis ariibns
alliciuDturf An non illius earmiais in meutem venii: Pro-
mittas facito ; quid enim promittere laodit. Pollieitis dives
quilibet esse potest. Invenias aliquos adeo veeordes ut oas-
sam spem precio mercentur et quo, dii boni, precio ! iactar»
temporis; quo nihil esse preoiosius in vita qui Theophrasto
mature non erednnt, exacta mox aetate, sero sentient.
Qnod ne nostris auditoribus usu veniai, si unquam àlias
in praesentia diligenter seduloque cavebimns, cum mea spenta
vestrique causa, quibns ut amantissimis nostri consnltam
volumus, tum ne P. A. Stephani Ponoherii, Senatus prìnoi-
pis, ao sacrosancti nostri regis Archigrammatioi fidlere iodi-
cium videamur, quippe quum nos, qui summus honor est,
snis aanumeret ao, ut est in bonos omnes muniflcus, muo-
ribus in dies auctet praemiis, ut Glaudiani mei Carmen usur-
pare iam libeat:
Crescite virtutes fecundaqne floreat aeUt,
Nfciu patet ingeniis campus, certusque inerenti
Stat favor ; ornatur propriis industria doni».
Surgitae sopitae, quas obruit ambitus artes :
Nil licet invidiae, Stephanus dum prospicit orbi.
Non est amplius vulpi locus, nusquam iam nebnlones,
nusquam Lysonis excussor emissarius, iacet cmentus iUe da-
lator, in acie linguae qui nccem gerebat. Quod si verum non
est, nec malis artibus, ut omnes afiirmant, sed, nt ipso glo-
riatur, industria pervenit ad opes et dignitatem, dicai, db-
secro, cur nuno cadem non assequitur, quando nberiora tìp-
tutum praemia sunt proposita , naetus indnlgentissimam
Praesidem, qui benigna fovet ingenia T cur ad enm sàlutan-
dum nondum venit? Nempe quia noctua solem fingit, neo
audet homo lovissimus illi trutinae se committere. Sed
Tersipeìlcm, quem, ut Lysonis sui suecessorem, intrinseoos
odit, foris amare simulat, de quo ad aurem garrit, eundem-
que palam laudat, ita frigide tamen ut ad noTeroae tomn-
\
"•~ ^' rf H 111
• *• • ■» ft
-* ~tf -~-rii' • ■ <»ii 11
«»^^9**4ÉUJb
134
ÉL. JANI PABRHASn
Inni fiere Tidentur. Sapienter Kurìpides, cnins singalos versus
singula testimonia putat Cicero : intempestivos, inqnit, amor
a simnitate parnm differt; sed utinam faxit iUe deus ut
sumrais aliquando beneftciis affeetns , Pater amplissimus
(Poncherius), te enim absentem tamquara praesentem appello,
tibi amiens sit ; hoc enim cum tibi opto, opto ut beatus
sis ; erit enim tam din vir modo harum, modo illarum par-
tium fldns nemini, ao in sua levitate tantum constans. Et
ille suam vitam mecum contendit, cuiu^ nulla pars corporis^
a turpitudine vacat. Sed nimis evecti sumus ob huius vix
hominis importnnam perditamque petulantiami qui iamdudum
princeps in urbe, quam Philippus in Thracia condidit, Po-
niropoli, nemini parcit, oblatrat omnibus, omnium dieta fac- :
taque probris insectatur, ac ut immundus sus cum suibus •
volutari quaerit.
Krit aliquod tempus quum huius insaniae gra^nores mihiy
poenas dabit; nunc ad ipsum Statium transeamus, in cuius
auspiciis uihil est mihi commune cum ceteris. Illi poctam lau-
dibus in coelum tollunt, id ego mihi faciendum non puto,
primum ne videar in laudando conterraneo meo mihi piacere, ■
deinde ne quis in nos torqueat quod olim Spartanus ille
citharoedo nescio cui, qui non suo tempore laudabat Hercu-
lem: quis eum vituperat? Nam Statium, quem laudant om-.
nes, accusat nemo, defendere, quod ali! tentaverunt, prae- ''
terquam quod ineptissimuni duco, hominis esset non intelli-
gentis, poetam, ipsa vetustate extra aleam iam positum,
sollicitudine defeusionis in dubium revocari.
De nobis*autem magnifico quicquam praefari, quod nunc
a doctis indoctisque iuxta fit, adeo consilium non est, ut
omnia experientiae relinquamus, ad quam statìm descendam,
quom de poetae vita panca dixero.
«?*
» . ,
rf^
ORATIO II II ALEXAIDRUM MIlDTIAlOy »
MedìoUni 1501 (Cod. V. D. 15)
Non vodì responsanis, ut snspicaminiy maledietis Jnr-
gationibus et conviciis, quibos hesteraa die nequìssiniiis iDe
bipedum, non tam me, in quem Ula minime cadnnt, qnam
sanctiBsimas anres vestras oneravit; alind certe tempns,
aìium locum illa sibi poscit oratio qnod, ubi constitntam
mibi faerity eflìciam nt sciatis.
Adesto tantum frequentes, honcstissimi iuvenes, intel-
ligetis profecto quantum profuerìt vanissimo nebuloni inno-
centissimum hominem tot immanibus calumniis provocasse.
Spondeo recipioqne voluptatem vos haud exiguam perceptu-
ros; non cnim me fngit vos omnes cupere temeritatem tot
annorum impunitate confìrmatam quandoque retnsam spoetare.
Itaque libcntius aggrediar, datnrus vobis varìam ridondi ma-
terìam. t Proinde ieiuno stomacho faciendum non erit. » Illud
autem diffcrre non possum. Quid est, per deos immortales',
quod ita soUicitius a nostra auditione vos arcet, adeoque
deterret, ut etiam, si diis placet, homo sordidissimus edictum
proponatf quid est, inquam, nisi illud prohibet vos a oo-
(1) V. huitts op. Gap. V, pag. 45 et seq.
■ r ■ • r. »,
MUri
1^. w. a>.
■ « ■*-•# « « •• «•
■ ■il ■'fììtii'il«^iThMli
tf ì f ifci /T fu 1^ |^, Y-1 i ib» ri I
136
▲. JANI PABKHABn
gnitione doctiorum, quo diatius in admirationc sui detineati
apad quera quantum proficiat quisque sontitf Sua cuiusque
ros agitur ; per me sit omnibus integrum audire quem maxime
probat. Equidem neminem invitum detineo, neque si velim
posse confido, quod Appula musca saopissime gloriatur.
Quoties onim pracdicasse creditis ita discipulos addiotos ha-
bore, ut ne ipso quidem Varrò, si reviviscat, co plures Me-
diolani sit habiturust
Scd illud gravins, dicam autem quod ab co milies au-
divi : Yos a pccudibus differro quicquam negat. Non onim
ratione, ncque iudicio, scd impctu quodam ferri, contuma-
citerqne contendere prò sententia, cui quisquo semel inhae-
serit. In Tobis uunc est enScorc, quominus nimiae licentiae
littcrator ca vere dixerit, neque committere ut patientia
nostra diutius abntatur.
.' {
MM*riM
ii i h r m-- \ • '■ — ' ' ^^iJ::^--^^^-^^.-~^M^~^^*:M.^>~.i...m.ir^-MM.^'-^f,A-^2..ji^^.^^.^sL..^.2J.^^
* .• •
VI
ORATiO AD SENAIUM MEDiOLANENSEM ^'^
1501 (Cod. V. D. 15)
Gratulor litteris, |i:aiuIoo mihi, Patrcs optimi, qui tandem
iuveni qiiocl diu multumqne frustra clcsicleraram, ne nostri
temporìs priucipcs aut eorum ma;;istratus, in quorum manu
rcs est, tcmoro cuipiam docendi munus iniungeront, quo nihil
indignius, nihil roipublicae porniciosius excogitari poterat*
Non cnini parum rofert quam quis initio disciplinam
sortiatur; nam quae teneri percipimus altius animis insidunt,
ao ita penitus radices agunt, ut nuuquam, vel certe difficulter
eyelli quoant. Intellcxit hoc prudentissimus vates Horatins
et hunc in modum testatus est:
Quod semel est iiubuta recens servabit odorem
Testa dia.
Deinde subdit:
. Sinccruin est nìsi vas, quodcumque infundis acescit.
Habeo vobis gràtias et quidem maximas, viri clarissimi,
ac si facultas darctur, etiara referrem, qui de nostris studila
adeo solliciti estis, ut me, licet illnstrìs amplissimique do-
0)
V. buius'op. Gap. V, pag. 47 et taq.
• k ... , .
\
"'ili m
i^>*i
■*i>**^M*MMMM«^«*aa«^
188
A. JANI PUSRHASU
mini Oardinalis Bothomagensis, qui Ghrìstianissimi regia
personam sastinet| iudicio comprobatum, non tamen prius
admiseritis ad eradiendam Mediolanensem iuventutem, quam
vigilantissimis vestris ocalis exhibitum aliquod porìoolnm fa-
cere spectaretis. Non enim nobis exciderat illud Plaatinum:
Pluris est oculattts testìs unus, quam aoriti deeoin.
Novistis, Patres optami, novistis quid hoius sanotissimi
Senatns ordinem deceat: non oportero mmusoolis bominnm,
neque simplici cuinsqne testimonio facile credi. Oondonant
pleraque mortales odio, nonnulla etiam gratiae ; ncque reve-
rendissimi domini Gardinalis divina mensy gravioribus ne-
gotiis occupata, minimis quibusque vacare potest.
Quid vero nnnc agam, viri clarissimi, quom sere già-
diator in barena consilium capiat mibique necesse sit in
consessu disertissimi Senatus, virorumque doctissimorumi
quos adesse iussistis, ex tempore verba faceref Fateor hoc
etiam periculum bone pcriculo nos quandoque fccfsse ; sed
in ludo litterario, non in foro; sed nostri generis hominibns,
non tot eloqucntissimis viris et illa auctoritate praeditis
audientibus, qui, quoque me verte, virtutum fulgoribus in-
gentes occurritis.
Sed unum me, Patres optimi, consolatnr, quod apnd
prudentes, ut in lucubratis operibus censura severior est, ita
in snbitis orationibus venia prolixior; nulla enim res potest
esse eadem festinata simul et examinata, neo esse quicquam
omnium, quod habeat et laudem diligentiae suae simul et
gratiam celeritatis; Bxstant a nobis evigilati commentarii atque
leguntur, in quibus non recuso vel.etiam malevolorum subire
iudicium (1), dummodo ne quid ingenio valeamus ex hac tumul-
(1) TttDo Parrhaalat iam ediderat laculentissimos commeDtarios, qui
iDscrìbuDtar: Corneliut Nepos De viris iUusiribus, MedioU. 1500; Sadalii
Carmen Paschaie et Prudentins, Mediol. 1501 ; Comm. De Rc^ffiu Pre-
eerpinae CL Claadiani, Medici, prid. Kal. Sext. 1501.
•• s
MmMié
MM«.<^ria^>M^U^«MiteM«iM*^F««iid»w*i*MM*rn«kM^*«taa^k«Bi^M.*rt*««>w»rfkMkW«*««wAi«aitfkÌHa^^
ORÀTIOMKS BT BPISTUULB 139
tuaria dictìone stataatis. Neo opes, arbitror, in nobis exigitìs
so<l virtutem, quae pauportati praoclusa nanqaam fiiit. Im-
mo paupertas iam pridem virtutis et doctriDae contubemalis
est, fragiy sobria, parvo potens, aeinala laudis, habita secnra,
calta simplex, Consilio benesaada. Haeo in Aristide insta,
in Platone benigna, in Epaminonda strenna, in Socrate sa-
piens, in Ilomero diserta fiiit, nt non ininrìa apnd Graecos
Baripidis poetae versus proverbii vice iactetar: ircv/a ii
fjcur,y tkayit^ idest sapientiam sortita paupertas est; et
Oarthaci, qui sub ipsis nostri maris Aucibus habitant, eandem
simul et artem prò nnminibus venerarentur, artem ut ampleo-
tendam, paupertatem vero ut ipsius artis calcar etincitabn-
lum, quod ita nos esse certissimo documento deprehendimos;
quippe qui, dum iutegris opibns et incolumi patrimonio domi
florebamus, litterarum studia remissius assectabamur; ubi vero
communis iUa tyrannomm procella nos, nt bonos omnes, in-
volvit, ardenter adeo mansuetioribu^ musis operam dedimnsi
ut et nos hactenus non poeniteat, et ab aliis idonei existi-
mati simus, qui BomA«, in arce totius orbis terramm, or»-
toriam publice proAteremnr: in quo rev:mns dominns Sancti
Georgii Gardinalis me mentiri non sinet, ne forte nos ezi-
stimetis, ut dicitur, in dolio flglinam velie discere. Quod si
praeiudicio rev:mi domini 0ardinali9 Itothomagensis, ut par
est, assentiemini, cnrabimns nt suscepta de nobis opinio vos
frustra non habeat, et hnius indytae urbis civos iure queri
non possint, eomm liberis 'a vobis male consultam. Non
enim, quod a nonnuUis fieri solet, mores cnm honore mn-
tabimus, sed in dies magis magisquc enitemar, ut vestris
mnneribus indigni non habeamor. Dixi.
\
. . f
, . . - ■ -^ -m i t,
*"— "'-^- -*• - ---il I
«^■•b*»
4» « .% « « •»,••► «•^«•^•«••«« • m^m m •• •»
tmi^m^m
^^^^^ ^^W^Wj^* -, • V *•-• « »« J^ '
vn
ORAIIO III m ALEXANDRUM MINUIIANUM ^^
Mediolaiii 1501 (Cod. V. D. 15)
Decreveram, fatcor, Patros optimi, vosquo Risortissimi
iuvonos, hodie non tam diluero crimina, quae potulantissimus
ilio rabula, dies. abbino quintus an soxtas ost, in nos evo-
muity quippe qnae nomo vostrum non iutcUigit anele profl-
oiscantnr, qnam quo decet ore bipcdnm ncquissimum remor-
dere, quo si quam voluptatem male dicendo ccpisset, eam
male audiendo amitteret, quom praosertim notisslmae teme-
ritatis homo nostra patientia abuteretur, ac in dics fteret im-
portonior, ut Torendura mihi esset, ne verum Publii Carmen
experirer, et veterem ferendo iniuriam invitarem novam. Quo-
niam rero nonnulli et ii quidem boni viri, nostrique, nisi falli-
mur, studiosi, me convenorunt, amice monentes, ne cum inso-
lentissimo oirculatore iurgiis velitarer, qui non tam iudioio,
quam morbo animi, bonis omnibus convicietur : sic in Julium
Novariensem, sio in Baphaelem Begium, sio in Baptistam
Pium, perhumanos illos quidem, et, ut a multis audio, bene
doctos, quasi furore quodam percitum, olim debacchatum
pag.
(1) V. halut op. Cap. Ili, pag. 27; Gap. IV, pag. 36 et saq; Gap. V,
. 45 et Mq,
MdM
- - — ■ -- ■ ---' -' -■ • -•■*■-■ ..i^;^^-^^..-^. — :.^^.^^A^Lt-.^,^Uws.ft:LAa.Js«Jfcm^*A»e.
ORATlOlilKS BT BP18TULAX 141
esso; proinde negligerem, nihilqae rcsponderomi nisi compar
ei 8iinilisque vidori vellem : id cnm aiI optiinaram ai'tium soien-
tiam et huinanitatem, quain profltcmury pertinere videatar,
soquutus sum eoruin Toluntatein ac iudicium. Quod ea de
causa libcnter feci, ne Demetrium nostrum (1) offcnderemusy
qui prò sua gravitate ac sapicntia, et calnnmiatoris levitatem
aspernatus est, et in me desiderasset facilitatemi ad qoam
ipso natus est et institutus. Qnare quia semel oblivisci màlai-
mus iniurias, quam persequi, obiecta tantum rofellam, de
homine nihil dicam.
Verum ut intelligat quantum beneficium a vobis accepe-
rit, qui vostra auctoritate effocistis, ne parem mentis eiiis
gratiam reforrem, quam brenssimo pancia exponam, quae in
eum regerere potnissem. Ncque vero dicturus eram, Pft-
tres optimi, quam turpiter in agro Piceno prìmum, mox Ve-
nctiis, egisset pueritiam, quod crimen non tam suum quam
patris videretur, qui summam tuuc in eo potestatem habe-'
bat; sod ca quae robusta iam aetsito Mediolani designavit:
honiicidia, furta, rapinas ; oinisissom stupra et flagitia, quae
honeste dici non possunt, quibus impurissimus ganeo cooper-
tus totus est (2).
Quid est ? num mentior ? Ecce Pindari codex est in eins
manu, quem vir integerrimus Bartholomous ille Chalcus in-
volatuui sibi diu frustra quaesivit. Num veteres, nescio qnos
Lucaui comineutarios, a Merula suo iure compilavit, quod Ì8
eum, quem facturus videbatur, haoredcm testamento praete-
(l) Um tum Parrhasius in intìinam Demelrii CalchondyUa amicltiam
pervonerat. — V. huius op. Gap. VII, pag. 60.
2) Ira incitante, Parrhasii oratio in probra et maledicta delabitor.
Quis vero eum iure moritoquc insiniulare poterit, modo trìstem hoiatce
saeculi circuniftpcxerit conditionem, malumque permultorum grammati-
corum ingenium, qui ab acerrimis iris odiisque minime abhorrentet,
ctiam 8anae pacataeque mentis doctores ad iurgia lacessebant f
\
■»* .. fcwlfc.
" *' * * " ' " ■ ■ 'M ' * ■< i iiwii !»<<■». ■ K g' -" - • ri _ii_
142 A. JÀlfl PÀBRHA8U
riisset f Et qaem carnificem plnres homines qaain suis dela-
tionibus huno occidisso existimatis f Ilio est ille, Patres opti-
mi, qui nostrum iUnm praesulom, repetnndarum nuper dam-
natum, in nostras domos, in nostras fortunas, in nostras
cervioos incitabat. Doletis amissos amantissimos nostri cives f
hic Yobis abstulit; dosidoratis vestros liberos ant affines
extorres f hic a pati'ia fugavit. Is infonsam illam beluam
Yobis rcddidit, is immanora, qui nullo non die, quasi de vobis
aliquid comperisset, ad aurem eius snsurrabat.
Atque oum haec ita sint, ausus es, o Minutìane, (te enim
absentem tamquam praesentem appello) homicidium mihi
obiicere, cum tot illustres etiam viros, tuis praestigiis, tuis
calumniis interfeceris f Utinam tam rerum tnum quam meum
crìmen hoc esset; orbatam certe tot pracstantissirais viris
hanc urbem non videremns ! "
Ego, si nescisy versntissime veterator, non patrata
caode, quod ipso fingis, sed odio tyrannidis patria cessi,
l^rannidis inquam, quam non magis ego forre didici, quam
tu non assectari.
Quid 08 distorsisti, vulpio versutiloquax f quid os di-
storsisti ! Idne etiam negare persevei*as, quod ipsius Ty-
ranni litterae testantur! (1) has tu, quaeso, lego, ut impo-
nant huic impudentissimo pudorem.
Audistis, Patres optimi, audistis, ut Friderìcus, qui tum
rerum Neapoli potiebatur, per epistolara nos in i)atriam re-
vocat, ut nullum patratae caedis aut homioidii verbum fa-
citf Si quid autem horum, quae calumniator iste mentitus
est, admisissem, quo nos facilius ad se traheret, id quod ex
litteris cupere prae se fert, impunitatem certe polliceretur,
cuius hic mentionem Aeri nuUam yìdetis.
Nnnc autem quom nostrae fugae ratio vobis constet.
■ i»
(1) Epistula baec desìderatur ana cam saxeentis aliis qoas Parrhasias,
ut ìd Valli Apologia scriptum leginias, ab Aragoneis a€cepit«
kihflil*MiilkM^
mì - \ ' a t it^Ét • - - - -'-' -' - - "--• i"-'i*"-*y''- .rf i' t ■■ ,. ■■■ ^-^ -■ .■■■■rh«f
ORJLTIOHSB KT BPI8TUIJLB 143
velim mihi respondeat invidus obtreoiator quid dt car ipso
quadraginta totos annos in exilio consumpsit. Nam ea vera
causa sit, qnam ipse speciose iaotat! tam propudiosa tam
turpis est, ut ne acerbissimo quidem hosti patiar obieo-
t^iroi ne sanctissitnas vestras aurcs portentomm memoratioiìe
polluamus.
Et etiam vanissi mns nebnlo beneficia nobis exprobrafc^
quod apud se recepit, quod litterarum Indnm communicavit.
Id ego quamquam semper prae me tuli, maini enim me de-
bere faterìy quam cuiquam minus prudenti non satis gratus
Sideri : die tamen, obsecro te, vir bone, idne benefloinm
tuum vocas quod, si bone tibi, mihi damno ftiltt
O diem funestam, o diem semper poenitendam! Qnid
ex illa socictate praeter vigilias, praeter labores, praeter
iuvidiam, quod denique praeter sugillationem ad me pervenitt
Scis quid machinatus sis, quid struxeris et andes id 9^
pollare beneftcium 9 Quanto satius, quantoqne melius fuissei
obducta iam vulnera non rcfricare. Meum fnit illud in te
boncficium, si nescis, meum, si te domi, foris, in re privata,
in re publica, in studiis invi, sustinui, fovi. Pndet fateri
qui me vicarium (!), qui discipulos erudiebam solns, et emen^
dandi provinciam sustinebam: quam diligentiam si vel antea^
vel nunc adhiberes, nunquam Ciceronis opera adeo depra-
vata, manca, corrupta legerentur, aliaque praeterea nonnulla,
quae tu, qua stum sequutus, imprìmenda curasti. Qnid quod
mea opera liberalitatem tui Lysonis provocasti et qui nnn-
quam versus, aut certe malos, facis, repente tamqnam somnio
poeta factns, ingenii praemium accepisti et annnos quadra-
ginta consequutus es'aureos. Extaut ecce carmina quae me
mentirì non sinunt, quae qnoniam video vos id expetere,
non gravatim iubebo recitari. Transeo cottidiana mea in te
officia, missa facio interiora nostra studia, quibus adhue
spiras et auram trahis, quibus, ineptissime, tibi placca, non
sccns ac pica salutatrix, quom voces humanas imitatnr.
>!■ I nn , - ,., ^i TI ir ■• • f. P.A .-•. , ^^..^. ■^■^ ; „ ,,,, ---,
■ • - - . »> • • •
144 A. JkSl PABBHASn
Qnod si non tantum profecisti, quantum par osset, tua
non mea culpa taxi ; quid cnim facias homini tot quacstuariis
artibus occupato? lam vero illud cuiusmodi fuerit, omnes
probe nostis, quom Julius AeinìliuSy vir, ut a raultis accepi,
plurimae lectioniR, ex hoc loco, prò dii iramortales, (et au-
debis negare ?) manifestissiinis arguinentis, omniuinque con-
sensu te reum lancinati, praecerpti inversique Cicoronis
ageret. Ego quom tu ingratnm vocas ( piget horcule memi-
nisse) suscepi tuas partes et quidem iniquissimas, quantumque
in me fuit, indefon^um non reliquia tuoriquo conatus snm
oum summo capitis mei periculo, ut vestrnm plerosque me-
minisse conAdo.
I mine et confer illa sapidissima tua tuceta, illum pa-
nem secundarium, illam vappam, quam nobis appouebas.
Neo eo dico ut expostulem, qui potus cibique (quod tu non
negas) parcissimus semper oxtiterim; sed compononda fue-
runt aliquando beneficia, ne tibi semper ingratus viderer.
Quod si nihil praeterea contulissom, nonne minerval mea
diligentia quaesitum satis est ad aequandas rationes f an
tuas dumtaxat in ephemeridem contulisti, quod facis cum
papyri glutinatoribus, quos semper aliqua summa defraudas f
Vae tibi si non intelligis minorem lucri quam fldei iacturam
esse 1 In quo ingratus tibi videor ! an de vi queri non debui,
ne ingratus tibi viderer 9 Ao in illa querela quid est dictum
a me cum contumelia, quid non moderate, quid non remis-
sins quam scelerìs atrocitas exigebatf
Sed alibi furoris arcem habet callidissimus veteraton
invidia miser aestuat, invidia coquitur, invidia rnmpitor,
nollet extare cuius comparatione detegeretnr, Andistis, eru-
ditissimi iuvenes, audistis cum clai*a voce clamaret : descende
de pulpito, si vis ut taceam. Egone descenderem, stolidis-
sime, ab ilio suggestu, in quo certa disciplinarum ratione
locatus sum, in quo me Pater amplissimus et divinus Car-
dinalis Botbomagensis, approbante universo Senatu, statuit t
r r • *"- -^ I ------ — ■^■^ -^ •^*^''>'^'*-^'^' »•'»■'- 'i^^*- ■• • <■■■■• ■^-■■g..' — .-i^-.^^^^^.
OKATIONB8 KT KPISTULAX 145
Itane padorom cnm pudicicia siinul amisisti, ut istis oculis,
istis fauoibus, isto crine ad lenociuium composito, tanto
Praesidi, [j^rnvissimoquo ordini to oppouas, et eum de grada
deiieere temptos, quein venernndus Princcps, quem sanctia-
simus ortlo praeceptorcm declaravit, laudavit et suo testi-
monio decoravit ! Quoti, ne quis a me flctum putet, auscul-
tata), quaeso, diploma (1). Accepistis, Patrcs optimi, qui-
bus me verbis froquous Senatus ornavorit: et audet nimiae
liceutiae litkMnitor edicere, ne quis ad nos accedat, ne quia
auditum veniatf
Seti quid infelix a«;:at! videt aliter se stare non posse,
arcet vos a nostra auditione, ne quid inter utrumque distoi
agnoscatis, ut vos diutius in admiratione sui detineat, cum
summa reipublicae iactura ; quid cuim doceat praeter strì-
bliginem aut ventosam loquacitatem , qui dimidio stultiorea
dimittit auditores quam aeccpit ! Et erit qui posthao tam im-
peritum, tam pctulantem, tam temerarium ducem sequaturt
erit qui liberos credat! qui suas aures accommodett
Hos cgo^ si qui tnmt, non tantum facile patior, sed
etiam votis opto no nos auditum veniaut ; quid cnim aliud
esse crodamus, quam veeordes, aut certe non bonos ! Quare
quoniam satis apud vos, a quibus prubari cupio, videor expur-
gatus, flnem dicendi iam faciam. Si quid autem nostra ora-
tione offeusi estis, iustius illi quam mihi succensere debetis,
qui initium iutroiluxit. Ego dabo operam ne in ftiturum hoc
in genere gravis sim. Itaque noe iuimicum duco» nec ami-
cum recipiam.
(1) ExsUt diploma, ouius hio mentioDem facit Parrhasias. ^ V.
httias op. Cap. V, pag. 47, n; {!)• ^
>««kri*«.k_M
***"■* ■■ ■ *'"''^"— ■»-^" ■ ■■ ■^■y-ni'
h«U W4 »s^ . A «^ ,
Vili
PBAEFAIiO IN PEBSIOM^)
Mcdiolani 1504 (Cod. V. D. 15)
Chilo, sapiens uuas e scptom quos votostas in Graecia
consecravit, iam senez eoqao prailentiori nam serìs venit
usus ab annis, ut inqnit Ovidins, qnom forte qnompiam glo-
riantem audisset nnllam se inimicum habere, an nuUam e-
tiara amicnm haberet, interrógavit, amicicias et inimicioias
iuvicem consequi et addaci necessario ratus, ut apnd Gellium
Plntarchas memorat. e Hai >, in Aiace farente Sophocles ita
monet, e hac fini amcs, tamqnam forte fortuna osurus, bao
itidem tenos oderis, tanqaam paulo post amatams >• Per tot
onim vitae salobras quis ita circomspecte potest incedere
qain offensiones aliqnando non incnrrant f Sammae illnd qoi-
dem felicitatis est dnas forocissimas affectiones amoris atque
odii intra saam qnamqne modom continere. Qnod si minns
contingaty qaom non omniam sit in Gorinthnm navigatìo,
proximae laudis illad est ad lenitatem nos qaam primom
dare, nec in vita mortali inimicicias perpetnas exercere.
Minutianos Alexander, nt scitis, annis abbino daobns,
an tertins agitar, ex hospite factas hostis, utrins colpa dicere
(1) V. httius op. Gap. V« pag. 60,
• t
I^i*
* J 0i
m,^
m^m^mì^^
ORATIOIIKS BT SP18TUULX
147
supersc<Ieo, quando fero iufftum quisque affeotum iudioai
quem agnoscit, amicis auctorìbus, in gratiam mecum rediit,
et eanii qnod est in me, mansuram seniper : atque ita forOf
Deum optimum maximum quaeso. Fecenint hoe ante nos alii
complurcs, quorum vestigiis insistere quem pnderet t M. Ae-
milius Lepidus, Fnlvius Flaecus, Livius Salinator, Olandios
Nero, Tiborius Gracchos , Africanus Scipio, M. TuUios,
0. Antonins, ii non solum sino crimine Icvitatis, sed etiam
cum laude simultatis acerbitatom deposuerunt. Nam multo
speciosius est iniurias clemcutia vincere, quam mutui odii
pertinacia. Quapropter omnia praeterita malcdicta, qnae non
voluntate, non iudicio, ( quod ipse non negabit ), sed ira
percitus, in nos effudit, familiaritati, qua mihi coniunctns
olim fuit, et amicorum precibus condonavi ; quom praescrtim
intelligerem satis in eo Pontifici meo facturum, ne momm ^
facilitatem, ad quam ipse natus est, in me desideraret. Ac-
cessit et alia causa non levior, quod noUem simnl alterca-
tionibus ozimi diem, simul honestissimas aures vcstras iUi-
beralibus conviciis onerare non citra iacturam temporis evi-
dentem, qua nulla pemiciosior, ut Theophrasto placet.
Et verebar ne contentiones huiusmodi nostra Consilia
pcrturbarent, quae penitus in eo flza sunt: aliqnid utilitatis
nostris hominibus afferro, nec levibus occupatos studiis, ezi-
stimationem bonorum mereri, nec ad eam rem labori parcerOi
qui generosos alit animos, ut sentit Seneca. Quare quom
vobis anno superiore Papinii 8jflca$ prò virili diligenter
ezposuerimus, in praesentia, Snperis approbantibus, in eamm
locum Nasonis in Ibim Diroij Horatii Foetteam^ Persiiqne
Satyroi suiBciemns, eius quem Lactantius, quem divns EUe-
ronymus habet apctorem
\
•MÌkUijM*«^i4kr«.a*ÌbiAMriWÌtal»M4ki^«i*ih**i«^MU^i«k^a*MiJMkÌMM*»n«i«B«Ht«»**«»«»*M«^^
.,^.'^■^^,^^ aj— é0t * fciii »it^
I
IX
PRAEFATiO IN THEBAIDA^
Mediolanl 1504 (Cod. V. D. 15)
PrìnBqaam destinatam mnnus aggrediar, oniatissimi aa-
ditores, consilii mei rationenii cnm in ducenda nxore^ tum
in hoc potissimum poeta promulgando reddendam censui.
Ego quom prìmum appnli in hanc inclytam civitatem et
latissimo dignam imperio, eins amplitudine captus, hanc
animo meo propriam sedem flxi. Nam, post illam felicissimam
Gampaniae oram, unde nos armorum strepitus exclusit, in
tota Italia nullum usquam seoessum solo virisque meliorem,
quique mihi Mediolano magis arrideat, inveni. Adhnc enim
retinet rerum copiam, innumeras et cnltas demos, virorum
focnnda ingenia, antiquos mores et quae praeterea ceoinit
Ausonius. Itaque velut. oblatam caelitns occasionem docendi
non invitns arripui, proque mea virili parte enixius operam
dodi, ne vobis essem pudori, aut inter grammatices Italiae
professores ultimus • Ut multorum iudioio ridebar assequutus
quod optabam, apud eruditos aliquam in litteris opinionemi
apud optimos qnosque benevolentiam non vulgarem ; quom-
qne nostra studia ita oculos attòllere coepissent et braohia
movere, ut pristinam dignitatem recnperatura yiderehtur:'
(1) V. haius op. C^. VII, pag. 61 «t taq.
I» I ■ «i m «wWi T i n i
MWB^^w»«Ma»ifa<^U«i««tai''MtfM*«^'M«**"*»^«M<hM**«w«MMM«iA««Mb«»«MaM^aMMif^^
ORATIONSS RT.KPISTULAB 149
ecce tibi caocis invidiae tolis impeditasi ^arum àbftiit quin
animi conscientia securas intor oscitantos opprìmerer. In
tanta rei notioia nihil opus est immorari ; non enim vobis
ignota loquimor. Hoc ego periculo non minus ac deboi motns,
ne patieutia mea iniurìam invitaremi quia certos insidiaram
auctores non habebam, bilim,.ut ingenue fatear, in omnes
effudi; unde auìmos a me vestros aliquantisper habui arersos
cum maxime meo dolore. Quam ob rem iniquo meo fato ceden-
dum ratus, quod, nulla mea culpa, uescio quomodo, semper
obtrectatorcs invenii vel in Ulterìorem OaHiam, quo maximia
praemiis invitabar , aut in Urbem Bomam ; Uluo enim
T. Phacdrus, illius Academiae princeps, omniumque nostri
temporìs eloqueutissimus, me per litteras accersebat..
Ea fama, ut mos est, emanavit, iuque dies magia m»-
gisque gliscens, quosdam nostri nomiuis studiosos exanimavit;.
ii me frequeutes adeuut: uno ore rogare, obtestari, contendere-
ne committerem, ut quantum improbi discessu meo cresce*
renty tantum bonorum consensus erga me debilitaretur ; ami-
cicias inimicicias iuvicem contraili posse; bonorum ex levi
olTensione in gratiam redire, si me ad lenitatem darem; ne-
bulonum vero nullam habendam esse rationem, improboram
nullam curam esse debere. Ut informatus a natura animus
facile moveretur, effeceioint ii auctoritate recto monentinm.
Sed ut aliquo praesenti pignoro me diutius in usum ve-
strum fere declararom, placuit in spem prolis et rei familiaris
Theodoram, Demetrii liliam, mihi adiungere, in qua non
formam, quae in.ea mediocris est, ut. appellat Knnius^ non
offertam dotem, quae male sijae moribus expetitur, animumque
meum non facile capit, sed ingenuas artes, integritatem vitae,
et super omnia patris eius afiinitatem spectavi, quo studio-
rum adiutore, spero me vobis industriam diligeotiamque meam
probaturum. Quare si ìiieìim erga vos animum nondum aliis
in rebus perspicere potuistis, in hoc ad liquidum debetìs
habere exploratum, quod in optanda uxore non opum, non
^■ » , , ,,^«. , ,, .h I., , I r , I , r M ,. l U afc.^^ «feat.
--. 4-
• ^ • I ••
IM
A. JANI PABRHABn
Yolnpiatis, at alii| sed vestrae omniam otilituitìs haboi ratio-
nem. Adianxi enim mihi viruni doctissimum, cnins assidno
conviotu quantum studila nostrìs accederet in dica cxperìe-
mini. Neque magis uxor impedimento nobis erit quam Mai-tia
HortensiOy Plinio Calpurnia, Lucano Argentana, Statio
Claudia, Apuleio Pudentilla olim fiiit.
Prudentibus enim viris uxores ut in ampliflcanda conser-
yandaque re familiari| sic in studiis magno sunt usui ; non
enim sinunt avocari mentem cura parandae lodicis, aut pul-
mentarii. Sed quid hoc ego pluribus excusoi quasi meum sit
exemplum f quom difficilius sit invenire ex antiquis illis sa-
pientibus, Socratem dico, Platonem, Aristotelem ceterosque
quorum divini spiritus loquuntur aetemumque loquentur in
libris, unum caelibem, quiqne procreandae sobolis curam
neglexerit, sexcentos utique raaritos, praeter unum Biautem,
cuius antistrephon et quidem inane non iniuria Favorinu^
elusit.
Mihi certe satis est unius Antiquari! iudicium, hominis
et doctissimi prudentissimiquc et ad unguem facti, cui nemo
aetate nostra in aliquo vitae colore comparari potest. Is, in-
quam, consilium meum laudat elegantissima epistola et prò
me quodammodo spondet, uxorem studiis minime offuturam,
quod ita ego praestabo, ut omnes intelligunt nihil de pristina
diligentia mea remissum. Loquantur alii quod volunt, ego, tanti
viri iudicio tutus, malorum invidorumque sannas aspemabor.
Itaque ad ipsum pootam, ut proposui, iam veniam • • .
•■)■:■}
»•
«««•«««■*•
^ ^i--'* i--n i rr r ii «*rf — utti i r- - i --'-- •■ »-- .i-.**. ^^ltm-^^ m....^^^ — i^^^*A^à^^»:^iM^^*^wat :
ORATiO m L, FLORUM^
Mediolani 1504 ( Cod. V. D. 1&)
Ut qui non suft, sed fortunae colpa decoxit et solvendo
non est, creditores in dicin blanda spe tollit, donec occasionem
nomiuis asscqiiaiur, ita uos hactenuSy ut ingenue fateamur,
inopia pressi, proniis.s«im toties Fiori lectionem sensim pro-
crastinando distuliinus. Nani quid aliud, ornatissimi iuvenes,
in tanta rerum dinicultate, quid aliud, inquam, facerem,
quom publica stipendia non procederent, et, si quae prìvatim
consequebar emoluinenta, \ix emcndis olusculis satis essentf
Subit adniiratio si quando venit in nientem, quo pacto,
tam procul a ineis, nulla re familiari, nullo praesidio ftaltus,
huc usque magistri personam sustinucrim. Sed hoc equidem
divinae priinum benignitati, deinde vobis acceptnm refero,
qui tanta aurium clomentia nobis operam datis, qna nisi
stetissem, meo certe studio staturum non fuisse piane scio.
Optabat Aristodemus a diis immortalibus opes, ut est apnd
Alceum, quoniam bonus esse pauper difficile posset. Et Homs
Apollo, qui de sacris Aegyptiorum notis patria lingua scrìpsit,
auctor est ab Aegyptiis doctrinam gentiliter appellari Sbo,
victus ubertatem significante vocabulo. Quippe si viatica
(1) V. huiuB op. Gap. VII, pag. 62 et teq.
'M/j:.
1*r :: '-'' :* ''^ ^ ^'!"*"* ^ *?w-v:r:i.: •U:.-:*.),WT.«w
i»
152
A. JAIVI PABBHASn
desinti ut vocat Aristotcles, omnis mi scientiAm conatu8
irrìtus est ot inanisi et quantocumqae labore dtligentiaque
niillesimus quisqae vix evadet.
Amabam nuper artlentissiine studia, sed ut pauper et
qui duriter in dies agcbain vitam, non de lodice tantum
( quod ait Juvenalis), sed etinm de calceo parando sollieitus,
ut incitatus ille cursus ad gloriam levissiinis interdum curis,
quibusdam velut obiicibus, retardaretur, et in aliquibus fidem
meam non praestare cogebar iuvitus: quod proximis raen-
sibus nsu venit in Floro, non sino meo summo dolore, qui
nonnullos inde mihi paulo oiTensiorcs acciperem. Kunc autem,
quom amplissimus Stcphanus ille Poncherius, antistes Pari-
siensis, et Senatus Insubrum x)rinceps, quo, quasi sacro atque
inspoliato quoilam fano, boni omnes utuutur, non honesta
solum mihi praemia coustituerìt, sed, qui maguus honor est,
nepotis ex fratre sui curam niilii delegavcrit, existimationi
meae cousulendura ratus, cum pi-iii>um licuit, quod aliquando
receperam, sicut aes alieuum dis^olYere cessavimus, ut omnes
intelligatis, hactenus satisfaciendi votum mihi non defìiisse,
sed faoultatem.
Quod si Fabius Quintilianus, ob eiusdem generis iniunc-
tam sibi provinciam, mores accuratius excolendos et studia
sibi duxit, quo Domitiani, perditissimi principis, opinioni
responderet, quantopere laboraudum mihi censetis in utroque,
ne sapieutissimum sacrosaucti Pontiflcis iudicium fefellisse
yidear, qui sicut opibns et imperio, quae malis indignisque
plerumque contingunt, nitro co<lit, ita bonis artibus et elo-
quentia longe praestat. Quare praesentibus omnes animis
adeste, et si vobis iniquo meo tempore non displicui, cogitate
quid, arridente iam fortuna, vos oporteat expectare. Dixi.
2«- -■ ■ ■•*'•'
• ' -' III -— >- .-..^^. ■ -.f^.^. -•-•,..--.>^j.-- ■^,>-a.-^^,.«j«^^-AÌjJ^-^y,
XI
EPISTULA AD LAURENTIUM PEREGRINUM <'>
Mediolani, olro. 1505 (Cod. V. 1^ 0>
Non it4i iiiro oontubernii, qno<l tibi communo cum maltis
ot iis, ob ìn^ronii |)orv(M*sit>iitem, pnruin inilii probatiSi ut in-
dole inoruinque olo;raiiti:i ne bonnrum ariiuiu 8tmlio potes
a me expecUire oiniìia qiiae a<l excolcuilum pertineut ani-
nium, quem non miiuis ornaium velini quam sua qnisque.
Qiiom non nniplius nnuum fueris apiid me, tantum tibi
bonÌ9 artibui) et oniciis nmoreni eoneiliasti, quantum si domi
nieae natus e^ses ae viveres. Itaque potes et debes a nobia
expectare omnia, quao praesertim pertineut ad animi cultnm.
Non enim minus e^o oruatum te expolitumque velim quam
optimus quisque opifex elaboratam a se statuam.
Juuii Juvenalis illud ex initio Satj^rarum e nunquamne
reponam >, non ininria desideras expHoari, nam neque Do-
mitius, neque Piemia, interpretes alioqui diligentissimi, mol-
toque minus infra classem ma^struli eins verbi vim peroe-
perunt in hoc poeta. Juvenalis enim reponere non in si-
' gnificatione scribendi sarciendive, sed prò eo qnod est parem
gratiam referre videtur accipere. Sieuti ad Lentulum soribenSi
(1) V, huiut op. Gap. 11^ pag. IS.
\
" ti' t ^mmfmm
*• " ■ IM»!! I» I . 1»!,^^,
T* ''^ *■-•*'%■■ .• •■- - -', ^ ". , ^ ^^. T-f - ■^- '■!
164
A. JANI PABBHABn
Cicero per haec in Epistolarum famiìiarium libro primo: cCur,
inqoit, vatdciiiiam landarim, peto a te ut id a me neve in
hoc reO| neve in aliis reqoiras, ne tibi ego idem rcponam
Cam veneris», idest eadem in te regeram. Atreus apudSe-
necam poetam : e Sceleri modos debetar, onm facias scelus,
non abi reponas >, idest nlciscaris. Metaphora sampta est
ab iis qui matitant, invicemque convivantar.
Haec babai saper ea quae a me qaaesisti ; integrnm sit
seqni quod maxime probabis. Probabis enim quod aptissime
loco et sensuii qui sis ingeniosissimuSi congruct, Sed ben ! tn
vide qnid agas, qui cursum reflectas ad Sirenas ; est sane
pericnlum, ne te mansuetioram Musaram delinimenta avocent
a molestissimo legam studio. Cogita tibi, vale.
„<[) ■ !■■
l_Ll:--_L-JW_l_^--ft r-^ ii L.V'^- i -L iT -fi i Ti — "' '-T" - '■ - | ' «'^'-^-i-'*:"— ^■'■^■^^^^-*'^-^^^^
xn
PRAEFATiO m LIVIUM»
Mediolani 1504 - 1505 ( Cod. V. D. 15 )
Autoquain, Patros optimi, vosquo iuvouos ornaiissimi,
do Livio vorba faciaiiii cuuctationis inoae cousilinm broviter
exponam.
Ego quom videromi nt cetorìs in rebusi sio in liboralibns
(liscipliuis ccrtos esse grailus, per quos itur ad sommami
anno superiore aditum struons ad LiWumi L. Floram prae-
Icgi, qui carptira compendioquo popuH Romani soribit histo-
rias. In oo castigando simul onarrandoque quantum vig^li»-
rum, quantum laboris exhausorim testos mihi snnt omnos
qui tum nobis operam dabant. (Quorum nonnnllos non tam
mea, quae modiooris est, eruditio trahebat ad andiendnm
quam quacdam, ni fallor, expectatio qua ratione cnrarem
tot vulnera, vel, .ut verìus dicam, carnifloinam, quam libra-
riu8 in Floro sic exercnerat (2.^, ut novae cicatrici locns non
esset. Bt hi quidera, modo livor iudicio non oiBciat, habent
cur mihi| si non doctrinaei certe diligentiae gratiam debean^
(1) V. haios op. Gap. VI, pag. 56.
(2) Aperte hic Parrhasiut Alexandrum reprehendit Minutianom, qui
Mcdìolanif Jd. Januar. 1502, L. Fiori Epiiomeìì, inoumerit refertam
erroribut et falsi • corruptam interpretationibos, edlderat.
\
«
t«" ^Wt»" . ' —
•awAmm»
'•^•# T?*-
l'iWfc iTiiiSWw*!
!■•■"»• -^ •
166
▲. JANI PABBHASn
. »
od cam caraulandam ne quid oraittercm, qaam Fiori parti-
culaiiìi saovicia pcstis excluso mihi tum non licuit, in prae-
sontia ropetore constitucraiiii qiiod co facilior accossus ad
Livium fore vidobatur.
Ad haoo me comparantem forte convenit yir aureo di-
gnus aevo/ uee nnqnam satis laudatus Demetrins Chalcon-
dylesi qucm uon niagis ego quam studiosissimus quisque
inxta pareutem colit. Ad quom, quom meas, ut soleo, co-
gitationes retulissein, quae philosophi libertas est, cSanus cs>
iuquit € Jane, qui centra tui saeculi mores in uno altero ve
libello tam lente sedeas t non illa nunc aetas est, quom in-
venes quod imitari vellent diu audiaut, omnes ad vota fe-
8tinaut| ncc expectandum habent, dum mihi tibique libeat
prò re dicere. Sed saepe ultro- iuterpellant, atque alio trans-
gredientem revocant et propcrarc se testantnr. Utque Phi-
lostrati leones ex eadem praeda bis cibum non capiunt, sed
ex calida recentique semel pasti reliqiiias aspemantur, eodem
pacto nostri temporis homines una do re saepe disserentem non
facile x>atiuntur. Quare nisi novi quid in mcilium promas, quod
discipuli probenty vereor ne solus in scholis relinqaaris (1) >•
Qnibus ego monitis, ut par erat> a priore scntentia de-
turbatus, animi dubius aliquandiu pepeudi. Nam quam vis et
ipsa res et auctor monebat, ambiguuiu iiuncn erat quam in
partem homines essent accepturi, si Lucium Florum nostra
ope propemodum convolescentemy nt parum periti medici,
non penitus obducta cicatrice, desererem ; *tlifficilis anceps-
qne deliberatio , din multnmque agitata , nostri innneris
auspicia retardavit, donec animo sedit ocii^mei rationem
vestris commodis posthabere. Diebus itaque festis, quos alii
genialiter agitabunt, quae restabant ex Floro, pomeridianis
(1) Haec Demetrìi Chalcondylae moniU maximam Parrhasii nostri
laudem praa se ferunt, nam manifestis argumentis eins magnuin et
Msiduum in castigandis scrìptorìbus stodium nobis patefadont ». ^
•^■M*^'*"^
- ■-
tk é m u mtàutmm^tÈm^im^m^^mnm* itiàm
««M^«*laiM*É*«i
OBATIOME8 ST EPI8TULAX
167
horis intoi-pretabimur, in eius vero locum (qaod (ànskiiii
folixque sit omnibus ) Livionì sustitucmns illum, qnem ve-
tustos adco suspoxit, adoo venerata est, ut nihil ad hoo aeyi
rcliqueriti qnod in eius no>'um praeconium possit excitari.
Quis euini post Fabium non dixit in conciouibus Livium,
supra quani narrar! possit, cloquenteinf Qnarum tanta vis
ad persnndenduni iam tuni crcdebatur, ut Metio Pompusiano
capitale fuerit apud Domitianum, quod eas excerptas ad
usum uiemoriae circuaiferret. Quanto niitius sacrosancti nostri
Ro£^s in^^euium, per quein non haee ediscere solum licet|
sed ipso praeceptores nitro conduciti qui iuventutem Hber»-
liter institnant,
Quis vero Livium nescit in exprimendis alTectibnSi quoa
mitiores appcllant, inter historìcos primos obtineref
Nam quoil ab ultimis Ilispaniao Galìiarnniqne flnibus
illustres in urbem viri venerint, ut unum Livium salutarenti
epistola Plinii Nepotis ita porcrcbruit, ut sit in tanta notioia
reforre supcrvacanoum. Furor est autem, furor in quaestionem
vacare, quod olim Valla, Sallustiusne doctior fìierit an Li-
vins, et eos invicera comparare, a quibus discere magis oon-
venit. ntrique summi extit-ore ac cadesti quadam providentia
componcndis moribus alendis<]ue ingeniis accommodati. Quanto
mniori cum laude defendissct in Livio calumniam quam Vm-
bius ab Asinio Pollione refert intentatam. e Quo modo, inquii|
attica illa anus Theophrastum, hominem alioqui disertia-
simum, annotata nnius alTectatione verbi, hospitem dixit, nec
alio se id deprendisse, interrogata, rcspondit, quam quod ni-
mium attico loqueretur : et in Tito Livio, mirae facnndiae
viro, putat inesse Pollio Asinius qnandam patavinitatem »•
\
-I.^#by^.;>..
^ . ^t --
. • •
» »
.K
XUI
EPISTULA Nli.-DE LIVII INDICE^')
Mediolani, circ. 15(fó ( Cod. Y. F. 9 )
Timon ìlio Phliasius, óloqueutiac sapicniiacquo stadiosusi
ut undecimo Successionum libro scrìbit Sotion, iutcrrogatus
ab Arato Solense quo pacto posset Homeri poema consequi
castigatuniy respoudit : e Antiqua lego exeniplaria, non ea
quae nuper emendata snnt >• Eius, ut reor, auctoritatem
secutns, Probus exemplaria undique coutracta inter se oou-
forre coepit, ex eorumque fide corrigere ceteraf atqne di-
stinguere et adnotare curavit et soli liuic noe ulli praeterea
grammaticae parti deditus, ut Suetonius auctor est, ad fa-
mam dignationemqne pervenit. At, ut quidem sentio, non i^
niurÌHi nam quam sit hoc laboriosum, quam non omnium,
Cioero testatur ad Quintnm fratrem. cDe libris, inqnit, Tyran-
nio est cessator ; Ohrysippo dicam, sed operosa res est et
hominis perdiligentis; sentio ipso, qui in summo studio nihil
assequor »•
De Latinis verOi quo me vertam, nescio, ita mendose
(1) In codice V. F, 0, in quo omnes quae Parrhasii tupersont epi-
•tulae collectae sunt, nonnulla Quaesita^ ut hoc De Livii indice^ omni
indicio signoque careni, ad certuni signiflcandum viruro, cui inscrìpta
sint. — V, huios op. Gap. VI, pag. 55.
N
•MklMU»*
ll'^g''^ — ^-j^^Aat^*— i>fc^
«'
•. -^
oratioubs xt bpistui^àx
159
scribuntur et veneunt. Utinam non nostri temporis haec io-
stior essct querela! certe ego non plus in alienis erroribos
coufutamlis, quam in cxponendis antiquorum scriptis inso-
dsircm. Sccl afiirmare inratus et sancte possum, eie omnes ab
impressorìbus inversos esse codices, ut, si anctores a pestìi-
minio mortis in lucem revoceutur, cos agnituri non sint. In
quo non recuso quin mentiri indicer, nisi Livii Decada istao.
apertissime probabunt. Ao ut ita facile omnes iutelligant, ab
ipsis argumentis incipiam.
Sjllabos et elenchos graece dicitur is quem latini vo-
cant indicem, cuins adeo studiosi fuerunt antiqui, ut PliniuB
integrum volumen elencho dederit, et Cicero per epistolam
potati ut eius libris index ailinngatnr. Lampius etiam, Pia-
tarchi filius, hac una re claruit, quod cleuchon operibus pa-
tris addidisset, ut est apud Suidam.
Qais huuo indiccm Livio praetexuerit in obsouro est; a-
liqui tamcn Florum suspicantur. Ego nihil aiBrmo, sed qui-
cumque fait, doctus certe fuit et plenns auctoritatis in scholis,
ut quidam de suo multa addidisset, quae, licet a Livio
transcripta sint, adulteraut et vitiant alienar nm lucubrationum
sinceritatcm, ut dcpreudimus iu antiquissimo codice, qui ma-
uavit ab cxemplari Fraucisci Petrarcae, viri, sua tempestatOi
dootissimi. ^
'i
XIV
PRAELECTiO AD DiSCiPULOS<'>
Mediolani circ. 1506 (Cod. V. D. 15)
Tollite iampridem, victricia tollita sigoa
Virìbut utenduiD quatf'fecimos
Libuity adolescentes ingennii pomorìdianis iis aaspiciis,
iisdom V08 hortari verbis ad repetenda litterarum stadia,
qaibas apud Lacanam Oaesar ad instaurandum bellara mili-
tos sao8, qaando non cnm aurìore maj^que infesto ' hoste
Oaesari fntura res erat, qaam nobis hoc tempore.
Stat ecce in nos ignorantia gravissima adversaria, centra
qnam, cum anno saperiore freqnentes mecnm strenne pngna-
yerìtiSy frigoris atqne solis patientissimi| nunc nisi reparata
constanter acie consistemns omnes prompti, labores emnt
irriti, pessimeqne de rationibns nostris actnm. Haeo enim
nos omnibus omamentis et oommodis exnet; nam quid ant
conseqni potost ant praestare qui, quid optandnm, qnidve
fngiendnm sit, ignoratf Usns mnltarnm remm perìtia com-
parat homini prndentiam ; nnlla tamen re magis ignorantia
prostemitnr, qnam litterarum cognitione, qua si qnis a teneris
annis imbntus, poetas et historiarum scriptores accurate versat
(1) Hano attalimas Pradectionem ad venim paternumqo« Parrhasii
in discipolot demoDStrandum amorem*
f>
ab^i^mt^mimm'^'mmm^^
111^1»» 1 1 r if , m I ■ ■ ■■ mi II \ km ru ^^ni^im
OnànOVEB ET BPISTULAX
161
indeqae mores et instituta mortaliuiii disciti ao daoe demaìn
philosophiai Wtae probitatem cum eniditìone coniimgiii Ì8
sane diis immortalibus par in torris habetnr.
Itaque ne tanto nos pracmio spolict ignoranza, resamp-
tis viribns, bellicis exeroitationibusi antea firmatis, daòram
qaoqae raonsiain requie refeotiS| integri et reccntes ad ca-
pcssenda denuo studia consnrgite.
ConsurgitOy inquani| adulesccntes optinii| consurgite ad
solitam litterarnm palaestram, et iam sublata atque explieita
signa prosoquimiui, ut adversus ignoi-antianii horainis acer-
rimam hostcnii fortiter et impigre mecum decematis. In quo
quidem bello commilitonis et non imperitissimi dncis offido
fungar. Etenim nullum laboremi nnllas vigilias, nullnm de-
uiqne periculum recusaboi ut in arcem sciontiae, ad quam
nati sumus, victores triumphantesque vos perducam, Atque,
ut verba ad rem conferamnsi institutos auctores, 4°orum
enarrationem vindeniiarum feriae intcrruperunt| resumemoa
ab eminentissimo poeta sumpto initio.
\
.s
. . » •
Zi. ^m
-, ^^«P •«-
XV
epìstola ad PIUM....^'>
Mediolani circ. 1505 ( Cod. V. P. 9 )
Atquiy taa cuni bona venia, fallit te ratio, mi Pie, nam
nec extat apud Solinum: e Armenia tigribus feconda >; nec sic
unquam scrìpsi, sed : e Armenia voi Hircania feta tigribus est>,
ut ait Soliuus; in quo velini dicas utrnm codicem mendosnm su-
spicaris ab antiqnis exemplaribus inter se collatis, an qnod
ea locutio latina non sit, ant parum tersa. Liceat apud te
gloriari : si quis alter in emaculando Solino laboravit, in iis
ego nomen proflteor meum, Neapoli, Lupiis ( nrbs ea^ Apn-
liae est), Bomaeque nactus antiqua reverendaeque vetustatis
exemplaria, quibus adhibitis et cxcussis, castigatissimum mihi
codicem reddidi. Sed et hic alterum habeo vetustissimum,
qui Merulae fiiisse di^itur. In iis omnibus /e/n tigriÒM est'
et non fecìinàa^ et ita dixit, ut Maro feta armiè^ et feta
furentibut auètriiy alludens ad animàlium speluncas et sub-
terranea cubilia. Scio quis iUius emendationis auctor fiierit,
sed is me perducere non potuit, ut ei, magis quam vetustio-
rum codicum fidei, crederem.
(1) Non prò explorato afArmare possamus cui Parrhaslos hanc io-
Bcripiierìt epistulam, oam daos illi hoc nomine amicot fuisse compe-
rimnt : Joannem Baptiatam Pium Bononiensem, et Aldam Piam Roma-
num. — V. haiui op. Gap. Ili, pag. 23, 34.
n
t .
ifc IWli^fc
•**i*"^^**
^ntU^tì^^ìimAm
X7I
EPiSlULA NI. -DE A. MARCELLIIO
Mcdiolani ciré. 1505 (Cod. V. P. 9)
Ammianì Marcollini Btrum gestnì'um libri penes me soni
omnos quot extant, ex antiqaissimo codice Bomae exeriptì;
nec alium prope froqueutius in manibas habeo, qaod inde
quaedam non vulvaria liccat hanrire, Sed quid oportott iii>^
Illa Juliani mentione Marcellinura citare, nisi qnotiens in
rem meam faciebat ex rebus Juliani f Curiosi certe nimis
est inaccurate illud a me factum putare (1)
(1) V. hoiui op. Gap, Ili, pàg. 28, /
\
* -•■ .-^-^^-1^ — v^^^ I — , ^ -^. 1^ ,1, I f n , i m T ,
^^^
■« <H»^
>«»<«li m m lr<M<— >i».i>i<p».^^
• /
xvn
EPISTOLA HII.-OE LOTIiTIO »
Mediolani circ. 1506 (Cod. V. P. 0).
Quae de Lntatio monnisti mihi non erant ignota, ao ne
cniquam mentiri videar, occipe- prò re tua, quod ipse non
integram recitasti testimoninm. Carmen in VI Thcb. est hoc :
Mundo succincU latenti
Vulgati codices, ex interpretis persona, habent huno in
modam: e De iis rebns, ut ingenio meo connectere potni, ex
libris iDClTabilis doctrìnae Persei praeceptorìs seorsnm libel-
Inm composui : CaelUis LaetantUiS Firmianu$ Plaeidìi$ i. Sed
haoc non leguntnr in vetustis exemplaribns, in qnibus titulns
est hic : Lutata Placidi versuè ; noe a Lactantio compositos
esse ex eo datur intelligi, quod habet auotorem Sedulium,
oitatqne eius huno yersum:
Culus Ach&emeniam rabies accenderai tram
Plus fornace ffna.'
Scdulium vero posteriorem Hicronymo ftaisse oonstat, ut
aetate una prìorem Lactantinm. Lutatii praeterea Placidi
glossemata, per ordinem litterarum digesta, Bomae legerami
(1)
V. hoiQS op. Gap. IV, pag* 3i.
>> . .
■ ■■■%
'^m^ »W ■ » ti wii^ I I
OBÀTIONBS BT XPISTUUUB
186
piena fnigis optimae ; et haec in causa fuenmt ut Latatium
potius quam Lactantium nominarem, quom plus apud omnes
sanae mentis homines valere debeat antiqaoram codicum
fldes, quorum magna mihi copia Neapolii Bomaeque con-
tigit, quam particnla vulgatis inserta codicibns ab iis qui
testimonium iuscriptionis ab se perversaesibi ipsi conftnxeront.
\
I
xvm
ORATIO HD MUNICIPIOM VINCENTililiM
Veicetiao la07 (Cod. V. D. 15)
!IU (0
Veni, Patres optimi, tandem veni, 8oriu9 oxpcctatione
Tostra moaquo voluntate, quod immanium barbarorum grave
diuturnnm iugum non facile fuit ab attritis excutcre cervi-
cibus, quippe qui necopiimta Victoria extulonmt aDimos,
tantumque sibi pcrmittuut in omnes Italos ( o miseram tem-
porum conditionem ! quis hic ita non ingcmisoat et frontem
feriat ? ) quantum vix olim Gares in Leleges, Arcades in
Pelasgosy Lacedaemones in Dotos.
Ilabeo diis immoi*talibus gratiam, quorum uumine serva-
tus hio a<l8um; quodque semper, ex quo primum die vostra
mihi moderatio nota est, in votis habui, iueundissimo vostro
conspeetu fmor, usu vera comperio qnae de vostra singulari
in omno» bonos humanitate constans fama praedicabat. Eoque
maior mea voluptas esse debet, quod cogitanti mihi saevam
superbamque Gallorum dominationem qnovis vastoque loco
permutare, vos obtigistis, animi, coii)orÌ8 dotibus ac fortunis
omnibus anteponendi nedum beluis. Beluis inquam, Patres
optimi, belnis ; an homines existimandi qui sic hominnm
(1) V. haius op. Gap. VII, pag. 66 et Mqq.
■ v>
-tJ^f,^^' - " -1 '"- -^* ' ^' -^ ^.-a. t I ■> - ^ ■ ^r->. ■ tf ■ ■!!>
u# i'^i I •> iì iì I II ■ rfi 'I riaBiiiii r '\x^è\
• *
OBÀTIOmBS BT SPI8TUULX 167
sanguine gliscnut^ sic in omni crudelitate eznltanti nt vix
acerbis sociorura funcribns satientorf
Errat, Patros optimi, si quis arbitratur ipsos deos Ulyssi
magis extitisse propitios, a cyclopum fanoibns elapso, qnam
mihi dum cruentas Gallorum manus effagi. Qydopos enim
dnmtaxat in advenas appnlsosqne saeviebanti ii ne notos
quidem saisque parcunt. Ulysses uno vini cado Poljphemum
sibi pene conciliavit, ii beneflciis obsequiisque redduntar
importuniores.
Nam quid in eos a me publice priyatimque, domi fo-
rìsque profoctum non est f Quis centra ganeo, quis adulteri
quae mulier infamis, quis corruptor iuvcntutis ita iactatus
est unquam, ut ab iis, innocentissimus optimeque de se me-
ritusy ego t Caput omnium, satorque scelerum fuit AllobroX|
qui virtutis praemia malis aiidbus assccutns ini rcSv oye^v
fiùaiìjQ'Aiktl^y Inito^ &pcv(jij idest ex asinis et quidem lenUs
repente cquus exiluit.
Is enim nostri generis omncs odio prosequitur ob in-
testiuas inoxpiabilcsque simultates, quas cum clarissimo
nostro conterraneo Michaele Bitio, iurisconsultorum nostri
codi facundissimo, gerit, nude quave de causa susceptas in
pracscntia dicere nihil attinet. In me Tcro praecipue debao-
chatur et furit impotentissime, quod una alteraye epistola
Bitium laudavi, semel in editione Sedulii Prudentiique, Obri-
stianorum poetarum, quos omnium primus e pulvere situque
vindicavi, iterum per initia patriae Historiae, quam Bitius
ipso condidit, mihique castigandam 'dedit (1).
lUud autem nullo pacto forre potuit me sua causa no-
luissc quorundam Mediolauensium liberos a nostris aedibus
exturbare, quo vacuus apud me contubernio locus Allobro-
(1) Ritii opus inscrìbitar: De Regibits Hispaniae^ HierusàUm^ GaOiae
ete. Histort\ Romae MDV. Parrhasii epistula, impressa in huias operit
prìacipio, data est ad Ritiuin Mediolani, Rai. Coi. Ì50S.
W lm é'^ m^i ••■•,. '^ p I,
168
A. JANI PÀBItHASn
gìbus esset snìs. Ex iUo Mioutulttin quendam, nostrae prò-
fessionis acmulnm, qui nihil quoestus aliquot annos prope
me fcceraty extollerey amplecti, fovere quo stomachum mihi
faceret, ìgnarus ineptiarum longe grandiores offas a me sae-
penumero voratas ; ac incidit in illam quoque suspicionem,
quam garriens ad aurem Minutulus, de quo iam dixi, dola-
tor augebati a me sua notari tempora vitaeque sordes eo
opere, cui titulum feci : e De Rebus per epistolam qunesitis »,
quod adhuc domi sanatur, propediem vcstris auspiciis exi-
turum {1\ Quare non ita multo post a cena cuiusdam re-
diens senatoris ad primam facem, ex ictu lapidis in capite
vulnus accepi ; nec alieni dubium quin homo sexagenarins,
qui plus in capulo, quam in curuli sella suspendit nates (ut
iSocete Naevius ait in Pappo) percussores immiserita indi-
gnamque caedem, quantum fuit in ipso, patraverìt, quom
satis constet ab emissariis eius excursoribus ingentis spe
praemii soUicitatum Michat^lc'm chirurgum, qui me curabat,
ut malum venenum medicamentis infunderet. Exponere su-
persedeo quam gestierit, quantum sibi placuerit indomitis
moribus Allobrox, quod eo periculo motus in patriam me
recipere statueram, quanto rursus dolore sit affectus, ubi sensit
ab amplissimo patre Stephano Poncherio, Lutetiae Parisio-
rum Pontifice, cuius immerito vicem gerit, a decedendi Con-
silio revocatnm.
Quid itaf nolite quaerere, Patres optimi, nolite quaerere,
quando felicioribus etiam saeculis tam perverso principes
ingenio sunt inventi, qui prò hostibus haberent eos qui excel-
lerent in communibus studiis essentque superiores ingenio.
(1) Parrhatli aiteveratio valde congrùit cam illis Ciminii verbis in
Epistola nufte» ad Corìolanum Martyranun ante Itist. Gramm. Charh :
€ In prìmiff autem deflenda est illios divini operis iaotura, — > De Rebus
•cilicet per epistolam quaesitis, — > quod ipse saepenunìei'o vidi. Erat
enim ad editionem paratura, libiisque constabat quinque et viginti »•
1 «.
iaHto<^M»CV>«*««aMataiiBrf*«Mtfi*i^^A«#^*MM«aa*»wi<Mw«»MM«M^^
ST BPISTULAX 169
Inde Nero Lneanum sustalit, Hmlrionus adeo Favorinom
vexaviti ut eius statuam virtutis ergo positam deiiciendain
eurarot, ipseqae Favorìnas haud iniuria gloriaretur, haeo
inusitata Bibi praecipuaque tria contigisse: quod Arelatensis
et pingui Miuerva Gallus orationo perpetua graeee dissertaret,
eunuehus adulterii eausam dixisseti accusatus a neseio quo
senatore, Caesaris inimions TÌTeret.
Et quisquam dubitat an AUobrox longe plurìbus pas-
8UUD1 milibus ab Iladriano dissitns quam nos a Favorino di-
gitoSy neeem per insidias inibì stinixeritf Quom simularit
omue studiornra genus, ubique tamen, ut est, Goffredus, idest
goffus et frigidus apparet. In quem tam mirifice nostri
Claudiani carmina eonveniunt, ut in eum seripta quodammodo
yideantur :
^sperius nihil est humili quom surgit ia altam :
CoocU ferìt, dum cuocta timet, desaevit in ouines.
Ut se posse putent.
Ostentare impotentiam suam Toluit Allobrox, quom me^
Venetiis evocntum, Actis exeogitatisque criminibus exeepit,
itaque propudiose laceravit, ut nihil reliquum fecerit iniuriae.
Non erat opus, infande tenebrie ( te enim absentem tamquam
praesentem appello ) non erat opus in advenam, nullo fultum
pracsidio, tuas ad nocendum vires experiri ; satis superque
notae sunt omnibus quae nuper in Antonium Mariam Pala-
viciuum, domi suae primarium, composuisti, quem non Teritns
es apud regem perduellionis insimulare, corruptis emptisque
testibus, ab usque Mantua petitis/ •
Sed iueptus ego sum, Patres optimi, qui sapientissimas
vestras aures iutempestivis vocibus obtundam. Non est de-
risioni locus in praesentia, quom nondum mihi lieuerìt or-
dinem sycophantiarum rescire, neque per litteras neque per
nuncios, quos equidem din frustra Mediolano yenturos expeo-
tavi Patavii. Nihil enim cei*ti possunt afferro, tam sollioite
eayet Allobrox, ne veritas in lucem yeniat, mihique fàcultas
\
MM - '- ni ' l ' l < !■ > " ■ I H I V,
■'W.«
ll*< Il . l l' l iw f
^ **'*' ' *^^Ì,
170
A. JANI PABRHASn
àliquando detnr agcndi meani oausam. Sed obraat eamque
demergat in proftinduin: yelit, iiolit, ipsa dies oninino pro-
ferot, non enim Saturni ftlia vano ftngitur argumento. Quid
dixi: proferetl immo iam protulit.
Bcquis est tam Tccors aut tam caocns, ut non yideat
improbissimi nobulonis osso, tipulaeqne levioris eundem ma-
ledictis omnibus inscctari, pauloque post bouoro verborum tol-
lero. Non raentior: extat ecce diploma din post illam rabulatio-
nem, senatus eiusque decreto factum, quo decernuntur annua
mihi ducenta, optioqne datur, ut ex animi mei sententia Me-
diolani Tel Ticini profitear. Sed haec uberius et enodatius
agenda causa dentata charta, calamoque temperato, ut inquit
Cicero. Nec recusabo quiu eum me iudicetis quem nostri
fingunt obtroctatores, nisi prius evidentissimis argumentis,
deinde rebus ipsis et instituto vitae maledicta conviciaque
diluero. Diluam vero quom primum cognoscendi crimina pò-
testas erit; erit autem propediein. Nam concinnante ut audio,
quam vobis bue usque mittant accusationem, si quidem ve-
stram naturam metiuntur ex sua, putantque tos ad omnem
auram moveri. Nesciunt miseri, nesciunt quid inter credulae
stoliditatis Gàllos et oonstantissimos intersit Italos, et eoe
Italos, quibus in omni vitae colore reliqui cedunt Itali, Ve-
netos excipio, quibus, ut orbis imperio dignissimis, assurgit
omnis Italia. Oeteri vero quid ad hanc urbem f Non ambitu
murorum, non populi frequentia, sed antiquis opibus, optimis
institutis, elegantia morum civiumque praestantia respublicae
comm^ndantur: quanta cum laude versentur in ocio, in ne-
gocio, domi forisque, bello togaqne ; qui virtutibus ita abun-
dent, ut eas in aliis ament et honorent; qui in omnibus
bonis artibus emineant, àlios tamen infra se non contem-
nant, immo manum porrigant, invitent, hortentur, ut ad
summum culmen, quod ipsi iam tenent, evadant.
Ouiusmodi vos esse meo bono periculo iam didici, id quod
noa impulit ut pei: onmes dilBoultates bue usque penetrare9ìU8«
i>
%
1^1 11 I ■!! ^i^i^>tft»at0t I • I .» I ■ Il » ^
■^^,.^. -^ y-^^-ì •...■: ^-^^J -K- -•--■■■ •,\j.:-.i>;^^i .-^^.l--:-.
i»timm
ORÀTlOVEa ST BPISTULAX
171
Trahat anrì splendor et lucri capiditas alios : ego pecuniae
captum nauquam habui; sequantar alii annouae liberalitatem,
vhiique praostantiam, an^^uillarum saginara, quas Tester amnis
Dutrit Eretenus, ab Aeliano laudatasi ego, magistra philoso-
phia cum Vairone didioi sitienti therìacum mulsum, exurìeiiti
pancm cibarium siligineum, excrcitato somnum soaTem. Di-
scesserint bino alii pecunia divites, ego contentus ero yestra
bencvolentìa, acri iudicio, gravissimo testimonio parta gloria:
quamquam nobis est in animo, si liceat, aetatis reliquum
vobiscum exigere, proqne mea virili parte oaptuque ingenti
sedulo commodis vestris inservire; sic enim publice priva-
timque de nobis meriti. Dies me deficiet, si commemorare
volucro quibus ofBciis florentissima vostra respublica, ye-
strique cives me prosecuti sint et x)rosequantur. Itaque ne
cuiquam videar eorum magnitudinem non sentire, quod unum
possnm, pollicear industriam meam quantamcumqne vestrom
ncmini defuturam ; praeterqne publicum docendi munns, quod
mihi delegastis, epistolam tertio quoque die iuventuti ye-
strae dictabo, quod antea facturum perncgaveram: tantum
bonefacta in omni re valont, ut est apud Propertium..
Denique enitar ac elaborabo, si minus cmditionem, qnae
in nobis alioqui mediocris est, egregiam certe voluntatem
vobis omnibus omni ex pai*te probare, quibus existimationem
meam commendo meque dodo. Dixi (1)
(lì Cum illa sola edere st&tuUsemus monumenta, qoibns maxime
ad narrandam Parrhasii vitam usi sumus, permultas omisimus orationes,
ut luculentissimas duae aliaa quas Veicetiae habnit.
\
li I ri— ■ ■ W ■ m > 1^ i<||i «Miii I i
» ■
'rrrrr^^.'rr-^:-' "•-.r*-^— .-.,-: — ^-r
^>**»i^ t^j
XIX
PBAEFATID IN HORATII ODAS<'>
PaUvii 1509 (Cod. V. D. 15)
Si qais alias, ornatìssimi invenes, aat litterator ani
eloqaeutiae inagister, ex eo loco, qaem nos honestissimniii
Bomae, MediolaDiqao et demum Veicetiae tennimus, ad hano
iniquitatem temporum rcdactas esset, ut privatim doceret|
ille quidem fato convicium facoret seqae de fortnna praefa-
tionibus alcisceretur, nt olim Licinianns ex consnle rhetor in
Sicilia. Sed ego qui rerum omnium esso vicissitudinem non
magis ex Eunuche Torentiano, quam certa vitae experientia
didiciy sic ad omnia quae Tel inferuntur, vel accidunt homini
me comparavi, ut prosperos optem successns, adversa fàcile
patiar. Quamquam, si yernm fateri Tolnmns et a Tobis o-
blatam conditionem recta via reputare, nihil est our agi no-
biscnm male existimem, qnod longe minoris solito profitear;
siqnidem summa hnius urbis auctoritas celeberrimumque
Patavii nomen, ubiqne gentium yenerabile, compensat omne
salarii detriraentam.
(1) V. holQS op. Cap. Yin« pag. 7S.
i^
■'^^t*****'*'*
r«M4^w»aM
J < un
■ ■ Il h
^Li^
0&A.TI0MS8 ST BPISTULAX
17S
Nam ut antiqaitus Athenis ita hac tempestate dvilis
ordo disciplinae, philosopbia ac omnes ingennae liberoqae
tlignae ai-tes hauc iuclyt^m civitatem, quasi qaoddam tem-
plum habent. Accodit ctiam qaod is ego non sira, qui la-
cellum cnpide consecter, quique non malim qaod expediat
in commune, quam qaod uni mihi. Sanctissime possant affir-
mare qui mecuin vivunt, quam bene mihi cnm paupertate
conveniate contento quod necesse est, aut eo certe quod
satis est.
t '.
\
t -•
• - •.
> (
EPISTULA AD LUOOVICUM MOITALTUM
Agelli 1512 ( Cod. XIII. B. 16 )
(0
Admircutur alii Siciliani^ quod omnia qaae gignit sive
soli sive hominis ingcnio proxima siut iis quae iudioantur
optima; qnod in ea prìmutn inventa comoedia ac mimica
cavillatio; quod Giclopuin gentem testentar vasti specus et
Lestrìgonam sedes etiam nunc vocentnr; quod inde Lais
illa, qaam propter insignem formam Gorinthii sibi vindi-
caront, et inde Oeres, magistra satiouis framentariae, et
Prosorpinae fama sit; qnod ibidem campus Ennensis in
florìbus semper et omni vernus die, et Daedàli manna de-
mersum foramen ostendat, quo Ditem patrem ad raptum
Proserpinae exeuntem fama est hausisse lucem. Gomme-
moreut amnium, fontinm, stagnorum, ignium et salinarum
miracula, ao arnndinnm feracitatem tibiis aptissìmarum.
Laudent Achatem lapidem, quem Sicilia primnm dedit, in
Achatae fluminis ripa repertum. Tollat in coelum vetns
adaginm Syracusarum maximas opes aerìsque olementiamy
qnod in ea etiam cum per hiemem conduntnr serena, nnllo
non die sol est. Addant Alphe! et Arethusae fabnlosos
(1) V. haias op. Gap. X, pag. 92 «t Mq.
•; .
#^'
A •
♦ •
«
\ ,
HMM««Ml«««M
» iniiiiri*' i< É a hr»itfr*"iUitiUib^i>
«h
j» . __ ••
; «
OBÌ.TIONB8 ST XPISTUI«AS
175
amores, et quicqaid mendacia poetaram vnlgaverant. BqoL-
dom non adeo principem nrbium Sidliae Syraoosas ezi-
stimo, qaod ambita moenium quatuor oppida oompleete-
rotar, Aohradincm, Neapolim, Bpipolas et Tychen, qaam
qaod cxempla pietatis cdiderint, Emantiam et Oritoncm,
qui dao iavenes, iucendiis Aotnae exuberantibas, sablatos
parentes ovexcrunt inter flammas illaesi ignibas ; quam qaod
Archimedis incanabula fuorint, qui praoter sideram diaoipli-
nam machinaiìas conimentator extitit, oppugnationemqae
liaroelli triennio distulit; quam qaod Thcocritam protaUt
illam rustioae Masae perurbanum pootam, multosqae prae-
terea qaorum immoHales animae loqaantnr in libris.
Inter qnos ipso tantnm praestas, qaantom ceteris m<m-
tibas Atlas, at non ab re Montis alti nomcn impositnm tibi
videatar: in te euim humanaram diviuarumqae rerum sum-
ma peritia, prudentiae lumen, tcmperantiae decas, fortitadinis
robur, iustitia, sanotitas, àliaeqae cori)orÌ8 et animi dotes,
quaecumqae beatum facere possunt hominem. Nam quid ego
dicam de celcritate montisi qnae Jalium Firmicum mentiri
non sinit, aoumen ingenii Sicnlis adiadioantem. Facundiae
yero tanta vis ut fidem facias hio ortam eloquentiam ad
àlias transmissam gentes.
nnde non iniuria sacrosanctus potentissimasqoe Bez
Hispaniae tibi snmmam rerum administrationem prius in
Sicilia, deiude Neapoli credidit. Ut importuna non sint illa
Pindari, qaae in te vera probantur, in quo disciplinae
militaris expericntia, dictorum £EM)torumque memorabilium
summa cognitio, tanta commoditas orationis, ut Sulpitios,
ScaoTolas, Trebatios, Ulpianos, immo Oicerones nobis expri-
mas ; qui in summo imperio frangis ayariciam, scolerà punis,
vitam tuam populis exponis ad imitandum ; ouius ea gravitas
et constantia, ut non solum gratiae sed snspitioni resistas;
cuins incredibilis in audiendo facilitas, in discemendo lenitas,
in satisfàciendo et disputando diligentia; qui fidile continee
/•t
'.r
\
^ «
1'
••••.• • • •
I ■ «i W <fc I ■■■^■■f»^».
^- •^-
'^^♦■»'^^^ " ^ "" '*'' V <fc^ -^V*' *'' ■**" ^ '"j. « -^«<
k* O /l''t ^itf ■■»^*^—
176
À. JAKI PABRHASn
alios in officio, cam te ipse contineas. Itaquo cnm in Brutios
ad ordinandam provinciam, compescendaqne porditoram qno-
ramdam latrocinia profectns, a me qnaesisscs antiquoram
ponderam mensaramqne modos et appellationes, indignum
potavi negare tibi, per quem parta publica secnritas est,
ocioqne tranquillo frui lioet.
Eloqnentia vero tua non sum territus, cum quod hoc
per heroicae indolis Antoninum Siscarim, Agelli regnlum«
cui debeo omnia, mecum egisti, tum quod abs te provocatns
ad scrìbendum, satis habni tuae voluntati morem gerere. Quid
autem f cui mandaris ipse \iderìs ; fortunae vero fastigium
multo minus expavi, apud te enim vere (quamvis sit magna)
socunda est. Nam quibus dominatur eos secundos ipsa facit.
^,m^^^a^it^mi^»^'^^m^atmiammm^m^^m^mmtmmi^'^mmmMim^mi^^gi^émma^t»*^mmtmAmmmmmaJimmt^ammm>A^mtt»tìLiém^l£^^
XXI
PeAEFATIO IN SÌLVAS SUTII ^'^
Roinae 1514 (Cod. V. D. 15)
Si quis in hoc honcstissimo eonsessu t4icitus secum forte
qaaerat, andò ovenerit ut ego, promtns alioqui paratnsqne som-
per habitus ad dicendum, quemque totics ex tempore perìcnluni
bono periculo multis in locis fccissc constons fama nunciabat,
apnd T09 hacsit-are cunctarique Bim visus, ac, voluti mutato
solo vocis usum penlidisscm, quod in Agro Locrensi cicadis
acoidere Pliuii tradit historia, quibusdam quasi tergiversa-
tionibus extraxerim muueris obeundi diem, dabit is facile
mihi veniam, quom pluribus iustisque de causis id a me
factum sciet.
Ego, ornatissimi viri, licet in dolio flgulinam non discami
quod agore vulgari quoque proverbio vetamur, octoque iam
per annos in Gallia Citeriore persouam rhetoris haud inglorìe
sustinuerim, tamen insolentia loci, diversitate auditorumi
nimiaque vestra de nobis expcctatione tardior efficiebar.
Denique, si res aliter ceciderit, malo ezistimarì magni-
tudinem Bomanorum ignorasse, quod apud eos audeam do-
cere, quam humanitatem, si non audeam, quom praesertim
(1) V. huius op. Gap. XI pag. 101 et teg.
\
■^**riSi"»rr.— »•;. «e :'^-.— ^r-* --^.o»: it...»*..^**
4
178 A. JANI PABBHASn
prò me staro vidoara duos atriusqne linguae signiforos et
qaos nulla remotior latet oruditio : Janam Lascharim, non
minus ingenaaram artium studio quam natalibus et imperia
toriis imaginibns illustrem ; Thomamque Phaedrum, Bomanae
Acadomiae principem, sacerdotiis et iugenio partis opibus
insignem, quorum tanta verbornm pondera semper esso duxi,
ut uno suo verbo cum mca lande coninnctOy omnia asseou*
turum me confldam. Nil itaque desperandum Jano duee et
auspice Phacdro, in quorum blando obtutu, tranquillo vultu,
hilaribus oculis acquiesco. Quibus ingentes ago gratias, ha-
beboque dum vivam, quod me gravissimis apud Pontificem
sententiis ornaverunt, ubi vel nominari snmmus honor. est,
Nam Grispi Passioni sententia quorundam magis expo-
tcndum iudicium quam benoficium, quorundam beneftoium
quam iudicium. Our iUis ego non omnia debeam, per quos
utrumque mihi contigit indnlgentia sacrosancti Pontificis di-
viquo Leonia X, qui maxime reram usn, incomparabili pru-
dentia, suprema gloria, incredibili felicitate, admirabili elo-
quontia, promptissimo ingenio, castissima eruditione pellet^
eaque morum sanctitate quo suus olim conterranous Leo,
cuius ante vivendi rationem quam nomen affectavit (1)
(1) Reliqua deincept, ut minime none
«
•"Nh
M il
^makttmtmamm^mmmt^* m^mir
■•iM^tfiM— ^yj
XXII
PRAEFATIO IN ORATOREM»
RomM 1515 (Cod. V. D. 15)
Antequani docendi muuus instaurem, coDsilii mei ratio-
nein vobis, auditores optimi, qaibas me maxime probatam
oupioy rcddemlam censui cor e tot aureis divinis Ciceronis
oporibas Oratorem potissimam dolegerim, car, repudiata priore
sootontiay Moronis Aeneidem prosecutums accesserim, quom
paucis abhinc mensibus ex hoc ipso sug^^esta a. me enarra*
tum ili Bucolica pronunciassem; quod nisi me insta de cansa
diotnm mutasse oonstiterit, equidem non recuso quin apnd
vos levitatis et inconstontiae culpam inourram • • •
Nominem vestrnm latet, auditores ornatissimi, qnantas
invidiae procellas anno superiore sola patiencia i)er(regerim;
quodque lenti maleqne de me sentientis opinionem subire
maluerim, quam, quod Cicero turpissimum vocat, contentiosi
senis : huius meae lenitatis uberrimo fructu percepto sacro-
sancti augustissimique Leonis X indicio» quo nuUnm maios
homini contingere potest, a me «non difficulter impetravi, si
qua deinceps huiusmodi tempostas impenderet, aliquid de
iure meo magis accedere, quam nomen boni viri litiumqae
fu^itantis emittore
(1) V. buius up. Cap. XI, pag. 103.
\
"ì:"^ .'^'S^T^ <»iCr3n: ^.:^rT^i^. v;-- -^r^-t h -ì v> -# xt».-.^^ -v- tr*?»-**-?--- ^»».-
XXIII
PHAEFATIO IN EPISTOLAS AD ATTICOM <*>
Roniae 1516 ( Cod. Y. D. 15 )
Quom scdnlo mccum reputo qnnm inulta nccidant ho-
mini prneter spein^ libot npud vos^ auditore? carissimi^ qnod
Aenoas Ycrgilianuf^ oxclawat usurpare:
Hcu nìhil iavitis fas quenquam fidere divit.
Etenim quem rcbar annum tranquillitatis et ocii plenum
foro, is acerbissimos mihi casus atque gravissimas attulit
aerumnas, quae nostrorum studiorum rationes tantum evor-
teruut ; id quod eventurum non temere quisquam iudieasset
in tanto bonorum Principum proventn, quorum opibus ao
indulgentia benignissime fovebamur. Ut enim missa faciam
quae sacrosanctus Pontifex Maximus ex aorario mihi largitnr,
ne iam obductas imidiae cicatrices inutili recordatione re-
fricemus ; ut etiam taceam snffragia patris amplissimi Julii
Medicis, quem nuper ad proximam Pontifici dignitatem di-
vinae virtutes OTexerunt ; ut hebraicae latiuaeqne linguae
instauratoris Hadriani mnniflcentiam in me transeam : certe
Lisias AragoniuSy antistes ille meus omni laude superior, ea
TÌtae mihi commoda suppeditat, quae studia possint igna-
vissimi cuiusque exoitare.
%
^1) Y. httiuB op. Cap. XI« pag. 104.
l«ow^
^IN
•«*■
i m i r ii»* »<m<pii#<wrf<
<Mrfc*wé|^ lì * I iWgaM*>Ìk<
ORATI02f£8 ET £ri8TUIJLK
181
Quibus ego fretus, arbitrabar uihil amplius esse mihi
oaranilum quam ut personam praecoptoris honeste susUnerem,
meque sic ad omuia cotuparabani, tatnquatn in singulis euar-
rationibus auotorum, quos exponemlos acceperam, iudiciuro
do tota mea faeult*at-e futnrum esset. Itaque meouin subinde
meditabar: Roma est eivit^as ex natiouuui couventu constitnta,
arx reguin, lumen geutium, domicilium summi imi>erii, in
quo mihi eottidie lectissimorum virorura subeunda censnra
est} quos nulla, quamlibet remot^a, latet eruditio, quique anres
non hcbetes, oculos acres, ingeuia habent acutissima. Proin-
de vigilandum sompor, multao euim insidiae sunt boni»,
ut ille Jove uatus suis praecipit filiis, et quo minus ingenio
possum co magis subsidio adhibebam industriam, qnae quanta
fuerity quia tempus et spaoium datum non est, intelligi tnm
non potuit. Nam post illa vit4ilibus mlaota vulnera, quae
paucis ante mensibus apud vos oratione perpetua deploravi,
quid erat ineommotli, quod mihi deesse videretnr, aut cui
novae calamitati locus ullus iam relictus ! Eadera tamen for-
tuna, quae eoepit urgere, reperit novum maerorem, afUictum-
que duplici luctu senem tantulum respirare passa non est (!)•
Duum enim carìssimorum desiderio funestam domum,
diuturna couiugis insuper et mea valetudine concussit, et qua
(dii boni !) valetudine, coelitus iuvecta: quippe quam adversis
sideribus conflatam Gàuricus, astrologorum nostri temporis
emineutissimus, certa matheseos ratioue deprehendit; Lunae
enim deliquium perniciem nobis erat allaturum, nisi salutaris
stella Jovis intercessisset (2}. Et mors mihi quidem molesta non
fuisset, ut in qua propositam mihi scirem laborum ac mise-
(1) Deflet hìc Parrhatiut Thomae Phaedri et Batilii ChalcondylM
mortem. — Y. huius op. Gap. XI, pag, 104
(2) In Tractattt tistroìogico (TU Op., pag. 1635) Luca» Oàuricat
horoscopum pcrscripait, quein noi io hoc opere retulimus. — Y. Gap. XU
pag. 104, n. (?).
\
r-:.
^ • -
Il- fciniiji' ( iti II' tmmu^Mbummmi
'^tf^^MUi-m^t^^M
183
A. JANI PABRHASn
riariim omninm qiiietem; seti illnd nmitn nos angobat, qnod
apnd vos absolvero tiilem moam, qnaeqne pollioitus in has
Epistola^ ad AtUcnm fiieram praest-aro non potnissem. Quo
nuno lactAndam mihi mairis est, quod ex orci fnucibns erop-
tns, iiicnndissimo Ycstro conspeotu fruor, quod intuoor et
contcìnplor uunmqucmque vestrum, quorum nomo ost cui
non mca salu^^ ncque cava fuerit ac ipsi mihiy ctiius non
extct aliquod in nos moritumi cui non sim devinctns me-
moria* benefloii sompiterna; ncque cnim vos oculornm co-
niecturay SiHÌ assiduam mihi frequcntiara praostitistis, ego-
quo non minus signiflcntione voluntatis et benovolontiae,
qnam robu9 ipsis astringor. Itaque vel hao potissimum de
causa corporìs inflrmitotcm animi virtute superavi, ut satis
aliqua ex parte nostro erga vos officio faciamus. Quod huo
usque non distulissem, nisi memet quidam casus incredibilis
ac inopiuus oppressisset. Nam prìdie oius dici quo rcditurus
ad iutormissnm docendi mnnns eram, in summo pedo enatos
abscessus, (àjrocrrysux Graoci vocant) brevi ita altas egit
radices, ut igni ferroqne vix excindi potuerit. Ego nihilo-
niinus, ulcere etiam nunc manante, reclamantibus ad unnm
medicis, quom prìmum flgere gressum licuit, bue exilui: tam
nihil autiquins habeo vestris commodÌ8.
Ncque vero hoc dico, quo me vobis venditem; our enim
blandiar bis, quorum erga nos amor, honestis artibus qnae-
8ÌtuS| odeo cre\ity ut non haberet quo progredi iam possit t
atqni potius haec ad impetrandam veniam pertinent, ne qnis
vestmm forte mihi succenseat, quoti ad diem praesto non
ftierim. Nano acquis animis attendite nostramque de hia
ambagibus ad Atticum coniecturam cognoscite. Nam si ns-
quam alibi, hic certe necesse est iuterpretem divinare ; nomo
vero desperet od huius operìs calcem nos aliqnando per-
venturos quod hoc anno cessatum sit. Temporis iactoram *
focile reparabimns, si viatornm nobis exemplnm proponemns,
Ili si serins quam volnerìnt forte surrexeriuti proporando.
\%
«M^B#«**^à«««Ì»«^ÌA»«>«M
»mim»i*a^lìkmami^Jmt^mmm*t
■ •■ I IH ìàH^ti^mtm^^^t^mim
ri II t, 1 ■!<
">
• •
ORA^TIONES ET SriSTUULS
183
etinui citius, quam si tic noot4! vigilass^ent, perveniunt quo to-
luut. Quoiiiani vero, prinoipiis cogiiitU, multo fAcilius oxtrema
percipiuutur, autequam quae rtvtaut mloriamnri Epistolao
argumcutuin brevissime repet4im.
Huius Episiolae superiore partieula noster Oieero reti-
ilebat Attioura certiorera de ratione suae petitioDÌ8, idest
quot in oa eompetitores haberet, atquo ex his qui certi
quive partim Armi viiloroutur. Nunc mldit etiam diem quo
prensaudi initium Taeturus ipso sit, et quorum suffragiis ao
ope nit4itur ad cousulatum, quidve in ea re Pompouium sua
causa facere velit.
^
• *
\
^*'"-^*- - r*; •-*- r'^ ^ \ -■ r>rf ai n » ■ i é" " . ' ■ ** !
«■w«*k>*«
i^-«i»*iii^i»v' V
»4» n . I»^»«^l«fc — «nlBÉ
PRAELECTIO IH EPISTULAS AO ATTICOM <"
RoniM 1517 (Cod. V. D. 15)
Si mihi f qaofl in comitiis honorumque petitionibns olim'
aervabatar ) excusare morbum iareiuramlo profuissct, oquidem
nuno in ooio domi degerem, vosque daretis operara oaÌTÌ8
alteri magis idoneo praeceptori. Nam me iam non enndcm,
sed ambram nomenque Parrhasii relictum videtis : vires enim
corporìs affectae, sensus ocniorum atque anrìum hebetes,
memoria labat, vigor animi obinsus, ut illam Laberiiquere-
lam, in re quamquam diversa, liceat usurpare :
Quid • • . . htic .... afferò y (2)
Decorem forma«, an dignitatem corpontf
Animi virtatem, aa vocis iucuodae sonam f
Oerte nihil horum; sed quia sacrosancto Pontifici Maximo.,
cuius in manu sunt omnia, placuit huno item annum labo-
ribus nostris accedere, parendum duximus eins imperio, cui
ve! privato, prò sua in nos indulgentia, morem gestnn ftiis-
semus, ne, cum sapientissimus Princeps, induotis nonnullorum
nominibus in albo rhetorum, meum retinuerit, ego de suo
iudicio temere vidisse (t) existimer (8).
(1) V. hains op. Gap. XI, pag. 105.
(2) Laberius alt : Quid ad aoenam afferò. — Maerob. Satam. 1. II,
Gap. Vn,
(3) Sequuntur ad ditoipulos moaita ao contilia, qaae lù aliis Iam
oraUonibus oGourrant,
— «X^'
mmm**<0*>^
^•tei
■«iMa<%ÉriMM«MMtMwa^aMU[«aaiU«H«k4hbMa
^.
* *
Condotto a termine il presente volume, adem-
piamo il dovere di ringraziare vivamente V amato
maestro Prof. Enrico Cocchia, che ci suggerì questo
studio sul Parrasio, e benevolmente ci consigliò e
sorresse nelle prime difficoltà dell* arduo lavoro.
Simile ringraziamento rivolgiamo al chiarissimo
Prof. Remigio Sabbadini, che durante la pubblica-
zione di questa monografìa, con gentilezza pari al
suo alto sapere, ci diede aiuti e consigli, specie
nella laboriosa ricostruzione ~~del testo dei documenti
latini.
%.
\
•»•
#
— »A MlJ» '-'
.''W^w^ta^^ '•»-*' t^j^i ft^ I
AVVERTENZA
Rileggendo il nostro lavoro, abbiamo notato qua
e là, specialmente nei primi quattro fogli, parecchi
errori tipografici.
Speriamo che il benevolo lettore, considerando
quanto sia difficile in lavori di simil genere ottenere
un* edizione scrupolosamente corretta, vorrà perdo-
narci queste mende insieme con qualche inesattezza
ed omissione, in cui siamo incorsi.
Fidando molto nella sua indulgenza, non notiamo
partitamente tutte le imperfezioni colle correzioni re-
lative, promettendo di occuparcene quando parleremo
del Parrasio Filologo e della sua Bibuoteca.
.'N
-n--- T~t ìj"*^-! ia ìl^ ' *^ * i > .jm i > i ■ r- > ir >i Mj i a ni n i ■ ■ n i nr -— •" ■- , ■-■ ■ •"■ »— « - ■■ ■ arh^fc-Émli ■
Xl^ZDXC S
Disdica l>ng. Ili
Iktboduzionb > y
VITA DI AULO GIANO PABRASIO
Gap. I. Patria — Famiglia — Maestri • '• pag. 3
1 II. Il Parrasio a Cosenza e a Napoli —
Belazioni cogli Aragonesi • • » 11
1 III. n Parrasio in disgrazia di re Federico
— Integrità e fermezza del sno ca-
rattere — Dimora a Roma • • » 23
» IV* Il Parrasio a Milano — Importanza
storico -letteraria di questo periodo
— Lotta col Ferrari e col Nauta • i 31
1 y. Lotta col Minuziano — Relazione col
Poncherio e col Garilinale d' Amboise
— La cattedra di oratoria — Flanso
e onori i 41
1 VI. Coltura ed attività prodigiosa del Par-
rasio — La seconda età della Rina-
scenza — Grande autorità del Retore
in Milano e fuori — La Colta Giuris-
prudenza • ^ • • • • » 51
1 VII* Attinenze del Parrasio con Demetrio
Galcondila — Sue condizioni — Nnove
lotte — Accuse infami — Partenza da
Milano 1 61
> VIII. Il Parrasio a Vicenza — La lega di
i«i*irtHMMi«aaaMMifa
M*«ta«Mta
►♦•N
:.^»*M.iixi#iiC.^wi»
• • 1
^■^■*X .•! M ■■!■.
188
IIVDIOB
Oombroi — Vita randagia a Padova,
Abano, Venezia* • • • •
Gap. IX. Bitornò del Parrasio a Napoli e a Oo-
senza — Disgrazie domestiche — Teo-
dora Oaleondila • • • •
» X. Un triennio in Calabria trascorso a
ì « Cosenza, AjellOj Taverna^ Pietra-
mala, Paola
[• H Parrasio nel Ginnasio romano —
Ritorno a Cosenza — Sua morte —
L' Accademia Cosentina •
Appkndìcb
pag. 71
1 81
1 89
» 00
1 115
AULI Jani Pabbhasu
OBATIOXES ET EPISTULAB SBLBOTAK
I. Oratio ad Patritios neapolitanos •
II. Privilogium . • • ; •
III. Epistula ad Ferdinandum Aragoninm
IV. Oratio I in Alexandmm Minutianum
V. Oratio II in Alexandram Miuutiannm
VI. Oratio ad Senatnm Mediolanensem
VII. Oratio III in Alexandrum Minatianum
vni. Praefatio in Persinm •
IX. Praefatio in Tbebaida .
X. Oratio in L. Floram •
XI. Epistola ad Laurontinm Peregrinum
XII. Praefatio in Livium
XIU. Epistola NN. — De Livii indice .
XIV. Praelectio ad discipolos
XV. Epistola ad Piom • • •
XVI. Epistola NN. — De A. Marcellino
XVII. Epistola NN. — De Lotatio
. pug. 119
> 134
> 127
. . » 131
> 135
> 137
> 110
> 146
> 148
> 161
> 16S
> 166
. . > 168
> 160
> 162
> 163
. » 164
«^■«Mfc^lt ■ I» M II
■' • ■» *i»-^«—*-w r ^•fc. • ^ w ■.^,.. ^■l^-^r-^■■^^T«.L-^^^^;.^■-•^^■■^, ^ •- , -■ ■-.-^-- , .a£^&.-'-^jJ:-L^.-c'-.^a:ji::^ ^-
■^
niDiox
180
XVIII. Oratio ad Municipium VincentiDum
XXI. Praefatio in Horatii Odas •
XX. Bpistula ad Ludovicum Mouialtum
XXI. Praefatio in SUvas Statii .
XXn. Praefatio in Oratorem
XXIII. Praefatio in Epìstulas ad Atticam
XXIV. Praelectio in Epistnlas ad Atticam
pag. 166
172
174
177
179
180
184
-")
■,/ ,":■ : ■ ::,■-.:;■■■. ■■■■
/ Dello stesso autore
L* Eleqfa. c Ad Lucia» > . di Aulo Uìaco Farrosio « il
Brnto minore dì G. Leopardi — Ariano — Stab. Tip. Ap-
'' pnlo-irpino ÌS96, pagg. 30, h. 0,70.
Un Accadbmico Pontakiaito elei seo. XVI PpeonrBOPe del-
l' Ariosto ode) Panai — Stiano — Stab Tip Apputo ir-
pÌHO 1898 pagg X 489, \ 3,S0
Di prOBSima pubblicazione
Il Parrasio Filoloqo c la sua Biblioteca.
F. Paolo Pabzanbsb — Tita ed opere.
Scritti ihrditi di P Paolo ParzanoBo feon prefazione t noU).
In preparazione
STunn Dahtebchi
Anxcdoti HuvzoinANi
FOLELOBB iBPmO
La Bcdola Sabda e i Codd d' Arborea ^
Prezzo del pbesektb vomuE LiB^ 3,
No comments:
Post a Comment